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STORIA CONTEMPORANEA

1. DAL CONGRESSO DI VIENNA ALLE RIVOLUZIONI DEL ‘48


1.1 IL CONGRESSO DI VIENNA
I vincitori di Napoleone si riunirono a Vienna nel settembre del 1814. Al congresso partecipò anche la
Francia, con Talleyrand che, insieme all’austriaco Metternich e all’inglese Castlereagh, ne fu protagonista:
Talleyrand rappresentava la Francia di Luigi XVIII (fratello di Luigi XVI), che non fu trattata come un paese
sconfitto, poiché era nemica di Napoleone. A Vienna furono affermati due princìpi: il principio di legittimità,
secondo il quale dovevano tornare sul trono i sovrani legittimi, per ricreare la situazione politica anteriore
al 1789, e il principio dell’equilibrio, che riguardava i rapporti fra gli Stati europei. Per mantenere
l’equilibrio si decise di frenare l’espansionismo della Francia, circondandola di Stati forti: fu creato il regno
dei Paesi Bassi (Olanda, Belgio e Lussemburgo) e fu rafforzata notevolmente la Prussia, con l’acquisizione di
nuove terre. Inoltre, l’Austria estese i suoi domini nei Balcani e in Italia, dove ottenne il Veneto, che formò
con la Lombardia il regno lombardo-veneto, affidato a un viceré: in Italia l’Austria esercitò una vera
egemonia, grazie ai rapporti di parentela con molti sovrani italiani e al prestigio di cui godeva nello Stato
pontificio e nel regno delle Due Sicilie (il nuovo nome del regno di Napoli).
Con il congresso di Vienna la Russia ribadí il predominio sulla parte orientale dell’Europa, annettendo anche
il regno di Polonia. Lo zar Alessandro I, inoltre, si fece promotore del principio dell’intervento, in base al
quale i sovrani europei avrebbero dovuto aiutarsi a vicenda per salvaguardare i valori tradizionali e cristiani
dell’Europa, e creò nel 1815 la Santa Alleanza, con Austria, Prussia e Francia. La Gran Bretagna, contraria,
non aderí, ma entrò nella Quadruplice Alleanza, con Prussia, Austria e Russia, in funzione antifrancese; con
il congresso di Vienna la Gran Bretagna ottenne territori limitati, ma molto importanti strategicamente,
perché le permisero di rafforzare l’egemonia sui mari e di ampliare l’Impero in Africa e Asia.
Il congresso di Vienna segnò l’inizio dell’età della Restaurazione: in realtà, si trattò più che altro di una
ristrutturazione, perché non fu possibile eliminare gli effetti della rivoluzione francese e dell’età
napoleonica.

1.2 ROMANTICISMO E IDEA DI NAZIONE


Agli inizi dell’Ottocento, per reazione al cosmopolitismo, cominciò ad affermarsi l’idea di nazione, che ebbe
i suoi maggiori teorici in Germania: dopo l’umiliante sconfitta subita dai prussiani a Jena, infatti, si erano
diffuse nei tedeschi la consapevolezza di essere una nazione e l’aspirazione all’unità e all’indipendenza. Fra
i teorici, Fichte sottolineò l’importanza del concetto di patria, che doveva perpetuare la vita della
collettività nazionale, mentre per Hegel un forte Stato prussiano era in grado di incarnare lo spirito
nazionale tedesco: cominciò in Germania l’identificazione fra nazione e Stato.Col Romanticismo si diffuse
una visione dell’arte, della vita, del rapporto fra l’uomo e la natura basata più sul sentimento che sulla
ragione, col ritorno alla religione e alle tradizioni. Dal punto di vista politico, il Romanticismo diede origine a
una corrente conservatrice e a una liberale: il francese Chateaubriand fu il più illustre esponente dei
conservatori; nei suoi saggi e romanzi affermò che la storia si ripete, perché non c’è un progresso, e celebrò
i valori religiosi e la superiorità della civiltà cristiana. I romanzi furono un importante veicolo della cultura
romantica, soprattutto presso i giovani: Goethe, con I dolori del giovane Werther, costituì un modello,
come Walter Scott per il romanzo storico. In Italia il più letto fu Foscolo, le cui opere erano caratterizzate da
un forte pessimismo
1.3 GLI ANNI ‘20
Negli anni Venti una serie di rivoluzioni creò le prime incrinature nel sistema costruito nel congresso di
Vienna; poiché non era possibile condurre un’aperta lotta politica, coloro che chiedevano riforme si
organizzarono in società segrete, tra le quali la più famosa fu la Carboneria.
In Spagna la Restaurazione fu particolarmente dura, abolì la Costituzione, ripristinò l’assolutismo e provocò
un forte malcontento: nel gennaio del 1820 a Cadice un gruppo di ufficiali spagnoli spinse alla rivolta le
truppe, che avrebbero dovuto imbarcarsi per reprimere in America Latina le rivolte delle colonie, che
chiedevano l’indipendenza. Il re Ferdinando VII fu costretto a concedere la Costituzione. La rivoluzione
spagnola fu stroncata dall’intervento degli eserciti della Santa Alleanza. Solo quella scoppiata in Grecia per
ottenere l’indipendenza dall’Impero ottomano ebbe successo: i greci, infatti, avevano il sostegno delle
grandi potenze europee, interessate a ridurre l’influenza turca nella penisola balcanica; alla Grecia
indipendente fu però imposto, da Gran Bretagna, Francia e Russia, un principe tedesco, che non concesse la
Costituzione.

Le prime richieste d’indipendenza dei paesi dell’America Latina erano state avanzate dai creoli, discendenti
dei coloni spagnoli, ed erano diventate più forti quando Napoleone aveva occupato la Spagna. Dopo il 1815
il movimento indipendentista si rafforzò ancora e le colonie cominciarono a liberarsi dal dominio spagnolo:
il movimento era guidato dall’argentino José de San Martín e dal venezuelano Simón Bolívar, che però
procedevano per strade parallele, senza svolgere una politica comune. L’Argentina e il Venezuela si
liberarono per primi, seguiti dalle altre colonie. Anche il Brasile si rese indipendente dal Portogallo e
diventò un Impero, governato da un membro della stessa dinastia dei sovrani portoghesi. Nel Messico, che
era la colonia spagnola più ricca e popolosa, la rivolta ebbe dapprima un carattere popolare e fu guidata da
un prete, Hidalgo, che oltre all’indipendenza chiese la restituzione agli indios di tutte le terre; l’aristocrazia
si oppose, alleandosi con gli spagnoli: sconfitto Hidalgo, la stessa aristocrazia chiese e ottenne
l’indipendenza.
1.4 L’INGHILTERRA
In Gran Bretagna il più importante avvenimento politico fu la riforma elettorale del 1832, che diede
maggiore peso alle città, riorganizzando i collegi elettorali. Il diritto di voto per le elezioni politiche, però,
era riservato a chi era proprietario terriero o aveva un reddito elevato: si pensava, infatti, che potesse
votare in piena libertà solo chi godeva dell’indipendenza economica. La lotta politica era combattuta tra il
partito liberale (nel quale erano entrati i whigs) e il partito conservatore (formato dai tories): i whigs erano
espressione dei borghesi attivi nel commercio, nell’industria e nella finanza, mentre i tories
rappresentavano i proprietari terrieri, nobili e borghesi. La possibilità di una alternanza al potere fra i due
partiti rendeva meno gravi le tensioni economiche, offrendo uno sbocco politico. Il paese, nel suo
complesso, diventava più ricco, ma le condizioni delle classi popolari continuavano a essere difficili.
Le rivoluzioni del 1848 non investirono l’Inghilterra, dove nacque invece la questione sociale: la classe
operaia lottò, prima che altrove, per l’affermazione dei suoi diritti, attraverso scioperi e manifestazioni. Il
movimento operaio si organizzò anche sul piano politico, grazie al cartismo, un movimento che, attraverso
la Carta del popolo, chiedeva il suffragio universale e un’indennità ai deputati. Il movimento raggiunse la
massima espansione intorno agli anni Quaranta, con la raccolta di milioni di firme a sostegno della Carta del
popolo: anche se non raggiunse i suoi obiettivi, la Carta rappresentò comunque un’importante occasione di
mobilitazione.
1.5 GLI ALTRI STATI

 In Francia nel 1814 Luigi XVIII concesse una Costituzione: la monarchia assoluta fu sostituita dalla
monarchia costituzionale. I poteri del re, però, rimasero molto forti: il sistema era bicamerale e,
accanto a una camera «bassa», eletta dei cittadini, esisteva una camera «alta», nominata dal re, i cui
membri lasciavano la carica ai figli. Il diritto di voto era riservato a pochi cittadini, ma era garantita la
libertà di stampa e di parola, come pure la possibilità di svolgere una libera attività economica: così,
nonostante l’accentuarsi dell’autoritarismo, nacque una nuova, forte borghesia, in grado di
raggiungere un elevato livello sociale.

 In Austria l’obiettivo fondamentale di Metternich fu il mantenimento dell’ordine, garantito dalla


centralizzazione amministrativa e dalla polizia; l’imperatore rappresentava l’unico elemento unitario,
mentre l’assetto istituzionale era messo in pericolo dalla tendenze nazionalistiche dei vari paesi che
componevano l’Impero: l’Ungheria, il Lombardo-Veneto, la Croazia e la Serbia.

 In Germania, invece, esisteva una forte aspirazione all’unità del paese, diviso allora in molti stati,
che facevano parte della Confederazione della nazione tedesca: la Prussia, naturale antagonista
dell’Austria, era lo Stato più forte, intorno al quale si sarebbe dovuta organizzare l’unificazione. Un
primo passo, vanamente contrastato dall’Austria, fu compiuto nel 1834 con la formazione dello
Zollverein, una lega doganale che permise la nascita di un mercato nazionale tedesco.

 In Russia non erano giunti gli effetti positivi della rivoluzione del 1789 e non erano state realizzate
riforme: nell’agricoltura non si era sviluppata la proprietà borghese e così la Russia era ancora un
paese contadino dominato dalla nobiltà. La borghesia, debole sul piano economico, era attiva dal
punto di vista culturale, dividendosi in due correnti: «occidentalisti», che erano favorevoli alle riforme
attuate in Europa, e «slavofili», che guardavano alle tradizioni e alla specificità della storia russa. Fu
anche elaborata la dottrina della «nazionalità ufficiale», fondata su tre principi: autocrazia, ortodossia
e nazionalità russa.
Il movimento rivoluzionario era composto da nuclei formati in massima parte da intellettuali. La
principale società segreta era guidata da Pestel’, un nobile favorevole alla democrazia e alla
repubblica, che organizzò un’insurrezione nel dicembre del 1825: i decabristi, così vennero chiamati,
non riuscirono a mobilitare i contadini, e furono facilmente sconfitti dalle truppe zariste.

 Nei primi decenni dell’Ottocento gli Stati Uniti si estesero con mezzi pacifici e militari: una parte
della Louisiana, per esempio, fu acquistata dalla Francia, mentre il Texas fu annesso dopo una guerra
col Messico. Inoltre, la frontiera si spostava continuamente verso il lontano ovest (Far West): questa
avanzata influì sulla società americana, rendendola mobile e aperta; nacque lo «spirito di frontiera»,
un misto di desiderio di avventura, propensione al rischio, individualismo e volontà di dominare
l’ambiente ostile. Alcuni Stati erano schiavisti; altri, invece, non ammettevano la schiavitù: a partire dal
1820 la schiavitù fu proibita al disopra del 36° parallelo. In politica interna si rafforzarono il
bipartitismo, coi partiti repubblicano e democratico, e la democrazia, soprattutto col presidente
Andrew Jackson, che portò a una più diretta partecipazione politica delle masse; in politica estera il
presidente James Monroe enunciò la sua dottrina, affermando che le potenze europee non dovevano
cercare di colonizzare l’America: l’obiettivo era portare l’intero continente americano sotto l’egemonia
statunitense.

1.6 PENSIERO LIBERALE E REAZIONARIO


La rivoluzione francese del 1789 suscitò molte paure, che furono alla base della riflessione politica
elaborata dai reazionari e dai conservatori. Fra questi ultimi si può annoverare l’inglese Edmund Burke. In
Inghilterra, però, il conservatorismo aveva una netta connotazione liberale: Burke condannava la
rivoluzione francese e celebrava quella inglese del Seicento, che aveva consentito al liberalismo di
affermarsi in una prospettiva di continuità.
Diversamente dal pensiero conservatore, quello reazionario chiedeva un ritorno al passato. I più noti
scrittori reazionari furono i francesi Barruel, il quale credeva che la rivoluzione francese fosse stata
provocata da un complotto, e de Maistre, che la giudicava opera diabolica. De Maistre rivolgeva le sue
critiche anche agli illuministi, ritenendoli ispiratori della rivoluzione del 1789. Un altro scrittore reazionario
fu il tedesco Haller, il quale sosteneva che le vicende rivoluzionarie fossero il frutto di una punizione della
Provvidenza. Il pensiero rivoluzionario degli inizi dell’Ottocento fu rappresentato soprattutto dall’italiano
Filippo Buonarroti, che auspicò la nascita di una società comunista, in cui non esistesse più la proprietà
privata. Secondo Buonarotti, inoltre, per realizzare i programmi rivoluzionari era necessario instaurare una
dittatura.
Nel periodo romantico si affermò anche il pensiero liberale, critico verso quelli che considerava gli
«eccessi» della rivoluzione francese, ma non verso i princìpi che essa aveva proclamato. Il liberalismo
(orientamento politico da non confondere con il liberismo, orientamento economico) si fonda sul concetto
di libertà, una libertà riguardante sicuramente in primis l’inidividuo, la stampa, il mercato e la proprietà
privata, ma anche un concetto generale ed astratto di libertà. Questa “libertà” declinata al singolare
s’andava ad opporre fortemente al concetto delle “libertà” (al plurale, dunque), di cui si parlava durante
l’ancienne regime, ovvero libertà specifiche riguardanti gli appartenenti a un dato ceto. L’individuo sociale
coinciderà con quello giuridico sino alla Rivoluzione Francese, dalla quale si comincerà a parlare di
“individuo generale astratto”. Il francese Constant accettava l’uguaglianza nel campo giuridico e politico,
ma non in quello economico. Un altro scrittore francese, Alexis de Tocqueville, sostenne che la democrazia
era di gran lunga la migliore forma di governo, ma espresse diffidenza verso la «dittatura della
maggioranza», temendo un’omologazione della società.

1.7 IL PENSIERO POLITICO


Nell’Ottocento il nazionalismo diventò un’ideologia in grado di esercitare una forte influenza sulle masse. Vi
furono diverse forme di nazionalismo: in Gran Bretagna, ad esempio, lo Stato era nato su una base
territoriale, costituita dalla sua insularità; in Germania, invece, non fu lo Stato a foggiare la nazionalità, ma
fu la nazionalità a postulare uno Stato. Inoltre, il nazionalismo delle grandi nazioni assunse un carattere
egemonico rispetto a quello delle piccole. In Italia possiamo parlare di un nazionalismo culturale poiché ha
molto a che vedere con la sua storia politico-culturale passata. Essendo una penisola, da un punto di vista
geopolitico, l’Italia aveva sempre beneficiato della forza del Mediterraneo, e con l’indebolirsi di
quest’ultimo si ebbe un conseguente indebolimento della penisola tutta, il quale causò la frattura Nord-
Sud. I movimenti intellettuali italiani cominciarono in questa situazione ad attivarsi, così come lo fecero
quelli tedeschi come Fichte. Non è un caso che i movimenti nazionalistici che misero in crisi l’equilibrio
sancito a Vienna furono appunto quelli tedeschi ed italici. Ed in particolare, questi movimenti avranno
l’appoggio di due nascenti potenze venute fuori dalla Guerra dei Trent’anni, ovvero la Savoia (nato come
Stato satellite della Francia) e la Prussia (nato come stato satellite dell’Austria).
Nell’Ottocento si affermò il cosiddetto «socialismo utopistico», dapprima con l’inglese Owen, che predicò
l’importanza dell’«armonia sociale», da conseguire con la fondazione di «villaggi cooperativi». Utopisti
furono anche i francesi Saint-Simon, il quale auspicò la nascita di una società di «industriosi», e Fourier, che
immaginò una società fondata su una comunità, chiamata falansterio, in cui non esistesse più la divisione
del lavoro.
Il francese Louis Blanc, a differenza dei socialisti utopistici, partecipò attivamente alla vita politica e chiese
l’intervento dello Stato nell’economia, per ottenere una progressiva trasformazione della società
capitalistica. Secondo Blanc, la produzione cooperativa degli ateliers sociaux, oltre a eliminare la
disoccupazione, avrebbe gradualmente sostituito la produzione privata.

1.8 L’AGRICOLTURA
Nonostante le preoccupazioni di Malthus, nell’Ottocento l’agricoltura era in grado di fornire risorse
sufficienti a far fronte all’aumento della popolazione. La produzione agricola, infatti, era aumentata grazie
all’impiego di ingenti capitali, che permettevano l’acquisto di macchine e di concimi artificiali, soprattutto in
Inghilterra e negli Stati Uniti. Inoltre, grandi quantità di grano prodotte in Russia e in Polonia, che non
potevano essere assorbite dal mercato interno, rifornirono quello europeo, sostenendo la crescita
demografica: Russia e Polonia diventarono il granaio d’Europa.
Le crisi agrarie non erano più dovute alle carestie, tranne casi isolati (come quella, devastante, che nel 1846
e nel 1847 colpì l’Irlanda a causa della distruzione del raccolto delle patate), ma ad una produzione troppo
abbondante, cioè a una sovrapproduzione che faceva scendere i prezzi e danneggiava gli agricoltori. Per
trovare un rimedio alla discesa dei prezzi nel 1815 fu approvata in Inghilterra la corn-law (legge sul grano),
che regolava le importazioni: questo tipo di protezionismo, però, non aiutava gli agricoltori ed era
avversato dagli industriali, che chiedevano la piena affermazione del libero scambio e ottennero
l’abolizione della corn-law.
Nell’Ottocento abbiamo una vera e propria Rivoluzione Agricola, una modifica forte delle colture, che rende
le stesse maggiormente produttive attraverso nuovi sistemi di rotazione. Essa nasce pure sulla spinta
dell’arrivo di nuove piante dall’America, quali le leguminacee ed il prato inglese. Quest’ultimo è capace di
rifertilizzare territori già ampiamente sfruttati, e renderli ottimi per l’allevamento.
1.9 ECONOMIA
Le banche, sia pubbliche, come la Banca d’Inghilterra, sia private, come quella dei Rothschild, diedero un
rilevante contributo allo sviluppo economico. Nella prima metà del secolo le banche private concessero
prestiti ai governi, ma in seguito si dedicarono soprattutto al finanziamento dell’attività produttiva, come la
costruzione delle ferrovie, ricavandone elevati profitti. Le banche pubbliche, invece, assunsero una
funzione sempre più rilevante nella concessione dei crediti e nell’emissione delle monete. Gli alti funzionari
delle banche pubbliche acquistarono così un naturale potere: cominciò a formarsi una tecnocrazia, in cui
persone senza grandi ricchezze personali erano in grado di prendere decisioni fondamentali per l’economia.
In Europa lo sviluppo economico avvenne nell’ambito della formazione di mercati nazionali (come lo
Zollverein, istituito in Germania nel 1834), che venivano protetti grazie a barriere daziarie. Il tedesco
Friedrich List fu il teorico della necessità, per i paesi non ancora sviluppati, di difendere i loro mercati con il
protezionismo: il mercato interno doveva essere libero, ma le economie nazionali dovevano essere protette
durante il primo stadio dell’industrializzazione. Sul piano internazionale, infatti, la libertà di commercio
giovava solo ai paesi che avevano economie forti, come la Gran Bretagna: la questione posta da List
riguardava quindi tutti i paesi arrivati in ritardo alla rivoluzione industriale.
1.10 LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
La rivoluzione industriale, nata in Inghilterra, conobbe un’ulteriore fase di sviluppo grazie alle ferrovie e
all’invenzione della locomotiva, dovuta all’inglese Stephenson. Le ferrovie permisero la nascita di nuove
fabbriche, lontane dalle miniere, dai porti e dai corsi d’acqua: inoltre, diedero ulteriore impulso alla
rivoluzione industriale, perché resero necessarie quantità sempre più ingenti di carbone e ferro. Usate
anche per trasportare passeggeri, le ferrovie furono indispensabili per lo sviluppo economico, soprattutto
in quei paesi, come gli Stati Uniti, che avevano grandi spazi. Destarono, però, le preoccupazioni di quanti
temevano l’inquinamento dell’aria e la deturpazione del paesaggio.
L’invenzione della macchina a vapore giovò anche alla navigazione: le navi a vapore potevano muoversi
indipendentemente dalla forza e dalla direzione dei venti, e i viaggi per mare diventarono più facili ed
economici.
Inizialmente la Gran Bretagna impedì l’emigrazione di operai specializzati e l’esportazione di macchinari:
conservò così il primato sui paesi arrivati più tardi (late o second comers) alla rivoluzione industriale, ma
frenò il processo di industrializzazione europea; in seguito la rivoluzione industriale si diffuse anche in
Europa, soprattutto nei paesi ricchi di ferro e carbone (in primo luogo nel Belgio e nella Francia). Gli Stati
Uniti arrivarono in ritardo, ma il loro sviluppo fu molto rapido: costruirono macchine con pezzi
intercambiabili, che consentivano di ripararle, evitando la necessità di sostituirle. Questo metodo di
produzione, chiamato «sistema americano», si diffuse anche negli altri paesi.
Poniamo i Paesi, a secondo dell’epoca del loro sviluppo industriale ed economico, in due gruppi: i first
comers (Francia, Inghilterra e Belgio) e i second comers (Germania, Italia, Russia, USA e Giappone). I primi
svilupparono inizialmente l’industria leggera, particolarmente quella tessile come conseguenza
dell’aumento demografico. Quest’ultimo fa anche aumentare la domanda di grano.
Con lo sviluppo delle industrie, si sviluppa anche la tecnologia dei macchinari in esse impiegate. Si pensi ad
esempio alla continua invenzione di sempre più efficienti telai per l’industria tessile la quale, da settore
trainante, crea un indotto d’industrie del ferro. Conseguentemente a ciò, alla fine della Prima Rivoluzione
Industriale (1830), si parla di “età delle ferrovie”, poiché la produzione di ferro fornisce la base per la
produzione di treni e ferrovie. L’industria tessile quindi, dopo il ’30, perderà il suo primato.

1.11 LE RIVOLUZIONI DEL 1830


Il periodo della Restaurazione si concluse nel 1830, quando scoppiarono rivoluzioni in Francia, in Belgio e in
Polonia. In Francia la rivoluzione ebbe un carattere politico e mise fine alla monarchia di Carlo X: il sovrano
si era opposto al parlamento, sciogliendolo e abolendo la libertà di stampa; a Parigi scoppiò allora una
insurrezione, che costrinse il re ad abdicare. Gli succedette Luigi Filippo d’Orléans, che concesse maggiori
libertà politiche, come richiesto dalle forze liberali moderate.
In Belgio la rivoluzione ebbe un carattere nazionale: i belgi, infatti, che avevano lingua, religione e tradizioni
diverse dagli olandesi, chiesero l’indipendenza dall’Olanda e riuscirono a ottenerla; nacque una monarchia
costituzionale, con re Leopoldo I.
Anche in Polonia ci fu una rivoluzione nazionale: i polacchi tentarono di conquistare l’indipendenza dalla
Russia, ma i russi stroncarono la rivoluzione con la forza, e nessun paese europeo intervenne a favore della
Polonia. Anche in Italia ci fu un tentativo rivoluzionario, compiuto da Ciro Menotti, ma fallì.
1.12 IL ’48: PREMESSE ED ESITI IN EUROPA
Gli avvenimenti del 1848 in Europa furono preceduti da un fenomeno generale, l’ascesa della borghesia. In
Francia, grazie a Luigi Filippo d’Orléans, i gruppi borghesi economicamente in ascesa presero parte sempre
più attivamente, dopo il 1830, alla vita politica, su posizioni moderate. Gli strati popolari e la piccola e
media borghesia, rappresentati dai democratici e dai radicali, rimasero invece all’opposizione. Esisteva
anche un’opposizione di destra, costituita dai legittimisti, seguaci dei Borbone, e dai bonapartisti, guidati da
Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone. In Germania, nel 1847, furono richieste apertamente riforme in
senso liberale, mentre nell’Impero austriaco il problema più serio per la monarchia era costituito dalle
aspirazioni nazionali degli Ungheresi: il nazionalismo spesso si fondeva con il liberalismo.

Il 1848 fu l’anno delle rivoluzioni. La prima insurrezione scoppiò a Palermo e Ferdinando II fu costretto a
concedere la costituzione. In Europa il movimento rivoluzionario scoppiò a Parigi, dove fu proclamata la
repubblica («seconda repubblica»). Subito dopo l’assetto istituzionale e territoriale dell’Impero austriaco
entrò in crisi: a Vienna fu chiesta la Costituzione; Venezia e Milano proclamarono l’indipendenza. Anche in
Ungheria e in Germania ci furono insurrezioni. In Ungheria la rivoluzione fallì, a causa delle divisioni fra le
varie etnie. In Germania la Prussia ottenne la Costituzione, ma oltre alle libertà politiche si puntava
all’unificazione; c’erano due ipotesi unitarie: un’unità «piccolo-tedesca», sotto la guida prussiana, con i
territori della Germania e senza l’Austria; un’unità «grande-tedesca», che avrebbe compreso anche
l’Austria e sarebbe stata perciò egemonizzata dagli Asburgo. Prevalse la soluzione «piccolo-tedesca» e nel
marzo del 1849 fu approvata una Costituzione, che prevedeva la formazione di uno Stato tedesco, ma il re
di Prussia, cui era stata offerta la corona, rifiutò, per timore dell’opposizione austriaca.

La rivoluzione francese ebbe un carattere liberale e sociale, con una forte partecipazione popolare e un
primo delinearsi di richieste di carattere socialista, come il riconoscimento del diritto al lavoro;
l’insurrezione, però, fu opera di una parte del popolo parigino, mentre nel resto della Francia, soprattutto
nelle campagne, la popolazione era su posizioni più moderate. I contrasti fra moderati e socialisti portarono
a nuovi tumulti, repressi con la forza. Alle elezioni del 1848 fu eletto presidente della repubblica Luigi
Napoleone Bonaparte, che sembrava rappresentare, al tempo stesso, le idee liberali e una garanzia di
ordine: nel 1851, però, Luigi Napoleone sciolse il parlamento con un colpo di stato.
2. IL RISORGIMENTO ITALIANO
2.1 L’ATTIVITA’ CULTURALE E COSPIRATIVA
Durante la Restaurazione si sviluppò nel Lombardo-Veneto un’intensa attività culturale. Federico
Confalonieri, insieme altri scrittori romantici, fondò nel 1818 «Il Conciliatore», una rivista che mirava alla
formazione di una opinione pubblica borghese. L’attività culturale fu però ostacolata, perché gli intellettuali
che vi partecipavano erano sospettati di mirare alla libertà e all’indipendenza. Nacquero allora società
segrete, come la Carboneria, che fu forte soprattutto nel regno delle Due Sicilie.
La questione nazionale aveva il suo maggior teorico in Giuseppe Mazzini. La sua attività cospirativa lo portò
alla fondazione della Giovine Italia e della Giovane Europa, e la sua ideologia era incentrata sui princìpi
dell’indipendenza e dell’unità. Diede grande importanza all’associazionismo, che considerava il più
importante strumento di emancipazione del popolo. La teoria rivoluzionaria di Mazzini si fondava
sull’ipotesi che le rivoluzioni scoppino nei paesi dove è più forte l’oppressione. Tra questi paesi, secondo
Mazzini, c’era l’Italia. Egli credeva, perciò, che proprio l’Italia avrebbe dato inizio alla rivoluzione dei popoli
europei oppressi.
Mazzini era repubblicano e sostenitore dell’unità nazionale. Altri patrioti italiani si posero invece come
obiettivo la formazione di una confederazione di Stati. Per Vincenzo Gioberti, un sacerdote torinese, essi
avrebbero dovuto avere alla loro guida il pontefice. Le idee di Gioberti, definite neoguelfe, incontrarono
grande fortuna fra gli intellettuali e il clero, anche perché indicavano una soluzione alla questione nazionale
che evitava il rischio di una rivoluzione. Papa Pio IX pareva acconsentire a quest’idea, ma ritirò ben presto la
propria disponibilità a causa delle pressioni fatte su di lui dall’Austria. Il programma delineato da Gioberti,
però, non piacque a molti moderati, che consideravano il Piemonte lo Stato-guida del movimento
nazionale. Questi moderati erano più vicini al programma di Cesare Balbo, che vedeva proprio nella
monarchia sabauda il principale punto di riferimento. Era federalista anche Carlo Cattaneo, che però aveva,
come modelli, la Svizzera e gli Stati Uniti e si opponeva a una annessione della Lombardia da parte del
Piemonte.

2.2 I PRIMI MOTI


Nel regno delle Due Sicilie la borghesia si era rafforzata economicamente, grazie all’acquisto dei beni
appartenenti ai monasteri soppressi durante il periodo francese. Allo stesso tempo, però, la pressione
fiscale sui proprietari di beni immobili era diventata più forte che in passato. La richiesta di diritti e poteri
politici da parte della borghesia agraria era, quindi, legata alla possibilità di poter intervenire nelle questioni
riguardanti la materia fiscale. Per questo motivo molti borghesi entrarono nella Carboneria e guardarono
con interesse a un eventuale cambiamento delle strutture politiche del regno.
La rivolta scoppiata in Spagna nel gennaio del 1820 spinse un gruppo di ufficiali napoletani, affiliati alla
Carboneria, a insorgere: Ferdinando I dovette concedere la Costituzione. La borghesia agraria aveva
esigenze politiche (godere dei diritti di stampa, di opinione e di associazione) ed economiche (limitare
l’imposizione fiscale). L’esperimento liberale, che vide una notevole partecipazione popolare alle elezioni
per il parlamento, fu però molto breve. Ci furono, infatti, forti resistenze interne, dovute alla diffidenza di
Ferdinando I e delle autorità ecclesiastiche nei confronti delle idee liberali. All’esterno, inoltre, l’Austria
temeva che il movimento liberale potesse estendersi al Lombardo-Veneto: fu proprio l’intervento austriaco,
sollecitato da Ferdinando I, a porre fine alla rivoluzione, nel 1821.
Subito dopo fu soffocata una insurrezione anche in Piemonte. Qui la rivoluzione, che durò solo un mese, fu
promossa da un gruppo di nobili e fu appoggiata da borghesi e militari. I rivoluzionari piemontesi posero,
per la prima volta, la questione dell’indipendenza dell’Italia settentrionale, auspicando l’adesione della
monarchia. In Lombardia, invece, non ci fu nessuna rivoluzione, perché la polizia austriaca arrestò i patrioti
considerati pericolosi, come Pellico e Confalonieri. La sconfitta diede l’avvio a un ripensamento delle
strategie rivoluzionarie da parte dei patrioti: si riconobbe che le rivoluzioni erano fatte dalle masse e che
esse non si muovevano spinte dai «lumi», ma soltanto da forti sentimenti, come l’odio contro lo straniero.
La riflessione sugli avvenimenti di quegli anni portò a una momentanea rinuncia alla lotta. Nell’opera Le
mie prigioni di Silvio Pellico (1832), scaturita da dieci anni di carcere duro, prevale, infatti, un sentimento di
rassegnazione.

2.3 IL QUARANTOTTO ITALIANO


Alla fine degli anni Trenta Carlo Alberto, salito al trono del regno di Sardegna nel 1831, diede l’avvio ad
alcune riforme. Un gruppo di proprietari terrieri, tra i quali Camillo Benso conte di Cavour, fondò nel 1842
l’Associazione agraria, con lo scopo di rinnovare l’agricoltura. In questo modo la borghesia agraria poté
prendere coscienza della sua nuova forza politica. Non ci fu nessuna riforma politica, invece, nel regno delle
Due Sicilie, dove i provvedimenti presi per migliorare le condizioni dell’economia risultarono in gran parte
inefficaci. Tra le cause dell’arretratezza del regno delle Due Sicilie occorre ricordare anche la sua debolezza
sul piano internazionale. V’è da dire, però, che accenni di sviluppo industriale si cominciano ad avere nel
Mezzogiorno sotto Ferdinando II di Borbone: viene creato un polo industriale fra Napoli, Caserta e
Castellammare oltre ad una ferrovia collegante Portici a Napoli (dalla dubbia utilità).
Ancora più arretrato era lo Stato pontificio, anche se papa Pio IX, eletto nel 1846, era ritenuto un liberale.
In Toscana, invece, Leopoldo II, salito al trono nel 1824, adottò una politica di tolleranza, che favorì lo
sviluppo dell’attività culturale. In quegli anni, a Firenze, Giovan Pietro Vieusseux fondò una rivista,
l’«Antologia», che assunse una connotazione non toscana, ma italiana: vi collaborarono, infatti, uomini di
tutte le parti d’Italia.

Le rivoluzioni del 1848 investirono anche l’Italia. Mentre negli altri stati italiani i patrioti lottarono per
ottenere le libertà politiche ed economiche, nella Lombardia e nel Veneto, soggetti all’Impero austriaco, gli
insorti si batterono anche per diventare indipendenti: non poteva esserci libertà senza indipendenza. Le
insurrezioni del Lombardo-Veneto, quindi, si trasformarono da vicenda interna all’Impero austriaco in
questione italiana, con forti riflessi sul piano europeo. Le spinte rivoluzionarie, però, erano ancora molto
frammentate, soprattutto fra città e campagna: i contadini erano quasi dappertutto estranei ai moti, ai
quali spesso guardavano con sospetto. Anche la parte più tradizionale del clero era contraria alle
sommosse.
In Piemonte i moderati, con il sostegno iniziale di Pio IX, Ferdinando II e Leopoldo II, riuscirono a spingere
Carlo Alberto, che nel frattempo aveva concesso una Costituzione (Statuto albertino), a muovere guerra
all’Austria, ma, dopo un anno di scontri, la guerra si concluse con la sconfitta dell’esercito piemontese.
A Firenze e a Roma, nel 1849, i democratici presero il potere e proclamarono la repubblica: Leopoldo II e
papa Pio IX fuggirono, ma tornarono presto sui loro troni: la repubblica romana, infatti, fu rovesciata
dall’esercito francese, quella di Firenze dalle truppe austriache. Il movimento rivoluzionario italiano
continuava a essere profondamente diviso sugli obiettivi da raggiungere.

2.4 IL DECENNIO DI PREPARAZIONE E CAVOUR


Fu il regno di Sardegna a guidare il processo di unificazione negli anni 1859-1860. I piemontesi, infatti,
avevano assunto la guida del movimento patriottico e liberale nel corso degli anni 1850-1859, cioè durante
il «decennio di preparazione», grazie al fatto che Vittorio Emanuele II aveva conservato le libertà contenute
nello Statuto albertino. Negli altri Stati italiani, invece, fu avviata una politica di repressione verso tutti i
liberali, anche di tendenze moderate. Inoltre, il regno di Sardegna era ormai il solo Stato che aveva la
possibilità di svolgere un’azione diplomatica contro l’Austria, sul piano internazionale.
Negli altri Stati italiani furono soppresse le libertà conquistate nel 1848 e la repressione fu particolarmente
dura nel regno delle Due Sicilie. Riprese, quindi, l’attività cospirativa, intorno all’associazione Unità italiana,
che fu però scoperta dalla polizia. Nello Stato pontificio e in Toscana vennero annullate tutte le conquiste
liberali raggiunte durante la rivoluzione del 1949. La repressione più severa fu esercitata però nel
Lombardo-Veneto, dove gli austriaci mantennero un rigido controllo poliziesco e, soprattutto in Lombardia,
eseguirono una serie di condanne a morte.
In Piemonte il regime costituzionale assunse il carattere di un regime parlamentare, in cui i deputati
potevano far prevalere la loro volontà su quella del re, e si formarono governi liberali, guidati prima da
d’Azeglio e poi da Cavour. Appena assunta la carica di primo ministro, Cavour strinse un’alleanza, chiamata
«connubio», con i liberali moderati di Urbano Rattazzi, che gli consentì di contare su una solida alleanza in
parlamento. Mentre il movimento neoguelfo si estingueva e lo stesso Gioberti si convinceva che solo il
Piemonte poteva assumere la guida della rivoluzione italiana, Cavour dovette sostenere uno scontro con la
Chiesa, a proposito della questione della soppressione di numerose corporazioni religiose e
dell’incameramento dei loro beni. Ne uscì vittorioso con l’appoggio del parlamento, che assunse così una
funzione di primo piano nella vita politica piemontese. Sul piano economico Cavour favorì lo sviluppo
dell’industria locale, delle ferrovie e della rete telegrafica.
L’accoglienza del governo piemontese nei confronti dei liberali di ogni parte d’Italia che erano stati costretti
all’esilio, favorì la formazione della futura classe dirigente italiana. Fra i democratici molti, come Manin, si
unirono a Cavour e ai moderati, mentre altri tentarono di provocare nuove insurrezioni. I mazziniani, nel
1853, cercarono di svolgere attività rivoluzionaria nel Lombardo-Veneto, ma furono tutti arrestati e
condannati a morte. Mazzini nello stesso anno fondò il Partito d’azione, con l’obiettivo di realizzare la
repubblica attraverso la lotta armata. Un tentativo rivoluzionario fu compiuto nel regno delle Due Sicilie nel
1857, da Carlo Pisacane, un patriota di idee socialiste, ma si concluse con un fallimento e con la morte di
Pisacane: i contadini, infatti, non si unirono ai rivoluzionari, ma li scambiarono per briganti.

2.5 LA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA


Cavour svolgeva un’intensa azione diplomatica, per ottenere l’alleanza della Francia. La partecipazione alla
guerra di Crimea, nel 1855, consentì a Cavour di porre la questione italiana all’ordine del giorno della
diplomazia europea e di stringere un’alleanza militare segreta con la Francia, a carattere difensivo.
Nel 1859, dopo essersi assicurato l’appoggio di Napoleone III, Cavour provocò l’Austria, spingendola a
dichiarare guerra al Piemonte. L’intervento della Francia fu decisivo: l’Austria fu costretta alla pace e, con
l’armistizio di Villafranca, a cedere la Lombardia a Napoleone III, che a sua volta la cedette al Piemonte.
Intanto Firenze era insorta e anche le regioni settentrionali dello Stato della Chiesa si erano staccate da
Roma. Il processo di unificazione si svolgeva in maniera più rapida e ampia di quanto i moderati avessero
previsto. Nel marzo del 1860 si svolsero in Toscana ed Emilia dei plebisciti, che sancirono l’annessione di
queste due regioni al regno di Sardegna. Si concluse in questo modo il processo di unificazione dell’Italia del
nord avviato dalla politica di Cavour.
2.6 LA LIBERAZIONE DEL MEZZOGIORNO
Il governo piemontese, a questo punto, non poteva procedere oltre: per Napoleone III, infatti, il regno di
Sardegna aveva ottenuto anche troppo. Cavour seppe cogliere l’occasione che gli venne offerta
dall’iniziativa dei democratici. Quando Garibaldi, alla testa di mille uomini, sbarcò in Sicilia nel maggio 1860,
ne sostenne l’azione. Il potere dei Borbone si sfaldò: il loro esercito fu sconfitto e Garibaldi poté sbarcare in
Calabria e puntare su Napoli, senza incontrare nessuna resistenza. In ottobre, dopo avere sconfitto
nuovamente i borbonici sul Volturno, Garibaldi incontrò a Teano Vittorio Emanuele II, che alla testa
dell’esercito piemontese era disceso nel Mezzogiorno attraverso lo Stato pontificio (Marche e Umbria).
Qualche mese più tardi, nel marzo del 1861, nacque il regno d’Italia; il papa, privato delle Marche e
dell’Umbria, reagì con la scomunica.

2.7 PRIME DIFFICOLTA’ DEL REGNO D’ITALIA


Nei primi anni di vita lo Stato italiano dovette affrontare molte difficoltà. L’unità territoriale non era
compiuta, per la mancanza del Veneto e di Roma; quella spirituale era debole, per la persistenza di
profonde divisioni tra il nord e il sud, che ad alcuni degli stessi protagonisti del Risorgimento sembravano
costituire due differenti civiltà. Alle divisioni territoriali si aggiungevano quelle di classe, tra la borghesia nel
suo complesso e i contadini, ma anche all’interno della stessa borghesia: nonostante il processo di
«piemontesizzazione», che si era svolto nel decennio preunitario, i borghesi lombardi, per esempio, si
sentivano molto diversi da quelli piemontesi. C’erano, inoltre, notevoli differenze economiche fra la
borghesia settentrionale e quella meridionale.
La nascita del brigantaggio nelle regioni meridionali ne rivelò l’arretratezza e soprattutto la miseria. Ma
esso nacque anche per cause politiche: fu appoggiato, infatti, sia da ufficiali rimasti fedeli alla dinastia
borbonica, sia da borghesi e soprattutto contadini sostenitori del passato regime. La rivolta ebbe inizio in
Basilicata nell’aprile del 1861 e si estese a quasi tutta l’Italia meridionale. I contadini spesso proteggevano
gli spostamenti dei rivoltosi. Le bande dei briganti si comportavano con ferocia, e anche la repressione fu
spietata: circa 100 000 soldati, al comando di Enrico Cialdini, riuscirono a soffocare il brigantaggio con le
armi soltanto nel 1864. Le ragioni sociali del brigantaggio furono sottolineate, tra gli altri, dal deputato
Giuseppe Massari, che le indicò nelle misere condizioni di vita dei contadini. Dopo il processo di
unificazione il governo del nuovo regno era stato affidato a uomini del centro e della destra, che presero il
nome di Destra storica. Questa dovette subito affrontare il difficile compito di costruire un nuovo Stato. Nel
1865 fu promulgata la legge, fondata sull’accentramento, che unificava l’amministrazione del regno d’Italia,
riprendendo il sistema amministrativo piemontese.
Un altro serio problema era quello finanziario, a causa della continua crescita delle spese, dovuta, in primo
luogo, alla necessità di rafforzare l’esercito, indispensabile per garantire all’Italia un ruolo adeguato in
politica estera. Furono impiegate ingenti risorse anche per rendere più efficiente la burocrazia e per la
costruzione delle linee ferroviarie, particolarmente scarse nel Mezzogiorno. Nel 1868, per far fronte alle
spese, fu approvata una tassa sulla macinazione dei cereali e delle castagne, che colpiva gli strati popolari e
provocò tumulti e rivolte.

2.8 LA TERZA GUERRA D’INDIPENDENZA


Nel 1866 fu combattuta la terza guerra d’indipendenza contro l’Austria. L’Italia si alleò con la Prussia e,
grazie alle vittorie prussiane (l’esercito italiano fu sconfitto a Custoza e la flotta a Lissa), riuscì a ottenere il
Veneto. La regione, infatti, con la pace stipulata a Praga fra Austria e Prussia, era stata ceduta a Napoleone
III, che a sua volta la cedette all’Italia. Questa procedura ebbe un significato umiliante per l’Italia: l’Austria
sottolineava di essere stata sconfitta solo dalla Prussia. La debolezza mostrata in quell’occasione dalla
società italiana spinse a riflettere sui limiti del processo unitario e a cercare di costruire una nazione che
fosse sentita come tale anche dalle masse. Pasquale Villari, un conservatore liberale, sostenne che gli
italiani si erano trovati liberi ed uniti senza aver fatto alcuna rivoluzione, cioè senza aver affrontato alcuna
dura prova, e ciò aveva reso incomprensibile, in molti strati della popolazione, l’idea di patria.
Nel settembre del 1864 la capitale del regno era stata spostata da Torino a Firenze, per mostrare che
l’Italia, per il momento, non aspirava a conquistare Roma. Le truppe italiane entrarono a Roma solo il 20
settembre 1870, dopo che la Francia era stata sconfitta dalla Prussia: Napoleone III, infatti, non fu più in
grado di difendere l’esistenza dello Stato pontificio. Nel gennaio del 1871 il parlamento decise il
trasferimento della capitale da Firenze a Roma e Pio IX reagì duramente, proclamandosi prigioniero.
Nonostante le garanzie offerte dal governo italiano, nel 1874 Pio IX, con il decreto Non expedit,
proibì ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche.
3. L’EUROPA DOPO IL QUARANTOTTO
3.1 FRANCIA, PRUSSIA ED AUSTRIA
In Austria l’imperatore Francesco Giuseppe governò con i metodi della monarchia assoluta fino al 1859. In
seguito adottò metodi di governo più liberali e nel 1867 concesse agli ungheresi gli stessi diritti degli
austriaci. Nacque così la Duplice monarchia, uno Stato federale composto da Austria e Ungheria, con un
solo sovrano, Francesco Giuseppe. Ma la questione delle nazionalità non fu risolta, perché anche polacchi,
boemi e croati aspiravano all’indipendenza. Tuttavia, dopo il 1867 le etnie che formavano l’Impero austro-
ungarico convissero pacificamente per quasi cinquant’anni. Dal punto di vista economico, invece, si
crearono forti squilibri fra la parte dell’Impero in cui si affermava l’industrializzazione e quella,
rappresentata soprattutto dall’area balcanica, in cui persisteva un’agricoltura arretrata.

Nel 1852 Napoleone III (appoggiato dalla Destra reazionaria e conservatrice, oltre che dalla maggioranza dei
moderati) si fece proclamare, attraverso due plebisciti con suffragio universale maschile, prima presidente
della repubblica francese per dieci anni e poi imperatore, con un colpo di Stato. Venne istituito un

parlamento, il Corpo legislativo, che poteva solo ratificare le leggi e non proporle; vennero, intanto, in due
anni, smantellate tutte le conquiste operai e proletarie avvenute col ’48 francese, opponendosi dunque a
pensatori come Blanc, che tanto avevano spinto per la costituzione di ateliers nationaux.
Nacque così un regime che ebbe dei caratteri molto particolari, perché vi si fusero autoritarismo e

consenso: quest’ultimo provenne soprattutto dai contadini, che, avendo ottenuto la terra con la rivoluzione
francese, costituivano ormai uno strato sociale conservatore. Napoleone III favorì lo sviluppo economico,

incoraggiando le attività produttive, e fece realizzare grandi opere pubbliche: la sua fu una politica liberista.
La Francia aveva la sua forza nei grandi capitali finanziari investiti nelle aziende del ferro e ferroviarie; non
v’era grande disponibilità di mano d’opera come in Inghilterra, poiché i contadini francesi, forti delle
conquiste territoriali ottenute nel 1792, tendevano poco a spostarsi verso le città abbandonando la terra.
In politica estera, alleatosi con il Piemonte, mosse guerra all’Austria, sconfiggendola. Seguì l’armistizio di

Villafranca, con cui Napoleone III lasciò il Veneto agli austriaci, cedette la Lombardia al Piemonte e, in
cambio, ottenne Nizza e la Savoia.

Federico Guglielmo IV, in seguito ai moti del Quarantotto, instaurò in Prussia un regime autoritario, ma nel
1858 fu costretto da una malattia ad abbandonare il trono e a lasciare la reggenza al fratello Guglielmo. Nel

1859 la fondazione dell’Associazione nazionale tedesca riunì tutti coloro che aspiravano all’unificazione. Nel
1861 salì al trono prussiano Guglielmo I, che l’anno seguente nominò cancelliere Otto von Bismarck, un
conservatore liberale, appartenente alla nobiltà degli junker. Bismarck fece guerra alla Danimarca nel 1862,
al fine d’annettere alla Prussia (che ormai aveva cominciato a coltivare il sogno dell’unità tedesca) le aree
territoriali a controllo danese ma di lingua tedesca. Il cancelliere passò poi a liberare dall’egemonia
austriaca la Confederazione tedesca, composta da 50 piccoli stati, ove venne applicato lo Zollverein, ovvero
l’abolizione delle dogane fra di essi, così come già auspicato nel ’33 da List.

Nel 1866 la Prussia, alleata con l’Italia, mosse guerra all’Austria, la sconfisse a Sadowa e la escluse dalla

Confederazione della Germania del Nord (fondata nel 1867), togliendole ogni influenza sul territorio
tedesco. Con la vittoria di Sadowa l’Italia, nonostante gli insuccessi militari, riuscì a ottenere il Veneto. Il

solo ostacolo per la Prussia sulla strada dell’unificazione tedesca restava la Francia. Nel 1870 Bismarck riuscì
a spingere Napoleone III a muovergli guerra e lo sconfisse a Sedan. A Parigi, in seguito alla notizia della resa

di Napoleone III, fu proclamata la repubblica e il nuovo governo decise di continuare la guerra. Ma nel 1871
anche la repubblica fu costretta ad arrendersi. In tutto ciò la Germania era riuscita ad annettere a sé le
regioni d’oltre Reno dell’Alsazia e la Lorena: queste regioni erano parte della Francia ed avevano
partecipato alla rivoluzione francese, dunque la Francia le considerava proprie per il principio di
“volontarietà”; i tedeschi le volevano proprie invece poiché vi si parlava tedesco. La questione non si
chiuderà qui, ma sarà destinata a ripresentarsi fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Dopo la vittoria sulla Francia nacque in Germania l’Impero tedesco, chiamato anche Secondo Reich, che
vide la Prussia e gli stati della Confederazione tedesca unirsi in una federazione con a capo un imperatore.
Nella struttura federale del Secondo Reich ogni Stato mantenne le sue istituzioni. Il potere legislativo era
diviso fra due assemblee: il Reichstag, eletto a suffragio universale, rappresentava tutti i cittadini; il
Bundesrat rappresentava i singoli Stati.
Il primo imperatore fu il re di Prussia, Guglielmo I. Protagonista della vita politica dell’Impero tedesco
continuò a essere Otto von Bismarck, che lo era già stato della Prussia. Il cancelliere capì, dopo le tre
guerre, che sarebbe stato meglio fermarsi per non allarmare le altre grandi potenze europee e si impegnò
sul piano internazionale, spingendo gli Stati d’Europa a intraprendere politiche di conquista coloniale.
Bismarck dovette fronteggiare prima l’opposizione dei cattolici del Centro (Zentrum) contro i quali attuò il
Kulturkampf, e poi quella dei socialisti, riuniti dal 1875 nel partito socialdemocratico, che ben presto
diventarono per il cancelliere il pericolo maggiore. Per contenerne l’avanzata, Bismarck promosse una
politica di assistenza e di previdenza sociale. Guglielmo II, salito al trono nel 1888, si pose l’obiettivo di fare
della Germania una grande potenza, attraverso una politica espansionistica. Nella lotta per il predominio
europeo, infatti, la Germania si presentava come la maggiore rivale della Francia e della Gran Bretagna. Dal
1900 al 1909 fu cancelliere Bernhard von Bülow, che condivise pienamente la linea espansionistica di
Guglielmo II e cercò di realizzarla anche sul piano economico, avviando la costruzione di una linea
ferroviaria che arrivava fino a Baghdad. L’ideologia espansionistica diede un forte impulso all’industria
bellica: dal 1878 fino alla fine del secolo in Germania le spese militari triplicarono.

Nel marzo del 1871, intanto, a Parigi scoppiò una insurrezione guidata dai democratici e dai socialisti e fu
proclamata la Comune. Il Consiglio generale della Comune, eletto a suffragio universale, adottò subito dei
provvedimenti favorevoli agli strati popolari. Il governo francese riuscì a reprimere la rivoluzione, dopo
scontri molto sanguinosi. La nascita della Comune (basata sull’ideologia socialista “comunarda”, basata sul

pensiero di Rosseau) suscitò l’entusiasmo dei socialisti europei e provocò preoccupazioni in tutti i
conservatori e i moderati i quali capirono allora che occorreva trovare una soluzione alla questione sociale.
Ma l’esperienza comunarda sfociò ben presto in una sorta di nuovo “Terrore”, che ne causò l’inevitabile
fine, dopo solo pochi mesi. Con la sua caduta nasce ufficialmente quella conosciuta come la “Terza
Repubblica Francese”, la prima che riuscirà ad essere stabile (1871-1940).
In Francia si verificarono forti conflitti politici e sociali. Nel 1889 il generale Boulanger cercò di conquistare il
potere, per attuare un programma di estrema destra, ma non vi riuscì. Nel 1894 scoppiò l’«affare Dreyfus»:
un capitano dell’esercito di famiglia ebraica, Dreyfus, venne ingiustamente accusato di spionaggio e ciò
provocò una vasta mobilitazione delle sinistre in sua difesa. Lo scrittore Émile Zola, infatti, scrisse un
articolo indirizzato al presidente della repubblica, intitolato J’accuse, in cui rivolse una serie di accuse
contro i colpevoli della condanna del capitano. Solo nel 1906 l’innocenza di Dreyfus fu riconosciuta da un
tribunale. Episodi del genere sono i primi sintomi di un antisemitismo crescente.
Negli ultimi anni dell’Ottocento furono approvate in Francia alcune importanti riforme: l’istruzione
elementare obbligatoria e il riconoscimento della legittimità dell’azione sindacale. Grazie a quest’ultimo
provvedimento nacque, nel 1895, la Confédération Générale du Travail (Confederazione generale del
lavoro).

3.2 GRAN BRETAGNA E IRLANDA


In Gran Bretagna in quegli anni, sotto il regno della regina Vittoria, la vita politica continuava a svolgersi nel
segno della lotta parlamentare. In un primo tempo si affermarono i whigs (liberali), guidati da Palmerston e
Gladstone, che seguirono comunque una linea di moderazione, poi i tories (conservatori), guidati da
Disraeli, che era aperto ai problemi sociali. L’età vittoriana fu caratterizzata dallo sviluppo economico, che
diffuse un maggior benessere in tutti gli strati borghesi e anche in alcuni settori della classe operaia. La
società vittoriana si fondò su una severa moralità e sull’individualismo: un giornalista radicale, Samuel
Smiles, si fece portavoce di questi valori, celebrando la capacità di costruirsi da soli la propria vita. Nel corso
dell’Ottocento la presenza inglese in India si fece sempre più massiccia e puntò a occidentalizzare il paese.
Si crearono delle tensioni che esplosero nel 1857, con una rivolta da parte delle truppe indiane arruolate
nell’esercito britannico. La rivolta fu domata e nel 1858 il governo britannico impose all’India una
legislazione e un sistema giudiziario simile a quello inglese. Nel 1877 la regina Vittoria fu incoronata
imperatrice delle Indie.
Un grosso problema per il governo britannico, foriero di futuri conflitti, era costituito dalla questione
dell’Irlanda, dove i cattolici, privati a lungo dei diritti politici, lottavano per ottenere l’indipendenza, e dove,
a causa di una grave carestia e della miseria, a metà Ottocento scoppiarono una serie di rivolte, facilmente
domate. Il governo britannico cercò una soluzione alla questione irlandese attraverso un progetto ideato da
Gladstone, che mirava a dare l’autonomia all’Irlanda. Ma nel 1886, in seguito alla vittoria elettorale dei
conservatori, il progetto di riforma venne abbandonato e la questione irlandese rimase aperta.

3.3 RUSSIA
La Russia seguì una linea espansionistica in politica estera, ma nel 1856 fu sconfitta in Crimea dalla Francia e
dalla Turchia (insieme alle quali combatté anche il Piemonte). Lo zar Alessandro II nel 1861 abolì la servitù
della gleba, liberando circa venti milioni di contadini. Egli represse con le armi una rivolta dei polacchi e
accentuò la russificazione dell’Impero. Nel 1867 vendette l’Alaska agli Stati Uniti. La Russia, infatti, indirizzò
i suoi interessi verso i Balcani, dove voleva estendere la propria influenza, e in Estremo Oriente.
Intanto proprio un russo, Michail Bakunin, diffuse nell’Europa occidentale l’anarchismo, che si rivolgeva
soprattutto alle masse contadine e si propagò in particolare in Spagna e in Italia. Bakunin proponeva
l’abolizione non solo della proprietà privata, ma anche dello Stato. Tra gli operai si affermò invece il
socialismo, che diede vita ai primi movimenti politici organizzati, come l’Associazione generale degli operai
tedeschi. I comunisti Marx ed Engels, tedeschi, si affermarono soprattutto come teorici: nel campo politico
Marx fu tra i promotori della Prima internazionale (1864), in cui riuscì a limitare l’influenza di Bakunin. Nel
1872 gli anarchici fondarono una loro associazione internazionalista, segnando la fine della Prima
internazionale (1876-1877).
Il malcontento degli strati più poveri della popolazione russa venne interpretato da Michail Bakunin, che
incitava alla violenza rivoluzionaria, e da alcune organizzazioni terroristiche, una delle quali, nel 1881,
uccise in un attentato Alessandro II. Il suo successore, Alessandro III, favorì la diffusione del panslavismo e
combatté duramente tutti i movimenti rivoluzionari. Il nuovo zar discriminò in particolar modo gli ebrei,
alimentando i sentimenti antisemiti, già molto forti in Russia, e favorendo un consistente aumento dei
pogrom. La crescita industriale determinò la formazione di un proletariato urbano, che offrì una vasta base
sociale alla nascita e allo sviluppo del Partito socialdemocratico russo, fondato nel 1898. Gli interessi dei
contadini erano difesi dal Partito socialista rivoluzionario, nato nel 1902, e dai populisti, i quali ritenevano
che i contadini formassero una classe potenzialmente rivoluzionaria. Il panorama politico russo era
completato da un movimento liberale, che aveva come obiettivo l’instaurazione di un regime parlamentare,
e dal movimento democratico rivoluzionario, che trovò adesioni soprattutto fra gli intellettuali.

3.4 ALLEANZE E COLONIALISMO


Le vicende diplomatiche che si svolsero negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo decennio del
Novecento portarono alla formazione di due blocchi contrapposti: la Triplice alleanza (1882), a cui
aderivano Germania, Austria e Italia, e la Triplice intesa (1907), formata da Francia, Russia e Inghilterra.

In Europa non furono combattute guerre, ma tra le grandi potenze, e in particolare tra Francia e Gran
Bretagna, si svolse ugualmente una competizione, che consistette nella creazione di imperi coloniali. Alla
fine dell’Ottocento Gran Bretagna e Francia si accordarono, in funzione antitedesca, per delimitare le
rispettive zone d’influenza. Anche il Belgio partecipò alla competizione coloniale, con l’occupazione e il
feroce sfruttamento del Congo. Le carte in tavola nella storia delle conquiste coloniali furono cambiate
dall’apertura, realizzata da francesi ed inglesi, del canale di Suez e la conseguente crescita dell’importanza
dell’Oceano Indiano, dominato principalmente dall’Inghilterra.
Nel 1884-1885 la conferenza di Berlino cercò di delineare le zone d’influenza in Africa, ma le tensioni
rimasero. La giustificazione ideologica del colonialismo fu chiaramente espressa dallo scrittore inglese
Kipling nella concezione del «fardello», che l’uomo bianco doveva sostenere per portare la civiltà a
popolazioni selvagge. L’Impero britannico, oltre a estendersi, subì delle importanti modifiche al suo interno:
cambiarono i rapporti fra colonie e madrepatria. Il livello di sviluppo raggiunto da alcune colonie, in cui gli
immigrati inglesi avevano sostituito la popolazione indigena, rese possibile la loro trasformazione in
dominions: ottennero, cioè, l’autogoverno locale. Il primo dominion fu il Canada, nel 1867.

3.5 ECONOMIA E SOCIETA’


Le banche pubbliche assunsero una funzione sempre più rilevante nella concessione dei crediti e
nell’emissione delle monete. Gli alti funzionari delle banche pubbliche acquistarono così un naturale
potere: cominciò a formarsi una tecnocrazia, in cui persone senza grandi ricchezze personali erano in grado
di prendere decisioni fondamentali per l’economia.
Nella seconda metà dell’Ottocento si conobbero le crisi dovute alla sovrapproduzione industriale. Nel 1873
la sovrapproduzione nell’industria provocò uno squilibrio tra offerta e domanda e portò a una grave crisi,
che colpì soprattutto gli Stati Uniti e la Germania, che erano in una fase di crescente sviluppo. Le crisi
dell’età contemporanea, infatti, colpiscono di solito le economie più avanzate, perché nascono dallo stesso
sviluppo. Gli economisti elaborarono nuove teorie, che studiavano l’andamento ciclico dell’economia: le
crisi non erano catastrofi improvvise, ma chiudevano un ciclo di espansione.
Negli Stati Uniti il potere era soprattutto nelle mani degli imprenditori, che a volte possedevano anche
banche: si crearono vere dinastie borghesi, come quella dei Morgan, finanzieri con una posizione
preminente nei settori dell’elettricità, dell’acciaio e delle ferrovie, e i Rockefeller, la cui società controllava
l’estrazione e la raffinazione degli idrocarburi negli Stati Uniti.
Non è possibile tracciare un quadro uniforme della vita quotidiana in tutta l’Europa, perché essa assumeva
in ogni paese caratteri specifici. Le differenze tra le condizioni di vita dell’aristocrazia e della borghesia e
quelle delle masse popolari erano molto nette. L’Ottocento non era l’epoca di una natura ancora
incontaminata e nelle città la situazione igienica era cattiva. In Gran Bretagna, il paese economicamente più
avanzato, la nobiltà e l’alta borghesia avevano un tenore di vita molto elevato: l’unica differenza era che i
borghesi lavoravano, i nobili vivevano delle loro rendite. Le condizioni di vita della piccola borghesia, invece,
erano molto modeste, ma erano comunque nettamente migliori di quelle della classe lavoratrice, che
viveva in case piccole e malsane, prive di acqua e situate spesso in quartieri sordidi.
Verso la metà del XIX secolo la popolazione mondiale superò il miliardo di abitanti. L’incremento
percentuale fu forte soprattutto negli Stati Uniti, grazie alle correnti migratorie provenienti dall’Europa. Nei
paesi economicamente progrediti cominciò una fase di transizione tra la vecchia demografia, caratterizzata
da alti indici di natalità e di mortalità, e la nuova demografia, caratterizzata da bassa natalità e bassa
mortalità: in questa fase di transizione, in effetti, i progressi della medicina ridussero la mortalità, ma la
natalità diminuì solo nelle classi più agiate delle città, perciò la popolazione europea crebbe a ritmi
sostenuti. In pochi anni molte città, in Europa, America e Asia, superarono il milione di abitanti.
Nella prima metà dell’Ottocento l’Europa fu colpita dal colera, una malattia a carattere epidemico, molto
meno grave della peste, anche se con una mortalità elevata. Proveniva dall’Oriente e penetrò in Europa,
perché non erano state adottate misure efficaci per prevenire il contagio. Il colera non colpiva tutti
indistintamente: le classi popolari, che vivevano in quartieri sovraffollati e condizioni igieniche scarse, erano
maggiormente esposte alla malattia; come nel Seicento, si diffuse la credenza che fosse stato propagato da
alcuni «untori», per decimare i più poveri. Il colera colpì la Francia, da dove passò in Italia.
La pressione demografica non diminuì a causa del colera e trovò una valvola di sfogo nell’emigrazione.
4. L’ITALIA DAL 1871 AL 1900
4.1 LA COSTRUZIONE DELLA NAZIONE
Le differenze dovute alle diverse tradizioni culturali trovavano un luogo di conciliazione nell’esercito. Un
altro avrebbe potuto essere costituito dalla scuola, ma quello dell’istruzione costituiva uno dei più gravi
problemi. L’analfabetismo era molto diffuso e la lingua italiana era parlata solo da una minoranza della
popolazione. All’unificazione linguistica d’Italia contribuirono la stampa, il servizio militare e anche la
burocrazia, perché molti impiegati si spostarono in regioni diverse da quelle d’origine. La diffusione
dell’idea di nazione tra gli strati popolari, estranei alla tradizione culturale dotta, fu affidata alle feste
celebrative e ai monumenti, in grado di colpire l’immaginario collettivo.
Nonostante le garanzie offerte dal governo italiano, nel 1874 Pio IX, con il decreto Non expedit, proibì ai
cattolici di partecipare alle elezioni politiche (potevano però votare in quelle amministrative). In questo
modo il pontefice impedì in Italia la formazione di un partito cattolico, nonostante la grande maggioranza
della classe dirigente fosse costituita da cattolici. La loro presenza nella vita civile si realizzò soprattutto
attraverso l’Opera dei congressi. La Chiesa non aveva avversato il movimento risorgimentale perché
contraria al principio di nazionalità, ma soltanto perché minacciava il suo potere temporale. In Polonia, per
esempio, si era fatta essa stessa sostenitrice di quel principio, che diventò una bandiera dei cattolici
polacchi, contro il dominio dei russi greco-ortodossi.

4.2 ECONOMIA E SOCIETA’


Nel 1875, dopo un rigido piano elaborato da Quintino Sella per dare solidità finanziaria al nuovo Stato, fu
raggiunto il pareggio del bilancio dal governo presieduto da Marco Minghetti. I primi finanziamenti per lo
sviluppo dell’industria erano stati offerti a Torino dal governo, come compenso per la perdita del ruolo di
capitale. Nei primi decenni di vita unitaria, mentre le attività industriali del Meridione entravano in crisi, lo
sviluppo si concentrò nelle città di Torino, Milano e Genova, il cosiddetto «triangolo industriale».
La vita quotidiana era molto diversa per i ricchi e per i poveri: questi mangiavano pane nero e solo molto
raramente la carne. Inoltre, ogni parte d’Italia era caratterizzata da una particolare alimentazione. Le
condizioni di vita delle campagne continuavano a essere misere come nei secoli passati. Nelle città, invece,
si notavano maggiori cambiamenti, soprattutto per la diffusione delle case abitate dai borghesi. Nella
borghesia, verso la metà dell’Ottocento, si iniziò a diffondere la consuetudine della villeggiatura. Anche la
situazione sanitaria era cattiva: nelle campagne del nord si riscontrava la pellagra, dovuta alla carenza di
vitamine indispensabili, in quelle del sud la malaria, a causa delle vaste zone paludose; nelle città si
diffondevano le malattie epidemiche, a causa del sovraffollamento. Cominciavano anche a essere
numerose le malattie professionali, dovute al lavoro in malsani opifici.
Mentre nel nord-ovest si andava formando il «triangolo industriale» con Milano, Torino e Genova, le
condizioni del Mezzogiorno restavano gravi. A metà degli anni Settanta alcuni uomini politici moderati,
Villari, Sonnino e Franchetti, posero la questione meridionale. Nei loro scritti e nelle loro inchieste vennero
denunciate le difficili condizioni sociali delle masse meridionali, ma anche i vuoti istituzionali che si erano
venuti a creare in queste regioni e che avevano facilitato il rafforzamento della criminalità, come la mafia,
la camorra e il brigantaggio.

4.3 I PRIMI GOVERNI


Alle elezioni parlamentari del 1874 le sinistre ottennero un successo e nel 1876 si formò un governo della
Sinistra, presieduto da Agostino Depretis. Non avendo una solida maggioranza, Depretis, per potere attuare
le riforme promesse, l’allargò attirando in essa deputati di altri partiti e promuovendo così un metodo di
governo che fu chiamato «trasformismo». La soluzione trasformistica di Depretis mirava anche
all’attenuazione delle differenze territoriali: infatti fece entrare nei suoi governi un’ampia rappresentanza
meridionale, promuovendo allo stesso tempo l’impiego di metodi clientelari al sud. Nel 1877 coloro che si
trovavano alla sinistra dello schieramento di governo si staccarono dalla Sinistra storica e formarono la
Sinistra estrema, di idee democratico-repubblicane. Nel 1878 morì Vittorio Emanuele II e gli succedette il
figlio Umberto I. In quello stesso anno morì anche Pio IX, cui succedette Leone XIII. Fra le più importanti
riforme del governo Depretis ci fu quella della scuola: con la legge Coppino del 1877, infatti, l’istruzione
elementare divenne obbligatoria, gratuita e laica. Nel 1882 Depretis fece una riforma della legge elettorale,
che fu modificata in modo da triplicare il numero degli elettori, e instaurò una tariffa protezionistica che
avvantaggiava gli industriali del nord e i grandi proprietari di terre del sud.
In politica estera Depretis ereditò una situazione sfavorevole, perché l’Italia era isolata dalle altre potenze e
aveva un peso molto scarso sulla scena internazionale. Nello stesso anno il governo italiano iniziò la
penetrazione in Africa, ma alla lotta per la conquista di colonie l’Italia partecipò in misura molto limitata.
L’Italia, inizialmente, puntò alla conquista della Tunisia, la quale però andò alla Francia: ciò mise in crisi i
rapporti fra i due Stati, così che l’Italia aderì, nel 1882, alla Triplice alleanza, con la Germania e l’Austria
Francesco Crispi era convinto che l’Italia dovesse iniziare una politica coloniale, come stavano facendo le
grandi potenze europee, per ottenere prestigio nel mondo. Nel 1889 Crispi cercò di far penetrare le truppe
italiane in Etiopia, partendo dalla base di Assab, acquistata nel 1869 da una compagnia di navigazione, la
Rubattino. I contrasti con la destra, dovuti alle alte spese per la politica coloniale, portarono Crispi, nel
1891, ad abbandonare il governo. Nel maggio del 1892 Umberto I nominò primo ministro Giovanni Giolitti,
che a causa di uno scandalo bancario fu costretto, nel 1893, a dare le dimissioni. Alla caduta di Giolitti il
governo venne affidato per la seconda volta a Francesco Crispi. Fra il 1895 e il 1896 le truppe italiane
subirono dagli etiopi durissime sconfitte ad Amba Alagi e ad Adua: questa disfatta suscitò un’enorme
impressione in Italia ed ebbe conseguenze molto pesanti per Crispi, che fu costretto a dimettersi.
L’opposizione alle imprese coloniali di Crispi veniva anche da ambienti lombardi e dai socialisti. Questi nel
1892 avevano rotto definitivamente con le correnti anarchiche e avevano fondato un proprio partito, che
nel terzo congresso assunse il nome di Partito socialista italiano. Essi combattevano Crispi anche per la sua
politica interna di repressione, che raggiunse il culmine nel soffocamento delle rivolte in Lunigiana e in
Sicilia (quest’ultima promossa dai Fasci siciliani, un’organizzazione di lavoratori).
Negli ambienti lombardi l’ostilità al siciliano Crispi assumeva caratteri antimeridionalistici, alimentati dagli
scritti di alcuni antropologi, che davano alla loro analisi della società italiana fondamenti razziali. Crispi
definì polemicamente il movimento «Stato di Milano», come se esso volesse fondare uno Stato autonomo.

Le elezioni del 1897 videro un forte aumento dei voti dell’estrema sinistra, composta da radicali,
repubblicani e socialisti, e una riduzione della maggioranza favorevole al governo, guidato da Antonio
Starabba di Rudinì. Il risultato elettorale fu soprattutto espressione del malcontento popolare, provocato
dalla difficile situazione economica. Nel 1898 la crisi si accentuò e scoppiarono violenti tumulti,
particolarmente duri a Milano. Il 21 luglio del 1900, l’anarchico Gaetano Bresci uccise in un attentato
Umberto I, per vendicare i manifestanti caduti durante i moti del 1898. Il nuovo sovrano Vittorio Emanuele
III comprese che era necessario abbandonare la politica della repressione e avviare quella delle riforme.
5. FUORI DALL’EUROPA
5.1 GLI USA
Nel 1861 l’unità degli Stati Uniti fu messa in gravissimo pericolo. Mentre negli Stati del nord, dove c’era un
accentuato sviluppo industriale, cresceva l’opposizione alla schiavitù, gli Stati del sud erano contrari alla sua
abolizione. Nel 1860, quando fu eletto presidente Abraham Lincoln, contrario all’estensione della schiavitù,
scoppiò una sanguinosa guerra civile, definita anche guerra di secessione, che si concluse solo nel 1865 con
la vittoria dell’esercito unionista su quello confederale (gli Stati del sud avevano infatti abbandonato la
federazione, formando una confederazione, in cui i legami erano meno stretti). Una delle ultime vittime
della guerra civile fu lo stesso Lincoln, che venne ucciso mentre era a teatro.
Il sistema parlamentare degli Stati Uniti era fondato sul bipartitismo; i tentativi di dare vita a un terzo
partito, che si affiancasse al repubblicano e al democratico, fallirono: il partito populista, che voleva
rappresentare gli interessi degli agricoltori, durò pochi anni. Gli interessi dei lavoratori erano difesi non da
partiti, ma dai sindacati: nel 1869 un sarto di idee socialiste, Uriah S. Stephens, fondò un’organizzazione
sindacale, Knights of Labor, che promosse le prime lotte operaie negli Stati Uniti. Nel 1886 alcune categorie
di lavoratori uscirono dai Knights of Labor e fondarono l’American Federation of Labor, un sindacato che
divenne molto forte sul piano delle rivendicazioni salariali, ma era indifferente alla vita politica.
Dopo la guerra civile, le condizioni dei neri, anche se liberati dalla schiavitù, rimasero difficili. Subito dopo la
conclusione della guerra, infatti, un gruppo di reduci dell’esercito sudista aveva fondato nel Tennessee
l’organizzazione razzista del Ku Klux Klan, per impedire che i neri potessero usufruire dei diritti civili. Anche
le condizioni dei pellirosse rimasero difficili: nel 1868 furono definitiva mente confinati nelle riserve e
obbligati a non uscirne. I sioux e i cheyenne tentarono di ribellarsi, ma vennero sconfitti. Ancora nel 1890
reparti dell’esercito degli Stati Uniti massacrarono, nel South Dakota, un’intera comunità di indiani. Le
condizioni dei neri e degli indiani costituivano l’elemento più negativo della società americana, dove però,
nonostante la loro marginalizzazione o esclusione dalla vita politica, la democrazia continuava a svilupparsi.
Nel corso dell’Ottocento diventò attuale il problema della partecipazione delle donne alla vita politica. La
questione femminile fu posta con grande energia soprattutto dalle donne americane, che nel 1848
approvarono la Declaration of sentiments (Dichiarazione dei sentimenti) sul modello della Dichiarazione
d’indipendenza. Il documento consisteva in una requisitoria, in cui erano elencate tutte le prevaricazioni
dell’uomo sulla donna. Una delle più importanti associazioni che cercarono di tradurre in azione politica le
richieste del movimento femminista fu la National Woman Suffrage, che, guidata da Susan Anthony, lottò
per conseguire il suffragio femminile.

5.2 IL SUD AMERICA


L’evoluzione politica dei paesi del Sudamerica verso una società pienamente liberale fu lenta. Il Brasile, in
seguito alla caduta della dinastia portoghese dei Braganza, si trasformò da impero in repubblica. Anche in
Argentina e in Cile si vennero a formare dei regimi parlamentari e, verso la fine dell’Ottocento, sorsero le
prime organizzazioni sindacali. Il Messico visse le vicende più drammatiche: i messicani, infatti, dovettero
combattere contro gli Stati Uniti per le regioni di confine, che non riuscirono a conservare e che entrarono
a fare parte degli USA come nuovi Stati. Nel 1858 Benito Juàrez, figlio di indios che era riuscito a diventare
avvocato, si mise alla testa delle forze liberali e, dopo tre anni di guerra civile, diventò presidente. Juàrez
cercò di instaurare un regime liberale, attuando riforme dirette a colpire il potere della Chiesa e dei grandi
proprietari terrieri. Il nuovo governo messicano dovette fronteggiare l’intervento militare dell’Inghilterra,
della Spagna e della Francia, ma nel 1876 il potere fu conquistato da un generale, Porfirio Diaz, che instaurò
un regime militare.

5.3 LE GRANDI MIGRAZIONI VERSO L’AMERICA


Nell’Ottocento, soprattutto negli ultimi decenni, i movimenti migratori coinvolsero milioni di europei, spinti
dalla fame o dalla volontà di migliorare le condizioni di vita: una conseguenza di questi movimenti fu il
rafforzamento della presenza europea nel mondo.
Le terre promesse erano il Nordamerica e il Sudamerica, dove esistevano vasti territori non ancora coltivati
e scarsamente popolati, e miniere da sfruttare. Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, offrivano le migliori
opportunità agli immigrati, grazie allo sviluppo economico e alle maggiori possibilità d’integrazione: la
società statunitense, infatti, era già multietnica. Anche in Sudamerica si ebbe una massiccia immigrazione,
cui contribuirono in misura rilevante gli italiani, seguiti dagli spagnoli e dai portoghesi: per integrarsi più
facilmente, grazie alla comunanza di lingua e tradizioni, i portoghesi sceglievano il Brasile, gli spagnoli il
Portogallo.

Gli italiani emigravano soprattutto per trovare lavoro, perché in Italia non riuscivano a vivere. Nel
Nordamerica, in genere, non si spinsero verso l’interno, ma si stabilirono specialmente a New York, dove
diventarono così numerosi che il quartiere da loro abitato fu chiamato Little Italy. L’integrazione non fu
facile e spesso gli immigrati restavano divisi per gruppi regionali: col tempo, invece, le generazioni nate
negli Stati Uniti cominciarono a integrarsi, e a considerare quella come la loro patria. Condizioni di vita
ancora più dure incontrarono gli italiani che emigrarono nel Sudamerica, dove si dedicarono al
dissodamento e alla coltivazione di terre vergini.

Le grandi migrazioni giovarono all’economia sia dei paesi di origine sia di quelli che accolsero gli immigrati.
Senza di esse non sarebbe stato possibile lo sviluppo accelerato degli Stati Uniti, dell’Argentina, del Brasile,
dell’Australia, della Nuova Zelanda: senza la manodopera europea alcuni di questi paesi non sarebbero
potuti diventare fornitori di cereali e carne per l’intero mercato mondiale. Inoltre, i paesi di origine
traevano un vantaggio dall’alleggerimento della pressione demografica e dalle rimesse di denaro inviate
dagli emigranti alle famiglie.
Gli immigrati, inoltre, potevano trovare un lavoro e conoscere nuove culture, ma subivano anche gli effetti
di un traumatico distacco dalle terre d’origine, che spesso si spopolavano, a causa della partenza dei
giovani.

5.4 IL GIAPPONE
Nel 1853 l’arrivo di una flotta statunitense nella baia di Edo ruppe l’isolamento del Giappone. In seguito
furono aperti altri porti a navi di paesi europei. Nel 1868 l’imperatore riacquistò i propri poteri, che in
passato erano stati esercitati dagli shogun e da una sorta di signori feudali, i daimyo. Iniziò, in questo modo,
un periodo definito «rinnovamento Meiji» (illuminato). Nel 1889 il Giappone ebbe una Costituzione, in cui
venne ribadito il potere dell’imperatore e la sua sacralità; si passa così da un sistema feudale ad uno stato
nazione dai caratteri spiccatamente occidentaleggianti. Fu istituita anche una Dieta, con due camere, una
dei Pari, l’altra dei Rappresentanti, ma l’elettorato giapponese consisteva nell’uno per cento della
popolazione. L’apertura al mondo esterno non mise in pericolo le strutture istituzionali, politiche e sociali
del Giappone, che seppe aprirsi alla modernità conservando le tradizioni. La sua unità lo preservò da ogni
dominazione straniera. Intanto il nazionalismo giapponese si stava trasformando in imperialismo: nel 1894,
infatti, il Giappone dichiarò guerra alla Cina, ottenendo l’isola di Taiwan e il riconoscimento
dell’indipendenza della Corea.

5.5 LA CINA
La Cina, invece, fu soggetta all’influenza delle potenze europee. L’esercito e la burocrazia cinese si erano
indeboliti e anche la vastità dell’Impero costituiva un elemento di debolezza. La Gran Bretagna con una
guerra costrinse la Cina ad accettare l’importazione dell’oppio. I sentimenti xenofobi provocarono nel 1851
la rivolta contadina dei T’ai-p’ing, diretta sia contro gli stranieri sia contro l’imperatore. Nel 1864 la
ribellione fu soffocata. Nel 1896 il malcontento prodotto dalla presenza europea sfociò in un’altra rivolta,
chiamata dei boxers. Questi si scagliarono prima contro i missionari e i cinesi convertiti al cristianesimo, poi
contro tutti gli stranieri, compresi i giapponesi. Questa volta il governo non la represse e nel 1900
intervenne un corpo di spedizione formato da europei, americani e giapponesi, che sconfisse i boxers. Nel
1901 l’imperatrice Ci Xi fu costretta a fuggire e la Cina divenne un paese semicoloniale.
5.6 L’IMPERO OTTOMANO
L’Impero ottomano continuava a indebolirsi, soprattutto nella sua parte europea, dove si apriva un vuoto
che rischiava di mettere in crisi la politica dell’equilibrio. Austria, Germania e Russia sospettavano che una
delle tre potenze potesse approfittarne per espandersi nella penisola balcanica. In essa i popoli assoggettati
nei secoli precedenti – serbi, bulgari, romeni – si battevano per l’indipendenza. Le grandi potenze
temevano che la dissoluzione dell’Impero potesse procurare troppi vantaggi a qualcuna di loro e cercavano
soluzioni diplomatiche. Nel congresso di Berlino del 1878 esse tentarono di dare un assetto stabile alla
regione balcanica. Con esso la Serbia e il Montenegro ottennero l’indipendenza, che in seguito fu
riconosciuta anche alla Romania, mentre alla Bulgaria fu concessa l’autonomia. L’Austria ebbe
l’amministrazione della Bosnia-Erzegovina. Le tensioni, però, non cessarono e la penisola balcanica rimase
un pericoloso focolaio di conflitti.

6. LA SITUAZIONE D’INIZIO NOVECENTO


6.1 IMPERIALISMO, MILITARISMO E PACIFISMO
L’imperialismo assunse dei caratteri economici diversi dal colonialismo: i territori coloniali vennero
considerati nuovi mercati dove poter trasferire i capitali che non trovavano impiego in madrepatria. La Gran
Bretagna e la Germania interpretarono l’imperialismo in senso moderno e aggressivo, ma lo scontro si
svolse nell’ambito di un duplice schieramento di alleanze internazionali: la Triplice alleanza (1882), cui
aderivano Germania, Austria e Italia, e la Triplice intesa (1907), formata da Francia, Russia e Inghilterra. La
contrapposizione di questi Stati imperialistici comportò un aumento nella produzione degli armamenti e la
possibilità che questo scontro sfociasse in una guerra si fece sempre più realistica.

In questi anni, perciò, nacque il pacifismo, di cui i socialisti furono i maggiori rappresentanti. Nel congresso
della Seconda internazionale tenutosi a Stoccarda nel 1907, la guerra divenne il tema principale, ma non si
riuscì a trovare una linea politica uniforme di fronte all’ipotesi di un conflitto europeo. In Italia ci fu anche
un pacifismo borghese, che vedeva la guerra come un freno allo sviluppo economico.

Anche se la lotta per l’egemonia mondiale si svolgeva soprattutto tra Gran Bretagna e Germania, non ci
fu guerra tra i due paesi. Uno scontro indiretto si ebbe però nel Sudafrica, dove i tedeschi
appoggiarono la guerra dei boeri contro gli inglesi (1899-1902). Altre guerre imperialistiche sono
considerate quelle che si svolsero tra Stati Uniti e Spagna, nel 1898, e tra Russia e Giappone (1904-
1905).
A Cuba, nel 1895, scoppiò una rivoluzione guidata da José Martí, in seguito alla quale venne proclamata la
repubblica. Iniziò in questo modo la guerra contro gli spagnoli, ma gli Stati Uniti, che avevano forti
interessi nell’isola, decisero di intervenire e nel 1898 dichiararono guerra alla Spagna. Con la sconfitta di
quest’ultima, gli Stati Uniti ottennero il controllo economico e politico su Cuba, nonostante la
proclamazione di repubblica indipendente. Il presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, in seguito
aggiunse un corollario alla dottrina Monroe, secondo cui gli USA dovevano limitarsi a tenere lontane le
potenze europee dall’America Latina. Con il corollario, gli Stati Uniti acquisivano il «diritto» di poter
intervenire direttamente in tutto il continente americano.

La guerra fra Russia e Giappone fu causata dagli interessi reciproci in Manciuria. La conquista da parte
della Russia, nel 1898, della Manciuria fu la causa dell’attacco militare giapponese (1904). La guerra
russo-giapponese venne considerata la prima guerra in senso moderno, a causa degli intensi scontri
navali e dell’alto numero di morti.
La vittoria del Giappone, inoltre, sancì il suo ingresso fra le grandi potenze. Il conflitto anglo- boero fu
causato dalla scoperta di ricchissimi giacimenti auriferi e diamantiferi nella colonia del Capo e nel
Transvaal. I britannici temevano che la Germania potesse acquisire forti influenze in quest’area
geografica. La guerra si concluse con la sconfitta dei boeri e con la formazione nel 1910 dell’Unione
Sudafricana.

6.2 LA RIVOLUZIONE RUSSA DEL 1905


La vittoria riportata dal Giappone sulla Russia nel 1905 segna una data importante nella storia
contemporanea, perché per la prima volta uno Stato asiatico batté militarmente una grande potenza
europea. I contraccolpi della sconfitta all’interno della Russia portarono alla rivoluzione russa del 1905.
Nel gennaio di questo anno, infatti, si svolse una grande manifestazione a San Pietroburgo, espressione
del malcontento popolare per le difficili condizioni economiche e sociali. La manifestazione venne
duramente repressa dalla polizia dello zar Nicola II. Seguirono diverse sommosse e gli operai decisero di
organizzarsi formando dei consigli rivoluzionari, i Soviet. Lo zar, non riuscendo a soffocare la rivoluzione,
decise di concedere la formazione di un parlamento, la Duma (1905). Nel 1906 ci fu la prima riunione, ma
non poté svolgere un’azione efficace, perché venne più volte sciolta. Pëtr Stolypin, capo del governo, riuscì
comunque, nel 1906, a realizzare un’importante riforma agraria rivolta a trasformare le campagne russe in
senso capitalistico.

6.3 ASIA, AFRICA E BALCANI


Mentre in Europa il nazionalismo si trasformava in imperialismo, nascevano in Asia movimenti e ideologie
che s’ispiravano al nazionalismo europeo dell’Ottocento. In Cina, dopo alcune rivolte xenofobe, Sun Yat-sen
accolse dall’Occidente sia il nazionalismo sia la democrazia. Egli però sostenne che in economia
l’introduzione del capitalismo avrebbe provocato troppe differenze e che in Cina perciò era necessario un
massiccio intervento dello Stato. In Giappone il nazionalismo, erede delle tradizioni guerriere dei samurai,
fu più aggressivo che in Cina e assunse anche caratteri imperialistici. Nei paesi islamici, infine, il
nazionalismo mirò soprattutto a difendere l’identità etnica e religiosa, anche dove, come avvenne in
Turchia a opera del movimento dei Giovani Turchi, si caratterizzò in senso laico.

Tensioni di carattere imperialistico si verificarono tra Francia e Germania in Marocco. Ma le più forti si
ebbero nella penisola balcanica e furono provocate non dall’imperialismo, ma dal nazionalismo. Due etnie
slave, ma di diversa religione, la serba e la croata, aspiravano entrambe all’egemonia sull’intera regione.
Anche se nei Balcani si esercitava l’influenza della Russia e dell’Austria, le cause principali delle due guerre
che vi si combatterono nel 1912 e nel 1913 furono locali.

6.4 L’ITALIA
Dopo l’assassinio del re Umberto I, il 29 luglio del 1900, gli succedette Vittorio Emanuele III, che nel 1903
affidò il governo a Giovanni Giolitti: iniziò l’età giolittiana (1903-1914), durante la quale si realizzò
l’inserimento delle masse nella vita politica italiana.
Giolitti improntò la propria condotta politica al realismo e affermò che il governo non doveva intervenire
nelle vertenze fra sindacati e imprenditori: reprimere gli scioperi avrebbe reso nemiche dello Stato le classi
lavoratrici, la maggioranza del paese. Inoltre cercò di ridurre l’altissimo tasso di analfabetismo,
riconoscendo nella scuola uno strumento fondamentale per la «nazionalizzazione» dei cittadini e la fusione
delle culture regionali.
Giolitti favorì la crescita dell’industria, arretrata rispetto ad altri paesi: la stessa FIAT, fondata da Giovanni
Agnelli nel 1899, cominciò una produzione di tipo industriale in quel periodo. Lo sviluppo industriale, però,
incontrava numerosi ostacoli nel clima culturale e politico italiano; inoltre, era un fenomeno che riguardava
soprattutto il nord (in particolare il «triangolo industriale» formato da Lombardia, Piemonte e Liguria).
Consapevole della gravità della «questione meridionale», Giolitti attuò una serie di provvedi- menti
economici a favore del Mezzogiorno, come leggi speciali per favorire l’industrializzazione, che, però,
rimase affidata soprattutto all’iniziativa governativa. Proprio nel Mezzogiorno la politica giolittiana mostrò
i suoi punti deboli. Giolitti, infatti, che aveva nell’Italia meridionale una delle basi del proprio potere,
alimentò il sistema delle clientele, duramente criticato da Gaetano Salvemini. Le difficili condizioni
economiche costringevano ogni anno 600 000 italiani a emigrare in America: l’emigrazione presentava
benefici effetti economici ma comportava la divisione delle famiglie e lo spopolamento delle campagne.

Grazie alla prudente linea politica, Giolitti riuscì a superare senza danni anche i momenti di grave tensione
sociale, come lo sciopero generale del 1904. Inoltre, tentò di stabilire rapporti di collaborazione con i
socialisti riformisti, guidati da Filippo Turati, ma i massimalisti, sostenitori di un progetto rivoluzionario,
prevalsero sui riformisti. Nel 1912, per cercare di indebolire l’opposizione delle sinistre alla guerra di Libia
(scoppiata nel 1911 contro la Turchia e conclusasi con la conquista della Libia), concesse il suffragio
universale maschile: l’estensione del diritto di voto, però, fece affluire molti voti a sinistra. Per bilanciare
questa situazione, Giolitti, alle elezioni tenute nel 1913, riuscì a ottenere, grazie al Patto Gentiloni, che i
cattolici votassero per i deputati della maggioranza. Il decreto Non expedit di Pio IX, del 1874, infatti, aveva
impedito sino ad allora che i cattolici prendessero parte alla vita politica. Giolitti ottenne la maggioranza,
ma la base parlamentare del suo sistema si erose: condizionato dal sostegno dei cattolici, attaccato dalla
sinistra, Giolitti si dimise nel 1914.

Alcuni intellettuali criticavano i fondamenti ideologici della politica giolittiana, rifiutando il liberalismo e la
democrazia. Il nazionalismo e la guerra, celebrati da tali intellettuali (fra cui Gabriele D’Annunzio e Filippo
Marinetti), diventarono elementi fondamentali del programma politico dei nazionalisti.
Nel 1911 la Francia instaurò il protettorato sul Marocco. In risposta il governo italiano decise di
conquistare la Libia, che faceva parte dell’Impero ottomano. La guerra fu approvata da alcuni ambienti
finanziari, dai nazionalisti e da una parte dei socialisti riformisti. Fu invece avversata dai socialisti
rivoluzionari. Iniziato nel settembre del 1911, il conflitto si concluse nell’ottobre del 1912, con la firma del
trattato di Losanna da parte dell’Impero ottomano. Con questo atto si riconobbe la sovranità dell’Italia
sulla Libia, ma le popolazioni arabe continuarono a impegnare con azioni di guerriglia le truppe italiane,
rendendo insicuro tutto l’entroterra.
6.5 ECONOMIA E SOCIETA’ AI TEMPI DELLA 2°RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
La società di massa, articolata in classi e gruppi sociali, ebbe la sua base economica nella seconda
rivoluzione industriale, che si fondò sull’impiego dell’acciaio, sullo sviluppo della chimica e sull’uso
dell’elettricità come fonte di energia. Infatti le grandi quantità di acciaio di cui fu possibile disporre, intorno
al 1870, incrementarono la crescita dell’industria dei trasporti (con costruzioni di navi, binari, piccoli e
grandi macchinari). L’invenzione della lampadina da parte dello statunitense Thomas Alva Edison, nel
1897, introdusse per la prima volta l’elettricità nell’ambito domestico. Mentre lo sviluppo della chimica
consentì la produzione di nuovi concimi per l’agricoltura.

Fu soprattutto la Germania a trarre profitto dalla seconda rivoluzione industriale, grazie alla rapida crescita
della produzione dell’acciaio e dell’industria chimica. Lo sviluppo economico favorì e fu favorito dallo
sviluppo delle «banche miste», che intervenivano non solo nel finanziamento, ma anche nella gestione
delle aziende.

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento gli Stati Uniti diventarono il nuovo modello
dell’economia capitalistica. Gli Stati Uniti, infatti, potevano sfruttare i ricchi giacimenti minerari che
possedevano in patria. Allo stesso tempo gli industriali si impegnarono a sviluppare il mercato interno,
considerando le esportazioni inadeguate alla promozione della crescita economica. L’industriale Andrew
Carnegie sostenne che gli USA non dovevano conquistare «popoli barbari», ma ottenere «il dominio
industriale del mondo». La struttura del capitalismo americano si trasformò con la nascita dei cartelli e dei
trust. I primi erano costituiti da aziende che controllavano i prezzi dei prodotti, in modo da annullare la
concorrenza. I trust consistevano in associazioni di aziende, guida- te da un unico centro direttivo, che
tendevano a isolare le piccole società rimaste fuori. Questi strumenti furono concepiti per monopolizzare
il mercato e annullare la libera concorrenza, ma la legislazione statunitense (Clayton Anti-trusts Act, 1914)
riuscì a dare un forte freno a questo fenomeno.

Marx ha identificato le classi guardando al posto che occupano nel mondo della produzione capitalistica.
Ha così individuato solo due classi fondamentali, la borghesia e il proletariato. Bernstein ha sostenuto,
invece, che le classi si distinguono anche per il reddito, la posizione sociale e le abitudini di vita. Oggi si fa
riferimento a molti altri parametri: patrimonio, educazione, consumi, valori, ideologie e si parla di
«aristocrazie», «borghesie» e «classi operaie» perché i gruppi sociali sono diversi per paesi, storia,
tradizioni e condizioni materiali.

Verso i primi anni del 1900 il petrolio, che sino ad allora era stato utilizzato come lubrificante o come fonte
per l’illuminazione, venne per la prima volta impiegato come combustibile per il motore, in sostituzione del
carbone. La scoperta di nuovi pozzi petroliferi aumentò la disponibilità di questo prodotto e ne abbassò
conseguentemente il prezzo. La diffusione dell’automobile e la scoperta della benzina trasformarono in
seguito il petrolio nella più importante fonte di energia esistente.
Una grande rivoluzione nei metodi di lavorazione fu attuata da Henry Ford con la catena di montaggio,
che consentiva la produzione di massa di automobili, a prezzi bassi. Grazie anche agli alti salari che Ford
dava ai suoi operai, l’automobile non fu più un bene di lusso. Frederick W. Taylor affermò che il lavoro
doveva essere organizzato scientificamente. Ma le idee di Taylor incontrarono un ostacolo nei sindacati,
che si battevano contro lo sfruttamento dei lavoratori.

7. LA PRIMA GUERRA MONDIALE


7.1 LE CAUSE DELLA GRANDE GUERRA
Le tensioni imperialistiche e nazionalistiche provocarono la Grande guerra, che si combatté dal 1914 al
1918: fu così chiamata perché coinvolse non solo gli eserciti al fronte, ma anche le popolazioni civili. Il
conflitto ebbe origine nel giugno del 1914, con l'assassinio dell'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando per
mano di uno studente serbo, Gavrilo Princip. Questa, però, fu soltanto l'occasione scatenante: l'Europa era
già divisa in due schieramenti e le cause del conflitto si erano venute accumulando da tempo. Il 28 luglio
del 1914 l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, convinta che la Russia, tradizionale protettrice dei Serbi, non
sarebbe comunque intervenuta. La Russia, invece, effettuò una mobilitazione generale e la Germania, in
accordo con l'Austria, il primo agosto 1914 dichiarò guerra alla Russia. Quel giorno stesso la Francia
mobilitò il suo esercito, ma dopo due giorni la Germania dichiarò guerra alla Francia. La Gran Bretagna
intervenne nel conflitto al fianco della Francia, mentre l'Impero ottomano si schierò con la Germania e con
l'Austria-Ungheria.
Sul piano politico europeo l'avvenimento di maggior rilievo fu la crisi delle socialdemocrazie euro-pee: dopo
che la socialdemocrazia tedesca si fu schierata per l'intervento, solo quella russa, guidata da Lenin, e i
socialisti italiani rimasero contrari alla guerra. Così ebbero fine il pacifismo e l'internazionalismo, che nei
decenni precedenti avevano rappresentato aspetti fondamentali dei programmi di tutti i partiti socialisti.

7.2 L’INIZIO DELLA GUERRA


La Grande Guerra provocò un rafforzamento dello Stato. La necessità di dedicare tutte le energie
economiche allo sforzo bellico e di creare un solido fronte interno spinse i governi a intervenire sia nel
campo economico sia in quello politico. Fu introdotta la censura e fu condotta un'intensa opera di
propaganda, rivolta a giustificare le ragioni del conflitto. Nel campo economico i governi dovettero
intervenire con dirigismo, organizzando la produzione in funzione delle esigenze militari. I consumi vennero
disciplinati, poiché non si poteva contare sugli scambi internazionali. Si ebbe anche l'ingresso di moltissime
donne nel mondo del lavoro, in sostituzione degli uomini che partivano per il fronte.
L'Austria-Ungheria fu la prima potenza a dichiarare la guerra, ma la prima offensiva fu sferrata
dall'esercito tedesco che penetrò in Francia attraverso il Belgio. In tal modo il comando supremo tedesco
cercava di condurre una guerra di movimento, che si sarebbe dovuta concludere in breve tempo. I
francesi, però, riuscirono ad arrestare i tedeschi sul fiume Marna ed ebbe così inizio una lunga e
sanguinosa guerra di posizione, che comportò perdite molto elevate per tutti i belligeranti.
Secondo la Triplice alleanza, l'Italia sarebbe dovuta intervenire a fianco della Germania e dell'Austria, ma in
nessuna parte dello schieramento politico italiano, diviso tra interventisti e pacifisti, un intervento del
genere sarebbe stato accettato: i sostenitori della partecipazione dell'Italia alla guerra chiedevano, infatti,
che si combattesse contro l'Austria e la Germania. Il fronte interventista era formato da nazionalisti,
socialisti riformisti, repubblicani e sindacalisti rivoluzionari. A essi si contrapponevano i neutralisti, divisi in
socialisti massimalisti, cattolici e liberali giolittiani. Mussolini, schieratosi per l'intervento, fu espulso dal
partito socialista. Nell'aprile del 1915 furono stipulati gli accordi di Londra fra l'Italia e le potenze
dell'Intesa. Con essi l'Italia s'impegnava a intervenire entro un mese: avrebbe ricevuto Trento, Trieste,
Gorizia, l'Istria, la Dalmazia settentrionale, il porto di Valona e parte dei possedimenti tedeschi in Africa.
Giolitti, appena seppe di questi accordi, costrinse il governo Salandra a dimettersi (13 maggio 1915). Ma lo
stesso Giolitti rifiutò di succedere a Salandra e Vittorio Emanuele III dovette respingere le sue dimissioni. Il
23 maggio del 1915 l'Italia dichiarò guerra all'Austria.
Gli interventisti riuscirono ad avere la meglio nel maggio del 1915 grazie anche alla mobilitazio- ne della
piazza, in cui svolse un ruolo di rilievo Gabriele D'Annunzio.

7.3 SVOLGIMENTO E CONCLUSIONE


Sul fronte italiano si combatté fin dagli inizi una guerra di posizione, che durò fino a tutto il 1916. Il capo di
stato maggiore, Luigi Cadorna, adottò fin dall'inizio una tattica che comportava molte perdite di vite
umane, ma senza ottenere risultati di rilievo. Intanto, sugli altri fronti, l'alternarsi di offensive e
controffensive della guerra di movimento non dava luogo a battaglie decisive. Mentre il numero dei morti
diventava sempre più alto, gli eserciti si logoravano in una guerra che appariva senza sbocco, sicché in tutti
i paesi il malcontento popolare cresceva. Il primo a cedere fu il fronte interno russo. Nel 1917, prima con la
rivoluzione di febbraio e poi con quella di ottobre, la Russia fu travolta dagli avvenimenti interni e uscì dalla
guerra. A rialzare, però, le sorti dell'Intesa ci fu l'intervento degli Stati Uniti. In Italia austriaci e tedeschi
riuscirono a sfondare il fronte a Caporetto, infliggendo gravissime perdite all'esercito italiano. Il 9
novembre del 1917 il governo sostituì Cadorna con il generale Armando Diaz, che riuscì a organizzare
un'efficace linea di resistenza sul Piave. Anche sugli altri fronti tedeschi e austriaci non seppero approfittare
della momentanea superiorità che era data loro dalla defezione russa e che sarebbe stata annullata
dall'arrivo in Europa delle truppe americane. Nel corso della guerra furono impiegate vecchie armi
perfezionate, come l'artiglieria, e nuove armi, come gli aerei, i carri armati e i sottomarini.

Intanto la propaganda per la pace s'intensificava e vi contribuivano sia l'invito rivolto da Lenin ai popoli
europei, affinché seguissero l'esempio che veniva dalla Russia, sia la condanna da parte del pontefice
Benedetto XV di quella che appariva ormai una «inutile strage», sia i «14 punti» proclamati dal presidente
degli Stati Uniti Wilson,che prevedevano una pace giusta,senza rivendicazioni territoriali. Nel 1918 la guerra
volse sempre più a favore dell'Intesa e il fronte interno tedesco crollò. In Germania si formò un nuovo
governo, guidato dai socialdemocratici,che nell'ottobre del 1918 chiese la pace. Anche l'Impero austro-
ungarico si stava disfacendo sotto la spinta del malcontento popolare e delle rivendicazioni nazionalistiche
dei popoli che lo componevano. Mentre francesi,inglesi e americani avanzavano a ovest,gli italiani
passarono all'offensiva,battendo gli austriaci a Vittorio Veneto. Il 3 novembre del 1918 i soldati italiani
giunsero a Trento e Trieste e l'Austria lo stesso giorno firmò l'armistizio.

Il trattato di Versailles fu stipulato con la Germania, che perse le colonie, vide ridursi il suo territorio e
s'impegnò a pagare pesanti riparazioni di guerra. Nel trattato di Saint-Germain, stipulato con l'Austria-
Ungheria,si prese atto del suo disfacimento,da cui nacquero nuovi Stati come la Cecoslovacchia e la
Jugoslavia e rinacque la Polonia. I trattati di pace furono discussi alla conferenza di Parigi, che si svolse nella
prima metà del 1919. I testi vennero elaborati dalle potenze vincitrici, Francia, Gran Bretagna,Stati Uniti e
Italia,anche se la delegazione italiana ebbe un ruolo di minor importanza. Il trattato di Sèvres con la Turchia
accelerò la crisi dell'Impero ottomano e favorì la nascita della repubblica turca. Gli Stati Uniti non
ottennero vantaggi territoriali dal conflitto, ma conquistarono un grande prestigio sulla scena
internazionale e un ulteriore rafforzamento dell'economia. Per evitare altre rovinose guerre in futuro,
nell'aprile del 1919 fu fondata la Società delle Nazioni, ispirandosi al primo dei 14 punti di Wilson. Il
parlamento americano, però, si rifiutò di entrare nella Società delle Nazioni. Negli anni successivi, infatti, i
rapporti tra gli Stati continuarono a essere regolati attraverso accordi che concernevano solo singoli
problemi: a Genova s'incontrarono i paesi vincitori e vinti, per discute- re le questioni economiche
riguardanti la Germania e la Russia sovietica; a Locarno fu riconosciuta la frontiera franco-tedesca e a Parigi
fu sottoscritto l'impegno per la pace di Stati Uniti e Francia.
8. DOPO LA GRANDE GUERRA
8.1 LA RIVOLUZIONE RUSSA
Nel febbraio del 1917 gli operai di Pietrogrado costrinsero lo zar ad abdicare e si formarono in Russia due
poteri, quello della Duma e quello dei Soviet. Nei Soviet, formati da rappresentanti degli operai e dei
soldati, i bolscevichi costituivano il gruppo politico più disciplinato e deciso. Il ritorno di Lenin dall'esilio
impresse alla loro azione una spinta decisiva, mentre il governo, guidato da Kerenskij, mostrava
indecisione e debolezza. Esso andava costituendo un regime liberale, con l’intento di continuare la guerra e
le politiche di occidentalizzazione. Il nuovo regime non aveva l’appoggio dei bolscevichi, ma poteva contare
su quello dei menscevichi. Questi ultimi, infatti, essendo il marxismo puro, contemplavano che vi fosse una
fase liberale precedente alla rivoluzione proletaria: essi dunque accettarono il governo liberale, sebbene
intendendolo come “fase di passaggio”. I bolscevichi di Lenin, invece, si rifacevano alle “tesi d’aprile” del
loro leader: con esse Lenin aveva sostenuto di voler subito passare alla rivoluzione e uscire dalla guerra.
Fra il 6 e il 7 novembre del 1917 (24-25 ottobre secondo il calendario russo) scoppiò una nuova rivoluzione
che si concluse rapidamente con la formazione di un governo sovietico guidato da Lenin, a seguito
dell’assolto al Palazzo d’Inverno guidato da Trockij, il quale aveva capito che per mettere in crisi uno stato
moderno non serve prendere tutto il territorio, ma solo i luoghi di potere.
Il nuovo governo emanò subito due decreti: il primo sancì l'apertura alle trattative per raggiungere la pace;
il secondo comportò la confisca delle grandi proprietà e la distribuzione delle terre ai contadini.

Le elezioni per la Costituente, che si svolsero subito dopo, non diedero però la maggioranza dei voti
ai bolscevichi. Lenin allora sciolse l'assemblea e instaurò un regime che in teoria aveva come organi di
governo i Soviet, ma che in pratica concentrava tutto il potere nelle mani del Partito comunista. Lenin
decise di arrivare a ogni costo alla pace, accettando le dure condizioni imposte dai tedeschi, e di dedicare
tutte le sue energie alla lotta contro i nemici interni, che avevano dato inizio a una sanguinosa guerra civile.
L'Armata Rossa, organizzata e guidata da Trockij, riuscì ad avere il sopravvento sui nemici interni detti
«bianchi», ma anche sulle truppe straniere intervenute in loro sostegno. Il definitivo assetto istituzionale
fu raggiunto nel dicembre del 1922 con la nascita dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche
(URSS), formata da Russia, Bielorussia, Ucraina e Transcaucasia. L'impero zarista era stato un mosaico di
nazionalità e lo fu anche l'Unione Sovietica.
Il governo bolscevico trasformò radicalmente l'economia, con l'abolizione della proprietà privata e la
statalizzazione delle fabbriche. Vennero nazionalizzate tutte le attività economiche, sino ad abolire la
moneta. Questa collettivizzazione generale venne chiamata «comunismo di guerra». Nel marzo del 1921
Lenin e i suoi collaboratori decisero di intraprendere una nuova politica economica (NEP), che prevedeva
una parziale reintroduzione della proprietà privata e della moneta. Essa venne creata al fine di contrastare
la grande crisi in atto
Dopo l’istituzione di tribunali creati al fine di processare i nemici della rivoluzione (coadiuvati dalla polizia
politica) e la messa fuori legge di tutti i partiti, nel marzo del 1919 Lenin promosse anche la formazione di
un'Internazionale comunista. Essa avrebbe dovuto dirigere la rivoluzione mondiale, ma la rivoluzione
scoppiò soltanto in Ungheria, dove i comunisti, guidati da Bela Kun, e i socialisti rivoluzionari
conquistarono il potere (marzo 1919). Il regime comunista ungherese durò fino all'aprile del 1919, quando
l'ammiraglio Horthy, sostenuto dalle truppe romene e cecoslovacche, lo fece cadere. I comunisti cercarono
allora l'alleanza dei socialisti, ma rivolgendosi soltanto agli iscritti e continuando ad accusare i dirigenti dei
partiti socialisti di tradimento. La politica del «fronte unico» non ottenne così nessun risultato.

8.2 DA LENIN A STALIN


Alla morte di Lenin, nel 1924, si svolse la lotta per la successione fra Trockij e Stalin. Il primo sosteneva che
la rivoluzione dovesse essere mondiale («rivoluzione permanente»), perché, se non avesse vinto nei paesi
economicamente più sviluppati, sarebbe fallita anche in Russia; il secondo affermava, invece, che il
socialismo poteva essere costruito anche in un solo paese. La tesi di Stalin prevalse. Da quel momento
l'Internazionale comunista ebbe, come compito fondamentale, non più la diffusione della rivoluzione nel
mondo, ma la difesa dell'Unione Sovietica. La vittoria di Stalin fu possibile grazie al potere illimitato che era
riuscito a ottenere diventando segretario generale del partito.
Anche in politica interna Trockij non era d'accordo con Stalin: il primo voleva, infatti, che i kulaki,
cioè i contadini ricchi, fossero combattuti a fondo per poter avviare un forte processo di
industrializzazione. Il secondo pensò che non era ancora giunto il momento. Stalin in un primo tempo si
schierò con Bucharin, che era contrario alla posizione di Trockij. Si venne così a creare una divisione fra il
gruppo dirigente del partito: un'ala di destra e un'ala di sinistra rappresentata da Trockij. Stalin, nel 1927,
ebbe la meglio sul suo rivale, il quale venne espulso dal partito e fu costretto a rifugiarsi all'estero.
Sconfitto Trockij, Stalin ne riprese le idee sulla necessità di una industrializzazione accelerata e nel
1928 fece impostare un piano quinquennale, che spostava la maggior parte delle risorse dall'agricoltura
all'industria. Questa conobbe, perciò, un periodo di eccezionale sviluppo. Per attuare questa politica
economica Stalin decise di collettivizzare le terre, incontrando una forte resistenza da parte dei kulaki. Per
Stalin era di fondamentale importanza eliminare dalla vita economica del paese tutto ciò che di «borghese»
restava nelle campagne.
Per aumentare anche la produzione agricola furono formate cooperative agricole, i kolchoz, e
aziende statali, i sovchoz. I kulaki furono deportati o chiusi in campi di concentramento (gulag) insieme
con gli altri oppositori. I contadini riluttanti furono costretti a entrare nei kolchoz con la forza, ma la
maggior parte di essi sabotò la produzione di cereali e i prodotti dell'allevamento. Il crollo della
produzione fu la causa, nel 1932, di una terribile carestia, che provocò un elevato numero di morti. Anche
gli abitanti delle città dovettero sopportare pesanti sacrifici, dovuti pure al sovraffollamento.
Nell'Unione Sovietica non si realizzò una uguaglianza assoluta. Si formò, infatti, una nuova classe dirigente,
in massima parte di provenienza operaia e contadina, composta dai funzionari del partito, dai tecnici, dai
grandi burocrati, dagli scienziati e anche dagli scrittori. Ma in ogni categoria vi fu un rigido controllo
ideologico da parte del governo,mentre la borghesia stava ormai scomparendo del tutto.
La repressione di Stalin non si esercitò solo contro la borghesia, ma anche all'interno del partito.
Stalin eliminò anzitutto l'estrema sinistra del partito, formata da Zinov'ev e Kamenev, alleandosi con
Bucharin. Poi eliminò anche Bucharin e tutti i possibili oppositori interni, attraverso grandi processi in cui
gli imputati si dichiararono colpevoli dei peggiori delitti e furono condannati a morte. In molti processi
venne utilizzata la tortura per estorcere confessioni e di molti omicidi politici si è spesso sospettato che lo
stesso Stalin fosse il mandante.
Nonostante la repressione, nacque in quegli anni un vero e proprio culto di Stalin, che trovava un
terreno favorevole nella mentalità della società contadina. Questa, infatti, nonostante la rapida
trasformazione in società industriale, aveva conservato la fiducia nel sovrano e la tendenza alla
sacralizzazione del potere. Stalin si servì di tali atteggiamenti per imporre il proprio culto. Mentre liquidava i
suoi avversari politici, Stalin fece approvare, nel 1936, una Costituzione che avrebbe dovuto garantire alcuni
diritti democratici insieme con il diritto al lavoro, all'istruzione e alla sicurezza sociale. Ma essi rimasero
sulla carta, perché era riconosciuta legittima l'esistenza del solo Partito comunista.
La dittatura di Stalin diede forza all'anticomunismo. Esso era nato fin dal 1918, perché la borghesia vedeva
messo in discussione il principio di proprietà. In seguito non solo conservatori e moderati, ma anche
liberali e democratici assunsero posizioni anticomuniste.
8.3 RIVOLUZIONI IN CINA ED IN MESSICO
In Cina le forze democratiche e nazionaliste diedero vita nel 1911 al Kuomintang (partito nazionale del
popolo) guidato da Sun Yat-sen, che chiedeva la liberazione della nazione da qualsiasi influenza straniera. In
seguito a una rivoluzione l'Impero cinese cadde e nacque la repubblica. La fondazione dell'Internazionale
comunista nel 1919 portò, due anni più tardi, alla nascita del Partito comunista cinese, che Stalin invitò a
collaborare con il Kuomintang. L'alleanza si ruppe quando la guida del Kuomintang fu assunta da Chiang
Kaishek. Il segretario del partito comunista Mao Zedong decise allora di spostare l'azione rivoluzionaria
dalle città alle campagne, creando un esercito di contadini.

Una rivoluzione contadina si verificò anche nel Messico verso i primi anni del Novecento. Il liberale
Francisco Madero riuscì a riunire intorno a sé sia la borghesia sia i contadini per combattere la vecchia
classe dirigente. Ma l'azione rivoluzionaria fu guidata da Pancho Villa ed Emiliano Zapata alla testa di bande
di contadini. Essi non riuscirono a conquistare il potere, ma la loro iniziativa favorì la vittoria dei liberali, che
nel 1917 elaborarono una Costituzione di carattere progressista. Fu anche decisa una riforma agraria che
consentiva una vasta distribuzione di terre ai contadini.
8.4 IL DOPOGUERRA ITALIANO
Il XX secolo è stato caratterizzato da tre dittature: la comunista in Russia, la fascista in Italia e la nazista in
Germania. Esse conquistarono il potere rispettivamente nel 1917, nel 1922 e nel 1933. Il fatto che quella
comunista abbia preceduto le altre due, ha fatto considerare da parte di alcuni storici l'affermazione del
fascismo e del nazionalsocialismo come una conseguenza della vittoria del comunismo in Russia. In realtà le
tre dittature nacquero per cause legate alla storia della Russia, dell'Italia e della Germania. La definizione di
totalitarismo, che viene spesso considerata comprensiva di tutte e tre le dittature si riferisce soltanto agli
aspetti comuni, come la mancanza di libertà e la persecuzione degli oppositori. Sul piano economico invece
esse differirono profondamente: in Russia fu realizzato il comunismo, in Italia e in Germania rimase il
capitalismo. Tutte e tre aspirarono a far nascere regimi totalitari, fondati sull'Uomo Nuovo, ma non
riuscirono a raggiungere questo obiettivo.
A conclusione della Grande guerra, l'Italia non ottenne né la Dalmazia né Fiume. Di qui la convinzione che
quella italiana fosse stata una «vittoria mutilata». I socialisti, da parte loro, continuavano a ritenere che la
guerra avesse avuto un carattere imperialistico e fosse stata contraria agli interessi popolari. Essi
attribuivano ai reduci la colpa di avere combattuto e si precludevano così la possibilità di ottenere adesioni
tra gli ufficiali, che appartenevano alla piccola borghesia e tra i soldati, che erano soprattutto contadini. I
nazionalisti, a loro volta, ritenevano i socialisti responsabili di aver provocato la sconfitta di Caporetto con
il loro atteggiamento disfattista. Inoltre, la delegazione italiana alla conferenza per la pace di Parigi, guidata
da Vittorio Emanuele Orlando, non mostrò grandi capacità diplomatiche: il malcontento del parlamento
per il modo in cui vennero condotte le trattative da Orlando portò alle dimissioni dello stesso e alla nascita,
nel giugno del 1919, di un governo guidato da Francesco Saverio Nitti.
Nel 1919 due fatti mutarono il quadro politico italiano: in gennaio Luigi Sturzo fondò il Partito popolare
italiano (PPI); in marzo Mussolini fondò i Fasci di combattimento. Il primo avvenimento ebbe un'immediata
influenza politica, perché alle elezioni che si tennero in novembre il PPI si collocò al secondo posto, dopo il
PSI, che risultò il primo partito, con oltre il 30 per cento dei voti. Gli effetti della nascita dei Fasci di
combattimento, invece, non si avvertirono subito, perché il movimento fascista per il momento non
acquistò peso politico. Fu D'Annunzio a candidarsi alla guida della destra italiana, entrando in Fiume alla
testa di un corpo di volontari, nel settembre del 1919.

Gli anni 1919 e 1920 furono definiti «il biennio rosso», perché vi furono molti scioperi e agitazioni;
nel 1919 si ebbero anche violenti moti contro il carovita (l’economia era entrata in una crisi di conversione
conseguentemente alla Grande Guerra). Nell'estate del 1920 si verificò l'occupazione delle fabbriche,
guidata dalla FIOM (Federazione italiana degli operai metalmeccanici) e da un gruppo di intellettuali
socialisti che si ispiravano all'esperienza sovietica: tra loro c'erano Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci. Il
governo Nitti e poi il governo Giolitti non intervennero, mentre il PSI mostrava di non essere in grado di
guidare al successo un movimento rivoluzionario. Nel gennaio del 1921 la corrente comunista, guidata da
Amadeo Bordiga, fondò perciò un nuovo partito, il Partito comunista d'Italia.
Sebbene il movimento rivoluzionario fosse stato bloccato e, nel dicembre del 1920, fosse stata risolta anche
la questione di Fiume, con l'intervento delle truppe italiane contro D'Annunzio, i metodi del governo
liberale cominciavano ad apparire superati a una parte dei conservatori e dei moderati, che guardavano
con interesse all'emergere di Benito Mussolini. Questi, soprattutto per la modernità dei suoi
comportamenti, sembrava in grado di guidare una nuova destra, più forte e aggressiva. Mussolini si
proclamava liberista e sosteneva di essere soprattutto a favore della produzione. In realtà, fra il 1921 e il
1922, i fascisti intensificarono l'uso della violenza (squadrismo) contro i loro avversari politici,
impossessandosi di molte piazze italiane. Lo Stato liberale sembrava incapace di sostenere le pressioni
esercitate sia da destra sia da sinistra, ma la crisi precipitò nell'estate del 1922. Il 31 luglio di quell'anno
venne indetto dai partiti e dai sindacati di sinistra uno sciopero contro i metodi dello squadrismo fascista.
Ma il Partito nazionale fascista, fondato da Mussolini nel 1921, riuscì a far fallire questa iniziativa. Inoltre,
Mussolini utilizzò questa circostanza per mostrare l'efficienza del suo partito e la debolezza dello Stato.
Il 28 ottobre 1922 Mussolini fece marciare le sue squadre su Roma, mentre Vittorio Emanuele III
rifiutava di firmare il decreto di proclamazione dello stato d'assedio proposto dal primo ministro Luigi
Facta. Non si conoscono le cause del rifiuto: forse il re temeva che la sinistra si rafforzasse, ma lo stesso
Mussolini non credeva realmente all'esistenza di un pericolo rivoluzionario. In realtà, molti conservatori e
moderati, compreso Giolitti, ritenevano che un governo guidato da Mussolini avrebbe potuto garantire
l'ordine.

8.5 LA DITTATURA FASCISTA


La marcia su Roma non segnò l'inizio della dittatura. Mussolini, infatti, formò un governo di coalizione, in
cui entrarono anche i popolari. Nel gennaio del 1923 Mussolini istituzionalizzò la Milizia volontaria per la
sicurezza nazionale (MVSN), creando una milizia di parte posta agli ordini diretti del presidente del
consiglio. Vi entrarono, infatti, coloro che avevano preso parte allo squadrismo fascista. Il governo limitò
l'attività delle opposizioni e fece approvare una legge (Acerbo) che assegnava i due terzi dei seggi alla lista
che avesse riportato la maggioranza relativa di voti: nell'aprile del 1924 le elezioni furono vinte da un
«listone» guidato dai fascisti, grazie anche alle intimidazioni delle squadre fasciste nei confronti degli
avversari. Il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò i brogli e le violenze di queste elezioni, ma il
10 giugno venne rapito e ucciso. Questo episodio rischiò di portare il governo di Mussolini in una grave
crisi, che venne superata grazie al sostegno delle forze moderate e del re.
Il 3 gennaio 1925, con un duro discorso alla Camera, Mussolini diede l'avvio all'instaurazione della
dittatura. Nei mesi successivi le opposizioni furono messe a tacere, attraverso il sequestro di giornali e lo
scioglimento delle associazioni politiche considerate pericolose. Mussolini fece approvare dal parlamento
delle leggi definite «fascistissime», per rafforzare i poteri del «capo del governo». Nel 1926 fu istituito il
Tribunale speciale per la difesa dello Stato e una polizia segreta, chiamata OVRA, che attuò una politica di
repressione e di vigilanza. Nel 1928 fu approvata una nuova legge elettorale, che consentì agli elettori di
votare soltanto per una lista formata da candidati proposti da organizzazioni fasciste. Con la nascita delle
Corporazioni (1934), organismi di cui facevano parte i rap- presentanti dei lavoratori e degli imprenditori,
ebbero termine anche le lotte sindacali. Mussolini, inoltre, fece in modo che il Partito nazionale fascista
non diventasse mai abbastanza forte: egli lo considerava, infatti, solo uno strumento di potere personale,
privo di autonomia.
Il fascismo sostenne di avere trovato, grazie al corporativismo, una «terza via» tra comunismo e
capitalismo: in realtà, invece, il corporativismo portò alla soppressione della libertà dei sindacati. Sul piano
sociale, il governo fascista rafforzò lo stato assistenziale con la creazione, nel 1933, dell'Istituto nazionale
fascista per la previdenza sociale (INFPS), e riordinò il settore della previdenza. Nel 1925 venne creata
l'Opera nazionale per la maternità e l'infanzia (ONMI), con il fine di poter disporre, attraverso l'assistenza
alle madri, di giovani sani, forti e pronti a combattere. Nel 1925 la politica economica venne modificata,
accentuando l'intervento dello Stato e la dipendenza dell'economia dalla politica.
Per conquistare il consenso dei lavoratori e per accrescere quello degli strati borghesi, Mussolini
istituì l'Opera nazionale dopolavoro, che organizzava il tempo libero degli italiani. Vennero inoltre fondate
l'Opera nazionale balilla e la Gioventù italiana del littorio, per dare ai ragazzi un addestramento
paramilitare. Il consenso fu cercato anche attraverso riti e cerimonie di massa e, soprattutto, attraverso la
nascita e la diffusione del culto di Mussolini, che lui stesso alimentava grazie alle sue grandi capacità di
rivolgersi alla folla.
Un notevole consenso venne anche dai cattolici dopo l'11 febbraio 1929, quando Mussolini firmò i
Patti lateranensi e il Concordato con la Chiesa. I Patti lateranensi riguardavano i rapporti tra l'Italia e il
Vaticano in quanto Stati e miravano a eliminare tutte le cause che avevano provocato la rottura nel 1870,
quando Roma era diventata la capitale del regno d'Italia; il Concordato aveva lo scopo di regolare le
relazioni tra Stato e Chiesa all'interno della società italiana. Infatti, con questo atto, lo Stato riconobbe la
validità civile del matrimonio celebrato in Chiesa e introdusse l'insegnamento della religione cattolica nelle
scuole.
L'ideologia del fascismo fu nazionalistica e imperialistica. Durante il fascismo gli intellettuali furono lasciati
liberi sul piano artistico e letterario, purché non invadessero il terreno della politica. Gli organizzatori della
cultura di quegli anni furono lo storico Gioacchino Volpe e il filosofo Giovanni Gentile. Quest'ultimo attuò
una riforma scolastica nel 1923, con cui introdusse l'esame di stato. Quando gli Stati Uniti limitarono
fortemente l'immigrazione, Mussolini guardò alle colonie come a un possibile sbocco della popolazione
eccedente. Inizialmente mirò soprattutto a rendere sicura la colonia della Libia, ponendo fine alla guerriglia
degli arabi.

Nei primi anni la politica estera del governo fascista fu ispirata dalla prudenza. Mussolini nel 1924
riuscì a ottenere pacificamente l'annessione di Fiume all'Italia, stabilì buoni rapporti con Ungheria, Albania,
Romania e Gran Bretagna. Le tendenze espansionistiche si manifestarono alla fine degli anni Venti e agli
inizi degli anni Trenta, quando la pressione demografica, che non trovava più la valvola di sfogo
dell'emigrazione, cominciò a diventare insostenibile. La demografia assunse un grande peso nell'azione
politica e nell'ideologia del regime.
Il regime fascista intervenne in misura massiccia nell'organizzare il tempo libero degli italiani, per
raggiungere due obiettivi: far crescere i ragazzi in un'atmosfera guerresca, inquadrandoli in organismi
paramilitari, e ottenere un maggiore consenso dagli adulti. Questo fu lo scopo dell'Opera nazionale
dopolavoro, che offrì a molti italiani (che, altrimenti, a causa del loro basso reddito, non avrebbero potuto
permetterselo) l'opportunità di assistere a spettacoli e di partecipare a gite. In quegli anni il livello di vita
della maggioranza della popolazione era ancora molto modesto. Le abitudini alimentari erano le stesse
dell'inizio del secolo; le condizioni abitative erano migliorate di poco. Solo gli strati più agiati della
popolazione godevano di un tenore di vita che, per quel tempo, può esse- re considerato elevato.
Non esistevano spazi per lo svolgimento di un'attività antifascista non clandestina. Ma non fu solo
per questo che l'antifascismo non riuscì a opporsi efficacemente al regime per diversi anni: in realtà gli
oppositori erano divisi. Esistevano, infatti, molti antifascismi: l'antifascismo popolare, l'antifascismo di
classe, l'antifascismo degli intellettuali, l'antifascismo liberale, l'antifascismo socialista, l'antifascismo
comunista, che spesso non avevano nessun punto di contatto tra di loro ed erano anzi in polemica. C'era
anche un antifascismo tollerato, che ebbe come più insigne rappresentante Benedetto Croce. Ma questo si
può considerare un caso isolato, in quanto Croce era protetto dalla sua fama internazionale e dalla sua
fedeltà alla monarchia. Gli antifascisti, infatti, venivano condannati al carcere o al confino. Antonio Gramsci
fu la vittima più illustre della repressione fascista: dovette scontare una pena detentiva fino a pochi giorni
prima della morte.

8.6 LA SITUAZIONE POLITICA IN EUROPA


Le tensioni sociali che si verificarono in Francia e in Inghilterra non ebbero sbocchi rivoluzionari. In Francia
la necessità della ricostruzione favorì la produzione industriale, ma gli operai nel 1919 diedero vita a una
serie di scioperi che portarono alla conquista della giornata lavorativa di otto ore. In Gran Bretagna vi fu un
grande sciopero generale nel 1926: i minatori scioperarono in risposta alla serrata dei proprietari delle
miniere, che avevano visto calare le esportazioni di carbone. Lo sciopero non ebbe particolari conseguenze
politiche, perché il governo rimase nelle mani dei conservatori. Nel 1931 la struttura dell'Impero inglese fu
profondamente modificata, con la formazione di una comunità (commonwealth) di Stati sovrani
(dominions). L'Irlanda nel 1921 venne divisa in due parti: una a maggioranza cattolica, nel sud dell'isola;
l'altra a maggioranza protestante, nel nord. Nel 1938 l'Irlanda del sud, dopo dure lotte politiche, riuscì a
conquistare la piena indipendenza.

In Germania, subito dopo la nascita della repubblica tedesca (9 novembre 1918), la socialdemocrazia
promosse una vasta alleanza di governo guidata da Friedrich Ebert. Da questa coalizione vennero tagliati
fuori sia l'estrema destra sia l'estrema sinistra comunista. Nel dicembre del 1918 nacque il Partito
comunista tedesco (KPD) e nel gennaio del 1919, a Berlino, diedero vita a un moto rivoluzionario
appoggiato dagli operai. Il programma prevedeva la creazione di una repubblica di tipo sovietico, ma
l'insurrezione fu repressa sanguinosamente dall'esercito e i promotori vennero arrestati e uccisi. In Baviera,
nel 1918, la monarchia fu rovesciata da un movimento rivoluzionario e sostituita con una repubblica
fondata sui consigli. Anche qui, nel 1919, la repressione da parte del governo fu durissima. A Weimar si
riunì un'Assemblea costituente, che elaborò una Costituzione. In questa nuova repubblica (repubblica di
Weimar) si cercò di combinare gli elementi di presidenzialismo e di federalismo, realizzando allo stesso
tempo i princìpi della centralizzazione e del decentramento statale. Al Reichstag, il parlamento centrale, si
affiancava in- fatti il Reichsrat, cioè la camera dei rappresentanti dei singoli Stati regionali (Länder). Il
cancelliere, che era a capo del governo, doveva rispondere dei suoi atti al Reichstag, ma era nominato dal
presidente della repubblica. Ma la difficile situazione economica ereditata dalla guerra rendeva la
situazione politica tedesca molto instabile. Nel 1923 Adolf Hitler tentò un colpo di stato; un altro fu tentato
dal partito comunista. La crisi politica fu favorita da quella economica, che diventò acutissima nel 1923, a
causa di una gravissima inflazione. La repubblica di Weimar si riprese, ma i germi della crisi finale, che
sarebbe iniziata nel 1930, continuarono a diffondersi. Nonostante l'elevato livello dell'attività culturale, in
vasti strati della popolazione tedesca permaneva l'antisemitismo e molti scienziati, col sostegno dei politici,
propendevano per l'eugenetica, rivolta a migliorare la stirpe. Si apriva così la strada al razzismo. L'ascesa di
Hitler, però, era favorita soprattutto dal profondo malcontento condiviso da tutti i tedeschi, a causa del
duro trattamento ricevuto dalla Germania al tavolo della pace.
Una connotazione peculiare della situazione politica spagnola era data dal potere economico-politico della
Chiesa, che suscitava un forte sentimento anticlericale. I maggiori esponenti di tali senti- menti erano gli
anarco-sindacalisti, la cui forza costituiva un'altra peculiarità della Spagna. Il generale Miguel Primo de
Rivera, nel 1923, con l'appoggio della classe dominante e forse anche del re, effettuò un colpo di stato. Ma
nel 1930 il malcontento per i problemi economici del paese portò il re Alfonso XIII ad allontanare il generale
dal potere. Nelle elezioni del 1931 vinsero i repubblicani e i socialisti, provocando la fine della monarchia e
la nascita della repubblica.
8.7 L’ECONOMIA
I paesi che subirono invasioni durante la prima guerra mondiale ebbero in seguito gravi ripercussioni
economiche, come nel caso della Francia e del Belgio. L'economia statunitense, invece, uscì più forte
da questo conflitto,grazie alla concessione di prestiti per scopi bellici ai governi inglese e francese.
La Grande guerra causò una contrazione del mercato mondiale perché molte vecchie relazioni
commerciali cessarono. Fra queste la più importante fu quella con l'Unione Sovietica. In essa lo Stato
cominciò a costruire un'economia autonoma, a base socialista, con rapporti molto scarsi con il commercio
internazionale. Durante la Grande guerra si era verificato un intervento dello Stato anche nelle economie
capitalistiche, che però, a conclusione del conflitto, ritornarono al liberismo.
La Grande guerra interruppe i flussi migratori verso gli Stati Uniti e l'interruzione fu poi resa permanente
da leggi che limitavano l'immigrazione (Johnson Act, 1921-1924). Intanto la popolazione non europea,
soprattutto quella asiatica, continuava ad aumentare a ritmi accelerati. Tale crescita faceva ritenere al
filosofo tedesco Oswald Spengler che la civiltà occidentale potesse perdere il primato mondiale.
La Gran Bretagna non riuscì a conservare il primato che aveva avuto fino ad allora nell'economia
mondiale, mentre l'altra protagonista, la Germania, si indebolì in maniera catastrofica. La Gran Bretagna
aveva dovuto far fronte a ingenti spese belliche, aveva contratto debiti con gli Stati Uniti e i crediti con il
governo zarista non vennero riconosciuti da quello sovietico. Inoltre, la classe dirigente inglese rimase
ancorata a una mentalità aristocratica, ancora diffidente verso l'ideologia dell'industrialismo. Il dollaro si
affiancò alla sterlina come moneta di riferimento, in quanto era l'unica valuta che poteva garantire riserve
auree sufficienti per essere convertita. Gli Stati Uniti cominciarono a diventare il centro del mondo
capitalistico, attuando un «nuovo imperialismo», basato sull'industria e sulla finanza.
Gli Stati Uniti conobbero invece un decennio di forte sviluppo, soprattutto nei settori dell'industria
automobilistica e delle radiocomunicazioni. La ricchezza del paese crebbe rapidamente. La società
americana costituiva un modello economico per gli altri paesi capitalistici, ma la stessa rapidità del- la
crescita provocava fenomeni che venivano considerati negativamente. Fra questi vi era il gangste- rismo,
cioè la criminalità organizzata, che si occupava soprattutto del traffico illegale degli alcolici. Ma anche la
diffusione della psicoanalisi, ritenuta il prodotto di una eccessiva pressione psicologica esercitata sulle
persone, era vista come un effetto negativo dello sviluppo. Questi fattori suscitarono
in Europa anche una forma di anti-americanismo, che vedeva la società statunitense come espres- sione di
una cultura lontana dalle tradizioni europee.
8.8 LA CRISI DEL ‘29
Nel 1929 era presidente degli Stati Uniti Herbert Hoover, succeduto ad altri due repubblicani, tutti
sostenitori del liberismo assoluto. Verso la fine degli anni Venti il mercato interno divenne saturo: cioè non
era più in grado di assorbire l'offerta. Ma anche il mercato mondiale non offriva sbocchi, a causa
dell'isolazionismo generale. La stessa ricchezza finì col provocare una terribile crisi, infatti l'abbondanza di
denaro aveva favorito gli investimenti speculativi e i prezzi delle azioni erano fortemente saliti. Quando, dal
24 ottobre 1929, una parte degli acquirenti cominciò a vendere le azioni per realizzare i guadagni, i prezzi
scesero, il panico s'impadronì degli altri azionisti che si precipitarono anch'essi a vendere e la borsa di Wall
Street crollò. Si verificò allora una serie di reazioni a catena: molte banche fallirono e molte aziende, non
potendo più ottenere crediti, furono costrette a chiudere. La crisi del 1929 provocò un'elevata
disoccupazione in molti strati sociali e un lungo periodo di stagnazione economica.

La crisi del 1929 fu seguita dalla Grande Depressione, un periodo di stagnazione economica che
spinse a un ripensamento delle teorie economiche. Artefice di questo ripensamento fu soprattutto
l'economista inglese John Maynard Keynes. Egli sostenne che lo Stato doveva intervenire nell'economia
non solo per trovare rimedi alla disoccupazione, ma anche per sollecitare la ripresa del mercato interno.
Per ottenere questi risultati Keynes propose un aumento dei lavori pubblici indetti dallo Stato e la
concessione di crediti a basso interesse, che favorivano l'occupazione e dunque accrescevano il numero dei
consumatori. Ma Keynes era contrario a uno Stato che assumesse le funzioni dei capitalisti privati,
piuttosto lo concepiva come correttore degli squilibri dovuti a un'economia priva di regole.
Keynes teneva conto dell'esperienza del New Deal (Nuovo corso),promosso dal presidente degli Stati Uniti
eletto nel 1932, il democratico Franklin Delano Roosevelt. Roosevelt era riuscito ad alleviare le
conseguenze che la crisi aveva avuto sugli strati popolari con la promozione di lavori pubblici, con la
concessione di crediti agli agricoltori e con la regolamentazione della borsa e delle attività bancarie.
Nel settore industriale si cercò un rimedio alla disoccupazione riducendo l'orario di lavoro, che per gli
operai fu fissato a 36 ore settimanali. Vennero attuate anche riforme di carattere sociale, attraverso
l'istituzione di un sistema pensionistico per la vecchiaia e per l'invalidità (Social Security Act, 1935). Grazie al
New Deal gli USA poterono evitare una grave crisi sociale e avviarsi faticosamente sulla strada del
risanamento economico.
Le banche statunitensi avevano concesso crediti a molti paesi, sicché le difficoltà del sistema bancario degli
Stati Uniti si ripercossero nel resto del mondo, provocando fallimenti di banche, restrizioni del credito e
disoccupazione. Le conseguenze della crisi furono particolarmente drammatiche per la Germania, che
aveva fatto ampio ricorso al credito statunitense. In Francia, come in Gran Bretagna, gli effetti della crisi
furono meno gravi, poiché il mercato estero era costituito anche dai possedimenti coloniali. In Italia furono
ridotti stipendi e salari. Nel Sudamerica la crisi del 1929 arrestò lo sviluppo degli anni Venti, fondato
essenzialmente sulle esportazioni. Proprio in questi anni il Sudamerica passò dalla sfera di influenza
economica dei paesi europei a quella degli Stati Uniti.

8.9 IL ’29 FUORI DAGLI USA


Dopo il 1929 si verificò una nuova contrazione del mercato mondiale (ce n'era stata un'altra nel corso della
Grande guerra e nell'immediato dopoguerra). In molti paesi si affermò la tendenza all'autosufficienza
economica, per rendere meno stretti i rapporti con il mercato mondiale e meno forti i contraccolpi di altre
eventuali crisi. Questa tendenza, che venne adottata soprattutto dai regimi fascisti, in Italia prese il nome di
autarchia. Ma proprio l'Italia incontrò molte difficoltà, non disponendo di sufficienti materie prime.
In quegli anni il fascismo si pose come «terza via» fra il capitalismo e il comunismo, ma questa fu più
un'aspirazione che una realtà. L'economia rimase capitalistica. L'intervento dello Stato fu attuato attraverso
l'IRI (Istituto per la ricostruzione industriale) sul piano industriale e l'IMI (Istituto mo- biliare italiano) su
quello finanziario. Il governo fascista intervenne anche nell'agricoltura, con l'aumento dei dazi sulle
importazioni dei cereali. Venne iniziata la «battaglia del grano», con lo scopo di aumentare la produzione
cerealicola in modo tale da rendere l'Italia autosufficiente. Si intraprese una «bonifica integrale» dei
terreni paludosi: di notevole importanza fu quella delle paludi Pontine.

L'Unione Sovietica riuscì a evitare la crisi e le sue conseguenze grazie ai «piani quinquennali», con i
quali lo Stato assunse il controllo assoluto dello sviluppo economico, indirizzandolo verso il potenziamento
dell'industria pesante. L'economia sovietica fu così sottoposta a uno sforzo eccezionale, che, come ammonì
Bucharin, comportava gravi conseguenze per il livello di vita della popolazione. Mentre, infatti,
nell'industria si ottennero risultati di grande rilievo, le condizioni dell'agricoltura peggiorarono nettamente.
Inoltre, la trasformazione di migliaia di contadini in operai provocò una sorta di «ruralizzazione delle città»,
con conseguenze economiche negative. Il successo dell'economia sovietica in quegli anni divenne uno
scomodo confronto per tutti i paesi capitalistici colpiti dalla crisi, facendo passare in secondo piano la
politica repressiva di Stalin.
Le conseguenze della crisi del 1929 non furono solo economiche, ma anche politiche. La prima conseguenza
fu la crisi del liberalismo con un rafforzamento del nazionalismo e del militarismo, soprattutto in Giappone
e in Germania. Si può dire, in realtà, che gli effetti della crisi del 1929 aprirono la strada alla conquista del
potere da parte di Hitler. Infatti va ricordato che le riparazioni di guerra che la Germania era tenuta a
pagare ammontavano a 132 miliardi di franchi d’oro, una cifra iperbolica (circa un quarto del suo PIL): per
pagare si cominciò a stampare molta moneta, causando una grande inflazione. Alla crisi inflazionistica
fecero fronte gli investimenti esteri ed in particolare quelli americani, i quali però vennero ritirati con la
crisi del ’29 lasciando la Germania in situazioni economiche ancor più disastrose. Ciò aprì la via del
consenso ai partiti d’estrema destra e sinistra.
In alcuni paesi europei vi fu anche un rafforzamento dell'autoritarismo: nel 1932, ad esempio, Antonio
Salazar divenne primo ministro del Portogallo, ma nel 1933 trasformò lo Stato in una dittatura.

9. IL NAZISMO E L’AFFERMAZIONE DEGLI AUTORITARISMI


9.1 HITLER AL POTERE
Dal 1930 al 1933 la Germania fu investita da una crisi economica le cui conseguenze, concretizzate in una
estesa disoccupazione e in un profondo senso d'insicurezza, provocarono la fine della repubblica di
Weimar. Dal 1930 al 1933 governarono i cattolici Heinrich Brüning e Franz von Papen e il generale Kurt von
Schleicher, senza riuscire a formare governi stabili. Vi furono perciò frequenti elezioni, che videro una
polarizzazione della lotta politica: nelle elezioni del 1932 i nazionalsocialisti (NSDAP) divennero il più forte
partito tedesco, mentre i comunisti guadagnarono voti a spese dei socialdemocratici. L'avanzata dei
comunisti intimorì gli ambienti capitalistici, tanto che alla fine del 1932 industriali, banchieri e agrari
decisero di dare il loro pieno sostegno ad Hitler. Il 30 gennaio del 1933, il presidente della repubblica, Paul
von Hindenburg, dovette affidare il cancellierato a Hitler.
Dopo avere conquistato legalmente il potere, Hitler instaurò rapidamente la dittatura, sciogliendo partiti e
sindacati e internando gli oppositori in campi di concentramento. Il solo partito legalmente riconosciuto fu
quello nazionalsocialista, la NSDAP, mentre nel 1934 i sindacati furono sostituiti da un'associazione di
carattere corporativo chiamata Fronte del lavoro. Alla morte di Hindenburg, Hitler assunse anche i poteri
che fino a quel momento erano stati detenuti dal presidente della repubblica. Aiutato da collaboratori
come Göring e Goebbels, e utilizzando la Gestapo (polizia segreta di Stato), le SS (reparti di difesa) e le SA
(squadre d'assalto), realizzò uno Stato fondato sul Führerprinzip, cioè sul «principio del capo». In questo
modo venne abolita la struttura federale dello Stato tedesco, sostituita da un'altra fortemente accentrata.
Con la fondazione della Corte suprema per i crimini di alto tradimento nel 1934, in cui la legge perse ogni
forma di indipendenza dalla politica, la stessa volontà del Führer divenne legge. Nella notte del 30 giugno
1934 (la cosiddetta «notte dei lunghi coltelli») le SS, sotto le direttive di Hitler e Himmler, eliminarono molti
nemici interni. Fra questi vennero assassinati diversi dirigenti delle SA, che per la loro autonomia
organizzativa e ideologica erano sgraditi a molte autorità del partito.

9.2 L’IDEOLOGIA E L’ANTISEMITISMO


L'ideologia di Hitler, esposta in un'opera scritta nei mesi di prigionia (Mein Kampf), era fondata sul
nazionalismo, sul razzismo e sull'anticomunismo. Egli si era ispirato, per il nazionalismo, alla tradizione
culturale tedesca, e per il razzismo a due scrittori dell'Ottocento, Joseph Arthur Gobineau e Houston
Steward Chamberlain. L'antisemitismo era molto diffuso in Germania, infatti numerosi ebrei tedeschi
appartenevano alla borghesia benestante e questo suscitava rancore e invidia nella popolazione. Questo
sentimento venne utilizzato dal nazismo per scaricare le tensioni sociali sugli ebrei, accusati di aver ordito
una congiura internazionale contro la Germania. Tale ideologia trovò il consenso di intellettuali come Carl
Schmitt, Martin Heidegger e Werner Heisenberg e l'opposizione di altri intellettuali come Thomas Mann,
Bertolt Brecht e Albert Einstein che emigrarono. Gli oppositori venivano arrestati e internati in campi di
concentramento. Hitler, nonostante la sua ideologia neopagana e antireligiosa, ebbe inizialmente rapporti
distesi con le Chiese. Nello stesso 1933 stipulò un concordato con la Chiesa cattolica, in cui venivano
garantite le libertà di proselitismo e di culto. In seguito le relazioni con il Vaticano si guastarono e nel 1937
Pio XI pubblicò una enciclica di condanna del nazionalsocialismo. Anche i rapporti con i protestanti, dopo
alcuni anni, diventarono molto tesi.
Nei confronti degli ebrei Hitler prese subito provvedimenti legislativi di tipo razziale. Ebbe inizio una
persecuzione antiebraica che andava dall'esclusione dalle cariche pubbliche all'uso della violenza. Nella
«notte dei cristalli» (8 novembre 1938) le SS devastarono migliaia di negozi, centinaia di sinagoghe e
uccisero molti ebrei.
9.3 POLITICHE ECONOMICHE E SOCIALI NAZISTE
Sul piano economico e sociale i nazionalsocialisti crearono uno Stato di tipo corporativo: il Fronte del
lavoro, infatti, riuniva operai e imprenditori, con il dichiarato obiettivo di conciliarne gli interessi. In realtà,
erano tutelati soprattutto gli imprenditori, ma dopo il 1936, quando venne varato il Piano quadriennale, i
rappresentanti dell'industria vennero esclusi dalle decisioni politiche. Infatti, a partire da questa data
l'economia nazionale divenne uno strumento per realizzare le aspirazioni politiche e soprattutto belliche
del nazionalsocialismo.
Molti operai aderirono egualmente al nazionalsocialismo, sia perché ritenevano che li avesse salvati dalla
disoccupazione, sia perché Hitler aveva fatto promuovere una intensa attività assistenziale e di
organizzazione del tempo libero, sia, infine, per la capacità di persuasione delle tecniche propagandistiche
di Goebbels. Ad esempio nel 1936 si tenne a Berlino l'XI Olimpiade che fu utilizzata da Hitler per dimostrare
a tutto il mondo le grandi capacità organizzative del suo regime, nono- stante le vittorie imbarazzanti dello
statunitense di colore Jesse Owens nell'atletica leggera.

9.4 L’ASSE ROMA-BERLINO


Nel 1931, invadendo la Manciuria e uscendo poi dalla Società delle Nazioni, il Giappone diede un primo
colpo alla politica di sicurezza collettiva. Decisive furono però le azioni di Hitler e Mussolini. Nel 1933 Hitler
fece uscire la Germania dalla Società delle Nazioni e nel 1934 minacciò di annettere l'Austria, suscitando
l'opposizione di Mussolini. Nel 1935 Hitler diede inizio al riarmo della Germania, violando il trattato di
Versailles e nel 1936 rioccupò militarmente la Renania, riportandola così sotto la piena sovranità dello Stato
tedesco. Le reazioni dell'Italia, della Francia e della Gran Bretagna questa volta furono molto deboli.
Nel 1935 fu Mussolini a minare la pace europea, attaccando l'Etiopia, per farne una colonia di
popolamento. Le truppe italiane vennero guidate da Pietro Badoglio, insieme a Rodolfo Graziani, ma la
resistenza degli etiopi fu scarsa, a causa del debole equipaggiamento bellico. Il 5 maggio del 1936 fu
completata la conquista dell'Etiopia, ma la Società delle Nazioni decretò delle sanzioni economiche contro
l'Italia, che però non intaccarono il consenso di cui ormai godeva il regime. La conseguenza fu l'abbandono
da parte dell'Italia della Società delle Nazioni e un suo avvicinamento al Terzo Reich, da cui aveva ottenuto
sostegno. Nell'ottobre del 1936 nacque fra le due nazioni un'alleanza chiamata Asse Roma-Berlino. I
rapporti con la Gran Bretagna e con la Francia divennero molto difficili, inoltre l'alleanza con la Germania
diede una svolta di tipo razzista alla politica fascista: nel settembre del 1938 vennero varati diversi
provvedimenti legislativi di carattere antisemita. Ad esempio gli ebrei vennero esclusi sia dall'insegnamento
sia dall'iscrizione alle scuole e alle università.

I paesi in cui esistevano regimi autoritari non formarono un fronte unitario, poiché in tutti erano forti le
rivendicazioni nazionalistiche. Infatti, a distanza di tempo l'assetto dato all'Europa dai vincitori continuava
ad essere causa di forti tensioni. Non c'erano solo i propositi di rivincita della Germania nazista, ma anche le
rivendicazioni, da parte dell'Ungheria, della Romania e della Polonia, di frontiere statali che coincidessero
con le frontiere etniche. Fuori dell'Europa c'erano dei conflitti in Estremo Oriente. In Giappone si era
verificata una svolta autoritaria e il governo aveva dato l'avvio a una politica di espansione in Cina, dove
però incontrò la resistenza sia dei nazionalisti sia dei comunisti. In Giappone non nacque uno Stato simile a
quello fascista e nazionalsocialista, perché l'estrema destra aveva anch'essa il suo punto di riferimento
nell'imperatore. Fu questi ad attuare una politica autoritaria. Nel 1936 Giappone e Germania firmarono il
Patto anticomintern, rivolto contro il comunismo, sottoscritto nel 1937 dall'Italia.

9.5 FRONTI POPOLARI IN SPAGNA E FRANCIA


I Fronti popolari vinsero le elezioni sia in Francia sia in Spagna. Qui, fra i deputati del Fronte, prevalsero i
repubblicani, che, nel 1936, incaricarono Manuel Azaña di formare un governo. Le destre però reagirono
con un colpo di stato militare promosso dal movimento della Falange e dal generale Francisco Franco. Ebbe
inizio così una sanguinosissima guerra civile tra le forze fasciste e quelle che si richiamavano ai principi
della democrazia. Italia e Germania si schierarono con Franco, inviando armamenti e soldati, mentre
Francia e Inghilterra proclamavano il principio del non-intervento. A favore della repubblica si batterono
solo alcune «brigate internazionali», provenienti da diversi paesi, e l'Unione Sovietica, che inviò
soprattutto armi, mentre la Chiesa spagnola e il Vaticano si schierarono a favore del generale Franco: dopo
tre anni di sanguinosa guerra civile Franco riuscì a prevalere. Furono effettuati anche bombardamenti
contro la popolazione: il 26 aprile del 1937 gli aerei italiani e tedeschi bombardarono Guernica, una città
della Biscaglia. In questa operazione militare perdettero la vita moltissimi civili.

In Francia i partiti del Fronte popolare formarono nel 1936 un governo guidato da Léon Blum, un socialista
riformista. Il governo, però, incontrò molte difficoltà: i provvedimenti economici che prese, infatti, con
aumenti salariali e riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali, da un lato non soddisfacevano in
pieno le aspettative dell'elettorato di estrema sinistra e dall'altro provocarono un fenomeno inflazionistico.
Nel 1938 succedette a Léon Blum il radicale Edouard Daladier, anch'egli promotore del Fronte popolare,
ma su posizioni più moderate. I contrasti sulla linea economica e sull'aiuto da dare al governo repubblicano
spagnolo provocarono la fine del Fronte popolare.
10. LA SECONDA GUERRA MONDIALE
10.1 VERSO IL CONFLITTO
Nel 1938 Hitler passò all'offensiva: prima annetté l'Austria alla Germania senza incontrare alcuna
resistenza, poi avanzò pretese sui Sudeti, una regione della Cecoslovacchia abitata in prevalenza da
tedeschi. Ottenuto l'assenso di Francia, Gran Bretagna e Italia alla conferenza di Monaco, occupò la
regione, e successivamente smembrò la Cecoslovacchia, costituendovi un nuovo Stato, la Slovacchia, e
trasformando il resto del paese, la Boemia e la Moravia, in un protettorato tedesco. Infine, chiese alla
Polonia una striscia di terra, dove sorgeva la città di Danzica, che separava la Prussia orientale dal resto
della Germania, chiamata il «corridoio polacco». Inizialmente la reazione dei paesi occidentali fu debole a
causa della politica di pacificazione del primo ministro inglese, Arthur Neville Chamberlain. All'origine di
questa linea politica c'era la convinzione che Hitler volesse solo attuare parziali modifiche ai trattati di pace
e che non avesse intenzione di arrivare a una guerra.

Hitler riteneva che la Polonia avrebbe ceduto alle sue richieste e che un'eventuale guerra non si sarebbe
estesa al di là dei suoi confini. Ma il governo polacco respinse le sue richieste, dunque Hitler decise di
invadere anche questo paese. Prima volle però assicurarsi di non dover combattere su due fronti e il 23
agosto del 1939 stipulò un patto di non aggressione con l'Unione Sovietica, attraverso il quale le due
potenze divisero le sfere di influenza in Europa orientale. In precedenza l'Unione Sovietica aveva visto
fallire alcuni tentativi diplomatici con Gran Bretagna e Francia per ostacolare le aspirazioni della
Germania,poiché il potenziale militare dell'URSS veniva considerato di scarso valore.

10.2 L’ATTACCO A POLONIA E FRANCIA


Il primo settembre 1939 l'esercito tedesco (Wehrmacht) varcò la frontiera polacca, avanzando rapidamente
nelle retrovie nemiche. Hitler era convinto che anche questa volta non vi sarebbe stata alcuna reazione da
parte dei governi inglese e francese, che invece, il 3 settembre, decisero d'intervenire a fianco della
Polonia. L'Italia dichiarò la «non belligeranza». La guerra in Polonia si concluse rapidamente con la vittoria
dei tedeschi che occuparono la parte occidentale del paese, mentre quella orientale venne occupata dalle
truppe russe, sulla base del patto di non aggressione. Hitler a questo punto propose subito delle trattative
di pace, ma Gran Bretagna e Francia rifiutarono, convinti che la Germania avrebbe avanzato nuove
rivendicazioni.
Nel corso dell'inverno gli eserciti tedesco e anglo-francese restarono fermi nelle formidabili fortificazioni
che erano state costruite, da una parte e dall'altra, sulla frontiera tra Francia e Germania. Il 30 novembre
del 1939 l'Unione Sovietica attaccò la Finlandia per modificare le frontiere, ma la guerra, pur vittoriosa, fu
difficile, e mise in cattiva luce l'efficienza dell'Armata rossa. Nell'aprile del 1940 la Germania attaccò e
conquistò sia la Danimarca sia la Norvegia, prendendo di sorpresa la numerosa flotta inglese. Il 10 maggio
Hitler ordinò di invadere l'Olanda e il Belgio, entrambe neutrali, e di entrare in Francia aggirando il fronte
franco-tedesco. La manovra ebbe successo, perché l'attacco tedesco risultò travolgente: il 17 giugno la
Francia chiese l'armistizio. La situazione d’attesa formatasi dopo la conquista della Polonia aveva molto
favorito la Germania, la quale aveva avuto il tempo di spostare le proprie milizie sul fronte occidentale.
In Francia si formò un governo filotedesco con a capo il maresciallo Henri-Philippe Pétain, mentre la
capitale venne posta a Vichy. Il 10 giugno anche l'Italia era entrata in guerra, con l'intenzione di conquistare
Nizza, la Corsica, la Tunisia e Malta e di estendere l'influenza italiana sulla penisola balcanica e in Africa.

10.3 ESTENSIONE DEL CONFLITTO


Il 10 maggio 1940, in Gran Bretagna, si era formato un governo di unità nazionale, presieduto dal
conservatore Winston Churchill. I tedeschi, intanto, stavano preparando un piano per l'invasione
dell'Inghilterra, che doveva essere preceduto da un completo dominio dei cieli. Infatti ebbe inizio una
battaglia aerea, chiamata la «battaglia d'Inghilterra», in cui vennero bombardate Londra e altre città. Ma gli
inglesi riuscirono ad abbattere molti aerei tedeschi e a colpire sia alcuni territori occupati sia la stessa
Germania, forti della vastissima retrovia di cui disponevano nelle colonie e nei dominions e degli aiuti
ricevuti dagli Stati Uniti. Il 27 settembre 1940 Germania, Italia e Giappone stipularono il Patto tripartito, con
il quale stabilirono le rispettive zone d'influenza. Dall'altra parte, nell'agosto del 1941, Roosevelt e Churchill
firmarono una dichiarazione, chiamata Carta atlantica, in cui proclamarono i princìpi ai quali ispirarsi per
un nuovo ordine internazionale.

Mussolini, per ottenere una vittoria che desse maggior peso all'Italia all'interno delle forze dell'Asse, decise
di attaccare la Grecia. Il 28 ottobre le truppe italiane, partendo dall'Albania, diedero inizio all'invasione ma
furono respinte, mentre la flotta italiana subiva gravi perdite in un attacco di aerosiluranti inglesi alla base
di Taranto. Soltanto l'intervento della Germania, nell'aprile del 1941, non solo in Grecia, ma anche in
Jugoslavia, risollevò le sorti dell'Asse nella penisola balcanica. Truppe tedesche, guidate da Erwin Rommel,
intervennero a sostegno di quelle italiane anche nell'Africa settentrionale. Qui, le truppe guidate da
Rodolfo Graziani nel settembre del 1940 avevano attaccato il fronte africano fra la Libia e l'Egitto, ma
l'intervento degli inglesi rese indispensabile il supporto delle milizie tedesche. Le vicende africane, come la
guerra alla Grecia, mostrarono l'incapacità dell'Italia di condurre una guerra vittoriosa senza il sostegno
della Germania. I soldati italiani si batterono con valore,ma gli equipaggiamenti e gli armamenti non erano
adeguati a quelli dei nemici.
Il 22 giugno 1941 Hitler attaccò l'Unione Sovietica, cogliendo di sorpresa Stalin. Ma l'esercito sovietico,
costretto a cedere vastissimi territori e assediato nella città di Leningrado, resistette a lungo, mettendo in
discussione il mito dell'imbattibilità delle truppe tedesche. Stalin riuscì a mobilitare l'intera popolazione
appellandosi allo spirito patriottico più che al comunismo.
Il 7 dicembre 1941 aerei e navi giapponesi attaccarono di sorpresa la base statunitense di Pearl Harbor, nel
Pacifico, affondando gran parte della flotta americana. Nello stesso momento in cui gli aerei iniziarono il
bombardamento, l'ambasciatore giapponese presentava la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti: la guerra
così diventò mondiale.

La seconda guerra mondiale ebbe come fattori decisivi soprattutto il potenziale industriale e quello
economico: il conflitto venne vinto, infatti, dalle potenze che riuscirono a sostenere un'elevata produzione
bellica. In questo settore gli Stati Uniti furono decisamente superiori rispetto al Giappone e alla Germania
sia in quantità sia in qualità. Nel 1942 il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, allarmato dai
servizi segreti di un possibile impiego militare dell'energia atomica da parte dei tedeschi, autorizzò la
costruzione della bomba atomica. L'operazione, chiamata progetto Manhattan, ebbe come capo il generale
Groves e come responsabile scientifico il fisico Robert Julius Oppenheimer. Alle ricerche diede un
importante contributo anche il fisico italiano Enrico Fermi.

Nel 1942, mentre i giapponesi portavano la loro minaccia all'India e all'Australia e conquistavano le
Filippine, le truppe tedesche giunsero fino a Stalingrado e Rommel arrivò a breve distanza da Alessandria
d'Egitto. Le conquiste dell'Asse raggiunsero la massima estensione. Ma a questo punto partì la
controffensiva dei sovietici, che sfondarono il fronte tedesco a Stalingrado, degli americani, che batterono i
giapponesi nella battaglia aeronavale di Midway, e degli inglesi, che a el-Alamein sconfissero le truppe italo-
tedesche e cominciarono un'avanzata che li avrebbe portati a conquistare tutta l'Africa settentrionale. Una
parte rilevante della popolazione dei paesi occupati combatté contro i te- deschi non solo in nome della
patria: la Resistenza europea, infatti, si basò su ideali di giustizia sociale e di democrazia. In Jugoslavia e
nelle repubbliche sovietiche la Resistenza ebbe un peso militare rilevante,in quanto rese molto insicure le
retrovie ai tedeschi,influenzando le operazioni al fronte.
10.4 LA CADUTA DI MUSSOLINI, LA RSI, LA RESISTENZA
Nell'autunno del 1942 il fronte interno italiano, sotto i massicci bombardamenti anglo-americani, stretto
dalla fame, cedette. Il malcontento aumentò nei primi mesi del 1943. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio gli
Alleati sbarcarono in Sicilia e i gerarchi fascisti decisero di tentare di salvare il fascismo liquidando
Mussolini, che nella notte tra il 24 e il 25 luglio ricevette un voto di sfiducia dal Gran Consiglio e il giorno
seguente fu arrestato, per ordine di Vittorio Emanuele III. Il re incaricò Pietro Badoglio di guidare il nuovo
governo e comunicò ai tedeschi che la guerra sarebbe continuata al loro fianco. Contemporaneamente
vennero intavolate trattative segrete con gli anglo-americani, che si conclusero il 3 settembre, con la firma
dell'armistizio a Cassibile, in Sicilia.

L'8 settembre, alla notizia dell'armistizio, l'esercito italiano si dissolse. L'Italia settentrionale e centrale
furono occupate dai tedeschi. Mussolini, liberato dall'esercito tedesco, fondò la Repubblica sociale italiana
(RSI) con capitale a Salò. A sud rimasero Vittorio Emanuele III, che si era rifugiato a Brindisi, e il governo
Badoglio. Il fronte a questo punto si stabilizzò su una linea che congiungeva il Garigliano alle coste
adriatiche presso Pescara. L'11 ottobre del 1943 il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania,
spedendo reparti italiani al fronte. Ma nell'aprile del 1944 nacque un governo di «unità nazionale», grazie al
comunista Palmiro Togliatti che, tornato dall'Unione Sovietica, aveva invitato tutti i partiti a unirsi. Nel
gennaio del 1944 era nato a nord il CLNAI (Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia) per
organizzare la resistenza contro tedeschi e fascisti. Nella lotta contro i tedeschi e la RSI, la Resistenza
ricevette un valido sostegno da parte della popolazione, soprattutto nelle regioni dell'Italia settentrionale e
centrale.

10.5 IL SECONDO FRONTE TEDESCO E LA FINE DELLA GUERRA


Nel novembre del 1943 si tenne a Teheran una conferenza cui parteciparono Roosevelt, Churchill e Stalin.
In questa sede si decise che nella primavera del 1944 sarebbe stato aperto un secondo fronte e che
l'Unione Sovietica, sconfitta la Germania, avrebbe attaccato il Giappone. Qui, inoltre, Roosevelt enunciò la
dottrina dei «quattro poliziotti», secondo la quale Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Unione Sovietica
avrebbero dovuto mantenere la pace nel mondo. Venne poi proposto, una volta terminato il conflitto, lo
smembramento della Germania.
Nel giugno del 1944 gli anglo-americani, guidati dal generale statunitense Dwight Eisenhower, aprirono un
secondo fronte sbarcando in Normandia. Nell'agosto del 1944 furono liberate Parigi e la Francia, alla cui
guida venne posto il generale de Gaulle, colui che aveva guidato la Resistenza contro i tedeschi. L'ultimo
anno di guerra vide il continuo ripiegamento dei tedeschi e dei giapponesi. Nel febbraio del 1945 Churchill,
Roosevelt e Stalin si riunirono a Yalta e, confermando gli accordi presi nella conferenza di Teheran,
decisero l'attacco finale contro la Germania. Quando le truppe sovietiche circondarono e assediarono
Berlino, Hitler, il 30 aprile del 1945, si tolse la vita. Il 7 maggio l'ammiraglio Karl Dönitz, succeduto a Hitler,
firmò la resa incondizionata.

Il 24 aprile gli anglo-americani avevano sfondato, in Italia, la linea Gotica, un complesso di fortificazioni
costruite dai tedeschi sull'Appennino tosco-emiliano. Il 25 aprile i partigiani riuscirono a liberare le grandi
città dell'Italia del nord prima che arrivassero gli Alleati. Mussolini tentò di fuggire verso il confine svizzero,
ma i partigiani lo catturarono e, il 28 aprile 1945, venne fucilato.
Il 12 aprile 1945 morì il presidente Roosevelt e la carica venne assunta dal vicepresidente Harry Truman.
Il Giappone era deciso a battersi ancora, utilizzando anche armi non convenzionali come il ricorso a piloti
suicidi, i cosiddetti kamikaze. L'Unione Sovietica attaccò il Giappone in Manciuria, ma gli americani decisero
d'impiegare una nuova arma: il 6 e il 9 agosto, due bombe atomiche furono sganciate
rispettivamente sulle città di Hiroshima e Nagasaki.Il 14 agosto anche il Giappone annunciò la resa.

10.6 LA PACE E LO SCENARIO POST-BELLICO


I trattati di pace firmati a Parigi nel febbraio del 1947 sancirono sul piano diplomatico la situazione
già determinata dalla guerra. L'Italia perse la Libia, l'Etiopia, l'Eritrea e la Somalia e dovette subire una lieve
correzione della linea di frontiera con la Francia, mentre una parte dell'Istria fu assegnata alla Jugoslavia.
Trieste venne divisa in due zone, una occupata dagli anglo-americani, l'altra dagli jugoslavi; soltanto nel
1954 sarebbe tornata all'Italia. Non ci furono trattati di pace con la Germania. La Prussia orientale fu
attribuita alla Polonia e all'Unione Sovietica che, da parte sua, si annetteva una parte della Polonia
orientale. La Germania fu occupata da sovietici, americani, inglesi e francesi e divisa in quattro parti; il
Giappone rimase sotto l'occupazione dell'esercito statunitense.
La guerra aveva diviso l'Europa in due campi. L'alleanza antifascista era finita e la divisione assunse
rapidamente il carattere di una contrapposizione frontale. Nell'estate del 1945 l'Armata rossa era superiore
per le forze di terra, ma gli anglo-americani bilanciavano tale superiorità con l'aviazione e, soprattutto, con
il possesso della bomba atomica. Nessuna delle due parti aveva la possibilità di rompere l'equilibrio
militare, perciò la linea di demarcazione che aveva diviso l'esercito sovietico dalle truppe anglo-americane
al momento dell'armistizio con la Germania diventò la linea di separazione tra il campo occidentale e quello
dell'est comunista. Dal 1945 al 1948 i comunisti conquistarono il potere in tutti i paesi occupati dall'esercito
sovietico.

11. DOPOGUERRA E GUERRA FREDDA


11.1 L’ONU
Nel 1945 nacque l'Organizzazione delle Nazioni Unite, che aveva il compito di risolvere pacificamente i
futuri contrasti tra gli Stati che ne facevano parte. Questo compito era affidato al Consiglio di sicurezza,
inizialmente composto da 11 membri. Le cinque potenze che avevano vinto la guerra (Stati Uniti, Gran
Bretagna, Francia, URSS e Cina) erano membri permanenti del Consiglio e solo queste godevano del diritto
di veto su ogni decisione. Le nuove relazioni economiche mondiali furono regolate nel 1944 con gli accordi
di Bretton Woods, in seguito ai quali, nel 1945, vennero istituiti la Banca internazionale per la ricostruzione
e lo sviluppo (BIRS) e il Fondo monetario internazionale (FMI), con il compito di soccorrere i paesi che si
fossero trovati in difficoltà finanziarie. L'Unione Sovietica non aveva approvato questi accordi, perché
temeva che la subordinazione economica che poteva scaturirne si trasformasse in dipendenza politica,
dannosa per il campo socialista.

11.2 LA GUERRA FREDDA E I DUE BLOCCHI


Nell'Europa orientale i comunisti s'impadronirono dei governi anche dove erano in netta minoranza, come
nel caso dell'Ungheria e della Bulgaria. Nel marzo del 1946 Churchill affermò che sull'Europa orientale era
scesa una «cortina di ferro». Stalin, dopo appena nove giorni replicò con estrema durezza, accusando gli
anglo- americani di adottare una politica hitleriana. Era il riconoscimento dell'esistenza di una situazione di
gravissime tensioni, che fu definita «guerra fredda». Nel marzo del 1947 il presidente degli Stati Uniti
Truman enunciò la dottrina che prese il suo nome: gli Stati Uniti dovevano impegnarsi nella lotta per la
libertà dei popoli europei. Ma la «dottrina Truman» non arrestò il processo di sovietizzazione dell'Europa
orientale. Infatti la Polonia, l'Ungheria, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Romania, la Bulgaria e l'Albania
rientrarono nella sfera d'influenza dell'URSS. Gli Stati Uniti organizzarono nel 1947 un programma di aiuti
economici all'Europa, chiamato «Piano Marshall». Questo programma contribuì ad accentuare la frattura,
che fino a quel momento era apparsa evidente soprattutto sul piano politico e che allora si rivelò profonda
anche su quello economico. L'URSS rispose con il Cominform, organo che riuniva tutti i partiti comunisti, in
sostituzione dell'Internazionale comunista sciolta nel 1943, e con il Comecon, un'organizzazione che
avrebbe dovuto promuovere lo sviluppo coordinato delle economie del campo socialista.
Il luogo di maggiore attrito tra i due blocchi era la Germania. Nel 1948 gli occidentali unificarono
economicamente le tre zone di occupazione e Stalin ordinò l'assedio di Berlino (blocco di Berlino). Si
delineò il pericolo di una guerra, ma gli americani organizzarono un ponte aereo per rifornire la città e dopo
quasi un anno il blocco fu tolto. Nel 1949 furono fondate la Repubblica federale tedesca a ovest e la
Repubblica democratica tedesca a est. Nello stesso anno venne firmato un accordo fra la maggior parte
delle nazioni europee, gli Stati Uniti e il Canada, che venne chiamato patto Atlantico. Gli accordi erano
rivolti formalmente contro un'eventuale rinascita del pericolo tedesco, ma in realtà erano diretti contro
l'Unione Sovietica. Questo patto si trasformò subito dopo in un impegno militare da parte delle nazioni che
vi aderirono e prese il nome di North Atlantic Treaty Organization (NATO). La risposta sovietica fu, nel 1955,
il patto di Varsavia, stipulato con Ungheria, Romania, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria, Albania e
Repubblica democratica tedesca.
La guerra tra i due blocchi fu evitata grazie all'«equilibrio del terrore». Nel 1949 gli scienziati sovietici
sperimentarono la bomba atomica. Tre anni più tardi gli USA si riportarono nuovamente in vantaggio
costruendo la bomba all'idrogeno. Questa volta la rincorsa dei sovietici fu più breve: nel 1953 anch'essi
possedevano la terribile arma. Ciascuno dei due blocchi poteva distruggere l'altro o arrecargli danni
gravissimi. Fu questa possibilità di reciproca distruzione a impedire lo scoppio di una nuova guerra.
11.3 EUROPA ED ASIA
In Francia la guerra fredda portò alla fine dei governi di unità nazionale. In Inghilterra, invece, non ebbe
ripercussioni. I laburisti guidati da Clement Attlee, che erano succeduti ai conservatori di Churchill,
attuarono un programma inteso alla costruzione del welfare state (stato del benessere). I conservatori e i
laburisti, però, concordavano su due princìpi fondamentali della politica estera: la solidarietà con gli Stati
Uniti e l'Europa occidentale e la graduale indipendenza delle colonie. In Germania la Repubblica federale
tedesca, sotto la guida di Konrad Adenauer, procedette rapidamente alla ricostruzione. Intanto l'Europa
cercava di raggiungere l'unità: del progetto europeistico erano stati promotori, già nei primi anni del
dopoguerra, tre dirigenti democristiani, il tedesco Adenauer, il francese Schuman e l'italiano De Gasperi,
nell'ambito di una concezione che vedeva l'Europa cristiana come il più forte baluardo contro il
comunismo. Non fu difficile avviare processi di unificazione economica, come l'istituzione della Comunità
europea del carbone e dell'acciaio (CECA) nel 1951 e la Comunità economica europea (CEE) nel 1957. Non fu
possibile, invece, arrivare a un comando unico militare (il tentativo di farlo nascere con la Comunità
europea di difesa, nel 1952, fallì) e a un governo politico unitario. Il cammino era ancora molto lungo.

In Asia l'avvenimento di maggior rilievo fu la nascita della Repubblica popolare cinese, fondata nel 1949 da
Mao Zedong: il comunismo, per la prima volta, aveva raggiunto il potere grazie a una rivoluzione contadina,
al di fuori delle influenze dell'Unione Sovietica, da cui la RPC si sentiva diversa e indipendente. Essa mutava
gli equilibri politici in Asia e se ne videro gli effetti nel 1950, quando il governo comunista della Corea del
Nord invase la Corea del Sud. In suo appoggio intervennero forze armate americane, che respinsero quelle
comuniste, entrando a loro volta nel territorio della Corea del Nord e provocando così l'intervento di
truppe cinesi. La situazione si stabilizzò poi lungo il 38° parallelo e nel 1953 fu firmato un armistizio.

11.4 KRUSCEV E IL DISGELO


Nel 1953 due avvenimenti segnarono una svolta nella politica sovietica: la morte di Stalin e la
sperimentazione della bomba all'idrogeno. Stalin non ebbe un unico successore: Malenkov ottenne la guida
del governo e Chrusˇcˇëv la direzione del partito, la carica che conferiva il potere reale. Altre forze
organizzate erano rappresentate dall'esercito e dalla polizia segreta,controllati dal Partito comunista
dell'Unione Sovietica. Ci fu così nell'URSS una direzione collegiale, che, eliminato Berija, capo dei servizi
segreti,diede inizio a una politica di disgelo nei rapporti internazionali e all'interno.
Nel 1956, al XX congresso del Partito comunista sovietico, Chrusˇcˇëv, che aveva ormai preso il potere in
URSS, denunciò, in un rapporto rimasto sul momento segreto nell'Unione Sovietica, i crimini commessi da
Stalin, avviando così il processo di «destalinizzazione». La sua denuncia, appena fu resa pubblica, ebbe
profonde ripercussioni nei paesi dell'est, e soprattutto in Polonia e in Ungheria. In Polonia ritornò al potere
Gomulka, un comunista che era stato perseguitato nel corso delle repressioni degli anni precedenti; in
Ungheria invece il processo di rinnovamento, guidato da un altro comunista che si era opposto a Stalin,
Imre Nagy, assunse un carattere drammatico per l'intervento delle truppe sovietiche. Nel 1956, infatti, le
manifestazioni popolari diedero origine a una vera e propria insurrezione, che fu soffocata con le armi,
mentre Nagy veniva condannato a morte e giustiziato, mettendo l'URSS in una situazione difficile sul piano
internazionale.

11.5 IL MEDIORIENTE
In Palestina si era svolto, fin dagli inizi dell'Ottocento, un movimento d'immigrazione degli ebrei, che
diventò più intenso dopo la conquista del potere da parte di Hitler. Nel 1948 venne fondato lo Stato
d'Israele, con l'assenso degli Stati europei che si sentivano in debito verso gli ebrei, dopo le persecuzioni
che avevano subìto dal nazionalsocialismo. La nascita di questo Stato in Palestina provocò la reazione
armata della Siria, del Libano, dell'Egitto e della Transgiordania, con l'appoggio anche dell'Iraq, ma l'esercito
israeliano riuscì ad avere la meglio.
Alcuni degli Stati mediorientali erano nati da tempo, altri erano diventati indipendenti dopo la seconda
guerra mondiale. Il regno dell'Arabia Saudita, ricchissima di petrolio, era considerato il centro dell'Islam,
perché comprendeva la città sacra della Mecca. Anche l'Iran, che non era un paese arabo, perché i suoi
abitanti, anch'essi islamici, discendevano dai persiani, formava un regno indipendente, guidato dallo scià
Reza Pahlavi, che, con l'aiuto di Stati Uniti e Gran Bretagna, aveva impedito al primo ministro Mossadeq di
nazionalizzare il petrolio.
Iraq e Siria erano nati dalla dissoluzione dell'Impero ottomano. Nel 1956 l'Egitto di Nasser nazionalizzò il
canale di Suez. Israele, sostenuta da Gran Bretagna e Francia, intervenne con le armi contro Nasser, ma gli
Stati Uniti rifiutarono il loro sostegno e le truppe israeliane, dopo un ultimatum dell'URSS, furono costrette
a ritirarsi. L'Unione Sovietica riuscì così a riprendere parte del prestigio che aveva perso dopo l'intervento
miliare in Ungheria, presentandosi come difensore degli interessi delle ex colonie.

11.6 URSS: DESTALINIZZAZIONE E RAPPORTI INTERNAZIONALI


Nel 1957 l'Unione Sovietica lanciò nello spazio lo sputnik, il primo satellite artificiale. Si aprì così «l'era
spaziale»: la competizione fra USA e URSS si estese anche alla conquista dello spazio. Il prestigio dell'URSS
salì a livelli molto alti nel 1961, quando i sovietici mandarono nello spazio il primo uomo, Jurij Gagarin. Gli
Stati Uniti furono costretti a compiere un lungo inseguimento, che si concluse con un successo: nel 1969 fu
un americano, Neil Armstrong, a mettere per primo piede sulla Luna. Le imprese spaziali avevano un
grande significato politico-militare: il lancio dello Sputnik mostrò che i sovietici, se erano in grado di
collocare satelliti nello spazio, potevano anche lanciare armi nucleari su obiettivi posti in altri continenti.

Il processo di destalinizzazione in URSS si sviluppò con la riabilitazione degli uomini processati ai tempi di
Stalin ed ebbe nuovi sviluppi al XXII congresso, che si tenne nel 1961. In esso Chrusˇcˇëv, oltre a sferrare
ulteriori e più duri attacchi allo stalinismo, delineò il progetto di trasformazione della società socialista
sovietica in società comunista, in cui ogni uomo avrebbe dovuto ricevere secondo i suoi bisogni, non
secondo il suo lavoro. Per poter attuare un progetto del genere, sarebbe stato però necessario disporre di
una grande quantità di beni materiali. L'economia sovietica invece segnava il passo e i tentativi di
Chrusˇcˇëv di far crescere la produzione fallirono: particolarmente grave fu il fallimento della messa a
coltura delle terre vergini.
Al XXII congresso apparvero evidenti le divergenze tra la Repubblica popolare cinese e l'URSS. Queste
erano dovute soprattutto a questioni geopolitiche e alla richiesta da parte della Cina di possedere
armamenti nucleari. All'accusa mossagli da Mao di volere abbandonare il marxismo, Chrusˇcˇëv rispose
interrompendo gli aiuti economici alla Cina. La RPC reagì inasprendo i rapporti diplomatici con la Jugoslavia,
accusata di revisionismo come i sovietici (dopo la morte di Stalin) e iniziando una politica di apertura verso
gli Stati Uniti. Il movimento comunista internazionale s'indebolì.

Il processo di distensione fra USA e URSS continuava a svilupparsi. Vi contribuì il presidente ame-
ricano John Fitzgerald Kennedy, che fu eletto nel 1960. Kennedy elaborò un progetto chiamato «la nuova
frontiera», che si fondava sulla lotta alla povertà e sull'affermazione dei diritti civili. In particolare fu per la
prima volta intrapresa una politica per raggiungere l'eguaglianza tra bianchi e neri. In molti Stati americani
vigeva infatti la segregazione razziale. Martin Luther King, un pastore nero di religione battista, divenne
capo di un grande movimento pacifico per l'emancipazione dei neri e nel 1963 riunì a Washington 250 000
manifestanti. Esistevano anche altri movimenti per i diritti dei neri, come la Nation of Islam, in cui si
distinse, per l'intransigenza verso i bianchi, Malcolm X, e il Black Panter Party, che prevedeva anche l'uso
della violenza.

Kennedy riteneva che gli Stati Uniti dovessero sostenere la democrazia anche nelle altre parti del mondo.
A Cuba Fidel Castro aveva abbattuto la dittatura di Fulgencio Batista e, nel 1960, aveva instaurato un
regime di tipo comunista, stringendo rapporti economici e politici con l'URSS. Nel 1961 un gruppo di esuli
cubani, con l'appoggio di Kennedy, tentò di sbarcare a Cuba per eliminare Castro e il suo regime.
L'operazione fallì e, sorpresi nella Baia dei Porci, gli esuli furono in parte respinti, in parte catturati.
Castro, nel 1962, autorizzò i sovietici a installare missili nucleari sull'isola per evitare una nuova eventuale
minaccia americana. Chrusˇcˇëv inviò alcune navi con a bordo dei missili, che avrebbero potuto minacciare
direttamente le città americane, ma Kennedy rispose subito in maniera estremamente energica,
annunciando il blocco navale dell'isola. Chrusˇcˇëv allora (il 28 ottobre 1962) diede l'ordine alle navi
sovietiche di invertire la rotta, prima di entrare in contatto con la flotta americana: si era rischiata la terza
guerra mondiale. La questione cubana diede un colpo decisivo al prestigio di Chrusˇcˇëv, che, nel 1964, fu
costretto a dimettersi, cedendo il governo del paese a Leonid Brežnev.

Un importante contributo al processo di distensione fu offerto dalla Chiesa e un ruolo da protagonista fu


svolto, in questo senso, dal pontefice Giovanni XXIII, che nelle sue encicliche si rivolse non solo ai credenti,
ma a tutti gli uomini. La sua opera, che trovò la massima espressione nella convocazione del concilio
Vaticano II, fu in parte continuata dal successore, Paolo VI.
11.7 ITALIA: REPUBBLICA E COSTITUZIONE
Nell'aprile del 1946 Vittorio Emanuele III, con l'intenzione di salvare la monarchia, abdicò a favore del figlio
Umberto. Il 2 giugno 1946 si svolse un referendum, con cui gli italiani avrebbero dovuto scegliere la forma
istituzionale dello Stato. Nel referendum (il primo con voto alle donne) la repubblica prevalse sulla
monarchia per due milioni di voti, ma ci furono anche molte schede annullate. In quello stesso giorno si
votò anche per un'Assemblea costituente, che avrebbe dovuto dare all'Italia una nuova Costituzione.
Le elezioni per la Costituente videro un sostanziale equilibrio tra la DC e le sinistre (PSIUP e PCI). Data
l'equivalenza di forze tra centro e sinistra, la Costituzione fu il frutto di un compromesso tra i princìpi del
liberalismo e quelli di una maggiore giustizia sociale. La collaborazione tra la sinistra della DC da un lato e i
socialisti e i comunisti dall'altro fece includere nel testo della Costituzione i diritti sociali, dal diritto al lavoro
a quello all'istruzione. Nelle discussioni i costituenti affrontarono anche la questione della struttura
unitaria o federale dello Stato italiano: per il federalismo si schierarono soltanto i separatisti siciliani e
alcuni gruppi autonomisti. La scelta a favore dell'unità fu particolarmente decisa da parte delle sinistre. La
stesura della Costituzione, nonostante innumerevoli tensioni politiche e sociali, fu portata a compimento
nel 1947 e il testo costituzionale entrò in vigore il 1° gennaio del 1948.

11.7 ITALIA: GOVERNI D’UNITA’ NAZIONALE


Anche dopo la Liberazione l'Italia fu guidata da governi di unità nazionale, formati da tutti i partiti
antifascisti. Ferruccio Parri, simbolo della Resistenza, governò dal giugno al dicembre 1945. Gli succedette
Alcide De Gasperi, uno dei fondatori, nel 1943, della Democrazia cristiana.
I problemi economici erano particolarmente gravi: una forte inflazione falcidiava stipendi e salari. La
produzione stentava a riprendere in pieno, a causa delle distruzioni provocate dai bombarda- menti. In
questo difficile periodo i partiti assolsero una funzione importante, guidando la ricostruzione materiale e
morale del paese. Dal punto di vista economico, però, la presenza nel governo di tutte le forze politiche
rappresentava un ostacolo, perché non permetteva l'adozione di una rigida linea di politica economica,
indispensabile per frenare l'inflazione.

Intanto anche in Italia si producevano le divisioni che stavano affiorando sul piano internazionale. I
partiti italiani dovevano scegliere tra est e ovest, tra due differenti modelli di società. Il PCI e il PSIUP (in
cui, però, stava emergendo la corrente riformista guidata da Saragat), guardavano al modello collettivistico
sovietico; la DC a quello americano, ma riservando allo Stato un'importante funzione nei settori
dell'economia e dell'assistenza. Nel maggio del 1947, con l'esclusione di comunisti e socialisti dal governo,
ebbe fine la politica di unità nazionale e in un'atmosfera di forte tensione si arrivò alle elezioni del 18 aprile
1948. Queste furono vinte dalla DC, che prevalse in maniera molto netta sul Fronte democratico popolare,
formato da comunisti e socialisti. Il PCI ottenne un numero di voti nettamente superiore a quello del PSI,
diventando così il maggiore partito della sinistra. Il 14 luglio del 1948 Palmiro Togliatti, segretario del PCI,
venne ferito gravemente da un giovane di estrema destra. Le tensioni politiche crebbero e anche quelle
sociali: in alcune città, come Genova, Milano e Torino, scoppiarono sommosse, ma nemmeno in questo
caso si arrivò alla temuta guerra civile. La tensione, però, rimase alta, a causa delle condizioni economiche,
e le rivendicazioni di contadini e operai portarono a scontri sanguinosi fra polizia e dimostranti.

11.8 LA DEMOCRAZIA CRISTIANA


I governi De Gasperi, fondati sul centrismo, cioè sull'alleanza tra la DC e i partiti socialdemocratico,
liberale e repubblicano, con l'esclusione della destra e della sinistra, ressero l'Italia negli anni 1948- 1953. Il
centrismo ebbe in De Gasperi la mente politica e in Einaudi, eletto presidente della repub- blica l'11 maggio
del 1948, quella economica. I governi di centro, col ministro dell'interno Scelba, ebbero il sostegno di una
forte polizia, ma anche di una vasta base sociale, rappresentata soprattutto dai sindacati della CISL e della
UIL, nati dalla separazione delle correnti che avevano formato la CGIL. Per rafforzare il governo, De Gasperi
ideò una riforma elettorale che consentisse al centro di ottenere, con la sola maggioranza relativa dei voti,
la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Ma gli elettori respinsero questo progetto alle elezioni del
1953 e nel 1954, alla morte di De Gasperi, il centrismo appariva finito. Nella DC emerse Fanfani, che
rafforzò la rete clientelare nel Mezzo- giorno. Ciò fu possibile anche grazie alla creazione della Cassa del
Mezzogiorno, che regolava il flusso d'investimenti governativi nel sud. Scarsi furono invece i risultati
economici della riforma agraria. I contadini, non avendo i capitali necessari per l'acquisto di macchine, non
riuscirono a far fruttare le terre loro assegnate e ripresero ben presto la strada dell'emigrazione.

La situazione politica cominciò a cambiare nel 1956: il XX congresso del PCUS, infatti, segnò l'inizio della
rottura dell'alleanza fra PCI e PSI, preludio del futuro inserimento di quest'ultimo nella maggioranza
governativa. Soltanto nel 1962, dopo il fallimento, nel 1960, del tentativo di Tambroni di un'alleanza tra DC
e destra, nacque il centro-sinistra, con l'allargamento della maggioranza al PSI. Ne fu artefice soprattutto
Aldo Moro, segretario della DC, che indusse Tambroni a dimettersi e favorì la formazione di un nuovo
governo, guidato da Fanfani. Nel 1964 circolarono voci di un possibile colpo di stato e i socialisti, per
evitarlo, rinunciarono ai punti più avanzati del loro programma. Il centro-sinistra non attuò tutte le riforme
che erano state promesse, ma, con l'inserimento dei socialisti nella maggioranza, garantì stabilità all'azione
di governo.
11.9 IL “MIRACOLO ECONOMICO”
Nei primi anni Cinquanta l'emigrazione s'indirizzò verso l'Europa. L'Italia, però, cominciava a trasformarsi
rapidamente, soprattutto a causa dello sviluppo industriale delle grandi città del nord, dove fu perciò
possibile trovare il lavoro che mancava nel sud. La motorizzazione di massa diede un forte impulso
all'industria automobilistica e Torino diventò una delle mete preferite dell'emigrazione, che apportò
rilevanti benefici all'economia italiana, ma ebbe costi sociali molto elevati, per lo spopolamento delle
campagne meridionali e il sovraffollamento delle città settentrionali. Negli anni 1958-1963 la crescita
dell'economia si accentuò al punto da determinare il cosiddetto «miracolo economico», fondato
soprattutto sullo sviluppo dell'industria automobilistica. L'automobile e la televisione modificarono le
abitudini degli italiani. In quegli anni la crescita industriale aveva consentito alle donne l'ingresso nel mondo
della produzione e, di conseguenza, anche un'intensa attività sindacale e politica.

11.10 DECOLONIZZAZIONI E RIVOLUZIONI


Già negli ultimi decenni dell'Ottocento era nato in India un movimento nazionalista, con la fondazione del
primo grande partito sorto in una colonia: il Partito del Congresso. In Sudafrica l'indiano Mohandas Gandhi
diede inizio ad un metodo di lotta non violenta, basato sulla disobbedienza civile, per ottenere
l'indipendenza dell'India. Gandhi riuscì ad unire nella lotta sia la popolazione induista sia quella musulmana.
Gli inglesi, però, ricorsero spesso alla repressione e all'arresto sistematico del leader indiano. Fu in queste
circostanze che Gandhi utilizzò per la prima volta il digiuno come forma di resistenza e protesta.
Nel corso della seconda guerra mondiale, anche per controbilanciare la propaganda giapponese, Gran
Bretagna e Francia promisero la fine del colonialismo e dopo il 1945 furono costrette a mantenere la
promessa. Ma la costruzione dei nuovi Stati fu difficile anche nei paesi, come l'India, che ottennero
facilmente l'indipendenza. Subito dopo averla conquistata, nel 1947, l'India si divise infatti in due: l'Unione
Indiana, di religione induista, e il Pakistan, di religione musulmana. Quest'ultimo, territorialmente diviso in
due parti, conobbe un nuovo processo di separazione quando una di esse, con una forte minoranza
induista, formò uno Stato autonomo, il Bangladesh.
Dopo l'indipendenza dell'India il Partito del Congresso, guidato da Jawaharlal Nehru, cercò di sviluppare
l'economia del paese attraverso pianificazioni, sull'esempio sovietico, ma il processo fu molto lento. Il
Pakistan invece divenne, nel 1956, una «repubblica islamica».
Anche nei paesi del sud-est asiatico, la Birmania, l'Indonesia e la Malaysia, la decolonizzazione fu rapida, ma
tra alcuni dei nuovi Stati nacquero tensioni territoriali. I governi di alcuni di questi paesi si ispirarono al
socialismo, adattandolo però alle tradizioni e alle situazioni locali. In Birmania dopo un lungo periodo di
democrazia parlamentare guidata da U Nu, i militari nel 1962 effettuarono un colpo di stato e instaurarono
un regime dittatoriale. Taiwan, sede del governo nazionalista cinese, fu l'unico Stato che vide un forte
sviluppo economico, grazie al sostegno degli Stati Uniti e alla sua posizione strategica (si trova nell'area
economica del Giappone).

L'incontro tra nazionalismo e comunismo caratterizzò le vicende del Vietnam, dove i comunisti guidati da
Ho Chi-Minh dovettero lottare contro i francesi, i quali avevano ancora interesse a controllare la penisola
indocinese. Nel 1954 il governo francese, dopo una dura sconfitta, fu costretto ad abbandonare l'Indocina.
A Ginevra, nello stesso anno, vennero stipulati degli accordi in base ai quali il Laos e la Cambogia
sarebbero diventati indipendenti, mentre il Vietnam sarebbe rimasto diviso in due parti all'altezza del 17°
parallelo, in attesa di un verdetto elettorale per raggiungere l'unità.

Il processo di decolonizzazione nell'Africa francese si svolse in maniera lunga e faticosa. Il Marocco riuscì a
raggiungere l'indipendenza nel 1955, grazie anche ad azioni terroristiche da parte dei nazionalisti
marocchini. La Tunisia ottenne l'indipendenza nel 1956 e anche qui la lotta fu condotta da gruppi
terroristici, ma in questa regione i coloni risposero con metodi altrettanto violenti.

Ernesto Che Guevara, uno dei dirigenti cubani che avevano combattuto a fianco di Castro, elaborò un
progetto per esportare la rivoluzione in tutti i paesi poveri. Ma il suo tentativo fallì e, nel 1967, Che
Guevara fu ucciso in Bolivia. Alcuni paesi asiatici (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Malaysia, Indonesia,
Thailandia e Hong Kong) furono invece in grado di uscire dall'arretratezza, grazie a una rapida crescita
economica. Grazie a diversi fattori le industrie furono in grado di produrre merci a prezzi molto competitivi
e di imporsi così nel mercato mondiale.
12. ANNI ’60 E ‘70
12.1 GLI STATI UNITI E LA GUERRA IN VIETNAM
Nel 1963 Kennedy fu assassinato; nel 1968 venne ucciso anche Martin Luther King, da un razzista bianco.
Alla morte di Kennedy il suo progetto di rinnovamento sociale venne ripreso dal nuovo presidente, Lyndon
Johnson, che lo definì la «grande società»: nel 1964, infatti, fece approvare il Civil Rights Act (Legge sui
diritti civili), con cui terminò ogni discriminazione razziale. Johnson continuò anche la politica di Kennedy in
Asia, intensificando i finanziamenti e la fornitura di armi al governo del Vietnam del Sud, dove i comunisti
avevano formato un Fronte nazionale di liberazione e, con il sostegno del Vietnam del Nord, avevano dato
inizio a una guerra civile. Nel 1964, in seguito a un attacco da parte del Vietnam del Nord contro alcune navi
americane cominciò l'intervento militare statunitense. L'anno successivo vennero spediti 180 000 soldati
americani nel sud del paese, ma il Vietnam resistette, forte di retrovie come la Repubblica popolare cinese
e l'Unione Sovietica. Nel 1975 la guerra si concluse con la sconfitta degli Stati Uniti, che dovettero
abbandonare il Vietnam, che si unificò sotto un governo comunista. La guerra ebbe conseguenze tragiche
nella confinante Cambogia, dove nel 1975 Pol Pot prese il potere e, volendo attuare una forma estrema di
comunismo, massacrò milioni di abitanti.

Il Sessantotto provocò, come contraccolpo, uno spostamento a destra degli elettori, in alcuni dei paesi che
erano stati al centro del movimento. Nel 1968 fu eletto presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, un
repubblicano pragmatico, che nel 1972 iniziò ad adottare una politica di riavvicinamento con la Repubblica
popolare cinese. Nixon, però, combatté il comunismo ovunque e con tutti i mezzi, ma fu costretto a
dimettersi nel 1974, a causa di una vicenda di spionaggio politico nella sede del Partito democratico, in cui
vennero coinvolti alcuni suoi collaboratori (scandalo del Watergate). Nixon venne sostituito dal
vicepresidente Gerald Ford, il quale pose fine alla guerra del Vietnam nel 1975, quando gli USA furono
costretti a ritirare le loro truppe. Le elezioni del 1976 furono vinte dal democratico Carter, meno
pragmatico di Nixon: in politica estera convinse Israele ed Egitto a trovare un accordo sul Medio Oriente,
ma inasprì i rapporti con l'URSS, in seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan. In politica interna si pose
importanti obiettivi, senza riuscire a raggiungerli.

12.2 IL SESSANTOTTO
Con il termine Sessantotto viene indicato l'insieme dei movimenti che, verso la fine degli anni Sessanta,
contestarono le tradizioni e il principio di autorità, anche se ci furono notevoli differenze fra i movimenti
europei e quelli americani. Negli Stati Uniti i protagonisti del Sessantotto si batterono anzitutto per la pace
nel Vietnam. In Europa, invece, la lotta s'indirizzò contro tutte le istituzioni. Anche il mondo comunista fu
scosso dalla protesta nel corso del 1968: in Cecoslovacchia ebbe inizio un programma di rinnovamento del
socialismo, in cui si volevano garantire maggiori libertà all'individuo e che prese il nome di «primavera di
Praga». Ma i tentativi di riforma vennero soffocati dall'intervento sovietico e Dubcek, che era stato
l'ispiratore del tentativo di svolta, dovette abbandonare la vita politica.

12.3 L’ITALIA
Nel 1961 venne concessa ai diplomati degli istituti tecnici la possibilità di iscriversi alle facoltà scientifiche e
nel 1962 la scuola dell'obbligo venne portata fino a 14 anni. Le riforme scolastiche attuate dal centro-
sinistra resero più agevole l'accesso all'università, ma l'aumento della popolazione universitaria mostrò
l'inadeguatezza delle strutture didattiche ed edilizie. Nello stesso tempo molti giovani si accorsero che la
laurea non apriva loro la strada alla conquista di un posto di rilievo nella società. Il malcontento
studentesco diede vita nel 1966 alle prime agitazioni.
Dopo avere posto una serie di richieste che riguardavano l'ordinamento degli studi, i gruppi che dirigevano
il movimento si posero obiettivi politici. L'ideologia che li ispirava era il marxismo, ma soprattutto la
«rivoluzione culturale» di Mao Zedong, nel suo significato di rivolta contro le tradizioni e il principio di
autorità. Nel settembre del 1969 al Sessantotto degli studenti si aggiunse quello degli operai.
Ebbe inizio infatti l'«autunno caldo», che, attraverso una massiccia ondata di scioperi, portò la classe
operaia a una serie di conquiste normative e salariali. Nel maggio del 1970 fu approvato infatti lo Statuto
dei lavoratori, con il quale venivano tutelati i diritti costituzionali all'interno della fabbrica. Il movimento del
Sessantotto non conseguì obiettivi evidenti sul piano politico: i risultati delle elezioni del 1972 non furono
sostanzialmente diversi da quelli del 1968. In realtà, il Sessantotto agì soprattutto sul piano socio-
antropologico, provocando mutamenti molto rilevanti nelle abitudini e nei costumi degli italiani. In quegli
anni il movimento femminista mutò carattere, perché, oltre a porre la questione dell'uguaglianza, rivendicò
orgogliosamente la «diversità delle donne». Una delle conquiste più importanti di questo movimento fu
l'approvazione, nel 1975, del nuovo diritto di famiglia, che prevedeva la parità giuridica tra coniugi,
contrapponendosi così al consuetudinario predominio dell'uomo nell'ambito familiare.

Negli anni Settanta ci furono due fenomeni potenzialmente destabilizzanti: lo stragismo e il terrorismo. Gli
autori delle stragi mirarono a incutere paura nell'opinione pubblica, con alcuni gravi attentati che colpivano
luoghi affollati, in modo da provocare morti fra la popolazione civile. Il primo at- tentato fu a Milano nel
1969, presso la Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana; ne seguirono due nel 1974, uno durante
un comizio sindacale a Brescia e l'altro sul treno Italicus. Infine, nel 1980, venne fatta esplodere una bomba
nella stazione di Bologna. In alcuni casi si arrivò alla condanna degli esecutori degli attentati, ma rimasero
irrisolti vari dubbi sui veri mandanti. I terroristi, nati nell'ambito della sinistra extraparlamentare, volevano
invece spingere le masse popolari alla lotta armata, colpendo uomini che venivano considerati emblematici
del potere borghese: il gruppo terroristico più importante era quello delle Brigate Rosse, formato nel 1970.
Nel 1973 Berlinguer, segretario del PCI, preoccupato per le forti tensioni sociali e temendo che in Italia
potesse verificarsi un colpo di stato analogo a quello che era avvenuto in Cile, progettò un accordo con la
DC, che fu definito «compromesso storico».
Nel 1974 il referendum sul divorzio, vinto da coloro che erano favorevoli, aprì nuovi contrasti tra la DC e il
PCI, ma il dialogo tra i due partiti non fu interrotto. Nel marzo del 1978 il democristiano Giulio Andreotti
formò un governo che avrebbe dovuto essere sostenuto dal PCI e il «compromesso storico» sembrò
prossimo a realizzarsi. Ma il rapimento e l'uccisione da parte delle Brigate Rosse di Aldo Moro, che era un
deciso sostenitore del compromesso, fecero fallire quel progetto, dando inizio a un periodo di gravi
difficoltà e di pericoli per le istituzioni democratiche. I governi di solidarietà nazionale consentirono di
superarli, ma l'ipotesi del «compromesso storico» era svanita. Si venne a formare un governo formato da
cinque partiti: DC, PSI, PRI, PLI e PSDI, che prese il nome di pentapartito.
Questo governo attraversò una fase di transizione, che si concluse nel 1981, con la nomina del
repubblicano Giovanni Spadolini, il primo esponente dei partiti laici a diventare presidente del consiglio. Il
predominio della DC si avviava alla fine, che fu sancita dalla nascita, nel 1983, del governo guidato da
Bettino Craxi, segretario del PSI.

12.4 L’EUROPA
A conclusione del Sessantotto nacquero in Francia governi di destra, guidati prima da De Gaulle e poi da
Pompidou e da Giscard d'Estaing. Soltanto nel 1981 un socialista, Mitterrand, sarebbe diventato presidente
della repubblica. In Germania, invece, proseguì l'ascesa dei socialdemocratici, che nel 1969 furono chiamati
dagli elettori alla guida del paese. In Gran Bretagna laburisti e conservatori si alternarono al potere senza
che si verificassero vistosi cambiamenti in politica economica o in politica estera, fino al 1979, quando la
guida del governo fu assunta da Margaret Thatcher, sostenitrice di un ridimensionamento del welfare
state. La Thatcher affrontò i problemi di politica estera con la stessa energia dimostrata nell'affrontare
quelli di politica interna. La prova più difficile fu la guerra con l'Argentina, ma la «Lady di ferro» portò la
Gran Bretagna a una rapida vittoria.

Tra il 1974 e il 1977 ebbero fine i regimi autoritari in Portogallo, in Grecia e in Spagna e tutta l'Europa
occidentale tornò alla democrazia. La liberazione delle colonie portoghesi dell'Angola e del Mozambico e la
contemporanea sconfitta degli USA nel Vietnam mise fine all'imperialismo politico- militare. In Angola,
Mozambico ed Etiopia si instaurarono regimi ispirati al marxismo, sostenuti da Cuba e, soprattutto,
dall'Unione Sovietica, che estese così la propria influenza.

12.5 CINA E SUDAMERICA


Molto più drammatici furono gli avvenimenti in Cina, dove Mao aveva promosso una «rivoluzione
culturale», che avrebbe dovuto eliminare ogni residuo del passato. Ne furono protagoniste le giovanissime
«guardie rosse», che, su ispirazione di Mao, attaccarono tutte le autorità, compresi i dirigenti del partito
comunista. La loro azione gettò il paese nell'anarchia e alla fine dovette intervenire l'esercito per ristabilire
l'ordine. La rivoluzione culturale rappresentò un modello ideologico anche per il movimento del
Sessantotto europeo.

Durante la presidenza di Nixon, nel 1973, la CIA sostenne l'azione del generale Pinochet in Cile, che portò
alla morte del legittimo presidente Salvador Allende e all'instaurazione di una dittatura. Anche in Brasile e
in Argentina i governi insediati dai militari governarono in maniera autoritaria. Il miglioramento della
situazione economica in Cile garantì a Pinochet un certo appoggio da parte dei ceti medi e la sua dittatura
terminò, pacificamente, solo nel 1988. In Argentina la dittatura militare perseguitò duramente gli
oppositori. Il tentativo del presidente Galtieri nel 1982 di attenuare il malcontento popolare attraverso il
nazionalismo, occupando le isole Falkland, possedimento britannico che gli argentini chiamano Malvinas,
provocò la fine del regime militare, perché l'Argentina fu sconfitta dalla Gran Bretagna. In Brasile la
dittatura terminò nel 1985.
13. IL CROLLO DEI REGIMI COMUNISTI
13.1 EPILOGO DELLA GUERRA FREDDA
La crisi dell'imperialismo statunitense spinse i dirigenti sovietici a prendere l'iniziativa. Nel 1978 un partito
d'ispirazione marxista, il Khalq, s'impadronì del potere in Afghanistan. Il nuovo governo comunista
procedette a una riforma agraria, all'istruzione di massa e al rafforzamento delle strutture statali. Ma le
riforme vennero condotte senza tenere conto della concreta situazione afghana, suscitando perciò un vasto
movimento di resistenza, che in parte si ispirava alla fede islamica. Il governo sovietico inviò allora delle
truppe a sostegno del governo dell'Afghanistan (1979), commettendo lo stesso errore degli Stati Uniti nel
Vietnam. L'invasione dell'Afghanistan e l'installazione di nuovi missili nelle basi dell'Europa orientale
costituivano una sfida agli Stati Uniti da parte dell'URSS. Il nuovo presidente americano, Ronald Reagan,
reagì duramente prima contrapponendo loro altri modernissimi missili e poi progettando lo SDI (Iniziativa
di difesa strategica), chiamato anche «guerra stellare», cioè uno scudo difensivo che si sarebbe giovato
anche di numerosi satelliti artificiali e che, se realizzato, avrebbe messo l'Unione Sovietica in una posizione
di netta inferiorità.

La «guerra fredda» fu decisa sul piano economico. L'economia comunista non fu in grado di svilupparsi agli
stessi ritmi di quella capitalistica e perciò di sostenere prima la politica espansionistica fondata sulla forza
militare e poi la corsa al riarmo progettata da Reagan. Nel campo comunista lo sviluppo era quantitativo
non qualitativo. L'economia capitalistica subì una battuta d'arresto con la crisi petrolifera del 1973, ma poi
ricominciò a crescere.

13.2 LA PERESTROJKA
L'economia dell'URSS non era in grado di rispondere alla sfida, mentre il suo sistema politico mostrava
sempre più evidenti segni d'invecchiamento. A Breznev erano succeduti Andropov (nel 1982) e Cernenko
(nel 1984), che non erano riusciti a risolvere i grossi problemi economici del paese. L'URSS, infatti,
attraversò un periodo di scarsa produttività agricola, che la costrinse a ricorrere a
importazioni cerealicole dagli Stati Uniti, rese possibili solo dall'aumento del prezzo del petrolio, di cui era
esportatrice. Un deciso tentativo di riformare la società sovietica fu invece compiuto da Michail Gorbacëv,
che nel 1985 divenne segretario del Partito comunista. Gorbacëv volle rinnovare le strutture economiche
con il progetto della perestrojka: una ristrutturazione dell'economia che prevedeva la privatizzazione delle
piccole imprese e una diversa gestione, in termini di efficienza, di quelle grandi. Per modificare la struttura
politica sovietica Gorbacëv introdusse la glasnost, cioè il principio della trasparenza nelle decisioni del
governo, cercando di gettare le premesse di una democratizzazione del paese. Verso la fine degli anni
Ottanta Gorbacëv rinunciò alla politica espansionistica e di riarmo, nel tentativo di migliorare le condizioni
di vita dei cittadini sovietici riducendo appunto le spese militari. Ma l'economia sovietica si avviava ormai
verso il collasso in quanto il deficit del bilancio statale aveva raggiunto livelli altissimi.
Le riforme procedettero lentamente mentre si apriva la questione delle diverse nazionalità che
componevano l'Unione Sovietica. All'inizio del 1990 alcune repubbliche periferiche, come l'Armenia e le
repubbliche baltiche (Lituania, Estonia, Lettonia), e poi la stessa Russia, guidata dal nuovo presidente Boris
Eltsin, si avviarono sulla strada dell'indipendenza. Nel 1991 un gruppo di dirigenti del Partito comunista
tentò un colpo di stato, che segnò la disintegrazione dell'Unione Sovietica e la fine politica di Gorbacëv,
accusato da Eltsin di essere troppo debole. Gorbacëv era stato precedentemente indebolito proprio da
Eltsin, che aveva decretato la fine del partito unico in Russia.

13.3 LA CADUTA DEI REGIMI FILO-SOVIETICI


Intanto tutto il sistema politico comunista stava crollando. In Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria e
Romania nascevano, fra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, nuovi governi
fondamentalmente democratici. In Romania, il dittatore Nicolae Ceausescu venne destituito grazie a una
rivolta armata, che si concluse con un processo e la sua condanna a morte. Negli altri paesi, in genere, la
transizione democratica fu pacifica, soprattutto in Ungheria e Polonia, dove già negli anni precedenti erano
state avviate delle riforme. La fine del regime comunista nello Stato cecoslovacco portò, nel 1992, alla
separazione pacifica delle due regioni che lo componevano (la Boemia e la Slovacchia), con la formazione
della Repubblica ceca e della Repubblica slovacca. La crisi del regime comunista della Repubblica
democratica tedesca portò alla riunificazione della Germania.
Nella Repubblica democratica tedesca il governo comunista aveva continuato a negare ogni apertura
politica. Molti giovani emigravano perciò verso Occidente, alla ricerca di benessere e di libertà. Nel 1989 il
regime comunista cadde e la Germania si riunificò sotto la guida del democristiano Helmut Kohl, cancelliere
della Repubblica federale tedesca dal 1982. Kohl vinse anche le prime elezioni generali della nuova
Germania e rimase al potere fino al 1998, più a lungo di qualsiasi altro cancelliere.
Negli anni Ottanta la Chiesa esercitò un forte peso politico, grazie a Karol Wojtyla, il pontefice polacco
eletto nel 1978 con il nome di Giovanni Paolo II. Wojtyla appoggiò Solidarnosc, un movimento sindacale e
politico che si opponeva in Polonia al governo comunista, e fu intransigente nella condanna del marxismo.

Boris Eltsin, divenuto presidente della Russia, lo Stato più forte uscito dalla dissoluzione dell'Unione
Sovietica, dovette affrontare il difficilissimo problema della transizione da un'economica comunista,
interamente regolata dallo Stato, a un'economia capitalistica. Il malcontento popolare, derivante dalle
difficoltà economiche, portò al rafforzamento prima dei nazionalisti e poi dei comunisti. Nel 1998, in
seguito a una gravissima crisi finanziaria, Eltsin fu costretto a formare un governo sostenuto da una
maggioranza di cui facevano parte anche i comunisti. Un processo analogo si verificò anche in altri paesi
dell'Europa orientale dove, dopo un periodo in cui le destre vinsero le elezioni, gli ex comunisti ritornarono
al governo. I partiti comunisti, infatti, si erano rinnovati: avevano abbandonato l'idea di realizzare il
comunismo e miravano a garantire il mantenimento dello stato sociale, in difesa degli strati più deboli della
popolazione. In Russia il successore di Eltsin, Vladimir Putin, iniziò un'opera di risanamento economico,
rivolta anche a inserire pienamente il paese nel mercato mondiale. Putin inoltre riconquistò la Cecenia,
dove era iniziata una rivolta di nazionalisti e gruppi islamici. Questi però continuarono a combattere
attraverso azioni di guerriglia e attentati.

14. LA FINE DEL NOVECENTO FUORI DALL’EUROPA

14.1 IL LONTANO ORIENTE


In Asia il Giappone era la più forte potenza economica: la sua crescita, iniziata nei primi anni Ses-santa,
divenne imponente negli anni Ottanta e quando essa, verso il 1990, si arrestò, il Giappone era diventato il
maggior paese creditore del mondo. Anche il benessere aveva raggiunto livelli molto alti, ma solo dopo gli
anni Ottanta la popolazione giapponese era riuscita a ottenere aumenti salariali proporzionali alla crescita
economica del paese. Infatti, prima di allora, il Giappone aveva utilizzato la crescita economica per
incrementare il commercio con l'estero e raggiungere un ruolo di assoluto rilievo nel mercato mondiale.
Alla potenza economica non corrispondeva un'analoga potenza militare. Dopo il bombardamento atomico
subìto verso la fine della seconda guerra mondiale, i giapponesi avevano rinunciato ad avere le armi
nucleari, ormai indispensabili per affermarsi sul piano militare tra gli Stati più forti.

Un'altra grande potenza asiatica era la Repubblica popolare cinese. La morte di Mao Zedong nel 1976
segnò l'inizio di un nuovo periodo nella storia della nazione. Deng Xiaoping, rappresentante dell'ala
riformatrice del Partito comunista cinese, prese il potere nel 1978 e cominciò un'opera di demaoizzazione
del paese: venne infatti abbandonata la politica interna di Mao e vennero liquidati gli ultimi residui della
«rivoluzione culturale». Deng Xiaoping iniziò un processo di modernizzazione del paese, attraverso riforme
economiche, come la decollettivizzazione delle terre e la nascita di zone a economia mista, che diedero alla
Cina un periodo di sviluppo economico e stabilità politica. La crescita dell'economia diventò impetuosa
verso la fine del XX secolo e nel primo decennio del XXI: la Cina si trasformò in un immenso cantiere, dove
le maggiori città, arricchite dei più moderni edifici, assumevano proporzioni gigantesche e l'industria si
metteva in grado di esportare ingentissime quantità di merci a prezzi concorrenziali. Molte zone agricole
invece conoscevano ancora la povertà. Diversamente dal Giappone, la Cina aveva anche un potente
esercito, dotato delle armi più moderne.

L'India è la terza grande potenza asiatica. Come la Cina, deve risolvere i problemi posti da una forte crescita
demografica, ma sembra in grado di superarli e di poter diventare presto uno dei maggiori paesi industriali
del globo. Il governo indiano ha risolto le questioni legate all'incremento demografico grazie allo sviluppo
dell'agricoltura ottenuto con la «rivoluzione verde», cioè con moderni metodi di coltivazione, nonostante
l'opposizione di quanti sono legati alle antiche tradizioni. La cura dedicata all'istruzione ha consentito
all'India di contare su un grande numero di tecnici e di scienziati, in grado non soltanto di fornire i quadri
necessari alla crescita dell'industria e di rispondere così ai bisogni della società indiana, ma anche di fare
concorrenza sul mercato mondiale ai paesi economicamente più sviluppati, con l'offerta di servizi a costi
inferiori (ciò è reso possibile dalla globalizzazione e dallo sviluppo di internet).

14.2 IL VICINO ORIENTE


Agli inizi del XXI secolo il Medio Oriente costituiva una pericolosa zona di crisi, per la questione
palestinese. L'Egitto, infatti, sostenuto da una vasta coalizione di paesi arabi, attaccò per due volte lo Stato
di Israele (guerra dei Sei giorni nel 1967 e guerra del Kippur nel 1973), ma in entrambe le circostanze ebbe
la peggio e perse anche alcuni territori. Sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi esistevano forze moderate
che volevano la pace e forze che, invece, intendevano continuare a lottare. Nel 1964 venne fondata
l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), con il compito di rappresentare legittimamente i
palestinesi e nel 1969 ne diventò presidente Yasser Arafat. L'OLP venne subito riconosciuta dai paesi arabi,
ma non dagli israeliani, così come Arafat rifiutava di riconoscere l'esistenza dello Stato di Israele. Nel 1987
l'OLP promosse l'intifada: cioè una serie di som- mosse nei territori occupati da Israele dopo la guerra del
Kippur, con lancio di pietre contro i soldati e i coloni israeliani. Gli estremisti israeliani aspiravano a dare al
loro Stato i confini che gli erano attribuiti dalla Bibbia e quelli palestinesi volevano distruggere lo Stato di
Israele. L'ala moderata israeliana era guidata dal laburista Yitzhak Rabin, che nel 1993, grazie alla
mediazione degli Stati Uniti, riuscì ad incontrare Arafat, ponendo le basi per una soluzione pacifica della
crisi e per la nascita di uno Stato palestinese. Ma Rabin nel 1995 venne ucciso e la situazione precipitò
nuovamente. Da una parte riprese l'intifada, anche con attacchi armati da parte di gruppi palestinesi
estremisti, dall'altra il governo israeliano rendeva più dura la repressione.

Nel 1979 scoppiò in Iran una rivoluzione guidata da un movimento islamico, che aveva a capo l'ayatollah
Ruhollah Khomeini. Lo scià Reza Pahlavi, amico dell'Occidente, fu costretto ad andare in esilio, mentre in
Iran veniva instaurata una repubblica islamica. Nel 1980 l'Iran dovette combattere una sanguinosa e lunga
guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein. Il conflitto si concluse senza vincitori né vinti. Gli Stati Uniti si
schierarono con l'Iraq, per timore dell'integralismo iraniano. Ma nel 1990 Saddam Hussein invase e occupò
il Kuwait, minacciando le fonti di approvvigionamento petrolifero del mondo capitalistico. L'intervento
armato degli Stati Uniti, appoggiati dai paesi occidentali e col consenso dell'ONU, liberò il Kuwait, ma
Saddam Hussein rimase a capo dell'Iraq.

14.3 I BALCANI
Il crollo del comunismo ebbe effetti catastrofici sulla Jugoslavia. Alla morte di Tito (nel 1980) le strutture
unitarie si erano indebolite e l'esperimento dell'autogestione economica accentuò le differenze tra le parti
che componevano la federazione jugoslava. Esplosero tutte le tensioni, etniche e religiose, fino ad allora
soffocate ma non spente. La Slovenia nel 1991 chiese per prima l'indipendenza, seguita dalla Croazia, dalla
Macedonia e, nel 1992, anche dalla Bosnia-Erzegovina. La presenza di forti minoranze serbe in Croazia e in
Bosnia provocò guerre prima tra croati e serbi e poi, in Bosnia, tra serbi e musulmani. Queste guerre
furono inoltre caratterizzate dalle «pulizie etniche», che miravano all'espulsione o all'eliminazione delle
minoranze dai nuovi Stati. Nel 1998 i kosovari di origine albanese diedero inizio in Kosovo a una guerriglia
antiserba. Ma il presidente della Serbia, Slobodan Milosevic, tentò nel 1999 di attuare la «pulizia etnica» in
questa regione, provocando l'intervento della NATO a favore dei kosovari.
14.4 L’AFRICA
L'Africa appariva assorbita dalla difficile soluzione dei problemi interni, ma le drammatiche condizioni
economiche sembravano far prevedere future esplosioni. La Nigeria, grazie ai suoi giacimenti di petrolio,
era il paese dell'Africa subsahariana che poteva migliorare più facilmente il tenore di vita della sua
popolazione, ma nel paese esistevano tensioni etniche e religiose. Nel Ruanda e nel Burundi, una volta
diventati indipendenti, le rivalità tribali fra tutsi e hutu sfociarono periodicamente in massacri, assumendo
l'aspetto del genocidio. In Sudafrica verso gli anni Venti era nato l'African National Congress (ANC), un
partito che rivendicava i diritti dei neri e che nel dopoguerra venne messo fuori legge. Il governo boero
aveva adottato una politica di rigida separazione fra la popolazione bianca e quella nera, costretta a vivere
nelle riserve. Venne infatti impedito che si formasse una borghesia nera, per poter sfruttare il più possibile
la manodopera di colore nelle miniere e nel 1948 la separazione venne irrigidita con l'adozione
dell'apartheid. L'ANC minacciò di passare alla lotta armata e nei sobborghi abitati da lavoratori neri
scoppiarono delle sommosse duramente represse. Il maggiore leader dell'ANC, Nelson Mandela, era in
carcere dal 1962. La condanna internazionale si fece più dura e nel 1989 Botha, a capo del partito
nazionalista fu costretto a dimettersi. Mandela venne liberato nel 1990. Nel 1994 le leggi dell'apartheid
vennero abolite e si svolsero libere elezioni, vinte dall'ANC: Mandela diventò presidente.

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