Sei sulla pagina 1di 1920

Lucinda

Riley
Ally nella tempesta
Le Sette Sorelle

Traduzione di
Sara Reggiani e Leonardo Taiuti
Titolo originale:
The Storm Sister
Copyright © Lucinda Riley, 2015
All rights reserved
http://www.giunti.it
© 2016 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese 165 – 50139 Firenze – Italia
Piazza Virgilio 4 – 20123 Milano – Italia
ISBN 9788809824324
Prima edizione digitale: gennaio 2016
Presentazione

Il libro
Ally nella tempesta
Distesa al sole su uno yacht in
mezzo all’Egeo, la giovane Ally,
velista esperta, sta vivendo uno dei
momenti più emozionanti della sua
vita: l’intesa professionale con il
famoso skipper Theo Falys-Kings si
è da poco trasformata in un amore
appassionato. Ma la loro felicità
viene bruscamente interrotta dalla
notizia della morte di Pa’ Salt, il
magnate svizzero che ha adottato
Ally e le sue cinque sorelle e che ha
lasciato a ciascuna una serie di
indizi per mettersi sulle tracce del
loro passato. Ally è troppo sconvolta
per esaudire la volontà di suo padre;
vuole solo abbandonarsi nelle
braccia di Theo e ritrovare un po’ di
serenità: non sa però quello che sta
per succederle, né sa che presto
dovrà gettarsi nella lettura del
volume lasciatole da Pa’ Salt, la
burrascosa storia di Anna Landvik,
una cantante d’opera norvegese che
nella seconda metà dell’Ottocento
divenne la musa del compositore
Edvard Grieg. Ed è proprio nella
gelida e romantica Norvegia che
Ally dovrà scoprire cosa la lega a
questa donna misteriosa. Nel
secondo, meraviglioso capitolo della
saga bestseller, Lucinda Riley ci
regala un’altra storia piena di
passione, segreti e colpi di scena. E
un nuovo, prezioso tassello per
ricostruire l’affascinante enigma
delle Sette Sorelle.
L’autore
Lucinda Riley
Lucinda Riley è nata in Irlanda e ha
esordito come scrittrice a 24 anni. I
suoi romanzi sono dei bestseller
internazionali che hanno venduto
oltre 5 milioni di copie nel mondo e
sono tradotti in 30 Paesi. Lucinda
vive tra il Norfolk e il Sud della
Francia, con il marito e i quattro
figli. Per Giunti sono usciti con
enorme successo: Il giardino degli
incontri segreti (2012), La luce alla
finestra (2013), Il segreto della
bambina sulla scogliera (2013), Il
profumo della rosa di mezzanotte
(2014), Le Sette Sorelle (2015),
L’angelo di Marchmont Hall (2015).
Per altre notizie sull’autore:
http://www.giunti.it/autori/lucinda-
riley/
Altri titoli in collana:
http://www.giunti.it/editori/giunti/a/
A Susan Moss, mia sorella nell’anima
Non vorrei strisciare lungo la costa, ma
inoltrarmi
in mare aperto, seguendo le stelle.
George Eliot
Albero genealogico degli
Halvorsen
Personaggi principali

Al castello di Atlantis
Pa’ Salt – padre adottivo delle
sorelle (defunto)
Marina (Ma’) – governante
Claudia – domestica
Georg Hoffman – legale di Pa’ Salt
Christian – skipper
Le sorelle D’Aplièse
Maia
Ally (Alcyone)
Star (Asterope)
CeCe (Celaeno)
Tiggy (Taygete)
Electra
Merope (mancante)
Ally
Giugno 2007
1
Il mare Egeo

Ricorderò sempre con esattezza


dov’ero e cosa stavo facendo quando
mi dissero che mio padre era morto.
Ero nuda sotto il sole, sdraiata sul
ponte scoperto della Neptune, con la
mano di Theo posata sulla mia
pancia, come se volesse proteggerla.
La spiaggia dorata sull’isola davanti
a noi luccicava sotto il sole, deserta,
nella sua insenatura rocciosa.
L’acqua color turchese, limpida
come il cristallo, si increspava
appena mentre lambiva la sabbia.
Placida, senza vento, avevo
pensato. Come me.
La sera prima, al tramonto,
avevamo gettato l’àncora nella baia
della minuscola isola greca di
Macheres, poi eravamo scesi a riva
portandoci dietro due borse frigo. La
prima conteneva muggini e sardine
appena pescati da Theo, l’altra vino
e acqua. Avevo appoggiato la mia
sulla sabbia, per riprendere fiato, e
Theo mi aveva baciata teneramente
sul naso.
«Siamo due naufraghi sulla nostra
personale isola deserta» aveva
annunciato, allargando le braccia per
indicare quel paesaggio idilliaco.
«Vado a cercare un po’ di legna per
il fuoco, così potremo cuocere il
pesce.»
L’avevo osservato allontanarsi
verso le rocce che formavano una
mezzaluna intorno alla baia, fra i
radi cespugli che crescevano nelle
fessure. Era un velista espertissimo,
e dotato di una forza incredibile
nonostante l’esile figura. Theo era
minuscolo in confronto ad altri
uomini con cui avevo preso parte
alle gare di vela, tutti muscoli
guizzanti e pettorali alla Tarzan. Una
delle prime cose che avevo notato in
lui era l’andatura leggermente
claudicante. Mi aveva detto che una
volta, da bambino, si era rotto la
caviglia cadendo da un albero e che
non era mai guarita perfettamente.
«Sono sempre stato destinato a una
vita in mare. Quando sono in barca,
nessuno si accorge che cammino
male» aveva detto ridacchiando.
Avevamo cucinato il pesce e fatto
l’amore sotto le stelle. La mattina
successiva sarebbe stata la nostra
ultima giornata insieme. E prima di
decidere che dovevo assolutamente
riallacciare i contatti con il mondo
accendendo il cellulare – per poi
scoprire che la mia vita era andata in
frantumi – ero rimasta sdraiata
accanto a lui, immersa in una
sensazione di pace assoluta. E, come
in un sogno, la mia mente aveva
ripercorso la miracolosa storia fra
Theo e me, che ci aveva portati fin
lì, in quel luogo meraviglioso…
L’avevo visto per la prima volta un
anno prima, durante la Regata
Heineken, a St Maarten, nei Caraibi.
L’equipaggio vincitore stava
festeggiando a cena e io ero
emozionata perché avevo scoperto
che il loro skipper era Theo Falys-
Kings: una vera celebrità nel mondo
della vela. Negli ultimi cinque anni
di regate aveva condotto alla vittoria
più equipaggi di qualsiasi altro
capitano.
«Non è come me l’ero
immaginato» commentai a bassa
voce rivolta a Rob Bellamy, un
vecchio collega con cui avevo
gareggiato con i colori della
nazionale svizzera. «Sembra uno
sfigato, addirittura ha gli occhialini
con la montatura di corno» aggiunsi.
Lo vidi alzarsi e raggiungere un
tavolo vicino. «E cammina anche in
modo strano.»
«Di certo non è il rude marinaio a
cui sei abituata» concordò Rob. «Ma
credimi, Al, quel tizio è un vero
genio. Ha una specie di sesto senso
quando è in mare, e non c’è nessun
altro a cui vorrei affidare la mia
barca durante una tempesta.»
Più tardi, quella sera, Rob me lo
presentò e notai che, mentre mi
stringeva la mano, i suoi occhi verdi
striati di nocciola mi scrutavano con
intensità.
«Così tu sei la famosa Al
D’Aplièse.»
Dietro il marcato accento inglese
c’era una voce calda e sicura.
«Sì, sono io» dissi un po’
imbarazzata per il complimento.
«Ma se c’è uno famoso qui, quello
sei tu.» Feci del mio meglio per non
mostrarmi esitante di fronte al suo
sguardo indagatore, ma vidi che la
sua espressione si addolciva.
Ridacchiò.
«Perché ridi?» chiesi.
«A essere sincero, non mi
aspettavo che tu fossi così.»
«Così come?»
Theo venne distratto da un
fotografo che voleva immortalare la
squadra, perciò non riuscii mai a
saperlo.
Dopo quell’episodio, cominciai a
notarlo ai vari eventi che
gravitavano intorno al mondo delle
regate cui prendevamo parte.
Emanava una sorta di indefinibile
vitalità e aveva una risata morbida,
contagiosa che, nonostante la sua
riservatezza, finiva per attirare le
persone. Se l’evento a cui
partecipava era formale, di solito
indossava pantaloni “chino” e una
giacca di lino stropicciata, giusto per
conformarsi all’abbigliamento
richiesto dagli sponsor, ma le sue
vecchie scarpe da marinaio e la
chioma castana scompigliata gli
conferivano sempre l’aria di uno che
fosse appena sceso dalla barca.
Nelle prime occasioni in cui ci
incontrammo, sembrava sempre che
ci girassimo intorno. I nostri sguardi
si incrociarono spesso, ma Theo non
tentò mai di riallacciare la nostra
primissima conversazione. Solo
qualche tempo dopo, mentre il mio
equipaggio festeggiava la vittoria
della regata di Antigua al Lord
Nelson’s Ball, mi sentii toccare sulla
spalla.
«Ben fatto, Al» mi disse.
«Grazie» risposi io, felice che il
mio equipaggio fosse riuscito a
battere il suo per un nonnulla.
«Sento parlare davvero molto bene
di te in questa stagione, Al. Ti
piacerebbe venire a gareggiare con
noi alla regata delle Cicladi, a
giugno?»
Mi era già stato offerto un posto su
un’altra barca, ma non avevo ancora
accettato. Theo notò la mia
esitazione.
«Sei già impegnata?»
«Per il momento, sì.»
«Be’, tieni il mio biglietto.
Riflettici su e fammi sapere cosa
decidi entro la fine della settimana.
Mi piacerebbe averti a bordo.»
«Grazie.» Spazzai via in un attimo
tutte le esitazioni: chi mai avrebbe
rifiutato di gareggiare sulla barca
dell’uomo che tutti chiamavano “il
Re dei Mari”? «E comunque,» dissi
mentre si stava allontanando «la sera
in cui ci siamo conosciuti, cosa
intendevi quando hai detto che non
ti aspettavi che io fossi così?»
Rimase a guardarmi, in silenzio.
«Non ti avevo mai incontrata di
persona, avevo solo sentito parlare
della tua abilità in mare. E, come ti
ho detto, non eri la persona che mi
aspettavo. Buonanotte, Al.»
Ripensai a questa nostra
conversazione facendo ritorno al
mio alberghetto vicino alla darsena
di St John. Mentre la brezza notturna
mi accarezzava, mi chiedevo come
mai Theo mi affascinasse tanto. I
lampioni conferivano un bagliore
caldo alle facciate variopinte delle
case e, in lontananza, sentivo il
mormorio della gente nei bar e nei
caffè. Ma nient’altro mi interessava
se non l’ebbrezza della vittoria e
l’offerta di Theo Falys-Kings.
Appena entrata nella mia stanza
accesi il portatile e gli scrissi una
mail in cui accettavo la sua offerta.
Prima di inviarla feci una doccia, poi
la rilessi da capo. Arrossii nel
rendermi conto di quanto sembrassi
impaziente. Decisi di salvarla tra le
bozze e di spedirla dopo un paio di
giorni, poi mi sdraiai sul letto e
allungai le braccia, per alleviare la
tensione e l’indolenzimento dovuti
alla gara.
Be’, Al, mormorai tra me con un
sorriso, quella sì che sarà una
regata interessante.
Spedii la mail come avevo deciso
di fare e Theo mi contattò
immediatamente, dicendomi che era
felicissimo di sapere che mi sarei
unita al suo equipaggio. Qualche
settimana dopo, nella baia di Naxos,
mi imbarcai sulla sua Hanse 540 per
iniziare l’allenamento in vista della
regata delle Cicladi. In quel
momento mi resi conto di essere
inspiegabilmente nervosa.
La gara non era certo impegnativa
come le altre competizioni; tra i
partecipanti c’erano anche tanti
velisti della domenica attratti dalla
prospettiva di veleggiare per otto
giorni tra alcune delle isole più belle
del mondo. La nostra era una delle
barche con più esperienza di gara ed
eravamo tra i favoriti per la vittoria
finale.
Gli equipaggi di Theo erano
famosi per essere composti da
persone molto giovani. Il mio amico
Rob Bellamy e io, entrambi
trentenni, eravamo gli “anziani”
della squadra. Avevo sentito dire che
Theo preferiva arruolare marinai di
talento a inizio carriera per non
avere a bordo gente che avesse già
contratto cattive abitudini. Gli altri
dell’equipaggio erano ragazzi poco
più che ventenni: Guy, un inglese
robusto; Tim, un australiano
buontempone e Mick, un tizio
mezzo tedesco e mezzo greco che
conosceva le acque dell’Egeo come
le sue tasche.
Anche se ero ansiosa di veleggiare
con Theo, avevo cercato di non
farmi prendere troppo da
quell’avventura. Avevo tentato di
raccogliere quante più informazioni
possibile su quel mistero che era “il
Re dei Mari”, facendo ricerche su
Internet e parlando con quelli che
avevano navigato con lui.
Mi avevano riferito che era inglese
e aveva studiato a Oxford, il che
spiegava l’accento, anche se vari siti
Internet dichiaravano che era
cittadino statunitense ed era stato il
capitano della squadra di vela
dell’Università di Yale, con cui
aveva vinto molte gare. Un mio
amico aveva sentito dire che veniva
da una famiglia ricca, un altro che
viveva su una barca.
“Perfezionista”, “maniaco del
controllo”, “difficile da
accontentare”, “lavoratore
instancabile”, “misogino”… questi
gli altri commenti che avevo
raccolto, l’ultimo dei quali da una
collega velista che diceva di essere
stata isolata e trattata male sulla sua
barca, cosa che mi fece riflettere.
Ma il commento che andava per la
maggiore era: “Il miglior skipper
con cui abbia mai lavorato”.
Quel primo giorno a bordo
cominciai a capire come avesse fatto
Theo a guadagnarsi tanto rispetto.
Ero abituata a skipper che gridavano
istruzioni e insulti a tutti quanti,
come cuochi arrabbiati in cucina.
L’approccio pacato di Theo fu una
rivelazione. Diceva pochissimo
mentre ci assegnava i compiti,
limitandosi a sorvegliarci in silenzio.
Quando la giornata finiva, ci
radunava sul ponte ed elencava i
punti di forza e le debolezze di
ognuno con voce calma e sicura. Mi
resi conto che non gli sfuggiva nulla
e che noi pendevamo dalle sue
labbra, incantati dalla sua
autorevolezza.
«E comunque, Guy, basta sigarette
durante le esercitazioni per la gara»
aggiunse con un mezzo sorriso
prima di congedarci.
Guy arrossì fino alle radici dei
capelli biondi. «Quello ha gli occhi
anche dietro la testa» borbottò,
mentre sbarcavamo per cambiarci e
prepararci per la cena.
Quella prima sera uscii dalla
pensione insieme al resto
dell’equipaggio, felice di aver preso
la decisione di unirmi alla squadra.
Percorremmo la darsena di Naxos,
con l’antico castello di pietra
illuminato alle spalle del paese, e
seguimmo dei viottoli contorti che
serpeggiavano tra le case bianche. I
ristoranti sul lungomare erano
affollati di marinai e turisti che si
godevano il pesce fresco e buttavano
giù un ouzo dietro l’altro.
Trovammo un localino a gestione
familiare in una viuzza nascosta, con
sedie di legno traballanti e piatti
scombinati. Del buon cibo fatto in
casa era proprio quello che ci voleva
dopo una lunga giornata di
navigazione; l’aria di mare ci aveva
messo una fame da lupi.
Il mio vistoso appetito attirò gli
sguardi degli uomini
dell’equipaggio. Mentre mi servivo
di moussaka e di generose porzioni
di riso commentai: «Che c’è? Non
avete mai visto una donna
mangiare?». Quindi mi allungai per
prendere un’altra pita.
Theo partecipò alla cena
dispensando le sue solite
osservazioni distaccate, ma se ne
andò subito dopo mangiato,
rinunciando a prendere parte alla
spedizione al bar che i ragazzi
avevano programmato. Io lo seguii
poco dopo. Le tipiche bravate dei
maschi dopo il tramonto non erano
uno spettacolo a cui volevo
assistere.
Nei giorni successivi, sotto lo
sguardo attento di Theo,
cominciammo a entrare in sintonia e
diventammo presto una squadra
efficiente. La mia ammirazione per i
suoi metodi crebbe in modo
esponenziale. La terza sera a Naxos,
mi alzai per prima da tavola, dopo
aver cenato. Mi sentivo
particolarmente stanca dopo
un’estenuante giornata passata sotto
il sole implacabile dell’Egeo.
«Okay, ragazzi, per me è giunta
l’ora di andare a letto.»
Theo si alzò a sua volta. «Anche
per me. Buonanotte, ragazzi. E
domattina non voglio vedere
postumi da sbornia, grazie» e mi
seguì fuori dal ristorante. «Posso
unirmi a te?» chiese, affiancandomi
per strada.
«Sì, certo che puoi» dissi. Mi resi
conto che ci trovavamo da soli per la
prima volta.
Tornammo alla pensione
percorrendo le strette viuzze di
ciottoli, con la luce della luna che
illuminava le casette bianche con
porte e persiane dipinte di blu. Feci
del mio meglio per portare avanti
una conversazione, ma Theo
contribuiva solo con dei «sì» e dei
«no», e quel suo modo di fare iniziò
a irritarmi.
Quando raggiungemmo la
pensione, all’improvviso si voltò
verso di me e mi disse: «Sei una
velista davvero brava, Al. Sei molto,
molto meglio di gran parte dei tuoi
colleghi uomini. Chi ti ha
insegnato?».
«Mio padre» risposi, sorpresa da
quel complimento. «Ero molto
piccola quando ha iniziato a
portarmi in barca sul Lago di
Ginevra.»
«Ah, Ginevra. Questo spiega
l’accento francese.»
Ero pronta per il classico «Dimmi
qualcosa di sexy in francese» che gli
uomini non mancavano quasi mai di
chiedere, ma non accadde.
«Be’, tuo padre deve essere un
marinaio coi fiocchi. Ha fatto un
ottimo lavoro con te.»
«Grazie» risposi stupita.
«Come ti senti a essere l’unica
donna a bordo? Anche se sono
sicuro che non sia la prima volta»
aggiunse.
«A essere sincera non ci penso.»
Mi guardò con attenzione da dietro
i suoi occhiali con la montatura di
corno. «Davvero? Be’, perdonami
per quello che sto per dire, ma penso
che non sia vero. A volte ho la
sensazione che tu cerchi di strafare
per nasconderlo, ed è proprio in
queste occasioni che commetti degli
errori. Ti suggerisco di rilassarti e di
essere solo te stessa. Comunque,
buonanotte.» Mi rivolse un breve
sorriso, poi salì le scale fino alla sua
stanza.
Quella notte, nel mio letto
minuscolo con le lenzuola inamidate
che mi irritavano la pelle, sentivo le
guance in fiamme per quella critica.
Era forse colpa mia se le donne
erano ancora una rarità – o, come
avrebbero indubbiamente detto
alcuni colleghi maschi, una curiosità
– negli equipaggi professionisti? E
chi diavolo credeva di essere Theo
Falys-Kings? Una specie di
psicologo improvvisato che andava
in giro a psicanalizzare la gente che
non ne aveva bisogno?
Avevo sempre pensato di essere
piuttosto brava a gestire il mio ruolo
di “donna in un mondo dominato
dagli uomini”, e riuscivo anche a
stare allo scherzo quando mi
facevano delle battute amichevoli al
riguardo. Mi ero costruita intorno un
muro inviolabile ed ero due persone
diverse: “Ally” a casa e “Al” sul
lavoro. Sì, spesso era dura e faticavo
a tenere a freno la lingua,
specialmente quando i commenti
erano palesemente sessisti e
alludevano al mio presunto
comportamento da “bionda
svampita”. Ero sempre stata attenta
a prevenire osservazioni del genere:
raccoglievo i miei ricci rosso oro e li
legavo stretti in una coda, ed evitavo
anche la più lieve ombra di trucco
per far risaltare gli occhi o coprire le
lentiggini. Lavoravo duramente
quanto tutti gli uomini sulla barca, e
forse, pensai furiosa, anche di più.
Non riuscendo a prendere sonno
da quanto ero indignata, mi ricordai
che mio padre mi diceva che quando
una persona si irrita per
un’osservazione personale è perché
forse c’è un fondo di verità. E
mentre la notte scivolava via dovetti
ammettere che Theo probabilmente
aveva ragione. Non ero “me stessa”.
La sera seguente, Theo mi
accompagnò di nuovo alla pensione.
Anche se fisicamente era tutt’altro
che imponente, mi intimidiva al
punto da confondermi mentre
parlavo. Gli spiegai con fatica la
storia della mia doppia personalità e
lui ascoltò in silenzio prima di
rispondere.
«Be’, mio padre, la cui opinione di
solito non considero obiettiva, una
volta ha affermato che le donne
potrebbero governare il mondo se
solo sfruttassero i propri punti di
forza e la smettessero di cercare di
fare gli uomini. Forse dovresti
provarci anche tu» disse.
«Facile a dirsi, per un uomo, ma
tuo padre ha mai lavorato in un
ambiente dominato dalle donne?
Sarebbe rimasto “se stesso” in quel
caso?» ribattei, indispettita di essere
trattata con tanta condiscendenza.
«Giusta osservazione» concordò
Theo. «Forse ti aiuterebbe se ti
chiamassi “Ally”. È molto meglio di
“Al”, sai? Ti dispiace?»
Prima che potessi rispondere, si
fermò all’improvviso
sull’incantevole lungomare, dove i
piccoli pescherecci ondeggiavano
leggeri tra le grosse barche a vela e i
motoscafi. Lo guardai alzare lo
sguardo verso il cielo e inspirare
profondamente, per capire che
tempo ci sarebbe stato l’indomani.
Era una cosa che avevo visto fare
solo ai vecchi marinai, e mi venne
da ridere al pensiero di Theo nei
panni di un vecchio lupo di mare
con i capelli bianchi.
Si voltò con un sorriso confuso.
«Perché ridi?»
«Niente. Se ti fa sentire meglio,
puoi chiamarmi “Ally”.»
«Grazie. Ora andiamo a riposare
un po’. Domani ci attende una
giornata molto dura.»
Anche quella notte non riuscii a
dormire e ripensai continuamente
alla nostra conversazione. Io, che di
solito dormivo come un sasso,
specialmente quando mi allenavo o
gareggiavo.
Nei giorni successivi, più che
aiutarmi, il consiglio di Theo
sembrò danneggiarmi: commisi
parecchi errori banali che mi fecero
sentire una novellina, non la
professionista che ero. Mi
consideravo molto intransigente con
me stessa, ma anche se i miei
colleghi mi prendevano
bonariamente in giro, non sentii mai
una parola di critica da parte di
Theo.
La quinta sera ero tremendamente
imbarazzata e confusa per il livello
scadente del mio operato, perciò
decisi di non scendere nemmeno a
cena con gli altri. Rimasi sul
terrazzino della pensione a mangiare
pita, feta e olive che la proprietaria
mi aveva gentilmente portato.
Affogai le mie sofferenze nel
robusto vino rosso e, dopo qualche
bicchiere, sprofondai nauseata
nell’autocommiserazione. Mi stavo
alzando da tavola per infilarmi nel
letto, quando Theo apparve sul
terrazzino.
«Stai bene?» mi chiese,
sistemandosi gli occhiali sul naso
per osservarmi meglio. Lo guardai
strizzando gli occhi: il suo profilo si
era fatto inspiegabilmente sfocato.
«Sì» risposi brusca, rimettendomi
a sedere in fretta mentre tutto,
intorno a me, cominciava a girare.
«Non ti sei fatta vedere, stasera, e
tutti erano preoccupati per te. Non
stai male, vero?»
«No.» Sentii una sensazione
bruciante che mi risaliva in gola.
«Sto bene.»
«Sai, puoi dirmelo se sei malata,
giuro che non te lo farò pesare.
Posso sedermi?»
Non risposi. Non ci riuscivo, stavo
lottando per tenere sotto controllo la
nausea. Si accomodò sulla sedia
dall’altro lato del tavolo.
«Allora, qual è il problema?»
«Nessuno» riuscii a dire.
«Ally, hai proprio una brutta cera.
Sei sicura di non essere malata?»
«Io… scusami.» Mi alzai a fatica e
riuscii appena in tempo a
raggiungere il parapetto del
terrazzino prima di vomitare sul
marciapiede sottostante.
«Oh, povera…» Sentii un paio di
mani afferrarmi saldamente la vita.
«No, non stai per niente bene. Ti
accompagno nella tua stanza. Che
numero è?»
«Sto… sto benissimo» cercai di
rassicurarlo, mortificata per ciò che
era appena successo. E tutto davanti
a Theo Falys-Kings che, per qualche
motivo, ero ansiosa di conquistare.
Non avrebbe potuto andare peggio
di così.
«Vieni.» Mise il mio braccio sulle
sue spalle e mi trascinò verso la mia
stanza, sotto lo sguardo disgustato
degli altri ospiti.
Una volta dentro vomitai di nuovo.
Ogni volta che uscivo dal bagno,
Theo era lì che mi aspettava, pronto
ad aiutarmi a tornare a letto.
«Domattina starò bene, lo
prometto» cercai di convincerlo.
«Lo dici da due ore, tra un conato
e l’altro» disse senza scomporsi,
detergendomi il sudore dalla fronte
con un asciugamano umido.
«Vai a dormire, Theo» mormorai,
intontita. «Davvero, ora sto bene.
Hai bisogno di dormire.»
«Tra un po’.»
«Grazie per esserti preso cura di
me» sussurrai mentre gli occhi
iniziavano a chiudersi.
«Non c’è problema, Ally.»
E poi, in quello stato sospeso,
appena prima di precipitare nel
sonno, sorrisi.
Mentre cadevo nell’oblio mi
accorsi di aver detto «Penso di
amarti».
Il mattino seguente ero debole, ma
stavo meglio. Scesi dal letto e
inciampai su Theo, che aveva preso
un cuscino e si era raggomitolato sul
pavimento. Mi chiusi alle spalle la
porta del bagno e mi misi a sedere
sul bordo della vasca. Ricordai le
parole che gli avevo detto la notte
prima: l’avevo fatto davvero?
Penso di amarti.
Da dove diavolo mi era uscito?
Avevo soltanto sognato di dirlo?
Magari, viste le mie condizioni,
potevo essermelo immaginato. Dio,
lo spero, pensai dentro di me con la
testa tra le mani. Ma… se non
l’avevo detto, perché me lo
ricordavo così bene? Era
un’esagerazione, ovviamente, ma
adesso Theo poteva credere che lo
pensassi davvero. E io non lo
pensavo… forse.
Alla fine mi affacciai timidamente
dal bagno e vidi che Theo stava per
uscire. Non riuscii a guardarlo
mentre diceva che sarebbe andato a
farsi una doccia nella sua stanza e
sarebbe tornato a prendermi entro
dieci minuti per accompagnarmi a
fare colazione.
«Davvero, vai da solo, Theo. Non
voglio rischiare.»
«Ally, devi mangiare qualcosa. Se
non riesci a tenere il cibo nello
stomaco per almeno un’ora, temo
che dovrò impedirti di salire a
bordo. Conosci le regole.»
«Okay» dissi rassegnata. Quando
uscì, desiderai con tutta me stessa di
diventare invisibile. Mai nella vita
mi era capitato, come in quel
momento, di volermi trovare da
tutt’altra parte.
Quindici minuti più tardi uscimmo
insieme sul terrazzino. Gli altri
membri dell’equipaggio ci
guardarono con sorrisi maliziosi.
Avrei voluto prenderli a pugni, uno
dopo l’altro.
«Ally ha un virus
gastrointestinale» annunciò Theo
appena ci sedemmo. «Ma a quanto
pare, Rob, neanche tu hai dormito
granché.» I ragazzi ridacchiarono e
Rob fece spallucce, imbarazzato,
mentre Theo esponeva con calma il
programma di allenamento che
aveva pianificato.
Io rimasi in silenzio, apprezzando
il fatto che avesse cambiato
argomento, però sapevo bene a cosa
stavano pensando gli altri. Ma si
sbagliavano di grosso. Avevo
giurato di non andare mai a letto con
un collega di equipaggio,
consapevole di quanto fosse facile
per una donna farsi una brutta
reputazione nella comunità della
vela. E invece era finita proprio in
quel modo.
Se non altro fui in grado di
trattenere nello stomaco la colazione
e mi fu permesso di salire a bordo.
Da quel momento in avanti feci
quanto era in mio potere per rendere
chiaro a tutti – specialmente a lui –
che non ero minimamente
interessata a Theo Falys-Kings.
Durante le manovre mi tenevo il più
possibile alla larga da lui e gli
rispondevo a monosillabi. E di sera,
dopo cena, stringevo i denti per
rimanere con i ragazzi dopo che lui
se n’era andato a dormire.
Perché, mi dicevo, io non lo
amavo. E non volevo che qualcuno
pensasse il contrario. Eppure,
mentre mi sforzavo di convincere
tutti quelli che mi circondavano, mi
resi conto che ero io la prima a non
esserne convinta. Mi sorprendevo
spesso a fissarlo quando non mi
stava guardando. Ammiravo i modi
calmi e misurati con cui gestiva
l’equipaggio e i suoi commenti
sempre ponderati che ci tenevano
uniti e ci facevano lavorare meglio
come squadra. E apprezzavo,
nonostante la bassa statura, il suo
corpo saldo e muscoloso. Lo vidi
dimostrarsi in varie occasioni più
forte e in forma di tutti noi.
Ogni volta che la mia mente
inaffidabile si avventurava in quella
direzione, facevo del mio meglio per
pensare ad altro. Ma di punto in
bianco avevo cominciato a notare
quanto spesso Theo se ne andasse in
giro senza maglietta. Certo, faceva
caldissimo durante il giorno, ma era
proprio necessario stare a torso nudo
per esaminare sulle carte il tracciato
di gara?
«Ti serve qualcosa, Ally?» mi
chiese una volta, voltandosi e
sorprendendomi a fissarlo.
Non ricordo nemmeno cosa
borbottai. Gli voltai le spalle e mi
allontanai, rossa di vergogna.
Non menzionò mai quello che
credevo di avergli detto la notte in
cui mi ero sentita male, ed era
l’unica cosa che mi sollevava; perciò
cominciai a convincermi di averlo
davvero sognato. Ma sapevo
comunque che mi era accaduto
qualcosa di irrevocabile. Qualcosa
su cui, per la prima volta nella mia
vita, sentivo di non avere il
controllo. Non dormivo più bene
come prima e anche il mio
proverbiale appetito mi aveva
abbandonata. Quando riuscivo ad
appisolarmi sognavo lui, in
situazioni che mi facevano svegliare
rossa in viso e mi rendevano ancora
più goffa quando era nei paraggi. Se
mi mettevo a elencare mentalmente
tutti i sintomi, la diagnosi sembrava
inequivocabile: avevo una cotta
pazzesca per Theo Falys-Kings.
La sera dell’ultimo allenamento,
dopo cena, Theo si alzò da tavola e
ci disse che avevamo fatto tutti un
ottimo lavoro e che aveva grandi
speranze di vincere la regata. Dopo
il brindisi, stavo per tornare alla
pensione, quando il suo sguardo si
posò su di me.
«Ally, c’è una cosa di cui vorrei
parlare con te. Le regole impongono
che un membro dell’equipaggio sia
designato come responsabile del
primo soccorso. Non devi fare nulla,
solo portare un nastro rosso e
firmare qualche documento. Te la
senti?» Indicò una cartellina di
plastica, poi fece un cenno con il
mento verso un tavolo vuoto.
«Non so assolutamente nulla di
primo soccorso. E solo perché sono
una donna,» aggiunsi con aria di
sfida mentre ci sedevamo in disparte
«non vuol dire che sia in grado di
occuparmi degli altri meglio degli
uomini. Perché non lo chiedi a Tim
o a qualcun altro?»
«Ally, per favore, taci. Era solo
una scusa. Guarda…» Theo tirò
fuori due fogli bianchi dalla
cartellina. «Okay» disse passandomi
una penna. «Per salvare le
apparenze, specialmente per quanto
ti riguarda, mentre discutiamo
approfonditamente dei tuoi compiti
come responsabile del primo
soccorso, parleremo del fatto che, la
sera in cui stavi male, mi hai detto
che pensavi di amarmi. E il fatto è,
Ally, che anch’io credo di provare la
stessa cosa per te.»
Tacque e io lo guardai incredula;
non capivo se mi stesse prendendo
in giro, perché teneva gli occhi bassi
e fingeva di leggere le pagine vuote.
«Vorrei parlare di ciò che
significherebbe per entrambi»
proseguì. «Perché domani prenderò
la mia barca e scomparirò per il fine
settimana. Mi piacerebbe che venissi
con me.» Finalmente mi guardò. «Ti
andrebbe?»
Rimasi a bocca aperta. Non sapevo
proprio cosa rispondergli.
«Per amor del cielo, Ally, di’ di sì
e basta. Perdona la facile analogia,
ma siamo tutti e due sulla stessa
barca. Sappiamo entrambi che c’è
qualcosa tra noi, sin dal primo
giorno che ci siamo incontrati, un
anno fa. A essere sincero, da quello
che mi avevano detto su di te, mi
aspettavo una tipa tutta muscoli e
modi mascolini, poi ti ho vista
arrivare, con quegli occhi azzurri e
quei meravigliosi capelli che
sembrano usciti da un quadro di
Tiziano, e sono rimasto senza fiato.»
«Oh…» Ero a corto di parole.
«Allora…» Theo si schiarì la voce
e mi resi conto che era nervoso
quanto me. «Facciamo quello che
entrambi amiamo di più, stare in
mare, e diamo a questa “cosa”,
qualunque essa sia, la possibilità di
fiorire. Se non altro, la barca ti
piacerà; è molto comoda. E anche
veloce.»
«Ci sarà… qualcun altro a bordo?»
chiesi, ritrovando la voce.
«No.»
«Quindi tu sarai lo skipper e io
l’equipaggio?»
«Sì, ma ti prometto che non ti farò
restare tutta la notte di guardia,
appollaiata sulla coffa.» Mi sorrise
con occhi pieni di gentilezza. «Ally,
di’ che verrai.»
«Okay» risposi.
«Bene. Ora potresti firmare sulla
linea tratteggiata per… ehm, siglare
il nostro accordo.» Indicava col dito
un punto sul foglio bianco.
Lo guardai e vidi che mi sorrideva
ancora. Alla fine ricambiai il sorriso.
Firmai e gli passai il foglio. Lo
studiò con ostentata serietà, poi lo
rimise nella cartellina di plastica.
«Allora è deciso» disse, alzando la
voce per farsi sentire dai ragazzi,
che senza dubbio erano rimasti fino
a quel momento con le orecchie tese.
«Ci vediamo alla darsena a
mezzogiorno per un briefing sui tuoi
doveri.»
Mi fece l’occhiolino e tornammo
dagli altri. Camminavo tranquilla,
ma dentro di me sentivo ribollire
una meravigliosa eccitazione.
2

Né Theo né io eravamo sicuri di


cosa aspettarci quando salpammo da
Naxos a bordo del suo Neptune. Era
un sunseeker, un motoscafo agile e
potente, lungo almeno sei metri più
della barca su cui avremmo
gareggiato. A bordo ero abituata a
condividere spazi ristretti con gli
altri membri dell’equipaggio, e ora
che eravamo solo in due, la quantità
di spazio a disposizione mi sembrò
eccessiva. La cabina principale era
una lussuosa suite con interni in tek
lucidato, e quando vidi l’enorme
letto matrimoniale, non potei fare a
meno di pensare all’ultima volta in
cui avevamo dormito nella stessa
stanza.
«L’ho comprato a poco prezzo due
anni fa: il proprietario è andato in
bancarotta» mi spiegò conducendo
la barca fuori dal porto di Naxos.
«Almeno da allora ho un tetto sopra
la testa.»
«Vivi davvero a bordo?» dissi
sorpresa.
«Durante le pause più lunghe sto
da mia madre nella sua casa di
Londra, ma nell’ultimo anno ho
vissuto qui nei rari momenti in cui
non ero in mare a gareggiare. Anche
se sono ormai arrivato alla fase in
cui si desidera una casa tutta per sé,
e sulla terraferma. In realtà l’ho
appena comprata, ma ha bisogno di
un gran numero di migliorie e Dio
solo sa quando avrò il tempo di
ristrutturarla.»
Ero già abituata al Titan, il
superyacht oceanico di mio padre,
con i suoi sofisticati sistemi di
navigazione computerizzati, quindi
decidemmo di fare a turno a
“guidare”, come diceva Theo.
Comunque il primo giorno trovai
difficile non sottostare al protocollo
che avevo dovuto rispettare fino a
quel momento. Quando Theo mi
chiedeva di fare qualcosa, dovevo
sforzarmi per non rispondergli: «Sì,
skipper!».
C’era una tensione palpabile tra
noi. Nessuno dei due sapeva come
buttarsi alle spalle il rapporto
professionale che avevamo avuto
finora per passare a un approccio più
intimo. La conversazione era
stentata, perché vagliavo
attentamente ogni cosa prima di
aprire bocca e mi limitavo per lo più
a chiacchiere di poco conto. Theo
restava spesso in silenzio, per cui,
quando gettammo l’àncora per
pranzo, cominciai a credere che
quell’idea fosse stata una follia.
Fui felice quando tirò fuori una
bottiglia di rosé frizzante. Non ero
mai stata una grande bevitrice, di
certo non in mare ma, non so come,
riuscimmo a svuotare la bottiglia.
Per spingere Theo a uscire da quel
silenzio imbarazzato decisi di
parlargli di navigazione.
Ripercorremmo la nostra strategia
per la regata delle Cicladi e
convenimmo su quanto sarebbero
state diverse, rispetto a quella, le
regate per le Olimpiadi di Pechino.
Alla fine dell’estate avrei affrontato
l’ultima prova per entrare nella
squadra svizzera e Theo mi disse
che avrebbe gareggiato per gli Stati
Uniti.
«Allora sei nato in America?
Sembreresti inglese.»
«Padre americano, mamma
inglese. Sono stato in collegio in
Hampshire, poi a Oxford, infine a
Yale» chiarì. «Sono sempre stato un
secchione.»
«Cos’hai studiato?»
«Letteratura a Oxford, poi ho fatto
un master in psicologia a Yale. Sono
stato fortunato, mi hanno scelto per
la squadra di vela dell’università e
alla fine ne sono diventato il
capitano. Ho seguito un percorso
molto privilegiato, lo ammetto. E
tu?»
«Sono andata al Conservatoire de
musique di Ginevra e ho studiato
flauto. Comunque, ora si spiega
tutto.» Lo guardai con un sorriso.
«Si spiega cosa?»
«Questo tuo bisogno di analizzare
le persone. Il tuo successo come
skipper è dovuto in parte al fatto che
ci sai fare con il tuo equipaggio.
Specialmente con me» aggiunsi, resa
coraggiosa dall’alcol. «I tuoi
commenti mi hanno aiutata,
davvero, anche se sul momento non
mi è piaciuto troppo sentirli.»
«Grazie.» Chinò timidamente la
testa a quel complimento. «A Yale
mi hanno dato modo di combinare il
mio amore per la vela con la
psicologia e ho sviluppato un
approccio al comando che alcuni
trovano insolito, ma che per me
funziona bene.»
«I tuoi hanno sostenuto la tua
passione per la vela?»
«Mia madre sì, mentre mio
padre… Si sono separati quando
avevo undici anni e un paio di anni
dopo hanno divorziato in maniera
turbolenta. Papà è tornato a vivere
negli Stati Uniti. Durante
l’adolescenza andavo da lui per le
vacanze, ma era sempre al lavoro o
in viaggio e io stavo con le tate per
tutto il tempo. Un paio di volte è
venuto a vedermi gareggiare quando
ero a Yale, ma non posso dire di
avere un buon rapporto con lui. Lo
conosco per via dei commenti di mia
madre, e mi rendo conto che l’astio
verso l’ex marito ha influenzato il
mio giudizio. Comunque, mi
piacerebbe sentirti suonare il flauto»
disse, cambiando improvvisamente
argomento e guardandomi negli
occhi. Un attimo solo, poi distolse di
nuovo lo sguardo, cambiando
posizione sulla sedia.
Frustrata per non essere riuscita a
tirarlo fuori dal suo guscio, mi chiusi
anch’io in un silenzio irritato. Dopo
aver portato in cambusa i piatti
sporchi, mi tuffai in mare e nuotai
con vigore per schiarirmi il cervello
annebbiato dal vino.
«Ti va di salire sul ponte scoperto
e prendere un po’ il sole prima di
ripartire?» mi chiese quando risalii a
bordo.
«Okay» dissi, anche se sentivo che
la mia pelle chiara, piena di
lentiggini, aveva già preso sole a
sufficienza. Di solito, quando stavo
in barca mi coprivo di crema solare
a protezione totale, il che significava
praticamente dipingermi di bianco;
in quel frangente non sarebbe stato il
più seducente dei look.
Theo prese due bottiglie d’acqua
dalla ghiacciaia e ci dirigemmo sul
ponte di prua. Ci accomodammo sui
morbidi cuscini uno accanto
all’altra; lo guardai furtivamente, il
cuore cominciò a battere forte per
quell’improvvisa vicinanza. Decisi
che, se non si fosse fatto avanti
presto, sarei stata costretta a fare
qualcosa di molto poco femminile:
gli sarei saltata addosso. Distolsi
allora lo sguardo per evitare che altri
pensieri lascivi mi assalissero.
«Allora, parlami delle tue sorelle e
di questa casa in cui vivevi sul lago
di Ginevra. Sembra un vero
paradiso» disse.
«Lo è… io…»
La mia mente era agitata dal
desiderio e dall’alcol, e l’ultima cosa
che volevo fare era annoiarlo con
una disquisizione sul mio complesso
scenario familiare. «Sono un po’
stordita, posso parlartene un’altra
volta?» chiesi, voltandomi verso di
lui.
«Certo che puoi. Ally?»
Sentii il lieve tocco delle sue dita
sulla schiena. «Sì?» Lo guardai negli
occhi con la gola stretta in una
morsa di attesa.
«Ti stai bruciando.»
«Oddio!» esclamai. «Andrò a
sedermi di sotto, all’ombra.»
«Vengo con te?»
Non risposi, ma mi alzai e mi
incamminai nello stretto passaggio
che dal ponte scoperto conduceva a
poppa. Mi sentii afferrare la mano.
«Ally, che c’è?»
«Niente, perché?»
«Sembri molto… tesa.»
«Anche tu!» ribattei.
«Davvero?»
«Già» dissi scendendo le scalette.
Mi buttai pesantemente su una panca
all’ombra.
«Scusa, Ally» sospirò. «Non sono
mai stato bravo in queste cose.»
«Quali sarebbero esattamente
“queste cose”?»
«Oh, lo sai. I preamboli, la fase del
corteggiamento… Cioè, io ti rispetto
e mi piaci molto, e non vorrei farti
credere di averti portata a bordo per
una semplice avventura. Potresti
pensarla così, dato che sei così
sensibile al fatto di essere una donna
in un mondo tutto maschile e…»
«Per l’amor di Dio, Theo, non è
vero!»
«Dici sul serio, Ally?» Theo alzò
gli occhi al cielo, incredulo. «A
essere sincero, oggi noi uomini
abbiamo sempre paura di finire
incriminati per molestie sessuali, se
anche solo ci azzardiamo a guardare
una donna. Una volta mi è successo
con un’altra marinaia del mio
equipaggio.»
«Ah sì?» mi finsi sorpresa.
«Già. Mi pare di aver detto
qualcosa del tipo: “Ciao Jo, è bello
averti a bordo per ravvivare un po’
la situazione”. E lì è scattata la mia
condanna.»
Lo fissai. «L’hai detto davvero?»
«Oh, per l’amor del cielo, Ally,
intendevo dire che ci avrebbe messi
tutti sull’attenti. Nella sua
professione aveva una reputazione
impeccabile. Ma l’ha presa per il
verso sbagliato.»
«Non vedo perché» commentai
acida.
«Nemmeno io.»
«Theo, ero sarcastica! Capisco
benissimo perché si è offesa. Non
puoi immaginare il tipo di commenti
che ci tocca sentire. Per forza se l’è
presa.»
«Ecco perché ero così nervoso
all’idea di averti a bordo. Sarebbe
tutto più semplice se non ti trovassi
così attraente.»
«Sono l’esatto opposto, ricordi?»
ribattei. «Mi hai criticata perché
cercavo di essere un uomo e non
sfruttavo i miei punti di forza.»
«Touché» ammise con un sorriso.
«E ora eccoti qui, da sola con me;
lavoriamo insieme e quindi potresti
pensare…»
«Theo… La situazione sta
diventando ridicola. Penso che sia tu
ad avere un problema in questo caso,
non io!» gli gridai, ormai esasperata.
«Mi hai chiesto di venire sulla tua
barca e io ho accettato.»
«Sì, è vero, ma a essere sincero,
Ally, tutta questa storia…» Tacque e
mi rivolse uno sguardo ansioso. «Per
me conti molto. E perdonami se mi
sono comportato da idiota, ma è
passato tantissimo tempo dall’ultima
volta che mi sono trovato a…
corteggiare una donna. E non voglio
commettere errori.»
Abbassai la guardia. «Be’, allora
che ne dici di smetterla di analizzare
ogni cosa e di rilassarti un attimo?
Magari così potrò riuscirci anch’io.
Ricordati, io voglio stare qui.»
«Okay, ci proverò.»
«Bene. Ora,» dissi, studiandomi le
braccia ustionate dal sole «visto che
sto davvero cominciando a
somigliare a un pomodoro maturo,
me ne vado di sotto. Se vuoi
seguirmi, sei il benvenuto.» Mi alzai
e mi diressi verso le scale. «Ti
prometto che non ti farò causa per
molestie sessuali. Anzi,» aggiunsi
spavalda «potrei addirittura
incoraggiarne qualcuna.»
Scesi le scale ridacchiando della
sfacciataggine del mio invito e
chiedendomi se l’avrebbe raccolto.
Entrai nella cabina e mi sdraiai sul
letto, sentendomi importante. Theo
sarà stato anche il capo sul lavoro,
ma io ero determinata a farmi
trattare alla pari nei rapporti
personali.
Cinque minuti dopo, Theo
comparve timidamente sulla porta e
cominciò a scusarsi per essere stato
“ridicolo”. Alla fine gli dissi di
tacere e di venire a letto.
Dopo quell’episodio tutto cambiò,
e nei giorni successivi capimmo che
tra noi c’era qualcosa di molto più
profondo della semplice attrazione
fisica: si trattava di quella rara
alchimia che fonde insieme corpo,
cuore e mente. E alla fine ci
lasciammo andare entrambi nella
reciproca gioia di esserci trovati.
La nostra intimità crebbe a un
ritmo rapidissimo perché eravamo
già a conoscenza delle debolezze e
dei punti di forza di ognuno. A dire
il vero, non parlammo molto delle
prime, dedicandoci anzi a esaltare le
nostre doti. Trascorrevamo le
giornate a fare l’amore, bere del
buon vino e mangiare il pesce fresco
che Theo pescava, mentre io me ne
stavo a leggere con la testa
appoggiata sul suo grembo,
finalmente rilassata. La nostra
attrazione fisica andava di pari passo
con l’appetito insaziabile con cui
volevamo conoscere tutto l’uno
dell’altra. Insieme a lui, sul quel
mare calmo, avevo la sensazione di
vivere fuori dal tempo. Non
avevamo bisogno di nulla, se non di
noi stessi.
La nostra seconda notte insieme,
tra le sue braccia sul ponte, sotto le
stelle, gli parlai di Pa’ Salt e delle
mie sorelle. Come accadeva sempre,
anche Theo ascoltò affascinato la
storia della mia strana e magica
infanzia.
«Fammi capire: tuo padre,
soprannominato “Pa’ Salt” dalla tua
sorella maggiore, ha portato a casa
te e altre cinque bambine dai suoi
viaggi intorno al mondo. Un po’
come la gente normale colleziona
calamite da frigo?»
«In sintesi, sì. Anche se a me piace
credere di essere un po’ più preziosa
di un souvenir.»
«Vedremo» disse, stuzzicandomi
l’orecchio. «Si è occupato di voi
sempre da solo?»
«No. C’era Marina, che abbiamo
sempre chiamato Ma’. Pa’ l’assunse
come governante quando adottò
Maia, la mia sorella maggiore. È
praticamente la nostra madre
adorata. Viene dalla Francia, ed è
per questo che sappiamo così bene il
francese, oltre al fatto che è una
delle lingue ufficiali della Svizzera.
Pa’ voleva a tutti i costi farci
diventare bilingue, e per questo ci
parlava in inglese.»
«Ha fatto un ottimo lavoro. Non
avrei mai detto che l’inglese non è la
tua lingua madre.» Mi abbracciò e
mi baciò i capelli. «Vostro padre vi
ha mai detto perché siete state
adottate?»
«Una volta l’ho chiesto a Ma’, e
lei ha risposto che papà si sentiva
solo ad Atlantis, con tanti soldi a
disposizione. Noi ragazze non ci
siamo mai chieste davvero il perché.
Eravamo una famiglia, non doveva
per forza esserci un motivo.
Eravamo semplicemente… noi.»
«Sembra una fiaba: un ricco
benefattore che adotta sei orfane…
Perché tutte femmine?»
«Visto che aveva cominciato a
chiamarci come le stelle della
costellazione delle Sette Sorelle, ci
piaceva scherzare sul fatto che
adottare un maschio gli avrebbe
rovinato la sequenza» dissi
ridacchiando. «Ma sinceramente,
nessuna di noi lo sa.»
«Quindi il tuo vero nome è
Alcyone? Certamente più
magniloquente di “Al”, vero?»
scherzò.
«Sì, ma nessuno mi ha mai
chiamata così, tranne Ma’ quando è
arrabbiata con me. E non ti
azzardare a farlo!»
«A me piace quel nome, penso che
ti stia proprio bene. Ma perché siete
sei? Avreste dovuto essere sette per
rispettare la mitologia.»
«Non ne ho la più pallida idea.
L’ultima sorella, che avrebbe dovuto
chiamarsi Merope, se Pa’ l’avesse
portata a casa da noi, non è mai
arrivata» spiegai.
«Che peccato.»
«Sì, è vero, anche se, considerando
il caratterino di Electra, la sesta
sorella, quando è arrivata ad
Atlantis, credo che nessuna di noi
fosse ansiosa di accogliere un’altra
mocciosa.»
«Electra?» Theo riconobbe
immediatamente il nome. «La
famosa top model?»
«Proprio lei, esatto» risposi
annoiata.
Mi guardò stupito. Parlavo
raramente, anzi, quasi mai di Electra
e della nostra parentela, per evitare
di innescare un interrogatorio su chi
si nascondesse dietro una delle facce
più fotografate del pianeta.
«Bene. E le altre sorelle?»
domandò, e apprezzai che non
volesse sapere nient’altro su Electra.
«Maia è la mia sorellona, la
maggiore. È una traduttrice, ha
talento per le lingue, come Pa’. Ho
perso il conto di quante ne parli. E
se pensi che Electra sia bella, allora
dovresti vedere Maia. Io sono rossa
e lentigginosa, mentre lei ha una
meravigliosa carnagione ambrata e i
capelli corvini; sembra una diva
latinoamericana. Di carattere siamo
diversissime. Lei fa una vita da
reclusa: è voluta restare ad Atlantis,
perché voleva prendersi cura di Pa’
Salt. Le altre sorelle la pensano in
modo diverso; sembra quasi che si
nasconda… Da cosa non saprei
dirtelo.» Non riuscii a trattenere un
sospiro. «Sono certa che le sia
successo qualcosa quando si è
trasferita per andare all’università. È
cambiata completamente.
Comunque, da piccola la adoravo, e
la adoro ancora adesso, anche se ho
la sensazione che da qualche tempo
mi abbia un po’ tagliata fuori dalla
sua vita. In realtà l’ha fatto un po’
con tutte, ma io e lei eravamo molto
unite.»
«Quando conosci qualcuno
veramente, senti ancora di più la sua
mancanza» mormorò Theo.
«Profondo…» lo stuzzicai con un
sorriso. «Però è così.»
«E le sorelle più piccole?»
«Una si chiama Star e ha tre anni
meno di me. Lei e la mia quarta
sorella sono praticamente gemelle.
Pa’ ha portato a casa CeCe solo tre
mesi dopo l’arrivo di Star, e da
allora sono inseparabili. Conducono
entrambe una vita un po’ nomade,
lavorando qua e là in Europa e in
Estremo Oriente. Sembra che ora
abbiano deciso di stabilirsi a Londra
perché CeCe possa seguire un corso
di arte. Temo di non saperti dire che
persona sia davvero Star, se abbia
qualche talento o ambizione, perché
CeCe la fagocita completamente.
Non parla molto, lascia che sia la
sorella a farlo per entrambe. CeCe
ha un carattere molto forte, come
Electra. Come puoi immaginare, tra
loro ci sono delle tensioni. Electra è
proprio come dice il suo nome, ad
alto voltaggio, ma ho sempre
pensato che dentro sia molto
vulnerabile.»
«Le tue sorelle sarebbero soggetti
di studio veramente interessanti per
uno psicologo, questo è sicuro»
disse Theo. «Chi altro c’è?»
«Tiggy è la più facile da descrivere
perché è assolutamente dolcissima.
Si è laureata in scienze biologiche e
per un po’ ha collaborato come
ricercatrice con lo zoo di Servion,
prima di partire per le Highlands
scozzesi, dove ora lavora in un
rifugio per cervi. È molto…» cercai
la parola giusta «eterea, con tutte
quelle sue strane credenze. Sembra
che viva perennemente in una
dimensione a metà tra inferno e
paradiso. L’abbiamo presa in giro
senza pietà, quando ci confidava di
sentire delle voci o di aver visto un
angelo sull’albero in giardino.»
«Non credi in queste cose?»
«Diciamo che ho i piedi ben
piantati per terra. Anzi, sull’acqua»
mi corressi con un sorriso. «Sono
una persona pratica e suppongo che
sia per questo che le mie sorelle mi
hanno sempre considerata la
“leader” della nostra piccola banda.
Ma questo non significa che non
abbia rispetto per ciò che non
conosco o che non capisco. E tu?»
«Be’, anche se a differenza di tua
sorella io non ho mai visto un
angelo, ho sempre avuto la
sensazione che qualcuno mi
protegga. Specialmente quando sono
in mare. A bordo ho avuto i miei
momenti difficili e finora, facendo i
dovuti scongiuri, sono sempre
riuscito a uscirne incolume. Forse
Poseidone veglia su di me, per
tornare alla mitologia.»
«E che continui a farlo a lungo»
borbottai.
«Dunque, a questo punto dovresti
parlarmi del vostro incredibile
padre.» Theo iniziò ad accarezzarmi
gentilmente i capelli. «Cosa fa per
vivere?»
«A essere sincera, neanche di
questo siamo sicure. Qualsiasi cosa
faccia, di certo ha un incredibile
successo. La sua barca, il Titan, è
una Benetti» dissi, fornendo un
esempio che Theo poteva
interpretare con facilità.
«Wow! A confronto, questa sembra
il canotto di un bambino. Allora,
visto che hai due palazzi, uno sulla
terraferma e l’altro sull’acqua,» mi
punzecchiò «scommetto che in
realtà sei una principessa.»
«Non abbiamo mai avuto problemi
di soldi, questo no, ma Pa’ ha
sempre voluto che ci guadagnassimo
da vivere da sole. Non ci ha mai
ricoperte di denaro, da adulte, a
meno che non fosse per la nostra
istruzione.»
«Un uomo di buon senso. E gli
vuoi molto bene?»
«Oh, un sacco. Per me… è tutto.
Per me e anche per le altre. Sono
certa che a ciascuna piaccia pensare
di avere con lui un rapporto un po’
speciale, ma lui e io condividiamo
l’amore per la navigazione, e questo
ci ha permesso di trascorrere molto
tempo insieme, noi due soli. E non
mi ha insegnato solo a navigare. È
l’uomo più gentile e saggio che
abbia mai conosciuto.»
«Sei proprio una cocca di papà,
eh? Dovrò impegnarmi parecchio
per essere all’altezza» commentò
Theo, mentre mi accarezzava il
collo.
«Basta parlare di me, adesso.
Voglio sapere di te» dissi, distratta
dal suo tocco.
«Dopo, Ally, dopo… Non sai che
effetto mi fa il tuo accento francese.
Potrei stare ad ascoltarti tutta la
notte.» Si chinò per baciarmi sulle
labbra, e poi non parlammo più.
3

Il mattino seguente avevamo appena


puntato verso Mykonos per andare a
rifornirci di viveri, quando Theo mi
chiamò chiedendomi di raggiungerlo
sul ponte inferiore.
«Indovina un po’?» mi disse con
aria compiaciuta.
«Cosa?»
«Stavo parlando alla radio con
Andy, un mio amico che è in zona
con il suo catamarano, e mi ha
proposto di incontrarci in una baia di
Delo per un drink, più tardi. Ha
detto che, ormeggiato accanto alla
sua barca, c’era un superyacht di
nome Titan, perciò non possiamo
non andare a trovarlo.»
«Il Titan?» esclamai. «Sei sicuro?»
«Andy ha detto che era un Benetti,
e dubito che esista un doppione della
barca di tuo padre. Ha detto anche
che si stava avvicinando un altro
palazzo galleggiante e che iniziava a
mancargli l’aria, perciò si sarebbe
spostato di un paio di miglia.
Comunque, che ne dici di una tazza
di tè con tuo padre prima di andare
da Andy?» mi chiese.
«Sono senza parole» risposi. «Pa’
non mi ha detto che aveva
intenzione di venire da queste parti,
anche se l’Egeo è il suo mare
preferito.»
«Neanche lui si aspetterà di
trovarti qui. Quando saremo vicini
potrai controllare se si tratta davvero
della barca di tuo padre, e contattare
lo skipper via radio per fargli sapere
che stiamo arrivando. Sarebbe
piuttosto imbarazzante se fosse la
barca sbagliata dove potrebbe
esserci in corso un festino di qualche
riccone russo a base di vodka ed
escort. Fra l’altro, tu sei sicura che
tuo padre non lo affitti mai il Titan,
vero?» disse Theo voltandosi verso
di me.
«Mai» risposi con fermezza.
«Bene allora, milady, prendi il
binocolo e torna a rilassarti sul
ponte, mentre il tuo fedele capitano
prende il timone. Fammi un cenno
quando vedrai il Titan, così lancerò
un messaggio via radio per segnalare
il nostro avvicinamento.»
Salii sul ponte scoperto e in preda
alla tensione mi misi a osservare il
mare, in attesa che il Titan
comparisse all’orizzonte. Mi
domandai come mi sarei sentita
quando l’uomo che amavo come
nessuno al mondo avesse incontrato
l’uomo che stavo imparando ad
amare ogni giorno di più. Cercai di
ricordare se Pa’ avesse mai
conosciuto uno dei miei fidanzati.
Forse gli avevo presentato un tizio
con cui avevo avuto una storiella
quando studiavo musica a Ginevra,
ma non ero mai andata oltre. A
essere sincera, non c’era mai stato
“qualcuno” che ritenessi necessario
presentare a Pa’ o alla mia famiglia.
Fino a ora…
Venti minuti più tardi,
all’orizzonte comparve un vascello
dal profilo familiare. Puntai il
binocolo: sì, era senza dubbio la
barca di Pa’. Mi voltai e bussai al
vetro del finestrino dietro di me,
sollevando il pollice per Theo. Lui
annuì e prese il microfono della
radio.
Scesi in cabina, raccolsi in una
coda stretta i capelli arruffati dal
vento e indossai maglietta e
pantaloncini, entusiasta di essere io,
per una volta, a fare una sorpresa a
mio padre. Tornai sul ponte e chiesi
a Theo se Hans, lo skipper di mio
padre, avesse risposto.
«No. Gli ho appena inviato un
altro messaggio, ma se non
riceveremo risposta mi sa tanto che
dovremo sfidare la sorte e
presentarci senza preavviso.
Interessante.» Theo prese il binocolo
e lo puntò su un’altra imbarcazione
vicina al Titan. «Conosco il
proprietario dell’altro superyacht di
cui parlava Andy. È l’Olympus del
magnate Kreeg Eszu, proprietario
della Lightning Communications,
una compagnia che ha sponsorizzato
alcune delle regate cui ho
partecipato come capitano. L’ho
incontrato un paio di volte.»
«Davvero?» Ero affascinata. Kreeg
Eszu, a suo modo, era famoso
quanto Electra. «Com’è?»
«Be’, mettiamola così: non posso
dire che mi sia piaciuto. Sono
rimasto seduto accanto a lui per tutta
la cena, una volta, e ha parlato solo
di sé e del suo successo. E suo figlio
Zed è ancora peggio: un ragazzino
viziato che pensa di potersela cavare
in ogni situazione grazie al denaro di
suo padre.» Gli occhi di Theo si
riempirono di un’insolita rabbia.
Avevo drizzato le orecchie. Non
era la prima volta che sentivo il
nome di Zed Eszu pronunciato da
una persona a me vicina. «È così
terribile?»
«Sì, lo è» rispose. «Una mia amica
ha avuto con lui una breve storia e
lui l’ha trattata come uno straccio.
Comunque…» Theo portò di nuovo
il binocolo agli occhi. «Penso che
dovremmo riprovare a contattare il
Titan. Sembra che si stia muovendo.
Perché non lo inoltri tu il messaggio,
Ally? Se tuo padre o lo skipper sono
in ascolto, potrebbero riconoscere la
tua voce.»
Lo feci, ma non ottenemmo
risposta e vidi che lo yacht
continuava a prendere velocità,
allontanandosi da noi.
«Lo seguiamo?» chiese Theo
mentre il Titan sfrecciava via.
«Vado a prendere il cellulare,
chiamo direttamente Pa’» dissi.
«E nel frattempo io aumento la
velocità. Sono quasi certo di non
riuscire a raggiungerli, ma non ho
mai provato a inseguire un
superyacht: potrebbe essere
divertente» osservò Theo.
Lo lasciai a giocare ad
acchiapperello con la barca di Pa’ e
andai in cabina. Dovetti sostenermi
allo stipite della porta quando di
colpo ci fu un’accelerazione. Frugai
nella mia sacca in cerca del cellulare
e provai ad accenderlo, ma mi
ritrovai a fissare con impazienza lo
schermo nero. Si era scaricata la
batteria. Cercai il caricabatterie e un
adattatore per la presa della corrente
accanto al letto, e finalmente il
telefono cominciò a ricaricarsi.
Quando tornai sul ponte, Theo
viaggiava a una velocità di crociera.
«Non è possibile raggiungerlo,
nemmeno alla massima velocità. Il
Titan sta andando a tutta. L’hai
chiamato?»
«No, ho il telefono scarico.»
«Tieni, usa il mio.»
Theo mi passò il cellulare e digitai
il numero di Pa’ Salt. La chiamata
passò subito alla segreteria, dove
lasciai un messaggio spiegandogli la
situazione e chiedendogli di
chiamarmi il prima possibile.
«Sembra proprio che tuo padre
voglia sfuggirti» mi prese in giro
Theo. «Forse non vuole farsi vedere.
Comunque, ora contatto Andy e gli
chiedo la sua posizione esatta, così
andiamo da lui.»
Dovevo avere un’espressione
molto confusa, perché Theo mi
prese tra le braccia e mi strinse forte.
«Ehi, stavo solo scherzando.
Ricordati che è una frequenza aperta
e il Titan potrebbe benissimo non
aver ascoltato i nostri messaggi. A
me è successo spesso. Avresti
dovuto chiamarlo subito al
cellulare.»
«Sì» concordai. Ma mentre
tornavamo lentamente verso Delo
per incontrarci con l’amico di Theo,
sentivo che qualcosa non andava: le
tante ore di navigazione con Pa’ mi
avevano insegnato che per lui era
fondamentale tenere la radio sempre
accesa e che Hans, lo skipper, fosse
sempre allerta per non perdere i
messaggi in arrivo.
Ripensandoci adesso, ricordo di
essere rimasta turbata per tutta la
serata. Forse non era altro che un
presagio di quello che sarebbe
successo.

Mi risvegliai tra le braccia di Theo,


la mattina successiva, nella
meravigliosa baia deserta di
Macheres, con il cuore pesante al
pensiero di dover tornare a Naxos il
pomeriggio stesso. Theo mi aveva
già messa al corrente dei suoi piani
per prepararci alla gara che avrebbe
avuto inizio di lì a pochi giorni.
Sembrava che il nostro idillio fosse
giunto al termine, almeno per il
momento.
Risvegliandomi da quei sogni a
occhi aperti, nuda sul ponte scoperto
accanto a lui, mi costrinsi a mettere
da parte quel magnifico bozzolo che
racchiudeva Theo e me. Mi alzai per
andare a prendere il cellulare.
«Dove vai?» La mano di Theo mi
trattenne.
«A prendere il telefono. Voglio
vedere se mi ha cercata qualcuno.»
«Okay, ma torna subito.»
Quando tornai mi abbracciò e mi
ordinò di tenere il cellulare spento
ancora per un po’. Passò un’altra ora
prima che lo riaccendessi.
Immaginavo che avrei trovato il
messaggio di qualche amico o di
qualcuna delle mie sorelle. Notai
che mi era arrivato un numero
notevole di messaggi; tutti da parte
delle mie sorelle.
Ally, per favore, richiamami
appena puoi. Baci, Maia.
Ally, sono CeCe. Stiamo cercando
di contattarti. Puoi chiamare subito
Ma’ o una di noi?
Cara Ally, sono Tiggy. Non
sappiamo dove sei, ma dobbiamo
parlarti.
Fu il messaggio di Electra a farmi
scendere un brivido lungo la
schiena: Ally, è terribile! Riesci a
crederci? Sto tornando a casa da
Los Angeles.
Mi alzai e andai a prua. Era ovvio
che fosse successo qualcosa di
grave. Mi tremavano le mani mentre
componevo il numero della
segreteria e aspettavo di capire cosa
avesse spinto le mie sorelle a
contattarmi con una tale urgenza.
E mentre ascoltavo l’ultimo
messaggio ricevuto, capii.
Ciao, sono di nuovo CeCe. Le
altre sono troppo spaventate per
dirtelo, ma devi tornare a casa il
prima possibile. Ally, mi dispiace
doverti comunicare una brutta
notizia del genere, ma Pa’ Salt è
morto. Mi dispiace… scusa… Per
favore chiamami appena puoi.
CeCe credeva di aver chiuso la
comunicazione, ma in realtà, prima
del bip del messaggio successivo
sentii un singhiozzo strozzato.
Rimasi a fissare il vuoto,
ripensando al fatto che solo il giorno
prima avevo visto il Titan attraverso
le lenti del binocolo. Ci deve essere
un errore, pensai. Poi, però, ascoltai
il messaggio di Marina, “nostra
madre”, che mi chiedeva anche lei di
richiamare con urgenza. Lo stesso
messaggio me l’avevano lasciato
Maia, Tiggy ed Electra…
«Oh, mio Dio. Oh mio Dio…»
Mi aggrappai alla ringhiera per
sostenermi. Il telefono mi cadde di
mano e precipitò sul ponte con un
tonfo. Mi chinai in avanti. Mi sentii
mancare. Respirando pesantemente,
mi buttai a sedere sul ponte e mi
coprii il viso con le mani.
«Non può essere vero, non può
essere vero…» gemevo.
«Tesoro, ma che cosa c’è?» Theo,
ancora nudo, comparve accanto a
me. Si inginocchiò e mi sollevò il
mento con un dito. «Che cosa è
successo?»
Riuscii solo a indicare il telefono.
«Cattive notizie?» chiese
raccogliendolo. Aveva la
preoccupazione dipinta sul volto.
Annuii.
«Ally, sembra che tu abbia visto
un fantasma. Vieni all’ombra, ti
porto un bicchiere d’acqua.»
Con il mio cellulare ancora in
mano, Theo mi sollevò dal ponte e
mi fece sedere su una panca.
Ricordo di essermi chiesta se il mio
destino non fosse altro che quello di
farmi vedere da lui sempre così
indifesa.
Indossò in fretta un paio di
pantaloncini e mi portò una delle sue
magliette. Vestì delicatamente il mio
corpo inerte, poi mi diede da bere
del brandy e un bicchiere d’acqua.
Mi tremavano talmente le mani che
chiesi a lui di comporre il numero
della segreteria per ascoltare gli altri
messaggi. Buttai giù il brandy
tossicchiando, ma mi scaldò lo
stomaco e mi aiutò a calmarmi.
«Ecco qua.» Mi passò il cellulare e
riascoltai come intorpidita il
messaggio di CeCe e poi gli altri, tra
cui tre di Maia e uno di Marina. Udii
la voce poco familiare di Georg
Hoffman, che ricordavo vagamente
come l’avvocato di Pa’, e altri
cinque messaggi silenziosi in cui chi
aveva chiamato non sapeva cosa dire
e aveva riagganciato.
Per tutto il tempo, lo sguardo di
Theo non si spostò dal mio viso.
Appoggiai il telefono sulla panca
accanto a me.
«Pa’ Salt è morto» sussurrai, e
rimasi a fissare a lungo un punto in
lontananza.
«Oddio! Come?»
«Non lo so.»
«Ne sei assolutamente sicura?»
«Sì! CeCe è stata l’unica ad avere
il coraggio di dirmi come stavano le
cose. Ma ancora non capisco come
sia possibile… abbiamo visto la sua
barca solo ieri.»
«Temo di non avere una valida
spiegazione, cara. Tieni, la cosa
migliore che tu possa fare è
telefonare subito a casa» disse,
porgendomi il telefono.
«Non… non posso.»
«Lo capisco. Vuoi che lo faccia io?
Se mi dai il numero, posso…»
«No!» esclamai. «No, devo solo
andare a casa. Ora!» Mi alzai e mi
guardai intorno, impotente, poi alzai
lo sguardo al cielo come se un
elicottero avesse potuto comparire
dal nulla e portarmi nel luogo in cui
dovevo andare il più in fretta
possibile.
«Ascolta, ora vado a controllare su
Internet, poi faccio qualche
telefonata. Torno subito.»
Theo scomparve e io rimasi
seduta, in stato catatonico.
Mio padre… Pa’ Salt… era morto?
Risi indignata per l’assurdità della
cosa. Pa’ Salt era indistruttibile,
onnipotente, vivo…
«Ti prego, no!» mormorai
rabbrividendo all’improvviso. Mi
sentivo le mani e i piedi come se mi
trovassi su un ghiacciaio, anziché su
una barca nell’Egeo.
«Okay» fece Theo quando tornò
da me. «Ormai non è più possibile
prendere il volo delle due e quaranta
che da Naxos va ad Atene, perciò
dovremo andarci in barca. Da Atene,
domattina potrai salire sul volo per
Ginevra. Ti ho prenotato un biglietto
perché c’erano solo pochi posti
disponibili.»
«Quindi non posso tornare a casa
oggi?»
«Ally, è già l’una e mezza, e per
arrivare ad Atene in barca ci vuole
un po’, per non parlare del volo per
Ginevra. Se navighiamo a tutta
velocità, con una sola sosta
carburante a Naxos, forse
arriveremo in porto stasera al
tramonto. Anche se non muoio dalla
voglia di portare la barca in un porto
affollato come il Pireo con il buio.»
«Certo» risposi, chiedendomi
come diavolo avrei fatto a distrarmi
per tutte quelle ore.
«Okay, vado ad accendere il
motore» disse Theo. «Vuoi venire
con me?»
«Arrivo tra un po’.»
Cinque minuti più tardi, appena
udii il rumore dell’àncora che veniva
tirata a bordo e il mormorio dei
motori che prendevano vita, mi alzai
e andai a poppa, dove mi appoggiai
alla ringhiera. Guardai il mare
mentre ci allontanavamo dall’isola,
che solo la sera precedente avevo
considerato una sorta di Nirvana, ma
che adesso avrei ricordato per
sempre come il luogo in cui mi era
stata annunciata la morte di mio
padre. La barca cominciò a prendere
velocità e io mi sentii pervadere
dalla nausea e dal senso di colpa.
Negli ultimi giorni ero stata una
perfetta egoista. Avevo pensato
soltanto a me stessa e a quanto ero
felice di aver trovato Theo.
E mentre io me ne stavo lì a fare
l’amore, stretta nel suo abbraccio,
mio padre giaceva da qualche parte,
in fin di vita. Come avrei mai potuto
perdonarmi?
Theo mantenne la promessa e
arrivammo al Pireo al tramonto.
Durante quell’agonizzante tragitto
ero rimasta sdraiata sul ponte con la
testa sul suo grembo, mentre mi
accarezzava con tenerezza i capelli
con una mano e, con l’altra, guidava
con sicurezza sul mare agitato.
Appena ormeggiato, Theo scese in
cambusa e preparò un po’ di pasta,
per farmi mangiare qualcosa,
imboccandomi come una bambina.
«Vieni giù a dormire?» mi chiese,
e vidi che era esausto per la
concentrazione che aveva dovuto
mantenere nelle ultime ore.
«Domani dobbiamo alzarci alle
quattro per andare all’aeroporto.»
Dissi di sì, sapendo che avrebbe
insistito per restare alzato con me, se
avessi rifiutato di dormire.
Preparandomi a una lunga notte
insonne, lasciai che Theo mi
conducesse di sotto, dove mi aiutò a
salire sul letto e mi prese fra le
braccia, cullandomi.
«Se può essere di qualche
consolazione, Ally, io ti amo. Non
credo di amarti, ne sono sicuro.»
Non avevo versato neanche una
lacrima da quando avevo saputo di
Pa’, e ora, fissando l’oscurità, mi
ritrovai a piangere.
«E ti giuro che non lo dico solo
per farti sentire meglio. Te l’avrei
detto stanotte comunque» aggiunse.
«Anch’io ti amo» sussurrai.
«Davvero?»
«Sì.»
«Be’, se dici sul serio, sono più
felice che se avessi vinto la Fastnet
Race di quest’anno. Ora prova a
dormire.»
E sorprendentemente, sicura di
Theo e della sua dichiarazione
d’amore, ci riuscii.
Il mattino seguente, mentre il taxi si
faceva strada nel traffico di Atene,
vidi Theo che sbirciava furtivamente
l’orologio. Di solito ero io a tenere
sotto controllo queste cose, ma in
quel momento ero felice che fosse
lui ad avere il comando.
Feci il check-in appena in tempo,
proprio mentre stavano chiudendo.
«Ally, tesoro, dimmi, sei sicura di
farcela?» mi chiese Theo
preoccupato. «Non vuoi che venga a
Ginevra con te?»
«Davvero, nessun problema» dissi
dirigendomi verso l’area partenze.
«Senti, se c’è qualcosa che posso
fare, ti prego fammelo sapere.»
Raggiungemmo la fila di persone
che attendevano di superare i
controlli di sicurezza. La coda
serpeggiava come un fiume fino ai
metal detector. Mi voltai verso Theo.
«Grazie, di tutto. Sei stato
straordinario.»
«Non ho fatto nulla, Ally.
Ricordati…» disse, stringendomi
forte «… che ti amo.»
«Lo farò» sussurrai, con un sorriso
triste.
«E chiamami o scrivimi, quando
ne avrai voglia, okay?»
«Lo prometto.»
E poi, sciogliendomi
dall’abbraccio, aggiunse: «Capisco
se non te la senti di partecipare alla
regata, viste le circostanze».
«Te lo farò sapere il prima
possibile.»
«Perderemo, senza di te.»
All’improvviso sorrise. «Sei
l’elemento migliore che ho.
Arrivederci, amore.»
«Ciao.»
Mi misi in coda e fui inghiottita
dalla folla. Mentre stavo per posare
la sacca sul nastro trasportatore mi
voltai.
Era ancora lì.
«Ti amo» mi disse, solo con le
labbra. E con un bacio e un ultimo
saluto, se ne andò.
Mentre aspettavo nell’area
partenze, la bolla di sapone che mi
aveva avvolta negli ultimi giorni
esplose all’improvviso e lo stomaco
cominciò a contorcersi per l’ansia di
ciò che mi aspettava. Tirai fuori il
cellulare e chiamai Christian, il
giovane skipper, che mi avrebbe
portata a casa da Ginevra con il
motoscafo di famiglia attraversando
il lago. Gli lasciai un messaggio
chiedendogli di venirmi a prendere
al molo alle dieci, e anche di non
dire nulla a Ma’ o alle mie sorelle
riguardo al mio arrivo. Le avrei
contattate io di persona.
Infatti, appena salita sull’aereo ero
decisa a chiamare, ma mi resi subito
conto che non ci sarei riuscita. Se
qualcuno di famiglia avesse
confermato la tragica notizia, non
sarei stata in grado di sopportare da
sola il peso. L’aereo cominciò le
manovre lungo la pista e, appena si
alzò nel cielo sopra Atene, fui presa
dal panico. Per distrarmi, gettai uno
sguardo alla prima pagina
dell’International Herald Tribune
che mi era stato dato dallo steward.
Stavo per metterlo via quando un
titolo attirò la mia attenzione.
MAGNATE MILIARDARIO
RITROVATO MORTO SU UN’ISOLA
GRECA

Sotto, la foto di un volto vagamente


familiare, con una didascalia.
“Kreeg Eszu trovato morto su una
spiaggia dell’Egeo.”
Fissai scioccata il titolo
dell’articolo. Theo mi aveva detto
che era la sua barca, la Olympus,
quella vicina allo yacht di Pa’ Salt
nella baia di Delo…
Mi scivolò il giornale dalle dita e
rimasi a fissare fuori dall’oblò in
uno stato confusionale. Non capivo.
Non capivo più nulla…
Poco meno di tre ore dopo, mentre
l’aereo cominciava la discesa verso
l’aeroporto di Ginevra, la testa
cominciò a pulsarmi così forte che
riuscivo a malapena a respirare.
Stavo tornando a casa. Normalmente
mi sarei sentita felice ed
emozionata, perché ad accogliermi
avrei trovato la persona che amavo
di più al mondo. Stavolta però quella
persona non ci sarebbe stata. Non ci
sarebbe stata mai più.
4

«Le piacerebbe guidare,


mademoiselle Ally?» Christian fece
cenno verso il mio solito posto al
timone, dove in genere sedevo per
condurre il motoscafo a tutta
velocità sulle placide acque del lago.
«Non oggi, Christian» dissi. Il suo
assenso silenzioso e addolorato mi
diede conferma che tutto ciò che
sapevo era vero. Avviò il motore e
io mi lasciai andare su uno dei sedili
di dietro, con la testa china. Mi
ricordai di quando Pa’ Salt mi aveva
presa sulle ginocchia, da piccola, e
mi aveva fatto guidare per la prima
volta. A breve avrei dovuto
affrontare la realtà dei fatti, e anche
ammettere davanti a tutti di non aver
risposto ai messaggi dei miei
familiari perché li avevo letti troppo
tardi. Mi domandai come avrei
potuto, se non per l’intervento di un
dio, precipitare dalla gioia più
grande alla profonda disperazione
che provavo adesso, mentre mi
avvicinavo ad Atlantis.
Dal lago, ogni cosa aveva l’aspetto
di sempre. Quando Christian accostò
al molo, scesi e ormeggiai il
motoscafo alla bitta, pregando che
fosse tutto un equivoco. Avrei
trovato Pa’ lì ad attendermi, sarebbe
uscito a salutarmi, doveva esserci…
Sul prato vidi CeCe e Star
avvicinarsi a me. Poi comparve
Tiggy e la sentii gridare qualcosa
dalla porta aperta, prima di mettersi
a correre per raggiungere le sorelle
maggiori. Cercai di correre sull’erba
per andare loro incontro, ma le
ginocchia si bloccarono per la paura
e rimasi immobile a guardare le loro
espressioni.
Ally, mi spronai, qui tu sei la
leader, devi ricomporti…
«Ally! Oh, Ally, siamo così felici
che tu sia qui!» Tiggy mi raggiunse
per prima mentre me ne stavo
impalata sull’erba, cercando di
sembrare calma. Mi gettò le braccia
al collo e mi abbracciò forte. «Ti
aspettiamo da giorni!»
CeCe mi raggiunse subito dopo,
insieme a Star, la sua ombra, che
rimase in silenzio, ma si unì a Tiggy
nell’abbraccio.
Alla fine mi staccai, e insieme
camminammo in direzione di
Atlantis.
Nel vedere la casa fui assalita di
nuovo dalla sensazione di perdita.
Pa’ Salt la chiamava “il nostro
regno” che somigliava a un castello
delle fiabe del diciottesimo secolo,
con le sue quattro torri e l’esterno
dipinto di rosa. Su quella penisola,
circondata da magnifici giardini, mi
ero sempre sentita al sicuro. Ma ora
sentivo già il vuoto lasciato da Pa’
Salt.
Appena arrivate sulla terrazza,
Maia, la mia sorella maggiore, uscì
dal Pavilion a fianco dell’edificio
principale. Il suo bellissimo volto
era segnato dal dolore, ma nel
vedermi si distese.
«Ally!» mormorò, correndo a
salutarmi.
«Maia!» esclamai mentre mi
abbracciava. «È terribile!»
«Sì, una vera tragedia. Ma come
l’hai saputo? Sono giorni che
cerchiamo di metterci in contatto
con te.»
«Andiamo dentro» dissi alle mie
sorelle. «Vi spiegherò tutto.»
Le ragazze si strinsero intorno a
me ed entrammo. Maia, però, rimase
un po’ in disparte. Anche se era lei
la maggiore, e il punto di riferimento
in caso di problemi personali,
quando eravamo tutte insieme
prendevo io in mano le redini. E
Maia mi lasciava fare.
Ma’ ci stava già aspettando in
fondo alla scala; mi strinse in un
abbraccio caldo e silenzioso e io mi
abbandonai al conforto delle sue
braccia stringendola forte a me. Fui
sollevata quando propose di andare
in cucina: era stato un viaggio lungo
e desideravo un po’ di caffè.
Mentre Claudia, la governante,
metteva sul fuoco una grossa
caffettiera, Electra fece ingresso
nella stanza. Con quel corpo riusciva
a sembrare elegante anche con
indosso pantaloncini e T-shirt.
«Ally.» Mi salutò a bassa voce e,
quando si avvicinò, notai che era
esausta. Sembrava che qualcuno le
avesse succhiato via il fuoco da quei
bellissimi occhi color ambra. Mi
diede un breve abbraccio e mi
strinse la spalla.
Guardai ognuna di loro, pensando
a quanto era raro di questi tempi
ritrovarci tutte insieme. All’idea di
parlare il cuore mi saltò in gola.
Volevo che qualcuno mi raccontasse
cos’era successo a Pa’, ma prima
avrei dovuto dire loro dov’ero stata,
cosa avevo visto e perché ci avevo
messo tanto a tornare a casa.
«Bene» cominciai, facendo un
profondo sospiro. «Ora cercherò di
spiegarvi cos’è successo, anche se io
stessa sono ancora piuttosto
confusa.» Quando ci fummo sedute
tutte attorno al tavolo, vidi che Ma’
era rimasta in piedi, in disparte, e le
indicai una sedia. «Ma’, dovresti
sederti anche tu. Forse puoi aiutarmi
a capire.»
Ma’ si sedette e io cercai di
raccogliere le idee. Dovevo riferire
loro di quando avevo visto il Titan.
«Dunque, ero sull’Egeo e mi stavo
allenando per la regata delle Cicladi
che si svolgerà la prossima
settimana, quando un amico mi ha
proposto di prenderci una pausa di
qualche giorno sul suo yacht. Il
tempo era splendido e ho pensato
che una volta tanto mi avrebbe fatto
bene rilassarmi un po’.»
«Di chi era la barca?» chiese
Electra.
«Te l’ho detto, di un amico»
risposi, evasiva. Per quanto volessi
parlare di Theo con le mie sorelle,
questo non era certo il momento
adatto. «Dunque,» proseguii «ieri
pomeriggio eravamo sul suo yacht,
quando un suo conoscente l’ha
contattato via radio dicendogli di
aver visto il Titan… nella baia dove
aveva buttato l’àncora.»
Ripensando a quel momento, mi
interruppi per bere un sorso di caffè;
poi feci del mio meglio per
descrivere i messaggi radio senza
risposta e il senso di smarrimento
che avevo provato quando la barca
di Pa’ Salt era praticamente fuggita
via. Ascoltavano tutte la mia storia
con grande attenzione, e notai che
Ma’ e Maia si scambiavano degli
sguardi tristi. Feci un respiro
profondo e dissi loro che, per via
della quasi totale assenza di segnale
in quella zona, avevo ricevuto i loro
messaggi soltanto il giorno prima.
Mi odiai per quella bugia, ma non
sarei proprio riuscita a dire la verità,
cioè che avevo semplicemente
spento il cellulare. Non accennai
neanche all’Olympus, l’altro yacht
che Theo e io avevamo avvistato
nella baia.
«Perciò, per favore,» chiesi alla
fine «qualcuno può spiegarmi cosa è
successo? E perché la barca di Pa’
Salt si trovava in Grecia, se lui era
già… morto?»
Ci voltammo tutte a guardare
Maia. Sapevo che stava riflettendo
bene su cosa dire.
«Ally, Pa’ Salt ha avuto un attacco
di cuore tre giorni fa. Non c’è stato
nulla da fare.»
Sentire da mia sorella maggiore
ciò che era accaduto mi convinse
che quella era la realtà. Mentre
cercavo di tenere a freno le lacrime,
lei proseguì: «Il suo corpo è stato
trasportato sul Titan, che è salpato
per il mare aperto. Voleva essere
sepolto in mare e non voleva farci
soffrire».
La fissai ancora incredula. «Oh,
mio Dio» sussurrai. «Quindi è
probabile che sia arrivata proprio
mentre calavano in acqua la bara.
Ecco perché la barca si è allontanata
a tutta velocità quando ho
annunciato il mio arrivo. Non…»
Non riuscii più a fingere di essere
forte o calma. Mi presi la testa tra le
mani e feci dei profondi respiri per
non cedere al panico, mentre le mie
sorelle si stringevano a me per
cercare di confortarmi. Non ero
abituata a mostrare le mie emozioni
di fronte a loro, perciò mi sorpresi a
scusarmi mentre cercavo di
ricompormi.
«Dev’essere uno shock scoprire
che eri così vicina quand’è
successo» disse gentilmente Tiggy.
«Ci dispiace tanto, Ally.»
«Grazie» riuscii a dire, poi
borbottai qualche banalità a
proposito di Pa’ che una volta mi
aveva detto di voler essere sepolto in
mare. Era una coincidenza beffarda
il fatto che mi fossi imbattuta nel
Titan proprio durante l’ultimo
viaggio di Pa’ Salt; quel pensiero mi
fece girare la testa, mi serviva
urgentemente dell’aria fresca.
«Sentite» dissi, nel tono più calmo
che potei. «Non offendetevi, ma ho
bisogno di stare un po’ da sola,
adesso.»
Mi consigliarono di riposarmi, e
così uscii dalla cucina accompagnata
dalle loro parole di sostegno.
In corridoio mi guardai intorno
disperata, in cerca di conforto. Ma
sapevo che, da qualsiasi parte mi
fossi rivolta, lui non ci sarebbe stato.
Varcai la massiccia porta di
quercia. Volevo solo uscire
all’aperto per liberarmi da quella
sensazione di panico che mi
opprimeva il petto. Il mio corpo mi
guidò automaticamente verso il
molo e tirai un sospiro di sollievo
quando vidi il Laser ancora
ormeggiato. Salii a bordo, alzai le
vele e salpai.
Mi allontanai dalla riva e mi
accorsi che c’era un buon vento,
perciò alzai lo spinnaker e sfrecciai
sulle acque del lago a velocità
sostenuta. Alla fine, esausta, gettai
l’àncora in una baia riparata da una
penisola rocciosa.
Mi misi a riflettere, cercando di
dare un senso a ciò che avevo
appena scoperto. Ma i miei pensieri
erano talmente aggrovigliati che non
riuscii a fare altro che fissare l’acqua
come un’idiota. Speravo in un aiuto
esterno, perché la mia mente si
rifiutava di accettare la devastante
consapevolezza di ciò che era
successo. Per quale motivo mi
trovavo lì al funerale di Pa’ Salt? Era
stata una semplice coincidenza?
Via via che il mio battito cardiaco
rallentava, il mio cervello riprese a
funzionare e la cruda realtà mi
travolse. Pa’ Salt era morto, non
c’era niente da capire. E se io,
l’inguaribile ottimista, volevo
superare la cosa, dovevo
semplicemente accettare i fatti. Ma
le risorse cui ricorrevo quando
succedeva qualcosa di brutto
sembravano adesso inutili e vuote,
banalità prive di significato spazzate
via dalla marea del mio dolore e
della mia incredulità. Capii che, in
qualsiasi direzione mi avesse portato
il pensiero, niente avrebbe potuto
distogliermi dal fatto che mio padre
mi aveva abbandonata senza dirmi
addio.
Rimasi seduta a poppa per molto
tempo, consapevole che un altro
giorno stava volgendo al termine
senza di lui. Dovevo mettere da
parte il terribile senso di colpa che
provavo al pensiero che le mie
sorelle – e Pa’ – avevano avuto
bisogno di me. Avevo deluso tutti
nel momento più importante. Alzai
lo sguardo verso il cielo: le lacrime
mi rigavano le guance mentre
supplicavo Pa’ Salt di perdonarmi.
Bevvi un po’ d’acqua, poi mi
sdraiai lasciando che la brezza
tiepida sfiorasse il mio corpo. Il
lieve rollio della barca mi calmò,
come sempre, e riuscii addirittura ad
addormentarmi.
Il presente è tutto ciò che abbiamo,
Ally. Non dimenticarlo mai,
d’accordo?
Mi ridestai pensando che era una
delle frasi che Pa’ mi ripeteva. E
anche se continuavo ad arrossire al
pensiero di quello che,
probabilmente, stavo facendo con
Theo mentre Pa’ esalava l’ultimo
respiro, mi dissi che a lui o al resto
dell’universo non sarebbe importato
che cosa stessi facendo in quel
momento, se stessi bevendo una
tazza di tè o se schiacciassi un
pisolino. E sapevo, più di chiunque
altro, che mio padre sarebbe stato
molto felice di sapere che avevo
trovato una persona come Theo.
Mentre facevo vela verso Atlantis,
mi sentivo un po’ più calma.
Tuttavia avevo omesso
un’informazione quando avevo
raccontato alle mie sorelle del mio
incontro con lo yacht di Pa’ e sapevo
di doverla condividere con
qualcuno, per cercare di attribuirle
un senso.
Come accadeva in tutte le famiglie
con tanti fratelli e sorelle, anche
nella nostra si creavano spesso
piccole fazioni; Maia e io eravamo
le più grandi, per cui decisi di
confidare a lei ciò che avevo visto.
Ormeggiai il Laser al molo e
tornai in casa. Se non altro, il peso
che avevo avvertito al petto ora
sembrava più sopportabile.
Affannata, Marina mi raggiunse sul
prato; la salutai con un sorriso triste.
«Ally, sei uscita con il Laser?»
«Sì. Dovevo schiarirmi le idee.»
«Be’, se ne sono andate tutte. Sono
uscite sul lago.»
«Tutte?»
«Tranne Maia che si è chiusa nel
Pavilion per lavorare un po’.»
Ci scambiammo uno sguardo;
anche se accusava il colpo per la
morte di Pa’, per lei i nostri
problemi e le nostre preoccupazioni
venivano sempre prima. E ora era
molto preoccupata per Maia, che
avevo sempre sospettato fosse la sua
preferita.
«Stavo andando proprio da lei,
almeno ci terremo compagnia» dissi.
«In questo caso puoi dirle che
Georg Hoffman, l’avvocato di
vostro padre, sarà qui tra poco.
Prima però vuole parlare con me,
non so proprio perché. Dovrà venire
a casa tra un’ora circa. E anche tu,
ovviamente.»
«Senz’altro» confermai.
Mi strinse forte la mano e si
incamminò verso l’edificio
principale.
Quando raggiunsi il Pavilion,
bussai piano alla porta, ma non
ricevetti risposta. Sapevo che Maia
la lasciava sempre aperta, perciò
entrai e la chiamai. Quando
raggiunsi il soggiorno, vidi mia
sorella raggomitolata sul divano,
addormentata, il bel volto rilassato, i
lucenti capelli neri acconciati come
se stesse posando per un servizio
fotografico. Si tirò su a sedere con
un sussulto imbarazzato appena mi
avvicinai.
«Scusa, Maia. Stavi dormendo,
vero?»
«In effetti, sì» rispose, arrossendo.
«Marina mi ha detto che le altre
sono uscite in barca, perciò ho
pensato di venire qui a parlare un
po’ con te. Ti dispiace?»
«Niente affatto.»
Aveva dormito profondamente,
non c’era dubbio, e per darle il
tempo di riprendersi mi offrii di
preparare del tè. Quando ci fummo
sedute con le tazze calde davanti, mi
resi conto che mi tremavano le mani.
Mi serviva qualcosa di più forte per
raccontarle la mia storia.
«Ho del vino bianco in frigorifero»
disse Maia con un sorriso
comprensivo e andò a prendermi un
bicchiere in cucina.
Bevvi un sorso, raccolsi le forze e
le dissi che avevo visto lo yacht di
Kreeg Eszu vicino a quello di Pa’,
due giorni prima. Con mia grande
sorpresa, Maia impallidì e, anche se
a mia volta ero rimasta scossa nel
vedere la Olympus così vicina,
soprattutto ora che avevo saputo
cosa stava accadendo sul Titan in
quel momento, mia sorella sembrava
molto più scioccata di quanto mi
aspettassi. La guardai mentre tentava
di ricomporsi e di alleggerire la
tensione scherzandoci su.
«Ally, ti prego, dimentica l’altra
barca, non significa niente, e pensa
che grazie a te conosciamo il luogo
dove papà ha scelto di riposare per
sempre. Potremmo andare in
vacanza tutte assieme sul Titan,
l’estate prossima, e gettare in acqua
una corona di fiori, come ha
suggerito Tiggy.»
«La cosa peggiore è che mi sento
in colpa!» dissi all’improvviso,
incapace di tenermelo ancora dentro.
«Perché?»
«Perché… perché quei giorni in
barca sono stati così belli! Ero
veramente felice; non credo di
essere mai stata così felice in vita
mia. E la verità è che non volevo
seccature, perciò ho spento il
telefono. E mentre io mi divertivo,
ignara di tutto, papà stava morendo!
Proprio quando avrebbe avuto più
bisogno di me, io non c’ero!»
«Ally, Ally…» Maia si sedette
accanto a me, accarezzandomi i
capelli e stringendomi tra le sue
braccia. «Nessuna di noi era
presente. È stato papà a volere così.
Nemmeno io, che vivo qui, c’ero
quando è successo. E in ogni caso,
da quello che mi ha raccontato Ma’,
non avremmo potuto fare nulla per
salvarlo, credimi.»
«Sì, lo so. Ma c’erano così tante
cose che avrei voluto dirgli, che
avrei voluto chiedergli… e adesso se
n’è andato per sempre.»
«Credo che per tutte noi sia così.
Ma perlomeno possiamo contare
l’una sull’altra.»
«Sì, è vero. Grazie, Maia» risposi.
«È incredibile come la vita di una
persona possa cambiare nel giro di
qualche ora.»
«Sì, lo penso anch’io. E comunque
sappi» disse con un sorriso «che
prima o poi sarò curiosa di sapere
perché eri così felice sulla barca di
quel tuo amico.»
Pensai a Theo e mi sentii
pervadere da un piacevole calore.
«Te lo dirò, promesso, ma non ora;
non mi sembra il momento adatto.
Piuttosto, tu come stai, Maia?»
chiesi, cambiando argomento.
«Io sto bene» disse facendo
spallucce. «Sono ancora frastornata,
come tutte.»
«Sì, e immagino che comunicarci
la notizia non sia stato un compito
facile. Mi dispiace non averti potuto
dare una mano.»
«Be’, l’importante è che tu sia qui
adesso, così potremo finalmente
parlare con Georg Hoffman e voltare
pagina.»
«Ah, già» dissi, controllando
l’orologio. «Dimenticavo. Marina ci
ha chiesto di essere a casa fra
un’ora. Hoffman arriverà a minuti,
ma ha chiesto di poter parlare in
privato con lei, prima di tutto.
Perciò,» continuai sospirando
«potrei avere un altro bicchiere di
vino, nel frattempo?»
5

Alle diciannove in punto, Maia e io


andammo a incontrare Georg
Hoffman. Le nostre sorelle
aspettavano sulla terrazza già da un
po’ e si godevano gli ultimi raggi di
sole, nonostante la tensione. Electra,
come sempre, mascherava il
nervosismo con commenti sarcastici
a proposito della predisposizione di
Pa’ Salt per i drammi e i misteri.
Marina arrivò insieme a Georg, un
uomo alto, con i capelli grigi, che
indossava un immacolato abito
grigio scuro: la perfetta incarnazione
dell’avvocato svizzero di successo.
«Vogliate scusarmi per la lunga
attesa, ma avevo bisogno di
organizzare alcune cose. Sentite
condoglianze» disse stringendo la
mano a tutte. «Posso sedermi?»
Maia indicò la sedia accanto alla
sua, e mentre Georg si sedeva, notai
che era teso da come si rigirava,
intorno al polso, l’orologio costoso
ma discreto. Marina si scusò e
rientrò in casa, lasciandoci sole con
lui.
«Bene, ragazze» esordì. «Mi duole
molto dover fare la vostra
conoscenza in circostanze così
tragiche. Ma vostro padre mi ha
sempre parlato di voi ed è come se,
in qualche modo, vi conoscessi già.
Innanzitutto vorrei dirvi che vostro
padre vi amava moltissimo.» Il suo
volto per un attimo fu attraversato
da una sincera emozione. «Non solo:
era molto orgoglioso di tutte voi. Gli
ho parlato poco prima che… ci
lasciasse e mi ha chiesto di riferirvi
queste esatte parole.»
Ci guardò benevolo, una a una, poi
posò lo sguardo sul fascicolo che
aveva di fronte. «Innanzitutto
sistemiamo velocemente le questioni
finanziarie: tutte voi riceverete un
vitalizio, a cadenza mensile. Non si
tratta di una grossa somma; vostro
padre ha voluto assicurarvi la
sopravvivenza senza però darvi la
possibilità di vivere di rendita e
crogiolarvi nel dolce far niente.
Teneva molto al fatto che vi
guadagnaste da vivere, proprio come
faceva lui. Perciò ha lasciato a me
l’amministrazione fiduciaria di tutte
le sue proprietà per vostro conto;
potrò decidere a mia discrezione in
che misura aiutarvi ulteriormente, se
mai fosse necessario.»
Nessuna di noi parlò; ascoltavamo
con attenzione.
«Ovviamente, anche questa casa fa
parte del fondo fiduciario che
amministro; Claudia e Marina hanno
accettato la mia proposta di restare
per prendersene cura. Il giorno in cui
l’ultima di voi passerà a miglior vita,
il fondo fiduciario verrà sbloccato e
il ricavato della vendita di Atlantis
sarà diviso fra gli eventuali eredi. Se
non ce ne dovessero essere, i soldi
verranno destinati a un ente di
beneficenza scelto da vostro padre.
Personalmente,» commentò Georg,
mettendo finalmente da parte le
formalità da avvocato «credo che sia
stata una saggia decisione; Atlantis
resterà per tutte voi un posto sicuro
dove poter fare ritorno. Ma
ovviamente, il suo più grande
desiderio era che ognuna di voi
prendesse il volo e forgiasse il
proprio destino.»
Ci scambiammo occhiate
perplesse, chiedendoci che tipo di
cambiamenti questa scelta avrebbe
apportato. Per quanto mi riguardava,
ero sicura che le mie prospettive
economiche non sarebbero
cambiate. Ero sempre stata
indipendente e avevo lavorato sodo
per avere tutto ciò che possedevo.
Per quanto riguardava il mio
destino… pensai a Theo e a quello
che speravo avremmo continuato a
condividere insieme.
«Ora,» fece Georg distogliendomi
dalle mie riflessioni «c’è un’ultima
cosa che vostro padre vi ha lasciato,
e per mostrarvela vi chiedo
gentilmente di seguirmi. Prego, da
questa parte.»
Seguimmo Georg, senza sapere
dove ci stesse portando. Ci fece fare
il giro della proprietà, finché alla
fine non raggiungemmo il giardino
di Pa’ Salt, nascosto dietro una linea
di siepi di tasso perfettamente
curate. Fummo accolte dai colori
della lavanda, dell’edera e della
calendula. La panchina preferita di
Pa’ si trovava sotto un cespuglio di
rose bianche, che quella sera
pendevano sul punto in cui
solitamente sedeva. Adorava
guardarci giocare sulla spiaggia di
ciottoli che dal giardino conduceva
al laghetto, dove avevo imparato,
con una certa difficoltà, a pagaiare a
bordo della canoa che mi aveva
regalato per il mio sesto
compleanno.
«Questo è ciò che volevo
mostrarvi» disse Georg,
strappandomi di nuovo alle mie
fantasticherie e indicando un punto
al centro della terrazza. Ci apparve
una bellissima scultura posata su un
piedistallo di pietra alto all’incirca
un metro, e ci radunammo tutte
intorno per ammirarla da vicino.
Una sfera dorata, attraversata da una
sottile freccia di metallo, era
circondata da una serie di anelli,
intersecati tra loro, che la
avvolgevano. Notai i contorni dei
continenti elegantemente incisi nella
sfera dorata e mi resi conto che si
trattava della Terra. Capii che la
freccia puntava in direzione della
Stella Polare. Un anello più ampio
girava intorno all’equatore ed era
decorato con i segni astrologici dello
zodiaco. Sembrava una specie di
antico strumento di navigazione; ma
cosa voleva dirci Pa’?
«È una sfera armillare» disse
Georg. Ci spiegò che questo tipo di
sfere esistevano da migliaia di anni e
che gli antichi Greci le utilizzavano
per determinare la posizione delle
stelle e l’ora del giorno.
Mi concentrai sulla bellezza di
quell’oggetto. Pronunciammo tutte
parole di ammirazione, ma Electra ci
interruppe spazientita. «Sì, ma non
capisco perché dovrebbe
riguardarci.»
«Non è mio compito spiegarvelo»
disse Georg, come a volersi scusare.
«Ma osservando più attentamente, vi
accorgerete che sugli anelli sono
incisi i vostri nomi.»
Erano lì, incisi sul metallo con
elegante grafia. «Ecco il tuo, Maia»
dissi indicandolo. «Ci sono dei
numeri, dopo. Sembrano delle
coordinate» proseguii, cercando il
mio nome. «Sì, sono di sicuro delle
coordinate.»
Accanto ai numeri c’erano altre
iscrizioni e fu Maia a capire che
erano in greco. Disse che le avrebbe
tradotte più tardi.
«Bene, adesso abbiamo una
bellissima scultura nel nostro
gazebo» disse CeCe con impazienza.
«Ma qual è il significato?»
«Come vi ho già detto, non so
rispondervi» ribadì Georg. «In
questo momento, Marina sta
portando lo champagne in terrazza,
su precisa richiesta di vostro padre.
Desiderava che faceste un ultimo
brindisi alla sua memoria.
Dopodiché consegnerò a ciascuna di
voi una lettera che spero saprà
rispondere alle vostre domande.»
Tornai sulla terrazza insieme alle
altre chiedendomi quali luoghi
indicassero quelle coordinate.
Eravamo tutte silenziose e
cercavamo di capire cosa
significasse tutto ciò. Ma’ porse a
ognuna un calice di champagne, e
mi chiesi quanto già sapesse di ciò
che era accaduto finora. La sua
espressione, ad ogni modo, era
impassibile.
Georg alzò il calice e propose un
brindisi.
«Vorrei che vi uniste a me nel
ricordare la vita eccezionale di
vostro padre. Posso dire con
certezza che questo è il solo funerale
che desiderava: tutte le sue ragazze
riunite per un brindisi ad Atlantis, la
casa che ha avuto l’onore e il piacere
di condividere con voi in tutti questi
anni.»
«A Pa’ Salt» dicemmo tutte in
coro, alzando i bicchieri.
Bevemmo lo champagne in
silenzio, immerse nei nostri pensieri,
mentre io riflettevo su ciò che
avevamo visto. Volevo ad ogni costo
delle risposte. «Bene, potremmo
avere le nostre lettere?» chiesi.
«Vado a prenderle
immediatamente» rispose Georg,
alzandosi e allontanandosi dal
tavolo.
«Be’, credo che questa sia la
cerimonia funebre più bizzarra alla
quale abbia mai partecipato»
osservò CeCe.
«Posso avere dell’altro
champagne?» chiesi a Ma’. Le mie
sorelle facevano ipotesi su tutti quei
misteri; Tiggy cominciò a piangere
piano.
«Vorrei tanto che papà fosse qui a
spiegarcelo di persona» sussurrò.
«Ma non c’è più, cara» le dissi.
L’atmosfera stava tornando di nuovo
cupa. «E sapete una cosa? Credo che
sia giusto così. Papà ha voluto
rendere questo tragico evento il
meno traumatico possibile, e ci ha
riunite qui per darci la possibilità di
consolarci a vicenda.»
Tutte annuirono, perfino Electra, e
presi la mano di Tiggy proprio
mentre Georg tornava con sei grosse
buste, che posò sul tavolo. Avevano
i nostri nomi scritti con
l’inconfondibile grafia di Pa’.
«Conservo queste lettere da sei
settimane» disse Georg. «Sono stato
incaricato di consegnarvele solo alla
morte di vostro padre.»
«Quindi, cosa dobbiamo fare?
Aprirle subito o più tardi, in
privato?» gli chiesi.
«Vostro padre non ha lasciato
alcuna disposizione in merito» disse
Georg. «Ha detto solamente di
aprirle quando vi foste sentite
pronte.»
Guardai le mie sorelle e capii che
tutte stavamo pensando che era
meglio leggerle ciascuna in privato.
«Bene, il mio compito è
terminato» concluse Georg con un
cenno del capo. Consegnò a ognuna
di noi il suo biglietto da visita e ci
esortò a non esitare a contattarlo in
caso di bisogno. «Ma conoscendo
vostro padre, sono certo che abbia
già provveduto a lasciarvi tutto ciò
che vi occorre. Di nuovo, sentite
condoglianze.»
Doveva essere stato molto difficile
per lui comunicarci la misteriosa
eredità di Pa’ e mi sentii sollevata
quando Maia lo ringraziò a nome di
tutte noi.
«Arrivederci. Sapete dove
trovarmi.» Con un sorriso triste se
ne andò, dicendo che conosceva la
strada.
Anche Ma’ si alzò da tavola.
«Credo che ci farebbe bene
mangiare qualcosa. Dirò a Claudia
di servire la cena in terrazza» disse,
e scomparve dentro casa.
Il pensiero del cibo non mi aveva
mai attraversato la mente per tutto il
giorno. Ero ancora concentrata sulle
lettere e sulla sfera armillare. «Maia,
credi di poter tradurre le scritte
incise sulla sfera?» le chiesi.
«Certo» disse, proprio mentre
Marina e Claudia tornavano con
piatti e posate. «Ci penserò dopo
mangiato.»
Electra adocchiò i piatti e si alzò
per andarsene. «Spero che non vi
offendiate, ma io non ho fame.»
Quando Electra se ne fu andata,
CeCe si rivolse a Star: «Tu hai
fame?».
Aggrappata alla sua busta, lei
rispose con un filo di voce: «Penso
che dovremmo sforzarci di mangiare
qualcosa».
Era la cosa più giusta da fare e
nostro malgrado mangiammo una
pizza fatta in casa e dell’insalata.
Poi, lentamente, una dopo l’altra, le
mie sorelle se ne andarono, finché
non restammo solo io e Maia.
«Maia, ti dispiace se vado a letto
anch’io? Sono esausta.»
«No, vai pure» rispose. «Hai
saputo della morte di papà solo ieri,
ti devi ancora riprendere dallo
shock.»
«Credo proprio di sì» concordai,
alzandomi da tavola e dandole un
bacio leggero sulla guancia.
«Buonanotte, Maia.»
«Buonanotte.»
Mi sentivo in colpa per averla
lasciata da sola a tavola ma, come le
mie sorelle, anch’io avevo bisogno
di un po’ di tempo per me. E la
lettera che stringevo in mano mi
bruciava quasi le dita. Mi chiesi
dove potessi andare per trovare un
po’ di solitudine e pace, e decisi che
la camera da letto della mia infanzia
mi avrebbe confortata più di ogni
altro luogo.
Tutte le nostre stanze si trovavano
all’ultimo piano della casa; quando
Maia e io eravamo piccole, a volte
giocavamo alle principesse nella
torre. La mia camera era luminosa e
arredata in maniera semplice, con le
pareti spoglie color magnolia e le
tende a scacchi bianchi e blu. Una
volta Tiggy mi aveva detto che
somigliava alla cabina di un vecchio
vascello. Lo specchio a parete era
incorniciato da un salvagente su cui
si leggevano le parole “SS Ally”, un
regalo che mi avevano fatto Star e
CeCe anni prima.
Mi sedetti sul letto e guardai la
busta, chiedendomi se le mie sorelle
l’avessero già aperta o se fossero
ancora intimorite al pensiero di ciò
che vi avrebbero trovato dentro. La
mia mostrava un lieve
rigonfiamento, che si spostava
quando la inclinavo. Tra tutte, io ero
sempre stata la più impaziente di
aprire i regali a Natale, e provai la
stessa sensazione anche in quel
momento. Strappai un lato della
busta e tirai fuori uno spesso plico,
sobbalzando per la sorpresa quando
un oggetto piccolo e solido cadde
sulla coperta. Lo osservai meglio e
vidi che era una piccola rana
marrone.
La guardai e mi diedi della stupida
per aver pensato che potesse essere
viva, poi la presi in mano. Sul dorso
aveva delle macchie gialle e gli
occhi erano dolci ed espressivi. La
accarezzai col dito tenendola sul
palmo della mano, cercando di
capire come mai Pa’ Salt avesse
deciso di metterla nella mia busta. A
quanto ricordavo, le rane non
avevano mai avuto una particolare
importanza per nessuno dei due.
Forse era uno degli scherzi di Pa’, e
la lettera me l’avrebbe chiarito.
Cominciai a leggere.
Atlantis
Lago di Ginevra
Svizzera

Carissima Ally,
mentre scrivo questa lettera riesco a
immaginarti – la mia bellissima e
vivace secondogenita – che salti da
una parola all’altra, ansiosa di
arrivare in fondo, solo per poterla
rileggere da capo, lentamente.
Ad ogni modo, ormai saprai che non
sono più con voi e sono certo che lo
shock sarà stato grande per tutte
quante. So anche che, grazie alla
positività e alla gioia di vivere che ti
contraddistinguono e che mi hanno
sempre rallegrato l’esistenza,
piangerai la mia perdita, ma ti
riprenderai e volterai pagina. Devi
prometterlo.
Forse, tra le mie figlie, tu sei quella
che mi assomiglia di più. E posso
solo dire quanto sono stato fiero di
te, e spero e prego che, anche se non
sarò più lì con te, continuerai a
vivere la tua vita come hai fatto fino
a questo momento. La paura è il
peggior nemico dell’essere umano, e
non averne è il più grande dono che
Dio ti abbia fatto. Non perderlo,
adorata Ally, anche adesso che
soffri, d’accordo?
Il motivo per cui ti sto scrivendo,
oltre al desiderio di dirti addio è che,
prima di lasciarvi, qualche tempo fa
ho ritenuto giusto darvi delle
informazioni sui luoghi da cui
provenite. Con questo non intendo
dire che dobbiate abbandonare tutto
all’istante in cerca delle vostre
origini, ma non si sa mai quali
sorprese possa riservare il futuro e
un giorno, tu e le tue sorelle, potreste
avere bisogno di sapere dove siete
nate.
Avrai già visto la sfera armillare e le
coordinate incise su di essa. Indicano
il punto esatto da cui potrai iniziare
la tua ricerca. C’è anche un volume,
nella libreria del mio studio, scritto
da un uomo, non più vivente, di
nome Jens Halvorsen. Ti dirà molte
cose e forse ti aiuterà a decidere se
vorrai o meno indagare
ulteriormente sulle tue radici. E in
caso affermativo, sei abbastanza
sveglia da capire come fare.
Mia carissima ragazza, sei nata con
molti doni; a volte ho pensato che
fossero quasi troppi. E avere troppo
di tutto può essere difficile come
avere troppo poco. Temo anche, per
via della nostra comune passione per
il mare, di averti sviata dal tuo
percorso quando ne avevi uno
altrettanto facile di fronte a te. Se
l’ho fatto perdonami. Eri una
musicista di talento e adoravo
ascoltarti suonare il flauto, ma sappi
anche che alcune delle giornate che
abbiamo passato insieme sul lago
sono state tra le più felici della mia
vita. Perciò, dal profondo del cuore,
ti ringrazio.
Insieme alla lettera troverai uno dei
miei beni più preziosi. Anche se
deciderai di non indagare sul tuo
passato, conservalo come un tesoro,
e forse, un giorno, potrai passarlo ai
tuoi figli.
Carissima Ally, sono certo che,
nonostante il brutto colpo che
riceverai alla lettura di questa lettera,
la tua tenacia e la tua positività ti
permetteranno di diventare chiunque
vorrai. Non sprecare neanche un
secondo della tua vita, d’accordo?
Io veglierò su di te.
Il tuo adorato padre,
Pa’ Salt

Proprio come aveva previsto Pa’,


dovetti leggere la lettera due volte. E
sapevo che l’avrei riletta altre cento
nei giorni, negli anni a venire.
Mi sdraiai sul letto con la piccola
rana in mano. Non avevo idea di
cosa significasse quell’oggetto,
nonostante quello che Pa’ aveva
scritto. Decisi di parlarne con Theo,
che credevo mi avrebbe aiutata a
dare un senso a tutto questo.
Istintivamente cercai il cellulare in
borsa per vedere se mi aveva scritto,
ma mi ricordai di averlo lasciato in
carica in cucina quando ero arrivata
a casa.
Percorsi in silenzio il pianerottolo,
per non disturbare le mie sorelle.
Vidi che la porta della stanza di
Electra era aperta e sbirciai dentro
cercando di non fare rumore,
casomai stesse dormendo. Era
seduta sul bordo del letto e mi dava
le spalle, si stava versando un drink
da una bottiglia. All’inizio pensavo
fosse acqua, ma dopo che ebbe dato
qualche sorso mi resi conto che era
vodka. La osservai richiudere il
tappo e rimettere la bottiglia sotto il
letto.
Mi allontanai dalla porta prima che
mi vedesse, poi scesi in punta di
piedi la prima rampa di scale,
turbata da ciò che avevo appena
visto. Tra tutte, Electra era di gran
lunga la più ossessionata dalla salute
e dalla forma fisica, e mi
sorprendeva che bevesse
superalcolici a quell’ora. Forse,
però, le solite regole non si potevano
applicare a ciascuna di noi in questa
triste, difficile circostanza.
D’istinto, mi fermai sul
pianerottolo centrale e mi diressi
verso le stanze di Pa’ al primo piano,
spinta dall’improvviso desiderio di
sentirlo vicino.
Con gesti esitanti aprii la porta e
subito gli occhi si riempirono di
lacrime nel vedere il letto singolo su
cui, a quanto pareva, mio padre
aveva esalato l’ultimo respiro. La
stanza era molto diversa dal resto
della casa: era spartana e mezza
vuota, con le assi del pavimento
nude e il letto dalla struttura di
legno, e accanto un comodino
ammaccato di mogano. Sopra c’era
la sveglia di Pa’. Mi ricordai di
essere entrata, una volta quando ero
molto piccola, e di essere rimasta
affascinata da quell’oggetto. Pa’ mi
aveva fatto muovere la levetta su e
giù, su e giù, per accendere e
spegnere la suoneria. Io ridevo ogni
volta che suonava.
«Devo caricarla ogni giorno,
altrimenti smette di funzionare» mi
aveva detto.
Adesso la sveglia era ferma.
Entrai nella stanza e mi sedetti sul
letto. Le lenzuola erano in ordine e
immacolate, e con la punta delle dita
sfiorai il cotone del cuscino, là dove
la sua testa si era posata per l’ultima
volta.
Mi chiesi dove potesse essere
finito il suo vecchio orologio da
polso, un Omega Seamaster, e tutti
gli altri suoi oggetti. Riuscivo a
visualizzare benissimo l’orologio al
suo polso, con il semplice ed
elegante quadrante d’oro e il
cinturino di pelle con il quarto buco
tutto rovinato. Una volta gli avevo
comprato un cinturino nuovo, per
Natale, e lui mi aveva promesso di
sostituirlo quando il vecchio si fosse
rotto, ma non lo fece mai.
Le mie sorelle e io riflettevamo
spesso sul fatto che Pa’ avrebbe
potuto acquistare qualsiasi orologio
desiderasse o vestirsi con capi delle
marche più costose, ma tutte
avevamo la sensazione che, da
quando lo conoscevamo, avesse
sempre indossato lo stesso tipo di
abiti, almeno quando non era in
mare. Una vecchia giacca di tweed
con una camicia candida come la
neve e perfettamente pulita, ai polsi
discreti gemelli d’oro con le sue
iniziali, e pantaloni scuri con pieghe
di precisione militare. Calzava
invariabilmente scarpe robuste dalle
punte lucide. In effetti, pensai
guardandomi intorno nella stanza e
posando lo sguardo sul piccolo
armadio di mogano e sulla
cassettiera – gli unici altri mobili
che c’erano – lo stile di Pa’ aveva
sempre rasentato la frugalità.
In bella mostra sulla cassettiera, la
foto incorniciata che lo ritraeva con
la famiglia a bordo del Titan. Anche
se aveva già una settantina d’anni
quando era stata scattata, si vedeva
che era molto più giovane. Alto e
abbronzato, i suoi bei tratti segnati
dalle intemperie erano scolpiti in un
largo sorriso, mentre si rilassava
appoggiato alla ringhiera del suo
yacht circondato dalle figlie. E poi il
mio sguardo si posò sull’unico
quadro appeso alle pareti, proprio di
fronte al letto.
Mi alzai per andare a osservarlo
meglio. Era uno schizzo a
carboncino di una giovane donna
molto carina, che immaginai
dovesse avere una ventina d’anni.
Guardando più attentamente, notai
che aveva un’espressione un po’
triste. Era molto bella, ma aveva
tratti quasi troppo grandi per quel
viso stretto, a forma di cuore. Gli
enormi occhi erano proporzionati
alle labbra carnose, e aveva una
fossetta ai lati della bocca. I capelli
erano fitti e ricci e le ricadevano
oltre le spalle. C’era una firma in
fondo allo schizzo, ma non riuscivo
a distinguere le lettere.
«Chi sei?» le chiesi. «E chi era
mio padre…?»
Con un sospiro tornai al letto di
Pa’ e mi sdraiai raggomitolandomi.
Cominciai a piangere bagnando il
cuscino ancora impregnato di quel
suo profumo di pulito, di agrumi.
«Sono qui, caro Pa’» mormorai.
«E tu dove sei?»
6

Mi svegliai il mattino seguente sul


letto di Pa’, stordita ma riposata.
Non ricordavo neanche di essermi
addormentata e non avevo idea di
che ore fossero. Mi alzai e andai a
guardare fuori dalla finestra. Anche
se la stanza di Pa’ Salt lasciava a
desiderare quanto ad accoglienza, la
vista compensava alla grande. Era
una giornata magnifica, il sole si
rifletteva sulla superficie liscia del
lago, che sembrava estendersi
all’infinito alla mia destra e alla mia
sinistra. Di fronte a me, sull’altra
sponda del lago si ergevano colline
color verde vivace. Per pochi
secondi Atlantis tornò a essere un
luogo magico.
Andai di sopra, nella mia camera,
feci una doccia; mentre uscivo
pensai a Theo, a quanto doveva
essere preoccupato. Non l’avevo
ancora contattato per dirgli che ero
arrivata. Mi vestii in fretta e corsi di
sotto a prendere il cellulare. C’erano
diversi messaggi di Theo che
aspettava mie notizie; leggerli mi
scaldò il cuore.
Come va? Ti mando tutto il mio
amore.
Buonanotte, dolce Ally. Ti penso.
Non voglio disturbarti. Chiama o
scrivi quando puoi. Mi manchi.
I messaggi erano semplici e
amorevoli, e non richiedevano una
risposta immediata. Sorrisi mentre
gli scrivevo, ripensando alla lettera
di Pa’ che affermava che avrei
potuto essere chiunque o stare con
chiunque volessi.
E adesso volevo stare con Theo.
Claudia stava mescolando
qualcosa in una ciotola sul piano
della cucina. Mi accolse con del
caffè caldo, cosa che accettai con
riconoscenza.
«Sono la prima?» le chiesi.
«No, Star e CeCe sono già andate
a Ginevra con il motoscafo.»
«Davvero?» dissi mentre bevevo.
«E le altre non si sono ancora
alzate?»
«Io non le ho viste» rispose con
calma, continuando a mescolare.
Presi un croissant fresco dalla
tavola di cucina e gli diedi un bel
morso. «Non è meraviglioso che
siamo tutte qui ad Atlantis? Pensavo
che la casa sarebbe stata venduta.»
«Sì, è molto bello, davvero. Per
tutte. Vuoi qualcos’altro?» mi chiese
Claudia versando il contenuto della
ciotola in una teglia da forno.
«No, grazie.»
Lei annuì, poi si tolse il grembiule
e uscì dalla cucina.
Durante tutta la nostra infanzia,
Claudia era stata una presenza fissa
ad Atlantis, proprio come Ma’ o Pa’
Salt. Il suo accento tedesco la faceva
sembrare severa, ma sapevamo tutti
che aveva un gran cuore. Pensai a
quanto poco conoscessimo sul suo
passato, ma da bambine, o da
adolescenti, non ci era mai venuto in
mente di farle tante domande.
Claudia, come ogni altra persona
nell’universo incantato in cui
eravamo cresciute, c’era e basta.
Cominciai a pensare alle
coordinate sulla sfera armillare e al
fatto che i segreti che racchiudevano
potevano sconvolgere
completamente ciò che ognuna di
noi conosceva – o non conosceva – a
proposito della propria vita. Era un
pensiero scoraggiante, ma Pa’ Salt
ce le aveva lasciate per un motivo e
io dovevo fidarmi della sua
decisione. Ora stava a ognuna di noi
indagare ulteriormente, oppure non
fare niente. Dovevamo scegliere.
Presi una penna e un bloc notes
dalla credenza e uscii dalla cucina
attraverso la porta sul retro,
abbagliata dalla luce del mattino.
Era bello sentire un po’ d’aria fresca
sulla pelle. L’erba, non ancora
asciugata dal sole, era coperta di
rugiada e mi sfiorava le caviglie. I
giardini erano immersi in un silenzio
totale turbato solo dall’occasionale
canto di qualche uccellino e dal
delicato sciabordare dell’acqua sulle
sponde del lago.
Seguii il percorso che avevamo
fatto la sera precedente e raggiunsi il
giardino segreto di Pa’, ammirando
le molte varietà di rose appena
sbocciate, che diffondevano nell’aria
il loro profumo.
La sfera dorata al centro della
scultura brillava al sole. Asciugai
con la manica la rugiada sul mio
nome, poi seguii con il dito le
iscrizioni in greco, chiedendomi
cosa significassero e da quanto
tempo Pa’ avesse pianificato tutto
ciò.
Mi misi al lavoro, annotando con
attenzione le coordinate di tutte noi
e cercando nello stesso tempo di non
soffermarmi a pensare troppo a quali
luoghi indicassero, specialmente le
mie. D’un tratto notai qualcosa:
contai di nuovo gli anelli, e con il
dito mi fermai sul settimo. C’era una
parola incisa sopra: “Merope”.
«La settima sorella» sussurrai,
chiedendomi perché mai Pa’ avesse
pensato di aggiungere quel nome
alla sfera quando era troppo tardi
anche solo per portarla a casa. Così
tanti misteri, pensai tornando
indietro. E nessuno che possa dare
una risposta alle mie domande.
Tornai in cucina e, con le
coordinate davanti agli occhi, accesi
il computer e mangiai un altro
croissant mentre, frustrata,
osservavo il segnale Internet che
ovviamente in quel momento aveva
deciso di non funzionare. Quando
alla fine si degnò di attivarsi, cercai
qualche sito in cui poter inserire le
coordinate e individuare quei luoghi;
trovai Google Earth. Valutai da
quale di noi cominciare e decisi di
procedere in ordine di età, lasciando
però me stessa per ultima. Inserii le
coordinate di Maia e guardai il
globo rotante puntare una località
precisa.
Wow, mormorai tra me,
affascinata. Funziona davvero.
Trascorse un’ora in cui il segnale
andava e veniva, ma quando Claudia
tornò in cucina per iniziare a
preparare il pranzo, ero riuscita a
individuare i luoghi corrispondenti
alle coordinate di ciascuna, a
eccezione del mio.
Inserii le mie coordinate nel sito,
trattenendo il fiato per un tempo
interminabile mentre il computer
eseguiva la sua magia.
«Oh cavolo!» mormorai.
«Che c’è?» chiese Claudia.
«Niente» risposi in fretta,
scrivendo la località sul blocco
accanto a me.
«Pensi di voler pranzare, Ally?»
«Sì, grazie» risposi distrattamente.
A quanto pareva, il luogo
individuato dalle coordinate era un
museo d’arte. Non aveva alcun
senso, ma non mi pareva che le
coordinate delle mie sorelle fossero
tanto meglio.
Alzai lo sguardo quando Tiggy
entrò in cucina con un sorriso dolce.
«Solo tu e io a pranzo?»
«A quanto pare…»
«Be’, sarà bello, non credi?» disse
avvicinandosi al tavolo. Al di là di
tutte le sue bizzarre convinzioni
spirituali, pensavo mentre la
osservavo sedersi di fronte a me,
invidiavo la sua pace interiore. Era
conseguenza del fatto che lei
credeva davvero che nella vita ci
fosse più della vita stessa, come le
piaceva tanto dire. Sembrava portare
sulla pelle e nei capelli color
nocciola la freschezza delle
Highlands scozzesi, e la sua calma si
rifletteva nei delicati occhi marrone.
«Come stai, Ally?»
«Sto bene. E tu?»
«Tiro avanti. Sento Pa’ intorno a
me, sai? Come se…» e sospirò,
passandosi le mani tra i ricci «…
non se ne fosse andato affatto.»
«Purtroppo lui non è qui, Tiggy.»
«Sì, ma solo perché non puoi
vedere una persona, non vuol dire
che non esista.»
«Per come la vedo io, sì» risposi
brusca. Non ero dell’umore adatto
per i commenti esoterici di Tiggy.
L’unico modo che avevo per
buttarmi alle spalle la perdita di Pa’
era accettarla il prima possibile.
Claudia ci interruppe mettendoci
davanti un vassoio di Caesar salad.
«Ce n’è abbastanza per tutte, ma se
non arriva nessun’altra, vorrà dire
che la ritroveranno per cena.»
«Grazie. A proposito,» dissi,
servendomi «ho scritto tutte le
coordinate e le ho cercate su Google
Earth. Vuoi le tue, Tiggy?»
«Prima o poi, sì, ma non adesso.
Voglio dire, sono così importanti?»
«Non saprei, a dire la verità.»
«Perché ovunque sia nata, sono
stati Pa’ Salt e Ma’ a badare a me e a
crescermi così come sono. Me le
annoterò, e se poi sentirò il bisogno
di approfondire la ricerca, lo farò. È
che…» Tiggy sospirò e le vidi il
dubbio negli occhi «… non voglio
pensare che provengo da qualche
altra parte. Pa’ Salt è mio padre e lo
sarà sempre.»
«Capisco. Senti, solo per curiosità,
dove pensi che sia adesso Pa’ Salt,
Tiggy?» le chiesi, cominciando a
mangiare.
«Non saprei, Ally, ma di sicuro
non se n’è andato.»
«Questo, nel tuo mondo o nel
mio?»
«C’è differenza? Be’, per me sì»
chiarì prima che potessi rispondere.
«Siamo tutti fatti di energia, solo
questo. E lo è anche ogni cosa che ci
circonda.»
«È un modo come un altro di
vedere la cosa, suppongo» risposi,
notando il cinismo nella mia voce.
«So che credere ti aiuta, Tiggy, ma
ora come ora, con Pa’ morto da così
poco, non riesco a pensarla allo
stesso modo.»
«Lo capisco, Ally. Ma il ciclo della
vita va avanti, e non vale solo per
noi umani, ma per la natura al
completo. Una rosa sboccia, diventa
bellissima, poi muore e un’altra,
sulla stessa pianta, sboccia al suo
posto. E Ally,» mi guardò con un
sorriso «ho la sensazione che,
nonostante questa situazione
orribile, ti stia accadendo qualcosa
di buono.»
«Davvero?» la guardai sospettosa.
«Già.» Mi prese una mano.
«Goditela finché puoi. Nulla dura
per sempre, lo sai.»
«Sì» dissi, improvvisamente sulla
difensiva e vulnerabile di fronte a
quel commento. Cambiai
argomento. «E tu come stai?»
«Sto bene, sì…» Tiggy sembrava
voler rassicurare se stessa, ancor
prima di me. «Sto bene.»
«Ti appassiona ancora accudire i
tuoi cervi al rifugio?»
«Adoro il mio lavoro. È perfetto
per me, anche se non ho mai un
momento per stare da sola. Siamo in
così pochi… dovrò tornare il prima
possibile. Ho controllato i voli e
partirò oggi pomeriggio. Anche
Electra verrà con me all’aeroporto.»
«Così presto?»
«Lo so, ma che altro possiamo fare
qui? Sono certa che Pa’ vorrebbe
che andassimo avanti con le nostre
vite, senza sprecare tempo a
compatirci.»
«Sì, hai ragione» concordai. E per
la prima volta riuscii a pensare alla
mia vita oltre quella terribile
situazione. A guardare al futuro.
«Tra qualche giorno dovrei
partecipare alla regata delle
Cicladi.»
«Allora fallo, Ally, davvero» mi
spronò.
«Forse lo farò» mormorai.
«Okay, ora vado a fare i bagagli e
a salutare Maia. Sta facendo più
fatica di noi. È devastata.»
«Lo so. Tieni, ecco le tue
coordinate.» Le passai il foglio su
cui le avevo annotate.
«Grazie.»
Tiggy si alzò e si fermò sulla porta
della cucina, guardandomi
comprensiva. «E ricordati sempre
che ti basta chiamarmi, se avrai
bisogno di me nelle prossime
settimane.»
«Grazie, Tiggy. Lo stesso vale per
te.»
Dopo aver aiutato Claudia a
sparecchiare, tornai di sopra, nella
mia stanza, chiedendomi se non
dovessi lasciare anch’io Atlantis.
Tiggy aveva ragione: non c’era
nient’altro per noi, lì. E il pensiero
di tornare sull’acqua – e tra le
braccia di Theo – mi fece correre al
piano di sotto con il portatile per
controllare se ci fosse qualche posto
libero su un volo per Atene entro le
successive ventiquattro ore.
Entrando in cucina vidi Ma’, in piedi
davanti alla finestra. Mi dava le
spalle, immersa nei suoi pensieri. Mi
sentì entrare e si voltò con un
sorriso, ma feci in tempo a scorgere
la tristezza che le velava gli occhi.
«Ciao, chérie. Come stai, oggi?»
«Sto valutando se tornare ad Atene
e partecipare alla regata delle
Cicladi, com’era stato deciso a suo
tempo. Ma sono preoccupata, non
voglio lasciare sole te e le altre.
Specialmente Maia.»
«Penso sia un’eccellente idea
gareggiare, chérie. Tuo padre ti
avrebbe invitato proprio a fare
questo, ne sono sicura. Non
preoccuparti per Maia, ci sono io
con lei.»
«Lo so che ci sei» dissi. Riflettei
sul fatto che, anche se non era la
nostra vera madre, era impossibile
pensare a un altro genitore che
amasse e sostenesse le proprie figlie
più di lei.
Mi alzai e le andai incontro,
avvolgendola in un abbraccio. «E
ricordati, siamo tutte qui anche per
te.»
Salii al piano di sopra per dare a
Electra le sue coordinate prima che
partisse. Quando bussai alla sua
porta, aprì ma non mi invitò a
entrare.
«Ciao, Ally. Sono di corsa, sto
facendo i bagagli.»
«Ti ho portato le tue coordinate
della sfera armillare. Tieni.»
«Non penso di volerle.
Sinceramente, Ally, perché l’ha
fatto? Sembra che Pa’ voglia giocare
a una specie di caccia al tesoro dalla
sua tomba» disse cupa.
«Voleva solo che sapessimo da
dove veniamo, Electra, nel caso
fossimo state curiose di saperlo.»
«Allora perché non fare come la
maggior parte degli esseri umani?
Magari scrivercelo su un pezzo di
carta, invece che sottoporci a questa
messinscena? È sempre stato un
maniaco del controllo.»
«Electra, ti prego. Forse non
voleva rivelarci tutto subito, nel caso
qualcuna preferisse non sapere.
Perciò ci ha lasciato abbastanza
informazioni per scoprirlo da sole,
nel caso.»
«Be’, io non voglio» confermò
asciutta.
«Perché sei così arrabbiata con
lui?» le chiesi con gentilezza.
«Io non…» Aveva negli occhi il
dolore e la confusione. «Okay, è
vero. È che…» Fece spallucce e
scosse la testa. «Non lo posso
spiegare.»
«Be’, prendile in ogni caso.» Mi
limitai a darle il foglio, perché
sapevo per esperienza che non era il
caso di insistere. «Non devi farci
nulla, se non vuoi.»
«Grazie, Ally. Scusa.»
«Non preoccuparti. Sei sicura di
stare bene, Electra?»
«Io… sì, sto bene. Ora devo fare i
bagagli. Ci vediamo dopo.»
La porta si richiuse dietro di me;
mi allontanai, ben consapevole che
Electra stesse mentendo.
Nel pomeriggio Maia, Star, CeCe e
io accompagnammo Electra e Tiggy
al molo. Maia diede loro le frasi
greche che aveva tradotto.
«Penso che anche Star e io
partiremo, più tardi» disse CeCe
mentre rientravamo in casa.
«Davvero? Non possiamo restare
un altro po’?» piagnucolò Star. E
come altre volte, notai quanto
fossero differenti tra loro: Star era
alta e magra, quasi emaciata, con i
capelli biondo pallido e la
carnagione chiara come la neve.
CeCe invece era robusta e con la
pelle scura.
«E per quale motivo? Abbiamo già
incontrato l’avvocato e dobbiamo
sbrigarci a trovare un appartamento
a Londra…»
«Hai ragione» ammise Star.
«Tu cosa farai a Londra mentre
CeCe è impegnata all’accademia?»
le chiesi.
«Ancora non lo so» disse,
lanciando un’occhiata alla sorella.
«Stai pensando di seguire un corso
della Cordon Bleu, non è vero,
Star?» rispose CeCe in vece sua. «È
un’ottima cuoca, sapete?»
Maia e io ci scambiammo
un’occhiata preoccupata mentre
CeCe si allontanava con Star,
intenzionata a cercare un volo per
Heathrow.
«Non dire niente, ti prego» sospirò
Maia quando se ne furono andate.
«Lo so.»
Raggiungemmo la terrazza
discutendo del rapporto che si era
creato tra Star e CeCe. Speravo solo
che, quando CeCe si fosse
concentrata sul corso d’arte, si
sarebbero staccate l’una dall’altra
anche solo per un po’.
Notai che Maia era pallidissima e
capii che non aveva pranzato. Le
dissi di sedersi in terrazza, e poi
andai in cucina a cercare Claudia per
dirle di preparare qualcosa da
mangiare.
«Maia, non vorrei sembrarti
inopportuna, ma hai aperto la tua
busta, ieri sera?» le chiesi con
gentilezza.
«Sì, l’ho aperta. Ma ho letto la
lettera solo stamattina.»
«E ti ha molto turbata, vedo.»
«All’inizio sì, ma ora sto bene,
Ally, davvero» disse. «E tu?»
Il suo tono si era fatto brusco e
sapevo che dovevo darle un po’ di
respiro. «Sì, l’ho letta» dissi. «Era
meravigliosa, mi ha commossa, ma
mi ha anche confortata. Ho trascorso
tutta la mattinata a inserire le
coordinate su Internet. Ora so
esattamente da dove veniamo tutte e
sei. E ci sono parecchie sorprese…»
aggiunsi, mentre Claudia entrava
portando un piatto colmo di panini
che posò sul tavolo prima di ritirarsi
in fretta.
«Sai esattamente dove siamo
nate?» chiese Maia, esitante.
«Sì, o perlomeno dove Pa’ Salt ci
ha trovate. Vuoi che te lo dica,
Maia? O preferisci scoprirlo da
sola?»
«Non… non lo so.»
«Be’, posso dirti che
indubbiamente papà ha viaggiato
parecchio» scherzai.
«Perciò ora sai dove ti ha
trovata?» chiese.
«Sì, anche se non mi è molto
chiaro.»
«E le altre? Sanno già dove sono
nate?»
«No, ma in fondo è facile fare una
ricerca su Google Earth. Vuoi che te
lo spieghi? O preferisci
semplicemente che ti dica dove ti ha
trovata papà?» suggerii.
«In questo momento non saprei»
sospirò, abbassando lo sguardo.
«Be’ come ti ho già detto, puoi
controllare anche da sola.»
«Allora credo che lo farò, quando
mi sentirò pronta» disse.
Mi offrii di scriverle le istruzioni
per cercare le coordinate, ma
dubitavo che avrebbe mai avuto il
coraggio di cercarle. «Sei riuscita a
tradurre le frasi in greco incise sulla
sfera armillare?» le chiesi.
«Sì, le ho tradotte tutte.»
«Be’, sarei molto curiosa di sapere
cos’ha scelto per me papà. Me lo
puoi dire?»
«Ora non ricordo esattamente, ma
te lo scriverò prima che tu parta» mi
assicurò Maia.
«Perciò, a quanto pare, siamo noi
le custodi delle informazioni che ci
occorrono per ricostruire il nostro
passato.»
«Sì, ma credo sia ancora troppo
presto per decidere se seguire o
meno tutti gli indizi che Pa’ ci ha
lasciato.»
«Forse» dissi sospirando. Pensavo
a Theo e alle settimane che mi
attendevano. «E poi, la regata delle
Cicladi sta per cominciare e anch’io
devo ripartire il prima possibile;
l’equipaggio mi sta aspettando. Ma
devo confessarti, Maia, che temo
sarà difficile per me tornare in barca,
dopo quello che è successo in quella
baia, qualche giorno fa.»
«Posso immaginarlo. Ma sono
certa che riuscirai a superare questo
momento» mi rassicurò.
«Lo spero. In vita mia non avevo
mai pensato di abbandonare le
regate, prima d’ora.»
Dirlo ad alta voce alla mia sorella
maggiore fu un sollievo.
Ultimamente, ogni volta che
pensavo alle Cicladi, l’unica
immagine che mi veniva in mente
era Pa’ nella bara in fondo al mare.
«Ally, sono anni che dedichi anima
e corpo alla tua passione. Non
lasciare che questa cosa ti ostacoli.
Fallo per Pa’. Non avrebbe voluto
che perdessi la fiducia in te stessa»
mi incoraggiò Maia.
«Hai ragione. Ad ogni modo, te la
caverai qui da sola?»
«Certo che me la caverò. Ti prego,
non preoccuparti per me. Ho
Marina, qui, e il mio lavoro. Starò
bene.»
Promisi a Maia di restare in
contatto. Le chiesi anche se le
andasse di venire in barca con me, a
fine estate, per quanto immaginassi
che non sarebbe mai venuta.
CeCe comparve in terrazza.
«Abbiamo trovato due biglietti per
Heathrow. Christian ci accompagna
all’aeroporto fra un’ora.»
«Allora potrei cercare un volo per
Atene e venire con voi. Non
dimenticarti di scrivermi la
traduzione dell’incisione, Maia»
dissi, e andai a cercare il mio
portatile.
Trovai un volo last minute per
Atene e feci i bagagli in fretta e
furia. Mentre controllavo nella
stanza per assicurarmi di avere preso
tutto, il mio sguardo si posò sul
flauto riposto nella sua custodia
sulla libreria. Era rimasto chiuso lì
per così tanto tempo… D’impulso,
pensando a Pa’ e a quello che mi
aveva scritto nella lettera, lo presi e
decisi di portarlo con me. Theo
aveva detto che gli sarebbe piaciuto
sentirmi suonare e forse, dopo un
po’ di pratica, l’avrei fatto. Poi scesi
di sotto a salutare Ma’.
Mi abbracciò forte, baciandomi.
«Prenditi cura di te, chérie, e torna a
trovarmi quando puoi.»
«Lo farò, Ma’, promesso» risposi.
Poi Maia e io andammo insieme al
molo.
«Buona fortuna per la gara» disse,
e mi consegnò una busta contenente
la traduzione della frase che Pa’
aveva scelto per me.
Le diedi un ultimo abbraccio e
salii sulla lancia dove CeCe e Star
mi aspettavano. Salutammo tutte
Maia con la mano mentre Christian
avviava il motore. In viaggio sul
lago, ripensai a Pa’ Salt che mi
diceva sempre di non guardarmi mai
indietro. Purtroppo ero certa che
l’avrei fatto, più e più volte,
ripensando a ciò che era stato e che
adesso non c’era più.
Andai a poppa, con la busta stretta
in mano. Sentivo che era giusto
leggere la frase di Pa’ mentre mi
trovavo ancora sul Lago di Ginevra,
dove lui e io avevamo trascorso in
barca molto tempo. Aprii la busta e
tirai fuori il foglio.
Nei momenti di debolezza, troverai
la tua più grande forza.

Mentre Atlantis si allontanava,


scomparendo dietro gli alberi,
implorai che le parole di Pa’ mi
pervadessero e mi aiutassero a
trovare il coraggio che mi sarebbe
servito per andare avanti.
7

Theo mi aveva scritto per dirmi che


sarebbe venuto a prendermi
all’aeroporto di Atene. Appena uscii
dalla zona arrivi, mi corse incontro
con aria ansiosa e mi prese tra le
braccia.
«Tesoro, ero così preoccupato per
te. Come stai? Sarai sconvolta… e
sei anche dimagrita» aggiunse,
toccandomi.
«Sto bene» gli dissi con fermezza,
respirando il suo delizioso,
rassicurante profumo. Prese il mio
bagaglio e uscimmo all’aperto, nel
soffocante caldo di Atene a luglio.
Salimmo su un taxi, con i sedili di
pelle appiccicosi e una puzza di
tabacco stantio, e ci dirigemmo
verso un albergo nella zona del
porto di Faliro, da dove avrebbe
avuto inizio la regata delle Cicladi.
«Non sto scherzando: se non te la
senti, possiamo farcela anche senza
di te» disse Theo mentre
percorrevamo le vie cittadine.
«Non so se prenderlo come un
complimento o un’offesa» ribattei.
«Senz’altro un complimento, visto
che sei parte integrante
dell’equipaggio. Ma ti amo e non
voglio che ti senta sotto pressione.»
Ti amo. Ogni volta che
pronunciava queste parole con
naturalezza avvertivo un fremito
dentro. E ora era qui, accanto a me,
che mi teneva la mano. Anch’io lo
amavo perché con me era sincero,
onesto, leale. Come mi aveva detto
durante quei meravigliosi giorni sul
Neptune, prima che venissi a
conoscenza della morte di Pa’ Salt,
se gli avessi spezzato il cuore,
avrebbe semplicemente dovuto
trovarsene un altro.
«So che è quello che Pa’ avrebbe
voluto che facessi, che tornassi su
una barca e ricominciassi con la mia
vita, senza starmene con le mani in
mano a compatirmi. E, ovviamente,
avrebbe voluto che vincessi la
regata.»
«Ally» disse Theo stringendomi
forte la mano. «Vinceremo per lui,
promesso.»
Il mattino successivo, quando salii a
bordo dell’Hanse 540 insieme al
resto dell’equipaggio per gli ultimi
giorni di allenamento, tutti
sembravano avere una gran voglia di
vincere. E mi commosse il fatto che
ognuno di loro cercasse di rendermi
la vita il più semplice possibile.
Quella delle Cicladi non era difficile
come le altre regate cui avevo
partecipato: durava otto giorni in
tutto, ma con una sosta di
ventiquattro ore e un giorno di
riposo su ogni isola che avremmo
toccato.
Theo notò che avevo con me il
flauto. «Perché non lo porti a bordo?
Potrai suonare qualcosa per darci la
carica» suggerì.
Mentre solcavamo l’acqua, al
tramonto della nostra prima giornata
di gara, mi portai lo strumento alle
labbra e sorrisi a Theo prima di
lanciarmi in una versione
improvvisata della Fantasia su un
tema di Thomas Tallis, un pezzo
reso celebre dal film Master and
Commander. Theo mi sorrise dal
timone, apprezzando in silenzio la
mia allusione mentre facevamo vela
verso la baia di Milos. I ragazzi mi
applaudirono ed ebbi la sensazione
di aver contribuito con un piccolo
omaggio alla memoria di Pa’ Salt.
Vincemmo la prima tappa, mentre
arrivammo terzi nella seconda e
secondi nella terza. Eravamo primi a
pari merito con un equipaggio greco.
La penultima sera della gara
eravamo nel porto di Finikas, a Siro,
un’idilliaca isoletta i cui abitanti
avevano organizzato una festa per
tutti gli equipaggi. Dopo cena Theo
tenne un discorso.
«Signori e signora, mi rendo conto
di essere un guastafeste, ma il vostro
skipper vi ordina di andare a
dormire presto, stasera. Mentre gli
avversari» e indicò con un cenno del
mento i membri dell’equipaggio
greco, già mezzi ubriachi e intenti a
ballare il sirtaki accompagnati dal
bouzouki «fanno festa, noi ci faremo
un bel sonno e ci sveglieremo
freschi, domattina, pronti a colpire.
D’accordo?»
Anche se di malavoglia, tutti
tornarono coscienziosamente alla
barca e si ritirarono nelle rispettive
cabine.
Vista la convivenza ravvicinata
con il resto dell’equipaggio, Theo e
io avevamo sviluppato un
escamotage per ritagliarci, durante
la notte, qualche momento insieme
senza destare sospetti. In quanto
unica donna, avevo il mio cubicolo
personale a prua, mentre Theo
dormiva su una panca in cambusa.
Aspettavo di sentire gli altri
utilizzare il minuscolo bagno, poi,
quando calava il silenzio, scivolavo
di sopra nel buio, dove una mano
calda mi tirava a sé. Ci coccolavamo
per cinque minuti, con i sensi in
allerta come due adolescenti che
temevano di essere beccati dai
genitori. Poi, per crearci un alibi se
per caso qualcuno mi avesse sentita
aggirarmi per la barca, tornavo in
cambusa e aprivo il frigo per
prendere una bottiglia d’acqua prima
di tornare nella mia cabina e
chiudere rumorosamente la porta.
Eravamo convinti di aver eseguito la
pantomima alla perfezione e che
nessuno dell’equipaggio sospettasse
quello che c’era tra noi. Nella notte
prima dell’ultimo giorno di gara,
sentii che mi baciava con ancora più
passione.
«Spero tu sia pronta a passare
almeno ventiquattro ore a letto con
me per compensare tutta la
frustrazione che ho accumulato in
questi giorni» gemette Theo.
«Certo, capitano, certo. Quello che
vuoi. Ma non è giusto che lo skipper
ordini all’equipaggio di andare a
letto presto per poi disobbedire ai
suoi stessi ordini» gli sussurrai
all’orecchio, togliendogli la mano
dal mio seno.
«Hai ragione, come sempre. Allora
vai, mia Giulietta, allontanati dalla
mia vista o, quanto è vero Dio, non
riuscirò a trattenere la lussuria che
mi attanaglia.»
Ridacchiando, lo baciai un’ultima
volta e mi liberai del suo abbraccio.
«Ti amo, tesoro. Dormi bene.»
«E io amo te» gli risposi.

Ancora una volta, la disciplina


imposta da Theo pagò. Nell’ultima
tappa restammo testa a testa con i
greci per un po’, ma alla fine
tagliammo il traguardo a
Vouliagmeni cinque minuti buoni
prima di loro. Theo commentò
trionfante che doveva essere stato
l’ouzo a rallentarli. Alla cerimonia
di chiusura, i ragazzi mi misero sulla
testa la coroncina d’alloro riservata
ai vincitori, tra i flash delle
macchine fotografiche e lo
champagne che ci spruzzammo
addosso a vicenda. Mi passarono
una bottiglia e io la sollevai verso il
cielo, dedicando quella vittoria a Pa’
Salt e gridando un appassionato “Mi
manchi” verso le nuvole.
Dopo cena, Theo mi prese la mano
e mi fece alzare.
«Per prima cosa un brindisi a Ally.
E date le circostanze, credo che tutti
possiamo concordare sul fatto che
sia stata fantastica.»
I ragazzi brindarono e mi ritrovai
con le lacrime agli occhi di fronte a
tanto calore.
«Seconda cosa, vorrei che tutti voi
prendeste in considerazione l’idea di
gareggiare con me alla Fastnet in
agosto. Farò fare alla Tigress il suo
viaggio inaugurale. Alcuni di voi ne
avranno già sentito parlare: è un tipo
di barca appena messo in mare. Io
l’ho vista, e sono certo che potrà
portarci a un’altra vittoria. Che ne
dite?»
«La Tigress?» esclamò Rob con
entusiasmo. «Io ci sto!»
Gli altri lo seguirono a ruota.
«Vale anche per me?» gli chiesi
piano.
«Di certo, Ally.»
E a queste parole, Theo si voltò,
mi abbracciò e mi baciò forte sulle
labbra.
La cosa scatenò un altro giro di
brindisi e io mi staccai da lui rossa
fino alla punta dei capelli.
«E l’ultimo annuncio è che io e
Ally siamo una coppia, perciò, se
qualcuno di voi ha qualche problema
al riguardo, me lo faccia sapere,
d’accordo?»
I ragazzi alzarono gli occhi al
cielo, con aria annoiata. «È storia
vecchia» commentò Rob sospirando.
«Già, che vuoi che sia?» fece Guy.
Li guardammo entrambi sbigottiti.
«Lo sapevate?» chiese Theo.
«Chiedo scusa, skipper, ma
abbiamo vissuto stretti come sardine
per giorni, e dato che nessuno di noi
ha ancora avuto il piacere di toccare
il didietro di Al senza pagarla cara o
di ricevere un bacio della
buonanotte, non ci voleva un genio
per fare due più due» disse Rob. «Lo
sappiamo da una vita. Chiedo di
nuovo scusa.»
«Oh…» fu tutto quello che Theo
riuscì a dire. Mi strinse ancora più
forte a sé.
«Prendetevi una stanza!» gridò
Guy, mentre gli altri si lasciavano
andare a commenti osceni.
Theo mi baciò di nuovo e io avrei
voluto sprofondare per l’imbarazzo.
Mi resi conto che l’amore può farti
davvero perdere la testa.
Perciò ci “prendemmo una
stanza”, una camera d’albergo a
Vouliagmeni. Theo mantenne la
promessa e per ventiquattro ore ci
tenemmo più che occupati. Sdraiati
a letto, parlammo dei piani per la
regata Fastnet e per il futuro.
«Allora, ti unirai a me sulla
Tigress?»
«A questo punto, sì. Normalmente
sarei partita con Pa’ Salt e qualcuna
delle mie sorelle per la nostra
vacanza annuale sul Titan, in
agosto…» Con un groppo alla gola
continuai: «A settembre, se supero
l’ultimo provino, dovrò allenarmi
con la Svizzera per le olimpiadi di
Pechino».
«Ci sarò anch’io, con gli Stati
Uniti.»
«Sono certa che ci darete del filo
da torcere, ma non posso lasciarti
vincere» scherzai.
«Be’, grazie, molto gentile. Spero
di essere all’altezza.» Theo si esibì
in un inchino. «Che fai nei prossimi
giorni? Io mi prenderò quella che
vorrei considerare una meritata
vacanza nella casa estiva dei miei. È
a poche ore di navigazione da qui.
Poi, ovviamente, partirò per l’isola
di Wight per prepararmi alla Fastnet.
Verrai con me?»
«In vacanza o alla Fastnet?»
«Entrambe. E, tornando seri per un
secondo, anche se sei una velista
esperta, la Fastnet è un’altra cosa. Vi
ho partecipato due anni fa, e per
poco non abbiamo perso un uomo
virando attorno a uno scoglio. Matt è
stato letteralmente scagliato via
dalla barca. È pericolosa e,» Theo
sospirò «a essere sincero, sto
cominciando a domandarmi se sia
stata una buona idea averti chiesto di
unirti all’equipaggio.»
«Perché? Perché sono una
donna?»
«Per l’amor di Dio, Ally, smettila
con questa storia! Certo che non è
per questo. È perché ti amo e non
potrei farmene una ragione se
dovesse capitarti qualcosa.
Comunque, ne riparliamo nei
prossimi giorni, okay? Meglio se
davanti a un drink sulla terrazza con
vista mare. Domattina devo riportare
l’Hanse 540 al proprietario, giù al
porto. Ho lasciato lì il Neptune,
perciò possiamo partire subito. Che
ne dici?»
«In realtà, stavo pensando di
tornare a casa» dissi. «Per stare un
po’ con Ma’ e Maia.»
«Capisco benissimo. Anche se mi
piacerebbe che venissi con me. So di
essere egoista, ma l’anno che ci
aspetta sarà impegnativo per
entrambi.»
«Vorrei venire, davvero, ma prima
devo chiamare Ma’ e assicurarmi
che vada tutto bene. Poi vedrò cosa
fare.»
«Perché non le telefoni ora, mentre
io faccio una doccia?» Theo mi
baciò sulla testa, poi scese dal letto e
si diresse in bagno.
Quando la chiamai, Ma’ mi
assicurò che ad Atlantis andava tutto
bene e che non c’era assolutamente
bisogno che tornassi. «Prenditi una
vacanza, chérie. Anche Maia ha
deciso di stare via per un po’, perciò
non la troveresti comunque.»
«Davvero? Sono sbalordita»
commentai. «Ma sei sicura che non
ti sentirai sola? Prometto che
stavolta terrò il cellulare sempre
acceso, se dovessi avere bisogno di
me.»
«Sto bene e non avrò bisogno di
disturbarti, chérie» rispose stoica.
«Ormai il peggio è già passato.»
Chiusi la comunicazione e mi
sentii improvvisamente giù, come
mi capitava ogni volta che mi
ritrovavo a pensare a Pa’ che non era
più tra noi. Ma Ma’ aveva ragione.
L’irreparabile si era già verificato e
per una volta avrei tanto voluto
credere in qualcosa che mi aiutasse a
fare i conti con la perdita di una
persona cara. Anche se in passato
non la pensavo così, adesso capivo
che i rituali religiosi esistevano, fin
dai tempi più remoti, proprio per
aiutare gli esseri umani nei momenti
più cupi.
Il mattino seguente, Theo e io
lasciammo l’albergo e ci dirigemmo
al porto.
Dopo aver festeggiato la vittoria
con un drink a bordo dell’Hanse 540
insieme al proprietario, che era
entusiasta e già parlava a Theo di
future regate, percorremmo le vie
del porto e salimmo a bordo del
Neptune. Prima di spiegare le vele,
Theo impostò la rotta sul sistema di
navigazione. Si rifiutò di dirmi dove
eravamo diretti e, mentre portava la
barca fuori dal porto di
Vouliagmeni, in mare aperto, mi
tenni impegnata sistemando birra,
acqua e vino nel frigorifero.
Pur cercando di concentrarmi sulla
bellezza del paesaggio marino,
mentre navigavamo sulle placide
acque dell’Egeo, le emozioni che
avevo provato durante il mio primo
viaggio a bordo del Neptune
continuavano a tormentarmi. Mi
ritrovai a pensare che tra Pa’ Salt e il
mio attuale compagno c’erano molte
somiglianze: a entrambi piacevano i
misteri ed entrambi adoravano avere
il controllo della situazione.
Proprio mentre mi chiedevo se non
mi fossi innamorata di una figura
paterna, sentii il Neptune rallentare e
l’àncora che veniva gettata. Quando
Theo venne sul ponte accanto a me,
decisi di non parlargli di quello cui
avevo pensato durante il viaggio.
Vista la sua ossessione ad analizzare
ogni cosa, temevo che non l’avrebbe
finita più.
Bevendo birra e mangiando
un’insalata di feta e olive, raccontai
a Theo della sfera armillare, delle
incisioni e delle coordinate. E infine
della lettera che mi aveva lasciato
Pa’ Salt.
«Be’, aveva preparato tutto nei
minimi dettagli. Deve averci messo
un bel po’.»
«Oh, sì, era quel tipo di persona.
Con lui tutto era sempre organizzato
alla perfezione.»
«Il mio uomo ideale» ammise
Theo, confermando le mie recenti
ipotesi. «Anch’io ho già fatto
testamento e ho lasciato istruzioni
scritte per il mio funerale.»
«Non dirlo» feci, stringendomi
nelle spalle.
«Be’, Ally, i marinai conducono
una vita avventurosa e, sì,
insomma… non si sa mai.»
«Comunque, sono sicura che a Pa’
saresti piaciuto parecchio.» Guardai
l’orologio e cambiai argomento.
«Non dovremmo ripartire, ovunque
siamo diretti?»
«Sì. Voglio arrivare all’ora
perfetta.» Theo fece un sorriso
furbo. «Nuotata?»
Tre ore dopo, quando il sole
tramontò alle spalle di un’isoletta,
colorando il mare e le case bianche
lungo la costa di un caldo arancione,
capii come mai aveva voluto
aspettare.
«Vedi? Non è perfetto?» sussurrò
Theo, che teneva una mano sul
timone e un braccio intorno alle mie
spalle mentre guidava nella piccola
baia.
«Sì» concordai. Studiai il modo in
cui i raggi del sole al tramonto
penetravano tra le nubi, somigliando
a un tuorlo d’uovo che si espande
lentamente dopo essere stato rotto.
«Pa’ diceva sempre che i tramonti
greci erano i più belli del mondo.»
«Anche questa è una cosa su cui
saremmo stati d’accordo.» Theo mi
baciò teneramente sul collo.
Viste le mie considerazioni di poco
prima, decisi che per tutta la durata
della vacanza mi sarei astenuta dal
riferire quello che piaceva o non
piaceva a Pa’ Salt.
«Adesso mi dici dove siamo?»
chiesi mentre approdavamo e un
ragazzetto correva ad afferrare la
cima che gli avevo lanciato per
ormeggiare la barca.
«È così importante? Lo scoprirai a
tempo debito. Per adesso,
chiamiamolo semplicemente
“Altrove”.»
Mi aspettavo di dover trasportare i
bagagli su per la ripida salita, perciò
rimasi sorpresa quando Theo mi
disse di lasciare tutto sulla barca.
Dopo aver chiuso bene la cabina,
sbarcammo e Theo diede qualche
euro al ragazzino. Poi mi prese per
mano e mi condusse attraverso il
porto, verso una fila di ciclomotori.
Si frugò nelle tasche alla ricerca di
una chiave e cominciò ad
armeggiare con un lucchetto che,
una volta aperto, liberò la massa di
pesanti catene legate attorno a uno
dei motorini.
«I greci sono un popolo splendido,
ma l’economia al momento è messa
male, perciò è meglio prendere
qualche precauzione. Non vorrei mai
arrivare qui e trovare il motorino
senza le ruote. Sali a bordo» mi
disse, e io obbedii con riluttanza e
con il cuore in subbuglio.
Odiavo i motorini. Durante il mio
anno sabbatico avevo seguito il
consiglio di Pa’ Salt ed ero andata in
giro per il mondo con due amiche,
Marielle ed Hélène. Eravamo partite
dall’Estremo Oriente visitando
Thailandia, Cambogia e Vietnam.
Sulla strada di ritorno in Europa,
dove mi ero trovata un lavoro come
cameriera per l’estate sull’isola di
Citno, avevamo visitato la Turchia
noleggiando tre motorini. Nel
tragitto dall’aeroporto di Bodrum a
Kalkan, Marielle aveva valutato
male una curva pericolosa ed era
uscita di strada.
Avevamo ritrovato il suo corpo,
apparentemente senza vita, tra i
cespugli sul fianco della collina, ed
eravamo rimaste per ore sul bordo
della strada ad aspettare che
passasse qualcuno. Un’esperienza
che non avrei mai dimenticato.
Alla fine, visto che non passava
nessuno, avevo preso il cellulare per
chiamare l’unica persona che ero
certa avrebbe saputo cosa fare.
Avevo spiegato a Pa’ Salt dove ci
trovavamo e cos’era successo, e lui
mi aveva rassicurata dicendomi che
gli aiuti sarebbero arrivati presto.
Una mezz’ora più tardi – ma mi
sembrò un’attesa interminabile – era
atterrato un elicottero con un
paramedico a bordo. Ci avevano
trasportate tutte e tre in un ospedale
di Dalaman. Marielle aveva il
bacino e tre costole rotti, e un
trauma alla testa che le causa ancora
oggi forti nevralgie.
Ora, seduta dietro a Theo sul
motorino, lo stomaco mi faceva i
salti mortali per la paura. Non mi
ero più avvicinata a uno di quei
“cosi” dall’incidente di Marielle.
«Ci sei?» mi chiese.
«Ci sono» borbottai, stringendogli
le braccia intorno alla vita come una
morsa. Partimmo e ci inoltrammo
nelle strette stradine di “Altrove”.
Decisi che, se Theo avesse guidato
come quei pazzi che vogliono far
colpo sulle ragazze, gli avrei
ordinato di fermarsi e sarei scesa
all’istante. Non lo fece, ovviamente,
ma tenni comunque gli occhi chiusi
per tutto il tempo. Ci lasciammo il
porto alle spalle e ci inerpicammo su
per un ripido sterrato. Alla fine,
dopo quella che a me sembrò
un’eternità, ma che in realtà saranno
stati quindici minuti scarsi, lo sentii
frenare. Theo mise un piede a terra e
spense il motore.
«Okay, ci siamo.»
«Bene.»
Aprii gli occhi, tremando di
sollievo, e scesi con cautela.
«Non è bellissimo?» fece Theo.
«La vista che si gode salendo è
spettacolare, ma da quassù è ancora
meglio.»
Avevo tenuto gli occhi ben chiusi
per tutto il tragitto e non avevo idea
di che vista ci fosse. Mi prese la
mano e mi accompagnò attraverso
un prato di erba secca e dura; degli
olivi antichi punteggiavano le
colline sotto di noi. Il dirupo
scendeva a picco nel mare. Annuii
per fargli capire che la vista era
davvero notevole.
«Dove andiamo?» gli chiesi.
Continuava a inoltrarsi nell’uliveto.
Non vedevo costruzioni di fronte a
noi, solo un vecchio fienile, dove
probabilmente tenevano le capre.
«Laggiù.» Indicò proprio il fienile
e si voltò. «Casa dolce casa. Non è
magnifica?»
«È… be’…»
«Ally, sei pallida. Ti senti bene?»
«Sì» lo rassicurai. Finalmente
arrivammo al fienile e mi chiesi chi
di noi due fosse impazzito. Se era
davvero questa la sua “casa” allora
sarei tornata subito a valle, anche se
avessi dovuto ripercorrere a piedi e
al buio ogni metro. Mai e poi mai
avrei dormito lì dentro.
«So che sembra una baracca, ma
l’ho comprata da poco e volevo che
tu fossi la prima a vederla,
soprattutto al tramonto. Ci sono
molti lavori da fare e qui i piani
regolatori sono piuttosto rigidi.»
Aprì la porta malmessa ed
entrammo. Da un enorme buco nel
tetto riuscivo a vedere le prime stelle
che spuntavano in cielo. C’era una
gran puzza di capra e il mio stomaco
già sottosopra si contorse ancora di
più.
«Che ne pensi?» mi chiese.
«Penso che la vista sia magnifica.»
Rimasi ad ascoltare Theo che mi
spiegava che avrebbe assunto un
architetto e ricavato la cucina
proprio dove eravamo, un bel
soggiorno dall’altra parte e un
terrazzo che dava sul mare. Scossi la
testa, impotente, e uscii all’aperto,
incapace di sopportare oltre il tanfo
di capra. Corsi sul terreno riarso e
riuscii a girare l’angolo appena in
tempo per vomitare sull’erba.
«Ally, che succede? Stai di nuovo
male?»
Theo mi fu subito accanto.
«No, davvero, sto bene, è solo… è
che…»
Mi sedetti sull’erba e scoppiai a
piangere come una bambina. Gli
raccontai dell’incidente con il
motorino e gli dissi che mi mancava
moltissimo mio padre e che mi
dispiaceva farmi vedere di nuovo
così sconvolta.
«Ally, sei tu che devi perdonarmi.
È colpa mia. Sarai esausta per la
corsa e per il trauma della perdita di
tuo padre. È che sembri una persona
così forte che nemmeno io, quello
che si dà tante arie di saper capire le
persone, me ne sono accorto. Ora
telefono a un amico e gli chiedo di
venire a prenderci in macchina.»
Troppo stanca per discutere, rimasi
seduta sull’erba e guardai Theo che
telefonava. Il sole stava per essere
inghiottito dal mare sotto di noi e,
mentre piano piano mi calmavo,
decisi che Theo aveva ragione. La
vista era sbalorditiva.
Dieci minuti più tardi mi trovavo a
bordo di una vecchia Volvo, guidata
da un uomo altrettanto vecchio che
Theo mi aveva presentato come
Kreon. L’auto percorse la discesa
mentre Theo seguiva in motorino. A
metà strada svoltò a destra e seguì
un’altra stradina sterrata, che
sembrava condurre nel nulla più
assoluto. Ma stavolta, appena
raggiunta la fine della strada, vidi le
accoglienti luci di una bellissima
casa appollaiata su di una scogliera.
«Fai come se fossi a casa tua,
tesoro» disse Theo, facendomi
entrare in un ampio atrio. Comparve
una donna di mezza età, dagli occhi
scuri, che lo abbracciò con calore
mormorando qualche saluto in
greco. «Irene è la nostra
governante» spiegò. «Ti farà vedere
la tua stanza e ti preparerà un bagno.
Io vado giù al porto con Kreon a
prendere le nostre borse sulla
barca.»
Avevano sistemato la vasca su un
terrazzo ricavato, come il resto della
casa, nelle rocce frastagliate che si
gettavano a strapiombo sul mare.
Dopo essermi goduta quel lussuoso
bagno immersa nella schiuma, uscii
dalla vasca ed entrai nella
meravigliosa camera da letto. Poi
andai a esplorare la casa e mi
ritrovai in un soggiorno ammobiliato
con ottimo gusto, che dava su
un’altra terrazza, enorme, da cui si
godeva una vista spettacolare. C’era
una piscina molto grande, perfetta
per un nuotatore professionista.
Decisi che questa casa era un po’
come Atlantis, ma sospesa nell’aria.
Poco dopo, avvolta in una morbida
vestaglia di cotone che avevo
trovato sul letto, mi sedetti su una
delle poltrone in terrazza. Comparve
Irene con due bicchieri e una
bottiglia di vino bianco in un
secchiello col ghiaccio.
«Grazie.»
Sorseggiai il vino mentre vagavo
con lo sguardo nell’oscurità piena di
stelle, apprezzando quel lusso dopo
giorni e giorni di vita in barca. Ora
sapevo anche che Theo, con me ad
Atlantis, si sarebbe trovato
completamente a proprio agio. Mi
era capitato spesso, quando portavo
a casa delle amiche o le invitavo a
fare un giro sul Titan, di notare una
certa invidia per il nostro tenore di
vita. Quando in seguito le rivedevo,
percepivo una sorta di astio nei miei
confronti e l’amicizia non era più la
stessa.
Per fortuna, con Theo non ci
sarebbero stati di questi problemi.
Era evidente che la sua famiglia se
la passava bene quanto la mia.
Sorrisi al pensiero che tutti e due
avevamo trascorso almeno tre quarti
della vita sdraiati su dure panche in
cabine soffocanti, e ci sentivamo
sempre fortunati quando dalla
doccia usciva a malapena un filo
d’acqua, calda o fredda che fosse.
Sentii una mano sulla spalla e un
bacio sul collo.
«Ciao, amore. Ti senti meglio?»
«Sì, molto, grazie. Non c’è nulla
come un bagno caldo dopo qualche
giorno di navigazione.»
«Già…» disse Theo versandosi un
bicchiere di vino e sedendosi davanti
a me. «Ora vado a farmene uno
anch’io. Scusa ancora, Ally. So che
quando ho in mente una cosa riesco
a essere piuttosto egoista. È solo che
desideravo tanto mostrarti la mia
nuova casa.»
«Nessun problema, davvero. Sono
certa che quando avrai finito i lavori
sarà splendida.»
«Non come questa, ovviamente,
ma almeno sarà mia. E a volte»
disse facendo spallucce «è ciò che
conta, vero?»
«A essere sincera non ho mai
pensato ad avere una casa tutta per
me. Sono sempre in mare a fare
regate, e comprarmi una casa
quando ho Atlantis a disposizione,
mi sembra abbastanza inutile. Per
non parlare del fatto che noi marinai
guadagniamo così poco che non
potrei permettermi granché.»
«Per questo ho comprato un
fienile» disse Theo. «Ma in effetti è
inutile negare che tutti e due
abbiamo sempre avuto una robusta
rete a proteggerci dalle cadute.
Sinceramente, preferirei morire di
fame piuttosto che chiedere soldi a
mio padre. I privilegi hanno un
prezzo, non credi?»
«Forse sì, ma dubito che qualcuno
proverebbe pietà per noi.»
«Non dico che meritiamo
compassione, Ally, ma non penso
che i soldi siano in grado di risolvere
tutti i problemi, nonostante tutti
credano il contrario. Prendi mio
padre, per esempio. Ha inventato un
chip per computer che lo ha reso
milionario a trentacinque anni, l’età
che ho io adesso. Quando ero
piccolo adorava dirmi quanto avesse
lottato, da giovane, e che dovevo
capire quanto fossi fortunato. Certo,
la sua esperienza non era e non è la
mia, perché io sono cresciuto nella
ricchezza. È come un circolo
vizioso: mio padre non aveva nulla e
ha saputo fare della sua vita ciò che
voleva, mentre si può dire che io ho
avuto tutto, e di questo mi sentivo in
colpa. Perciò ho passato la vita a
cercare di cavarmela senza il suo
aiuto, sempre in bolletta e con la
sensazione di non essere all’altezza
delle sue aspettative. È stato così
anche per te?» mi chiese.
«No, anche se ci ha insegnato il
valore del denaro. Pa’ Salt diceva
sempre che eravamo nate per essere
noi stesse e che potevamo solo
sforzarci di vivere al meglio delle
nostre possibilità. Ho sempre
pensato che fosse molto fiero di me,
specialmente per i miei risultati nella
vela, proprio perché era una
passione che avevamo in comune.
Anche se nella lettera che mi ha
lasciato ha detto una cosa molto
strana. Ha dedotto che non avessi
proseguito la carriera di musicista
solo perché volevo compiacerlo
diventando una marinaia di
professione.»
«Ed è vero?»
«Non proprio. Adoravo fare
entrambe le cose, ma mi si è
presentata l’opportunità di navigare
e io l’ho colta. Succede così, no?»
«Già» concordò Theo. «Io invece
ho preso da entrambi i miei genitori.
Ho ereditato la passione di mio
padre per la tecnica e l’amore di mia
madre per la navigazione.»
«Io sono stata adottata e non so da
chi ho ereditato i miei geni. Mi
hanno cresciuto secondo cultura,
non secondo natura.»
«Allora non credi che varrebbe la
pena scoprire se i tuoi geni hanno
avuto un ruolo nella tua vita, finora?
Un giorno potresti seguire gli indizi
che ti ha lasciato tuo padre per
scoprire da dove vieni. Sarebbe uno
straordinario studio antropologico.»
«Ne sono sicura» dissi, soffocando
uno sbadiglio. «Ma adesso sono
troppo stanca per pensarci. E tu
puzzi di capra. Su, vai a farti un bel
bagno.»
«Hai ragione. Dirò a Irene di
servire la cena; sarò di ritorno tra
una decina di minuti.» Mi baciò sul
naso e rientrò in casa.
8

Dopo gli slanci di passione che


avevano caratterizzato gli albori
della nostra relazione, in quei giorni
di ozio ad “Altrove”, Theo e io
iniziammo a prenderci del tempo per
conoscerci meglio. Mi ritrovai a
confidargli delle cose che non avevo
mai detto a nessun altro. Per
chiunque sarebbero stati solo
dettagli insignificanti, ma per me
avevano un grande valore.
L’attenzione di Theo non vacillò
mai, i suoi occhi verdi restavano
sempre puntati su di me e mi
guardavano intensamente. Riuscì a
farmi sentire più amata di quanto
non mi fossi mai sentita in vita mia.
Si dimostrò particolarmente
interessato a Pa’ Salt e alle mie
sorelle; aveva soprannominato
Atlantis “l’orfanotrofio di lusso”.
Un mattino, l’aria era così
immobile che credevamo
preannunciasse una tempesta. Theo
venne a sdraiarsi accanto a me sul
lettino all’ombra, su un lato della
terrazza.
«Dove sei stato?» gli chiesi.
«Ho avuto una noiosissima
conversazione in videoconferenza
con il nostro sponsor per la Fastnet,
il team manager e il proprietario
della Tigress. E mentre loro
discutevano di semantica, io mi sono
messo a scarabocchiare.»
«Ah sì?»
«Già. Hai mai provato, da piccola,
ad anagrammare il tuo nome
scrivendolo al contrario? Il mio
risultava veramente ridicolo» disse
con un sorriso. «“Oeht”.»
«Certo che ci ho provato, e il mio
è altrettanto stupido. “Ylla”.»
«Hai mai anagrammato il tuo
cognome?»
«No» risposi, chiedendomi dove
volesse andare a parare.
«Okay. Be’, a me piace
giocherellare con le parole e poco fa,
mentre mi annoiavo a morte, ho
anagrammato il tuo.»
«Ah sì?»
«Dunque, so che sono un
rompipalle che adora i misteri, ma
ho qualche nozione di mitologia
greca, avendo studiato letteratura
classica a Oxford; e poi vivo in
questo Paese da quando ero un
bambino» spiegò Theo. «Posso
mostrarti cosa ho scoperto?»
«Se proprio insisti» dissi.
Mi allungò un foglio con alcune
parole scribacchiate sopra. «Vedi
cosa diventa D’Aplièse?»
«Pleiades.»
Ripetei la parola che aveva scritto
sotto il mio cognome.
«Già. E questo nome ti dice
nulla?»
«Suona familiare, in effetti»
concessi con riluttanza.
«È il nome latino della
costellazione con le Sette Sorelle.»
«E allora? Dove vuoi arrivare?» lo
guardai sulla difensiva.
«Dico solo che è una bella
coincidenza che tu e le tue sorelle vi
chiamiate come sette, o dovrei dire
sei» si corresse Theo «stelle, e che il
vostro cognome sia un anagramma
della costellazione, le Pleiadi. Era
anche il cognome di vostro padre?»
Sentii le guance andarmi a fuoco
mentre frugavo nella memoria per
ricordarmi se avevo mai sentito
qualcuno chiamare Pa’ “signor
D’Aplièse”. I domestici e
l’equipaggio del Titan lo
chiamavano “signore”, mentre
Marina si riferiva a lui usando “Pa’
Salt”, come noi ragazze, o “vostro
padre”. Cercai di ricordarmi se
avevo mai visto un cognome scritto
su una sua lettera, ma mi venivano
in mente solo buste e pacchi che
recavano la ragione sociale di una
delle tante aziende di papà.
«Probabilmente» risposi alla fine.
«Scusami, Ally.» Theo aveva
notato il mio disagio. «Stavo solo
cercando di capire se si è inventato
un cognome per voi ragazze o se era
anche il suo. Comunque, tanti
cambiano il proprio cognome. Il tuo
nome è “Alcyone Pleiades”. E per
quanto riguarda il soprannome “Pa’
Salt”, io…»
«Basta così, Theo!»
«Perdonami, è che la cosa mi
affascina molto. Sono convinto che
tuo padre nascondesse ben più di
quanto immagini.»
Mi scusai e rientrai in casa. Mi
sentivo a disagio, perché solo
giocando con delle lettere, Theo
aveva scoperto un particolare che
riguardava la mia famiglia, mentre
io e le mie sorelle per tutto questo
tempo non l’avevamo mai notato. O
se qualcuna di loro l’aveva fatto,
non ne aveva mai fatto parola con le
altre.
Quando tornai sul terrazzo, Theo
non fece più alcun accenno alla
cosa. A pranzo mi parlò ancora dei
suoi genitori e del loro caotico
divorzio. Lui era stato costretto a
fare la spola tra sua madre, in
Inghilterra, e suo padre, con cui
trascorreva le vacanze in America.
Com’era tipico di Theo, raccontò
quella storia con freddezza, come se
non avesse nulla a che fare con lui,
ma sentivo che nascondeva in quel
modo la tensione; probabilmente era
arrabbiato. Ebbi la percezione che
Theo non avesse mai concesso una
possibilità a suo padre per via della
lealtà che provava verso la madre.
Tuttavia, non ero ancora abbastanza
sicura per affermarlo, anche se
sapevo che prima o poi l’avrei fatto.
A letto, quella notte, ancora scossa
per la rivelazione circa il mio
cognome, non riuscivo a dormire. Se
era davvero un anagramma
inventato da Pa’ per via della sua
ossessione per le stelle e il mito
delle Sette Sorelle, allora chi
eravamo davvero?
E, cosa più importante, chi era lui?
La drammatica verità era che
adesso non avrei più potuto
scoprirlo.
Il giorno dopo presi in prestito il
portatile di Theo e cercai su Internet
le Sette Sorelle delle Pleiadi. Pa’ ci
aveva parlato di quelle stelle, e
Maia, soprattutto, aveva trascorso un
sacco di tempo con lui
nell’osservatorio in una delle torri di
Atlantis; a me, invece, la cosa non
era mai interessata più di tanto. Ciò
che Pa’ mi aveva detto riguardo le
stelle quando eravamo insieme in
navigazione, erano più che altro
informazioni tecniche. Mi aveva
sempre mostrato come orientarsi in
mare con gli astri e mi aveva
rivelato che le Sette Sorelle erano
state una guida per i marinai da
migliaia di anni. Alla fine chiusi il
computer, pensando che qualsiasi
motivo avesse avuto Pa’ per
chiamarci così, altro non era che un
ulteriore mistero, e che non avrei
mai potuto risolverlo. E cercare di
svelarlo mi avrebbe solo messa
ancor più a disagio.
Riferii tutto questo a Theo, a
pranzo, e lui si disse d’accordo.
«Ti chiedo scusa, Ally, davvero.
Non avrei mai dovuto dirtelo.
Quello che conta è solo il presente e
il futuro. E chiunque fosse tuo
padre, tutto quello che mi interessa è
che abbia fatto una cosa eccellente,
ossia crescerti. Anche se ho scoperto
qualcos’altro e mi sto trattenendo
disperatamente per non dirtelo…»
Mi guardò con aria di supplica.
«Theo!»
«Okay, okay, non adesso» si
rassegnò.
E comunque – e forse era questo a
cui aveva puntato Theo fin
dall’inizio – quel pomeriggio tirai
fuori la lettera di Pa’ dal diario in cui
la tenevo e la rilessi. Forse, pensai,
un giorno avrei dovuto seguire gli
indizi che mi aveva lasciato e, se
non altro, cercare quel libro di cui
mi aveva parlato; l’avrei trovato su
uno degli scaffali nel suo studio ad
Atlantis…
Il nostro tempo insieme stava ormai
per giungere al termine e avevo la
sensazione che Theo fosse diventato
parte di me. Io stessa stentavo a
crederci. Tuttavia, anche se era
un’idea romantica, avevo davvero
l’impressione che fosse la mia anima
gemella. Con lui mi sentivo
completa.
Mi ero appena resa conto di
quanto fosse spaventosa questa mia
nuova situazione quando Theo, con i
suoi soliti modi pacati, cominciò a
discutere con me della necessità di
lasciare “Altrove” – ovvero l’isola di
Anafi, come avevo scoperto – e
tornare alla realtà.
«Per prima cosa devo andare a
trovare mia madre a Londra. Poi
andrò a prendere la Tigress a
Southampton e la porterò fino
all’isola di Wight. Devo abituarmi a
condurla. Tu che farai, cara?»
«Anch’io dovrei tornare a casa per
un po’» dissi. «Ma’ è stata
bravissima a farmi credere di stare
bene, ma senza Maia e senza Pa’,
sento che dovrei stare un po’ con
lei.»
«Okay. Ho cercato qualche volo.
Perché non salpiamo insieme con
Neptune per andare ad Atene, nel
fine settimana? Da lì potrai prendere
un volo per Ginevra. Ho guardato su
Internet e ce n’è uno all’ora di
pranzo, che è più o meno l’ora a cui
parte il mio volo per Londra.»
«Ottimo. Grazie» risposi in tono
brusco. All’improvviso mi sentivo
tremendamente vulnerabile,
spaventata all’idea di stare senza di
lui. Mi chiedevo cosa ci avrebbe
riservato il futuro, e chissà se ci
sarebbe stato, un futuro, dopo
“Altrove”.
«Ally, che c’è?»
«Niente. Oggi ho preso troppo
sole, è meglio che vada a dormire
presto.» Mi alzai e feci per
andarmene, ma lui mi prese la mano.
«La nostra conversazione non è
finita, perciò, ti prego, rimani.» Mi
fece sedere sulla poltrona e mi baciò
sulle labbra. «Dovremmo parlare di
ben altro che del nostro ritorno a
casa. Per esempio, della Fastnet. Ci
ho pensato un sacco da quando
siamo arrivati, e voglio darti un
consiglio.»
«Continua» dissi. Perfino io mi
resi conto di avere un tono già
contrariato. Non erano quelli i
discorsi che volevo sentire, in quel
momento.
«Desidero che tu venga ad
allenarti con l’equipaggio. Tuttavia,
se riterrò che le condizioni meteo
siano troppo pericolose per averti a
bordo durante la gara, o se inizierai
la gara ma riterrò opportuno che tu
torni a terra, voglio che mi prometta
che obbedirai.»
Con un certo sforzo, annuii.
«Certo, skipper.»
«Non fare la spiritosa, Ally, sono
serio. Te l’ho già detto, non riuscirei
a perdonarmi se ti succedesse
qualcosa.»
«Non dovrebbe essere una mia
decisione?»
«No. In quanto tuo skipper, oltre
che tuo amante, la decisione è mia.»
«Quindi a me non è permesso
impedire a te di scendere in mare, se
dovessi pensare che è troppo
pericoloso?»
«Certo che no!» Theo scosse la
testa. «Sono io che prendo le
decisioni. Nel bene e nel male.»
«E se fossi convinta che hai preso
una decisione sbagliata?»
«Allora me lo dirai e io ascolterò il
tuo parere, ma alla fine dei giochi,
sarò io a decidere.»
«Perché non posso farlo anch’io?
Non è giusto…»
«Ally, per favore, non essere
ridicola. E comunque, sono certo
che non succederà nulla di tutto ciò.
Sto solo cercando di dirti che dovrai
darmi ascolto, okay?»
«Okay» risposi accigliata. Era
quanto di più vicino a un litigio
avessimo mai avuto, e sul punto di
abbandonare questo posto idilliaco
detestavo l’idea di peggiorare
ulteriormente la situazione.
«E, cosa più importante,» vidi lo
sguardo di Theo addolcirsi mentre
allungava una mano verso di me e
mi accarezzava la guancia «non
dimentichiamoci che avremo un
sacco di tempo dopo la Fastnet.
Queste sono state le più belle
settimane della mia vita, nonostante
il tuo lutto. Ally, sai che le
smancerie non sono nel mio stile,
ma sarebbe bellissimo trovare il
modo per stare sempre insieme. Che
ne pensi?»
«Mi piacerebbe» borbottai,
incapace di passare in pochi secondi
dall’irritazione alla dolcezza. Mi
trattenni a malapena dal lanciare
un’occhiata ai fogli che Theo aveva
con sé per vedere se la voce “Parlare
del futuro con Ally” comparisse
nell’elenco delle cose da fare.
«Per quanto sembri una cosa
all’antica, so che non troverò mai
un’altra come te. E dato che nessuno
dei due è più un bambino, io dico
che non c’è tempo da perdere e che
ti sposerei anche domani. E tu?»
Lo guardai, cercando con difficoltà
di comprendere quello che mi stava
dicendo. «È una proposta di
matrimonio?!» esclamai.
«Suppongo di sì. Lo è. Quindi?»
«Be’, detto francamente, Theo,
non è proprio nello stile di Romeo e
Giulietta.»
«No, non lo è. Non sono molto
bravo in queste cose, come avrai
notato. Volevo solo togliermi questo
peso e cominciare a… vivere,
immagino. E mi piacerebbe davvero
farlo con te… cioè, sposarti» si
corresse.
«Non dobbiamo sposarci per
forza.»
«No, ma qui entrano in gioco i
valori tradizionali con cui sono
cresciuto. Voglio passare il resto
della mia vita con te, e perciò devo
farti una proposta formale. Mi
piacerebbe che diventassi la signora
Falys-Kings e poterti chiamare “mia
moglie”.»
«Potrei non volere il tuo cognome.
Un sacco di donne non prendono il
cognome del marito, oggi» ribattei.
«Vero, vero,» concordò con calma
«ma è molto più semplice, non
credi, condividere il nome? Anche
solo per il conto in banca… E ci
eviterebbe di fornire un sacco di
spiegazioni agli elettricisti e agli
idraulici e…»
«Theo?»
«Sì?»
«Per l’amor di Dio, stai zitto! Per
quanto a volte tu riesca a farmi
infuriare con il tuo pragmatismo,
prima che mi strappi una risposta
affermativa a forza di insistere, ti
dico sì, anch’io ti sposerei domani.»
«Lo faresti davvero?»
«Certo, lo farei.» Mi parve di
scorgere delle lacrime nei suoi
occhi. E la parte di me più simile a
lui si rese conto che anche gli esseri
umani più sfacciatamente sicuri di sé
diventano vulnerabili quando
credono che la persona amata
ricambi il loro amore. E di quanto ne
abbiano bisogno altrettanto
disperatamente. Mi avvicinai a lui e
lo abbracciai forte.
«Be’, non è meraviglioso?» disse
sorridendo e asciugandosi gli occhi
di nascosto.
«Considerando che schifo di
proposta è stata, direi di sì.»
«Bene. Che ne dici se domani, per
quanto sia una cosa vecchio stile,
andassimo a fare shopping, per
scegliere qualcosa che sancisca
questa promessa?»
«Intendi dire che diventeremo
“fidanzati”?» lo presi in giro.
«Anche se sembra una cosa uscita
da un romanzo della Austen, ne sarei
felice.»
«Grazie» disse; poi alzò lo sguardo
verso le stelle, scosse la testa e mi
guardò. «Non è un miracolo?»
«Che cosa?»
«Tutto. Ho trascorso trentacinque
anni della mia vita sentendomi
l’unica persona sulla Terra, poi
arrivi tu, dal nulla. E all’improvviso
lo capisco.»
«Capisci cosa?»
Scosse la testa e fece spallucce.
«L’amore.»

Facemmo come aveva proposto


Theo e il mattino successivo ci
recammo nel capoluogo dell’isola,
Chora, che in realtà era poco più di
un paesello appollaiato su una
collina rivolta a sud. Ci
addentrammo per le stradine
anguste, dove trovammo un paio di
negozi che vendevano gioielli fatti a
mano insieme a cibarie e cose per la
casa, e poi un mercatino con alcune
bancarelle di bigiotteria. Dopo
mezz’ora di tentativi con vari tipi di
anello, mi accorsi che non c’era
niente che facesse per me. Intanto
Theo cominciava a spazientirsi.
«Dovrà pur esserci qualcosa che ti
piace» mi disse di fronte all’ultima
bancarella del mercato.
In effetti, qualcosa c’era.
«Ti dispiace se non è un anello?»
«Ora come ora mi andrebbe bene
anche un piercing al seno, purché ti
faccia felice e ci permetta di andare
a mangiare. Sto morendo di fame.»
«Okay, allora. Mi piace quello.»
Indicai un portafortuna, un
tradizionale ciondolo greco che
raffigurava un occhio blu stilizzato
appeso a una delicata catenina
d’argento.
Il tizio della bancarella lo tolse
dalla teca e ce lo mostrò più da
vicino, indicandoci il cartellino del
prezzo scritto a mano. Theo si tolse
gli occhiali da sole e prese l’oggetto
tra pollice e indice per studiarlo.
«Ally, è molto carino, ma è quanto
di più lontano da un anello con
diamante.»
«A me piace. I marinai lo
indossano per tenere lontane le
tempeste. E dopotutto, il mio nome
indica che sono la protettrice dei
marinai.»
«Lo so, ma non sono sicuro che un
occhio sia appropriato come pegno
di fidanzamento.»
«Be’, per me lo è, e prima di
diventare pazzi entrambi e lasciare
perdere, che ne dici di
comprarmelo? Ti prego…»
«Purché tu prometta di
proteggermi.»
«Certamente» dissi, cingendogli la
vita.
«Okay. Anche se, ti avverto, per
salvare le apparenze, potrei finire
per regalarti qualcosa di più…
tradizionale, in futuro.»
Pochi minuti dopo ci
allontanammo dal mercato con il
piccolo talismano al mio collo.
«A ripensarci,» disse Theo mentre
ripercorrevamo le stradine silenziose
per trovare qualcosa da mangiare e
una birra «penso che averti messo
una catena al collo sia molto più
appropriato di un semplice anello al
dito, anche se, prima o poi, dovremo
comprare un gioiello vero. Ma temo
di non poter correre da Tiffany o da
Cartier.»
«Adesso chi è che fa pesare le
proprie origini?» lo presi in giro
mentre ci sedevamo a un tavolo
all’ombra, sulla veranda di una
taverna. «E per la cronaca, odio le
marche famose.»
«Hai ragione, perdonami per aver
sfoggiato il mio passato da
frequentatore dei country club del
Connecticut.» Prese il menù e mi
chiese: «Cosa ti va di mangiare?».
Il giorno seguente, mi separai con
riluttanza da Theo all’aeroporto di
Atene. Seduta sull’aereo mi resi
conto di sentirmi persa, senza di lui.
Continuavo a voltarmi verso il mio
vicino come se fosse Theo per dirgli
qualcosa che mi era appena venuta
in mente. Ammisi a me stessa che
non sopportavo la sua assenza.
Non avevo detto a Ma’ che sarei
andata a casa, perché avevo pensato
che sarebbe stato carino farle una
sorpresa. E mentre l’aereo mi
trasportava verso Ginevra e cercavo
di non pensare che stavo andando
verso Atlantis ormai privo del suo
cuore pulsante, le mie emozioni
oscillavano tra la gioia per quello
che avevo trovato e l’estrema
tristezza per quello che avevo perso.
E stavolta non ci sarebbero state
neanche le mie sorelle a riempire il
vuoto lasciato da Pa’ Salt.
Quando arrivai ad Atlantis, per la
prima volta nella mia vita non trovai
nessuno ad accogliermi al molo; la
cosa mi intristì ancora di più. In
cucina non c’era neppure Claudia,
anche se vidi una torta al limone
sfornata di fresco sul bancone, la
mia preferita in assoluto. Ne presi
una grossa fetta, uscii dalla cucina e
andai nella mia stanza. Buttai lo
zaino sul pavimento e mi sedetti sul
letto, ammirando il magnifico
scorcio del lago e ascoltando quel
silenzio opprimente.
Mi alzai di nuovo e andai verso le
mensole per prendere la nave in
bottiglia che Pa’ Salt mi aveva
regalato per il mio settimo
compleanno. Osservai il complicato
modellino di legno e tela e sorrisi
ricordandomi di come avevo
assillato papà, perché mi dicesse
come aveva fatto la nave a passare
dal collo della bottiglia.
«È magia, Ally» mi aveva
sussurrato lui. «E dobbiamo crederci
tutti.»
Volevo disperatamente sentirlo di
nuovo vicino, perciò tirai fuori il
diario dalla sacca e rilessi la lettera
che mi aveva scritto. Decisi di
scendere di sotto nel suo studio a
cercare il libro che mi aveva
consigliato di leggere.
Sulla soglia dello studio respirai il
familiare odore di agrumi.
«Ally! Scusami se non sono
venuta ad accoglierti. Non sapevo
che saresti venuta, ma che bella
sorpresa!»
«Ma’!» Mi voltai ad abbracciarla.
«Come stai? Avevo qualche giorno
libero e volevo assicurarmi che tu
stessi bene.»
«Bene, bene…» disse
sbrigativamente. «E tu come stai,
chérie?»
Mi sentii penetrare da quegli occhi
buoni e intelligenti. «Mi conosci,
Ma’, io non mi ammalo mai.»
«Sappiamo entrambe che non mi
riferivo alla tua salute, Ally» notò
con la solita gentilezza.
«Mi sono tenuta impegnata, e
credo che la cosa mi sia servita.
Abbiamo vinto la regata, a
proposito» aggiunsi senza
entusiasmo. Non ero pronta a dire a
Ma’ di Theo e della felicità che
avevo trovato così in fretta. Il fatto
di essere lì ad Atlantis con Pa’ che
non c’era più avrebbe reso quella
rivelazione inopportuna.
«C’è anche Maia. È andata a
Ginevra poco fa, poco dopo che…
l’amico venuto con lei dal Brasile se
n’è andato. Tornerà presto, e sarà
felicissima di vederti, ne sono
sicura.»
«E io di vedere lei.»
«Dunque, ti andrebbe una tazza di
tè? Andiamo in cucina, così mi
racconti tutto della regata.»
«Okay.» Seguii Ma’ fuori dallo
studio di papà. Forse era solo perché
non l’avevo avvertita del mio arrivo,
ma mi sembrava tesa, priva della sua
solita serenità. Parlammo di Maia e
della regata delle Cicladi e, venti
minuti dopo, sentimmo la lancia
avvicinarsi. Andai a salutare Maia al
molo.
«Sorpresa!» dissi, spalancando le
braccia.
«Ally!» Maia sembrava stupita.
«Che cosa ci fai qui?»
«Non è forse casa mia?» dissi
sorridendo e prendendola a
braccetto.
«Lo so, ma non mi aspettavo che
tornassi.»
Ci sedemmo in terrazza e andai a
prendere una brocca di limonata
preparata da Claudia. Osservai Maia
mentre parlava del suo recente
viaggio in Brasile e mi parve più
viva di quanto non lo fosse da anni.
La sua pelle era lucente, gli occhi
scintillavano. Scoprire qualcosa del
suo passato grazie agli indizi lasciati
da Pa’ Salt sembrava averle fatto un
gran bene.
«Ally, c’è un’altra cosa che vorrei
dirti. Forse avrei dovuto farlo tanto
tempo fa…»
E mi raccontò di cosa le era
successo all’università, di cosa
l’aveva spinta a rintanarsi in se
stessa da quel momento in poi.
Sentii le lacrime salirmi agli occhi
mentre ascoltavo la sua storia, e le
presi la mano per confortarla.
«Maia, dev’essere stato terribile
affrontare tutto questo da sola.
Perché non me l’hai mai detto? Sono
tua sorella! Ho sempre pensato che
fossimo legate. Ti sarei stata vicina,
davvero.»
«Lo so, Ally, ma avevi solo sedici
anni. E poi mi vergognavo.»
«Hai portato sulle spalle un peso
terribile per tutti questi anni»
sospirai. «Posso chiederti chi era il
padre?»
«Oh, non lo conosci. Era un
ragazzo che avevo incontrato
all’università, si chiamava Zed.»
«Zed Eszu?»
«Sì. Avrai sentito il suo nome al
telegiornale. Suo padre era il
magnate che si è suicidato
quest’estate.»
«Ho visto la sua barca vicina a
quella di papà il giorno in cui è
morto» dissi rabbrividendo.
«Ironia della sorte, è stato Zed ad
avermi involontariamente costretta a
salire sull’aereo per Rio. Dopo
quattordici anni di silenzio, mi ha
chiamata lasciandomi un messaggio
in segreteria e dicendo che stava
venendo in Svizzera.»
La guardai con una smorfia. «E
voleva incontrare proprio te?»
«Sì. Ha detto che aveva saputo
della morte di papà e che avremmo
potuto consolarci a vicenda. Se c’era
qualcuno in grado di spronarmi a
uscire dalla Svizzera, quello era
Zed.»
Le chiesi se Zed sapeva cosa le era
successo tanti anni prima.
«No.» Maia scosse la testa con
fermezza. «Ma anche se lo avesse
saputo, dubito che gli sarebbe
importato.»
«Penso che sia stato un bene che tu
sia riuscita a sbarazzarti di lui» dissi
cupa.
«Lo conosci, allora?»
«Non personalmente, ma un mio…
amico lo conosce. Comunque,»
aggiunsi, ricomponendomi prima
che Maia potesse farmi altre
domande «pare proprio che salire su
quell’aereo sia stata la cosa migliore
che tu abbia mai fatto. Ma non mi
hai ancora raccontato del bel
brasiliano che hai rimorchiato a Rio!
Temo che Marina si sia follemente
innamorata di lui. È da quando sono
arrivata che non sento parlare
d’altro. È uno scrittore?»
Parlammo brevemente di lui, poi
Maia mi chiese di me. Pensai che
toccava a lei parlarmi della persona
che aveva conosciuto, dopo tutti
questi anni, perciò mi trattenni dal
dirle di Theo e mi limitai a
raccontare della Fastnet e del
provino per entrare nella squadra
olimpica.
«Ally! Ma è fantastico! Tienimi
sempre aggiornata, va bene?»
«Lo farò.»
In quell’istante Marina comparve
sulla terrazza.
«Maia, chérie, non sapevo che
fossi tornata, me l’ha appena detto
Claudia. Stamattina Christian mi ha
dato questa, ma con l’arrivo
inaspettato di Ally mi sono
dimenticata di consegnartela.»
Le consegnò una busta e nel
riconoscere la calligrafia, Maia si
illuminò in volto. «Grazie, Ma’.»
«Volete cenare, ragazze?» ci
chiese Ma’.
«Certo. Maia?» La guardai. «Ti va
di cenare? Non capita spesso di stare
un po’ insieme.»
«Sì, volentieri» rispose alzandosi
in piedi. «Ma se non ti dispiace,
prima vorrei passare al Pavilion.»
Ma’ e io guardammo lei e la lettera
con aria di chi la sa lunga.
«Ci vediamo più tardi, chérie»
disse Marina.
Mentre seguivo Ma’ in casa,
ripensai a quello che mi aveva detto
mia sorella. In un certo senso era
positivo che avessimo sollevato quel
velo di mistero. Adesso capivo
perché Maia fosse diventata così
fredda dopo l’università e si fosse
rinchiusa in una sorta di esilio
volontario. Ma il fatto che mi avesse
detto che era stato Zed Eszu a
causarle quel dolore era una cosa
ben diversa.
Con sei ragazze in famiglia, tutte
così diverse l’una dall’altra, la
quantità di pettegolezzi sui fidanzati
e le storie d’amore era sempre
dipesa dal carattere della sorella
interessata. Fino a quel momento,
Maia era sempre stata muta come
una tomba riguardo la sua vita
privata, mentre Star e CeCe si
confidavano a vicenda e raramente
parlavano con noi di queste cose.
Restavano Electra e Tiggy, che
spesso si erano entrambe confidate
con me.
Salii di sopra, nella mia stanza.
Continuavo a interrogarmi e a
riflettere se fosse il caso di
condividere quelle informazioni così
personali o restarmene zitta.
Tuttavia, ora che Maia si era
confidata con me per la prima volta
dopo anni, decisi che stava a lei
scegliere se raccontare o meno
quella storia alle nostre sorelle. Che
ci avrei guadagnato a interferire?
Dopo aver preso questa decisione
controllai il cellulare e mi venne da
sorridere. C’era un messaggio di
Theo.
Mia cara Ally, mi manchi.
Sdolcinato ma vero.
Risposi immediatamente.
Anche tu (ancora più sdolcinato).
Feci una doccia prima di scendere
e unirmi a Maia per la cena. Volevo
tanto raccontarle del meraviglioso
amore che avevo trovato, ma mi
ricordai di nuovo che quello doveva
essere il suo momento. Io potevo
attendere.
A cena Maia annunciò che
l’indomani sarebbe tornata in
Brasile.
«Si vive una volta sola, vero,
Ma’?» disse. Era raggiante di felicità
e pensai che non era mai stata così
bella.
«Sì, è vero» rispose Ma’. «Se le
ultime settimane ci hanno insegnato
qualcosa, è proprio questo.»
«Basta nascondersi» disse Maia
sollevando il bicchiere. «Anche se
non dovesse funzionare, se non altro
ci avrò provato.»
«Giusto! Basta nascondersi.»
Brindai con lei, sorridendo.
9

Marina e io salutammo Maia


mandandole dei baci mentre si
allontanava da Atlantis a bordo della
lancia.
«Sono così felice per lei» disse
Ma’, sfregandosi gli occhi.
Tornammo in casa, dove
chiacchierammo del difficile passato
di Maia e di quello che per lei
poteva essere un roseo futuro,
davanti a una tazza di tè. Da quel
che diceva, era ovvio che anche Ma’
la pensasse come me su Zed Eszu.
Finii il mio tè e le dissi che dovevo
andare a controllare le mail.
«Posso usare lo studio di Pa’?»
chiesi. Sapevo che lì il segnale era
migliore.
«Ma certo. Ricorda, questa ora è
casa tua e delle tue sorelle» disse
con un sorriso triste.
Andai a prendere il portatile in
camera, poi tornai giù e aprii la
porta dello studio di papà. La stanza
aveva lo stesso aspetto di sempre;
alle pareti, i pannelli di quercia che
facevano da contorno alla mobilia
antica. Esitante, mi sedetti sulla
poltrona di pelle di Pa’ Salt, posando
il computer sulla scrivania in noce
davanti a me. Lo sguardo vagò sulla
grande quantità di oggetti che Pa’
aveva disposto sugli scaffali. Non
erano legati da un motivo in
particolare e avevo sempre dato per
scontato che fossero solo cose che
gli erano piaciute e che aveva
riportato a casa dai suoi viaggi. Poi
però i miei occhi si posarono sulla
libreria a parete e mi chiesi dove mai
potesse essere il libro di cui mi
aveva parlato nella lettera. Vidi
Dante accanto a Dickens, e Sartre
vicino a Shakespeare, e capii che i
libri, organizzati in ordine
alfabetico, trattavano gli argomenti
più disparati: erano letture
eclettiche, proprio come papà.
Il portatile sembrava non volersi
accendere; per cui mi alzai e mi
avvicinai al lettore CD di Pa’.
Avevamo provato tutte a convertirlo
all’iPod, ma anche se nel suo studio
disponeva di computer aggiornati e
di sistemi di comunicazione
elettronica, diceva sempre di essere
troppo vecchio per cambiare e che
preferiva “vedere” la musica che
voleva ascoltare. Accesi il lettore
CD, emozionata dall’idea di scoprire
cosa avesse ascoltato Pa’ Salt per
l’ultima volta: la stanza venne
invasa dalle note iniziali del Mattino
di Edvard Grieg, un brano tratto
dalle musiche di scena per il Peer
Gynt.
Rimasi paralizzata, sopraffatta da
un’ondata di ricordi. Era la
composizione preferita di Pa’ e
spesso mi chiedeva di suonargli con
il flauto le battute iniziali. Era
diventata la colonna sonora della
mia infanzia e mi ricordava tutte le
meravigliose albe che ci eravamo
goduti insieme ogni volta che mi
portava fuori, sul lago, per
insegnarmi con pazienza l’arte della
navigazione.
Mi mancava da morire.
E mi mancava anche un’altra
persona.
Mentre la musica riempiva lo
studio con quelle suadenti note,
d’istinto, presi il ricevitore del
telefono sulla scrivania di Pa’ per
fare una chiamata.
Stavo per digitare il numero,
quando mi resi conto che qualcuno,
in casa, occupava in quel momento
la linea.
Lo shock che provai nel sentire
quella voce familiare, la voce che mi
aveva confortata sin dai primi mesi
di vita, mi spinse a interrompere la
chiamata.
«Pronto?!» dissi, correndo ad
abbassare il lettore CD per essere
assolutamente sicura che fosse lui.
Ma la voce all’altro capo del
telefono era diventata un bip
monotono.
Mi sedetti, respirai profondamente,
poi mi alzai, uscii nel corridoio e
chiamai a gran voce Ma’. Le mie
grida fecero uscire anche Claudia
dalla cucina. Piangevo disperata e,
non appena Ma’ comparve in cima
alle scale, le corsi incontro.
«Ally, chérie, che cosa sta
succedendo?»
«L’ho… l’ho sentito, Ma’! L’ho
sentito!»
«Sentito chi, chérie?»
«Pa’ Salt! Stava parlando al
telefono quando ho sollevato la
cornetta dello studio per fare una
chiamata. Oh, mio Dio! Non è
morto, non è morto!»
«Ally.» Vidi Ma’ lanciare
un’occhiataccia a Claudia mentre mi
metteva un braccio intorno alle
spalle e mi portava in soggiorno. «Ti
prego, chérie, cerca di calmarti.»
«E come faccio? Lo sapevo che
non era morto, Ma’, è da qualche
parte, ancora vivo. E qualcuno in
questa casa stava parlando con
lui…» La guardai con aria d’accusa.
«Ally, calmati, lo so che cosa hai
sentito. C’è una spiegazione molto
semplice.»
«E quale sarebbe?»
«Il telefono ha squillato poco fa.
L’ho sentito, ma ero troppo lontana
per rispondere subito, perciò è
partita la segreteria. Sono certa che
tu abbia sentito il messaggio
registrato da tuo padre.»
«Ma ero seduta proprio davanti al
telefono e non l’ho sentito squillare
prima di sollevare il ricevitore!»
«Stavi ascoltando la musica a
volume molto alto, Ally. La sentivo
fino in camera mia, al piano di
sopra. Forse non hai sentito lo
squillo.»
«Sei certa di non aver parlato al
telefono con lui? O forse è stata
Claudia?» chiesi in tono isterico.
«Ally, lo so che vorresti sentirti
dire da me qualcosa che non posso
dirti. Perché non provi a chiamare
casa con il tuo cellulare? Se lasci
squillare quattro volte, sentirai la
voce di tuo padre nella segreteria.
Provaci, ti prego» mi esortò.
Scrollai le spalle. Adesso mi
sentivo imbarazzata per aver
accusato Ma’ e Claudia di avermi
mentito.
«Certo che ti credo» dissi. «È
solo… che volevo che fosse lui.
Volevo illudermi che tutta questa
storia fosse stata solo un equivoco.»
«È quello che vorremmo tutti,
Ally, ma tuo padre non c’è più e
nessuno di noi può fare niente per
riportarlo indietro.»
«Sì, lo so. Scusami.»
«Non scusarti, chérie. Se c’è
qualcosa che posso fare…»
«No» dissi alzandomi. «Vado a
fare quella telefonata.»
Marina mi sorrise con la
compassione negli occhi; tornai
nello studio di Pa’ Salt, mi sedetti
alla scrivania e guardai il telefono.
Alzai il ricevitore e composi il
numero di Theo, ma rispose subito
la segreteria. Volevo parlare con la
persona vera, non con una macchina,
perciò riagganciai senza lasciare
alcun messaggio.
Dopodiché mi ricordai che dovevo
ancora cercare il libro che Pa’ Salt
voleva che io leggessi. Mi alzai e
scorsi i titoli raggruppati sullo
scaffale sotto la lettera “H”,
trovando dopo pochi secondi quello
che mi interessava. Lo tirai fuori.
Grieg, Solveig og Jeg
En biografi av Anna og Jens Halvorsen
Jens Halvorsen

Capii solo che si trattava di un


qualche tipo di biografia. Tornai a
sedermi alla scrivania con il libro in
mano.
Era vecchio, con le pagine
ingiallite e fragili. Vidi che la data di
pubblicazione era il 1907. Avendo
studiato musica capii subito a cosa si
riferiva il signor Halvorsen: Solveig
era l’eroina del poema di Ibsen e
compariva nelle famose musiche di
scena composte da Edvard Grieg per
l’opera teatrale. Sfogliai qualche
pagina e vidi che c’era anche
un’introduzione, nella quale
riconobbi le parole “Grieg” e “Peer
Gynt”. Purtroppo, non capii altro,
essendo tutto scritto in una lingua
che immaginai fosse il norvegese –
la lingua dell’autore e del
compositore –, per me
incomprensibile.
Con un sospiro di delusione
sfogliai altre pagine e trovai alcune
tavole in bianco e nero che
raffiguravano una donna esile,
vestita con abiti di scena da
contadina. In una didascalia c’era
scritto “Anna Landvik som Solveig,
settembre 1876”. Osservai
attentamente la fotografia e mi resi
conto che quella Anna Landvik era
molto giovane quando era stata
immortalata nella foto. Sotto il
pesante trucco sembrava poco più
che una bambina. Osservai le altre
tavole e la vidi fotografata diversi
anni dopo. Poi sussultai quando mi
imbattei nel volto familiare di
Edvard Grieg in persona. Anna
Landvik era in piedi accanto a un
pianoforte e Grieg era dietro lo
strumento, intento ad applaudirla.
C’erano anche altre tavole, che
ritraevano un bel giovanotto –
l’autore del libro – seduto in una
posa rigida accanto ad Anna
Landvik, con un bambino piccolo tra
le braccia. Frustrata di scoprire, a
causa della lingua, ben poco di quel
libro, sentii crescere la curiosità.
Dovevo farlo tradurre e pensai che
Maia, in quanto traduttrice lei stessa,
probabilmente conosceva qualcuno
che potesse aiutarmi.
Visto il mio passato, il pensiero
che i miei antenati potessero aver
avuto un legame con uno dei più
grandi compositori di sempre, uno
dei preferiti da Pa’ e da me, era
commovente. Era per questo che
papà aveva amato così tanto il Peer
Gynt? Forse me lo faceva ascoltare
così spesso perché sapeva che in
qualche modo vi ero legata?
Ancora una volta, piansi per la sua
scomparsa e per tutte le domande
che sarebbero rimaste per sempre
senza risposta.
«Chérie, tutto bene?»
Distolta da quei pensieri, alzai lo
sguardo e vidi Ma’ in piedi sulla
soglia dello studio.
«Tutto bene.»
«Stavi leggendo?»
«Sì» risposi, coprendo con una
mano le pagine del libro.
«Il pranzo è pronto in terrazza.»
«Grazie, Ma’.»
Davanti a un’insalata con il
formaggio caprino e un bicchiere di
vino bianco ghiacciato, mi scusai di
nuovo con Ma’ per la scenata
isterica di poco prima.
«Davvero, non ce n’è alcun
bisogno» mi confortò Ma’.
«Piuttosto, sappiamo come sta Maia,
ma tu hai parlato pochissimo di te.
Dimmi, come stai, Ally? Ho la
sensazione che ti sia accaduto
qualcosa di bello. Hai un aspetto
diverso.»
«In effetti… è che anch’io ho
incontrato una persona.»
«Lo immaginavo» disse con un
sorriso.
«È per questo che non ho ricevuto
i vostri messaggi. Ero con lui
quando Pa’ è morto e avevo spento il
cellulare» confessai all’improvviso.
Dovevo togliermi quel peso. «Mi
dispiace tantissimo, Ma’. Mi sento
così in colpa.»
«Non devi. Chi poteva immaginare
cosa sarebbe successo?»
«Mi sembra» continuai sospirando
«di essere sulle montagne russe.
Non credo di essere mai stata più
felice e allo stesso tempo più triste
di così. È una cosa stranissima. Mi
sento in colpa per essere felice.»
«Dubito che tuo padre avrebbe
voluto che ti sentissi così, chérie. E
dimmi, chi è quest’uomo che ti ha
rubato il cuore?»
Le raccontai ogni cosa, e soltanto
pronunciare il nome di Theo mi fece
sentire molto meglio.
«È la persona giusta, Ally? Di
sicuro non ti ho mai sentita parlare
di un uomo in questi termini, prima
d’ora.»
«Penso che potrebbe esserlo. In
realtà, be’… mi ha fatto la
proposta.»
«Buon Dio!» Ma’ mi guardò
sorpresa. «E hai accettato?»
«Ho accettato, sì, anche se
aspetteremo un po’ a sposarci. Mi ha
dato questo.» Tirai fuori dalla
camicia la catenina d’argento e le
mostrai l’occhio greco. «So che
abbiamo bruciato le tappe, ma penso
che sia la cosa giusta da fare. Per
entrambi. E mi conosci, Ma’, non
sono mai stata una che si fa
trascinare dai sentimenti; perciò
tutta questa situazione è stata un po’
uno shock.»
«Ti conosco, Ally, ed è per questo
che ho la sensazione che la cosa sia
seria.»
«Mi ricorda Pa’, per farti capire.
Vorrei che avesse potuto conoscere
Theo» dissi sospirando.
«Cambiando argomento, credi che
papà volesse davvero che tutte
scoprissimo da dove veniamo?»
«Penso che volesse mettervi a
disposizione le informazioni
necessarie, nel caso aveste voluto
farlo. Certo, sta a voi decidere.»
«Be’, se non altro questa cosa
sembra aver aiutato Maia. Cercando
il suo passato, ha trovato il futuro.»
«Sì, è vero» disse Ma’.
«Io penso di aver già trovato il
mio, senza che ci sia stato bisogno
di scavare nel passato. Forse un
giorno farò delle ricerche, ma non
adesso. Ora voglio soltanto godermi
il presente e vedere dove mi
porterà.»
«Dovresti farlo. Spero che porterai
presto Theo a casa per farmelo
conoscere.»
«Lo farò, Ma’» dissi e sorrisi al
pensiero. «Lo prometto.»

Dopo qualche giorno di cucina


casalinga, grazie a Claudia, lunghe
ore di sonno e lo splendido clima
estivo, mi sentivo riposata e
tranquilla. Ero uscita ogni
pomeriggio sul lago a bordo del
Laser e mi ero goduta quella
navigazione oziosa. E quando il sole
cominciava a calare, mi sdraiavo
sulla barca lasciandomi cullare dai
miei sentimenti per Theo. Quando
ero sull’acqua mi sentivo più vicina
sia a lui che a Pa’. Piano piano, mi
resi conto che stavo cominciando a
mettermi il cuore in pace per la sua
perdita: stavo cominciando ad
accettarla. E anche se avevo detto a
Marina che non avrei indagato sul
mio passato, per il momento, avevo
già scritto a Maia per chiederle se
conoscesse un traduttore dal
norvegese. Aveva risposto di no, ma
avrebbe fatto qualche ricerca.
Un paio di giorni dopo mi aveva
fornito il recapito di una certa
Magdalena Jensen. L’avevo
chiamata e lei mi aveva detto che
sarebbe stata felice di tradurre quel
libro per me. Dopo aver fotocopiato
la copertina e le tavole, nel caso che
l’originale andasse perduto, l’avevo
impacchettato con cura e gliel’avevo
spedito.
Mentre riempivo la sacca e mi
preparavo per raggiungere l’isola di
Wight, al largo delle coste inglesi,
per iniziare l’allenamento, mi sentii
pervadere da un brivido di
trepidazione al pensiero di ciò che
mi aspettava. La Fastnet era una
regata seria e Theo avrebbe
comandato un equipaggio scelto di
venti marinai esperti. Non avevo
mai affrontato nulla di così difficile.
Avrei dovuto tirare fuori tutta la mia
tempra ed essere pronta a osservare
e imparare. A ripensarci, era un
grande onore che Theo mi avesse
chiesto di partecipare.
«Pronta?» disse Ma’ quando uscii
in corridoio con la sacca e il flauto,
che Theo mi aveva chiesto di
portare. Sembrava che gli piacesse
davvero sentirmi suonare.
«Sì.»
Mi tirò a sé e mi abbracciò, e mi
sentii avvolta da tutta la sicurezza e
il conforto che quella persona era in
grado di trasmettere.
«Stai attenta in mare, chérie» si
raccomandò mentre ci dirigevamo al
molo di fronte a casa.
«Ti prego, non preoccuparti, Ma’.
Ho il miglior capitano che ci sia in
giro. Theo mi terrà al sicuro.»
«Allora ascoltalo, d’accordo, Ally?
So quanto sai essere testarda, a
volte.»
«Certo che lo ascolterò» dissi con
un debole sorriso. Mi conosceva
davvero bene.
«Fatti sentire, Ally!» mi urlò
dietro mentre accendevo il motore e
Christian levava gli ormeggi e
saltava a bordo.
«Lo farò, Ma’.»
E mentre la lancia accelerava sulle
acque del lago, ebbi la sensazione di
navigare davvero verso il mio
futuro.
10

«Ciao, Ally.»
Guardai Theo con aria sorpresa,
mentre il calderone di umanità
dell’aeroporto di Heathrow si
muoveva impazzito intorno a me in
tutte le direzioni. «Che ci fai tu
qui?»
«Che razza di domanda è questa?
La gente penserà che non sei felice
di vedermi» borbottò con un sorriso,
prima di tirarmi a sé in mezzo
all’area arrivi e baciarmi con
passione.
«Certo che sono felice!» ridacchiai
quando ci staccammo. Riusciva
sempre ad andare oltre le mie più
rosee aspettative. «Pensavo fossi
impegnato sulla Tigress. Dài,» feci,
liberandomi dal suo abbraccio
«togliamoci di qui, stiamo causando
un ingorgo.»
Mi condusse fuori dal terminal,
alla pensilina dei taxi. «Sali su» mi
disse, poi diede le istruzioni
all’autista.
«Non andiamo in taxi fino al
traghetto per l’isola di Wight, vero?»
chiesi appena partiti. «È molto
lontano da qui.»
«No, Ally. Ma visto che quando
saremo sull’isola non faremo altro
che allenarci, ho pensato che fosse
una buona idea trascorrere una notte
insieme prima di tornare a essere
solo “skipper” e “Al”.» A queste
parole, mi strinse a sé. «Mi sei
mancata, amore» sussurrò.
«Anche tu» risposi; vedevo il
tassista sogghignare nello
specchietto retrovisore.
Con mia grande sorpresa e
soddisfazione, il taxi accostò di
fronte all’Hotel Claridge’s, dove
Theo aveva prenotato una stanza.
Trascorremmo un meraviglioso
pomeriggio a recuperare il tempo
perduto. Prima di spegnere la luce,
quella notte, lo guardai a lungo
dormire accanto a me. E capii che il
mio posto era con lui, ovunque
andasse.
«Okay, prima di salire sul treno per
Southampton, dobbiamo fare una
visita di cortesia» disse Theo il
mattino successivo, mentre
consumavamo la colazione a letto.
«Davvero? E a chi?»
«A mia madre. Sono certo di averti
detto che vive a Londra e non vede
l’ora di conoscerti. Perciò temo che
dovrai alzare quel tuo bel didietro
dal letto mentre faccio la doccia.»
Mi alzai e frugai tra la mia roba,
agitata all’idea che avrei incontrato
la mia futura suocera. Non avevo
niente di più carino che un paio di
jeans, una felpa e le scarpe da
ginnastica che mi ero portata dietro
per quelle rare occasioni in cui non
sarei stata sulla barca.
Andai in bagno per cercare
rossetto e mascara, ma mi resi conto
di aver lasciato tutto ad Atlantis.
«Non ho portato nemmeno i miei
trucchi » dissi a Theo piagnucolando
dietro la porta della doccia.
«Ally, io ti amo così come sei» mi
disse uscendo dal cubicolo pieno di
vapore. «Sai quanto detesto le donne
che si truccano troppo. Ora, ti prego,
sbrigati a fare la doccia, dobbiamo
partire subito.»
Quaranta minuti dopo, una volta
attraversato un labirinto di strade
che Theo chiamava “Chelsea”, il
taxi accostò davanti a una bella
villetta bianca. Tre gradini di marmo
conducevano alla porta d’ingresso,
adornata ai lati da enormi vasi di
pietra stracolmi di gardenie
profumate.
«Eccoci qua» disse salendo i
gradini. Tirò fuori una chiave dalla
tasca e aprì la porta. «Mamma?»
chiamò appena entrati. Lo seguii
lungo uno stretto corridoio fino a
una cucina spaziosa, dominata da un
rustico tavolo di quercia e
un’enorme credenza gallese piena di
stoviglie dai colori vivaci.
«Sono qua fuori, caro!» esclamò
una voce di donna oltre le
portefinestre spalancate.
Uscimmo su un terrazzo in pietra,
dove una donna snella con i capelli
biondo scuro legati in una coda di
cavallo stava potando dei cespugli di
rose nel piccolo giardino.
«Mamma è cresciuta in campagna
e cerca di ricreare qui, nel centro di
Londra, lo stesso ambiente»
mormorò con affetto Theo. La
donna alzò lo sguardo e ci accolse
con un sorriso deliziato.
«Ciao, caro. Ciao, Ally.»
Venne verso di me puntandomi
addosso due occhi blu fiordaliso che
tanto ricordavano quelli del figlio.
Mi sembrò una donna
straordinariamente bella, con tratti
da bambola e la carnagione chiara
tipica dell’inglese di buona famiglia.
«Ho sentito tanto parlare di te che
mi sembra già quasi di conoscerti»
mi accolse baciandomi con calore
sulle guance.
«Ciao, mamma» fece Theo
abbracciandola. «Ti trovo bene.»
«Davvero? Stamattina contavo i
capelli grigi davanti allo specchio»
rispose lei con un sospiro allegro.
«Purtroppo, invecchiamo tutti.
Allora, cosa posso portarvi da
bere?»
«Caffè?» chiese Theo
guardandomi.
«Perfetto» risposi. «A proposito,
come si chiama tua madre?» gli
sussurrai mentre la seguivamo in
casa. «Non penso che sia ancora
arrivata la fase in cui potrò
chiamarla “mamma”.»
«Oddio, scusa! Si chiama Celia.»
Theo mi prese la mano. «Va tutto
bene?»
«Sì, assolutamente.»
Davanti al caffè, Celia mi chiese di
me e, quando le dissi della morte di
Pa’ Salt, mi consolò con calore ed
empatia. «Non penso che un figlio
possa mai riprendersi
completamente dopo la perdita di un
genitore, specialmente una figlia che
perde suo padre. Io ero devastata
quando ho perso il mio. Si può solo
cercare di accettarla. Ed è ancora
molto presto per te, Ally. Spero che
mio figlio non ti faccia lavorare
troppo» aggiunse, lanciando
un’occhiata a Theo.
«Non lo farà, Celia. E a essere
sincera, starmene seduta a
compatirmi renderebbe solo tutto
più difficile. Penso sia meglio
tenersi occupati.»
«Be’, io sarò di sicuro molto più
felice quando la Fastnet sarà finita.
Forse, quando avrete anche voi dei
figli, capirete perché sono così in
ansia ogni volta che Theo partecipa
a una regata.»
«Dài, mamma, l’ho già fatta due
volte. So quello che faccio» protestò
Theo.
«Ed è davvero uno skipper in
gamba, Celia. Il suo equipaggio
farebbe qualunque cosa per lui»
aggiunsi.
«Ne sono certa e sono molto
orgogliosa, ma a volte vorrei che
avesse scelto di fare il contabile o il
broker finanziario, o qualsiasi altro
mestiere che non comporti tanti
pericoli.»
«Suvvia, mamma, di solito non sei
così ansiosa. Come ti ho già detto
più volte, potrei benissimo essere
investito da un autobus domani. E
poi sei stata tu a insegnarmi a
navigare, ricordatelo» la pungolò
con affetto.
«Perdonami, terrò la bocca chiusa.
Sarà l’età che avanza e tutti i
pensieri che la vecchiaia porta con
sé. A proposito di vecchi, hai sentito
o visto tuo padre di recente?» chiese
Celia con una nota di astio nella
voce.
Theo rimase un attimo in silenzio
prima di rispondere. «Sì. Mi ha
inviato una mail in cui diceva che si
trovava nella sua casa ai Caraibi.»
«Da solo?» chiese Celia inarcando
elegantemente un sopracciglio.
«Non lo so e neanche mi
interessa» rispose secco Theo, che
cambiò subito argomento chiedendo
alla madre se avesse intenzione di
recarsi all’estero in agosto.
Rimasi ad ascoltarli in silenzio
mentre discutevano dei programmi
di lei, che prevedevano una
settimana nel sud della Francia e
qualche giorno in Italia alla fine del
mese. Dalla scioltezza
nell’interloquire si intuiva che
fossero molto legati.
Dopo un’ora circa, Theo bevve la
sua seconda tazza di caffè e guardò
riluttante l’orologio. «Purtroppo
dobbiamo andare, mamma.»
«Di già? Non restate per pranzo?
Posso preparare qualcosa, non è un
problema, davvero.»
«Non disturbarti. Abbiamo un
incontro con l’equipaggio a bordo
della Tigress alle cinque e sarei un
pessimo capitano se arrivassi tardi.
Voglio prendere il treno delle dodici
e trenta per Waterloo.»
«È stato bello conoscerti, Ally»
disse Celia appena Theo si assentò
un momento. «Quando mi ha detto
che eri quella giusta, ero
comprensibilmente nervosa. È il mio
unico figlio; per me è tutto. Ma ora
che ti ho conosciuta capisco che
siete fatti l’uno per l’altra.»
«Grazie. Siamo molto felici
insieme» la rassicurai con un
sorriso.
Ci alzammo da tavola e ci
dirigemmo verso l’ingresso. Celia
mi posò una mano sul braccio.
«Prenditi cura di lui. Non ha mai
capito davvero cosa sia il pericolo.»
«Farò del mio meglio, Celia.»
«E…»
Stava per dire qualcos’altro, ma
Theo ricomparve accanto a noi.
«Ciao, mamma. Ti chiamerò, ma
non preoccuparti se non mi senti
durante la settimana della gara.»
«Ci proverò» rispose lei in tono
esitante. «Mi troverai a fare il tifo
per te sulla linea del traguardo, a
Plymouth.»
Feci un passo verso la porta, non
volendo interferire nei loro saluti,
ma non riuscii a fare a meno di
notare che Celia lo stringeva a sé
come se non potesse sopportare
l’idea di lasciarlo andare. Alla fine,
Theo si liberò con delicatezza
dall’abbraccio e lei ci salutò con un
sorriso teso.
Sul treno per Southampton, Theo
sembrava distratto ed era
insolitamente silenzioso.
«Va tutto bene?» gli chiesi,
vedendolo guardare pensieroso fuori
dal finestrino.
«Sono solo preoccupato per la
mamma, tutto qui. Non sembrava
lei, oggi. Di solito non è così
pessimista; mi saluta sempre con un
gran sorriso e un rapido abbraccio.»
«È chiaro che ti adora.»
«E io adoro lei. Mi ha reso quello
che sono e mi ha sempre spronato a
continuare a navigare. Forse sta solo
invecchiando» concluse stringendosi
nelle spalle. «E poi dubito che
supererà mai la storia del divorzio.»
«Credi che ami ancora tuo padre?»
«Ne sono certo, anche se questo
non significa che lei lo vorrebbe
ancora. E come potrebbe? Scoprire
le sue scappatelle l’ha distrutta. Si è
sentita talmente umiliata che, anche
se la cosa le spezzava il cuore, gli
intimò di andarsene di casa.»
«È terribile.»
«Sì, lo è. Certo, anche papà la
adora. Lontani l’uno dall’altra sono
tristi, ma suppongo che esista
sempre una linea sottile che separa
amore e odio. Forse è un po’ come
vivere con un alcolista: a un certo
punto devi decidere se rinunciare
alla persona che ami o alla tua salute
mentale. E nessuno può salvarci da
noi stessi, nemmeno l’amore, non è
vero?»
«Già.»
All’improvviso Theo mi prese la
mano. «Non lasciare che ci succeda
la stessa cosa, d’accordo, Ally?»
«Mai» risposi con passione.
Come sempre prima di una gara, i
dieci giorni successivi furono
frenetici, tesi e stancanti, in
particolare perché la Fastnet aveva
la reputazione di essere una delle
regate più dure e tecnicamente
difficili del mondo. Il regolamento
stabiliva che almeno il cinquanta per
cento dell’equipaggio dovesse aver
preso parte ad almeno trecento
miglia di gare offshore negli ultimi
dodici mesi. La prima sera, quando
Theo aveva radunato i venti membri
dell’equipaggio sulla Tigress, mi ero
resa conto di essere inesperta
rispetto alla maggior parte di loro.
Theo era famoso per dare spazio ai
giovani talenti e aveva convocato
anche l’equipaggio che aveva vinto
alle Cicladi, ma per il resto non
aveva voluto correre rischi e aveva
scelto personalmente la crème de la
crème del mondo della vela
internazionale.
Il percorso era impegnativo e
insidioso. Bisognava costeggiare il
sud dell’Inghilterra prima di
attraversare il Mare Celtico e
raggiungere lo scoglio Fastnet, sulle
coste dell’Irlanda, da cui poi si
doveva tornare indietro, verso il
traguardo di Plymouth. I forti venti
che soffiavano da ovest e sud-ovest,
le correnti impetuose e le acque
celebri per essere imprevedibili
avevano messo a dura prova le
barche di molti partecipanti nelle
varie edizioni della regata. E tutti
eravamo fin troppo consapevoli che
nel corso degli anni si erano
verificati diversi incidenti mortali.
Nessun equipaggio prendeva mai la
Fastnet alla leggera, men che meno
noi che puntavamo alla vittoria.
Ci alzavamo ogni giorno all’alba e
trascorrevamo ore e ore in mare, a
ripetere senza sosta le manovre
necessarie, mettendo alla prova le
capacità dell’equipaggio e della
straordinaria barca. Anche se in
qualche occasione l’avevo visto
irritarsi di fronte a un membro
dell’equipaggio che non faceva
gioco di squadra, mai una volta vidi
Theo perdere le staffe. A cena, ogni
sera discutevamo e mettevamo a
punto all’infinito le strategie e le
tattiche da applicare ai vari settori
del percorso, e Theo aveva sempre
l’ultima parola.
Oltre all’allenamento in mare,
facevamo anche parecchi briefing
sulla sicurezza e ci esercitavamo
utilizzando la sofisticata attrezzatura
d’emergenza a bordo. Tutti noi
avevamo un EPIRB, un trasmettitore
di soccorso da attaccare al giubbotto
di salvataggio. Anche quando non
navigavamo, lavoravamo senza posa
sulla barca, ripassando
meticolosamente ogni dettaglio sotto
l’occhio attento di Theo: facevamo
l’inventario, provavamo le pompe e
gli argani, alzavamo e abbassavamo
tutte le vele. E tra le mille cose di
cui era responsabile in quanto
capitano, Theo distribuì le brande e
istituì dei turni di guardia.
Grazie alla guida ispirata del
nostro skipper, lo spirito di corpo era
al massimo livello quando ci fu il
suo discorso finale alla vigilia della
gara, il 12 agosto. E ogni membro
dell’equipaggio si alzò per
applaudirlo.
Eravamo pronti. L’unica incognita
erano le pessime previsioni del
tempo per i giorni a venire.
«Adesso devo andare al Royal
Ocean Racing Club per il briefing
degli skipper, amore» mi disse Theo
dandomi un bacio veloce sulla
guancia mentre i ragazzi iniziavano
a ritirarsi. «Tu torna in albergo e fai
un bel bagno caldo. È un lusso che
non potrai concederti per un bel
po’.»
Feci come mi aveva consigliato
cercando di godermi l’acqua calda,
ma quando, più tardi, guardai fuori
dalla finestra, vidi che il vento
soffiava con forza sulle
duecentosettantuno barche ancorate
intorno all’isola. All’improvviso il
mio stomaco andò in subbuglio. Era
proprio l’ultima cosa di cui avevamo
bisogno, e l’espressione di Theo,
quando mi raggiunse in camera,
poco più tardi, era cupa.
«Che notizie ci sono?» gli chiesi.
«Tutte brutte, purtroppo. Come già
sapevamo, le previsioni sono
terribili, e stanno pensando
addirittura di rimandare l’inizio
della gara. Hanno lanciato un’allerta
meteo a causa dei venti di burrasca.
A essere sincero, Ally, la situazione
non potrebbe essere peggiore.»
Si sedette con un’aria abbattuta,
così andai da lui e iniziai a
massaggiargli le spalle.
«Theo, ricordati che è solo una
regata.»
«Lo so, ma vincerla
rappresenterebbe il picco della mia
carriera. Ho trentacinque anni, Ally,
non posso continuare a fare questo
lavoro per sempre. Maledizione!»
esclamò, picchiando il pugno sul
bracciolo della poltrona. «Perché
proprio quest’anno?»
«Dài, vediamo cosa succede
domani. Spesso le previsioni non
sono attendibili.»
«La natura non sbaglia mai,
invece» disse indicando il cielo fuori
dalla finestra. «Comunque hai
ragione, non c’è nulla che possa
fare. Domattina alle otto
contatteranno tutti gli skipper per
informarli se rimanderanno o meno
la partenza. Perciò ora tocca a me
fare un bagno e andare a letto.»
«Vado a preparartelo.»
«Grazie. Ah, Ally?»
«Sì?» Mi voltai di fronte alla porta
del bagno.
Theo mi sorrise. «Ti amo.»
Come Theo temeva, la partenza
della gara fu procrastinata per la
prima volta nei suoi ottantatré anni
di storia. Noi dell’equipaggio
sedevamo rattristati a pranzo al
Royal London Yacht Club,
guardando il cielo fuori dalla
finestra e sperando in un miracolo.
Avrebbero rivalutato la situazione il
mattino successivo, perciò dopo
pranzo Theo e io ci riavviammo
mesti verso il nostro albergo al
porto.
«Migliorerà, prima o poi, Theo.
Succede sempre così.»
«Ally, sono andato su ogni sito
Internet che esista, ho contattato
personalmente il centro
meteorologico, e sembra che ci sia
una depressione che non si sposterà
prima di qualche giorno. Anche se
riuscissimo a cominciare la regata,
sarà veramente difficile portarla a
termine. Se non altro,» disse
sorridendo «c’è tempo per un altro
bagno caldo.»
Cenammo nel ristorante
dell’albergo, quella sera, entrambi
tesi e a disagio. Theo si concesse
addirittura un bicchiere di vino, una
cosa che non faceva mai la sera
prima di una regata. Tornammo
nella nostra stanza un po’ più calmi
di quando l’avevamo lasciata.
Quella notte fece l’amore con me
con passione e urgenza particolari;
poi crollò sui cuscini e mi strinse tra
le braccia.
Proprio mentre stavamo per
addormentarci lo sentii dire:
«Ally?».
«Sì?»
«Se domani va tutto bene,
salperemo. Ma sarà dura. Voglio
solo ricordarti della promessa che mi
hai fatto. Se ti dico di restare a terra,
obbedirai ai miei ordini di skipper.»
«Theo, io…»
«Davvero, Ally, non posso portarti
a bordo, domani, se non sono sicuro
che farai quello che ti dirò.»
«Allora sì» risposi facendo
spallucce. «Sei il mio capitano.
Devo fare quello che mi dici.»
«E prima che tu lo ripeta per
l’ennesima volta, non è perché sei
una donna, o perché dubiti delle tue
capacità. È perché ti amo.»
«Lo so.»
«Bene. Sogni d’oro, amore mio.»
Il mattino seguente si diffuse la
notizia che la regata Fastnet sarebbe
partita, con ventiquattro ore di
ritardo sulla tabella di marcia. Dopo
aver contattato l’equipaggio, Theo
salì subito sulla barca mostrandosi di
nuovo concentrato e pieno di
energia.
Un’ora più tardi io e il resto
dell’equipaggio lo raggiungemmo a
bordo della Tigress. Perfino ancorata
nel porto, la barca ondeggiava
pericolosamente da una parte
all’altra, sferzata dal vento e
dall’acqua.
«Cristo, e pensare che avrei potuto
condurre uno yacht di lusso ai
Caraibi» borbottò Rob. In quel
mentre sentimmo il colpo di pistola
che segnalava la partenza e
attendemmo con ansia il nostro
turno di levare gli ormeggi. Nel
frattempo, Theo ci radunò tutti sul
ponte per la foto di rito.
Quando ci fu concesso di uscire
dalla protezione del porto notai che
perfino i marinai più esperti tra noi
avevano assunto un colorito
tendente al verdastro. Le onde che il
vento faceva mulinare in un vortice
di schiuma ci infradiciarono dalla
testa ai piedi dopo pochi secondi.
Per le otto ore di turbolenza che
seguirono, mentre il vento
continuava ad aumentare di velocità,
Theo restò calmo, senza mai
vacillare, mentre conduceva la barca
sulle acque agitate. Lanciava un
flusso di ordini quasi costante per
tenerci sempre sul tracciato e
mantenere la velocità. Le vele
furono alzate e abbassate una
dozzina di volte mentre cercavamo
di venire a patti con le condizioni
climatiche imprevedibili, tra cui
folate di vento a quaranta nodi che
sembravano giungere dal nulla. E
per tutto il tempo la pioggia battente
non ci diede tregua.
Due di noi erano stati assegnati ai
doveri di cambusa in quel primo
giorno di gara. Cercammo di
scaldare un po’ di zuppa, ma perfino
con la stufa con le sospensioni
progettate per tenere sempre
orizzontali le pentole, la barca
ondeggiava con tale violenza che il
liquido continuava a schizzare
ovunque, ustionandoci in più di
un’occasione; fummo quindi
costretti a scaldare qualche razione
precotta nel microonde. I membri
dell’equipaggio venivano giù a
turno, rabbrividendo nella tenuta da
gara ma troppo stanchi per
togliersela in quei pochi minuti
dedicati al pasto. I loro sguardi di
gratitudine mi ricordarono che in
una regata le mansioni in cambusa
erano importanti quanto i compiti
che si svolgevano sul ponte.
Theo fu l’ultimo a mangiare, e
mentre divorava il suo cibo mi disse
che alcune navi avevano già deciso
di cercare riparo in qualcuno dei
porti della costa sud dell’Inghilterra.
«Sarà molto peggio di così quando
usciremo dal canale della Manica ed
entreremo nel Mare Celtico.
Specialmente di notte» disse
guardando l’orologio. Erano quasi le
otto di sera e la luce stava iniziando
a diminuire.
«Cosa pensano gli altri?» gli
chiesi.
«Sono tutti decisi a continuare. E
credo che la barca possa…»
In quell’istante fummo sbalzati
dalle panche. La Tigress si inclinò a
tribordo e lanciai un grido quando il
tavolo mi finì dritto contro lo
stomaco. Theo, l’uomo che credevo
addirittura capace di camminare
sull’acqua senza problemi, si stava
rialzando dal pavimento.
«Okay, basta così» disse
vedendomi piegata in due dal
dolore. «Come hai detto tu, è solo
una regata. Andiamo in porto.»
E prima che potessi dire qualcosa,
lo vidi salire le scalette a due a due
per raggiungere il ponte.
Un’ora più tardi, Theo ci guidò nel
porto di Weymouth. Eravamo tutti
fradici fino al midollo nonostante
l’abbigliamento impermeabile, e
stanchi morti. Dopo esserci ancorati,
aver abbassato la velatura e
controllato l’equipaggiamento per
rilevare eventuali danni, Theo ci
chiamò tutti in cabina. Ci buttammo
a sedere dove trovammo posto con
addosso ancora la tenuta arancione
di gara. Sembravamo aragoste
mezze morte imprigionate nella rete
di un pescatore.
«Per stanotte è troppo pericoloso
continuare e non ho intenzione di
mettere a rischio la vita di nessuno
di voi. La buona notizia è che quasi
tutte le altre barche in gara sono già
in porto da un pezzo, perciò
possiamo ancora avere qualche
chance. Ally e Mick cucineranno un
po’ di pasta e, nel frattempo, potete
farvi tutti una doccia seguendo
l’ordine sulla lista. Appena sorge il
sole salpiamo. Qualcuno metta a
scaldare dell’acqua per preparare un
po’ di tè. Ci servirà ogni briciolo di
energia, domattina.»
Mick e io ci alzammo in piedi a
fatica e ci dirigemmo in cambusa.
Mentre riempivamo un pentolone di
pasta e scaldavamo la salsa già
pronta, Mick preparò del tè e io
sorseggiai il mio con gratitudine,
immaginando il calore che mi
arrivava fino alla punta dei piedi.
«Ci vorrebbe qualcosa di più
forte» disse sorridendo Mick. «Ora
capisci perché i marinai di un tempo
campavano a rum, eh?»
«Ehi, Al, la prossima a fare la
doccia sei tu» esclamò Rob.
«Tranquillo, salto il turno e vado
più tardi.»
«Brava ragazza» mi guardò con
ammirazione. «Farò finta di essere
te, allora.»
Le mie dubbie abilità culinarie non
erano mai state tanto apprezzate
come quella sera. Dopo aver finito
di mangiare e aver lavato le
stoviglie, tutti iniziarono a
sparpagliarsi per dormire dove
potevano. La barca non era fatta per
garantire un posto letto a così tante
persone tutte insieme, perciò i
ragazzi si arrangiarono sulle panche
o srotolarono i sacchi a pelo sul
pavimento.
Io andai a fare la doccia,
chiedendomi se l’acqua gelata –
l’unica rimasta dopo che tutti si
erano lavati – mi avrebbe fatto
sentire meglio o peggio di prima.
Quando uscii trovai Theo ad
aspettarmi.
«Ally, devo parlarti.» Mi prese per
mano e mi fece attraversare la
cabina buia, stipata di corpi
addormentati, fino al minuscolo
spazio pieno di attrezzature di
navigazione che lui chiamava
“ufficio”. Mi fece sedere e mi prese
le mani.
«Ally, lo sai che ti amo, vero?»
«Certo.»
«E lo sai che sono convinto che tu
sia una marinaia incredibile?»
«Non ne sono sicura» risposi con
un sorrisetto. «Perché?»
«Perché non ti farò proseguire
oltre. Tra qualche minuto arriverà
una scialuppa a prenderti. C’è una
stanza al Bed and breakfast
prenotata a tuo nome, al porto. Mi
dispiace,» disse «ma non posso
proprio.»
«Non puoi cosa?»
«Rischiare. Le previsioni fanno
paura e ho già sentito altri skipper
che parlano addirittura di ritirarsi.
Penso che la Tigress sia in grado di
continuare, ma non posso averti a
bordo. Capisci?»
«No, non capisco. Perché proprio
io? Perché io e non gli altri?»
protestai.
«Ti prego, amore, lo sai perché. E
poi,» aggiunse, dopo una pausa «se
vuoi la verità, per me è difficile
concentrarmi sul lavoro se ci sei tu a
bordo.»
Lo guardai, scioccata e sbalordita.
«Io… per favore, lasciami restare,
Theo» lo implorai.
«Non stavolta, no. Dovremo
affrontare tante altre sfide insieme,
amore. Non solo in mare. Non
rischiamo inutilmente.»
«Ma perché tu puoi continuare se
ti preoccupa così tanto che io faccia
lo stesso? Se le altre barche
vogliono ritirarsi, perché non lo fai
anche tu?» Stavo cominciando ad
arrabbiarmi ora che avevo
interiorizzato quel che aveva detto.
«Perché questa regata è sempre
stata il mio destino, Ally. Non posso
deludere nessuno. Ora è meglio che
tu prenda la tua roba. La barca
arriverà a momenti.»
«E io, allora, deluderò tutti e
deluderò te» dissi. Volevo gridargli
contro, ma c’era l’equipaggio
addormentato lì vicino. «Dovrei
essere la tua protettrice!»
«Mi deluderai se continuerai a
discutere» disse bruscamente.
«Prendi le tue cose. Subito. È un
ordine del tuo capitano. Per favore,
obbedisci.»
«Sì, skipper» risposi mio
malgrado, consapevole di dover
accettare la sconfitta. Ma quando
andai a prendere la mia sacca, ero
furiosa con Theo per tutta una serie
di motivi. Uscii sul ponte, vidi le
luci della scialuppa in
avvicinamento e andai a poppa per
calare la scaletta.
Ero intenzionata ad andarmene
senza dirgli una parola di più. Presi
la cima lanciata dallo skipper della
scialuppa. Avevo appena messo
piede sulla scaletta, quando dall’alto
una torcia mi illuminò il volto.
«Alloggi alla Warwick
Guesthouse» disse Theo.
Risposi con un mugugno, gettando
la sacca sulla scialuppa e scendendo
un altro gradino, ma una mano mi
afferrò il braccio e mi tirò di nuovo
su.
«Ally, per l’amor di Dio, io ti amo.
Ti amo…» mormorò stringendomi a
sé. Avevo ancora i piedi sull’ultimo
gradino della scaletta. «Non
dimenticarlo mai, d’accordo?»
Nonostante la rabbia, mi si sciolse
il cuore. «Mai» dissi, prendendogli
la torcia dalle mani e illuminandogli
il viso per imprimermelo nella
memoria. «Stai attento, amore»
sussurrai e Theo mi lasciò andare
con riluttanza, preparandosi a
sciogliere la cima. Scesi la scaletta e
saltai sulla scialuppa in attesa.
Quella notte, benché esausta dopo
la più estenuante giornata di
navigazione che avessi mai vissuto,
non riuscii a dormire. Inoltre, mi ero
resa conto che, nella fretta di
abbandonare la barca, avevo lasciato
a bordo il cellulare. Non avrei potuto
avere un contatto diretto con Theo e
volevo prendermi a calci per la mia
stupidità. Mentre camminavo
irrequieta avanti e indietro per la
stanza, passavo dall’indignazione
per essere stata cacciata senza tante
cerimonie alla preoccupazione nel
vedere le nubi e la pioggia
torrenziale e nel sentire il vento
costante che sferzava il porto.
Sapevo quanta importanza avesse
questa regata per Theo, ma temevo
che la sua sete di vittoria potesse
annebbiare il suo giudizio
professionale. E all’improvviso vidi
il mare per quello che era: una bestia
ruggente, incontrollabile, la cui
forza poteva ridurre un uomo a un
detrito galleggiante.
Con l’arrivo di una torbida alba,
individuai la Tigress di nuovo in
movimento, diretta fuori dalla baia
di Weymouth, verso il mare aperto.
Strinsi forte la mia collanina di
fidanzamento. Non c’era altro che
potessi fare. «Arrivederci, amore
mio» sussurrai e guardai la barca
diventare un puntino minuscolo tra
le onde crudeli del mare aperto.
Per qualche ora non ebbi notizie di
Theo. Mi sentivo completamente
tagliata fuori e capii che era inutile
restare a Weymouth a torturarmi,
così radunai le mie cose e presi
prima un traghetto e poi un treno per
tornare a Cowes. Almeno sarei stata
vicina al centro di controllo della
Fastnet e avrei potuto avere notizie
fresche su come andavano le cose,
invece di dovermi affidare a
Internet. Tutte le barche erano
provviste di segnalatori GPS, ma
sapevo che erano piuttosto
inaffidabili con il mare mosso.
Tre ore e mezza più tardi presi una
camera nell’albergo in cui Theo e io
avevamo alloggiato durante gli
allenamenti e mi recai alla sede del
Royal Yacht Squadron per vedere se
riuscivo a sapere qualcosa. Il mio
cuore sobbalzò quando riconobbi
molti dei marinai che avevano
iniziato la regata insieme a noi:
erano tutti radunati con aria triste
intorno ai tavoli.
Notai Pascal Lemaire, un francese
con cui avevo navigato qualche anno
prima, e andai a parlargli.
«Ciao, Al» disse sorpreso. «Non
sapevo che la Tigress si fosse
ritirata.»
«Non l’ha fatto, o almeno non
ancora, a quanto ne so. Il mio
skipper mi ha ordinato di tornare a
terra, ieri. Pensava fosse troppo
pericoloso.»
«Ha ragione. Dozzine di barche
sono già ufficialmente fuori gara o
stanno aspettando in porto che il
tempo migliori. Il nostro skipper ha
deciso di ritirarsi. Per le barche
piccole come la nostra, là fuori è un
vero inferno. Raramente ho visto un
mare del genere. Voi non dovreste
avere grossi problemi con i vostri
trenta metri, però. Quella è davvero
un’ottima barca» mi rassicurò nel
vedere l’ansia nel mio sguardo. «Ti
va un drink? Stasera saremo in tanti
ad affogare i dispiaceri nell’alcol.»
Accettai l’offerta e mi unii al
gruppo, che inevitabilmente
cominciò a paragonare quel tempo
da lupi a quello che aveva colpito la
Fastnet nel 1979, quando
centododici barche erano state
rovesciate dalle onde e diciotto
persone, tra cui tre soccorritori,
avevano perso la vita. Ma dopo
mezz’ora, distratta e nervosa al
pensiero della Tigress e di Theo,
salutai tutti e uscii nella strada
battuta dalla pioggia per andare al
centro di controllo della Fastnet,
nell’edificio del Royal Ocean
Racing Club, non molto distante da
lì. Chiesi subito se c’erano novità
della Tigress.
«Sì, ha superato da poco il faro di
Bishop Rock e sta procedendo bene»
disse l’operatore controllando sullo
schermo. «Al momento è quarta. Di
questo passo, con tutti i ritiri che
sono stati annunciati, potrebbe anche
vincere per forfait» aggiunse con un
sospiro.
Confortata, se non altro, dal fatto
che a quanto pareva stava andando
tutto bene e Theo era sano e salvo,
tornai al Royal Yacht Squadron e
mangiai un panino mentre osservavo
l’arrivo di altri marinai, esausti e
incupiti. Il vento aveva acquistato
nuovamente forza, li sentii dire, ma
ero troppo distratta per prendere
parte alle loro conversazioni, perciò
tornai in albergo e alla fine riuscii a
dormire per un paio d’ore. Alle
cinque del mattino, in un’alba grigia,
mi recai di nuovo al centro di
controllo. Appena entrai, udii un
mormorio.
«Novità?»
Guardai gli operatori scambiarsi
sguardi ansiosi.
«Che è successo?» chiesi, con il
cuore in gola. «Tutto a posto sulla
Tigress?»
Ancora uno scambio di sguardi.
«Abbiamo ricevuto una chiamata
di emergenza alle tre e trenta di
stamani. Uomo in mare, a quanto
pare. È stato inviato un elicottero
della guardia costiera e siamo ancora
in attesa di notizie.»
«Sanno di chi si tratta? Che cosa è
successo?»
«Scusa, cara, non abbiamo altri
dettagli al momento. Perché non vai
a prendere una tazza di tè? Ti
faremo sapere appena avremo
notizie.»
Annuii, cercando di mantenere i
nervi saldi. La Tigress era
un’imbarcazione all’avanguardia,
con un superbo sistema di
comunicazione. Sapevo che stavano
mentendo, i dettagli li conoscevano
eccome. E se mentivano, poteva
significare solo una cosa.
Mi batteva il cuore talmente forte
che temetti di svenire. Mi precipitai
nel bagno delle signore e crollai a
sedere, respirando affannosamente,
sopraffatta dal panico. Forse mi
sbagliavo, forse non potevano
divulgare i dettagli finché non fosse
stato chiarito l’accaduto. Ma dentro
di me, già sapevo.
11

Un elicottero riportò il corpo di


Theo a terra. Il direttore di regata mi
offrì gentilmente una macchina per
raggiungere Southampton; da lì, se
volevo, avrei potuto recarmi
all’obitorio dell’ospedale dove
avrebbero tenuto il corpo.
«Tu e la madre di Theo siete citate
sul suo modulo come i parenti più
prossimi. Mi spiace dirlo, ma una di
voi due dovrà probabilmente…
be’… riempire i documenti
necessari. Devo contattare la signora
Falys-Kings o vuoi farlo tu?»
«Non… non lo so» risposi,
stordita.
«Meglio se la chiamo io. Mi
preoccupa il fatto che possa sentire
la notizia alla radio o in televisione.
Purtroppo questa storia farà il giro
del mondo. Mi dispiace tantissimo,
Ally. Non aggiungerò le solite
banalità dicendoti che Theo è morto
facendo quello che amava. Sono
profondamente rattristato, per te, per
il suo equipaggio e per il mondo
della vela.»
Non risposi. Non c’erano parole.
«D’accordo, allora.» Era chiaro
che non sapesse che fare con me in
quello stato catatonico. «Vuoi che ti
riporti all’albergo, così magari riposi
un po’?»
Feci spallucce, indifferente.
Capivo che aveva buone intenzioni,
ma dubitavo che sarei riuscita a
“riposare” d’ora in poi. «Non c’è
problema, grazie, andrò a piedi.»
«Se c’è qualcosa che posso fare,
Ally, ti prego chiamami. Hai il mio
numero di cellulare, dimmi se ti
serve quella macchina. Al momento
l’equipaggio sta riportando la
Tigress a Cowes. Sono certo che
prima o poi vorranno parlare con te,
dirti esattamente cos’è successo, se
te la sentirai. Io, nel frattempo,
telefonerò alla madre di Theo.»
Camminai a capo chino verso
l’albergo, sul lungomare,
fermandomi per un attimo a
osservare il crudele mare grigio. E
mentre me ne stavo lì, iniziai a
gridare insulti alle onde, ululando
come una ossessa, chiedendogli
perché mi avesse portato via prima
mio padre, e adesso Theo.
In quel momento giurai a me
stessa che non avrei mai più messo
piede su una barca.
Non ricordo nulla delle ore
successive. Rimasi seduta nella mia
stanza, incapace di pensare o
provare qualcosa.
Sapevo solo che adesso non mi era
rimasto nulla.
Nulla.
Il telefono accanto al letto squillò e
mi alzai d’istinto per rispondere. La
reception mi comunicò che degli
amici mi attendevano di sotto. «Il
signor Rob Bellamy e altre tre
persone» confermò la donna.
Seppur in stato confusionale
sapevo che, per quanto fosse
doloroso, dovevo affrontare
l’equipaggio per sapere com’era
morto Theo. Dissi alla centralinista
di chiedergli di aspettarmi nella hall.
Quando entrai, vidi Rob, Chris,
Mick e Guy. Erano sconvolti anche
loro e riuscivano a malapena a
guardarmi mentre mormoravano le
loro condoglianze.
«Abbiamo fatto il possibile…»
«È stato coraggioso a tuffarsi per
salvare Rob…»
«Non è colpa di nessuno, un
tragico incidente…»
Annuii e riuscii a rispondere
brevemente alle loro parole di
compassione, facendo del mio
meglio per non crollare. Alla fine
Mick, Chris e Guy si alzarono per
andarsene. Ma Rob disse che voleva
restare.
«Grazie, ragazzi.» Li salutai con
un debole cenno della mano mentre
uscivano.
«Al, se vuoi scusarmi, mi serve un
drink.» Rob fece un cenno alla
cameriera. «E prima che ti dica
esattamente cos’è successo, sono
sicuro che servirà anche a te.»
Appena ci furono serviti i brandy,
Rob fece un profondo respiro e vidi
che aveva le lacrime agli occhi.
«Ti prego, Rob, dimmelo e basta»
lo spronai.
«Okay. Procedevamo controvento,
il tempo era orrendo. Ero sul ponte a
fare il mio turno di guardia quando
Theo è venuto a darmi il cambio.
Proprio mentre mi sganciavo
l’imbracatura, sono stato travolto da
una enorme onda che mi ha sbalzato
fuoribordo. A quanto pare ho perso i
sensi; sarei annegato di sicuro. Ma
Theo ha dato l’allarme, ha gettato in
mare la boa d’emergenza e si è
tuffato. Io ero ancora svenuto, ma i
ragazzi erano saliti tutti sul ponte e
mi hanno detto che Theo è riuscito a
raggiungermi a nuoto, a legarmi alla
boa e a sistemarmi sopra. A quel
punto è arrivata un’altra ondata
enorme che l’ha trascinato via,
tirandolo sott’acqua. I ragazzi
l’hanno perso di vista, era buio e sai
bene quanto me che è impossibile
individuare una persona in mare in
queste condizioni. Se solo fosse
riuscito a restare aggrappato alla
boa,» Rob soffocò un singhiozzo
«forse ce l’avrebbe fatta.
L’equipaggio ha chiamato via radio
un elicottero; mi hanno trovato
grazie alla luce sulla boa e mi hanno
riportato a bordo. Ma Theo… be’,
alla fine hanno trovato anche lui…
un’ora più tardi, grazie al segnale
del suo EPIRB. Al, mi dispiace così
tanto. Non mi perdonerò mai.»
Per la prima volta da quando
avevo avuto la notizia, sentii un
accenno di vero dolore. Posai una
mano sulla sua. «Rob, conosciamo
tutti i rischi del nostro mestiere e
Theo li conosceva meglio di
chiunque altro.»
«Lo so bene, Al, ma se non mi
fossi sganciato l’imbracatura proprio
in quel momento… maledizione!»
imprecò, coprendosi il viso con una
mano. «Voi due dovevate stare
insieme… ed è colpa mia se adesso
non potrà più succedere. Ora mi
odierai!»
Rob ora singhiozzava senza
controllo e non riuscii a fare altro
che dargli dei colpetti meccanici
sulla spalla. La cosa peggiore era
che una parte di me lo odiava
davvero, perché lui era
sopravvissuto e Theo no.
«Non è stata colpa tua. Ha fatto
quello che avrebbe fatto qualsiasi
comandante, Rob. Non mi sarei
aspettata niente di diverso da lui.
Alcune cose…» Mi morsi il labbro
per ricacciare indietro le lacrime.
«Perdonami, Ally, non dovrei
essere io a piangere» disse Rob,
asciugandosi gli occhi. «Dovevo
solo confessare a qualcuno come mi
sento.»
«Grazie. E apprezzo davvero che
tu mi abbia raccontato tutta la storia.
Non dev’essere stato facile neanche
per te.»
Rimanemmo in silenzio per un
po’, dopodiché Rob si alzò. «Se c’è
qualcosa che posso fare, per favore,
chiamami. E, a proposito,» disse
frugandosi nelle tasche «ho trovato
questo in cambusa. È tuo?»
«Sì, grazie.» Presi il cellulare.
«Theo mi ha salvato la vita»
sussurrò. «È un eroe. Mi… mi
dispiace.»
Guardai Rob che, disperato,
lasciava la hall. Dopo aver visto i
ragazzi dell’equipaggio non c’era
nient’altro che mi trattenesse lì. Ero
sicura che Celia avrebbe voluto
identificare di persona il corpo di
suo figlio. Mi alzai, ansiosa di
lasciare il luogo che era stato lo
scenario del mio completo
annullamento, e mi chiesi dove sarei
potuta andare. A casa, a Ginevra,
immaginavo. Ma anche laggiù avevo
perso qualcuno.
Non c’era rifugio, per me.
Entrai nella mia stanza e cominciai
a fare i bagagli senza pensare.
Anche stavolta lasciai il cellulare
spento, ma per motivi
completamente diversi da quelli che
mi avevano spinto a farlo quando
ero sulla barca con Theo. Non sarei
riuscita a parlare con la mia famiglia
e a dare loro la notizia. E poi,
nessuna delle mie sorelle sapeva che
io e lui stavamo insieme. Mi ero
illusa che ci sarebbe stato tutto il
tempo per presentargli Theo. E visto
che lui e io ci conoscevamo da così
poco, come avrei fatto a spiegare
alle mie sorelle cosa significava per
me? Che anche se eravamo stati
insieme solo per poche settimane,
avevo la sensazione che le nostre
anime fossero legate da sempre?
Quando avevo saputo della morte
di Pa’ Salt, se non altro ero riuscita
ad aggrapparmi al pensiero che la
sua scomparsa rientrava nel corso
naturale delle cose. E avevo Theo a
confortarmi, a offrirmi la speranza
di un nuovo inizio. Mentre pensavo
questo, mi resi conto di quanto mi
fossi affidata a lui per riempire
l’enorme vuoto lasciato da papà. E
adesso se n’era andato anche lui.
Svanito, come i nostri sogni di un
futuro insieme. In poche ore, mi era
stato portato via tutto: non solo
Theo, ma anche la mia passione per
la vela.
Stavo per uscire dalla stanza con la
mia sacca in spalla, quando il
telefono cominciò a squillare.
«Pronto?»
«Ally, sono Celia. Il direttore di
regata mi ha detto che alloggiavi al
New Holmwood.»
«Sì… ciao.»
«Come stai?» chiese.
«Malissimo» riuscii a borbottare.
Non avevo più la forza di fingermi
coraggiosa; se non altro con lei non
ce n’era bisogno. «E tu?»
«Anch’io. Sono appena tornata
dall’ospedale.»
Restammo entrambe in silenzio
per un attimo. Riuscivo quasi a
sentire Celia che soffocava le
lacrime prima di parlare.
«Mi chiedevo, Ally: adesso dove
sei diretta?»
«Non lo so. Non… non lo so.»
«Perché non vieni a Southampton?
Possiamo tornare a Londra insieme,
e poi potresti stare con me qualche
giorno. È terribile quanto sia feroce
l’attenzione che questa cosa sta
ricevendo. Potremmo alzare le
barricate insieme e restare a casa
mia per un po’. Che ne pensi?»
«Io…» Le lacrime cominciarono a
scendermi lungo le guance per il
sollievo e la gratitudine. «Mi
piacerebbe, davvero.»
«Hai il mio numero, perciò fammi
sapere a che ora arriverai alla
stazione di Southampton. Ci
vediamo lì.»
«Lo farò, Celia. Grazie.»
Ho pensato spesso che, se Celia
non mi avesse chiamato, in quel
momento così buio, probabilmente
avrei fatto come Theo: mi sarei
gettata in mare, appena il traghetto
per Southampton fosse partito.
Quando ci incontrammo alla
stazione e la vidi, pallida come un
cadavere, mezza nascosta dietro un
paio di enormi occhiali neri, le corsi
tra le braccia, esattamente come
avrei fatto con Ma’. Restammo così
a lungo: due estranee profondamente
legate da un dolore che potevamo
condividere solo l’una con l’altra.
Quando arrivammo a Waterloo,
prendemmo un taxi per raggiungere
la villetta di Chelsea. A casa Celia
preparò qualcosa da mangiare: non
avevamo toccato cibo nessuna delle
due da quando avevamo ricevuto la
notizia. Versò anche due abbondanti
bicchieri di vino e ci sedemmo sul
terrazzo in quel placido pomeriggio
di agosto.
«Ally, devo dirti una cosa. Potrà
sembrarti assurdo, ma il fatto è» e la
sua figura delicata fu scossa da un
brivido «che quando siete venuti
qui, prima della regata, io sapevo.
Quando l’ho salutato, ho avuto la
sensazione che sarebbe stata l’ultima
volta.»
«Sì. Theo ha percepito la tua
paura, Celia. Non sembrava lui sul
treno per Southampton, dopo che
eravamo stati qui.»
«Forse anche lui aveva un
presagio. Ricordi che è sparito per
un attimo poco prima che ve ne
andaste? Be’, quando ho richiuso la
porta, sono tornata in cucina e ho
trovato questa sul tavolo, indirizzata
a me.»
Spinse verso di me una grossa
busta con la parola “Mamma” scritta
con l’elegante grafia di Theo.
«L’ho aperta» proseguì Celia «e
dentro ci ho trovato una nuova copia
del suo testamento e una lettera per
me. E una anche per te, Ally.»
«Oh…» Mi coprii la bocca con la
mano. «Oh, Dio.»
«Ho letto la mia, ma la tua è qui,
ancora chiusa ovviamente. Forse
non te la senti di leggerla adesso, ma
devo dartela, perché queste sono le
sue istruzioni.»
Tirò fuori una busta più piccola e
me la consegnò. La presi con mani
tremanti. «Ma Celia, se aveva avuto
una premonizione, perché non ha
rinunciato alla regata come hanno
fatto tanti altri skipper?»
«Penso che entrambe sappiamo il
perché, Ally. In quanto donna di
mare, sai bene che ogni volta che si
sale su una barca, all’inizio di una
regata, si va incontro al pericolo.
Come ci ha detto Theo quel giorno,
avrebbe potuto anche essere
investito da un autobus» aggiunse,
scrollando tristemente le spalle.
«Forse sentiva che il suo destino era
quello di…»
«Morire all’età di trentacinque
anni? No, assolutamente! Se credeva
questo, allora come ha potuto
amarmi? Mi aveva chiesto di
sposarlo! Avevamo tutta la vita
davanti. No.» Scossi la testa con
veemenza. «Non posso accettarlo.»
«Certo che non puoi, e devi
perdonarmi per averlo detto, ma in
qualche modo lo trovo confortante.
La morte ti confonde, è dura
accettare che coloro che amiamo
possano morire. Eppure, insieme
alla nascita, questa è la nostra unica
certezza.»
Guardai la busta chiusa che
stringevo in mano. «Forse hai
ragione, Celia» ammisi sospirando.
«Ma allora per quale motivo lasciare
un nuovo testamento e una lettera
per entrambe; solo perché aveva una
qualche premonizione?»
«Be’, conoscevi Theo: sempre
organizzato ed efficiente, perfino
nella morte.»
Questa cosa ci fece sorridere
nostro malgrado.
«Sì, proprio come mio padre. Be’,
allora dovrei leggere questa lettera.»
«Prenditi tutto il tempo che ti
serve. E ora, se vuoi scusarmi, Ally
cara, vado di sopra a fare un lungo
bagno caldo.»
Celia uscì, e capii che l’aveva fatto
per concedermi del tempo da sola.
Bevvi un sorso di vino, posai il
bicchiere e, con dita tremanti, aprii
la busta. Mi resi conto che era la
seconda lettera di una persona
defunta che leggevo nell’arco di
qualche settimana.
Località incerta (sono su un treno
che da Southampton porta a
Heathrow, sto venendo a prenderti
all’aeroporto.)

Mia cara,
me ne rendo conto, è un’idea
piuttosto ridicola quella che
ultimamente mi è entrata in testa.
Ma, come già sai e come di certo
mia madre ribadirà, sono una
persona molto organizzata. Ha una
copia del mio testamento sin da
quando ho iniziato a partecipare alle
regate. Non che abbia un granché da
lasciare a nessuno, ma penso che sia
più facile per tutti mettere le cose in
chiaro.
E, ovviamente, ora che sei entrata
nella mia vita e sei diventata il
centro del mio universo, la persona
con cui spero di passare il resto
dell’esistenza, le cose sono
cambiate. Dato che al momento non
c’è niente di “ufficiale”, almeno
finché non ti metterò un anello al
dito da aggiungere alla catenina che
hai già al collo, mi sembra
fondamentale assicurarmi che tutti
sappiano quali sono le nostre
intenzioni, almeno dal punto di vista
finanziario, in caso mi succeda
qualcosa.
Sono certa che sarai sopraffatta dalla
gioia (ah!) quando scoprirai che ti
lascio il fienile delle capre di
“Altrove”. La sera che l’hai visto ho
capito che ti piaceva moltissimo… il
terreno su cui sorge con tutti i
permessi in regola vale qualche
soldo. E voglio anche che tu abbia il
Neptune, la mia attuale casa sul
mare. A essere sincero, sono gli
unici beni materiali che possiedo. A
parte il motorino, ma sono sicuro
che ti sentiresti insultata se te lo
lasciassi. Ah, e c’è anche il misero
fondo fiduciario che mi elargisce il
mio generosissimo padre, che se non
altro servirà a pagare il vino rosso
che berrai ad “Altrove”, in futuro.
Scusa, siamo in un tratto di ferrovia
un po’ malmesso, perciò perdona la
mano tremante (quando torneremo
dalla regata strapperò questa lettera
dalle mani della mamma per
ricopiarla al computer). Ma se per
qualche motivo non lo farò, potrò
sempre affermare che è così che
avrei voluto che fosse.
Adesso potrei diventare emotivo:
Ally, voglio dirti quanto ti amo e
quanto sei diventata importante per
me nel poco tempo trascorso
insieme. Hai letteralmente rovesciato
la mia barca (spero tu apprezzi
l’analogia marinaresca) e non vedo
l’ora di trascorrere il resto della vita
a tenerti la testa mentre vomiti, a
discutere delle origini del tuo
bizzarro cognome e a scovare ogni
particolare nascosto, l’uno dell’altra,
mentre invecchiamo.
E se, per caso, tu dovessi leggere
questa lettera, alza la testa verso le
stelle e sappi che ti sto guardando. E
probabilmente sto bevendo una birra
con tuo padre chiedendogli di
raccontarmi qualcuna delle tue
bravate giovanili.
Mia carissima Ally – Alcyone – non
hai idea di quanta gioia tu mi abbia
dato.
Sii FELICE! È questo il tuo dono.
Theo xxx
Rimasi seduta lì, nella tenue luce
della sera, a ridere e a piangere allo
stesso tempo. Quella lettera era
Theo stesso, e mi spezzò di nuovo il
cuore.
Celia e io ci incontrammo il giorno
dopo a colazione. La sera prima mi
aveva mostrato la mia stanza, ma
non mi aveva chiesto nulla della
lettera e le ero stata grata per questo.
Mi disse che doveva uscire a
sbrigare le formalità per riportare il
corpo di Theo a Londra, e che poi
avremmo deciso insieme una data
per il funerale.
«Ally, c’è qualcos’altro che Theo
mi ha lasciato scritto. Voleva che
suonassi il flauto al suo funerale.»
«Davvero?» La guardai,
sbalordita.
«Sì» confermò sospirando. «Sono
anni che ha dato istruzioni: il
servizio funebre sarà seguito dalla
cremazione, alla quale, fra l’altro, ha
insistito affinché nessuno assista. Le
sue ceneri verranno disperse nella
baia di Lymington, dove con me, per
la prima volta, ha imparato a
condurre una barca. Te la senti di
suonare?»
«Non… non lo so.»
«Mi ha detto che suoni
magnificamente. Come puoi
immaginare, la musica che ha scelto
non è delle più convenzionali,
proprio come lui. Voleva che
suonassi Jack’s the Lad, tratto da
Fantasia on British Sea Songs. Sono
certa che l’avrai già sentita.»
«Sì, la conosco. Non penso che
esista marinaio che non conosca
almeno la melodia: è l’aria di The
Sailor’s Hornpipe».
Quella melodia mi risuonò subito
in testa; erano note che avevo
suonato tanti anni prima ma che
ancora ricordavo bene. Tutto, in
quelle richieste, era tipico di Theo:
racchiudevano il suo amore per il
mare e la sua innata gioia di vivere.
«Sì, lo farò.»
E, per la prima volta da quando era
morto, mi lasciai sopraffare dal
pianto.
Nei tremendi giorni che seguirono
fummo costrette a respingere
l’assalto dei media accampati fuori
dalla porta. Vivevamo come recluse,
uscendo solo per comprare del cibo
e gli abiti neri per il funerale. E
mentre ci occupavamo di tutto il
necessario per la cerimonia – cosa
che mi fece provare ancor più
rispetto per Pa’ Salt, che aveva
organizzato di persona il suo
funerale – crebbe anche il mio
rispetto per Celia. Anche se era
ovvio che Theo fosse tutto per lei,
non si fece mai sopraffare dal
dolore.
«Immagino non te ne abbia mai
parlato, Ally, ma a Theo piaceva la
chiesa della Santa Trinità in Sloane
Street, non lontano da qui. È andato
a scuola proprio lì vicino e per lui
era un punto di riferimento. Ricordo
di averlo sentito cantare la parte
solista di Lontano in una mangiatoia
durante la messa di Natale, quando
aveva otto anni» disse con un sorriso
affettuoso. «Che ne pensi di
organizzare lì la cerimonia
funebre?»
Il fatto che avesse chiesto la mia
opinione prima di prendere una
decisione mi commosse oltre ogni
dire, anche se i miei commenti
sarebbero stati di scarso rilievo.
Conosceva da una vita Theo, il suo
unico figlio, ciò nonostante aveva la
grazia e il tatto di capire e
riconoscere ciò che provavo per lui.
E ciò che lui aveva provato per me.
«Qualsiasi cosa credi sia meglio,
Celia, davvero.»
«C’è qualcuno che vorresti
invitare al suo funerale?»
«Oltre a quelli che hai già invitato,
cioè l’equipaggio e la confraternita
dei velisti, nessuno sapeva che
stavamo insieme» risposi con
onestà. «Perciò non credo che
capirebbero.»
Ma lei sì. E spesso, quando ci
ritrovavamo entrambe in cucina alle
tre del mattino, al momento del
picco massimo di dolore, ci
sedevamo a tavola e parlavamo
senza sosta di Theo, cercando di
trovare nell’altra il conforto di cui
avevamo bisogno. I piccoli ricordi,
di cui Celia aveva una scorta
inesauribile, si univano ai miei, che
coprivano solo un paio di settimane.
Attraverso i suoi racconti arrivai a
conoscere meglio Theo, e non mi
stancavo mai di vedere le sue foto da
bambino, o di leggere le lettere
sgrammaticate che le scriveva dal
collegio.
Pur sapendo che presto sarei
dovuta tornare alla realtà, mi
confortava il fatto che tutte e due
continuassimo a tenerlo in vita con
ogni nostra parola. E questa era la
cosa più importante.
12

«Pronta?» mi chiese Celia quando la


nostra auto arrivò di fronte alla
chiesa della Santa Trinità. Feci
segno di sì e, dopo esserci strette
rapidamente la mano in segno di
solidarietà, scendemmo dal veicolo
ed entrammo nell’edificio, prese
d’assalto dai flash dei fotografi. La
chiesa era buia e la vista delle navate
stipate di gente fino all’inverosimile
mi fece quasi scoppiare in lacrime,
nonostante avessi giurato di non
farlo.
Theo era lì, vicino all’altare.
Cercai di farmi forza. Era come
un’orrenda parodia del matrimonio
che avremmo dovuto celebrare
insieme.
Ci sedemmo in prima fila e la
cerimonia ebbe inizio. Per il suo
servizio funebre, Theo aveva scelto
una serie di musiche particolari.
Dopo il discorso del prete, arrivò il
mio turno. Mi unii alla piccola
orchestra formata da violini,
violoncello, due clarinetti e un oboe.
Pronunciai una preghiera silenziosa,
mi portai il flauto alla bocca e iniziai
a suonare. I musicisti si unirono a
me e, man mano che il tempo della
canzone si faceva più veloce, vidi
che i presenti iniziavano a sorridere
e poi, uno dopo l’altro, si alzarono in
piedi. Entro breve tutti iniziarono a
eseguire la tradizionale danza del
Sailor’s Hornpipe, piegando le
ginocchia e tenendo le braccia
incrociate davanti al petto.
L’orchestrina aumentò ancora di più
il tempo, suonando con trasporto e
partecipazione, mentre i presenti
danzavano sempre più velocemente
seguendo il ritmo.
Quando finimmo, la chiesa si
riempì di applausi e grida. Qualcuno
urlò «Bis!», come ogni volta che
questo pezzo veniva suonato. Alla
fine, presi il mio flauto e tornai a
sedermi accanto a Celia che mi
strinse forte la mano.
«Grazie, mia cara Ally, grazie
davvero.»
Poi Rob si avvicinò all’altare, salì i
gradini accanto al feretro di Theo e
si avvicinò al microfono.
«La madre di Theo, Celia, mi ha
chiesto di dire qualche parola. Come
tutti sapete, Theo ha perso la vita per
salvare me. Non potrò mai
ringraziarlo per quello che ha fatto
per me quella notte, ma so che il suo
sacrificio ha fatto soffrire
enormemente Celia e Ally, la donna
che amava. Theo, a te vanno tutto
l’affetto e il rispetto di tutti coloro
che hanno avuto l’onore di navigare
con te almeno una volta. Eri
semplicemente il migliore. E Ally,»
proseguì, guardandomi negli occhi
«questo è quello che ha chiesto di
suonare in tuo onore.»
Di nuovo, sentii la mano di Celia
sulla mia mentre dal coro partiva
una bellissima versione di
Somewhere, tratto da West Side
Story. Cercai di sorridere a quella
sorpresa, predisposta da Theo senza
che lo sapessi, ma l’intensità delle
parole mi fece commuovere. Al
termine della canzone, otto membri
dell’equipaggio che aveva preso
parte alla Fastnet, incluso Rob, si
caricarono la bara sulle spalle e si
avviarono fuori dalla chiesa. Celia
mi tenne con sé: eravamo le prime
tra le persone in lutto che si misero
dietro la bara in processione.
Mentre uscivamo, vidi due volti
familiari seduti nella chiesa: Star e
CeCe erano tra la folla e mi sorrisero
con affetto e compassione appena
passai loro accanto. Celia e io
uscimmo su Sloane Street, e
osservammo il feretro di Theo che
veniva caricato sul carro funebre per
l’ultimo, solitario viaggio verso il
forno crematorio. Quando il carro si
fu allontanato, mi voltai verso Celia
e le chiesi come avevano fatto le mie
sorelle a saperlo.
«Nella sua lettera Theo mi ha
chiesto di contattare Marina nel caso
gli fosse successo qualcosa, in modo
che lei e le tue sorelle potessero
partecipare. Ha pensato che tu
potessi aver bisogno di loro.»
I partecipanti uscirono a poco a
poco dalla chiesa, fermandosi sul
marciapiede per salutarsi in silenzio.
In molti si misero in fila per farmi le
condoglianze; erano per lo più
persone del mondo della vela, che
mi porsero parole di conforto e si
dichiararono sorpresi per il mio
talento musicale. Mi guardai intorno
e notai un uomo alto, in completo e
occhiali scuri, un po’ in disparte
rispetto al resto della folla. Aveva
un’aria così desolata che mi scusai e
andai a parlargli.
«Salve» lo salutai. «Io sono Ally,
la fidanzata di Theo. Se vuole unirsi
a noi per mangiare e bere qualcosa a
casa di Celia, sarà il benvenuto. È a
soli cinque minuti a piedi da qui.»
Si voltò verso di me; gli occhiali
nascondevano l’espressione del
volto. «Sì, so dov’è. Una volta ci
vivevo.»
Capii allora che quell’uomo era il
padre di Theo. «Molto piacere di
conoscerla.»
«Sono certo che capirai; per
quanto desideri tornare in quella
casa, so che non sarei il benvenuto.»
Non sapevo come rispondergli;
provai imbarazzo. Era ovvio che
fosse distrutto dal dolore e,
qualunque cosa fosse accaduta in
passato con sua moglie, anche lui
aveva perso un figlio.
«È un peccato» riuscii a dire.
«Tu devi essere la ragazza che
Theo voleva sposare. Mi ha scritto
una mail solo qualche settimana fa»
proseguì con il suo morbido accento
americano, così diverso dalla
spigolosa parlata inglese di Theo.
«Ora devo andare, ma tieni, Ally,
prendi il mio biglietto da visita. Sarò
in città per qualche giorno e mi
farebbe piacere parlare con te di mio
figlio. Nonostante quello che sono
certo avrai sentito dire su di me, gli
volevo molto bene. Penso che non ci
sia bisogno di spiegare che esistono
sempre due versioni della stessa
storia.»
«Sì, certo» risposi, ricordandomi
che Pa’ Salt una volta mi aveva detto
esattamente la stessa cosa.
«Ora è meglio che torni dagli altri.
È stato bello conoscerti. Ciao, Ally»
mi salutò. Poi si voltò e si allontanò
lentamente. Sembrava il ritratto
della disperazione.
Quando mi voltai, vidi CeCe e Star
attendere rispettosamente che finissi
la mia conversazione. Non appena
mi avvicinai, mi gettarono le braccia
al collo.
«Mio Dio, Ally» disse CeCe. «Da
quando l’abbiamo saputo non
abbiamo fatto altro che cercarti sul
cellulare! Ci dispiace da morire,
vero, Star?»
«Sì.» Star annuì e notai che anche
lei era sul punto di scoppiare a
piangere. «È stata una cerimonia
bellissima, Ally.»
«Grazie.»
«È stato meraviglioso sentirti
suonare il flauto. Non hai perso la
tua magia» aggiunse CeCe.
Vidi Celia che mi faceva cenno
verso la grossa auto nera che
aspettava in strada.
«Scusate, ora devo andare con la
madre di Theo. Vi aspetto a casa
sua, dopo?»
«Temo che non potremo esserci»
disse CeCe. «Ma ascolta, il nostro
appartamento è giusto al di là del
ponte, a Battersea. Quando ti sentirai
un po’ meglio, chiamaci e vieni a
trovarci, okay?»
«Ci farebbe tanto piacere stare un
po’ con te, Ally» disse Star,
abbracciandomi di nuovo. «Tutte le
ragazze ti abbracciano forte. Fatti
forza e abbi cura di te.»
«Ci proverò. E grazie ancora per
essere venute, non so dirvi quanto
mi abbia fatto piacere.»
Salii sull’auto e, con sguardo
riconoscente, seguii le mie sorelle
attraversare la strada insieme.
«Sono così dolci. Che bella cosa
avere delle sorelle o dei fratelli.
Come Theo, anch’io sono figlia
unica» commentò Celia mentre
l’auto si immetteva nel traffico.
«Stai bene?» le chiesi.
«No, ma è stata la cerimonia più
bella e commovente di sempre. Non
so dirti quanto abbia significato per
me sentirti suonare.» Fece una pausa
poi sospirò. «Ti ho vista parlare con
Peter, il padre di Theo.»
«Sì.»
«Deve essere rimasto in fondo alla
chiesa. Non l’ho visto quando sono
entrata, altrimenti gli avrei detto di
venire a sedersi davanti, insieme a
noi.»
«Davvero?»
«Naturalmente! Non saremo
grandi amici, ma sono certa che sia
devastato quanto me. Presumo che
non verrà a casa?»
«Già, anche se ha detto che si
sarebbe trattenuto in città per
qualche giorno e che gli avrebbe
fatto piacere incontrarmi.»
«Oh, cielo. È così triste non
potersi riunire neanche per il
funerale di nostro figlio… Ad ogni
modo,» aggiunse mentre l’auto
accostava davanti alla casa «ti sono
grata per il tuo sostegno. Non ce
l’avrei fatta senza di te, Ally. Ora
andiamo ad accogliere gli ospiti e a
celebrare la vita del nostro ragazzo.»

Un paio di giorni dopo mi svegliai


nella comoda, anche se un po’
antiquata, stanza degli ospiti di
Celia. Le finestre erano coperte da
tendaggi a motivi floreali, abbinati
al copriletto e in tono con la carta da
parati a righe, ormai leggermente
sbiadita. Guardai l’orologio e vidi
che erano quasi le dieci e mezza.
Dal giorno della cerimonia funebre
avevo finalmente ricominciato a
dormire, ma in maniera quasi
artificiale; mi svegliavo al mattino
come in preda ai postumi di una
sbronza, o come se avessi preso una
delle pillole di sonnifero che Celia
mi offriva sempre. Nella luce flebile
del mattino mi sentivo esausta come
quando ero andata a letto, pur
avendo dormito quasi dieci ore. Mi
resi conto di non poter più
continuare a nascondermi a casa di
Celia, confortata dalle nostre infinite
conversazioni su Theo. Celia
sarebbe partita l’indomani per
l’Italia e, anche se mi aveva
gentilmente invitata ad andare con
lei, sapevo di dover voltare pagina.
La domanda era: dove sarei
andata?
Avevo già deciso di contattare
l’allenatore della nazionale di vela
svizzera per dirgli che non mi sarei
unita a loro per le selezioni in vista
delle Olimpiadi. Anche se Celia mi
aveva più volte detto che non
dovevo permettere a questa tragedia
di rovinarmi la vita e di farmi
perdere la mia più grande passione,
ogni volta che pensavo alla
possibilità di tornare in barca venivo
colta da un brivido. Forse un giorno
l’avrei superata, ma non adesso, non
in tempo per cominciare quelli che
sapevo sarebbero stati mesi e mesi
di duri allenamenti in preparazione
all’evento sportivo più importante
del mondo. Al ritiro ci sarebbero
state fin troppe persone che
conoscevano Theo. Anche se parlare
con sua madre si era dimostrato un
ottimo sfogo, mi sentivo
incredibilmente vulnerabile ogni
volta che qualcuno pronunciava il
suo nome.
Senza Theo e senza la vela, i
giorni che mi si paravano davanti
sembravano vuoti come uno
sconfinato foglio bianco che non
sapevo proprio come riempire.
Forse, pensai, ero diventata la
nuova “Maia” della famiglia,
destinata a tornare ad Atlantis e a
soffrire in quello splendore solitario
come aveva fatto lei per tanto
tempo. Del resto mia sorella ormai
aveva iniziato una nuova vita a Rio e
questo mi avrebbe permesso di
tornare a casa e insediarmi
tranquillamente nel suo vecchio nido
nel Pavilion.
Le ultime settimane mi avevano
insegnato che fino ad allora avevo
condotto un’esistenza dorata;
dovendo giudicare me stessa e le
mie colpe, sarei stata costretta ad
ammettere che avevo sempre
guardato dall’alto in basso le
persone più deboli di me. Non
capivo perché non riuscissero a
rialzarsi, a buttarsi tutto alle spalle e
andare avanti. E adesso la vita mi
aveva insegnato, nella maniera più
brutale possibile, che finché non si
provano sulla propria pelle la perdita
e il dolore è impossibile
comprendere davvero chi si trova in
situazioni simili.
Cercai disperatamente di restare
positiva dicendomi che quello che
mi era accaduto mi avrebbe almeno
reso una persona migliore. Ispirata
da quest’idea, tirai fuori il cellulare.
Mi sentivo un po’ in colpa per averlo
tenuto spento dal giorno della morte
di Theo, cioè da due settimane. La
batteria era di nuovo scarica. Mentre
si caricava, andai a fare una doccia:
per tutto il tempo il telefono
continuò a segnalare l’arrivo di
messaggi in segreteria e di SMS.
Mi asciugai e mi vestii,
preparandomi mentalmente. Presi il
cellulare e scorsi un’infinità di
messaggi di Ma’ e delle mie sorelle,
e poi di tutti quelli che avevano
saputo della morte di Theo. Ally,
vorrei poter essere lì con te, non
riesco a immaginare come devi
sentirti adesso. Ti mando tutto il mio
amore, aveva scritto Maia. Ally, ho
provato a chiamarti ma non
rispondi. L’ho saputo da Ma’ e sono
distrutta per te. Ally, io ci sono
giorno e notte se hai bisogno. Tiggy.
Poi composi il numero della
segreteria. Indubbiamente la
maggior parte dei messaggi
sarebbero stati di persone che mi
porgevano le loro condoglianze. Ma
quando arrivai al messaggio più
vecchio, lasciato dieci giorni prima,
mi si strinse il cuore. Il segnale era
pessimo e non si distinguevano tutte
le parole, ma capii che si trattava di
Theo.
«Ciao, amore mio. Sto chiamando
dal telefono satellitare ora che ho un
attimo. Ci troviamo da qualche
parte nel Mare Celtico. Il tempo è
tremendo e anch’io sto cominciando
a vacillare. So che sei arrabbiata
perché ti ho cacciata dalla barca,
ma prima che tu vada a dormire,
voglio solo che tu sappia che non ha
assolutamente nulla a che vedere
con le tue capacità di velista. E a
essere sincero, vorrei che tu fossi a
bordo, adesso, perché vali dieci
uomini. Lo sai che l’ho fatto perché
ti amo,vero? Spero solo che mi
parlerai ancora quando tornerò!
Buonanotte, amore. Ti amo. Ciao.»
Abbandonai il proposito di ascoltare
gli altri messaggi e mi limitai a
riascoltare quello di Theo,
assaporandone ogni parola. Dall’ora
in cui me l’aveva lasciato capii che
doveva avermi chiamato circa
un’ora prima di salire sul ponte e
tuffarsi per salvare Rob, andando
incontro alla morte.
«Ti amo anch’io» sussurrai. E ogni
residuo di rabbia, rimasta dentro di
me da quando mi aveva ordinato di
lasciare la barca, si sciolse come
neve al sole.
A colazione Celia mi disse che
sarebbe uscita a fare qualche
acquisto dell’ultimo minuto in vista
della partenza per l’Italia.
«Hai deciso cosa farai, Ally? Sai
che sei più che benvenuta se vorrai
rimanere qui mentre sarò via.
Oppure puoi venire con me. Sono
sicura che troveremo un last minute
per Pisa.»
«Grazie, è davvero gentile da parte
tua, ma penso che tornerò a casa»
risposi, preoccupata di diventare un
peso per Celia.
«Come vuoi. Basta che tu me lo
faccia sapere.»
Dopo che fu uscita, andai di sopra
e decisi che adesso ero in grado di
chiamare CeCe e Star. Telefonai
prima a CeCe, perché era lei quella
che decideva ogni cosa per
entrambe, ma rispose la segreteria,
perciò composi il numero di Star.
«Ally?»
«Ciao, Star, come stai?»
«Oh, io bene. E tu, come stai?»
«Bene. Pensavo che magari potrei
passare da voi, domani.»
«Be’, troverai soltanto me. CeCe è
via per un servizio fotografico alla
Battersea Power Station. Vuole
usare le foto come ispirazione per
uno dei suoi progetti artistici prima
che trasformino quel luogo in
qualcos’altro.»
«Ti dispiace se vengo lo stesso?»
«Sarebbe bello.»
«Bene. A che ora posso passare?»
«Sono qui tutto il giorno, Ally.
Perché non vieni a pranzo?»
«Okay, sarò lì per l’una. Ci
vediamo domani, Star.»
Quando chiusi la comunicazione,
mi resi conto che il pranzo
dell’indomani sarebbe stata la prima
occasione di trascorrere più di
qualche minuto con Star senza che
ci fosse anche CeCe.
Tirai fuori il portatile dalla mia
sacca con l’idea di controllare le
mail. Lo posai sul comò e lo collegai
alla corrente. C’era qualche altro
messaggio di condoglianza e il solito
spam. Una tizia di nome “Tamara”
che si offriva di confortarmi ora che
le notti cominciavano a diventare
più lunghe. Poi vidi un nome che
non riconobbi immediatamente:
Magdalena Jensen. Dopo qualche
istante di riflessione, mi ricordai che
era la traduttrice che stava lavorando
al libro di Pa’ Salt. Grazie al cielo
non l’avevo cancellata subito.
Da: magdalenajensen1@trans.no
A: allygeneva@gmail.com
Oggetto: Grieg, Solveig og Jeg /
Grieg, Solveig e me, 20 agosto 2007

Gentile signorina D’Aplièse,


tradurre Grieg, Solveig og Jeg fino a
questo momento mi è piaciuto
molto. È una lettura affascinante,
una storia in cui non mi sono mai
imbattuta prima d’ora, qui in
Norvegia. Ho pensato che le
potrebbe interessare cominciare a
leggerla, perciò troverà in allegato le
200 pagine che ho tradotto finora.
Dovrei ricontattarla con il resto entro
una decina di giorni.
Cordiali saluti,
Magdalena

Aprii l’allegato con la traduzione e


lessi la prima pagina; poi la seconda.
Già alla terza pagina staccai il
portatile e lo collegai alla presa
vicino al letto, per potermi mettere
comoda mentre proseguivo nella
lettura…
Anna
Telemark, Norvegia
Agosto 1875
13

Anna Tomasdatter Landvik si fermò


ad aspettare che Rosa, la mucca più
anziana della mandria, scendesse dal
ripido pendio. Come sempre era
stata lasciata indietro dalle altre, che
si erano spostate tutte su pascoli
freschi.
«Canta per lei, Anna, e verrà» le
diceva sempre suo padre. «Verrà da
te.»
Anna intonò qualche nota del Per
Spelmann, la canzone preferita di
Rosa, e la melodia la raggiunse,
risuonando come una campana nella
valle. L’anziana mucca ci avrebbe
messo un po’ a raggiungerla, perciò
Anna si sedette sull’erba, piegando
la sua esile figura nella posizione
preferita, con le ginocchia raccolte
al petto e le braccia intorno. Respirò
l’aria immobile e calda del
pomeriggio e rimirò il paesaggio,
mormorando al ritmo del ronzio
degli insetti. Il sole stava
cominciando a calare verso le
montagne dall’altro lato della valle,
facendo brillare come oro liquido le
acque del lago sottostante. Presto
sarebbe scomparso completamente e
la notte sarebbe calata
all’improvviso.
Nelle ultime due settimane, mentre
contava le mucche che scendevano
dal fianco della montagna, il sole era
tramontato ogni giorno un po’
prima. Dopo mesi di luce continua
fino quasi a mezzanotte, Anna
sapeva che quella sera sua madre
avrebbe dovuto accendere le
lampade a olio ancora prima che lei
facesse ritorno al rifugio. E che suo
padre e suo fratello minore
sarebbero arrivati per aiutarle a
chiudere la sala di mungitura estiva
e spostare il bestiame a valle,
preparandosi all’arrivo dell’inverno.
Era un evento che annunciava la fine
dell’estate nordica e che, per Anna,
significava mesi e mesi di oscurità
quasi perpetua. Il verde vivace della
montagna si sarebbe presto
ammantato di uno spesso strato di
neve bianca e lei e sua madre
avrebbero dovuto lasciare il rifugio
di legno dove trascorrevano i mesi
più caldi. Avrebbero dovuto fare
ritorno nella fattoria di famiglia,
appena fuori dal piccolo villaggio di
Heddal.
Rosa continuava a procedere
lentamente verso di lei, fermandosi
di tanto in tanto ad annusare l’erba.
Anna cantò qualche altra battuta
della canzone per incoraggiarla. Suo
padre Anders non credeva che Rosa
sarebbe sopravvissuta tanto da
vedere un’altra estate. Nessuno
sembrava conoscere con esattezza la
vera età di quella mucca, ma di certo
non era molto più giovane di Anna,
che aveva diciotto anni. L’idea che
un giorno Rosa non sarebbe più stata
con lei, che non l’avrebbe più
salutata con quei suoi occhi gentili
color ambra che, ad Anna piaceva
pensare, la riconoscevano ogni
volta, le fece salire le lacrime agli
occhi. Poi pensò ai lunghi mesi
senza sole che la attendevano e le
lacrime cominciarono a scendere
lungo le sue guance.
Almeno, rifletté fregandosi gli
occhi con rabbia, quando fossero
tornati nella fattoria di famiglia
avrebbe potuto vedere Gerdy e Viva,
il suo gatto e il suo cane. Non c’era
nulla che ad Anna piacesse di più
che raggomitolarsi davanti alla stufa
calda, mangiando pane e gomme
dolce, con Gerdy che le faceva le
fusa in grembo e Viva in attesa delle
briciole. Tuttavia sapeva che sua
madre non le avrebbe certo
permesso di restare seduta per tutto
l’inverno a sognare a occhi aperti.
«Avrai la tua casa a cui badare un
giorno, kjære, mia cara, e io non ci
sarò per dare da mangiare a te e a
tuo marito!» le diceva di continuo
sua madre Berit.
Fare il burro, rammendare i vestiti,
dar da mangiare alle galline,
arrotolare il lefse, il pane sottile che
suo padre divorava a chili: ad Anna
non piacevano i lavori domestici, e
di certo non pensava ancora a dover
nutrire un ipotetico marito. Per
quanto ci avesse provato – e, a esser
sinceri, sapeva di non averci messo
tutto l’impegno di cui era capace – i
risultati dei suoi esperimenti in
cucina finivano spesso per essere
immangiabili o poco presentabili.
«Fai il gomme da anni, ma ancora
non sa di niente» le aveva detto sua
madre solo la settimana prima,
portando in tavola una ciotola di
zucchero e un bricco di latte fresco.
«È tempo che tu impari a farlo come
si deve.»
Ma qualsiasi cosa Anna facesse, il
suo gomme si rivelava sempre
troppo friabile e bruciato sul fondo.
«Traditrice» aveva sussurrato a
Viva, la cagnolina sempre affamata,
che si rifiutava di mangiarlo.
Anna aveva lasciato la scuola
ormai da quattro anni, ma ancora
sentiva la mancanza della terza
settimana di ogni mese quando
Frøken1 Jacobsen, l’insegnante che
lavorava in tutti i villaggi della
contea di Telemark, arrivava con
nuove cose da farle imparare. Lo
preferiva di gran lunga alle severe
lezioni del pastore Erslev, in cui
dovevano recitare a memoria passi
della Bibbia ed essere interrogati
davanti a tutta la classe. Anna le
odiava e si sentiva sempre
terribilmente a disagio quando
doveva pronunciare parole a lei poco
familiari sotto gli sguardi di tutti.
La moglie del pastore, Fru2 Erslev,
era molto più gentile e aveva molta
pazienza con lei quando cercava di
insegnarle gli inni per il coro della
chiesa. E spesso, a quei tempi, Anna
doveva sostenere la parte da solista.
Cantare era molto più facile che
leggere, pensava Anna. Quando
cantava, le bastava chiudere gli
occhi, aprire la bocca ed emettere un
suono che sembrava deliziare tutti.
A volte sognava di esibirsi davanti
a una folla, in una grande chiesa di
Christiania. I momenti in cui
cantava erano gli unici in cui sentiva
di valere qualcosa. Ma in realtà –
come sua madre non mancava mai
di ricordarle – oltre che per riportare
le mucche a casa e, un giorno, far
addormentare i figli, il suo talento
per la musica non sarebbe servito a
un granché. Tutte le sue coetanee del
coro della chiesa erano fidanzate o
sposate, o stavano subendo le
conseguenze del matrimonio, ossia
diventare grasse o ammalarsi, per
poi dare alla luce un bambino
starnazzante con la faccia paonazza;
per colpa di quello avrebbero poi
dovuto smettere di cantare.
Al matrimonio di Nils, il suo
fratello maggiore, aveva sentito
qualcosa circa il suo futuro
matrimonio, ma finora nessun
pretendente si era fatto avanti.
Quell’inverno sarebbero rimaste
solo lei e le gammel frøken, come
Knut, il suo fratello minore,
chiamava le vecchie zitelle del
villaggio.
«Se Dio vorrà, troverai un marito
che ignorerà il terribile cibo che gli
metterai nel piatto e che riuscirà solo
a guardarti nei tuoi bellissimi occhi
azzurri» la derideva spesso suo
padre Anders.
Sapeva che tutta la sua famiglia
attendeva un qualche segnale da
Lars Trulssen, l’uomo coraggioso
che aveva sempre accettato di buon
grado il cibo bruciato che lei gli
offriva. Lars viveva con il padre
malato nella fattoria vicina, a
Heddal. I due fratelli di Anna
avevano adottato Lars, figlio unico e
senza madre dall’età di sei anni,
come terzo fratello, che spesso
cenava a casa della famiglia
Landvik. Anna ricordava i tempi in
cui giocavano tutti insieme durante
gli interminabili inverni in cui
nevicava senza sosta. I suoi fratelli,
rudi e turbolenti, si divertivano a
seppellirsi a vicenda nella neve,
dalla quale spuntava, come un faro
nel paesaggio bianco, la tipica
chioma rossiccia dei Landvik. Con
loro grande delusione, il pacato e
gentile Lars preferiva sempre
ritirarsi in casa a leggere.
In quanto figlio maggiore, come
da consuetudine, dopo il matrimonio
Nils avrebbe dovuto rimanere con la
sua nuova moglie nella casa dei
Landvik. Ma la recente morte dei
genitori aveva permesso alla ragazza
di ereditare la fattoria, situata in un
villaggio a qualche ora da Heddal.
Nils, perciò, vi si era trasferito per
iniziare a occuparsene. Perciò
toccava a Knut restare alla fattoria
dei Landvik ad aiutare il padre.
Anna si ritrovava spesso da sola
con Lars, che andava a trovarli
regolarmente. A volte le parlava del
libro che stava leggendo in quel
periodo, e lei tendeva l’orecchio per
udire la sua flebile voce mentre
raccontava affascinanti storie di altri
mondi che sembravano molto più
entusiasmanti di Heddal.
«Ho appena finito Peer Gynt» le
aveva detto un pomeriggio. «Me
l’ha mandato mio zio da Christiania
e credo che ti piacerebbe. Penso che
finora sia la miglior cosa che Ibsen
abbia mai scritto.»
Anna aveva abbassato lo sguardo.
Non voleva ammettere di non avere
idea di chi fosse questo Ibsen, ma
Lars non l’aveva giudicata e le
aveva raccontato tutto del più grande
drammaturgo norvegese vivente, che
veniva da Skien, una città molto
vicina a Heddal, e che stava
diffondendo nel mondo la letteratura
e la cultura norvegesi. Lars le aveva
detto di aver letto tutte le sue opere.
In realtà, ad Anna sembrava che
Lars leggesse tutti i libri di
qualunque scrittore, e le aveva
addirittura confidato che un giorno
sognava di diventarlo lui stesso.
«Ma non potrà mai succedere,
qui» le aveva detto, guardandola con
quei suoi inquieti occhi azzurri. «La
Norvegia è troppo piccola, e molti di
noi non hanno un’istruzione. Però
ho sentito dire che in America, se
lavori sodo, puoi diventare tutto
quello che vuoi…»
Anna sapeva che Lars, in vista di
un suo eventuale trasferimento
laggiù, aveva perfino imparato a
leggere e scrivere in inglese, senza
l’aiuto di nessuno. Scriveva poesie
in inglese e diceva che presto le
avrebbe spedite a un editore. Ogni
volta che cominciava a parlare
dell’America, Anna avvertiva in lui
una punta di tristezza perché sapeva
che non avrebbe mai potuto
permettersi di andarci. Suo padre era
ormai storpio per via dell’artrite, le
mani perennemente congelate in una
sorta di pugno, e Lars gestiva la
fattoria tutto da solo, vivendo in
quella casa mezzo diroccata.
Quando Lars non cenava con loro,
il padre di Anna si lamentava spesso
che la terra della famiglia Trulssen
non avesse ricevuto cure adeguate
per anni. I loro maiali scorrazzavano
liberi e avevano devastato il terreno,
che adesso era molle e sterile. «È
poco più che una palude, con tutta la
pioggia che c’è stata di recente»
diceva suo padre. «Ma quel ragazzo
vive nel suo mondo, non in quello
vero, fatto di campi e fattorie.»
Una sera di fine inverno, mentre
Anna tentava di decifrare le parole
di un nuovo inno che Fru Erslev le
aveva dato da imparare, Lars aveva
alzato lo sguardo dal suo libro,
dall’altro lato del tavolo, e l’aveva
guardata.
«Vuoi una mano?» le aveva
chiesto.
Anna era arrossita, rendendosi
conto che stava ripetendo ad alta
voce sempre le stesse parole nel
tentativo di pronunciarle bene, e si
era chiesta se volesse davvero che
Lars si avvicinasse, visto il tanfo di
maiale che emanava. Alla fine lei
aveva annuito timidamente e lui era
andato a sederle accanto. Insieme
avevano studiato ogni parola finché
Anna non era riuscita a leggere
l’inno dall’inizio alla fine, senza
pause.
«Grazie per avermi aiutata» gli
aveva detto.
«È stato un piacere» aveva
risposto lui, arrossendo. «Se vuoi,
posso aiutarti a migliorare nella
lettura e nella scrittura. Purché tu mi
prometta di cantare per me, qualche
volta.»
Anna sapeva che, in quattro anni
senza scuola, aveva trascurato
moltissimo la lettura e la scrittura,
perciò aveva accettato la proposta.
Da allora, avevano passato molte
sere d’inverno seduti al tavolo della
cucina, uno di fianco all’altra, e
Anna si era completamente
dimenticata dei suoi lavori di
ricamo, con grande irritazione della
madre. Presto erano passati dagli
inni ai libri che Lars portava da casa,
avvolti nella carta cerata per
proteggere le preziose pagine dalla
neve che cadeva ogni giorno,
incessante. E dopo lo studio,
chiudevano i libri e Anna cantava
per lui.
Sebbene i genitori di lei, all’inizio,
temessero che diventasse troppo
studiosa, adoravano quando leggeva
per loro, la sera.
«Io sarei fuggita molto più
velocemente da quei troll» aveva
dichiarato un giorno dopo aver finito
di leggere Le tre principesse di
Whiteland.
«Ma uno dei troll aveva sei teste»
aveva obiettato Knut.
«Sei teste ti rallentano e basta»
aveva detto con un sorriso.
Anna si esercitava anche nella
scrittura, e Lars aveva sorriso
quando si era accorto, per via della
pelle bianca sulle nocche, di quanto
stringesse forte la matita.
«Così non va da nessuna parte» le
aveva detto, sistemandole meglio la
mano intorno alla matita e
posizionando ogni dito con
delicatezza.
Una sera, avvolto in una pesante
pelle di lupo per proteggersi dal
freddo, Lars aveva aperto la porta
per tornare a casa sua. Subito, alcuni
fiocchi di neve grandi come farfalle
erano entrati in casa. Uno si era
posato sul naso di Anna e,
timidamente, Lars aveva allungato
una mano per levarglielo prima che
si sciogliesse. Era ruvida la pelle
delle sue dita contro quella delicata
di lei; il ragazzo aveva ritirato in
fretta la mano per rimetterla nella
tasca della pelliccia.
«Buonanotte» aveva mormorato,
prima di avventurarsi nell’oscurità. I
fiocchi di neve si scioglievano sul
pavimento mentre la porta si
richiudeva dietro di lui.
Anna si alzò quando Rosa
finalmente la raggiunse. Mentre
accarezzava le orecchie vellutate
della mucca e le baciava la stella
bianca al centro della fronte, non
poté fare a meno di notare dei peli
grigi attorno alla bocca rosa.
«Ti prego, rimani con me anche
l’estate prossima» le mormorò.
Soddisfatta, ora che Rosa
procedeva lentamente verso il resto
della mandria, brucando
pacificamente lungo il pendio scuro
sottostante, Anna si mise in
cammino verso il rifugio. Mentre
procedeva, decise che non era
ancora pronta per un cambiamento;
per ora desiderava solo tornare lì
ogni estate e sedersi nei campi
insieme a Rosa. La sua famiglia
poteva anche crederla un’ingenua,
ma Anna sapeva esattamente cosa
c’era in ballo per lei. E ricordava
bene lo strano modo in cui Lars si
era comportato quando l’aveva
salutata prima dell’estate.
Le aveva regalato il Peer Gynt di
Ibsen perché lo leggesse,
stringendole con delicatezza la mano
mentre le passava il libro. E lei si era
paralizzata. Quel gesto significava
un nuovo livello di intimità, per
nulla simile al rapporto fraterno che
lei aveva sempre creduto che
avessero. Con lo sguardo aveva
indugiato sul volto di lui e aveva
notato una diversa espressione in
quegli occhi azzurro intenso.
All’improvviso le era sembrato un
estraneo. Era andata a letto, quella
sera, rabbrividendo per lo sguardo
che lui le aveva rivolto, perché
sapeva esattamente cosa
significasse.
E a quanto pareva i suoi genitori
erano già a conoscenza delle
intenzioni di Lars.
«Potremmo sempre acquistare la
terra dei Trulssen come dote per
Anna» aveva sentito suo padre dire a
sua madre, una sera.
«Però potremmo trovarle qualcuno
proveniente da una famiglia
migliore» aveva risposto Berit a
bassa voce. «Gli Haakonssen hanno
ancora un figlio celibe, giù a Bø.»
«Vorrei risolvere questa cosa in
fretta» aveva risposto Anders con
fermezza. «Acquistare la terra dei
Trulssen significherebbe non
guadagnare nulla per almeno tre
anni, mentre aspettiamo che il
terreno torni fertile. Dopo, però,
potremmo raddoppiare il raccolto.
Penso che Lars sia il meglio a cui
possiamo aspirare, considerato
com’è Anna, con i suoi… limiti.»
Quel commento aveva ferito Anna,
che si era sentita ancora più offesa
quando i genitori avevano
cominciato a discutere apertamente
dei piani per il suo matrimonio con
Lars. Si era chiesta se le avrebbero
mai chiesto il suo parere, se volesse
davvero sposare Lars. Ma non
l’avevano fatto, così Anna si era
trattenuta dal dirgli che, anche se le
piaceva, non era convinta che
avrebbe mai imparato ad amarlo.
A volte aveva cercato di
immaginarsi cosa si provasse a
baciare un uomo, ma dubitava che
ciò le sarebbe piaciuto. E per quanto
riguardava il resto, quello che
sapeva fosse necessario per avere
dei bambini, be’, non aveva proprio
idea di come funzionasse. A volte, di
notte, sentiva strani cigolii e gemiti
provenire dalla camera da letto dei
suoi genitori, ma quando chiedeva
lumi a Knut, lui si limitava a
ridacchiare e diceva che era così che
tutti loro erano venuti al mondo. Se
assomigliava a quello che accadeva
quando il toro veniva portato dalla
vacca… Anna rabbrividiva al solo
pensiero, perché ricordava bene
come l’animale mugghiante dovesse
essere incoraggiato a montare la
femmina, mentre il fattore lo aiutava
a inserire il “coso” dentro di lei; in
questo modo qualche mese più tardi
avrebbe partorito.
Le sarebbe piaciuto chiedere alla
madre se tra gli esseri umani il
procedimento era simile, ma non ce
l’avrebbe mai fatta a trovare il
coraggio.
Ciò che rendeva la situazione
ancora più scomoda era il fatto che
durante l’estate aveva faticato a
leggere Peer Gynt, e perfino adesso,
dopo aver rimuginato all’infinito
sulla storia, non riusciva a non
pensare che Solveig, la povera
contadina protagonista del libro,
avesse sprecato tutta la vita ad
aspettare un uomo orribile e
libertino come quel Peer. E poi,
quando lui era tornato, lei l’aveva
accolto, permettendogli di posare di
nuovo la sua testa di bugiardo
traditore sul loro cuscino.
«Io l’avrei usata per farci giocare
Viva» borbottò avvicinandosi alla
casa. E l’unica cosa che aveva
deciso era che mai, per nulla al
mondo, avrebbe sposato un uomo
che non amava.
Giunta alla fine del sentiero,
intravide il rifugio di tronchi davanti
a sé, immutato da generazioni. Il
tetto di erba spiccava come un
quadrato verde brillante tra il
fogliame più scuro degli alberi nella
foresta che lo circondava. Anna
raccolse un mestolo d’acqua dal
barile accanto alla porta e si lavò le
mani per liberarsi dall’odore di
mucca, poi entrò nell’accogliente
soggiorno-cucina, dove, come aveva
previsto, le lampade a olio erano già
accese e le fiamme ardevano
allegramente.
Nella stanza c’erano un grosso
tavolo coperto da una stoffa a
scacchi, un comò di pino intagliato,
un vecchio forno a legna e un ampio
caminetto aperto, sul quale lei e sua
madre scaldavano la pentola di ferro
che per colazione e cena riempivano
di porridge, di carne e verdure per il
pasto di mezzogiorno. Nella parte
posteriore c’erano le stanze da letto:
quella dei suoi genitori, quella di
Knut e la piccola stanzetta in cui
dormiva lei.
Anna prese una lampada dal tavolo
e si diresse verso la sua stanza. La
camera era veramente piccola e ci
entrava a stento, perché la testiera
del letto era praticamente
appiccicata alla porta. Posò la
lampada sul comodino e si tolse la
cuffia, liberando la chioma di capelli
rossi che le ricadde ben oltre le
spalle.
Anna recuperò il suo specchio
tutto rovinato e andò a sedersi sul
letto. Si tolse una macchia di terra
dalla fronte per rendersi presentabile
prima di cena e studiò il proprio
riflesso sulla superficie scheggiata.
Non si considerava particolarmente
bella; le sembrava di avere il naso
troppo piccolo rispetto agli occhi,
così grandi, e le labbra carnose.
L’unica cosa positiva dell’inverno in
arrivo, pensò, era che le lentiggini
che le ricoprivano il naso e le
guance sarebbero scomparse fino
all’estate successiva.
Sospirando, posò lo specchio, poi
uscì di nuovo dalla stanza e guardò
l’orologio appeso alla parete della
cucina. Erano le sette e si meravigliò
che ancora non ci fosse nessuno in
casa; di solito suo padre e Knut a
quell’ora erano già rientrati.
«C’è nessuno?» chiese, ma non ci
fu risposta. Anna uscì nel tramonto e
fece il giro del rifugio fino sul retro,
dove un robusto tavolo di pino era
posato sulla terra nuda. Con sua
grande sorpresa, vide i suoi genitori
e Knut seduti insieme a un estraneo,
il cui volto era illuminato dal
bagliore della lampada a olio.
«Dove diavolo sei stata,
bambina?» le chiese sua madre,
alzandosi dalla sedia.
«A controllare che le mucche
scendessero dalla montagna, come
mi avevi chiesto di fare.»
«Sei uscita ore fa» ribatté Berit.
«Ho dovuto cercare Rosa, le altre
l’avevano lasciata indietro di
molto.»
«Be’, ora sei tornata.» Berit
sembrava sollevata. «Questo signore
è venuto fin qui con tuo padre e tuo
fratello apposta per incontrarti.»
Anna guardò l’uomo, chiedendosi
perché l’avesse fatto. Nessuno era
mai andato da nessuna parte “per
incontrarla”. Osservandolo meglio,
vide che non era di quelle parti.
Indossava una giacca scura con ampi
risvolti e aveva una cravatta di seta
al collo, e pantaloni di flanella che,
anche se sporchi di fango all’altezza
delle caviglie, erano del tipo che
indossava la gente alla moda nelle
grandi città. Aveva grossi baffi
all’insù, come le corna di una capra,
e Anna immaginò, dalle rughe che
aveva sul viso, che avesse passato la
cinquantina. Mentre lo studiava, si
rese conto che anche lui stava
facendo lo stesso. Poi le sorrise, un
sorriso carico di approvazione.
«Anna, vieni a conoscere Herr3
Bayer» le disse suo padre mentre
riempiva la tazza dell’uomo con la
birra fatta in casa.
Anna si avvicinò con esitazione e
l’uomo si alzò immediatamente
tendendole la mano. Lei gli porse la
sua in cambio e l’uomo, invece di
stringerla, la afferrò con entrambe le
mani.
«Frøken Landvik, è un privilegio
fare la vostra conoscenza.»
«Davvero?» disse lei, sorpresa
dall’entusiasmo mostrato in quel
saluto.
«Anna, non essere maleducata!» la
ammonì sua madre.
«No, vi prego» fece il gentiluomo.
«Sono certo che Anna non avesse
intenzione di esserlo. È solo
sorpresa di vedermi. Sono certo che
non capiti tutti i giorni che vostra
figlia torni a casa dalle montagne e
trovi uno sconosciuto ad attenderla.
Ora, Anna, se volete sedervi, vi
spiegherò perché sono qui.»
Mentre Anna obbediva, i suoi
genitori e Knut guardavano curiosi i
due.
«Innanzitutto, permettetemi di
presentarmi. Il mio nome è Franz
Bayer e sono professore di storia
norvegese all’università di
Christiania. Sono anche pianista e
insegnante di musica. Io e i miei
colleghi trascorriamo quasi tutte le
estati nel Telemark per condurre
delle ricerche sulla cultura nazionale
che voi e i vostri bravi compaesani
preservate tanto efficacemente da
queste parti; e poi cerchiamo giovani
talenti musicali per farli esibire nella
capitale. Quando sono arrivato nel
villaggio di Heddal, come sempre
sono andato per prima cosa nella
chiesa, e lì ho conosciuto Fru Erslev,
la moglie del pastore. Mi ha detto di
essere a capo del coro, e quando le
ho chiesto se tra le sue fila vantava
qualche voce di rara bellezza, mi ha
parlato di voi. Naturalmente ho
dedotto che viveste nelle vicinanze
di Heddal. Al che la signora mi ha
informato che trascorrete l’estate
quassù, a quasi un giorno di viaggio
a cavallo, ma che fortunatamente
vostro padre avrebbe potuto aiutarmi
per gli spostamenti, cosa che ha
fatto.» Herr Bayer fece un piccolo
inchino in direzione di Anders. «Mia
cara, giovane ragazza, confesso di
aver provato una certa reticenza
quando Fru Erslev mi ha comunicato
la vostra ubicazione. Tuttavia, mi ha
convinto che sareste valsa il viaggio.
Mi ha detto che avete la voce di un
angelo. E così,» concluse,
allargando le braccia e sorridendo
«eccomi qua. E i vostri cari genitori
sono stati molto ospitali mentre
attendevamo il vostro ritorno.»
Mentre faticava a comprendere
tutte le parole di Herr Bayer, Anna si
rese conto di avere la bocca
spalancata per la sorpresa; subito la
richiuse. Non voleva che un
sofisticato cittadino come quello che
aveva di fronte la considerasse
un’ebete ignorante.
«Sono onorata che vi siate
sobbarcato il viaggio solo per
vedermi» disse, sfoderando le
migliori buone maniere di cui era
capace.
«Be’, se la signora del coro ha
ragione, considerato che anche i
vostri genitori ritengono che abbiate
molto talento, allora l’onore è solo
mio» disse con galanteria Herr
Bayer. «Ora che siete qui, sono
felice di comunicarvi che avrete
l’opportunità di dimostrare che
hanno ragione. Mi piacerebbe
moltissimo che cantaste per me,
Anna.»
«Certo che lo farà» disse Anders,
mentre Anna restava seduta lì, in
silenzio, confusa. «Anna?»
«Ma conosco solo canzoni
popolari e inni religiosi, Herr
Bayer.»
«Saranno sufficienti, ve
l’assicuro» la incoraggiò lui.
«Canta Per Spelmann» le
consigliò la madre.
«È perfetto per cominciare»
rispose Herr Bayer con un cenno
affermativo del capo.
«Ma finora l’ho cantata solo alle
mucche.»
«Allora immaginate che io sia la
vostra mucca preferita e che mi
stiate richiamando a casa dai
pascoli» rispose Herr Bayer con una
scintilla di divertimento negli occhi.
«Molto bene, signore. Farò del
mio meglio.»
Anna chiuse gli occhi e cercò di
immaginarsi di nuovo sulla collina,
intenta a chiamare Rosa come aveva
fatto proprio quel pomeriggio. Fece
un respiro profondo e cominciò a
cantare. Le parole le salirono alla
bocca senza che dovesse pensarci, e
cantò la storia del povero violinista
che dovette scambiare la sua mucca
per riavere il suo strumento. E
quando l’ultima, delicata nota svanì
nell’aria della sera, aprì gli occhi.
Guardò incerta Herr Bayer, in
attesa di una sua reazione. Ci fu
silenzio per qualche istante mentre
l’uomo la studiava intensamente.
«Ora un inno, magari. Conoscete
Herre Gud, ditt dyre Navn og Ære?»
chiese alla fine.
Anna fece segno di sì e aprì di
nuovo la bocca per cantare. Stavolta,
quando ebbe finito, vide che Herr
Bayer tirava fuori un grosso
fazzoletto e si tamponava gli occhi.
«Signorina» dichiarò con voce
tremante per l’emozione. «È stato
sublime. E vale ogni ora di mal di
schiena che patirò stanotte a causa
del viaggio.»
«Naturalmente stanotte resterete
qui» intervenne Berit. «Potete
prendere la stanza di nostro figlio
Knut, lui dormirà in cucina.»
«Mia cara signora, vi sono molto
grato. Accetto volentieri la vostra
offerta, perché abbiamo molto di cui
discutere. Perdonate la mia
sfacciataggine, ma sarebbe possibile
per questo stanco viaggiatore avere
un po’ di pane? Non mangio niente
da colazione.»
«Vi prego, signore, perdonatemi»
disse Berit, mortificata di essersi
completamente scordata del cibo
nell’eccitazione del momento.
«Certo, Anna e io vi prepareremo
qualcosa immediatamente.»
«E nel frattempo, Herr Landvik e
io parleremo di come la voce di
Anna potrà essere portata
all’attenzione del pubblico
norvegese.»
Con gli occhi sgranati Anna seguì
obbediente la madre in cucina.
«Cosa avrà pensato di noi? Che
siamo una famiglia inospitale o
talmente povera da non avere cibo
da offrire a un ospite!» Berit si
malediceva mentre sistemava su un
vassoio pane, burro e fette di maiale
stagionato. «Tornerà a Christiania e
dirà ai suoi amici che le storie che
ha sentito a proposito dei nostri
modi incivili sono vere.»
«Herr Bayer sembra un
gentiluomo e sono certa che non farà
niente del genere. Se per adesso è
tutto, vado a prendere altra legna per
il fuoco.»
«Vai e sbrigati che devi
apparecchiare la tavola.»
«Sì, mamma» disse Anna uscendo
all’aperto con una grossa cesta di
vimini sottobraccio. Dopo averla
riempita di ceppi di legno, rimase
per qualche istante a guardare le luci
intermittenti che brillavano sulle
colline in direzione del lago, a
indicare la sporadica presenza di
altre abitazioni. Le batteva ancora
forte il cuore per la sorpresa che le
era appena occorsa.
Non aveva idea di cosa avrebbe
potuto significare per lei, anche se
aveva sentito i racconti di altri
cantanti e musicisti di talento che
erano stati condotti in città dai
villaggi di tutto il Telemark da
professori come Herr Bayer. Cercò
di capire, qualora lui le avesse
chiesto di seguirlo, se l’avrebbe
fatto. Ma i luoghi più lontani in cui
si recava di tanto in tanto erano
Heddal o Skien, e non riusciva
neanche a immaginare cosa avrebbe
voluto dire andare nella capitale.
Immersa in quei pensieri, sentì sua
madre che la chiamava; si voltò e
tornò in casa.

Il mattino seguente, tra il sonno e la


veglia, Anna si stiracchiò nel letto,
vagamente consapevole che il
giorno prima era successo qualcosa
di incredibile. Quando se ne ricordò,
si alzò e cominciò l’estenuante
processo della vestizione. Doveva
indossare i mutandoni, la vestaglia,
la camicia, la gonna nera e un
panciotto dai colori vivaci; questa
era la sua tenuta da giorno. Dopo
essersi messa la cuffia di cotone per
raccogliere i capelli, si infilò gli
stivali.
La sera precedente, dopo aver
mangiato, aveva cantato altre due
canzoni e un inno, prima che sua
madre la mandasse a dormire. Fino a
quel momento non avevano parlato
di lei, bensì del tempo insolitamente
caldo e del raccolto che suo padre
prevedeva di ottenere l’anno
successivo. Ma attraverso le sottili
pareti di legno della sua camera
aveva sentito la conversazione a
bassa voce tra i suoi genitori e Herr
Bayer, e sapeva che avevano
discusso del suo futuro. A un certo
punto aveva addirittura osato aprire
la porta di uno spiraglio per
origliare.
«Ovviamente sono preoccupato
che Anna ci lasci per andare in città.
Mia moglie rimarrebbe da sola a
occuparsi della casa» aveva sentito
dire a suo padre.
«Non sarà bravissima a cucinare e
pulire, ma lavora sodo e si occupa
degli animali» aveva aggiunto Berit.
«Be’, sono certo che potremo
giungere a un accordo» aveva
risposto Herr Bayer in tono
tranquillo. «Sono ovviamente pronto
a ricompensarvi per la perdita del
lavoro che svolge vostra figlia.»
Anna aveva trattenuto il fiato,
incredula. Incapace di ascoltare
oltre, aveva chiuso la porta cercando
di non fare il minimo rumore. Verrò
comprata e venduta come una
mucca al mercato!, aveva borbottato
tra sé, furiosa e scandalizzata che i
genitori prendessero quella
decisione solo per il denaro. Ciò
nonostante provava anche una certa
emozione all’idea. Quella notte
riuscì ad addormentarsi solo molto
tempo dopo.
A colazione, il mattino seguente,
Anna rimase in silenzio mentre la
sua famiglia parlava di Herr Bayer,
che stava ancora dormendo per
riprendersi dalle fatiche del viaggio.
Sembrava che l’entusiasmo della
notte precedente si fosse esaurito e i
suoi genitori avessero cominciato a
mettere in discussione la scelta di
lasciare che la loro unica figlia
andasse in città con uno sconosciuto.
«Possiamo contare soltanto sulla
sua parola» disse Knut, ancora
contrariato per aver dovuto cedere il
proprio letto a Herr Bayer. «Come
facciamo a sapere che Anna sarà al
sicuro con lui?»
«Be’, se Fru Erslev l’ha mandato
qui, allora sarà come minimo un
brav’uomo timorato di Dio» disse
Berit, preparando un’altra ciotola di
porridge per il loro ospite e
guarnendola con della confettura di
ribes rosso.
«Credo che sarebbe meglio se
andassimo a parlare con il pastore e
sua moglie, quando torneremo a
Heddal, la prossima settimana» disse
Anders, e Berit annuì in segno di
approvazione.
«Allora deve lasciarci del tempo
per pensare e tornare a trovarci per
riparlarne» aggiunse Berit.
Anna non osava dire nulla,
consapevole che il suo futuro fosse
in bilico. Non sapeva cosa
desiderare. Se ne andò
silenziosamente prima che sua
madre potesse assegnarle altri
compiti, perché voleva trascorrere la
giornata con le sue mucche e
riflettere in santa pace. Mentre
camminava, canticchiava tra sé
chiedendosi perché Herr Bayer fosse
così interessato a lei: di sicuro a
Christiania ci saranno state cantanti
più brave. Le restava solo qualche
giorno da trascorrere in montagna,
prima di tornare a Heddal per
l’inverno, e all’improvviso si sentì
sopraffatta dalla consapevolezza che
avrebbe potuto anche non essere lì,
l’estate successiva. Anna abbracciò
e baciò Rosa, poi chiuse gli occhi e
cantò di nuovo per scacciare le
lacrime.
Quando tornarono nella casa di
Heddal, la settimana successiva,
Anders andò subito a parlare con il
pastore Erslev e sua moglie, che lo
rassicurarono sulle credenziali del
professore. Sembrava che Herr
Bayer avesse già preso sotto la
propria ala altre ragazze, che in
seguito erano diventate cantanti
professioniste. Una di queste, come
gli disse Fru Erslev, aveva perfino
cantato nel coro del teatro di
Christiania.
Quando Herr Bayer tornò a far
loro visita, poco tempo dopo, Berit
si era data da fare e aveva preparato
un ottimo trancio di maiale per il
pranzo di mezzogiorno. Dopo
mangiato, Anna fu spedita fuori a
dare da mangiare ai polli e riempire
d’acqua gli abbeveratoi. Passò
diverse volte vicino alla finestra di
cucina, tentando in tutti i modi di
sentire cosa stessero dicendo in casa,
ma non riuscì a carpire neanche una
parola. Finalmente Knut venne a
cercarla.
Mentre si toglieva il cappotto,
Anna vide che i suoi genitori
sedevano allegramente insieme a
Herr Bayer, bevendo la birra fatta in
casa. Herr Bayer la salutò con un
sorriso gioviale quando lei si
sedette.
«Allora, Anna, i vostri genitori
hanno accettato di mandarvi a vivere
con me a Christiania per un anno.
Sarò il vostro mentore e il vostro
insegnante, e ho promesso loro che
agirò per il meglio in loco parentis.
Che ne dite?»
Anna lo fissò senza rispondere, per
non rischiare di fare la figura
dell’ignorante. Non aveva
assolutamente idea di cosa
significasse la parola “mentore” o
l’espressione in loco parentis.
«Herr Bayer intende dire che
vivrai con lui nel suo appartamento
a Christiania e che ti insegnerà a
cantare come si deve, presentandoti
a persone influenti e occupandosi di
te come se fossi figlia sua» le spiegò
Berit, posandole una mano sul
ginocchio.
Nel vedere l’espressione sbalordita
sul volto di Anna, Herr Bayer cercò
di rassicurarla ulteriormente: «Come
ho detto ai vostri genitori, la
sistemazione sarà ovviamente
adeguata. La mia governante,
Frøken Olsdatter, abita, anche lei,
nel mio appartamento e sarà sempre
a disposizione per ogni vostro
bisogno. Ho anche mostrato ai vostri
genitori delle lettere di
presentazione della mia università e
della confraternita della musica di
Christiania. Perciò non avete nulla
da temere, mia cara ragazza, ve lo
assicuro».
«Capisco.» Anna si concentrò
sulla tazza che le aveva passato sua
madre e continuò a sorseggiare il
caffè.
«È un programma che vi soddisfa,
Anna?» le chiese Herr Bayer.
«Sì… credo di sì.»
«Herr Bayer è anche pronto a
pagare per tutte le spese» la incalzò
suo padre. «È una straordinaria
opportunità, Anna. Crede che tu
abbia un grande talento.»
«È vero» confermò Herr Bayer.
«Avete una delle voci più pure che
abbia mai sentito. E verrete anche
istruita, non solo a livello musicale.
Imparerete le lingue e vi fornirò dei
maestri per migliorare nella lettura e
nella scrittura…»
«Scusatemi, Herr Bayer,» lo
interruppe Anna «ma sono già abile
in entrambe.»
«Ancora meglio, vorrà dire che
potremo passare a esercitare la voce,
prima di quanto credessi. Quindi,
Anna, è un sì?»
Anna voleva disperatamente
domandargli perché: perché voleva
pagare i suoi genitori per farla
esercitare nel canto e farla vivere
nientemeno che nel suo
appartamento? Ma nessun altro
sembrava trovarci qualcosa di
strano, perciò immaginò che non
spettasse a lei porre certi quesiti.
«Ma Christiania è lontanissima e
un anno è tanto tempo…» Le mancò
la voce quando si rese conto
dell’enormità della cosa. Tutto
quello che conosceva – aveva
conosciuto – finora non ci sarebbe
più stato. Era una semplice
contadina di Heddal, e anche se
considerava la sua vita e il suo
futuro tutt’altro che radiosi, il salto
che le veniva chiesto di fare di colpo
le parve eccessivo per le sue forze.
«Be’…»
Quattro paia di occhi la fissavano.
«Io…»
«Sì?» fecero i suoi genitori e Herr
Bayer, all’unisono.
«Quando non ci sarò,
promettetemi che se Rosa muore,
non la mangerete.»
E a queste parole Anna Landvik
scoppiò a piangere.

1 - Signorina, in norvegese. (ndr)


2 - Signora, in norvegese. (ndr)
3 - Signor, in norvegese. (ndr)
14

Dopo la partenza di Herr Bayer, la


casa dei Landvik si trasformò in un
alveare di frenetiche attività. Sua
madre cominciò a cucirle una borsa
in cui trasportare a Christiania i suoi
pochi effetti personali. Le sue due
gonne e le camicette migliori, oltre
agli indumenti intimi, vennero lavate
e riparate con estrema cura, perché,
come diceva Berit, sua figlia non
avrebbe fatto la figura della
semplice contadina in mezzo a
quella gente snob. Fru Erslev, la
moglie del pastore, diede ad Anna
un nuovo libro di preghiere con le
pagine bianche e sottili,
raccomandandole di rendere grazie a
Dio ogni sera e di non farsi sedurre
dallo stile di vita “pagano” della
città. Il pastore Erslev, che aveva un
incontro ecclesiastico a Christiania,
l’avrebbe aspettata a Drammen, per
poi accompagnarla in città in treno.
Quanto ad Anna, scoprì di non
avere neppure un istante libero per
sedersi e riflettere sulla sua
decisione. Ogni volta che sentiva il
dubbio insinuarsi dentro di lei,
faceva del suo meglio per scacciarlo.
Sua madre le aveva detto che Lars
sarebbe venuto a trovarla
l’indomani. Al solo pensiero Anna
sentiva il cuore batterle forte nel
petto, memore delle discussioni che
i suoi genitori avevano fatto spesso a
proposito del suo matrimonio.
Sembrava proprio che, qualsiasi
cosa le riservasse il futuro, lì a
Heddal o a Christiania, fossero
sempre altre persone a prendere le
decisioni al posto suo.
«È arrivato Lars» annunciò Berit il
mattino successivo, come se non
sapesse che Anna era rimasta in
ascolto attendendo di sentire il
rumore dei suoi stivali avvicinarsi
lungo la strada fangosa. «Adesso
vado ad aprire. Perché non lo aspetti
in salotto?»
Anna fece cenno di sì. Il salotto
era considerato da tutti la stanza
“importante” della casa. Era arredata
con una cassapanca e con l’unico
mobile tappezzato della casa, oltre a
un armadietto dalle ante di vetro che
conteneva piatti e piccoli oggetti
ornamentali che sua madre
considerava abbastanza belli da
mettere in mostra. Aveva anche
ospitato le bare dei loro nonni
quando avevano lasciato questo
mondo. Percorrendo lo stretto
corridoio che la separava dal salotto,
Anna rifletté che, da quando c’era
lei, raramente quella stanza aveva
ospitato persone vive. Appena aprì
la porta, fu accolta dall’odore di aria
stantia.
Probabilmente la conversazione
che stava per aver luogo, ben si
accordava con quella sobria
ambientazione. Anna si chiese dove
avrebbe dovuto accogliere Lars.
Quando udì dei passi pesanti in
corridoio, andò rapidamente a
sedersi sulla cassapanca, trovando i
cuscini che la ricoprivano duri quasi
quanto le assi di pino su cui
poggiavano.
Bussarono alla porta e Anna
ridacchiò. Mai nessuno, prima di
allora, aveva chiesto il suo permesso
per entrare in una stanza che non
fosse la sua camera da letto.
«Sì?» rispose.
La porta si aprì e spuntò la testa di
sua madre. «Lars è qui.»
Anna lo osservò entrare nella
stanza. Si era sforzato di pettinarsi i
fitti capelli biondi, indossava la sua
camicia migliore e i pantaloni neri
che di solito metteva solo per andare
in chiesa. Portava anche un gilè che
Anna non gli aveva mai visto prima.
Era blu scuro, e pensò che si
intonasse bene con i suoi occhi. Le
sembrò proprio un bel ragazzo, ma
pensava questo anche di Knut, suo
fratello. E di certo non avrebbe mai
voluto sposarlo.
Non si erano più visti da quando
Lars le aveva regalato Peer Gynt;
Anna si sentì a disagio ricordando la
mano di lui stretta intorno alla sua.
Si alzò per salutarlo. «Ciao, Lars.»
«Gradisci un po’ di caffè, Lars?»
gli chiese Berit dalla soglia.
«N-no, grazie, Fru Landvik.»
«Bene, allora» disse sua madre.
«Vi lascio soli, così potete parlare.»
«Ti va di sederti?» chiese Anna
quando Berit se ne fu andata.
«Sì» rispose Lars e si accomodò.
Anna si appollaiò, a disagio,
dall’altro lato della cassapanca,
tormentandosi le mani in grembo.
«Anna…» cominciò Lars,
schiarendosi la voce. «Sai perché
sono qui?»
«Forse perché sei sempre qui?»
fece lei, e lui ridacchiò, alleviando la
tensione.
«Sì, mi sa di sì. Com’è andata
l’estate?»
«Come ogni altra prima di questa,
né meglio né peggio.»
«Sono sicuro che quest’estate è
stata speciale, per te» insistette lui.
«Intendi per via di Herr Bayer? Il
signore di Christiania?»
«Sì, Fru Erslev lo sta raccontando
a tutti. È molto orgogliosa di te… e
lo sono anch’io» aggiunse. «Credo
che al momento tu sia la persona più
famosa del Telemark. Dopo Herr
Ibsen, ovviamente. Allora hai deciso
di andare?»
«Be’, Far e Mor4 pensano che sia
una meravigliosa opportunità. Mi
dicono che dovrei essere onorata del
fatto che un uomo come Herr Bayer
abbia deciso di aiutarmi.»
«Sì, hanno ragione. Ma io vorrei
sapere se tu vuoi andare.»
Anna ci rifletté su.
«Penso di doverlo fare» disse.
«Sarebbe da maleducati rifiutare,
non credi? Specialmente visto che
ha viaggiato un giorno intero solo
per sentirmi cantare.»
«Sì, suppongo di sì.» Lars guardò
dietro di lei, verso la parete di
pesanti tronchi di pino, e posò lo
sguardo sulla foto del lago Skisjøen
appesa al muro. Ci fu un lungo
silenzio, che Anna non sapeva se
rompere o meno. Finalmente Lars
riportò l’attenzione su di lei.
«Anna.»
«Sì, Lars?»
Fece un respiro profondo e Anna
notò che stringeva forte il bracciolo
della cassapanca per impedire alle
mani di tremare. «Prima che te ne
andassi per l’estate, ho discusso con
tuo padre riguardo alla possibilità di
chiedere la tua… mano. Ci siamo
messi d’accordo, io gli avrei
venduto la terra della mia famiglia e
l’avremmo coltivata insieme. Tu
sapevi nulla di questo?»
«Ho sentito i miei genitori che ne
parlavano» confessò.
«Prima che arrivasse Herr Bayer,
qual era la tua opinione?»
«Intendi sul fatto che Far compri
la tua terra?»
«No» fece Lars con un sorrisetto
ironico. «Intendevo sul nostro
matrimonio.»
«Be’, in tutta sincerità non
immaginavo che tu volessi sposarmi.
Non ne hai mai fatto parola.»
Lars la guardò sorpreso. «Anna,
non puoi non esserti accorta dei miei
sentimenti. Per gran parte
dell’inverno sono venuto qui, sera
dopo sera, ad aiutarti con le letture.»
«Ma Lars, tu sei sempre stato qui,
sin da quando ero piccola. Sei… sei
come un fratello.»
Un’espressione addolorata gli
attraversò il viso. «Il fatto è che,
Anna, io ti amo.»
Anna lo guardò sbalordita.
Credeva che qualsiasi proposta di
matrimonio sarebbe stata valutata in
base alla convenienza, specialmente
perché lei, con le sue limitate abilità
domestiche, era tutt’altro che un
buon partito. Dopotutto, da quanto
aveva potuto imparare nella sua
breve vita, gran parte dei matrimoni
sembrava basarsi su questo
presupposto. Ma ora Lars le aveva
detto di amarla… ed era una cosa
completamente diversa.
«È molto gentile da parte tua, Lars.
Amarmi, intendo.»
«Non è “gentile”, Anna, è…» Si
interruppe, con aria persa e confusa.
Nella lunga pausa che seguì Anna
immaginò quanto sarebbero state
silenziose le loro cene se si fossero
sposati. Probabilmente Lars si
sarebbe concentrato sul cibo e non
sarebbe stata una buona cosa.
«Vorrei solo sapere, Anna, se Herr
Bayer non ti avesse chiesto di
andare con lui a Christiania, avresti
accettato la mia proposta di
matrimonio?»
Al pensiero di come lui l’aveva
aiutata l’inverno passato e di quanto
affetto provasse nei suoi confronti,
Anna capì che c’era una sola
risposta possibile a quella domanda.
«Avrei detto di sì.»
«Grazie» rispose lui, sollevato.
«Dunque, tuo padre e io abbiamo
concordato che, viste le circostanze,
i contratti per l’acquisto della terra
della mia famiglia vengano stilati
immediatamente. Poi ti aspetterò un
anno mentre sarai a Christiania. Al
tuo ritorno, ti chiederò formalmente
di sposarmi.»
A quelle parole Anna entrò nel
panico. Lars aveva frainteso.
Qualora le avesse chiesto se lo
amava, come lui aveva detto di
amare lei, Anna avrebbe risposto
che no, non lo amava.
«Anna, sei d’accordo?»
Nel salotto calò il silenzio, mentre
Anna cercava di raccogliere le idee.
«Spero che imparerai ad amarmi
come io amo te» disse Lars. «E
forse, un giorno, ce ne andremo
insieme in America per cominciare
una nuova vita laggiù. Questo è per
te, un sigillo della promessa che ci
siamo fatti. È più utile di un anello,
credo. Almeno per ora.» Si frugò
nella tasca del gilè e tirò fuori una
scatola di legno lunga e sottile.
«Io… grazie.» Sfiorando il legno
levigato con le dita, Anna aprì la
scatola. Al suo interno trovò la più
bella penna per scrivere che avesse
mai visto e capì subito che doveva
essergli costata una fortuna.
L’impugnatura era intagliata nel
legno di pino ed era piegata
elegantemente, adattandosi
perfettamente alla sua mano. Il
pennino terminava con una punta
sottile. La prese tra le dita proprio
come Lars le aveva insegnato.
Anche se non lo amava, né voleva
sposarlo, quel regalo le toccò il
cuore e le riempì gli occhi di
lacrime.
«Lars, è la cosa più bella che abbia
mai avuto.»
«Ti aspetterò, Anna» disse lui.
«Magari potrai usare questa penna
per scrivermi qualche lettera e
raccontarmi della tua nuova vita a
Christiania.»
«Ma certo.»
«E sei d’accordo che l’anno
prossimo, quando tornerai da
Christiania, saremo ufficialmente
fidanzati?»
Percependo la forza del suo amore
e guardando il bellissimo pennino a
inchiostro, Anna sentì di poter
rispondere solo in un modo.
«Sì.»
Lars sfoderò un ampio sorriso.
«Allora sono felice. Adesso andiamo
ad annunciare ai tuoi genitori che
abbiamo raggiunto un accordo.»
Lars si alzò e le prese la mano.
Chinò la testa e gliela baciò. «La
mia Anna. Speriamo che Dio ci tratti
bene entrambi.»
Due giorni dopo tutti i brutti pensieri
su Lars e ciò che sarebbe accaduto
di lì a un anno furono spazzati via
dalla prospettiva del lungo viaggio
verso Christiania. Con i nervi a fior
di pelle, Anna riuscì a malapena a
buttare giù i pancake speciali che
sua madre le aveva preparato a
colazione. Anders annunciò che era
ora di partire e Anna si alzò con le
gambe molli come formaggio di
capra. Guardandosi intorno
un’ultima volta, le venne una gran
voglia di disfare la borsa e mandare
tutto a monte.
«Va tutto bene, kjære» disse Berit,
accarezzando i lunghi ricci della
figlia mentre si abbracciavano.
«Prima ancora che te ne accorga
sarai di nuovo qui. E mi
raccomando, non dimenticarti di dire
ogni sera le tue preghiere, di andare
in chiesa la domenica e di
spazzolarti i capelli come si deve.»
«Mor, smettila di preoccuparti
inutilmente o non partirà mai» la
interruppe Knut, stringendo a sé la
sorella. «E non dimenticare di
divertirti» le sussurrò all’orecchio,
prima di asciugarle le lacrime con il
pollice.
A bordo del loro carretto, suo
padre la accompagnò a Drammen, a
quasi un giorno di viaggio da lì.
Dopodiché avrebbe preso il treno
per la città in compagnia del pastore
Erslev. Trascorsero la notte in una
modesta pensione che aveva anche
uno stallaggio per il cavallo, in
modo da potersi alzare freschi e
riposati per arrivare alla stazione
ferroviaria in tempo per prendere il
treno.
Il pastore Erslev li aspettava sul
binario affollato. Quando finalmente
il treno arrivò in stazione, Anna si
sentì sopraffatta dal sibilo del vapore
e dallo stridere dei freni, mentre i
passeggeri si affrettavano a salire a
bordo. Anders l’aiutò a trasportare la
grossa borsa mentre seguivano il
pastore verso il vagone.
«Far, ho paura» sussurrò Anna.
«Mia cara Anna, se capirai di
essere infelice, potrai semplicemente
tornare a casa» rispose con affetto
lui, allungando una mano per
accarezzarle la guancia. «Ora sali a
bordo e mettiti comoda.»
Salirono le scalette, poi si
incamminarono lungo il corridoio
per trovare due posti liberi. Dopo
che Anders ebbe posato la borsa
sulle cappelliere sopra i sedili, il
capostazione fischiò e il padre di
Anna si chinò per salutarla con un
bacio. «Non dimenticare di scrivere
a Lars, così sapremo anche noi come
te la passi. E ricordati che grande
onore ti è stato concesso. Fai vedere
a quei cittadini che le donne di
campagna sanno come
comportarsi.»
«Lo farò, Far, promesso.»
«Brava ragazza. Ci vediamo per
Natale. Che Dio ti benedica e ti
protegga. Arrivederci.»
«State tranquillo, la affiderò alle
attenzioni di Herr Bayer» disse il
pastore Erslev stringendogli la
mano.
Anna fece del suo meglio per non
piangere quando vide il padre
scendere dal treno e salutarla dalla
pensilina. Ma il treno partì subito,
con un sobbalzo, e presto il suo viso
scomparve in una nube di vapore.
Il pastore Erslev aprì il suo libro di
preghiere e Anna impiegò il proprio
tempo guardandosi intorno nel
vagone per osservare gli altri
passeggeri. All’improvviso si sentì
completamente fuori luogo con il
suo abito tradizionale. Il resto degli
uomini e delle donne indossava abiti
da città, alla moda, che la facevano
sentire la contadina che era. Infilò la
mano nella tasca della gonna e tirò
fuori la lettera che le aveva dato
Lars il giorno prima, quando si
erano salutati. Le aveva fatto
promettere di non leggerla finché
non fosse stata sul treno. Con
movimenti esagerati, per mostrare
agli altri passeggeri che, anche se
era una contadina, era perfettamente
in grado di leggere, Anna aprì la
busta.
Le parole che si trovò davanti,
scritte con l’ordinata grafia di Lars,
erano difficili da interpretare, ma
non si lasciò scoraggiare.
Stalsberg Våningshuset
Tindevegan
Heddal

18 settembre 1875

Kjære Anna,
volevo solo dirti che sono fiero di te.
Sfrutta ogni opportunità che ti si
presenterà per migliorare nel canto
ed esplorare il grande mondo che c’è
fuori da Heddal. Non averne paura e
ricorda che sotto gli abiti pregiati e i
modi diversi delle persone che
incontrerai, ci sono soltanto degli
esseri umani come noi.
Nel frattempo io ti aspetterò qui, in
attesa del giorno in cui farai ritorno.
Ti prego, scrivimi per dirmi che sei
arrivata sana e salva a Christiania.
Non vediamo l’ora di sapere com’è
la tua nuova vita laggiù.
Per adesso è tutto. Il tuo amorevole e
sempre fedele,
Lars

Anna piegò la lettera con cura e la


rimise in tasca. Trovava difficile
mettere sullo stesso piano
l’immagine che aveva di Lars, così
goffo e silenzioso, con l’eloquenza
che dimostrava in quella lettera.
Mentre il treno procedeva sbuffando
verso Christiania e il pastore Erslev
riposava sul suo sedile, con una
gocciolina che gli pendeva
pericolosamente dal naso, Anna
represse l’ondata di panico che la
prendeva ogni volta che pensava al
suo matrimonio. Un anno,
comunque, era un periodo di tempo
molto lungo in cui potevano
accadere tante cose. Si poteva essere
colpiti da un fulmine o morire per
una brutta influenza. Lei stessa
avrebbe potuto morire, pensò,
mentre il treno si inclinava
improvvisamente a destra. E a
questo pensiero chiuse gli occhi e
tentò di riposare un po’.

«Buongiorno, pastore Erslev! E mia


cara Frøken Landvik, vi do il
benvenuto a Christiania. Posso
chiedervi il permesso di chiamarvi
Anna, dato che vivremo a distanza
così ravvicinata?» le chiese Herr
Bayer prendendole la borsa e
aiutandola a scendere dal treno.
«Certo, signore» rispose
timidamente Anna.
«Com’è andato il viaggio, pastore
Erslev?» chiese Herr Bayer
all’anziano prete che li seguiva
zoppicando lungo il binario.
«Molto bene, grazie. Il mio dovere
è compiuto, vedo già il pastore
Eriksonn che mi attende» disse,
indicando un ometto calvo vestito
come lui. «Perciò ti saluto qui,
Anna.»
«Arrivederci, pastore Erslev.»
Anna guardò sparire attraverso le
porte della stazione l’ultimo legame
con tutto ciò che conosceva. Fuori,
la strada era affollata e si scorgevano
diverse carrozze tirate da cavalli, in
attesa.
«Ecco, prenderemo una di quelle
per andare a casa. Di solito prendo il
tram, ma temo che sia chiedervi
troppo, dopo questo lungo viaggio.»
Dopo aver dato le istruzioni al
cocchiere, Herr Bayer aiutò Anna a
salire. Lei si sedette sulla panca,
coperta da un soffice cuscino rosso e
molto più comoda della cassapanca
che aveva a casa, e subito si
emozionò all’idea di poter viaggiare
circondata da tanto lusso.
«Il mio appartamento non è
lontano» disse Herr Bayer. «La mia
governante ci ha preparato la cena.
Penso che avrete fame.»
Anna sperava segretamente che il
tragitto a bordo della carrozza fosse
molto lungo. Scostò le tendine di
broccato e guardò fuori dal
finestrino, piena di meraviglia,
mentre percorrevano le strade del
centro cittadino. Invece degli stretti
vicoli che si incrociavano uno dietro
l’altro nel centro di Skien, qui le vie
erano ampie, costeggiate dagli alberi
e piene di gente. Superarono un tram
tirato da cavalli: a bordo passeggeri
vestiti con eleganza, le teste degli
uomini coperte da cilindri luccicanti
e quelle delle donne da stravaganti
cappellini adornati di fiori e fiocchi.
Anna cercò di immaginarsi con
indosso gli stessi abiti e soffocò una
risatina.
«Ovviamente avremo molto di cui
parlare,» proseguì Herr Bayer «ma
c’è tempo prima…»
«Prima di cosa, signore?» chiese
Anna.
«Oh, prima che siate pronta a
incontrare un pubblico più ampio,
mia cara signorina. Eccoci arrivati.»
Aprì il finestrino e segnalò al
cocchiere di accostare. Aiutò Anna a
scendere e a prendere la sua borsa,
mentre lei osservava l’alto edificio
di pietra dalle finestre scintillanti
che sembrava ergersi fino al cielo.
«Purtroppo devono ancora
installarci uno di quei congegni
moderni per salire di sopra, perciò
dovremo prendere le scale» le disse
mentre attraversavano delle grandi
porte ed entravano in un maestoso
ingresso dai pavimenti di marmo.
«Quando arrivo a casa,» commentò
Herr Bayer cominciando a salire
lungo la scalinata provvista di
corrimano di ottone «se non altro
sento di essermi guadagnato la
cena.»
Anna contò solo tre brevi rampe di
scale, che le sembrarono molto più
facili da percorrere rispetto al fianco
di una montagna quando piove. Herr
Bayer la condusse lungo un ampio
corridoio e aprì una porta.
«Frøken Olsdatter, eccoci qui.
Anna è arrivata!» esclamò,
conducendola lungo un corridoio
fino a un enorme soggiorno, con le
pareti ricoperte di vivace carta da
parati rossa, sulle quali si aprivano
le più grandi finestre che Anna
avesse mai visto in vita sua.
«Ma dov’è andata quella donna?»
si lamentò Herr Bayer. «Scusatemi
un momento, Anna cara, vado a
cercarla. Vi prego, sedetevi e fate
come se foste a casa vostra.»
Anna era troppo tesa per stare
ferma, perciò colse
quell’opportunità per esplorare la
stanza. Accanto a una delle finestre
c’era un pianoforte a coda, e sotto
un’altra, una gigantesca scrivania di
mogano coperta di spartiti. Al
centro, la stanza era dominata da una
versione più grande e maestosa della
cassapanca di famiglia. Davanti, due
eleganti poltrone coperte di stoffa a
righe rosa e marrone, tra cui si
ergeva un tavolinetto di
meraviglioso legno scuro, coperto di
libri e scatolette di tabacco da fiuto.
Le pareti erano coperte di dipinti a
olio raffiguranti paesaggi di
campagna, non dissimili dalla vista
che circondava la sua casa di
Heddal. C’era anche una serie di
attestati e lettere messi in cornice.
Uno di questi attirò la sua
attenzione; Anna si avvicinò per
leggere da vicino.
Det kongelige Frederiks Universitet
tildeler
Prof. Dr. Franz Bjørn Bayer
æresprofessorati historie
16 juli 1847

Sotto c’erano un sigillo rosso e una


firma. Anna si domandò quanto
dovesse aver studiato il suo mentore
per ottenere quel certificato.
«Mio Dio, qui dentro si sta già
facendo buio e sono passate da poco
le cinque!» disse Herr Bayer
rientrando nella stanza
accompagnato da una donna alta e
magra che Anna pensò dovesse
avere più o meno l’età di sua madre.
Indossava un abito di lana scuro con
il collo alto e una lunga gonna che,
seppur tagliata in maniera elegante,
era semplice e senza fronzoli. Un
mazzo di chiavi pendeva da una
catenina intorno alla vita. I capelli
castani erano acconciati in una
crocchia sulla nuca.
«Anna, lei è Frøken Olsdatter, la
mia governante.»
«Sono felice di fare la vostra
conoscenza, Frøken Olsdatter» disse
Anna con una riverenza. Da sempre
le avevano insegnato a portare
rispetto alle persone più anziane di
lei.
«E io la tua, Anna» disse la donna,
che la guardò concludere la
riverenza con un mezzo sorriso.
«Sono qui per prendermi cura di te,»
continuò «perciò non esitare a dirmi
se c’è qualcosa di cui hai bisogno o
se qualcosa non ti soddisfa.»
«Io…» Anna era confusa. Non era
possibile che questa signora con
quel bel vestito fosse una serva…
«Grazie.»
«Accendete le lampade, per
favore, Frøken Olsdatter» ordinò
Herr Bayer. «Anna, avete freddo?
Nel caso ditemelo e farò accendere
anche la stufa.»
Anna impiegò un bel po’ a
rispondere, perché era rimasta
affascinata da quello che Frøken
Olsdatter stava facendo; abbassato
con una corda il candelabro appeso
al soffitto, ruotò una manopola di
ottone al centro e vi avvicinò una
candela accesa. All’istante,
fiammelle delicate presero vita
lungo i bracci del candelabro,
riempiendo la stanza di una morbida
luce dorata non appena la
governante lo issò di nuovo verso il
soffitto. Poi Anna vide la stufa di cui
aveva parlato Herr Bayer. Era fatta
di ceramica, a quanto sembrava, ed
era di un delicato color crema.
L’ampio tubo, decorato con motivi
dorati, arrivava fino al soffitto.
Paragonata all’orrendo
marchingegno di ferro nero dei suoi
genitori, quella non era una stufa,
pensò Anna, ma una vera opera
d’arte.
«Grazie, Herr Bayer, ma non ho
affatto freddo.»
«Frøken Olsdatter, vi prego di
prendere il mantello di Anna e di
metterlo nella sua stanza insieme al
bagaglio» disse Herr Bayer.
Anna si slacciò il fiocco che le
teneva il mantello sulle spalle e la
governante glielo tolse di dosso. «La
grande città deve farti un certo
effetto» disse piano. «Di certo lo ha
fatto a me, la prima volta che sono
arrivata qui da Ålesund.»
Con quelle poche parole, Anna
comprese subito che Frøken
Olsdatter, un tempo, era stata una
ragazza di campagna come lei. E che
la capiva.
«Allora, mia cara ragazza, perché
non ci sediamo e beviamo del tè?
Non appena avrete un attimo per
prepararlo, Frøken Olsdatter.»
«Molto bene, Herr Bayer.» La
governante annuì, prese la borsa di
Anna e uscì dalla stanza.
Herr Bayer indicò ad Anna una
sedia e si accomodò di fronte a lei,
sulla cassapanca. «Abbiamo molto
di cui discutere e, senza ulteriori
indugi, comincerò a parlarvi della
vostra nuova vita qui a Christiania.
Avete detto di saper leggere e
scrivere senza problemi, cosa che ci
permetterà di risparmiare molto
tempo. Sapete anche leggere la
musica?»
«No, questo no» confessò Anna.
Guardò Herr Bayer prendere un
quaderno di pelle e una penna
laccata che faceva sembrare quella
che le aveva regalato Lars un
semplice pezzo di legno informe. La
immerse in un calamaio sul
tavolinetto e cominciò a scrivere.
«E immagino non abbiate alcuna
conoscenza di altre lingue.»
«No.»
Di nuovo scrisse qualcosa
sull’agenda. «Avete mai assistito a
un concerto, e per concerto intendo
un’esibizione musicale, a teatro o in
una sala?»
«No, signore, mai. Soltanto in
chiesa.»
«Allora dobbiamo provvedere il
prima possibile. Sapete cos’è
un’opera?»
«Credo di sì. È dove le persone sul
palco cantano la storia invece di
raccontarla.»
«Molto bene. E come ve la cavate
nel far di conto?»
«So contare fino a cento» disse
con fierezza Anna.
Herr Bayer nascose un sorriso.
«Ed è tutto ciò che vi servirà nella
musica, Anna. Una cantante deve
saper contare i battiti per tenere il
tempo. Sapete suonare qualche
strumento?»
«Mio padre aveva un violino
Hardanger e ho imparato un po’ a
suonarlo.»
«Bene. Sembra che siate già una
signorina molto abile» osservò con
soddisfazione, proprio mentre la
governante rientrava con un vassoio.
«Adesso prenderemo il tè e, dopo,
Frøken Olsdatter vi mostrerà la
vostra stanza. Poi, alle sette,
ceneremo insieme in sala da
pranzo.»
L’attenzione di Anna fu attirata dal
bizzarro contenitore da cui la
governante stava versando quello
che sembrava un caffè annacquato.
«È tè Darjeeling» spiegò Herr
Bayer.
Anna non voleva apparire
ignorante, perciò si portò alle labbra
la delicata tazza di porcellana,
imitando Herr Bayer. Il sapore era
piacevole ma piuttosto anonimo, se
paragonato al caffè forte che sua
madre preparava a casa.
«Nella vostra stanza troverete
anche degli abiti che Frøken
Olsdatter ha fatto per voi.
Ovviamente ho solo potuto tirare a
indovinare per la taglia e, nel
guardarvi adesso, vedo che siete
ancora più minuta di quanto
ricordassi, perciò potrebbe servire
qualche aggiustamento» aggiunse
Herr Bayer. «Come forse vi sarete
già resa conto, a Christiania
raramente si indossano gli abiti
tradizionali norvegesi. Solo nei
giorni di festa.»
«Sono certa che qualsiasi cosa
Frøken Olsdatter abbia preparato per
me, andrà benissimo, signore»
rispose Anna.
«Mia cara signorina, sono
sinceramente colpito dalle vostre
buone maniere. Avendo goduto della
compagnia di altre giovani cantanti
provenienti dalle campagne, mi
rendo conto che questo sia un
cambiamento davvero importante
per voi. Purtroppo molte di loro
sono tornate di corsa a casa come
topolini nelle loro tane. Tuttavia ho
la sensazione che voi non lo farete.
Dunque, Anna, Frøken Olsdatter vi
porterà nella vostra stanza perché
possiate ambientarvi, mentre nel
frattempo io compilerò alcuni dei
tanti documenti per l’università. Ci
vediamo alle sette per la cena.»
«Come desiderate, signore.»
Anna si alzò e vide che Frøken
Olsdatter la stava già aspettando
sulla porta. Fece una riverenza a
Herr Bayer e uscì dalla stanza,
seguendo la governante lungo il
corridoio finché non si fermò
davanti a una porta aperta.
«Questa sarà la tua stanza, Anna.
Spero che la troverai confortevole.
Le gonne e le camicie che ho cucito
per te sono appese nell’armadio.
Provale, così vedremo se c’è
bisogno di qualche modifica.»
«Grazie» disse Anna, adocchiando
un gigantesco letto, grande il doppio
di quello che i suoi genitori
dividevano a casa, con sopra un
piumone ricamato. Posata sulle
coperte, vide una vestaglia di lino
nuova di zecca.
«Ho tolto dalla borsa qualche tuo
vestito e ti aiuterò con il resto, più
tardi. C’è dell’acqua nella brocca sul
comodino, se hai sete, e il bagno è in
fondo al corridoio.»
“Bagno” non era una parola cui
Anna era abituata, per cui guardò
Frøken Olsdatter con aria incerta.
«La stanza che contiene la latrina e
la vasca per lavarsi. La defunta
moglie di Herr Bayer era americana
e ha insistito per avere queste
comodità in casa.» La governante
inarcò leggermente le sopracciglia e
Anna non capì se l’avesse fatto in
segno di approvazione o meno. «Ci
vediamo in sala da pranzo alle sette»
si congedò prima di uscire dalla
stanza.
Anna si avvicinò all’armadio, lo
aprì ed emise un sospiro di
meraviglia. C’erano quattro belle
camicette di cotone, chiuse
all’altezza del collo con dei piccoli
bottoni di perla, e due gonne di lana.
La cosa più bella, però, era una
gonna a sellino che immaginò fosse
di seta. Chiudendo l’armadio con un
brivido di piacere, Anna seguì le
indicazioni di Frøken Olsdatter e
percorse il corridoio per raggiungere
il bagno.
Tra tutto quello che aveva già visto
quel giorno, ciò che le si parò
davanti agli occhi quando aprì la
porta fu la cosa più straordinaria. In
un angolo c’era una grossa panca di
legno, con al centro un buco
ricoperto da una tavoletta smaltata e
una catenella che pendeva dal
soffitto. Subito la tirò e l’acqua
cominciò a scorrere; con grande
meraviglia, Anna si rese conto che
era una latrina al chiuso, dentro
casa. C’era anche un’ampia vasca da
bagno scintillante che avrebbe fatto
apparire la tinozza che a volte
usavano a casa, a Heddal, un catino
per lavare le capre.
Meravigliandosi che al mondo
esistessero davvero cose del genere,
Anna fece ritorno nella sua stanza.
L’orologio le segnalava che aveva a
disposizione poco meno di mezz’ora
prima della cena con Herr Bayer.
Andò all’armadio per scegliere uno
dei nuovi abiti da indossare per
l’occasione e notò che Frøken
Olsdatter aveva posato la penna di
Anna, oltre a della carta per scrivere,
sul tavolo sotto la finestra. Si
ripromise che avrebbe scritto a Lars
e ai suoi genitori, per raccontare loro
ciò che aveva visto in quel poco
tempo, non appena ne avesse avuta
la possibilità. Dopodiché si impegnò
a rendersi presentabile per la sua
primissima serata a Christiania.

4 - Papà e mamma, in norvegese.


(ndr)
15

Appartamento 4
Porta San Olav, 10
Christiania

24 settembre 1875

Kjære Lars, Mor, Far e Knut,


vi prego di perdonare tutti gli errori
di scrittura e di grammatica, ma
spero che notiate che la mia abilità
con la penna è molto migliorata!
Ormai sono qui da cinque giorni e
sento di dover condividere con voi le
meraviglie della città.
La prima cosa, e spero che non la
consideriate inappropriata da dire, è
che c’è una latrina in casa, con una
catena che si può tirare per pulire
tutto! C’è anche una vasca che, due
volte la settimana, mi riempiono di
acqua calda! Mi preoccupa il fatto
che Frøken Olsdatter, la governante,
e Herr Bayer, pensino che abbia
qualche malattia che mi costringe a
passare ore e ore nella vasca.
C’è anche l’illuminazione con
lampade a gas, e una stufa in
soggiorno che sembra l’altare di una
chiesa e che emana così tanto calore
che spesso temo di svenire. Frøken
Olsdatter organizza tutto in casa,
prepara e serve il cibo, e abbiamo
anche una domestica che viene ogni
mattina per pulire, lavare e stirare i
vestiti, perciò confesso che quasi
non muovo un dito rispetto a prima.
Viviamo al terzo piano, in una zona
chiamata Porta San Olav, che offre
una bella vista sul parco dove i
cittadini vanno a passeggiare la
domenica. Almeno riesco a vedere
un po’ di verde dalla finestra, anche
se qualche albero sta già perdendo le
foglie con l’arrivo dell’inverno. Mi
ricorda così tanto casa (qui non è
molto comune trovare terra non
coperta da strade o case).
Per quanto riguarda gli studi, sto
imparando a suonare il pianoforte.
Herr Bayer è molto paziente, ma
credo di essere molto stupida. Le
mie piccole dita faticano a premere i
tasti nel modo in cui lui
desidererebbe.
Vi dirò in cosa consiste la mia
giornata, così potrete capire meglio.
Frøken Olsdatter mi sveglia alle otto
del mattino, bussando alla porta
della mia stanza con un vassoio per
la colazione. Vi confesso che mi
sento un po’ una principessa. Bevo
tè, che ha un sapore al quale non mi
sono ancora abituata, e mangio pane
bianco appena sfornato. Herr Bayer
mi dice che fanno così anche in
Inghilterra e in Francia. Accanto al
pane c’è un vasetto di frutta
conservata da spalmarci sopra. Dopo
colazione indosso i vestiti che mi ha
fatto Frøken Olsdatter, molto
moderni se paragonati a quelli che
indossavo a casa, e alle nove mi
presento in soggiorno per cominciare
le lezioni di musica con Herr Bayer.
Per circa un’ora mi insegna le note
sul pianoforte, dopodiché studiamo
gli spartiti. Devo imparare a quali
tasti del piano corrispondono le varie
note sulle pagine. Lentamente,
grazie agli eccellenti insegnamenti di
Herr Bayer, sto cominciando a
capire. Dopo la lezione Herr Bayer
esce per andare all’università, dove è
professore, o, a volte, per incontrare
qualche amico per pranzo.
E arriva la parte della giornata che
mi piace di più, cioè il pasto di
mezzogiorno. Il giorno dopo il mio
arrivo, Frøken Olsdatter mi ha
servito il pranzo da sola in
soggiorno, dove c’è un tavolo molto
grande che mi fa sentire ancora più
sola (il ripiano è talmente levigato e
lucido che brilla come uno specchio
e riesco a vedere il mio riflesso).
Dopo mangiato, ho preso piatto e
bicchiere e li ho portati in cucina.
Frøken Olsdatter ha fatto una faccia
scioccata e mi ha detto che
sparecchiare la tavola è compito suo.
Ma poi, con la coda dell’occhio, ho
notato una cosa che non avevo mai
visto prima: una grossa cucina di
ferro nero per cuocere. Frøken
Olsdatter mi ha mostrato che ci si
possono mettere sopra le pentole e
accenderci sotto dei fornelli a gas
per cucinare il cibo, invece che farlo
sul fuoco. È molto diversa dalla
nostra cucina alla fattoria, ma mi ha
ricordato così tanto casa che l’ho
implorata di permettermi di
mangiare lì con lei, nei giorni in cui
Herr Bayer era fuori a pranzo. E da
allora facciamo così. Parliamo come
due amiche e lei è molto gentile e
capisce quanto sia strana per me
questa nuova vita. Nel pomeriggio
dovrei riposare un’ora nella mia
stanza, con un libro che “apre la
mente”. Al momento sto leggendo (o
provo a leggere) una traduzione in
norvegese delle opere di uno
scrittore inglese di nome William
Shakespeare. Sono certa che ne
avrete sentito parlare, ma è morto da
tempo e il primo dramma che ho
letto parlava di un principe scozzese
chiamato Macbeth: era molto triste e
morivano tutti!
Esco dalla mia stanza quando Herr
Bayer torna dall’università. Beviamo
di nuovo tè e lui mi parla della sua
giornata. La prossima settimana
vuole portarmi al teatro di
Christiania. Vedremo un balletto,
eseguito da dei russi. Mi ha spiegato
che è uno spettacolo di danza in cui
nessuno parla o canta (e che gli
uomini non indossano dei veri
pantaloni ma delle calze, come le
ragazze!). Dopo il tè torno nella mia
stanza e indosso l’abito da sera che
mi ha fatto Frøken Olsdatter. Vorrei
che poteste vederlo: è bellissimo e
non somiglia a nulla che abbia mai
indossato prima. A cena beviamo il
vino rosso che Herr Bayer si è fatto
mandare dalla Francia e mangiamo
grandi quantità di pesce con una
salsa bianca, che mi dice essere
molto comune qui a Christiania.
Dopo cena, Herr Bayer si accende
un sigaro, che non è altro che una
foglia di tabacco secco arrotolato, e
beve un brandy. A questo punto mi
ritiro nella mia camera, di solito
molto stanca, e trovo un bicchiere di
latte caldo di mucca accanto al letto.
Domenica, Frøken Olsdatter mi ha
accompagnato in chiesa. Herr Bayer
dice che in futuro verrà anche lui,
ma che quel giorno era impegnato.
La chiesa è grande come una
cattedrale e c’erano centinaia di
persone. Vedete dunque che le mie
esperienze sono molto diverse da
quelle che facevo a Heddal. Ora
come ora ho la sensazione di vivere
in un sogno e che nulla sia reale;
casa mia mi sembra davvero lontana.
Credevo di essere stata portata a
Christiania da Herr Bayer per
cantare. La verità è che finora ho
cantato soltanto delle cose chiamate
scale, con il pianoforte, che significa
ripetere le note in ordine, su e giù e
su di nuovo, senza parole.
Il mio indirizzo è in cima alla lettera
e sarei felice se rispondeste. Mi
dispiace per tutte le macchie di
inchiostro. È la prima lettera che
abbia mai scritto e anche molto
lunga; mi ci sono volute molte ore.
Ovviamente, sto usando la penna che
mi hai regalato, Lars, e l’ho
sistemata sulla mia scrivania così da
poterla vedere sempre.
Per favore di’ a Mor e Far e a mio
fratello che mi mancano; spero che
tu possa leggergli le mie parole. Non
sto a scrivere un’altra lettera perché
mi ci vorrebbe tantissimo, e poi non
sono tanto bravi a leggere.
Spero che tu stia bene e che stiano
bene anche i tuoi maiali.
Anna

Anna rilesse la lettera con grande


difficoltà. Era l’ultima di circa
dodici brutte copie che aveva
provato a scrivere negli ultimi
cinque giorni. Le aveva cominciate e
gettate via tutte. Alcune delle parole
che aveva usato le scriveva per la
prima volta, e temeva di sbagliare.
Tuttavia, rifletté, Lars avrebbe
preferito una lettera scorretta a
nessuna lettera. Era ansiosa di
raccontare alla sua famiglia della
trasformazione che la sua vita stava
subendo. Dopo aver ripiegato il
foglio con cura, si alzò e si vide
riflessa nello specchio. Studiò il suo
viso per qualche istante.
Sono ancora io?, chiese allo
specchio, e poi si diresse verso il
bagno.
Più tardi, quella sera, Anna si
infilò a letto ascoltando le voci e le
risate che giungevano dal fondo del
corridoio. Herr Bayer stava
intrattenendo alcuni ospiti, perciò
quella sera Anna non aveva cenato
con lui al grosso tavolo lucido del
soggiorno. Frøken Olsdatter, che
aveva scoperto chiamarsi Lise, le
aveva portato un vassoio pieno di
cibo.
«Mia cara ragazza, lascia che ti
spieghi» le aveva detto poco prima
Herr Bayer, iniziando così a darle
del tu e dopo averle annunciato che
non avrebbe cenato con lui. «Stai
facendo grandi progressi, molto
rapidamente. In effetti, migliori
molto più in fretta di qualsiasi altro
studente di musica che abbia avuto
l’onore di istruire. Ma se ti
presentassi ai miei ospiti, di certo ti
chiederebbero di cantare per loro,
dopo tutte le parole che ho speso su
di te. E non possiamo farlo prima
che tu sia del tutto sviluppata; solo a
quel punto ti mostreremo alla gente
in tutta la tua gloria.»
Anche se Anna si stava abituando
al linguaggio elaborato di Herr
Bayer, si chiese cosa significasse
“del tutto sviluppata”. Forse le
sarebbe cresciuta un’altra mano? Di
certo sarebbe stato di grande aiuto
per le lezioni di piano. O magari le
sarebbe spuntato qualche altro dito
nei piedi, cosa che avrebbe
migliorato la sua postura assai poco
elegante. Quel difetto le era stato
fatto notare da un regista teatrale,
che aveva fatto loro visita quel
pomeriggio. Herr Bayer l’aveva
assunto per insegnarle qualcosa che
chiamava “presenza scenica”, per
quando sarebbe comparsa su un
palcoscenico. Per fare bene pareva
che dovesse tenere la testa alta e
irrigidire le dita dei piedi dentro le
scarpe, assicurandosi di restare
immobile una volta raggiunta la
posizione desiderata.
«Poi aspetti, finché non finiscono
di applaudire. Un piccolo inchino,
così…» L’uomo le aveva mostrato
cosa intendesse per inchino portando
il mento verso il petto, con il braccio
sinistro piegato verso la spalla
destra. «Per mostrare di avere
apprezzato l’applauso. Dopodiché,
potrà cominciare.»
Per l’ora successiva, l’uomo le
aveva chiesto di camminare,
entrando e uscendo dal soggiorno,
esercitandosi senza sosta negli stessi
movimenti. Era stato estremamente
pignolo e scoraggiante. Anche se
non sapeva cucinare o cucire, Anna
credeva almeno di saper camminare
in maniera decente.
Si girò su un fianco nell’enorme
letto, percependo la morbidezza del
cuscino sotto la guancia e
chiedendosi se sarebbe mai
diventata ciò che Herr Bayer
desiderava.
Come aveva scritto a Lars nella
sua lettera, pensava di essere stata
portata a Christiania per il suo
talento nel canto. Tuttavia, da
quando era arrivata, Herr Bayer non
le aveva chiesto di cantare neanche
una canzone. Capiva però di dover
imparare ancora tante cose e si
rendeva conto di non poter
desiderare un mentore più gentile o
paziente. A volte, però, Anna
temeva di diventare molto diversa da
com’era, per quanto fosse incolta e
schietta. Si sentiva a cavallo fra due
mondi, dal momento che, una
settimana prima, non aveva mai
visto la luce a gas o una latrina al
chiuso, mentre ora si stava già
abituando ad avere una serva, a bere
vino e mangiare pesce a cena…
«Oh, Signore!» gemette, ad alta
voce, al pensiero di quanto pesce
aveva divorato.
Forse Herr Bayer pensava che
fosse talmente stupida da non aver
capito quali fossero le sue
intenzioni. Ma Anna si era resa
conto in fretta che l’aveva portata a
Christiania non solo per educare la
sua voce, ma anche per trasformarla
in una signora che potesse essere
esibita in società. Le stavano
insegnando dei trucchi, un po’ come
gli animali delle fiere che a volte
facevano sosta a Heddal. Ripensò
alla prima sera in cui Herr Bayer era
arrivato a casa della sua famiglia,
sulla collina, celebrando le glorie
della cultura popolare norvegese.
Per questo Anna non capiva perché
il suo mentore ritenesse così
importante farle imparare altro.
«Non sono un esperimento»
sussurrò con fermezza prima di
scivolare nel sonno.
In una gelida mattina di ottobre
Anna entrò come sempre in
soggiorno, pronta per la sua lezione
con Herr Bayer.
«Mia cara Anna, hai dormito
bene?»
«Molto bene, grazie Herr Bayer.»
«Bene, bene. Sono felice di
annunciarti che io credo tu sia
pronta per affrontare il passo
successivo. Cominceremo a cantare,
d’accordo?»
«Sì, Herr Bayer» rispose Anna, in
preda al senso di colpa. Ricordava
perfettamente tutti i pensieri negativi
che aveva fatto solo poche notti
prima.
«Ti senti bene, Anna? Sembri
pallida.»
«Sto bene.»
«Allora non perdiamo altro tempo.
Vorrei che cantassi Per Spelmann,
come hai fatto la sera che ci siamo
conosciuti. Io ti accompagnerò al
piano.»
Anna era ancora talmente
disorientata per questa svolta, che
rimase a guardare Herr Bayer in
silenzio.
«Non sei pronta?»
«Chiedo scusa. Sì, lo sono.»
«Bene. Allora canta pure.»
Per i successivi quarantacinque
minuti, Anna ripeté all’infinito la
canzone che conosceva sin dalla
culla. Di tanto in tanto, Herr Bayer
la interrompeva e le diceva di
utilizzare, come lo chiamava lui, più
“vibrato” su una certa nota, o di fare
una pausa più lunga, o di tenere
bene il tempo… Anna faceva del
suo meglio per seguire quelle
istruzioni, ma avendo imparato quel
pezzo quattordici anni prima e
avendolo cantato sempre allo stesso
modo da allora, scoprì che non era
facile accontentarlo.
Alle undici in punto suonarono
alla porta. Anna sentì un rumore di
voci attutite in corridoio; Frøken
Olsdatter entrò in soggiorno seguita
da un signore dai capelli scuri e
dall’aria distinta. Aveva il naso
aquilino e i capelli radi sulle tempie.
Herr Bayer si alzò da dietro il piano
e andò a salutarlo.
«Herr Hennum, ti sono grato per
essere venuto. Lei è Frøken Anna
Landvik, la ragazza di cui ti ho
parlato.»
L’uomo si voltò verso di lei e si
inchinò. «Frøken Landvik, Herr
Bayer ha decantato le lodi della
vostra voce.»
«E adesso la sentirai!» Herr Bayer
tornò a sedersi al pianoforte. «Anna,
canta come hai cantato per me
quella sera, sulle colline.»
Anna lo guardò confusa. Se voleva
che cantasse come aveva fatto quella
volta, perché aveva passato un’ora a
cercare di insegnarle tecniche
diverse? Ma era troppo tardi per
chiederglielo, perché aveva già
iniziato a suonare, perciò Anna
cominciò semplicemente a cantare
dando libero sfogo alla voce.
Quando ebbe finito guardò con
ansia Herr Bayer. Non sapeva se
avesse cantato bene o meno. Si era
ricordata qualcosa di ciò che lui le
aveva detto, ma non tutto, e ogni
nozione sembrava così confusa nella
sua mente.
«Che ne pensi, Johan?» chiese
Herr Bayer alzandosi dal pianoforte.
«Anna è esattamente come l’hai
descritta. Perfetta. La voce è ancora
un po’ grezza, ovviamente, ma forse
questo può rivelarsi addirittura un
bene.»
«Non mi aspettavo che succedesse
così alla svelta. Come ti dicevo,
Anna è arrivata a Christiania meno
di un mese fa e ho appena
cominciato a educarle la voce»
rispose Herr Bayer.
Anna ascoltava i due uomini
discutere di lei e delle sue abilità, e
si sentiva indubbiamente “grezza”
come un tronco d’albero appena
tagliato.
«Devo ancora ricevere la partitura
definitiva, ma appena me la daranno,
te la porterò e potremo far venire
Anna in teatro a cantare per Herr
Josephson. Ora devo andare. Frøken
Landvik…» Johan Hennum si
inchinò di nuovo. «È stato un
piacere sentirvi cantare, e senza
dubbio quest’opportunità verrà
concessa a molte altre persone nel
prossimo futuro. Buona giornata a
tutti e due.»
Herr Hennum uscì dal soggiorno,
con il cappotto che svolazzava dietro
di lui.
«Ben fatto, Anna!» Herr Bayer
andò verso di lei, le prese il viso tra
le mani e la baciò sulle guance.
«Vi prego, signore, potete dirmi
chi era quell’uomo?»
«Non ha importanza, adesso.
Quello che conta è che dobbiamo
ancora lavorare molto per renderti
pronta.»
«Prepararmi a cosa?»
Ma Herr Bayer non la ascoltava
più; guardava l’orologio. «Ho una
lezione tra mezz’ora e devo andare
via subito. Frøken Olsdatter,» gridò
«portatemi il cappotto!» Si precipitò
alla porta e sorrise di nuovo ad
Anna. «Ora riposa, Anna, perché
quando tornerò cominceremo a
lavorare.»
Nel corso delle due settimane
successive, Anna tentò più volte di
scoprire chi fosse Herr Hennum e
per cosa stessero lavorando così
duramente, ma Herr Bayer non le
rivelò nulla. Non capiva come mai
all’improvviso volesse farle cantare
ogni canzone popolare che
conosceva invece di insegnarle
l’opera, come aveva promesso ai
suoi genitori. A che serve questo
genere di musica, qui in città?,
pensava Anna, rattristata, guardando
fuori dalla finestra, prima di pranzo.
Herr Bayer era uscito per partecipare
a una riunione e Anna era sola in
casa. Con la punta del dito seguì le
gocce di pioggia che colavano lungo
il vetro e, all’improvviso, ebbe
voglia di uscire all’aperto. Negli
ultimi mesi non era quasi mai uscita
dall’appartamento, a parte di
domenica per andare in chiesa, e
stava cominciando a sentirsi come
un animale in gabbia. Forse Herr
Bayer si era semplicemente scordato
che era nata e cresciuta all’aperto.
Bramava un po’ d’aria fresca, i
pascoli della fattoria dei suoi
genitori, uno spazio in cui
camminare e correre libera…
«Qui non sono altro che un
animale da addestrare» si rivolse alla
stanza vuota, appena prima che
Frøken Olsdatter entrasse ad
annunciarle che il pranzo era pronto.
Anna la seguì in cucina.
«Che c’è che non va, kjære?
Sembri un pesce preso all’amo»
osservò Frøken Olsdatter appena si
sedettero a tavola.
«Niente» rispose lei. Non voleva
che la governante mettesse in dubbio
la sua felicità. L’avrebbe solo
considerata viziata e capricciosa.
Dopotutto la sua posizione in quella
casa era di gran lunga superiore a
quella di Frøken Olsdatter. Malgrado
ciò, sentiva su di sé lo sguardo
intelligente della governante.
«Domani, Anna, devo andare al
mercato, in piazza, a comprare carne
e verdure. Ti andrebbe di
accompagnarmi?»
«Oh, sì! Niente mi farebbe più
felice» rispose, commossa che la
donna avesse capito esattamente la
natura del problema.
«Allora verrai con me e forse
riusciremo a ritagliarci del tempo
per fare una passeggiata nel parco.
Herr Bayer domani sarà
all’università tra le nove e le dodici,
poi uscirà a pranzo, perciò abbiamo
un bel po’ di tempo. Sarà il nostro
piccolo segreto, d’accordo?»
«Sì» fece Anna, sollevata.
«Grazie.»
Da allora cominciarono ad andare
insieme al mercato due volte la
settimana. Oltre alle domeniche in
chiesa, quelli erano i giorni che
Anna attendeva con più
trepidazione.
Alla fine di novembre si rese conto
che viveva a Christiania da più di
due mesi. Sul calendario che si era
fatta da sola stava segnando i giorni
che mancavano a Natale, quando
sarebbe potuta tornare a casa, a
Heddal. Se non altro, a Christiania
era nevicato e la cosa l’aveva messa
di buonumore. Le donne che
passeggiavano nel parco, dall’altra
parte della strada, indossavano
adesso cappotti e cappelli di
pelliccia e tenevano le mani nascoste
in manicotti di pelo, che Anna
considerava accessori molto stupidi:
per grattarsi il naso, infatti, ci si
sarebbe congelati le dita.
Nell’appartamento, poco o nulla
era cambiato nella sua routine
quotidiana, anche se Herr Bayer le
aveva dato una copia di Peer Gynt di
Ibsen e le aveva detto di leggerlo.
«Oh, ma l’ho già letto» aveva
risposto tutta contenta.
«Tanto meglio, allora. Ti aiuterà
quando lo rileggerai da capo.»
La prima sera aveva lasciato il
libro da una parte, pensando che
fosse una vera perdita di tempo fare
come le aveva chiesto Herr Bayer,
visto che sapeva già come andava a
finire. Ma il mattino successivo lui
l’aveva interrogata a fondo sulle
prime cinque pagine e Anna non era
stata in grado di rispondere; quindi
aveva mentito, dicendo che la sera
precedente aveva avuto mal di testa
e si era addormentata presto. Così
aveva ricominciato a leggerlo
rallegrandosi di quanto fosse
migliorata nella lettura rispetto
all’estate. Ormai erano pochissime
le parole che non riusciva a
decifrare, e ogni volta che le si
presentava un problema, Herr Bayer
era più che felice di aiutarla. Ma
cosa avesse a che fare quel poema
con il suo futuro a Christiania, Anna
non ne aveva la più pallida idea.
«Mia kjære Anna, ieri sera ho
finalmente ricevuto la musica che
aspettavo da Herr Hennum!
Cominceremo a lavorarci sin da
subito.»
Pur non avendo idea di che musica
fosse, Anna vide che il suo mentore
traboccava di entusiasmo mentre si
sedeva al piano.
«È incredibile stringerne una copia
tra le mani! Vieni, Anna, vieni qui
vicino, la suonerò per te.»
Anna obbedì e studiò gli spartiti
con interesse. «La canzone di
Solveig» mormorò, leggendo il titolo
scritto in cima al foglio.
«Sì, Anna. E sarai la prima in
assoluto a cantarla! Che ne dici,
eh?»
Anna aveva ormai capito che a
queste domande retoriche di Herr
Bayer doveva rispondere sempre
positivamente.
«Che sono molto felice.»
«Bene, bene. Correva voce che
Herr Grieg in persona sarebbe
venuto a Christiania per aiutare
l’orchestra e i cantanti a studiare
questa sua nuova composizione, ma
purtroppo i suoi genitori sono morti
entrambi di recente ed è ancora in
lutto. Di conseguenza non è in grado
di venire fin qui da Bergen.»
«L’ha scritta Herr Grieg?» chiesi
trasalendo.
«Precisamente. Herr Ibsen gli ha
chiesto di scrivere la musica per
accompagnare la sua prossima
produzione teatrale del Peer Gynt,
che debutterà al teatro di Christiania
a febbraio. Mia cara signorina, sia
Herr Hennum, l’uomo che hai
incontrato qualche settimana fa,
stimato direttore della nostra
orchestra, sia io, crediamo che
dovresti essere tu a interpretare
Solveig.»
«Io?»
«Sì, Anna. Tu.»
«Ma… non sono mai salita su un
palcoscenico in vita mia! Figurarsi
sul palco più famoso della
Norvegia!»
«E questa, mia cara ragazza, è la
parte migliore. Herr Josephson,
direttore del teatro e capo di questa
produzione, aveva già scritturato una
rinomata attrice per la parte di
Solveig. Il problema, come ha detto
Herr Hennum, è che sarà anche una
grande attrice, ma quando apre la
bocca per cantare sembra un gatto
strangolato. Perciò ci serve una voce
pura, una persona che se ne stia
dietro le quinte e canti mentre
Madame Hansson mimerà le parole
di questa e di altre canzoni. Capisci,
ora, mia cara?»
Anna aveva capito e non poté fare
a meno di provare una punta di
delusione per il fatto che nessuno
l’avrebbe vista. E che l’attrice con la
voce da gatto strangolato avrebbe
fatto finta che la voce di Anna fosse
sua. Tuttavia, il fatto che il direttore
della famosa orchestra del famoso
teatro di Christiania avesse pensato
di farle prestare la voce a Madame
Hansson, era un enorme
complimento. Non voleva sembrare
un’ingrata.
«Quella che ci è stata presentata è
una magnifica opportunità» proseguì
Herr Bayer. «Certo, non c’è ancora
nulla di ufficiale. Dovremo farti
esibire dinanzi a Herr Josephson, il
direttore dell’opera, per capire se
ritiene la tua voce in sintonia con il
vero spirito di Solveig. Nella tua
interpretazione dovrà esserci una
tale emozione, un tale sentimento
che nessuno, tra il pubblico, dovrà
riuscire a trattenere il pianto. Anzi,
Herr Hennum mi ha detto che la tua
voce sarà l’ultima cosa che
sentiranno prima che cali il sipario.
Herr Josephson ha accettato di
sentirti cantare il pomeriggio del
ventitré dicembre, appena prima di
partire per le vacanze di Natale.
Prenderà lui la decisione finale.»
«Ma il ventuno parto per Heddal!»
protestò Anna, incapace di
trattenersi. «E se devo aspettare qui
fino al pomeriggio del ventitré, non
riuscirò ad arrivare a casa in tempo
per Natale. Il viaggio dura quasi due
giorni, io… Herr Josephson non può
sentirmi cantare un’altra volta?»
«Anna, devi capire che Herr
Josephson è un uomo molto
impegnato, e il fatto che ci abbia
concesso anche solo un minuto del
suo tempo è già un onore. Capisco
che tu non abbia piacere di
trascorrere le festività qui con me,
ma questa potrebbe essere la
migliore opportunità della tua vita
per modificare il corso del tuo
futuro. Potrai passare molti altri
Natali con la tua famiglia, ma hai
una sola possibilità di assicurarti il
ruolo di Solveig, in un’opera in cui
il drammaturgo e il compositore più
famosi del nostro Paese hanno
collaborato per la prima volta!» Herr
Bayer scosse la testa in uno dei suoi
rari momenti di frustrazione. «Anna,
devi cercare di capire cosa potrebbe
significare questo per te. E se non ci
riesci, allora ti consiglio di tornare
immediatamente a casa e di
continuare a cantare per le tue
mucche, invece che per il pubblico
del teatro di Christiania, in una
prima che di sicuro entrerà nella
storia. Dunque, proverai a cantare
questo pezzo, oppure no?»
Anna si sentì piccola e ignorante,
proprio come lui aveva cercato di
farla sentire. Annuì lentamente. «Sì,
Herr Bayer, certo.»
Quella notte, però, Anna pianse
finché non si addormentò. Anche se
avrebbe “fatto la storia”, come
aveva detto Herr Bayer, il pensiero
di non trascorrere il Natale con la
sua famiglia era troppo da
sopportare.
16
Christiania
16 gennaio 1876

«Jens! Sei ancora vivo?!» Jens


Halvorsen fu svegliato di soprassalto
dalla voce di sua madre, che giunse
squillante attraverso la porta della
camera da letto. «Dora credeva che
tu fossi morto nel sonno, perché è
tutta la mattina che non le rispondi!»
Sospirando, Jens scese dal letto e
studiò il suo trasandato, e ancora
completamente vestito, riflesso nello
specchio. «Scendo a colazione tra
dieci minuti» rispose.
«È l’ora di pranzo, Jens. La
colazione l’hai proprio saltata!»
«Ora arrivo.» Come ogni mattina
Jens si guardò con attenzione per
vedere se nella chioma color
mogano fosse comparso qualche
capello grigio. Aveva solo vent’anni
e sapeva che non era il caso di
preoccuparsi, ma dato che i capelli
di suo padre, a quanto pareva, erano
diventati grigi dal giorno alla notte
quando aveva venticinque anni –
probabilmente per via dello shock
che gli aveva procurato sposare sua
madre – Jens si svegliava ogni
mattina in uno stato d’ansia.
Dieci minuti dopo, con indosso
degli abiti puliti, comparve in sala
da pranzo e baciò sulla guancia
Margarete, sua madre, prima di
prendere posto a tavola. Dora, la
giovane governante, cominciò a
servire il pranzo.
«Devo scusarmi, Mor. Un mal di
testa terribile mi ha costretto a letto
tutta la mattina. Mi sento ancora
molto irritabile.»
Subito sua madre sostituì
l’espressione contrariata che aveva
sul volto con una di compassione.
Allungò un braccio per toccargli la
fronte. «In effetti sei un po’ caldo.
Forse hai la febbre. Povero ragazzo,
ce la fai a mangiare qui o preferisci
che Dora ti porti qualcosa a letto?»
«Penso di farcela, anche se devi
scusarmi se non mangerò granché.»
In realtà Jens moriva di fame. La
sera prima si era incontrato con
alcuni amici in un bar ed erano finiti
in un bordello al porto, con un finale
molto soddisfacente per tutti. Aveva
bevuto fin troppa acquavite; infatti si
ricordava vagamente della carrozza
che l’aveva riportato a casa e di aver
vomitato nel fosso accanto alla
proprietà. Per via del gelo che
ricopriva i rami, non era riuscito ad
arrampicarsi sull’albero che dava
sulla finestra della sua stanza, che
Dora gli lasciava aperta ogni volta
che restava fuori fino a tardi.
Di conseguenza, rifletté, la storia
che aveva inventato non era del tutto
una menzogna. Si sentiva davvero
male e aveva dormito nonostante i
timidi tentativi di Dora di svegliarlo.
Sapeva che la governante lo amava
ed era per quello che lo copriva ogni
volta che ce n’era bisogno.
«È un peccato che tu non ci fossi
ieri sera, Jens. È venuto a cena il
mio caro amico Herr Hennum, il
direttore dell’orchestra di
Christiania» disse Margarete
interrompendo i suoi pensieri. Sua
madre era una fedele sostenitrice
delle arti e utilizzava i “risparmi per
la birra” di suo marito, come li
chiamavano tra loro, per finanziare
quella passione.
«È stata una bella serata?»
«Sì, in effetti sì. Come sono sicura
che già saprai, Herr Grieg ha scritto
una meravigliosa opera musicale per
accompagnare il poema di Herr
Ibsen, il Peer Gynt.»
«Sì, Mor, me l’hai detto.»
«La prima si terrà a febbraio, ma
purtroppo, mi ha detto Herr
Hennum, l’orchestra attuale non
soddisfa né le aspettative di Herr
Grieg né le sue. Le composizioni
sono molto complesse e devono
essere suonate da un’orchestra
esperta e professionale. Herr
Hennum sta cercando musicisti di
talento che sappiano suonare più di
uno strumento. Gli ho parlato delle
tue abilità al pianoforte, al violino e
al flauto e mi ha chiesto se puoi
andare a teatro a suonare per lui.»
Jens inghiottì una forchettata di
pesce gatto proveniente dalla costa
ovest della Norvegia. «Mor, al
momento sto studiando chimica
all’università, per prepararmi a
rilevare il birrificio di famiglia. Sai
bene che Far non mi permetterà mai
di lasciarlo per suonare in
un’orchestra. Si infurierebbe.»
«Forse, se fosse ormai un fait
accompli, si rassegnerebbe» disse lei
con calma.
«Mi stai chiedendo di mentirgli?»
All’improvviso Jens si sentì male
davvero.
«Sto dicendo che quando compirai
ventun anni sarai un uomo, e potrai
fare le tue scelte, qualunque cosa
pensino gli altri. Riceverai un salario
dall’orchestra, anche se non ingente,
che ti garantirà una qualche
indipendenza finanziaria.»
«Mancano sette mesi al mio
compleanno, Mor. Per adesso
dipendo ancora da mio padre e sono
sotto il suo controllo.»
«Jens, ti prego. Herr Hennum ti
darà udienza a teatro all’una e trenta
di domani. Ti imploro almeno di
incontrarlo. Non si può mai sapere
cosa ne verrà fuori.»
«Non sto bene» disse alzandosi di
scatto. «Perdonami, Mor, ma torno
in camera mia a sdraiarmi un po’.»
Margarete guardò il figlio
attraversare la stanza, aprire la porta
e chiudersela alle spalle. Si portò le
dita alla fronte, sentendo le tempie
pulsare. Conosceva la causa di
quello scatto d’ira in Jens e sospirò,
colta dal senso di colpa.
Sin da quando era poco più che un
poppante l’aveva fatto sedere sulle
sue ginocchia per insegnargli a
riconoscere i tasti del pianoforte. Il
momento in cui aveva cominciato a
far scorrere le dita grassocce sui tasti
d’avorio era uno dei ricordi più belli
che serbava della sua infanzia.
Aveva tanto desiderato che il suo
unico figlio ereditasse da lei il
talento per la musica, un talento che
lei stessa non era riuscita a sfruttare
al massimo per via del matrimonio
con il padre di Jens.
Jonas Halvorsen, suo marito, non
possedeva un animo artistico e gli
interessava solo la quantità di kroner
che si accumulavano sul conto del
birrificio Halvorsen. Sin dai primi
giorni di matrimonio aveva
considerato la passione per la
musica della moglie come qualcosa
da scoraggiare, un atteggiamento, in
seguito, ancora più forte nei
confronti del figlio. Ciò nonostante,
quando Jonas era in ufficio,
Margarete si era impegnata a
sviluppare il talento di Jens che,
all’età di sei anni, suonava senza
sforzo brani che avrebbero messo in
difficoltà studenti tre volte più
grandi di lui.
Quando Jens aveva compiuto dieci
anni, sfidando la disapprovazione
del marito, Margarete aveva
organizzato una recita a casa,
invitando la crema del mondo
musicale di Christiania. Tutti
avevano ascoltato suonare il suo
bambino ed erano rimasti estasiati,
prevedendo per lui un luminoso
futuro come musicista.
«Deve andare al conservatorio a
Lipsia, quando sarà grande, per
ampliare le sue conoscenze e le sue
capacità. Sai bene che le
opportunità, qui a Christiania, sono
limitate» le aveva consigliato Johan
Hennum, il nuovo direttore
dell’orchestra cittadina. «Con la
giusta educazione, diventerà un
grandissimo musicista.»
Margarete aveva ripetuto queste
parole al marito, che aveva risposto
ridendole in faccia. «Mia cara,
capisco che tu desideri che tuo figlio
diventi musicista, ma come ben sai,
Jens entrerà nell’azienda di famiglia
quando compirà ventun anni. I miei
antenati e io non abbiamo impiegato
più di centocinquanta anni per
metterla in piedi per poi vederla
vendere a qualche concorrente. Se
Jens vuole trastullarsi con i suoi
strumenti quando sarà più grande,
allora sarò felice per lui. Ma la
carriera è un’altra cosa.»
Margarete, tuttavia, non si era fatta
scoraggiare. Negli anni successivi
aveva continuato a insegnare a Jens
a suonare il violino e il flauto, oltre
al piano, ben sapendo che per
entrare in un’orchestra un musicista
dovesse conoscere più di uno
strumento. Gli aveva fatto imparare
anche il tedesco e l’italiano, due
lingue che credeva l’avrebbero
aiutato ad affrontare le composizioni
più complesse.
Il padre di Jens aveva continuato
risolutamente a ignorare le
straordinarie melodie che
giungevano dalla sala musica e
risuonavano per tutta la casa.
L’unica volta che Margarete l’aveva
costretto ad ascoltare, era stato
quando Jens aveva suonato il violino
Hardanger. A volte lo incoraggiava
a suonare per suo padre, dopo cena,
e osservava i tratti del marito che,
con l’aiuto di diversi bicchieri di
ottimo vino francese, si
distendevano in un sorriso sognante
mentre mormorava le parole di una
canzone popolare che conosceva.
Nonostante l’indifferenza del
marito per il talento di Jens, e la sua
insistenza sull’impossibilità che la
musica potesse diventare una
professione, Margarete continuava a
credere che, quando Jens fosse stato
più grande, sarebbe riuscita a trovare
un modo per convincerlo del
contrario. Ma poi, il ragazzino che
aveva lavorato così duramente per
imparare a suonare era cresciuto, e
Jonas l’aveva preso sotto la sua ala.
Invece di fare le solite due ore al
giorno di esercizi di musica, Jens
aveva cominciato a seguire il padre
nel birrificio, sovrintendendo alla
produzione o alla gestione della
contabilità.
La situazione si era cristallizzata
da tre anni, quando Jonas aveva
insistito affinché il figlio andasse
all’università a studiare chimica, una
materia che, a suo parere, sarebbe
stata perfetta per il birrificio.
Margarete aveva cercato di
convincerlo, implorandolo di
permettere a Jens di frequentare il
conservatorio di Lipsia.
«Non ha alcuna passione per la
chimica o per gli affari, mentre ha
un grande talento per la musica!»
l’aveva supplicato.
Jonas l’aveva guardata con
freddezza. «Sono stato indulgente
con te, finora, ma Jens non è più un
bambino e deve capire quali sono le
sue responsabilità. Sarà la quinta
generazione di Halvorsen a gestire il
nostro birrificio. Ti sei illusa se
pensavi che le tue aspirazioni
musicali avrebbero portato a
qualcosa. Le lezioni iniziano a
ottobre. L’argomento è chiuso.»
«Ti prego non piangere, Mor» le
aveva detto Jens dopo che sua
madre, affranta, gli aveva
comunicato la notizia. «Non mi sono
mai aspettato nulla di diverso.»
Proprio come Margarete aveva
previsto, vedendosi costretto a
mollare la musica per studiare una
materia verso cui non aveva
interesse o attitudine, Jens si era
impegnato pochissimo all’università.
E, cosa ancora più pericolosa, il suo
naturale buonumore e il suo
atteggiamento sprezzante avevano
cominciato a portarlo sulla cattiva
strada.
Margarete aveva il sonno leggero e
si svegliava a ogni minimo rumore,
perciò sapeva che suo figlio stava
fuori fino alle ore piccole. Jens
aveva molti amici grazie alla sua
joie de vivre e al suo fascino
naturale. Margarete sapeva che era
fin troppo generoso, al punto da
presentarsi spesso da lei, a metà
mese, dicendole che aveva già
esaurito i fondi elargiti da suo padre,
per fare regali o prestiti a questo o
quell’amico e chiedendole se non
potesse aiutarlo a tirare avanti per un
po’.
Spesso il suo alito puzzava di alcol
e Margarete sospettava che fosse
proprio quel vizio a svuotargli le
tasche. Sospettava anche che ci
fossero di mezzo delle donne in quei
suoi bagordi notturni. Solo la
settimana precedente gli aveva
trovato il colletto della camicia
macchiato di rossetto. Ma questo,
almeno, lo capiva: tutti i giovani
uomini, e perfino quelli non più
tanto giovani, avevano delle
necessità, come Margarete aveva
imparato a sue spese. Era la natura
del maschio.
Nella sua mente il problema era
molto semplice: con la prospettiva di
un futuro che non desiderava, e
senza la sua adorata musica, Jens era
insoddisfatto e affogava la
frustrazione nell’alcol e nelle facili
avventure. Margarete si alzò da
tavola, pregando che Jens andasse
da Herr Hennum, l’indomani. A suo
vedere, era l’unica cosa che avrebbe
potuto salvarlo.
Nel frattempo, al piano di sopra
Jens, sdraiato sul suo letto, era
tormentato dagli stessi pensieri della
madre. Tanto tempo prima aveva
capito che una carriera nel mondo
della musica non avrebbe mai potuto
diventare realtà. Entro pochi mesi
avrebbe lasciato l’università per
entrare nel birrificio del padre.
Quella prospettiva lo atterriva.
Non sapeva per chi provare più
pietà: se per suo padre, schiavo del
conto in banca e delle infinite
vicissitudini del suo birrificio di
successo, o per sua madre, che
rappresentava la parte nobile della
coppia, ma era ansiosa e
insoddisfatta della propria vita. Jens
sapeva che il loro matrimonio era
stato poco più che un semplice
accordo stilato per il bene comune.
Il problema, per lui, era che in
quanto loro unico rampollo sarebbe
stato per sempre utilizzato come
pedina nelle loro sfide emotive.
Aveva capito tanto tempo prima che
non avrebbe mai potuto avere la
meglio. E ormai non gli importava
neanche più di tanto provarci.
Poco prima, però, sua madre era
stata piuttosto convincente. In effetti
aveva quasi l’età giusta. E se fosse
stato possibile ridare nuova linfa al
sogno che, da ragazzo, si era
impegnato così tanto per realizzare?
Quando sentì sua madre uscire,
dopo pranzo, Jens scivolò al piano di
sotto e d’impulso entrò nella sala
della musica, dove sua madre
portava ancora qualche allievo, di
tanto in tanto.
Si sedette sullo sgabello davanti al
bellissimo pianoforte, assumendo
d’istinto la postura corretta. Sollevò
il liscio coperchio di legno e lasciò
le dita vagare su e giù lungo la
tastiera. Dovevano essere passati più
di due anni dall’ultima volta che
aveva suonato. Cominciò con la
sonata Pathétique di Beethoven, una
delle sue preferite da sempre.
Ricordava con quanta pazienza sua
madre gliel’avesse insegnata e con
quanta facilità l’avesse imparata.
«Devi suonare con tutto il corpo,»
gli aveva detto una volta «oltre che
con il cuore e l’anima. Sono queste
le cose che permettono di
riconoscere un vero musicista.»
Mentre suonava, Jens perse la
cognizione del tempo. E mentre le
note si diffondevano nella stanza,
dimenticò le odiate lezioni di
chimica e il futuro che temeva, e si
concesse di scomparire almeno per
un po’, come faceva una volta.
Quando l’ultima nota si spense
nella stanza, Jens si rese conto che
stava piangendo per la pura e
semplice gioia di suonare. E decise
di andare a incontrare Herr Hennum
l’indomani.

All’una e trenta del giorno seguente,


Jens era seduto di fronte a un altro
pianoforte, nella buca dell’orchestra
al teatro di Christiania.
«Allora, Herr Halvorsen, vi ho
sentito suonare l’ultima volta dieci
anni fa. Vostra madre mi ha detto
che siete diventato un musicista
eccezionale da allora» disse Johan
Hennum, il direttore.
«Mia madre esagera, signore.»
«Dice sempre che non avete fatto
studi formali in un conservatorio.»
«Purtroppo no, signore. Sono stato
all’università negli ultimi due anni e
mezzo, a studiare chimica.» Jens
immaginò che il direttore
d’orchestra stesse già pensando di
aver sprecato il suo tempo con lui.
Probabilmente aveva accettato di
sentirlo per fare un favore a sua
madre, in cambio dei generosi fondi
che lei elargiva. «Ma devo dire che
mia madre mi ha insegnato per molti
anni. E, come sapete, è
un’insegnante molto stimata.»
«È vero, lo è. Dunque, quale
considerate il vostro strumento
principale tra i quattro che vostra
madre mi ha elencato?»
«Di sicuro prediligo il piano, ma
credo di riuscire a suonare
altrettanto bene il violino, il flauto e
il violino Hardanger.»
«Non c’è una parte per piano
nell’opera orchestrale del Peer Gynt
scritta da Herr Grieg. Tuttavia,
cerchiamo un secondo violinista e
un altro flautista. Ecco» Herr
Hennum gli passò degli spartiti.
«Vedete cosa riuscite a capire della
parte di flauto, torno tra un po’ per
sentirvi suonare.» Il direttore gli
rivolse un cenno del capo e
scomparve da una porta dietro il
palcoscenico.
Jens osservò la musica: “Preludio
all’Atto IV”: Il mattino. Prese il
flauto dalla custodia e lo montò. In
teatro faceva freddo quasi quanto
all’aperto, dove la temperatura era
sotto zero. Si strofinò vigorosamente
le dita per scaldarle, poi si portò lo
strumento alle labbra, provando le
prime sei note…
«D’accordo, Herr Halvorsen,
vediamo come ve la cavate» disse
Johan Hennum quando tornò nella
buca dell’orchestra, cinque minuti
più tardi.
Jens sentì che era importante fare
colpo su quell’uomo, dimostrarsi
all’altezza del compito.
Ringraziando Dio di avergli dato la
capacità di leggere a prima vista –
cosa che faceva credere a sua madre
che si fosse esercitato più di quanto
non avesse fatto in realtà – cominciò
a suonare. In pochi secondi si ritrovò
completamente immerso nella
musica, che era molto diversa da
qualsiasi altra avesse mai sentito.
Terminato il pezzo, allontanò il
flauto dalle labbra e guardò
Hennum.
«Come prima volta, non era affatto
male. Non male, davvero. Ora
prendete questa» disse, porgendogli
un altro spartito. «È la parte del
primo violino. Vediamo come ve la
cavate.»
Jens tirò fuori il violino dalla
custodia, studiò la musica intonando
mentalmente le note prima di
cominciare a suonare.
«Molto bene, Herr Halvorsen.
Vostra madre non ha esagerato nel
descrivere il vostro talento. E
ammetto di essere sorpreso. Sapete
leggere molto bene a prima vista,
una cosa che sarà essenziale nelle
prossime settimane mentre cercherò
di trovare tutti gli effettivi per la mia
orchestra. Non avrò tempo per
coccolare nessuno, e lasciate che vi
avverta: suonare in orchestra è molto
diverso che suonare da solista. Ci
vorrà del tempo perché ne afferriate
tutti i meccanismi e non tollererò
comportamenti negligenti da parte
dei miei musicisti. Normalmente
non mi affiderei a un novellino, ma
stavolta non ho scelta. Vorrei che
cominciaste tra una settimana. Che
ne dite?»
Jens lo fissò a bocca aperta.
Sembrava proprio che quell’uomo
gli stesse offrendo un lavoro. Si era
presentato con la certezza che la sua
mancanza di esperienza gli avrebbe
garantito una risposta negativa. Ad
ogni modo, non era un segreto che
l’orchestra di Christiania fosse un
insieme raffazzonato di musicisti,
dato che in città non c’era una vera
scuola di musica e i talenti tra cui
scegliere erano davvero pochi. Sua
madre gli aveva detto che una volta
ci aveva suonato anche un bambino
di soli dieci anni.
«Sarei onorato di suonare nella
vostra orchestra per una prima così
importante» si ritrovò a dire.
«Allora sarò felice di avervi a
bordo, Herr Halvorsen. Avete tutte
le carte in regola. Tuttavia, sappiate
che il salario è misero, ma questo
per voi non credo sia un problema, e
che le prove, nelle settimane a
venire, saranno lunghe e faticose. E,
come forse avrete notato, l’ambiente
è ben lungi dall’essere confortevole.
Vi consiglio di venire vestito
pesante.»
«Sì, signore, lo farò.»
«Mi avete detto che al momento
studiate all’università. Presumo che
sarete felice di mettere la musica
davanti alle vostre lezioni nella lista
delle priorità.»
«Sì» rispose Jens, ben consapevole
di cosa avrebbe detto suo padre al
riguardo. Ma visto che era stata sua
madre a metterlo in quella
situazione, decise che sarebbe
toccato a lei far tacere ogni
obiezione. Era la sua strada verso la
libertà e l’avrebbe imboccata.
«Vi prego, dite a vostra madre che
le sono grato per avervi mandato da
me.»
«Lo farò, signore.»
«Allora, le prove iniziano la
settimana prossima. Ci vediamo
lunedì mattina alle nove in punto. E
adesso devo andare alla ricerca di un
fagottista decente: merce rara in
questa città dimenticata da Dio.
Buona giornata, Herr Halvorsen.
Conoscete la strada.»
Jens guardò il direttore che si
allontanava, felice della nuova
svolta presa improvvisamente dalla
sua vita. Si voltò e guardò la platea
immersa nel buio. Era stato lì tante
volte, in compagnia di sua madre, ad
assistere ai concerti e alle opere, ma
all’improvviso si sentì sopraffatto.
Sapeva che di recente non aveva
fatto altro che seguire la corrente,
indugiando ogni giorno e temendo il
momento in cui si sarebbe laureato e
il suo futuro da produttore di birra.
Ora, invece, dopo aver suonato la
deliziosa composizione di Herr
Grieg, sentiva riaccendersi una
scintilla della vecchia euforia.
Quando era più piccolo se ne stava
spesso sdraiato a letto a pensare alla
musica, inventando e provando al
pianoforte sempre nuovi pezzi. Non
li aveva mai scritti, ma ciò che lo
ispirava davvero era comporre la sua
musica.
Avvolto dalle tenui luci del teatro,
Jens posò le dita congelate sui tasti
del piano e tornò con la mente alle
melodie che componeva da
ragazzino. Ce n’era una in
particolare, non troppo diversa nella
struttura dalla nuova opera di Grieg,
che gli ricordava le antiche canzoni
popolari. Jens cominciò a suonarla
di fronte all’auditorium deserto.
17

Stalsberg Våningshuset
Tindevegan
Heddal

14 febbraio 1876

Kjære Anna,
grazie per la tua ultima lettera. Come
sempre, le tue descrizioni della vita a
Christiania sono minuziose e molto
divertenti. Mi fanno sempre
sorridere. E rassicurati, la tua abilità
con la penna e la tua grammatica
migliorano ogni volta. Qui a Heddal
è tutto sempre uguale. Il Natale è
andato come di consueto, ma
quest’anno è stato peggio perché tu
non eri qui a festeggiare con noi.
Come sai, è la parte dell’anno più
fredda e buia, dove non solo gli
animali vanno in letargo, ma anche
gli esseri umani. La neve è durata
più a lungo e ne è caduta più del
solito. Ho scoperto che c’è una
perdita nel tetto della nostra fattoria
che mi costringerà a sostituire la
copertura prima dell’arrivo della
primavera, altrimenti ci ritroveremo
un bel laghetto dentro casa. Mio
padre dice che, da quel che sa, il
tetto non è mai stato riparato, perciò,
se non altro, ci ha serviti bene per
diversi anni. Knut ha promesso di
aiutarmi, in primavera, e per questo
gli sono grato.
A proposito, di recente si è messo a
corteggiare una giovane di un
villaggio appena fuori Skien. Si
chiama Sigrid ed è dolce e carina,
anche se un po’ troppo silenziosa. La
buona notizia è che ha
l’approvazione dei tuoi genitori, e
quest’estate a Heddal suoneranno le
campane nuziali. Prego perché tu sia
in grado di tornare a casa per
l’avvenimento.
Stento a credere che tu faccia parte
del cast che metterà in scena
l’arrangiamento teatrale del mio
poema preferito di Ibsen, con le
musiche scritte da Grieg in persona.
Sei riuscita a vedere Herr Ibsen a
teatro? Di certo sarà venuto a
controllare che l’opera sia messa in
scena secondo i suoi desideri, anche
se credo che attualmente viva in
Italia. Potresti non avere tempo di
riscrivermi prima della serata di
apertura; mancano soltanto dieci
giorni, e immagino che le prove ti
tengano molto impegnata. Se non ce
la dovessi fare, auguro a te e alla tua
bellissima voce tutta la fortuna del
mondo.
Tuo con ammirazione,
Lars

P.S. Allego una delle mie poesie, che


di recente ho mandato, insieme a
molte altre, a un editore di New
York, in America, di nome Scribner.
L’ho tradotta in norvegese per te.

Anna lesse la poesia, intitolata Ode


a una betulla argentata. Non aveva
idea di cosa fosse un’ode, perciò la
scorse rapidamente, senza conoscere
il significato di gran parte dei
paroloni di cui era composta, poi la
mise da una parte e continuò a fare
colazione. Avrebbe tanto voluto
vivere la vita eccitante che si
immaginava Lars. Finora era stata
solo due volte al teatro di
Christiania: una per esibirsi di fronte
a Herr Josephson appena prima di
Natale, quando le era stato
confermato il ruolo per la voce di
Solveig, e l’altra la settimana
precedente, quando gli attori
avevano eseguito la prima prova sul
palco e Anna aveva sbirciato da
dietro le quinte.
Si era immaginata, sbagliando, che
un teatro grandioso come quello
sarebbe stato riscaldato, perciò
aveva trascorso la giornata seduta su
uno sgabello, a congelarsi tra le
quinte gelide. Erano riusciti a
mettere in scena solo i primi tre atti
prima che si verificasse un
problema. Henrik Klausen, l’attore
che interpretava Peer, era
inciampato su un lembo del tessuto
blu sotto cui si nascondevano dieci
bambini inginocchiati che lo
agitavano per dare l’impressione di
un mare in tempesta. Si era fatto
molto male alla caviglia e, senza il
protagonista, niente opera, perciò le
prove erano state sospese.
Dopo quella giornata, Anna aveva
preso un brutto raffreddore ed era
rimasta a letto per quattro giorni,
con Herr Bayer che si preoccupava
come una vecchia madre ogni volta
che sentiva la sua voce arrochita.
«Manca solo una settimana!» si
lamentava. «Proprio il momento
peggiore per una cosa del genere.
Devi mangiare quanto più miele
puoi, signorina. Speriamo che aiuti
le corde vocali a riprendersi in
tempo.»
Prima di colazione aveva provato a
intonare qualche scala, dopo la dose
obbligatoria di miele e Herr Bayer
era sembrato sollevato. Comunque
temeva che le sarebbero spuntate le
ali e che il suo corpo si sarebbe
ricoperto di strisce gialle e nere,
come conseguenza di tutto il miele
mangiato.
«Grazie a Dio, la voce sta
tornando. Madame Thora Hansson,
l’attrice che interpreta Solveig,
arriverà tra poco, così potrete
lavorare insieme sulla coordinazione
per permetterle di mimare il tuo
canto. È un grande onore che abbia
accettato di venire qui, a casa, visto
che al momento sei indisposta.
Come sai, è una delle attrici più
famose in Norvegia e ha la
reputazione di essere la preferita di
Herr Ibsen» aveva aggiunto Herr
Bayer.
Alle dieci e mezza Thora Hansson
si era presentata nell’appartamento
con indosso un bellissimo cappotto
di velluto bordato di pelliccia. Era
entrata, avvolta da una nube di
pungente profumo francese, in
salotto, dove Anna la attendeva
nervosamente.
«Kjære, mi scuserai se non mi
avvicino, perché anche se Herr
Bayer mi ha detto che non sei più
contagiosa, non posso permettermi
di rischiare.»
«Ma certo, Madame Hansson»
disse Anna con contegno, facendo
una riverenza.
«Almeno non dovrò usare la voce,
stamani,» disse sorridendo «dato che
sarai tu a cantare. Io mi limiterò ad
aprire e chiudere la bocca e a fornire
una rappresentazione visiva delle
splendide canzoni di Herr Grieg.»
«Sì, Madame.»
Herr Bayer entrò in salotto e
cominciò a elogiare Madame
Hansson, lasciando un po’ di tempo
ad Anna per studiarla. A teatro
l’aveva vista solo da lontano e aveva
immaginato fosse piuttosto in là con
gli anni. Ma a uno sguardo più
attento si capiva che Madame
Hansson in realtà era giovane, di
pochi anni più grande di lei. Era
molto bella, con tratti delicati e folti
capelli castano scuro. Anna dubitava
che, anche con indosso il costume
tradizionale, quella donna sofisticata
potesse convincere il pubblico di
essere una semplice contadina delle
colline norvegesi.
Una contadina, come lei…
«D’accordo, vogliamo
cominciare? Anna, poco a poco» la
avvertì Herr Bayer. «Non vogliamo
sforzare la voce proprio adesso che
sta tornando. Perciò, Madame
Hansson, quando siete pronta,
inizieremo da La canzone di Solveig,
poi passeremo alla Ninna nanna.»
Per il resto della mattinata le
donne si esercitarono in quello che
sostanzialmente era un duetto, anche
se una delle due cantanti era muta.
Di tanto in tanto, Anna percepiva la
frustrazione dell’attrice quando
apriva la bocca leggermente in
ritardo e la voce arrivava mezza
battuta prima. Madame Hansson
suggerì che Anna uscisse dalla
stanza, in modo che Herr Bayer
potesse capire se il pubblico avrebbe
davvero creduto che fosse lei a
cantare. In piedi, nel corridoio pieno
di spifferi, con la testa che le
pulsava e la gola in fiamme per il
troppo cantare, Anna aveva
cominciato a detestare quei brani.
Doveva eseguire alla perfezione le
pause ed evitare di allungare o
accorciare le note, così che Madame
Hansson sapesse esattamente
quando aprire o chiudere la bocca.
Ciò che più adorava fare era
interpretare una canzone in modo
diverso ogni volta per i suoi
ascoltatori, che fossero persone o
mucche. E cantare alle mucche, col
senno di poi, era molto più
soddisfacente che cantare a una
porta.
Alla fine Herr Bayer batté le mani.
«Perfetto! Dovremmo esserci. Ben
fatto, Madame Hansson. Per favore,
Anna, rientra pure.»
Anna obbedì e Madame Hansson
le sorrise.
«Penso che funzionerà alla
perfezione. Promettimi solo che
canterai in maniera identica ogni
sera, d’accordo, mia cara?»
«Certamente, Madame Hansson.»
«Anna, sembri pallida. Quest’oggi
ti abbiamo messa a dura prova. Dirò
a Frøken Olsdatter che andrai a
riposare un po’, così ti porterà il
pranzo in camera e un altro po’ di
miele per le corde vocali.»
«Sì, Herr Bayer» rispose,
obbediente.
«Grazie, Anna. Ci rivedremo in
teatro nei prossimi giorni.» Madame
Hansson sorrise dolcemente e Anna
fece un’altra riverenza prima di
ritirarsi nella sua stanza.
Appartamento 4
Porta San Olav, 10
Christiania

23 febbraio 1876

Kjære Lars, Mor, Far e Knut,


scrivo in fretta perché oggi è il
giorno della prova in costume e
domani ci sarà la prima del Peer
Gynt. Vorrei tanto che poteste esserci
tutti per l’occasione, ma capisco che
le spese rendano impossibile una
vostra visita.
Sono emozionata ma anche un po’
nervosa. Herr Bayer mi ha fatto
vedere che tutti i giornali sono pieni
di articoli su domani, e si dice anche
che il re e la regina saranno presenti,
nel palco reale (non ne sono così
convinta, perché vivono in Svezia e,
anche per la famiglia reale, sarebbe
un lungo viaggio da sobbarcarsi solo
per vedere un’opera – ma i
pettegolezzi arrivano fin qui). In
teatro l’atmosfera è tesa. Herr
Josephson, il direttore, crede che
sarà un disastro, perché ancora non
abbiamo mai eseguito l’intera opera
senza doverci fermare per ore a
causa di qualche problema tecnico. E
Herr Hennum, il direttore
d’orchestra, che mi piace molto e
che mi era sempre sembrato un
uomo calmo, grida senza sosta alla
sua orchestra che secondo lui non
tiene il tempo.
Non ci crederete, ma ancora devo
cantare la Ninna nanna in teatro
perché a tutt’oggi non siamo riusciti
ad arrivare alla fine del dramma.
Herr Hennum mi ha assicurato che
oggi ce la faremo di sicuro.
Nel frattempo, passo il mio tempo
con i bambini che interpretano i
personaggi più piccoli, come i troll e
cose del genere. La prima volta che
mi hanno mandato nel loro camerino
mi sono sentita insultata, perché le
altre donne ne hanno uno tutto per
loro. Non hanno capito quanti anni
ho? Però, in fondo, mi piace perché i
bambini mi fanno ridere e quando
dobbiamo ammazzare il tempo
giochiamo a carte.
Non posso scrivere altro perché devo
correre in teatro, ma devo darti una
notizia, Lars, che so ti rattristerà:
Herr Ibsen non si è ancora fatto
vedere.
Vi abbraccio tutti da Christiania.
Anna

Prima di uscire dall’appartamento


per recarsi in teatro, Anna posò la
lettera sul vassoio d’argento
all’ingresso.
Le prove in costume andavano
avanti da quasi quattro ore e Jens era
stanco, infreddolito e seccato, come
il resto dell’orchestra. La tensione,
nella buca, era aumentata sempre
più negli ultimi giorni. Più di una
volta Herr Hennum gli aveva gridato
di stare attento, osservazione che
Jens riteneva ingiusta visto che
Simen, l’anziano primo violinista
che sedeva accanto a lui, sembrava
appisolarsi ogni poco. Suppose di
essere l’unico membro
dell’orchestra che avesse meno di
cinquant’anni. I musicisti, però,
erano tutti amichevoli e a Jens
piaceva quel loro buffo
cameratismo.
Fino a quel momento era riuscito a
presentarsi in orario ogni giorno,
anche se di tanto in tanto con i
postumi di una brutta sbronza.
Spesso, tuttavia, accadeva lo stesso
anche a molti altri membri
dell’orchestra, e Jens era totalmente
a suo agio fra loro. E poi c’erano le
adorabili ragazze del coro, da
ammirare sul palco durante le
interminabili pause in cui Herr
Josephson arringava gli attori
istruendoli su cosa fare.
Quando gli era stato offerto il
lavoro in orchestra, la gioia
incontenibile della madre l’aveva
quasi fatto commuovere.
«Ma cosa diremo a Far?» le aveva
chiesto. «Sai bene che dovrò saltare
le lezioni all’università per
partecipare alle prove.»
«Penso che, per adesso, sia meglio
che resti ignaro del tuo
improvviso… cambio di direzione.
Gli faremo credere che stai
frequentando ancora l’università.
Non credo che se ne accorgerà,
almeno per i primi tempi.»
In altre parole, a Jens sembrava
che sua madre avesse troppa paura
per dirglielo.
Ormai importava poco, pensò,
mentre accordava il violino, perché
se prima era fortemente intenzionato
a non entrare nell’azienda di
famiglia, adesso non voleva proprio
saperne. Nonostante le lunghe ore di
prove, il freddo e i commenti a volte
feroci di Herr Hennum, Jens sentiva
che gli era tornata la gioia di
suonare. L’opera di Herr Grieg
conteneva una serie di passaggi
molto evocativi, dal vivace
Nell’antro del re della montagna
alla Danza di Anitra, durante la
quale a Jens bastava chiudere gli
occhi per immaginare l’esotismo del
Marocco.
Tuttavia il suo pezzo preferito era
Il mattino, all’inizio del quarto atto,
quando Peer si sveglia all’alba, in
Africa, in preda ai postumi di una
sbronza, consapevole di aver perso
tutto. Poi col pensiero corre alla
Norvegia, la sua terra natale, e al
sole che sorge sui fiordi. Jens non si
stancava mai di suonare quella
canzone.
Al momento lui e l’altro flautista,
che aveva probabilmente il triplo dei
suoi anni, suonavano a turno le
lamentose note delle prime quattro
battute. Quando Herr Hennum
comparve nella buca e batté sul
leggio con la bacchetta per
richiedere l’attenzione di tutti, Jens
si rese conto di voler essere lui a
suonare quel pezzo alla prima, e di
volerlo più di qualsiasi altra cosa
avesse mai desiderato in vita sua.
«Dunque, cominciamo con il
quarto atto» annunciò il direttore. La
pausa tra gli atti, fino ad allora, era
durata più di un’ora. «Bjarte
Frafjord, stamani sarai tu il primo
flauto. Cinque minuti, per favore»
aggiunse Herr Hennum,
allontanandosi per consultarsi con
Herr Josephson prima di cominciare.
Un’ondata di delusione sommerse
Jens. Se Bjarte era primo flauto
durante la prova in costume, allora
era molto probabile che Herr
Hennum avesse in mente di
assegnargli quel ruolo anche il
giorno dopo, per la prima.
Pochi minuti dopo Henrik
Klausen, che interpretava Peer Gynt,
prese posto sul bordo del
palcoscenico, proprio sopra la buca
dell’orchestra, da dove avrebbe finto
di vomitare sui musicisti: il
personaggio doveva riprendersi da
una sbronza e doveva mostrarsi
sofferente.
«Come state oggi, ragazzi?» chiese
affabile Henrik, rivolto ai musicisti
sotto di lui.
Ci fu un mormorio generale
mentre Herr Hennum ricompariva e
afferrava la bacchetta. «Herr
Josephson mi ha promesso che
eseguiremo il quarto atto quasi senza
interruzioni, così da arrivare
finalmente a provare il quinto. Tutti
pronti?»
Herr Hennum alzò la bacchetta e il
suono del flauto di Bjarte si levò
dalla buca. Non è bravo quanto me,
pensò cupo Jens, posizionando il
violino sotto il mento e preparandosi
a suonare.
Un’ora più tardi, risolto in fretta
un problema di poco conto, erano
ormai giunti alla fine del quarto atto.
Jens guardò Madame Hansson, che
interpretava il ruolo di Solveig.
Anche con quel costume da
contadina addosso, Jens la
considerava estremamente attraente
e sperava di poter fare la sua
conoscenza alla festa organizzata
per l’indomani, dopo lo spettacolo.
Tornò in tutta fretta a concentrarsi
sulla musica quando Herr Hennum
alzò la bacchetta e i violinisti si
lanciarono nelle prime, intense
battute della Canzone di Solveig.
Jens restò in ascolto mentre Madame
Hansson iniziava a cantare. Aveva
una voce così pura, così perfetta, che
Jens si ritrovò in un istante sulla
collina dove Solveig sfogava le sue
sofferenze. Non immaginava che
Madame Hansson sapesse cantare in
quel modo. Era una delle voci
femminili più belle che avesse mai
sentito. Evocava l’aria fresca, la
gioventù, ma anche il dolore delle
speranze e dei sogni infranti…
Era così estasiato che si prese
un’occhiataccia da Herr Hennum
quando entrò fuori tempo.
Finalmente arrivarono alla
conclusione e le tristissime note
della Ninna nanna – cantata da
Solveig con un Peer che, pentito, le
teneva la testa in grembo – presero a
riecheggiare per il teatro. Jens sentì i
brividi nell’udire la perfezione del
canto di Madame Hansson. Quando,
qualche minuto dopo, calò il sipario,
si levò un applauso spontaneo da
parte dello staff del teatro, che si era
radunato per assistere.
«Hai sentito?» disse Jens a Simen,
che stava già mettendo via il violino,
ansioso di precipitarsi dall’altro lato
della strada prima che all’Engebret
Café chiudessero la cucina. «Non
sapevo che Madame Hansson avesse
una voce così.»
«Che il Signore ti benedica, Jens!
Quella che abbiamo sentito è senza
dubbio una voce meravigliosa, ma
non appartiene a Madame Hansson.
Non ti sei accorto che stava solo
muovendo le labbra? Quella donna
non sa cantare neanche una ninna
nanna, perciò hanno dovuto darle la
voce di un’altra. Sono certo che Herr
Josephson sarà felice di sapere che
la sua illusione ha funzionato.»
Simen ridacchiò e prima di uscire
dalla buca gli diede una pacca sulla
spalla.
«Chi è?» gli chiese Jens.
«E chi lo sa» rispose lui. «È una
voce fantasma, nessuno sa a chi
appartenga.»
La ragazza dalla splendida voce che
così tanto aveva commosso Jens
Halvorsen, al momento si trovava
seduta su una carrozza, diretta verso
la casa di Herr Bayer. Si sentiva
ridicola con il costume tradizionale
che doveva indossare per somigliare
alle altre ragazze del coro, perciò era
felice di fare il tragitto da sola. Era
stata un’altra lunga ed estenuante
giornata, e si rallegrò quando Frøken
Olsdatter le aprì la porta e le prese il
cappotto.
«Devi essere stanchissima, Anna
kjære. Ma dimmi, come pensi di
aver cantato?» chiese,
accompagnandola verso la camera
da letto.
«Proprio non lo so. Quando si è
chiuso il sipario, ho fatto come mi
ha detto Herr Bayer: sono uscita dal
teatro e sono salita subito sulla
carrozza. Ed eccomi qui» sospirò,
lasciando che Frøken Olsdatter la
aiutasse a svestirsi e a infilarsi a
letto.
«Herr Bayer dice che domattina
puoi dormire fino a tardi. Vuole che
tu e la tua voce siate fresche e
riposate per la prima. Il latte caldo
con il miele è lì sul comodino.»
«Grazie.» Anna espresse la sua
gratitudine e prese il bicchiere.
«Buonanotte, Anna.»
«Buonanotte, Frøken Olsdatter, e
grazie.»
Johan Hennum entrò nella buca
dell’orchestra e batté le mani per
richiamare l’attenzione dei suoi
musicisti. «Allora, tutti pronti?»
Il direttore guardò intensamente la
sua orchestra e Jens rifletté su
quanto fosse diversa adesso
l’atmosfera in teatro rispetto al
giorno prima, alla stessa ora. Non
solo tutti i musicisti erano in abito
da sera, e non più vestiti come gli
altri giorni, ma soprattutto il
pubblico della prima, carico di
aspettative, era già entrato e aveva
preso posto in teatro. Le donne si
erano tolte le pellicce, mostrando
una varietà di lussuosi abiti da sera
impreziositi da sontuosi gioielli che
luccicavano nella morbida luce
diffusa dal candelabro che pendeva
al centro del soffitto.
«Signori» proseguì Herr Hennum.
«Stasera ci prenderemo un posto
nella storia. Anche se Herr Grieg
non potrà essere presente, abbiamo
intenzione di renderlo fiero di noi. E
di eseguire questa meravigliosa
musica con la dedizione che merita.
Sono certo che tutti voi, un giorno,
direte ai vostri nipoti che quella sera
c’eravate. E, Herr Halvorsen, stasera
sarai tu il primo flauto nel Mattino.
Bene, se siamo tutti pronti…»
Il direttore d’orchestra salì sulla
pedana per indicare al pubblico che
lo spettacolo stava per cominciare.
Di colpo calò il silenzio e l’intero
teatro trattenne il respiro. In quel
momento Jens rivolse al cielo una
preghiera di gratitudine, perché il
suo desiderio più grande era stato
esaudito.

Nessuno, dietro le quinte, poteva


sapere che cosa pensasse il pubblico
dell’esibizione. Anna si avvicinò
lentamente, pronta a eseguire la sua
prima canzone accompagnata da
Rude, una delle giovani comparse
reclutate per l’occasione.
«Si riuscirebbe a sentire uno spillo
che cade, là fuori, Frøken Anna. Ho
guardato il pubblico da dietro le
quinte, senza farmi vedere, e penso
che stia apprezzando.»
Anna prese posizione su un lato
del palco, nascosta dagli scenari, ma
si sistemò in modo da riuscire a
vedere Madame Hansson. Di colpo
si sentì paralizzata dalla paura.
Anche se nessuno poteva vederla e il
suo nome, sul manifesto, era stato
inserito solo nella lunga lista dei
coristi, sapeva che da qualche parte,
là fuori, Herr Bayer era in ascolto.
Così come ogni personalità di
Christiania.
Sentì la piccola mano di Rude
stringere la sua. «Non preoccuparti,
Frøken Anna, pensiamo tutti che tu
sia bravissima.»
Poi la lasciò sola e Anna si
concentrò su Madame Hansson,
aspettando con grande attenzione
l’attacco. Appena l’orchestra
cominciò a suonare le prime note
della Canzone di Solveig, Anna fece
un respiro profondo e, ripensando a
Rosa, alla sua famiglia e a Heddal,
lasciò andare la voce.
Quaranta minuti più tardi, quando
calò il sipario per l’ultima volta,
Anna aveva appena finito di cantare
la Ninna nanna da dietro le quinte.
Sul pubblico era calato un silenzio
assoluto, mentre gli attori si
radunavano dietro il sipario, pronti a
uscire per prendersi gli applausi.
Nessuno aveva chiesto ad Anna di
uscire e inchinarsi, perciò rimase
dov’era. Poi, quando il sipario si
alzò di nuovo sul cast, l’improvviso
scroscio di applausi la travolse. La
gente batteva i piedi a terra e
gridava, chiedendo il bis.
«Cantate di nuovo La canzone di
Solveig, Madame Hansson!» sentì
qualcuno gridare, una richiesta che
l’attrice rifiutò con grazia e con un
cenno della testa insieme a un
elegante movimento della mano.
Alla fine, dopo la comparsa di Herr
Josephson sul palco per scusarsi a
nome di Grieg e Ibsen, che non
erano potuti intervenire, e dopo
l’ultimo inchino, il sipario calò
definitivamente e il cast cominciò a
scendere dal palco. Tutti ignorarono
Anna, eccitati per l’incredibile
successo, dopo settimane di duro
lavoro.
Anna tornò in camerino per
prendere il cappotto e salutare i
bambini, che si stavano togliendo i
costumi con l’aiuto delle madri
orgogliose. Herr Bayer aveva detto
che una carrozza l’avrebbe aspettata
fuori dal teatro e che sarebbe dovuta
tornare a casa subito dopo lo
spettacolo. Percorrendo il corridoio
verso l’uscita, si imbatté in Herr
Josephson, che stava uscendo dal
camerino di Madame Hansson.
«Anna, hai cantato
magnificamente. Dubito che
qualcuno sia riuscito a rimanere
impassibile, tra il pubblico. Ben
fatto!»
«Grazie, Herr Josephson.»
«Buon ritorno a casa» aggiunse
con un piccolo inchino, prima di
voltarsi e bussare alla porta del
camerino di Henrik Klausen.
Anna percorse il corridoio e, con
riluttanza, lasciò il teatro.
«Allora, chi è la ragazza che canta
La canzone di Solveig?» chiese Jens,
osservando la folla. «È qui?»
«Non saprei, non l’ho mai vista»
commentò Isaac, il violoncellista,
che aveva già bevuto parecchio. «Ha
la voce di un angelo, ma per quanto
ne sappiamo potrebbe avere
l’aspetto di una megera.»
Determinato a scoprirlo, Jens mise
all’angolo il direttore d’orchestra.
«Ben fatto, ragazzo mio» disse
Herr Hennum dandogli una pacca
sulla spalla, euforico per il successo
della serata. «Sono felice che la mia
fiducia non sia stata mal riposta.
Puoi fare parecchia strada, con un
po’ di pratica e di esperienza.»
«Grazie, signore. Vi prego, ditemi
chi è la ragazza misteriosa che ha
cantato i pezzi di Solveig, stasera? È
qui?»
«Intendi Anna? Lei è la nostra vera
Solveig delle colline. Dubito che sia
rimasta per la festa, però. È la
protetta di Franz Bayer, è molto
giovane e poco abituata alla città. La
tiene al guinzaglio, perciò immagino
che la tua Cenerentola sia corsa a
casa prima di mezzanotte.»
«È un peccato, avrei voluto dirle
quanto la sua voce mi abbia
commosso. E poi,» proseguì Jens,
cogliendo l’opportunità «sono anche
un grande ammiratore di Madame
Hansson. Potrei chiedervi di
presentarmela per poterle fare i miei
complimenti?»
«Ma certo» disse Herr Hennum.
«Sono sicuro che sarà deliziata di
fare la tua conoscenza. Seguimi.»
18

Il mattino seguente “Cenerentola”


era seduta davanti a Herr Bayer in
soggiorno. Stavano bevendo caffè
mentre leggevano la recensione
dello spettacolo della sera prima sul
Dagbladet. Herr Bayer leggeva per
Anna ogni dettaglio che pensava le
avrebbe fatto piacere.
«Madame Hansson si è dimostrata
perfetta nell’interpretazione della
sofferente contadina Solveig ed è
stato un vero piacere ascoltare la
sua voce dolce e pura.»
«Ecco» disse guardandola. «Che
ne pensi?»
Se ci fosse stato il suo nome sui
giornali, pensò Anna, e se fosse stata
la sua voce a essere elogiata con
tanta prodigalità, allora sì che
sarebbe stata felice. Ma visto che
non era così, la cosa non la toccava
più di tanto.
«Sono contenta che gli siano
piaciute l’opera e la mia voce» riuscì
a dire.
«Certo, i critici hanno trovato
particolarmente ispirate le musiche
di Herr Grieg. La sua interpretazione
del magnifico poema di Herr Ibsen è
semplicemente sublime. Perciò,
Anna, visto che oggi non ci sono
spettacoli, ti meriti un po’ di riposo.
Mia cara ragazza, dovresti essere
davvero orgogliosa di te. Non
avresti potuto cantare meglio di così.
Purtroppo, per me non è giorno di
riposo, devo andare all’università.»
Si alzò e si avviò verso la porta.
«Quando tornerò, stasera,
festeggeremo il nostro successo.
Passa una buona giornata.»
Quando Herr Bayer se ne fu
andato, Anna finì il suo caffè, ormai
freddo, sentendosi svuotata e
stranamente irritata. Era come se
ogni cosa, negli ultimi mesi, fosse
stata finalizzata allo spettacolo della
sera prima. E adesso che era tutto
finito, nulla era cambiato. Non
sapeva che cosa si fosse dovuta
aspettare, ma non poteva fare a
meno di pensare che qualcosa
avrebbe dovuto cambiare.
Anna si chiese se Herr Bayer fosse
già alla ricerca di una cantante
“fantasma” quando, l’estate
precedente, era venuto a scovarla
sulle montagne. E se forse era quella
la ragione per cui aveva deciso di
portarla con sé in città. Tutti, in
teatro, volevano che lei fosse
invisibile, in modo che si attribuisse
la bellezza del suo canto a Madame
Hansson.
Prese uno dei giornali e puntò il
dito sull’articolo che parlava della
voce “pura” dell’attrice.
«È la mia voce!» gridò. «La
mia…»
Forse, a causa della pressione cui
era stata sottoposta, della tensione
che aveva potuto allentare solo alla
fine della serata, come il tappo che
saltava via dalla bottiglia di
champagne francese di Herr Bayer,
Anna si gettò sul divano e pianse.
«Cosa c’è che non va, Anna
kjære?»
Anna alzò lo sguardo, aveva il
volto rigato di lacrime e vide che
Frøken Olsdatter era entrata in
soggiorno senza annunciarsi.
«Niente» borbottò, asciugandosi in
fretta gli occhi.
«Forse sei esausta e confusa per
ieri sera. E ancora devi riprenderti
come si deve dal raffreddore.»
«No, no… sto benissimo, grazie»
disse Anna con fermezza.
«Forse ti manca la tua famiglia?»
«Sì, mi manca. E anche l’aria
fresca della campagna. Penso…
penso di voler tornare a casa, a
Heddal» sussurrò.
«Su, su, mia cara. Lo capisco. È
sempre stato così per chi è venuto in
città dalla campagna, come noi. E
poi, la vita che conduci è molto
solitaria.»
«A te manca la tua famiglia?» le
chiese Anna.
«Non più, perché ormai sono
abituata, ma all’inizio ero molto
infelice. La mia prima datrice di
lavoro era una donna cattiva che mi
trattava peggio dei suoi cani. Sono
scappata due volte, ma mi hanno
sempre ritrovata e riportata indietro.
Poi ho incontrato Herr Bayer, una
sera, a cena a casa della signora.
Forse ha percepito la mia
disperazione o forse aveva davvero
bisogno di una governante, fatto sta
che mi ha offerto un lavoro quella
sera stessa. Lei non ha fatto una
piega; credo fosse contenta di
sbarazzarsi di me. E quindi Herr
Bayer mi ha portata qui. Per quanto
sia eccentrico, Anna, ti assicuro che
è un uomo buono e gentile.»
«Lo so» disse Anna. Si sentiva
ancora più in colpa per quello sfogo,
ora che sapeva che la vita di Frøken
Olsdatter era stata molto più difficile
della sua.
«Se può aiutarti, posso dirti che ho
visto andare e venire un gran
numero di allieve di Herr Bayer,
durante i miei anni di servizio. Ma
non l’avevo mai visto così esaltato
per nessun’altra come lo è per te. Mi
ha detto lui stesso, l’altra sera, che
sono rimasti tutti estasiati dalla tua
voce.»
«Ma quasi nessuno sa che sono io»
osservò Anna debolmente.
«Non ancora, ma fidati, un giorno
lo sapranno. Sei molto giovane,
kjære, e sei fortunata ad aver preso
parte a un evento così importante. Vi
hanno assistito le personalità più
importanti di Christiania. Sii
paziente e confida nel Signore che
guiderà il tuo destino. Ora devo
andare, sono in ritardo per il
mercato. Ti andrebbe di venire con
me a prendere un po’ d’aria?»
«Sì, mi piacerebbe molto» rispose
Anna, alzandosi. «E grazie per
essere sempre così gentile.»

A meno di tre chilometri di distanza,


Jens Halvorsen era a sua volta
profondamente turbato e camminava
su e giù per la sua stanza ascoltando
le voci concitate che giungevano dal
piano di sotto. Lo scherzo che lui e
sua madre avevano giocato al padre
era giunto bruscamente al termine. A
colazione, quella mattina, suo padre
aveva letto l’euforico resoconto del
Peer Gynt sul giornale. Il giornalista
aveva gentilmente deciso di
scrivere: “Il mattino”, all’inizio del
quarto atto, è a mio parere uno dei
capisaldi della musica composta per
quest’opera da Herr Grieg, e le
incantevoli e memorabili note
d’apertura sono state suonate in
modo sublime dal flauto di Jens
Halvorsen.
Suo padre aveva assunto
un’espressione che lo faceva
assomigliare a un bollitore di rame
lasciato per troppo tempo sulla stufa.
«Perché lo so solo adesso?!» era
esploso.
«Perché ho creduto che non fosse
importante che tu lo sapessi» aveva
risposto Margarete. Jens capì che si
stava preparando a una scenata.
«Hai pensato che non fosse
importante? Io, un padre che crede
che suo figlio studi sodo
all’università, devo scoprire da un
giornale che sta collaborando con
l’orchestra di Christiania! È un
oltraggio, ecco cos’è!»
«Ha perso poche lezioni, Jonas, te
l’assicuro.»
«Allora spiegami perché
l’eminente critico continua il suo
articolo dicendo che “Herr Johan
Hennum, direttore dell’orchestra di
Christiania, ha trascorso mesi e
mesi in cerca di musicisti adeguati,
con cui poi ha provato a lungo per
rendere giustizia alle complesse
orchestrazioni di Herr Grieg”. Ti
aspetti davvero che creda che nostro
figlio, nominato su questo giornale,
abbia imparato ogni cosa dal giorno
alla notte, così, per svago? Buon
Dio!» Jonas aveva scosso con
veemenza la testa. «Voi due mi
credete davvero un idiota. Vi
consiglio di smetterla subito di
trattarmi come tale.»
Margarete si era rivolta a Jens. «So
che devi studiare. Su, va’ di sopra e
mettiti al lavoro.»
«Sì, Mor.» Preso dal senso di
colpa nel lasciare la madre in balìa
dell’ira del padre, ma sollevato di
non doverla affrontare di persona,
Jens aveva rivolto a entrambi un
cenno del capo e aveva fatto come
gli era stato chiesto.
Ora, mentre camminava avanti e
indietro nella sua stanza, ascoltando
il padre ruggire contro la madre,
Jens pensò che forse l’incidente del
giornale non era un grosso
problema: prima o poi suo padre
sarebbe venuto a sapere delle sue
attività “extra-curricolari”, per così
dire. Da un lato era triste che Jonas
non fosse felice di tanto successo,
ma lo capiva. I musicisti, a
Christiania, non avevano uno status
sociale, e guadagnavano poco. Se
Jens avesse scelto la carriera
musicale e quindi rinunciato al posto
che gli spettava a capo della
Halvorsen Brewing Company, suo
padre non avrebbe avuto proprio
nulla di cui rallegrarsi.
Ad ogni modo Jens era troppo
fiero di sé per permettere a suo
padre di buttarlo giù. Aveva un
futuro nell’orchestra e finalmente si
sentiva soddisfatto. Il bel rapporto
con gli altri musicisti, il loro senso
dell’umorismo e la consumata
abilità come bevitori, che
sfoggiavano ogni notte all’Engebret
Café dopo lo spettacolo, facevano
sentire Jens del tutto a proprio agio.
Per non parlare dell’atteggiamento
più che disinvolto delle signorine
che recitavano nell’opera…
La sera precedente Herr Hennum
aveva esaudito la sua richiesta e gli
aveva presentato Madame Hansson.
Quando la festa stava giungendo al
termine, Jens aveva notato che lei lo
guardava; subito si era offerto di
accompagnarla a casa. Era stata una
nottata davvero piacevole: Thora era
esperta e avida, e Jens non era
riuscito ad andarsene fino allo
spuntare di un’alba gelida. Ora
avrebbe dovuto chiudere con Hilde
Omvik, una ragazza del coro con cui
si vedeva. Non voleva certo che a
Madame Hansson arrivassero dei
pettegolezzi su come si comportava
fuori dal teatro. E, dopotutto, Hilde
si sarebbe sposata di lì a una
settimana…
Bussarono alla porta e andò subito
ad aprire.
«Jens, ho fatto il possibile, ma tuo
padre vuole vederti. Subito.» Sua
madre era pallida, il volto teso.
«Grazie, Mor.»
«Parleremo poi, quando sarà
andato al birrificio.» Gli posò una
mano sulla spalla.
Jens scese di sotto, dove Dora lo
informò che suo padre lo attendeva
in soggiorno.
Sospirò, sapendo che le questioni
serie, a casa Halvorsen, si
risolvevano tutte in soggiorno, una
stanza fredda e austera come suo
padre. Aprì la porta ed entrò. Come
sempre, il fuoco nel caminetto era
spento, e la gelida luce bianca che si
rifletteva sulla neve all’esterno
filtrava dalle grandi finestre.
Suo padre era in piedi davanti a
una di queste e si voltò appena Jens
fece ingresso nella stanza. «Siediti.»
Gli indicò una poltrona. Jens obbedì,
cercando di assumere un’espressione
di dispiacere e di sfida allo stesso
tempo.
«Innanzitutto» cominciò Jonas,
sedendosi davanti al figlio su una
grossa poltrona di pelle «voglio dirti
che non ti biasimo. È stata tutta
colpa di tua madre, che ti ha
incoraggiato con queste ridicole
frivolezze. Tuttavia, Jens, a luglio
compirai ventuno anni e diventerai
un adulto. Dovrai iniziare a prendere
le tue decisioni. E per questo non
potrai più vivere alla mercé di tua
madre.»
«Sì, signore.»
«La situazione rimane la stessa»
proseguì Jonas. «Verrai con me al
birrificio quando avrai finito gli
studi, quest’estate. Lavoreremo
insieme e un giorno l’azienda sarà
tua. Sarai la quinta generazione di
Halvorsen a gestire la compagnia
avviata dal mio illustre antenato.
Tua madre insiste nel dire che i tuoi
studi non hanno risentito
dell’impegno con l’orchestra, anche
se personalmente ne dubito. Cos’hai
da dire a tal proposito, giovanotto?»
«La mamma ha ragione, ho perso
pochissime lezioni» mentì Jens.
«Per quanto potrei farlo, sono
consapevole che la reputazione della
nostra famiglia ne risentirebbe se ti
costringessi a lasciare l’orchestra,
adesso che hai preso un impegno
con Herr Hennum. Perciò ormai
sembra che debba fare buon viso a
cattiva sorte. Tua madre e io
abbiamo concordato che ti verrà
permesso di continuare finché le
repliche del Peer Gynt non saranno
finite, il mese prossimo. In questo
periodo, spero che tu abbia modo di
accettare quello che sarà il tuo
futuro.»
«Sì, signore.» Jens vide suo padre
scrocchiarsi le dita, un’abitudine che
lo aveva sempre infastidito.
«Allora, è deciso. Procediamo così
ma, ti avviso, è l’ultima volta che
tollero comportamenti simili. A
meno che tu non voglia proseguire
la carriera da musicista
professionista; in tal caso non avrei
altra scelta che lasciarti senza un
soldo e cacciarti via di casa. Gli
uomini della famiglia Halvorsen non
hanno lavorato per più di
centocinquanta anni solo per vedere
il loro unico erede buttare tutto
quanto all’aria per suonare il
violino.»
Jens era determinato a non dare a
suo padre la soddisfazione di vedere
quanto fosse contrariato. «Sì,
signore, capisco.»
«Bene, allora. Vado al birrificio,
sono già in ritardo di un’ora. Devo
dare l’esempio ai miei impiegati,
così come dovrai fare tu quando
verrai a lavorare con me. Buona
giornata, Jens.»
Suo padre uscì dalla stanza,
lasciando Jens da solo a riflettere sul
proprio futuro. Sentiva di non poter
affrontare sua madre né chiunque
altro, perciò prese i pattini
nell’ingresso, si mise la giacca
imbottita e i guanti e uscì di casa per
sfogarsi un po’.
Appartamento 4
Porta San Olav, 10
Christiania

10 marzo 1876

Kjære Lars, Mor, Far e Knut,


grazie per la vostra ultima lettera e
per aver detto che sono migliorata a
scrivere. Non penso che sia così, ma
ci sto provando. Sono passate ormai
due settimane dalla prima del Peer
Gynt (anche se io non sono mai
salita sul palcoscenico) al teatro di
Christiania. Herr Bayer mi dice
sempre che tutta la città ne parla e
che lo spettacolo è sempre tutto
esaurito. Stanno decidendo
addirittura di farne qualcuno in più
per via della grande richiesta.
La vita prosegue normalmente, al di
là del fatto che Herr Bayer mi sta
facendo imparare alcune arie
italiane, che trovo molto difficili.
Una volta a settimana viene a farmi
lezione un cantante d’opera
professionista, che si chiama
Günther. È tedesco e il suo accento
rende difficile capire quello che dice.
E poi puzza di vestiti non lavati e
fiuta tabacco di continuo; spesso gli
cola dal naso. È molto vecchio e
magro e mi fa un po’ pena.
Quando gli spettacoli del Peer Gynt
finiranno, non sono sicura di cosa
farò di diverso rispetto a quello che
faccio ogni giorno, ossia imparare a
cantare meglio, stare al chiuso e
mangiare pesce. La stagione inizia
dopo Pasqua e si parla di mettere in
scena nuovamente il Peer Gynt.
Sarete felici di sapere che Herr Ibsen
sembra voglia tornare dall’Italia per
assistere allo spettacolo. Ve lo farò
sapere, in tal caso.
Grazie, Mor, per i nuovi abiti che mi
hai confezionato. Sono utili in
questo lungo inverno. Non vedo
l’ora che arrivi un clima più mite e
spero di poter venire a trovarvi
presto.
Anna

Anna piegò la lettera e sigillò la


busta con un sospiro. Immaginava
che la sua famiglia attendesse
avidamente di conoscere i
pettegolezzi del teatro, ma non ne
aveva alcuno da riferire. Era sempre
chiusa in casa e di notte lasciava il
teatro subito dopo lo spettacolo, così
non sapeva più che scrivere.
Andò alla finestra e guardò il
cielo. C’era ancora luce alle quattro
del pomeriggio. La primavera stava
finalmente arrivando e dopo sarebbe
arrivata l’estate… Anna appoggiò la
fronte al vetro freddo che la
separava dall’aria fresca che c’era
fuori. Il pensiero di trascorrere i
mesi più caldi prigioniera in casa,
invece che su in montagna con Rosa,
era quasi insopportabile.
Rude si presentò alla buca
dell’orchestra, pronto per la sua
missione quotidiana.
«Ciao, Rude, come va stasera?» lo
salutò Jens.
«Sto bene, signore. Avete un
biglietto o un messaggio che volete
consegni per voi?»
«Sì, ce l’ho. Eccolo.» Si chinò per
sussurrare all’orecchio del ragazzo.
«Dallo a Madame Hansson.» E gli
mise in mano una moneta e una
lettera.
«Grazie, signore. Sarà fatto,
signore.»
«Molto bene» disse Jens mentre
Rude si allontanava. «Ah, a
proposito, chi era la ragazza con cui
sei uscito da teatro ieri sera? Hai una
fidanzata?» lo prese in giro.
«È alta quanto me, ma ha diciotto
anni, signore. Ed è troppo vecchia
per me, che ne ho soltanto dodici»
rispose serio Rude. «Era Anna
Landvik. Partecipa allo spettacolo.»
«Davvero? Non l’ho riconosciuta,
ma era buio e ho intravisto solo di
sfuggita i suoi capelli rossi.»
«O meglio, signore, è nello
spettacolo ma non l’avete mai vista
sul palco.» Guardandosi intorno con
aria da cospiratore, Rude fece
avvicinare Jens per sussurrargli
all’orecchio. «È la voce di Solveig.»
«Ah, capisco.» Jens annuì
fingendo serietà. Il fatto che
Madame Hansson cantasse con una
voce non sua era ormai diventato il
segreto più conosciuto in quel luogo.
Ma dovevano tutti fingere di non
sapere, quando erano in pubblico.
«È una ragazza molto bella, vero,
signore?»
«I suoi capelli lo sono di sicuro. È
tutto ciò che ho visto di lei.»
«A dire il vero mi fa un po’ pena.
Nessuno deve sapere che è lei che
canta così bene. L’hanno perfino
messa nel camerino insieme a noi
bambini. Be’» disse Rude, quando
suonò la campana che indicava che
lo spettacolo sarebbe iniziato fra
cinque minuti «consegnerò questo
per voi.»
Jens diede un’altra moneta al
ragazzino. «Trattieni per me Frøken
Landvik sulla porta del teatro,
stasera, così finalmente riuscirò a
vedere in faccia la nostra cantante
misteriosa.»
«Penso di potercela fare, signore»
disse Rude e sgattaiolò via come un
topolino, soddisfatto della paga
ricevuta.
«Di nuovo a caccia, eh, “Peer”?»
Simen, il primo violinista, non era
sordo come voleva far credere e
aveva origliato una parte della
conversazione. I membri
dell’orchestra scherzavano sul fatto
che le avventure di Jens con le
donne della compagnia
somigliassero molto a quelle
dell’eroe omonimo del poema.
«Insomma» borbottò Jens mentre
Herr Hennum entrava nella buca.
All’inizio quel soprannome lo
divertiva, ma adesso ormai gli stava
un po’ stretto. «Sai bene che sono
devoto a Madame Hansson.»
«Allora forse ho bevuto troppo
porto, perché ieri sera mi è proprio
sembrato di vederti uscire
dall’Engebret a braccetto con Jorid
Skrovset.»
«Sono certo che fosse il porto, sì.»
Jens prese il flauto al segnale di Herr
Hennum.
Dopo lo spettacolo Jens andò
dietro le quinte e indugiò davanti
all’uscita, in attesa che Rude
comparisse con la ragazza
misteriosa. Di solito andava
all’Engebret, per aspettare che Thora
finisse di intrattenere i suoi
ammiratori in camerino e si
cambiasse. Lei prendeva una
carrozza, da sola, e lo raccoglieva
qualche decina di metri più avanti
per non farsi vedere insieme a lui.
Jens sapeva che era il suo basso
status sociale, in quanto musicista, a
spingerla a nascondere la loro storia.
Iniziava a sentirsi poco più che un
semplice mantenuto, che
soddisfaceva i bisogni fisici ma non
andava fatto vedere in pubblico. Il
che era abbastanza ridicolo, visto
che veniva da una delle famiglie più
rispettate di Christiania ed era
l’erede dell’impero Halvorsen.
Thora gli diceva sempre di aver
cenato con i grandi d’Europa, che
Ibsen la adorava e che la
considerava la sua musa. Jens aveva
sopportato tutte quelle arie da gran
dama perché, nell’intimità della
camera da letto, si faceva
ampiamente perdonare le
umiliazioni che gli faceva subire.
Ma ora ne aveva abbastanza.
Dopo un po’ vide due figure
dirigersi verso di lui. Si fermarono
un attimo sulla soglia della porta,
illuminate dalle lampade a gas alle
loro spalle. Vide Rude indicare
qualcosa alla giovane donna.
Sbirciando da sotto il cappello, Jens
la guardò.
Era una ragazza delicata, con
adorabili occhi azzurri, il naso
piccolo e labbra rosa come fiori in
un volto a forma di cuore. Gli
splendidi capelli rossi le ricadevano
mossi sulle spalle. Normalmente non
era un tipo che si lasciava andare a
grandi elogi, ma alla vista di quella
ragazza si commosse fino alle
lacrime. Era come un soffio di aria
pura di montagna al cui confronto le
altre donne non erano altro che
vecchie bambole dal trucco
eccessivo.
Si alzò come in stato di trance e
sentì la ragazza augurare la
buonanotte a Rude. Poi uscì in
strada e salì su una carrozza che la
attendeva.
«L’avete vista, signore?»
Rude aveva individuato subito la
figura di Jens nascosta nell’ombra.
«Ho fatto del mio meglio, ma non
sono riuscito a trattenerla oltre. Mia
madre mi sta aspettando in
camerino. Le ho detto che dovevo
portare un messaggio al custode.»
«Sì, l’ho vista. Se ne va sempre
subito dopo lo spettacolo?»
«Ogni sera, signore.»
«Allora dovrò inventarmi un modo
per incontrarla.»
«Vi auguro buona fortuna con lei,
ma devo proprio andare, adesso.»
Rude continuava a indugiare e alla
fine Jens si frugò nelle tasche e gli
diede un’altra moneta. «Grazie.
Buonanotte, signore.»
Jens attraversò la strada ed entrò
all’Engebret, dove ordinò
un’acquavite e si sedette su uno
sgabello al banco, fissando il vuoto.
«Stai bene, ragazzo mio? Sembri
pallido. Un altro?» gli chiese Einar,
il percussionista, sedendosi accanto
a lui. Jens lo ammirava perché era
capace di lasciare l’orchestra nel bel
mezzo di uno spettacolo, fare una
capatina all’Engebret e bersi una
birra sempre tenendo il tempo. Poi
riusciva a tornare appena prima che
fosse di nuovo il suo turno di
suonare i piatti. Tutta l’orchestra
aspettava a gloria la sera in cui Einar
avrebbe fatto un passo falso. Ma
sembrava che non gli fosse mai
capitato, in dieci anni di carriera.
«Sì a entrambe le domande» disse
Jens, portandosi alle labbra il
bicchiere e ingerendone il contenuto
tutto d’un fiato. Quando gli fu
portata un’altra acquavite, si chiese
se fosse davvero malato, perché si
era sentito stranamente a disagio alla
vista di Anna Landvik. Decise che,
almeno per quella notte, Madame
Hansson sarebbe tornata a casa da
sola.
19

«Frøken Anna, ho una lettera per


te.»
Anna alzò lo sguardo e vide Rude
che le sorrideva. Il ragazzino le
passò con aria da cospiratore un
biglietto piegato. Erano nel
camerino dei bambini, dove
fervevano i preparativi per lo
spettacolo di quella sera.
Anna stava per aprire il biglietto
quando Rude la interruppe. «Non
qui. Mi è stato detto che devi
leggerla in privato.»
«Da chi?» Anna era confusa.
Rude fece il misterioso e scosse la
testa. «Non sta a me dirlo. Io sono
solo il messaggero.»
«Perché mai qualcuno dovrebbe
scrivermi una lettera?»
«Dovrai leggerla per scoprirlo.»
Anna lo guardò con l’aria più
severa che riuscì ad assumere.
«Dimmelo» ordinò.
«No.»
«Allora non giocherò più con te a
bazzica.»
«Non importa, tanto adesso devo
mettermi il costume.» Il ragazzino si
strinse nelle spalle, si alzò e si
allontanò.
Rude in fondo le rimaneva
simpatico: era una scimmietta,
sempre pronto a consegnare
messaggi o a dare una mano in
cambio di qualche moneta o un po’
di cioccolato. Pensava che sarebbe
diventato un bravo imbroglione, o
magari una spia, quando fosse
cresciuto, perché era il depositario di
tutti i pettegolezzi del teatro. Rude
sapeva esattamente chi le aveva
inviato quella misteriosa missiva e
probabilmente l’aveva anche letta, a
giudicare dalle ditate unte che
circondavano il sigillo rotto. Si
infilò la lettera nella tasca della
gonna: l’avrebbe letta una volta a
letto, quella sera. Si alzò e andò a
prepararsi per lo spettacolo.
Teatro di Christiania
15 marzo 1876

Cara Frøken Landvik,


perdonate l’impertinenza di questo
messaggio e i mezzi con cui vi è
stato recapitato, visto che non ci
siamo mai conosciuti di persona. Il
fatto è che dalla prima volta che vi
ho sentita cantare, la sera delle prove
in costume, sono rimasto estasiato
dalla vostra voce. E da allora ogni
sera vi ascolto rapito. Sarebbe
possibile incontrarvi alla porta del
teatro, domani, prima dell’inizio
dello spettacolo – diciamo alle sette
e un quarto – in modo da poterci
presentare formalmente?
Vi imploro di venire.
Vostro, in tutta sincerità,
Un ammiratore

Anna rilesse la lettera e la infilò nel


cassetto del comodino. Era molto
probabile che l’avesse scritta un
uomo, perché sarebbe stato piuttosto
insolito che una donna le scrivesse
cose del genere. Spegnendo la
lampada a olio e preparandosi a
dormire, immaginò che
probabilmente si trattava di qualche
anziano gentiluomo, simile a Herr
Bayer… e la prospettiva, pensò
sospirando, era tutto fuorché
entusiasmante.
«Lo incontrerai, stasera?» chiese
Rude con un’espressione di pura
innocenza sul volto.
«Chi?»
«Lo sai chi.»
«No, non lo so. E poi, chi ti ha
detto che qualcuno mi ha chiesto di
incontrarlo, eh?» Anna si godette lo
sgomento sul viso del ragazzino,
resosi conto di essersi tradito.
«Giuro che non giocherò mai più a
carte con te, d’ora in poi, né per
denaro né per dolcetti, se non mi
dici chi ha scritto quel biglietto.»
«Frøken Anna, non posso,
perdonami.» Rude scosse la testa.
«C’è più della mia vita in gioco. Ho
giurato al mittente che non lo avrei
mai tradito.»
«Be’, se non puoi fare il nome di
questa persona, forse puoi
rispondere a qualche domanda solo
con un “sì” o con un “no”?»
«Posso» fece lui.
«È stato un uomo a scrivere il
biglietto?»
«Sì.»
«E ha meno di cinquant’anni?»
«Sì.»
«Meno di quaranta?
«Sì.»
«Meno di trenta?»
«Frøken Anna, non so quanti anni
abbia, ma penso di sì.»
Be’, era già qualcosa, pensò.
«Viene spesso ad assistere allo
spettacolo?»
«No… be’, in realtà…» Rude si
grattò la testa «Sì, in un certo senso.
Diciamo che ti sente cantare ogni
sera.»
«Quindi è un membro della
compagnia.»
«Sì, ma in un modo diverso.»
«È un musicista, Rude?»
«Frøken Anna, tu chiedi troppo.»
Rude fece un sospiro drammatico.
«Non posso dirti di più.»
«Molto bene, lo capisco» concluse
Anna, soddisfatta di
quell’interrogatorio. Lanciò
un’occhiata al vecchio e inaffidabile
orologio appeso alla parete e chiese
a una delle madri, che stava cucendo
in silenzio in un angolo, se sapeva
con esattezza che ore fossero.
«Credo siano quasi le sette, Frøken
Landvik. Ero nel corridoio un
momento fa e ho visto arrivare Herr
Josephson. Lui è sempre puntuale»
rispose lei.
«Grazie.» Anna riguardò
l’orologio a parete, che quella sera
era più o meno preciso. Era il caso
di andare? Dopotutto, se quell’uomo
aveva meno di trent’anni, poteva
essere lì ad aspettarla con intenzioni
inopportune, invece che per
manifestarle ammirazione per la sua
voce. Anna arrossì. L’idea stessa che
la situazione potesse diventare
insidiosa – e che potesse trattarsi
davvero di un giovanotto – la
eccitava molto più di quanto avrebbe
dovuto.
I secondi correvano sull’orologio
mentre lei agonizzava, in preda al
dubbio. Alle sette e tredici decise di
andare. Alle sette e quattordici,
decise di non andare…
Alle sette e un quarto si ritrovò a
percorrere il corridoio fino alla porta
del teatro e vide che non c’era
nessuno.
Halbert, il portiere, aprì il
finestrino del suo gabbiotto per
chiederle se avesse bisogno di
qualcosa. Lei scosse la testa e si
voltò per tornare verso il camerino.
Una folata di aria fredda la investì
quando la porta del teatro si aprì alle
sue spalle. Un secondo dopo, si sentì
posare una mano sulla spalla.
«Frøken Landvik?»
«Sì.»
«Perdonatemi, ho tardato.»
Anna si voltò e si trovò davanti i
profondi occhi color nocciola di un
ragazzo. Lo stomaco le si attorcigliò,
come accadeva sempre prima di
cominciare a cantare. Halbert, dalla
sua cabina, li guardava come se
fossero idioti, rimasti in silenzio a
fissarsi a vicenda.
Il giovanotto, pensò Anna, doveva
avere più o meno la sua età ed era
molto bello. Aveva il volto
incorniciato da capelli color mogano
che si arricciavano all’altezza del
colletto. Non era alto, ma le spalle
ampie gli conferivano un’aria
possente, virile. All’improvviso
Anna provò la sensazione di venire
risucchiata fuori dal corpo verso
quell’essere umano che aveva di
fronte. Era la sensazione più strana
che avesse mai provato e per un
attimo perse l’equilibrio.
«Vi sentite bene, Frøken Landvik?
Sembra che abbiate visto un
fantasma.»
«Sì, sto benissimo, grazie. Mi è
girata un attimo la testa, tutto qui.»
La campana suonò, segnalando
alla compagnia i canonici dieci
minuti prima dell’inizio dello
spettacolo. «Vi prego,» sussurrò tra i
denti, adocchiando Halbert che
ancora li guardava da dietro i suoi
occhiali «non abbiamo molto tempo.
Parliamo fuori, in privato, dove
almeno potrete prendere un po’
d’aria.» Jens le mise un braccio sulle
spalle con fare protettivo, poi aprì la
porta e la guidò gentilmente
all’aperto. Era così minuta, così
perfetta, così femminile, che si sentì
subito in dovere di proteggerla,
mentre gli si appoggiava
leggermente, come se fosse la cosa
più naturale di questo mondo.
Anna rimase accanto a lui sul
marciapiede con il braccio del
giovane ancora intorno al corpo, e
respirò profondamente l’aria fredda
della sera. «Perché volevate
vedermi?» gli chiese. Recuperò il
contegno e si rese subito conto di
quanto fosse inappropriato stare così
vicina a un uomo. E un estraneo, per
giunta. Eppure, a dire il vero, non le
sembrava affatto uno sconosciuto…
«Sinceramente non lo so spiegare.
All’inizio sono rimasto affascinato
dalla vostra voce, poi però ho pagato
Rude perché vi trattenesse un po’
dopo lo spettacolo così da potervi
guardare di nascosto… Frøken
Landvik, ora devo andare, oppure
Herr Hennum mi squarterà vivo.
Quando potrò rivedervi?»
«Non lo so.»
«Stasera, dopo lo spettacolo?»
«No. Herr Bayer manda una
carrozza a prendermi; lascio subito il
teatro.»
«Durante il giorno?»
«No.» Si portò una mano al viso;
aveva le guance in fiamme
nonostante il freddo della sera. «Non
penso. E poi… È inopportuno. Se
Herr Bayer sapesse del nostro
incontro…»
Suonò la campana dei cinque
minuti.
«Vi imploro, incontriamoci qui
domani alle sei» supplicò Jens.
«Dite a Herr Bayer che vi hanno
convocata prima per delle prove.»
«Io… devo augurarvi la
buonanotte.» Anna si voltò e si
avviò verso la porta del teatro. Stava
per richiuderla alle spalle, quando a
un certo punto esitò e si voltò di
nuovo.
«Posso sapere almeno il vostro
nome, signore?»
«Perdonatemi. Mi chiamo Jens.
Jens Halvorsen.»
Anna tornò in camerino come
stordita e si sedette per ricomporsi.
Quando si fu ripresa, decise che
doveva sapere tutto su questo Jens
Halvorsen prima di impegnarsi in
ulteriori incontri.
Quella sera, durante lo spettacolo,
chiese a tutti quelli di cui si fidava, e
anche a quelli di cui non si fidava,
cosa sapessero di lui.
Aveva così appreso che suonava il
violino e il flauto nell’orchestra; ma
accolse con grande delusione il fatto
che la sua reputazione di donnaiolo
fosse ben nota in teatro. E lo era a
tal punto che gli orchestrali pareva
lo avessero soprannominato “Peer”,
per via degli atteggiamenti libertini
che aveva in comune con il
personaggio del dramma. Una delle
ragazze del coro le disse che
l’avevano visto sia con Hilde Omvik
che con Jorid Skrovset. E, cosa
peggiore di tutte, si vociferava che
fosse l’amante segreto di Madame
Hansson.
Quando si ritrovò dietro al
palcoscenico per cantare la Ninna
nanna, era talmente distratta che
tenne una nota più a lungo del solito
e Madame Hansson chiuse la bocca
troppo presto. Non osò guardare in
direzione della buca dell’orchestra
per paura di posare lo sguardo su
Jens.
Non devo pensare a lui, si disse
Anna con determinazione,
spegnendo la luce della lampada a
olio accanto al letto, quella notte. È
sicuramente un uomo cattivo, senza
cuore, aggiunse. Avrebbe tanto
voluto che i racconti delle sue
prodezze non l’avessero
appassionata in quel modo. «E poi,
io sono già fidanzata.»
Il giorno successivo le ci volle
tutta la sua forza di volontà per non
chiamare la carrozza prima del
tempo e dire a Herr Bayer che
doveva partecipare a una prova
extra. Quando giunse a teatro alla
solita ora, le sei e quarantacinque,
Anna vide che il marciapiede
davanti all’ingresso era deserto. Si
maledisse per l’ondata di delusione
che l’aveva travolta.
Entrando nel camerino fu accolta
dal solito cicaleccio delle madri che
ricamavano in un angolo della
stanza e dalle grida dei bambini che
le correvano incontro per vedere se
aveva con sé qualcosa di nuovo con
cui giocare. Solo uno di loro rimase
in disparte; Anna si accorse, mentre
abbracciava gli altri, che Rude aveva
sul volto un’espressione
insolitamente triste. Furono
chiamate le comparse e, con un
ultimo sguardo diretto a lei, il
ragazzino uscì dal camerino per
prendere posto sul palcoscenico.
Nell’intervallo, però, andò da Anna.
«Il mio amico mi ha detto che non
vi siete incontrati, stasera. Era molto
triste. Ti ha mandato un’altra
lettera.» Le allungò un biglietto
sigillato.
Anna non lo prese. «Per favore,
digli che non sono interessata.»
«Perché?»
«Perché no, Rude, e questo ti
basti.»
«Ma Frøken Anna,» insistette
«avessi visto com’era triste oggi
perché non ti sei presentata
all’incontro.»
«Rude, sei un giovanotto di
talento, sia come attore che come
truffatore. Ma ci sono tante cose che
ancora non puoi capire…» Anna
aprì la porta e uscì dal camerino, ma
lui la seguì.
«Del tipo?»
«Cose da adulti» rispose con
impazienza, continuando a
camminare verso le quinte. Non
doveva cantare, ancora, ma voleva
sfuggire all’insistente interrogatorio
del ragazzino.
«Ma io le conosco le cose da
adulti, Frøken Anna. Mi rendo conto
che devi aver sentito delle voci su di
lui, da quando hai scoperto chi era il
tuo ammiratore.»
«Allora se sai tutto, perché
continui a cercare di convincermi a
incontrarlo?» Si voltò, costringendo
Rude a fermarsi. «Ha una
reputazione terribile! Inoltre io ho
già un fidanzato e un giorno…»
Anna si voltò di nuovo continuando
a camminare verso le quinte «ci
sposeremo.»
«Allora sono molto felice per te,
ma quel signore ha buone intenzioni
nei tuoi confronti, lo giuro.»
«Oh, per l’amor del cielo.
Lasciami stare!»
«Lo farò, ma tu dovresti
incontrarlo, Frøken Anna. Gli affari
sono affari, come sono certo capirai,
ma quello che ti ho appena detto è
gratis. Tieni, almeno prendi la sua
lettera.»
Prima che potesse protestare oltre,
Rude le mise in mano il foglio
ripiegato, poi si allontanò di corsa.
Anna si fermò dietro una delle
scenografie, ben nascosta alla vista,
ad ascoltare l’orchestra che si
preparava al secondo atto. Guardò
nella buca e vide Jens Halvorsen
prendere il flauto e toglierlo dalla
custodia. D’un tratto lui alzò gli
occhi e, per un attimo, i loro sguardi
si incontrarono. Sul suo volto era
dipinta una tale delusione che Anna
si spaventò quasi. Nascondendosi di
nuovo dietro le scenografie, tornò in
camerino come stordita, passando
accanto a Madame Hansson. La
familiare nuvola di profumo
francese si diffuse nel corridoio
mentre l’attrice la superava,
notandola a malapena. Ad Anna
tornò in mente la diceria secondo la
quale Jens Halvorsen era il suo
amante segreto. Il suo cuore si fece
di pietra all’istante: quel ragazzo
non era altro che un mascalzone, un
affascinante donnaiolo che senza
dubbio l’avrebbe condotta alla
rovina. Entrando in camerino si
ripromise di giocare a carte con i
bambini durante l’intervallo, ben
consapevole di doversi tenere
occupata.
Quella notte, rientrata a casa, andò
subito nel soggiorno; con enorme
autocontrollo, tirò fuori la lettera
dalla tasca della gonna e la gettò,
ancora chiusa, tra le fiamme della
stufa.
Rude continuò a portarle ogni sera,
per le successive due settimane, una
lettera di Jens Halvorsen, ma Anna
la bruciava appena messo piede in
casa. E quella sera trovò una
ulteriore motivazione per proseguire
in quel modo: lungo il corridoio
delle quinte sentì – tutti sentirono –
un grido acuto e rumore di vetri
rotti. Si sapeva benissimo che
provenivano dal camerino di
Madame Hansson.
«Che sta succedendo?» chiese a
Rude.
«Non posso dirtelo» rispose
cocciuto, incrociando le braccia al
petto.
«Certo che puoi, mi hai detto tutto,
finora. Ti pagherò» cercò di
convincerlo.
«Non te lo direi neanche per soldi.
Ti darebbe solo l’impressione
sbagliata.»
«Di cosa?»
Rude scosse la testa e se ne andò.
In seguito, durante lo spettacolo
cominciò a circolare un pettegolezzo
secondo il quale una delle ragazze
del coro aveva rivelato a Madame
Hansson che Jens Halvorsen era
stato visto in compagnia di Jorid,
un’altra ragazza del coro, due
settimane prima. Anna aveva già
sentito quella storia, perciò non
rimase sorpresa. A quanto pareva
Madame Hansson era l’unica in tutto
il teatro a non esserne ancora a
conoscenza.
La settimana successiva Anna arrivò
in teatro, pronta per lo spettacolo.
Appena entrata, vide un enorme
mazzo di rose rosse sul bancone
della cabina del portiere. Vi passò
accanto, diretta in camerino, quando
sentì che Halbert la chiamava.
«Frøken Landvik?»
«Sì?»
«Questi fiori sono per voi.»
«Per me?»
«Sì, per voi. Prendeteli, per favore,
perché qui dentro non mi posso
neanche più muovere.»
Con le guance rosse come le rose,
Anna tornò indietro.
«Be’, Frøken Landvik, sembra che
abbiate un ammiratore. Mi domando
chi possa essere» disse Halbert,
inarcando un sopracciglio in segno
di disapprovazione. Anna prese
l’enorme mazzo, senza osare
guardarlo negli occhi.
Pensa un po’!, si disse mentre
percorreva il corridoio diretta alle
gelide e puzzolenti latrine che
divideva con le altre donne della
compagnia. Che sfrontatezza! E in
teatro ci sono sia Madame Hansson
che Jorid Skrovset! Mi sta
prendendo in giro, brontolò tra sé
con rabbia. Sbatté la porta e si
chiuse dentro. Ora che Madame
Hansson ha scoperto come si
comporta, pensa di poter far girare
la testa alla contadinella con un
mazzo di fiorellini.
Poi lesse il bigliettino che
accompagnava il mazzo di rose.
Non sono come immaginate che io
sia. Vi imploro di darmi una
possibilità.

«Ah!» Anna strappò il biglietto in


tanti piccoli pezzi e li gettò nella
latrina. In camerino l’avrebbero
sommersa di domande sui fiori e
voleva sbarazzarsi di ogni prova
riguardo la loro provenienza.
«Cielo, Anna!» esclamò una delle
madri appena entrata in camerino.
«Ma che bei fiori!»
«Chi te li manda?» chiese un’altra.
Nella stanza calò il silenzio mentre
tutte attendevano una risposta.
«Be’, ovviamente» disse Anna,
deglutendo «me li manda Lars, il
mio fidanzato di Heddal.»
Si levò un coro di «ooh» e «aah».
«È un’occasione speciale? Deve
esserlo per forza, per spendere così
tanti soldi in un mazzo di fiori»
osservò un’altra madre.
«È… il mio compleanno» mentì
disperatamente Anna.
La stanza si riempì di «Il tuo
compleanno?» e «Perché non ce
l’hai detto?».
Per il resto della serata, Anna
ricevette auguri, abbracci e regali
raffazzonati come dimostrazione di
affetto, ignorando per tutto il tempo
il sorriso stampato sul volto di Rude.
«Dunque, Anna, come sai, le
repliche del Peer Gynt stanno per
concludersi. Organizzerò una soirée
estiva qui in casa, a giugno, alla
quale inviterò le persone più
importanti di Christiania affinché
vengano a sentirti cantare. Ci
metteremo al lavoro per avviare la
tua carriera da cantante. E la cosa
più importante è che finalmente la
“voce fantasma” si rivelerà al
mondo!»
«Capisco. Grazie, Herr Bayer.»
«Anna.» La guardò accigliato
mentre studiava la sua espressione.
«Sembri poco convinta.»
«Sono solo stanca. Ma vi sono
molto grata per le vostre attenzioni.»
«Suppongo che gli ultimi mesi
siano stati difficili per te, ma ti
assicuro che molti miei conoscenti
nel mondo della musica sanno
benissimo a chi apparteneva la
bellissima voce di Solveig. Ora
riposati, Anna, in effetti sei un po’
pallida.»
«Sì, Herr Bayer.»
Franz Bayer osservò Anna lasciare
la stanza. Ne comprendeva la
frustrazione, ma che altro avrebbe
potuto fare? L’anonimato faceva
parte dell’accordo che aveva
stipulato con Ludvig Josephson e
Johan Hennum. Ma ora che era
quasi finita e che il patto era stato
rispettato, il desiderio di conoscere
la misteriosa cantante che aveva
dato voce, e che voce, a Solveig
sarebbe stato sufficiente ad attirare
alla soirée estiva i rappresentanti più
influenti del mondo musicale di
Christiania. Aveva grandi progetti
per la giovane Anna Landvik.
20

Jens si sentiva particolarmente giù


quando si svegliò nel suo letto, una
settimana dopo la fine delle repliche
del Peer Gynt. E nonostante Herr
Hennum gli avesse promesso un
posto fisso nell’orchestra, e che
avrebbe lavorato con altre
compagnie teatrali, la stagione era
ormai conclusa e non c’era più nulla
da fare prima della successiva.
Inoltre, da quando erano iniziate le
prove per il Peer Gynt, aveva
frequentato solo una mezza dozzina
di lezioni, a essere ottimisti, ed era
quindi del tutto impreparato per gli
esami di fine corso all’università.
Sapeva che non sarebbe riuscito a
laurearsi.
La settimana precedente, prima
della penultima messa in scena,
aveva raccolto il coraggio necessario
per sottoporre a Herr Hennum le sue
composizioni, che gli erano costate
ore e ore di lavoro. Il direttore
d’orchestra le aveva definite
“pedisseque”, ma non male per un
principiante.
«Posso consigliarti, giovanotto, di
andare all’estero a studiare in una
scuola di musica? Hai talento come
compositore, ma devi imparare a
“sentire” la melodia che hai in testa,
così come verrà suonata da ciascuno
strumento. Per esempio, questo
pezzo» aveva detto Herr Hennum
indicando lo spartito «inizia con
l’orchestra completa? O forse…» e
aveva suonato al piano le prime
quattro battute, che perfino
all’orecchio non obiettivo di Jens
sembrarono un omaggio a Il mattino
di Herr Grieg «… solo con il
flauto?» Herr Hennum gli aveva
rivolto un sorrisetto ironico e Jens
aveva avuto il buon gusto di
arrossire.
«Capisco, signore, sì.»
«Poi, per quanto riguarda il
secondo passaggio, vuoi che sia
interpretato dai violini? O magari
dal violoncello, o dalla viola?» Herr
Hennum gli aveva riconsegnato gli
spartiti e gli aveva dato una pacca
sulla spalla. «Il mio consiglio, se sei
seriamente intenzionato a seguire le
orme di Herr Grieg e dei suoi
eminenti amici compositori, è
imparare a farlo in maniera corretta,
sia nella testa che sullo spartito.»
«Ma qui non c’è modo di farlo,
nessuno a Christiania è in grado di
insegnarmi» aveva detto Jens.
«No. Per questo devi andare
all’estero, come hanno fatto tutti i
più grandi musicisti e compositori
scandinavi. Magari a Lipsia, proprio
come Herr Grieg.»
Jens se n’era andato
rimproverandosi la sua ingenuità.
Era ben consapevole che, se suo
padre avesse dato seguito alla
minaccia di tagliargli i fondi qualora
avesse deciso di perseguire la
carriera musicale, non avrebbe avuto
il denaro necessario per una scuola
di musica, ovunque fosse. Aveva
anche cominciato a capire che,
grazie al suo talento naturale, fino a
quel momento era vissuto di rendita,
ma che ora non era più sufficiente.
Doveva imparare le tecniche corrette
se voleva diventare compositore.
Doveva lavorare sodo.
Entrando in teatro dalla porta
riservata al cast, Jens si era
maledetto ripensando alla montagna
di denaro che aveva scialacquato
negli ultimi tre anni. Se non avesse
speso tutto in donne e alcol, avrebbe
potuto mettere da parte qualcosa per
il suo futuro. Ora, aveva pensato
tristemente, era quasi certamente
troppo tardi. Aveva gettato via ogni
possibilità e non poteva biasimare
nessuno, se non se stesso.

Nonostante la determinazione a non


ricadere nelle vecchie abitudini una
volta finite le repliche del Peer
Gynt, Jens si era svegliato con un
mal di testa lacerante. La notte
prima, in preda alla disperazione, era
andato all’Engebret per affogare il
dolore in compagnia dei musicisti
che frequentavano abitualmente il
locale.
In casa c’era silenzio, il che gli
fece capire che era mattina inoltrata
e suo padre era già andato al lavoro,
mentre sua madre era sicuramente
uscita per fare colazione con una
delle sue innumerevoli conoscenze.
Suonò la campanella per chiamare
Dora: aveva urgente bisogno di un
caffè. Attese il suo arrivo piuttosto a
lungo. Quando la domestica entrò
nella stanza, dopo aver bussato alla
porta, scura in volto, posò sul letto
di Jens il vassoio del caffè, facendo
un baccano inutile.
«Che ore sono?» chiese Jens.
«Le undici e mezza, signore. C’è
altro?»
La guardò, supponendo che fosse
di umore nero per via delle
pochissime attenzioni che le aveva
rivolto ultimamente. Sorseggiando il
suo caffè valutò se era il caso di
sforzarsi per tirarle su il morale,
anche solo per rendersi un po’ più
semplice la vita in casa. Poi, però, il
suo pensiero corse ad Anna, e decise
che no, non poteva farlo.
«No, grazie, Dora.»
Distogliendo lo sguardo dal volto
affranto della domestica, prese il
giornale dal vassoio e finse di
leggerlo finché la donna non se ne
andò. A quel punto Jens posò il
giornale e fece un sospiro pesante.
Si vergognava profondamente di
essersi ubriacato, la sera prima, ma
era così triste e disorientato che
l’aveva fatto solo per dimenticare. E
Anna Landvik non aveva contribuito
a risollevargli il morale.
«Cosa c’è che non va?» gli aveva
chiesto Simen la sera prima.
«Problemi di cuore, non c’è
dubbio.»
«Si tratta della ragazza che canta
Solveig. Non riesco a smettere di
pensare a lei. Simen, credo davvero
di essermi innamorato, per la prima
volta in vita mia.»
A queste parole Simen aveva
buttato indietro la testa ed era
scoppiato a ridere. «Jens, ma non
capisci?»
«No. Che c’è di tanto divertente?»
«È l’unica ragazza che ti abbia
respinto! È solo per questo che credi
di essere “innamorato” di lei! Sì,
forse la sua ingenuità da contadina ti
ha affascinato, ma di certo capirai
che sarebbe una ragazza del tutto
inadatta per un cittadino sofisticato
come te.»
«Ti sbagli! Che sia un’aristocratica
o una campagnola, la amerei
comunque. La sua voce… la sua
voce è il suono più emozionante che
abbia mai udito. E ha anche il volto
di un angelo.»
Simen aveva guardato il bicchiere
vuoto di Jens. «È l’acquavite che
parla… Fidati, amico mio, stai
soffrendo per colpa del tuo primo
“due di picche”, non certo per
amore.»
Jens sorseggiò il caffè ormai
tiepido e si chiese se Simen non
avesse ragione. Ma il ricordo del
volto di Anna e della sua voce
angelica tormentava ancora i suoi
sogni. Con tutti i problemi che
doveva affrontare, avrebbe tanto
voluto non aver mai posato gli occhi
su Anna Landvik. O non averla
sentita cantare.
«La soirée si terrà il quindici
giugno, il giorno del compleanno di
Herr Grieg» disse Herr Bayer ad
Anna quando si incontrarono in
soggiorno, qualche giorno dopo la
fine delle repliche del Peer Gynt.
«Gli manderò un invito affinché
venga a conoscere la sua prima
“Solveig”, ma credo si trovi
all’estero. Organizzeremo un
programma in cui ci esibiremo in
alcune delle sue canzoni popolari e,
ovviamente, in quelle tratte dal Peer
Gynt. Poi faremo l’“Aria di
Violetta” da La Traviata, magari
anche Leid, Milde Ljos. Vorrei che
tutti potessero apprezzare la tua
straordinaria estensione vocale.»
«Riuscirò comunque a tornare a
Heddal per il matrimonio di mio
fratello?» chiese Anna. Se non
avesse respirato un po’ di aria di
montagna entro breve, temeva che
sarebbe soffocata.
«Ma naturalmente, mia cara. Potrai
partire per Heddal subito dopo la
soirée e trascorrere lì tutta l’estate.
Cominceremo domattina presto.
Abbiamo solo un mese per rendere
perfette tu e la tua voce.»
Per prepararla all’occasione, Herr
Bayer aveva selezionato una serie di
insegnanti che riteneva adatti a
fornirle i consigli più appropriati su
ciò che avrebbe dovuto cantare.
Günther tornò per lavorare sulle arie
operistiche, mentre un maestro di
coro della cattedrale, con le unghie
mangiucchiate e la testa calva,
condivise con lei la sua esperienza
sugli inni. Fu Herr Bayer in persona
a condurre le esercitazioni sulle
tecniche vocali, un’ora al giorno.
Venne anche un sarto per prenderle
le misure e confezionarle un
guardaroba di meravigliosi abiti,
adatti a una futura stella della
musica. E, con grande gioia di Anna,
Herr Bayer cominciò a portarla fuori
per assistere a concerti e spettacoli.
Durante una di quelle serate, prima
di recarsi nel teatro di Christiania
per la prima del Barbiere di Siviglia
di Rossini, messo in scena da una
compagnia teatrale italiana in visita
in Norvegia, Anna si presentò in
soggiorno con indosso uno dei suoi
nuovi, elegantissimi abiti da sera, di
seta color blu notte.
«Mia cara ragazza» disse Herr
Bayer, alzandosi e battendo le mani.
«Stasera sei radiosa. Questo colore ti
sta magnificamente. Ora, permettimi
di aggiungere un ulteriore tocco.»
Le porse una scatoletta di pelle,
dentro la quale giacevano una
collana di zaffiri e un paio di
orecchini abbinati. Le pietre
sfaccettate e scintillanti erano tenute
insieme da una delicata filigrana
d’oro, senz’altro opera di un maestro
gioielliere. Anna rimase a fissare le
pietre a bocca aperta. Non sapeva
cosa dire.
«Herr Bayer…»
«Erano di mia moglie. E vorrei che
le indossassi questa sera. Ti aiuto ad
allacciare la collana?»
Anna non poté rifiutare, perché
Herr Bayer stava già prendendo il
gioiello dalla scatola. Sentì il tocco
delle sue dita sul collo mentre le
agganciava il fermaglio.
«Ti stanno molto bene» dichiarò
soddisfatto, così vicino che Anna
riuscì a sentire il suo alito. «Adesso
usciamo, siamo attesi al teatro di
Christiania.»

In tutto il mese successivo, Anna


fece del suo meglio per concentrarsi
sugli studi musicali e godersi il
soggiorno a Christiania. Scriveva
regolarmente a Lars e recitava con
passione le preghiere ogni sera.
Tuttavia nella sua testa, puntuali
come un orologio, continuavano a
ripresentarsi le immagini di Jens
Halvorsen “il cattivo”, come l’aveva
soprannominato nella speranza di
mettere in guardia il suo cuore
traditore. Anna avrebbe tanto voluto
poter parlare con un’amica di quel
suo problema. Doveva pur esistere
una medicina in grado di guarirla.
«Oh, Signore» sospirò una sera
dopo le preghiere. «Temo di essere
molto, molto malata.»
Man mano che il quindici giugno
si avvicinava, Anna si rendeva conto
che Herr Bayer era sempre più
emozionato.
«Dunque, mia cara» annunciò il
giorno della soirée. «Ho ingaggiato
un violinista e un violoncellista
perché ti accompagnino. Io suonerò
il piano, naturalmente. Arriveranno
tutti e due stamani per esercitarsi un
po’ con te. Poi, oggi pomeriggio, ti
riposerai in vista della grande
serata.»
Alle undici suonarono alla porta e
Anna, che attendeva in soggiorno,
sentì Frøken Olsdatter accogliere i
musicisti. Si alzò non appena i due
uomini entrarono in soggiorno
insieme a Herr Bayer.
«Posso presentarti Herr Isaksen, il
violoncellista, e Herr Halvorsen, il
violinista?» annunciò. «Mi sono stati
entrambi caldamente raccomandati
dal mio amico Herr Hennum.»
Anna si sentì quasi mancare. Jens
Halvorsen “il cattivo” si diresse a
grandi passi verso di lei per
salutarla.
«Frøken Landvik, sono onorato di
poter prendere parte alla vostra
soirée.»
«Grazie» riuscì a dire Anna,
scorgendo nei suoi occhi una luce
divertita. Ma lei non trovava nulla di
neanche lontanamente divertente in
quella situazione.
«Dunque, cominciamo con il
pezzo di Verdi» disse Herr Bayer,
mentre i due musicisti prendevano
posto vicino al pianoforte. «Anna,
sei con noi?»
«Sì, Herr Bayer.»
«Allora iniziamo.»
Anna capì di non aver dato il
meglio di sé durante le prove e
percepì l’irritazione di Herr Bayer.
Aveva dimenticato quasi tutto quello
che le era stato insegnato e si era
ritrovata addirittura senza fiato alla
fine di un vibrato. È tutta colpa di
Jens Halvorsen “il cattivo”, pensò
furiosa.
«Per adesso basta così, signori.
Speriamo di essere tutti più in
sintonia questa sera. Vi chiedo di
tornare qui puntuali per le sei e
mezzo, la soirée inizierà alle sette in
punto.»
Jens e il suo collega annuirono
educatamente, poi fecero un leggero
inchino in direzione di Anna.
Uscendo dalla stanza, Jens le lanciò
un’ultima, eloquente occhiata.
«Anna, che c’è che non va?» le
chiese Herr Bayer. «Non sarà stato
l’accompagnamento a metterti a
disagio? Ormai sei abituata a cantare
con un’orchestra completa, l’hai
fatto durante il Peer Gynt.»
«Perdonatemi, Herr Bayer, ho un
leggero mal di testa.»
«E credo che tu abbia avuto un
comprensibilissimo crollo nervoso,
mia cara ragazza.» La sua
espressione si addolcì. Posandole
una mano sulla spalla aggiunse:
«Consumerai un pranzo leggero, poi
andrai a riposarti. E, prima
dell’esibizione di stasera, berremo
un sorso di vino per distendere i
nervi, d’accordo? Non ho dubbi,
stasera sarà un grande successo e
domani sarai sulla bocca di tutti a
Christiania».
Alle cinque del pomeriggio,
Frøken Olsdatter entrò nella stanza
da letto di Anna con un bicchiere
d’acqua e l’immancabile miele.
«Il bagno è pronto, mia cara.
Mentre ti rilassi, preparerò gli abiti
per stasera. Herr Bayer gradirebbe
molto che tu indossassi il vestito blu
e gli zaffiri di sua moglie. Ti
consiglia anche di raccogliere i
capelli. Quando avrai finito di fare il
bagno ti aiuterò a vestirti.»
«Grazie.»
Anna si rilassò nella vasca con un
asciugamano sul viso, tentando di
rallentare il battito del suo cuore che
sembrava come impazzito da
quando quella mattina i suoi occhi si
erano posati su Jens Halvorsen. La
sola vista di quel ragazzo le aveva
fatto tremare le ginocchia. «Signore,
ti prego, dammi forza e coraggio,
stasera» pregò mentre si asciugava.
«E perdonami se vorrei che avesse
un attacco di bile e si sentisse troppo
male per venire a suonare.»
Dopo essersi vestita e acconciata i
capelli con l’aiuto di Frøken
Olsdatter, Anna percorse il corridoio
fino al soggiorno. Trenta sedie di
velluto rosso con decorazioni in oro
erano state disposte in file
semicircolari di fronte al piano. Jens
Halvorsen e il violoncellista stavano
già conversando con Herr Bayer, il
cui volto si illuminò non appena la
vide entrare.
«Sei perfetta, mia cara ragazza» le
disse con aria di approvazione,
porgendole un bicchiere di vino.
«Allora, brindiamo tutti a questa
serata prima che arrivino gli ospiti.»
Anna bevve un sorso e per un
attimo sentì lo sguardo di Jens sul
suo décolleté. Non sapeva se stesse
guardando i gioielli luccicanti o il
tratto di pelle bianca sotto di essi,
ma si rese conto di essere arrossita.
«A te, Anna» brindò Herr Bayer.
«Sì, a Frøken Landvik» si unì
Jens, alzando il bicchiere.
«Ora, ti dispiacerebbe andare ad
attendere in cucina con Frøken
Olsdatter finché non verrò a
chiamarti?»
«Affatto, Herr Bayer.»
Buona fortuna, amore mio, augurò
Jens dentro di sé mentre Anna
usciva dal soggiorno.
Forse fu per via del vino, o
dell’accompagnamento puntuale del
violino di Jens Halvorsen “il
cattivo”, ma quando quella sera
l’ultima nota si spense nella stanza
stracolma, perfino Anna capì di aver
dato il meglio di sé.
Dopo un applauso appassionato,
gli ospiti, tra cui Johan Hennum, si
affollarono intorno a lei,
congratulandosi e consigliandole di
tenere delle esibizioni pubbliche alla
Freemasons’ Hall e all’Assembly
Room. Herr Bayer rimase accanto a
lei, a guardarla con aria paterna,
mentre Jens decise di restarsene in
disparte. Quando il padrone di casa,
alla fine, si allontanò per un attimo
da Anna, Jens approfittò
dell’occasione per andare a parlarle.
«Frøken Landvik, permettetemi di
farvi le mie congratulazioni per
l’esibizione di stasera.»
«Vi ringrazio, Herr Halvorsen.»
«E ti prego, Anna, ti imploro»
aggiunse a voce più bassa. «Dal
primo giorno che ti ho vista sono un
uomo tormentato. Non riesco a
smettere di pensare a te, di
sognarti… Non vedi che il destino
ha cospirato nuovamente affinché ci
incontrassimo?»
Il suono del suo nome di battesimo
sulla bocca di lui le risultò talmente
intimo che Anna fu costretta a
dirottare la sua attenzione verso
qualcos’altro, consapevole che, se
avesse incrociato il suo sguardo,
sarebbe stata perduta. Perché le sue
parole rispecchiavano esattamente i
suoi stessi sentimenti.
«Ti prego, possiamo incontrarci?
Ovunque, a qualunque ora… io…»
«Herr Halvorsen» lo interruppe
Anna dopo aver ritrovato la voce.
«A breve andrò a Heddal per il
matrimonio di mio fratello.»
«Allora permettimi di rivederti
quando farai ritorno a Christiania.
Anna, io…» Poi, vedendo Herr
Bayer avvicinarsi, Jens fece un
inchino formale. «È stato un vero
piacere, Frøken Landvik.» Alzò lo
sguardo su di lei e Anna vide una
scintilla di disperazione nei suoi
occhi.
«Non è stata magnifica?» disse
Herr Bayer, dando una pacca sulla
spalla di Jens. «Con che facilità
prendeva le note alte, e quel suo
magnifico vibrato… È stata, a oggi,
la sua migliore esibizione!»
«È vero, Frøken Landvik ha
cantato magnificamente, stasera. E
ora, se volete scusarmi, devo
andare» disse Jens, restando a
guardare Herr Bayer, in attesa.
«Ma certo, ma certo. Scusami, mia
cara Anna, ma devo sistemare certe
questioni economiche con il nostro
violinista.»
Quando finalmente riuscì a ritirarsi
nella sua stanza da letto, un’ora più
tardi, Anna si sentiva frastornata e in
preda alle vertigini. Forse, pensò, è
solo l’euforia per l’esibizione di
stasera oppure è colpa del secondo
bicchiere di vino che ho
scioccamente accettato di bere. Ma
mentre Frøken Olsdatter la aiutava a
svestirsi, si rese conto di sentirsi così
per via di Jens Halvorsen. La
entusiasmava sapere che fosse
ancora infatuato di lei. Come lei,
ammise con riluttanza, lo era di
lui…
Stalsberg Våningshuset
Tindevegan
Heddal

30 giugno 1876

Kjære Anna,
reco tristi notizie. Mio padre è
venuto a mancare martedì scorso.
Per fortuna se n’è andato in pace. E
forse è meglio così perché, come sai,
soffriva molto. I funerali si saranno
già svolti quando riceverai questa
lettera, ma ho ritenuto giusto
informarti.
Tuo padre dice di farti sapere che il
raccolto d’orzo è buono e che le sue
paure si sono rivelate infondate.
Anna, quando tornerai per il
matrimonio di tuo fratello, avremo
tanto di cui parlare per il futuro.
Nonostante le tristi notizie, sono
felice che presto potrò rivederti.
Fino ad allora,
Saluti affettuosi.
Lars

Dopo aver letto la lettera, Anna


lasciò cadere la testa sul cuscino,
sentendosi una persona cattiva quasi
come Jens Halvorsen. Dal primo
istante in cui l’aveva rivisto, il
giorno della soirée, non aveva
pensato ad altro. E anche quando
Herr Bayer le aveva detto, con la
felicità nella voce, che avrebbe
organizzato per lei tante altre
esibizioni, non era riuscita a
mostrare l’entusiasmo che lui si
sarebbe aspettato.
La sera prima, Herr Bayer l’aveva
convocata in soggiorno intorno alle
undici. Debitamente vestita, Anna
aveva percorso sconsolata il
corridoio e, quando aveva fatto
ingresso nella stanza, si era accorta
che il suo mentore era già in uno
stato di grande eccitazione.
«Anna! Vieni a sentire le
magnifiche notizie. Stamattina ho
incontrato Johan Hennum e Ludvig
Josephson. Di certo ricorderai che
Herr Hennum ha assistito alla tua
esibizione. Be’, mi ha detto che,
vista la popolarità di cui gode il Peer
Gynt, hanno intenzione di includere
l’opera nella stagione autunnale del
teatro. Mi hanno chiesto se hai
intenzione di ricoprire nuovamente
il ruolo di Solveig.»
Anna lo guardò con un misto di
sbalordimento e angoscia.
«Intendete dire che io starò di nuovo
dietro le quinte a cantare mentre
Madame Hansson farà finta che la
mia voce sia sua?»
«Anna, credi sul serio che abbia
potuto anche solo pensare una cosa
del genere? No, mia cara ragazza,
vogliono che tu interpreti il ruolo di
Solveig nella sua interezza. Madame
Hansson non è disponibile e, visto
che ti sei appena rivelata al mondo
musicale di Christiania come la
talentuosa interprete che ha dato la
voce a Solveig, sono tutti ansiosi di
affidarti la parte. E non è finita qui:
Herr Grieg ha annunciato che
finalmente verrà a Christiania per
assistere all’opera. Sia Johan che
Ludvig credono che, con te, le sue
canzoni abbiano finalmente trovato
la loro migliore interprete. Di
conseguenza, vorrebbero che tu
prendessi parte all’audizione che si
terrà questo giovedì, dove
valuteranno se disponi del talento
necessario come attrice. Ricordi
alcune delle battute di Solveig nel
dramma?»
«Sì, Herr Bayer. Molte volte le
ripetevo in silenzio insieme a
Madame Hansson» rispose Anna,
mentre un brivido d’eccitazione le
correva lungo la schiena. Era
davvero possibile che la volessero
per la parte principale? E magari
anche Jens Halvorsen, il “non più
così cattivo”, avrebbe suonato
nell’orchestra…?
«Eccellente! Allora oggi ci
dimenticheremo delle scale e della
nuova aria che volevo farti imparare
e ci concentreremo sulla recitazione.
Io leggerò tutte le altre parti del Peer
Gynt, mentre tu ripeterai le battute di
Solveig.» Prese il copione del
dramma sulla scrivania e lo aprì.
«Prego, siediti. Come sai è un’opera
lunga, ma faremo del nostro meglio.
Pronta?» le chiese.
«Sì, Herr Bayer» disse Anna e
recitò le battute meglio che poté.

«Bene, bene!» commentò Herr


Bayer un’ora più tardi, guardandola
con ammirazione. «Sembra che tu
non sia dotata soltanto di una
splendida voce, ma che sappia anche
interpretare un personaggio.» Le
prese la mano e la baciò. «Mia cara
ragazza, devo dire che non finisci
mai di sorprendermi.»
«Grazie.»
«Non avere alcun timore per
l’audizione, Anna. Comportati
esattamente come hai fatto oggi e la
parte sarà tua. Ora vieni, pranziamo
insieme.»
Giovedì pomeriggio, alle due in
punto, Anna incontrò Herr
Josephson sul palcoscenico del
teatro e insieme sedettero per
leggere il copione. Si accorse che le
tremava un po’ la voce durante le
prime battute, ma proseguendo con
la lettura acquistò sempre maggiore
sicurezza. Recitò la scena in cui
Solveig incontra per la prima volta
Peer a un matrimonio, poi passò alla
scena finale, quando lui torna da lei
dopo i tanti viaggi intorno al mondo
e Solveig lo perdona.
«Eccellente, Frøken Landvik!»
esclamò Herr Josephson,
compiaciuto, quando Anna ebbe
finito. «Non ho bisogno di sentire
altro. Devo ammettere che non ero
molto favorevole a quest’idea
quando Herr Hennum me l’ha
proposta, ma ve la siete cavata
davvero bene per una prima lettura.
C’è ancora del lavoro da fare per
rafforzare la voce e per rendere più
espressiva la recitazione, ma credo
di essere persuaso che voi
interpreterete Solveig nella prossima
stagione.»
«Anna! Non è una notizia
magnifica?» Herr Bayer, che era
rimasto seduto tra il pubblico a
osservare e ascoltare in silenzio, salì
sul palcoscenico.
«Le prove cominceranno ad
agosto, in vista della prima a
settembre. Spero che non abbiate
intenzione di andare in vacanza, in
quel periodo» le disse Herr
Josephson.
«Nessun problema, Anna sarà qui»
rispose per lei Herr Bayer. «Dunque,
veniamo ora all’aspetto economico
della questione. Dobbiamo stabilire
il compenso di Frøken Landvik per
un ruolo così importante.»
Dieci minuti dopo erano di nuovo
sulla carrozza e Herr Bayer suggerì
di andare al Grand Hotel, per bere
un tè e festeggiare l’ennesimo
trionfo di Anna.
«E, al di là di tutto, ci sono molte
possibilità che Herr Grieg in persona
venga a vederti, in autunno. Pensa,
mia cara ragazza! Se dovessi
piacergli, ti si presenterebbe la
possibilità di viaggiare oltreoceano,
esibirti in altri teatri, sale
concerti…»
Ma Anna non lo seguiva. La sua
mente era concentrata sull’immagine
di Jens Halvorsen che suonava nella
buca dell’orchestra e la guardava
pronunciare le parole d’amore di
Solveig.
«Allora, scriverò ai tuoi cari genitori
per comunicare loro le magnifiche
notizie e per implorarli di permettere
a me e all’intera Christiania di
godere per qualche altro mese della
tua compagnia, quando reciterai nel
Peer Gynt. Andrai a casa per il
matrimonio di tuo fratello a luglio e
tornerai ad agosto per le prove»
disse Herr Bayer a cena, quella sera.
«Anch’io lascerò Christiania, come
al solito, per alloggiare nella casa
estiva della mia famiglia a Drøbak,
con mia sorella e la mia povera
mamma malata.»
«Quindi non avrò tempo per
tornare un po’ sulle montagne?»
Anna percepì la pesantezza nella sua
stessa voce, ma voleva accertarsi
con i suoi occhi se Rosa era ancora
viva.
«Anna, avrai tante altre occasioni
di cantare per le tue mucche, ma
interpretare la parte della
protagonista in una produzione del
Peer Gynt nel teatro di Christiania
capita una volta sola. E anch’io
dovrò tornare, naturalmente, prima
dell’inizio delle prove.»
«Sono certa che Frøken Olsdatter
saprà prendersi cura di me se non
riuscirete a fare ritorno. Non vorrei
imporvi le mie necessità» rispose
educatamente Anna.
«Non pensarci neppure, mia cara
ragazza. Oramai i tuoi bisogni sono
anche i miei.»
Anna si sentì sollevata quando
poté ritirarsi nella sua stanza, quella
sera. L’esuberanza di Herr Bayer era
una cosa positiva, ma doverci
convivere giorno dopo giorno stava
diventando, in un certo qual modo,
faticoso. Almeno Lars è silenzioso,
pensò mentre si inginocchiava per
dire le preghiere. Sapeva che
l’avrebbe rivisto molto presto e si
costrinse a richiamare alla mente
tutte le sue buone qualità. Ma anche
mentre parlava di lui a Gesù, con la
mente correva irrimediabilmente a
Jens Halvorsen.
«Ti prego, Signore, perdona il mio
cuore, perché credo si sia
innamorato dell’uomo sbagliato.
Aiutami ad amare quello che invece
dovrei. E ti chiedo, poi,» aggiunse
prima di alzarsi, cercando di dire
qualcosa che non fosse egoista «se
puoi lasciare che Rosa viva per
un’ultima estate.»
21

Mentre Anna partiva per Heddal,


una settimana più tardi, Jens stava
trasportando nel centro di
Christiania un fagotto con le sue
cose più preziose. Si sentiva esausto
e svuotato per l’incubo che aveva
dovuto vivere nelle ultime ore.
In sala da pranzo, quella mattina a
colazione, era rimasto seduto con
fierezza, il più eretto possibile, il
pane e le conserve ancora intatti nel
piatto davanti a lui. Aveva fatto un
profondo respiro e aveva detto ad
alta voce quello che lo tormentava.
«Ho fatto del mio meglio per
vivere secondo le tue aspettative,
Far, ma il mio futuro non è nel
birrificio. Vorrei diventare un
musicista a tempo pieno e un giorno,
spero, anche compositore. Mi
dispiace molto, ma non posso
cambiare quello che sono.»
Jonas aveva continuato a salare le
sue uova e aveva inghiottito un
boccone prima di rispondere.
«E sia. Hai preso la tua decisione.
Come ti ho detto quando ne abbiamo
parlato la prima volta, non riceverai
ulteriori finanziamenti e non verrai
menzionato nel mio testamento. Da
questo momento in poi, non sei più
mio figlio. Non sopporto di stare a
guardare mentre getti via quello che
hai, tradendomi apertamente. Perciò,
come concordato, quando tornerò
dall’ufficio, oggi pomeriggio, mi
aspetto che tu abbia già lasciato
questa casa.»
Anche se Jens si era preparato a
quella risposta, le parole di suo
padre avevano comunque lasciato un
segno profondo in lui. Aveva
lanciato un’occhiata al volto
disperato della madre, dall’altro lato
del tavolo.
«Ma Jonas, kjære, tra pochi giorni
sarà il suo ventunesimo compleanno
e, come sai, abbiamo organizzato
una cena. Non puoi concedergli
qualche giorno per festeggiare con la
famiglia e gli amici?»
«Non c’è nulla da festeggiare,
viste le circostanze. E se credi che il
tempo mi renderà più malleabile,
allora sappi che ti sbagli di grosso.»
Jonas piegò due volte il giornale,
come faceva sempre. «Ora devo
andare al lavoro. Buona giornata a
entrambi.»
Il peggio era stato vedere sua
madre scoppiare a piangere non
appena la porta d’ingresso si era
richiusa. Jens l’aveva confortata
come aveva potuto.
«Ho deluso Far. Forse dovrei
cambiare idea e…»
«No, no… tu devi seguire la tua
passione. Vorrei solo aver fatto
come te quando avevo la tua età.
Perdonami, Jens, kjære, ma forse le
mie erano solo pie illusioni. Credevo
che, quando si fosse presentata
questa situazione, tuo padre avrebbe
cambiato idea.»
«Be’, io non ci ho creduto neanche
per un secondo, perciò ero
preparato. Ora devo fare come mi ha
ordinato e lasciare questa casa.
Perdonami, Mor, devo fare i
bagagli.»
«Forse ho sbagliato a
incoraggiarti» Margarete si
tormentava le mani. «E ad andare
contro quelli che erano i suoi piani
per te. Avrei dovuto solo accettare il
fatto che avrebbe vinto lui, in un
modo o nell’altro.»
«Ma non ha vinto, Mor. Io lo
faccio di mia spontanea volontà. E
posso solo dirti quanto ti sono grato
per avermi dato il dono della
musica. Il mio futuro sarebbe triste e
cupo, se dovessi rinunciarvi.»
Un’ora più tardi, Jens era ridisceso
al piano di sotto, con due valigie
piene di tutto ciò che era riuscito a
infilarci dentro.
Il volto rigato di lacrime della
madre l’aveva accolto sulla porta del
soggiorno.
«Oh, figlio mio» aveva
piagnucolato. «Forse, col tempo tuo
padre si pentirà di quello che ha
fatto oggi e ti chiederà di tornare a
casa.»
«Sappiamo entrambi che non
succederà.»
«Dove andrai?»
«Ho molti amici nell’orchestra e
sono certo che uno di loro sarà in
grado di darmi ospitalità, almeno per
qualche tempo. Sono più
preoccupato per te, Mor. Non voglio
lasciarti da sola con lui.»
«Non preoccuparti per me, kjære.
Promettimi soltanto che mi scriverai
per dirmi dove ti trovi, d’accordo?»
«Ma certo» aveva risposto.
Poi sua madre gli aveva messo in
mano un pacchetto.
«Ho venduto la collana di diamanti
e gli orecchini che tuo padre mi ha
regalato per il mio quarantesimo
compleanno, nel caso mettesse in
pratica le sue minacce. Ecco il
ricavato. Dentro troverai anche la
fede nuziale d’oro di mia madre, che
potrai rivendere, se necessario.»
«Mor, io…»
«Shhh, era roba mia e se mi
dovesse chiedere dove sono finiti,
gli dirò la verità. Basteranno per
coprire un anno di retta, di vitto e
alloggio a Lipsia. Jens, giurami che
non butterai via questi soldi come
hai già fatto così spesso in passato.»
«Mor.» Jens si era sentito
soffocare dall’emozione. «Ti
prometto che non lo farò.» E prima
di crollare completamente, l’aveva
stretta forte tra le braccia e le aveva
detto addio con un tenero bacio.
«Un giorno spero di sedermi tra il
pubblico del teatro di Christiania e
vederti dirigere la musica che hai
scritto» gli aveva detto lei con un
sorriso triste.
«È una promessa, Mor, e farò
quanto mi è possibile per
mantenerla.»
Poi era uscito da casa sua, per
l’ultima volta, un po’ stordito ma
anche euforico per la decisione
presa. Nonostante avesse rassicurato
sua madre, non aveva alcuna idea di
dove sarebbe andato. Era filato
dritto all’Engebret, sperando di
incontrare qualche musicista che
potesse ospitarlo. Simen era stato
molto gentile, e gli aveva scritto il
suo indirizzo dandogli
appuntamento a casa per quella sera.
Dopo aver bevuto qualche birra
per digerire ciò che gli era accaduto,
Jens si era ritrovato a percorrere una
zona della città in cui non aveva mai
messo piede. Si sentiva molto a
disagio con quei suoi abiti eleganti.
Gli facevano male le braccia per la
fatica di trasportare le valigie e
cercò di camminare il più
rapidamente possibile per evitare di
essere guardato dai passanti.
Non si era mai spinto così oltre i
confini della città dove, a differenza
del centro, era evidente che le case
di legno non fossero ancora state
proibite per il rischio di incendi. E
proseguendo, trovò che le case erano
sempre più fatiscenti. Si fermò di
fronte a una vecchia costruzione e
controllò di nuovo l’indirizzo che gli
aveva fornito Simen all’Engebret.
Bussò alla porta e dall’interno sentì
giungere un grugnito e il rumore di
qualcuno che sputava. La porta si
aprì e comparve Simen, mezzo
ubriaco come al solito, che gli
sorrideva.
«Entra, entra, ragazzo mio, e
benvenuto nella mia umile dimora.
Non è un granché, ma è casa mia.»
Entrando in casa, Jens sentì subito,
nel piccolo e soffocante ingresso,
puzzo di cibo andato a male e
l’odore del tabacco che Simen
fumava nella pipa. Ogni centimetro
era occupato da strumenti musicali:
due violoncelli, una viola, un piano,
svariati violini…
«Grazie, Simen, ti sono molto
grato per avermi accolto.»
Simen scacciò quelle parole con
un gesto della mano. «Per favore,
che vuoi che sia? Qualsiasi
giovanotto rinunci a ogni cosa per
amore della musica merita tutto
l’aiuto possibile. Sono fiero di te,
Jens, davvero. Ora seguimi di sopra,
vediamo di sistemarti.»
«Hai una bella collezione, eh?»
commentò Jens facendosi largo con
cautela fra gli strumenti verso le
strette scale di legno.
«Non riesco a resistere, devo
comprarli. Uno dei due violoncelli
ha quasi cento anni» spiegò Simen,
mentre le scale gemevano sotto il
peso di Jens con le due valigie.
Arrivarono in una stanza arredata
con delle sedie consunte e un tavolo
polveroso, coperto di avanzi di cibo
e bottiglie d’alcol.
«C’è una branda, da qualche parte,
su cui puoi dormire. Sarai abituato a
ben altro, ma è sempre meglio di
nulla. Allora, amico mio, che ne dici
di un po’ d’acquavite per festeggiare
la tua indipendenza?» Simen prese
una bottiglia e un bicchiere sporco
dal tavolo. Lo annusò e versò sul
pavimento alcune gocce che vi erano
rimaste.
«Grazie.»
Jens trovò inevitabile accettare
quel bicchiere. Se era questa la sua
nuova vita, allora avrebbe dovuto
abbracciarla con entusiasmo. Quella
sera si ubriacò e quando si svegliò
era in preda a tremendi postumi, con
la schiena in fiamme dopo la notte
passata su una branda poco
confortevole. E si rese conto che
Dora non sarebbe arrivata a portargli
il caffè per lenire le sue sofferenze.
D’un tratto, in preda al panico, Jens
si ricordò del pacchetto con il
denaro che gli aveva dato sua madre.
Prese la giacca e lo cercò nella tasca:
era ancora lì dove l’aveva infilato
prima di uscire di casa. Aprì il
pacchetto e vide che l’anello e i
contanti sarebbero davvero stati
sufficienti per un anno di retta a
Lipsia. O per una comoda stanza
d’albergo per le notti successive…
No, si disse Jens. Aveva fatto una
promessa a sua madre e l’avrebbe
mantenuta a ogni costo.

Anna salì sul treno per affrontare la


prima tappa del lungo viaggio verso
casa. Era già buio quando raggiunse
la stazione di Drammen e, appena
scesa dal vagone, vide suo padre che
la aspettava sul binario.
«Far! Oh, Far! Sono così felice di
vederti!» E, con grande sorpresa di
Anders, Anna gli gettò le braccia al
collo, abbandonandosi a effusioni in
pubblico come non era affatto solita
fare.
«Su, su, Anna. Sono certo che
sarai esausta dopo il lungo viaggio.
Vieni, andiamo alla locanda.
Stanotte potrai dormire quanto
vorrai, poi domani partiremo per
Heddal.»
Il mattino seguente, rinfrancata da
una lunga notte di sonno, Anna salì
sul carro e Anders spronò il cavallo.
«Ora che ti vedo alla luce del giorno
noto qualcosa di diverso in te. Sei
diventata una donna, figlia mia. Una
bellissima donna.»
«Davvero, Far? Io ne dubito.»
«Tutti attendono con ansia il tuo
arrivo. Tua madre sta preparando
una cena speciale e Lars si unirà a
noi. Abbiamo ricevuto una lettera di
Herr Bayer in cui raccontava dei
tuoi successi al teatro di Christiania.
Dice che quella di Solveig è
addirittura la parte principale.»
«Sì, è vero. Ma ti dispiace se mi
tratterrò più del previsto a
Christiania, Far?»
«Non sarebbe giusto lamentarsi,
dopo tutto quello che Herr Bayer ha
fatto per te» rispose pacato Anders.
«Dice che diventerai famosa, che la
tua voce ha fatto impazzire la città.
Siamo fieri di te.»
«Esageri sempre, Far» disse Anna
arrossendo.
«Non credo proprio. Ovviamente,
Anna, dovrai parlarne con Lars. Non
è contento che il vostro matrimonio
venga di nuovo rimandato, ma tutti
ci auguriamo che tenga abbastanza a
te da comprendere la situazione.»
Al sentire il nome di Lars, lo
stomaco di Anna si contrasse.
Determinata a non farsi rovinare il
primo giorno a casa, fece del suo
meglio per scacciare dalla mente
certi pensieri.
La giornata era limpida e, mentre
uscivano da Drammen,
attraversando la campagna del
Telemark, Anna si rese conto di
riuscire a udire solo lo scalpiccio
degli zoccoli del cavallo e il canto
degli uccelli sugli alberi. Respirò
l’aria fresca e pura, come un animale
improvvisamente fatto uscire dalla
sua gabbia, e pensò che avrebbe
anche potuto non tornare più a
Christiania.
Anders le disse che Rosa, la
mucca, ce l’aveva fatta a superare
l’inverno e Anna si rallegrò che le
sue preghiere fossero state ascoltate.
Poi le parlò dei progetti per il
matrimonio di Knut e la frenesia nel
cucinare in cui era caduta sua madre.
«Sigrid è una cara ragazza e penso
che sarà un’ottima moglie per Knut»
commentò Anders. «E la cosa più
importante è che piace anche a tua
madre, il che ci sarà d’aiuto visto
che la coppietta vivrà sotto il nostro
tetto. Una volta che tu e Lars vi
sarete sposati, vi trasferirete nella
sua fattoria e il prossimo anno
valuteremo se sarà il caso di
costruire un’altra casa.»
Quando arrivarono alla fattoria,
nel tardo pomeriggio, tutti uscirono
a salutarla. Perfino il vecchio gatto
Gerdy corse fuori il più veloce
possibile sulle sue tre zampe,
insieme al cane Viva.
Sua madre l’abbracciò a lungo. «È
tutto il giorno che ti aspetto. Com’è
andato il viaggio? Oh, Signore, sei
magrissima! Ti sono cresciuti troppo
i capelli, direi che c’è bisogno di una
buona spuntata…»
Anna ascoltò sua madre che
parlava ininterrottamente mentre
rientravano in casa. Gli odori
confortanti della legna bruciata,
della polvere di talco di sua madre e
di cane bagnato le penetrarono nelle
narici non appena mise piede in
cucina.
«Porta la borsa di Anna nella sua
stanza» ordinò Berit a Knut mentre
metteva il bollitore sul fuoco per
preparare il caffè. «Spero che non ti
dispiaccia, Anna, ma ti abbiamo
trasferita nella stanza di Knut. Era
troppo piccola per ospitare il letto
matrimoniale che Knut condividerà
con Sigrid dopo le nozze. Tuo padre
ha portato via le brande e credo sia
più accogliente con un solo letto.
Conoscerai la tua nuova sorella
domani, quando verrà a cena. Oh,
Anna, sono certa che la adorerai. È
così gentile e ricama
splendidamente. Sa anche cucinare,
cosa che mi sarà di grande aiuto:
quest’inverno i reumatismi non mi
hanno dato tregua.»
Per un’ora intera Anna rimase ad
ascoltare la madre tessere le lodi di
Sigrid. Un po’ infastidita per essere
stata buttata fuori dalla propria
stanza senza troppe cerimonie, fece
del suo meglio per non sentirsi
messa in secondo piano da quello
che sembrava un esempio di
perfezione domestica. Dopo aver
bevuto il caffè, Anna si congedò per
andare a disfare la borsa prima di
cena.
Quando entrò nella sua nuova
stanza vide che tutto ciò che
possedeva era stato accatastato
senza tanti complimenti nelle ceste
che di solito sua madre usava per
portare i polli al mercato. Si sedette
sul duro materasso appartenuto al
fratello e si chiese cosa ne fosse
stato del letto della sua infanzia.
Probabilmente, per come erano
andate le cose in sua assenza, suo
padre l’aveva fatto a pezzi per usarlo
come legna da ardere. Molto
contrariata, Anna cominciò a disfare
la borsa.
Prese la federa che aveva ricamato
come regalo di nozze per suo
fratello. Da quando aveva saputo del
fidanzamento di Knut con Sigrid,
sera dopo sera si era punta le dita nel
tentativo di ricamare, ma sbagliando
spessissimo e maledicendo la sua
mancanza di predisposizione. Stese
la federa sul letto e notò i buchi là
dove aveva dovuto cambiare filo.
Paragonata alle opere d’arte della
sua nuova cognata, quella federa
sarebbe stata quasi sicuramente
usata per la cuccia del cane, ma
Anna sapeva che, se non altro, ogni
punto era stato applicato con amore.
A testa alta uscì dalla stanza per
unirsi alla famiglia nella sua “cena
di bentornato”.
Lars arrivò proprio quando
cominciarono a servire il cibo. Con
una zuppiera piena di patate fra le
mani, Anna lo guardò entrare in
cucina e salutare Knut e i suoi
genitori. Con sua grande irritazione,
non riuscì a trattenersi dal
paragonarlo a Jens Halvorsen “il
cattivo”. Fisicamente erano l’esatto
opposto e, se Jens era sempre al
centro dell’attenzione, Lars voleva
solo stare in disparte.
«Anna, per l’amor del cielo, metti
giù quelle patate e saluta Lars» la
spronò sua madre.
Anna posò la zuppiera sul tavolo e
si pulì le mani sul grembiule,
andandogli incontro.
«Ciao, Anna. Come stai?» le disse
a bassa voce.
«Sto bene, grazie.»
«Hai fatto buon viaggio?»
«Sì, grazie.» Percepiva
l’imbarazzo crescente di Lars
mentre la guardava. Aveva difficoltà
a trovare qualcosa da dire.
«Sei… in salute» disse poi.
«Tu dici?» intervenne Berit. «A
me pare un po’ troppo magra. È per
colpa di tutto quel pesce che
mangiano giù in città. Non c’è
grasso.»
«Anna è sempre stata esile. È così
che Dio ha voluto che fosse.» Lars
le fece un timido sorriso.
«Condoglianze per la morte di tuo
padre.»
«Grazie.»
«Possiamo cominciare, Berit? È
stato un lungo viaggio e tuo marito
ha fame» disse Anders.
Mentre mangiavano, Anna rispose
a una sequela di domande relative
alla vita che conduceva a
Christiania. Poi l’argomento della
conversazione divenne il
matrimonio di Knut e i suoi
preparativi.
«Devi essere esausta per il
viaggio, Anna» disse Lars.
«Sono stanca, sì» fece lei.
«Allora ti conviene andare a letto»
disse Berit. «Nei prossimi giorni ci
sarà un sacco da fare e pochissimo
tempo per dormire.»
Anna si alzò. «Buonanotte,
allora.»
Lars tenne lo sguardo sempre
puntato su di lei mentre attraversava
la cucina per ritirarsi nella sua
stanza. Aveva cominciato a svestirsi,
quando si ricordò all’improvviso che
in casa dei suoi genitori non c’era il
bagno, perciò si rimise gli abiti e
uscì per usare la latrina. Finalmente
a letto, Anna faticava a trovare una
posizione comoda. Il cuscino di
crine di cavallo sembrava una pietra
in confronto a quello di soffice
piuma d’oca su cui dormiva
nell’appartamento di Herr Bayer. Il
letto era stretto e il materasso
grumoso. Erano tante le cose che
aveva cominciato a dare per scontate
senza nemmeno rendersene conto. A
Christiania le faccende domestiche
non erano compito suo, e aveva una
persona che la aiutava in tutto ciò
che faceva.
Anna, si rimproverò, sei proprio
una viziata. E con questo pensiero si
addormentò.
La settimana che precedette il
matrimonio di Knut passò in un
batter d’occhio tra lavori in cucina,
pulizie, spese e preparativi
dell’ultimo minuto.
Nonostante avesse deciso di
detestare per principio la fidanzata
del fratello, per via di tutte le cose
che sapeva fare tanto bene in casa,
Anna scoprì che Sigrid era proprio
come l’aveva descritta sua madre.
Non era certo una bellezza, ma
aveva un carattere tranquillo che
compensava l’isteria di Berit che
cresceva con l’avvicinarsi del gran
giorno. Sigrid aveva un timore
reverenziale per Anna, che viveva
nel lusso a Christiania, e la trattava
con grande rispetto, accettando le
sue opinioni senza fiatare.
Il fratello più grande di Anna,
Nils, arrivò il giorno prima del
matrimonio con la moglie e i due
figli. Anna non li vedeva da più di
un anno e fu felicissima di
conoscere i nipotini.
Nonostante la gioia di vedere tutta
la famiglia riunita, però, c’era una
cosa che non riusciva a togliersi
dalla testa: sembrava che tutti
dessero per scontato che, una volta
tornata da Christiania dopo il Peer
Gynt, si sarebbe trasferita nella
fatiscente casa dei Trulssen come
moglie di Lars. Condividendo non
solo la stanza, ma anche il letto con
lui.
La sola idea la faceva stare male e
le impediva di dormire la notte.
La mattina del matrimonio Anna
aiutò Sigrid a indossare l’abito da
sposa: una gonna rosso scuro e una
camicetta bianca con sopra un
bolero nero, decorato con grosse
borchie di metallo color oro. Studiò
le squisite decorazioni del grembiule
color crema che andava indossato
sulla parte davanti della gonna.
«Quelle rose sono così intricate…
Io non saprei farlo, Sigrid. Sei
bravissima.»
«Oh, Anna, è solo che tu non hai
tempo con la vita frenetica che
conduci in città. Per cucire il corredo
mi ci sono voluti molti mesi, in
inverno» rispose Sigrid. «E poi, io
non so cantare come te. Canterai per
noi alla festa dopo il matrimonio,
vero?»
«Se vuoi che lo faccia, sì. Sarà il
mio regalo di matrimonio per te e
Knut, dato che la cosa che avevo
cucito per voi è orribile» ammise.
«Non importa, sorella, so che l’hai
fatto con amore ed è quello che
conta. Mi passi la corona e mi aiuti a
fissarla bene?»
Anna tolse dalla custodia la
pesante corona matrimoniale
placcata in oro. Da otto anni era
proprietà della chiesa e ogni sposa
del villaggio l’aveva indossata il
giorno delle nozze. La posò sui
capelli biondi di Sigrid: «Ecco, ora
sei davvero una sposa» disse, mentre
Sigrid ammirava il suo riflesso nello
specchio.
Berit fece capolino nella stanza.
«È ora di andare, kjære. Sei davvero
bella.»
Sigrid prese la mano di Anna.
«Grazie per il tuo aiuto, sorella.
Presto toccherà a te, quando sposerai
Lars.»
Mentre seguiva Sigrid fino alla
carrozza in attesa, decorata con fiori
di campo appena colti, Anna
rabbrividì al solo pensiero.
In chiesa guardò suo fratello
davanti all’altare, accanto a Sigrid e
al pastore Erslev. Era strano pensare
che ora Knut sarebbe diventato un
capofamiglia e che presto avrebbe
avuto dei bambini. Lanciò
un’occhiata a Lars, che stava
ascoltando con attenzione e che, per
una volta, non guardava nella sua
direzione.
Dopo la cerimonia più di cento
persone seguirono la carrozza dei
novelli sposi fino alla casa dei
Landvik. Per settimane Berit aveva
pregato il Signore che il giorno del
matrimonio il cielo fosse limpido,
perché non c’era spazio per tutti
dentro casa. Le sue preghiere erano
state esaudite e i tavoli di legno
sistemati sui prati lì intorno erano
coperti di cibo, in gran parte portato
dagli stessi ospiti. Vassoi di maiale
salato e speziato, tenero manzo
arrostito lentamente sullo spiedo e,
ovviamente, aringhe andavano a
riempire gli stomachi e aiutavano ad
assorbire la birra e l’acquavite fatte
in casa, che sempre scorrevano a
fiumi durante i festeggiamenti.
Molto più tardi, al calare della
sera, furono accese le lanterne,
appese a dei pali di legno per creare
una sorta di piazza, dove si diede
inizio alle danze. I musicisti si
lanciarono nella melodia sfrenata di
hallingkast, e tutti esultarono
liberando uno spazio circolare sulla
pista da ballo. Una giovane donna
entrò nel cerchio e, con un cappello
in equilibrio su un bastone,
cominciò a sfidare gli uomini a farsi
avanti per buttarlo giù. I fratelli di
Anna si spintonarono e furono i
primi a danzare e saltare intorno alla
ragazza, incoraggiati dalle grida e
dai fischi della folla.
Senza fiato per le risate, Anna si
voltò e vide che Lars sedeva
tristemente a un tavolo, da solo.
«Anna, farai come hai promesso,
canterai per noi?» chiese Sigrid
comparendole accanto.
«Sì» intervenne Knut, ansimante.
«Devi farlo.»
«Canta La canzone di Solveig!»
gridò qualcuno tra la folla.
Si levò un coro di approvazione.
Anna entrò nel cerchio, si preparò e
cominciò a cantare. Così facendo,
con la mente tornò subito a
Christiania, al giovane musicista che
era rimasto tanto affascinato dalla
sua voce da continuare a seguirla…
«E ci incontreremo ancora, amore,
per non separarci mai più. Per non
separarci mai più…»
Quando l’ultima nota si spense,
Anna aveva le lacrime agli occhi.
Sul pubblico era calato il silenzio.
Poi qualcuno cominciò ad
applaudire, seguito da tutti gli altri,
finché sul prato non si udirono che
grida di esultanza.
«Cantaci qualcos’altro, Anna!»
«Sì! Una delle nostre canzoni!»
Per la successiva mezz’ora,
accompagnata dal padre al violino,
Anna non ebbe più tempo per
pensare alle proprie emozioni,
costretta a eseguire tutto il repertorio
di canzoni popolari che gli ospiti
conoscevano a memoria. Poi arrivò
il momento per gli sposi di ritirarsi
per la notte. Tra battute allusive e
fischi, Knut e Sigrid scomparvero in
casa e gli invitati cominciarono ad
andarsene.
Mentre aiutava a rimettere in
ordine, Anna si sentiva svuotata e a
disagio. Si muoveva come un
automa, infilando piatti e vassoi nel
barile pieno d’acqua presa dal
pozzo.
«Sembri stanca, Anna.»
Sentendo una mano toccarle
delicatamente la spalla, si voltò e
vide Lars in piedi dietro di lei.
«Sto benissimo» disse con un
debole sorriso.
«Ti sei divertita, oggi?»
«Sì, era tutto bellissimo. Sigrid e
Knut saranno molto felici insieme.»
Si voltò per concentrarsi sulle sue
mansioni e sentì la mano di lui
scivolarle giù dalla spalla. Con la
coda dell’occhio, lo vide chinare la
testa.
«Anna, mi sei mancata molto»
disse, così piano che lo sentì a
malapena. «Ti… ti sono mancato,
almeno un po’?»
Anna si bloccò, con un piatto
insaponato in mano che rischiava di
scivolarle dalle dita. «Certo, mi sono
mancati tutti, ma a Christiania sono
stata tanto occupata.»
«Con i tuoi nuovi amici,
immagino» continuò Lars senza
espressione.
«Sì, con Frøken Olsdatter e i
bambini in teatro» rispose
sbrigativa, continuando a lavare i
piatti e pregando che se ne andasse.
Lars indugiò per qualche secondo
e Anna sentì il suo sguardo su di sé.
«È stata una lunga giornata per tutti»
disse alla fine. «Ora me ne vado. Ma
prima, Anna, devo chiederti una
cosa perché so che domani tornerai a
Christiania. E vorrei che rispondessi
sinceramente. Per il bene di
entrambi.»
Anna sentì la serietà nella sua
voce. Le si fermò il cuore. «Ma
certo, Lars.»
«Hai… hai ancora intenzione di
sposarmi? Con tutto quello che è
cambiato e continuerà a cambiare
nella tua vita, giuro che capirò se
avessi cambiato idea.»
«Penso…» chinò la testa sui piatti,
chiuse forte gli occhi e desiderò
tanto che quel momento passasse.
«Penso di sì.»
«E io invece penso di no. Anna,
per favore, è meglio per entrambi
conoscere le intenzioni l’uno
dell’altra. Se c’è ancora speranza,
posso aspettarti. Ma non posso fare a
meno di pensare che l’idea di
sposarmi ti abbia messa a disagio fin
dall’inizio.»
«Ma cosa diranno Mor e Far? E la
terra che gli hai venduto?»
Lars sospirò. «Anna, mi hai
appena detto quello che avevo
bisogno di sapere. Ora me ne vado,
ma ti scriverò per comunicarti come
organizzerò le cose. Non dovrai dire
nulla ai tuoi genitori, ci penserò io.»
Le prese una mano, ancora immersa
nell’acqua del barile. Se la portò alle
labbra e la baciò. «Addio, Anna, e
che Dio ti benedica.»
Lo guardò allontanarsi
nell’oscurità, pensando che il suo
fidanzamento con Lars Trulssen si
era concluso ancora prima di
cominciare.
Ally
Agosto 2007
22

Quando alzai lo sguardo dal


computer, era passata l’ora di
pranzo. Avevo tenuto gli occhi
puntati sullo schermo così a lungo
che la carta da parati a righe sulle
pareti mi apparve sfocata. Anche se
non avevo assolutamente idea di
cosa avessi a che fare con una
vicenda di centotrenta anni prima,
quella lettura mi aveva affascinata.
Al conservatorio di Ginevra avevo
letto la vita di molti compositori e
studiato i loro capolavori, ma quel
libro riportava in vita un’intera
epoca. E mi entusiasmava il fatto
che fosse stato Jens Halvorsen a
suonare le battute iniziali alla prima
assoluta di una delle mie opere
preferite.
Ripensai alla lettera che mi aveva
scritto Pa’ e mi chiesi se non avesse
semplicemente voluto che leggessi
la storia del Peer Gynt per
incoraggiarmi a riprendere in mano
il flauto. Come se avesse saputo che
ne avrei avuto bisogno…
E in effetti, suonare durante la
cerimonia funebre per Theo mi
aveva un po’ confortata. Il solo fatto
di dovermi esercitare per imparare il
brano mi aveva distolto dal dolore
della sua perdita. Da allora avevo
cominciato di tanto in tanto a
suonare il flauto per puro piacere. O
meglio, per non soffrire più.
La vera questione, tuttavia, era se
esistesse un legame di sangue tra
Anna, Jens e me. Un legame che,
come un nastro di seta sottile,
attraversasse centotrenta anni di
storia…
Potrebbe Pa’ Salt aver conosciuto
Jens o Anna, quando era giovane?
mi chiesi. Aveva oltre ottant’anni al
momento della sua morte, quindi era
possibile. Tutto dipendeva però da
quando erano morti Jens e Anna.
Un’informazione che, pensai un po’
irritata, ancora non avevo.
Le mie elucubrazioni furono
interrotte dallo squillo insistente del
telefono. Sapevo che la vecchia
segreteria di Celia era rotta e, se non
volevo che il telefono continuasse a
squillare all’infinito, dovevo
rispondere. Uscii dalla stanza e corsi
di sotto.
«Pronto?»
«Ehm, salve, c’è Celia?»
«Al momento no» risposi a una
voce maschile dall’accento
americano. «Io sono Ally. Desidera
lasciare un messaggio?»
«Ciao, Ally. Sono Peter, il padre di
Theo. Come stai?»
«Bene, grazie» risposi
automaticamente. «Celia dovrebbe
tornare stasera intorno all’ora di
cena.»
«Troppo tardi, purtroppo. Ho
chiamato giusto per dirle che parto
oggi pomeriggio; torno negli Stati
Uniti. Sentivo di doverle parlare.»
«Be’, le dirò che ha chiamato,
Peter.»
«Grazie.» Seguì un silenzio
dall’altro capo del telefono. «Ally,
sei impegnata in questo momento?»
«Non proprio, no.»
«Allora potremmo incontrarci
prima che vada all’aeroporto?
Alloggio al Dorchester. Potrei
offrirti un tè. È a soli quindici minuti
di taxi da casa di Celia.»
«Io…»
«Per favore?»
«Okay» accettai con riluttanza.
«Diciamo allora alle tre sulla
Promenade? Devo partire per
Heathrow alle quattro.»
«Ci vediamo lì, Peter» dissi e
riattaccai pensando già a cosa
diavolo avrei potuto mettermi per un
tè al Dorchester Hotel.
Quando entrai nella hall
dell’albergo, un’ora dopo, mi
sentivo stranamente in colpa, come
se stessi tradendo Celia. Ma Pa’ Salt
mi aveva educata a non giudicare
mai nessuno per sentito dire. E Peter
era il padre di Theo, perciò dovevo
dargli una possibilità.
«Buongiorno, signorina» mi disse.
Era seduto a un tavolo nella sfarzosa
sala dalle colonne di marmo che
occupava un lato dell’ingresso. Si
alzò per salutarmi e gli strinsi la
mano con vigore. «Prego, siediti.
Non sapevo cosa gradissi, perciò,
visto che abbiamo poco tempo, mi
sono preso la libertà di ordinare un
po’ di tutto.»
Indicò il tavolo, ricoperto di
piattini di porcellana e minuscoli
panini, dominati da un’elegante
alzata carica di pasticcini francesi e
scones, accompagnati da ciotoline di
marmellata e panna montata. «E tè a
volontà. Caspita, agli inglesi piace
proprio questa bevanda, eh?»
«Grazie» dissi. Mi sedetti davanti
a lui. Non avevo neanche
lontanamente fame. Subito un
cameriere con immacolati guanti
bianchi si avvicinò per versarmi una
tazza di tè; nel frattempo, studiai
bene il padre di Theo. Aveva gli
occhi scuri, la carnagione chiara
quasi del tutto priva di rughe anche
se probabilmente aveva quasi
sessant’anni, e un fisico imponente
sotto il blazer blu navy, sportivo ma
sicuramente costoso. Dall’innaturale
marrone dei capelli capii che se li
tingeva, e quando mi sorrise, pensai
che il figlio non gli somigliava
affatto. Solo la bocca era un po’
asimmetrica, come quella di Theo, e
il suo sorriso mi tolse il fiato.
«Allora, Ally, come vanno le
cose?» mi chiese quando il
cameriere si fu allontanato. «Ti sei
un po’ ripresa?»
«Ho dei momenti buoni e altri
meno buoni. E lei?»
«A essere sinceri, Ally, io non mi
sono ripreso affatto. È stato un colpo
terribile. Continuo a ripensare a
Theo da piccolo, a quanto era
intelligente. È contro natura che un
figlio muoia prima del padre, non
trovi?»
«Sì» ammisi, comprensiva. Ero
curiosa di saperne di più su
quest’uomo, descritto in modo del
tutto negativo sia da Celia che da
Theo. Si vedeva che cercava di darsi
un contegno, ma percepivo il suo
dolore. Emanava dalla sua figura,
come una presenza tangibile.
«Come se la cava Celia?» mi
chiese.
«Come tutti noi, con grande
difficoltà. È stata gentilissima con
me.»
«Forse le ha fatto bene prendersi
cura di un’altra persona. Avrei
voluto poterlo fare anch’io.»
«Devo dirle» confessai,
mordicchiando un panino al salmone
affumicato «che Celia l’avrebbe
invitata a sedersi accanto a lei in
prima fila, in chiesa, se avesse
saputo che c’era.»
«Davvero?» Peter si illuminò un
po’. «È bello saperlo, Ally. Forse
avrei dovuto farle sapere che sarei
venuto, ma immaginavo quanto
fosse addolorata e non volevo
turbarla ulteriormente. Come avrai
già capito, non sono esattamente il
primo nome sulla sua lista dei regali
di Natale…»
«Forse ha difficoltà a perdonarla
per… sì, insomma… quello che le
ha fatto.»
«Be’, come ti ho detto il giorno del
funerale, ci sono più punti di vista e
più versioni di una storia, ma per il
momento lasciamo perdere. E
comunque sì, mi prendo tutte le mie
colpe. Che resti tra noi, ma amo
ancora Celia.» Peter sospirò. «La
amo così tanto, maledizione, che
provo un dolore quasi fisico. So di
averla delusa e di aver fatto cose
orribili, ma ci siamo sposati molto
giovani e, col senno di poi, avrei
dovuto placare i bollenti spiriti
prima e non durante il matrimonio.
Celia… be’» proseguì con una
scrollata di spalle «era una vera
“signora”, da quel punto di vista, se
capisci cosa intendo. Sotto
quell’aspetto eravamo all’opposto.
Credo comunque di aver imparato la
lezione.»
«Già» dissi. Non volevo che
approfondisse ulteriormente
quell’argomento. «In realtà, sono
convinta che anche lei la ami
ancora.»
«Davvero?» Peter rimase sorpreso.
«Non mi aspettavo certo di sentirti
dire una cosa simile.»
«No, probabilmente no, ma glielo
vedo negli occhi ogni volta che parla
di lei, anche se dice qualcosa di
negativo. Suo figlio una volta mi ha
detto che esiste una linea molto
sottile tra amore e odio.»
«Ah, non stento a credere che
l’abbia detto, era proprio da lui
affermare cose del genere. Vorrei
tanto possedere anche solo metà
della sua saggezza» disse Peter. «Di
certo non l’ha presa da me.»
Mi resi conto di essermi spinta un
po’ troppo oltre, ma già che c’ero,
decisi che tanto valeva proseguire su
quella strada. «Sa, penso che a Theo
sarebbe piaciuto vedere di nuovo i
suoi genitori parlare e magari,
chissà, riconciliarsi. Anche se fosse
l’unica cosa buona di questa
tragedia, sarebbe comunque
qualcosa.»
Peter mi guardò mentre
sorseggiavo il mio tè. «Penso di
capire come mai mio figlio ti amasse
così tanto. Sei speciale, Ally. E sei
molto gentile a dire certe cose, ma
ormai non credo più nei miracoli.»
«Io sì. Io ci credo» ripetei. «Anche
se Theo e io siamo stati insieme solo
per poche settimane, mi ha cambiato
la vita. È un vero miracolo esserci
incontrati ed essere stati così bene
insieme, e so anche che, nonostante
il dolore che provo adesso, mi ha
resa una persona migliore.» Ora era
il mio turno di commuovermi e
Peter cercò di consolarmi dando dei
colpetti con una mano sul dorso
della mia.
«Be’, Ally, di certo ti ammiro.
Cerchi di trovare gli aspetti positivi
anche in una situazione così
tremenda. Tanto tempo fa anch’io
ero così.»
«E potrà tornare a esserlo?»
«Penso che quello che c’era di
buono in me sia stato spazzato via
dal divorzio. Comunque, parlami dei
tuoi progetti per il futuro. Mio figlio
ti ha lasciato qualcosa?»
«Sì, in effetti sì. Ha anche
cambiato il testamento prima della
gara. Mi ha lasciato il suo motoscafo
e il vecchio fienile sull’isola di
Anafi, vicino alla vostra splendida
casa. A essere sincera, anche se
adoravo Theo, non mi ci vedo
proprio a trasferirmi ad “Altrove”,
come lo avevamo soprannominato, e
lottare con le autorità greche per
costruire la casa dei suoi sogni.»
«Ti ha lasciato quello schifo di
fienile per le capre?» Peter scoppiò a
ridere. «Per la cronaca, mi sono
offerto di comprargli una casa in
numerose occasioni, ma ha sempre
rifiutato con sdegno.»
«Orgoglio» dissi stringendomi
nelle spalle.
«O stupidità» ribatté Peter. «Theo
ha sempre inseguito i suoi sogni.
Sapevo che aveva bisogno di aiuto a
livello economico, ma non l’ha mai
voluto. Scommetto che neanche tu
hai ancora comprato una casa tutta
per te, Ally. Come fa un giovane con
un normale stipendio a potersela
permettere, oggigiorno?»
«No, infatti, non l’ho comprata,
anche se ora ho un bel fienile» dissi
con un sorriso.
«Be’, innanzitutto, voglio dirti che
ogni volta che vorrai andare a casa
mia sull’isola, sarai la benvenuta.
Anche Celia sa che può usarla in
qualsiasi momento, ma si rifiuta di
andarci. Sembra che non voglia
metterci più piede per via di una
cosa che le dissi tanti anni fa,
quando eravamo lì insieme. Non
chiedermi cosa, perché proprio non
me lo ricordo. E ti dico anche che,
se mai dovessi avere bisogno di una
mano con le autorità locali, sono
l’uomo che fa per te. Ho investito
talmente tanti soldi in quell’isola che
dovrebbero farmi sindaco! Hai già in
mano i documenti di proprietà?»
«Non ancora, ma appena la tenuta
sarà sul registro delle successioni,
mi manderanno tutto.»
«Be’, qualsiasi cosa ti serva,
ragazza mia, io sono a disposizione.
È il minimo che possa fare,
occuparmi della persona che mio
figlio amava.»
«Grazie.» Rimanemmo entrambi
in silenzio per un po’, in preda alla
nostalgia.
«Allora» disse alla fine Peter.
«Non mi hai ancora detto quali sono
i tuoi programmi per il futuro.»
«Perché ancora non ho idea di
cosa farò.»
«Theo diceva che eri una marinaia
con i fiocchi e che avresti gareggiato
alle Olimpiadi con la Svizzera.»
«Ho rinunciato. Non mi chieda
spiegazioni, Peter, la prego. Non
posso farlo, punto e basta.»
«Non servono spiegazioni. E ad
ogni modo so che hai un’altra
freccia al tuo arco. Sei una brava
musicista. Sentirti suonare il flauto
al funerale mi ha molto commosso.»
«È molto gentile da parte sua,
Peter, ma sono davvero fuori
esercizio. Praticamente, non suono
da anni.»
«Be’, a me non sembrava. Se
avessi un’abilità come la tua
cercherei di farla fruttare. È una
tradizione di famiglia?»
«Non lo so. Forse. Mio padre è
morto appena qualche settimana
fa…»
«Ally!» esclamò Peter sconvolto.
«Mio Dio! Come riesci a tirare
avanti, senza i due uomini della tua
vita?»
«A essere sincera, non lo so.» Ero
sopraffatta dall’emozione. Stavo
bene finché qualcuno non mi
compativa. «Comunque, il punto è
che sono stata adottata, insieme alle
mie cinque sorelle. E l’ultimo regalo
di papà è stato fornirmi degli indizi
relativi al mio passato. E da quel
poco che ho scoperto finora, potrei
avere davvero la musica nel
sangue.»
«Capisco.» Mi guardò, con i suoi
occhi scuri pieni di comprensione.
«Pensi di indagare ancora?»
«Non ne sono sicura. Quando
c’era Theo non mi interessava farlo.
Volevo solo guardare al futuro.»
«Certo, è comprensibilissimo. Non
hai programmato nulla per le
prossime settimane?»
«No, niente.»
«Bene, allora, ecco la risposta ai
tuoi dubbi: segui gli indizi che ti
sono stati dati e pensa che Theo
avrebbe voluto esattamente questo.
Ora, purtroppo» disse guardando
l’orologio «mi rattrista
profondamente doverti lasciare, ma
se non mi avvio perderò l’aereo. Ho
già pagato il conto, perciò per favore
resta pure e mangia quello che vuoi.
E lo ripeto: se mai dovessi avere
bisogno di qualcosa, Ally, fammelo
sapere.»
Si alzò e io feci lo stesso. Poi, con
grande spontaneità, mi strinse forte
tra le braccia. «Ally, avrei tanto
voluto avere più tempo per stare con
te, ma sono comunque felice di
averti conosciuta. Averti incontrato è
stata l’unica cosa positiva di questa
situazione, e ti ringrazio. Una volta
qualcuno mi ha detto che la vita ci
mette davanti solo alle difficoltà che
siamo in grado di affrontare. E tu sei
davvero una donna straordinaria. Mi
raccomando, fatti sentire.»
«Lo farò» promisi.
Mi salutò con un cenno della mano
e si allontanò.
Tornai a sedermi, osservando il
sontuoso banchetto che avevo
davanti. Controvoglia afferrai uno
scone, non sopportando l’idea di
sprecare del buon cibo. Anch’io
avrei voluto avere più tempo per
parlare. Nonostante quello che Celia
mi aveva detto sul suo ex marito e
nonostante quello che le aveva fatto,
quell’uomo mi piaceva. Oltre alla
sua ricchezza e all’atteggiamento
arrogante, in lui c’era qualcosa di
vulnerabile.
Quando arrivai a casa trovai Celia
nella sua camera da letto, intenta a
fare i bagagli.
«Hai passato un buon
pomeriggio?» mi chiese.
«Sì, grazie. Sono andata a
prendere un tè con Peter. Ha
chiamato a casa per parlare con te,
stamani, e invece ha trovato me.»
«Be’, sono sorpresa che abbia
chiamato. Di solito, quando viene in
Inghilterra non lo fa mai.»
«Di solito non ha perso un figlio.
Ti manda i suoi saluti, a proposito.»
«Bene. Dunque, Ally» proseguì,
fin troppo allegra. «Come sai devo
partire domattina all’alba. Puoi stare
qui quanto vuoi, sei la benvenuta;
devi solo inserire l’allarme e infilare
le chiavi nella buca delle lettere
quando decidi di andartene. Sei
proprio sicura di non voler venire
con me? La Toscana è bellissima in
questo periodo dell’anno. E Cora
non è solo la mia più cara amica, ma
anche la madrina di Theo.»
«Grazie mille per l’offerta, ma
penso che sia arrivato il momento di
farmi una vita mia.»
«Bene, ma ricordati che è ancora
presto. Io ho divorziato da Peter
vent’anni fa e ancora non ce l’ho,
una vita mia.» Si strinse tristemente
nelle spalle. «Comunque, rimani
quanto vuoi.»
«Grazie. A proposito, sono andata
a fare la spesa tornando a casa e
stasera mi piacerebbe preparare la
cena per ringraziarti. Nulla di
ricercato, solo pasta, ma spero che ti
metta dell’umore giusto per la tua
vacanza in Italia.»
«Come sei dolce, Ally cara. Mi
piacerebbe moltissimo.»
Ci sedemmo sul terrazzo per
consumare la nostra ultima cena
insieme. Avevo poco appetito e,
mentre mi sforzavo di buttare giù
qualche forchettata, notai che le rose
di Celia stavano perdendo colore, e
avevano i petali ormai raggrinziti.
Perfino l’aria aveva un odore
diverso: era più pesante e già con un
sentore di autunno. Mentre
mangiavamo, immerse nei nostri
pensieri, capimmo di dover uscire
dalla nostra bolla di conforto
reciproco per affrontare nuovamente
il mondo esterno.
«Volevo solo dirti grazie per essere
stata qui con me, Ally. Non so
proprio cosa avrei fatto senza di te»
disse Celia mentre riportavamo i
piatti sporchi in cucina.
«E io senza di te» risposi. Celia
cominciò a lavare le stoviglie e io
presi uno strofinaccio per aiutarla ad
asciugare.
«Ancora una cosa, Ally: ogni volta
che ti capiterà di venire a Londra,
considera questa casa come se fosse
tua.»
«Grazie mille.»
«Detesto pensarci, ma quando
tornerò dall’Italia mi consegneranno
le ceneri di Theo. Dovremo fissare
un giorno in cui andare a Lymington
a spargerle insieme.»
«Sì, certo» affermai con un
brivido.
«Mi mancherai, Ally. Per me sei
come la figlia che non ho mai avuto.
Ora» disse brusca «è meglio che
vada a letto. Il mio taxi arriverà
domattina alle quattro e mezza e di
certo non mi aspetto che ti alzi per
salutarmi. Perciò ti dico solo
arrivederci. E fatti sentire,
d’accordo?»
«Ma certo, sì.»
Quella notte dormii male, le
pagine bianche del mio imminente
futuro mi perseguitavano nel sonno.
Finora avevo sempre saputo con
certezza dove sarei andata e cosa
avrei fatto. Quella sensazione di
vuoto e apatia che provavo era del
tutto nuova, per me.
«Forse è così che si sente chi è
depresso» borbottai il mattino
successivo alzandomi dal letto.
Avevo un po’ di nausea e tentai di
riscuotermi con una doccia. Mentre
mi asciugavo i capelli, digitai “Jens
Halvorsen” in un motore di ricerca.
Con mio grande disappunto le poche
voci che comparvero erano in
norvegese, perciò cercai qualche
testo in inglese o francese che
parlasse di lui.
E lo trovai.
L’apprendista di Grieg
Autore: Thom Halvorsen
Anno di pubblicazione (edizione
americana): 2007

Scorsi la pagina alla ricerca della


sinossi.
Thom Halvorsen, rinomato violinista
dell’Orchestra Filarmonica di
Bergen, ha scritto una biografia del
suo antenato, Jens Halvorsen. Narra
la vita di un compositore di talento
che ha lavorato a stretto contatto con
Edvard Grieg. Con l’aiuto di
incantevoli memorie di famiglia,
scopriamo un Grieg del tutto nuovo
attraverso gli occhi di un uomo che
l’ha conosciuto da vicino.

Ordinai il libro immediatamente,


anche se ci volevano almeno due
settimane per la spedizione dagli
Stati Uniti. Poi ebbi
un’illuminazione e, preso dal
portafoglio il biglietto da visita di
Peter, scrissi una mail per
ringraziarlo del tè del giorno prima.
Gli spiegai inoltre che avevo
bisogno di acquistare un libro
disponibile solo in America: non è
che per caso avrebbe potuto
procurarselo? Non mi sentivo in
colpa nel fare quella richiesta,
perché ero certa che avesse al suo
servizio uno stuolo infinito di
collaboratori da impegnare in quella
ricerca.
Poi digitai “Peer Gynt”, e
scorrendo tra i vari risultati trovai la
pagina web del museo di Ibsen a
Oslo – chiamata Christiania ai tempi
di Anna e Jens – e del suo curatore,
Erik Edvardsen. A quanto pareva era
un esperto mondiale di Henrik Ibsen
e, se gli avessi scritto, forse avrebbe
accettato di aiutarmi.
Fremevo dalla voglia di proseguire
le ricerche e continuare a leggere la
traduzione del libro, ma fui costretta
a chiudere a malincuore il computer
quando mi ricordai che Star mi
aspettava a Battersea per pranzo.
Chiamai un taxi e, mentre
attraversavamo il Tamigi su un
grazioso ponte rosa, capii che mi
stavo un po’ innamorando di
Londra. Quella città elegante nella
sua essenza, imponente quasi, dove
non si respirava l’energia frenetica
di New York o la monotonia di
Ginevra. Come ogni cosa in
Inghilterra, Londra sembrava trarre
grande fiducia dalla sua storia e
dalla sua unicità.
Il taxi si fermò di fronte a quello
che un tempo era stato senza dubbio
un magazzino. Sorgeva sul
lungofiume e, insieme agli edifici
vicini, sarà servito tanto tempo
prima ai marinai per scaricare dalle
navi tè, seta e spezie. Pagai il
tassista e suonai il campanello del
civico che mi aveva fornito Star. La
porta si aprì con un ronzio e la voce
di mia sorella mi disse di salire al
terzo piano. Quando uscii
dall’ascensore, era lì ad aspettarmi
sulla soglia.
«Ciao, come stai?» mi disse
abbracciandomi.
«Oh, tiro avanti» mentii mentre la
seguivo in un soggiorno bianco,
dove enormi finestre a tutta parete
davano sul Tamigi.
«Wow!» esclamai, avvicinandomi
per ammirare il panorama. «Questo
posto è fantastico!»
«L’ha scelto CeCe» disse Star
stringendosi nelle spalle. «C’è
spazio a sufficienza e c’è anche una
bella luce.»
Mi guardai intorno: era un open
space dall’arredamento minimalista,
con i pavimenti di legno chiaro e
una sottile scalinata a spirale che
conduceva presumibilmente alle
camere da letto. Non era un
appartamento che avrei scelto per
me, perché era tutto fuorché
accogliente, ma di certo faceva
effetto.
«Posso portarti qualcosa da bere?»
chiese Star. «Abbiamo vino, e
ovviamente, birra.»
«Quello che bevi tu, Star.» La
seguii nella cucina, tutta in acciaio
inossidabile e vetro satinato. Star
aprì un’anta del doppio frigorifero e
sembrò esitare.
«Vino bianco?» le suggerii.
«Sì, buona idea.»
La osservai prendere due bicchieri
da una credenza a muro e aprire il
vino. Ripensai per l’ennesima volta
che Star non sembrava in grado di
esprimere una opinione propria, né
di prendere una decisione. Maia e io
ne avevamo parlato mille volte,
chiedendoci se fosse nell’indole di
Star delegare le decisioni ad altri,
oppure se fosse il risultato del ruolo
dominante di CeCe nel loro
rapporto.
«Che buon profumo» dissi,
indicando una pentola che
sobbolliva sul gigantesco piano
cottura. Dietro lo sportello di vetro
intravidi anche qualcosa che
cuoceva in forno.
«Ti sto usando come cavia, Ally.
Sto provando una nuova ricetta. È
quasi pronto.»
«Ottimo. Salute.»
«Salute.»
Bevemmo entrambe un sorso di
vino, ma io appoggiai subito il mio
sul bancone perché appena l’avevo
ingoiato mi era sembrato acido.
Guardai mia sorella mescolare il
contenuto della pentola e riflettei su
quanto sembrasse giovane, con quei
capelli biondissimi, quasi bianchi,
che le ricadevano sulle spalle, e la
lunga frangia che spesso le copriva
gli enormi occhi azzurri,
nascondendoli come un sipario.
Trovavo difficile pensare che Star
fosse una donna di ventisette anni.
«Allora, come te la passi a
Londra?» le chiesi.
«Bene, mi sembra. Mi piace qui.»
«E come sta andando il corso di
cucina?»
«L’ho finito. È andato bene.»
«Quindi pensi di tentare una
carriera nella ristorazione?»
insistetti, sperando di ricevere una
risposta un po’ più elaborata.
«Non penso che faccia per me.»
«Capisco. Hai qualche idea di cosa
farai?»
«Non lo so.»
E a quel punto calò il silenzio,
come accadeva spesso nelle
conversazioni con Star. Dopo un po’
proseguì: «Allora, come stai, Ally?
Deve essere terribile per te, dopo la
morte di Pa’».
«Non so dirti come sto, a essere
sincera. È cambiato tutto. Il mio
futuro era deciso e stabilito, e
all’improvviso ogni cosa è svanita.
Ho detto al manager della nazionale
svizzera che non prenderò parte ai
provini per le Olimpiadi. Non ce la
posso fare, non ancora. In molti mi
hanno detto che ho sbagliato e mi
sento in colpa per non avere la forza
di continuare, ma non mi sembra
giusto, ecco. Tu che ne pensi?»
Star si scostò la frangia dagli occhi
e mi guardò con aria esitante.
«Penso che devi fare esattamente
quello che ti senti di fare, Ally. Ma a
volte è molto difficile, vero?»
«Sì, è vero. Non vuoi deludere
nessuno.»
«Esatto.» Star sospirò e posò lo
sguardo sulle ampie finestre, poi
riportò l’attenzione sui fornelli e
cominciò a impiattare il contenuto
della pentola. «Mangiamo fuori?»
«Perché no?»
Guardai di nuovo il fiume e il
terrazzo che correva per tutta la
lunghezza della parete e mi chiesi
con una punta d’invidia quanto
pagassero di affitto. Non era certo il
tipico appartamento per una
studentessa d’arte senza un penny in
tasca e per la sua disorientata
sorella. A quanto pareva, CeCe era
riuscita a convincere Georg
Hoffman a finanziarla quando lei e
Star gli avevano fatto visita a
Ginevra.
Portammo il cibo in tavola, sul
terrazzo, tra una selva di
profumatissime piante che
crescevano rigogliose in una serie di
giganteschi vasi. «Sono bellissime.
Che pianta è quella?» chiesi,
indicando un vaso che conteneva
una disordinata massa di fiori
arancioni, bianchi e rosa.
«Si chiama Sparaxis tricolor,
conosciuta con il nome comune di
sparaxis. Non credo le piaccia molto
la brezza che soffia dal fiume. In
teoria dovrebbe essere piantata in un
angolo riparato del giardino.»
«Le hai piantate tu?» chiesi,
mettendo in bocca uno dei noodle ai
frutti di mare che Star aveva
preparato.
«Sì, mi piacciono le piante. Le ho
sempre amate. Aiutavo Pa’ Salt nel
suo giardino, ad Atlantis.»
«Davvero? Non lo sapevo. Mio
Dio, è delizioso, Star» la elogiai,
anche se in realtà non è che avessi
troppa fame. «Oggi sto scoprendo in
te una serie di talenti che tenevi
nascosti. Io, in cucina, al massimo
me la cavo e non riuscirei a far
crescere neanche un filo d’erba in un
vaso, figuriamoci tutto questo ben di
Dio.» Indicai con un gesto il tripudio
di fiori che ci circondava.
Di nuovo ci fu una lunga pausa,
ma mi trattenni dal riempire quel
silenzio.
«Di recente ho riflettuto su cosa
sia in realtà il talento. Cioè, è un
dono riuscire a fare le cose con
facilità?» disse Star esitante. «Per
esempio, hai dovuto impegnarti
molto per suonare il flauto così
bene?»
«No, immagino di no. Non
all’inizio, almeno. Ma per
migliorare ho dovuto fare molta
pratica. Non credo che il talento
basti. Prendi ad esempio i grandi
compositori: non è sufficiente
sentire le note nella propria testa,
bisogna imparare a scriverle
pensando alla loro relazione con tutti
gli strumenti. Per farlo ci vogliono
anni di pratica e di perfezionamento.
Sono certa che tanti abbiano un
talento naturale per qualcosa, ma
senza coltivarlo e senza dedicarvisi
anima e corpo, non riusciranno mai
a esprimere appieno il loro
potenziale.»
Star annuì lentamente. «Hai finito,
Ally?» chiese, guardando il piatto
che avevo appena toccato.
«Sì. Scusa, Star. Era davvero
buonissimo, ma temo di non avere
molto appetito, ultimamente.»
In seguito parlammo delle nostre
sorelle e di quello che avevano fatto
finora. Star mi parlò di CeCe e di
come le sue “installazioni” la
tenessero occupata. Commentai la
scelta sorprendente di Maia di
trasferirsi a Rio e dissi che era
magnifico che almeno lei avesse
finalmente trovato la felicità.
«La cosa mi ha davvero rallegrata.
Ed è bellissimo vederti, Star» dissi
con un sorriso.
«Anche per me. E ora dove pensi
di andare?»
«In realtà potrei anche andare in
Norvegia a indagare sul mio
presunto luogo di nascita, stando
alle coordinate che ci ha lasciato Pa’
Salt.»
Sono sicura di aver assunto
un’espressione più sorpresa di quella
di Star, perché era la prima volta che
quell’idea mi balenava nella mente.
«Bene» fece Star. «Penso che
dovresti.»
«Dici di sì?»
«Perché no? Gli indizi di Pa’
potrebbero cambiarti la vita. Hanno
cambiato quella di Maia, no? E
anche… la mia, forse.»
«Davvero?»
«Sì.»
Calò di nuovo il silenzio, ma
sapevo che non sarebbe servito a
nulla incalzare Star per avere
ulteriori informazioni. «Ora devo
proprio andare. Grazie mille per il
pranzo.» Mi alzai, all’improvviso
stanchissima, con il desiderio di
tornare nel mio santuario. «È facile
trovare un taxi, da queste parti?»
chiesi mentre mi accompagnava alla
porta.
«Sì, gira a sinistra e sei sulla strada
principale. Ciao, Ally» disse e mi
baciò sulle guance. «Fammi sapere
se davvero andrai in Norvegia.»

Una volta rientrata nella casa di


Celia, immersa nel silenzio, salii in
camera da letto e aprii la custodia
che conteneva il mio flauto. Lo
guardai intensamente, come se
potesse rispondere a tutte le
domande che mi tormentavano. La
più pressante era dove andare
adesso. Sapevo che sarei potuta
andare a seppellirmi viva ad
“Altrove”. Una telefonata a Peter e
la sua bellissima casa di Anafi
sarebbe stata mia per tutto il tempo
che volevo. Avrei potuto trascorrere
un anno intero a ristrutturare il
prezioso fienile di Theo. Per quanto
mi sembrasse allettante quell’idea,
sapevo che in quel modo non sarei
mai riuscita ad andare oltre. Sarebbe
stato come restare aggrappata a lui.
Allo stesso modo, Atlantis sarebbe
stata la soluzione per me, in questo
momento? C’era rimasto qualcosa
per me, laggiù? D’altro canto,
qualsiasi cosa avessi scoperto in
Norvegia sarebbe stata fortemente
radicata nel mio passato, e io ero
una persona che guardava avanti, al
futuro. Ma, forse, dovevo guardare
al passato per riuscire ad andare
avanti. Decisi che la mia scelta
doveva essere estrema: fare ritorno
ad Atlantis o volare in Norvegia.
Magari qualche giorno di riflessione
in un Paese che non conoscevo –
lontana da tutto e da tutti – mi
avrebbe giovato. Nessuno, là,
conosceva la mia storia, e anche se
non avessi scoperto nulla, indagare
sulle mie origini mi avrebbe almeno
dato qualcosa su cui concentrarmi.
Cominciai a cercare un volo per
Oslo e ne trovai uno già per quel
pomeriggio. Dovevo partire
all’istante per arrivare in tempo a
Heathrow. Rimasi a fissare il vuoto,
cercando di prendere una decisione.
«Forza, Ally» mi dissi ad alta
voce, mentre con il cursore del
mouse indugiavo sul pulsante di
conferma della prenotazione.
«Cos’hai da perdere?»
Niente.
Ero pronta per sapere.
23

Mentre l’aereo sfrecciava verso


nord, in quel pomeriggio di fine
agosto, passai in rassegna le
informazioni che avevo riguardo al
museo di Ibsen e del teatro
nazionale di Oslo. L’indomani
mattina, decisi, avrei visitato
entrambi per capire se c’era
qualcuno che poteva aggiungere
altre informazioni a quelle che già
avevo su Jens Halvorsen.
Appena scesa dall’aereo,
all’aeroporto di Oslo, mi sentii
inaspettatamente leggera e pervasa
da una sensazione molto simile
all’entusiasmo. Superata la dogana,
mi recai immediatamente al banco
informazioni e chiesi alla hostess se
sapesse consigliarmi un albergo
vicino al museo di Ibsen. Nominò il
Grand Hotel, fece una telefonata e
mi disse che avevano libere solo le
stanze più costose.
«Va bene» dissi «prendo quello
che hanno.» La ragazza mi consegnò
un foglio che confermava la
prenotazione, poi chiamò un taxi e
mi disse dove sarebbe arrivato.
Percorremmo il centro città con il
buio e mi fu difficile orientarmi o
farmi una prima impressione di
Oslo. Arrivata al Grand Hotel, fui
accompagnata subito dentro e,
completate le formalità, mi fu
indicata la mia stanza, che scoprii
chiamarsi “Suite Ibsen”.
«È sufficiente per ora, madam?»
mi chiese in inglese il portiere
consegnandomi la chiave.
Mi guardai intorno nel bellissimo
soggiorno, dove un elegante
candelabro pendeva dal soffitto e
varie fotografie di Henrik Ibsen
adornavano le pareti coperte di carta
da parati a righe; sorrisi a quella
coincidenza.
«È meravigliosa, grazie mille.»
Diedi la mancia al portiere e iniziai
a vagare per la suite in preda allo
stupore, pensando che avrei
tranquillamente potuto vivere lì
dentro. Dopo aver fatto una doccia,
uscii dal bagno al suono delle
campane che annunciavano la
mezzanotte e mi sentii felice di
essere lì. Mi infilai sotto le coperte
immacolate e caddi in un sonno
profondo.
Il mattino dopo mi alzai presto e
uscii sulla terrazza per ammirare la
città alla luce del nuovo giorno.
Sotto di me c’era una piazza
circondata da alberi, fiancheggiata
da un alternarsi di antichi edifici in
pietra e palazzi moderni. In
lontananza vidi un castello rosa
appollaiato in cima a una collina.
Rientrai e mi resi conto di non
aver mangiato nulla dal pranzo del
giorno prima. Ordinai la colazione
in camera, poi mi sedetti sul letto in
vestaglia, sentendomi come una
principessa nel suo nuovo palazzo.
Studiai la cartina che mi avevano
dato alla reception e vidi che il
museo di Ibsen era a pochi minuti di
cammino dall’albergo.
Dopo colazione mi vestii e scesi,
armata di cartina. Attraversai la
piazza e, all’improvviso, mi
raggiunse l’odore del mare,
ricordandomi all’improvviso che
Oslo sorgeva su un fiordo. Notai
anche il gran numero di persone
dalla pelle candida e dai capelli
rossi. In Svizzera, quando ero
piccola mi prendevano in giro per la
mia carnagione chiara, le lentiggini
e i ricci rossi. All’epoca la cosa mi
feriva, come succede sempre quando
si è bambini, e ricordo di aver
chiesto a Ma’, una volta, se potessi
tingermi i capelli.
«No, chérie, i tuoi capelli sono
bellissimi. Un giorno tutte quelle
ragazzine impertinenti ne saranno
gelose» mi aveva risposto.
Be’, pensai mentre camminavo, se
non altro qui passerò inosservata.
Mi fermai di fronte a un
imponente edificio in mattoni chiari,
il cui ingresso era decorato con
enormi colonne di pietra grigia.
TEATRO NAZIONALE

Lessi l’iscrizione incisa sull’elegante


facciata e notai che sotto, su placche
di pietra, si leggevano anche i nomi
di Ibsen e di altri due uomini che
non conoscevo. Era stato in
quell’edificio che si era svolta la
storica prima del Peer Gynt? Con
mio grande disappunto, vidi che il
teatro era chiuso, perciò continuai a
camminare lungo l’affollata strada
finché non arrivai davanti
all’ingresso del museo di Ibsen.
Entrai e mi ritrovai in una piccola
libreria; sulla parete alla mia sinistra
c’era un manifesto su cui erano
stampate le date dei principali eventi
della carriera di Ibsen. Il cuore
cominciò a battermi un po’ più forte
quando lessi: «24 febbraio 1876 –
prima rappresentazione del Peer
Gynt al teatro di Christiania».
«God morgen! Kan eg hjelpe
deg?» mi chiese la ragazza dietro il
bancone.
«Parla inglese?» fu la mia prima
domanda.
«Ma certo» fece con un sorriso.
«Posso aiutarla?»
«Be’, sì, o almeno lo spero.» Presi
la fotocopia della copertina del libro
che tenevo in borsa e la posai sul
bancone di fronte a lei. «Mi chiamo
Ally D’Aplièse e sto facendo delle
ricerche su un compositore di nome
Jens Halvorsen e su sua moglie
Anna. Hanno partecipato entrambi
alla prima originale del Peer Gynt
che si è tenuta al teatro di
Christiania. Mi chiedevo se ci fosse
qualcuno in grado di dirmi qualcosa
di più sul loro conto.»
«Io non posso aiutarla, sono solo
una stagista» confessò. «Ma proverò
a cercare Erik, il direttore del
museo.»
«Grazie.»
La ragazza scomparve dietro una
porta e io mi aggirai per il negozio.
Presi una copia in inglese del Peer
Gynt. Come minimo, pensai, dovrei
leggerla.
«Sì, Erik c’è e scenderà per parlare
con lei tra poco» confermò la
ragazza rientrando nella libreria. La
ringraziai e acquistai il libro.
Pochi minuti dopo comparve un
signore elegante dai capelli bianchi.
«Salve, signorina D’Aplièse, sono
Erik Edvardsen» si presentò,
stringendomi la mano. «Ingrid ha
detto che le interessano Jens e Anna
Halvorsen?»
«Sì» risposi e gli mostrai la
fotocopia della copertina del libro.
La prese e la osservò, annuendo.
«Dovremmo averne una copia, di
sopra. Le dispiacerebbe seguirmi?»
Mi guidò oltre una porta che dava
su un austero corridoio. Passare
dalla modernità della libreria a quel
luogo antico fu come tornare
indietro nel tempo. Aprì il cancello
del vecchio ascensore, lo chiuse
dietro di noi e spinse un pulsante.
Mentre salivamo, mi indicò un piano
dell’edificio: «Qui c’è
l’appartamento nel quale Ibsen ha
trascorso gli ultimi undici anni della
sua vita. Siamo fortunati a poterne
custodire la memoria». Uscimmo
dall’ascensore ed entrammo in una
stanza ariosa, con le pareti coperte
da cima a fondo di libri. «Allora, lei
è una storica?» chiese.
«No, no» risposi. «Il libro mi è
stato lasciato in eredità da mio
padre, che è morto qualche
settimana fa. In realtà, dovrei dire
che più che un lascito è un indizio,
perché non sono ancora certa di cosa
abbia a che fare con me. Al
momento sto facendo tradurre tutto
il testo in inglese e non ho letto che i
primi capitoli. Quello che so finora è
che Jens Halvorsen era il musicista
che ha suonato le battute iniziali del
Mattino alla prima del Peer Gynt. E
sua moglie, Anna, era la voce nelle
canzoni di Solveig.»
«A essere onesto, non so quanto
possa aiutarla, perché il mio campo
è ovviamente Ibsen, non Grieg.
Dovrebbe parlare con un esperto e la
persona giusta è il curatore del
museo di Grieg, a Bergen.
Comunque,» disse, guardando
attentamente sugli scaffali «posso
farle vedere una cosa. Ah, eccolo
lì.» Prese un grosso volume antico
dallo scaffale. «Questo è stato scritto
da Rudolf Rasmussen, conosciuto
col soprannome di “Rude”, uno dei
bambini scritturati per il primo cast
del Peer Gynt.»
«Sì! Nel libro si parlava anche di
lui. Era il messaggero che faceva da
tramite tra Anna e Jens quando si
sono innamorati, a teatro.»
«Davvero?» disse Erik sfogliando
le pagine. «Ecco, queste sono le
fotografie di quella serata, con tutto
il cast in costume.»
Mi passò il libro e fissai incredula
i volti delle persone le cui storie
avevo letto solo poco tempo prima.
C’era Henrik Klausen che
interpretava Peer Gynt e Thora
Hansson nei panni di Solveig.
Cercai di riconoscere l’attrice
famosa sotto quei semplici abiti da
contadina. Altre foto mostravano il
resto del cast, anche se sapevo che
non vi avrei trovato Anna.
«Posso farle delle fotocopie delle
foto, se desidera» propose Erik.
«Così potrà studiarle a suo
piacimento.»
«Sarebbe magnifico, grazie.»
Mentre Erik andava alla
fotocopiatrice, mi cadde lo sguardo
su una stampa raffigurante un
vecchio teatro. «Oggi sono stata al
teatro nazionale e ho potuto soltanto
immaginare come fosse quando è
stato messo in scena il Peer Gynt»
commentai per rompere il silenzio.
«In realtà la prima del Peer Gynt
non è stata messa in scena al teatro
nazionale, ma al teatro di
Christiania.»
«Oh, pensavo fosse lo stesso teatro
che aveva semplicemente cambiato
nome.»
«Purtroppo il vecchio teatro di
Christiania è chiuso da tempo. Si
trova a Bankplassen, a quindici
minuti da qui. Oggi è un museo.»
Rimasi a fissare la schiena di Erik,
colta dallo stupore. «Non intenderà
mica il museo di arte
contemporanea, vero?»
«Precisamente. Il teatro di
Christiania è stato chiuso nel 1899,
quando tutto ciò che riguardava la
musica fu trasferito al nuovo teatro
nazionale. Ecco» e mi passò le
fotocopie.
«Be’, sono certa di averle rubato
fin troppo tempo, grazie per avermi
ricevuta.»
«Prima di andarsene, prenda
l’indirizzo mail del curatore del
museo di Grieg. Gli dica che la
mando io. Sono certo che sarà in
grado di aiutarla molto più di me.»
«Signor Edvardsen, le assicuro che
mi ha aiutato moltissimo, invece»
confermai mentre annotavo
l’indirizzo mail del suo collega.
«Certo, anch’io cedo all’evidenza
dei fatti: la musica composta da
Grieg per il Peer Gynt ha messo in
ombra perfino il poema stesso»
ammise con un sorriso,
accompagnandomi all’ascensore.
«Arrivederci, signorina D’Aplièse.
Spero mi farà sapere se riuscirà a
risolvere il mistero. Sono sempre
qui, se le servono ulteriori
informazioni.»
«La ringrazio.»
Uscii dal museo e tornai al Grand
Hotel quasi di corsa. Le coordinate
della sfera armillare assumevano
finalmente un senso. Entrai nel
Grand Café, situato in un angolo
della hall. Guardando l’affresco
originale di Ibsen sulla parete sentii
che, in qualche modo, Jens e Anna
facevano parte della mia storia.
A pranzo scrissi una mail al
curatore del museo di Grieg, come
mi aveva consigliato Erik. Poi, per
pura curiosità, presi un taxi fino al
vecchio teatro di Christiania. Il
museo di arte contemporanea
sorgeva in una piazza, con una
fontana al centro. L’arte moderna
non faceva per me; magari a CeCe
sarebbe piaciuto, ma io decisi di non
entrare. Poi vidi l’Engebret Café
dall’altra parte della piazza e mi
diressi lì.
Una volta entrata, mi guardai
intorno e vidi tavoli rustici e sedie di
legno, proprio come mi ero
immaginata dalla descrizione che
Jens faceva nel libro. Un odore
particolare pervadeva l’aria: un
misto di alcol stantio, polvere e un
lievissimo sentore di umido. Chiusi
gli occhi e mi immaginai Jens e i
suoi colleghi dell’orchestra seduti lì
dentro, oltre un secolo prima, che
affogavano i dispiaceri
nell’acquavite. Ordinai un caffè al
bar e bevvi quel liquido caldo e
amaro, presa dalla frustrazione di
non poter leggere il resto della storia
finché non l’avessi ricevuta dalla
traduttrice.
Uscii dall’Engebret e, cartina alla
mano, decisi di tornare in albergo a
piedi, con calma, immaginandomi
Anna e Jens che percorrevano quelle
stesse strade. La città era
ovviamente cambiata da allora, ma
se alcune parti erano ultramoderne,
c’erano ancora dei pregevoli edifici
antichi. Tornata al Grand Hotel,
decisi che Oslo aveva un suo
fascino. C’era qualcosa di
confortante nella sua compattezza
che mi faceva sentire a casa.
Una volta rientrata nella suite,
controllai la posta e vidi che il
curatore del museo di Grieg mi
aveva già risposto:
Cara signorina D’Aplièse,
sì, conosco la storia di Jens e Anna
Halvorsen. Edvard Grieg è stato una
specie di mentore per entrambi,
come forse già saprà. Lavoro a
Troldhaugen, appena fuori Bergen,
dalle nove alle sedici ogni giorno, e
sarei felice di incontrarla e aiutarla
nella sua ricerca.
Cordiali saluti,
Erling Dahl Jr.

Non avevo idea di dove fosse


Bergen, perciò cercai su Google una
carta della Norvegia e vidi che
sorgeva sulla costa nord-occidentale;
quasi sicuramente avrei dovuto
raggiungerla in aereo. Non mi ero
resa conto, fino a quel momento, di
quanto fosse grande quel Paese:
dopo Bergen, il territorio norvegese
si estendeva per un lungo tratto
verso l’Artico. Decisi di prenotare
un volo per il mattino seguente e
scrissi al signor Dahl per avvertirlo
che sarei arrivata a Bergen
l’indomani a mezzogiorno.
Erano da poco passate le sei e
fuori c’era ancora luce. Immaginai i
lunghi inverni in quelle zone,
quando il sole scompariva dopo
pranzo e la neve cadeva copiosa,
ammantando ogni cosa di bianco. E
riflettei sul fatto che le mie sorelle
dicevano spesso che sembravo
insensibile al freddo, che aprivo
sempre le finestre per far entrare
l’aria fresca. Pensavo che fosse
l’abitudine a vivere in spazi aperti
per via del mestiere che facevo. Poi,
però, mi ricordai come Maia
sopportasse tranquillamente il caldo
e si abbronzasse dopo pochi minuti
di sole, mentre io diventavo rossa
come una barbabietola. Forse
l’inverno faceva parte del mio DNA,
mentre i climi caldi e assolati
facevano parte di quello di Maia?
Involontariamente ripensai a Theo,
come facevo sempre quando calava
la notte. Ero certa che gli sarebbe
piaciuto tanto accompagnarmi in
quel viaggio, e avrebbe analizzato le
mie reazioni passo dopo passo. Mi
infilai nel letto, fin troppo grande
per me, e mi chiesi se nel mio futuro
avrei trovato qualcuno in grado di
prendere il suo posto. Ne dubitavo
fortemente. Prima di cadere nella
depressione, misi la sveglia alle
sette, chiusi gli occhi e cercai di
dormire un po’.
24

La Norvegia vista dall’alto era


semplicemente stupenda. Sotto di
me, immense foreste verde scuro si
estendevano dalle rive dei fiordi blu
alle pendici delle montagne coperte
da nevi perenni. Appena atterrata
all’aeroporto di Bergen, salii su un
taxi per recarmi a Troldhaugen, un
tempo casa di Grieg e oggi museo.
La campagna che fiancheggiava
l’autostrada era monotona: solo
alberi che si susseguivano senza
sosta. Quando uscimmo
dall’autostrada imboccammo una
stretta strada di campagna.
Il taxi accostò di fronte a
un’incantevole villetta di legno
giallo chiaro. Rimasi immobile per
un attimo a guardare l’edificio,
osservando le grosse finestre con la
struttura dipinta di verde e il balcone
a graticcio del primo piano. In un
angolo sorgeva una torretta e la
bandiera norvegese sventolava alla
brezza su una lunga asta.
La casa era situata su una collina
che dava su un lago, ed era
circondata da prati erbosi e da alti e
maestosi alberi. Stupita dalla
bellezza e dalla tranquillità di quel
luogo, entrai in un edificio moderno,
l’ingresso del museo, e mi presentai
alla ragazza della reception. Mentre
le chiedevo se c’era il curatore,
abbassai lo sguardo sul bancone in
vetro e rimasi senza fiato.
«Mon Dieu!» mormorai. Per lo
shock ero tornata senza rendermene
conto alla mia lingua madre. Sotto il
banco ben visibili, c’erano tante
piccole ranocchie marroni in fila,
identiche a quella che avevo trovato
nella busta di Pa’ Salt.
«Erling, il curatore, arriverà tra un
attimo» disse la ragazza
riagganciando il telefono.
«Grazie. Posso chiederle perché
vendete queste rane?»
«Grieg portava sempre con sé una
rana così, come portafortuna» spiegò
la ragazza. «Se la teneva sempre in
tasca ovunque andasse e le dava la
buonanotte prima di dormire.»
«Salve, signorina D’Aplièse. Sono
Erling Dahl. Com’è andato il volo?»
Accanto a me era comparso un
bell’uomo dai capelli grigi.
«Oh, bene, grazie» risposi,
cercando di riprendermi dopo quella
rivelazione sulle rane. «E la prego,
mi chiami Ally.»
«D’accordo, Ally. Posso chiederle
se ha fame? Invece di andare a
sederci nel mio piccolo ufficio,
potremmo andare al caffè all’angolo
e parlare davanti a un sandwich. Può
lasciare il suo bagaglio a Else» e
indicò la ragazza dietro il bancone.
«Mi sembra una buona idea»
accettai, passando la sacca alla
ragazza con un cenno di
ringraziamento. Seguii Dahl
attraverso una serie di porte, finché
non entrammo in una stanza le cui
pareti erano quasi interamente di
vetro: la vista del lago tra gli alberi
era mozzafiato. Rimirai la distesa
d’acqua scintillante che, punteggiata
da isolette coperte di pini, si perdeva
in lontananza, all’orizzonte.
«Il lago Nordås è magnifico,
vero?» disse Erling. «A volte ci
dimentichiamo di quanto siamo
fortunati a lavorare in un posto del
genere.»
«È straordinario» commentai,
senza fiato. «Siete fortunati, è vero.»
Ordinammo un caffè e due
sandwich, poi Erling mi chiese in
che modo potesse aiutarmi. Di
nuovo, tirai fuori la fotocopia del
libro di Pa’ Salt e gli spiegai cosa
volevo sapere.
Prese il foglio e lo studiò. «Non ho
mai letto questo libro, anche se so
più o meno di cosa parla. Di recente
ho aiutato Thom Halvorsen, l’ultimo
discendente di Jens e Anna, nelle
ricerche per una nuova biografia.»
«Sì, l’ho già ordinata negli Stati
Uniti. Conosce davvero Thom
Halvorsen?»
«Ma certo. Vive a pochi minuti da
qui. Bergen è molto piccola. Thom
suona il violino nella filarmonica e
di recente è stato promosso
assistente del direttore.»
«Allora sarebbe possibile
incontrarlo?» chiesi, mentre ci
servivano i nostri sandwich.
«Sono certo di sì, ma al momento
è in tour con l’orchestra negli Stati
Uniti. Dovrebbe tornare tra pochi
giorni. A che punto è arrivata,
finora, con le ricerche?»
«Non ho ancora finito di leggere la
biografia originale, perché sto
aspettando il resto della traduzione.
Sono arrivata al punto in cui Jens
viene cacciato di casa dal padre e
Anna Landvik ottiene la parte di
Solveig nell’opera.»
«Capisco.» Erling mi sorrise, poi
controllò l’orologio. «Purtroppo non
ho tempo di dirle altro, adesso,
perché tra mezz’ora c’è il concerto
di mezzogiorno. Finisca di leggere
la biografia di Jens, poi ne
riparleremo.»
«Dov’è il concerto?»
«Nel nostro auditorium, chiamato
Troldsalen. Abbiamo un pianista che
esegue la musica di Grieg durante i
mesi estivi. Oggi ci sarà il Concerto
per pianoforte in La minore.»
«Davvero? Allora le dispiace se
vengo anch’io?»
«Affatto» disse alzandosi. «Finisca
il sandwich, mentre io vado a
sincerarmi che proceda tutto bene
con il nostro pianista. Ci
raggiungerà all’auditorium.»
«Senz’altro. Grazie, Erling.»
Finito di mangiare, uscii e seguii le
indicazioni lungo la collina alberata
fino all’edificio che sorgeva in una
pineta. Entrai e scesi le scale
dell’auditorium, già pieno per due
terzi. Il piccolo palco, al centro del
quale si ergeva un magnifico
pianoforte Steinway, era circondato
da grandi finestre a tutta parete, che
lasciavano intravedere sullo sfondo
gli alberi e il lago.
Presi posto e, poco dopo, Erling
comparve sul palco con un ometto
esile dai capelli scuri che, anche da
quella distanza, aveva un aspetto
davvero singolare. Erling si rivolse
al pubblico, parlando prima in
norvegese e poi in inglese, a
beneficio dei molti turisti presenti.
«Sono onorato di presentarvi il
pianista Willem Caspari. Questo
giovanotto si è già fatto un nome in
tutto il mondo e di recente ha
suonato alla Royal Albert Hall di
Londra. Gli siamo grati di aver
accettato di dare lustro con la sua
presenza al nostro piccolo angolo di
mondo.»
Il pubblico applaudì e Willem
annuì impassibile, poi si sedette al
piano e attese che sull’auditorium
calasse il silenzio. Appena cominciò
a suonare le prime note chiusi gli
occhi e la musica mi trasportò di
nuovo ai giorni in cui frequentavo il
conservatorio di Ginevra, quando
assistevo ogni settimana a dei
concerti e spesso suonavo di fronte a
un pubblico. La musica classica, un
tempo, era la mia grande passione e
ciò nonostante, con mia grande
vergogna, mi resi conto che erano
passati almeno dieci anni dall’ultima
volta che avevo assistito a un
concerto. Sentii la tensione dentro di
me sciogliersi mentre ascoltavo
Willem suonare con le sue abili
mani che danzavano sui tasti. E mi
promisi di rimediare.
Alla fine del concerto, Erling mi
chiamò e mi portò dietro il palco per
presentarmi Willem Caspari. Aveva
un viso spigoloso, la pelle bianca
tirata all’altezza degli zigomi, due
occhi color turchese e labbra rosse
come il sangue. In lui tutto sembrava
immacolato, dai capelli scuri
pettinati alla perfezione fino alla
punta delle scarpe nere. Ricordava
un po’ un vampiro.
«Grazie mille» mi complimentai.
«È stato davvero molto bello.»
«È un piacere, signorina
D’Aplièse» rispose lui, asciugandosi
discretamente la mano con un
fazzoletto bianco prima di stringere
la mia. Mi studiò con attenzione.
«Sono abbastanza sicuro che ci
siamo già incontrati.»
«Davvero?» dissi, imbarazzata.
«Sì. Ho studiato al conservatorio
di Ginevra. Credo che lei fosse ai
primi anni quando io stavo per
diplomarmi. Oltre ad avere una
memoria eccellente per i visi,
ricordo anche il suo cognome, che
mi aveva colpito all’epoca per la sua
particolarità. È flautista, vero?»
«Sì» risposi, sorpresa. «O almeno,
lo ero.»
«Davvero, Ally? Non me l’ha
detto, prima» intervenne Erling.
«Be’, è passato tanto tempo,
ormai.»
«Non suona più?» chiese Willem,
raddrizzando il colletto con gesto
quasi inconsapevole.
«Non proprio, no.»
«Se ricordo bene, una volta sono
venuto a un suo saggio. Ha eseguito
una sonata per flauto e pianoforte.»
«Sì, è vero. Ha davvero una
memoria incredibile!»
«Per le cose che voglio ricordare,
sì. Ha i suoi vantaggi ma anche tanti
svantaggi, gliel’assicuro.»
«È interessante, visto che il
musicista su cui Ally sta facendo
ricerche era a sua volta un flautista»
osservò Erling.
«E su chi sta facendo ricerche, se
non sono indiscreto?» domandò
Willem, con gli occhi luminosi che
fissavano i miei.
«Un compositore norvegese di
nome Jens Halvorsen e sua moglie
Anna, che era una cantante.»
«Temo di non conoscerli.»
«Erano entrambi molto noti qui in
Norvegia, specialmente Anna» disse
Erling. «Dunque, non so quali siano
i suoi piani; potrebbe visitare la casa
di Grieg e magari anche la capanna
sulla collina dove componeva.»
«Sì, grazie, volentieri.»
«Le dispiace se vengo con lei?»
chiese Willem, che ancora mi
scrutava con la testa piegata di lato.
«Sono arrivato a Bergen solo ieri
sera e non ho ancora avuto la
possibilità di dare un’occhiata in
giro.»
«Per nulla. Però diamoci del tu»
risposi. Decisi che era meglio andare
in giro con lui, piuttosto che
restarmene lì, soggetta al suo attento
scrutinio.
«Allora vi lascio soli» disse
Erling. «Passate nel mio ufficio a
salutarmi prima di andarvene. E
grazie per la splendida esecuzione di
oggi, Willem.»
Willem e io seguimmo Erling fuori
dall’auditorium, e insieme ci
incamminammo tra gli alberi, in
direzione della casa. Entrammo nella
villetta; il soggiorno aveva
pavimenti in legno e un pianoforte
Steinway in un angolo. Il resto della
stanza era arredato con alcuni mobili
rustici da campagna e altri più
eleganti, in noce e mogano. Sulle
pareti, ritratti e dipinti di paesaggi si
sfidavano per attirare l’attenzione.
«Sembra ancora una casa abitata»
commentai.
«Sì, è vero» concordò Willem.
Per tutta la stanza erano sparse
fotografie di Grieg e di sua moglie
Nina; una in particolare, che ritraeva
la coppia in piedi accanto al
pianoforte, attirò la mia attenzione.
Nina sorrideva dolcemente, mentre
l’espressione di Grieg sotto le folte
sopracciglia e i baffi era
impenetrabile.
«Erano così piccoli, rispetto al
piano» osservai. «Due bamboline!»
«Sembra che fossero alti a
malapena un metro e cinquanta. E
sapevi che Grieg aveva un polmone
collassato? Si metteva un piccolo
cuscino sotto la giacca per farsi
fotografare ed è per questo che si
tiene sempre una mano sul petto.»
«Che tenerezza» mormorai, mentre
ci aggiravamo per la sala
esaminando i vari oggetti in mostra.
«Allora, perché hai abbandonato la
musica?» mi chiese all’improvviso
Willem. Era un modo di conversare
che stavo cominciando a capire:
sembrava che nella sua testa ci fosse
una scatola piena di “argomenti già
accennati”, che doveva sviscerare a
fondo, uno a uno, prima di
procedere col successivo.
«Sono diventata una marinaia
professionista.»
«E hai cominciato a suonare
l’hornpipe?» Ridacchiò della
battuta. «Ti manca suonare?»
«A essere sincera, non ne ho avuto
proprio il tempo negli ultimi anni. Il
mare è stato la mia vita.»
«Io non potrei immaginare una
vita senza musica» disse Willem
indicando il pianoforte di Grieg.
«Questo strumento è la mia croce e
la mia delizia, la linfa vitale della
mia esistenza. A volte faccio degli
incubi in cui mi viene l’artrite alle
dita. Senza la mia musica non avrei
nulla, sai?»
«Evidentemente credi nelle tue
abilità più di quanto lo faccia io.
Avevo la sensazione di aver
raggiunto un punto di stallo durante
gli anni del conservatorio. Per
quanto mi esercitassi, non mi pareva
di migliorare affatto.»
«Ho avuto questa stessa
sensazione per anni, ogni giorno.
Penso sia una questione di
convinzione. Io devo credere che
otterrò dei miglioramenti, altrimenti
mi ucciderei. Andiamo a dare
un’occhiata alla capanna in cui il
grand’uomo ha composto alcuni dei
suoi capolavori?»
La capanna si trovava a poca
distanza dalla casa. Sbirciando
attraverso i vetri della porta
d’ingresso, vidi un modesto
pianoforte verticale appoggiato a
una parete, con una sedia a dondolo
accanto e una scrivania piazzata
proprio davanti alla grossa finestra
che dava sul lago. E lì, sulla
scrivania, c’era un’altra rana,
identica alla mia. Decisi di non
condividere con Willem quel piccolo
segreto.
«Che vista…» sospirò lui. «È
sufficiente a ispirare chiunque.»
«Ma è molto isolata, non credi?»
«A me non importerebbe. Io sto
bene da solo. Sono autosufficiente,
diciamo» disse, stringendosi nelle
spalle.
«Anch’io, ma penso comunque
che alla fine impazzirei. Torniamo
indietro, che dici?»
«Sì.» Willem controllò l’orologio.
«Alle quattro verrà una giornalista a
intervistarmi in albergo, la ragazza
alla reception ha detto che mi
avrebbe chiamato un taxi. Dove
alloggi? Magari posso darti uno
strappo in città.»
«In realtà, non ho prenotato da
nessuna parte, ancora» dissi, mentre
ripercorrevamo la collina. «Sono
certa che troverò qualcosa al Centro
informazioni turistiche, in città.»
«Puoi prendere una camera dove
alloggio io. È un hotel dignitoso e si
trova sul vecchio lungomare, con
una bella vista sul fiordo. Mi
sorprende questo tuo atteggiamento
rilassato» aggiunse mentre
rientravamo nella zona della
reception. «Quando viaggio, io devo
sempre prenotare con settimane
d’anticipo, perché voglio sapere
esattamente dove alloggerò,
altrimenti vado nei pazzi.»
«Saranno stati tutti gli anni
trascorsi in barca a darmi questo
atteggiamento più laissez-faire.
Posso dormire praticamente
ovunque.»
«E sarà che io invece sono più
pignolo della maggior parte delle
persone che conosco. La mia
ossessione per l’organizzazione
manda fuori di testa tutti quelli che
mi stanno intorno.»
Presi la mia sacca da Else, poi
attesi all’ingresso mentre Willem
chiedeva un taxi. Lo osservavo con
discrezione, e pensai che la sua
tensione interiore si rivelasse
particolarmente nel modo in cui
camminava. Marciava come un
soldato, i muscoli tesi, le mani che si
aprivano e si chiudevano mentre
Else parlava con la compagnia dei
taxi.
Ossessionato… fu questa la parola
che mi venne in mente.
«Allora, dove vivi quando non
navighi o te ne vai in giro per il
mondo a cercare musicisti morti e
sepolti?» mi chiese quando salimmo
sul taxi.
«A Ginevra, nella casa della mia
famiglia.»
«Quindi non hai un posto tutto per
te.»
«No, non ne ho mai avuto davvero
bisogno. Sono sempre stata in giro.»
«Ecco un’altra cosa in cui siamo
diversi. Il mio appartamento di
Zurigo è il mio rifugio. Pensa, ogni
volta devo trattenermi dal chiedere
agli ospiti di togliersi le scarpe o dal
dare loro salviette antibatteriche.»
Con la mente tornai all’episodio di
poco prima, quando si era asciugato
di nascosto la mano dopo aver
suonato il pianoforte.
«So di essere un po’ strano»
riprese con tono affabile «perciò non
c’è alcun bisogno di sentirsi
imbarazzati a pensarlo.»
«Gran parte dei musicisti che ho
conosciuto sono persone
eccentriche. Sarei tentata di credere
che faccia parte del corredo genetico
dei soggetti artistici.»
«O “autistici”, come mi dice
sempre il mio strizzacervelli. Forse
la linea che separa le due cose è
sottile. Mia madre dice che avrei
bisogno di una persona accanto per
venirne fuori, ma non riesco a
immaginare qualcuno in grado di
resistere a tutte le mie fobie. Tu hai
un compagno?»
«Ce… ce l’avevo, ma è morto
poche settimane fa» dissi, guardando
fuori dal finestrino.
«Mi dispiace tanto, Ally, le mie
condoglianze.»
«Grazie.»
«Non so cosa dire.»
«Non preoccuparti, nessuno lo sa»
lo consolai.
«È per questo che sei qui in
Norvegia?»
«Sì, immagino di sì.»
Il taxi cominciò a costeggiare
l’incantevole lungomare
fiancheggiato da edifici dalla
facciata in legno, colorati di bianco,
porpora, ocra e giallo, con ripidi tetti
ricoperti di tegole rosse. Tutti i
colori all’improvviso si sfocarono.
Avevo le lacrime agli occhi.
«Be’,» Willem si schiarì la voce
dopo una lunga pausa «di solito non
ne parlo, ma so che cosa stai
passando. La persona con cui vivevo
è morta cinque anni fa, subito dopo
Natale. Non è un bel ricordo.»
«Oh, dispiace tanto anche a me.»
Gli sfiorai la mano e stavolta fu lui a
guardare da un’altra parte.
«Nel mio caso è stata una
benedizione. Jack soffriva di una
bruttissima malattia. E tu?»
«Un incidente di vela. Un attimo
c’era, quello dopo non c’era più.»
«A essere sincero, non so cosa sia
peggio. Io ho avuto il tempo di
farmene una ragione, certo, ma ho
dovuto assistere alla morte di chi
amavo. Ancora non l’ho superata.
Comunque, non volevo deprimerti
più di quanto tu non sia già,
scusami.»
«Non scusarti. È confortante, in un
certo senso, sapere che anche altri ci
sono passati» risposi. Il taxi si fermò
di fronte a un alto edificio di
mattoni.
«Ecco il mio albergo. Perché non
scendi per chiedere se hanno una
stanza? Dubito tu possa trovare di
meglio.»
«Di sicuro, per quanto riguarda la
vista non potrei chiedere di più»
concordai. Uscii dal taxi e vidi che
l’Hotel Havnekontoret era a pochi
metri dal molo, dove era ancorato un
bellissimo scuner a due alberi. «A
Theo sarebbe piaciuto» mormorai,
felice di poter dire frasi del genere
con la consapevolezza che Willem
avrebbe capito.
«Vieni, ti prendo il bagaglio.»
Chiesi al tassista di aspettare
qualche minuto, poi seguii Willem
nell’albergo e chiesi se avevano
stanze libere. Ne prenotai una, tornai
fuori e dissi al tassista che poteva
andare.
«Bene, sono felice che ti sia
sistemata.» Willem si aggirava, teso,
nella hall. «Sembra che la mia
giornalista sia arrivata. È una cosa
che detesto, ma ormai… Ci vediamo
dopo.»
«Certo.» Si allontanò in direzione
di una donna che lo attendeva nel
salone d’ingresso.
Dopo essermi fatta dare la
password per il collegamento wi-fi,
presi l’ascensore e salii nella mia
stanza. Si trovava nel sottotetto e da
lì si godeva di una vista stupefacente
sulla baia. Stava già calando la sera,
mi spogliai e accesi il computer.
Mentre aspettavo che si connettesse,
ripensai a Willem e a come,
nonostante tutte le sue stranezze, mi
fosse piaciuto sin da subito.
Controllai le mail e vidi che mi
aveva riscritto Magdalena Jensen, la
traduttrice.
Da: magdalenajensen1@trans.no
A: allygeneva@gmail.com
Oggetto: Grieg, Solveig og Jeg /
Grieg, Solveig e me, 1 settembre
2007

Cara Ally,
in allegato troverà il resto della
traduzione. Rispedirò l’originale del
libro all’indirizzo di Ginevra che mi
ha fornito. Spero che si goda la
lettura, è una storia molto
interessante.
Cordiali saluti,
Magdalena

Aprii l’allegato. E ricominciai a


leggere…
Anna
Christiania, Norvegia
Agosto 1876
25

«Anna, kjære, che gioia averti di


nuovo con noi» disse Frøken
Olsdatter accogliendo Anna
nell’appartamento. «Con Herr Bayer
ancora a Drøbak, la vita qui è stata
fin troppo silenziosa. Hai trascorso
delle buone vacanze in campagna?»
«Sì, grazie, anche se sono durate
troppo poco» rispose Anna,
seguendo Frøken Olsdatter nel
soggiorno.
«Un po’ di tè?»
«Sì, grazie.»
«Allora te lo porto subito.»
Frøken Olsdatter lasciò la stanza e
Anna pensò a quanto fosse felice di
essere tornata a Christiania e di
essere di nuovo oggetto delle gentili
attenzioni della governante. Sarò
diventata viziata, ma non mi
importa, pensò. Accolse con
sollievo l’idea che quella notte
avrebbe dormito su un comodo
materasso e si sarebbe svegliata
l’indomani con la colazione a letto.
Per non parlare poi del lusso di un
bagno caldo…
Frøken Olsdatter interruppe quei
pensieri rientrando in soggiorno con
una tazza di tè. «Ho delle notizie per
te» le disse, versando la bevanda in
due tazze di porcellana e
porgendone una ad Anna. «Herr
Bayer non potrà ancora fare ritorno
a Christiania. La sua povera madre è
molto malata e non può lasciarla.
Pensa che si spegnerà presto e,
ovviamente, vuole restare con lei.
Perciò sei affidata a me fino al suo
ritorno.»
«Sono molto dispiaciuta che la sua
cara madre stia così male» rispose
Anna, anche se non le dispiaceva
affatto che il ritorno di Herr Bayer
subisse un ritardo.
«Le prove sono di giorno, perciò ti
accompagnerò in tram per andare e
tornare. Quando avrai finito il tuo tè,
vai a controllare il nuovo
guardaroba. Gli abiti invernali che
Herr Bayer ha ordinato sono arrivati
da poco. Sono davvero splendidi.
C’è anche una lettera per te, te l’ho
lasciata in camera.»
Dieci minuti dopo, Anna aprì le
ante dell’armadio e lo trovò pieno di
meravigliosi abiti confezionati a
mano. C’erano camicie fatte con la
seta e con la mussola più pregiate,
gonne di lana morbidissima e due
eleganti abiti da sera: uno color
topazio e l’altro di un bellissimo
rosa scuro. C’erano anche due
corsetti nuovi, diverse paia di
mutandoni e calze fini come tele di
ragno.
Il pensiero che Herr Bayer avesse
ordinato per lei degli indumenti
intimi la fece rabbrividire, ma
scacciò quell’idea convincendosi
che doveva essere stata per forza
Frøken Olsdatter a occuparsi di
quelle cose. Su una panca erano
posate due paia di scarpe con il
tacco, uno dei quali era dello stesso
rosa scuro dell’abito, con una
piccola fibbia d’argento, e l’altro di
un morbido color avorio con
decorazioni bianche. Mentre
provava le scarpe rosa, lo sguardo le
cadde su una cappelliera, che aprì
con delicatezza. Non appena vide
cosa conteneva, ebbe un sussulto. Il
cappello era abbinato all’abito rosa e
sfoggiava la più elaborata
combinazione di piume e nastri che
avesse mai visto. Anna ripensò al
giorno in cui era arrivata alla
stazione di Christiania, quando era
rimasta a bocca aperta nel vedere i
cappellini delle signore. Questo,
pensò mentre lo indossava con
attenzione, è ancora più bello.
Mentre si esercitava a camminare
con le nuove scarpe e il cappellino,
si sentiva in qualche modo più alta e
matura, e pensò con incredulità a
quante cose erano cambiate dal
giorno in cui era arrivata.
Poi, con il cappello ancora in testa,
si sedette e prese la lettera che le
aveva lasciato Frøken Olsdatter. Con
un sospiro vide che era di Lars e la
aprì con esitazione, temendo di
leggere quello che c’era scritto.
Stalsberg Våningshuset
Tindevegan
Heddal

22 luglio 1876

Kjære Anna,
avevo promesso che ti avrei scritto
riguardo alla breve conversazione
che abbiamo avuto la sera del
matrimonio di tuo fratello.
Negli ultimi mesi è diventato del
tutto ovvio che la tua vita a
Christiania abbia modificato le tue
speranze e i tuoi progetti per il
futuro. Ti prego, mia cara Anna, non
sentirti in colpa per questo. È
naturale che siano cambiati. Hai un
grande talento ed è giusto che venga
coltivato da persone importanti che
possono farlo conoscere al mondo
intero.
Anche se i tuoi genitori credono che
poco o nulla sia cambiato, io mi
rendo conto invece che è cambiato
tantissimo. Interpretare la parte di
Solveig al teatro di Christiania, in
autunno, è un’opportunità che
porterà altri mutamenti. Per quanto
mi risulti difficile, quindi, devo
accettare il fatto che l’idea di
sposarmi possa non andarti più a
genio. Sempre che la cosa ti sia mai
risultata gradita, cosa di cui, peraltro,
dubito.
So bene che la tua morale e il tuo
buon cuore non avrebbero mai
permesso di dare voce ai tuoi veri
sentimenti che, oltre a ferire me,
avrebbero di sicuro rischiato di
deludere i tuoi genitori. Perciò, come
abbiamo già accennato, dirò loro che
ho deciso di non poterti più
aspettare. Tuo padre ha già comprato
la mia terra e la cosa mi sta bene.
Proprio come tu non sei una
domestica, io non sono un
contadino, e ora che mio padre è
morto, nulla mi trattiene più qui.
E credo di avere un’alternativa.
Anna, devo dirti che mi è arrivata la
risposta dalla Scribner, la casa
editrice di New York City alla quale
ti dissi di aver mandato le mie
poesie. Ebbene, desiderano
pubblicarle e mi hanno offerto un
piccolo anticipo. Come sai, il mio
sogno è sempre stato quello di
andare in America. Con il denaro
ottenuto dalla vendita della mia
terra, ora posso permettermi il
viaggio. Puoi immaginarti quanto
quest’idea mi entusiasmi: vedere
pubblicate lì le mie poesie sarà un
immenso onore. Avrei tanto
desiderato che diventassi mia moglie
per portarti con me, per cominciare
una nuova vita insieme. Tuttavia,
non era il momento opportuno e,
Anna, in verità, anche se lo fosse
stato, mi rendo conto che non mi
avresti mai amato come io ho amato
te.
Non ti serbo alcun rancore e ti
auguro ogni bene. Anche se in modo
strano, il Signore ha offerto a
entrambi la libertà di proseguire
ognuno per la propria strada, anche
se tali strade non si incroceranno
mai. Non ci sposeremo più, ma spero
di poterti rimanere amico.
Partirò per l’America tra sei
settimane.
Lars

Anna posò la lettera sul letto accanto


a lei. E rimase seduta, immersa nei
suoi pensieri, allo stesso tempo
commossa e turbata.
L’America… Si maledisse per aver
creduto che fosse solo una sciocca
fantasia di Lars e per non averlo mai
preso sul serio. E ora, invece, eccolo
lì, con le sue poesie sul punto di
essere pubblicate laggiù e la
possibilità di seguire le orme di Herr
Ibsen in persona.
Per la prima volta, Anna smise di
considerare Lars la vittima, il
cagnolino triste da accudire. Con la
vendita della terra, come le aveva
spiegato nella lettera, anche lui
aveva la possibilità di fuggire da
Heddal e di inseguire i propri sogni,
come lei.
Questo, almeno, era confortante.
Sarebbe andata in America con lui,
se gliel’avesse chiesto?
«No.»
La risposta le sfuggì dalle labbra
involontariamente. Si sdraiò sul letto
e il nuovo cappellino di seta che
aveva in testa le ricadde sugli occhi.
Appartamento 4
Porta San Olav, 10
Christiania

4 agosto 1876

Kjære Lars,
grazie per la tua lettera. Sono molto
felice per questa positiva svolta.
Spero che mi scriverai dall’America.
E ti prego di accettare la mia
gratitudine per tutto quello che hai
fatto per me. L’aiuto che mi hai dato
per imparare a leggere e scrivere ha
reso possibile la mia vita qui a
Christiania.
Manda il mio affetto a Mor e Far.
Spero che non ti gridino dietro
quando dirai loro che il matrimonio
non si farà. È molto generoso da
parte tua prenderti la colpa.
Ti auguro di trovare una moglie
molto migliore di me in America.
Anch’io desidero rimanerti amica.
Spero che tu non soffra il mal di
mare.
Anna

Dopo aver messo il sigillo alla busta,


si rese conto dell’enormità di ciò che
Lars le aveva detto. Ora che erano
solo amici e lui sarebbe andato in
America, capì che le sarebbe
mancato.
Avrei dovuto sposarlo? si chiese,
alzandosi e andando a guardare dalla
finestra la strada sottostante. Era
così buono e gentile. E
probabilmente in America farà
fortuna, mentre io potrei anche
morire zitella…
Poco dopo, Anna percorse il
corridoio per posare la lettera nel
vassoio d’argento per la posta. A
quel gesto, sentì che anche l’ultimo,
sottile filo che la teneva legata alla
sua vecchia vita si stava spezzando.

Le prove del Peer Gynt


cominciarono tre giorni più tardi.
Tutti gli interpreti – molti dei quali
avevano preso parte alla prima
produzione – furono gentili e
amichevoli nei confronti di Anna,
ma se imparare a cantare una
canzone non le dava alcun
problema, fare l’attrice si rivelò più
complicato del previsto. A volte si
metteva nel posto giusto sul palco,
ma si dimenticava la battuta; altre si
ricordava sia la posizione che la
battuta, ma non riusciva ad assumere
la giusta emozione sul volto. Herr
Josephson, il regista, era molto
paziente, ma Anna si sentiva
costretta a fare un numero
incredibile di cose tutte insieme.
Dopo il quarto giorno di prove si
chiese, con aria avvilita, se sarebbe
mai riuscita a fare le cose per bene.
Uscendo dal teatro lanciò un
gridolino di sorpresa quando sentì
una mano afferrarle il braccio e
trascinarla verso la porta di servizio.
«Frøken Landvik, ho sentito che
eravate tornata a Christiania. Com’è
andata la vacanza in campagna?»
Era Jens Halvorsen. Anna sentì il
cuore battere forte: aveva allentato
la presa sul suo braccio, ma non
aveva ritirato la mano. Sentiva il
calore della sua pelle attraverso la
manica. Si voltò verso di lui e
rimase sconvolta nel vedere quanto
fosse cambiato. I suoi capelli,
solitamente impomatati e pettinati
all’indietro, ricadevano sulla fronte e
i vestiti, normalmente di ottima
fattura, erano spiegazzati e sporchi.
Sembrava che non facesse un bagno
da settimane, e la puzza che
emanava glielo confermò.
«La… la mia accompagnatrice mi
sta aspettando» sussurrò. «Vi prego,
lasciatemi andare.»
«Lo farò, ma non prima di averti
detto che mi sei mancata da morire.
Spero di averti ormai dimostrato il
mio amore e la mia fedeltà. Ti
prego, ti imploro di accettare di
incontrarmi.»
«No, non lo farò» rispose.
«Be’, nulla mi impedisce di
tornare a cercarti qui in teatro, vero,
Frøken Landvik?» le disse mentre
lei si affrettava a uscire sbattendosi
la porta di servizio alle spalle.
Ogni giorno, nella settimana che
seguì, Jens aspettò che Anna
lasciasse il teatro dopo le prove.
«Herr Halvorsen, questa situazione
sta diventando davvero fastidiosa»
gli sussurrò lei una volta. Halbert, il
portiere, come al solito, si godeva da
una posizione privilegiata la scena di
quel corteggiamento.
«Benissimo! Allora forse cederai e
mi permetterai di portarti a prendere
un tè.»
«La mia accompagnatrice sarà
felice di unirsi a noi. Vi prego di
informarla della vostra richiesta» gli
disse superandolo e cercando di
nascondere un sorriso. In realtà, quei
loro incontri quotidiani erano ciò
che attendeva di più in tutta la
giornata; aveva cominciato a
rilassarsi, consapevole di star
giocando al gatto con il topo. Ma
nonostante tutti gli sforzi, la sua
determinazione stava cominciando a
vacillare.
Il lunedì seguente, dopo un
interminabile fine settimana
trascorso chiusa in casa, Frøken
Olsdatter annunciò che avrebbe
dovuto andare a fare una
commissione per Herr Bayer
dall’altra parte della città. La
governante considerava Anna
sufficientemente responsabile per
poter prendere il tram da sola e
tornare a casa. Quando scese dal
palco, Anna capì che era arrivato il
momento di cedere.
Jens la stava aspettando, come al
solito, nel corridoio che portava
all’uscita di servizio.
«Quando dirai di sì, Frøken
Landvik?» le chiese con voce
supplichevole. «Devo ammetterlo, i
tuoi continui rifiuti stanno facendo
vacillare la mia determinazione.»
«Oggi?» fece lei, voltandosi
all’improvviso.
«Ehm… va bene… sì.»
Anna si godette la sorpresa che gli
vide dipinta sul volto.
«Possiamo andare all’Engebret,
dall’altro lato della piazza» propose
Jens. «È a un minuto da qui.»
Anna aveva sentito parlare
dell’Engebret e lo riteneva un posto
molto intrigante. «Ma se qualcuno ci
vede? Penserà che sia del tutto
inappropriato che io sia senza
un’accompagnatrice.»
«Impossibile» disse Jens
ridacchiando. «Quel posto è
frequentato per lo più da bohémien e
musicisti ubriaconi che non
batterebbero ciglio neanche se ti
spogliassi e ti mettessi a ballare su
un tavolo! Nessuno ci noterà, ne
sono sicuro. Vieni, Frøken Landvik,
stiamo perdendo tempo.»
«Molto bene, allora.» Anna fu
attraversata da un brivido di
eccitazione.
Uscirono in silenzio dal teatro e
attraversarono la piazza fino al
caffè, dove Anna indicò un tavolo
nell’angolo più buio e tranquillo del
locale. Jens ordinò tè per entrambi.
«Dimmi, Anna, come hai passato
l’estate?»
«Molto meglio di te, a quanto
pare. Hai un’aria… insalubre.»
«Be’, grazie per aver scelto parole
così raffinate» rispose Jens,
ridacchiando della schiettezza di lei.
«Non sono malato, sono
semplicemente povero e non posso
permettermi un buon bagno né un
cambio d’abiti. Simen, che suona
anche lui nell’orchestra, dice che
finalmente sono un vero musicista.
È stato molto gentile con me, mi ha
messo un tetto sopra la testa quando
sono stato costretto a lasciare casa
mia.»
«Mio Dio! Perché mai?»
«Mio padre ha sempre
disapprovato le mie aspirazioni
musicali. Voleva che seguissi le sue
orme e gestissi la fabbrica di birra,
come hanno fatto prima di me i miei
antenati.»
Anna lo guardò ammirata. Di
certo, pensò, doveva esserci voluta
una gran forza d’animo per separarsi
dalla famiglia e dalle comodità della
propria casa solo per seguire una
grande passione.
«Comunque» proseguì Jens «ora
che a teatro sta iniziando la stagione
e finalmente comincio a guadagnare
qualcosa, cercherò un alloggio più
consono. Otto, l’oboista, mi ha detto
ieri che mi affitterà una stanza a casa
sua. Sua moglie è morta di recente, e
visto che se la passava piuttosto
bene a livello economico, spero di
ritrovarmi in un ambiente più
salutare. La casa è a soli cinque
minuti di cammino dalla tua, Anna.
Saremo quasi vicini. Potrai venire a
prendere il tè da me.»
«Sono felice di sapere che starai
meglio» confessò lei timidamente.
«E mentre io sguazzo nel fango, la
tua stella invece non cessa di
brillare! Forse diventerai la ricca
benefattrice di cui tutti i musicisti
hanno bisogno» scherzò Jens mentre
arrivava il tè. «Guardati, con questi
bei vestiti e il cappellino alla moda.
Sembri proprio una ricca signora.»
«La mia stella potrebbe spegnersi
alla stessa velocità con cui si è
accesa. Sono un’attrice terribile e
probabilmente perderò presto il
lavoro» confessò Anna, felice di
poterlo dire a qualcuno.
«E io sono altrettanto sicuro che
non succederà. Quando l’orchestra si
è radunata per la prima prova, ieri,
ho sentito Herr Josephson dire a
Hennum che te la stavi “cavando
bene”.»
«Tu non capisci, Herr Halvorsen.
Non mi ha mai spaventato stare
davanti a un pubblico e cantare, ma
interpretare un personaggio è una
cosa molto diversa. Credo di soffrire
un po’ d’ansia da palcoscenico»
disse Anna. «Non riesco neanche a
immaginare dove troverò il coraggio
la sera della prima.»
«Anna… va bene se ti chiamo
Anna e tu mi chiami Jens? Ormai ci
conosciamo abbastanza da potercelo
permettere.»
«Direi di sì. Almeno quando siamo
in privato.»
«Grazie. Dunque, Anna, sono
certo che sul palco sarai bellissima e
canterai talmente bene che nessuno
farà caso a ciò che dirai.»
«È molto gentile da parte tua…
Jens, ma non ci dormo la notte,
capisci? Non voglio deludere
nessuno.»
«E sono certo che non lo farai. Ora
dimmi, come sta il tuo spasimante?»
«Sta per partire per l’America.
Senza di me» disse lei, distogliendo
lo sguardo. «Non siamo più
promessi l’uno all’altra.»
«Mi dispiace, ma confesso che con
questa notizia mi hai reso un uomo
felice. Ho pensato sempre a te
dall’ultima volta che ci siamo
incontrati. Sei stata l’unica cosa che
mi ha permesso di andare avanti in
questa lunga estate. Ritengo di
essere perdutamente innamorato di
te.»
Anna lo fissò per qualche istante
prima di rispondere. «Come può
essere? Mi conosci a malapena. Non
abbiamo mai parlato per più di
qualche istante. Di certo una persona
si ama per il suo carattere. E perché
questo possa accadere, bisogna
conoscersi bene.»
«So molte più cose sul tuo conto di
quanto tu non creda. Per esempio,
ho capito che sei molto modesta dal
modo in cui sei arrossita quando il
pubblico si è alzato ad applaudirti
dopo il trionfo alla soirée. So che
non ti dai arie per la mancanza di
trucco sul viso; sei virtuosa, fedele,
e di grande moralità. Tutto questo ha
reso il mio corteggiamento più
difficile rispetto al solito. E mi porta
anche a credere che tu sia cocciuta
come un mulo una volta che hai
preso una decisione. Nella mia
esperienza, è merce rara una donna
che, pur credendo che il
corteggiamento serrato di un certo
spasimante sia inappropriato, non
degni neanche di uno sguardo le sue
lettere prima di gettarle nel fuoco.»
Anna fece del suo meglio per non
mostrarsi sbalordita dinanzi
all’intuito di Jens. «Be’» commentò
«ci sono molte altre cose che non
sai. Come ad esempio che mia
madre è disperata perché sono una
cuoca terribile e non so cucire. E
mio padre dice che io so occuparmi
solo degli animali, non degli esseri
umani.»
«Allora ci nutriremo d’amore e
compreremo un gatto» rispose Jens
con un sorriso.
«Perdonami, ma adesso devo
davvero prendere il tram e tornare a
casa» si congedò Anna, alzandosi e
mettendo sul tavolo qualche moneta.
«Ti prego, lascia che sia io a pagare
il tè. Arrivederci… Jens.»
«Anna.» Le prese la mano proprio
mentre si stava voltando per
andarsene. «Quando ti rivedrò?»
«Come ben sai, sono a teatro ogni
giorno dalle dieci alle quattro.»
«Allora sarò lì domani alle
quattro» le gridò dietro mentre si
affrettava verso la porta. Quando se
ne fu andata, Jens guardò il denaro
sul tavolo e vide che bastava per il tè
e anche per una ciotola di zuppa e
un bicchiere di acquavite.
Quando fu al sicuro sul tram, Anna
chiuse gli occhi e sorrise fra sé. Aver
passato del tempo da sola con Jens
Halvorsen era stato fantastico. Che
fosse per via della sua nuova
situazione o per la perseveranza che
aveva dimostrato nel corteggiarla,
non sembrava più il giovane borioso
di un tempo.
«Oh, Signore» pregò quella sera.
«Ti prego, perdonami se dico che
forse Jens Halvorsen “il cattivo” non
è più così cattivo. È stato messo alla
prova ed è cambiato. Ho fatto del
mio meglio per non cedere alla
tentazione, come sai, ma…» Anna si
morse un labbro «è arrivato il
momento di smettere di lottare.
Amen.»

Nei giorni precedenti alla serata


inaugurale, Anna e Jens si
incontrarono ogni giorno dopo le
prove. Preoccupata dei pettegolezzi
che avrebbero potuto girare a teatro,
Anna suggerì a Jens di aspettarla
direttamente all’Engebret. Il caffè
era tranquillo nel tardo pomeriggio,
e lentamente Anna cominciò a
rilassarsi e a preoccuparsi sempre
meno delle apparenze. Un giorno
Jens le aveva cercato la mano sotto
il tavolo e lei gli aveva permesso di
prenderla. Quel gesto aveva stabilito
un precedente e da allora quasi ogni
giorno sedevano uno di fronte
all’altra con le dita segretamente
intrecciate. Versare latte e tè con una
mano sola non era facile, ma ne
valeva la pena.
Jens aveva ripreso l’aspetto di un
tempo. Si era trasferito
nell’appartamento di Otto e, come le
aveva descritto, era stato sottoposto
a un accurato “spidocchiamento”. In
casa c’era anche una governante che
gli aveva lavato tutti gli abiti e Anna
era sollevata per il buon profumo
che aveva.
Ma, al di là di tutto, era il ricordo
della pelle di lui a contatto della sua
– uno sfiorarsi del tutto innocente,
ma che prometteva assai di più – che
bruciava nei pensieri di Anna, notte
e giorno. Finalmente capiva come
doveva essersi sentita Solveig e
perché avesse deciso di sacrificare
così tanto per Peer.
Spesso rimanevano seduti insieme
in silenzio, ignorando il tè, lo
sguardo perso negli occhi dell’altro.
Anche se Anna si riprometteva di
fare attenzione, sapeva di essersi
finalmente arresa a lui. Stava
cadendo sempre più in preda al suo
incantesimo.
26

Tre giorni prima dell’apertura della


nuova stagione del Peer Gynt al
teatro di Christiania, giunse il
difficile momento di far provare
insieme cast e orchestra. Stavolta ad
Anna non toccò condividere una
stanza nel retroscena con Rude e gli
altri bambini. Le avevano assegnato
il camerino, un tempo di Madame
Hansson, con un’intera parete di
specchi e una chaise longue in
velluto su cui riposare.
«È molto bella, vero, Anna?»
aveva commentato Rude quando era
venuto a dare un’occhiata.
«Qualcuno ha fatto carriera negli
ultimi mesi. Ti spiace se ogni tanto
vengo a tenerti compagnia? O sei
diventata troppo famosa per me?»
Anna gli aveva preso le guance
paffute tra le mani e aveva
ridacchiato. «Fose non avrò più
tempo per giocare a carte, ma sarai
sempre il benvenuto quando vorrai
venire a farmi visita.»
La sera della prima Anna entrò in
camerino e lo trovò pieno di fiori e
messaggi di buona fortuna. Ce n’era
perfino uno da parte dei suoi
genitori e di Knut, con una lettera
che senza dubbio faceva riferimento
al fidanzamento interrotto. La mise
da parte, decisa a leggerla più tardi.
Mentre Ingeborg, la truccatrice, si
occupava di lei, lesse gli altri
biglietti, apprezzando le parole
gentili che in tanti le avevano scritto.
Ce n’era uno in particolare,
accompagnato da una sola rosa
rossa, che le fece provare un brivido
di piacere.
Stasera ti guarderò diventare una
stella. Il mio cuore batterà a ritmo
con il tuo.
Canta, mio usignolo. Canta!
J.

Anna udì la campana che


annunciava l’inizio dello spettacolo
e rivolse al cielo una rapida
preghiera. «Ti prego, Signore, non
permettermi di gettare fango su me
stessa o sul nome della mia famiglia,
stasera. Amen.» Poi si alzò per
andare dietro le quinte.
Anna sapeva che alcuni momenti di
quella serata le sarebbero rimasti
impressi nella mente in modo
indelebile. Come l’attimo in cui era
salita sul palco, nel secondo atto, e si
era accorta di avere la testa
completamente vuota. Aveva
guardato nella buca dell’orchestra,
disperata, e aveva visto Jens che le
ripeteva silenziosamente le battute.
Aveva sperato di poter recuperare in
tempo perché il pubblico non se ne
rendesse conto, ma quell’episodio
l’aveva innervosita per il resto
dell’esibizione. Era stato solo
durante la Ninna nanna, alla fine
dello spettacolo, con la testa di Peer
poggiata sulle ginocchia, che si era
sentita di nuovo sicura e aveva
lasciato che la voce e le emozioni
fluissero libere.
All’ultima nota si erano udite
molte richieste di bis; lei e Marie,
che interpretava la madre di Peer,
Åse, avevano ricevuto in omaggio
bellissimi bouquet. Quando, alla
fine, il sipario era calato
definitivamente, Anna aveva
lasciato il palco ed era scoppiata in
singhiozzi sulla spalla di Herr
Josephson.
«Mia cara, ti prego, non piangere»
l’aveva consolata lui.
«Ma sono stata terribile, stasera!
Lo so!»
«Niente affatto, Anna. Non ti sei
accorta che la tua incertezza sul
palco ha soltanto giovato al carattere
vulnerabile di Solveig? Verso la
fine… be’, il pubblico era come
sotto un incantesimo. Questa parte
sembra scritta apposta per te e sono
certo che, se ti avessero vista, Herr
Ibsen e Herr Grieg sarebbero rimasti
soddisfatti. Sembravi un angelo,
come sempre.» Le aveva asciugato
una lacrima con il dito, continuando:
«Adesso vai a festeggiare questo
successo».
Anna trovò il camerino affollato di
persone. Tutti volevano essere
presenti all’incoronazione della
nuova principessa del teatro, e lei
fece del suo meglio per dire a
ciascuno la cosa giusta. Poi arrivò
Herr Hennum e fece uscire tutti
fuori.
«È stata una gioia dirigere
l’orchestra stasera e vederti
debuttare sul palco, Anna. No, non
sei stata perfetta come attrice, ma è
una cosa che imparerai col tempo,
via via che la fiducia in te stessa
aumenterà. E succederà, te lo
garantisco. Ti prego, ora goditi il
plauso di Christiania, perché te lo
meriti davvero. Tra quindici minuti
raggiungi pure Herr Josephson
all’ingresso. Sarà lui ad
accompagnarti alla festa.» Poi si
inchinò e la lasciò sola.
Mentre si cambiava, dei leggeri
colpi alla porta annunciarono
l’arrivo di Rude. «Scusa, Frøken
Anna, ma mi hanno chiesto di
consegnarti un messaggio.» Le porse
il biglietto con un gran sorriso. «Sei
bellissima stasera. Mi faresti il
favore di chiedere a mia madre se
posso venire alla festa? Magari dice
di sì, se glielo chiedi tu.»
«Sai che non posso, Rude. Già che
sei qui, perché non mi aiuti ad
allacciare il vestito?»
Quando Anna raggiunse Herr
Josephson nell’ingresso, fu accolta
da uno scroscio di applausi. Jens la
guardava da lontano, con lo sguardo
di chi è perdutamente innamorato.
Ormai ne era sicuro, e gliel’aveva
riferito con quel biglietto che aveva
chiesto a Rude di consegnarle, dopo
lo spettacolo. Notò come sorrideva e
con che facilità si intratteneva a
parlare con la gente, e pensò a
quanto era volato lontano
quell’uccellino dalla prima volta che
l’aveva sentito cantare.
Poi, ebbe un sussulto quando vide
una figura familiare avvicinarsi a lei,
gli enormi baffi a manubrio quasi
dritti per la gioia. Tutti si fecero
indietro per lasciarla passare.
«Anna! Mia cara ragazza, neanche
la malattia di mia madre poteva
impedirmi di essere qui per
ammirarti in questa serata gloriosa.
Sei stata superba, kjære, davvero
superba.»
Jens notò che Anna si era
impercettibilmente irrigidita, prima
di ricomporsi e salutare Herr Bayer
con calore. A quel punto Jens se ne
andò. Temeva che, con la comparsa
del suo mentore, non avrebbe più
avuto l’occasione di dirle quanto
fosse fiero di lei.
Certo, pensò affogando la tristezza
nell’acquavite dell’Engebret, ormai
era ovvio da che parte soffiasse il
vento, anche se Anna ancora non se
n’era accorta. Si era sbarazzata del
pretendente alla fattoria, ma era
sotto gli occhi di tutti che Herr
Bayer si fosse innamorato di lei. Lui
sì che poteva darle tutto quello che
avrebbe desiderato. Solo qualche
mese prima, pensò Jens, anche lui
avrebbe potuto fare lo stesso.
Per la prima volta si chiese se non
avesse commesso un terribile errore.
«“Frøken Landvik non avrà la
sicurezza e l’esperienza di Madame
Hansson nel ruolo di Solveig, ma
compensa con la sua innocenza, la
sua giovinezza e la sua squisita
interpretazione delle canzoni di
Solveig.”
«E in un’altra edizione del
Dagbladet, il giornalista commenta
di nuovo la tua bellezza e…» disse
Herr Bayer, ma Anna non stava più
ascoltando. Era contenta di essere
riuscita ad affrontare la prima serata,
ma il pensiero di doverlo rifare da
capo il giorno successivo le risultava
insopportabile.
«Purtroppo, Anna, potrò restare a
Christiania soltanto fino a
domattina; devo riprendere il primo
traghetto disponibile per tornare da
mia madre» disse Herr Bayer
chiudendo il giornale.
«Come sta?»
«Né meglio né peggio» rispose
sospirando. «Mia madre ha sempre
avuto uno spirito indomito ed è solo
questo che la tiene in vita. Non c’è
nulla che io possa fare, a parte stare
con lei, ora che la fine si avvicina.
Ma basta con i discorsi tristi.
Stasera, Anna, vorrei che cenassimo
insieme, così potrai raccontarmi
tutto ciò che è successo dall’ultima
volta che ci siamo visti.»
«Naturalmente, sarebbe un grande
piacere, ma mi sento un po’ stanca.
Se stasera ceniamo insieme, potrei
andare a riposarmi un po’, adesso?»
«Ma certo, mia cara ragazza. E di
nuovo congratulazioni.»
Franz Bayer guardò Anna uscire
dalla stanza e si meravigliò del
cammino che aveva fatto nell’ultimo
anno, o meglio, dall’ultima volta che
l’aveva vista. Ormai il bocciolo si
era tramutato in un fiore bellissimo
e, sotto la sua tutela, aveva acquisito
grazia e sofisticatezza.
Nonostante Anna avesse appena
detto di essere stanca, in lei brillava
una nuova luce, le cui origini Herr
Bayer non riusciva a rintracciare.
Sperava che non avesse nulla a che
fare con quel violinista di cui si era
palesemente invaghita durante la
soirée di giugno. La sera prima Herr
Josephson l’aveva deriso, usando
parole piuttosto taglienti e
dicendogli che era una fortuna che
fosse di nuovo in città, visto che la
sua protetta era stata vista più volte
prendere il tè all’Engebret con quel
giovanotto.
Finora aveva atteso con pazienza,
perché non aveva intenzione di
spaventarla. Ma dopo quello che gli
aveva detto Herr Josephson, capì
che era meglio mettere in chiaro le
proprie intenzioni.
«Mia cara ragazza, sei incantevole
stasera!»
Herr Bayer salutò Anna che aveva
fatto ingresso nella sala da pranzo
con indosso un abito da sera color
topazio. Ma ad Anna non importava
quanto la gente, specialmente gli
uomini, le dicesse che era bella: se
l’avessero vista senza trucco, con le
sue lentiggini, probabilmente
l’avrebbero considerata una
semplice contadinella.
Per rispondere a tono, Anna elogiò
la sua nuova cravatta di cachemire,
sperando che non si accorgesse della
falsità di quelle parole.
«Come stava la tua cara famiglia
quando sei andata a trovarla?»
chiese lui.
«La mia famiglia sta bene, grazie.
E il matrimonio è stato bellissimo.»
«Frøken Olsdatter mi ha detto che
purtroppo tu e il tuo giovane
promesso avete deciso di rompere il
fidanzamento.»
«Sì. Lars non poteva più
aspettarmi.»
«La cosa ti rende infelice, Anna?»
«Penso che sia meglio così, per
entrambi» rispose diplomatica. In
realtà, avrebbe voluto soltanto
ritirarsi presto per la notte e sognare
Jens.
Dopo aver preso il caffè in
soggiorno, Frøken Olsdatter portò
del brandy per Herr Bayer e, con
grande costernazione di Anna, anche
un secchiello pieno di ghiaccio con
una bottiglia di champagne. Per lei
era già tardi per bere qualcosa di
alcolico, per cui si chiese se Herr
Bayer stesse aspettando altri ospiti.
«Chiudetevi la porta alle spalle»
disse lui a Frøken Olsdatter, che
esaudì la richiesta.
«Ora, Anna, mia cara, devo dirti
una cosa.» Herr Bayer si schiarì la
voce. «Immagino tu abbia notato
quanto è cresciuto il mio affetto per
te da quando hai iniziato a vivere
qui. E spero che tu apprezzi gli
sforzi che ho fatto per agevolare la
tua carriera.»
«Certo, Herr Bayer. Non potrò mai
ringraziarvi abbastanza.»
«Basta formalità, Anna. Ti prego,
chiamami Franz. Ormai mi conosci
bene…»
Anna guardò Herr Bayer che era
rimasto in silenzio. Per la prima
volta da quando l’aveva incontrato,
sembrava non trovare le parole. Alla
fine si ricompose e proseguì.
«Vedi, Anna, ho fatto tutto questo
non solo per nutrire il tuo talento,
ma anche… perché ho scoperto di
essere innamorato di te. Certo, in
quanto gentiluomo non potevo
dirtelo fintanto che eri promessa a
un altro, ma ora che sei libera, be’…
Ho capito quest’estate, quando ci
siamo trovati separati, quanto era
intenso il sentimento che provavo
per te. So anche di doverti lasciare
di nuovo qui, da sola, per tornare al
capezzale di mia madre, e non ho
idea di quanto starò via. Perciò ho
ritenuto fosse meglio esprimere
adesso le mie intenzioni.» Fece una
pausa e un profondo sospiro. «Anna,
mi faresti l’onore di sposarmi?»
Lei lo guardò scioccata, in
silenzio, incapace di impedire
all’orrore di dipingersi sul volto.
Notando subito l’espressione di
lei, Herr Bayer si schiarì di nuovo la
voce. «Mi rendo conto che questa
mia proposta possa essere una
sorpresa per te. Ma, Anna, non
capisci cosa potremmo fare insieme,
tu e io? Finora sono stato molto utile
alla tua carriera e hai già raggiunto
le più alte vette del successo, qui a
Christiania. Ma la Norvegia è una
nazione molto piccola, troppo
piccola per il tuo talento. Ho già
scritto a diversi direttori d’orchestra
e di teatro in Danimarca, Germania e
Francia, parlando loro del tuo dono.
E senza dubbio, dopo ieri sera,
sentiranno parlare di te senza
bisogno del mio aiuto. Se ci
sposiamo, potrei accompagnarti in
giro per l’Europa e farti esibire nelle
più grandi sale da concerto del
continente. Potrei proteggerti,
badare a te… Ho atteso molti anni di
trovare un talento come il tuo. E
ovviamente,» aggiunse in fretta «mi
hai anche rubato il cuore.»
«Capisco.» Anna tremò,
consapevole di dover rispondere.
«Di certo proverai affetto per me,
o sbaglio?»
«No, è così e ti sono… grata.»
«Credo che insieme formiamo una
bella coppia, sia sul palco che fuori.
Dopotutto, hai vissuto sotto il mio
tetto per quasi un anno e conosci
tutte le mie peggiori abitudini» disse
ridacchiando. «E, mi auguro, anche
le migliori. Perciò il nostro
matrimonio non sarà un salto così
grosso come potrebbe sembrarti,
perché le nostre vite resteranno più o
meno le stesse.»
Anna rabbrividì al pensiero di
quello che, invece, Herr Bayer si
aspettava che cambiasse una volta
sposati.
«Sei silenziosa, mia cara Anna.
Vedo che ti ho sorpresa. Io l’ho
considerato il passo naturale da fare,
mentre immagino che tu non abbia
mai neanche osato pensare a una
cosa simile.»
Su questo hai assolutamente
ragione, pensò Anna. «No» disse ad
alta voce.
«Lo champagne è stato forse un
tantino presuntuoso da parte mia. Mi
rendo conto di doverti concedere un
po’ di tempo per valutare la mia
proposta. Ci penserai, Anna?»
«Ma certamente, Herr Bayer…
Franz. Sono onorata della tua
proposta» riuscì a borbottare.
«Starò via per almeno due
settimane, probabilmente di più, e
forse questo ti darà l’opportunità di
riflettere. Spero e prego che la tua
risposta sarà affermativa. La tua
presenza qui mi ha fatto capire
quanto mi sentissi solo dopo la
morte di mia moglie.»
Aveva un’aria così triste che Anna
sentì di doverlo confortare, un po’
come avrebbe fatto con suo padre.
Tuttavia scacciò quel pensiero e si
alzò in piedi, consapevole che non
fosse rimasto molto altro da dire.
«Rifletterò a fondo su quello che mi
hai chiesto. Avrai una risposta al tuo
ritorno. Buonanotte… Franz.»
Anna dovette resistere alla
tentazione di mettersi a correre, ma
non appena fu nel corridoio accelerò
comunque il passo. Quando
raggiunse la sua camera, chiuse la
porta a chiave. Si lasciò cadere sul
letto e si prese la testa tra le mani,
ancora incredula. Si spremette le
meningi per cercare di ricordare se,
in qualche modo, avesse
involontariamente spinto Herr Bayer
a credere che avrebbe mai potuto
accettare di sposarlo. Era certa di
essersi comportata in modo
appropriato in ogni occasione. Mai
una volta ricordava di aver
amoreggiato con lui, o di averlo
“adocchiato”, come dicevano
sempre le ragazze del coro in teatro.
In ogni caso, rifletté, i suoi
genitori avevano accettato di farla
vivere sotto il suo tetto, di lasciare
che lui la nutrisse, la vestisse e le
desse tutte le opportunità che lei non
avrebbe neanche osato sognare. Per
non parlare della somma di denaro
che aveva elargito a suo padre.
Perché non avrebbe dovuto
presumere, dopo tutto quello che
aveva fatto per lei, che la
ricompensa ai suoi sforzi fosse la
loro unione permanente?
«Oh, Signore, non riesco neanche
a pensarci…» gemette.
Le potenziali conseguenze della
proposta di Herr Bayer erano
enormi. Se avesse rifiutato, sapeva
che le sarebbe stato impossibile
continuare a vivere sotto il suo tetto.
E a quel punto, dove sarebbe
andata?
Anna si rese conto di quanto
dipendesse da lui e di quante
ragazze, perfino donne mature come
Frøken Olsdatter, avrebbero fatto i
salti di gioia all’idea di sposarlo. Era
ricco, colto e aveva accesso a tutti i
più esclusivi circoli della società di
Christiania. Era anche gentile e
rispettoso. Ma aveva anche il triplo
dei suoi anni, quasi.
Al di là di tutto, però, Anna
ricordava bene il giuramento che
aveva fatto a se stessa. Non amava
Herr Bayer. Amava Jens Halvorsen.
27

Dopo l’esibizione della sera


successiva, che risultò piatta e poco
ispirata a confronto di quella della
prima, Anna trovò Jens ad attenderla
davanti alla porta di servizio.
«Che ci fai tu qui?» mormorò.
Vide la carrozza che la aspettava e si
avviò in fretta. «Qualcuno potrebbe
vederci.»
«Non temere, Anna, non ho
intenzione di compromettere la tua
reputazione. Volevo solo dirti che
sei stata magnifica la sera della
prima. E chiederti anche se oggi ti
senti bene.»
A queste parole, Anna si fermò e si
voltò. «Che vuoi dire?»
«Ti guardavo, stasera, e mi
sembravi diversa. Nessun altro l’ha
notato, te lo garantisco, sei stata
molto brava.»
«Come l’hai capito?» chiese. Le
vennero le lacrime agli occhi al
pensiero che, in qualche modo, ci
fosse riuscito.
«Allora avevo ragione» disse.
Raggiunsero la carrozza e il
cocchiere aprì la portiera per farla
salire. «Posso aiutarti?»
«Non… non lo so… devo andare a
casa.»
«Capisco. Ma ti prego, parliamo
un po’… da soli» disse Jens,
abbassando la voce per non farsi
sentire dal cocchiere. «Prendi
almeno il mio indirizzo.» Le mise in
mano un piccolo pezzo di carta.
«Otto, il mio padrone di casa,
domani andrà da uno dei suoi allievi
per una lezione privata. Sarò da solo
nell’appartamento tra le quattro e le
cinque.»
«Io… vedremo» mormorò, poi gli
diede le spalle e salì le scalette della
carrozza. Il cocchiere chiuse la
portiera e Anna si lasciò andare su
uno dei sedili. Vide Jens che la
salutava e allungò il collo per
osservarlo dal finestrino mentre
attraversava la strada in direzione
dell’Engebret. Anna si appoggiò allo
schienale, il cuore che batteva
all’impazzata. Sapeva che sarebbe
stato inappropriato far visita a un
uomo solo in casa, ma sapeva anche
di dover parlare con qualcuno di
quanto era successo la sera prima
con Herr Bayer.
«Andrò a teatro alle quattro, oggi
pomeriggio» disse Anna a Frøken
Olsdatter mentre facevano
colazione, il mattino seguente. «Herr
Josephson ha indetto delle prove,
perché non è soddisfatto di una
scena del secondo atto.»
«Tornerai per cena?»
«Spero di sì. Non credo che ci
vogliano più di due ore.»
Forse fu solo una sensazione, ma
Frøken Olsdatter la guardò come la
guardava sua madre quando sapeva
che stava mentendo.
«Molto bene. Vuoi farti venire a
prendere da una carrozza, dopo?»
«No, ci saranno ancora i tram e mi
sarà facile tornare a casa.» Anna si
alzò da tavola mostrandosi il più
tranquilla possibile.
Quando più tardi uscì di casa,
tuttavia, era tutt’altro che tranquilla.
Salì sul tram con il cuore che le
batteva così forte che si stupì che la
persona accanto a lei non lo sentisse.
Scese dopo una fermata e camminò
in fretta verso l’indirizzo che le
aveva dato Jens. Cercò di
giustificare quello che stava per fare
dicendosi che quel ragazzo era il suo
unico amico a Christiania, l’unica
persona di cui si poteva fidare.
«Sei venuta» l’accolse Jens con un
sorriso, aprendole la porta. «Ti
prego, entra.»
«Grazie.» Anna lo seguì
all’interno e lungo il corridoio, fino
a un ampio soggiorno,
elegantemente ammobiliato e non
troppo diverso da quello di Herr
Bayer.
«Gradisci un po’ di tè? Anche se, ti
avviso, dovrò prepararlo di persona
perché la domestica se n’è andata
alle tre.»
«No, grazie. L’ho bevuto poco fa,
prima di uscire.»
«Per favore,» disse lui indicando
una sedia «accomodati.»
«Grazie.» Lei obbedì, felice che la
sedia fosse vicina alla stufa: stava
tremando per il freddo e l’ansia. Jens
si sedette davanti a lei. «Questa casa
sembra molto comoda» azzardò
Anna.
«Se avessi visto quella in cui
vivevo prima…» Jens scosse la testa
e ridacchiò. «Be’, diciamo solo che
sono felice di aver trovato un altro
alloggio. Ma non sprechiamo tempo
prezioso parlando di sciocchezze.
Che c’è che non va? Vuoi
parlarmene?»
«Oh, Signore!» Anna si portò una
mano alla fronte. «È… è
complicato.»
«Di solito, molti problemi lo
sono.»
«Herr Bayer mi ha chiesto di
sposarlo.»
«Capisco.» Jens annuì. Da fuori
sembrava calmo, ma aveva stretto i
pugni. «E tu cosa gli hai risposto?»
«È andato a Drøbak ieri mattina
presto, sua madre sta morendo ed è
tornato al suo capezzale. Dovrò
dargli una risposta al suo ritorno.»
«E quando?»
«Quando morirà sua madre,
penso.»
«Rispondimi con sincerità: come ti
sei sentita quando te l’ha chiesto?»
«Disgustata. E anche in colpa. Non
immagini quanto Herr Bayer sia
stato gentile. Mi ha dato così
tanto…»
«Anna, è stato il tuo talento a darti
tutto quello che hai adesso.»
«Sì, ma lui mi ha aiutata e mi ha
dato delle opportunità che quando
vivevo a Heddal non riuscivo
neanche a immaginare.»
«Allora siete pari.»
«Non è quello che sento» insistette
Anna. «E quando gli dirò di no,
dove andrò?»
«Quindi hai intenzione di dirgli di
no?»
«Ma certo! Sarebbe come sposare
mio nonno! Avrà più di
cinquant’anni. Ma dovrò andarmene
da quell’appartamento, e di certo mi
farò un nemico.»
«Io ho un sacco di nemici, Anna»
disse Jens sospirando. «E te
l’assicuro, molti me li sono fatti per
colpa mia. Ma Herr Bayer è meno
influente, qui a Christiania, di
quanto tu o lui crediate.»
«Forse. Ma, Jens, dove andrò?»
Calò il silenzio, mentre entrambi
riflettevano su quelle parole. E
anche su quelle che ancora non
erano state pronunciate. Fu Jens a
parlare per primo.
«Anna, per me è difficile dire
qualcosa sul tuo futuro. Prima
dell’estate avrei potuto offrirti tutto
quello che ti ha dato Herr Bayer e
mi rendo conto che sei una donna, e
che la vita per te abbia molti più
limiti. Tuttavia, devi ricordarti che
ora sei una donna di successo, una
stella nel firmamento artistico di
Christiania. Hai meno bisogno di
Herr Bayer di quanto tu creda.»
«Be’, non saprò mai quanto ho
bisogno di lui finché non avrò preso
una decisione, vero?»
«No, infatti.» Jens sorrise del
pragmatismo di Anna. «Sai bene
quello che provo per te, Anna, ma
anche se nel mio cuore vorrei poterti
offrire tutto, non ho idea di come me
la passerò in futuro, a livello
economico. Tuttavia, credimi se ti
dico che faresti di me l’uomo più
infelice di Christiania se decidessi di
sposare Herr Bayer. E non solo
perché ti vorrei per me, ma anche
per te, perché so che non lo ami.»
Anna si rese conto di quanto tutto
questo dovesse far soffrire Jens, che
le aveva confessato apertamente di
amarla senza che lei gli avesse
assicurato di ricambiare il
sentimento. In preda all’agitazione,
si alzò e fece per andarsene.
«Perdonami, Jens, non sarei dovuta
venire. È del tutto…» cercò la parola
che avrebbe usato Herr Bayer
«inappropriato.»
«Lo ammetto, trovo difficile
sopportare l’idea che un altro uomo
ti abbia dichiarato di amarti. Anche
se immagino che quasi tutti a
Christiania approverebbero la tua
decisione di prenderlo come
marito.»
«Sì, ne sono certa.» Si voltò e
camminò fino alla porta. «Mi
dispiace davvero, ma ora devo
proprio andare.»
Aprì la porta, ma sentì la mano di
Jens afferrare la sua e riportarla
nella stanza.
«Ti prego, è una situazione
spiacevole, ma non sprechiamo
questo primo, prezioso momento che
abbiamo tutto per noi.» Le si
avvicinò ancora e le prese
delicatamente il viso tra le mani. «Io
ti amo, Anna. E non lo dirò mai
abbastanza. Ti amo.»
Per la prima volta Anna si
convinse che era davvero così.
Erano talmente vicini che sentiva il
calore del suo corpo.
«Forse, per aiutarti a prendere una
decisione, è anche importante che tu
sia sincera con te stessa, e con me,
sul perché sei venuta qui, oggi»
disse. «Ammettilo, Anna. Tu mi
ami. Mi ami…»
Prima che avesse modo di
fermarlo, la baciò. E Anna sentì che
le sue labbra rispondevano, senza
aspettare il suo permesso. Sapeva
quanto fosse sbagliato, ma era già
troppo tardi, perché quella
sensazione era così bella e così
attesa che non trovò una sola
ragione per porvi fine.
«Me lo dirai, adesso?» implorò lui
mentre Anna si preparava ad
andarsene.
Lei si voltò. «Sì, Jens Halvorsen.
Io ti amo.»
Un’ora più tardi, Anna aprì la porta
dell’appartamento di Herr Bayer
usando la sua chiave. Da vera
attrice, che stava imparando bene il
suo mestiere, fu pronta quando
Frøken Olsdatter la intercettò nel
corridoio.
«Come sono andate le prove,
Anna?»
«Sono andate bene, grazie.»
«A che ora vorresti cenare?»
«Forse mangerò in camera mia,
stasera, se non è un problema per te.
Mi sento molto stanca dopo la recita
di ieri sera e le prove di oggi.»
«Ma certo. Vuoi che ti prepari un
bagno?»
«Sarebbe magnifico, grazie mille»
rispose Anna, entrando in camera e
chiudendosi la porta alle spalle,
sollevata. Si gettò sul letto e si
crogiolò nel ricordo delle labbra di
Jens sulle sue, ripromettendosi di
rifiutare la proposta di Herr Bayer, a
qualunque costo.
Il pomeriggio successivo, in teatro
presero a circolare delle voci
insistenti.
«Ho sentito che sta arrivando.»
«No, ha perso il treno da Bergen.»
«Be’, hanno sentito Herr
Josephson parlare con Herr Hennum
e hanno convocato l’orchestra in
anticipo, stasera…»
Anna sapeva che c’era solo una
persona in grado di confermare o
smentire tutte quelle voci, perciò la
mandò a chiamare. Rude si presentò
nel suo camerino pochi minuti dopo.
«Volevi vedermi, Frøken Anna?»
«Sì. È vero quello che si sente dire
in giro?»
«Su Herr Grieg che verrà a vedere
lo spettacolo?»
«Sì.»
«Be’,» fece Rude, stringendosi le
braccia intorno al corpo esile
«dipende da chi lo dice.»
Sospirando, Anna gli mise in
mano una moneta e lui le sorrise.
«Posso confermare che Herr Grieg è
seduto con Herr Hennum e Herr
Josephson nell’ufficio al piano di
sopra. Se rimarrà a guardare lo
spettacolo non so dirtelo. Ma, visto
che si trova in teatro, è probabile.»
«Grazie per l’informazione, Rude»
disse. Il ragazzino uscì.
«È stato un piacere, Frøken Anna.
Buona fortuna per stasera.»
Quando suonò la campana e il cast
prese posto dietro le quinte,
l’applauso scrosciante che giunse
dal pubblico confermò che una
persona molto importante aveva
appena fatto ingresso
nell’auditorium. Fortunatamente
Anna non ebbe molto tempo per
pensare a quello che sarebbe
successo, perché l’orchestra attaccò
con il Preludio e lo spettacolo ebbe
inizio.
Poco prima di entrare sul palco,
sentì una mano tirarle la manica del
vestito. Si voltò e vide Rude
accovacciato accanto a lei. Si mise
una mano intorno alla bocca per
sussurrarle qualcosa e lei si chinò.
«Ricordati, Frøken Anna, come mi
dice sempre mia madre: anche il re
deve pisciare.»
Anna scoppiò a ridere e sul suo
volto era ancora visibile un accenno
di sorriso, quando fece ingresso sul
palcoscenico. La presenza di Jens
nella buca dell’orchestra, la mise
ancor più a suo agio perché potesse
dare il meglio di sé. Tre ore dopo,
quando calò il sipario, il teatro
eruppe in un’esultanza quasi isterica
e Grieg in persona si inchinò dal suo
palco privato. Anna sorrise a Jens
mentre, in piedi sul palco, riceveva
un bouquet dopo l’altro.
«Ti amo» le disse lui, solo con le
labbra.
Quando calò di nuovo il sipario, al
cast fu chiesto di attendere sul palco
e l’orchestra uscì dalla buca per
raggiungerlo. Anna incrociò lo
sguardo di Jens che le lanciò un
bacio.
Alla fine un ometto snello, poco
più alto di lei, salì sul palcoscenico
accompagnato da Herr Josephson. Il
cast lo applaudì come in estasi e,
studiandolo, Anna si rese conto che
Edvard Grieg era molto più giovane
di quanto avesse immaginato. Aveva
i capelli biondi, mossi, pettinati
all’indietro, e un paio di baffi che
non avevano nulla da invidiare a
quelli di Herr Bayer. Con grande
sorpresa di Anna, Grieg venne dritto
verso di lei, si inchinò, poi le prese
la mano e gliela baciò.
«Frøken Landvik, la vostra voce è
proprio ciò che speravo di trovare
quando componevo i lamenti di
Solveig.»
Poi si voltò a parlare con Henrik
Klausen, l’attore che anche quella
volta interpretava Peer, dopodiché
rivolse qualche parola agli attori
principali del cast.
«Immagino di dovere delle scuse a
tutti voi, attori e musicisti, per essere
stato assente, finora. Ci sono
state…» Fece una pausa, come per
raccogliere le forze prima di
proseguire. «… Ci sono state
circostanze che mi hanno tenuto
lontano. Posso solo porgere i miei
più sentiti ringraziamenti sia a Herr
Josephson che a Herr Hennum per
aver allestito una produzione di cui
sono fiero di fare parte. Devo
congratularmi con l’orchestra, per
aver trasformato le mie umili
composizioni in qualcosa di magico,
e con gli attori e i cantanti per aver
portato in vita i personaggi. Vi
ringrazio tutti.»
Lo sguardo di Edvard Grieg cadde
di nuovo su Anna mentre il cast e i
musicisti cominciavano a scendere
dal palco. Il compositore si avvicinò
a lei e le prese di nuovo la mano, poi
chiamò Ludvig Josephson e Johan
Hennum affinché li raggiungessero.
«Signori, ora che ho visto lo
spettacolo, devo proporre alcune
piccole modifiche, ma ci penseremo
domani. Intanto vi ringrazio per
questo magnifico allestimento,
eseguito con risorse economiche che
so essere piuttosto ristrette. Herr
Hennum, l’orchestra è migliore di
quanto avrei mai osato sperare.
Avete compiuto un vero miracolo. E
in quanto a questa giovane donna,»
proseguì, con gli occhi azzurri, pieni
di gratitudine puntati in quelli di
Anna «chiunque l’abbia scritturata
per la parte di Solveig è un genio.»
«Grazie, Herr Grieg» rispose Herr
Hennum. «Anna in effetti possiede
un grande talento.»
A quel punto Herr Grieg si chinò
verso Anna per sussurrarle
all’orecchio: «Dobbiamo parlare,
mia cara, perché io posso fare in
modo che la tua stella brilli ancora
di più». Poi, con un sorriso, le lasciò
la mano e si voltò per intrattenersi
con Herr Josephson. Anna scese dal
palco sempre più incredula della
svolta che aveva preso la sua vita. Il
compositore più famoso della
Norvegia aveva pubblicamente
elogiato il suo talento. Mentre si
toglieva il costume e il trucco, le
risultò difficile credere di essere la
stessa ragazza di campagna che,
appena un anno prima, cantava per
le mucche, sulle colline di casa sua.
No, non era più la stessa.
«Chiunque sia adesso, sono me
stessa» mormorò tra sé, mentre il
regolare scalpiccio del cavallo che
tirava la carrozza la cullava nel
tragitto verso casa di Herr Bayer.
Dopo lo spettacolo Herr Hennum
aveva raggiunto all’Engebret il resto
dell’orchestra, cosa del tutto insolita.
«Herr Grieg si scusa per la sua
assenza, ma come sapete è ancora in
lutto per la morte dei genitori.
Tuttavia mi ha dato abbastanza
denaro da tenervi su di morale per
almeno un mese» dichiarò Herr
Hennum fra esclamazioni di giubilo.
Tutti i musicisti erano su di giri,
vuoi per il porto e per l’acquavite
che scorrevano a fiumi, vuoi perché
le loro esistenze, gratificate solo da
un magro salario e mai da una parola
di ringraziamento per i loro sforzi,
erano state arricchite quella sera dai
sinceri ringraziamenti e dagli elogi
del compositore in persona.
«Herr Halvorsen» chiamò Herr
Hennum. «Vieni un attimo da me.»
Jens fece come gli era stato
chiesto.
«Credo ti faccia piacere sapere che
ho detto a Herr Grieg che sei un
compositore in erba e che ho
ascoltato qualche tuo pezzo. Simen
mi ha detto che hai passato l’estate a
lavorare su altro materiale.»
«Pensate che Herr Grieg potrebbe
dare un’occhiata a quello che ho
scritto finora?»
«Non posso garantirtelo, ma so
che è un grande sostenitore del
talento nazionale, perciò è possibile.
Dammi la musica che hai scritto
finora e domani gliela mostrerò
quando verrà a trovarmi.»
«Lo farò, signore, e non so proprio
come ringraziarvi.»
«Simen mi ha informato anche che
hai preso una decisione molto
difficile, in estate. Un musicista
pronto a sacrificare tutto per la
propria arte merita tutto l’aiuto che
posso offrirgli. Ora devo proprio
andare. Buonanotte, Herr
Halvorsen.»
Johan Hennum gli rivolse un
cenno del capo e uscì dal bar. Jens
andò da Simen e lo strinse in un
abbraccio.
«Che significa? Hai esaurito le
donne e ora ti butti sugli uomini?»
chiese l’amico, sbalordito.
«Forse» rispose Jens. «Ma ti
ringrazio, Simen. Davvero.»
Il giorno successivo, verso metà
mattinata, recapitarono una lettera
per Anna a casa di Herr Bayer.
«Chi pensi possa averla mandata?»
chiese Frøken Olsdatter mentre
Anna studiava la busta.
«Non ne ho idea.» La aprì e
cominciò a leggere.
Pochi secondi dopo Anna alzò lo
sguardo, in preda allo stupore.
«È di Herr Grieg, il compositore.
Vorrebbe venire a trovarmi oggi
pomeriggio.»
«Buon Dio!» esclamò Frøken
Olsdatter, adocchiando con ansia
prima l’argenteria non lucidata sul
cassettone, poi l’orologio. «A che
ora dovrebbe venire?»
«Alle quattro.»
«Che onore! Se solo Herr Bayer
fosse qui. Sai quanto apprezzi la
musica di Herr Grieg. Scusami,
Anna, ma se dobbiamo ricevere un
ospite così illustre, devo darmi
subito da fare.»
«Certo» rispose Anna mentre la
governante usciva quasi correndo
dal salotto.
Anna terminò di pranzare con i
nervi a fior di pelle. Andò a cercare
qualcosa di più accettabile da
indossare in previsione di un tè con
un famoso compositore, ma una
volta aperto l’armadio rimase per un
po’ a fissare la sua nuova collezione
di abiti. Scartandone uno dopo
l’altro, considerandoli troppo sciatti,
troppo scandalosi, troppo maestosi o
troppo banali, decise per la gonna di
seta rosa scuro.
Alle quattro in punto suonarono
alla porta e Frøken Olsdatter
accompagnò l’ospite in soggiorno.
Dopo pranzo era riuscita a
procurarsi dei fiori freschi e a
preparare in fretta dei dolcetti; la
governante temeva che arrivasse
accompagnato, ma per fortuna Anna
si alzò per accogliere soltanto
Edvard Grieg.
«Mia cara Frøken Landvik, grazie
per aver trovato il tempo di
ricevermi con così poco preavviso.»
Le prese la mano e la baciò.
«Vi prego, sedetevi. Posso offrirvi
un tè o un caffè?» balbettò Anna,
per nulla abituata a ricevere degli
ospiti da sola.
«Magari un bicchier d’acqua…»
Frøken Olsdatter annuì e uscì dalla
stanza.
«Temo di avere poco tempo,
perché domani dovrò fare ritorno a
Bergen e, come potete immaginare,
ci sono molte persone cui fare visita
qui a Christiania. Ma volevo
vedervi, Frøken Landvik, perché
avete una voce deliziosa, anche se
immagino di non essere certo il
primo a dirvelo. In effetti ho sentito
che è stato Herr Bayer a guidarvi
nella vostra carriera.»
«Sì, è vero» riconobbe lei.
«E da quanto ho sentito ieri sera,
ha fatto un lavoro eccellente. Ma, se
posso permettermi, la vostra voce
merita ben altre attenzioni. Io potrei
presentarvi personalmente ai più
grandi musicisti di tutta Europa.
Presto dovrò andare a Copenhagen e
in Germania e parlerò del vostro
talento alle persone che conosco.
Frøken Landvik, dovete capire che,
per quanto non vorremmo che fosse
così, al momento la Norvegia è solo
un puntino nel panorama culturale
europeo.» Fece una pausa e sorrise
nel vedere lo sguardo confuso di
Anna. «Ciò che sto cercando di
dirvi, mia cara, è che vorrei aiutare
la vostra carriera a decollare oltre i
confini nazionali.»
«È molto gentile da parte vostra,
signore, ed è un grande onore.»
«Ma innanzitutto, posso chiedervi
se siete libera di viaggiare?» chiese,
proprio mentre Frøken Olsdatter
rientrava con una brocca d’acqua e
due bicchieri.
«Quando la stagione del Peer Gynt
sarà finita, sì, non avrò più impegni
qui in Norvegia.»
«Bene, bene» disse. Frøken
Olsdatter se ne andò di nuovo. «E
non siete sposata o fidanzata, al
momento?»
«No, signore.»
«Immagino che abbiate molti
ammiratori, perché non solo avete
un grande talento, ma siete anche
molto bella. Sotto molti aspetti mi
ricordate la mia cara moglie Nina.
Anche lei ha la voce di un angelo.
Allora vi scriverò da Copenhagen e
vedremo cosa posso fare per portare
al mondo la vostra fantastica voce.
Ora purtroppo devo proprio andare.»
«Grazie della visita, signore» disse
Anna alzandosi.
«Lasciate che mi congratuli ancora
una volta per la vostra esibizione.
Mi avete ispirato. Ci rivedremo,
Frøken Landvik, ne sono certo.
Arrivederci.»
Le baciò nuovamente la mano
lanciandole uno sguardo che Anna
ormai aveva imparato a riconoscere
come segno di interesse da parte di
un uomo.
«Arrivederci» lo salutò con una
riverenza.
«Come sarebbe a dire, ha lasciato
Christiania?»
«Proprio quello che ho detto, ha
dovuto fare ritorno a Bergen.»
«Allora tutto è perduto! Dio solo
sa quando tornerà.» Jens ricadde
sulla sua scomoda sedia nella buca
per l’orchestra e guardò Herr
Hennum rattristato.
«La buona notizia è che sono
riuscito a sottoporgli le tue
composizioni prima che se ne
andasse. E mi ha dato questa.» Herr
Hennum consegnò a Jens una busta
su cui si leggeva: A chi di dovere.
Jens rimase a fissarla. «Che
cos’è?»
«È una lettera di presentazione del
compositore per il conservatorio di
Lipsia.»
Jens, sopraffatto dalla gioia, sferrò
un pugno all’aria. Quella lettera era
il suo passaporto per il futuro.
28

«Partirò per Lipsia quando finirà la


stagione del Peer Gynt. Vieni con
me, Anna, ti prego» la implorò Jens.
Erano seduti nel soggiorno di casa di
Otto, lui le teneva un braccio intorno
alla vita sottile. «Mi rifiuto di
lasciarti a Christiania tra le grinfie di
Herr Bayer. Quando rifiuterai la sua
proposta, dubito che si comporterà
da gentiluomo.» La baciò
delicatamente sulla guancia.
«Facciamo come fanno tutti i
giovani innamorati nei romanzi e
fuggiamo insieme. Hai detto che
tiene il tuo denaro al sicuro?»
«Sì, ma sono certa che me lo
darebbe, se glielo chiedessi.» Anna
si morse un labbro ed esitò. «Jens,
sarebbe un grave tradimento, dopo
tutto quello che Herr Bayer ha fatto
per la mia carriera. E che ne sarà di
me a Lipsia?»
«Be’, Lipsia è il centro del mondo
musicale in Europa! Sarebbe una
magnifica opportunità per te. Herr
Grieg in persona ti ha detto che
Christiania è troppo piccola per il
tuo talento. Tu meriti un pubblico
più vasto» la spronò Jens. «La casa
editrice che pubblica la sua musica
ha sede lì e lui stesso trascorre molto
tempo in quella città. Perciò nulla ti
impedirebbe di mantenere un
legame con lui, in futuro. Anna, ti
prego, riflettici. Credo che sia
l’unica soluzione per noi. Al
momento, mi sembra non ce ne
siano altre.»
Anna guardò Jens, a disagio. Le ci
era voluto un anno per abituarsi alla
vita di Christiania. E se non fosse
riuscita ad ambientarsi altrove? E
poi, ora aveva più fiducia in se
stessa e amava interpretare Solveig;
e poi le sarebbero mancati
moltissimo Frøken Olsdatter e
Rude… Però, quando cercò di
immaginarsi una vita a Christiania
senza Jens, le si strinse il cuore.
«So che ti chiedo molto» disse lui,
leggendole nel pensiero. «In effetti,
potresti restare qui e diventare la
soprano più famosa della Norvegia.
Ma potresti anche puntare più in
alto, vivere una vita d’amore con me
e avere un successo molto più
esteso. Ma non sarà facile,
ovviamente, perché non abbiamo
denaro e io ho poco più di ciò che
mi ha dato mia madre per pagarmi
gli studi a Lipsia. Vivremmo solo di
musica, amore e fiducia nel nostro
talento» concluse con un gesto
plateale.
«Jens, cosa dovrei raccontare ai
miei genitori? Herr Bayer gli dirà
senz’altro quello che ho fatto.
Infangherò il nome della mia
famiglia. Non posso sopportare che
pensino…» Le si ruppe la voce e si
mise una mano sulla fronte.
«Fammici pensare, mi serve
tempo…»
«Certo che ti serve tempo»
ammise Jens con gentilezza.
«Abbiamo un mese, fino alla fine
della stagione del Peer Gynt.»
«E non posso… non posso restare
con te, se non ci sposiamo» disse
Anna, arrossendo anche solo per
aver menzionato una cosa simile.
«Marcirei all’inferno per l’eternità e
mia madre preferirebbe farsi bollire
in un pentolone piuttosto che subire
una vergogna simile.»
Jens soffocò un sorriso dinanzi alla
vivida immaginazione di Anna.
«Quindi, Frøken Landvik,» disse,
prendendole la mano «stai cercando
di farti fare una proposta?»
«Certo che no! Sto solo dicendo
che…»
«Anna.» Le baciò la mano.
«Capisco quello che stai cercando di
dire, e ti prometto che, qualunque
cosa decideremo, ti chiederò di
sposarmi.»
«Davvero?»
«Sì, davvero. Se fuggiremo a
Lipsia, ci sposeremo in segreto
prima di partire, promesso. Non
voglio compromettere la tua
moralità.»
«Grazie.» Anna si sentì sollevata.
Se non altro l’offerta di Jens era
seria. Se fossero “fuggiti” – soffocò
un brivido solo all’idea – se non
altro sarebbero stati marito e moglie
agli occhi di Dio.
«Dimmi, quando tornerà Herr
Bayer?» le chiese.
«Non ne ho idea, ma…» guardò
l’orologio appeso alla parete e si
portò una mano alla bocca quando si
accorse che ora era. «… ora devo
uscire per essere al teatro un’ora e
mezzo prima che si alzi il sipario.
Ho il trucco.»
«Certo. Ma, Anna, sappi che se
anche io non dovessi andare a Lipsia
e se tu rifiuterai la proposta di Herr
Bayer, temo che non avremo vita
facile qui a Christiania. Vieni qui e
baciami, prima di andare. Ci
vediamo più tardi, ma promettimi
che mi darai presto la tua risposta.»
Anna rientrò in casa dopo lo
spettacolo. Si sentiva
completamente svuotata e
desiderava soltanto andare a
dormire.
«Anna, com’è andata la serata?»
Frøken Olsdatter rimase a
guardarla con insistenza dopo che le
ebbe portato il latte, aiutandola a
togliersi il vestito.
«È andata bene, grazie.»
«Bene, sono felice per te, kjære. Ti
devo avvisare che ho ricevuto un
telegramma, questo pomeriggio. La
madre di Herr Bayer è venuta a
mancare oggi. Lui e sua sorella
resteranno per il funerale,
dopodiché, venerdì, Herr Bayer farà
ritorno a Christiania.»
Solo tre giorni, pensò Anna. «Oh,
mi dispiace.»
«Sì, ma forse è un sollievo che
finalmente Fru Bayer non debba più
soffrire.»
«Non vedo l’ora di rivedere Herr
Bayer» mentì Anna. Frøken
Olsdatter uscì dalla stanza e lei si
infilò a letto, con lo stomaco
sottosopra al pensiero del ritorno di
Herr Bayer.
Il mattino seguente, mentre ancora
rifletteva sulla sua situazione, Anna
andò a fare colazione.
«Sei pallida, Anna kjære. Non hai
dormito bene?» le chiese Frøken
Olsdatter.
«Ho… ho qualche pensiero.»
«Allora forse vuoi condividerlo
con me? Potrei essere in grado di
aiutarti.»
«Non c’è nulla che si possa fare»
disse sospirando.
«Capisco.» Frøken Olsdatter la
osservò con attenzione, ma non le
fece ulteriori pressioni. «Pranzerai
qui?»
«No, devo andare… a teatro
presto, oggi.»
«Molto bene, allora, Anna. Ci
vediamo a cena.»
Nel corso dei tre giorni successivi
Frøken Olsdatter e la cameriera
pulirono la casa con grande frenesia.
Anna trascorse tutto il tempo a
trovare le parole giuste per spiegare
a Herr Bayer per quale motivo non
potesse accettare la sua proposta di
matrimonio.
Nessuno sapeva l’ora esatta del
suo arrivo, ma alle tre e mezza,
incapace di sopportare oltre la
tensione, Anna si mise il cappotto e
disse a Frøken Olsdatter che avrebbe
fatto una passeggiata nel parco. La
governante le lanciò una delle sue
occhiate – un misto di incredulità e
rassegnazione – che di recente erano
diventate la norma.
Come sempre l’aria fredda e
limpida la rinvigorì. Dalla sua
panchina preferita ammirò il fiordo e
le acque scintillanti illuminate dal
sole al tramonto.
Sono dove sono, si disse, e c’è
poco che possa fare al di là di
comportarmi con grazia e
gratitudine, come sono stata
educata.
Si alzò e il pensiero dei suoi
genitori le fece venire le lacrime agli
occhi. Le avevano scritto una lettera
breve ma solidale, in cui la
consolavano per il fatto che Lars
aveva rotto il fidanzamento ed era
partito all’improvviso per
l’America. In quell’istante desiderò
con tutto il cuore che Herr Bayer
non l’avesse mai scoperta. Avrebbe
voluto essere al sicuro a casa sua, a
Heddal, sposata con Lars.
«Herr Bayer tornerà in tempo per
la cena» disse Frøken Olsdatter sulla
porta quando Anna tornò a casa. «Ti
ho preparato il bagno e l’abito da
indossare.»
«Grazie.» Anna le passò accanto e
andò a prepararsi per il confronto.
«Anna, min elskede, tesoro mio!»
disse Herr Bayer, salutandola con
parole confidenziali quando entrò in
sala da pranzo. Le prese la mano e la
baciò. «Vieni, siediti.»
Mentre mangiavano, le raccontò
della triste dipartita della madre e
del funerale. Anna sperava
vagamente che, per via del dolore, si
fosse dimenticato della proposta. E
invece, quando andarono in
soggiorno a prendere il caffè e il
brandy, si accorse che l’atmosfera
era cambiata.
«Allora, mia cara ragazza, hai
riflettuto sulla proposta che ti ho
fatto prima di partire?»
Anna sorseggiò il suo caffè,
sfruttando quel momento per
raccogliere le idee. In realtà, però,
aveva provato il discorso almeno un
migliaio di volte.
«Herr Bayer, sono onorata e
gratificata dalla tua proposta…»
«Ne sono felice!» annunciò lui con
un ampio sorriso.
«Sì, ma ci ho pensato bene e credo
di dover rifiutare.»
Anna guardò l’espressione sul suo
viso cambiare, gli occhi diventare
minuscoli. «Posso chiederti
perché?»
«Perché credo di non poterti dare
ciò di cui hai bisogno come moglie.»
«E che accidenti vorrebbe dire?»
«Che non sono brava a gestire una
casa o abbastanza istruita per
intrattenere i tuoi ospiti o…»
«Anna.» L’espressione di Herr
Bayer si ammorbidì a quelle parole e
lei si rese conto di aver
stupidamente scelto l’approccio
sbagliato. «È davvero dolce e
modesto da parte tua, come è tuo
costume, dirmi cose del genere, ma
devi capire che per me nulla di tutto
questo ha importanza. Il tuo talento
compensa di gran lunga le qualità
che ti mancano, e la tua gioventù e
l’innocenza sono due dei motivi per
i quali ho imparato ad amarti. Ti
prego, mia cara ragazza, non c’è
alcun bisogno di essere umili, né di
temere di non essere all’altezza. Ho
sviluppato un profondo affetto per
te. E per quanto riguarda la cucina,
be’, c’è Frøken Olsdatter!»
Calò il silenzio mentre Anna si
frugava nella mente in cerca di
qualcos’altro da dirgli.
«Herr Bayer…»
«Anna, ti ho già detto di
chiamarmi Franz, per favore.»
«Franz, anche se sono lusingata
dalla tua proposta, purtroppo non
posso accettare. E questo è quanto.»
«C’è qualcun altro?»
La ragazza rabbrividì
all’improvvisa aggressività del tono
dell’uomo. «No, io…»
«Anna, prima che tu prosegua,
devi sapere che, anche se sono stato
via per settimane da Christiania, ti
ho tenuta d’occhio. Se rifiuti la mia
proposta a causa del bel violinista
che suona nell’orchestra, voglio
metterti in guardia. Non solo come
uno che ti ama e che vuole darti
tutto ciò che hai sempre sognato, ma
come tuo consigliere e tua guida in
un mondo che sei ancora troppo
ingenua per comprendere.»
Anna non disse nulla, ma capì di
avere la sorpresa dipinta sul volto.
«È così, dunque!» Herr Bayer si
batté sulla coscia. «Sembra che
debba competere per le tue
attenzioni con un mascalzone buono
a nulla e squattrinato che suona
nell’orchestra. Lo sapevo» disse, e
buttò la testa all’indietro,
scoppiando a ridere. «Chiedo scusa,
Anna, ma stasera mi hai dimostrato
quanto tu sia ancora innocente.»
«Perdonami, ma noi due siamo
innamorati!» Il fatto che ridesse di
lei, sminuendo quello che c’era fra
loro, la fece andare su tutte le furie.
«E che tu lo approvi o no, le cose
stanno così» disse alzandosi. «Viste
le circostanze, penso sia meglio che
io me ne vada. Voglio ringraziarti
per tutto quello che hai fatto per me
e per tutto ciò che mi hai dato. E mi
dispiace che il mio rifiuto non sia
stato di tuo gradimento.»
Si mosse verso la porta, ma Herr
Bayer la raggiunse in due ampie
falcate e la trattenne. «Aspetta,
Anna, non separiamoci in questo
modo. Ti prego, ti imploro, siediti e
parliamo. Ti sei sempre fidata di me,
prima d’ora, e vorrei mostrarti
l’errore che stai commettendo.
Conosco quell’uomo: so chi è e mi
rendo conto dell’incantesimo che ti
ha lanciato. Non ti biasimo in nessun
modo. Sei così innocente, e credi di
essere innamorata. Che tu accetti o
meno la mia proposta non è
importante. Ma quell’uomo ti
spezzerà il cuore e ti distruggerà
come ha fatto con molte altre donne
prima di te.»
«No, tu non lo conosci…» Anna si
tormentava le mani, disperata,
mentre lacrime di frustrazione le
scendevano lungo le guance.
«Su, su, cerca di calmarti. Per
favore, sediamoci e parliamo.»
Anna si sentì svuotata di ogni
energia e gli permise di ricondurla
sulla poltrona.
«Mia cara» riprese con gentilezza
Herr Bayer. «Dovresti sapere delle
precedenti relazioni che Herr
Halvorsen ha avuto con altre
donne.»
«Sì, lo so.»
«Jorid Skrovset, del coro, era
talmente distrutta che si è rifiutata di
rimettere piede in teatro. E la grande
Madame Hansson è caduta in un tale
stato di depressione, dopo che Herr
Halvorsen l’ha lasciata, che è dovuta
andare all’estero per riprendersi. È
per questo che hai preso il suo posto
nel teatro di Christiania.»
«Signore, so per certo da Jens
che…»
«Perdonami, Anna, ma non sai
nulla di quell’uomo» la interruppe
lui. «So di non essere tuo padre né,
purtroppo, al momento, il tuo
promesso sposo, e per questo ho
poco ascendente sulle tue decisioni.
Ma ti dico, proprio perché tengo così
tanto a te, che Jens Halvorsen ti
porterà solo guai. Ti distruggerà,
Anna, come ha fatto con molte
donne che hanno avuto la sfortuna di
cadere nella sua trappola. È un
debole, e la sua debolezza sono le
donne e l’alcol. Ho paura per te,
davvero, e l’ho avuta sin dal primo
istante in cui ho saputo di questa…
liaison.»
«Quando l’hai saputo?» sussurrò.
Non riusciva a guardarlo.
«Settimane fa. Tutti, a teatro, lo
sanno. Ed è stata proprio questa
scoperta a spingermi a farti la
proposta, semplicemente perché
volevo salvare te e il tuo talento da
te stessa. So bene che, se ti concedi
a lui, ti lascerà ben presto per
un’altra. E non riesco a sopportare
l’idea che tu getti via ogni cosa per
un Casanova egoista, dopo tutto
quello che abbiamo fatto insieme.»
Anna rimase in silenzio mentre
Herr Bayer si versava un altro
brandy.
«Dato che non mi rispondi, ti dirò
cosa credo che dovremmo fare. Se
hai intenzione di stare con
quell’uomo, allora sono d’accordo,
dovresti lasciare subito questa casa,
per il semplice fatto che non
sopporterei di assistere
all’inevitabile, drammatico epilogo.
E andare con lui a Lipsia dopo la
fine degli spettacoli del Peer Gynt.»
Vide l’espressione sbalordita di
Anna e proseguì: «Se decidi che è
davvero questo che vuoi fare, allora
ti darò il denaro che hai guadagnato
a teatro e ti lascerò andare per la tua
strada. Se, tuttavia, ciò che ho detto
avrà qualche effetto su di te, essendo
la verità, e ti deciderai a lasciare
Herr Halvorsen e a sposarmi, dopo
che avrò portato a termine un
adeguato periodo di lutto per la
morte di mia madre, allora ti prego,
resta. Non c’è bisogno di affrettare
le cose: quello che mi serve è che tu
mi dica cosa vuoi fare. Ti prego,
Anna, rifletti molto attentamente
sulla tua decisione, perché ti
cambierà la vita, nel bene o nel
male».
«Se sapevi tutte queste cose,
perché non me l’hai detto prima?»
chiese con voce flebile. «Di certo
immaginavi che avrei rifiutato la tua
proposta, no?»
«Mi assumo ogni colpa di quanto è
successo. Non ero qui a Christiania
per proteggerti da lui. Adesso che
sono tornato, ti assicuro che lo farò.
Ma solo a condizione che tu scacci
Jens Halvorsen dalla tua vita,
immediatamente. Se mi avessi
respinto per un pretendente diverso,
forse avrei accettato la cosa con
maggior classe. Ma in questo caso
non posso, perché so che lui ti farà
soffrire.»
«Io lo amo» ripeté Anna
inutilmente.
«So che pensi di amarlo e
immagino che sarà difficile per te
accettare di fare ciò che ti ho
chiesto. Ma un giorno spero capirai
che sto agendo nel tuo interesse.
Credo sia ora di ritirarci. Sono state
settimane estenuanti, queste, e sono
molto stanco.» Le prese la mano e
gliela baciò. «Buonanotte, Anna.
Dormi bene.»
29

Il pomeriggio seguente Anna fu lieta


di tornare in teatro, dove ogni cosa
era sempre uguale a se stessa. Non
aveva dormito neanche un minuto
quella notte, combattuta tra ciò che
le diceva la testa e ciò che
desiderava il cuore. In quello che
aveva detto Herr Bayer c’era tanto
di vero, specialmente se si osservava
la situazione da fuori. Lei stessa
aveva pensato cose simili su Jens,
perciò non poteva biasimare nessuno
se quel ragazzo era considerato un
poco di buono. Ovviamente, tutti le
avrebbero consigliato di sposare
Herr Bayer, e non un musicista
senza un quattrino. Sarebbe stata la
scelta più saggia.
Tuttavia, nessuna di queste
considerazioni la aiutava a risolvere
il dilemma, perché, per quanto ci
riflettesse, l’idea di lasciare Jens
Halvorsen per sempre era
semplicemente insopportabile.
Almeno, pensò uscendo dal
camerino per raggiungere il
palcoscenico, lo rivedrò tra pochi
minuti, e mi guarderà con amore e
comprensione dalla buca
dell’orchestra. Aveva già scritto un
biglietto in cui gli diceva che
dovevano incontrarsi dopo lo
spettacolo; avrebbe chiamato Rude
perché glielo consegnasse al primo
intervallo. Quando iniziò l’opera,
Anna cercò di calmarsi e di
ricomporsi. Salendo sul palco e
pronunciando le prime battute, senza
farsi notare lanciò un’occhiata verso
l’orchestra per incrociare lo sguardo
di Jens.
In preda al panico, si accorse che
non c’era. Al suo posto sedeva un
ometto piccolo come un elfo.
Alla fine del primo atto, confusa
per la paura, scese dal palco e
chiamò subito Rude nel suo
camerino.
«Ciao, Frøken Anna. Come stai?»
«Sto bene» mentì lei. «Sai dov’è
Herr Halvorsen? Ho visto che
stasera non suona.»
«Davvero? Be’, per la prima volta
mi dici una cosa che non so. Vuoi
che vada a scoprire dov’è?»
«Magari.»
«Bene. Potrei impiegarci un po’, ci
vediamo al prossimo intervallo.»
Anna portò a termine il secondo
atto in preda alla disperazione, e
quando Rude ricomparve nel
camerino, come promesso, temette
di svenire per la tensione.
«La risposta è che nessuno lo sa.
Forse è malato, Frøken Anna. Ma il
fatto è che qui non c’è.»
Recitò fino alla fine dello
spettacolo in preda allo stordimento.
In camerino si cambiò in fretta, uscì
dal teatro e salì sulla carrozza, dando
al cocchiere l’indirizzo di casa di
Jens. Quando arrivarono di fronte
all’edificio disse all’uomo di
aspettarla, poi si infilò nel portone e
corse su per le scale. Col respiro
pesante, bussò forte alla porta finché
sentì un rumore di passi che si
avvicinavano.
La porta si aprì e vide Jens. Gli si
gettò tra le braccia, sopraffatta dalla
felicità. «Grazie a Dio, grazie a Dio.
Io…»
«Anna.» La tirò dentro casa e le
mise un braccio sulle spalle
tremanti, conducendola in
soggiorno.
«Dov’eri? Pensavo che te ne fossi
andato… io…»
«Anna, ti prego, cerca di calmarti.
Lascia che ti spieghi.» Jens la fece
sedere e si accomodò accanto a lei.
«Sono arrivato a teatro come al
solito e Johan Hennum mi ha
comunicato che i miei servigi
nell’orchestra non erano più
richiesti. Avevano trovato un
flautista e un violinista che mi
avrebbero sostituito con effetto
immediato. Gli ho chiesto se questa
situazione fosse temporanea e la
risposta è stata che no, non lo era.
Mi ha dato quanto mi doveva e mi
ha mandato via. Anna, te lo giuro,
non ho assolutamente idea del
perché mi abbiano cacciato.»
«Io sì. Oh, buon Dio…» Anna si
prese la testa tra le mani. «Per una
volta, Jens, questa situazione non ha
nulla a che vedere con il tuo
comportamento. È colpa mia. Ieri
sera ho detto a Herr Bayer che non
l’avrei sposato. E lui mi ha detto che
sapeva tutto di noi! Ha detto che
potevo benissimo continuare a stare
da lui, se avessi rinunciato a te, in
quel momento. E che, se non ero
pronta a farlo, allora avrei dovuto
lasciare la sua casa.»
«Oh no» disse Jens sospirando.
«Per questo mi hanno licenziato
dall’orchestra di Christiania.
Probabilmente è stato detto a
Hennum e Josephson che ho
un’influenza negativa su di te e che
ti distraggo.»
«Perdonami, Jens. Non credevo
che Herr Bayer potesse arrivare a
tanto.»
«Io sì, e te l’avevo detto» borbottò
Jens. «Be’, almeno ora conosco il
motivo del mio rapido
allontanamento.»
«Cosa farai?»
«Be’, a questo proposito, stavo
giusto facendo i bagagli.»
«Per andare dove?» chiese Anna
sconvolta.
«A Lipsia, ovviamente. A questo
punto, è ovvio che qui per me non
c’è futuro. Ho deciso di partire il
prima possibile.»
«Capisco.» Anna abbassò lo
sguardo, sforzandosi di non
piangere.
«Ti avrei scritto stasera,
lasciandoti la lettera sotto la porta di
servizio.»
«Me lo giuri? Oppure sono solo
parole e saresti scomparso senza
neanche salutarmi?»
«Anna, min kjære, vieni qui.» Jens
la prese tra le braccia e le accarezzò
teneramente la schiena. «So che è
stato un periodo molto difficile per
te, ma anche per me sono passate
solo poche ore da quando Herr
Hennum mi ha cacciato. Ti avrei
detto di sicuro dov’ero. Perché mai
non avrei dovuto? Sono stato io a
chiederti di venire con me, ricordi?»
«Sì, sì… hai ragione.» Anna si
asciugò le lacrime. «Sono distrutta.
E così arrabbiata che abbiano punito
te per quello che ho fatto.»
«Be’, non esserlo. Avevo
comunque intenzione di andarmene;
solo che è successo un po’ prima di
quanto mi aspettassi. Herr Bayer era
molto arrabbiato con te, amore
mio?»
«No, non era affatto arrabbiato. Ha
detto che non voleva che mi
rovinassi la vita stando con te e che
non dovevo vederti più, per il mio
bene.»
«Ed ecco perché mi hanno buttato
fuori senza tanti complimenti: per
assicurarsi che non ci vedessimo
più. Cosa farai, adesso?»
«Herr Bayer mi ha concesso un
giorno per pensarci. Come osa
interferire così con la nostra vita?»
«È una situazione insostenibile per
tutti e due» disse sospirando Jens.
«Partirò domani, l’anno accademico
al conservatorio è cominciato solo
da due settimane, non credo di
essermi perso troppo. Se vuoi, potrai
raggiungermi a Lipsia quando il
Peer Gynt sarà finito.»
«Jens, dopo quello che ti hanno
fatto, non potrei mai tornare in
teatro!» Anna rabbrividì. «Verrò con
te immediatamente.»
Jens la guardò sorpreso. «Sei
sicura che sia la scelta giusta, Anna?
Se te ne vai prima che la stagione sia
finita, non potrai mai più lavorare al
teatro di Christiania. Diventerai una
reietta, come me.»
«Non vorrei lavorarci comunque»
ribatté lei. I suoi occhi lanciavano
lampi di indignazione. «Mi rifiuto di
permettere alle persone, per quanto
ricche e potenti, di comportarsi
come se io fossi di loro proprietà.»
Jens ridacchiò. «Sotto quel bel
faccino sei una vera ribelle, eh?»
«Sono stata educata a distinguere
ciò che è giusto da ciò che è
sbagliato, e so che quello che ti
hanno fatto è molto, molto
sbagliato.»
«Sì, lo è, amore mio, ma purtroppo
c’è davvero poco che possiamo fare
al riguardo. Anna, con tutto il cuore,
ti avverto: per quanto tu sia
arrabbiata adesso, ti prego di
riflettere attentamente. Non
sopporterei l’idea di essere colui che
ti ha rovinato la carriera. E sappi»
continuò mentre lei stava per
ribattere «che non lo dico perché
non voglio che tu venga. Sono solo
preoccupato perché domani ci
imbarcheremo sul traghetto per
Amburgo e poi prenderemo il treno
notturno per Lipsia, senza neanche
sapere dove dormiremo una volta là.
O se mi accetteranno al
conservatorio.»
«Certo che ti accetteranno, Jens.
Hai la lettera scritta da Herr Grieg.»
«Sì, è vero, ma io sono un uomo e
sono in grado di sopportare
privazioni fisiche, mentre tu sei una
signora con certe… necessità.»
«Una signora nata in una fattoria
che non aveva mai visto una latrina
in casa prima di arrivare a
Christiania, vorrai dire» ribatté
Anna. «Davvero, Jens, ho la
sensazione che tu stia facendo di
tutto per convincermi a non
accompagnarti.»
«Bene, non dire che non ti avevo
avvertita quando arriveremo.
Allora,» disse sorridendo «ho fatto
del mio meglio per dissuaderti e ti
sei rifiutata di seguire i miei
consigli. Perciò ho la coscienza a
posto. Partiremo insieme, domattina
all’alba. Vieni qui, Anna.
Abbracciamoci e troviamo insieme
la forza per affrontare questa
avventura.»
Poi la baciò, e tutte le
preoccupazioni di lei si sciolsero
come neve al sole. Le loro labbra si
separarono e Anna gli appoggiò la
testa sul petto, mentre lui le
accarezzava i capelli. «C’è anche
un’altra cosa di cui dobbiamo
parlare. Ci presenteremo come una
coppia sposata a chiunque
incontreremo durante il viaggio e a
Lipsia. Dal giorno alla notte
diventerai Fru Halvorsen agli occhi
del mondo, perché nessuno ci
affitterebbe una stanza se sapesse
che non siamo sposati. Come ti fa
sentire questa cosa?»
«Che è necessario sposarci subito,
appena arrivati a Lipsia. Non potrei
tollerare…» Non riuscì a
concludere.
«Certamente. E non preoccuparti,
Anna, anche se saremo costretti a
condividere lo stesso letto, ti prego,
credimi, mi comporterò sempre da
gentiluomo. Quindi, per adesso»
Jens uscì e tornò pochi istanti dopo
con una scatoletta imbottita di
velluto «devi metterti questo. È
l’anello di fidanzamento di mia
nonna. Me l’ha dato mia madre
quando me ne sono andato e mi ha
detto di venderlo se avessi avuto
bisogno di soldi. Posso infilartelo al
dito?»
Anna fissò il sottile anello d’oro.
Non era certo il “matrimonio” che si
era immaginata, ma per il momento
avrebbe dovuto accontentarsi.
«Ti amo, Fru Halvorsen» le disse
lui mettendole l’anello al dito. «E ti
prometto che ci sposeremo per
davvero quando saremo a Lipsia.
Ora devi andare a prepararti per
domani. Riesci a tornare qui per le
sei?»
«Sì, ci sarò» rispose Anna,
avviandosi verso l’uscita. «Perché
dubito che stanotte riuscirò a
dormire.»
«Anna, hai del denaro?»
«No» rispose mordendosi il
labbro. «E non posso certo chiedere
i miei soldi a Herr Bayer, adesso.
Non sarebbe giusto. L’ho deluso
profondamente, come ho deluso
tanti altri.»
«Allora saremo poveri come
mendicanti finché non ci
rimetteremo in piedi» concluse lui
stringendosi nelle spalle.
«Buonanotte, Jens» disse piano lei.
«Buonanotte, amore mio.»
L’appartamento era immerso nel
silenzio quando Anna arrivò a casa.
Mentre percorreva in punta di piedi
il corridoio, vide il volto ansioso di
Frøken Olsdatter spuntare da dietro
la porta della sua stanza.
«Ero preoccupata, Anna» sussurrò
andandole incontro. «Grazie a Dio
Herr Bayer si è ritirato presto,
stasera, accusando un po’ di febbre.
Dove sei stata?»
«Fuori» rispose Anna. Posò la
mano sulla maniglia della porta di
camera sua. Non voleva più dover
spiegare nulla a nessuno.
«Non vuoi andare in cucina? Ti
preparo un po’ di latte caldo.»
«Io…» Anna rifletté. Quella donna
era sempre stata gentile con lei e
sarebbe stato ingiusto abbandonarla
senza dirle nulla. «Grazie.» Si lasciò
accompagnare lungo il corridoio
fino alla cucina.
Davanti a un bicchiere di latte
caldo, Anna raccontò tutta la storia a
Frøken Olsdatter e, quando ebbe
finito, fu felice di averlo fatto.
«Bene, bene» mormorò. «Sei
proprio una rubacuori, kjære.
Sembra che gli uomini facciano la
fila per te. Quindi hai deciso di
partire subito e di seguire a Lipsia il
tuo violinista?»
«Non ho scelta. Herr Bayer mi ha
detto che avrei dovuto andarmene se
non avessi lasciato subito Jens.
Dopo quello che ha chiesto di fare a
Herr Hennum, non voglio restare a
Christiania un minuto di più.»
«Anna, non pensi che Herr Bayer
stia solo cercando di proteggerti?
Che abbia a cuore i tuoi interessi?»
«Non è vero! È quello che lui
vuole, non quello che voglio io!»
«E la tua carriera? Ti prego, Anna,
hai un grande talento. Non puoi
sacrificarlo, neanche per amore.»
«Ma è necessario. Non posso
rimanere a Christiania senza Jens»
insistette Anna. «E posso cantare
ovunque, in ogni parte del mondo.
Herr Grieg ha detto che mi avrebbe
aiutata, se gliel’avessi chiesto.»
«Ed è un benefattore molto
influente» concordò Frøken
Olsdatter. «Come farai per i soldi?»
«Herr Bayer ha detto che mi
avrebbe dato quello che ho
guadagnato in teatro, ma ho deciso
che non gli chiederò nulla.»
«La cosa ti fa onore, ma anche le
persone innamorate devono
mangiare e avere un tetto sopra la
testa.» Frøken Olsdatter si alzò, aprì
un cassetto della credenza e tirò
fuori una scatola di latta. Prese la
chiave appesa a una catenella che
teneva attorno alla vita e la aprì.
Dentro c’era un sacchetto di monete,
che consegnò ad Anna. «Tieni. Sono
i miei risparmi. Non so come usarli
e tu ne hai più bisogno di me. Non
posso vederti lasciare questa casa e
andare incontro a un futuro incerto
senza un soldo.»
«Oh, ma non posso…» protestò
Anna.
«Puoi e lo farai» disse con
fermezza Frøken Olsdatter. «E un
giorno, quando canterai all’Opera
House di Lipsia, potrai invitarmi a
sentirti come ricompensa.»
«Grazie, sei davvero molto
gentile.» Anna era commossa oltre
ogni misura. Prese la mano di
Frøken Olsdatter. «Pensi che quello
che sto facendo sia sbagliato?»
«Chi sono io per giudicare? Che la
tua decisione sia giusta o sbagliata,
sei una ragazza coraggiosa, con forti
princìpi. E ti ammiro per questo.
Forse, quando ti sarai sistemata,
potrai scrivere a Herr Bayer.»
«Ho paura che sarà
arrabbiatissimo.»
«No, Anna, non sarà arrabbiato,
ma solo molto triste. Forse per te è
solo un vecchio, ma ricorda, anche
alla sua età il cuore funziona come
ha sempre fatto. Non incolparlo per
essersi innamorato di te e per aver
tentato di tenerti con sé per sempre.
Ora, visto che domani dovrai alzarti
alle prime luci, ti consiglio di andare
a letto e di dormire il più possibile.»
«Lo farò.»
«Ti prego, Anna, scrivimi da
Lipsia e fammi sapere che sei al
sicuro. Herr Bayer non è l’unico in
questa casa a cui mancherai. Cerca
solo di ricordarti che sei giovane,
bella e di talento. Non sprecare tutti
questi doni, d’accordo?»
«Non lo farò. Grazie di tutto.»
«Cosa dirai ai tuoi genitori?»
chiese all’improvviso Frøken
Olsdatter.
«Non lo so» rispose Anna
sospirando. «Proprio non lo so.
Addio.»

Mentre il traghetto diretto ad


Amburgo usciva sbuffando dal
fiordo, Anna rimase sul ponte a
guardare la sua terra natia
scomparire nella foschia autunnale.
E si chiese se l’avrebbe mai più
rivista.
30

Ventiquattro ore dopo Anna e Jens


scesero finalmente dal treno alla
stazione ferroviaria di Lipsia. Il sole
era sorto da poco e Anna era
talmente stanca che riusciva a
malapena a stare in piedi. Jens
portava sia la sua valigia che la
sacca di lei. Il treno da Amburgo era
dotato di cuccette, ma non se l’erano
sentita di spendere i pochi soldi che
avevano per una comodità del
genere. Erano rimasti seduti tutta la
notte sui duri sedili di legno e Jens si
era addormentato quasi subito
appoggiandole la testa sulla spalla.
Con il passare delle ore, Anna
stentava sempre più a credere di
aver preso quella decisione.
Se non altro era una mattinata
limpida e luminosa. Uscirono dalla
stazione affollata e percorsero le vie
del centro cittadino. Nonostante la
stanchezza Anna si risollevò un
poco alla vista della bellezza di
Lipsia. Le ampie strade pavimentate
erano costeggiate da imponenti
edifici di pietra, molti dei quali
decorati, con file e file di eleganti
finestre. I passanti parlavano una
lingua spigolosa che Anna aveva
sentito parlare sul treno, per tutto il
tragitto da Amburgo; era tedesco.
Jens le aveva assicurato di saperla
parlare in modo decente, ma lei
capiva soltanto quelle poche parole
più o meno simili al norvegese.
A un certo punto si ritrovarono
nella piazza del mercato centrale,
fiancheggiata dal maestoso
municipio dal tetto rosso. Sulla
facciata si vedevano ampi archi
sostenuti da colonne, il tutto
dominato dall’alta torre
dell’orologio. La piazza era già
piena di bancarelle e ferveva di
attività. Jens si fermò davanti a un
fornaio che stava disponendo sul
banco un assortimento di pane
appena sfornato. A sentire quel
delizioso profumo, Anna si rese
conto di avere una gran fame.
Ma Jens non si era fermato per
comprare da mangiare.
«Entschuldigen Sie, bitte. Wissen
Sie wo die Pension in der
Elsterstraße ist?»
Anna non capì ciò che rispose il
fornaio.
«Bene, non siamo lontani dalla
pensione suggerita da Herr Grieg»
disse Jens.
La pensione si rivelò essere un
modesto edificio in legno e muratura
situato su una stradina stretta che si
diramava da una via di nome
Elsterstraße. Nulla a che vedere con
i grandiosi edifici che avevano visto
fino a quel momento, pensò Anna
sempre più stanca. Quella zona
sembrava piuttosto malmessa, ma
era tutto ciò che potevano
permettersi. Si avvicinò a Jens, che
bussò forte alla porta. Dopo qualche
attimo comparve una donna, che si
allacciò in fretta la cintura della
vestaglia per coprire la camicia da
notte. Anna immaginò che non
doveva essere più tardi delle sette
del mattino.
«Um Himmels willen, was wollen
Sie denn?!» borbottò la donna.
Jens le rispose in tedesco e Anna
capì solo le parole “Herr Grieg”.
Quando Jens fece il nome del
compositore, l’espressione della
donna si rilassò e li fece entrare.
«Dice che sono al completo, ma
siccome ci ha mandati Herr Grieg,
può darci la stanza della cameriera,
nell’attico. Staremo lì per un po’»
tradusse Jens a beneficio di Anna.
Salirono le strette scale di legno
che cigolavano sotto i loro piedi.
Finalmente arrivarono all’ultimo
piano e la donna aprì la porta,
rivelando una stanzetta ricavata
sotto le travi del tetto. L’unico
mobile era un piccolo letto d’ottone
e una cassettiera con una bacinella e
una brocca d’acqua sopra. Se non
altro, però, sembrava pulita.
A quel punto seguì un altro
scambio di battute in tedesco tra
Jens e la donna, in cui Jens indicò il
letto e lei annuì, uscendo dalla
stanza.
«Le ho detto che per adesso
prendiamo questa, finché non
troveremo un’altra sistemazione. Le
ho detto anche che il letto è troppo
piccolo per dormirci entrambi,
perciò è andata a cercarmi una
branda.»
Rimasero entrambi in silenzio,
esausti, finché la donna non tornò.
Jens le offrì qualche moneta.
«Nur Goldmark, keine Kronen»
disse la donna scuotendo la testa.
«Prendete le corone, per ora, e
domani cambierò un po’ di soldi»
disse Jens.
La donna accettò con riluttanza,
intascando il denaro, e indicò con il
dito sotto il letto. Poi, finalmente, se
ne andò.
Anna si sedette con cautela. Le
girava la testa per la stanchezza, ma
aveva ancora più bisogno di usare il
bagno. Arrossendo, chiese a Jens se
la donna le avesse detto dove si
trovasse.
«Temo che sia lì sotto» e indicò il
letto. «Vado fuori mentre tu…»
Terribilmente imbarazzata, Anna
rimase sola e fece quello che non
vedeva l’ora di fare da diverse ore.
Poi fece rientrare Jens.
«Bene. Ora è meglio se riposiamo
un po’» consigliò lui.
Anna arrossì nuovamente e
distolse lo sguardo mentre Jens si
toglieva gli abiti, restando in
canottiera e mutandoni. Si distese
sulla branda e si coprì con il
soprabito. «Non preoccuparti,
prometto di non sbirciare» ridacchiò.
«Dormi bene, Anna. Ci sentiremo
entrambi meglio dopo aver
riposato.» Poi le lanciò un bacio e si
girò, dandole le spalle.
Anna si slacciò il cappotto, si tolse
la gonna e la camicia ma rimase con
la sottoveste. Mentre si infilava nel
letto sotto le ruvide coperte di lana e
appoggiava la testa sul cuscino,
sentiva già il lieve russare di Jens
provenire dalla branda.
Che cosa ho fatto?, pensò. Herr
Bayer aveva ragione. Era stata
ingenua e testarda e non si era
fermata a riflettere sulle
conseguenze delle sue azioni. Ora
aveva tagliato tutti i ponti alle sue
spalle ed era finita in quella terribile,
claustrofobica stanza, a dormire a
pochi centimetri da un uomo con cui
non era sposata e a doversi mostrare
senza la minima riservatezza.
«Oh, Signore, perdonami per tutto
il dolore che ho causato agli altri»
sussurrò rivolta al cielo, dove
immaginò che Lui la stesse
ascoltando. Alla fine scivolò in un
sonno inquieto.

Quando Jens si svegliò, affamato


come un lupo e assetato, Anna era
già in piedi completamente vestita.
«Comodo il letto?» le chiese,
stirandosi e sbadigliando.
«Ci farò l’abitudine.»
«Ora» fece Jens vestendosi
«dobbiamo procurarci un po’ di
Goldmark e trovare qualcosa da
mangiare. Ma prima, posso chiederti
di uscire dalla stanza? Ci vediamo
fuori quando avrò finito…»
Anna obbedì e uscì. Poi, con suo
grande orrore, vide Jens uscire con il
vaso in mano.
«Dobbiamo chiedere alla signora
cosa fare con questo» disse,
avviandosi giù per le scale.
Anna lo seguì con le guance in
fiamme. Prima di arrivare a
Christiania era una semplice ragazza
di campagna, e a casa, a Heddal, le
latrine erano all’aperto, sì, ma di
gran lunga più igieniche. E capì
anche che ormai si era abituata alle
comodità della casa di Herr Bayer.
Trovarono la padrona della
pensione nell’ingresso; lei indicò un
punto sul retro dell’edificio, ma gli
prese comunque il vaso dalle mani.
«Andiamo a cercare del cibo»
disse Jens aprendole la porta.
Percorrendo le strade affollate,
Anna e Jens trovarono una
Bierkeller su un lato di una piazzetta
e si sedettero a un tavolo. Jens
ordinò due birre e insieme
studiarono la lavagna su cui era
scritto il breve menù. Anna non
capiva una parola.
«Be’, Bratwurst… sono le
salsicce. Ho sentito dire che sono
molto buone, anche se un po’ più
grasse di quelle che abbiamo a casa»
disse Jens, traducendole il menu.
«Knödel… non chiedermi cosa sia.
Speck, suppongo sia pancetta…»
«Penso che prenderò quello che
prendi tu» disse con un filo di voce
Anna, mentre veniva servita loro la
birra e una ciotola piena di pane
nero. Anche se avrebbe preferito
dell’acqua, prese il suo boccale e
bevve avidamente.
Guardò fuori dalle finestre
impolverate, verso la piazza
affollata. Le donne indossavano per
lo più semplici abiti scuri, con
grembiuli bianchi o grigi che
accentuavano la loro carnagione
pallida e i tratti spigolosi del viso.
Anna si aspettava più eleganza da
quella città, visto che era una delle
più importanti d’Europa. Ogni tanto
passava una carrozza e allora
scorgeva un cappellino di piume sul
capo di una donna benestante.
Arrivò il pranzo e Anna divorò in
un attimo le patate e le salsicce. La
birra le aveva dato alla testa e si
rivolse a Jens con un sorriso
amorevole.
«Come si chiede l’acqua?»
«Devi dire: Ein Wasser, bitte»
rispose Jens, prima che la sua
attenzione fosse attirata dalla piccola
orchestra di strada che suonava al
centro della piazza; lì accanto c’era
un cappello posato a terra per
raccogliere le offerte. Anna lo
guardò compiaciuta mentre
ascoltava.
«Non è magnifico? Il nostro
destino è qui, ne sono sicuro» disse
Jens prendendole la mano. «Che te
ne pare della nostra avventura,
finora?»
«Mi sento sporca, Jens. Quando
torniamo, pensi che sia possibile
chiedere alla padrona di casa se c’è
un posto per fare un bagno e lavare i
vestiti?»
Jens la guardò con aria severa.
«Anna, suvvia, mi hai detto di essere
una ragazza di campagna, abituata
alle fatiche fisiche. È tutto qui quello
che hai da dire sul fatto di trovarti a
Lipsia?»
Anna ripensò con desiderio a
Heddal e alla neve che raccoglieva
in inverno e scioglieva sul fuoco per
lavarsi. E in estate c’erano i corsi
d’acqua limpida in cui immergersi.
«Perdonami. Ce la farò, ne sono
sicura.»
Jens ordinò il suo secondo boccale
di birra e bevve un gran sorso.
«Dovrei ringraziare Herr Bayer,
perché finalmente mi ha costretto ad
andare incontro al mio futuro.»
«Sono contenta che tu sia così
felice di essere qui, Jens.»
«Lo sono, sì. Respira quest’aria,
Anna. Perfino l’odore è diverso. E la
città vibra di creatività e di musica.
Guarda quanta gente si è radunata
intorno a quei musicisti! Hai mai
visto una cosa del genere a
Christiania? Qui la musica viene
celebrata, non derisa come la
fantasia di un pezzente. E adesso,
potrò farne parte anch’io.» Svuotò il
boccale di birra e gettò sul tavolo
qualche moneta, alzandosi. «Ora
vado a prendere la lettera di Herr
Grieg e vado dritto al conservatorio.
È l’inizio di tutto ciò che ho sempre
sognato.»
Una volta tornati al loro alloggio,
Jens frugò nella borsa e prese la
preziosa lettera. Poi baciò Anna e si
avviò verso la porta.
«Riposati, Anna, ti sveglierò più
tardi con un po’ di vino e delle
buone notizie.»
«Chiederesti se qualcuno è
disposto a sentirmi cant…»
Ma Jens si era già chiuso la porta
alle spalle.
Anna si buttò sul letto. Ora capiva
che questa “avventura” aveva un
significato completamente diverso
per loro: Jens correva verso
qualcosa, mentre lei fuggiva. Ma
ormai, pensò rattristata, non poteva
più tornare indietro.
Jens tornò dal conservatorio
qualche ora dopo, ancora più
euforico di prima.
«Quando mi sono presentato e ho
chiesto di vedere il rettore, il dottor
Schleinitz, il portiere mi ha guardato
come se fossi lo scemo del villaggio.
Poi gli ho mostrato la lettera e, dopo
averla letta, è andato dritto nel suo
ufficio a chiamarlo! Il dottor
Schleinitz mi ha chiesto di suonare il
violino, poi una delle mie
composizioni al piano. E non ci
crederai mai…» a questo punto, Jens
sferrò un pugno in aria. «Si è
inchinato! Sì, Anna, si è davvero
inchinato di fronte a me! Abbiamo
parlato di Herr Grieg e mi ha detto
che sarebbe stato un piacere
insegnare a un suo protetto. Perciò,
domani inizierò i miei studi al
conservatorio di Lipsia.»
«Oh, Jens! È magnifico.» Anna
fece del suo meglio per sembrare
felice.
«Sono anche andato da un sarto,
sulla via del ritorno, e ho dovuto
pagarlo il doppio per prepararmi
abiti appropriati entro domattina.
Non voglio che nessuno pensi che
sono un sempliciotto arrivato dai
fiordi. Non è meraviglioso?» Rise,
poi afferrò Anna per la vita e la fece
roteare. «Ora, prima di andare a
festeggiare, dobbiamo trasferirci nei
nostri nuovi alloggi.»
«Hai già trovato qualcosa?»
«Sì. Non è una reggia, ma di certo
ha i suoi vantaggi rispetto a questo
posto. Mentre raduni la nostra roba,
io vado di sotto a dare alla signora i
suoi Goldmark. Ci vediamo giù.»
«Ma…» Anna stava per dire che
non credeva di farcela a trasportare
tutto da sola, ma se n’era già andato.
Qualche minuto dopo, ansimando
per lo sforzo, lo raggiunse di sotto
con i bagagli.
«Bene, andiamo nel nostro nuovo
nido» proclamò Jens.
Anna lo seguì in strada e lo guardò
sorpresa: si era limitato ad
attraversarla, infilandosi nella porta
dell’edificio di fronte.
«Ho visto il cartello “camere
libere”, tornando indietro, e ho
pensato di provare a chiedere»
spiegò.
La casa era simile a quella che
avevano appena lasciato, ma la
stanza era al primo piano e, se non
altro, era più spaziosa e areata. C’era
un grosso letto di ottone che
occupava quasi tutto lo spazio e
Anna si sentì morire quando si rese
conto che non c’era spazio per
mettere una branda sul pavimento.
«C’è anche una latrina dall’altra
parte del corridoio, il che significa
che questa stanza costa di più, ma
almeno questo dovrebbe soddisfarti.
Sei felice, Anna?»
«Sì.» Annuì lei stoicamente.
«Bene.» Diede qualche moneta a
Frau Schneider, la padrona di casa,
che se non altro sembrava più
cortese dell’altra. «Sono sufficienti
per la prima settimana di pigione»
disse, con tono magnanimo.
«Kochen in den Zimmern ist
untersagt. Abendbrot um punkt
sieben Uhr. Essen Sie hier heute
Abend?»
«Sta dicendo che non si può
cucinare in camera ma che possiamo
cenare di sotto, ogni sera alle sette»
spiegò Jens ad Anna. Si rivolse a
Frau Schneider: «Mi sembra
un’ottima cosa. Quanto
costerebbe?».
Dell’altro denaro fu consegnato
alla donna e finalmente la porta si
chiuse dietro di loro.
«Allora, Frau Halvorsen» disse
Jens sorridendo. «Come ti sembrano
i nostri nuovi alloggi?»
«Be’…»
Jens le vide la paura sul volto
quando posò lo sguardo sul letto.
«Anna, vieni qui.»
Lei obbedì e lui la strinse forte a
sé.
«Su, su. Ti ho già promesso che
non ti toccherò finché non mi darai
il permesso. Ma almeno ci terremo
caldi l’un l’altra nelle fredde notti di
Lipsia.»
«Jens, davvero, dobbiamo sposarci
il prima possibile» gli ricordò Anna.
«Dobbiamo trovare una chiesa
luterana che ci sposi…»
«Lo faremo, ma non
preoccupiamocene adesso» la
rassicurò, provando a baciarla sul
collo.
«Jens, quello che stiamo facendo è
un peccato contro Dio!» disse
respingendolo.
«Certo, hai ragione.» Sospirò, poi
la lasciò andare. «Dunque, adesso
abbiamo entrambi bisogno di un bel
bagno, poi usciremo a mangiare,
d’accordo?» disse, sollevandole il
mento per guardarla negli occhi.
«D’accordo» fece lei,
sorridendogli.
31

Nelle due settimane successive,


Anna cominciò a trovare una sua
routine. O, se non altro, a fare
qualcosa che la tenesse occupata
durante le lunghe ore che trascorreva
da sola quando Jens era in
conservatorio.
L’inverno era rigido e nella loro
stanza al mattino si congelava,
perciò spesso tornava a letto, dopo
che Jens se n’era andato, a godersi il
tepore delle coperte di lana mentre
aspettava che il fuoco, acceso nel
minuscolo caminetto, diffondesse un
po’ di calore. Poi si lavava, si
vestiva e usciva a fare due passi per
le strade di Lipsia, raggiungendo il
mercato dove acquistava pane e
salumi per pranzo.
L’unico pasto caldo che facevano
era quello offerto da Frau Schneider
all’ora di cena. Il più delle volte
prevedeva salsiccia e patate o palline
di pane molle immerse in una salsa
non meglio specificata. Anna si
ritrovò a rimpiangere il sapore delle
verdure fresche e il cibo gustoso
della sua infanzia.
Trascorreva molte ore a cercare di
scrivere le lettere che sapeva di
dover inviare a Herr Bayer e ai suoi
genitori. Con la penna di Lars tra le
dita, si chiedeva se il suo ex
promesso fosse davvero andato in
America come aveva detto. E nei
momenti più bui, si domandava se,
dopotutto, non sarebbe dovuta
andare con lui.
Lipsia

1 ottobre 1876

Caro Herr Bayer,


sarai già a conoscenza, visto che non
sono lì con te, del fatto che mi sono
trasferita a Lipsia. Herr Halvorsen e
io ci siamo sposati. E siamo felici.
Vorrei ringraziarti per tutto ciò che
mi hai dato. Ti prego di tenere i soldi
che ho guadagnato nel teatro di
Christiania per ripagarti del disturbo,
e spero che tu possa vendere gli abiti
che ho lasciato a casa, perché erano
davvero belli.
Herr Bayer, sono davvero spiacente
di non averti potuto amare.
Tua,
Anna Landvik

Poi prese un altro foglio e cominciò


a scrivere una seconda lettera.
Kjære Mor e Far,
sono sposata con Jens Halvorsen e
mi sono trasferita con lui a Lipsia.
Mio marito studia al conservatorio,
qui in città, e io mi occupo della
casa. Sono felice, anche se mi
mancate tutti. E mi manca la
Norvegia.
Anna

Anna non scrisse il suo recapito,


troppo spaventata di ricevere le loro
risposte. Di pomeriggio, solitamente
faceva una passeggiata nel parco o si
aggirava tra le affollate vie cittadine
– anche se il suo mantello era
inadeguato a ripararla dal vento
pungente – solo per sentirsi parte
dell’umanità. La grande tradizione
musicale di Lipsia si manifestava
ovunque, nei nomi delle strade
dedicate ai grandi compositori, nelle
statue che li raffiguravano, nelle
case dove molti musicisti, tra i quali
Mendelssohn e Schumann in
persona, avevano vissuto.
Il luogo che preferiva visitare più
di ogni altro era lo spettacolare
Neues Theater, dove si esibiva la
compagnia dell’opera di Lipsia.
Ammirava a lungo l’imponente
ingresso a colonnato e le enormi
finestre ad arco, e si chiedeva se
avrebbe mai avuto l’occasione di
esibirsi in un luogo del genere. Un
giorno si azzardò persino a bussare
alla porta di servizio, cercando di
comunicare con il portiere. Ma i
gesti non furono sufficienti a
spiegare all’uomo che stava
cercando impiego come cantante.
Scoraggiata e sempre più convinta
di aver fatto la scelta sbagliata, Anna
aveva trovato rifugio nella
Thomaskirche, un maestoso edificio
gotico su cui si ergeva una
meravigliosa torre bianca con
l’orologio. Anche se era molto più
imponente della piccola chiesetta di
Heddal, l’odore e l’atmosfera le
ricordavano casa. Il giorno in cui si
era finalmente decisa a imbucare le
lettere per Herr Bayer e per i suoi
genitori si era ritirata lì. Seduta su
una panca, aveva chinato il capo e
pregato di essere redenta, di ricevere
forza e guida spirituale.
«Caro Signore, perdonami per le
tremende menzogne che ho dovuto
scrivere nelle lettere. Penso che la
peggiore sia quando dico di essere
felice. Non lo sono. Non lo sono
affatto. Ma so che non merito né
compassione né perdono per ciò che
ho fatto.»
In quell’istante aveva sentito una
mano gentile posarsi sulla sua
spalla. «Warum so traurig, mein
Kind?»
Aveva alzato lo sguardo, sorpresa,
e aveva visto un vecchio pastore che
le sorrideva.
«Kein Deutsch, nur Norwegisch»
riuscì a dire. Gliel’aveva insegnato
Jens.
«Ah!» aveva detto il pastore.
«Conosco un po’ di norvegese.»
Anche se si era sforzato di
comunicare, il suo norvegese era
limitato, e Anna aveva capito che
avrebbe dovuto essere Jens a
chiedergli di sposarli e a convincerlo
della loro fede.
La parte migliore delle sue
giornate era quando cenavano
insieme e Jens le parlava del
conservatorio, degli studenti che
provenivano da tutta Europa, delle
file di pianoforti Blüthner e dei
magnifici insegnanti, molti dei quali
erano musicisti della Gewandhaus
Orchestra di Lipsia. Quella sera
stava raccontando del violino
Stradivari che gli avevano permesso
di suonare: «La differenza nella
qualità del suono è quella che c’è tra
una barista che canticchia e una
soprano che si esibisce su un
palcoscenico» descrisse con
entusiasmo. «È tutto così bello! Non
solo mi fanno suonare ogni giorno, il
piano e il violino, ma grazie alle
lezioni di composizione, armonia e
analisi musicale sto imparando
tantissimo. E ho già studiato opere
di Chopin e Liszt di cui non avevo
mai sentito parlare! Presto dovrò
suonare lo Scherzo n. 2 di Chopin,
per un concerto degli studenti alla
Gewandhaus.»
«Sono contenta che tu sia felice»
disse Anna, cercando di sembrare
entusiasta. «Non è che potresti
chiedere a qualcuno se, magari,
possono sentirmi cantare?»
«Anna, continui a ripetermelo,»
rispose Jens tra un boccone e l’altro
«ma ti ho già detto che se non
impari un po’ di tedesco, ti sarà
difficile fare qualsiasi cosa, in
questa città.»
«Qualcuno potrà pure ascoltarmi?
Conosco le parole in italiano
dell’“Aria di Violetta”, posso
imparare anche quelle in tedesco.»
«D’accordo, amore mio.» Jens le
prese la mano. «Proverò a chiedere
di nuovo.»
Dopo cena arrivava sempre lo
sconfortante momento di coricarsi.
Anna si cambiava nel gabinetto,
indossando la camicia da notte, e
correva a infilarsi sotto le coperte,
dove Jens era già sdraiato. Lui la
abbracciava e lei si rilassava contro
il suo petto, respirandone l’odore
muschiato. Jens la baciava e Anna
sentiva il suo corpo reagire al suo
tocco, come quello di lui rispondeva
al suo. Entrambi volevano di più…
ma poi lei si staccava e lui sospirava
pesantemente.
«Non posso» sussurrava lei
nell’oscurità della notte. «Sai che
prima dobbiamo sposarci.»
«Lo so, mia cara. Certo, prima o
poi ci sposeremo, ma prima
potremmo…»
«No, Jens! Io… non posso. Sai che
ho trovato una chiesa dove potremo
sposarci? Dovresti parlare con il
pastore per prendere gli accordi
necessari.»
«Anna, il fatto è che non ho tempo
per pensare a questa cosa. Gli studi
richiedono la mia completa
attenzione. E poi, al conservatorio in
molti hanno idee nuove. Ci sono
degli studenti radicali che pensano
che la Chiesa esista solo per
controllare le persone. Hanno una
visione più illuminata, come quella
di Goethe nel Faust, in cui affronta
tutti gli aspetti spirituali e metafisici.
Un amico mi ha prestato una copia,
e questo fine settimana ti porterò
all’Auerbachs Keller, il bar che
frequentava Goethe in persona e
dove un murale l’ha ispirato a
scrivere il suo capolavoro.»
Anna non aveva mai sentito
parlare di quel Goethe e dei suoi
scritti così illuminati. Sapeva solo
che doveva essere sposata agli occhi
di Dio prima di potersi unire
fisicamente a Jens.
Giunse Natale, e questo ricordò ad
Anna che lei e Jens erano a Lipsia
ormai da tre mesi. Desiderava
andare alla Christmette, la messa di
mezzanotte in chiesa. Il pastore
Meyer le aveva addirittura dato il
libretto con i tradizionali inni
tedeschi. Canticchiava spesso Stille
Nacht tra sé, eccitata alla prospettiva
di cantare di nuovo con altre
persone. Ma Jens aveva insistito per
trascorrere la vigilia di Natale a casa
di Frederick, uno dei suoi compagni
al conservatorio.
Stringendo una tazza di Glühwein
caldo, Anna rimase in silenzio,
seduta accanto a Jens, ad ascoltare le
conversazioni in quella lingua
gutturale senza capire una parola.
Jens, già ubriaco, non accennava a
voler tradurre per lei. Gli altri si
misero a suonare dopo cena, ma Jens
non le propose neanche una volta di
cantare.
Mentre tornavano a casa nella
notte gelida, Anna sentì le campane
annunciare la mezzanotte e l’arrivo
del giorno di Natale. Quando
passarono davanti alla chiesa,
udirono le voci del coro. Guardò
Jens, il volto arrossato dall’alcol e
dall’allegria della serata. Formulò
una preghiera silenziosa per la sua
famiglia, che stava festeggiando a
Heddal, e desiderò con tutto il cuore
di essere lì con loro.

Nel corso dei mesi di gennaio e


febbraio, Anna temette spesso di
impazzire per la noia. La sua routine
giornaliera, che all’inizio le era
sembrata accettabile solo per via
della novità, ora le risultava
insopportabilmente monotona. A
Lipsia era arrivata la neve e a volte
faceva così freddo che le si
intorpidivano le dita. Trascorreva le
giornate gettando secchiate di
carbone nel fuoco, lavando i vestiti
nel gelido retrocucina e facendo
patetici tentativi di dare un senso
alle parole del Faust, che Jens le
aveva detto di studiare per imparare
un po’ di tedesco.
«Sono proprio stupida!» sbottò un
pomeriggio, chiudendo con violenza
il libro e scoppiando in lacrime di
frustrazione, una cosa che
ultimamente le capitava con
inquietante regolarità.
Jens era sempre più impegnato con
il conservatorio e con i suoi
compagni di studio e spesso tornava
a casa a mezzanotte, dopo un
concerto, puzzando di birra e
tabacco. Anna fingeva di dormire
mentre lui la stringeva a sé e tentava
di accarezzarla sopra la camicia da
notte. Lo sentiva imprecare a bassa
voce quando lei non reagiva e,
mentre Anna tratteneva il respiro, lui
si girava con un grugnito e
cominciava a russare. Solo allora
poteva sospirare di sollievo e
addormentarsi.
Negli ultimi tempi cenava quasi
sempre da sola, osservando di
sottecchi gli altri ospiti della
pensione. Molti cambiavano di
settimana in settimana e Anna
presumeva che fossero
commercianti in viaggio d’affari.
Tuttavia c’era un anziano
gentiluomo che doveva risiedere lì
da molto tempo, come lei, e che
cenava, anche lui, ogni sera da solo.
Leggeva sempre qualche libro ed era
ben vestito, anche se con abiti un po’
fuori moda.
Quel signore divenne per Anna
oggetto di studio: trascorreva ore e
ore a chiedersi quale fosse la sua
storia e perché avesse deciso di
trascorrere lì i suoi ultimi anni. A
volte, quando c’erano solo loro due
nella sala, lui le rivolgeva un cenno
del capo e le diceva «Guten Abend»
quando entrava e «Gute Nacht»
quando se ne andava. In fondo, le
ricordava un po’ Herr Bayer, con
quella chioma di folti capelli
bianchi, i baffi a cespuglio e l’aria
cortese.
Se sento la mancanza di Herr
Bayer, devo essere davvero in
pessime condizioni, borbottò una
volta tra sé, uscendo dalla sala da
pranzo.
Q