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ALMA MATER STUDIORUM - UNIVERSITA' DI BOLOGNA

SCUOLA DI LETTERE E BENI CULTURALI

Corso di laurea in
Discipline dello spettacolo dal vivo

Titolo della tesi

Il teatro nella rete come opportunità per una riorganizzazione culturale:


analisi dell’offerta attuale e proposta della piattaforma Katathink.com

Tesi di laurea in
Storia dell’attore

Presentata da
Corrado Polini

Relatore Prof.ssa.
Anna Laura Mariani

Correlatore Prof.
Enrico Pitozzi

Sessione
Terza
Anno accademico
2013-2014
Indice

p.

1 Introduzione

5 1 - Internet come realtà tra tecnica e simbolo: una breve


contestualizzazione storica

39 2 - Internet come realtà tra tecnica e simbolo:


una breve contestualizzazione ecologica e antropica

3 - Il teatro nella rete. Analisi della proposta attuale

67 3.0 - Premessa al capitolo.


69 3.1 - I teatri nella rete.
77 3.2 - Il blog militante.
83 3.3 - Le riviste online e in formato e-book.
89 3.4 - Le riviste in formato cartaceo.
95 3.5 - L’archivio digitale, la ricerca e la “Rete critica”.

4 - Una proposta di piattaforma web in risposta alle nuove necessità:


Katathink.com

101 4.1 - Da dove nasce? Una breve sotria.


103 4.2 - Le scelte grafiche ed interattive.
105 4.3 - Un ecosistema di correlazioni.
109 4.4 - Ripensare la pubblicità.
113 4.5 - Dal blog alle considerazioni personali.
115 4.6 - Un campo di prova... La critica teatrale 2.0 - A.A. 2013/2014.

119 Conclusioni. Ovvero alcune prospettive future per Katathink.com

Appendici

127 1 - Intervista al consulente di front-end Stefano Peloso.


147 2 - Apparato iconografico.

161 Bibliografia

175 Sitografia
Introduzione.

Il medium internet è una realtà che in pochissimi anni è stato in grado di far nascere nella

mente umana un completo ripensamento delle prospettive presenti e future della sua presenza nel

mondo. Alcuni sono convinti che questo nuovo modo di pensare sia solo apparenza o sia solo una

maniera attraverso cui i mezzi di comunicazione tradizionali vogliono distrarre l’attenzione

pubblica da problemi più importanti e più contingenti. Altri invece, dopo un’analisi più attenta,

avanzano che la rete di internet, e lo sviluppo Tecnico, possano essere il volano attraverso cui

l’uomo può giungere sempre più a quella forma di individualità che lo può liberare da vincoli

sociali, tradizionali, economici e politici, e che quindi gli permette di vivere una vita all’insegna del

benessere collettivo legato sopratutto al “terzo settore”, quello culturale (Rifkin, 2011).

Il teatro, in quanto apparente al terzo settore, come si inserisce all’interno di questa nuova

prospettiva socio-comunicativa che è internet? Come si presenta al grande pubblico? Quali strategie

politiche attua per divulgare il suo messaggio artistico e politico? E ancora, essendo la disciplina

teatrale quella che, a nostro avviso, è quella che permette più di molte altre di avvicinarsi e di

toccare altre materie di studio, come promuove questa sua unica caratteristica che può fungere da

volano attraverso cui accedere al mondo delle informazioni culturali multidisciplinari?

Per sviluppare un tema così articolato si è deciso di cominciare contestualizzando il medium

internet all’interno della storia della Tecnica sia da un punto di vista storico che da uno socio-

antropologico. In questo modo è stato possibile osservare che la rete digitale è, di fatto, qualcosa di

assolutamente giovane ma con delle possibili ricadute di ordine millenario. Successivamente

abbiamo circoscritto l’area di interesse all’internet in Italia che tratta di teatro, la materia

multidisciplinare di nostro interesse. Abbiamo deciso di occuparci del teatro non solo in risposta

alla tipologia degli studi affrontati, ma perché dopo anni di confronto con le altre discipline siamo

giunti ad osservare che il teatro è, in effetti, una materia attraverso la quale è possibile, se non

indispensabile, avvicinarsi a molte altre tra cui antropologia, sociologia, architettura, storia,

1
archeologia, filosofia, religione ecc. Se si immagina il teatro al centro di un cerchio, possiamo

osservare che tutte le altre aree di studio gravitano attorno ad esso, pur essendo assolutamente

autonome e indipendenti. Da questa considerazione deriva che dal teatro è possibile osservare

l’universo culturale e, attraverso il suo studio, organizzare le molteplici informazioni e contenuti in

un motore di ricerca unito, stabile, europeo, che ha delle forti ragioni etiche ed espressive di esistere

poiché esigenze di questo tipo diventano sempre pi delle necessità per l’utente della rete.

Nel presente studio si è cercato di proporre una visione della Tecnica ben distinta dalla

tecnica, dove la prima vive di un profondo legame di continuità simbolica con il mondo naturale ed

il secondo, al contrario, è espressione di un pensiero superficiale della vita umana con conseguenze

devastanti sia per l’essere umano che per il mondo naturale a lui circostante.

La Tecnica è una modalità di espressione che l’uomo utilizza per manifestare il suo legame

— a struttura circolare — con la realtà naturale. L’arte, e quindi anche il teatro, in questa visione, è

una forma di Tecnica molto sofisticata ed avanzata. Si è cercato di proporre una metodologia

attraverso cui riuscire a distinguere un prodotto simbolico da uno scisso; uno presentativo da uno

rappresentativo; uno essenziale da uno superficiale. Alcune delle considerazioni che sono state

proposte hanno un carattere multidisciplinare in virtù del fatto che il Sistema Tecnico è qualcosa che

non è imbrigliabile all’interno di paradigmi legati ad una disciplina unica (Ellul, 2009), ma è una

caratteristica effettiva di ogni forma di produttività umana, inoltre è considerata sovrumana nel

senso che sta sopra alla coscienza dell’uomo e, se non viene compresa a fondo, rischia di diventare

una gabbia anziché un mezzo di liberazione individuale.

I primi due capitoli fungono da contestualizzazione teorica del medium internet. Il primo si

occupa della collocazione storica della tecnica e del simbolo. Il secondo capitolo si apre con

l’analisi dell’ambiente partendo dal concetto tedesco di Stimmung. Si è deciso di utilizzare questo

termine perché si compone di sfumature di significazione che in altre lingue non possiede. È, infatti,

2
una specie di sintesi dei significati che “ambiente” assume nelle altre lingue. Nel terzo, sono stati

analizzati e discussi alcuni website italiani che trattano la materia teatrale. In questo capitolo si ha

avuto come unico obiettivo quello di mostrare alcuni ambienti virtuali appartenenti a categorie di

siti web differenti, così da cercare di identificarne una, o più, che mostrino al loro interno una reale

preoccupazione estetica e funzionale per la promozione teatrale.

Il quarto ed ultimo capitolo è il risultato diretto dei primi tre poiché presenta, e propone, una

nuova piattaforma web chiamata Katathink.com. Questo nuovo progetto che riguarda internet vive

di molteplici caratteristiche; alcune sono state analizzate e riproposte, altre invece, per motivi di

proprietà aziendale, non è stato possibile presentarle in questa sede. Quelle di nostro interesse, però,

sono state organizzate in sottocapitoli che riguardano la sua storia, le scelte grafiche e comunicative,

cosa significa correlare e come si distingue dal comune link, il sistema pubblicitario che propone,

come pensa di rivalutare il blog e, soprattutto, il campo di prova in cui è stato inserito tra ottobre e

novembre del 2013, ovvero il Laboratorio di critica teatrale diretto dalla Professoressa Laura

Mariani.

In appendice sono state inserite alcune immagini rappresentati i siti web analizzati nel terzo

capitolo e un’intervista fatta al professionista del web Stefano Peloso, il quale ci ha concesso

cortesemente di essere inserito all’interno del nostro studio.

Questo lavoro è stato possibile in primo luogo grazie alla disponibilità e alla gentilezza delle

persone che hanno sostenuto il progetto Katathink fin dai suoi primi albori.

Ringrazio di cuore la Professoressa Mariani che ha accolto, appoggiato e migliorato il

progetto inserendolo all’interno di un Laboratorio da Lei diretto. La ringrazio inoltre per aver

creduto in un progetto tanto ambizioso e per avermi aiutato nella stesura del presente lavoro.

Ringrazio il Professor Pitozzi per la sua dedizione e precisione nei consigli riguardanti tanto

presente studio, quanto Katathink.

3
Ringrazio il Professor Guccini per essersi messo a disposizione per discussioni, confronti e

critiche di Katathink oltre che per un suo sostegno per i risvolti futuri in ambito teatrale.

Per gli stessi motivi ringrazio la Professoressa Laura Corti e il Professor Roberto Mancini.

Ringrazio il Professor Longhi senza il quale non avrei scoperto il mio amore nei confronti

del teatro con suoi risvolti tanto emozionali quanto scientifici.

Un ringraziamento speciale va anche a tutti gli amici, parenti, professionisti (troppo

numerosi per essere elencati) che con amore e pazienza hanno dato il loro sostegno a me e ai miei

progetti, tra cui quello qui presentato.

4
1 — Internet come realtà tra tecnica e simbolo:
contestualizzazione storica.

Se provassimo ad immaginare cosa sia internet o, come viene oggi chiamata, la rete, ci si

renderebbe conto fin da subito che non si è di fronte ad una missione semplice. Anzi, è un compito

che diventa presto un’impresa. Le prime immagini che ci si presenterebbero nella mente

riguarderebbero probabilmente l’ultimo sito web visitato, oppure quello che si aveva intenzione di

interrogare prima di cimentarsi in un esperimento simile. Con un po’ di sforzo proveremmo ad

allargare la veduta per trasformarla il più possibile a «volo d’angelo» —dall’alto — e allora al

fianco dell’immagine statica e fissa che si aveva prima, improvvisamente ne comparirebbe un’altra,

e un’altra, e un’altra ancora, fino a vedere una serie di immagini sempre più sfuocate che, anziché

avvicinarci al raggiungimento del nostro obiettivo, sembrerebbe che ce ne allontanino sempre più,

confondendo i contorni, disgregando le parole e facendo diventare quelle che prima erano figure

determinate, semplici macchie di colori più o meno monocromatici che sembrerebbero non avere

una relazione l’uno con l’altro. È presto comprensibile che come metodo ha delle lacune. Quindi se

per riuscire ad avere una idea figurata nella nostra mente di ciò che può essere, oggi, internet,

cercassimo immaginarla come una città?

Immaginiamo di chiudere gli occhi e di trovarci su di una strada. Ai suoi lati piano piano

cominciano ad ergersi degli edifici; poi le loro finestre, le porte, le grondaie, le imposte, le tegole sui

tetti, e ad un certo punto anche la strada su cui ci troviamo cambia il suo aspetto e diventa

“migliore”, più raffinata secondo il nostro gusto personale. A questo punto ci rendiamo conto che

possiamo muoverci, possiamo girare la testa in ogni direzione, e assumiamo coscienza del nostro

corpo. Innanzitutto le mani e le braccia, poi le gambe e i piedi, e prima che ce ne rendiamo conto

siamo in grado di piegare le ginocchia e di camminare autonomamente.

Tuttavia questo spazio in cui ci troviamo è come se generasse in noi una certa forma di

terrore. Una paura nel fare virtù della meravigliosa capacità di movimento che abbiamo appena

5
appreso. E quando questa paura è pienamente maturata, alla nostra destra compare un’insegna

colorata, sopra ad una porta, al cui fianco appare anche un’ampia vetrata che ci mostra il suo

interno. Ci piace. Allora la paura si trasforma in curiosità, e le gambe cominciano ad esplorare

quello spazio che fino a poco prima ci sembrava così pericoloso. Ci avviciniamo a quella vetrata

circondata di colori e scopriamo che al suo interno vi sono oggetti che ci attraggono. Vogliamo

entrare e andiamo in cerca della maniglia che, appena viene afferrata, perde di importanza, perché

notiamo un riflesso sul vetro. Un riflesso interessante, che mostra un altro colore, completamente

nuovo. Lasciamo andare la maniglia della prima porta per dirigerci verso la seconda. A metà strada

tra la prima e la seconda ne compare una terza. Non è molto lontana e decidiamo di raggiungerla.

Facciamo qualche passo e ne compare una quarta, poi una quinta, una sesta, una settima e così via.

Prima che abbiamo modo di rendercene conto, siamo circondati da edifici con mille colori, mille

vetrine e infiniti oggetti che attraggono la nostra attenzione ed il nostro piacere. E li vorremmo tutti

quanti. In men che non si dica siamo di nuovo fermi, immobili, non più terrorizzati, ma bloccati

poiché sappiamo che ogni passo verso una meravigliosa vetrina è anche un passo che ci allontana da

una migliore, se possibile.

Abbiamo deciso di usare questa forma di stimolazione all’immaginazione per far notare

quanto, in realtà, può rivelarsi complicato cercare di visualizzare un mezzo di informazione e

comunicazione, quale è internet, che ognuno di noi usa quotidianamente.

La forma della città, tuttavia, risolve qualche questione per aprirne delle nuove. È da

sottolineare che la città che internet ci fa visualizzare è una città dalle caratteristiche novecentesche,

sviluppata però negli anni Duemila. È una città ricca, ricchissima di vetrine, di negozi, di pubblicità.

Sotto, sopra, a destra, a sinistra, davanti e dietro. Tuttavia appare come luogo vuoto, senza alcuna

anima viva, se non la nostra. È un luogo in cui sembra possibile poter far tutto ciò che ci passa per

la mente ed esprimerci attraverso qualunque forma. Tutto appare come reale ma, reale, lo sappiamo,

non è. Come è possibile capire però che non è realtà quella che abbiamo davanti? La realtà è

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caotica, irrazionale. È priva di interminabili linee rette. Non ci presenta “semplicità e razionalità

tecniche”1, è ricca di stradine strette e dissestate, di muri storti e di pietra, i luoghi appaiono come

sperduti e paurosi, non sono già compresi a colpo d’occhio e sono privi di misticismo e magia. Ciò

che reale o, per meglio dire, naturale, non è, si manifesta in tutte le possibilità tecniche che l’uomo

ha creato e messo a sua disposizione squisitamente per l’uso da parte sua, e sua soltanto. Verrebbe

da dire che l’immagine che rappresenta internet che si è creata nella mente di molti di noi, in

precedenza, sia irreale, mentre quella che era nebulosa, iniziale, priva di corpo, di ricerca e di

confini, sia sicuramente più vicina alla nostra idea di realtà. In altri termini il conflitto sembra

trovarsi tra pulsione naturale ctonia e desiderio razionale di perfetti tecnicismi. Probabilmente

entrambe le posizioni peccano di ambire ad essere vere e assolute, caratteristica sempre troppo

presente nel pensiero umano che non accetta il caos. Jacques Ellul, filosofo francese, nel suo libro

sul sistema tecnico, pietra miliare per chi intende affrontare studi sul meccanismo che lega l’uomo

alla téchne, ci suggerisce però che sembra esistere un luogo in cui le due realtà, e qui la nostra

metafora di internet come città prosegue, possano coesistere.

Gli Svedesi ce l’hanno fatta — grazie ad una pianificazione rigorosa e ad un efficace sistema

di trasporti urbani, con il rinnovo del centro di Stoccolma e la creazione di sana pianta di nuove

città in periferia -, sono giunti a una tecnicizzazione quasi perfetta del tessuto urbano realizzando un

ambiente gradevole.

Se prendessimo il caso di Stoccolma, e chi ha avuto il piacere di visitarla può confermare le

parole di Ellul, e lo applicassimo alla teoria di internet come città, che tipo di realtà ne nascerebbe?

Potremmo ipotizzare una realtà in cui la dimensione della concretezza oggettuale e quella

ideologica astratta in qualche maniera coesistano o, estremizzando un po’, coincidano. È un tipo di

realtà che in discipline architettoniche è già stato affrontato, ed è all’ordine del giorno nel dibattito

sul futuro: Stoccolma in Svezia, San Antonio negli Stati Uniti d’America, e molte altre nel mondo2.

1 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 65.

2 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Oscar Mondadori, 2012.


7
Ma per quanto riguarda la dimensione della connessione umana via etere, che tipo di realtà viene

costruita dagli operatori del settore? Ma soprattutto, come viene percepita dall’Homo Sapiens?

Prima di procedere all’interno dello studio, è necessario ricercare alcuni significati profondi

che guidano la nostra ricerca e che sono necessari per strutturare le fondamenta su cui costruirne di

nuovi.

Prima di affrontare ciò che viene inteso quando si parla di tecnica, si rivela necessario dare

un possibile significato di ciò che si cela dietro al simbolico. Per farlo ci avvarremo del pensiero di

Lewis Mumford contenuto nel suo testo Arte e tecnica, e sostenuto, in parte, da studi affrontati dalla

studiosa statunitense Camille Paglia.

Abbiamo parlato di tecnica. Ma cosa si intende con la parola tecnica? Che significato ha in

senso esteso e, prima di tutto, come si rapporta al simbolico, suo predecessore, e allo strumentale

suo successore3?

Innanzitutto cosa è un simbolo? Cosa è simbolico? Chiaramente non abbiamo nessuna

pretesa di coprire interamente l’estensione della ricerca che si apre ponendo domande simili.

Vorremmo però iniziare un percorso di indagine che ci aiuti a comprendere un significato di tale

parola — a noi così remoto — per poter anche solo intuire parzialmente ciò che vi si cela oltre. Ci

sarà utile, oltre che per cominciare a porci delle domande in tal senso, anche per aprire una veduta

su come la dimensione teatrale si inserisce nel nostro discorso, il quale propone dialoghi tra

molteplici discipline tra le quali l’antropologia, la teatrologia, la storiografia e la sociologia.

Il dibattito sulle origini dei tempi e della cultura sono materia specialistica di studiosi e

ricercatori di tutto il mondo. Interrogando l’enciclopedia Treccani online, si parla di simbolo come

“qualsiasi cosa, […] la cui percezione susciti un’idea diversa dal suo immediato aspetto sensibile.

3 Collochiamo la tecnica tra il simbolo e lo strumento, così come li presenta Lewis Mumford nel suo testo Arte e tecnica (Milano,
ETAS, 1980). L’autore lega il simbolo ad una dimensione ctonia dell’esistenza, in cui non vi è scissione tra il mondo naturale e il
mondo umano. Un primo distaccamento vi è quando l’uomo comincia a violare i tabù degli dei non procurandosi più il cibo con le
mani, ma attraverso l’utilizzo di utensileria che, tuttavia, deriva dalla natura e torna alla natura. Con strumento si intende l’ultimo
stadio del processo, ovvero quando l’uomo comincia a produrre supporti e protesi di sé senza la base e senza l’orizzonte del mondo
naturale in sè.
8
L’originaria funzione pratica, prevalente ma non esclusiva, è sostituita dalla funzione

rappresentativa […]”4

In questa descrizione si può notare come sia evidente lo spostamento che il simbolo crea tra

il contenente e il contenuto. In termini semiotici tra il significato e il significante5. Uno spostamento

che mette in evidenza lo slittamento che crea distanza tra il presentare qualcosa ed il rappresentare

qualcosa. Presentare significa essere, rappresentare significa imitare. Questa definizione tuttavia non

soddisfa pienamente le nostre esigenze. Ci appare già soggetta al pensiero tecnico il quale tende a

non accettare la possibilità di una unione naturale poiché tende alla separazione come vedremo più

avanti. Interrogando il dizionario etimologico possiamo andare a scovare dei significati più

reconditi della parola simbolo.

In antico […] si disse Simbolo la «tessera hospitalitatis», cioè l’anello o altro contrassegno,

che suoleva rompersi in due pezzi, i quali conservati da due famiglie servivano poi sempre

alle persone ad esse attinenti per comprovare l’ospitalità data e ricevuta […]6

Questa definizione ci appare indispensabile da affiancare a quella data da Treccani poiché

mette in gioco un significato prima non inteso, ovvero quello di unione. Qualcosa viene diviso per

legare due parti. Ma quel qualcosa prima della scissione era unito in una forma unica, indissolubile

che, tuttavia, con la sua secolarizzazione subisce un processo tecnico di separazione, la quale rompe

l’unicità simbolica per renderla umana, razionale. La presenza improvvisamente diventa rap-

presenza.

Il concetto di presenza, e di molte sue possibili sfumature e significati, è sul tavolo di

discussione di molti luoghi di studio e ricerca. Il fatto che fosse sulle labbra e sulle penne di molti

ha fatto nascere l’esigenza di un suo studio sistematico che potesse diventare asse attorno al quale

4 Enciclopedia Treccani online, www.treccani.it, alla voce “Simbolo”.

5 Patrizia Magli, Semiotica. Teoria, metodo, analisi, Padova (PD), Edizioni Marsilio, 2004.

6 Dizionario etimologico online, www.etimo.it, alla voce “Simbolo”.


9
iniziare a porre interrogativi a discipline differenti, da un lato, e che unisse in un unico volume

alcune opinioni fino a prima disseminate, dall’altro. Il volume in questione è il numero 21 della

rivista “Culture Teatrali”, intitolato per l’occasione “On presence”7. Il concetto di presenza si

articola e sviluppa attraverso molteplici discipline, le quali tuttavia sembrano attingere come fonte

ideologica e referenziale primaria a quella delle arti performative; del loro studio e osservazione

nell’oggi come nel passato. Affrontando il testo in questione sembra presentarsi a noi un’immagine

di presenza come di essenza. Una essenza che crea un legame con le intenzioni e le proiezioni

mentali di chi va attuando una determinata idea. Lo studio delle intenzioni come fulcro della vita

dell’essere umano e la loro analisi in funzione dei luoghi e degli effetti che crea negli altri esseri

umani crediamo possa essere centro di una ricerca più estesa che, tuttavia, in questa sede non

affronteremo e che ci limitiamo a suggerire.

Essere presenti significa, prima di tutto, essere. Ma l’essere, è necessariamente legato alla

presenza o possiamo immaginarlo anche come assenza? Hans-Thies Lehmann sembra pensarla in

questa maniera quando dice che “l’intensità della presenza è esperita ancora di più come assenza,

frattura, privazione; come perdita, violazione, impressione, mancanza, terrore.”8

A ben guardare, sono parole che possono essere applicate anche alle “visioni percettive” che

guidavano gli antichi attraverso la scoperta del mondo e dei suoi segreti e che, in maniere

meravigliosamente poli-espressive, si manifestavano in culti e rappresentazioni di quelle presenze

che li legavano con il mondo naturale attraverso una connessione di tipo simbolico.

Queste forme di presenza hanno probabilmente a che fare con l’idea di aura. Quell’aura che

circonda certe manifestazioni dello spirito che vengono spesso etichettate come “arte”9, oppure che

diventano legame tra un frutto del mondo naturale ed un altro. “Seguire, in un pomeriggio d’estate,

7 Enrico Pitozzi (a cura di), On presence, n.21, in Culture Teatrali, Porretta Terme, I Quaderni del Battello Ebbro, 2011.

8 Ibid. P. 18.

9 Da questo momento utilizzeremo la parola arte nel suo contesto primariamente performativo e successivamente musicale e
figurativo. Considereremo comunque tutte le sue accezioni.
10
una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa —

ciò significa ispirare l’aura di quelle montagne, di quel ramo.”10

Walter Benjamin in questo passaggio tratto dal suo saggio capostipite sulla riproducibilità

tecnica e delle sue conseguenze sullo spirito umano, parla del legame in-pressionante che si crea tra

i tre elementi che lo compongono: dei monti, una persona sdraiata all’ombra di un ramo, ed il ramo

stesso. L’immagine che sente colui che è sdraiato è un’immagine priva di descrizioni. È una

immagine tutta sentita e non vista, non spiegata e quindi non rappresentata bensì esclusivamente

manifesta. Si potrebbe pensare che la sinergia creata da questi tre elementi non sia altro che la

prossimità tra oggetti scientificamente spiegabili e facilmente scindibili e analizzabili

separatamente. Tecnicamente parlando questo è vero, ma l’emozione sentita da colui che sente

come un unico insieme quegli elementi facenti parte di realtà apparentemente separate, è il collante

che rende impossibile l’analisi di quella visione. L’ombra del ramo proietta sull’uomo sdraiato se

stessa, la quale trasporta e lascia vedere il profilo di montagne disegnate da raggi luminosi che

legano tutto (ogni elemento della visione) trasmettendo nel corpo di colui che è oggetto e soggetto

della contemplazione, vibrazioni emozionali che non possono essere slegate dall’energia liberata dal

momento.

Il concetto di aura sembra, nel discorso di Benjamin, legato in via indissolubile alla

peculiarità della sua unicità, vale a dire la sua impossibilità ad essere riprodotta tecnicamente,

scissa, disgiunta e, quindi, in una parola, può essere definita simbolica.

Ad un certo punto, però, dopo aver vissuto questa esperienza come in un luogo mitico,

lontano nel tempo e nello spazio; spazio indissolubile e irraggiungibile, perfetto e idilliaco anche se

caratterizzato da aspetti positivi e negativi che, tuttavia, vivono di una loro morale profonda, la

quale determina il trascorrere del tempo in un equilibrio senza tempo, l’uomo inizia a manifestare

una tendenza ad utilizzare i prodotti di quel mondo naturale.

10 Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 2000, p. 25.
11
L’utilizzare necessita di una utilità, e quindi di un bisogno presente o futuro. Possiamo

immaginare che prima si sia sviluppato il bisogno di soddisfare necessità contingenti e solo

successivamente, una volta appreso che quei prodotti erano sempre disponibili, sia nato il pensiero

di conservare o portare con sé un determinato oggetto, per poterlo utilizzare in un secondo

momento. Nasce la percezione del tempo e con lei la possibilità che il tempo sia dopotutto

scindibile e, in qualche forma, prevedibile. Se ciò è vero allora è possibile agire sull’ora,

sull’adesso, affinché qualcosa accada nel poi, nel dopo. Una sorta di senso di inspiegabile coscienza

dell’esistenza inizia a farsi strada, e nonostante non riesca a spiegare molti fenomeni naturali, riesce

ad aiutare l’uomo ad aiutare l’uomo stesso. L’homo nel neolitico scopre che può costruire

i contenitori — tazze, cesti e anfore — per la conservazione delle granaglie. Con la

conservazione del surplus, l’uomo creò la possibilità, per la prima volta, di pianificare in

anticipo, proteggendosi dalla bizze della natura e ottenendo il controllo sull’ambiente.11

Questa nuova forma di coscienza cambia radicalmente l’approccio con cui gli uomini

vivono la loro esistenza al mondo. Da quell’istante tutto cambiò, e ciò che prima era dettato e

governato dagli equilibri casuali della natura, ora può essere in parte gestito direttamente

dall’attività umana, dal suo lavoro e dalla sua capacità di programmarlo e gestirlo. Questa nuova

tipologia di attività non ha solo gettato le basi per l’economia contemporanea, ma anche per delle

nuove forme di educazione, di credenza, di fede e di riproduzione. Questo nuovo modo

programmatico di vivere la propria esistenza — e quella degli altri — è il primo passo verso una

vita di ordine tecnico e, quindi, strumentale.

11 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Oscar Mondadori, 2012, p. 178
12
Abbiamo affermato che tra la vita di tipo simbolico e quella di tipo strumentale ve n’è

un’altra, che è fondamentale per rendere attuabile proprio quella strumentale, ed è quella di tipo

tecnico.

Per affrontare questa parte dell’evoluzione umana, che caratterizza tutt’oggi il pensiero del mondo

occidentale, è necessario fare una piccola premessa che può apparire come fuorviante, è tuttavia

indispensabile indispensabile per contestualizzare a livello storico l’evoluzione della comunicazione

attraverso lo sviluppo delle capacità tecniche e strumentali.

Nel quarto millennio a.C. si cominciarono a formare, nelle grandi valli fluviali del Medio

Oriente e dell’Asia occidentale, le prime società agricole urbane fondate sull’irrigazione. Perché

questo dato è importante per noi? Lo è nella misura in cui in questa fase della storia gli uomini

hanno esponenzializzato quel processo che li ha portati da piccole tribù sparse per le foreste (ancora

in parte simboliche), ad unirsi per costruire grandi edifici ed estese città, che poi hanno portato alla

nascita degli imperi (tecnocratici). Ma come si è reso possibile questo passaggio così radicale?

Come era possibile organizzare tutto quel complicato sistema di delicata organizzazione civile e

sociale manifestata in un intricato complesso di lavori e mansioni? Attraverso la scrittura.

Praticamente ovunque siano nate complesse civiltà agricolo-idrauliche su vasta scala — in

Medio Oriente come in India, in Cina come in Messico, ecc. — finalizzate allo sfruttamento

dell’energia solare attraverso i naturali processi di fotosintesi dei cereali, l’uomo ha

inventato, in modo indipendente, una qualche forma di scrittura per organizzare la

produzione, la conservazione e le attività logistiche12.

La scrittura è stata l’attività che ha, per prima, su larga scala, iniziato l’uomo alle attività

scientifiche —poiché deterministiche — e, di conseguenza, lo ha allontanato dalla caotica realtà

12 Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, Milano, Oscar Mondadori, 2010, p. 180.


13
naturale (dionisiaca, femminea13) per avvicinarlo sempre più a sovrastrutture, in senso marxiano,

squisitamente apollinee, mascoline.

L’uomo, con le sue sovrastrutture ha portato alla nascita e allo sviluppo dell’individuo (che

affronteremo più avanti). In questo modo ha dato spazio ad ansie e nevrosi che si manifestarono in

lui. La scissione e l’allontanamento dall’universo naturale, che è stato in grado di mettere in atto, lo

ha portato a distaccarsi dalla dionisiaca realtà simbolica che fino a qualche tempo prima lo

abbracciava. Improvvisamente gli sembra che il mondo che gli è attorno non gli basta più. Non è

più in grado di accettare le grandi energie e forze della natura. Non è più capace di aspettare risposte

da dèi e spiriti. Ora ha bisogno di cercarle da sé le risposte e, in una certa misura, di crearsele.

Ormai quello che prima era un riparo in una caverna naturale diventa un palazzo fatto di pietre e

mattoni di malta; quello che prima era una pioggia ora è irrigazione; ciò che prima era sole ora è

energia per le coltivazioni; e ciò che prima erano rapporti distribuiti e laterali ora sono gerarchici e

politici.

Tuttavia la nascita della scienza, come sovrastruttura, si può dire che è una forma di

rappresentazione della vita, anziché una sua presentazione poiché descrive le azioni e i meccanismi

che la vita muove. “La scienza è un metodo di analisi logica dell’azione della natura.14” Da quando

l’uomo si è scisso dall’azione della natura, ha generato in sé ansie, che a sua volta l’uomo (come

lato mascolino dell’essere) è stato in grado di nascondere, più che placare, attraverso lo studio

scientifico che, e non è casuale, fa perno proprio sulla possibile scindibilità del mondo e del creato.

L’apollineo a questo livello è completamente realizzato.

Da questo punto di vista ogni costrutto dell’uomo, a cominciare dall’alfabeto, per arrivare

all’erezione di grattacieli, è all’interno di una dimensione di ordine apollineo, tecnico.

13 Camille Paglia, Sexual Personae, Torino, Einaudi, 1993.

14 Ibid., p. 8.
14
[la scienza] ha attenuato l’ansia dell’uomo riguardo al cosmo dimostrando la materialità

delle forze naturali e la loro frequente predicibilità. Ma la scienza è pur sempre un gioco a

mosca cieca. La natura infrange le proprie regole quando più le piace. La scienza

occidentale è un prodotto della mentalità apollinea: la sua speranza è che per mezzo della

designazione e della classificazione, per virtù della fredda luce dell’intelletto, la notte

arcaica possa essere respinta e debellata. Nome e persona sono parte della ricerca della

forma da parte dell’Occidente15.

Economia. Politica. Filosofia. Arte. Tutte discipline che possono rispondere al rifiuto della

natura da parte dell’uomo e dell’uomo da parte della natura, in quando figlie della separazione

tecnica post-simbolica. Dioniso, lo ctonio, subterreno, ora diventa Apollo, la superficie, e

l’intelletto. A questo punto non c’è più spazio per il culto del femmineo. La cultura delle arti e

dell’economia si fanno spazio a gomiti larghi, liberando l’uomo dai capricci atmosferici e dagli

svantaggi della geografia. La natura ora è tenuta e debita distanza. In realtà ciò non è

completamente reale poiché ciò che noi abbiamo presentato come una contrapposizione tra bianco e

nero vive di molte tonalità di grigio. Una realtà, nei suoi effetti, non può esistere senza il suo

contrario. Con il nostro ragionamento desideriamo estremizzare al massimo i significati così da

renderli più chiari. In questo modo è possibile notare delle tendenze generalizzate più che delle

verità specifiche.

In realtà nel periodo compreso tra IV millennio a.C. e il V secolo a.C., (lasso di tempo che

antecede la nascita della filosofia occidentale) in quell’area geografica compresa tra il Medio

Oriente e la Grecia, non è ancora così. Non completamente almeno. La grande scissione di cui

abbiamo parlato, in termini così radicali, è in realtà un prodotto a noi più vicino nel tempo: è figlio

dell’illuminismo settecentesco. Si è rivelato comunque necessario estremizzare il discorso affinché

risultasse più chiaro e così facendo la sua espressone risultasse meglio comprensibile. La realtà

15 Ibid. P. 9.
15
legata alle città, al controllo dell’irrigazione e degli allevamenti di cui abbiamo parlato, possiamo

indicarla dunque più vicina alla logica strumentale rispetto a quella strettamente tecnica. Lo

strumento nasce dall’uomo, attraverso l’uomo, e per uso e consumo dell’uomo soltanto, non

comprendendo più nell’equazione l’incognita della natura.

Ma a questo punto la domanda iniziale non ha ancora avuto una risposta soddisfacente. Che

cosa è la tecnica?

Abbiamo usato a più riprese il termine tecnica rimandando sempre il momento di una sua

spiegazione. Dobbiamo cominciare col dire che affrontare questo tema con la pretesa di esaurirlo

sarebbe segno di un atteggiamento pretenzioso. Ci limiteremo dunque a cercare di tracciare delle

linee che possano aiutarci a iniziare un percorso di comprensione di tale concetto che meriterebbe di

essere disciplina a sé.

Esiste un rapporto stretto tra tecnica e macchina (o strumento)? Sembrerebbe di sì. Fin da

quando l’uomo è andato in cerca di oggetti naturali sagomati col fine di utilizzarli per bere, cacciare,

scavare, tessere i tendini di animale, ha gettato le basi per la creazione di un mondo tecnico e ricco

di macchine. Il processo mentale di ricerca ed esplorazione della realtà per la ricerca di tali utensili

ha presto portato il cervello umano a voler creare da sé tali oggetti, per sfuggire alla vulnerabilità

della geofisica e del clima, con il risultato ingegnoso di miscelazioni tra tali oggetti naturali. Il

primo fra tutti sembra essere l’ascia. Un ramo con annessa una pietra levigata e, poi, legata con

tendini animali16. Questa forma di costrutto antico è in realtà un oggetto dalla complessità notevole,

in termini di progettazione. Un ramo si è trasformato in una leva, una pietra in un utensile tagliente

e la gamba di un animale in un filo. Le trasformazioni di questi elementi naturali in elementi

artificiali ha ben presto messo in moto una rapido susseguirsi di ricerche e di incontri tra uomini che

desideravano ottimizzare l’oggetto artificioso che avevano tra le mani. In questa maniera

16 Lewis Mumford, Tecnica e cultura, Milano, il Saggiatore, 1961, p. 81.


16
i processi inventivi sono accelerati, è sorta una moltitudine di nuovi bisogni, le esigenze di

una vita in ambiente ristretto e di una limitata disponibilità di cibo portano a nuovi

adattamenti ed allo sforzo dell’ingegno, e nel momento stesso in cui si allontanano dalle

primitive condizioni gli uomini sono obbligati a trovare dei sostituti agli artifizi più rozzi

che avevano una volta permesso la loro sopravvivenza.17

In altri termini il pensiero tecnico, una volta avviato, è in grado di autosostenersi e, non solo,

è anche in grado di autoalimentarsi. La mentalità che risponde ad esigenze di ordine tecnico tende

ad innescare nell’uomo che la vive e non l’ha ancora compresa, una forma di pulsione profonda,

quasi ansiosa, e sicuramente laboriosa, di dover fare o, per meglio dire, produrre.

Possiamo dunque affermare che la tecnica è in realtà un prodotto? La risposa è no. La

tecnica è quella forma di pensiero avanzato che ha portato al bisogno e, successivamente, alla

realizzazione del prodotto. Quando si parla di tecnica e di separazione dal «mondo naturale» si ha

come l’impressione che sia una cosa negativa. Sembra che la profonda pulsione umana di ritorno ad

uno stadio primordiale, perfetto, naturale, con lo sviluppo tecnico decada o che, ancor peggio, sia

una strada da cui è impossibile allontanarsi. Un senso di angoscia generato dall’impossibilità di

azione improvvisamente nasce nella nostra mente, e l’unico modo per placarla temporaneamente

sembra essere proprio il fare, il creare, il produrre. Questo finché l’insoddisfazione per un prodotto

imperfetto non innesca altre scintille ansiose. Assumendo una posizione critica, diventa davvero

possibile credere che il mondo tecnico sia così negativo come lo percepiamo? Max Weber, il

sociologo tedesco che visse a cavallo tra il XIX e il XX secolo, sosteneva che

La tecnica di un’attività è la somma dei mezzi necessari al suo esercizio in

contrapposizione al senso o allo scopo dell’attività […] La tecnica razionale è la messa in

17 Ibid. Pp. 79 e 80
17
opera di mezzi orientati intenzionalmente e metodicamente in funzione di esperienze, di

riflessioni e di considerazioni scientifiche18

Nelle sue parole si può rilevare come l’obiettivo, le intenzioni dell’uomo determinino quello

che fa. Un uomo è in grado di concepire un’idea e, in seconda battuta, di maturarla. Ma siamo

tuttavia sempre in una dimensione astratta, mentale. Presupponiamo che la convinzione di questa

persona nei confronti della sua idea raggiunga picchi così elevati da persuadersi che sia in una

qualche maniera utile, funzionale all’uomo, ma non sa come concretizzare il suo pensiero. Costui

avrà il preciso compito di inserirsi all’interno di una mentalità progettuale; ovvero farà di tutto

affinché la sua visione trovi la via — o le vie — che la rendono tangibile19. Se ci poniamo

all’interno di un’ottica simile ci risulta impossibile non considerare il prodotto, l’oggetto, creato dal

un essere umano come un «bene culturale»20. Tutto ciò che viene realizzato, di fatto, ha dovuto

superare delle prove che lo hanno messo in crisi sotto molteplici punti di vista, soprattutto se inseriti

all’interno di un mondo industrializzato dove il prodotto prima di rendersi disponibile necessita di

superare molti step sia progettuali che esecutivi. E poi questi frutti artificiali che fine fanno?

Diventano esperienza. Spunti di riflessione e di analisi scientifica, in alcuni casi. Beni culturali

dunque. Un esempio si è avuto quando il “motore a vapore [suggerì] a Carnot le sue ricerche sulla

termodinamica”21. Le leggi della termodinamica o «leggi dell’energia», va ricordato, sono quelle

che Einstein definì come le uniche in grado di superare il tempo senza essere rigettate o

modificate22.

La tecnica è un processo attraverso cui l’uomo può liberare sé stesso e liberando la sua

creatività migliora il suo rapporto con gli altri esseri umani. E questo tipo di immersione all’interno

18 Max Weber, Economia e società, Milano, Edizioni di Comunità, 1968.

19 Lucio Argano, Manuale di progettazione della cultura, Milano, FrancoAngeli, 2012.

20 Laura Corti, I beni culturali e la loro catalogazione, Milano, Bruno Mondadori, 2003.

21 Lewis Mumford, Tecnica e cultura, Milano, il Saggiatore, 1961, p. 69.

22 G.T. Miller jr, Energetics, Kinetics and Life: An Ecologica Approach, Belmont (CA), Wadsworth, 1971, p. 46.
18
dell’esistenza umana fa si che la ricerca scientifica e tecnica non si esauriscano mai e, anzi,

continuino esponenzialmente ad estendersi, almeno in un regime teorico. In quello pratico non

sempre così. La tecnica è infatti soggetta ad un unico vincolo nel mondo a noi contemporaneo:

l’economia. Senza i finanziamenti, lo sviluppo tecnico rallenta inesorabilmente la sua corsa. E se

ciò può avere dei risultati positivi, legati soprattutto allo sfruttamento di capitali, tra cui quello

umano, è vero anche il contrario, e infatti tutti sono concordi a dire che

un paese che abbandona la Ricerca […] è colpito da una malattia mortale […] Limitare la

ricerca significa manifestare che è il cervello stesso della società a essere malato […] è la

speranza di sopravvivere che è stata colpita […]23

In questo senso l’uomo è in grado di esprimere nel migliore dei modi la sua realizzazione

personale legata non solo a sé, ma anche agli altri esseri umani, quando pone la sua capacità

tecnico-progettuale al centro della sua capacità creatrice, ovvero creativa. In una ricerca di Kroeber

e Kluckhon del 1952, atta a identificare e istituzionalizzare i campi della cultura, i due studiosi

individuano undici categorie distinte di cultura e, alla posizione numero dieci, si parla di cultura

come un “insieme delle tecniche per adattarsi al proprio ambiente di riferimento.”24 Aggiungiamo

che queste tecniche non solo servono ad adattarsi ma anche ad estendere, attraverso il proprio sé,

quelle tecniche trovate già concepite e confezionate all’interno del proprio ambiente di riferimento.

Di nuovo le intenzioni del soggetto sono alla base del progresso tecnico, poiché ognuno sceglierà a

quali dedicarsi per arricchire l’ambiente degli umani con la propria unicità.

Ci troviamo ora ad un punto critico della nostra ricerca, poiché è giunto il momento di porre

la domanda cruciale. Il computer è tecnica? E ancora, internet lo è?

23 Marie-José Chombart de Lauwe.

24 Alfred Louis Kroeber, Clyde Kluckhohn, Culture: a critical review of concepts and definitions, The Museum, 1952, pg.118.
19
Andiamo con ordine. Prima di tentare di dare delle risposte è necessario sottolineare che nei

paragrafi precedenti i riferimenti erano legati all’individuo e, per estensione, ma in seconda battuta,

all’ambiente sociale di riferimento — soprattutto nei casi delle prime grandi forme di civiltà

aggregata. Facendo un salto di duemila anni arriviamo ad osservare, per le nostre future

considerazioni, la società industriale moderna e post-moderna a cui noi apparteniamo25.

Se nella civiltà composta da individui «naturali» è plausibile considerare un tipo di realtà

simbolica, ovvero che unisce e non separa; e se è vero che possiamo asserire che in quella dei clan e

delle tribù si ha una realtà che dà luce alla ragione tecnica; in quella delle grandi civiltà cittadine e

imperiali non è scorretto affermare che siamo in una realtà di tipo strumentale; quella in cui tutt'ora

il mondo Occidentale è oggi immerso. È sufficiente affermare ciò per spiegare la realtà sociale

sviluppatasi con l’idealismo settecentesco? La risposta è chiara. Avanzare una spiegazione simile

sarebbe alquanto riduttivo e privo di proprietà critiche. Dobbiamo allora cercare di affiancare un

altro tipo di spiegazione a quella precedente. Quali sono le caratteristiche sociali che hanno reso

possibile una affermazione così estesa e smaniosa della tecnica? E come possiamo definire una

società tale? Un situazionista come Guy Debord l’ha definita «società dello spettacolo»26. La parola

«spettacolo» deriva dal latino «spectaculum» e genericamente sta a significare “tutto ciò che attrae

lo sguardo, la vista, l’attenzione.”27 L’ultima sfumatura di significato è quella che ci interessa di più,

poiché è consequenziale alla prima e alla seconda, oltre che essere applicabile a più sensi e non solo

a quello della vista. La società dello spettacolo ha per effetto dell’ideologia borghese ottocentesca la

rottura di ogni forma di prassi attraverso la moltiplicazione delle comunicazione; ogni momento

della nostra vita è diventato spettacolo, in ogni istante qualcosa deve attrarre la nostra attenzione e

noi, in una forma più o meno conscia, attiriamo costantemente l’attenzione altrui: il concetto di

spettacolo, quando non viene preso con leggerezza, è uno stile di vita completo. Ne deriva che

25 Scott Lash, Modernismo e postmodernismo, Roma, Armando Editore, 2000.

26 Guy Debord, La società dello spettacolo, Viterbo, Massari, 2002.

27 Dizionario etimologico online, www.etimo.it, alla voce “Spettacolo”.


20
quando non è preso seriamente (e quindi non viene compreso da chi lo attua) può generare una

forma di mancanza in sua assenza, la quale può generare forme di ansietà e di frustrazione; un vuoto

che deve essere colmato. L’azione più comune attraverso la quale la società occidentale riempie il

vuoto emotivo che prova è legato alla pratica del consumo. “Il consumo è spettacolo, e [così]

l’attività politica, il divertimento, il lavoro, la vita famigliare, la rivoluzione.”28

In questo orizzonte si colloca tanto il corpo sociale quanto quanto lo studio dell’individuo

che, nell’analisi della spettacolarizzazione, viene considerato all’interno del corpus sociale. E quale

è il fattore scatenate lo spectaculum sociale? È il mezzo tecnico. Il quale vive di una caratteristica

separatista e mediatica: i nuovi media sono frutto dello sviluppo tecnico e scientifico, e di pari passo

al progresso di uno segue il super-progresso dell’altro. Tuttavia non sono stati i media a provocare

la tecnica, ma il contrario.

Spesso però la società tecnica viene confusa con quella industriale. Per distinguere le due

tipologie sociali il politologo Zbigniew Brzezinski coniò il termine di società Tecnotronica29. Nella

società industriale la macchina gioca un ruolo essenziale; la disoccupazione dilaga e i problemi

sociali dominano; l’Università è una Torre d’avorio isolata dal reale; la lettura è ideologica e

favorisce gli ideologi; le masse sono organizzate in sindacati; il potere economico è personale e la

ricchezza è l’unico obiettivo dell’attività. In una società Tecnotronica si può dire in contrario di ogni

singola parola. Vi è una crescita dei servizi; l’automazione sostituisce l’industria; al centro vi sono

le qualifiche; l’insegnamento è universale grazie alle tecniche di comunicazione; la conoscenza è il

mezzo d’azione attraverso cui rimpiazzare la ricchezza e l’Università è il «serbatoio di pensiero»30

immerso nella vita concreta. Ellul suggerisce che Brzezinski, effettivamente, ha identificato molte

caratteristiche tecniche della vita sociale che dagli anni ’50 si protrae fino ai giorni nostri, se pur con

numerose riserve e diversificazioni. Tuttavia l’autore francese mette in evidenza che chiamarla

28 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 25.

29 Zbigniew Brzezinski, La révolution technétronique, Paris Cedex (FR), Calmann-Lévy, 1971.

30 Ibid.
21
società Tecnotronica porta con sé delle difficoltà ideologiche, poiché il termine sembra

un’ibridazione tra Tecnica ed Elettronica31. Ma l’Elettronica, non è forse una tecnica? Ciò che vi è

di nuovo è che la Tecnica che una volta era legata alla Macchina come oggetto composto da parti

mobili, con l’Elettronica è legata a parti che sono fisse, ma sono comunque parti realizzate da

processi tecnici che compongono un oggetto tecnico figlio di tecniche. Il computer non ha motivo

per non essere inserito nel sistema tecnico poiché ne è solo un prodotto.

Fino a questo momento abbiamo esposto dati riscontrabili nella soggettiva realtà di tutti i

giorni. Ci rendiamo conto che presi come materiale grezzo possono istintivamente portarci a

scolpirli come oggetti negativi, che non possono avere caratteristiche positive, poiché se lo

pensassimo dovremmo accettare un cambiamento profondo nel nostro animo e nel nostro rapporto

con la tecnica che, come abbiamo visto, ci allontana dalla natura. Ci riserviamo il diritto di prendere

distanza da un pensiero simile e di provare a mostrare come all’interno di questa apparente oscurità

opprimente ci possa essere anche della flebile e tremolante luce che, se coltivata e presa e con gli

strumenti adatti, può diventare una radiazione accecante e, in qualche forma, liberatrice.

Fin dalle prime battute di questa nostra trattazione abbiamo collocato la tecnica tra i due

estremi che sono l’universo simbolico e l’universo strumentale, mettendo il simbolo al principio, e

lo strumento, come prodotto del divenire storico, che passa attraverso un pensiero di tipo tecnico,

alla fine. E se anche solo per un istante prendessimo in considerazione la possibilità che il vettore

che lega le tre realtà non sia rivolto esclusivamente dal principio verso la fine ma che, data l’epoca

profondamente tecnica (ovvero a metà tra le altre due) che stiamo vivendo, possa essere rivolto in

senso opposto? Se credessimo possibile che ciò che ci ha portati ad essere un «villaggio globale»32

composto da strumenti è anche ciò che ci può far riavvicinare come non mai alla realtà simbolica ri-

composta da natura?

31 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 26.

32 Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, il Saggiatore, 2008, p. 52.
22
Ci sono due tipologie di tecniche che storicamente hanno cambiato la storia dell’umanità.

Quelle di ordine energetico e quelle di ordine comunicativo. Nel XIX secolo le ricerche in ambito

scientifico e filosofico hanno iniziato a sviluppare un pensiero che, più o meno direttamente, sono

state capaci di considerare le due sponde separate, come un possibile tutt’uno che porta in sé un

unico fiume, un unico pensiero. Contemporaneamente alla considerazione dell’essere umano come

un surrogato della macchina industriale, nasce l’idea che l’uomo che lavora, è energia33. Sappiamo

che ogni forma di vita comunica con i suoi simili (e spesso anche con razze diverse), tuttavia

sappiamo anche che l’unico animale che ha costruito un sofisticato sistema di codici mutevoli,

completamente artificiali, è l’uomo. L’uomo è l’unico animale che per ora ha sviluppato tecniche

sofisticate, nel senso che si distaccano da quelle naturalmente fornite, soprattutto in numero così

elevato.

Nel corso della storia umana ci sono state molte invenzioni e scoperte che hanno modificato

profondamente l’essere dell’uomo, ma che utilizzano l’energia per estendere la comunicazione, e

che sfruttano la comunicazione per estendere le capacità energetiche (anche indirettamente), non

sono così numerose. Possiamo identificare lo sviluppo della scrittura, l’invenzione della stampa a

caratteri mobili, la scoperta dell’energia elettrica, consequenzialmente l’invenzione del televisore,

del computer e di internet. Straniandoci da queste tecnologie e osservandole come una cartina

geografica, quali relazioni vediamo tra esse?

Possiamo notare che

Una tecnica, la stampa, ha dato vita a una civiltà, la televisione, come McLuhan ha

dimostrato, modifica il campo cerebrale; un’altra, in computer, ci fa passare dalla cultura

dell’esperienza a quella della conoscenza.34

33 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Mondadori, 2012, p.183.

34 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 99.


23
Esiste una relazione tra le tecniche individuate, ed è la modificazione del sistema culturale di

riferimento. L’autore parla di “campo cerebrale” solamente in riferimento alla televisione, e questo

perché è l’oggetto tecnico che per primo ha sancito l’inizio di un’era in cui le persone hanno

generato un’affezione individuale nei confronti di un oggetto tecnico-industriale, cambiando

profondamente loro altre affezioni e i loro legami con le altre persone; in primis quelle che

compongono in nucleo famigliare. È tuttavia inopinabile che anche le altre scoperte e invenzioni

precedentemente esposte hanno rifondato i rapporti tra esseri umani, il loro modo di comunicare e

di conseguenza il loro orizzonte culturale.

La stampa ha permesso un enorme accumulo secolare di informazioni che, per lo più, non

sono gestibili né da un individuo né da una micro società e neanche da una società più estesa.

Questo perché potenzialmente ogni persona può accedere alla stampa e usufruirne per arricchire la

società in cui è inserito, mentre gli altri componenti sono impegnati a smaltire e far maturare le

informazioni precedentemente ricevute. In un sistema simile è facile andare in crisi da

sovrapproduzione di informazioni. Ma probabilmente questo è un problema che sta alla base di ogni

sviluppo tecnico e tecnologico.

Tuttavia ad un certo punto della storia la mente umana si è rivelata capace di inventare una

macchina, “la macchina di Turing”, quella che noi oggi chiamiamo personal computer. Il principio

che vi sta alla base è molto semplice: essere in grado di elaborare milioni di informazione al minuto,

molte più di quanto un qualunque cervello, nella sua parte cosciente, sia in grado di immaginare.

Questo tipo di invenzione, con questo obiettivo, è capitata esattamente quando l’uomo stava sempre

più avvicinandosi alla crisi nella gestione delle informazioni. Intorno alla metà del secolo scorso

l’uomo, liberando sempre più sé stesso dalle catene di imposizioni sociali ed estranee a lui come

individuo, ha generato sempre più sapere. Non solamente proprio, soggettivo e appartenente ad un

solo territorio, ma sempre più nazionale e internazionale. A questo punto della storia tutti avevano la

possibilità di leggere libri americani, francesi, inglesi, tedeschi, italiani e in altre decine e decine di

24
lingue; la stampa aveva dato all’uomo una enorme memoria collettiva ingestibile dal singolo

individuo.

Il computer è diventato un collegamento tra la memoria collettiva e l’individuo.

Improvvisamente il singolo era in grado di scoprire l’esistenza di beni culturali fino a prima

sconosciuti. Il problema in questione però non è solo in termini di quantità di dati, ma anche della

loro qualità. Fin da subito ci si è resi conto che prima dell’avvento del computer l’uomo poneva i

problemi in ordine di grandezza, funzionali alle possibilità della loro risoluzione cerebrale presente,

e futura; il tutto però a misura di cervello umano. Il computer ha permesso di ragionare sui

problemi, poiché le domande a cui è possibile cercare risposta sono svincolate dalla limitatezza del

cervello umano cosciente e quindi possono iniziare a interrogarsi tangibilmente su questioni

imprevedibili e inaspettate, come durante una camminata in un bosco. Le domande a cui ora si cerca

risposta sono di tipo astronomico, atomico, chimico, biologico, medico e quindi filosofico. Ma

queste, dopotutto, non si collocano nello stesso orizzonte dentro cui si ponevano quelle alchemiche,

religiose, spirituali e “artistiche” secoli prima? Sotto questa luce sembra che l’uomo non sia del

tutto capace di distaccarsi definitivamente dal mondo naturale pur essendo che il suo pensiero sia, e

ora possiamo affermarlo, quasi completamente tecnico.

L’oggetto tecnico, pensato e costruito dall’uomo, non si limita solo a creare una mediazione

tra uomo e natura: è un misto stabile di umano e naturale, contiene dell’umano e del

naturale, conferisce al proprio contenuto umano una struttura simile a quella degli oggetti

naturali, permette l’inserimento nel mondo delle cause e degli effetti naturali della realtà

umana.35

Non va dimenticato però che il pensiero tecnico diventa una forma di realtà attraverso cui

osservare e percepire il mondo circostante. La storia mitica, simbolica, magica che erano un’unica

presenza esistenziale nell’uomo del passato, con il pensiero tecnico diventano singoli fili di un

35 Gilbert Simondon, Du monde d’existence des objects techniques, Paris, Éditions Aubier-Montaigne, 1958, in ibid. p. 56.
25
tessuto più esteso. La tecnica, quando si sviluppa completamente, diventa così l’unica lente

attraverso cui osservare il mondo, ne permette una visione tanto generica quanto puntuale e

dettagliata, quando allenata a dovere, proprio in virtù del suo legame indissolubile che ha con la

natura.

Il mondo non viene più lasciato al caso. Le relazioni umane non sono più solo casuali. Ogni

aspetto della vita, anche quella tradizionale e simbolica, necessita di chiarimento e spiegazione. Non

è più sufficiente vivere dei momenti senza porsi delle domande che ne spieghino i significati.

Tuttavia l’esistenza non si può limitare ad una analisi di questo tipo, sistemica e razionalizzata. In

un mondo tecnico è necessario imparare a dominare questo aspetto indissolubile della vita e

connetterlo, non appena lo si ritiene necessario, a quello naturale, caotico, artistico. È una forma di

convivenza degli opposti, nuova, e ancora in parte da scoprire e inventare. Diciamo “in parte”

perché alcune invenzioni (possiamo ancora chiamarle così a questo punto o sarebbe meglio

chiamarle scoperte?) si sono avvicinate alla sintesi tra i due lati della stessa medaglia. Internet è una

di queste.

Le parole di Simondon sopra citate, scritte in anni in cui la rete web ancora non esisteva in

nessuna sua forma, possono essere usate come filtro attraverso cui osservare internet? In altre

parole, internet è un oggetto tecnico?

Si, lo è. L’oggetto tecnico serve ed estendere alcune possibilità e caratteristiche riscontrabili

in natura e soprattutto nella natura umana, che ne è creatrice sia a livello concreto che astratto.

Sappiamo che non è possibile circoscrivere l’esistenza umana ad una sola caratteristica — e sarebbe

ingenuo cadere in un tranello simile — tuttavia possiamo interrogarci intorno alla domanda che un

individuo può porsi come fondamenta su cui basare ogni futura scelta: “Mi ritengo un individuo

distaccato dall’universo sociale e quindi ogni mia scelta la faccio esclusivamente in funzione del

mio benessere; oppure ritengo di dover estendere il mio essere per me stesso, e per gli altri,

socialmente?” Noi appoggiamo la seconda affermazione. Una risposta esclusivamente individualista

rischia, a nostro avviso, di sfociare in forme egoistiche che possono creare scontri, anche violenti,

26
oltre che gerarchie, giudizi acritici, estremizzazioni ed una visione della realtà troppo razionale e, in

alcuni casi, nevrotica36. Oltretutto è dimostrato che l’uomo non è mai stato — poiché la sua natura

non lo permette — un animale naturalmente schizofrenico, diviso (dagli altri). È dimostrato che la

razza umana è unita, simbolica nei confronti dei suoi simili, empatica; e l’empatia è il fondamento

su cui si costruiscono le società complesse37. In una parola l’uomo, ancor prima di essere sapiens,

faber, e tecnico è homo empaticus38.

Il termine empatia è stato studiato scientificamente fin dai tempi di Darwin39 interessando

presto molti campi della conoscenza tra i quali, ovviamente, quello artistico che ha arricchito gli

studi internazionali sull’empatia attraverso Wilhelm Worringer40 agli inizi del secolo passato.

Tuttavia solo negli ultimi anni sta assumendo un valore di tipo esistenziale attraverso cui ripensare

l’intera storia umana e rifondare la vita soggettiva, prima, e sociale, poi. Gli studi in tal senso si

moltiplicano minuto dopo minuto. Ci limitiamo di ricordare le pubblicazioni di Giacomo

Rizzolatti41 in abito scientifico, di Gabriele Sofia42 in ambito teatrale, di Andrea Pinotti43 in quello

artistico e Jeremy Rifkin in quello filosofico-economico, il quale autore sembra esser colui che ha

coniato il termine homo empaticus44.

L’uomo dunque è un animale sociale e le ricerche che si concentrano su questo tema non

possono non essere interessate a trovare le caratteristiche essenziali, basiche, dell’essere umano

36 Erich Fromm, L’arte di amare, Milano, Oscar Mondadori, 1963, p.51.

37 Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, Milano, Oscar Mondadori, 2010, p. 41.

38 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Oscar Mondadori, 2012, p. 269.

39 Charles Darwin, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

40 Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia. Un contributo alla psicologia dello stile, Torino, Einaudi, 1975.

41 Giacomo Rizzolatti, Lisa Vozza, Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, Bologna, Zanichelli, 2008.

42 Gabriele Sofia (a cura di), Dialoghi tra teatro e neuroscienze, Roma (RO), Edizioni Alegre, 2011.

43 Andrea Pinotti, Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Roma-Bari, Editori, Laterza, 2011.

44 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Oscar Mondadori, 2012, p. 269.
27
stesso. Gli studi umanistici sono quelli che, quasi per antonomasia, si occupano di queste ricerche.

Da qualche anno però gli studi sulla tecnica e sulla tecnologia (intesa come l’abbiamo mostrata in

precedenza) sta entrando energicamente nel settore legato all’uomo.

Studiando e interessandosi profondamente al funzionamento umano individuale e, quindi,

sociale, il pensiero tecnico è stato capace — per primo — di mettere insieme molte ricerche

appartenenti a differenti discipline e a farne virtù quasi immediatamente. Tuttavia all’interno di

questa enorme possibilità che l’uomo moderno ha avuto (e ha), si è fin da subito inserito il virus

capitalistico del guadagno senza ritegno alcuno. I risultati sono conosciuti: sfruttamento, consumo,

disumanità, persuasione, paura, controllo45; e queste sono solo alcune conseguenze che portano alla

disumanizzazione dell’uomo46. Ma qual’è il filtro attraverso cui tutto ciò si rende possibile? Il filtro

tecnico legato ai media. La stampa, la radio, la televisione e, in parte, internet. Osservando da vicino

questi mezzi di comunicazione, la cui funzione primaria è quella di essere freddi47, come

magicamente, e immancabilmente, si trasformano in «mezzi caldi». Quando un mezzo tecnologico

è freddo ha per riflesso il calore dell’uomo a cui si rivolge; al contrario quando un mezzo

tecnologico è caldo raffredda l’uomo che vi si pone davanti. Quando un soggetto si scalda, in realtà

quello che fa è rimanere vigile, attento, il suo interesse emotivo e razionale non solo è attivo, ma in

crescita e sviluppo. L’esatto opposto si verifica laddove il mezzo si dimostri caldo, come la

televisione ad esempio. Bisogna però sottolineare che nessun medium tecnologico è, di per sé, caldo

o freddo, lo diventa in base all’utilizzo che ne si fa o, per meglio dire, l’utilizzo che ne fa chi ne crea

i contenuti e chi questi contenuti li distribuisce. Ogni forma di comunicazione che riesce ad arrivare

al grande pubblico, quando non è cosciente e matura, per dirla in termini frommiani, cade nella

fascinazione della persuasione col fine economico-pubblicitario. Ciò che si verifica è una

spettacolarizzazione sempre più estrema che ha come unico obiettivo quello di attirare attenzione e

45 Vance Packard, I persuasori occulti, Torino, Einaudi, 2005.

46 Erich Fromm, L’arte di amare, Milano, Oscar Mondadori, 1963, p. 87.

47 Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, il Saggiatore, 2008, p. 42.
28
sedimentarsi nelle menti degli astanti che ha un fine unico: quello di vendere il proprio contenuto

che a volte si palesa in un oggetto concreto, altre invece in ideologie, in musica, in immagini, le

quali vengono trattate — e percepite — come oggetti reali. “L’uomo moderno assiste a tutto come

spettatore. Tutto gli viene sottoposto come spettacolo, compreso ciò a cui pensa di partecipare in

modo più serio.”48

Tutto viene considerato sullo stesso livello. Si parla di politica nella stessa maniera in cui si

parla di cibo; si osserva un dialogo filosofico come un’informazione di cronaca rosa. Ogni

fenomeno diventa semplicemente oggetto, perché viene inserito in una scatola di spectaculum

continuo. Una realtà simile spersonalizza l’uomo — anche nel suo lavoro — alienandolo e

rendendolo straniato da sé stesso e quindi dalla vita49. Un grande psichiatra (troppo spesso

dimenticato) quale è stato Erich Fromm, all’interno delle sue ricerche e studi — non dimentichiamo

che era uno degli scienziati della mente presenti ai Processi di Norimberga — ha sempre cercato di

dare spiegazione a molte delle nevrosi e psicosi che colpiscono una altissima percentuale

dell’umanità occidentale, e non solo, mettendone in evidenza le pulsioni biofile e quelle necrofile. In

suo studio attorno alla qualità e alla funzione dell’amore si chiede anche cosa accade all’uomo

«spettacolarizzato» che, molto spesso, diventa «capitalizzato» e schiavo di una routine che non gli

appartiene più. Riportiamo di seguito l’interezza del discorso frommiano così come lo ha concepito

l’autore.

[L’uomo] è stato trasformato in un oggetto, sente le sue forze vitali come un investimento

che gli deve dare il massimo profitto ottenibile alle condizioni di mercato del momento. Le

relazioni umane sono essenzialmente quelle degli automi, ognuno dei quali basa la propria

sicurezza tenendosi vicino al gregge e non divergendo nel pensiero, nei sentimenti o

nell’azione. Mentre ognuno prova a essere il più vicino possibile agli altri, ognuno rimane

disperatamente solo, pervaso da un profondo senso di insicurezza, ansia e colpa, che

48 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 25.

49 Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino, Einaudi, 2004, p. 66.
29
sempre si verificano quando la separazione umana non può essere vinta. La nostra civiltà

offre molti palliativi che aiutano la gente a essere «coscientemente inconscia» di questa

solitudine: primo fra tutti la stretta routine del lavoro meccanico, burocratico, che aiuta la

gente a restare inconscia dei più fondamentali desideri umani, del desiderio di trascendenza

e di unità. Finché la routine da sola non ci riesce, l’uomo supera la propria inconsapevole

disperazione mediante la routine dei divertimenti, della consumazione passiva dei suoni e

delle immagini offerti dall’industria del divertimento50

Abbiamo ritenuto necessario trasporre interamente le parole dell’autore per sottolinearne la

profondità e puntualità. Riassumendo possiamo affermare che l’uomo che non è un individuo

«maturo» non comprende la realtà meccanica e spettacolarizzata che lo circonda e quindi rischia di

precipitare in ansietà e nevrosi che lo portano ad allontanarsi dal «desiderio di unità» rinunciando

alla vita. Tuttavia l’uomo moderno non è disposto ad accettare questa sua condizione, e quindi

spesso si lascia abbagliare dalla luce delle parole di chi lo vuole tenere in ombra che possono

essere: «Mai rimandare il divertimento che potete avere oggi» oppure: «Tutti sono felici al giorno

d’oggi»51 (queste frasi sono tratte da un libro di Huxley pubblicato per la prima volta nel 1932).

In questa condizione l’uomo vive sempre più una realtà falsata, spostata, e creata dalla

Tecnica (dello spettacolo) la quale portando alla nevrosi del consumo, rende ogni forma concreta di

realtà puro astrattismo che ben presto si trasforma in apparenza. Tutto il meccanismo (o struttura, o

contenuto) è celato. Nel processo di spettacolarizzazione ciò che conta per davvero è

l’impressionarsi, la mirabilia. Una tendenza che oggigiorno si fa sempre più comune è quella di

spettacolarizzare il più possibile anche la vita intima dell’individuo, quella che viene chiamata

relazione corta. Con il telefono e il telegrafo le relazioni lunghe — quelle che uniscono l’umanità

— si sono tecnicizzate e presto hanno assunto una forma di scontentezza che appare come

appagante nella mente umana. Chi di noi non si è emozionato nel sentire come vicina una persona

50 Erich Fromm, L’arte di amare, Milano, Oscar Mondadori, 1963, p.87.

51 Aldous Huxley, Il mondo nuovo / Ritorno al mondo nuovo, Milano, Oscar Mondadori, 1961.
30
cara che è lontana? Ma questo appagamento non è altro che una forma fuggevole di felicità, la quale

crea forte dipendenza se non compresa e controllata. Fino a quando il mezzo tecnico era l’unico

filtro tra le persone (distanti) il problema era relativo poiché circoscritto, e quindi le forme più

essenziali e basilari dei rapporti umani (le relazioni corte), uscivano in qualche modo illese da

questo nuovo conflitto tra tecnica e uomo. Ma ad un certo punto l’interesse nei confronti

dell’individuo ha avuto la meglio e così è arrivata prima la televisione, poi il personal computer, il

telefono cellulare e lo smartphone. È palese che lo spostamento d’attenzione dalle relazioni lunghe

a quelle corte da parte delle aziende può avere interessi di tipo economici, ma non vorremmo in

questo modo banalizzare un discorso che ha implicazioni più profonde e articolate.

In precedenza abbiamo introdotto il tema dell’empatia. Ma non abbiamo presentato

attraverso quali meccanismi l’empatia può essere innescata in un essere umano. Vi sono più punti di

vista attraverso cui affrontare il problema. Il primo ci arriva dalle neuroscienze, attraverso lo studio

nei neuroni specchio52 direttamente dagli scopritori di questa particolare tipologia di neuroni:

Giacomo Rizzolatti e team; il secondo, invece, proviene dall’ambito economico-filosofico attraverso

Jeremy Rifkin.

I neuroni specchio, riassumendo, sono una particolare tipologia di neuroni che si trova nel

cervello di molte specie animale — tra cui l’uomo — e ha la caratteristica di «accendersi» nel

momento in cui un soggetto percepisce attraverso i sensi il manifestarsi dell’esistenza altrui. Non

solo, i neuroni specchio che si accendono sono gli stessi che si accenderebbero se fosse il soggetto

stesso a praticare l’azione in questione. In questo modo è stato dimostrato scientificamente che

l’uomo ha la capacità di «connettersi», o entrare in sintonia, con un altro uomo solamente

percependolo. In altri termini potremmo dire che entra in empatia con l’altro soggetto. Ma da quale

meccanismo della coscienza l’empatia ha modo di manifestarsi?

52 Giacomo Rizzolatti, Lisa Vozza, Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, Bologna, Zanichelli, 2008.
31
Partendo dal grado zero dell’essere, possiamo affermare che ogni forma di vita è unica e, in

termini generici, irripetibile. È quindi un gran sforzo di energie cercare di dimostrare il contrario,

nonostante sia riconosciuto che esistono delle caratteristiche, non peculiari, che possiamo osservare

in individui differenti. Ma la maggior parte di queste caratteristiche fanno parte di una

sovrastruttura, non simbolica, dell’animo umano, quale è ad esempio un prodotto tecnico come lo

abbiamo percepito, storicamente, finora. Se accettiamo questo assunto possiamo accettare anche che

ogni persona si relaziona ad un’altra persona in maniera del tutto unica e soggettiva. Riprendendo la

metafora della città utilizzata in apertura possiamo dire che se un uomo sapesse esattamente come

relazionarsi con un altro uomo sarebbe come se ci si trovasse in una città della quale sappiamo

esattamente dove ogni strada porta. Ma non è così quando si parla di relazioni umane, e quindi la

persona in questione è come se fosse smarrita, perduta, e non sa bene da che parte cominciare a

muoversi per evitare di fare troppi danni. Ecco, la coscienza empatica si costruisce esattamente su

questo tipo di smarrimento.

Quando empatizziamo con un altro, ci facciamo testimoni della strana, incredibile forza

vitale che è in noi e che ci connette agli altri esseri viventi. L’empatia, dopotutto, non è che

il senso di profonda reverenza che proviamo per quello che definiamo con in nebuloso

termine di «esistenza». Anche se non siamo certi di cosa sia l’esistenza, e faremmo fatica a

spiegarlo, «la riconosciamo quando la sentiamo», e ci ispira un senso di smarrimento

perché è misteriosa e ci sopraffà.53

Questo senso di smarrimento, di fascinazione verso il misterioso e il terreno (lo ctonio), non

è forse quello che ha fatto nascere nell’uomo il senso della fede, dello spiritismo, della magia,

dell’immaginazione e dell’arte? Una situazione statica tende a rimanere statica finché un agente

esterno non la disturba; il mondo e la natura non sono né statici né privi di espressività, e l’uomo è

stato in grado di percepirne l’energia e di trasformarla in smarrimento poiché incompresa.

53 Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, Milano, Oscar Mondadori, 2010, p. 158.


32
In questo processo l’uomo ha scoperto quella che prima abbiamo chiamato mirabilia,

ovvero la capacità di meravigliarsi e stupirsi. Tutto sta nel comprendere verso cosa l’uomo prova un

interesse tale da generare in lui emozioni così positive, e perché. Potremmo sintetizzare dicendo che

in tempi antichi il suo interesse era rivolto verso la natura e, col passare dei secoli, questo interesse

si è spostato verso la Tecnica. Ammettendo che sia vero, ci sentiamo di demonizzare l’uomo perché

ha spostato la sua capacità di meravigliarsi da un universo naturale ad uno artificiale a sfondo

naturale? Lo faremmo, ma solo a fronte di una dimostrazione che l’uomo in questo spostamento ha

perso la sua capacità di smarrimento empatico e quindi di meraviglia.

Sappiamo che l’empatia è impossibile senza immaginazione; e l’immaginazione è

impossibile senza meraviglia; e la meraviglia è impossibile senza lo smarrimento.

L’empatia rappresenta la manifestazione più profonda del senso di smarrimento di fronte

alla vita e, comprensibilmente, è considerata la più spirituale delle attività umane.54

L’uomo non può esistere senza empatia, quindi è superfluo avanzare una tesi che cerchi di

mostrare l’uomo come una macchina, perché non può diventarlo. L’essere umano simbolico è

quello che vive una vita a regime con la natura, quello moderno vive una realtà individuale che ne

complica l’esistenza55. Ma senza questa presa di considerazione l’uomo moderno è passivo per

scelta, per non curanza del momento storico da lui vissuto, e quindi la sua vita sarà una vita divisa

tra un desiderio di fuga e l’impossibilità di questa fuga. L’uomo moderno non è semplicemente un

uomo che vive inconsciamente di tradizioni, con più potere d’acquisto e di consumo. Una

constatazione simile considera l’individuo passivo e privo di ogni possibilità di movimento e scelta

della propria vita; nulla di più lontano dalle possibilità della vita moderna. Il tentativo di sostenere

che si possa dire all’uomo di ridurre la propria produzione e di vivere dello stretto necessario per

54 Ibid.

55 Alcune di queste considerazioni sono state affrontate da Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Milano, Il Saggiatore,
1998, p. 229, e dello stesso autore si veda anche Il pensiero selvaggio, Milano, Il Saggiatore, 2015. La differenza tra il pensiero
antico e quello moderno è stato studiato anche da Roberto Tessari, Teatro e antropologia. Tra rito e spettacolo, Roma, Carocci, 2004,
pp. 15-16.
33
tutti è anacronistico, ma fondamentale come base su cui costruire l’enorme produzione tecnica e

alimentare affinché si possa avere un mondo più paritario e rispettoso nei confronti delle comunità

globali, sia quelle più industriali che quelle tradizionali.

L’imponente sviluppo tecnico genera una serie di trasformazioni nell’individuo — e quindi

nella società — che quando riescono ad essere comprese e governate dall’individuo stesso sono

tutt’altro che false o artificiali (ovvero generate dall’esterno). Sostenere il contrario significa

sostenere che il genere umano è fisso, bloccato e non mutevole, e significa non dare la giusta dignità

all’individuo. A volte i bisogni tecnici sono inventati, e quindi non meritevoli di considerazione,

altre invece sono scoperti, e allora sono meritevoli di entrare a far parte delle nostre vite e a questo

punto è in atto una rivoluzione. Tra questi vi sono sicuramente la stampa, le scoperte tecniche in

abito artistico, artigiano e al giorno d’oggi anche informatico; insomma tutte quelle forme tecniche

che permettono all’uomo di coltivare il «terzo settore»56: tutte quelle attività non a scopo di lucro e

non governative tra cui, ovviamente, l’auto-cultura e l’arte e quindi il teatro.

Una idea simile è però figlia degli ultimi anni in cui le attività informatiche — come ad

esempio internet — stanno sfondando delle barriere che, fino a qualche decennio fa, non avrebbero

potuto per una serie di limiti ideologici frutto di un secolo guidato da guerre e meccanismi

energetici necrofili fondati su petrolio ed energia nucleare. In questo ambiante anche un pensatore

come Jacques Elull (Il sistema tecnico, 1977), da noi preso in causa a più riprese, è stato capace di

affermare che

I divertimenti, le distrazioni, la loro organizzazione, non sono un superfluo facilmente

eliminabile a vantaggio di qualcosa di più utile, non rappresentano un reale innalzamento

56 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Oscar Mondadori, 2012, p. 301.
34
del livello di vita: […] tutto ciò che lo sviluppo tecnico provoca può essere tollerato solo se

l’uomo trova compensazioni a un altro livello.57

E ancora:

I gadget sono indispensabili per tollerare una società sempre più impersonale, i rimedi sono

necessari agli adattamenti, ecc. L’orientamento del potere produttivo verso prodotti

considerati di lusso o superflui deriva più da necessità fortemente avvertite dall’uomo che

vive nell’ambiente tecnicizzato che da un desiderio capitalista di profitto o da un insieme di

bisogni anormali.58

Una considerazione simile appare ai nostri occhi come insostenibile. È una considerazione

“a volo d’uccello” sopra l’elemento che compone la società: l’individuo. Non vi è la minima fiducia

e considerazione attiva nei confronti di chi vive la propria vita. Siamo consci che la Tecnica può

portare anche a questo quando rimane esterna alla vita, nel senso che non ne viene compreso il

contenuto simbolico, quando vi è; sappiamo anche che l’uomo è però capace di una comprensione

tale. Ogni essere umano, fin da bambino, prova una profonda fascinazione nei riguardi della tecnica,

ed è in questa fase che il suo interesse va coltivato ed esteso facendone comprendere pericoli e

virtù; in questo modo il suo diventerà presto un pensiero critico, in grado di leggere i forti contrasti

del villaggio globale da noi vissuto senza rimanerne esterno e quindi allontanando il più possibile

da sé la possibilità di una vita espropriata. Ricordiamo che la Tecnica si fonda su meccanismi e

percezioni naturali, quindi l’universo naturale non si può escludere dall’equazione perché

il mondo del bambino è fresco e nuovo e bello, pieno di meraviglie e di eccitazione. Qual’è

il valore della conservazione e del rafforzamento di questo senso di stupore e meraviglia, di

57 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, pp. 87-88.

58 Ibid. p. 88.
35
questo riconoscimento di qualcosa che travalica i confini dell’esistenza umana?

L’esplorazione del mondo naturale è solo un modo piacevole di trascorrere le ore dorate

dell’infanzia o c’è qualcosa di più profondo? Sono certa che ci sia qualcosa di più

profondo, qualcosa di duraturo e significativo. Chi contempla la bellezza della terra trova

riserve di forza che dureranno finché durerà la vita.59

Dal 1998 ad oggi sono passati quasi vent’anni, e in questi decenni abbiamo visto la nascita

di prodotti e ideologie legate alla Tecnica che hanno completamente rivoluzionato il nostro modo di

pensare e vivere. La sintesi tra la contemplazione del mondo naturale e lo studio di quello artificiale

è probabilmente la via che si sta aprendo davanti a noi; in termini sociali sarà una sintesi tra

l’approccio tradizionale e quello avanguardista dove quello tradizionale considera il sapere un

potere da utilizzare per il guadagno personale, mentre quello avanguardista, in continuo mutamento

ed evoluzione, valuta il potere legato al sapere come espressione della responsabilità condivisa, che

converge in una forma di empatico benessere dell’umanità e del pianeta nel loro complesso60. Il

sapere come potere legato al guadagno, da personale diventa sociale.

La rivoluzione che è in atto è prima di tutto una rivoluzione culturale, con tutti i significati

nebulosi che questa parola porta con sé. Le trasformazioni sociali comportano inevitabilmente una

trasformazione culturale in termini. Quello che prima era nato per essere duraturo come manufatto e

che con sé portava una riflessione che si sarebbe moltiplicata negli anni, oggi nasce per soddisfare

bisogni immediati e mutevoli anch’essi. Non necessariamente però. Perché la differenza tra

consumo e libertà di acquisto sta nel comprendere — e nell’affrontare — le pulsioni che vi sono

alla base. Il cambiamento delle relazioni che da corte diventano per lo più lunghe è un cambiamento

culturale. L’interesse che ne deriva verso culture, spazi e lingue diverse è un cambiamento culturale.

L’iconografia di riferimento cambia. La letteratura cambia. I rapporti si estendono e l’interesse

verso la comprensione del mondo che vi era prima di noi per migliorare quello in cui vivremo è

59 Rachel Carson, Nick Kelsh, The sense of Wonder, New York, HerperCollins, 1998, p.54 e 100.

60 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Oscar Mondadori, 2012, p. 270.
36
segno di un profondo cambiamento culturale. Siamo ancora di fronte a dei problemi che hanno

principalmente due strade per poter essere affrontati: quella dell’azione istintiva, irruenta e quindi

violenta, oppure quella della sospensione, della comprensione e del confronto. Oggi lo sviluppo

tecnico può, come non era mai accaduto in precedenza nella storia, avvicinare un numero di persone

sempre crescente verso la seconda strada. Se è vero che la cultura sta cambiando, è vero anche che

mai prima d’ora è cruciale lo studio e l’approfondimento di ciò che ci ha preceduto (ovvero gli

sviluppi umani e tecnici) per evitare di ricadere, fin dai più piccoli rapporti familiari e di amicizia,

negli errori che arrivavano da tempi lontani e che, per fiducia e amore verso persone vicine, sono

sempre stati accettati come fonte di verità meritevole di essere replicata a modello, o almeno a

ispirazione.

Al giorno d’oggi quei modelli sono costantemente messi in crisi. L’individuo è

costantemente messo in crisi, e quindi il bene culturale che produce è, giorno per giorno, visto con

un occhio tanto profondo quanto critico, sia dal creatore che dal fruitore dell’esperienza culturale.

Non c’è oggetto o pensiero che non necessiti di due momenti diversi di approccio: il primo

simbolico, emozionale, che ci unisca empaticamente all’oggetto — o alle persone — e un secondo

momento, tecnico, di messa in crisi dello stesso.

Internet non si può sottrarre a questi metodi di approccio e creazione poiché, al suo grado zero di

pura invenzione e scoperta, è simbolo, tecnica, rivoluzione e cultura.

37
38
2 — Internet come realtà tra tecnica e simbolo:
contestualizzazione ecologica e antropica.

Quando si parla di internet (o di siti web) è inevitabile associarlo a un’idea di spazio. Già la

parola sito lascia intendere che sia qualcosa che ha a che fare con il porre, locare, fermare (dal latino

situs) e originariamente significava “luogo dove alcuno ha gettato i fondamenti della sua casa o

fermato la sua dimora.”61 Lo spazio è il luogo da cui l’uomo comincia la sua esperienza di

conoscenza dell’esistenza del mondo.

Al concetto di spazio siamo soliti associare quello di ambiente, che in tedesco viene tradotto

in Stimmung. Si è deciso di utilizzare la formula tedesca poiché si tinge di sfumature lessicali che si

muovono dal musicale, al sentimentale, all’ambientale, tra gli altri. Il termine deriva da Stimme,

voce, e semanticamente è prossimo al mood inglese e ambiance francese. In italiano però non si può

tradurre semplicemente come ambiente, perché è prossimo anche a stato d’animo, umore,

fisionomia, disposizione emotiva e tonalità affettiva. Tutte queste parole possono essere tradotte con

Stimmung, e nessuna tuttavia ha la capacità di evocare la dimensione musicale che si percepisce in

lingua tedesca, infatti Stimmung è anche l’accordatura degli strumenti musicali, nonché

l’intonazione della voce e l’accordatura di stati d’animo.62

In L’armonia del mondo (1963) Leo Spitzer si diffonde su queste implicazioni musicologhe

e insieme cosmologiche, che fa risalire al pensiero pitagorico, mostrando come il vocabolo

Stimmung (e ancor prima i termini latini temperantum e consonantia, di cui esso sarebbe a

sua volta la traduzione tedesca) non si limiti a designare una condizione dell’animo

individuale, ma insieme evochi una corrispondenza, una sintonizzazione, fra quella

condizione individuale e una dimensione universale63

61 Dizionario etimologico online, www.etimo.it, alla voce “Sito”.

62 Andrea Pinotti, Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Roma-Bari, Editori Laterza, 2011, p. 179.

63 Ibid.
39
Il concetto di Stimmung sembra colorarsi di tonalità impreviste, una delle quali è l’empatia

che esiste proprio in virtù di quelle corrispondenze e sintonizzazioni di cui parla Spitzer. Si è detto

che l’empatia è quella forma di percezione, prima, e di comprensione, poi, di una particolare

condizione che viene condivisa con altri. Nel processo empatico le barriere ideologiche, politiche,

estetiche ed etiche, che possono circondare il soggetto, crollano. Ci si connette, per così dire, con

chi è al di fuori noi. Il nostro orizzonte di riferimento si estende e da uno, improvvisamente si

compone di almeno due. Due soggetti che sono connessi l’uno con l’altro sono capaci di coprire

uno spazio, a volte poco esteso e altre volte molto esteso, quello che è importante è che l’area di

nostro interesse da essere solo quella a noi circostante improvvisamente si allarga fino all’altro (o

agli altri) soggetti. Ciò che prima era costrittivo ora è esteso e ci permette di provare a chiamarlo col

termine paesaggio, perché è il tipo di esperienza che a noi è più vicino a ciò che si intende con

Stimmung: una piena esperienza di unità sentimentale.

Il paesaggio è una fusione tra i sentimenti umani e la concretezza dello spazio, che da

personale diventa impersonale; lo spazio non è più considerato come un oggetto da tenere in mano,

ma una dimensione in cui «siamo dentro». L’esperienza del paesaggio è Stimmung nella misura in

cui l’individuo non considera ciò che esperisce come una composizione di elementi a loro stanti, ma

come una giustapposizione tonale di percezioni che si fondono in emozioni.64 Il paesaggio, per

Simmel, è una vera e propria «forma spirituale». In questo senso la Stimmung diventa non

conseguenza della percezione del paesaggio, ma una sua componente essenziale ed oggettuale, così

come lo sono le referenze che ce lo fanno percepire.

Il paesaggio di per sé è un grande insieme di codici complessi, tra cui quello della

Stimmung, e se non vi è un individuo in grado di decifrare (a livello emozionale) tali codici, il

paesaggio rimane non comunicante se non con il paesaggio stesso il quale però vive ad un livello

simbolico. L’individuo in questo modo assume rilevanza poiché il paesaggio non è più solo una

64 Georg Simmel, Saggi sul paesaggio, Roma, Armando editore, 2006.


40
realtà completa e indissolubile (simbolica) ma una porzione di tale realtà, percepita con i sensi della

persona che li ospita. Il concetto di paesaggio quindi non è meramente oggettivo (referenziale) più

di quanto non sia al tempo stesso soggettivo (emozionale). In questa dimensione la porzione di

realtà — o ambiente — è accordata ed il suono che produce è una caotica stonatura controllata.

Già Hegel nelle sue Lezioni di estetica65 aveva affermato che il paesaggio non è una mera

riproduzione di ciò che viene esperito nel mondo, ma una forma armoniosa tra sensi ed emozioni; e

Schopenhauer nel suo Mondo66 propone una forma di «sintonizzazione» tra individuo e paesaggio

“come per eco simpatica di sentimento”.

Il paesaggio — o ambiente — è lo spazio dentro cui l’uomo ha modo di confrontare le sue

emozioni con quelle a lui circostanti e in questa maniera può riuscire a percepire che in realtà le

sensazioni che vive non sono solo ispirate dalla visione — dall’esterno — ma soprattutto da lui

stesso. La condizione emotiva in cui la persona si pone dinnanzi a un soggetto è la componente più

importante del risultato emozionale finale. La sfera psichica con cui ci rapportiamo ad un paesaggio

è capace di farci provare sensazioni positive oppure negative, legate anche alla contingenza del

paesaggio proposto. Se ad esempio un brano musicale è stato quello che ha funto da soundtrack

nella nascita di un amore, e poi questo amore si è concluso, anche solo il semplice ricordo di tale

brano può diventare per noi intollerabile o semplicemente legato non più a momenti di felicita bensì

di tristezza e malinconia. Tuttavia esiste un gioco in andirivieni, che lega il sentimento umano con il

tono espresso da una realizzazione sensibile67. Se siamo tristi, e la tonalità che percepiamo è triste,

allora noi saremo portati a leggerla come tale e lei, in quanto priva di felicità, ci condizionerà nel

viverla come triste. È una forma di circolo virtuoso tra spiriti e aure68, una sorta di comunicazione

che «tira fuori» tutto, anche noi stessi.

65 Georg W. F. Egel, Estetica, Torino, Einaudi, 1967.

66 Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà di rappresentazione, Roma-Bari, Editori Laterza, 2009.

67Moritz Geiger, Sul problema dell’empatia di stati d’animo (1911), in Il realismo fenomenologico, a cura di Stefano Besoli e Luca
Guidetti, (MC) Macerata, Quodlibet, 2000, pp.153-188.

68 Il concetto di aura a cui ci riferiamo è quello che Walter Benjamin espone nel suo saggio saggio sulla Riproducibilità tecnica.
41
E come si colloca l’empatia in tutto questo? Il processo empatizzante è uno, non l’unico,

forse, che è in grado di farci superare i limiti della nostra razionalità tecnica da un lato, e non farci

cadere nella profonda semplicità di una percezione sentimentalista che può diventare limitante,

dall’altro. In questo modo l’empatia è il mezzo attraverso cui noi possiamo vivere nell’oggetto e

l’oggetto può vivere dentro di noi. Si crea una reciproca disponibilità all’altrui con-vivenza. Il

processo può trovare tre vie possibili attraverso cui realizzarsi: una in cui l’oggetto va verso il

soggetto, una che dal soggetto si rivolge all’oggetto ed una in cui i due vettori contemporaneamente

tendono l’uno verso l’altro, senza che uno abbia cominciato prima dell’altro ad aprire sé stesso.

Questo processo si mette in moto quando l’uomo è in grado di superare la separazione tecnica che

funge da “mediazione tra l’uomo e l’ambiente naturale”69; sembrerebbe dunque dovere specifico di

ogni individuo cercare la propria mediazione tra i due approcci: quello tecnico e quello naturale.

Sappiamo oggi che il pensiero tecnico e simbolico sono stati percepiti e analizzati per molti

decenni (secoli, forse?) come in contrasto l’uno con l’altro. O almeno così l’essere umano

«tradizionale» sembrava percepirli. Quando diciamo uomo tradizionale intendiamo quella

particolare caratteristica che ogni essere umano sembra possedere; ovvero quella legata al «pensiero

selvaggio»70, al pensiero naturale. Le ricerche odierne, alle quali noi proviamo ad affiancarci,

sembrano voler proporre una nuova sintesi tra i due universi apparentemente così distanti. Ma non

sempre è stato così, e le parole di Ellul ancora una volta ci vengono in aiuto:

[…] il pensiero tecnico si rivela profondamente diverso dal pensiero selvaggio. Il processo

del pensiero è sicuramente lo stesso, ma si applica ad un altro campo che condiziona in una

data maniera. Il modo del pensiero selvaggio procedeva in accordo con l’ambiente naturale.

Quando l’uomo si trova immerso in un ambiente esclusivamente tecnico, il modo del

pensiero selvaggio, che sopravvive come tale nell’uomo, diventa inutile.71

69 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 55.

70 Claude Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Milano, Il Saggiatore, 2015.

71 Ibid. p. 62.
42
Le parole dell’autore hanno sicuramente un loro fondamento reale, soprattutto se inserite in

una determinata realtà culturale utopicamente72 negativista degli anni in cui Ellul ha vissuto. Oggi

una posizione simile non è contemplabile poiché sempre più città urbanizzate, fabbriche e abitazioni

stanno impegnandosi nell’inserire il più possibile la realtà naturale all’interno di quella tecnica;

inoltre non è sottoscrivibile perché proporne una mentalità univoca, senza contrasti e convivenze,

senza considerare la caotica natura umana che,per dirla in termini orientali, vive di uno Yin in

abbraccio con uno Yang. L’uno non può esistere senza l’altro così come una tipologia di realtà non

può più esistere senza il suo contrario.

L’uomo contemporaneo è sempre più in cerca di soluzioni che possano evitare di escludere

l’apparente dicotomia tra tecnica e natura. L’ambiente “esclusivamente tecnico” non è più

accettabile e l’impegno che ogni essere umano ha dinnanzi a questo nuovo assunto sta alla base

della rivoluzione culturale che è in atto. Sotto questa nuova luce, ogni tipo di realtà urbana, anche

quella più ombrosa, può risollevarsi prendendo coscienza delle proprie potenzialità73.

Abbiamo sostenuto che oggi non è più sostenibile una teoria che propone che il mondo

possa essere esclusivamente tecnico. Ma se è vero che ci può sembrare anacronistico l’avanzare che

il mondo possa diventare esclusivamente tale, non significa che in parte non lo sia. L’ambiente —

soprattutto quello urbano — che viviamo è oggigiorno governato da un pensiero tecnico. L’oggetto

“ambiente urbano” non cerca molta empatia in noi camminatori e percorritori urbani; e noi cittadini

non ci aspettiamo di trovare nulla di empatizzante o di naturale nello spazio che percorriamo

quotidianamente nell’intento di raggiungere dei luoghi precisi. Il doppio vettore emozionale è

troncato sul nascere in entrambe le direzioni. Può accadere poi che qualcuno, che magari abita in un

altra città e che quindi non vive la nostra in forma di routine, noti dettagli e luoghi che non abbiamo

72 Vittorio Ivo Comparato, Utopia, Bologna, Il Mulino, 2005.

73 Renzo Piano, in «il Sole 24 Ore Domenica», 26 gennaio 2014.


43
notato in precedenza, o che semplicemente venivano dati per scontati e quindi ai nostri occhi

apparivano come lapidi senza spirito né aura. Una ventata d’aria fresca sposta il nostro sguardo, la

nostra percezione, e sembra che il grigiore precedente possa in realtà essere un ensemble di toni

colorati; ciò che prima era solo rumore e trambusto inizia ad assumere forma di partitura74. Quando

questo fenomeno biofilo non trova modo e spazio per esprimersi il rischio è quello di corrompere il

nostro animo verso sentimenti necrofili e quindi di Fuga dalla libertà75.

Jean Leclercq in La Révolution de l’homme au XX siècle76, osserva l’uomo ed il suo essere

che da statico è diventato dinamico.

La proprietà (il capitale) perde di importanza a favore del sapere, la materia prima assume

un’importanza secondaria rispetto al Prodotto. L’accento deve essere messo sull’azione e

non sulla passività, così come l’isolamento dell’uomo, causa di stagnazione, è rimpiazzato

dalla relazione globale, il sociale, il comunitario e i servizi pubblici.77

Quello che viene proposto è un ambiente che da naturale diventa tecnico, e in un ambiente

simile il singolo perde di importanza a favore di un generalismo che lo nasconde. Ma lo nasconde

solo nella misura in cui non lo considera un individuo e l’individuo stesso non si considera tale ma

solo una «pedina» nelle mani di qualche giocatore ignoto. Soltanto una persona con una forma

mentis unicamente tecnica è in grado di escludere sé stessa, con valore di individuo, dall’analisi dei

caratteri del mondo. Infatti una peculiarità del pensiero tecnico è che cerca di ridurre ogni forma di

espressione e di emozione a domanda tecnica che quindi presuppone risposte tecniche. Il rischio di

sentirsi perduti, quando non c’è nessuna tecnica a soccorrerci è molto elevato e quindi in una misura

74 Gli studi nella disciplina dei Sound Studies sono molteplici e floridi. Lo stato europeo che ospita una realtà molto viva è la
Germania con Sound Artist quali Carsten Nicolai, Christina Kubisch, il canadese Robin Minard e Roberta Busechian. In questo tipo
di ricerca sonora, e ci limitiamo a proporlo come dato informativo, le influenze e le ricerche di John Cage, Iannis Xenakis e
Karlheinz Stockhausen (tra gli altri) sono state pionieristiche.

75 Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Milano, Edizioni di comunità, 1963.

76 Jean Leclercq, La Révolution de l’homme au XX siècle, Torino, Casterman, 1964.

77 Ibib.
44
parimenti elevata si rischia di non entrare in empatia con nulla, di non unirsi a niente e nessuno e di

vivere una forma di scissione schizofrenica rispetto al mondo natural-simbolico.

Esistono delle teorie da cui si evince che un individuo può vivere l’ambiente tecnico in

maniera naturale. Ad esempio una persona che viaggia molto, che per molteplici motivi è obbligata

a spostarsi continuamente su mezzi privati o pubblici, quindi in velocità, percepisce l’ambiente che

lo circonda? Legge il paesaggio che i tratti del mezzo di trasporto delineano nel suo sguardo? La

percezione in movimento che abbiamo dal finestrino,

incorniciando in modo quasi-pittorico i propri oggetti, genera […] delle atmosfere. Di solito

occasionali, ma talvolta anche così ricorrenti […] che talvolta vi ci si affeziona come a una

sorta di punteggiatura quotidiana. […] Nel contrasto dinamico tra un quasi impercettibile

primo piano, un piano medio relativamente mutevole e uno sfondo quasi coincidente con la

linea dell’orizzonte, si coglierebbe poi atmosfericamente una profondità storica culturale78.

Esiste un orizzonte culturale anche nelle atmosfere che quotidianamente viviamo e che se

ben osservate mettono in luce il loro carattere sinergico che lega tecnica a simbolo. Le città storiche

che percorriamo o anche i paesaggi montani, marini o collinari. Una visione a basamento tecnico,

che quindi divide, essendo che in apparenza ci allontana dall’essenza dell’oggetto, per contro può

rivelarsi un mezzo di profonda vicinanza al significato che si cela dietro all’estetica. L’esempio più

palese lo si ha quando ci si rende conto di amare profondamente una persona quando questa è

lontana (sia per commiato che per distanza geofisica). La distanza genera un pensiero critico, per

dirla brechtianamente79, il quale pensiero trasformandosi in lama è in grado di fendere la superficie

dell’apparenza e della rappresentazione, mostrando l’essenza del vissuto. Una sorta di velo di Maya

che viene lacerato e che a questo punto è in grado di far provare sineddocamente il sentimento della

complessità sensoriale dell’oggetto solo attraverso una sua caratteristica: il colore di un fiore porta

78 Tonino Griffero, Atmosferologia. Estetica degli spazi emozionali, Roma-Bari, Editori Laterza, 2010, pp. 24-25.

79 Bertold Brecht, Scritti teatrali, Torino, Einaudi, 2001.


45
con sé il suo profumo e ricordi a lui legati; una fogli secca ai piedi di un albero fa esplodere in noi

l’autunno intero con tutte le sue complessità e meraviglie ambientali80.

Il soggetto, l’individuo, con la sua caratteristica emozionale è in grado di oltrepassare i limiti

fisici determinati dal suo corpo che da materia di studio per le discipline mediche a anatomiche

diventa corpo-proprio81. Il corpo diventa qualcosa di nuovo che è capace di percepire il mondo in

maniera differente. L’estetica, dice Griffero82, potrebbe trarre grande linfa dallo studio “sull’effetto

emozionale (atmosferico), volendo perfino persuasivo, esercitato sul corpo-proprio da ambienti e

opere, paesaggi e pubblicità, cose e semi-cose (naturali o artificiali)”. Durante l’esperienza copro-

proprio l’emozione della persona supera la considerazione concreta della propria fisicità

«dimenticando» che una mano è una mano, che un piede è un piede e che il nostro capo è il nostro

capo. Ogni tipo di attenzione si proietta nei confronti della novità che fin da subito si sedimenta

nell’animo dell’uomo che la vive, il quale viene immediatamente e irrimediabilmente mutato dal

paesaggio che diventa atmosfera. In precedenza abbiamo già accennato alla differenza tra paesaggio

e atmosfera, tuttavia riteniamo che prima di procedere sia necessario spendere ancora delle parole

affinché alcuni dubbi vengano meno.

Il paesaggio è la manifestazione referenziale con cui le persone si rapportano

quotidianamente, ma non come ci si rapporta con un tavolo o un lampione; il paesaggio vive di

caratteristiche materiali vissute in due dimensioni dal punto di vista soggettivo; l’atmosfera è la

conseguenza emotiva che deriva dalla percezione (empatica, proiettiva) di tale paesaggio. Sia il

paesaggio che l’atmosfera esistono come esistono le nuvole, le ombre, o “i confini (interiori)

indeterminati e incompleti come le montagne”83. E noi esseri umani siamo naturalmente in grado di

80 Tonino Griffero, Atmosferologia…, pp.28-29.

81Maurice Merleau-Ponty in Il visibile e invisibile, Milano, Bompiani, 2007, studia la corporeità dell’uomo non solo come oggetto,
ma anche come veicolo esperienziale che ha portato il filosofo a studiare il termine husserliano “corpo proprio”.

82 Tonino Griffero, Atmosferologia. Estetica degli spazi emozionali, Roma-Bari, Editori Laterza, 2010.

83 Ibid. p. 66.
46
collegarci spiritualmente ad ogni forma di paesaggio e atmosfera, sia di tipo tecnico che di tipo

naturale.

Esistono tesi che sostenevano (e sostengono) che la tecnica non sia in grado di portare con

sé una spiritualità emozionale ed emozionata legata alla naturalità della percezione umana. Un

pensiero squisitamente tecnico rischia di trasformare un ambiente tecnico in un sistema, sostiene

Jacques Ellul. Ma che si intende con sistema? È forse qualcosa che può avere a che fare con

l’atmosfera? Il sociologo Talcott Parsons definisce il sistema come meccanismo in cui due o più

unità sono collegate in modo che a un cambiamento di stato della prima segua un cambiamento di

stato di tutte le altre, che sarà seguito a propria volta da un nuovo cambiamento della prima e così

via84. Ne deriva che il sistema è sempre integrato e integratore, esattamente come i processi

emozionali — ed emozionati — quali l’empatia ma soprattutto l’atmosfera e il paesaggio.

Sappiamo oggi che l’empatia è un processo fisiologico, motorio potremmo dire, e che quindi

non solo risponde positivamente all’attività spirituale, ma anche a quella fisica. Quando sentiamo il

mondo e le persone agiamo, non siamo passivi, privi di qualunque attività corporea e sentimentale.

Dal momento che siamo in vita, salvo patologie particolari, agiamo. Da bambini come prima azione

cerchiamo un legame sentimentale stabile con le persone che ci amano, che nella maggior parte dei

casi sono i genitori. Subito dopo cominciano le scoperte spaziali. Da questi due momenti siamo in

grado di vivere e agire la duplice esperienzalità del vivere: quello emotivo e quello corporeo.

Spinoza, nella sua Etica85, “distingue tra attività e passività (tra agire e soffrire) intese come

i due aspetti fondamentali dell’attività mentale umana. Il principale criterio dell’agire è che

un’azione è conseguenza della natura umana.”86

Io dico che agiamo quando qualcosa viene fatta, dentro di noi o fuori di noi, e della quale

noi siamo causa efficiente, vale a dire allorché qualcosa consegue dalla nostra natura,

84 Talcott Parsons, Il sistema sociale, Milano, Edizioni di comunità, 1965.

85 Baruch Spinoza, Etica, Milano, Bompiani, 2007.

86 Erich Fromm, Avere o essere, Milano, Oscar Mondadori, 1986, p. 108.


47
dentro o fuori di noi, che possa essere chiaramente e distintamente compresa da quella sola

natura. D’altro canto, io dico che noi soffriamo [cioè nell’accezione spinoziana siamo

passivi] allorché qualcosa è fatta dentro di noi allorché checchessia deriva dalla nostra

natura, di cui noi siamo solo parzialmente la causa.87

Per Spinoza la «natura umana» non è meno coerente di quella per cui un cavallo è un

cavallo e una formica una formica, per questo non si dà preoccupazione nel parlarne così

liberamente. Ciò che c’è di profondamente rilevante, per ciò che concerne la nostra trattazione,

riguarda il fatto che per il filosofo olandese il fare è la prima attività dell’uomo e forse la più

importante, perché dalla realizzazione di quella deriva tutta la nostra esistenza. Se “le persone non

riescono a realizzare lo sviluppo ottimale delle loro nature specifiche” allora soffriranno. “Tanto più

ci accostiamo al modello ideale di natura umana, tanto maggiori sono la nostra libertà e il nostro

benessere.”88

Lo spazio è quella peculiare caratteristica del mondo che ci permette di essere in attività.

Noi uomini attraverso il progresso della Tecnica stiamo avvicinandoci alla possibilità di crearne uno

infinito dove creatività, informazioni, documenti, beni culturali, comunicazione e sentimenti siano

sempre più liberi e accessibili. Laddove l’uomo trova libertà di movimento, è in grado di esperire e

generare sempre forme nuove di Sapere e conoscenza per sé e per gli altri. Se all’uomo la possibilità

di vivere uno spazio infinito in cui liberare la grandezza della mente viene sottratto, nevrosi, ansie,

psicosi e un senso generale di schiacciamento, rischiano di nascere in lui. L’uomo vive attraverso lo

spazio e gli incontri che derivano dal suo continuo attraversamento, quindi più questo riesce ad

essere garantito e realizzato naturalmente e più le persone si sentiranno libere di vivere la loro vita.

Ogni forma di libertà va tuttavia studiata e compresa per essere realizzata, perché altrimenti rischia

di diventare lo spazio in cui gli esseri umani sotterrano la loro innata capacità empatica dando sfogo

87 Baruch Spinoza, Etica, Milano, Bompiani, 2007.

88 Ibid., pg 109.
48
a narcisismi, violenze e fama89. Il più alto risultato di una possibilità di realizzazione individuale e

globale può mutare nel suo contrario e mettere a repentaglio il sistema che lo ha generato rischiando

di far ritornare la Cultura dell’essere in cultura dell’avere.90

Come abbiamo visto il concetto di ambiente è composto da almeno due elementi: il mondo a

cui si riferisce e l’individuo che lo vive. Se l’ambiente è limitato rischia di comprimere l’uomo; se

invece è esteso può diventare veicolo di espressione della libertà individuale. Ma non è scontato.

Infatti uno spazio sterminato, se mal interpretato, può portare alla perdita di orientamento e alla

perdita di coscienza della posizione assunta all’interno del mondo e nei suoi confronti, con la

conseguenza che l’individuo non trovi più un obiettivo per la propria vita, sentendosi minacciato da

forze esterne sovrastrutturali. L’ambiente tecnico novecentesco è di questo tipo. L’uomo si sentiva

libero, poiché con la Seconda Rivoluzione Industriale è riuscito a lasciarsi alle spalle quei vincoli

che solevano dargli sicurezza e senso di apparenza attraverso l’accumulo di capitale. Quando quella

sicurezza ha cominciato a diminuire anche in chi è riuscito a specularvici sopra in tempi passati, i

rapporti sociali hanno cominciato molto lentamente a cambiare. Ma il mutamento completo è

possibile solo passando attraverso una rivoluzione dell’approccio nei confronti dei meccanismi che

ci hanno portati alla realtà negativista che stiamo vivendo. La Tecnica (la rete internet) può aiutarci

a patto che non diventi lei stessa un tramite per la perdita di sé stessi e tanto meno per una falsa

affermazione dell’Io in una realtà che è costruita in maniera per lo più corrotta, o meglio, che vuol

corrompere chi ne fa utilizzo assoggettandolo a mero potenziale acquirente.

La vita non è più vissuta in modo chiuso ruotante intorno all’uomo; il mondo è diventato

illimitato e al tempo stesso minaccioso. Perdendo il suo posto fisso in un mondo chiuso,

l’uomo perde anche la risposta sul significato della sua vita; la conseguenza è che comincia

89 Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Cremona, Edizioni di comunità, 1963, p. 46.

90 Facciamo riferimento al testo di Erich Fromm Avere o essere.


49
a sorgergli il dubbio si se stesso e sullo scopo della vita. È minacciato da possenti forze

sovrapersonali91

In un ambiente di tipo individuaistico — non individuale — i rapporti con le altre persone

diventano di tipo concorrenziale. Il rapporto con l’altro è di tipo ostile ed estraneo (tecnico) e non

simbolico. L’uomo in questa situazione è libero ossia solo, isolato e si sente minacciato dovunque

egli rivolge i suoi sensi ed il suo pensiero. Anche i familiari diventano nemici e persone estranee. La

nuova idea di potere legato al denaro (che tuttavia viene costantemente a mancare) porta le persone

a scollegare loro stesse dal senso del mondo e dell’universo, dimenticandosi di essere anch’esse

semplici, fragili, emotivi esseri umani; ed il continuo fallimento nel raggiungere una vita ideale

(ovvero ideologica) fa precipitare l’uomo in un senso continuo di insoddisfazione, nullità e

impotenza.

Laddove il significato della vita viene meno e i rapporti con sé stessi e con gli altri non

offrono più sicurezza, ecco che si presenta la possibilità della ricerca di una vita ambiziosa che vive

di fama. La fama diventa un mezzo per far tacere tutti i propri dubbi sulla vita e sulla presenza nel

mondo. “Essa ha una funzione paragonabile a quella delle piramidi egiziane, o della fede cristiana

nell’immortalità: eleva la vita dell’individuo dai suoi limiti e dall’instabilità al piano

dell’indistruttibilità.”92 In una mente dubbiosa si presenta la possibilità di immanere nel mondo a

venire, anche se questo significa rinunciare alla propria vita presente. Se il proprio nome è noto ai

contemporanei (ma non necessariamente) la vita acquista significato e rilevanza nel suo riflettersi

nei giudizi degli altri. Estremizzando, forse, un po’ il discorso, potremmo affermare che un processo

simile è quello che ha portato all’affermazione — all’interno della rete — dei social network, primo

tra tutti il colosso americano Facebook®; in fotografia il selfie; nel mondo del lavoro (soprattutto

culturale) una sempre più generalizzata de-specializzazione. Crediamo non sia un caso che in in

91 Erich Fromm, Fuga dalla libertà, pp. 56-57.

92 Ibid., p. 46.
50
gran parte degli ambienti che si potrebbero prendere in considerazione la Tecnica è una componente

considerevole che però è ancora tabù93.

Ogni uomo quando esperisce lo fa agendo nell’ambiente, e sull’ambiente in cui si trova.

Iniziamo ora a considerare il monitor come tramite per un ambiente altro da quello naturalmente

simbolico, internet, dove ogni persona ha un rapporto intimo, diretto, individuale con i suoi

contenuti e significati. Una porta di quarta parete teatrale. Quando agiamo estendiamo il nostro

sistema nervoso centrale come una protesi. Sappiamo che in un ambiente quando si agisce «si viene

agiti» dall’ambiente stesso che diventa specchio anche delle azioni altrui. In questo modo il nostro

sistema nervoso centrale diventa il sistema nervoso centrale di una intera collettività. Quando si

verifica questo tipo di esperienza si verifica quello che viene chiamato «cambiamento di Gestalt»94.

Il nostro orientamento temporale e spaziale si «ricalibra» e quindi il nostro modo di vedere le cose

cambia anch’esso. In questo mutamento la nostra esperienza dell’ambiente a noi circostante si

evolve (non ci riferiamo ad una evoluzione in termini qualitativi) modificando irrimediabilmente

tutte le nostre percezioni future; reinterpretiamo l’ambiente sociale, personale, tecnico e naturale in

funzione della nuova sensibilità acquisita, che in questo modo condiziona il nostro rapporto con il

cosmo ed il mondo i quali assumono qualità in funzione di come noi ci relazioniamo ad essi. In altre

parole la metamorfosi che subiamo è tanto radicale da modificare ogni aspetto del nostro essere

legato all’esistenza sia personale che sociale.

Abbiamo mostrato come il singolo, se inserito in uno spazio illimitato di possibili relazioni

infinite, ed infiniti ambienti con cui relazionarsi (e quindi potenzialmente libero), possa perdere sé

stesso dando libero sfogo a pulsioni narcisistiche e poco produttive (in senso emotivo). Ma questo è

il lato negativo della medaglia. Esiste anche una faccia positiva che fa virtù delle debolezze.

93 Rimandiamo allo studio fatto da Sigmund Freud sul rapporto tra tribù ed il loro utilizzo di strumenti e tecniche che spesso vive un
rapporto tabù in, Totem e tabù, Torino, Bollati Boringhieri, 2009. A sua volta Freud ha tratto da Frazer, Il ramo d’oro.

94 Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, Milano, Oscar Mondadori, 2010, pg 170.


51
Il Novecento è stato il secolo in cui sono stati proposti modelli mediatici di libertà per lo più

corrotti95. “Il medium è il messaggio” di Mc Luhan ne è l’espressione più elevata. Al concetto di

libertà è stato spesso associato quello di audacia, di indipendenza e implicitamente di forza e potere.

La libertà viene vista come una proprietà inviolabile, ma come ogni idea di proprietà ha dei limiti

ben definiti che, se qualcuno prova ad invadere, siamo pronti a lottare con la forza pur di

mantenerla. Se a questo associamo che la libertà è stata proposta attraverso modelli di sovranità e

autoreferenzialità attraverso film e scritti (si pensi ai film western, di azione o ai fumetti americani),

ne deriva che chi del modello ne ha fatto uno stile di vita possa aver usato anche metodi che il

modello propone per vivere la propria esistenza. Tuttavia questa strada è lastricata di fallimenti e

ripensamenti poiché, prima o dopo, salvo casi specifici, la pulsione emotiva all’associazione umana

tende a far sentire la sua energia. La scuola di pensiero che vuole superare i limiti

dell’individualismo e dell’utilizzo della forza come azione sulla vita che porta alla libertà, propone

una modalità dell’esistenza che fa della vulnerabilità il suo veicolo per raggiungere la libertà stessa.

Se la libertà è la capacità di vivere appieno il potenziale delle proprie possibilità, e se la

misura della vita è data dall’intimità, dall’ampiezza e dalla varietà delle relazioni

intrattenute, allora più si è vulnerabili, più si è aperti a relazioni intime e significative con

gli altri.96

In questo senso essere vulnerabili non significa essere sottomessi, vittime o prede, ma al

contrario essere aperti e disponibili a dare vita al livello più profondo dello scambio umano: la

comunicazione. Il coraggio, per chi sostiene la via dell’approccio incarnato, empatico, sta nel

consentire a sé stessi di aprirsi, di essere esposti — anche nelle proprie debolezze — all’altro.

Essere vulnerabili significa fidarsi dell’altro poiché l’altro fa lo stesso con noi. È un tipo di relazione

questa che quando è rivolta al contatto con l’ambiente, anche se per brevissimi istanti, siamo

95 Vance Packard, I persuasori occulti, Torino, Einaudi, 2005.

96 Ibid. p. 146.
52
disposti a fare; è come se sapessimo che il mondo naturale non ci può far del male perché è così

profondamente legato da sentimenti sinceri che non può ferirci. Al contrario quando si parla di altri

esseri umani, e di mondo non naturale, le paure si moltiplicano e l’insincerità ci pervade chiudendo

sia noi che i nostri interlocutori. La menzogna non è sempre spiegabile, tuttavia dilaga come un

virus e attacca tutti a volte per interesse e a volte per paura97. Il timore che lo pervade è

fondamentalmente quello che gli fa temere l’ambiente infinito di cui non si sente parte, che lo

schiaccia. Quando una persona si sente così non può che sentirsi impotente davanti ai grandi

problemi della vita di tutti i giorni quali, ad esempio, la politica. L’attività politica in quanto tale è

quella che più di tutte le altre — anche del lavoro — è in grado di dare profonda felicità e

soddisfazione all’individuo poiché lo fa sentire legato al mondo delle persone; l’uomo che sente di

poter aiutare un altro uomo che vive delle difficoltà sente di esser vivo e reale come nessun’altra

esperienza è in grado di fare in maniera così continuativa e profonda. Tuttavia quando questo non si

verifica perché il soggetto si sente privato della capacità di azione ecco che

il cittadino, in quanto individuo, [si sente] meno in grado di formulare un’opinione sui

problemi reali ai quali uno Stato moderno deve far fronte. [Sente di aver] minori possibilità

di esprimere la propria opinione e agire veramente sulla politica. […] Il cittadino deve

essere inglobato in un corpo più ampio […] che agirà come gruppo di pressione: una

rappresentanza di interessi più che di opinione.98

Il senso di privazione della capacità di azione sulla realtà è una delle cause negative che ha

come conseguenza sull’essere umano la nascita — e l’estensione — della sua pulsione necrofila (in

quanto contraria a quella biofila) di fuga dalla libertà. E ciò è possibile perché quando l’uomo sente

di non essere più in contatto con gli altri suoi simili, la solitudine ed una forma di depressione lo

invadono generando in lui impulsi distruttivi ed autodistruttivi. Camille Paglia, in suo dei suoi testi

97 Paul Ekman, I volti della menzogna, Firenze, Giunti, 1989.

98 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 81.


53
più discussi99, lega il concetto di libertà a quello di gerarchizzazione sociale innata. Niente di più

lontano da ciò che viene avanzato oggi. L’autrice sostiene che ovunque vi sia una società

gerarchica, e questa venga debellata, subito dopo se ne presenterà un’altra che, se possibile, sarà

anche peggiore della precedente. La studiosa coglie l’idea che sta alla base della tesi di Freud,

secondo la quale ogni essere umano possiede due pulsioni: una di vita (Eros) ed una di morte

(Thanatos)100. Il dualismo che a dire dello psichiatra vive in ognuno di noi sarebbe imbattibile,

insuperabile e tentare di combatterlo sarebbe contro natura e quindi destinato al fallimento.

L’individuo in quest’ottica non ha potere alcuno di vivere la propria libertà; è destinato a passare

un’esistenza passiva nei confronti della pulsione che è più presente in lui, che se è quella di vita non

può che fare del bene, ma se è quella di morte porta con sé dolori e malesseri. Paglia, sposando

questa tesi, propone che l’uomo deve essere costantemente oppresso e represso poiché se così non

fosse «la droga o la depressione»101 sarebbero le maniere con cui l’uomo, da solo, cercherebbe di

privarsi di questo nuovo senso ingestibile di libertà. Secondo l’autrice ad ogni forte pulsione di vita

ne corrisponde, sempre, una più forte di morte. Soltanto chi è in grado di accettare l’assunto

freudiano è anche in grado di accettare quello di Paglia. Concordiamo con i due autori che se

l’individuo si trova in una situazione di spaesamento e paura può ricercare soluzioni in pulsioni

necrofile. Ma concordiamo solo ed esclusivamente se nei suoi confronti l’individuo viene

considerato come attivo e non come passivo, morto, al contrario di ciò che lasciano intendere i due

studiosi. L’essere umano è individuo nel momento in cui realizza la condizione della sua esistenza

che è sia femminea che mascolina, sai biofila che necrofila. La sua è un’esistenza per contrasti che a

fasi alterne aprono il mondo a letture sempre nuove. Una volta accettate le possibilità di convivenza

di questi aspetti così estremi l’uno rispetto all’altro, la persona diventa tale poiché può dedicarsi alla

99 Camille Paglia, Sexual Personae, Torino, Einaudi, 1993, p.5.

100 Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere, Torino, Boringhieri, 1975.

101 Camille Paglia, Sexual Personae, Torino, Einaudi, 1993, p.5.


54
coltivazione degli atteggiamenti che più lo realizzano e lo connettono al mondo della Natura, della

Tecnica, delle Persone, del Mondo e della Vita.

Il biofilismo è una profonda caratteristica dell’essere naturale, vivo, che quindi coinvolge

anche l’uomo in quanto tale. Nel profondo sente la necessità di ricercare il mondo simbolico per

dare energia al suo spirito e ai suoi bisogni sociali di legame interumano — che può esser rivolto

anche verso esseri non umani. Quando il senso di affiliazione con altri esseri viventi ai quali siamo

legati viene meno si rischia di cadere in una forma di alienazione data dalla lontananza dalla natura.

La perdita di specie locali mette in pericolo la nostra esperienza della natura […] Il contatto

personale diretto con gli esseri viventi influisce su di noi in modi vitali che esperienze

vicarie non potranno mai sostituire. Credo che una delle principali cause della crisi

ecologica sia lo stato di alienazione personale dalla natura nella quale vivono molte

persone. Manchiamo di un diffuso senso di intimità con il mondo vivente […] L’estinzione

dell’esperienza […] implica un ciclo di disaffezione […]102

Vi è quindi una necessità vitale che porta l’essere umano a contatto con il mondo della

natura e quando questo mondo non è presente, gli uomini si perdono in un limbo solitudinario.

Quello che accade è che l’individuo torna ad essere in uno stato di caos emotivo e psicologico tale

da non vedere più come è la realtà che gli si presenta. Paradossalmente la verità natural-simbolico-

caotica è quella che riesce in una certa misura, sotto forma di ambiente, a dare della stabilità

all’animo umano. Il puro artificio, che nella maggior parte dei casi non ha come ideale di essere

simbolo, immerge l’uomo in spazi non gradevoli, poco ospitali e privi di contatto energetico ed

empatico. I contrasti emotivi che convivono incarnati sotto la pelle umana sono nati per coesistere,

non perché l’uno vinca l’altro. Fino a qualche decennio fa l’uomo era spesso convinto di agire

ascoltando la voce della razionalità, ed invece il sibilo che gli sussurrava all’orecchio i modi

attraverso cui agire era il suono passionale delle emozioni istintive. Questa consapevolezza è giunta

102 Robert Michael Pyle, The Thunder Tree: Lessons from an Urban Wildland, Boston (MA), Houghton Mifflin, 1993.
55
proprio quando l’uomo è arrivato al massimo della sua produzione razionale di informazioni e si è

mostrata con l’invenzione (scoperta?) del computer o, per meglio dire, del personal computer. La

macchina calcolatrice è fin da subito stata in grado, in virtù della sua programmazione, di eseguire

processi molto complessi in tempi brevissimi, dando alla fine un risultato che finché riguarda la

matematica propone solo un alleggerimento del carico di lavoro da perte dell’uomo, ma con il

passare dei decenni questa macchina è stata raffinata sempre più (e lo è continuamente) fino a che

non si è trasformata in un mezzo da cui l’uomo — anche quello chiamato comune — ha imparato a

comprendere e comportarsi seguendo le logiche del processo. Come abbiamo detto, in un certo

momento della storia che possiamo collocare intorno alla metà degli anni ’80, negli Stati Uniti,

sempre più persone hanno potuto accedere a questo nuovo prodotto della Tecnica che ha fin da

subito creato un ambiente a sé che dava la possibilità all’uomo di cambiarlo e, per riflesso, di

cambiare lui stesso in un gioco di feedback continuo e irreversibile. Le scelte puramente passionali

non hanno trovato più spazio e l’individuo ha iniziato a privarsi della libertà che la macchina

avrebbe potuto dargli.

[…] il computer mette in risalto ciò che vi è di irrazionale nelle decisioni umane, dimostra

come una data scelta considerata ragionevole sia in realtà passionale. Il che non significa

che ciò si traduca in una razionalità assoluta, ma chiaramente tale conflitto introduce

l’uomo in un universo culturale diverso da quelli finora noti. Per l’uomo il problema

centrale […] non è più la propria esistenza e quella di Dio, in funzione di tale misterioso

sacro, ma il conflitto tra razionalità assoluta e ciò che fino a oggi ha costituito la sua

persona103

Ovviamente il computer non ha sostituito i medium che vi erano prima quali la televisione,

il giornale e la radio, ma ha dato all’uomo un modo per generare ambienti da sé, quelli che ognuno

desiderava di più, e di coltivarseli in intimità o in condivisione, se lo avesse desiderato; una

103 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 100. Il corsivo è nostro.
56
caratteristica questa che nessun altro mezzo di comunicazione era in grado anche solamente si far

sognare. Ciò che nei secoli prima sfruttava la tecnica per diventare strumento ed aiutare l’uomo ad

avvicinarsi a Dio e allo spirito sovrannaturale, ora serve per avvicinare l’uomo al suo Sé (e non al

suo Io) e quindi di riflesso anche agli altri esseri umani. Quello che agli inizi del Novecento venne

chiamato neoumanesimo, prevalentemente in ambiti filosofici e teorici, con gli anni Settanta e

Ottanta del XX secolo ha travato spazio evolutivo in ciò che da astrattismo è divenuto pragmatismo,

e da teoretico è divenuto pratico. Il problema che si pone con la nascita e lo sviluppo del computer

(e di internet, non dimentichiamolo) è di tipo filosofico, esistenziale, psicologico, tecnico,

naturalisitico ecc. Ogni disciplina — lo studio teatrale compreso — ha dovuto, e dovrà farlo ancora,

confrontarsi con tale realtà che ai giorni nostri non solo è all’ordine del giorno, ma è anche il

fondamento su cui si stanno già formando generazioni guidate da altre, generalmente più anziane,

che devono lottare per comprendere la sintesi tra simbolo e tecnica. Il confronto sarà tra quello che

in un passato/presente era/è dato per vero e quello che invece attraverso la Tecnica si scopre non

esser più completamente vero; ciò che ne deriva è un problema sì di ordine filosofico, ma perché

arrivi ad esser osservato da ogni tipo di disciplina deve esser visto con la lente che permette una

lettura emozionale, e quindi empatica.

A questo punto ci sembra lecito domandarci se il meccanismo empatico può essere

trasmesso e vissuto attraverso la Tecnica computer. Altrettanto lecitamente immaginiamo di si, ma è

necessario fare delle distinzioni di tipo generazionale. Chi è nato e cresciuto in un ambiente di tipo

mediatico, post guerre mondiali, nuclearizzato, bellico e tecnico — in senso artificiale e artificioso

— in cui ci inseriamo anche noi, necessita di studi e ricerche che gli permettano di spostare

leggermente il proprio punto vista; chi invece è nato e cresciuto intorno agli anni 2000 e ha avuto

affianco a sé guide che lo hanno aiutato a vivere l’esperienza Tecnica fin da piccolo senza però

tralasciare la componente Naturale, vivrà dei vantaggi notevoli nel futuro prossimo poiché per lui la

tecnica può esser considerata come già superata. Quando diciamo che la tecnica è superata,

57
intendiamo dire che la percezione che il prodotto tecnico sia sempre un estraneo all’interno

nell’abbiente domestico e/o intimo, poiché rivoluziona ogni tipo di rapporto nei confronti del

vivere, non si pone. In una famiglia tradizionale il riunirsi intorno ad un tavolo per mangiare o

anche solo parlare è pratica quotidiana. Non è questa la sede in cui domandarci le modalità

attraverso cui si verificava, ci basta avanzare che era, in parte, è realtà. Con l’avvento del telefono

cellulare — prendiamo un esempio per tutti, ma potrebbero essere decine di altri — nella nostra vita

quotidiana i “disturbi” della lineare esistenza lavorativo-casalinga si sono dovuti ri-comporre e, è

giusto precisarlo, all’epoca erano solo gli adulti lavoratori a possederlo. Poi col passare degli anni

sempre più giovani (non lavoratori) hanno potuto avvicinarsi al nuovo medium e con loro i rapporti

famigliari e di amicizia hanno a loro volta subìto dei radicali cambiamenti che giorno per giorno

ognuno di noi vive. Prima si guardava (vedeva) la televisione oppure si ascoltava la radio tutti

insieme, ora le persone scelgono se vederla o se mentre che è davanti a noi, accesa, mandare un

segnale di comunicazione ad una persona pensata o desiderata. Quello che vogliamo dire è che le

generazioni post Duemila sono nate in un ambiente domestico già molto tecnico e, nella migliore

delle ipotesi, Tecnico104. In questo modo loro non hanno bisogno di studiare per superare il tabù, ma

dovranno studiare per ricercarlo, il tabù, affinché non venga mai dato per scontato fino in fondo,

poiché non tutto è Tecnico; anzi lo è solo una minoranza dei prodotti sul mercato ed una minoranza

di oggetti del mondo. La maggior parte sono generati da etiche corrotte, che rispondo ad esigenze

lontane rispetto alla nostra visione, e che quindi non sono empatiche e non hanno alcun desiderio di

divenirlo mai. Per questo motivo è necessario — e lo sarà sempre più — avere persone formate

tanto da qualità tecniche quanto umane, emozionali ed emozionate, sinceramente; presentate e non

rappresentate, per tendere la nuova lente biofila con cui osservare il mondo e il tempo. L’uomo è

guidato da molte pulsioni opposte che possono portare prevalentemente a due vie: una che mette al

centro di tutte le attività umane l’esperienza incarnata

104 La lettera maiuscola sta ad indicare tra le due possibilità della tecnica quella che è anche Simbolica.
58
cioè, di partecipazione all’altro — e che [attua] la capacità di capire l’altro e rispondergli

«come se» fosse noi stessi [e questo] è la chiave delle modalità di coinvolgimento

dell’uomo nel mondo, della creazione dell’identità individuale, dello sviluppo del

linguaggio, dell’apprendimento del pensiero razionale, della socialità, dell’elaborazione di

narrazioni culturali e delle definizione della realtà e dell’esistenza.105

ed un’altra che, punto per punto, è capace di leggere il mondo contrariamente rispetto a quanto

affermano gli ultimi studi di psicologi e ricerche di operatori nelle scienze cognitive106, portando

dunque a egocentrismi, depressioni, violenze, fughe da libertà possibili che riducono così

l’ambiente circostante a luogo d’oblio da combattere con fantasmi, i quali rispondo con la forza alla

coesistenza delle umane pulsioni opposte.

Erich Fromm nel suo libro Avere o essere?107 affronta la tematica del fanatismo

presentandola come una espressione che lega la forma dell’avere a quella dell’essere attraverso la

traduzione di uno dei due, nell’altro. L’autore spiega che buona parte dei problemi legati a morali o

politiche si impernia su una domanda sola: avere o non avere? Affrontandola in termini religiosi

Fromm parla di fanatismo nell’ascesi come forma di repressione di una profonda necessità di

consumo e proprietà. L’asceta è in grado di respingere la pulsione al consumare, ma ciò significa

che è ossessionato dall’attività stessa di consumare. In psicanalisi, spiega Fromm, i dati che

argomentano la tesi secondo cui l’oggetto del fanatismo è l’espressione di una pulsione contraria,

abbondano. Parla di vegetariani fanatici che con la loro dieta cercano di reprimere le pulsioni

distruttive, i fanatici nemici dell’aborto che nascondono desideri omicidi e i fanatici della «virtù»

che celano desideri peccaminosi.

105 Laila Craighero, Neuroni specchio, Bologna, Il Mulino, 2010.

106 Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, Milano, Oscar Mondadori, 2010, p. 133.

107 Erich Fromm, Avere o essere, Milano, Oscar Mondadori, 1986, p. 99.
59
A contare, nel caso specifico, non è una certa convinzione in sé e per sé, bensì il fanatismo

che la sorregge. Al pari di tutti i fanatismi, questo legittima il sospetto che serva a coprire

altri impulsi, di solito di segno opposto.108

Questi sono tutti casi in cui le pulsioni non sono state comprese da sé, o con il sostegno

esterno di qualcuno, per una infinità di motivi che è impossibile elencare. Possiamo però affermare

che la fragilità nel rapporto interpersonale che si sviluppa in ambienti scolastici e famigliari è nella

maggior parte dei casi generata da persone poco amorevoli, sempre in senso frommiano, che non

desiderano accompagnare il giovane nel suo processo di crescita guidandolo nella comprensione del

mondo e del Sé.

La nostra epoca sta vivendo una profonda mutazione nel suo modo di avvicinarsi a sé stessa,

cercando di decifrarsi, generando una forma di fanatismo mediatico-informativo estremizzato da

forme di comunicazione sempre più rapide, prive di referenza e rappresentative, oltre che «guidate»,

e non sempre con fondamenta solide e certificate. È il caso di alcuni social network, primo tra tutti

Facebook®. Il tipo di informazione che propone il sito, che sta da anni sul podio dei website più

visitati quotidianamente, è di tipo fanatico. L’utente che si rapporta con l’ambiente Facebook® è

portato a vivere una forma perversa di ingordigia, data da informazioni che devono essere scorse

rapidamente e, ne deriva, che molte di queste informazioni, per rapidità divulgativa, non sono

verificate da parte dei professionisti di settore109. Il cambiamento dell’universo culturale che si crea

inserendosi in ambienti simili, è palese. C’è chi in passato ha responsabilizzato la tecnica di tale

cambiamento presentando studi che mostrassero una panoramica del mutamento da cultura

tradizionale a sistema culturale tecnocratico. Jules Gritti ha analizzato la metamorfosi tentando di

proporre alcune «coppie dialettiche» contrastanti: cultura/specializzazione, gratuità/efficiacia,

108 Ibid.

109 Anna Bandettini, all’interno del ciclo di incontri Parlamenti di aprile, Ravenna (RA), Teatro delle Albe, 2014.
60
sforzo/piacere, parola/immagine110 ecc. Prenderemo in considerazione solo la prima dicotomia

come esempio per le altre. L’autore mette in contrapposizione la cultura con la specializzazione,

intendendo con ciò che quello che prima era considerato cultura, unito, simbolico, con l’avvento

della tecnica globale ed il suo idolatramento viene separato, diviso. Ogni parola viene studiata

singolarmente e analizzata sia in referenza a sé stessa che, successivamente, alle altre. Ogni bene

culturale non viene più osservato solo per il suo valore in sé, ma anche come ensemble di infinite

altre possibili interpretazioni, analisi e rapporti che altrimenti rimarrebbero celati nei misteri della

storia. In breve la cultura viene specializzata. Anche Baudrillard cerca di dimostrare come la cultura

generata dalla tecnica sia lontana da quella considerata come:

“1 — Patrimonio ereditario di opere, pensieri tradizione.

2 — Dimensione continua di una riflessione teorica e critica.”111

Trascendenza critica e funzione simbolica sono entrambe negate dalla sottocultura, che nega

i due concetti presentati da Baudrillard. Tuttavia il problema non è legato ai contenuti culturali ma

piuttosto al pubblico a cui si riferisce che essendo inserito in ambienti non favorevoli allo sviluppo

critico ed emotivo rischiano di perdersi in uno spazio troppo esteso che può portare a chiusura

emotiva. A questo punto la cultura, propone il filosofo, non è più fatta per durare e la rapidità del

progresso tecnico condanna la cultura ad essere il contrario di ciò che è sempre stata: ora è consumo

immediato di un prodotto senza contenuto. Baudrillard nota anche come tra cultura di massa e

cultura d’avanguardia con la tecnica non vi è più differenza. È sempre difficile fare delle

affermazioni che durino a lungo come verità assolute quando si ha a che fare con la tecnica, poiché

la sua stessa rapidità di sviluppo ne impone una immediata rilettura, e infatti ciò che l’autore

propone è senza dubbio in parte vero, ma noi lo leggiamo al contrario di come è stato posto. La

tecnica ha sicuramente modificato il processo di creazione e di fruizione culturale, tuttavia non ne

ha radicalmente mutati i contenuti in sé, al massimo li ha rivisti, poiché è stata in grado di

110 Jules Gritti, Cultura e tecnica di massa, Roma, AVE, 1969.

111 Baudrillard in Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 95.
61
parcellizzarli e leggerli da molteplici visioni anziché una solamente; ma non crediamo che sia

questo a creare una massificazione populista della cultura, poiché metà della responsabilità l’ha

l’uomo stesso che la accetta. Siamo tutti concordi nel dire che una cloaca non è un ambiente

gradevole in cui passare del proprio tempo libero, e quindi non lo facciamo. Tuttavia quando si ha a

che fare con la rappresentazione mediatica, la percezione dei contenuti viene completamente

ravvisata ed il loro aspetto superficiale di assoluta verità sembra vivere gloriosamente. La divisione

dell’apparato informativo è generato dunque da un approccio di tipo tecnico che però non vive della

mirabilia e conoscentia a cui può portare quando è composto anche da un aspetto simbolico,

specializzato.

Con questo temine si vuole intendere che la cultura viene parcellizzata, atomizzata, e come

conseguenza ne deriva una sempre maggiore consapevolezza di ignoranza per i non addetti ai lavori

(nel migliore dei casi), oppure ne può derivare un’inscatolamento isolato — di un aspetto della

cultura — dal resto delle altre discipline, dettato dal desiderio di possessione di quella che viene

considerata la verità. Il rischio è che l’ego di chi fa una scoperta nuova in un determinato settore

non desideri aprirla agli altri poiché ritenuti inferiori, troppo distanti, ignoranti ecc. La

specializzazione può per contro essere anche la via attraverso cui leggere, o anche solo intuire, una

parte della costellazione culturale di cui fa parte l’opera in questione. Se ipotizziamo che il mondo è

composto da una realtà simbolica, e inseriamo l’uomo tecnico all’interno di questa realtà è

altamente improbabile che sia capace di leggerlo e intuirlo. Ma essendo che questa situazione

ipotetica non è realizzabile, dobbiamo immaginare un uomo che si sente simbolico poiché naturale

e legato al suo lavoro che tanto sapientemente conosce, inserito in un mondo tecnico che gli sembra

estraneo. La differenza tra i due aspetti è che nella prima l’uomo tecnico si metterà presto al lavoro

per cercare di comprendere ciò che gli sta attorno, mentre nel secondo la chiusura sembra essere

l’unica via di scampo che se vuole essere fuggita deve basarsi anche su fondamenti altri rispetto a

quelli già conosciuti. Si può basare, ad esempio, sul fatto che siamo tutti uomini e che ogni prodotto

tecnico è frutto dell’uomo stesso e quindi può essere compreso ed evoluto anche da noi come

62
individui. Un orientamento tale apre lo spirito umano soggettivo all’altrui diversità che viene

compresa come capace di produrre Tecnica, in alcuni casi. Sviluppando un approccio simile, di pari

passo, si svilupperanno nel soggetto sempre più capacità critiche che gli permetteranno di

interpretate e comprendere la differenza tra una manifestazione tecnica ed una Tecnica.

L’essere umano quando è abbracciato nel cullante sonno della rappresentazione mediatica, e

quindi molto esposto al rischio di una perdita di sé stesso, è comunque, per così dire, «in contatto»

con gli altri uomini. Baudrillard112 riferendosi ai giochi televisivi, ne parla in termini di

partecipazione (non interazione). L’autore sostiene che il concorrente al gioco è felice perché

ottiene ciò che desidera, ovvero la soddisfazione di essere apparsi in TV, e il pubblico si sente

appagato perché ha la sensazione di essere un insieme unico, in comunione, «in contatto». La

società dei consumi, secondo lo studioso, non è vero che è priva di riti, ma questi nuovi riti sono

Tecnici e non più simbolici, e la comunione, dice, non è più tramite il pane o il vino cristiano, ma i

mass-media. Ed essendo mediati questi riti diventano comunicazione. Dobbiamo tuttavia dissentire

dell’utilizzo del temine comunicazione, poiché presuppone un doppio feedback tra chi emette il

messaggio e chi lo riceve, ed i mass-media non ne possiedono l’abilità. Emettono un messaggio

sotto forma di segnale che viene ricevuto da uno spettatore che può sì provare emozioni (anche

forti) dopo aver tradotto il segnale, ma il suo feedback si infrange irrimediabilmente contro una

lastra di vetro che ricopre il monitor oppure contro una membrana vibrante che compone

l’altoparlante della radio, o anche contro le pagine bianche di un foglio di giornale. In tutti e tre i

casi la risposta del referente è troncata e, l’uomo che la prova, dobbiamo immaginare che la

rivolgerà verso altre persone, oggetti, problemi che non riguardano quello in questione, ecc. Ne

deriva una forma di caos tecnico. In questo orizzonte si collocano al giorno d’oggi anche alcuni tipi

di media che sfruttano medium diversi per potersi rivolge all’utente: internet può esserne uno, ed i

social network sono tutti in prima linea in tal senso. Quando l’uomo si interfaccia ad un sito web

112 Ibid. p. 57.


63
che si presuppone possieda delle caratteristiche per cui ad un input ne consegua uno — più —

output, ciò che si verifica è una fortissima fascinazione che il sito riesce ad innescare nell’utente.

Abbiamo già parlato dell’empatia e delle sue implicazioni neuro-fisiologiche. E abbiamo

anche presentato l’idea appartenente a qualche decennio fa, secondo cui il computer cambierebbe la

nostra conoscenza da una di tipo esperienziale ad una di tipo esclusivamente conoscitivo113. Ora

sappiamo che questo non è possibile, poiché quando vi è interazione in uno scambio continuo di

feedback la mente ed il corpo sono sempre molto attivi, tesi ed in movimento. Potremmo

cominciare dai movimenti più semplici quali utilizzare una tastiera, un mouse, un trackpad per

arrivare fino a dimostrare come i neuroni, ed i neuroni specchio in particolar modo, abbiano la

capacità di immergerci in realtà ed ambienti lontani da noi ma che riescono ad entrare nelle nostre

carni, a volte più profondamente di quelle non filtrate da schermi e oggetti digitali. L’interazione ha

un’enorme valenza nell’individuo, nella misura in cui riesce a far entrare in contatto, non cutaneo,

ma emotivo, oggetti ed informazioni con le persone che li consultano; e le grandi aziende creatrici

di contenuti web lo sanno molto bene. Questa è una delle chiavi di lettura attraverso cui leggere il

motivo che spinge graphic designer e interactive designer di Facebook® e Twitter® a voler far

scorrere le pagine dei loro contenuti, e non presentarli in maniera più completa, esaustiva e

correlata.

Appartenente ad anni in cui il computer era solo agli albori delle sue potenzialità è anche

l’idea che l’uomo, quando agisce, non si relazione a contenuti, ma a tecniche114. Anche questa

posizione è reale ancora oggi, in parte, poiché come abbiamo visto è il tipo di approccio nei

confronti del dispositivo tecnico e naturale che cambia la considerazione che abbiamo di esso. Per

la maggior parte degli uomini del Novecento — sia studiosi e creativi che operai — la macchina era

generalmente considerata come distruttrice, capace di sostituirsi al valore umano annichilendolo e

113 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 100.

114 Ibid. p. 83.


64
portandolo alla scomparsa. Basti pensare ai romanzi di Philip K. Dick115 o 1984 di Geroge

Orwell116. Negli scenari pensati dagli autori, la macchina — la tecnica — in un futuro apocalittico

ma plausibile, corrompe gli animi umani portandolo a creare invenzioni che ne determinano la

possibile estinzione, fisica, emotiva o entrambe. Siamo in grado oggi di osservare queste teorie

come ancora plausibili in una certa misura, ma essendo che l’individuo ha sempre maggiori

possibilità di assumere coscienza del suo Sé ha anche sempre maggiori possibilità di sviluppare il

suo senso critico del mondo e dei prodotti tecnici e tecnologici. In questo senso è vero, l’attenzione

che nei tempi passati veniva rivolta verso un oggetto si esauriva attraverso la concretezza e fisicità

dell’oggetto stesso. Con lo sviluppo Tecnico, invece, oltre alla fisicità vengono sempre più

considerate le componenti astratte, ideologiche ed emotive che l’oggetto porta con sé. Marx parla

del prodotto come di una nuova forma attraverso cui l’uomo, il suo creatore può, oltre che

identificarsi, anche leggere ed interpretare sé stesso117; ben inteso con le sue positività e negatività.

In una visione simile, l’uomo impara ad aprirsi al mondo in cui vive; il quale, a sua volta, gli si

apre, parlandogli ed estendendo la sua soggettiva individualità personale che così facendo evolve.

L’ambiente è determinante per un individuo che decide di non chiudere il suo spirito a ciò

che il mondo ha da proporgli. Internet è un ambiente molto esteso che vive di regole e paesaggi a

volte più naturali, a volte meno. Talvolta chi crea gli spazi digitali si domanda che tipo di esperienza

vuole proporre, altre volte questo viene meno. Altre invece i fini economici che utilizzano metodi

persuasivi rischiano di diventare il punto di inizio di un ciclo di feedback negativo che può far

incappare l’utente, l’uomo, in semplicismi e accettazioni passive dei contenuti che gli vengono

proposti in maniere a volte discutibili e controproducenti a livello emotivo e relazionale, ma molto

efficaci in termini economici.

115 Philip Kindred Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Roma, Fanucci, 2007.

116 George Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 2002.

117 Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino, Einaudi, 2004, p. 115.
65
Ciò che si è finora verificato è che la maggior parte delle aziende che hanno deciso di aprirsi

al web, dagli anni Novanta in poi, hanno considerato la rete come una protesi della loro attività

solida, non digitale (si veda l’intervista in appendice). Oggi la situazione sta lentamente mutando

verso una costruzione di internet più umano, meno consumistico e più interessato ai pensieri e alle

considerazione delle persone che ne fanno utilizzo. A volte questo interesse è puramente a sfondo

economico, altre meno. Sono caratteri del web, questi, che chi più chi meno investono la maggior

parte dei website. Social network, motori di ricerca, blog, siti privati e aziendali; che trattano di arte,

di società, di economia, di ecologia, di ambiente e di commercio. Tutti sono soggetti a tentativi di

persuasione e di caduta nel tranello di dare maggiore rilievo all’aspetto economico rispetto a quello

ambientale (Stimmung) e individuale (corpo-proprio). Il paesaggio della rete in base a come viene

dipinto cerca delle risposte di un certo tipo nell’utente che lo consulta. E queste riposte possono

anche sfociare nella ricerca di fama, anziché in ricerca critica di informazioni. Laddove vi è una

forte interazione, un ambiente per così dire gradevole e l’opinione sembra avere un valore,

l’individuo è stimolato ad apprendere rapidamente e profondamente ciò che gli viene proposto

come verità, poiché la fiducia nei confronti di chi sembra darti spazio creativo, che a sua volta

sembra esprimerti fiducia, è facilmente riponibile.

66
3 — Il teatro nella rete. Analisi della proposta attuale.

3.0 — Premessa al capitolo.

In tutto il saggio precedente abbiamo voluto affrontare, senza però nessuna pretesa di

volerlo esaurire, parte del rapporto che l’uomo instaura con la Tecnica e con i suoi manufatti. Il

nostro fine è stato di cercare di intravedere anche solo una flebile luce nel lungo e complicato

percorso dell’inserimento del medium internet, in una visione storica e antropica il più possibile

estesa e «a volo d’uccello». Il risultato è una breve forma teorica che può fungere da fondamenta su

cui costruire delle prospettive di raggio più ampio cominciando dall'analisi di ciò che in questo

momento lo spazio web accoglie e, quindi, propone all’utente.

Il capitolo che andremo ad affrontare si concentrerà dunque sull’osservazione di alcuni siti

web (nazionali e, a volte, internazionali) che trattano della disciplina che ci riguarda: il teatro e le

sue molteplici forme.

Per comodità di analisi cercheremo di categorizzare i siti web anche se siamo coscienti della

loro esaustiva impossibilità. Cercheremo dunque di inserirli in uno dei cinque generi di approccio

web in base alla loro caratteristica principale che può essere in forma di vetrina teatrale; blog

militante; rivista online e in formato e-book (comprendendo anche testate giornalistiche); la riviste

in formato cartaceo; l’archivio online, la ricerca che ne consegue e, quindi, la rete critica. Quasi

nessuno dei siti web che prenderemo in considerazione gestisce solamente un aspetto dei sei

indicati, e questo in virtù del DNA di cui è costituito il teatro stesso: multidisciplinarietà ed energie

colte da altre materie oltre che essere esso stesso linfa vitale per discipline cugine, sorelle e amiche,

quali la storia, l’antropologia, la linguistica, l’architettura, la sociologia, l’arte, la poesia, la

letteratura ecc.

67
Abbiamo deciso che, laddove la nostra attenzione si sarebbe rivolta verso luoghi stranieri,

sarebbe stata fatta ricadere in Germania e, precisamente, a Berlino poiché, durante tutto il XX

secolo, è stata una delle città europee più presenti in ambito internazionale per ciò che concerne il

settore culturale. Questo le ha permesso di essere la capitale della cultura nel 2012 promuovendo

Berlino come “Città della musica e del teatro”. Parlando di multidisciplinarietà Berlino è una città

che conta 180 musei, 440 gallerie, tre teatri d’opera, otto orchestre sinfoniche, 130 cinema e più di

150 palchi su cui esibirsi (senza contare l’incalcolabile offerta domestica e universitaria). In tutto

ogni giorno si offrono ai cittadini berlinesi e ai viaggiatori circa 1500 spettacoli118. Questi sono solo

dei dati che presi singolarmente posso essere espressivi, come no. Ciò che per noi è importante

rilevare, e chi ha passato del tempo nella capitale tedesca lo avrà riscontrato, è che questi dati in

realtà parlano di concretezze artistiche tutte in relazione l’una con l’altra. È molto raro che una

forma artistica si chiuda in una torre d’avorio, e non appena ha le possibilità di realizzarsi fa di tutto

per aprirsi alle altre discipline, estendendole. La comunicazione che intercorre tra un settore della

cultura ed un altro, e di come viene gestito, sarà uno dei modi attraverso cui andremo ad osservare i

siti in questione.

È necessario fin da subito esplicitare che nella raccolta dei dati e nello stilare la lista dei siti

da consultare sono stati considerati decine di indirizzi web a tema teatrale e che, per motivi di

similarità tra l’uno e l’altro, onde evitare inutili ripetizioni, ne verranno presentati un numero

inferiore che, a nostro avviso, propone delle novità o anche solo delle caratteristiche interessanti per

la logica del teatro nel web, ovvero l’informazione e la messa in relazione in modo significativo di

tali informazioni pluridisciplinari.

118 Le informazioni e i dati sono tratti da www.visitberlin.de.


68
3.1- I TEATRI NELLA RETE — I siti dei teatri.

La parola teatro vive di molteplici significati. Teatro è quella relazione che vi è tra qualcuno

che agisce e qualcuno che osserva. Teatro è una forma di spettacolo. Ma il teatro è anche uno

spazio, un luogo che accoglie dentro sé delle attività organizzative e artistiche che portano alla

realizzazione di una performance davanti a degli spettatori. Questa ultima significazione è quella

che più ci interessa in questo momento, e lo è in virtù del fatto che internet, come abbiamo detto, è

anch’esso un ambiente: teatro come spazio e internet come spazio.

Il pensiero più immediato, più semplice, per così dire, che viene in mente quando

immaginiamo uno spazio — come potrebbe essere un’attività commerciale — e la sua proiezione

nel mondo virtuale, nella rete, è generalmente di tipo diretto, ovvero è una protesi dell’attività

stessa. Chi ha avuto — e ha — il dovere di gestire dei contenuti solidi, ovvero appartenenti alla vita

al di qua dal monitor, spesso ha realizzato degli spazi grafici virtuali che rispondo a questa visione

banale di tale ambiente. Il considerare internet come una semplice protesi — o proiezione —

paritaria del mondo delle relazioni fisiche è stato, fin dai primi albori della rete, una tendenza

generalizzata, soprattutto in virtù del fatto che gli organizzatori aziendali, e anche tetarali, non

sapevano molto bene cosa farsene di questa nuove Tecnica. Un po’ quello che succede oggi con il

famoso “internet delle cose” (si veda l’appendice 1). Si ha qualcosa tra le mani con un potere

immenso, viene percepito come tale, ma data la sua enorme energia l’uomo ha fatto difficoltà a

sviscerarne le potenzialità e, un po’ per paura, lo ha spesso rinnegato. Negli altri casi ha cercato di

domarlo, senza però lasciarsene troppo persuadere. Ci si affidava a operatori informatici che

costruissero la vetrina della propria offerta aziendale anziché cercare di astrarre il potere simbolico

della rete e, così facendo, esaltarne le potenzialità che, molto spesso, avrebbero poi rilevato lacune

organizzative e catalogatrici da parte dell’azienda stessa. Come abbiamo detto il timore è spesso

stato molto presente in chi si cimentava in una esperienza tale. Poi hanno iniziato ad entrare nelle

vite delle persone i social network e dispositivi tecnologici sempre più avanzati e sicuri che hanno

aiutato a proiettare della fiducia in quello spazio così immenso e così complicato da comprendere.

69
In questa maniera presto molti artigiani, piccole aziende con bassi budget a disposizione o anche

solo individui privati hanno iniziato a pensare — e a far realizzare — il loro spazio all’interno di

internet. Tuttavia questa fiducia non sempre è stata ripagata a dovere, poiché giovani inesperti e

grandi truffatori hanno approfittato del nuovo pubblico per creare dei website poco attraenti e poco

sicuri, così che il cliente sviluppasse da sé sempre nuove esigenze e desideri nei riguardi di internet

e, così facendo, si fidelizzasse all’amico o al conoscente che gli eseguiva il lavoro. Il problema è

che questo si è verificato anche in realtà più ampie rispetto a quelle piccole da noi descritte ed il

risultato è un luogo infinito (la rete) in cui vi sono milioni di siti, molti dei quali sono molto simili

l’uno all’altro poiché la tecnica ne ha determinato le regole e non l’art-direction, come invece si è

portati a credere. Internet in questa maniera è divenuto un luogo in cui la creatività dei designer si è

fossilizzata su strutture per ascisse e coordinate e forme semplici prive di interazione l’una con

l’altra.

Questa breve divagazione è stata necessaria per identificare alcune cause, le più semplici,

che hanno portato alla creazione di quella forma di internet che abbiamo quotidianamente di fronte

e noi: disinformazione; sfruttamento delle risorse; adagiamento creativo e identificazione di internet

come vetrina della propria attività che, a volte, abbraccia anche il mondo del teatro.

Prenderemo ora in esempio tre siti web di tre teatri differenti sia per locazione geografica

che per tipologia di offerta, che appartengono ad alcune delle realtà teatrali più vive e fiorenti in

Italia. Il teatro San Carlo di Napoli, il Teatro Stabile Pubblico Regionale ERT della regione Emilia-

Romagna e il Piccolo Teatro di Milano.

Il primo, il sito del Teatro San Carlo di Napoli (appendice 2.1), è l’unico dei tre che si

presenta con una veste grafica in linea con gli ultimi standard internazionali HTML5 che aprono a

molte nuove possibilità estetiche e di interazione rispetto al vecchio standard HTML4 e Flash. Oltre

a questo, il codice HTML5 permette una stabilità del sito, e una sua sicurezza generale,

70
notevolmente superiore al codice che lo precedeva. Tuttavia l’aspetto grafico non è l’essenza dello

spazio virtuale ma solo una sua presentazione. Iniziando ad esplorare il portala del teatro napoletano

vediamo subito che ci chiede di esser scorso verso il basso per esser navigato poiché la veste

minimale, e basata sulla forza delle grandi immagini, toglie spazio alle informazioni basilari che

vengono quindi spostate verso il basso. Un bel tocco, a nostro avviso, che distanzia il sito dalla

prassi di collocare la «barra di navigazione» in alto nella pagina, è di collocarla in basso. Quelle che

ci vengono proposte come azioni possibili sono “l’acquisto del biglietto”, la consultazione del

“cartellone”, una “storia del teatro”, una sezione “educational” e dei “contatti”. E fino a questo

punto nulla che si discosti dalle informazioni basilari che un’attività deve fornire ai suoi clienti

abituali ma, ancor più, a quelli potenziali. Ciò che vi è di nuovo e interessante dal nostro punto di

vista, che mette in gioco una tematica troppo spesso misconosciuta e anche un po’ celata, che è

quella “dell’archivio”. Il Teatro San Carlo è composto, oltre che dal teatro, da un museo e da un

archivio storico. Tuttavia, ora come ora, la pagina ad esso dedicata non è consultabile poiché è in

fase di elaborazione e speriamo che sia un giorno navigabile interamente online, e non solamente in

formato analogico. Quello del San Carlo è un sito semplice e intuitivo, con qualche bug grafico

durante lo scorrimento dell’unica pagina che viene navigata utilizzando il solo movimento verticale.

Non presenta particolarità se non rispetto all’idea di creare un archivio interrogabile virtualmente ed

una impostazione grafica tuttavia al passo coi tempi.

Il secondo sito che osserveremo sarà quello di ERT — Emilia-Romagna Teatro (appendice

2.2). Se il San Carlo si compone di un teatro, un museo ed un archivio, gli edifici che compongono

ERT ne complicano la struttura: in questo caso, infatti, siamo di fronte ad un ente che gestisce ben

tredici teatri sul territorio emilio-romagnolo. Aspettarsi, quindi, un sito web che possa essere

esauriente sotto il profilo delle informazioni per ogni realtà teatrale gestita da ERT, metterebbe a

rischio la nostra esperienza di navigazione, poiché l’improbabilità che ciò avvenga è molto alta.

Immaginiamo che ogni teatro possieda una sua struttura, una sua storia, un suo archivio, delle sue

71
relazioni con altri enti culturali ecc.; possiamo fin da subito affermare che, nonostante i dati fornitici

dal sito di ERT non siano molti, sono esattamente quelli che interessano l’utente e sono presentati in

maniera sì discreta, ma abbastanza esauriente (considerato che riguardano ben 13 teatri!) se inseriti

all’interno della logica di internet, che è di fornire informazioni rapide ed utili. L’impostazione di

base, contrariamente al sito del Teatro San Carlo, è ancora in HTML4, quindi anziché apparire

come dinamico e fluido crea qualche frizione durante la navigazione. Il luogo dell’esperienza delle

informazioni non è in basso, ma in alto, come nella maggior parte dei siti web, e quindi non è

caratterizzante. Viene data molta importanza alla divulgazione social ed una discreta rilevanza

hanno le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi mentre siamo in cerca dei nostri interessi. Il

sito non vive di una felicissima veste grafica poiché è tendenzialmente poco attuale, e lo si nota nel

momento in cui gli oggetti vettoriali si affiancano agli shooting che, per contro, sono realizzati

professionalmente e permettono di entrare in contatto con il loro contenuto. È evidenziabile, però,

una grande area dedicata ai cartelloni dei vari teatri. Là dove la navigazione finisce, ovvero in fondo

alla pagina, vi è un calendario che gestisce i giorni in maniera verticale, potendo ospitare così

l’elenco degli spettacoli teatro per teatro con i rispettivi orari. Ma una volta che si è cliccato per

avere maggiori dati specifici dello spettacolo che è di nostro interesse, ci imbattiamo in una serie di

bug quali testi mancanti, colori che affaticano la lettura e mancanza di un collegamento diretto con

l’acquisto del biglietto del suddetto spettacolo.

      Un po’ nascosto, in fondo alla pagina web, digitato in piccolo, compare la scritta “Archivio

produzioni”. Aprendo il link si viene catapultati in una nuova finestra che permette di navigare tra

gli anni delle produzioni ERT, che sono trattati in maniera esaustiva con informazioni che vanno

dagli interpreti, ai tecnici e ai luoghi della tournée, il tutto composto anche da foto e video tratti da

Youtube®. Nonostante il contenuto sia notevole ed estremamente utile per gli addetti al settore, è

strutturato in maniera pre-duemiladieci (staticità globale e poca attenzione all’interazione) inoltre

presenta innumerevoli link privi di contenuto. Vi è, in ultima analisi, come informazioni che il sito

dona al visitatore, una sezione in cui sono raccolti numerosi link ai teatri stabili pubblici presenti sul

72
territorio nazionale, alcune riviste online e link differenti inseriti in “Varie teatro e cultura”, i cui

collegamenti portano a compagnie teatrali, festival e progetti teatrali altri rispetto a quelli

organizzati da ERT. Con questa ultima sezione si inizia a intravedere quella che più avanti

chiameremo “Rete critica”, ed è una forma innovativa attraverso cui strutturare un sito web, poiché

vive di relazioni molteplici con differenti ambiti disciplinari di riferimento. In questo modo ciò che

si dovrebbe realizzare è una sorta di visualizzazione critica di contenuti culturali, ma lo

affronteremo nel sottoparagrafo “Rete critica”.

Il terzo ed ultimo sito web verso cui dirigiamo la nostra attenzione è quello del Piccolo

teatro di Milano (appendice 2.3), che di recente ha assunto notevoli cambiamenti per ciò che

riguarda la sua schermata “home” senza tuttavia stravolgere la sua essenza. Ogni nostra

considerazione riguarda quindi solo gli ultimi aggiornamenti. Aprendo il sito, notiamo che una

grande immagine affiancata da un calendario occupano la maggior parte dello spazio visivo. Sopra a

questi due elementi, come nel caso del sito di ERT, vi sono delle parole che, una volta cliccate,

aprono dei sottopannelli. Quello che è subito chiaro è che l’architettura del sito del Piccolo di

Milano è piuttosto articolata, ma chiara. Scorrendo la home verso il basso si notano delle colonne

dentro cui vi sono le presentazioni degli spettacoli prossimi che sono affiancate da un elenco delle

ultime “news”. In fondo alla pagina vi sono i contatti e le mappe dei tre palcoscenici di proprietà del

Piccolo: lo Strehler, lo Studio e il Grassi. Questo è un dettaglio rilevante poiché significa che senza

creare un sottomenu apposito denominato “contatti” o “dove siamo” l’informazione è più diretta. La

comunicazione non è filtrata poiché nella prima schermata con cui interagiamo possiamo navigare il

sito web del Piccolo milanese nella sua interezza. È di nostro particolare interesse evidenziare che

tra le etichette «in stile retrò» che vi sono in alto nella pagina, ve n’è una che risponde, in parte, alle

ultime esigenze informatico-culturali ed è nominata “Archivi”. Cliccando sul titolo del menu a

tendina si può scegliere tra “Archivi multimediali” e “Progetti speciali”. Il primo è quello verso cui

portiamo la nostra attenzione data la sua rilevanza verso ciò che abbiamo chiamato “Rete critica”.

Dopo aver aperto la pagina in cui si viene rimandati si nota subito un radicale cambio di
73
impostazione grafica. Laddove prima vi era innovazione e armonia, anche se in un linguaggio

macchine non aggiornato alle ultime versioni, ora vi è banalità e disordine amplificato da un

apparente ordine dettato da riquadri neri che occupano i testi. Vi è una breve descrizione di cosa

sono gli archivi del Piccolo e poi si può iniziare a navigare in quella che è un’esperienza per

selezione dell’ambito di interesse che può variare da “numero dei risultati” che sono a nostra scelta,

al titolo dell’opera, alla stagione, all’autore, alla regia, alla scenografia, ai costumi alla musica.

Dopo aver applicato i filtri, in maniera non dinamica ma di ricaricamento della pagina, appaiono i

risultati della ricerca che si dividono in “Immagini”, “Bozzetti”, “Manifesti” e “Rassegna stampa”.

Non vi è relazione tra i documenti e tanto meno viene manifestata una relazione tra i vari contenuti

che tuttavia sono ben archiviati e accettabilmente presentati. Si nota un forte contrasto da quella che

è la prima pagina che presenta il sito web e quello che è tra le altre, l’anima storica di un teatro

ovvero, il suo archivio.

Ci sembra necessario fare un brevissimo accenno ad un sito web straniero che possa valere

come exemplum per una tendenza che è più generalizzata in abito berlinese. Dando un primo

sguardo al sito del Maxim Gorki Theater119 (appendice 2.4) si viene accolti da dei “tasselli” quadrati

di un puzzle che sono costituiti di fotografia con al di sopra il titolo dell’opera che rappresentano. Il

font utilizzato è originale ed è in sinergia con lo stile sia fotografico che grafico. Tra il marchio del

teatro, che è collocato in alto a sinistra, ed i tasselli vi è una linea di testi che permette di navigare

nelle sottocategorie del sito che non è mai a tre livelli ma sempre a due, evitando così rischiose

strutture rizomatiche120 che rischiano di far perdere l’orientamento all’utente. In generale la

semplicità della comunicazione la fa da padrone. Ogni tipo di relazione con l’esterno del sito stesso

è lasciata in mano all’universo social, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Il sito straniero qui

119 http://www.gorki.de

120 Con rizoma intendiamo quel tipo di struttura che si compone di un nucleo unico centrale che si dirama, moltiplicandosi, verso
una sola direzione. L’albero è esempio di una struttura rizomatica. Il concetto viene descritto in maniera esaustiva da Gilles Deleuze e
Félix Guattari in Rizoma, Roma, Castelvecchi Editore, 1997.
74
considerato, ma lo stesso discorso vale per quello della Schaubühne, della Volksbühne e del

Berliner Ensemble, è privo di ogni riferimento culturale a realtà esterne che possano rientrare in

quella che abbiamo identificato come “Rete critica”. I riferimenti con l’esterno, quando contemplati,

riguardano soprattutto attività collaterali a spettacoli ed eventi che possono sfociare in altrettanti

eventi e spettacoli oppure in concerti o mostre artistiche.

75
76
3.2- I TEATRI NELLA RETE — Il blog militante.

La rete di internet, fin dai suoi più remoti momenti di affermazione e creazione, è stata

percepita e quindi costruita il più possibile come uno spazio in cui le persone potessero vivere un

sentimento di libertà, anche intellettuale, dove poter dare estensione ai propri desideri, alle proprie

pulsioni e alle proprie opinioni. Ben presto sono stati costruiti dei siti web dove ogni persona

poteva, attraverso la creazione di un account personale, parlare liberamente di qualche sua passione

o interesse personale senza nessun limite. Come appare chiaro questo ha conseguenze tanto positive

quanto negative quando il fine di tale spazio viene mal interpretato. Lo spazio in questione risponde

al nome di “blog”. Spesso nel blog è possibile non solo condividere le proprie passioni, ma anche

chiedere un parere ad altri che, come noi, sono appassionati ad un certo ambito culturale.

Alcune forme di blog sono identificabili già per la struttura in cui si inseriscono (vedi

modello Wordpress121, appendice 2.5), ma altre pur non rispondendo alle medesime strutture

grafiche e di linguaggio di programmazione, ne condividono le intenzioni e le modalità di

interazione con gli interessi e con utenti altri al di fuori del creatore. Di seguito quindi prenderemo

in considerazione anche siti web che apparentemente non sembrano blog ma che, di fatto, lo sono.

Il primo esempio che andremo ad affrontare è un blog costruito sulla piattaforma

Blogspot122 (appendice 2.6) e che da anni è attivo nella critica teatrale, inizialmente in abito

prevalentemente bolognese ma che poi ha esteso i suoi orizzonti a realtà teatrali extra Emilia-

Romagna: il blog in questione è “Voci dalla soffitta”.

Il sito si presenta con in alto una grande immagine che rappresenta il blog, e non uno

spettacolo in particolare. Al di sotto vi sono le voci che compongono i sottomenu che sono “Chi

siamo”, “Etichette”, “Video” e “Links”. La “Home page” oltre a contenere le suddette etichette

raccoglie anche tutti gli scritti in ordine cronologico, dove ogni articolo vive di una lunghezza di

121 www.wordpress.com

122 www.blogspot.com
77
circa 4000 battute e una immagine rappresentativa dello spettacolo. Sulla parte destra del monitor

possiamo notare un elenco dei post più popolari e una sorta di archivio degli stessi suddivisi per

anno. I colori della schermata sono armoniosi: testo nero su base grigio tenue che lascia intravedere

uno sfondo azzurro che non disturba né la vista né la lettura. Premendo su “Chi siamo” leggiamo

una breve descrizione del progetto e i componenti del Blog che evidenzia una redazione completa

composta da caporedattore, correttori bozze, segreteria, web designer e autori. A sorpresa invece

consultando “Etichette” notiamo che in realtà è un lungo archivio di spettacoli suddivisi per titolo,

attori, ente che accoglie la rappresentazione e vari approfondimenti. Una suddivisione notevole

poiché si tratta di un blog composto da studenti universitari amanti del teatro. La categoria “Video”

raccoglie soprattutto interviste che il gruppo ha eseguito ad artisti teatrali e poi pubblicate su

Youtube®. Voci dalla soffitta si presenta come un blog attivo e sempre aggiornato sulle attività che

riesce a seguire, tuttavia nella categoria “Links” vengono presentati dei collegamenti con blog

esterni123 (appendice 2.7, 2.8, 2.9) che sono morti da anni ormai. Esistono nella rete ma alcuni non

sono aggiornati dal 2008 e altri dal 2010, tant’è che fungono più da archivio aggiuntivo più che da

spazio attraverso cui rimanere aggiornati.

Ciò che deriva dalla consultazione del blog di “Voci dalla soffitta” è uno spazio unito,

aggiornato, semplice ma non semplicistico che ha come fine ultimo il fare comunicazione e

informazione in maniera strutturata e ragionata.

Il secondo blog che affronteremo si chiama “Tuttoteatro”124 (appendice 2.10). Questo sito

web è in realtà una porzione di un altro sito, anche se ha l’url differente. Infatti lo spazio da cui si

distacca è un altro blog chiamato “Corriere del web” che ha come obiettivo quello di occuparsi di

moltissimi settori tra cui quello culturale e, quindi, teatrale. Come abbiamo detto Tuttoteatro ha un

indirizzo differente, ma nonostante ciò condivide con il Corriere del web determinate scelte grafico-

123 http://sosteatro.blogspot.it/; http://scenesoffitta.blogspot.it/ e http://openspaceteatro.blogspot.it/

124 http://tuttoteatro.blogspot.it
78
stilistiche che non esaltano le caratteristiche positive che possiede. In alto nella pagina vi è una

grande immagine composta dal titolo e dal link al sito principale che utilizza il font del “Corriere

della sera”. Subito sotto vi sono molte voci che possono essere scelte per aprire altre pagine web

che spaziano da “TuttoMostre” a “TuttoArredamento” a “TuttoDonna” a “TuttoTurismo”. Ciò che

ne si percepisce è una grande confusione in termini di contenuti da aspettarci e da ricercare, anche

perché nessuna delle pagine che parlano di tematiche esplicitate nel loro titolo sono collegate le une

con le altre. Ognuna è trattata come una pagina a sé stante, e da un sito web che si presenta come

archivio digitale multiculturale di informazioni e articoli non è affatto positivo, soprattutto da dieci

anni ad ora. Sotto le numerose voci il blog condivide una modalità, come abbiamo visto, molto

comune quando si tratta di siti ricchi di informazioni, ovvero una struttura da scorrere pressoché

all’infinito che impedisce di visualizzare più contenuti contemporaneamente. Tuttavia sul lato destro

della schermata notiamo che vi è un pulsante con su scritto “Donazione” e quindi chi lo desidera

può donare del denaro alla redazione del blog al fine di sostenerlo. Non avevamo ancora incontrato

nessun sito che lo rendesse possibile. Dopo una attenta lettura dei primi testi visibili un’altro

elemento — che è subito sottostante al pulsante che permette di donare — colpisce la nostra

attenzione, ed è un testo che dice che mandando un mail all’indirizzo indicato è possibile pubblicare

dei contenuti direttamente sul sito, basta che venga specificato il titolo del testo nell’oggetto del

mail e dopo esser vagliato verrà pubblicato. Viene permesso inoltre di allegare fotografie descrittive

del testo mandato alla redazione. In questa maniera ci sembra che vengano sorpassate molte

modalità che, oggi sono molto comuni quali, ad esempio, quella attraverso cui si richiede all’utente

un “commento” al sito, all’articolo, dal post ecc. Ma spesso questa modalità di richiesta di

partecipazione, soprattutto su piccoli siti web e su blog non ha molto successo. Mentre invece

crediamo che quella presentata da “Tuttoteatro” possa essere la base per una modalità più privata,

intima, sicura e che non porta a lunghe discussioni multimediali che spesso rischiano di diventare

più un luogo di sfogo che di ragionamento critico collettivo.

79
Il terzo ed ultimo blog a cui accenneremo in questa parte di trattazione è il sito web

chiamato “Delteatro”125 (appendice 2.11). In realtà questo sito non è un vero e proprio blog, poiché

non ne condivide l’estensione nell’indirizzo web e perché è strutturato più come una rivista online

che come un vero e proprio blog così come li abbiamo visti fino ad ora. Tuttavia abbiamo deciso di

inserirlo come ultimo dei blog analizzati poiché, di fatto, non è una rivista online giacché non è più

registrata presso un tribunale (fino al 2010 è stato pubblicato dalla Baldini Castoldi Dalai SPA.), ed

inoltre al suo interno di nomina la parola “Recensioni” e si cita una rubrica chiamata “Palazzi

consiglia”; in questa maniera l’intero sito viene percepito come un luogo gestito prevalentemente da

una figura unica (come nel blog storico) che in questo sarebbe Renato Palazzi, e il fatto che non si

parli di articoli ma di recensioni, come accade spesso nei blog militanti teatrali, fa apparire il

website proprio come un blog; solo più curato e strutturato.

La schermata home del sito, pur esulando dalle classiche strutture dei blog che vivono di

template di default, non vive di un design grafico particolarmente ricercato o innovativo, per quanto

curato e chiaro nei suoi contenuti. In alto a sinistra vi è il marchio; subito sotto le etichette dei

sottomenu seguite da un rettangolo al cui interno scorrono le immagini delle ultime notizie. Alla

destra di questo riquadro vi è un video di Youtube® in cui Renato Palazzi (ancora una volta il nome

attorno cui ruotano i contenuti di tutto il sito) parla agli utenti. Appena più in basso ecco di nuovo

l’elenco dei post più popolari. Nella parte centrale della pagina, sotto al riquadro con le foto che

scorrono, ecco delle colonne con all’interno un’immagine di uno spettacolo e il testo che lo

recensisce. Le recensioni, a differenza del blog “Voci dalla soffitta”, superano nettamente il numero

di 4000-5000 battute, rischiando così di indirizzarsi solo agli attori del settore e non ad un pubblico

nuovo da attrarre che è interessato a notizie-lampo.

Infine, in fondo alla home page compare una voce chiamata “Archivio”. Premendo su di

essa si apre un menu a tendina da cui scegliere il mese e l’anno che, una volta selezionato, rimanda

ad una pagina nuova dentro cui sono raccolti tutti i risultati del mese indicato. Quindi per

125 http://www.delteatro.it
80
raggiungere il contenuto da noi ricercato è necessaria una ricerca in tre livelli: 1) scelta del mese e

dell’anno; 2) scelta tra l’elenco dei risultati; 3) consultazione del contenuto. In questo sito web vi

sono anche anticipazioni e news dal mondo del teatro e delle arti performative.

81
82
3.3- I TEATRI NELLA RETE — Le riviste online e in formato e-book.

Il teatro all’interno della rete vive di una energia che gli permette di inserirsi in ogni forma

espressiva che la rete stessa permette. Una delle più recenti, e su cui si stanno dirigendo sempre più

attenzioni e investimenti, è la forma e-book. L’e-book è una pubblicazione in formato digitale che

utilizza internet come canale principale attraverso cui esser divulgato. Questo modo di pubblicare

scritti è utilizzato tanto dall’editoria dei libri quanto delle riviste da parte di ogni disciplina e,

quindi, anche quella teatrale. Esistono moltissimi siti web che solo per il fatto che pubblicano

articoli più o meno originali (in sento autoriale) si considerano riviste in tutto e per tutto. Ma come

abbiamo già anticipato nella sezione precedente quel tipo di website li consideriamo più come blog

che come rivista poiché non vivono di una struttura, a livello legale, che ci permette di identificarle

come riviste in tutto e per tutto. Di seguito proporremo dunque tre riviste online che consideriamo

tali poiché sono iscritte al tribunale della città in cui hanno sede.

Il “Corriere dello spettacolo”126 (appendice 2.12) è una testata con sede ad Arezzo che

pubblica articoli quotidianamente che riguardano le arti performative in toto. Il sito web si presenta

con una dominante rossa determinata da uno sfondo (primo livello) che riproduce il tradizionale

velluto del sipario. In secondo livello vi è un rettangolo nero diafano su cui vengono pubblicati, in

grigio, gli articoli. In alto vi è il titolo della testata con al di sotto, come abbiamo già visto per la

maggior parte dei siti precedenti, le etichette dei sottomenu. In questo spazio web non vi è dunque

una qualche forma estetica che lo caratterizzi graficamente e interattivamente che, tuttavia, viene

esaltata nella sezione “La nostra storia di blog e di testata”. A destra e sinistra dei contenuti vi è una

colonna con all’interno delle immagini poco curate che rimandano a rubriche specifiche come ad

esempio quella di cinema. L’aspetto social è presente ma non copre uno spazio di rilievo oltre che

essere curato con loghi di Facebook® e Twitter® che sono di qualche anno fa e, quindi, poco

attraenti, soprattutto perché a sfondo bianco ovvero senza scontornamento. Vi è poi, al di sotto di

126 http://www.corrieredellospettacolo.com
83
queste sovradimensionate immagini, una piccola voce chiamata “Archivio Giornale” che, se

premuta, apre un menu a tendina da cui si possono navigare i mesi di ogni anno passato e corrente.

In questo modo si ha sempre la possibilità di trovare le mutazioni, le evoluzioni e i cambiamenti

degli articoli pubblicati e, indirettamente, anche un archivio storico delle rappresentazioni che sono

andate in scena dal 2011 fino ad oggi. Con delle lacune però. Spesso all’interno delle recensioni

pubblicate non vi è uno spazio atto all’elenco dell’apparato artistico, tecnico e organizzativo, con la

conseguenza che non è quasi possibile avere informazioni rapide riguardo alla rappresentazione in

questione. L’archivio, in questa maniera, riguarda solo ed esclusivamente i titoli delle pubblicazioni

il cui uso è soprattutto interno alla redazione stessa poiché, senza un apparato di informazioni

strutturate e parole-chiave (tag) attraverso cui avviare una ricerca interna, sarà per noi molto

complicato arrivare all’informazione di nostro interesse. Un’ultima nota in parte positiva va spesa

per un dettaglio che a livello di principio è interessante. In fondo a qualunque pagina, che a volte è

lunga anche quaranta articoli, e quindi difficile da aggiungere, vi è un piccolo riquadro dentro cui è

possibile scegliere la lingua in cui leggere la pagina che si sta consultando. La traduzione avviene

attraverso il sistema Google® Traduttore e quindi, oltre che essere poco preciso, rischia di travisare

anche il significato dei contenuti degli articoli. Il poliglottismo è un grande valore aggiunto quando

ben curato da traduttori professionisti.

La seconda testata che osserviamo è “Krapp’s Last Post”127 (appendice 2.13) con sede a

Torino. Il sito web di questa testata digitale appare fin dalla prima occhiata come ben curato.

L’ambiente è sobrio, dominato da colori chiari su cui si stagliano i testi ben impaginati e le

immagini scelte con attenzione in base alla loro espressività e alla loro capacità di rappresentare lo

spettacolo da cui sono tratte. Nella parte più alta della home page non vi è, come spesso abbiamo

visto, il titolo della testata, ma la pubblicità di uno spettacolo. Appena più in basso vi è poi il solito

marchio che identifica la rivista e, sempre seguendo lo standard, subito sotto, posizionate l’una

127 http://www.klpteatro.it
84
affianco dell’altra, le etichette dei sottomenu. Per questo sito web si dovrebbero spendere pagine

intere per poterlo descrivere nella sua completezza, ma non essendo questo il luogo adatto

cercheremo di limitare le nostre considerazioni. La home, come abbiamo detto, ha la peculiarità di

essere ben impaginata e ben strutturata e presenta i titoli più importanti dei sottomenu per i quali

vengono utilizzate delle parole in più, affiancate da una immagine della news più recente. Queste

sezioni sono “Eventi”, “Recensioni”, “Approfondimenti”, “Opera”, “Editoria”, “Teatro ragazzi” e

“Comunicazione”, tra le altre. A destra di queste sezioni si presenta un video collegato a Youtube®

che però crea un fastidio alla navigazione perché parte in automatico, senza nessuna scelta da parte

dell’utente. E in internet l’utente vive della sua capacità (a volte illusoria) di scelta. Vi è una

porzione di home dedicata ai “Post più letti “ e ai “Commenti”. Come nel blog l’archivio si presenta

con una struttura comune poiché limitata all’ordinamento cronologico degli articoli pubblicati

all’interno della rivista. Vi sono poi due sezioni dedicate all’aspetto, per così dire, economico-

organizzativo. Tra le altre etichette dei sottomenu una cita “Partnership” e, quando il cursore del

computer vi passa sopra un menu a tendina si apre e mostra tutti i partner che la rivista ha. Più

squisitamente economica è invece la piccola porzione di spazio lasciata in fondo alla schermata

principale dove si trova un pulsante con scritto “Donate” e sotto ad esso vi sono vari marchi dei

principali circuiti bancari. Attraverso quel pulsante è possibile sostenere la redazione e gli scrittori

della rivista, come abbiamo già visto per “Tuttoteatro”. Il sito è molto vicino all’idea di Rete Critica

poiché presenta libri in uscita, ne recensisce altri, vi è un archivio video e uno audio oltre a quello

degli articoli, sono presenti approfondimenti e informazioni riguardo opportunità, al teatro ragazzi e

all’opera. La settorialità del sito tuttavia si presenta a noi nel momento in cui si desidera avere

anche solo informazioni fuggevoli intorno a dei temi di cui ce ne interessa la costellazione culturale,

e questo viene a mancare. “Krapp’s Last Post” fa dell’anima della rivista un trampolino per poter far

percepire come più vicini dei temi apparentemente lontani ma che, essendo visualizzati con le

strutture canoniche del web rimangono comunque ingabbiate in una sorta di autoreferenzialità.

85
Il terzo ed ultimo è “Teatro e critica”128 (appendice 2.14). Questo sito web è uno spazio

virtuale che si presenta come generalmente curato e stabile. La schermata principale della rivista,

oltre a mostrare il suo marchio in alto a sinistra, non presenta ulteriori elementi strutturali comuni e

già osservati in altri website. Tuttavia, nonostante alcune piccole novità a livello grafico ciò che

colpisce l’attenzione è una etichetta collocata sotto il titolo della testata romana che cita

“Pubblicità”. Su questo sito è possibile avanzare una richiesta di divulgazione e promozione di

progetti, idee, festival, spettacoli e qualunque altro tipo di attività culturale, che sfrutta le iscrizioni

che “Teatro e critica” ha sui social media per poter vedere un servizio. In sostanza quello che accade

è che, stanziando del denaro, la redazione della rivista, in base alle richieste del cliente, crea dei

banner dinamici sulla schermata home del website, pubblica degli annunci su Facebook® e

Twitter® a cadenza regolare in cui presenta il contenuto del progetto sponsorizzato. Il servizio è

capace di apparire anche più completo e, in realtà, invasivo, perché il cliente ha la possibilità di

spedire tramite e-mail, sfruttando la tecnologia newsletter, ciò che desidera promuovere. Sui

maggiori social network è possibile anche richiedere di creare una apposita immagine di copertina

della durata di quindici o più giorni che pubblicizzi l’attività del cliente. Questa è la prima volta che

incontriamo un sito web teatrale che cerca di fare della pubblicità, metodologia di comunicazione

che sostiene gran parte del web, un mezzo così centrale per la sua sopravvivenza. La cosa

sorprendente non è solo il fattore pubblicitario comune che utilizza banner e spazi virtuali, ma il

fatto che la redazione ha studiato un modo per sfruttare in maniera completa la sua presenza

(gratuita) all’interno della rete per averne un ricavo in termini economici che, lo sappiamo, a volte

rischiano di far perdere di densità e presenza fisica il contenuto che rappresentano. Tuttavia non è

questo il caso poiché gli spazi che sono dedicati alla divulgazione di messaggi promozionali non

sono né invasivi né atti a corrompere l’utente che li vede.

Per il resto il sito di “Teatro e critica” vive di un archivio organizzato per mesi e anni in un

menù a tendina, come in molti altri casi; nella home ha un elenco di articoli ordinati sia

128 http://www.teatroecritica.net
86
cronologicamente che per visualizzazioni. In fondo alla pagina, poi, si presenta un altro modo

attraverso cui la redazione si sostiene: quello delle donazioni. Per quanto riguarda il sistema di

ricerca interno vi è un meccanismo che, come per quello pubblicitario, non si era mai incontrato

prima. L’algoritmo di ricerca non è stato sviluppato internamente sito, è stato bensì dedicato

completamente a Google®. La rivista ha deciso di lasciare ogni lessema pubblicato sul loro sito in

mano all’azienda californiana così che quando l’utente avvia una ricerca ciò che si verifica è un

reindirizzamento a Google® che analizza la richiesta, la elabora, e fornisce dei risultati che secondo

lui sono pertinenti e, come è intuibile, spesso lo sono.

87
88
3.4- I TEATRI NELLA RETE — Le riviste in formato cartaceo.

In questa sezione andremo ad affrontare le riviste che vivono di una loro realtà concreta,

solida, ovvero che non vengono trattate esclusivamente online. Oltre a questo parleremo anche di un

esempio di editoria teatrale che nasce e si sviluppa solo all’interno della rete internet ma che, per

molti, dovrebbe essere ancora cartacea: Cue Press editore.

“Teatro e Storia”129 (appendice 2.15) è una rivista scientifica di teatro che da molti anni

viene stampata dalla casa editrice Bulzoni. Parlare di una rivista che non ha come primo obiettivo la

propria divulgazione attraverso la rete di internet pone diverse difficoltà, tra le quali vale la pena di

evidenziare il problema della cura della comunicazione e del graphic design. Essendo che la rivista

è pubblicata da una casa editrice si presuppone che la cura estetica — e quindi divulgativa — sia

gestita dall’editore stesso. Non è tuttavia così. La comunicazione e l’interaction design del sito della

rivista in questione è molto lontano da quello della casa editrice Bulzoni130 (appendice 2.16). La

home è semplice e chiara, e i contenuti sono fin da subito identificabili nonostante il loro sfondo sia

composto da copertine della rivista stessa contornate da un intenso blu elettrico che rende caotico

l’insieme. Il sourcecode utilizzato non è aggiornato allo standard HTML5 (neanche come standard

grafico) come, dopotutto, ci è capitato di osservate in tutti i casi precedenti escluso quello del Teatro

San Carlo. Le etichette dei sottomenu sono molteplici e sono collocate sia nella parte alta dello

schermo sia alla sinistra dei contenuti e, rispettivamente, riguardano informazioni generali

concernenti la redazione, la home, la casa editrice Bulzoni e la ricerca all’interno del sito; a sinistra

invece vi sono le informazione specifiche del volume corrente, dei volumi pubblicati in passato,

sulle modalità di abbonamento, su materiali scaricabili e su libri che la redazione segnala all’utente

del sito. Come abbiamo detto, ciò che vi è di davvero interessante in questo sito web non riguarda la

comunicazione bensì i contenuti che offre a chi lo consulta. Infatti sia nella sezione “Materiali” che

129 http://www.teatroestoria.it

130 http://bulzoni.it
89
in quella “Numeri precedenti” è possibile trovare molti documenti scritti da professionisti e studiosi

del settore teatrale131 scaricabili in maniera gratuita. Addirittura a tutti i numeri passati (non quello

corrente) è concesso di essere scaricati liberamente senza dover pagare nessun ammontare. In

questa maniera la possibilità di estendere l’interesse da parte di appassionati, di aiutare nello studio

colleghi e studenti — o anche solo divulgare quella che è l’arte fisica per antonomasia — diviene

possibile. Fino ad ora abbiamo osservato molti website che descrivono l’attività teatrale, che ne

parlano e che nel parlarne aprono porte per il suo studio che è, infine, una maniera per entrarvi in

contatto diretto ma che, tuttavia, non permettono questo accesso essendone loro degli esterni

descrittori. Attraverso il sito di “Teatro e Storia” è invece possibile comprendere ed avvicinarsi a

quella che è una forma concreta dell’essenza teatrale: il suo legame con la storia e con le atre

discipline attraverso il suo studio. Questa rivista permettendo di accedere ai contenuti intellettuali

che i suoi scrittori hanno prodotto permette un avvicinamento alla disciplina del teatro, e alla sua

analisi, che altrimenti non sarebbe possibile per chi non lo agisce e chi non è iscritto ad un corso di

studi specifico. Inoltre approfondendo i temi affrontati dalla rivista è più facile notare che i legami

del teatro con le altre discipline sono più vivi che mai, e lo sono sempre stati. Quello che nella

“Rete critica” viene sintetizzato e visualizzato, in parte, attraverso dei collegamenti, in una rivista

specialistica a cui poter accedere gratuitamente accade in maniera approfondita e sistematica. Ciò

che però viene a mancare è la manifestazione di tali collegamenti — digitalmente — all’esterno del

file scaricabile, obbligando in questo modo l’utente di internet (che desidera avere informazioni

rapide) a leggere interamente il volume o il materiale messo a disposizione, e questo comporta una

spesa di tempo online che non tutti hanno o sono disposti ad investire. Il divulgare il materiale

messo a disposizione strutturando anche l’apparato grafico-comunicativo in maniera ugualmente

sistemica può essere una via attraverso cui rendere la realtà teatrale tangibile anche all’esterno della

rappresentazione dal vivo della stessa.

131 Riguardo al settore teatrale come culturale si veda Redazione «La Stampa», Scienze umane nell’era digitale, a Pisa si parla di
linguistica computazinale, in «La Stampa», risorsa elettronica, 5 dicembre 2014.
90
Il secondo esempio di rivista cartacea che fa utilizzo di un sito web è “Culture teatrali”132

(appendice 2.17). Mentre scriviamo il sito di questa rivista è, in parte, in fase di rinnovamento. I

caratteri grafici e relazionali rispetto alle altre forme della cultura che intendiamo affrontare sono

tuttavia preservati. Il website di “Culture teatrali” è un sito che non si distacca da molte delle

considerazioni fatte in precedenza, se non per una cruciale caratteristica: la home si compone, in

maniera estesa, a scapito dell’aspetto grafico ed interattivo, dei contenuti delle voci che si trovano a

sinistra e che sono quelle che permettono una navigazione di secondo livello. Vi sono voci quali

“News”, “Convegni”, “Photo”, “Video”, “Redazione web” e “Opportunità”. Riteniamo sia utile

sottolineare che queste voci sono attive e navigabili, mentre “CIMES” e “La Soffitta” no. Se

cliccate rimandano a delle pagine bianche, ed è chiaro che questo non è un aspetto positivo per un

qualunque sito web. Questo spazio online vive di un’ambiente abbastanza accogliente anche se un

po’ retrò. Le immagini a cui viene data non molta importanza (il titolo della rivista — collocato in

alto — impaginato in maniera un po’ poco attuale ed il color carta da zucchero dello sfondo)

aiutano a perpetrare questo messaggio di relativa attualità. Ogni contenuto inserito nelle voci

sopraindicate è molto esaustivo e le referenze di chi le pubblica sono garantite poiché facilmente

rintracciabili su riviste e libri specialistiche del settore. Vi è poi, un po’ verso la metà della

schermata “home” la copertina del numero corrente di “Culture teatrali” sotto la quale vi sono delle

voci che riguardano esclusivamente la rivista stessa. Vi è, tra queste, la voce “Archivio” che

raccoglie tutti i numeri della pubblicazione di cui viene reso pubblico solo l’indice e non i contenuti

che, a differenza della rivista “Teatro e storia”, non sono né consultabili né, quindi, scaricabili. Non

vi è una significativa presenza dell’aspetto social e non è possibile acquistare la rivista tramite web.

Cliccando su “Site map” si apre una quasi infinita pagina che mostra, titolo per titolo, tutto ciò che il

sito web contiene. Consultarla interamente è pressoché impossibile; non sono presenti tag

identificativi e quindi la ricerca può essere effettuata o premendo su “Cerca” oppure, dalla tastiera,

cliccando CMD+F (per chi usasse un computer Apple) o CTRL+F (per chi usasse un computer con

132 http://www.cultureteatrali.org
91
sistema operativo Windows) è possibile fare una ricerca testuale all’interno della lunghissima

pagina; un modo questo semplice ma generalmente poco efficace poiché ricerca solo ed

esclusivamente la corrispondenza esatta dei lessemi digitati, e non del senso. Il sito web della rivista

“Culture teatrali” è un sito che al suo interno possiede molte informazioni ma che risentono di una

organizzazione ancora da sviluppare, se messa in relazione con altre informazioni collocate

all’interno del sito stesso o, soprattutto, se relazionate a quelle pubblicate nell’oceano che è internet.

Il terzo ed ultimo spazio web che osserveremo, come abbiamo accennato, non appartiene ad

una vera e propria rivista, bensì ad una casa editrice solo digitale che tratta di temi teatrali. Questa

casa editrice si chiama “Cuepress”133 (appendice 2.18), ed è il ponte tra la realtà concreta del libro,

della rivista solida e una nuova possibilità di pubblicazione e divulgazione di contenuti teatrali. Il

sito web è graficamente ineccepibile, vive di un suo carattere identificativo unico e riconoscibile tra

decine di altri che propongono lo stesso prodotto. Ha un marchio ben visibile ma che non la fa da

padrone come se fosse il titolo di una testata cartacea. Al di sotto, sempre visibili ma modesti, ecco

comparire dei testi che portano l’utente direttamente la dove vuole: “I testi”, “I saggi”, “Le guide”,

“Cos’è Cue”, “Carrello” e “Il mio account”. La comunicazione è chiara e facilmente decifrabile che

non disorienta il navigatore del sito bensì lo aiuta nella sua esperienza interattiva. Una voce non

ancora incontrata fino ad ora, ed essendo che si tratta di scritti pubblicati vale la pena mettere in

luce, è “Carrello”. La presenza della parola “Carrello” ci lascia intendere che sia possibile

acquistare online i documenti digitali. E così è. Infatti è possibile acquistare a prezzi vantaggiosi dei

testi che in formato cartaceo costerebbero, ovviamente, di più, oltre che trovare testi che sono fuori

catalogo poiché una casa editrice esclusivamente cartacea non potrebbe più pubblicare visti gli

elevati costi ma che una digitale, invece, può poiché i suoi costi marginali sono quasi a zero134. Gli

interessi di un sito web simile sono chiari e univoci, senza lasciarne intuire degli altri che però

133 http://www.cuepress.com

134 Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero, Milano, Mondadori, 2014.
92
rimangono celati e nascosti, e corrispondono a quelli della promozione del teatro attraverso il web,

ma che, almeno per ora, non si sviluppano intorno alle costellazione di informazioni e dati che

ruotano intono al dato libro o saggio o rivista. “Cuepress” si limita a vendere il proprio prodotto

senza intersecarlo con dati esterni o interni al sito web stesso. Ciò che anche in questo esempio

accade, dunque, è che il sito web non cerca di estendere i propri orizzonti oltre ai propri limiti

spaziali cercando di creare “rete” con altri website o anche, più limitatamente ma allo stesso modo

efficace, con sé stesso. I rischi nel creare una struttura dell’informazione di questo tipo ruotano

soprattutto intorno al pericolo della privazione del dialogo critico con le altre discipline di cui il

teatro vive, e di cui può essere promotore ad un livello culturalmente più esteso della teatralità

stessa.

93
94
3.5- I TEATRI NELLA RETE — L’archivio digitale, la ricerca e la “Rete critica”.

In questa quinta ed ultima porzione di testo riguardante l’analisi dell’offerta corrente che

riguarda i siti web che trattano di teatro si è deciso di raccogliere opinioni riguardo l’archiviazione,

la ricerca e la “Rete critica” poiché ne leggiamo una stretta relazione. L’archiviazione permette di

ricercare i contenuti che contiene e la “Rete critica” aiuta a mettere in relazione i suddetti dati

raccolti ed archiviati. Cercheremo dunque di osservare alcuni siti web che insieme costruiscono la

“Rete critica” mettendone in luce gli aspetti archivistici e organizzatori oltre che grafici e

relazionali.

La prima analisi ricadrà in un sito che si presenta come una “webzine di cultura teatrale” che

si chiama “Ateatro”135 (appendice 2.19). Questo website si presenta come ben strutturato anche se

dominato da un intenso colore rosso che limita la facilità di lettura dei suoi contenuti. Leggere

lunghi testi diviene presto stancante per la vista, in virtù anche de font utilizzato che è un po’ troppo

ricercato. La home si mostra a noi con una canonica struttura a testata giornalistica con un grande

titolo in alto e le parole dei sottomenu appena più in basso. Si percepisce subito la grande

importanza data all’aspetto archivistico poiché tra le voci compare un “Db spettacoli” attraverso cui

è possibile ricercare spettacoli divisi per titolo, autore, regista o produttore, e questo database è

creato in associazione con il Premio Ubu136 (appendice 2.20) e promosso dall’Associazione Ubu per

Franco Quadri137 e si pone dunque in continuità con il Patalogo. L’impostazione grafica di questa

sezione pur essendo molto concreta e garantita nei contenuti presenta una veste grafica poco curata

in cui da una navigazione di secondo livello si è costretti a passare in una di terzo e addirittura

quarto. In una navigazione di questo tipo è molto facile perdere di vista il percorso intrapreso se

basato su una interazione unicamente online. L’interesse nei confronti dell’archivio e del suo

135 http://www.ateatro.it/

136 http://www.ubuperfq.it/fq/

137 Ibid.
95
retaggio storico futuro si nota anche nella schermata home in cui una buona parte dello spazio è

dedicata alla ricerca dei documenti attraverso una ricerca libera o attraverso l’applicazione di filtri

tra cui quello per autore, per tag o per numero della webzine e anche per periodo di pubblicazione. È

possibile iscriversi ad una newsletter e l’attività di “Ateatro" sui social è resa chiara da una sezione

apposita collocata a metà pagina affianco ad una chiamata “Le buone pratiche del teatro” che è una

rubrica che organizza sotto un unico titolo — #BP2014, #BP2015, ecc. — gli articoli che

riguardano i risultati teatrali considerati migliori durante l’intero anno. All’interno del sito sono

inoltre presenti altre rubriche aggiornate che hanno un tema che viene costantemente arricchito da

interventi nel decorrere del tempo. Un po’ a destra, nella schermata principale che accoglie il

visitatore, vi è poi una etichetta su cui è scritto “Rete critica”, e questa è la prima volta che ci capita

di vedere esplicitata questa dicitura all’interno della quale vi è uno spazio interamente a lei dedicata.

Bisogna però presto osservare che in realtà non rispecchia le aspettative di collegamento e raccolta

di informazioni pubblicate in altri siti web, ma ne è una vetrina. In questa sezione del website vi è

un lungo elenco di altri spazi web che trattano la disciplina teatrale in differenti maniere, ma non

compaiono i loro contenuti. Siamo dunque portati a pensare che quando si parla di “Rete critica” si

intenda un insieme di nomi di siti, di testate e di luoghi di interesse senza però prendere in

considerazione i loro contenuti; tuttavia noi crediamo che non sia così, ma che la “Rete

critica” (appendice 2.21) sia esattamente la costruzione di relazioni tra differenti contenuti e

informazioni138. A questo proposito siamo consapevoli dell’esistenza di un website in formato

wordpress, e quindi blog, chiamato “Rete critica” che spiega cos’è, per l’appunto, la “Rete critica”:

“Rete Critica raccoglie in una struttura informale i siti e i blog di informazione e di critica teatrale.”

Non ci permettiamo di dissentire da questa definizione; ma di estendere i possibili significati di

un’attività simile, soprattutto legati alla rete web, sì.

138 https://retecritica.wordpress.com/info/
96
“Altrevelocità”139 (appendice 2.22) è un altro website che si occupa in prima battuta di

critica teatrale, e poi di rete critica intesa come relazione tra siti con in medesimo obiettivo. Rispetto

al website precedente vi sono però alcune differenze. La prima riguarda sia la comunicazione

grafica che è curata in ogni dettaglio, sia l’armonia generale sia, inoltre, la facilità di lettura. Le

illustrazioni che si incontrano durante la navigazione sono ben inserite nel design generale e lo

spazio social è ben individuabile. Solo una piccola nota negativa va avanzata e riguarda la

dimensione dei testi che sono, a volte, troppo piccoli, e ciò non sembra esser giustificato da motivi

di concentrazione di contenuti in cui potrebbe essere plausibile. Se il sito di “Ateatro” ha come

obiettivo principale quello di creare archivio per la ricerca, quello di “Altrevelocità” punta invece

alla freschezza dei contenuti (e degli articoli) e ad informare l’utente delle molteplici relazioni che

la redazione ha con festival, enti e altri attori dell’organizzazione e della gestione teatrale. Questo

accade non per farsi vanto, lungi dalle loro idee, ma per creare il più possibile quella rete che

assume la caratteristica di esser critica, o almeno ciò si verifica in termini. Vi è una sezione dove

sono elencate le “Collaborazioni” ed una intitolata “Link” dove si possono trovare tutte le figure ed

enti che hanno contatti diretti — o indiretti — con “Altrevelocità”.

Come abbiamo detto l’aspetto grafico non mostra particolari imperfezioni o difetti. Il

complesso è armonioso, espressivo e soprattutto è facilmente identificabile tra i molti altri siti web

che manipolano materie simili. Una nota positiva che vale la pena di esporre riguarda la dominante

cromatica che non si avvicina al tradizionale colore rosso del sipario, che invece viene troppo

spesso usata e abusata. Questo probabilmente in virtù del fatto che affianco al logo “Altrevelocità”

compare subito una scritta che cita “Redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee”.

Trattando della nostra contemporaneità, l’estetica generale non cerca di legarsi a tradizionalismi

che, comunque, andrebbero anche verificati e contestualizzati prima di esser utilizzati

spregiudicatamente. La comunicazione è sicuramente un aspetto molto delicato, e lo è anche — e

139 http://www.altrevelocita.it
97
soprattutto, in questi anni — quando si parla di internet, e i creatori di “Altrevelocità” sembra che

sappiano gestire molto bene il confronto.

Come terzo ed ultimo spazio digitale osserveremo quello di “Doppiozero”140 (appendice

2.23) che è una associazione culturale che dal 2011 gestisce un website. È necessario esplicitare

questo aspetto perché a differenza dei siti visti fino ad ora “Doppiozero" non tratta unicamente di

teatro e arti performative, ma di cultura in senso generale. Non ci vuole molto tempo di navigazione

per capire però che al teatro questo sito web pone una considerevole attenzione. Già solo donando

lo stesso spazio a cinema, letteratura e teatro si verifica che quest’ultima non si presenta come

un’arte minore ma paritaria rispetto alle altre, un aspetto da non sottovalutare quando si parla di

promozione della disciplina teatrale. Il sito è ricco di rubriche e blog in cui autori specifici sollevano

delle questioni di ordine più generale. Tra le rubriche ve n’è una intitolata “Scene — Il teatro in

Italia” all’interno della quale vi sono recensioni ed articoli riguardanti gli spettacoli e attività

teatrali, nello stato italiano. Scoprendo il sito si nota che non è stata predisposta un’area apposita per

la navigazione dell’archivio, ma crediamo che questo sia dovuto non ad una mancanza ma al fatto

che il sito stesso è, di fatto, un archivio. Sembrerebbe che il discorso possa valere anche per gli altri

siti web che ne sono privi, ma non è così poiché sotto la dicitura “Indice del sito” notiamo che in

realtà c’è un’archiviazione dei testi in relazione agli autori che li hanno scritti e questi testi sono

archiviati, in aggiunta, in base alla data della loro creazione. Vi è, in ultima battuta, in alto a destra

nella schermata principale, un pulsante con al suo fianco scritto “Sostieni Doppiozero”, se però

proviamo a premerlo notiamo che non accade nulla se non che la pagina iniziale del sito viene

ricaricata con la conseguenza che quel pulsante non amplifica la nostra esperienza di navigazione

utente. Abbiamo avuto già modo di affermarlo ma crediamo sia utile ribadire che in un sito web gli

errori di costruzione in cui si può inciampare sono molteplici, ma il più comune è che quello che

uno spazio viene presentato come un collegamento con un pagina altra rispetto a quella in cui ci si

140 http://www.doppiozero.com/
98
trova, ma dopo averlo premuto la nostra aspettativa non viene soddisfatta. In questo modo l’utente è

portato a dare un valore minore alla sua esperienza di navigazione e quindi anche al sito web e tutto,

o quasi, ciò che lo riguarda. La Tecnica ha la necessità di essere simbolica, perché quando si svela

come tecnica si pone come soggetto attaccabile e vulnerabile; cosa che può, con impegno e

dedizione, anche non essere.

99
100
4 — Una proposta di piattaforma web in risposta alle nuove necessità:
Katathink.com.

4.1 — Da dove nasce? Una breve storia.

Katathink è un progetto iniziato nel 2010, a Venezia, sotto la direzione di Corrado Polini

che, dopo essersi trovato a dover creare un account Facebook® per poter comunicare con i suoi

colleghi universitari (per motivi di lavoro) poiché, questi ultimi, non utilizzavano molto il loro

indirizzo mail — o altri servizi chat —; dopo aver osservato che, nell’attesa di una risposta da parte

degli altri componenti del gruppo, ogni persona spendeva il proprio tempo per interessarsi ad

informazioni che non rientravano nel campo del teatro o, peggio, in nessun settore della cultura, ha

sentito la necessità di cominciare a pensare ad un servizio di comunicazione tra persone a sfondo

strettamente culturale. La necessità tuttavia non era sufficiente, poiché all’epoca mancava ancora

una spinta che si collocasse tra la causa e l’obiettivo del progetto. Durante la lettura di “Surplus

cognitivo”141 di Clay Shirky si iniziava a comprendere che in quel volume potessero esservi

risposte, e così fu poiché, nelle pagine conclusive, l’autore dedica l’ultimo sottocapitolo alla

“ricerca del mouse”. Quando parla di una ricerca del mouse si riferisce ad eventi che lo hanno

coinvolto direttamente. Shirky spiega142 che durante un incontro tra colleghi uno di essi raccontò

che sua figlia un giorno si mise a frugare tra i cavi dietro il televisore e, alla richiesta di cosa stesse

facendo, rispose che stava cercando il mouse. Questo aneddoto fa riflettere l’autore su come le

generazioni odierne e future interagiranno con i media, ed una cosa appare chiara: non accettano più

(e accetteranno più) di essere passive di fronte ai medium di massa, non desiderano più essere

fredde, per dirla mcluhanianamente. Shirky conclude la sua riflessione dicendo che il mouse va

cercato ovunque, in qualunque persona che ci sembri tagliata fuori da questo processo interattivo tra

medium e individuo, e attraverso quello che lui chiama “Surplus cognitivo” si può aiutare lo

141 Clay Shirky, Surplus cognitivo, Torino, Codice edizioni, 2010.

142 Ibid. pp. 176-177


101
sviluppo umano verso un futuro migliore e più sensibilmente emotivo. In sostanza non sappiamo

bene ancora dove ci possa portare questo surplus, ma se non saremo noi forse qualcun altro potrà

veder nel nostro prodotto Tecnico una energia simbolica che può essere coltivata e migliorata.

Bisogna fare, dunque, prima di tutto. Ecco trovata la forza che mancava al progetto. “Fare” come

primo obiettivo, perché poi gli altri possono mostrarsi a noi in corso d’opera o possono mostrarsi a

qualcuno che non siamo noi, e comunque a questo punto avremo fatto un passo avanti in questo

processo evolutivo verso il futuro.

Nei due anni successivi il progetto è stato portato avanti con colleghi universitari, con il

sostegno di numerosi docenti dell’Università IUAV di Venezia e di programmatori che

volontariamente hanno desiderato sostenere un’idea in cui hanno visto un potenziale.

Successivamente Katathink è stato proposto ad altri studenti universitari iscritti presso l’Alma

Mater Studiorum di Bologna al corso magistrale di Discipline dello spettacolo dal vivo, ma a questo

punto il progetto aveva già assunto una dimensione progettuale concreta nella misura in cui per

arrivare a trattare la cultura nella sua intera complessità ha deciso di passare prima per quella

teatrale. Questo in virtù delle caratteristiche multidisciplinari del teatro stesso che spaziano tra

storia, architettura, antropologia, economia, sociologia ecc. Fin da subito il progetto ha trovato

ampio consenso aprendo intorno a sé molte aree di discussione e di confronto con Professori, oltre

che studenti iscritti ad altri Dipartimenti quali quello di cinema e lettere. Le esigenze che sono alla

base di Katathink gli hanno permesso poi, tra novembre e dicembre 2013 di essere inserito

all’interno del Laboratorio di critica teatrale diretto dalla Professoressa Mariani; ma di questo

parleremo più avanti. Dopo quell’esperienza, in cui ci si è concentrati sull’essenza del progetto

cercando di estenderla il più possibile, riuscendoci, Katathink ha dovuto entrare in una fase di

incubazione dove alcuni suoi aspetti trovassero le modalità per esser riorganizzati. Ad oggi il

progetto procede nella sua continua ricerca ed estensione ed è in cerca di sostegno dal lato

programmazione.

102
4.2 — Le scelte grafiche ed interattive.

L’ideatore di Katathink ha una formazione studentesca superiore, prima, e lavorativa, poi,

legata al mondo della comunicazione visiva. Tra gli obiettivi del progetto vi era quello di ripensare

ogni forma espressiva e relazionale che fino ad allora si era comunemente incontrata nella rete di

internet. Per fare ciò era necessario però cercare di discostarsi da ogni forma visiva che

generalmente veniva utilizzata per costruire siti web, ovvero il rettangolo e il quadrato come

essenza del website. La ricerca si è dunque diretta verso l’esatto opposto di quelle forme ovvero il

cerchio e l’ellisse. Tuttavia si era consapevoli che una scelta grafica priva di significati simbolici

profondi, coscienti, equivaleva a non aver preso nessuna scelta. Per cercare di colmare la lacuna si

iniziarono a consultare testi di professionisti della comunicazione visiva e artistica quali Ernst H.

Gombrich143, Bruno Munari144 e, principalmente, anche se inconsueto, David Pierre Giottino

Humbert de Superville145. Quest’ultimo autore è stato particolarmente importante per quanto

riguarda la costruzione grafica della home degli account personali poiché, come è visibile nelle

appendici 2.25 e 2.26, la prima è composta da un cerchio mentre gli account presentano una forma

quadrata. Superville nel suo saggio tratta “i segni inconsci nell’arte” partendo da un presupposto

fisiologico, che l’uomo è “retto e con la testa rivolta verso il cielo”. Da questa considerazione

derivano tutte le altre, tra cui che il cerchio è la forma che parla dello spirito, allo spirito, con

risvolti, spesso, anche religiosi146. Un altro riferimento fondamentale per la costruzione della

schermata “home”, affinché risultasse il più possibile lontana dai canoni già presenti in rete, è stato

Giordano Bruno e il suo schema della memoria espresso nel De umbris idearum147 (appendice

2.27). Bruno ha sviluppato un sistema di cerchi concentrici a sfondo mistico-alchemico che,

143 Ernst Hans Josef Gombrich, Arte e illusione. Studio sulla psicologia della rapprentazione pittorica, Milano, Phaidon, 2008.

144Bruno Munari, Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale, Roma-Bari, Editori Laterza, 2010 e Design e
comunicazione visiva: contributo a una metodologia didattica, Roma-Bari, Editori Laterza, 1993.

145 David Pierre Giottino Humbert de Superville, Essai sue les signes inconditionnels dans l’art, Leyde, 1827.

146 Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, Bur, 1994.

147 Giordano Bruno, De umbris idearum, Firenze, Olschki, 1991.


103
attraverso la loro rotazione, avrebbero potuto far si che chi in sé aveva la conoscenza dei segni sui

cerchi riportati, potesse arrivare ad un livello di conoscenza ulteriore. Il sistema a cerchi concentrici

bruniano-supervilliani è ciò che ha permesso la costruzione della home di Katathink. A questo punto

però rimaneva il problema degli account che avrebbero dovuto rappresentare la razionalità e la

mente umana che, simbolicamente, sono rappresentati dal quadrato148. Di una cosa si è stati certi fin

dalle prime bozze grafiche, che tutto ciò che era generico e uguale per tutti, come date e luoghi,

sarebbe stato inserito nel cerchio così da permettere una navigazione continua senza scorrimenti e

senza perdere di vista il punto di partenza; e tutto ciò che invece era più specifico come gli account

personali e le informazioni dettagliate delle ricerche, sarebbero state inserite in una forma quadrata

che non sarebbe dovuta comparire all’utente improvvisamente sorprendendolo, ma morbidamente,

in transizione, accogliendolo nell’ecosistema della piattaforma. Questo è molto importante perché

avere un approccio di tipo spirituale nei confronti dell’esperienza della navigazione è ciò che

differenzia un sistema tecnico da uno Tecnico. La non irruenza violenta dello spirito, nel nostro

progetto, sarebbe dovuta essere una componente essenziale affinché l’esperienza generale non

risultasse mai tagliente e frettolosa.

Sia il cerchio che il quadrato sono figure storicamente e spiritualmente molto coinvolte e che

hanno al loro interno, anche in virtù della loro perfezione matematica ed estetica, un potere che ha

che fare con la realtà simbolica dell’esperienza. Ogni altra scelta grafica e comunicativa durante lo

sviluppo e durante la ricerca per il sito web hanno avuto come orizzonte dentro a cui muoversi e

orientarsi quello della presenza di spigoli — il quadrato — e quello della completa assenza di

spigoli — il cerchio. Ogni minima parola o componente che è stata scelta, e che verrà scelta in

futuro, dovrà essere compresa nei suoi significati più profondi affinché possa essere utilizzata come

cerchio o come quadrato o, in casi molto specifici, cercare di fare categoria a sé aprendo nuove

possibilità estetico-espressive.

148 Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, Bur, 1994.
104
4.3 — Un ecosistema di “correlazioni”.

In precedenza abbiamo proposto il temine ecosistema, e crediamo valga la pena spendere

due parole in suo favore. Un ecosistema è, sinteticamente, un insieme di parti singole, che

costituiscono delle comunità, le quali sono collegate tutte le une alle altre e sono inserite in uno

stesso ambiente. Tra di loro scambiano energia e, quindi, informazioni, per prossimità. Quello che si

è cercato di fare è stato di creare un ecosistema all’interno di un altro, che è internet. La rete è un

ecosistema che funziona attraverso i link, i collegamenti ipertestuali che creano dei metadata.

All’interno di questa struttura però è necessario abbandonare uno spazio di partenza per

raggiungerne un altro, non è possibile visualizzare il contenuto precedente e quello attuale nello

stesso momento, e la pagina ha bisogno di essere ricaricata. Noi abbiamo voluto evitare questo, che

riteniamo essere un problema, poiché allontana l’utente dall’esperienza simbolica, cercando di

legare i molteplici contenuti e le numerose informazioni culturali inserite in Katathink attraverso un

sistema completamente nuovo, se analizzato nella sua essenza, ovvero quello delle correlazioni.

Questo termine si allontana da quello di link, collegamento, perché tende a voler considerare in

maniera molto più fisica e solida il rapporto di reciprocità che vi è tra due o più corpi che, nel nostro

caso, sono corpi di informazioni contenute in un quadrato. Con co-relazione, si intende qualcosa

che tenga conto delle relazioni poiché

in un sistema globale non è possibile limitarsi alla fissazione «puntiforme» di un gran

numero di fatti:bisogna cercare di spiegarne l’esistenza e disegnarne le relazioni. […] Ciò

presuppone che si affrontino i fatti sociali come fatti di relazione e che si cerchi di

considerare il maggior numero di relazioni possibili […]149

Nel nostro caso queste relazioni sociali sono relazioni tra informazioni e contenuti, prima, e

solo in un secondo momento, quello che riguarda la costruzione degli account, vengono applicate

149 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, p. 77.
105
anche alle relazioni tra le persone che vivono l’ecosistema. Per noi presentare la costellazione di

informazioni che circondano un contenuto cercando di rispettarne la settorialità specifica, pur

mantenendone la relazione con ciò che è al centro della nostra ricerca, è fondamentale. Lo è poiché

per sviluppare un pensiero critico è necessario vivere in un ambiente critico, che si mostri come tale

e che attraverso il suo mostrarsi ci aiuta nel comprendere che quello è un eco-sistema favorevole

allo sviluppo della nostra conoscenza; un sistema puntiforme, per dirla alla Ellul, non aiuta l’utente

nel complicato processo di comprensione critica. Nel tentativo di sviluppare ciò all’interno del

quadrato dell’informazione da noi ricercata, abbiamo inserto un elenco di pulsanti che, attraverso

dei termini specifici di reciprocità, ci mostrano i contenuti che sono ad essa correlati. Alcuni di

questi termini sono prodotto da / ha prodotto, scritto da / è stato scritto da, ispirato da / è stato

ispirato da, ecc. In questa maniera è possibile vedere l’immagine del contenuto correlato

comprendendone immediatamente la qualifica che lo lega, fisicamente, ad un altro e, quindi a mille

altri. Creando ciò abbiamo compreso che quello che stavamo sviluppando non era solo un sistema

di presentazione critica dei contenuti, ma anche un sistema grafico attraverso cui rendere paritaria e

paratattica la struttura che lega tutti i componenti dell’ecosistema. Non vi è una gerarchia in base al

feedback o al rating, ma solamente in base alla cronologia. Non essendoci una gerarchia non vi è

nemmeno la trasmissione di un messaggio politico del sistema gerarchico. Non essendoci questo

messaggio quello che accade è che ogni contenuto è sullo stesso livello degli altri, compresi quelli

teatrali che invece, come abbiamo visto in precedenza, spesso sono presentati come se

appartenessero ad un sapere celato in una torre d’avorio intoccabile e rivolta solo agli addetti ai

lavori. Noi crediamo che mostrare che le più grandi star del cinema mondiale hanno rapporti molto

intimi con il teatro, e farlo senza l’utilizzo di lunghe frasi o di lunghi discorsi, possa aiutare il teatro

a mostrarsi per quello che è: una disciplina artistica non meno importante di quella cinematografica

o delle arti visive. Non solo, in questa maniera si mostrano a colpo d’occhio, senza dover cambiare

pagina, o addirittura scheda del browser, peculiarità artistiche e non, curiosità e prodotti che si

correlano ad un contenuto, a cui non avremmo pensato prima. Internet vive soprattutto di una

106
funzione: quella di trasmettere informazioni per liberare rendendolo sempre più individuo. Questo è

ciò che internet può essere ed è ciò che graficamente e intellettivamente si cerca di fare quando si

pensa a come realizzare un dato elemento in Katathink.

107
108
4.4 — Ripensare la pubblicità.

Oggi un sito web per poter sopravvivere esclusivamente online ha bisogno o di donazioni o

di accogliere al suo interno pubblicità. Sistema di persuasione all’acquisto, questo, che nonostante il

medium sia cambiato rispecchia in tutto e per tutto quello che accade con la pubblicità in

televisione: cercare di corrompere una persona, proiettando davanti ai suoi occhi inerti,

ripetutamente, immagini che rappresentano un prodotto da acquistare. E, tendenzialmente, più una

azienda ha possibilità economiche e più investe in questo sistema persuasivo. Lo stesso vale per

internet. Vi è solo una differenza sostanziale a livello di pubblico. Quello televisivo e quello

radiofonico non possono interagire con il medium, mentre quello di internet può. Lui il mouse lo ha

e lo usa per cercare i contenuti da lui desiderato, ricordando Shirky. Questa che, in apparenza, può

sembrare una piccola differenza, in realtà muta completamente la tipologia di persona che si pone

davanti al messaggio pubblicitario: da uomo o donna passivi diventano individui attivi, e più

saranno attivi e più il loro cervello si adatterà all’ambiente in cui si trova.

Per quanto riguarda internet è sempre più un ambiente corrotto da pubblicità invasive che,

oltre ormai a non essere più viste da chi è abituato a navigare, risultano anche fastidiose

allontanando l’utente dal sito stesso sfiduciandolo; in questa maniera la sua voglia di ritornare a

navigare su quel sito web è in continua diminuzione. Al giorno d’oggi la sensibilità verso un mondo

più sostenibile, più eco-compatibile e verso relazioni sociali più paritarie e con meno

discriminazioni è sempre più maturata dalle persone che navigano in internet150. Se questo è vero

non ci sembra azzardato avanzare che un utente diventa più sensibile nei confronti delle aziende che

rispettano questi princìpi umani e morali. Forse non subito, ma attraverso la sua maturazione critica

evolverà il senso empatico nei confronti di questi temi. In Katathink si è cercato di pensare una

forma di comunicazione visiva che ripensasse la pubblicità proprio in funzione di questa sensibilità.

In prima battuta non sarebbe gestita da aziende altre il cui unico fine, anche se con mezzi poco etici,

150A questo riguardo si consiglia la lettura delle ricerche che ha fatto Jeremy Rifkin dal 2000 ad oggi, alcune elle quali sono
pubblicate in italiano da Mondadori Editore.
109
è quello che far fare dei click su messaggi pubblicitari nascosti, ma direttamente dal team di

Katathink che si preoccuperà di accettare sovvenzionanti solo da chi è interessato a sostenere i

princìpi umani e bio-etici fondamentali. Valga per tutti l’esempio di Lifegate151 (appendice 2.24).

Questo però non è sufficiente. In precedenza abbiamo detto che in Katathink si è pensato di

cambiare ogni forma che già esiste, comunemente, in rete, e l’invalidità dei messaggi promozionali

non ne sono esenti. Quella che prima era pubblicità ingannevole ora è un marchio che si presenta

come eticamente corretto e che, facendo perno sulla sua eticità, tenta di avvicinare a sé persone che

sono, di fatto, possibili investitori, e non più solo uomini consumisti. In Katathink i contenuti che

avranno maggiori visualizzazioni saranno quelle che verranno sostenute da maggiori investimenti

ma che saranno trattati in maniera non differente dalle altre. I messaggi aziendali saranno

visualizzabili solo premendo su un pulsante apposito collocato al fianco nel numero delle

visualizzazioni. Le aziende, inoltre, non saranno mostrate in base all’ammontare del loro

investimento, ma sempre in maniera cronologica. Onde evitare che i grandi marchi abbiano

comunque il sopravvento totale su quelli più modesti, verranno entrambi mostrati nella stessa area

di visualizzazione: l’investitore maggiore nella metà superiore e quello minore in quella inferiore.

La pubblicità può essere un sistema di comunicazione aziendale che diventa, per così dire, perverso.

Lo può essere poiché se applica delle politiche negative che fanno male a chi le vede possono avere

il fine ultimo la privazione della capacità critica di chi le guarda; e qualunque atteggiamento che

tende a far del male, anche non volutamente, non può fare altro che riuscire in questa missione152.

Crediamo sia necessario tentare vie altre che sicuramente non sono ancora completamente

sviluppate ma che, comunque, hanno l’obiettivo ultimo il bene sia della persona a cui sono rivolte

che quello dell’azienda che le crea.

151 http://www.lifegate.it/

152 Erich Fromm, L’arte di amare, Milano (MI), Mondadori, 1963.


110
La pubblicità è uno dei mezzi di sostentamento della rete che se realizzata con etica e rispetto nei

confronti della persona a cui è rivolta può anche fare del bene in quanto promotrice di arte e etiche

bio-diverse.

111
112
4.5 — Dal blog alle considerazioni personali.

Una delle forme di comunicazione tramite web, fin dai suoi albori più primordiali, è stata

quella del blog. Nel progetto di ripensamento di ogni aspetto della rete, quindi, sono stati

considerate anche quelle forme di espressione di opinioni personali con al centro un tema che per il

suo creatore è importante. In Katathink si è pensato, soprattutto durante il Laboratorio di critica

teatrale diretto dalla Professoressa Mariani nell’anno Accademico 2013/2014, che questa forma di

espressione delle idee personali potrebbe essere affiancata direttamente ai contenuti esistenti

all’interno dell’ecosistema informativo stesso. Quando viene ricercato un risultato in Katathink

viene rappresentato all’interno di una forma quadrata che, come si è detto, è composta anche di

pulsanti che mostrano dei menu laterali con le informazioni dei contenuti ad esso correlati. Oltre a

questi vi sarà anche un pulsante che farà apparire le opinioni delle persone che sono iscritte al

motore di ricerca, e sarà chiamato “Punti di vista” (P.D.V.) oppure “Opinioni personali”. Alcune

saranno appartenenti esclusivamente alle persone private registrate, altre invece saranno

appartenenti alla redazione di Katathink e altre, nella misura in cui ciò sarà possibile, arriveranno

direttamente dalla rete e da alcuni spazi in essa inseriti. Riteniamo che l’aspetto del blog abbia in sé

una caratteristica unica e importante per l’essenza della rete stessa, ed è quella particolare forma di

anarchismo (inteso come autoregolazione di comunità prive di leggi imposte dall’alto) che

caratterizza l’espressione soggetti di opinioni riguardanti passioni, interessi, proposte. Ma un sito

che presenti solo questa componente non rispecchia completamente il dovere di fornire

informazioni critiche, ecco perché abbiamo pensato che sarebbe stato necessario affiancare i “Punti

di vista” con le opinioni ufficiali di una redazione che, in questo modo, oltre che informare l’utente

lo stimola anche alla ricerca e alla comprensione dei significati del contenuto senza però sbilanciarsi

in rapide e del tutto acritiche opinioni che rischiano, come sempre più accade, di saturare la rete di

informazioni fasulle, inventate e che hanno il solo scopo — pubblicitario — di attrarre un pubblico

che è in parte debole e in parte smanioso di rinuncia a realtà, in ogni sua forma scientifica e

ufficiale. Noi pensiamo che la ragione, come spesso accade, sia collocabile nel mezzo, ecco perché

113
abbiamo deciso di dar uguale spazio agli scritti più “anarchici” e quelli appartenenti ai canali

ufficiali di divulgazione e promozione culturale.

114
4.6 — Un campo di prova... La critica teatrale 2.0 — A.A. 2013/2014.

Nell’anno Accademico 2013/2014, tra novembre e dicembre 2013, Katathink è stato

inserito, ma soprattutto discusso, all’interno del Laboratorio di critica teatrale, diretto dalla

Professoressa Anna Laura Mariani, intitolato “Modelli di scrittura critica per la rete”.

L’obiettivo generale era di cercare di comprendere come il progetto Katathink potesse essere

d’aiuto alla critica teatrale. Oltre a questo, da parte del team del sito c’era il desiderio di non dare

nessuna scelta espressiva del motore di ricerca come definitiva e decisa già a priori; in questo modo

tutte le componenti del sito sarebbero dovute esser discusse, criticate e migliorate insieme ai nove

del team del Laboratorio. Dopo una prima panoramica essenziale del sito ne sono state osservate le

caratteristiche riguardanti la critica che, all’epoca, erano ancora da definire e strutturare. Si è giunti,

dopo numerosi dibattiti, scritti e confronti, a redarre delle caratteristiche che la critica teatrale

online, in Katathink, avrebbe dovuto avere. Prima di presentare i risultati è necessario dire che non

sarebbe stato possibile fare considerazioni a tavolino, teoriche, senza confrontarsi con delle realtà

molto circostanziate che potessero diventare strumento su cui pensare un modello da creare. Le

caratteristiche principali di Katathink sono la multidisciplinarietà e la presentazione delle

costellazioni di informazioni che girano attorno ad un fuoco centrale. A noi, per procedere, sarebbe

servito un fuoco abbastanza vivo da poter muovere molteplici informazioni a lui circostanti. Nel

mese di novembre 2013 è andato in scena, presso il Teatro al Parco di Parma, il testo drammatico di

Jon fosse intitolato “Io sono il vento”153 interpretato da Vanda Monaco Westertall, Fiorenzo

Madonna e Marco Sgrosso e prodotto dall’Università di Parma. In occasione dello spettacolo sono

stati organizzati degli incontri informativi con a tema Jon Fosse così da permettere di conoscere

meglio questo autore contemporaneo. La Professoressa, direttrice del Laboratorio, ha sottoposto

all’attenzione del team questi fatti che, fin da subito, ha notato che davano la possibilità di

confrontarsi con ogni peculiarità informativa che ruota attorno ad uno spettacolo e quindi di provare

a sottoporle a Katathink per osservarne i punti di forza e, soprattutto, i punti di debolezza. Si notò

153 Jon Fosse, Tre drammi: Variazioni di morte, Sonno, Io sono il vento, Pisa (PI) Titivillus, 2012.
115
che vi erano informazioni che riguardavano molte delle sezioni correlative di Katathink quali

“Persone”, “Teatri & sedi”, “Spettacoli / Festival”, “Gruppi & compagnie”, “Libri & riviste”,

“Oggetti”, “Filmati”, “Articoli / P.D.V.” e “Documentazione sonore”. Ciò che si è verificato in

seguito è stato una suddivisione dei vari compiti dove ogni persona si sarebbe occupata di una

determinata area correlativa in base ai propri interessi e qualità ricercando informazioni attorno allo

spettacolo “Io sono il vento”. Dopo aver raccolto tutti i dati è arrivato il momento di collocarli

all’interno di una mappa mentale al cui centro vi era lo spettacolo del 12 novembre 2013. Una

mappa mentale come quella utilizzata dal team è una particolare mappa che tratta le informazioni in

maniera circolare. Al centro il titolo e, come accade in un orologio, partendo da dove si colloca il

numero uno, si scrivono in maniera oraria i sottotitoli che nel nostro caso erano le categorie

correlative (appendice 2.28). Una linea collega i sottotitoli al centro e un’altra le parole che

descrivono, in maniera molto sintetica, il contenuto. Così facendo si viene a creare una mappa

mnemonica che mostra immediatamente tutti i suoi contenuti senza dover sfogliare nulla o senza

alcun rimando. Esattamente come accade in Katathink. Il lavoro di organizzazione dei contenuti, e

del loro collocamento, è quello che ha, com’è facile prevedere, utilizzato la maggior parte delle

energie del team poiché oltre alla ricerca delle informazioni si è dovuto verificarne la veridicità e,

nel caso in cui risultassero corrotte, fasulle o, semplicemente, non disponibili, scriverle ex novo

firmandole “Redazione di Katathink”. Così, ad esempio, è accaduto per la trama dello spettacolo.

Non essendovi già una descrizione che soddisfacesse i prerequisiti del web quali rapidità, semplicità

ed espressività, si è rivelato necessario scriverla all’interno della redazione. Nel caso contrario dove

si sarebbe trovata già completa e corretta online, o su qualche libro, si sarebbe contattato il

proprietario e, con la sua licenza, si sarebbe pubblicato presentando in maniera chiara la fonte.

In conclusione di questo lavoro durato alcune settimane nel quale i dialoghi e i confronti non

sono mancati, si è giunti alla redazione di alcune caratteristiche che, all’interno di Katathink,

guideranno coloro i quali decideranno di dare il loro punto di vista critico nei riguardi di uno

spettacolo, una conferenza, un festival, o qual si voglia altra forma di espressione culturale e

116
informativa già presente sul sito web. Queste cinque note, e tutto il lavoro precedentemente esposto,

ed altro che non è funzionale presentare in questa sede, sono state redatte sotto la costante

supervisione della Professoressa Anna Laura Mariani. Prima di procedere ci teniamo a sottolineare

che all’interno del Laboratorio si sono avuti gli interventi dei Professori Enrico Pitozzi ed Antonino

Taormina che, rispettivamente hanno esposto le loro posizioni riguardo alle metodologie attraverso

cui è meglio scrivere, e veder scritto, su un mezzo di comunicazione virtuale quale è internet e sulle

strutture organizzative e gerarchiche del teatro. I punti nodali per poter dare un proprio punto di

vista online in maniera strutturata e coerente sono dunque cinque:

- non si possono fare riferimenti interni al testo, ovvero non è possibile dire locuzioni quali “come
sopra”, “come detto in precedenza”, “come anticipato” ecc.;

- la scrittura deve essere visuale e orizzontale, e quindi è importante dare un aspetto compatto al
testo scritto rinunciando alle rientranze di inizio capoverso e giustificando il testo a sinistra senza

lasciare troppi margini sul lato destro della pagina;

- non è ammesso l’utilizzo delle virgolette perché la categoria astratta è scontata, poiché si è
all’interno di un mondo virtuale, per quanto concreto, e non va visualizzata;

- le note a piè di pagina non sono realizzabili, ma devono essere inserite tra parentesi, sia per un
motivo di formattazione del testo in rete che ne impedisce l’esistenza, sia perché la fluidità della

lettura generale assume un livello maggiore;

- il testo non deve essere inferiore ai 120 caratteri e non superiore ai 2000, compresi gli spazi.
È possibile allegare documentazioni fotografiche, audio e video che, a seconda dei casi,

possono essere interne a Katathink oppure rimandare a siti web esterni quali Youtube®, Vimeo®,

Dailymotion® o altri.

Alla fine del Laboratorio è stato costruito un PDF interattivo all’interno del quale è possibile

navigare Katathink nelle sue componenti che riguardano il lavoro svolto durante lo svolgimento del

Laboratorio stesso e che quindi può fungere da modello per riprese future sia in ambito teatrale che

non. Il sito infatti ha un bisogno costante di esser messo sul campo di prova nelle differenti

117
discipline con fine di divenire una piattaforma il più estesa e semplice possibile con l’obiettivo di

rendere visibile e concreto ciò che nella vita reale accade costantemente, ovvero che ogni bene

(culturale), solido e non, si rapporta con altri beni in maniera reciproca, come in un rapporto umano

dove una persona non può essere vicina ad un’altra senza che questa non sia vicina alla prima. Lo

stesso principio vive in Katathink ed è quello che ha permesso la realizzazione del sistema

correlativo rivolto alle persone che intendono sviluppare il pensiero critico e di ricerca, poiché

lo scopo dello studioso è una lettura unitaria del fatto in questione condotta sulla base della

correlazione fra i diversi elementi costitutivi.154

154 Marco De Marinis, Capire il teatro. Lineamenti di una nuova teatrologia, Roma, Bulzoni, 2008, p. 111.
118
Conclusioni.
Ovvero alcune prospettive future per Katathink.com.

La rete di internet è una realtà che si realizza sempre più nella vita degli individui che

vivono la Terra. È nata per scambiare semplici informazioni testuali tra reti intranet, si è sviluppata

arrivando piano piano in qualche ufficio, poi qualche scuola, palazzi pubblici, case dei cittadini

privati ed ora è al punto di esser inserita nella tasca dei pantaloni di ognuno di noi e, sopratutto dal

2015, indossata. Le strade per osservare un fenomeno simile sono principalmente due. Una, che

deriva da decenni passati in cui il televisore si presentava come oggetto tecnologico capace di

incantare e ammaliare — oltre che persuadere — l’individuo per spingerlo ad avere opinioni, idee,

sensazioni, sentimenti e atteggiamenti che, in qualche modo, erano controllati dalle emittenti

televisive. In questo modo la scrittura romanzesca e fantascientifica, soprattutto, hanno prodotto

pubblicazioni dove mostravano questo nuovo mezzo di comunicazione monodirezionale come

l’inizio di un mondo controllato dalle macchine e controllato da pochi uomini che avevano il

controllo (o anche solo un dialogo) con queste macchine invincibili. Presto anche il cinema, le arti e

la filosofia si sono immerse in questo mare apocalittico dove l’uomo avrebbe perso ogni suo potere

in quanto essere vivente a favore di quello che venne chiamato “il regno delle macchine” (Matrix,

1999). Al giorno d’oggi viviamo un’epoca in cui la rete di internet sta dimostrando giorno dopo

giorno come può essere abile nel donare alle persone la possibilità di emanciparsi da un mondo

sempre più complicato dove le informazioni sono sempre più lontane, fisicamente parlando, da dove

l’individuo si trova. Non che internet le avvicini geograficamente, ma presentandosi come realtà

virtuale, non solida (anche se nei suoi effettivi risvolti fisici lo è), la rete porta l’utente che la naviga

a percepire l’informazione come se geograficamente di trovasse accanto a lui. In questo sistema ciò

che accade è che l’astrazione del pensiero umano viene espansa come mai prima d’ora, e la realtà

solida non ha più differenze da quella virtuale. La seconda viene trattata in maniera analoga alla

prima e, a volte, in maniera anche più attiva a presente. Internet sembra vivere di un ecosistema, di

119
un ambiente, molto favorevole alla proliferazione delle comunicazioni interpersonali che possono

realizzarsi attorno a delle informazioni, a dei contenuti che parlano del mondo naturale. Pensare

oggi che il mondo Tecnico — e tecnologico — sia esclusivamente un mondo artificiale sarebbe

errato, poiché i meccanismi rituali, mentali e sociali che può attuare non sono distanti da quelli che

tempo fa appartenevano esclusivamente alla realtà solida del mondo comunitario. La differenza più

evidente riguarda la dimensione di questo mondo comunitario che, da pochi individui sta

diventando, in parte, globale. Oggi non è raro trovare più corrispondenza emotiva, di interessi e

passioni in qualcuno che vive lontano da noi rispetto al nostro vicino di casa. Ma vale la pena

demonizzare questi nuovi fenomeni solo perché rompono, con irruenza, è vero, ciò che prima era

canonico, impensabile e fisso? L’individuo trova sempre più corrispondenza nel mondo digitale di

ciò che percepisce in quello naturale, a patto che il primo sia sviluppato con una sensibilità tale da

inserirsi nell’espressività motiva del secondo. E ciò è possibile poiché, seguendo le orme dei

riformatori dell’educazione dei sistemi scolastici, il mondo naturale è è in assoluto l’ambiente più

ricco di informazioni che esista155. Il mondo digitale può essere dunque considerato come una

nuova componente estensiva e, in qualche modo, artificiale, della realtà naturale quale luogo dove

incontrare individuo, scambiare informazioni e con essi arrivare a generare sempre nuove idee e

sempre nuovi orizzonti di interesse, oltre che metafore della vita. Per l’autore Jeremy Rifkin

l’analisi delle metafore e delle espressioni linguistiche utilizzate dalle persone è il mezzo più

concreto per comprendere la società e l’ambiente in cui siamo inserti. Lo storico Thomas Berry

sembra essere della stessa idea quando ci invita a riflette sul modo in cui la razza umana avrebbe

potuto elaborare metafore così fondamentali per la creazione della narrazione della coscienza se la

nostra specie fosse stata domiciliata, fin dalle sue prime origini, sulla luna; luogo in cui non ci sono

altre forme viventi. In una circostanza tale non sarebbe stato possibile immaginare la vita dell’altro

come se fosse in qualche modo applicabile alla nostra propria esperienza, che è la base stessa del

155Edward Osborne Wilson, Biophilia and the Conservation Ethic, in S.R. Kellert e E.O. Wilson (a cura di), The biophilia
Hypothesis, Washington, DC, Island Press, 1993, in Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Mondadori, 2012, p.
285.
120
pensiero metaforico e del pensiero cognitivo fondato sull’esperienza condivisa attraverso il

processo empatico156.

Il pensiero naturale ed empatico, come abbiamo cercato di mostrare a più riprese, è una

modalità di ragionamento che può portare con sé lo sviluppo della componente critica

dell’individuo. Il sociologo Stephen Kellert si spinge oltre affermando che un forte rapporto con la

natura è essenziale al pensiero critico, soprattutto quando si è in una fase di crescita e sviluppo dove

la mente umana cerca di creare spiegazione alle relazioni ci causa-effetto che osserva attorno a sé.

Scrive Kellert:

pochi ambiti della vita offrono ai giovani tante opportunità per sviluppare il pensiero

critico, l’indagine creativa, la capacità di soluzione dei problemi e lo sviluppo intellettuale

quanto la natura157

In questo pensiero si può trovare una sfumatura di significato, un po’ celata, ma presente, da

cui si può evincere che il pensiero critico nato dall’esperienza della natura è anche un mezzo

attraverso cui far sviluppare nell’individuo quelle emozioni che derivano dall’ambiente naturale che

lo portano ad aprire la mente all’immaginazione e alla creatività, senza le quali la coscienza umana

si atrofizzerebbe158.

Le emozioni date dalla vita naturale sono anche quelle che, per alcuni studiosi159, possono

aiutarci a ricordare che siamo esseri umani in un’era tecnocratica. Va però considerato che all’epoca

in cui questo studiosi promuovevano una posizione simile internet, soprattutto come lo conosciamo

oggi, non era ancora stato sviluppato. La rete web può essere, oggi, un veicolo attraverso cui le

156 Ibid.

157 Stephen Robert Kellert, Experiencing Nature: Affective, Cognitive, and Evaluative Development in Children, in P.H. Kahn e S.R.
Kellert (a cura di), Children and Nature: Psychological, Sociocultural, and Evolutionary Investigations, Cambridge (MA), MIT
Press, 2002, pp. 125-125, in in Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Mondadori, 2012, p. 286.

158 Ibid.

159 Si veda Rachel Carson, Nick Kelsh, The sense of Wonder, New York, HerperCollins, 1998.
121
persone possono sensibilizzarsi verso la natura e verso sé stessi. Valga per tutti l’esempio degli

ultimi due anni dove moltissime persone, informandosi sulla rete prima, e presso un medico fisico

poi, hanno iniziato a curare di più il loro corpo e la loro dieta. Internet, con molte delle sue

estensioni, può essere dunque un mezzo di interazione tra il mondo concreto e quello astratto, se

ben utilizzato e pensato, ad esempio, per costruire costellazioni di dati e informazioni virtuali

esperendole e ricercandole prima nel mondo solido.

La ricerca nel mondo reale è fondamentale per molteplici motivi. Uno di questi è che

permette di conoscere la logica delle costellazioni che ruotano attorno ad un dato centrale che può

essere sia naturale in quanto appartenente al mondo della flora e della fauna, quanto naturale in

quanto appartenenti al regno della storia e facendo comprendere alla persona che muove questa

ricerca di essere, di fatto, ancora appartenete al mondo naturale. Il legami primari (di sangue) che

l’uomo ha con il mondo possono però diventare dei fattoli limitanti del suo completo sviluppo

umano impedendo lo sviluppo completo della sua ragione e delle sue facoltà critiche. Il rischio dei

legami di sangue che creano comunità è che consentono all’uomo di riconoscere sé e gli altri

soltanto attraverso l’appartenenza ad un clan, e non in quanto esseri umani. In altre parole possono

bloccare il suo sviluppo in quanto individuo libero, autonomo, produttivo160. Inoltre questo forte

riconoscimento con il clan, la comunità o la religione dona alla persona una forma di sicurezza

carceraria. Egli sente di appartenere, ha le radici già ben strutturate in una socialità dove occupa un

posto ben preciso. Le sue uniche sofferenze in una realtà simile sono solo di tipo fisico, ma non

emotivo legate alla solitudine e al dubbio, sensazioni queste che aiutano lo sviluppo critico. Ecco

che una controparte Tecnica legata a quella naturale si mostra molto importante poiché apre

possibilità di confronto che senza rischiano di minare la libertà umana.

In determinati progetti interni di Katathink, si potrà prendere spunto da grandi aziende che

hanno avuto rapporti con scuole, e generazioni nate con internet, per cercare di comprendere la

160 Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Cremona, Edizioni di comunità, 1963, p. 35.
122
sintesi tra pensiero naturale e pensiero tecnico/tecnologico che questi nuovi giovani hanno la

possibilità di vivere.

Lisa Magnuson, direttore marketing della Silver Spring Newtwok, una società che produce

hardware e software intelligenti per la rete elettrica, afferma che l’America ha bisogno di

attingere alla creatività della nuova generazione cresciuta con internet. In un programma

pilota introdotto nei sitemi scolastici della California e dell’Ohio, agli studenti crede chiesto

di scrivere brevi sgasi argomenti come «In che modo l’elettricità intelligente cambierà la

tua vita e la tua carriera futura?»161

Promuovendo un’attività di questo tipo, ovvero avviando attività in cui le prossime

generazioni inizino fin da subito a preoccuparsi del mondo che abitano, che si preoccupino di

sostenerlo creando reti intelligenti e utilizzando internet per bene che può fare in quanto Tecnica, e

quindi capendo la differenza tra Tecnica e tecnica, è una prospettiva che è al centro dell’etica di

Katathink. Ancor prima di lavorare sull’operatività futura dei giovani, è importante stimolare gli

animi ad avere una coscienza differente a quella economico-capitalistica sviluppatasi durante il XX

secolo, e quindi inserendosi come produttori sociali di beni e servizi al fine di un miglioramento del

benessere comune attraverso il miglioramento del modo di vivere al mondo, il mondo.

Siamo coscienti che esagerare con uno sviluppo mentale del multitasking tecnologico può

avere conseguenze anche moto gravi quando mal gestite. Sono molto diffusi, ad esempio, ragazzi

afflitti da disturbi dell’attenzione chiamati ADHD. Questi disturbi si manifestano soprattutto quando

i giovani non hanno mai avuto, oppure non hanno avuto abbastanza, contatto con il mondo naturale

della flora e della fauna. Non ne hanno assorbito i tempi, le relazioni, le paure e le fragilità, e in

questo modo vivono in un mondo sistemico dove la tecnica è priva di significati e simboli che

sottraggono la mente umana da piaceri e libertà. Il filo su cui si corre vivendo una crescita di

161 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Mondadori, 2012, p. 266.
123
fanatismi, sia essi naturali o tecnocratici, è troppo fine per sostenere una persona, e quindi

inevitabilmente si cade nella perdita di libertà individuale che invece può caratterizzare ogni essere

umano. Quando parliamo di comunicazioni legate alla natura ci riferiamo anche, ovviamente, ai

legami empatici, ad una loro comprensione, ad un loro studio e ad una loro proliferazione. È

necessario, a questo riguardo, guardarci bene dal rischio di far diventare il temine empatia una

semplice etichetta mediatica che rischia di essere di breve durata e di intensità ancora minore. Il

momento storico che stiamo vivendo è favorevole agli studi dei meccanismi empatici e della loro

diffusione, bisogna cercare di essere attenti a non sprecare questa occasione che potrebbe essere di

grande aiuto all’uomo per comprendere la sua libertà e la sua umanità162. E come poter attuare delle

prospettive simili? Promuovendo la cultura in ogni sua sfaccettatura e componente mostrandone le

sfumature e le costellazioni. Facendo ciò è possibile che l’uomo si avvicini a quella forma di verità

storica che dimostra che, in moltissimi casi, durante lo sviluppo umano prima si sono creati modelli

culturali e poi società politiche ed economiche. Questo perché la cultura è il contesto in cui si crea

la narrazione sociale che ci lega gli uni agli altri, permettendoci di empatizzare reciprocamente

come una famiglia estesa163. Condividendo una eredità comune si può giungere al pensiero di noi

come una comunità e così facendo accumuliamo una fiducia senza la quale governi ed economie

non potrebbero esistere. Quello che viene chiamato capitale sociale non è altro che una forma di

fiducia sociale che viene poi investita in governi e sistemi economici164. Questa è possibile anche in

virtù di un principio fisiologico di separazione, di scissione, che vede l’uomo, ad un certo punto

della sua vita (quando giunge al mondo), tagliato fuori dalla realtà simbolica della natura. possibilità

di vivere.

162 Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia, Milano, Mondadori, 2010, p.164.

163 Jeremy Rifkin, La terza rivoluzione industriale, Milano, Mondadori, 2012, p. 302.

164 Ibid.
124
I legami primari, una volta che siano stati recisi, non possono più venir ristabiliti; quando il

paradiso è perduto, l’uomo non può tornarvi. C’è una sola possibile soluzione produttiva

per il rapporto dell’uomo individualizzato con il mondo: la sa solidarietà con tutti gli

uomini e la sua spontanea attività, l’amore e il lavoro che lo riuniscono di nuovo al mondo,

non mediante legami primari, come come individuo indipendente.165

Questo non solo può portare a dei forti legami umani che si possono sviluppare attraverso

l’aggregazione sociale e del lavoro che si muove attraverso la rete, ma è in grado anche di

migliorare la condizione sociale di molti poiché può trasformare il sistema delle società gerarchiche

in un sistema delle società egalitarie. La Tecnica, e la struttura sociale che ne deriva, non è in grado

di tollerare le disuguaglianze ad esempio razziali166, non può contemplare al suo interno componenti

che non vivano una vita neoumanistica che, nel villaggio globale che viviamo, comprende centinaia

di milioni di persone. Queste milioni di persone sono destinate a divenire miliardi attraverso il

sempre più esteso sistema internet e Tecnico.

Katahink vive di strutture e di etiche che sono nate proprio da alcuni dei presupposti

presentati durante tutta la trattazione, molti sono ancora da sviluppare e da discutere

collettivamente, per cercare di creare un mondo che non può più solo dire “io ci ho provato”, ma ci

deve riuscire.

165 Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Cremona, Edizioni di comunità, 1963, p. 36.

166 Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Milano, Jaca Book, 2009, pp. 96-97.
125
126
Appendici.

1 — Intervista al consulente di front-end Stefano Peloso.

Quella che segue è una intervista fatta al consulente front-end Stefano Peloso. A livello

metodologico si è deciso di non applicare delle modifiche alle parole utilizzate dal professionista del

web così da poter restituire ogni sfumatura lessicale che il consulente ha nella sua persona e nella

sua professione. Si è deciso, inoltre, di presentarla nella sua interezza poiché nel dialogo instaurato

molteplici discorsi si sono intersecati e sovrapposti. Parlando di internet e della rete e dei suoi

risvolti presenti e futuri è divenuto inevitabile, per l’intervistato, non estendere al massimo i

contenuti trattati.

C. Stefano Peloso, un nome noto ai professionisti della rete e della comunicazione che ha

sviluppato siti web per aziende di rilevanza nazionale e internazionale, ora si occupa principalmente

di front-end. Le va di presentarsi e di esporre il suo lavoro?

S. Ho avuto una formazione molto eterogenea attraverso diversi canali come in reato la maggior

parte delle persone che fanno questo lavoro perché non c’è di fatto una scuola che porti al tipo di

lavoro che faccio anche perché è molto recente e in continuo divenire e quindi non ha più di tanto

senso l’idea di inserirlo in una formazione canonica universitaria; e quindi, oltre formazione, a

livello di studi ho avuto una formazione sul campo lavorando in diversi ambiti perciò per un certo

periodo sono stato, ad esempio, copywrighter in una agenzia pubblicitaria; ha avuto, come molti dei

miei colleghi, un breve passato come grafico passando poi a concentrarmi e focalizzare su aspetti

che in realtà sono molto collegati nell’ambito della comunicazione, soprattutto visiva, ma che

utilizzano strumenti, diciamo tecnologici, e quindi un approccio diverso rispetto ad un semplice

visual. Quello di cui mi occupo adesso è una versione di front-end molto moderna. Il concetto di

127
base potremmo dire che bisogna essere in grado di rendere in maniera efficace, dove efficace vuol

dire tutta una serie di punti che vanno dall’esperienza utente alla performance percepita si tempi di

accessibilità, quello che un designer ha progettato e pensato. Quindi facendo una sorta di paragone,

potrei essere una sorta di ingegnere che rende possibile costruire quello che un architetto ha

disegnato rendendolo prima di tutto il più fedele possibile al disegno originale, alla visione che ha

l’architetto e, come obiettivo secondario, ma non in ordine di importanza, funzionale e funzionante.

Chiaramente l’ambito principale è il web, nel senso che front-end è in pratica quell’insieme di

tecnologie — HTML e CSS in primis — che servono a sviluppare la parte che viene visualizzata di

un sito web. Il fatto però che io lavori su web è incidentale per il semplice fatto che al momento è il

mezzo che permette maggiormente di esprimere questo tipo di lavoro che mi interessa, ma il mio

fine non è il web ma creare degli oggetti con cui le persone interagiscono. Non escludo che io e miei

soci,in un futuro, non troppo prossimo, potremmo spostarci a lavorare su oggetti connessi poiché io,

ad esempio, in passato ho lavorato con molto piacere su installazioni interattive, giochi (non inteso

come videogiochi), ma cose simili a “caccia al tesoro” ovvero la creazione di storie nel mentre che

l’utente interagisce con l’oggetto.

C. Quando parla di interazione, possiamo intenderla come performatività?

S. Si. Interazione in tutti i sensi. Nel campo del front-end, adesso come adesso, interazione è

essenzialmente legato a input testuale con tastiera, input di puntamento con mouse e touch, ma in

realtà esistono altri tipi di input che sono ad esempio la creazione di un dispositivo e quindi tutto

quello che è collegato alle capacità sensoriali dell’utilizzatore. Ci sono ad esempio cose che sono

sperimentali, poiché non hanno ancora standardizzazioni internazionali, ma che utilizzano

creativamente sensori di luminosità dei dispositivi, i loro accelerometri, le bussole magnetiche, le

fotocamere e microfoni; sono tutte cose a cui si può accedere per avere altri tipi di interazione che

vanno al di la di quello canonico.

128
C. Si possono considerare come tali anche sistemi Kinect e Motion Capture?

S. Si, ma sono più elitari poiché oggi vi è una diffusione abbastanza capillare di smartphone e

devices connessi che hanno, più o meno tutti sensori di questo genere. Una cosa come Kinect

piuttosto che un Deep Motion sono già un po’ più particolari, dei giocattoli divertenti da

sperimentare, ma non sono così diffusi da poterci fare qualcosa con un accesso di massa.

C. Potremmo dire questi giocattoli divertenti sono percepiti come tali mentre i devices connessi

vengono percepiti più come delle protesi da parte dell’utilizzatore?

S. Il telefono, e adesso anche abbastanza il tablet, anche perché oggi come oggi la linea di confine

sta diventando sempre più labile, sono degli oggetti molto molto personali addirittura di più di

quanto non lo fosse un tempo il Personal Computer. Oggetti come un Kinect, oltre ad essere ancora

troppo dei giocattoli, sono dei giocattoli per persone specifiche, un po’ geek o persone amanti dei

gadget tecnologici. Quindi se uno smartphone è un oggetto che si può trovare in tasca una casalinga

un Kinect no. Perciò la fascia demografica a cui si riferiscono è molto ristretta.

C. Lei a che fare quotidianamente con prodotti concreti e astratti (quale può essere, per certi versi,

internet) che hanno a che fare con la Tecnica e la Tecnologia. Come colloca il Suo lavoro all’interno

di una realtà che sembra voler rompere sempre più “la quarta parete” costituita da schermi e

monitor?

S. Come dicevo al momento sono confinato molto su uno schermo ma perché in questo momento è

il posto in cui è possibile veramente creare, anche con un rapporto costo-efficacia veramente

favorevole, delle esperienze funzionali e main-stream cioè accessibili a praticamente chiunque che

vengono utilizzate praticamente da chiunque. Mentre non escludo affatto, anzi è molto probabile,

che in un futuro prossimo mi sposterò su altri mezzi. La ragione per cui non sto lavorando

quotidianamente con hardware e tecnologie che vanno al di la dello schermo è semplicemente

perché sono ancora tutte cose no in produzione o non diffuse. Nel momento in cui cominceranno ad

129
esserlo inizierò sicuramente a lavorarci sempre di più. La questo è, al momento la tecnologia di

massa è ancora indietro, e tutte le cose dall’Oculus piuttosto che l’Ologramma e via dicendo sono

delle piccole anteprime di una direzione che sta prendendo il futuro dell’interazione, ma non sono

ancora di massa. Io faccio un lavoro che comunque, nonostante tutto è molto concreto e si rivolge

ad un pubblico di massa; gli altri oggetti e al momento non li utilizzo ma credo in un loro avvento

che diventerà futuro per me. Bisogna solo dare loro il tempo di maturare e dare il tempo alle

persone di portarle. Ma vista la rapidità in cui siamo passati nell’usare un mouse con un pallina ad

aspettarci che un dispositivo ci risponda utilizzando il multi-touch, penso che saranno tempi

relativamente brevi.

C. Possiamo quindi inserire questo nuovo orizzonte dentro cui ci stiamo inserendo, degli ologrammi

ad esempio, come diretta conseguenza di internet e di internet delle cose?

S. Diretta conseguenza, direi di no. Nel senso che non ci vedo un rapporto di causa-effetto, ma

sicuramente sono tutte cose nella stessa direzione. Cioè non è internet che l’ha causato ma sono

frutto di una visione comune verso cui ci stiamo muovendo ci sono diversi fattori contingenti che

portano a queste cose che sono sia da una parte una visione umana e umanistica legata, fino ad un

certo punto, alla tecnologia, che è proprio l’idea pionieristica e inventoria di immaginare il futuro e

immaginare cosa si potrà fare con una potenza di calcolo che da sola non serve se inserita in scatole

grigie. Mentre ora c’è una volontà di usarla per creare e al contempo chiaramente è importante il

fatto che c’è un’accelerazione tecnologica che consente miniaturizzazioni con potenze di calcolo

sempre maggiori, comodità maggiori e rapidità superiori.

C. Si capisce quindi che l’importanza all’estetica e al design è centrale in un mondo che crea

sempre più esperienze ed interazioni. Nella progettazione di un sito web, tornando al suo lavoro

attuale, quanta importanza viene data all’interfaccia grafica? Perché?

130
S. Adesso tantissima. Allora, facciamo una storia brevissima di AIX (Unix) che sarebbe Design

dell’interfaccia utente, Design dell’esperienza utente. Fondamentalmente, nasce il web, non si sa

bene cosa farci, sembra una cosa carina, proviamo ad investirci dei soldi, è economico, è uno spazio

aperto. E questi sono gli anni Novanta. Questa cosa del web si diffonde, per altre ragioni, non per

quelle che interessano alle aziende, però cresce. A quel punto inizia ad esserci competizione perché

il web inizia ad acquisire un pubblico considerevole quindi un’azienda ha la necessità di avere una

presenza su internet quanto, forse anche più, di essere, in precedenza, sulla Pagine Bianche,

piuttosto che, per azienda molto grandi, avere una presenza pubblicitaria su giornali e manifesti.

Però il web è ancora visto come un ambiente strettamente tecnologico e ingegneristico e, in ogni

caso, salvo le rarissime eccezioni che esistono sempre, per tutto inizio degli anni Duemila il web

viene costruito come se fosse una macchina cioè senza un aspetto più umano. Molto di recente,

parliamo degli ultimissimi anni, gran parte dei siti, anche grazie al fatto che il web diventa più

intimo proprio per l’elevazione dei dispositivi con cui vi si accede, inizia ad essere la percepita la

necessità, semplicemente, di farlo più bello. Iniziano a venir fuori i primi esempi di web “bello”,

dove bello non significa solo esteticamente bello, ma vuol dire anche fatto con un certa cura e

quindi non freddo fermo e statico ma qualcosa che inizia a coinvolgere. E, come è facile capire poi

a posteriori, la risposta è immediata. Quelle strutture che cominciano ad adottare un approccio di

questo tipo ottengono dei risultati concreti. Quindi ottengono più conversioni, più clienti, più

guadagno. Da lì la tendenza diventa universalmente riconosciuta, e si inizia ad investire molto e

nascono i concetti di Design dell’interfaccia utente, prima e Design dell’esperienza utente poi.

Quindi il disegno grafico non si limita più solo a sé stesso ma si relaziona al disegno dell’esperienza

che vuole generare qualcosa a livello emotivo. Qui però subentra il problema per cui, in realtà, dal

punto di vista di design, si fanno molti più progressi e l’applicazione pratica resta indietro perché

rimane dominio di un gruppo estremamente esteso, però molto, molto più ingegneristico di persone.

Quindi abbiamo un designer che prepara e immagina qualcosa di estremamente coinvolgente per

l’utente, e poi uno più ingegneristico che lo mette in pratica, ma viene sempre fuori qualcosa con

131
qualche pezzo in meno, con qualcosa che stride e qualcosa di mancante. E qui arriviamo a tre/

quattro anni fa, quando ci si rende conto di questa ulteriore esigenza e c’è una svolta ani questo

campo perché da una parte molti designer molti designer, per riuscire ad avere un risultato efficace

rispetto a quello che disegnano, iniziano a convertirsi e a superare un po’ la barriera iniziando ad

interessarsi al codice cercando di capire come rendere fedelmente quello che disegnano da una

parte, e dall’altra, cosa molto utile per lo sviluppo effettivo, conoscendo tecnicamente quello che si

può fare, si influenzano e iniziano a creare delle cose a cui prima non avrebbero pensato perché non

conoscevano le possibilità tecniche. Si creano molte community di grande spessore al riguardo.

Iniziano ad esserci molte pubblicazioni sia di articoli che di libri sugli argomenti collegati e, un po’

alla volta, da questo gruppo di designer-capaci-di-scrivere-codice si distacca un altro gruppo, che è

quello da cui poi derivo io, composto da persone che sono tornate indietro verso il codice più puro,

ma mantenendo il contatto con il designer, ed è quello che oggi viene sempre più richiesto perché

l’importanza di rendere un’esperienza utente viva e coinvolgente è sentita moltissimo e quindi c’è

necessità di avere persone con la capacità di realizzarle. Quindi da una parte l’esigenza c’è,

dall’altra è possibile rispondere a questa esigenza ma non sono moltissime le persone in grado di

rispondere a questa esigenza perché è stat percepita in tempi molto recenti e quindi non c’è

moltissima cultura professionale che si occupano di questo lavoro.

C. Un website è uno spazio di forte interazione in cui, a differenza dell’esperienza televisiva,

l’utente, generalmente, non è completamente passivo rispetto ai contenuti. Questo spazio

solitamente presenta una qualche forma di gerarchizzazione dei contenuti o tende a voler essere il

più trasversale possibile?

S. Questo è un discorso in realtà molto molto legato all’esperienza utente e credo che sia da

separare tra l’efficacia della presentazione delle informazioni e, invece, l’efficacia di altri obiettivi.

Semplificando molto tenderei a dire che se vengono presentare le informazioni in maniera

eccessivamente efficace (ovvero attraverso una struttura parallela e non gerarchica) si forniscono

132
informazioni molto valide invece di fornire una specie di flusso caotico, ameno come percezione, in

cui le informazioni valide vengono confuse nel “rumore” generale, si ottiene, ovviamente, l’effetto

di fornire l’informazioni in maniera pratica, efficiente, utile ma non si ottiene un effetto utile per

una azienda come Facebook® o Twitter®. Perché se Facebook® fornisse informazioni utili e

concise il tempo di rimanenza su di esso si ridurrebbe, perdendo così anche guadagni; quindi la mia

sensazione è che i metodi in cui fornisce le informazioni, in design dell’informazione, una struttura

come Facebook® non è un metodo pensato per essere utile per l’utente ma per intrappolarlo il più

possibile. Mentre se parliamo di un servizio che abbia lo scopo di fornire un’informazione, quel tipo

di design, di Facebook®, non ha alcun senso. Quindi Facebook® funziona malissimo per fornire

informazioni, ma funziona benissimo per ciò per cui è disegnato.

C.Ultimamente si sente sempre più parlare di “Internet delle cose”. Che cosa si intende con questa

nuovo termine che si presenta come il futuro presente e prossimo?

S. L’internet delle cose in realtà è un termine che contiene un concetto relativamente vecchio che si

riferisce all’idea di avere degli oggetti collegati, essenzialmente via internet, in grado di ricevere

degli input e poi fare qualcosa. Si interseca molto con le idee di domotica infatti un oggetto

connesso può essere semplicemente l’antifurto di casa controllato con lo smartphone; ma possono

essere oggetti anche più di intrattenimento, possono essere degli assistenti di vario genere e possono

essere oggetti che forniscono anche solo informazioni e notifiche, o che prelevano informazioni con

dei sensori, ad esempio un termometro, e le forniscono ad internet attraverso un altro canale. È un

concetto ancora un po’ in fase i esplorazione su cui c’è interesse, ad esempio INTEL sta facendo

grossi investimenti al riguardo, ma non c’è ancora un’idea chiarissima di dove si stia andando a

parare in realtà. Diciamo che, per internet delle cose, si intende un qualsiasi oggettino piccolino che

si collega ad internet e fa qualcosa in maniera indipendente da un computer.

133
C. Credi che questa nuova visione dell’oggetto, e di internet, è destinato a rompere la barriera che

oggi in parte c’è tra il mondo della rete ed il mondo, per così dire, reale?

S. Si, però in realtà sono oggetti moto dispersivi. Il web nonostante i metodi di consultazione più

disparati è accentrante: il web è il web, che tu lo guardi da un telefono o da un computer resta

quello. L’intenerì delle cose ha questo tipo di frammentazione più tipico delle App, in cui vi è una

specializzazione di un oggetto che è fatto esattamente per quello scopo, per quella funzione,

totalmente impermeabile a tutto il mondo che lo circonda. E questo è un po’ un limite che forse si

sta cercando di affrontare cercando di capire come possa essere gestito.Gli oggetti connessi sono

delle piccole propaggini ma hanno questo blocco dell’essere eccessivamente specializzati e poter

fare una piccola cosa, molto bene perché sono stati disegnati apposta per farla, ma non rompono del

tutto quella barriera: aprono un piccolo foro da cui si vede uno spiraglio. Quindi allo stato attuale

non c’è una visione che possa effettivamente davvero unificare i mondo solido con quello del web,

però non è da escludere che sia una cosa fattibile nei prossimi tempi.

C. Quindi internet, come lo conosciamo noi oggi, ha ancora di essere sviluppato.

S. Assolutamente si, quello resterà sicuramente per diversi anni ancora. Anche perché per quanto

possa essere veloce l’adozione delle novità, anche se uscisse oggi qualcosa di rivoluzionario in

grado di sostituire internet, ci vorrebbero comunque diversi anni prima che avesse una diffusione

tale da far considerare internet in fase di abbandono. Come dicevo allo stato attuale c’è il desiderio

di una cosa del genere, ma non un visione per raggiungerlo.

C. Siri, Cortana, Echo, e molti altri assistenti vocali hanno visto la luce negli ultimi anni. Ci

spiegherebbe come mai della nascita di questo fenomeno?

S. Ad esempio Apple e Microsoft hanno lavorato molto in passato su questo tipo di concetti. Era

qualcosa che desideravano creare ma tecnologicamente non era fattibile. Quindi non è una cosa che

è uscita dall’oggi al domani perché a qualcuno è venuto in mente di farla, ma era anni che si voleva

134
fare; semplicemente prima non vi erano le predisposizioni tecnologiche e tecniche per poterla fare.

Quindi una componente fortissima di questo, e di una serie di altri assistenti personali, è lo sviluppo

tecnologico. Andando a vedere progetti del MIT di trovano molti progetti di questo genere ma

appunto realizzate dentro dei laboratori universitari, non cose riproducibili su scala industriale per

essere venduti a prezzi sensati per il mercato. Tra l’altro ho visto in periodo recente numerosi casi in

cui ricercatori del MIT — o di altre strutture analoghe — hanno cominciato progetti di assistenti

vocali di vario genere che sono fondamentalmente più simili a Echo ma più evolute. Quindi il

sogno, anche come cultura popolare, del robot come maggiordomo, c’è da tantissimo, in termini

informatici da ere geologiche, semplicemente prima non c’era la tecnologia per farlo. Secondo me il

grosso boom che stanno avendo i tre main stream che hai citato che alche altri progetti, è

essenzialmente legato al fatto che prima non si poteva fare e adesso si può.

C. Crede che il concetto di “assistente vocale” si estenderà anche all’interno dei siti web nei

prossimi anni? Un sito Siri ad esempio?

S. Progetti così sono già stati realizzati. Non è un assistente vocale ma un motore, tramite input

testuale, in grado di comprendere domande anche piuttosto complesse raccogliendo informazioni da

diversi luoghi e di dare una risposta. È immaginabile ciò che dici, tecnologicamente è abbastanza

fattibile, ma di fatto non c’è più di tanto un’esigenza di questo tipo. A dirla tutta per quanto ci sia

interesso su questo tipo di tecnologie, sono tutte ancora incredibilmente limitate. Quello che è in

grado di fare un Siri o un Cortana è davvero, davvero poco. E quindi la domanda è: perché dovrei

andare su un sito web per ottenere delle risposte che posso, molto più velocemente, ottenere

cercandole su Google®. Quindi da un punto di vista tecnologico una cosa analoga a quelle che sono

presenti adesso, agli assistenti di quel tipo, sarebbe fattibile; da un punto di vista pratico no credo

che ce ne sarebbe una necessità ma credo sarebbe utilizzato. Perciò ci vorrebbe una evoluzione che

porti prima il concetto di assistente vocale a qualcosa di oltre e che sia un po’ più utile. Io ho viste

molte presentazione di progetti di robot domestici, quelle cose che dicevo che sono molto simili a

135
Echo, e ho visto che di fatto si riducono tutte ad avere caratteristiche molto simili che ti fanno

capire quanto sono limitati perché mettono enfasi su certi tipi di cose che sono in grado di fare, da

cui deduci tutto quello che non sono in grado di fare. E tutti sono in grado di scattarti una foto, se

glielo chiedi. Fornirti una ricetta se glielo chiedi. Creare un promemoria se glielo chiedi. Riprodurre

della musica se glielo chiedi. E più o meno sono le quattro cose che sono in grado di fare. Perciò

sono dei giocattoli che sul momento possono sembrare fantascientifici ma poi andando a ben vedere

sono talmente limitati che son cose che verrebbero lasciate da parte inutilizzate.

C. Oggi, la maggior parte dei siti web presenta un sistema aperto, come può apparire un motore di

ricerca, oppure chiuso come appare la maggior parte dei social network? E in quel maniere si può

parlare di internet aperto e internet chiuso?

S. Allora, possiamo distinguere tra una parte di internet completamente accessibile e una parte di

internet che richiede, per generalizzare, per permessi per accedere. Intersecare in questa distinzione

un internet statico, che cioè fornisce sempre lo stesso contenuto quando gli viene fatta una richiesta,

e un internet personalizzato che fornisce un contenuto sempre diverso a seconda di una serie di

parametri ambientali della richiesta. Quindi un internet statico fornisce contenuti sempre uguali che

li guardi io dal mio computer o tu dal tuo, un internet più personalizzato fornisce differenti risultati

nella pagina perché sa che io ho consultato una serie di cose, sa che geograficamente mi sto

connettendo d un certo posto, e sa che utilizzo che un certo sistema operativo, e quindi è di fatto una

forma di chiusura perché mostra a me un’informazione diversa da quella che mostra a te e mi

preclude l’accesso all’informazione che mostra a te.

C. Infatti spesso questo viene percepito come un limite, soprattutto a livello di ricerca e studio.

S. Si, sono cose generalmente concepite con buone intenzioni, cioè chi fornisce dei risultati di

questo tipo lo fa perché con degli studi più o meno validi ha deciso che al tipo di utente che

corrisponde al tuo profilo interessano di più certi contenuti e quindi al fine di esperienza di

136
navigazione il risultato può essere migliore; chiaramente in tantissimi casi ciò è arbitrario, però h

buon intenzioni. Non lo fa per peggiorare la tua esperienza anzi, il contrario.

C. Quindi Google®, per dirne uno, è chiuso?

S. Da questo punto di vista si, ed è chiuso su diversi livelli. Considerando Google® solo come

motore di ricerca, al di la di altri discorsi legati in primis ad Analitics e Advertising di Google®,

fornisce quello che vien chiamato una serp — fondamentalmente un risultato di ricerca gerarchico

ottenuto da scansioni algoritmiche che utilizza — dove se io cerco una parola che po' essere “cane”,

ottengo un elenco di risultati con una serie di posizioni. Ora, una piccola parentesi, è stato

dimostrato a più riprese che i risultati che vanno oltre la quarta posizione su Google® sono utilizzati

da una percentuale irrisoria di utenti quindi è come se non fossero forniti. E di fatto quelli

veramente utilizzati sono i primi due. La seconda pagina è utilizzata un maniera ridotta, le altre non

esistono. Quindi, Google® mi fornisce dei risultati e, potrà anche fornirmi lo stesso migliore dei

risultati che mi fornirebbe anche in qualsiasi altro caso, ma quelli che contano sono i primi quattro

risultati. Quindi la chiusura sta nell’ordinamento dei risultati. E qua ci sono diversi fattori. Prima di

tutto la lingua del browser: quando viene fatta una richiesta ad una pagina web il browser fornisce

una seri di dati in cui dice quali sono i tipi di lingue che accetta e quali sono le sue preferenze.

Questo è concepito perché se un sito è i grado di fornire risultati in più lingue verrà privilegiata

quella del browser; quindi se io dico che vorrei la pagina in italiano, ma se proprio proprio non c’è

allora la preferirei in francese, e se proprio non c’è va bene anche in inglese, un sito dovrebbe

fornire questo tipo di iter e fornire un risultato relativo. Google® essendo localizzato non solo come

lingua, ma proprio come gerarchia serp in fondamentalmente qualsiasi lingua, a seconda di quale è

la lingua principale, nel mio caso italiano, mi fornisce certi tipi di risultati. Dei mie colleghi

utilizzano un sistema operativo configurato in inglese e se cercano la stessa parola in Google®

ottengono risultati diversi dai miei, e le differenze sono macroscopiche: non semplicemente dalla

prima alla seconda posizione, ma dalla prima posizione alla decima pagina. E in più, oltre a questo,

137
ci sono leggere differenze date da ricerche precedenti e a eventualmente essere collegati attraverso

Google® Plus o altri servizi di Google®. Anche qua l’obiettivo è fornire il miglio risultato

possibile, e c’è da dire che Google® ha un tasso di affidabilità estremamente elevato, però sono

delle scelte che sono arbitrarie perché generate da algoritmi automatici e le intenzioni sono le

migliori, i risultati, potremmo dire addirittura eccellenti, però ciò non toglie che c’è una grossa

selettività su un sistema come Google® e quindi, in definitiva, lo potremmo definire chiuso sotto

questo punto di vista.

C. Da questo punto di vista quali tipologie di architetture è meglio programmare oggi in visione del

futuro? Aperte o chiuse?

S. Dipende da cosa deve fornire il sito. Chiaramente il fatto che esistono strutture differente deriva

dal fatto che esistono esigenze differenti. Quello che sicuramente posso individuare è che, in questo

momento, gli utenti del web sono molto più educati ad avere strutture di tipo chiuso e dinamico e lo

considerano tendenzialmente un vantaggio, quindi per quanto possa essere limitante in moti casi

l’utente medio preferisce che qualcun’altra faccia il lavoro per lui.

C. E se le esigenze fossero di tipo culturale, come vede inserito il “terzo settore” all’interno della

rete?

S. C’è da distinguere l’intersezione culturale/commerciale e invece il culturale puro, pubblico.

Quindi da un parte abbiamo un tentativo di monetizzazione di vario genere su vendita, noleggio,

streaming, quant’altro, da grossi colossi che cercano di monetizzare l’industria culturale; se invece

parliamo di cultura non industriale il discorso diventa molto ampio perché a quel punto si ha la

stessa frammentazione che si h nel mondo reale dove posino vedere un aspetto di istituzioni

pubbliche che può avere presenze più o meno forti, rispetto anche al livello di avanzamento

dell’amministrazione pubblica del paese relativo, ci sono presenza di fondazioni, che sono in parte

commerciali quali pubblicità verso oggetti culturale che non vengono venduti tramite internet, ma

138
solo promossi tramite internet, c’è il mondo degli appassionati, ci sono spazi dedicati a recensioni,

critica e pubblicazioni; quindi è un settore estremamente variegato quindi non saprei tanto

rispondere in maniera concisa. Se devo immaginare potrebbe essere quella che mette in luce una

contrapposizione, che è poi anche l’evoluzione della tecnologia e di internet, la visione un po’ più

anarchica dell’internet fatto dalle persone che vogliono rendere la cultura e l’informazione libera, e

dall’altra la presenza di strutture regimentate che possono essere su internet per guadagnare dei

soldi e strutture governative che sono su internet per cercare di mantenere un controllo. Un possibile

sito sarebbe quindi uno che mostri entrambi gli aspetti della rete.

C. Senza parlare dell’Europa che sarebbe troppo articolato, in Italia come viene vista la promozione

culturale?

S. Dunque, hai visto la campagna “Verybello”? Hai presenta italia.it? Più meno sullo stesso filone è

venuto fuori Verybello che è un’iniziativa sempre dai costi non indifferenti, ma non al livello di

italia.it, per la promozione turistica che consiste principalmente in un sito web che raccoglie gli

aventi culturali italiani. Una specie di vetrina per i turisti realizzata in maniera molto discutibile

anche solo partendo dal branding che è quello che è. Guardando questi due siti si nota che c’è un

desiderio da parte della pubblica amministrazione di mettersi al passo coi tempi, però non capiscono

bene cosa sia questo internet. Non sanno bene cosa farci provano a costruire commissioni, chiedere

a gente, ma non hanno ancora azzeccato la strada. Però si rendono conto che serve, per quanto non

abbiano ancora fatto qualcosa di valido, sono stati investiti tantissimi soldi. Quindi diciamo che

sono indietro come risultati, ma ci sono molti interessi per il futuro.

C. E, a questo punto, crede che potrebbe essere necessario costruire un sito web ad-hoc che possa

dare un’organizzazione al settore culturale, inteso in senso generale, col fine di far ri-percepire

all’utente il bene culturale come “appartenente alla vita reale” e come parte integrante di ogni

istante della sua vita?

139
S. Si. La vedo come un’idea positiva. Sono un po’ scettico riguarda all’effettiva fattibilità visti i

precedenti. Non dico che sia impossibile, ma visti i precedenti con buone intenzioni analoghe a

quelle che hai esposto, e i risultati sono stati totalmente deludenti, sono scettico. Sarebbe bello. Ma

se qualcuno dovesse arrivare da me e dirmi “facciamo questa cosa”, gli direi, “OK, tanti auguri,

fatela, quando l’avete fatta ci vediamo”.

C. E per un progetto simile quale architettura proporresti. Gerarchica o laterale? Aperta? Chiusa?

S. Parlando di chiuso come personalizzato ne proporrei sicuramente una componente perché come

dicevamo lo spettatore contemporaneo è abituato e un po’ si aspetta, e lo considera un valore

aggiunto. Quindi se l’obiettivo è fare diffusione andrei su una componente di questo tipo che ha un

suo valore Pop. Però mantenendolo molto aperto dando in qualche modo al fruitore di accedere

comunque a tutto. Suggerire un certo tipo di percorso d interazione strutturato su di lui secondo

certi parametri studiati, ma dando comunque la possibilità di muoversi liberamente. Immagina un

museo fisico che abbia un percorso guidato che attraversa solo alcune sale considerate più rilevanti

ma che ti lascia la possibilità di vedere anche le altre ad esempio. Sul discorso di presentazione

dell’informazione, chiaramente, quindi, sarebbe in parte collegato a questo concetto di presentazioni

nu po’ ambivalente con la possibilità di intraprendere diversi percorsi e di sicuro non gerarchizzato

in maniera verticale ma potrebbe essere gerarchizzato in maniera più dinamica quindi più simile al

concetto più originale alla base di internet, quindi ipertesto, multimedialink, cioè da un contenuto

posso accedere ad un altro contenuto e quindi c’è una struttura ma una struttura libera da esplorare

ma non verticale di un contenuto dopo l’altro.

C. Crede che all’interno di un website simile sarebbe necessario sviluppare un assistente vocale?

Perché?

S. Un assistente vocale, con le limitazioni che dicevamo in precedenza, può essere utile fino ad un

certo punto, ma più di tanto non può fornire. Un assistente vocale più simile a quelli ipotizzati in

140
certi libri di fantascienza, tipo “Snow crash” di Neil Stevenson in cui esiste questa sorta di internet

un po’ “Second Life” che ha un motore di ricerca rappresentato come bibliotecario a cui un

personaggio chiede delle informazioni. Il bibliotecario fa la ricerca e fornisce fascicoli con i risultati

offrendo anche presentazioni. Un assistente, al di la del vocale o meno, a cui chiedere,

genericamente, ad esempio, “Ci sono tracce dell’influenza sud americana nell’architettura

contemporanea di New York?”. L’assistente elabora la domanda e fornisce dei risultati in forma di

presentazione; quello sarebbe sicuramente molto bello che per ora è legata al mondo della

fantascienza laddove credo sarebbe fattibilissimo arrivare ad ottenere qualcosa di molto simile da

qui a pochi anni. Quindi, tornando al punto di partenza, un assistente per accedere a dei contenuti

sarebbe bellissimo e sarebbe la realizzazione di quel sogno in cui un po’ tutti crediamo, ma ad ora

non è possibile; per quanto riguarda l’assistente vocale è un metodo di input ma non deve essere

strettamente collegato al concetto di assistente. Perciò ora un assistente vocale può esser utile per

chiedere un’informazione specifica però credo che la sua utilità si fermerebbe li. Invece un

assistente più esteso che potremmo vedere in un futuro sarebbe bello se ben integrato a dei

contenuti di valore culturale.

C. L’istruzione è un settore che non intendiamo affrontare in questo momento viste le molteplici

implicazioni che ne deriverebbero. Tuttavia Le vorremmo chiedere quale è la Sua posizione rispetto

all’educazione (intesa come guida) che può — o non può — passare attraverso l’utilizzo della rete,

sia al giorno d’oggi sia in termini astratti e futuri.

S. Torniamo forse un po’ al concetto che abbiamo accennato prima di questi due movimenti

contrapposti che spingono da una parte verso un’idea più anarchica di rete e dall’altra più

strutturata. Per una educazione di base, cioè formazione più infantile sarebbe rischioso e incosciente

affidarsi ad una struttura anarchica, per quanto socialmente interessante come esperimento.

Parlando di individui più formati e dotati di capacità critica potrebbe ricevere grande valore da una

struttura più anarchica.

141
C. Qual’è la Sua visione della pubblicità in rete come si presenta oggi? Crede che andrebbe

ripensata?

S. La pubblicità oggi è da dividere in due macro filoni. Uno tinto di grigi che è etico e accettabile e

uno più nero che non è seducente, e sfrutta una serie di concetti (o di design o tecnologici) cercando

di ingannare volutamente l’utente. Ed è molto facile vedere la differenza tra i due filoni. La parte

nera della pubblicità è un qualcosa difficilmente debellabile proprio perché non segue nessuna

regola né morale né legale contro cui c’è comunque molta attività di contenimento, anche da parte

di Google®, poiché degrada internet. La pubblicità più educata e pulita è da una parte un mezzo di

sostentamento che permette l’erogazione di servizi e contenuti, dall’altra sta diventando sempre più

inefficace perché siamo sempre più abituati a vederla e siamo sempre più vaccinati al riguardo, così

come siamo abituati a cancellare nella nostra mente la pubblicità da cartelloni, giornali e

televisione, il nostro cervello sta imparando a cancellare quelle su internet. C’è quindi un crollo

dell’efficacia e di conseguenza dell’economia a lei legata che comporta, purtroppo, che anche la

pubblicità un po’ più pulita sta diventando un po' più sporca. Cioè stanno emergendo pratiche non

proprio belle come il tracciamento e profilazione di utenti che sono lesive della privacy del singolo

e via dicendo. Quindi la pubblicità pura delle origini che, in una bassa percentuale esiste ancora, la

trovo personalmente una cosa che non mi crea problema in quanto mezzo di sostentamento per la

fornitura di informazioni/servizi/contenuti, non è invasiva, però è sempre meno efficace e quindi ha

sempre meno senso. Tutto quello che va oltre è qualcosa di brutto e invadente che però è sempre più

difficile tenere sotto controllo.

C. La pubblicità grigia, dunque, è una risorsa molto importante per la rete, con tutti i suoi difetti che

nascono anche dal fatto che non si è ancora distaccata dalle logiche televisive della sua

trasmissione. Secondo Lei ve ne sono delle altre percorribili, che magari si sleghino maggiormente

dalla via indicata dal televisore?

142
S. Si, ma infatti l’area grigia è qualcosa a rischio ma comunque accettabile. Quello che intendo

come inaccettabile intendo pratiche che sono intenzionalmente disegnate per sfruttare, ad esempio,

le debolezze del software utilizzato per la consultazione.

C. Esattamene. Quindi crede sia necessario un suo ripensamento?

S. Facendolo decadrebbe il principio della pubblicità vera, quindi si, viene già sviluppato attraverso

quella figura che si chiama social media manager che cono persone che nello specifico si occupano

di intrattenere un dialogo, o comunicazione, tramite social media con utenti dell’azienda. Questo è

un modo di procedere verso un discorso del tipo da te indicato.

C. Secondo Lei le aziende, soprattutto piccole, che considerano la rete come una vetrina, come

considerano l’individuo, la persona, che vi si interfaccierà?

S. Il discorso sito-vetrina è un prodotto di scarso valore che nascono dalla necessità di essere su

internet perché tutti sono su internet anche se non ho tempo da dedicarci e non ho molti soldi da

investire. In questi casi non vi è una interazione con l’utente. La maggior parte di questi siti sono

fatti e non ricevono interazione per il semplice fatto che nessuno li visita. Prescindendo che loro

stessi non hanno le strutture per accogliere una interazione, sono siti che è come se non esistessero

perché non sono solo come una vetrina nella via principale ma sono una vetrina in un violetto

nascosto da un cantiere. Non sono un mezzo di produzione che raggiunge un qualche tipo di utente

finale.

C. Per la Sua esperienza, sono la maggioranza o la minoranza delle aziende che fino ad ora hanno

compreso profondamente il potere potenziale della rete come mezzo attraverso cui ripensare il

mondo e l’individuo non più solo come possibile consumatore?

S. La maggior parte delle aziende considera l’utente come un consumatore, chiaramente sbagliando,

la dove invece la ricerca delle aziende più grosse porta a riflettere su concetti che permettono di

143
offrire esperienze che portano loro dei frutti. Nel design delle interfacce utente si utilizza la struttura

delle persona ovvero viene individuato il pubblico a cui ci si rivolge creando dei personaggi che lo

rappresentano, dei profili completi. Quindi ho Mario, elettricista, di 35 anni, che ha quasi finito di

pagare il mutuo, gli piace pescare nel week-end e bere una birra con gli amici il sabato sera, mangia

cibi precotti per via del lavoro ed è interessato dal mio tipo di prodotto, che è “porte blindate”,

perché ha una situazione di ceto medio e vorrebbe iniziare a sentire una maggiore sicurezza

domestica. Quindi vengono creati dei veri e propri profili e si immagina come questa interagisce

con il prodotto finale.

C. Qual’è la Sua visione della rete web del futuro a medio e lungo termine?

S. A lungo termine non ne ho idea perché è un qualcosa che sta talmente accelerando in maniera,

non immediatamente visibile al grande pubblico, ma sicuramente visibile a chi lavora nel settore,

trasformandosi in qualcosa che non è individuabile da nessuno, a lungo termine. Ci sono tantissime

persone che stanno lavorando su quello che sarà il futuro di internet, su tantissime cose diverse, che

tutte insieme creano un crogiolo di idee e innovazioni ma non vi è una strada unica a lungo termine.

A breve/medio termine invece c’è sempre una maggiore diffusione di dispositivi mobili che vanno

ad intersecarsi con gadgettistica (questo è l’anno degli smartwatch)che dovranno accedere ad un

internet di un qualche tipo che però non si sa ancora quale sia perché per questione di design

avranno schermi ancora più piccoli rispetto a quelli a cui ci siamo abituati, avranno dei metodi di

interazione diversi perché è impensabile che un orologio abbia una tastiera, anche solo virtuale, e lo

spazio di interazione è ridotto, quindi ci sarà da immaginare dei nuovi metodi per visualizzare le

informazioni, per fornirle, e per ricevere input e quindi creare interazione. Ci sarà da immaginare

nuovi modi di interazione perché date le piccole dimensioni, per questioni di batteria, già adesso è

necessario fare una serie di operazioni che alleggeriscano il lavoro rispetto, ad esempio, al computer

dekstop. Comunque, dicevo, siamo ancora in una fase di transizione, anche se molto avanzata, da un

concetto di “internet è quella cosa che sta sul computer ed è legato ad internet explorer” oppure

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“internet in tasca”; ora siamo arrivati, se parliamo i percentuali, anche in Italia, ad avere più del

cinquanta percento di internet utilizzato tramite telefoni e tablet, e quindi la fase di transizione è

molto avanzata e questo non significa che i computer stanno scomparendo, ma semplicemente che

ci sono sempre più dispositivi; quindi questo permette di avere accesso a porzioni demografica che

prima non avevano internet. Non è una cosa così infrequente la nonna che usa l’iPad per cercare

informazioni su internet e sono sempre di più i dispositivi con buone capacità tecnologiche

disponibili a basso costo, sia dal punto di vista della diffusione in Italia sia come diffusione di

internet nel terzo mondo. C’è un grosso lavoro per riuscire a portare la banda sempre più larga in

posti remoti o svantaggiati geograficamente come, ad esempio, nel 2015, l’authority per le

connessioni statunitensi ha stabilito che per essere definita “una connessione di banda larga” deve

avere una velocità superiore al 20Mb/s quando fino a poco tempo fa si parlava di velocità molto più

basse. Questo significa anche stiamo continuando ad avanzare questa evoluzione tecnologica per cui

abbiamo sempre più luoghi fisici da cui accedere a internet, sempre più potenza di calcolo, sempre

più velocità, quindi la possibilità di accedere a contenuti più complessi, però sempre più

frammentazione e creazione di dispositivi. Quindi il futuro a breve/medio termine è una evoluzione

di internet intesa come un internet più complesso più ricco e più interattivo, reso possibile da

maggiore potenza e maggiore velocità sia dal lato software che da quello hardware. Un forte di

lavoro di ricerca su un discorso di portare internet ovunque, quindi con studi di design più

accessibili anche da persone che prima non erano demograficamente considerate come parte

integrante di internet, perché non lo erano, e perché non avevano dispositivi per accedere a internet,

significa anche studio di design per funzionare su dispositivi che prima non esistevano; dal

temporaneamente morto Google® Glass, all’Apple Watch,e via dicendo, si verifica un

trasformazione che però mantiene le compatibilità con l’internet desktop, che continua a restare, ed

è il fulcro di tutto. Quindi nonostante tu designer stia disegnando per uno smartphone, non è

surclassabile il fatto che l’utenza del desktop sia ancora enorme e dal fatto che è da li che arrivi e

quindi non te lo dimentichi, ci rimani in qualche modo dentro.

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2 — Apparato iconografico.

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nato il 29 settembre 1959
a Haugesund
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“Jon Fosse has written novels, short culture.


stories, poetry, children’s books, essays and Fosse was among the literaty consultants to album
plays. His works have been translated into Bibel 2011, a Norwegian translation of the
more than forty languages. Bible published in 2011”
Fosse was made a chevalier of the Ordre wikipedia.com filmati
national du Mérite of France in 2007.[1]
Fosse also has been ranked number 83 on
the list of the Top 100 living geniuses by articoli
The Daily Telegraph.[2]
Since 2011, Fosse has been granted the punti di vista
Grotten, an honorary residence owned
by the Norwegian state and located on
the premises of the Royal Palace in the doc. sonori
city centre of Oslo. Use of the Grotten
as a permanent residence is an honour
specially bestowed by the King of Norway
for contributions to Norwegian arts and

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Sottotitolo 2
Contenuto 2
Titolo

Sottotitolo 3
Contenuto 3

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