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Diverse sono le cose che si possono può proporre al bambino per canalizzare la rabbia.

Il pedagogista può attraverso carta e penna annottare assieme al bambino le cose che fanno arrabbiare, il
fratellino è morto, la mamma e il papà piangono, niente è più come prima...

Si può così costruire , anche con l’argilla , qualcosa che li fa arrabbiare, costruendo insieme ognuno il suo
oggetto; dopo di che si può chiedere al bambino cosa ne vuole fare.

Fare esercizi fisici da connotare alla rabbia, proporre di disegnare, registrare su nastro certe frasi e
affermazioni con la certezza che si possono cancellare e ridire...; scrivere un diario, una lettera , delle poesie
e dove il bambino non sa scrivere la mano della figura di riferimento può diventare la sua.

Creare e mettere in scena uno spettacolo di burattini, che dicono e fanno quello che il bambino vorrebbe
fare e dire.

Oltre alla rabbia un altro sentimento che spesso colpisce i piccoli in lutto è la GELOSIA.

Anche in questa situazione proporre una serie di attività può aiutare il bambino a lasciare andare tale
sentimento: il disegno, lo spettacolo di burattini, incoraggiare il dialogo e la scrittura, la registrazione su
nastro, giochi dove può ricordare tutte le cose buone che ha fatto (nel caso di un fratellino nato morto: es
scelto con la mamma le tutine, ha accarezzato la pancia e il piccolo /a si è mossa... ) , lasciare andare dei
palloncini dove attaccare e scrivere dei messaggi segreti su striscioni di carta preparate dal bambino stesso,
o proporre il gioco di non fare cadere il palloncino con dentro il messaggio segreto, o bucare il palloncino
con uno spillo dove il messaggio che contiene è una frase che ferisce e spaventa il bambino stesso.

I bambini infatti non reggono per troppo tempo il dolore e hanno bisogno di distrarsi, di evadere un po', di
ridere; importante però che l'adulto non legga questo come disinteresse o "come non capisce nulla".

A volte il silenzio, la mancanza di domande possono essere interpretate come accettazione, ma spesso
tacciono per proteggere i genitori, mascherano a volte una rinuncia e un distacco.

Spesso invece i bambini vivono un DOPPIO lutto : la loro sofferenza e la sofferenza del genitore. I bambini
corrono il rischio di un sovrainvestimento affettivo (apprensione e funzione consolatoria) o deprivazione
affettiva, dove però il silenzio e l'esclusione sono vissuti dai bambini come rifiuto e far scaturire un
sentimento molto preoccupante che è la DEPRESSIONE.

Stanchezza, dolore, cali scolastici, poca concentrazione, tendenza ad isolarsi, disturbi dell'alimentazione e
del sonno sono alcuni segnali .

Attività da proporre possono essere: disegno, un ricordo caro da condividere, oggetti che ricordano che
possono essere messi così all’ interno di una scatola che diventa lo scrigno magico.

Anche la PAURA può colpire i piccoli; incubi paure dell’orco dei ladri,pipì a letto, periodi di regressione in cui
il bambino si sentiva sicuro.

REAZIONI SOMATICHE che vanno però ascoltate e il bambino deve essere visitato da un medico per dare
importanza, la giusta importanza, al dolore fisico che può provare.

Il bambino può avere tale reazioni emotive, ma potrebbe anche non manifestare nulla di ciò perché può
avere già avuto il tempo di rielaborare la questione morte.

Rimane molto importante che in ambito pedagogico si possano prevedere percorsi di educazione e
sostegno alla morte , per le coppie che purtroppo vivono la pesante e tragica esperienza della morte di un
figlio nato non vivo o morto poco dopo la nascita e per i bambini già a partire dai primi anni di vita ,
seguendo modalità di rappresentazione e comunicazione rispettose delle loro facoltà cognitive, della loro
sensibilità e dei contesti in cui vivono.
L'accettazione della morte è un traguardo significativo per la crescita individuale, indipendentemente
dall'età.

Ho riflettuto molto sul ruolo del pedagogista riguardo al tema del lutto e ritengo che la nostra cultura abbia
bisogno di essere educata alla morte perché non si può escluderla dalla vita, la vita stessa senza la morte
non avrebbe senso. Educare alla morte significa rendere e rendersi coscienti della sua presenza e imparare
ad accettarla. Si tratta di un'educazione che dovrebbe iniziare negli spazi familiari per poi estendersi nei
luoghi più formali come la scuola. Una educazione che ha la necessità di radicarsi nei luoghi del personale,
della storia di un uomo con i suoi effetti, i suoi desideri, i suoi progetti e, non per ultimo, le sue paure.

Vorrei concludere con le parole di Henry Scott Holland , parole che credo possano essere di sollievo ...a chi
purtroppo dovrà superare una perdita.