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STAR TREK THE NEXT GENERATION - IL NAUFRAGO DEL PASSATO

PROLOGO

Montie Scotty stava volando libero. Il vento, freddo e pungente, accarezzava


le guance del suo bel volto, giovane e forte, facendolo sorridere per la gioia.
Il suo deltaplano si scosse ancora sotto l'impeto di una ventata particolarmente
forte, e solo in quel momento Montie si ricordò di quanto fossero stanche le sue
braccia.
Ma di atterrare non ne voleva proprio sapere. Per quanto stanco potesse
essere, Scott non avrebbe mai ceduto, così come non avrebbe mai rinunciato a un
solo secondo dell'incredibile panorama che stava sorvolando, ad alcune centinaia
di metri di altezza.
Le enormi pareti di roccia grigiastra, le lunghe strisce verdi di colline, e i
profondi solchi tra di esse. Nell'aria c'era un profumo di mistero che sembrava
impregnare le nuvole di quei cieli.
In lontananza, a nord, una linea di nuvole grigio scure si stava avvicinando
sempre di più. Un temporale, forse. Ma neppure una tempesta lo avrebbe fatto
desistere dalla sua cavalcata attraverso i cieli. Anni di esperienza gli avevano
insegnato che le tempeste all'orizzonte, per quanto temibili, impiegavano sempre
un certo periodo di tempo prima di abbattersi sul punto da cui venivano
osservate.
La libertà. Era meglio di qualunque cosa, meglio perfino di uno scotch
invecchiato di cent'anni, meglio perfino del suono delle cornamuse tra l'umida
foschia delle highlands. E a pensarci bene, non ne era affatto sorpreso. Era la
libertà che faceva sentire un uomo vivo...
“Capitano Scott?”
Improvvisamente, il panorama multicolore sottostante sembrò svanire nel
nulla. Scotty sobbalzò una, due volte, e vide il volto aguzzo di Matt Frank,
proprio di fronte a lui, che lo fissava con i suoi profondi occhi color paglia.
“Sì?” reagì Scott, che impiegò alcuni secondi per orientarsi, per rendersi
conto che si trovava nella biblioteca di bordo, per osservare il monitor acceso
di fronte a lui, e per vergognarsi di essersi addormentato.
Sfortunatamente gli succedeva sempre più spesso ultimamente. E il fatto lo
seccava molto.
Il Guardiamarina Franklin gli sorrise. “Spiacente, signore. Non era mia
intenzione svegliarla.”
“Non stavo dormendo,” protestò Scott. “Perché mi stava cercando? C’è qualcosa
che non va?”
Franklin scosse la testa in maniera rassicurante. “Niente di grave, signore.
Solo un piccolo problema con la propulsione a curvatura, e dovremmo passare a
velocità di impulso tra alcuni minuti. Il capitano ha pensato bene di farlo
sapere a tutti i passeggeri, così da non allarmare nessuno non appena
decelereremo.”
Scott fissò Franklin con perplessità. “Un piccolo problema? Ne è sicuro?”
Il guardiamarina annuì, sorridendo più caldamente. “Non c’è niente di cui
preoccuparsi, signore. Si è verificato solo un lieve sovraccarico in uno dei
condotti di trasferimento del plasma.”
L'uomo più anziano fece per alzarsi. “Be', suppongo di poter dare un'occhiata
al...”
Franklin appoggiò una mano sulla spalla di Scott. “Non ce n’è bisogno,
signore. Davvero. So che lei era un ingegnere, ma il Tenente Sachs ha tutto
sotto controllo.”
L'entusiasmo di Scotty si affievolì sotto lo sguardo impassibile del giovane
guardiamarina. “Va bene,” sospirò goffamente. “Se è tutto sotto controllo...”
Cercando di cambiare argomento, Franklin indicò il monitor. “Stava leggendo
qualcosa di interessante, signore?”
Scott scosse le spalle. “Si tratta solo di un vecchio testo, molto vecchio.
Lo lessi la prima volta quando ancora ero un cadetto all'Accademia.”
Il guardiamarina si piegò per avvicinarsi allo schermo e lesse il titolo
dell'opera. “Le leggi della fisica,” disse a voce alta.
L'anziano signore annuì. “Certo. Le leggi della fisica. Venne pubblicato poco
tempo dopo il saggio di Einstein sulla teoria della relatività. Un libro
interessante, almeno da un punto di vista storico. Nessuna menzione dei
gravitoni, del subspazio, dell'antimateria.” Scosse la testa. “Abbiamo fatto un
bel
po' di strada dal ventesimo secolo, figliolo.”
Franklin annuì. “Senza alcun dubbio. A ogni modo, non volevo disturbarla.
Prego, torni pure ai suoi studi.”
Scotty aggrottò la fronte. A dire il vero, non aveva molta voglia di
rimettersi a leggere. Che diamine, aveva letto quell'opera almeno una dozzina di
volte e, a tratti, gli sembrava di averla imparata a memoria.
Ma il suo sogno a occhi aperti, d'altro canto, era stato eccitante come
nient'altro negli ultimi tempi. Aveva quasi dimenticato la sensazione che si
provava nel sorvolare le antiche colline della vecchia Scozia, la sua terra
natale.
“Guardiamarina,” disse bruscamente, facendo fermare Franklin sulla soglia
della porta. Il giovane si voltò.
“Sì, signore?”
“Ha mai volato con il deltaplano, signor Franklin?”
Il giovanotto scosse la testa, un po' mestamente, almeno secondo Scott. “No,
signore, mai. E lei?”
Scott si appoggiò allo schienale della sua sedia. “Se proprio lo vuole sapere,
sì. Non di recente, ma sì, ho volato con il deltaplano. Le sto parlando di
quarant'anni fa, o forse anche di più, prima che entrassi in Accademia.”
Scott indicò una sedia a non più di un metro di distanza. Per un momento,
Franklin esitò, e Scott si incupì senza darlo a vedere.
Sei un vecchio rimbambito, Montgomery Scott. Questo giovanotto ha cose
importanti da fare su questa nave, cose molto importanti. Non ha tempo per
ascoltare i lamenti di un povero vecchio.
Ma il guardiamarina lo sorprese. Attraversò la stanza, afferrò la sedia che
gli era stata offerta, la girò e ci si mise a cavalcioni.
Se quel giovanotto non fosse stato veramente interessato, meditò Scott,
sicuramente non si sarebbe fermato. Comunque fosse, Scott gli era grato.
“Vede,” cominciò, “io sono nato e cresciuto in Scozia, se non fosse abbastanza
chiaro, e mio zio, da parte di mia madre, era un appassionato di deltaplano...”
Venti minuti dopo, Scott stava ancora assillando il giovanotto con le sue
storie incredibili di quando si sentiva padrone dei cieli. Ma non si era accorto
di quanto tempo fosse passato fino a quando, per caso, non diede un'occhiata
all'orologio digitale del suo monitor.
“Maledizione,” borbottò. “Mi sa che l'ho trattenuta più di quanto volessi.”
Franklin sorrise. “Non si preoccupi, sono fuori servizio.”
Ecco perché ancora non se ne era andato.
“Inoltre,” aggiunse il guardiamarina sporgendosi in avanti, “mi sto proprio
divertendo. Ma mi piacerebbe davvero sentirla parlare dell'Enterprise. Insomma,
come si sentiva a essere l'ingegnere capo del vascello più famoso della flotta?”
Scott contraccambiò il suo sorriso. “Come mi sentivo?” Scosse la testa.
“Difficile a dirsi. Certo, potrei raccontarle tutto ciò che è contenuto nei
diari di bordo, potrei dirle delle nostre missioni, degli alieni incontrati,
dei mondi scoperti. Ma se dovessi esprimere a parole come mi sentivo... Credo
che in fin dei conti la cosa più importante non era trovarsi a bordo
dell'Enterprise, ma essere lì assieme agli ufficiali con cui ho avuto la fortuna
di condividere quelle meravigliose esperienze.”
“Il Capitano Kirk?” suggerì Franklin.
“L'uomo più in gamba che abbia mai conosciuto. L'ufficiale in comando per
eccellenza. Un grandissimo amico. E anche un bravo mattacchione con le donne.”
“E il Comandante Spock?”
Scott annuì. “Come tutti gli altri Vulcaniani, con qualcosa in più. Se ti
trovi tra le fiamme dell'inferno e ti senti spacciato, l'unico che ti può
salvare è proprio Spock.”
“Il Dottor McCoy?”
“Un vero e proprio bisbetico, fino a quando non lo conosci. Dopodiché, saresti
disposto a fare l'impossibile per lui. Mi ha salvato la vita più volte di quanto
possa ricordare.”
Scott sospirò lentamente, sprofondando in quei dolci ricordi, assaporandone
per un istante tutto il loro vigore. (Quelli sì che erano giorni degni di essere
vissuti. Tutte quelle avventure, tutti quei ricordi... l'Enterprise...
“Capitano Scott?”
Per un attimo si era quasi dimenticato della presenza di Franklin. “Sì,
figliolo?”
“Le sembrerà strano, ma...”
“Sputi il rospo, Guardiamarina. Non ha bisogno di bisbigliare con me.”
Franklin si irrigidì appena, colto di sorpresa dall'improvviso tono
autoritario di Scott. “Be', mi scusi signore, ma devo proprio dirglielo che...”
“Sta bisbigliando di nuovo, figliolo.”
Alla fine, riuscì a parlare chiaramente: “Lei non sembra il tipo di persona
che ha bisogno di andare sulla colonia di Norpin Cinque, signore. Lavoro su
questa nave da trasporto da più di un anno, e mi creda quando le dico che
rispetto a tutti i pensionati che ho visto andare avanti e indietro, lei è un
giovanotto.”
“Ah.” Scott negò l'affermazione del guardiamarina con un gesto della mano.
“La ringrazio del complimento, signor Franklin, ma lei si sta sbagliando di
grosso. Mi sono impegnato per la causa della Flotta Stellare per più di
quarant'anni. E se c’è qualcuno che si merita una bella pensione, questi sono
io.
E a dire il vero, non vedo l'ora di iniziare a godermela. Anzi...”
Improvvisamente avvertì una scossa sotto i piedi. “Stiamo uscendo dalla
curvatura.”
Il guardiamarina annuì. “Sì, ma non per molto.”
Scott lo guardò. “Perché il Tenente Sachs ha tutto sotto controllo. . . “
Franklin annuì ancora. “Almeno così ha detto, signore.”
L'anziano ufficiale in pensione tamburellò le dita sui braccioli della sua
sedia, e poi, incapace di contenere la propria agitazione, si alzò.
“Non mi importa se il Tenente Sachs dice di avere tutto sotto controllo. Io
lavoravo ai motori a curvatura ancor prima che lui potesse camminare. E che sia
dannato se non riesco a dare un'occhiata a quello che succede in sala macchine.”
Il guardiamarina scrollò le spalle e si alzò di scatto. Sul suo volto si
poteva notare un'espressione di divertita rassegnazione. “Ho cercato di
fermarla, signore, ma lei è stato troppo insistente.”
“Ci può scommettere,” replicò Scott, dirigendosi verso l'uscita, in direzione
del corridoio esterno.
Il Capitano James Armstrong si sedette nella sua poltroncina di comando e,
osservando il visore principale, analizzò il campo stellato che si apriva
davanti alla Jenolen. Ciò nonostante, l'ufficiale non si sentiva particolarmente
felice di trovarsi a bordo di quella nave. Quando si era iscritto alla Flotta
Stellare, più di vent'anni prima, si era aspettato compiti e missioni molto più
affascinanti.
Non era giusto. Aveva studiato diligentemente come ogni altro cadetto. Aveva
lavorato con impegno e dedizione, e aveva mantenuto fede ai suoi impegni.
Certo, aveva fallito miseramente al test della Kobayashi Maru, ma chi c'era
riuscito? Solo un uomo negli annali dell'Accademia era stato in grado di
superare quel particolare test che sembrava altrimenti insormontabile, ma questo
era avvenuto decenni prima.
Come gli altri cadetti, Armstrong si era augurato avventure, scoperte e
divertimento. Aveva sperato di esplorare lo spazio profondo, fino a giungere ai
margini della galassia conosciuta. Invece, si era ritrovato capitano di un
vascello da trasporto, su cui incombeva il "difficile" compito di condurre
cittadini della Federazione da un mondo a un altro.
Dov'era la giustizia in tutta quella vicenda?
Ormai quarantenne, capelli mossi e imbiancati sulle tempie, si era visto
superare da tutti i suoi compagni di Accademia. Lustig era il capitano della
Hood, Barrymore della Lexington, De Campo comandava la nuovissima Excalibur.
Avevano avuto tutti una carriera colma di successi e di soddisfazioni personali.
Eccetto lui.
E perché? Chi poteva dirlo. Sfortuna, forse. Magari non si era fatto trovare
nel punto giusto al momento giusto.
Sospirando, si guardò intorno, e in un attimo mise a fuoco le paratie che
delimitavano il centro operazioni della nave, un angusto complesso che, su una
nave più grande, avrebbe avuto almeno tre se non quattro sale separate. Il
centro operazioni non ospitava soltanto il centro di comando, dove lui si sedeva
quotidianamente, e dove altrettanto quotidianamente malediceva la sua
insignificante carriera, ma conteneva anche l'accesso ai motori a curvatura,
una serie di consolle gestite da un foltissimo numero di ingegneri, e una
piattaforma del teletrasporto a due posti.
Sulla Potemkin, dove aveva prestato servizio come guardiamarina, la sala
teletrasporto era da sola più grande dell'intero centro operazioni della
Jenolen. Che diamine, gli armadi della sua stanza erano addirittura più spaziosi
della sala di comando di quella nave.
“Pronti a uscire dalla curvatura,” annunciò Ben Sachs, lo slanciato ingegnere
dalla capigliatura folta e scurissima. Al suo fianco c'erano altri due ingegneri
che si stavano dando un gran da fare; i tre rappresentavano il
personale al completo del centro operazioni del piccolo vascello.
Ancora una volta, Armstrong non poté fare a meno di riflettere sulla
inadeguatezza della sua situazione. Sulla Potemkin c'era un equipaggio di oltre
quattrocento uomini. A bordo della Jenolen vi erano soltanto trentasei uomini,
che però sembravano sprecati per gestire un vascello così modesto.
“Proceda, Tenente,” ordinò a Sachs. “Come convenuto, continueremo a massima
velocità di impulso fino a quando non avremo terminato le riparazioni.”
“Sì, signore,” confermò l'ingegnere capo, con voce vagamente annoiata. Non
c'era alcun bisogno di ricordare a Sachs ciò che avrebbe dovuto fare; dopotutto
ne avevano parlato solo alcuni minuti prima.
Sfortunatamente, il capitano di una nave da trasporto non aveva il diritto di
impartire ordini ai suoi uomini come avrebbe potuto farlo a bordo di un vascello
di ricerca. Ma a volte Armstrong si sentiva in dovere di dire qualcosa.
La nave vibrò leggermente non appena la bolla di curvatura svanì, consentendo
alla Jenolen di guadagnare lo spazio normale. Armstrong grugnì. Avrebbe
desiderato che qualcosa fosse andato nel verso sbagliato, giusto per poter
misurare la sua abilità di capitano in una situazione di emergenza non
preventivata, per poter salvare il suo equipaggio da un pericolo mortale da cui
nessun capitano prima di allora era mai riuscito a scampare.
Non che volesse mettere in pericolo la vita di qualcuno, specialmente il
gruppo di civili diretti su Norpin Cinque. Ma, almeno per una volta, avrebbe
davvero desiderato sentirsi come un vero capitano.
“Signore?” chiese Sachs, interrompendo il fantasticare del suo ufficiale in
comando.
“Sì, Tenente?” Armstrong si voltò in direzione dell'ingegnere.
L'ufficiale sembrò perplesso. “Stiamo rilevando una quantità considerevole di
interferenza gravimetrica,” riportò con precisione.
La curiosità del capitano si fece più intensa. Arrnstrong si alzò e attraversò
il centro operazioni dirigendosi verso Sachs. “Interferenza gravimetrica?”
L'ingegnere annuì. “E credo di averne individuato la sorgente.”
“Ne ha un riscontro visivo? Può mostrarne l'immagine sul visore?”
Sachs controllò la sua apparecchiatura. “Sì, credo di sì.”
Un momento più tardi, l'immagine sul visore si tramutò dalla consueta distesa
di stelle in qualcosa di molto più impressionante. Armstrong e i suoi ingegneri
si ritrovarono a osservare una sfera scura, priva di particolari e sfumature.
Sarebbe stata pressoché indistinguibile a occhio nudo se non fosse stato per il
semplice fatto che riusciva quasi a eclissare le stelle che la illuminavano da
dietro. La sfera occupava quasi del tutto lo schermo della Jenolen.
Adesso fu il capitano a reagire con disappunto. “Non le ho chiesto il massimo
ingrandimento, Ben. Non cerchi di anticiparmi.”
Sachs si girò verso di lui, e inarcò le folte sopracciglia nere con
indignazione. “Non ho cercato di anticiparla, signore. Questo è il grado di
ingrandimento più basso che abbiamo.”
“Il più basso...? Ma una sfera per essere in grado di riempire così il
visore a questa distanza... ! Dio mio,” commentò Armstrong. “Quell'aggeggio non
sarà mica grande quanto penso che sia?”
L'ingegnere capo annuì sobriamente. “È grande quanto l'intera orbita della
Terra attorno al sole.”
Il capitano si avvicinò di un passo allo schermo, completamente sbigottito.
Quella cosa non era mai stata individuata da nessuno, e non rientrava in nessuna
mappa stellare conosciuta.
Un sorriso illuminò improvvisamente il suo volto. Era passato davvero molto
tempo dall'ultima volta che aveva sorriso così: ne ricavò una sensazione strana
e al contempo piacevolissima.
“Nessuna idea di cosa possa trattarsi?” chiese Sachs.
“No,” replicò Armstrong. Ma dentro di sé sapeva benissimo di cosa si
trattava...
Del suo lasciapassare per un vero comando.
Non appena le porte del turboascensore si aprirono, Scott diede un'occhiata al
centro operazioni della Jenolen. Stranamente, ognuno sembrava starsene in piedi
immobile, intento a osservare lo schermo a bocca spalancata.
“Si ricordi,” lo avvertì il guardiamarina Franklin, “che io ho tentato di
fermarla.”
“Sì, me lo ricorderò,” concordò l'anziano ex ufficiale in pensione, unendosi
immediatamente agli uomini di plancia per capire cosa stesse succedendo.
Si trattava solo e soltanto di una sfera fluttuante nello spazio. Non di un
pianeta, ma qualcosa di artificiale. Scott si avvicinò alla consolle scientifica
più vicina e la attivò.
E vide ciò che aveva catturato l'attenzione degli ufficiali. Secondo i dati
riprodotti accanto all'immagine digitalizzata della sfera, si trattava di un
oggetto grande almeno il doppio del sistema solare terrestre.
“Composizione?” chiese il Capitano Armstrong, il tizio tarchiato che aveva
voluto dargli il benvenuto a bordo di persona non appena Scott si era imbarcato.
Armstrong non gli aveva dato l'impressione di amare troppo il proprio lavoro.
Fino a ora.
“Carbo-neutronio,” rispose Sachs, l'ingegnere. “Ciò vuol dire che i nostri
sensori non possono penetrare la superficie. Accidenti.” Si alzò, più alto e più
slanciato del suo capitano di qualche centimetro. “Sarebbe interessante sapere
cosa c’è al suo interno.”
Armstrong ammiccò pensieroso. “Allora analizziamone la superficie esterna il
più attentamente possibile. E prima di terminare, se siamo fortunati, saremo in
grado di ipotizzare cosa si nasconde al suo interno.”
“Sì, signore,” rispose Scott. “Ma non crede che sia necessario avvicinarsi con
cautela? Chissà che i suoi costruttori non l'abbiano equipaggiata con qualche
bella sorpresina per i curiosi come noi!”
Il capitano, che fino ad allora non doveva essersi reso conto della presenza
di Scott, si voltò con sorpresa. Un secondo più tardi, rimproverò con lo sguardo
Franklin, che si limitò a scrollare le spalle.
Rivolgendosi di nuovo a Scott, disse: “A cosa devo il piacere, Capitano?”
Un modo come un altro per chiedere gentilmente, "Cosa diavolo ci sta facendo
qui?", pensò Scott.
“Pensavo che forse avrebbe avuto bisogno del mio aiuto,” rispose
innocentemente. Poi, indicando lo schermo con una mano, aggiunse, “Ma ora ne
sono certo.”
Il fiero sguardo di Armstrong si posò su Scott. “Siamo in grado di cavarcela
da soli, signore. Il signor Franklin non l'aveva informata?”
“Sì, signore,” replicò Scott. “L'ha fatto, ma prima che ci imbattessimo in una
Sfera di Dyson.”
Quella parola catturò l'attenzione di Armstrong. “Una sfera di che?”
“Una Sfera di Dyson,” ribadì Scott, che con meno di cinquanta parole riuscì
a spiegarne la teoria. “Certo,” aggiunse infine, “non posso garantirlo del
tutto, ma a me sembra che non ci sia ombra di dubbio.”
“Capisco,” rispose il capitano, il quale lanciò un'occhiata al tenente Sachs.
“Lei è al corrente di una teoria del genere?”
L'ingegnere sorrise mortificato. “A dire il vero, signore, non ne so niente.
Date le circostanze attuali, non credo che sia una cattiva idea se il Capitano
Scott rimanesse con noi in plancia in veste di... consulente.”
I muscoli facciali di Armstrong si irrigidirono. Era ovvio che non gli andasse
a genio ricevere l'aiuto di un civile, perfino se si trattava di un civile con
mezzo secolo di esperienza nella Flotta Stellare. Ma se il suo ingegnere capo
non aveva mosso obiezioni, come avrebbe potuto farlo lui?
“D'accordo,” acconsentì con riluttanza. “Si accomodi pure, Capitano Scott.”
“Scotty,” lo corresse l'anziano signore. “È così che mi chiamano in sala
macchine, e questo centro operazioni è abbastanza simile.”
Armstrong lo guardò con sollievo. “Vada per Scotty, allora.”
Scott sorrise. “Bene. Adesso che ci siamo chiariti, mettiamoci al lavoro.”
Matt Franklin si sentì una mano sulla spalla. Voltando lo sguardo dal pannello
della sua consolle, vide il Capitano Scott che cercava di sbirciare da dietro.
“Qual è la nostra orbita, figliolo?”
Il guardiamarina annuì, avvertendo una fitta sul collo, ma evitò stoicamente
di lamentarsi. Grazie a Scott, che aveva fatto del giovane il suo assistente
personale, Franklin era invidiato da tutti i sottufficiali dell'equipaggio.
Certo, cinque ore ininterrotte di analisi lo avevano affaticato, ma qualche
doloretto era un prezzo basso da pagare di fronte a un'opportunità di lavoro
irripetibile come quella.
“Buona, signore,” replicò senza indugio, indicando le cifre in successione
sulla parte alta dello schermo. “Non ho dovuto apportare alcuna correzione di
rotta nelle ultime ore.”
“Bene,” commentò Scott. “Non che avessi sospettato altrimenti; visto che
quella cosa è perfettamente sferica, mi sarebbe sembrato strano che presentasse
qualche anomalia magnetica. Ma come dico sempre, "nessuna nuova, buona nuova".”
Stringendo la spalla del cadetto con affetto paterno, Scott si voltò per
vedere come stava reagendo il resto del giovane equipaggio. Lentamente, ma in
maniera costante, l'ex ufficiale dell'Enterprise sembrava aver soppiantato
Sachs, anche se quest'ultimo non ne pareva affatto dispiaciuto.
Solo alcuni giorni prima, Matt Franklin non sapeva molto sul conto di
Montgomery Scott, eccetto per ciò che aveva letto. Il bollettino di imbarco
della Jenolen gli aveva inoltre confermato che Scott aveva servito per oltre
cinquant'anni, cinquantadue per l'esattezza, a bordo della leggendaria
Enterprise.
Era salito a bordo di quella nave in qualità di giovane e inesperto ingegnere,
sotto il comando del Capitano Pike, aveva raggiunto il grado di tenente
comandante sotto il comando di James T. Kirk, ed era rimasto a bordo per
addestrare i giovani ufficiali anche dopo che Kirk era stato promosso
ammiraglio. Ma nel corso degli anni, si era ritrovato con il capitano e con gli
altri ufficiali della vecchia Enterprise per portare a termine qualche missione
delicata.
Tutto ciò era di dominio pubblico e sarebbe bastato consultare un computer per
conoscere le eroiche missioni dell'Enterprise e del suo equipaggio.
Ma adesso Franklin aveva avuto l'opportunità di incontrare l'uomo che si
nascondeva dietro la fama del Capitano Montgomery Scott. E ne era stato felice.
Molto.
Scott era il tipo di persona nel quale ci si imbatteva di rado. Qualcuno la
cui capacità di inventiva, la cui creatività pareva illimitata.... qualcuno le
cui conoscenze, il cui sapere, erano così profonde e radicate da sembrare
innaturali.
Non era forse vero che Scott era riuscito a riparare quei circuiti in
sovraccarico più velocemente di quanto chiunque nel centro operazioni, compreso
il Tenente Sachs credesse possibile? Senza di lui, avrebbero continuato a
chiedersi come e se avvicinarsi alla sfera. Invece, adesso, grazie al suo
intervento, la stavano già analizzando.
Per un certo qual verso, Scott era proprio come la Sfera di Dyson stessa...
un'anomalia, una gemma di rara qualità, da conservare e proteggere.
Improvvisamente, le porte del turboascensore si aprirono, e il capitano si
gettò in plancia con impeto. A giudicare dal suo sguardo, non era certo più
felice di quando se ne era andato.
“Civili,” borbottò Armstrong. “Perché mai ho pensato che potessero capire?
Cosa mi ha fatto pensare che avrebbero potuto tollerare un lieve ritardo per il
bene della scienza?” Scosse la testa pesantemente, e si sedette sulla sua
poltrona di capitano, continuando a borbottare tra sé.
Franklin soppresse un sorriso e si voltò nuovamente verso il proprio monitor,
continuando ad analizzare l'immensa sfera artificiale. Non che si aspettasse di
scoprire qualcosa, ma...
Ebbe un sussulto. Che diavolo era quella cosa?
“Credono che stiamo solo perdendo tempo,” continuava intanto Armstrong dalla
sua sedia di comando. “Stai facendo un favore alla scienza, e nessuno è disposto
ad accettarlo. Potremmo effettuare una delle scoperte scientifiche più
impor...”
“Capitano?”
Franklin impiegò alcuni istanti per capire che era stato lui a parlare,
interrompendo il noioso monologo del capitano, e attirando su di sé l'attenzione
dei presenti. Deglutì a disagio.
“Sì, Guardiamarina?” chiese Armstrong.
“Signore,” continuò Franklin, “Ho individuato quella che sembra un'antenna per
le comunicazioni.”
Scott balzò al suo fianco in un istante. “È vero,” confermò semplicemente.
“Sembra proprio così, figliolo.” Apportò alcune modifiche ai sensori. “Guardate,
ce n’è un'altra. E un'altra ancora. Ce ne sono tre... anzi quattro.”
Rivolgendosi al capitano aggiunse, “Sembrano intatte. Non sarei sorpreso di
sapere che sono ancora in funzione.”
Un sorriso si stampò sul volto di Armstrong, che improvvisamente sembrò
essere l'uomo più felice del mondo. Annuì.
“Allora,” disse eccitato, “apriamo un canale di comunicazione.”
Un secondo più tardi, a una delle consolle, l'Ufficiale delle Comunicazioni
Kinski obbedì all'ordine del capitano.
“rrequenze di comunicazione aperte, signore.”
Attesero. Non vi fu alcuna risposta.
I membri dell'equipaggio si scambiarono degli sguardi incuriositi. Armstrong
osservò il signor Sachs, Franklin e Scott si guardarono a vicenda. La sensazione
di attesa si fece quasi soffocante.
Ma non vi fu alcuna risposta dalla Sfera di Dyson.
“Provi ancora,” ordinò Armstrong, questa volta con tono di voce sornmesso.
“Ci sto provando,” rit`erì Kinski.
Seguì di nuovo una silenziosa attesa, che durò a lungo. Forse troppo. Franklin
scosse la testa, deluso.
“Maledizione,” imprecò il capitano.
“Sono d'accordo,” concordò Scott. “Per un momento, ho davvero pensato che
avremmo potuto contattarli.”
“Forse stiamo rinunciando troppo presto,” disse Sachs. “Il fatto che non ci
rispondono non significa necessariamente che non possano o che non vogliano
farlo. Forse, sono solo un po' cauti.”
Scott sospirò. “Non credo, Tenente. Lo chiami pure sesto senso, ma scommetto
una bottiglia di scotch che anche se continuassimo a inviare in nostri messaggi
fino al giorno del Giudizio Universale non otterremmo alcuna risposta. In parole
povere, non credo che ci sia qualcuno là dentro.”
“Ha ragione,” concesse Armstrong. “Chiunque disponga di una tale tecnologia
per costruire questa cosa, non può temerci. Se all'interno della sfera vi
fossero esseri senzienti, a quest'ora avremmo già avuto loro notizie.”
Come potevano esserne così sicuri? Franklin fissò prima Armstrong e poi Scott.
Come potevano sapere al di là del ragionevole dubbio?
Il guardiamarina non riuscì neppure a darsi una risposta, quando il pavimento
sotto i suoi piedi vibrò tanto violentemente da farlo sbalzare a terra.
Qualcuno lo tirò in piedi, mentre un altro ufficiale chiese cosa fosse successo.
Un secondo più tardi, un terzo ufficiale, non riuscì a capire di chi si
trattasse, rispose, “Le bobine, signore! Sono esplose!”
Fortunatamente Scott si trovava sufficientemente vicino alla consolle
scientifica da potersi avvinghiare a essa quando l'esplosione li aveva fatti
barcollare, altrimenti sarebbe finito per terra come Sachs e Franklin. Tenendosi
saldamente alla consolle, temendo una seconda esplosione, elaborò i dati del
computer e confermò la diagnosi di Sachs.
Le bobine di poppa erano saltate. Ma come? C'erano almeno sei sistemi di
sicurezza in grado di prevenire un tale incidente. E anche se fossero stati
fuori uso, gli ufficiali avrebbero dovuto ricevere una segnalazione di guasto
dal computer di bordo.
“Rapporto dei danni,” tuonò Armstrong, reggendosi alla propria poltroncina di
comando. E poi aggiunse, “Ci sono vittime?”
“Nessuna, signore,” replicò Kinski, consultando il proprio monitor. “Rilevo
solo feriti, specialmente negli alloggi dei passeggeri.”
“Danni notevoli ai condotti di energia,” annunciò Sachs. L'ufficiale sembrava
scosso, bianco come un fantasma. Come si poteva biasimarlo? Cose di questo
genere non succedevano frequentemente a bordo di una nave da trasporto. “Sto
cercando di compensare deviando l'energia residua ai sistemi interni. Mi dia una
mano, signor Franklin.”
Scott avrebbe fatto la stessa cosa. Franklin si mise a fianco dell'ingegnere,
e seguì i risultati dei sui sforzi sul monitor sottostante.
Forza, disse tra sé. Dovete farcela.
Ma Scott impiegò solo un paio di minuti per realizzare che il lavoro dei due
ufficiali non avrebbe mai dato alcun frutto. I danni riportati erano stati così
estesi, l'esplosione così violenta da intaccare i motori a curvatura,
anche se questi, almeno all'apparenza, sembravano intatti.
“Allora?” chiese il capitano.
Sachs scosse la testa. “Nessuna risposta, signore. I motori a curvatura sono
fuori uso.” Accese un altro schermo e imprecò sottovoce.
“Cosa c’è adesso?” domandò Armstrong. “Non mi dica che anche i motori a
impulso si sono guastati.”
“Non del tutto,” replicò Scott, che aveva seguito la situazione assieme
all'ingegnere capo. “Ma hanno riportato alcuni danni a causa dell'esplosione.
Non riusciremo a rimanere in orbita. L'energia è in rapida diminuzione.”
Il capitano lo gelò con uno sguardo. “Che cosa mi sta dicendo?”
“La Jenolen sta perdendo altitudine,” spiegò Scott con calma. “Stiamo per
essere risucchiati dalla forza di gravità di quel maledetto aggeggio, e non c’è
niente che possiamo fare.”
“Non è possibile,” insisté Armstrong. “Ci deve essere un modo per riparare i
motori.”
Sachs scosse la testa. “Temo di no. Il danno è troppo esteso, e non ci resta
più molto tempo.” Diede un'occhiata a Scott per avere la certezza che quanto
aveva detto corrispondeva alla verità. Il silenzio dell'ex ufficiale confermò
il resoconto dell'ingegnere capo.
In più di una occasione, Montgomery Scott aveva salvato la sua nave sfoderando
il proverbiale asso dalla manica, ma questa volta era privo di alternative.
C'erano molti modi per riparare i motori della Jenolen, ma ci sarebbe voluto più
tempo di quanto ne avessero a disposizione.
Il capitano si inumidì le labbra. “Mi state forse dicendo che non c’è niente
che possiamo fare e che ci stiamo per schiantare sulla sfera?”
A malincuore, Scott ripeté ciò che aveva affermato più volte al Capitano Kirk,
“Non posso cambiare le leggi della fisica.”
Armstrong inarcò un sopracciglio, e ponderò l'affermazione dello scozzese.
“Quanto tempo ci rimane prima dell'impatto?”
L'ingegnere capo rispose con prontezza, “Diciassette minuti e trentacinque
secondi, signore.”
Ben Sachs era un uomo dalle ambizioni modeste, il prodotto di un'intera linea
familiare priva di ambizioni. Certo, aveva voluto lavorare nello spazio,
manipolare i motori a curvatura e gioire delle loro prestazioni. Ma a differenza
dei suoi simili, non aveva mai aspirato a prestare servizio in una nave di
classe Constellation.[]
Perciò, quando era stato scelto per sostituire il dimissionario ingegnere
della Jenolerl, aveva accettato l'incarico con entusiasmo.
Che siano gli altri a vivere sotto una pressione costante. Che siano gli altri
a lavorare freneticameltte, a consumare i loro pasti di corsa, a passare notti
insonni conI l'atroce dubbio di aver letto erroneamente un qualsiasi contatore.
Che siano gli altri a cercare una scusa per giustificare la scelta di una vita
così difficile e rischiosa.
Sachs se lo ripeteva ogni giorno.
Io mi accontento di avere meno responsabilità, ma almeno, con questo incarico,
potrò sempre provare quelle stupende emoziorli che mi hanno spinto verso questo
lavoro, senza dovermi sentire colpevole o in ansia. Sulla Jenolen mi sento
proprio a mio agio.
Fino a quel momento, Sachs non si era sbagliato di molto. Fino a quel momento,
se l'era passata bene. Si era trovato una nicchia perfetta e sicura dentro la
quale coccolarsi.
E più di ogni altra cosa, aveva scoperto l'amore che solo un ingegnere era in
grado di provare nei confronti della propria nave. Ben Sachs aveva perso la
testa per un vascello da trasporto a cui nessun altro avrebbe mai dedicato
troppa attenzione.
Ma in un attimo, tutto ciò era cambiato. Adesso, la sua Jenolerl stava
precipitando contro la cupa Sfera di Dyson sottostante, e la sua vita idilliaca
sembrava sempre di più un vago sogno lontano.
Stranamente, non aveva paura. Neppure rimpianti. Sachs non era sposato, non
aveva avuto bambini, e i suoi genitori erano deceduti da molti anni. Anche se
fosse morto, non ci sarebbe stato nessuno a piangere la sua scomparsa.
Avrebbe perso la vita al fianco dell'unica cosa che avesse mai amato: la
Jenolen. Quel pensiero romantico lo affascinò in modo così coinvolgente che per
un secondo la tragica fine imminente non gli parve neppure tanto tragica.
“Signor Sachs!”
L'ingegnere capo scosse la testa e cercò di capire da dove proveniva
quell'urlo. Si ritrovò a fissare Montgomery Scott.
“Mi segue o no, ragazzo?” chiese Scott.
Sachs deglutì. “La seguo dove?”
L'uomo più anziano imprecò a bassa voce. “Non ha sentito neppure una sola
parola di quello che ho detto? Non possiamo impedire a questa nave di
fracassarsi sulla Sfera di Dyson, ma possiamo ridurre le perdite di vite umane.
Sempre se riusciremo a trovare qualcuno che sia disposto ad abbandonare il
centro operazioni.”
La mente di Sachs vagò ancora per alcuni istanti, e poi, riguadagnata la
concentrazione, capì cosa stava cercando di fare Scott.
La sezione dei passeggeri era munita di compartimenti di sicurezza, e chiunque
vi si fosse trovato avrebbe almeno avuto una possibilità di salvare la pelle. Ma
nel centro operazioni l'impatto, anziché essere attutito, veniva forse
evidenziato e perciò le speranze di sopravvivere erano molto più limitate.
Ciò nonostante, qualcuno avrebbe dovuto rimanere nel centro operazioni del
vascello, se non altro per cercare di usare quel poco di energia residua e
pilotare la nave verso un atterraggio il meno brusco possibile. O per aumentare
al massimo la potenza degli scudi. O per mantenere l'altitudine del vascello in
maniera omogenea, di modo che lo scafo non si ribaltasse, e non andasse a urtare
là dove un crollo strutturale avrebbe avuto effetti devastanti.
Sachs annuì “Ho capito,” disse.
“Ora, deve fare molta attenzione, figliolo.” Il vecchio ufficiale aggrottò
le folte sopracciglia. “La sola questione Š: chi se ne andrà e chi resterà.”
Si scambiarono occhiate. Mossero a fatica i piedi. Emisero sospiri.
“Bene,” annunciò Scott, “Credo di essere il più sacrificabile, qui. Ha più
senso che io rimanga qua intorno.” Guardò Sachs.
“Anche per me è lo stesso,” disse l'ingegnere, raccogliendo sguardi di
ammirazione dagli altri ufficiali. Senza alcun dubbio, dovevano pensare a lui
come a un eroe.
Ma si sbagliavano, ovviamente. In realtà Sachs era stato ammaliato da una
sorta di romantica pazzia, che però lui avrebbe negato. Se i suoi colleghi
preferivano ricordarlo come un eroe, perché mai avrebbe dovuto impedirlo?
Il Capitano Armstrong si schiarì la gola. “Rimarrò anch'io. Non sono un
ingegnere, ma nel corso degli anni ho accumulato un bel po' di esperienza. E poi
posso eseguire gli ordini come chiunque altro.”
Scott sorrise. “Felice di averla a bordo,” disse ad Armstrong.
Il capitano contraccambiò il suo sorriso, anche se con meno enfasi. “Grazie,
Capitano Scott.”
Si guardarono intorno. “Altri volontari?” chiese Sachs.
Nessuno rispose. E nessuno era da biasimare. Poi, dopo un lungo secondo,
qualcuno alzò la mano.
Era Franklin.
“Vorrei rimanere anch'io,” disse all'ingegnere capo. Fissò Armstrong,
“Sempre che lei non decida altrimenti, signore.”
Il capitano lo osservò per un attimo, non potendo fare a meno di notare
l'innocenza del giovane guardiamarina. Ma a conti fatti, la maggior parte degli
ufficiali della Jenolen erano giovani. E in quel momento c'era davvero bisogno
dell'aiuto di tutti.
“Per me non ci sono problemi,” concordò Armstrong.
“Grazie, signor Franklin.”
Voltandosi verso gli altri, il capitano parve benevolo, comprensivo. Quando
parlò, nella sua voce non ci fu segno di recriminazione.
“Il resto di voi dovrebbe recarsi sul ponte passeggeri il più presto
possibile. Non avete molto tempo per mettervi in salvo.”
Grati, entrarono nel turboascensore. Sachs li osservò allontanarsi,
invidiandoli solo un poco. Ma non poteva tornare indietro ora. Aveva deciso di
rimanere al fianco del Capitano Scott e non lo avrebbe abbandonato fino alla
fine. “Quanto manca all'impatto?” chiese Armstrong.
Sachs consultò ancora una volta il suo monitor. “Dodici minuti e cinquantadue
secondi,” replicò. “Meglio incominciare.”
“Sì,” disse Scott. Chiamò l'ingegnere capo. “Spero che non le dispiaccia se
conduco io il ballo da questo momento. Dopo tutto, ho un po' più di esperienza
in atterraggi di fortuna.”
“Affatto,” rispose Sachs onestamente. “È tutta sua, signore.”
Scott sembrò più alto di un paio di pollici mentre prendeva il comando.
“Molto bene. Signor Franklin, a lei il timone. Ci porti giù sicuri e
tranquilli.”
“Può contare su di me, signore,” disse il guardiamarina.
“Sono felice di sentirlo,” sottolineò Scott. Poi, rivolgendosi a Sachs,
“Tracci una curva di spinta che aumenti esponenzialmente. Ma non sfrutti tutta
la potenza; avremo bisogno di un po' di energia per il supporto vitale se...
cioŠ, quando ce l'avremo fatta.”
“Sì,” rispose Sachs, senza sprecare parole.
Alla fine, Scott si rivolse al capitano che era sceso dalla sua poltrona di
comando e se ne stava in piedi presso una delle consolle scientifiche. “Non c’è
molto da fare per lei adesso,” disse il vecchio ufficiale, “Ma quando le darò il
segnale, deve riconfigurare gli scudi, per darci la massima protezione al
momento dell'impatto.”
Armstrong annuì. “Sono in attesa di un suo ordine,” rispose.
Scott inspirò e poi emise un profondo respiro. “Nessun dubbio,” continuò.
“Siete tutti curiosi di sapere quello che ho in mente.”
“Aumentare le riserve di energia?” ipotizzò Franklin.
“Prelevandola, prendendola in prestito e rubandola dai sistemi periferici,”
continuò Sachs.
L'uomo più anziano lanciò loro un'occhiata incredula.
“Signori, si trattava di una domanda retorica. Ma grazie ugualmente per il
vostro aiuto.”
Nei minuti che seguirono, si dedicarono tutti ai propri compiti. Sachs non
incontrò particolari difficoltà a inizializzare la curva dei propulsori a
impulso, come Scott gli aveva richiesto.
Ogni qual volta aveva la possibilità di alzare la testa, riusciva a constatare
con ammirazione che anche gli altri ufficiali stavano svolgendo i loro compiti
al meglio delle loro possibilità. Non vi era segno apparente di panico o
disperazione. L'ingegnere sorrise, fiero di poter trascorrere quegli ultimi
minuti di vita, forse, in compagnia di capaci professionisti.
Improvvisamente, la nave iniziò a inclinarsi. Franklin imprecò sotto voce.
“La stabilizzi, Guardiamarina,” ordinò Scott con voce calma e rassicurante.
“Non c’è fretta.”
Cercando di emulare il calmo comportamento del suo superiore, e di seguirne
gli ordini, Franklin apportò le correzioni necessarie. Sullo schermo di Sachs,
la Jenolen si raddrizzò.
“Ben fatto,” osservò Scott. “Adesso la mantenga così.”
Due minuti e mezzo. Due minuti. Uno e mezzo.
Sessanta secondi.
Con Franklin intento a mantenere la nave in posizione orizzontale, Sachs
cercò di frenare la caduta con i propulsori a impulso. Ciò nonostante, stavano
accelerando, attirati dall'immenso campo gravitazionale della sfera.
“D'accordo,” disse Scott. Ormai mancavano poco più di trenta secondi.
“Riattivi gli scudi, Capitano.”
Armstrong eseguì con lestezza. “Scudi alzati,” confermò. “Energia dei
deflettori al massimo.”
Avevano fatto tutto ciò che avevano potuto, pensò Sachs.
Adesso, erano in mano del Signore. Si resse alla consolle.
Venti secondi. Quindici. Dieci.
Sachs deglutì con difficoltà. Addio, Jenolen.
Cinque. Quattro. Tre. Due...
Uno.
Per un paio di secondi, Scott non riuscì a capire che cosa li avesse colpiti,
o dove si trovasse. Poi, ritornò a essere cosciente nell'arco di pochissimi
istanti.
Il centro operazioni stava prendendo fuoco, sommerso da mille scintille e fumo
infernale. Era pressoché impossibile vedere da una parte all'altra della
plancia. Tossì dolorosamente.
Ma almeno era ancora vivo. Ferito sì, e dolorante, specialmente al braccio
sinistro, ma nonostante i rischi corsi e le probabilità di riuscita in
quell'atterraggio di fortuna, lui ce l'aveva fatta. E se un uomo della sua età
era sopravvissuto, allora anche gli altri, forse, ce l'avevano fatta.
Scott fece una smorfia di dolore. Aveva qualcosa in un occhio. Si stropicciò
energicamente il volto con una mano, e quando l'allontanò, vide le dita
sanguinanti.
Sanguinanti, ma non spezzate - proprio come nelle poesie. Incominciò a
fantasticare di nuovo sulla sua Scozia, ricordandosi di una ragazza molto
romantica di cui si era innamorato...
No, si disse duramente, scuotendosi dal suo fantasticare. Non posso
permettermelo. Sarò anche ferito, ma non devo cedere. Mi devo concentrare sul
dafarsi, devo trovare i sopravvissuti, devo riparare la nave.
Con la coda dell'occhio vide una mano a pochi centimetri di distanza. Gli
sembrò che si stesse muovendo. O se l'era solo immaginato? Si avvicinò il più
in fretta possibile.
“Figliolo?” disse con incertezza. Ma tra il frastuono di bordo causato dai
circuiti in corto e il rumoroso scintillio delle paratie, Scott non riuscì
neppure a udire la propria voce.
Non ebbe nessuna risposta. Si avvicinò ancora, a carponi. Afferrò le spalle
dell'ufficiale a terra e lo scosse. Non vi fu alcuna reazione. Nessuna risposta.
Il volto dell'uomo era girato dalla parte opposta, e Scott non riusciva a
stimare quanto fosse grave la sua ferita. Lo scosse con più forza.
Ma non ebbe miglior fortuna. “Avanti, figliolo,” lo incitò speranzoso.
“Svegliati. Non posso stare qui tutto il giorno.”
Alla fine accadde qualcosa: la testa dell'uomo a terra ruotò verso di lui come
una palla, e Scott capì subito di chi si trattava e perché non avesse risposto
ai suoi richiami. L'ingegnere Capo Sachs era morto, la sua testa completamente
maciullata in seguito all'impatto.
“Santo cielo,” bisbigliò Scotty. “Santo cielo.” Allontanandosi dallo spettro
della morte, si avvicinò alla base di una consolle scientifica. Afferrandosi a
essa, riuscì a tirarsi su, prima su una gamba, poi sull'altra. All'inizio gli
girò la testa, ebbe una sensazione di nausea, e pensò di essere ferito
gravemente, poi si riprese e il momento di malessere scomparve del tutto.
Sfortunatamente, il dolore al braccio si era fatto più intenso. Gli sembrava che
fosse in fiamme, ma ignorando le fitte lancinanti, si aprì un varco tra il fumo
con una mano, e tentò di analizzare logicamente la gravità della situazione.
All'improvviso, un geyser di scintille scoppiò alle sue spalle, illuminando la
plancia in penombra. Scott poté così vedere il corpo sanguinante e inerte di un
altro nfficiale.
Era forse l'unico a essere sopravvissuto? Come aveva fatto a essere così
fortunato?
Una nuova fitta al braccio lo fece traballare, indebolendolo ancora di più.
Scott dovette lottare con se stesso per controllarsi, per non lasciarsi
sbaragliare dall'agonia e dal dolore. Ancora avvinghiato alla consolle, si fece
forza e coraggio.
La consolle della sala macchine era ancora in funzione. Lo schermo era ancora
acceso, ricolmo di cavi attorcigliati e detriti delle paratie circostanti, ma
ancora attivo. Gettando a terra i detriti con una mano, Scott
richiamò sul computer il rapporto danni della Jenolen.
Le notizie relative non lo fecero sentire meglio. Per niente.
A parte lui, c'era un solo sopravvissuto a bordo. Scott scosse la testa,
incredulo. Solo uno?
Come era possibile? Scuro in volto, tentò di stabilire se le informazioni del
computer erano attendibili o meno. Lo erano.
Si massaggiò le tempie con una mano. Di tutti i passeggeri e gli uomini
dell'equipaggio, solo due superstiti... solo due sopravvissuti? Non era
possibile. Se lui era riuscito a rimanere in vita, i civili e gli ufficiali
nelle nicchie di sicurezza avrebbero dovuto fare altrettanto.
Dovevano essere in vita. Dovevano essere...
E poi la vide: una spia verde lampeggiante sopra lo schema che riassumeva
l'integrità dello scafo. Scott gemette con tristezza.
Ecco perché gli altri non ce l'avevano fatta. L'impatto aveva creato una falla
nello scafo, una falla molto piccola, forse più piccola della sua mano,
ma grande abbastanza da risucchiare nello spazio tutto l'ossigeno respirabile
del ponte passeggeri.
Non era stato l'impatto a ucciderli. Erano morti soffocati.
Scotty avrebbe voluto piangere. Avrebbe voluto urlare l'ingiustizia di quella
vicenda, di quella inutile tragedia.
Ma non era la prima volta che gli capitava di provare una sensazione del
genere. E come tutte le altre circostanze precedenti, si inumidì le labbra e
continuò il suo lavoro.
C'era un altro sopravvissuto, qualcuno che in tutta quella devastazione poteva
essere salvato. Il computer gli indicò che il superstite era sdraiato a terra a
pochi metri di distanza da lui.
Poi, a confermare la scansione dei sensori interni, vi fu un rumore, e tra il
fumo e le macerie si mosse qualcosa. Una forma scura e barcollante si avvicinò a
lui. Si trattava di un profilo familiare, macchiato di chiazze di sangue sul
volto e sulla divisa.
“Franklin!” lo chiamò Scott. La sua voce gutturale e straziata attirò
l'attenzione del guardiamarina. “Da questa parte, figliolo!”
Il giovanotto si voltò, i suoi occhi si illuminarono, riflettendo le scintille
emanate dalle consolle circostanti. Disse qualcosa, sebbene Scott non riuscì a
distinguere quelle parole confuse.
“Non riesco a sentirla!” aggiunse poi.
Franklin si avvicinò ulteriormente fino a quando non afferrò l'anziano signore
per un braccio. La sua testa sanguinava per una ferita sulla fronte, e
fermandosi di fronte a Scott disse, “Sono tutti morti, signore. Tutti morti.”
Scott prese la mano di Franklin e incontrò il suo sguardo impaurito. “Lo so,
figliolo, lo so. Ma noi siamo sempre vivi, e se vogliamo continuare a esserlo,
sarà meglio trovare una via d'uscita da questo casino.”
Franklin annuì. Respirò profondamente, e riprese il controllo di sé. “Va
bene,” replicò con voce sempre tremolante ma più forte. “Sono con lei, signore.”
“Bene, figliolo. Allora...” Osservando i sistemi della nave e le diagnosi del
computer, Scott valutò i danni. Niente di cui essere felici. L'impatto aveva
fatto saltare tutto tranne il supporto vitale di emergenza e il sistema delle
comunicazioni. Ma anche questi due sistemi avrebbero smesso di funzionare
presto. E peggio ancora, le riserve alimentari della nave erano state
contaminate dalle perdite radioattive dei motori a impulso.
“Questi dati non sono molto incoraggianti,” osservò il guardiamarina,
“vero?”
Scott scosse la testa. “Non molto. No. Anche se l'energia ausiliaria
continuasse a rimanere attiva, non avremmo niente di cui cibarci. Possiamo
chiamare i soccorsi, ma potrebbero volerci giorni prima che arrivino.”
Franklin deglutì rumorosamente, terrorizzato. Chi non lo sarebbe stato?
Erano spacciati, e forse sarebbe stato meglio se fossero morti all'impatto con
la sfera, proprio come tutti gli altri.
A meno che...
Scott si sporse attraverso il denso fumo della plancia, e lanciò uno sguardo
alla piattaforma del teletrasporto. “D'altro canto,” disse a Franklin, “ci resta
ancora una possibilità prima di iniziare a scavarci la tomba.”
“Capitano Scott...?” chiese il guardiamarina.
“Inviare un segnale di soccorso,” disse lo Scozzese. “Codice uno alfa zero.”
Prima che Franklin potesse replicare, Scott si diresse verso la stazione del
teletrasporto trovando la strada attraverso il fumo, passando da consolle a
consolle. A ogni passo, elaborava un ulteriore dettaglio di ciò che era nato
come una semplice idea.
“Vediamo un po',” bisbigliò. “Cerchiamo di trovare un modo per impedire al
segnale di degradarsi. E la fonte energetica...”
Un momento più tardi, si soffermò davanti alla piattaforma del teletrasporto.
Fortunatamente, non aveva riportato molti danni. Improvvisamente, Scott
ebbe l'impressione che qualcuno o qualcosa avesse disposto le cose in modo tale
da poter garantire loro una possibilità di salvezza.
Dopo tutto, né Franklin né lui si sarebbero dovuti trovare nel centro
operazioni alla scoperta della Sfera di Dyson. Avrebbero dovuto trovarsi nella
sezione passeggeri, Scott a leggere Le Leggi della Fisica per l'ennesima volta,
e Franklin a fare qualsiasi cosa era solito fare quando non era in servizio.
Ma Scott non era stato in grado di resistere alla tentazione di indagare sui
problemi con i motori a curvatura. E quando era apparso evidente che la Jenolen
non ce l'avrebbe fatta a sopravvivere, aveva ostinatamente deciso di rimanere
lì, nel centro operazioni. Se non fosse stato curioso prima, e pazzo poi, lui e
il suo giovane amico sarebbero già morti, soffocati con tutti gli altri sul
ponte passeggeri.
Fortuna? Destino? Combinazione? Scott imprecò a bassa voce. "Sono gli uomini a
crearsi la loro stessa fortuna", gli aveva detto una volta suo nonno Clifford.
Ed era proprio vero, pensò Scott mentre smontava il pannello del teletrasporto
con le sue robuste braccia.
“Ho inviato il segnale,” lo informò il guardiamarina. “Massima dispersione,
ripetizione continua.”
“Ben fatto,” replicò Scott. “Adesso si metta ai controlli del teletrasporto,
ho bisogno di una mano.”
Non ebbe neppure terminato la frase, quando tirò a sé il pannello, e lo poggiò
sul pavimento. Adesso gli intricati circuiti interni della consolle erano
esposti agli occhi dei due ufficiali. Benché l'unica fonte di illuminazione
provenisse da una consolle ancora in fiamme, Scott inserì un minuscolo strumento
all'interno del pannello e si mise a lavorare sulla circuteria diagnostica.
Per fortuna, le cose non erano cambiate molto. Infatti, per certi versi, la
tecnologia del teletrasporto della Jenolen era inferiore a quella
dell'Enterprise. Ma dopotutto, la Jenolen non era altro che un vascello da
trasporto, e l'Enterprise era stata la nave ammiraglia della Flotta Stellare.
“Capitano Scott?” disse una voce.
Scott saltò, quasi sorpreso, e poi si ricordò che c'era una sola persona che
avrebbe potuto chiamarlo in quel momento. “Non si avvicini così di sorpresa,
Franklin. Sono già abbastanza spaventato per conto mio. Non c’è bisogno che
cerchi di sorprendermi ulteriormente.”
Il guardiamarina sembrò desolato. “Mi dispiace, signore.” Teneva in mano un
lungo pezzo di stoffa. Un pezzo di stoffa stranamente familiare. “A giudicare da
come muove il braccio, credo che sarebbe meglio se lo fasciasse con questo.”
Scott comprese al volo. “Una benda al collo,” disse ad alta voce. Non era una
cattiva idea, dopotutto. Se il braccio era ferito almeno la metà di quanto gli
faceva male, non sarebbe stato sbagliato tenerlo il più immobile possibile.
“Dove l'ha presa?” chiese con curiosità.
Franklin alzò il braccio, mostrando la sua uniforme strappata. “Ho pensato che
avrebbe fatto più comodo a lei che a me,” spiegò il giovane, passandogli la
benda intorno al collo e legandola al suo braccio ferito.
Scott si sentì subito meglio. Adesso poteva muoversi con più facilità.
Lanciò un'occhiata al guardiamarina con la chiara intenzione di manifestare la
propria gratitudine.
Ma prima che potesse farlo a parole, Franklin inclinò la testa in direzione
della piattaforma del teletrasporto. “Non aveva detto che aveva bisogno di
aiuto, signore?”
“Sì,” concordò Scott. Avrebbe avuto modo di ringraziarlo più tardi. “Ecco cosa
vorrei che facesse. Vede questi circuiti? Con questi si possono attivare le
funzioni diagnostiche del teletrasporto.” Usò lo strumento che aveva in mano per
indicare un punto in cui i circuiti sembravano convergere, e poi lo passò a
Franklin. “Afferri questo aggeggio e fonda i circuiti.”
Il guardiamarina inarcò le folte sopracciglia scure. “Ma così non bloccheremo
il buffer degli schemi in un ciclo diagnostico?”
Scott sorrise e annuì. “Esatto, figliolo. Ho intenzione di mantenere il
segnale in un ciclo perpetuo all'interno dei sistemi.”
Franklin lo fissò perplesso. “Ma perché?”
“Capirà tra poco,” rispose il signore più anziano. “Non appena avrò apportato
alcune correzioni, le spiegherò cosa ho intenzione di fare.” Poi, Scott si alzò
in piedi.
Il fumo si stava diradando, segno che il sistema del supporto vitale stava
ancora funzionando. Ma con un po' di fortuna, pensò Scott, quello non sarebbe
più stato un problema di cui preoccuparsi.
Concentrandosi sul pannello di controllo, richiamò dalla memoria del computer
i diagrammi delle batterie energetiche di riserva. Sfortunatamente, non erano
potenti a sufficienza per alimentare il suo piano.
Aggrottando la fronte, Scott richiamò un secondo diagramma, quello della rete
di emissione. Come aveva sperato, era intatto come il resto dell'equipaggiamento
del teletrasporto.
Richiamato un terzo diagramma ancora, quello degli induttori di fase, annuì
soddisfatto. Neppure quel sistema sembrava danneggiato. Finora tutto a posto.
Ma adesso stava per iniziare la parte più difficile del suo lavoro, la parte
di cui non era affatto sicuro. Dopotutto, gli induttori di fase non erano stati
progettati per funzionare con la rete di emissione. Non secondo chi li aveva
fabbricati, appunto.
Però quei tecnici non si erano mai trovati in condizioni disperate come la
sua, abbandonati su un vascello in rovina e senza via di scampo. Trattenne il
respiro, e chiese al computer di bordo di connettere gli induttori alla rete.
Se avesse funzionato, avrebbe avuto una fonte di energia auto rigenerante,
una sorta di energia illimitata che avrebbe mantenuto attivo il teletrasporto a
tempo indeterminato, almeno fino all'arrivo dei soccorsi. Sempre che fossero
arrivati. Altrimenti, tutto quel gran da farsi non sarebbe servito a niente.
Funzionò.
“Maledizione,” imprecò Scott, consumato da un'ondata di sollievo.
“Tutto a posto lassù?” chiese Franklin.
“Tutto a posto,” replicò il signore più anziano. “Tutto a posto, figliolo. E
laggiù?”
“Quasi fatto,” rispose il guardiamarina. “Ecco.” Rotolandosi sulle anche,
Franklin ripose lo strumento all'interno del pannello e richiuse il coperchio
smontato precedentemente da Scott.
La precisione era una cosa importante, e Scott, anche nelle circostanze
attuali, apprezzò la minuziosità di Franklin.
Il guardiamarina si alzò. “E ora?”
Scotty indicò la piattaforma del teletrasporto. “E adesso ci facciamo un bel
viaggetto, figliolo, anche se spero non duri troppo a lungo.”
Franklin non capì. “E dove andiamo?” chiese allibito. “Se i nostri sensori non
possono penetrare la sfera, non potremo mai teletrasportarci al suo interno. E
anche se ci riuscissimo, non sappiamo neppure che cosa c’è la sotto...”
Ma non appena comprese le intenzioni di Scott, il volume della sua voce diminuì
progressivamente fino a divenire un bisbiglio stridulo. “Aspetti un po'.
Con il buffer degli schemi del teletrasporto bloccato in un ciclo diagnostico
infinito non è possibile teletrasportarsi da nessuna parte. I nostri atomi
continueranno a... fluttuarvi dentro. All'infinito.”
Scott annuì. “Proprio così. All'infinito, fino a quando qualcuno non riuscirà
a ricevere il nostro segnale di soccorso e ci tirerà fuori dai sistemi del
teletrasporto.”
Il Guardiamarina scosse la testa, incredulo. “Come diavolo le è saltata in
mente un'idea del genere?”
“Figliolo,” replicò Scott, “Š il mio lavoro. O almeno, lo era una volta.”
Poi indicò la piattaforma e aggiunse, “Vogliamo andare?”
Franklin esitò. “E se non funzionasse?”
Scott si strinse nelle spalle. “Sempre meglio che starsene ad aspettare qui
senza far niente.”
Quella semplice spiegazione sembrò essere sufficiente al giovane guardiamarina
per accettare l'invito di Scott. Si diresse verso la piattaforma, e rimase in
piedi, in attesa.
Ragazzo coraggioso, pensò Scott. Si comporta come me quando ero giovane.
Molto tempo fa.
Il tempo iniziava a scarseggiare. Attivando la consolle principale, Scott
regolò i meccanismi per un ritardo di trenta secondi. Poi si diresse anch'egli
verso la piattaforma e si mise accanto a Franklin.
Attendendo con pazienza, Scott lanciò un'ultima occhiata alle macerie intorno
a lui, alle paratie bruciate, alle scintillanti consolle, ai cadaveri di quei
due ufficiali che non ce l'avevano fatta. Se lui e Franklin ce l'avessero fatta
anche questa volta, allora avrebbero potuto sopravvivere a qualsiasi pericolo.
Franklin si voltò verso di lui. “Ci vediamo dall'altra parte,” riuscì a dire,
sorridendo timidamente.
“Certo, figliolo,” confermò Scott. “Ci vediamo dall'altra parte.”
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CAPITOLO PRIMO
USS Enterprise 1701-D

Settantacinque anni dopo

Al suono del campanello della porta, il Capitano JeanLuc Picard distolse


l'attenzione dal monitor sottostante, sul quale stava leggendo una monografia
sull'accrescimento delle similitudini nelle coppie di stelle binarie, e toccando
il pannello salvò il documento e spense il monitor.
“Avanti,” invitò Picard, attivando vocalmente il meccanismo della porta, che
una volta apertasi rivelò l'ospite atteso da Picard. Il capitano gli fece cenno
di accomodarsi e di sedersi nella poltrona davanti a lui.
“Non si vuol sedere, signor Kane?”
Il Guardiamarina Darrin Kane era un giovanotto dal fisico slanciato e
atletico, capelli rossi, sguardo profondo e sorriso contagioso. Almeno così era
sembrato a Picard in passato. Adesso, il guardiamarina pareva stranamente serio,
quasi depresso.
“Grazie, signore,” rispose Kane, tirando a sé la poltroncina e sedendosi
comodamente.
Il Capitano si appoggiò allo schienale della propria poltrona. “Come sta suo
padre, Guardiamarina?”
Kane sorrise, ma quell'espressione parve insolitamente forzata. “Sta bene,
signore. Ho parlato con lui proprio l'altro giorno, in una comunicazione
subspaziale. Va a cavallo, gioca a golf, fa del canottaggio... non sta mai un
minuto fermo. Mi ha detto che avrebbe dovuto lasciare la Flotta Stellare molto
tempo prima.”
Picard sogghignò. “Certo. Il Ferris Kane che conoscevo non avrebbe mai
rinunciato alla sua poltrona di comando. Ma le persone cambiano, o no? Credo che
anche per me arriverà un giornoin cui preferirò la bella vita a quella che mi
offre la Flotta Stellare.”
In verità, Picard non riusciva a immaginarsi fuori dalla Flotta. Ma non
sarebbe stato educato dirlo a Kane, visto che suo padre aveva deciso di
abbandonare la Flotta Stellare e darsi alla vita di civile.
“Allora,” disse il capitano, “che cosa la porta qui? Perché ha richiesto
questo incontro? Mi è parso di capire che si tratta di qualcosa di piuttosto
urgente.”
Il guardiamarina si morse un labbro. Per un attimo parve esitare. Poi,
improvvisamente, si alzò in piedi.
“Sono spiacente, signore. Non dovrei farle perdere del tempo prezioso con
queste cose. La prego, si dimentichi della mia richiesta, faccia finta che non
sia mai venuto da lei.” Si voltò e si diresse verso la porta.
“Guardiamarina Kane?” lo richiamò Picard, con un tono di voce più severo di
quanto avesse voluto. Ma adesso che la sua curiosità era stata stimolata, non
poteva far finta di niente. Secondo lui i misteri esistevano solo per poter
essere svelati.
Kane si fermò e osservò il capitano. “Signore?”
“Si sieda,” ordinò Picard.
Ancora una volta, il guardiamarina esitò.
“È un ordine, signor Kane.”
Come un animale braccato, Kane si arrese e si sedette impacciato.
“Allora,” disse Picard, “era venuto a vedermi per una ragione. Io non la
forzerò a parlare. Spetta a lei decidere se ne vuole discutere con qualcuno o
meno. Ma io gradirei che me ne parlasse.”
Il guardiamarina sospirò. “D'accordo, signore.” Si irrigidì in volto. “Ha a
che fare con il Comandante Riker.”
Will? Questa sì che era una sorpresa. “Che cosa ha fatto?” chiese il capitano.
Kane si schiarì la gola. “Sembra che... ce l'abbia con me, signore. Non so per
quale motivo, ma è come se nutrisse del rancore nei miei confronti.”
Che strano, pensò Picard. Non aveva mai visto Riker nutrire del rancore verso
qualcuno. “E come si sarebbe manifestato questo... risentimento?”
Il giovane ufficiale sospirò. “Signore, io mi sono diplomato all'Accademia,
come il migliore della classe, e non perché fossi più intelligente degli altri,
ma solo perché volevo quel riconoscimento più di qualsiasi altra cosa,
più di chiunque altro.”
“Sono a conoscenza dei suoi successi all'Accademia,” lo interruppe il
capitano, sperando di poter mantenere quella conversazione su livelli più
dignitosi.
“La prego, signore... mi lasci finire. Quando venni assegnato alla Hornet,
non ho dormito sugli allori. Ho lavorato duramente, più di qualunque altro
cadetto a bordo, e sono certo che il Capitano Peterson potrà confermare quanto
le sto dicendo.”
Ma anche questa informazione non giungeva nuova a Picard. Tuttavia, il
capitano decise di non interromperlo per la seconda volta.
“Quando poi sono stato trasferito sull'Enterprise, per me è stata la
realizzazione di un sogno. Mio padre mi aveva sempre parlato di lei, signore. E
della sua nave. Quando sono arrivato qui ero convinto di aver ricevuto un giusto
premio per il duro lavoro svolto negli anni precedenti. Ma ero conscio altresì
che avrei dovuto continuare a dare il meglio di me stesso, adesso che ero
arrivato là dove tutti sperano di giungere.
Seguì una pausa. “Ma...” disse il capitano.
“Ma non ho ancora avuto la possibilità di mettere alla prova le mie capacità.
Sono pronto a sacrificarmi, sono disposto ad assumermi compiti di
responsabilità, e sono pronto a fare qualunque cosa occorra per diventare un
capitano un giorno. Ma non potrò mai farcela se passo le mie giornate a
controllare il trasporto di merce.”
“Ma controllare il trasporto delle merci fa parte del compito dei
guardiamarina di questa nave,” gli ricordò Picard.
“Me ne rendo conto, signore. E non mi dispiacerebbe farlo, se avessi anche
l'opportunità di misurarmi con altri incarichi. O se venissi trattato come tutti
gli altri. Di tutti i guardiamarina a bordo dell'Enterprise, io sono l'unico che
ancora non ha avuto modo di avvicinarsi alla plancia, fino a ora.
E con tutto il rispetto, signore, la sala tattica non rientrava nella parte
della plancia che avevo in mente.”
Picard annuì. “Ne ha parlato con il Comandante Riker, Guardiamarina?”
“Sì, signore,” replicò Kane. “Più di una volta. E lui mi ha risposto che i
compiti che assegna ai guardiamarina sono di sua sola competenza, e che non ha
intenzione di parlarne.”
“Capisco,” ammise il capitano. Osservò il guardiamarina e percepì la sua
sincerità.
Ma se così fosse stato, allora Riker era reo di aver perpetrato una sorta di
vendetta personale. E quella eventualità non gli sembrava probabile.
Improvvisamente, Kane si alzò di nuovo in piedi. “Non avevo intenzione di
prenderle così tanto tempo, signore,” sottolineò.
“Non si scusi,” gli disse Picard, e imitando il suo ufficiale si alzò in
piedi. “Può essere certo che controllerò la situazione.”
Kane parve soddisfatto. “È tutto ciò che chiedo, signore.”
Nel corso di pochi anni a bordo dell'Enterprise, il Tenente Comandante Data
era riuscito a comprendere certe reazioni umane più di quanto avesse auspicato.
E uno degli umani che era riuscito a capire senza eccessiva difficoltà era stato
il suo ufficiale in comando, il Capitano Picard.
Fin dai primi giorni della sua permanenza a bordo, Data aveva notato che
Picard era solito passare molto tempo nella sua sala tattica. Era una questione
di stile; alcuni capitani preferivano passare la maggior palte del proprio tempo
seduti nella poltrona di comando, altri invece vi si sedevano solo quando la
loro presenza in plancia era strettamente necessaria. Picard rientrava in questa
seconda categoria.
Ma perfino tra coloro che si ritiravano nei propri "santuari" per riflettere e
prendere le decisioni, c'erano delle differenze: alcuni desideravano essere
lasciati da soli il più possibile; altri desideravano essere aggiornati su ogni
minimo cambiamento o contrattempo in tempo reale.
E in questo caso, Picard rientrava nella prima categoria. E Data sapeva che
quello specifico modo di fare non era dovuto a un carattere solitario e
distaccato; Picard, una volta scelti uomini capaci e meritevoli di fiducia,
lasciava loro svolgere il lavoro senza intromettersi più di tanto.
Perciò, non si aspettava di essere interrotto o disturbato senza motivo.
Dopotutto, anche il capitano di una nave aveva un lavoro da svolgere, e parte di
questo, forse la maagior parte - avrebbe detto qualcuno - consisteva nel
controllare la corrispondenza, analizzare i rapporti e amministrare l'aspetto
burocratico dei membri del suo equipaggio.
Sfortunatamente, Data aveva dovuto imparare a rispettare le esigenze di Picard
a suo scapito. Durante il suo primo giorno a bordo dell'Enterprise aveva invaso
la privacy del capitano almeno una mezza dozzina di volte, e in maniera così
soffocante che Picard si era visto costretto a convocare l'androide per chiarire
la situazione.
“Signor Data,” gli aveva detto, con tono di voce severo e vagamente ironico,
“conosce la parola iniziativa?[] Ha intenzione di venirmi a parlare ogni volta
per avere il permesso di respirare?”
La risposta di Data era stata, “Certo che no, signore. La respirazione avviene
involontariamente dal mio programma. Il procedimento non implica alcuna
decisione cosciente. A ogni modo, se lei preferisce che non respiri...”
“Lo decida per conto suo,” lo aveva interrotto il capitano, con tono attento e
ponderato. E dopo aver studiato l'androide per un momento, aveva aggiunto,
“Data, se io volessi prendere ogni decisione per conto mio, e se pensassi che
dovessi farlo, dovrei starmene in plancia ventiquattro ore al giorno. Lei è
stato scelto per coprire la carica di secondo ufficiale perché è stato reputato
in grado di lavorare in questa posizione. Perché io ho fiducia in lei e nel
suo giudizio. Ci siamo intesi?”
Data aveva annuito. “Sì, signore.”
E dal quel momento, l'androide si era promesso di non disturbare più il
capitano a meno che la situazione non necessitasse veramente del suo intervento.
E da quel giorno, il capitano non dovette più avere una parola in privato con
lui.
Perciò, quando Data scoprì qualcosa di inaspettato durante un'analisi
sensoriale di routine, all'inizio preferì non dir nulla al suo capitano. Per
prima cosa, isolò il fenomeno, poi lo registrò, e infine lo analizzò con cura.
Solo allora, quando fu certo che si trattava di ciò che aveva sospettato in un
primo momento, decise di avvertire il suo ufficiale in comando.
Darrin Kane era felicissimo. Andy Sousa non lo aveva mai visto così contento.
“Sapevo che avrei ottenuto qualcosa se avessi parlato al capitano,” rivelò
Kane. “Sapevo che avrebbe fatto abbassare la cresta a quel galletto di Riker.”
Sousa, dal canto suo, esitava a credere che una parola detta al capitano fosse
stata sufficiente al suo collega guardiamarina per ottenere un trattamento
differente. Anche se non lo conosceva bene, Picard non aveva certo la fama di un
uomo che poteva essere conquistato con un discorso ben fatto.
“Ma ne sei proprio sicuro?”
Kane annuì. “Sicurissimo. Il capitano e il mio vecchio sono amici da molto
tempo, e Picard crede che io sia come mio padre, un ufficiale modello. E
quell'arrogante barbuto di un Riker non riuscirebbe mai a fargli cambiare idea
su di me.”
Camminando lungo il corridoio, incrociarono una coppia di donne terrestri,
dirette nella direzione opposta alla loro. Kane lanciò loro un sorriso
ammaliante, che venne subito corrisposto.
Sousa avrebbe voluto avere quella stessa fiducia e determinazione del suo
amico. Ma a differenza di Kane, lui era timido e introverso.
Per questo Sousa era sicuro che Kane sarebbe diventato capitano di una nave
prima del suo trentesimo compleanno.
Invece, lui, chissà se ce l'avrebbe mai fatta.
D'accordo, aveva iniziato bene a bordo dell'Enterprise. I suoi colleghi lo
rispettavano, e si erano perfino congratulati con lui un paio di volte per il
buon lavoro svolto al timone. Ma come Kane era solito ripetergli, i bravi
ragazzi arrivano sempre ultimi, sempre che arrivino.
“Ehi, timoniere. Credo che tu sia arrivato a destinazione.”
“Come?”
Sousa si voltò e vide l'amico che se ne stava in piedi vicino all'ingresso di
un turboascensore. Era così immerso nei propri pensieri che si era dimenticato
di essere arrivato a destinazione.
“Non è qui che volevi venire?” sorrise Kane. “O hai scoperto un passaggio
segreto per arrivare in plancia?”
“Molto divertente,” ribatté Sousa, ironicamente. Rosso in volto per la
vergogna, evitò di contraccambiare lo sguardo di Kane e proseguì per la sua
strada.
“Ci vediamo nella sala ricreativa, timoniere. Se non riesci a trovarmi,
cerca un bel giovanotto sorridente. Quello sarò io,” gli suggerì Kane.
Non appena le porte del turboascensore si aprirono, Sousa si voltò per
guardare l'amico. “D'accordo, ci vediamo nella sala ricreativa.”
Dopo alcuni istanti, Sousa raggiunse la plancia, desiderando di avere la
stessa sfacciataggine di Darrin Kane.
“Capitano Picard?”
Picard stava ancora ponderando la situazione del Guardiamarina Kane quando udì
la voce di Data attraverso gli altoparlanti dell'interfono. “Sì, Data?”
“Signore, forse dovrebbe venire in plancia. C’è qualcosa che merita la sua
attenzione.”
Il capitano annuì. “Arrivo subito.”
Alzandosi, aggirò la scrivania e si diresse verso la porta. Il problema di
Kane avrebbe dovuto aspettare. Il signor Data non lo avrebbe convocato in
plancia se non vi fosse stato un motivo serio.
Non appena le porte della sala tattica si aprirono, notò che anche la porta
del turboascensore si stava aprendo. E mentre Picard si dirigeva verso Data,
dal turboascensore uscirono due persone: il suo primo ufficiale e il
Guardiamarina Sousa, entrambi pronti a entrare in servizio.
Un semplice sguardo al capitano fu sufficiente a Riker per sapere che era
successo qualcosa di inconsueto. “Signore?” chiese retoricamente.
Picard non rispose, limitandosi a chiamare a sé il suo primo ufficiale con un
cenno della testa. Avvicinatisi entrambi alla consolle scientifica, Data alzò
gli occhi e si rivolse ai due ufficiali.
“Cosa succede, Data?” chiese Picard.
“Un'onda radio subspaziale,” replicò prontamente l'androide. Mentre il
capitano e il primo ufficiale si piegavano sullo schermo della consolle, Data
continuò la sua spiegazione. “Ho identificato il segnale. La trasmissione sembra
essere un codice usato dalla Flotta Stellare una ottantina di anni fa.
Codice uno alfa zero. Nave in difficoltà.”
Per forza di abitudine, Riker alzò lo sguardo in direzione della griglia
dell'interfono. Non che fosse necessario, il computer avrebbe filtrato la sua
voce anche se fosse rivolto altrove, “Computer, vi sono navi della Flotta
Stellare andate perse in questo settore?”
La risposta del computer fu rapida e succinta. “Negativo.”[FinePG]
Picard si schiarì la gola prima ancora che il computer avesse terminato la
risposta. “E nei settori adiacenti?”
Sul monitor apparve una lista di navi. Anche in questa circostanza, la
risposta fu quasi immediata. “Nave da trasporto SS Jenolen, NC cinque-seisette,
è stata dichiarata scomparsa in data stellare sette-otto-nove-tre punto uno. La
nave era diretta su Norpin Cinque.”
Riker aggrottò la fronte. “Settantacinque anni fa. Direi che abbiamo trovato
la Jenolen, ma siamo distanti da Norpin Cinque. Devono aver deviato la loro
rotta di un bel po'.”
Picard annuì. “Temo che sia così.”
Si voltò verso Sousa, il quale era seduto alla postazione del timone. Sousa
contraccambiò il suo sguardo, sotto la fol+a chioma di riccioli scuri.
“Guardiamarina, stabilisca le coordinate della fonte del segnale e tracci una
rotta per raggiungerla. Velocità di curvatura otto.”
“Sissignore,” replicò Sousa, mettendosi subito al lavoro.
Riker guardò il capitano. “Curvatura otto?” ripeté a bassa voce, così che solo
Data e Picard potessero udirlo. “Perché andiamo così di fretta?”
Il capitano inarcò un sopracciglio. Il suo primo ufficiale aveva ragione. Se
la Jenolen aveva veramente atteso per settantacinque anni, avrebbe potuto
aspettare qualche ora in più. Non ci potevano essere dei sopravvissuti dopo
tutto quel tempo.
Eppure...
Picard scrollò le spalle. “La chiami intuizione,” aggiunse, e si allontanò.
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CAPITOLO SECONDO

Will Riker tamburellò le dita sul bracciolo della sua poltrona al centro di
comando. Guardò per un momento il volto impassibile di Picard, che se ne stava
ancora in piedi accanto a Data, presso la stazione scientifica posteriore;
cercò, per l'ennesima volta, di stabilire se fosse solo immaginazione, oppure se
veramente, per qualche ragione, il capitano lo stesse evitando.
Per quattro giorni, avevano attraversato le correnti di quella bizzarra realtà
conosciuta come subspazio, dirigendosi a un rendez-vous con ciò che restava
della Jenolen. E per tutto il tempo, Picard non aveva mai incrociato lo sguardo
del suo primo ufficiale.
Per lungo tempo, era stato semplicemente un irritante sospetto. Ora, Riker ne
era quasi certo... a tal punto da sentirsi pronto a sottoporre le proprie
osservazioni all'attenzione del capitano.
No. Disse a se stesso. Se Picard voleva discutere il problema con lui, di
qualunque cosa si trattasse, lo avrebbe fatto nel momento che avesse ritenuto
più opportuno. Ed era suo diritto. Avrebbe fatto ciò che riteneva giusto.
Forse dopo che la Jenolen fosse stata scoperta ed esplorata, Picard avrebbe
scoperto le sue carte. Sì... era proprio così, decise Riker. Stava dedicando
tutta la sua attenzione alla Jenolen. E quando fosse tutto finito, lo avrebbe
preso da parte e gli avrebbe detto ciò che gli passava per la testa.
“Capitano?” Era la voce di Worf.
Voltando le spalle alla consolle scientifica, Picard gli rispose “Sì.
tenente?”
“Ci stiamo avvicinando alle coordinate del segnale di soccorso,” riportò il
Klingon.
Nessuna sorpresa. Avvisava soltanto che erano perfettamente in orario.
Tuttavia, Picard fece un assenso con la testa. Poi si voltò verso Rager e
disse, “Ci porti fuori dalla curvatum, Guardiamarina Rager. Motori fermi.”
Rager, un'esile donna di colore, eseguì. “Sì, signore. Motori fermi.”
Riker si alzò in piedi, stanco di rimanersene seduto. Si innervosiva sempre
quando la nave stava per raggiungere un obiettivo, specialmente uno che era
stato inseguito per così tanto tempo come questo.
Sebbene lo schenmo principale mostrasse soltanto una sterminata e poco
familiare distesa di stelle, egli si sforzò di vedere qualcosa che assomigliasse
anche vagamente a un vascello da trasporto. Ma purtroppo non ebbe successo.
Erano ancora milioni di chilometri lontani dalla fonte del segnale, e loro si
stavano avvicinando a quelle coordinate soltanto a velocità d'impulso.
Aveva appena terminato di rimuginare, quando l'Enterprise venne scossa, come
se una gigantesca mano l'avesse agguantata e la stesse scuotendo come fosse
stata un tamburello. Riker si sorresse allo schienale della sedia di Rager per
evitare di venire catapultato al di là della postazione. Poi, improvvisamente
come erano cominciati, gli scossoni finirono. Ma non c'era nessuna garanzia che
non avessero dovuto ripetere quell'esperienza.
“Allanme giallo,” gridò Riker, la sua voce riecheggiò per tutto il ponte e si
propagò al resto della nave attraverso il sistema dell'interfono.
Allo stesso tempo, si diresse al suo posto al centro di comando. Picard e Data
erano a meno di un passo da lui, e si stavano muovendo verso le loro rispettive
posizioni.
“Rappolto,” disse Picard, come si fu seduto al suo posto.
“Siamo entrati in un enorme campo gravitazionale,” rispose Worf.
Picard si voltò a guardarlo. Non fu il solo. Dopotutto, lo schermo non aveva
individuato nulla che possedesse un campo gravitazionale talmente potente da
attirarli.
“Signor Data?” chiese il capitano nella speranza di maggiori infonmazioni.
L'androide era piegato sopra la postazione delle operazioni, dove aveva
rimpiazzato l'ufficiale che era stato seduto lì fino a quel momento. “Sulle
nostre mappe di navigazione non sono riportate stelle o altri colpi celesti a
queste coordinate.” Fece una pausa. “Tuttavia, i sensori indicano la presenza di
una sorgente gravitazionale estremamente forte nelle vicinanze.” Un'altra pausa.
“Direttamente davanti a noi.”
Non aveva senso, pensò Riker tra sé. A meno che... l'oggetto che generava quel
campo non fosse stato in qualche modo occultato.
Picard doveva aver avuto la stessa idea. “Signor Worf,” disse, “riesce a
localizzare la sorgente del campo gravitazionale?”
Per un momento, il Klingon continuò a lavorare alla sua consolle. Poi alzò
lo sguardo. “Sì, signore.”
Bene, pensò il primo ufficiale. Adesso raggiungeremo qualcosa.
“Sullo schenmo.” ordinò il capitano.
La distesa di stelle sul visore cambiò, mostrando un'altra visuale. E se
qualcuno guardava da vicino, c'era una piccola palla nera nel mezzo.
“Ingrandire,” comandò Picard.
L'immagine si ingrandì più volte, fino a quando la sfera non fu più facilmente
visibile. Dopo l'ultimo ingrandimento, essa apparì rotonda e liscia come una
palla da biliardo, ma a causa della completa oscurità, fu difficile individuare
qualcosa di più.
Riker era perplesso. Non aveva mai visto niente del genere.
“Sensori?” disse alla fine, rompendo l'incantesimo. Avevano bisogno di
maggiori informazioni al più presto possibile. Chi poteva sapere quali ulteriori
sorprese attendevano loro in quel campo gravitazionale?
“Ho difficoltà ad analizzare l'oggetto,” disse Data. “Comunque, sembra avere
un diametro di almeno duecento milioni di chilometri.”
Riker guardò Picard. La sorpresa sul volto del capitano rispecchiava quella
del suo primo ufficiale.
“È grande quasi quanto l'orbita della Terra attorno al sole,” mormorò.
“Vero,” disse Picard. “Perché non l'abbiamo individuata prima?”
Data si girò sulla sedia per guardarlo. “L'enorme massa dell'oggetto causa
un'ingente quantità di interferenze subspaziali gravimetriche. Queste
interferenze potrebbero aver impedito ai nostri sensori di individuare l'oggetto
prima di uscire dalla curvatura.”
Per un attimo, tutti rivolsero l'attenzione allo strano oggetto sullo schermo.
Improvvisamente, il volto di Picard fu attraversato dalla sorpresa. Doveva aver
trovato qualcosa fino a quel momento soltanto immaginata.
“Signor Data.” disse Picard, “potrebbe essere... una Sfera di Dyson?”
Data sembrò ponderare l'informazione. “Non ci sono dati di riferimento,
capitano. Tuttavia, questo oggetto rispetta i paramenti generali della teoria di
Dyson.”
Riker guardò prima l'uno poi l'altro. “Una Sfera di Dyson?” ripeté.
Picard fece un segno di assenso con la testa. “È una teoria molto antica,
Numero Uno. Non sono sorpreso che lei non l'abbia mai sentita nominare.”
Rivolgendosi nuovamente allo schermo visore, osservò ancora una volta la palla
nera. “Un fisico del ventesimo secolo, Freeman Dyson, postulò che un'enorme
sfera concava potesse essere costruita attorno a una stella. Questa avrebbe
avuto il vantaggio di sfruttare tutta l'energia radiante del sole, non soltanto
una piccola frazione di essa. Una popolazione che vivesse sulla superficie
interna della sfera godrebbe quindi di una fonte di energia virtualmente
inesauribile.”
Gli occhi di Riker brillarono. “Sta dicendo che potrebbero esserci delle
persone che vivono al suo interno?” chiese al capitano.
La risposta venne da Data. “Probabilmente un elevato numero di persone,
Comandante. La superficie interna di una sfera di queste dimensioni dovrebbe
equivalere alla superficie di più di duecentocinquanta milioni di pianeti di
classe M.”
Difficile da credere, pensò Riker. Provò a immaginare una civiltà che
prosperava sulla parte interna della sfera. Diavolo, l'orizzonte avrebbe curvato
verso l'alto invece che verso il basso. E...
La sua mente inorridì a quell'immagine. Aveva visto un bel numero di strani
fenomeni durante la sua carriera di primo ufficiale a bordo dell'Ellterprise,
ma nessuno di questi lo aveva preparato a una cosa come quella.
Worf cominciò a parlare dalla sua posizione dietro la consolle tattica,
“Signore... Ho localizzato il segnale di soccorso. Proviene da un punto
sull'emisfero nord.”
Assorbendo l'informazione, Picard si voltò verso il guardiamarina al timone.
“Guardiamarina Rager, ci porti in orbita sincrona al di sopra di quella
posizione.”
“Sì, signore,” rispose la donna, mentre le sue dita si muovevano velocemente
sui controlli.
Dovevano ancora trovare una risposta ai settantacinque anni di quel segnale di
soccorso, pensò Riker. Ma il loro interesse verso la Jenolen scompariva, se
comparato a quello nei confronti della sfera. Gradualmente si portarono sempre
più vicini.
In poco tempo, l'oggetto mostruoso apparve come un muro gigantesco nello
spazio, che si ergeva in tutte le direzioni a vista d'occhio. Mentre prima la
sfera era apparsa perfettamente liscia, adesso era possibile discernere
intricate strutture sulla superficie, strutture che suggerivano supporti per le
costruzioni. Ma erano ancora troppo lontani per distinguere qualcosa in maniera
precisa.
Tutti gli sguardi erano rivolti al visore principale. Quello che vedevano era
così immenso, così unico che non persero nemmeno un particolare.
Alla fine, raggiunsero l'orbita sincrona che Picard aveva desiderato.
“Stiamo mantenendo la posizione a trentamila chilometri dalla superficie,”
annunciò Sousa.
“Il segnale di soccorso proviene da una nave della Federazione che si è
schiantata sulla superficie della sfera,” disse Data. Dopo un momento, confermò
ciò che tutti avevano già sospettato. “È la nave da trasporto Jenolen,
Capitano.”
“Segni di vita?” chiese Riker.
“I sensori non rilevano nulla,” rispose l'androide. “Tuttavia, ci sono diverse
emanazioni di energia di piccola entità... E il sistema di supporto vitale
funziona a livello minimo.”
Riker notò che Picard lo stava osservando. Ricambiò l'occhiata e fece un segno
di assenso con la testa.
“Plancia a sala macchine,” annunciò il primo ufficiale.
“Geordi ci raggiunga in sala teletrasporto tre.” Poi, girandosi verso il
capo della sicurezza Klingon, disse, “Signor Worf, lei venga con me.”
Mentre un altro membro dell'equipaggio prendeva posizione alla consolle
tattica, Worf seguì Riker dentro il turboascensore. Le porte si erano appena
chiuse, quando il Klingon grugnì.
“Lo so,” disse Riker. “Avrebbe preferito analizzare l'interno di quella sfera,
piuttosto che l'interno di un vascello da trasporto relitto.” Guardò in alto
verso il soffitto luminoso e ammiccò. “Non gliene faccio una colpa.
L'avrei preferito anch'io.”
Non appena Geordi si fu materializzato sulla Jenolen, al fianco di Riker e
Worf, cominciò subito ad analizzare la zona circostante. Prima di raggiungere i
suoi colleghi nella sala teletrasporto, si era soffermato per un momento ad
analizzare la planimetria della nave con il Capo O'Brien, per assicurarsi che
non si sarebbero teletrasportati all'interno di una paratia. Così, non fu
sorpreso della grandezza e della configurazione del centro operazioni.
Tuttavia, né il primo ufficiale, né il capo della sicurezza si aspettarono
quella vista. “Che macello,” commentò Worf.
Riker annuì, “Sì, e sembra che abbiano fatto di tutto a parte preparare la
cena.”
“Forse, hanno fatto anche quello,” sottolineò Geordi.
Ognuno di loro estrasse il proprio tricorder. “Forza,” disse il primo
ufficiale. “Diamo un'occhiata intorno.”
Le luci erano basse, e sembrava che nessuno strumento stesse funzionando, ma
questo non rappresentò un problema per Geordi, il quale, grazie al suo VISORE,
riusciva a "vedere" bene sia alla luce che nel buio.
Guardandosi attorno, fece alcune riflessioni mentali.
Una o due consolle erano danneggiate o erano bruciate, c'erano montagne di
ceneri sul pavimento e in molti angoli la paratia era dilaniata. “Questa nave ha
veramente affrontato l'impossibile, anche prima di andarsi a schiantare.
Guardate cosa è accaduto.”
Annusando l'aria, Riker aggrottò le sopracciglia. “L'aria è piuttosto
stantia,” osservò.
Geordi consultò il proprio tricorder. “Il supporto vitale funziona a
malapena.”
Voltandosi verso Worf, il primo ufficiale disse, “Veda se riesce ad aumentare
il livello di ossigeno, Tenente.”
Annuendo, Worf si diresse verso una consolle. Nel frattempo, le analisi del
tricorder condussero Geordi alla postazione del teletrasporto. Non che si fosse
aspettato di trovare qualcosa di interessante lì, ma doveva analizzare ogni
angolo.
Un momento più tardi, fu felice di averlo fatto. “Comandante,” disse
l'ingegnere capo, mentre il suo cuore batteva velocemente per quanto aveva
appena scoperto.
Riker si mosse verso di lui, per vedere cosa avesse trovato. “Che c'Š,
Geordi?”
“Il teletrasporto è ancora operativo,” rispose La Forge.
“Attinge energia dal sistema ausiliario.”
Riker si piegò sui controlli del teletrasporto per fare un controllo lui
stesso. “Che strano,” mormorò. “La subroutine di rimaterializzazione è stata
disabilitata.”
“E non è tutto,” aggiunse Geordi. “Gli induttori di fase ausiliari sono stati
connessi alla rete di emettitori. Il circuito di annullamento è completamente
andato e il buffer degli schemi è stato bloccato in un continuo ciclo
diagnostico.”
Riker scosse la testa. “Non ha senso. Bloccare l'unità in modo diagnostico
provoca solo l'emissione di materia inerte nel buffer degli schemi. Chi mai
vorrebbe...?”
All'improvviso Geordi vide qualcosa sulla consolle, qualcosa che non aveva
notato prima. “Maledizione,” mormorò. “C’è ancora uno schema nel buffer!”
Se il suo battito era aumentato prima, adesso stava andava velocissimo.
Riker osservò le letture. “Ha ragione,” concluse. “È completamente intatto.”
Il primo ufficiale lo guardò, sbalordito. “C’è un decadimento del segnale
inferiore a zero virgola zero zero tre per cento. Com’è possibile?”
“Non lo so,” disse Geordi, mentre il suo cervello continuava a elaborare.
“Non ho mai visto un teletrasporto modificato in questa maniera.” Si voltò
un'altra volta verso il monitor, conscio che Riker stava facendo la stessa cosa.
“Qualcuno potrebbe sopravvivere nel buffer del teletrasporto per
settantacinque anni?” chiese il primo ufficiale.
Geordi si morse un labbro. Com'era possibile... Non era mai stato tentato...
Non che lui sapesse. Ma...
“So come scoprirlo,” disse.
Riker lo fissò. “Vuoi dire, tirarlo fuori o per lo meno provare a farlo?”
Inarcò un sopracciglio. “Ammettendo ovviamente che ci sia qualcuno intrappolato
qui dentro.”
Geordi annuì. “Già. Questo è proprio quello che voglio dire.”
Riker rifletté per un secondo. “Va bene,” disse. “Proviamoci.”
Ma non sarebbe stato facile. Una cosa era operare su una consolle del
ventiquattresimo secolo, provvista di settaggi automatici e di sofisticati
sistemi ausiliari, un'altra cercare di recuperare un vecchio segnale da un ciclo
energetico di fortuna, usando una tecnologia ormai obsoleta.
Per esempio, non aveva osato disconnettere gli induttori di fase dalla rete di
emettitori. Sebbene a quel punto poteva attingere energia dalle batterie
ausiliare, questo cambiamento avrebbe lasciato il buffer degli schemi senza
potenza per una frazione di secondo, e ciò avrebbe permesso al segnale di
degenerare.
No, avrebbe dovuto mantenere la connessione attiva, e bypassare i circuiti
fusi che avevano trasformato la funzione diagnostica in un ciclo continuo. A
quel punto, sarebbe bastato riattivare la subroutine di rimaterializzazione e...
se fosse stato fortunato... presto.... anche un viaggiatore del teletrasporto
molto stanco.
Molto prudentemente, Geordi proseguì con il suo piano. La prima parte filò
liscia come l'olio. La seconda parte, invece, non andò molto bene.
“Qual è il problema?” chiese Riker, notando l'espressione preoccupata sul
volto dell'ingegnere.
Geordi scosse la testa. “La subroutine che controlla la rimaterializzazione.
Non sembra voler riattivarsi.”
Il primo ufficiale grugnì. “Non ci provi.”
“Non lo farò.” concordò Geordi. Questa volta, prese una strada diversa e
cominciò a sorridere.
“Ce l'ha fatta?” chiese Riker.
“Sì, ci sono.”
C'era una sola cosa da fare ora, pensò Geordi.
Attivò il controllo finale e guardò verso l'esile piattaforma del
teletrasporto.
Nell'attimo che seguì, osservò l'inizio dell'effetto di un teletrasporto di
vecchio stampo, meno stabile e spettacolare di quello a cui era abituato.
Intimamente, spronò l'unità.
Avatlti, maledizione. Funziona una volta ancora. Sputa fuori questa persona.
Alla fine, una figura apparve. Oscillò nel raggio, aumentando di densità
molto lentamente, fino a quando Geordi non fu completamente sicuro che si fosse
completamente rimaterializzata. Poi, con un ultimo impulso energetico,
l'ombra divenne un uomo.
“Mio Dio,” disse Riker. “Ce l'ha fatta.”
Sì, proprio così. Davanti a loro se ne stava in piedi un abitante vivo e
vegeto del ventitreesimo secolo. E, a eccezione del braccio che portava fasciato
al collo, non mostrava segni di stanchezza o sofferenza.
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CAPITOLO TERZO

Per un momento o due, Scott fu scosso da una sensazione di vertigine. Non


sapeva chi fosse né dove si trovasse. Il suo braccio era fasciato, sebbene non
si ricordasse il perché. Poi, cominciò a riprendersi, e tutto gli tornò alla
memoria.
Si trovava sulla Jenolen, nel centro operazioni. Erano precipitati. Soltanto
lui e il Guardiamarina Franklin erano sopravvissuti. E a causa della mancanza di
scorte che si erano trovati ad affrontare, la loro unica speranza era stata...
Si guardò intorno. C'erano due uomini in piedi davanti alla piattaforma del
teletrasporto, che lo stavano guardando. A dire il vero lo stavano fissando.
Uno di loro, il più basso, aveva una strana banda metallica sugli occhi.
Entrambi indossavano uniformi che lui non aveva mai visto prima. Ma erano
sicuramente umani e nessuno di loro sembrava avere un atteggiamento minaccioso
nei suoi confronti.
E dopo tutto lo avevano tirato fuori dal ciclo del teletrasporto. Così, che
male potevano fargli?
Il ciclo del teletrasporto, pensò. Franklin. Dov'era Franklin?
Scuotendosi da quel torpore, Scott scese dalla piattaforma e si diresse
spedito alla consolle del teletrasporto. Passando accanto ai suoi salvatori,
li ringraziò con un cenno del capo.
“Grazie, amici,” disse.
Apparentemente affascinati da lui, si spostarono da parte permettendogli di
procedere. Non appena Scott ebbe raggiunto la postazione, cominciò ad analizzare
i monitor e a verificarne le letture...
“Dobbiamo tirar fuori anche Franklin,” disse, più a se stesso che ai due
spettatori.
“C’è lo schema di qualcun altro nel buft`er?” chiese l'uomo con la banda
metallica. C'era un tono di sincero stupore nella sua voce.
“Sì,” disse Scott in maniera assente. “Matt Franklin e io eravamo là dentro
insieme.”
Quasi fatta, disse a se stesso, ancora un paio di livelli da esaminare.
Qui.. . E qui... F poi lui.. .
Un momento. Scott osservò l'ultimo monitor, quello relativo agli induttori.
Non gli piaceva. Non gli piaceva quel piccolo bit.
“Qualcosa non va,” disse ad alta voce; una nota di panico echeggiò nel tono
della sua voce. “Uno degli induttori si è guastato...” Voltandosi verso l'uomo
con la banda, abbaiò, “Aumenti il guadagno sul flusso di materia.”
L'uomo annuì, apparentemente non ostacolato da quella cosa sulla faccia.
Dirigendosi a una consolle vicina, procedette alle istruzioni di Scott.
“Avanti Franklin,” mormorò, mentre cercava di ripescare maggiori informazioni.
Fino a quando il segnale dello schema dell'amico fosse rimasto inalterato,
avrebbe potuto bypassare l'induttore guasto e riportarlo indietro per mezzo di
uno funzionante. “Non arrenderti, Matt. Lo so che sei là dentro. Posso sentire i
tuoi elettroni vibrare...”
La bocca di Scott era così secca che poteva a malapena inghiottire. Continuò
a operare furiosamente agli strumenti, sicuro che avrebbe compiuto, ancora una
volta, un altro miracolo. Dopo tutto aveva salvato la pelle a Jim Kirk in
situazioni ben più complicate di quella.
Cosa c'era di differente questa volta?
E poi lo vide, lampeggiante su uno schermo, in un grafico talmente luminoso
che i suoi occhi vennero offuscati. Il profilo del segnale di Franklin.
No, pensò. Oh Dio, no.
Per qualche tempo, non sapeva esattamente quanto, rimase di sasso. Quando alla
fine sollevò gli occhi dal grafico, questi erano pieni di dolore.
I due che lo avevano tirato fuori erano lì, in piedi, senza dire una parola.
Dopo tutto, loro non avevano conosciuto Matt Franklin. Solo lui lo conosceva.
Tuttavia, gli sembrò che qualcuno avesse dovuto pur dire qualcosa. E poiché
lui era stato il suo unico amico...
“Non c’è verso. Il segnale del suo schema è decaduto del cinquantatré per
cento,” sussurrò Scott, incapace di parlare a voce più alta. “È andato.”
Nonostante la poca forza con cui erano state pronunciate, le ultime due parole
sembrarono echeggiare per tutto il centro operazioni. L'uomo che portava la
banda sugli occhi aggrottò le sopracciglia e rivolse lo sguardo altrove.
“Mi dispiace,” disse l'altro, quello più alto. Aveva l'aspetto di un ufficiale
che avesse perso lui stesso degli uomini. Sembrava sapere cosa si provava.
Con stanchezza, Scott si passò le mani sulla faccia. “Anche a me,” disse.
“Era un bravo ragazzo. Coraggioso. Difficile essere migliori di lui.”
Dopo un attimo, l'uomo più alto si avvicinò. “Sono il comandante William
Riker,” disse. “Primo ufficiale della nave stellare Enterprise.”
A quelle parole, Scott sentì qualcosa sorgere in lui. Una gioia che per
qualche secondo gli fece dimenticare il suo dolore.
“L'Enterprise, eh? Dovevo immaginarlo, figliolo. Scommetto che è stato Kirk
in persona a tirare fuori la vecchia signora dall'hangar per venirmi a cercare.”
Prese la mano di Riker e la strinse con veemenza, domandandosi da quando la
Flotta Stellare aveva cominciato a equipaggiare i suoi ufficiali con uniformi
tanto attillate. Non c'era neanche lo spazio per respirare.
“Capitano Montgomery Scott. Da quanto tempo sono disperso?”
Riker guardò il suo compagno. L'uomo con la banda si strinse appena nelle
spalle.
“Be',” disse il primo ufficiale, “Potrebbe essere uno shock per lei, signore,
ma sono passati quasi...”
“Signore?”
La parola era stata pronunciata da una voce profonda. Molto profonda.
Scott, come gli altri si girò in risposta... e si trovò a fissare un massiccio
Klingon selvaggio, di quella stessa specie che decine di volte aveva cercato di
ucciderlo durante le sue missioni sotto il comando di Jim Kirk.
Un Klingon... Che non li stava attaccando, che non stava nemmeno sputando
rabbia contro di loro. Se ne stava semplicemente in piedi, come se niente fosse.
È impossibile a credersi, quel sanguinario barbaro indossava lo stesso tipo di
uniforme del Comandante Riker. Significava forse... avrebbe potuto significare
che...?
Ma come poteva essere? Una cosa era firmare un trattato con quei barbari...
Ma quello! Scott si sentì disorientato.
Contrariamente all'umano, il Klingon rimase impassibile. Girandosi verso il
primo ufficiale, disse. “Ho riparato il supporto vitale. Il livello di ossigeno
tornerà nolmale in breve tempo.” Poi, notando infine l'intensità con cui Scott
lo stava osservando, Worf ricambiò lo sguardo.
“Capitano Scott?”
Si voltò e vide che Riker lo stava guardando. L'uomo sembrava aver capito.
“Questi è il Tenente Worf,” gli disse Riker.
“Tenente?” mormorò Scott. Aveva sperato che ci fosse stata un'altra
spiegazione.
Worf strinse gli occhi appena. “Sì, Tenente.”
Scott continuò a fissarlo, fintanto che Riker non lo raggiunse. Gentilmente,
il primo ufficiale disse. “Capitano Scott... Ci sono delle cose di cui dovremmo
discutere.”
Scott si voltò verso di lui, ed ebbe l'impressione di dover controllare un
deltaplano sotto un forte vento di tramontana. “Sì, figliolo. Forse parecchie
cose.”
Riker e Worf impiegarono alcuni minuti per aggiornarlo della verità. E a Scott
ci volle altrettanto, e forse anche qualcosa in più, per accettare quella realtà
così sconcertante.
Mio Dio, pensò Scott. Settantacinque anni. Settantacinque anni...
Il capo del teletrasporto, Miles O'Brien, era quasi sicuro di non aver capito
bene. “Vuole ripeterlo, Comandante?”
“Quattro da teletrasportare,” gli confermò Riker.
O'Brien scrollò le spalle. Si trattava forse di una sorta di macabro gioco?
Quel vascello da trasporto si era schiantato settantacinque anni prima.
Attivato il raggio, lo orientò sui segnali del comunicatore della squadra di
ricognizione, fiducioso che avessero posto il loro "misterioso ospite" al
centro del gruppo. Poi, consapevole di averli agganciati, attivò la rete di
emissione.
Un momento dopo, il gruppo prese forma sulla piattaforma di fronte a lui. Ed
effettivamente apparvero quattro persone, Riker, Worf, Geordi e un uomo più
anziano, con i capelli grigi e baffi più scuri. Solo quando i tre ufficiali
cominciarono a scendere dalla piattaforma O'Brien notò che l'uomo aveva un
braccio legato al collo.
Ma chi era? E che diavolo stava facendo sulla Jerlolen?
Va bene, pensò O'Brien. Avrebbe sicuramente scoperto molto presto chi fosse
quell'uomo misterioso. Dopotutto, le notizie viaggiavano velocemente
sull'Enterprise.
Quando qualcuno veniva teletrasportato a bordo di una nave come l'Enterprise,
era uso che scendesse dalla piattaforma non appena si fosse materializzato.
Semplicemente, non c'era alcun motivo di indugiare là sopra.
Così, quando Geordi vide la familiare figura di Miles O'Brien dietro la
consolle di controllo, si diresse immediatamente verso l'uscita. Soltanto quando
si trovò a metà della stanza realizzò che avevano lasciato indietro il
loro nuovo amico, il capitano Scott.
L'uomo, nonostante la sua età avanzata, sembrava come un bambino in un nuovo e
impensabile negozio di dolciumi, affascinato da tutto ciò che osservasse
intorno. Dopo un momento o due, la sua attenzione venne rapita dagli elementi
del teletrasporto posti sopra la sua testa.
Riker e Worf non si erano accorti che Scott non fosse con loro. Erano a mezza
strada dalla porta, quando Riker cominciò a dire, “Molto probabilmente dovremmo
accompagnarla in infermeria. La dottoressa Crusher sarà in grado di...”
All'improvviso si arrestò e si voltò. Scott stava indicando qualcosa. Sembrava
stesse contando. Gli occhi di Riker incontrarono lo sguardo di Geordi.
L'uomo di colore si strinse nelle spalle.
“Avete cambiato la rete dei risonatori”, disse Scott, con un tono di voce che
si poteva appena udire. Non si era rivolto a nessuno in particolare, aveva
semplicemente pensato ad alta voce. “Soltanto tre invertitori di fase.”
Geordi notò che il primo ufficiale si era voltato verso di lui. Riker stava
sorridendo. “Signor La Forge, credo che il nostro ospite avrà molte domande
tecniche.”
Geordi annuì. “Non si preoccupi,” disse. “Me ne occupo io, signore.”
Guardando Scott un'ultima volta, Riker fece un segno a Worf di seguirlo. I due
ufficiali lasciarono la sala del teletrasporto. Nel contempo, Scott era sceso e
stava analizzando il banco dei chip ottici, posto in una paratia.
“Capitano Scott...?” azzardò Geordi.
All'improvviso il vecchio uomo, i cui occhi erano sempre fissati sul
macchinario davanti a lui, rivolse un'occhiata di completo stupore. “Per
tutti...
Che ne avete fatto degli alimentatori duotronici?”
“Sono stati sostituiti con chip isolineari, circa quaranta anni fa,” spiegò
Geordi, cercando di risultare il meno offensivo possibile.
Scott lo guardò. “Chip isolineari?”
L'uomo più giovane annuì.

“Quaranta anni fa, ha detto?”


Annuì ancora, “Sì, giusto. È molto più efficiente ades[manca]
Scott fischiò. “Sì, ne sono sicuro.”
Indicando l'uscita, Geordi disse, “Andiamo?”
Ancora un po' stupefatto, Scott replicò, “Sicuro. Perché no?”
Nel momento in cui passarono accanto alla consolle del teletrasporto,
O'Brien alzò un pollice nella direzione del nuovo arrivato e inarcò un
sopracciglio con fare interrogativo. Ma Geordi si limitò a sorridere.
Non si poteva spiegare la situazione di Scott con due parole. Forse più
tardi, dopo che l'unico superstite della Jenolen fosse stato curato e si fosse
riposato.
Un attimo dopo si trovavano nel corridoio, in direzione del turboascensore più
vicino. Anche qui, gli occhi di Scott continuarono ad analizzare tutto ciò
che lo circondava. Era consumato dalla curiosità, molto più di quanto lo sarebbe
stato Geordi se si fosse ritrovato all'improvviso sull'Enterprise del
venticinquesimo secolo.
“Stava dicendo,” si intromise l'uomo più giovane. “Che vi stavate dirigendo
alla colonia Norpin Cinque quando i motori a curvatura si sono guastati.”
“Esatto,” confermò Scott. “Abbiamo avuto un sovraccarico in uno dei condotti
di trasferimento del plasma e quindi il capitano è uscito dalla curvatura...
Abbiamo registrato delle interferenze gravimetriche e poi, eccola là, quella
cosa enorme...” Indicando una porzione che sporgeva dalla paratia, chiese,
“Quello è un condotto d'interfase?”
Geordi annuì. “Già. Uh, intende dire la sfera di Dyson, giusto?”
“Sì. Affascinante...Una vera Sfera di Dyson. Riesce a immaginare l'abilità
ingegneristica necessaria anche solo a progettare una tale struttura?”
Ma la sua attenzione non era rivolta alle sue memorie sulla sfera. Era intento
a osservare un pannello, posto un paio di metri sopra la sua testa.
All'improvviso, ci si avvicinò e lo tirò fuori dalla paratia in cui era
posizionato.
Geordi era un po' costernato, non sapendo se Scott sapesse quello che stava
facendo. Ma per non risultare scortese, non fece nulla per fermarlo.
“Trasferimento di energia allo stato liquido. Nessuna linea di potenza.
Sembra un condotto ottico di dati.”
“Uh, faccia attenzione,” lo avvertì Geordi. “Non è un condotto di dati. È
una spina di potenza EPS.”
Togliendo gentilmente il pannello dalle mani di Scott, lo rimise al suo posto
nel muro. “Mi dica qualcosa di più della sfera di Dyson. Cosa successe quando vi
avvicinaste la prima volta?”
Scott scrollò le spalle. Davanti a loro, potevano vedere il turboascensore.
“Abbiamo cominciato con un rilevamento standard della superficie, ovviamente.
Stavamo per completare il sondaggio orbitale iniziale quando le bobine di
energia di poppa sono esplose all'improvviso. Abbiamo cercato di compensare con
i relŠ interni, ma non c'era abbastanza tempo. La nave è stata catturata dal
campo gravitazionale della sfera... ed è precipitata. Siamo caduti come una pera
marcia.”
Geordi fischiò appena. “È un miracolo che la struttura esterna della nave sia
rimasta indenne dopo un impatto di quel tipo.”
Scott si rannuvolò. “Sì, per un pelo. Franklin e io siamo stati gli unici
sopravvissuti al disastro.”
Geordi sospirò, cercando di immaginare cosa avesse provato quell'uomo dopo
aver realizzato di essere ancora vivo, mentre molti altri erano morti.
Deglutendo, fece un'altra domanda. “Come diavolo ha fatto a pensare di usare
il buffer degli schemi del teletrasporto per sopravvivere?”
Scott scosse la testa. “Lei sa come si dice: di necessità, virtù. Non avevamo
abbastanza scorte per aspettare i soccorsi... quindi ho dovuto pensare a
qualcosa.”
“Sì, ma bloccarlo in un ciclo diagnostico per non far decadere gli schemi...
e connetterlo a incrocio con gli induttori di fase per fornirgli una sorgente di
energia continua.. .” Geordi non fu in grado di mascherare la sua ammirazione
anche se lo avesse voluto. “È brillante.”
Scott lo guardò. “Beh, mi dispiace, ma è stato brillante solo al cinquanta per
cento, ragazzo. Franklin si meritava di più.”
Accorgendosi della tristezza dell'uomo, Geordi cambiò argomento, cercando
qualcosa che avrebbe interessato Scott.
“Credo che le piacerà il ventiquattresimo secolo, Capitano Scott. Abbiamo
fatto dei progressi davvero incredibili in questi ultimi cinquanta anni.”
Funzionò. Scott sembrò riprendersi un po', quando entrarono nel
turboascensore. Guardando attorno il compartimento, fece un cenno di
approvazione con la testa.
“Sì, da quello che posso vedere qui, avete una nave eccellente, signor La
Forge. Una vera bellezza. Devo ammettere di esserne un po' sopraffatto.”
Geordi sbuffò. “Aspetti di vedere il ponte ologrammi!”
Come le porte si chiusero, Scott lo guardò sorpreso e incuriosito. “Il ponte
ologrammi?” domandò.
[errore a 74-75]
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CAPITOLO QUARTO

“Allora, cosa ne pensa, ragazza?” chiese Scott.


Beverly Crusher, ufficiale medico capo della nave stellare Enterprise,
guardò il suo paziente e scosse la testa.
“Lei è un tesoro, Capitano Scott. Una vera scoperta. L'unica persona che abbia
trascorso settantacinque anni sospeso in un teletrasporto e in grado di
raccontarlo. Ora, resti immobile, d'accordo?”
Seduto sul lettino dell'infenmeria, Scott sussultò quando la dottoressa
esaminò il suo braccio ferito. “È facile per lei dirlo,” le disse. “Il suo
braccio non è rimasto rotto per settantacinque anni. Ohi!”
Sonridendo a quella battuta, Crusher prese il suo tricorder e lo passò sopra
il braccio di Scott, proprio nel momento in cui Geordi entrava in infermeria.
Alzò la testa il tempo necessario per rivolgergli un sonriso e tornò subito alle
sue cure.
“Salve, dottoressa,” salutò il capo ingegnere. “Capitano Scott. Vede, glielo
avevo detto che sarei tornato subito.”
“È vero,” confermò Scott.
La dottoressa consultò le letture. “Ha una minuscola frattura all'omero,”
disse. Interrompendo la sua analisi, aggiunse, “Le farà male per un paio di
giorni, ma andrà a posto.”
“Grazie,” rispose Scott, sorridendole grato. Ai suoi tempi, concluse Beverly,
doveva essere stato un dongiovanni. Anche adesso aveva una luce disanmante nello
sguardo, quel genere di luce che avrebbe fatto girare la testa a una donna se
non fosse stata attenta.
E proprio a conferma dei suoi sospetti, Scott si girò verso Geordi e affermò,
“Beh, dirò questo della vostra Enterprise: i dottori sono proprio un bel
panorama, migliore di quello a cui ero abituato io.”
Quel complimento fu un po' troppo esplicito per i gusti della donna, tuttavia
non poté fare a meno di sorridere. “L'adulazione non la porterà lontano,”
mentì, riponendo il tricorder in una tasca.
“Se ho agito impropriamente, le porgo le mie scuse,” disse Scott,
improvvisamente più calmo. “Ma non posso trattenermi. Una bella donna scioglie
la mia lingua ancora più di un'intera cassa di brandy Sauriano.”
Non aveva agito impropriamente, realizzò la dottoressa. Anzi, Scott si era
confessato.
Prima che lei potesse replicare, tuttavia, le porte dell'infenmeria si
aprirono per far entrare un nuovo visitatore. Questa volta si trattava dell'uomo
al comando dell'Enterprise.
“Capitano Scott,” disse Geordi con il suo consueto tono rispettoso, “questi è
il Capitano Picard.”
Picard attraversò la stanza, e, con un ampio sorriso, allungò la mano al
nuovo arrivato. “Jean-Luc Picard, Capitano Scott. Benvenuto a bordo.”
Scott strinse caldamente la mano del capitano. “Grazie, signore. Di tutte le
navi che potevano trovanmi, sono contento che sia stata la sua. Ma, se non le
dispiace, mi chiami Scotty.”
Picard annuì. “Molto bene. Come si sente... Scotty?”
Scott guardò Crusher. “Non lo so. Come mi sento, dottoressa?”
Beverly sospirò, fingendo di essere pensierosa. “Bene,” disse. “A parte un
paio di ammaccature e un braccio leggermente dolorante, direi che si sente bene
per avere centoquarantasette anni.”
Scott osservò Picard con fare sbarazzino. “Che ne dite? E non mi sento più
vecchio di centoventi!”
Picard sorrise a Scott educatamente. Tuttavia, non si unì a lui in quel
gioco. Conoscendolo da molto tempo, Crusher sapeva che quello non era lo stile
del capitano.
“Devo dire,” commentò Picard, “che sono rimasto molto sorpreso quando il
Comandante Riker mi ha informato che era a bordo della Jenolen. I nostri archivi
non la elencavano tra i membri dell'equipaggio.”
Scott gli rivolse un sorriso un po' sbiadito. “Beh, in realtà non ero un
membro dell'equipaggio, signore. A dire la verità, ero solo... un passeggero.”
Sussultò ancora, proprio come quando Crusher aveva toccato il doloroso livido
sul braccio. “Mi stavo dirigendo a Nolpin Cinque, vede, per ritirarmi e godermi
la... pensione.”
Pronunciò quell'ultima parola come se avesse ingoiato qualcosa di molto amaro.
E forse lo aveva fatto, ipotizzò Beverly. Ovviamente, quell'uomo pensava
all'idea della pensione con imbarazzo totale.
“Capisco,” ribadì il capitano. “Bene. Mi farebbe molto piacere avere
l'opportunità di sentirla raccontare della sua carriera. La storia è uno dei
miei hobby... e sono sicuro che avrà molte cose affascinanti da dirci riguardo
agli eventi dei suoi tempi.”
“Non so se potrebbero dirsi esattamente affascinanti,” replicò Scott,
sorridendo a entrambi. “Ma sarò molto contento di rispondere alle sue domande.”
“Bene,” disse Picard. “Non vedo l'ora. Purtroppo, devo tornare in plancia,
ora.”
“Già, lo so,” continuò Scott. “Il dovere la chiama. Sono stato chiamato
anch'io sul ponte qualche volta, sa?”
Stava cercando di imporsi, pensò Crusher. Ricordando loro che anche lui era
stato importante.
“Sì, la capisco,” lo rassicurò il capitano. Girandosi verso Geordi, disse in
un tono piuttosto casuale, “Comandante, bisogna cominciare un'analisi
spettrografica completa della Sfera di Dyson.”
Geordi annuì. “Mi ci metto subito, signore.”
Alla fine, Picard riportò la sua attenzione sul paziente di Crusher. “Ancora,
benvenuto a bordo, signor Scott.” E con questo, si allontanò da loro.
Un momento più tardi, Geordi si rivolse a Scott. “Ha sentito il capitano.
Devo tornare in sala macchine per cominciare l'analisi.”
La faccia di Scott si illuminò a quella parola. “Sala Macchine, ragazzo?
Pensavo non me l'avrebbe più chiesto!”
E prima che la dottoressa avesse potuto fermarlo, era sceso dal lettino per
seguire Geordi. Tuttavia, Crusher non poteva permettergli di andarsene in giro
per la nave, non dopo quello che aveva passato. Ciò nonostante, anche se le sue
condizioni di salute erano abbastanza buone, non avrebbe potuto dire che tipo di
effetti a quel tipo di esperienza poteva apportare al corpo umano.
“Aspetti un attimo,” disse, ponendo una mano sulla spalla dell'uomo. “Dove
pensa di andare?”
Scott la guardò perplesso. “Che c'Š? Ha finito i suoi test, non è vero,
signora?”
“Vero,” concesse la dottoressa. “Ma lei ha subito un tremendo shock, e non
voglio che si sforzi troppo. La prima cosa di cui ha bisogno è un po' di
riposo.”
Scott sembrò sul punto di protestare, quando intervenne Geordi. “Comunque sia,
siamo piuttosto occupati, Capitano Scott. Ma sarò felice di farle fare un giro
della sala macchine più tardi, non appena la dottoressa glielo permetterà.”
Scott guardò prima l'uno poi l'altra. Osservando che entrambi erano
determinati, emise un sospiro. “Sì,” disse, con tono di risentimento che non
poté
essere mascherato neanche dal tentativo di sorriso. “Quando il dottore darà
l'okay.”
“Bene,” concluse Geordi. “Ci vediamo, allora.”
Mentre lo osservavano uscire dall'infermeria, Beverly si voltò verso Scott.
“Ho chiesto a un guardiamarina di accompagnarla al suo alloggio,” disse.
“Come vuole lei,” le rispose. Era chiaro che fosse contrariato.
Ma Crusher non aveva intenzione di scendere a quel livello. Se tutto fosse
andato bene, Scott avrebbe avuto molto tempo per visitare la sala macchine e
tutto ciò che avesse desiderato.
Nel frattempo, il Guardiamarina Kane si aspettava che il Comandante Riker lo
trattasse un po' meglio. Ma non era stato così. Kane era ancora relegato ai
compiti di carico, compiti che, nonostante il suo bel dire, potevano essere
eseguiti da qualunque guardiamarina, anche da quello meno esperto.
Kane odiava ammettere di avere torto. Odiava venir messo in imbarazzo. Così,
invece di tenere chiusa la bocca, perché questo era il motivo per cui era stato
relegato in quel buco la prima volta, optò per scavare un po' più a fondo.
“Ve lo dico io,” continuò, richiamando l'attenzione dell'altra mezza dozzina
di guardiamarina uomini presenti nella sala ricreazione. “Quell'uomo verrà da me
strisciando sulle ginocchia, implorando il mio perdono. Aspettate e vedrete.”
Thran, che si era diplomato appena dopo di lui all'Accademia, piegò la testa e
rise sotto i baffi. “Sicuro che lo farà. E noi ci metteremo tutti eleganti e ce
ne andremo a ballare.”
Tutti scoppiarono a ridere, compreso Sousa, che era il miglior amico di Kane
in quel gruppo. Kane sentì le sue guance diventare sempre più rosse momento dopo
momen
to.
“Fate pure,” disse, cercando di mostrarsi il più possibile sicuro di sé.
“Ridete pure quanto volete. Sarete molto carini ballando qua attorno.”
Un sorriso nascosto passò tra i presenti. Lui rise, soddisfatto delle sue
prodezze. Se c'era una cosa che Darrin Kane sapeva fare, era avere l'ultima
parola.
“Comunque, io vi dico ,” continuò, “che quando sarò in plancia, e avrò
impressionato il capitano con la mia bravura, non mi dimenticherò dei miei
amici. Mi assicurerò che sarete raccomandati per bene. . . “
Prima che potesse finire, si udì una voce per la sala ricreazione.
“Guardiamarina Kane... È il Comandante Riker.”
I guardiamarina potevano anche credergli; dopotutto Riker era la persona dalla
quale dipendevano le loro carriere, l'unico che avrebbe potuto realizzare i loro
sogni o lasciare che rimanessero tali.
Kane abbozzò un sorriso. Finalmellte, pensò. Riker doveva aver parlato con
Picard, il quale lo aveva certamente redarguito.
Bene, Kane non gliela avrebbe resa facile. Invece di rispondere prontamente,
si prese il tempo di guardare ognuno dei suoi compagni, come a voler dire:
Visto? Ve l'ho detto che sarebbe venuto lui.
“Guardiamarina Kane?” Riker chiamò di nuovo.
Schiarendosi la voce, il guardiamarina rispose in maniera disinvolta. “Sì,
signore?”
Una pausa. “Guardiamarina. . . L'ho presa in un momento sbagliato?”
Kane sorrise ampiamente. “No, signore.”
“Perché se l'ho fatto,” proseguì Riker, “posso sempre rivolgermi a qualcun
altro per il compito che voglio assegnarle.”
Il guardiamarina sobbalzò alla parola compito. Questa era proprio
l'opportunità che aveva sempre aspettato. Non voleva buttarla via.
Ma allo stesso tempo, non voleva perdersi il divertimento di quella
situazione. Per lui era così importante essere ammirato dai suoi pari almeno
quanto lo era la sua bramosia di far carriera.
“No, signore,” assicurò Kane al primo ufficiale. “Sono pronto, disponibile e
capace.” Ma sottolineò quelle parole con una nota ironica, suscitando sorrisini
soffocati e scuotimenti di testa tra i suoi compagni.
“Bene,” disse Riker. “In questo caso, entra in servizio da questo momento.
Voglio che si presenti in infermeria.”
Kane si sentì come se fosse stato scosso da una turbolenza.
“Infenneria, signore?” Che diavolo stava succedendo là di così importante da
richiedere la Sua presenza? Non c'erano forse le infermiere per quel genere di
cose?
“Sì, esatto,” confermò Riker. “Infermeria. C’è il Capitano Scott là. Voglio
che lo scorti al suo alloggio.”
All'improvviso il brusio dei risi si fermò. Kane osservò i guardiamarina che
si trovavano lì attorno. Erano troppo stupefatti per ridere.
In confronto a questo, i compiti di carico erano un onore. Scortare qualcuno
al proprio alloggio... nascondeva forse un compito di vitale importanza? Non
riusciva a immaginarne nessuno.
“Guardiamarina?” abbaiò Riker. “Devo forse ripetermi?”
Kane strinse i denti. Questo non era il modo in cui si era aspettato di
lavorare. Pensava che lavorare sull'Enterprise fosse il massimo.
“No, signore,” sospirò alla fine. “Infermeria. Capitano Scott.”
“Immediatamente,” aggiunse il primo ufficiale. “Il Capitano Scott sta
aspettando.”
Poi, ci fu silenzio; un silenzio che lo ridicolizzò, che lo fece sprofondare.
Kane avrebbe voluto subissarlo di parolacce, ma questo avrebbe solo peggiorato
le cose. Avrebbe solo sottolineato la sua umiliazione.
Thran sorrise, troppo imbarazzato da aggiungere qualcosa. Invece, disse
gentilmente a Kane, “Credo che potreomo tenere i vestiti sotto naftalina... eh,
Guardiamarina?”
Avrebbe potuto tollerare lo scherzo di Thran. Ma la sua accondiscendenza...
la pietà nei suoi confronti... era molto più di quanto Kane potesse sopportare.
Voleva colpire quell'uomo. Voleva fargli male tanto quanto ne era stato fatto
a lui. Ma si trattenne. Attaccare un altro guardiamarina non avrebbe certo
migliorato il suo curriculum, e c'era la possibilità che un giorno quel
curriculum gli sarebbe servito.
“Ehi,” disse Sousa, appoggiandogli una mano rassicurante sulla spalla. “Non è
difficile, Kane. Andrà bene.”
Ma non sarebbe stato così, non alla lunga. Liberandosi dalla mano di Sousa,
si alzò e attraversò la stanza, in direzione dell'uscita. Era arrabbiato; ma
fece di tutto per non esplodere.
Prima, aveva pensato che le cose non andassero bene. Ma adesso la situazione
stava diventando rapidamente... intollerabile.
Scott sorrise. Il guardiamarina che gli avevano assegnato per mostrargli il
suo alloggio era un giovanotto dall'aria perbene e molto educato. Era un bene
che alla Flotta Stellare ci fosse ancora una selezione meritocratica. La nave
ammiraglia meritava il miglior equipaggio.
Ovviamente, c'era la possibilità che il Guardiamarina Kane fosse un'eccezione,
ma Scotty sperò di no. Avrebbe disprezzato la razza umana se fosse scesa dal
livello di civiltà che aveva raggiunto nel ventitreesimo secolo.
“Eccoci, signore,” disse Kane. Si fermò davanti a una porta scorrevole, che
non sembrava molto differente da quelle che c'erano sull'Enterprise di Scott.
“Dopo di lei, signore.”
Cortese al punto giusto, osservò Scotty. Annuì approvando, ma il ragazzo era
troppo disciplinato anche per sorridere. Tutto ciò che fece, fu aspettare
pazientemente che l'uomo più anziano entrasse.
Ovviamente, le porte si aprirono automaticamente. Un momento più tardi,
Scott osservò l'alloggio che gli era stato assegnato... e sobbalzò.
Prima che potesse accorgersene, Kane aveva già cominciato a mostrargli la
stanza. “Troverà l'armadio qua dietro, c’è un guardaroba completo della sua
taglia. E questo,” disse, indicando con un gesto, “Š il replicatore
alimentare... e il suo terminale del computer...”
Scott osservò la stanza stupito.
“Buon Dio, ragazzo. Dove mi hai portato?”
Kane si voltò e lo osservò con fare vuoto. “Questo è un alloggio standard per
gli ospiti. Se vuole posso provare a trovarle qualcosa di più grande.”
Scott spalancò gli occhi. “Più grande? Mi ha frainteso, figliolo. Ai miei
tempi, nemmeno un ammiraglio avrebbe avuto un alloggio così su un'astronave.
Sa,” continuò cercando di ricordare. “Mi ricordo di quando abbiamo dovuto
trasportare la Dohlman di Elas a Troyiusl.”[] Rise sotto i baffi. “Non sentirà
nessuno, in tutta la sua vita, lamentarsi così tanto per un alloggio.”
“Uh... bene,” rispose Kane, cortese come sempre. “I ponti ologrammi, il Bar di
Prora e le palestre sono a sua disposizione.” Indicò il terminale del
computer. “Il computer le dirà come arrivarci. Finché non le daremo un
comunicatore, usi uno di questi pannelli per le comunicazioni, se ha bisogno di
qualcosa.”
Ma Scott non stava prestando molta attenzione. Ancora una volta, stava
ricordando il passato. “Lo sa,” disse. “Questo alloggio mi ricorda la stanza di
un albergo su Argelius2. Oh, è il nome di un pianeta.... Tutto ciò che si voleva
era a portata di mano. Anche se, durante la nostra prima visita, ho passato
qualche guaio, ma...”
“Mi scusi, signore,” lo interruppe Kane.
Scott si fermò. “Sì, ragazzo?”
“Devo tornare ai miei doveri.” Il guardiamarina stava ancora sorridendo in
modo educato... ma adesso appariva troppo educato. Come se fino a quel momento
avesse in

1.- Dall'episodio della serie classica "Elena di Troia" (Elaan of Troyius)


(N.d.T.).

2.- Dall'episodio della serie classica "Fantasmi del passatov (Wolf in the
fold) (N.d.T.).
dossato una maschera.
Scott scosse la testa. Che stupido era stato. Il guardiamarina Kane non era
interessato alla Dohlman di Elas o alla sua sistemazione su Argelius, o ad altre
storie che avrebbe potuto raccontargli. Adesso, Scott poteva vederlo.
Tutto ciò che Kane voleva, era liberarsi di quei fardello e tornare ai suoi
affari.
“Mi scusi di averle creato dei problemi,” disse l'ufficiale.
Il guardiamarina non perse un colpo. “Niente affatto, signore. Posso fare
qualcos'altro?”
Scott scosse la testa, la sua esuberanza era completamente scomparsa. “No.
Grazie, signor Kane.”
L'uomo non si trattenne oltre. Un momento dopo, la porta si era chiusa e Scott
era rimasto solo.
Solo. In quell'alloggio gigantesco. A bordo di una nave enolme e sconosciuta.
Emise un sospiro e si sedette sul divano imbottito che gli avevano dato. Si
guardò attorno. Poi sospirò di nuovo. Sull'Enterprise, quella su cui lui aveva
prestato servizio, il ronzio dei motori era udibile ovunque. Dopo qualche tempo,
aveva avuto problemi ad addormentarsi in ogni altro posto, gli mancava quel
brusio.
Pensò che non avrebbe potuto dormire bene qui. Quel posto era silenzioso come
una tomba. Forse si poteva sentire il ronzare dei motori da qualche palte su
quella nave, ma senza dubbio non poteva avvertirlo in quella cabina. E da nessun
altra parte, sospettò, al di fuori della sala macchine.
Scott si sentì all'improvviso perduto. Come un bambino che fosse stato portato
via dai suoi genitori. E sapeva anche il perché. Non c'era nulla che lui potesse
fare in quel posto.
Per tutta la sua vita, si era sentito orgoglioso della sua utilità.
Se qualcuno voleva che qualcosa fosse fatta, si rivolgeva a Scotty. La gente
lo aveva chiamato genio, mago dell'ingegneria, ingegnere dei miracoli.
Il punto era che lui rendeva le cose possibili. E ciò, se gli veniva data una
possibilità. Ma lì.. . lì.. . in quel momento... non c'era nessuna possibilità.
Quell'Enterprise aveva già un ingegnere. E anche se non lo avesse avuto, lui
non sarebbe stato capace di quel compito, non con la sua incompleta e antiquata
conoscenza della tecnologia moderna. Maledizione... aveva scambiato l'EPS
energetico per un condotto di dati. Avrebbe potuto perfino uccidersi, facendo un
errore di quel tipo.
Forse, se avesse avuto una famiglia. . . avrebbe potuto ritirarsi... avrebbe
trovato qualche altro modo per realizzarsi. Ma gli unici bambini che avrebbe
potuto giustamente chiamare propri, erano i guardiamarina dell'Enterprise di
Kirk, e quelli se ne erano tutti andati, come chiunque altro avesse conosciuto e
amato.
Cosa puoi fare Montgomery? Cosa? pensò Scott. Dio sapeva che avrebbe dovuto
fare qualcosa, o avrebbe completamente perso il controllo. E non poteva credere
che soltanto lui fosse sopravvissuto tra tutte quelle povere anime a bordo della
Jenolen, solo per poi perdere lentamente e dolorosamente la testa.
A quel pensiero, si rianimò. Era sopravvissuto, giusto? E se era così, ci
doveva essere uno scopo. Forse non era molto chiaro, ma sicuramente c'era uno
scopo.
“Sì,” disse ad alta voce. “Il vecchio Montgomery Scott non è ancora sconfitto.
Da qualche parte in quella distesa di stelle e forse anche a bordo di questa
astronave, c’è un macchinario che necessita del mio tocco gentile. E se sarò
paziente, lo troverò.”
[INIZIO PAGINA]
Parole coraggiose, pensò. E anche se non era sicuro di crederci ciecamente,
sicuramente suonavano bene.
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CAPITOLO QUINTO

Picard utilizzò il dorso della mano sinistra per asciugare la goccia di sudore
che stava per andargli negli occhi. Poi, con la acilità dettata dalla pratica,
riportò la maschera sul volto e, rivolto al suo avversario, fece il
gesto di saluto con la spada.
Qualche metro più in là, Riker rispose al saluto e si mise in guardia. Forse
un po' troppo lentamente, giudicò il capitano, ma in fondo il suo primo
ufficiale era un principiante della grande arte della scherma.
“En garde,” annunciò Picard facendo un passo avanti.
Riker mantenne la sua posizione, non arretrando neanche di un millimetro.
Per questo ci voleva disciplina, il capitano lo sapeva bene. Una qualità rara in
un principiante. Non che avesse intenzione di premiarlo per questo.
Picard fece un altro passo in avanti e tirò una stoccata. Non un attacco in
piena regola, solo quanto bastava a costringere il proprio avversario a
indietreggiare, e quindi a renderlo più vulnerabile.
Ma Riker doveva aver capito la sua strategia, infatti si rifiutò di cooperare.
Invece di ritirarsi, scostò la spada del capitano di lato quel tanto che bastava
a non essere colpito e lanciò il contrattacco.
All'inizio sembrava una semplice stoccata, ma presto si trasformò in un
completo attacco in corsa, e questo sorprese Picard. La mossa che il capitano
aveva pensato di utilizzare a proprio vantaggio si era trasformata in un invito
al contrattacco pressoché inevitabile. Adesso, a Picard non rimaneva che
indietreggiare lungo la pedana.
Appena il Capitano ebbe superato la linea di fondo, il suo avversario fece
un'ultima, disperata accelerazione, che non centrò l'obiettivo per poco. Un
altro centimetro e avrebbe ottenuto una stoccata. Una stoccata brillante,
rifletté Picard.
“Bravo,” urlò mentre ambedue rallentavano, il capitano ancora indietreggiando
e il primo ufficiale avanzando. “Vedo che ha fatto pratica alle mie spalle.”
Riker sorrise attraverso la griglia della sua maschera. “La fa sembrare una
cosa disonesta.”
“Lo Š,” si risentì Picard. “Ma tutto è ammesso in amore e nella scherma,
suppongo.”
Mentre prendevano nuovamente posizione, il capitano rifletté sulla sua
posizione di svantaggio. Secondo il regolamento, avrebbe iniziato vicino alla
linea di fondo. Se l'avesse superata ancora una volta, automaticamente avrebbe
preso una stoccata a suo sfavore. Ma avrebbe preferito essere dannato prima di
permettere una cosa del genere.
“En garde?” suggerì Riker.
Picard annuì. “Certamente.”
Non appena pronunciò quella parola fintò, un tentativo per far indietreggiare
il suo avversario e guadagnare un po' di spazio. Ma come prima, Riker non cadde
nel tranello. Rimase semplicemente lì, rifiutandosi di concedere anche un
millimetro.
“Non c’è alcuna vergogna nel ritirarsi, Will,” disse il capitano.
Riker sogghignò. “Neanche nell'essere aggressivi.”
Senza alcun preavviso, l'uomo più massiccio tirò una stoccata. Ma questa volta
Picard era pronto. Spazzando via la spada di Riker con uno scatto, il
capitano riportò la sua in posizione giusto in tempo per toccare con la punta il
petto indifeso del suo primo ufficiale.
“Peccato!” urlò Picard, che per un breve istante tornò a essere il giovane e
arrogante spadaccino alla scuola di scherma del suo maestro.
Riker sospirò togliendosi la maschera. I suoi capelli si erano incollati alla
fronte. “Bel tocco, signore.”
Rimuovendosi la maschera a sua volta, Picard inclinò leggermente la testa in
segno di comprensione. “Grazie, Will. Ma la prossima volta dovrebbe provare a
indietreggiare un po'... darmi un falso senso di sicurezza... e poi venirmi
incontro.”
Il suo primo ufficiale annuì. “Me lo ricorderò.”
Il capitano fece un cenno con la testa, per indicare il replicatore
nell'angolo della palestra. “Le andrebbe una pausa?”
Riker lo fissò come se avesse voluto continuare, ma disse, “Certo, perché
no?” E infilando la maschera sotto il braccio, seguì il suo superiore fino al
replicatore.
“Té,” disse Picard, avvicinandosi al dispositivo. “Earl Grey. Bollente.” Si
girò verso il suo secondo in comando. “E lei, Will?”
“Acqua dei torrenti di montagna. La più fredda possibile senza che diventi un
ghiacciolo.”
Un momento dopo il replicatore esaudì le loro richieste. Il Capitano prese le
bevande, porse quella fredda a Riker e sorseggiò il suo té.
“Allora,” disse, iniziando di proposito la conversazione con una finta,
“Come se la passa il Capitano Scott? Spero che l'abbia lasciato in buone mani.”
“Le migliori,” disse il primo ufficiale. “Ho chiesto a Geordi di prenderlo
sotto la sua ala protettrice.”
“Bene,” commentò Picard. “Dopo tutto quello che ha passato si merita tutto
l'aiuto che possiamo dargli.”
La sua finta aveva avuto successo e Riker era caduto nella trappola. Ora era
il momento di affondare, di perseguire il vero motivo per cui voleva parlare con
lui.
“Will, ho avuto una visita nella mia sala tattica non molto tempo fa. Il
Guardiamarina Kane.”
Vide Riker irrigidirsi leggermente appena sentì quel nome. “Ecco perché lei mi
ha evitato,” disse. “E cosa aveva da dire Kane?”
“Penso che lo sappia,” disse Picard, nonostante stesse per fornire i dettagli.
“Che lei non è onesto con lui. Che le sta negando la possibilità di migliorarsi.
Che lei, per qualche motivo, è irritato con lui.”
Il primo ufficiale incrociò il suo sguardo. “Io sono irritato con lui,”
concesse. “Sono molto irritato con lui.” Una pausa. “Ma non è per questo che lo
tratto in modo diverso dagli altri. Il Guardiamarina Kane ha molto da imparare
sul rispetto per i propri superiori.”
Il capitano cercò di leggere nella frase di Riker.
“L'ambizione raramente è un crimine, Will. Diversamente, noi stessi ne saremmo
colpevoli in primo luogo. E se è per questo, lo sarebbe ogni ufficiale della
Flotta.”
“Non sto parlando soltanto di ambizione, signore. Sto parlando di arroganza.
Una mancanza di stima per l'autorità, per la tradizione.”
Picard si accigliò. “Una mancanza così grave da metterlo in fondo alla lista
dei servizi?”
“È così,” disse il suo Numero Uno. Ma non era disponibile sui dettagli. E il
capitano voleva proprio i dettagli.
“Come sa,” continuò rivolto a Riker, “mi sono laureato all'Accademia con il
padre di Darrin Kane. Conosco il guardiamarina fin dalla sua infanzia.”
“Forse non lo conosce così bene come crede, signore.” Le guance del primo
ufficiale adesso erano oscurate da un'ombra. Ci volle un momento per ricomporsi
prima che continuasse a parlare. “Capitano... quando acconsentii a diventa-
re primo ufficiale di questa nave, lo feci nella convinzione di credere
profondamente in alcune cose. Ora, lei può riesaminare il modo in cui ho deciso
di trattare il Guardiamarina Kane o può avere fiducia nel modo in cui svolgo il
mio compito. Ma se è la prima possibilità...”
Riker non finì la frase. Non ne aveva bisogno.
Picard lo guardò. “Si sente molto sicuro su questo punto, non è vero?”
“Sì, signore.” Non concesse terreno, proprio come aveva fatto nell'incontro di
scherma.
Stava al capitano lasciargli quella posizione oppure oltrepassare la sua
autorità e fargli cambiare metodo, con il rischio di perderlo. In sintesi,
tutto il loro discorso si riduceva a quella domanda: avrebbe dovuto fargli
cambiare idea? Era o non era sua competenza intervenire?
Picard fece la sua scelta. “Lei fa ciò che ritiene giusto,” disse al suo primo
ufficiale. “Per quanto mi concerne, il caso è chiuso.”
Riker mostrò di apprezzare. “Grazie, signore.”
“Guardiamarina Kane...”
La prima impressione di Kane fu quella di essere imprigionato nei deliri di un
incubo. La voce di Riker sembrava esplodere in un paesaggio oscuro, pieno di
arcani presagi; era in grado di provocare smottamenti e terremoti. E per quanto
corresse veloce o tentasse di nascondersi, non sarebbe mai riuscito a
sfuggirgli.
“Guardiamarina Kane...”
Era come il tuono, scrosciante da un nido di nubi tempestose, grigie come
l'acciaio... Imponente, assordante, lo stava schiacciando sotto il suo peso.
“Guardiamarina Kane!”
Kane saltò su. Si guardò intorno, con la gola secca e accaldata dalla paura.
Capì che si trovava nella sua stanza, la sua stanza a bordo dell'Enterprise e
non nel mondo immaginario dei suoi incubi. E quella voce... Era Riker, aveva
capito. Il vero Riker. Ma perché avrebbe dovuto...?
Poi il suo sguardo cadde sulla sveglia che teneva sul tavolo, ed ebbe la sua
risposta. Era in ritardo di dieci minuti sull'inizio del suo turno ed era ancora
a letto. Scaraventò le lenzuola dal letto e saltò giù a piedi nudi.
Dannazione, dannazione, dannazione...
“Sì, signore. Qui Kane. Non mi sono svegliato, signore.”
“Davvero?” disse la voce di Riker dall'interfono. “Non lo avrei mai detto.”
Il guardiamarina sfrecciò attraverso la stanza per raggiungere i cassetti e ne
trasse un'uniforme pulita. Il suo cuore stava battendo all'impazzata, tanto che
sembrava voler uscire dal suo petto.
“Spiacente, Comandante,” riuscì a dire in un soffio. “Non so come sia
successo. Credevo di aver chiesto al computer la sveglia per le...”
“Non l'ha fatto,” puntualizzò Riker. “Ho controllato.”
Kane si maledisse mentre indossava il suo abbigliamento rosso e nero. Era
fatta. Non solo Riker lo odiava, ma adesso gli aveva dato anche la scusa per
farlo. Più note negative il primo ufficiale riusciva ad affibbiargli, più gli
sarebbe stato facile tenerlo sotto.
Naturalmente, tutto questo non sarebbe accaduto se fosse andato a letto a
un'ora decente, ma era stato così impegnato dal suo incarico di baby sitter per
quell'anziano signore che era rimasto alzato nel Bar di Prora fino a fare le ore
piccole... Tossendo per il sintalcol e spremendosi le meningi per trovare un
modo di andarsene.
“Non succederà più, signore, glielo assicuro. Sarò al mio posto nel magazzino
in un paio di minuti.” Se c'era una cosa che il guardiamarina odiava in
particolar modo, era essere accondiscendente con Riker, doversi comportare con
gentilezza, anche se non gli andava. Lo detestava. Ma quell'uomo teneva il
destino di Kane nelle sue mani, e non c'era modo di evitarlo.
“Non si preoccupi,” gli disse il primo uìficiale.
Kane si stava tirando con forza i pantaloni su per una gamba, si fermò al
ginocchio. “Come ha detto, signore?”
“Ho detto: non si preoccupi. Non andrà nel magazzino, oggi.”
Un sorriso si diffuse sul volto del guardiamarina. Non ditemi che finalmente
ha parlato con Picard, pensò. Non ditemi che finalmente potrò avere ciò che mi
spetta... !
“Dove andrò, allora... signore?” Tirò su i pantaloni fino a coprire il resto
della gamba, ma non aveva più tutta quella fretta.
Poteva quasi sentire Riker che diceva: la plancia. In effetti, era così
sicuro che avrebbe sentito quelle due splendide e agognate parole che quasi non
capì quello che Riker disse veramente.
“Hangar navette principale. Ponte quattro.”
“Cosa?” Il guardiamarina non avrebbe voluto farselo scappare. Ma lo fece, e
parlò abbastanza forte da farsi sentire dall'altra parte dell'interfono.
“Hangar navette principale,” ripeté Riker. “Qualcosa non va nella ricezione,
Guardiamarina?”
“No... niente, signore.”
“Mi creda,” aggiunse Riker. “Non la toglierei dal suo solito incarico se non
ci fosse un motivo valido. Ma Coburn ha appena avuto un attacco di appendicite e
qualcuno deve rimpiazzarlo.” Una pausa. “Non si preoccupi, è soltanto per un po'
di tempo. Quando Coburn starà nuovamente bene, lei tornerà al suo lavoro.”
Nel silenzio che seguì, Kane rimase semplicemente fermo, immobile. Poi colpì
con un pugno il suo anmadietto, così forte da far schiantare il materiale
sintetico. L'incubo non era finito, pensò. Era appena cominciato.
Scott sapeva che avrebbe dovuto riposare, ma non poteva rimanere ancora in
quella suite senza perdere il senno. Sentiva il bisogno di uscire... di scoprire
qualcos'altro di quella nave gigantesca e di ciò che aveva da offrire. E anche
se il ponte ologrammi sembrava interessante, non era quello di cui lui aveva
bisogno. Almeno non in quel momento.
Lo stesso valeva per il Bar di Prora, qualunque cosa fosse, e per la palestra.
Non aveva fatto movimento per settantacinque anni, non avrebbe fatto differenza
se avesse ritardato ancora un po'.
Quello di cui aveva veramente bisogno erano le macchine. Macchine che
imbrigliano energia, macchine che la utilizzano... Macchine che fanno andare le
cose o che le fanno fermare... macchine senza le quali questa meraviglia di nave
stellare non poteva sperare di funzionare. Ecco a cosa anelava. Ecco cosa gli
faceva bollire il sangue, e sarebbe sempre stato così.
D'altra parte sapeva che non era autorizzato a vedere niente di tutto ciò.
Avrebbe dovuto riposare, non starsene in giro. Evidentemente non lo conoscevano
bene. Dire a Montgomery Scott di non fare qualcosa equivaleva a un chiaro invito
a provarla.
D'altra parte, voleva rimanere vicino agli alloggi che gli avevano assegnato
sul ponte sette. In questo modo, se qualcuno lo avesse scoperto in una zona dove
non doveva essere, avrebbe sempre potuto dire che si era perso.
Naturalmente, il primo obiettivo che scelse per la sua passeggiata fu la sala
macchine. Ma quel posto era troppo affollato, pieno di persone impegnate a
studiare la Sfera di Dyson. Meglio orientarsi su qualcosa di meno frequentato
dove avrebbe potuto girare un po'.
Qualcosa come l'hangar navette uno. Se non avesse potuto mettere le mani sui
motori dell'Enterprise, non per il momento almeno, studiarsi attentamente una
navetta era la cosa migliore che gli venisse a mente.
Lasciò il suo alloggio e iniziò a percorrere il corridoio come se fosse la
cosa più naturale da fare. Le persone che lo incrociavano guardavano spesso la
fascia che sorreggeva il suo braccio rotto, ma se lo riconoscevano da quel
particolare oppure no, non lo davano a vedere. Quando raggiunse il
turboascensore, le porte gli si aprirono davanti e lui entrò.
Fin qui tutto bene, pensò tra sé. “Hangar navette uno” disse rivolto al
computer, proprio come aveva visto fare al Comandante La Forge quando erano
andati in infermeria.
Gli sembrò di aver fatto appena in tempo a finire la frase che le porte si
aprirono di nuovo di fronte alla sua destinazione. Annuì con la testa in segno
di ammirazione. Gli ascensori della sua Enterprise non erano mai stati così
veloci e così comodi.
Uscito dall'ascensore, guardò in ambedue le direzioni del corridoio... e vide
l'hangar navette uno a pochi metri sulla sinistra. Si avviò verso la sua
destinazione come se fosse un altro ingranaggio della perfetta macchina del
ventiquattresimo secolo. E ancora, nessuno lo fermò per smentirlo.
Le porte dell'hangar furono accomodanti allo stesso modo. Si aprirono
completamente al suo arrivo, scoprendo una vera e propria pacchia per i suoi
occhi di ingegnere. Un'area grande quanto un intero ponte della Jenolen,
stipata con qualcosa come due dozzine di navette, alcune grandi, altre più
piccole, luccicanti come un intero stonmo di angeli celesti.
“Accidenti,” disse, socchiudendo gli occhi per il bagliore.
Attraversò la vasta area dell'hangar, andò verso il veicolo più vicino e
allungò la mano per accarezzare la pelle metallica della macchina. Era
incredibilmente calda al tocco. E cosa ancora più importante, la sua linea era
molto morbida rispetto alle navette dei suoi tempi, le navette con gli angoli
appuntiti tanto da sembrare delle scatole volanti. Il veicolo che aveva di
fronte era talmente liscio, le linee così pulite e gradevoli da non sembrare
naturale che dovesse restare ferma. Avrebbe dovuto scivolare nello spazio,
scandagliando l'atmosfera esterna di qualche pianeta, allo stesso modo in cui
una perla affonda dolcemente nell'acqua.
Scott lesse il nome della navetta sulla fiancata, scritto con una grafia
graziosamente accurata. Si chiamava Christopher. Borbottò, felice. Si trattava
di Sean Jeffrey Christopher, l'uomo che comandò la prima spedizione di una sonda
dalla Terra a Titano, all'inizio del ventunesimo secolo. Il figlio del
capitano John Christopher3, che fu un inatteso ospite dell'Enterprise.
Inaspettato e anche inopportuno, anche se rimase solo per un breve periodo.
Se non fosse stato per Scott, che riuscì a rispedirlo nel suo tempo,
precisamente qualche minuto prima che incontrasse l'Enterprise, non ci sarebbe
stato nessun Sean Jeffrey Christopher e molto probabilmente nessuna Federazione
Unita dei Pianeti. Infatti, se la sua spedizione al satellite di Saturno fosse
fallita, probabilmente la Terra non avrebbe mai sviluppato un progetto per
l'avanzata nello spazio, e quindi non avrebbe creato la Flotta Stellare. E senza
Flotta Stellare come avrebbe potuto esistere la Federazione?
Scott sentì un rumore di passi sul pavimento dietro di lui, si girò e vide una
faccia familiare. Era lo stesso guardiamarina che lo aveva accompagnato al
suo alloggio, il giorno prima. Era stato così gentile.
Come si chiamava? Crane? No, non proprio...
Schioccò le dita. “Kane.”
Il guardiamarina annuì, guardandolo con circospezione. “Giusto, signore.”
Esitò un attimo, poi “Uh, lei è autorizzato a stare qui?”
Scott fece l'occhiolino. “A dire la verità, figliolo, non sono autorizzato
neanche a soffianmi il naso su questa nave. Ma da come la vedo io, non puoi
restartene seduto nella tua stanza a contare i bulloni delle paratie quando c’è
un intero mondo da scoprire proprio fuori della porta. Se capisci cosa voglio
dire.”
Il guardiamarina si accigliò. “Kane a sicurezza,” disse senza distogliere gli
occhi dall'anziano che aveva di fronte.
3.- Dall'episodio della serie classica *'Domani è ieri (Tomorrow is yesterday)
(N.d.T.).
“C’è un intruso nell'hangar navette principale che risponde al nome di
Capitano Scott. Credo debba essere accompagnato al suo alloggio.”
Scott si sentì come se fosse stato pugnalato alle spalle. “Ma questo,” disse
al guardiamarina, “non era necessario. Non era affatto necessario.”
Kane alzò le spalle. “Ho già abbastanza problemi da solo, senza caccianmi nei
guai con una visita non autorizzata.” La sua bocca si piegò in una specie di
smorfia, una smorfia di amarezza. “Se capisce cosa voglio dire.”
Prima che Scott potesse replicare all'impertinenza del giovane guardiamarina,
il Tenente Worf arrivò assieme a due ufficiali della sicurezza. Il vecchio
capitano si preparò mentalmente a ricevere un rude trattamento da parte del
Klingon. Ma quella paura non si materializzò. Anzi, il tono di Worf fu molto
gentile, “Vuole seguinmi, signore?”
Scott si meravigliò. “Beh,” disse, lanciando un'occhiata confusa al giovane
Guardiamarina Kane, “se me lo chiedi così gentilmente, come si fa a dire di no.”
Circondato dalle guardie di sicurezza, Scott tornò nella sua camera grande e
lussuosa. Ma stava già pianificando la sua prossima uscita. Adesso che aveva
fatto quel piccolo tour e aveva avuto un assaggio di tutto quello che c'era da
vedere, non sarebbe mai restato lì a fissare quelle quattro mura. Anche se
avrebbe disubbidito al Dottor Crusher.
Decise che si sarebbe riposato per un paio d'ore. Poi, senza che nessuno lo
venisse a sapere, avrebbe fatto un altro giro. E questa volta sarebbe andato
dritto nel posto che voleva vedere per davvero.
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CAPITOLO SESTO

In sala macchine, un pugno di ingegneri stava lavorando freneticamente alle


consolle, controllando i display, intenti a eseguire una serie di test specifici
a loro assegnati. Geordi, che nella sala macchine era il capo, non stava di
certo a guardare. Anche a lui era stato assegnato un incarico, per il quale
aveva lavorato insistentemente nel corso delle ultime ore.
“Comandante La Forge?”
Alzò lo sguardo e vide Kenry Bartel in piedi, sulla soglia del suo ufficio.
“Venga avanti,” lo invitò Geordi. “Ma non Si rilassi troppo. Ho del lavoro per
lei.”
“CioŠ?” domandò Bartel, una donna alta dai capelli biondissimi, una vera
lavoratrice, almeno secondo Geordi.
L'ingegnere capo fece roteare il monitor in direzione della donna, in modo che
anche lei potesse osservarne l'immagine. “In plancia vogliono una scansione
spettrografica completa della sfera, e avremo bisogno di sincronizzare tutti i
sensori. Sfortunatamente, non posso ricalibrare la griglia di poppa con i motori
a curvatura attivi..”
La donna annuì. “Capisco. Vuole che li spenga.”
“Esatto.”
Bartel sonrise. “Sissignore. Lo consideri fatto.”
Dirigendosi verso il nucleo dei motori, Geordi riprese il proprio lavoro. Al
diavolo la calma, non vedeva l'ora di eseguire l'analisi spettrografica. Non
c'era nessuno a bordo curioso quanto lui e detenminato a scoprire i misteri di
quella strana sfera.
L'ingegnere capo era così preso dal suo lavoro, che udì a malapena le voci
provenienti dal conridoio esterno. Certo, poteva udire le parole dei suoi uomini
al lavoro, ma non vi faceva veramente caso, preso com'era dal suo compito.
La sua squadra era composta da persone altamente qualificate, e anche se si
scambiavano una parola o due ogni tanto, Geordi sapeva che quando c'era da
lavorare, loro non si tiravano mai indietro. Perciò, tra pochi istanti, pensò
lui, avrebbero smesso di conversare e si sarebbero messi all'opera.
Sfortunatamente, non fu così. Non solo non seguì il silenzio, ma il lieve brusio
di alcuni istanti prima si fece sempre più rumoroso e vicino al suo ufficio.
Esasperato, ma non più di tanto, Geordi ascoltò con attenzione. I suoi uomini
avrebbero fatto meglio a discutere di qualcosa di interessante, pensò
Geordi, altrimenti avrebbe tirato loro le orecchie.
“Posso aiutarla, signore?” domandò una delle voci. Quella di Bartel.
“Non credo proprio, figliola. Ma le farò sapere se avrò bisogno di lei...
più tardi. Glielo prometto.”
Geordi aggrottò le ciglia. Riconobbe quella voce.
Si alzò in piedi, oltrepassò la soglia del suo ufficio, e fece capolino nel
conridoio.
I suoi sospetti vennero confenmati. Il Capitano Scott era riuscito ad arrivare
in sala macchine e adesso si stava dirigendo verso il nucleo a curvatura,
accompagnato da una Kerry Bartel molto preoccupata.,
Geordi li avvicinò per intervenire, ma Scott sembrava preso da tutt'altra cosa
per notare la presenza dell'ufficiale di colore: il nucleo a curvatura.
Lo fissava con affetto e piacere paterno.
“Signore,” disse Bartel, frapponendosi tra l'anziano ufficiale e il nucleo.
“Non può accedere a quest'area. L'ingresso è consentito solo al personale...”
“Va bene,” disse Geordi, interrompendo la giovane scienziata. “Me ne occuperò
io, Bartel.”
L'ingegnere annuì. “Se lo dice lei, Comandante.”
“Lo dico io.”
Annuendo, Baltel se ne andò. Geordi osservò per un attimo il visitatore, che
stava ancora ammirando il nucleo di fronte a lui. Sospirò.
Devi essere diplomcltico, gentile e rispettoso. E ricorda, ha appena subito
uno shock molto forte.
“Capitano Scott,” iniziò, “questo... non è davvero il momento più
opportuno.”
L'anziano signore si voltò verso Geordi e gli sonrise con espressione
affabile. Adesso stava indossando il distintivo comunicatore dell'Enterprise.
“Siamo in sala macchine, figliolo. Mi deve chiamare Scotty.”
“D'accordo. Scotty. Questo non è davvero il momento più opportuno per un tour
della nave. Siamo nel mezzo di...” - Scott non lo stava neppure a sentire.
“Usate ancora la lantanide al cobalto per le bobine di costrizione?”
chiese con curiosità.
“Uh, sì.” Geordi inrigidì i muscoli della mascella. “Signore. Scotty. Stiamo
eseguendo un'analisi di livello sette della Sfera di Dyson. Non ho tempo per
farle visitare la sala macchine ora.”
Scott si voltò di nuovo verso di lui, e lo guardò come se gli fosse stata
offelta una tazza di antimateria. “Non sono qui per un tour, figliolo,” spiegò.
“Sono qui per darvi una mano.”
Geordi ne fu sorpreso. E ciò voleva dire solo una cosa. Aveva paura.
“E... gentile da parte sua, ma credo di potennela cavare da solo.”
Scott si spostò subito verso le consolle. Geordi lo seguì, chiedendosi cosa
sarebbe accaduto.
“Visto che sono l'unico qui a bordo con un minimo di esperienza sulla Sfera di
Dyson, pensavo che forse potrei essere d'aiuto.”
Geordi esitò. “Beh...” Per un momento, convenne con il punto di vista di
Scott. D'altro canto, lui era l'unica persona ancora in vita ad aver avuto una
sorta di esperienza con quella cosa.
Scott lo guardò di traverso. “Sono stato ufficiale della Flotta Stellare per
cinquantadue anni, signor La Forge. Credo di poter essere ancora di aiuto, o
no?”
“Ha ragione, Capitano Scott. Apprezzeremmo qualsiasi suggerimento che ci potrà
dare.”
Scott sorrise. Che non avesse sperato di farcela in quella sua opera di
convincimento? Geordi non ne era sicuro.
“Bene” disse Scott, strofinando le mani con impazienza. “Mettiamoci al
lavoro.” E senza aggiungere altro, si voltò verso i monitor sulla sua sinistra.
Geordi si unì a lui, accompagnato da una spiacevole sensazione di rimorso.
Diario del Capitano, Data Stellare 46125.3
Sotto mia richiesta, il Comando della Flotta Stellare ha inviato in questo
settore tre vascelli da ricerca per approfondire gli studi della Sfera di Dyson.
Fino al loro arrivo, a ogni modo, l'Enterprise continuerà a raccogliere
informazioni preliminari su queesta incredibile scoperta.
In piedi, vicino alla postazione scientifica, dove aveva pazientemente
trascorso le ultime ore, Data indicò il monitor, sul quale era ritratta
l'immagine parziale della Sfera di Dyson. La sezione inquadrata rivelava una
stella e la presenza di atmosfera respirabile all'interno della sfera stessa. Le
informazioni scientifiche venivano processate velocemente dal computer
scientifico,
con precisione e accuratezza.
“Vede, signore?” chiese l'androide. “Le letture dei sensori indicano la
presenza di una stella di tipo G all'interno della Sfera di Dyson. Inoltre, è
stata individuata un'atmosfera di classe M sotto la superficie interna.”
Picard, che si era ripetutamente avvicinato al suo secondo ufficiale, annuì
pensieroso. “Allora c’è una possibilità,” concluse speranzoso.
“I dati sembrerebbero indicare di sì,” ammise Data.
Il capitano strizzò gli occhi, e osservò le statistiche sul monitor. “Nessuna
indicazione che la sfera sia abitata? Nessuna prova che vi sia ancora una forma
di vita al suo interno?”
“Non ancora, signore,” indicò l'androide. “Le nostre informazioni preliminari
indicano che la sfera è tuttora in grado di ospitare forme di vita, ma non siamo
stati capaci di trovarne alcuna.”
Picard aggrottò vistosamente la fronte. Difficilmente Data lo aveva visto così
interessato a una missione scientifica. Glielo disse.
“Interessato?” Gli fece eco il terrestre. “Sì, ammetto di esserlo, ed è
questa la ragione per cui ho deciso di spendere la mia vita nello spazio,
Data. Per questo motivo ho trascorso venti anni e più a bordo della Stargazer.
Ed è per la stessa ragione che sono divenuto capitano dell'Enterprise. Per la
possibilità di scorgere una folma di vita aliena, così differente dalla nostra
da essere addirittura inimmaginabile.”
Picard si voltò verso lo schermo principale, dove la sfera fluttuava in tutta
la sua fascinosa bellezza. L'androide seguì il suo sguardo.
“Quel gigante, non può essere stato costruito che da una forma di vita
intelligente, Data. E se c’è una possibilità di parlare con essa... per capire
le motivazioni che l'hanno spinta a imprigionare una stella all'interno di una
sfera di metallo...” Scrollò le spalle. “Farò tutto quello che è in mio potere
per afferrare l'opportunità. Per ampliare le mie conoscenze.” Si voltò verso
l'androide e sorrise. “Dopo tutto, è questo il nostro lavoro.”
L'androide non seppe replicare a quella affermazione. La sua sete di
informazioni, di conoscenze, faceva parte della sua programmazione. Eppure,
pensò
che non sarebbe mai riuscito a spiegarla a parole come aveva fatto Picard.
Il capitano si concentrò nuovamente sul monitor. Teso in volto, elaborò
mentalmente un piano e giunse a una conclusione.
“Invii una serie di sonde di classe quattro nell'emisfero lontano della sfera,
signor Data. Forse, avremo più fortuna.”
“Sissignore,” rispose l'androide. E prima che passasse un altro secondo,
iniziò il lancio della prima sonda.
Sporgendosi in avanti sui monitor di controllo, seguito come un ombra dal
Capitano Scott, Geordi si chiese se una analisi spettrografica avesse mai
impiegato così tanto per fornire qualche risultato. Forse non c'era voluto
molto. Forse era solo una sua impressione.
Non che avesse problemi con il modo di fare di Scott. Non ci poteva essere una
persona più entusiasta e ossequiosa dell'ex ingegnere. Ma con i suoi tentativi
di essere d'aiuto, incominciava veramente a dare sui nervi a tutti.
Cercando di concentrarsi sui monitor, anziché sulla sua frustrazione, Geordi
disse, “Okay. I sensori laterali sono attivi. Signor Krause, regoli la frequenza
di stabilizzazione del disco del deflettore. È fuori sincronia con i sensori di
poppa.”
“Sì, signore,” obbedì Krause, eseguendo l'ordine. Mentre Geordi lo fissava,
l'ufficiale stabilizzò la frequenza del disco, sincronizzandola con i sensori.
“Okay,” esclamò l'ingegnere capo. “Adesso...”
“Figliolo,” lo interruppe Scott.
Riluttante, Geordi si voltò verso di lui, e lo guardò serio.
“Sì, Capitano Scott... cioŠ, Scotty?”
“Dovrà portare i campi di curvatura entro il tre percento o saranno
instabili,” suggerì lo Scozzese.
Geordi scosse la testa, perplesso. “Cosa?”
Lavorando alla consolle, Scotty gli mostrò cosa intendeva dire. “Qui, glielo
farò vedere. Vede, il campo di curvatura Š...”
Ma non appena Scott ebbe toccato i controlli, il piano su cui poggiava il
computer iniziò a suonare intensamente. L'anziano signore si guardò intorno,
impaurito.
Geordi rimediò alla situazione. Non che il suo intervento gli fosse costato
molto, ma era pur sempre un altro ritardo. E poi non poteva prendersi un giorno
intero per eseguire una operazione così semplice come quella che avrebbe già
dovuto concludere da un bel pezzo.
“Non capisco...” iniziò Scott.
Geordi spiegò rapidamente, cercando di appigliarsi a quel poco di pazienza
rimastagli. “Adesso utilizziamo un campo di contenimento automatico di quinto
livello che opera al di sopra del tre percento.”
Scott apparve disorientato, ma solo per un istante. Poi ritrovò la sua
proverbiale fiducia. “Ah,” replicò semplicemente. “Beh. Un dispositivo così è
capace di cambiarti la vita, vero?”
“Comandante La Forge?”
Geordi si volto al richiamo di Bartel, che assieme ad altri due ingegneri
stava lavorando al nucleo a curvatura spento.
“Sì?” rispose La Forge.
“Abbiamo quasi terminato di ricalibrare il nucleo, Comandante. Potremo
riavviare i motori tra dieci minuti.”
“Grazie,” disse Geordi. “Ben fatto.” E osservò gli ufficiali che tornavano al
proprio lavoro.
“Lo sa,” affermò Scott, “a proposito di riavviare i motori... mi ricordo di
una volta in cui con l'EIlterprise stavamo per schiantarci contro PSI Duemila4.
Il capitano, il Capitano Kirk, voleva riaccendere di botto i motori spenti. E io
gli dissi che non sarebbe stato possibile. Senza un corretto campo di
contenimento ci sarebbero voluti almeno trenta minuti. Forse qualcosa in più.
Infatti, quando...”
Mente Scott continuava a raccontare la sua storia, ascoltato con attenzione da
tutti, qualcuno esibì un DiPAD di controllo di fronte a Geordi.
“Comandante?” disse Moreno, una ragazza minuta dai capelli scuri.
La Forge annuì e afferrò il DiPAD. “Grazie.”
“Prego, signore,” replicò Moreno, che rimase in piedi ad attendere una sua
reazione. Con Geordi intento a studiare i

4.- Dall'episodio della serie classica "Al di là del tempo " (The naked time)
(N.d.T.).

dati del piccolo taccuino elettronico, cercando di capirne il contenuto,


Scott continuò il suo racconto.
“Nonl si possono cambire le leggi della fisica, dissi io. Ma ovviamente,
Kirk non mi volle ascoltare. Così, ci siamo dovuti inventare una routine nuova
per accendere i motori a freddo... e considerando la situazione in cui ci
trovavamo, credetemi, non è stato affatto facile.”
Alla fine, Geordi riuscì a concentrarsi sulle informazioni del DiPAD. Disse
con voce rauca, “La radiazione nella banda alfa è molto alta, vero?” Scrivendo
qualcosa sul DiPAD, alzò lo sguardo verso Moreno. “Dovremmo eseguire una
diagnosi completa del...”
Improvvisamente, fu interrotto dalla voce pressante e inequivocabile di Scott.
“Signor La Forge! Lo sa che i suoi cristalli di dilitio si stanno per rompere?”
L'anziano signore si era spostato in prossimità del nucleo a curvatura e aveva
aperto la camera del dilitio posta nel centro del nucleo stesso. Adesso,
ne stava esaminando il contenuto con occhi critici.
“Mi scusi,” disse Geordi a Moreno, gettandogli il DiPAD. Affrettandosi verso
il nucleo a curvatura, richiuse il portello con decisione, guadagnandosi lo
sguardo sorpreso di Scott.
“Figliolo!” esclamò l'ex ingegnere. “Lo sa quello che sta...”
La pazienza di Geordi era ormai al limite. “Ricomponiamo i cristalli quando si
trovano ancora all'interno della camera,” spiegò con irritazione.
Scott aggrottò la fronte, in qualche modo sorpreso.
“Ah, capisco... un procedimento del genere farebbe risparmiare un bel po' di
tempo. Ma come fate a...?”
Adesso basta. Geordi ci aveva provato. Ma era del tutto impossibile cercare di
lavorare alla presenza di Scott.
“Signor Scott,” iniziò, “la prego, vorrei spiegarle tutto, avvero. Ma il
capitano vuole che queste analisi siano ultimate entro le tredici. Perciò, se mi
vuole scusare...”
Con quelle parole, si voltò e si diresse verso il suo ufficio. Con la coda
dell'occhio, notò che Scott lo stava osservando. Poi, senza essere stato
invitato, lo seguì fino ad affiancarlo.
Manon la smette mai? si chiese l'ingegnere capo.
“Potrei darle... un piccolo consiglio?” domandò Scott.
Geordi decise di no. Non voleva alcun consiglio, ma riuscì a reprimere la
propria irritazione e a rimanere silenzioso, sperando che una volta che Scott
gli avesse dato quel consiglio, lo avrebbe lasciato solo.
“I capitani di astronave sono come bambini,” affenmò lo Scozzese. “Vogliono
che tutto sia fatto bene e subito. Il trucco sta nel dar loro ciò di cui hanno
bisogno, e non quello che vogliono.”
Il modo di fare di Scott stava davvero irritando Geordi. Quel suo consiglio
andava contro tutto ciò in cui lui credeva.
“Ho promesso al capitano che avrei ultimato l'analisi in un'ora,” spiegò
Geordi con fenmezza.
Scott sorrise con aria sospettosa. “Quanto tempo le ci vorrà, in realtà
dico?”
Geordi adesso era davvero perplesso. “Un'ora,” replicò.
L'altro uomo parve scioccato. “Non gli avrà mica detto la verità?”
Geordi replicò inritato, “Certo che l'ho fatto.”
Scott roteò gli occhi, decisamente deluso. “Figliolo, figliolo, figliolo. Ha
ancora da imparare molto se vuole che i suoi superiori la considerino un genio
della sala macchine. Guardi me, deve...”
Ogni uomo ha una propria linea di confine, oltre la quale non riesce più a
tollerare l'irritazione, e Geordi l'aveva appena raggiunta. Si avvicinò a Scott.
“Mi stia a sentire, signore,” disse, “ho cercato di essere paziente. Ho
tentato di essere educato. Ma ho del lavoro da sbrigare, e francamente, lei mi
sta facendo perdere tempo.”
L'ultima cosa al mondo che Geordi avrebbe mai pensato è che la voce di Scott
divenisse ancor più roboante. Ogni ufficiale in sala macchine si voltò verso
l'anziano signore, che adesso protestò con voce tremolante e indignata.
“Io galoppavo nella galassia quando suo nonno era ancora un bambino. Credevo
che le potessero essere d'aiuto alcuni consigli...”
Geordi ne aveva abbastanza. Era imbarazzante. Tutto ciò era stupido. E doveva
essere fenmato prima che andasse oltre.
Invece di gettare benzina sul fuoco e far arrabbiare Scott ancora di più,
Geordi si voltò e si diresse verso il suo ufficio. Fu un enrore; Scott
interpretò quel gesto come un insulto, e la sua voce risuonò perfino più
rumorosamente di prima.
“Allora, la lascio lavorare, signor La Forge!”
Poi, Scott lasciò la sala macchine a grandi passi, osservato da tutti i
presenti, che condividevano tacitamente la stessa sensazione: quell'intera
faccenda avrebbe potuto essere gestita molto meglio.
Geordi imprecò tra sé. Si pentiva già di quel che aveva detto. Se ne pentiva
davvero. Ma ora, era troppo tardi; il danno era stato fatto.

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CAPITOLO SETTIMO

Non molto tempo prima, gli alloggi gli erano sembrati così spaziosi da non
sapere cosa farsene. Adesso, gli sembravano incredibilmente piccoli e
soffocanti, come una gabbia. Continuò a camminare avanti e indietro, da una
paratia all'altra.
“Mi sta facendo perdere tempo,” borbottò per l'ennesima volta. “Ha detto che
gli stavo facendo perdere tempo!” ripeté ad alta voce. “Ai miei tempi, gli
ingegneri si rispettavano a vicenda. Una volta, l'aver passato quasi tutta la
tua vita tra i motori di una astronave contava qualcosa, ora...”
La porto suonò, interrompendo le sue lamentele.
“Che cosa volete?” chiese Scott.
Scott non sapeva chi si fosse preso la briga di andarlo a trovare, ma appena
si aprì la porta, realizzò che mai e poi mai avrebbe pensato di ricevere una
visita da una persona così avvenente. Si trattava senza dubbio di una delle
donne più dolci e affascinanti che avesse mai visto. Le sue labbra formavano un
sorriso così candido, così disarmante, che Scott si sentì obbligato a
dimenticare, per un momento, tutta la sua rabbia.
“La disturbo?” chiese lei, guardandolo con occhi scuri e profondi, appena
mascherati dalla ciocca di nerissimi capelli che le era scivolata sulla fronte.
“Uh... no,” rispose Scott, porgendole la mano. “Capitano Montgomery Scott al
suo servizio. Cosa posso fare per lei?”
La donna afferrò la sua mano e la scosse con vigore. “Deanna Troi, consigliere
di bordo. E a dire il vero, sono venuta a trovarla per assicuranmi che non le
mancasse niente.”
Scott non riuscì a decifrare quella proposta, ma osservando la donna per
qualche secondo, si rese conto che la sua bellezza era troppo genuina per
lasciarla andar via senza parlarle per qualche secondo ancora. Le fece cenno di
accomodarsi nella vicina poltrona. Poi si sedette sulla sedia di fronte.
“La ringrazio per il suo interessamento, signorina. Ma per adesso sto benone.
L'alloggio è più che adeguato, e il replicatore è davvero portentoso.”
Scott le sorrise. Deanna contraccambiò. Ma lo scozzese non riusciva ancora a
capire perché lei fosse andata a trovarlo. Ma in fin dei conti, pensò, che
importanza aveva? Ciò che contava è che la bellissima donna rimanesse ancora un
po'.
“Sono felice che tutto proceda bene per lei,” disse Troi. “Ma a dire il
vero, vonrei sapere come si sente.”
Per un istante, Scott desiderò che quello non fosse solo un semplice incontro
amichevole. E poi, aveva conosciuto quella donna solo alcuni attimi prima,
e benché lui fosse ancora un uomo affascinante, non riusciva proprio a
immaginare come loro due potessero...
“Come mi sento?” ripeté sconsolato.
“Sì,” disse Troi. “Sarebbe perfettamente normale se si sentisse disorientato,
confuso o perfino spaventato dopo tutto quello che ha passato.”
Scott non riusciva ancora a capire. “Suppongo che si sia trattato di un
risveglio... inaspettato, sì.”
Ci fu una breve pausa, durante la quale Scott cercò di capire dove volesse
andare a parare la bella ragazza. Troi si mosse a disaoio nella sua poltrona,
come se stesse tentando [115] di procedere con un'altra tattica.
“Sono certa che avrà tantissime domande da farmi. Si chiederà forse cosa è
accaduto negli ultimi settantacinque anni,” dichiarò Troi. “Se desidera, posso
aiutarla ad accedere ai computer storici... scoprire cosa ne è della sua
famiglia... dei suoi amici.”
Scott sobbalzò, sorpreso. Famiglia? Amici? “Non credo di essere pronto,
ancora,” ammise. “È difficile accettare il fatto che forse tutti coloro che
conoscevi non ci sono più.”
La sua voce si fece più triste, e terminò la frase in calando. Poi, rendendosi
conto che la conversazione stava proseguendo su un binario che a lui non
piaceva, sollevò la testa e guardò Deanna con sospetto.
“Perdoni la mia ignoranza,” iniziò, “ma mi può dire quali mansioni svolge
il... consigliere di bordo?”
“La mia funzione principale è quella di prendermi cura del benessere emotivo e
psicologico dell'equipaggio,” spiegò con semplicità. E sorridendo nel suo tipico
modo avvenente, aggiunse, “E ovviamente, anche quello dei nostri ospiti.”
Scott strizzò gli occhi. “E lei è un ufficiale?”
Troi annuì. “Sì. Il ruolo di consigliere è stato istituito una quarantina di
anni fa, quando ci siamo resi conto degli effetti nocivi derivanti da lunghi
periodi nello spazio. Da allora tutte le navi della Federazione ne hanno uno a
bordo.”
Il sospetto di Scott venne confermato. “Lei è una psicologa!” esclamò.
“Anche,” rispose Troi, con calma e convinzione. “Come le ho detto, sono venuta
a trovarla per...”
Scott scosse la testa. “È stato La Forge a mandarla qui? L'ha fatto lui!
Sarò anche vecchio, ma non sono pazzo!”
Troi inclinò il capo. “Non ha capito, signor Scott. Geordi non ha niente a che
vedere con questa visita. E lo so che lei non è pazzo.”
Scott si alzò in piedi, seccato da tutta quella vicenda. Ciò che era iniziato
come una piacevole sorpresa stava di nuovo assumendo l'aspetto di un'ulteriore
umiliazione. Che diavolo, ci stava facendo il callo a essere umiliato.
“Ha proprio ragione,” le disse. “Non sono pazzo. E visto che ci troviamo
d'accordo su questo punto, è bene che sappia che non ho bisogno di un dannato
consigliere, o di uno psicologo, o comunque voglia chiamarlo.” Fece una pausa,
accaldato. Con voce tanto sottomessa da sorprendersi lui stesso disse, “So di
cosa ho bisogno, e non lo troverò certo qui.”
Né in quel momento, né in futuro. E il peso di quell'improvvisa realizzazione
lo schiacciò senza riserve.
Per un momento, Troi assunse un'espressione decisa, come se stesse pensando a
un altro modo per convincerlo ad ascoltarla. Poi, probabilmente invasa dai
dubbi, si alzò silenziosamente e incrociò le braccia al petto.
“Spero che cambierà parere, Capitano Scott. Nel frattempo, io sarò a sua
disposizione, se deciderà di consultarmi.”
Scott sbuffò. Non lo avrebbe mai fatto, non si sarebbe mai abbassato a ciò.
Così, non disse niente, e non impedì che Deanna uscisse silenziosamente dal
suo alloggio.
Mentre si allontanava dall'alloggio, camminando lungo il corridoio, Deanna
contemplò la reazione di Scott. Sospirò.
Quale disperazione. Aveva conosciuto uomini in balia di tormenti molto meno
crudeli, meno soffocanti. Aveva assistito alla rovina di amici e conoscenti,
divorati dalla disperazione, dalla depressione, senza che lei né nessun altro
potesse intervenire.
Ciò nonostante, Scott non sembrava correre quel pericolo. Continuava a
trascinare il peso della sua vicenda con lodevole coraggio. Deanna non poteva
far altro che ammirarlo.
Certo, sarebbe stato meglio per lui se si fosse aperto. Lei avrebbe potuto
alleggerire quel suo fardello, forse avrebbe potuto indicargli la via per un
futuro a cui lui non aveva pensato.
La speranza, ecco cosa aveva da offrirgli. Ma Scott non le aveva concesso di
provare. Lo stesso coraggio che gli aveva penmesso di non impazzire, lo spingeva
a respingere qualsiasi aiuto esterno.
Deanna non avrebbe potuto e dovuto insistere. Se Scott avesse richiesto il
suo aiuto, lei glielo avrebbe concesso. Ma non lo aveva fatto. Scosse la testa,
sentendosi sconfitta, entrò nel turboascensore e si diresse in plancia.
Che diavolo. Maledizione a tutti i diavoli.
Suggerire a lui, Montgomery Scott, l'aiuto di uno psicologo, un dannato
strizza cervelli. Non aveva forse affrontato minacce più pericolose, in ogni
angolo della galassia, prima di approdare in quella Enterprise del
ventiquattresimo secolo? E non aveva forse mantenuto una integrità fisica e
psicologica perfetta?
Camminando lungo il corridoio, Scott non si rese neppure conto di dove si
stesse dirigendo. Ma dopo tutto, quello non era un problema.
Non poteva starsene fermo, e camminare gli avrebbe fatto bene. Ne aveva
bisogno per focalizzare i suoi pensieri per concentrarsi meglio.
Se solo si fosse trovato a bordo della sua Eliterprise. Almeno lì, avrebbe
potuto rinchiudersi nel proprio alloggio, in gradevole compagnia di una
bottiglia di scotch, e rimuginare su ciò che gli era accaduto, su ciò che gli
stava accadendo.
Scott scosse la testa. Altro che uno psicologo. Aveva bisogno di un posto dove
rifugiarsi, e ponderare la situazione a modo suo.
Voltando l'angolo del conidoio, non poté fare a meno di notare gli sguardi
curiosi degli uomini e della donne che, camminando in direzione opposta alla
sua, continuavano a incrociarlo. Sapevano di lui? Erano stati avvertiti della
sua presenza?
E avrebbero cercato di offrirgli il loro aiuto tramite uno dei loro
consiglieri strizzacervelli del ventiquattresimo secolo?
Scott era troppo impegnato a evitare gli sguardi indiscreti degli ufficiali,
che quasi non notò l'unica persona che sembrava non osservarlo. Se non fosse
stato per l'insolito colore giallo oro della sua pelle, non ci avrebbe mai fatto
caso.
Quell'ufficiale attirò talmente la sua attenzione, che decise di seguirlo per
osservarlo da vicino. All'inizio, gli era parso un alieno di qualche sorta,
forse un rappresentante di una nuova razza della Federazione. Poi il
suo sesto senso, il solito sesto senso che ai suoi tempi lo aveva reso il
migliore ingegnere della Flotta, gli disse che non era così.
Si trattava di un uomo meccanico. Una forma di vita artificiale. Un androide,
o almeno così lo avrebbe chiamato un centinaio di anni prima.
Indossava l'uniforme della Flotta Stellare, e portava addirittura i gradi di
tenente sul collo. Quell'essere era un membro dell'Enterprise, un ufficiale.
Prima i Klingon, poi quella... cosa!
Incuriosito, Scott accelerò il passo e raggiunse l'androide, che accortosi di
essere seguito, si soffermò e guardò lo straniero con i suoi occhi gialli.
“Posso aiutarla?” chiese.
Scott sussultò. Anche se si trattava di qualcosa di artificiale, riusciva a
parlare con altissima precisione, anzi, in maniera perfetta... così perfetta da
risultare completamente spassionato.
“Se può aiutarmi?” ripeté l'umano. Certo, pensò Scott. Mi potrebbe aiutare a
staccarle la testa, così che possa controllare i suoi ingranaggi interni.
Ma preferì non esprimere a parole quel pensiero. Chissà perché, non gli
sembrava giusto parlare in quei termini a un suo collega, anche se era fatto di
ferro e bulloni.
L'androide inclinò la testa su un lato. Il suo movimento fu pacato, quasi
impercettibile. “Lei è il Capitano Scott,” osservò.
Allora lo conosceva. Ma certo, se era un ufficiale a bordo della nave,
doveva essere a corrente dei fatti.
“In carne e ossa,” rispose Scott. “E lei chi sarebbe?”
“Il mio nome è Data,” replicò semplicemente.
Data, eh? “Che nome interessante,” osservò l'umano.
“Sono un androide,” spiegò, sentendosi probabilmente in dovere di fornire una
spiegazione.
“Lo vedo,” gli disse Scott. “Non è il primo androide che incontro, lo sa? Su
Exo Tre5, ne abbiamo visto uno che assomigliava proprio al capitano.
5.- Dall'episodio della serie classica "Gli androidi del Dottor Korby" (What
are little giris made of) (N.d.T.).

E poi, c’è stato quel colosso inviatoci contro da Harry Mudd6, che però sono
sicuro si sia pentito amaramente di averlo fatto. E che dire di quella dolce
creatura indifesa su Holberg 917G7, quando stavamo cercando della... No, non
suppongo che le interessi.”
Data scosse la testa, “Ciò nonostante, non si aspettava di vedere un androide
a bordo di questa nave. Corretto?”
Scott lo fissò. Percettivo, vero? O lui era semplicemente stato troppo ovvio
nel manifestare il suo stupore? O forse, Data lo aveva semplicemente dedotto
attraverso le informazioni di cui disponeva?
“Sì, qualcosa del genere,” concesse l'umano. “Allora, come ha fatto a
diventare ufficiale? È stato costruito apposta? Ogni nave adesso ha un androide
a bordo?”
Si trattava di una prospettiva da far rabbrividire. Le macchine non avevano
diritto, non avevano la capacità di comandare delle astronavi. La storia lo
aveva già dimostrato cento anni prima, quando la Flotta Stellare aveva voluto
installare a bordo della sua Enterprise l'unità M5, un potentissimo computer
rivelatosi difettoso8.
“Io sono l'unico androide della Flotta Stellare,” rispose Data. “Non sono
stato creato per servire a bordo di una astronave. Sono stato progettato e
costruito dal Dottor Noonien Soong, uno scienziato di cibernetica, che al
momento della mia progettazione non aveva idea che sarei diventato un ufficiale
della Flotta Stellare. Per quanto riguarda la mia

6.- Dall'episodio della serie classica "lo, Mudd", seconda stagione (1,
Mudd) (N.d.T.). 7.- Dall'episodio della serie classica "Requiem per
Matusalemme`, terza stagione (Requiem for Methuselah) (N.d.T.). 8.-
Dall'episodio della serie classica "11 computer che uccide", seconda stagione
(The ultimate computer) (N.d.T.).

presenza sull'Enterprise... la mia carriera non è stata insolita. Come


chiunque altro, ho frequentato l'Accademia e ho prestato servizio in altri
vascelli ricoprendo cariche meno importanti .”
L'umano annuì. C'era qualcosa di accattivante in quello strano essere
artificiale. Il suo modo di parlare era così... diretto... amichevole. E senza
dubbio, Data rappresentava un'incredibile fonte di informazioni. Il suo nome
lasciava già intendere molto9.
Non sarebbe una cattiva idea aggiornarmi un po' sugli ultimi eventi storici,
si disse Scott. E a differenza di quel presuntuoso di La Forge, Data non sembra
dispiacersi di rispondere alle mie domande.
Scott appoggiò una mano sulla spalla dell'androide. “Mi piacerebbe parlare con
lei, una di queste volte,” ammise. “Suppongo che adesso abbia da fare,
eh?”
“A dire il vero,” rivelò Data, “adesso sono fuori servizio.”
Che colpo di fortuna, l'unico forse da quando era salito a bordo di quella
nave. “Allora è libero? Perfetto. C’è un posto dove potremmo favellare un po'?”
L'androide lo guardò perplesso. Poi, improvvisamente, sembrò aver capito.
“Favellare,” ripeté. “Conversare. Discutere.” Fece una pausa. “Ne sarei
lieto,” concluse. “E credo che il Bar di Prora sia il posto più indicato per
farlo.”
“Ovunque dica lei, figliolo,” replicò Scott. Non aveva mai sentito parlare di
questo "Bar di Prora". Ma che importanza aveva? Dopotutto, si sarebbero solo
scambiati alcune

9.- In inglese, la parola "data" è un sostantivo plurale, traducibile in


italiano con "dati", "informazioni. (N.d.T.).

informazioni, non dovevano mica confidarsi, scolandosi una bottiglia di brandy


Sauriano.
Data e Scott avevano da poco rageiunto il Bar di Prora, e Data seppe di aver
scelto il posto giusto. Dal sorriso entusiasta di Scott e dal suo continuo
sfregarsi le mani, l'androide seppe che l'anziano ufficiale si sentiva a proprio
agio.
“Perché non mi ha detto che c'era una taverna a bordo?” chiese all'androide.
Data l'osservò. “Non me l'ha chiesto,” replicò.
Scott non poté fare a meno di ridere. “Ah, signor Data, avevo i miei dubbi su
di lei, lo devo ammettere, ma di tutti gli androidi che ho conosciuto, lei è il
migliore.” Colpì Data con una pacca sulle spalle. “Continui così, Macduff.”
L'androide parve confuso. Il suo cervello positronico scavò negli archivi del
suo database e trovò il riferimento.
“Macduff era un personaggio del Macbeth di William Shakespeare,” notò. “Che
cosa ha a che fare con me?”
“Così figliolo, tanto per dire. Allora, questo posto assomiglia davvero a un
bar. Che cosa ne dice, ci serviamo qualcosa?” E senza attendere una risposta,
prese il secondo ufficiale per un braccio e lo condusse nella giusta direzione.
Dopo essersi seduti al banco, un cameriere gli si avvicinò. “Posso servirle
qualcosa da bere, signore?” chiese a Scott, che si trovava più vicino a lui di
quanto non lo fosse Data.
“Sì, figliolo. Scotch. Liscio.”
“E lei, signore?” Il cameriere si rivolse a Data.
“Lo stesso per me,” replicò l'androide.
Scott lo guardò con rinnovata ammirazione. “Accidenti, signor Data, non avrei
mai pensato che andasse pazzo per lo scotch.”
“Non ne vado pazzo.” gli disse l'androide. “Infatti è la prima volta che lo
bevo.”
“Davvero?” replicò Scott. “Beh, allora si prepari alla sorpresa più grande
della sua vita.” Fece una pausa. “A meno che, ovviamente, l'alcol non faccia per
lei.” Poi, roteò gli occhi e grugnì. “Che diavolo sto dicendo. Se non le
piacesse l'alcol, non mi avrebbe mai portato qui.”
Data fissò con curiosità il comportamento di Scott, e nel frattempo il
cameriere servì le ordinazioni. Lo scotch aveva un colore violaceo, notò
l'androide. E come richiesto dall'amico, era stato servito senza ghiaccio,
liscio appunto.
“Grazie, figliolo,” disse Scott, fissando il suo liquido preferito con
orgoglio. “Le sarò riconoscente per sempre.”
Poi, dopo che ebbe sollevato il bicchiere per avvicinarlo alla bocca, Scott
si arrestò e ne osservò il contenuto con attenta minuzia. Forse non si trattava
del suo scotch preferito.
Forse non era l'alcol a cui era abituato, pensò l'androide. A ogni modo,
Scott non proseguì l'esame per molto a lungo. Scosse le spalle e si voltò
verso Data.
“Oh, bene,” disse lui. “Un porto sicuro nella tempesta, eh?” E i suoi dubbi
vennero subito accantonati.
L'androide fece altrettanto. Aveva da poco sorseggiato un po' di alcol,
quando udì qualcosa di pesante sbattere contro il bancone del bar.
“State cercando di avvelenarmi?” chiese Scott, indignato. C'era un'ombra di
disgusto sul suo volto, e passandosi una mano sulla bocca, aggiunse, “Che
diavolo è questa cosa?”
Il cameriere lo raggiunse immediatamente. “Qualcosa che non va?” gli domandò.
“Certo,” replicò l'anziano signore. “Non mi ha portato ciò che le avevo
chiesto.”
“Non aveva ordinato dello scotch?” domandò educatamente il cameriere, adesso
confuso.
“Esatto,” confermò Scott, gettando il bicchiere in mano al cameriere che,
guardandone il contenuto, disse, “Ma questo è scotch, signore.”
Scott si sporse in avanti e bisbigliò con frustrazione al cameriere,
“Figliolo, bevevo scotch cento anni prima che lei nascesse, e le posso garantire
una cosa: qualsiasi cosa ci sia in quel bicchiere, non è certo scotch.”
Il cameriere era confuso. Rimase in piedi per un secondo, perplesso.
Ma Data capì al volo. “Credo di poter essere d'aiuto,” propose. “Vede, il
Capitano Scott non è a conoscenza dell'esistenza del sintalcol.”
Scott si rivolse verso l'androide. “Sintalcol?” chiese con tono eretico.
“Che diavolo di roba Š?”
“Si tratta di un sostituto dell'alcol,” spiegò l'androide. “Il sintalcol
simula l'apparenza, l'odore e il sapore dell'alcol, ma i normali effetti
intossicanti possono essere annullati con il minimo sforzo. Perciò, lo si può
bere in grandi quantità senza correre il rischio di subire gli effetti negativi
dell'alcol normale. Il sintalcol, sebbene sia stato ideato dai Ferengi,
viene servito adesso a bordo di tutte le navi stellari della Federazione.”
Scott lo guardò con aria triste.
“Sintalcol,” ripeté.
“Esatto, signore,” confermò Data.
“E i Ferengi...?” Iniziò l'interrogativo, ma decise di sopprimerlo prima di
averlo forrnulato del tutto. “Lasci perdere, non lo voglio sapere.”
L'androide rispose comunque. “L'Alleanza Ferengi raggruppa un numero di
pianeti gestiti da un governo centrale. I Ferengi sono commercianti
intergalattici la cui principale occupazione è il profitto. Fisicamente, sono
abbastanza piccoli, molto energici, e hanno larghissime...”
“Signor Data!” urlò Scott. “Le ho detto che non lo voglio sapere!”
“... orecchie,” terminò l'androide, rimanendo pietrificato dal grido di Scott.
Ovviamente, il commento dell'umano non era frutto di un'espressione colloquiale,
ma di una vera e propria richiesta.
Scott sospirò. “Scotch sintetico, comandanti sintetici. Incomincio a odiare il
ventiquattresimo secolo,” ammise con appassionata sincerità.
“Mi dispiace che la pensi così,” replicò una voce femminile. Data e il suo
compagno si voltarono allo stesso tempo, in direzione di quella voce.
“Guinan,” dichiarò l'androide.
“In carne e ossa,” disse lei. E poi aggiunse rivolgendosi al Capitano Scott,
“Non credo che ci abbiano presentati. Lei Š...?”
“Montgomery Scott,” rispose l'umano, un tantino preoccupato, almeno secondo
Data.
“Piacere di conoscerla, Montgomery Scott. Mi dica... non è lei quello che è
stato ritrovato a bordo della Jenolen?”
Annuì. “In carne e ossa, signorina. Anche se comincio a chiedermi se sono
stato davvero fortunato.”
Guinan sorrise placidamente. “Non credo che stia parlando sul serio,
Montgomery Scott. In realtà credo che recentemente abbia detto molte cose di cui
non è affatto convinto.”
Scott la guardò con fare sospettoso. “Non mi dica che lei è un altro di quei
consiglieri.” Pronunciò quella parola con un certo disdegno.
La donna scosse la testa. “No. Non sono un consigliere. Mi occupo di questo
posto.” Aprì le mani, come se volesse abbracciare simbolicamente tutta la sala.
Gli occhi di Scott si accesero per l'indignazione. “Capisco. Allora è colpa
sua se invece dello scotch viene servito alcol sintetico?”
Guinan scrollò le spalle. “Non ho mai ricevuto alcuna lamentela prima d'ora.”
“Beh,” le disse Scott. “c’è sempre una prima volta. Lasci che le dica una
cosa, figliola. Bevevo scotch almeno cento anni prima che lei fosse nata...”
“Ne dubito,” replicò la donna.
Scott la fissò incredulo. “Prego?”
“Lei non beveva scotch cento anni prima che io fossi nata,” lo corresse. “E a
tal riguardo, neanche il suo trisnonno. Ma ovviamente, questa è un'altra
storia.”
Scott la osservò per un secondo o due, e si voltò verso Data, “È normale?”
L'androide annuì. “Posso confermare le affermazioni di Guinan. Ho avuto modo
di appurarle in prima persona.”
“Vero,” disse Guinan, attirando su di sé l'attenzione dell'umano e quella di
Data. “A ogni modo, signor Scott, visto che lei non gradisce ciò che serviamo in
questo locale...”
Incamminandosi verso la parte anteriore del bancone, la donna si accucciò in
basso e afferrò qualcosa. Quando si sollevò, stringeva in mano una vecchia
bottiglia polverosa piena di un liquido dall'aspetto vagamente familiare. Ci
soffiò sopra, togliendo gran parte della polvere. Poi, con fare aristocratico,
la poggiò sulla splendente superficie del bancone.
Scott pose la domanda con il solo sguardo. Guinan rispose in maniera più
eloquente. “Tengo una scorta limitata di bevande alcoliche dietro il bar.
Forse questa sarà di suo gradimento, Capitano.”
Data tentò di leggere l'etichetta, ma non vi riuscì. Ormai era sbiadita a
causa degli anni e della polvere, e la scritta era irriconoscibile. Scott
fissò la bottiglia, poi Guinan, e di nuovo la bottiglia. Incuriosito, Data la
afferrò, rimosse il tappo, e annusò il contenuto.
“Che cosa Š?” chiese l'umano.
Data disse a Scott l'unica cosa di cui era certo. “È verde"'.”
Scott lanciò nuovamente un'occhiata alla bottiglia e poi scrollò le spalle.
“Beh,” dichiarò, “credo di poterci stare.”
Data concordò con quella osservazione. Porgendo la bottiglia a Scott, lo fissò
mentre questi si versava il liquido nel bicchiere. Lo riempì per un terzo. Poi,
lo sollevò e salutò Guinan e l'androide.
“Salute,” disse Scott. E infine, con un'espressione di convenienza, sorseggiò
il whisky.
10.- La battuta "È verde" riferita al whisky aldebarano è una citazione
dall'episodio della serie classica, "Con qualsiasi nome" se(<ndS stazione (Bv
anv other name) (N.d.T.).
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CAPITOLO OTTAVO

Scott stava in piedi, nel corridoio, davanti all'entrata del ponte ologrammi.
Aveva ancora in mano la bottiglia di liquore verde che aveva preso nel Bar di
Prora, ed era decisamente ubriaco. Attivò il computer sulla paratia.
“Prego, inserire il programma,” disse la voce sintetica del computer.
“L'androide al bar mi ha detto che avrei potuto vedere la mia vecchia nave.
Dunque, mostramela.”
“Dati insufficienti. Specificare i parametri, prego.”
“L'Enterprise. Mostrami il ponte di comando dell'Enterprise, maledetto pezzo
di latta arrugginito...”
“Vi sono state cinque navi della Federazione con questo nome,” lo informò il
computer. “Prego, specificare il numero di registro.”
Scott imprecò dentro di sé. “NCC Uno Sette Zero Uno. Nessuna maledetta A, B,
C o D!”
“Il programma è stato completato,” annunciò il computer. “Può entrare.”
Scott fece un passo verso la strana porta scorrevole del ponte ologrammi e si
fermò. Che cosa lo stava trattenendo?
La possibilità che quella fantasia non sarebbe stata all'altezza della realtà?
Una vaga e superstiziosa sensazione di paura nello svegliare ricordi ormai
sepolti lo colse di sorpresa. Quell'Enterprise senza suffisso faceva parte di
un'altra epoca, di un altro tempo. Lui lo sapeva bene; l'aveva vista morire con
i suoi stessi occhi.
“Al diavolo,” esclamò a voce alta. “Se non si è disposti a rischiare non si
possono conquistare le belle ragazze.” Poi, avanzò di nuovo.
La porta si aprì. Un momento più tardi, come per magia, Scott si ritrovò sul
ponte della sua vecchia nave. Tutti i monitor stavano lampeggiando di luci
colorate, e i suoni acuti dei rilevatori permeavano l'aria del ponte di comando.
Per un attimo, spostandosi vicino alla sedia del capitano, Scott si sentì di
nuovo a casa. Si diresse verso la sua vecchia postazione, leggermente defilata
sulla sinistra del turboascensore. Poi si voltò, e si osservò intorno.
Si sentì inaspettatamente depresso. Non c'era nessuno con lui. La plancia era
vuota. In quello che era stato il centro vitale della sua nave, la mancanza di
voci umani e l'assenza dei suoi amici lo resero ancor più triste.
Senza i suoi compagni alle relative postazioni, senza Spock e McCoy che si
prendevano in giro a vicenda, e senza il Capitano Kirk intento a ridere alle
loro continue punzecchiature, l'Enterprise sembrava una nave fantasma.
Era questo il suo destino adesso? Condannato a esistere in un universo non
suo, inutile e indesiderato?
Scott sospirò profondamente.
Maledizione. Non si era recato sul ponte ologrammi per sentirsi peggio. Lo
aveva fatto solo per ricordarsi di un tempo in cui sapeva esattamente ciò che
voleva, ciò di cui aveva bisogno.
Scott riempì il bicchiere di whisky, cercando di affogare in esso tutta la sua
malinconia e la sua frustrazione. Sollevò il bicchiere, e salutò gli amici non
più presenti.
“Alla vostra, amici miei,” intonò, quasi singhiozzando. E bevve con fare
liberatorio.
Poi realizzò... quel ponte ologrammi era in grado di ricreare ben più di
semplici luoghi o cose. Se aveva capito bene, forse, avrebbe potuto ricreare
anche delle persone.
“Computer,” disse, “ho bisogno di un po' di compagnia. Di qualche faccia
familiare.”
“Prego, specificare,” giunse la risposta.
Aggrottò la fronte e si stiracchiò i muscoli. “Il capitano James T. Kirk. Il
Primo Ufficiale Spock. L'Ufficiale Medico Leonard McCoy.”
Si sentì già meglio. Pronunciare quei nomi lo fece stare davvero meglio. Era
come se tutto assumesse una dimensione più reale, più vera.
“Tenente Sulu al timone, Guardiamarina Chekov alla navigazione. E alla
stazione delle comunicazioni, la più bella donna che abbia mai indossato
un'uniforme, il Tenente Uhura.”
“Le informazioni specificate sono presenti nell'archivio. Prego, specificare
data stellare.”
Certo, come no. La data. Le persone non erano come una nave stellare. Erano
soggette a cambiamenti, da mese a mese, da anno ad anno, a volte perfino da un
giorno all'altro. Pensò per un momento.
Avrebbe dovuto scegliere una data che risalisse almeno al secondo anno della
missione quinquennale, o Chekov non sarebbe stato presente. E Scott voleva che
ci fosse anche il giovane russo. Di tutti coloro che si erano succeduti alla
postazione della navigazione, DeSalle, Bailey, Stiles e altri ancora, Chekov
era la persona a cui Scott si era sentito più legato.
“Vediamo,” disse, massaggiandosi la mascella.
Perché non facciamo qualche giomo dopo l'incides1te con i Triboli"? Sorrise
tra sé, ricordando quei piccoli esseri 11- Dall'episodio della serie classica
"Animaletti Pericolosi", seconda stagione (The Trouble with Tribbles) (N.d.T.).
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pelosi e tutti i guai che avevano provocato. Non che la sua vita ne fosse
stata particolarmente influenzata. Anzi, in quella occasione aveva avuto modo di
confrontarsi nettamente con i Klingon, con i quali si era sfogato un po', a suon
di pugni.
Quelli sì che erano tempi memorabili.
Che peccato che cose del genere non potessero verificarsi più. Adesso che i
Klingon e la Federazione si erano alleati, non ci sarebbero state più zuffe.
Niente scazzottate con quei barbari dalla testa piena di bozzoli, nessuna
contesa per difendere l'onore della Flotta e dell'Enterprise.
Peccato, pensò Scott. Un altro prezioso fenomeno culturale andato perso nel
corso degli anni.
Il silenzio lo avvolse. Gli sembrò addirittura che quel silenzio lo stesse
supplicando, o che stesse implorando per della voci.
“Lo so, lo so,” disse. “Stai aspettando.”
Il computer non rispose, ma la sua impazienza era quasi palpabile. D'accordo,
allora. Data stellare...
Poi gli venne in mente. Certo. Perché non ci aveva pensato prima?
“Data stellare 4534.7,” disse al computer. “E per quanto rieuarda i miei
amici, devono avere la stessa età che avevano al tempo in questione.”
“Sto elaborando,” replicò il computer.
Un secondo più tardi, Scott non fu più solo. La compagnia che aveva sperato di
avere non era apparsa nel modo in cui lui credeva che sarebbe apparsa, ma in
modo molto più reale. I suoi amici riempivano la plancia come avevano sempre
fatto, come se fossero sempre stati lì.
Bisbigliò confusamente tra sé. Erano davvero con lui. I suoi amici stavano
occupando le postazioni che avevano sempre occupato. Tutti, eccezion fatta per
il Dottor McCoy, che senza dubbio sarebbe arrivato presto.
“Quanto tempo manca, signor Sulu?” chiese l'ufficiale seduto nella poltroncina
centrale.
“Non molto, Capitano,” replicò il timoniere. “Attraccheremo alla Base Stellare
Nove tra due ore, venticinque minuti e trenta secondi.”
“Benissimo, Tenente. Abbiamo proprio bisogno di riposarci un po' dopo quello
che ci è successo su Triskelion12. E poi nessuno fa delle bistecche au poivre
come il Comandante Tattinger.”
Il navigatore si voltò per guardare il capitano. “La bistecca au poivre è un
piatto russo. Mia madre era solita cucinarcelo aggiungendo un tocco di paprika.”
Il capitano si schiarì la gola. “Capisco, signor Chekov. Farò bene a
ricordarlo al comandante.”
Concentrando il proprio sguardo sulla poltroncina di comando, Scott si sporse
in avanti. “Capitano Kirk?”
Il capitano si voltò e incontrò lo sguardo del suo ingegnere capo. Kirk era
giovane, vitale. Così giovane che Scott ne fu quasi sorpreso. Sembrava che il
ponte ologrammi riuscisse a ricordare Kirk meglio di quanto non facesse Scott.
C'era qualcosa di sbagliato in questo, o no? Come faceva una macchina a
ricordare una persona meglio di quanto non potesse fare lui, che di quella
persona era grande amico?
“Sì, Scotty,” rispose Kirk. “C’è qualcosa di...?”
Improvvisamente, si arrestò senza terminare la domanda, e puntò i suoi occhi
sulla bottiglia che Scott teneva in mano. Poi gli sguardi dei due ufficiali si
incontrarono. “Signor Scott,” disse con termezza, ma mantenendo la calma, “per
tutti i numi, che diavolo sta facendo qui con quella bottiglia in mano?”

12.- Dall-episodio della serie classica "La Posta in Gioco", seconda stagione.
(The Gamesters of Triskelion) (N d T.)

Accidenti! “Fermare il programma,” ordinò Scott.


Il programma si arrestò, ma gli occhi di Kirk si mantennero fissi su di lui.
Scott poggiò la bottiglia e il bicchiere su una sedia.
“Computer,” disse, “puoi nascondere questi oggetti?” E indicò con un dito gli
oegetti in questione.
Improvvisamente, sparirono.
“Bene. Adesso riavvia il programma.”
Kirk tornò a muoversi. “Che strano,” commentò.
“Cosa, signore?” domandò Scott.
Il capitano scosse la testa. “Per un secondo avrei giurato di aver visto
una...”
“Una bottiglia,” lo anticipò Scott. “Sì, ha detto qualcosa riguardo a una
bottiglia, signore.”
Kirk strinse gli occhi. “Eppure sono sicuro che...”
“Signore?”
Il Capitano aggrottò le ciglia. “Lasci stare, Scotty.” Dopo alcuni istanti di
imbarazzo, Kirk scrollò le spalle e tornò ad assumere un comportamento più
professionale. “Ha effettuato quei controlli sui motori a curvatura?”
“Sì che l'ho fatto, signore,” rispose Scott. E lo aveva fatto davvero...
cento anni prima. “Adesso funzionano alla perfezione. Proprio come un bel
bicchiere di brandy sauriano.”
Kirk inclinò la testa e strinse gli occhi. Forse stava di nuovo pensando alla
bottiglia che credeva di aver visto. “Un'analogia interessante,” notò.
Scott annuì. “Grazie, signore.”
Tirando verso il basso la maglia dell'uniforme spiegazzata, il capitano
osservò la plancia. Che buffo, pensò Scott.
Quelle uniformi adesso gli sembravano davvero ridicole. Il computer si era
forse sbagliato, o le uniformi della Flotta erano davvero state così?
Spock, che stava osservando il monitor della sezione scientifica, decise di
voltarsi e rivolgersi al capitano. “Signore?”
“Sì, signor Spock?”
Le fattezze del Vulcaniano erano perfino più severe, e il suo atteggiamento
molto più freddo e alieno di quanto si ricordasse Scott. “I sensori indicano uno
strano fenomeno a dritta. Secondo i miei dati, abbiamo già incontrato questo
fenomeno in precedenza, ma mai di questa intensità.”
Kirk sbuffò. “Questo fenomeno non ha un nome, Spock?”
“Sì,” ammise il primo ufficiale. “A ogni modo, credo che lo riconoscerà
senza alcun aiuto da parte mia.”
Spock si voltò di nuovo verso la sua strumentazione, apportò le necessarie
modifiche e proiettò sul visore principale il risultato delle sue analisi. Gli
sguardi dei presenti si diressero simultaneamente in direzione dello schermo,
in attesa di scorgere ciò che Spock aveva annunciato.
Scott sapeva già cosa sarebbe apparso, naturalmente. Per lui, tutto questo non
era altro che un déjà vu. Ma non si lasciò ingannare dalle sue conoscenze,
e cercò di farsi prendere anche lui dall'eccitazione del momento.
Addirittura prima che l'immagine apparisse sullo schermo, Chekov si stava
stropicciando le mani, incapace di contenere il proprio nervosismo. Alla fine,
riuscirono a vedere tutti di cosa si trattava.
Era una massa energetica iridescente a forma di serpente, che sprizzava luce
colorata in ogni direzione possibile. Vi appariva una scritta: “Congratulazioni,
Scotty!”
Era l'anniversario della sua lunga storia d'amore con la Flotta Stellare.
Una storia iniziata il giorno in cui aveva messo piede nella sala macchine della
nave comandata da Chris Pike.
In quel momento, la porta del turboascensore si aprì, e McCoy entrò in plancia
con un grosso dolce bianco in mano, su cui era disegnata un'elegante scritta
colorata. “Spero che vi piaccia,” disse. “Dopo tutto, sono un dottore,
non un pasticcere.”
Scott rimase sbigottito. “Per tutti...”
Si guardò intorno, osservò Kirk, Spock e tutti gli altri, accusandoli con lo
sguardo con divertita ironia. Stavano sorridendo tutti come se avessero nascosto
quella sorpresa fino al massimo delle loro capacità.
Tutti tranne Spock, ovviamente. Ma poi, anche lui sorrise. Non apertamente,
ma in cuor suo anche il Vulcaniano stava sorridendo, e Scott questo lo sapeva
bene.
“Che attori incalliti!” esclamò, e i loro sorrisi si fecero ancora più
intensi. “E quando avete deciso di farmi questa sorpresa?”
Kirk si strinse nelle spalle, guardando di nascosto McCoy con malizia. “Non
molto tempo fa,” ammise. “Solo dal suo ultimo compleanno.”
Scott fissò il primo ufficiale. “E come hanno fatto a coinvolgerla in questo
giochetto, signor Spock? Pensavo che i Vulcaniani non fossero in grado di
mentire.”
Spock inarcò un sopracciglio. “Certo che sappiamo mentire,” spiegò
semplicemente. “È solo che scegliamo di non farlo... a meno che non vi siano
altre vie d'uscita.” Diede una rapida occhiata al ponte di comando, “E mi
creda,” disse a Scott, del tutto rassegnato, “in questa circostanza, non vi
erano vie d'uscita per me.”
Gli altri ufficiali iniziarono a ridere. E prima che quella tresca ilarità
si fosse spenta, Uhura si avvicinò dalla sua postazione delle comunicazioni.
Cinse Scott con un braccio e lo baciò sulla guancia. “Tanti auguri, Scotty,”
gli disse, con fascinosa dolcezza.
Scott arrossì, proprio come aveva fatto la prima volta, quando Uhura lo aveva
graziato con uno dei suoi soffici baci. Con orgoglio, si ricordò di un'altra
volta in cui Uhura aveva deciso di baciarlo, in maniera molto più
passionale però...
“Grazie, figliola,” le disse. “Questo è il regalo più bello che potessi
farmi.”
“Grazie mille,” esclamò Sulu. “E della nostra sorpresa cosa ne dice?”
“Giusto,” ribadì Chekov. “Crede che sia stato facile programmare il visore?
Specialmente a sua insaputa?”
Scott annuì. “Grazie a tutti per il pensiero.” E indicò il messaggio che
ancora risplendeva sul visore. “E grazie della vostra amicizia. Siete gli amici
più cari che qualsiasi uomo possa desiderare di avere.”
Kirk annuì con approvazione. “Ben detto, signor Scott.”
“Giusto,” confermò McCoy. “E ora, prima che la situazione degeneri in un
eccesso di sentimentalismi, credo che sia giunto il momento di tagliare la
torta.”
Nei minuti che seguirono, la torta venne consumata solo in parte, con
dispiacere del Dottor McCoy. Ma come lui stesso aveva ammesso, lui era un
dottore e non un pasticcere.
Ciò nonostante, gli ufficiali si divertirono non poco. Anzi, il divertimento
fu così coinvolgente che Montgomery Scott non avrebbe mai dimenticato quel
giorno per il resto della sua vita. E poi, proprio mentre il gruppetto tornava a
concentrarsi sul proprio lavoro e all'arrivo imminente n[[137] Base Stellare
Nove, Jim Kirk accompagnò Scott alla sua postazione.
“Scotty...” iniziò il capitano.
“Sì, signore?” rispose Scott, sedendosi al suo posto. Non si ricordava
esattamente cosa gli avesse detto Kirk, ma non vedeva l'ora di sentirselo dire
di nuovo. Dopotutto, il capitano era uno degli uomini più intelligenti con cui
Scott aveva avuto l'onore di stringere un'amicizia.
“Scotty...” iniziò nuovamente Kirk. “Circa quella bottiglia...”
Prima di poter terminare la frase, il capitano si arrestò di colpo, rimanendo
immobile. La porta del ponte olografico si aprì permettendo a un altro capitano
di guadagnare l'accesso della vecchia Enterprise. A dire il vero, si trattava
del capitano di un'altra Esiterprise, la D.
Non appena la porta si richiuse alle sue spalle con un fischio stridulo,
Picard si guardò intorno e osservò gli occupanti del ponte di comando. Poi si
voltò verso Scott e sorrise con fare dispiaciuto.
“Spero di non disturbare,” disse il capitano. “Ho appena terminato il mio
turno di servizio e volevo vedere come stava.”
“Bene,” disse Scott. Indicò i suoi ex compagni di ventura allargando le
braccia, come per stringerli a sé simbolicamente. “Questi sono coloro con cui ho
prestato servizio a bordo dell'Enterprise.”
Picard annuì. “Sì. Lo so.” Il suo sguardo si posò su Jim Kirk. “E lui era il
suo capitano.”
L'anziano ingegnere annuì. “Sì. James T. Kirk. Spero che abbia sentito parlare
di lui, perché se non fosse così, allora i vostri libri di storia devono essere
corretti.”
Picard sorrise. “Ho sentito parlare di James Kirk... perfino prima che
diventassi capitano dell'EsIterprise.” Con espressione ferrea, ammirò l'immagine
di Kirk, che, seppure immobile, sembrava contraccambiare il suo sguardo.
“Anche se,” continuò Picard, “me lo aspettavo un po' più alto.”
Scott grugnì istintivamente, saltando in difesa dell'amico. “Era grande
abbastanza da condurre una nave della Terra ai limiti della galassia. Glielo
posso garantire.”
Picard sorrise di nuovo. Non si trattava forse di un sorriso così giovanile e
accattivante come quello di Kirk, ma restava pur sempre un sorriso in grado di
disarmare il proprio interlocutore con la stessa efficacia.
“Sono sicuro che ha ragione, signor Scott. Non era mia intenzione pensarla
diversamente.” Picard continuò a osservare l'immagine olografica del suo
predecessore per qualche altro secondo, ricordandosi, forse, delle innumerevoli
storie che aveva udito ai tempi dell'Accademia sulla figura del leggendario
Capitano Kirk.
I due capitani erano uomini differenti, almeno era stata questa la prima
considerazione di Scott. Anche se adesso se ne stava immobile, sospeso nel
tempo e nello spazio, Kirk sembrava più dinamico, più spericolato, più incline
al rischio, spinto da una magica energia, energia necessaria a domare una
frontiera selvaggia. E Picard? Picard rappresentava la calma e l'autocontrollo,
un uomo che dava l'impressione di sentirsi a proprio agio nel groviglio di
responsabilità intrinsicamente legate al comando di una nave stellare. Un uomo
con la capacità di guidare un vascello attraverso i pericoli alieni più
incredibili.
Erano uomini differenti, d'accordo. I prodotti di due epoche differenti. Ai
tempi di Kirk, la galassia era un'incognita da esplorare, in cui addentrarsi per
la prima volta, colma di pericoli e potenziali trappole, pullulante di esseri
potenti disposti e intenzionati a sfruttare e schiavizzare creature meno
evolute. Nell'era di Picard, adesso anche in quella di Scott, che lo volesse o
meno, le cose sembravano più complicate. Da quel che aveva visto fino a quel
momento, i pericoli erano minori, ma la necessità di affrontarli in modo
appropriato non era per questo diminuita.
Voltandosi in direzione di Scott, Picard inclinò la testa verso Jim Kirk e
chiese, “Posso?”
Scott impiegò alcuni secondi per capire la richiesta. Ma poi non mosse
obiezioni. “Prego,” disse infine.
Picard alzò gli occhi al soffitto. “Computer... io assumerò il ruolo di un
capitano in visita all'Enterprise, e sarò presente sul ponte di comando per
invito del Capitano Kirk. Nessuno degli ufficiali dovrà notare la mia presenza o
la mia uniforme come qualcosa di strano.”
“Programma alterato secondo i parametri stabiliti,” giunse pronta la risposta
del computer.
“Benissimo,” disse Picard. Si voltò di nuovo verso Kirk. “Riprendere il
programma.”
Un secondo più tardi, il ponte di comando tornò a essere vivo. Jim Kirk
strinse gli occhi per la presenza di Picard. Questa volta la sua non era stata
una visione, come nel caso della bottiglia. Il capitano era vero, per quanto
questa definizione non si addicesse affatto al mondo di illusioni del ponte
ologrammi.
“Capitano,” disse Kirk, sorridendo. “Sono lieto che sia riuscito a unirsi a
noi per i festeggiamenti.”
Picard contraccambiò il sorriso. “Non potevo mancare.” Si guardò intorno.
“Anche se, devo ammetterlo, mi sembra strano partecipare a una festa sul ponte
di comando di una nave stellare.”
“Beh,” replicò Kirk, “a volte si devono trasgredire certe regole. Dopotutto,
questa gente ha lavorato con dedizione e il viaggio che abbiamo finora
intrapreso è stato lungo e difficile. Inoltre, hanno rischiato le loro vite per
salvare la mia in più di una occasione.” Lanciò un'occhiata a Scott.
“Specialmente il nostro ingegnere. E una festa a sorpresa è stato il minimo che
potessi fare per ringraziarlo.”
Scott sorrise. “Grazie, signore. Troppo gentile.”
“Capitano?” Spock lo chiamò dalla sua postazione scientifica.
Kirk e Picard si voltarono. “Sì, Spock?” rispose il capitano in comando della
nave.
“Signore, dobbiamo prepararci all'attracco. Arriveremo alla Basa Stellare Nove
tra...” Fissò il monitor sottostante “...ventidue minuti e nove secondi.”
“Certo,” concordò Kirk, afferrando il suo ospite per un braccio e
incamminandosi in direzione di Spock. “Ma prima, vorrei presentarle il Capitano
JeanLuc Picard. Capitano Picard, questi è il signor Spock, il mio primo
ufficiale.”
Sotto lo sguardo incuriosito di Scott, Picard e Spock si scambiarono un saluto
annuendo con deferenza. “Piacere di incontrarla, signor Spock.” disse il
capitano dell'Enterprise.
Il primo ufficiale esibì un lieve inchino. “Signore... ci conosciamo? Mi
sembra di averla già incontrata...” esitò per alcuni istanti e poi concluse,
“... in precedenza.”
Picard scosse la testa. “No, non ci siamo mai visti prima d'ora,” assicurò a
Spock. “Ma anch'io ho l'impressione di conoscerla. Diciamo soltanto che la sua
reputazione la precede.”
In quell'incontro si nascondeva un'altra verità, decise Scott. Dopotutto,
Picard aveva abilmente evitato di rispondere alla domanda di Spock. Inoltre,
il Vulcaniano sembrava esserne consapevole, ma era troppo educato per
investigare ulteriormente.
“Sono... onorato,” ribatté Spock.
“Lei ha servito la Federazione con grande capacità. Sono convinto che nel
futuro il suo apporto sarà altrettanto indispensabile.”
Quella dichiarazione fu rivelatrice. Da qualche parte, in qualche tempo,
Picard aveva incontrato Spock... il vero Spock, non una simulazione olografica.
E perché mai non poteva essere davvero così? I vulcaniani erano famosi anche
per la loro longevità, e Spock poteva ancora essere vivo nel ventiquattresimo
secolo.
Spock... vivo. Che pensiero rassicurante. Un pensiero che però portò Scott a
una serie di considerazioni molto meno rassicuranti. Probabilmente, tutti gli
altri amici erano morti. Guardò nuovamente le loro controfigure olografiche, e
questa volta gli sembrò tutto diverso.
Kirk, Spock e McCoy. Uhura, Sulu e Chekov. Quanti e chi tra loro erano
sopravvissuti alla legge del divenire? E se fossero stati ancora in vita, in
quali condizioni sarebbero stati adesso? Chi di loro era sopravvissuto
abbastanza a lungo da poter ammirare le innovazioni tecnologiche di questa era,
e chi invece non ce l'aveva fatta?
Con la coda dell'occhio, Scott notò un riflesso, il suo, proiettato su un
monitor non distante dalla sua posizione. Voltandosi verso di esso, osservò la
sua immagine riflessa.
Non era come Kirk, McCoy o Uhura. Non era giovane. Era vecchio. Molto vecchio.
Non apparteneva più a quel gruppo. E i suoi amici non appartenevano a quella
nave, una nave che nessuno di loro avrebbe identificato come la nuova
Esiterprise.
Improvvisamente amareggiato e scocciato da quei pensieri, Scott disse ad alta
voce, “Computer, cancella queste persone.”
All'istante, più velocemente di quanto potesse percepire la sua mente, i suoi
amici svanirono nel nulla. Non c'era rimasto nessun altro sul ponte di comando,
a parte Scott e Picard.
Il capitano si voltò verso di lui, e lo guardò perplesso. L'anziano Scozzese
si strinse nelle spalle. “Era il momento giusto,” disse. Poi si ricordò di
un'altra cosa.
“Vorrei che i miei oggetti riapparissero,” ordinò al computer.
Prima di rendersene conto, la sua bottiglia di liquore verde e il bicchiere
apparvero di nuovo là dove li aveva appoggiati. Li raccolse con fatica e li
porse a Picard.
“Ne vuole un goccio, Capitano?”
Per un istante, Picard fissò la bottiglia piena a metà di liquore verde,
quasi contemplandone il sapore. “Perché no?” disse infine.
Scott versò un po' di liquore nel bicchiere, e lo porse a Picard. Il liquido
si fece più chiaro mentre continuava a ondeggiare dentro il bicchiere.
“L'ho preso nel Bar di Prora,” spiegò Scott. “Non so di cosa si tratti, ma se
fossi in lei ci andrei piano. È davvero...”
Scott si interruppe e osservò Picard, che con un solo sorso trangugiò tutto il
liquore contenuto nel bicchiere. E nonostante Scott si aspettasse una reazione,
Picard non ne ebbe alcuna. Al contrario, il capitano non sembrò
turbato minimamente.
“Whisky aldebarano,” disse Picard con soddisfazione, porgendo il bicchiere
vuoto a Scott. “Continente del Nord. Data Stellare 36455... una buona annata.
Non è piovuto molto in quel periodo.”
Scott doveva essere rimasto a bocca aperta, perché Picard gli sorrise
caldamente. “Mi dica, Capitano Scott, chi crede che l'abbia regalato a Guinan?”
Scott si ritlovò a ridere, e decise di non sopprimere quella piacevole
sensazione. Dal suo arrivo a bordo della nuova Eliterprise non gli era capitato
spesso di abbandonarsi a una gioviale risata.
“Lei non fa altro che sorprendermi, Capitano Picard.”
Picard scrollò le spalle. “Cerco sempre di non essere troppo prevedibile.
Così riesco a tenere in guardia i miei uomini.” Fece una pausa. “No, è una
bugia. Io sono molto prevedibile.”
Osservò di nuovo il vecchio ponte di comando dell'Enterprise. Visto che non
c'era più nessuno a occuparla, Picard si concentrò sui particolari tecnici.
“Classe Conlstitution,” annunciò in fine.
“Esatto,” confermò Scott. “La conosce?”
“Ce n’è una al museo della Flotta,” replicò il capitano. “Ed è anche in ottimo
stato. Questa era la sua Enterprise?”
Scott annuì pensieroso. “Una delle mie Enterprise. Perché, a dire il vero,
ho prestato servizio sue due navi che hanno avuto questo nobile nome. Questa è
stata la prima, quella su cui ho prestato servizio per più tempo. Ed è stata
anche la prima nave su cui abbia mai lavorato come ingegnere.”
Picard si sedette in prossimità della consolle tecnica. Quel gesto non fu
altro che un invito esplicito indirizzato a Scott, perché potesse continuare a
raccontargli la sua storia.
Scott si sporse verso di lui con fare sospettoso . “Lo sa,” disse l'anziano
signore, “ho lavorato a bordo di undici vascelli nel corso della mia carriera.
Incrociatori, navi stellari, navi cargo e altro ancora. Ma questa è l'unica nave
a cui penso ancora oggi... l'unica che mi manchi veramente. Strano,
vero?”
“Strano,” concordò Picard. Alzò gli occhi al soffitto. “Computer, un altro
bicchiere. Uno come quello del Capitano Scott.”
All'istante, nella mano del capitano si materializzò un altro bicchiere. Lo
porse a Scott.
“Ecco qua,” esclamò l'anziano scozzese, riempiendo prima il bicchiere di
Picard e poi il suo. Questa volta, i due brindarono assieme.
“Ah,” esclamò Scott, non appena l'alcol fece effetto.
Per un momento, i due restarono in silenzio, un silenzio che nessuno dei due
osò rompere. Un silenzio accompagnato dai rumori di sottofondo della
strumentazione dell'Enterprise.
Che operava alla massima potenza, ovviamente. Scott non avrebbe tollerato
altrimenti.
Alla fine si decise a rompere il silenzio. Si voltò in direzione di Picard,
e chiese, “Quale è stata la prima nave su cui ha prestato servizio? Come
capitano, voglio dire?”
Picard aggrottò la tronte. “Si chiamava... Stargazer, una vecchia nave
tecnologicamente obsoleta, costantemente sul punto di spaccarsi in due. Sotto
ogni aspetto, la mia Enterprise è una nave superiore.” Ci fu una pausa.
“Eppure, a volte mi manca quella piccola plancia claustrofobica più di quanto
sia disposto ad ammettere.”
Scott sorrise. Finalmente aveva incontrato qualcuno che gli assomigliava,
che poteva capire che cosa stava vivendo.
“È come la prima volta che ti innamori,” disse a Picard. “Non riesci mai più
ad amare una donna come la prima che hai amato. Ecco, mi permetta.”
Scott versò altro liquore nel bicchiere di Picard. Come in precedenza, il
liquido sembrò illuminarsi. Poi riempì anche il suo bicchiere.
“Un brindisi,” suggerì. “All'Enterprise e alla Stargazer... vecchie amanti che
non rivedremo mai più.”
Dopo aver fatto toccare i bicchieri l'uno contro l'altro, sorseggiarono il
whisky. Sospirando con soddisfazione, Picard si voltò di nuovo verso il suo
compagno. “A proposito di navi stellari... che cosa ne pensa dell'EnterpriseD?”
“Ah,” ribatté Scott, “È bella, non ci sono dubbi. Un sogno di duranio. Con un
buon equipaggio, almeno da quel che ho potuto vedere io.”
Picard poté percepire le riserve che si nascondevano nel tono di voce
dell'ingegnere. “Ma...”
Scott indicò il ponte di comando inarcando un braccio. “Quando ero qui,”
disse, “potevo capire a che velocità stavamo viaggiando soltanto sentendo le
vibrazioni emanate dal pavimento del ponte di comando. Potevo sentire i
cambiamenti di rotta, ed ero in grado di indovinare la rotta senza guardare.
Sulla sua nave...” Scosse la testa, “non riesco neppure a distinguere dove è
il sopra e dove è il sotto.”
All'improvviso, Scott venne avvolto da un repentino senso di tristezza, di
perdita. Si voltò di nuovo verso lo schermo e osservò la sua immagine riflessa.
Era vecchio. E come i compagni che aveva ricreato alcuni minuti prima, anche
lui non apparteneva a quel luogo, un pesce fuor d'acqua. Il tempo lo aveva
superato, e si sentiva come un dinosauro, come una reliquia dell'era
preistorica.
Forse sarebbe stato meglio se fosse morto nel teletrasporto come il povero
Franklin. Allora sarebbe uscito dal gioco da vincitore. Sarebbe stato ricordato
per quello che aveva fatto, per chi era stato, e non come un patetico eroe di
altri tempi.
Picard appoggiò una mano sulla sua spalla. “Si sente un po' disorientato?”
chiese puntualmente.
Scott sospirò. “Mi sento inutile,” replicò lo scozzese. “Sono solo di
intralcio qui, Capitano Picard. Sono una nullità. Niente è ciò che dovrebbe
essere... non c’è niente che si trovi là dove dovrebbe trovarsi. Maledizione!
Mi sento così... inutile.”
Picard lo fissò con solidarietà. “Settantacinque anni non sono pochi, amico
mio. È un bel salto. Non può pensare di ambientarsi in poche ore. Perché non
studia dei manuali tecnici . . .”
Scott scosse la testa perentoriamente. “Non sono un ragazzino, Capitano. Non
posso iniziare da capo come un cadetto.”
“Ma non deve iniziare da capo,” gli ricordò Picard. “Non del tutto.”
Scott scosse la testa. Alzatosi con titubanza, si avvicinò alla poltrona del
capitano, e si voltò verso Picard.
“A volte,” iniziò, “un uomo deve rendersi conto che non può più
innamorarsi... e allora sa che è giunto il momento di smettere di provarci.”
Si guardò attorno per l'ennesima volta. “Io non appartengo alla sua nave,
Capitano. Appartengo a questa. Questa era la mia casa. Era qui che avevo motivo
di esistere. Ma questa nave...” usò il bicchiere per indicare il ponte di
comando della sua Enterprise, “... non è reale. È solo una fantasia generata dal
computer. E io sono soltanto un vecchio attaccato ai ricordi di un tempo ormai
passato.”
Per un momento, Picard diede l'impressione di voler contestare
quell'affermazione. Ma non lo fece. Si limitò a rimanere seduto, in silenzio.
Alzando lo sguardo in alto, là dove probabilmente si trovava la griglia del
computer, Scott disse, “Computer, disattiva questo maledetto programma. È
giunto il momento che mi comporti secondo la mia età.”
Il vecchio ponte di comando sparì all'istante, lasciando i due uomini da soli,
nel ponte olografico. Scott mugugnò alla vista della griglia gialla e nera.
Allora era questa la realtà che si nascondeva dietro il sogno, era questo il
vero volto del ponte ologrammi una volta privato dei suoi sfondi olografici.
Quella considerazione lo fece sentire più svuotato di prima.
Annuì a Picard, che contraccambiò il gesto. E senza aggiungere una sola
parola, Montgomery Scott si diresse verso l'uscita.
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CAPITOLO NONO

Non appena Sousa entrò nella sala ricreativa, vide Kane che se ne stava seduto
da solo, in disparte. Anche Tranh e gli altri erano nella sala, ma se ne stavano
dalla palte opposta della vasta stanza.
C'era qualcosa di sbagliato in quella situazione. Kane apparteneva al gruppo,
e avrebbe dovuto partecipare alla conversazione insieme agli altri. Dopotutto,
era il loro leader carismatico. Era colui verso cui facevano capo un po' tutti.
“Andy!” disse Tranh, rivolgendosi a Sousa. “Vieni qua siediti.”
Kane alzò gli occhi e osservò la scena. Poi allontanò nuovamente lo sguardo.
Sousa si avvicinò al gruppo e si sedette, ma non poté fare a meno di lanciare
un'occhiata a Kane. “Che cosa sta succedendo?” chiese. “Perché Kane è là da
solo?”
Tranh scrollò le spalle. “L'ha deciso lui. Gliel'abbiamo chiesto di unirsi a
noi, ma non ha voluto.” E poi, con voce sommessa, “Se lo vuoi sapere, secondo me
si sente in imbarazzo. Dopo tutti quei discorsi che ha fatto affermando di
essere il pupillo del capitano, gli vengono ancora assegnati gli incarichi più
umili.”
“Non è colpa sua,” ribatté Sousa.
“Non mi sembra di aver detto questo,” replicò Tranh. “Personalmente, mi
dispiace molto per lui. Ma non credo che voglia la mia comprensione.”
Sousa prese una decisione. “Scusatemi,” disse. Si alzò, e attraversò la
stanza, dirizendosi verso Kane.[140..]
Il guardiamarina alzò la testa. Non sembrava cambiato. Il suo sguardo era lo
stesso di sempre, fiducioso, fiero, quasi arrogante, quello sguardo che Sousa
gli aveva invidiato da sempre. Che diavolo, lo invidiava ancora, sebbene la
fortuna dell'amico sembrava essersi esaurita.
“Salve,” gli disse. “Ti dispiace se mi siedo?”
Kane scrollò le spalle. “Fa' pure, timoniere.”
Sousa si sedette. “Come vanno le cose nella stiva di carico?”
Il suo amico sorrise, ma non si trattava del suo solito sorrisetto. Non
nascondeva quel sottile strato ironico che lo aveva contraddistinto fino a quel
momento. Sembrava una finta, una forzatura, come se Kane stesse nascondendo
qualcosa. Qualcosa che non voleva rivelare a nessuno.
“Benone. E in plancia?”
Sousa si strinse nelle spalle. “Non mi posso lamentare.”
Kane grugnì. “Certo che no.” Fece una pausa. “Questo è il tuo problema. Non
hai ambizioni. Solo per il semplice fatto di essere arrivato in plancia ti credi
di avercela fatta.” La sua espressione si fece seria. “Ma la corsa è
ancora lunga, sai? E il vincitore non è sempre quello che parte più forte degli
altri.”
Sousa scosse la testa. “Io non sono in competizione con te, Kane. Tu sei mio
amico.” Gli si avvicinò. “Se hai dei problemi, riguardano anche me. Se c’è
qualcosa che non va per te, allora non va neppure per me. Se sei arrabbiato per
come ti trattano, lo sono anch'io.”
Kane fissò l'amico per un secondo o due e poi iniziò a ridere. Si trattava di
una risata sarcastica, offensiva. E Sousa ne fu offeso.
“E bravo il mio amico Sousa. Non vorrai mica darmela a bere?”
Sousa ammiccò, perplesso. “Ascoltami un po'. Lo so come ti senti. Ti senti a
terra. Sei deluso. Ma non è detto che debba essere così per sempre, o mi
sbaglio?”
Kane sogghignò ironicamente. “Ti sbagli, amico. Ti sbagli di grosso. Non mi
sento a terra e non sono deluso.” Si alzò in piedi. “Io sono Darrin Kane e non
ho bisogno né del tuo aiuto, né di quello di nessun altro, intesi?”
Sousa si arrabbiò. Aveva tentato di aiutare quel povero cretino, e adesso si
era ritrovato in quella situazione ridicola.
Si alzò anche lui. “Lo sai, Kane. Pensavo davvero che saresti diventato uno in
gamba, anzi credevo che lo fossi già. Ma mi sbagliavo. Ti siedi qui in un angolo
e non fai altro che rimuginare. Ma non credere che non ti capisca. Non ti
illudere che chi ti sta intorno non sappia quello che stai passando.”
Kane fece una smorfia, poi si avvicinò all'amico e lo afferrò per l'uniforme.
Ma Sousa fu troppo veloce per lui; afferrò il braccio dell'amico e lo piegò
violentemente.
E forse avrebbe potuto continuare a farlo se non vi fossero state tutte quelle
persone a osservare la scena. E proprio quando i due avrebbero potuto scatenare
una rissa, notando la gente che li osservava, decisero di lasciar perdere.
“Suvvia,” bisbigliò qualcuno nell'orecchio di Sousa. “Vattene, vattene,
prima che degeneri e qualcuno decida di farti rapporto.”
Sousa si allontanò. Ma non subito, ovviamente. Era troppo arrabbiato per
farlo. Ma senza rendersene conto, venne accompagnato al tavolo dove aveva visto
Tranh e gli altri. Qualcuno gli porse qualcosa da bere.
E quando decise di rialzare lo sguardo in direzione di Kane, lui se ne era già
andato.
Geordi era stupito. Aveva terminato l'analisi spettrografica la notte
precedente. Il capitano non poteva aver avuto il tempo di studiarne gli effetti
in maniera approfondita; non era possibile che avesse deciso di convocare il suo
ingegnere capo nella sala tattica per discutere di quelle analisi.
E invece lo aveva chiamato. E quando il Capitano Picard cercava uno dei suoi
uomini, non c'era tempo da perdere. L'unica soluzione era fare ciò che lui aveva
ordinato.
Ancor prima che Geordi se ne rendesse conto, la porta del turboascensore si
aprì con un sibilo, rivelando il simmetrico ordine della plancia
dell'Enterprise-D. Riker e Troi sedevano alle loro postazioni, leggermente
defilate rispetto alla poltrona centrale del capitano. Che però non era
presente. Worf,
che occupava la stazione tattica, gli lanciò una rapida occhiata non appena
Geordi uscì dal turboascensore.
Nonostante il suo fiero sguardo, Worf tradì un certo imbarazzo. Anche il
Klingon si stava probabilmente chiedendo perché mai Geordi si fosse recato in
plancia a quell'ora. Spaesato, Geordi scrollò le spalle. Senza alcun dubbio,
tra poco avrebbe avuto qualche risposta.
La Forge si diresse verso la sala tattica del capitano, esitando prima di
entrare. Per un attimo ebbe l'impressione di aver sentito il suono di
avvertimento della porta di fronte, che avrebbe avvertito il capitano della sua
presenza. Ma forse non si era trattato altro che della sua immaginazione.
Dopotutto, quella stanza era stata progettata esclusivamente per fornire il
capitano di un minimo di privacy.
Un secondo più tardi, la porta si aprì, e Geordi si trovò a osservare il
Capitano Picard, seduto dall'altra parte della stanza. Il capitano spense il
suo monitor, e indicò la sedia vuota dalla parte opposta della scrivania.
“Prego,” disse, invitandolo a sedere. “Si accomodi, signor La Forge.”
Geordi si inoltrò nella sala, accompagnato dal rumore della porta che si
richiudeva alle sue spalle. Afferrando la sedia, disse, “Signore?”
Picard si appoggiò allo schienale della propria poltroncina, distese le
braccia sui braccioli della stessa, e congiunse le dita formando una specie di
guglia. Geordi seppe allora che il motivo della sua presenza non aveva niente a
che fare con le recenti analisi da lui ultimate. Si doveva trattare di qualcosa
di delicato di cui il capitano preferiva parlare faccia a faccia.
“Negli ultimi giorni ho spesso pensato alla vicenda della Jenolen,” disse
infine Picard. “Mi è stato fatto notare che l'equipaggio della navetta ha
condotto un'analisi approfondita della Sfera di Dyson prima di precipitare.”
Geordi annuì. “Vero, signore.”
“Siamo stati in grado di accedere ai file relativi?”
L'ingegnere sollevò le spalle. “Abbiamo cercato di scaricare il nucleo della
memoria, ma è stato danneggiato piuttosto gravemente nell'impatto. Non siamo
ancora riusciti a ricavare niente.”
“Capisco,” rispose Picard. “Forse il Capitano Scott potrebbe darci una mano
per accedere alle informazioni.”
Il Capitano... Scott? Perché non ci aveva pensato prima? Se avesse avuto
qualcosa da fare, forse non si sarebbe recato in sala macchine a dare tanti
fastidi.
“Perché no?” replicò Geordi. “Senz'altro, conosce quei sistemi molto meglio di
quanto li conosciamo noi.” Poi pensò per un attimo agli ufficiali della sua
squadra che in quel momento avrebbero dovuto essere in servizio. “Dirò al
Tenente Bartel di teletrasportarsi a bordo della Jenolen con lui,” decise.
“Potrebbero lavorare insieme al nucleo della memoria.”
Tutto qui? O a Geordi stava sfuggendo qualcosa di importante?
“Posso andare, signore?” chiese con cortesia.
Picard lo fissò seriamente. “No, signor La Forge.” Seguì una pausa. “Se devo
essere sincero, vorrei che fosse lei ad accompagnare il signor Scott.”
La prima reazione di Geordi fu di sorpresa. “Io, signore?”
E poi realizzò il motivo di quella richiesta. Il capitano doveva aver avuto
notizia del piccolo scontro verbale con Scott in sala macchine, e ora Picard
stava cercando di offrire a Geordi una possibilità per rimediare.
Picard si spostò in avanti. “Non si tratta di un ordine, Geordi. È una
richiesta, una richiesta che è liberissimo di rifiutare.”
La Forge sorrise. “Non lo farei mai, signore. Ma perché è così importante per
lei che sia io ad accompagnare il signor Scott? Se desidera che gli porga le mie
scuse per quel che è successo in sala macchine, tanto vale che lo faccia qui,
adesso. Inoltre, ho ancora del lavoro da sbrigare, e Bartel è un bravo
ingegnere...”
Picard sollevò una mano, invitando Geordi a far silenzio. Silenzio fu. Per un
istante, il capitano sembrò titubante, come se stesse cercando argomentazioni
più valide con cui convincere il suo ingegnere.
“Geordi,” iniziò, “una della cose più importanti nella vita di un uomo, è
quella di sentirsi utile. Il Capitano Scott è un ufficiale della Flotta
Stellare, anche dopo tutti questi anni. E vorrei che si sentisse di nuovo utile.
Sempre che questo sia possibile.”
Alla fine Geordi riuscì a comprendere che cosa voleva dire il capitano. Lo
capì grazie al suo sguardo, al suo atteggiamento.
Stava parlando non solo per Scott, ma anche per se stesso. E per Geordi. E per
tutti coloro che avendo trascorso una vita a sentirsi utili, un giorno,
forse, non lo sarebbero più stati. La dignità era una cosa importante, e se
volevano essere trattati di conseguenza in futuro, avrebbero fatto meglio a dare
il buon esempio ora, nel presente.
Geordi sorrise rassicurato. “Lo accompagnerò io, Capitano.”
Picard annuì, grato di quella risposta. “Grazie, signor La Forge. A meno che
non ci sia qualcos'altro, può andare.”
“Grazie, signore,” rispose Geordi. E uscendo dalla sala tattica, iniziò a
pensare a come si sarebbe potuto scusare con Scott nel modo più garbato.
Will Riker era in piedi accanto a Worf quando Geordi emerse dalla sala tattica
del capitano. L'ingegnere capo sembrava un alunno che il professore,
per una buona ragione, aveva fatto restare in classe qualche minuto in più
degli altri compagni.
Riker decise giustamente di non chiedere l'argomento della discussione. Se
fosse stato necessario saperlo, Picard avrebbe informato chi di dovere. E visto
che non l'aveva fatto. [manca]
Annuendo, Geordi entrò nel turboascensore. Poi la porta si richiuse dietro di
lui.
Worf commentò quell'intera vicenda emettendo uno strano rumore a metà tra un
grugnito e un ringhio. Ma dopotutto, quel suono non disturbò nessuno, anzi,
quella strana ingerenza, si disse Riker, servì a coprire i variopinti commenti
dei presenti in plancia.
“La penso allo stesso modo,” gli disse Riker. Poi, dopo aver invitato il
Klingon a proseguire le proprie analisi, discese dalla passerella e si recò al
centro della plancia e si sedette al suo posto.
“Comandante Riker?” Il signor Data, seduto alla consolle della postazione
operazioni, si voltò sulla sua sedia e si rivolse al primo ufficiale.
“Sì, Data?” Il primo ufficiale si sporse in avanti. “Qualcosa di
interessante?”
“Posso parlare solo per me stesso,” gli disse l'androide, “ma lo trovo molto
interessante. Credo di aver trovato qualcosa sulla superficie della sfera. È
simile a un dispositivo di comunicazione.”
Riker si alzò di nuovo. Si avvicinò a Data e analizzò i dati ricavati
dall'androide.
“C’è una piccola antenna a circa cinquecentomila chilometri a sud della nostra
posizione attuale,” spiegò l'androide. “Sta emettendo dei segnali subspaziali a
bassa frequenza. Ma sembrerebbe attiva.”
“Possiamo aprire un canale?” chiese il primo ufficiale.
Data scosse la testa. “Non dalla nostra orbita attuale, Comandante. Al
momento, il dispositivo è puntato altrove.”
Riker si voltò verso Rager, che stava occupando la postazione di timoniere.
“Ha le coordinate del dispositivo in questione, Guardiamarina?”
Rager lavorò alla sua consolle per alcuni secondi. “Sì, signore,” rispose la
donna. “Ho le coordinate.”
“Bene,” commentò il primo ufficiale. “Si prepari a portarci sopra l'antenna.”
Il guardiamarina si mise immediatamente all'opera, e Riker si chiese se quello
non fosse stato il momento giusto di aggiornare il capitano degli ultimi
sviluppi. Si rispose da solo.
“Riker a Capitano Picard,” intonò con decisione.
La risposta arrivò quasi simultaneamente. “Sì, Numero Uno?”
“Signore, sulla superficie della sfera abbiamo individuato ciò che sembra
essere un sistema di comunicazione. Ho pensato di avvertirla.”
Ci fu una pausa. “Arrivo subito,” rispose il capitano.
Quando Geordi arrivò in sala teletrasporto, non c'era nessuno, a parte
O'Brien. Giunto in prossimità della piattaforma, l'ufficiale di colore poggiò
a terra la cassetta degli attrezzi che si era portato dietro. Poi scrollò le
spalle.
“Non mi dire, sono di nuovo in anticipo!” esclamò sarcasticamente Geordi.
O'Brien consultò il suo cronometro. “Solo di trenta secondi,” commentò.
“Vedrà che il resto della squadra arriverà...”
“... in tempo,” disse Scott, avvicinandosi ai due ufficiali, oltrepassando la
porta della sala del teletrasporto. Era così pallido in volto che dava quasi
l'impressione di avere grosse borse scure sotto gli occhi.
“Si sente bene?” gli chiese Geordi.
Un po' irritato, Scott rispose, “Non ti ubriacare mai a meno di non essere
disposto a scontarla il giorno dopo. Ce la farò, non si preoccupi.”
“D'accordo,” disse Geordi. Date le circostanze, avrebbe sorvolato.
Con un piccolo sforzo, l'anziano signore salì sulla piattaforma. Poi si voltò
verso O'Brien a cui fece un cenno di assenso con la testa.
Geordi afferrò la scatola degli arnesi e affiancò Scott. “Pronti,” disse,
“energia.”
Picard osservò il visore principale, che mostrava una porzione ingrandita
della sfera sottostante. Su di essa era presente una vasta forma metallica
tondeggiante, punteggiata da svariate antenne e dischi di ricezione.
“Che cosa è quella forma circolare?” chiese.
Data, che sedeva di fronte a lui, si voltò per guardarlo. “I sensori indicano
che si tratta di un portello di ingresso di qualche sorta. Potrebbe condurre
direttamente all'interno della sfera.”
“Capisco,” disse il capitano. Scambiò un'occhiata con Riker, che se ne stava
in piedi al suo fianco. “E ha detto di aver individuato un sistema di
comunicazione?”
“Sì, signore,” replicò l'androide. “È situato vicino al portello a circa
diciassette gradi di distanza.”
Picard respirò profondamente, estasiato. “Affascinante,” commentò. “Davvero
affascinante.”
“Sembrerebbe la porta principale,” notò Riker. “Suoniamo il campanello?”
Il capitano ponderò quella possibilità per un istante, e giunse a una
decisione. “D'accordo, Numero Uno. Signor Worf, cerchi di aprire un canale di
comunicazione.”
“Sì, signore,” rispose il Klingon, mettendosi subito al lavoro alla postazione
tattica. Dopo alcuni secondi, annunciò, “Niente, signore.”
“Continui a provare,” ordinò Riker, “Ci potrebbe volere un po' di...”
“CaDitano!” urlò Rager. La donna alzò lo sguardo dalla propria consolle,
completamente allarmata. “Rilevo intense emissioni di gravitoni sulla superficie
della sfera! E si stanno dirigendo verso...”
Prima che il guardiamarina potesse terminare il suo avvertimento, la nave
venne scossa violentemente. Picard andò a sbattere contro la paratia e poi cadde
a terra, letteralmente scaraventato dalla parte opposta della plancia.
Al momento dell'impatto credette di svenire, ma riuscì a riprendersi in fretta.
Poi, con notevole sforzo fisico, si drizzò in piedi.
In plancia le luci erano saltate. Alcune consolle non funzionavano più, e i
suoi ufficiali, con la sola eccezione di Data, avevano fatta la sua stessa fine,
e stavano adesso cercando di guadagnare le proprie postazioni. Come lui,
sembravano confusi, al limite dello stato cosciente.
“Allarme rosso,” gridò, riuscendo a scandire bene la propria voce sopra il
crescente mormorio addolorato e sorpreso dei suoi uomini. Poi, si avvicinò a
Moreno, che era caduta faccia all'ingiù vicino a una consolle. L'ufficiale non
dava segni di vita.
Picard le toccò il collo, per controllarle il battito cardiaco. Era debole,
molto debole, e sulla fronte della donna si era aperta una vistosa ferita,
dalla quale continuava a uscire sangue.
“Dottor Crusher,” gridò, sperando che l'interfono non fosse stato danneggiato.
La risposta della dottoressa fu quasi immediata. “Lo so,” disse la donna.
“Ci sono dei feriti in plancia. Ma ce ne sono ovunque in tutta la nave.” Una
pausa. “Le farò avere una squadra di soccorso. Crusher, chiudo.”
“Capitano Picard?” Era Data, ancora seduto nella sua poltroncina, come se vi
fosse stato inchiodato. “Siamo stati catturati da qualche sorta di raggio
traente, signore. Ci sta attirando verso la parte esterna della superficie.”
L'androide fornì quella spiegazione con efficienza e con distacco
professionale tali da indurre a pensare che la sua vita non fosse in pericolo.
Ma lo era. La vita di tutti era in grave pericolo, e la ferita sanguinante sulla
fronte di Moreno ne era una prova tangibile.
Adesso, Riker si era seduto nella sua poltrona. “Timoniere!” urlò. “Ci
allontani da qui! Motori a impulso, a tutta forza!”
“Abbiamo perso l'energia principale,” avvisò Rager. Anche lei era stata
ferita; la sua guancia era stata lacerata dolorosamente. “L'energia ausiliaria è
giù del venti percento!”
Picard strinse i denti, contemplando l'ironia di quell'intera situazione:
erano arrivati li per salvare la Jenolen, e adesso erano loro che avevano
bisogno di essere salvati.
Sarebbero sopravvissuti all'impatto, come aveva fatto Scott? O il massiccio
scafo dell'Enterprise avrebbe permesso ai suoi occupanti di superare indenni
anche quella crisi?
“Invertire i motori,” ordinò Riker. “Se non ci possiamo allontanare, allora
cerchiamo di atterrare il più morbidamente possibile!”
Ma era troppo tardi anche per quello; il capitano lo sapeva. Più si
avvicinavano alla sfera, più la loro velocità aumentava. Anche se avessero
potuto frenare la caduta, ormai l'impatto sarebbe stato durissimo. La sfera si
stava avvicinando sempre di più...
E poi, quasi per intervento divino, la pelle della sfera si aprì, prima
impercettibilmente, e poi sempre di più. La fessura si allargò fino a divenire
un vero e proprio ingresso di enormi proporzioni.
“È un portello,” mormorò Riker.
“È vero,” confermò Picard.
All'improvviso, un fascio di luce, brillante come il sole, scaturì dalla
superficie del gigante sferico e li colpì. Il bagliore era tanto intenso da
rendere impossibile la vista. La luminosità risaltava ancora di più a contrasto
con il colore scuro della sfera sottostante. Portando una mano agli occhi per
non rimanerne accecato, Picard realizzò di cosa si trattava.
Un momento più tardi, il filtro automatico del visore ridusse l'intensità
della luce, e gli ufficiali dell'Enterprise poterono vedere da dove aveva avuto
origine il fascio di luce. Picard aveva avuto ragione.
Era la stella al centro della costruzione. Il sole che gli ideatori di quella
sfera avevano catturato, isolandolo dal resto dell'universo, come una sorta di
schiavo colossale, di mostro marino, anzi, dello spazio. Come il
mitologico Prometeo, portatore del fuoco... imprigionato per l'eternità.
Worf osservò lo schermo, il suo sguardo carico di rabbia e irritazione. “Il
raggio è troppo forte. Non possiamo resistere!”
“Non si tratta di un solo raggio traente,” osservò Data; la sua voce calma e
pacata costituiva un perfetto contrappunto al tono furente e passionale del
Klingon. “Ce ne sono sei, signore.”
Il capitano adesso poteva vederli: una mezza dozzina di tentacoli luminosi,
che emanavano dalla sfera a intervalli regolari, avevano catturato la nave e la
stavano inesorabilmente tirando all'interno della sfera stessa.
“Stiamo per essere inghiottiti dalla sfera!” gridò Worf.
E in effetti era così. Stavano ormai oltrepassando il grande portello,
scivolando attraverso l'apertura che si stava allargando sempre più, come le
fauci dell'inesorabile destino che li stava attendendo dall'altra parte.
E non c'era niente che potessero fare per impedire quella fine. Niente.
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CAPITOLO DECIMO

Riker ignorò il sapore di sangue che aveva in bocca e cercò di riprendere il


controllo della situazione. Non era facile.
Alcuni secondi prima, il portello della Sfera di Dyson si era chiuso dietro di
loro, intrappolandoli all'interno del gigantesco involucro metallico. Le stelle
erano improvvisamente sparite, e la fievole luce della volta stellata era stata
sostituita da un limpido cielo azzurro.
L'Enterprise continuava a viaggiare alla stessa velocità, senza dare
l'impressione di voler arrestare la sua corsa. Riker osservò i dati del suo
monitor, posto sul bracciolo della poltroncina. Si stavano ancora dirigendo ad
alta velocità verso il centro della sfera, in direzione del sole.
I motori a impulso stavano combattendo a più non posso contro la forza esterna
che stava spingendo l'Enterprise in quel viaggio suicida. La nave vibrò sotto
sforzo, le luci della plancia continuavano ad accendersi e spegnersi a ritmo
irregolare, mentre tutta l'energia residua, messa a disposizione della sala
macchine, stava iniziando a esaurirsi. Nonostante i tentativi,
gli uomini dell'Enterprise non erano ancora riusciti a porre rimedio a quella
situazione.
Alcuni momenti prima, il primo ufficiale era stato ben lieto che il portello
della sfera si fosse aperto. Almeno non si sarebbero spiaccicati contro la
superficie di quella cosa.
Ma ora il suo umore era cambiato nuovamente. Una collisione avrebbe
probabilmente lasciato alcuni sopravvissuti. Che diavolo, la Jenolen si era
schiantata contro la sfera ed era rimasta per la maggior parte intatta! Ma
lanciarsi
contro il cuore di una stella, imprigionata o meno, era come andare incontro a
morte certa.
“Energia ausiliaria esaurita,” annunciò Rager, asciugandosi il sudore dalla
fronte con la manica dell'uniforme.
“La temperatura dello scafo sta raggiungendo i livelli massimi di tolleranza,”
avvertì Worf, che nonostante la situazione mantenne inalterata la sua fiera
espressione da guerriero.
“Stiamo passando attraverso la parte interna dell'atmosfera,” disse Data. “È
l'attrito risultante che causa l'aumento della temperatura.”
“Su gli scudi,” ordinò il Comandante Riker, temendo la risposta.
“Scudi al minimo,” gridò Worf. “La temperatura dello scafo ha raggiunto valori
critici.”
Data si voltò per guardare il capitano, ancora accucciato su Moreno,
l'ufficiale feritosi in precedenza. “La frequenza di risonanza dei raggi traenti
è
incompatibile con i nostri sistemi energetici. I motori a impulso e a curvatura
sono in sovraccarico. Sto cercando di compensare.”
Moreno gemette appena e si girò su se stesso. La donna tentò di rialzarsi,
ma Picard la costrinse a restare sdraiata.
“Ha riportato una brutta ferita alla testa,” gli disse. “Rimanga immobile fino
a quando non arriverà la Dottoressa Crusher.”
La donna lo guardò. “Sissignore,” replicò con obbedienza, resistendo al
dolore provocato dalla ferita.
Il capitano si voltò verso Data. “Quanto le manca?”
“Difficile da dirsi, signore,” replicò l'androide. Le sue dita stavano
danzando sui tasti della consolle a ritmo vertiginoso. “Dipende dal tipo di
danno riportato dai circuiti.”
Il capitano aggrottò le ciglia e osservò il primo ufficiale.
Riker contraccambiò il suo sguardo preoccupato. Sapevano entrambi che gli
sforzi di Data sarebbero risultati inutili. Anche se avesse potuto deviare le
connessioni, non avrebbero avuto più a disposizione la potenza dei motori per
opporsi ai raggi traenti.
Riker sentì una goccia di sudore che gli scivolava lungo il collo.
Maledizione, pensò. Iniziava a fare caldo. Ma non era ancora niente rispetto
alle temperature a cui sarebbero stati esposti una volta raggiunto il sole.
La porta del turboascensore si aprì con un sibilo, e Riker si voltò per vedere
chi fosse arrivato. La Dottoressa Beverly Crusher, seguita da due
infermieri con una barella, si precipitò in plancia. Si inginocchiò accanto a
Moreno con un movimento aggraziato, fluido, e analizzò le ferite della donna con
il tricorder medico.
“Concussioni di secondo grado,” concluse. “Può camminare?” chiese a Moreno.
“Credo... credo di sì,” rispose la sua paziente. E per dimostrare ciò che
aveva affermato, si alzò in piedi, anche se con l'aiuto di Picard. Poi,
rivolgendosi al suo ufficiale in comando, disse, “Signore, se per lei va bene,
vorrei restare al mio posto, in plancia. Vorrei essere d'aiuto.”
Il capitano rispose con fermezza. “Sarà di maggiore aiuto una volta ricevuta
una cura adeguata.”
“Sono d'accordo,” disse Crusher. “Avanti, andiamo.” Passò un braccio sotto le
spalle di Moreno e l'accompagnò verso il turboascensore.
Ma prima di arrivare alla porta, la dottoressa lanciò un'occhiata al visore
principale, e vide la palla di fuoco contro cui l'Enterprise si sarebbe presto
schiantata. Poi notò l'espressione di Riker, e non ebbe bisogno di spiegazioni.
“Buona fortuna,” gli disse. Un momento dopo, Moreno, Crusher e i suoi uomini
entrarono nel turboascensore e la porta si richiuse alle loro spalle.
Ci doveva pur essere qualcosa da fare, pensò il primo ufficiale. Non era forse
vero che questa non era la prima volta in cui si erano trovati in una situazione
disperata? E non erano sempre riusciti a cavarsela? Se solo...
Prima di completare quel pensiero, l'Enterprise vibrò violentemente, facendo
cadere a terra i suoi occupanti per l'ennesima volta. Questa volta, Riker non si
fece trovare impreparato; afferrò il monitor ed evitò di essere scaraventato
dalla parte opposta della plancia. Ma cadde ugualmente.
Il tremolio si arrestò per incanto, così come era iniziato. Il primo ufficiale
ristabilì un certo equilibrio, si alzò in piedi e si guardò intorno.
Nessuno sembrava essersi ferito gravemente, questa volta. Ma solo Data era
riuscito a rimanere immobile alla sua postazione. Osservò il visore sperando di
capire cosa fosse successo.
Non rimase deluso. Il cielo azzurro era stato sostituito da un'immagine più
nitida della stella. La superficie interna della sfera era ormai visibile solo
in lontananza.
“Abbiamo oltrepassato l'atmosfera,” annunciò il Tenente Worf. “La temperatura
dello scafo è di nuovo entro livelli di sicurezza.”
“Ma ci stiamo ancora dirigendo verso il sole,” ricordò il capitano.
Aggiustandosi la tunica come d'abitudine, Picard si avvicinò al centro della
plancia, e si rivolse a Riker. “Suggerimenti?”
“Che diamine...” L'esclamazione provenne da Rager.
Il primo ufficiale la guardò. “Cosa c'Š, Guardiamarina?”
Rager scosse la testa, incredula. “I raggi traenti ci hanno rilasciati,
signore.” Poi, con un sorriso, aggiunse, “Siamo liberi.”
Era possibile? Riker controllò sul suo monitor. Lo era. I raggi traenti erano
svaniti. Grugnì. Un colpo di fortuna.
“Mantenere la posizione attuale,” ordinò a Rager. “Almeno fino a quando non
sapremo cosa sta succedendo.” C'era bisogno di guadagnare un po' di tempo, per
curare le ferite, per formulare una strategia d'azione. Per decidere il da
farsi.
Picard si rivolse al suo secondo in comando. “Attivi i sensori, signor Data.
Dove siamo?”
“Ci troviamo approssimativamente a novanta milioni di chilometri dalla
fotost`era della stella.” Data fece una pausa, ricalibrando i sensori. “Secondo
i sensori...”
Improvvisamente, Rager interruppe il resoconto di Data. “Signore... il
movimento inerziale dei raggi traenti ci sta ancora spingendo in avanti.”
Riker scambiò uno sguardo con il capitano. Rager stava scuotendo la testa.
“I motori a impulso sono fuori uso,” disse la donna, “e il sistema di manovra
è stato danneggiato.” Alzò lo sguardo verso Riker, affranta. “Non riesco ad
arrestare il nostro movimento in avanti, signore.”
Lo sapevo, pensò il primo ufficiale. Avrei dovuto sapere che era troppo bello
per esser vero.
“La spinta inerziale dei raggi traenti ci sta lanciando contro il sole,”
aggiunse Data, con calma glaciale, come se stesse recitando una poesia.
Ma coloro che lo ascoltarono non erano altrettanto calmi. Il pericolo non era
ancora passato.
“Avanti,” disse Scott a voce bassa, forse anche troppo bassa. Almeno secondo
Geordi. “Ce la puoi fare. Ne sono sicuro.”
Stava parlando al pannello aperto di un computer del centro operazioni della
Jenolen, cercando di riattivare il sistema. La Forge controllò i dati sul
dispositivo diagnostico che si era portato dietro nella cassetta degli arnesi.
*Attaccato alla parte superiore della paratia, continuava a lampeggiare ogni
volta che Scott tentava di riattivare il computer.
“Non mi far perdere altro tempo, avanti!” lo rimproverò Scott, “O ti lascerò
qui da solo per altri settantacinque anni a raccogliere la polvere.”
Ma nonostante la minaccia, Scott non sembrava in grado di riuscire nel suo
intento. Gli mancava qualcosa... l'ardore che in sala macchine lo aveva reso una
presenza tanto scomoda. Quel suo atteggiamento sfacciato e sicuro di sé
che aveva fatto andare Geordi su tutte le furie.
Non c'era bisogno di essere empatici per rendersi conto che l'ex ingegnere era
demoralizzato. E anche se non era del tutto colpa sua, Geordi aveva la sua fetta
di responsabilità.
La Forge si sarebbe voluto scusare con Scott non appena giunto a bordo della
Jenolen. E a dire il vero l'aveva fatto. Ma c'era stato qualcosa nel
comportamento dell'anziano scozzese che aveva fatto capire a Geordi che non era
necessaria alcuna scusa. Probabilmente, ricevere delle scuse lo avrebbe fatto
sentire anche peggio.
Perciò Geordi aveva evitato di menzionare l'incidente occorso in sala
macchine. Ma questo non voleva dire che La Forge non avrebbe tentato di scusarsi
debitamente. Non gli restava che temporeggiare, in attesa dell'occasione più
propizia.
“Ah,” esclamò Scott. Annuì con approvazione. “Ecco fatto.” Si voltò verso il
suo compagno. “Il database del computer principale dovrebbe essere attivo.
Provi adesso, Comandante.”
Geordi apportò alcune modifiche e lesse di nuovo i dati del dispositivo
diagnostico, che si illuminò di due luci colorate.
“D'accordo,” disse. “Abbiamo guadagnato tre linee d'accesso al nucleo
centrale.” Esitò, sperando di poter avere novità più incoraggianti. “Ma non ci
sono ancora dati di alcun tipo.”
Scott imprecò tra sé. “Credevo di esserci riuscito questa volta.” Si concesse
qualche secondo per riflettere, e poi si avvicinò di nuovo al pannello ancora
aperto. “Ecco, forse con questo ci riusciremo. Che diavolo, sarà meglio che
funzioni...” Dopo un mìnuto, durante il quale manipolò completamente il
circuito a cui aveva lavorato fino a quel momento, si sedette sul pavimento.
“Proviamo adesso.”
Geordi eseguì l'ordine. Ma non vi fu alcun migliorarnento.
“Niente?” chiese lo scozzese,
“Non per il momento” precisò Geordi. Ma quella lieve differenza non aiutò
Scott a sentirsi meglio. Scosse la testa, troppo irritato per continuare.
Poi, con un fil di voce aggiunse, “Vecchia massa di inutile spazzatura.,.”
“Come?” chiese Geordi.
Scott sospirò. “Ho detto che è vecchio, signor La Forge. Non è compatibile con
l'interfaccia del vostro convertitore d'energia.”
Scott aprì un altro pannello e iniziò a lavorare ai circuiti interni, ma dopo
un momento, però, lasciò perdere.
“Questo apparato è stato progettato per un'Šra differente, e adesso è solo un
pezzo di ferraglia.” Sembrava depresso.
Non si stava riferendo solo all'attrezzatura, realizzò Geordi. Scott stava
parlando di se stesso.
“Non lo so,” replicò Geordi. “Ma a me sembra che tutta questa roba si è
mantenuta piuttosto bene.”
Scott lo fissò, incredulo. “Suvvia,” obiettò. “Non starà mica dicendo sul
serio? Questa roba è semplicemente troppo vecchia, obsoleta. Come si fa ad
adoperare un'attrezzatura così antiquata? È semplicemente...” Sbatté il pannello
per richiuderlo, “...obsoleta.”
Geordi avrebbe voluto convincere Scott a non abbattersi. Osservò la consolle a
cui stava lavorando e l'accarezzò con una mano.
“Beh, sa, è interessante, signor Scott... perché stavo giusto pensando che
molti di questi sistemi non sono cambiati poi molto negli ultimi settantacinque
anni.”
Scott lo ascoltava con distacco, immerso nei propri pensieri. Geordi si
avvicinò alla consolle del teletrasporto.
“Eccetto alcune modifiche di poca importanza,” continuò, “questo trasporto è
praticamente lo stesso sistema che usiamo noi sull'Enterprise.” Indicò le altre
consolle. “La radio subspaziale e i sensori operano ancora secondo i medesimi
principi. I motori a impulso non sono cambiati negli ultimi duecento anni... Se
non fosse per i danni strutturali, questa nave oggi sarebbe ancora in servizio.”
Scott considerò per un attimo le parole di Geordi. “Forse sarà così,” replicò.
“Ma quando si possono costruire navi come la sua Enterprise, chi mai vorrebbe
pilotare un vecchio bidone come questo?”
“Non lo so,” replicò Geordi. “L'Enterprise è potente, ma ha anche i suoi punti
deboli. E se questa nave fosse operativa, scommetto che potrebbe girare attorno
all'Enterprise a velocità d'impulso.” Tamburellò un dito su una consolle. “Non
si butta via qualcosa solo perché è vecchia.”
Si guardarono per un istante. Geordi capì che stava avvenendo qualcosa tra
loro. Si stava formando un legame. Forse un legame d'amicizia. Fu Scott a
spezzare quel momento, indietreggiando di un passo e mettendosi di nuovo al
lavoro.
“Sa, noi una volta avevamo una cosa chiamata convertitore di modo dinamico.
Per caso c’è qualcosa del genere sulla vostra bella Enterprise?”
Geordi riflettŠ per un paio di secondi. “Non ho visto niente del genere da
tanto tempo. Ma scommetto che posso far saltare fuori qualcosa di simile.”
Colpendo la spilla sull'uniforme, disse, “La Forge a Enterprise.”
Non rispose nessuno. Geordi toccò di nuovo l'emblema.
“La Forge a Enterprise. Rispondete, prego.”
Ancora niente. Che strano...
Scott gli lanciò uno sguardo preoccupato. Geordi si avvicinò alla consolle dei
sensori.
“Interferenze?” chiese Scott.
Geordi digitò i controlli dei sensori. “No, sfortunatamente.”
Un momento più tardi, i monitor dei rilevatori svelarono la verità.
“Maledizione,” bisbigliò.
“Cosa c'Š?” chiese Scott, agitato.
Geordi si voltò verso di lui. “Sono spariti.”
“Entreremo nella fotosfera della stella fra tre minuti,” annunciò Data.
“Controllo del timone ancora negativo,” informò Rager.
Picard tentò di rimanere calmo, razionale. Ma era più facile a dirsi che a
farsi. La stella prigioniera della sfera riempiva il visore principale
dell'Enterprise, che intanto continuava inesorabile il suo cammino.
Ci doveva essere una via di scampo. Picard non avrebbe mai accettato la resa,
non in quella situazione, non adesso che disponeva di un po' di tempo per
pensare.
La soluzione gli balzò improvvisamente alla mente. Si voltò verso Riker, che
aveva sostituito Moreno alla postazione della sala macchine, la postazione
normalmente ricoperta da Geordi se l'ingegnere si fosse trovato a bordo.
“Numero Uno, i propulsori di manovra sono attivi?”
Anche se la sua espressione fu abbastanza eloquente da far capire al capitano
che non aveva capito il motivo di quella domanda, Riker cercò e ottenne la
risposta dal computer della sua postazione. Alzò la testa, guardò Picard e
annuì.
“Abbiamo solo il trenta percento d'energia. Non sarà sufficiente per fermare
il movimento inerziale.”
“No,” concordò Picard, “ma potrebbe essere sufficiente per metterci in orbita
e mantenere una distanza di sicurezza dalla fotosfera.”
Anche se per un solo istante, Riker non poté far a meno di sorridere. Poi
tornò a fissare il proprio monitor, preparandosi a quello che sarebbe seguito.
Il capitano si rivolse al secondo in comando. “Signor Data, calcoli il
cambiamento minimo della nostra traiettoria necessario a evitare la stella.”
Riker ebbe l'impressione che Data avesse già iniziato a rispondere ancor prima
che Picard avesse terminato di impartire l'ordine. “Un'inclinazione di venti
gradi potrebbe consentire alla nave di entrare in orbita attorno alla stella.”
Il capitano si diresse verso la stazione della sala macchine. “Ha sentito,
Numero Uno?”
“Sissignore,” rispose immediatamente Riker. “Venti gradi . . .”
Seguì una pausa di silenzio. Un cambiamento di rotta di venti gradi
rappresentava un obiettivo prodigioso viste le attuali circostanze. E se fosse
riuscito a far girare la nave di soli diciannove gradi? Di loro non sarebbe
rimasto altro che polvere.
“Propulsori di prua a sinistra a piena potenza. Lo stesso per i propulsori di
poppa a destra.”
“Sissignore,” obbedì il primo ufficiale, seguendo diligentemente gli ordini di
Picard.
Con Riker intento a manovrare la nave, a Picard non rimase che starsene in
silenzio a osservare lo schermo. La stella era terribilmente vicina; poteva
addirittura sentirne la furia sul volto. Se il suo piano non avesse funzionato,
non ci sarebbe stato altro da fare. Quello sarebbe stato semplicemente il
loro ultimo viaggio.
“Il percorso di volo sta cambiando,” annunciò Data. “Dieci virgola sette
gradi... insufficiente per uscire dalla fotosfera.”
Riker si voltò in direzione del più vicino pannello dell'interfono. “Plancia a
sala macchine. Tenente Bartel, devii tutta la potenza residua dei sistemi
ausiliari ai propulsori di manovra.”
“Stiamo aumentando la nostra inclinazione angolare,” osservò l'androide.
“Adesso siamo a quindici gradi... diciotto gradi... venti gradi virgola uno.”
Picard osservò di nuovo il visore. Sarebbe bastato? E se Data si fosse
sbagliato? Il sole, il suo nucleo incandescente si stava facendo sempre più
minaccioso...
E poi, con il capitano intento a trattenere il respiro, l'incandescente
gigante di fuoco si spostò sulla sinistra dello schermo... sempre di più. La
nave si allontanò. Alla fine, l'Enterprise accarezzò il perimetro esterno della
fotosfera. Ce l'avevano fatta... per un pelo...
Ci fu un sospiro di sollievo collettivo, come se la plancia stessa potesse
respirare. Picard, che aveva inconsciamente congiunto i pugni, si rilassò.
Di fronte a lui, le spalle di Rager si afflosciarono. “Siamo in orbita,
Capitano. La nostra altitudine è di centocinquantamila chilometri sopra la
fotosfera.”
“Vedrò cosa posso fare per ripristinare l'energia principale,” si offrì
Riker.
“Molto bene,” disse Picard. Non appena Riker lasciò la plancia, il capitano si
sedette alla sua postazione e si appoggiò contro il morbido schienale in pelle.
Questa volta c'era davvero mancato poco. “Signor Data, cominci un rilevamento
dell'interno della sfera per trovare forme di vita. Voglio sapere chi ci ha
portato qui e perché.”
“Sissignore,” rispose Data, già messosi al lavoro.
Il capitano desiderò potersi mettere in contatto con la Jenolen. Ma era sicuro
che Geordi e Scott non erano in pericolo... almeno per il momento.

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CAPITOLO UNDICESIMO

Era passato molto tempo dall'ultima volta che qualcuno aveva utilizzato i
sensori del vascello da trasporto Jenolen* Malgrado tutto, erano in buono stato.
Lavorando al fianco di Scott, Geordi usò a pieno i sensori della nave. Ma per
quanto provasse, riusciva al massimo ad accendere qualche lucetta.
“Non li trovo in orbita da nessuna parte,” disse ad alta voce.
“Nessuna fortuna neanche qui,” replicò il suo compagno.
“Non credo che abbiano fatto semplicemente fagotto e se ne siano andati,”
insistette Geordi.
“Neanche per un'emergenza?” chiese Scott.
L'uomo più giovane scosse la testa. “Ci avrebbero teletrasportato a bordo
prima. O per lo meno ci avrebbero informati di quello che stavano facendo.”
Scott scosse la testa. “Sì. Credo che l'avrebbero fatto.” Arricciò il naso.
“Non vorrà mica dire che sono precipitati sulla sfera... proprio come la
Jenolen?”
Geordi negò subito quella possibilità. “No, o registrerei delle radiazioni di
fondo se fossero precipitati.” Si morse un labbro. “Ma allora, dove sono?
Non possono essere spariti nel nulla.”
Per un istante, nessuno dei due osò parlare. Poi Scott strinse gli occhi,
preoccupato. “C’è un'altra possibilità... potrebbero essere dentro la sfera.”
Geordi lo fissò. Inizialmente, quell'idea gli parve ridicola, assurda. Ma più
a lungo ci rifletteva, più si rendeva conto che forse Scott non aveva tutti i
torti. “Forse... forse.” Lo Scozzese protestò. “Non forse. È così. Se non sono
fuori dalla sfera, devono per forza esserci dentro, figliolo.”
L'ufficiale più giovane respirò profondamente. “Qualsiasi cosa sia successa,
li dobbiamo trovare. Sa... se riuscissimo a far tornare attivi i motori potremmo
rintracciarli seguendo la scia ionica dei loro motori a impulso.”
Scott impallidì e alzò le mani al cielo, in segno di impotenza. “Lei è un po'
tocco! Il nucleo principale è a pezzi, gli induttori sono fusi, gli
accoppiamenti d'energia sono andati... ci vorrebbe una settimana solo per
cominciare!”
Geordi stava per cedere. La rabbia lo aveva ormai sopraffatto. All'inizio,
non era riuscito a togliersi Scott di torno, e adesso non riusciva a convincerlo
che il suo aiuto era indispensabile. Nonostante la promessa fatta al
capitano, adesso ne aveva davvero abbastanza.
“Aspetti un po',” disse Scott. Si massaggiò la mascella per un paio di
secondi, e poi continuò il proprio monologo come se fosse la persona più
razionale dell'universo. “Visto che non abbiamo una settimana, non ha senso
lamentarsi. Avanti, vediamo cosa possiamo fare con il suo convertitore
d'energia!”
Allontanandosi da Geordi, Scott si avviò in direzione della sala macchine,
lasciando il giovane ufficiale quanto mai sorpreso. Dopo un istante di
esitazione, La Forge decise di seguire il suo predecessore.
Per quanto precaria fosse la loro situazione, adesso che orbitavano attorno
alla stella, imprigionata dall'immensa sfera metallica, Picard non poteva non
pensare alla missione dell'Entefprise e del suo equipaggio. Come aveva detto a
Data non molto tempo prima, stavano galoppando tra le stelle per cercare nuove
forme di vita e nuove civiltà, e i costruttori della Sfera di Dyson promettevano
di essere una razza molto interessante.
Dopo tutto, la sua legittima ed egoistica preoccupazione di rimanere in vita
era stato il motivo per cui aveva ordinato al suo secondo in comando di
analizzare l'interno della sfera per individuare forme di vita aliene.
Qualcuno si era scomodato per attirarli all'interno della sfera. E adesso
Picard aveva pensato bene di scoprire l'entità di quel qualcuno. Per
riguadagnare la libertà, sarebbe stato fondamentale mettersi in contatto con i
loro "rapitori".
Sfortunatamente, il Tenente Worf aveva già analizzato la composizione della
sfera e aveva scoperto che era composta da carbo-neutronio, una delle sostanze
più resistenti conosciute nell'universo. Perfino a massima potenza, non
avrebbero mai potuto generare un raggio laser così efficace da bucare il
rivestimento di metallo della sfera.
“Capitano?”
Picard si voltò verso le postazioni scientifiche di poppa. “Sì, Data. Ha già
trovato qualcosa di interessante?”
“Sì, signore.”
Era difficile interpretare la fredda espressione dell'androide. Riuscendo a
mascherare la propria curiosità per un momento, il capitano si avvicinò al suo
secondo in comando.
“Ho completato la bio scansione dell'interno della sfera,” lo informò Data.
Picard lanciò un'occhiata al monitor, su cui erana riportati i risultati della
ricerca. Le sue speranze morirono definitivamente. “Nessuna forma di vita,”
concluse.
L'androide lo guardò con aria quasi solidale. “Corretto, signore. La sf`era
sembra essere abbandonata. Anche se...” Accese un altro schermo, su cui era
evidenziata la mappatura della sfera. “... i nostri strumenti non sembrano
essere in grado di eseguire la scansione di una piccola area... in questo
punto.”
Picard seguì il dito di Data mentre indicava la locazione esatta. Il capitano
grugnì. “In altre parole,” disse, “non possiamo sapere se in quella zona si
nasconde o meno qualche forma di vita.”
“Esatto,” confermò l'androide. “Ma visto che sul resto della superficie non
sono state individuate forme di vita, si potrebbe concludere che anche...”
“... in quella zona specifica non ve ne siano alcune,” completò il capitano.
“D'altro canto, quella zona potrebbe essere impenetrabile dai nostri sensori
perché protetta da un campo di forza artificiale... magari costruito da un
gruppo di eletti, rimasti all'interno della sfera quando se ne sono andati gli
altri. Forse, chiunque vi si nasconda dietro ha deciso di non rivelarsi agli
eventuali visitatori.”
“Vero, signore,” concordò Data. “E non sapremo mai qual è la verità se non
inviamo una squadra di ricognizione a investigare.”
Picard gli indirizzò uno sguardo incuriosito. “Mi sta chiedendo di farlo,
Data?”
“Sto soltanto costatando un dato di fatto,” replicò l'androide.
Il capitano ponderò per un istante la possibilità di inviare una squadra in
perlustrazione. Le riserve energetiche erano ancora al minimo. Alcuni sistemi
restavano danneggiati, e la nave non era più manovrabile come avrebbe voluto.
A ogni modo, l'area impenetrabile ai sensori sarebbe stata a portata tra meno
di un'ora. Quella poteva essere la loro unica possibilità, non solo per
contattare gli eventuali nativi di quel posto, ma anche per salvare la pelle.
Cosa avrebbe fatto?
Alla fine alzò lo sguardo. “Comandante Riker, qui è il capitano.”
Il primo ufficiale non tardò a rispondere. “Non abbiamo ancora terminato.
Alcuni dei sistemi sono stati bruciati dal sovraccarico, e ci vorrà del tempo
per sostituirli.”
“Ricevuto, Numero Uno. Ma non l'ho chiamata per questo motivo.” Fece una
pausa. “Vorrei che preparasse una squadra di ricognizione.”
Riker ammutolì. Passarono alcuni secondi prima che Riker si decidesse a
rispondere. “Una squadra di ricognizione, signore?”
“Sì.” Picard si voltò verso il monitor di Data. “Ho una missione di
esplorazione per lei e suoi uomini, Will. Si prepari, e alla svelta.”
Darrin Kane si trovava nell'hangar navette uno, un luogo che stava iniziando a
odiare, così come detestava i carichi in arrivo e quelli in partenza, quando
ricevette una chiamata dal suo ufficiale preferito, Will Riker.
Quale altra umiliante tortura gli avrebbe propinato il primo ufficiale adesso?
Si sarebbe forse dovuto recare al Bar di Prora per servire le consumazioni ai
tavoli?
“Qui Kane,” rispose, sopprimendo un'imprecazione. Con la fortuna che si
ritrovava, l'interfono sarebbe probabilmente riuscito a filtrare anche quella
sua esternazione.
“A rapporto nell'hangar navette tre,” ordinò Riker. “Sto convocando una
squadra di ricognizione, e vorrei che lei ne facesse parte.”
Il guardiamarina non riuscì quasi a credere alle proprie orecchie. “Una
squadra di ricognizione?” ripeté. Si trattava di uno scherzo, ne era sicuro.
Si sarebbe recato nell'hangar navette tre e lo avrebbero informato che la
missione era stata annullata, o che Riker era già partito senza di lui.
“Signor Kane? Non starà mica dormendo?”
“Uh... no, signore,” replicò Kane.
“Cinque minuti,” gli disse il primo ufficiale. “Non arrivi in ritardo.”
“No, Comandante. CioŠ, sissignore. CioŠ...” Si rese conto che stava parlando a
una navetta. Riker aveva interrotto le comunicazioni.
Kane scosse la testa e cercò il Tenente Bridges con lo sguardo. Bridges era
l'ufficiale di più alto grado presente al momento, e stava conducendo
un'ispezione del portellone dell'hangar.
“C’è qualcosa che non va?” chiese il tenente.
“Non lo so,” disse Kane. “Il Comandante Riker mi ha chiesto di unirmi alla sua
squadra di ricognizione.”
La donna lo guardò di traverso. “Squadra di ricognizione? E dove intende
sbarcare?”
Il guardiamarina stava per rispondere quando realizzò di non poterlo fare.
“Non lo so,” le disse. “Ma devo andare.”
Poi si voltò e si diresse verso l'hangar navette tre.
Sousa era in piedi tra il Comandante Riker e il Consigliere Troi. Erano
presenti anche Bartel e Krause, della sala macchine. Adesso l'unico che mancava
era Darrin Kane.
Un momento più tardi, le porte del corridoio si aprirono con un sibilo e Kane
entrò dentro la vasta sala a grandi passi. Sembrava entusiasta, felice di essere
stato assegnato a un incarico rispettoso, dopo tanti mesi relegato a svolgere
compiti di poca importanza.
Avvicinatosi al gruppo, abbracciò il resto della squadra con uno sguardo
ammaliante, che intensificò non appena riconobbe i suoi amici. Sousa sorrise,
cercando di far capire a Kane che non portava rancore per quel che era successo.
Ma non ebbe alcuna risposta. Kane si avvicinò a Riker. Si comportò come se lui
e Sousa non fossero mai stati amici.
“Pronto, signore,” disse Kane.
Il primo ufficiale annuì, e lanciò una breve occhiata a tutti i componenti
della squadra, passandoli in rassegna uno per uno. “Ecco come procederemo.
Normalmente, ci saremmo teletrasportati nel luogo indicato. Ma la nave non può
lasciare l'orbita, e visto che la nostra destinazione è molto lontana, l'unico
modo di raggiungerla è usare una navetta.” Fece una pausa. “Sfortunatamente, i
sensori indicano che non c’è un posto abbastanza grande dove potremo atterrare
con la navetta. Perciò, ci avvicineremo il più possibile e a circa duecento
metri dalla destinazione finale ci teletrasporteremo uno alla volta usando il
teletrasporto d'emergenza. Domande?”
Sousa ne aveva una. “Come faremo a tornare indietro?”
“Ci teletrasporteremo a bordo della navetta mediante un telecomando a
distanza,” replicò Riker. “Se dovessimo teletrasportare a bordo qualcosa di
troppo grande, potremmo anche far atterrare la navetta.”
Sousa annuì. “Ricevuto, signore.”
“Bene,” disse il primo ufficiale. “Tutti a bordo.”
Nel centro operazioni della Jenolen, Geordi stava sdraiato sulla schiena,
completamente sotto una consolle da cui spuntavano fuori solo le sue gambe. A
meno di un metro di distanza, Scott era nella medesima posizione, sotto un'altra
consolle. Il pavimento era ricoperto di arnesi e strumenti vari, che non
aspettavano altro di essere usati.
Ormai erano passate alcune ore da quando Geordi aveva accettato di riparare i
motori della Jenolen. Ma in quell'arco di tempo, lui e Scott avevano fatto più
progressi di quanto avrebbe mai immaginato. Ogni condotto energetico e ogni
circuito aveva ripreso a funzionare. Se non fosse stato per l'inreparabile danno
subito dai motori, sarebbero veramente riusciti a far muovere quella vecchia
astronave.
L'anziano capitano poteva anche non avere una perfetta conoscenza della
tecnologia moderna, pensò Geordi. Ma per quanto riguardava i principi
fondamentali della scienza ingegneristica del ventitreesimo secolo, Scott non
era certo da sottovalutare. Anzi... probabilmente non c'era nessuno che ne
sapeva tanto quanto lui. In qualunque secolo...
“Devii il deuterio dalla pompa crionica principale dentro il serbatoio
ausiliare,” si raccomandò Scott.
“Il serbatoio non reggerà a tanta pressione,” riferì Geordi, facendo capolino
per un istante.
Scotty lo imitò e sporse la testa in fuori per un istante. “Come diavolo le è
venuta in mente una cosa del genere, figliolo?”
Geordi scrollò le spalls. “È scritto nelle specifiche dei motori a impulso.”
“Regolamento quarantadue quindici? "Variazioni di pressione nel serbatoio di
immagazzinamento IRC?".”
“Sì .”
“Lo dimentichi!” gli disse Scott. “L'ho scritto io.” Rintanando la testa sotto
la consolle per riprendere il lavoro, continuò il suo commento. “Un buon
ingegnere è sempre un po' preoccupato, almeno sulla carta. Basterà bypassare la
valvola di interruzione secondaria e aumentare il flusso. Funzionerà, si fidi.”
Sorridendo tra sé, Geordi si drizzò in piedi e apportò le modifiche necessarie
al pannello di controllo della sua consolle. “Va bene, sto deviando il
deuterio.”
Quell'intero piano avrebbe fatto meglio a funzionare, pensò Geordi, o
sarebbero stati presto un cumulo di gas in giro per lo spazio.
Attese alcuni secondi. Se esiteva un problema al serbatoio ausiliario,
probabilmente gli effetti si sarebbero già mostrati.
“Allora?” domandò l'ufficiale più anziano.
“Per ora, tutto a posto,” annunciò Geordi. “Mi sa proprio che aveva ragione.”
Scott sbuffò. “Certo.” Alzandosi anche lui da sotto la consolle, si scrocchiò
le dita, e con un pizzico di orgoglio spinse alcuni tasti.
“Cosa sta facendo?” chiese La Forge. “Non è ancora arrivato il momento... o
no?”
Secondo l'ingegnere di colore, avrebbero fatto meglio a eseguire ulteriori
test. Ma i metodi di Scott erano leggermente differenti.
“Bene,” disse l'uomo più anziano. “Se abbiamo fatto bene il nostro lavoro, i
motori dovrebbero tornare di nuovo operativi più o meno... ora.”
Per un momento osservarono il visore, ma non successe niente. Poi, lentamente,
ogni consolle che fino a un istante prima sembrava andata per sempre, e tutto il
resto del centro operazioni tornarono alla vita. Ogni angolo fu nuovamente pieno
di spie luminose.
Geordi sorrise, come un bambino soddisfatto di aver appena escogitato un nuovo
trucchetto. Controllò gli indicatori di livello. “E il serbatoio ausiliare sta
tenendo.”
Scott gli rivolse un'occhiata veloce, e poi indicò la piccola sedia di comando
della Jenolen. “A lei la plancia, comandante.”
Geordi alzò una mano, per fare obiezione. “No, no, è lei l'ufficiale anziano a
bordo.”
“Potrò anche avere il grado di capitano,” concesse Scott, “ma non ho mai
voluto essere nient'altro che un ingegnere. Prenda il comando, Geordi.”
Per un momento, Geordi si ritrovò ad ammirare intensamente il Capitano
Montgomery Scott. “Va bene,” disse infine. “Prendo il comando.”
Spostandosi verso la poltrona di comando, si sedette, mentre Scott si dirigeva
alla postazione della sala macchine. “Bene allora,” esclamò, esaminando i dati
che si succedevano sul piccolo monitor posto nel bracciolo della poltroncina.
“Mettiamoci al lavoro. Dobbiamo trovare un'astronave.”
“Sì, signore,” concordò l'ufficiale più anziano.
“Massima velocità di impuiso,” ordino Geordi.
“Massima velocità di impuiso,” gli fece eco Scott.
La Jenolen aveva ripreso il suo viaggio.
“Energia.”
Che strana cosa il teletrasporto, pensò Riker. La prima volta che ne aveva
usato uno, si era aspettato di provare una sorta di emozione durante la
transizione .. la sensazione di venire gradualmente dissolto per essere
ricomposto altrove.
Ma non era così che si era sentìta. Un attimo prima ti trovavi nella sala del
teletrasporto, e l'istante successivo ti riscoprivi su un pianeta o a bordo di
una nave stellare, o su una base spaziale. Tra i due momenti, non vi era nessuna
fase transitoria, nessun periodo intermedio. Ti ritrovavi improvvisamente là
dove desideravi recarti; tutta qui la magia del teletrasporto.
E anche questa volta era stata la stessa cosa. L'unica eccezione era rappre-
sentata dal luogo di destinazione, un luogo che Riker non aveva mai visto,
diverso da qualsiasi altro posto da lui visitato. E non esitò a dirlo.
“Se le può essere d'aiuto,” commentò Troi, “neppure io ho mai visto un posto
del genere.”
Sousa si guardò intorno, e fissò con particolare attenzione la piattaforma
perfettamente tondeggiante su cui se ne stava in piedi, il luogo scelto quale
punto migliore per l'atterraggio. Poi osservò le immense torri che si
allungavano fino a sfiorare il limpido cielo azzurro di quel mondo artificiale.
Le torri erano collegate le une alle altre da un infinito prolificarsi di rampe,
diverse perdimensioni, ma tutte ugualmente distanti da terra, quasi a
sottolineare i vertiginosi strapiombi che si aprivano tra una torre e l'altra.
Gli oggetti, del tutto artificiali, erano di un cupo viola ombroso. Non c'era
un alito di vento, né nuvole, né piante, né vegetazione di alcun tipo..
non era presente nemmeno una traccia di sporcizia. E almeno in quella
particolare zona, non vi era segno di vita senziente.
E perché mai sarebbe dovuto essere altrimenti? Dopotutto, mica si aspettavano
una festa di benvenuto. L'area in cui si erano teletrasportati faceva parte di
quella regione continentale già analizzata dai sensori dell'Enterprise, e su cui
non era stata rilevata alcuna traccia di vita. Era nell'area inaccessibile ai
sensori, a circa duecento metri di distanza, che si nascondeva la possibilità di
trovare i costruttori di quella sfera.
“Avanti,” disse Riker, lanciando un'ultima occhiata alla navetta. Gesticolando
con il tricorder, indicò la direzione verso la quale si sarebbero dovuti
dirigere “Andiamo. E facciamo attenzione. Attenti a dove mettete i piedi.”
Per fortuna, le rampe gli permisero di dirigersi nella direzione desiderata.
Ma purtroppo, le rampe erano molto strette e ricurve, come se chi le aveva
progettate avesse voluto renderne più arduo l'utilizzo.
Che pensiero ridicolo, si disse Sousa tra sé. Non tutte le altre rampe erano
così sconnesse e pericolose. E poi, se i costruttori avessero voluto impedire a
chiunque di avvicinarsi alla loro postazione, perché mai avrebbero costruito
delle rampe?
Lentamente, e con attenzione, iniziarono la loro marcia, scavalcando il
primo dei precipizi che si apriva davanti a loro. Sousa non soffriva di
vertigini, ma cercò ugualmente di non abbassare il suo sguardo. Non c'era
bisogno di guardare in basso per appurare l'effettiva profondità del precipizio.
Era abbastanza profondo.
Continuando a camminare, il guardiamarina rabbrividì a causa del silenzio
spettrale che regnava in quel luogo. Perfino il rumore dei suoi passi sembrava
essere inghiottito da quella incredibile calma.
Alla fine, raggiunsero una delle torri che esibiva una serie di ingressi ad
arco, una per ogni rampa. Ma non vi erano porte. Sousa tentò di far capolino
all'interno, ma dentro era talmente buio da impedirgli di distinguere qualsiasi
cosa.
Riker fu il primo ad avventurarsi nel posto, e Troi lo seguì con il resto
della squadra.
Perfino dopo che furono completamente avvolti dalla penombra, Sousa impiegò
alcuni istanti per abituarsi alla totale assenza della luce del sole.
La prima cosa che notò fu un gruppo di macchine, mostruose all'apparenza,
allineate lungo la parete interna della stanza. Macchine che sembravano
arrampicarsi sulla parete stessa, avvinghiandosi alla torre e sparendo
nell'oscurità.
Non c'erano altri piani, notò Sousa. Nessuna scala, nessun ascensore. Solo
spazio vuoto, a parte, ovviamente, la presenza di quelle strane macchine.
“Come fanno ad arrivare lassù, in alto?” chiese Krause.
“Le macchine?” chiese Sousa.
Krause lo fulminò con lo sguardo. “I costruttori. Non c’è niente su cui
appoggiarsi.”
“Che diavolo,” disse Bartel, “allora saranno in grado di volare.”
Sousa la guardò. “Volare?” Ripeté. “Vuol dire che hanno le ali?”
Bartel scrollò le spalle. “Con o senza ali, che differenza fa? Forse si sono
spinti lassù l'un con l'altro. Il punto è che ci sono arrivati.”
Giusto. Ma al momento, non c'era nessuno che potesse permettere loro di
arrivare là in alto. Proprio nessuno, con o senza ali. Visto che anche le
macchine sembravano spente, non c'era rimasto granché da osservare. Una volta
registrato tutto il possibile con i tricorder, continuarono la loro
esplorazione.
Furono costretti nuovamente ad avventurarsi sulle tortuose rampe di accesso,
e la camminata fu più lunga, questa volta. Visto che non era possibile camminare
a gruppi di tre, perché le rampe erano troppo strette, la squadra si divise in
tre gruppetti di due. Camminarono a intervalli, per evitare qualsiasi
inconveniente e limitare al minimo ogni pericolo. E come volle il destino,
Sousa si ritrovò al fianco di Kane.
Voltandosi verso di lui, Sousa gli bisbigliò, “C’è da aver paura, vero?”
L'altro ufficiale gli rivolse uno sguardo disinteressato, e non rispose.
Poi, afferrò il suo tricorder, e iniziò ad analizzare il materiale su cui
stavano camminando.
“E dai,” sospirò Sousa. “Mettiamo una pietra sopra a quello che è successo,
d'accordo?”
Ma Kane non ne volle sapere. La sua risposta fu soltanto un altro sguardo
tagliente.
Sousa sospirò. E allora fai come vuoi, pensò tra sé.
Ma quando si voltò per osservare il desolante panorama tutto attorno, le torri
e l'abisso sottostante, avrebbe davvero voluto parlare con qualcuno.
Almeno il resto del viaggio sarebbe stato più tollerabile.
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CAPITOLO DODICESIMO

Jean-Luc Picard conosceva i suoi ufficiali come conosceva se stesso. Quando


c'era qualcosa che li preoccupava, se ne accorgeva sempre, anche se a volte non
riusciva a capirne le sfumature, i particolari. E il Comandante Data,
nonostante fosse incapace di provare emozioni umane, non rappresentava certo
un'eccezione.
Perciò, quando vide che Data si stava concentrando più del solito sulle
nolmali operazioni di plancia, il capitano si avvicinò a lui immediatamente.
Per Data, quello strano comportamento corrispondeva all'urlo disperato di un
umano.
“Cosa c'Š?” chiese Picard.
Data alzò lo sguardo verso di lui. “Un problema, signore.”
Digitando alcuni tasti della sua consolle, richiamò in memoria uno schema
della sfera e del sole in essa contenuto. Alcune sezioni della stella erano
sottolineate e messe in evidenza.
“I nostri sensori mostrano che questa stella è estremamente instabile,”
spiegò l'androide. “È probabile che sprigioni radiazioni e materia
incandescente.”
Il capitano aggrottò la fronte. “Questo spiega perché la sfera è stata
abbandonata.” Guardò il visore principale, su cui splendeva vivida l'immagine
della stella. “La squadra di ricognizione è in pericolo?” chiese al secondo
ufficiale.
“Non credo,” replicò Data. “Se da un lato le radiazioni solari hanno reso la
sfera inabitabile a lungo termine, non dovrebbe presentare effetti collaterali
nocivi in tempi ristretti.” Fece una pausa. “La squadra di ricognizione non
dovrebbe essere in pericolo.”
Picard lo guardò. “E noi?”
Data annuì. “Noi siamo molto più vicini alla stella di quanto non lo sia la
squadra di ricognizione. Alla distanza attuale, con gli scudi virtualmente
inefficaci, un'eruzione solare potrebbe rappresentare una seria minaccia.”
Il capitano annuì, preoccupato dalle rilevazioni dell'androide. “Una ragione
in più per cercare di ripristinare gli scudi... il più presto possibile.”
Data annuì, e la sua espressione, come al solito, a parte una leggera ruga che
gli si formò sulla fronte, non tradì alcuna emozione. “Una conclusione molto
saggia, signore.”
Riker toccò il suo comunicatore ancora una volta e rimase in attesa. Alla
fine, scosse la testa. “Niente da fare,” esclamò. “Nada. Rien.”
Troi annuì. “Qualunque sia il dispositivo che impedisce ai nostri sensori di
penetrare questa zona, deve anche influire sui comunicatori. Un contrattempo
prevedibile,” commentò.
“Molto prevedibile,” concordò Riker. “A ogni modo, non mi sarebbe dispiaciuto
se le nostre previsioni si fossero rivelate sbagliate, almeno questa volta.
Non mi piace l'idea di essere completamente isolato dall'Enterprise.” Si guardò
intorno. “Specialmente in una giungla come questa.”
Il consigliere sorrise. “Non ti preoccupare, ce la caveremo.”
“È un incoraggiamento?” domandò il primo ufficiale. “O si tratta di un'altra
previsione?”
La donna scosse le spalle. “Noi Betazoidi siamo molto dotati in fatto di
presentimenti.”
Riker grugnì, “Non mi dire.”
Troi guardò Riker di traverso, ma poi non poté far a meno di concedergli un
sorriso divertito.
Non era una cattiva idea scherzare di tanto in tanto. Fino a quel momento,
la missione era stata piatta e priva di emozioni. In altre parole, era stata
frustrante. Avevano percorso molte rampe, ma il risultato era stato sempre lo
stesso. Ogni torre era vuota come la prima in cui si erano addentrati: non vi
erano altro che enormi macchinari, privi di qualsiasi significato.
Nessun indizio su cosa fosse successo ai costruttori di quel luogo. Niente che
potesse indicare il tipo di razza che aveva abitato quel pianeta. E nessuna
prova che vi abitasse ancora.
Alcuni minuti prima, avevano raggiunto una piattaforma molto larga, non molto
diversa da quella su cui si erano teletrasportati. Riker aveva ordinato una
pausa, e intanto aveva cercato di mettersi in contatto con la nave.
Ma adesso, la pausa era terminata. “Va bene,” disse al resto della squadra.
Indicò l'agglomerato di costruzioni davanti a loro. “Rimaniamo insieme. E tenete
gli occhi aperti.”
Picard era ancora in piedi, accanto a Data, e stava osservando l'immagine del
sole inquadrato dal visore principale. Scosse la testa.
“Raggi automatici di pilotaggio?”
L'androide annuì. “Sì. Credo che siano stati progettati per guidare le
astronavi all'interno della sfera.”
“E il nostro tentativo di comunicazione li ha attivati?”
“E così, signore. Poi, la frequenza di risonanza dei raggi ha interferito con
l'integrità del nostro sistema energetico principale, spegnendo momentaneamente
i motori dell'Enterprise.”
Il capitano respirò profondamente. “Bene. Almeno questo ha un senso. Potrebbe
azzardare un'ipotesi su come usare queste informazioni per uscire di nuovo da
questa sfera?”
Data non parve speranzoso. “Sfortunatamente, uscire è diverso...”
All'improvviso, Worf interruppe la conversazione dei due superiori. Il tono
urgente della sua voce attirò immediatamente l'attenzione di Picard. I Klingon,
di solito, non si mostravano preoccupati per cose da poco.
“Signore, i sensori rilevano un'interferenza magnetica sulla superficie della
stella.”
“Un'interferenza magnetica?” gli fece eco Picard.
Data operò sui controlli della propria consolle a una velocità umanamente
impossibile. “È un'eruzione solare, Capitano. Magnitudine: dodici. Classe: B.”
Picard si voltò nuovamente verso Worf. “Situazione degli scudi, Tenente?”
Il Klingon ammiccò. “Gli scudi sono attivi... ma solo al ventitré percento.”
“Ingrandire,” ordinò il capitano. Era sua intenzione vedere in cosa stavano
per imbattersi.
All'improvviso, il visore mostrò un'immensa eruzione solare che si innalzava
dalla stella e che si dirigeva verso l'Enterprise.
Picard sentì i muscoli del volto irrigidirsi. A quella distanza, il ventitré
percento degli scudi non sarebbe servito a molto.
“La stella è entrata in un periodo di estrema attività.”
“Così, all'improvviso?” chiese il capitano.
Data annuì. “Apparentemente, signore. E i nostri sensori indicano che le
eruzioni solari continueranno a crescere. In tre ore gli scudi non saranno più
sufficienti per proteggerci, signore.”
“Maledizione,” imprecò qualcuno da una delle postazioni.
Già, proprio così, pensò Picard.
Ormai si erano inoltrati nell'area protetta dagli scudi. E non avevano ancora
trovato niente di interessante da riferire. Le torri che avevano perlustrato in
quella zona non erano dissimili da quelle che avevano visitato poco prima. Che
diamine, pensò Riker; quelle torri erano l'esatta fotocopia delle precedenti.
Si rivolse a Troi, che continuava a camminare al suo fianco. E come aveva
fatto fino a quel momento, continuava a concentrarsi sulle proprie abilità
empatiche, cercando di individuare una presenza aliena. Il primo ufficiale le
rivolse uno sguardo inquisitorio, sperando di ricavare una risposta positiva da
parte sua. Ma Deanna non aveva novità interessanti da offrirgli.
“Ho l'impressione che siamo a caccia di fantasmi, qui,” mormorò Riker. “O mi
sbaglio?”
“È presto per dirlo,” replicò la donna.
“No, non lo Š,” insisté lui. “Se ci fosse qualcuno qui, lo avremmo già
scoperto. Tu lo avresti percepito.”
Il consigliere si morse un labbro. “Ci sono menti che neppure noi Betazoidi
siamo in grado di percepire,” gli ricordò con precisione. “I costruttori di
questo posto potrebbero esserne un esempio. Potrebbero essere così diversi da
noi, privi di emozioni forse, da non risultare leggibili.”
“Ma con molta più probabilità,” suggerì lui, “non sono più qui.” Indicò le
torri in lontananza con la mano. “Se vivessi qui e sei stranieri saltassero
fuori dal nulla, non reagiresti in alcun modo? Non andresti loro incontro per
accoglierli? Per dar loro il benvenuto?”
“A meno che non si siano nascosti da qualche parte,” replicò Deanna. “A meno
che non ci temano. Non ti dimenticare che sono stati loro a nascondere questa
area specifica della sfera.”
“Vero,” concordò il primo ufficiale. E quella era una possibilità molto
concreta. “Ma non ci credi neppure tu a questa eventualità, vero?”
Troi contraccambiò il suo sguardo. “Mi dispiace doverlo ammettere...” scosse
la testa. “Ma... no, non ci credo neppure io. Qualunque cosa sia successa al
resto della popolazione, deve aver coinvolto anche gli abitanti di quest'area.”
Riker sospirò. “È la vita. A volte vinci, a volte perdi.”
Il terrestre continuò a camminare. Troi lo seguì.
“Allora, continuiamo?” chiese lei, come per confermare un dato di fatto.
“Sì. Fino a quando non avremo esplorato ogni singola torre,” rispose Riker.
“Sono questi gli ordini. E poi, non ci manca molto. Non avrebbe senso
desistere adesso.”
Scott guardò da un monitor all'altro. Il primo mostrava una rappresentazione
grafica del campione ionico che avevano seguito. Il secondo ritraeva la sezione
della Sfera di Dyson direttamente sottostante.
“Questa è la fine dell'arcobaleno,” notò Geordi. Fissava il monitor posto
sulla sedia di comando.
“Sissignore,” concordò Scott. “È proprio la fine.”
“Ma non c’è ancora traccia dell'Enterprise.”
Scott indicò un dettaglio del monitor. “Osservi la distribuzione del momento
inerziale degli ioni,” suggerì. “Ci vorrebbe un motore a impulso a massima
potenza all'indietro per creare una scia di quel genere.”
“Perciò, ovunque sono andati,” ipotizzò Geordi, cogliendo al volo la traccia
lanciatagli da Scott, “non ci sono andati spontaneamente. Il tutto inizia ad
avere un senso. Sa cosa le dico... inizierò a cercare nello spazio circostante.
Perché lei intanto non effettua una scansione della superficie della sfera?”
“Affare fatto,” concesse l'ufficiale più anziano.
Mettendosi al lavoro, scosse la testa. Credeva ancora che l'Enterprise fosse
svanita all'interno della sfera; non ci poteva essere altra spiegazione. Ma se
fosse andata davvero così, come c'era riuscita? Non c'era alcuna via d'entrata o
d'uscita. E senza quella, la sua teoria, a differenza della sfera, faceva acqua
da tutti i buchi.
“Ancora niente?” chiese Geordi dopo alcuni minuti.
Scott scrollò le spalle. “Solo delle radiazioni di basso livello. E molti
detriti di meteoriti.” In quell'istante, qualcosa catturò la sua attenzione.
“Aspetti un attimo,” disse. “Che cosa è quello?”
In una piccola sezione della sfera, individuò un oggetto che non era piatto e
levigato come il resto della grande costruzione metallica.
“Guardi, figliolo,” disse a Geordi. “Ho scoperto qualcosa che forse potrà
interessarla.”
Spostandosi al suo fianco, il giovane ufficiale sbirciò il monitor da sopra la
spalla di Scott. “Quella linea circolare,” disse. “Assomiglia a una specie di
porta. O... “ Fece una pausa. “Un portello d'ingresso.”
“Esatto,” confermò Scott. “E ora osservi questo.”
Continuando a lavorare alla consolle, sovrappose l'immagine della traccia
ionica a quella del portello. La traccia terminava proprio sopra alla linea
circolare in rilievo disegnata sulla sfera. Scott e Geordi si scambiarono uno
sguardo.
“Scommetto due bottiglie di scotch che l'Enterprise si trova all'interno della
sfera,” propose Scott. “E che vi sono andati passando attraverso quel
portello.”
“Nessuna scommessa questa volta,” rispose Geordi. “La domanda Š... come
facciamo ad aprire il portello?”
E già, pensò Scott. Quella era davvero una bella domanda. Esaminarono il
display per un istante. Poi Geordi indicò qualcosa.
“Guardi qui. Questo dispositivo sembra essere una sorta di apparecchio per le
comunicazioni.”
Era familiare anche a lui. “È vero,” confermò Scott. “Settantacinque anni fa,
durante l'esplorazione della sfera a bordo della Jenolen, ne abbiamo trovati a
centinaia.”
“Avete provato a contattarli?”
“Certo. Come richiesto dalla procedura standard dei miei tempi. Ma non ci è
servito a niente. Non abbiamo mai ricevuto alcuna risposta.” Scott si fece serio
in volto. “E poi, le bobine di energia sono esplose.”
L'ufficiale di colore corrucciò la fronte. “Anche oggi la procedura standard
richiede il contatto radio...” Un istante dopo si interruppe, perplesso.
“Aspetti un po', Scotty. E se quelle cose non fossero dispositivi di
comunicazione? E se fossero terminali d'accesso a distanza attivati da segnali
subspaziali a certe frequenze?”
Scott sentì che una goccia di sudore gli stava scivolando lungo la schiena.
“Frequenze come quelle emesse durante le nostre chiamate standard?”
“Esatto! Quando l'Enterprise ha visto quelle antenne, ha fatto probabilmente
la stessa cosa che avete fatto voi settantacinque anni fa... Ha aperto un
canale. Ma questa volta ha acceso qualcosa che ha attivato il poltello e ha
trascinato la nave dentro la sfera.”
Scott si concesse un attimo di silenzio per riflettere su quella teoria. “Ma
allora, perché la Jenolen non è stata portata all'interno della sfera come
l'Enterprise?” Ma poi, si rispose da solo, “Ah, forse perché non era abbastanza
vicina al portello!”
“Esatto,” confermò Geordi, “non era vicina al portello. Ma potreste aver
attivato un meccanismo simile, un dispositivo progettato per trascinare un
vascello in arrivo il più possibile verso il portello. E ecco spiegato perché
le bobine di energia sono andate fuori uso: non ce l'hanno fatta a sostenere la
potenza del raggio traente.”
Scott annuì con ammirazione. Questo Geordi La Forge aveva un futuro molto
promettente dopotutto. “Una teoria molto interessante, figliolo. Complimenti.”
Geordi gli sorrise, ringraziandolo con lo sguardo. Ma non appena l'entusiasmo
iniziale fu svanito, tornò a essere preoccupato per la difficile situazione in
cui si erano venuti a trovare.
“Ipotizziamo per un momento che la nostra teoria è quella giusta,” disse a
Scott. “Come facciamo ad aiutare l'Enterprise? Se cerchiamo di aprire il
portello, potremmo essere attirati all'interno della sfera.”
“Verissimo. Questa è una eventualità che non possiamo ignorare.”
Un'idea lo folgorò. Scott schioccò le dita. “D'altro canto... forse tutto
quello che dobbiamo è mettere un piede nella porta!”
Geordi lo fissò con ovvio stupore. “Un piede nella porta? [fine-pagina]Non
capisco!”
Con rinnovato entusiasmo, Scott spiegò la sua idea. “D'accordo, ecco cosa
voglio fare. Attiviamo il terminale d'accesso con un segnale subspaziale...”
“Attiviamo il terminale d'accesso? Ma a quel punto, non saremo forse attirati
anche noi dentro la sfera?”
Scott scosse la testa. “Non se ci troviamo a ragionevole distanza, diciamo
mezzo milione di chilometri.” Si massaggiò la mascella, immaginandosi la scena
nei minimi particolari. “Poi, quando il portello inizia a richiudersi... wham!
Ci tuffiamo in picchiata verso di esso e usiamo la Jenolen per bloccarne la
chiusura, così da permettere all'Enterprise di uscire dalla sfera.”
Geordi lo guardò come se avesse improvvisamente perso il lume della ragione.
Ma a Scott non interessava. Si era già incamminato verso la sua consolle
scientifica. Dopo tutto, non c'era tempo da perdere.
“Non dirà mica sul serio?” gli chiese La Forge, seguendolo alla consolle.
“Il portello... potrebbe frantumare questa nave come un uovo... un uovo già
incrinato se è per questo.”
“Lasci fare a me,” disse Scott. “Posso aumentare la potenza degli scudi
facendo passare un po' di energia di curvatura attraverso la griglia di
potenza.”
Geordi scosse la testa. “Neanche per sogno. Questi motori stanno insieme per
miracolo. Se li spingessimo oltre il loro limite, potrebbero saltare.”
Scott scrollò le spalle. “Resisteranno, figliolo, non si preoccupi. E posso
riuscire a ottenere qualche gigaWatt di più da questa bambola.”
Geordi sospirò. “Scotty, questo è un suicidio! Non ho intenzione di
permetterle di ammazzarci. Ci dovrà pur essere un'altra soluzione. Qualcosa di
meno... beh, meno pazzesco!”
Ma Scott non avrebbe lasciato perdere così t`acilmente. Alzando lo sguardo
verso Geordi, parlò con voce sicura e ponderata.
“Geordi, figliolo, ho passato tutta la mia vita cercando di immaginare modi
pazzeschi per fare le cose. Lo dico davvero, da ingegnere a ingegnere, ci posso
riuscire!”
Si fissarono per un lungo momento. Scott poteva quasi percepire la paura e
l'esitazione di Geordi. Alla fine, l'ingegnere del ventiquattresimo secolo prese
una decisione.
“E va bene. Facciamolo.”
Sorridendo come un bambino il giorno del suo compleanno, Scotty lo afferrò
per una spalla. “Benvenuto nel club del rischio, signor La Forge!”
E insieme, i due, uniti da un unico obiettivo, si misero immediatamente al
lavoro.
Sulla plancia dell'Enterprise, Picard si preparò all'impatto dell'eruzione
solare. Gli ufficiali vicini a lui fecero altrettanto.
“Impatto tra ventidue secondi,” annunciò Worf. Il capitano arricciò il naso.
Erano sopravvissuti a ogni sorta di pericolo. Avevano superato pericolosi
fenomeni cosmici di ogni genere.
E adesso si ritrovavano qui, virtualmente impotenti, in balia di banali
eruzioni solari. Il destino aveva optato per una sottile ironia, e sarebbe
riuscito in quello che i Ferengi, i Romulani e i Borg non erano riusciti a fare:
distruggere la nave ammiraglia della Flotta Stellare.
“Dieci secondi,” scandì il Klingon.
Picard strinse i denti. Si rifiutava di credere che sarebbe finita così.
L'Enterprise ce l'avrebbe fatta, a costo di dover infondere alla sua nave tutta
la sua detenminazione, il suo coraggio.
“Cinque,” disse Worf. “Quattro. Tre. Due. Uno.”
Non appena il lucente fascio di plasma avvolse gli scudi rabberciati
dell'Enterprise, la nave venne scossa come una foglia dal vento. Picard si
aggrappò alla consolle di Data, riuscendo a malapena a mantenere l'equilibrio.
Ma passato il frastuono iniziale causato dall'impatto, seppe che l'Enterprise
ce l'aveva fatta. E ascoltando la voce di Worf, la sua speranza fu confenmata.
“Gli scudi reggono,” tuonò il Klingon. “Ma sono scesi di un altro quindici
percento.”
Maledizione. Un'altra eruzione solare come quella, pensò Picard, e non
avrebbero più avuto alcuna protezione. La prognosi di Data iniziava a sembrare
anche eccessivamente ottimistica. In quel momento, l'androide si voltò verso di
lui. “Signore?” disse, richiedendo il permesso per parlare.
Adesso cosa è successo? Si chiese il capitano. Altre cattive notizie? “Parli
pure, Data.”
“Il controllo del timone è stato ripristinato,” annunciò il suo secondo in
comando. “Energia di impulso al sessanta percento.”
Picard sorrise. “Benissimo.”
Date le circostanze, il sessanta percento sembrava già abbastanza. Forse la
fortuna stava tornando di nuovo dalla loro parte.
“Guardiamarina Rager,” ordinò, “ci allontani da qui a velocità di impulso.
Metà potenza.”
“Sì, signore,” obbedì Rager. “Trecentomila chilometri di distanza.”
Raggiunsero la loro destinazione in pochi istanti. E a quella distanza,
pensò Picard, sarebbero stati ragionevolmente al sicuro dalle eruzioni solari,
anche a scudi abbassati.
Avvicinandosi a Data, il capitano aggiunse, “Adesso, dobbiamo solo trovare un
modo per uscire da qui.”
L'androide lo guardò. “Potrei condurre una ricerca per trovare un altro
portello o una via d'uscita ancora aperta.”
“Buona idea,” commentò Picard. “Proceda.”
“A ogni modo,” continuò Data, “la superficie interna è oltre dieci alla
sedicesima chilometri quadrati. Ci vonanno sette ore per completare il sondaggio
della superficie.”
La nave venne scossa di nuovo, anche se non violentemente come nelle occasioni
precedenti. Apparentemente, le eruzioni solari rappresentavano ancora un
pericolo da non sottovalutare. Picard lanciò uno sguardo pieno di significato a
Data. L'androide annuì, “Ma cercherò di velocizzare il processo, signore,”
promise.
“Grazie,” rispose il capitano. E rivolgendo la sua attenzione al visore
principale, si chiese dove fosse andata a finire la squadra di ricognizione.
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CAPITOLO TREDICESIMO

Camminando al fianco di Sousa, in direzione della torre successiva, Kane non


poté fare a meno di grugnire. Qualcosa gli aveva toccato i capelli. Si voltò,
e avvertì la carezza del vento. Che diamine! Finalmente un po' di vento. Bene.
Almeno, quel luogo sarebbe sembrato un po' meno funesto ora.
Anche il guardiamarina al suo fianco si rese conto della presenza del vento.
Per un istante, i loro sguardi si incrociarono, e quello di Sousa tradì un certo
rimpianto. Kane se ne accorse. Ma solo per un momento, perché poi il
guardiamarina voltò la testa verso la successiva destinazione.
Sapeva che sarebbe stato assegnato a una missione dove sarebbe stato presente
anche Sousa. Prima o poi doveva succedere, specialmente dopo ciò che era
accaduto tra loro.
Ce l'ho finalmellte fatta a essere assegnato a un compito impegnativo, pensò
Kane, e mi è toccata la missione più noiosa e seccante degli
annali[iniziocapitolo] della Flotta Stellare. Lanciò uno sguardo a Riker, che si
era incamminato su un'altra rampa di accesso parallela, in direzione
dell'ennesima torre. Grazie per l'incarico, Comandante.
Adesso che Riker aveva finalmente ammesso l'inutilità di quella missione,
aveva ordinato al gruppo di dividersi, così da ultimare le ricerche più in
fretta. Almeno, quell'intera farsa avrebbe presto avuto un epilogo, pensò Kane
tra sé.
E poi cosa sarebbe successo? Il giovane guardiamarina non aveva particolari
compiti lasciati in sospeso da poter []iprendere. A meno che, ovviamente, la sua
presenza in quella squadra di ricognizione non fosse una consacrazione
definitiva per compiti più dignitosi, a meno che il primo ufficiale non avesse
deciso di concedergli una chance...
Ma []prhlla, c'era un'altra torre da esplorare. L'ultima torre, a dire il
vero.
Sospirando con impazienza, Kane seguì una rampa tortuosa ed entrò
nell'ingresso ad arco della torre. Sousa lo seguì come un'ombra, come se fossero
ancora amici del cuore, l'uno alla costante ricerca dell'altro.
E di chi era la colpa se la loro amicizia era stata infranta? Di Sousa, a
causa della sua eccessiva solidarietà nei confronti di Kane? O di Kane, per la
sua eccessiva arroganza?
C'era un grande vantaggio nel frequentare gente come Andy Sousa, almeno quando
andava tutto bene e potevi vantarti dei tuoi meriti e successi, quando ti faceva
piacere sentirti superiore. Ma quando ti sentivi giù, e tutto andava storto,
allora gente come Andy Sousa era da evitare. La loro presenza non faceva altro
che ricordarti la tua caduta verso il basso. E non volevi certo avere la loro
solidarietà, il loro confolto, perché in realtà eri tu quello che doveva
sostenere persone meno capaci e più fragili come loro, come Sousa.
Allora, forse era colpa sua se la loro amicizia era finita. E che cosa
cambiava? Chi se ne fregava?
Mentre Kane continuava a rimuginare tra sé, i due guardiamarina entrarono
dentro la torre. Ma Kane impiegò un secondo scarso per sapere che quella
costruzione non era diversa dalle altre. C'erano solo quegli strani macchinari
lungo le pareti, e nient'altro.
Sousa sembrava essere giunto alla stessa conclusione.
I due si scambiarono un'ulteriore occhiata e decisero tacitamente di
andarsene. Ma all'improvviso, Kane si accorse che avrebbe voluto restare, almeno
per un altro istante, per il solo gusto di opporsi alla decisione del compagno.
E tanto per dimostrare che non stava scherzando, estrasse il phaser. Quel
gesto attirò l'attenzione di Sousa, i cui occhi si accesero allarmati
nell'oscurità della torre.
“Che cosa stai facendo?” chiese.
Kane scrollò le spalle. Maneggiando abilmente il phaser, indicò una delle
pareti su cui si arrampicavano i macchinari alieni. “Niente di particolare,”
replicò. “Voglio solo vedere cosa c’è dentro quelle cose.” Poi, regolò l'arma
quasi alla massima potenza.
“No,” disse Sousa. “Sei impazzito?”
“Forse,” concesse Kane. “O forse scoprirò qualcosa che possa restituire un po'
di interesse a questa missione. E anche se non ci riuscissi, a chi importerà? La
gente che ha costruito queste cose è morta e sepolta.”
Senza aggiungere altro, puntò il phaser verso la parete più vicina e lo
attivò. Un raggio rosso si infranse nel centro dei macchinari alieni, da cui si
levò una nuvola di vapore. L'aria nella torre divenne immediatamente più
pesante, odorando di metallo fuso.
“Kane!” gridò Sousa. “Fermati, maledizione! Non ti rendi conto di quello che
fai! Non sai neppure che cosa siano quelle macchine.”
Il guardiamarina aggrottò la fronte. “Esatto, timoniere. Conosci un modo
migliore per scoprirlo?”
Continuando a far fuoco, la nuvola di vapore si fece più che mai densa.
Ovviamente, non c'era molto da vedere, a parte l'oscurità, non rimaneva altro
che un groviglio di cavi fusi e metallo accartocciato. Ma Kane non volle
smettere.
Qualunque interesse scientifico avesse avuto nei confronti di quelle macchine,
adesso era sparito. Rappresentavano solo un capro espiatorio, oggetti contro i
quali riversare tutta la rabbia e la confusione maturata negli ultimi mesi.
“Ho detto... smettila!” ordinò Sousa.
Kane lo ignorò. Dopotutto, cosa mai avrebbe potuto fare? Cosa...
Tutto a un tratto, il guardiamarina venne violentemente colpito al volto.
Perdendo i sensi per un attimo, il mondo intorno a lui si fece evanescente e
surreale. Non appena ebbe riguadagnato un minimo di lucidità, Kane si ritrovò
schiena a terra, mentre scivolava sulla levigata superficie della torre aliena.
Sousa se ne stava al centro della stanza, a gambe divaricate, come se si
aspettasse il contrattacco di Kane. Il phaser stava intanto scivolando anch'esso
sul pavimento al fianco del proprietario.
Kane si arrestò in prossimità della parete più lontana, e notò che qualcosa
non quadrava. Forse era solo un'illusione ottica, creata dal contrasto della
timida luce e il vapore provocato dal phaser. O forse c'era qualcos'altro. E
quando si accorse cosa, era troppo tardi per impedire che accadesse.
Accompagnato da un rumore orripilante, come l'urlo di una bestia selvaggia
ferita, un pezzo dei macchinari alieni si staccò dal muro e ricadde verso il
basso. Kane vide Sousa girarsi verso la frana. Il guardiamarina tentò perfino di
spostarsi. Ma non fece in tempo. Non del tutto. I macchinari lo investirono,
schiacciandolo sotto il loro possente peso.
Kane cercò di dire qualcosa, ma le parole non gli uscirono di bocca. Poi alla
fine, singhiozzò, “Sousa!” Poi, schiaritasi la gola, continuò con tono più che
mai straziato, “Sousaaa!”
Alzandosi in piedi, raccolse l'arma e si diresse verso l'amico. Ti prego,
non morire, pensò. Ti prego, non morire. E quando si fu avvicinato, le sue
preghiere furono esaudite, perché Sousa stava respirando ancora.
Ma la sua gamba sinistra era rimasta incastrata sotto le macerie. Spappolata
era forse un termine più preciso. E probabilmente, il giovane aveva riportato
altre ferite, perché non aveva riaperto gli occhi.
Maledizione, imprecò Kane tra sé. Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto?
“Kane!” Il grido provenne dalle sue spalle. Girando su se stesso, vide Will
Riker, in piedi sulla soglia dell'ingresso.
“Comandante!” urlò il guardiamarina, sinceramente lieto di rivederlo. Che
diavolo, aveva bisogno di aiuto, o no? “Sousa è ferito!”
Riker fece una smorfia e con tre passi ricoprì la distanza che lo separava dal
luogo dell'incidente. Si inginocchiò accanto a Sousa, e usò il suo tricorder per
controllare la condizione del guardiamarina.
“È in stato di shock,” concluse Riker. “Sta perdendo sangue.” Poi, fissò il
pezzo metallico che aveva investito il suo ufficiale. “Dobbiamo assolutamente
sollevarlo.”
“Sì,” disse Kane, alfenrandone una estremità scheggiata. “Forza,
proviamoci.”
Nel frattempo, arrivarono anche Troi, Krause e Bartel. I lineamenti della
Betazoide si contorsero in un dolore, come se fosse lei stessa la vittima di
quel tragico incidente. Anche gli altri ufficiali della squadra erano
addolorati.
“Santo cielo,” mormorò Krause. “Che cosa è successo qui?”
Ma fortunatamente per Kane, non ci fu tempo per rispondere a quella domanda.
Adesso, la cosa più importante era sollevare quel groviglio metallico dal
povero corpo inerte di Sousa.
“Pronti,” avvertì Riker. “Ora!”
Con uno sforzo, sollevarono il frammento metallico, e delicatamente Troi
estrasse lentamente Sousa dalle macerie. Poi, gli uomini della squadra riposero
di nuovo a tenra la parte metallica.
Sousa aveva un aspetto orribile. Il suo volto era bagnato, i suoi capelli
madidi di sudore. Kane si accucciò al fianco dell'amico, mentre Troi esaminava
la gamba ferita del guardiamarina con il so tricorder. Dopotutto, tra i
presenti, la Betazoide era l'ufficiale più esperta in medicina.
“Ce la farà?” chiese Kane.
Il consigliere lo guardò e inarcò le sopracciglia che mascheravano
parzialmente i suoi profondi occhi scuri. Lei lo sa che sono responsabile per
quanto è accaduto, pensò il guardiamarina. Senz'altro ha percepito il mio senso
di colpa.
Ma gli rispose ugualmente. “Le ossa della sua gamba sono state frantumate, e
registro segni di danno neurologico. Ma non si tratta di niente di
particolarmente grave che la Dottoressa Crusher non possa curare.”
Grazie a Dio, pensò Kane. Ce la farà.
“Sempre che,” aggiunse Riker, “riusciamo a portarlo a bordo. Sfortunatamente,
non possiamo teletrasportarlo direttamente. Dobbiamo prima farlo arrivare alla
navetta.”
“Ma non possiamo comunicare con la navetta attraverso gli scudi,” gli ricordò
la Betazoide.
Il primo ufficiale si incupì. “E dovremo camminare un bel po' per tornare
indietro. E poi, non abbiamo nemmeno una barella.”
Troi scosse la testa. “Con o senza barella, preferirei non muoverlo affatto.
Dobbiamo arrivare alla navetta e portarla qui in un modo o nell'altro.” Kane
imprecò tra sé. Ci sarebbe voluto del tempo, e Sousa continuava a impallidire.
Il primo ufficiale annuì. “Andiamo, allora.” Si voltò verso Bartel. “Tenente,
lei venga con...”
“Comandante?” disse Kane prima che Riker potesse terminare la frase.
Riker lo guardò. “Sì, Guardiamarina?”
Kane deglutì. “Signore, vorrei venire con lei. Vorrei...” Kane non riuscì a
esprimere la sua vergogna e il suo desiderio di rimediare il danno che aveva
combinato. La sua voce si dissolse come ghiaccio al sole.
Il primo ufficiale lo fraintese. “Capisco. Sousa è un suo amico.” Si voltò
verso Bartel e disse, “Lasci stare.”
Poi, senza guardare se Kane lo stesse seguendo o meno, Riker si diresse verso
la rampa. Il guardiamarina lo seguì passo dopo passo.
Non sarebbe stato facile e Geordi lo sapeva bene. Molto bene.
Sfortunatamente, non disponeva di una grande varietà di scelte. Non gli
restava che seguire il piano di Scott, o rassegnarsi all'idea di un'Enterprise
per sempre prigioniera della potentissima Sfera di Dyson.
Spostandosi a metà impulso, la Jenolen si avvicinò al portello, o almeno là
dove si sarebbe dovuta trovare l'unica porta di accesso conosciuta.
No. Pensò Geordi. Nessun dubbio. Non adesso.
Consultò il monitor. “Ci troviamo a cinquecentomila chilometri,” informò
Scott.
Alla vicina consolle, il suo compagno annuì. “Grazie, figliolo.” Operando ai
controlli come un vero e proprio veterano dello spazio, portò la nave a un
arresto completo.
Geordi sospirò profondamente. Poi, con la massima concentrazione, si preparò
alla grande scommessa. “In che condizione sono i motori?” chiese.
“Motori pronti,” annunciò Scott.
Il giovane ufficiale lo guardò. Scott era freddo e impassibile come un vero e
proprio giocatore di poker. O era completamente sicuro di sé e della sua
strategia... o era impazzito irrimediabilmente. Forse entrambe le cose.
“D'accordo,” disse La Forge. “Tenga le dita incrociate. Partiamo.” Stringendo
i denti, avviò il piano dello scozzese.
Il monitor di Geordi ritraeva la superficie della sfera. Per un istante non
successe niente. Poi, lentamente, miracolosamente, si aprì una fessura. Che
continuava ad allargarsi.
Fece un saltello di gioia. “Evviva!”
Scott lo rimproverò subito. “Perché è così sorpreso?”
Dal perimetro del portello, scaturirono sei raggi traenti, che si proiettarono
nello spazio adiacente, in cerca di una nave. Ma non trovarono niente da
agganciare, nulla da tirare nella propria rete.
“Forza,” disse Geordi. “Non c’è niente là fuori. Spegnetevi.” Non mosse le
mani dal pannello di controllo. “Non riesco ancora ad aprire un canale di
comunicazione con l'Enterprise,” riferì a Scott. “C’è troppa interferenza.
Dovremo aspettare fino a quando ci troveremo vicini al portello.”
“D'accordo, nessun problema. Disponiamo di tutto il tempo di cui abbiamo
bisogno,” lo assicurò l'amico.
I raggi continuarono a scandagliare lo spazio con incredibile persistenza.
Dopo quello che sembrò un interminabile secondo, alla fine si spensero. Un
momento più tardi, come se fosse deluso per aver tentato in vano di attirare
verso di sé l'ennesima nave, il portello iniziò a chiudersi.
“Finalmente,” esultò Geordi, mentre il cuore gli batteva forte in petto.
“Andiamo! Massima potenza di impulso!”
I due ufficiali si affaccendarono ai controlli delle rispettive consolle a
velocità frenetica. Da qualche parte, sotto i loro piedi, i motori ripresero a
funzionare a massima potenza. Avrebbero resistito allo sforzo? E i condotti, e
gli altri sistemi? Ce l'avrebbero fatta a reggere?
Mentre Geordi si apprestava a eseguire una piccola correzione di rotta, si
ritrovò a pensare al serbatoio ausiliario. Se fosse saltato adesso, addio
Jenolen.
Ma alcuni secondi più tardi si accorse che quella possibilità sarebbe rimasta
tale. Si stavano dirigendo verso l'ingresso della sfera a massima velocità, e
anche se il margine di errore era assai ristretto, la nave sarebbe riuscita a
raggiungere la meta prima che questa si fosse completamente richiusa. E grazie
alla sua capacità di pilota, per ora non vi erano stati contrattempi.
Mentre la fessura continuava a restringersi, Geordi e Scott manovrarono la
Jenolen proprio in quella zona. Poi si arrestarono. Geordi trovò anche il
tempo di lanciare un'occhiata al compagno di ventura, o di sventura, si corresse
l'ingegnere. Scott stava sorridendo. Incredibile.
E cosa c'era di strano? Dopotutto, Scott aveva già ingannato la morte una
volta. Per Montgomery Scott, da quando si era rimaterializzato dal teletrasporto
della Jenolen, ogni respiro era un regalo di valore incalcolabile. Per quel
motivo, forse, era disposto a rischiare la propria vita con maggiore facilità.
D'altro canto, La Forge non era così disposto a uscire di scena
prematuramente. Era già "morto" una volta, e sapeva che non si trattava di una
scampagnata.
“Ci siamo,” disse Scott, guardandosi intorno, come se notesse vedere le fauci
meccaniche del portello chiudersi su di loro. “Ci siamo...”
La nave vibrò violentemente. Il portello aveva incontrato la resistenza dei
deflettori della Jenolen. E come aveva previsto Scott, i loro scudi erano più
forti. Finalmente, avevano messo il piede nella porta.
Ma quanto avrebbero potuto tenercelo? Senza sprecare un secondo, Geordi aprì
un canale di comunicazione audio per contattare l'Enterprise.
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CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Worf osservava il monitor della sua postazione tattica, aspettando di ricevere


qualche notizia da parte del Comandante Riker e della sua squadra. Perciò,
quando il monitor si illuminò per indicare l'arrivo di un messaggio, non avrebbe
dovuto sorprendersi più di tanto.
Ciò nondimeno, Worf fu sorpreso. E come. Infatti, non riusciva a credere ai
suoi occhi. Dovette guardare il monitor due volte per averne una conferma.
“Capitano,” disse.
Picard, che era rimasto al fianco di Data, si voltò e annuì. “Sì, Tenente?”
“C’è un messaggio audio in arrivo, signore.”
Il capitano aggrottò un sopracciglio. “Perché il Comandante Riker non mi ha
contattato direttamente?”
Worf fece una smorfia. “Non si tratta del Comandante Riker,” spiegò. “È il
Comandante La Forge, signore.”
“La Forge...” Picard fu quanto mai stupito. “Avanti, Tenente, mi faccia
sentire!”
Un momento più tardi, la voce di Geordi risuonò nitidamente nella plancia
dell'Enterprise. “Qui è il Comandante Geordi La Forge. Mi ricevete Enterprise?”
“La riceviamo, Comandante,” lo assicurò il capitano. “Proceda pure, Geordi.”
La Forge si aggrappò a una delle consolle della Jenolen. La nave stava
tremando all'impazzata; gli scudi minacciavano di collassare, i motori davano
l'impressione di essere sul punto di spegnersi, e tutto malgrado i faticosi
sacrifici di Scott.
Parlando al Capitano Picard, Geordi tentò di ignorare il caos intorno a lui.
Doveva terminare la missione che lui e il suo compagno si erano prefissi di
portare a termine: il salvataggio dell'Enterprise.
“Capitano, stiamo usando la Jenolen per mantenere aperto il portello della
sfera...”
“Cosa?” esclamò Picard. “Ho sentito bene, Comandante?”
“Sì, signore, benissimo. Ma i nostri scudi non potranno sopportare la
pressione molto a lungo.”
Ci fu una brevissima pausa. “Ricevuto,” replicò il capitano. “Sfortunatamente,
non possiamo raggiungervi. Non ancora. Il Comandante Riker e la sua squadra di
ricognizione si trovano sulla superficie. Non possiamo andarcene senza di loro,”
ammise Picard a malincuore.
“E io non sono in grado di fare promesse,” ribatté Geordi. “Ma cercheremo di
resistere il più a lungo possibile. La Forge, chiudo.”
“Maledizione,” imprecò Riker ad alta voce. “Da dove viene tutto questo vento?”
Kane, che lo seguiva a qualche passo di distanza, scosse la testa, facendogli
capire che neppure lui conosceva la risposta. Quando avevano lasciato la torre
in cui si erano momentaneamente riparati Sousa e gli altri, aveva notato che il
vento era già molto più pungente. Ma niente in confronto al vento di adesso.
Se durante il tragitto di andata le rampe si erano dimostrate silenziose,
ora a contatto con la brezza facevano rumore. Raffiche violente li costrinsero a
tenersi bassi, il più vicini possibile alla superficie delle rampe. Quelle
improvvise folate sembravano risvegliare presenze demoniacheb facendole
riemergere dalle profondità dei precipizi circostanti.
Fortunatamente avevano quasi raggiunto la meta, ad alcune centinaia di metri
di distanza dalla zona protetta dagli scudi. Restavano solo un centinaio di
metri da percorrele, forse qualcosa di meno. Poi, si sarebbero messi in contatto
con la nave. Inoltre, tra loro e la destinazione finale si ergeva un'altra
torre, una delle tante, dove avrebbero potuto ripararsi e riprendere fiato.
Kane era contento di non dover tornare indietro a recuperare il resto della
squadra. Con quel vento, sarebbe stato praticamente impossibile. La squadra di
ricognizione non doveva far altro che rifugiarsi nella torre, e aspettare
l'arrivo della navetta.
A differenza di un essere umano, la navetta non avrebbe avuto difficoltà a
viaggiare con un tempo del genere. Dopotutto, erano costruite per sopportare
condizioni avverse di ogni genere.
Il concetto della fragilità umana gli ricordò di Sousa. Come aveva fatto a
comportarsi così stupidamente? Perché aveva sparato ai macchinari alieni?
Kane avrebbe voluto tornare indietro nel tempo e cambiare le cose. Ma non
poteva farlo, non avrebbe mai potuto farlo. E poco importava se Sousa si fosse
ripreso del tutto, perché il rimorso di quell'incidente lo avrebbe sempre
seguito ovunque.
Anche Troi conosceva la verità. Forse non in modo particolareggiato, ma
sapeva. E non avrebbe permesso che la vicenda rimanesse un segreto. Ciò che
aveva fatto non era cosa da poco, non si trattava di uno scherzetto. A causa del
suo carattere e della sua negligenza aveva messo in pericolo la vita di una
persona.
Kane non poteva biasimarla. Avrebbe accettato qualsiasi conseguenza. Se lo
meritava.
Si ritrovò all'improvviso dinanzi alla torre. I due si avvicinarono alla zona
in ombra, cercando di ripararsi alla meglio dal vento tagliente. Stanchi e
affaticati per la camminata, oltrepassarono l'ingresso della torre e si
sedettero sul pavimento.
Riker scosse la testa. Il suo volto era paonazzo per il vento e per la fatica.
“Bel tempo, vero?”
Il guardiamarina grugnì, poi si voltò, lanciando un rapido sguardo al pezzo di
strada che dovevano ancora percorrere. Dopo quello che aveva combinato, non
aveva il coraggio di guardare il comandante dritto negli occhi.
Riker sembrò non accorgersene. Sospirando, si alzò di nuovo in piedi.
“Avanti,” gli disse. “Non possiamo riposarci troppo, Guardiamarina.”
Seguendo l'esempio del primo ufficiale, Kane si alzò e si avviò verso la rampa
esterna. Non appena fuori dalla torre, il vento tornò a colpirlo con ferocia.
Anzi, adesso sembrava più violento, come se quelle raffiche si stessero
riversando su di lui con intenzionalità. Restare in equilibrio si stava facendo
sempre più difficile.
Alternando goffi movimenti in avanti e indietro, a seconda della spinta del
vento, i due ripresero a camminare. Nonostante le difficoltà iniziali, il
guardiamarina fece subito dei progressi. Ma Riker sembrava molto più a suo agio
e camminava spedito, incurante del vento. Forse, pensò Kane, il primo ufficiale
proveniva da una località abituata a intemperie del genere.
Ma all'improvviso, sotto il suo sguardo incredulo, Riker venne scaraventato a
terra da una forte folata di vento. Perfino sdraiato sulla superficie della
rampa continuò a scivolare per alcuni centimetri. Tentò di aggrapparsi a un
appiglio qualunque, ma il suo tentativo fu vano. Riker si ritrovò sull'orlo
della rampa.
Kane balzò in avanti e allungò una mano, ma anche il suo sforzo non servì a
niente. Riker precipitò nel nulla.
“Nooo!” gridò Kane, mentre il vento ingoiava anche le sue parole.
“Maledizione, nooo!”
Prima Andy Sousa, e ora Will Riker. Entrambi vittime della sua stupidaggine.
Se non fosse stato per lui, a quest'ora sarebbero stati tutti al sicuro in
qualche torre. Invece, il primo ufficiale era morto, e forse lo sarebbe stato
anche il suo amico.
Tutta colpa mia, pensò Kane. Solo mia.
E poi vide una mano ancora ben salda all'estremità dalla quale era caduto
Riker. Cinque dita attaccate all'unica speranza di sopravvivenza, cinque dita
che stavano lentamente perdendo la presa.
Gettandosi verso quelle dita, incurante del pericolo che anche lui avrebbe
corso avvicinandosi all'estremità della rampa, il guardiamarina arrivò a meno di
un metro di distanza dalla mano di Riker. “Tenga duro!” gridò, senza essere
affatto sicuro che l'uomo potesse sentirlo. “Resista!”
Strisciando a terra come un serpente, ignorò il vento che minacciava di
spostarlo nella direzione sbagliata e si dedicò alla missione più importante
della sua vita, ciò che di più caro aveva al mondo, nell'universo: salvare il
suo comandante.
Un centimetro dopo l'altro, si avvicinò. Un centimetro dopo l'altro lottò
contro il vento, contro la rampa scivolosa, contro la fatica. E alla fine,
dopo alcuni secondi che sembrarono durare un'eternità, giunse vicino a Riker.
A quel punto, le dita del primo ufficiale erano esangui, ed erano ormai sul
punto di cedere. Kane si allungò e cercò di afferrargli il polso. Ci riuscì
proprio nell'istante in cui Riker lasciò andare la presa. Kane si sentì tirare
giù, tirato da un peso enorme che minacciava di spezzargli il braccio, mentre
Riker penzolava pericolosamente nel vuoto, spostato dalle turbinose correnti del
vento. Poi, disteso sulla rampa, impotente, e privo di forze, iniziò a scivolare
verso la soglia esterna della rampa stessa.
Parte di lui avrebbe voluto che Riker lasciasse andare la presa. Altrimenti,
sarebbero ricaduti entrambi nel precipizio sottostante. Avrebbero perso la vita,
insieme.
Ma Kane non era disposto a cedere. Strinse i denti, e cercò di forzare la
testa e il resto del corpo contro la rampa, nonostante il peso del comandante
Riker continuasse a trainarlo verso il vuoto. Per un momento immaginò di cadere
nel vuoto, ma solo per un momento.
Si arrestò e un momento dopo vide che Riker aveva poggiato una mano sulla
rampa. Quando con la mano gli afferrò il gomito, Kane lasciò andare la presa al
polso, e offrì il bicipite al comandante, che lo agguantò senza esitazione.
Nell'arco di alcuni secondi, Riker si era saldamente avvinghiato a lui e alla
rampa. Senza dover sostenere la trazione di un peso morto che lo spingesse verso
il basso, Kane afferrò Riker per l'uniforme, e i due, non senza sforzo,
riuscirono a tirarsi sopra la rampa.
Rimasero sdraiati per alcuni secondi, ansimando, ancora in preda al terrore.
Poi, Riker prese il guardiamarina per una spalla e lo trascinò verso il luogo
convenuto per il teletrasporto.
Il coraggio di Riker era davvero illimitato; Kane iniziava ad ammirarlo.
Solo un momento prima aveva rischiato di morire cadendo nel vuoto, e ora si era
già messo in marcia per completare la missione.
Barcollando, arrivarono a destinazione. Prima di giungere sulla piattaforma su
cui si erano materializzati, il primo ufficiale toccò il comunicatore e scandì
il nome del capitano.
La fortuna era tornata dalla loro parte, perché il capitano rispose
immediatamente. “Numero Uno... sta bene? Cos’è questo rumore di sottofondo?”
domandò
Picard.
Riker gli spiegò la situazione. E lo informò anche di quanto era accaduto a
Sousa.
“Farà meglio a sbrigarsi,” disse il capitano, che impiegò qualche secondo per
informarlo a sua volta del piano ideato da Geordi e Scott a bordo della Jenolen.
“Rimarremo in orbita fino a quando sarà possibile,” promise, “ma non ci resta
molto tempo.”
L'avvertimento di Picard echeggiò nella mente di Kane per qualche secondo
ancora, e poi il guardiamarina sì volto verso Riker, intento a contattare la
navetta.
“Riker a navetta,” implorò il primo ufficiale.
“Qui navetta. Parla LaSalle,” replicò l'ufficiale.
Intanto, Kane aveva alzato lo sguardo al cielo, e aveva visto qualcosa di poco
rassicurante. “Comandante, guardi!”
Il guardiamarina indicò la navetta, che stava vibrando violentemente tra dense
nuvole scure. Non era più dove l'avevano lasciata, ma a soli pochi metri di
distanza da una torre.
Il primo ufficiale imprecò.
“Due da teletrasportare a bordo,” ordinò alla navetta, “ora!”
Ma prima che l'ufficiale della navetta potesse eseguire l'ordine, una potente
folata provocò quel che Riker aveva temuto: fece sbattere la navetta contro
l'edificio alieno.
Un momento dopo ci fu un'esplosione titanica. Kane ne avvertì addirittura il
calore. E così, nel giro di alcuni secondi, la navetta se ne era andata. Al
suo posto, cadendo verso il basso come stelle filanti colorate, non restavano
altro che detriti in fiamme.
Il guardiamarina si sentì morire, ma Riker non batté ciglio “Dobbiamo
avvertire gli altri,” disse. “Dobbiamo dir loro di recarsi qui il più presto
possibile.” Fece una pausa, serio in volto. “E poi non ci resta che sperare che
l'Enterprise ci possa teletrasportare direttamente a bordo.”
“Riker a Consigliere Troi!” gridò il primo utficiale.
Nessuna risposta.
Provò ancora.
Niente.
“È lo scudo che blocca i sensori,” affermò Riker. “Non solo è in grado di
bloccare i segnali provenienti dall'alto, ma anche quelli inviati da terra.”
Il guardiamarina annuì. “Ha ragione,” disse. “È inutile tentare.”
Avevano una sola alternativa. Kane rabbrividì al pensiero. Si girò e guardò
in direzione della strada che avevano appena percorso... una serie di rampe
tortuose e anguste, sospese su strapiombi senza fine. Poi guardò Riker.
“Lei stia qui,” ordinò il primo ufficiale. “Vado a prenderli io!”
Il guardiamarina fu tentato dalla soluzione offertagli. Almeno per un secondo
o due. Poi tirò nuovamente Riker per l'uniforme.
“Se lo scordi,” replicò. “Vengo anch'io!”
Il primo ufficiale gli diede un'occhiata. Poi, esibì un sorriso sempre più
divertito.
“D'accordo,” concesse lui. “Ma non mi combini guai.” Kane annuì. “Ha la mia
parola!” Sfidando la tatica, ripresero a marciare in direzione della torre dove
si erano riparati Troi e gli altri.
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CAPITOLO QUINDICESIMO

Deanna Troi stava iniziando a preoccuparsi. Il vento era diventato più


insistente, e improvvise raffiche si schiantavano sulla torre con maggiore
violenza. Aveva lasciato Sousa alle cure di Bartel e Krause, e si era diretta
verso l'ingresso della torre da cui, nonostante il forte vento, erano usciti
Riker e Kane.
La sua mente era pervasa da un solo pensiero, da una sola parola: Will...
Riker era in pericolo, non aveva bisogno di un comunicatore per saperlo;
erano le sue emozioni a dirglielo. Si trovava in pericolo, estremo pericolo.
Ciò nonostante, lei non poteva far niente per aiutarlo.
Adesso, era in piedi sulla soglia dell'ingresso, non più spaventata, solo
confusa. Il vento era ancora minaccioso e soffiava con vigore, anche se,
forse, il suo impeto si stava affievolendo.
E Will Riker era ancora vivo, nonostante i tremendi istanti in cui Deanna
aveva temuto per la sua vita. Ora, anche se lontano, il consigliere poteva
avvertire la sua presenza, vitale, determinata. Doveva essere riuscito a
raggiungere la navetta.
La navetta sarebbe arrivata, con a bordo Will e il Guardiamarina Kane,
probabilmente ancora afflitto dal rimorso.[221]
Ma non era così. Stavano tornando indietro, percorrendo la stessa strada da
cui se ne erano andati. Qualcosa era andato storto.
La navetta non sarebbe mai giunta in loro soccorso. Aggrottando la fronte,
si voltò verso Sousa e i due ingegneri.
Avrebbero dovuto trasportare in spalla il ferito fino al luogo convenuto per
il teletrasporto.
Contemplando le difficoltà di quella missione, Troi osservò l'architettura
aliena davanti a lei e vide due uomini su una delle rampe che conducevano alla
torre. Due uomini vestiti di rosso e nero.
“Santo cielo,” bisbigliò una voce dietro di lei. Voltandosi vide Bartel. Di
solito composta e efficiente, la donna sembrava scossa e turbata. “Aveva
ragione, Consigliere. Stanno tornando senza la navetta.”
Alcuni minuti più tardi, Riker e Kane arrivarono dentro la torre, stanchi,
senza fiato, con gli occhi gonfi a causa del vento.
“Niente navetta,” disse Krause, attestando l'ovvio.
“Niente navetta,” confermò il primo ufficiale. Era stanco e aveva il respiro
pesante. “Dovremo tentare di raggiungere la piattaforma da soli, e alla svelta.
Geordi è riuscito a tenere aperto il portello della sfera usando la Jenolen come
cuneo, ma non può rimanere ad aspettarci per sempre.”
Troi annuì. “Allora cosa aspettiamo? Andiamo.”
Riker guardò il guardiamarina e i due ingegneri. “Avete sentito l'ordine del
consigliere. Se ognuno di noi afferra Sousa per un arto, potremo farcela.”
“E io?” chiese Troi.
Il primo ufficiale la guardò, con il volto sporco a causa del vento e del
sudore. “Sostituirai il primo che cade,” disse.
Sulla plancia dell'Enterprise, il Capitano Picard ascoltò con attenzione le
cattive notizie. “Cinque minuti,” ripeté.
“Nel migliore dei casi,” gridò Geordi, sforzandosi e cercando di essere
comprensibile sopra il rumore dei motori della Jenolen.
Picard annuì. Il tempo era agli sgoccioli. Ma il suo ingegnere capo aveva
badato bene a non specificare le condizioni della nave da trasporto, così come
aveva evitato di chiedere notizie sulla squadra di ricognizione.
Solo un capitano poteva prendere la decisione di sacrificare un gruppetto
limitato di ufficiali per permettere a tutti gli altri di sopravvivere. E se
Picard si rifiutava di prendere questa decisione, né Geordi, né nessun altro
potevano permettersi di farlo per lui.
Avanti, Will, pensò, incoraggiando silenziosamente il suo primo ufficiale.
Non mi metta in condi2ione di dover firmare la sua sentenza di morte.
Mentre si apprestava a incamminarsi lungo le tortuose rampe, sotto il
minaccioso vento spettrale di quel mondo inabitato, con l'uniforme macchiata di
sangue, Kane strinse la gamba ferita di Andy Sousa, quella su cui era caduto il
macchinario alieno. Al suo fianco, Riker teneva Sousa per l'altra gamba,
mentre Krause e Bartel lo sostenevano per le braccia. A turno, i due gli
reggevano anche la testa, mentre con la mano libera cercavano di tenere più in
alto possibile le spalle del ferito.
Di tanto in tanto, il guardiamarina lanciava uno sguardo in direzione
dell'amico, visibilmente arrossato in volto a causa del maltempo. Ma nonostante
quella calma, Sousa stava lottando contro la morte.
Alcuni minuti prima, Kane aveva perso la sensibilità delle dita, ma si era
rifiutato di chiedere aiuto. Da quando avevano lasciato la torre, Krause e
Bartel erano stati sostituiti a turno da Troi almeno una volta ciascuno, ma Kane
si era ostinato a non farsi sostituire.
Dopo tutto, era lui ad aver coinvolto i suoi compagni in quel pasticcio, e non
avrebbe permesso a nessuno di caricare il peso di sua competenza.
Fortunatamente, le folate erano diminuite in intensità. O almeno così
sembrava. Le correnti di vento erano ancora pericolose, pronte a farli
precipitare dalle rampe, ma la squadra stava procedendo bene, sprezzante del
pericolo.
“Guardate!” urlò l'empatica all'improvviso. Indicò in avanti.
Kane non riusciva a rendersi conto di quanto avessero camminato. Fino ad
allora si era preoccupato solo di tenere il passo e, soprattutto, era stato
attento a non precipitare nel vuoto, trascinandosi dietro qualche compagno. Ma
adesso, alzando lo sguardo in direzione del luogo indicato da Troi, ebbe un
sussulto di gioia.
Stavano per raggiungere l'ultima tonre. Subito dopo, sarebbero anrivati alla
piattafonma, alla loro meta finale. Se solo avessero avuto un po' di tempo in
più...
Con rinnovata determinazione, accelerarono il passo. La tonre sembrava
minacciosamente più grande a ogni passo, fino a quando non vi si ritrovarono a
ridosso. Una volta entrati all'interno della costruzione aliena, il vento si
placò, almeno per un brevissimo istante.
Non avevano il lusso di riposarsi, o tirare il fiato. Li attendeva l'ultima
rampa, e avrebbero fatto meglio ad affrettarsi.
Così, continuarono a camminare, e il vento tornò a schiaffeggiarli in volto.
I muscoli di Kane, anrossati e doloranti, sembravano sul punto di cedere,
specialmente quelli con cui era riuscito a tranre in salvo il Comandante Riker.
Ma il guardiamarina strinse i denti, e fece del suo meglio per ignorare il
dolore. Presto sarebbe finito tutto. Ancora qualche passo... e qualche altro
ancora... e ancora...
Poi, come in un sogno, udì un grido diretto a lui. Cercò di dirigere lo
sguardo in direzione della voce che lo aveva chiamato, nonostante il vento
rendesse quel semplice gesto una missione difficile da compiere. Vide il
Comandante Riker, che stava gridando a squarciagola.
Ma non a lui. Stava urlando guardando verso l'alto, e la sua mano, chiusa a
pugno per il freddo, continuava a premere il comunicatore attaccato alla divisa.
Il guardiamarina si guardò intorno, e per un momento avrebbe voluto piangere.
Avevano raggiunto la rampa che conduceva alla piattaforma del teletrasporto. Ce
l'avevano fatta.
Adesso, non restava loro altro da fare che tornare a bordo della nave. Il
portello non era lontano. E l'Enterprise sarebbe verosimilmente dovuta passare
da quella zona per raggiungerlo. A meno che... a meno che la nave non se ne
fosse già andata, senza di loro. Era possibile, perché no? Anche se il capitano
avesse voluto recuperare i suoi uomini, ed era senz'altro così, probabilmente
non avrebbe mai rischiato le vite di tutti coloro che vivevano a bordo
dell'Enterprise. Perciò, che l'Enterprise fosse già uscita dalla sfera era una
possibilità da non scartare a priori.
Per un istante, Kane pensò a come sarebbe stata la vita se fossero rimasti
dentro la sfera, passando da una torre all'altra alla ricerca di cibo e acqua
fino a quando le gambe non avrebbero più retto alla fatica... a quell'esistenza
dedicata a una continua e inutile ricerca di fantasmi.
Poi udì una voce familiare che spezzò il fruscio del vento. “Ricevuto Numero
Uno! Stiamo anrivando!”
Il guardiamarina osservò Andy Sousa, e come se anche il ferito avesse udito la
voce di Picard, riaprì gli occhi. Guardò Kane per un paio di secondi,
cercando di mettere a fuoco il suo volto.
“Maledizione,” disse Kane. “Mi dispiace, Andy. Mi dispiace molto.”
Sousa non rispose. Non ne aveva la forza. Ma almeno lo stava guardando.
Forse, più tardi, avrebbe ricordato l'accaduto con odio e disprezzo. Ma per
adesso, nel suo sguardo non vi era traccia di risentimento.
Kane si accorse di avere un groppo in gola. Socchiuse gli occhi, cercando di
mascherare le proprie emozioni. Se solo attivassero quel maledetto
teletrasporto... pensò tra sé. Se solo...
Poi si rese conto che il vento aveva cessato di soffiare. Riaprì gli occhi e
si accorse che stavano in piedi sulla piattaforma del teletrasporto. Una squadra
del personale medico si affrettò in direzione di Sousa per assisterlo e per
portargli le prime cure. Kane vide Picard, in piedi, dalla parte opposta della
stanza, al fianco di O'Brien.
Una volta accertatosi che la squadra da sbarco era giunta sana e salva a bordo
della nave, il capitano toccò il suo comunicatore. “Picard a plancia.”
“Sissignore?” giunse la risposta del Comandante Data.
“Li abbiamo trovati,” lo infonmò il capitano. “Dica a Geordi che stiamo
arrivando.”
Kane si voltò verso Riker, esausto e provato come non mai. “La missione è
finita, signore?” chiese con fatica.
Il primo ufficiale gli diede una pacca sulle spalle e rispose, “Sì,
Guardiamarina. La missione è finita.”
“Grazie, signore,” disse Kane. Non lo avrebbe mai fatto se fosse stato in
servizio, ma adesso che il suo turno di lavoro era finito, Kane stramazzò al
suolo, stanco morto.
* * *
“Comandante La Forge?”
Geordi abbassò lo sguardo, osservando il pannello di controllo. Riconobbe la
voce.
“Cosa c’è Data?”
“Mi è stato ordinato di riferirle il seguente messaggio: "Abbiamo recuperato
la squadra del Comandante Riker. Ci stiamo dirigendo verso il portello di
uscita."“
Improvvisamente, uno dei pannelli del centro operazioni della Jenolen esplose,
ricoprendo Geordi e Scott di lucenti scintille colorate. Prima che Geordi
potesse rendersene conto, Scott si era già recato verso il luogo dell'esplosione
per verificarne i danni riportati.
“Maledizione!” urlò. “Il refrigerante del plasma è andato. La nave si sta
surriscaldando!”
Lavorando alla consolle per contenere il problema, Geordi imprecò a bassa
voce. “Ho perso il controllo!”
“Geordi? Come stai?” chiese l'androide.
Geordi scosse la testa, dimenticandosi per un momento che Data non lo poteva
vedere. “Sono stato meglio!” gridò.
In quel momento, un secondo pannello, e poi un terzo, scoppiarono accompagnati
da un rumore veemente. Entrambe le postazioni presero fuoco. Stavano perdendo la
battaglia, e presto avrebbero perso anche la guerra.
“Abbiamo raggiunto il limite,” avvertì Scott, “e lo abbiamo oltrepassato.
Adesso non potremo tirar fuori la nave da qui! Informi l'Enterprise!”
Geordi scalpitò in prossimità della consolle ormai irrimediabilmente
danneggiata dall'ultima esplosione. Il suo compagno aveva ragione. Qualunque
cosa avessero fatto, sarebbero rimasti intrappolati lì, e il portello avrebbe
distrutto gli scudi della Jenolen con loro al suo interno.
“Signor La Forge!” Questa volta era la voce del capitano. “Qual è la vostra
condizione?”
“Precaria,” gridò. “Non potremo spostare la Jenolen al vostro arrivo.”
“Che cosa vuol dire?” chiese Picard. La sua voce era appena udibile adesso,
forse a causa di un indebolimento generale dei sistemi di comunicazione.
Balzando da un lato all'altro della plancia della Jenolen, offuscata dal
fumo e dalle fiamme crescenti, Geordi gridò con disperazione, “Voglio dire che
dovrete distruggerci per uscire dalla sfera!”
Dopo aver considerato il crudo messaggio di La Forge, Picard si voltò verso il
suo secondo ufficiale. “Signor Data... quanto tempo ci vorrà per arrivare in
prossimità del portello?”
“Con i motori a impulso al sessanta percento di potenza,” rispose l'androide,
“impiegheremo un minuto e quaranta secondi per arrivare al portello.”
La voce tesa e preoccupata del Capitano Scott filtrò dal comunicatore. “Non
posso più tenerla insieme, signore. Ci rimangono due minuti prima che i
motori...”
Picard parlò nel pannello dell'interfono. Aveva inviato Riker in sala
macchine, per far sì che gli ordini venissero eseguiti nel minor tempo
possibile.
“Qui è il capitano. Abbiamo bisogno di aumentare la velocità, Comandante.”
“Ricevuto, signore,” replicò il primo ufficiale. “Cercheremo di fare del
nostro meglio, signore!”
Picard strinse le mani. Nonostante la risposta incoraggiante, Riker non poteva
fare l'impossibile.
“Plancia a sala teletrasporto Tre. Tenetevi pronti a teletrasportare due
uomini dalla Jenolen non appena saremo a portata.”
“Sì, Capitano,” replicò O'Brien. “Pronto!”
Sul visore di prua, il campo stellato svanì di colpo... sostituito dalle
tonalità azzurro verdi dell'atmosfera della sfera, mentre l'Enterprise
continuava a sfrecciare verso l'uscita.
Per l'ennesima volta, a causa dei fievoli scudi, la temperatura salì, senza
raggiungere tuttavia i livelli toccati in precedenza, quando l'Enterprise era
rimasta senza alcuna protezione. E, a ogni modo, non c'era da scegliere;
quella era l'unica soluzione, l'unica via d'uscita.
Picard fissò Worf. “Prepari i siluri fotonici,” ordinò.
“Siluri fotonici pronti e già sul bersaglio,” intonò il Klingon, con rinnovato
entusiasmo.
A bordo della Jenolen, ogni cosa si stava distruggendo. La nave tremava
violentemente. Le consolle scintillavano ed esplodevano. Le luci si accendevano
a intermittenza e il fracasso dei motori si diramava sulla struttura metallica
del vascello in modo spaventoso.
Scott era stato battezzato "l'ingegnere dei miracoli", ma questa volta anche
lui non avrebbe potuto far niente. Rivolgendosi a La Forge, gridò con quanta
voce gli era rimasta in corpo:
“Stiamo per andare in pezzi, figliolo! Non posso farci più niente!”
Geordi lo guardò, sudato in volto. Riuscì comunque a concedergli un sorriso.
“Lo so, Scotty. Lo so.”
Cos'altro avrebbe potuto dire? Avevano combattuto con caparbietà fino alla
fine. Avevano fatto del loro meglio. E non avevano fallito di molto.
Ma alla fine, anche Scott dovette ammettere, seppure con amarezza. di aver
perso.
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CAPITOLO SEDICESIMO

Picard vide Data voltarsi a osservarlo da sopra la sua spalla. “Siamo entro il
raggio del teletrasporto, signore.”
Il capitano si sentì come se avesse aspettato quella risposta da sempre.
Senza un attimo di esitazione, disse, “Plancia a sala teletraspolto! Energia!”
E poi, rivolgendosi a Worf, quasi senza riprendere fiato, “Faccia fuoco con i
siluri fotonici, Tenente!”
“Sì, signore!” rispose il Klingon, eseguendo quell'ordine più velocemente
possibile. Dopo tutto, non poteva permettersi di sbagliare. Se avesse sparato
anche solo un decimo di secondo in ritardo, avrebbe colpito la Jenolen e avrebbe
causato la più impressionante esplosione che quello strano mondo avesse mai
conosciuto.
Picard osservò lo schermo di prua, mentre la nave da trasporto, ancora
imprigionata nel portello della sfera di Dyson, diveniva sempre più grande,
circondata dagli scintillanti colpi dei phaser. Ma anche allora, la coraggiosa
Jenolen si rifiutò di soccombere, di cedere alle potenti esplosioni.
Per un terribile, orrendo momento, il capitano fu convinto che non sarebbero
riusciti a distruggere quell'astronave in tempo. Fu certo che si sarebbero
schiantati su di essa, distruggendo entrambi i vascelli e i loro occupanti.
Ma per fortuna si sbagliava. In un improvviso istante di gloria, la Jenolen
esplose. Ma loro erano ormai fuori pericolo, lontani da lì.
Non appena la Jenolen fu distrutta, il portello cominciò di nuovo a chiudersi.
E sebbene l'Enterprise si fosse lanciata in direzione dell'uscita alla massima
potenza consentitagli dai suoi motori danneggiati, l'apertura era lo stesso
troppo piccola.
Ce l'avrebbero fatta? Sarebbero riusciti a uscire prima che il portello si
chiudesse, intrappolandoli all'interno, magari per sempre?
Gli occhi di Picard fiammeggiarono, mentre guardava la loro unica opportunità
di fuga divenire sempre più stretta.
“Timoniere,” gridò. “Viri a sinistra di novanta gradi!”
L'immagine sullo schermo ruotò di novanta gradi nella direzione opposta. La
previsione del capitano era stata giusta; adesso poteva passare attraverso lo
spiraglio sempre più angusto.
Trattenendo il respiro, Picard si concentrò sulla fascia di stelle visibile
attraverso la strettoia del portello, consapevole che poteva essere l'ultima
cosa che vedeva in vita sua. Dopo tutto, avevano rinunciato alla possibilità
di tornare indietro. E se non avessero centrato il bersaglio in tempo, sarebbero
morti sulla dura superficie interna della Sfera di Dyson.
Continuavano ad avvicinarsi...
E poi, prima ancora di rendersene conto, prima di poterci credere, la piccola
fessura sul portello era scomparsa, sostituita dalla vista familiare della volta
stellata.
Respirando con affanno, il capitano si aggiustò l'uniforme tirandola dalla
cintura e si voltò verso Data. “Vista posteriore, Comandante.”
L'androide eseguì l'ordine, e sul visore apparve l'immagine della scura Sfera
di Dyson, di nuovo immobile, senza più alcuna traccia di vita, imperturbata. E
forse, pensò Picard, era quello il suo destino.
All'improvviso, si ricordò dei suoi uomini: Geordi. Il Capitano Scott.
“A lei il comando,” disse a Data. E senza fornire spiegazioni, si avviò in
direzione della sala del teletrasporto.
“Forza,” brontolò il Capo O'Brien, lavorando freneticamente ai controlli del
teletrasporto. “Dopo tutto quello che abbiamo passato, non puoi cedere proprio
adesso. Maledizione, resisti!”
Continuava a brontolare come se la sua voce e quelle parole potessero cambiare
la situazione, come se le vite di Geordi e di Scott potessero essere salvate da
quella sua esternazione. Ma O'Brien si sentiva più a suo agio così,
parlando alle attrezzature, come se l'esito della missione non dipendesse da lui
ma da loro.
Al di là della consolle, dalla parte opposta della sala del teletrasporto,
due figure luminose iniziarono a scintillare con crescente intensità. O'Brien
represse un sorriso speranzoso. Forse ce l'avrebbe fatta. In un modo o
nell'altro, li aveva agganciati, e adesso era solo questione di portarli a
bordo.
Di un tratto, lo scintillio sparì e O'Brien sobbalzò in preda allo sconforto.
Ma in cuor suo sapeva che aveva ancora una possibilità. Si apprestò a
effettuare alcuni cambiamenti del dispositivo di trasmissione, e tentò di
rimaterializzarli sulla piattaforma.
Un secondo più tardi, le sagome di Scott e Geordi riapparvero, lampeggianti.
Avrebbe dovuto combattere fino alla fine. Rimodulò con calma le bobine di
transizione di fase, e diede più energia al buffer degli schemi.
Le immagini divennero più solide e ferme. Adesso, O'Brien sarebbe stato
perfino in grado di descrivere l'abbigliamento dei due ufficiali, o le loro
espressioni. Riconobbe la forma tondeggiante del VISORE di Geordi.
Proseguì il lavoro con fermezza. Dopo tutto, nel processo di teletrasporto
aveva catturato migliaia di molecole che non appartenevano né a Geordi né a
Scott, e gli ci sarebbe voluto un po' di tempo per eliminarle. Se si fosse
lasciato prendere dalla frenesia, se avesse fallito nel tentativo di filtrarli
attraverso il buffer alla giusta frequenza... no, non ci voleva neppure pensare.
“Calmo,” si disse. “Calma e pazienza prima di tutto.”
Alla fine, i contorni si stabilizzarono. Assunsero colori reali, solidi. E
poi, i loro atomi, come se non avessero mai viaggiato nello spazio a velocità
inimmaginabili, si rimaterializzarono tra loro.
Rimasero fermi per un momento, forse sbalorditi nel riscoprirsi ancora vivi.
Poi si guardarono e, nonostante quello che avevano passato, iniziarono a ridere.
O risero perché consci dello scampato pericolo?
Scott prese Geordi a braccetto. “Allora, non è andata tanto male, vero?”
Geordi sorrise. “Sarebbe potuta andare peggio,” rispose scherzando. “Anche se
adesso ne ho abbastanza del teletrasporto.”
Scott spalancò gli occhi. “Come? E io cosa dovrei dire, allora? Anche se
dovessi rivedere un altro teletrasporto tra cento anni, sarebbe sempre troppo
presto.”
E come una coppia di lupi di mare ubriachi, scesero tremolanti dalla
piattaforma e si diressero verso l'uscita. O'Brien li osservò, ascoltando il
loro continuo stuzzicarsi, le reciproche punzecchiature, fino a quando le porte
della sala non si richiusero alle loro spalle.
O'Brien scosse la testa, e sogghignando disse, “Prego, ragazzi. Sono lieto di
essere stato d'aiuto.”
* * *
Al sibilo della porta, Deanna Troi spense il computer della sua scrivania.
Non stava aspettando nessuna visita...
Ma dopotutto, lei era il consigliere di bordo, e i problemi delle persone a
bordo non potevano cont`ormarsi ai suoi orari di ufficio.
“Avanti,” disse la donna.
Un momento più tardi, la porta si aprì. Il Guardiamarina Kane rimase in piedi
nell'ingresso, visibilmente a disagio, in attesa di un suo invito prima di
entrare nello studio del consigliere.
La Betazoide sorrise. “Si sieda, signor Kane.” E poi, dopo che lui si fu
seduto, chiese, “Che cosa posso fare per lei?”
Deanna conosceva la ragione della sua visita, ma per un istante fece finta di
non sapere che Kane era andato a trovarla per parlarle di ciò che era accaduto
durante la missione appena conclusa.
Kane preferì non parlarne, almeno all'inizio. “Sono stato a trovare il
Guardiamarina Sousa,” le confidò. “Sta dormendo, ma il pericolo è passato. Si
rimetterà.”
“Sì,” rispose lei. “Lo so. Anch'io gli ho fatto visita.”
“Ci ha impauriti tutti,” notò il giovanotto.
“Senza ombra di dubbio,” concesse Troi.
Kane si schiarì la gola. “A proposito... nella torre... Quella in cui Sousa è
rimasto schiacciato dal cumulo di macchinari alieni...”
“Sì...” confermò Deanna, “mi ricordo.”
Kane drizzò le spalle. “Quella macchina non si è semplicemente staccata dal
muro. Io... beh... sono stato io a causarne il crollo, sparandoci contro con il
mio phaser.” Si inumidì le labbra. “Certo, non l'ho fatto apposta. Ma è
stata colpa mia.”
“Capisco,” disse la Betazoide. “E lo ha detto a qualcun altro?”
“No,” rispose lui. “Lei è la prima. Perché già sa cosa è successo, o mi
sbaglio? E poi, è più facile parlarne con lei che con il Comandante Riker.”
Troi incontrò lo sguardo del giovanotto. “Ma non crede che lo sappia?”
Kane parve scioccato. “Il Comandante Riker? Come fa a...”
“Semplice,” disse il consigliere. “Ha dato un'occhiata alla macchina e ne ha
notato il bordo fuso.” Scosse la testa. “Solo un raggio phaser, o qualcosa di
molto simile, potrebbero aver causato una bruciatura del genere.”
Il guardiamarina deglutì. “Capisco,” disse. “Allora, forse, dovrei parlargli.
E poi, non accetterebbe mai le mie dimissioni.”
Troi aggrottò la fronte con stupore, anche se era in grado di avvertire lo
stato emozionale del giovane ufficiale. “Dimissioni? Sta dicendo che ha
intenzione di abbandonare la Flotta Stellare?”
Kane annuì. “Sì. Voglio dire, non mi rimane altra scelta... Prima o poi,
Andy dirà a tutti cosa è successo, e...”
“Non credo che lo farà,” lo interruppe l'empatica. “Dopotutto, è suo amico.”
“Lo era,” corresse il guardiamarina.
“No,” obiettò Troi. “Lo è ancora. Io sono empatica, non si ricorda? Conosco il
signor Sousa molto a fondo. Non le farà avere dei problemi.”
Kane grugnì, forse un po' sorpreso. “Anche se fosse così, dovrò vivere per il
resto della mia vita ricordando all'errore.”
Il consigliere si appoggiò allo schienale della sedia.
“Non credo che il comandante le farà avere dei problemi. Ha già compilato il
suo rapporto, e non ha fatto menzione alcuna di quanto è accaduto nella torre.”
Il guardiamarina grugnì di nuovo. Questa volta parve decisamente sorpreso.
“Davvero?”
“Davvero,” confermò Deanna. “Credo che l'abbia giudicata secondo il
comportamento che lei ha esibito durante l'intera missione. Per esempio, lei si
è
fatto volontario per accompagnarlo al luogo del teletrasporto. Lo spirito con
cui ha fronteggiato la situazione, e la prontezza con cui ha salvato la vita del
comandante. E infine, è stato lei che è voluto tornare indietro con Riker per
recuperare Sousa, quando invece avrebbe potuto semplicemente restare ad
aspettare.”
Kane pensò silenziosamente per un secondo. “Vuol dire che... mi perdona?”
“Qualcosa del genere,” concordò Troi. “E se lo fa lui, chi sono io per fare
altrimenti?”
Il guardiamarina scosse la testa. “Credevo che il Comandante Riker mi
odiasse.”
La Betazoide sorrise. “Il Comandante Riker è un tipo diretto,” concesse. “Se
non gli piaci, te lo fa sapere senza mezze parole. Ma l'odio?” Rimuginò tra sé.
“L'unica cosa che odia è non riuscire a trovare la parte migliore in ciascuno
dei suoi uomini, vuole aiutarli a farla venire a galla.”
Kane ponderò quell'affermazione per alcuni istanti. “Beh. Con me ha dovuto
faticare non poco.” Fece una pausa. “Io non sono la persona più corretta di
questa nave, Consigliere.”
Lei scosse le spalle. “La correttezza è un concetto astratto. E non riesco a
pensare a una persona più corretta di qualcuno che mette a repentaglio la
propria vita per salvare quella di qualcun altro.”
Il guardiamarina aggrottò la fronte. Per la prima volta da quando aveva
raggiunto il consigliere nel suo ufficio, la sua espressione tradì un certo
compiacimento. “Sta dicendo che io sono un altruista?” chiese, quasi incredulo.
“Mio padre ha sempre attermato che l'altruismo è pericoloso. Secondo la sua
filosofia, ogni uomo è da solo, e deve pensare solo a se stesso.”
“Non si tratta certo di una filosofia molto illuminante,” notò Troi.
“Credo di no,” concordò Kane. “E l'ho capito solo adesso.” Il giovane parve
improvvisamente rinvigorito. “Ma questo non cambia ciò che è successo al
signor Sousa.”
Il consigliere si appoggiò di nuovo allo schienale della sua sedia.
“Commettiamo tutti degli errori, Guardiamarina. Per fortuna, il suo non è
irreparabile. Se fossi in lei, cercherei di metterci una pietra sopra... e
ricomincerei da capo. Inoltre,” confessò dopo un attimo di esitazione, “il
Comandante Riker ha sempre visto in lei grandi potenzialità. Sarebbe un peccato
se il suo lavoro dovesse andare perduto.”
Kane parve d'accordo. “Dovrò rifletterci ancora un po',” disse infine.
“Si prenda tutto il tempo necessario,” replicò la donna, incoraggiandolo. Ma
già sapeva quale sarebbe stata la decisione finale.
Kane si alzò. “A ogni modo, mi devo scusare. Per il modo in cui ho agito...
per le cose che ho detto sul Comandante Riker... sul Capitano Picard...”
Imprecò tra sé, impercettibilmente. “... e anche sul Capitano Scott.”
“Il Capitano Scott?” chiese Troi.
Il guardiamarina annuì. “Quando è venuto nell'hangar navette per ammirare le
navette, io non ho fatto altro che chiamare la s4uadra di sicurezza.”
Deanna represse un sorriso. “Capisco.”
“C'era una navetta in particolar modo,” ricordò Kane, “che il capitano
sembrava adorare più delle altre. La Christophher, se non mi sbaglio.” Alzò lo
sguardo verso di lei. “Che diavolo, se dipendesse da me, gliela regalerei.”
Troi sorlise “Un pensiero ammirabile,” ammise. “Vede? È capace di essere con-
etto e gentile.”
Il guardiamarina scrollò le spalle. “Sì, forse. Grazie per il suo aiuto,
Consigliere.”
“Si figuri,” gli disse lei. “È il mio lavoro.”
Respirando profondamente, Scott attivò il terminale del computer del suo
alloggio. Non c'era motivo di continuare a evitarlo. Sarebbe potuto morire sulla
Jesiolen senza sapere la verità. E doveva saperla, per amor proprio, per quello
dei suoi amici.
Uno alla volta, richiamò i nomi dalla memoria centrale, i nomi di coloro con
cui aveva rischiato la vita cento, mille volte. E uno dopo l'altro, il computer
gli rivelò lo stato attuale dei suoi amici della vecchia Enterprise.
Finalmente ebbe delle risposte.
Ma non tutte furono positive. La morte si era abbattuta su alcuni dei suoi
compagni. Però, non si era trattato di una morte inutile per nessuno di loro.
Anzi, i suoi amici morti avevano dato la vita in maniera eroica, e Scott ne fu
orgoglioso.
In fin dei conti, il tempo aveva fatto il suo corso, e quelle risposte erano
del tutto comprensibili. In settantacinque lunghi anni ci dovevano pur essere
state delle perdite; non tutte le navi ritornavano sempre in porto. Non tutti i
marinai sopravvivevano alle proprie missioni.
Ma alcuni di loro erano vissuti a lungo. McCoy, per esempio, era divenuto un
ammiraglio. Chi mai se lo sarebbe aspettato? Di tutti loro, era sempre stato il
più refrattario alla Flotta Stellare e alla sua burocrazia; e invece, il
destino gli aveva riservato una brillante carriera.
E poi c'era Spock. Prima un rispettabile ambasciatore, proprio come suo padre.
E recentemente, era divenuto un sostenitore della riunificazione tra l'Impero
Romulano e la gente di Vulcano, e al momento si nascondeva su Romulus
per velocizzare il processo di integrazione. Il Vulcaniano non doveva essere
cambiato molto. Anche questa volta aveva deciso di battersi per una causa
difficile da vincere, quasi impossibile. E lui che lo conosceva bene, sapeva che
Spock si sarebbe dedicato anima e corpo per ottenere un successo.
Passarono le ore. Scott rovistò tra i file una, due, tre volte. E prima che
avesse terminato, li aveva imparati a memoria. Era passato una infinità di volte
dalla depressione più totale alla gioia più sfrenata, e viceversa, da sentirsi
quasi come una pallina da ping-pong.
Alla fine ne ebbe abbastanza. Chiudendo l'archivio storico, Scott si appoggiò
allo schienale della propria poltroncina e sospirò. Si sentiva come se avesse
fatto a pugni con qualcuno più forte di lui e avesse perso. Ma non aveva
rimpianti. Sapeva di aver fatto la cosa giusta.
Montgomery Scott aveva fatto pace con il passato, e solo adesso avrebbe potuto
affrontare serenamente il futuro.
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EPILOGO

Nel turboascensore assieme a Scott, Geordi non poté fare a meno di sorridere.
L'entusiasmo dello scozzese era semplicemente irresistibile.
“"Dove sono i triboli? Come se ne è liberato13 ", mi chiese il capitano. E io
gli risposi, "Signore, ho usato il teletrasporto. Dovevo pur ripulire la nave da
quelle bestie pelose". E poi mi guardò, come se fosse impaurito, un po' come lei
in questo momento, figliolo, e mi disse, "Ma Scott*... non li avrà per caso
teletrasportati nello spazio, vero?".”
Geordi lo guardò. “Allora... se ne liberò così?”
“Lei cosa ne pensa? Certo che no. Così corrucciai la fronte come se fossi
stato offeso dall'affermazione del capitano, e dissi, "Sono un brav'uomo,
signore. Sarebbe stata una crudeltà. Io ho[] dato loro una nllova dimora". E il
capitano mi chiese: "Dove li ha teletrasportati, Scott? Sputi il rospo!"
Così gli risposi di averli spediti sulla nave dei Klingon. Prima che passassero
alla curvatura, teletrasportai quell'intera matassa pelosa nella loro sala
macchine... come regalo!”
L'ingegnere più giovane scosse la testa. “Non è vero, non posso crederci!”
Scott portò la mano destra al cuore. “Che sia colpito da un fulmine se non
dico la verità!”
La porta del turboascensore si aprì, e Geordi accompagnò l'amico lungo il
corridoio. “D'accordo,” concesse.
13.- Dall'episodio della serie classica "Animaletti Pericolosi", seconda
stagione (The Trouble with Tribbles) (N.d.T.).

“Adesso ne ho una per lei.”


Camminando nel corridoio, raccontò all'amico la missione più stravagante a cui
avesse partecipato. Geordi scoprì che raccontare una storia in prima persona era
molto più piacevole che ascoltare avventure altrui.
“Andiamo,” obiettò Scott. “Mi sta prendendo in giro!”
“No, davvero.” Insisté Geordi. “Questo cucciolo alieno spaziale14, grande
quanto una casa di quattro piani, pensava sul serio che l'Enterprise fosse la
sua mamma...”
“Allora, cosa avete fatto?” chiese Scott.
Il giovanotto si stropicciò le mani. “Beh,” disse, “Stava succhiando l'energia
della nave direttamente dai reattori a fusione, perciò la Dottoressa Brahms e
io...”
“La Dottoressa Brahms?” ripeté Scott. “E chi sarebbe? Scommetto che è qualcuna
di speciale. L'ho capito da come ha pronunciato il suo nome, dal tono della sua
voce.”
Geordi arrossì. “È una donna sposata. E poi, non ha niente a che vedere con la
nostra storia. A ogni modo, la dottoressa e io abbiamo cambiato la frequen-
za della potenza da ventuno centimetri a zero virgola zero due centimetri.. .”
Scott lo anticipò con prontezza. “Gli avete inacidito il latte?”
“Esatto,” confermò Geordi. “Come faceva a saperlo?”
Il suo compagno scrollò le spalle. “Non dicono forse che le grandi menti
pensano allo stesso modo? Chi sono io per confutare questa affermazione?”
I due ingegneri scoppiarono a ridere. Ma alcuni secondi più tardi, il sorriso
di Scott scomparve d'un tratto. Poi, ap

14- Dall'episodio della serie The Next Generation "Il figlio della Galassia".
quarta stagione (Galaxy’è Child) (N.d.T.).
poggiò una mano sulla spalla di Geordi e disse, “Lo sa, io la invidio.”
La Forge replicò prontamente. “Invidia me? Allora cosa dovrei fare io? Lei è
una leggenda vivente!”
Scott scosse la testa. “La parte più bella di un'avventura non è la fine, ma
l'avventura stessa.”
“Suvvia,” lo consolò Geordi. “Non si metta a fare il nostalgico adesso.”
L'ufficiale più anziano scrollò le spalle. “Goditi questi momenti, Geordi.
Sei l'ingegnere capo di una nave stellare, ed è un periodo della tua vita che
non tornerà più. Quando è finito... è finito.”
L'"ingegnere dei miracoli" ritrasse la mano e sospirò. Perse il suo sguardo
nel vuoto per un istante e inarcò un sopracciglio. “La pensione non è poi così
male,” commentò. “Ho sentito dire che la colonia di Norpin Cinque è molto...
tranquilla di questi tempi.”
Geordi si arrestò dinanzi alla porta del ponte navette. Scott si fermò con
lui, leggermente sorpreso.
“Pensavo che dovesse offrinmi da bere al Bar di Prora. Non vorrà mica ritirare
la sua offerta?”
Il giovane ufficiale sonrise. “Ho cambiato idea.”
Indicando la porta automatica, che si aprì alla loro presenza, Geordi entrò
nell'hangar navette. Scott lo seguì con curiosità.
E non rimase deluso. Nemmeno un po'.
Picard, Riker, Worf, la Dottoressa Crusher, Troi e Data lo stavano attendendo
al centro dell'enorme piattafonma di lancio, al fianco di una bellissima
navetta, sul cui lato risplendeva una scritta composta da un'unica parola:
Christopher.
Il portello della navetta era aperto. Sorpreso, Scott osservò la navetta per
un istante e poi rivolse lo sguardo agli ufficiali dell'Enterprise.
“Non vorrete mica fare ciò che penso?”
Riker ridacchiò. “Dipende da cosa pensa.”
“Per esempio,” disse Picard, “se pensa che si tratti di un regalo...”
“Allora ha indovinato,” terminò Worf.
Il capitano gli lanciò un'occhiata, sorpreso per quell'inaspettato entusiasmo.
Il Klingon si irrigidì. “Mi scusi, signore,”
Scott scosse la testa. “Voi... volete darmi una delle vostre navette?” Per la
prima volta lo Scozzese sembrò a disagio con le parole.
Picard sonrise caldamente. “Beh, lo consideri un prestito a tempo
indeterminato. Dal momento che lei ha perso la sua nave salvando noi, ci è
sembrato giusto ripagarla.”
L'anziano ufficiale grugnì compiaciuto. “La ringrazio per il pensiero.”
“Prego,” concordò il capitano. “Ma sfortunatamente, non posso prendermene il
merito. È stata un'idea del Consigliere Troi.”
“A dire il vero,” lo corresse la Betazoide, “a pensarci è stato il
Guardiamarina Kane. A Cesare quel che è di Cesare!”
Scott la guardò. “Ragazza mia,” iniziò, afferrandole dolcemente le mani.
“Spero che mi potrà perdonare per come l'ho trattata.”
“Oh,” replicò la donna, sorridendo. “Non lo so. Credo che mi ci vonrà un po'
di tempo, ma cercherò di perdonarla.”
“Ne sono sicuro,” ribatté Scott, ricambiando il suo sorriso, “ne sono davvero
sicuro”.
Riker accarezzò la superficie metallica della navetta. “Non è bellissima a
vederla,” disse a proposito della navetta. “E non è spaziosa come una nave
stellare, o come un vascello da trasporto.”
“Figliolo,” ribatté Scott, “ogni donna ha il suo lato fascinoso, bisogna solo
saperlo cercare.”
Geordi si avvicinò all'amico ingegnere. “È un po' lenta, ma la porterà alla
colonia di Norpin Cinque senza alcuna difficoltà.” Fece una pausa. “Se è lì
che vuole davvero arrivare.”
Scotty squadrò la navetta, e i lineamenti del suo volto assunsero un'altra
espressione. Adesso sembrava differente. Ringiovanito, pensò Geordi.
Voltandosi verso La Forge, Scott esibì il sorriso più radioso che si fosse
concesso fino a quel momento. “La colonia di Norpin è per vecchi in pensione.
Forse un giorno ci finirò anch'io... ma non ancora.”
“Oh,” esclamò Picard. “Dove ha intenzione di andare, allora?”
Scotty protrasse le mani. “Non so davvero, Capitano. C’è così molto da
vedere.” Indicò Data con un cenno della testa. “Per esempio, vorrei visitare il
pianeta del nostro amico androide.”
“Non è difficile da trovare,” assicurò Data.
“E ci sono milioni e milioni di luoghi su cui vorrei recarmi,” ammise
l'ingegnere. “Anzi, ora che ci penso, forse farei meglio a muovermi. È arrivato
il
momento di partire.”
“Di già?” chiese la Dottoressa Crusher.
Scott annuì. “Non mi vonrà mica dire di riposare, Dottoressa. Se continuo a
restare qui senza far niente, dovranno portarmi via in barella.” Inclinò la
testa. “A ogni modo, ragazza mia, lei è il dottore più affascinante che abbia
mai avuto il piacere di conoscere.”
Picard gli porse la mano. “Non posso convincerla a rimanere ancora un po'?”
“Non credo,” gli rispose Scott, afferrando la mano del capitano e stringendola
con vigore ed entusiasmo. “Ci sono troppe cose da vedere e da fare, e non posso
attardarmi ulteriormente.”
Il capitano annuì. “Capisco. Bon voyage, signor Scott”
“Grazie, signore,” ammiccò con un occhio. “Per tutto.”
Gli ufficiali salutarono uno alla volta il Capitano Scott, augurandogli a
turno ogni bene. Scott strinse la mano a tutti, e abbracciò perfino il
Consigliere Troi. Geordi fu felice nel vederlo così entusiasta.
Tenminati i saluti, Scott prese il suo nuovo amico per un braccio e lo
allontanò da eventuali orecchie indiscrete. Poi, dopo aver lanciato un'ultima
occhiata agli altri ufficiali, aggiunse, “Un buon equipaggio.”
Geordi annuì. “Lo sono davvero.”
Con lo sguardo, Scott passò l'hangar navette al setaccio. “È un'ottima nave,
questa Enterprise. Fa onore al suo nome.” Fece una pausa. “Ma ho sempre pensato
che una nave è buona quanto lo è l'ingegnere che se ne prende cura. E da quanto
ho visto, l'Enterprise è in buone mani.”
Geordi appoggiò una mano sulla spalla di Scott. “Meglio muoversi,” disse.
“Prima che il capitano cambi idea.”
“Giusto,” ammise Scott. “Con i capitani non si scherza. Cambiare idea è una
loro prerogativa.”
Dopo essere salito nella navetta, richiuse il portello dietro di sé. Geordi
rimase a guardarlo, mentre i motori della navetta si accendevano. Poi, con
Picard stesso intento ad aprire il portello dell'hangar, Scotty condusse la
navetta verso l'uscita, dove uno campo di forza invisibile separava la nave dal
vuoto spaziale circostante, impedendo all'aria respirabile dell'hangar di essere
risucchiata nell'infinito.
Geordi poté quasi scorgere lo sguardo di Scott. Una nuova vita lo aspettava là
fuori, lo attendeva per essere scoperta. E forse, un giorno, avrebbe incontrato
alcuni di quegli inseparabili amici di cui aveva incolpevolmente perduto ogni
contatto. Spock, per esempio. O McCoy. O qualcun altro ancora in vita nel
ventiquattresimo secolo.
Certo, un senso di insicurezza e di delusione lo avrebbero accompagnato
ovunque avesse deciso di dirigersi, ma anche questo faceva parte della nuova
sfida che aveva deciso di accettare.
Poi, dopo che Picard ebbe modificato il campo di forza, la navetta scivolò
attraverso di esso, abbandonando l'hangar. Geordi la fissò, in preda a una forte
sensazione di gioia melanconica. La navetta divenne presto un lontano puntino
luminoso, che si perse a sua volta nell'infinità della galassia. Scott
aveva ripreso in pugno il proprio destino, se ne era andato per sempre, e per
quanto strano potesse sembrargli, Geordi seppe di un tratto che ne avrebbe
avvertito la mancanza. E gli sarebbero probabilmente mancate anche tutte quelle
fantastiche storie che l'ingegnere dei miracoli gli aveva raccontato;
dal deltaplano ai triboli. Ma Geordi La Forge si sentiva felice, molto felice.
Perché ancora una volta Montgomery Scott, il suo amico, il suo amico, stava
volando. Libero.