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Per ritrovare il sentiero dello sviluppo occorre una

metamorfosi culturale
Posted on 16 agosto 2012 di luigideguidi

Mauro Magatti – Corriere della Sera 11/08/2012

Manca meno di un mese al Festival della Dottrina Sociale di Verona.

Mauro Magatti, preside della facoltà di sociologia dell’Università Cattolica, sarà relatore
venerdì 14 settembre all’interno della sessione “Cose nuove in economia e cose nuove nella
finanza”. Vi invio una sua riflessione pubblicata sul corriere la settimana scorsa. Buona
lettura.

La grande fase di espansione che ha caratterizzato il periodo compreso tra il 1989 e il 2008
si è mossa lungo due direttrici principali. Sul piano strutturale, la globalizzazione,
sostenuta da una vigorosa azione di deregulation, si è resa possibile grazie alla formazione
di un sistema tecnico integrato su scala planetaria, di cui il mercato e il sistema finanziario
costituiscono le architravi portanti. Sul piano culturale, l’ espansione della soggettività ha
alimentato una nuova ondata di individualismo caratterizzato da ricerca di autenticità,
apertura alle nuove esperienze, autodeterminazione etica. Per molti versi, le due direttrici
hanno mandato impulsi contraddittori: mentre la prima, di matrice tecnica, elevava
standard e competenze – da cui la pressione sui temi dell’ efficienza, della concorrenza,
dell’ innovazione – la seconda stimolava la ricerca del godimento, l’ improvvisazione, la
soddisfazione immediata. Per questo, la loro combinazione è stata difficile sia sul piano
economico-sociale sia su quello esistenziale. L’ Italia è entrata in questa stagione in ritardo
e appesantita dalla fine travagliata dell’ era democristiana. Quella che abbiamo chiamato
«Seconda Repubblica» è stata la cornice politica con la quale il nostro Paese ha fatto fronte
alle sfide della fase espansiva. Guardando attraverso questa lente il percorso seguito in
questi vent’ anni appare meglio comprensibile. A conti fatti, il nostro Paese si è concentrato
sulla seconda direttrice, senza prendere troppo sul serio la prima. Al di là dei punti di
eccellenza che pure sono presenti, nell’ insieme gli assetti della società italiana si sono
forgiati attorno a un «equilibrio di marginalità» che si è accontentato di ampliare gli spazi
della soggettività individuale senza assumere il vincolo posto dalla razionalizzazione
planetaria. I ritardi nel campo dell’ istruzione, della ricerca, della innovazione sintetizzano
tale disattenzione. Il gigantismo dello Stato – con il corredo della intermediazione politico-
amministrativa e, per conseguenza, del debito pubblico – è stato il grande gorgo attorno al
quale si è retto un tale «equilibrio». È dal bilancio di una mano pubblica che intermedia il
50% del Pil che sono state estratte le risorse per sostenere un intrico di interessi
conservativi che ha coinvolto settori dell’ economia, i principali soggetti della
rappresentanza sociale, ampie fasce della popolazione. Il risultato è stato un regime
confuso in cui però la rendita – finanziaria, immobiliare, pubblica, pensionistica,
lavorativa – e il consumo hanno avuto la meglio su investimenti, ricerca, formazione,
integrazione. Con il risultato di bloccare la crescita e aumentare le disuguaglianze, sociali e
territoriali. Il debito pubblico, che in una prima fase ha costituito il galleggiante di questo
equilibrio, col tempo si è trasformato in zavorra. Con l’ entrata in vigore dell’ euro, l’ Italia
ha cessato di crescere. Con la crisi finanziaria, l’ equilibrio è saltato. In sostanza, il Paese
non ha capito cosa sia stata veramente questa espansione, di cui ha colto solo gli aspetti
più superficiali. Forse, dopo il grande sforzo prodotto con la ricostruzione, una fase di
inerzia era fisiologica. Sta di fatto che il Paese si è progressivamente accartocciato su se
stesso, preferendo cullarsi in discorsi compiacenti che l’ autorizzavano a godersi un po’ di
quel benessere costruito nei decenni precedenti. Alla domanda: «come si fa ad affrontare
contemporaneamente tutti i problemi che con la crisi sono esplosi?» una risposta facile
non c’ è. Di certo è necessario recuperare il dislivello tecnico e cognitivo. Cosa che il
governo in carica ha cominciato meritoriamente a fare. Ma, come mostrano questi mesi, la
tecnica, da sola non basta. E questo per tre ragioni. In primo luogo, per colmare il ritardo
accumulato. Il Paese ha bisogno di tempo. Qualunque intervento produce sofferenza
immediata, mentre i benefici sono rinviati nel futuro. Per gestire questo intervallo
temporale, l’ appello all’ efficienza – pur necessario – non basta più. In secondo luogo,
invertire la rotta significa sfidare potenti interessi costituiti. Come dimostra l’ esperienza
del governo Monti, a parole sono tutti d’ accordo a innovare, salvo poi scoprire che sono
sempre gli altri a dover cambiare. Intraprendere una strada nuova comporta la costruzione
di un’ alleanza sociale tra le parti più avanzate del Paese e quelle che capiscono che il loro
futuro passa da un cambiamento, per quanto oneroso possa essere. In terzo luogo la
ripresa di un sentiero di crescita comporta una metamorfosi culturale che ci porti al di là
della banalizzazione gaudente da cui siamo stati sommersi in questi anni. La bellezza, la
creatività, il senso della giustizia e della legalità, il gusto per l’ eccellenza, il riconoscimento
del merito, lo spirito di solidarietà sono ingredienti indispensabili per la crescita. Come
Weber ci insegna, lo sviluppo riposa sempre su motivazioni più profonde, di
natura spirituale. Sciogliere questi tre nodi va al di là delle possibilità di un approccio
tecnico. È il compito della politica. Ciò di cui il Paese ha disperatamente bisogno è un
nuovo progetto di modernizzazione in grado di portarlo a ricomporre tecnica
e senso, competitività e integrazione sociale, capitale e lavoro e, in questo
modo, prendere parte alla nuova fase storica che si sta inaugurando.
Qualunque forma prenderà, «la Terza Repubblica» nascerà nel momento in cui questa
istanza che pulsa nelle fibre vitali di questo Paese troverà risposta.