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4/5/2018 LEONE in "Enciclopedia dell' Arte Medievale"

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Medievale)/)

LEONE

Nell'iconografia il l. rappresenta un motivo zoomorfo tanto antico


quanto complesso, che occupa nell'universo simbolico medievale un
posto di particolare rilievo.Emblema di s. Marco Evangelista, il l. nella
visione apocalittica di Giovanni (Ap. 5, 5), che tanta parte ebbe
nell'iconografia medievale, compare accanto al trono che evoca la
presenza di Cristo, in basso a sinistra, il lato degli eletti nel giorno del
Giudizio universale, ed è il solo, oltre l'Agnello, cui sia riconosciuto il
privilegio di aprire il libro e rompere i sette sigilli. Mansueto compagno
di s. Girolamo, secondo la tradizione agiografica, il l. è anche l'animale
necropompo, che pietosamente provvede alla sepoltura nel deserto di s.
Antonio Abate e di s. Maria Egiziaca.Al di là degli aspetti più noti, il l.
assunse nell'iconografia cristiana valenze semantiche talora
contraddittorie, per la continua oscillazione tra valori positivi e
negativi, comunque varie e complesse, per le sfumature di volta in volta
acquisite, tanto da non poter essere ridotto entro troppo rigidi schemi
interpretativi. In realtà, nel simbolo del l. si sommarono e si
condensarono significati diversi e si stratificarono contributi di culture
tra loro differenti e lontane.Nell'antico Egitto il l. rappresentava il
sovrano e il sole, dal quale emana il potere reale: la sfinge, emblema di
regalità, ha corpo leonino, mentre due l. addossati, volti uno a Oriente
l'altro a Occidente, indicano il cammino diurno del sole e dunque il ciclo
della morte e della rinascita. Nella tradizione mesopotamica il l.
rappresentava piuttosto le forze istintive e caotiche della natura piegate
all'ordine dall'eroe o dal sovrano. Dal motivo iconografico del mitico
Gilgamesh che afferra due l., tanto frequente nella glittica
mesopotamica, derivò l'immagine dell'eroe biblico Daniele, quale
ricorre nei sarcofagi paleocristiani, nei tessuti copti e nell'arte romanica.
In area iranica il tema della caccia cerimoniale al l. si proponeva, come
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una costante iconografica, nei rilievi assiri, dove il sovrano affronta e


uccide il l. riaffermando la propria legittimità e invincibilità, e negli
argenti sasanidi del sec. 4°-5°, come per es. sul piatto con re Shāpūr II
(San Pietroburgo, Ermitage) o sulla coppa con Bahrām V, detto Gūr
(420-438; Londra, British Mus.), che del motivo offrono una
interpretazione in chiave zoroastriana: il re, che incarna il principio del
bene, è raffigurato a cavallo mentre colpisce il l., simbolo del male.La
produzione serica bizantina accolse le scene venatorie care alla
tradizione sasanide traducendole in palesi espressioni del trionfo
imperiale. Esemplare, in tal senso, è lo sciamito di seta donato
dall'imperatore d'Oriente Costantino V Copronimo (741-775) al re dei
Franchi Pipino il Breve (751-768) e da questi usato come sudario di s.
Calminio, sepolto nella chiesa abbaziale di Saint-Pierre a Mozac (dip.
Puy-de-Dôme; La seta e la sua via, 1994, p. 91), che ripete, seppure con
qualche imprecisione e incertezza nel costume del sovrano, il ben noto
tessuto con la caccia sasanide del sec. 8° (Lione, Mus. Historique des
Tissus). Durante il periodo iconoclasta (730-787; 815-843) il l. divenne
segno distintivo della maestà in Cristo-Dio della quale è investito il
basiléus. Tale il significato dei grandi l. che incedono sulle porpore
tessute nel ṭīrāz bizantino, come la seta conservata a Colonia
(Erzbischöfliches Diözesanmus.), che l'epigrafe imperiale riferisce a
Costantino VIII (1025-1028) e a Basilio II Bulgaroctono (976-1025).La
relazione tra l. e regalità, posta in luce dalla letteratura ebraica (1 Re, 10,
18-20), secondo la quale il trono crisoelefantino di Salomone aveva i
gradini ornati da dodici l. e i braccioli custoditi, ancora, da l., ispirò
l'apparato decorativo di troni e cattedre (v.) episcopali. In una miniatura
dei Vangeli di Ada (Treviri, Stadtbibl., 22, c. 14v), codice databile all'800
ca., l'evangelista Marco siede su un trono la cui spalliera ha terminazioni
a forma di protomi leonine. Ancora, una coppia di l. affrontati è scolpita
sulla base del trono ligneo del santuario di Montevergine, presso
Avellino, opera del sec. 12° prodotta da una bottega dell'Italia
meridionale informata al gusto islamico, come dimostra il fitto ornato a
medaglioni con motivi zoomorfi inscritti, certo derivato da tessuti
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medaglioni con motivi zoomorfi inscritti, certo derivato da tessuti
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orientali.Tutore dell'autorità legittima, il l. è anche depositario della


giustizia: nella cattedra episcopale del duomo di Anagni (sec. 12°-13°),
attribuita alla cerchia di Pietro Vassalletto, due l., dei quali compaiono
solo la testa e il treno anteriore, inquadrano la base del seggio,
obbedendo alla tradizione secondo la quale il priore amministrava la
giustizia inter leones. Inoltre, nei bestiari medievali il l. viene definito
giusto perché non infierisce sul nemico atterrato e punisce con severità
la femmina adultera.A un tempo pietoso e implacabile, in ossequio alla
concezione patristica, il l. divenne nell'iconografia romanica allegoria di
Cristo giudice, amorevole con i buoni, inflessibile con i malvagi. Il l. che
tiene tra le zampe, in segno di supremazia e, insieme, di protezione, un
agnello, un cervo o una figura umana, frequente tanto nei protiri
romanici, soprattutto in Italia e in Provenza, come nei pulpiti dei secc.
13° e 14° (nel battistero di Pisa e nel duomo di Siena, di Nicola Pisano,
nel S. Andrea a Pistoia e nella cattedrale di Pisa, di Giovanni Pisano), è
metafora di Cristo che difende il fedele.Talora il l. di protezione
compare associato al l. antropofago, che punisce il peccatore con la
morte, come nella cattedra episcopale di S. Nicola a Bari, della fine del
sec. 11°, la quale è posata su l. che azzannano teste umane. L. divoratori
ricorrono anche sul portale occidentale della cattedrale di Saint-Pierre
ad Angoulême (dip. Charente) e sul timpano della cattedrale di Livinhac
(dip. Aveyron), nonché alla base del pontile del duomo di Modena, del
1160-1175, opera di maestranze campionesi. Il l. antropofago è dunque
simbolo della morte che tutto distrugge e fagocita, ma che, anche,
restituisce alla vita, poiché l'anima rinasce attraverso la catarsi della
morte fisica. Spesso una non casuale ambiguità iconografica non
permette di comprendere se l'uomo venga divorato, ingoiato dalla fiera
o se piuttosto non ne sia rigettato, non fuoriesca dalle sue fauci.
Stringente è l'analogia tra il l. antropofago della tradizione cristiana e il
t'ao-t'ieh cinese, la maschera mostruosa priva della mascella inferiore,
simbolo dell'indistinto demoniaco, ricorrente sui bronzi Shang (sec.
16°-1027 a.C.). Nel vaso yü conservato a Parigi (Mus. Cernuschi;
Bussagli, 1966, fig. 24) al t'ao-t'ieh si aggrappa una piccola figura umana,
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Bussagli, 1966, fig. 24) al t'ao-t'ieh si aggrappa una piccola figura umana,
l'androgino, che emerge dalle caotiche e terribili forze cosmiche. Il l.
antropofago medievale è dunque promessa di risurrezione, della
rinascita in Cristo, ed evolve dal l. ruggente dei sarcofagi romani pagani
e paleocristiani e con tale valore compare in monumenti funebri
medievali (per es., nel duomo di Firenze, nel sepolcro del vescovo
Antonio D'Orso, opera di Tino di Camaino, del 1320-1321), oltre che su
fonti battesimali e acquamanili, in diretta connessione con l'acqua
lustrale, che assicura la rinascita dell'anima.Per la valenza solare e la
forza rigeneratrice il l. si identificava con Cristo sol invictus e, non a
caso, talvolta è dotato di una coda terminante a foglia, emblema di
risurrezione, o accompagnato da una rosetta, simbolo solare (per es.
sull'arcata superiore della facciata della cattedrale di Saint-Pierre a
Poitiers, dip. Vienne). Talvolta due l. affrontati o addorsati si
dispongono, quasi numi tutelari, ai lati dell'albero della vita, l'antico
hôm iranico, divenuto nell'iconografia cristiana la croce cosmica, Cristo
axis mundi. Talora, il valore salvifico del l. è rafforzato dalla presenza di
piccoli cani, simbolo della fede, come nello sciamito di seta attualmente
conservato a Bruxelles (Mus. Royaux d'Art et d'Histoire; La seta e la sua
via, 1994, nr. 82).Cristo, l. della stirpe di Giuda, sconfigge le forze del
male sul timpano occidentale della cattedrale di Jaca (prov. Huesca), del
sec. 11°: due l. affrontati calpestano rispettivamente un serpente,
simbolo della morte fisica, e un basilisco, simbolo della morte spirituale.
Affatto diverso il significato delle figure che compaiono sullo splendido
manto del re di Sicilia Ruggero II (m. nel 1154; Vienna,
Kunsthistorisches Mus., Schatzkammer), tessuto e ricamato nella
manifattura reale di Palermo nel 1133-1134: ai lati di una grande palma,
assimilata all'albero della vita, si ripete specularmente una scena di lotta
tra animali, con un l. che assale un camelide. Si è dinanzi alla
rielaborazione occidentale di un antico motivo diffuso presso le culture
nomadiche d'Asia centrale, nelle c.d. placche di combattimento. In
alcune sete prodotte in Spagna durante il sec. 11° (casula di s. Bernardo
Calvò, Barcellona, Mus. Tèxtil i d'Indumentària; La seta e la sua via,
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1994, nr. 89), invece, due l. addorsati vengono artigliati da un'aquila


bicipite. Il tema iconografico, di sicura ascendenza sasanide, si rinnova
alla luce del simbolismo cristiano: l'aquila, regina dell'aria, ghermisce il
l., animale legato alla terra, a significare la vittoria dello spirito sulla
materia; se il l. è emblema di risurrezione, l'aquila rappresenta
l'ascensione.In contrasto con la costante identificazione con Cristo, la
figura del l. poteva assumere valori fortemente negativi. Su un capitello
del chiostro del monastero di Santa Maria a Ripoll (prov. Gerona), come
sulle porte della cattedrale di Santa Sofia a Novgorod, in Russia, le fauci
spalancate del l. rappresentano l'ingresso dell'inferno.Nel registro
inferiore del timpano di Saint-Pierre a Beaulieu-sur-Dordogne (dip.
Corrèze), del sec. 11°, alcuni l., usciti dalla bocca infernale, si aggirano
minacciosi, presenze demoniache inquietanti, a caccia di anime. Corre
subito alla mente il passo di 1 Pt. 5,8: "Siate temperanti, vigilate. Il
vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi
divorare".Il l. cavalcato dall'uomo nudo assume un trasparente
simbolismo erotico e rappresenta la lussuria - poiché questo è il vizio
che divora furiosamente -, il trionfo degli istinti carnali sulla spiritualità
e sul raziocinio. Non a caso nel San Isidro a León come nella cattedrale
di Jaca, nell'ambito di un programma iconografico di sicuro valore
iniziatico e di significato esoterico, il motivo non va disgiunto
dall'immagine dell'uomo che cavalca il l. e ne stringe le fauci in segno di
vittoria, rinnovando l'impresa di Ercole e di Sansone.Cavaliere e l.
divengono, come nel Cappellone di S. Nicola a Tolentino (prov.
Macerata), del sec. 13°, emblema della fortezza, della saldezza nella fede.
Sansone, il cui nome significa in ebraico 'piccolo sole', squarta un l.
investito dello spirito del Signore (Gdc. 14, 5-6) e dunque trionfa sulle
potenze del maligno. L'uomo che uccide il l. si appropria della sua
energia, della sua forza vitale. Accade, nei tessuti copti e, più tardi, nella
scultura romanica, che Sansone sia rappresentato mentre attacca il l. da
tergo, approfittando della duplice natura della fiera, terribile e possente
nel petto, debole nella parte posteriore del corpo. Anche in Cristo, cui
spesso il l. è assimilato, coesistono forza e fragilità o, per meglio dire, la
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spesso il l. è assimilato, coesistono
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forza e fragilità o, per meglio dire, la
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natura divina e quella umana.Ma la funzione più comunemente assolta


dal l. è quella di custode del luogo sacro. Il l. demarca il passaggio dal
mondo profano all'area consacrata, oltre la soglia proibita, affinché il
fedele non si introduca inconsapevolmente, spiritualmente impreparato,
nel luogo sacro. Talora il l. custode, con evidente funzione apotropaica,
assume un aspetto terribile, per dissuadere le potenze del male e,
soprattutto, per esprimere il tremendum che è nel sacro. Immagini di l.
vegliano le soglie di palazzi e chiese: la maniglia bronzea della Cappella
Palatina ad Aquisgrana, del sec. 9°, è una protome leonina, analoga alla
maschera che compare sulla porta del mausoleo di Boemondo a Canosa
di Puglia, del sec. 12°, e alla maniglia della cattedrale della Natività a
Suzdal', in Russia (sec. 12°).L. compaiono, inoltre, sui fonti battesimali e
anche sulle fonti 'profane', per es. nella celebre vasca dodecagonale in
alabastro, sorretta da dodici l. di chiara ascendenza islamica, che orna il
Patio de los Leones nell'Alhambra, della seconda metà del sec. 11°, a
Granada. Fontane simili a questa allietavano giardini di ville e residenze
reali, a Palermo, nel parco reale noto come genoardo, 'il paradiso della
terra', e altrove, nel regno normanno. ῾Abd al-Raḥmān descrive una
festa in uno dei padiglioni reali, riferendosi probabilmente alla villa di
Mannani: "i superbi verzieri, per cui il mondo è tornato a fiorire, i leoni
della sua fontana, che versano acque di paradiso" (Gabrieli, Scerrato,
1979, p. 738). È il tema dell'hortus conclusus, lo spazio chiuso e
inaccessibile nel quale la natura recupera la perduta perfezione, la
purezza originaria della creazione. Al centro del giardino è la fontana,
che da simbolo religioso, da fons salutis dell'anima, si traduce, in ambito
cortese, nella sorgente dell'eterna giovinezza. Nei lampassi lucchesi dei
secc. 14° e 15° (La seta e la sua via, 1994, nr. 87) come nelle miniature
coeve il l. si abbevera alla sorgente o insidia un animale protetto da un
recinto.Svanita ormai la complessità del simbolismo medievale, il tema
del l. si ridusse a motivo di genere o si cristallizzò in stilizzata insegna
araldica, isolando dal loro contesto semantico le tradizionali immagini
del l. passante e del l. rampante.
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