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CAPITOLO PRIMO

BALCANI,MAR NERO E CAUCASO NELL’OTTOCENTO

I più importanti episodi di migrazione forzata in Europa nel 700 e nell’800 interessarono la popolazione musulmana
concentrata nelle province balcaniche dell’Impero ottomano e nelle regioni a nord del Mar Nero conquistate
dall’Impero zarista. Tra la seconda metà dell’800 e l’inizio del 900,forse più di un milione di musulmano emigrò
dall’Impero zarista verso quello ottomano. A questo si deve aggiungere la migrazione dei musulmani dai territori
perduti dall’Impero ottomano nei Balcani. Alla sua ritirata dall’Europa dovuta alla pressione militare subita e
all’espansionismo dell’Impero zarista,sono ricollegabili le migrazioni forzate verificatesi nei 100 anni successivi alla
vittoria zarista nella guerra del 1768-1774 e al trattato di Kucuk Kaynarca,dopo il quale vediamo già fenomeni di
rimozione di gruppi di popolazione per motivi di sicurezza,colonizzazione,integrazione dei contadini nello stato.

GLI IMPERI ZARISTA E OTTOMANO E LA LOTTA PER IL CONTROLLO DEL MAR NERO

Alla conquista della Crimea e delle regioni del Mar Nero settentrionale da parte dell’Impero zarista di Caterina II
seguì l’apertura alla colonizzazione dell’area,ribattezzata Nuova Russia. Il processo fu privo di discriminanti etnico-
religiose e si concentrò invece sull’aumento della produttività della regione. Durante il regno di Caterina II,i coloni
furono soprattutto contadini stranieri,di origine tedesche ma anche balcaniche,che si andarono ad aggiungere ai
coloni agricoli di altre regioni,come i gruppi di slavo-ortodossi stabilitisi dai Balcani nell’impero tra gli anni 20 e 50 del
700. Al loro arrivo corrispose una consistente emigrazione musulmana. Nel biennio successivo al 1783,anno in cui la
Crimea divenne una provincia dell’Impero zarista,circa 80 mila musulmani turco foni di Crimea (tatari( emigrarono
prima in Bessarabia e in Dobrugia,poi in Anatolia. Questa prima ondata migratoria fu in parte causata dalle confische
di terre dei possidenti tatari a favore dei nobili russi e dalla durezza dell’occupazione militare nei primi mesi. Altri
movimenti migratori di minore entità si registrarono all’inizio dell’800,soprattutto durante la guerra russo-turca del
1806-1812. Nel 1806 l’esercito zarista organizzò la deportazione verso l’interno della Russia di migliaia di musulmani
residenti nelle province della Moldavia e della Valacchia,nel timore che gli uomini potessero essere arruolati come
irregolari dall’esercito ottomano,in caso di ritirata zarista. Circa 15 mila musulmani furono scortati da 3 reggimenti
cosacchi nella provincia di Kursk in Russia,nel pieno dell’inverno. Meno della metà dei trasferiti sarebbe arrivata a
destinazione,gli altri non sopravvissero alla marcia forzata. È significativo che delle guerre di epoca napoleonica solo
quella tra gli imperi zarista e ottomano produsse limitati spostamenti forzati di popolazione,basati su discriminanti
religiose. Il progetto imperiale napoleonico non fu un progetto nazionalista francese discriminatorio verso le
popolazioni conquistate,come dimostra anche il fatto che meno di un terzo dei soldati che invase la Russia fosse nato
all’interno dei confini francesi anteriori al 1792. Anche per questo motivo esso non condusse all’individuazione di
nemici interni basati su discriminanti etnico-religiose. L’espansione zarista nell’area del Mar Nero e del Caucaso
provocò nuovi spostamenti durante la guerra tra l’Impero zarista e l’Impero persiano del 1827-1828: con la pace di
Turkmanchai del febbraio 1828,il governo persiano si impegnava a lasciar emigrare la popolazione armena dai propri
territori. Altri cristiani emigrarono dall’Impero ottomano dopo la guerra del 1828-29: in tutto circa 133 mila greco-
ortodossi e armeni si trasferirono nell’Impero zarista dagli imperi ottomano e persiano tra 1929 e 1930. Anche
decine di migliaia di musulmani emigrarono dall’Impero zarista verso quello ottomano. Questi spostamenti non
furono delle espulsioni,ma sono assimilabili ai trasferimenti di popolazione civile in un contesto di guerra verificatisi
molte volte anche durante l’età moderna in Europa. Non va trascurato il fattore di attrazione da parte dei governi:
l’amministrazione zarista cercò di massimizzare il numero di immigranti cristiani dall’Azerbaigian persiano,anche per
ragioni economiche e di sfruttamento agricolo del territorio,in quanto l’ambasciatore russo Griboedov sosteneva che
gli armeni immigrati sono molti più utili,in quanto artigiani e coltivatori di grano. Le migrazioni successive alla guerra
di Crimea costituirono un momento di transazione molto importante nella storia delle migrazioni forzate e delle
politiche di popolazione in Europa. Gli eventi immediatamente successivi al conflitto rappresentano uno spartiacque
per le modalità dei trasferimenti,per la loro scala in termini numerici e perché la guerra mise in moto,nella regione
del Mar Nero tra i Balcani e il Caucaso,una catena di migrazioni forzate destinata a protrarsi fino alla prima guerra
mondiale e ancora più avanti. Inoltre,durante e dopo la guerra di Crimea,si delinea la connessione tra guerra esterna
e repressione interna contro gruppi di popolazione civile considerati ‘sospetti’. Due caratteristiche del conflitto
spiegano perché proprio in questa congiuntura vennero per la prima volta applicate politiche di popolazione
estreme. In primo luogo si trattò della più grave sconfitta dell’Impero zarista nell’800 per mano delle principali
potenze europee alleate con l’Impero ottomano: l’esercito zarista ebbe ben 475 mila caduti,mentre le operazioni
belliche interessarono anche il fronte caucasico russo-ottomano,il Baltico,la penisola di Kola sul Mar Glaciale Artico e
persino l’Estremo Oriente. In secondo luogo,la fine della guerra di Crimea coincise con la conclusione del trentennale
conflitto dell’esercito zarista contro la guerriglia nel Caucaso settentrionale,sconfitta militarmente nel 1859. Le
popolazioni locali (sia quelle occidentali,chiamate ‘circassi’,sia quelle orientali come i ceceni) si erano dimostrate
impossibili da subordinare al governo di San Pietroburgo secondo i modelli dell’integrazione imperiale applicati dagli
zar fin dal XVI secolo. La migrazione dei tatari dalla Crimea fu indotta dalle violenze e dalle discriminazioni a opera
dei comandanti militari sul terreno,ma non da una coerente politica di espulsione,che invece venne applicata nel
caso dei circassi,intrecciandosi con politiche di colonizzazione agraria tipiche degli imperi a-nazionali. Circa 192 mila
tatari partirono verso l’Impero ottomano tra il 1855 e il 1867. Durante la guerra lo stato zarista non ne organizzò
l’emigrazione,ma la Crimea divenne una zona di operazioni in cui i civili furono sottoposti a requisizioni e
maltrattamenti da parte delle autorità militari. La sorveglianza nei confronti dei tatari si intensificò al momento dello
sbarco delle truppe francesi,britanniche e ottomane nel settembre 1854: decine di civili tatari furono arrestati per
spionaggio a favore del nemico. La popolazione turco fona della Crimea aveva mantenuto legami stretti con la
società ottomana sull’altra sponda del Mar Nero anche dopo la fine del canato indipendente vassallo della Sublime
Porta; e c’era stato il tentativo parzialmente riuscito di far sollevare la popolazione tatara tramite l’erede al trono del
canato,il discendente dell’ex dinasta regnante crimeana Mussad Giray fatto sbarcare in Eupatoria nel 1854,dove
convinse alcuni rappresentanti della popolazione tatara locale a sostenerlo. Poco dopo a Eupatoria e Perekop ci
furono delle sollevazioni. Inoltre,unità di discendenti tatari crimeani emigrati combatterono in Crimea nei ranghi
ottomani. Queste circostanze portarono alcuni ufficiali zaristi al comando nella regione a perorare la deportazione
dell’intera popolazione tatara della costa,dove la manodopera delle tenute nobiliari avrebbe dovuto essere
rimpiazzata dall’immigrazione di contadini russi. Simili posizioni però non incontrarono il favore dei vertici militari e
portarono a uno scontro. A causa della guerra e delle discriminazioni,un flusso migratorio tataro iniziò verso la fine
del 1854 e,nell’aprile 1855,il nuovo zar Alessandro II rovesciò la posizione del comando supremo affermando che
sarebbe un vantaggio liberare la penisola da questa popolazione nociva. Tuttavia l’emigrazione continuò. Entro il
1860 già più di 100 mila tatari erano emigrati,altri 90 mila li seguirono nel decennio successivo. In tutto si svuotarono
784 villaggi. Nonostante le condizioni all’arrivo fossero spaventose,tra i migranti musulmani che nell’800 si
riversarono nell’Impero ottomano i crimeani furono quelli con la maggiore dotazione di capitale: molti erano riusciti
a vendere le loro proprietà prima di partire. I mercanti crimeani ebbero un ruolo importante nella creazione di una
classe mercantile musulmana nell’Impero ottomano nella seconda metà dell’800. I villaggi e le terre dei tatari
crimeani furono occupati da coloni greci,tedeschi,cechi,estoni. Più di 300 villaggi furono riempiti da persone
trasferitesi dai territori della Bessarabia persi durante la guerra. La migrazione dei tatari non fu sempre definitiva.
Molti di essi chiesero di tornare in Crimea dopo essere passati attraverso le condizioni durissime dell’emigrazione. Le
autorità zariste inizialmente non accolsero le loro richieste,ma già nel giugno 1861 una riunione del Consiglio dei
ministri a San Pietroburgo deliberava che in merito alla questione se accordare permessi ai tatari che sono partiti,il
consiglio non nega che il loro ritorno potrebbe essere,fino a un certo punto,utile,a condizione che sia portato avanti
con estrema cautela. Per risollevare l’economia della Crimea devastata dal conflitto fu in seguito deciso che quanti
avessero conservato documenti comprovanti una proprietà terriera,o che avessero del denaro per
acquistarla,potessero tornare. Tra il 1861 e il 1863 a circa 10 mila tatari furono riconsegnati i passaporti zaristi,e
poterono così fare ritorno nella penisola. Molti altri poterono continuare ad andare e venire tra le due sponde del
Mar Nero. Petizioni uguali e contrarie nel frattempo inviavano al sultano i suoi ex sudditi bulgari che a migliaia si
erano trasferiti nelle terre lasciate libere dai crimeani. Circa 12 mila si stabilirono nella penisole,ma poco dopo la
metà di loro era morta di malattia o aveva abbandonato la terra su cui erano stati insediati. Cinque imbarcazioni
furono inviate dal sultano per riportare i bulgari in patria: vennero sbarcati sul medio corso del Danubio. Altre navi
riportarono indietro altri 7500 bulgari circa nei mesi successivi,nella Dobrugia del nord e in Bulgaria.

L’esodo circasso
L’esodo circasso è il segno più significativo degli spostamenti forzati di popolazioni novecenteschi,per il numero di
persone coinvolte (circa 400mila) come per la volontà mostrata dal governo zarista di sbarazzarsi della popolazione
in questione. L’esodo circasso deve essere messo in relazione sia con la guerra di Crimea sia con quella che l’esercito
zarista stava conducendo da decenni contro gli insorti del Caucaso del nord guidati dall’imam Shamil,iniziata in
corrispondenza del conflitto combattuto contro la Persia del 1827-1828 e terminato solo alla fine degli anni 50 con la
cattura di Shamil. La guerra caucasica è stata descritta come un jihad che traeva la sua forza dai legami organizzativi
e dall’apparato di comunicazione delle confraternite sufi. Michael Kemper ha dimostrato come l’obiettivo della
resistenza caucasica fosse quello di creare una comunità politica che traeva la sua legittimazione dalla tradizione
dell’Islam,più che da quella mistica e sociale delle confraternite. La resistenza fu sconfitta dalle pratiche militari
messe in atto dall’esercito zarista negli anni 50. Da una tattica volta a schiacciare le rivolte man mano che
esplodevano,lasciando agli sconfitti il tempo di riorganizzarsi,si passò a un’avanzata coordinata su un fronte
territoriale coeso,con la ripulitura da elementi ostili e la messa in sicurezza del territorio conquistato attraverso
l’insediamenti di coloni,soprattutto cosacchi. Praticata inizialmente nel Caucaso nordorientale,questa tattica fu
successivamente estesa al Caucaso nordoccidentale,abitato da gruppi di popolazione denominati ‘circassi’. I circassi
erano in maggioranza pastori ed erano strutturati in una società gerarchica,l’unica nel Caucaso del nord ad avere un
consistente strato aristocratico. La struttura della società circassa era lignatico-segmentaria,ma dalle caratteristiche
variabili: la maggior parte della popolazione era divisa in clan capeggiati da un principe che esercitava l’autorità sul
gruppo; una minoranza di tribù era invece acefala e governata da assemblee formate da rappresentanti scelti dalle
comunità,divise su base territoriale. I contadini circassi erano divise in due categorie di coltivatori liberi e una di
schiavi; i contadini liberi erano legati da obblighi consuetudinari che dovevano essere resi agli aristocratici. La società
circassa era connessa all’Impero ottomano anche dal commercio di schiavi,che da secoli portava servi e soldati dal
Caucaso in Anatolia e nelle regioni arabe dell’impero. Nella storiografia è invalsa una lettura degli eventi di questo
periodo come segnati dalla componente religiosa,e già all’epoca gli appartenenti alle popolazioni soggette a
trasferimento furono chiamati ‘emigranti’,che dalla terra degli infedeli si trasferisce in un territorio posto sotto
l’autorità di un governante islamico. Gli amministratori zaristi avevano sviluppato categorie che semplificavano la
mappa etnografica delle popolazioni a loro sottoposte. Esse variavano a seconda dei periodi e degli studiosi al
servizio dell’amministrazione,ma le più diffuse erano quelle che dividevano le popolazioni nord-caucasiche in 3
grandi gruppi: circassi,ceceni nella regione centro-orientale,e lezghini. Questa tripartizione si ritrova nel ‘Piano di
assoggettamento dei popoli montanari del Caucaso’ stilato dal generale Kudasev nel 1842,uno dei primi a
considerare il trasferimento dell’intera società di tutti e tre i popoli come una misura molto utile da ogni punto di
vista per il governo,soprattutto per liberare nuove terre alla colonizzazione,anche se era ritenuta un’operazione
molto difficile. La pratica della deportazione su piccola scala era comune nel Caucaso del nord fin dai primi anni della
conquista zarista. Nella maggior parte dei casi i militari zaristi costrinsero gruppi di montanari a trasferirsi in
pianura,per poterli controllare più agevolmente. Solo sotto il generale Ermolov,la direzione degli spostamenti fu
invertita. Egli espulse i ceceni dal territorio tra i fiumi Terek e Sunza,spingendoli di nuovo verso le montagne. La
gestione militare zarista delle popolazioni nord-caucasiche consisteva invece nel costruire,dopo la repressione,linee
fortificate,rese sicure dalla colonizzazione militare da parte di cosacchi ed ex soldati. Oltre alla rimozione della
popolazione da valli e vie di comunicazioni strategiche,e al trasferimento di intere comunità al di qua delle linee
militari fortificate,in alcuni casi si procedette anche alla deportazione di villaggi al di là dei confini della regione,sia
verso aree interne della Russia sia in direzione opposta,verso la Transcaucasia. Nei tre decenni della guerra caucasica
i militari avevano elaborato numerosi progetti che comportavano la deportazione sistematica dei montanari verso le
pianure e la colonizzazione delle aree liberate con elementi fidati. Fu solo dopo la sconfitta in Crimea e la vittoria su
Shamil che vennero messi in atto piani di deportazione su vasta scala. Durante la guerra gli alleati avevano usato
nobili circassi espatriati per cercare di fomentare una rivolta tra la popolazione del Caucaso nordoccidentale. Gli
ottomani avevano organizzato una consistente spedizione navale nel maggio 1854,con 22 navi che avrebbero dovuto
sbarcare armi,munizioni e istruttori militari per far sollevare i circassi,in un momento in cui i russi avevano
abbandonato la difesa della costa. La spedizione fu fermata all’ultimo momento dagli alti comandi alleati per
considerazioni strategiche e l’aiuto ai circassi fu molto più limitato. Essa però dimostrò la vulnerabilità della costa
del Mar Nero: il trattato di Parigi del 1856 aumentò la percezione di insicurezza da parte di San Pietroburgo,dal
momento che navi ottomane e alleate avrebbero potuto raggiungere con facilità la costa settentrionale del Mar
Nero partendo dal Mediterraneo. Il fatto che le politiche di espulsione fossero attuate solo nei confronti dei circassi e
non nei confronti dei ceceni e daghestani,è probabilmente legato a questa circostanza. L’emigrazione su grande
scala dei circassi iniziò nel 1858. Nel 1860 fu attuato il piano del generale cosacco Evdokimov,che prevedeva il loro
spostamento verso le pianure oppure verso l’Impero ottomano. I circassi dovevano essere divisi fra tribù di
differente pericolosità: le più pericolose avrebbero dovuto essere espulse oltrefrontiera. Nella regione,fra il 1860 e il
1864,furono costruiti 83 nuovi insediamenti cosacchi. Dana Sherry,in base alla corrispondenza tra alti ufficiali nel
1864 e 1865,stima che a lasciare il Caucaso tra il 1860 e il 1865 furono 370 mila circassi,mentre tra i 74 mila e i 100
mila circassi furono trasferiti nelle pianure e controllati da una rete di insediamenti cosacchi. I militari obbligarono i
circassi ad abbandonare i propri insediamenti,ponendoli di fronte all’alternativa fra emigrare nell’Impero ottomano
o stabilirsi in pianura. La storiografia è divisa sul grado di premeditazione delle espulsioni,ovvero in quale misura i
militari zaristi avessero previsto che la stragrande maggioranza dei circassi sarebbe emigrata. Dana Sherry ha
sostenuto che l’emigrazione fu una decisione presa dai circassi stessi,e che la spinta a lasciare il territorio nord-
caucasico in massa invece che re insediarsi nelle pianure venne dal basso. Nelle previsioni di Evdokimov e dei
generali Zaristi,la maggioranza si sarebbe sistemata nelle pianure,mentre sarebbe emigrata la minoranza costituita
dalle tribù non sottomesse. Secondo Sherry,il fatto che poi la maggioranza dei circassi scelse di emigrare avrebbe
colto del tutto di sorpresa i militari,che pensavano in termini di trasformazione e utilizzazione dell’elemento umano a
loro disposizione,nel quadro di un progetto autoritario e gerarchico in cui tutti i gruppi etnici avrebbero potuto
partecipare produttivamente all’impero e dove l’inclusione gerarchica era la chiave per modernizzare la regione.
Durante lo svolgersi degli eventi,gli ufficiali zaristi sul terreno spiegavano l’emigrazione come dettata da vaghe
simpatie religiose ed etniche per i propri connazionali che erano già emigrati nell’Impero ottomano,dal timore,da
parte delle élite,di perdere ricchezza e autorità sotto la nuova amministrazione,e dalla scarsità della terra assegnata
ai gruppi che accettarono di insediarsi in pianura. Irma Kreiten ha sostenuto una posizione opposta e per alcuni
aspetti più convincente. Secondo Kreiten l’esodo fu il frutto di una politica pianificata,le cui fatali conseguenze per i
circassi erano state previste e consapevolmente accettate dai suoi fautori. I militari avrebbero cercato fin dal 1860 di
spingere verso l’emigrazione quanta più popolazione possibile. I gruppi furono rimossi manu militari dalle aree
abitate e scortati in convogli verso la costa. Nel novembre 1863 il comandante in capo dell’armata del Caucaso
decise di avviare l’espulsione della popolazione anche dalla pianura costiera,e in punti strategici sulla costa vennero
allestite commissioni incaricate di supervisionare il trasporto e controllare la popolazione concentrata in campi
provvisori in attesa della partenza. Anche se la migrazione dei circassi iniziò ufficialmente solo a partire dal 10
maggio 1862,quando lo zar firmò il relativo decreto,l’amministrazione del Caucaso aveva iniziato da tempo a mettere
in pratica i piani di trasferimento. L’emigrazione fu controllata dall’inizio alla fine dalle autorità zariste,che la
bloccarono nel 1865 (in quell’anno fu per la prima volta negata l’autorizzazione ai passaporti per l’espatrio a 250
famiglie di montanari del Kuban). Dopo le prime partenze,cominciarono a essere rilasciati passaporti per l’espatrio in
cui la motivazione per il viaggio era il pellegrinaggio alla Mecca (così il governo zarista replicava alle proteste
ottomane per l’afflusso incontrollato di circassi). Nel settembre 1861 furono emanate direttive che limitavano la
possibilità di fare ritorno. Lo scopo del governo e dei militari non era la russificazione dei circassi rimasti nell’impero
o delle altre popolazioni nord-caucasiche. La stessa colonizzazione delle terre svuotate dai circassi doveva essere
affidata a differenti elementi etnici,non solo ai russi. Per un corretto e completo sviluppo economico della regione,la
presenza di gruppi con differenti specializzazioni economiche era ritenuta essenziale. La colonizzazione ebbe le
caratteristiche tipiche di quelle degli imperi agrari a-nazionali. Oltre all’assenza di una politica russificatrice,però,non
sembra nemmeno possibile parlare di omogeneizzazione della popolazione nel suo rapporto con lo stato (come
sostiene Kreiten) né di modernizzazione (come sostiene Sherry). Non ci fu alcuna omogeneizzazione a una
cittadinanza egualitaria,dal momento che le distinzioni di ceto furono uno dei fattori che fecero fallire
l’organizzazione dei lavoro nei villaggi di colonizzazione. Negli stessi villaggi si trovarono infatti coloni immigrati
volontariamente nella regione,altri inviati dalle proprie comunità cittadine,altri che erano veri e propri coloni penali.
Le relazioni contemporanee mettevano in evidenza come l’insediamento di persone con differenti diritti negli stessi
villaggi fosse un ostacolo insormontabile alla creazione di quella società infusa di spirito civico. Non emergono
neppure elementi di modernizzazione,dal momento che furono applicate le tipiche politiche degli imperi agrari
preindustriali. Le politiche applicate nell’area appaiono un’estensione della colonizzazione della Nuova Russia iniziata
sotto Caterina II nell’ultimo quarto del XVIII secolo. Fino alla seconda metà dell’800 la regione a nord del Mar Nero
rimase il fulcro della politica di colonizzazione agricola nell’intero impero: tra il 1836 e il 1858 la Nuova Russia e il
Caucaso del nord insieme ricevettero il 49% dei migranti interni dell’impero,circa 456 mila persone,la maggior parte
delle quali erano contadini di stato provenienti dalla Russia centrale e dall’Ucraina. Negli anni dell’esodo circasso
circa 100 mila contadini si trasferirono nel Caucaso del nord. Il governo zarista informò della migrazione in corso
quello ottomano,ma ne tacque le vere dimensioni. Le condizioni degli espulsi arrivati nell’Impero ottomano erano al
limite della sopravvivenza. Essi sbarcarono inizialmente nei porti anatolici più vicini all’Impero russo,Trebisonda e
Samsun. Tifo e vaiolo mietevano centinaia di vittime al giorno nei campi organizzati dalle autorità per alloggiare i
trasferiti. Durante la primavera e l’estate del 1864 in città erano morti più di 50 mila emigrati. Per ovviare ai
problemi di sovraffollamenti dei porti anatolici,decine di migliaia di circassi furono inviati nella capitale,che a sua
volta fece molta fatica ad accogliere le ingenti masse di profughi. Nel solo periodo tra metà settembre e metà
novembre 1864 si riversarono a Istanbul 14 mila emigranti. Nonostante fosse stata costituita una commissione
ottomana per gestire il flusso nel 1860,il sistema di accoglienza in campi improvvisati arrivò rapidamente al collasso.
Secondo diverse stime sia di parte zarista sia di parte ottomana,tra un quinto e un quarto dei circassi partiti per
l’Impero ottomano morì nella traversata o nei primissimi mesi in Anatolia. I sopravvissuti furono distribuiti nei
Balcani e nelle regioni centrali dell’Anatolia,relativamente spopolate e sottoutilizzate sul piano agricolo. Il governo
ottomano aveva da poco introdotto una legge che regolava l’immigrazione: alle famiglie di immigrati prive di beni
che potessero permettere loro di insediarsi autonomamente la Porta avrebbe assegnato appezzamenti di terra
esenti da tasse; gli immigrati sarebbero stati inoltre temporaneamente esentati dal servizio militare. A conferma
della volontà di colonizzazione agricola dell’Anatolia,il periodo di esenzione fiscale e militare era fissato a 6 anni se i
contadini si fossero insediati in Rumelia,a 12 se si fossero stabiliti in Asia. La condizione per l’assegnazione della terra
era che le famiglie si impegnassero a non abbandonarla o a venderla per i successivi 20 anni. I rifugiati furono
dunque indirizzati verso aree periferiche dell’Anatolia orientale abitate da altre popolazioni pastorali tribali (curdi e
turcomanni). Così,dopo aver resistito per decenni all’assoggettamento al potere zarista,ormai privi di tutto essi
divennero completamente dipendenti dal potere ottomano,che li usò per insediare sudditi fedeli tra altre
popolazioni di difficile controllo. La sovranità limitata dell’Impero ottomano in questo periodo fece sì che il governo
russo intervenisse con pressioni sugli ottomani perché i circassi venissero insediati a una distanza considerevole dalle
frontiere. I britannici,appoggiando la posizione del governo greco,si opposero invece all’insediamento dei circassi in
Tessaglia. Negli anni 60 e 70 l’emigrazione dei nord-caucasici rimasti nell’Impero zarista si mosse dalle montagne
verso le valli,intrecciandosi con le contemporanee riforme di Alessandro II,ed ebbe però una ripresa in successivi
momenti di crisi: nel conflitto del 1877-1878,l’ultimo prima della Grande guerra e del collasso dei due imperi,gli
ottomani tentarono di nuovo di manovrare circassi e abcasi,sbarcandone 2000-3000 sulla costa insieme ad armi e
munizioni,nella speranza di fomentare una rivolta. Nonostante gli sforzi ottomani si concentrassero soprattutto nel
Caucaso nordoccidentale,nel 1877 ancora una volta la più forte sollevazione si ebbe tra i ceceni. Dopo la repressione
che ne seguì,molti partecipanti si rifugiarono all’estero. Secondo le stime più prudenti,circa 110 mila tra
ceceni,ingusci,nogai,ossetini e daghe stani lasciarono la regione tra la fine degli anni 50 dell’800 e l’inizio degli anni
20 del secolo successivo. Secondo stime governative,nel 1867 erano rimasti nell’impero circa 132 mila ceceni e
ingusci. L’emigrazione dunque interessò una parte consistente della popolazione. Il ritorno in patria fu più
difficoltoso per i pochi nord-caucasici occidentali che lo tentarono,rispetto ai tatari crimeani. Su quasi 6000 tra
ceceni,ingusci,ossetini,kabardini e altri appartenenti a popolazioni della regione che fecero ritorno tra il 1862 e
1872,2315 furono rispediti oltre-frontiera nell’Impero ottomano.

LA RITIRATA DELL’IMPERO OTTOMANO DALL’EUROPA

L’altro grande esodo ottocentesco fu quello dei musulmani dai Balcani,dove anche nei secoli precedenti avevano
avuto luogo spostamenti di popolazione. Il più massiccio era stato la grande migrazione serba dei decenni tra gli anni
90 del 600 e la fine del secolo successivo. Secondo alcune fonti negli anni 90 del 600 circa 40mila famiglie erano
fuggite nella Vojvodina asburgica temendo rappresaglie ottomane dopo che il patriarca serbo-ortodosso aveva
appoggiato gli Asburgo nella campagna antiottomana. Altre partenze verso i territori asburgici accompagnarono e
seguirono le guerre tra la Porta e Vienna nel 700,fino alla guerra degli anni 1788-1791. Questi movimenti ebbero tre
caratteristiche tipiche dei movimenti di popolazione dell’età contemporanea: furono coevi o immediatamente
successivi a episodi bellici; si verificarono in un lasso di tempo relativamente breve; coinvolsero un gruppo
omogeneo dal punto di vista identitario (in questo caso i cristiani ortodossi). Tuttavia,sebbene lo spostamento fosse
dettato dalla paura della violenza militare ottomana,non fu organizzato da uno stato,né da quello asburgico né da
quello ottomano. Nemmeno quello dei musulmano balcanici nell’800 fu un esodo organizzato: si trattò di un
fenomeno distribuito su un periodo lungo rispetto a quello circasso,e causato dal processo di ritirata dello stato
ottomano dai Balcani e dalla creazione di stati indipendenti nella penisola. In questo processo ebbe un ruolo
maggiore la mobilitazione contadina contro lo stato ottomano o contro gruppi di notabili e di militari che se ne
arrogarono le funzioni in periferia. Più che una serie di rivolte nazionaliste,i disordini che portarono alla fine della
Rumelia ottomana furono sollevazioni contadine nei confronti del sultano,indirizzate verso i rappresentanti dello
stato ottomano e contro i proprietari terrieri musulmani che rappresentavano lo strato sociale dominante.
L’emigrazione dei musulmani balcanici fu causata da ondate di rivolte contadine,da insurrezioni di piccoli gruppi
nazionalisti e da interventi di potenze esterne. Questi tre aspetti erano collegati nella loro genesi: secondo Marco
Dogo furono le sommosse agrarie a suggerire agli intellettuali il modello politicamente vincente:
insurrezione,repressione con atrocità,informazione e coinvolgimento europeo con conseguenti guerre di liberazione
dei popoli cristiani condotte dalle potenze contro la Sublime Porta. In molte zone della penisola la stratificazione
sociale corrispondeva a quella linguistica e religiosa,dal momento che la conquista e la dominazione ottomana aveva
sostituito gli strati agrari dominanti delle popolazioni cristiane autoctone con amministratori e possidenti terrieri
fedeli a Istanbul. Nei Balcani centrali (le attuali Macedonia e Bulgaria) tra il 700 e l’inizio dell’800 coloro che
beneficiavano del surplus della terra erano musulmani di lingua turca o albanese,che estraevano fra un terzo e la
metà del raccolto dai contadini,in stragrande maggioranza cristiani ortodossi. Anche in Bosnia lo strato sociale
superiore era composto da musulmani,in genere nativi bosniaci i cui avi si erano convertiti all’Islam subito dopo la
conquista ottomana. I cristiani nell’Impero ottomano erano sudditi di seconda categoria,cui il sultano accordava la
protezione delle persone e dei beni; erano chiamati ‘dhimmi’,i protetti,e beneficiavano di una sorta di autogoverno
decentrato delle comunità,con alcuni poteri accordati alla loro organizzazione religiosa. Quelle organizzazioni erano
chiamate ‘millet’. Solo nell’800 ci fu una centralizzazione dell’organizzazione delle millet nell’Impero,mai completata
e legata al periodo delle riforme iniziato nel 1839 (il Tanzimat). Secondo stime incerte,tra il 1830 e il 1860 i
musulmani erano fra il 30 e il 40% della popolazione della Rumelia,su una popolazione totale di circa 13 milioni. I
turco foni erano circa un quinto della popolazione totale dei musulmani balcanici. Dopo l’immigrazione dei circassi e
di altri nord-caucasici la percentuale di musulmani arrivò al 43%,mentre dopo le guerre del 1876-1878 e le
conseguenti perdite territoriali i musulmani ammontavano al 47.5% della popolazione della residua Rumelia. La
prima importante rivolta tra le popolazioni cristiane scoppiò nelle terre serbe nel 1804. I suoi promotori cercarono
da subito di internazionalizzare la crisi,mandando una delegazione a San Pietroburgo con una richiesta d’aiuto,che
però non venne concesso. La protesta dei Serbi nelle campagne era rivolta contro i nuovi illeciti tributi,contro gli
usurpatori che li riscuotevano,e per la restaurazione dell’ordine fondiario-fiscale tradizionale. La rivolta era guidata
dai notabili cristiani e dai capi dei villaggi che tradizionalmente avevano riscosso le tasse e non fu dunque una vera e
propria sollevazione contadina. Tuttavia uno dei suoi risultati fu l’eliminazione della proprietà terriera musulmana
nella regione,un esito che diede origine al modello serbo di stato,fondato sulla piccola proprietà contadina con un
sistema politico basato su un suffragio allargato. Il movimento serbo,inizialmente capeggiato dal commerciante di
maiali Petrovic (detto Giorgio il nero),fu represso dopo 9 anni di disordini; solo 2 anni dopo uno dei capi della prima
sollevazione,Obrenovic,guidò una nuova rivolta che ebbe maggior successo. Tra i 15 mila e i 20 mila musulmani
lasciarono la Serbia subito dopo il trattato o già durante la sollevazione guidata da Obrenovic,che durò per tutti gli
anni 20 dell’800 e terminò con il trattato di Adrianopoli e il riconoscimento internazionale dell’autonomia della
Serbia. Per i 20 mila musulmani rimasti in Serbia,vigeva una sorta di extraterritorialità,in quanto erano a tutti gli
effetti sudditi ottomani,soggetti alla giurisdizione ottomana e circondati da mezzo milione di serbi nelle campagne.
Le guarnigioni ottomane saranno poi espulse dal territorio serbo già negli anni 60,e a tale misura di accompagnò
l’esodo di 8 mila musulmani residenti a Belgrado e in altre città serbe,sanzionato a livello internazionale da una
conferenza convocata a Costantinopoli nel settembre 1862. Dopo la rivolta serba fu la volta di quella greca,nata
come un tentativo di creare uno stato neobizantino sulle due sponde dell’Egeo,e terminata,grazie all’intervento
militare delle grandi potenze,con la creazione dello stato greco con a capo un principe bavarese. La sovranità greca
venne riconosciuta col protocollo di Londra del 1830 che stabilì i contorni territoriali del nuovo stato,considerato
espressione della comunità nazionale da esso rappresentata. Sul territorio greco dove si svolse la sollevazione,i
musulmani erano circa il 10% della popolazione. Un quarto di essi fu ucciso nella prima fase dell’insurrezione,mentre
i superstiti trovarono rifugio nelle città fortificate. Quando alcune di queste roccaforti furono conquistate dagli
insorti,la popolazione musulmana venne massacrata,insieme a quella ebraica. Chi sopravvisse fuggì in territorio
ottomano. Durante la crisi degli anni 70 che mise in ginocchio l’Impero ottomano,scoppiò la quarta guerra
combattuta tra l’Impero zarista e quello ottomano in un secolo. La siccità e le inondazioni che avevano provocato
una grande carestia in Anatolia nel 1873-1874,insieme alla crisi del debito causata dal crollo dei mercati finanziari
europei del 1873,costrinsero la Sublime Porta a dichiarare bancarotta e ad aumentare la pressione fiscale nelle terre
balcaniche,non colpite dalla carestia. L’aumento del prelievo provocò lo scoppio di rivolte contadine in Bosnia e tra i
bulgari. L’esercito ottomano riuscì a sedare la rivolta e a sconfiggere un intervento militare diretto della Serbia nel
1876. Contemporaneamente,la rivolta si estese alla Bulgaria: le 4 diverse sollevazioni organizzate dal gruppo di
attivisti politici bulgari fallirono del tutto,non riuscendo a mettere in pericolo il controllo ottomano del territorio,ma
furono la scintilla che diede il via a violenze e a uccisioni di musulmani nelle campagne (secondo alcune stime ben 10
mila contadini musulmani vennero massacrati). L’esercito ottomano era impegnato in Bosnia e in Serbia; per
reprimere i disordini bulgari furono armati contadini turco foni e rifugiato tatari e circassi insediatisi nella regione nei
precedenti 15 anni. Gli irregolari musulmani risposero con ulteriori atrocità,e dopo un anno erano stati uccisi tra i 12
mila e i 15 mila cristiani. L’Impero zarista dichiarò guerra alla Porta nel 1877 con lo scopo esplicito di proteggere la
popolazione cristiana,nella prima guerra umanitaria nella storia europea,tra i cui obiettivi politici vi era quello di
frantumare i possedimenti ottomani in Europa in stati indipendenti. L’avanzata delle truppe zariste e le violenze
delle milizie bulgare produssero un flusso di centinaia di migliaia di profughi musulmani. Su circa 1,5 milioni di
musulmani presenti sul territorio della futura Bulgaria nel 1877,circa 260 mila furono uccisi o morirono di stenti
durante la fuga; 515 mila riuscirono a sistemarsi in altre regioni dell’Impero ottomano,mentre circa 700 mila
rimasero sul territorio bulgaro. La vittoria bulgara fu contemporaneamente una grande rivoluzione contadina: se la
fuga della popolazione musulmana fu dovuta alla guerra civile e alla conquista dell’esercito zarista,la sua
irreversibilità fu in parte dovuta alla componente di scontro sociale,e alla nascita di un nuovo stato che traeva la sua
legittimità anche dalla difesa dei risultati di questo conflitto. Sotto l’Impero ottomano,il 90% dei contadini bulgari
aveva lavorato terre che erano formalmente dello stato. Solo l’8% dei contadini bulgari coltivava terre di un
proprietario terriero musulmano. La vita dei coltivatori bulgari era resa estremamente difficile da condizioni di
insicurezza amministrativa e materiale e da un meccanismo fiscale disincentivante. Per la maggioranza della
popolazione bulgara,in prevalenza rurale,la controparte non era un ceto di ricchi proprietari fondiari ma lo stato
ottomano,e quei settori della popolazione legati allo stato da lealtà politica e affinità religiosa. Rivoluzione contadina
e fine del dominio ottomano furono sinonimi nelle terre bulgare. Per il 90% dei contadini bulgari la fame di terra
poteva trovare soddisfazione strutturalmente,mediante l’eliminazione del regime ottomano e la sua sostituzione con
un nuovo regime che garantisse certezza giuridica,sicurezza della persona e dei beni,modernizzazione fiscale,e
materialmente mediante l’impossessamento di terra musulmana. Lo stato-nazione realizzò nuove condizioni
strutturali e favorì passaggi di terra da mani musulmane a mani bulgare. Questo trasferimento di possedimenti
terrieri interessò ben un quarto della superficie coltivabile della regione. Il caso bulgaro è forse il caso più chiaro di
un processo in cui l’elemento sociale (l’emersione dei contadini),quello nazionale (la nascita dello stato nazionale
bulgaro) e quello geopolitico (la fine della dominazione ottomana) sono s trettamente intrecciati. Ivàn Berend ha
chiamato ‘società incomplete’ quelle balcaniche successive alla creazione degli stati indipendenti nell’800,dal
momento che l’eliminazione degli amministratori e/o dei possedimenti musulmani,contestuale alla creazione dei
nuovi stati,portò alla nascita di società prive di un ceto nobiliare o di una consolidata élite agraria,in un contesto
ancora largamente contadino. Il nesso tra emigrazione forzata e lotta per la terra emerge in maniera più evidente
confrontando la situazione creatasi in Bulgaria con quella della Bosnia,divenuta un protettorato asburgico,dove però
i rapporti agrari rimasero immutati e l’emigrazione musulmana negli anni successivi al mutamento di sovranità
rimase nell’ordine delle decine di migliaia,scaglionandosi inoltre lungo un periodo di tempo ancora più lungo.
Conclusioni

Le politiche zariste nei confronti dei tatari e circassi si situano allo spartiacque delle pratiche statali nei confronti di
popolazioni infide,ricollegabili ai nemici esterni dello stato. La radicalizzazione dei comandi militari durante e subito
dopo la peggiore sconfitta zarista dell’800 e le caratteristiche della società nord-caucasica,impegnata in una
guerriglia contro l’esercito zarista,spiegano la radicalità e la parziale novità delle misure prese. La migrazione dei
tatari di Crimea fu spontanea,anche se incoraggiata da alcuni militari in loco,poi appoggiati dal nuovo zar Alessandro
II. In questa fase la politica dello stato nei confronti dei tatari fu il risultato di spinte che provenivano da alti ufficiali
portatori di progetti differenti. Le autorità centrali a San Pietroburgo avevano una conoscenza scarsa e un interesse
limitato a intervenire nella gestione dei civili in Crimea. Nel caso dei circassi invece è possibile intravedere una
volontà più netta di espellere il gruppo. In entrambi i casi,all’espulsione fece seguito un programma di colonizzazione
che non aveva carattere nazionalista,ma era tipico delle politiche degli imperi agrari di valorizzazione di territori
spopolati o sottopopolati mediante gruppi con diverse specializzazioni economiche. Infine,l’esodo dei musulmani dai
Balcani non fu organizzato da alcun potere statale. Fu invece l’esito della mobilitazione contadina da una parte
contro una fiscalità percepita come oppressiva,e dall’altra contro i tentativi del governo ottomano di irrigidire il
prelievo fiscale e di rafforzare il potere di uno stato a cui le potenze europee avevano imposto una sovranità limitata.
Piccoli gruppi di militanti nazionalisti si inserirono in questo scontro,cercando di radicalizzarlo per far intervenire le
potenze europee in loro aiuto,e fare propri spicchi di territorio indipendente,con popolazioni da nazionalizzare.
Questo meccanismo ebbe successo nei casi serbo,greco e bulgaro,ma non in quelli macedone e armeno. Del
resto,tali progetti si precisarono solo dopo la creazione degli stati greco e serbo,con le nuove generazioni educate
all’idea nazionalista dalle nuove istituzioni statali che da quel principio traevano la loro unica legittimazione. Le
rivolte serbe e quella greca della prima metà dell’800 non avevano come obiettivo l’inclusione all’interno dello stato
di tutti i connazionali. Lo stato greco creato all’inizio degli anni 30 lasciava fuori i ¾ della popolazione di lingua greca
dei Balcani e dell’Anatolia. Questa generazione sarebbe stata una delle vittime principali degli eventi che,a partire
dal secondo decennio del 900,avrebbero sconvolto e distrutto l’Europa di mezzo.

CAPITOLO SECONDO

DALL’IMPERO OTTOMANO ALLA REPUBBLICA TURCA

Le guerre balcaniche del 1912-1913 costituiscono uno snodo cruciale nella storia delle migrazioni forzate in Europa.
Con esse,infatti,ebbero termine sia la ritirata dell’Impero ottomano dalla penisola balcanica sia la cacciata della
maggior parte dei musulmani residenti nel Sudest europeo. Centinaia di migliaia di profughi si riversarono in
Anatolia,aggiungendosi a quanti vi erano già giunti dai Balcani e dal Caucaso nei decenni precedenti. L’impatto
politico di quest’ultima ondata di rifugiati fu ancora superiore a quello delle precedenti. I territori andati perduti
erano stati la culla del Comitato Unione e Progresso,movimento che aveva guidato la rivoluzione costituzionale del
1908 ed era composto da militari e funzionari statali determinati ad arrestare il delcino e lo smembramento
dell’Impero ottomano. Costoro reagirono alla sconfitta adottando l’Anatolia quale nuova madrepatria e ultima
ridotta da cui non avrebbero accettato di farsi espellere. Questa percezione avrebbe avuto un ruolo non secondario
nella scelta di purificarla dai nemici interni,identificati con le rimanenti comunità cristiane,anche facendo ricorso,se
necessario,a deportazioni o a massacri. Una decisione in tal senso fu però presa solo durante la prima guerra
mondiale. Il risultato finale di tali politiche fu una massiccia operazione di chirurgia sociale violenta.

LE GUERRE BALCANICHE (1912-1913)

La prima guerra balcanica ebbe inizio nell’ottobre 1912 quando Montenegro,Serbia,Bulgaria e Grecia dichiararono
guerra all’Impero ottomano che fu sconfitto e costretto,con la firma del trattato di Londra del maggio 1912,ad
accettare la perdita di tutti i propri territori europei a eccezione di Costantinopoli. Le divergenze fra gli stati membri
della lega circa la spartizione del bottino condussero quasi immediatamente a una nuova guerra,della quale l’Impero
ottomano approfittò per riconquistare Edirne,e la Bulgaria fu la perdente. Il successivo trattato di pace firmato a
Bucarest nel settembre 1913 stabilì quello che è oggi il confine occidentale della Turchia. Entrambe le guerre furono
contrassegnate da atrocità su larga scala: stupri,massacri e saccheggi indussero la popolazione civile di religione
islamica a fuggire verso il territorio sotto controllo ottomano. L’esodo coinvolse quasi 300 mila musulmani balcanici
durante e subito dopo la guerra; il totale dei rifugiati raggiunse i 414 mila entro il 1920. Molti di essi vennero
riallocati in campi profughi nei pressi di Costantinopoli,dove il tifo e il colera dilagante mieterono altre vittime.
Successivamente,nel 1913,gli eserciti degli stati cristiani presero di mira gli appartenenti ad altre nazionalità. Lo
scontro armato fra cristiani rappresentò l’ultimo atto del processo di frantumazione della comunità ortodossa e
segnò la definitiva affermazione di identità nazionali tra loro distinte. Vi furono anche massicce migrazioni forzate a
cavallo dei confini degli stati coinvolti,sia durante che subito dopo la guerra. Nel 1913 15 mila bulgari lasciarono la
Macedonia al seguito del proprio esercito,costretto alla ritirata da quello greco,mentre 80 mila greci lasciavano le
loro case: 10 mila dalle aree della Macedonia assegnate a Serbia e Bulgaria in seguito al trattato di pace,70 mila dalla
Tracia occidentale occupata dalla Bulgaria. Gli spostamenti forzati di popolazione sarebbero continuati nel
1914,anno in cui 250 mila musulmani emigrarono in Turchia dagli stati balcanici,mentre 200 mila greci della Tracia
orientale venivano in parte espulsi verso la Grecia e in parte deportati verso l’interno dell’Asia Minore. Il 1913 è un
anno importante perché avvenne la firma della convenzione di Adrianopoli (Edirne) che sanciva uno scambio di
popolazioni tra Bulgaria e Impero ottomano,in base alla quale 48.750 musulmani residenti nella Tracia occidentale
dovevano essere scambiati con 46.764 cristiani bulgari abitanti nella Tracia orientale. Lo scopo principale di questo
trattato era quello di sanzionare un evento che in buona parte si era già verificato durante la guerra,e la sua
importanza risiede nel fatto che la debulgarizzazione della Tracia ottomana rappresentò il primo passo verso la
purificazione dell’impero dagli elementi alieni da un lato e la turchizzazione dell’Anatolia dall’altro.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA TURCHIZZAZIONE DELL’ANATOLIA (1914-1918)

Con le perdite territoriali subite nelle guerre balcaniche,l’Impero ottomano si trovò ad avere una maggioranza turca
per la prima volta nella sua storia,e al contempo a essere governato dall’ala più radicale e nazionalista del
movimento ittihadista. Essa attuò un colpo di stato ai primi del 1913 e diede vita a un proprio stato parallelo.
Quest’ultimo era rappresentato in ciascuna provincia da un segretario responsabile,e ben presto venne dotato anche
di un proprio braccio paramilitare. Quest’ultimo fu ricavato dall’Organizzazione Speciale,fondata nel 1914 per scopi
di guerra non convenzionale all’interno e all’esterno dell’impero,nell’ambito della quale venne creata una sezione
affidata al controllo di un ufficio politico. Sempre ai primi del 1914 venne istituita una Direzione per l’insediamento
delle tribù e degli immigrati con il compito di sedentarizzare le popolazioni musulmane nomadi e seminomadi e di
riallocare i profughi espulsi dai Balcani e dalle altre regioni che l’impero aveva perduto negli anni precedenti; nel
1916 essa sarebbe stata ribattezzata Direzione generale per le tribù e gli immigrati. L’Organizzazione Speciale fu
coinvolta sin dall’inizio nelle politiche di purificazione dell’impero,la cui attuazione implicò il ricorso alle migrazioni
forzate. Le prime vittime furono i cristiani greco-ortodossi. Il ruolo dei greco-ortodossi in attività economiche
moderne come industria e commercio ne faceva,agli occhi degli ittihadisti,un ostacolo alla creazione di un’economia
nazionale sottratta al controllo straniero. Essi erano considerati politicamente inaffidabili per via dei loro legami con
la Grecia e,quindi,particolarmente indesiderabili in aree strategicamente sensibili come la Tracia orientale e
l’Anatolia occidentale. I greco-ortodossi divennero così,a partire dal 1914,bersagli di un boicottaggio simile a quello
rivolto già in precedenza contro le imprese non ottomane,ma che assunse a tratti connotazioni violente,ai confini col
banditismo. A causare la migrazione forzata furono eventi come il massacro di Focea del 12 giugno 1914,perpetrato
da bande armate formate da rifugiati musulmani balcanici con la connivenza della gendarmeria locale. La strage
causò l’emigrazione di due terzi degli abitanti del circondario di Foçateyn entro la fine dell’estate. Nel luglio 1914
l’esodo si interruppe: le pressioni internazionali,da un lato,e il timore di sconvolgere del tutto l’economia della
regione più ricca dell’impero,dall’altro,condussero a un cambiamento di linea politica. In tutto,circa 150 mila greco-
ortodossi vennero espulsi e altri 50 mila deportati verso l’interno dell’Anatolia; forse 125 mila di essi provenivano
dalla regione di Smirne,la cui composizione demografica e nazionale venne alterata dall’insediamento di oltre 100
mila profughi musulmani. Questo primo esperimento di ingegneria etnica su scala ridotta è assai significativo. Da un
lato il suo successo incoraggiò la dirigenza ittihadista a continuare sulla stessa strada; dall’altro,esso rappresentò
un’anticipazione di quanto sarebbe accaduto in seguito. Fu infatti possibile utilizzare contro altre popolazioni una
strumentazione persecutoria già collaudata sui greco-ortodossi e non ostacolata da freni istituzionali,in quanto
svincolata dalla burocrazia ufficiale. Fu proprio questa la differenza fondamentale tra l’Impero ottomano e altri stati
belligeranti che pure arrivarono a deportare i propri cittadini appartenenti a minoranze considerate inaffidabili,come
fece l’Impero zarista. Quest’ultimo non disponeva di strutture politiche e paramilitari capaci di ispirare,coordinare e
attuare politiche simili a quelle ittihadiste; anche gli ufficiali che arrivarono a parlare di risolvere la questione ebraica
alla maniera turca si trovarono di fronte insormontabili ostacoli politici e burocratici. Nel caso ottomano,il
programma di nazionalizzazione dell’impero potè essere perseguito su scala più vasta,e con una violenza superiore;
infatti è alla politica di turchizzazione dell’Anatolia piuttosto che a esigenze militari che va ricondotta la maggior
parte delle migrazioni forzate avvenute nell’Impero ottomano tra il 1914 e il 1918. Queste ultime interessarono un
ampio ventaglio di popolazioni,a cominciare dai greco-ortodossi che vennero nuovamente presi di mira e costretti ad
allontanarsi dalle zone costiere; tra il 1915 e il 1918 circa 400 mila di essi vennero deportati verso l’interno,e almeno
in alcuni casi il loro posto fu preso da rifugiati musulmani. Il destino peggiore fu però quello degli armeni e degli assiri
uccisi in massa nel 1915-1916 nel corso di uno sterminio che causò oltre 600 mila morti e mise fine alla secolare
presenza armena in Anatolia orientale. La strage degli armeno fu in risultato di una cosciente politica di
annientamento e che si esplicò in due modi. Uno,indiretto,consistè nel destinare i deportati verso regioni del tutto
inospitali,fatto,questo,di cui la leadership ittihadista era consapevole. L’altro fu l’uccisione diretta di un gran numero
di persone,una pratica,questa,sanzionata legalmente da una disposizione che autorizzava l’uccisione di quanti
resistevano o tentavano di sfuggire alla deportazione,emanata il 14 giugno 1915. I massacri ebbero luogo in due
ondate tra l’estate del 1915 e quella del 1916. La prima interessò l’Anatolia orientale; molti armeni e assiri della zona
non vennero affatto deportati,ma condotti fuori dai centri abitati e uccisi nei dintorni. Questo fu il destino della
maggior parte degli uomini che non erano stati precedentemente mobilitati nell’esercito: questi ultimi furono
anch’essi sterminati durante l’estate del 1915. Donne,bambini e anziani furono costretti ad abbandonare le loro case
e a mettersi in marcia verso il deserto,ma solo una parte di loro arrivò a destinazione. Se,come detto,molti perirono
di stenti,malattie e sfinimento,ancor più numerosi furono coloro che morirono di morte violenta lungo la strada.
Alcune uccisioni furono perpetrate dagli stessi gendarmi di scorta oppure da truppe regolari,mentre altre furono
opera di singoli individui che approfittarono della situazione per impossessarsi si proprietà armene. Tuttavia,la
stragrande maggioranza degli omicidi fu compiuta da unità irregolari di due tipi: paramilitari appartenenti
all’Organizzazione Speciale,molti dei quali erano criminali liberati dalle carcero,oppure bande di ceceni,circassi e
curdi al servizio degli ittihadisti. Molti armeni raggiunsero il deserto siriano,tra quelli che affrontarono marce brevi o
che furono deportati per ferrovia: la maggior parte finì in una rete di campi di concentramento improvvisati. In
questo modo,la percentuale di popolazione armena superò la soglia del 10% in alcune regioni,e a quel punto
ricominciarono le deportazioni,le marce forzate e i massacri. Furono invece risparmiati,ma in molti casi costretti a
diventare musulmani,quanti erano stati deportati nelle regioni di Damasco,Gerusalemme ecc. La conversione
all’Islam costituiva infatti una possibilità di salvezza,di cui potè avvalersi un numero limitati di armeni,soprattutto
donne e bambini che furono poi assorbiti in famiglie turche e curde. Alcuni di essi ritornarono alla loro identità
armena a guerra finita,ma molti di essi si assimilarono,e delle loro esistenze precedenti non rimase traccia. Lo
sterminio degli armeni ottomani può essere considerato la più estrema delle politiche ittihadiste di ingegneria
etnica,anche se la decisione di deportare la popolazione armena fu in parte influenzata da preoccupazioni per la
sicurezza delle retrovie dell’esercito ottomano. Data la fragilità delle linee di comunicazione di cui esso disponeva,è
plausibile che le rivolte armene nelle retrovie costituissero un grave pericolo; d’altro canto,la rimozione della
popolazione civile era una tattica contro insurrezionale comunemente accettata dalla dottrina militare dell’epoca.
Tuttavia,già una direttiva del 24 aprile 1915 prevedeva che la riallocazione degli armeni fosse effettuata in modo tale
che essi costituissero meno del 10% della popolazione delle aree interessate. Questa decisione segnava il passaggio
da misure contro insurrezionali adottate per scopi militari a provvedimenti di ingegneria demografica con obiettivi
politici; quello stesso giorno centinaia di notabili armeni residenti nella capitale imperiale vennero arrestati e venne
ordinato di inviare i deportati a sud. Quest’ultima fu una misura di straordinaria importanza non solo per le sue
implicazioni,ma anche perché significò l’espulsione degli armeni dall’Anatolia e dunque delineò un nuovo confine
etnico. Altre prove del fatto che la deportazione degli armeni rappresentava un provvedimento politico a carattere
permanente,sono fornite da provvedimenti relativi alle proprietà abbandonate da quanti erano stati trasferiti con la
forza. I beni degli armeni furono espropriati e utilizzati per scopi come ampliare la borghesia musulmana e
provvedere ai bisogni dei nuovi immigrati,oltre che per finanziare le deportazioni e lo sforzo bellico in generale. Un
decreto del gennaio 1916 stabiliva che i beni mobili abbandonati dagli armeni vanno preservati e,allo scopo di
incrementare le imprese musulmane,devono essere create aziende composte unicamente da musulmani. Case e altri
immobili di proprietà degli armeni vennero usati per riallocare i profughi balcanici e caucasici,i profughi provenienti
dalle regioni occupate dall’esercito zarista e infine i nomadi e seminomadi turco foni la cui sedentarizzazione era
stata ordinata con una disposizione del 21 agosto 1915. Come ha sostenuto Kaiser,anche la politica di riallocazione
dei profughi musulmani fu improvvisata anziché premeditata; ma furono la deportazione e l’espropriazione degli
armeni a renderla materialmente possibile,data la scarsità di risorse dello stato ottomano. Quest’ultimo fu uno dei
principali beneficiari della spoliazione degli armeni,assieme ai rifugiati,alla borghesia musulmana e ai quadri
ittihadisti,tra i quali proliferarono fenomeni di corruzione e di appropriazione indebita delle risorse sottratte ai
deportati e in teoria destinate alle casse statali. È importante anche parlare dei legami tra lo sterminio degli armeni
ottomani e gli esodi e le espulsioni di musulmani balcanici e caucasici verificatesi nei decenni precedenti. La
connessione tra i due fenomeni è rappresentata dai profughi,tra i quali vennero reclutati molti perpetratori dello
sterminio,e che spesso vennero insediati al posto degli armeni uccisi. Nella provincia di Diyarbakir,i massacri dei
cristiani furono affidati ad agenti,per la maggior parte circassi,dell’Organizzazione Speciale. Analogamente,nel 1916
furono irregolari ceceni a massacrare gli armeni. La maggior parte dei profughi faceva parte dei quadri intermedi e
superiori; i ranghi inferiori dell’Organizzazione Speciale erano formati da criminali rilasciati dalle carceri,interessati
alle opportunità di saccheggio offerte dalla situazione. Alcuni di questi perpetratori furono poi giustiziati perché non
parlassero o per aver ecceduto nell’esecuzione del mandato omicida che avevano ricevuto dalle autorità. È
interessante notare come lo stesso organismo che supervisionava le deportazioni armene si occupasse anche della
riallocazione dei profughi. Interi villaggi armeni,rimasti disabitati a causa di deportazioni e massacri,furono ripopolati
con profughi. Il nuovo toponimo,coniato in osservanza di una direttiva del gennaio 1916 sul cambiamento dei nomi
geografici armeni,greci e bulgari,implicava non solo la cancellazione del passato armeno,di cui non rimaneva più
traccia,ma anche la prossima turchizzazione dei suoi nuovi abitanti. Occorre rilevare come lo sterminio degli armeni
abbia risolto le contese che opponevano i contadini armeni a profughi musulmani e ai curdi. Con l’appoggio delle
autorità ottomane,questi ultimi si erano appropriati di centinaia di migliaia di ettari di terreno di proprietà armena
tra il 1890 e il 1910,che dopo la scomparsa degli armeni dall’Anatolia orientale nessuno avrebbe più potuto
reclamare. La questione della terra fu dunque una delle motivazioni che indusse un certo numero di curdi ad
arruolarsi nelle unità paramilitari che compirono i massacri; essa aveva spinto alcuni di essi a cooperare con l’Impero
zarista quando era parso che le autorità ittihadiste volessero acconsentire alle richieste,avanzate dai nazionalisti
armeni,di imporre la restituzione delle terre usurpate. Giocò un ruolo il timore che in caso di sconfitta ottomana gli
armeni avrebbero potuto creare un proprio stato e scacciarne i musulmani. Lo sterminio degli armeni era ancora in
corso quando,nel 1916,ebbe inizio la deportazione in massa della popolazione curda. Nel gennaio di quell’anno
l’esercito zarista iniziò l’offensiva che portò,nei mesi successivi,all’occupazione di ampi tratti di territorio ottomano.
Migliaia di civili vennero allontanati con la forza dalle aree vicine alla linea dei combattimenti,e altri ancora deportati
in quanto inaffidabili. Ulteriori violenze contro civili musulmani furono commesse nell’ambito di spedizioni punitive
antiguerriglia,che alienarono all’esercito zarista le simpatie di quei musulmani,soprattutto curdi,all’inizio disposti ad
accoglierne con favore l’arrivo. Tali politiche,scaturite da esigenze e pratiche militari,contribuirono a innescare un
esodo di massa tra la popolazione musulmana sunnita,che tentò di sfuggire all’esercito zarista avanzante riparando
nel territorio sotto controllo ottomano. Molti aleviti,che in alcune province rappresentavano una parte sostanziale
della popolazione e ritenevano di non aver nulla da temere né dagli occupanti né dagli armeni,rimasero invece
dov’erano. A sua volta,la dirigenza ittihadista cercò di approfittare della situazione per portare avanti la politica di
turchizzazione,come mostra un telegramma inviato il 26 gennaio 1916 ai governatori delle province dell’Anatolia
centrale e occidentale,in cui si legge che i curdi che si sono rifugiati nell’interno a causa della guerra,saranno
insediati nelle province occidentali dell’Anatolia per essere dispersi. Nei mesi successivi,i rifugiati curdi vennero
separati da quelli turchi e inviati in province prevalentemente turche,dove furono insediati in modo tale da non
rappresentare più del 5% della popolazione di ciascuna unità amministrativa. Essi erano destinati a rimanervi anche
se le località da cui provenivano fossero stare riconquistate. In ogni caso i rifugiati non furono gli unici a venire
deportati: i primi a essere colpiti furono i curdi considerati sleali,che si temeva potessero collaborare col nemico. Un
ulteriore obiettivo delle deportazioni era quello di sedentarizzare con la forza le popolazioni nomadi e
seminomadi,per poterle tassare e per rimpiazzare i contadini armeni sterminati in precedenza. Tuttavia,lo scopo
principale rimaneva l’assimilazione forzata dei curdi e il loro assorbimento nella nazione turca; a tale scopo l’élite e
tutte le figure di autorità delle comunità deportate dovevano essere trasferite separatamente e sistemate lontano
dal resto della popolazione. A differenza degli armeni,i curdi non furono inviati nel deserto né attaccati lungo la
strada; tuttavia il freddo e la fame causarono ugualmente decine di migliaia di vittime tra i deportati. È difficile
quantificare il numero dei curdi trasferiti e di quelli deceduti: per quanto riguarda i primi,la cifra menzionata spesso
è di 700 mila unità. Politiche analoghe furono adottate a discapito di altre popolazioni musulmane: nel settembre
1917 le linee-guida relative all’insediamento degli albanesi nell’Impero ottomano proibirono loro di risiedere in
alcune province,aggiungendo che gli albanesi destinati a essere trasportati al di fuori delle aree proibiti verranno
dispersi e dovranno risiedere ed essere insediati tra popolazioni diverse e non sarà loro consentito di radunarsi.
Disposizioni precedenti specificavano di sparpagliarli in piccole comunità nell’Anatolia centrale e orientale,in modo
tale che non costituissero più del 10% della popolazione in ciascuna località e con l’obiettivo finale di sradicarne la
lingua e i costumi nazionali. Alcuni di essi vennero inviati nelle stesse località da cui i curdi erano stati mandati via,e
lo stesso accadde con i musulmani bosniaci. Le misure di deportazione e dispersione dei musulmani rappresentano
un importante argomento a sostegno della tesi di Dundar e Ungor,secondo cui lo scopo delle politiche di migrazione
forzata e sterminio architettate dalla dirigenza ittihadista era la turchizzazione dell’Anatolia. È plausibile che,come ha
sostenuto Michael Reynolds,la turchizzazione fosse strumentale all’obiettivo di preservare la sovranità dello stato
ottomano sull’Anatolia. La dirigenza ittihadista,che proveniva in gran parte dalla Macedonia perduta nel
1912,guardava la situazione attraverso le esperienze pregresse che includevano dolorosi episodi di perdite
territoriali e migrazioni forzate. La loro priorità assoluta era impedire che l’alleanza tra movimenti separatisti interni
e avversari geopolitici esterni portasse a un nuovo e definitivo smembramento dello stato ottomano. In un sistema
internazionale in cui la sovranità legittima era collegata al principio di nazionalità da un lato e all’omogeneità etnica
dei territori interessati dall’altro,la politica di redistribuzione delle nazionalità attraverso lo sradicamento e la
riallocazione forzata di intere popolazioni poteva essere vista come la migliore garanzia contro il ripetersi in Anatolia
di quanto era accaduto nei Balcani nel secolo precedente.

COSTRUZIONI STATALI E CONFLITTI NAZIONALI IN ANATOLIA ORIENTALE E NEL CAUCASO MERIDIONALE (1918-
1923)

Per l’Impero ottomano,il 1918 fu un anno caratterizzato da un drammatico rovesciamento delle proprie sorti. In un
primo momento,le due rivoluzioni verificatesi nell’Impero zarista nel marzo e nel novembre 1917 aprirono la strada a
una nuova avanzata ottomana. L’obiettivo di ristabilire i confini del 1878 per poi creare stati cuscinetto in funzione
antirussa fu in parte ottenuto con il trattato di Brest-Litovsk e gli accordi con le repubbliche trans caucasiche del
giugno 1918. Pochi mesi dopo la situazione si capovolse a seguito dell’armistizio di Mudros,che sancì la sconfitta
ottomana nella guerra contro Francia e Gran Bretagna e aprì la strada all’occupazione alleata dei territori
dell’impero. Il completo smembramento di quest’ultimo fu stabilito dal trattato di Sèvres dell’agosto 1920,che
prevedeva la creazione di entità statali separate per armeni e curdi. Tutti questi eventi prepararono il terreno per
una serie di episodi di pulizia etnica,che causarono esodi di massa e numerose vittime. Nel settembre 1918 una
devastazione antiarmena verificatasi a Baku costò la vita a 9 mila persone e provocò l’esodo di molte altre ancora.
Esso seguì al’occupazione ottomana della città e fu una rappresaglia per i giorni di marzo del 1918,in cui nazionalisti
armeni avevano ucciso 3 mila musulmani e costretto altri ancora a lasciare la città. Al tempo stesso,si tratto si un
singolo episodio del più vasto scontro tra nazionalisti armeni,azeri e georgiani per la delimitazione dei confini tra i
rispettivi stati,che ebbe luogo in regioni di confine e/o a popolazione mista. La Georgia indipendente,governata dai
menscevichi,non si limitò a contendere all’Armenia le aree di confine di Lori e Alkhalkak,ma attuò politiche di
nazionalizzazione economica e linguistica che indussero all’emigrazione un certo numero dei suoi abitanti di lingua
russa e armena. Questi ultimi furono esclusi dagli impieghi pubblici e dalle professioni se non erano in grado di
parlare georgiano,e i secondi furono oggetto di politiche contro la borghesia imprenditoriale armena che svolgeve un
ruolo preminente nell’economia georgiana. L’Armenia indipendente venne epurata dai suoi abitanti musulmani che
fuggirono a seguito delle violenze perpetrate,nel 1918 ma soprattutto nell’estate del 1920,da paramilitari reclutati in
buona parte tra i rifugiati originari dell’Anatolia orientale e scampati allo sterminio del 1915-1916. Esse vanno
ricondotte alla volontà di ripulire dai musulmani,percepiti come pericolosi nemici interni,il territorio controllato dai
nazionalisti armeni,e vennero accompagnate da politiche volte a riallocare rifugiati armeni sulle terre appartenute ai
musulmani uccisi o espulsi. L’armenizzazione violenta della repubblica fornì ai nazionalisti turchi il pretesto per
un’invasione,che si verificò nel 1920 e venne presentata come volta a mettere fine all’oppressione della popolazione
musulmana da parte armena. Essa in effetti non mirava a distruggere l’Armenia e sterminarne gli abitanti,ma
piuttosto a costringerla ad accettare un confine più sfavorevole di quello sancito a Sèvres. L’obiettivo delle violenze
verificatesi a Kars e Alessandropoli era quello di ripulire dalla presenza armena un territorio rivendicato dai
nazionalisti turchi,e in questo senso esiste una continuità con gli scopi dei massacri precedenti. Tuttavia gli episodi in
questione vanno esaminati nell’ambito della stessa dinamica che aveva indotto gli armeni a tentare di ripulire dagli
elementi alieni il loro stesso stato. D’altro canto,occorre ricordare che in Anatolia orientale il movimento kemalista
trovò il sostegno degli ex ittihadisti e di quanti avevano beneficiato della spoliazione degli armeni. Costoro,il cui
benessere materiale e la cui posizione sociale dipendevano dalla conservazione dello status quo venutosi a creare in
seguito allo sterminio,rappresentavano una fonte essenziale di sostegno politico per il movimento kemalista.
Quest’ultimo fu caratterizzato da forti continuità con l’esperienza ittihadista,non solo dal punto di vista del personale
politico,ma anche da quello della base sociale; non perciò sorprendente che alcuni storici armeni abbiano
interpretato gli eventi del 1918 e degli anni successivi come la prosecuzione dello sterminio intrapreso nel 1915-
1916. D’altro canto,la continuità con l’epoca precedente e l’insistenza alleata nel prendere i crimini di guerra a
pretesto per lo smembramento dello stato ottomano gettarono le basi dell’intreccio tra negazione del genocidio
armeno e affermazione dell’identità nazionale turca. Tra il 1920 e il 1921 i nazionalisti turchi riuscirono a conseguire i
loro obiettivi in Anatolia orientale. L’Armenia fu costretta a firmare il trattato di Alessandropoli,che sanciva in
confine prossimo a quello che sarebbe stato formalizzato col trattato di Kars e soprattutto la fine della questione
armena apertasi nel 1878,ovverossia del tentativo di creare uno stato armeno non solo nel Caucaso,ma soprattutto
in Anatolia,su territori facenti parte dell’Impero ottomano. Anche la Cilicia,militarmente occupata da una
guarnigione francese composta da truppe coloniali,nonché da una legione armena che si rese responsabile di vari
maltrattamenti a danno dei civili musulmani,fu riacquisita,causando un esodo della popolazione armena: 50 mila
persone abbandonarono le loro case e si rifugiarono nei mandati francesi istituiti in Siria e in Libano.

LA GUERRA GRECO-TURCA E LO SCAMBIO DI POPOLAZIONI (1919-1923)

Nello stesso periodo in cui ristabilivano il proprio controllo sull’Anatolia orientale e la Cilicia,i nazionalisti turchi
furono impegnati in uno scontro con la Grecia. Quest’ultima tentò di approfittare della situazione postbellica per
realizzare la ‘Megali Idea’,il progetto nazionalista di una ‘Grande Grecia’ che incorporasse i territori abitati dai greci
dell’Anatolia e l’antica capitale bizantina,Costantinopoli. Quest’obiettivo condizionò e indirizzò la politica estera
greca postbellica,come mostra il coinvolgimento ellenico nell’intervento militare alleato in funzione antibolscevica in
Ucraina e in Russia meridionale,che mirava a garantire il sostegno alleato alle rivendicazioni greche in Asia Minore e
Tracia orientale. La costa del Mar Nero ospitava una numerosa comunità grecofona ai cui componenti vennero
concessi passaporti greci. È però improbabile che Atene intendesse effettivamente estendere i propri confini a nord
del Mar Nero,anche se può darsi che esistesse l’intenzione di creare entità ‘greche’. L’associazione con un esercito
straniero percepito come invasore e occupante si rivelò nociva,come dimostrarono le violenze subite dagli abitanti
grecofoni di Cherson quando nel marzo 1919 la popolazione di questa città insorse contro le truppe alleate. Poche
settimane dopo,queste ultime furono ritirare e al loro seguito decine di migliaia di abitanti del Caucaso e della
Crimea fuggirono verso la Grecia: il loro numero avrebbe raggiunto le 110 mila unità entro il 1920. Le truppe greche
evacuate da Odessa furono invece inviate a Smirne,che era stata occupata nel maggio 191 con un’operazione che fu
il principale catalizzatore della reazione nazionalista turca poi concretizzatasi nel movimento kemalista,e che diede
inizio a una guerra conclusasi solo 3 anni dopo. Da subito tale conflitto fu caratterizzato da atrocità a danno dei civili.
L’esercito occupante perseguitò i notabili musulmani,deportando quanti si rifiutavano di cooperare,mentre sollecitò
la collaborazione dei residenti cristiani. Intanto,con l’incoraggiamento delle autorità,bande di paramilitari cristiani si
resero responsabili di violenze che indussero all’esodo gli abitanti dei villaggi musulmani,alcuni dei quali si diedero al
brigantaggio o alla guerriglia contro le linee di comunicazione dell’esercito greco. In alcuni casi non mancò una
componente vendicativa,soprattutto da parte dei reduci ottomani e dei deportati del periodo bellico,alcuni dei quali
erano riusciti a tornare ai loro luoghi natali. È infatti probabile che uno degli scopi dell’occupazione fosse quello di
consentire il rientro dei greco-ortodossi espulsi nel 1914 e rifugiatisi in Grecia,dove la loro presenza era mal tollerata.
È anche probabile che le autorità elleniche intendessero portare a termine la pulizia etnica della popolazione
musulmana residente nelle aree occupate o quantomeno alterarne la demografia in vista di eventuali plebisciti circa
la loro annessione,visto che la preponderanza numerica dei greco-ortodossi era stata intaccata dalle politiche
ittihadiste degli anni precedenti. Dal canto loro,i kemalisti riservarono un trattamento brutale ai greco-ortodossi
sotto il loro controllo,i quali furono deportati in massa verso l’interno dell’Anatolia pur di spazzare via le bande di
guerriglieri che minacciavano le retrovie dei nazionalisti turchi. L’esercito ellenico arrivò a occupare buona parte
dell’Anatolia occidentale e giunse a pochi km da Ankara,attuale capitale turca e centro del movimento
nazionalista,prima di essere respinto,battuto e costretto alla ritirata. Durante quest’ultima fu adoperata la tattica
della ‘terra bruciata’ e vennero commessi atrocità e saccheggi a danno della popolazione civile,dando alle fiamme
anche villaggi cristiani: alcune violenze furono commesse da paramilitari musulmani al servizio dell’esercito greco.
Centinaia di migliaia di profughi cristiani si ammassarono a Smirne,dove l’ingresso delle forze kemaliste nel
settembre 1922 fu seguito da violenze e soprattutto da un rovinoso incendio che interessò i quartieri greco,armeno
ed europeo della città. I nazionalisti turchi volevano sbarazzarsi una volta e per tutte delle minoranze cristiane,così
arrestarono i rifugiati maschi tra i 18 e i 45 anni per usarli come lavoratori forzati e intimarono l’evacuazione degli
altri. La distruzione di Smirne divenne il simbolo della catastrofe dell’Asia minore; tuttavia,quelli provenienti da
Smirne costituirono solo una parte dei 900 mila profughi che fuggirono dall’Anatolia e dalla Tracia orientale negli
ultimi 4 mesi del 1922,e tra i quali malattie e malnutrizione fecero una strage,causando circa 70 mila morti tra il
settembre 1922 e il luglio 1923. Il loro esodo portò,nel gennaio 1923,all’adozione della convenzione di Losanna: con
essa esodi ed espulsioni verificatisi nel decennio precedente ricevettero una legittimazione a posteriori,mentre
veniva decretato lo spostamento forzato di altre centinaia di migliaia di persone (greco-ortodossi rimasti in Anatolia
e musulmani residenti in tutto il territorio greco,scacciati dalle loro case per far posto ai profughi in arrivo),che
venne portato a termine l’anno seguente. Si trattò della prima occasione in cui una migrazione forzata veniva
sanzionata non solo da un trattato bilaterale,ma anche dalle grandi potenze e dalla neonata Società delle Nazioni
attraverso l’alto commissario per i rifugiati,il norvegese Nansen. La paternità dell’idea di uno scambio di popolazioni
è stata attribuita a quest’ultimo,il quale si limitò ad assumersi la responsabilità,di fronte all’opinione pubblica,di una
misura controversa ma di fatto auspicata da tutte le parti in causa. Per i nazionalisti turchi lo scambio significava
infatti liberarsi dell’ultima importante minoranza cristiana presente in Anatolia,mentre per la Grecia rappresentava
un modo di trarre il massimo vantaggio possibile dalla situazione sfavorevole seguita alla sconfitta
militare,approfittandone per espellere i musulmani residenti nelle regioni di confine. Non è facile fornire cifre
precise sulle popolazioni scambiate,ma non ci sono dubbi sul fatto che in Grecia affluì un numero di persone molto
superiore che in Turchia. Secondo il censimento del 1928,i rifugiati dell’Anatolia erano 1,1 milioni. I rifugiati
musulmani provenienti dalla Grecia ammontarono invece a 388 mila. L’impatto complessivo dello scambio di
popolazione fu dunque asimmetrico. La Grecia si trovò a fronteggiare un improvviso afflusso di profughi di
dimensioni pari a ¼ della propria popolazione. La loro distribuzione sul territorio fu organizzata in modo da sistemare
i rifugiati di provenienza urbana nelle città e quelli di estrazione rurale nelle campagne. I loro componenti vennero
insediati insieme in quartieri o villaggi di nuova costruzione e preservarono tradizioni e attività già svolte nei luoghi
d’origine. I nuovi arrivati giunsero a rappresentare 1/3 di tutta la popolazione della città al di sopra di 20 mila
abitanti e in alcuni casi il loro numero superò quello degli abitanti presenti prima del loro arrivo. Per la maggior parte
i profughi vennero insediati nella Grecia settentrionale in modo tale da promuovere l’ellenizzazione delle regioni di
confine. A Salonicco,lo scambio di popolazioni completò il processo di eliminazione della comunità musulmana che
aveva dominato la vita della città nei 5 secoli precedenti,e che nel giugno 1923 contava ancora 8 mila componenti: a
gennaio 1925 ne rimanevano meno di 100. Il loro posto fu preso da un numero molto superiore di profughi cristiani
che dovettero installarsi in una città semidistrutta dall’incendio del 1917. Atene,il Pireo e Salonicco finirono con
l’assorbire il 60% dei profughi insediati nelle città,la cui situazione rimase a lungo precaria. I ritardi nella sistemazione
dei profughi urbani furono in parte dovuti alla priorità assegnata alla sistemazione di quelli destinati alle campagne,il
90% dei quali venne inviato in Macedonia e in Tracia occidentale,cioè nelle regioni di confine che era più urgente
ellenizzare,e dove sorsero oltre i 4/5 dei 2 mila villaggi e cittadine creati ex novo per sistemare i profughi. A questi
ultimi dovevano essere assegnati 500 mila ettari di terra, in parte ricavati dallo smembramento dei latifondi superiori
a 30 ettari previsto dalla legge per la riforma agrafia,che fu adottata nell’ottobre 1924. In Tracia occidentale l’arrivo
dei rifugiati portò il numero dei greco-ortodossi da 64 mila a 189 mila,e la loro percentuale sul totale della
popolazione dal 35,6% al 62,1%,tra il 1920 e il 1924; in Macedonia la stessa percentuale passò dal 42,6% del 1912
all’88,8% del 1926,mentre quella dei musulmani passò dal 39,4% allo 0,1%. Per quanto riguarda la Grecia nel suo
insieme,le popolazioni minoritarie passarono da poco meno del 20% nel 1920 a poco più del 6% nel 1928; i greci
passarono dall’80% al 94% della popolazione. In Grecia,i greco-ortodossi furono spesso percepiti come degli
estranei,per una serie di motivi. Alcuni erano turco foni oppure parlavano dialetti quasi incomprensibili; d’altro canto
molti erano bilingui o provenivano da realtà più cosmopolite di quelle in cui si vennero a trovare. Anche se ridotti in
miseria,essi conservavano la convinzione di essere culturalmente superiori agli abitanti locali; questi ultimi dal canto
loro nutrivano spesso poca simpatia per i nuovi arrivati,come dimostra la diffusione di appellativi dispregiativi e di
pregiudizi di ogni genere riferiti ai nuovi arrivati. Ulteriori tensioni furono alimentate dalla competizione per le
risorse e i posti di lavoro. L’integrazione dei profughi nella società greca fu dunque lenta e difficoltosa,ma il loro
impatto si rivelò enorme. Dal punto di vista economico,le spese sostenute per soccorrerli e reinserirli dovettero
essere finanziate con l’emissione di titoli destinati al mercato internazionale; esse però si rivelarono tali che lo stato
greco non poté adempiere al suo debito estero a partire dal 1932. D’altro canto,la Grecia beneficiò dell’operosità dei
nuovi arrivati,tra i quali vi erano molti imprenditori che avevano dominato l’economia ottomana prima che gli
ittihadisti giungessero al potere,e che misero a frutto le loro capacità,i loro contatti e i loro capitali. Infine,i profughi
ebbero un ruolo molto influente nella vita politica greca; il loro voto fu decisivo per la vittoria della repubblica nel
referendum istituzionale tenutosi nel 1924,e in seguito per l’esito di quasi tutte le successive elezioni politiche.

Conclusioni

Esodi,deportazioni e stermini verificatisi in Anatolia dal 1913 in poi ebbero un impatto profondo sulla Turchia
repubblicana nata nell’ottobre 1923. La conseguenza più immediata fu l’islamizzazione del territorio ricompreso
nella Repubblica turca sorta nell’ottobre 1923: facendo riferimento all’ultimo censimento ottomano del 1906 e al
primo repubblicano del 1927,è possibile affermare che mentre la popolazione nel suo insieme diminuì da 15 a 13,6
milioni,la percentuale dei residenti non musulmani scese da quasi il 20% a poco più del 2,5%. Tra questi se ne
contavano appena 65 mila di lingua armena e 120 mila grecofoni,quasi tutti concentrati a Istanbul,dove sarebbero
rimasti fino a quando furono indotti a emigrare o espulsi tra il 1955 e il 1964. Questo stato di cose va considerato
come un risultato delle politiche ittihadiste,piuttosto che dei gravissimo sconvolgimenti demografici prodotti dalla
guerra,che in Anatolia furono ancora superiori a quelli verificatisi nel resto d’Europa. La perdita di popolazione
causata dalla mortalità raggiunse infatti il 20% e quella imputabile all’emigrazione il 10%; in termini assoluti,3,5
milioni di persone morirono e 1,8 milioni espatriarono. Tuttavia,mentre la prima cifra includeva un gran numero di
musulmani,la seconda era composta di cristiani,fossero essi greci assoggettati allo scambio di popolazione o
sopravvissuti armeni impossibilitati a tornare ai loro luoghi d’origine. L’islamizzazione dell’Anatolia,dunque,va
considerata come il risultato diretto delle politiche ittihadiste e kemaliste,in quanto la stragrande maggioranza dei
cristiani deceduti era caduta vittima di deportazioni e massacri,piuttosto che degli eventi bellici. La politicizzazione
delle identità religiose cominciata con l’ascesa dei nazionalismi balcanici nell’800 fu portata alle estreme
conseguenze dalla convenzione di Losanna,che identificava in base alla loro religione coloro che dovevano essere
assoggettati allo scambio di popolazione e fece sì che i cristiano-ortodossi di lingua turca residenti in Cappadocia
venissero espulsi verso la Grecia,mentre i musulmani cretesi fecero il percorso inverso. Ma già durante lo sterminio
degli armeni erano stati risparmiati quanti si erano convertiti all’Islam,piuttosto che coloro che erano ing rado di
parlare turco; prima ancora,durante le guerre balcaniche si erano verificati episodi di conversione forzata dall’Islam
al cristianesimo. La religione venne dunque considerata il miglior indicatore identitario disponibile,in coerenza con la
tradizione ottomana che aveva attribuito alle varie comunità professionali un ruolo nella sfera temporale,oltre che in
quella spirituale. Probabilmente non vi era altra scelta in un contesto in cui l’indifferenza nazionale e il bilinguismo
erano forse ancor più diffusi che nel resto dell’Europa di mezzo,e la politicizzazione delle masse più limitata.
D’altronde,già gli ittihadisti avevano individuato nella religione islamica,e più esattamente nella confessione
sunnita,un criterio di appartenenza fondamentale. Si può quindi dubitare della tesi che l’opzione a favore del
nazionalismo turco sia stata compiuta solo da Kemal nel 1923-1924,e che dunque la religione continuò ad essere uno
dei parametri usati per definire l’identità turca anche dopo la svolta laicista del 1925-1926. La presenza curda fece sì
che islamizzare l’Anatolia non equivalesse a renderla omogenea dal punto di vista nazionale; quella che si verificò fu
una mutazione epocale,con ripercussioni anche al di fuori dei confini della penisola. Per la storia della neonata
Repubblica turca,tuttavia,le implicazioni più importanti furono quelle legate alla sovrapposizione tra divisioni
linguistiche e religiose e sociali che nell’Impero ottomano era stata ancor più accentuata che nel resto dell’Europa di
mezzo. Esodi e massacri implicarono un enorme trasferimento di risorse: l’espulsione dei greco-ortodossi ebbe,in tal
senso,conseguenze di portata paragonabile allo sterminio degli armeni,e i beni vennero redistribuiti tra i musulmani
con procedure e risultati paragonabili. Soprattutto,scomparvero intere classi sociali: secondo Keyder,i cristiani
espulsi o sterminati includevano i 9/10 della borghesia prebellica. La loro scomparsa ebbe quindi un ruolo non
indifferente nel calo della popolazione cittadina,calcolata nel 18% del totale dal censimento del 1927,di contro al
25% registrato già alla fine dell’800. Anche se non tutti i cristiani erano borghesi o abitanti urbani,molte città e la
maggior parte delle attività economiche moderne erano state infatti dominate da essi. Il mutamento nella
composizione nazionale delle città si manifestò attraverso la soppressione o la caduta in disuso dei toponimi non
turchi. L’esempio più evidente dei drastici cambiamenti verificatisi resta Smirne,che nel 1914 contava 211 mila
abitanti,perlopiù non musulmani; il censimento del 1927 registrò una popolazione di 184 mila persone,musulmana
all’88%. Il ruolo economico e sociale ricoperto dalla borghesia cristiana scomparsa fu solo in parte assunto da uomini
d’affari e commercianti musulmani,fra i quali molti erano gli immigrati provenienti dall’Impero zarista; per la maggior
parte costoro,però,si dimostrarono di livello inferiore ai loro predecessori e non riuscirono a fare a meno del
sostegno statale. Essi vennero protetti dalla concorrenza estera anche attraverso la definitiva abolizione della
capitolazioni,sancita dall’art.28 del trattato di Losanna e accettata anche dalla comunità internazionale. La nuova
classe imprenditoriale fu sin dall’inizio legata alla burocrazia e al nuovo regime,al quale doveva la sua ascesa. Il
rapporto tra stato e società civile si configurò come squilibrato a svantaggio della seconda,che non riuscì ad acquisire
una sua autonomia e a fare da contrappeso alle tendenze autoritarie e stataliste ben presto palesate dal movimento
kemalista.

CAPITOLO TERZO

DALL’IMPERO ZARISTA ALL’UNIONE SOVIETICA (1914-1922)

Il 30 aprile 1914 il governatore della regione di Akmolinsk diramò una direttiva che imponeva uno stretto controllo
dei cittadini cinesi immigrati,spesso senza fissa dimora. Sebbene per la maggior parte dichiarassero di praticare il
commercio al dettaglio,la direttiva sosteneva che molti fossero giocolieri e prestigiatori che si esibivano agli angoli
delle strade. Alla fine di maggio un’altra direttiva estendeva la sorveglianza ai sudditi giapponesi e vietava le pratiche
di giocolieri e venditori di fiori. Il precipitare della crisi internazionale provocò la trasformazione di una questione di
marginalità sociale legata all’immigrazione in un problema di sicurezza dello stato. Secondo il parere dello stato
maggiore dell’esercito,i giapponesi usavano i cinesi per l’organizzazione in Russia dello spionaggio su grande scala. I
migranti cinesi erano accusati di spionaggio anche a favore della Germania. Per i militari la scarsa quantità di merce
che portavano con sé sembrava mirata più ad allontanare i sospetti,che a praticare un’effettiva attività commerciale.
Nei rapporti ufficiali si sottolineava che tra i cinesi alcuni hanno solo un’idea vaga della qualità e del prezzo delle
proprie mercanzie. Anche la rete organizzativa che univa i migranti cinesi era additata come indizio del ruolo giocato
da stati esteri nemici nel tessere le fila delle apparentemente innocue attività degli immigrati. Poche settimane
dopo,appena scoppiata la prima guerra mondiale,i migranti cinesi vennero imprigionati per iniziativa delle direzioni
di polizia dei governatorati. Le proteste del governo cinese,che accusò quello zarista di trattare i propri cittadini
come una popolazione nemica,preoccuparono i burocrati sia a Mosca sia nelle province. Il governatore di Akmolinsk
dispose con nuove direttive che i cittadini cinesi non fossero più messi agli arresti ma deportati,nella convinzione che
questa misura potesse essere considerata meno ostile da parte di Pechino. Ne seguì il caos,dato che le autorità
militari espellevano i cinesi da una regione all’altra senza avvertire le autorità di quella di arrivo.
STRANIERI NEMICI,NEMICI INTERNI E NAZIONALIZZAZIONE DEI PROFUGHI NELL’IMPERO ZARISTA

La prima guerra mondiale provocò un salto di qualità nel rapporto tra stati e gruppi di popolazione definiti secondo
la discriminante etnica. Durante la guerra i governi belligeranti adottarono politiche repressive non solo verso i
cittadini degli stati nemici presenti sul loro territorio,ma anche verso i propri stessi cittadini appartenenti a gruppi
nazionali percepiti come ‘infidi’. A perseguitare questi ultimi furono le autorità militari,rafforzate dai poteri loro
conferiti dallo stato di guerra. Il 26 luglio 1914 il ministero dell’Interno aveva ordinato,in caso di guerra,l’arresto di
tutti i sudditi maschi tedeschi e austroungarici in età compresa tra 18 e 45 anni presenti in Russia: quelli accusati di
spionaggio avrebbero dovuto essere immediatamente processati; gli altri,se residenti nella Russia europea e nel
Caucaso,sarebbero stati concentrati nei governatorati di Vjatsk,di Vologda e di Orenburg,mentre i residenti in Siberia
andavano trasferiti a Jacuzia. Le loro proprietà dovevano essere confiscate e messe all’asta. Già alla fine di agosto
dalla sola città siberiana di Omsk erano state deportate 98 persone verso Tobolsk. Il provvedimento era mitigato
dalla concessione alle autorità militari di esentare dalla deportazione,a propria discrezione,i sudditi nemici che
lavoravano pacificamente. Con il passare dei mesi tutte le esenzioni di questo tipo furono eliminate; non furono
invece cancellate quelle che esentavano specifiche categorie nazionali di cittadini appartenenti a stati belligeranti
nemici. Nell’agosto 1914 il ministero degli Interni ordinò che gli italiani sudditi dell’Impero austroungarici presenti sul
suolo russo fossero esentati dai provvedimenti restrittivi adottati contro gli altri sudditi austroungarici,mentre il 2
agosto erano stati esentati i francesi con cittadinanza tedesca originari dell’Alsazia-Lorena. La decisione rispetto a chi
tra loro dovesse essere considerato etnicamente francese e chi no era demandata ai consolati francesi nelle varie
regioni. Provvedimenti analoghi di esenzione dalla deportazione furono emanati nei confronti di sudditi
austroungarici di nazionalità ceca,serba o ucraina. Nel loro caso,per essere esentati bisognava godere della garanzia
di una società di beneficenza ceca o russo-galiziana operante sul suolo russo. Nel corso della guerra politiche simili,di
privilegio in base alla discriminazione nazionale,furono adottate a beneficio dei soldati austroungarici prigionieri. A
Taskent,nel 1915,i prigionieri austroungarici di nazionalità polacca,ceca,slovacca,serba,croata e ucraina,erano
autorizzati a girare liberamente in città in giorni prestabiliti. La ‘Società panrussa per la protezione dei prigionieri di
guerra slavi’ aprì varie sedi nell’impero,mentre sempre a Taskent corsi di lingua russa e di storia,economia e
geografia dell’impero erano offerti ai prigionieri slavi austroungarici. I circa 300 mila cittadini stranieri sottoposti a
misure di deportazione durante la guerra furono coloro che erano identificati come etnicamente
tedeschi,ebrei,ungheresi e turchi. Il loro numero era pressoché pari a quello dei civili stranieri deportati dall’esercito
zarista dai territori occupati (almeno 50 mila dalla Prussia orientale e,al 1° agosto 1917,120 mila dalla Galizia e dalla
Bucovina). L’importanza complessiva di coloro che si erano trasformati in stranieri nemici era superiore a quella di
analoghe comunità residenti negli altri stati belligeranti. La loro deportazione e il loro internamento si legavano a
programmi di statalizzazione delle loro proprietà e alla loro generale spinta nazionalizzatrice dell’economia generata
dalla guerra che nell’Impero zarista significava non solo accrescere il ruolo dello stato ma anche quello di alcuni
gruppi nazionali prima meno attivi nei settori moderni dell’economia. Anche nelle politiche di nazionalizzazione
economica furono seguiti criteri etnici oltre che di appartenenza a uno stato nemico: in base alla legge dell’11
gennaio 1915,che imponeva la liquidazione di parte delle imprese di proprietà o a partecipazione di stranieri
nemici,sulle 3054 imprese colpite dal provvedimento più della metà furono esentate dalla messa in liquidazione
perché i proprietari o i soci russi riuscirono a provare che i soci stranieri in affari,pur essendo sudditi tedeschi o
austroungarici,erano etnicamente slavi,francesi o italiani,oppure erano cristiani ottomani. Oltre agli stranieri
nemici,anche centinaia di migliaia di sudditi zaristi di origine tedesca o di religione ebraica,considerati come nemici
interni,furono deportati o espulsi dalle regioni occidentali dell’impero,in cui risiedevano,verso l’interno del paese.
Questi spostamenti forzati di popolazione furono attuati in base a decisioni delle autorità militari,che esercitavano
un’autorità pressoché assoluta in vaste zone contigue alla linea del fronte,che a est fu particolarmente mobile. Il
comandante in capo dell’esercito zarista,il granduca Nikolaj,ebbe pieni poteri sui territori posti sotto giurisdizione
militare,cioè Finlandia,Polonia,Baltico e larga parte della provincia di Pietrogrado,inclusa la città stessa. Come ha
rilevato Peter Holquist,la radicalizzazione portata dalla guerra permise ai militari di mettere in pratica per la prima
volta su larga scala le teorie sulle popolazioni sospette elaborate nei decenni precedenti nelle accademie militari
zariste,dove una parte della disciplina chiamata ‘statistica militare’ era stata impegnata a catalogare la popolazione
in base alla sua presunta fedeltà allo stato. Sin dalla fine dell’800 la discriminante principale di questa classificazione
era diventata quella nazionale. Sebbene la categoria di nazionalità fosse state esclusa nel censimento zarista del
1897,i burocrati zaristi deducevano la composizione nazionale dei territori sotto la loro giurisdizione incrociando i
dati sulle lingue parlate e sulle religioni professate. I gruppi maggiormente sospetti di infedeltà nei confronti del
governo zarista erano le popolazioni musulmane,insieme agli ebrei e ai tedeschi. La pubblicistica tardo-zarista
parlava della questione ebraica e della questione musulmana come di due problemi politici che il governo avrebbe
prima o poi dovuto risolvere. Nel caso dei tedeschi,il confronto geopolitico con l’Impero guglielmino in ascesa aveva
trasformato quella popolazione,in precedenza percepita come tra le più fedeli all’impero,in un gruppo incline alla
doppia fedeltà nei confronti di una potenza straniera. Analoghe classificazioni di affidabilità esistevano anche per le
popolazioni residenti in regioni che avrebbero potuto essere occupate in caso di guerra: un punto importante visto
che le prime deportazioni di popolazioni ebraiche ebbero inizio proprio nella Galizia e nella Bucovina. In queste
regioni,le autorità militari presero di mira ebrei e tedeschi proprietari di terre,nel tentativo di attuare giù in tempo di
guerra radicali trasformazioni sociali ed economiche,impraticabili in tempo di pace. La ripulitura interessò anche
decine di esponenti di spicco della Chiesa greco-cattolica che furono deportati in Siberia. Vennero anche attuate
politiche di russificazione: le scuole polacche furono permesse,ma fu reso obbligatorio lo studio del russo per 5 ore
alla settimana,mentre all’inizio del 1915 si progettava di aprire 9 mila scuole in lingua russa nell’arco di 5 anni. Nel
gennaio 1915 vennero messe in atto espulsioni di popolazione civile anche sul fronte caucasico,nelle province di Kars
e Batumi. I musulmani di queste regioni furono accusati di aver collaborato con gli occupanti. Tra la metà di gennaio
e l’inizio di febbraio circa 6 mila musulmani definiti ‘refrattari’ furono deportati per ordine del vicerè del
Caucaso,Voroncov-Daskov. Inizialmente destinati ad alcune province interne della Russia e dell’Ucraina,furono poi
dirottati verso Nargen,un’isola disabitata del Mar Caspio,per il timore che i trasferiti diffondessero epidemie nelle
regioni di arrivo. Un collaboratore di Voroncov-Daskov aveva intanto inviato una proposta al Consiglio dei ministri,in
base alla quale l’intera popolazione musulmana delle due province avrebbe dovuto essere deportata verso l’interno
della Russia e,alla fine della guerra,espulsa nell’Impero ottomano. Il ministro dell’Agricoltura Krivosein appoggiò la
proposta,sostenendo che i territori svuotati dei loro abitanti avrebbero dovuto essere ripopolati dai contadini russi
mediante una colonizzazione gestita dallo stato. Questi piani radicali suscitarono le proteste dei membri georgiani
della Duma. Secondo loro i musulmani di cui si proponeva l’espulsione erano in realtà agiari di lingua e cultura
georgiana,e non turchi,e le accuse di slealtà provenivano da cosacchi e armeni,fomentatori di violenze nei loro
confronti. Una successiva commissione guidata dal granduca Michailovic discolpò gli agiari e il Consiglio dei ministri
abbandonò definitivamente i piani di sradicamento. Prima che la decisione finale venisse presa,circa 10 mila
musulmani erano stati deportati dalle province di Kars e Batumi,e i loro beni e le loro terre distribuiti a rifugiati
armeni provenienti dall’Impero ottomano: gli stessi cui le autorità militari zariste impedivano di tornare nell’Anatolia
orientale occupata,per timore che il loro afflusso avesse conseguenze negative sull’approvvigionamento
dell’esercito. Anche in questo caso il ministro Krivosein proponeva che le province ottomane occupate di
Van,Erzurum e Bitlis fossero aperte alla colonizzazione di contadini russi. Come ha messo in evidenza Eric Lohr,il caso
degli agiari è rilevante perché mostra come politiche repressive inizialmente decise in base a discriminanti religiose
fossero in seguito annullate in base ad argomentazioni che facevano riferimento a discriminanti etniche,e come
questo si intrecciasse con piani di colonizzazione agraria dalla forte componente nazionalista. La più consistente
migrazione forzata durante la prima guerra mondiale fu l’espulsione di tedeschi ed ebrei dai territori occidentali
verso l’interno della Russia. Questa migrazione si inserì in un vasto esodo di popolazione civile dalle zone di guerra.
La ricerca più recente ha messo in evidenza il ruolo centrale delle autorità militari nel processo decisionale che portò
alle deportazioni,in particolare del capo di stato maggiore fino all’agosto 1915,il generale Nikolaj
Ianuskevic,imbevuto di pregiudizi antiebraici. Ianuskevic nel 1910 aveva proposto di escludere gli ebrei
dall’esercito,in cambio dell’introduzione di una tassa aggiuntiva,una proposta che non ebbe seguito. Durante la
guerra quasi 400 mila ebrei combatterono nell’esercito zarista,pressoché tutti come soldati semplici. Espulsioni
episodiche di popolazione civile ebraica nei territori nemici occupati dall’esercito zarista erano iniziate già nella
seconda metà del 1914,e messe in atto contemporaneamente ad altre misure persecutorie,come la pratica di
prendere ostaggi tra la popolazione ebraica delle città conquistate,con la minaccia di giustiziarli in presenza di
qualsiasi attività riconducibile al tradimento della popolazione locale. A settembre iniziarono le espulsioni di intere
comunità ebraiche anche in territorio zarista,quando più di 4 mila persone furono costrette ad abbandonare la città
di Pulawy,nella Polonia zarista,con propri mezzi e con un preavviso di sole 24 ore. Data la forte componente ebraica
della popolazione urbana della regione,questi provvedimenti equivalevano a svuotare le cittadine. Il 25 gennaio una
circolare autorità l’espulsione di ebrei e individui sospetti dalle aree prossime alla linea del fronte. I militari
consideravano gli ebrei come potenziali traditori o responsabili di spionaggio a favore del nemico. La rimozione della
popolazione ebraica fu avviata anche all’interno dei confini zaristi,e le espulsioni divennero più estese. Esse
continuarono fino al settembre-ottobre 1915,ma toccarono il loro picco tra aprile e agosto,mentre era in pieno
svolgimento la ritirata dell’esercito zarista. Alle deportazioni si accompagnarono violenze perpetrate dalle truppe e
approvate dai ranghi superiori dell’esercito,dove gli ufficiali antisemiti abbondavano. Ianuskevic fu il principale
promotore delle politiche di espulsione,che arrivarono a interessare intere province; ancora una volta esse furono
ostacolate dall’intervento delle autorità civili,mosso sia dalle proteste provenienti dalla Duma e dagli alleati
occidentali,sia dalla resistenza a farsi carico delle necessità di coloro che i militari avevano intenzione di rimuovere.
Sorse un conflitto tra il potere civile e quello militare,nel momento in cui quest’ultimo veniva screditato dalle
sconfitte che portarono alla ritirata. Il ministro degli Interni Scerbatov accusò gli alti comandi di usare le accuse di
infedeltà allo zarismo e di spionaggio nei confronti della popolazione ebraica e tedesca come un alibi per la propria
incompetenza. Il governo però non aveva il potere di rimuovere gli alti comandi. Solo nell’autunno 1915 lo zar
sollevò dai loro incarichi Nikolaj e Ianuskevic. Da questo momento in poi lo stato maggiore preferì interrompere le
persecuzioni antisemite e concentrarsi sulla stabilizzazione del fronte. Il trasferimento forzato di decine di migliaia di
ebrei verso est ebbe una non irrilevante conseguenza di carattere permanente,in quanto pose fine all’esistenza della
zona di residenza corrispondente al territorio degli attuali stati di Ucraina,Bielorussia,Lituania e Polonia
orientale,nella quale gli ebrei dell’impero erano costretti a risiedere. Al momento del censimento zarista< del
1897,gli ebrei costituivano il 12% della popolazione della zona di residenza,e ne erano la comunità più urbanizzata e
alfabetizzata. In seguito alle espulsioni,il governo fu costretto a ridefinire lo spazio di residenza ebraica: un decreto
del 15 agosto 1915 stabiliva che gli ebrei potevano ora stabilirsi dovunque nell’impero,eccetto che nel Caucaso,nelle
province cosacche,a Mosca e a Pietrogrado. Permanevano tuttavia due restrizioni: non avrebbero potuto stabilirsi in
campagna,né acquistare terre o edifici. Oltre agli ebrei fu deportato anche un gran numero di sudditi zaristi
germanofoni. Per la maggior parte si trattava di discendenti di contadini immigrati a partire dalla seconda metà del
700,in risposta all’invito di zar desiderosi di attirare nell’impero coltivatori e artigiani esperti. Nei territori del medio
corso del Volga si era formato l’insediamento più vasto e compatto; molti altri si erano insediati più a
occidente,soprattutto in Ucraina e nella penisola di Crimea;alcuni si erano spinti fino alla Siberia occidentale e alle
zone settentrionali della regione abitata dai nomadi kazachi. I privilegi accordati loro dallo stato vennero
progressivamente revocati nel corso dell’800 e durante la prima guerra mondiale i tedeschi sudditi dello zar erano un
gruppo sospetto quale nemico interno. La persecuzione risparmiò la nobiltà e la popolazione cittadina della regione
del Baltico,dove da secoli i tedeschi erano lo strato socialmente,economicamente e culturalmente dominante. A
essere colpiti furono i contadini germanofoni: già nel dicembre 1914 lo stato maggiore zarista elaborò un piano di
deportazione dei contadini tedeschi. La deportazione verso la Siberia prevedeva una scorta armata. Diversamente
dalla popolazione ebraica,l’espulsione dei contadini tedeschi faceva parte di un vasto piano di espropriazione delle
loro terre,da distribuire a popolazioni fidate: il piano prevedeva l’esproprio di 20 mila proprietà agricole. Il 5 gennaio
1915 Ianuskevic ordinò l’espulsione non solo dei coloni,ma di tutti i sudditi zaristi di origine tedesca che risiedevano
nelle province polacche dell’impero. L’avanzata dell’esercito tedesco nelle terre polacche durante la primavera del
1915 impedì l’attuazione di questa misura. L’esercito zarista però riuscì ad espellere circa 420 mila contadini tedeschi
delle prvincie di Volinia,Podolia e Kiev. Furono inoltre espulsi circa 100 mila tedeschi che vivevano nelle città.
L’espropriazione dei coloni germanofoni,e prima ancora quella degli stranieri nemici e di altri gruppi di
popolazione,aveva l’obiettivo di nazionalizzare l’economia zarista e di modificare la composizione demografica e
nazionale dei territori di confine. A tale motivazione xenofoba si aggiunse una di carattere sociale,in quanto il
ministero dell’Agricoltura tentò di utilizzare le terre resesi disponibili nell’ambito di un vasto programma volto a
promuovere la piccola proprietà agricola a danno di latifondisti e speculatori,quale che fosse la loro nazionalità. Le
centinaia di migliaia di stranieri nemici e nemici interni costituirono solo una parte dell’afflusso di profughi che si
riversò nelle zone interne dell’impero durante il conflitto. Le statistiche ufficiali contavano nell’aprile 1917 circa 3
milioni e 580 mila rifugiati,tra i quali un milione e 903 mila erano classificati come russi,ucraini e bielorussi,578 mila
come polacchi,304 mila come lettoni,211 mila come ebrei e 148 mila come armeni. Questi dati tengono conto dei
soli profughi a carico dell’assistenza pubblica,mentre ignorano quelli che facevano affidamento sulle proprie risorse;
lo stato inoltre non conteggiava i profughi rimasti entro 15 km dalla linea del fronte. Le stime più accurate valutano
che in totale i profughi ammontassero a poco più di 6 milioni all’inizio del 1917,e addirittura a 7,4 milioni nel luglio
dello stesso anno. In pratica un abitante su 20 dell’Impero zarista divenne un rifugiato e nelle regioni di confine la
percentuale era più elevata: non meno di 1,4 milioni di civili abbondarono i territori dell’attuale Bielorussia. La fuga
della popolazione civile fu causata dall’avanzata degli eserciti nemici e dunque dalla zona dei combattimenti,ma
anche dalla politica della ‘terra bruciata’ messa in atto dall’esercito zarista. Il capo di stato maggiore Ianuskevic
ordinò la distruzione dei raccolti della Galizia al momento della ritirata del 1915,e fece evacuare a est il bestiame,le
attrezzature agricole e persino le campane delle chiese,tant’è che contadini delle province occidentale,che
disperavano di potersi risollevare economicamente dopo la guerra,esprimevano la volontà di sistemarsi in Russia per
cercare di iniziare una nuova vita. Per convincere la popolazione civile a partire,le autorità zariste diffusero voci
secondo le quali chi fosse rimasto sarebbe stato mobilitato nell’esercito tedesco,una volta che questo avesse
conquistato la regione. Solo in seguito le autorità militari si convinsero che spopolare le aree abbandonate fosse
controproducente,e tentarono di limitare l’evacuazione agli uomini in età militare,ma non riuscirono a fermare un
processo da loro stessi incoraggiato e sul quale avevano perso il controllo. Sorsero poi problemi logistici e di ordine
pubblico,per esempio nel Caucaso dove rifugiati di diverse nazionalità entrarono in competizione tra loro e col resto
della popolazione per le poche risorse disponibili. Il governo zarista era impreparato a gestire la massa umana in
movimento e durante la guerra non ci fu una politica statale coordinata di assistenza ai profughi. Anche a causa
dell’impotenza nella gestione dell’emergenza,il governo garantì la creazione nelle varie città dell’impero di comitati
nazionali di assistenza. A Taskent i comitati polacco,ebraico e lettone raccolsero fondi all’interno delle rispettive
comunità che servivano ad accogliere connazionali profughi. Per evitare che i profughi beneficiassero degli aiuti da
parte di più di un comitato nazionale di assistenza,a ognuno veniva dato un documento in cui doveva indicare,oltre
al nome e al cognome,il proprio luogo di nascita e la propria affiliazione etnica.

GUERRE CIVILI,CONFLITTI AGRARI ED ESPULSIONI DI DECOLONIZZAZIONE

La rivoluzione agraria scoppiata nell’Impero zarista nella tarda estate-inizio autunno del 1917 aveva preso di mira gli
strati sociali giuridicamente privilegiati. Il catalizzatore dei conflitti agrari fu la guerra,che armò i contadini,li abituò
alla violenza,li radicalizzò politicamente,e costrinse lo stato zarista a mobilitare le popolazioni centroasiatiche per lo
sforzo bellico. Le tensioni e le trasformazioni economiche,culturali e sociali causate dalle vicende belliche portarono
al collasso dello stato e alla diffusione della violenza nelle campagne. Dovunque contadini e pastori presero di mira
coloro che avevano più terra. Furono però vittime della violenza anche le minoranze un tempo favorite,come i coloni
tedeschi mennoniti dell’Ucraina e del Caucaso del nord,oppure discriminate,come gli ebrei. Il terreno per le
persecuzioni antiebraiche era stato preparato dalle politiche di deportazione messe in atto dallo stato maggiore
zarista nel 1914-1915,che avevano legittimato l’antisemitismo già ampiamente diffuso e cristallizzato l’immagine
della popolazione ebraica come nemico interno,legittimando i saccheggi e le violenze delle truppe. Le distruzioni
antisemite del periodo 1918-1922 fecero un numero di vittime stimato tra 100 mila e 150 mila. Le violenze connesse
alla rivoluzione contadina causarono migrazioni forzate di una certa importanza; quella maggiormente comparabile a
fenomeni analoghi in altre zone dell’Europa di mezzo,è la grande emigrazione della nobiltà dell’Impero zarista. Essa
deve essere considerata in parte forzata: anche se non fu organizzata dal nuovo potere bolscevico,fece seguito alla
rivoluzione contadina e alle discriminazioni subite da parte del nuovo governo. Oltre 2 milioni di persone,per la
maggior parte nobili o appartenenti a strati sociali o gruppi politici discriminanti nel nuovo stato,lasciarono il
territorio dell’ex impero sotto il controllo bolscevico. Al loro interno erano rappresentate tutte le classi sociali e le
opinioni politiche presenti nell’epoca prerivoluzionaria,compreso un numero elevato di intellettuali. Fecero parte di
questa ondata migratoria anche decine di migliaia di ebrei di ogni classe sociale,che avevano attraversato la frontiera
per sfuggire agli stermini delle formazioni armate che imperversavano nelle regioni occidentali dell’ex impero
durante la guerra civile. Ciò che contraddistinse questa nuova ondata di emigrazione ebraica fu che in essa l’elite
economica,politica e intellettuale delle comunità ebbe un peso percentuale maggiore rispetto all’emigrazione
prebellica. Negli anni successivi,i membri superstiti delle classi,dei ceti e delle istituzioni considerate nemiche dal
nuovo governo sovietico,furono sottoposti a discriminazioni legali fino alla Costituzione staliniana del 1936,che
proclamava il passaggio alla società senza classi. Tra queste misure ci fu anche un provvedimento di espulsione di
4112 famiglie di ex proprietari terrieri nobili che ancora vivevano nelle loro proprietà sul territorio della Repubblica
federativa russa. La misura fu attuata con lentezza nei due anni successivi e in maniera differenziata nelle varie
località,dando modo agli ex nobili di fare ricorso contro il provvedimento. Alla fine essa coinvolse un numero di
persone limitato,forse mille o 1500 famiglie,soprattutto in rapporto ai provvedimento di deportazione precedenti e
successivi contro altre categorie sociali. I più importanti trasferimenti forzati di gruppi coesi di popolazione durante il
periodo del crollo dello stato zarista e della costruzione di quello bolscevico ebbero luogo nella fascia di
colonizzazione situata nell’Asia Centrale e nel Caucaso settentrionale,dove nei decenni precedenti le terre di pianura
o pedemontane erano state occupate da contadini russi e ucraini,ma soprattutto da cosacchi. In questa regione si
svolse uno dei molti conflitti ideologici,nazionali e sociali che si intrecciarono a costituire quella che viene chiamata
‘guerra civile russa’,in seguito ai disordini che avevano avuto inizio qualche mese prima del crollo dello stato zarista. I
bolscevichi,che erano riusciti a creare un centro di potere nel cuore geografico del paese,riconquistarono gran parte
del territorio ex zarista anche inserendosi nei conflitti sociali in corso nelle campagne. Conflitti che avevano
caratteristiche molto diverse nelle varie regioni e sui quali la leadership del partito non aveva preso una posizione
politica definita prima del 1917. La prima decisione da parte di Lenin fu quella di appoggiare la rivoluzione contadina
nell’estate-autunno del 1918,cui seguì quella di sostenere i movimenti insorti contro le minoranze privilegiate nei
rapporti agrari nelle regioni periferiche. Queste prese di posizione furono il preludio della riconquista militare del
Caucaso del nord e dell’Asia Centrale,e fonte di spaccature tra il centro moscovita e i bolscevichi locali. Come scrisse
Safarov,uno dei responsabili delle politiche di decolonizzazione in Asia Centrale nel 1921,la rivoluzione d’Ottobre ha
vinto nel centro della Russia urbana e da qui ha iniziato ad espandere la propria influenza seguendo le linee
ferroviarie. D’altro canto,la contrapposizione tra campagna e città nelle periferie acquistava il carattere di un
conflitto nazionale tra la popolazione contadina non russa e città estranee anche perché abitate dai
colonizzatore,cosicché la contrapposizione sociale acquistava qui una tonalità nazionale. L’esercito rosso vittorioso e
la Ceka provvidero,a partire dal 1920,ad assecondare il processo di espulsione dei coloni agricoli slavi relativamente
privilegiati nell’accesso alla terra rispetto agli autoctoni. Nelle regioni periferiche di colonizzazione agraria il possesso
delle risorse agricole era in buona parte dipendente dalle divisioni giuridico-sociali. Cosacchi e coloni stranieri
godevano di diritti legali negati ai normali contadini slavi,perlopiù russi e ucraini,la maggior parte dei quali si era
riversata nella ‘Nuova Russia’ a nord del Caucaso,in Siberia e nelle steppe kazache nella seconda metà dell’800.
Laddove la grande proprietà terriera nobiliare era assente,le linee di faglia sociali e politiche correvano
rispettivamente tra cosacchi,contadini slavi provvisti di terra,contadini slavi sprovvisti di terra,contadini e pastori
caucasici e centroasiatici. I cosacchi erano lo stato giuridicamente ed economicamente privilegiato nelle regioni di
colonizzazione zarista,inquadrati in un proprio ceto specifico: avevano speciali privilegi in materia di assegnazione di
risorse,come la terra,e speciali doveri in materia di servizio militare. Essi vivevano in regioni poste ai confini
dell’impero popolate da gruppi non russi che avevano sottratto vasti territori che avevano messo a coltura. Erano
contadini-soldati stanziati nei territori periferici dello stato,che controllavano aree abitate da popolazioni sottomesse
in tempi recenti. Le regioni in cui più forte era la tensione e in cui più aperte furono le violenze nel 1916-1922 furono
il Caucaso del nord e il Semirec’e. Nel giugno 1916 il governo zarista decise di mobilitare i centroasiatici per lavori
dietro le retrovie del fronte agli ordini dell’esercito. La popolazione interpretò l’ordine come una chiamata alle armi
dissimulata; si verificarono disordini e focolai di ribellione in tutti il territorio situato tra le propaggini settentrionali
della steppa kazaca e i confini con la Persia e l’Afghanistan. La regione in cui le violenze furono più gravi fu il
Semirec’e kirghiso. Molte donne e bambini russi vennero rapiti dai rivoltosi,poco prima che questi ultimi fossero
repressi dalle truppe zariste comandate dal generale Kuropatkin. La repressione militare della rivolta fu
indiscriminata; il numero dell eprdite tra le popolazioni locali non è conosciuto ma probabilmente il loro numero va
stimato nell’ordine delle decine di migliaia. I distaccamenti militari uccisero intere comunità di pastori,non
risparmiando donne e bambini. Si stima che più di 100 mila kirghisi e kazachi fuggirono in Cina per sottrarsi alle
violenze,affrontando i passi di montagna sotto la neve. La traversata causò altre migliaia di vittime. I contadini slavi
del Semirec’e furono gli unici abitanti del Turkestan chiamati sotto le armi durante la guerra. Molti contadini slavi
senza terra si unirono alla repressione dell’esercito per approfittarne e impadronirsi della terra abbandonata da
kirghisi e kazachi morti o in fuga. Tra l’autunno e l’inverno del 1916-1917 nel Semirec’e sorsero numerosi nuovi
villaggi. Dopo il massacro della popolazione e la pacificazione,il generale Kuropatkin aveva elaborato un piano in cui
si prevedeva che le comunità kirghise che si erano ribellate con maggiore violenza,fossero deportate sui pascoli
montuosi del Naryn. Il progetto di segregazione etnica e di trasferimento forzato dei kirghisi che non erano fuggiti in
Cina non potè essere messo in atto per il crollo del regime zarista con la rivoluzione del marzo 1917 a Pietrogrado.
Anche in Turkestan le autorità zariste furono sostituite dai rappresentanti del governo provvisorio. La fine dello
zarismo non segnò però la fine degli scontri. Soprattutto nel corso del 1917 la regione fu teatro delle violenze dei
contadini slavi contro kirghisi e kazachi,che avevano iniziato a tornare dalla Cina già dalla primavera del 1917.
Nell’area,ormai priva di un’amministrazione statale,nel 1918 e nel 1919 imperversò una sanguinosa guerra sociale
tra i cosacchi e i contadini senza terra di recente immigrazione. Nelle regioni di popolamento contadini in Turkestan
il conflitto tra contadini e pastori fu vinto dai primi,che costrinsero decine di migliaia di kazachi e kirghisi a fuggire
oltreconfine. Lo stesso tipo di conflitto agrario in corso in Turkestan e che aveva come protagonisti 3 attori politico-
militari (cosacchi,contadini slavi e pastori autoctoni) si sviluppò nelle pianure e sui contrafforti pedemontani del
Caucaso del nord,specialmente nella sua metà orientale. La differenza principale fu che qui le popolazioni locali
marginalizzate dalla colonizzazione agricola furono abbastanza forti da sconfiggere militarmente i distaccamenti
cosacchi. I ceceni si erano mobilitati politicamente dopo la rivoluzione di febbraio: in aprile a Groznyj si tenne il
primo Congresso del popolo ceceno,con rappresentanti di tutte le tendenze politiche; la rivoluzione agraria
dell’estate-autunno del 1917 in Cecenia comportò vaste violenze dei ceceni nei confronti dei cosacchi e dei contadini
slavi immigrati,con saccheggi e distruzioni di villaggi. L’avvento della democrazia aumentava la percezione di
insicurezza da parte dei contadini slavi immigrati. Tra luglio e agosto i contadini in fuga dalla regione avevano
riempito 30 vagoni ferroviari. Anche i cosacchi ebbero la peggio nello scontro con i montanari. Nei successivi 3
anni,circa 35 mila cosacchi furono costretti ad abbandonare il Caucaso del nord. In Daghestan le espulsioni non
riguardarono solo i cosacchi e i contadini slavi ma anche le comunità di contadini germanofoni mennoniti insediate
da qualche decennio nell’area. Nel 1917 gli andi,una comunità nel Daghestan occidentale insediata vicino al
territorio ceceno,scesero nelle vallate e attaccarono i villaggi di coloni ucraini e mennoniti,radendone al suolo 25. In
tutto quasi 20 mila ucraini e mennoniti furono uccisi o messi in fuga. I superstiti si diressero in Ucraina. Nel Caucaso
settentrionale,i combattimenti tra armate rosse e bianche nella guerra civile si intrecciarono con uno scontro fra
contadini poveri e gruppi di coltivatori avvantaggiati nell’accesso alla terra dalla legislazione zarista,primi fra tutti i
cosacchi. La divisione non era in realtà così netta: molti cosacchi combatterono anche con i bolscevichi,ma in
generale i cosacchi alleati con i bianchi si schierarono a fianco degli osseti contro i contadini senza terra appoggiati
dai bolscevichi. Inoltre,i cosacchi che entravano nell’Armata rossa perdevano le loro insegne e divise,i contrassegni
della loro identità,per trasformarsi in semplici soldati rossi; quelli che facevano parte dell’armata antisovietica del
Don rimanevano,al contrario,cosacchi a tutti gli effetti. Il gruppo sociale cosacco era stato abolito in quanto ceto dal
governo bolscevico. I cosacchi furono le prime vittime delle politiche di popolazione bolsceviche miranti a estirpare
interi gruppi sociali. I primi provvedimenti furono presi nella regione del Don: il 24 gennaio 1919 da Mosca l’Ufficio
Organizzativo del Partito comunista russo ne decideva la decosacchificazione,che comportava una serie di misure
repressive,la più importante delle quali era il terrore di massa contro i cosacchi ricchi. In un paio di mesi,migliaia di
cosacchi furono sterminati in conseguenza a questa direttiva. In questo contesto,uno dei capi del partito nella
regione del Don nel marzo 1919 aveva fatto richiesta alla dirigenza di deportare ai lavori forzati in altre regioni tutti
gli uomini cosacchi dai 18 ai 55 anni,e di insediare sul Don contadini delle regioni centrali della Russia. La proposta di
trasferimento forzato non ebbe seguito,anche se nell’aprile 1919 arrivarono nella regione i primi 700 contadini da
alcuni governatorati della Russia centrale. Le politiche bolsceviche anticosacche comportarono misure di
deportazione solo nelle regioni periferiche in cui erano presenti conflitti con le popolazioni. Nell’aprile e maggio del
1918 si tenne a Groznyj il Terzo congresso dei popoli del Terek,dominato da rappresentanti filo bolscevichi di
montanari e contadini slavi senza terra immigrati da poco nella regione. Mentre i cosacchi del Terek proponevano ai
bolscevichi di allearsi contro i montanari,il congresso votava una risoluzione che trasferiva le terre della regione allo
strato più povero tra la popolazione rurale nativa,e nazionalizzava tutta la terra e le ricchezze del sottosuolo. Per
rendere operativa la nazionalizzazione,il congresso stabiliva che la popolazione cosacca di 4 stanici dovesse essere
trasferita in un altro distretto cosacco della regione. Le loro terre sarebbero state assegnate a ingusci e ceceni della
zona di Karabulak. È significativo che il provvedimento fosse motivato anche con un’intenzione modernizzatrice: la
necessità di eliminare la distribuzione disordinata delle parcelle di terra nei territori cosacchi,contrapponendo in tal
modo l’irrazionalità della colonizzazione zarista a misure emancipatorie e progressiste. la popolazione di 3 stanici su
4 fu espulsa solo nel dicembre 1918,nel contesto dei combattimenti tra formazioni cosacche e ossete da una
parte,ingusce e di coloni slavi senza terra dall’altra. Nel maggio 1918 era stata fondata in Daghestan la Repubblica
dell’unione dei popoli montanari del Caucaso,che dichiarò la sua indipendenza dalla Repubblica federativa russa e
strinse un accordo di collaborazione con l’Impero ottomano. Il primo ministro del protostato era il ceceno
Cermoev,ex ufficiale zarista e imprenditore petrolifero,mentre il circasso Kuzbel reggeva le relazioni estere. Kuzbel
avrebbe avuto l’intenzione di favorire il ritorno dei circassi espulsi dal Caucaso a metà del secolo precedente. Con
tattiche di terra bruciata,l’Armata dei volontari del generale bianco Denikin sconfisse la Repubblica dei montanari
l’anno successivo. Alla fine della primavera del 1919 Denikin controllava tutto il Caucaso del nord. La grande rivolta
scoppiata nell’estate del 1919 in Daghestan,Cecenia e Inguscezia portò alla creazione i un emirato guidato dallo
sceicco Khadji. La sollevazione fu un fattore cruciale nel favorire la vittoria bolscevica contro Denikin,dal momento
che tenne impegnato almeno 1/3 delle sue truppe. Nel febbraio 1920 le truppe bianche abbandonarono la regione
del Terek e il Daghestan; a marzo i bolscevichi poterono concentrarsi sulla liquidazione dell’emirato nord-
caucasico,che fu inglobato nella Repubblica sovietica di Russia. Altre espulsioni ebbero luogo nella fase finale del
conflitto e dopo la vittoria. Esse furono anche funzionali ad acquistare consensi tra quelle popolazioni non russe e
furono inquadrate nel discorso sulla nuova colonizzazione non più imperialistica,elaborato nei primi anni 20 per
rimarcare la distanza dalle politiche seguite dallo zarismo,con il contributo di specialisti agrari ed ex membri delle
prime Dume che si erano occupati della questione della colonizzazione nell’anteguerra. In base alla nuova
colonizzazione,lo sviluppo economico delle regioni periferiche si sarebbe dovuto basare su due pilastri: la
costruzione,finanziata dallo stato,di industrie anche nei territori periferici e l’impiego preferenziale di manodopera
locale sradicata e impoverita dagli anni di guerra e carestia,invece dell’incoraggiamento alla migrazione dalle regioni
europee dell’URSS. L’espansione industriale nelle periferie non produsse effetti fono al primo piano
quinquennale,quando seguì logiche che avevano poco a che fare con la decolonizzazione. Per coordinare le politiche
nelle regioni periferiche di colonizzazione agricola,già nell’agosto 1920 il Consiglio dei commissari del popolo della
Repubblica sovietica di Russia ordinava al commissariato all’Agricoltura di creare un organo federale preposto alla
colonizzazione. I governatorati al centro dell’attenzione erano i 5 maggiormente interessati alla colonizzazione
agricola nei decenni precedenti: Caucaso del nord,Tatarstan,Baskiria,Kazachstan e Turkestan. In tutte queste regioni
eccetto il Tatarstan,le popolazioni più colpite dalla colonizzazione praticavano la pastorizia. Alla fine i discorsi sulla
nuova colonizzazione si concretizzarono,dal punto di vista amministrativo e istituzionale,solo nella creazione del
Comitato federale per la terra. Gli unici provvedimenti importanti presi in questo contesto furono quelli di
decolonizzazione violenta e di espulsione di decine di migliaia di cosacchi e contadini. Le prime espulsioni
bolsceviche di decolonizzazione furono effettuate nella primavera del 1920,quando l’Armata rossa conquistò gran
parte del Caucaso del nord e l’Azerbaigian. La situazione militare non era stabile per i bolscevichi,dato che in aprile ci
fu l’attacco delle truppe polacche di Pilsudski e in estate il generale Vrangel tentò un’ultima sortita dalla Crimea nella
penisola di Taman sul Mar Nero. L’iniziativa polacca salvò provvisoriamente Georgia e Armenia dall’invasione da
parte dell’Armata rossa. La situazione sul fronte caucasico e su quello polacco era legata anche dall’alleanza militare
stretta da Pilsudski con la Georgia mescevica indipendente,in base alla quale i polacchi avrebbero fornito armi e
munizioni ai georgiani,e avrebbero addestrato gli ufficiali dell’esercito di Tbilisi. Mosca era rappresentata da Sergo
Ordzonikidze,capo dell’Ufficio caucasico (Kavbjuro),l’organo del Partito comunista che doveva sovrintendere alla
conquista del Caucaso. Oltre a Stalin e Ordzonikidze,il terzo maggiore esponente del gruppo caucasico era l’armeno
Mikojan. L’obiettivo primario per la dirigenza bolscevica nella regione nord-caucasica era la pacificazione del
conflitto tra popolazioni locali e coloni slavi,in primis i cosacchi. In questa fase i bolscevichi appoggiarono ceceni e
ingusci. Il primo provvedimento fu l’espulsione e la deportazione verso nord di 9 mila cosacchi,abitanti in 3 grandi
stanici,nell’aprile 1920. Le loro terre furono assegnate agli ingusci,che saccheggiarono le proprietà e uccisero decine
di cosacchi sottoposti alle misure di espulsione. Questa prima espulsione fu decisa autonomamente dai bolscevichi
locali. Nell’estate del 1920 Mikojan proponeva una espropriazione dei cosacchi a favore dei montanari,invocando
l’attuazione delle vecchie politiche zariste di redistribuzione della terra,questa volta però a favore degli autoctoni e a
danno dei coloni slavi. Il 17 settembre la decisione di espropriare decine di migliaia di cosacchi fu approvata da
Lenin. In questa stessa riunione fu deciso di inviare Stalin ad affiancare Ordzonikidze nel Caucaso. Le voci su una
imminente deportazione provocarono la sollevazione di 5 stanici. La rivolta dei cosacchi fu usata per giustificare
provvedimenti che erano già da tempo nei piani dei bolscevichi caucasici. L’ordine di espulsione e deportazione
presentava le misure come un provvedimento punitivo. La stanica Kalinovskaja avrebbe dovuto essere bruciata e
rasa al suolo; gli edifici e le terre delle altre 4 stanici sarebbero stati assegnati alla popolazione più povera e senza
terra,e in primo luogo ai montanari ceceni,da sempre fedeli al potere sovietico. Tutta la popolazione maschile delle
stanici,di età compresa tra i 18 e i 50 anni,doveva essere caricata su treni,trasferita sotto scorta al nord e messa ai
lavori forzati pesanti. I vecchi,le donne e i bambini dovevano essere espulsi dalle stanici,ma a loro veniva permesso
di trasferirsi in stanici e insediamenti del nord. Cavalli,pecore e altri bestiame doveva essere consegnato all’Armata
del lavoro del Caucaso e alle sue corrispettive organizzazioni. Gli uomini della stanica Kalinovskaja furono inviati sul
Mar Glaciale Artico; quelli degli altri villaggi furono mandati ai lavori forzati nelle miniere del Donbass. Gli uomini,8
mila in tutto,furono deportati per primi;il trasferimento di 14 mila vecchi,donne e bambini,fu del tutto caotico.
Questa espulsione dunque aveva l’obiettivo sia di terrorizzare tutta la popolazione cosacca e di scongiurare ulteriori
rivolte,sia di guadagnare consenso al governo sovietico tra la popolazione autoctona nord-caucasica. Nelle
intenzioni di Stalin e Ordzonikidze altre espulsioni di cosacchi avrebbero dovuto fare seguito. Ordzonikidze dichiarò
che era in programma l’espulsione di ben 18 stanici per un totale di circa 60 mila persone,1/4 della popolazione
cosacca della regione. A fine novembre Stalin e Ordzonikidze diedero ordine di iniziare a deportare la popolazione
della stanica Assinovskaja. Molti dei cosacchi di questo villaggio avevano combattuto a favore dei bolscevichi
durante la guerra civile; un migliaio di cosacchi delle altre stanici che dovevano essere deportate erano in quel
momento volontari nell’Armata rossa nella guerra in corso contro la Polonia. Di conseguenza queste ulteriori
deportazioni furono non punitive. Nell’ordine di deportazione si menzionava il fatto che i cosacchi avrebbero potuto
tenere con sé tutti gli oggetti di loro proprietà che fosse loro possibile trasportare. Gli abitanti di Assinovskaja furono
deportati. Il Cremlino però fermò le misure di espulsione nel gennaio 1921. Una commissione guidata dal dirigente
bolscevico Nevskij appurò che le espulsioni non stavano provocando una stabilizzazione della regione,ma anzi
incoraggiavano il banditismo e il saccheggio indiscriminato dei villaggi slavi e cosacchi. Egli inoltre sottolineava i
rischi,per il rifornimento di grano,derivanti dall’espulsione dei maggiori produttori del surplus granario del Caucaso
del nord,proprio nel momento in cui la situazione degli approvvigionamenti iniziava a farsi critica. Il 14 aprile 1921 il
Politburo pose ufficialmente fine alle misure di decosacchizzazione e decolonizzazione nella regione; nel frattempo la
priorità di Stalin e Ordzonikidze era diventata la Georgia,mettendo in secondo piano la situazione nel Caucaso del
nord. Proprio mentre veniva messo un freno alle deportazioni nel Caucaso,nella regione del Semirec’e iniziarono a
essere attuati provvedimenti analoghi. Con la conquista da parte dell’Amata rossa,si poneva il problema di pacificare
la zona e di attenuare le tensioni tra nomadi e contadini. A differenza del Caucaso del nord,in Asia Centrale i cosacchi
erano già stati sconfitti durante i combattimenti della guerra civile contro le formazioni dei contadini slavi senza
terra filobolscevichi,i quali si erano impadroniti di vaste estensioni di terra dei pastori kazachi e kirghisi. Il centro
ostentava una politica decolonizzatrice,mentre si assicurava il controllo sulla regione eliminando una parte dei
contadini russi presenti sul posto. Proprio la parte più povera della popolazione russa fu quella più colpita in questo
processo. La decolonizzazione fu la questione centrale delle politiche sovietiche attuate nel Semirec’e e in altre zone
del Turkestan. Nel febbraio 1921 una commissione speciale guidata da Safarov annunciò una riforma terriera nel
Semirec’e,i cui punti centrali erano la restituzione delle terre sottratte a kazachi e kirghisi e l’esproprio e la
deportazione dei coloni e dei cosacchi che si erano ribellati al potere sovietico. Alla fine del 1922 circa 30 mila
abitanti erano stati espropriati; la maggior parte delle loro terre era stata assegnata a kazachi e kirghisi. Agli abitanti
di interi villaggi russi fu intimato di lasciare la provincia entro pochi giorni. Anche villaggi i cui abitanti erano stati
fedeli ai bolscevichi durante la guerra civile furono liquidati nel giro di 24 ore. In alcuni casi i contadini preferirono
distruggere le loro case piuttosto che lasciarle ai kazachi e ai kirghisi. Le espulsioni dal Turkestan non furono limitate
al Semirec’e; in altre regioni circa 10 mila coloni furono espulsi,portando il numero totale di contadini slavi
espropriati intorno ai 40 mila. La maggior parte dei coloni che vennero espropriati ed espulsi dai propri villaggi si
sistemò all’interno di altri villaggi slavi della regione. Nel Semirec’e solo una minoranza di coloni dovette
abbandonare la provincia: alcuni presero la via del ritorno verso la Russia europea,ma altri rimasero nella regione,e
quando la situazione si fu calmata,ritornarono a pretendere la restituzione della terra e degli attrezzi agricoli loro
sottratti. La terra e i beni però non furono restituiti,e i contadini slavi espulsi continuarono a vivere nei villaggi nei
quali erano stati distribuiti. Il blocco delle espulsioni fu il frutto della divisione dei bolscevichi. Solo una parte di loro
era favorevole alle misure de colonizzatrici in corso,mentre altri sostenevano che i contadini slavi della regione
avevano costituito il nerbo delle truppe rosse durante la guerra civile in Turkesta,e che la loro espulsione metteva a
rischio la solidità del legame fra il centro e la periferia centroasiatica. Così come nel Caucaso,anche in Asia Centrale
considerazioni economiche ebbero un peso nel bloccare i provvedimenti,dato che l’espulsione dei coltivatori faceva
diminuire la produzione cerealicola proprio quando la grande carestia del 1921-1922 imperversava nella Russia
centrale e nelle steppe settentrionali. In definitiva,queste prime deportazioni sovietiche non si prefissero l’obiettivo
di estirpare totalmente un’etnia. Il gruppo sociale più duramente colpito furono i cosacchi: fu negata una loro
identità specifica e migliaia di loro vennero deportati; ma molti cosacchi che avevano combattuto con i bolscevichi
poterono rimanere nelle loro terre. Queste deportazioni facevano seguito a espulsioni dal basso già praticate negli
ex territori di decolonizzazione zarista,nel contesto di una guerra sociale che aveva contrapposto le comunità
agricole con diverso accesso alla terra. In questi territori i bolscevichi locali erano espressione degli strati meno
privilegiati delle comunità slave immigrate. Tuttavia,quando i bolscevichi moscoviti arrivarono con le loro
armate,provvidero a esautorare i bolscevichi locali e a consolidate,in funzione di pacificazione e di
decolonizzazione,l’appropriazione della terra da parte della popolazione autoctona.

CAPITOLO QUARTO

GLI IMPERI CENTRALI IN GUERRA (1914-1917)

La prima guerra mondiale portò a un allargamento e rafforzamento della legittimità del discorso politico nazionalista
in tutta l’Europa di mezzo anche per effetto delle politiche degli stessi governi imperiali. Questi ultimi fecero il
possibile per ottenere l’appoggio militare e politico di partiti e movimenti nazionalisti che,dal canto loro,tentarono di
approfittare della situazione per realizzare i propri programmi. Vennero effettuati sforzi sia per mobilitare i
nazionalismi presenti all’interno dei propri confini a sostegno dello sforzo bellico,sia per incoraggiare quelli attivi in
territorio nemico nel tentativo di minare la compattezza dello schieramento avversario. L’interazione che ne risultò
beneficiò i movimenti nazionali più delle autorità imperiali,perché essa portò in molti casi all’internazionalizzazione
di questioni nazionali che fino ad allora erano state unicamente materia di politica interna. Nel caso asburgico
l’appello ai sentimenti nazionali volto a incitare i cittadini a sostenere lo sforzo bellico ottenne il risultato di
accrescere il ruolo politico e il sostegno popolare dei movimenti nazionali attivi al proprio interno. Quando nel 1914
e nel 1916 centinaia di migliaia di profughi abbandonarono la Galizia e la Bucovina invase dall’esercito zarista,gli
ebrei viennesi e boemi si attivarono per assisterli,soprattutto finanziariamente. A spingerlo furono non solo
motivazioni umanitarie e patriottiche,ma anche la solidarietà con quelli che professavano la loro stessa religione
che,alla fine del 1915,costituivano il 40% dei circa 400 mila rifugiati. Com’era accaduto nell’Impero zarista,crescita
delle masse di profughi e cristallizzazione delle identità nazionali andarono di pari passo,non solo tra gli sfollati ma
anche tra coloro che si mobilitarono per assisterli. Anche nelle province boeme alcune funzioni assistenziali vennero
affidate a organizzazioni ceche e tedesche,che presero a distribuire gli aiuti statali solo fra i propri connazionali; il
legame istituito in questo modo con l’accesso a determinate risorse fu uno dei fattori che contribuirono a ridurre il
peso dei fenomeni di indifferenza e ambivalenza nazionale. Ancora maggiore fu l’impatto delle pratiche
amministrative di classificazione dei rifugiati in base alla nazionalità,alla confessione religiosa e alla disponibilità o
meno di risorse economiche proprie. La migrazione forzata di forse 2 milioni di persone in fuga dai teatri di guerra
nelle periferie orientali e meridionali dell’Impero asburgico contribuì a minare quest’ultimo e influenzò il processo di
formazione degli stati successori dopo il 1918. L’Austria repubblicana con una legge del dicembre 1918 concesse la
cittadinanza unicamente a coloro che risiedevano nei territori sotto la sua giurisdizione prima dell’agosto
1914,escludendone molti rifugiati,e in particolare i circa 70mila ebrei galiziani stabilitisi a Vienna durante il conflitto.
Al tempo stesso le autorità asburgiche perseguitarono i propri cittadini appartenenti a nazionalità collegabili con
stati nemici,come la Serbia,l’Impero zarista e poi l’Italia. In Bosnia le autorità militari asburgiche trattarono come
sospetta la popolazione serba,internando migliaia di persone. Dal canto loro,le truppe serbe che riuscirono a d
attraversare il confine,compirono uccisioni di musulmani. Anche gli italofoni del Trentino furono,dopo il
1915,considerati inaffidabili; alcune centinaia di essi vennero rinchiusi nel campo di concentramento di Katzenau. Il
comando supremo dell’’esercito arrivò a proporre che,da una fascia di 25 km a ridosso dei confini dell’impero con
l’Impero zarista,la Serbia,il Montenegro e l’Italia,stranieri ed elementi inaffidabili venissero rimossi e sostituiti con
veterani e invalidi di guerra; la proposta fu però bocciata dalle autorità ungheresi. Furono in tutto 12 mila i civili
italofoni internati dopo il maggio 1915,e 16 mila quelli deportati dai territori italiani occupati dopo lo sfondamento a
Caporetto nell’ottobre 1917; oltre 42 mila furono invece i cittadini italiani espulsi dall’Impero asburgico in Italia
attraverso la Svizzera. Nei confronti della popolazione ucrainofona della Galizia,la politica asburgica fu ambivalente.
Da un lato le autorità fecero uso di statistiche militari simili,ma speculari,a quelle zariste e schedarono gli individui
inaffidabili in vista del loro arresto in caso di guerra. Quando quest’ultima scoppiò e l’esercito asburgico subì varie
battute d’arresto,il ministero dell’Interno arrivò ad accusare di tradimento l’intero contadiname ucraino,mentre la
legge marziale consentì alle autorità militari di arrestare e talora giustiziare individui giudicati sospetti in base alla
loro appartenenza nazionale e religiosa. Le autorità militari asburgiche non furono molto più benevole di quelle
zariste: 4 mila persone furono internate. In tutto,il totale di quanti vennero giustiziati oppure internati in Austria e in
Boemia toccò le 30 mila unità,e in Bosnia e nella Serbia le cose andarono anche peggio. Nel regno di Croazia-
Slavonia,si verificarono persecuzioni di massa contro i serbi; forse 20 mila furono i deportati dalla Sirmia e
altrettanti,perlopiù donne e bambini,dalla Slavonia. Il loro posto fu preso dai contadini tedeschi e ungheresi. Migliaia
furono le famiglie serbe deportate dalla Bosnia orientale,internate in regioni a predominanza tedesca e ungherese;
vennero deportati principalmente i familiari di quanti si erano arruolati volontari nell’esercito serbo. L’assenza di
motivazioni che non fossero quelle di sicurezza,limitò l’entità e l’estensione delle violenze. Altre decine di migliaia di
persone furono internate nella Serbia e nel Montenegro occupati a partire dall’autunno del 1915; violenze di una
certa entità ebbero luogo nell’ambito del tentativo di bulgarizzare le aree occupate e amministrate militarmente dal
governo di Sofia. Centinaia di religiosi e intellettuali serbi vennero giustiziati e furono attuate confische di beni su
larga scala; si verificarono internamenti e deportazioni in Bulgaria,e le misure di denazionalizzazione interessarono
non solo i serbi ma anche le altre nazionalità residenti nelle regioni interessate. Nel tentativo di provocare la
disgregazione dell’Impero zarista,il nazionalismo ucraino venne incoraggiato non solo in Galizia ma anche nella
Volinia zarista occupata. Alcuni funzionari asburgici proposero,già nel 1914,di distribuire la terra ai contadini per
garantirsi il loro sostegno: un’idea,questa,che fu respinta dalle autorità politiche. Il sostegno asburgico andò anche ai
nazionalisti polacchi,e tanto questi ultimi tanto quelli ucraini reclutarono proprie legioni per combattere al fianco
degli imperi centrali. Anche la Germania incoraggiò i movimenti nazionalisti nei territori occupati,patrocinando la
nascita di stati nazionali in Estonia,Lituania e Bielorussia e sanzionando l’uso di yiddish,lituano,lettone e bielorusso
come lingue ufficiali attraverso la pubblicazione del cosiddetto ‘dizionario delle 7 lingue’. Si deve dunque in parte
all’azione degli stessi imperi centrali,oltre che alla promozione del principio di autodeterminazione nazionale da
parte di Lenin,Wilson e gli alleati occidentali che,nella fase finale del conflitto,promossero la dissoluzione dell’Impero
asburgico,la proliferazione dei fenomeno di costruzione statale e nazionale nell’Europa di mezzo dal 1917 in poi.
Tuttavia,l’appoggio dato ai nazionalisti locali non impedì ai comandi militari tedeschi di attuare misure paragonabili a
quelle cui avevano fatto ricorso i loro omologhi zaristi: per esempio,in Curlandia nel gennaio 1916 venne deportata
l’intera popolazione residente in una fascia profonda 10 km a partire dalle coste e dalla linea del fronte. Vennero
inoltre proposte,ma rimasero su carta,misure ben più ampie di riallocazione e scambio di intere popolazioni,in
particolare dei polacchi residenti in Prussia o nella cosiddetta ‘fascia di frontiera’ che si voleva annettere al Reich
tedesco dopo la vittoria sull’Impero zarista.

STATI SUCCESSORI E GUERRE DI CONFINE (1918-1921)

Le politiche dell’epoca bellica posero alcuni dei presupposti delle rivoluzioni nazionali e sociali che accompagnarono
la fine della prima guerra mondiale. In seguito a queste ultime,il processo di frantumazione degli imperi dinastici
iniziato in Europa meridionale nel secolo precedente si estese alla parte centrale e settentrionale del continente e
subì al tempo stesso una brusca accelerazione. I decenni compresi tra il 1830 e il 1913 avevano visto il sorgere di 7
nuovi stati indipendenti (Grecia,Italia,Romania,Serbia,Montenegro,Bulgaria e Albania; solo nel 1918 nacquero 8
cosiddetti ‘stati successori’, cioè Jugoslavia,Austria,Ungheria,Cecoslovacchia,Polonia,Lituania,Lettonia ed
Estonia,senza contare quelli che negli anni successivi scomparvero come la Repubblica dell’Ucraina
occidentale,assorbita dalla Polonia nel 1919,o persero la loro indipendenza come
Ucraina,Bielorussia,Armenia,Azerbaigian e Georgia,che continuarono a esistere come repubbliche sovietiche. La
costruzione di nuovi stati,spesso in conflitto tra loro,su territori appartenuti a un impero in disfacimento era stata
accompagnata da migrazioni forzate su vasta scala,prima nel 1877-1878 e poi nel 1912-1913. La situazione in cui
vennero a trovarsi tedeschi e ungheresi nei territori interessati era paragonabile a quella dei musulmani balcanici
dopo la ritirata dell’Impero ottomano o dei protestanti che,in quegli stessi anni,abbandonarono a decine di migliaia
le contee passate sotto la giurisdizione dell’Irlanda indipendente. A emigrare furono coloro che vennero colpiti dalle
misure di nazionalizzazione della terra e dell’amministrazione pubblica messe in atto dai nuovi stati. La nascita degli
stati successori fu un processo tutt’altro che pacifico: nella parte nordorientale dell’Europa di mezzo gli anni
successivi alla conclusione della prima guerra mondiale nel 1918 furono contrassegnati da ‘guerre di
frontiera’,conflitti armati che contribuirono a delineare l’ordine postbellico. Il loro andamento fu confuso; sorsero
infatti due diverse repubbliche nazionali ucraine,una nei territori ex asburgici con capitale Leopoli,e una in quelli ex
zaristi con capitale Kiev. La Polonia appoggiò la seconda in funzione antirussa e antisovietica (dopo aver negato il
proprio sostegno all’Armata bianca di Denikin,nel timore che quest’ultimo rimettesse in discussione l’indipendenza
polacca) solo dopo aver distrutto la prima ed essersi assicurata il controllo della Galizia orientale. Il conflitto per
quest’ultima regione nel 1918-1919 fu breve ma brutale,e convinse gli sconfitti che il principale nemico delle
aspirazioni nazionali ucraine fosse la Polonia. Nel 1919-1920 vi fu una guerra combattuta tra Polonia e Russia
bolscevica; quest’ultima proclamò di stare liberando i contadini ucraini e bielorussi dai polacchi e riconobbe alla
Lituania la sovranità su Vilnius e la regione circostante,che in seguito venne riacquisita dalla Polonia. L’Armata rossa
arrivò a Varsavia prima di essere respinta,e durante entrambi i conflitti le popolazioni ebraiche furono vittima di
atrocità perpetrate dall’esercito polacco,per esempio a Leopoli,Wilno,Lida,Pinsk e a Minsk. Queste ultime
contribuirono a far sì che la Polonia firmasse il cosiddetto ‘piccolo trattato di Versailles’,siglato il 28 giugno 1919,in
cui s’impegnava a rispettare i diritti delle minoranze residenti sul proprio territorio. La pace ritornò col trattato di
Riga del 1921,che tracciò il confine orientale della Polonia includendo in quest’ultima le due città a maggioranza
polacca di Vilnius e Leopoli,ma anche vaste regioni circostanti abitate perlopiù da bielorussi e ucraini; ne nacque uno
stato troppo piccolo per realizzare la visione federalista di Pilsudski,che propugnava la creazione di un’entità
multinazionale estesa dal Baltico al Mar Nero e comprendente anche Lituania,Bielorussia e Ucraina,ma al tempo
stesso troppo grande perché fosse plausibile l’opposta visione di Dmowski di uno stato nazionale omogeneo. La
definitiva conclusione delle ostilità fu accompagnata dal ritorno di molti profughi che avevano trascorso la guerra
nelle città russe,e dall’afflusso di mezzo milione di persone che abbandonarono i territori passati sotto il controllo
sovietico. Secondo statistiche ufficiali,rimpatriarono in Polonia 1,2 milioni di persone tra il 1918 e il 1922,di cui solo il
37% si dichiarò polacco; il 20% si dichiarò russo o ucraino e ben il 40% bielorusso. Esse s’insediarono nelle regioni di
confine orientali dove tali nazionalità costituivano la maggioranza,e i favoritismi di un’amministrazione che
incoraggiava lo stanziamento di coloni polacchi nelle aree abitate prevalentemente da contadini ucraini e bielorussi
si rivelarono inutili a conseguire il loro scopo. I rimpatri postbellici dall’Impero zarista proseguirono anche nel Baltico.
I conflitti da cui sorsero l’Estonia,la Lettonia e la Lituania indipendente furono tanto violenti quanto quelli verificatisi
più a sud: per esempio,la guerra civile lettone fu decisa dall’intervento dei Freikorps tedeschi,i cui componenti erano
ostili sia ai loro alleati nazionalisti sia ai bolscevichi contro cui combattevano. Questi ultimi erano anch’essi lettoni,e
anche se la maggior parte dei rifugiati rientrò in Lettonia nel 1920-1922,non è casuale che circa 186 mila siano
rimasti in territorio sovietico. Alla stessa data,350 mila rifugiati provenienti dalla Lituania erano stati rimpatriati; in
tutti essi costituivano 1/6 della popolazione del nuovo stato lituano indipendente. Quest’ultimo,pur proclamando di
perseguire una politica di non discriminazione,di fatto assicurò un trattamento preferenziale ai rifugiati di nazionalità
lituana,mentre fece il possibile per scoraggiare il rimpatrio degli altri. In parte a causa di misure del genere,il numero
degli ebrei residenti nei 3 stati baltici diminuì drasticamente,a seguito del mancato ritorno di molti di coloro che
erano stati deportati o erano fuggiti durante la guerra. Decrebbe notevolmente anche il numero dei baltici
germanofoni,che erano stati tra le vittime principali dei bolscevichi lettoni. I tedeschi balcanici emigrarono in massa:
nel 1939 il loro numero era ormai poco superiore alla metà di quello che era stato 25 anni prima e le città in cui
avevano predominato erano state riconquistate dalle altre nazionalità,tanto che a Tallinn i tedeschi erano solo il 5%
della popolazione,mentre i lettoni costituivano il 63% della popolazione di Riga.

LE RIFORME AGRARIE NELL’EUROPA DI MEZZO

Le riforme agrarie portate avanti dagli stati successori furono rivolte contro i proprietari stranieri; esse costituiscono
un esempio delle possibili conseguenze dell’interazione tra le questioni costituzionale,sociale e nazionale nelle
circostanze dell’Europa di mezzo. Per i nuovi stati le riforme agrarie costituivano un modo di venire incontro alle
istanze della maggioranza della popolazione,scongiurando rivoluzioni contadine. Tuttavia,il conflitto per il controllo
della terra assunse connotazioni nazionali laddove la gerarchia sociale esistente poteva essere interpretata in chiave
nazionalista. Le riforme furono più radicali dove i proprietari terrieri stranieri erano più numerosi: in Estonia e
Lettonia apparteneva loro rispettivamente il 94 e il 98& delle terre espropriate; in Romania il limite minimo per
l’espropriazione delle tenute venne abbassato a 100 ettari nelle regioni in cui esse erano concentrati,cioè il
Transilvania,Bessarabia e Bucovina. Le riforme vennero giustificate facendo ricorso ad argomentazioni nazionaliste e
condotte in coerenza con queste ultime,tanto che un deputato cecoslovacco parlò di una riforma non solo
sociale,ma altresì repubblicana e nazionale volta a ridistribuire ai contadini cechi terre appartenute all’aristocrazia
germanofona,mentre il primo ministro Goga dichiarò nel 1920 di considerare la riforma agraria come lo strumento
per la romanizzazione della Transilvania. In Bosnia,dove la dominazione asburgica aveva preservato i rapporti agrari
vigenti durante il periodo ottomano,la riforma varata dalle autorità jugoslave si risolse nell’espropriazione di 4 mila
proprietari e nella distribuzione di terre a decine di migliaia di famiglie di ex servi. Dal momento che i primi erano al
90% musulmani e i secondi quasi tutti cristiani,ciò equivalse a un trasferimento di risorse dai musulmani ai serbi. In
Vojvodina si registrò un tasso migratorio positivo,a seguito dell’afflusso di optanti provenienti da Ungheria e
Romania,ovverosia di persone che,pur risiedendo in questi paesi,avevano scelto la cittadinanza jugoslava ed erano
quindi emigrati. Optanti e veterani di guerra serbi vennero riallocati su terre espropriate in seguito alla riforma
agraria; affluirono in tutto 20 mila famiglie,con l’obiettivo di incrementare la presenza jugoslava in regioni di confine
dov’era forte la presenza di magiari e germanofoni. Governi nazionalisti e antisovietici attuarono così misure che
anticipavano quelle che sarebbero state adottate una generazione dopo da governi socialisti e filosovietici. Essi
furono però assai meno radicali,come dimostra il caso di Carlo Stefano d’Asburgo,l’arciduca che durante la prima
guerra mondiale aveva aspirato al trono di un regno polacco da costituirsi nell’ambito dell’Impero asburgico,e al
quale da ultimo venne concessa la cittadinanza polacca e furono restituite quasi tutte le proprietà inizialmente
espropriate. Diversamente da quanto sarebbe accaduto dopo il 1945,il diritto di proprietà venne tutelato,e nella
maggior parte dei casi coloro che furono espropriati vennero poi indennizzati; le terre confiscate,in un primo
momento assegnate ad apposite agenzie statali,divennero in seguito proprietà dei contadini ai quali vennero
distribuite. Le riforme agrarie erano dunque volte a integrare le masse contadine nella vita dei nuovi
stati,garantendone la lealtà nei confronti degli stati che la promuovevano e ricompensando quanti si erano battuti
per quegli stati. Esse vennero deliberate prima che la situazione politico-militare si stabilizzasse e in momenti in cui
la delimitazione territoriale degli stati in questione era ancora in discussione. I loro obiettivi furono descritti da
Venizelos che teorizzò l’uso della riforma agraria come strumento per superare l’indifferenza nazionale di masse
contadine la cui fedeltà allo stato era incerta ben prima di trovarsi costretto a reperire terre da distribuire ai profughi
provenienti dall’Anatolia. Il nesso tra migrazioni forzate e riforme agrarie funzionò anche in senso inverso: in Grecia
e Bulgaria l’afflusso di un gran numero di profughi indusse le autorità a adottare misure radicali di redistribuzione
delle terre pur nell’assenza di latifondisti stranieri. L’aspettativa della riforma agraria contribuì a far si che i contadini
slovacchi rimanessero fedeli allo stato cecoslovacco quando quest’ultimo venne invaso dall’Ungheria nel 1919. In
Estonia,Lituania e Polonia le riforme agrarie furono varate mentre ancora si combatteva,per indurre i contadini a
battersi contro i bolscevichi; a questi ultimi il tentativo di mantenere intatti i latifondi in vista della loro
trasformazione in fattorie collettive costò il sostegno contadino dapprima in occasione del fallito tentativo di creare
una repubblica sovietica lituano-bielorussa nel 1919 e poi durante l’invasione della Polonia nel 1920. Non sempre il
collegamento tra questione agraria e nazionale giocò a favore dei contadini. Per esempio,il governo polacco arrivò a
suddividere tra i contadini le tenute di proprietà tedesca in Polonia occidentale,ma non quelle degli aristocratici
polacchi nella parte orientale del paese,dove i contadini erano prevalentemente ucraini o bielorussi. In Jugoslavia
invece l’èlite musulmana bosniaca approfittò della controversia costituzionale fra centralisti serbi e federalisti croati
e sloveni per ottenere dai primi concessioni sul tema della riforma agraria,tanto che il Partito contadino serbo votò
contro la Costituzione del 1921.

L’ESODO DI TEDESCHI E UNGHERESI

I trattati di pace stipulati a Parigi ridimensionarono in maniera drastica lo spazio politico in cui avevano operato per
lungo tempo tedeschi e ungheresi e spinsero un certo numero di questi ultimi a emigrare. Solo una minoranza però
abbandonò le proprie case in seguito ad atti di violenza. Solo nel caso tedesco l’esodo assunse un carattere di massa
sia dal punto di vista numerico sia da quello sociale,interessando anche un gran numero di contadini. Tale peculiarità
dipese almeno in parte dal fatto che molti emigrati tedeschi provenivano da regioni che,nei decenni precedenti il
1914,erano state teatro di un tentativo di colonizzazione agricola nazionalizzatrice da parte dell’Impero tedesco. In
tutto 426 mila ungheresi emigrarono nell’arco dei 6 anni successivi al 1918; l’85% di essi giunse tra la fine del 1918 e
quella del 1920. Nel 1921 fra i 234 mila rifugiati sul suolo ungherese se ne contavano circa 140 mila provenienti dalla
Romania. Come dimostrano i numeri,non si trattò di una migrazione massiccia; per di più si tratto di un rimpatrio
d’elite che interessò soprattutto alcune classi sociali e ben poco le masse contadine. A emigrare furono quanti
potevano essere facilmente identificati con la dominazione magiara: latifondisti,militari,alti rappresentanti ufficiali
dello stato e delle contee,magistrati e funzionari di polizia,ma anche burocrati,insegnanti,funzionari delle ferrovie e
delle poste. A seguito della riforma agraria emigrarono non solo i proprietari terrieri,ma anche
amministratori,impiegati e altri loro dipendenti. A un certo punto fu lo stesso governo ungherese a mettere un freno
al rimpatrio dei propri connazionali residenti negli stati confinanti,in parte per la difficoltà di assistere così tanti
rifugiati,in parte perché il loro ritorno in Ungheria avrebbe reso impossibile accampare diritti sui territori perduti a
Parigi. A dispetto del loro numero ridotto,gli ungheresi rimpatriati esercitarono una notevole influenza politica fra le
due guerre: 79 dei 239 deputati eletti alla prima assemblea nazionale ungherese erano nati al di fuori dei confini
fissati dal trattato del Trianon,anche se il numero dei rifugiati in rapporto alla popolazione era pari a meno del 7%
del totale. Anche la Repubblica di Weimar si trovò a fronteggiare un consistente afflusso di profughi,perlopiù
provenienti dalle zone perse in seguito al trattato di Versailles: queste ultime subirono una perdita di popolazione
germanofona assai più massiccia. Entro il 1920,la Germania accolse circa 900 mila tedeschi,provenienti dall’Alsazia-
Lorena,dallo Slesvig settentrionale o dalla regione di Eupen-Malmèdy. In Alsazia-Lorena le autorità francesi divisero
la popolazione in 4 categorie,discriminando quanti vennero classificati in quelle inferiori,generalmente in base alla
cittadinanza dei loro genitori o dei loro nonni. Apposite commissioni espulsero alcune migliaia di persone,ma molto
più numerose furono quelle che rimpatriarono volontariamente in condizioni paragonabili a una vera e propria
deportazione,che coinvolse circa 110 mila abitanti dell’Alsazia. Oltre la metà dei profughi tedeschi giunse
dall’est,soprattutto dalle regioni della Posnania,della Pomerania e di Danzica,divenute ora parti del cosiddetto
‘Corridoio polacco’. In queste regioni la Prussia prima e il Reich tedesco poi avevano portato avanti una politica di
germanizzazione che aveva esasperato gli animi e preparato la strada al suo prevedibile opposto,ovverosia i tentativi
del governo polacco di nazionalizzare le regioni di confine e promuovere la completa esclusione dell’elemento
tedesco da aree in cui quest’ultimo era sempre stato numericamente minoritario. I tedeschi furono dunque
incoraggiati ad andarsene: fra gli strumenti usati a tal fine vi fu la riforma agraria varata nel luglio 1920 e altri metodi
di pressione amministrativa,compresa la limitazione della possibilità di fare uso del tedesco. Il risultato di tali metodi
fu che alla metà degli anni 20 erano emigrati l’85% della popolazione urbana e il 55% dei contadini,e le maggiori città
della Posnania e della Pomerania,quasi completamente germaniche prima della guerra,ora contenevano solo poche
minoranze tedesche. Anche se l’esodo non può essere attribuito esclusivamente alla politica polacca,esso fu
certamente incoraggiato dalle nuove autorità. Esso ebbe inizio subito dopo la fine della guerra,ma per la maggior
parte si verificò nel 1919 e poi nel 1920,quando sembrò che la Polonia fosse sul punto di essere travolta dall’Armata
rossa. Nell’aprile 1921 si contavano 286 mila emigrati,secondo statistiche che non includevano i minori di 14 anni né
coloro che non avevano richiesto assistenza. Quest’ultima fu concessa ma solo ai rifugiati definiti
‘Deutschstammige’,cioè di origini tedesche,mentre venne negata agli immigrati di origine polacche. A partire dal
1921 furono le stesse autorità tedesche a scoraggiare l’emigrazione dalla Polonia; tale decisione fu dovuta alla
scarsità di risorse disponibili per l’assistenza ai profughi sia all’intenzione di mantenere una presenza tedesca in aree
di confine,per poterle poi rivendicare quando il contesto internazionale fosse diventato più favorevole. A quell’epoca
la popolazione tedesca della Posnania e della Pomerania era già meno di 1/5 del totale; essa si sarebbe nuovamente
dimezzata nel decennio successivo,scendendo sotto il 10%. Anche se l’emigrazione diminuì dopo il 1923,non
s’interruppe mai del tutto,facendo sì che la presenza tedesca in quelle aree diminuisse drasticamente,passando da
1,2 milioni di residenti nel 1919 a 330 mila nel 1931. Il calo va quasi interamente imputato all’esodo che ebbe luogo
nel 1919-1923,che interessò circa 700 mila persone.

IL CASO CECOSLOVACCO

La nascita dello stato cecoslovacco fu segnata da conflitti nazionali e scontri di frontiera: la nuova repubblica disputò
alla Polonia l’area di Teschen e dovette respingere un’invasione ungherese della parte slovacca del paese. Essa
incorporò inoltre le regioni a maggioranza germanofona lungo i confini della Boemia,alcune delle quali si erano
autoproclamate parte della Germania o dell’Austria,senza peraltro trovare una forte opposizione da parte della
popolazione,esausta per lo sforzo bellico sui aveva contribuito. Tuttavia le cose cambiarono ben presto e lo sciopero
generale del 4 marzo 1919 si risolse in violenze e nell’uccisione di una 50ina di dimostranti tedeschi. Al pari della
Polonia e di altri nuovi stati sorti dopo la prima guerra mondiale,anche la Cecoslovacchia dovette firmare un trattato
che la obbligava a tutelare le proprie minoranze; l’allora ministro degli esteri Benes parlò di creare una ‘nuova
Svizzera’,ma nella pratica le cose furono abbastanza diverse. Una legge del febbraio 1920 proclamò il cecoslovacco
lingua ufficiale dello stato,anche se stabilì una serie di tutele per le minoranze e il bilinguismo nei distretti in cui
queste ultime costituissero almeno il 20% della popolazione. L’appartenenza nazionale veniva desunta
oggettivamente su base linguistica,in particolare nei casi incerti: in tal modo era possibile aumentare artificialmente
il numero degli appartenenti alla nazionalità maggioritaria,e alcuni furono addirittura registrati come cecoslovacchi
contro la loro volontà o sanzionati per essersi falsamente dichiarati tedeschi. Anche a seguito di queste misure,il
censimento del 1921 registrò nelle province boeme 420 mila abitanti germanofoni in meno rispetto al 1920,senza
che vi fosse stata alcuna emigrazione di massa in questi ultimi. Altre misure adottate inclusero la traduzione in ceco
o slovacco di tutti i toponimi,il cambiamento dei nomi delle strade e la rimozione delle statue asburgiche: la legge
per la difesa della repubblica varate nel 1923 sanzionò gli atti di vandalismo contro tali province verificatisi nel 1919-
1920. Inoltre la riforma agraria fu accompagnata dall’insediamento di coloni cechi e slovacchi nelle regioni di confine
a maggioranza tedesca e ungherese.

L’ADRIATICO SETTENTRIONALE DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Nelle regioni dell’Adriatico nordorientale,il riassetto confinario finalizzato col trattato di Rapallo del novembre 20 fu
accompagnato da spostamenti di popolazioni numericamente modesti ma non per questo non significativi. Per
esempio,dopo che la Dalmazia venne assegnata al regno serbo-croato-sloveno dal trattato di Rapallo,molti residenti
italofoni abbandonarono la regione quando l’amministrazione passò di mano. Il numero degli emigrati fu ridotto in
termini assoluti,ma assai significativo in termini relativi: basti pensare che la comunità italiana di Sebenico si ridusse
da mille persone a circa 200. Quanti rimasero dovettero optare tra la cittadinanza italiana e quella jugoslava,e
mentre la prima scelta implicava l’autoesclusione dalla vita del nuovo stato,la seconda finiva spesso col condurre a
un’assimilazione anche dal punto di vista nazionale. L’affermazione della sovranità italiana sulla Venezia
Giulia,l’Istria,Zara e Fiume ebbe effetti simili nei confronti dei residenti slavi di quelle aree. Religiosi e intellettuali
sloveni e croati furono i principali bersagli delle misure di allontanamento e internamento disposte dalle autorità
italiane. Infatti ai dipendenti statali asburgici che non avessero residenza legale nelle regioni passate sotto il
controllo italiano venne negata la cittadinanza,mentre misure amministrative vennero adottate per escludere tutti i
funzionari e gli impiegati pubblici non italiani o di sentimenti filo asburgici. I ferrovieri slavi vennero licenziati ed
espulsi,mentre la comunità germanofona di Trieste emigrò verso l’Austria. Questi profughi giuliani si diressero verso
la Stiria meridionale ex austriaca; altri vennero insediati nell’Oltremura ex ungherese oppure in Macedonia e in
Kosovo,dove si assimilarono alla locale comunità serba. Meno radicale invece furono le misure di italianizzazione
adottate in Alto Adige/Sudtirol dove anche le violenze fasciste furono di portata minore e non si verificarono
significativi episodi migratori.

CONCLUSIONI

Gli anni compresi tra il 1918 e il 1923 rappresentano un tornante di notevole importanza nella storia delle migrazioni
forzate in Europa,in quanto sancirono la definitiva affermazione del principio secondo il quale le popolazioni
piuttosto che i territorio erano poste al centro della politica internazionale,e l’autodeterminazione nazionale
soppiantava la legittimità dinastica come fondamento della sovranità statale. A sua volta,questo ebbe almeno 2
conseguenze della massima importanza. Da un lato,ciò apriva la strada alla possibilità che intere popolazioni
venissero rimosse durante la costruzione di nuovi stati,oppure allo scopo di preservare quelli già esistenti: anche se
per il momento questo non si verificò,tale possibilità era implicita nel fatto che la presenza sul territorio di
popolazioni straniere rischiava di svalutare la legittimità,se non la stessa esistenza indipendente di uno stato. D’altro
canto,venne compiuto un primo passo verso il superamento dell’indifferenza nazionale e la cristallizzazione di
identità rimaste fino ad allora fluide. Semplici esigenze burocratiche posero dei limiti alla libertà di
autodefinirsi,anche dal punto di vista nazionale,che fino a quel momento aveva caratterizzato l’Europa di mezzo e
che pure continuò ad esistere. Rimase infatti possibile scegliersi un’ identità nazionale. Tuttavia queste scelte
divennero sempre meno reversibili,mentre i margini di manovra per i molti che restavano indifferenti si restrinsero
sempre di più. Infine molti conflitti verificatisi durante e dopo la guerra,prefigurarono quelli che avrebbero
imperversato nelle stesse zone una generazione più tardi. Tale ragionamento vale per le ‘guerre di confine’ nei
territori occidentali dell’ex Impero zarista,ma può essere applicato anche alla Bosnia ed altre regioni,come il
Sangiaccato dove la ritirata dell’esercito asburgico fu accompagnata da violenze contro i musulmani locali,accusati di
aver collaborato con gli occupanti e fatti oggetto di uccisioni e saccheggi da parte di montenegrini insorti.

L’UNIONE SOVIETICA TRA LE DUE GUERRE (1928-1938)

Lo scontro fra lo stato bolscevico e i contadini in Urss a partire dalla campagna di requisizioni forzate dell’inizio del
1928 segnò l’inizio di 5 anni di violenze e repressioni culminate con le grandi carestie del 1931-1933,nelle quali
milioni di contadini persero la vita. Con il lancio della collettivizzazione totale dell’agricoltura a partire dal gennaio
1930 si apriva il periodo cruciale in cui il nuovo stato si radicò sul territorio,sperimentò le pratiche repressive,creò le
istituzioni concentrazionarie,costruì la potenza economica che ne determinò la struttura nei decenni successivi. Le
numerose rivolte che scoppiarono in tutto il paese nell’inverno del 1929-1930 segnarono l’ultima congiuntura in cui
la legittimità del nuovo stato bolscevico fu posta in dubbio dalla maggioranza rurale della popolazione sovietica. La
guerra contro i contadini per l’assoggettamento della maggioranza della popolazione fu vinta dagli apparati
repressivi dello stato ricorrendo alla deportazione di milioni di persone nonché all’uso della carestia come arma. Nel
quadro generale degli spostamenti forzati di popolazione,a prima vista l’Unione Sovietica costituisce un’eccezione.
Lo stato che si dette istituzioni nuove,creò un intero campo politico ed economico mondiale,ebbe da subito
caratteristiche imperiali e anti-imperiali allo stesso tempo. Se teniamo contro dei fattori come la dinamica
interno/esterno nelle politiche degli stati,i tentativi di uscita dalle economie agrarie controllati da stati espressione
spesso dei gruppi nazionali più rurali,e il nesso fra controllo politico del territorio e il suo sfruttamento
agricolo,vediamo come la costruzione statale sovietica abbia costituito un caso estremo.

SOVIETIZZARE E METTERE IN SICUREZZA: TIPOLOGIA DELLE DEPORTAZIONI STALINIANE

Il primo caso di spostamento forzato di un gruppo di popolazione da parte dei bolscevichi fu quello dei cosacchi del
Terek deportati nell’aprile 1920 verso l’Ucraina e l’estremo nord della Russia europea. L’ultimo fu la deportazione di
6 mila contadini della Bielorussia occidentale tra il marzo e il maggio 1952 verso la regione di Irkutsk e il Kazachstan.
La data d’inizio delle deportazioni su larga scala fu però il 1930,anno in cui iniziò la politica di deportazione di milioni
di contadini (dekulakizzazione) funzionale alla collettivizzazione totale delle campagne. la deportazione fu la politica
repressiva più largamente usata durante il periodo staliniano. In Urss fu messa in atto una deportazione di massa per
ogni anno tra il 1928,anno della crisi degli ammassi di grano e della marginalizzazione dei gruppi non stalinisti nel
partito,e il 1952. Tra il 1930 e il 1953 furono deportate quasi 6 milioni di persone,circa il 4% della popolazione
dell’Urss nel 1937; nello stesso periodo gli arrestati furono invece circa 11,8 milioni. Le deportazioni staliniane
ebbero due caratteristiche principali: erano categoriali,ovvero si concentravano non tanto su cosa un individuo
avesse fatto quanto piuttosto sulla sua appartenenza a una certa categoria di persone,e preventive,nel senso che
non miravano a punire chi avesse commesso un crimine,bensì a colpire gruppi di persone che secondo lo stato
avrebbero potuto agire contro gli interessi del governo se ne avessero avuto l’opportunità. Le deportazioni staliniane
possono essere classificate in base all’obiettivo che si prefiggevano di raggiungere,e divise tra deportazioni di
‘sovietizzazione’ e di ‘sicurezza’. Le prime,legate a logiche di politica interna,dovevano facilitare la messa in atto delle
principali politiche sovietiche: l’imposizione del ruolo egemone del Partito comunista,l’industrializzazione,la
collettivizzazione dell’agricoltura,l’abolizione del mercato,il controllo statale della vita intellettuale e politica. Esse
avvennero in due maggiori ondate: le deportazioni contadine del 1930-1933 e in seguito nei territori europei
conquistati nel 1939-1941 e poi ancora,nel 1944-1952,nei paesi divenuti satelliti dell’Unione Sovietica. Questo tipo di
deportazione colpiva le èlite dei gruppi di popolazione che lo stato intendeva assoggettare o da cui ci si poteva
aspettare un’ostilità verso il nuovo regime. La deportazione dei gruppi sociali o nazionali al fine di sottometterli può
essere considerata una tecnica della polizia politica sovietica,adottata per la prima volta nel 1928 sia contro i
cosacchi del Kuban sia contro i pastori kazachi e contro i kirghisi. Per i kazachi furono attuate politiche di
eliminazione dei ‘baj’ (allevatori ricchi),una figura che nella categorizzazione poliziesca e partitica sommava
caratteristiche di classe e di influenza sociale,dal momento che una specifica categoria di baj presa di mira fu quella
di coloro ch erano considerati ‘capi tribali’. Queste misure interessarono circa 3500 persone ma costituirono un
preannuncio delle successive deportazioni in massa dei contadini. Anche per i contadini deportati durante la
collettivizzazione la deportazione interessò le èlite delle comunità locali,coloro ai quali lo stato affibbiò l’etichetta di
‘kulak’. Anche se nella fraseologia bolscevica il ‘kulak’ era un contadino ricco sfruttatore di manodopera
salariata,essa finì per designare chiunque si opponesse alla collettivizzazione,rendendosi quindi responsabile di
‘attività controrivoluzionarie’,e venne definita in base a criteri vaghi,non solo economici ma anche politici,che per
esempio prendevano di mira guardie bianche,ex banditi,ex ufficiali bianchi,contadini rimpatriati,membri di consigli
ecclesiastici e sette,preti. Anche le deportazioni dai territori conquistati durante la seconda guerra mondiale
rientrano in questa categoria; la discriminante fu dunque di carattere sociale in quanto furono colpiti strati e gruppi
sociali considerati nemici del regime sovietico. Un secondo tipo di deportazione,connesso a preoccupazioni di
politica estera,è costituito da quelle effettuate per ragioni di sicurezza,perlopiù in base a una discriminante
nazionale. L’effetto specchio tra sistema degli stati nazionali e gruppi nazionali interni all’Unione Sovietica si
ripercosse sulle politiche seguite dal governo; le nazionalità ‘diasporiche’,e cioè collegabili con uno stato nazionale
esterno ai confini sovietici e quindi sospettate di doppia fedeltà,furono deportate nel profondo del territorio
sovietico. Questo accadde a gruppi residenti nei pressi dei confini dell’Urss: finlandesi,polacchi,turchi
meskheti,coreani vennero deportati tra la metà degli anni 30 e la metà degli anni 40. Altri due tipi di deportazione
ebbero un ruolo minore durante il periodo staliniano. Il primo furono le deportazioni di ordine pubblico: la periodica
ripulitura delle maggiori città sovietiche da elementi sociali indesiderati. Questo tipo di deportazione iniziò nel 1933
contemporaneamente all’introduzione del passaporto interno che,per essere valido,doveva essere sottoposto a una
registrazione di polizia che confermasse l’identità e la residenza dell’intestatario. Una circolare segreta del 14
gennaio 1933 stabilì che alcune categorie di persone dovessero essere espulse dalle città,tra cui gli individui non
impiegati in un lavoro produttivo,i kulak ch erano fuggiti dai luoghi di deportazione,gli individui arrivati dalla
campagna o da un’altra città dopo il 1° gennaio 1930 senza l’invito di un’impresa e quelli già condannati a pene
detentive o all’esilio,nonché i membri delle loro famiglie che vivevano nello stesso nucleo abitativo,e altri ancora.
Prostitute,piccoli criminali,marginali e immigrati recenti dalla campagna furono espulsi dalle città. Questa
deportazione era collegata alle politiche nelle campagne,che avevano portato alla fuga in città di milioni di contadini
giunti alla conclusione che non era più possibile condurre un’esistenza sopportabile nelle nuove fattorie collettive.
Infine,l’altro tipo di deportazione che ebbe un ruolo minore sotto lo stalinismo furono le deportazioni di
consolidamento etnico. Questa tipologia di deportazione fu messa in atto dal regime solo al di fuori dei confini
sovietici prebellici,nelle regioni dell’Europa centro-orientale conquistate durante la seconda guerra mondiale.

DECAPITARE E SOVIETIZZARE LA SOCIETA’: LE DEPORTAZIONI DI CLASSE


La grande ondata di deportazioni contadine della prima metà degli anni 30 fu la matrice di quelle a venire per il
successivo quarto di secolo,innanzitutto in senso operativo,perché proprio nel loro corso lo stato mise a punto le
modalità organizzative di trasferimento e riallocazione dei gruppi di popolazione colpiti. Fu inoltre durante questa
prima ondata che la polizia politica,all’epoca denominata OGPU ossia Amministrazione politica di stato unificata,poi
dal 1934 NKVD ,ossia Commissariato del popolo per gli affari interni,acquisì il pieno controllo di tutte le operazioni di
deportazione. Infine,la decisione di estirpare la parte del mondo contadino che avrebbe opposto o stava nei fatti
opponendo maggiore resistenza alle politiche di trasformazione socioeconomica rese disponibile una grande
quantità di manodopera da impiegare nel lavoro forzato in diversi settori dell’economia. A partire dalla seconda
metà del 1930,le direzioni del partito e della polizia politica misero in piedi la struttura amministrativa,economica e
di popolamento che avrebbe accolto le successive ondate di deportazione. Gli esiliati furono indirizzati sia verso la
rete dei campi di lavoro del GULag (Amministrazione centrale dei campi di lavoro correzionali),sia verso la maglia di
insediamenti speciali (villaggi penali di sfruttamento agricolo e forestale) disseminati su una vastissima area tra la
Russia settentrionale,la Siberia,gli Urali,il Kazachstan e altre regioni. In queste operazioni le misure di deportazione e
quelle di carcerazione andarono di pari passo; una commissione guidata da Molotov gettò le basi della politica verso
i kulak dividendoli in 3 categorie: coloro che erano considerati più pericolosi,circa 60 mila capifamiglia in tutta
l’Urss,erano destinati all’arresto e all’internamento nel GULag,oppure alla fucilazione in caso di resistenza,mentre le
loro famiglie dovevano essere espropriate ed esiliate in zone remote del paese. Una seconda categoria era formata
da persone considerate meno ostili,indicativamente 150 mila famiglie che dovevano essere deportate in zone
remote,senza essere separate dai propri capifamiglia. Infine,una terza categoria di circa mezzo milione di famiglie
sarebbe stata soggetta a espropriazione parziale della proprietà e trasferita all’interno dei distretti di origine,su terre
che necessitano di essere bonificate. Nei fatti,però,quest’ultima categoria venne spesso assimilata alla seconda e
andò incontro a un destino simile. La dekulakizzazione non solo definì la struttura logistica e amministrativa per
sistemare i deportati,ma istituì anche la categoria giuridico-sociale nella quale furono inclusi quasi tutti i successivi
contingenti di deportati: quella di ‘colono speciale’. La deportazione fu dunque legata alla colonizzazione forzata di
aree le cui risorse erano ancora poco sfruttate economicamente: inoltre la dekulakizzazione definì la matrice
geografica delle deportazioni successive,stabilendo la mappa dei territori dove la maggior parte dei deportati
sarebbe stata inviata nel ventennio successivo: estremo nord europeo,Urali,Siberia Occidentale,Kazachstan. È
preferibile definire questi trasferimenti ‘deportazioni di sovietizzazione’ perché servirono non solo per assoggettare
al controllo dello stato la popolazione e l’economia delle zone rurali di provenienza,ma anche per radicare,con
l’afflusso di centinaia di migliaia di coloni forzati,il controllo statale in aree remote e poco popolate. Non è un caso
che a partire dalla seconda metà degli anni 30 il Kazachstan sia emerso come destinazione principale delle ondate di
deportazione,anche a causa del vuoto demografico lasciato dalla morte di 1/3 della popolazione kazaca durante la
carestia scatenata nel 1931-1933 dalla requisizione di grano e bestiame nel corso della collettivizzazione. Proprio
perché furono il mezzo principale della sovietizzazione della maggior parte delle campagne del paese,le deportazioni
legate alla collettivizzazione ebbero anche caratteristiche molto specifiche che le distinguono dalle operazioni
successive. Per il fatto di essere le prime su larga scala,esse furono segnate da improvvisazione,caos e da un’iniziale
assenza di pianificazione. Il processo decisionale che portò alle prime operazioni nel periodo 1928-1929 non era
centralizzato: solo a partire dalla primavera del 1930 tutte le deportazioni furono decretate a Mosca. Anche nella
prima fase di dekulakizzazione,la responsabilità amministrativa,nelle regioni di partenza,per la selezione delle
persone,per la loro deportazione e sistemazione era confusa e soggetta a conflitti di competenza. La polizia politica
non controllava il processo di selezione dei kulak che dovevano essere deportati. Solo nel marzo 1930,quando i primi
reparti di deportati erano già arrivati nelle regioni di destinazione,fu organizzata una commissione di coordinamento
per gli esiliati. Un’altra caratteristica delle deportazioni anticontadine è che furono messe in atto simultaneamente in
tutta l’Unione Sovietica. La loro novità e il fatto che lo stato fosse impegnato in un caotico sforzo repressivo esteso a
tutto il suo territorio,spiegano perché le deportazioni anticontadine furono le uniche a incontrare una resistenza
attiva e violenta. Nel solo 1930 ci furono quasi 14 mila rivolte e altrettanti atti di violenza,tra i quali 1200 omicidi di
rappresentanti dello stato da parte dei contadini; la metà delle rivolte di massa,e quasi un milione di atti di
resistenza individuale,ebbero luogo nell’Ucraina sovietica e ribellioni estese e violente si verificarono anche in
Kazachstan.
L’ANDAMENTO DELLE OPERAZIONI DI DEPORTAZIONE

Con una risoluzione del 5 gennaio 1930 l’Unione Sovietica venne divisa in tre zone,che avrebbero dovuto
raggiungere la totale collettivizzazione dell’agricoltura in tempi diversi. La prima,formata dalle più importanti regioni
produttrici di grano,avrebbe dovuto essere completamente collettivizzata entro la primavera del 1931; la seconda
entro la primavera del 1932; la terza entro la fine del 1933. Quest’ultima comprendeva le zona aride del
Kazachstan,insieme alle repubbliche dell’Asia Centrale e alle regioni arretrate del nord,dell’est e della Siberia. I kulak
di prima categoria furono eliminati: già nel febbraio 1930,25 mila persone erano state arrestate e inviate nei campi
di lavoro del GULag,che si stavano espandendo proprio grazie all’enorme disponibilità di manodopera schiava offerta
dalle dekulakizzazione. Tra la fine del 1928 e la metà del 1930, la manodopera penitenziaria rinchiusa nei campi
gestiti dalla polizia politica passò da 40 mila a 179 mila internati. In questo periodo vennero messi in cantiere
progetti che ebbero conseguenze importanti sull’approccio della dirigenza all’uso del lavoro forzato,come la
costruzione del canale tra il mar Bianco e il mar Baltico,scavato nel granito con la sola forza delle braccia da una
massa di 150 mila detenuti tra la seconda metà del 1930 e il 1933. La storia del canale è emblematica del rapporto
tra politica ed economia nell’Urss staliniana. Il suo completamento fu ottenuto in tempi record,ma solo grazie al
fatto che fu sacrificata la profondità del letto del canale,cosa che lo rese inservibile per il traffico commerciale.
Nonostante questo la dirigenza si convinse dell’utilità del lavoro forzato per grandi progetti di costruzione,grazie alla
possibilità di dislocare masse di prigionieri e di sfruttarle indipendentemente dal tasso di mortalità. Il numero dei
deportati del 1930 era tale da rendere impossibile una loro gestione. Questo era evidente soprattutto per i kulak di
seconda e terza categoria,che non erano avviati immediatamente ai campi di lavoro,ma dovevano essere trasferiti in
regioni ricche di risorse naturali non sfruttate o di terreni da mettere a coltura,soprattutto nella parte asiatica
dell’Urss,in Siberia,Kazachstan,Estremo Oriente russo. I contadini,ammassati sui treni e in alcuni casi lasciati senza
cibo né acqua per giorni,talvolta sopravvissero nutrendosi della neve che cadeva su vagoni. Non sapevano dove
stessero andando: veniva detto loro che sarebbero stati trasferiti per 6 mesi a costruire una fabbrica,e poi rimandati
a casa,ma poi il capo dell’Ogpu della regione di arrivo li informò che avrebbero vissuto tutta la vita in esilio ai lavori
forzati. Altri temevano di essere fucilati una volta arrivati a destinazione,e accolsero con sollievo la notizia che
sarebbero stati sistemati in villaggi dell’estremo nord. Il trasferimento stesso era un viaggio a tappe in cui i convogli
carichi di contadini venivano abbandonati per interi giorni nei più importanti snodi ferroviari,oppure ammassati
provvisoriamente in caserme e stazioni in attesa di ripartire,aumentando la sofferenza dei deportati ma
permettendo a molti di loro di darsi alla fuga. Arrivati poi all’ultima stazione,i deportati,che per legge dovevano
essere sistemati lontani dalle vie di comunicazione,percorrevano ancora centinaia di km su slitte,carri o a piedi,in
convogli di 500-mille persone,per trasferimenti che potevano durare anche 3 o 4 settimane. L’afflusso di deportati in
regioni periferiche era un fardello troppo pesante per le amministrazioni locali. In alcune regioni i deportati
superarono rapidamente la popolazione nativa presente. Giunti nell’area di confino,spesso dovevano provvedere da
soli al proprio riparo,in molti casi costruendo una buca nel terreno e riempiendola di rami. Senza una casa,senza
attrezzi,spesso abbandonati in zone vergini del paese,i deportati morirono in gran numero,anche perché le
condizioni della deportazione e dell’insediamento favorirono la diffusione di epidemie. Secondo i dati ufficiali,nei
due anni 1930 e 1931 erano state deportate 1.803.392 persone in 4 ondate,due all’anno: la prima alla fine
dell’inverno,la seconda nei primi mesi dell’autunno. Tuttavia il primo conteggio generale del gennaio 1932 registrò la
presenza,nei luoghi di deportazione,di circa 1.300.000 persone: gli altri erano morti o fuggiti. Ai contadini trasferiti in
regioni lontane si aggiunsero i kulak di terza categoria,che furono invece espropriati ed espulsi dai loro villaggi ma
spostati all’interno dei distretti in cui vivevano. Circa 250 mila contadini vennero inseriti in questa categoria e
deportati nel 1930. Intanto,nei villaggi di partenza si diffuse la coscienza che la collettivizzazione andava contro gli
interessi di tutti i contadini. La risposta fu una vasta ondata di rivolte contadine in tutta l’Urss nella primavera del
1930. In totale in quell’anno l’Ogpu registrò 13.756 rivolte,cui parteciparono circa 3,4 milioni di contadini. Circa 15
mila agenti dell’Ogpu vennero uccisi o feriti nelle sollevazioni,tant’è che per sedarle in alcune regioni fu utilizzata
anche l’Armata rossa,con l’impiego dell’artiglieria pesante e dell’aviazione. Interi distretti sfuggirono al controllo
dell’apparato dello stato,soprattutto nelle zone dell’Ucraina al confine con la Polonia e la Romania abitate da un gran
numero di contadini alloglotti di lingua polacca,tedesca,ecc. Questa circostanza portò il regime a interpretare queste
rivolte come moti nazionalisti,che andavano sedati deportando i contadini di una data nazionalità. Per questo motivo
la maggior parte dei 18.473 contadini deportati dalle regioni frontaliere della Bielorussia e dell’Ucraina nella
primavera del 1930 erano polacchi. Nella decisione del Politburo del 5 marzo che metteva in atto tale misura,si
diceva che il provvedimento doveva interessare soprattutto i villaggi frontalieri con popolazione polacca. Fu questa
la prima deportazione sovietica basata soprattutto su discriminanti etniche,avvisaglia delle successive pulizie
etniche.

RIALLOCARE E COLONIZZARE

A conferma del rapporto tra politica ed economia nel regime sovietico,la necessità di colonizzare e di sfruttare aree
popolate o climaticamente estreme non condusse ad alcuna deportazione; ogni volta la decisione fu dettata dalla
volontà di rimuovere un gruppo da un territorio. La deportazione in massa dei contadini si risolse in un danno
economico per lo stato e in una tragedia per i deportati anche per l’assenza di qualsiasi pianificazione su come
sistemare i contadini nelle regioni di arrivo. I piani necessari furono fatti in corsa,mentre i convogli di deportati
avanzavano lentamente da ovest verso est e verso nord. Fino al 1931 inoltrato,gli interessi contrastanti fra le diverse
istituzioni centrali e locali avevano impedito uno sfruttamento soddisfacente della manodopera deportata. A partire
dal 1931,la Ogpu prese il controllo sia delle operazioni di trasferimento sia di quelle di sistemazione dei deportati
nelle regioni di arrivo. Le necessità economiche hanno una parte importante nel gettare luce sulla geografia dei
movimenti forzati di popolazione sovietici,e sui dispositivi istituzionali,economici e demografici dell’esilio di massa in
Urss. Innanzitutto spiegano la scelta delle zone di arrivo: il settentrione subartico,delle cui immense foreste si voleva
sfruttare il legname; la fascia delle terre vergini tra Siberia occidentale e Kazachstan settentrionale; le regioni
dell’Asia Centrale che avevano subito lo spopolamento a causa della grande carestia in Kazachstan. La deportazione
di milioni di cittadini sovietici verso nord e verso est fu dunque anche un’enorme impresa di colonizzazione di regioni
sottosviluppate,legate alle politiche di sfruttamento delle risorse delle regioni marginali. Il 18 agosto 1930 il Consiglio
dei commissari del popolo della Repubblica sovietica federativa di Russia deliberò sui mezzi per la messa in pratica
della colonizzazione speciale nelle regioni settentrionali,in Siberia e negli Urali a opera dei contadini deportati. La
necessità di distribuire la popolazione sul territorio per sfruttarne le risorse era stata dibattuta dalla dirigenza
sovietica almeno fin dalla metà degli anni 20,quando si iniziarono ad adombrare progetti in questa direzione. La
migrazione contadina poteva essere volontaria e pianificata o forzata,in questo caso diretta verso la rete degli
insediamenti speciali,connessi soprattutto allo sfruttamento agricolo,e la rete dei lager. Secondo Poljan,i tre tipi di
migrazione contadina erano funzionali allo sfruttamento di regioni differenti: quella volontaria per regioni con
condizioni sociali,ambientali e climatiche favorevoli (come il Caucaso del nord e alcune zone dell’Estremo oriente
sovietico); quella carcerario-concentrazionaria per regioni estreme in cui non vi era la possibilità di attirare una forza
lavoro libera (come il Kolyma)oppure per risorse il cui sfruttamento era un segreto di stato (per esempio le miniere
di uranio negli anni 40). La deportazione contadina verso gli insediamenti speciali si colloca tra queste due varianti e
interessò regioni che si collocano a metà strada quanto a condizioni ambientali in senso lato: dove l’insediamento
comportava un’alta mortalità tra i coloni. Questa sistemazione fu raggiunta solo col tempo. Nei casi in cui furono gli
abitanti di ambienti urbani a essere deportati in regioni rurali spopolate,la mortalità fu maggiore. A metà del 1931,di
circa 1,4 milioni di contadini deportati circa 566 mila erano impiegati nel taglio del legname; 362 mila nell’estrazione
di carbone e torba oppure oro,ferro e altri metalli; 312 mila nell’agricoltura; 75 mila nella costruzione di ferrovie; 45
mila in quella di edifici di vario tipo; 20 mila nella pesca; e altri 20 mila nell’allevamento. La deportazione di milioni di
contadini in Siberia,in Asia Centrale e nell’Oriente sovietico al momento della collettivizzazione totale creò il sistema
dei cosiddetti ‘villaggi speciali’,com’erano chiamati gli insediamenti rurali dove i deportati erano confinati,diretto da
una branca dell’amminiostrazione del GULag e sotto il diretto controllo della polizia politica. Il regime dei villaggi
speciali era durissimo,ma meno letale di quelli dei campo di lavoro. Alcuni di essi erano circondati dal filo spinato. I
deportati non potevano allontanarsi dall’abitato per più di qualche km. I coloni speciali sulla carta non erano privati
dei propri diritti civili e percepivano un salario per il lavoro che compivano,in base alla percentuale di
completamento della norma di lavoro. Ogni mese dovevano presentarsi alla sede della propria unità amministrativa
e confermare la propria presenza sul luogo di confino. Tali unità,chiamate ‘kommandantury’,erano gestite dalla
polizia politica e costituivano una rete amministrativa separata da quella normale. Il sistema dei villaggi speciali
divenne un secondo GULag,. Se tra il 1930 e il 1931 l’Ogpu esiliò oltre 1,8 milioni di contadini nei villaggi speciali,tra il
1932 e il 1940 quasi 400 mila di loro morirono per la fame,le epidemie e a causa dello stato di abbandono in cui i
deportati erano lasciati. Circa il 60% dei decessi si verificò nel 1932-1933,durante la grande carestia; in quello stesso
anno i morti fra i reclusi nei campi di concentramento furono circa 67 mila. Dopo la carestia,le fughe di massa
(l’NKVD stimava che solo nel 1933 215.856 contadini avessero abbandonato gli insediamenti speciali) e le
riabilitazioni di intere famiglie ( ben 115.676 coloni speciali furono riabilitati nel biennio 1935-1936),la popolazione
del secondo GULag si stabilizzò intorno al milione di esiliati nella seconda metà del decennio. Nel 1936 le statistiche
del ministero degli Interni dicevano che nell’intera Urss 1.072.546 persone erano distribuite in 1.845 insediamenti.

NAZIONI SOSPETTE,NAZIONI NEMICHE: LE DEPORTAZIONI ‘ETNICHE’ E IL GRANDE TERRORE

La congiuntura della guerra tra stato e campagne del 1931-1933,e la grande carestia in Ucraina,rappresentò uno
spartiacque fondamentale per le politiche sovietiche delle nazionalità. Queste ultime avevano portato a un aumento
dell’importanza data all’autoidentificazione etnica in molte regioni sovietiche negli anni 20 e 30,in buona parte per
l’attuazione di quelle che Martin ha definito politiche di territorializzazione e indigenizzazione. Con la prima
espressione si intendeva la connessione di ogni unità amministrativa territoriale,a cominciare dalle repubbliche
sovietiche,con la nazionalità maggioritaria (nazionalità titolare) al suo interno,i cui appartenenti avevano vantaggi in
termini di accesso alle risorse economiche e ai posti negli apparati dello stato e del partito. Questo era un aspetto
della nativizzazione,che oltre a essere una discriminazione positiva nel mercato del lavoro controllato dallo stato
(favorendo anche l’impiego nell’industria di appartenenti a gruppi nazionali prevalentemente rurali),comportava
anche la promozione delle culture nazionali mediante la creazione di istituzioni di educazione superiore nelle varie
repubbliche,nonché la promozione delle lingue nazionali negli apparati dello stato,nei media,nella produzione
culturale. Lo stato sovietico fece dunque del principio nazionale uno dei cardini della sua struttura amministrativa;
inoltre la diversità etnica acquisì un ruolo importante e specifico nel sistema politico e nel contesto culturale
sovietico. Fin dall’inizio le politiche nazionali sovietiche non furono solo connesse con la politica interna e con il
mantenimento dell’ordine in uno stato multietnico dove i nazionalismi erano molto forti sin dal periodo della guerra
civile. A partire dal 1918-1919,il discorso egemone internazionalmente sulla legittimità politica fu quello
dell’autodeterminazione nazionale,simboleggiato dai 14 punti del presidente americano Wilson del gennaio 1918,la
cui enunciazione fu in parte influenzata dagli appelli del governo bolscevico sulla questione nazionale e coloniale. La
stessa struttura statale dell’Urss,basata sull’unione federale di repubbliche nazionali,era anche un riflesso della
congiuntura politica mondiale e non solo di preoccupazioni interne,pensata anche come un mezzo di influenza
esterna. Con obiettivi analoghi,alle nazionalità diasporiche (polacchi,tedeschi,finlandesi,romeni) residenti lungo i
confini occidentali dell’Urss vennero concesse proprie regioni autonome,come quella polacca di Marchlevsk. L’idea
di fondo era di integrare politicamente nel sistema sovietico le popolazioni interessate attraverso la promozione
delle loro identità nazionali; con obiettivi analoghi sia interni che internazionali,negli stessi anni le autorità polacche
stavano conducendo un tentativo non dissimile di assicurarsi la fedeltà politica della minoranza ucraina residente in
Volinia attraverso la promozione della sua identità nazionale. A seguito della crisi dell’inizio degli anni 30,il governo
sovietico iniziò a temere l’azione eversiva dei legami tra stati e connazionali all’esterno delle frontiere con gruppi di
popolazione divenuti ostili al regime a causa della violenza dispiegata nelle campagne. Tale timore era accresciuto
dalla coscienza che stati ostili all’Urss avevano realmente l’intenzione,anche se probabilmente non l’effettiva
capacità,di usare a scopi di spionaggio e di sovversione elementi nazionalisti antisovietici,che era più facile reclutare
fra gli appartenenti alle nazionalità diasporiche. La grande crisi economica e demografica sovietica della prima metà
degli anni 30 raggiunse il suo apice con le carestie degli anni 1931-1933 durante le quali persero la vita 5,7 milioni di
persone. Le ricerche più recenti concordano sul fatto che si trattò di un evento che non fu casuale,ma non fu
nemmeno pianificato coscientemente dalla dirigenza bolscevica. Furono infatti le politiche di collettivizzazione totale
e di requisizione a spingere il sistema verso la crisi e la carestia; per farvi fronte,la dirigenza staliniana prese decisioni
contingenti che portarono alla morte di milioni di persone e che furono adottate nella piena consapevolezza delle
loro conseguenze. La carestia fu dunque utilizzata per assoggettare la popolazione rurale ed estrarre dalle campagne
le risorse economiche ritenute necessarie per le politiche dello stato. Ai contadini non venne lasciata altra scelta che
quella di lavorare per il governo per ottenere un minimo di cibo,o morire di fame. La grande abilità del governo è
consistita dunque nell’aver saputo usare l’arma della carestia. Questo quadro generale assunse tratti particolari in
alcune regioni. In Kazachstan lo sterminio fu il prezzo che il Cremlino era consapevolmente disposto a pagare pur di
attuare i propri obiettivi di trasformazione sociale e di controllo politico ed economico della regione. In Ucraina,la
carestia fu invece usata coscientemente e manovrata in modo da ingigantire la morte di massa per spezzare la
resistenza dei contadini alle politiche dello stato. Non a caso,il 90% delle vittime si concentrò in Ucraina,in
Kazachstan e nel Caucaso settentrionale; le altre risultarono sparse in molte regioni della Russia,a cominciare dal
Volga e dagli Urali. In termini di gruppi nazionali,la denutrizione e le conseguenti malattie epidemiche uccisero più di
1/3 dei kazachi e 1/5 degli ucraini,oltre a centinaia di migliaia di russi. In Kazachstan il calo della popolazione tra il
gennaio 1930 e il gennaio 1934 fu pari a 1,7 milioni di persone; i morti tra i kazachi furono tra 1,15 e 1,5 milioni.
Forse 600 mila kazachi emigrarono definitivamente dalla repubblica. La popolazione rurale diminuì ancora di più (2,2
milioni),perché molti kazachi si spostarono nelle città in cerca di cibo e in centinaia di migliaia emigrarono per
salvarsi. In Ucraina i decessi furono circa 3,3 milioni,quasi tutti concentrati nel primo semestre del 1933 quando
venne messa in atto una serie di misure omicide,come la proibizione di importare beni di qualsiasi tipo per i villaggi
che non completavano le quote di ammasso e l’imposizione di multe in natura per privare i contadini anche del
bestiame,che altrove non vennero applicate. Diversamente da quanto avvenuto in Kazachstan,la carestia ucraina
non fu accompagnata da esodi di massa,in quanto le autorità sovietiche riuscirono a chiudere le frontiere
dell’Ucraina,sia con l’estero sia con le altre repubbliche sovietiche. L’Ogpu scriveva nei suoi rapporti che i movimenti
di contadini affamati erano organizzati da forze controrivoluzionarie,e dislocava pattuglie speciali su treni e vie di
comunicazione per intercettare i fuggiaschi e rispedirli a lavorare nei kolchoz. Il 22 gennaio Stalin firmò una direttiva
segreta che ordinava di mettere fine alle fughe dei contadini dall’Ucraina e dal Kuban; il 23 gennaio fu vietata la
vendita di biglietti ferroviari ai contadini. Due mesi dopo,225 mila persone in fuga erano state arrestate,l’85%
rispedito ai luoghi di origine,gli altri inviati negli insediamenti speciali e nei lager del GULag,dove nel corso del 1933
affluirono in tutto 400 mila cittadini sovietici,di cui 142 mila spediti nei lager e 268 mila nei villaggi speciali. Tra questi
vi erano circa 60 mila cosacchi del Kuban,vittime di un’operazione che,secondo Martin,segna il passaggio dalle
deportazioni di classe a quelle etniche che avrebbero caratterizzato i due decenni successivi. Essa coincise con un
ripensamento della politica sovietica in materia di nazionalità e con la realizzazione delle politiche di nativizzazione:
nel 1933 il capo della polizia politica ucraina Balickij affermò che i nemici del regime sfruttavano per i loro scopi,in
particolare per l’infiltrazione di spie,le regioni autonome e le altre istituzioni nazionali delle minoranze diasporiche.
Lo slittamento dai criteri sociali a quelli nazionali dipese da 3 fattori: lo scontro con i contadini degli anni 1928-1933;
l’enorme significato che la categorizzazione etnica aveva assunto nelle politiche sovietiche; un contesto
internazionale sempre più minaccioso per l’Urss,in seguito all’ascesa al potere di Hitler nel 1933 e alla stipula del
patto di non aggressione tedesco-polacco nel 1934. Questi 3 fattori erano strettamente legati: il senso di minaccia
esterna si legava alla minaccia interna perché il regime era cosciente della sorda ostilità della popolazione rurale; i
legami tra estero e territorio sovietico passavano per i legami familiari delle nazionalità diasporiche,che divennero i
primi bersagli delle pulizie etniche preventive staliniane. La seconda metà degli anni 30 fu caratterizzata dal
passaggio dalla centralità del tema della costruzione a quello della difesa del socialismo. Nel 1936 fu promulgata la
nuova Costituzione staliniana,che proclamava il passaggio dell’Urss a una società senza classi. Dal momento che non
esistevano più classi nemiche nella società sovietica,la discriminante nazionale divenne il fattore di rischio,nonché il
metro di giudizio rispetto alla fedeltà verso lo stato. Mentre durante la prima guerra mondiale il governo zarista
aveva deportato lontano dal teatro delle operazioni belliche le popolazioni infide,con le deportazioni sovietiche degli
anni 30 per la prima volta in Europa lo spostamento forzato di gruppi di popolazioni non fu contemporaneo o
direttamente conseguente a una guerra,ma si svolse in tempo di pace,come misura precauzionale in vista di futuri
probabili conflitti. Una prima azione del genere venne effettuata nel febbraio-marzo 1935 nelle regioni frontaliere
dell’Ucraina sovietica: circa 35 mila persone vennero deportate nella parte orientale della repubblica. Tra esse
tedeschi e polacchi superavano la metà del totale,benché la loro percentuale sulla popolazione complessiva delle
aree interessate dall’operazione fosse molto inferiore. Ad aprile,la regione autonoma polacca di Marchlevsk fu
abolita e migliaia di elementi antisovietici,perlopiù finlandesi,estoni e lettoni,vennero deportati dal distretto di
Leningrado verso la Siberia e l’Asia Centrale. Contemporaneamente a Leningrado veniva messa in atto l’ultima
espulsione basata su criteri di classe. Più di 11 mila ex persone (membri dei gruppi sociali identificati con il
precedente regime) furono bandite dalla città in base a una direttiva del 27 febbraio 1935 firmata dal campo
dell’NKVD della regione di Leningrado. Si trattava di 4.833 famiglie,il cui capofamiglia era un ex nobile in 1.434
casi,un ex ufficiale dell’esercito in un migliaio,così come circa mille erano nuclei familiari di ecclesiastici. A differenza
delle successive deportazioni etniche,gli espulsi da Leningrado poterono scegliere in quale città trasferirsi,purchè
non fosse compresa nella lista dei 12 centri urbani più grandi del paese. L’anno successivo i trasferimenti delle
nazionalità diasporiche frontaliere ripresero su più grande scala. Il 28 aprile 1936 il Consiglio dei commissari del
popolo decise di deportare i polacchi delle regioni frontaliere dell’Ucraina sovietica,in quanto elementi infidi: quasi
36 mila polacchi furono trasferiti nella regione di Karaganda,in Kazachstan,insieme con 9 mila tedeschi. Nello stesso
periodo 20 mila contadini finlandesi vennero rimossi dal distretto di Leningrado; entro l’autunno il totale dei
deportati dalle aree frontaliere dell’Ucraina toccò le 70 mila unità. Iniziata nelle aree di confine,la persecuzione delle
nazionalità diasporiche si estese poi a tutto il paese durante la ‘Grande Purga’ del 1937-1938: i legami con l’estero
furono infatti una delle discriminanti fondamentali usate per stabilire chi dovesse riempire le quote di persone da
arrestare,e poi uccidere o deportare a seconda dei casi,stabilite dagli organi centrali per ogni provincia. L’epurazione
di massa mirava a liquidare preventivamente gli effettivi o potenziali nemici interni del regime stalinista,in previsione
di una guerra considerata imminente. Non a caso si tentò di stabilire un legame tra i gruppi sociali e nazionali
inaffidabili presi di mira e i nemici esterni dello stato sovietico: le prime esecuzioni in massa si ebbero nel giugno
1937 in Siberia occidentale,e colpirono contadini deportati negli anni precedenti accusati di preparare una rivolta in
coincidenza con un’invasione giapponese della regione. L’accusa si basava sull’assunto che i deportati fossero ostili al
regime che li aveva perseguitati e per questa ragione pronti a mettersi al servizio del potenziale invasore; una simile
presunzione di slealtà guidò anche le cosiddette ‘operazioni nazionali’. Esse vennero rivolte contro spie al servizio di
stati stranieri,in particolare Polonia,Giappone,Germania e Lettonia,i cui presunti agenti rappresentarono il 95% delle
225 mila persone arrestate per spionaggio nel 1937-1938. Tuttavia,queste ultime sembrano essere state selezionate
in base alla loro appartenenza nazionale e le nazionalità diasporiche soffrirono in maniera spropositata,per esempio
venne ucciso quasi il 20% dei cittadini sovietici di nazionalità polacca,e in totale più di ¼ di tutti gli arrestati proveniva
dalle fila di gruppi che costituivano meno del 2% della popolazione sovietica. Solo nel caso dei coreani insediati
nell’Estremo Oriente sovietico,la persecuzione xenofoba degenerò in una vera e propria pulizia etnica; la loro
deportazione nel 1937 segnò una tappa importante delle repressioni staliniane dal momento che per la prima volta
gli appartenenti a un gruppo etnico presente all’interno dell’Urss furono deportati tutti fino all’ultimo. La presenza di
coreani sul suolo russo era abbastanza recente e datata a partire dalla seconda metà dell’800. L’annessione
giapponese alla Corea (1910) e la repressione della rivolta antigiapponese del 1919 avevano prodotto nuove ondate
di migranti. Secondo il censimento del 1926,nell’Estremo Oriente sovietico vivevano 169 mila coreani,circa i 2/3 dei
quali non avevano acquisito la cittadinanza sovietica. Almeno fino all’inizio degli anni 30 i coreani riuscivano
facilmente ad attraversare la frontiera sovietica in Estremo Oriente,non sufficientemente presidiata. Verso la metà
degli anni 20 ogni anno circa 30 mila coreani immigravano illegalmente in Urss. Negli anni 20 e nei primi anni 30 i
coreani beneficiarono delle politiche nazionali sovietiche che prevedevano insegnamento e pubblicazioni periodiche
e librarie in tutte le lingue parlate in Urss: potevano essere educati in scuole che si parlava la loro lingua e nei
distretti che abitavano erano stampati 7 giornali e 6 riviste in coreano. La prima connessione dei coreani con l’Asia
Centrale arrivò quando,alla fine degli anni 20,Mosca decise di espandere la coltivazione di riso nel Kazachstan
meridionale. Nel 1928 piccoli gruppi di risicoltori coreani furono invitati dal commissariato all’Agricoltura del
Kazachstan per costituire una fattoria collettiva modello per la coltivazione del riso non lontana dalla capitale kazaca
Alma-Ata. Nell’unità produttiva si stabilirono 70 famiglie,circa 300 persone,con 3 agronomi. La coltivazione del riso si
diffuse e il Kazachstan già nel 1931 era diventata la regione di maggiore produzione risicola dell’Urss,superando
l’Estremo Oriente. La situazione dei coreani sovietici mutò radicalmente con il deteriorarsi della situazione
internazionale nella prima metà degli anni 30: il Giappone aveva esteso i suoi domini sul continente asiatico
invadendo nel 1931 la Manciuria nella Cina nordorientale,dove nel 1932 fu creato lo stato del Manchukuo. Nel 1936
il governo giapponese lanciò un vasto programma di colonizzazione agraria della Manciuria,che nei successivi 9 anni
portò circa 300 mila coloni agricoli dall’arcipelago nella regione. Nella penisole coreana la popolazione giapponese
raggiungeva il mezzo milione di persone già nel 1930. Il rafforzarsi del radicamento militare e demografico
giapponese nelle regioni confinanti con l’Estremo Oriente sovietico sxarsamente popolato fecero crescere le
apprensioni geopolitiche di Mosca,e il sospetto nei confronti delle popolazioni che mantenevano legami
transfrontalieri. Tra il marzo e l’aprile 1937 la ‘Pravda’ pubblicava articoli in cui si sosteneva che tra coreani e
cinesi,che potevano passare il confine liberamente e confondersi con i connazionali dalla parte sovietica della
frontiera,si annidavano spie giapponesi. L’attacco giapponese alla Cina del luglio 1937 segnò l’inizio della seconda
guerra mondiale in Estremo Oriente,accelerò il mutamento della politica di Mosca,e spinse il Partito comunista
cinese,a sua volta influenzato da Stalin,e il Guomindang alla formazione di un fronte unico. Su iniziativa sovietica il 21
agosto 1937 il governo nazionalista cinese e l’Urss sottoscrissero un patto di non aggressione. L’accordo sanciva
l’appoggio sovietico alla Cina nazionalista nella guerra contro il Giappone e implicava nella sostanza un
coinvolgimento,seppur limitato,dell’Urss. Il coinvolgimento sarebbe diventato diretto un anno e mezzo dopo,in
occasione delle battaglie tra sovietici e giapponesi del maggio-novembre 1939 lungo il confine tra Mongolia e
Manciuria. Lo stesso giorno della firma del patto sino-sovietico,Stalin e Molotov formavano l’ordine di deportazione
nel Kazachstan meridionale e in Uzbekistan dei coreani residenti nei distretti di frontiera con la Corea e il
Manchukuo,al fine di prevenire la penetrazione dello spionaggio giapponese in Estremo Oriente. L’NKVD era invitato
a non porre ostacoli ai coreani che volessero abbandonare l’Urss tornando in Corea. Le operazioni di deportazione
furono estese all’intera popolazione coreana da un ulteriore ordine firmato da Molotov il 28 settembre. Entro la fine
dell’anno l’NKVD stipò 172.500 persone su 124 convogli ferroviari. Nelle famiglie miste,solo i membri coreani furono
deportati. Dopo un viaggio che durava tra un mese e un mese e mezzo,a seconda della destinazione,circa 98 mila
deportati arrivarono in Kazachstan e altri 74.500 in Uzbekistan. Insieme ai coreani furono esiliati anche 7 mila
cinesi,poco meno di 1/3 di quelli residenti nell’Estremo Oriente sovietico. I coreani deportati pativano le spaventose
condizioni dei primi anni di esilio,in regioni impreparate ad accoglierli: nei primi anni in campagna furono alloggiati in
migliaia di ‘jurte’ (tende nomadi),costruite apposta per loro,e in ‘zemljanki’ (buche nel terreno,riparate in modo
approssimativo). Secondo i dati ufficiali,la malnutrizione e le malattie uccisero 40 mila esiliati entro la fine del
1938,soprattutto vecchi e bambini. Negli anni successivi la mortalità calò bruscamente,anche grazie all’inserimento
dei deportati nella struttura economica delle regioni d’arrivo. La maggior parte di loro venne avviata ai lavori
agricoli,soprattutto allo sviluppo della risicoltura nelle zone fluviali dell’Uzbekistan e del Kazachstan. Più della metà
delle famiglie fu sistemata in fattorie collettive di soli coreani. Solo poche migliaia si stabilirono in città. Dal punto di
vista del controllo poliziesco,i coreani ebbero un trattamento migliore degli altri popoli deportati. Il governo li
classificava come ‘esiliati amministrativi’,e non come ‘coloni speciali’: essi non erano perciò confinati in villaggi
sorvegliati dalla polizia politica; poterono inoltre portare con loro parte dei propri beni,e in teoria avrebbero dovuto
ricevere una compensazione per le case e gli attrezzi lasciati in Estremo Oriente. Il loro esilio sarebbe dovuto durare
5 anni,ma in realtà si protrasse ben più a lungo (soltanto nel 1954 fu loro permesso di stabilirsi al di fuori di
Kazachstan e Uzbekistan,ma pochi fecero ritorno in Estremo Oriente). Anche se la deportazione dei coreani non era
formalmente una misura punitiva,la loro lealtà verso lo stato era considerata dubbia: essi rimasero cittadini di
seconda categoria,sottoposti a una serie di restrizioni,tra cui il divieto di studiare materie scientifiche e tecniche in
istituti di istruzione superiore,o l’esenzione dal servizio nell’Armata rossa. Inoltre,a partire dal 1939 furono abolite le
scuole con insegnamento in lingua coreana. La pulizia etnica dei coreani sovietici colpì una nazionalità diasporica
resa sospetta dalla sua associazione con uno stato estero,come accadde anche nel caso delle operazioni dirette
contro i cinesi. Nei confronti dei cinesi non furono invece adottate misure di deportazione totale,probabilmente
anche in conseguenza del patto con la Cina dell’agosto 1937. La deportazione dei coreani si colloca a metà strada tra
le operazioni di ripulitura dei confini degli anni precedenti e le pulizie etniche totali condotte durante la guerra nel
Caucaso settentrionale e altrove. Il fatto che in Estremo Oriente la guerra fosse già cominciata nel 1937 contribuisce
a spiegare perché entro l’anno fossero deportati tutti i coreani ma non i polacchi residenti in Ucraina e Bielorussia.
Come in tutte le deportazioni staliniane,le esigenze economiche non furono mai causa delle migrazioni forzate,legate
sempre a motivi strategici o di repressione,preventiva o punitiva,di intere categorie sociali o nazionali. La
distribuzione nella geografia produttiva fu tuttavia legata,nel caso dei coreani,alla loro specializzazione economica e
a preesistenti progetti di espansione della coltivazione del riso nelle valli fluviali dell’Asia Centrale,anche se la scala
del contingente di deportati costrinse le direzioni regionali kazaca e uzbeca a distribuire i coreani su un’area molto
più vasta di quella inizialmente prevista.

L’EUROPA TRA LE DUE GUERRE (1923-1939)


Negli anni tra le due guerre molti stati europei attuarono politiche omogeneizzatrici di varia intensità,ma in
nessun’altro ebbero luogo spostamenti forzati di popolazione di portata paragonabile a quelli verificatisi in Unione
Sovietica. La Turchia kemalista fu l’unico stato che attuò deportazioni di massa all’interno dei propri confini; l’Italia
fascista non andò oltre l’incoraggiamento dell’emigrazione degli allogeni,mentre la Germania nazista perseguì,a
partire dal 1933,una politica volta a costringere all’emigrazione gli ebrei che risiedevano in quel paese. Questa
politica venne estesa anche ai territori annessi nel 1938-1939,in primis all’Austria,dove l’Anschluss venne
accompagnato da violenze antisemite soprattutto a Vienna. A partire dal 1938,anche altri paesi
europei,Romania,Slovacchia e Ungheria,adottarono leggi antisemite,che talora interessarono altresì gli ebrei che
risiedevano in questi stati ma non ne erano cittadini. Fra questi ultimi vi erano gli ebrei turchi emigrati in Europa
occidentale,che avevano abbandonato la penisola anatolica per sfuggire alle politiche di turchizzazione economica e
culturale messe in atto dal regime kemalista,stabilendosi in metropoli come Parigi,Bruxelles e Berlino. Privati della
cittadinanza turca al fine di prevenire il loro ritorno in Turchia,essi divennero apolidi e rimasero esposti a una
persecuzione che per molti ebbe conseguenze fatali.

L’EUROPA DELLE MINORANZE (1923-1938)

Gli spostamenti di popolazione seguiti alla fine della prima guerra mondiale non mutarono in maniera sostanziale la
composizione nazionale dell’Europa centrale e orientale. Il mosaico linguistico-religioso rimase sostanzialmente
intatto,eccetto che nelle aree interessate dallo scambio di popolazione greco-turco,anche se andò a sovrapporsi a
una geografia politica completamente rivoluzionata da trattati stipulati fra il 1919 e il 1923. Il combinato disposto di
questi due fattori creò una situazione in cui quasi tutti gli stati sorti dai residui degli imperi multinazionali erano a
loro volta eterogenei dal punto di vista nazionale e quindi nessuna nazionalità era interamente ricompresa entro i
confini del proprio stato. La prima di queste due circostanze è esemplificata dagli stati che,grazie all’appoggio delle
potenze vittoriose,avevano potuto ingrandirsi a spese dei vicino o attraverso l’acquisizione di territori a popolazione
mista. Tale politica aveva dato vita a stati nazionali in cui però le popolazioni minoritarie costituivano una
percentuale molto significativa della popolazione complessiva,come in Polonia e in Romania,dove raggiungevano
rispettivamente il 34 e il 28% del totale. In Cecoslovacchia i soli germanofoni erano addirittura più numerosi degli
slovacchi ed erano numericamente preponderanti in alcune regioni di confine,dove costituivano i ¾ degli abitanti
con punte del 90% in alcuni distretti. La seconda circostanza si concretizzava nel modo più evidente nei 9 milioni di
tedeschi dispersi tra Cecoslovacchia,Polonia,Ungheria,Jugoslavia,Italia e stati baltici,che rappresentavano ¼ dei 36
milioni di europei appartenenti alle minoranze nazionali del continente. Ma numerosi erano anche gli ucraini divisi
tra Polonia,Cecoslovacchia e Romania,e gli ungheresi sparpagliati tra gli stati successori dell’Impero asburgico. Un
caso a parte era rappresentato dagli ebrei,assai più numerosi e meno assimilati che nella parte occidentale del
continente; fuori dall’Unione Sovietica la comunità più importante era quella polacca,ma non trascurabili erano
quelle residenti in Lettonia,Lituania,Romania e Ungheria. Il trattamento riservato alle popolazioni minoritarie variò a
seconda dei casi. Alcuni stati si rivelarono tolleranti: Lettonia ed Estonia garantirono costituzionalmente i diritti delle
minoranze e la seconda consentì l’utilizzo di russo,tedesco,yiddish e svedese nei lavori parlamentari. Altrove le cose
andarono in maniera molto diversa: l’Italia fascista intraprese quella che venne definita ‘bonifica etnica’,ovverosia un
vero e proprio tentativo di assimilazione forzata delle popolazioni allogene,come i tedeschi in Alto Adige ma
soprattutto gli slavi in Venezia Giulia. Tale politica venne condotta in maniera brutale soprattutto nelle aree slave. Gli
strumenti adottati andavano dall’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi al maltrattamento di quanti parlavano
in pubblico una lingua diversa dall’italiano. L’accresciuta pressione fiscale mandò poi in rovina molti contadini sloveni
e croati,che vennero espropriati dalle banche italiane e le misure volte a scoraggiare l’emigrazione adottate a livello
nazionale nel 1927 non furono applicate per sloveni e croati,circa 50 mila dei quali lasciarono la Venezia Giulia nel
periodo tra le due guerre. La bonifica etnica era una cosa concettualmente diversa dalla pulizia etnica e implicava
non l’espulsione,quanto l’assimilazione forzata degli elementi stranieri. Si arrivò a costituire nuclei allogeni della
milizia fascista nel tentativo di assorbire quanti erano indifferenti o ambivalenti dal punto di vista nazionale; quanti vi
aderirono furono bollati come collaborazionisti dai nazionalisti sloveni,che arrivarono a ucciderne alcuni. Si parlò
anche di una politica di ‘saturazione etnica’ attraverso l’immissione di elementi italiani,ma in ogni caso la
snazionalizzazione ebbe esiti fallimentari. Ciò è evidente se si guarda a quanto accadde nel settore scolastico,dove
privare dell’istruzione nella loro lingua gli alunni alloglotti non valse a far loro imparare l’italiano,e soprattutto ai
risultati del ‘censimento riservato’ del 1939. L’unico risultato duraturo a essere conseguito fu la creazione di un forte
risentimento anti-italiano,i cui frutti si sarebbero visti durante e dopo la seconda guerra mondiale. La maggior parte
dei casi si collocarono a metà strada fra questi due estremi. In Cecoslovacchia la minoranza tedesca poté usufruire
non solo di scuole,ma anche di università nella propria lingua; dopo il 1926 alcuni dei partiti che la rappresentavano
in Parlamento passarono dal ‘negativismo’ all’attivismo ed entrarono a far parte delle coalizioni di governo. Tra il
1921 e il 1930 metà degli impiegati pubblici germanofoni vennero licenziati perché non padroneggiavano a
sufficienza il ceco,e le imprese ceche vennero favorite nelle assegnazioni di commesse statali. In Polonia vennero
effettuati tentativi di polonizzare le aree a maggioranza ucraina e bielorussa,che però si rivelarono fallimentari.
Durante 20 anni di indipendenza,il governo polacco aveva proceduto alla ripartizione delle terre dei grandi
proprietari della Polonia orientale e,sui lotti liberati,aveva insediato coloni polacchi,perlopiù soldati che si erano
distinti durante la guerra polacco-sovietica del 1920. Essi rinforzavano l’elemento nazionale polacco nelle province
orientali ed erano il sostegno dello stato. Ma nel giro di 20 anni,essi si immischiarono con la popolazione locale
bielorussa e c’era dunque da prevedere che non solo non avrebbero polonizzato i bielorussi,ma che i contadini
bielorussi al contrario li avrebbero assorbiti e assimilati. D’altra parte,il tentativo di assicurarsi la fedeltà della
minoranza ucraina pur rispettandone l’identità nazionale in definitiva non ebbe successo. Forse ancor più
importanza ebbero due elemento solo in parte dipendenti da questo. Uno era l’irredentismo abbracciato da alcuni
componenti delle minoranze in questione,l’altro il fatto che la stessa presenza di queste ultime apriva spazi a una
politica estera revisionata da parte di altri stati e in particolare delle loro madrepatrie esterne. Per esempio,la
Germania di Weimar,dopo l’ammissione alla Società delle Nazioni,fece della difesa dei diritti delle minoranze uno dei
capisaldi della propria politica estera. La situazione precipitò con l’ascesa al potere di Hitler,che usò le minoranze
tedesche negli stati confinanti come altrettanti infiltrati per la sua politica espansionista,e in questo modo aprì la
strada alla loro rovina. Per indebolire i suoi avversari,la Germania nazista appoggiò i tentativi di costruzione statale
portati avanti da alcune nazionalità che dopo la prima guerra mondiale non avevano conseguito l’indipendenza o
non erano riuscite a conservarla e ora tentavano di approfittare della mutata situazione internazionale. Entrambe
queste direttrici della politica nazista sarebbero emerse durante la crisi che nel 1938-1939 portò alla dissoluzione
della Cecoslovacchia.

LA TURCHIA KEMALISTA (1925-1938)

Nei suoi primi decenni di vita,la Turchia kemalista fu un paese caratterizzato da forti continuità con il passato
ottomano,soprattutto dal punto di vista delle classi dirigenti. Un esempio in proposito è fornito dalla
continuazione,sia pure in maniera meno violenta,delle politiche di turchizzazione avviate in epoca ittihadista.
Secondo Kieser,dopo il 1923 il regime kemalista,dominato dal Partito repubblicano del popolo,si avviò lungo un
percorso contraddittorio,il cui fine di creare uno stato laico ed europeo venne perseguito con mezzi illiberali e con
poche esitazioni nel ricorrere alla violenza. L’omogeneità nazionale venne considerata uno degli obiettivi da
raggiungere e,benché la Costituzione del 1924 considerasse cittadini turchi tutti gli abitanti della repubblica,nella
pratica quanti non erano musulmani e turcofoni vennero sempre più discriminati: 10 anni dopo la ‘legge
d’insediamento ‘ stabilì che avevano diritto di immigrare e di richiedere la naturalizzazione solo gli immigrati di
discendenza o di cultura turca. Anche dopo il 1923 le migrazioni forzate rimasero uno strumento delle politiche di
turchizzazione. A essere interessati da queste ultime furono in primo luogo i curdi,che costituivano la principale
minoranza del paese. Essi avevano sostenuto il movimento kemalista nel 1919-1922,ma entrarono ben presto in
conflitto col nuovo regime allorchè quest’ultimo adottò nel 1924 misure quali la proibizione della lingua curda e
l’insediamento nell’Anatolia orientale come coloni di ex militari turchi congedati. Una prima insurrezione curda ebbe
luogo già nel 1925,e fece da pretesto per l’imposizione di uno stato monopartitico autoritario,destinato a rimanere
in piedi fino al 1946; altre si verificarono negli anni successivi,localmente nel 1926-1927 e su scala più ampia nel
1930 e poi nel 1937-1938. L’insurrezione del 1925 fu soppressa con la forza,e la deportazione delle èlite curde fu una
delle misure usate dalle autorità turche. Il 31 maggio 1926 una prima ‘legge di riallocazione’ autorizzò il ministero
dell’Interno a riallocare e sedentarizzare le tribù nomadi,con un chiaro riferimento alle popolazioni curde e rom. Si
parlò apertamente della necessità di fare dell’Anatolia orientale un’area a maggioranza turca e nel 1934 venne
approvata la legge. Già nel 1927,1400 persone vennero spedite nella parte occidentale del paese; durante il
decennio successivo i deportati furono in tutto 25 mila. Alla base di tale politica c’era la convinzione che,una volta
privati della loro leadership,i curdi avrebbero potuto essere assimilati dal punto di vista linguistico e culturale,e
inoltre civilizzati e modernizzati. Non mancarono significativi elementi di continuità con le migrazioni forzate del
periodo ittihadista: basterà ricordate come il ministro degli Affari interni fosse,tra il 1927 e il 1938, lo stesso Kaya che
era stato ‘direttore delle deportazioni’ durante la prima guerra mondiale. D’altro canto,rimuovere le èlite curde
significò colpire alcuni beneficiari dello sterminio e della spoliazione degli armeni,che vennero a loro volta
espropriati e sradicati. Le stesse persone si ritrovarono,a distanza di pochi anni,a ricoprire ruoli diversi in drammi
simili; le terre confiscate a proprietari curdi vennero distribuite ai ‘contadini bisognosi’ in base a una legge del giugno
1929. I curdi non furono i soli a venire presi di mira dalle politiche di turchizzazione. Ne furono interessati anche gli
ebrei residenti in Anatolia,discendenti di comunità sefardite createsi in quell’area in seguito alle espulsioni dalla
penisole iberica nel XVI e XVII secolo. Essi vennero osteggiati sia per il ruolo che ricoprivano nell’economia sia perché
in genero non parlavano turco,bensì ladino o giudeo-spagnolo; la loro emigrazione aveva avuto inizio già in epoca
tardo-ottomana,ma si intensificò a partire dalla seconda metà degli anni 20 e ancor di più a seguito degli incidenti
verificatisi in Tracia nel 1934. La comunità ebraica locale divenne oggetto di un boicottaggio accompagnato da
minacce e violenze perpetrate da estremisti nazionalisti. Dopo i primi incidenti verificatisi a fine giugno,1500 ebrei si
rifugiarono a Istanbul; dopo altre violenze che ai primi di luglio interessarono varie località,in totale circa 7-8 mila dei
13 mila ebrei residenti in Tracia abbandonarono le loro case e fecero lo stesso. Il governo centrale si limitò a tollerare
le violenze e a sfruttarle per turchizzare la Tracia; nell’insieme,l’emigrazione ebraica aumentò ulteriormente tra il
1935 e il 1938. Questo ebbe conseguenze sfavorevoli,ma esse vanno imputate all’ossessione per la turchizzazione e
al timore che il rientro degli ebrei emigrati avrebbe compromesso quest’ultima,piuttosto che a sentimenti antisemiti.
Il regime kemalista incoraggiò l’immigrazione musulmana,in particolare quella di provenienza balcanica,anche per
ragioni economiche e demografiche,dal momento che questi immigrati erano spesso meglio educati e più benestanti
dei turchi dell’Anatolia. Tale preferenze era legata alle origini dell’èlite kemalista nonché alla diffidenza nei confronti
degli immigrati musulmani caucasici,considerati come potenziali simpatizzanti sovietici. I nuovi arrivati vennero
sparpagliati in tutto il paese,al fine di assimilarli con maggiore facilità. Venne invece scoraggiata l’emigrazione dei
musulmani residenti in regioni irredente che si riteneva possibile rivendicare in futuro,come nel caso di Cipro,del
Dodecaneso e del sangiaccato di Alessandretta. Quest’ultimo fu al centro di una crisi internazionale del 1937-1939;
un accordo franco-turco del luglio 1938 ne fece un’entità indipendente,denominata Hatay,che un anno dopo fu
annessa alla Turchia. A questa unione seguì il ritiro delle truppe francesi,nelle quali confluirono decine di migliaia di
civili: nelle due settimane successive emigrarono 22 mila persone,pari al 90% della popolazione armena,e in seguito
anche 10 mila alawiti,5 mila cristiani ortodossi e 12 mila arabi sunniti. L’esodo fu causato dall’assenza di clausole di
salvaguardia delle minoranze nel trattato franco-turco del luglio 1938,e dal fondato sospetto che all’unione con la
Turchia sarebbero seguite politiche di turchizzazione forzata paragonabili a quelle già in corso da molti anni nel resto
del paese.

LA GERMANIA NAZISTA E LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI (1933-1939)

Tra il 1933 e il 1939 l’obiettivo finale della politica antisemita perseguita dalla Germania nazista fu quello di
costringere a emigrare il maggior numero possibile di ebrei. L’emigrazione ebbe inizio subito dopo l’ascesa al potere
del nazismo: secondo Friedlander,37 mila dei circa 525 mila ebrei residenti in Germania lasciarono il paese nel 1933.
Nei 4 anni successivi la quota annuale di emigrati restò sempre al di sotto di quella cifra (23 mila nel 1934,21 mila nel
1935,25 mila nel 1936,23 mila nel 193). Si trattò di un fenomeno prevalentemente d’elite,come mostra anche il fatto
che ¼ degli 800 accademici ebrei tedeschi lasciò il paese in quell’anno. A emigrare furono soprattutto i giovani,i
benestanti e coloro che non avevano responsabilità familiari o erano in pericolo per ragioni politiche. Tra quanti
partirono nel 1933,meno di 1/10 si recò oltreoceano e solo 1/5 in Palestina,malgrado la stipula in agosto di un
‘accordo di trasferimento’ tra il governo nazista e l’Agenzia ebraica,che provocò un acceso dibattito all’interno del
movimento sionista. Molti rimasero in Europa,per poi scoprire,negli anni successivi,di non essere riusciti ad
allontanarsi a sufficienza dalla zona di pericolo. Negli anni successivi,all’intensificazione della persecuzione
antisemita non corrispose quella dell’emigrazione ebraica. Ciò fu dovuto alla convergenza tra la riluttanza a emigrare
mostrata dai componenti di una comunità fino ad allora integrata e la scarsa volontà di accettare i rifugiati ebrei
dalla Germania mostrata dagli altri stati,a tratti perfino dalla comunità ebraica insediata nel mandato britannico in
Palestina. La situazione cambiò però nel 1938. L’Anschluss dell’Austria comportò una radicalizzazione della politica
antisemita. Ciò accadde perché l’estensione dei confini portò dentro la Germania più ebrei di quanti ne fossero
emigrati negli anni precedenti,e in parte perché in Austria la persecuzione fu peggiore che in quello che veniva
definito ‘Altreich’ (il territorio incluso nei confini del 1937). Gli antisemiti austriaci inflissero agli ebrei umiliazioni
pubbliche e compirono atti di vera e propria violenza privata. Secondo Safrian,l’azione degli antisemiti locali fu
decisiva nello spingere gli ebrei austriaci a emigrare in massa. Per gestire l’esodo venne creata un’istituzione
apposita,il cosiddetto ‘Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica’,diretto da Adolf Eichmann. Secondo Cesarani,il
ruolo di quest’ultimo a Vienna è stato ampiamente esagerato,ma la creazione dell’ufficio rifletteva l’dea che
l’emigrazione forzata degli ebrei fosse un compito prioritario,al punto da giustificare la creazione di una burocrazia
commissariale. In Austria si verificarono anche le prime espulsioni in massa oltreconfine,antesignane di quella che
nell’ottobre 1938 interessò 15 mila ebrei polacchi residenti in Germania. Questi ultimi stavano per essere resi apolidi
dal governo di Varsavia,un passo,questo,che avrebbe reso loro quasi impossibile emigrare altrove; tra gli espulsi vi
erano i familiari di Herschel Grynszpan,che avrebbe in seguito ucciso il primo segretario dell’ambasciata tedesca a
Parigi Ernst von Rath. Tale evento rappresentò uno spartiacque,giacché dopo di esso il servizio di sicurezza assunse il
pieno controllo della ‘politica ebraica’: secondo Diner,esso reimportò nell’Altreich i metodi usati per risolverla in
Austria,come mostra la creazione di un Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica a Berlino nel gennaio
1939,modellato su quello viennese. Tuttavia,la politica tedesca indusse gli stati circonvicini a chiudere le proprie
frontiere o comunque a adottare politiche d’immigrazione più restrittive,finendo col ridurre ulteriormente i possibili
sbocchi dell’emigrazione ebraica proprio allorché cercava di incrementarla. La generale riluttanza ad accogliere i
rifugiati ebrei era già emersa col fallimento della conferenza di Evian del luglio 1938. Essa era dovuta al timore che
l’ammissione dei rifugiati tedeschi e austriaci avrebbe causato un ulteriore incremento della pressione migratoria
esercitata dalle numerose comunità ebraiche dell’Europa centro-orientale,oggetto di discriminazioni di vario tipo. La
situazione era ulteriormente peggiorata dal fatto che ben pochi paesi erano propensi ad accogliere rifugiati ridotti in
miseria,ma questo era lo stato in cui si trovavano molti degli ebrei intenzionati a emigrare,a seguito delle misure di
espropriazione messe in atto dai nazisti. L’arianizzazione forzata dell’economia tedesca fu un processo che aveva la
fondamentale peculiarità che gli stranieri venivano identificati in base alla razza. L’emigrazione ebraica dai territori
sotto controllo nazista aumentò a dismisura: solo nel 1938 essa ammontò a quasi 120 mila unità; l’anno successivo
superò le 140 mila,per poi scemare drasticamente con lo scoppio della guerra. Per quanto riguarda le destinazioni
dei profughi,oltre 100 mila rimase in Europa continentale,e spesso fu intrappolato dalle conquiste naziste del 1939-
1941,oppure dovette fuggire di nuovo. 12 mila trovarono rifugio in Svizzera,mentre molti altri vennero rifiutati: fu su
richiesta del governo elvetico che i passaporti degli ebrei tedeschi vennero timbrati con la lettera J di Jude,in modo
da poterli distinguere dagli altri. Circa 60 mila trovarono rifugio in Gran Bretagna. Altrettanti trovarono rifugio in
Palestina,dove la loro integrazione non fu né semplice né rapida. Circa 180 mila emigrarono nel Nuovo Mondo,di cui
circa 95 mila negli Stati Uniti e gli altri in America centrale e meridionale,soprattutto in Argentina,Brasile,Cile e
Bolivia. Anche professionisti qualificati come medici e avvocati ebbero non poche difficoltà di inserimento,e perfino
nelle università si parlò di ‘invasione europea’ con riferimento all’afflusso di studiosi in fuga dal nazismo,alcuni dei
quali avrebbero in seguito fatto la fortuna delle istituzione che li accolsero. Secondo Genizi,nel caso statunitense la
scarsa volontà di offrire asilo ai rifugiati in fuga dal nazismo fu dovuta alla difficile situazione economica in quegli
anni,tale da esacerbare i sentimenti nativisti e xenofobi già esistenti in precedenza,e all’errata percezione che quello
dei rifugiati fosse un problema unicamente ebraico,benché 1/3 di tutti i rifugiati giunti negli Stati Uniti fra il 1933 e il
1945 fosse in realtà costituito da cristiani. Pesarono inoltre i pregiudizi antisemiti che serpeggiavano anche nelle
società democratiche e che condizionarono il comportamento dei paesi di accoglienza e delle loro classi dirigenti al
momento di decidere sull’accoglienza dei profughi. Il caso più eclatante in proposito è rappresentato dal Canada che
accettò fra il 1933 e il 1939 solo poche migliaia di profughi. Va ricordato che l’atteggiamento degli altri Dominions
britannici non fu molto differente e che anche la politica francese ebbe un andamento altalenante,alternando fasi di
maggiore apertura ad altre in cui invece vennero attuate misure più restrittive in materia di immigrazione. Occorre
poi menzionare i circa 18 mila ebrei centroeuropei che trovarono rifugio a Shangai e vi trascorsero il periodo bellico.
A guerra finita la maggior parte di essi emigrò verso lo stato di Israele o altre destinazioni come gli Stati Uniti e
l’Australia; solo in pochi ritornarono nei loro luoghi natali.

LO SMEMBRAMENTO DELLA CECOSLOVACCHIA (1938-1939)

Gli ebrei non furono le sole vittime dell’espansione nazista in Europa centrale,incominciata con l’Anschluss e
proseguita con lo smembramento della Cecoslovacchia,che fra il 1938 e il 1939 causò l’emigrazione forzata di
centinaia di migliaia di persone. In molti fuggirono dalla regione dei Sudeti dopo che quest’ultima fu annessa alla
Germania nazista: tra essi c’erano antifascisti tedeschi e i 2/3 dei 27 mila ebrei residenti nella regione. Un certo
numero di rifugiati tedeschi,ebrei e non,stabilitisi a Praga furono espulsi dal nuovo governo cecoslovacco e nel
gennaio 1939 quest’ultimo revocò la cittadinanza quanti si erano stabiliti nel paese tra il 1918 e il 1938 ma non
potevano identificarsi come cechi,slovacchi o ruteni. Si trattava di una misura discriminatoria contro gli ebrei,in
particolare contro quelli giunti dopo il 1935 come rifugiati,che vennero presi di mira da un successivo decreto del
giugno 1939 volto a restringer e la partecipazione ebraica alla vita pubblica. Allorché l’Ungheria annetté parte della
Slovacchia sudorientale,procedette a espellere i coloni cechi e slovacchi insediati nella regione nei 2 decenni
precedenti; in seguito i funzionari pubblici cechi rimpiazzabili residenti in Slovacchia vennero espulsi dopo che i
restanti territori cecoslovacchi furono suddivisi fra il Protettorato di Boemia e Moravia e uno stato slovacco
indipendente. Gli esodi che accompagnarono lo smembramento della Cecoslovacchia furono un’anticipazione di
quanto sarebbe avvenuto negli anni successivi nell’Europa sotto l’occupazione della Germania nazista. Lo stesso si
può dire per le prime avvisaglie della politica nazista di colonizzazione dell’Europa centrale e orientale,che sarebbe
stata caratterizzata dal trasferimento coatto di interi gruppi di popolazione,anche di lingua tedesca. Subito dopo
l’occupazione di Praga,Himmler venne incaricato di preparare l’espatrio della popolazione germanofona residente
nell’Alto Adige/Sudtirolo; una misura volta a prevenire contrasti con l’Italia fascista rassicurandola circa la buona
fede della promessa di arrestare ai confini nazionali tedeschi l’espansione del Reich,e che servì a spianare la strada al
Patto d’acciaio del maggio 1939. Un accordo italo-tedesco sul trasferimento dei sudtirolesi venne siglato il mese
dopo e fu salutato come un successo alla diplomazia italiana. Nei mesi successivi,accordi analoghi sarebbero stati
stipulati con altri paesi alleati alla Germania. Mentre ancora erano in corso i negoziati con l’Italia circa il
trasferimento dei sudtirolesi,sempre Himmler cominciò a pensare alla loro riallocazione nella regione dei
Sudeti,appena annessa alla Germania; nella seconda metà del 1939,un organismo delle SS (Schutzstaffeln,squadre di
protezione) denominato Einsatzgruppe Bodenamt provvide a confiscare centinaia di migliaia di ettari di terreno sui
quali sarebbero stati insediati i futuri coloni tedeschi,una volta scacciati i cechi non germanizzabili. Nei
fatti,però,questi progetti rimasero sulla carta,anche se il trasferimento di una parte della popolazione di lingua
tedesca dell’Alto Adige/Sudtirolo sarebbe stato effettivamente messo in atto a partire dall’ottobre 1939.

CAPITOLO SETTIMO

IL PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP (1939-1941)

Il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto-settembre 1939 sancì la spartizione tra Germania nazista e Unione Sovietica
delle terre comprese tra i loro confini,dando il via a un’ondata di trasferimenti di popolazione. Il primo in ordine di
tempo fu quello dei polacchi,ebrei e gentili,in fuga dall’avanzata tedesca. Il corridoio baltico fu chiuso
dall’annessione dell’Urss dei tre stati baltici nell’estate 1940,ma prima che ciò avvenisse ebbe inizio l’esodo dei
tedeschi del Baltico. Essi vennero inviati nelle regioni polacche annesse alla Germania nazista. La pulizia di classe fu
una repressione preventiva condotta contro intere categorie di elementi ritenuti socialmente pericolosi o nocivi.

‘HEIM INS REICH’ E GERMANIZZAZIONE (1939-1941)

A partire dall’ottobre 1939 la Germania nazista intraprese una politica volta a trasferire ‘a casa,nel Reich’ (Heim ins
Reich) le minoranze germanofone residenti fuori dai confini del Reich. Tale iniziativa,probabilmente dovuta alla
volontà di rimpatriare popolazioni la cui protezione avrebbe potuto comportare uno scontro con paesi all’epoca
alleati come l’Italia e l’Unione Sovietica,fu vista di buon occhio dai governi degli stati coinvolti. Questi ultimi
temevano che la presenza di minoranze tedesche fosse presa a pretesto per guerre di conquista simili a quelle già
condotte in Cecoslovacchia e in Polonia. I primi a venire trasferiti furono quelli che ora venivano chiamati
‘Baltendeutsche’,che continuavano a rivestire un ruolo di notevole importanze nelle città e in alcune branche
dell’economia. Il loro trasferimento costituì un passo ulteriore verso la nazionalizzazione dei paesi baltici e come tale
fu accolto favorevolmente da questi ultimi. Circa 61 mila tedeschi etnici lasciarono Estonia e Lettonia a partire
dall’ottobre 1939; i 17 mila che rimasero,per ragioni di carattere personale o politico,furono evacuati nell’ambito del
cosiddetto ‘Nachumsiedlung’ seguito all’annessione delle due repubbliche all’Unione Sovietica e realizzato nel
quadro di un accordo tedesco-sovietico stipulato nel gennaio 1941 e che comprendeva anche il re insediamento dei
tedeschi della Lituania,51 mila dei quali furono scambiati con 12 mila lituani e 9 mila russi residenti nelle aree ex
lituane di Suwalki e Memel,ora annesse alla Germania. Sembra che in realtà molti dei rimpatriati in Germania non
fossero affatto tedeschi,bensì baltici (prevalentemente lituani) desiderosi di sfuggire alla dominazione sovietica. Tali
trasferimenti di popolazioni furono completati nel marzo 1941; già prima di allora erano state concordate e applicate
intese riguardanti il trasferimento dei tedeschi residenti nelle province polacche e romene annesse all’Urss. In forza
del primo di questi accordi,stipulato nel novembre 1939,128 mila residenti in Volinia,Galizia e nella regione del
Narew vennero evacuati entro il marzo 1940; si trattava perlopiù di contadini,i quali temevano che le loro terre
sarebbero state collettivizzate. Essi avrebbero dovuto essere scambiati con i russi,i bielorussi e gli ucraini residenti
nelle aree polacche sotto controllo tedesco,ma solo 11 mila di questi si recarono effettivamente in Unione Sovietica.
Il secondo trattato,siglato nel settembre 1940,comportò lo spostamento di 136 mila persone,di cui 93.500
provenienti dalla Bessarabia e il resto dalla Bucovina settentrionale; ancora una volta la motivazione principale fu la
volontà di sfuggire alle autorità sovietiche,soprattutto per i non tedeschi che si unirono all’esodo. Furono trasferiti
anche i tedeschi della Bucovina meridionale e della Dobrugia meridionale,il cui numero era pari a circa 70 mila unità;
è possibile che tale trasferimento sia stato concepito come una sorta di compensazione per la Romania che,privata
nel 1940 di importanti pezzi del suo territorio prebellico,cercava di raggiungere la più completa omogeneità etnica
possibile. Anche per i germanofoni residenti in aree sottoposte all’amministrazione italiana fu contemplata
l’inclusione nel programma Heim ins Reich,a cominciare da quelli dell’Alto Adige/Sudtirolo,dove fecero le loro prime
prove le agenzie specializzate delle SS che avrebbero coordinato l’emigrazione e la risistemazione dei Volkdetusche
dell’Europa dell’est. Di fatto,però,solo 85 mila persone emigrarono effettivamente entro la fine del 1942,all’incirca
1/3 della popolazione germanofona della regione in questione. Il numero ristretto di emigranti rifletteva da un lato la
spaccatura interna alla stessa comunità germanofona,dall’altro l’atteggiamento ambivalente delle autorità fasciste.
Queste,mentre erano favorevoli all’emigrazione dell’elite sudtirolese,videro nell’opzione a favore della Germania un
fallimento della politica di italianizzazione perseguita nei decenni precedenti,e dunque non premettero perché tutti i
sudtirolesi emigrassero oltreconfine. Più tardi,nel 1941, i 15 mila tedeschi residenti nella parte di Slovenia annessa
all’Italia,furono spostati nella Stiria meridionale,annessa al Reich tedesco; nel 1942 sarebbero stati poi trasferiti
anche 19 mila residenti germanofoni della Bosnia e della Croazia nordorientale. Per i Volkdeutsche l’evacuazione
rappresentò solo il primo passo di un lungo percorso. La maggior parte di essi viaggiò via terra,alcuni in treno altri su
carri trainati da cavalli,ma quasi sempre in estate o in inverno; cil permetteva di procedere alla semina o al raccolto
nella stagione successiva,ma accresceva i disagi legati alle condizioni atmosferiche. Una volta giunti a
destinazione,essi venivano radunati in campi di transito e sottoposti a procedure miranti ad accertarne idoneità
razziale e affidabilità politica; sulla base di questi elementi erano poi divisi tra ‘casi O’ (per Ost) e ‘casi A’ (per
Altreich); una terza categoria denominata ‘S’ (per Sonderfall, ‘caso speciale’) comprendeva i casi dubbi dal punto di
vista dell’appartenenza nazionale o dell’affidabilità politica. Solo una parte di essi fu giudicata pienamente idonea dal
punto di vista razziale dai funzionari dell’Ufficio centrale per la razza e l’insediamento (RuSHA),un’altra agenzia
specializzata delle SS. Molti rimasero per mesi o anni nei campi di transito,in condizioni che suscitarono un diffuso
scontento; solo i primi furono considerati idonei a essere inviati all’est,nei territori polacchi annessi al Reich (i nuovi
Reichsgaue Danzica-Prussia occidentale e Posen; poi Wartherland,creato con decreti emessi nell’ottobre 1939,e
destinati alla germanizzazione. Quest’ultima venne affidata a un Commissariato per il rafforzamento della nazionalità
tedesca (Rkfdv) istituito nell’ottobre 1939 e assegnato a Heinrich Himmler,ed era concepita come un compito
limitato al territorio della Germania vera e propria: lo dimostra la riallocazione,avvenuta nell’estate 1940,di decine di
migliaia di Volkdeutsche provenienti dai dintorni di Chelm che comprendeva i territori polacchi occupati dalla
Germania ma non annessi a quest’ultima. D’altro canto,nelle nuove province gli ebrei erano più numerosi dei
germanofoni e il numero dei polacchi molte volte superiore a quello di questi ultimi: l’invio dei Volkdeutsche e
l’espulsione di ebrei e polacchi dovevano servire a ribaltare la situazione. Le violenze contro gli abitanti della Polonia
occupata erano iniziate con la cosiddetta operazione ‘Tannenberg’,una campagna omicida rivolta contro la classe
dirigente polacca,teoricamente effettuata in base a ‘liste di proscrizione’ preparate in precedenza,ma che in pratica
si risolse spesso in un massacro indiscriminato di civili. Una seconda ondata di omicidi,la cosiddetta
‘Intelligenzaktion’,cominciò alla fine di ottobre; entro l’anno le vittime furono circa 45 mila,tra cui 7 mila ebrei e
altrettanti malati mentali. Gli ospedali psichiatrici così sgomberati furono usati per accogliere i Volkdeutsche in
arrivo da oltreconfine,anche se questo non implica un rapporto di causa-effetto in quanto il programma di eutanasia
era stato concepito da quello di riallocazione. Un quinto degli omicidi fu compiuto dal Volksdeutscher
Selbstschutz,una milizia paramilitare attiva nelle regioni di Danzica e della Prussia occidentale,dove improvvisò anche
l’espulsione di civili polacchi,in seguito alla quale alcune cittadine persero fino al 90% della loro popolazione polacca
ed ebraica. Secondo Wildt,tali violenze costituirono il vero atto fondativo dell’Ufficio centrale per la sicurezza del
Reich (Rsha) costituito formalmente a fine settembre 1939(unificando il SD,la polizia politica segreta e la polizia
dipendente dal ministero degli Interni). Si trattava di un’istituzione indipendente dalla burocrazia ministeriale,dotata
dei poteri esecutivi necessari per portare avanti la germanizzazione dei territori occupati attraverso agenzie per
l’espulsione e l’immissione di intere popolazioni. La coincidenza tra la creazione del Rsha e del Rkfdv con l’avvio delle
politiche di migrazione forzata non è dunque solo cronologica. Questi enti commissariali istituzionalizzavano il
controllo delle SS e di Himmler sulla politica nazista delle nazionalità,aprendo la strada a un’applicazione più vasta
dei programmi di migrazione forzata e colonizzazione proposti,ma non attuati,per il Sudtirolo e i Sudeti. Essi
fornirono l’infrastruttura burocratica necessaria a coordinare una serie di politiche concepite in maniera
indipendente,vale a dire le persecuzioni di ebrei e polacchi da un lato e il programma Heim ins Reich dall’altro.
L’Rsha era un organismo meno primitivo,in quanto accentrava sotto di sé burocrazie repressive già esistenti ma già
formalizzate. Esso non rappresentava quindi uno strumento volto a tentare di controllare e usare a fini politici unità
paramilitari irregolari e improvvisate nonché vere e proprie bande militari. Le milizie del Volksdeutscher Selbstschutz
vennero ben presto sciolte e i loro componenti integrati in unità di polizia regolare in uniforme. Siccome il Reichsgau
Danzica-Prussia occidentale accettò solo poche migliaia di riallocati,l’epicentro delle politiche naziste di riassetto dei
territori incorporati si spostò più a sud,nel Wartheland,dove entro la primavera del 1941 vennero inviati oltre 290
mila Volksdeutsche mentre circa 280 mila polacchi ed ebrei vennero espulsi. Seconda una direttiva emessa nel
novembre 1939 dal locale capo della polizia e delle SS,avrebbero dovuto essere deportati tutti gli ebrei e tutti i
polacchi che appartengono all’intellighenzia (ambito o gruppo di intellettuali ideologicamente impegnati, che
costituiscono la mente direttiva e organizzativa di un partito, di un ambiente, di un movimento) oppure,per le loro
idee nazionaliste potrebbero minacciare il rafforzamento della nazionalità germanica. Gli elementi criminali devono
essere trattati nello stesso modo. La deportazione ha gli scopi di ripulire e mettere al sicuro i nuovi territori tedeschi
e di creare opportunità di alloggio e di lavoro per i Volksdeutsche immigrati. Tutti coloro che sono politicamente
consapevoli devono altresì essere deportati. Nel caso dell’intellighenzia,la deportazione non deve essere limitata a
quanti sono effettivamente coinvolti in attività antitedesche. Tutti gli aspetti devono essere presi in considerazione
per stabilire chi è politicamente pericoloso: appartenenza a organizzazioni politiche nazionaliste,partiti politici di ogni
tipo,associazioni cattoliche sia religiose che laiche. Il bersaglio principale erano gli esponenti di determinate
categorie,che includevano il clero,i proprietari terrieri,i veterani e coloro la cui residenza nelle regioni interessate
dalla germanizzazione risaliva a dopo il 1919. Molto spesso i primi a essere colpiti furono i proprietari degli
appartamenti e delle fattorie migliori; inoltre,a stabilire chi veniva deportato erano le autorità del posto,spesso con il
concorso della popolazione germanofona locale. A profittare della spoliazione furono le autorità naziste,che usarono
le proprietà dei deportati per compensare i Volksdeutsche in arrivo da Baltico,Urss e Romania,mentre incassarono i
proventi dei risarcimenti destinati a questi ultimi e ,in tal modo,trassero profitto dalle migrazioni forzate a catena
che stavano organizzando. Nel mese di dicembre,in quello che venne definito 1. Nahplan (primo piano a breve
termine) oltre 87 mila persone vennero deportate in poco più di 2 settimane. Anche se l’obiettivo prefissato di 80
mila espulsioni era stato ecceduto e la tabella di marcia rispettata,l’operazione fu caratterizzata da un andamento
caotico. La risposta a tali deficienze organizzative fu la creazione di un nuovo apposito ufficio Referat del Rsha,che
venne affidato a Adolf Eichmann. A partire dal gennaio 1940,costui si dedicò a coordinare e centralizzare le
deportazioni dai territori annessi e si attivò per rendere fluido ed efficiente il traffico dei convogli ferroviari usati per
le deportazioni. Nel febbraio-marzo 1940,altre 40 mila persone vennero deportate nell’ambito del cosiddetto
‘Zwischenplan’ o piano intermedio; deportazioni ancora più massicce vennero organizzate allo scopo di riallocare i
numerosi tedeschi della Volinia e della Galizia. Poiché fra questi ultimi vi era un numero molto maggiore di
contadini,il 2. Nahplan (secondo piano a breve termine) prese di mira gli abitanti delle campagne piuttosto che quelli
delle città: tra il maggio 1940 e il gennaio 1941,nel corso di 5 diversi azioni vennero deportate quasi 160 mila
persone. Solo 25 mila furono gli espulsi nell’ambito del 2.Nahplan (terzo piano a breve termine),destinato a far posto
ai tedeschi della Lituania e della Bessarabia ma bloccato nella sua fase iniziale dal momento che,a partire dal marzo
1941,tutto il materiale disponibile si rese necessario per il trasporto delle unità militari che si preparavano a invadere
l’Unione Sovietica. A tutti costoro vanno aggiunte oltre 100 mila vittime delle espulsioni selvagge compiute tra il
settembre 1939 e il gennaio 1940; in tutto venne deportato circa mezzo milione di persone,per 7/8 polacchi e il resto
ebrei. I deportati furono dapprima convogliati in campi di raccolta provvisori e quindi inviati verso est in treno. Le
terribili condizioni in cui vennero trasportati e alloggiati causarono molti decessi,ma al loro arrivo nel Governatorato
generale essi si trovarono in un ambiente amichevole e poterono usufruire dell’assistenza di organizzazioni
umanitarie,diversamente da quanto accadde ai loro connazionali deportati in Unione Sovietica. Si integrarono
rapidamente,e alcuni si unirono alle locali organizzazioni resistenziali. I Volksdeutsche che ne presero il posto
sperimentarono difficoltà assai minori,ma ne incontrarono ugualmente di vario tipo,non solo di carattere pratico. Un
particolare motivo d’insoddisfazione fu la dispersione delle comunità preesistenti,volta a sopprimerne i
particolarismi regionali in vista dell’adozione di un’identità tedesca conforme ai canoni nazisti,che avrebbe dovuto
essere inculcata nei nuovi arrivati dalle attiviste di partito incaricate di assisterli e facilitarne l’inserimento nei luoghi
di destinazione. D’altro canto,però,i Volksdeutsche beneficiarono materialmente della deportazione e
dell’espropriazione di polacchi ed ebrei. La loro situazione rimase precaria e contraddittoria,ed essi vennero
percepiti dall’esterno come sostenitori e profittatori di un regime da cui dipendevano per la loro sicurezza e il loro
benessere materiali,ma che li aveva strappati dalle loro case e poi riallocati d’autorità,senza permettere loro di
influire sulle scelte in questione,e continuava a diffidare di loro e a considerarli tedeschi di seconda categoria. Le
annessioni al Reich successive al 1940 furono accompagnate da migrazioni forzate,sia pure di portata minore
rispetto a quelle verificatesi nei territori polacchi incorporati. In Alsazia,il numero di coloro che vennero espulsi o ai
quali fu impedito di rientrare nelle proprie case,superò le 100 mila unità; quasi altrettante persone vennero
scacciate dalla Lorena verso la Francia di Vichy,e venne creato un Bodenamt incaricato di confiscare terre da
destinare alla colonizzazione tedesca. L’anno successivo,l’annessione al Reich della Stiria meridionale e della Carinzia
venne accompagnata da espulsioni di sloveni e di ebrei. Avvenute in parallelo all’immissione di germanofoni
provenienti dai territori sloveni annessi all’Italia,anche queste ultime deportazioni vennero gestite dal Referat del SD
diretto da Adolf Eichmann e dal Rkfdv; esse però furono interrotte già a fine agosto 1941.

L’EMIGRAZIONE EBRAICA DAI TERRITORI SOTTO CONTROLLO NAZISTA (1939-1941)

Nella Polonia occupata dai nazisti,la persecuzione antisemita cominciò già durante l’invasione. Come si è visto,le
deportazioni tedesche coinvolsero un numero limitato di ebrei,e mentre le elite polacche venivano sterminate per
evitare che incitassero alla ribellione,quelle ebraiche vennero lasciate al proprio posto perché garantissero la
sottomissione altrui. Heydrich,nelle istruzioni riservate emanate il 21 settembre 1939,raccomandò di scegliere tra i
loro componenti i consigli ebraici responsabili dell’esecuzione delle direttive tedesche e definì come il primo
prerequisito dell’obiettivo finale il concentramento degli ebrei nelle città maggiori. La misura di ghettizzazione fu
adottata di volta in volta come risposta alle circostanze locali. Le conseguenze finali di tali decisioni furono
terribili,visto le condizioni di vita esistenti nei ghetti condussero alla morte di circa mezzo milione di persone. Tale
strategia non fu premeditata: secondo Browning,alcuni funzionari nazisti proposero l’ipotesi di lasciar morire di
stenti e di malattie gli ebrei rinchiusi nei ghetti,ma da ultimo prevalse l’idea che questi ultimi dovessero diventare
autosufficienti e i loro abitanti messi al lavoro per procurasi da mangiare. In realtà,i ghetti dovevano servire da un
lato a spogliare gli ebrei dei loro beni e dall’altro a concentrarli in vista della loro emigrazione forzata dai territori
sotto controllo tedesco; tuttavia,i piani elaborati in tal senso non si concretizzarono mai. In effetti,l’emigrazione
ebraica dai territori sotto controllo nazista non si arrestò con l’inizio della guerra,ma continuò fino a quando venne
ufficialmente vietata nell’ottobre 1941: quella dal Governatorato generale venne proibita già il 25 ottobre
1940,perché non si riducessero le possibilità di emigrazione dal Reich. Queste ultime diminuirono a causa della
guerra e del timore che agenti nemici potessero attraversare i confini camuffati da profughi ebrei,ciò che indusse
Stati Uniti,Cile e Brasile a chiudere le proprie porte ai rifugiati,per i quali anche la Palestina era divenuta inaccessibile
a seguito del White Paper del maggio 1939,che limitava l’immigrazione ebraica legale a 75 mila ingressi per i 5 anni
successivi. Dopo il 1939 furono non più di 13 mila gli ebrei che riuscirono a lasciare il Reich e il Protettorato di
Boemia e Moravia diretti verso la Palestina,e ancor meno quelli che vi giunsero. La guerra peggiorò la situazione dei
rifugiati anche in altri modi: per esempio,alcuni di quelli già presenti in Francia vennero internati come stranieri
nemici. Gli ebrei polacchi nel 1939 fuggirono dalla zona d’occupazione tedesca diretti verso est. Nel giugno 1940 le
autorità sovietiche deportarono in Russia i rifugiati provenienti dalla Polonia sotto occupazione nazista e che
avevano rifiutato il passaporto sovietico,nei timore di non poter più raggiungere le proprie famiglie a ovest del
nuovo confine tedesco-sovietico. Molti di essi si erano registrati presso commissioni miste tedesco-
sovietiche,incaricate di rimpatriare i profughi originari delle regioni occupate dai tedeschi in base a un accordo del
novembre 1939. Tra l’aprile e il giugno 1940 fecero ritorno nelle regioni d’origine 66 mila rifugiati,ma i tedeschi
rifiutarono di accettare gli ebrei; le liste compilate dalle commissioni miste furono poi impiegate dall’Nkvd per
selezionare coloro che sarebbero stati deportati,i quali andarono incontro a un destino paradossale. L’54% di coloro
che vennero colpiti da questa misura erano infatti ebrei,che si trovarono ad essere vittime non solo dei nazisti,che li
avevano costretti a lasciare le loro case,ma anche dei sovietici,che li inviarono in insediamenti speciali in Russia e in
Asia Centrale. In questo modo essi sfuggirono allo sterminio da parte dei nazisti negli anni successivi. Un certo
numero di rifugiati provenienti dalla Polonia perì durante il tragitto o nei luoghi di confino,ma per la maggior parte di
essi la deportazione rappresentò paradossalmente la salvezza. Lo stesso si può dire per gli ebrei cechi che erano
numerosi tra i rifugiati giunti in Urss nel 1939-1940 attraverso l’Ucraina carpatica annessa all’Ungheria,20 mila dei
quali vennero deportati.

L’OCCIDENTE SOVIETICO (1939-1941)

Grazie al patto Molotov-Ribbentrop,nel 1939-1940 l’Urss poté revisionare l’assetto internazionale emerso dalle
guerre di frontiera del 1918-1920,spingendosi più a ovest di quanto avesse mai fatto l’Impero zarista. Roman
Szporluk ha coniato la definizione di ‘Occidente sovietico’ per i territori acquisiti in quel periodo,il cui assorbimento
nel sistema sovietico passò attraverso una strategia a doppio binario. Da un lato,infatti,vennero soddisfatte alcune
istanze dei nazionalismi locali,per cui intere province appartenute a Polonia e Romania vennero riunite all’Ucraina e
alla Bielorussia sovietiche,e la città polacca di Wilno ceduta alla Lituania,che ne avviò la lituanizzazione.
Dall’altro,vennero condotte repressioni su vasta scala contro gli elementi considerati ostili,vittime di arresti di massa
e di 4 diverse ondate di deportazioni tra il 1940 e il 1941. Nei territori dell’Ucraina e della Bielorussia
occidentali,l’ingresso dell’Armata rossa fu inizialmente accolto con favore,soprattutto da ucraini,bielorussi ed
ebrei,ma anche da molti polacchi che preferivano il ristabilimento di un qualsiasi tipo di ordine alla situazione di
anarchia seguita al crollo dell’apparato statale verificatosi nel settembre 1939. Il comportamento dei sovietici fu tale
da far ben presto ricredere tutti coloro che avevano accolto con favore il loro arrivo. Nelle sole province ex polacche
essi effettuarono 110 mila arresti,riempiendo le prigioni di appartenenti alle elite politiche,sociali ed economiche
prebelliche. La volontà di distruggere queste ultime emerse con evidenza allorché,nel marzo 1940,venne decisa la
liquidazione di migliaia di ufficiali e funzionari polacchi detenuti dall’Nkvd,considerati nemici dichiarati incorreggibili
del potere sovietico. Circa 22 mila detenuti vennero giustiziati talora da carnefici già attivi durante le purghe del
1937-1938. Parallelamente,gruppi numerosi di nemici meno importanti del potere sovietico vennero deportati in
massa. La prima deportazione colpì quanti nei due decenni precedenti si erano stabiliti nelle regioni a maggioranza
ucraina e bielorussa acquisendo terre e fattorie: tra essi vi erano alcune migliaia di coloni militari,insediati
nell’ambito della politica di polonizzazione delle aree di confine,nonché un certo numero di guardie forestali. Tutti
vennero deportati insieme alle loro famiglie nel febbraio 1940: quasi 140 mila persone furono spedite nella Russia
settentrionale e in Siberia. Due mesi dopo,in aprile,oltre 60 mila persone furono deportate in Kazachstan. In giugno
toccò infine ai cittadini polacchi che avevano abbandonato la zona di occupazione tedesca senza assumere la
cittadinanza sovietica: 78 mila di costoro furono deportati,prevalentemente verso la Russia settentrionale e la
Siberia. L’ulteriore espansione dell’Unione Sovietica nell’estate 1940 significò l’estensione della repressione ai
territori appena annessi,e una nuova ondata di deportazioni ebbe luogo nel maggio-giugno 1941. Vennero coinvolte
11 mila persone in Ucraina occidentale,21 mila in Bielorussia occidentale,33 mila in Bessarabia e Bucovina e oltre 40
mila nei 3 stati baltici. I bersagli principali furono i nazionalisti antisovietici (ucraini,polacchi o di altre nazionalità)
spesso esponenti delle varie organizzazioni clandestine createsi nelle regioni sotto occupazione sovietica e
perseguitate dall’Nkvd. In Lettonia le deportazioni del 13-14 giugno 1941 segnarono il culmine di quello che fu
chiamato ‘anno dell’orrore’ durante il quale i potenziali elementi antisovietici erano stati repressi e le elite locali
falcidiate a ogni livello; non diversamente andarono le cose in Estonia e in Lituania. In totale,oltre 380 mila persone
vennero deportate dall’Occidente sovietico in poco più di un anno. Diversamente da quanto accadeva nella Polonia
sotto l’occupazione nazista,non vi fu alcuna pulizia etnica; l’obiettivo di queste deportazioni era la preventiva
eliminazione di possibili infiltrazioni in previsione del coinvolgimento sovietico nella guerra. Nel decidere chi sarebbe
stato vittima delle deportazioni i criteri decisivi erano l’origine sociale e la biografia politica,con l’obiettivo di colpire
categorie come i proprietari terrieri,i poliziotti,gli appartenenti ai partiti politici e così via. Alcune nazionalità vennero
sovra rappresentate fra i repressi,a causa della particolare composizione nazionale e sociale dei territori interessati;
per esempio,la percentuale di polacchi ed ebrei fra i deportati dall’Ucraina e dalla Bielorussia
occidentali,rispettivamente 59 e 25%,era ben superiore che nella popolazione complessiva. La maggior parte di
coloro che furono deportati dall’Occidente sovietico furono mandati nelle stesse località dov’erano stati deportati i
kulak nel decennio precedente,e la loro esperienza fu talvolta quasi peggiore,soprattutto nel caso delle persone di
estrazione urbana e non abituate ai duri lavori manuali cui molti furono adibiti. Non pochi sopravvissero vendendo i
loro beni in cambio di cibo o grazie all’aiuto di parenti e amici rimasti nei luoghi d’origine. I cittadini polacchi furono
poi amnistiati nell’agosto 1941 e molti di essi lasciarono l’Urss l’anno successivo o alla fine del conflitto; gli altri
rimasero spesso per tutta la guerra,e talvolta anche dopo,nei campi di lavoro forzato e nei luoghi di
deportazione,dove le condizioni di vita peggiorarono ancor più drasticamente che nel resto del paese dopo
l’invasione nazista del giugno 1941.

CONCLUSIONI

Nei mesi in cui furono alleati,i regimi nazista e sovietico furono corresponsabili della migrazione forzata di oltre un
milione di persone,nonché della morte di altre decine di migliaia; molti di questi decessi furono strettamente
connessi alle migrazioni forzate in questione e talvolta dovuti a esse,come nel caso di coloro che morirono di
fame,freddo e abbandono durante le deportazioni dal territorio polacco prebellico. Il verificarsi di migrazioni forzate
a catena fece sì che le stesse persone potessero rivestire più ruoli nel medesimo dramma,passando da vittime a
beneficiari di politiche di espulsione e spoliazione attuate da regimi diversi a danno di popolazione diverse,come
accadde ai Volksdeutsche riallocati nei territori annessi al Reich. Altri invece caddero vittime di entrambi i
regimi,come accadde ai rifugiati ebrei e polacchi sfuggiti all’occupazione nazista e poi deportati dai sovietici nel
giugno 1940. Malgrado la diversità degli obiettivi perseguiti e dei criteri usati per l’individuazione delle proprie
vittime,i due regimi usarono metodi simili per perseguitare categorie di persone analoghe. In molte occasioni,destini
e comportamenti,individuali e collettivi,furono influenzati dal ricordo di eventi verificatisi una generazione
prima,durante la prima guerra mondiale e nel corso delle successive guerre di confine. I veterani di queste ultime
furono tra le prime vittime delle deportazioni sovietiche da Ucraina e Bielorussia occidentale,mentre i nazisti si
accanirono su quanti avevano combattuto contro la Germania nel 1918-1921: costoro erano in cima alle liste di
proscrizione stilate nel maggio 1939 e poi utilizzate durante e dopo l’operazione Tannenberg. Analogamente il
ricordo dei pochi mesi di dominazione bolscevica nel 1919 ebbe un ruolo determinante nell’indurre i baltici
germanofoni a emigrare,ed è possibile che il ricordo delle deportazioni del 1915-1916 abbia svolto un ruolo simile in
altre regioni all’epoca appartenenti all’Impero zarista e acquisite dall’Urss nel 1939-1940. Nel distretto di Lublino,una
percentuale significativa di componenti del Volksdeutsche Selbstschutz era composta da persone imparentate con
deportati del 1915; e non è un caso che la maggior parte delle espulsioni di polacchi ed ebrei e delle immissioni di
Volksdeutsche sia avvenuta nel Wartheland. Nel caso sovietico,è possibile rintracciare alcune continuità tra le
politiche del 1940-1941 e quelle degli anni 30: Snyder ha descritto i massacri avvenuti a Katyn’ e altrove come una
ripresa delle operazioni di massa del 1937-1938 contro le nazionalità diasporiche,ma questa tesi appare solo in parte
convincente. La strage di ufficiali e funzionari polacchi,condotta con gli stessi metodi usati nel 1937-1938,era però
funzionale alla sovietizzazione dei territori annessi tanto quanto all’eliminazione di possibili infiltrati in caso di
guerra,e questo vale per le deportazioni in massa che la precedettero e la seguirono. Inoltre,le vittime di queste
ultime furono scelte in base a criteri politici e sociali,non secondo la loro nazionalità com’era accaduto tra il 1935 e il
1938; è dunque possibile individuare una generica continuità con le repressioni preventive di intere categorie di
popolazione precedentemente condotte dal regime sovietico. Quanto agli esecutori,ai livelli più bassi molti vennero
reclutati in loco,mentre ai livelli superiori è probabile che non pochi responsabili delle operazioni degli anni 30 in
Ucraina e Bielorussia siano stati colpiti dalla Grande Purga del 1937-1938,per cui anche le continuità a livello di
personale furono solo parziali. Rimase invece costante la geografia dei luoghi di relegazione,come confermano gli
incontri,una volta arrivati a destinazione,di coloro che vennero deportati nel 1940-1941 con vittime di deportazioni
precedenti o successive. Nel caso nazista,l’invasione della Polona segnò invece una rottura di portata tale da
offuscare le continuità con politiche portate avanti fin dal 1933. Se l’azione antisemita delle Einsatzgruppen nei
territori occupati poteva far riferimenti ai precedenti stabiliti a Vienna nel 1938,la ferocia dell’attacco alle classi
dirigenti polacche fece impallidire qualsiasi repressione i suoi perpetratori avessero precedentemente attuato sul
suolo tedesco,e precorse piuttosto le violenze che avrebbero accompagnato l’invasione dell’Urss nel 1941. Anche nel
1938 il SD aveva preparato in anticipo liste di oppositori da neutralizzare in vista dell’Anschluss,ma quest’ultimo non
era stato accompagnato da esecuzioni in massa. Analogamente,i programmi di germanizzazione intrapresi nei
territori occupati nel 1939 e posti sotto il controllo delle SS non avevano veri precedenti,anche se erano stati
anticipati da quelli concepiti per il territorio dei Sudeti nel 1938-1939.

CAPITOLO OTTAVO

L’EUROPA NAZISTA (1940-1944)

Nell’ottobre 1940 un memorandum redatto dal Reichsprotektor di Boemia e Moravia,von Neurath propose tre
opzioni per la soluzione del problema ceco: a) l’infiltrazione tedesca della Moravia e la riduzione della nazionalità
ceca alla Boemia (ma questa soluzione è considerata insoddisfacente perché il problema ceco continuerà ad
esistere); b)la deportazione di tutti i cechi (ma non può essere messa in atto in tempi ragionevoli); c)l’assimilazione
dei cechi,vale a dire l’assorbimento di circa la metà della nazionalità ceca da parte tedesca,l’altra metà deve essere
eliminata e inviata fuori dal paese. Il Fuhrer era favorevole alla terza soluzione. Le successive vittorie militari
conseguite in Jugoslavia e Unione Sovietica portarono a un’ulteriore radicalizzazione,e un anno dopo il successore di
von Neurath,Reinhard Heydrich,dichiarò che il Protettorato di Boemia e Moravia,la Polonia e gli stati baltici
sarebbero stati germanizzati. Gli eventi bellici fecero sì che tali piani si realizzassero solo in parte e soprattutto in
Polonia e nelle repubbliche sovietiche occupate,dove milioni di civili furono uccisi o deportati.

PRIGIONIERI POLITICI E LAVORATORI FORZATI

Le più importanti migrazioni forzate verificatesi nell’Europa nazista furono quelle dei lavoratori forzati e degli
oppositori politici,deportati in Germania a milioni. La loro vicenda,fra tutte quelle verificatesi durante la seconda
guerra mondiale,è una delle più studiate e meglio conosciute. All’inizio del 1945 in Germania circa 7 milioni di
lavoratori stranieri,quasi tutti reclutati con la forza,in buona parte provenienti dalle repubbliche sovietiche occupate
(i cosiddetti Ostarbeiter,oltre 2 milioni dei quali giungevano dalla sola Ucraina) o dalla Polonia. L’afflusso di lavoratori
stranieri fu tale che la Germania nazista in guerra divenne un paese d’immigrazione e quindi una società
multietnica,a dispetto degli sforzi per garantirne la purezza razziale. L’intrinseca contraddittorietà delle politiche
tedesche emerge da un episodio verificatosi nel 1942-1943 nella Slovenia occupata,dove circa 36 mila persone
vennero espulse nel giro di pochi mesi dall’area lungo i fiumi Sava e Sotla nella Stiria meridionale per far posto a
coloni tedeschi,salvo poi essere spedite in Germania come lavoratori forzati. Inoltre circa 1,65 milioni di prigionieri
dei campi di concentramento lavorarono per l’economia di guerra tedesca; di essi meno di mezzo milione
sopravvisse sino alla fine del conflitto. Durante la guerra l’universo concentrazionario nazista assunse dimensioni tali
da poter rivaleggiare con quello sovietico,in seguito all’afflusso di nuovi prigionieri spesso destinati allo sterminio
attraverso il lavoro: ebrei,ma anche asociali (detenuti provenienti dalle carceri,molti dei quali non tedeschi),e altri
ancora. Com’era accaduto in Urss,la trasformazione del sistema concentrazionario in uno dedicato anche allo
sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti avvenne per motivazioni contingenti,in questo caso legate alle necessità
dell’economia di guerra. Nel 1942 i campi di concentramento passarono sotto la giurisdizione in un ente di nuova
creazione,l’Ufficio centrale economico-amministrativo delle SS (Wvha) il cui scopo originario era utilizzare forza
lavoro schiavizzata per le costruzioni necessarie ai progetti coloniali delineati nel Generalplan Ost. Nella pratica è
comunque difficile tracciare una netta separazione tra le deportazioni repressive e quelle volte al reperimento di
lavoratori forzati: quest’ultimo divenne,a partire dal 1943,un obiettivo collaterale dei massicci rastrellamenti
condotti in Russia e Bielorussia contro i partigiani sovietici. Le razzie di manodopera ebbero una serie di importanti
effetti collaterali sulla vita nell’Europa occupata,suscitando il malcontento e l’opposizione di buona parte della
popolazione e influenzando le decisioni di quanti collaborarono. Nel caso della Lettonia,il servizio del lavoro
obbligatorio venne impiegato anche per il reclutamento nella Schutzmannschaft,la polizia ausiliaria,e più tardi nella
legione lettore delle Waffen-SS; quanti sceglievano queste alternative potevano prestare servizio nel proprio paese
anziché in Germania. Ciononostante,almeno 32 mila lettoni finirono in Germania contro la loro volontà. In Ucraina e
in Bielorussia,la possibilità di evitare la deportazione in Germania costituì un incentivo ad arruolarsi nelle varie
formazioni militari,paramilitari e di polizia costituite dagli occupanti. D’altro canto,i conflitti nazionali e sociali in
corso durante l’occupazione influirono a loro volta sul reclutamento dei lavori forzati; in Lettonia,i contadini che
avevano beneficiato della riforma agraria sovietica del 1940 furono colpiti,mentre in Ucraina e Bielorussia occidentali
i collaboratori locali fecero sì che fossero prevalentemente i polacchi a venire spediti in Germania.
Paradossalmente,dal 1943 in poi per i polacchi della Volinia la deportazione in Germania divenne anche una
possibilità di sfuggire all’aggressione dei nazionalisti ucraini.

LA GERMANIZZAZIONE DEI TERRITORI OCCUPATI E IL GENERALPLAN OST

Quella perseguita dalla Germania nazista fu la più intensiva politica coloniale,basata sulla riclassificazione,la
segregazione e la riallocazione delle diverse popolazioni assoggettate,mai intrapresa nella storia,tenuto conto del
lasso di tempo impiegato e della vastità dell’area geografica interessata. Essa può essere considerata il più ambizioso
tentativo di nazionalizzare territori e popolazioni mai intrapreso sul suolo europei e il più sprezzante nei confronti
della vita umana. La politica di germanizzazione fu applicata in tutti i paesi travolti dalla Germania,ma venne attuata
con la massima spietatezza e costanza nei territori orientali conquistati. La Polonia,che fu la prima nazione e essere
conquistata,divenne un campo di prova per l’applicazione pratica di questi piani genocidi. In entrambi i casi l’estate
del 1940 segnò una svolta. Però vi erano dei problemi di fondo: non vi erano abbastanza tedeschi disponibili per
l’insediamento coloniale dei territori conquistati,mentre la popolazione locale era indispensabile alle esigenze
dell’economia di guerra. La realtà impose un cambio di politica; in pratica,la germanizzazione richiedeva non solo la
rimozione degli stranieri,ma anche l’assimilazione,se necessario forzata,di una parte di essi. Tale obiettivo fu
perseguito in tutte le regioni annesse al Reich,con metodi di volta in volta differenti ma sempre sulla base di un
processo di selezione. Il principale strumento usato a questo scopo fu la Deutsche Volksliste (Dvl),la ‘Lista etnica
tedesca’ introdotta nel marzo 1941 nelle province polacche incorporate nel Reich e successivamente anche nel
Governatorato generale,e suddivisa in 4 categorie,ognuna delle quali conferiva diritti e doveri diversi. La Dvl
comprendeva una prima categoria riservata ai tedeschi etnici attivamente impegnati a favore del germanesimo
prima del 1939; una seconda per quanti nello stesso avessero conservato il loro carattere tedesco; una terze per i
coniugi tedeschi di matrimoni misti e per i loro figli; e una quarta per i tedeschi polonizzati. Gli appartenenti alle
classi I e II ricevevano la cittadinanza tedesca (e nel caso dei primi la possibilità di iscriversi al Partito nazista); i
membri della classe III la naturalizzazione e una cittadinanza revocabile per i 10 anni successivi (scaduti i quali
sarebbero divenuti cittadini a pieno titolo;nel frattempo non potevano iscriversi al partito e subivano altre limitazioni
ai loro diritti); quelli della classe IV erano soggetti alla riallocazione nel Reich e a misure di sorveglianza da parte della
polizia politica,in vista della loro rigermanizzazione. Tali norme implicavano una concezione elastica della
cittadinanza,che almeno poteva essere attribuita a persone nemmeno in grado di parlare tedesco. Dato il carattere
policratico del regime nazista,i Gauleiter di frontiera le interpretarono in modi diversi,ognuno lavorando incontro al
Fuhrer alla sua maniera. Così,mentre nel Wartheland la cittadinanza tedesca fu concessa a un numero assai limitato
di persone,in Prussia occidentale molti polacchi furono forzati a iscriversi alla Dvl,al punto che la sola classe III di
quest’ultima comprendeva ¾ della popolazione tedesca e oltre il 40% di quella complessiva. La diffusa riluttanza a
entrare nella Dvl non è difficile da comprendere,alla luce del fatto che lo status connesso implicava vantaggi,come
l’esenzione dalle misure antipolacche,in primis dalla confisca delle proprietà,ma anche doveri,come
l’assoggettamento agli obblighi militari e quindi alla coscrizione obbligatoria. Quanti non rientravano nelle categorie
previste dalla Dvl ma erano comunque idonei dal punto di vista razziale potevano essere sottoposti alla procedura di
rigermanizzazione,mirante al recupero di sangue tedesco perduto: in pratica l’assimilazione forzata. Tuttavia,al 31
luglio 1942 poco più di 20 mila persone risultavano soggette a tale procedura,per cui è probabile che nella pratica
essa non abbia mai avuto un carattere di massa. Nel Protettorato di Boemia e Moravia,le politiche di popolazione
furono dapprima appannaggio dell’Ufficio fondiario statale; sotto la guida di un membro delle SS,esso incorporò
proprietà statali e private da utilizzare per stabilirvi insediamenti tedeschi e interconnettere tra loro le regioni
germanofone. Tuttavia l’entusiasmo per simili progetti scemò allorchè si comprese che non vi erano abbastanza
coloni e si passò allora a una politica di germanizzazione rivolta soprattutto nei confronti dei cosiddetti ‘anfibi’ o
‘utraquisti’,quanti cioè erano bilingui o non avevano una chiara identità nazionale ceca o tedesca. In effetti,un
decreto del marzo 1939 aveva suddiviso gli abitanti tra cittadini del Reich e sudditi del Protettorato: questi ultimi
seguivano un diverso codice legale,mentre gli ebrei subivano ulteriori discriminazioni. Circa 80 mila sudditi del
Protettorato divennero cittadini del Reich tra il marzo 1940 e il dicembre 1941; il loro numero totale avrebbe poi
toccato le 300 mila unità. Molti si dichiararono tedeschi allorchè la vittoria nazista sembrava certa o per conseguire
vantaggi materiali come promozioni,il mantenimento del posto di lavoro,o l’accesso a razioni tedesche migliori di
quelle riservate ai cechi. Nelle aree dove l’ambivalenza nazionale era diffusa il tasso delle conversioni da un’identità
nazionale all’altra fu particolarmente elevato. Nel 1941-1942 Heydrich,divenuto Reichsprotektor di Boemia-
Moravia,promosse invece politiche maggiormente in linea con l’ideologia nazista,avviando una classificazione su
base razziale degli abitanti del Protettorato. Prima di essere assassinati nel maggio 1942,Heydrich arrivò a
prospettare la deportazione in massa di parte della popolazione ceca,che però non fu mai attuata. Misure di
germanizzazione vennero messe anche in atto in altre regioni annesse al Reich,come l’Alsazia-Lorena e la Slovenia
settentrionale. Da quest’ultima regione vennero allontanate in tutto 80 mila persone. Vennero perseguitati gli
intellettuali e la Chiesa cattolica,e create organizzazioni volte a germanizzare i propri appartenenti. Entrarvi a far
parte significava evitare il rischio di essere espulsi o espropriati,ma esponeva a quello di essere impiegati in compiti
paramilitari che talvolta includevano anche la repressione antipartigiana. In generale,le politiche di germanizzazione
furono ostacolate dalle esigenze belliche,mentre per il dopoguerra venivano tracciati piani più ambiziosi miranti a
una radicale ristrutturazione demografica,sociale ed economica del continente europeo e in particolare della sua
parte centro-orientale. Il più vasto di essi,conosciuto come Generalplan Ost e varato nel 1943,prevedeva la creazione
di 3 marche d’insediamento,nelle aree situate rispettivamente a ovest di Leningrado,di Memel-Narew e nel
cosiddetto Gotengau,che avrebbe compreso la Crimea e la zona dei Tauri. Le marche d’insediamento sarebbero state
collegate al Reich da una catena di centri di colonizzazione,collocati lungo le principali vie di comunicazione: ognuna
di queste avrebbe contato circa 20 mila abitanti e sarebbe stata circondata da una cintura di villaggi abitati dai coloni
tedeschi. La priorità nelle assegnazioni di terre sarebbe andata ai veterani di guerra,principalmente alle SS,ma
sarebbero stati ammessi anche coloni provenienti dalle comunità tedesche d’oltremare e da pesi germanici come
Olanda,Danimarca,Norvegia. Per far loro posto i residenti locali sarebbero stati scacciati,a eccezione di non più di 14
milioni di persone considerate accettabili; ciò significava l’espulsione di almeno 31,e forse di 46-51 milioni di persone
nell’arco di 3 decenni. La loro destinazione doveva essere la Siberia occidentale; è evidente come simili evacuazioni
non sarebbero state spontanee né tanto meno indolori,eppure i burocrati nazisti discussero l’opportunità di
trasferire il 50% dei cechi,il 65% degli ucraini della Galizia,il 75% dei bielorussi e l’85% dei polacchi. Mentre il
trasferimento dei tedeschi sarebbe stato incoraggiato con incentivi di carattere materiale,che arrivavano a riservare
loro il diritto di proprietà del suolo,la germanizzazione avrebbe ancora una volta comportato il recupero di elementi
locali aventi caratteri razziali validi. A dispetto dell’andamento sfavorevole del conflitto,i pianificatori del Rsha
continuavano a discutere del riordino etnico-razziale del continente ancora alla fine del 1944; nei fatti,però,solo
alcune aree vennero effettivamente sottoposte a misure di riallocazione e colonizzazione. Estoni e finnici residenti in
Ingria furono deportati in Estonia o in Germania e usati come lavoratori forzati; furono anche rimpatriate decine di
migliaia di abitanti di lingua svedese e finlandese dell’Estonia,anche se molti accettarono pur di evitare il rischio di
essere deportati in Germania come lavoratori forzati. Più a sud si tentò di raggruppare nel distretto di Hegewald
circa 45 mila coloni germanofoni dispersi in 486 diversi insediamenti sparsi per l’Ucraina. Nel novembre 1942 gli
abitanti di 7 villaggi ucraini vicini alla città di Kalynivka furono deportati per far posto ai tedeschi etnici provenienti
dalla Volinia (provocando un’ondata di scontento e di risentimento fra la popolazione locale) e a dicembre 1942
venne creato il Volksdeutsches-Gebiet Hegewald,che comprendeva 9 mila abitanti su una superficie di 500 km
quadrati ed era escluso dalla giurisdizione del Reichskommissariat Ucraina,venendo amministrato direttamente dalle
SS. Un’altra area selezionata per la colonizzazione fu il distretto polacco di Zamosc,da cui oltre 100 mila abitanti
vennero espulsi o deportati a partire dal novembre 1942; anche questo esperimento si risolse in un fallimento,e anzi
contribuì a scatenare una vera e propria insurrezione da parte della popolazione polacca. Quest’ultima,consapevole
della sorte toccata alla locale popolazione ebraica,assassinata nelle camere a gas,interpretò le deportazioni come il
preludio a un massacro; a dirigerle era la stessa persone che aveva sovrainteso allo sterminio degli ebrei in tutto il
Governatorato generale,cioè Odilo Globocnik,capo delle SS e della polizia nel distretto di Lublino e promotore delle
politiche di germanizzazione. Anche gli esecutori erano in parte gli stessi,visto che alcune unità di ausiliari di polizia
precedentemente in servizio nei centri di sterminio vennero impiegate nelle deportazioni della popolazione
polacca,e alcuni deportati vennero provvisoriamente alloggiati nelle abitazioni appartenute agli ebrei ghettizzati o
sterminati. Malgrado il loro fallimento,gli episodi di Kalyvnika e Zamosc offrono un esempio di come si pensava di
realizzare la colonizzazione dell’area compresa entro una linea che andava dal lago Ladoga fino a Brjansk e all’ansa
del fiume Dnepr. Alla fine,però,la sconfitta militare della Germania nazista fece sì che la pars costruens dei piani
tedeschi per l’Europa orientale rimanesse lettera morta;non altrettanto si può dire della pars destruens. La
persecuzione già in corso contro gli zingari proseguì,radicalizzandosi e causando almeno 50 mila vittime: sinti della
Germania e rom dell’Europa orientale vennero assassinati in esecuzioni di massa o nei campi di concentramento e
sterminio. Dal canto loro,gli alleati romeni e croati della Germania ne uccisero altri 40 mila e,data la carenza di
documentazione,è possibile che le vittime siano state assai più numerose. Inoltre,lo sterminio di disabili e malati
mentali,interrotto in Germania,proseguì nei territori orientali occupati. Soprattutto la Vernichtungskrieg
antibolscevica causò la morte di milioni di slavi,prevalentemente civili polacchi,ucraini,bielorussi e russi,nonché
prigionieri di guerra sovietici di varie nazionalità. Questi ultimi vennero perlopiù lasciati a morire di fame,freddo e
maltrattamenti in campi d’internamento spesso improvvisati,mentre i civili furono vittime anch’essi della fame e,in
minor misura e soprattutto nelle campagne,delle repressioni antipartigiane,condotte con molta crudeltà. In
Bielorussia,epicentro della resistenza armata all’occupazione nazista e devastato dalla guerra,i decessi di non
combattenti furono 1,6 milioni su una popolazione di circa 10 milioni; tra le vittime si contarono 345 mila civili e 30
mila partigiani,oltre a 700 mila dei circa 3,3 milioni di prigionieri di guerra sovietici morti in cattività e a mezzo
milione di ebrei vittime della Shoah.

LA SHOAH E LA PIANIFICAZIONE ETNICA DELL’EUROPA CENTRO-ORIENTALE (1941-1944)

Lo sterminio nazista degli ebrei europei rappresenta un evento unico nella storia,in quanto è l’unico caso in cui
l’intento sterminatore venne spinto alle estreme conseguenze,fino al punto di tentare di uccidere tutti i componenti
del gruppo perseguitato,fino all’ultimo uomo,donna e bambino. I piani di sterminio nazisti,delineati alla conferenza
del Wannsee del gennaio 1942,includevano anche comunità ebraiche non ancora cadute in mano tedesca e che,in
previsione della vittoria italo-tedesca in Africa settentrionale,venne creato un apposito Einsatzkommando delle SS
destinato a occuparsi della comunità ebraica residente in Palestina. Un’altra specificità della Shoah è rappresentata
dai metodi industriali con cui esso venne portato a termine nei centri di sterminio situati nel Governatorato
generale. Buona parte delle vittime venne uccisa con sistemi più simili a quelli usati in altri episodi di pulizia
etnica,come dimostra l’esempio della comunità ebraica di Jozefow,nel Governatorato generale,che nel luglio 1942
venne quasi interamente sterminata a colpi d’arma da fuoco. Tali metodi furono però usati soprattutto in Urss,dove
una parte del totale delle vittime civili (7-9 milioni) causate dall’occupazione nazista fu costituita dagli ebrei
assassinati: in tutto fra i 2,3 e i 2,6 milioni. Poco più di 700 mila fra questi,perlopiù provenienti dalla Galizia,vennero
uccisi nei campi di sterminio; gli altri furono uccisi dalle Einsatzgruppen delle SS,dai battaglioni mobili
dell’Ordnungspolizei e da quelli stanziali della Gendarmerie,assistiti da ausiliari reclutati in loco. La Shoah è dunque
un evento che esula dalla storia degli spostamenti forzati di popolazione in Europa: anche se l’intenzione originale
dei nazisti era quella di costringere all’emigrazione gli ebrei residenti nella sfera d’influenza tedesca,la
Vernichtungskrieg antisovietica aprì la strada a un salto di qualità in direzione dello sterminio di massa,che venne
condotto con accanimento. Non pochi perpetratori dello sterminio avevano preso parte alle politiche di migrazione
forzata attuate negli anni precedenti; vi furono significative continuità a livello di personale,anche se solo alcuni
poterono riutilizzare a danno degli ebrei l’esperienza maturata deportando intere categorie di popolazione,come
fecero Adolf Eichmann e i suoi collaboratori che,dopo aver coordinato le deportazioni dai territori polacchi e sloveni
annessi nel 1939-1941,passarono a supervisionare l’invio verso i centri di sterminio della popolazione ebraica da
tutta l’Europa occupata. D’altro canto,la Shoah costituì un pezzo fondamentale della storia dell’omogeneizzazione
etnica dell’Europa centrale e orientale,com’è evidente se si guarda alle vicende di città e intere regioni dove per
secoli avevano risieduto imponenti comunità ebraiche. La loro scomparsa significò per le popolazioni maggioritarie
un incremento della propria percentuale sul totale della popolazione,soprattutto urbana,nonché del ruolo ricoperto
in alcuni settori dell’economia,anche a causa dell’appropriazione di risorse appartenute alle vittime. Lo sterminio
degli ebrei avvenne sullo sfondo dei conflitti politici,nazionali e sociali in corso nella regione,che condizionarono le
risposte locali a esso. Emblematica,in tal senso,è la vicenda di Salonicco. Dopo lo scambio di popolazioni greco-turco
del 1922-1923 e il conseguente afflusso di profughi dall’Asia Minore,gli oltre 50 mila ebrei tessalonicesi costituivano
ormai solo 1/5 della popolazione cittadina; ciononostante rimanevano la più importante comunità del Sudest
europeo e del mondo sefardita. Quando nel 1943 essi vennero deportati in massa ad Auschwitz,la città divenne di
colpo interamente omogenea,e i loro concittadini cristiani s’impadronirono di buona parte dei veni e degli effetti
personali abbandonati,in parte attraverso atti di sciacallaggio e in parte per opera di un ente denominato ‘Servizio di
liquidazione delle proprietà ebraiche’. Quest’ultimo era stato creato con l’intento di utilizzare le abitazioni e le
proprietà degli ebrei deportati a vantaggio degli esuli provenienti dalle regioni sotto occupazione bulgara,anche se
nella pratica questo accadde in misura assai limitata e a beneficiare maggiormente delle risorse che si resero
disponibili furono i collaboratori dei tedeschi. Il timore che la città venisse inclusa nella zona d’occupazione bulgara
contribuì anche a tacitare l’establishment greco locale e a far sì che nessuno protestasse contro la deportazione degli
ebrei. Fenomeni analoghi a quelli verificatisi a Salonicco accaddero in molte altre località dell’Europa centro-
orientale e in particolare dei territori sovietici occupati,che in buona parte coincidevano con la vecchia Zona
d’insediamento zarista e dove la Shoah rappresentò ora il preludio,ora l’epilogo di un più ampio processo di
omogeneizzazione nazionale. Così,nel distretto ucraino di Zytomyr, lo sterminio degli ebrei locali completò un
processo di eliminazione delle minoranze iniziato già con le deportazioni sovietiche degli anni 30. Già nei primi mesi
dell’occupazione le comunità residenti nelle città vennero falcidiate: a Berdicev 20 mila persone perirono entro
l’ottobre 1941. Lo sterminio proseguì nel 1942-1943,questa volta a danno degli ebrei che abitavano nelle campagne
e dei lavoratori forzati precedentemente risparmiati. Analogamente,in Lettonia,l’ultima significativa minoranza
rimasta nel paese dopo l’evacuazione dei Baltendeutsche nel 1939-1940 era quella ebraica; essa venne però
annientata entro la fine del 1941. Il ghetto di Riga venne svuotato in 2 riprese il 30 novembre e l’8 dicembre di
quell’anno,quando 27.800 persone furono assassinate a colpi d’arma da fuoco e gettate in fosse comuni scavate
nella località di Rumbula,alla periferia della città. In altri casi,invece,lo sterminio degli ebrei rappresentò solo un
primo passo verso l’omogeneizzazione etnica: è quanto accadde nei casi delle città di Vilnius e Leopoli,che nel 1941
erano ancora ad assoluta prevalenza ebraica e polacca. In questi casi il processo di sterminio si protrasse nel tempo:
a Vilnius,per esempio,le esecuzioni nella foresta di Paneirai,alla periferia della città,cominciarono già nel luglio 1941
e proseguirono sino alla fine di quell’anno. Dopo una tregua durata un anno e mezzo,il ghetto in cui erano stati
rinchiusi i sopravvissuti fu liquidato definitivamente nel settembre 1943. A Leopoli,tutto iniziò con le due
devastazioni verificatesi nel luglio 1941; gli ebrei locali furono poi ghettizzati e,nel 1942,in parte deportati verso il
campo di sterminio di Belzec,nel Governatorato generale,e lì uccisi nelle camere a gas. Gli altri furono trasferiti nei
vicino campo di lavoro forzato di Janowska e,nel primo semestre del 1943,assassinati a colpi d’arma da fuoco in
esecuzioni di massa fuori città. Ma la Shoah significò anche la scomparsa dei residenti nella moltitudine di
shtetlakh,le cittadine prevalentemente ebraiche,che punteggiavano la regione baltica così come la Polonia,la
Bielorussia e l’Ucraina. Terminò così la secolare storia ebraica di località come Brest-Litovsk,Bucac e Pinsk,e di altre
ancora più piccole e meno note come Bratsk e Konin. In Volinia,la diminuzione della popolazione ebraica fu pari al
98,5%; altrove le percentuali furono inferiori,ma in ogni caso di gran lunga superiori a quelle registrate in Germania o
nei paesi dell’Europa occidentale. Allo sterminio si accompagnò la depredazione delle vittime,di cui gli abitanti locali
ne beneficiarono. In tutta Europa la spoliazione degli ebrei non solo ne finanziò il massacro,ma beneficiò anche i loro
concittadini ariani se non altro diminuendo i costi d’occupazione,che le autorità naziste addossavano agli occupati
stessi; tale argomentazione dovrebbe valere a maggior ragione per l’Europa orientale dove le condizioni di vita erano
peggiori. Tuttavia,in Polonia e in Unione Sovietica le dimensioni dello sterminio furono tali da causare effetti
economici negativi,a dispetto dell’arricchimento di coloro che riuscirono a trarre vantaggio dalla situazione,pur senza
necessariamente essere favorevoli agli occupanti e alle loro politiche. In effetti la Shoah implicò un enorme
trasferimento di risorse materiali appartenute alle vittime: alcuni ne profittarono direttamente,come i delatori che
riscossero le taglie poste dalle autorità tedesche,i ricattatori che estorcevano denaro agli ebrei nascosti minacciando
di denunciarli,o ancora quanti non restituirono mai i beni ricevuti in custodia da vicini,conoscenti e amici ebrei,si
diedero allo sciacallaggio nei ghetti appena svuotati dalle esecuzioni o si appropriarono degli immobili delle vittime.
Altri trassero benefici indiretti,a cominciare da quanti comprarono a poco prezzo i beni e gli effetti personali degli
ebrei assassinati,rivenduti all’asta dalle autorità di occupazione,che usavano il ricavato per pagare gli stipendi degli
ausiliari di polizia reclutati sul posto. Se a Praga quasi il 10% dei fiduciari cui furono affidati beni arianizzati erano
cechi,dappertutto artigiani,commercianti,professionisti e uomini d’affari approfittarono della scomparsa dei loro
concorrenti ebrei. La spartizione del bottino seguiva le gerarchie razziali sancite dall’ideologia nazista,cosicché i
Volksdeutsche locali risultarono tra i principali beneficiari dello sterminio. A guerra finita,la sconfitta tedesca fece sì
che anch’essi fossero espropriati,mentre i beni appartenuti agli ebrei non furono quasi mai restituiti ai legittimi
proprietari o ai loro eredi. Com’era già accaduto durante le deportazioni zariste del 1914-1915,si verificò una
convergenza tra le politiche antisemite emanate da un centro imperiale e gli obiettivi perseguiti da nazionalisti locali
desiderosi di sbarazzarsi degli elementi stranieri. Nel caso ucraino,per esempio,la piattaforma politica dell’ala
banderista dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun) indicava come obiettivi della rivoluzione nazionale non
solo la proclamazione di uno stato ucraino,ma anche la liquidazione degli attivisti polacchi,ebrei e moscoviti (cioè
russi). Era questo un programma nazionalista integrale,ma rivoluzionario anche dal punto d vista sociale,data la
sovra rappresentazione dei non ucraini tra i residenti urbani e in alcune categorie professionali. Già nel 1938 alcuni
esponenti dell’Oun avevano parlato di alleggerire le città dagli elementi stranieri e durante l’occupazione sovietica
altri si dissero compiaciuti della distruzione della borghesia ebraica; i documenti programmatici redatti tra la fine del
1940 e l’inizio del 1941 parlavano di mobilitare i villaggi contro le città straniere. Almeno per alcuni nazionalisti
ucraini la soluzione della questione ebraica messa in atto dai nazisti era soltanto il primo passo in direzione di una
più generale purificazione di tutte le minoranze. Il governo provvisorio ucraino sorto a Leopoli a fine giugno
1941,messo al bando nel giro di pochi giorni dagli occupanti tedeschi,trovò il tempo di discutere di piani volti a
conseguire l’omogeneità nazionale attraverso l’eliminazione delle minoranze non ucraine e il rientro degli ucraini
etnici residenti oltreconfine. È quindi anche in quest’ottica che vanno viste le devastazioni antisemite verificatesi in
Ucraina occidentale nell’estate 1941. A eseguire materialmente la pulizia etnica sarebbero stati principalmente gli ex
appartenenti alle Schutzmannschaften,milizie ausiliare reclutate in loco dagli occupanti tedeschi e impiegate per lo
sterminio degli ebrei,la repressione antipartigiana e altri compiti. Per esempio,un battaglione ausiliario composto da
nazionalisti ucraini partecipò alla distruzione del villaggio di Chatyn il 22 marzo 1943. Il massacro in questione
sarebbe poi divenuto nel 1942,una delle più note tra le innumerevoli atrocità commesse dai nazisti sul suolo
sovietico. Anche la rimozione della popolazione polacca della Lituania sudoccidentale,prevista dal Generalplan
Ost,venne effettuata da reparti ausiliari lituani nella primavera del 1942. Armati,addestrati e indottrinati dai
tedeschi,gli ex Schutzmanner ucraini guidati da Roman Suchevyc sarebbero stati i principali responsabili
dell’espulsione della popolazione polacca residente in Volinia. Il loro ruolo rappresenta un’indiretta ma importante
connessione tra la Shoah e le altre politiche di sterminio naziste,da un lato,e la purificazione etnica dell’Europa
orientale,dall’altro. Governi e movimenti nazionalisti in tutta l’Europa occupata offrirono alla Germania nazista una
cooperazione strumentale,volta a garantire il sostegno tedesco ai propri obiettivi politici,che spesso includevano
l’espansione o la purificazione etnica del proprio territorio. Tale atteggiamento può essere considerato una
‘collaborazione di stato’. Dappertutto quest’ultima implicò una partecipazione più o meno attiva alla persecuzione e
allo sterminio della popolazione ebraica: tale fenomeno toccò il suo apice nell’Ungheria invasa nel marzo 1944,dalla
quale oltre 400 mila ebrei vennero deportati verso il centro di sterminio di Auschwitz in poche settimane tra maggio
e i primi di luglio. Senza la manodopera messa a disposizione dalla gendarmeria locale,i pochi esponenti del Rsha
distaccati in Ungheria al seguito di Eichmann avrebbero potuto fare poco. Il governo ungherese e il reggente Horthy
speravano di ottenere così il ritiro dell’esercito tedesco di occupazione; paradossalmente,tale atteggiamento fece
molte più vittime di quante ne causò l’antisemitismo ideologico delle Croci Frecciate. Queste ultime compirono,nella
Budapest assediata dai sovietici nell’inverno del 1944-1945,violenze analoghe a quelle verificatesi in Ucraina,Lituana
e altrove nel 1941. Il numero delle vittime rimase nell’ordine delle decine di migliaia,e oltre la metà degli ebrei di
Budapest riuscì a sopravvivere anche alle Croci Frecciate.

CAPITOLO NONO

GLI ALLEATI DELLA GERMANIA NAZISTA (1940-1944)

Il perseguimento di un ideale nazionale fu la molla principale che indusse alcuni stati e movimenti nazionalisti
europei a contrarre alleanze con la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. Più dell’affinità ideologica
contò l’opportunità di approfittare delle circostanze per portare avanti un programma politico nazionalista,che
talvolta includeva progetti di chirurgia demografica volti ad alterare la composizione nazionale della popolazione di
interi stati o di singole regioni oggetto di contesa. Tra gli alleati della Germania,la Romania e la Croazia furono quelli
che con più coerenza e brutalità perseguirono tali politiche,mirando a una purificazione totale del proprio
territorio,anche se,nel concreto,dovettero concentrare le proprie risorse solo in alcune aree. Anche i nazionalisti
ucraini e serbi tentarono di ripulire i territori sotto il proprio controllo attraverso espulsioni e massacri; poiché non
controllavano propri apparati statali ebbero meno successo. All’estremo opposto si collocò l’Italia fascista,che tentò
di italianizzare i territori annessi ma non attuò politiche di migrazione forzata delle popolazioni allogene. Nel caso
italiano deportazioni,massacri e altre atrocità ebbero luogo soprattutto nel contesto dell’occupazione e della
repressione antipartigiana,piuttosto che nel tentativo di modificare la composizione delle popolazioni residenti nei
territori annessi. Non venne però impedito ad alleati e ausiliari locali di compiere deportazioni,espulsioni e massacri
di popolazioni straniere residenti nelle aree sotto occupazione italiana. In una posizione intermedia si collocano
infine Ungheria e Bulgaria,che intrapresero politiche di migrazione forzata solo nei territori occupati o annessi,senza
puntare a una purificazione totale,e non cercarono di disfarsi di tutte le minoranze presenti sul proprio territorio. Il
ruolo svolto direttamente dalla Germania nazista fu abbastanza limitato. Anche se le sue politiche rappresentarono
per alleati un esempio di come risolvere determinati problemi,non sembra che abbia fatto altro. Con la distruzione
degli stati polacco e jugoslavo,il Terzo Reich spianò la strada alle guerre civili combattute fra le nazionalità che
avevano convissuto al loro interno,durante le quali ebbero luogo esodi e massacri. Anche tali episodi furono
influenzati dalle politiche nazista,persino quando ebbero luogo in territori sotto diretta occupazione tedesca,come
nel caso dell’Ungheria occidentale o come nella Bosnia. Assai più attivo fu il ruolo della Germania nazista nel
sollecitare la partecipazione degli alleati alla persecuzione antiebraica; in questo caso le risposte furono dettate dalla
percezione che i singoli governi avevano del proprio interesse nazionale. Nella definizione di quest’ultimo contò la
necessità di ottenere il sostegno dei vincitori dopo la guerra.

GLI ALLEATI DELLA GERMANIA E LA SHOAH

Anche per le politiche antisemite varate dagli stati dell’Asse si può parlare di una collaborazione di stato alla
Shoah,volta a perseguire l’interesse nazionale dei paesi coinvolti,con la differenza che in questo caso a collaborare
furono i governi i cui territori non si trovavano sotto occupazione militare tedesca. Essi avevano dunque più ampi
margini di autonomia e poterono condurre politiche indipendenti se non conflittuali con quelle tedesche. Il movente
delle misure antiebraiche degli alleati della Germania fu la convenienza piuttosto che l’ideologia,eccezion fatta per la
Romania,la Croazia e l’Ungheria. Non è casuale che questi regimi siano stati anche gli unici che arrivarono a
massacrare essi stessi una parte degli ebrei sotto il loro controllo,anziché limitarsi a consegnarli alla Germania come
fecero gli altri. Per questi ultimi la persecuzione antisemita servì come merce di scambio per garantirsi il sostegno
tedesco durante la prima fase della guerra,e la sua interruzione per marcare una presa di distanza dalla Germania
dalla coalizione antinazista nella seconda parte del conflitto. Tale dinamica emerge,per esempio,dalla tempistica con
cui venne emanata la legislazione antisemita in Slovacchia,Ungheria,Romania e Bulgaria: anche se tra il novembre
1940 e il marzo 1941 tutti questi stati aderirono al Patto tripartito stipulato tra Roma,Berlino e Tokyo il 27 settembre
1940,questo non significò la fine delle contese che dividevano gli uni dagli altri. Tutti,però,cercarono il sostegno
tedesco alle proprie ragioni,e l’introduzione di leggi antisemite fu uno degli strumenti utilizzati per ottenerlo; per
esempio,l’Ungheria le usò per segnalare la propria disponibilità a cooperare con la Germana in cambio di ricompense
territoriali. La competizione geopolitica tra gli stati membri dell’Asse si tradusse in una rincorsa all’inasprimento della
legislazione antisemita. Per esempio,quella varata dalla Slovacchia nel 1939 riprendeva quella ungherese del
1948,ma era più restrittiva. Quando la situazione internazionale cambiò,anche l’atteggiamento verso gli ebrei si
modificò di conseguenza; per esempio,la salvezza di molti ebrei bulgari dipese dal fatto che la loro consegna fu
richiesta dalla Germania nel maggio 1943 e non prima,così come l’interruzione della deportazione degli ebrei
slovacchi nell’ottobre 1942 fu in parte dovuta a pressioni esterne e alla preoccupazione che un’eventuale conferenza
di pace non avrebbe convalidato atti contrari al diritto internazionale. Il risultato finale fu che,in
proporzione,sopravvissero molti più ebrei nei paesi alleati alla Germania che in quelli da essa occupati. Gli stati
dell’Asse ebbero molte meno esitazioni nell’intraprendere la spoliazione di quegli stessi ebrei che spesso rifiutavano
di consegnare ai nazisti. La spoliazione fu particolarmente rilevante nel caso ungherese,dove il ruolo economico e
sociale degli ebrei era paragonabile a quello rivestito dai cristiani nell’Impero ottomano e misure di antisemitismo
economico vennero attuate ben prima dell’occupazione tedesca nel 1944. In particolare,nel 1938-1939 venne
nazionalizzata l’industria produttrice di bevande alcoliche,in gran parte di proprietà di imprenditori ebrei;
successivamente vennero espropriati i terreni agricoli e forestali di proprietà ebraica,per un totale di 450 mila ettari
entro il 1942. A gennaio 1943 interi settori dell’economia erano stati ormai magiarizzati,tra cui il commercio di
bestiame,del cemento e quelli all’ingrosso di cuoio,zucchero e mangimi animali. Nella primavera-estate del 1944,la
deportazione e la consegna ai nazisti di buona parte degli ebrei residenti sul suolo ungherese furono seguite dal
saccheggio in parte controllato dei loro beni,di cui profittarono sia la popolazione locale che lo stato,e solo in minor
misura,attraverso il meccanismo delle spese d’occupazione imposte all’Ungheria,gli occupanti tedeschi. Anche in
Slovacchia e in Bulgaria il bottino delle espropriazioni rimase nelle mani dei locali. Tali politiche di nazionalizzazione
dell’economia aprirono la strada a quelle che sarebbero state condotte in guerra da regimi socialisti nazionali,spesso
a danno di altre minoranze,come quelle germanofone. Esso non furono un’esclusiva degli alleati della Germania: nel
novembre 1942 la neutrale Turchia introdusse un’imposta patrimoniale che colpì principalmente le esigue
minoranze non musulmane rimaste nel paese. Più dei 3/5 del gettito dell’imposta in questione provennero dai
residenti stranieri e non dai musulmani,tassati in maniera discriminatoria attraverso l’imposizione di aliquote molto
più elevate e sanzioni particolarmente severe in caso di mancato o ritardato pagamento: 1400 persone,tutti non
musulmani,vennero internate in un campo di lavoro forzato nelle montagne. Anche se la tassa venne abolita nel
1944,di fatto essa servì a confiscare almeno una parte dei beni appartenenti ai non musulmani e a proseguire la
nazionalizzazione dell’economia avviata in epoca ottomana dal regime ittihadista.

L’ITALIA FASCISTA E I TERRITORI OCCUPATI: KOSOVO,MONTENEGRO E SANGIACCATO

Fra gli alleati della Germania,l’Italia fascista rappresenta un caso a parte per vari motivi,in primo luogo perché fece
ricorso meno di tutti a politiche di migrazione forzata volte a modificare in via permanente la composizione
demografica dei territori annessi o occupati. In secondo luogo,essa aveva più vaste ambizioni imperialiste,che
andavano al di là dei programmi di massimalismo nazionalista (talvolta unito a progetti di pulizia etnica) degli altri
stati dell’Asse. Tali ambizioni,però,non precludevano l’esistenza di entità statuali che avrebbero avuto un ruolo
subordinato nella comunità imperiale fascista: satelliti o protettorati che avrebbero potuto avere popolazioni
etnicamente omogenee. Per raggiungere questo fine,deportazioni,espulsioni e scambi di popolazione erano ritenuti
ammissibili. In terzo luogo,la stessa debolezza militare italiana indusse i responsabili delle politiche d’occupazione,a
cominciare dai comandanti sul terreno,a fare spesso ricorso ad ausiliari locali e ad assecondarne le politiche,anche
quando queste ultime includevano la ripulitura violenta delle altre nazionalità dai territori che controllavano. Nelle
province annesse,l’amministrazione italiana mise in atto una mappatura etnica e,parallelamente,avviò la ripulitura
degli elementi considerati nocivi o indesiderabili,decretando l’espulsione dei funzionari pubblici jugoslavi ed
epurando da serbi e croati intere categorie professionali,come ferrovieri,medici e avvocati. Si cercò anche di
rimuovere le tracce del passato slavo e asburgico modificando la toponomastica e rimuovendo i monumenti; tale
politica doveva però fare i conti con una realtà ancora più sfavorevole di quella che la Germania nazista si era trovata
a fronteggiare nelle zone annesse nel 1939,dal momento che solo 14 mila dei 380 mila abitanti della Dalmazia si
dichiararono italiani,nonostante i vantaggi che tale scelta comportava. L’italianizzazione delle nuove province non
poteva dunque che passare attraverso l’assimilazione forzata degli abitanti slavi,già tentata nei decenni precedenti
con quelli residenti all’interno dei vecchi confini. Internamenti e deportazioni vennero quindi usati come misure
contro insurrezionali,ma non a scopi di pulizia etnica. D’altro canto,l’amministrazione italiana appoggiò
l’albanizzazione forzata nel Kosovo,nel Dibrano (Macedonia occidentale) e in Metochia,incoraggiando l’espulsione di
serbi,montenegrini,greci e bulgari da quelle regioni. A Tirana venne creato un apposito ministero per le Terre
redente,e furono attuate misure paragonabili a quelle applicate in Dalmazia,ma più estreme. In Kosovo
l’amministrazione italiana cercò di cancellare gli effetti delle riforme agrarie jugoslave del 1921 e 1925,e i musulmani
di lingua albanese si volsero contro i coloni serbi e montenegrini insediati nella regione nel periodo fra le due
guerre,causando l’esodo di 20 mila di essi verso il territorio serbo occupato dai tedeschi. Questi ultimi continuarono
a sostenere il nazionalismo albanese quando presero il controllo della regione dopo il settembre 1943:
Deva,nominato ministro degli Interni,sovrintese a politiche che costrinsero ancora altri serbi a lasciare le loro case.
Entro l’agosto 1944,i rifugiati giunti nella Serbia occupata dalle aree annesse all’Albania erano ormai circa 49 mila. Di
una certa rilevanza fu l’esodo di circa 5 mila montenegrini che abbandonarono la Metochia a causa delle vessazioni
delle autorità albanesi; l’afflusso di profughi e le mutilazioni territoriali a vantaggio di Albania e Italia furono infatti
tra le cause dell’insurrezione del luglio 1941 in Montenegro,che in un primo momento mise in una condizione
sfavorevole le truppe italiane d’occupazione e venne repressa con l’assistenza di ausiliari irregolari reclutati fra
albanesi e musulmani del Sangiaccato. Gli insorti si divisero in una componente comunista e una monarchica
cetnica,quest’ultima a sua volta divisa fra nazionalisti panserbi e autonomisti montenegrini,che però concordavano
nel considerare gli albanesi e i musulmani,piuttosto che gli occupanti italiani e tedeschi,come i loro nemici principali.
In teoria integrati nella catena di comando del cosiddetto ‘esercito jugoslavo interno’ comandato da
Mihailovic,ministro della Guerra del governo monarchico in esilio,in pratica i cetnici del Montenegro e del
Sangiaccato rispondevano unicamente ai loro capi,ex ufficiali dell’esercito jugoslavo prebellico divenuti signori della
guerra locali come Lasic e Durisic. Quest’ultimo fu probabilmente autore delle istruzioni,falsamente attribuite a
Mihailovic,con cui nel dicembre 1941 la rimozione delle minoranze e degli elementi a-nazionali e in particolare dei
musulmani del Sangiaccato e dei musulmani e croati dalla Bosnia-Erzegovina,nonché la colonizzazione delle aree
epurate da parte dei montenegrini,vennero indicate tra gli scopi di guerra del movimento cetnico. Sin dalle
settimane successive l’azione dei cetnici del Sangiaccato,nel Montenegro orientale e nella Serbia sudoccidentale
terrorizzò e indusse all’esodo la popolazione civile musulmana: al fine di realizzare i suoi obiettivi Durisic non esitò a
collaborare prima con gli italiani e poi con i tedeschi,riproponendo ancora una volta l’interazione e la reciproca
strumentalizzazione tra imperialismi esterni e nazionalismi locali. I suoi uomini annientarono le milizie ausiliarie
musulmane che lo stesso esercito italiano aveva allestito nel Sangiaccato e in Erzegovina per combattere i partigiani
e fare da contrappeso ai cetnici,e nel farlo massacrarono un numero considerevole di civili. Le sole vittime delle
azioni di pulizia condotte dai reparti di Durisic tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 furono forse 10 mila. Tuttavia,le
violenze verificatesi in Kosovo,in Montenegro e nel Sangiaccato furono messe in secondo piano da quelle analoghe
ma ancor più gravi che ebbero luogo nella Bosnia-Erzegovina annessa alla Croazia.

BULGARIA E UNGHERIA

Per la Bulgaria,la riacquisizione della Dobrugia dalla Romania in seguito al trattato di Craiova costituì solo il primo
passo di un’espansione che negli anni successivi la avvicinò ai confini promessi dal trattato di Santo Stefano del 1878
e mai più raggiunti. Quello di creare la vagheggiata ‘Grande Bulgaria’ era lo scopo principale dell’alleanza che Sofia
contrasse con la Germania nazista. È probabile che il governo bulgaro confidasse nell’appoggio tedesco per realizzare
le proprie mire espansionistiche senza dover combattere. Di fatto,dal 1941 e dopo il settembre 1943 le truppe
bulgare occuparono territori appartenuti a Grecia e Jugoslavia,e di alcune loro parti venne formalmente proclamata
l’annessione. Nei territori annessi vennero varate misure di bulgarizzazione che causarono la migrazione forzata di
decine di migliaia di persone; vennero anche attuate misure di colonizzazione agraria. La cittadinanza bulgara venne
offerta a tutti gli abitanti delle aree annesse,minacciando di espellere chi la rifiutasse. Nella Macedonia jugoslava le
chiese ortodosse locai vennero poste sotto il controllo del sinodo bulgaro. Lo stato bulgaro si appropriò dei beni
appartenuti a quello jugoslavo,e 26 mila coloni serbi e montenegrini stabilitisi dopo il 1918 vennero espulsi; il
numero dei rifugiati che giunsero nella Serbia sotto occupazione tedesca dalle aree annesse alla Bulgaria raggiunse i
42 mila nell’agosto 1944. Tuttavia,la speranza di riuscire ad assimilare gli abitanti locali fece sì che le politiche
condotte nella Macedonia jugoslava fossero più moderate di quelle applicate nelle cosiddette ‘province
egee’,ovverosia la Macedonia greca. In quest’ultima le scuole vennero chiuse,i religiosi e gli insegnanti espulsi,i beni
e le attività economiche greche confiscati e affidati non ad altri abitanti locali,ma prevalentemente a persone
provenienti dalla Bulgaria prebellica. Tali misure scatenarono già nel 1941 una rivolta che ebbe inizio a Drama il 28
settembre e,dopo essersi propagata nell’intera regione,venne repressa brutalmente: le vittime furono migliaia e
interi villaggi vennero distrutti. I massacri indussero circa 100 mila greci a sfuggire le repressioni rifugiandosi nella
Grecia sotto occupazione tedesca,mentre il governo collaborazionista di Atene considerò la possibilità di evacuare
l’intera popolazione dell’area sotto controllo bulgaro. Vittime delle politiche di bulgarizzazione furono anche oltre 11
mila ebrei macedoni,i quali vennero consegnati ai tedeschi e inviati nel centro di sterminio di Treblinka. Paragonabile
a quella bulgara fu la politica perseguita dall’Ungheria finché non venne occupata dalla Germania nel 1944. Le
autorità magiare bocciarono le proposte di purificazione totale avanzate da alcuni estremisti e,quando nel 1941 il
capo di stato maggiore dell’esercito propose di espellere tutti gli abitanti che non fossero ungheresi o
germanofoni,questo avrebbe comportato la cacciata di circa 8 milioni di persone,prevalentemente slavi e
romeni,venne rimosso per aver interferito in politica. Ciò non impedì tuttavia l’attuazione di espulsioni limitate e
selettive: nel 1941 migliaia di rifugiati ebrei vennero espulsi dall’Ungheria verso l’Ucraina,e in agosto molti di essi
furono massacrati dalle Einsatzgruppen causando 23.600 morti. Nei territori jugoslavi formalmente annessi
all’Ungheria nel dicembre 1941 la popolazione fu suddivisa in 2 gruppi sulla base della residenza al momento
dell’armistizio del 1918; quanti erano giunti dopo questa data vennero presi a bersaglio delle misure di
magiarizzazione. Decine di migliaia furono gli espulsi,ma un piano per espellere circa 150 mila verso la Serbia
occupata non fu mai attuato a causa dell’opposizione delle autorità militari tedesche. Le terre assegnate a coloni
serbi con la riforma agraria vennero espropriate e in parte restituite ai loro vecchi proprietari,in parte assegnate a
nuovi arrivati tra cui i secleri provenienti dalla Bucovina; altre ancora vennero attribuite allo stato ungherese,al pari
dei beni appartenuti allo stato jugoslavo. Gli ebrei,perlopiù residenti nell’area da prima del 1918,invece furono per la
maggior parte lasciati indisturbati fino al marzo 1944. Il Banato,promesso all’Ungheria,non venne assegnato a
quest’ultima a causa delle proteste della Romania,che rivendicava anch’essa la regione; la minoranza germanofona
che vi risiedeva prese il controllo della regione,sottoposta a uno speciale regime d’occupazione. Sia la Bulgaria che
l’Ungheria,diedero la priorità all’espansione territoriale piuttosto che alla purificazione etnica e all’espulsione di
popolazioni minoritarie. Queste ultime vennero però scacciate dalle aree annesse,per poter poi rivendicare le stesse
in una futura conferenza di pace. Altri stati alleati con la Germania diedero al contrario la priorità
all’omogeneizzazione etnica piuttosto che all’espansione del proprio territorio statale.

DEPORTAZIONI E STERMINI NELLA ROMANIA DI ANTONESCU

La politica condotta dalle autorità romene durante la seconda guerra mondiale ricorda quella attuata dagli ittihadisti
ottomani nel conflitto precedente. Anche la Romania,infatti,prese di mira tutte le minoranze residenti sul proprio
suolo,ma si accanì con particolare violenza su quelle che non avevano una madrepatria esterna di riferimento,vale a
dire ebrei e rom. Nel 1941-1942 la persecuzione di questi ultimi sfociò in uno sterminio di massa la cui dinamica fu
simile a quella dello sterminio degli armeni ottomani un quarto di secolo di prima. Tuttavia,l’idea di purificare dal
punto di vista nazionale lo stato romeno attraverso trasferimenti e scambi di popolazione risale già all’estate del
1940,quando la perdita della Transilvania settentrionale indusse i nazionalisti romeni a cercare una compensazione
nel raggiungimento della più completa omogeneità nazionale possibile. Uno scambio di popolazioni fece seguito al
trattato di Craiova con cui,nel 1940,la Romania cedette la Dobrugia meridionale alla Bulgaria; i circa 100 mila romeni
che vi risiedevano vennero scambiati con 60 mila bulgari che si trovavano nella parte settentrionale della regione. A
molti degli scambiati venne imposta,dalle autorità dei due paesi,un’identità nazionali in cui non si riconoscevano. Nel
caso romeno,i profughi furono riallocati d’autorità in case e fattorie appartenute a bulgari e Volksdeutsche che
erano emigrati,e poiché queste ultime non bastarono venne proposto di espropriare terre e proprietà ebraiche per
risolvere il problema. Un altro scambio di popolazioni si verificò,senza essere sancito da alcun accordo ufficiale,in
seguito all’annessione della Transilvania settentrionale all’Ungheria nel 1940. Vi fu infatti un esodo di ungheresi
residenti nella regione rimasta alla Romania,alcuni dei quali furono deportati. Furono rimpatriati 17 mila secleri della
Bucovina,che le autorità ungheresi riallocarono nella Vojvodina occupata,e precisamente nella regione della
Backa,dalla quale furono espulsi non meno di 15 mila coloni serbi insediati nella regione dopo il 1918.
Parallelamente,molti romeni lasciarono la Transilvania passata all’Ungheria; nell’insieme vennero coinvolte oltre 400
mila persone entro il 1944. Quasi 200 mila ungheresi abbandonarono la Transilvania meridionale e più di 220 mila
romeni quella settentrionale. Entrambi gli stati scoraggiarono queste migrazioni,in quanto tutti e due miravano a
rivendicare nuovamente le regioni in mani altrui a guerra finita. Le vittime principali della purificazione etnica della
Romania furono ebrei e rom,in particolare quelli residenti nelle province annesse all’Unione Sovietica nel 1940. La
riconquista delle stesse nel 1941 fu,per il regime guidato da Ion Antonescu,salito al potere dopo le mutilazioni
territoriali subite dalla Romania nel 1940,l’occasione per la messa in atto di un programma di purificazione etnica e
politica. In un consiglio dei ministri tenutosi l’8 luglio 1941,Antoneschu affermò che era favorevole all’emigrazione
forzata di tutta la popolazione ebraica della Bessarabia e della Bucovina,che deve essere espulsa oltre la frontiera.
Era inoltre favorevole all’emigrazione forzata degli ucraini per i quali non vi era più posto. Si trattava di un notevole
salto di qualità rispetto alle politiche di discriminazione antiebraica perseguite fino a quel momento,come appare
evidente dal confronto tra la distruzione compiuta a Bucarest nel gennaio 1941 da esponenti della Legione
dell’Arcangelo Michele e quello perpetrato a Iasi da esercito,gendarmeria e civili locali pochi giorni dopo l’apertura
delle ostilità. Se il primo era costato la vita a un centinaio di persone,nel corso del secondo vennero assassinati 13-14
mila residenti ebrei della città. Esso costituì il prologo di una campagna di sterminio della popolazione ebraica
residenti in Bessarabia,Bucovina e nei territori sovietici occupati dalla Romania che,a sua volta,avrebbe dovuto
spianare la strada alla completa romanizzazione delle prime due regioni,destinate a divenire province modello da
questo punto di vista. Nel corso della cosiddetta ‘pulizia del terreno’,l’esercito e la gendarmeria romena uccisero tra i
45 e i 60 mila ebrei residenti in Bessarabia e Bucovina settentrionale con l’assistenza di elementi estremisti o
opportunisti reclutati fra la popolazione locale,mossi dall’antisemitismo,dal desiderio di compiacere le nuove
autorità,o dal sadismo e dalla possibilità di arricchirsi a spese delle vittime. La partecipazione locale alla violenza fu
non solo incitata ma anche governata dalle autorità romene,che risparmiarono coloro che avevano collaborato con i
sovietici,eccezion fatta per gli ebrei,e presero di mira con arresti ed esecuzioni i nazionalisti ucraini che avevano
partecipato alla persecuzione antiebraica. In autunno i sopravvissuti ai massacri vennero espulsi verso la
Transnistria,la regione,ora sotto occupazione romena,compresa tra i fiumi Dnestr e Bug. Si trattò di una
deportazione crudele e caotica,realizzatasi a marce forzate e nel corso della quale un gran numero di persone
perirono di fame,freddo e malattie o furono uccise dai gendarmi che li scortavano o dagli abitanti locali; altri
morirono di stenti nei ghetti e nei campi di concentramento dove furono internati al loro arrivo,e il totale delle
vittime superò le 100 mila unità. Ai massacri e alle deportazioni si accompagnò la romenizzazione
dell’economia,affidata a un apposito sottosegretario incaricato di provvedere anche ai rifugiati provenienti dalle
aree perduto a vantaggio di Ungheria e Bulgaria. La nazionalizzazione dell’economia era diretta ancora una volta
contro tutte le minoranze,ma per motivi diplomatici potè essere perseguita solo a danno degli ebrei. Non
casualmente essa fu particolarmente incisiva in Bessarabia e Bucovina,dove la popolazione ebraica aveva ricoperto
un ruolo preponderante nelle attività industriali,commerciali e bancarie. Nel 1942 la percentuale di romeni tra i
proprietari e i dipendenti di imprese commerciali in Bessarabia superava il 91%,rispetto al 16% del 1940. Tuttavia,le
redistribuzione delle proprietà abbandonate fu rinviata in attesa della fine della guerra e della purificazione totale di
tutte le minoranze,destinate a venire espulse e rimpiazzate da coloni romeni,in primis veterani di guerra. Piani in tal
senso vennero approvati nel dicembre 1942 e probabilmente avrebbero dovuto applicarsi anche alla Transnistria,che
intanto venne usata come discarica etnica,tanto che nel 1942 vi furono spediti 25 mila rom che per la maggior parte
vi morirono di fame e malattie. Furono terribili anche le sofferenze degli ebrei ucraini trovatisi nella zona
d’occupazione romena: l’episodio più atroce fu lo sterminio di 48 mila internati nel campo di concentramento di
Bogdanovka,uccisi a colpi d’arma da fuoco a eccezione dei malati e degli invalidi,che vennero bruciati vivi all’interno
del porcile in cui erano stati rinchiusi. I massacri continuarono per tutto il 1942,con un bilancio finale oscillante fra
115 e 180 mila vittime. La deportazione verso il campo di sterminio di Belzec della comunità ebraica residente nel
cosiddetto ‘Regat’ venne invece bloccata in seguito alla sconfitta di Stalingrado,e i suoi 375 mila componenti
sopravvissero fino alla caduta del regime di Antonescu nell’agosto 1944. Questo fu il voltafaccia più estremo fra
quelli effettuati dagli alleati della Germania per quanto riguarda la politica antisemita,e rappresenta una prova
ulteriore di come il regime romeno abbia condotto in assoluta autonomia una persecuzione costata non meno di 280
mila vittime.

LO STATO INDIPENDENTE DI CROAZIA

Rapidamente sconfitta nella primavera del 1941,la Jugoslavia prebellica subì un vero e proprio smembramento a
opera delle potenze dell’Asse. Se alcune regioni periferiche vennero annesse agli stati vicini,le rimanenti furono
divise in due zone d’occupazione,una italiana e una tedesca. A cavallo tra le due si estendeva lo Stato indipendente
di Croazia; il resto del territorio jugoslavo prebellico era sotto la giurisdizione di un regno montenegrino,protettorato
italiano,e di un’amministrazione civile serba sottoposta a quella occupante tedesca. Questa sistemazione fece da
sfondo alla guerra civile che,tra il 1941 e il 1945,contrappose gli uni agli altri i cittadini della Jugoslavia
prebellica,dividendoli lungo linee sia ideologiche,come nel caso del conflitto tra i partigiani comunisti e i loro
oppositori monarchici e fascisti,sia comunitarie,come nei conflitti tra nazionalisti croati,serbi e albanesi che ebbero
luogo in Bosnia e altrove. Le violenze peggiori ebbero luogo nella Croazia indipendente guidata dal duce ustascia
Pavelic. L’orientamento generale del nuovo regime era che la Croazia doveva essere croata e nient’altro,e doveva
essere ripulita dai serbi. Tali propositi si scontravano su una realtà in cui,su 6 milioni di abitanti del nuovo stato,solo
la metà era cattolica e quasi 1/3 ortodosso; questi ultimi,stando al censimento del 1931,erano la maggioranza
relativa in Bosnia-Erzegovina,dove le città restavano invece prevalentemente musulmane. Data la comunanza
linguistica,l’appartenenza confessionale poteva considerarsi equivalente a quella nazionale,anche se in questo modo
venivano ignorate tanto l’autoidentificazione dei singoli quanto il particolarismo bosniaco. La Bosnia-
Erzegovina,cuore del nuovo stato al punto che si parlò del trasferimento della capitale da Zagabria a Banja Luka,
divenne ancora più importante dopo che gli accordi di Roma del maggio 1941 avevano sancito la cessione della
Dalmazia all’Italia: tale perdita fu accolta come uno choc dall’opinione pubblica croata,e indusse Pavelic a porre
l’accento sugli elementi antiserbi del nazionalismo croato,per evitare che quest’ultimo si volgesse contro l’alleato
italiano. La politica ustascia nei confronti degli acattolici seguì un doppio binario: da un lato,tentò di assumere i
musulmani considerati etnicamente croati,dall’altro invece promosse la persecuzione degli ortodossi. Lo
sradicamento della popolazione serba ebbe inizio nel giugno 1941,quando le autorità tedesche e lo Stato
indipendente di Croazia concordarono che quest’ultimo avrebbe accettato 180 mila profughi sloveni,espulsi dai
territori annessi alla Germania,in cambio della possibilità di espellere altrettanti ortodossi residenti al di là dei confini
del regno serbo costituitosi nel XIX secolo nella Serbia sotto amministrazione tedesca. Le espulsioni erano iniziate
ancora prima,colpendo le elite locali: il clero ortodosso venne preso di mira con particolare accanimento,come
dimostra l’espulsione di 335 preti entro il settembre 1941 e l’uccisione di altri 150 religiosi tra giugno e dicembre
dello stesso anno. Anche molti luoghi di culto ortodossi furono profanato oppure distrutti. Le violenze si
concentrarono solo in alcune località,dato che gli ustascia non avevano risorse sufficienti per ripulire l’intero
territorio dello Stato indipendente di Croazia; essi colpirono soprattutto aree scelte in modo tale da spezzettare le
zone d’insediamento serbo,in primis le zone di confine. In Bosnia sudorientale gli ustascia tentarono di espellere la
popolazione serva oltre la Drina e di rimpiazzarla con i cattolici sloveni che affluivano dalle zone annesse al Reich
tedesco. In Erzegovina orientale,al confine col Montenegro,essi strumentalizzarono le animosità confessionali e
sociali tra musulmani e ortodossi per incitare i primi contro i secondo. Le peggiori atrocità ebbero luogo nella Bosnia
nordoccidentale,la cui popolazione serba era considerata un tassello straniero nel cuore del nuovo stato ed era priva
di vie di scampo. A perpetrare le violenze furono soprattutto paramilitari ustascia giunti dall’esterno,ma vi
parteciparono anche elementi della popolazione locale,spinti dall’avidità o dall’opportunità di vendicarsi di violenze
subite in passato. Parte delle elite musulmane bosniache colsero l’occasione per tentare di rovesciare con la forza la
situazione creatasi in seguito alla riforma agraria. I coloni serbi che avevano ricevuto terreni nell’ambito di
quest’ultima vennero espropriati con un decreto del 18 aprile 1941,e in seguito espulsi. I loro beni immobili vennero
nazionalizzati e in seguito affidati alla Direzione statale per il rinnovamento dell’economia,un ente che passò poi a
sovraintendere anche alla nazionalizzazione di banche e altre attività economiche,e dei cui organi periferici
entrarono a fa parte molti esponenti delle elite locali,affiliati o meno al movimento ustascia. Essi si occuparono di
espropriare gli espulsi e ridistribuirne i beni,che vennero venduti all’asta co-interessando quanti li acquisivano in
politiche che,durante l’estate del 1941,provocarono la morte di circa 100 mila persone e l’esodo verso la Serbia
occupata di altre 200 mila. Massacri ed espulsioni incitarono alla ribellione la popolazione presa di mira,come
riconobbero le autorità italiane e tedesche; non però quelle ustascia,che si sforzarono di reprimere l’insurrezione
moltiplicando le violenze e che,inoltre,perseguitarono anche le altre minoranze presenti sul territorio,in particolare
gli ebrei (parte dei quali uccisi dagli stessi ustascia,mentre altri vennero consegnati ai tedeschi) e i rom,che furono
quasi completamente annientati a eccezione dei pochi che professavano il cattolicesimo o l’Islam. Come accadde in
Montenegro,la ribellione serba si spaccò tra una componente partigiana comunista a una cetnica monarchica;
intanto riemersero gli antagonismi lungo linee sociali e religiose tra ortodossi da un lato e musulmani
dall’altro,soprattutto in Erzegovina. Fra i rivoltosi più politicizzati abbondavano i nazionalisti serbi che auspicavano la
creazione di una ‘Grande Serbia’ etnicamente omogenea,da realizzare attraverso annessioni e pulizie etniche.
Moljevic,presidente del Comitato centrale nazionale del movimento cetnico,affermava che riallocazioni e scambi di
popolazione,in particolare di croati dalle zone serbe e di serbi dalle zone croate,sono l’unico modo di segnare i
confini e creare migliori relazioni tra loro,e così rimuovere la possibilità che si ripetano gli orribili crimini perpetrati
durate questa guerra e la precedente nelle aree dove i serbi e i croati erano immischiati e dove i croati e i musulmani
tentarono di sterminare i serbi. Moljevic propugnava anche la creazione di una ‘Grande Jugoslavia’ attraverso
annessioni territoriali a danno di quasi tutti gli stati confinanti,un programma,questo,condiviso anche da
Mihailovic,la cui posizione in merito alla pulizia etnica dei territori serbi era invece meno netta,come dimostrano i
suoi tentativi di conciliarsi i musulmani. Dal territorio della ‘Grande Serbia’,destinata a ricomprendere i 2/3 della
‘Grande Jugoslavia’ federalista,un progetto successivo menzionava l’espulsione di oltre 2,6 milioni di persone fra
croati,tedeschi e altri,e la contemporanea immissione di 1,3 milioni fra cui 300 mila precani della Croazia. Tali
progetti erano almeno in parte condivisi dal regime collaborazionista insediato a Belgrado dai tedeschi,con il quale i
cetnici erano in contatto già nell’agosto 1941 e che chiese poi di poter annettere quasi tutta la Bosnia e scambiare
771 mila cattolici con 750 mila ortodossi. Mentre questa richiesta fu respinta,i cetnici riuscirono a creare una propria
amministrazione in Bosnia orientale e tentarono di ripulire quest’ultima dalla popolazione musulmana: quando nel
gennaio 1942 essi conquistarono Srebrenica,uccisero un migliaio di persone e insediarono un gran numero di
rifugiati serbi nelle case di quanti vennero uccisi o fuggirono. Le atrocità più gravi si verificarono nel 1942,nelle aree
di Gorazde e Foca,con l’acquiescenza delle autorità militari italiane occupanti; migliaia di residenti urbani musulmani
vennero uccisi dalle milizie cetniche,assistite da contadini ortodossi attirati dall’opportunità di saccheggio. Nella
primavera del 1941 gli ustascia avevano ucciso molti serbi. I cetnici occuparono la cittadina e procedettero a
massacrare i musulmani che legarono insieme sul ponte sulla Drina e poi gettarono nel fiume. Anche se tali massacri
vanno addebitati soprattutto ai comandanti cetnici locali,essi non possono essere spiegati unicamente come
ritorsioni per le precedenti atrocità ustascia e vanno ricondotti anche alle misure di pulizia etnica proposte per il
dopoguerra dai vertici politici del movimento cetnico,che alcuni capi paramilitari misero in atto già in corso di guerra.
Infatti,anche quando ustascia e cetnici stipularono un’alleanza tattica,gli attacchi contro la popolazione musulmana
continuarono. Si formò allora una milizia di autodifesa musulmana,diventata poi il nucleo vitale di una divisione di
Waffen-SS inquadrata e comandata da tedeschi,che nel 1944 sarebbe stata distaccata in Bosnia orientale per
operazioni antipartigiane durante le quali un gran numero di civili serbi vennero uccisi. Anche se questi massacri
avvenivano secondo logiche diverse da quelle del conflitto locale,con molta probabilità essi vennero percepiti come
una prosecuzione di quest’ultimo tanto dalle vittime quanto dai perpetratori,che provenivano dalle stesse aree. A
livello politico,la reazione musulmana ai massacri si manifestò in un memorandum del novembre 1942,in cui si
reclamava da Hitler la creazione di una regione autonoma a maggioranza musulmana,da realizzare attraverso
cessioni territoriali e la riallocazione di parte della popolazione: un programma che però non ebbe alcun seguito. A
dispetto di tanta violenza,né gli ustascia né i cetnici riuscirono nei loro propositi. I primi furono costretti dalle
circostanze a moderare le loro politiche antiserbe,e tentarono di perseguire i loro propositi di omogeneizzazione con
altri mezzi,come la conversione forzata degli ortodossi utilizzata quale strumento di denazionalizzazione,ma elevata
a politica ufficiale solo a partire dal settembre 1941. Non è improbabile che,in precedenza,la conversione al
cattolicesimo sia stata usata strategicamente per sottrarsi alla persecuzione antiserba,e forse è in questa chiave che
andrebbero lette le disposizioni del luglio 1941 che consentivano unicamente ad alcune categorie sociali di avvalersi
di tale possibilità. Probabilmente,il loro intento non era solo quello di promuovere il ritorno all’identità croata dei
convertiti quanto piuttosto quello di impedire a persone come sacerdoti e intellettuali,considerati i principali
portatori della coscienza nazionale serba,di scampare alla pulizia etnica. Non è casuale che il ruolo della Chiesa
cattolica nell’intera questione sia stato molto limitato,anche se le autorità ecclesiastiche rivendicarono la loro
giurisdizione in materia,affermando il primato del diritto canonico e l’impossibilità da parte dello stato di annullare
conversioni già effettuate. In effetti la politica di conversione forzata degli ortodossi fu attuata non in
coordinazione,ma a tratti in contrasto con le autorità ecclesiastiche,come mostra il fatto che queste ultime
incoraggiavano le conversioni al rito greco-cattolico che invece alcuni esponenti ustascia proposero di bandire in
quanto non erano funzionali alla politica di assimilazione forzata. In tutto si verificarono circa 100 mila conversioni
forzate tra il settembre 1941 e il febbraio 1942,quando questa politica venne abbandonata. In seguito gli ustascia
arrivarono a fondare una ‘Chiesa ortodossa croata’ e a stipulare intese locali con i cetnici nel tentativo di contrastare
il crescente movimento partigiano,nei cui ranghi esponenti di tutte le nazionalità si battevano in nome di un
patriottismo bosniaco più inclusivo e pluralista delle ideologie ultranazionaliste propugnate dai loro nemici. La
Bosnia,quindi,non solo non fu conquistata né spartita,ma al contrario riemerse coma una delle repubbliche
costituenti della Jugoslavia socialista nel 1945,con una composizione nazionale sostanzialmente analoga a quella
prebellica. In un certo senso,l’unico risultato duraturo delle violenze ustascia e cetniche fu la morte prematura di
centinaia di migliaia di persone,fra le 330 e le 380 mila unità nella sola Bosnia-Erzegovina.

POLACCHI,UCRAINI E LITUANI

Nei territori appartenuti alla Seconda Repubblica polacca e poi annessi all’Urss nei 1939-1940,i conflitti nazionali tra
polacchi da un lato e ucraini,bielorussi e lituani dall’altro continuarono durante l’occupazione tedesca,in particolare
nella regione di Vilnius e nell’Ucraina occidentale. Entrambe le parti in causa cercarono il sostegno degli
occupanti,che a loro volta attuarono una politica di divide et impara,per esempio utilizzando ausiliari di polizia
polacchi nelle rappresaglie antipartigiane contro villaggi bielorussi e viceversa. A Vilnius,le misure di lituanizzazione
avviate nel 1939 e proseguite durante la prima occupazione sovietica continuarono,con molta più violenta dovuta
alla campagna nazista contro l’intellighenzia polacca,alla quale parteciparono attivamente gli stessi ausiliari lituani
che avevano collaborato allo sterminio degli ebrei. Altre formazioni ausiliarie lituane furono usate contro l’Esercito
interno (AK),e nell’inverno del 1944 era ormai in corso una guerra civile a bassa intensità. L’Esercito interno
combatteva i tedeschi,i lituani e i partigiani sovietici. Bruciavano le case degli informatori dei tedeschi e uccidevano
le loro famiglie. In seguito,negli stessi villaggi,i partigiani lituani fecero lo stesso con gli informatori sovietici. In
Ucraina occidentale,invece,gli eventi precipitarono già subito dopo la sconfitta tedesca di Stalingrado. I nazionalisti
polacchi e ucraini si aspettavano una ripetizione degli eventi del 1917-1919,e dunque di disputarsi alcuni territori
una volta che Germania e Urss avessero esaurito le loro energie combattendosi tra loro. La pulizia etnica venne
presa in considerazione da entrambe le parti. Nel caso ucraino,l’atteggiamento del Comitato centrale ucraino di
Cracovia,che avrebbe desiderati servirsi dei tedeschi per rimuovere polacchi ed ebrei dal territorio etnografico
ucraino,è paragonabile a quello dei governi polacco e cecoslovacco in esilio che cercavano l’approvazione e il
sostegno alleato ai loro piani per espellere i tedeschi. Dal canto loro,i nazionalisti polacchi si battevano non solo per
l’indipendenza,ma anche per la conservazione delle frontiere del 1939,e almeno alcuni di loro avrebbero preferito
espellere gli ucraini residenti all’interno di tali frontiere piuttosto che accettare che venissero cambiate. Già nel 1941
circolavano voci sulla necessità,per risolvere definitivamente la faccenda,di deportare o l’uno o l’altro gruppo
nazionale. Nel luglio 1942 un memorandum dello staff dell’AK di Leopoli raccomandava la deportazione di 1,5 milioni
di ucraini in Urss e il reinsediamento dei rimanenti in altre regioni. Dopo il 1943,i politici polacchi conclusero che
questo era l’unico sistema che avrebbe evitato alla Polonia di dover cedere la Galizia e la Volinia,e giunsero a
pensare a uno scambio di popolazioni che avrebbe implicato la deportazione di 5 milioni di ucraini a est del confine
orientale prebellico della Polonia e il rimpatrio dei polacchi residenti nell’Unione Sovietica o in uno stato ucraino
resosi indipendente. Ma i più radicali tra i nazionalisti ucraini,dopo aver liquidato quanti nei loro stessi ranghi erano
contrari a tale decisione,avevano già attaccato per ripulire il territorio rivoluzionario,ovverosia le aree sotto il
controllo dell’Oun e del suo braccio armato,l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa),dalla locale popolazione di
nazionalità polacca. Tale piano divenne di colpo attuabile quando migliaia di Schutzmanner ucraini disertarono
unendosi non ai partigiani sovietici bensì ai nazionalisti. Altri furono reclutati sotto minaccia di morte; con questa
manodopera a disposizione,l’Upa potè lanciare una serie di attacchi che nel solo marzo-aprile 1943 uccisero 7 mila
persone. I polacchi reagirono unendosi ai partigiani sovietici,creando unità di autodifesa e infine arruolandosi a loro
volta come Schutzmanner: in queste vesti,tra aprile e la fine del 1943 essi uccisero 10 mila civili ucraini. Dall’autunno
1943 le energie polacche furono sempre più assorbite dagli attacchi ucraini. Gli ucraini spazzarono via un intero
insediamento polacco,dando fuoco alle case,uccidendo gli abitanti impossibilitati a fuggire e stuprando le donne che
caddero in mano loro. A est del Bug decine di migliaia di polacchi furono espulsi o assassinati. I polacchi attaccarono
un villaggio ucraino più grande,ma gli ucraini si vendicarono distruggendo un villaggio di 500 polacchi,torturando e
uccidendo tutti coloro che caddero in mano loro. A partire dal luglio 1943 ebbe inizio una vera e propria guerra
civile,cui parteciparono anche molti contadini dotati di armi rudimentali e incitati dall’Upa a impadronirsi delle terre
dei polacchi. L’Oun aveva propugnato una riforma agraria nazionalista,arrivando a proporre di confiscare la terra a
tutti gli stranieri. La pulizia etnica venne quindi giustificata usando una retorica rivoluzionaria e antimperialista che
prometteva la liberazione nazionale e sociale al tempo stesso; il metodo delle uccisioni era invece basato su quelli
usati dai nazisti,incluso il ricorso agli abitanti locali per la sepoltura delle vittime. Tuttavia lo scopo era quello di
indurre alla fuga quanti rimanevano in vita: a tal fine i cadaveri venivano oltraggiati atrocemente e messi in bella
vista,le chiese fatte saltare in aria con la dinamite. In tutto circa 50 mila persone vennero uccise in Volinia entro la
fine del 1943,molte durante la notte di Natale,quando i nazionalisti ucraini bruciarono le chiese certi (a causa della
differenza tra il calendario religioso cattolico e quello ortodosso) di trovarvi dentro unicamente i polacchi. In seguito
il tentativo ucraino di estendere alla Galizia la campagna di pulizia etnica avviata in Volinia costò la vita a 25 mila civili
polacchi,ma si risolse in un fallimento: al loro arrivo a Leopoli,i sovietici trovarono la città pavesata di bandiere
polacche,che però furono subito fatte rimuovere,un atto che lasciava presagire quanto sarebbe accaduto nei mesi e
negli anni successivi.

CONCLUSIONI

Le pulizie etniche e le guerre civili che imperversarono nell’Europa di mezzo durante la seconda guerra mondiale
rivestono una notevole importanza. Esse causarono un elevato numero di vittime: i nazionalisti romeni e croati si
resero responsabili di centinaia di migliaia di uccisioni,quelli serbi e ucraini di decine di migliaia. In alcuni casi,come in
Bessarabia,Bucovina e Volinia,la struttura nazionale e sociale delle regioni interessate venne modificata in maniera
radicale,mentre in altri,come in Bosnia,questo non accadde. Tuttavia,anche i nazionalisti romeni ed ucraini non
riuscirono a conseguire pienamente i loro obiettivi; i primi riuscirono a sradicare la presenza ebraica in Bessarabia e
Bucovina,ma dovettero rinunciare alla purificazione totale anche in queste due province,per via dei vincoli imposti
dalla situazione internazionale; i secondi poterono ripulire quasi completamente dai polacchi la Volinia,ma non
riuscirono a fare lo stesso in Galizia. In alcune parti dell’Ucraina occidentale,le violenze dell’epoca bellica ebbero un
ruolo fondamentale nel nazionalizzare popolazioni rimaste fino ad allora legate soprattutto a identità locali e
regionali. Invece in Bosnia,l’esistenza di un’opzione alternativa,ovvero il patriottismo bosniaco,fece la differenza. In
entrambi i casi la religione ebbe un ruolo unicamente strumentale,soprattutto come indicatore identitario,al
perseguimento di un progetto politico nazionalista,cui alcuni ecclesiastici aderirono fino a partecipare alle atrocità
come accadde nella Croazia ustascia,ma che destava molte perplessità. In entrambi i casi i conflitti nazionali
rovinarono i loro contendenti aprendo la strada alla riconquista sovietica (nel caso ucraino e in quello lituano) o alla
vittoria del movimento partigiano (in quello bosniaco). L’accostamento effettuato tra il nazismo da un lato e i suoi
alleati nell’Europa di mezzo dall’altro,è per certi aspetti fuorviante,a dispetto di innegabili affinità ideologiche.
Nonostante l’importanza rivestita dagli esempi nazista e sovietici,le politiche dei regimi nazionalisti alleati con la
Germania riecheggiarono quelle degli ittihadisti ottomani. Tutti cercarono infatti di approfittare della guerra per
mettere in atto politiche di omogeneizzazione nazionale attraverso misure improponibili in tempo di pace,e per
presentare fatti compiuto alla conferenza di pace che ci si aspettava sarebbe seguita alla conclusione delle ostilità.
Anche le politiche antisemite e la partecipazione allo stemrinio degli ebrei europei possono essere fatte rientrare in
questo schema,almeno nella misura in cui non erano strumentali all’alleanza con la Germania nazista. Nel tentativo
di legittimare l’espulsione dei serbi,il regime ustascia fece esplicito riferimento allo scambio di popolazione greco-
turco sancito a Losanna.

CAPITOLO DECIMO

L’UNIONE SOVIETICA IN GUERRA (1941-1944)

Durante la seconda guerra mondiale si verificò in Unione Sovietica un netto spostamento nel paradigma repressivo
dalla ripulitura di certe aree alla ripulitura di interi gruppi di popolazione. La stragrande maggioranza dei circa 2
milioni di persone deportate durante la guerra apparteneva a uno dei 7 gruppi nazionali trasferiti interamente verso
l’Asia Centrale e la Siberia: tedeschi,ceceni,ingusci,calmucchi,karacai,balkari,tatari di Crimea. Queste deportazioni
avvennero in tre diverse ondate. I tedeschi sovietici furono deportati per primi,subito dopo l’attacco da parte della
Germania (sferrato il 22 giugno 1941),in quanto potenziale infiltrato e armata collaborazionista di riserva a favore
dell’invasore. La seconda ondata interessò 6 gruppi nazionali tra il novembre 1943 e il giugno 1944. Quattro di questi
abitavano la regione del Caucaso del nord (karacai,balkari,ceceni,ingusci); uno (i calmucchi) le pianure presso la foce
del Volga a nord del mar Caspio; infine l’ultimo (i tatari di Crimea) erano i discendenti della popolazione musulmana
maggioritaria nella regione prima della conquista zarista della fine del XVIII secolo. Questa seconda ondata interessò
circa 900 mila persone; furono questi i veri e propri popoli puniti,accusati nei decreti di deportazione di
collaborazionismo collettivo a favore dei tedeschi invasori. Tra luglio e novembre 1944 fu messa in atto la terza e
ultima ondata di deportazioni del periodo bellico,che riprendeva le pratiche di pulizia preventiva delle zone
frontaliere degli anni 30. Anche qui la discriminante rimase etnica. Circa 200 mila persone che vivevano sulle coste
settentrionali del Mar Nero e nel Caucaso meridionale al confine con la Turchia e l’Iran furono interessate da queste
deportazioni. Le comunità colpite furono quelle greca,armena e bulgara del Mar Nero,e quelle turco-
mescheta,chemiscina e curda delle frontiere del Caucaso.

LA DEPORTAZIONE DEI TEDESCHI SOVIETICI

Nonostante la legge sulla leva prevedesse la coscrizione universale obbligatoria di tutti i cittadini sovietici
indipendentemente dalla nazionalità,nel 1939 ne vennero esclusi gli appartenenti a nazionalità definite non
sovietiche: turchi,greci,giapponesi,cinesi,coreani,tedeschi,polacchi,finnici,lettoni,estoni,lituani,bulgari,in pratica
coloro che potevano essere ricollegati a uno stato-nazione esterno all’Urss e potenzialmente ostile. Nei due anni
successivi queste nazionalità furono richiamate alle armi,ma con l’attacco nazista del 1941,tutti gli appartenenti a
queste nazionalità vennero congedati dall’esercito. Il più numeroso e importante di questi gruppi erano i tedeschi.
Nel censimento del 1939,1.427.200 cittadini sovietici erano classificati come tedeschi etnici. Tra gli anni 20 e 30 essi
avevano beneficiato della politica di autonomia culturale e accesso alle cariche amministrative locali messa in atto
dal governo sovietico. Tuttavia,con la collettivizzazione dell’agricoltura e la guerra contadina che ne
seguì,l’oppressione dello stato nei confronti della popolazione aumentò,anche per quanto riguarda l’autonomia delle
nazionalità. Inoltre,l’ascesa al potere di Hitler tramutò la popolazione tedesca in un potenziale infiltrato in caso di
guerra con la Germania. Nella seconda metà degli anni 30 le istituzioni culturali tedesche furono progressivamente
chiuse. Nel 1939 ne rimanevano solo nella Repubblica autonoma dei tedeschi del Volga. Il 22 giugno 1941 la
Germania attaccò l’Urss. Poche settimane dopo il Commissariato del popolo per gli affari interni(Nkdv) iniziò a
organizzare la deportazione dei tedeschi sovietici dalle regioni occidentali dell’Urss. Il 12 agosto fu presa la decisione
di deportare tutta la popolazione tedesca della repubblica tedesca del Volga,e a partire dal 15 oltre 50 mila tedeschi
della Crimea furono deportati più a est. Per la deportazione verso la Siberia e il Kazachstan dei tedeschi del
Volga,vennero mobilitati circa 10 mila soldati dell’Armata rossa,poliziotti e truppe dell’Nkdv. Berija emise le direttive
per l’operazione il 27 agosto; il giorno successivo il Presidium del Soviet supremo sanzionò la deportazione con un
apposito decreto. A differenza di tutte le altre deportazioni del tempo di guerra,rimaste segrete per anni,quella dei
tedeschi fu resa pubblica e ufficialmente giustificata come preventiva; essa venne spiegata,con involontaria
ironia,come un mezzo per difendere la popolazione dalle severe misure che il governo avrebbe dovuto adottare
contro tutta la popolazione tedesca del Volga,se nella repubblica si fossero verificati atti di sabotaggio o di violenza.
Diversamente da quelle successive,questa prima deportazione fu messa in atto nel contesto dello spostamento di
milioni di cittadini sovietici dalle zone occidentali dell’Urss verso quelle orientali. In quella che fu la più grande
evacuazione della storia,16,5 milioni di persone furono evacuate nell’interno dell’Urss tra il 24 giugno 1941 e
l’autunno del 1942. Le evacuazioni interessarono innanzitutto gli strati più vicini al regime: dei treni impiegati per
evacuare la popolazione nei primi due mesi della guerra,il 44% fu utilizzato per mettere in salvo la popolazione di
Mosca. Il fatto che l’evacuazione intendesse proteggere le risorse del regime,piuttosto che le persone poste in
pericolo dall’avanzata nazista,è testimoniato anche dal fatto che gli ebrei sovietici non ebbero alcuna precedenza
nello spostamento dei civili verso est. In conseguenza delle politiche adottate nel decennio precedente,durante il
quale gli agglomerati urbani erano stati ripuliti e posti in una gerarchia di affidabilità da parte del
regime,l’evacuazione interessò soprattutto le città. Le deportazioni interessarono,al contrario,gruppi di popolazione
rurale. In alcune regioni,come la Ceceno-Inguscezia,in cui il gradiente urbano/rurale si sovrapponeva a quello etnico
russi/popolazioni locali,l’immigrazione slava aveva prodotto una divisione sociale e nazionale tra città e campagna.
Anche i luoghi di destinazione variarono,con una parte di evacuati che finirono nelle città orientali sovietiche,a
differenza dei deportati,tutti redistribuiti in campagna. A dispetto di questa polarità dell’esperienza dello
spostamento verso est della popolazione sovietica durante la guerra,tra evacuazioni e deportazioni ci furono anche
significative sovrapposizioni. Sebbene non fosse l’Nkvd ma il Consiglio per l’evacuazione a coordinare i
trasferimenti,esso utilizzò spesso l’Nkvd per portare a termine i propri compiti. Le somiglianze nell’organizzazione
dell’evacuazione e della deportazione sottolineano l’esistenza di un modello unificato di spostamento di popolazione
basato sulla regolazione statale e la sua distribuzione pianificata. Nel caso specifico della prima deportazione
etnica,quella dei tedeschi,le procedure di evacuazione si trasformarono in quelle di deportazione quasi senza
soluzione di continuità. I primi tedeschi sovietici a essere spostati a est furono gli abitanti della Crimea; insieme ai
finnici e ai tedeschi della regione di Leningrado furono l’unico gruppo di evacuati identificati secondo una
discriminante etnica. Questi due provvedimenti furono messi in atto dall’Nkvd,su ordine del Consiglio di
evacuazione. La Crimea nell’estate del 1941 era già una zona di operazioni belliche e il punto di partenza delle
politiche verso i tedeschi sovietici fu un appunto di Stalin sul comportamento dei tedeschi etnici che dovevano
essere portati via. A conferma della diversità di queste politiche rispetto a quelle successive,i tedeschi sovietici
espulsi dalla Crimea furono inclusi nelle statistiche della popolazione evacuata,e spostati solo di poche centinaia di
km più a est,nelle regioni confinanti. Solo alla fine dell’estate del 1941 iniziò la vera e propria deportazione,a est
degli Urali,di tutta la popolazione tedesca. Il decreto del Presidium del Soviet supremo sulla deportazione fu
emanato il 28 agosto; fra il 3 e il 20 settembre l’Nkvd,la milizia e i reparti dell’Armata rossa radunarono tutti i
tedeschi della Repubblica del Volga e delle regioni di Saratov e di Stalingrado. Ogni casa tedesca fu perquisita,i suoi
occupanti trasportati su camion e automobili alla più vicina stazione ferroviaria dove convogli di carri bestiame
attendevano i deportati. Le persone vennero informate del trasferimento solo poche ore prima della partenza. Non
in tutte le regioni la quantità di beni che era possibile portare con sé fu la stessa. Ai tedeschi della regione del Volga
fu permesso di trasportarne una tonnellata per famiglia. La differenza di genere giocò un ruolo nella selezione delle
vittime. Così come nelle altre repressioni staliniane di interi gruppi sociali o nazionali,l’unità da reprimere era la
famiglia,in quanto unità residenziale e produttiva. La nazionalità della famiglia era data da quella del capofamiglia,il
maschio adulto. Le donne russe sposate ai tedeschi furono deportate con i loro mariti; le donne tedesche spostate ai
russi furono invece lasciate nella regione. Dopo la deportazione il governo abolì la Repubblica dei tedeschi del
Volga,il cui territorio fu diviso tra le unità amministrative confinanti. Contemporaneamente ai tedeschi del Volga fu
presa la decisione di esiliare 132 mila fra tedeschi e finlandesi della regione di Leningrado. La destinazione sarebbe
stata il Kazachstan. L’operazione non fu completata a causa dell’accerchiamento di Leningrado da parte dell’esercito
tedesco e poté esserlo solo nel 1946. Le altre grandi città russe furono ripulite della popolazione tedesca senza
particolari intoppi. In settembre gli individui di etnia tedesca furono rimossi anche dall’Armata rossa e dalle
accademie militari. I soldati smobilitati vennero inquadrati in unità di lavoro e spediti nell’interno. Entro la fine di
ottobre 1941 era stata completata la deportazione di tutti i cittadini sovietici considerati tedeschi etnici che si
trovavano nel territorio ancora sotto il controllo di Mosca. In totale,840 mila persone presero la via della Siberia e
del Kazachstan: 344 convogli avevano attraversato l’Urss,scaricando nei luoghi di esilio circa 800 mila
tedeschi,mentre i rimanenti perirono durante il trasferimento. Il Kazachstan fu la principale destinazione,con circa
444 mila deportati. Per la maggior parte furono inviati nei villaggi speciali: costoro furono tra i deportati che
soffrirono relativamente meno. Essi giunsero infatti in un momento in cui i villaggi speciali si erano parzialmente
svuotati dei contadini deportati durante la collettivizzazione,e prima che le deportazioni degli anni seguenti li
rendessero sovraffollati. Lo confermano i dati sulla mortalità dei tedeschi nei villaggi speciali che tra il 1941 e il 1948
si fermano al 3,5%,mentre fra il 1944 e il 1948 morì il 23,7% dei deportati dal Caucaso del nord. Nonostante
questo,la sistemazione lavorativa dei tedeschi fu lunga e difficile: la loro deportazione del resto non aveva alcun
legame operativo o amministrativo con una possibile utilizzazione come forza lavoro nelle regioni di arrivo. Circa 1/3
della popolazione tedesca sovietica fu sottoposta al lavoro forzati e inquadrata nell’Armata del lavoro,la Trudarmija,il
nome assegnato durante la guerra ai battaglioni di lavoro sotto l’amministrazione dell’Nkvd formati da deportati nei
campi del GULag; il primo nucleo della Trudarmija era stato creato con contingenti di soldati dell’Armata rossa di
nazionalità tedesca smobilitati e mandati ai lavori forzati poco dopo l’attacco tedesco all’Urss,nel settembre 1941. La
scarsità di manodopera dovuta al gran numero di uomini e donne mobilitati nell’esercito e all’estensione del
territorio sovietico conquistato dai nazisti,fu contrastata con la mobilitazione dei tedeschi sovietici. Nel febbraio
1942 Stalin firmò una risoluzione che ordinava la mobilitazione ai lavori forzati nella Trudarmija di tutti gli uomini
tedeschi sovietici fra i 17 e i 50 anni. In ottobre il provvedimento venne esteso agli uomini tra i 15 e i 55 anni e alle
donne tra i 16 e i 45 anni. Alla fine del 1942,più di 120 mila tedeschi sovietici risultavano inclusi nel Trudarmija; un
anno e mezzo dopo erano già circa 222 mila. I membri dell’Armata del lavoro vivevano nei lager ed erano assegnati a
lavori di diverso tipo: taglio del legname,miniere,costruzione di impianti industriali e di strade ferrate. In totale,è
stato stimato che circa 175 mila tedeschi sovietici morirono mentre erano ai lavori forzati nella Trudarmija. Oltre ai
tedeschi,anche i cittadini sovietici appartenenti a nazionalità diasporiche collegabili con uno stato nazionali in quel
momento in guerra con l’Urss (finlandesi,rumeni,ungheresi e italiani con cittadinanza sovietica) furono imprigionati e
inseriti nell’Armata del lavoro. Ufficialmente,il governo sovietici smantellò l’Armata nel 1947,sciogliendo i battaglioni
formati da soldati smobilitati e altri deportati che lavoravano nei campi del GULag,e trasferendo i lavoratori forzati a
vivere nei villaggi speciali. Tuttavia,molti tedeschi sovietici continuarono a lavorare nei campo anche in seguito.

I POPOLI PUNITI

A differenza dei tedeschi sovietici,le popolazioni del Caucaso del nord avevano opposto resistenza all’inclusione nello
stato zarista prima,alla sovietizzazione poi. Il fallimento dell’instaurazione del sistema sovietico nella regione è
evidente dai rapporti dell’Nkvd dell’inizio degli anni 40,che ripetevano che i kolchoz erano stati costituiti solo sulla
carta,mentre continuava a esistere un mercato della terra. Durante il Grande Terrore del 1937-1938,nella Ceceno-
Inguscezia solo lo 0,3% della popolazione fu incluso nelle due prime categorie di persone da reprimere. Anche in
regioni periferiche come il Daghestan e il Turkmenistan la percentuale delle vittime del Grande terrore fu doppia
rispetto alla Ceceno-Inguscezia. L’Nkvd giustificò questo divario spiegando come le reti di informatori che era stato
possibile creare tra la popolazione fossero estremamente deboli. Inoltre,il capo dell’Nkvd di Groznyj scriveva nel
febbraio 1938 che la Ceceno-Inguscezia era l’unico luogo dell’Urss dove il banditismo era ancora attivo,specialmente
nella sua forma controrivoluzionaria,e capace di organizzare una resistenza armata contro le sue truppe. Nel corso
dell’anno l’Nkvd relazionò su oltre un centinaio di raid banditeschi. Nella primavera del 1940 le autorità nel Caucaso
del nord eliminarono vaste porzioni di terra posseduta in proprietà privata,ma lasciarono molti kolchozniki senza gli
appezzamenti individuali previsti dallo statuto dei kolchoz. Queste misure provocarono la reazione armata delle
popolazioni: tra il 1937 e il 1940 più di 1500 banditi ceceni e ingusci furono uccisi o arrestati. L’arrivo della guerra nel
Caucaso rese ancora più critici i rapporti tra queste popolazioni e lo stato. Il Caucaso del nord divenne un’immediata
retrovia del fronte,prima che i combattimenti si spostassero nella regione nel 1942. Un’armata di circa un milione di
soldati dell’Armata rossa che difendeva il settore del fronte doveva essere alloggiata e nutrita,con risorse reperite in
loco. L’aumento di tasse e requisizioni di bestiame,foraggio,grano,mezzi di trasporto per le necessità dell’esercito
fece salire la tensione. La popolazione,già sull’orlo della fame a causa di anni di cattivi raccolti,fu inoltre mobilitata
per lavori di costruzione militare. Il nodo cruciale nel contesto bellico fu l’atteggiamento al momento della leva
militare. La coscrizione dei caucasici settentrionali nel 1941 e 1942 fu in completo insuccesso e provocò fughe in
montagna delle persone in età di leva,sollevazioni,repressioni. Nel 1942,su 14 mila ceceni iscritti nelle liste di
leva,solo 4.395 furono richiamati; di questi,2.365 disertarono. Anche fra le altre popolazioni nord-caucasiche le
diserzioni furono in media più alte che tra quelle slave: alla fine il governo riuscì a richiamare il 16% dei kabardini in
età di leva,il 20% dei karacai,il 4% dei ceceni e degli ingusci. D’altro canto,l’indebolimento del potere statale nella
regione a causa dell’avanzata tedesca,le requisizioni di guerra e gli obblighi lavorativi nell’esercito portarono a
ribellioni armate da parte di bande che raccoglievano anche 600 combattenti,con una solida organizzazione militare.
Il coordinamento delle azioni militar naziste con la resistenza delle regioni musulmane del Caucaso del nord rimane
una questione controversa. Statiev sottolinea che la collaborazione dei nord-caucasici con i tedeschi fu meno intensa
di quella dei cosacchi russi: secondo lo studioso russo non si potrebbe parlare di vera e propria collaborazione,ma
solo di resistenza antisovietica indipendente che crebbe con l’avanzata dei tedeschi e di un conseguente
indebolimento dell’apparato repressivo sovietico nella regione. Altri studiosi danno un’importanza maggiore alla
collaborazione tra insorti e invasori; è comunque certo che il Caucaso del nord sia stata l’area dell’Urss in cui ebbe
maggiore successo il piano di infiltrazione al di là delle linee nemiche da parte di agenti del servizio segreto esterno
delle SS,lo SD-Ausland,incaricati di appoggiare le formazioni armate antisovietiche già esistenti o di crearne di nuove.
Il piano,chiamato in codice ‘operazione Zeppelin’,era stato approvato dal capo delle SS Himmler nell’estate del 1942.
Durante l’autunno dello stesso anno l’Nkvd condusse in ogni caso una feroce ed efficace campagna contro
insurrezionale,portando a termine nel territorio del Caucaso del nord ben 43 diverse operazioni repressive,nelle
quali fu coinvolta la popolazione civile. Nel settembre 1942,come risposta a un’imboscata subita da soldati
dell’Armata rossa,due interi villaggi ceceni furono dati alle fiamme. Nella valle del Cerek in Balkaria 5 villaggi furono
rasi al suolo nel novembre 1942; circa 1550 persone furono uccise. Anche con azioni come queste,la resistenza
armata entro la fine del 1942 era stata largamente repressa. Ai gruppi restanti fu applicata un’amnistia di fatto
all’inizio del 1943. Una resistenza alla sovietizzazione che non si era mai interrotta,le necessità belliche che
provocarono nuovi scoppi di resistenza armata,infine la decisione dello stato di fare a meno dei nord-caucasici
contribuì a creare nella mente dei decisori politici l’immagine dei nord-caucasici come traditori.

KARACAI

Allo scoppio della seconda guerra mondiale,poco più di 80 mila karacai vivevano nella regione autonoma di cui erano
la nazionalità titolare. La regione era collocata nella parte occidentale del Caucaso del nord,e il suo territorio fu
invaso per primo dall’esercito tedesco. La Wehrmacht conquistò la regione nell’agosto 1942 e si ritirò di fronte
all’avanzata dell’Armata rossa all’inizio del 1943. L’occupazione tedesca si distinse per una minore durezza rispetto
ad altre regioni: fu permesso di riaprire alcune moschee,le fattorie collettive furono dissolte e il bestiame e altri beni
furono distribuiti tra le popolazioni caucasiche,ma non tra i russi. L’avanzata tedesca fu accompagnata
dall’infiltrazione dietro le linee di paracadutisti,molti dei quali erano ex prigionieri di guerra nativi della
regione,arruolati nei campi di prigionia. I tedeschi operarono una netta differenziazione nel trattamento delle
popolazioni native caucasiche e dei russi presenti della regione,imponendo il lavoro forzato solo a questi ultimi. Le
unità militari ausiliarie organizzate dai tedeschi furono molto più numerose dei partigiani sovietici,anche se i numeri
rimasero comunque limitati. Non ci fu una sostanziale differenza nel numero e nella gravità dei casi di collaborazione
con gli invasori tra i karacai e i balkari,poi deportati,da un lato e i kabardini,che non furono deportati,dall’altro. Le
operazioni di deportazione furono pianificate nell’estate del 1943; in settembre,53.327 soldati delle truppe dell’Nkvd
furono trasferiti nella regione dei karacai. Per non destare sospetti tra la popolazione,furono presentati come soldati
in congedo dal fronte e presero parte anche ai lavori agricoli della stagione del raccolto. Il 2 novembre iniziarono le
operazioni di deportazione,che interessarono 69.267 persone,la stragrande maggioranza delle quali erano donne
(28,1%) e bambini sotto i 16 anni (53,9%). Per la deportazione furono dunque utilizzati quasi due soldati dell’Nkvd
per ogni karacai adulto. Il 3 marzo 1944 i karacai che combattevano nell’Armata rossa furono congedati e deportati.
La destinazione fu l’Asia Centrale: 550 insediamenti speciali distribuiti soprattutto in Kazachstan e Kyrgyzstan
accolsero lo scaglione di deportati,con piccoli gruppi anche in Tagikistan,Estremo Oriente sovietico e regione di
Irkutsk in Siberia. Dal momento che le regioni centroasiatiche erano tra le mete principali delle popolazioni civili
sfollate dalla parte europea dell’Urss,la loro presenza in centinaia di migliaia rese difficile l’accesso alle risorse
alimentari da parte dei deportati. A ciò si aggiungeva l’ostilità degli abitanti locali nei confronti dei karacai,dato che
questi ultimi erano stati etichettati come traditori.

CALMUCCHI

L’opposizione alla collettivizzazione degli anni 30 tra i calmucchi,popolazione prevalentemente pastorale,non fu


paragonabile a quella nel Caucaso del nord. Secondo il censimento del 1939,i calmucchi erano solo il 48,6% della
popolazione della Repubblica autonoma che fu in gran parte occupata dagli eserciti tedesco e rumeno dopo l’agosto
1942. Così come nel Caucaso del nord,i tedeschi permisero alla popolazione di sciogliere le fattorie collettive. I
calmucchi fornirono la maggioranza di un corpo di cavalleria che combattè con i tedeschi e comprendeva circa 3 mila
effettivi al momento della ritirata tedesca all’inizio del 1943. Nel frattempo dalla repubblica erano stati mobilitati
nell’Armata rossa 20.032 soldati. Dopo la definitiva avanzata verso ovest da parte dei sovietici,nella seconda metà
del 1943 fu decisa la deportazione totale di tutti i calmucchi. La deportazione di circa 120 mila persone dalla regione
autonoma calmucca e dalle regioni di Stalingrado e Rostov avvenne in due giorni,il 28 e il 29 dicembre 1943. Il giorno
prima Kalinin aveva firmato un decreto sull’abolizione della loro unità amministrativa nazionale,dove vivevano
91.919 calmucchi. I sentimenti più diffusi erano la sorpresa per un provvedimento che colpiva un intero gruppo
nazionale,e il terrore per pratiche associate con l’occupazione tedesca. Così come in altri casi di pulizia etnica,la
deportazione significò anche la cancellazione della memoria dell’esistenza dei calmucchi. Le istituzioni che negli anni
20 e 30 erano state fondate anche in Calmucchia in funzione della costruzione nazionale furono abolite. Il museo
storico di Elista fu chiuso,le sue collezioni nascoste nei depositi o distribuite ad altri musei. Alcuni oggetti furono
esposti altrove e presentati come esempi di arte buddista mongola o buriata. La voce ‘calmucchi’ fu espunta
dall’enciclopedia sovietica,e si operò un cambiamento dei toponimi. La capitale Elista prese il nome di Stepnaja (città
della steppa). I calmucchi deportati furono trasferiti in 4 regioni siberiane: l’Atalj e quelle di
Krasnojarsk,Omsk,Novosibrisk,e impiegati nell’agricoltura,nell’allevamento e nella pesca. La loro scarsa conoscenza
del russo e il basso tasso di istruzione tra la popolazione furono i fattori più importanti che spinsero le
amministrazioni delle zone di deportazione a rifiutarsi di avviare al lavoro questo contingente di deportati. Tali
difficoltà portarono,insieme ad alti tassi di mortalità,a una marginalizzazione dei calmucchi in Siberia. Gruppi di
deportati si diedero al furto di bestiame delle fattorie collettive per sopravvivere. Secondo i rapporti dell’Nkvd,nei
due anni e mezzo successivi alla deportazione morì il 15% del contingente deportato in Siberia.

CECENI E INGUSCI

La regione abitata da ceceni e ingusci,la pianura che separa il fiume Terek dai contrafforti montagnosi del Caucaso,e
le valli di montagna nella regione nordorientale del massiccio caucasico,era stata conquistata dalle truppe
bolsceviche alla fine della guerra civile sul territorio dell’ex impero,nel 1920. Alla pacificazione al radicamento del
potere sovietico nel territorio si era arrivati con l’espulsione di migliaia di cosacchi e coloni agricoli russi. Tuttavia lo
stato non riuscì mai a controllare l’intera regione,che allo scoppio della seconda guerra mondiale non era ancora
normalizzata. Il colpo inferto all’Urss dall’invasione delle truppe dell’Asse offrì un’occasione ai ribelli ceceni per
sollevarsi con maggiore efficacia. Durante la seconda guerra mondiale,esplose in Urss il ‘banditismo’: le bande erano
ingrossate soprattutto dai disertori dell’Armata rossa. Anche da questo punto di vista il Caucaso del nord risaltava
come la regione in cui il fenomeno era più diffuso. Tra il luglio 1941 e l’aprile 1942, 1500 soldati ceceni e ingusci
avevano disertato dall’Armata rossa. Tra il 1941 e la metà del 1944 l’Nkvd eliminò circa 1100 gruppi di banditi nel
Caucaso del nord,che in totale contavano oltre 20 mila insorti. Nella regione ceceno-inguscia,tra il giugno 1941 e il
gennaio 1945 l’Nkvd arrestò o uccise 3.078 persone coinvolte in fatti di terrorismo e banditismo,e ne arrestò 1.714
per complicità. Solo una piccola parte della regione venne occupata dai nazisti,che riuscirono a rimanervi dall’agosto
1942 al 3 gennaio 1943. L’attività insurrezionale tra i ceceni era iniziata ben prima dell’invasione tedesca. Quello che
colpì il Cremlino fu lo sfaldamento di gran parte della rete amministrativa sovietica nella regione,con la ribellione
della maggioranza dei dirigenti del partito tra i ceceni e gli ingusci. In Ceceno-Inguscezia,80 tra i funzionari di partito
e ufficiali di polizia disertarono,tra cui 2/3 dei 24 segretari dei comitati distrettuali del Partito comunista. La guerra
aveva fornito l’occasione a ceceni e ingusci per riprendere l’attività insurrezionale repressa nei decenni precedenti;
spinse però anche il regime a adottare misure estreme per risolvere una volta per tutte il problema del loro
assoggettamento. Nella seconda metà del 1943 l’Nkvd formulò un piano di deportazione,denominato ‘operazione
lenticchia’. Il piano operativo fu approvato da Stalin il 31 gennaio 1944. Tra dicembre e febbraio l’Nkvd aveva messo
in atto le operazioni preliminari,eliminando le bande di insorti,arrestando chi avrebbe potuto organizzare la
resistenza e disarmando la popolazione: vennero confiscate circa 20 mila armi. Le truppe dell’Nkvd che avrebbero
condotto l’operazione arrivarono a metà febbraio,vestite con uniformi dell’Armata rossa per destare minori sospetti.
Il 20 febbraio 1944 Berija e i suoi assistenti giunsero a Groznyj per dirigere personalmente le operazioni. Il piano
prevedeva anche la deportazione dei ceceni e degli ingusci che vivevano nelle regioni confinanti e nella città di
Vladikavkaz. La macchina organizzativa sovietica preposta alla deportazione di grandi masse di popolazione era
ormai giunta ad alti livelli di efficienza. Molti degli ufficiali e dei soldati dell’Nkvd che parteciparono alle operazioni
avevano già deportato i karacai e i calmucchi. Le operazioni iniziarono nella notte tra il 23 e il 24 febbraio
1944,’giorno dell’Armata rossa’. Gli uomini erano stati concentrati per festeggiare la ricorrenza,quando in ogni
villaggio comparvero le truppe dell’Nkvd che circondarono i presenti,lessero il decreto di deportazione e li
arrestarono. Le donne e i bambini furono caricati sui camion,dopo aver raccolto le proprie cose. I camion si diressero
verso le stazioni,dove le persone furono fatte salire su vagoni merci e per il trasporto del bestiame e spedite in Asia
Centrale. Nonostante la neve cadesse copiosa intralciando le operazioni,in 6 giorni l’Nkvd deportò 478.479 ceceni e
ingusci. Nel corso dell’operazione 6.544 ceceni e ingusci resistettero,anche con le armi: tra costoro 338 furono uccisi
e 842 arrestati; secondo i rapporti ufficiali solo qualche migliaio di persone sfuggì alla deportazione. Per l’operazione
l’Nkvd impiegò circa 119 mila soldati delle unità speciali. Le operazioni furono condotte con grande violenza. Berija
aveva emesso un ordine secondo il quale le persone intrasportabili dovevano essere uccise sul posto. Ne furono
vittime vecchi,malati e invalidi passati per le armi,oppure le popolazioni di villaggi di montagna particolarmente
isolati che non potevano essere raggiunti dai convogli di camion. Il numero totale delle persone uccise in base a
questo ordine ammonta ad alcune migliaia. Durante le operazioni di espulsione fu distrutta buona parte dell’eredità
culturale cecena in forma scritta,con il rogo di intere biblioteche private,così come di manoscritti. Fonti e corsi
d’acqua furono avvelenati per colpire i guerriglieri sfuggiti alla deportazione. Al momento della deportazione,si
trovavano ancora sul territorio ceceno 8 formazioni armate organizzate,di cui la più importante era capeggiata da
Israilov,ex membro del Partito comunista e reduce da 4 anni di GULag negli anni 30. Dopo vari tentativi di
catturarlo,Israilov fu ucciso alla fine del dicembre 1944. Le operazioni contro le formazioni armate continuarono fino
all’inizio degli anni 50,così come i rastrellamenti per deportare coloro che erano riusciti a nascondersi al momento
della grande operazione del 1944. Nel dicembre 1948 gli organi di sicurezza riferivano di aver arrestato 2.213
persone sfuggite all’operazione di 4 anni prima,nascondendosi sulle montagne. 25,tra i catturati nel 1948,erano
invece fuggiti dai luoghi di confino e ritornati in patria. Il Comitato statale di difesa (Gko),il supremo organo
governativo durante la guerra,aveva decretato la deportazione il 31 gennaio 1944. Il 7 marzo 1944 essa fu sanzionata
dal Presidium del Soviet supremo,con il decreto ‘Sulla liquidazione della repubblica autonoma ceceno-inguscia e
l’organizzazione amministrativa del suo territori’,quando i treno dei deportati stavano viaggiando da tempo verso
l’Asia Centrale. Nel decreto,che non fu reso pubblico,si giustificava la deportazione con il comportamento dei ceceni
e degli ingusci,molti dei quali avevano tradito la patria,avevano consegnato il paese all’occupazione fascista,avevano
formato,agli ordini dei tedeschi,bande armate per combattere contro il potere sovietico e non si erano impegnati in
un lavoro onesto,compiendo raid banditeschi sui kolchoz nelle regioni vicine,derubando e uccidendo. Il territorio
dell’ex Repubblica ceceno-inguscia,svuotato dei 2/3 degli abitanti,fu diviso tra le unità amministrative confinanti:
dopo il ritorno dei ceceni e degli ingusci dalle deportazione questa spartizione avrebbe creato forti tensione,che
sfociarono in scontri armati fra ingusci e osseti in seguito al crollo dell’Urss. Nel 1941 nella repubblica,insieme a
ceceni e ingusci,vivevano anche 205.800 russi e 57 mila persone registrate come appartenenti ad altre nazionalità. Al
posto della popolazione autoctona furono trasferiti nella regione coloni da province vicine: un mese dopo la
deportazione arrivarono 6.800 famiglie dalla regione di Stavropol; entro l’ottobre successivo altre 5 mila famiglie
provenienti da altre regioni furono insediate nelle campagne intorno a Groznyj,e andarono a occupare le case e i
campi dei ceceni portati a riempire zone del Kazachstan e dell’Asia Centrale che si erano svuotate dei loro abitanti 10
anni prima,al tempo della grande carestia del 1931-1933. In Kazachstan 380.397 ceceni e ingusci vennero sistemati
negli insediamenti speciali,dai quali era stabilito che non dovevano allontanarsi per più di 3 km; in Kyrgyzstan 83.617.
i restanti 3.351 ceceni e ingusci furono distribuiti nelle regioni russe di Vologda,Kostroma e Ivanovsk. Durante il
trasporto il Asia Centrale tra i deportati rinchiusi nei carri bestiame si diffuse il tifo,che iniziò a mietere vittime già
durante il viaggio. Le condizioni dei deportati nei primi anni di esilio erano al limite della sopravvivenza.
Distrofia,denutrizione,malaria,tifo causarono migliaia di morti. Le risorse inviate dal centro per la sopravvivenza e
l’avvio al lavoro dei deportati erano scarse,tant’è che a molti non furono fornite né scarpe né vestiti
adeguati,impedendo che potessero recarsi al lavoro nei campi.

BALKARI

I balkari,di lingua di ceppo turco e di religione musulmana,occupavano la parte meridionale della Kabardino-
Balkaria,nei pressi dei contrafforti settentrionali dell’El’brus,la montagna più alta del Caucaso. Secondo i dati del
censimento del 1939, erano solo l’11% della popolazione della Kabardino-Balkaria. La decisione sulla deportazione
dei 37.107 balkari avvenne nei giorni successivi a quella di ceceni ingusci: il 24 febbraio 1944 Berija scrisse un lungo
telegramma a Stalin accusando i balkari di collaborazione con i tedeschi durante l’occupazione del loro territorio ed
enumerando alcuni episodi di violenza contro l’Armata rossa nei mesi successivi al ritiro della Wehrmacht dalla
regione,insieme all’alto numero di balkari arrestati per banditismo nei due anni precedenti (1.227). Berija
sottolineava in particolare il tradimento di un numero significativo di amministratori sovietici e di membri del partito
tra i balkari. Il telegramma si concludeva chiedendo l’autorizzazione alla deportazione,di cui poi il 26 febbario Berija
emise l’ordine. Il territorio dei balkari doveva essere unito alla Georgia,mentre la Kabardia sarebbe stata compensata
con terre dei karacai,già deportati l’anno precedente,e della Circassia. Le terre liberate dai balkari sarebbero state
ripopolate da kabardini ,kolkhozniki provenienti dai distretti con scarsità di terra della Repubblica autonoma dei
kabardini. Il 60% dei balkari venne deportato in Kyrgyzstan,il resto in Kazachstan. Durante l’estate fu appurato che
oltre ai balkari era stato deportato per errore anche un numero imprecisato di kabardini,che furono rispediti
indietro. Nell’ottobre 1944 rimanevano nei luoghi di deportazione 33.100 balkari,il cui numero si era ridotto per le
persone morte durante il trasporto e nei primi mesi di esilio. Nel giugno 1944 oltre ai balkari,accusati di
tradimento,furono deportati dalla regione 1.672 membri di famiglie di traditori e protetti dai tedeschi,soprattutto
kabardini.

TATARI DI CRIMEA

Nel settembre 1941 unità tedesche e rumene conquistarono gran parte della Crimea; solo le truppe sovietiche
concentrate a Sebastopoli riuscirono a difendere la città fino al luglio 1942,la penisola rimase in mano nazista fino
all’aprile 1944. Nel novembre 1941 le autorità tedesche crearono il Comitato musulmano di Simferopoli,con
rappresentanti dell’emigrazione tatara antibolscevica e con quella parte della popolazione locale che,dopo gli orrori
staliniani degli anni 30,accolse le truppe tedesche come dei liberatori. Benché la maggioranza dei tatari di Crimea in
età di leva combattesse nell’Armata rossa,un cospicuo numero di essi (per la maggior parte reclutati tra i prigionieri
di guerra) entrò in formazioni volontarie impegnate nella guerra antipartigiana. Nel complesso,circa 20 mila tatari
entrò nei battaglioni di autodifesa organizzati dai tedeschi; altrettanti però combatterono nell’Armata rossa. A
partire dall’aprile 1944,quando la Crimea era in procinto di ricadere in mano sovietica,i vertici dell’Nkvd iniziarono a
stilare rapporti in cui la popolazione tatara era accusata di spionaggio e sabotaggio a favore dei nazisti,e i soldati
tatari dell’Armata rossa di diserzione di massa. In un telegramma del 10 maggio 1944 Berija auspicava la
deportazione dei tatari per punirli di questi atti di tradimento. Il giorno seguente,un decreto del Gko firmato da
Stalin ripeteva le accuse e stabiliva che l’intera popolazione tatara della Crimea doveva essere deportata in
Uzbekistan,con la confisca di tutti i loro averi: in cambio i tatari avrebbero ottenuto delle ricevute per future
compensazioni,che però non arrivarono mai. Per preparare la deportazione,l’Nkvd procedette all’arresto di quasi 8
mila persone e al disarmo della popolazione; i trasferimenti forzati iniziarono il 18 maggio 1944. In 3 giorni 32 mila
soldati,ufficiali personale operativo dell’Nkvd caricarono circa 180 mila persone su 67 convogli ferroviari,che
iniziarono il lungo viaggio verso l’interno del continente eurasiatico. I soldati di nazionalità tatara furono smobilitati
dall’esercito ed esiliati con i loro connazionali. Per circa 152 mila tatari la destinazione era l’Uzbekistan,mentre altri
31 mila dovevano essere sparpagliati in altre zone dell’Urss. Le condizioni disumane e la lunghezza del viaggio
portarono alla morte 7.900 persone. Chi arrivò a destinazione si trovò in regioni impreparate all’accoglienza dei
deportati e alla loro integrazione nella struttura produttiva. Molte famiglie furono smembrate. Le pessime condizioni
igieniche,la mancanza d’acqua,la vita in baracche sovraffollate diffusero il tifo tra i deportati. Entro la fine del 1945
erano morte quasi 27 mila persone; nel complesso,durante i primi 5 anni di esilio morirono circa 42 mila tatari. Con i
popoli puniti si ridisegnò la distribuzione geografica delle popolazioni deportate in Urss. La destinazione principale
dei deportati etnici del tempo di guerra diventò il Kazachstan,che nel 1945 accoglieva ormai 846.100 coloni speciali
su un totale di 2.212.100. In Kazachstan e nelle altre repubbliche dell’Asia Centrale (queste ultime alla fine della
guerra ospitavano 324.400 coloni speciali) viveva quasi la metà di tutti i coloni speciali sovietici. Nella Siberia
occidentale,in quella orientale e nell’Estremo Oriente sovietico era stato sistemato il 29,4% dei coloni speciali. I
tedeschi sovietici erano di gran lunga il gruppo nazionale più numeroso tra i coloni speciali (circa un milione); metà di
essi si trovava in Kazachstan,dov’erano concentrati invece ceceni e ingusci,mentre coreani e tatari di Crimea si
trovavano soprattutto in Uzkebistan.

DEPORTAZIONI DI SICUREZZA DURANTE LA GUERRA (1943-1944)

Tra luglio e novembre 1944 furono messe in atto deportazioni di sicurezza che in certi casi ripulirono zone di
frontiera o considerate strategicamente sensibili,come la Crimea. Alcune di queste popolazioni erano già state
colpite nei primi anni del conflitto: i greci della Crimea e della regione del Mar Nero erano stati interessati in maniera
sproporzionata dall’allontanamento dalla zona del fronte dei cittadini stranieri e degli elementi socialmente
pericolosi nel 1942,quando la Wehrmacht conquistò buona parte del litorale settentrionale del Mar Nero. In 4
diverse operazioni tra aprile e ottobre 1942,l’Nkvd deportò circa 7.500-8 mila greci in Kazachstan,in Siberia e in
Kyrgyzstan. In queste operazioni di deportazione del 1942 furono coinvolti anche italiani,tedeschi,rumeni e tatari di
Crimea. Nel 1944,poche settimane dopo la deportazione totale dei tatari di Crimea,il governo sovietico decretò la
deportazione dalla penisola dei gruppi nazionali considerati infidi: in due giorni,il 27 e il 28 giugno 1944,furono
rastrellate circa 43 mila persone spedite in Uzbekistan,negli Urali,in Baskiria e nella Repubblica dei Mari. I gruppi
maggiormente colpiti furono greci (15.040 persone),bulgari (12.442) e armeni (9.621) della Crimea. Furono poi
deportate poco più di 1.100 persone appartenenti a nazionalità nemiche (tedeschi,italiani,rumeni) e 3.652 cittadini
stranier,quasi tutti greci,inviati nella regione del Ferghana,in Uzbekistan. Il 21 luglio 1944 un decreto firmato da
Stalin ordinava di deportare dalla zona frontaliera della Georgia 46.516 turchi mescheti,8.694 curdi,1.385 chemscini.
Altri 29.505 furono deportati in quanto l’Nkvd li classificava come turchi,in contrasto con la loro auto identificazione
(sostenevano di essere azeri e di altre nazionalità). Molti di essi erano pastori,e i percorsi della transumanza
(migrazioni stagionali del bestiame dai pascoli di pianura a quelli delle regioni montuose e viceversa) li portavano ad
attraversare frequentemente la frontiera con la Turchia. Alla fine,il numero dei deportati fu più alto di quello
preventivato: in 10 giorni,tra il 15 e il 25 novembre 1944,l’Nkvd caricò su 900 camion circa 95 mila mescheti,curdi e
chemscini,che vennero spediti in Kazachstan e Kyrgyzstan. Durante il viaggio nei luoghi di deportazione e nei primi
anni al confino,perse la vita il 21% dei deportati. Tra tutte le deportazioni etniche del tempo di guerra,quelle di
sicurezza del 1944 si distinsero anche perché colpirono popolazioni cui non erano mai state concesse regioni
amministrative nazionali. Data la provenienza geografica dei deportati,concentrati nelle regioni al confine con la
Turchia o in Crimea,tradizionalmente interessata da quasi tutte le guerre tra gli imperi zarista e ottomano,è
altamente probabile che Stalin pensasse a una possibile futura guerra con la Turchia,forse per riconquistare i territori
persi alla fine della prima guerra mondiale dall’Impero zarista in disfacimento. Le popolazioni curde a cavallo fra
Turchia,Iraq e Iran erano state usate dai tre stati a turno gli uno contro gli altri. La stessa Unione Sovietica impiegò
formazioni armate curde in funzione anti-iraniana subito dopo la guerra. Il timore che i curdi sovietici potessero
essere utilizzati come fattore di destabilizzazione da parte della Turchia nasceva da una pratica consolidata nella
regione. A differenza delle deportazioni di sicurezza dell’anteguerra,quelle del 1944 non erano effettuate nel timore
di un attacco nemico e della trasformazione delle popolazioni frontaliere in infiltrati,ma nella possibilità di una
guerra offensiva. La pratica della rimozione di gruppi,secondo la discriminante etnica o anche religiosa,era stata
inglobata nelle pratiche operative militari in previsione di futuri conflitti.

DEPORTAZIONI IRRAZIONALI?
Le pulizie etniche sovietiche del tempo di guerra,e in particolare le deportazioni dei popoli puniti del 1943-
1944,hanno un’apparente irrazionalità che ha sconcertato sia le vittime dirette e le generazioni successive dei popoli
puniti,sia gli storici. Furono infatti punite intere popolazioni che spesso non ebbero occasione di collaborare con i
nazisti. Inoltre la loro deportazione distolse un gran numero di uomini dal fronte,dove l’Armata rossa era impegnata
in combattimenti feroce a prezzo di altissime perdite,per la riconquista dei territori sovietici occupati,e poi per la
sconfitta finale della Germania e la conquista dell’Europa. L’accusa di collaborazionismo addotta per questi
provvedimenti non sembra reggere a un esame approfondito. Come ha osservato Statiev,se l’obiettivo fosse stato
quello di punire le comunità dove il collaborazionismo fu particolarmente radicato,il regime avrebbe dovuto
piuttosto prendere di mira i cosacchi russi,oppure la popolazione del distretto di Lokot nella provincia di Orel,dove
furono arruolati 12 mila collaboratori degli occupanti. Nello stesso Caucaso del nord,la popolazione del Daghestan
diede problemi allo stato sovietico in guerra rispetto ai calmucchi o ai karacai,e gli episodi di collaborazione dei
kabardini nei confronti dell’occupante non furono inferiori a quelli dei popoli poi deportati. L’eredità della resistenza
di queste popolazioni all’inclusione nello stato zarista ebbe un peso nella decisione di deportarli. I cosiddetti ‘popoli
puniti’ con le deportazioni del 1943-1944 abitavano in zone di colonizzazione agricola relativamente recente da parte
di cosacchi e contadini russi. Con l’eccezione dei calmucchi,la conquista e la colonizzazione di queste regioni erano
state legate a episodi bellici contro potenze esterne,o a lunghissime guerre di guerriglia contro gruppi armati locali.
Emigrazioni con gradi diversi di costrizione avevano già interessato queste regioni in concomitanza o subito dopo le
guerre combattute in epoca zarista. Per il Caucaso del nord (in particolare per i ceceni) ebbe un peso il pregiudizio
consolidatosi in decenni di insurrezione antirussa e poi antisovietica,che riconduceva l’intera popolazione a una
massa arretrata ostinata alla sovietizzazione. Ancora a eccezione dei calmucchi,tutte le popolazioni interessate dalle
deportazioni punitive erano di religione musulmana. Oltre all’eredità del rapporto conflittuale e di sfiducia tra lo
stato e queste popolazioni,gli storici hanno ipotizzato che il retroterra familiare o biografico degli uomini al potere
negli anni 40 possa aver avuto un ruolo. Statiev ha messo in evidenza come molti tra i più alti dirigenti del partito e
della polizia politica provenissero da popolazioni cristiane del Caucaso: oltre a Stalin e Berija,i decisori più
importanti,troviamo ai vertici dell’apaprato repressivo sovietico Merkulov (commissario del popolo alla Sicurezza
dello stato),il suo vice Kobulov e Mamulov,capo del segretariato dell’Nkvd. Secondo Statiev,una profonda diffidenza
nei confronti delle minoranze musulmane tra un gruppo dirigente che conosceva bene la religione può aver giocato
un ruolo nella selezione dei gruppi di vittime. Anche le caratteristiche della struttura sociale dei popoli del Caucaso
ebbe un peso nelle politiche di deportazione. Così come nelle altre regioni abitate da popoli nomadi-
pastorali,l’opinione dominante tra i dirigenti in loco e al centro era che queste società fossero prive di una
stratificazione di classe; era più difficile per lo stato rivoluzionario trovare strati o gruppi sociali da favorire oppure da
indicare come nemici e discriminare. Golfo Alexopoulos ha dimostrato che i legami di fedeltà,considerati più forti
rispetto alla lealtà verso lo stato (innanzitutto i legami familiari),furono cruciali nell’allargamento delle repressioni a
interi contingenti di popolazione tra la fine degli anni 20 e gli anni 40. I rapporti dei militari insistevano sul fatto che
le sollevazioni non fossero isolate,ma coinvolgessero l’intera popolazione di singole regioni. Dotati dopo la
rivoluzione delle migliori terre nelle pianure,i ceceni rifiutavano di lavorarle,e perseveravano invece nell’utilizzare i
metodi tradizionali nei lavori agricoli. Come massa,i ceceni tendevano al banditismo come fonte principale di un
facile profitto; una scelta favorita dal gran numero di armi a disposizione. Con l’etnicizzazione del discorso politico e
l’aumento della xenofobia sovietica negli anni 30,i ceceni furono identificati sempre di più come una nazione di
banditi. Negli anni 40,il banditismo appoggiato da potenze straniere era considerato una delle minacce più gravi alla
sicurezza dello stato sovietico. I pregiudizi nei confronti dei nord-caucasici,la mancata sovietizzazione e la percezione
da parte di Stalin e dei suoi stretti collaboratori del comportamento di queste popolazioni durante la guerra possono
spiegare la decisione di deportarle. La necessità di assoggettare popolazioni che avevano resistito alle politiche
staliniane negli anni 30 è infatti indicata dalla maggior parte degli storici quale causa principale delle deportazioni dei
popoli puniti. Alcuni studiosi hanno interpretato queste operazioni come deportazioni-assimilazioni. Zemskov ha
scritto che queste misure avevano come scopo l’accelerazione dei processi di assimilazione nella società sovietica,la
loro denazionalizzazione e l’assimilazione in unità etniche più grandi. Come ha messo in evidenza Marc
Elie,l’atteggiamento del governo sovietico nei confronti dei popoli puniti si caratterizzò per un ostracismo sempre più
profondo nelle zone di deportazione. Tutti i canali di socializzazione erano preclusi,soprattutto nei primi anni di
esilio,e i deportati non si integrarono nelle istituzioni che erano i canali principali per l’ascesa sociale nella realtà
sovietica,ovvero il partito e l’Unione comunista della gioventù. Gucinova ha ricordato che tra i calmucchi per tutto il
tempo della deportazione l’accesso all’istruzione superiore fu quasi impossibile,soprattutto per gli ostacoli posti ai
vari livelli amministrativo-territoriali dall’Nkvd. Solo studenti particolarmente brillanti riuscirono a studiare,e solo in
alcune facoltà (principalmente medicina ed economia). Risolta molto difficile spiegare come mai non furono
deportati gli abitanti del Daghestan e i kabardini,mentre furono colpite le popolazioni vicine. Statiev e Bugaj hanno
messo in evidenza l’illogicità della selezione dei gruppi di vittime rispetto al loro comportamento durante la guerra,e
ipotizzano che la concentrazione del potere nelle mani del dittatore,che poteva prendere decisioni impulsive,possa
in parte spiegare la dinamica delle deportazioni. Tuttavia,nel caso dei balkari,Berija e la direzione dell’Nkvd ebbero
un ruolo propositivo molto importante,sia nella selezione delle informazioni da inviare a Stalin riguardo alla
collaborazione dei vari popoli con i tedeschi,sia nel prendere l’iniziativa di suggerire specifiche misure di
deportazione. Sembra più convincente quanto proposto da Alex Marshall,secondo il quale sarebbe stata la
percezione da parte del centro dell’affidabilità dei quadri locali del Partito comunista a costituire un fattore decisivo.
Sebbene l’incidenza del banditismo in Cecenia e Daghestan non fosse differente,in Daghestan l’apparato regionale
del partito era stato riorganizzato durante la guerra. Il nuovo apparato riuscì a mobilitare nell’Armata rossa ben il
20% della popolazione totale della repubblica (180 mila persone),a fronte del completo fallimento della
mobilitazione in Cecenia e in altre repubbliche dell’area. L’ipotesi di Marshall necessita di conferme ulteriori,ma è
possibile che la percezione di avere nell’apparato comunista locale un avversario piuttosto che un alleato fosse un
fattore determinante nel convincere Berija e Stalin della necessità di trattare interi gruppi nazionali come
nemici,anche dove,come in Calmucchia,il banditismo era assente. Anche se tutti gli altri problemi interpretativi
fossero risolti,agli storici rimarrebbe ancora da spiegare perché le deportazioni furono messe in atto in quel
momento: allo stadio attuale delle ricerche si possono fare solo delle ipotesi. La prima è che Stalin e i vertici
dell’Nkvd considerassero la regione del Caucaso del nord come non pacificata,e si aspettassero una ripresa del
banditismo dopo la riconquista,quando le istituzioni sovietiche avrebbero dovuto nuovamente radicarsi nella zona.
La repressione generalizzata della popolazione,mediante la sua deportazione,potrebbe dunque essere stata una
misura preventiva per evitare una guerra di guerriglia che avrebbe impegnato ingenti forze militari. Un’altra
possibilità è che la riconquista di vasti territori dopo le vittorie della prima metà del 1943 rendesse particolarmente
sentito,in quei mesi,il problema del calo della produzione agricola. Durante la guerra,uno dei maggiori problemi che
il governo dovette gestire sul fronte interno fu infatti la mancanza di forza lavoro,sia nelle industrie sia in agricoltura.
Nel 1941 c’erano 8,6 milioni di uomini al lavoro nelle fattorie collettive; nel 1942 c’erano 5,9 milioni; 3,6 milioni nel
1943 e solo 2,3 milioni nel 1944. Nel 1940 le donne costituivano il 56% della forza lavoro kolchoziana; nel 1943 erano
il 73%. Nella seconda metà degli anni 30 le aree poi occupate dall’Asse tra 1941 e 1943 fornivano più della metà del
grano consegnato allo stato. Mentre le aree di maggiore produzione agricola erano occupate dall’Asse,quella delle
regioni rimaste sotto il controllo sovietico era geograficamente concentrata nella zona tra la Siberia occidentale e il
Kazachstan settentrionale,la tradizionale fascia di colonizzazione nella quale migrazioni spontanee o coatte di
contadini avevano continuato a riversarsi a ondate a partire dagli anni 90 dell’800. Questa fascia,insieme all’estremo
nord sovietico,era la zona in cui l’Ogpu-Nkvd aveva costruito la propria rete di insediamenti speciali che avevano
accolto la popolazione contadina deportata nel decennio precedente. In buona parte,proprio la guerra fu un fattore
che contribuì a reinserire i kulak nella piena cittadinanza sovietica,attraverso il loro arruolamento nell’Armata
rossa,con un conseguente calo della loro presenza nelle zone di deportazione (e dunque della forza lavoro a
disposizione). La deportazione di centinaia di migliaia di braccia (fornite da popoli perlopiù pastorali) verso la fascia
tra Siberia e Kazachstan del nord,potrebbe essere stata funzionale alla ripresa della produzione cerealicola. In
quest’ottica è significativo che le deportazioni del tempo di guerra,indirizzate verso la fascia cerealicola tra Siberia
meridionale e Kazachstan a differenza di quelle degli anni 30,siano avvenute tutte tra il periodo del raccolto del 1943
e quello della semina primaverile del 1944. Ai deportati furono assegnato fondi di sementi attraverso un prestito di
stato che i deportati avrebbero dovuto restituire con i raccolti degli anni successivi. Questa ipotesi sembrerebbe in
contraddizione con il fallimento nella rapida sistemazione lavorativa dei deportati,che andrebbe relativizzato visto
che già nel maggio 1944,su 17.857 nord-caucasici giudicati abili al lavoro nella regione di Kustanaj in
Kazachstan,12.660 lavoravano; per la regione di Semipalatinsk le cifre rispettive erano 13 mila e 8 mila. Una delle
lamentele più frequenti di Berija e dei vertici dell’Nkvd nelle relazioni a Stalin era l’accusa ai dirigenti delle zone di
arrivo,in particolare a quelli del Kazachstan,dove si concentravano i deportati,di essere inattivi nella sistemazione
lavorativa degli stessi. La lentezza dell’avviamento dei deportati al lavoro potrebbe essere stata un altro caso di
divergenza tra gli obiettivi dei decisori politici e le concrete conseguenza della deportazione,come gli altissimi tassi di
mortalità,che il governo non si era preoccupato di evitare ma che non erano un obiettivo che Stalin e Berija si erano
prefissati. Se è vero che nella pratica amministrativa nelle regioni di arrivo i deportati finirono per essere ostracizzati,
le prove documentarie finora addotte non possono farci escludere che la volontà della dirigenza moscovita non fosse
proprio quella di assimilare i deportati sul lungo periodo così come era stato fatto con i kulak esiliati negli anni 30 e
che già negli anni 40 erano stati reintegrati nel corpo sociale. Il lungo periodo non arrivò mai,dal momento che i
popoli puniti furono riabilitati sotto Chruscev nella seconda metà degli anni 50,e alla maggior parte di loro fu
permesso di ritornare nelle regioni di provenienza. L’assimilazione non era però pensata come una fusione culturale
con le popolazioni musulmane dell’Asia Centrale. Le popolazioni deportate furono un caso significativo nella politica
sovietica delle nazionalità in quanto unico esempio tra le popolazioni dell’Urss in cui fu interrotta la doppia
assimilazione al centro del progetto bolscevico di costruzione statale descritta da Hirsch: quel tentativo di assimilare
le variegate popolazioni sovietiche all’interno sia delle categorie nazionali sia della cittadinanza e della fedeltà allo
stato sovietico. I popoli puniti,privati delle istituzioni culturale e educative nelle proprie lingue nazionali ormai
bandite,avrebbero dovuto essere forza lavoro puramente sovietica senza ulteriori caratteristiche nazionali,e
rientrare nella piramide sociale sovietica al gradino più basso,quello dei deportati sociali,dal quale i canali di ascesa
sociale attraverso le istituzioni educativo o politiche erano per la maggior parte preclusi. La loro educazione e
socializzazione in esilio sarebbe stata effettuata attraverso la lingua russa in quanto lingua veicolare sovietica; ma
nessuno pensava seriamente a un’assimilazione identitaria alla nazione russa. Solo nuove ricerche potranno chiarire i
punti ancora oscuri nell’interpretazione delle politiche repressive staliniane contro le nazionalità punite. Rimane
assodato il trauma collettivo e la morte di massa dei deportati nei primi anni dopo l’esilio,con un tasso di mortalità
che ha spinto alcuni storici ad usare la categoria di genocidio. Su un totale di 934.310 persone appartenenti ai popoli
puniti (nord-caucasici,tatari di Crimea,calmucchi),208.373,ovvero il 22,3%,morirono entro il 1948. Nel caso dei soli
nord-caucasici questa percentuale arrivò a quasi ¼ della popolazione totale. Tra le popolazioni deportate nel 1943-
1944,la natalità riprese a superare la mortalità solo nel 1949. Le conseguenze letali delle deportazioni e il trauma
dello sradicamento e della repressione delle culture dei popoli puniti portarono a un consolidamento della coscienza
nazionale delle comunità deportate,trasformate in comunità di destino nell’esilio,e le cui differenze sociali e politiche
furono ininfluenti al loro trattamento da parte dello stato sovietico,che accomunò tutti i deportati nello status
giuridico di coloni speciali. Anche le divisioni di stirpe,spesso utilizzate per descrivere le società dei popoli pastorali
del Caucaso del nord e della Calmucchia,non sono emerse negli studi sulle deportazioni come fattore importante
nella distribuzione territoriale delle popolazioni trasferite o nella vita nelle regioni di esilio. L’esperienza della
deportazione non ebbe dappertutto le stesse conseguenze sull’atteggiamento delle diverse popolazioni nei confronti
dello stato sovietico nei decenni successivi,che fu determinato in misura maggiore dagli equilibri politici ed
economici locali creatisi dopo il ritorno dei popoli puniti nei territori d’origine durante il disgelo chrusceviano. Il caso
ceceno è esemplare a questo proposito. La Cecenia era l’unica repubblica,tra quelle da cui provenivano i popoli
deportati,ad avere una consistente base industriale,legata alla raffinazione del petrolio e concentrata a Groznyj,che
non a caso rimase una città in prevalenza russa. Anche per questo i ceceni rimasero esclusi,più delle altre popolazioni
che fecero ritorno,dalle carice politiche e amministrative della loro repubblica; una circostanza che non mancò di
giocare un ruolo nei tragici sviluppi politici in Cecenia a partire dal periodo di Gorbacev.

CAPITOLO UNDICESIMO

LO STALINISMO VITTORIOSO (1944-1945)


La vittoria sovietica sul nazismo non fu accompagnata da alcun tipo di liberalizzazione del regime. Al contrario,le
risorse necessarie alla ricostruzione postbellica vennero indirizzate prevalentemente verso la competizione politico-
militare con gli Stati Uniti,che ben presto sfociò nella Guerra fredda,e soprattutto verso la costruzione della bomba
atomica,che l’Urss fece esplodere nel 1949. Al tempo stesso,vennero lanciate nuove campagne repressive a sfondo
xenofobo e antisemita,che non portarono a una nuova Grande Purga probabilmente solo perché Stalin morì
improvvisamente nel 1953. Anche le deportazioni in massa non cessarono; al contrario,esse vennero impiegate sia
per accelerare la sovietizzazione dei territori annessi nel 1939-1940 sia per segregare dal resto della società milioni di
persone considerate infide potenzialmente pericolose per la sicurezza dello stato sovietico perché,in un modo o
nell’altro,avevano vissuto per anni fuori dal confine. Così giunsero prigionieri russi,emigrati della guerra civile,gli Ost
della Germania,ufficiali dell’Armata rossa e i ‘forestieri’,cittadini dei paesi dell’Europa orientale o delle regioni
annesse all’Urss durante la guerra. Le deportazioni si interruppero solo con la morte di Stalin. Negli anni successivi il
sistema concentrazionario sovietico venne smantellato abbastanza rapidamente,anche sulla spinta della rivoluzione
degli zek,una serie di scioperi,rivolte e altri atti di resistenza messi in atto soprattutto dai prigionieri giunti dopo il
1945. La rete degli insediamenti speciali sopravvissero per qualche altro anno,ma di fatto cessò anch’essa di esistere
man mano che coloro che vi erano confinati facevano ritorno alle proprie località d’origine.

LA RICONQUISTA DELL’OCCIDENTE SOVIETICO

Nel 1944 la controffensiva iniziata nell’estate precedente dopo la vittoria nella battaglia di Kursk condusse l’esercito
sovietico oltre il confine del 1939. Nel cosiddetto ‘Occidente sovietico’ l’invasione tedesca aveva scatenato una serie
di vere e proprie guerre civili,in cui i nazionalisti locali avevano affrontato i partigiani sovietici e quelli polacchi in
Bielorussia e Ucraina e talvolta anche gli occupanti tedeschi,con i quali,in altre occasioni,avevano invece collaborato.
Quando i sovietici ritornarono nel 1944,i nazionalisti baltici e ucraini entrarono in clandestinità,continuando la lotta
antisovietica fino alla fine del decennio e talvolta anche oltre. L’accoglienza che l’Armata rossa ricevette fu tutt’altro
che entusiastica; il suo arrivo fu vissuto come una terza occupazione (dopo quella del 1939-1940 e quella nazista
degli anni precedenti) e non certo coma una liberazione. In Ucraina occidentale,le campagne,in cui continuava a
risiedere la stragrande maggioranza della popolazione,divennero il teatro principale di un conflitto brutale tra le
forze di sicurezza sovietiche e l’Upa,che si era preparata tanto politicamente (con una vasta campagna
propagandistica) quanto militarmente (creando una fittissima rete di nascondigli nelle campagne) ad affrontare la
repressione. Questa fu immediatamente portata avanti su vasta scala: tra il febbraio 1944 e il giugno 1945 vennero
uccisi oltre 91 mila resistenti nazionalisti ucraini,definiti banditi nelle fonti sovietiche,mentre 96 mila furono catturati
e 42 mila si arresero; un anno dopo,nel maggio 1946,il numero degli uccisi era salito di 20 mila unità e quello degli
arresti aveva superato i 250 mila. A tale repressione si aggiunse la liquidazione della Chiesa uniate,avviata dopo la
morte del metropolita di Leopoli Septyckyj e proseguita con l’arresto dei suoi vescovi e con la forzata riunione con la
Chiesa ortodossa russa. La collettivizzazione delle campagne finì col prolungare ulteriormente lo scontro,in quanto
spinse i contadini a unirsi alla guerriglia: quest’ultima riprese fiato a seguito della carestia del 1946-1947 e
dell’afflusso di profughi dalle regioni colpite da quest’ultima. Il tutto finì definitivamente solo dopo l’uccisione del
comandante dell’Upa Suchevyc nel marzo 1950. Nella lotta antipartigiana i sovietici subirono oltre 50 mila perdite
mentre i repressi ucraini furono dieci volte più numerosi: si contarono circa 153 mila morti,157 mila condannati ai
lavori forzati e circa 180 mila deportati. Quello ucraino fu soltanto uno dei movimenti resistenziali che i sovietici si
trovarono di fronte nel 1945. In Lituania,la seconda sovietizzazione incontrò una resistenza: nella primavera del 1945
l’Esercito di liberazione lituano (Lla) contava 30 mila partigiani,che si facevano chiamare ‘fratelli della foresta’. In
Estonia e in Lettonia,la coscrizione imposta dagli occupanti nazisti aveva inquadrato la maggior parte degli uomini in
età militare in legioni SS volontarie che si erano ritirate poi insieme alla Wehrmacht. L’opposizione armata al regime
sovietico risentì di questo,nondimeno migliaia di resistenti combatterono per quasi un decennio,uccidendo oltre 5
mila persone associate al potere sovietico. Nello stesso periodo 75 mila baltici vennero inviati nel GULag,mentre
molti altri vennero deportati negli insediamenti speciali. Nel conflitto tra nazionalisti locali e forze di sicurezza
sovietiche,entrambe le parti in causa non esitarono a commettere atrocità: esecuzioni in pubblico,stupri,oltraggio ai
cadaveri,ritorsioni contro le famiglie. Ciò,però,finì col danneggiare la guerriglia,spingendo la popolazione civile ad
appoggiare lo stato sovietico pur di mettere fine a un conflitto di cui era la vittima principale. Pesarono anche le
conseguenze dei conflitti,delle migrazioni forzate e degli stermini verificatesi negli anni precedenti in quelle stesse
regioni: soprattutto in un primo tempo i sovietici tentarono di sfruttare le divisioni nazionali reclutando informatori e
altri collaboratori tra i polacchi scampati alla pulizia etnica effettuata dall’Upa durante la guerra (questo fece sì che lo
scambio di popolazione polacco-sovietico privasse l’Nkvd di buona parte della propria rete di informatori) e tra gli
ebrei sopravvissuti alla Shoah e ora desiderosi di vendicarsi dei loro persecutori. Anche le deportazioni in massa
verso gli insediamenti speciali in Russia e in Asia Centrale furono parte integrante del progetto repressivo sovietico.
Chruscev dichiarò a Stalin già nel marzo 1944 l’intenzione di far uso di questo strumento per sovietizzare l’Ucraina
occidentale,e i primi trasferimenti forzati di popolazione ebbero luogo il mese seguente,quando la riconquista non
era ancora terminata. Con una direttiva del gennaio 1945,venne sistematizzata una politica repressiva che implicava
la deportazione dei familiari dei banditi,annunciata apertamente e in anticipo,allo scopo di indurre a consegnarsi
quanti si erano rifugiati nelle foreste. Questa tattica si rivelò piuttosto efficace. Il principio di responsabilità collettiva
fu talvolta applicato a interi villaggi,ma solo in casi eccezionali. Alle deportazioni contro insurrezionali si aggiunsero
quelle volte a preparare la strada alla collettivizzazione delle campagna eliminando i contadini più ricchi che vennero
bollati come kulak. Tale misura si rilevò però controproducente,inducendo molti di costoro a unirsi ai partigiani;
infatti nel Baltico la dirigenza sovietica locale esitò ad adottarla,nella consapevolezza che collettivizzare le campagne
e sconfiggere la guerriglia erano due obiettivi in conflitto tra loro e non complementari,come stabilito dall’ortodossia
sovietica e come molti altri ritenevano. A partire dal 1944 centinaia di migliaia di persone vennero deportate
dall’Occidente sovietico verso i villaggi speciali situati in Siberia e Asia Centrale. In Lituana 103 mila persone vennero
deportate tra il 1945 e il 1952; nei primi tre anni furono colpiti prevalentemente i familiari dei banditi,dal 1948 in poi
quasi esclusivamente i kulak,che costituirono i 4/5 del totale dei deportati tra il 1949 e il 1951. In Ucraina occidentale
un’unica operazione,condotta nell’ottobre 1947,portò alla rimozione di 77 mila persone,dopo che nei mesi
precedenti erano stati deportati quasi 15 mila complici dei banditi. In regioni dove la resistenza antisovietica era
scarsa o addirittura inesistente,le deportazioni ebbero luogo comunque,allo scopo di preparare la collettivizzazione
dell’agricoltura. In Moldavia,per esempio,l’assenza di un movimento resistenziale antisovietico non impedì che nel
giugno 1949 venissero deportate oltre 35 mila persone; altrove,invece,le deportazioni continuarono anche dopo il
1950,quando la guerriglia era stata sconfitta. Per esempio,in base a un ordine emanato nel settembre 1951 furono
deportate 17 mila persone dagli stati baltici,oltre 5 mila dall’Ucraina e dalla Bielorussia occidentali e quasi 10 mila
dalla Moldavia. Tra il 1951 e il 1952 vennero rimossi migliaia di esponenti di alcune confessioni religiose,le cui
pratiche erano considerate antisovietiche dalle autorità. L’ultima operazione del genere ebbe luogo nell’aprile
1952,quando 6 mila contadini della Bielorussia occidentale vennero reinsediati come coloni speciali in Kazachstan e
nella regione di Irkutsk,in Siberia. Tutto questo dimostra che la motivazione principale delle deportazioni fosse la
sovietizzazione piuttosto che la messa in sicurezza dei territori di confine. D’altro canto,la repressione del banditismo
si poneva in continuità con le politiche volte a spazzare via elementi antisovietici attivi nei territori di confine e
ricollegabili a potenze straniere ostili. Secondo Statiev,le deportazioni interessarono un numero di persone maggiore
rispetto a qualunque altra misura repressiva attuata nell’Occidente sovietico: in tutto circa 400 mila persone,che si
aggiunsero agli uccisi e agli arrestati,questi ultimi inviati nei campi di lavoro forzato del GULag,anch’essi calcolati in
centinaia di migliaia. I deportati affluirono nei villaggi speciali dove,nel 1946,risiedevano quasi 2,5 milioni di
persone,di cui i componenti dei popoli puniti durante la guerra erano la maggioranza; invece il numero dei contadini
deportati negli anni 30 era al di sotto di ¼ del totale. Molti erano stati rilasciati durante la guerra perché potessero
arruolarsi e molti altri furono liberati negli anni successivi,tanto che il numero dei kulak nei villaggi speciali scese a
130 mila nel 1949 e a 25 mila alla vigilia della morte di Stalin. Esso però non includeva coloro che erano stati
deportati,con la stessa motivazione,dall’Occidente sovietico; pur essendo stati colpiti in quanto appartenenti a
categorie sociali e politiche,e non in ragione della loro appartenenza nazionale,costoro subirono un trattamento
paragonabile a quello degli appartenenti ai popoli puniti. Con un decreto del novembre 1948 l’esilio di entrambe
queste categorie venne reso perpetuo e l’allontanamento dalle località di confino in maniera dura: la pena prevista
era di 20 anni in un campo di lavoro forzato. In conseguenza di tali misure il numero dei coloni speciali raggiunse al
momento della morte di Stalin la cifra di 2,9 milioni.

DEPORTAZIONI DI SICUREZZA NEL CAUCASO


Al di fuori dell’Occidente sovietico,la più massiccia deportazione del periodo postbellico ebbe luogo nelle
repubbliche caucasiche (Georgia,Armenia e Azerbaigian) e lungo le coste del Mar Nero nel 1949. Le motivazioni
dell’operazione vanno ricercate sia nella politica estera sia in quella interna sovietica,e in particolare nell’intreccio fra
politica di potenza e questioni nazionali dentro e fuori i confini dell’Urss. Già nel 1940,infatti,le autorità sovietiche
avevano rivendicato alcuni territori appartenenti alla Turchia,in particolare i distretti che avevano fatto parte
dell’Impero zarista tra 1878 e 1918. Nel 1945 queste richieste vennero avanzate nuovamente; in marzo il trattato di
amicizia turco-sovietico del 1925 venne denunciato e a Potsdam Stalin dichiarò che Kars è parte dell’Armenia,e
Ardahan della Georgia. Si trattata di un tentativo di replicare a sud quanto era già stato fatto con Ucraina,Bielorussia
e Lituania,revisionando l’ordine stabilito dalle paci successive alla prima guerra mondiale e facendo avanzare i
confini dell’Urss in modo tale da soddisfare i nazionalismi di singole repubbliche sovietiche a discapito di uno stato
straniero: nello stesso periodo venne discussa anche la possibilità di ampliare l’Azerbaigian sovietico a spese dell’Iran
(la parte settentrionale del quale era sotto occupazione sovietica). Già nel 1941,esponenti turchi avevano espresso il
timore che,in caso di vittoria sovietica,il loro paese sarebbe stato trattato come la Polonia e nel novembre 1940
Stalin aveva menzionato a Dimitrov la possibilità di utilizzare georgiani,armeni e curdi in funzione antiturca,anche se
è possibile che le rivendicazioni territoriali fossero solo una pedina di scambio da usare per ottenere l’accesso agli
stretti,tradizionale obiettivo della politica estera zarista. La dirigenza sovietica si aspettava di conseguire anche
risultati politici interni,rendendo le repubbliche caucasiche più omogenee dal punto di vista nazionale e aumentando
in tal modo la loro legittimità agli occhi della popolazione. Faceva parte di tale disegno anche l’incitamento agli
emigrati armeni e georgiani a rimpatriare nelle rispettive repubbliche: il ritorno dei primi fu autorizzato con un
decreto del novembre 1945,ed entro il 1949 giunsero circa 110 mila persone provenienti da Europa,Stati Uniti e
Medio Oriente. A essi si aggiunse un numero inferiore di georgiani provenienti da Francia,Iran e Cina. Il disegno
espansionistico sovietico verso sud,causa delle prima crisi internazionali dell’epoca della Guerra fredda, si rivelò un
fallimento,provocando forti delusioni in Georgia,Azerbaigian e Armenia. È possibile che la successiva firma del
trattato dell’Atlantico del nord nel 1949 abbia spinto la dirigenza sovietica a mettere in sicurezza il confine
meridionale ripulendolo da elementi inaffidabili,anche se Grecia e Turchia non aderirono alla Nato fino al 1952. Nel
giugno 1949 circa 57 mila persone,di cui 37 mila identificati come greci,oltre 15 mila come armeni e il resto
turchi,vennero inviate nel Kazachstan meridionale e nell’Altaj. Alcuni di costoro erano grecofoni di origine
pontica,emigrati tra il 1916 e il 1924 a seguito delle persecuzioni ittihadiste e kemaliste contro i Rumi (greco-
ortodossi). Con ogni probabilità la loro rimozione rappresentò la prosecuzione e il completamento della ripulitura
delle coste del Mar Nero iniziata nel 1944 come misura precauzionale nell’eventualità che avessero luogo conflitti
armati lungo il confine meridionale sovietico. In Georgia le vittime vennero selezionate,cominciando da coloro che
erano già stati schedati dalla polizia segreta. Tra i gruppi presi di mira vi furono coloro che erano immigrati tra il 1946
e il 1949,alcuni dei quali furono deportati come nazionalisti o elementi antisovietici insoddisfatti delle condizioni di
vita che avevano trovato in Urss. Oltre 6 mila greci furono deportati dalla sola Abcasia,e rimpiazzati con contadini
georgiani. Nel 1951 ulteriori deportazioni furono messe in atto in Georgia,prendendo di mira una serie di categorie
sospette per via dei loro legami con l’estero,tra cui 5 mila iraniani,deportati all’inizio dell’anno,e 11 mila altre
persone rimosse nel mese di dicembre.

IL RIMPATRIO FORZATO DI PRIGIONIERI DI GUERRA E LAVORATORI FORZATI SOVIETICI

Oltre ai deportati provenienti dall’Occidente sovietico e da oltre i confini sovietici,nel corso del dopoguerra giunse
nel GULag una piccola parte degli oltre 10 milioni di cittadini sovietici che avevano trascorso la guerra all’estero
come prigionieri di guerra o lavoratori forzati. Di questi ultimi,molti erano periti in prigionia. Agli altri non fu
concessa la possibilità di scegliere se venire rimpatriati o meno. Dunque,il loro rientro in Urss fu un episodio di
migrazione forzata,anche se almeno una parte di essi tornò volontariamente alle proprie case. Entro il marzo 1946
vennero rimpatriate 4,2 milioni di persone; circa 2,3 milioni vennero consegnati dagli alleati occidentali,che
rimpatriarono a forza perfino un certo numero di emigrati bianchi che non erano mai stati cittadini sovietici,anche se
si rifiutarono di fare lo stesso con gli abitanti dei territori che erano stati annessi all’Urss nel 1939-1940,come
dimostra il fatto che a maggio del 1946 c’erano ancora 187 mila rifugiati baltici classificati come non rimpatriabili nei
campi profughi dell’Unrra (Amministrazione delle Nazioni Unite per il soccorso e la ricostruzione). In effetti,dei circa
450 mila cittadini sovietici che evitarono la riconsegna la metà erano baltici e 1/3 ucraini. Agli altri toccò di apssare
attraverso i campi di verifica e filtraggio dove,sin dalla fine del 1941,venivano internati prigionieri di guerra e gli
uomini provenienti dai territori che erano stati sotto occupazione. Pesava su costoro il sospetto,preventivo e
categoriale (indipendente quindi dal loro comportamento),di essere spie o collaborazionisti,o in ogni caso individui
contaminati dall’aver vissuto fuori dallo stato sovietico e quindi inaffidabili. Nella primavera del 1946 circa 2,15
milioni di civili e 280 mila ex prigionieri di guerra furono autorizzati a ritornare alle proprie case,anche se
continuarono a essere guardati con sospetto dal regime. Altri 800 mila vennero reclutati o reintegrati nell’esercito
sovietico e circa 600 mila in battaglioni di ricostruzione che vennero sciolti solo nel 1949. Solo il 6,5% dei rimpatriati
venne effettivamente indirizzato all’Nkvd,ovverosia spedito nelle varie articolazioni dell’universo concentrazionario
sovietico. Di questi,148 mila vennero classificati come ‘vlasoviti’,cioè appartenenti all’armata collaborazionista
organizzata dal generale Vlasov durante la guerra; poiché però molti di costoro in realtà vennero giustiziati,è
probabile che il termine indicasse genericamente i prigionieri di guerra ritenuti sospetti. Essi furono inviati in villaggi
speciali,spesso in località disagiate: alcuni finirono in Siberia nordorientale; altri vennero inviati a Norilsk o nella
regione carbonifera del Pecora. Anche se avrebbero dovuto rimanere in esilio per 6 anni, nel 1951-1952 ai vlasoviti
fu esteso l’esilio perpetuo. La sorte di chi scampò all’internamento e alla prigionia fu poco invidiabile,in quanto le
procedure seguite per il rimpatrio radicarono nell’opinione pubblica la convinzione che chi tornava non era del tutto
pulito; ma in ma il regime ottenne ciò che voleva,scongiurando ogni pericolo di contagio ideologico trasmesso
attraverso i rimpatriati. In effetti,l’intera procedura di filtraggio dei rimpatriati era basata sul presupposto che questi
ultimi erano stati sottoposti a influenze antisovietiche e che alcuni di essi erano stati reclutati da potenze straniere
perché divenissero spie e terroristi una volta rientrati in patria.

OPPOSITORI E LAVORATORI FORZATI: LE DEPORTAZIONI VERSO L’UNIONE SOVIETICA

Negli anni successivi al 1945 fu deportato in Unione Sovietica anche un gran numero di cittadini di altri stati:
oppositori politici dei nuovi regimi creati nei paesi dell’Europa centrale,ma anche lavoratori forzati razziati negli stati
nemici. Le repressioni sovietiche si diressero anche contro i resistenti polacchi. L’AK (Esercito nazionale polacco)
aveva mantenuto una forte presenza nelle regioni annesse all’Urss nel 1939,dove nel 1944 aveva messo in atto
l’operazione ‘Burza’ (tempesta), una serie di insurrezioni volte a re-instaurare l’autorità polacca nelle città e regioni
da cui l’esercito sovietico stava scacciando i tedeschi,in modo da prevenire anche le rivendicazioni lituane,bielorusse
e ucraine. La cooperazione con i sovietici fu di breve durata; ben presto i militanti dell’AK usciti allo scoperto vennero
internati,mentre l’Nkvd (Commissariato del popolo per gli affari interni) prese a dare la caccia a quelli rimasti in
clandestinità. Ma anche a ovest della linea Curzon (il confine orientale polacco delineato nel 1919 dagli alleati,su cui
era stato ricalcato il confine di pace nazisovietico del 1939) i partigiani polacchi venivano disarmati,arrestati e
internati qualora si fossero rifiutati di unirsi all’armata che combatteva al fianco dei sovietici. In tutto furono
internati tra i 25 e i 30 mila partecipanti all’operazione Burza,anche se probabilmente solo una parte di costoro fin’
nel GULag; altrettanti civili (Volksdeutsche,ma anche polacchi) provenienti dalla Pomerania e dall’Alta Slesia vennero
deportati verso il Donbass e la Siberia occidentale. I combattenti dell’AK sopravvissuti vennero perseguitati dal
regime comunista polacco,e si trovarono talvolta a condividere le celle dei criminali nazisti. Una resistenza
organizzata proseguì fino all’autunno del 1947,ma le forze di sicurezza polacche e i loro consiglieri sovietici ne
ebbero ragione senza eccessive difficoltà. Peraltro,la persecuzione e talvolta la deportazione in Unione Sovietica
degli oppositori si verificò in tutte le democrazie popolari nate nell’Europa centro-orientale postbellica. Si contrarono
inoltre a centinaia di migliaia di tedeschi deportati in Urss come lavoratori forzati nel 1944-1945. La loro
deportazione va inquadrata nell’ambito del saccheggio su vasta scala praticato dall’esercito sovietico nei territori
occupati nel 1944-1945. Alle requisizioni di beni materiali a vantaggio dello stato sovietico si aggiunse la
deportazione in Urss dei tedeschi abili al lavoro,prevista dall’ordine 7161 del 16 dicembre 1944 per i Volksdeutsche
residenti in Romania,Jugoslavia,Ungheria,Bulgaria e Cecoslovacchia e dall’ordine 7647 del 3 febbraio 1945 per i
Reichsdeutsche. I primi a venire deportati,a partire dal Natale 1944 furono circa 110 mila Volksdeutsche residenti in
Ungheria,Romania e Jugoslavia,di fatto consegnati ai sovietici dalle autorità locali nel tentativo di risparmiare i propri
connazionali. Tra il febbraio e l’aprile 1945,lo stesso destino toccò a un numero paragonabile di residenti,non solo
tedeschi,della Germania orientale invasa. Secondo fonti sovietiche,vennero prese circa 215 mila persone fra cui 138
mila tedeschi e quasi 39 mila polacchi e 28 mila cittadini sovietici. Di questi quasi il 70%,pari a 148 mila
persone,venne inviato in Urss mentre 62 mila vennero custoditi in campi e prigioni nelle retrovie,mentre i restanti 5
mila erano morti durante l’operazione o i trasferimenti. Molti di costoro vennero rilasciati abbastanza
rapidamente,forse perché inabili ai lavori loro affidati. Già nel febbraio 1946 rimanevano in Unione Sovietica solo
poco più di 150 mila internati,alcuni dei quali provenivano dai campi di filtraggio attraverso cui dovevano passare i
cittadini sovietici rimpatriati dall’estero. In tutto,i lavoratori forzati deportati in Urss dalla Germania e dagli altri
paesi occupati dall’esercito sovietico furono circa 800 mila; oltre mezzo milione proveniva dalla Germania. A questi
vanno aggiunti 40 mila polacchi deportati in quanto considerati una minaccia per l’Urss o per il regime comunista
polacco. Le deportazioni volte a procurarsi riparazioni attraverso il lavoro non erano concepite come permanenti,e
infatti la maggior parte di coloro che ne furono interessati fu rimandata indietro. Tuttavia,non tutti rientrarono nei
propri luoghi d’origine; molti finirono nella Germania occidentale,e in questo modo la loro migrazione forzata
divenne definitiva. Inoltre,la paura della deportazione in Urss fu uno dei fattori che indussero all’esodo sia i tedeschi
residenti nelle aree a est della linea Oder-Neisse,sia i polacchi dell’Ucraina occidentale. Un caso a parte è costituito
dai cittadini sovietici di nazionalità tedesca sfuggiti alle deportazioni del 1941-1942 e successivamente evacuati dalle
Wehrmacht in ritirata. Molti di essi si trovavano in aree che entrarono a far parte della zona d’occupazione
sovietica,mentre altri vennero rimpatriati forzosamente dagli alleati occidentali. Circa 200 mila vennero deportati al
loro rientro nel 1945-1946 come coloni speciali; in quel periodo lo stesso status fu assegnato ad altri 105 mila
tedeschi sovietici residenti negli Urali,in Siberia e in Asia Centrale. I deportati vennero inviati perlopiù in queste
regioni,oltre che nell’estremo nord,a lavorare come minatori,taglialegna e operai industriali; alcuni,giudicati inabili ai
lavori pesanti,finirono in Tagikistan dove lavorarono in kolchoz dediti alla raccolta del cotone.

CONCLUSIONI

Tra il 1945 e il 1952 furono deportati e inviati in villaggi speciali circa 800 mila cittadini sovietici,dei quali quasi la
metà proveniva dalle aree dell’Occidente sovietico annesse nel 1939-1940 e riconquistate nel 1944-1945. Fra i singoli
contingenti di deportati i più nutriti furono quelli dei tedeschi sovietici che si erano rifugiati in Germania e dei
vlasoviti,che insieme comprendevano circa il 40% del totale; dal punto di vista delle nazionalità i più numerosi erano
tedeschi,ucraini e lituani,che da soli sfioravano il mezzo milione e,insieme con lettoni,estoni e moldavi,costituivano
quasi i ¾ del totale. Esistono diverse linee di continuità tra le deportazioni successive al 1945 e quelle precedenti al
1941. Le operazioni rivolte contro intere nazionalità,messe in atto durante la guerra,non furono ripetute. Invece le
rimozioni categoriali e preventive volte a sovietizzare e mettere in sicurezza determinati territori per molti versi
rappresentavano la prosecuzione di politiche messe in atto in periodi precedenti. Le continuità più forti si
riscontrarono nell’Occidente sovietico, in particolare nel Baltico e in Moldavia dove la sovietizzazione del 1940-1941
era stata superficiale per mancanza di tempo. Anche dopo il 1945 vennero colpiti soprattutto gli oppositori del
regime; malgrado la propaganda che collegava nazionalisti locali e occupanti nazisti,i collaboratori di questi ultimi
non furono un bersaglio primario. Le deportazioni avvennero soprattutto in base a discriminanti sociali e
politiche,eccezion fatta per la ripulitura delle coste del Mar Nero e per episodi limitati e localizzati di pulizia
etnica,come nel caso degli estoni e dei lettoni rimossi in quanto elemento ostili nel maggio 1950. Dal Baltico una
significativa percentuale della popolazione venne rimossa in via permanente ed esiliata sul territorio dello stesso
stato che aveva posto fine all’indipendenza di Estonia,Lettonia e Lituania. Poche altre nazioni del potere sovietico
ebbero un carattere imperiale di queste,anche se rimane a dir poco discutibile l’asserzione che le deportazioni
sovietiche siano state parte di una politica di genocidio delle nazionalità baltiche. Altre continuità si possono
riscontrare nella geografia delle località di destinazione dei deportati,che rimase costante rispetto a quella degli anni
30,e anche il tipo di impieghi cui furono destinati i deportati. Un esempio in proposito è rappresentato dall’area
lungo il fiume Kama,nella provincia di Perm’,dove nei primi anni 30 erano stati inviate decine di migliaia di contadini
deportati,poi adibiti a lavori forestali. Dopo il 1939 giunsero nella stessa regione,e per la maggior parte furono
assegnate a impieghi simili,altre decine di migliaia di deportati provenienti prima dall’Occidente sovietico,poi dal
Caucaso settentrionale e dalla Crimea,e infine dopo la guerra anche vlasoviti e nazionalisti ucraini. Come emerge da
questo esempio,la composizione nazionale della popolazione residente nei villaggi speciali mutò nel tempo,a seguito
dell’interazione di vari fattori. Mentre i russi avevano costituito la maggioranza fino alla metà degli anni 30,le cose
cambiarono in seguito al rilascio di molti dei primi esiliati e al costante afflusso di esponenti di altre nazionalità.
Quest’ultimo fu una conseguenza delle pulizie etniche del tempo di guerra,ma in parte anche del concentrarsi delle
operazioni di deportazione nelle zone di confine e nei territori annessi nel 1940-1941 e riconquistati nel 1944-1945.
Nel 1953 su 1,8 milioni di coloni speciali sopra i 17 anni,789 mila erano tedeschi e 183 mila ceceni,mentre i russi
rimasti erano ormai solo 56 mila.

CAPITOLO DODICESIMO

LA FINE DELL’EUROPA DI MEZZO

INTRODUZIONE

Si calcola che alla fine della seconda guerra mondiale ci fossero in Europa quasi 40 milioni di persone sradicate dalla
propria terra natale,esclusi i lavoratori non tedeschi impiegati in Germania e i tedeschi che fuggivano dinanzi
all’avanzare dell’Armata rossa. Circa 12 milioni di tedeschi furono espulsi dalle regioni della Germania annesse alla
Polonia e dall’Urss,dalla Cecoslovacchia e dalle zone dell’Europa sudorientale dove essi si erano sistemati da
tempo,mentre gli eserciti alleati vittoriosi trovarono in Germania oltre 11 milioni di deportati di varie nazionalità.
Approssimativamente circa 60 milioni di europei furono coinvolti nelle migrazioni forzate causate direttamente o
indirettamente dalla seconda guerra mondiale; per un numero sostanziale di essi lo spostamento fu definitivo ed
ebbe conseguenze sul lungo termine. La principale di esse fu la scomparsa della maggior parte delle minoranze
nazionali residenti in Europa centrorientale,in particolare di quelle un tempo dominanti sul piano socioeconomico:
anche la maggior parte degli ebrei sopravvissuti alla Shoah finì con l’emigrare. In questo modo la mappa etnica del
continente europeo venne drasticamente,anche se provvisoriamente,semplificata e la stessa Europa di
mezzo,definita come concetto storico piuttosto che geografico,cessò di esistere. Ciò avvenne a dispetto di processi
contraddittori di minore importanza,legati soprattutto all’affluire di russi nelle repubbliche più occidentali
dell’Unione Sovietica. Ciascuno degli spostamenti forzati di popolazione verificatisi nell’Europa centrorientale
postbellica ebbe una storia a sé,e nel concreto gli eventi furono diversi a seconda degli stati,delle regioni e delle
singole città e province. Alcune costanti si ripresentarono in tutta l’area interessata dalla grande ondata di pulizie
etniche del dopoguerra,mostrando come quest’ultima sia stata un fenomeno unitario e di portata europea. La
principale di queste costanti fu il fatto che trasferimenti e scambi di popolazione ebbero conseguenze simili un po’
dappertutto dal punto di vista demografico,socioeconomico e politico-ideologico. Innanzitutto,quasi ovunque le
popolazioni rimosse con la forza vennero identificate in base a criteri etnici e talvolta,in base a documenti rilasciati
dall’amministrazione nazista occupante. L’epoca in cui era stato possibile autodefinire liberamente la propria
appartenenza nazionale si chiuse in maniera definitiva; gli ambivalenti dovettero scegliere,oppure sopportare le
conseguenze di scelte già fatte durante la guerra. Per esempio,in Polonia e in Cecoslovacchia quanti si erano
identificati come tedeschi durante la guerra furono privati della cittadinanza per decreto e così rimossi politicamente
e legalmente dalla comunità nazionale prima di essere espulsi fisicamente. La cristallizzazione delle identità andò
pari passo con la separazione delle popolazioni in stati sempre più omogenei: le popolazioni maggioritarie passarono
così dal 69 al 79% del totale in Croazia,dal 68 al 94% nelle province ceche,dal 66 al 98% in Polonia,dal 78 all’86% in
Romania,dal 67 all’87% in Slovacchia e dall’87 al 97% in Ungheria. Altrove la semplificazione fu meno netta: secondo
il censimento sovietico del 1959 sui territori della Lituania e della Bielorussia postbelliche c’era un 20% di popolazioni
minoritarie con una percentuale di polacchi più che dimezzata e una diminuzione drammatica del numero degli ebrei
e dei tedeschi; in Lettonia ed Estonia la scomparsa di questi ultimi era stata compensata dall’afflusso postbellico di
un gran numero di immigrati slavi (soprattutto russi) attirati da condizioni di vita migliori di quelle delle altre
repubbliche sovietiche. In Ucraina una società plurinazionale era stata rimpiazzata da una bi-nazionale; entro i
confini postbellici,ucraini e russi costituivano più del 93% della popolazione,mentre tutte le minoranze messe
insieme superavano di poco il numero raggiunto dai soli polacchi o dai soli ebrei prima della guerra. L’altra faccia
della medaglia era costituita dalla scomparsa delle diaspore ancora esistenti nel 1939: negli anni 50 le uniche
nazionalità dei cui appartenenti una frazione consisteva viveva fuori dai propri confini statali erano
albanesi,croati,russi,serbi e ungheresi. Per contro polacchi,lituani,ucraini,bielorussi e sloveni erano concentrati per
oltre il 90% entro i rispettivi confini statali,mentre le minoranze tedesche ed ebraiche erano divenute quasi
insignificanti. Parte dei cambiamenti andava attribuita alla guerra e ai mutamenti dei confini. Per comprendere il
ruolo avuto dalle migrazioni forzate postbelliche in questi stravolgimenti demografici basterà rivelare il crollo
verticale dei tedeschi residenti nelle terre boeme e confrontarlo con la stabilità della percentuale di popolazione
ungherese in Romania,rimasta attorno al 10% prima e dopo la guerra. Vale la pena di rilevare come,all’interno dei
confini polacchi stabiliti a Potsdam,prima della guerra i tedeschi avrebbero costituito il 28% della popolazione totale.
Inoltre,le espulsioni postbelliche eliminarono quelle poche città rimaste straniere ancora dopo la guerra e la
Shoah,attraverso la cacciata dei loro abitanti e quella che Davide Artico ha definito la ‘damnatio memoriae’ della
cultura espressa da questi ultimi. Tale operazione implicò il cambiamento della toponomastica ma anche la
rimozione di insegne commerciali e iscrizioni,e la messa al rogo di libri e archivi. La storia locale venne riscritta in
maniera tale da offuscare il ruolo ricoperto dalle popolazioni espulse,le cui tracce materiali,quando non vennero
rimosse,furono abbandonate al degrado e all’incuria. Così i monumenti polacchi di Leopoli furono demoliti nel 1947
in quanto insulto alla cultura ucraina; città come Danzica e Breslavia vennero ricostruite in modo selettivo,per
enfatizzare i legami con la storia e la cultura polacche e soprattutto cancellare le vestigia tedesche. Non diverso fu il
destino delle tracce lasciate dalle popolazioni ebraiche sterminate: la ricostruzione postbellica di Vilnius implicò
l’abbattimento della grande sinagoga cinquecentesca,mentre la vecchia sinagoga di Breslavia,distrutta durante la
notte dei cristalli nel 1938,non venne ricostruita; altrove le pietre tombali ebraiche furono usate come materiale da
costruzione o pavimentazione stradale. Quanto alle istituzioni culturali,talvolta si spostarono insieme alle
popolazioni, in altri casi furono semplicemente chiuse,come l’Università tedesca di Praga. L’idea di usare le
migrazioni forzate per costruire stati omogenei dal punto di vista nazionale incontrò un consenso molto diffuso tra i
contemporanei. Tale consenso resse fino a quando i costi umani di tali politiche non divennero evidenti,suscitando
dubbi e ripensamenti. È probabile che il calcolo politico compiuto da Stalin quando decise di acconsentire allo
scambio di popolazioni polacco-ucraino e all’espulsione dei tedeschi da Polonia e Cecoslovacchia sia stato in parte
diviso: in quel caso contò la volontà di soddisfare le rivendicazioni dei nazionalismo maggioritari a spese delle
minoranze alloglotte,per rendere i primi meno ostili all’imposizione di regimi socialisti nazionali. Per Stalin,il
tentativo di strumentalizzare ai propri fini le aspirazioni nazionalisti non era una novità: esso aveva costituito parte
integrante delle politiche sovietiche nei territori annessi nel 1939-1940,ma ancor prima,durante la guerra polacco-
sovietica del 1919-1920,Stalin aveva propugnato l’idea di puntare su Leopoli per annettere la Galizia orientale e così
soddisfare le rivendicazioni dei nazionalisti ucraini. All’interno degli stati che misero in atto le espulsioni,il consenso a
queste ultime fu dovuto anche al fatto che esse vennero a collegarsi con processi redistributivi e con l’epurazione
postbellica. Dappertutto,ai trasferimenti di popolazione seguì l’espropriazione degli espulsi. In parte essa ebbe luogo
durante i saccheggi che accompagnarono esodi ed espulsioni: gli esuli polacchi che abbandonavano l’Ucraina furono
aggrediti e rapinati lungo il tragitto da criminali comuni e soldati sovietici,questi ultimi depredarono la Germania
orientale durante la loro avanzata,e i tedeschi scacciati dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia furono derubati dei loro
averi al momento dell’espulsione e quando attraversarono il confine. Ben più rilevante fu il trasferimento di risorse
generate da nazionalizzazioni e confische effettuate in base ad appositi decreti dei vari governi interessati; la
penetrazione economica e finanziaria tedesca in tutta l’Europa di mezzo era stata rilevante sin dagli anni 30,e la sola
espropriazione dei beni di imprese e banche tedesche ebbe una notevole importanza. I proventi della stessa furono
trattenuti dai soli governi alleati (jugoslavo,cecoslovacco e polacco) mentre nei paesi che erano stati alleati con la
Germani andarono a beneficio del governo sovietico. Quest’ultimo si appropriò anche dei beni posseduti da oltre 2
milioni di polacchi rimpatriati verso ovest,mentre la Cecoslovacchia nazionalizzò 11.200 fabbriche,55 mila piccole
imprese,125 mila ferrovie,200 mila case unifamiliari e oltre 3 milioni di ettari di terra appartenuto a
tedeschi,ungheresi e altri traditori. Il governo polacco s’impadronì di quanto era appartenuto ai tedeschi residenti sul
suolo prebellico,nazionalizzò l’economia delle terre riconquistate e si appropriò di beni già confiscati dagli occupanti
nazisti inclusi quelli appartenuti agli ebrei vittime della Shoah. Questi ultimi vennero classificati come proprietà
abbandonate,anche perché non era rimasto nessuno che avesse titolo a reclamarle; in molti casi singoli polacchi se
ne impossessarono senza curarsi di trasferirne formalmente la proprietà. Case,fattorie e fabbriche espropriate ai
tedeschi vennero usate come risarcimento in forma specifica per i polacchi espulsi dall’Urss: entro il giugno 1947 il
governo polacco poté creare quasi 50 mila nuove fattorie nella Polonia centrale e quasi 400 mila nelle terre
riconquistate. Venne attuata una riforma agraria che implicò la ridistribuzione di 6 milioni di ettari di terre,l’80% dei
quali erano ex tedesche. I beneficiari non divennero proprietari,ma solo usufruttuari di quanto veniva loro assegnato
e si trovarono perlopiù privi di titoli legali di proprietà allorché nel 1948 ebbe inizio la collettivizzazione
dell’agricoltura polacca. Anche in Ungheria le terre appartenute ai tedeschi vennero espropriate e usate sia per
insediarvi profughi ungheresi sia come risorse da distribuire nell’ambito della riforma agraria: inoltre,in tutti e tre i
paesi banche e industrie appartenute a tedeschi ed ebrei furono oggetto di procedure di nazionalizzazione.
L’ideologia socialista nazionale divenne moneta corrente nell’Europa centro-orientale postbellica,e venne usata per
giustificare espulsioni ed espropriazioni. Edvard Benes dichiarò che nella rivoluzione sociale è necessario sbarazzarsi
di tutta la borghesia tedesca,dell’intellighenzia pangermanista e dei lavoratori che hanno ceduto al fascismo. In
precedenza,egli aveva fatto uso di argomentazioni analoghe,definendo l’espulsione l’inizio di una rivoluzione sociale
e parte di un piano quinquennale politico,economico e sociale,nei suoi incontri con Stalin. Anche il leader comunista
ceco Gottwald si espresse in termini simili,affermando che il potere è passato dalle mani della nazione occupante a
quelle della nazione oppressa,ceca e slovacca: in questo modo si parlava di rivoluzione sociale. Gomulka,ministro per
le terre riconquistate tra il 1945 e il 1948 nonché,dal 1943,capo del Partito comunista polacco dichiarò che si
dovevano espellere tutti i tedeschi,in quanto i paesi erano costituiti lungo linee nazionali e non multinazionali.
Interessante è il preambolo al decreto presidenziale del 21 giugno 1945 sulla confisca delle proprietà agricole dei
tedeschi,degli ungheresi e dei traditori e dei nemici del popoli ceco e slovacco,in cui si legge che la confisca
immediata e senza indennizzo dei beni in questione veniva decretata. Il suolo ceco e slovacco doveva essere tolto
agli stranieri e consegnato nelle mani dei contadini cechi e slovacchi. Per contro,i beni appartenenti a grandi
proprietari terrieri cechi e slovacchi non vennero toccati fino al 1947-1948. L’ordinanza sulla riforma agraria del
governo provvisorio ungherese proclamava che lo scopo dell’ordinanza era quello di realizzare il sogno della
popolazione contadina ungherese e concederle il suo antico diritto,vale a dire la proprietà del suolo e della terra.
Inoltre lo stato avrebbe realizzato l’obiettivo del punto precedente creando un fondo che sarebbe consistito delle
proprietà terriere espropriate e di terre requisite dietro compenso. A venire espropriate sarebbero state le proprietà
fondiarie dei criminali di guerra,dei traditori della patria e dei nemici del popolo,tra i quali rientravano coloro che
avevano ripreso un cognome tedesco precedentemente magiarizzato. Purificazione etnica e socializzazione
dell’economia concorrevano alla nazionalizzazione della società e dello stato,che avveniva sotto l’impulso di partiti
socialisti e comunisti. Questi ultimi erano ansiosi di legittimarsi all’interno dei propri paesi e non esitavano a
sfruttare a questo scopo il nazionalismo che prima della guerra avevano avversato. Si formava così già allora
quell’unione tra socialismo e nazionalismo che avrebbe formato l’ossatura ideologica dei regimi postbellici in Europa
centrorientale. D’altro canto,la crescita del ruolo dello stato e delle popolazioni maggioritarie nell’economia causata
dalle espropriazioni che accompagnarono esodi ed espulsioni rappresentò la continuazione dei processi che avevano
avuto inizio già durante la guerra e l’occupazione nazista. Un’osservazione che vale anche per il processo di
purificazione e omogeneizzazione nazionale: dopotutto,erano stati gli occupanti nazisti e sovietici a dimostrare la
fattibilità di massicci spostamenti di popolazione e a sanzionare questi ultimi. Espulsioni ed espropriazioni vanno
considerate anche come parte della prosecuzione postbellica di traditori,collaborazionisti e criminali di guerra,che
ebbe luogo in tutta Europa,ma assunse caratteristiche particolari nella parte centrale e orientale del continente dove
l’epurazione selvaggia dei primi mesi di pace colpì in maniera particolare alcuni gruppi nazionali e sociali,spianando
la strada alla loro emigrazione forzata postbellica. La pulizia etnica venne infatti concepita anche come punizione
collettiva per intere categorie di persone accusate di aver fatto da infiltrati per gli occupanti,e venne giustificata in
questi termini agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Sia il ragionamento che i tedeschi andassero espulsi al
fine di salvarli dall’ira dei polacchi e dei cecoslovacchi sia la tesi della colpa collettiva su base nazionale non erano
diversi da quelli con cui il governo sovietico aveva giustificato le decisioni di deportare i tedeschi del Volga,i ceceni e i
tatari di Crimea. Per contro,la persecuzione dei collaboratori di altre nazionalità,avvenne su base individuale e in
genere per via giudiziaria piuttosto che amministrativa. Il fatto che intere categorie di persone fossero state private
per motivi politici della cittadinanza,dei propri beni e del diritto a risiedere sul territorio dello stato,e che questo
fosse avvenuto attraverso decreti del potere esecutivo,stabilì un pericoloso precedente,facilitando l’imposizione di
regimi autoritari. Quest’ultima avvenne con il contributo dell’Unione Sovietica. Ciò non toglie che le misure
nazionalizzatrici ebbero conseguenze perniciose dal punto di vista della democrazia e dello stato di diritto,la cui
portata non va sottovalutata. La persecuzione delle minoranze inaffidabili fece sì che la repressione in massa di
intere categorie di persone diventasse un metodo per la risoluzione dei problemi politici,sociali ed
economici,facilitando le purghe che caratterizzarono il periodo stalinista dei regimi socialisti nazionali in Europa
centrale e orientale.

IL DESTINO DELLE MINORANZE TEDESCHE NELL’EUROPA CENTRO-ORIENTALE

Le vittime principali della migrazione forzata europea postbellica furono i tedeschi,o meglio le popolazioni
germanofone che,nonostante gli spostamenti di popolazione del periodo bellico,ancora nel 1944 erano sparpagliate
in tutta l’Europa centrale e orientale. I primi a essere evacuati di fronte all’avanzata sovietica,furono i Volksdeutsche
residenti in Unione Sovietica e scampati alle deportazioni del 1941. Piccoli gruppi di alcune decine di migliaia di
persone,provenienti dalla Bielorussia e da diverse regioni russe,furono re insediati già nella prima metà del 1943,ma
un esodo massiccio ebbe inizio quando l’esercito tedesco cominciò a ritirarsi di fronte alla controffensiva sovietica.
Vennero così evacuati gli insediamenti tedeschi situati nell’Ucraina meridionale e nel Caucaso settentrionale. L’esodo
coinvolse 350 mila Volksdeutsche in 4 diverse ondate tra l’agosto 1943 e il luglio 1944. La stragrande maggioranza di
costoro fu inviata nelle province polacche annesse al Reich,ed è probabile che in seguito siano stati coinvolti nella
successiva espulsione dei tedeschi residenti in Polonia. Probabilmente circa 65 mila tedeschi fuggirono dalla
Romania al seguito delle truppe tedesche in ritirata; altre decine di migliaia vennero reclutasti come lavoratori coatti
dalle autorità di occupazione sovietiche,e spesso deportati in Urss. Le autorità sovietiche,servendosi della polizia
romena,iniziarono il 10 gennaio il rastrellamento in massa dei romeni di origine tedesca. La semplice denuncia di una
persona come tedesca o il possesso di un cognome tedesco erano sufficienti perché venissero deportati. A
Bucarest,l’11 gennaio circa 2 mila persone vennero caricate sui carri merci per essere deportate in Russia; ognuno
portava con sé quanto poteva in fatto di cibo e i vagoni erano chiusi e sigillati. Molti non fecero mai ritorno a
casa,mentre altri non furono rimpatriati fino al 1948-1949. Circa 70 mila germanofoni furono deportati in Urss dalla
sola Transilvania meridionale,con la partecipazione delle autorità romene che poi riallocarono in quella regione i
rifugiati provenienti dalla Bessarabia e dalla Bucovina nuovamente annesse all’Unione Sovietica. Data la continuità
degli apparati statali e repressivi romeni,è possibile che tale misure siano state attuate da personale che durante la
guerra aveva perseguitato gli ebrei e altre minoranze. Diversamente da altri stati,la Romania non tentò di espellere
in massa i propri abitanti germanofoni,anche se li discriminò impendendo loro di avvalersi della riforma agraria
varata nel 1945,diversamente da quanto accadde per le altre minoranze: circa il 12% delle terre fu assegnato a
famiglie serbe,ungheresi,ucraine e rom. Decine di migliaia furono anche i tedeschi che abbandonarono l’Ungheria a
partire dall’estate del 1944; circa 50 mila lo fecero in maniera organizzata,perlopiù su carovane di carri trainati da
cavalli. Altre decine di migliaia furono deportati in Unione Sovietica e,a guerra finita,inviati in Germania anziché nei
luoghi di provenienza. Quanto ai Volksdeutsche residenti in Jugoslavia,in parte furono evacuati o fuggirono insieme
con l’esercito tedesco in ritirata; gli altri subirono una violenta persecuzione da parte del nuovo regime jugoslavo
guidato da Tito,che ebbe inizio non appena quest’ultimo prese il controllo delle regioni in cui essi risiedevano nella
Vojvodina e nel Banato. Le vittime delle esecuzione furono più di 5 mila,mentre i sopravvissuti vennero privati dei
propri diritti,espropriati dei beni che possedevano e ghettizzati in appositi villaggi; quelli che non erano in grado di
lavorare furono rinchiusi in campi di concentramento,dove si registrarono elevati tassi di mortalità. In seguito, le
autorità lasciarono che la maggior parte di costoro potesse evadere e infine emigrare verso la Germania e l’Austria.
Le terre appartenute ai tedeschi costituirono il 40% di quelle confiscate con la riforma agraria jugoslava dell’agosto
1945 e al posto degli espulsi furono insediati coloni provenienti da tutte le repubbliche della federazione
jugoslava,che confluirono in Vojvodina tra il 1945 e il 1948,anche se parte delle loro terre venne data a contadini
locali. Tra i nuovi arrivati vi era un certo numero di serbi che durante la guerra erano stati espulsi dalla Macedonia o
dal Kosovo dalle autorità occupanti,e che si stabilirono in Vojvodina anziché ritornare nei luoghi dai quali erano stati
scacciati.

GLI SCAMBI DI POPOLAZIONE POLACCO-SOVIETICI (1944-1947)


La riconquista dell’Occidente sovietico,accompagnata da una brutale repressione dei nazionalisti locali,portò con sé
anche la realizzazione di uno dei principali obiettivi di questi ultimi,e cioè la scomparsa delle popolazioni minoritarie
sopravvissute alla guerra,in particolare di quelle polacche residenti in Ucraina occidentale e in Lituania. Già nel
settembre 1944 il filosovietico Comitato polacco di liberazione nazionale e l’Ucraina sovietica stipularono un trattato
che prevedeva il rimpatrio a ovest della linea Curzon di polacchi ed ebrei residenti in Ucraina occidentale; intese
simili furono poi concordate anche con la Bielorussia e la Lituania sovietiche,e seguite nel luglio 1945 da un accordo
tra il nuovo governo polacco e quello dell’Unione sovietica. Si trattò di una notevole variazione nella politica
sovietica delle nazionalità: fino ad allora,gli spostamenti forzati di popolazione erano stati usati a scopi punitivi,ma
mai per costruire nazioni omogenee come invece accadde in questo caso. Stalin aveva probabilmente concluso che
in questo modo avrebbe potuto assumere alcuni nazionalisti,concedendo rispettivamente la Galizia e la Volinia agli
ucraini,Vilnius ai lituani e lo stato nazionale omogeneo ai polacchi. Una prima ridefinizione su base etnica della
cittadinanza polacca era già stata attuata nel momento in cui le autorità sovietiche avevano ostacolato
l’arruolamento nell’armata Anders (l’esercito polacco costituito nel 1941-1942 sul suolo sovietico e che prese il
nome dal suo organizzatore,il generale Wladyslaw Anders,anch’egli sopravvissuto alle prigioni sovietiche) degli ex
deportati di nazionalità ucraina,bielorussa ed ebrea originari dei territori annessi nel 1939-1940 e amnistiati,in
quanto cittadini polacchi,nell’agosto 1941. Contestando la cittadinanza polacca degli appartenenti alle minoranze i
sovietici erano entrati in contrasto col governo polacco in esilio a Londra che aveva interpretato questo
atteggiamento come un preludio alla rivendicazione dei territori annessi all’Urss in seguito al patto Molotov-
Ribbentrop. Tuttavia,la posizione sovietica fu tacitamente approvata da alcuni degli ufficiali polacchi addetti al
reclutamento,come mostra il fatto che ucraini,bielorussi ed ebrei costituirono solo l’8% dei componenti dell’armata
Anders benché la loro percentuale fra i deportati del 1940-1941 fosse 5 volte più elevata. Nella pratica,l’andamento
degli scambi di popolazione polacco-sovietici non fu uniforme. Il rimpatrio dei polacchi residenti in Lituania,che ebbe
luogo nel 1945 e si concluse entro la fine del 1947,interessò soprattutto i residenti di Vilnius e del distretto
circostante,l’80% dei quali emigrò. Nella maggior parte degli altri distretti,la percentuale di coloro che emigrarono fu
spesso inferiore al 25%; la migrazione forzata dunque interessò soprattutto gli abitanti urbani,e in misura minore
quelli delle campagne. L’esodo dei polacchi venne stimolato dalle repressioni e dal progressivo consolidamento del
dominio sovietico e lituano; molti di quanti erano in principio riluttanti ad andarsene preferirono infine emigrare pur
di abbandonare l’Urss. D’altro canto,per non privarsi di lavoratori utili alla ricostruzione,le autorità lituane
ostacolarono l’emigrazione di un certo numero di persone,in particolare di coloro la cui identità nazionale era
incerta. Nella pratica la pulizia etnica si concentrò nel circondario della capitale,da cui proveniva più della metà dei
170 mila polacchi che complessivamente lasciarono la Lituania,e presumibilmente soprattutto in città. Svuotata della
sua popolazione prebellica,Vilnius venne ricostruita e ripopolata anche da lavoratori,funzionari e soldati smobilitati
sovietici,tra cui migliaia di russi. Essi si inserivano nel quadro di quella che era ormai Vilnius,capitale della Repubblica
socialista sovietica di Lituania,dove l’università nel dopoguerra ebbe una popolazione studentesca in cui i polacchi
non raggiunsero mai il 4% e i lituani non furono mai meno dei ¾ del totale. Più a sud,tra il 1944 e il 1946, quasi 790
mila tra ebrei e polacchi lasciarono la Repubblica sovietica ucraina per la Polonia,memori delle tragedie verificatesi
durante la guerra e delle repressioni del 1939-1941. Il loro trasferimento fu il prodotto di pressioni di vario genere e
intensità,risultanti dalla tacita cooperazione tra le autorità sovietiche e l’Upa: quest’ultima continuò la pulizia etnica
dei polacchi che non emigrarono,mentre le repressioni portate avanti dall’Nkvd diffusero l’idea che quanti non
fossero espatriati avrebbero rischiati di finire in Siberia. Gli ucraini residenti nella Polonia sudorientale si rivelarono
ancora più riluttanti a emigrare verso l’Urss: alcuni di essi si fecero passare per polacchi pur di non essere scambiati,e
a partire dal 1945 anche lo stato polacco cominciò a esercitare pressioni sempre più forti. Attacchi contro i civili
ucraini furono lanciati tanto dall’esercito e dalla polizia quanto dai partigiani nazionalisti polacchi,che cooperarono
col governo filosovietico contro cui combattevano. Violenze e intimidazioni spinsero 208 mila civili ucraini ad
abbandonare la Polonia entro l’agosto 1945. Ma il plenipotenziario sovietico Mykola Podhnornyi richiese che venisse
usata la forza epr portare a termine il rimpatrio: a questo punto il governo polacco incaricò tre divisioni di fanteria di
espellere gli ucraini ancora residenti entro i confini polacchi. Tra i loro componenti alcuni,originari della Volinia,ne
approfittarono per vendicarsi; centinaia di civili ucraini vennero uccisi e decine di migliaia costretti ad abbandonare
la Polonia entro la fine del 1945,mentre altri 250 mila vennero deportati nella primavera del 1946,portando il totale
degli espulsi verso l’Unione Sovietica a 482 mila unità. Ben più elevato fu il numero di polacchi rimpatriati dall’Urss: il
loro numero superò gli 1,2 milioni entro la fine del 1946,di cui più di 1/3 proveniva dalla Lituania o dalla Bielorussia.
Da quest’ultima emigrarono 272 mila polacchi. Inoltre,rimpatriarono 260 mila polacchi abitanti in altre repubbliche
sovietiche diverse da quelle ucraina,bielorussa o lituana,e centinaia di migliaia di altri che prima della guerra avevano
vissuto a est del nuovo confine polacco-sovietico e che erano stati deportati in Germania,o che avevano fatto parte
dell’esercito polacco schierato al fianco dell’Armata rossa: anche costoro si stabilirono in Polonia,anziché tornare
dove avevano vissuto prima della guerra,portando in tutto a circa 2 milioni il totale dei rimpatriati. Essi furono
riallocati perlopiù nei cosiddetti territori recuperati strappati alla Germania così come gli ucraini residenti in Polonia
che non furono espulsi verso l’Unione Sovietica,e che nel 1947 caddero vittime dell’azione Wisla,una vera e propria
operazione di pulizia etnica destinata a risolvere la questione ucraina per sempre. La deportazione venne presentata
come una rappresaglia per l’uccisione del viceministro della Difesa polacco; ma anche se uno dei suoi moventi era
quello di sradicare dalla propria terra natale la popolazione fra cui i guerriglieri dell’Upa trovavano rifugio,il vero
obiettivo era quello di disperdere gli ucraini rimasti in Polonia per favorirne l’assimilazione. Tra l’aprile e l’agosto
1947,140 mila ucraini vennero spostati in Polonia nordoccidentale; 4 mila furono deportati nel campo di
concentramento di Jaworzno,dove i decessi furono dozzine. I morti furono in tutto più di mille.

L’ESPULSIONE DEI TEDESCHI RESIDENTI A EST DELLA LINEA ODER-NEISSE (1945-1949)

La possibilità di espellere i tedeschi residenti in Polonia venne presa in considerazione già nelle prime fasi del
conflitto: nel febbraio 1940 August Zaleski,ministro degli Esteri del governo polacco in esilio a Londra,incluse la
deportazione dei tedeschi residenti nella Polonia e nella Prussia orientale dell’anteguerra tra i principali obiettivi
bellici del proprio paese; questa idea non incontrò opposizione tra gli Alleati. Stalin e Churchill convennero di offrire
alla Polonia territori tedeschi in cambio dell’accettazione della linea Curzon a est: in particolare l’Unione Sovietica fu
irremovibile circa la questione del confine occidentale polacco. Ciò perche in tal modo la Polonia sarebbe stata
vincolata all’Urss in quanto unica potenza in grado di tutelarne il confine occidentale da possibili revanscismi
tedeschi. Anche nella politica interna polacca la questione del confine occidentale venne sfruttata dal Partito
comunista per consolidare la propria posizione politica e aiutò a forgiare un’alleanza tra quest’ultimo e gli
ultranazionalisti. Nel maggio 1945 Gomulka,allora primo segretario del Partito comunista polacco,dichiarò che uno
dei motivi per cui il governo ha il sostegno popolare è la questione dei territori occidentali. Invece il governo polacco
in esilio si oppose a lungo alla prospettiva di uno slittamento a ovest della Polonia,in parte perché consapevole del
carattere tedesco di buona parte dei territori che le sarebbero stati concessi,ma anche perché non aveva intenzione
di cedere sulla questione del confine orientale. Il problema del carattere tedesco dei territori assegnati alla Polonia
venne risolto con la cacciata della stragrande maggioranza dei loro abitanti e della totalità o quasi di quelli che si
identificavano come tedeschi. In effetti i tedeschi cominciarono a fuggire ancora prima della fine della guerra,spinti
dalle atrocità a danno della popolazione civile che le truppe sovietiche commisero fin dal primo momento in cui
entrarono in Germania. Devastazioni e omicidi furono all’ordine del giorno,e si contarono forse un milione di stupri.
Il contrasto con quanto accadeva nell’Urss occupata,dove le truppe tedesche ebbero una licenza di commettere ogni
genere di crimini,è evidente. Alle violenze commesse dai singoli si aggiunsero gli arresti compiuti allo scopo di
mettere in sicurezza le retrovie dell’esercito avanzante o di procurarsi lavoratori forzati,deportati in Urss o impiegati
in campi di lavoro creati sul posto: ve ne furono 45 nella sola Prussia orientale,il più grande dei quali ospitava quasi
50 mila internati. La propaganda nazista parlò diffusamente delle atrocità sovietiche allo scopo di incoraggiare la
resistenza,ma ottenne solo l’effetto di diffondere il panico fra i civili e spingerli alla fuga: in 5 milioni abbandonarono
le proprie case nel pieno dell’inverno. Alcuni tentarono di salvarsi sulle imbarcazioni che salpavano dai porti sul Mar
Baltico,ma fra quelli che riuscirono a imbarcarsi,molti morirono allorchè le navi su cui viaggiavano vennero affondate
dalla marina sovietica,che ne colò a picco 206 su un totale di 790 usate per l’evacuazione. Oltre 150 mila furono le
vittime dei soli naufragi. Molti di più vennero stroncati dalle intemperie e dalle fatiche del viaggio. Tuttavia,la
maggior parte dei 400 mila tedeschi periti nel corso dell’esodo,dai territori poi assegnati alla Polonia morì nei campi
di lavoro forzato piuttosto che in mare o durante la fuga. Le autorità naziste fecero spesso ben poco per assistere i
profughi,mentre si impegnarono invece a svuotare i campi di concentramento situati nelle regioni investite
dall’avanzata sovietica,costringendo i prigionieri a compiere marce della morte che talvolta si conclusero con
l’uccisione dei partecipanti. I tedeschi rimasti indietro si trovarono dapprima sotto il governo militare sovietico e
quindi sotto un’amministrazione polacca che si comportò ancora peggio. Il destino peggiore toccò ai tedeschi
residenti all’interno dei confini polacchi prebellici,alcuni dei quali erano stati insediati nel quadro del programma
‘Heim ins Reich’: per costoro la fuga davanti all’esercito sovietico significò venire sradicati per la seconda volta in
pochi anni. Contro quelli che rimasero furono emanate leggi volte a punire i criminali fascisti ed eliminare gli
elementi ostili. Nei fatti le loro proprietà vennero confiscate,dopodiché essi vennero rinchiusi nei campi di
concentramento nazisti. Le condizioni del loro internamento furono di gran lunga migliori di quelle degli ebrei e degli
altri prigionieri dell’epoca nazista,ma questo non impedì che subissero ogni sorta di maltrattamenti da parte dei loro
carcerieri. La gerarchia razziale stabilita dai nazisti fu rovesciata. Tutti coloro che avevano ricevuto un trattamento
preferenziale dalle autorità naziste vennero automaticamente bollati come traditori della patria e perseguiti di
conseguenza; tuttavia quanti erano stati iscritti nelle classi II,III e IV della Dvl potevano fare domanda per sostenere
un procedimento di verifica ed eventualmente venire polonizzati. Anche in quelli che i polacchi definirono ‘territori
recuperati’ la de-germanizzazione e la polonizzazione andarono di pari passo; la pulizia etnica ebbe inizio a guerra
finita e dei 4,2 milioni di tedeschi oltre un milione emigrò entro la fine del 1945. Già in primavera i polacchi
assunsero il controllo dei territori a est della linea dei fiumi Oder e Niesse,organizzando una milizia che si distinse per
i maltrattamenti dei tedeschi. In alcune regioni,come il Brandeburgo orientale,ex prigionieri di guerra ed ex
lavoratori forzati polacchi costituirono la spina dorsale della nuova amministrazione; intanto cominciarono a
giungere migliaia di polacchi,alcuni intenzionati a insediarsi nelle terre riconquistate,altri ad approfittare delle
opportunità di guadagno offerte dalla situazione. Con l’ausilio dell’amministrazione e della milizia polacca,costoro
presero a scacciare i tedeschi dalle loro abitazioni: a volte singole famiglie si impossessarono di case e fattorie
tedesche,talvolta invece vennero espulsi gli abitanti di interi quartieri. Prima ancora che la conferenza di Potsdam
avesse inizio,all’esercito polacco fu affidato il compito di espellere i tedeschi che abitavano a ridosso della nuova
linea di confine e al tempo stesso di impedire a quanti erano fuggiti in precedenza di ritornare alle proprie case. Al
loro posto giunsero polacchi provenienti dalle aree centrali del paese o dalle regioni che erano state annesse
all’Unione Sovietica. Il corso degli eventi variò a seconda delle province: dalla sola Pomerania vennero espulse quasi
300 mila persone entro la fine del 1945. Nella Bassa Slesia,dove la popolazione tedesca era aumentata alla fine della
guerra a causa dell’afflusso di profughi provenienti da altre località,forse 200 mila persone vennero espulse
dall’esercito polacco entro il luglio 1945. A Danzica la maggior parte dei 100 mila tedeschi rimasti venne espulsa
entro l’estate: alla fine dell’anno ne erano rimasti in città solo 10 mila,e ben presto anch’essi fuggirono o vennero
espulsi. Nella seconda metà di luglio 1945,la conferenza di Potsdam definì il tracciato del nuovo confine polacco,che
fu fissato entro la linea dei fiumi Oder e Neisse in modo tale da includere anche la città di Breslavia e quasi tutta la
Slesia. Nei mesi successivi le espulsioni dovevano teoricamente interrompersi,ma in realtà proseguirono come
partenze volontarie in direzione della zona d’occupazione sovietica dapprima dalla Slesia (sin dall’agosto 1945) e
poi,a ottobre-novembre,anche dalla Pomerania e dalla Prussia. Per salvare le apparenze,gli espulsi venivano costretti
a firmare dichiarazioni in cui affermavano che emigravano volontariamente e che rinunciavano alle loro proprietà in
favore dello stato polacco. In realtà quanti rifiutavano rischiavano l’internamento nei campi di lavoro; peraltro,in
seguito ai maltrattamenti già subiti alcuni erano effettivamente desiderosi di andarsene. Per esempio,dalla sola
Bassa Slesia tra le 66 mila e le 70 mila persone emigrarono aggiungendosi ai 42 mila deportati verso la zona
d’occupazione sovietica e portando a mezzo milione il totale di coloro che avevano lasciato la regione nel 1945. Il
primo censimento polacco postbellico,condotto nel 1946,registrò la presenza di poco meno di 2,1 milioni di residenti
tedeschi nei territori recuperati. Di questi oltre la metà si trovava nella Bassa Slesia,che fu la regione maggiormente
interessata dalla cosiddetta ‘operazione Rondine’ (nome convenzionale degli spostamenti forzati di popolazione
organizzati ed eseguiti in adempimento delle decisioni prese a Potsdam): da essa vennero deportate 900 mila
persone entro l’ottobre 1946 e un totale di quasi 1,3 milioni entro la fine dell’anno successivo. Il capoluogo della
Bassa Slesia era Breslavia,una città nel 1945 pressoché interamente tedesca. A dicembre del 1945,la sua popolazione
era pari a 1/3 di quella prebellica,ma a fronte di 33 mila residenti polacchi i tedeschi erano 5 volte più numerosi; ma
nel marzo 1947 rimasero solo 17 mila tedeschi si 214 mila abitanti. In provincia le cose andarono in maniera diversa:
a Waldenburg,nei pressi del confine ceco,la percentuale di autoctoni (persone di nazionalità polacca che prima del
1939 erano cittadini della Germania) sul totale della popolazione risultò tre volte superiore alla
media,probabilmente perché molti tedeschi vennero considerati indispensabili al buon funzionamento dell’industria
mineraria locale e quindi fu loro concessa la cittadinanza anche se in passato erano stati militanti del Partito nazista.
In parallelo alla de-germanizzazione si procedette alla polonizzazione dei territori recuperati,attraverso la
riallocazione in quelle regioni dei polacchi espulsi dall’Urss. Quanti erano stati espulsi dalla Lituania s’insediarono in
Prussia orientale e in Pomerania,mentre coloro che provenivano dall’Ucraina finirono in Slesia. A Breslavia giunsero
molti ex residenti di Leopoli,i quali diedero la loro impronta alla vita culturale cittadina,arrivando a costituire il 60%
del personale docente dell’ateneo locale nonostante i rimpatriati fossero al pià il 20-30% dei 250 mila polacchi
arrivati in città dopo il 1945. La maggior parte dei 4,79 milioni di migranti che presero il posto dei tedeschi espulsi
proveniva dalla Polonia centrale e i loro rapporti con i profughi provenienti dalle regioni annesse all’Urss furono
spesso conflittuali. Ai nuovi arrivati nei territori recuperati si aggiunsero 1,1 milioni di persone che in quelle zone
avevano vissuti già prima del 1939,alle quali la cittadinanza polacca venne concessa attraverso procedure arbitrarie
di riabilitazione (per quanti erano stati iscritti alla Dvl durante la guerra) e verifica (per i cittadini tedeschi
d’anteguerra che si dichiararono di nazionalità polacca). Nei fatti,l’una e l’altra iniziativa si concretizzarono in un
tentativo di assimilare forzosamente soggetti dall’identità incerta dal punto di vista nazionale o prevalentemente
regionale (ovverosia persone che si consideravano slesiani o masuriani piuttosto che polacchi o tedeschi) molti di
questi ultimi si dichiararono polacchi pur di non venire espulsi,specialmente se erano in grado di parlare la lingua.
Peraltro,in seguito non pochi di costoro si sarebbero nuovamente dichiarati tedeschi per poi emigrare in
Germania,fenomeno,questo,che interessò quasi mezzo milione di persone tra il 1956 e il 1985: di queste i 4/5
provenivano dalla Slesia,dove nei primi anni 90 avrebbe fatto la sua ricomparsa una piccola minoranza tedesca.

ODSUN: L’ESPULSIONE DEI TEDESCHI DALLA CECOSLOVACCHIA (1945-1948)

I cosiddetti ‘Sudetendeutsche’ furono la più grande tra le comunità germanofone residenti al di fuori dei confini della
Repubblica di Weimar a cadere vittima delle pulizie etniche postbelliche. La loro espulsione s’intrecciò con
l’epurazione postbellica,che in Cecoslovacchia fu una delle più severe d’Europa,e venne presentata come una
punizione collettiva per aver tradito la repubblica cecoslovacca e collaborato con i suoi occupanti. L’accusa di
tradimento si basava sul ruolo rivestito dai Sudetendeutsche prima e durante la guerra,che era stato tale da farli
considerare un caso di infiltrati; non a caso le prime proposte di trasferire i tedeschi residenti in Cecoslovacchia
erano state avanzate non dal governo in esilio bensì dalla resistenza clandestina in patria. Quest’ultima propendeva
per una soluzione massimalista che includesse il ripristino dei confini prebellici della Cecoslovacchia e l’espulsione
dell’intera minoranza germanofona. I politici cecoslovacchi che si trovavano all’estero,ritenevano invece che non
sarebbe stato possibile arrivare a tanto,ma finirono con l’adottare posizioni altrettanto estreme nel timore di
delegittimarsi agli occhi dei propri compatrioti. Fu proprio Benes il primo a discutere pubblicamente,in un articolo
pubblicato su ‘Foreign Affairs’ nel 1942,nel quale egli espresse la convinzione che la Germania dovesse essere
costretta a rientrare nelle sue frontiere precedenti l’Anschluss e l’accordo di Monaco,invocando il principio secondo
cui non andavano riconosciuti i guadagni territoriali ottenuti con la forza e gli aggressori non dovevano essere
premiati. Su queste basi si poté in seguito fornire una giustificazione per il diverso trattamento riservato agli ucraini
dei Carpazi e ai tedeschi dei Sudeti: i primi poterono infatti essere lasciati dov’erano anche a costo di modificare il
confine a svantaggio della Cecoslovacchia,i secondi invece vennero espulsi al di là del vecchio confine ceco-tedesco.
La dirigenza cecoslovacca temeva la rinascita di una Grande Germania democratica minacciosa. La cessione
dell’Ucraina carpatica veniva percepita da Benes come geopoliticamente vantaggiosa,perché significava ottenere un
confine diretto con l’Urss. Non diversamente da quanto era accaduto per i polacchi,anche i cecoslovacchi non
ebbero difficoltà a ottenere il sostegno delle grandi potenze ai loro piani di espulsione. Il programma del governo
provvisorio cecoslovacco,costituitosi il 5 aprile 1945 nella città slovacca di Kosice,prevedeva che la cittadinanza
cecoslovacca venisse concessa solo ai tedeschi e agli ungheresi antifascisti: gli altri,insieme con tutti quelli insediatisi
dopo il 1038,sarebbero stati espulsi e le loro proprietà confiscate. Tale programma venne concretizzato con una
serie di decreti emessi tra maggio e ottobre; nella pratica,le scuole tedesche vennero chiuse,le radio e i giornali in
lingua tedesca non furono autorizzati,i cartelli e i segnali stradali in tedesco vennero rimossi,e ai tedeschi furono
imposte una quantità di restrizioni tra cui il coprifuoco,il divieto di usare trasporti pubblici e di frequentare
cinema,bar e ristoranti,e l’obbligo di indossare un bracciale bianco come segno di riconoscimento. Il trasferimento
forzato della popolazione germanofona residente in Cecoslovacchia aveva già avuto inizio. Infatti 120 mila tedeschi
carpatici della Slovacchia erano già stati evacuati nell’inverno del 1944-1945,per sfuggire all’avanzata sovietica e
dopo che alcuni di essi erano caduti vittime dell’insurrezione slovacca nell’autunno del 1944. Quelli rimasti indietro
sarebbero stati espulsi nel 1946,mentre quanti erano stati riallocati nel Protettorato di Boemia e Moravia e nei
Sudeti condivisero il destino riservato ai tedeschi residenti in quelle zone,a meno che non riuscissero a farsi passare
per slovacchi. Le vittime di uno dei peggiori crimini verificatisi nell’estate del 1945,il massacro di oltre 200
passeggero fatti scendere dal treno e uccisi a colpi d’arma da fuoco alla stazione di Prerau,in Moravia,furono i
tedeschi carpatici che tentavano di tornare in Slovacchia. Le persecuzioni violente,che caratterizzarono tutta la
seconda metà del 1945,avevano avuto inizio in maggio con l’insurrezione di Praga; la sollevazione della capitale,che
costò la vita a 2 mila cechi,fu accompagnata da eventi analoghi nei centri minori,e il Protettorato di Boemia e
Moravia si trasformò in un campo di battaglia. Vennero perpetrate atrocità da entrambe le parti,perlopiù a danno di
prigionieri o civili disarmati. Nell’immediato dopoguerra si creò un vero e proprio vuoto di potere,che venne
riempito in parte dalle truppe occupanti e in parte dai comitati nazionali. Questi ultimi erano portati ad agire per
proprio conto e a prendere decisioni indipendenti nell’ambito di ciò che veniva ritenuto possibile o desiderabile in
base alla linea politica generale del governo provvisorio. La propaganda diffusa da quest’ultimo tendeva a
incrementare ulteriormente l’odio già esistente e diffuso nei confronti dei tedeschi. Questo rese possibile ogni
genere di eccessi,inclusa la persecuzione in quanto tedeschi degli ebrei germanofoni;solo nel settembre 1946 le
persone di ascendenza ebraica vennero esentate dalla confisca dei beni. Solo alla fine del luglio 1945,a seguite delle
critiche internazionali,giunsero ordini circa la necessità di trattare umanamente i tedeschi in attesa di espulsione.
L’anarchia e il caos che resero possibile questi eccessi erano stari propiziati dallo stesso governo ceco,che in un
primo momento le considerò uno strumento utile per terrorizzare i tedeschi e spingerli a fuggire,e che incitò la
popolazione a vendicarsi per le brutalità subite durante l’occupazione. Inoltre,la situazione nelle aree che avevano
fatto parte del Protettorato di Boemia e Moravia durante la guerra fu diversa da quella che si verificò nelle province
annesse alla Germania. Nelle prime i tedeschi erano in minoranza e molto più esposti alla violenza popolare; un caso
emblematico in questo senso è rappresentato dalla cosiddetta ‘marcia della morte’ di Brunn,dove il 30 maggio 1945
l’intera popolazione di lingua tedesca della città fu costretta a marciare a piedi sino al confine austriaco. L’espulsione
fu in buona parte opera di civili cechi,ansiosi di impadronirsi delle abitazioni dei loro vicini. Questo caso,possiamo
dire,che va inserito nella storia dell’epurazione selvaggia postbellica,piuttosto che in quella della pulizia etnica dei
tedeschi. Quest’ultima infatti,almeno nelle aree di confine,ebbe sin dall’inizio un carattere sistematico e avvenne
perlopiù per mano dei militari,i quali avviarono la pulizia etnica nel giugno 1945. Un ordine generalizzato di
trasferimento venne impartito il 19 giugno,accelerando notevolmente il processo,tanto che una divisione che aveva
espulso circa 70 mila tedeschi entro la fine di giugno ne scacciò oltreconfine il doppio solo nel mese di luglio. Il 28°
reggimento allontanò dalle proprie case oltre 90 mila persone entro fine luglio: i suoi uomini furono i principali
responsabili del massacro di Aussig,dove un’esplosione attribuita a un sabotaggio fornì il pretesto per il massacro di
civili tedeschi,alcuni dei quali furono gettati nell’Elba e bersagliati finché non annegarono. Vanno addebitate ai
militari anche le esecuzioni in massa a Postelberg,dove ai primi di giugno 1945 oltre 700 tedeschi vennero assassinati
e seppelliti in fosse comuni. Sembra dunque abbastanza inappropriata l’espressione espulsione selvaggia. Nel
gennaio 1946 ebbero inizio i trasferimenti organizzati,preparati nei mesi precedenti con una serie di misure che
inclusero la registrazione di tutti i tedeschi ancora residenti in Cecoslovacchia,i quali abbandonarono il paese in
definitiva. Per molti,attraversare il confine rappresentò una liberazione,simboleggiata dal lancio dei bracciali bianchi
fuori dai finestrini dei treni. Le famiglie espulse potevano ottenere il rilascio dei componenti trattenuti nei campi di
lavoro: ve ne furono circa 120,di cui una 50ina servivano anche a scopi d’internamento,e all’ingresso di uno di essi
era affisso un cartello con su scritto ‘occhio per occhio,dente per dente’. Le condizioni di vita al loro interno erano
spesso orribili e la sorte peggiore toccò ancora una volta a donne e ragazze,che costituivano la maggioranze dei
detenuti. Anche un gran numero di tedeschi antifascisti,che avrebbero potuto rimanere dove si trovavano,scelsero di
emigrare; il loro trasferimento avvenne separatamente e fu organizzato dalle organizzazioni partitiche cui aderivano.
In definitiva,i trasferimenti organizzati del 1946 avvennero in maniera abbastanza ordinata ed è possibile fornire
cifre attendibili circa il numero degli espulsi,che raggiunse i 2,17 milioni al 1° novembre 1946; altri 224 mila
rimanevano in Cecoslovacchia,ma un certo numero di costoro lasciò il paese per ricongiungersi a familiari già espulsi.
Più difficile è stabilire il numero dei decessi causati dalla pulizia etnica; le statistiche cecoslovacche fanno riferimento
a oltre 22 mila morti violente e suicidi per il 1945-1946: una cifra compatibile con le valutazioni degli storici cechi,che
calcolano in 5-6 mila le vittime dirette della pulizia etnica e in 10 mila quelle dei campi di lavoro,tenuto conto che i
suicidi furono oltre 6 mila. All’espulsione dei tedeschi fece seguito la cechizzazione delle regioni di confine,che
implicò l’afflusso di centinaia di migliaia di coloni: almeno 500 mila tra maggio e agosto,e forse altrettanti tra
settembre e la fine del 1945. Un altro milione di persone giunse nel 1946; aree che erano state tedesche divennero
miste per pochi mesi,e poi prevalentemente ceche all’87%. A fine 1947,quando l’espulsione dei tedeschi era ormai
completa,le regioni di confine contavano 2,5 milioni di abitanti,2/3 dei quali erano nuovi venuti; degli altri,circa 500
mila erano rimasti lì anche durante la guerra e altri 300 mila erano i cosiddetti navratlici,che facevano ritorno dopo
aver abbandonato la regione nel 1938. La popolazione complessiva diminuì: nella regione di Ustì nad Lebem si passò
dai 740 mila abitanti (al 70% tedeschi) del 1930 a 510 mila (al 95% cecoslovacchi) del 1947,dopo che a 130 mila
vecchi residenti cechi presenti già nel maggio 1945 si erano aggiunti 312 mila nuovi arrivati nei due anni successivi,di
cui oltre l’80% proveniva dalla Boemia centrale e 1/10 dalla Slovacchia. Interi villaggi tedeschi,abbandonati dai propri
abitanti,rimasero disabitati e caddero in rovina. Non tutti i nuovi arrivati erano cechi: fra essi si contavano almeno
100 mila slovacchi,e inoltre ungheresi (oltre 40 mila) e rom (circa 16 mila). Sorsero conflitti tra gli stessi cechi,in
particolare tra i vecchi residenti e i nuovi venuti,a proposito del controllo sulle amministrazioni locali e soprattutto
dell’attribuzione delle proprietà degli espulsi. Molti di quanti si trasferirono nelle regioni di confine erano attrarti
dalle opportunità di guadagno materiale e promozione sociale offerte dalla situazione. Non tutti,però,erano
esponenti delle classi inferiori,e solo alcuni possono essere considerati ‘cercatori d’oro’,persone cioè intenzionate ad
arricchirsi approfittando dell’illegalità diffusa ma non a stabilirsi in loco. Controllando la redistribuzione delle risorse
appartenute ai tedeschi,il Partito comunista cecoslovacco poté creare una vasta rete clientelare,che contribuì’ ai suoi
successi elettorali nelle regioni di confine dove,in elezioni tenutesi nel maggio 1946,i comunisti ottennero la
maggioranza assoluta dei voti. Nella vittoria elettorale comunista contarono molto anche fattori politici,dalla
vicinanza all’Urss,percepita come garante del nuovo assetto,alla condivisione di una visione modernizzatrice basata
sulla crescita economica attraverso lo sviluppo dell’industria pesante e lo sfruttamento dei bacini carboniferi della
Boemia settentrionale,che sarebbe stata poi perseguita,con conseguenze devastanti per l’ambiente naturale,nel
corso dei decenni successivi. La pulizia etnica dei tedeschi dei Sudeti rappresentò solo il preludio di un esperimento
di ingegneria sociale che trasformò una regione un tempo prospera in uno scenario distopico,con una popolazione
che registrava i più alti tassi di mortalità,alcolismo e criminalità in Cecoslovacchia e un livello di inquinamento
altissimo. Nessuna delle altre minoranze residenti in Cecoslovacchia subì un trattamento altrettanto drastico di
quello riservato ai tedeschi. Il territorio in cui risiedeva la minoranza ucraina venne ceduto all’Urss con un trattato
firmato a Mosca nel giugno 1945. Un accordo stipulato un anno dopo prevedeva uno scambio di popolazione tra
ucraini e russi rimasti in Cecoslovacchia e cechi residenti nella Volinia sovietica. Lo scambio venne attuato nel
febbraio-marzo 1947,ma mentre quasi 29 mila cechi rimpatriarono,meno di 5 mila ucraini e russi si mossero in
direzione opposta. Infine,la restituzione alla Cecoslovacchia della regione di Teschen non diede luogo a pulizie
etniche su vasta scala; si verificarono espulsioni da entrambi i lati del confine,sia di contadini cechi residenti nelle
aree di Klodzko e Glybczyce,sia di abitanti polacchi della zona tornata sotto amministrazione cecoslovacca. Quanto
alla minoranza ungherese in Slovacchia,il suo destino s’intrecciò con quello della minoranza tedesca in Ungheria;
entrambe furono interessate da fenomeni di migrazione forzata,che riguardarono però solo una parte della loro
popolazione e quindi non si risolsero in una completa pulizia etnica.

L’ESPULSIONE DEI TEDESCHI DALL’UNGHERIA

Dell’espulsione della minoranza germanofona in Ungheria si cominciò a parlare solo in una fase relativamente tarda
della guerra,durante la quale lo stato magiaro era rimasto alleato con la Germania nazista sin quasi alla fine. Nella
primavera del 1945,il governo provvisorio ungherese cominciò a discutere dell’espulsione dei tedeschi nell’ambito
dei dibattiti sulla riforma agraria,l’epurazione postbellica e la risistemazione dei profughi ungheresi causati dal
conflitto; a maggio e giugno richieste di sostegno a una politica espulsiva furono inoltrate alle autorità sovietiche e
alla commissione di controllo interalleata. La decisione di scacciare i tedeschi dell’Ungheria non fu dunque la
conseguenza di un ordine da parte delle grandi potenze,anche se queste ultime la sanzionarono con la dichiarazione
di Potsdam. Il Partito contadino e quello comunista sostennero l’espulsione utilizzando argomenti simili a quelli
avanzati qualche anno prima dai fautori della spoliazione degli ebrei come mezzo di nazionalizzazione dell’economia
ungherese,e alcuni di loro che avevano partecipato alla deportazione degli ebrei nel 1944 contribuirono ora a
espellere i tedeschi. Nella pratica,l’espulsione fu preceduta da misure di confisca dei beni e privazione dei diritti civili
(a quanti si erano dichiarati di nazionalità tedesca nel censimento del 1941 non fu permesso di votare alle elezioni
parlamentari del novembre 1945) ed ebbe luogo per la maggior parte nel corso del 1946: circa 117 mila tedeschi
vennero spediti nella zona d’occupazione americana in Germania entro la fine di giugno. Una breve
interruzione,voluta dalle autorità statunitensi,fu seguita da una ripresa dei trasferimenti forzati di popolazione
durante i mesi compresi tra agosto e dicembre. Tutte le province con popolazione germanofona vennero colpite,e
tra le meno colpite c’erano quelle in cui risiedeva un maggior numero di tedeschi. Queste ultime furono
maggiormente interessate da una seconda ondata di espulsioni,dirette ora verso la zona d’occupazione sovietica,che
si concentrò tra l’agosto 1947 e il giugno 1948 e coinvolse circa 50 mila persone,e fu strettamente correlata con
l’afflusso di profughi ungheresi provenienti dalla Slovacchia in base all’accordo bilaterale per uno scambio di
popolazioni firmato nel febbraio 1946. La Cecoslovacchia non riuscì a sbarazzarsi della minoranza
ungherese,probabilmente per l’assenza di un sostegno internazionale a questa politica di pulizia etnica. I leader
cecoslovacchi erano desiderosi di espellere gli ungheresi della Slovacchia,perché collaborazionisti e perché in questo
modo avrebbero incrementato l’attaccamento degli slovacchi alla nuova repubblica. Tuttavia,gli ungheresi non
vennero menzionati nella dichiarazione di Potsdam,e meno di 32 mila di essi,insediatisi nella regione nel periodo
dell’amministrazione ungherese tra il 1938 e il 1945,poterono essere espulsi nell’immediato dopoguerra. Seguirono
lunghi negoziati,apertisi nel dicembre 1945,per concordare un protocollo circa lo scambio tra gli ungheresi residenti
nella Slovacchia meridionale e gli slovacchi abitanti in Ungheria. Alla fine lo scambio ci fu,ma in maniera parziale:
circa 68 mila ungheresi lasciarono la Slovacchia e 73 mila slovacchi l’Ungheria entro l’aprile 1948. Oltre 40 mila
ungheresi furono deportati nei Sudeti,ma ben presto poterono rientrare nelle proprie case,e già nel 1948 furono loro
restituiti i diritti civili. Lo scarso entusiasmo ungherese per l’espulsione dei tedeschi è dipeso dalla volontà di non
legittimare misure analoghe contro le minoranze magiare residenti al di là dei confini nazionali. L’opposizione alla
cacciata dei tedeschi fu,in Ungheria,più diffusa ed espressa più apertamente di quanto non sia accaduto altrove; né
si verificarono violenze come quelle che accaddero in Polonia,Cecoslovacchia e Jugoslavia, data l’esperienza diversa
dell’Ungheria rispetto a quella di questi paesi. Alcune testimonianze riferiscono di tedeschi che lasciarono il paese
proclamando la propria fedeltà a quest’ultimo e la propria volontà di ritornarvi. Contarono però anche altri
fattori,tra cui la mancanza d’interesse da parte sovietica per l’omogeneità nazionale in Europa sudorientale. Stalin
trattò diversamente i paesi che erano stati alleati della Germania e quelli che da quest’ultima erano stati occupati.
Alla luce del fatto che l’Ungheria continuò fino all’ultimo a combattere al fianco dei tedeschi può apparire
sorprendete che,per esempio,il problema della Transilvania non sia stato risolto tracciando una frontiera etnica e
attuando uno scambio di popolazioni. Proposte in tal senso furono avanzate sia da parte romana sia da parte
ungherese,e perfino molti ungheresi dichiararono che avrebbero preferito essere scambiati piuttosto che dover
vivere come cittadini di seconda classe in uno stato straniero e ostile. L’Urss non aveva però particolare interesse a
rafforzare la Romania,che aveva partecipato all’aggressione del 1941 e le cui truppe occupanti non si erano
comportate meglio dei tedeschi. Al più avrebbe preferito indebolire entrambi i contendenti,e a tal fine venne presa
in considerazione la possibilità di fare della Transilvania uno stato a sé stante. Alla fine,gli ungheresi residenti in
Romania rimasero lì e fu loro concessa una propria regione autonoma nazionale,modellata su quelle analoghe create
in Unione Sovietica nel periodo precedente la seconda guerra mondiale.

L’ESODO DEGLI ITALIANI DA ISTRIA E DALMAZIA

Il lungo esodo della popolazione italiana residente in Istria e Dalmazia fa parte della storia delle migrazioni forzate
verificatesi nell’Europa postbellica,ma al tempo stesso rappresenta un caso particolare. Con esso infatti una
popolazione identificabile sul piano nazionale e un tempo dominante sul piano politico,economico e sociale in un
territorio multinazionale,venne liquidata e costretta all’emigrazione,non diversamente da quanto era accaduto ai
polacchi dell’Ucraina occidentale o ai tedeschi delle province boeme. Tuttavia,anche se il risultato finale fu
analogo,gli eventi furono più complessi. Non vi furono misure ufficiali di espulsione dirette contro gli italiani in
quanto tali,diversamente da quanto accadde in altri casi,né vennero stipulati accordi interstatali di scambio di
popolazioni identificate su base nazionale. Non vi sono tracce di piani volti a ripulire l’Istria dagli italiani; l’esodo fu il
risultato di repressioni condotte su base politica e sociale,che però,per via della coincidenza tra divisioni sociali e
nazionali,in alcune regioni colpirono soprattutto la popolazione italofona. Malgrado le raccomandazioni di trattare
gli italiani come una minoranza nazionale e concedere loro il massimo dei diritti e di avviare subito l’epurazione,ma
non su base nazionale,bensì del fascismo,nei fatti gli arresti e le liquidazioni in questo territorio etnicamente misto
acquisirono toni di vendetta di una nazione sull’altra. Il punto di partenza dell’esodo è costituito dagli eventi del
settembre 1943,allorché alla proclamazione dell’armistizio fecero seguito da un lato i proclami di annessione
dell’Istria e del Litorale sloveno rispettivamente alla Croazia e alla Slovenia,e dall’’altro un’ondata di violenze rivolte
contro le figure che rappresentavano la preminenza italiana nella regione: dirigenti fascisti,esponenti civili e militari
dell’amministrazione statale,notabili locali. Le vittime furono circa 500 e alle uccisioni si accompagnarono espropri e
atti vandalici,come gli incendi di catasti e archivi comunali,con una compresenza di elemento di rivolta contadina e di
epurazione politica organizzata,quest’ultima portata avanti dal movimento partigiani,prevalentemente sloveno e
croato,e dai suoi tribunali rivoluzionari. I primi profughi giunsero,a guerra ancora in corso,dalla Dalmazia passata
nuovamente sotto controllo croato (dopo una breve annessione all’Italia nel 1941-1943) e dalla città di
Zara,pressoché distrutta dai bombardamenti aerei alleati nel 1944. Tuttavia,la maggior parte della popolazione
italiana rimase sul posto e così pure i quadri inferiori del Partito fascista e degli apparati repressivi civili e militari.
Questi ultimi divennero le prime vittime dell’epurazione postbellica,condotta metodicamente dalle autorità
jugoslave che,mentre all’esterno avanzavano rivendicazioni territoriali nei confronti di quasi tutti gli stati
confinanti,all’interno perseguitavano con ferocia tutti gli oppositori del regime,di qualsiasi nazionalità. Decine di
migliaia furono infatti gli anticomunisti sloveni,croati,serbi e montenegrini massacrati subito dopo la fine della
guerra,a partire dal maggio 1945. L’occupazione jugoslava di Trieste e del suo circondario nel maggio-giugno 1945,fu
accompagnata da una repressione le cui vittime si contarono nell’ordine delle migliaia,e che colpì gli italiani. Vennero
infatti considerati nemici del regime non solo i fascisti e i loro ausiliari,ma anche coloro che,benché antifascisti,si
opponevano alle ambizioni annessionistiche jugoslave. Queste ultime riprendevano tradizionali richieste dei
nazionalisti sloveni e croati,anche nel tentativo di assumere il sostegno di questi ultimi. Lo sfruttamento del
sentimento nazionalista si rivelò una tattica vincente in Slovenia,dove sulla questione dei confini si produsse un
riavvicinamento tra cattolici e comunisti,guadagnando alle autorità jugoslave il sostegno dei sacerdoti. Dopo che
Trieste fu assegnata all’Italia dal trattato di pace,si levarono voci che addebitavano al comunismo la responsabilità di
aver perduto una città che altrimenti sarebbe stata inclusa nella Jugoslavia. L’epurazione venne effettuata in base a
liste di proscrizione preparate in anticipo,e le sue vittime finirono nelle prigioni o nei campi di concentramento
jugoslavi piuttosto che nelle foibe: la violenza fu assai più sistematica che nel settembre 1943. L’associazione dei due
diversi momenti di presa del potere da parte degli slavi fu immediata e avrebbe avuto conseguenze importanti sul
comportamento della comunità italofona che rimase sotto la nuova amministrazione. D’altro canto,le atrocità
verificatesi durante i cosiddetti ’40 giorni’ si riseppero ben presto,danneggiando il prestigio jugoslavo agli occhi degli
Alleati e dell’opinione pubblica internazionale. Non era intenzione del nuovo regime spingere gli italiani a emigrare
pur di sfuggire alle repressioni,né ebbero seguito le proposte di espulsione,che pure furono avanzate da esponenti
sloveni e croati del movimento di liberazione jugoslavo. La cosiddetta ‘fratellanza italo-slava’ implicava l’integrazione
nel nuovo stato degli italiani disposti a collaborare alla sua costruzione e in primis della classe lavoratrice comunista:
una delle motivazioni della rivendicazione di Trieste era proprio la volontà di assorbirne i consistenti nuclei
operai,per rafforzare quelli esigui del resto della Jugoslavia. Erano esclusi gli italiani immigrati dopo il 1918 e non
erano considerati come tali gli slavi denazionalizzati,di cui si sarebbe provveduto a ripristinare la fisionomia
nazionale originaria. L’esodo ebbe inizio nei territori assegnati alla Jugoslavia dal trattato di pace del 1947,il quale
prevedeva all’art.19,comma 2,che tutte le persone di età superiore ai 18 anni e tutte le persone coniugate,siano esse
al disotto o al di sopra di tale età,la cui lingua usuale è l’italiano,di optare per la cittadinanza italiana. Qualunque
persone optava in tal senso doveva conservare la cittadinanza italiana e non era considerato avere acquistato la
cittadinanza dello Stato al quale il territorio veniva trasferito. A Pisino,nell’entroterra istriano,il 90% degli abitanti
fece domanda di opzione. Una percentuale così elevata equivaleva a un rifiuto della Jugoslavia comunista da parte
della stragrande maggioranza degli elementi nazionalmente incerti o indifferenti: l’appartenenza nazionale si
configurava con estrema chiarezza come il frutto di una scelta politica compiuta non solo tra due paesi ma anche tra
due sistemi politici e socio-economici estremamente diversi tra loro. Le autorità jugoslave tentarono di ostacolare
l’esodo,ma riuscirono solo a rallentarlo,in quanto non intervennero sulle politiche che lo provocavano. Secondo
calcoli del ministero degli Esteri italiano,entro l’autunno del 1951 optarono per la cittadinanza italiana circa 200 mila
persone. In quegli stessi anni,un certo numero di persone sfuggì dalla zona B del Territorio libero di Trieste,affidata
all’amministrazione jugoslava; quando quest’ultima divenne permanente in seguito al memorandum di Londra
dell’ottobre 1954,anche gli abitanti di quest’ultimo spicchio nordoccidentale dell’Istria presero a emigrare. In
tutto,circa 250 mila persone abbandonarono,nel corso di oltre un decennio,i territori che l’Italia aveva perso a
vantaggio della Jugoslavia; la loro prima destinazione furono perlopiù i campi profughi,nei quali le condizioni di vita
erano spesso penose. I componenti della prima e più numerosa ondata di esuli vennero dispersi su tutto il territorio
nazionale; i profughi provenienti dalla zona B del Territorio libero di Trieste vennero invece riallocati strategicamente
in alcune zone di frontiera. A Trieste e dintorni,in località a forte presenza slovena,l’insediamento dei profughi incise
in maniera notevole sul tessuto demografico e sociale della città,al punto da poter essere interpretato in chiave di
bonifica nazionale e momento culminante dell’italianizzazione della città.

IL DOPOGUERRA BALCANICO

Anche l’Europa sudorientale fu teatro,dopo il 1945,di episodi di migrazione forzata,che ebbero luogo sia lungo le
frontiere greche con l’Albania e la Jugoslavia sia in Bulgaria. In quest’ultima,la minoranza musulmana era stata
oggetto di misure di bulgarizzazione,tra cui la modificazione forzosa dei cognomi,già a seguito di una legge varata nel
1942. Dopo il 1944,fu il Partito comunista bulgaro a bollare come sintomi di arretratezza molti degli stessi
elementi,retaggio del passato ottomano,che erano stati oggetto degli strali dei nazionalisti bulgari. L’ostilità
ideologica a Grecia e Turchia,stati anticomunisti confinanti con la Bulgaria,si collocava in continuità con quella
nazionalista nei confronti degli stati-nazione collegabili alle popolazioni un tempo dominanti,dal punto di vista
politico e sociale,sul suolo bulgaro. La popolazione musulmana,in particolare,era vista come piegata al nazionalismo
turco e ostile al socialismo: la cacciata di oltre 150 mila suoi componenti,nel 1950-1951,servì da un lato a sbarazzarsi
di un potenziale nemico interno e dall’altro a rendere disponibili per la collettivizzazione le terre a essi appartenenti.
Un ulteriore obiettivo era quello di destabilizzare,attraverso l’afflusso di rifugiati,la Turchia in un momento in cui
quest’ultima non era ancora parte dell’alleanza atlantica ma stava già partecipando,al fianco degli Stati Uniti e dei
loro alleati,alla guerra di Corea. A essere espulsi furono solo i musulmani turcofoni; ai pomachi di lingua
bulgara,alcuni dei quali tentarono di unirsi all’esodo,venne invece impedito di emigrare. Incrementare l’omogeneità
nazionale della Bulgaria era uno degli obiettivi perseguiti attraverso la deportazione in massa; molti musulmani
emigrati provenivano infatti dalla parte nordorientale del paese,che nel 1940 era stato il teatro dello scambio di
popolazione bulgaro-romeno seguito al trattato di Craiova. In Turchia,i nuovi arrivati furono risistemati su terre di
proprietà statale,metà delle quali erano appartenute ai greco-ortodossi espulsi nel 1922-1923 e una generazione
dopo erano ancora in stato d’abbandono. Anche la Grecia fu teatro di esodi nei quali è difficile districare i movimenti
politico-ideologici da quelli a carattere nazionalista. Nella parte nordoccidentale del paese,i musulmani di lingua
albanese vennero accusati di aver collaborato con gli occupanti; in effetti,alcuni di essi avevano fatto parte di milizie
ausiliarie che avevano spalleggiato l’azione antipartigiana dell’esercito tedesco e compiuto atrocità a danno dei
contadini greci. Allorché gli occupanti si ritirarono,nell’estate del 1944,i partigiani nazionalisti attaccarono e
bruciarono i villaggi musulmani con il sostegno dei contadini greci del luogo,desiderosi di vendicarsi ma anche di
impossessarsi delle terre altrui. I morti furono centinaia,e forse 18 mila persone fuggirono oltre il confine albanese;
delle loro terre e delle loro proprietà s’impossessarono i capi del movimento di resistenza greco. Alcuni fecero
ritorno in Epiro quando questa regione passò sotto il controllo dei partigiani comunisti,ma nel marzo 1945 questi
ultimi furono nuovamente soppiantati dai nazionalisti e i 4-5 mila rifugiati che erano ritornati alle proprie case
furono costretti a tornare in Albania. Se in questo caso è possibile discernere un disegno di epurazione su base
nazionale condotto facendo ricorso al principio di ‘responsabilità collettiva’,le cose sono meno chiare per quanto
riguarda l’esodo di decine di migliaia di persone,perlopiù slavo-macedoni,oltre il confine con la Jugoslavia. In
Macedonia,durante la guerra e l’occupazione erano riemerse le fratture esistenti sia tra abitanti locali e profughi
giunti nel 1922-1923 dall’Anatolia,sia tra greci e slavofoni. Alcuni di questi ultimi erano stati deportati nel 1940 per
ragioni di sicurezza militare,mentre altri si erano dichiarati bulgari (spesso per ragioni contingenti,come la possibilità
di accedere a razioni migliori durante la carestia del 1941-1942) o avevano collaborato in altri modi con gli occupanti.
Dal 1943 in poi,però,i separatisti preferirono puntare sui partigiani comunisti piuttosto che sugli occupanti,il cui ritiro
era percepito come imminente; alcuni ex collaboratori dei tedeschi preferirono aderire direttamente al movimento
partigiano jugoslavo e al nazionalismo macedone. Quest’ultimo godeva del sostegno della dirigenza del movimento
partigiani jugoslavo,che sperava di usarlo allo scopo di conseguire ingrandimenti territoriali a scapito della Grecia.
Anche in questo caso è difficile parlare di strumentalizzazione unilaterale del movimento nazionalista macedone da
parte di quello comunista jugoslavo o greco,e viceversa: com’era accaduto in casi precedenti,ognuna delle due parti
in causa tentò di approfittare della situazione per raggiungere obiettivi che coincidevano solo in parte,ma il cui
raggiungimento comportava l’affrontare gli stessi avversari. Non a caso,una volta finita la guerra civile,il Partito
comunista greco,impegnato a rilegittimarsi agli occhi dell’opinione pubblica,smise di sostenere le istanze slavo-
macedoni,adottando una posizione vicina a quella della destra nazionalista greca sino alla fine della Guerra fredda.
La guerriglia comunista greca comprendeva nei suoi ranghi un numero elevato di combattenti slavo-macedoni,ma in
buona parte ciò dipese dal fatto che essa rimase confinata nelle frange settentrionali del paese (a ridosso dei confini
con l’Albania e Jugoslavia) e condusse una sorta di coscrizione nelle zone sotto il suo controllo. Queste ultime erano
a forte presenza slavo-macedone; la ritirata dei guerriglieri e delle loro famiglie al di là del confine comportò un
esodo di slavi-macedoni,che a sua volta fu solo una componente di una più vasta migrazione dalle campagne verso la
città,che iniziò per sfuggire ai combattimenti ma dopo la guerra assunse un carattere permanente. Anche l’esilio
degli sconfitti divenne definitivo quando,nel 1947-1948,il governo privò i fuggitivi della loro cittadinanza e ne
confiscò le proprietà; tali misure non furono però applicate su base nazionale,nonostante le richieste di risolvere
tramite l’espulsione il problema costituito da quelli che la stampa greca arrivò a definire ‘Sudeti balcanici’. La
predominanza slavo-macedone tra i rifugiati della guerra civile greca sembra una risultante della sovrapposizione tra
conflitti nazionali e ideologici,piuttosto che l’esilio di un tentativo di accrescere l’omogeneità nazionale della
Macedonia greca,anche se la questione assunse toni più nazionalistici nei decenni seguenti,in particolare negli anni
80 quando il governo greco restituì la cittadinanza solo ad alcuni degli esuli,con provvedimenti che escludevano
quanti si identificavano come macedoni. I profughi,circa poche decine di migliaia,si diressero nella repubblica
macedone della Federazione jugoslava,anche se una parte di essi si recò in altri paesi del blocco orientale e alcuni
emigrarono successivamente in Europa occidentale,America settentrionale e Australia. Influenzati dall’esperienza
della guerra civile e dell’esodo,essi diedero vita a un esodo nazionalista macedone che negli anni 90 del 900 avrebbe
influenzato in senso irredentista e antigreco la politica della Macedonia indipendente sorta in seguito alla
dissoluzione della Federazione jugoslava.