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A Paolo Goi

maestro di ricerca e di promozione culturale

«a forza d'occhio e di dito, e di quel raziocinio,


che dalle sole osservazioni dipende»
Anton Lazzaro Moro, 1740
Documenta artium fundamentum
Studi offerti a Paolo Goi
per i suoi ottant’anni

a cura di

Alessandro Fadelli e Andrea Marcon

scritti di

Moreno Baccichet
Pier Carlo Begotti
Alberto Cassini
Miriam Davide
Alessandro Fadelli
Luca Gianni
Andrea Marcon
Stefania Miotto
Pier Giorgio Sclippa

Pordenone, 23 febbraio 2019


L’arte oltrepassa i limiti
nei quali il tempo vorrebbe comprimerla
e indica il contenuto del futuro.
Vasilij Kandinskij
Bogdan Bogdanović,
Monumento per il sito del campo di concentramento
e di sterminio di Jasenovac.
Simboli piantati nel territorio:
Bogdan Bogdanović tra urbanistica e paesaggio

Moreno Baccichet

N egli anni ’50 l’architetto Bogdan Bogdanović (Belgrado 1922-Vienna


2010) tentava l’esperienza professionale e contemporaneamente in-
segnava presso l’università di Belgrado. Era ben inserito nell’ambiente cul-
turale che rendeva speciale quella città. Nato a Belgrado nel 1922, laureato
in architettura nel 1950 con il professor Nikola Dobrović, aveva iniziato il
praticantato come assistente presso il Dipartimento di Urbanistica, all’epoca
diretto da Michael Radovanovic. Nel 1960 diventerà professore assistente e,
nel 1963, professore in storia e teoria della pianificazione urbana.1 Tra l’uscita
del suo primo libro Mali Urbanizam (1958) e quella del terzo Urbanističke
Mitologeme (1966) si rese evidente la crescita lirica dell’espressività artistica
di Bogdanović che dal monumento alle vittime ebree del nazismo al cimitero
di Belgrado (1952) si espresse attraverso i memoriali di Sremska Mitrovica
(1960), Prilep (1961), Krusevac (1965) e Mostar (1965), fino ad approdare
al monumento di Jasenovac del 1966. La dimensione paesaggistica dei me-
moriali di Bogdanović prese forma proprio mentre l’architetto scriveva due
straordinari trattati di carattere urbanistico.2

Per un’urbanistica minore


Mali urbanizam fu pubblicato a Sarajevo nel 1958 in un momento in
cui, come osservava lo stesso Bogdanović, c’era una certa attenzione per le
architetture popolari: «Kaže se, naprimer, za jednu odredenu vrstu arhitekture
– nepriznate arhitekture – minorna arhitektura. Italijani doslovno kažu

1
Per inquadrare la figura dell’architetto e la sua bibliografia rimando al recente catalogo
prodotto per la mostra al MoMA: V. Kulic, Bogdanović by Bogdanović. Yugoslav Memo-
rials through the Eyes of their Architect, New York 2018.
2
Oggi Bogdanović è influente nella cultura serba contemporanea per la sua attenzione ai
temi dell’urbicidio, da lui teorizzato nel 1993, più che per la sua lettura simbolica del
territorio: vedi V. Perić, Filmski Beograd trećeg milenijuma: u traganju za (izgubljenim)
identitetom, in Identitet Beograda, «LIMESplus: geopolitički časopis» 1-2, 2012, 191-202.
Recentemente è stato oggetto di attenzione nella Biennale di Architettura di Venezia: Free
school is free space, Serbian pavillon, Belgrado 2018.

11
Moreno Baccichet

arhitettura minore».3 Il riferimento ai colleghi italiani che si erano indirizzati


verso una forma di ispirazione che si appoggiava allo studio dell’architettura
popolare probabilmente va ricondotta all’esperienza iniziata da Giuseppe
Pagano per la Triennale milanese del 1936. Esperienza che poteva essere
conosciuta da Bogdanović attraverso il catalogo della mostra.4 I temi del libro
provenivano dalla rielaborazione di una serie di articoli apparsi sulla rivista
Borbi nella rubrica settimanale che si intitolava Mali urbanizam. Altri articoli
erano apparsi su Politici, NIN-u, Književnim novinama, mentre l’articolo
sul monumento agli ebrei era apparso nel belgradese Delu. Il titolo voleva
esplicitamente spostare l’attenzione dall’urbanistica di grande scala a una
lettura del territorio che si esprimeva attraverso progetti piccoli e coerenti con
il senso dei luoghi.5 I suoi articoli nel primo periodo attaccavano la monotonia
dell’urbanistica di regime o l’architettura priva di confidenza, fredda e
artificiale (Arhitektura bez Topline, 1956). La sua dialettica era sferzante
contro certa accademia che era disposta a sacrificare importanti settori
della città storica per promuovere nuovi progetti di monumentalizzazione.
Bogdanović, per esempio, non vedeva di buon occhio il grande progetto per
Novi Beograd e quelle pratiche di ricostruzione della città che tra il 1969 e il
1982 alimenteranno la retorica della rivista Urbanizam Beograda.6
L’ispirazione per una diversa scala dell’urbanistica si esprimeva nel
suo primo libro nei continui espliciti riferimenti a Bramante (il volume si
apre con uno schizzo interpretativo del Belvedere), Plečnik, Cullen.7 Per
Bogdanović le città avevano una personalità, un loro essere collettivo che non
poteva essere ignorato. Non credo sia un caso che il libro sia stato stampato

3
B. Bogdanović, Mali urbanizam, Sarajevo 1958, 6.
4
G. Pagano, G. Daniel, Architettura rurale italiana, Milano 1936.
5
Questo atteggiamento era letto come un segno di discontinuità rispetto alla tradizione del
funzionalismo iugoslavo e Bogdanović veniva inserito nella terza generazione di architet-
ti iugoslavi, con Ivan Antić e Aleksej Brkic. Z. Manević, Četiri generacije, «Život Umjet-
nosti»14, 1971, 26-33.
6
È interessante il saggio di Kulić che definisce come “dissidente” l’architettura e l’urbanistica
promossa da Bogdanović, leggendone la specialità rispetto a Vjenceslav Richter: V. Kulić,
The scope of socialist modernism: architecture and state representation in postwar Yugoslavia, in
Sanctioning Modernism. Architecture and the Making of Postwar Identities, a cura di V. Kulić,
T. Parker, M. Penick, Austin 2014, 37-62. In realtà i due artisti si presentarono all’estero
anche insieme, come nel caso della XII Biennale di San Paolo in Brasile, quando alle opere
monumentali di Bogdanović furono affiancate le serigrafie di Richter, Julije Knifer e di
Juraj Dobrivic. Bogdanović in quell’occasione presentò foto e progetti di dodici monumen-
ti. XII Bienal de São Paulo. Outubro/Novembre 1973, San Paolo 1973, 139-141.
7
Le sintesi di Cullen usciranno solo nel 1961 in G. Cullen, Townscape, Londra 1961.

12
Simboli piantati nel territorio: Bogdan Bogdanović tra urbanistica e paesaggio

da una casa editrice di Sarajevo, città che aveva attraversato uno straziante
conflitto culturale sui temi della riforma dei settori centrali dei suoi tessuti
attraverso pratiche urbanistiche capaci di cancellarne la storia.8 Proprio
mentre la Bosnia assumeva nella retorica socialista la dimensione di una
possibile moderna convivenza tra le diverse etnie della Iugoslavia, architetti
come Juraj Neidhardt e Dušan Grabrijan avevano esplorato la tradizione
architettonica della città valorizzando l’architettura di matrice orientale per
la sua capacità di raccontare una diversa modernità. I settori centrali della
città potevano essere letti come un esempio urbano della convivenza di più
popoli e più religioni, apprezzando però solo gli edifici che avevano questa
capacità simbolica. La maggior parte dell’architettura minore per loro poteva
essere sacrificata.
I primi atti del governo socialista della città andavano verso un’ipotesi
ancor più radicale, ipotizzando la demolizione della Bascarsija per sostitu-
ire a questo insieme di edifici specializzati e piccole botteghe in legno una
grande piastra di servizi progettata secondo i canoni dell’urbanistica funzio-
nalista. In un momento in cui il potere centrale di Tito cercava di sfumare le
diverse rivendicazioni nazionali, il minuto disegno degli insediamenti storici
poteva essere messo in crisi dagli interessi dell’urbanistica rappresentativa
del nuovo stato. Juraj Neidhardt e Dušan Grabrijan, nella loro diversità, si
muovevano su una linea di ricerca che affondava le sue radici nella tradizione
mirando a una diversa modernità.9 L’atteggiamento di Bogdanović era però
più radicale e si esprimeva nel campo del simbolo e del significato. La città e
i luoghi non dovevano avere solo un significato funzionale. Alla lettura della
casa bosniaca, reinterpretata con le influenze di Le Corbusier, Bogdanović
contrapponeva case che scaturivano dalla terra più profonda.10 Neidhardt,

8
D. Alić, M. Gusheh, Reconciling National Narratives in Socialist Bosnia and Herzegovina:
The Baščaršija Project,1948-1953, «Journal of the Society of Architectural Historians»
58, 1, 1999, 6-25; Id., Appropriation of the ottoman heritage in socialist Yugoslavia. Bascar-
sija project (1948-53), in Acsa European Conference, Berlino 1997, 179-184.
9
D. Grabrijan, J. Neidhardt, Arhitektura Bosne i Put u Suvremeno, Lubiana 1957; D.
Grabrijan, The bosnian oriental architecture in Sarajevo, Lubiana 1984. Per inquadrare
l’esperienza iugoslava nel contesto balcanico vedi T. Marinov, The “Balkan House”: In-
terpretations and symbolic appropriations of the ottoman-era vernacular architecture in the
Balkan, in Entahgled histories of the Balkans, 4. Concepts, approaches, and (self-)representa-
tions, a cura di R. Daskalov [et Alii], vol. 4, Leiden 2017, 440-593.
10
Per lo stesso Bogdanović erano case esplicitamente distanti dal movimento funzionalista:
«My first houses on Avala near Belgrade from the early 50s were full of reminiscence. My
friend was an engineer at the Hydro-technical Institute, so these houses were intended
for their employees. They could have easily been somewhere in the Mediterranean, but

13
Moreno Baccichet

collaboratore di Le Corbusier per il Piano di Algeri, disegnava case che esplo-


ravano l’orizzonte, mentre i disegni delle case che corredano Mali urbanizam
mostrano architetture che sembrano costruite per faglie sovrapposte. Terra
e casa offrono ospitalità all’uomo con modalità di un disegno che affonda
le radici in archetipi edilizi che sembrano rifarsi alla preistoria. Bogdanović
è lontano dalle ricerche orientaliste dei due colleghi, ma la stampa di Mali
Urbanizam a Sarajevo, alla fine del dibattito che aveva permesso di salvare la
Bascarsija, mi sembra che non sia casuale e che rappresenti una evidente cri-
tica alle scelte urbane di regime che stavano trasformando Belgrado, Sarajevo
o Zagabria.11
Bogdanović leggeva la tradizione come un prodotto che aveva unito
nella creazione uomo e terra lavorando su un racconto che superava le
narrazioni del periodo. Il programma di Mali Urbanizam poneva attenzione a
quell’ambiente costruito che non si studiava nelle facoltà di architettura.12 Ben
conscio del dibattito italiano, l’architetto serbo affermava che le città storiche
avevano perduto valore quando si erano distrutte parti delle stesse. Preso
singolarmente ogni edificio era sacrificabile, ma nell’insieme quell’architettura
anonima e omogenea aveva un valore ambientale che superava il concetto
dell’arte per aprire una finestra su quello di ambiente. Gli edifici avevano un
significato corale e non aveva senso procedere con la logica dei diradamenti
tanto in auge prima della seconda guerra mondiale. Mali Urbanizam voleva
dare rappresentatività a questa città priva di monumentalità, questa urbanità
modesta eppure indispensabile per cogliere quel genius loci che aveva sempre
unito abitanti e territorio. Provocatoriamente Bogdanović definiva questa
piccola urbanistica, questa urbanistica minore, come figlia dell’urbanistica

I did not think they would look Mediterranean when I built them. They were built in the
old fashioned way, completely made of stone. The houses were surreal, but were not
widely approved of in my profession, since everybody was so modern, modern to the
bone. They barely managed to detach from social realism, and then somebody comes
along to do the same thing again. But they did not understand the surrealist basis».
V. Grimmer, Bogdan Bogdanović /cities are beings, in Bogdan Bogdanović ukleti neimar /
the domed architect, Spalato 2013, 28-39: 30.
11
In quegli anni si fece esplicita una critica sociologica alle pratiche urbanistiche del regime,
ma questo filone di dissenso non aveva un rapporto diretto con le teorie di Bogdanović.
B. Le Normand, The modernist city reconsidered: changing attitudes of social scientists and
urban designers in 1960s Yugoslavia, «Tokovi Istorije» 3-4, 2008, 141-159: 153.
12
L’attualità dell’argomentazione imposta dal libro ai temi della città attuale è stata ben
messa in evidenza da V. Vukovic, Der kleine Urbanismus von Bogdan Bogdanović, in
Mission Mikrourbanismus. Kurze Nacht der Stadterneuerung IV, a cura di E. Raith, K.
Smetana, Vienna 2015, 20-27.

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Simboli piantati nel territorio: Bogdan Bogdanović tra urbanistica e paesaggio

dei grandi piani. Come un bambino la Mali Urbanizam non era obbediente e
nemmeno responsabile. L’architetto belgradese riconosceva nell’urbanistica
minore una diversa derivazione rispetto alla disciplina maggiore. La prima
derivava le sue modalità di espressione dai settori umanistici e artistici della
cultura, mentre la seconda usava strumenti che provenivano dalle discipline
tecniche e funzionaliste. La grande urbanistica prevedeva azioni destinate a
durare nel tempo, mentre la piccola urbanistica agiva per piccole azioni, di
volta in volta modificabili. Allora come oggi, queste pratiche di dettaglio si
ispiravano alla letteratura, alla grafica, alla pittura e persino alla scenografia.
Per Bogdanović era impossibile sentirsi bene nella città funzionalista,
scomoda e senza gusto. Il più delle volte queste grandi realizzazioni
urbanistiche davano vita a quartieri dormitorio, mentre la vera vita identitaria
degli abitanti faceva riferimento ai quartieri della città vecchia «dove batte
ancora il vero cuore della città». Le città un tempo crescevano gradualmente,
in modo organico, arricchendosi progressivamente di poesia. «Oggi questo
processo è perturbato o almeno separato».13 La città nuova si sviluppava
con un atteggiamento scientista disinteressato alla costruzione di un senso
urbano. La dimensione visionaria della trasformazione della città con la quale
si confrontavano gli architetti era quella del potere e si esprimeva attraverso
le grandi realizzazioni: «tuttavia, i grandi maestri sapevano e amavano,
attraverso una lunga storia dell’architettura europea, affrontare, di volta
in volta, qualche piccolo, minuscolo problema urbanistico, per elaborarlo
fino in fondo, per entrare in tutti i dettagli». Bogdanović, per meglio farsi
comprendere, citava nel suo saggio l’esperienza bramantesca del Belvedere,
considerandolo un capolavoro della mali urbanizam. Non era la scala a
definire il valore qualitativo dell’opera e la piccola urbanistica non era priva
di difficoltà: «i problemi dell’urbanistica minore possono essere affrontati
con successo solo da architetti che hanno spirito e immaginazione».14 Per
Bogdanović si doveva prestare una maggiore attenzione al sito, mostrando
una sensibilità al valore dei luoghi e non sovrapponendo agli stessi maglie
infrastrutturali astratte alle quali appoggiare solitari volumi edilizi.
Nel panorama culturale che vedeva sorgere quartieri come Novi Beo-
grad la voce di Bogdanović era controcorrente e spronava gli architetti a ri-
cercare il senso delle forme. L’architetto era un poco uno scultore alla scala
del territorio. Questa intuizione caratterizzerà l’esperienza professionale di

B. Bogdanović, Mali urbanizam, 10.


13

Ivi, 11.
14

15
Moreno Baccichet

Bogdanović. La ricerca del senso dei luoghi e la costruzione paziente di com-


posizioni territoriali capaci di aggiungere segni e significati divenne fin da su-
bito la sua cifra stilistica: «il disegno rivela le caratteristiche dei piccoli spazi
urbani». L’opera del disegno, lenta e progressiva tecnica di modellazione,
costruiva il senso dello spazio urbano. La piccola urbanistica proponeva un
processo per piccole azioni, una pratica incrementale di piccoli progetti per la
città. L’esperienza di Plečnik a Praga veniva letta come un esempio. L’architet-
to sloveno era descritto come «un grande maestro del piccolo urbanesimo».
Pur cresciuto alla corte di un Wagner convertito alla decorazione secessioni-
sta, al linguaggio aulico del maestro, nella sistemazione del castello di Praga,
Plečnik contrappose una misura che si integrava e confondeva con i luoghi e
le preesistenze architettoniche. Quel lavoro attento e per nulla invasivo per
Borgadovic era uno dei migliori esempi di mali urbanizam. Allo stesso modo
la successiva esperienza di Plečnik a Lubiana riformò la città attraverso una
riscrittura tutta centrata su un disegno fino, di dettaglio, degli spazi urbani.
Un disegno che teneva conto del movimento del cittadino nella città. In al-
tre situazioni il carattere urbano veniva esaltato dalle esperienze architetto-
niche dei singoli edifici, come nel caso del palazzo costruito a Belgrado da
Jan Nevola per il commerciante Misa Anastasijevic tra il 1857 e il 1863. Un
edificio che, nato come residenza, era diventato un edificio di stato e poi sede
dell’università. Quell’architettura, notava Bogdanović, si adattava molto bene
ai nuovi usi. Il progetto di Nevola costruiva un importante fronte urbano, ma
il fatto che il cortile potesse essere liberamente attraversato aveva dato vita a
un interessante spazio pubblico nel quale studenti e cittadini sostavano. La
costruzione e la reinterpretazione spaziale della sua città interessavano molto
l’architetto belgradese, che preferiva dichiarare che il suo insegnamento era
l’urbanologia più che l’urbanistica. Lo studio della città più che lo studio del-
le tecniche per espanderla.

Monumenti come città


Gli spazi venivano reinterpretati dalla popolazione con una azione atti-
va di rilettura, la stessa che permetteva di ridefinire il senso dei monumenti.
Questi, per Bogdanović, venivano costruiti con regole che provenivano dal
passato e che si riproducevano all’interno delle diverse società attraverso
modalità di progettazione simboliche e rivelatrici. I riti venivano vestiti da
progetti architettonici che affondavano i loro principi nella storia. Le società
del passato avevano rappresentato i loro ‘segreti’ attraverso la costruzione di
monumenti valorizzati attraverso un’ossessiva e geometrica rappresentazione

16
Simboli piantati nel territorio: Bogdan Bogdanović tra urbanistica e paesaggio

delle regole scenografiche.15 La ripresa rinascimentale delle regole composi-


tive aveva ridato forza al carattere monumentale dell’esperienza urbana con
monumenti che si inserivano in un ambiente cittadino o all’interno di territo-
ri aperti. In ogni caso Bogdanović faceva notare come «un buon monumento
è molto più complesso di una buona scultura».16
La complessità della ricerca spaziale delle prime opere monumentali di
Bogdanović va cercata proprio nella sensibilità territoriale dell’artista. Non
era importante la scultura quanto l’interpretazione topografica dei luoghi e
la capacità di esercitare una forma di controllo sullo spazio. I monumenti
dentro e fuori dalla città sono delle orchestrazioni che assorbono dai luoghi,
creando con gli stessi un rapporto spaziale speciale. Gli stessi oggetti mo-
numentali possono produrre effetti del tutto opposti. L’obelisco in Place de
la Concorde a Parigi per Bogdanović funzionava, mentre quello di Piazza
del Popolo gli sembrava inadatto per reggere il confronto con il paesaggio
urbano. L’architetto deve capire il senso del luogo nel quale si colloca il mo-
numento «cercando una sorta di proporzione tra l’uomo e lo spazio, ren-
dendo conto di ciò che siamo e di ciò che ci circonda».17 L’arte è influenzata
da un processo di conoscenza che è contemporaneamente un percorso sim-
bolico e misterico. Bogdanović insisteva nel tema dell’approccio dinamico
al monumento, che poi diverrà la cifra delle sue realizzazioni più mature.18
L’ambiente mitico e preistorico del suo primo grande memoriale a Sremska
Mitrovica è esaltato dalla forma dei tumoli che rimandano ad arcaiche sepol-
ture preistoriche.
L’impressione delle foto d’epoca dei tumoli vegliati dalle guardie iugosla-
ve è di grande effetto. La contrapposizione tra il simbolo bronzeo della fiam-
ma e quello del calice tagliato imprime sacralità allo spazio giocato come un
grande giardino dotato anche di un piccolo parterre formale.
Eppure questa composizione per il memoriale era molto diversa dal
concetto normale di monumento. Il monumento solitamente ha un verso,
ma dovrebbe essere pensato per essere visto da tutti i lati e il progetto deve
prevedere le modalità con le quali l’attenzione e l’interesse del visitatore ven-
gono guidate: «Questo secondo caso è il migliore, ma purtroppo molte scul-
ture, oggi, corrispondono al primo caso, un po’ primitivo (…). In una buona

15
Ivi, 32.
16
Ivi, 35.
17
Ivi, 37.
18
B. Bogdanović, O arhitekturi koja nije sazdana do kraja, «Polja» VII, 51, 28 febbraio
1961, 1.

17
Moreno Baccichet

scultura tuttavia non c’è nulla da nascondere e dovrebbe essere vista da tutti i
lati». La scultura andava collocata in un sistema di prospettive.19
Per rendere conto di un monumento non assiale e segnato da un impor-
tante dinamismo Bogdanović citò il sistema statuario di Ponte Carlo a Praga.
Per lui l’impostazione eccentrica, non assiale, era in grado di lasciare maggiori
spazi all’immaginazione di chi percepiva il monumento.
In queste considerazioni ci sono già tutti i significati spaziali delle opere
monumentali progettate tra il 1960 e il 1965, fino ai complessi di Jasenovac e
di Mostar.20 La costruzione dei sacrari era un raffinato modo di disegnare gli
stati d’animo che il monumento doveva trasmettere al visitatore. Mi sembra
evidente come in questo saggio si leggano già le indagini che porteranno alla
pubblicazione del secondo volume sull’urbanistica: Urbanistićke Mitologeme.
Del resto, aprendo il suo secondo libro l’autore faceva capire che, seppure
influenzato dal volume di Mumford, letto nell’edizione francese del 1964, il
suo interesse era rimasto legato alle «forme iniziali di quei processi complessi
e poco chiari [che] legano uomo e città. Siamo interessati a come le persone
immaginarono le loro prime città e come le costruirono».21 La ricerca, che lo
aveva impegnato contemporaneamente ai primi anni di stentata professione
e incerto percorso universitario, era tutta tesa all’interno dei fattori simbolici
della creazione architettonica durante le prime fasi della nascita dell’urbani-
stica. Soprattutto in periodo preistorico ogni forma aveva un suo carattere
simbolico e significava qualcosa per la popolazione che la produceva. Per
esempio il cerchio, basato su una tecnica centrata su due pali e una corda,
caratterizzò molte delle architetture preistoriche, ma anche molti dei disegni
dell’opera dell’architetto.
L’uomo costruisce per istinto, ma nel tempo ha definito modalità tec-
niche di rappresentazione della sua natura, rappresentazioni che lentamente

19
Id., Mali urbanizam, 40. «È molto importante se abbiamo determinato in anticipo se il
monumento sarà posizionato nel fuoco, nel centro dello spazio visibile, nel centro del
dominio visibile. Questa è la cosiddetta impostazione assiale e centrica del monumento.
Oppure è più difficile decidere di predisporre un monumento eccentrico. Ognuna di
queste due modalità presenta molti vantaggi, ma potrebbero esservi molti svantaggi se
non applicati nel modo corretto e per il caso reale. In generale, l’impostazione eccentrica
del monumento è molto più vivace, ricca e apre molte possibilità interessanti».
20
Troppe volte la descrizione dei sacrari viene letta nel senso del significato voluto dai com-
mittenti e dalle rivendicazioni nazionali, trascurando i riferimenti alla ricerca personale
di Bogdanović. J. Zanki, The stone flower in Pannonia: collective trauma, memory, and war,
«Art Inquiry. Recherches sur les arts» XV, 2013, 107-123.
21
B. Bogdanović, Urbanističke mitologeme, Belgrado 1966.

18
Simboli piantati nel territorio: Bogdan Bogdanović tra urbanistica e paesaggio

hanno preso anche la forma di città componendo morfologie complesse.22


Le composizioni paesaggistiche del monumento di Sremska Mitrovica
nel 1960 e del monumento per il campo di concentramento di Jasenovac si
rifacevano a questa tradizione monumentale. Si rifanno invece a forme più
complesse, da un punto di vista compositivo, i progetti per Kruševac (1965)
e Mostar (1965), che sentono di più l’influenza di Urbanističke Mitologeme.
Il volume uscì per la casa editrice Vuk Karadžić di Belgrado, con una postfa-
zione critico-biografica di Miodrag Maksimović che lo definiva «un uomo
completo, nel senso rinascimentale», pur definendolo anche imprudente,
insolito, eccezionale per la particolare arte compositiva tesa tra la scultura e
l’architettura. Tra i legami che in quel momento l’architetto aveva tessuto con
il resto dell’Europa veniva messa in risalto la stima che lo univa a Bruno Zevi.
Sempre Maksimović forniva una traccia, desunta molto probabilmente dallo
stesso Bogdanović, sulle ispirazioni per i monumenti di Mostar e Jasenovac,
il primo ricondotto alle architetture sacre orientali e il secondo alla mitologia
indiana legata all’immagine del fiore.23 Nel racconto scultoreo il fuoco (la li-
berazione), il fiore (il rinnovamento), la pietra (la durata), l’acqua (il sogno)
diventano gli elementi con i quali l’architetto esprime la sua narrazione.24
Con Urbanističke Mitologeme Bogdanović tornava a interessarsi alle città
dopo una pausa dedicata ai temi del disegno architettonico.25 L’architetto stu-
diava la genesi delle città più antiche poiché in quelle le necessità simboliche
erano più forti. Bogdanović cercava le matrici tecnico-magiche della disci-
plina. Non era affascinato dalle nuove rappresentazioni dello stile urbano di
impianto internazionale proposto dai suoi colleghi. La città per lui non era
nuova, non rompeva con la tradizione, l’uomo che la abitava era ancora quel-
lo arcaico, legato ai miti.26 Questa distanza dalla retorica modernista della

22
Nel monumento di Krusevac Bogdanović decise la posizione delle sculture alate durante
il completamento delle opere attivando un gioco con i bambini del paese.
23
B. Bogdanović, Urbanističke mitologeme, 203. Molti vedono nel suo rapporto con una
simbologia arcaica ed estranea al socialismo titino una sorta di cifra etica dell’arte, non
cogliendo a pieno le implicazioni spaziali. A.M. Joksimović, Etičko čitanje vizuelnih
simbola arhitekte Bogdana Bogdanovića, «Kultura» 153, 2016, 101-113.
24
A Mostar l’uso dei materiali rimanda alla cultura urbana dell’Erzegovina, mentre è citato
il tema simbolico degli uccelli in volo, ma anche quello dei grifoni nel muro di accesso al
sacrario. O. Lenasj, A. Šarančić Logo, Memorial architecture between World war II and
1990, in Importance of place, 5th International Conference on Hazards and Moderna Heri-
tage, Sarajevo 2013, 111-123.
25
B. Bogdanović, Zaludna mistrija, Belgrado 1963.
26
Bogdanović frequenta una bibliografia vasta e diversificata alla ricerca delle informazioni
che diverse discipline possono fornire a un architetto sul significato del costruire. Vedi,

19
Moreno Baccichet

società titina sarà occasione di difficoltà per Maksimović, impegnato a giusti-


ficare la pratica dell’architetto come coerente con i principi marxisti. Queste
ricerche simboliche avevano ben poco a che fare con il realismo e il funziona-
lismo socialista. Questo è evidente anche nelle analogie che ci sono tra l’ul-
tima immagine del libro e il progetto per il memoriale partigiano di Mostar,
che impegnò Bogdanović dal 1960 al 1965. L’immagine mostra il mausoleo
di Hung-Wu a Nanchino, caratterizzato da una strada sacra che arrivava al
sepolcro con un percorso che si adattava alle morfologie del suolo.
Quel progetto veniva riconosciuto come una sorta di acropoli civile, una
‘akronekropolis’ in forma di città, come la definisce lo stesso Bogdanović.
Una città dei morti che dialoga con la città dei vivi, trasmettendo il suo inse-
gnamento attraverso il linguaggio dell’esperienza del movimento.27

Conclusioni
Nella definizione dei percorsi e delle forme Bogdanović trasfigura la tra-
dizione in un elaborato processo di ridisegno. Simboli e oggetti escono dalla
reinterpretazione dei luoghi e della tradizione. Le opere in pietra lavorate a
Mostar subiscono l’influenza dei rapporti tradizionali intercorsi tra la città e
le maestranze dei lapicidi dalmati. Il grande candelabro posto al centro della
composizione dell’ultimo terrazzo altro non è che una semplificazione del
serefe (il terrazzo per la›.preghiera) del minareto della moschea Karadjozbeg,
solo rovesciato. I simboli astrali inseriti nel pannello lapideo che fa da fonda-
le alla composizione sembrano ricordare le simbologie degli stecci (lapidi)
dell’eresia bogomilla. Il fatto che la simbologia abbandonasse il campo di re-
ligioni ed etnie diverse per costruire nuove figurazioni per la società titina era
ben visto dal potere anche se questi monumenti, a differenza di altri, non esal-
tavano la retorica antifascista. Come a Prilep sembravano sculture e simboli
scaturiti da una terra antica e magica, precedente ai disastri delle due guerre
e alle tensioni etniche tra le diverse comunità che componevano la giovane
repubblica. Quando Tito a Mostar nel 1969 presenziò a una cerimonia nel
monumento di Bogdanović esaltò l’ingegno dell’architetto e gli esiti della
composizione. Più che rappresentare i fatti della lotta partigiana si esaltava un
crogiolo di simboli antichi, un paesaggio culturale.

per esempio, la sua attenzione a L. Hautecoeur, Mystique et architecture, simbolisme du


cercle et de la coupole, Parigi 1954.
27
Cfr. una riflessione dell’autore del 1997‹https://mostarskisokak.wordpress.com/2011/
02/16/sjecanja-bogdan-Bogdanović-o-mostaru-grad-mojih-prijatelja›.

20
Simboli piantati nel territorio: Bogdan Bogdanović tra urbanistica e paesaggio

La distanza dal realismo socialista che aveva caratterizzato non solo la


ristrutturazione delle città, ma anche la creazione di molti spazi della rappre-
sentazione del potere era ormai completa ed espressa, per certi versi condivi-
sa anche da altri artisti. La testimonianza di Bogdanović negli anni ’60 suo-
nava come eretica e antimoderna nell’affermazione che c’è un valore anche
nell’ornamento.28
Questo però non ha salvato i monumenti di Bogdanović dalla crisi iu-
goslava.29 I suoi monumenti non sono stati in grado di esprimere quel valo-
re di solidarietà e di narrazione territoriale di lungo periodo.30 In alcuni casi
(Mostar, Jesenovac, Vukovar) hanno subito importanti danni perché la storia
che narravano non era condivisa dalla popolazioni in guerra. Oggi, a partire
da Jasenovac, le sue opere sono oggetto di una reinterpretazione sul fronte
dei significati.31 Raccontare la guerra di liberazione (1941-1945) in una re-
altà frammentata e ancora in conflitto non ha più significato. Le opere sono
abbandonate o, dove è possibile, sono esposte a un riutilizzo semantico, la-
sciando l’arte in mano alle nuove narrazioni della politica contemporanea.

28
S. Selinkić, Bogdan Bogdanović. Architetto agli antipodi, in Pubblico Paesaggio / Public
Landscape, a cura di E. Prandi, Parma 2008, 478-487: 484.
29
Molto spesso non viene colta la differenza tra la costruzione espressiva dei monumenti
di Bogdanović e quella degli altri artisti che collaborarono al progetto di rappresentazio-
ne: S. Uskokovic, The “uncomportable” significance of socialist heritage in postwar Croatia:
the ambivalence of socialist aestheticism, in Socialist realism and socialist modernism. World
heritage proposals from Central and Eastern Europe, Atti del convegno (Varsavia, 14-15
aprile 2013), Berlino 2013, 85-89.
30
Solo il complesso di Jasenovac è stato restaurato e reinterpretato al punto che nel 2007 ha
ricevuto il premio Carlo Scarpa per il giardino della Fondazione Benetton Studi Ricerche.
‹http://www.fbsr.it/paesaggio/premio-carlo-scarpa/i-luoghi-premiati/complesso-me-
moriale-di-jasenovac/. Per un quadro delle condizioni del patrimonio nella ex Jugoslavia
vedi MOnuMENTI, fytyra ndryshuese e kujtesës, a cura di D. Brumund, C. Pfeifer,
Belgrado 2014.
31
Sull’uso politico di vecchie e nuove interpretazioni sul caso di Jasenovac vedi: T. Sindbæk,
Usable History? Representations of Yugoslavia’s difficult past from 1945 to 2002, Aarhus
2012.

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Indice

Alberto Cassini
Viaggio nella memoria 5

Moreno Baccichet
Simboli piantati nel territorio:
Bogdan Bogdanović tra urbanistica e paesaggio 11

Pier Carlo Begotti


Minima Carnica. Curiosando nell’Archivio Gortani 23

Miriam Davide
Il prestito al consumo e le pratiche creditizie
nel Friuli Occidentale del Tardo Medioevo 33

Alessandro Fadelli
Fragmenta artistica. Briciole documentarie (1493-1914) 45

Luca Gianni
Negli anni della peste nera. Alcune considerazioni
sul beneficio plebanale di Sant’Andrea di Portogruaro 59

Andrea Marcon
Di alcune edizioni del Viaggio da Venetia al S. Sepolcro
sconosciute a Edit16 (spettri, e presunti tali, compresi) 69

Stefania Miotto
Monialium Documenta.
Note sul convento femminile di Sant’Antonio abate a Sacile 83

Pier Giorgio Sclippa


San Vito nell’Ottocento. Curiosità bibliografiche 93

Andrea Marcon
Bibliografia degli scritti di Paolo Goi 101
Questa pubblicazione è stata realizzata grazie a:
Moreno Baccichet, Pier Carlo Begotti, Alberto Cassini,
Miriam Davide, Alessandro Fadelli, Luca Gianni, Andrea
Marcon, Stefania Miotto, Pier Giorgio Sclippa, Anna Maria
Domini, Tipolitografia Martin

Hanno collaborato alla realizzazione dell’evento:


Frida Blam, Caterina Brugnera, Vanessa Mariuzzo,
Raffaella Pippo, Stefano Scarpel, Daniela Zecchin

Documenta artium fundamentum : studi offerti a Paolo Goi per i suoi ottant’anni
/ a cura di Alessandro Fadelli e Andrea Marcon ; scritti di Moreno Baccichet
... [et al.]. – Pordenone : Accademia San Marco, 2019. - 124 p. : ill. ; 24 cm. –
ISBN 978-88-941770-6-0
945.39

Editore: Accademia “San Marco”


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Stampato nel febbraio 2019 da Tipolitografia Martin - Cordenons