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Ceramica.

Storia di un’Arte
Dalle materie prime ai modelli produttivi.
Dai reperti archeologici alle fonti ai manufatti artistici.
Mostra sulla storia, la lavorazione e la diffusione della ceramica
nella provincia di Cosenza e in Calabria.
Ceramica.
Storia di un’Arte
Dalle materie prime ai modelli produttivi.
Dai reperti archeologici alle fonti ai manufatti artistici.
Mostra sulla storia, la lavorazione e la diffusione della ceramica
nella provincia di Cosenza e in Calabria

La mostra Ceramica. Storia di un’Arte è promossa dalla Provincia di Cosenza con il patrocinio della
Soprintendenza ai beni archeologici della Calabria e della Soprintendenza a Beni Storici Artistici
ed Etnoandropologici della Calabria. è resa possibile grazie ai gentili prestiti dell’Archivio di
Stato di Cosenza, dell’Associazione Nazionale Città della Ceramica, del Museo di San Bernardino
di Amantea, del Museo archeologico di Tortora, del Museo archeologico dei Brettii e del
mare di Cetraro, del Museo archeologico di Serra d’Aiello, nonché grazie alla collaborazione
dell’Università della Calabria – Dipartimento di Studi Umanistici.
20 Marzo Curatore della mostra, della didattica
e del catalogo
Servizio didattica al pubblico
Jessica Petrasso, Maria Teresa Romeo,
12 Aprile 2014 Anna Cipparrone Alessandra Scaramuzzo, Laurea Magistrale
in Storia dell’Arte - Dip. Studi Umanistici,
Museo delle Albo dei prestatori
Archivio di Stato di Cosenza, Associazione
Università della Calabria

Arti e dei Mestieri Nazionale Città della Ceramica, Museo di San Laboratori artigiani
della Provincia di Cosenza Bernardino di Amantea, Museo archeologico
di Tortora, Museo archeologico dei Brettii e
Roberta Proto
Leonardo De Dominicis
del mare di Cetraro, Museo archeologico di Pietro Parrilla
Serra d’Aiello
Progetto espositivo e allestimento
Albo degli artigiani Anna Cipparrone
Raffaela Caruso di Lappano, Francesca Russo Fiorino Sposato
di Saracena, Maurizio Russo di Altomonte,
Ceramiche Parrilla di Cropalati, Fornace Progetto video e installazioni
Parrilla di Cropalati, Ceramiche Renda di Pino Iannelli
Corigliano, Telemaco Tucci di Rogliano,
Domenico Fontana di Bocchigliero, Rossana Progetto grafico
Gerbasi di Mendicino, Ceramiche Pirri di Dino Grazioso
Bisignano, il gruppo dei detenuti del carcere
di Rossano impegnati nella lavorazione della Stampa
ceramica, Roberta Proto di Trebisacce, Grafica Florens, San Giovanni in Fiore
Francesco Malomo di Cassano Ionio e
Leonardo De Dominicis di Cariati Promozione e comunicazione
Mariuccia de Vincenti
Autori del catalogo
Anna Cipparrone, Gregorio Aversa, Franco Traduzioni
Froio, Fabrizio Mollo, Franca Papparella, Laura Verta
Guglielmo Genovese, Cinzia Altomare,
Ivana Donato, Manuela Alessia Pisano, Luigi
Orsino, Simone Marino, Elena Dal Prato ISBN 978-88-908163-5-2

Pannelli didattici della mostra


Anna Cipparrone
L
a mostra Ceramica. Storia di un’Arte sigla per il Museo delle Arti e dei Mestieri della Pro-
vincia di Cosenza un importante traguardo, auspicato al principio della sua attività
e perseguito con caparbietà e attenzione in una strategia culturale che ha fatto della
ricchezza artigiana del territorio cosentino, nonché del suo profondo radicamento
storico, la sua grande forza e peculiarità.
Le mostre del nostro Museo si caratterizzano per una spiccata attenzione allo studio della vicenda
storica, storico-artistica e storico-artigianale della provincia cosentina e hanno, in meno di due
anni, affrontato temi importanti sia dal punto di vista culturale che economico, quali l’arte tessile,
l’arte orafa, la lavorazione del legno, la pittura dell’800 fiorita sotto l’egida della nostra Istituzio-
ne. Oggi il Museo delle Arti e dei Mestieri accende i riflettori su una delle più importanti voci
dell’artigianato d’eccellenza italiano: la ceramica che da una dimensione semplice e utilitaristica
assurge a opera d’arte.
Artigiani di Cosenza, Rogliano, Bisignano, Cariati, Cropalati, Mendicino, Altomonte, Schiavo-
nea, Rossano, Lappano, Cassano Ionio, Bocchigliero, Trebisacce e Saracena espongono al MaM,
a testimonianza del fatto che quest’arte tradizionale si sia radicata profondamente nella provincia
di Cosenza e sviluppata in ogni suo angolo in modo forte e tangibile.
Riscoprire il lavoro faticoso che i nostri artigiani compiono nelle loro botteghe, comprendere
le difficoltà del procedimento artigianale-artistico e presentare al pubblico la variegata e ricca
produzione locale è l’intento precipuo di questa esposizione con la quale il Museo delle Arti e dei
Mestieri continua a offrire un chiaro e concreto rapporto con tutte le realtà territoriali, umane e
artistiche della nostra grande provincia.

on. Gerardo Mario Oliverio


Presidente della Provincia di Cosenza

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he exhibition Pottery. History of an art marks for the Arts and Crafts Museum of the Province of
Cosenza an important goal, hoped and pursued since its opening with doggedness and attention in a
cultural strategy that made of Cosenza’s territory crafts’ richness as well as of its strong historical
roots, its strength and peculiarity.
Our Museum’s exhibitions are characterized by a deep attention to province of Cosenza’s historical, historical-
artistic and historical-craft study and, in less than two years faced important topics both from the economical that the
historical point of view such as textile arts, goldsmith’s art, wood’s working, nineteenth century painting bloomed un-
der our institution’s aegis. Nowadays the Arts and Crafts Museum directs the spotlight on one of the most important
voices of Italian excellence productions: pottery that from a simple and utilitarian dimension becomes work of art.
Artisans from Cosenza, Rogliano, Bisignano, Cropalati, Mendicino, Altomonte, Schiavonea, Rossano, Lappano,
Cassano Ionio, Bocchigliero Trebisacce and Saracena exhibit near the Arts and Crafts Museum (MaM) testify-
ing that this traditional art is deeply rooted in province of Cosenza as well as developed all over it in a strong and
tangible way
Rediscovering the fatiguing work made by our artisans in their workshops, understanding how complex is the craft-
artistic process and presenting to public the varied and rich local production it’s the main aim of this exhibition with
which the Arts and Crafts Museum goes on offering a clear and concrete relation with all territorial, human and
artistic realities of our great province.

Hon. Gerardo Mario Oliverio


President of the Province of Cosenza

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S
ono lieto che l’Associazione Italiana Città della Ceramica (AiCC), che rappresento
come Presidente, contribuisca con il prestito di alcune importanti opere all’arricchi-
mento della mostra sulla Ceramica. Storia di un’Arte.
Le opere ceramiche che concediamo con entusiasmo in mostra al Museo delle arti
e dei mestieri di Cosenza appartengono alle collezioni dell’AiCC, che fin dal 2006 ha deciso
di promuovere l’immagine della ceramica artistica e tradizionale italiana a livello nazionale ed
internazionale, predisponendo due “Mostre di Rappresentanza” itineranti: una di Ceramica Tra-
dizionale ed una di Ceramica Moderna, Innovativa e di Design. Obiettivo delle due Mostre è la
realizzazione di un valido strumento di conoscenza, valorizzazione e promozione dell’alto livello
di qualità della ceramica artistica e tradizionale italiana, sia nelle sue forme più classiche legate
alla storia e alle tradizioni del territorio, sia nelle sue forme più innovative e di ricerca del design.
Le opere in mostra provenienti dai Comuni di antica tradizione ceramica offrono un’ampia visio-
ne di quella che è la produzione ceramica di qualità italiana, dal nord al sud alle isole, mettendo
così in evidenza la ricchezza e la diversità di storia, di tradizioni e di stili propri dei centri di antica
tradizione ceramica.
Promuovere e tutelare la ceramica italiana significa premiare l’impegno di artigiani-imprenditori
che attraverso il loro ingegno artistico contribuiscono quotidianamente sia alla crescita economi-
ca del nostro Paese, sia alla salvaguardia di un eccellente e prestigioso patrimonio artistico.

Sen. Stefano Collina


Presidente AiCC

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’m proud that the Italian Association Towns of Ceramics (AiCC), which I represent as President, can give
its contribution in enriching the exhibition on Pottery’s history and production in province of Cosenza loaning
some important works of art.
The works of art that we loan with enthusiasm for the exhibition at the Arts and Crafts Museum of Cosen-
za belong to AiCC collections that, since 2006 decided to promote traditional and artistic Italian pottery at national
and international level preparing two traveling “representative exhibitions” : one on traditional pottery and one on
innovative, modern and design pottery.
Aim of both exhibitions is realizing an efficient instrument of knowledge, exploitation and promotion for Italian
traditional and artistic pottery high quality levels both in its classical shapes tied to history and territorial tradition
and in its most innovative and design ones.
The works on exhibition arrive from the Municipality of old pottery tradition and offer a wide vision of the quality’s
pottery italian production, from north to south islands included, pointing out the richness and the diversity of history,
tradition and styles typical of the centers with an old tradition for pottery.
Promoting and safeguard italian pottery means repay the commitment of the artisans- entrepreneurs that through
their artistic skills contribute everyday both in the economical growth of our country both in safeguarding an excellent
and fine artistic heritage.

Sen. Stefano Collina


AiCC’s President

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L
’Associazione Italiana Città della Ceramica (AiCC) è un’associazione senza fini di
lucro, nata nel 1999, alla quale aderiscono 34 Comuni di 15 Regioni: Albisola Supe-
riore, Albissola Marina, Ariano Irpino, Ascoli Piceno, Assemini, Bassano del Grappa,
Burgio, Caltagirone, Castellamonte, Castelli, Cava dei Tirreni, Cerreto Sannita, Ci-
vita Castellana, Deruta, Este, Faenza (che la presiede fin dalla fondazione), Grottaglie, Gualdo
Tadino, Gubbio, Impruneta, Laterza, Lodi, Mondovì, Montelupo Fiorentino, Nove, Oristano,
Orvieto, San Lorenzello, Santo Stefano di Camastra, Sciacca, Sesto Fiorentino, Squillace, Urba-
nia, Vietri sul Mare.
L’Associazione ha sviluppato una rete nazionale delle città ove storicamente è venuta a svilup-
parsi una significativa attività ceramica ed opera per la valorizzazione della ceramica italiana,
promuovendo un patto di amicizia fra i centri di antica tradizione ceramica.
Gli obiettivi fondanti dell’Associazione sono quelli di tutelare la documentazione inerente alla
tradizione ceramica; sostenere, da un lato, musei, centri di ricerca, soggetti pubblici e privati, fina-
lizzati alla salvaguardia e allo studio della ceramica, e, dall’altro, la divulgazione della conoscenza
della tradizione delle città della ceramica, nonché mostre ed eventi sulla ceramica contempora-
nea e valorizzare, infine, scuole d’arte e centri professionali.
Tuttavia si può dire che l’Associazione, nella sostanza, abbia avviato le prime attività fin dal 1980,
attraverso la creazione del “Segretariato dei Comuni Ceramici”, nato per salvaguardare le produzioni
della Ceramica artistica italiana. A quella idea di partenza, nel corso degli anni, sono venute ad
aggiungersi nuove esigenze, maturate progressivamente attorno alle problematiche del settore ed
affrontate nel 1990 dalla Legge 188 che tracciava e definiva un sistema di promozione e di tutela
della Ceramica artistica in Italia.
L’AiCC si costituisce perciò di fatto nel 1999, a fronte di una migliore e più matura coscienza e
consapevolezza dei benefici che la Legge 188 poteva concretamente rappresentare a favore della
produzione, del settore e degli artigiani.
L’Associazione nei suoi quindici anni di attività ha saputo perseguire con efficacia i propri sco-
pi sociali: dalla tutela alla promozione, dalla valorizzazione delle produzioni all’affermazione
dell’originalità della cultura della ceramica italiana ed ha contribuito al percorso di nascita, in
altre nazioni europee, di ulteriori associazioni delle città della ceramica: attualmente sono attive
in Europa l’AiCC in Francia, che raccoglie 24 città, la AiCC in Spagna, con 36 soci, e la AiCC
in Romania, con 10 adesioni. Le quattro associazioni collaborano attivamente su progetti di svi-
luppo e promozione congiunti ed in particolare hanno dato di recente origine ad un Gruppo
Europeo di Cooperazione Territoriale (GECT) “Città della Ceramica” (Agrupacion Europea
Ciudades de la Ceramica - AECC limitada, abbreviato in AiCC) nella forma prevista dall’ordi-
namento giuridico europeo, nella quale sono riconosciute complessivamente oltre cento città di
antica tradizione ceramica.

Associazione Italiana Città della Ceramica

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he Italian Association “Towns of Ceramics” (Associazione Italiana Città della Ceramica -
A.I.C.C.) is a non-profit association set up in 1999, to which endorse 34 Municipality of 15
Regions: Albisola Superiore, Albissola Marina, Ariano Irpino, Ascoli Piceno, Assemini, Bassano
del Grappa, Burgio, Caltagirone, Castellamonte, Castelli, Cava dei Tirreni, Cerreto Sannita, Civita
Castellana, Deruta, Este, Faenza (che la presiede fin dalla fondazione), Grottaglie, Gualdo Tadino, Gubbio, Im-
pruneta, Laterza, Lodi, Mondovì, Montelupo Fiorentino, Nove, Oristano, Orvieto, San Lorenzello, Santo Stefano di
Camastra, Sciacca, Sesto Fiorentino, Squillace, Urbania, Vietri sul Mare.
The Association developed a national network of the towns with an historical and documented tradition for pottery
and works to exploit Italian pottery promoting a friendship agreements between the centers with ancient pottery
tradition.
Main aims of the association are safeguarding all the documents on pottery tradition; supporting, on the one hand,
museums, research centers, public and private entities, which aim is safeguarding and studying pottery and, on the
other hand, spreading the knowledge on pottery’ town tradition as well as exhibitions and events on contemporary
pottery and exploiting, at last, school of art and professional centers.
Anyway it is possible to say that the Association started its activities in 1980 through the creation of a Secretariat
of the Municipalities of Pottery created to safeguard Italian artistic pottery’s production. To that starting idea, with
time, have been added new needs, related to sector’ problems and faced in 1990 thanks to the Law 188 which defined
a promoting and safeguard system for Artistic ceramics in Italy.
The AiCC sets up, de facto, in 1999, against a better and wiser consciousness of the benefits that the Law 188
could concretely represent for production as well as for whole sector and the artisans.
In its fifteen years of activity the Association knew how to pursue with strength its own social aims: from safeguard
to promotion, from products exploitation to the success of Italian ceramics culture originality and contributed to the
setting up steps, in other European nations, of other Towns of Ceramics association: in Europe at the moment there
are the AfCC in France an association made up by 24 towns, the AeCC in Spain, with 36 members and the ArCC
in Romania, with 10 members.
The four association cooperate on joined development and promotion projects and, in particular, have recently esta-
blished a Territiorial Cooperation European Group (TCEG) “Tows of Ceramics” (Agrupación Europea Ciudades
de la Cerámica - AECT limitada, which acronym is A€uCC) established up to the European legal order, it counts
with more than one hundred members towns with the tradition of ceramics.

Italian Association Tows Of Ceramics

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P
roseguendo nell’ambito delle sue iniziative culturali, volte al recupero e alla conoscen-
za delle peculiari tradizioni del territorio, la Provincia di Cosenza, tramite il Museo
delle Arti e dei Mestieri, ancora una volta costituisce un esempio della fruttuosa col-
laborazione fra Istituzioni che ha già portato alla realizzazione di progetti di ricerca
comuni, in linea con le più recenti tendenze nel campo della cultura e più in generale della storia
dell’evoluzione tecnologica.
A nome dell’Archivio di Stato di Cosenza, che mi onoro di dirigere, esprimo il più vivo apprez-
zamento per la realizzazione e l’allestimento della mostra, dedicata alla storia e alla lavorazione
della ceramica nella nostra provincia. La redazione del Catalogo, a cui è affidata la funzione di
raccogliere gli elementi della mostra con i dovuti approfondimenti e integrazioni significative,
è un imprescindibile strumento per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio
culturale locale.
I documenti archivistici a supporto del materiale esposto, testimoniano la presenza di manufatti
in ceramica nel territorio cosentino in età moderna e costituiscono un segmento importante per
l’offerta culturale e preziosa testimonianza di esperienze passate, che attraverso la nostra storia e
tradizione rinverdiscono ora il nostro presente.

Anna Maria Letizia Fazio


Direttore dell’Archivio di Stato di Cosenza

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G
oing on the sphere of its cultural initiatives, aiming at recovering and knowing territorial peculiar
traditions, the Province of Cosenza, through the Arts and Crafts Museum represents, once again,
an example of the fruitful cooperation between Institutions that has already brought to the reali-
zation of common research projects, in line with the most recent trends in culture and, above all,
technological evolution’s history.

On behalf of Cosenza State Archive, that I feel privileged to manage, I express all my appreciation for this exhibi-
tion focused on pottery in our province. The catalogue to which is entrusted the function of collecting all exhibition
elements with deepened studies and important integrations, it’s a unavoidable tool for local cultural heritage safeguard
and exploitation.
Archive documents in support of the exhibited material, testify the presence of pottery’s products in Cosenza also
in modern age and constitute an important segment for the cultural offer as well as a precious testimony of paste
experiences that through our history and tradition renew or present.

Anna Maria Letizia Fazio


Manager of Cosenza State Archive

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L
’Amministrazione comunale di Cetraro contribuisce con vivo entusiasmo alla realiz-
zazione dell’esposizione temporanea promossa dal Museo delle Arti e dei Mestieri della Pro-
vincia di Cosenza, concedendo in prestito tre anfore da trasporto di età antica conservate
nel pertinente Museo dei Brettii e del Mare, quest’ultimo ospitato nelle sale di Palazzo Del
Trono nel centro storico di Cetraro.
Poiché recuperate nel tratto di mare compreso tra i paesi di San Lucido e Belvedere Marittimo,
le anfore concesse si prefigurano all’interno del presente spazio espositivo - incentrato sulle di-
namiche storiche della ceramica cosentina - come importanti testimonianze archeologiche degli
antichi commerci marittimi che in passato interessarono l’area del medio Tirreno cosentino.
Altresì, la loro presenza alla mostra costituisce un nuovo momento di godibilità ed apprezza-
mento dei contenuti del Museo dei Brettii del Mare oggidì considerato, per l’autenticità dell’offerta
museale, tra i più innovativi e funzionali musei del meridione, nonché, modello di riferimento per
le nascenti strutture museali locali.
Attraverso la sua realizzazione l’Amministrazione comunale ha inteso evidenziare il ruolo fonda-
mentale rivestito dalle istituzioni museali all’interno dei nuovi processi di sviluppo socio-culturale
e turistico del territorio.
Non a caso, esso rappresenta il coronamento di un lungimirante e qualificato programma di
valorizzazione e recupero delle risorse culturali ed ambientali, che il Comune di Cetraro ha da
tempo attuato attraverso interventi innovativi compiuti grazie anche al coinvolgimento di giovani
realtà private dotate di adeguate capacità operative.
La partecipazione alla mostra, inoltre, traduce nei fatti la volontà di perseguire i principi di siner-
gia museale, costantemente sostenuti dalla Rete Museale Provinciale, al fine di conferire nuovi im-
pulsi ai processi di valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale presente sul vasto territorio
cosentino.
Infine, auguriamo alla presente mostra un pieno successo.

Ing. Fabio Angilica


Assessore alla Cultura Comune di Cetraro
Prof. Giuseppe Aieta
Sindaco di Cetraro

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C
etraro Municipal Administration contributes with real enthusiasm to the temporary exhibition pro-
moted by the Arts and Crafts Museum of the Province of Cosenza loaning three amphoras by freight
belonging to archaic age and kept near the Museum of Brettii and Sea this last one hosted in th halls
of Palazzo Del Trono in Cetraro historical centre.
Being recovered in the sea’s stretch between Sean Lucido and Belvedere Marittimo, the amphoras must be considered
in this exhibition- focused on Cosenza’s territory pottery and its historical dynamics- as important archaeological
statements of the ancient sea commerce that in past interested the area of Cosenza’s middle Tyrrhenian.
Besides, their presence on exhibition constitutes a new moment to enjoy and appreciate the Museum of Brettii and
Sea nowadays considered, for its offer authenticity, between the most important and innovative in Southern Italy as
well as a referential model for future local museums.
Opening it the municipal Administration wanted to points out the main role played by museums in the territorial
socio- cultural and touristic development processes.
It’s no coincidence that, it represents the crowning achievement of a qualified and farsighted exploitation and reco-
very’s program on cultural and environmental resources that, Cetraro Municipality as long since putted in action
through innovative interventions realized also thanks to young private realities having suitable operative abilities.
Participating to the exhibition, besides, translates into facts the will of going on museum synergies
principles, constantly supported by the Provincial Museums Network, with the aim of giving band new impulses to
cultural heritage enjoyment and fruition’ processes on Cosenza’s territory.
Besides, we wish for exhibition’ success.

Eng. Fabio Angilica


The Town Councillor for Culture

Prof. Giuseppe Aieta


The Mayor

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Sommario (Index)

Anna Cipparrore
pag. 16 Pottery. History of an art. Introduction to the exhibition
pag. 17 Ceramica. Storia di un’arte. Introduzione alla mostra

pag. 22 (Pottery and Archaeology. Pottery’s production and circulation from Proto history
to ‘400)
Ceramica e archeologia. Produzione e circolazione di manufatti in ceramica
dall’età Protostorica al ‘400
Gregorio Aversa
pag. 24 Abstract, Potteries productions and use in Calabria’s High Tyrrhenian
pag. 25 Produzioni ceramiche e loro impiego nell’alto Tirreno calabrese
Franco Froio
pag. 30 Abstract, The pottery set discovered in the Iron Age Necropolis’ Tomb 10 in Chiane place near Serra d’Aiello
pag. 31 Il corredo ceramico della Tomba 10 della necropoli dell’età del ferro di località Chiane  di Serra d’Aiello
Fabrizio Mollo
pag. 38 Abstract, Cosenza’s middle Tyrrhenian and Cetraro’s museum of Brettii and Sea: stories of potteries production
and circulation between Hellenistic period and Late Antiquity
pag. 39 Il medio Tirreno cosentino ed il Museo dei Brettii e del Mare di Cetraro: storie di produzione e circolazione di
ceramiche fra età ellenistica ed epoca post-antica
Guglielmo Genovese
pag. 50 Abstract, Production models, interpretative schemes, circulation factors and cultural archetypes to analyze pottery’s
iconography in Northern Italy
pag. 51 Modelli produttivi, schemi interpretativi, fattori di circolazione e archetipi culturali per un’analisi iconografica della
ceramica nella Calabria settentrionale
Franca Papparella
pag. 64 Abstract, Middle Ages and post Middle Ages pottery in province of Cosenza: a state of researches
pag. 65 La ceramica medievale e postmedievale nella provincia di Cosenza: stato degli studi

pag. 90 (Pottery and sources. Cosenza’s pottery from ‘500 to ‘700 through Cosenza State
Archive documents)
Ceramica e fonti. La ceramica cosentina dal ‘500 al ‘700 attraverso i documenti
dell’Archivio di Stato di Cosenza
Cinzia Altomare
pag. 92 Abstract, Local and imported Potteries and porcelains in Cosenza between the XVI and the XVIII Century
pag. 93 Ceramiche e porcellane locali e di importazione nella città di Cosenza tra il XVI e il XVIII

pag. 100 (Pottery, art and collecting. Potteries production and artistic careers in Calabria
between ‘700 and ‘900)
Ceramica, arte e collezionismo. Manufatti in ceramica e carriere artistiche tra
‘700 e ‘900 in Calabria
Ivana Donato
pag. 102 Abstract, Art’s fruition in Cosenza between the XVII and the XVIII century: potteries and paintings
pag. 103 Il consumo d’arte a Cosenza tra XVII e XVIII secolo: materiali ceramici e dipinti

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Manuela Alessia Pisano
pag. 110 Abstract, For a history of Calabrian Nineteenth century pottery. The cases of Andrea Cefaly and Giuseppe
Costanzo
pag. 111 Per una storia della ceramica dell’Ottocento in Calabria. I casi di Andrea Cefaly e Giuseppe Costanzo

pag. 128 (Pottery’s path. Arts products from the towns of pottery)
Le vie della ceramica. Manufatti d’arte dalle città della ceramica
Elena Dal Prato
pag. 130 Abstract, Pottery civilization. A travel along the italian towns with an old pottery’s tradition
pag. 131 La civiltà della ceramica. Viaggio nelle città italiane di antica tradizione ceramica

La mostra (The Exibition)


pag. 138 (Section 1)
Sezione 1
pag. 140 Italian pottery: the production of the National Association Towns of Ceramics
pag. 141 Ceramica italiana: i manufatti dell’Associazione Nazionale Città della ceramica
pag. 142 Schede delle opere

pag. 176 (Section 2)


Sezione 2
pag. 178 Pottery and archaeology. Cosenza’s pottery tradition’ origins
pag. 179 Ceramica e archeologia. Le origini della tradizione ceramica cosentina
pag. 180 Schede dei reperti e Schede dei Musei

pag. 194 (Section 3)


Sezione 3
pag. 206 Pottery and Sources. Cosenza’s pottery from ‘500 to ‘700 through the documents of Cosenza State Archive
pag. 207 Ceramica e fonti. La ceramica cosentina dal ‘500 al ‘700 attraverso i documenti dell’Archivio di
Stato di Cosenza

pag. 210 (Section 4)


Sezione 4
pag. 212 Pottery’ Masters in province of Cosenza. Heirs and followers of an ancient artistic tradition
pag. 213 I maestri della ceramica nella provincia di Cosenza. Eredi e continuatori di un’antica tradizione
artistica
pag. 214 Schede delle opere e Schede degli artigiani

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Pottery. History of an art. Introduction to the exhibition
From raw material to productive models.
From archaeological finds to sources to artistic production.
Exhibition on Pottery’s history, production and use
in province of Cosenza and in Calabria
Anna Cipparrone
Manager of the Arts and Crafts Museum of the Province of Cosenza

The Arts and Crafts Museum it’s Province of Cosenza1 quality’s artistic craft and it has been ope-
ned with the clear mission of exploiting old jobs, or Arts, still present on the territory and once
main local economical source.
An aim that distinguishes it from all the others museums together with the cultural strategy of
exploiting, through the dialogue with the museums part of the Provincial Network, the archaeolo-
gical and historic-artistic stratification of this our peripheral geographical area to reconnect local
micro history’s pieces to well known national cultural paths (www.retemuseale.provincia.cs.it).
In Arts and Crafts Museum (MaM) exhibition has always been of primary importance a widening
on Masters weavers fascinating work and on the first examples of rudimental looms in Cosenza’s
territory (IX century b.C.); have been clarified goldsmiths art’ episodes and the evolution sur-
veying on local mimes exploitation, stylistic features, classical derivations and the loans due to
the relation between craftwork and contemporary art in a continuous relation between tradition
and innovation, have been recalled wood’s uses and all the ways in which it is worked, the pro-
cesses, raw materials’ extraction areas, the Arts that bloomed just using this simple raw material.
Now we finally arrived at the exhibition on pottery’s history, production, circulation and working
processes starting from proto history and arriving until nowadays, keeping, as for previous exhi-
bitions, a taste for craft-artistic process re appropriation although of the object itself, with the ploy
of installations, videos and crafts workshops.
The exhibition is made up by four sections going from the National pottery produced in the well
known Towns of Ceramics devoted to this art (Deruta, Vietri, Caltagirone, Faenza and so on) to
the reconstruction of the historical, as well as, historic- archaeological episode concerning potte-
ry’s production and circulation in province of Cosenza since Proto History. In the archaeological
section, infact, all the finds loaned by Cosenza’s territory Museums permitted showing the evi-
dence of ancient kilns for local clay, stating that terracotta and potteries production has been one
of the activity strongly linked to human civilization.

From utilitarian good (vases, small vases, saucepans, amphoras and so on) to sumptuous good:
the documentary section, apart exploiting the remarkable Cosenza’s State Archive’ heritage,
points out the presence of critari, figulari, pignatari and potters in Cosenza’s territory during the
period going from the 1500 to the 1700, revealing the remarkable quantity of pottery arriving not
just from local workshops but also from the most important national realities, and part of collec-
tions and inventories of the local high class society.
That’s how we arrive until nowadays, through an installation on clay and on the ancient potter’s
workshop, to province of Cosenza artisans. Artisans, but in many cases artists, committed in
the fatiguing attempt of save this art from darkness bringing it in again, as it was once, as local
economy’s source. Styles, languages, patterns make of Cosenza’s artisans real pottery’s masters.

1 Cipparrone A., Un Museo per l’artigianato artistico, in “Predella” on-line Journal of the Università di Pisa,
n.32 2013

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Introduzione alla mostra Ceramica. Storia di un’Arte
Dalle materie prime ai modelli produttivi.
Dai reperti archeologici alle fonti ai manufatti artistici.
Mostra sulla storia, la lavorazione e la diffusione della ceramica nella provincia di
Cosenza e in Calabria
Anna Cipparrone
Direttore del Museo delle Arti e dei Mestieri della Provincia di Cosenza

Il Museo delle Arti e dei Mestieri è il Museo dell’artigianato artistico di qualità della Provincia di
Cosenza1 ed è nato con la specifica missione di valorizzare gli antichi mestieri, o Arti, ancora oggi
presenti sul territorio e un tempo fonte dell’economia locale2.
Una finalità che lo contraddistingue dagli altri musei di questo ambito grazie soprattutto alla
strategia culturale che ha assunto, ovvero quella di valorizzare, attraverso il dialogo con i Musei
della Rete Museale Provinciale (www.retemuseale.provincia.cs.it), la stratificazione archeologica e
storico-artistica di questa nostra periferica area geografica per riconnettere tasselli di microstoria
locale ai più noti sentieri della cultura nazionale. Si è proposto, nelle mostre del MaM, un appro-
fondimento sull’affascinante lavoro dei maestri tessitori e sulle prime attestazioni di rudimentali
telai nel territorio cosentino (IX secolo a.C.); si sono chiarite le vicende e le evoluzioni dell’arte
orafa indagando sullo sfruttamento delle miniere locali, sugli stilemi, le derivazioni classiche e gli
innesti dovuti al connubio tra artigianato e arte contemporanea nel continuo rapporto fra tradi-
zione e innovazione; sono stati ricordati e riproposti gli usi del legno e le sue molteplici lavorazio-
ni, le modalità e le aree di estrazione della materia prima, le Arti che sono fiorite dallo sfruttamen-
to di questo semplice elemento naturale. Si è per la prima volta chiarito il ruolo della Provincia di
Cosenza nel sistema di promozione delle arti attraverso la collezione di dipinti del ‘800.

Giungiamo adesso alla mostra sulla storia della produzione, della circolazione e lavorazione di
manufatti in ceramica dall’età protostorica ad oggi, mantenendo come nelle precedenti occasioni
espositive una spiccata predilezione verso la riappropriazione del procedimento artigianale-arti-
stico, ancorché dell’oggetto finito, con l’espediente delle installazioni, dei video e dei laboratori
artigiani.
Ricca di manufatti ceramici è la provincia di Cosenza, tuttavia le massime produzioni ceramiche
regionali si attestano, fin dall’antichità, nelle città di Squillace e Seminara. La storia di questa arte,
a Squillace, è legata alla fondazione della città quando Cassiodoro primo ministro di Teodorico
re dei Goti, la ritenne un’attività da salvaguardare per la sua pubblica utilità. Seminara, di origini
medievali, ha sempre vantato fornaci vitali producendo i noti fischiotti, le borracce, i fiaschi an-
tropomorfi o le maschere apotropaiche, annoverando la maiolica fra le massime produzioni dal
Settecento. Infine Gerace, pienamente calata nell’atmosfera classica della vicina Locri legata alla
produzione di pinakes, ove sono custoditi esemplari del Seicento di eccezionale pregio.
L’intento che informa la mostra -visibilmente dedicata ai nostri meritevoli artigiani e alle ben note
Città della Ceramica giunte a Cosenza sotto l’egida della omonima Associazione- è chiaramente
quello di approfondire lo studio dei manufatti ceramici presenti nel nostro territorio o perché ivi
prodotti o perché giunti da scambi commerciali e culturali remoti, delineando contemporanea-
mente quel sottile ma importantissimo passaggio dell’oggetto da manufatto artigianale, destinato
al quotidiano utilizzo, a oggetto artistico. Nel fare ciò abbiamo pensato di individuare e presen-
tare al visitatore le caratteristiche della materia prima come la si trova nel nostro territorio, le
modalità estrattive e quelle di lavorazione, le tecniche artigiane e le destinazioni delle ceramiche
in quattro sezioni espositive e una installazione, e con il consueto espediente delle proiezioni video
lungo il percorso museale.

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Tramite i reperti archeologici provenienti dai Musei della rete museale provinciale ci è stato pos-
sibile ricostruire (pur rattristandoci per importanti assenze) il quadro della produzione e circola-
zione di manufatti ceramici dal IX secolo a.C. al XIII d.C,. occupandoci anche della loro icono-
grafia quale fonte per la ricostruzione di uno specifico periodo storico. Essa -ampiamente trattata
da Guglielmo Genovese che trasferisce al lettore il senso della varietà e della ricchezza, nonché la
valenza comunicativa, delle ceramiche antiche del nostro territorio- mutua temi dalla madrepa-
tria greca e ne desume altri dal sostrato socio-culturale di ogni singola micro realtà locale.
Archeologi specializzati nelle epoche oggetto dell’esposizione hanno proposto i rispettivi stu-
di in un volume che si presenta come un importante tassello nella storiografia sull’argomento.
Dell’epoca arcaica è stato messo in risalto, attraverso gli esempi di manufatti in ceramica dall’età
Protostorica a quella brettia, il rapporto tra i beni di locale produzione e quelli di importazione la-
sciando evincere la fitta rete di scambi , ancor più tangibile nel caso delle anfore da trasporto rin-
venute sulla costa tirrenica e trattate approfonditamente da Fabrizio Mollo, e le contaminazioni
tra le nostre realtà territoriali e le aree geografiche di maggiore tradizione ceramica. Molto utili,
nella direzione di un’indagine sul patrimonio archeologico ceramico della provincia di Cosenza
sono i contributi di Gregorio Aversa e Franco Froio.
Pur affondando nella civiltà greca e ivi raggiungendo il suo apogeo, l’arte nostra della ceramica
ha subito anche la forte influenza della civiltà araba in epoca altomedievale -periodo storico di
pertinenza degli studi di Franca Papparella- di cui si espongono in mostra i bacini un tempo
murati sopra il portale nella facciata del convento di San Bernardino di Amantea. Erano disposti
a forma di croce e proponevano stilizzazioni di animali, motivi floreali e elementi di una nave.
La presenza di bacini in ceramica come elemento decorativo architettonico è molto insolita nel
nostro territorio, acquisendo perciò una ulteriore importanza nel patrimonio culturale e per la
definizione degli antichi rapporti commerciali delle nostre coste, tale da suggerire una maggiore
tutela e visibilità.
Di notevole interesse risulta la sezione documentaria della mostra. È evidente che le diversificate
attività ceramiche del cosentino e i vari usi cui il prodotto fu destinato nel corso dei secoli, trovano
accurato riscontro nelle fonti archivistiche utili a determinare gli estremi cronologici, gli ambiti di
diffusione, gli scambi commerciali con realtà più evolute e affermate, l’organizzazione professio-
nale in età moderna.
Per i secoli dal XIV al XVIII le fonti notarili dell’Archivio di Stato di Cosenza e il Catasto On-
ciario testimoniano la presenza di mastri critari, figulari, pignatari e vasai nel territorio cosentino,
denotando la tangibile affermazione di opere in ceramica nelle collezioni d’arte della nobiltà ed
evincendo lo straordinario passaggio da bene necessario a bene suntuario. Lo studio dei docu-
menti è stato affrontato da Cinzia Altomare e Ivana Donato che ci restituiscono un quadro quan-
to mai variegato e ricco di spunti di riflessione circa la presenza di mastri, di oggetti di uso comune
e di manufatti ceramici artistici nel territorio provinciale per le suddette epoche.
I documenti riguardano perlopiù la città di Cosenza, ove la produzione di terrecotte e ceramiche
è molto documentata. Già presente nella Carta della Biblioteca Angelica del 1592 il Borgo dei
Pignatari4riforniva, secondo un documento del 1598, il vicino monastero di Santa Maria di Lo-
reto (oggi San Francesco di Paola) di 48 urzulilli in cambio del permesso di estrarre la creta in un
terreno di pertinenza dell’edificio ecclesiastico5. L’area che abitavano i pignatari a Cosenza era l’at-
tuale zona di Sant’Agostino, abbastanza vicino al Crati ove era possibile rifornirsi d’acqua e ricca
di fornaci per la cottura degli urzulli, carusielli, salaturi, pignate e quanti altri oggetti erano necessari
all’uso domestico6. Il fattore più interessante, di certo centrale nella tipologia degli oggetti e dei
documenti prescelti per la mostra, è quel sottile passaggio o meglio quella elevazione dell’oggetto
in ceramica, sorto per soddisfare un’esigenza quotidiana, ad opera d’arte. Se per tutto il Seicento
la ceramica fu utilizzata dalla nobiltà calabrese, oltre che napoletana, per la decorazione ed il rive-
stimento di pareti, cortili, chiostri e monasteri7, nei secoli a seguire divenne la più frequente voce
di inventari e testamenti post mortem, imponendosi quale bene di lusso delle nobili famiglie locali.
Un fenomeno assai interessante che mi preme sottolineare, oltre a quello che sapientemente han-
no fatto emergere le indagini di Cinzia Altomare e Ivana Donato circa la presenza di ceramiche

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negli inventari e riguardo gli scambi commerciali con le città a maggior evocazione ceramica
come Faenza e Montefusco, è quello del mecenatismo artistico della nobiltà cosentina in età
moderna, determinato dalla condizione sociale e dagli interessi economici delle famiglie. Quello
che altrove è stato analizzato come fenomeno della “gerarchia delle dimore” determinato dal loro
“potenziale abitativo” in un contesto latifondista la cui condizione di perifericità fu alimentata
dalla forte concentrazione della vita nella capitale del regno, Napoli, suggerisce quali fossero le
attitudini della committenza calabrese tra Seicento e Ottocento8. Essa, vuoi per la mobilità delle
famiglie a causa dei continui avvicendamenti di potere, vuoi per la conseguente geografia dei
feudi e per i frequenti trasferimenti di beni, per le vendite, le cessioni e gli scambi, fu chiaramente
interessata all’accumulo di beni mobili quali l’arredamento ligneo, i marmi, le piccole sculture e
soprattutto la ceramica che risultavano facilmente trasportabili, vendibili e perciò molto presenti
negli inventari e nei contratti come lussuosa merce di scambio.
Interessante e ricco di declinazioni storiche e storico-artistiche è il tema della ceramica in epo-
ca borbonica, affrontato da Manuela Alessia Pisano nel suo contributo dal quale fuoriesce un
contesto del tutto nuovo, quello della produzione seriale e industriale, oltre che specificamente
artistica, in singoli episodi determinati dal rapporto fra centro e periferia e dall’eredità delle Reali
Fabbriche Napoletane in un contesto, quello calabrese, privo di esperienze formative concrete e
durature. L’indagine sulla ceramica ottocentesca in Calabria ci permette di delineare i rapporti,
le derivazioni e le autonomie rispetto al contesto produttivo della Capitale del Regno9. Di tutte le
manifatture borboniche le due fabbriche di porcellana, quella di Capodimonte voluta da Carlo di
Borbone e quella di Napoli promossa dal figlio Ferdinando IV, furono le più conosciute e proficue
insieme a quelle degli Arazzi e delle Pietre Dure. L’edifico nel bosco di Capodimonte fu commis-
sionato dal Sovrano all’architetto Ferdinando Sanfelice nel 1743; vi furono impiegati arcanisti,
addetti alla composizione della pasta, miniatori, modellatori, addetti al tornio, fornaciari e, nel
ruolo di massimo risalto, il pittore. Nel repertorio figurativo si annoverano le scene galanti di tipi-
co gusto rocaille, le battaglie, le nature morte, i paesaggi, il decoro floreale, i motivi ornamentali
ecc. La Manifattura giunse al suo apogeo nel 1757 con la commissione del celebre Salottino di
porcellana, oggi a Capodimonte, primo tassello della ambizione sovrana di realizzare un’intera
stanza tuta in porcellana10.
Sulla scia della precedente esperienza, nel 1773 Ferdinando IV intraprese, dopo averla condotta
segretamente, la creazione della Real Fabbrica di porcellana di Napoli rimasta operativa fino
al 1806. In tale congiuntura è evidente che l’Ottocento fu il secolo in cui grande attenzione fu
tributata nel nostro territorio alle arti decorative ed alla ceramica in misura maggiore. Pur non
trattandosi di un episodio del territorio cosentino, di straordinaria importanza appare il caso del
pittore e ceramista Giuseppe Benassai11. Nel suo opuscolo Le Arti, lo Stato e le Industrie Nazionali del
1868, Benassai ricorda l’importanza degli operai che producevano stoffe a Lione, composizioni di
porcellana a Sèvres, tappeti e arazzi, e si pose come l’antesignano di un movimento che qualche
anno più avanti condusse alla nascita degli istituti d’Arte Industriali. Costui spinse la Calabria ver-
so la splendida arte del fuoco e sul suo insegnamento operarono Andrea Cefaly e Achille Martelli.
Il nuovo secolo registra invece l’attività del ceramista De Gattis12 e, a Cosenza, l’imporsi della
fabbrica Aletti. Un passaggio -quello precedentemente delineato della terracotta da bene utilitari-
stico e d’uso comune a bene suntuario- che si ripete all’inverso nella vicenda produttiva cosentina
della fabbrica Aletti, con cui si riconferma l’uso della creta e del mattone nell’edilizia e nella vita
quotidiana13. L’attività dell’impresa Aletti, tra la fine del XIX e la metà del XX secolo coincise
perlopiù con lavori edili, ferroviari e idraulici; l’azienda possedeva una fornace a Rende e una a
Trebisacce ove produssero laterizi e manufatti in argilla come mattoni e formelle per pavimenti,
costituendo uno dei fiori all’occhiello della produzione industriale e dunque dell’economia locale.
L’ultima sezione della mostra è dedicata ai maestri ceramisti oggi attivi nella provincia di Cosenza;
essi arrivano da Cosenza, Rogliano, Bisignano, Cropalati, Mendicino, Altomonte, Schiavonea,
Rossano, Lappano, Cassano Ionio, Bocchigliero, Trebisacce Cariati e Saracena ed espongono
al MaM in un felice e positivo dialogo con le opere provenienti dalle Città della Ceramica (Deruta,
Faenza, Squillace, Caltagirone, Vietri sul mare ecc.) sotto l’egida dell’omonima Associazione14.

21
Precipuo intento delle nostre mostre è, difatti, la riappropriazione delle radici storiche di ciascu-
na categoria artigianale, la riscoperta delle isole artigianali d’eccellenza attive sul territorio e il
dialogo, o meglio, lo scambio e la contaminazione con le altre realtà nazionali in una perfetta e
originale sintesi di esperienze umane e repertori figurativi e stilistici. Il MaM ha inteso collocare la
produzione cosentina nel solco delle realtà italiane di massima vocazione ceramica perfettamente
delineate nel contributo di Elena Dal Prato, ricongiungendo la stratificazione archeologica ogget-
to della mostra, la fitta mole di documenti e i singoli casi di lavorazione artigianale del territorio
cosentino, ai più conosciuti sentieri delle vie della ceramica.
La ceramica costituisce un’opera di eccezionale pregio nel novero dei beni artistici tradizionali
italiani; garantirne la conoscenza e la ricostruzione storica rappresenta il nostro contributo a cer-
tificarne l’esistenza e a garantirne la tutela e la diffusione.
Gli artigiani protagonisti della mostra sono gli effettivi eredi di questa tradizione artistica mil-
lenaria, investiti della speciale grazie e compito di esserne i continuatori. Incontriamo casi di
aziende consolidate ma anche molte micro realtà difficili da scoprire. Nelle loro opere si attestano
repertori figurativi desunti dal passato e dalle civiltà che hanno abitato il nostro territorio introdu-
cendovi l’arte della ceramica, ma vi si rinvengono anche i segni della forte connotazione mistica
e simbolistica locale. Nelle loro lavorazioni si assiste al passaggio fra tradizione e innovazione, tra
manualità antica e nuove sperimentazioni. Si producono in queste botteghe laterizi, formelle,
mattonelle ma anche oggetti di uso domestico e quotidiani abbelliti dall’estro del maestro, fino
ad oggetti propriamente artistici. Un capitolo a sé della produzione ceramica locale è quella delle
maschere che, in un diretto scambio con la vicina produzione siciliana nella quale esse rievocano
un passato mitico e cavalleresco15, costituisce un fattore di unione fra la lavorazione artigianale e
il sostrato storico pregno di simbolismi, del nostro territorio.
Se oggi i ceramisti sono attivi in ogni angolo del territorio cosentino, sono i centri di Bisignano,
Altomonte, Paola, Marzi e Cariati quelli che un tempo costituivano i luoghi di massima concen-
trazione di artigiani della ceramica. In essi consistente era la lavorazione dell’argilla nelle sue
diverse sfaccettature. Già Gabriele Barrio, nel 1571, aveva stilato una mappa delle attività in
questione e delle aree di massimo sviluppo economico omettendo però Cariati e Bisignano. Lo
storico aveva individuato sette località a vocazione fittile nella provincia di Cosenza, a fronte dei
venti regionali complessivi16. Oltre ai rinvenimenti archeologici, si ha notizia dei vasai bisignanesi
dal 1276 quando compaiono nella Platea del vescovo Ruffino in cui si fa menzione di Magister
Johannes Figulus, Petrus Figulus e altri17. Con il passare dei secoli essi costituirono la maggiore fonte
produttiva del territorio arrivando a identificare una intera zona del paese con le proprie ferventi
botteghe18 e, nel 1573, in una enunciazione di “fuochi”, essi si attestarono nel rione Piano e nel
rione Santa Croce. In Santa Croce si trovava un elevato numero di fornaci, confermate nella
Platea del Vescovo Franchi Piccolomini d’Aragona del 1506. In essa risulta che (…) la ecclesia
sancta trinitatis quae dicitur monasterium monalium posita intus civitatem bininiani ubi dicitur li pignatari tenet
eam Abatissa sor Angela19.
Nella Platea redatta fra il 1727 e il 1731 risulta inoltre che la chiesa un tempo dedicata a Sant’An-
tonio di Vienna (al tempo San Domenico) era detta delli pignatari; infine il Catasto Onciario del
1749 sancì definitivamente le famiglie di pignatari bisignanesi: i Fazzinga, i Montalto e i Panza20.
Oggi continuano quest’arte i Pirri, la famiglia Scuro e i Taranto.
Intorno alla metà dell’Ottocento Leopoldo Pagano attestò 15 vasellai a Bisignano, ricordando la
presenza di 8 fabbriche di vasi grossolani di terra cotta per dentro e pei luoghi vicini21.
La mostra mette dunque in risalto il rapporto tra l’aspetto utilitaristico dell’artigianato della ce-
ramica e la sua insita capacità di assurgere a manufatto artistico, riducendo quella sottile linea di
confine tra arte e artigianato, artista e artifex.
Un Museo esperienziale che, accanto alle manifestazioni temporanee di volta in volta dedicate ad
una specifica categoria artigianale, mira alla riappropriazione del “sapere” tecnico, dei gesti anti-
chi, dei rituali e delle esperienze di bottega che costituiscono il procedimento artigianale-artistico,
tramite installazioni e con l’esperienza dei laboratori. Essi, strutturati in incontri con gli autori,
prove tecniche e trasmissione delle esperienze e abilità del maestro ai partecipanti, sono finalizzati

22
ad una capillare conoscenza degli antichi mestieri e della loro attuale esistenza, ma anche ad
offrire nuove possibilità di conoscenza, apprendimento e creatività.
L’intento che informa le mostre del Museo delle Arti e dei Mestieri è quello di considerare ogni
singola opera d’arte (o di artigianato d’eccellenza) come emblema di una congiuntura culturale
specifica, come segno tangibile di un tessuto sociale limitato nello spazio ma erede di antichissime
tradizioni, tentando di annettere nuovi territori e nuove personalità ai più ampi e noti tracciati
dell’arte e dell’artigianato nazionale. Il tutto nella consapevolezza che il mondo artistico e artigia-
nale contemporaneo viva nel costante dialogo di tradizione e innovazione, rafforzandosi grazie
alle contaminazioni ovvero agli scambi ed ai confronti artistico-artigianali e culturali tra le diverse
realtà nazionali che il Museo promuove all’interno delle sue manifestazioni espositive.
Le produzioni orafa, tessile, del legno, della ceramica, del ferro e della pietra sono identificabili
con il reale patrimonio artigianale della provincia di Cosenza. Pur mancando, difatti, scuole di
pittori e scultori fatta salva qualche breve eccezione, i cosentini si distinsero per le lavorazioni dei
materiali direttamente estratti dal territorio (metalli, pietra, legno e ginestra) caratterizzandone
l’economia.

1 Cipparrone A., Un Museo per l’artigianato arti- labresi dal Cinquecento al Novecento, Tesi di Dottorato cura di Antonio La Marca pp.217 e ss.; Galasso G.,
stico, in “Predella” rivista on-line dell’Università di a.a. 2010-2011 Economia e società nella Calabria del Cinquecento, 1992;
Pisa, n.32 2013 9 Sovrane fragilità. Le Fabbriche Reali di Capodimonte Barrio G, De antiquitate et situ Calabriae.
2 Un luogo specificamente dedicato sulla’arti- e di Napoli, Milano 2007; Mottola Molfino A., L’arte 17 Loizzo S., L’arte del vasaio calabrese tra il vecchio
gianato come auspicavano, anni or sono, gli auto- della porcellana in Italia, Busto Arsizio 1976; Atlante di e il nuovo e la sua influenza nel tessuto urbano: il caso di
revoli autori de “Il Brutium” negli articoli una mo- ceramica e porcellana: tavole e testi, Milano 2005; Per- Bisignano, Tesi di Laurea a.a 1991-1992; Pellegrino
stra delle Arti decorative del Mezzogiorno, in “Brutium” rotti A., La porcellana delle fabbriche borboniche, Napoli; L.F., Cultura materiale ad Altomonte. La lavorazione del-
1927, anno vi n1-2; Per la casa dell’artigianato bruzio, 10 Sovrane fragilità, cit., p.25 la ceramica tra quotidianità e tradizione, Tesi di Laurea
in “Brutium” 1927, anno VI n 4. 11 Giuseppe Benassai ceramista, in “Brutium”, anno a.a.2000-2001
4 De Bonis M., Toponomastica: aspetti storici e com- XVII 1938, pp. 1-5 18 Curia R., Tradizioni popolari in Bisignano, Co-
merciali della città di Cosenza, in Raccontiamoci la città, 12 Per il ceramista F. de Gattis, in “Brutium” 1932, senza 1994 p.74; Gallo di Carlo G., I vasai di Bisi-
Cosenza 2002 anno XI, pp. 1-2 gnano, in “Brutium” 1927 n.11
5 ASCS, Notaio Giovanni Andrea Manfredi n. 13 Guarasci R., Carrera S., Aletti e C. La storia, 19 Loizzo S., cit.
54, anno 1598, carta 281 l’archivio, le immagini di una famiglia di imprenditori, Co- 20 Ibidem
6 De Bonis M. cit., p. 46-47 senza 2000; Carbone A., Le vie dell’argilla, Cosenza 21 Falcone L., Attività dei “Pignatari” di Bisignano
7 Cagliostro R.M., Contributo alla conoscenza del 2009 attraverso alcune fonti edite e inedite di archivi pubblici e pri-
Settecento in Calabria: la villa Clemente (oggi Caristo) di 14 Le città della ceramica, a cura di AICC, Milano vati dal XIII al XVIII secolo, in Archeologia e ceramica,
Stignano, in “Brutium”, n. 4, 1980, pp.2-20; Dattola 2001 cit., p. 229
Morello R., La villa Caristo a Stignano, in “Calabria 15 Grazzini G., I tesori dell’artigianato: la ceramica,
Sconosciuta”, anno I., n. 3, 1978, pp. 59-63; Do- in “Epoca”, 1961 n. 535 gennaio
natone G., Ceramica antica di Calabria, Napoli 1983; 16 Savaglio A., La produzione artigianale a Bisignano
Donatone G, Il chiostro maiolicato di Santa Chiara, in età moderna. Le famiglie di “pignatari” nel catasto oncia-
Napoli 1995; Gli spazi della ceramica, a cura di G. rio del 1749, in Archeologia e ceramica. Ceramica e attività
Zampino, Napoli 1995 produttive a Bisignano e in Calabria dalla Protostoria ai
8 Cipparrone A., La pittura civile nei palazzi ca- giorni nostri, Atti del convegno, Bisignano 2005, a

23
Pottery and Archaeology
Pottery’s production and circulation from
Proto history to ‘400

24
Ceramica e archeologia
Produzione e circolazione di
manufatti in ceramica dall’età Protostorica
al ‘400

25
Potteries productions and use in Calabria’s High Tyrrhenian
Gregorio Aversa

The presence of pottery in ancient times all over province of Cosenza’s side is testified in all main archaeological
contexts surveyed. To be true it represents the main fossil-guide for their chronological organization, besides for a
settlements dynamics’ correct reconstruction in an area that can be considered as the hinge between Southern Italy’s
different ethno-cultural basins. Starting from Bronze Age Impasto pottery (Grotta della Madonna in Praia a Mare)
and the first Iron Age (necropolis of Chiane in Serra Aiello).
In consequence of the Greek colonization from the VI century b.C. in indigenous areas settlements start the develop-
ment of local production (burials of San Brancato in Tortora) together with the importation from the Aegean and
Magna Graecia products in pure Hellenic contexts (necropolis of Campora San Giovanni).
But between the IV and the III century b.C. Greeks are replaced by Lucans and Bretii’s kind warrior communities
and their big shape vases heritage (necropolis of San Brancato in Tortora, settlement of Laos). Right the above
mentioned communities suffered Roman invasion presence that, with the end of the second Punic War, reinforced even
more its presence in the area above all after the founding the Colony of Blanda. It’s the Age in which potteries, also
in this side of Calabria end with becoming part of the typical state of mind of a Romanized Mediterranean world.

26
Produzioni ceramiche e contesti di riferimento nell’alto
Tirreno calabrese
Gregorio Aversa

La storia dell’uomo è strettamente legata all’utilizzo dell’argilla quale risorsa primaria per la re-
alizzazione di strumenti, oggetti d’uso, arredi e quant’altro possa essere connesso alla vita quoti-
diana e non. Le grandi mitologie vicino-orientali ricordano questo legame tra materia e uomo, al
punto da avere stabilito un’interconnessione costitutiva tra l’argilla, come elemento primordiale,
ed il genere umano. Ben nota è la narrazione della nascita di Adamo (Genesi 2, 4-7) , plasmato
con la creta da Dio che opera come un artigiano-vasaio e, grazie al suo soffio vitale, rende vita ad
un essere altrimenti costituito di sola materia.
Ma l’impiego dell’argilla è caratteristico di tutte le civiltà dell’antico Vicino Oriente e del bacino
mediterraneo anche in architettura. Le ziqqurat babilonesi, ad esempio, sono enormi piramidi
costruite con mattoni di argilla, moduli in terra cruda essiccata al sole entro stampi di legno facil-
mente componibili, anche senza uso di leganti, grazie alla loro forma essenziale e molto funzio-
nali poiché dotati di resistenza e impermeabilità.
Altro importante campo di applicazione dell’argilla nel mondo vicino-orientale fu quello della
scrittura. In particolare, presso i più antichi regni della mezzaluna fertile la contabilità veniva
tenuta su supporti costituiti da tavolette fittili, sulle quali venivano incisi i caratteri che indicavano
le quantità numeriche delle merci stipate entro i palazzi.
Insomma, il quotidiano era strutturalmente condizionato dall’impiego di un materiale facilmente
recuperabile in natura come l’argilla, caratterizzata da estrema plasticità se combinata con l’ac-
qua e per questo assai versatile, refrattaria una volta asciutta, ma anche resistente ed imperme-
abile una volta essiccata. Tutte qualità che le facevano attribuire certamente un valore rituale e
sacro. Poter realizzare oggetti in ceramica appariva, infatti, un qualcosa di meraviglioso proprio
perché l’artigiano riusciva a creare forme ed elementi funzionali dall’argilla informe. E ciò avve-
niva grazie alla combinazione della materia prima con l’acqua e attraverso il passaggio nel fuoco.
Le caratteristiche intrinseche all’argilla ne fecero il materiale di maggiore uso nell’antichità, anche
più del legno o del metallo che sono più facilmente deperibili o possono essere aggrediti dall’ero-
sione del tempo. Proprio per questa ragione la ceramica costituisce il vero fossile-guida dell’arche-
ologia, utile nello studio delle civiltà antiche perché fondamentale nel fornire un dato oggettivo
per l’inquadramento cronologico dei contesti indagati. Lo studio di tali reperti, quindi, non solo
aiuta nella conoscenza delle produzioni artigianali, ma anche nella corretta ricostruzione delle
dinamiche insediative, particolarmente importante in un’area cerniera tra diversi bacini etnico-
culturali dell’Italia meridionale come è quella tra il massiccio del Pollino ed il golfo di Policastro.
Non a caso, i più antichi prodotti ceramici rinvenuti lungo la sponda tirrenica della provincia di
Cosenza sono rappresentati da vasi di impasto costituiti cioè da argilla grezza sommariamente
cotta, la cui presenza è accertata in siti a carattere probabilmente cultuale o comunque di grande
suggestione come sono le grotte. Ceramiche d’impasto dell’Età del Bronzo sono state individuate,
ad esempio, nella Grotta della Madonna a Praia a Mare, dove dagli anni Cinquanta del Nove-
cento viene indagata un complesso palinsesto stratigrafico contenente reperti che risalgono al
Paleolitico Superiore e giungono fino alla tarda età del Bronzo1. Tracce di frequentazione più
recenti appartengono all’età romano-imperiale, ma gli orizzonti culturali più significativi sono
quelli delle ceramiche a Bande Rosse, di Serra d’Alto, del tipo Diana-Bellavista e delle fasi Gau-
do-Appenninico.
Anche altri siti analoghi dovettero esistere in questa zona, i quali assicurano circa la frequenta-
zione in epoche così remote da parte di comunità indigene interessate al controllo del territorio,

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ma ancor più ad attività di reciproco scambio con le altre comunità. Ad esempio, con quelle più
distanti situate sulle isole Eolie, che con le coste tirreniche della Calabria dovevano commerciare
l’ossidiana già in epoca neolitica.
Un’altra area non meno importante nelle fasi protostoriche era posta più a Sud, presso gli attuali
comuni di Amantea, Cleto, Serra Aiello, Nocera Terinese, San Mango d’Aquino. Essa è assai
probabilmente da legare alla memoria della mitica città di Temesa citata da Omero (Odissea I,
vv. 180-184), allorquando la dea Athena apparsa a Telemaco sotto le spoglie di Mente, re dei Tafi,
vanta di barattare il ferro col bronzo proprio con gli abitanti di Temesa2.
L’archeologia fornisce qualche elemento a questo suggestivo tema di ricerca. Nel 2004, infatti, in
località Chiane di Serra Aiello è stata indagata una importante necropoli indigena, i cui corredi
risalgono alla prima età del Ferro, databile tra la fine del IX e la seconda metà dell’VIII secolo
a.C.3. Le 26 sepolture contengono inumati entro fossa terragna, salvo un unico caso di incinerato.
Oltre a numerosi oggetti in bronzo (fibule nei casi delle tombe femminili e cuspidi di lance nelle
tombe maschili), i corredi delle sepolture presentano anche oggetti in terracotta: vasi biconici,
scodelle monoansate, boccalini, tazze-attingitoio, askòi, pesi da telaio e fusaiole di impasto. I con-
fronti riportano sia al mondo enotrio della costa ionica sia all’area etrusco-villanoviana dell’Italia
centrale, tanto da situare questa necropoli al crocevia del mondo mediterraneo di quel tempo.
La prima età del Ferro coincide con il grande movimento coloniale che dal mondo euboico-
cicladico portò alla nascita di Cuma in Campania e dal mondo acheo alle fondazioni delle grandi
poleis di Sibari e Crotone sulla costa del mar Jonio. Ma una successiva ondata coloniale sul Tir-
reno si ebbe intorno ai decenni centrali del VI secolo a.C. nel momento in cui coloni provenienti
da Focea, in Asia Minore, fondarono la città di Velia, lungo le coste del Cilento. In conseguenza di
questo fenomeno, dalla metà del VI secolo a.C. si assiste allo sviluppo di produzioni di ceramica
locali attestate nelle zone di necropoli di occupazione indigena, ma nel contempo vengono regi-
strate importazioni di manufatti magno-greci e prodotti ceramici dall’Egeo in contesti sepolcrali
puramente ellenici.
Nel primo caso, campagne di scavo eseguite negli anni Novanta del secolo scorso hanno portato
alla luce decine di tombe pertinenti ad una vasta necropoli sviluppatasi tra la seconda metà del
VI ed il IV secolo a.C. in località San Brancato di Tortora4. Alla fase più antica appartengono se-
polture i cui corredi presentano crateri, olle, kantharoi, oinochoai di produzione certamente indi-
gena accanto a kylikes, skyphoi ed anfore di importazione, ma comunque pertinenti perlopiù alla
pratica del simposio5. La comunità di riferimento sembra essere legata ad uno dei numerosi inse-
diamenti costieri di cultura enotria che si svilupparono tra Vallo di Diano e Lucania interna e che
ebbero relazione stretta col mondo sibarita, dotato di un proprio status politico-amministrativo
come sembra possibile inferire dalle monete a legenda SERD- e dal cippo parallelepipedo iscritto
da San Brancato che cita la touta, l’entità politico-istituzionale locale, vale a dire la comunità, lo
stato (quello che i Romani chiameranno civitas), ma successivamente anche il luogo stesso delle
assemblee pubbliche della comunità.
Questa comunità indigena, che Emanuele Greco propone di identificare con l’ethnos dei Serada-
ioi6, aveva bene assimilato la lezione dei ceramisti greci e, in totale autonomia, aveva sviluppato
una produzione autonoma di ceramiche in cui prevale l’uso di decorazioni a carattere lineare ge-
ometrizzante che riporta a tradizioni elleniche di almeno un secolo più antiche, le quali tra VIII e
VII secolo a.C. in Italia meridionale avevano goduto di grande successo anche tra le popolazioni
indigene.
Altro discorso occorre fare per i corredi dalla necropoli di Campora San Giovanni7. Qui le tom-
be, databili tra gli ultimi decenni del VI e la metà del V secolo a.C., testimoniano della presenza
di una comunità assolutamente greca. Anzi, la caratteristica composizione dei corredi, costituiti
in prevalenza dalla lekythos, il vaso-unguentario per eccellenza, portano a ritenere che le sepol-
ture debbano riferirsi a membri appartenenti ad una polis crotoniate. La similarità con i corredi
recuperati nella necropoli della Carrara di Crotone portano gli studiosi a ritenere che quello di
Campora San Giovanni rappresenti il sepolcreto della città di Temesa di età arcaica, la stessa
che le monete di alleanza con legenda TEM- raffiguranti da un lato il tripode dall’altro una testa

28
elmata dichiarano essere stata in collegamento con Kroton8.
I materiali ceramici sono peraltro analoghi a quelli recuperati nel santuario di località Imbelli,
dove lo scavo condotto da Francesco Gioacchino La Torre ha messo in luce le fondazioni di un
tempio di età arcaica di impronta acheo-coloniale, posto in relazione dallo scavatore con il culto
locale dell’eroe-demone Polites-Alybas9.
La presenza greca, sibarita prima e crotoniate dopo, influenzò per tutto il VI e il V secolo a.C. i
territori costieri affacciati sul mar Tirreno, rappresentando la componente culturale di maggiore
impulso anche nel campo dell’artigianato. Ma la crisi che conseguì da un lato agli scontri tra
Crotone e Locri a sud, dall’altro alla pressione esercitata dalle popolazioni appenniniche dell’Ita-
lia centrale verso i territori di Taranto e di Thurii, più a nord, tra V e IV secolo a.C., nonché la
concomitante presenza di componenti puniche e siceliote interessate ad interferire nelle vicende
politiche della Magna Grecia di quegli anni, portarono al graduale ma ineluttabile sopravvento
di nuove stirpi, i Lucani e i Brettii, nei territori tirrenici un tempo controllati dai greci di Laos,
Skidros, Temesa e Terina. Al riguardo lo storico Diodoro Siculo (XIV 101, 1-3) esplicitamente
dichiara come la città di Laos nel 389 a.C. fosse ormai saldamente in mano lucana. E gli scavi
sul pianoro di San Bartolo di Marcellina hanno confermato la presenza nei luoghi un tempo in
mano ai Sibariti di una città di impronta lucana, dove i nuovi occupanti assai probabilmente
mantennero memoria dell’antico abitato greco10.
Proprio il ricco corredo della famosa tomba a camera individuata nel 1963 a Marcellina confer-
ma l’appartenenza di queste comunità al mondo italico dei Lucani. I grandi vasi figurati che la
compongono sono, infatti, prodotti da officine apule, ma anche lucane operanti negli anni suc-
cessivi alla metà del IV secolo a.C.11.
Le medesime botteghe sono presenti nella meglio indagata necropoli di San Brancato di Tor-
tora. Qui sono stati recuperati corredi relativi a sepolture databili tra la metà del IV e i primi
decenni del III secolo a.C. poste a poche centinaia di metri dal probabile insediamento sul colle
del Palecastro, in posizione strategica allo sbocco della valle del fiume Noce, importante arteria
fluviale che si incunea nell’Appennino calabro. L’area sepolcrale trova affinità con buona parte
delle necropoli del retroterra del golfo di Policastro (Roccagloriosa, Castelluccio sul Lao, Rivello) e
presenta tombe prima nel tipo a fossa semplice (prima metà IV secolo a.C.), successivamente alla
cappuccina e a grandi casse (seconda metà IV secolo a.C.). Tra queste, la tomba 113 costituisce
la sepoltura numericamente più cospicua, con vasi che possono essere attribuiti a pittori apuli o
apulizzanti. Al corredo della nobile donna lucana appartiene tra gli altri una grande hydria con
profilo di testa femminile probabilmente da attribuire all’opera del “Pittore di Napoli 2585”,
ceramografo dell’ultimo stadio delle produzioni pestane12.
Ormai tra IV e III secolo a.C. ai Greci erano subentrate le comunità guerriere di stirpe osca, che
con il loro ricco patrimonio di vasi dalle grandi dimensioni offrono un campionario molto pecu-
liare di una delle più tipiche produzioni sviluppatasi attorno al golfo di Policastro.
E proprio tali comunità finirono col subire a loro volta la pressione dell’invasore romano che,
con la fine della seconda guerra punica (218-202 a.C.), rafforzò sempre più la propria presenza
nell’area, soprattutto a seguito della fondazione della colonia di Blanda. Quest’ultima, col tempo,
divenne uno dei poli più saldi della romanizzazione lungo il Tirreno calabrese, attorno al quale si
formarono diversi piccoli insediamenti minori, tra i quali quello in località Cirella di Diamante.
La diffusione della ceramica di età romana è ben inquadrabile grazie allo studio approfondito
delle stratigrafie del Palecastro di Tortora, sede della colonia romana di Blanda Julia13. Alle sigil-
late italiche col tempo si sostituiranno quelle africane. E, allo stesso modo, col tempo le lucerne
e le anfore di produzione centro-italica cederanno il campo a quelle provenienti dal nord Africa,
come attestato dalla necropoli in località Tredoliche di Cirella14. Sebbene anche nel tardo impero
romano le attestazioni ceramiche non manchino e possano dirsi non meno significative rispetto
a quelle più antiche siamo ormai nell’epoca in cui le presenze ceramiche anche in questa parte
della Calabria finiscono col rientrare nelle logiche più tipiche di un mondo mediterraneo ormai
romanizzato.

29
1 V. Tiné (a cura di), Praia a Mare. Guida Ar- 1990, pp. 39-57. 283.
cheologica, Praia a Mare (CS) 2006. 7 F. Mollo, “Nuove ricerche e nuovi dati 11 E. Greco – P.G. Guzzo (a cura di), Laos II. La
2 A. Mele, “Per una rivisitazione di Temesa”, in sulla frequentazione di epoca arcaica tra Cam- tomba a camera di Marcellina, Taranto 1992.
G.F. La Torre (a cura di), Dall’Oliva al Savuto. Studi pora S.Giovanni di Amantea e Serra d’Aiello: un 12 D. Trendall, The Red-figured Vases of Paestum,
e ricerche sul territorio dell’antica Temesa, Atti del con- quadro preliminare”, in Dall’Oliva al Savuto cit., pp. Roma 1987, pp. 322-323 13 F.G. La
vegno (Campora San Giovanni, 15-15 settembre 151-166. Torre – F. Mollo, Blanda Julia sul Palecastro di Tortora.
2007), Pisa-Roma 2009, pp. 79-102. 8 A. Stazio, “Temesa. La documentazione nu- Scavi e ricerche (1990-2005), Soveria Mannelli 2006.
3 R. Agostino – F. Mollo (a cura di), Alla ricerca di mismatica”, in Temesa e il suo territorio, Atti del col- 14 G. Aversa, Alla scoperta dell’antica Cirella. Guida
Temesa omerica. Primi dati dalla necropoli Chiane di Serra loquio di Perugia e Trevi (30-31 maggio 1981), alla mostra archeologica, Scilla (RC) 2013.
Aiello, Scilla (RC) 2007; L. La Rocca, “La necropoli Taranto 1982, pp. 93-101; N. Parise, “Crotone
dell’età del Ferro in località Chiane di Serra Aiello e Temesa. Testimonianze di una monetazione
e il problema di Temesa”, in Dall’Oliva al Savuto cit., d’impero”, ibidem, pp. 103-118.
pp. 57-77. 9 F.G. La Torre, Un tempio arcaico nel territorio
4 R. Donnarumma, Luigina Tomay, “La ne- dell’antica Temesa, Roma 2002.
cropoli di San Brancato di Tortora”, in G.F. La 10 G. Aversa – F. Mollo, Il Parco di Laos. Guida
Torre, A. Colicelli (a cura di), Nella terra degli all’area archeologica di Marcellina. Comune di S.Maria
Enotri, Atti del Convegno di Studi (Tortora, 18-19 del Cedro, Scilla (RC) 2010. Sulle produzioni ce-
aprile 1998), Paestum 1999, pp.. 49-49. ramiche della Laos lucana si veda anche P. Munzi
5 F. Mollo, Archeologia per Tortora: frammenti dal Santoriello, “Les fours de potiers et la production
passato. Guida della Mostra di Palazzo Casapesenna, Po- céramique à Laos (Calabre)”, in J.-P. Brun (cur.),
tenza 2001. Artisanats antiques d’Italie et de Gaule. Mélanges offerts
6 E. Greco, “Serdaioi”, in AION(archeol), 12, à Maria Francesca Buonaiuto, Napoli 2009, pp. 265-

30
31
The pottery set discovered in Iron Age Necropolis’ Tomb 10
in Chiane place near Serra d’Aiello
Francesco Froio

During the last years, deepened surface researches putted in action by the Superintendence for Calabria’s arts and ethno
anthropological heritage together with the Archaeological team Alybas, in Serra d’Aiello Municipality’s area, permitted
identifying a wide settlement system that, developed since Neolithic all over the coastal terraces, centers near Serra d’Aiello
ridge’ hills during Middle and Late Bronze Age.
Hut’ ruins, numberless potteries fragments all over the area, tens of tombs gathered from the rag rock identical to My-
cenaean tradition’s burial-place discovered in Sicily, represent what remains of the Bronze Age. But it’s during the Iron
Age that the settlement reaches its maximum extent and richness. It’s the area in which begins the story of the ancient
TEMESA settlement.
In 2004 near Chiane in Serra d’Aiello Municipality is discovered an Iron Age Necropolis (IX – VIII century b. C.) in
which, until now, have been excavated 26 terrestrial burial tombs. In tombs have been discovered potteries sets made up
just by biconical vases, one handle bowls, jugs, cups and the Askòi to which are often added loom’s weight, spools and
fusaroles to identify feminine burial.
Rich are the metal kits: almost all the man tombs have spear’ cusps and the bronze sauroter, with buckles, above all
twisting shape ones, typical of southern Italy production in bronze.
Discovered ground goods richness , together with settlement’ extension an its strategic position especially in terms of
defense, communication roads and control, joined also to the presence of the famous copper deposits, mentioned by Homer
in his Odyssey, points out the importance of this Tyrrhenian community, the only one of the whole Iron Age between
Pontecagnano and Tropea having relations with Oenotrians élites settled in the Sibaritide and above all, with Villanovan
populations.
The presence of princely tombs testifies community’s structure, an emerging aristocracy, able of affirming a relevant
social status and resisting to Etrurian control and Euboaen Chalcis attempt of obtaining the territorial control form a
commercial point of view.
Realized impasto potteries are pretty common also to others Iron Age necropolis (Torre Galli, Torre Mordillo, Castiglione
di Paludi, and so on). Relevant is the presence of a basic kit made up by the constant association of a closed piece used
as container (Askòs, biconic, small vases) with two or more openings used to eat or drink (cup or soup plate). In some
cases there are two soup plates, in others the cup is missing. In all feminine tombs there are elements referable to deceased’s
activity, generally are elements tied to spinning such as spools, fusaroles and/or loom’s weight in different number. In some
burials is present the ritual of the vase, often a soup plate, broken as the ritual asked.
The tomb 10, which pottery’s ground good is on exhibition near the Arts and Crafts Museum, represents without any
doubt, one of the most important burial of the whole necropolis.
Ground good’s metal kit is made up by a big bracelet in bronze realized with the full casting technique, some rings in iron
and bronze, a leech shape buckle with a rhomboidal section arch and a plate shape clamp in bronze, a buckle in iron with
plate shape clamp and the eye of the needle in rock crystal and a series of small pearls in amber, of different shape and di-
mension, maybe part of a necklace, and by an oblong solitaire in amber, pierced and adorned with small concentric rings.
The ground good’s pottery kit, placed at deceased’s feet is made up by a one handle bowl, a cup, an Askòs, seven spools
for yarn all realized with the impasto technique and hand molded and by a kylix (small cup) apodal and realized in
clay with the lathe.
The kylix is the only find of the whole necropolis realized in figuline clay and it is, surely an imported object, probably
Euboaen production, suggesting a early pre-colonial commercial activity that, joined with all the other important and
rare artifacts surely Etruscan and Villanovan, underlines the already mentioned indigenous’ skill for commerce having
relation with different civilizations.

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Il corredo ceramico della Tomba 10 della necropoli dell’età
del ferro di località Chiane di Serra d’Aiello
Francesco Froio

Il territorio della Temesa omerica e la necropoli Chiane


L’area del comune di Serra d’Aiello (CS) costituita dalla successione di tre pianori, Cozzo Piano
Grande, Cozzo Carmineantonio e Cozzo Serra Aiello, separati tra loro da strette selle di collega-
mento ed elevati circa 400 m. s.l.m. posti nel tratto costiero compreso tra i fiumi Oliva e Savuto,
è un’area di estremo interesse storico-archeologico. E’ l’area in cui si snoda la storia insediativa
dell’antica TEMESA.
Negli ultimi anni, approfondite ricerche di superficie condotte dalla Soprintendenza Archeolo-
gica della Calabria insieme al Gruppo Archeologico Alybas, hanno permesso di riconoscere un
ampio sistema insediativo che, sviluppatosi dal Neolitico lungo i terrazzi costieri, si concentra nel
Bronzo medio e recente sulle colline della dorsale di Serra d’Aiello. Resti di fondi di capanne,
numerosissimi frammenti ceramici dispersi sulle pendici dell’area, decine di escavazioni funerarie
ricavate nel banco roccioso friabile paragonabili alle identiche sepolture sicule di tradizione mi-
cenea, rappresentano ciò che resta dell’età del Bronzo. Ma è con la successiva età del Ferro che
l’insediamento raggiunge la massima espansione e ricchezza.
Fig. 1- Panoramica della necropoli Chiane
Tale dato insediamentale trova una forte conferma nel 2004 nella scoperta di una necropoli

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dell’età del ferro (IX – VIII sec. a. C.) rinvenuta in località Chiane di Serra d’Aiello, in cui sono
state scavate fino ad ora 26 sepolture del tipo ad inumazione terragna (fig 1). In alcuni casi le fosse
sono ricavate direttamente nel terreno sabbioso o nel banco di arenaria, in altri casi la fossa di
deposizione è rivestita e delimitata da ciottoli fluviali di medie e grandi dimensioni e da tumulo di
copertura. Isolato, per il momento, il caso di un’incinerazione entro grande olla, all’interno della
quale sono i resti del defunto ed il corredo metallico e ceramico.
Le tombe presentano corredi ceramici limitati ai vasi biconici ed alle scodelle monoansate, ai boc-
calini, alle tazze-attingitoio ed agli askòi, cui spesso si affianca la presenza di pesi da telaio, rocchet-
ti e fusaiole ad impasto a connotare i corredi femminili. Ricchi sono i corredi metallici: la quasi
totalità delle tombe maschili presenta la cuspide di lancia ed il sauroter in bronzo, accompagnate
da varie fibule, soprattutto di tipo serpeggiante meridionale in bronzo. Le tombe femminili in
particolare, presentano in alcuni casi (Tomba n. 6 e tomba n. 14) ricchi e svariati ornamenti per-
sonali in bronzo, ferro ed ambra (falere, fibule a quattro spirali e ad arco serpeggiante in bronzo,
collane con pendagli e vaghi in ambra e pasta vitrea, orecchini in ambra, fermatrecce, pettorali e
pendagli in bronzo e ferro).
Le forme ceramiche realizzate in impasto sono abbastanza comuni a quelle di altre necropoli
dell’età del ferro (Torre Galli, Torre Mordillo, Torano, Castiglione di Paludi, ecc.). Si rileva la
presenza di un servizio di base costituito dalla costante associazione di una forma chiusa utilizzata
per contenere (Askòs, biconico, olla) con due o più forme aperte utilizzate per mangiare e bere
(scodella, tazza). In alcuni casi le scodelle sono due, in altri non compare la tazza. In tutte le tombe
femminili sono presenti elementi riferibili all’attività della defunta, normalmente legata alla fila-
tura, come fusaiole, rocchetti e/o pesi da telaio in numero diverso. In alcune sepolture compare
il rituale di un vaso, solitamente una scodella, rotta ritualmente.
La ricchezza dei corredi, soprattutto per quanto riguarda i reperti metallici, unita con l’esten-
sione dell’insediamento abitativo e la sua ubicazione strategica di difesa e controllo delle vie di
Fig. 2 - La tomba 10 in corso di scavo comunicazione, unita anche alla presenza dei famosi giacimenti di rame menzionati da Omero
nell’Odissea, sanciscono l’importanza di questa comunità tirrenica, l’unica nell’età del ferro tra
Pontecagnano e Tropea capace di intrattenere rapporti in contemporanea con le élites enotrie
della Sibaritide (come dimostrano le fibule, le falere ed altri importanti ornamenti tipici della facies
enotria) e soprattutto con genti villanoviane (si pensi al pendente aureo della tomba 14, all’incen-
siere con una decorazione tipica della barca solare della tomba 6, alla spada ad antenne tipo Tar-
quinia, al pendente ornitomorfo, al frammento di fodero di spada tipo Veio, al frammento di elmo
crestato rinvenuto nel santuario di Imbelli, a poche centinaia di metri da Cozzo Piano Grande).
La presenza di tombe principesche (la n. 6 e la n. 14) testimonia la strutturazione della comunità,
una aristocrazia emergente, capace di affermare uno status sociale rilevante e di resistere al con-
trollo etrusco ed ai probabili tentativi euboici calcidesi di un controllo territoriale commerciale,
cui la presenza di una coppetta di ceramica figulina nella tomba n.10 ne rappresenta un esempio
di commercio precoloniale.

La Tomba 10
La tomba 10 rappresenta, senza dubbio, una delle sepolture più importanti del sepolcreto.
Si tratta di una sepoltura ad inumazione supina ricavata in una semplice fossa terragna scavata
nel banco di arenaria ad una certa profondità (circa 1 metro dal piano di campagna), fatto che
l’ha salvaguardata dall’impianto degli ulivi che la lambiscono. (fig. 2)
La fossa, ampia circa 2,35x0,70x0,35 m, risulta riempita da arenaria di colore rossiccio, misto
a qualche chiazza di terreno di colore scuro; essa è tagliata regolarmente nel banco di arenaria
sui lati sud ed ovest, mentre risulta difficile seguirne l’andamento su quelli nord ed est, dove era
localizzata una buca d’albero.
Lo scheletro è poco conservato, fatta eccezione per alcuni frammenti all’altezza del petto. Il cra-
nio doveva essere posto a NE. La composizione del corredo evidenzia come si tratti di un indivi-
duo di sesso femminile.
Il corredo metallico è costituito da un grande bracciale a fusione piena in bronzo, da alcuni anelli

34
digitali in ferro ed in bronzo, da una fibula a sanguisuga piena con arco a sezione romboidale e
staffa a disco in bronzo, da una fibula in ferro con staffa a disco e con la testa dell’ago in cristallo
di rocca, da una serie di vaghi in ambra di diversa forma e dimensione, componenti forse una
collana, e da un vago di ambra solitario di forma oblunga, forato per la lunghezza e decorato a
cerchielli concentrici. (fig. 3)

Fig. 3 - Vago di ambra con decorazione a cerchielli

Il corredo ceramico è posto ai piedi dell’inumata ed è costituito da una scodella monoansata, da


una tazza attingitoio, da un askòs, da sette rocchetti per filo, tutto realizzato ad impasto e model-
lato a mano e da una kylix (coppetta) apode in argilla, realizzata al tornio.
La scodella monoansata (fig. 4) ha il diametro all’orlo di 24,5 cm, il diametro al piede di 7,5 cm,
e l’altezza di 8 cm. E’ stata realizzata a mano con un impasto scuro, presenta l’orlo assottigliato
rientrante, la vasca profonda a profilo troncoconico terminante con un piccolo fondo a profilo
concavo, l’ansa a bastoncello fortemente obliqua, quasi verticale.
Questo tipo è attestato a partire dalla fase IIa di Torre Galli (Cronologia di M. Pacciarelli). In
particolare si osservi l’associazione scodella monoansata – askòs della necropoli La Rota di Can-
didoni.

Fig. 4 - Scodella monoansata

La tazza attingitoio (fig. 5) ha il diametro all’orlo di 7,2 cm, il diametro al piede di 2,5 cm, l’altezza
di 4,5 cm. Anch’essa realizzata a mano con un impasto di colore scuro, presenta l’orlo assottigliato
verticale, raccordato alla vasca attraverso la spalla, poco pronunciata, la vasca a profilo convesso,
poco profonda, il fondo ombelicato a profilo concavo, l’ansa a nastro insellata, sormontante l’orlo.

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Il profilo del corpo, globulare e continuo, e l’orlo indistinto verticale distinguono, pur in mancan-
za di un profilo calzante, una tipologia recenziore della forma, assimilabile alla fase II di Ponteca-
gnano (Cronologia di P.Gastaldi – B. D’Agostino).

Fig. 5 - Tazza attingitoio

L’askòs (fig.6) ha il diametro all’orlo di 7,5 cm, il diametro al piede di 8 cm, l’altezza di 19,5 cm.
Come i precedenti è realizzato a mano con un impasto scuro. Presenta un orlo con labbro assot-
tigliato, svasato, tendente a ripiegarsi verso il basso, il collo conico, il corpo ovoidale schiacciato,
il piede appena rilevato con fondo a profilo concavo convesso, l’ansa a nastro verticale, impostata
inferiormente sulla spalla e superiormente sull’orlo.
Il tipo, a differenza di un altro esemplare proveniente dalla stessa necropoli (Tomba 6), risulta
essere leggermente più recenziore per la presenza dell’ansa prensile anziché di quella a linguetta
forata. I confronti (ad es. necropoli Candidoni di Nicotera) portano l’esemplare ad essere datato
all’incirca alla metà dell’VIII sec. a.C.

Fig. 6 - Askòs

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I sette rocchetti (fig.7) presentano una lunghezza variabile dai 3,3 cm con diametro estremità di 3
cm ai 4,5 cm con diametro estremità di 3,5 cm. Alcuni sono integri, altri scheggiati nelle estremi-
tà. Fatti a mano con un impasto di colore bruno scuro.
I rocchetti di impasto, utilizzati per avvolgere il filo per cucire, sono molto comuni nelle sepolture
dell’età del ferro. Indicatori del sesso femminile sono anche espressione della detenzione della
funzione di attività sartoriale della defunta. Gli esemplari della T. 10 presentano le estremità di
forma piana o leggermente concava ed alcuni sono dotati di foro passante.

Fig. 7 - Rocchetti

La kylix (coppetta biansata) (fig. 8) ha il diametro dell’orlo di 10 cm, il diametro al piede di 5 cm,
l’altezza di 6 cm. Realizzata al tornio, in argilla depurata di colore nocciola. Presenta un orlo as-
sottigliato quasi verticale, raccordato alla spalla da una piccola solcatura, la vasca bassa a profilo
convesso, il piede appena rilevato con fondo a profilo piatto, le due anse a bastoncello orizzontali,
leggermente revolute verso l’alto. Decorata a vernice nera a fasce a risparmio sulla parte bassa
della vasca, con zone risparmiate o con decorazione ormai persa sulle spalle tra le due anse. Inter-
namente è completamente a vernice nera. La coppetta è stata rinvenuta all’interno della tomba
utilizzata come coperchio dell’askòs.

Fig. 8 - Kylix

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E’ l’unico reperto ceramico dell’intera necropoli che è realizzato in argilla figulina ed è chiara-
mente un oggetto di importazione, di probabile produzione euboica.
Le caratteristiche formali, soprattutto l’orlo e la vasca, la decorazione geometrica a motivi lineari,
lo spazio metopale tra le anse, ne fanno un esemplare di produzione tardo-geometrica richiaman-
te il classico tipo con decorazione a chevrons (Veio, Laghetto di Tarquinia, Ficana, ecc.). Oltre che
la forma, anche la tecnica stessa di realizzazione, i rapporti proporzionali, gli spessori, l’argilla,
sembrano contrastare con l’ipotesi di assimilare il nostro esemplare con quello proveniente dalla
necropoli di Torre Mordillo, come ipotizzato da P.G. Guzzo. Confrontando i due esemplari si
denota subito la “finezza” dell’esemplare di Chiane rispetto a quello di Torre Mordillo.
In linea più generale, e considerando altri reperti ceramici significativi, purtroppo frammentari e
da ricognizione, di ceramiche figuline con decorazioni ondulate ed a fasce di produzione tardo-
geometrica, provenienti dal territorio di Temesa, si può facilmente ipotizzare una forte influenza
formale delle necropoli anelleniche locresi oppure dei coevi insediamenti greci campani rispetto
ai legami con la ceramica di matrice enotria che sembrano invece molto flebili, per non dire
assenti del tutto.
Ad influenze enotrio-ioniche si riescono invece facilmente a collegare molti degli aspetti relativi
all’ornamentazione metallica delle sepolture femminili.
La presenza della kylix della Tomba 10 quale testimone di una precoce attività commerciale
precoloniale, unita alla presenza di altri importantissimi e rari manufatti di provenienza e fattura
etrusco-villanoviana, e il perdurare di queste presenze allogene non solo nell’VIII sec. a.C. ma
anche nel secolo successivo con la presenza di grandi quantità di ceramica di tradizione proto-
corinzia come le coppe a filetti e l’emblematica presenza di un frammento di kylix in bucchero
etrusco sottile del tipo più antico (Rasmussen tipo 1a), denotano la già citata capacità delle comu-
nità indigene del territorio di Temesa di intrattenere rapporti commerciali spazianti su molteplici
direttrici, come se fosse una comunità centrale polarizzante rispetto ai centri culturali dell’epoca.
E’ come se tutto ciò traducesse in significato concreto e pragmatica valenza commerciale lo scritto
di Omero che codificava Temesa come il luogo dove i regnanti (Mente re dei Tafii) si recavano
per scambiare ferro e bronzo.

BIBLIOGRAFIA gno. Amantea 15-16 Settembre 2007. Pisa-Roma P.G. Guzzo, Indigeni in Calabria settentrionale nell’VIII
R. Agostino - F. Mollo (a cura di), Alla ricerca di Te- 2009 secolo, in Convivenze etniche, scontri e contatti di culture
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d’Aiello. Scilla 2007 Temesa: l’edificio sacro in località Imbelli di Campora s. Mediterraneo antico, 7 (2012). Trento 2012
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nova. Soveria Mannelli 2009 protostorica di Serra Aiello. Rapporto preliminare, in B.
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G. F. La Torre (a cura di), Dall’Oliva al Savuto. Studi e nate di studio. Pellaro (RC). 25-26 Ottobre 2003”.
ricerche sul territorio dell’antica Temesa. Atti del Conve- Pellaro 2005

38
39
Cosenza’s middle Tyrrhenian and Cetraro’s museum
of Brettii and Sea: stories of potteries production and
circulation between Hellenistic period and Late Antiquity

The present research shows the human presence in the district on the coast of Cosentino Tyrrhenian sea between the
cities of Belvedere at north and Fuscaldo at south, refers to the population of Brettii between the end of the fourth
and the first half of the third century BC, to the very episodic presence of Romans, and especially to what happened
post 1000 AD when Cetraro and its wide territory become possessions of the Montecassino’s abbey.
These phases are collected and presented widely and teaching in the Museum of Brettii and the Sea of Cetraro,
surfed Museum that tells and shows the peculiarities of a region morphologically very varied but underestimated the
productive and economic potential.
The analysis of settlement dynamics of ancient times allow us to outline the main prerogatives of production of the
same area, prepared to subsistence farming, sheep farming, marketing of oil.
Local pottery, whether they are in ceramic black paint Hellenistic or transport amphorae from various periods, that
the present work analyzed in detail, shows the economic potential of the area of Middle Cosentino Tyrrhenian sea,
certifying the capacity, especially in coastal and maritime view, of the people of the Tyrrhenian to fit in a full Medi-
terranean trade whit economic and social dignity. This aspect emerges, and this is a great news of the research, in all
periods of history as well as two-way trade, as imports arrive on the Tyrrhenian numerous Greek, Phoenician-Punic
and, African (also from Spanish area).

So the analysis of ancient contexts highlights an unexpected vitality of the coast of the Middle Cosentino Tyrrhenian
sea, the theatre of commerce, navigation, fishing and seafaring, aspects that are still the productive prerogative of
this land.

Translation by Fabrizio Mollo

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Il medio Tirreno cosentino ed il Museo dei Brettii e del Mare
di Cetraro: storie di produzione e circolazione di ceramiche
fra età ellenistica ed epoca post-antica
Fabrizio Mollo

Il contesto di riferimento e le problematiche


Il Museo dei Brettii e del Mare, nella splendida cornice del Palazzo del Trono nella piazza del
Centro Storico di Cetraro, rappresenta il contenitore museale più importante dell’area del Medio
Tirreno cosentino e raccoglie in tre sezioni tematiche le più significative testimonianze archeolo-
giche provenienti dal territorio cittadino e dai comuni limitrofi1.
Le ricerche effettuate negli anni, soprattutto nell’ultimo ventennio, hanno offerto un quadro ab-
bastanza articolato delle presenze umane in diacronia nel territorio, fortemente influenzate dal
contesto e dalla geomorfologia dell’area. (fig. 1) Si tratta, infatti, di un comprensorio che presenta
una struttura orogenetica molto accidentata, con profili collinari molto mossi che dalla linea di
costa, al cui fianco si dipana una ristrettissima area pianeggiante, in una continua ascensione,
arrivano sino alle vette più alte della Catena Costiera, raggiungendo e superando anche i 1000-
1200 m s.l.m. (fig. 2) Lo spartiacque rappresentato, dunque, dal sistema collinare e montuoso del
segmento meridionale del Massiccio del Pollino verso nord (tra i comuni di Belvedere M.mo,
Bonifati, Sangineto) e della Catena Costiera verso sud (in corrispondenza dei comuni di Cetraro,
fig. 1 Veduta satellitare del Tirreno cosentino
fig. 2 La vallata del fiume Aron

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Acquappesa, Guardia Piemontese, Fuscaldo) funge da cornice e di fatto ha reso questo settore di
costa inaccessibile da est e ne ha marginalizzato la storia territoriale, legata in maniera imprescin-
dibile, come vedremo, a pratiche di pastorizia, ad una piccola agricoltura di sussistenza, ad attivi-
tà collegate allo sfruttamento delle risorse boschive delle aree più interne, senza perdere però una
prospettiva costiera, marittima, commerciale a ridosso della costa tirrenica. E questa rappresenta
senza dubbio una nuova prospettiva di ricerca emersa negli ultimi anni, ovvero il forte rapporto
di questo comprensorio in tutte le epoche con il mare, con le sue risorse (la pesca), attraverso
storie di commercio e di scambi che rappresentano un elemento forte di caratterizzazione delle
popolazioni del medio Tirreno cosentino. Tutto ciò nonostante anche le difficili caratteristiche del
profilo della costa e dei litorali, battuti da fortissime correnti, occidentali e nord-occidentali, con
una batimetria altrettanto accidentata quanto l’altimetria, con fondali profondi, secche emergenti
e temibili, in un contesto di linea di costa piatta, dritta, con pochi approdi naturali e per questo
importuosa.
In questo contesto territoriale, dunque, paradossalmente le difficili condizioni ambientali e geo-
morfologiche hanno visto il susseguirsi di fenomeni di antropizzazione discontinui nel tempo ma
comunque significativi, forti e pregnanti, propri di un’identità culturale abbastanza caratterizzata
anche nella produzione di manufatti ceramici, come vedremo. Il Museo dei Brettii e del mare
in questa ottica riassume la complessa ed articolata storia insediativa del comprensorio tirrenico
cosentino, offrendo uno spaccato significativo delle dinamiche culturali e socio-economiche della
presenza brettia, dello sfruttamento costiero e del mare Tirreno in tutte le epoche attraverso
profonde tracce di vitalità commerciale, ed in ultimo dell’importante storia basso medioevale e
post-antica di un comprensorio tributario del grande monastero di Montecassino.
fig. 3 Calabria. Principali siti ellenistici
I Brettii nel Medio Tirreno cosentino: tracce di produzione e circolazione tra fine
IV e prima metà III sec. a.C.
Uno dei momenti più significativi della storia del territorio è rappresentato dalla fase di presenza
italica, riferibile alla stirpe brettia. Le fonti ci raccontano dell’arrivo di popolazioni di stirpe osca
dall’Abruzzo e dal Molise, i Lucani, in forma di ver sacrum (ovvero per l’allontanamento con la
forza dei maschi spinti alla ricerca di nuove aree da occupare e sfruttare commercialmente e dal
punto di vista agricolo) e dell’emancipazione di una tribù, quella dei Brettii, nel 356 a.C. (fig. 3)
Tale popolazione andò ad occupare la parte settentrionale della Calabria, in particolare l’area
del grande bosco, la Silua, ovvero l’odierna Sila, sfruttandone le possibilità produttive (soprattutto
la pix, la pece, celebre nell’antichità quella brettia), organizzandosi intorno a due grandi capitali,
Consentia e Petelia (l’odierna Strongoli) e presidiando gran parte delle aree collinari e paracostiere
della costa tirrenica e soprattutto di quella ionica, dove si instaura un vero e proprio sistema di
presidio militare e strategico delle aree e delle vie di comunicazione, con numerosi insediamenti
fortificati, a poca distanza l’uno dall’altro, di cui sono tributari fattorie e piccoli villaggi disposti
in forma sparsa e diffusa nelle aree collinari2. Cantoni territoriali forse organizzati in forma con-
federale, come emerge dalla monetazione, tra loro autosufficienti, popolarono il territorio e nel
momento di massima espansione demografica e politica, intorno al 330 a.C., gruppi di Brettii si
spostarono ad occupare capillarmente il territorio, anche le porzioni più difficili da antropizzare,
tra cui anche la zona costiera tra Belvedere Marittimo e Paola3. I Brettii, rispondendo alle loro
prerogative di tipo guerresco e mercenariale, allargarono i propri domini, entrando in contatto e
fig. 4 Carta archeologica del Medio Tirreno scontrandosi con le città coloniali, soprattutto Thurii e Crotone, Hipponion e Terina. Essi resistettero
cosentino in età ellenistica
tenacemente all’espansione romana in Magna Grecia sino alla guerra annibalica (219-202 a.C.),
quando la gran parte della popolazione brettia assunse una posizione filo-cartaginese e per questo
fu pesantemente punita. Questo atteggiamento determinò, inoltre, una pesante propaganda de-
nigratoria da parte dei Romani, che modificarono la definizione etnica (Bruttii in luogo di Brettii),
insistendo sulla rozzezza e sulla loro rusticità in chiave evidentemente di propaganda negativa.
Le ricerche effettuate negli ultimi due decenni hanno permesso di elaborare un vero e proprio
modello insediativo collegato alla presenza capillare nell’area del medio Tirreno cosentino a par-
tire dal 330 e sino al 270/260 a.C. (fig. 4) Gli insediamenti individuati sono oltre settanta, afferenti

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fig. 5 Il territorio di Bonifati. S. Candido fig. 6 Manico peploforico in bronzo da Acquappesa

a due distinte tipologie, piccoli nuclei di necropoli o tombe singole e fattorie o piccoli villaggi, di-
sposti sulle colline tra i 300 ed i 600 m s.l.m., in posizione riparata dai venti, ma con ottima espo-
sizione al sole ed ampia vista sul litorale costiero, serviti da una viabilità di crinale e collegati alle
principali risorse, idriche, boschive e pastorizia che il territorio poteva offrire. Lungo la costa tir-
renica al momento non abbiamo individuato insediamenti fortificati e strutturati, ma le ricerche
topografiche e le successive verifiche stratigrafiche ci permettono di conoscere un piccolo nucleo
di necropoli (Treselle di Cetraro) ed almeno quattro strutture abitative (Aria del Vento, Chiantima
e Martino di Acquappesa e S. Barbara di Cetraro), cui si aggiunge la documentazione raccolta
nelle ricognizioni intensive effettuate in un’area campione del territorio di Acquappesa e Cetraro.
Insediamenti collinari o anche costieri interpretabili come tombe (Pantana, Capo Tirone) oppure
come fattorie (Santo Ianni, Trifari, Palazza) sono attestati nel territorio di Belvedere M.mo, in
quello di Bonifati (locc. Crucicella, S. Candido, S. Vrasi, Piano del Monaco e S. Basile) e a Civita
di Sangineto, tutto da indagare, verosimilmente un abitato fortificato, posto lungo la via di accesso
al Passo dello Scalone e da lì verso la Sibaritide. (fig. 5)
Maggiori dati, soprattutto nel senso della produzione, derivano dai corredi funerari individuati
sulla Serra di Acquappesa, con tombe a cassa e alla cappuccina di rilevante interesse (fig. 6), e
da quelli della necropoli di Treselle di Cetraro, 12 tombe indagate tra il 1997 ed il 1998 lungo la
carreggiata in terra battuta della strada di collegamento Monte Serra-S. Angelo e nell’area a nord
del tracciato4. (fig. 7) Le tombe, raggruppate per famiglie, esemplificano la vita quotidiana e l’im-
maginario socio-economico delle genti italiche, un significativo modello di indagine sulle pratiche
funerarie brettie. Le tombe maschili presentano in genere armi, sia da difesa (i caratteristici cin-
turoni in bronzo) sia da offesa (punte di lancia, giavellotto) oltre allo strigile, legato al mondo degli
atleti, in bronzo e ferro, connotati tipici dei guerrieri italici. La ceramica è limitata a vasi collegati
al rituale del simposio, per bere (skyphoi, kylikes, coppe, coppette, patere) e per mangiare (piatti,
patere). Il tipico set in piombo costituisce un richiamo simbolico ad un’altra pratica estremamente
diffusa presso le popolazioni italiche, il banchetto di carne, ed è composto da spiedi, graticola e
coppia di alari in piombo. Le tombe femminili sono caratterizzate dalla presenza di ornamenti
personali di diversa tipologia, in oro, argento, bronzo e piombo (anelli, orecchini, bracciali, fibule)
oltre a piccoli utensili o contenitori connessi alla cosmesi (lekythoi, unguentari, pissidi), soprattutto
fig. 7 Planimetria della necropoli di Treselle di Cetraro a figure rosse, legati al rituale del matrimonio o all’ambito domestico. (fig. 8)

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Molti dati provengono anche dagli abitati ed
in particolare dalla fattorie, abitazioni mono
o bicellulari, di dimensioni ridotte e di tecnica
edilizia modesta (strutture murarie costituite
da uno zoccolo di fondazione in pietrame mi-
sto, un primo filare di ciottoli fluviali ed un
secondo in laterizi, alcuni piatti e disposti in
assise orizzontale, con legante di terra). In ge-
nere i vani sono di forma quadrangolare, pre-
sentano tetto costituito da materiali deperibili
(frasche, legname in fascine, piccoli tronchi),
mentre all’esterno non manca in genere una
sorta di portico a “L” con copertura in lateri-
zi, usato come deposito dei pithoi, contenitori
di derrate ma anche come luogo per i culti
domestici. I dati individuati nel corso delle ri-
cerche ad Aria del Vento, Chiantima e Mar-
tino di Acquappesa e S. Barbara di Cetraro,
sono tutti riferibili a fattorie databili tra fine
fig. 8 La tomba 1 di Treselle di Cetraro
IV ed inizi III sec. a.C. (fig. 9)
Le fattorie così come le necropoli ci permet-
tono di analizzare la cultura materiale del
popolo brettio nel comprensorio tirrenico co-
sentino: poca ceramica a vernice nera, usata
per mangiare e bere, affianca le produzioni
da mensa e da cucina, i grandi contenitori,
i louteria ed i bacini. Soprattutto dal punto di
vista metodologico oggi gli approcci più com-
pleti suggeriscono di analizzare i materiali ce-
ramici non solo dal punto di vista tipologico
ma anche da quello funzionale, ovvero di in-
dividuarne il significato e l’utilizzo all’interno
del contesti archeologici, valorizzandone l’uso
alimentare e cercando, in questa prospettiva,
di chiarire anche le modalità di realizzazione
e cottura dei cibi, la tecnologia alla base di
certe forme ceramiche, la funzione ‘sociale’
all’interno dei contesti5.
La funzione dei differenti tipi ceramici spesso
fig. 9 Fattoria brettia. Ipotesi ricostruttiva è recuperabile attraverso i molteplici fattori
che hanno influenza sulla funzionalità di un
contenitore e sugli indicatori del loro effettivo impiego ovvero forma, morfologia, caratteristiche
chimico-fisiche dei contenitori stessi, tracce di uso e di usura, analisi dei contenuti residui e capa-
cità metrica dei singoli recipienti (fig. 10).
Partendo da questa prospettiva, possono essere fatte alcune riflessioni soprattutto per la ceramica
comune, definita coarse ware perché ceramica domestica priva di rivestimento ed anche perché di
produzione locale, ovvero per le caratteristiche comuni tale da far pensare a produzioni di ambito
indigeno, prive di caratteristiche estetiche particolari o di elementi caratterizzanti quali decora-
zioni, iscrizioni o altro. La ceramica comune rappresenta senza dubbio la classe o la “categoria”
di manufatti più diffusa in un contesto di scavo di abitato soprattutto per la facilità di produzione.
La ceramica comune si analizza secondo criteri funzionali e morfologici, innanzitutto attraverso
fig. 10 Olla in ceramica comune da Pantana di
BelvedereM.mo due sottoclassi funzionali (ceramica da cucina e ceramica da mensa) e al di sotto attraverso le

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categorie. Abbiamo, innanzi tutto, recipienti per conservare, costitu-
iti da olle, anfore e situle, utilizzati nella conservazione e nello stoc-
caggio di liquidi e derrate. Tali recipienti sono pochissimo attestati
nei contesti italici del medio Tirreno cosentino al contrario di quelli
per preparare, vasi profondi e spessi, provvisti talvolta di un colatoio
sull’orlo, adatti per frantumare, macinare e pestare i cibi. Abbiamo il
mortaio, con ampia e bassa vasca, pareti spesse, in genere provvisto
di un beccuccio di scolo, il bacile, vaso piuttosto profondo, forma
aperta e dalla parete diritta e obliqua. Tali vasi sono legati ad usi
molteplici in cucina, per impastare e pestare. (fig. 11)
Un capitolo a parte meritano i vasi per cuocere, riconoscibili per
l’annerimento della superficie del vaso dovuto al contatto con il fuo-
co e per il logico uso di impasto refrattario, ricco di inclusi di varia
natura (quarzite, mica, piccoli inclusi litici) che favoriscono porosità
ed evitano deformazione e spaccatura dell’argilla e ne agevolano,
dunque, una maggior resistenza alle alte temperature durante la cot-
tura prolungata dei cibi. Le forme in genere riconoscibili nei contesti
della Magna Grecia sono la lopas, il tagenon, la caccabè, la chytra, l’olla,
il clibano e il coperchio.
Nel nostro contesto sono presenti tantissime forme di tradizione ita-
lica, come l’olla, poche forme di tradizione greca, ovvero le lopades
fig. 11 I principali tipi ceramici (da Munzi 1999) e le chytrai, note già ad Atene a partire dal VI e soprattutto con il V
sec. a.C., con il nome di ‘tegami’ o ‘casseruole’, recipienti capienti
ma non troppo profondi, di forma, in genere, globulare o carenata,
leggeri e maneggevoli, usati per cucinare, riscaldare l’acqua e bollire
i cibi, soprattutto il pesce.
Il battente per il coperchio ed il fondo arrotondato per diffondere
in maniera il più possibile omogenea il calore caratterizzano, oltre
alle lopades e le chytrai, anche vasi di tradizione fenicio-punica quali le
caccabai, recipienti abbastanza profondi dal profilo globulare e dalla
larga imboccatura, utilizzati per bollire e preparare zuppe e passati
di verdure, stufati di carne e di pesce, sughi, dimostrando una parti-
colare predilezione nei nostri contesti per i cibi che richiedevano una
cottura prolungata a vapore. Non risultano attestati, infatti, i tagena,
recipienti semplici dal fondo piano, come teglie e padelle, utilizzati
per cuocere e soprattutto per friggere.
Il secondo sottogruppo funzionale è quello del vasellame da mensa,
comprendente recipienti per servire (piatto da portata, lekanis), per
mescere (brocca e bottiglia) e per mangiare e bere (coppa, coppetta,
patera, skyphos), sia a vernice nera che acroma. Anzi esiste una netta
divisione tra quello utilizzato per la portata (per il servizio) e per la
mescita, soprattutto vasi d’uso comune, e quello per il consumo dei
cibi, con forme a vernice nera.
Per quanto concerne i recipienti per mangiare/ bere, abbiamo tutte
le forme legate tradizionalmente al consumo dei cibi, il servizio da
banchetto: le caratteristiche omogenee dell’argilla, abbastanza de-
purata, e della vernice, quando presente, ci spingono ad ipotizzare
fabbriche locali, che servivano i centri del medio Tirreno cosentino.
(fig. 12)
La coppetta è la forma più attestata, anche e soprattutto nei corredi
funerari, ed insieme a patera, coppa e skyphos costituisce il set dei vasi
fig. 12 Coppette a vernice nera dal medio Tirreno cosentino utilizzato per il banchetto di vino ed il rituale del simposio, sicura-

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mente mutuato in ambiente italico nel contatto con i coloni greci e le città italiote del Bruzio6.
La pratica del consumo del vino è un momento centrale di queste popolazioni, che vivono in for-
me sparse e, almeno nel nostro comprensorio, con modalità produttive basate sull’autoconsumo
e sulla sussistenza. Pertanto le ceramiche comuni da cucina e da mensa, siano esse a vernice nera
o meno, rappresentano i prodotti di comunità sostanzialmente autosufficienti, che vivono dei
propri beni agricoli e di pratiche connesse alla pastorizia. Per questo, almeno negli usi tradizionali
e quotidiani, troviamo sostanzialmente utensili e vasellame prodotto in loco, anche se non manca
una produzione (olle) e l’importazione (caccabai) di contenitori globulari per la cottura a fuoco
lento, lontano dalla fiamma mediante i treppiedi, collegati ad una tradizione fenicio-punica e
tirrenica che, come vedremo, ritornerà anche per altri elementi.
Infatti, se analizziamo i contenitori da trasporto peculiari dell’antichità, ovvero le anfore munite
di puntale per l’impilaggio sulle navi, non ci sfuggirà come, accanto alle tipiche anfore di tradizio-
ne magno-greca, MGS V e VI, prodotte soprattutto in diverse aree del Mediterraneo e con buo-
na sicurezza anche in area brettia, annoveriamo numerose anfore del tipo T. 4.2.2.7., T. 6.1.2.1.
e. T.7.1.2.1. della classificazione Ramon Torres, anfore databili tra fine IV e prima metà III sec.
a.C., a forma di siluro e con imboccatura larga, capaci di trasportare vino ma soprattutto olio e
salse/salagioni di pesce, di tradizione punica ma prodotte nella Sicilia nord-occidentale (Panormos,
Mozia, Segesta, Lilibeo, etc.). (fig. 13) Ovvero emerge chiaramente, ed è questa una delle grandi
novità della ricerca archeologica recentissima, come le popolazioni italiche che abitavano la costa
tirrenica cosentina, la piana del Lao ma anche la zona tra Belvedere e Paola e oltre a sud, ovvia-
mente, in un ampio settore di costa privo di colonie greche, vivessero indisturbati in proiezione
fig. 13 Anfora punica Ramon T. 4.2.2.7. dai fondali a costiera ed intrattenessero rapporti commerciali ed economici con le genti puniche che dalla Sici-
largo di Cetraro lia controllavano i traffici del Tirreno almeno sino alla fine della I guerra punica, quando Roma
si affacciò sulla scena mediterranea ed inflisse una prima significativa sconfitta ai Cartaginesi.
Il portato di questi rapporti, di ambito economico e commerciale, ma anche militare e mercena-
riale (ricordiamo che dopo la Pace di Lutazio Catulo del 241 a.C. i Romani interdissero le coste
tirreniche calabresi ai Cartaginesi per evitare, come detto espressamente, l’arruolamento di mer-
cenari italici e rapporti commerciali tra i due ethne) prevedeva uno scambio bidirezionale di uomi-
ni, di merci, di beni quali vino, olio, salagioni di pesce. In sintonia con quest’ultimo aspetto ed in
linea con tradizioni culturali riscontrabili nel mondo brettio-italico della costa tirrenica in qualche
modo apparentabili alla cultura fenicio-punica e cartaginese, le ricerche di recente compiute ci
permettono di constatare la presenza, nelle tombe brettie di Cetraro e Belvedere Marittimo
ma anche di numerosi altri contesti dell’area tra il golfo lametino e quello di Policastro,
anche di un particolare manufatto deputato al consumo del pesce ed inserito ritual-
mente nelle sepolture, un piatto con omphalos centrale e vasca decorata da figure di
pesci, il cosiddetto piatto da pesce7. (fig. 14)
Tali ceramiche, prodotte anch’esse verosimilmente nelle cuspide nord-occiden-
tale della Sicilia, appannaggio delle genti puniche, rappresentano una delle
merci di accompagno dei grandi carichi di anfore che circolavano nel Medi-
terraneo, certificando un certo gusto artistico ed una determinata cultura figu-
rativa che trovavano terreno fertile anche presso le piccole comunità italiche
stanziate lungo le colline del medio Tirreno cosentino.

La costa tirrenica cosentina: storie di commerci e navigazione tra


epoca ellenistica e Medioevo
Al mare è dedicata un’altra importante sezione espositiva, collegata in qualche
modo ad una delle principali prerogative economiche di Cetraro, ancora oggi il più
grande porto della costa tirrenica tra Salerno e Vibo Valentia. La sezione del Museo
dei Brettii e del Mare dedicata al mare illustra, dunque, nella sua globalità le tecniche di
navigazione e le imbarcazioni nel mondo antico, la pesca e la marineria nell’antichità, i trasporti
ed i commerci antichi attraverso le anfore, da quelle di produzione greca sino a quelle medioevali
fig. 14 Piatto da pesce a figure rosse dalla tomba 6
di Cetraro e con esse i principali traffici commerciali che hanno interessato il Tirreno cosentino8.

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Le anfore recuperate dai fondali in seguito a
naufragi, relative a relitti di ogni epoca, rap-
presentano proprio il fossile guida di fenome-
ni commerciali significativi e di una grande
vitalità di questo comparto territoriale. C’è
da sottolineare, con estrema onestà, come,
sebbene la ricerca archeologica lungo la costa
tirrenica cosentina abbia mosso molti passi di
recente sulla terraferma, lo stesso non possa
dirsi per la ricerca subacquea, per la quale
disponiamo di pochi rinvenimenti effettuati
in maniera non scientifica (molti sono le con-
segne o i sequestri di anfore) e ancora minori
sono le ricerche effettuate in mare.
Pur tuttavia i recuperi di anfore da trasporto
di diverse cronologie rappresentano il segno
di una circolazione commerciale nei mari tir-
renici protrattasi nel tempo senza soluzione
di continuità, come dimostrano inequivoca-
fig. 15 Il porto di Diamante bilmente i numerosi rinvenimenti sporadici di
anfore di cronologia diversa, databili tra il VI sec. a.C. ed il IX-X sec. d.C.
Di recente abbiamo anche acquisito il dato proveniente dal costruendo porto di Diamante, dove
sulla batimetrica dei 2/4 m è stato scavato e recuperato il materiale individuato a pochissimi metri
dalla riva, relativo ad un deposito archeologico residuo, tenacemente concrezionato ed adeso al
fondo marino ed a grossi blocchi rocciosi. (fig. 15) Si tratterebbe, in questo caso, dei resti di una
nave onoraria che trasportava un carico di anfore da trasporto di tipo MGS V e VI, databili entro
la metà del III sec. a.C., forse da e per le coste campane, a giudicare dai tipi anforici e dagli impa-
sti relativi, contenenti olio/vino o più probabilmente la celebre pix bruttia, come sembra emergere
dai residui di pece su alcuni frammenti anforici. Il relitto, ricostruito virtualmente in Museo,
anche se conservato molto parzialmente, considerato che il deposito, su un fondale bassissimo,
è stato compromesso dai natanti e depredato da sempre, rappresenta un documento capace di
certificare la grande vitalità economica e commerciale di questo segmento di costa tirrenica in
epoca ellenistica quando i Brettii erano stanziati sin sulla costa.
Per il resto la costa diritta, priva di approdi naturali e di ampie insenature, senza strutture portuali
stabili non ha favorito l’indagine ed il rinvenimento di realtà significative, se non fosse per i relitti
affondati nei punti più insidiosi della costa stessa o presso i fondali rocciosi, in prossimità delle isole
di Cirella e di Dino, di cui sappiamo soprattutto per recupero fortuito dei pescatori nelle pratiche
di strascico dei fondali stessi.
Per questo tratto dalla costa tirrenica si segnalano anfore di epoca arcaica, ellenistica e romana
che ne testimoniano l’utilizzo in maniera continuativa. Le anfore, alcune delle quali esposte nel
Museo dei Brettii e del Mare, che siano prodotte localmente o che provengano da vari contesti del
Mediterraneo, testimoniano quanto significativo fosse l’utilizzo di questo tratto di mare in ogni
epoca, con il commercio di vino ed olio, prerogative produttive nell’antichità della nostra regione.
Il rinvenimento di un impianto di salagione del pesce di epoca romano-imperiale (I-III sec. d.C.),
indagato di recente in loc. Porto di Cirella, a ridosso della spiaggia, ed il recupero di anfore che
coprono il periodo che va dall’ellenismo alla tarda antichità (anfore Keay XXVb, Lamboglia 2 e
di Late Roman), collegabili anche agli analoghi impianti di lavorazione del pesce a Capo La Secca e
S. Ianni di Maratea, suggeriscono la presenza di un’attività commerciale significativa, la salagione
del pesce, tonno o pesce spada, ancora oggi peculiarità economica delle aree tirreniche costiere9.
Il ceppo di ancora in piombo esposto nel Museo e recuperato a largo di Capo Tirone di Belvedere
M.mo, inoltre, si riferisce ad una nave oneraria di epoca tardo-ellenistica (II-I sec. a.C.) cui forse
si possono associare alcuni esemplari di anfora Lamboglia 2. Il transito, non sappiamo se anche la

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sosta, di tale grande imbarcazione con il suo
carico di vino/olio (?) è da connettersi ai traf-
fici commerciali tirrenici, come sottolinea an-
che l’iscrizione presente sulla marra di destra
in lettere greche “E P M H” con la dedica ad
Hermes, divinità del pantheon greco-romano
(Mercurio per i Romani), ambasciatore degli
dei e abile oratore, e per questo protettore dei
commercianti. (fig. 16)
Il campionario delle anfore esposte presso il
Museo dei Brettii e del mare di Cetraro com-
prende esemplari di produzione magno greca
ed italica per vino o olio (IV-II sec. a.C.), le
fig. 16 Iscrizione sul ceppo di ancora dai fondali a largo di Belvedere M.mo cosiddette MGS V e VI, le anfore Dressel 1
(II-I sec. a.C.) e Dressel 2/4 (I sec. a.C.- I sec.
d.C.); sicuramente ad ambito tirrenico, forse
campano, è ascrivibile l’anfora utilizzata per
il trasporto della salagioni di pesce, la Dressel
21/22 (il tipo presente a Cetraro è databile
tra I e II sec. d.C. e reca il bollo FE, proba-
bilmente un certo Felix, proprietario di una
bottega a Pompei). (fig. 17) Abbiamo, inoltre,
anfore vinarie di produzione adriatica come
la Lamboglia 2 (fine II-I sec. a.C.) e l’anfora
di Forlimpopoli (I-III sec. d.C.). Senza dubbio
di grande interesse è la presenza di anfore di
tipo punico, trovate anche nei contesti brettii
della terraferma del medio Tirreno cosenti-
no, anfore di tipo Ramon T. 4.2.2.7. (fine IV-
inizi III sec. a.C.), forse deputate al trasporto
delle salagioni di pesce a partire dalla costa
della Sicilia nord-occidentale. Ma lungo il
mare Tirreno arrivano e transitano anche
fig. 17 Dressel 21-22 dai fondali a largo di Cetraro fig. 18 Anfora Africana II dal Tirreno anfore prodotte nell’antica Betica, provincia
romana corrispondente oggi all’Andalusia,
come suggerito dall’esemplare di anfora olearia Dressel 20, nonché anfore prodotte in Africa,
come l’Africana II (III-IV sec. d.C.) (fig. 18), ad illustrare l’ampiezza dei traffici commerciali che
interessano questo tratto di costa. Non mancano anche anfore di epoca altomedioevale a fondo
piatto tipo Keay LII (IV-VI sec. d.C.) di produzione locale e tirrenica (di cui anche a Paola ab-
biamo le fornaci10) e anfore a fondo piatto di epoca bassomedioevale (XI-XII sec. d.C.). (fig. 19)
Il rinvenimento di anfore da trasporto di ogni epoca autorizza, insomma, a supporre la continua
frequentazione dei mari tirrenici, segno tangibile di una vitalità della Calabria tirrenica costiera
che va al di là dei topoi letterari che fanno di questa regione in epoca post-coloniale una terra poco
vitale ed improduttiva.

I possedimenti tirrenici dell’Abbazia di Montecassino tra basso medioevo ed epo-


ca post-antica
Questa attenzione e propensione verso il mare, i commerci marittimi e la pesca rimane inalterata
nel tempo nel comprensorio del Medio Tirreno cosentino e di Cetraro in particolare, anzi si
amplifica a partire dal Cinquecento, quando Cetraro fu sede di un importante cantiere navale e
dimostrò una forte vocazione portuale, peraltro testimoniata già a partire da epoca basso medio-
fig. 19 Anfora medioevale dal mare di Cetraro evale, con una tradizione marinaresca vanto del territorio sino ai giorni nostri.

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Se, infatti, il comprensorio medio tirrenico è
stato abitato in maniera diffusa solo in epo-
ca ellenistica (IV-III sec. a.C.), in maniera
assolutamente sporadica in epoca romana e
tardo-antica, altomedioevale e bizantina (se si
eccettua una toponomastica in qualche modo
riferibile alla presenza di predii ecclesiastici-I
Masseti-, all’ascetismo e all’epoca basiliana,
anche lungo ipotetici percorsi istmici verso
l’interno-il Valico della Contessa e toponimi
quali Serra dei Monaci, Timpone dei Mona-
ci, Piano del Monaco, Cozzo del Monaco, I
Monaci, L’Acqua del Monaco), il territorio
ritornò ad essere centrale dopo l’anno 1000,
in particolare, come ci dicono le fonti, a par-
fig. 20 Il centro storico di Cetraro tire dal 1086, quando, alla morte del marito
Roberto di Altavilla, detto il Guiscardo, Duca
di Puglia e Calabria, la moglie Sikelgaita donò parte della sua dote, tra cui il territorio di Cetraro
ed il suo porto, all’abbazia di Montecassino11.
Nel periodo angioino-svevo i feudatari monastici imposero un vero e proprio regime feudale, non
diverso da quello laico, presupponendo un ampio ed articolato sistema di sfruttamento agricolo
delle estese campagne. Durante il regno aragonese e sotto il re Ferrante Cetraro rimase centro
di importanza strategica per la difesa del Regno. La comunità continuò a vivere ed a prosperare
anche nel ‘600 e ‘700, quando si dotò dei principali monumenti architettonici quali chiese e pa-
lazzi monumentali.
Il sistema insediativo ruotava intorno al centro storico di Cetraro, sorto su uno sperone roccioso
affacciato sul mare intorno ai 100 m s.l.m., da cui domina sulla foce del fiume Aron. L’aspetto
munito del promontorio roccioso e la resistenza nella toponomastica moderna di tre famose por-
te, quella di Basso, quella di Mare e quella di Sopra lasciano supporre l’esistenza di un sistema
difensivo strutturale, munito con ogni probabilità sia di torri che di un circuito murario di cui oggi
non rimane alcuna traccia. (fig. 20)
Tutt’intorno al centro storico Montecassino favorì la creazione di un vero e proprio sistema inse-
diativo prediale, organizzato intorno a chiese
rurali che sfruttavano le enormi risorse del
territorio. Alcuni resti monumentali archeo-
logici da aree rurali del territorio, riferibili a
chiese (come da Treselle, S. Ianni e S. Iannel-
lo o S. Michele Arcangelo e S. Giuseppe di S.
Angelo, antico ed importante nucleo abitati-
vo del territorio), testimoniano le importanti
fasi bassomedievali dell’area. (fig. 21)
In parallelo il porto rafforzò il proprio ruo-
lo strategico, come emerge dalle menzioni
letterarie del 1086, 1090, 1114 e 1150. In
epoca successiva Cetraro divenne un cantiere
navale collegato alla produzione di galee per
conto degli Spagnoli, con la consuetudine im-
posta alla civitas Citrarii dalla corona spagnola
di fornire una galea armata almeno sino al
1482, quando per ordine di Ferdinando I di
Aragona a Riccardo Daurepice, Commissa-
fig. 21 Pianta della terra del Cetraro e feudo di Fella seconda metà XVIII. rio, Precettore e Procuratore per la Calabria,

49
venne invece inserito l’obbligo di corrispon-
dere settecento ducati annui. Ma agli inizi
del ‘500 il vicerè spagnolo Pietro de Toledo
fu impegnato, per conto di Carlo V, a difen-
dere le coste dalle incursione saracene e per
questo si decise di far costruire nella Marina
di Cetraro sei galee presso l’Arsenale, sinto-
mo di un presidio permanente da parte degli
Spagnoli. Le fonti, insomma, ci descrivono il
più importante porto della costa tirrenica co-
sentina, tanto che sotto gli Aragonesi divenne
il porto di riferimento per la pesca del tonno
e del pesce spada, dogana per il deposito di
sale e di ferro, per il commercio del legname
e della seta, quest’ultima peculiare di tutto il
fig. 22 Una fornace post-antica nell’area di S. Angelo di Cetraro Tirreno. L’incursione piratesca di Khair ad-
Din, detto Barbarossa, con 80 vascelli, nel
1534, indebolì le potenzialità marinaresche della comunità stanziata a Cetraro e nel territorio, al
pari delle incursioni del 1573 e del 1596.
Il porto, forse da localizzare alla foce del torrente Aron, continuò a prosperare sino al 1734 e suc-
cessivamente perse il suo ruolo propulsivo dal punto di vista commerciale, per rimanere soltanto
sede di una delle flotte di pesca più attive di tutto il Tirreno calabrese, peculiarità che ha conno-
tato la Marina di Cetraro sino ai giorni nostri.
Anche nel Bassomedioevo ed in epoca rinascimentale, dunque, il comprensorio conservò un suo
ruolo strategico nei commerci e nei sistemi di produzione via mare di un retroterra evidentemente
ancora molto attivo se sugli ultimi contrafforti collinari, in corrispondenza dell’antica e popolosa
frazione di S. Angelo, ancora tra ‘600 e ‘700 dovevano esistere fornaci per la produzione di laterizi
come quella che recentissimamente le ricerche archeologiche compiute hanno messo in evidenza.
(fig. 22)
Si tratta di un segnale tangibile di un territorio complesso ed articolato, che conserverà nei secoli
una sua autonomia culturale ed economica e con essa la capacità di produrre e commercializzare
le enormi ricchezze di cui il comprensorio è ancora custode.

1 Per il Museo, per gli aspetti territoriali e geo- vedere M.mo e Fuscaldo nel quadro del popolamento italico pp. 195-213.
morfologici si veda in ultimo Mollo F., Aversa G., della fascia costiera tirrenica della provincia di Cosenza, 4 Mollo F., Nuove ricerche nel territorio di Cetraro
Il Museo dei Brettii e del Mare, Reggio Calabria 2010 “Società antiche 5”, Soveria Mannelli 2003; Mollo (CS): scavo di una necropoli di epoca ellenistica in località
e Mollo F., Aversa G. (a cura di), Il Museo dei Bret- F., Presenze italiche sul versante tirrenico cosentino (IV-III Treselle, in “Quaderni di Archeologia”, 2, 2001, pp.
tii e del Mare. Guida all’esposizione di Palazzo del Tro- sec. a.C.): il quadro archeologico, in AA. VV., Gli Italici 111-169.
no, Quaderni del Museo dei Brettii e del Mare. 1, del Metauros, Catalogo della Mostra. Reggio Cala- 5 Gli studi su questo tipo di problematiche
Cava de’ Tirreni 2013. bria 2005, Agostino R. (a cura di), Reggio Calabria sono innumerevoli. Cfr. Bats M., Vaisselle et alimen-
2 Per la topografia degli insediamenti brettii si 2005, pp. 169-177; Mollo F., Modalità insediative e tation à Olbia de Provence (a. 350-a. 50 aa. l.C.), Modèles
veda Mollo F., Modelli insediativi di IV-III sec. a.C. nel- cultura materiale tra IV e III sec. a.C.: le komai brettie da culturels et categories céramiques, coll. Revue archéolo-
la Calabria italica, in “Studi e Materiali di Geogra- Belvedere M.mo ad Amantea, in De Sensi Sestito G. (a gique de Narbonnaise, suppl. 18, paris 1988; Bats
fia storica della Calabria”, 3, Cosenza 2002, pp. cura di), La Calabria tirrenica nell’antichità. Nuovi docu- M., La vaisselle culinarie comme marquer culturel: l’exem-
199-234 e Mollo F., Forme dell’insediamento italico nella menti e problematiche storiche, “Atti del Convegno. Uni- ple de la Gaule méridionale et de la Grande Crèce (IV’ - I”’
Calabria ellenistica (IV-III sec. a.C.), in “Geographia cal. Arcavacata di Rende 23-25 novembre 2000”, s. a.C’), in Terre cuite et société. La céramique, document
Antiqua” X-XI, 2001-2002, pp. 121-129. Soveria Mannelli 2008, pp. 387-406 ed in ultimo technique, économique, culturel,”XlV Rencontres Inter-
3 Per quanto riguarda le ricerche sulla fase Mollo F., Dinamiche insediative e popolamento sparso in nationales d’Archéologie et d’Histoire d’Antibes,
brettia nel comprensorio si veda Mollo F., Nel cuore ambito brettio-italico: il quadro territoriale lungo la fascia octobre1993”,Juan-les-pins1994, pp. 407-424 ed
dell’antica Brettia: insediamenti ellenistici nel territorio di tirrenica fra i fiumi Lao e Savuto, in Curti E.-Osanna in ultimo Bats M., De la cuisine à la table du banquet
Cetraro. Catalogo dell’esposizione di Palazzo Del Trono di M. (a cura di), Verso la città. Forme insediative in Lucania entre Grecs et indigénes de Grande Grèce: aspects de l’usage et
Cetraro, Soveria Mannelli 2001; Mollo F., Ai Confini e nel mondo italico fra IV e III sec. a.C., “Atti del Con- de la consommation du vin (Ve-IIIe s. av. J.C.), in La vigna
della Brettìa. Insediamenti e materiali nel territorio tra Bel- vegno. Venosa 13-14 maggio 2006”, Venosa 2009, di Dioniso: vite, vino e culti in Magna Grecia, ACT 49.

50
Taranto 24-28 settembre 2009, Taranto 2011, pp. la Calabria meridionale: alcune riflessioni tra produzione pp. 38-46.
351-373. Per un quadro delle produzioni calabresi ed iconografia, in Lena G. (a cura di), Ricerche storiche 9 Mollo F., Tradizioni alimentari e dieta mediterranea
tirreniche vedi Munzi P., Laos: aspetti di vita quotidia- in Calabria: modelli e prospettive, “Atti del Convegno nel mondo antico. Pesca, produzione e consumo del pesce e
na attraverso lo studio del materiale ceramico, in La Torre in onore di G. Azzimmaturo. Cosenza 24 marzo delle relative salse in Magna Grecia ed in Sicilia, in Baca-
G.F., Colicelli A. (a cura di), Nella terra degli Enotri. 2007”, Progetto Editoriale 2000, Cosenza 2008, rella A. (a cura di), Sicilia e Dieta Mediterranea, “Atti
Tortora e la valle del Noce nell’antichità, ‘Atti del Conve- pp. 131-142; Mollo F., La circolazione di ceramiche fini del Convegno. Palermo 27 novembre 2006”, OE-
gno, Tortora 18-19 aprile 1998”, Paestum 1999, e di anfore tra i centri italici del Tirreno calabrese e la Sicilia SASS 2007, pp. 42-53; Mollo F., Un impianto per la
pp. 91-98 ed ora Mollo F., Per un approccio funzionale punica tra IV e III sec. a.C.: rotte commerciali ed ateliers salagione del pesce di età imperiale a Cerillae (Diamante,
allo studio delle ceramiche fini e comuni: alcuni esempi da produttivi, in Intrieri M., Ribichini S. (a cura di), Cosenza), lungo la costa tirrenica cosentina, in “Quader-
contesti calabresi, in La Marca A. (a cura di), Archeo- Italici e Punici in Magna Grecia, “Atti del Convegno. ni di Archeologia”, N.S. III, 2013, pp. 75-105.
logia e ceramica. Ceramica e attività produttive a Bisignano Arcavacata di Rende. 27-28 maggio 2008”, in “Ri- 10 Sangineto A.B., Un decennio di ricerche nel ter-
e in Calabria dalla protostoria ai nostri giorni, “Atti del vista di Studi Fenici”, XXXVI, 1-2, 2008 [2011], ritorio di Paola (CS). Le Calabrie romane fra II sec. a.C.
Convegno. Bisignano 25-26 giugno 2005”, Qua- pp. 233-246. e VI d.C.., in Clausi B., Piatti P., Sangineto A.B. (a
derni de Il Palio IX, Rossano 2011, pp. 77-92. 8 La Rocca L., Anfore da trasporto arcaiche sulla cura di), Prima e dopo San Francesco di Paola. Continuità
6 Mollo F., Wine consumption and the symposium costa tirrenica cosentina: analisi della documentazione ar- e discontinuità, Catanzaro 2012, pp. 43-95.
ritual in native-Enotrio world: some examples from the gulf cheologica, in in La Marca A. (a cura di), Archeolo- 11 Per queste fasi vedi Mollo F., Aversa G. (a
of Policastro and Tortora (CS) area, in Russo N., Odo- gia e ceramica. Ceramica e attività produttive a Bisignano cura di), Il Museo dei Brettii e del Mare, cit., passim.
ardi G. L. (a cura di), Wine universe through Science, e in Calabria dalla protostoria ai nostri giorni, “Atti del
Culture and Economy, “Atti del Convegno di Nocera Convegno. Bisignano 25-26 giugno 2005”, Qua-
Terinese (CZ) 30 marzo-1 aprile 2006”, 2008, pp. derni de Il Palio IX, Rossano 2011, pp. 15-24 ed
203-218. ora Mollo F., L’area del Parco Marino Riviera dei Cedri:
7 Mollo F., Tra Sicilia e Campania. Osservazioni Anfore, Commerci, Porti, Approdi, Pesca e Marineria lungo
sui contesti di provenienza e sull’iconografia dei piatti da la costa tirrenica tra Preistoria e Medioevo, in AA.VV., Il
pesce del basso Tirreno, in “Sicilia Antiqua”, IV, 2007, Parco Marino “Riviera dei Cedri”. Le condizioni ambien-
pp. 65-86; Mollo F., Attestazioni di piatti da pesce dal- tali, ruolo e politiche dell’Ente Gestore, Lagonegro 2011,

51
Production models, interpretative schemes, circulation
factors and cultural archetypes to analyze pottery’s
iconography in Northern Calabria
Guglielmo Genovese

Producing pottery is one of craft’s most important and easier factors. Every community has always faced this need
because of handiness, stated that pottery should keep the richness produced in fields for all the community since
Prehistory.
Another step is represented by proto history when the vase isn’t just the container but becomes essential to give other
messages to the community. That’s why vase’s exterior decoration it’s of primary importance, it makes it likable and
permits its interpretation from a socio-political and economical point of view.
Community development importance is also stressed through the craft’s model that pottery represents and this is related
to some iconographical rules well known in the community in which such products circulated but, above all, is pointed
out in an even more complete and complex sphere represented by the whole Mediterranean area.
Mediterranean plays its role of ideas’ receiver and peddler. In this case are indigenous élites such as Oenotrians, well
known as community in the Mare Nostrum qualifying cultural presences framework not just as trades beneficiaries;
they move, moving with them ideas and models just like Mycenaeans, Cypriots, Phoenicians, Greeks, Etruscans,
Arameans, on equal terms.
Their leaders ask and obtain from the groups of craftsmen working in the community that everything must correspond
to well known and common rules. The first level in which this system has been identified is, without any doubt,
the Mycenaean culture and in this case cannot be let aside the presence of pottery exalted not just by the flourishing
trade system, in particular all along Calabria’s Ionian Coast, but also and above all in Siritide and in the area of
Metaponto in which can be pointed out the presence of Mycenaeans craftsmen during proto history in indigenous
centers maybe even because of marriages.
The production analyzed until now have been, to be true, defined as italic- mycenaean pottery because produced with
local clay. Mycenaean’s productions mark an important chronological lapse made of growth and development for the
brand new mixed wielding communities. There are doubts on the Dark Age and how lots of the acquired competences
in realizing potteries get lost, anyway since the IX century b.C. in oenotrian area, coinciding with northern Calabria
and Basilicata territories, it is possible to state the bloom of indigenous style figuline potteries production, tied to a sort
of autochthonous geometric that, not for a case, are called oenotrian geometric with the first appearance of dark stripes
together with impasto production finding always better compositional solutions until the end of the VIII century b.C.
The same observations can be referred also to centers of great productive importance such as Torre Mordillo in Spez-
zano Albanese or Francavilla Marittima in Calabria as well as Santa Maria d’Anglona recalling as an example the
vase with funerary scenes in which are mixed indigenous geometric elements and greek traditional geometric.
Of course at the beginning both experiences are different that’s why in a different way must be examined because
oenotrian geometric, as all the other italics styles, won’t be erased by Grecian but will find other patterns to survive
also during the VI and the V century b.C.
Concerning greek production that arrives on Southern Italy coasts and exactly in the Crotoniatide, Sibaritide, Siritide
and Metapontino covering all the Achaean context, significant is the presence of geometric production pottery with
Thapsos style cups or sort of Thapsos style imitations belonging to colonial school; numerous are proto Corinthians
and Corinthians potteries while others reflect a bit the taste of almost all eastern Greece and continental Greece
productions.

52
Modelli produttivi, schemi interpretativi, fattori di
circolazione e archetipi culturali per un’analisi iconografica
della ceramica nella Calabria settentrionale
Guglielmo Genovese

Produrre ceramica è una delle attività primordiali dell’essere umano non solo per la semplicità nel
reperire la materia prima: l’argilla, ma soprattutto per l’agevolezza del processo produttivo che in
sostanza abbisognava di acqua, fuoco, una certa abilità che si acquisiva con la pratica, e nel caso
in cui non fosse realizzata a mano, di strumentazioni semplici, quali il tornio lento e successiva-
mente veloce e strutture per l’essiccazione e la cottura1. La funzionalità del prodotto rendeva tutto
ancora più allettante e lo stoccaggio dei materiali in grandi contenitori olle, pithoi e dolia prodotti a
mano, era straordinariamente efficace al pari delle varietà tipologiche del vasellame da mensa2.
Basti pensare al caso di Broglio di Trebisacce3 e la medesima cosa si può affermare per il rinveni-
mento dei siti preistostorici in Sila nelle località Cupone-Cuponello-Forche di Cecita4. Noto è il
fatto che proprio l’elemento ceramico risulti essere il vero fossile guida per la datazione dei con-
testi archeologici, e al contempo, quindi, esso fosse l’unico idoneo a ricostruire la vita quotidiana
sin dagli albori di una civiltà5. Ancor più determinante è lo studio della ceramografia, specie se
consideriamo le novità proposte dall’archeometria, disciplina che ha aperto altri elementi di co-
noscenza e siamo certi ne offrirà altrettanti con il progredire della ricerca scientifica6.
Fortunatamente il tema che affronteremo in questo contributo risponde ad esigenze ben precise
che vertono su caratteristiche assai significative e strettamente connesse alla produzione ceramica,
non tanto per l’aspetto funzionale del vaso in quanto contenitore, ma soprattutto per quello che
concerne i modelli produttivi e gli schemi interpretativi che attraverso tali produzioni si è inteso
portare a compimento da parte dell’artigiano. Vi è di fatto un momento in cui ad una produzione
essenzialmente locale e diremmo legata alla componente femminile, entro piccoli gruppi umani,
si passa successivamente ad una produzione più significativa che si caratterizza per la tecnica di
un artigiano vasaio e ciò generalmente avviene quando il manufatto-vaso finisce di essere solo ed
esclusivamente un contenitore per divenire qualche cosa di più e di diverso7.
Spesso se non sempre, già a partire da un’epoca molto arcaica, come ad esempio quella micenea,
Fig. 1 - Anfora italo micenea da Broglio di Trebisacce
XII sec. a.C. Museo Nazionale della Sibaritide da, I il manufatto ceramico diviene veicolo di trasmissione di uno o più messaggi, mediante una serie
Greci in Occidente, p. 113. di linguaggi non tutti a noi completamente comprensibili, ma che hanno almeno un aspetto più
evidente ed evidenziabile degli altri: quello della decorazione ostentata e colorata nelle ceramiche
figuline con decorazione dipinta presenti un po’ in tutto l’itinerario costiero dell’Italia meridio-
nale da Scoglio del Tonno e Porto Perone a Taranto, A Santa Sabina di Brindisi, a Termitito di
Matera, a Broglio di Trebisacce e Torre Mordillo di Spezzano Albanese, o a Briatico e Punta
Zambrone di Vibo Valentia e oltre8 [figg. 1-4]. Ad un primo livello interpretativo la funzione
estetica del vaso decorato è l’aspetto tangibilmente più interpretabile, ma molto spesso esso deve
lasciare spazio a canali semantici e interpretazioni più complesse che sono quelle proprie dell’ico-
nografia la cui esegesi ha bisogno di ulteriori specifici e articolati canoni ermeneutici9. Ciò accade
quando la decorazione inizia a prendere il suo spazio e a rappresentare figure e scene di vita o
del mito in senso esplicito o allegorico ma sempre autonomo e sorprendentemente in una fase di
sopravvento10. Se dunque abbiamo il vaso, esso viene abbellito e successivamente il suo abbelli-
mento diventa così importante da narrare o raccontare delle vicende per immagini ed esse posso-
Fig. 2 - Tazza carenata da Broglio di Trebisacce XII
no essere mitiche o reali come emblematicamente accade per la scena di naufragio su un cratere
sec. a.C. Museo Nazionale della Sibaritide da, Magna pitecusano11 [fig. 5]. Ben inteso, in questo caso si assiste ad un salto di valenza del prodotto, che
Grecia. Archeologia di un sapere, p. 296, n. II.166.
evidentemente implica anche una maturazione del produttore, quindi dell’officina ceramica in

53
seno alla comunità che questi prodotti deve metabolizzare e valutare nel giusto modo, sulla base
della propria scelta che è il segno di mutamenti di ordine civile e sociale in primis, ed essi condu-
cono ad uno sviluppo della complessità sociale e all’emergere di articolazioni molto significative,
le quali ben presto sfociano in un carattere elitario basilare per gli sviluppi comuni del gruppo
che rappresentano12. Sono le élites con le loro ricchezze e con le loro predilezioni o preferenze che
spingono gli artigiani alla produzione di nuovi modelli e nuovi schemi figurativi i quali non pos-
sono esimersi dall’essere in grado di rappresentarne costantemente lo status, magari alterandolo
non di poco, ma sempre ponendosi in funzione esemplificativa. Non vi è altresì dubbio che tali
processi che inevitabilmente portarono a progressi quindi a conquiste culturali rispondono ad
esigenze in primo luogo di tipo sociale ed economico quindi politico.
Il prodotto ceramico può in effetti essere concepito localmente ma può anche essere il segno di
una intensa frequentazione culturale e soprattutto commerciale, specie in un ambito maturo e
significativo come quello aperto a scenari di tradizione mediterranea che si caratterizzano per
l’evolversi di tradizioni e innovazioni di straordinario rilievo come nel caso della cosiddetta coppa
di Nestore in cui compare una iscrizione metrica segno della forte assimilazione di elementi fenici
come l’alfabeto, ma al contempo di una netta relazione con tradizioni di stampo omerico [fig.
Fig. 3: Giara a staffa da Porto Perone XII sec. a.C.
Museo Archeologico Nazionale di Taranto da, 6], o con una coppa frammentaria da Lacco Ameno di Ischia, firmata dall’autore con iscrizione
Magna Grecia. Archeologia di un sapere, p. 294, retrograda “inos m’epoiese[e]…”, raffigurante una immagine alata[fig. 7].
II.151.
Non bisogna mai trascurare che il mondo miceneo aveva schiuso le porte ad innovazioni a cavallo
tra il XIII ed il XII sec. a.C. con una circolazione di modelli e forme rispondenti, evidentemente,
ad una ampia categorizzazione di gruppi etnici in grado di comprendere e comprendersi e che
poteva evidenziare attraverso l’uso della ceramica una vitalità di intenti in molti ambiti differenti,
ivi compreso l’Occidente, ben rappresentato dalle coste dell’Italia e in cui significative dovevano
essere le evidenze presenti in quella aree che successivamente sarebbero divenute il metapontino,
la siritide e la sibaritide13. Non è un caso che si possa parlare, a ragione, sui dati resi noti per la
Calabria e la Basilicata di produzioni italo-micenee ben inquadrate dallo studio archeologico e
archeometrico14 [fig. 8].
Ora l’acquisizione di valenza produttiva nel campo della ceramica in questa fase si è ritenuto
abbia coinciso non solo con commerci e scambi ma con una più ampia mobilità di gruppi mi-
cenei in varie parti del mediterraneo ed in Occidente che presumibilmente hanno contemplato
la possibilità, per nulla recondita, di matrimoni misti, con donne epicorie e il trasferimento e
l’insediamento di maestri artigiani in comunità indigene con il conseguente inizio di una fase di
acculturazione-interazione-integrazione e quindi l’acquisizione per la comunità ospitante di un
bagaglio culturale non di poco conto.
Fig. 4: Brocca da Termitito XII sec. a.C. Museo Difficile è comprendere, se mai, come tale patrimonio culturale possa essersi totalmente disperso
Archeologico Nazionale della Siritide, da Magna
Grecia. Archeologia di un sapere, p. 296, II.163. nel corso dei secoli della Dark Age, considerato che un processo culturale non giunge mai ad esau-

Fig. - cratere da Pitecusa 725 a.C. Museo Fig. 6 - Kotyle rodia da Pitecusa 725 a.C. Museo Fig. 7 - Frammento di cratere da Pitecusa 725 a.C.
Archeologico di Villa Arbusto Lacco Ameno, da I Archeologico di Villa Arbusto Lacco Ameno, da I Museo Archeologico di Villa Arbusto Lacco Ameno,
Greci in Occidente, p. 135. Greci in Occidente, p. 192. da I Greci in Occidente, p. 193.

54
rirsi, ma antropologicamente e sociologicamente, tende a autorigenerarsi o a modificarsi se non
a contemplare connotazioni o caratterizzazioni altamente artificiose come nel caso dei processi
etnici o identitari15.
Tutto ciò credo vada segnalato come questione da affrontare nella valutazione di un equilibrata
lettura e interpretazione dello sviluppo della ceramografia in quelle che sono state identificate
come le fasi proto-arcaiche e arcaiche in relazione a ciò che greco è, e dalla Grecia proviene,
rispetto a quello che greco non è e che si produce in ambiente italico, ma ciò varrebbe per ogni
tipo di produzione ceramica di ogni parte del mondo mediterraneo che con le sue caratteristiche
può rispondere ad esigenze formali sociali economiche e politiche dell’ambito di produzione. Ciò
anche e soprattutto se prodotto a scopo commerciale a canoni e valori facilmente interpretabili
dalle realtà a cui questi prodotti sono destinati. La produzione ceramica, per molti versi, segue
direttive differenti a seconda del carattere che essa deve avere e soprattutto cosa deve rappresen-
Fig. 8 - Calice italo miceneo da Termitito XII sec. a.C.
Museo Archeologico Nazionale della Siritide, da I tare per chi la acquisterà. Si acquista ciò che si comprende per cui sarà bene che l’iconografia
Greci in Occidente, p. 113 raffigurata sul vaso sia interpretabile entro un sistema conoscitivo, quindi entro un vocabolario
comune tanto a chi il manufatto produce quanto a chi lo acquista sotto forma di prodotto. A ben
ragionare anche il canone del bello fine a se stesso nella rappresentazione figurata ceramica ha
un suo risvolto socio-economico e politico non trascurabile nel senso che le classi più abbienti e
significative possono e devono aver puntato al dato estetico per differenziarsi e differenziare la loro
consistenza rispetto agli altri soggetti partecipi della comunità. Se questo appare evidente negli
ambiti Micenei e post micenei a maggior ragione è eclatante nelle produzioni proto geometriche
e geometriche attiche, come in quelle corinzie, rodie, euboiche e cicladiche prima in Grecia con-
tinentale e insulare e successivamente anche in Italia meridionale a partire dall’area campana e
Fig. 9 - Coppa a chevrons da Cuma prima metà
precisamente da Ischia-Pithecussai ma soprattutto Cuma e l’area della Valle del Sarno che coglie
dell’VIII sec. a.C. Museo Archeologico Nazionale di influssi pitecusani nel corso dell’VIII sec. a.C.16. Determinante per le regole del discorso che si sta
Napoli, da I Greci in Occidente, p. 535.
facendo è il cratere tardo geometrico dalla tomba 232 di San Marzano sul Sarno, ma soprattutto
l’olla dalla stessa tomba, con la presenza di uccelli acquatici, capri selvatici rampanti e albero
della vita che in due differenti riquadri soggiacciono alla figura femminile con braccia alzate
nell’evidente posizione ieratica della Potnia Theron17 [figg. 9-12]. Allo stesso modo non può essere
sottovalutata l’articolazione produttiva che caratterizza il mondo etrusco e le sollecitazioni che da
esso derivano nel mondo italico nelle stesse fasi cronologiche e che fanno si che si determini una
offerta stilistica variegata e differenziata in tutta la penisola18.
Tutto dipende da come stimoli e idee vengono recepiti in contesti differenti. Nel novero delle
produzioni citate accomuno prodotti che certamente caratterizzano la loro fattura e diffusione
Fig. 10 - Coppa da Capua prima metà dell’VIII sec.
a.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli, da I in un momento di fermento specifico per il meridione d’Italia notoriamente riconosciuto come
Greci in Occidente, p. 535 quello della nascita delle apoikiai, o più impropriamente con il termine di colonizzazione su cui si
focalizzerà buona parte del nostro contributo valutando la cospicua presenza, in primis, di coppe
tipo Thapsos e a filetti da Timpone Motta di Francavilla Marittima19 [figg. 13-14]. In definitiva
volendo evidenziare le linee guida della nostra analisi possiamo dire che puntiamo a connotare
i criteri salienti di uno studio iconografico della ceramica che da un lato mira a comprendere lo
sviluppo dei fattori endogeni tipicamente legati ad una produzione artigianale di stampo enotrio,
con individuazione di ambiti produttivi e schemi di diffusione locale, e dall’altro a una delineazio-
ne dei rapporti evincibili tra produzione ceramica e circolazione dei modelli esogeni. Ciò nel ten-
tativo di definire e magari risolvere quelle attestazioni di derivazioni e scambi con la madrepatria
greca o che comunque trovano origine in ambiti di tradizione più genericamente mediterranea.
Evidente è il fatto che un discorso sulla ceramica antica non possa per forza di cose soffermarsi
su un ambito territoriale definito ma debba rispondere alle esigenze di stimoli e impulsi che da
una parte possono considerarsi allogeni in quanto caratterizzati dall’arrivo di genti nuove, nello
specifico di tradizione achea, idonei a loro volta a veicolare vettori culturali e produttivi anche da
parte di altre realtà, come ad esempio produzioni della componente euboica o più spiccatamente
Fig. 11- Cratere da San Marzano sul Sarno seconda cumano-pithecusana, caratterizzando una sorta di mercato o commercio diffuso in tutta l’area
metà dell’VIII sec. a.C. Museo Archeologico
mediterranea contrapponendosi, per certi versi, ad un quadro di riferimento produttivo autocto-
Nazionale della Valle del Sarno, da Vetulonia,
Pontecagnano e Capua, p. 78 n. 16. no, rispondente alle esigenze di una realtà per nulla sottovalutabile come è il milieu indigeno che

55
nelle aree della Calabria settentrionale e della Basilicata meridionale appare ben connotata da
una progredita componente enotrio-chonia20.

Aspetti iconografici e produttivi della ceramica nel milieu enotrio


Non vi è dubbio che le popolazioni epicorie citate abbiano saputo elaborare in modo rapido e
emblematico a livello elitario un patrimonio mitico e religioso di straordinaria valenza21, e ciò gli
abbia consentito di connotarsi come referenti di qualità nel più ampio novero dei populi presenti
nel contesto del Mediterraneo, al pari dei Greci, degli Etruschi, dei Fenici, degli Aramei e di
molteplici altre etnie22.
Soffermando il nostro interesse sulle componenti italiche, proprio la ceramica sembra essere in
grado di presentare una serie di repertori figurativi e sintassi decorative che in schemi geometrici
o in formule astratte rappresentano motivi antropomorfizzanti o teriomorfici di valenza straordi-
naria, sempre legati al culto o a riti funerari e che in alcuni casi paiono prospettare, forse in manie-
Fig. 12: Olla da San Marzano sul Sarno seconda ra più corsiva, meno organica o se vogliamo con maggiore astrazione, temi cari al geometrico che
metà dell’VIII sec. a.C. Museo Archeologico è la forma artistica più rappresentativa del mondo italico23. Nella ceramica figulina dipinta delle
Nazionale della Valle del Sarno, da Vetulonia,
Pontecagnano e Capua, p. 79, n. 15. prime culture italiche del Bruzio e della Lucania non possono non ravvisarsi con estremo nitore
gli stimoli tramessi dal commercio miceneo se non addirittura dalla già citata presenza di artigiani
micenei, sebbene questa fase venga ben presto superata dalle ulteriori e sempre più proficue op-
portunità di incontro e scambio che nascono a partire dal IX sec. a.C. e culminano nell’VIII. La
ceramica dipinta di tipo geometrico è specificamente riscontrabile proprio nell’Italia meridionale,
coincide topograficamente con quelli che furono gli ambiti iapigi ed enotri e risponde a criteri
locali, tenuto conto che la sua articolazione si ascrive sin nel corso dell’XI sec. a.C. e svolge la
sua funzione sino a tutta l’età arcaica. Se è dunque vero che si tratti di un fenomeno produttivo
assolutamente autonomo, non si può negare che nel corso dei secoli subì l’influenza del geome-
trico greco. Basti citare l’olla geometrica enotria, della classe a tenda, da Santa Maria d’Anglona
presso Tursi, oggi al Museo Nazionale della Siritide, databile entro la prima metà dell’VIII sec.

Fig. 13 - Frammenti di coppe tipo Thapsos da Francavilla Marittima, seconda metà dell’VIII sec. a.C. Museo Fig. 14 - Frammenti di coppe a filetti da Francavilla
Nazionale della Sibaritide, da Parco Archeologico Lagaria, p. 101 n. 130. Marittima, prima metà del VII sec. a.C. Museo
Nazionale della Sibaritide, da Parco Archeologico
Lagaria, p. 101 n. 131.

a.C., in cui appare oltremodo evidente l’esigenza di rappresentare una scena di compianto fune-
bre con figure umane che hanno il corpo a clessidra e che tengono le mani aperte e ben distese
in alto in atteggiamento solenne. Al di la del fatto che Piero Orlandini l’abbia considerata «il più
antico esempio di vaso dipinto con figure umane finora scoperto in Italia relativamente all’Età
del ferro» si deve sottolineare la pressoché totale carenza di proporzioni nella resa delle mani
troppo accentuate a cui si contrappone l’irrilevanza nelle proporzioni delle altre parti del corpo e
specificamente del capo minuscolo di forma triangolare [fig. 15]. Risulta evidente come in questo
caso non si tratti di una imperizia nel trattamento della figura umana ma di una scelta ben precisa
dell’artigiano che punta a connotare la produzione nel ristretto ambito di appartenenza enotrio
e intende dare esclusivo rilievo al sacro atto del penoso compianto funebre con i personaggi che
interpretano la scena e dunque il rito.
Ça va sans dire che in questo specifico caso l’atto è molto più importante di tutto quanto il resto e

56
l’azione rituale è quella dell’implorazione a mani aperte e levate verso il cielo che perciò risultano
sovradimensionate rispetto al resto24. Caratteristico della produzione e perciò espressiva del senso
estremamente locale è la riconoscibilità della tipologia produttiva a tenda che anche recentemen-
te è stata oggetto di un tentativo di classificazione entro i canoni del decorativismo geometrico
autoctono25. La commistione con lo stile geometrico greco, difatti condurrà all’ingresso, nelle
schematiche decorazioni a tenda peculiari delle fasi enotrie nel corso del VII e VI sec. a.C. di sog-
getti antropomorfi nei moduli geometrici e soprattutto nella determinazione di una sintassi, una
trama o meglio un ordito esornativo assolutamente più complesso rispetto al passato26, in cui si
evidenziano produzioni ceramiche del geometrico italico e sono senza dubbio ricorrenti i motivi
con uccelli acquatici che appaiono come evidente rappresentazione di contatto ultraterreno fra
la sfera celeste e gli inferi mantenendo una valenza tanto di protettori dello status quanto salvifi-
ca27. Questo vi è da credere può essere il motivo della presenza di idoletti coroplastici in tombe
come la 69 di Francavilla Marittima28 o da Torre Mordillo di Spezzano Albanese29 [fig. 16]. Se
Fig. 15 - Olla a tenda da Santa Maria d’Anglona, vogliamo, del resto, la seriazione decorativa della ceramica figulina dipinta enotria è presente in
Museo Nazionale della Siritide, da De Juliis 1996n p. toto nella necropoli di Torre Mordillo e in buona sostanza anche nelle tombe rinvenute nel terri-
69 n. 67.
torio di Castrovillari sino ai cosiddetti stili: vuoto, a bande coprenti, e a frange che nel geometrico
tardo, interagiranno con i già citati motivi geometrici greci. Per essere oltremodo espliciti in tal
senso basti citare la stilizzazione antropomorfa nella decorazione a frange di un askos dalla tomba
14 di Francavilla Marittima, nel tipico atteggiamento ieratico con braccia levate e mano aperta
similmente alla già citata olla da Santa Maria d’Anglona con scena di compianto funebre. Riten-

Fig. 16 - Figurina in terracotta da Francavilla Fig. 17 - Askos da Francavilla Marittima Temparella, seconda metà dell’VIII sec. a.C., Museo Nazionale della
Marittima Macchiabate, I metà dell’VIII sec. Sibaritide, da Parco Archeologico Lagaria, p. 47 fig. 46 a-b.
a.C., Museo Nazionale della Sibaritide, da Parco
Archeologico Lagaria, p. 47, n. 45.

go significativo, inoltre, il fatto che il suddetto


askos provenga da una tomba femminile e ciò
è compatibile con la coerente definizione dei
corredi per genere30.
Sottolineo altresì che possano anzi debbano
essere connesse a questa raffigurazione altre
due la prima delle quali riferibile ad un askos e
l’altra ad una brocca sull’acropoli del Timpo-
ne, in cui Marianne Kleibrink ha ritenuto di
riconoscere la dea stilizzata31[fig. 17-19].
Più complessa è per molti versi più artico-
lata è invece la raffigurazione di quella che
la Kleibrik definisce la dea, nella medesima
posa della fine dell’VIII o meglio del primo
Fig. 18 - frammento superiore olla biconica da Fig. 19 - frammento inferiore olla biconica da quarto del VII sec. a.C., con adoranti nella
Timpone Motta di Francavilla Marittima, prima metà Timpone Motta di Francavilla Marittima, prima metà parte superiore del vaso e rappresentata sin-
del VII sec. a.C., Museo Nazionale della Sibaritide, del VII sec. a.C., Museo Nazionale della Sibaritide,
da Parco Archeologico Lagaria, p. 47 n. 48 a. da Parco Archeologico Lagaria, p. 47 n. 48 b. golarmente sul corpo del vaso, mentre uno

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studio specifico sulle produzioni coroplastiche enotrie come uno studio dei pesi fittili da telaio ci
spingerebbe ben oltre il profilo del saggio che abbiamo inteso determinare in questa occasione.
Direi che altrettanto essenziali per la comprensione dei moduli e delle formule decorative della
ceramica enotria sono i vasi biconici e le coppe attingitoio nello stile a rete e a frange del periodo
detto coloniale e lo stesso può essere riferito per la presenza di una olla kantaroide in stile bicro-
mo. Nello specifico si tratta di una decorazione in rosso e bruno che riprende senza imitarli ma
reinterpretandoli motivi peculiari delle cosiddette coppe tipo Thapsos e pseudo Thapsos. Una
specificità da sottolineare è, infine, un lebes forma assolutamente greca, curiosamente decorata
con tecnica indigena matt painted32. Non è da trascurare fra l’altro il fatto che dalla acropoli fran-
cavillese siano comparsi in maniera non del tutto inaspettata produzioni del tardo geometrico
messapico33 e numerose coppette-scodelle enotrio euboiche sulla cui valenza culturale vi sarebbe
da aprire un enorme dibattito che non può essere affrontato in questo saggio.

Aspetti iconografici e produttivi della ceramica di produzione greca


La seriazione tipologica e soprattutto iconografica delle produzioni greche arcaiche nella Cala-
bria settentrionale e specificamente nella provincia cosentina trova uno scenario di enorme valen-
za, ancora una volta, a Francavilla Marittima, con produzioni tipo Thapsos, sub Thapsos, coppe
a filetti e coppe a pannello di produzione protocorinzia. Senza contare tutto quello che è relativo
all’ampia tradizione figurativa di fabbrica corinzia nelle differenti forme e tipologie quando non
addirittura di imitazione coloniale34. Oltremodo indicativa è la cospicua presenza di ceramiche
di altre tradizioni artigianali come ad esempio la ceramica attica, quella laconica, quella pontica,
quella argiva35 e soprattutto la fondamentale ceramica di tradizione orientale, in epoca arcaica36,
e quella di stile e tipologia achea37. Sulla varietà delle produzioni artigianali ceramiche riscontra-
bili sul Timpone della Motta di Francavilla Marittima, siamo informati dai risultati degli scavi
che sono pubblicati o sono in corso di pubblicazione in appositi cataloghi ma anche e soprattutto
dai lavori di risistematizzazione della molta ceramica trafugata dal sito di Francavilla e ora magi-
stralmente recuperata. Ebbene questi recuperi consentono di definire un corpus ceramico di stra-
ordinario rispetto per l’Athenaion francavillese lungo tutto l’arco cronologico della fase arcaica sino
al periodo classico. Appare evidente come il territorio sibarita risulti uno scenario commerciale
senza pari e che Francavilla Marittima con il suo luogo di culto sia un altrettanto straordinario
attrattore per i prodotti allogeni38.
La cospicua presenza di ceramica coloniale e il prolungamento delle produzioni di ceramica
locale indigena, sia pure sotto forma di ceramica ad impasto, non decorata, e soprattutto matt
painted evidenzia il quadro di un ambiente assolutamente dedito all’interazione dei modelli cul-
turali sotto il segno del divino come suggerito più volte da Marianne Kleibrink e da chi scrive,
rendendo ancora più evidente la valenza della ceramica come indicatore socio-economico e poli-
tico. Ovviamente molte potrebbero essere le implicazioni che questo nostro discorso porta a fare
a livello iconografico ma trattando una fase cronologica abbastanza ampia e densa di contenuti
in tal senso ci limiteremo all’essenziale sottolineando i fattori di maggior impatto e senza dubbio
più significativi. A partire da una pisside globulare decorata, senza coperchio, risalente alla fine
dell’VIII sec. a.C., attualmente in collezione privata svizzera. Su di essa sono rappresentate due
scene ai lati A e B. Nel primo una divinità assisa in trono di fronte ad una offerente che consegna
con la mano sinistra una coppa per bere e nella mano destra trattiene una caraffa. Dietro l’of-
ferente altre due figure femminili che tengono le braccia alzate in segno di preghiera. Sull’altro
lato vi sono ben cinque figure maschili evidentemente nude impegnate in una danza. In relazione
con questo vaso dovrebbe essere il frammento di coperchio rinvenuto sullo stesso Timpone della
Motta, in cui si evidenzia la presenza di un guerriero che tiene per mano forse nell’atto di dan-
zare una figura femminile anch’essa con hydria. La decorazione sebbene assolutamente fra le più
arcaiche riconoscibili con nitore deve rappresentare una festa sacra che vede dediche e danze da
parte dell’elemento maschile e di quello femminile alla divinità ed estremamente importante è
la connotazione della dedica di acqua. Per ciò che concerne la produzione, a dire la verità molto
discussa, nonostante paiano evidentemente ben ravvisabili elementi decorativi tardo geometri-

58
ci di stampo beotico ritengo si possa valutare con molta più credibilità un suo inquadramento
nell’ottica delle produzioni italiote o se si predilige coloniale che si prospetta caratteri allogeni
ma risolve la decorazione secondo stilemi caratteristicamente locali. Credo, del resto, che un
ulteriore supporto a quanto detto sia proprio nella similitudine che questa pyxis abbia con un cra-
tere tardo-geometrico dall’Antiken Museum di Basilea, anch’esso evidentemente di ispirazione e
produzione magnogreco39 [fig. 20] . Non possiamo, altresì, ignorare le presenze di quelle kotylai di
produzione corinzia ascrivibili al tardo geometrico, imitazioni di coppe Aetos 666, e le produzioni
a carattere estremamente locale: le cosiddette geometriche enotrie che si riscontrano in quello che
può essere considerato il momento del tardo geometrico pitecusano, collocabile in un periodo
immediatamente precedente se non addirittura coevo alla fondazione achea di Sibari.
Vi sono contesti leggibili e interpretabili del Timpone della Motta di cui non mi sono certo di-
Fig. 20: frammento di coperchio di pisside e pisside
detta del Canton Ticino, da Parco Archeologico menticato che segnalano importanti quantità di ceramica euboico-cicladica nonché l’evidenza di
Lagaria, p. 98, n. 129. una ceramica di matrice enotrio-euboica, fermo restando l’esistenza della matt painted o enotrio-
geometrica, l’enotrio euboica richiamerebbe
in specifiche situazioni alcune produzioni
eretriesi la cui imitazione è presente anche a
Pitecusa ma il cerchio si stringe e si chiude
quando possiamo sottolineare che produzioni
di questo tipo vengono a ritrovarsi a Amen-
dolara, Torre Mordillo, in Siritide e anche
ad Incoronata vicino Metaponto e sembra
potersi delineare l’ipotesi per nulla preregrina
che potesse esistere a Francavilla Marittima
un quartiere produttivo con fornaci in cui
lavorassero ceramisti euboici, ponendo una
forte similitudine fra Francavilla e Pitecusa
ben oltre quanto sin qui avanzato preceden-
temente. Deve essere posto in oggetto il fatto
che anche a Sibari la produzione ceramica e
assolutamente significativa e ad essa si affian-
ca in modo pressoché paritetico la presenza
di produzioni allogene nella stragrande mag-
gioranza dei casi connessa al mondo corinzio
nonché una minoritaria ceramica di tipo gre-
co orientale. Nel corso del VII sec. a.C. ben
si inquadrano le produzioni cicladiche e sono
evidenti le coppe ioniche. In compenso rite-
niamo si possa dire con Luigina Tomay che
sebbene la ricerca ceramologica su Sibari e
sul suo comprensorio non sia ancora molto
sviluppata si possono prospettare nuove for-
mule di interpretazione in comparazione con
il più esteso mondo di tradizione acheo che
almeno a livello coloniale annovera Meta-
ponto, Crotone, e Poseidonia, e in definitiva il
confronto chiarirà quanto sino ad ora rimane
oscuro40.
La fase successiva alla nascita delle prime
colonie è altrettanto ben evidenziata a livello
della ceramica dalla cospicua presenza di ma-
nufatti di origine orientale oltre che da quelle
già menzionate tipicamente legate a Corin-

59
to41. Tali ceramiche rispondono a livello decorativo ad una variegata realizzazione pittorica a
carattere naturalistico prodromo del proliferare di rappresentazioni teriomorfiche mediante la
trasmissione tutta orientale di entità ibride e mostruose che traggono linfa da un portato mitico
ampiamente mediterraneo e che viene ad impattare con lo schematismo geometrico di tradizione
greco continentale. Le isole greche ebbero in effetti già modo di affrontare questa innovazione
determinandola in nuovi canoni di esuberanza iconografica. Vero è che le rappresentazioni delle
bird bowls e kotylai sono fortemente ripetitive nella determinazione della rappresentazione pittorica
e lo stesso vale per le produzioni in wild goat style ma entrambe concorrono a caratterizzare le
produzioni ceramiche greche di una esuberanza assai significativa42.
La rappresentazione sovrabbondante e per molti versi eccessivamente animalistica e ridondante
che tende al mostruoso impregnata di connotazioni mitiche fa nascere le rappresentazioni di
sfingi, tifoni, chimere, gorgoni, grifi, sirene, arpie, per non palare di centauri, o altri esseri ibridi e
mostruosi come l’idra43. É tutto un altro mondo, quello dell’orientalizzante, che risponde a nuove
esigenze e che il pensiero greco si propone, dopo un primo momento in cui finisce con l’essere
sommerso subendolo, di modificarlo ed assimilarlo all’interno delle sue regole e del suo ordine
prestabilito, tutto in un fase cronologica che si conclude con il VI sec. a.C.44.
In diverse occasioni ho avuto modo, del resto, di soffermarmi su un pregevole pithos a rilievo,
proveniente da Colle Monco di San Marco Argentano in territorio di Sibari, oggi collocato in
una sala del Museo Nazionale di Crotone. In esso è facilmente leggibile la scena di centauroma-
chia. Eracle, in effetti, è accolto propiziamente da Folo che in suo onore apre il dolium entro cui
è contenuto il preziosissimo vino donato da Dioniso ai centauri. L’apertura del contenitore e il
conseguente diffondersi dell’aroma nell’aria, tuttavia, crea l’ebbrezza che da alla testa ai centauri
i quali ritornano sui loro passi per affrontare Eracle armato di arco e frecce, e che, di fatto com-
pie una carneficina. Folo in questo frangente appare leontocefalo La definizione delle figure è a
fregio continuo e sono tutte di profilo tranne Folo che con la sua atipicità è posto di prospetto e
così conferma la sua eccezionalità ponendosi fuori dalle regole del branco dei terribili centauri.
Questi ultimi sono esseri anomici e per questo motivo sono in grado di compiere le nefandezze

Fig. 21 - Frammento di pithos da Colle Monco di San


Marco Argentano, da Genovese 1999, tav. 21

più assurde per istinto bestiale, mentre Folo con la sua caratterizzazione specificamente leonte-
cefalica, sottende una umanità che è molto ben evidente e sopravanza oramai di molto i tratti
della sua brutalità [fig. 21]. Non ci sembra privo di interesse sottolineare che la caratteristica
esemplarmente proposta dall’artigiano autore del pithos per Folo richiami nei tratti ferini del volto
e nella rappresentazione con braccia levate al cielo nel segno dell’invocazione così cara al mondo
indigeno immagini arcaiche e teriomorfe assimilabili alle raffigurazioni di una gorgone o di una
Pothnia Theron al centro della decorazione di una kotyle etrusco-corinzia prodotta dal “pittore del
lupo cattivo” dalla tomba 856 di Pontecagnano, oggi custodita al Museo dell’Agro Picentino e
che cronologicamente è assolutamente inquadrabile nel corso dei principi del VI a.C., quindi più
recente di qualche decennio riguardo al pithos in oggetto45 [fig. 22].
Non credo possa essere sottaciuto il fatto che la produzione a rilievo citata usufruisca di celeber-
rimi richiami alla famosa tradizione dei perirrhanteria fittili fra i quali uno degli esemplari più noti
è, senza dubbio, quello dell’Incoronata di Metaponto, anch’esso a bassorilievo seppure di qualità
Fig. 22 - Kotyle del pittore del lupo cattivo da
enormemente superiore che si data alla seconda metà del VII sec.a.C. e che esemplifica significa-
Pontecagnano prima meta del VI sec. a.C., da
Mostri, p. 162, n. 1 tive influenze di stampo dorico se solo si tiene conto delle coeve attestazioni provenienti da Rodi,

60
da Creta, e da Corinto solo per citare alcune aree.
L’età arcaica vede il progredire delle produzioni ceramiche tanto nella rappresentazione a figure
nere quanto in quelle successive a figure rosse che trovano spiccata evidenza nelle produzioni di
botteghe di tradizione greco continentale con scene di vario genere, quanto in produzioni magno-
greche che rispondono ad esigenze a quanto pare estremamente funzionali a livello sociale sia per
quel che concerne gli ambiti sacrali che per ciò che si riferisce agli abitati e alle necropoli. Credo
che in tutti i casi si possa fare riferimento tanto all’entroterra lucano, valutando attentamente la
ricezione che il mito greco può aver avuto nel mondo enotrio della mesogaia46, quanto le valenze
che la ceramica figurata può aver rappresentato in scenari difformi ma altamente significativi
come l’entroterra tirrenico a partire dal Palecastro di Tortora, noto dalle ricerche recenti47, per
seguire via via il complesso e articolato processo di interazione studiato per le fasi classiche ed
ellenistiche48. A questo punto credo rimanga una ultima citazione per un frammento ceramico
proveniente da Francavilla Marittima e più specificamente dalla cosiddetta casa dei pithoi. Si tratta
di un interessantissima decorazione a figure nere attica, di una particolarissima anfora, che mo-
stra lo scontro cruento fra Eracle e Gerione in cui può interpretarsi tutto il pathos della circostanza
e che per i caratteri iconografici sembra potersi ascrivere entro l’ultimo trentennio del VI sec. a.C.
La rappresentazione dei numerosi scontri di Eracle ed in particolare il confronto con Gerione
da bene il senso di quanto l’eroe argivo e soprattutto la sua saga siano oramai divenuti essenziali
per la mitopoiesi del fenomeno coloniario sino ad apparire elementi imprescindibili [fig. 23]. È
Eracle, infatti, l’eroe incontrastato di questa fase, per la sua valenza acculturante e ciò si manifesta
in maniera ancor più chiara ed evidente per il fatto che egli sia anche semidio in grado di compe-
tere e combattere contro tutti gli elementi dell’abnorme e del mostruoso. In ogni ambiente a lui
favorevole o sfavorevole egli è in grado di debellare la sauvagerie, i monstra e di piegare al volere della
norma o meglio del nomos greco ogni tipo di entità ibrida o mostruosa si presenti di fronte al suo
cospetto e tenti di intralciare il suo cammino di civilizzazione e regolamentazione49.

Fig 23: frammento di anfora da Francavilla Marittima


530 a.C. , da Parco Archeologico Lagaria, p. 142 n.
200.

Il segno del greco: elementi per una conclusione


Il nostro tentativo di recepire quanto di greco è presente e si è trasfuso nel mondo indigeno a
partire dalla fase precoloniaria sulla base di un cospicuo e articolato scenario mediterraneo è
ancora oggetto di indagine e molti dei nostri limiti conoscitivi sono forniti dalla carenza di dati.
Troppo scarne sono le documentazioni riferibili a ricerche complessive quindi di archeologia del

61
paesaggio in Calabria e ciò non consente di farci rintracciare i rapporti esistenti fra città, territorio
luoghi di culto e necropoli. Non vi è alcun dubbio che i principali elementi riferibili alla com-
prensione dei fenomeni socio-politici ed economici anche in un comprensorio complesso come la
Calabria settentrionale non può fare a meno di una sistematizzazione dei dati sin qui delineata,
ma a quanto pare di là da venire. Nei santuari e nelle necropoli, generalmente si leggono meglio
le articolazioni sociali che ogni gruppo costituisce al suo interno ma soprattutto le relazioni che
esistono tra i gruppi elitari e quello che può essere definito come l’esterno, l’altro, l’indefinito che
si definisce attraverso traffici e mercati. Molto importante è il senso e il carattere principale delle
importazioni che danno la cifra culturale di un gruppo antropico le sue ricchezze, ma soprattutto
segnano l’influenza che idee, concetti e formule produttive allogene hanno sull’artigianato locale.
Puntare alla comprensione di quello che è il senso e quindi il significato di una immagine greca
all’interno di un ambito per molti versi difforme, come può essere un contesto epicorio, è un fat-
tore determinante per la comprensione dei processi interattivi in Magna Grecia ma il problema
sorge quando andiamo a commisurare le nostre conoscenze sul mondo autoctono e ci rendiamo
conto che esse sono colpevolmente scarse per una continua sottovalutazione dell’aspetto locale,
poiché troppe volte abbiamo inteso privilegiare il segno del greco ad una realtà presente ma scien-
temente ritenuta sconosciuta. Ritorna qui il discorso dei dizionari o vocabolari con cui interpre-
tare situazioni a noi più complesse ammesso che lo si voglia. Non esiste un dizionario buono per
ogni lingua e non esiste un registro entro cui si possono annoverare mondi ed esperienze culturali
difformi. Ciò è tanto più vero in una fase di globalizzazione in cui, tuttavia, a livello scientifico
iniziamo finalmente a chiederci se e esiste un’arte greca o se si deve parlare di tante realtà pro-
duttive per quante furono le poleis e lo stesso, a maggior ragione vale per il mondo italico e per
l’Etruria assurta a paradigma di quest’ultimo. L’immaginario trasmesso dal vasellame greco pone
problemi legati al valore sociale che la ceramica decorata ha all’interno dello stesso mondo greco
ma anche di quello che ne è ricettore.
La valenza che una scena o una narrazione ha nel mondo greco, può essere la stessa che ha in
una qualsiasi altra area del mondo mediterraneo e quindi anche del mondo indigeno enotrio
della Calabria settentrionale? In sostanza i gruppi ricettori con a capo le élites erano in grado di
decodificare quanto acquisivano attraverso i mercati? Acquisire ceramica pregiata, significava as-
segnare una valenza ad essa o poteva e doveva essere solo il segno di uno status economico sociale
e dunque politico?
Queste sono tutte domande che la lettura ermeneutica della ceramica figurata deve per forza di
cose suscitare in tutti coloro i quali si pongano di fronte ad un prodotto di questo genere, a nostro
avviso e non credo si possa fornire a domande così stringenti risposte vaghe o aleatorie trovando
l’alibi che i dati mancano o sono labili. In primo luogo il contesto entro cui tutto si snoda è il
contesto mediterraneo e le varie componenti greche giocano un ruolo come tutte quante le altre
componenti presenti. Se il mondo fenicio prospetta e propone una struttura alfabetica e quindi la
scrittura nulla vieta che il mondo greco, quello latino, quello etrusco ed altri ancora siano in gra-
do di approfittarne elaborando propri sistemi ma ciò implica che abbiano capito bene la portata
dell’innovazione. Ebbene lo stesso ritengo valga per il sostrato culturale e cultuale immaginifico
mediato attraverso la rappresentazione figurata. Le idee passano, si consolidano, si trasformano
ma soprattutto si trasmettono e questo consente di rendere comprensibile un immaginario stra-
ordinariamente fantastico come quello greco che si articola su un piano mitico senza pari per-
ché arricchito da esperienze mediterranee di primo piano. Non compete a noi ricordare quanto
celebri fossero le opere di Omero e quale diffusione avessero. Conta per noi sottolineare che
tutti comprendessero Ulisse, tutti sapessero chi fosse Achille, Ettore, Diomede etc. La presenza di
realtà nostoiche nell’immaginario mitico enotrio-chonio è senza dubbio rilevante ed è altamente
credibile che gli Enotri e i Choni conoscessero in maniera evidente quello che Filottete o Epeo
fossero, a tal punto da ritenerli, assimilandoli, archetipi delle loro genealogie ed ecisti ante litteram
dei loro centri più importanti. Ebbene se si comprende questo si riesce a valutare la portata di
una cultura che è in grado di recepire un apparato mitico che è molto ben rappresentato a livello
ceramico e soprattutto è in grado di reperire nelle produzioni quello che più è utile e funzionale

62
a risposte di tipo locale ma anche internazionale. La scelta iconografica alla base del rapporto
commerciale non è, dunque pedissequa. Le élites gentilizie enotrie paiono a nostro avviso in gra-
do di recepire e selezionare immagini forti, vincenti ed esaustive. Non è un caso, del resto che si
privilegiano figure come Eracle che sulla ceramica a figure nere e a figure rosse ha dalle connota-
zioni, se vogliamo abbastanza robuste sotto il profilo mitostorico. Acquistare ceramica greca non
è dunque solo un fatto estetico o esotico, anche perché la diffusione di materiale esogeno riguarda
anche altri ambiti, non solo greci. Se è presumibile che il mito greco invii come vettori accultu-
ranti specifiche figure ben note ai gruppi di potere indigeni e sia altresì in grado di rappresentarli
iconograficamente. Il gruppo dirigente indigeno tutto questo lo comprende ed evidentemente lo
recepisce, continuando a rappresentarsi autorevolmente a livello interno ed esterno. Che le cose
vadano in questo modo è confermato, del resto, dal fatto che le produzioni italiche nella ceramica
continuano a riproporsi fino al V sec. a.C. inoltrato con i loro caratteri inorganici e destrutturanti
senza essere minimamente intaccati dalla presenza delle ceramiche greche certamente più ap-
prezzabili sotto un profilo estetico canonico, ma più volte ci è capitato di dire che è l’essenza della
produzione italica che è differente da quella greca. Il mondo italico non mira alla narrazione ma
al fatto in se all’estemporaneità dell’atto e soprattutto non vuole rappresentare ma presentare una
situazione, un carattere, un aspetto senza grandi quadri o scenari. Basta poco per rappresentare
un orante, un corteo funebre o una scena eroica, come basta pochissimo per creare dei pastiches
di diverse saghe o di diversi miti. La commistione degli stili da il senso al gusto e il gusto è determi-
nante per la comprensione dei modelli. Ogni modello ceramico può essere interpretato a proprio
gusto e la capacità di penetrare nel gusto fa scoprire sempre nuovi tratti esegetici per sempre
nuove interpretazioni iconografiche e stilistiche.

A Luigi, Mio caro e sincero amico, scomparso troduzione, edizione italiana a cura di Eugenio La 14 Bettelli M., Le ceramiche figuline dell’età del bronzo:
troppo presto, a cui dedico tutta la perizia presente Rocca, Roma 2010, pp. 313 sgg. importazioni, imitazioni e derivazioni locali, in Prima delle
in questo articolo. 6 Cuomo Di Caprio N., Ceramica in archeologia 2. colonie. Organizzazione territoriale e produzioni scientifiche
1 Cuomo di Caprio N., La ceramica in archeologia. Antiche tecniche di lavorazione e moderni metodi di indagine, specializzate in Basilicata e Calabria settentrionale ionica
Antiche tecniche di indagine e moderne tecniche di indagine, Roma 2007. nella prima età del ferro, Atti giornate di studio Matera
Roma 1985; Mannoni T., Giannichedda E., Arche- 7 Di estremo interesse in proposito sono le consi- 2007, Venosa 2009, a cura di M. Bettelli, C. De
ologia della produzione, Torino 1996;C. Lambrugo, derazioni fatte per la ceramica apula: De Juliis E., Faveri, M. Osanna, pp.17 sgg.
Nella bottega del vasaio greco, in Botteghe e artigiani. Mar- Mille anni di ceramica in Puglia, Bari 1997; Id., 15 Remotti F., Contro l’identità, Roma Bari 1996;
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cura di G. Beior, M. Castoldi, C. Lambrugo, Elisa vicchi, La bocca e l’utero. Antropologia degli intermondi, concetto equivoco, Roma 2013.
Panero, Milano 2012, pp. 65 sgg. Bari 2010. 16 F. Mermati, Cuma: le ceramiche arcaiche. La produ-
2 Levi S. T., Produzione e circolazione della ceramica nella 8 Vagnetti L., Bettelli M., I Micenei in Italia meridio- zione pithecusano-cumana tra la metà dell’VIII sec. a.C. e
Sibaritide protostorica. I. Impasto e dolii, Firenze 1999; nale. Appunti per una storia degli studi, in Magna Grecia. l’inizio del VI sec. a.C., Napoli 2012.
Castagna M. A., Variazioni dimensionali e varia- Archeologia di un sapere, catalogo mostra Catanzaro, 17 Mermati F., scheda olla-hydria di produzione pithe-
bilità tipologica del vasellame da mensa del bronzo a cura di S. Settis, M. Cecilia Parra, Milano 2005, cusano-cumana, in Vetulonia, Pontecagnano e Capua. Vite
recente in Italia meridionale, in Studi di protosto- pp. 288 sgg. parallele di tre città etrusche, catalogo mostra a cura di
ria, cit., pp. 354 sgg. 9 AA.VV., alba delle città alba delle immagini, a cura di S. Rafanelli, Vetulonia 2013, Roma 2013, p. 80.
3 Su Broglio di Trebisacce la bibliografia è enorme B. D’Agostino, Tripodes 7, Atene 2008. 18 De Juliis E.M.,I fondamenti dell’arte italica, cit., pas-
considerato che si tratta di ricerche attuate sin dal 10 Schibler I, Il vaso in Grecia. Produzione, commercio e sim; Menichetti M., Archeologia del potere. Re, immagini
1979 tuttavia cfr: AA.VV., Studi di protostoria in onore uso degli antichi vasi di terracotta, Milano 2004; e miti a Roma e in Etruria in età arcaica, Milano 1994;
di Renato Peroni, Firenze 2006. 11 Pomey P., Navigazione e navi all’epoca della coloniz- Torelli M., Il rango, il rito e l’immagine. Alle origini della
4 Il rinvenimento avvenuto ad opera di campagne zazione greca, in I Greci in Occidente, catalogo mostra rappresentazione storica romana, Milano 1997; Torelli
di ricognizione svolte nel 2003 da chi scrive: Geno- Venezia, Milano 1996, pp. 133 sgg.; B. d’Agostino, M., La forza della tradizione. Etruria e Roma: continuità e
vese G., Greci e non greci nel Bruzio preromano. Formule L’esperienza coloniale nell’immaginario mitico dei Greci, discontinuità agli albori della storia, Milano 2011.
integrative e processi di interazione, Venosa 2012. Solo ibid., pp. 209 sgg.; L. Cerchiai, B. d’Agostino, Il 19 Greco E., Dalla Grecia all’Italia: movimenti antichi,
successivamente D. Marino e A.Taliano Grasso mare, la morte , l’amore. Gli Etruschi, i Greci e l’immagine, tradizioni moderne e qualche revisionismo recente, in Magna
sulla scorta dei dati già raccolti nelle survey da Roma 1999. Grecia. Archeologia di un sapere, cit., pp. 59 sgg.; Id.,
me compiute hanno iniziato ad indagare l’area 12 Guidi A., Preistoria della complessità sociale, Roma- Archeologia della grecità occidentale 1: la Magna Grecia,
nel 2005, da cui Marino D., Taliano Grasso, Ri- Bari 2000. Bologna 2008; Torelli M., Dei e artigiani. Archeologie
cerche topografiche e scavi archeologici nella Sila Grande, in 13 Bettelli M., Italia meridionale e mondo miceneo. Ricer- delle colonie greche d’Occidente, Roma-Bari 2011. Sulla
“ATTA”, 20, 2010, pp. 51 sgg. che sulle dinamiche di acculturazione e aspetti archeologici, stessa linea: La Torre G. F., Sicilia e Magna Grecia.
5 Boardman J., Storia dei vasi greci, Roma 2004; T. con particolare riferimento ai versanti adriatico e ionio della Archeologia della colonizzazione greca d’Occidente, Roma-
Hölscher, Ceramica, in L’archeologia classica. Una in- penisola italiana, Firenze 2002. Bari 2011.

63
20 Bianco S., Immagine e mito nel mondo enotrio, in Perugia 2009, Bari 2011, p. 162. tazione archeologica lungo il versante tirrenico, in Il mondo
Immagine e mito nella Basilicata antica, catalogo mo- 35 Wan der Wielen-Wan Ommeren, Mekacher enotrio tra VI e V sec. a.C., Atti seminari napoletani
stra Potenza, Venosa 2002; Kleibrink Maaskant N., Christiansen J., Catalogo ceramica protocorinzia e (1996-1998), in “Quaderni di Ostraka”, 1, Napoli
M., Dalla lana all’acqua. Culto e identità nell’Athenaion corinzia, in La dea di Sibari e il santuario ritrovato, I.1. 2001, pp. 29 sgg.
di Lagaria, Francavilla Marittima, Rossano Calabro Ceramiche di importazione, di produzione coloniale e indi- 48 Mollo F., Per un’approccio funzionale allo stu-
2012; Genovese G., Greci e non greci nel Bruzio prero- gena, in “BdA” volume speciale 2006, pp. 85 sgg. dio delle ceramiche fini e comuni di IV e III sec.
mano. Formule integrative e processi di interazione, Venosa 36 Raselli-Nydegger L., Ceramica attica, laconica pon- a.C.: alcuni esempi da contesti del Tirreno Cosen-
2012. tica, argiva, monocroma e affine, ibid., pp. 273 sgg. tino, in Archeologia e ceramica, a cura di A. La
21 Genovese G., Nostoi. Tradizioni eroiche e modelli mi- 37 Tsiafakis D., Christiansen J., Johnston A.W., The Marca, cit., pp. 77 sgg.; Id., Nuove ricerche tra i torrenti
tici nel meridione d’Italia, Roma 2009. east Greek and East Greek-Stile Pottery, in La dea di Sibari Oliva e Torbido tra tardo arcaismo ed epoca ellenistica: in-
22 Boardman J., I Greci sui mari, trad. it, Firenze e il santuario ritrovato, I.2. Ceramiche di importazione, di digeni, greci, e italici nell’area di Temesa, in Enotri e Brettii
1985; Gras M., Il Mediterraneo nell’età arcaica, trad. produzione coloniale e indigena, in “BdA” volume spe- in Magna Grecia. Modi e forme di interazione culturale,
it., Paestum 1995, passim; ciale 2008, pp. 7 sgg. a cura di G. De Sensi Sestito, S. Mancuso, Atti
23 Bianchi Bandinelli R., Organicità e astrazione, Mi- 38 Papadopoulos J. K., The Achaian and Achaian Style Convegno Rende 2007, Soveria Mannelli 2011,
lano 1956; Bianchi Bandinelli, Giuliano A., Etru- Pottery, ibid., pp. 57 sgg. pp. 155 sgg.
schi e Italici prima del dominio di Roma, Milano 1976; 39 Gentile M., Granese M.T. Luppino S., Mun- 49 Genovese G., Considerazioni sul culto di Herakles
De Juliis E.M., I fondamenti dell’arte italica, cit., pas- zi P., Tomay L., Il santuario sul Timpone della Motta nella Calabria antica, in “ArchClass”, LI, 1999-2000,
sim. di Francavilla Marittima (CS): nuove prospettive di ricer- n.s. I, pp. 329 sgg.
24 Orlandini P., Figura umana e motivi antropomorfi ca dall’analisi dei vecchi scavi, in Depositi votivi e culti
sulla ceramica enotria, in onore di Ferrante Rittatore dell’Italia antica dall’età arcaica a quella tardo-repubblica-
Vonwiller, II, Como 1980, pp. 309 sgg.; AA.VV., na, a cura di A. Comella, S. Mele, Atti Convegno
Il Museo Nazionale della Siritide di Policoro. Archeologia Studi Perugia 2000, Bari 2005, pp. 651 sgg.
della Basilicata meridionale, a cura di S. Bianco, M. 40 Tomay L., Ceramiche arcaiche di produzione locale
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I fondamenti dell’arte italica, cit., p. 45; Bianco S., a.C. Aggiornamenti e nuove ricerche, a cura di R. Belli
Immagine e mito nel mondo enotrio, cit., p. 64. Pasqua, R. Spadea,Atti Convegno Crotone 2000,
25 Ferranti F., Nascita evoluzione e distribuzione di una Crotone 2005, pp. 207 sgg.
produzione specializzata: il caso della ceramica geometrica 41 L. de Lachenal, Francavilla Marittima. Per una
enotria della I età del ferro, in Prima delle colonie, a cura storia degli studi, in La dea di Sibari e il santuario ritro-
di M. Bettelli, C. De Faveri, M. Osanna, cit., pp. vato I.1, cit., pp. 20 sgg.; Granese M. T., Tomay
37 sgg. L., Immagini e rituale nel santuario arcaico di Francavilla
26 Bianco S., Immagine e mito nel mondo enotrio, in Im- Marittima (CS), in Image et religion, dans l’antiquité gréco-
magine e mito nella Basilicata antica, cit., p. 66. romaine, Actes du colloque de Rome 2003, Naples
27 Brocato P., Osservazioni sulla tomba delle anatre a 2008, pp. 137 sgg.
Veio e sulla più antica ideologia religiosa etrusca, in “Oc- 42 Genovese G., Mermati F., Fondazioni epiche e mo-
nus” XVI, pp. 69 sgg.; Id., Il simbolismo solare tra pre- delli coloniali tra Greci e altri: i casi della Campania e del-
sente e passato in Europa, in Passato e identità politica, a la Calabria, in XII giornata di Studi Francavillese,
cura di P. Vereni, Roma 2009, pp. 13 sgg. Francavilla Marittima 2014, c.s.
28 Zancani Montuoro P., Tre notabili enotri dell’VIII 43 AA.VV., The Centaur’s Smile. The Human Ani-
sec. a.C. in AMSMG, n.s. XV-XVII, 1974-1976, p. mal in Early Greek Art, catalogo mostra Yale 2004;
37 sg. Babbi A., La piccola plastica fittile antropomor- AA.VV., Monstra. Costruzione e percezione delle entità
fa dell’Italia antica dal Bronzo finale all’Orientalizzante, ibride e mostruose nel Mediterraneo antico, 1-2, a cura di
Pisa- Roma 2008. Igor Baglioni, Roma 2013, passim; AA.VV., Mostri.
29 AA.VV., Museo dei Brettii e degli Enotri. Guida al Creature fantastiche della paura e del mito, catalogo mo-
percorso espositivo, Cosenza s.d. p. 43. stra Roma, Milano 2013.
30 Cuozzo M.A., Guidi A., Archeologia delle identità e 44 Giuliano A., Il periodo Orientalizzante, in Enciclo-
delle differenze, Roma 2013, pp. 38 sgg. pedia Archeologica, Europa, Roma 2004, pp. 133 sgg.
31 Kleibrink M., Parco archeologico Lagaria a Franca- 45 Genovese G., Eracle e i centauri. Sull’ermeneutica
villa Marittima presso Sibari. Guida, Rossano Calabro iconografica di un pithos da San Marco Argentano, in Ar-
2010. cheologia e ceramica. Ceramica e attività produrrive a Bisi-
32 Ibid., pp. 96 sg. gnano e in Calabria dalla protostoria ai giorni nostri, Atti
33 Valgano in primo luogo tutte le considerazioni Convegno Bisignano 2005, a cura di A. La Marca,
fatte sempre da Marianne Kleibrink sulle produ- Rossano Calabro 2011, pp. 25 sgg.
zioni francavillesi. Da ultimo: Jacobsen J., Han- 46 Osanna M., La recezione del mito greco nella me-
dberg S., Excavation on the Timpone della Motta Fran- sogaia: il mondo enotrio, in Immagine e mito nella Basi-
cavilla Marittima (1992-2004), I, The Greek Pottery, licata antica, Potenza 2003, Venosa 2003; Osanna
Bari 2010, pp. 22. Sulle produzioni matt painted M., Colangelo L. Carollo G., Lo spazio del potere .
messapiche: D. Yntema, The Matt-painted Pottery of La residenza ad abside, l’anaktoron, l’episcopio a Torre di
Southern Italy, Galatina, 1990; De Juliis E. M., Mille Satriano, Atti Convegno Torre di Satriano 2008,
anni di ceramica in Puglia, cit., p. 21 sg. Venosa 2009; Osanna M., Capozzoli V., Lo spazio
34 Jacobsen J., Handberg S., Excavation on the Tim- del potere II. Nuove ricerche nell’area dell’anaktoron di Torre
pone della Motta Francavilla Marittima (1992-2004), di Satriano, Atti Convegno Torre di Satriano 2009,
cit., p. 26 nella sola formula catalogica. Considera- Venosa 2012.
zioni sono esposte da C. Greco, I selvaggi si difendono, 47 La Torre G.F., Un tempio arcaico nel territorio
in Mito di guerra e riti di pace. La guerra e la pace: un dell’antica Temesa: l’edificio sacro in località imbelli di
confronto interdisciplinare, Atti convegno Torgiano- Campora San Giovanni, Roma 2003; Id., La documen-

64
65
Middle Ages and post Middle Ages pottery in province of
Cosenza: a state of researches
Franca C. Papparella

The study of pottery must be considered one of the most important aspects in the archaeological analysis recreation.
If there may have been doubts or critics, at this point, is clear how much essential is pottery fragment’s study being
this a useful chronological indicator as well as old societies other aspect’s marker.
Calabria land of different population that settled here even if for short periods all over centuries, condition favored
also by its geographical position in the Mediterranean area, keeps lots and important archaeological traces.
In this essay the author considers the material proofs, what in archaeology is commonly defined “pottery”: the term
itself hides many different and detailed aspects. Analysis method foresaw a diachronic classification tightly related
with the kind of context in which the find has been retraced.
The state of researches here examined offers a wide range of testimonies, thing that permits reading the territory and
it morphologies considering both evolutions and transformations, a reading that brings at deducing on commercial
exchanges and trading with Northern Africa in Late antiquity and Early Middle Ages, Apulia and its surroundings
in Late Middle Ages, Center Southern Italy (Lazio, Marche, Abruzzo, Campania) in Modern Age.
What comes out is the description of a region rich of exchanges and, meanwhile, rich of detailed peculiarities come
del resto confermato da alcune analisi archeometriche effettuate su un sito campione (Chiesa del Carmine di San
Sosti)..

66
La ceramica medievale e postmedievale nella provincia di
Cosenza: stato degli studi
Franca C. Papparella

Premessa
<<Lo studio dell’antichità deve saper far parlare i documenti archeologici, dalle statue e dagli
archi di trionfo ai più umili frammenti fittili, il loro eloquente linguaggio>>1.
Così scriveva in una lettera del 1918 Gaetano De Sanctis a Federico Halbherr in previsione del
suo incarico all’Università di Roma. Da questo passo -parte di un più ampio e articolato carteg-
gio, dove si esortava, inoltre, a insegnare ai giovani di non insultare i ricercatori di cocci- si può intuire
l’importanza che si dava al frammento ceramico, addirittura equiparandolo nella lettura di un
contesto a reperti ben più “prestigiosi”. Altrettanto nota, e contrapposta, è la concezione che
lo storico Moses I. Finley ha nei confronti dei reperti ceramici. L’Autore parla di una autentica
maledizione a cui sono soggetti tutti gli archeologi, ovvero l’indistruttibilità dei cocci. Per Finley
gli archeologi devono stare attenti a non sopravvalutare quelle testimonianze archeologiche non
deperibili e a considerarle come basi su cui scrivere la storia economica dell’antichità2.
Indiscutibilmente, oggi, si può affermare che per gli archeologi è necessario studiare la ceramica,
in quanto valido indicatore di molteplici aspetti del mondo antico.
Il recupero ceramico è, unanimemente, considerato il “fossile guida” per lo studio archeologico:
viene ritenuto, difatti, un importante ed essenziale indicatore cronologico. Ma lo studio e l’analisi
della ceramica, in quanto cultura materiale, permette altre interessanti argomentazioni su ciò che
concerne i centri produttivi, i commerci, gli aspetti sociali ed economici.
Un primo approccio allo studio della ceramica3 è dato da quella nota catalogazione dei frammen-
ti rinvenuti durante un’indagine stratigrafica e da cui scaturiscono dati quantitativi e seriazioni
tipo-morfologiche, nonché la lettura della tipologia del manufatto in rapporto alla sua interpre-
tazione e funzione (Fig. 1). Quest’ultima è strettamente connessa al tipo di impasto, che viene
studiato, ormai, attraverso analisi petrografiche e chimiche4.
Lo studio della ceramica non deve essere fine a se stesso, ma il singolo frammento va letto nella
sua contestualizzazione stratigrafica, interpretato nella sua funzione e destinazione finale a se-
conda del sito di rinvenimento/appartenenza5. Riguardo a quest’ultimo aspetto, infatti, noti sono
i casi di recupero di manufatti che, pur appartenendo a una uguale tipologia, perché trovati in
contesti diversi (necropoli, edifici di culto, insediamenti abitativi) possono assumere una valenza
e un significato diversificato.

La Calabria è una regione che, per la sua stessa storia, è ricca di testimonianze ceramiche, come
possono testimoniare anche i tanti musei archeologici presenti nel territorio. Scendendo in una
scala di maggiore dettaglio, la provincia di Cosenza, che per estensione è la più grande territo-
rialmente, conserva importanti e interessanti tracce archeologiche, tra cui molti siti ancora oggi
visibili (forse poco fruibili!) e numerosi manufatti ceramici conservati nel Museo di Sibari, di
Amendolara, di Tortora, di Cosenza, di Castrovillari.
Merito della Cattedra di Archeologia cristiana e medievale dell’Università della Calabria, è stato
quello di indagare, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Ca-
labria, nell’arco di un ventennio, numerosi siti archeologici con campagne di scavo a cadenza
annuale e, che vedeva coinvolti i tanti studenti iscritti a Beni Culturali. La necessità di questa
Fig. 1: Schema riassuntivo dello studio ceramico premessa è data dal fatto che molti dei manufatti presentati in questo contributo costituiscono i
(Cuomo di Caprio 2007)

67
recuperi ceramici dei siti indagati dal prof. Giuseppe Roma e dalla sua équipe.
Per una migliore e più attenta analisi dei manufatti ceramici del territorio cosentino si è deciso
di esaminare i recuperi in modo diacronico -dalle testimonianze tardoantiche a quelle postme-
dievali- e il manufatto verrà letto, come sottolineato nella premessa, in connessione al contesto di
rinvenimento. Del resto, la lettura di un insediamento non può prescindere dall’analisi dei dati
materiali e solo intrecciando i dati di scavo con quelli dei recuperi mobili si può avere una disami-
na quanto più approfondita e completa possibile.

Ceramica tardoantica e altomedievale


Tra i più interessanti recuperi ascrivibili ad età tardoantica si segnala un piccolo disco circolare,
in ceramica acroma, su cui è inciso un chrismon (Fig. 2). Il manufatto, interpretato come tappo
d’anfora, è stato rinvenuto insieme a una moneta di Costantino a Copia-Thurii (odierna Sibari) e
viene datato al IV secolo. Il reperto assume particolare importanza per l’elemento esornativo, ov-
vero il monogramma costantiniano che, come noto, è costituito dalle prime due lettere del nome
Fig. 2: Copia-Thurii (Papparella 2011) Cristo (X P). Un tale attributo, se letto con significato cristiano, porterebbe ad argomentare sulla
presenza e/o la testimonianza del cristianesimo a Copia, considerata anche l’attestazione della
sede episcopale6.
Sempre a Copia, dalla revisione dei materiali editi negli anni Settanta7 si è notata la presenza di
numerosi manufatti ceramici: forme aperte relative a piatti e scodelle e, poi, lucerne, alcune di
importazione africana e quindi appartenenti alla classe della Terra Sigillata Africana del tipo D8.
Molteplici sono i motivi decorativi stampigliati, dalla palmetta alternata a cerchi o quadrati reti-
colati, ai cerchi concentrici, al nodo di Salomone, alla croce latina, a elementi zoomorfi, motivi
che si trovano attestati in quasi tutta l’area, specie costiera, dei Bruttii.
Le lucerne presenti sono sia in sigillata africana che di imitazione, e i temi iconografici attestati
ci portano a argomentazioni sulla tematica religiosa e sui relativi confronti in ambito calabrese
e non solo. Fra le altre, si evidenzia una lucerna in sigillata9 decorata sul disco con una croce
monogrammatica e la rho compresa fra le altre due lettere greche A e Ω; la spalla presenta piccoli
triangoli alternati a quadrati; l’ansa è sottile e a punta (Fig. 3).
Di estrema importanza, anche per una definizione cronologica del perdurare della vita nel sito di
Copia, è una lucerna di imitazione10 africana, il cui apparato esornativo è quello di una colonna
con capitello decorato, sormontato da un volatile, probabilmente una colomba (Fig. 4). Il soggetto
trova un esatto parallelo di confronto con una lucerna di importazione rinvenuta a Scolacium. Il
Fig. 3: Copia-Thurii (Papparella 2011)
significato della colomba nell’arte paleocri-
stiana rappresenta un “augurio di vita beata”;
è per questo che Clemente Alessandrino nel
suo Paedagogus (3, XI, 59,2) raccomanda l’uti-
lizzo della colomba come immagine decorati-
va che si addice ad un cristiano11.
Si segnala, inoltre, il recupero di un gruppo di
spatheia, anfore dal profilo affusolato, prodotti
anch’essi in Africa settentrionale dalla fine del
IV al VII secolo.
Al VI-VII secolo è ascrivibile anche una broc-
chetta integra in ceramica dipinta a bande
rosse, rinvenuta in uno strato di crollo nel Set-
tore Nord-Ovest di Parco del Cavallo.
Sembra, dunque, che la vita di Copia finisca
gradualmente nel corso del VII secolo, la cui
causa è stata rapportata all’innalzamento
della falda acquifera e al successivo impalu-
damento del terreno che hanno reso malsana
Fig. 4: Copia-Thurii (Papparella 2011) e malarica la zona. L’abbandono è avvenuto

68
in modo graduale e voluto e, difatti, non sono state riscontrate unità stratigrafiche che testimonia-
no un evento calamitoso o una fuga violenta, al contrario “sembra essere stato programmato e
attuato senza urgenza”12, divenendo nei secoli successivi una vera e propria cava di tutto ciò che
poteva essere utilizzato.
Altro sito che ha restituito vasellame ascrivibile al IV-V secolo è quello di Paola-Stadio. Il sito è
stato interpretato come vicus e viene segnalata la presenza di una fornace e di frammenti di TSA
D, anfore africane e anfore Keay LII13. Queste ultime sono di produzione calabrese, più precisa-
mente circoscrivibile all’area dello Stretto, ma studi ulteriori potrebbero confermare la produzio-
ne di tali manufatti anche in questo sito dell’Alto Tirreno Cosentino14. Sempre a Paola, in località
Despar-Sant’Agata sono state rinvenute delle sepolture ad enchytrismos, realizzate con anfore di
diversa tipologia e ascritte al V-VI secolo15. Quest’ultimo caso merita una adeguata riflessione,
in quanto esempio di destinazione funzionale diversa a seconda dell’utilizzo che ne viene fatto,
ovvero l’anfora, in questo preciso caso, dalla funzione primaria, cioè di contenitore da trasporto/
dispensa diviene in questa funzione finale manufatto atto al seppellimento di un inumato.
Recuperi altomedievali sono ascritti al sito di Presinace di Nocara, di Casalini di San Sosti16, di
Sassone di Morano Calabro17, di Piano della Musica di Spezzano Albanese18. Il vasellame, acro-
Fig. 5:, Calandrino, Castrovillari (Roma 2001)
mo e dipinto a bande, è rappresentato da anforacei, ceramica da mensa/dispensa e da fuoco, o
come nel caso di Nocara, da un frammento di
bacino tipo Calle19, che porta a riferire sulla
circolazione delle merci in età altomedieva-
le, così come la presenza di sigillata a Piano
della Musica20. Altri siti che hanno restituito
ceramica alto e bassomedievale, i cui dati
sono in corso di studio21, ma è necessario che
vengano annoverati per una più esatta lettu-
ra del territorio, sono castello di Raione di
Orsomarso, Sasso dei Greci di Buonvicino,
Cetraro22.
Tra gli altri rinvenimenti che possono essere
ascritti ad età altomedievale, più precisamente
al VI-VII secolo, si annoverano diversi ma-
nufatti pertinenti a corredi funerari, quindi
deposti all’interno e/o all’esterno di sepolture.

Fig. 6: Celimarro, Castrovillari (Papparella 2009)

Fig. 7: S. Pietro, Frascineto (De Presbiteris, Lanza, Papparella,


Santandrea 2005) Fig. 8: Torre Toscana, Belsito (Roma 2001) Fig. 9: Torre Broccolo, Paterno (Roma 2001)

69
Fig. 10: San Brancato, Tortora (Mollo 2002) Fig. 11: Pauciuri, Malvito (Crogiez, Raimondo 2011)

Le necropoli meglio note, in quanto scavate


stratigraficamente23, sono quelle di Calan-
drino (Fig. 5) e Celimarro (Fig. 6) nell’area di
Castrovillari, S. Pietro di Frascineto (Fig. 7),
Torre Toscana (Fig. 8) nel comune di Belsito,
Torre Broccolo (Fig. 9) di Paterno, San Bran-
cato di Tortora (Fig. 10), Pauciuri di Malvito
(Fig. 11). Quest’ultimo sito presenta anche
una precedente fase abitativa (villa), ascritta
ad età tardoantica, che ha restituito numerose
sigillate africane D e orientali24.
I corredi sono relativi a brocchette, anforette,
piccoli boccali, sia in ceramica acroma che
dipinta a bande rosse. Le anforette/brocchet-
te, morfologicamente, sono caratterizzate da
Fig. 12: Cozzo dell’Albanese, Rossano (Taliano
Grasso 2000) Fig. 13: Cariati, Ragone (Taliano Grasso 2000)
una altezza di circa 14-15 cm, ventre globula-
re, fondo piano. A questi si possono associare
altri manufatti provenienti da sepolture, ma
poiché lo scavo non è stato oggetto di inda-
gine metodologica, è difficile poter asserire
con sicurezza se trattasi di elemento del cor-
redo rituale25 o parte del refrigerium. Aspetti,
questi, su cui ritornerò in seguito. Si citano, a
titolo esemplificativo, le brocchette di Cozzo
dell’Albanese di Rossano26 (Fig. 12), quella di
località Ragone di Cariati27 (Fig. 13), di Ma-
donna della Stella di Carolei (Fig. 14), l’an-
foretta di Fagnano Castello, caratterizzata da
una fascia incisa sulla spalla (Fig. 15) e, infine,
forse anche queste parte di corredi funerari,
le brocchette di Torre del Mordillo (Spezzano
Albanese), caratterizzate da decorazioni con
Fig. 14: Carolei, Madonna della Stella (Papparella 2009) Fig. 15: Fagnano Castello (Coscarella 1996) motivi incisi e bande brune28.

70
La lettura di tali manufatti in riferimento alla destinazione funzionale29 porta a argomentare sulla
nota pratica altomedievale di deporre manufatti ceramici e vitrei all’interno della sepoltura, e
più precisamente, con una maggiore attestazione nei casi esaminati, vicino al capo dell’inumato.
È interessante rilevare come manufatti, quali la brocchetta o l’anforetta, possano essere considera-
ti quegli oggetti che ogni individuo sceglie durante il proprio battesimo, che porta con sé durante
tutta la vita e, infine, nella tomba.
A supporto di tale tesi sostenuta da P. Peduto agli inizi degli anni Ottanta30, è il noto passo di An-
tonino, monaco piacentino, che nel suo viaggio in Terrasanta (567-570) osserva come «Completo
baptismo omnes descendunt in fluvio pro benedictione induti sindones et multas com alias species
quas sibi ad sepolturam servant»31. Diversi sono gli studiosi che ritengono alcuni manufatti depo-
sti all’interno della sepoltura come contenitori di acqua benedetta o incenso e, sulla non univoca
attribuzione ‘rituale’ della deposizione di brocchette e anforette è esemplificativa l’argomenta-
zione del Février: «[…] Souvenir du repas? Ou objets destinés à contenir de l’eau bénite ou de
l’encense? Ils traduisent en tout cas la nécessité d’une aide au défunt dans la tombe».
A ulteriore testimonianza del nesso battesimo-sepoltura si vuole ricordare il confronto che fa
S. Paolo nella Lettera ai Romani (6, 3-6) tra il battesimo e la morte di Cristo, e ancora Leone
Magno, nella Epistola 16,3 riportando i motivi per cui si deve battezzare solo durante la festività
della Pasqua e della Pentecoste, rapporta il rito dell’immersione battesimale ai tre giorni all’in-
terno della sepoltura prima della resurrezione32. Da rilevare è, inoltre, che nella liturgia moderna
della Chiesa occidentale il rito dell’ultima raccomandazione e commiato per il defunto, di norma
previsto in chiesa, ma che può avvenire anche presso il luogo di sepoltura, viene espletato dal
sacerdote con l’aspersione di acqua benedetta e incenso sul feretro.
La brocchetta/anforetta, quindi la bottiglia, potrebbero essere considerati quei contenitori di
acqua benedetta che divengono ricordo materiale e tangibile del battesimo, e forse funzionali
all’aspersione dell’acqua sul corpo del defunto nel momento del seppellimento. Difatti, a suppor-
to di quanto detto si ricorda il Trattato contra Greci del monaco agostiniano Antonino Castronovo
che tra i riti funerari dei Greci, ovvero dei Bizantini, annovera proprio la consuetudine di gettare
acqua e vino sul corpo dei morti33.
A ulteriore conferma che alcuni degli oggetti deposti fossero già stati scelti in vita è il recupero
all’interno delle sepolture di manufatti ceramici che denotano, a volte, una non buona qualità,
integrità e consistenti tracce di uso. Anche nei contesti funerari della Calabria, per esempio, sono
noti casi di brocchette o anforette, in ceramica acroma o dipinta a bande rosse, che presentano
una parte di orlo mancante, e per questo rapportati al rito del battesimo o, secondo una recente
osservazione, a quello del matrimonio34.
A tutt’oggi, inoltre, a testimonianza di come gli oggetti deposti possano assumere valenze e signifi-
cati molteplici e diversi valga quale esempio la spiegazione sulla presenza del vasellame ceramico,
metallico, vitreo all’interno o all’esterno della sepoltura: tale presenza può essere messa in rela-
zione con «la sopravvivenza di conviti rituali, al momento della deposizione, o con il bisogno di
attribuire al defunto delle necessità materiali, anche dopo la morte35
Ed, ancora, nella lettura della cultura materiale relativa all’archeologia funeraria bisogna dare rilie-
vo a quei recuperi, spesso frammentari, pertinenti a manufatti ceramici, vitrei e resti di pasto situati
all’esterno della sepoltura36. Tale evidenza è da mettere in relazione con il rito del refrigerium, un
rito di cui ci parlano i Padri della Chiesa e di cui sono note le diverse testimonianze iconografiche.

Ceramica bassomedievale
Nell’ampio panorama delle attestazioni ceramiche di età bassomedievale si segnalano quei manu-
fatti caratterizzati da un rivestimento vetroso mo nocromo o policromo37. Numerose sono le testi-
monianze documentate nel territorio oggetto di indagine. Esempi di forme aperte in protomaiolica
e in invetriata policroma giungono dal sito di San Sosti38. Tra i manufatti rinvenuti nello scavo del
Castello della Rocca, oltre ad alcune olle39 e anforacei a bande rosse, si segnalano alcuni recuperi da
ricognizione (Fig. 16), quali prodotti in spiral ware, tre ciotole invetriate, di cui una decorata con mo-
tivo a chevron in verde, una policroma con decorazione in rosso e bruno, un fondo di piede ad anel-

71
lo con motivo decorativo a grid-iron in bruno;
una lucerna in invetriata verde; una scodella
in protomaiolica, la cui decorazione sulla tesa
è caratterizzata da motivi fitomorfi in bruno e
verde campiti fra due linee parallele in bruno.
Alla stessa classe ceramica appartengono altri
recuperi provenienti dai Casalini40 (Fig. 17),
sempre nel territorio di San Sosti. Si citano
a titolo esemplificativo frammenti pertinenti
a una scodella del tipo brindisino, con la tesa
decorata da due circonferenze in manganese
che delimitano una serie di petali in azzurro,
più o meno arrotondati all’estremità superiore
e inclinati verso sinistra, che richiama esempi
di altre zone calabresi41; scodelle in invetriata
verde, una ciotola in invetriata policroma (ver-
de, rosso), e un frammento di parete in inve-
triata verde con un decoro pseudo-epigrafico
in bruno42, che trova puntuale confronto con
un esemplare proveniente da Calathamet, in
Fig. 16: San Sosti, Castello della Rocca (Marino, Papparella 2008)
Sicilia. Questo tipo di decorazione, realizzata
da una successione di S inscritta fra linee verticali, viene letta come <<la simplification de formules
épigraphiques arabes à caracter prophylactique comme al-yumnu qui signifie bonheur, al baraka
pour benediction>>43. Oltre all’importanza e all’interesse che può suscitare un tale tipo di grafema
sia per l’origine44 che per il relativo significato di buon augurio, di felicità, pone validi elementi di
discussione sui mercati esistenti e la circolazione delle merci.
Altro sito a cui si può attribuire notevole importanza sia per lo studio della dinamica insediativa
che per la presenza di un variegato gruppo di ceramiche è quello di Murgie di Santa Caterina di
Rocca Imperiale45, sito posto nell’Alto Jonio Cosentino, ai confini con la Basilicata. La plurien-
nale attività di scavo ha consentito il recupero di una gran quantità di vasellame ceramico che si
distingue per la varietà e, in alcuni, casi per l’unicità morfologica. Trattasi di manufatti da mensa,
dispensa, da fuoco, da illuminazione, sia in ceramica acroma che dipinta a bande rosse, nonché
ciotole e scodelle in invetriata policroma e protomaiolica, variamente decorate. Un recupero al-
quanto particolare è relativo a un vaso di forma troncoconica con fori sulle pareti (Fig. 18), il cui
utilizzo è stato rapportato alla coltivazione di sostanze vegetali o per le talee46.
Nel butto di XIII secolo, così come in altri strati di frequentazione, sono stati rinvenuti alcuni
frammenti pertinenti a forme aperte e ascrivibili alla classe dell’invetriata dipinta e della protoma-
iolica. La esatta distinzione è stata possibile anche grazie ad analisi archeometriche effettuate sui
campioni. Lo studio di questi materiali47 ha evidenziato l’attestazione di bacini, ciotole e scodelle
Fig. 17: San Sosti, Casalini (Marino, Papparella 2008)
con piede ad anello e un apparato esornativo caratterizzato da soggetti zoomorfi con elementi

Fig. 18: Rocca Imperiale, Murgie di Santa Caterina (Coscarella, Roma 2012)

72
Fig. 19: Rocca Imperiale, Murgie di Santa Caterina (De Presbiteris 2011)

geometrici e lineari nelle “zone periferiche”.


Tra i soggetti meglio noti si evidenzia quello
del pesce e dell’uccello (Fig. 19, Fig. 19a, Fig.
19b). Elementi ornitomorfi e schemi geome-
trici caratterizzano anche la ceramica inve-
triata di Nocara, località Presinace48.
Di particolare interesse si sono rilevati i risul-
tati di scavo di un altro sito gravitante nell’hin-
terland cosentino, ovvero Scribla di Spezzano
Albanese49. Qui sono stati rinvenuti numerosi
frammenti ceramici relativi a forme chiuse e
aperte in ceramica acroma, invetriata mono-
croma e policroma. Quest’ultima è caratteriz-
zata da motivi araldici, geometrici -più o meno
complessi-, e da uno schema noto come “tipo
Taranto”: due arabesque divisi da una linea
verticale e iscritti in un cerchio in bruno.
Tra gli altri siti del cosentino che hanno re-
stituito materiale ceramico bassomedieva-
Fig. 19a: Rocca Imperiale, Murgie di Santa Caterina (De Presbiteris 2011)
le vanno ricordati Francavilla Marittima,

73
Amendolara50, Pauciuri di Malvito51, Castro-
villari, località Madonna del Castello, Copia-
Thurii, San Giovanni in Fiore, Castellaccio di
Cerisano
Ricognizioni di superficie nella zona della Ma-
donna del Castello di Castrovillari hanno evi-
denziato la presenza di materiale ceramico di
diversa cronologia, fra cui frammenti di epoca
medievale come ciotole e scodelle in invetriata
dipinta dal diverso apparato iconografico52.
Per ciò che riguarda il sito di Copia non pos-
sono non essere presi in considerazione an-
che, se nell’esiguità numerica, quei frammen-
ti di ceramica invetriata policroma, tra cui
due scodelle con piede ad anello e decorazio-
ne del cavetto in bruno, di cui una decorata
con il motivo “tipo Taranto”53. L’importanza
della segnalazione scaturisce dalla conside-
razione che tale presenza va inevitabilmen-
te ritenuta indizio, seppur sporadico, di una
frequentazione nel corso del Basso Medioevo
dell’antico municipium di Copia. A Jure Vetere,
dove è situata la prima fondazione monastica
di Gioacchino da Fiore, sono stati rinvenuti
numerosi frammenti ceramici, sia acromi che
rivestiti. Si segnalano invetriate monocrome,
policrome54.
Al XIV secolo viene datato un bacino (fram-
mento di tesa con porzione di parete) in ce-
ramica graffita proveniente dal sito di Castel-
Fig. 19b: Rocca Imperiale, Murgie di Santa Caterina (De Presbiteris 2011)
laccio di Cerisano55.
Alla prima metà del XV secolo possiamo
ascrivere i bacini ceramici della chiesa di S.
Bernardino dell’ordine dei Frati Minori Os-
servanti di Amantea. Il vasellame, secondo
un uso noto anche in altre parti d’Italia56, era
murato nella facciata dell’edificio di culto e
formava, seguendo una disposizione simme-
trica57, una croce di tipo latino. I nove bacini
possono essere attribuiti alla produzione va-
lenzana degli ateliers di Manises58 e presen-
tano un ricco apparato iconografico. I manu-
fatti sono caratterizzati da un diametro che
varia dai 20 ai 36 cm, un’ampia tesa, piede
ad anello o apodo, il cui soggetto principa-
le è realizzato in blu, mentre i restanti spazi
sono decorati con motivi geometrici e fito-
morfi realizzati con la tecnica decorativa del
lustro. I soggetti principali rappresentati sono
zoomorfi (una lepre, un cinghiale, un uccello)
in quattro bacini; motivi araldici caratteriz-
Fig. 20: Amantea, Convento di S. Bernardino da Siena (foto A. Cipparrone) zano due esemplari; motivi geometrici altri

74
Fig. 20a: Amantea, Convento di S. Bernardino da Siena (foto A. Cipparrone)

due (Fig. 20, Fig. 20a, Fig. 20b). Riguardo alla


presenza in Calabria della ceramica spagnola
e all’utilizzo in architettura, Francesco Cute-
ri59 propone alcune interessanti discussioni.
Lega tale attestazione alla presenza di alcune
famiglie che, in età aragonese, hanno rico-
perto ruoli importanti “nell’amministrazione
del potere”. L’utilizzo, invece, in architettura
ecclesiastica, viene spiegato in rapporto alla
presenza in Calabria di Antonio da Valenza,
un ministro provinciale dell’ordine dei Frati
Minori Osservanti di provenienza spagnola.
Altra argomentazione riferita dall’Autore è
quella relativa all’aspetto iconologico: i bacini
così realizzati (lucentezza e capacità di riflet-
tere il sole) e la disposizione a forma di croce
potrebbero riferirsi alla figura di S. Bernar-
dino da Siena, e a quella <<piastra, recante
incise le lettere IHS circondate da raggi, che
era solito mostrare dal pulpito alla fine dei
Fig. 20b: Amantea, Convento di S. Bernardino da Siena (foto A. Cipparrone) suoi accorati discorsi>>60.

75
Ceramica postmedievale
A una gran quantità di recuperi ceramici si contrappone uno stato degli studi ancora, per molti
versi, carente. Si pensi che l’interesse archeologico per questo periodo viene decretato solo nel
1994 con un Convegno a Sassari, e successivamente, con l’uscita periodica della rivista Archeologia
postmedievale61 curata da Marco Milanese.
Tra i siti meglio noti della provincia di Cosenza si annovera quello della chiesa del Carmine
di San Sosti, indagata archeologicamente nel 2004. Lo scavo62, effettuato nell’area presbiteriale
dell’edificio, ha messo in evidenza un palinsesto stratigrafico complesso con fasi di frequentazione
dall’età protostorica63 al postmedioevo.
Ricco è risultato il repertorio morfologico della suppellettile domestica rappresentata sia da ma-
nufatti da cucina come tegami, casseruole, pentole, coperchi, testelli, sia da recipienti destinati
alla mensa, alla dispensa e alla preparazione dei cibi, quali ciotole, piatti, boccali, anforette, catini,
ed ancora, dagli indispensabili oggetti per l’illuminazione o per l’uso igienico. Si vuole, inoltre,
evidenziare le molteplici varianti che caratterizzano ogni singolo tipo e cosa interessante è come
le morfologie qui attestate trovino solo dei caratteri di similitudine e non dei confronti puntuali
con i tipi editi.
Nell’ampio panorama morfologico si segnala tra il materiale da mensa atto a contenere e a ver-
sare vino o acqua il boccale in maiolica (Fig. 21), manufatto che oltre alla propria funzione in-
trinseca dona alla “tavola” un tocco di colore e di sfarzo, come ci testimoniano i numerosi dipinti
dell’epoca. I boccali rinvenuti nella chiesa del Carmine sono caratterizzati dalla tipica decorazio-
ne a “scaletta”, altrimenti definita come ovale con raggiera, e noti sono gli esempi di elementi
araldici, antropomorfi, zoomorfi e fitomorfi rappresentati all’interno del medaglione. Alcuni di
Fig. 21: San Sosti, Chiesa del Carmine (Marino, questi, per i confronti puntuali che si possono rintracciare, possono essere ascritti alla regione
Papparella 2008)

76
Fig. 22: San Sosti, Chiesa del Carmine (Marino, Papparella 2008)

laziale64 e alla metà/fine del XVI secolo.


Alla metà del XVI - primi del XVII secolo è da collocare l’unico esemplare in stile “compendia-
rio” rinvenuto nel sito. Tale stile sembra connotare quel servito da mensa di maggior pregio, di
lusso e di rappresentanza, utilizzato da un ceto medio-alto, tale da costituire, nella maggioranza
dei casi, una esigua percentuale65. La definizione di stile compendiario si deve al Ballardini nel
1938 e va a definire quel tipo decorativo cinquecentesco, di origine faentina, che nacque in “con-
trapposizione all’eccessivo cromatismo e all’accademismo scolastico”, con l’introduzione di una
vera e propria rivoluzione sia tecnica che decorativa: smalto bianco, coprente e lucido, da cui il
termine “bianchi”66, schema decorativo semplice ma nello stesso tempo ricercato, uso essenziale
dei colori, quali il giallo, l’arancio, il blu67.
Il nostro esemplare (Fig. 22), un catino, presenta una tesa con orlo rivoltato verso l’esterno, il corpo
dal profilo troncoconico e un diametro di 19,2 centimetri; lo smalto, bianco e lucido, è caratteriz-
zato da un aspetto craquelè. Il decoro, posto nella parete interna appena sotto l’orlo, è costituito dal
classico schema esornativo del frutto circolare in giallo e arancio tra foglie in blu e girali in aran-
cio, motivo68 che rientra nel tipo 1b della classificazione del Troiano per i reperti abruzzesi, così
come è evidente il richiamo ad ornati della Crypta Balbi. Il tipo, inoltre, sembra avere caratteri di
stringente similitudine, sia a livello morfologico che decorativo, con un catino in “compendiario”
di produzione castellana, rinvenuta nella Rocca Roveresca di Senigallia. A tal punto, viene da
chiedersi se il nostro manufatto possa o meno considerarsi di importazione: allo stato attuale, unico
importante dato a nostra disposizione è la certezza di una diversità mineralogica e geochimica del
campione, differenza che, accostata al confronto puntuale prima citato, porta a definire il catino
come prodotto di importazione69.
Tra il materiale da cucina si segnalano i tegami e le casseruole (Fig. 23), caratterizzati da un’ampia
apertura, fondo apodo, generalmente provvisti di anse <<a maniglia orizzontale>>70, dall’ansa a
cannone rastremata nella parte finale, pareti più o meno basse. Di dimensioni differenti, venivano
Fig. 23: San Sosti, Chiesa del Carmine (Marino,
Papparella 2008) utilizzati per le fritture in olio o grassi animali e per la cottura di cibi solidi o semisolidi 71. Tali tipi

77
di casseruole trovano confronto con esemplari
datati al XVIII secolo e provenienti dallo scavo
del castello di Amantea72.
Al XVI-XVII secolo (periodo III,2) sono
ascrivibili i manufatti in ingobbiata a rispar-
mio e invetriata in giallo e verde, dipinte in
verde, in verde e giallo e graffite rinvenuti a
Jure Vetere di San Giovanni in Fiore73. Al-
tro sito da correlare all’abate Gioacchino è
quello di Celico, dove indagini archeologiche
nella chiesa di Santa Maria Assunta hanno
portato alla luce alcuni frammenti ceramici
relativi a due ciotole smaltate policrome rea-
lizzate con la tecnica a spugnetta e ascritte al
XVIII-XIX secolo74.
Amantea, come già sottolineato per la pre-
senza della ceramica bassomedievale, si con-
ferma un centro importante per la presenza
di materiale di importazione, come attestato
dal vasellame recuperato in uno scavo non
stratigrafico all’interno del convento di San
Bernardino. Trattasi di maioliche in stile tar-
do compendiario, quali brocche e coppe con
raffigurazioni profane e religiose (Madonna,
frate, IHS), il cui centro produttivo sembra
essere circoscritto all’Italia centrale e a una
cronologia di XVII secolo75. Qui, come a San
Sosti, in cui sono state rintracciate e eviden-
Fig. 24: Amantea, Chiesa di San Bernardino da Siena (foto A. Cipparrone) ziate una gran quantità di similitudini, sono
stati rinvenuti76 boccali con decorazione a
scaletta in arancio e linee in azzurro ai lati,
piatti in smaltata con decorazione monocroma in giallo o azzurro di area salernitana (XVIII
secolo). Tra le produzioni locali si citano i tanti tegami e casseruole (Fig. 24) atte alla cottura degli
alimenti, i cui confronti più prossimi, come già evidenziato, sono stati individuati nei recuperi
della chiesa del Carmine di San Sosti.
Altro sito del Tirreno Cosentino77, che grazie alle indagine stratigrafiche è oggi noto alle edizioni
scientifiche, è quello di Cleto. Lo scavo del castello di Petramala78 ha messo in evidenza una stra-
tigrafia caratterizzata da diverse fasi di frequentazione. Al XVI-XVII secolo sono da collocare
delle maioliche policrome di pregio, di produzione centro-italica con soggetti umani, fra cui una
donna con cuffia e S. Giorgio nell’atto di trafiggere il drago. Nella parte più alta del castello è
stato individuato il butto contenente numerosi frammenti ceramici e ossi. Il vasellame è costituito
da manufatti in ceramica da fuoco, quali olle invetriate e tegami acromi, da ceramica da mensa,
come piatti di produzione salernitana e smaltate bianche, ascritte al XVIII-XIX secolo.
Infine, si vuole citare il caso della città di Cosenza, i cui numerosi interventi archeologici79 nel
centro storico cittadino, associati alla lettura delle fonti scritte, hanno fatto luce sull’importante
ruolo che Consentia (la più grande città dei Bruttii, come ricordano alcune fonti) ha avuto nel corso
dei secoli: da capitale dei Brettii, a statio della via Annia Popilia, a sede vescovile paleocristiana, a
centro di potere in età sveva: <<Splendida di sole e festante di popolo dovette apparire a Federico
imperatore, Cosenza, la vecchia capitale Bruzia, in quel lontano 30 gennaio 1222>>80. Non biso-
gna tralasciare, tuttavia, la consistente presenza di suppellettile ceramica e vitrea81 postmedievale
rinvenuta nel castello82, che fu adibito nel corso dei secoli a prigione, seminario arcivescovile,
caserma militare e carcere.

78
Lo stato degli studi qui presentato offre un
ampio panorama delle attestazioni, che per-
mettono una lettura del territorio e delle mor-
fologie nelle diverse evoluzioni e trasforma-
zioni, una lettura che porta ad argomentare
su quelli che sono stati gli scambi commercia-
li con l’Africana settentrionale in età tardo-
antica e altomedievale, con la Puglia e zone
limitrofe in età bassomedievale, con l’Italia
centro-meridionale (Lazio, Marche, Abruzzo,
Campania) in età moderna. Il quadro che ne
deriva è di una regione ricca di scambi e, nel-
lo stesso tempo, ricca di specifiche peculiarità.
Alla luce di quanto finora esposto, appare
evidente la gran quantità dei rinvenimenti
ceramici (Fig. 25)83, e la rilevanza che posso-
no assumere tali recuperi in una lettura dia-
cronica del territorio e delle trasformazioni
morfologiche, che questi manufatti subiscono
nel corso dei secoli. Un discorso a parte me-
riterebbe -vista l’importanza e l’interesse su-
scitato da questa prima carta di distribuzione,
che ha già messo in evidenza i tanti prodotti
di importazione e di matrice locale-, lo studio
e l’analisi dei mercati esistenti e dei relativi
commerci, così da inquadrare territorialmen-
te affinità e analogie, ma nel contempo, diffe-
renze fra i diversi materiali recuperati.
Si è consapevoli che l’analisi del vasellame
qui preso in considerazione è solo parte di ciò
che è venuto alla luce nei tanti siti oggetto di
indagine stratigrafica e ci si augura, per una
migliore e analitica lettura dei contesti arche-
ologici, l’edizione integrale e complessiva de-
Fig. 25: Carta di distribuzione diacronica dei recuperi ceramici (elaborazione grafica: V. Lopresti) gli scavi inediti.

1 Accame S., Scritti minori, vol. III, 1990, p. degli studi. Atti della 10° Giornata di Archeome- 7 Notizie degli Scavi di Antichità (1970; 1972;
1390. tria della Ceramica (Roma, 5-7 aprile 2006), Bari 1973). I materiali qui esposti sono stati segnalati
2 Cfr. per il commento sulla concezione di 2009, pp. 47-55. dalla scrivente anche in occasione dell’allestimento
Moses I. Finley: Gelichi S., Introduzione all’archeolo- 4 Per ques’ultimo interessante aspetto si riman- della Sala Romana del Museo Archeologico di Si-
gia medievale, Roma 1997, p. 207; Pucci G., Scavo da all’appendice che correda il contributo. bari.
archeologico, analisi e pubblicazione, in “Quaderni di 5 A titolo esemplificativo si veda quanto da me 8 Si segnala anche un recupero funerario di un
Archeologia del Veneto”, VII, 1991, pp. 243-244. scritto in relazione ad alcuni manufatti con moti- piatto in TSA D da Figline Vegliaturo: Papparella
3 Per una prima e introduttiva lettura sullo vi decorativi a cui si attribuisce una diversa chiave F.C., Calabria e Basilicata: l’archeologia funeraria dal IV
studio della ceramica si vedano: Cuomo di Caprio di lettura a seconda del contesto di rinvenimento: al VII secolo, Collana del Dipartimento di Archeo-
N., Ceramica in archeologia, 2, Roma 2007; Dizionario Papparella F.C., Temi di iconografia ebraica e cristiana logia e Storia delle Arti, Ricerche, II, Università
di archeologia, a cura di Francovich R., Manacorda nella ceramica tardoantica del territorio dei Bruttii, Colla- della Calabria, 2009, p. 153.
D., s.v. Ceramica, Roma 2000, pp. 53-65; per un na del Dipartimento di Archeologia e Storia delle 9 Papparella F.C., Temi di iconografia ebraica, pp.
approccio corretto alla nomenclatura della classe Arti, Ricerche-Supplementi, 2, Università della 37, 40, fig. 13.
ceramica medievale si veda Milanese M., Le classi Calabria, 2011, pp . 23-24. 10 Ivi, pp. 44-45, fig. 18.
ceramiche nell’archeologia medievale, tra terminologia, ar- 6 Papparella F.C., Temi di iconografia, cit., pp. 40, 11 Sui diversi significati che può assumere la
cheometria e tecnologia, in Le classi ceramiche. Situazione 77-78. rappresentazione della colomba si rimanda a Pap-

79
parella F.C. 2011, Temi di iconografia ebraica, cit., p. P.A., La mort chretienne, in Segni e riti nella chiesa alto- 45 Coscarella A., Roma G., Rocca Imperiale (CS):
46 e bibliografia di riferimento. medievale occidentale. XXXIII Settimana del Centro tipologie di ceramiche d’uso comune da un sito medievale
12 Guzzo P.G., Tracce archeologiche dal IV al VII sec. Italiano di Studi sull’Altomedioevo (Spoleto 1985), della Calabria, a cura di Gelichi S., Atti del IX Con-
d. C. nell’attuale provincia di Cosenza, in “MEFRM”, Spoleto, II, 1987, p. 917; Papparella F.C., Calabria e gresso Internazionale sulla ceramica medievale nel
91-1 (1979), p. 23. Basilicata, cit., pp. 26-29 per i riferimenti bibliogra- Mediterraneo, (Venezia, 23-27 novembre 2009),
13 Sangineto B.A., Roma nei Bruttii. Città e cam- fici. Firenze 2012, pp. 482-489.
pagne nelle Calabrie romane, Rossano 2012, pp. 73-74, 31 Peduto P., Villaggi fluviali, cit., pp. 59-60. 46 Ivi, p. 485.
fig. 53. 32 cfr. Deichmann F.W., Archeologia cristiana, 47 Una prima pubblicazione dei reperti si deve
14 Ibidem; Sangineto B.A., Un decennio di ricerche Roma 1993, p. 96. a De Presbiteris D., La ceramica rivestita da Murgie di
archeologiche nel territorio di Paola (CS). Le Calabrie roma- 33 Per tutta la problematica si rinvia a Papparel- Santa Caterina (CS): i motivi decorativi, in Archeologia e
ne fra il II a.C. e VI d.C., in Prima e dopo San Francesco la F.C. 2010, Acqua e contenitori: simbologia e significato ceramica, a cura di A. La Marca, Atti del Convegno
di Paola. Continuità e discontinuità, a cura di Clausi B., nella cristianità, in Qui fresca l’acqua mormora… (Sapph. (Bisignano, 25-26 giugno 2005), Rossano 2011, pp.
Piatti P., Sangineto A.B., Caraffa di Catanzaro, Fr. 2,5). Un confronto interdisciplinare (Messina, 29-30 177-183. Ringrazio l’amico dott. De Presbiteris
2012, p. 49. marzo 2011), Roma, pp. 235-243; Papparella F.C. per avermi fornito le immagini.
15 Ivi, p. 58. 2011, I manufatti vitrei nei contesti funerari della Cala- 48 Per un inquadramento del sito si rimanda a
16 Roma G. (a cura di), I longobardi del Sud, Roma bria tardoantica e regioni limitrofe: testimonianze materiali Roma G., I Longobardi, cit., pp. 434-441.
2010, pp. 425-428. e ritualità, in Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, 49 Flambard Héricher A.M., Scribla. La fin d’un
17 Ivi, pp. 428-433. commerci in età basso medievale. Il vetro in Calabria: vec- château d’origine normande en Calabre, Roma 2010, pp.
18 Ivi, p. 412. chie scoperte, nuove acquisizioni. XV Giornate Nazionali 244-294.
19 Ivi, p. 438. di Studio sul vetro AIHV (Università della Calabria- 50 Alcuni manufatti sono conservati nel Mu-
20 Coscarella A., Insediamenti bizantini. Il caso di Aula Magna, 9-11 giugno 2011), Università della seo Archeologico Statale “Vincenzo Laviola” di
Rossano, Cosenza 1996, p. 66. Calabria, pp. 341-352. Amendolara.
21 Ex inf. Domenico De Presbiteris che ringra- 34 Cuteri F.A, Rotundo B., Il territorio di Kaulonia 51 Papparella F.C., Calabria e Basilicata, cit., p.
zio per la disponibilità. fra tardoantico e medioevo. Insediamenti, risorse, paesaggi, 178 con bibliografia di riferimento.
22 Si segnala il recupero subacqueo di un’anfora Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, 52 De Presbiteris D., Lanza G., Papaprella F.C.,
Keay LII (http://www.museodeibrettiiedelmare. 11.12, 2001, p. 124. Santandrea S., Siti archeologici nel territorio della comu-
it/it/museo-2/sezione-archeologica/il-mare/) e 35 Giuntella A.M. 1998, Note su alcuni aspetti nità montana italo-arbëreshe del Pollino, Spezzano Alba-
un’anfora medievale (Mollo F, Aversa G., Il Museo della ritualità funeraria nell’alto medioevo. Consuetudini e nese 2005, p. 25, fig. 17.
dei Brettii e del Mare, Guida all’esposizione di Palazzo del innovazioni, in Brogiolo G.P., Cantino Wataghin G. 53 Vedi nota 7. La differenza con Scribla risiede
Trono, Cava dei Tirreni 2013, p. 68); ceramica in- (a cura di) Sepolture tra IV e VIII secolo. Atti del 7° nella presenza di tre linee verticali (e non una o
vetriata e smaltata di XVI-XVII secolo (Mollo F, Seminario sul tardo antico e l’alto medioevo in Ita- due) fra gli arabesque.
Aversa G., Il Museo dei Brettii e del Mare, Guida lia centro settentrionale (Gardone Riviera, 24-26 54 Marchetta I, Rocco M, Catalogo dei materiali, in
all’esposizione di Palazzo del Trono, Cava dei Tir- ottobre 1996), Mantova 1998, pp. 61-62, 67. Jure Vetere. Ricerche archeologiche nella prima fondazione
reni 2013, p. 58). 36 Noti sono anche gli esempi di manufatti ce- monastica di Gioacchino da Fiore (indagini 2001-2005),
23 Roma G., Necropoli e insediamenti fortificati nella ramici intenzionalmente frammentati e deposti a cura di Fosenca C.D, Roubis D., Sogliani F., So-
Calabria settentrionale. I. Le necropoli, Bari 2001. all’interno delle sepolture, a testimonianza dell’av- veria Mannelli 2007, pp. 165-215.
24 S. Crogiez, C. Raimondo, Produzione e commer- venuta agape rituale (Giuntella A.M. 2000, Intro- 55 Roma G., I Longobardi, cit., p. 422.
ci di manufatti ceramici in Calabria tra V e VII secolo: il duzione, in A.M. Giuntella (ed.), Cornus I,2. L’area 56 Altro caso calabrese è quello della chiesa di
contributo dello scavo di Malvito (CS), località Pauciuri, in cimiteriale orientale. I materiali, Oristano pp. 13-14). Sant’Adriano a San Demetrio Corone, di cui però
Archeologia e ceramica, a cura di A. La Marca, Atti del 37 Queste ultime sono conosciute con il nome restano nella muratura solo i negativi, in quanto i
Convegno (Bisignano, 25-26 giugno 2005), Rossa- RMR così definite da David Whitehouse, per indi- bacini sono andati perduti. Per gli altri casi meri-
no 2011, pp. 149-166. care i tre diversi colori (ramina, manganese, rosso). dionali si rimanda a De Crescenzo A., I bacini cera-
25 Per l’uso e il significato della locuzione “cor- 38 Si rimanda per la bibliografia di riferimen- mici dell’Italia meridionale e della Sicilia, in “Albisola”,
redo di tipo rituale e corredo di tipo personale” si to e i dati di scavo a Marino D., Papparella F.C., XXVI, (1993), pp. 203-231.
rimanda a Papparella F.C., Calabria e Basilicata, cit., Ricerche archeologiche nel Pollino sud-occidentale. Prime 57 L’Autrice osserva una disposizione a forma di
pp. 25-28. considerazioni sulle campagne di scavo 2004 nella Chie- croce che segue l’ampiezza dei diversi diametri dei
26 Taliano Grasso A., La Sila greca. Atlante dei siti sa del Carmine e nel Castello della Rocca di San Sosti, in bacini e una voluta disposizione iconografica: Ivi,
archeologici, Gioiosa Jonica 2000, p. 97, scheda 109. “Fastionline Documents&Research”, 130, 2008, p. 211. Sull’ipotesi di un uso precedente all’esposi-
27 Ivi, pp. 45-46, scheda n. 49, fig. 49.5. In lo- pp. 1-15. zione in facciata, data anche dalla presenza di fori
calità Santa Maria vengono segnalati recuperi di 39 Manufatti in ceramica acroma, il cui impasto per restauro in almeno tre bacini si deve a Donato
manufatti in TSA D, e frammenti di brocchette refrattario consente di essere utilizzati per la cottu- E., Aspetti sulla produzione e sulla circolazione della ce-
a bande rosse: Coscarella A., Insediamenti bizantini, ra degli alimenti. ramica postmedievale nell’area medio tirrenica calabrese, in
cit., p. 59. 40 Il sito, oggetto di indagine archeologica, “Archeologia Postmedievale”, 12 (2008), p. 125.
28 Coscarella A., Insediamenti bizantini, cit., p. 67, presenta più fasi di frequentazione, da quella pro- 58 Ibidem; Cuteri F.A., Salamida P., Primi dati per
tav. 6. tostorica a quella medievale. Per i dati di scavo si una carta delle attestazioni di ceramica spagnola in Calabria
29 Un esempio di destinazione funzionale di- rimanda a Roma G., a cura di, I Longobardi del Sud, tra XIV e XV secolo, in “Albisola” XLI, 2008, p. 283.
versa a seconda dell’utilizzo che ne viene fatto è Roma 2010, pp. 425-430. 59 Ivi, pp. 283-284. Sul concetto di prodotti
rappresentato, ad esempio, dalle anfore da consi- 41 Per la bibliografia di confronto si rimanda a di lusso e di una committenza di potere, forse la
derare contenitori da trasporto/dispensa oppure Marino D., Papparella F.C., Ricerche archeologiche nel famiglia dei Siscar, operante nella vicina Aiello e
manufatto atto al seppellimento di un inumato. Pollino sud-occidentale, cit., p. 15. originaria dell’area valenzana, si veda Donato E.,
Questa particolare tipologia tombale prende il 42 Ibidem, tav. VIII, 2. Aspetti sulla produzione e sulla circolazione, cit., pp. 125-
nome di sepoltura ad enchytrismos. 43 Lesnes E., Poisson J-M, Calathamet. Archéologie 126.
30 Peduto P. Villaggi fluviali nella Pianura Pestana et histoire d’un château normand en Sicile, Roma 2013, 60 Cuteri F.A., Salamida P., Primi dati per una car-
del secolo VII. La chiesa e la necropoli di San Lorenzo di pp. 180-181, fig. 150, tav. 15, n. 109. ta, cit., p. 284.
Altavilla Silentina, Altavilla Silentina 1984, pp. 59- 44 Dei confronti sono stati rilevati in siti della 61 Per un primo approccio alla problematica si
60; Roma G., Necropoli, cit., p. 187, nota 8; Février Tunisia e dell’Egitto: Ibidem. rinvia a Milanese M., L’archeologia postmedievale e in-

80
dustriale, in “Il Mondo dell’Archeologia, 2002. 82 Ceramica di diversa cronologia è stata recu-
62 Lo scavo venne condotto sul campo dalla perata negli scavi all’interno del Duomo.
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Ca- 83 Si è preferito evidenziare i comuni e non le
labria, nella persona del dott. Domenico Marino, singole località dei rinvenimenti, anche per evi-
e dalla Cattedra di Archeologia cristiana (Prof. G. denziare quelle porzioni di territorio dove maggio-
Roma), nella persona della scrivente. ri sono stati gli interventi archeologici. È, altresì,
63 Marino D., Papparella F.C., Ricerche archeologi- evidente dalla lettura della carta prodotta che i
che nel Pollino sud-occidentale, cit., pp. 1-3. dati utilizzati sono essenzialmente bibliografici.
64 La conferma che si tratta di un prodotto di Ringrazio l’amico dott. Vincenzo Lopresti che,
importazione ci viene anche dalle analisi archeo- anche in quest’occasione, mi ha supportato nella
metriche: cfr. infra appendice. elaborazione grafica di questa cartina.
65 Ricci M., Maiolica di età rinascimentale e moderna,
in Il giardino del conservatorio di S. Caterina della Rosa, a
cura di Manacorda D., 3, Firenze, 1985, p. 422.
Abruzzo 2002 – La ceramica postmedievale in Abruzzo.
Materiali dallo scavo di Piazza Caporali a Castel Frentano
(CH), a cura di D. Troiano, V. Verrocchio, Firenze,
p. 195.
66 Sulle maestranze in Italia meridionale, si
veda De Crescenzo A., Pastore I. 1994, Primi dati
sull’evidenza archeologica della produzione post-medievale
in Campania, “Albisola”, XXVII, pp. 141-142.
67 Ivi, p. 185.
68 Per i confronti di seguito citati nel testo si rin-
via a Marino D., Papparella F.C., Ricerche archeologi-
che nel Pollino sud-occidentale, cit., p. 9.
69 Cfr. infra appendice.
70 Abruzzo 2002, cit., p. 80.
71 Per la bibliografia di riferimento Marino D.,
Papparella F.C., Ricerche archeologiche nel Pollino sud-
occidentale, cit., pp. 3-6.
72 Vedi infra.
73 Sogliani F., I manufatti dello scavo di Jure Vetere: i
reperti in ceramica, vetro e metallo di età medievale e postme-
dievale, cit., pp. 148-154.
74 De Presbiteris D., Chiesa di Santa Maria Assunta
(Celico, Cosenza): indagini preliminari, in Il vetro in Ca-
labria, a cura di A. Coscarella, Soveria Mannelli
2003, pp. 433-435.
75 Donato E., Aspetti sulla produzione e sulla circola-
zione, cit., pp. 127-128.
76 Ivi, pp. 127-134.
77 Anche Cirella ha restituito materiale postme-
dievale.
78 Ivi, pp. 134-138.
79 La città di Cosenza presenta un articolato e
complesso palinsesto stratigrafico: dall’età elleni-
stica al postmedioevo, come testimoniano i reperti
mobili e strutturali. Le indagini stratigrafiche ad
oggi non sono ancora state pubblicate, ma per una
lettura particolareggiata del tessuto urbano neces-
siterebbe l’edizione integrale e complessiva delle
diverse aree archeologiche, così come sarebbe da
rivedere l’intervento di valorizzazione e fruizione
di Piazzetta Toscano.
80 Bilotto L., Il Duomo di Cosenza, Cosenza,
1989, p. 25 con bibliografia precedente.
81 De Presbiteris D. 2012, Vetri dal castello di Co-
senza: vecchi recuperi per un inquadramento storico-archeo-
logico attraverso l’archeometria, in Il vetro in Italia: testimo-
nianze, produzioni, commerci in età basso medievale. Il vetro
in Calabria: vecchie scoperte, nuove acquisizioni, a cura di
Coscarella A., Atti delle XV Giornate Nazionali di
Studio sul vetro AIHV (Università della Calabria-
Aula Magna, 9-11 giugno 2011), Università della
Calabria, pp. 381-387.

81
Studio Archeometrico sui reperti ceramici postmedievali di
San Sosti1*
A.M. De Francesco, E. Andaloro, R. Scarpelli

L’ARCHEOMETRIA

L’archeologia si occupa delle società del passato e delle relazioni che queste hanno avuto tra di
loro e con l’ambiente, tramite lo studio delle tracce che hanno lasciato. Il recupero, l’analisi e
l’interpretazione di questi resti materiali può contribuire a ricostruire il passato e quindi la storia
di una popolazione.
Negli ultimi anni, l’archeologia, si sta avvalendo sempre più dell’archeometria, cioè l’applicazione
di metodi scientifici allo studio rigoroso della natura dei reperti.
Sta all’archeometria ottimizzare e mettere a punto le tecniche e le metodologie di studio per
affrontare problematiche specifiche legate spesso alla provenienza degli oggetti ritrovati più fre-
quentemente negli scavi, ma anche alla tecnologia di produzione che in funzione del loro utilizzo
possono dare informazioni importati sulle abitudini, sui contatti commerciali e sul grado tecnolo-
gico raggiunto dalle popolazioni studiate.
Le indagini archeometriche hanno trovato forma compiuta in tempi molto recenti, le prime ri-
salgono al primo trentennio dell’Ottocento e sono fondate su metodologie e tecniche proprie
dell’indagine chimica; occorre invece attendere la prima metà del Novecento per introdurre le
tecniche analitiche proprie della fisica, della mineralogia e della petrografia.

Prendendo in considerazione il caso delle ceramiche postmedievali di S.Sosti, un possibile studio


di provenienza e tecnologia di produzione si avvarrebbe di diverse metodologie analitiche di tipo
petrografico, mineralogico e chimico.

Analisi petrografica
L’analisi petrografica condotta con il microscopio ottico polarizzatore, è una tecnica utilizzata
sia per lo studio delle rocce naturali, che per quello dei materiali lapidei artificiali. Tale tecnica è
distruttiva, poiché si avvale di una sezione sottile ricavata da un frammento di partenza soggetto
a taglio.

Il microscopio a luce polarizzata consente di caratterizzare petrograficamente il campione ogget-


to di studio. Il riconoscimento delle fasi mineralogiche presenti e di eventuali inclusi policristallini,
permette di ottenere indicazioni per quanto riguarda la possibile area di origine del manufatto
considerato, oltre alle tecniche di produzione (depurazione della materia prima, temperature di
cottura).

Analisi mineralogica
L’analisi per diffrattrometria a raggi X (XRD) su polvere consente di caratterizzare mineralogica-
mente la composizione di un materiale lapideo (artificiale o naturale). Nel caso delle ceramiche la
conoscenza delle fasi mineralogiche dà informazioni di tipo tecnologico relative alle temperature
di cottura. La presenza di fasi di neo formazione consentono di verificare la corretta temperatura

82
di cottura.

Microanalisi al microscopio elettronico


Il microscopio elettronico a scansione (SEM) sfrutta il fascio di elettroni come sorgente di radia-
zioni, consentendo di arrivare a risoluzioni nettamente superiori (dell’ordine di 5-1 nm) rispetto
ad un comune microscopio ottico.
L’analisi permette di valutare le caratteristiche morfologiche proprie di un determinato materiale
a diversi ingrandimenti: a basso ingrandimento ad esempio è possibile valutare la porosità, la
presenza di distacchi, fratture o fessurazioni. A più alti ingrandimenti la presenza di particelle,
aggregati, depositi secondari e di alterazione. Poiché all’osservazione morfologica è possibile asso-
ciare la microanalisi (EDS), la composizione chimica puntuale di una zona o di un singolo punto
indagato potrebbe essere acquisita, in modo da poter caratterizzare eventuali forme di degrado,
fasi mineralogiche o ad esempio i rivestimenti e le decorazioni di ceramiche archeologiche.

Analisi chimiche
Lo scopo delle analisi chimiche è quello di individuare quali elementi o composti sono presenti
in un campione (analisi qualitativa) e determinarne la quantità (analisi quantitative). Per molti
materiali l’indagine di provenienza è basata sulla determinazione degli elementi presenti. A que-
sto scopo vengono utilizzate tecniche denominate di “analisi elementare”, le quali permettono di
riconoscere e quantificare gli elementi presenti nel campione, ma non consentono di individuare
i composti nei quali questi elementi sono presenti. In queste rientrano le analisi in fluorescenza a
raggi X (XRF) e le analisi in spettrometria di massa ICP-MS.
Nel caso delle ceramiche, la composizione chimica permette di effettuare confronti con la possi-
bile materia prima utilizzata per la produzione (eventualmente campionata), o anche con cerami-
che di sicura provenienza e identificate come gruppi di riferimento.

CERAMICHE STUDIATE

16 reperti ceramici rinvenuti nella chiesa della SS.Vergine del Carmelo a San Sosti, sono stati
selezionati e sottoposti ad analisi archeometriche al fine di poter ottenere informazioni relative
alla provenienza e alla tecnologia di produzione.
I campioni analizzati comprendono un catino in maiolica in “stile compendiario” da collocare
alla metà del XVI - primi del XVII secolo, due piatti in smaltata policroma databili al XVIII
secolo, un piatto in smaltata monocroma ascritto al XVII-XVIII, due boccali in maiolica caratte-
rizzati dalla tipica decorazione a “scaletta”, di cui uno in maiolica policroma. Gli altri frammenti
analizzati sono stati prelevati da una ciotola, una scodella in graffita, un bacino ansato, un’ansa in
smaltata bianca, tre forme chiuse e tre ceramiche da fuoco (tegami e casseruole).
Le ceramiche sono state confrontate chimicamente e mineralogicamente con alcuni (6) campioni
di argilla Miocenica affiorante nella zona circostante al paese.

METODOLOGIE DI ANALISI

Le ceramiche studiate sono state caratterizzate mediante analisi petrografiche al microscopio otti-
co (MO), analisi diffrattometriche (XRD) e analisi chimiche (XRF). Gli smalti sono stati analizzati
mediante microanalisi SEM/EDS.
Le osservazioni minero-petrografiche su sezione sottile sono state condotte mediante un micro-
scopio ottico polarizzatore Zeiss modello “Axioskop”.
Le analisi mineralogiche e geochimiche sono state effettuate sulle ceramiche selezionate e sui

83
campioni di argille mioceniche locali, campionate in prossimità del sito di S. Sosti. Tutti i cam-
pioni sono stati macinati per mezzo di un mulino ad agata e, per quanto riguarda le ceramiche,
prive dello strato di smalto.
L’analisi diffrattometrica, per l’identificazione delle fasi mineralogiche presenti è stata eseguita
con un diffrattometro PHILIPS PW 1710 a goniometro verticale, usando una radiazione Cu-
Kα, ad un voltaggio di 40 kV e un’intensità di 20 mA. L’intervallo indagato è compreso tra 5° e
60° di 2θ.
L’analisi chimica (XRF) per la determinazione degli elementi maggiori, minori ed in traccia
è stata ottenuta mediante uno spettrometro PHILIPS PW 1480. Il dato relativo alla Loss On
Ignition(LOI) è stato stimato con metodo gravimetrico dopo il riscaldamento a 950°C.
Le analisi morfologiche e chimiche sui rivestimenti smaltati sono state effettuate mediante micro-
scopio elettronico a scansione SEM/EDS modello FEG (Field EmissionGun) Quanta 200 dotato
di un sistema EDS per microanalisi a raggi X (EDAX GENESIS 4000 con rivelatore Si/Li). I
dati ottenuti, standardizzati col sistema di correzione ZAF, sono espressi in percentuale in peso
degli ossidi corrispondenti.

RISULTATI E DISCUSSIONE

Analisi petrografica sulle ceramiche

Entrambi gruppi (ceramiche fini e ceramiche da fuoco) mostrano uno smagrante caratterizzato
dalle stesse fasi mineralogiche: quarzo, feldspati, miche, calcite ed ossidi.
Le ceramiche fini possono essere suddivise in due sottogruppi sulla base del colore della matrice
e delle dimensioni dello smagrante. I campioni del sottogruppo 1 (SST2, SST3, SST4, SST5,
SST6, SST7, SST10, SST12 ed SST15) mostrano matrice argillosa, a tratti microcristallina, di
colore rossiccio; lo smagrante ha dimensioni arenacee da fini a medie e addensamento medio
(Fig. 1).

Fig 1 – Microfotografia del campione SST3. Nicols


incrociati - 125X

84
Nei manufatti del sottogruppo 2 (SST1, SST8, SST13 ed SST14) la matrice è argillosa molto fine
e presenta colore marroncino tendente al verde (Fig. 2). Lo smagrante ha addensamento basso e
dimensioni siltose; i cristalli presentano sfericità media e sono poco angolosi. La porosità è bassa
e in molti pori è presente calcite secondaria.

Fig 2 – Microfotografia del campione SST14. Nicols


incrociati - 60X

Le ceramiche da fuoco SST9, SST11 ed SST16 presentano un impasto grossolano. La matrice


argillosaha colore rosso intenso ai bordi e marrone scuro tendente al nero al centro (cuore nero).
Lo smagrante raggiunge a volte dimensioni conglomeratiche fini ed ha addensamento alto. Sono
presenti frammenti di roccia granitica e dichamotte. Si nota un addensamento alto della porosità;
i pori hanno sfericità molto bassa, sono per la gran parte allungati, mostrando un’orientazione
preferenziale (Fig. 3).

Fig 3 – Microfotografia del campione SST9. Nicols


incrociati - 60X

85
Analisi mineralogiche (XRD) sulle ceramiche e sulle argille

Le analisi diffrattometriche XRD eseguite sulle ceramiche hanno messo in evidenza la presenza
di quarzo, feldspati, ematite e rare miche. Il diopside è stato rilevato nelle ceramiche fini mentre
risulta assente nelle ceramiche da fuoco.
La presenza del diopside, rilevato solo diffrattometricamente e quindi di neoformazione, permet-
te di indicare alte temperature di cottura (>900°C) per la produzione delle classi ceramiche con
impasto depurato (Riccardi et al. 1999; Cultrone et al., 2001).
Le ceramiche da fuoco non presentano minerali di neoformazione pertanto si possono indicare
più basse temperature di cottura.
I campioni di argilla prelevati, mostrano la presenza di quarzo, calcite, clorite, miche e feldspati.
Nei campioni SS3, SS4, SS5, SS6 è stata rilevata anche la dolomite.

Analisi granulometrica sulle argille


Nell’analisi granulometrica delle argille la frazione superiore a 0,63 mm è stata separata tramite
setacci, mentre la separazione delle particelle più fini è stata eseguita per sedimentazione con il
metodo dell’idrometro.I risultati dell’analisi sono mostrati in Fig.4 (Shepard, 1954).

Fig 4 – Analisi granulometrica delle argille (Shepard,


1954).

Come è possibile notare in Fig.4, tutte le argille campionate sono classificate come argille siltose,
ad esclusione di un solo campione come silt argilloso. La granulometria dei materiali argillosi di S.
Sosti è compatibile con quella delle ceramiche più fini, osservata mediante l’analisi petrografica.

Analisi chimica (XRF)- Confronto tra ceramiche e argille


Le analisi chimiche condotte tramite fluorescenza a raggi X (XRF) sui 16 campioni di ceramica
e sulle 6 argille mioceniche ha fornito la concentrazione di 10 elementi maggiori e di 12 elementi
in tracce (Tab.1).

86
Per verificare le affinità tra le ceramiche e le argille campionate è stata effettuata l’elaborazione
dei dati anidri mediante diagrammi binari.
Come si osserva dal diagramma Al2O3 vs. CaO in Fig.5a le ceramiche da fuoco si distaccano
dalle altre ceramiche e dalle argille per il più basso contenuto di calcio (<1.8%). Si tratta infatti di
manufatti prodotti con un diverso tipo di materia prima, non calcarea e con l’aggiunta di sabbia,
che conferisce maggiore resistenza al vasellame da fuoco.

  SiO2 Al2O3 TiO2 Fe2O3 MnO CaO MgO Na2O K2O P2O5 Nb Zr Y Sr Rb Ni Cr V La Ce Co Ba

Ceram. fini

SST1 46.64 13.89 0.75 6.92 0.13 19.67 7.86 0.81 2.8 0.53 23 152 0 347 138 29 67 71 26 47 12 205

SST2 52.18 15.31 0.76 7.15 0.1 16.73 3.88 1.05 2.39 0.46 15 70 0 217 121 67 118 131 48 93 18 285

SST3 45.13 12.42 0.69 6.44 0.13 22.55 8.9 0.68 2.83 0.23 15 59 0 312 116 52 88 105 23 57 13 255

SST4 52.14 16.24 0.83 7.37 0.18 13.05 4.48 0.91 3.28 1.5 16 196 18 405 140 56 114 100 43 84 19 532

SST5 48.6 14.18 0.72 6.59 0.13 18.02 7.43 0.89 2.87 0.57 14 145 9 363 132 54 105 97 37 69 17 291

SST6 51.24 15.11 0.8 7.18 0.17 15.65 4.96 0.9 3.38 0.61 20 164 1 414 147 57 107 105 35 73 16 336

SST7 56.45 16.57 0.79 7.07 0.13 9.94 3.48 1.07 3.57 0.94 15 165 24 362 145 47 107 113 45 63 17 423

SST8 52.07 15.98 0.8 7.42 0.11 15.88 3.89 0.9 2.4 0.54 10 26 0 245 136 65 132 137 37 77 19 304

SST10 50.09 13.03 0.64 6.18 0.14 21.48 4.73 0.85 2.07 0.8 29 107 0 416 156 53 103 86 24 73 14 293

SST12 54.53 16.23 0.8 7.02 0.08 11.64 5.02 1.17 3.29 0.22 43 71 10 330 136 111 160 106 43 78 20 369

SST13 52.98 15.38 0.74 6.63 0.1 15.8 4.82 1.08 2.26 0.22 29 118 0 378 136 61 125 130 42 90 17 288

SST14 51.76 13.51 0.65 6.27 0.13 19.18 4.33 0.95 2.44 0.77 20 126 0 456 147 54 113 85 38 79 15 338

SST15 53.79 18.23 0.89 7.9 0.15 10.44 3.91 0.82 3.44 0.44 24 170 6 310 171 76 139 128 54 76 22 425

Ceram.da fuoco

SST9 69.14 18.09 0.88 7.37 0.02 0.69 1.12 0.41 2.15 0.13 25 239 12 77 112 27 104 126 41 58 14 270

SST11 65.37 18.72 0.82 7.64 0.12 1.19 2.25 0.88 2.88 0.13 21 225 40 98 152 60 127 142 56 102 22 419

SST16 60.13 21.84 1.19 8.92 0.13 1.78 1.71 0.62 3.26 0.43 34 269 4 141 159 37 88 129 32 118 23 616

Argille

Media (6
54.99 16.26 0.80 6.99 0.11 13.15 3.32 0.87 3.17 0.32 14 128 21 337 127 44 103 123 36 69 16 291
campioni)
Deviaz.
0.99 0.60 0.02 0.28 0.01 1.54 0.09 0.18 0.11 0.02 1 11 1 12 5 2 5 8 6 7 1 12
Stand.
                                             

Tabella 1- Risultati delle analisi XRF eseguite sui campioni di ceramiche rinvenuti nella chiesa della SS. Vergine del
Carmelo a San Sosti e sulle argille campionate in prossimità del sito (di cui si riporta la media). Elementi maggiori
espressi in % peso, elementi in tracce in ppm.

Le ceramiche fini risultano prodotte con materia prima calcarea (CaO > 6%,Maniatis e Tite,
1981) composizionalmente compatibile con le argille analizzate. La Fig.5a mette in evidenza delle
differenze composizionali principalmente per il contenuto di CaO dovuto anche alla presenza di
calcite secondaria, mentre la variazione del contenuto di Al2O3 è più limitata. Ciò potrebbe essere
legato ai processi di lavorazione, quali depurazione e decantazione dell’argilla che usualmente
erano praticati nella produzione delle ceramiche.
Anche per quanto riguarda gli elementi in tracce, si conferma quanto detto. In particolare nel
diagramma binario di Fig.5b, in cui si riporta il rapporto Ce/La vs. Sr/Rb, le ceramiche da fuoco
si distaccano dal gruppo delle ceramiche fini, le quali invece, si sovrappongono alle argille cam-
pionate. Da quest’ultimo raggruppamento restano esclusi tre campioni (ST2, ST8, ST15) che
mostrano un rapporto Sr/Rb più basso. L’evidente diversità di questi ultimi campioni e la loro

87
similitudine morfologica e decorativa con produzioni appartenenti ad altre località, fa pensare ad
una loro possibile importazione.

Fig 5 – Elaborazione dati XRF. Diagrammi


binari-a)Al2O3 vs. CaO; b) Ce/La vs. Sr/Rb

88
Risultati della microanalisi (SEM/EDS) sugli smalti

Le osservazioni morfologiche al SEM e la microanalisi EDS sono state condotte sugli undici
reperti smaltati. I risultati della microanalisi mostrano che la colorazione blu dei reperti SST2 ed
SST13 è dovuta alla presenza di cobalto, con percentuali maggiori o minori a seconda dell’in-
tensità della colorazione. L’uso di cobalto come pigmento blu risulta molto comune sin dai tempi
antichi; Roldán et al. (2006) testimoniano, ad esempio, l’uso del cobalto in ceramiche valenziane,
dal quattordicesimo secolo ai tempi moderni. Il colore verde sembra dovuto alla presenza di rame
nei campioni SST4 ed SST15 sotto forma di CuO; Ricci et al. (2005) ne documentano l’utilizzo
anche in smalti di ceramiche tardo medievali e maioliche arcaiche provenienti da Orvieto. Nel
campione SST2, invece, il colore delle foglie (verde) è ricavato, come mostrato in Fig.6, dalla so-
vrapposizione del blu cobalto e del giallo.

Fig 6 – Colore blu e giallo del campione SST2

Nei campioni SST2, SST10 e SST14 in corrispondenza del colore giallo è stata rilevata la pre-
senza dell’antimonio e, come in tutte le altre porzioni di smalto, del piombo. Secondo Dik et al.,
(2005) l’antimonato di piombo come pigmento giallo è stato particolarmente usato tra il 1500 ed
il 1850 d.C. in Europa Occidentale, quindi è possibile ipotizzarne l’utilizzo anche in questi reperti
ceramici. La microanalisi sul reperto SST4, l’unico che presenta colore marrone, ha mostrato in
questa zona un più alto contenuto di Fe2O3 e la presenza di una piccola percentuale di cobalto,
per cui si può supporre che questi siano stati utilizzati insieme per ottenere il colore marrone. Il
colore arancione del campione SST14, oltre alla presenza di Pb ed Sb, contiene un maggiore
contenuto di Fe2O3 rispetto a tutte le altre zone del reperto. In Fig.7 è evidenziata la composizione
dei colori arancio e giallo del campione SST14, nel grafico però è stato omesso PbO2, poiché la
sua elevata concentrazione (40%-50%) renderebbe meno evidente la presenza degli altri ossidi.
Il colore bruno presente sui campioni SST7 e SST12 è di origine organica (alto contenuto di
Carbonio).

89
Fig 7 – Microanalisi al SEM dello smalto del campione
SST14; come discusso nel testo, non è riportata la %
di PbO2

CONCLUSIONI
Lo studio archeometrico eseguito sulle ceramiche (ceramiche fini e ceramiche da fuoco) ritrovate
nella chiesa della SS. Vergine del Carmelo di San Sosti ha permesso di ottenere informazioni
relative alla provenienza e alla tecnologia di produzione.
Sulla base del chimismo è possibile affermare che buona parte della ceramica fine è compatibile
con le argille prelevate nella zona di San Sosti. Per alcuni reperti (ST2, ST8 e ST15), sono state
messe in evidenza similitudini morfologiche e decorative con produzioni di altre località, che in-
sieme alle differenze chimiche mostrate potrebbero avvalorare le ipotesi su una possibile diversa
provenienza.
La ceramica da fuoco è stata prodotta con materiali argillosi diversi e con una possibile aggiunta
di sabbia quarzosa nell’impasto, chenon ci consente di escludere che tali ceramiche possano es-
sere di produzione locale.
La microanalisi SEM/EDS condotta sugli smalti delle ceramiche ha consentito di caratteriz-
zare le porzioni colorate di ciascun campione e di stabilire che, in alcuni casi, i pigmenti sono
stati combinati per ottenere il colore desiderato. Tutti i colori analizzati sono comuni composti
inorganici, tranne la colorazione bruna di due soli campioni dove, invece, è stato probabilmente
utilizzato un composto organico.

1 *Il presente lavoro è stato presentato in occa-


sione della 11° Giornata di Archeometria: A.M.
De Francesco, E. Andaloro, M. Bocci, D. Marino,
F.C. Papparella, Risultati preliminari dello studio arche-
ometrico condotto sulle ceramiche medievali e postmedievali
ritrovate nella chiesa della SS. Vergine del Carmelo a San
Sosti (CS) in Calabria, in La produzione ceramica dal Me-
dioevo all’Età Moderna: aspetti storici e tecnologici, 11a
Giornata di Archeometria della ceramica (Pesaro,
16-17 aprile 2007).

90
BIBLIOGRAFIA

Cultrone G., Rodriguez-Navarro C., Sebastian E., Cazalla O., De la Torre M.J, 2001, Carbonate and silicate-
phasereactionsduringceramicfiring, European Journal of Mineralogy, 13, 621–634.

Dik J., HermensE., Peschar R. and Schenk H., 2005, Early production recipes for lead antimonite yellow in Italian art,
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Maniatis Y., Tite M.S.,1981, Technological Examination of Neolithic – Bronze Age Pottery from Central and Southeast
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Riccardi M.P., Messiga B., Duminuco P., 1999, An approach to the dynamics of clay firing, Applied Clay Science,
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Ricci C., Borgia I., Brunetti B.G., Sgamellotti A., Fabbri B., Burla M.C., Polidori G., 2005, A Study on late
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Roldàn C., Coll J., Ferrero J., 2006, EDXRF analysis of blue pigments used in Valencian ceramics from the 14th century
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Shepard F.P., 1954, Nomenclature based on sand-silt-clay ratios, Journal Sedimentary Petrology,24, 151-158.

91
Pottery and sources
Cosenza’s pottery from ‘500 to ‘700
through Cosenza State Archive
documents

92
Ceramica e fonti
La ceramica cosentina dal ‘500 al ‘700
attraverso i documenti dell’Archivio di
Stato di Cosenza

93
Local and imported Potteries and porcelains in Cosenza
between the XVI and the XVIII Century
Cinzia Altomare

Well-off families prosperity, was determined by owned goods and properties so, the most representative and helping
elements in studying and analyzing mentioned condition are the inventories. Lots of them are kept near Cosenza State
Archive Notarial Fond.
Mentioned documents drown up by notaries can give us a demonstration of all the goods owned by a single subject.
Inventories are made up by long lists in which were listed all the furniture pieces and everything they may contain as,
for example, everyday use objects such as potteries, porcelains and clay artifacts. Those, objects generally, related with
kitchen and personal care aren’t so easy to recognize because not all the notaries used to specify the material they were
made of. It must be also underlined that other materials used were iron, bronze and glass, considered enduring or of
fine workmanship. As consequence we can say that to bring to a positive end a research on pottery, a researcher must
put it into the hands of a notary that, with good will, specified the material they were made of.
Potteries (porcelains, tiles and so on) are compounds obtained mixing clay and other materials with water. Those
objects are fragile an often are listed as “broken” but also as “adorned” or of “fine workmanship”.
Creates a lot of interest also the importation market existing between Cosenza and the Town of Faenza, other
porcelains arrived from Montefusco, in Campania and just to mention some foreign country France, Saxony, Spain
and China.
Montefusco, place in province of Avellino, was well known for its flourishing activities concerning the art of potteries
between the XVI and the XVII century; Faenza, instead, was and nowadays still is famous for its potteries, houses
the Potteries International Museum that together with the Pottery’s art Governmental Institute keeps products coming
from every nation and also very old.
Between the decorations detaches le arme de la Casa de Leone, typical patterns linked to nobility, the decoration re-
presenting Saint John the Baptist or the artistic decoration in which detaches the predominance of colours like yellow
and turquoise, surely in line with age taste.
Concerning 1700 lots are the examples of middle-class families archives. In this century, descriptions are detailed
and are also specified hand tool’s culinary and domestic use, there are inventories in which are listed foods and
beverages such as chocolate, coffee and sugar, oil kept in pots, to keep foods longer and also cheese and animal fats.

Lots are the porcelains coming from China that, in this century, met the taste of the high or the middle class.
Concerning local production in the acts can be retraced: the porcelain or the clay coming from the ponte della Mad-
dalena, probably in this case the reference is the bridge near the church of Saint Dominic, the name derives from the
Maddalena, an old fair that took place near the Rivocati, that became smaller with time and now is near the present
seat of Cosenza Municipality.
Lots were the ceramists in Cosenza, infact in Cosenza’s Cadastre “Onciario” are listed as “in activity” the following
“Pignatari”: Gennaro Federico, Giorgio Paise, Giuseppe Arena, Gerogorio Mauro, Gregorio Gentile, Leonardo Fe-
derico with the sons Francesco and Pier Antonio and to close the list Niccolò Naccarato.
Not so numerous but almost all lived in the area of the city known as the “Pignatari”, an area of the town which
name derives from their job. Mainly young, their traineeship in local workshops shows the handmade continuity
in Cosenza so, considered the presence of workers and the high number of inventories listing the great quantity of
porcelain or clay objects, all this, helps in underlining that the activity brought on by the pignataro was, still is, went
and goes on with requests incrementing a very good commerce.

94
Ceramiche e porcellane locali e di importazione
nella città di Cosenza tra il XVI e il XVIII
Cinzia Altomare

La ricchezza di famiglie, più o meno agiate, si determinava dai beni e da tutte le proprietà pos-
sedute, quindi gli atti che più rappresentano e danno spunti sugli studi in proposito sono gli in-
ventari. Molti di questi sono conservati presso il fondo notarile dell’Archivio1 di stato di Cosenza.
Questi documenti, rogati dai notai, danno una dimostrazione di tutto quello che possedeva un
individuo. Gli inventari sono composti da lunghi elenchi in cui si segnavano tutti i mobili ed il
loro contenuto, in cui si trovano ad esempio gli oggetti di uso quotidiano composti da ceramiche,
porcellane e crete. Questi oggetti, di solito, legati alla cucina e alla cura della persona non sono
facili da individuare poiché non tutti i notai ne specificavano il materiale. C’è da dire poi che altri
materiali in uso erano ferro, bronzo e vetro, considerati più duraturi o di più nobile fattura, per
portare a termine una ricerca sulla ceramica, quindi, con speranza, ci si deve affidare alla buona
volontà del notaio che ne abbia specificato la materia dell’oggetto.
Le ceramiche (porcellane, le piastrelle, ecc.) sono composti ottenuti da un impasto di argille e altre
sostanze mescolate con acqua2, questi oggetti sono fragili e molte volte se ne trovano segnalati
come “rotti”, ma anche molto decorati e di pregevole fattura.

Il primo atto che si propone risale al 1598, il reverendo frate Domenico di Paterno, procuratore
del monastero di San Francesco di Paola Sub vocabula Santa Maria de Loreto3 della città di Cosenza,
a parziale modifica di precedente contratto, stipula nuova convenzione con i mastri pignatari di
Cosenza, precisando il nuovo sito dello scavo della creta e le nuove condizioni da rispettare. Non
si conoscono le precedenti condizioni contrattuali, ma questo documento testimonia l’attività dei
mastri pignatari alla ricerca di un sito per procurarsi la materia prima per la loro attività4.
Il primo inventario è proprio nel loco ditto li pignatari, la parte della città di Cosenza che ospitava gli
artigiani professionisti della ceramica, si riferisce ai beni del defunto Sibione Grandinetti in cui si
trova qualche strumento della sua professione: […] una rota de fare pignate, uno banchetto uno muzello de
crita de salme 25 in circa […] 5.
Nel 1500, nella città di Cosenza molti inventari testimoniano i patrimoni di alcune famiglie in
cui spesso si rilevano delle particolarità. Nel caso dell’inventario di Laura Cavalcanti, ad esempio,
abitante in Capo piazza si trovano: […]un rifriscaturo de crita pinto […] due piatti de Marsia seu Montefusco
grandi […] 6 e a seguire in quello di Pietro Giovanni Sambiase presso la chiesa di S. Francesco
Assisi: […]un rinfriscaturo, una tazza, un bucale, un morrione, una salera, un fiasco, un ciarriglio ad pisce delfino
de crita de Faienza […] venticinque piatti de creta bianca[…] 7. Singolare la forma della giara a forma di
delfino e il rifriscaturo di cui non si fa alcuna descrizione, ma soprattutto è interessante la località
da cui provenivano gli oggetti che testimoniano un fiorente commercio di questi utensili. Infatti,
nell’inventario di Mario de Gaeta sempre presso S. Francesco di Assisi si trovano: […] tredici piatti
bianchi di Montefusco piccoli;[…] tre piatti mezzani di Montefusco[…] 8, e in quello di Giovanni Giacomo
Sersale abitante ai Padolisi: […] due vacili de Marsia, uno colorato l’altro bianco; una tazza e cannistrello, due
frottere, un sotto coppa Tutti de Marsia; un altro vacile di Marsia[…] 9.
Montefusco, località in provincia di Avellino, era conosciuta per le sue fiorenti attività nell’arte
della ceramica tra il XVI e il XVII; il termine “Marsia”, inizialmente, fa pensare ad una località
da cui provenivano le porcellane anche se nessuna località moderna fa pensare a qualcosa che le
somigli. Probabilmente era un modo di chiamare la lavorazione dato che in uno dei documenti

95
viene riportato Marsia seu Montefusco oppure è il nome della fabbrica o del proprietario della fab-
brica che si occupava della lavorazione delle ceramiche. Mentre Faenza era ed è tutt’ora famosa
proprio per le sue ceramiche, ospita il Museo internazionale delle ceramiche e raccoglie opere di
ogni epoca e nazione insieme con l’Istituto governativo d’arte ceramica.
Per evidenziare l’importanza della provenienza da Faenza, si inserisce un inventario che segnala,
nella maggior parte dei casi, oggetti di questa località e della nostrana città di Rossano10. L’inven-
tario è quello dei Cavalcante residenti alla Motta:
[…] piatti piccoli Faienza dicissette
Fig. 1 - inventario del notaio Marsico Prospero Uno bacile bianco Faienza
Uno piatto mezzano Faienza
Piatti de Montefusco, de Rossano piccoli cinquantadui
Uno piatto mezzano e due grandi come vacili
Uno scotellina Faienza a solo(?) pinta
Quattro sottocoppe di Rossano
Un sottocoppa mezzana Faenza
Un difriscaturo de Faenza grande con pittura in mezzo
Un fruttera de Creta de Rossano
tre altre bianche di Rossano
un caldarotto di creta bianca[…]
in altra cascia Piatti de Montefusco terzetti numero
sessanta
Mezzani numero trenta e grandi dui[…]
Un bocale Faenza rutto;
Dui tazze a canni stretto di Faenza;
Una sotto coppa Faenza pinta;
Una altra simile liscia;
Un altra sotto coppa colorata
Una ciarrella piccola Faenza nova[…] 11.
(Fig. 1)
Altre testimonianze di un commercio estero
ci vengono dall’inventario di Aloisio Salsedo
del 1598, abitante nel Castello di Cosenza
poiché alto funzionario dell’epoca, in cui si
trovano:
[…] Due Piatti grandi grossi alla francese
Cinque piatti grandi Creta Rossano e Tre sani e due
rutti un altro simile
Nove Piatti Faienza mezzani (...)
Trentatre Piatti Faienza piccoli alla spagnola
Sette piatti mezzani di creta di Rossano menati12
Sette piatti piccola Faienza cioè 5 con le arme de la
Casa de Leone
Sette piatti turchini, 1 mezzani e 6 piccoli
Un calamaro di Faienza con S. Giovanni Battista,
Un bacile di Faienza con lo vocale ordinario,
Due fiaschi grandi di Faienza con le fuche13 del me-
desimo
Tre fiaschetti acito et oglio di Faienza
Due vasi Faienza uno a navetta lavorati turchini e
gialli
Un sottotazza grande de Faienza vecchia 1 sicchetto
creta Turchina rutto

96
Quattro vasi tarantini piccoli menati
Due vasetti creta rossa
Una cucuma14 de vino de crita bianca de Napoli
Una cerriglia di Faienza rutta[…] 15.
Oltre alla discreta quantità di oggetti provenienti dalla già citata località di Faenza, si noti la
provenienza di oggetti da Napoli e quella estera dalla Francia e dalla Spagna. Tra le decorazioni
spicca le arme de la Casa de Leone, tipiche di una simbologia legati alla nobiltà, la decorazione con
S. Giovanni Battista oppure le decorazioni artistiche con la predominanza del turchino e del giallo,
sicuramente in linea con il gusto del tempo.
Altri manufatti particolari, sono i calamai di creta che si trovano nell’inventario dei Del Giudice
con casa nella zona conosciuta come alla ruga de mercanti oppure come S. Tommaso: […] un calamaro
de crita […] un bucale de Faienza […] un colamaro de crita […]un altro de crita […] 16, e la statuetta del
leone che troviamo nell’inventario di Ascanio Neocastro, nel suo Palazzetto al colle Triglio, in cui
sono elencati: […]un sotto tazza Faienza […]sei piatti Faenza tre grandi e tre piccoli […] un coppicella[…]
un liuni di crita pinto […] diecinove piatti piccoli e cinque grandi di Rossano grossi[…] due Tiani nuovi di Crita
[…] 17.
E nuovamente nella zona dei Pignatari, si propone l’inventario di casa Gualtiero, un inventario
povero nel quale si trovano pochi oggetti di interesse, ma sono allo stesso tempo rappresentate due
località di lavorazione, si presume quindi che sia per la famiglia borghese che per quella di ceto
più basso, si riconosceva l’importanza della manifattura: […] bacile marsia pinto […] una sottotazza
marsia crepata […] una ciarriglia Faienza nuova [...] due pignate18 da cucinare[…] 19

Nel seicento la quantità di oggetti di ceramica e delle porcellane rimane invariata, anzi si trovano
molti pezzi nei servizi da corredo, ma la località di Montefusco non è più presente.
Negli inventari di famiglie agiate si trovano molti pezzi da corredo, come per esempio in quello di
Feredinando De Gaeta con abitazione alla ruga Toscana: […]una cascia vecchia con sessanta piatti, due
vacili uno rotto ed un o sono di Faienza[…] 20, e a seguire per l’inventario dei Favaro nel quartiere dei
Padolisi: […] cassa trentacinque piatti bianchi piccoli Faienza venti mezzani e due grandi […] bacile di Fayenza
vecchio[…] 21
Supera su tutti la quantità di piatti provenienti da Faenza conteggiata sull’inventario del defunto
Filippo De Matera abitante nella zona della Giostra Nuova: […] centocinquanta piatti Faienza piccoli
[…] centocinque piatti Faienza mazzani […]centodieci piatti creta ordinario[…] 22.
Nell’inventario di casa Paladini si trovano in casa: […]quattro bicchieri di Faienza […]dodici piatti di
Faienza all’Imperiale[…] 23, e nella bottega di medicina, di cui sono proprietari, nella zona conosciu-
ta come agli Speziali presso piazza Duomo, si trova solo: […]tre bicchieri di Faienza[…] . In genere
nelle botteghe di medicina si pensa si possano trovare molti oggetti in ceramica, leggendo altri
inventari di tali botteghe, invece, non si rivelano che recipienti di vetro, stagno e rame, la ceramica
non era utilizzata oppure i notai non ne specificavano il materiale segnando il recipiente24.
Nell’inventario dei Crocco, con abitazione d’avanti l’Arcivescovado:
[…] due piatti seu bacilotti di Faienza alla reale usati […]due piatti e due sottotazze Faienza Turchini usate […]
due nappe25di Faienza […] tre bucoletti piccoli Faienza usati […] tre saliere Faienza un bacile e un Turchina usate
[…] un bacile Faienza Copputo […]otto piatti Faienza piccoli […] tre piatti grandi Faienza[…] 26.
Tutto l’atto presenta articoli della città di Faenza, ma è un esempio, in generale il Seicento non
presenta la stessa varietà e ricchezza del secolo precedente.

Per il Settecento diversi gli esempi di documenti riguardanti i beni di famiglie borghesi. In questo
secolo, le descrizioni diventano un po’ più dettagliate e vengono indicati anche gli usi culinari e
domestici degli utensili, si propongono quindi, una serie di inventari in cui si trovano cibi e bevan-
de come cioccolata, caffè e ancora zucchero, olio in orci o pignate, per conservare gli alimenti più
a lungo, e persino il formaggio e il grasso, come quello di casa Cavalcanti alla Giostra Vecchia […]
trenta piatti di Faienza[…] dieci chiaccare di Creta di Cioccolata […] sette Pignate tre Orcinali […] 27, a seguire
l’inventario dell’Arcivescovo di Cosenza Andrea Brancaccio […]diverse robbe di creta per uso di cuci-

97
na[…] tre giarre di creta per oglio[…] 28 e ancora l’inventario della famiglia Ferrari, sotto la zona di S.
Tommaso: […] quarantacinque tra piatti grandi piccoli e bacili Faienza, saliera e due ogliarule Faienza, caccavi e
ciarriglie di creta, Pignate e ogliarulo di creta[…] 29 e quello di Fotunata Telesio agli archi di Sambiase […]
dodici chiccare, una zucchiera, un caffettiere creta […] 30.
Nell’inventario di Antonio Ranieri si trovano: […] vasi di vetro e Porcellana, cioè Sette bacili di fajenza
della Terza[…], sei chiccare di Cioccolato colli di loro piattini di fajenza […] 31, in quello di Niccolò Greco
ai Padolisi si trovano: […] due giarre di creta per tener olio[…] un bancone di legno con piatti di creta ordinari
numero quattro, bacili di detta creta numero sei,[…] tre ciccare di ciccolata, e tre di caffè della stessa creta, […] tielle
di creta […] Nel magazzino per uso di cellaro[…] una pizzarra di creta […] 32.
Nell’atto stilato per i beni di Pietro Dattilo, abitante nel luogo conosciuto come Archi di Sambiase:
[…] un cassone grande con un bacile di fajenza per uso della barba […]Nella Camera delle Serve si son trovati
due stipi con tredici bacili lunghi, e tre tondi, tre coppiere, Settanta quattro piatti di porcellano, e fajenza, […] tre
Saliere tre Scriccore di Ciccolato di porcellana e tre di Caffè della Stessa materia[…] 33
Per l’inventario di Giuseppe Scotetti nel quartiere di S. Lucia: […] un Stipo con dentro alcuni comme-
stibili giornalieri e tre bacili di Faenza; altro stipo con entro otto pignatte d’Insogna34, formaggio pezze diece, e piatti
di Faenza tra centinati e lisci numero venti ed un bacile della medesima Specie[…] 35.
Nell’inventario del defunto Arcivescovo di Cosenza, Antonio Afflitto, nel palazzo arcivescovile, si
trovava, oltre al ricchissimo corredo di porcellane e crete anche del “miele di Lecce” :
[…] Due altre Casse, Con un Servizio di Faienza mezza fina, Cioè Piattini numero Centotrenta = Piatti Reali
numero Quattro, = Fiamenghi36 numero dodici = Insalatiere Grandi e, piccole numero Sei = Zoppiere Con Sui
Coverchi e Tonni37 Sotto numero Quattro = Piatti mezzani numero Dodici = Sbirlonghi tra Grandi e piccolo numero
Diece […] Chicchere di Fajenza ordinarie numero Tredici = Piattini in Dieceotto = Fiamenghine numero Quattro
= Salsiere numero Quattro = Tre Saliere, in una de quali v’è il Coperchio Due Damigiane di Creta piene di Miele
di Lecce = […] Un’altra Damigiana pure con miele di Lecce = Sbirlunghi, Cioè Piatti numero Dieci Sette =
Piatti mezzani numero Quattro = Due Zoppiere grandi con li di loro Coperchi = Due acetere di Fajenza Colle loro
Parafine di Cristallo = Una Insalatiera = Altre due Fiamenghine =Un’altra Salziera = Chicchere cole di Loro
Piattini numero quatordeci […] Una Scrivania di Noce, Con Undeci Foerini in uno de quali v’è una Confettiere di
Polrcellana = Dodeci Chicchere Doceci Piattini di Porcellana della China = Sei Tazze de Cafè Con i di loro Piattini
di Porcellame di Spagna =Una Tolpa(?) per uso di Zuccaro della medesima Specie[…]Una Deserta(?) di Cristallo
a tre Terzi guarnita di Statuette di Porcellame di Sassonia numero Sette = Quattro Vasetti dell’istessa Porcellame ed
altri Guarnimenti […] Due Bacili di Creta e suo Piede di Legname[…] 38
Si noti che in questo inventario la porcellana proveniva dalla Cina, dalla Spagna e dalla Sassonia,
a testimonianza che il mercato si era esteso con i tempi. Le porcellane provenienti dalla Cina
entravano a far parte del gusto dell’epoca. Infatti, a seguire, si propone un inventario dove ne
è segnato, sommariamente, il motivo, ma in altri inventari anche i mobili erano decorati con lo
stesso gusto decorativo39.
Per l’inventario della famiglia Passalacqua sono intervenuti la baronessa donna Teresa Sambiasi
e don Vincenzo Telesio in qualità di tutori testamentari degli eredi di don Giuseppe Barone Pas-
salacqua, e nel palazzo della Giostra nuova sono stati trovati tra i tanti oggetti:
[…] chicchere creta ordinaria con piatti e zuccherera, aceto e olio di creta,[…] quindici chicchere con piattini di creta
forestiera con qualche menatura d’oro, = altre quindici fiorate alla cinese = Altre dieci bianche di creta di palermo,
Caffettiera e Zuccheriera corrispondente alle chicchere, e piattini, con qualche menatura d’oro […] brodiera di creta
alla cinese col suo piatto[…] Tredici bacili di porcellana mezzi bacili diciannove, insalatiere sei piatti […] alte
chicchere porcellane, crete […] Tre fiaminghe di Faenza[…] Baciloni Faienza bianchi sedici Piatti quattro [...] 40.
Si propone un altro atto di un ecclesiastico, l’Arcivescovo Raffaele Maria Mormile; qui il notaio
esegue una ordinata divisione degli oggetti e sotto la specifica “Porcellana del Ponte della Maddalena”
elenca:
[…]Zuppiere bianche numero quattro = sperlunghe mezane numero Sei =Dozzine di piatti numero dieci = Sper-
lunghe piccole numero otto = fiamminghine grandi numero sei = Dette piccole numero otto = Sperlunghe più grandi
numero due = Piatti di Zuppa numero sedici = Insalatiere grandi numero quattro = Dette piccole numero Sei =
Altro Servizio più fino di detta Porcellana
Zuppiere grandi numero quattro = Sperlunghe grandi numero cinque = Dette mezane numero Sei = Fiamminghine

98
grandi numero Quattro = Dette piccole numero Sei = Dette mezane numero Sei = Tondini dozzine numero diece
= Insalatiere grandi numero Quattro = Dette piccole numero Sei =Piatti da Zuppa numero Venti otto = Sciacqua
Becchieri numero due = Rinfrescatori numero quattro = Portaceto ed oglio numero uno = Bacili Tondi numero due
= Detto per la Barba col suo bocale numero Uno = Orinali bianchi numero quattro = Zuppiere piccole numero
due[…] 41
Singolare l’inserimento, tra le vettovaglie da cucina, del “bocale” per la barba e “l’orinale”.
Fig. 2: inventario del notaio Trocini Carmelo Maria (Fig. 2)
Interessante è l’indicazione di provenienza
delle porcellane Porcellana del Ponte della Mad-
dalena, questa si ritrova anche in altri atti, per
esempio nell’inventario Andreotti:
[…] vasi vasi Faienza, Piatti di Creta dal ponte,
piani bianchi numero centosessantatre; per zuppa tren-
tacinque; quindici per insalata; undici zuppiere con
coperchio;[…] nove bacili sotto zuppiera[…] cinque
bacili ordinari ed altro, per lavarsi mani[…] cinque
saliere della stessa creta del ponte[…] Piattini […]
42
.
La porcellana o la creta dal ponte della Maddale-
na si presume siano del ponte che si trova nei
pressi della chiesa di San Domenico, prende
il nome dalla Maddalena, antica fiera che si
svolgeva presso i Rivocati e che col tempo si è
ridotta ai soli nei pressi dell’attuale Comune
di Cosenza.
Seguono altri documenti con delle peculia-
rità, nell’inventario di Casa Bruno sopra S.
Tommaso, in cui sono segnate anche un’acqua-
santiera e delle graste, ossia, vasi per piante che
fino ad ora non erano mai comparsi: […]
Tazze fiaschi, vasetti Faienza […] saliere[…] sei
Piatti di Rossano[…] acquasantiera Faienza[…]
ventitre piatti di Rossano piccoli, 29 mezzani, alti
vaso Faienza, Vacile Faienza […] ciarrotto Turchino
Faienza[…] graste de creta[…] 43. Invece nell’in-
ventario della casa del fu Pietro Greco in una
stanza, tra i mobili: […] numero quarantadue
pastori di creta numero dieceotto; […] pecore di creta
numero trenta […] 44, a testimonianza del tradi-
zionale culto del presepe.
A metà secolo, sul Catasto Onciario45 della
città si Cosenza risulta che erano in attività i
seguenti “Pignatari”:
Gennaro Federico registrato come “mastro
pignataro” di anni 36 con casa e bottega pres-
so il Convento di S. Agostino. Si aggiunge,
dopo l’elenco dei componenti della famiglia
e l’abitazione con relativi affitti per le abita-
zione, una frase conclusiva: Non possiede Beni
di Sorte alcuna . Così per tutti quelli che segui-
ranno46;
Giorgio(?) Paise mastro pignataro di 38 anni

99
abitante presso i Revocati47;
Giuseppe Arena mastro pignataro di 54 anni abitante presso i Revocati e l’unico a possedere
anche delle case site presso il quartiere dei Pignatari48;
Gerogorio Mauro mastro pignataro di anno 30 abitante presso i Pignatari49,
Gregorio Gentile pignataro di anni 29 abitante presso i Revocati50;
Leonardo Federico mastro pignataro di anni 65 abitante ai Pignatari e con dei figli che avevano
intrapreso lo stesso mestiere: Francesco di anni 20 e Pier Antonio di anni 1851;
Niccolò Naccarato mastro pignataro di anni 30 abitante presso la chiesa di Sant’ Agostino52.
Non sono molti, ma quasi tutti abitano nella zona che nella città è appunto conosciuta come i
“Pignatari”, quindi proprio la loro professione da secoli ha dato il nome a tale zona.
La maggior parte dei pignatari era di giovane età ed il praticantato in bottega dimostra la conti-
nuità dell’artigianato nella città, quindi data la presenza delle maestranze e la grande quantità di
inventari che dimostrano notevole quantità di oggetti di porcellana o creta, tutto ciò dimostra che
l’attività del pignataro era continua e con una richiesta che incrementava un buon commercio53.

1 Ringrazio Amalia Mazzuca, già funzionario vasi, quei ninnoli che sembrano non plasmati con le dita, ma ancorchè sian più celebri què di Nicastro[…] in Valente
dell’Archivio di stato di Cosenza, per avermi inse- appena alitati […] . G., Il viaggio in Calabria dell’Abate Pacichelli (1693),
gnato tutto quello che so della ricerca archivistica 3 CSas, notaio Zingone Giacomo(83), anno Arti Grafiche, Messina [s.d.], p.88. A seguire […]
e senza la quale non sarei riuscita a scrivere questo 1598, c.39. La Creta medesima lascia comporre Vasi di più forme, e di
contributo; ringrazio Marilena De Bonis per aver- 4 Ci sono anche altri riferimenti all’attività del odor naturale, chiamati Pignatelli di Soriano molto curiosi e
mi fornito aiuto e materiali bibliografici, inoltre reperimento della materia prima […] Critazo seu in qualche modo somiglianti a quelli di Sessa[…] da Paci-
per i loro preziosi consigli e contributi Francesco stiglio de retro lo palazo […] Concessione passire cavare chelli G. B., Il Regno di Napoli in prospettiva II, Arnal-
Caravetta, Maria Paola Borsetta, per la loro assi- et fare cavare crita nello Critazo seu stiglio de retro […] do Forni Editore, 1975, p.108. ed anche il Mara-
stenza Gabriele Fabiani e Antonio Viscomi. notaio Migliorella Orazio, anno 1587, c.171. dove fioti cita, riguardo al piccolo centro di S. Demitre
Per i riferimenti archivistici si introduce con CSas il critazo o stiglio era il posto dove si ricavava la creta Castello […] El particolare da lodarsi in questo Castello
per l’Archivio di Stato di Cosenza. per farne dei vasi, in questo caso il posto e su colle è, ch’ì vasi di terra sono molto nobili, e sa ne serve quasi tutta
2 Per brevi cenni sulle origini e la lavorazione Triglio nei pressi di palazzo Arnone. Su suggeri- la Provintia;[…] da Marafiori G., Cronache et Antichi-
della ceramica in Calabria si consulti Romeo G., mento di Maria Paola Borsetta. tà di Calabria, Arnaldo Forni Editore, 1981,p.133v.
L’Artigianato in Calabria. Le Caratteristiche ceramiche di 5 CSas, notaio Manilio de Luca, anno 1576, Centro molto attivo in questa produzione fu Squil-
Seminara, Reggio Calabria 1981. Sulla storia della cc. 206r-207r: c. 207r. Su suggerimento di Maria lace, infatti risale al 1753 l’atto in cui un certo Pao-
lavorazione delle ceramiche: […]Presso la rocca di Paola Borsetta lo Sestito da Squillace s’impegna per la fornitura di
Cosenza, che incombe sulla città, si dice nasca oro, argento 6 CSas, notaio Greco Giovanni Lorenzo (45), 10.000 riggiole (piastrella) colorate e di cinquemila
e piombo. Si fabbricano vasi di creta[…] Barrio G., An- anno 1555, c.520v. mezze riggiole bianche smaltate per pavimentare
tichità e luoghi della Calabria, Edizioni Brenner, 7 Ibidem, vol. 1561-1562, c. 118v. la chiesa di S. Teresa, col compenso di ducati 60,
Cosenza 1979, p. 186-187; […]Si producono in Locri 8 Ibidem, anno 1555, c.747. Altri inventari che oltre la fornitura della creta e del legname per la
rinomati lavori di creta, padelle, gotti, ampolle da olio. An- citano Montefusco: l’nventario di Pietro Paolo Ci- cattura nonché vitto e alloggio. Riferimento com-
fore, piatti, dischi, canne ed altre cose di questo tipo[…]si cala con casa sopra le Vergini […]un pipera de Faienza parso in Brutium (1950) XXIX n°11-12 p.5; sullo
trova la terra rossa usata dagli artigiani e la pietra da mola con la casa […]due fiaschetti di Montefusco piccoli una sa- stesso argomento si consulti Donatone G., La Cera-
frumentaria e olearia, come pure il magnesio, la pietra focaia lera di Faienza[…] notaio Greco Giovanni Lorenzo mica di Squillace, Cava dei Tirreni 1983.
e la pietra color giallo della quale si servono i vasai[…]In (45) vol. 1561-1562 c.58v; l’inventario di Ascanio 11 CSas, notaio Marsico Prospero (55), anno
questa zona, da questo territorio fino al promontorio Cocinto Fontanarossa con casa alla piazza dei Mercanti […] 1580, cc.150-156v.
e altrove, durante il novilunio è gettata fuori una terra; la venti pezzi di piatti tra Montefusco e Marsia […] no- 12 menati: decorato o usato.
chiamano Maramusca; si innalza come mota dalle talpe e, taio Greco Giovanni Lorenzo (45) vol. 1561-1562 13 Fuche o fucagli: tappi.
cotta senza acqua, diventa un’ottima argilla per vasi[…] c.135v; l’inventario di Porsia Cardinale con casa 14 cucuma: brocca per prendere acqua. Cfr. con
Ibidem p.385, Cfr. con Rohlfs, Nuovo Dizionario Dia- alla piazza S. Tommaso […] alcuni vasi de casa de Rohlfs G., Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria,
lettale della Calabria, Ravenna Longo Editore, 1977, Montefusco e Marsia […] notaio Greco Giovanni op. cit., p.211.
p.392.: Terreno calcareo arenoso, terra biancastra Lorenzo (45) vol. 1561-1562 c.499 15 CSas, notaio Plantedi Pietro (66), anno 1598,
arida. Bella descrizione su questo genere di arti- 9 CSas, notaio Marsico Prospero (55), anno c.418.
gianato a Gerace si trova in Brutium (1958) anno 1580, c 66v. 16 CSas, notaio Greco Giovanni Lorenzo (45),
XXXVII, n.3-4, p.11: […]I vasai risiedono al borgo. 10 Rossano: la cittadina calabra era produttri- anno 1555, c.699.
Alcuni hanno bottega in piccole caverne scavate nella parete ce di ceramica in passato, per approfondimenti si 17 CSas, notaio Cacciola Mercurio (11), anno
rocciosa […] devono vivere in un ambiente che conservi una consulti Donatone G., Ceramica antica di Calabria, 1595, c.94.
qual certa umidità perché la creta possa modellarsi più age- Cava dei Tirreni 1983, p.87. Nello stesso testo in- 18 pignate: orciolo per vino o acqua. Cfr con
volmente sulla ruota figulina. Forse non hanno la fantasia e teressanti studi sono stati effettuati sulla produzio- Rohlfs, Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria, op.
l’estro dei vasari di Seminara, quanto a purezza di linee e ne ceramica di diversi centri in Calabria. cit, p. 393.
scelta di colori, ma ne uguagliano certamente l’abilità. Ab- In provincia di Cosenza, più precisamente a Paola 19 CSas, notaio Plantedi Pietro (66), anno 1598,
biamo visto sbocciare le anforette in pochi istanti, lievitare da si riporta […]Al mare le rimangono le botteghe dè Buccari c. 207. Per altri esempi di inventari dello stesso pe-
una carezza. Vi è poi una particolare versatilità per i piccoli si rinomati, che io vidi lavorar con la finissima creta rossa, riodo e di appartenenza a case patrizie si possono

100
consultare l’inventario di Gio Bernardino Bombi- 35 CSas, notaio Pasquale Assisi (269), anno vasi e piastrelle e quella della famiglia Colonnese,
ni abitante a Portapiana: […]due vasi di Marsia per 1778, cc. 209-218. di cui si trova testimonianza in diverse abitazioni
metterci acqua[…]un bucale de Marsia […] una saliera, 36 Fiamenghi, fiamminghine, fiaminghine: piat- gentilizie di Cosenza. I Colonnese, iniziarono la
unaTazza, un sotto coppa di Marsia […]un bacile Mar- to ovale da portata. loro fortuna con Salvatore Colonnese, model-
sia[…] notaio De Paola Angelo (27), anno 1582, 37 Tonni: Tondi latore di gesso formatosi presso la manifattura
c.258v.; per l’inventario della famiglia Caputi nella 38 CSas, notaio Trocini Giovan Giacomo (648), Giustiniani, nel 1830 fondò la sua fabbrica che si
zona dei Padolisi: […]un bucale di faienza,[…] quattro anno 1772, c.185v; c.186v; c.190. occupava prevalentemente di vasi da fiori e lavori
tazze di faienza due grandi e due piccole[…]un baciletto fa- 39 Esempio di come si usava lo stile cinese: […] ornamentali, seguiranno la fabbrica di famiglia e
ienza[…] notaio De Paola Angelo (27), anno 1581, quadri con figure alla cinese […] tondini alla cinese numero la sua professione i figli Francesco e Gaetano che
c. 102. sei, quattro quadri con cornici alla cinese[…] tondini alla potenzieranno l’attività con nuove macchine e tec-
Al contrario nell’inventario della famiglia Abate, cinese numero sei, quattro quadri con cornici alla cinese[…] niche di lavorazione, la testimonianza è data da un
con un nucleo famigliare dalle poche possibilità notaio Pasquale Assisi (269), anno 1767, cc. 330- atto del 12 giugno 1841, in cui una comunicazione
economiche, si trova solo: […] due sottotazze di Creta 336. del Ministero e reale segreteria di stato degli affari
[…] notaio Plantedi Pietro (66), anno 1598, c. 83. 40 Nel palazzo che la famiglia possedeva a di interni concede una privativa con Regio Decreto,
20 CSas, notaio Maugeri Giacomo (58), anno Soverato […] Sevizio piatti in creta di Marsia con giretti a Salvatore, Gaetano e Francesco Colonnese, per
1603, c. 526v. verdi chicchere in concerto e anche altre di creta di Palermo; aver inventato una macchina che taglia e compri-
21 Ibidem, anno 1603, c. 117v. […]due giarnette di creta della Regina con Fiori[…] ciarre me i mattoni.
22 CSas, notaio Scavello Francesco Maria (243), di creta, due varie ordinari di creta e altre coselle di creta[…] La macchina che inventarono venne considerata
anno 1620, c. 208v. zuppiera Faenza […] un vacile ossia fiaminghina […] la più innovativa della manifattura napoletana.
23 CSas, notaio Catanzaro Giovanni Matteo notaio Sicilia Bruno (631), anno 1788, c. 243v Nel 1881 la fabbrica era ancora attiva, ma nel
(115), anno 1640, c. 30v; c. 35. (c.246 e 251). 1885 della manifattura rimane solo un magazzino
24 Per gli inventari di spezieria in loco ditto la piac- 41 CSas, notaio Trocini Carmelo Maria (647), per la vendita di prodotti ceramici fino ad essere
za de santo thomaso si propone quello di Mario Muo- anno 1793, c. 25. rilevata. Si approfondisca su Solima M., Pavimenti
io (de moyo): [...] Item in una camera posta nella cantina 42 CSas, notaio Sicilia Bruno (631), anno 1786, Napoletani del XIX Secolo, Edizioni Scientifiche Ita-
nella quale sono trovate le infrascritte robbe videlicet [...] uno c.122. Altri esempi: inventario della famiglia Pa- liane, Napoli 2002, pp.47-48; per quanto riguarda
crucifisso de cira masturato uno san francisco fatto de creta scale nel quartiere di S. Andrea […]ventiquattro gli schemi e le fantasie decorative delle piastrelle si
uno ecce homo fatto de creta uno quatro piccolo de la madon- piatti Porcellana, cinque Bacili porcellana e altre robbe di veda a p. 104 e p. 112; De Bonis M., Restare di Sas-
na de la pietà uno crucifisso piccolo in quatro [...] nota- creta[…] notaio Assisi Pietro (270), anno 1737, so, Amministrazione Comunale di Cosenza, 1997,
io Giacomo Maugeri, anno 1598, cc.171v-180v; c.392v; inventario della famiglia Mollo residente p.32; CSas, Intendenza di Calabria Citra, Società
c.179v. Su suggerimento di Maria Paola Borsetta. presso la Ruga dei Gaeti, tra gli oggetti che riguarda- economica, b. 8, fasc. 52.
25 Nappe: Scodella di Creta. Cfr con Rohlfs G., no la Cappella di famiglia si trova: […]due cannatel- Sull’argomento interessante fu la Mostra su Antichi
Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria, op. cit, p. li di cristallo con piattini di Faienza[…] notaio Assisi Pavimenti Napoletani delle Dimore della Calabria curata
450. Pietro (270), anno 1744, c.410; inventario dei De dal Dott. Guido Donatone, tenuta dal 28 novem-
26 CSas, notaio Catanzaro Giovanni Matteo Chiara presso Mezzo Tumolo […] Stipo con dentro robe bre 1998 al 12 dicembre 1998 presso la Casa della
(115), anno 1645, c. 68v. Seguono altri atti con po- di creta per l’uso di cucina altro stipo con sessanta piatti, ven- Culture, Cosenza. Durante la Mostra furono espo-
chi manufatti, l’inventario dei De Luca nella zona ti vacili, quattro zuppiere di porcellana ordinaria […] no- ste molte piastrelle delle fabbriche dei Migliuolo,
dei Pignatari: […]un bacili e un bocale di Marsia, […] taio Sicilia Bruno (631), anno 1772, c.5; inventario dei Giustiniani, di Delle Donne, di Maiurino, di
basi piccole di Marsia, […] tre alti pezzi piccoli di Mar- di proprietà del Reverendo Capalbo sita presso il Barberio e dei Colonnese.
sia[…] notaio Catanzaro Giovanni Matteo (115), ponte di S. Maria […]bacile di porcellana, zuppiere, vaso
anno 1640, c.96v; e dello stesso anno l’inventario di cafè di creta fina[…] notaio Rossi Antonio (604),
della famiglia Lupo ai Pignatari […] dieci pezzi Faen- anno 1775, c.232; inventario dei beni del Palazzo
za fra sotto Tazze e Piatti due barattoloni Faienza […]Uno baronale di Martino in Montegiordano […]cassa
marruffo e uno barattolo piccolo di Faienza […] notaio piena di vara Faenza della Terza(?)[…] notaio Rossi
Catanzaro Giovanni Matteo (115) anno 1640, c. Antonio (604), anno 1779, c. 121.
88v; inventario de Ricca nel quartiere di S. Lucia: 43 CSas, notaio Scavelli (72), anno 1604, c.119v,
[…] tre boccali Faienza, sottotazze, saliere,[…] piatti di c.225v, c.227, c.227v, c.228.
Faienza e di Rossano menati o che si menano per la casa 44 CSas, notaio Gaetano Martirano (506), anno
[…] notaio Scavelli Giovanni Domenico (72), 1765, c.236v.
anno 1604, c. 251v; inventario di Palazzo Falvo 45 Catasto Onciario: Strumento di intervento
sopra le Vergini […] cinquanta piatti e venti grandi di statale con lo scopo di mettere ordine e uniformità
Faienza […] venti piatti piccoli e sei grandi Faienza […] nel campo tributario e superare le difficoltà legate
notaio Bevacqua Carlo (104), anno 1681-1682, c. al vecchio sistema di rilevamento. Per approfondi-
153v. menti Caravetta F., Un orto accanto alla casa, Falco
27 CSas, notaio Conti Antonio (108), anno Editore, Cosenza, 2007, p. 85.
1705, cc.81v-83v. 46 CSas, Catasto Onciario di Cosenza, 1756,
28 CSas, notaio Graziano Marco (445), anno c.137.
1725, c. 473. 47 Ibidem, c.141.
29 Ibidem, c.255v. 48 Ibidem, c.146.
30 CSas, notaio Martirano Luigi (509), anno 49 Ibidem, c,151v.
1792, c.143v. 50 Ibidem, c.158.
31 CSas, notaio Pasquale Assisi (269), anno 51 Ibidem, c.163.
1764, cc. 80v-83v. 52 Ibidem, c.180.
32 Ibidem, anno 1768, cc. 45v-61v. 53 Gli inventari del 1800 non descrivono in det-
33 Ibidem, anno 1771, cc.248-262. taglio vasellame in genere quindi difficilmente si
34 Pignate d’Insogna: Recipiente per conserva- possono fare esempi, sicuramente esistevano molte
re la sugna, il grasso. fabbriche tra cui uno dei più apprezzati marchi di

101
Pottery, art and collecting
Potteries production and artistic careers in
Calabria between ‘700 and ‘900

102
Ceramica, arte e collezionismo
Manufatti in ceramica e carriere artistiche
tra ‘700 e ‘900 in Calabria

103
Art’s fruition in Cosenza between the XVII and the XVIII
century: potteries and paintings
Ivana Donato

The essay points out the results obtained by mapping arts collection present in Cosenza in the lapse of time that
goes from the XVII to the XVIII century, a research putted in action by studying a rich corpus of legal post mortem
inventories referable to nester’s and urban aristocracy and, kept near Cosenza State Archive Notarial Group.
Art’s collections census, reconstruction and analysis gave back to us, fittings, potteries, paintings subjects, and also the
aspects of the richest art’s collections showing how increased because of came into legacy or, vice versa, how quickly
were dismembered.
Lots are the collections counting besides paintings also potteries, in particular Faenza’s majolica, testifying that the
taste for minor art was present also between the most important families of the town.
Reviewing Cosenza’s houses and palaces permitted establishing how works of art fruition touched picked up social
classes as well as pointing out kept works of art typologies and the aim pursued in collecting it.

104
Il consumo d’arte a Cosenza tra XVII e XVIII secolo:
materiali ceramici e dipinti
Ivana Donato

Lo spoglio di un corpus di inventari legali dei beni post mortem, riferibili ad esponenti dell’aristocra-
zia latifondista e del patriziato urbano, depositati presso il fondo Notarile dell’Archivio di Stato di
Cosenza, ha permesso di ricostruire un quadro dei gusti culturali e delle scelte artistiche dei lati-
fondisti e patrizi cosentini tra XVII e XVIII secolo. Il censimento, la ricostruzione e l’analisi delle
collezioni d’arte, condotti attraverso la sola analisi delle carte notarili – che hanno ottemperato
alla funzione di valido documento storico artistico - hanno restituito allestimenti, oggetti ceramici,
soggetti dei dipinti e fisionomie delle raccolte artistiche più articolate e ricche, mostrandone l’in-
cremento nel corso dei passaggi ereditari o, viceversa, il repentino smembramento1.
Numerose sono le collezioni che annoverano oltre ai dipinti di vari soggetti anche le ceramiche,
le «maioliche di Faienza» la cui presenza negli inventari topografici è per lo più registrata nelle
sale di rappresentanza dei palazzi cosentini, a testimonianza del fatto che un certo gusto per l’arte
minore era diffuso tra i maggiori esponenti nobiliari della città. L’uso frequente della definizione
«maiolica di Faienza» conferma la diffusione della candida maiolica faentina anche nelle pro-
vince del Regno di Napoli, dove iniziarono facilmente a circolare in quanto dalla metà del XVI
secolo furono importate a Napoli maioliche compendiarie di Faenza, eseguite per lo più nella
bottega del maiolicaro Francesco Mezzarisa2. Le maioliche quindi dalla seconda metà del XVI e
in tutto il XVII secolo si diffusero dall’Europa centrale al Sud Italia.
Negli inventari analizzati sono rintracciabili anche oggetti di terracotta di Rossano, provenienti
evidentemente dalla fabbrica rossanese dove fin dalla seconda metà del XVI è documentata la
produzione di oggetti ceramici maiolicati. Gabriele Barrio nel suo De antiquitate et situ Calabriae
stampato nel 1571 ricorda che in diciotto paesi calabresi si fabbricavano non solo ceramiche co-
muni di uso quotidiano ma anche quelle di maggior pregio per le famiglie nobiliari.
Nonostante l’arretratezza culturale e sociale in cui versavano le province del Viceregno spagnolo,
i membri più avveduti dell’aristocrazia latifondista e del patriziato cittadino non disdegnavano
di dedicarsi alla pratica collezionistica, considerata anche in periferia un efficace strumento di
autocelebrazione sociale.
L’analisi degli inventari dei beni post mortem ha permesso di tracciare la mappa del consumo d’arte
a Cosenza e di ipotizzare l’intento perseguito nell’accumulo delle opere d’arte, tanto da poter
supporre che l’acquisto degli oggetti d’arte avesse intenti collezionistici motivati da una consa-
pevolezza culturale o più frequentemente intenti puramente decorativi e di ostentazione sociale.
L’analisi della diffusione artistica e del consumo d’arte in Calabria fra XVII e XVIII secolo deve
tener conto del contesto sociale ed economico che l’ha generata. La ricchezza economica inte-
ressava a fasi alterne l’aristocrazia feudataria e il patriziato cittadino, i cui rappresentanti sono gli
unici a essere citati negli inventari come possessori di dipinti e di altri beni di lusso, a eccezione
di qualche presenza borghese. Il fenomeno collezionistico diventò più complesso e diffuso dalla
metà del XVII secolo in poi, in concomitanza con la disintegrazione dei grandi patrimoni feudali
e la conseguente nascita di una miriade di signorie, che favorì l’incremento dell’attività edilizia di
palazzi e ville nobiliari sia in città che nei feudi. La scelta di indagare il periodo a cavallo tra Sei-
cento e Settecento è legata alla nascita di tale fenomeno politico e sociale generato dall’indebita-
mento delle grandi famiglie latifondiste dal XVI secolo in poi a causa della rivoluzione dei prezzi
che portò, tra Seicento e Settecento, alla vendita di corpose porzioni di feudi (ad esempio Carafa

105
e Sanseverino) dai quali nacquero decine di signorie. Questo fenomeno sociale incrementò la
costruzione, dentro e fuori la città di Cosenza, di palazzi e di residenze aristocratiche e patrizie e
la formazione di raccolte d’arte che diventarono assieme al feudo sul quale sorgevano simbolo di
potere e prestigio sociale3.

Le raccolte d’arte dell’aristocrazia latifondista


Dalle raccolte rintracciate emerge un interessante intreccio di ceramiche e dipinti per lo più di-
sposti negli ambienti di rappresentanza dei palazzi cosentini: nell’anticamera alla sala e nella sala.
E’ ipotizzabile che le motivazioni che spinsero l’aristocrazia latifondista ad acquistare dipinti e
«maioliche di faenza» fossero differenti a seconda dei casi. Ad esempio, è probabile che Gerola-
mo Sersale, Principe di Castelfranco si dedicasse alla pratica collezionistica supportato da intenti
culturali e allo stesso tempo encomiastici, la sua raccolta infatti annovera ritratti degli avi e di
regnanti spagnoli, dipinti di soggetto letterario, storico e veterotestamentario, piatti, vasi, boccali
di Faenza. L’accumulo di dipinti e di oggetti d’arte applicata poteva fungere, assieme all’acqui-
sto dei titoli nobiliari, da strumento visivo per l’ostentazione della ricchezza e dello status sociale
raggiunti dall’aristocrazia feudale e dal patriziato urbano4. Si sono inoltre rintracciati casi in cui
i dipinti e le ceramiche assursero a ruolo decorativo e di arredo all’interno del palazzo, come nel
caso esaminato più avanti di Salvatore Toscano. Inoltre, dall’analisi degli inventari si può ipotiz-
zare che in almeno 5 casi la presenza di dipinti dai soggetti letterari e mitologici potesse derivare
da un approccio collezionistico sistematico e consapevole. In ragione di ciò, rivestono un ruolo
importante gli inventari che registrano accanto ai quadri «ordinari» anche soggetti mitologici e
biblici, spia del livello intellettuale del collezionista.
Nello scorrere gli elenchi dei beni ci imbattiamo, ad esempio, in Gerolamo Sersale5, principe di
Castelfranco, che nel 1687 possedeva una cospicua collezione di dipinti, formata da 92 pezzi, col-
locata nel palazzo di Cerisano, composta in prevalenza da soggetti devozionali e ritratti, accanto
ai quali però trovavano spazio anche le tele dalle tematiche letterarie, classiche e veterotestamen-
tarie che farebbero supporre un intento collezionistico da parte del principe: Trionfo di David, «Isto-
ria di Eliseo», «Giudicio di Salomone», «istoria di Muzio Scevolo», «istoria di Ciro», «l’istoria di
Sisara», «un altro quadro grande co la pittura et effiggie di guerra», «un altro consimile con la
musica», «due quadri grandi uno co l’istoria del giudizio et l’altro co l’effiggie della peste fame e
guerra», il Trionfo di Bacco, «l’istoria di Lott hebbro». La presenza di soggetti allegorici, storici e
mitologici, poco diffusi fra i nobili cosentini, è una spia degli interessi culturali di Gerolamo, che
possedeva anche una libreria ben fornita di testi di letteratura classica e di storia antica e contem-
poranea.
L’inventario topografico non manca di citare la presenza, sui mobili intarsiati delle sale del pa-
lazzo, di oggetti di ceramica di «faienza», espressione usata di frequente dai notai cosentini per
indicare la qualità più elevata della ceramica, distinguendola spesso da quella ordinaria destinata
all’uso quotidiano e rintracciabile nella «camera da cocina». Il mercato delle ceramiche fini da
tavola era dominato dalle smaltate campane, liguri, abruzzesi di importazione per lungo tempo
accessibili solo alla nobiltà e agli istituti ecclesiastici.
Un altro esponente dell’aristocrazia latifondista dedito alla pratica collezionistica, come fareb-
bero supporre le opere veterotestamentarie e mitologiche, era Don Gio Batta Rota6, barone del
feudo di Belvedere Malapezza e Zinga, che nel 1689 lasciava agli eredi solo 10 dipinti ma dal
soggetto interessante, tra cui si ricordano i cinque di «palmi sette e cinque» raffiguranti il «Bagnio
di Diana», «l’istoria del viaggio di Rachaele» e la «figura del Rè Saulle» tutti «di mano di Carlo
Rosa», uno dei principali pittori pugliesi del Seicento, esponente della «scuola bitontina», attivo
anche a Napoli e a Roma7. L’intento collezionistico di Don Gio Batta lo si può ravvisare anche
nel carattere di ciclo che sembrano formare i cinque dipinti raffiguranti Diana al bagno. L’arredo
della sala di rappresentanza era arricchito da paramenti in velluto alle pareti e mobili intarsiati
sui quali ancora una volta il notaio registra la presenza di piatti di rappresentanza definiti «reali»
senza specificarne la tecnica di produzione.
L’inventario del 1703 di Filippo Cavalcanti8, barone della Rota, nell’anno della sua morte an-

106
noverava circa 100 dipinti tra santi, immagini di devozione, nature morte, paesaggi, ritratti, ma
anche soggetti ricercati spia di una probabile passione letteraria, come testimoniano le storie
tratte dalla «Minta del Tasso», «un quadro vecchio con Sansone», David e Betsabea; Sansone e Da-
lila9. Dall’analisi dell’inventario del barone Filippo possiamo ipotizzare che la massiccia circola-
zione di tele manieriste nelle chiese calabresi fra XVI e XVII secolo influenzò anche i gusti della
committenza privata. Nell’inventario di Filippo Cavalcanti, infatti, sono registrate 3 tele sacre
attribuite a Daniele Russo, seguace di Ippolito Borghese, ovvero di «un quadro co Santa Rosa; un
altro con l’imagine della Madonna e S. Catarina; un altro con la schiodatione di Giesù Cristo».
Russo aveva realizzato alcune tele per la chiesa di San Francesco d’Assisi di Cosenza allineatasi ai
dettami controriformistici e aveva lavorato per altri committenti religiosi locali diffondendo la sua
maniera attardata anche tra i committenti privati.
Interessante è la collezione di ceramiche esposte nella sala del palazzo: il notaio Arcucci, accanto
a candelabri d’argento e mobili intarsiati, registra «quattro fiori grandi, quattro statuette con fiori
[…] quattro fiori indorati […] due cannestri ovali con l’Arme, due altri cannestri tondi senz’ar-
mi […] una profumiera» e alcuni piatti «reali». La collocazione delle figurine plastiche e degli
altri oggetti nella sala di rappresentanza, dove erano esposti anche i dipinti, e l’uso dell’aggettivo
«reale» fanno supporre che gli oggetti d’arte fossero parte integrante dell’arredamento della sala,
e in quanto tali acquistano un valore proprio come documenti del gusto raffinato della famiglia
Cavalcanti.
Giuseppe Cavalcanti10, barone di Sartano, nel suo palazzo cosentino posto nel quartiere della
Giostra Vecchia lasciava nel 1705 una collezione di 100 dipinti. I soggetti erano in prevalenza
devozionali oltre ai ritratti della famiglia Cavalcanti, collocati nella sala secondo una logica en-
comiastica accanto ai ritratti dei regnanti spagnoli Carlo II re di Napoli e di Sicilia e Filippo V,
primo re di Spagna della dinastia dei Borbone. L’allestimento della sala, basato certamente su
intenti autocelebrativi, dove erano radunati tutti i ritratti della collezione, aveva una funzione
encomiastica della casata imperiale di Spagna, dalla quale la famiglia Cavalcanti aveva ottenuto
prestigiosi riconoscimenti politici e titoli nobiliari. Anche in questo caso l’allestimento della sala
era completato da oggetti di «terracotta» disposti sui mobili intarsiati di cui però il notaio non
fornisce alcuna descrizione. Vista la collocazione si può ipotizzare che svolgessero una funzione
primaria di arredo e che fossero per questo di elevata manifattura.
L’unica opera di carattere mitologico annotata nell’elenco dei beni è un «quadretto di un palmo e
mezzo, sop.a cristallo con cornice indorata, co ninfe», che nel contesto culturale del collezionismo
privato calabrese denota un gusto ricercato e non popolare, così come il dipinto con la rappresen-
tazione delle «quattro virtù cardinali». E’ interessante notare che i quattro quadri «di palmi sei
l’uno» con le virtù umane - prudenza, giustizia, fortezza, temperanza - simbolo di una condotta
di vita basata sul bene, sulla fede e sulla ragione erano collocati secondo una logica encomiastica
accanto al ritratto di Filippo V.
Il numero elevato di dipinti elencati negli inventari degli esponenti dei diversi rami della famiglia
Cavalcanti fa supporre che alla base dell’accumulo delle opere d’arte ci fosse una chiara inten-
zione collezionistica, un’ipotesi avvalorata dalla presenza oltre che di soggetti devozionali, anche
di soggetti mitologici e letterari che denotano una scelta delle tele dettata da gusti culturali ben
precisi. Del resto, lo spoglio inventariale dimostra che l’accumulo delle opere ricercate per sogget-
to era una condizione imprescindibile per la formazione di una quadreria che potesse fungere da
specchio degli interessi culturali e dello status sociale del proprietario.
Fra gli aristocratici aperti alla pratica collezionistica va segnalato anche Francesco Guzzolini,
barone di Cervicati, esponente di famiglia di feudatari con palazzi in Cosenza e nei feudi di perti-
nenza. Gli inventari dei membri della famiglia attestano che dalla fine del XVII secolo i Guzzolini
incrementarono gradualmente il numero e la qualità dei quadri acquistati, in connessione alle
fortune politiche ed economiche dei membri della casata11. È senza dubbio uno degli allestimenti
più opulenti dell’epoca rintracciati nei palazzi nobiliari cosentini: nel 1736 i dipinti nel Palazzo
cosentino di S. Andrea erano 173, di cui 22 attribuiti al fiammingo Borremans; l’inventario elenca
anche statue devozionali di marmo, paramenti di damasco riccamente decorati, specchi intaglia-

107
ti, mobili intarsiati e suppellettile d’argento. Tra gli oggetti di «terracotta» si registra in particolare
un presepe collocato su un «boffettino piccolo» nella sala da studio di Guzzolini. Tali figure prese-
piali erano molto diffuse nei palazzi cosentini e lasciano supporre una funzione oltre che di arredo
anche devozionale. Le collezioni Guzzolini annoveravano, come annotato dal notaio Assisi nel
1727, anche «porcellane di Boemia», dunque la raccolta di oggetti d’arte di famiglia era il riflesso
di una corrente di gusto aggiornata.
Tra le casate che si dedicarono in maniera sistematica alla costituzione di una quadreria e all’ac-
cumulo di oggetti ceramici va ricordata anche la famiglia Sersale, principi di Castelfranco e duchi
di Cerisano. I documenti notarili attestano sin dalla prima metà del XVII secolo il possesso di
dipinti dai soggetti raffinati raffiguranti una «Sosanna», «Lot», «istorie antique consistenti in sei
quadri grandi et quatro consimili del testam.to vechio» e oggetti di Faenza, tra cui vasi e piatti tutti
registrati nel palazzo cosentino dall’inventario del 163912.
Anche il Castello Sersale sorto sul feudo di Cerisano, come attesta l’inventario del 1639 di Orazio
Sersale, era arredato con 73 dipinti devozionali, battaglie, nature morte e ritratti che, alla metà
del XVII secolo, probabilmente furono spostati in parte nel Palazzo di Lauria, contea lucana sotto
il dominio dei Baroni Exarques, quando il principe Annibale sposò Eleonora Exargues, signora
della terra di Lauria. Nelle stanze del palazzo calabrese rimasero comunque 185 quadri, come re-
gistrato dall’inventario del 1659 di Annibale Sersale Juniore13, tra cui dipinti di grandi dimensioni
raffiguranti Il profeta Zaccaria, i «fatti di Mutio Scevola», Il sacrificio di Isacco, L’allegoria dei vizi, Salomè
con la testa del Battista, Giaele e Sisara, Il giudizio di Salomone, Loth e le figlie.
Inoltre, l’inventario del 1659 documenta un consistente nucleo di nature morte, circa 70, gene-
ricamente definite «di fiori», che proprio per l’elevato numero farebbero pensare ad un preciso
progetto collezionistico da parte di Annibale per un genere pittorico che a Napoli aveva già con-
quistato un posto di eccellenza nelle dimore della borghesia e fra i collezionisti dell’aristocrazia
terriera14. L’incremento del numero di nature morte si ebbe fra il 1639 e il 1659, quando da «du-
dici quadretti de diversi fioretti co le cornici indorate», come si evince dall’inventario del 1639, si
passò a circa 70 quadri di fiori. Il carattere di corpus parrebbe confermato dal fatto che già alla fine
del Seicento l’ingente gruppo di dipinti sparisce in blocco dagli inventari dei beni degli eredi di
Annibale (inventario post mortem 1687 di Gerolamo Sersale, inventario dei beni post mortem del 1693
di Antonio Sersale, inventario post mortem del 1695 di Domenico Sersale), forse perché venduto o
appunto trasferito come blocco unico nel palazzo napoletano di famiglia.
Rimane invece invariato il corpus di oggetti d’arte di ceramica sia nella consistenza che nella tipo-
logia: piatti e vasi di ceramica collocati in bella vista su mobili di legno lavorato.
L’inventario dei beni del 1687 del figlio di Annibale, Gerolamo Sersale15, registra un incremento
della collezione, composta di 85 quadri circa, fra vecchi e nuovi soggetti, smembrata del nucleo
di «fiori» ma arricchita di nuove tele: la Storia di Ciro, tre quadretti di piccole dimensioni con Venere
e le ninfe, un grande Trionfo di Bacco, alcuni paesaggi, ritratti di antenati, l’effige della fama, peste e
guerra, le storie di Eliseo, di Salomone e Zaccaria.
In tutti gli inventari citati della famiglia Sersale sono annoverati negli ambienti di rappresentanza
all’interno di mobili intarsiati con vetrine «piatti reali» e piatti di diverse misure con lavorazio-
ni in oro. Si tratta di ceramiche esposte solitamente nella sala del palazzo, che si differenziano
nettamente per il carattere di rappresentanza dai piatti «ordinari» collocati nei «cassoni» e negli
armadi presenti invece nelle cucine, come annotato dai notai che negli anni hanno registrato i
vari passaggi ereditari tra i membri della famiglia.
Intenti devozionali sono rintracciabili nella raccolta di un’altra famiglia di feudatari, i Toscano,
appartenenti alla seconda piazza dei nobili di Cosenza, che nel 1695 esibivano nel palazzo di città
una quadreria di 77 opere, quasi tutte di soggetto sacro che lasciano ipotizzare intenti devozionali
e di arredo. Il nucleo più cospicuo di dipinti e stampe era collocato nella Sala dove era esposta
una galleria di santi e di effigi di Madonne legate al culto locale: San Francesco di Paola, San Domenico
Suriano, S. Nicola di Bari, San Nicola da Tolentino, la Madonna della Neve, la Madonna delle Grazie e una
serie di immagini dell’Annunciazione e dell’ascesa al cielo della Vergine. Interessanti, per tecnica
esecutiva, dovevano risultare le raffigurazioni di santi «sopra taffità», incorniciate ed esposte ac-

108
canto alle figure di «pergameno» e ai quadretti di rame16. L’inventario topografico non manca di
annoverare nella sala di rappresentanza del palazzo diverse «ceramiche di Faienza» collocate su
«boffetti» dorati e intarsiati, che ripropongono un gusto per la ceramica di qualità, molto diffuso
tra la nobiltà calabrese del periodo.
In generale, dall’analisi degli inventari emerge che le raccolte dell’aristocrazia latifondista erano
costruite secondo intenti differenti. Le quadrerie con soggetti mitologici, letterari, veterotesta-
mentari e ritratti erano lo specchio del livello culturale del proprietario, che si dedicava consape-
volmente alla pratica collezionistica, spesso legando l’interesse culturale all’esigenza di celebrazio-
ne sociale. Le raccolte di soggetti sacri erano al contrario costruite con intenti devozionali ai quali
erano coniugate le esigenze decorative e di arredo.
Tra i soggetti emerge una netta predilezione per i paesaggi e le nature morte, per i ritratti, per le
raffigurazioni di Madonne e santi della tradizione cultuale locale, per i soggetti veterotestamentari
e letterari e, in qualche caso, per i quadri mitologici con Venere, Diana e Bacco.
Nella maggior parte delle raccolte non mancano statuette, piatti di varie fogge, bacili, salsiere,
tazze, scodelle, caffettiere e vasi di ceramica di «faienza» di cui in qualche caso i notai registrano
seppur frettolosamente i preziosi decori in oro. La diffusione delle arti minori aveva senza dubbio
intenti di arredo e di autocelebrazione nei casi in cui sugli oggetti era impressa l’arme della casa-
ta. La presenza di presepi, collocati soprattutto nelle camere da letto e negli studi, indica intenti
devozionali e allo stesso tempo decorativi.
Le fonti del XVII secolo attestano quali importanti centri di produzione di ceramica Rossano e
Corigliano, registrando allo stesso tempo come luogo di produzione anche Mursia in Spagna.
Non sono rari infatti negli inventari i riferimenti alla ceramica di «Marsia», come nel caso dell’in-
ventario di Santo Pascale, maestro di Camera della Reggia Udienza che possedeva: «[…] bacile
di Marsia […] tre piatti grandi di Marsia […] sottotazze di Marsia […] boccali di faienza […]
pignate di creta».
Gli oggetti ceramici da esposizione erano collocati per lo più su mobili intarsiati, tra cui anche
credenze, nella sala e nell’anticamera alla sala.
Se nel Seicento gli inventari registrano tazze e caffettiere di faenza, salsiere, scodelle, piatti e
zuppiere, nel Settecento la tipologia di forme cambia. I notai cosentini infatti descrivono zup-
piere con coperchio, vasi con coperchio, bianche di creta di Palermo, «chicchere» con piattini e
zuccheriera, fiamminghe, insalatiere che in qualche caso risultano impreziosite da decorazioni e
«menature d’oro». Da precedenti studi risulta che a Palermo nel 1491 era attiva la bottega di un
ceramista calabrese, Nicola da Cusentia, a testimonianza dell’esistenza di maestranze cosentine17.

Le raccolte d’arte del patriziato cittadino


I rappresentanti dell’aristocrazia feudale non erano i soli a possedere corpose collezioni: dall’ana-
lisi degli inventari emerge infatti che anche i rappresentanti del patriziato urbano si dedicavano
all’acquisto e all’accumulo di opere d’arte. Il patriziato cittadino era formato da nobili che pur
possedendo latifondi si dedicavano esclusivamente all’amministrazione burocratica dell’Universi-
tà di Cosenza e percepivano solo i proventi derivati dai feudi dati in affitto.
Dallo spoglio dei 156 inventari legali sono stati rintracciati circa 60 inventari dei beni appartenen-
ti ad esponenti del patriziato urbano, che descrivono in media 70 dipinti per raccolta.
Le opere erano collocate nell’anticamera alla sala, nella sala, nell’anticamera alla camera da letto,
nella camera da letto e nello studio. Le motivazioni che spronavano all’acquisto dei quadri sono
diverse a seconda dei casi analizzati, ma tutte riconducibili a tre tipologie: intenti di celebrazione
sociale (inventario Pompeo Sambiase, 1677), di arredo (inventario Giuseppe De Perri, 1690; in-
ventario Saverio Cavalcanti, 1710) e di collezionismo intenzionale (inventario Emanuele Mollo,
1743; inventario Giuseppe Greco, 1748).
Fra gli esponenti della nobiltà cittadina di Cosenza dediti al collezionismo intenzionale, come
si deduce dai soggetti dei dipinti posseduti, va segnalata la famiglia Sambiase18, che occupava
un ruolo politico importante in città per aver esercitato il diritto di eleggere ed essere eletta alle
cariche pubbliche. I Sambiase preferirono rivestire cariche governative a Cosenza ed impegnarsi

109
nell’amministrazione dell’alta burocrazia statale, nonostante fossero proprietari di possedimenti
fondiari concentrati nel territorio dell’Alto Tirreno cosentino ai confini con la Basilicata. La fami-
glia nel 1677 possedeva 78 dipinti circa, collocati nella sala e nelle anticamere del palazzo: «dodici
quadri di sala co li ritratti delli imperatori antichi», Storie di Loth, una tavola di piccole dimensioni
della Madonna, Storie della Passione di Cristo (Ultima Cena, Orazione nell’orto, Flagellazione, Salita al Cal-
vario, Crocifissione, Compianto su Cristo morto), due scene di battaglia su pietra di piccole dimensioni,
santi, paesaggi. Oltre ai quadri, l’inventario registra i tanti mobili intarsiati e laminati d’argento, i
tappeti, gli specchi dorati, gli oggetti d’argento e un discreto numero di ceramiche di «Faienza»,
tra piatti e bacili.
La famiglia De Perri vantava anch’essa una cospicua quadreria, formata da 85 quadri, periziata
nel 1690 alla morte di Giuseppe De Perri19. L’inventario legale fornisce una descrizione dettaglia-
ta del palazzo del quartiere Li Paludisi, elencando i beni mobili presenti nell’anticamera alla sala,
nella sala, nella camera da letto. L’arredamento è sontuoso: mobili intarsiati, cortine decorate alle
pareti, specchi, tappeti, oggetti d’argento e ceramiche di Faenza, una biblioteca composta di libri
di legge, letteratura latina, storia romana, letteratura sacra. I dipinti sparsi per il palazzo erano
per lo più di carattere devozionale; il nucleo più consistente, 42 pezzi, era collocato, secondo una
funzione puramente decorativa e di arredo, nell’anticamera alla sala dove sono registrati anche
otto «paesi». Gli altri dipinti della raccolta, di cui l’inventario non fornisce una descrizione del
soggetto, erano collocati nelle camere da letto del palazzo dove si registrano anche alcuni presepi
di terracotta.
Un altro nucleo di dipinti da segnalare per consistenza apparteneva a Giuseppe Greco20, espo-
nente di una nobile famiglia del patriziato cittadino inclusa nella seconda piazza del Sedile dei
Nobili. Secondo quanto registrato dal notaio Assisi nel 1748, il palazzo dell’antico quartiere della
Giostra vecchia custodiva un’interessante raccolta d’arte di reliquiari d’argento e pietre preziose,
oggetti d’argento che denoterebbero un interesse particolare per gli oggetti preziosi, scarabattoli
di vetro con dentro una Sacra Conversazione in terracotta, e un piccolo corpus di dipinti per lo
più di soggetto sacro sparsi nelle camere del palazzo. Oltre ai santi e alle Madonne, l’elenco dei
beni annovera 15 dipinti con «la pittura di paesaggi e uccelli», 6 con fiori e frutti e diversi ritratti
di antenati di famiglia.
In cucina si registrano «cascioni» dove venivano conservati gli oggetti di creta ad uso quotidiano.
Nel complesso, dallo spoglio delle carte inventariali emerge un alto livello di benessere economico,
che non era però diffuso in maniera capillare fra tutti i membri del patriziato urbano calabrese.
In alcuni casi il consumo d’arte era molto contenuto e si rivolgeva soprattutto a dipinti devo-
zionali ordinari raffiguranti santi (San Francesco d’Assisi, San Francesco di Paola, San Domenico, Santa
Barbara, Sant’Antonio), Madonne con Bambino (Madonna del Carmine, Madonna del Pilerio, Madonna di
Costantinopoli), paesaggi e nature morte che avevano una funzione essenzialmente di arredo. Basta
scorrere gli inventari dei beni per notare che molte famiglie patrizie, specialmente quelle di minor
peso politico e sociale, possedevano pochi quadri, spesso di carta («di pergameno»), di piccole
dimensioni che riproducevano santi locali, Madonne e storie del Vecchio Testamento usati in
luogo dei dipinti per decorare le dimore nobiliari. Il novero di dipinti modesti per dimensioni è
spesso associato alla presenza di «corami» o più frequentemente di cortine di damasco e velluto,
che nel XVII e nel XVIII secolo erano ancora utilizzati in Calabria per allestire le stanze di rap-
presentanza dei palazzi.
A differenza delle raccolte dell’aristocrazia feudale, quelle patrizie annoverano le vedute di città
e le carte geografiche, mentre i soggetti devozionali (Madonne locali, santi, scene del Nuovo e
dell’Antico Testamento), le nature morte (fiori, frutti), i paesaggi e i ritratti degli antenati e dei
regnanti spagnoli sono presenti in entrambi i gruppi sociali.
Meno marcate invece sono le differenze di gusto tra nobiltà e patriziato per quanto riguarda la
circolazione degli oggetti in ceramica. Anche fra il patriziato è diffuso l’uso di ceramiche d’arredo
collocate per lo più sui mobili intarsiati delle sale e delle stanze di rappresentanza dei palazzi.
L’assenza di descrizioni particolareggiate non ci permette di ricostruire l’iconografia delle tante
statuette di terracotta che sono registrate dai notai cosentini. In qualche caso si fa riferimento alla

110
provenienza dei patti, vasi, insalatiere, zuppiere, richiamando la fabbrica di Rossano e soprattutto
quella di Faenza.
È probabile che la committenza nobiliare, così come quella patrizia, si rivolgesse in prevalenza ai
luoghi di produzione più importanti extra regionali visto l’uso decorativo e la funzione di osten-
tazione sociale svolta dai pezzi ceramici più prestigiosi, mentre le maestranze locali assolvevano
con più probabilità alla funzione di centri di produzione di ceramica di uso quotidiano di cui dal
Settecento in poi si registrano diversi pezzi collocati negli stipi delle cucine.

1 Per un’analisi dei criteri espositivi diffusi tra – Notarile, Notaio Clausi Giovanni Giacomo. 14 Labrot G., Collections of paintings in Naples:
le famiglie nobili cosentine cfr. Donato I., Il con- 6 Inventario di Gio Batta Rota, 1689, ASCS – 1600-1780, Munich 1992.
sumo d’arte a Cosenza tra XVII e XVIII secolo, in “Ar- Notarile, Notaio Clausi Giovanni Giacomo. 15 Inventario di Gerolamo Sersale, 1687, ASCS
chivio Storico per la Calabria e la Lucania”, anno 7 Abbate F., Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il – Notarile, Notaio Clausi Giovanni Giacomo.
LXXVII, pp. 107-131. Per una ricognizione det- Cinquecento, ROMA 2001, pp. 194-195. 16 Inventario di Salvatore Toscano, 1695,
tagliata sulla diffusione e sulla consistenza delle 8 Sull’attività in Calabria di Daniele Russo si ASCS – Notarile, Notaio Conti Antonio.
raccolte d’arte private nella Calabria Citeriore si rimanda a Leone G., Di alcune immagini della Beata 17 Donatone G., A proposito della ceramica calabrese,
veda Donato I., Raccolte d’arte a Cosenza e in Calabria Vergine Maria nell’attuale Diocesi di Cassano allo Jonio, in “Quaderno del Centro Studi per la Storia della
Citra: inventari legali 1650-1750, in “Polittico. Studi Paola 1999; Idem, Luci e ombre. Alcune riflessioni sto- Ceramica Meridionale”, pp. 67-71.
della Scuola di Specializzazione e del Dottorato di riografiche e storico-artistiche sulla cosiddetta “Scuola di 18 Inventario di Pompeo Sambiase, 1677,
Ricerca in Storia delle Arti Visive e dello Spettaco- Monteleone”. Disegni dal XVII al XIX secolo, a cura di ASCS – Notarile, Notaio Crocco Giacinto.
lo dell’Università di Pisa”, 2012, pp. 97-118. C. Carlino, Soveria Mannelli, 2001, pp. 55 sgg. 19 Inventario di Giuseppe De Perri, 1690,
2 Donatone G., La maiolica napoletana dell’età ba- 9 Inventario di Filippo Cavalcanti, 1703, ASCS – Notarile, Notaio Conti Antonio.
rocca, Roma – Benevento, 1974. ASCS – Notarile, Notaio Arcucci Muzio. 20 Inventario di Giuseppe Greco, 1748, ASCS
3 Placanica A., La Calabria del Sei-Settecento: eco- 10 Inventario di Giuseppe Cavalcanti, 1705, – Notarile, Notaio Assisi Pietro.
nomia, società, cultura in Atlante del Barocco in Italia. Ca- ASCS – Notarile, Notaio Conti Antonio.
labria, a cura di R.M. Cagliostro, Roma 2002, pp. 11 Per l’incremento della collezione Guzzolini
9-26. si confrontino: inventario di Bernardo Guzzolini,
4 Sambiasi G., Ragguaglio di Cosenza e di trent’una 1694, ASCS – Notarile, Notaio Infante Gaetano;
sue nobili famiglie, Bologna, 1969; Martire D., La Ca- inventario di Giacinto Guzzolini, 1727, ASCS –
labria Sacra e Profana, ms XVIII secolo, Archivio di Notarile, Notaio Assisi Pietro; inventario di France-
Stato di Cosenza, ed. parz. Tipografia Migliaccio, sco Guzzolini, 1736, ASCS – Notarile, Notaio Assisi
Cosenza, 1876-1878, (ristampa anastatica Roma, Pietro.
1973); Andreotti D., Storia dei Cosentini, Cosenza, 12 Inventario di Orazio Sersale, 1639, ASCS –
1978; Palmieri L., Cosenza e le sue famiglie attraverso Notarile, Notaio Arnone Vito Antonio.
testi, atti e manoscritti, Cosenza, 1999. 13 Inventario di Annibale Sersale 1659, ASCS
5 Inventario di Gerolamo Sersale, 1687, ASCS – Notarile, Notaio Tavernese Gio Batta.

111
For a history of Calabrian Nineteenth century pottery. The
cases of Andrea Cefaly and Giuseppe Costanzo
Manuela Alessia Pisano

In the varied Nineteenth century italian artistic framework, the field of pottery works as limus paper useful to inve-
stigate on impacts and results of the widespread industrialization process already started elsewhere. The stunning
growth of the industrial and artistic activity, interpreted under its different aspects, causes an intense debate on the
relation between artisan tradition, art and industry.
It’s inevitable underlining that applied arts’ relaunch is substantiated in the theoretical resuming expression of “useful
and beautiful” pointing out the need of functionality clearly joined with the recognized esthetical value of the object.
Through a brief excursus on the theories spread all over the century, on the most important exponents who promoted
the cultural turmoil, on institutions and structures that arose in the clear awareness of coeval crisis and in the rush for
the industrial renewal, it is possible to analyze the Italian, Southern Italy and above all Calabria’s situation, offering
an overview of some between the most important episodes concerning artistic production in the field of pottery: the
Royal Factory of Capodimonte Porcelain (1743-59), the footnote represented by the Royal Factory of majolicas
of Caserta (1753-1756) and the Royal Fabric Ferdinandea (1771-1806), the activity of entrepreneurs like Del
Vecchio, Giustiniani, Colonnese, Migliuolo and, going on in time, the activity of entrepreneurs such as Mollica,
Cacciapuoti, the Mosca brothers and the Campagna.
Emblem of the recognized industrial culture growing importance, on which the national economic development should
have ground on, is the rising of many schools of art applied to industry and Industries Museums. The opening of
the Neapolitan M.A.I (Artistic Industrial Museum) with its school workshops, in 1882 and unspeakably tied to
the names of Demetrio Salazar, Gaetano Filangeri, Domenico Morelli and Filippo Palizzi, can be fully placed in
this atmosphere.
Expression of the deep relation between artist, context and coeval culture are Andrea Cefaly and also Giuseppe
Costanzo pottery productions. This essay examines an artistic production fruit of the direct and documented relation
with the neapolitan places where the two artists both, born in Lamezia, lived and worked for sometime.
On one hand is analyzed Cefaly’s activity and Cortale’s pedagogic experiment, school of art and, at the same time,
socio-cultural breeding ground around which circled a series of personalities who’s involvement in the industrial
culture is clear, until arriving to the realization of majolicas and porcelains attributable to Cefaly’s advanced artistic
path. On the other hand there’s the examination of a “minor” experience: Costanzo’s production, of whom is also
presented a brief biographical profile.
The essay recreates, through remarkable documents, many unpublished, the story of the small but important factory
opened in Nicastro in 1886.

112
Per una storia della ceramica dell’Ottocento in Calabria
I casi di Andrea Cefaly e Giuseppe Costanzo
Manuela Alessia Pisano

Il contesto

Nel corso dell’Ottocento il settore ceramico assume nuova importanza connesso com’è al dibattito
intorno al rapporto tra tradizione artigiana, arte ed industria. È il secolo della ceramica per la
borghesia, i cui gusti influenzano il naturale sviluppo e aggiornamento di modelli e decori senza
essere esenti dalle mode e novità tecnologiche che incalzano fuori dall’Italia.
Un’indagine sul territorio della Calabria non può che partire dal contesto più ampio di riferimento
e, perciò, da una riflessione sull’impatto e sugli esiti del dilagante processo di industrializzazione
già in atto altrove. Saranno esaminati due casi-studio rappresentativi: Andrea Cefaly senior (1827-
1907) e la produzione di ceramica dipinta e Giuseppe Costanzo (18481-?), esperienza ‘minore’
ma non meno significativa, di cui si traccia anche un breve profilo. Il saggio ricostruisce i pregressi
e la vicenda costruttiva del, seppur modesto, opificio ceramico Costanzo impiantato a Nicastro
nel 18862.
Nelle province del Regno di Napoli un primo tentativo di industrializzazione venne portato
avanti dai Borbone sin nella seconda metà del Settecento. L’articolato programma di riforme e
provvedimenti concepito dagli illuminati monarchi per risollevare le sorti economico-sociali del
Regno interessò svariati settori (archeologico, architettonico, urbanistico, agricolo, commerciale).
La spinta propulsiva verso l’affermazione e lo sviluppo delle arti minori, come continuavano
ad essere qualificate a quella data, acquisì una rilevanza particolarmente significativa. La Real
Fabbrica degli Arazzi di Napoli (1737- 1806), il Laboratorio delle Pietre Dure a San Carlo alle Mortelle
(1737- 1861), la Cristalleria di Castellamare (1746-1748), la Fabbrica d’Armi a Torre Annunziata
(1757-1857) poi trasferita a Scafati, la Manifattura degli Acciai (1782-1806), la Real Colonia di tessuti
di San Leucio (1789-1862) che dava seguito alla Fabbrica delle Sete già impiantata a San Carlo alle
Mortelle, sono alcuni tra i più notevoli episodi di manifattura artistica su cui si poggia la linea
riformatrice carolina e ferdinandea. Sempre a Carlo III di Borbone e Ferdinando IV si deve
l’impianto della Real Fabbrica della Porcellana di Capodimonte (1743-59), della brevissima parentesi
della Real Fabbrica delle maioliche a Caserta (1753-1756) e della Real Fabbrica Ferdinandea (1771-1806)3,
all’ombra dei quali si formarono valenti artisti e tecnici destinati a raccogliere l’eredità di un
apprezzato passato e a dargli seguito mettendo a profitto quelle tendenze innovatrici che stavano
investendo il settore.
Lo slancio ‘industriale’ della capitale partenopea fu all’origine della veloce ripresa economica in
grado di reggere la concorrenza con affermate realtà europee quali Londra e Parigi.
Già dal secondo decennio dell’Ottocento ad una sempre più stanca produzione di porcellana
si affiancò quella della terraglia all’’uso inglese’, largamente apprezzata dalla media e alta
borghesia napoletana. Accanto alle popolari fabbriche dei Del Vecchio e dei Giustiniani, che
davano seguito alla tradizione delle manifatture reali, sorsero numerosi altri opifici il cui nome
si lega a quello di moderni imprenditori napoletani come i Colonnese, i Migliuolo che ad un
certo momento si unirono ai Giustiniani e, più avanti nei decenni, i Mollica, i Cacciapuoti, i
fratelli Mosca, i Campagna. A dispetto di questa elevata concentrazione di attività manifatturiere
ciò che si percepisce distintamente all’indomani dell’unificazione nazionale è un’eccessiva
rigidità di sistema che rivela un certo provincialismo e la difficoltà di adeguarsi al mercato

113
internazionale. Le già ricordate officine dei Giustiniani (1848) e dei Del Vecchio (1855 ca), per
citare gli esempi maggiori, avevano chiuso definitivamente i battenti ma, ciò che fu assai peggio,
i rapidi cambiamenti socio-economici cui si assisteva, in specie il passaggio al regime liberistico,
innescarono un processo di indebolimento dell’industria meridionale tale da minare alla radice
del processo di modernizzazione faticosamente intrapreso.
Conditio sine qua non per l’effettivo raggiungimento di un adeguato sviluppo tecnologico,
indispensabile per la crescita dell’intero sistema economico oltre che per il superamento
del profondo divario tra l’Italia e il resto d’Europa, sarebbe stato un radicale cambiamento
di mentalità. I tradizionali canali di trasmissioni delle conoscenze tecniche avevano messo in
evidenza pregi e limiti di una pratica anacronistica che l’istruzione professionale, insistentemente
caldeggiata dalla pubblicistica del tempo, avrebbe potuto superare.

Le Nazioni d’Europa fanno in questi nostri tempi sforzi straordinari per rendere
efficace l’istruzione tecnica […] Io credo che, se noi concentrassimo i nostri
sforzi nell’istruzione professionale, forse in dieci o dodici anni potremmo dare un
vigorosissimo impulso a tutte le nostre industrie4

dichiarava nel 1867 il deputato Giorgio Asproni intervenendo nel dibattito sulla questione delle
scuole industriali e professionali. Analogamente, qualche anno dopo, veniva riaffermato quanto
divulgato nel 1873 dall’ex ministro Gaspare Finali in una sua circolare:

l’operaio intelligente […] tenace alla fatica ma non istruito, non preparato
dalla educazione dell’occhio e della mano; sono queste le cause più generali
dell’inferiorità nostra ed ogni mezzo sarebbe insufficiente a rimuoverle che non
si informasse ad intelligente associazione di forze e a meditati e savi ordinamenti
educativi. Per questo […] dobbiamo continuare a diffondere ed a perfezionare
l’insegnamento tecnico e professionale5.

Il sorgere di numerose scuole d’arte applicata all’industria e insieme di musei di arte industriale
disseminati sul territorio nazionale a partire dalla seconda metà del XIX secolo e in particolare
dal terzo decennio in poi è emblematico della riconosciuta crescente importanza di quella
cultura industriale su cui avrebbe dovuto poggiare lo sviluppo economico della Nazione. «Chi
vagheggia un’Italia doviziosa e potente deve desiderare che questo moto progressivo si rafforzi
e si accelleri»6. La triade scuola-didattica-esposizione intorno alla quale era stato incentrato il
funzionamento della prestigiosa istituzione del South Kensington Museum, poi ribattezzato Victoria
and Albert Museum di Londra (1852), verrà regolarmente riconfermata negli scopi statutari delle
nascenti istituzioni formative. Il modello sarà replicato, fatte salve alcune modifiche, su larga scala
per tutto l’Ottocento, Torino e Roma in testa7. Si ispira a questi principi anche il M.A.I. napoletano
con annesse Scuole Officine, istituito nel 1878 e inaugurato nel 1882 e inscindibilmente legato
ai nomi di Demetrio Salazar, Gaetano Filangeri, Domenico Morelli e Filippo Palizzi, che di
fatto costituisce un tentativo di re-allineamento a quell’idea di modernità così bramosamente
inseguita8. L’insegnamento che si pratica nelle scuole dell’Istituto è duplice, artistico e tecnico9.
Alla base della formazione soprattutto pratica degli operai e dei tecnici specializzati nei principali
settori delle arti applicate rimane confermata la pratica del disegno e l’osservazione dall’antico
e dal moderno. L’indirizzo di questa promozione delle arti applicate nella direzione industriale
è efficacemente sintetizzato dalle parole del principe Gaetano Filangieri: «L’industria si prefigge
l’utile; l’arte, la ricerca del bello, donde l’arte indirizzata all’industria è l’utile nel bello»10. Tale
assunto non si discosta molto dall’espressione art manufactures coniata nel 1845 da Henry Cole
per significare «fine art or beauty applied to mechanical production [le belle arti o la bellezza
applicati alla produzione industriale]»11.
Nascono e si diffondono, talvolta su richiesta delle Società Operaie di Mutuo Soccorso, le scuole
serali «fuochi centrali da cui si spanderà la luce del sapere tecnico»12 come li definisce l’onorevole

114
Luigi Luzzatti che assolvono, essenzialmente, un’importante funzione sociale.
In merito alle condizioni delle Calabrie le relazioni ufficiali del tempo danno conferma, malgrado
il quadro complesso e contradditorio, del ruolo predominante svolto dal comparto agricolo oltre
che della sussistenza, indubbiamente meno incisiva per l’economia regionale, di altre attività
tradizionali quasi sempre a carattere familiare.

Nella media Calabria sebbene vi sia abbondanza di acqua e di materie prime,


l’industria manifatturiera non ha tutto lo sviluppo di cui sarebbe capace, perché si
teme avventurare i capitali in qualsiasi speculazione, e si preferisce l’industria agricola,
benché le condizioni son tali che trar si potrebbe profitto dall’una e dall’altra13.

Più specificatamente per la Calabria Ulteriore Seconda:

ad eccezione delle fabbriche di seta, delle ferriere di Mongiana, delle fabbriche di


cuoi di Tropea […] le altre manifatture non si esercitano in apposita fabbrica e con
opportuni capitali, ma in piccolo, spicciolatamente, e nelle case stesse degl’individui
che se ne occupano più ad oggetto di trar quanto basta alla lor sussistenza che per
fine commerciale.14

Circa lo stato generale in cui versa il comparto ceramico calabrese nel corso del XIX secolo
è possibile affermare che uno dei principali elementi di debolezza, insieme all’incapacità
di impiantare moderni stabilimenti industriali, è la difficoltà della popolazione a sfruttare
adeguatamente le grandi potenzialità disponibili sul territorio. Sarà, forse, opportuno e utile
esporre alcune considerazioni di ordine generale sulle risorse naturali e ambientali della Calabria.
Che non vi fosse carenza di materia prima ma, al contrario, consapevolezza diffusa di questa
ricchezza si evince dalle numerose analisi e disamine che rilevano il crescente desiderio di
affrancamento dalla subalternità della posizione italiana rispetto a quella delle nazioni estere:

Se dobbiamo arguire dalle nostre condizioni nel passato, ci è lecito sperare che
una maggiore conoscenza della costituzione geologica del suolo italiano varrà col
tempo a francarci da tale soggezione verso lo straniero, fatale sempre alla nostra
economia, ed anche indecorosa, ogniqualvolta dipenda da volontaria ignoranza o
riprovevole indifferenza per le nostre naturali ricchezze15 .

La posizione geografica e la disponibilità, in loco, delle risorse necessarie –argilla, acqua, legno,
tanto per citare le materie prime indispensabili- costituiscono, come è evidente, una variabile
tutt’altro che secondaria nel settore ceramico. Il ceramista pisano Tito Ristori che aveva percorso
in lungo e largo quell’estrema parte della Penisola che va dal mare Ionio al mar Tirreno per
riconoscere e studiarne i prodotti minerali:

Riconobbe su Monteleone, nella Calabria superiore, quelle terre feldispatiche


abbondanti di sostanze stagnifere, che gli antichi adoperavano nelle loro terre
cotte, e che oggi vengono estratte e caricate come zavorra su bastimenti esteri, per
ritornarci più tardi ridotte in diverse maniere di stoviglie e di porcellane16.

«Il feldspato è abbondantissimo […] a Reggio di Calabria»17.

Atte a far risorgere nelle accennate provincie un’industria quasi completamente


sparita, servirebbero assai il caolino e il feldispato non alternato misto a granelli di
quarzo, che è il vero petunzé dei chinesi, i quali trovansi in abbondanza a Tropea
presso Catanzaro, e il caolino che si trova in Pedavoli, a Gerace nella contrada
Prestarena e a Bova, presso Reggio. E in provincia di Cosenza abbiamo eccellenti

115
argille di vari colori e di varie specie a Castrolibero, Rende, Bisignano, Rogiano-
Gravina, nel circondario di Cosenza; a Terranova di Sibari, Tarsia, Spezzano
Albanese, San Lorenzo del Vallo, in quello di Castrovillari, delle quali si servono
gli abitanti per fare materiali da costruzione e vasi d’ogni dimensione, ma tutti
assai rozzi. Nelle Calabria si trovano pure le terre refrattarie18.

Il dibattito che ne consegue esprime significativamente lo status quaestionis:

le nostre fabbriche di stoviglie somministrando vasellame rozzissimo, sarebbe


oltremodo necessaria la introduzione delle manifatture di maioliche per uso di
ogni classe di cittadini. Si potrebbero principalmente stabilire nel Distretto di
Rossano, ove l’arte figula è poco e mal conosciuta, e dove si vendono a caro prezzo
i vasi di creta che si fanno venire da Napoli, da Sicilia, da Vietri, dalle Grottaglie
ec. non senza molte difficoltà di trasporto e di dispendio. Nella Calabria Citeriore
essendovi argille, combustibili, terre metalliche, ed altri materiali in gran dovizia,
non riuscirebbe gravoso il primo stabilimento di dette fabbriche, dalle quali poi
ritrarrebbero gran guadagno i fabbricanti ed i proprietari di esse19.

Quando poi si passi alla situazione specifica del territorio della Calabria Ulteriore Seconda,
oggetto di approfondimento nella seconda parte del contributo, il quadro tratteggiato è il seguente:

Si fanno stoviglie in diversi paesi frà quali, Nicastro, Cotrone, Squillace, S.


Andrea, Soriano e Gerocarne, ma si attende per cotesta manifattura positivo
miglioramento dopocchè ritorneranno istruiti i due giovani che si sono mandati
in Napoli appositamente a spese della provincia onde perfezionarsi in tale arte20.
Per le stoviglie oltre i miglioramenti tentati cò premi, da più tempo […] si fece
dalla società [Società economica della provincia di Calabria Ultra Seconda]
il progetto, ora eseguito, di mandarsi in Napoli due giovani onde perfezionarsi
nella manifattura di esse, e notizie sonosi somministrate sulla qualità delle terre del
comune di Nicastro ove anni dietro due artefici da Palermo voleansi far venire21.

Il territorio lametino fu teatro di un episodio che, seppur isolato, appare straordinariamente in


linea con quelle aspirazioni di modernità riscontrabili nel resto d’Italia e d’Europa nello stesso
arco temporale. Nel contesto comprensoriale lametino, com’ è risaputo, la produzione ceramica
è attività di antica origine e insediamento, attestata a più riprese nel corso dei secoli22. Un
tentativo di rinnovamento in chiave industriale del comparto ceramico nicastrese prese l’avvio
nella seconda metà del XIX secolo sotto il nome di Giuseppe Costanzo. L’impianto moderno
dell’opificio, del quale si dirà più diffusamente avanti, non ebbe risvolti sostanziali sul territorio ma
l’inquadramento e la precisazione di questa isolato episodio assume una certa significatività nel
segno del recupero della memoria. L’altra vicenda esplorata ha per protagonista uno degli artisti
più significativi dell’Ottocento in Calabria: Andrea Cefaly e la sua, ancora poco nota, produzione
di piatti e maioliche dipinti con ritratti, figure di animali e scene più o meno complesse che
rappresentano l’altra espressione del segno dei tempi.
Il discrimen tra ceramica d’arte in senso stretto e ceramica artistica industriale è facilmente intuibile
legato com’è al concetto di funzionalità e utilità. A tal proposito, argomentando sull’importanza
industriale della ceramica veniva annotato «Uno sguardo alla interna vita famigliare basta per
dimostrarvi la convenienza e l’utilità di quel vasellame, svariatissimo di forme e di applicazioni,
che adorna la nostra mensa e che è adatto a tutti i bisogni, a tutti gli usi della vita»23. Di contro
disquisendo sul valore strettamente artistico delle ceramiche veniva precisato:

Le maioliche non offrono sempre una grande bellezza artistica, ma si rendono


interessanti più che per altro, per la difficoltà nella manifattura, per la rapidità

116
necessaria ad eseguire il dipinto, per la vernice invetriata, piena di luci iridate, che
riverbera l’argento, il rubino e l’oro, per la varietà ottenuta nei colori, segreti lungo
tempo smarriti, ma recentemente strappati all’oblio nella nostra Italia24.

Il caso della manifattura di Doccia25 è emblematico: la «svariatissima serie di lavori»26 che produce
include pezzi d’arte unici frutto di un’accurata ricerca tecnica e formale ma anche oggetti seriali
d’uso comune che dovevano assolvere a ben altre funzioni:

Le eleganti sue stoviglie in porcellana, gli artistici suoi gruppi di frutti, gli Dei
tutti dell’Olimpo modellati da valenti artisti sotto la saggia direzione dei Ginori
[…] Poscia le necessità dell’attuale secolo non tardarono ad obbligare la fabbrica
di Doccia ad aggiungere un ramo di comune utilità a quello artistico: in essa si
rimpasta la creata e si riempiono i suoi forni di stoviglie di maiolica all’uso inglese,
e tosto la bontà dei prodotti e modicità dei loro prezzi li rendono preferibili fra noi
a quelli dell’Inghilterra27.

Andrea Cefaly e la sperimentazione pittorica su ceramica.

il nostro celebre artista della Provincia Commentatore Cefalì, ha pure in questo


anno messo in mostra alla Promotrice, Esposizione di Belle Arti in Napoli, un
piatto dipinto. Il fondo rappresenta una battaglia, ed ha tanta forza di colorito
da sembrare più che maiolica dipinta a fuoco, un quadro ad olio; sul bordo sono
attorno puttini a belve con decorazione piacevolissima. I forestieri vi si fermavano
per lunghe ore, fosse ammirazione od invidia!28

Della sperimentazione pittorica su ceramica di Andrea Cefaly rimane traccia, oltre che nei
cataloghi delle esposizioni e in qualche successiva biografia, anche in qualche lettera. Malgrado
tale produzione, ancorché ridotta, sia rimasta generalmente in sordina29, è interessante
ripercorrere alcune tappe del percorso30 che precedono e, in certo senso, chiariscono le ragioni
della concomitante realizzazione di pittura su tela e su ceramica.
La carriera di Cefaly prende avvio con l’inaugurazione nel 1857 dello studio napoletano al
vicolo di San Mattia nei Quartieri Spagnoli. Furono in molti a frequentare abitualmente tale
dimora: i fratelli Palizzi, Michele Cammarano, Saro Cucinotta, Michele Lenzi, Michele Tedesco,
Francesco Martini, Antonio Migliaccio, Achille Martelli, Achille Talarico e molti altri artisti
ricchi di entusiasmo e di fertili fermenti intellettuali. Senza allontanarsi dallo scopo principale
va, tuttavia, sottolineato quanto tale esperienza sia significativa per la comprensione dei rapporti
intessuti più avanti tra alcuni di questi artisti. Segue il rientro in Calabria nel 1860 e la fondazione
nel 1862 di una scuola di pittura denominata Istituto Artistico Letterario di Cortale frequentata da molti
giovani calabresi, di cui rimane una preziosa testimonianza nell’insegna su tavola recentemente
esposta alla mostra OTTONOVECENTO. Arte in Calabria nelle collezioni private31.
La scuola fu avviata e gestita col supporto del pittore bagnolese Michele Lenzi, amico fidato
conosciuto nella capitale borbonica che rimase accanto all’artista sino al 1864. Nel 1863 sorse
anche, sull’esempio di quelle già create a Napoli intorno al 1825, una Società degli Artieri che ebbe
a presidente onorario Giuseppe Garibaldi. Si trattava, in entrambi i casi, di realtà educative
informate all’ideale liberale e, dunque, incentrate intorno al principio dell’esperienza sociale
e della solidarietà umana. La concretizzazione, se vogliamo, di un principio etico-sociale che
troverà spazio nelle sue teorizzazioni successive «arte […] considerata utile allo svolgimento del
grande problema sociale»32.
L’episodio che sancisce l’insanabile frattura di tali esperienze e, al contempo, la protesta nei
confronti di un sistema politico-amministrativo svilente si data al 1875 quando, oltre a dimettersi
dalla carica di Consigliere Provinciale, Cefaly chiuse la scuola d’arte. Il progetto culturale

117
ambizioso di «trapiantare in «periferia» quanto di meglio lui stesso aveva appreso negli anni
trascorsi a Napoli a contatto soprattutto con Palizzi»33 non aveva retto l’impatto con la realtà. Dopo
l’esperienza didattico-formativa calabrese l’artista fece ritorno a Napoli (1876), partecipando, tra
l’altro, alla Grande Esposizione Nazionale di Belle Arti tenutasi l’anno seguente. Pressappoco
attorno a questi anni va collocata la sperimentazione su ceramica che doveva trovare appoggio
nella contemporaneità artistica e in quel rinnovato interesse per la produzione di maioliche. Di
tale pratica si ha notizia anche in un passaggio di una lettera che ha permesso di anticipare,
almeno di un quinquennio, suddetta produzione artistica presentata dal Cefaly alle pubbliche
esposizioni a partire dal 1882.
La realizzazione del piatto in maiolica raffigurante il mezzobusto del musicista Vincenzo Bellini
(fig. 1), allora Napoli, Conservatorio di San Pietro a Maiella e oggi non più rintracciabile34, è
uno dei più interessanti e documentati episodi che non va disgiunto dal collezionismo eclettico
e insaziabile di Francesco Florimo. Alla serie dei ritratti pittorici di musicisti, iniziati nel 1874,
si aggiunse la commissione del manufatto ceramico che fu parte integrante del processo di
formazione delle collezioni del ‘santuario dell’arte’35.

Chi sa che non mi prepari, con quella gentilezza, di modi che tanto ti distingue, anche il
piatto con la figura allegorica, a me piacerebbe che fosse la dea della Musica, abbigliata
a Venere, seminuda. Addio mio caro, generosissimo amico […] son certo che questa mia ti
metterà di buon umore, e domani svegliandoti comincerai il parto del tuo fervido ingegno36

così Florimo chiudeva la missiva inviata all’artista in data 30 ottobre 1877. Al centro,
evidentemente eludendo la precisa richiesta del committente, il ritratto del musicista catanese
realizzato a partire da una delle numerose derivazioni incisorie del Ritratto di Bellini di Friedrich
Millet la cui copia era, peraltro, presente presso il Conservatorio e più ragionevolmente dalla
ripresa in controparte della litografia di Edouard Millet (un esemplare a Milano, Museo Teatrale
alla Scala) da cui deriva, a sua volta, la litografia Gatti e Dura (fig. 2) che preferisce il taglio a
mezzo busto e riduce all’essenziale la raffigurazione. Alle sue spalle la raffigurazione dell’Etna
fumante e lungo la tesa alcune allegorie morali connesse all’effigiato e al committente –la Fama,
dalle sembianze femminili; in alto l’eroica figura di Amina tratta da La Sonnambula, una delle più
popolari composizioni del Bellini- e, in basso, il mezzo busto del Florimo. Il piatto che dovette
essere ultimato nel 188637 destò immediati apprezzamenti «il Consiglio di questo Collegio primo
è rimasto contento di possedere una rarità. Tutti ti elogiano e tutti applaudono la tua generosità
per aver donato tanti ritratti, e in ultimo il Bellini per l’eternità a questo Collegio […] l’85enne
Florimo»38.

118
Fig. 2 Gatti e Dura, secolo XIX. Ritratto del musicista
Vincenzo Bellini, Milano, Civica Raccolta di Stampa
Bertarelli.

Fig. 1 Andrea Cefaly, 1880-1886. Piatto con Ritratto del musicista Vincenzo Bellini. Già Napoli, Conservatorio di
San Pietro a Maiella.

119
Fig. 3 Andrea Cefaly, ante 1883. Piatto con Dante
alle porte dell’Inferno. Cortale, casa Cefaly.

Cefaly continuò a realizzare lavori su ceramica anche in seguito partecipando, tra l’altro, a
numerose mostre. Alla Promotrice di Belle Arti di Napoli del 1882 espose la maiolica, citata
in apertura, Scontro tra la cavalleria di Antonio e Ottavio sotto le mura di Alessandria39 raffigurante la
battaglia epocale avvenuta il 2 settembre del 31 a.c ad Azio. Quattro sue maioliche erano presenti
alla Promotrice napoletana dell’anno seguente40: Partenza di bersaglieri, Cavallo aggredito dai lupi,
Corradino e L’Inferno (fig. 3). Quest’ultimo si trovava, e ancora si trova41, nella «stanzetta dove morì
l’indimenticabile don Andrea»42 (Cortale, casa Cefaly). La raffigurazione, al centro del piatto, di
Dante e Virgilio che attraversano la porta dell’Inferno è abbinata, sulla tesa, al serrato sviluppo di
motivi allegorici derivanti dal poema dantesco. Il soggetto tratto dalla quarta cantica dell’Inferno
godette di vasta popolarità anche in virtù di quel recuperato mito di Dante che, ad un certo
momento, era diventato uno dei principali filoni di ricerca del pittore.
Tra le opere esposte alla 1a Mostra d’arte calabrese realizzata nel 1912 a Catanzaro su iniziativa di
Alfonso Frangipane e, tra l’altro, anche prima grande retrospettiva a pochi anni dalla scomparsa
dell’artista, figuravano: Autoritratto con fantasia patriottica su ceramica allora Catanzaro, eredi avv.
Giuseppe Migliaccio43 e piatto con figurina allora Catanzaro, sig. Giuseppe Abiusi44.
Nell’elenco generale in appendice alla monografia del 1971 Antonio Pelaggi ricordava, inoltre,
due piatti in porcellana con soggetto Discussione in casa Votta di Maida (diam. cm 23)45 e Madonna
con Bambino, quest’ultimo prodotto dalla manifattura Ginori di Doccia (diam. cm 24)46, entrambi
allora a Catanzaro nella collezione dell’avv. Bonaventura Bevilacqua. Il manufatto testimonia
l’interesse, a dir il vero meno sondato rispetto ad altri, verso la tematica religiosa riscontrabile,
nondimeno, in un altro piatto firmato e datato 1879 [?] raffigurante, al centro, una Madonna con
Bambino, Santi e [personificazione?] e, sulla tesa, una teoria di stelle su sfondo nero e recentemente

120
passato sul mercato digitale (asta ebay – 6 novembre 2012).47 È ancora Pelaggi a ricordare un
piatto con figura di tema non specificato allora Catanzaro, eredi prof. Giuseppe Abiusi48 e un
Autoritratto con fantasia patriottica già esposto nel 191249.
Malgrado la vasta dispersione, legata anche alla complicata vicenda di successione ben nota agli
studiosi, costituisca un’aggravante per il rinvenimento di tali manufatti, è possibile formulare una
serie di considerazioni. Anzitutto la produzione di ceramica dipinta dell’artista si concentra, allo
stato attuale delle conoscenze, in un arco temporale piuttosto breve che ha come sicuro termine
post quem il 1877 e ante quem il 1883.
Nient’affatto «improvincialito» dalla sua lontananza dalla capitale, come molti avevano temuto50,
Andrea Cefaly si dimostrò particolarmente informato alla pratica artistica della ceramica
maiolicata. Già Filippo Palizzi, nella sua fase più tarda, aveva sviluppato un grande interesse
per le arti applicate e si dedicava con entusiasmo alla pittura su ceramica sperimentando anche
il disegno su fumo51. La premiazione con medaglia d’argento di alcuni suoi piatti presentati alla
Workmen’s International Exhibition di Londra del 1870 sanciva un perfezionamento della tecnica che
aveva estremamente inorgoglito il pittore di Vasto52. I rapporti tra Cefaly e Palizzi duravano da
tempo e,
come del resto palesano alcune lettere, erano improntati a una certa amichevolezza. È verosimile
che questa attività così come l’impegno profuso verso la “scommessa” Museo Artistico Industriale
siano stati oggetto di discussione e riflessione fra i due. Ma, soprattutto, sono i nomi di Michele
Lenzi e Achille Martelli quelli a cui non ci si può esimere dal riferire quando si parli della pittura
su ceramica dell’artista. Dal 1873 entrambi avevano iniziato a dipingere i piatti in maiolica con
la tecnica a fumo raggiungendo apprezzabili risultati. L’exploit ufficiale di Lenzi era avvenuto
alla XIV Esposizione della Promotrice del 1877 nell’ambito della quale aveva esposto ben
trentacinque lavori, tra i quali il noto I rudimenti della calza (fig. 4) tratto dall’omonimo dipinto. La
speciale resa degli effetti luministici e l’immediatezza d’esecuzione erano stati ricordati dal De
Rogatis in questi termini:

Spesso, nella trattoria del Lepre, dove convenivano tutti gli artisti di Roma, al
finir della mensa, si presentavano a Lenzi i piatti nuovi e la candela: egli cavava
i pennellini, ed in un batter d’occhio il piatto era fatto. Una sera tra le altre, in
un piatto riprodusse il soggetto di un suo rinomato quadro, La farfalla intorno al
lume, e l’effetto di luce era così bene espresso […] che gli artisti presenti, ed erano
molti, se lo disputarono53.

A proposito del Martelli, ricorda la principessa Della Rocca «pure i piatti esposti all’ultima mostra
artistica di Torino, ebbero un vero successo. Egli con il suo fumo, sa ottenere effetti di luce difficili
ad aversi con il colore, e spesso l’intonazione dei suoi soggetti è delle più care e delle più gentili»54
(fig. 5).
Senza entrare nel merito della prolifica produzione dei due artisti, va considerato il consolidato
legame esistente tra le parti che, anche in questo caso, induce a ipotizzare ripetuti scambi di
vedute sulla questione. Non a caso, ricorda Sica, una splendida maiolica opera del Cefaly era stata
donata dall’artista a Michele Lenzi come segno di gratitudine per l’ospitalità a Bagnoli Irpino.
L’«ingegnaccio bizzarro»55 riconosciutogli dal critico Vittorio Imbriani e che ben collimava con
l’azzardata scelta del pittore di tornare in Calabria, non aveva, dunque, impedito ad Andrea
Cefaly di aprirsi a nuove, aggiornate ed arricchenti esperienze.

121
Fig. 4 Michele Lenzi, 1877. Piatto con I rudimenti della
calzetta. Bagnoli Irpino, Municipio.

Fig. 5 Achille Martelli, secolo XIX. Piatto con I due


maiali. Ubicazione ignota.

122
L’opificio di ceramiche Costanzo a Nicastro.

Il 28 febbraio 1886 Giuseppe Costanzo informa la Deputazione Provinciale di


Catanzaro dell’avvenuto impianto di un opificio ceramico a Nicastro56.
Il rientro in Calabria dello scultore e artigiano specializzato Giuseppe Costanzo (1848 - ? ) giunge
a conclusione di un lungo periodo di formazione trascorso nella Napoli postunitaria. Tra le tappe
salienti dell’iter di studi: la frequentazione del Real Istituto di Belle Arti (1874-1882)57, della scuola
maschile serale di disegno di Capodimonte diretta da Saverio Altamura (1880-81)58 e del nascente
Museo Artistico Industriale da poco avviato nell’ex Paggeria di Pizzofalcone sotto la guida di
Filippo Palizzi e Domenico Morelli (1883-1884)59. Sussidiato dal Municipio di Nicastro a partire
dal 1874 e fino al 187760 e dal Consiglio provinciale dal 188061 e fino al 188262, Costanzo riesce a
cogliere prontamente i profondi mutamenti, indice dei tempi, e riorganizza in ‘senso moderno’ la
sua formazione. A quest’ultimo periodo sono riconducibili alcuni saggi di studio conservati presso
il Museo Provinciale di Catanzaro e documentati con precisione da un nutrito numero di lettere
inviate dal giovane all’Ente63. Essi furono realizzati tra il 1883 e il 1884, in segno di riconoscenza e
prova dei profitti del Costanzo che, dalla Deputazione Provinciale catanzarese era stato sussidiato
durante gli studi compiuti a Napoli.
Il Regolamento interno delle Scuole-Officine del Museo Artistico Industriale, piuttosto ferreo
su questo punto, imponeva che nessun manufatto prodotto al suo interno uscisse dalle pareti
scolastiche. I manufatti poc’anzi accennati furono eseguiti negli scampoli di tempo libero in
condizioni di oggettiva difficoltà:

abbozzai sopra un tondo il ritratto di Lei [Regina Margherita di Savoia] nel suo
abbigliamento semplice e disinvolto, naturale. Il tondo lo portai a cuocere alla
fornace di un fabbricante, mio Signore, che […] me lo cuocette alquanto bene.
[…] Questo tondo, prima prova, che mando senza cornice, solo per far notare
il brillante risultato tecnico dello smalto e del colore, essendo mal disegnato ed
eseguito per primo abbozzo a luce di sera, prego le Onor.li SS.e VVe dopo averlo
esaminato distruggerlo, sendovi segnato a tergo il mio nome (fig. 6,7). Gli altri due

Fig. 6 Costanzo Giuseppe, 1883. Piatto con Regina Margherita di Savoia. Fig. 7 Costanzo Giuseppe, 1883. Piatto con Regina Margherita di Savoia,
Catanzaro, Museo Provinciale. particolare. Catanzaro, Museo Provinciale.
© Giulio Archinà. © Giulio Archinà.

123
tondi, deprezzati, che mando come saggio, restino in cornice e all’altrui mendace
indivia monumento di sfida. Questi due mal capitati lavori, l’uno ad imitazione
dall’antico, è un ornativo tratto dal disegno di un lavoro italico seicentesco, eseguito
a Gubbio, e che oggi conservasi nel Museo del Louvre (fig. 8,9). Sono eziand’io
colori antichi quelli che ho in esso adoperati, dei quali oggi sol ci serviamo per la
dipintura delle mattonelle o grigiore. L’altro è ritratto deformato dalle fiamme,
ove spero far brillare i colori nuovi, se ad altri non fosse piaciuto congiurarne la
distruzione. Queste due maioliche avrebbero dovuto andare nella stufa o muffola,
fornace a camera chiusa, ma furono invece sacrificate e messe a contatto della
fiamma viva. Ambidue chiaramente appalesano il contatto brusco delle fiamme
nel bordo ricontorto, ed anzi l’uno più non resistendo alle fiamme si è per lo mezzo
scattato, l’altro più che l’uno ha subito nello smalto la chimica reazione dello stagno
e della silice nell’atto di vetrificazione64.

Fig. 8 Costanzo Giuseppe, 1883. Piatto con Decorazione seicentesca (da maiolica Fig. 9 Costanzo Giuseppe, 1883. Piatto Decorazione seicentesca (da maiolica di
di Gubbio). Catanzaro, Museo Provinciale. Gubbio), particolare. Catanzaro, Museo Provinciale.
© Giulio Archinà.© Giulio Archinà. © Giulio Archinà.

Non si può fare a meno di apprezzare la notevole finezza del dettaglio del piatto
raffigurante una meno ufficiale Regina d’Italia. Se nell’esercitazione in stile
eugubino è facile riconoscere: «Il fanatismo che si è da qualche tempo risvegliato
per le maioliche di Gubbio»65, ciò è altrettanto valido per il piatto, ultimo in ordine
temporale, di cui rimane traccia «oggi dedico a codesto Onorevole Consiglio copia
di un altro piatto del seicento eseguito a Faenza»66 (fig. 10, 11). E alla produzione
faentina più attardata si rifà la decorazione del bordo che, ornato con variazioni
sul tema della grottesca, assume qui un carattere predominante.

124
Fig. 10 Costanzo Giuseppe, 1884. Piatto con Decorazione seicentesca (da Fig. 11 Costanzo Giuseppe, 1884. Piatto con Decorazione seicentesca (da
maiolica di Faenza). Catanzaro, Museo Provinciale. maiolica di Faenza), particolare. Catanzaro, Museo Provinciale.
© Giulio Archinà. © Giulio Archinà.

Con un bagaglio formativo di nozioni teorico-pratiche di tutto rispetto Costanzo torna nella
natia Nicastro intenzionato, non senza un certo spirito d’iniziativa, a mettere a frutto il mestiere
appreso. «Importare in queste patrie contrade una industria artistica tutta nuova e fiorente oggi
altrove, il che s’impromette raggiungere il sottoscritto»67.
Del resto il giovane artista aveva dimostrato di avere le idee molto chiare sin dalla scelta di
proseguire gli studi nella direzione di una decisa conversione all’arte applicata, settore che in
quel frangente rappresentava uno sbocco lavorativo dal taglio più concreto e professionalizzante
specie se paragonato al bagaglio culturale e al curriculum accademico. «Io feci passaggio dall’Arte
all’Industria perché lo esigge lo spirito dei tempi […] alla mia Provincia non so rendere servizio
migliore, che trasformando le sue argille in oro»68.
Lungo il corso dell’Ottocento e in particolare nella seconda metà del secolo il movimento di rifor-
ma delle arti applicate avviato in Inghilterra si diffonde in gran parte dell’Europa trovando, come
si è detto, un significativo riflesso anche in Italia. Il progetto e la costituzione del Museo Artistico
Industriale a Napoli acquisisce la sua piena significatività e pregnanza in questo particolare stato
di cose distintamente percepibile anche da un giovane in formazione:

se mi sono tutto consacrato all’Arte non fu solo per soddisfare ad un trasporto


naturale del genio, ma più alte idee mi accendono la mente a spaziare nel bene
sociale che può l’Arte arrecare. Oggi non sono i tempi di Pericle, né quelli di Papa
Leone, e l’arte del Bello resterà oziosamente superba, se non piegherà il capo
all’industria69.

È interessante rintracciare le motivazioni dell’accresciuto interesse verso uno sviluppo dell’«in-


dustria per utilità sociale»70 secondo la prospettiva personale del giovane Costanzo che, in una
sorta di apologia delle ‘Arti e dell’Industria del Paese’, passa in rassegna alcuni aspetti peculiari del
territorio calabrese già esaminati per sommi capi:

Perché mai, Onorevoli Signori Consiglieri, le Nostre Vicine ci si aggiran tronfie per

125
terra e per mare, se non per quella industria benedetta, potentissima Leva di Ric-
chezza che è Forza e Potenza di ogni Nazione? E Noi, figli d’Italia, dobbiamo soffrire
il vilipendio perché deboli siamo, Noi che, oggi risorti a libertà, dovremmo insegnare
al Mondo il Nome Italiano! […] Rammenterò di statistica un fatto solo, e dico che
l’Inghilterra dalla semplice industria Ceramica ritrae all’anno su i cento milioni, e
non segno la cifra enorme che ne ricava la Francia per non sembrare che io voglia
favoleggiare. E l’Italia? Poco o nulla, se n’eccettui Faenza e qualche città della Tosca-
na. Eppure Faenza ritrae dalla nostra marina di Satriano quella Creta Bianca […]
e che trasformata in Maiolica si rivende, e Tropea fornisce quella rena che serve di
base come silicato per la patena stannifera. E la rispettiva industria della nostra Pro-
vincia come cammina? La si conosce abbastanza questa cretiglia la più grossolana!
Ma perché non facciamo Noi puri lavori artistici, Noi che somministriamo ad altri
le materie prime?71

La vicenda dell’impianto della fabbrica ceramica nel territorio lametino riaffiora con forza nella
documentazione superstite e, in particolare, nella dettagliata relazione prodotta dal consigliere
provinciale interessato dal Prefetto alla verifica del funzionamento dell’impianto. Informava
Costanzo: «impiantai anzitutto le piccole fornaci per la cottura delle argille, dal cui vario accordo
ho avuto risultati eccellenti»72. E qualche tempo dopo: «ho potuto impiantare, sebbene in piccolo,
un vero opificio ceramico. Il Mulino per macinare gli smalti, la fornace per cuocere le terre, le
muffolette per cuocere gli smalti funzionano egregiamente»73.
Malgrado una serie di ritardi dettati dalle difficoltà economiche, nell’aprile 1886 l’obiettivo
prefisso, grossomodo, è raggiunto:

L’artista Sig. Giuseppe Costanzo ha già attuato, sebbene in minime proporzioni,


un vero e completo opificio di ceramica; con il suo ammonimento di crete diverse
nostrali e le relative vaschette per il rammollimento e filtramento di esse; con un
tornio e forme occorrenti alla modellatura; con fornaci tipo per cuocere i prodotti,
ed un forno speciale per cuocervi insieme gli elementi atti a costituire lo smalto,
nonché la macina atta a ben triturarlo […] Fra l’altro occorre la costruzione di una
fornace atta ad un riscaldamento superiore a quelle che il Sig. Costanzo possiede74.

A distanza di qualche mese, al concepimento e alla strutturazione di nuovi macchine destinate


alla realizzazione di saggi industriali si affianca l’obiettivo di saggiare la natura fisica del
comprensorio: «Finora mi sono occupato alla costruzione di un grande tornio modello. Alla
fabbricazione di nuove muffole o fornaci, ed ho cominciato ad estendere per la Provincia le
ricerche di materiali»75. In modo particolare Costanzo prospetta la realizzazione di una serie
di saggi atti a testare carattere e proprietà fisiche delle argille locali «É il metodo questo per
valutare la bontà delle terre»76. Le prove realizzate all’interno dell’opificio vengono inviate, di
volta in volta, all’ente provinciale:

Sono dei crogiuoli smaltati, senza smalto e delle piccole tazze; né si prendano per
giocattoli. Con questi saggi ho provato che le nostre terre cotte sono ottime, che
ricevono ottimamente lo smalto, che abbiamo argille buone per terraglie e che
infine possiamo dare prodotti da rivaleggiare colle maioliche proveniente oggi a
noi da Napoli e Vietri77.

Costanzo punta, poi, sull’elemento risorse naturali e ambientali per far breccia sui sovvenzionatori:

un’arte che […] dovrà prendere al più presto, spero, serio sviluppo industriale.
È questo il voto delle mie aspirazioni e non mancherò di adoperarmi a rendere
produttiva la materia prima, che la nostra Provincia fornisce oggi alle altre, e che

126
difetto di cognizioni tecniche lascia vivere costì nell’ozio tanta gente, che potrebbe
altrimenti essere utile a sé ed agli altri78.

Tropea che gli fornisce quella rena bianca o silice con che si fabbrica lo smalto; esso
[fabbricante di maioliche] ben sa che Cosenza e Satriano posseggono le miniere di
quella creta bianca propria per le cretaglie, e che in ogni punto delle tre Calabrie
trovasi l’argilla o creta di monte propria per le maioliche; né tampoco esso ignora
le immense boscaglie e i vasti pineti della Sila, che potrebbero alimentare le cento
fornaci da far concorrenza il domani alla sua prospera industria dell’oggi79.

sento mio debito esporre come rendere qui di utilità pubblica nel più breve tempo
questo ramo d’industria. Sembra strano come la nostra Provincia che, unica in
Italia, possiede la materia prima per smalti, qual è la rena di Tropea, trovisi oggi
arretrata, ed anzi non abbia mai avuto nome in tal genere di prodotti80.

La relazione del cav. Ferdinando Montesanti rappresenta una fonte anche per una classificazio-
ne tipologica delle svariate possibilità praticabili all’interno dell’opificio: «si trova pronto a dare
un saggio di prodotto, mattoni, grigiore, stoviglie e terraglie, nelle forme e dimensioni volute in
commercio»81.
Allo stato attuale delle ricerche, manca un quadro completo del seguito dell’industria ceramica
impiantata da Costanzo così come non si conosce se e cosa sia stato effettivamente prodotto per
destinarlo al mercato. Nel 1888 la documentazione ufficiale si interrompe e sulla vicenda cala
l’oblio.
Che non fosse il solo ad avere interesse per il settore si deduce anche da una lettera:

Da qualche fabbrica qua esistente ho potuto assicurarmi che si manca proprio


di cognizioni tecniche, mettendo a cuocere nelle grandi fornaci senza far prima
le pruove di saggio, avventurando così alla cieca i capitali con risultati incerti ed
imperfetti. Non si ha conoscenza di quelle Muffole, tanto utili pria di ogni grande
intrapresa. Questo falso sistema porta di conseguenza discredito e fallimento82.

Un numero non ben precisato di industrie ceramiche era, dunque, presente nei dintorni e anche
a quelle doveva, forse, riferirsi il parigino François Lenormant quando, in visita a Nicastro nel
1883, dava notizia di uno «speciale sviluppo nell’industria della fabbricazione di vasellame di
terra bruna»83.
L’aspetto di novità dell’operazione di Giuseppe Costanzo, se raffrontata a quelle poc’anzi
citate, è palese. La produzione ceramica tradizionale transitata al processo industriale sul
finire dell’Ottocento grazie, nella fattispecie, a Costanzo coniuga in sé il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’.
Alla continuità di una pratica artigianale secolare egli aveva assommato una tecnologia e
un’organizzazione del lavoro aggiornata ai tempi. L’impianto della fabbrica ceramica nicastrese
concorse, de facto, a quella rinascita delle arti applicate nel Meridione sulla scia di quanto già era
accaduto nell’ex regno delle due Sicilie. La ricerca di una nuova auspicata modernità stava tutta
nelle parole di commiato dell’artista:

con ciò potrò dire di avere scienza delle virtù di ciascuna terra esistente nei vari
siti della Provincia nostra, e quindi mi sarà facile giudicare qual genere d’industria
converrà a ciascun paese. Questa è la missione da me assunta; quella poi di fare
i saggi nelle dimensioni volute dall’industria o commercio, è operazione dei
fabbricanti privati, che vorranno attivare tale industria: io sarà sempre un direttore
tecnico, che potrà consigliare l’impianto di una fabbrica in una località anzi che
in un’altra, secondo che la nostra materia prima offre, e regolarne l’andamento84.

127
*La questione della rinascita delle arti applicate Avv. Luigi Grimaldi, Napoli 1845, p. 60. M.P., ad vocem Cefaly A., in Dizionario Biografico degli
nell’Ottocento e i casi studio di Andrea Cefaly e 14 Ibidem. Italiani, XXIII, Roma 1979, pp. 316-320 (con bi-
Giuseppe Costanzo sono stati oggetto della mia 15 L’Italia alla Esposizione Universale di Parigi nel bliografia); Petrusa-Picone M., ad vocem Cefaly A.,
ricerca di tesi di laurea Documenti per una storia delle 1867, rassegna critica descrittiva illustrata, Raçon 1868, in La pittura in Italia: L’Ottocento, a cura di E. Castel-
arti applicate in Calabria nella seconda metà dell’Ottocento, p. 82. nuovo, II, Milano, 1990, p. 756 (con bibliografia);
Università della Calabria, a.a. 2004/2005, relatore 16 Tito Ristori da Pisa e l’arte ceramica di B. Podestà, Valente I., Andrea Cefaly tra il realismo letterario di Mo-
prof. G. Capitelli. L’esperienza dell’artista-artigia- in Monitore di Bologna, Bologna 1868, p. 17. relli e le indagini naturalistiche di Palizzi. Gli anni napo-
no nicastrese Giuseppe Costanzo è stata, succes- 17 Saggi chimici sulle arti e manifatture della gran Bre- letani, in Andrea Cefaly e la Scuola di Cortale, catalogo
sivamente, ripresa nell’ambito del progetto d’area tagna delli signori Parkes e Martin tradotti nuovamente della mostra (Catanzaro, Complesso Monumenta-
F.I.E.L.D./P.E.C.: “Sportello Emersione e Sviluppo Locale dall’inglese, t. IV, Milano 1825, p. 477. le di San Giovanni 18 dicembre 1998 - 31 gennaio
per la promozione della cooperazione e dell’associazionismo 18 Esposizione Universale del 1878, op. cit., p. 90. 1999), a cura di T. Sicoli e I. Valente, Catanzaro
tra imprese nel Comune di Lamezia Terme” promosso e 19 Delle nuove manifatture da introdursi nella nostra 1998.
sostenuto dall’allora Assessore alla Cultura di La- Provincia, e dè mezzi i più adattati per farle prosperare, in 31 OTTONOVECENTO. Arte in Calabria nelle colle-
mezia Terme, prof.ssa Giovanna De Sensi Sestito, Discorsi accademici ed altri opusculi di Andrea Lombardi, zioni private, catalogo della mostra (Rende, MAON,
e confluita nella Ricerca storica sulla ceramica lametina, Cosenza 1836, p. 59. 26 ottobre 2013 – 1 marzo 2014), a cura di T. Si-
2007. 20 Grimaldi L., Studi statistici sull’industria, op. cit, coli, in corso di stampa (2014).
Qui si riassumono gli snodi significativi delle ricer- pp. 62-63. 32 Cefaly A., Pensieri artistici, Catanzaro 1890, p.
che condotte con riferimento al contesto territoria- 21 Ivi, p. 90. 25.
le calabrese. 22 Per un’analisi storico-documentaria e topo- 33 Picone- Petrusa M., L’arte nel Mezzogiorno d’Ita-
1 Archivio di Stato di Catanzaro (d’ora in avan- grafica del territorio lametino e della sua com- lia dall’unità alla seconda guerra mondiale, in AA.VV.,
ti A.S.Cz.), Atti dello stato civile di Nicastro 1848, plessa vicenda storica si vedano i fondamentali De Storia del Mezzogiorno, XIV, Napoli 1991, p. 183.
n. 48-49. Sensi G., Tra l’Amato e il Savuto, I Terina e il Lametino 34 Sino al 1931 il piatto era ancora ubicato nella
2 La vicenda già trattata in Pino M., Pittura ed nel contesto dell’Italia antica, Società antiche. Storia, culture, Biblioteca dell’Istituto. Cfr Frangipane A., Lettere di
esperienze artistiche nella provincia di Catanzaro dell’Otto- territori vol. 1/I, Soveria Mannelli 1999 e II Studi Florimo, in Brutium, X, n. 4, (1931), p. 3.
cento: Andrea Cefaly, la scuola di Cortale, la Società promo- sul Lametino antico e tardo-antico, Società antiche. Storia, 35 Così generalmente Francesco Florimo defi-
trice di belle arti di Catanzaro, l’Opificio di ceramica di Ni- culture, territori. vol. 1/II, Soveria Mannelli 1999; nisce nelle sue epistole il nascente Museo del na-
castro, Lamezia Terme 1999 e più sommariamente Mancuso S. , De Sensi G., Il Lametino antico e Terina- poletano Real Collegio di Musica di San Pietro a
in Iannino C., Storia del Museo Provinciale di Catan- Magna Grecia dall’Età protostorica all’età romana, in La- Majella.
zaro, Catanzaro 2001, pp. 15-16, è stata ripresa, mezia. Storia, Cultura, Economia, a cura di F. Mazza, 36 Frangipane A., Lettere di Florimo, op. cit., p. 3.
arricchita e, talvolta, rettificata con il reperimento Soveria Mannelli 2001, pp. 25-64. 37 Dopo il ritrovamento nel registro di battesimo
di nuova documentazione d’archivio. 23 Enciclopedia di Chimica Scientifica e Industria- dell’Archivio Parrocchiale di San Giorgio Morgeto
3 La bibliografia sul tema è molto ampia; si se- le Opera originale diretta da Francesco Selmi e compilata del nome di Francesco Florimo e dell’indicazione
gnala in questa sede Arbace L., Note sulla produzione da una eletta di chimici italiani, vol. 4, Torino Napoli di nascita del 30 agosto 1801 la questione della
ceramica: dagli slanci imprenditoriali d’inizio secolo alla 1870, p. 163. cronologia è da ritenersi definitivamente superata.
decadenza in Civiltà dell’Ottocento: le arti figurative, t. I, 24 L’Italia alla Esposizione, op. cit., p. 174 Cfr Arena E., Una precisazione sul musicista Francesco
Napoli 1997, pp. 99-101. 25 Sulla manifattura di Doccia esiste una biblio- Florimo, in Calabria letteraria, XLI, n° 4-5-6, (1993),
4 Rendiconti del Parlamento Italiano Sessione del 1867 grafia molto vasta. Si vedano, almeno, Lorenzini p. 90.
(Prima della legislatura X), vol. 4, Firenze 1868, pp. C., La Manifattura delle porcellane di Doccia, Firenze 38 Frangipane A., Lettere di Florimo, op. cit., p. 3
3901-3902. 1861; Liverani G., Il Museo delle Porcellane di Doccia, 39 Catalogo delle opere d’arte ammesse all’Esposizione di
5 Esposizione Universale del 1878 in Parigi. Relazioni Milano 1967; Ginori Lisci L., La porcellana di Doccia, BB.AA. di Napoli del 1882, p. 4.
dei giurati italiani. Classe XX ceramica, Roma 1880, p. Milano 1963. 40 Catalogo delle opere d’arte ammesse all’Esposizione di
51. 26 Dizionario corografico dell’Italia compilato per cura BB. AA. Di Napoli del 1883, p. 7.
6 Ministero d’Agricoltura d’Industria e Com- del prof. Amato col concorso dei sindaci delle rappresentanze 41 Comunicazione orale, erede O. Cefaly.
mercio, Atti del comitato per l’inchiesta industriale nel re- provinciali e di insigni geografi e storici: opera illustrata da 42 Ursetta V., Le scene dantesche interpretate dal Ce-
gno d’Italia, Firenze 1871, p. 3. circa 1000 armi comunali colorate, vol. 7, Milano 1871, faly, in Calabria Letteraria, op. cit., p. 25.
7 Nel 1862 era stato istituito il Regio Museo p. 583. 43 La prima mostra d’arte calabrese: Catanzaro 1912,
Industriale di Torino, seguito nel 1874 dal MAI di 27 Relazione illustrata della esposizione campionaria fat- Bergamo 1913, p. 72, n. 138; Monografia col catalogo
Roma, aperto nei locali del Collegio Romano con ta per cura della Società promotrice dell’industria nazionale, delle opere, Andrea Cefaly: 1827-1907, a cura di A. Pe-
tre scuole di arte applicata annesse. Torino1871, p. 49. laggi, Catanzaro 1971, p. 26, n. 22
8 Sulla storia della fondazione del Museo, si 28 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 44 La prima mostra, op. cit., p. 72, n. 140 .
veda principalmente: Salazar D., Sulla necessità 12 settembre 1882. 45 Monografia col catalogo, op. cit., p. 26, n. 58. Se
d’istituire in Italia dei Musei industriali artistici con le scuo- 29 Non fanno eccezione Angelo De Gubernatis si eccettuano i pochi casi richiamati, per la mag-
le di applicazione, Napoli 1878; Alamaro E., Il sogno e Vincenzo Vivaldi che, pur tracciando un attento gior parte dei piatti in ceramica eseguiti da Cefaly
del Principe. Il Museo Artistico-Industriale di Napoli: la profilo dell’uomo e dell’artista, non fanno menzio- non viene riportata l’indicazione delle misure.
ceramica tra Ottocento e Novecento, Firenze 1984 e Bar- ne a questa specifica produzione. Cfr ad vocem Ce- 46 Monografia col catalogo, op. cit., p. 26, n. 57.
rella N., Il Museo Filangieri, Napoli 1988. faly A., in De Gubernatis A., Dizionario degli artisti 47 Ringrazio per la gentile segnalazione Maria
9 Filangieri G., Il Museo Artistico Industriale e le italiani viventi: pittori, scultori e architetti, Firenze 1889 Saveria Ruga alla cui tesi di dottorato in corso ri-
Scuole officine in Napoli, Relazione a S.E. il Ministro della e Vivaldi V., Un illustre pittore calabrese: Andrea Cefaly, mando per ulteriori approfondimenti sull’attività
Pubblica Istruzione, Napoli 1881, p. 113. Catanzaro 1907. di Andrea Cefaly La «fucina» di Andrea Cefaly: un cro-
10 Ivi, p. 1. 30 Per notizie bibliografiche di carattere gene- cevia di artisti tra Napoli, Firenze e Parigi (Università di
11 Giedion S., Mechanization takes command, New rale si vedano oltre alle sopracitate fonti: Frangi- Pisa, relatore prof. V. Farinella).
York 1948, p. 348 pane A., A. Cefaly retrospettiva, catalogo della mostra 48 Monografia col catalogo, op. cit., p. 26, n. 106
12 Esposizione Universale del 1878, op. cit., p. 52. (Catanzaro, Palazzo della Provincia 24 ottobre-8 49 Ivi, n. 22
13 Grimaldi L., Studi statistici sull’industria agricola e novembre 1953), Catanzaro 1953, pp. 3-39; Cala- 50 Imbriani V., Critica d’arte e prose narrative, a cura
manifatturiera della Calabria Ultra II fatti per incarico del- bria Letteraria, num. speciale dedicato al pittore A. di G. Doria, Bari 1937, pp. 60-62.
la società economica della provincia dal segretario perpetuo Cefaly, V, n.7, maggio 1957, pp. 1-41; Di Dario 51 Picone- Petrusa M., Filippo Palizzi e le arti appli-

128
cate. Tra incisione e fotografia, ceramica e pittura decorativa, 71 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
in 800 italiano, n. 5, Firenze 1991, p. 33. 12 settembre 1882.
52 Filippo Palazzi. Scritti sull’arte, a cura di L. Mu- 72 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 7
rolo, Vasto 1987, p. 38. aprile 1885.
53 Sica R., Michele Lenzi: pittore bagnolese dell’Otto- 73 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
cento (1834-1886), Napoli 1986, p. 210. 28 febbraio 1886.
54 Della Rocca M., L’arte moderna in Italia. Studi, 74 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
biografie e schizzi con disegni autografi dei principali artisti aprile 1886.
viventi, Milano 1883, p. 124. 75 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
55 Imbriani V., Critica d’arte, op. cit., p. 61. 19 agosto 1886.
56 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 76 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 9
28 febbraio 1886. novembre 1884.
57 Circa la richiesta di sussidio per continuare 77 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
gli studi di disegno e di scultura nel R. Istituto di 19 agosto 1886.
Belle Arti in Napoli si vedano Atti del Consiglio 78 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Napoli, 19
Provinciale di Calabria Ulteriore Seconda (d’ora giugno 1884.
in avanti A.C.P.C.U.S.), Catanzaro 1874, pp. 216, 79 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Napoli, 15
257, 259, 260, 268 settembre 1883.
58 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, certificato Scuola 80 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 9
Serale di disegno di Capodimonte datata Napoli, novembre 1884.
26 giugno 1880. A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, atte- 81 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
stato di frequenza datato Napoli, 6 lglio 1881 aprile 1886.
59 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Napoli, 8 82 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 9
luglio 1883. A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, Estratto novembre 1884.
del verbale della tornata del di 23 settembre 1883. 83 Lenormant Fr., La Grande Grèce, Paris 1884,
60 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera [1879]. tr. it., tomo III, Chiaravalle Centrale 1976, pp. 85
Costanzo che aveva cominciato gli studi qualche sgg.
anno prima avanzò, senza esito, una prima istan- 84 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
za di sussidio già nel 1872. A.S.Cz., Pref. I, categ. 19 agosto 1886.
XIV, lettera Nicastro, 29 agosto 1872. Per maggio-
ri approfondimenti sulla formazione di Giuseppe
Costanzo si veda Pisano M.A., Documenti per una
storia delle arti applicate in Calabria nella seconda metà
dell’ottocento, tesi di laurea, Università della Cala-
bria, Facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea
in Conservazione dei beni culturali, a.a. 2004-05,
rel. G. Capitelli, pp. 100-161.
61 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, Estratto del ver-
bale della tornata del di 16 novembre 1879.
62 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, Estratto del ver-
bale della tornata del di 24 settembre 1881.
63 Si ha, inoltre, testimonianza di altri manufatti
inviati all’Ente provinciale come il medaglione in
gesso raffigurante la Regina Margherita di Savoia
(1880), già presso la Provincia di Catanzaro e oggi
perduto e il suo pendand grande al vero raffigurante
Umberto I di Savoia (1881) o ancora un «lavoretto
dipinto a gran fuoco» (1884) e anch’esso non più
rinvenibile. Si vedano in part. A.S.Cz., Pref. I, ca-
teg. XIV, lettera Napoli, 8 settembre 1880; lettera
Napoli, 19 settembre 1881; lettera Napoli, 19 giu-
gno 1884.
64 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Napoli, 15
settembre 1883.
65 Genolini A., Maioliche italiane Marche e mono-
grammi, Milano 1881 p. 62.
66 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 9
novembre 1884.
67 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Napoli, 16
maggio 1883.
68 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
19 agosto 1886.
69 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro,
12 settembre 1882.
70 A.S.Cz., Pref. I, categ. XIV, lettera Nicastro, 7
aprile 1885.

129
Pottery’s path
Arts products from the towns of pottery

130
Le vie della ceramica
Manufatti d’arte dalle città della ceramica

131
Pottery civilization.
A travel along the italian towns with an old pottery’s
tradition
Elena Dal Prato

Earth, fire, air, water. The four basic elements of the timeless art of pottery
If we consider mentioned terms in their double meaning it is possible to introduce and explain with few but also
striking words the world of pottery. Let’s start from the earth or ground in this case, and of course from kèramos the
ancient Grecian terms used to identify the clay used to create products; in its double meaning it is also “our land”:
Italy that from north to south islands included saw the development of a meaningful and, for some aspects without
term of comparison, pottery’s history and tradition.
Fire and air both represent what permit to clay, glaze and colors to melt and create works of art as well as the creative
turmoil of the masters that keep high Italian workmanship fame and, at last, water, used in ceramics to mix mixtures
and colors; it’s the element that since ever is the symbol of life, and ceramic walked always side by side with human
being, from the popular and everyday use until luxury and real art: pottery is infact art’s constant expression to be
discovered together with human being civilization.
Nowadays in Italy are 34 the towns in which is strong and recognized the old Italian pottery tradition’s maintenance,
towns that keep alive and renew the fine art of artisan following and respecting strict production methods, things that
permits safeguarding their own artistic production maintaining single areas main peculiarities and working charac-
teristics. Pottery’ towns are all part of an association that is the National Association Towns of Ceramics (AiCC).
The precious potteries “made in Italy” are the result of a creative turmoil that can be retraced all over Italy, where
workshops and manufactures keep high Italian workmanship fame with traditional techniques and materials until
the most innovative and creative.
In the ideal travel all over the pottery’s Civitas will see how this art is indissolubly tied to its territorial history,
economy and culture, on pottery it is possible to see the reflections, the peculiarities and the distinguishing points of
their place of origin.
The workshops opened all over the nation belong to artisans that we may define brave entrepreneurs, keepers of tra-
ditions and secrets still handed down from one generation to another representing creative intelligence and culture that
are the Italian proud.The bond of traditional culture and innovation is the leitmotiv of all the towns of pottery that
being keeper of this culture have a natural predisposition for art’s renewal.

132
La civiltà della ceramica.
Viaggio nelle città di antica tradizione ceramica
Elena Dal Prato

Terra, fuoco, aria e acqua. Sono i quattro elementi fondamentali dell’arte senza tempo della
ceramica. Ognuno dei quali può essere interpretato in un duplice significato che ci permette di
introdurre e spiegare in poche ma incisive parole il mondo della ceramica: partiamo dalla terra
e quindi da kèramos l’antico termine greco che identificava l’argilla utilizzata per foggiare ma-
nualmente i manufatti, nel suo doppio significato è anche la “nostra terra”: l’Italia che da nord
a sud e fin nelle isole ha visto svilupparsi nei secoli una significativa, e in alcuni casi senza eguali,
storia e tradizione della ceramica; il fuoco e l’aria rappresentano sia gli elementi che permettono
all’argilla, agli smalti e ai colori di unirsi per creare uniche opere d’arte, sia quel clima di fervore
creativo che si respira all’interno delle botteghe dei migliori artisti che mantengono alta la fama
dell’artigianato italiano, ed infine l’acqua, utilizzata in ceramica per miscelare gli impasti e me-
scolare i colori è l’elemento che fin dai tempi antichi simboleggia la vita, e la ceramica ha da
sempre accompagnato la vita dell’uomo, dall’utilizzo più popolare e domestico fino a quello di
rappresentanza e di lusso: la ceramica infatti è la costante espressione d’arte che si ritrova nella
civiltà dell’uomo.
Oggi in Italia ci sono 36 città detentrici dell’antica tradizione ceramica italiana che fanno rivivere
e allo stesso tempo rinnovano l’arte pregiata del fatto a mano seguendo e rispettando accurati
disciplinari di produzione e tutela delle lavorazioni artistiche che promuovono e valorizzano la
qualità e i caratteri fondamentali delle creazioni delle singole zone. Le città della ceramica sono
unite in un’unica associazione: l’Associazione Italiana Città della Ceramica (AiCC).
L’AiCC è nata nel 1999 proprio con l’obiettivo di promuovere, tutelare e valorizzare l’arte cera-
mica di qualità, è infatti essenziale conservare e difendere la produzione ceramica italiana, cono-
sciuta e ammirata in tutto il mondo come sinonimo di qualità ed eccellenza.
Le preziose ceramiche “made in Italy” sono il risultato di un fervore creativo che è possibile ritro-
vare in tutta Italia, dove botteghe e manifatture mantengono alta la fama dell’artigianato italiano
con materiali e tecniche tradizionali, fino a quelle più innovative e creative.
Nel viaggio ideale intorno alle civitas della ceramica vedremo come quest’arte è inscindibilmente
legata alla storia, all’economia e alla cultura del proprio territorio, su di essa si riflettono infatti i
tratti caratteristici e distintivi dei luoghi ove esse vengono create. Le numerose botteghe sparse in
tutto il territorio italiano, appartengono ad artigiani, che potremmo definire coraggiosi impren-
ditori, che sono i custodi di tradizioni e segreti che ancora oggi si tramandano in diversi casi di
generazione in generazione e rappresentano l’intelligenza e la cultura creativa che sono il vanto
della realtà italiana.
Per scoprire quali sono le città di antica tradizione ceramica e per conoscere come viene portata
avanti oggi quest’antica arte possiamo iniziare il nostro itinerario da Faenza (dove l’Associazione
ha avuto origine), riconosciuta a livello internazionale come la capitale della maiolica tanto che
ancora oggi in tutto il mondo si utilizza la parola faïence per identificare la ceramica maiolicata.
La città, che ospita il più importante museo dedicato alle ceramiche (il MIC, Museo Internazio-
nale delle Ceramiche in Faenza), non ha mai smesso di dimostrarsi una vera e proprio fucina d’ar-
te tanto che tutt’oggi accanto a storiche e irrinunciabili botteghe che perseguono in maniera raf-
finata la tradizione locale della maiolica dipinta a mano troviamo entusiasti artisti che si dedicano
con intraprendenza e originalità alla ceramica contemporanea e al design. Questo connubio di

133
cultura della tradizione e propensione verso l’
innovazione è in realtà il leitmotiv di tutte le
città della ceramica, che essendo custodi della
cultura ceramica, hanno una naturale predi-
sposizione verso il rinnovamento artistico.
Dalle maioliche di Faenza ci spostiamo ver-
so il nord Italia dove nelle città del Veneto:
Este, Nove e Bassano del Grappa i maestri
ceramisti proseguono la tradizione artistica e
in diversi casi la evolvono verso la scultura e
il design avviando processi di ricerca e di in-
novazione (fig. 1); in Lombardia ci fermiamo
a Lodi per incontrare una produzione forte-
mente legata alla tradizione che combacia
però con indagini sulla pittura su ceramica;
ed infine passiamo tra le capitali della cera-
mica piemontese: Mondovì e Castellamonte,
ove la prima si caratterizza per una produzio-
ne ceramica legata all’utilizzo delle terraglie
per stoviglierie dove ancora oggi fra i decori
più richiesti distinguiamo il popolare “gallet-
to”, mentre la seconda risulta più proiettata
verso i moderni prodotti per l’industria e per
l’architettura, ma sono ancora attive le carat-
teristiche produzioni di stufe in ceramica.
In territorio ligure dominano le Albisole sa-
vonesi: Albisola Superiore e Albissola Marina
dagli anni Cinquanta sono conosciute come
le capitali della ceramica prima futurista e poi
informale grazie alla presenza di artisti quali
Lucio Fontana, Agenore Fabbri ed Aligi Sas-
su. Gli echi di quell’inimitabile momento sto-
rico influenzano e stimolano ancora oggi l’in-
tensa vita culturale della città, e molti artisti
famosi continuano a frequentare le Albisole,
appoggiandosi ad una rete composta da ma-
nifatture in gran parte di piccole dimensioni e
spesso a carattere familiare (Fig. 2).
Per ammirare l’arte della terracotta ci dirigia-
mo in Toscana ed esattamente ad Impruneta
dove la lavorazione del cotto è un elemento
primario dell’identità culturale della comu-
nità imprunetina e un carattere distintivo
dell’architettura e del paesaggio toscano, tan-
to che in questa zona si può davvero parlare
di una “civiltà del cotto”. Oggi la produzione
di Impruneta è specializzata sia nella pro-
duzione industriale di pavimenti e laterizi di
qualità, sia nella lavorazione delle forme tra-
Fig. 1: Produzione dizionali di orci e grandi vasellami. Mentre a
contemporanea di Nove Montelupo Fiorentino, la fabbrica delle cera-
miche della Firenze rinascimentale, ritrovia-

134
mo i caldi colori della maiolica che le botteghe artigiane offrono sia in raffinate riproduzioni rina-
scimentali sia in reinterpretazioni secondo i nuovi dettami della moda e del design (Fig. 3). Infine
la terra di Toscana ci ospita a Sesto Fiorentino dove le piccole realtà artigiane che continuano a
lavorare la porcellana e la terraglia sono poste sotto l’egida della prestigiosa manifattura Richard
Ginori, che dal 1735, pur con fasi di crisi alterne, rappresenta una delle massime espressioni di
produzione di porcellane a livello internazionale.
Nelle città marchigiane di Ascoli Piceno e Urbania, l’antica Casteldurante, riscopriamo luoghi e
botteghe dove l’arte della ceramica del passato si è mantenuta intatta nel tempo grazie a produ-
zioni di esclusivo ed eccellente artigianato artistico.
Il nostro viaggio ideale continua poi in Umbria e Abruzzo dove troviamo le città di Deruta, Gub-
bio, Gualdo Tadino, Orvieto e Castelli. A Deruta sono numerosissime le aziende artigiane che
custodiscono e continuano il vastissimo patrimonio della cultura ceramica locale (Fig. 4), mentre
gli artigiani di Gualdo Tadino e Gubbio sviluppano e rivitalizzano la tradizione locale della ma-
iolica a lustri metallici frutto di un glorioso patrimonio artistico. Verso un altro stile è invece carat-
terizzata la produzione della città di Orvieto, con temi, motivi e colori di derivazione medievale e
rinascimentale si conferma ancora oggi come una delle principali produttrici di maiolica arcaica.
Infine Castelli, che vanta una tradizione ceramica secolare ancora viva e vitale tanto che l’atti-
vità ceramica delle botteghe artigiane costituisce il fulcro dell’economia del paese. Dal borgo di
Castelli, ci spostiamo verso il centro ceramico del Lazio: Civita Castellana. L’attuale produzione
civitonica è rivolta ad una continua evoluzione innovativa di forme e tipologie di gusto moderno,
infatti accanto a maestri che continuano la tradizione, la città si caratterizza soprattutto per la
Fig. 2: Produzione contemporanea di Albissola
Marina produzione di articoli sanitari, piastrelle, accessori bagno e stoviglierie.

135
Fig. 3: Piatto con figura di armigero. Montelupo
Fiorentino

Fig. 4: Piatto con decoro raffaellesco. Deruta

136
In Campania l’antica e nobile produzione di maioliche viene mantenuta viva dai centri di Napoli,
Ariano Irpino, San Lorenzello, Cerreto Sannita, Cava dei Tirreni, affermata per la produzione di
rivestimenti e pavimentazioni, e Vietri sul Mare dove gli artigiani conservano la tradizione intra-
prendendo collaborazioni con artisti per creare così vivaci scambi culturali (Fig. 5).
La Puglia ci accoglie a Grottaglie e a Laterza, quest’ultima si caratterizza ancora oggi per la pe-
culiare produzione di maioliche dipinte a mano in monocromia turchina, mentre a Grottaglie la
tradizione della ceramica è talmente radicata che i ceramisti vantano un proprio rione fuori dal
centro storico, è il Quartiere delle ceramiche, dove sono riunite la maggior parte delle botteghe

Fig. 5: Produzione contemporanea di Vietri sul Mare

137
artigiane della città, molte delle quali sono state ricavate da grotte naturali. La produzione di
Grottaglie si contraddistingue per una produzione di maioliche più raffinate legate ai cosiddetti
“Bianchi di Grottaglie” ed una produzione maggiormente rustica e popolare alla quale apparten-
gono i rinomati orci da giardino detto capasoni (da capase, cioè capace).
Tra modernità e ceramica ingobbiata e graffita si colloca invece la città calabrese di Squillace che
ci offre ceramiche che trovano il loro codice identificativo nel caldo colore rosso-scuro della terra
calabrese. Questo caratteristica è dovuta alla tecnica del graffito che attraverso l’utilizzo di una
punta acuminata graffia l’ingobbio bianco posto sulla ceramica e lascia trasparire il colore nudo
dell’argilla rossa (Fig. 6).
L’itinerario nella penisola si conclude ed è il momento di scoprire le città della ceramica nelle isole
di Sicilia e Sardegna.
L’iridescente Sicilia vanta quattro città di antica tradizione ceramica: Burgio, Caltagirone, Santo
Stefano di Camastra e Sciacca. La produzione siciliana odierna continua a testimoniare la cul-
tura millenaria della ceramica attraverso una produzione artigiana caratterizzata da un gusto
pittorico coloratissimo e ricco di fantasia, con un occhio però sempre attento al rinnovamento
e alla trasformazione. Ed infine eccoci arrivati in Sardegna, nelle città di Assemini e Oristano.
In quest’ultima numerose botteghe ripropongono motivi tipici dell’artigianato sardo e, in modo
particolare, della tradizione dei figuli oristanesi su cui si innestano elaborazioni originali e ricerca
di nuove tendenze. Lo stile delle ceramiche oristanesi si ritrova ancora
oggi nella cosiddetta brocca pintada, ovvero la brocca della sposa
caratterizzata da una coperta vetrosa chiazzata di verde e
di giallo sull’ingobbio bianco. Mentre ad Assemini si
adoperano abilmente tra tradizione e sperimenta-
zione gli strexiaius, artigiani che con l’argilla al-
calina creano le stoviglie di uso quotidiano,
chiamate strexiu. La tradizione ceramica
sarda deve molto ancora oggi al pitto-
re ceramista Federico Melis che negli
anni Venti del Novecento rilanciò
l’antica arte coinvolgendo artigiani
locali in sperimentazioni e ricer-
che. Melis ideò un nuovo tipo di
forno per realizzare delle cera-
miche di straordinaria bellez-
za, la strada alla creatività era
aperta e le maestranze locali
sfruttano tutt’oggi tali preziose
conoscenze.
Le città di antica tradizione ce-
ramica che fanno parte con or-
goglio dell’Associazione italiana
Città della Ceramica rappresen-
tano per il nostro Paese un inesti-
mabile valore artistico, culturale ed
economico che viene conservato vivo
e splendente in prima persona dai cera-
misti, dagli artigiani, dalle industrie e dalle
botteghe, che ogni giorno lavorano con appas-
sionata dedizione per salvaguardare e rispettare
un patrimonio unico ed originale dell’arte italiana,
Fig. 6: Piatto con
decorazione a garantendone sia nella produzione tradizione sia in quella
graffito. Squillace moderna un alto livello qualitativo e una costante eccellenza.

138
139
The Exhibition
Section 1

140
La mostra
Sezione 1

141
Italian pottery:
the production of the National Association “Towns of Ceramics”

Cosenza’s territory terracotta and potteries production exhibited near the Arts and Crafts Museum has been placed
in the wider and well known national dimension, as to say, in dialogue with the products arriving from other towns
with pottery’s vocation.
Aim of this cultural strategy has been linking the deep and wide Cosenza’s territory archaeological stratification, the
remarkable amount of documents and the single cases of modern age pottery’s production retraced in loco with the
well known paths of pottery. This has been possible thanks to the cooperation of the National Association Towns
of Ceramics with seat in Faenza.
Pottery constitutes a work of exceptional value in the group of Italian traditional artistic heritage and can be consi-
dered as one of the ancients and continuous artisan- artistic experiences of the whole national territory; guaranteeing
its knowledge and history it is our contribution in order to certificate its existence and guarantee its safeguard and
diffusion.
From pottery’s paths arrived in Cosenza valuable products both traditional and modern, with classic and contempo-
rary patterns, products going from the utilitarian functionality to the luxury and ornamental good: Deruta, Faenza,
Caltagirone, Squillace, Vietri are just few of the towns with well known pottery’s vocation exhibiting nowadays near
the Arts and Crafts Museum.

142
Ceramica italiana:
i manufatti dell’Associazione Nazionale Città della ceramica

La produzione cosentina di terrecotte e ceramiche in mostra al Museo delle Arti e dei Mestieri è
stata collocata nella più ampia e nota dimensione nazionale, ovvero nel dialogo con i manufatti
provenienti dalle città a vocazione ceramica. L’intento sotteso da tale strategia culturale è stato
quello di riconnettere la profonda e copiosa stratificazione archeologica del territorio cosentino,
la notevole mole di documenti e i singoli casi di lavorazione ceramica di età moderna rintracciati
in loco, ai più noti sentieri delle vie della ceramica. Il che è stato possibile grazie alla collaborazione
dell’Associazione Nazionale Città della Ceramica, con sede a Faenza.
La ceramica costituisce un’opera di eccezionale pregio nel novero dei beni artistici tradizionali
italiani e può ritenersi come una delle più antiche ed ininterrotte esperienze artigianali-artistiche
del territorio nazionale; garantirne la conoscenza e la ricostruzione storica rappresenta il nostro
contributo a certificarne l’esistenza e a garantirne la tutela e la diffusione.
Dalle vie della ceramica sono giunte a Cosenza pregevoli opere dallo stile tradizionale e moderno,
dal repertorio figurativo classico e contemporaneo, dalla funzionalità utilitaristica al bene orna-
mentale e di lusso: Deruta, Faenza, Caltagirone, Squillace, Vietri sono soltanto alcune delle città
di riconosciuta vocazione ceramica che oggi espongono al MaM.

143
Ceramica Marina Genny di Lorenzo
Piatto raffigurante leone rampante
50x50 cm
Comune di Cerreto Sannita - Opera di
rappresentanza AICC sezione tradizionale

144
Istituto Statale d’Arte di Ceramica - Pietropaolo
Maria Rita
Puntinismo
Ø 37 cm
Comune di Squillace - Opera di rappresentanza
AICC sezione moderna

145
Scarlatella Francesco
Adorazione alla Sacra Famiglia
60x 35 cm - kg 15
Comune di Caltagirone - Opera
di rappresentanza AICC sezione
tradizionale

146
Mastro Cencio di Dobboloni Vincenzo –Civita
Castellana
Vaso - Stannos Falisco a figure rosse
27 cm D 25 cm 8,50 kg
Associazione Nazionale Città della Ceramica
sezione tradizionale

147
Ceramiche Liverani Antonio
Zuppiera
31 x 22 x 22 cm
Comune di Faenza - Opera di rappresentanza AICC
sezione tradizionale

148
Ceramica Giuseppe Patronelli
“Ciarla” su piedini leonini
53 x 30 cm - 2 kg
Comune di Grottaglie - Opera di rappresentanza
AICC sezione tradizionale

149
Bertoncello Giuseppe Luigi - Nove
Bossa Buffona
30 cm - 1,5 kg
Associazione Nazionale Città della ceramica sezione
tradizionale

150
Istituto Statale d’Arte di Ceramica - Bagnato
Giovanna
Figura rinascimentale
Ø 40 cm
Comune di Squillace - Opera di rappresentanza
AICC sezione tradizionale

151
Apicella Raffaele, Raimondi Francesco –
Vietri sul Mare
Vaso per olio (ogliarulo)
cm 21,5
Associazione Nazionale Città della
ceramica sezione tradizionale

152
Walter Usai - Assemini
Stangiada
Ø 22 cm
Associazione Nazionale Città della ceramica sezione
tradizionale

153
Caravella Paolo
Scolapasta
8 cm, Ø 22 cm
Comune di Burgio - Opera di rappresentanza AICC
sezione tradizionale

154
Patacca Vincenzo
Raffaellesco
Ø 50 cm
Comune di Deruta - Opera di rappresentanza AICC
sezione tradizionale

155
Studio Ernan Design
Il Tucano
cm 40
Comune di Albisola Superiore - Opera di
rappresentanza AICC sezione tradizionale

156
Giovanni Passeri
Dama di Corte
Ø 50cm
Comune di Gualdo Tadino - Opera di
rappresentanza AICC sezione tradizionale

157
La Gioiosa Ceramiche
Vaso su piedistallo con motivo decorativo a
tavolozza di colori
cm 29
Comune di Burgio - Opera di rappresentanza
AICC sezione moderna

158
Sandra Baruzzi
Scala
48 x38 x 6 cm - 8 kg
Comune di Castellamonte - Opera di
rappresentanza AICC sezione moderna

159
Gandini Annamaria
Vaso con veduta cittadina
30 cm
Comune di Ascoli Piceno - Opera di
rappresentanza AICC sezione moderna

160
Concetta de Blasio – Ariano Irpino
Vaso alato
cm 20 – kg 5
Associazione Nazionale Città della
ceramica sezione moderna

161
Ceramica Gatti di Servadei Davide & C SAS
Hidra
34 x 33 x 26 cm
Comune di Faenza - Opera di rappresentanza AICC
sezione moderna

162
Francesco Morelli
Vaso
42 cm
Comune di Gubbio - Opera di rappresentanza AICC
sezione moderna

163
Bottega Giustiniani - Ottavio Coppola
Ciotola pergamenata
Tondo 25 x 12 cm
Comune di Cerreto Sannita - Opera di
rappresentanza AICC sezione moderna

164
Istituto Statale d’Arte “Antonio Corradini” Este - Este
Bovide
20 cm Ø 26 cm
Associazione Nazionale Città della ceramica sezione
moderna

165
Ceramiche Cosimo Vestita
Portalampada da muro
22 x 17 cm - kg 0,500
Comune di Grottaglie - Opera di
rappresentanza AICC sezione moderna

166
Passeri Ceramiche d’Arte
Vaso Buble
cm 38 Ø cm 15
Comune di Gualdo Tadino - Opera di
rappresentanza AICC sezione moderna

167
Mosca Giovanni – Vietri sul Mare
L’ironia
40 x 26 x 13 cm - 2 kg
Associazione Nazionale Città della ceramica
sezione moderna

168
Chieco Onofrio - Mondovi
Pesce sul vaso
35 cm (h pesce 15) – Ø max dell’oggetto 18
Associazione Nazionale Città della ceramica
sezione moderna

169
Linea Sette Ceramiche - Nove
Coppia di amanti
8 x 8 x 42 cm - peso 1 kg
Associazione Nazionale Città della ceramica
sezione moderna

170
Corrios Osvaldo
Galletto di Gallura verde
22 x 17,5 x 14 cm
Comune di Oristano - Opera di
rappresentanza AICC sezione moderna

171
Caldoro Adalberto e Formiconi Nadia -
Orvieto
Vaso
16 cm, Ø 25 cm
Associazione Nazionale Città della ceramica
sezione moderna

172
Sclafani Eugenio - Sciacca
Figure Mediterranee 2
h 8 cm Ø 65
Associazione Nazionale Città della ceramica
sezione moderna

173
Orazio Bindelli - Urbania
Vassoio a cartiglio “portasogni”
54 x 30 x 15 cm, peso 7 kg
Associazione Nazionale Città della ceramica sezione
moderna

174
Dolfi Silvano - Ceramica ND Dolfi, Montelupo
Fiorentino
Bolo a stella
13 cm, Ø 44cm
Associazione Nazionale Città della ceramica
sezione moderna

175
Istituto Statale d’Arte di Ceramica - Perri Valentina
Rosone
Ø 30 cm
Comune di Squillace - Opera di rappresentanza
AICC sezione moderna

176
177
The Exhibition
Section 2

178
La mostra
Sezione 2

179
Pottery and archaeology.
Cosenza’s pottery tradition’ origins

Potteries and terracotta’ production it’s a crafts expression certified in calabrian civilization since the Early Neolithic.
About vase art’s origin, it is well known that was imported by Phoenicians all over the Mediterranean and brought
to perfection by Greece reaching both shapes perfection and decorative characterization. From Greece this art arrived
in Etruria where nowadays there are lots of potteries companies (Arezzo, Cerveteri, Chiusi and so on) and all over
the Peninsula.
The archaeological excavations in province of Cosenza, in which settled pre- Helenians civilizations such as Greeks,
Romans and Bruttii, pointed out that during Greek colonization outstanding was the circulation of vases imported
by motherland while, from the V- IV century b.C lots were the local workshops opened to work clay: decorated vases,
painted potteries and many other finds rediscovered in the archaeological sites of Torre Mordillo, Sibari, Francavilla
M.ma and so on. The exhibition, anyway, reflects on the presence of pottery’s products in previous Ages thanks to
the loans of the Museums of Serra d’Aiello and Tortora which finds are datable to Proto history and Lucan Age.
A remarkable use of potteries is testified also during Early Christian and Byzantine Age, during Islamic contamina-
tions and at last under Normans and Swabia but it’s in the XV century that researches register an interesting potteries’
production, of which, a paradigmatic expression it’s represented by the rounds, far ago walled up, on the portal of the
church of San Bernardino in Amantea and nowadays on exhibition.
Part of this section are the finds belonging to the archaeological museums part of the Museums network of the
Province of Cosenza (www.retemuseale.provincia.cs.it) the National Archaeological Museum of the Sibaritide, the
Archaeological Museum of Tortora, the Archaeological Museum of Serra d’Aiello, the Archaeological Museum of
Cetraro and the Museum of Amantea. From all the finds it is possible recreating the circulation episode (importation
and production) of pottery’s product in our territory individuating stylistic currents and patterns “repertory useful to
reconstruct each historical period.

180
Ceramica e archeologia.
Le origini della tradizione ceramica cosentina

La produzione di ceramiche e terrecotte è una manifestazione dell’artigianato attestata nella ci-


viltà calabrese fin dal Neolitico inferiore. Circa le origini dell’arte vascolare, è noto che essa fu
esportata dai Fenici in tutto il Mediterraneo e condotta all’apice della perfezione dai Greci sia
nell’eccellenza delle forme che nelle caratteristiche decorative. Dalla Grecia l’arte si espanse in
Etruria, ove oggi si attestano grandi fabbriche di ceramiche (Arezzo, Cerveteri, Chiusi ecc.) e nel
resto della penisola.
Gli scavi archeologici nella provincia di Cosenza, solcata da genti pre-elleniche, greche, brettie e
romane, hanno evidenziato che nel periodo della colonizzazione greca cospicua fu la circolazione
di vasi importati dalla madrepatria, mentre dal V- IV secolo a.C. frequenti furono le fabbriche
locali sorte per la lavorazione dell’argilla: vasi decorati, ceramica dipinta e numerosi altri reperti
sono riemersi nei siti archeologici di Torre Mordillo, Sibari, Francavilla M.ma ecc.. La mostra
riflette tuttavia sulla presenza di manufatti ceramici in epoche anteriori grazie ai prestiti dei Musei
di Serra d’Aiello e Tortora afferenti all’epoca Protostorica e all’età lucana e negli scambi commer-
ciali di epoca Brettia (Museo di Cetraro).
Si è attestato un considerevole uso di ceramiche anche in epoca paleocristiana e bizantina, du-
rante le contaminazioni islamiche e, infine, sotto i Normanni e gli Svevi ma è nel XV secolo che
gli studi registrano un’interessante produzione di ceramiche, di cui una manifestazione paradig-
matica è costituita dai tondi un tempo murati sopra il portale della chiesa di San Bernardino ad
Amantea e oggi esposti in mostra.
Si trovano in questa sezione i reperti dei Musei archeologici della Rete Museale della Provincia di
Cosenza (www.retemuseale.provincia.cs.it), Museo archeologico di Tortora, Museo archeologico
di Serra d’Aiello, Museo archeologico di Cetraro e Museo di Amantea. Da questi oggetti è pos-
sibile ricostruire la vicenda della circolazione (importazione e produzione) di manufatti ceramici
nel nostro territorio individuando filoni stilistici e repertori figurativi utili alla ricostruzione di
singoli periodi storici.

181
Amantea:
permanent exhibition of sacred art near the convent of
San Bernardino

The exhibition room placed in the heart of San Bernardino’s Convent, in Amantea, keeps as heritage a remarkable
number of documents about the church and the convent itself.
All the finds were discovered during the digs putted in action all around the monastic complex and numbers ancient
capitals, sheets of marble, noble coat of arms that once were in chapel’s space, a
rich collection of historical pictures took during the digs near the convent and during convent’s restoration; showcases
with old vases, dishes and amphora, used by friars living in the convent and, in the end, the famous plates recovering
the cross placed on the church’s façade.
San Bernardino’s museum wants to became a place in which it is possible to broad the knowledge on the convent’s hi-
story and its architectural and artistic stratification typical of Amantea that artistically joins the near oratory of No-
bles Confraternity in which are kept rich statues and a beautiful low-relief showing the Nativity, by Pietro Bernini.

182
Amantea
Esposizione permanente arte sacra nel
convento di San Bernardino

La sala espositiva ubicata nel cuore del convento di San Bernardino, ad Amantea, custodisce un
ingente patrimonio documentario relativo alla chiesa e al convento stesso. I reperti sono frutto
delle campagne di scavo verificatesi nei din-
torni del complesso monastico e annoverano
antichi capitelli, lastre marmoree e stemmi
gentilizi un tempo apposti nell’invaso delle
cappelle, una ricchissima collezione di foto-
grafie storiche sulle campagne di ricerca effet-
tuate nel convento e sui momenti topici della
sua ristrutturazione; teche con antichi vasi,
piatti e anfore un tempo utili ai monaci che vi
risiedevano e, infine, i noti piatti che rivestiva-
no la croce apposta sulla facciata della chiesa.
Il museo di San Bernardino intende porsi
quale luogo di approfondimento sulla storia
del convento e sulla sua stratificazione ar-
chitettonica ed artistica amanteana e si uni-
sce artisticamente all’annesso Oratorio della
Confraternita dei Nobili che custodisce pre-
gevoli statue e un bellissimo bassorilievo raf-
figurante la Natività, opera di Pietro Bernini.

183
Piatti di ceramica di Manises
Tecnica, materiali: Terracotta
Descrizione: Le ceramiche, in tutto nove, sono da attribuire alla fabbrica di ceramiche spagnola di
Manises, importante centro di produzione ispano-moresca vicino a Valencia. Decorati in diffe-
renti modi, i piatti accolgono una rappresentazione isolata sul fondo (spesso un animale) o con
decorazione geometrica e fitomorfa. In origine ornavano la facciata della chiesa di S. Berardino
da Siena, disposti a formare una croce. In seguito sono stati rimossi dalla Soprintendenza Arche-
ologica e ora sono esposti nell’annesso convento dei Frati Minori Osservanti e di pertinenza della
Soprintendenza Bsae della Calabria.

Datazione: XV sec. d.C.


Provenienza: Amantea (CS), Chiesa di S. Bernardino da Siena
Collocazione: Convento dei Frati Minori Osservanti - Amantea
Bibliografia: A. Frangipane, I bacini di Amantea, “Bruttium”, anno XVIII n° 2, aprile 1939

Simone Marino

184
185
Cetraro
Il Museo dei Brettii e del Mare
Angelo, Luigi Orsino

Ospitato all’interno di Palazzo Del Trono (fig.


1), elegante architettura posta in una delle più
panoramiche piazze del centro storico di Ce-
traro, il Museo dei Brettii e del Mare è oggi consi-
derato tra i più innovativi e importanti musei
della Calabria.
Istituito nel dicembre 2011 come museo di
proprietà comunale, si compone di due Se-
zioni, una Archeologica ed una Storica, di-
stribuite su tre livelli strutturali e sistemate in
ben dodici sale espositive.
La Sezione Archeologica (fig. 2) è allestita se-
condo un criterio didattico articolato in tre
esposizioni tematiche. La prima, attraverso

186
un interessante mostra di reperti provenienti da siti archeologici presenti nei territori del medio
Tirreno cosentino, illustra la storia insediativa e la cultura materiale dei Brettii, popolo di stirpe
italica che, tra il IV e il III secolo a.C., occupò gran parte dei territori dell’odierna Calabria; la
seconda è dedicata al mare ed alle sue attività, esemplificate mediante l’esposizione di anfore da
trasporto greco-romane e medioevali (fig. 3) e di modellini in scala di antiche imbarcazioni; la
terza area, invece, si riferisce ad un interessante gruppo di testimonianze archeologiche di epoca
medievale e moderna provenienti dal centro storico di Cetraro, delle quali desta particolare inte-
resse una scultura di leone acefalo in pietra arenaria.
L’esposizione archeologica, inoltre, è caratterizzata ed arricchita dai contenuti della nuova Se-
zione Multimediale, messi in atto attraverso l’impiego di supporti innovativi posti a servizio de-
gli utenti, tra cui il sistema interattivo “MNEME” (fig. 4), ideato dalla 3D Research, spin off
dell’Università della Calabria, che permette la fruizione virtuale dei reperti in mostra e dei per-
tinenti siti di ritrovamento visualizzati, attraverso la tecnologia 3D, su uno schermo collegato ad
una console. Inoltre, viene offerta la possibile di ispezionare le varie collezioni esposte tramite dei
tablet in dotazione al museo o tramite i propri smartphone, grazie alla tecnologia dei codici QR
e delle applicazioni gratuite presenti su Apple Store e Android.
La Sezione Storica (fig. 5) invece, è composta da un interessante collezione di carte geografiche,
circa ottanta, di diversi formati relativi al periodo compreso tra la fine del ‘400 ed il periodo post-
unitario, donata al Comune di Cetraro dal Prof. Ing. Raffaello Losardo  (Grisolia - Cs - 1920,
Napoli 2011), che fu docente presso l’Università Federico II di Napoli di Costruzione di strade,
Fig. 1 - Cetraro (Cs), Palazzo Del Trono, ingresso ferrovie, aeroporti. Della collezione, costituita di importanti documenti cartografici, carte topo-
Fig. 2 - Museo dei Brettii e del Mare, Sezione
grafiche e nautiche, meritano particolare menzione quelle realizzate dai cartografi fiamminghi
Archeologica, percorso espositivo Gerard Mercator ed Abraham Ortelius.
Fig. 3 - Museo dei Brettii e del Mare, Sezione
Nella raccolta è presente, inoltre, la riproduzione della carta dell’orbe di Tolomeo oltre ad una
Archeologica, anfore da trasporto serie di carte con la rappresentazione del regno di Napoli, databili tra ‘600 e ‘700, le carte del

187
188
Fig. 4 - Museo dei Brettii e del Mare, Sezione Rizzi Zannoni ed altre di geografi inglesi, tedeschi, francesi.
Multimediale, sistema interattivo Mneme
Convenzionalmente annessa alla sezione storica e la Biblioteca Civica (fig. 6), costituita da un
ingente patrimonio bibliografico composto da oltre 10.000 volumi di ogni genere. Fondata nel
1963, la Biblioteca svolge funzione di natura informativa-divulgativa oltre che di conservazione,
in quanto contiene manoscritti e volumi antichi inseriti nei rispettivi cataloghi della sezione “Fon-
di Antichi”. Nella Sezione Storica, inoltre, rientra l’esposizione di  Plastici architettonici  (scala
1:50) che eseguiti in legno riproducono in modo dettagliato le principali architetture religiose e
civili del centro storico di Cetraro.
Ma è attraverso gli spazi ad esso annessi che il museo esaurisce la sua funzione di “contenitore
museale”, divenendo polo di sviluppo delle attività culturali della città. All’interno del museo,
infatti, è presente una Sala Mostre Temporanee, abitualmente impiegata per la realizzazione di
eventi espositivi di vario genere; una Sala Congressi, munita di ogni comfort e spesso richiesta
per la presentazione di libri, conferenze, seminari e lezioni frontali; un Laboratorio di Restauro
Archeologico provvisto di attrezzature aggiornate, all’interno del quale studenti universitari svol-
gono attività di tirocinio; un’enoteca/caffè letterario, punto di ristoro per i visitatori del museo
e location di svariate attività intellettuali; un giardino, sede nel periodo estivo di manifestazioni
culturali ed eventi artistici e musicali, in quanto dotato di un palco in pianta stabile ed una tribuna
a semicerchio capace di ospitare circa 200 persone.
Altro, momento importante della vita del museo sono le attività didattiche, coordinate dalla So-
cietà Cooperativa C.A.S.T.E.R., che hanno permesso di ottenere, finora, una notevole fruizione
del patrimonio storico ed archeologico in mostra nelle relative sezioni museali.
Fig. 5 - Museo dei Brettii e del Mare, Sezione Storica, Infine, il museo si pone al centro di un itinerario di visita articolato in vari siti di interesse storico-
Fondo cartografico archeologico posti nelle diverse località dell’entroterra cetrarese.
Fig. 6 - Museo dei Brettii e del Mare, Sezione Storica,
Biblioteca civica

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Cetraro
The Museum of the Brettii and the Sea

This Museum is located inside the Del Trono building in Cetraro, on the Tyrrhenian coast in the province of
Cosenza. It is made of two parts: thanks to captions and texts, plastic models and authentic archaeological materi-
als, the first part tells about the people who lived on the sea coast in this area in the Hellenistic period (fourth to third
century b. C.); the second one is wholly devoted to the navigation and commercial routes along the Tyrrhenian sea
in ancient times. This part of North-Western Calabria is rich whit hills and has got a very narrow flat area only,
where lots of settlements (never as large as a town) were founded about IV century b.C.by the Brettii. According to
literary sources, they parted in 356 b.C. from the Lucan group, an Italic population of Oscan origin (who came from
the regions called Abruzzo and Molise today). The Brettian development is directly linked to Hannibal’s destiny:
the Brettii supported him during his wars against the Romans, thus their decline was inevitable when the Romans
extended their control over the Calabria region. The Romans even spread a negative idea of them, saying they were
definetely rough and barbaric. Topographic researches in the two municipally districts of Belvedere Marittimo and
Acquappesa, have revealed about sixty ancient sites, founded on hills or even their picks, along natural ways and
cattle-tracks, too. Archaeologists have excavated a small group of tombs ant at least four houses in Acquappesa, they
have also made surveys in an area between Acquappesa and Cetraro. In the scattered rural settlements the Brettii
grew up sheep and cultivated the land for their own needs. They used to live by the coast, but high enough to be pro-
tected from bad weather and to be able to control the communication routes at their best. In the sites named S. Barbara
di Cetraro, Aria del Vento, Chiantima e Martino di Acquappesa there are buildings with a rectangular plan, made
up of two rooms around a central courtyard, with a depot for food storage. These farms were inhabited by the Brettii
between the end of 4th beginning of 3th century b.C., today they show their stone foundations only, since the walls
haven’t been preserved and neither was the straw roof. The exhibition tells the visitors about the settlements in the area,
mainly nearby Acquappesa. Materials from the tombs in Terranova, Bosco and Treselle of Cetraro, give us useful
data about daily life and the economy of these people. In the museum there are original materials from both male and
female burials. In the male ones there were above all weapons made in bronze (like belts) and iron (lance tips, javelin),
typical of Italic fighters. Pottery pieces consist of vases that were used to eat and drink in the symposium. Lead sets
to roast meat are also found in the tombs as characteristic of Oscan tribes. In female tombs there were some women’s
ornaments either golden, in silver, bronze or lead (such as rings, earrings, bracelets and fibulae), together whit small
objects to contain make-up and vases whit marriage or domestice pictures.
The part of the museum devoted to the sea helps visitors get to know about the history of Cetraro and the Tyrrhenian
coast as far as navigation and fishing in past times is concerned. As regards commerce, in the exhibition there are a
lot of amphorae from shipwrecks of different periods from sea depths. Special attention is given to reconstructing the
commercial routes and ports that existed in the area from ancient times to the sixteenth century, when Cetraro became
an important shipyard. In this part of the museum there are three models reproducing a Greek warship, a roman
merchantship and a Renaissance galleon; the exhibit also show fishing tools, both ancient and modern.

Traduzione fornita dal Museo di Cetraro

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Anfora Africana II o “grande”
variante d
Collocazione: Museo dei Brettii e del Mare di Cetraro (CS)
Materiale: terracotta
Epoca: III – IV sec. d. C.
Misure: cm 105 x cm 29
Provenienza: dai fondali del medio Tirreno cosentino

L’Anfora Africana II o “grande”, così indicata poiché di dimensioni maggiori rispetto al precedente
tipo Africana I o “piccola”, si suddivide in quattro varianti (a,b,c,d) in base alla morfologia del corpo
e dell’orlo. Il tipo in esame si riferisce alla variante d, largamente documentata nelle aree del
mediterraneo occidentale, in quanto prodotta ed esportata più a lungo rispetto alle altre varianti.
Presenta argilla di colore arancio chiaro, una struttura lineare composta da corpo cilindrico ab-
bastanza allungato, spalla curvilinea, collo dal profilo troncoconico, orlo lievemente svasato con
labbro arrotondato, anse “ad orecchio” percorse da nervature applicate sulla spalla e sul collo,
corto puntale pieno. Prodotta in numerosi ateliers della Tunisia centrale e settentrionale tra il III e
il IV secolo d.C., veniva molto probabilmente utilizzata per il trasporto dell’olio.
Angelo Luigi Orsino

Cetraro (Cs), Museo dei Brettii e del Mare, Anfora


Africana II o “grande”, variante d

191
Anfora Dressel 20
Collocazione: Museo dei Bretti e del Mare di Cetraro (CS)
Materiale: terracotta
Epoca: I – III d. C.
Misure: cm 58 x cm 35
Provenienza: dai fondali del medio Tirreno cosentino

Utilizzate fra il I e il III secolo d.C. per il trasporto dell’olio, la produzione delle anfore Dressel 20
è individuata nella regione spagnola dell’Andalusia, più precisamente nell’area del fiume Gua-
dalquivir, dai romani chiamato Baetis. Esistono diverse varianti tipologiche di tali contenitori,
formatesi durante tutto il periodo di produzione e notevolmente diffuse lungo la costa dell’Ita-
lia tirrenica. Quella in mostra, mancante della parte terminale provvista solitamente di piccolo
puntale, presenta argilla di colore arancio tendente al grigio nella parte interna, corpo pressoché
globulare, collo corto e largo ed anse a bastone.
Angelo Luigi Orsino

Cetraro (Cs), Museo dei Brettii e del Mare, Anfora


Dressel 20

192
Anfora MGS V – VI
Collocazione: Museo dei Brettii e del Mare di Cetraro (CS)
Materiale: terracotta
Epoca: fine IV – inizi III sec. a. C.
Misure: cm 53 x cm 35
Provenienza: dai fondali del medio Tirreno cosentino

Il tipo di anfora da trasporto esaminato è attestato principalmente in siti della Sicilia orientale,
della Calabria, della Lucania e della Campania meridionale. Priva del collo e delle anse, presenta
una struttura caratterizzata da spalla molto larga, corpo a trottola con pareti molto sottili e pun-
tale cilindrico corto e cavo.
Utilizzata molto probabilmente per il commercio della celebre pix brettia.
Angelo Luigi Orsino

Cetraro (Cs), Museo dei Brettii e del Mare, Anfora


MGS V - VI

193
Serra d’Aiello
Temesa Archaeological Museum

Set up and opened in 2007 thanks to the cooperation between the Superintendence for Calabria’s arts and ethno
anthropological heritage and the local Archaeological Team “Alybis”, Serra d’Aiello Museum represents a basic step
in the path of the provincial (and regional) archaeological museums, considered the important new represented by its
discoveries and as well as the variety and the richness of its finds.
It is possible to see, on exhibition the finds discovered near Cozzo Piano Grande, Chiane and above all Cozzo
Carmineantonio where it seems may have been the old center of the Hero of Themesa. The museum offers to visitors
showcases full of grave goods considered that on Chiane’s sandy
Tombs were rich of potteries goods, working and war tools, a very rich equipment in metal and a variety of jewels
discovered above all in the so called Tomb of the Princess which reconstruction (also in one of the didactic panels)
helps in pointing out the high class the woman and the all settlement belonged to. Fibulas, phaleras an incense burner
of great value and beauty, rings, earrings, necklaces, jewels in amber are the objects that enriched mentioned tombs
pointing also out, especially in the comparison with the other territorial archaeological museums, how exceptional and
how important was the ancient site where now rises Serra d’Aiello that deserved to be visited also for its churches,
palaces and its nature.

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Serra d’Aiello
Museo Archeologico di Temesa

Allestito e inaugurato nel 2007 grazie alla fattiva collaborazione tra la Soprintendenza ai Beni
Archeologici e il locale Gruppo Archeologico Alybas, il museo di Serra d’Aiello si presenta quale
tappa fondamentale del percorso dei musei archeologici provinciali (e regionali) vista l’eccezionale
novità delle sue scoperte e la varietà e ricchezza dei reperti. Vi si espongono i reperti rinvenuti
in località Cozzo Piano Grande, località Chiane e località Cozzo Carmineantonio ove pare si
localizzasse l’antico abitato della Temesa omerica. Il museo offre allo spettatore teche ricche di
corredi funerari dal momento che sul terrazzo sabbioso di Chiane sono state riportate in luce più
di 26 tombe facenti parte di una necropoli del IX-VIII secolo a.C. Le tombe presentano corredi
ceramici, arnesi da lavoro e da guerra, un ricchissimo corredo metallico e una varietà di monili
rinvenuti soprattutto nella cosiddetta Tomba della Principessa la cui ricostruzione (presentata
anche in uno degli esaustivi pannelli didattici) consente di constatare l’elevato ceto sociale della
donna e dell’abitato. Fibule, falere, un incensiere di eccezionale valore e bellezza, anelli, collane,
orecchini e monili in ambra sono gli oggetti che arricchivano queste tombe e che evidenziano,
specie nel confronto con gli altri musei archeologici del territorio, l’eccezionalità e l’importanza
dell’antico sito su cui sorge Serra d’Aiello che merita d’essere visitato anche per le sue chiese, i
palazzi e gli elementi naturalistici.

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Askos di impasto
Collocazione: Museo di Temesa di Serra d’Aiello
Materiale: terracotta
Epoca: metà VIII sec. a.C.
Provenienza: Tomba n. 10 della necropoli “Chiane” di Serra d’Aiello
Misure: Diametro orlo 7,5 cm, diametro piede 8 cm, altezza 19,5 cm.
Bibliografia
R. Agostino - F. Mollo (a cura di) Alla ricerca di Temesa Omerica. Primi dati dalla Necropoli Chiane di Serra
d’Aiello. Scilla 2007
F. Mollo Da Temesa a Blanda. Itinerari archeologici lungo la costa tirrenica cosentina. Reggio Calabria 2011
G. F. La Torre (a cura di) Dall’Oliva al Savuto. Studi e ricerche sul territorio dell’antica Temesa. Atti del
Convegno. Amantea 15-16 Settembre 2007. Pisa-Roma 2009

Ricomposto con qualche integrazione. Impasto scuro. Orlo con labbro assottigliato, svasato, ten-
dente a ripiegarsi verso il basso, collo conico, corpo ovoidale schiacciato, piede appena rilevato
con fondo a profilo concavo convesso, ansa a nastro verticale, impostata inferiormente sulla spalla
e superiormente sull’orlo.
Il tipo, a differenza di un altro esemplare proveniente dalla stessa necropoli (Tomba 6), risulta
essere leggermente più recenziore per la presenza dell’ansa prensile anziché di quella a linguetta
forata. I confronti (ad es. necropoli Candidoni di Nicotera) portano l’esemplare ad essere datato
all’incirca alla metà dell’VIII sec. a.c.
Francesco Froio

196
Coppetta in argilla figulina
Collocazione: Museo di Temesa di Serra d’Aiello
Materiale: argilla
Epoca: metà VIII sec. a.C.
Provenienza: Tomba n. 10 della necropoli “Chiane” di Serra d’Aiello
Misure: Diametro orlo 10 cm, diametro piede 5 cm, altezza 6 cm.
Di probabile produzione euboica.
Bibliografia
R. Agostino - F. Mollo (a cura di) Alla ricerca di Temesa Omerica. Primi dati dalla Necropoli Chiane di Serra
d’Aiello. Scilla 2007
F. Mollo Da Temesa a Blanda. Itinerari archeologici lungo la costa tirrenica cosentina. Reggio Calabria 2011
G. F. La Torre (a cura di) Dall’Oliva al Savuto. Studi e ricerche sul territorio dell’antica Temesa. Atti del
Convegno. Amantea 15-16 Settembre 2007. Pisa-Roma 2009

Ricomposta, lacunosa di orlo e parte della vasca.


Coppetta in argilla depurata tornita di colore nocciola, vernice nera evanide tendente a scrostarsi.
Orlo assottigliato quasi verticale, raccordato alla spalla da una piccola solcatura, vasca bassa a
profilo convesso, piede appena rilevato con fondo a profilo piatto, anse a bastoncello orizzontali,
leggermente revolute verso l’alto. Decorazione a vernice nera a fasce a risparmio sulla parte bassa
della vasca, zone risparmiate o con decorazione ormai persa sulle spalle tra le due anse, interno
a vernice nera.
Francesco Froio

197
Rocchetti di impasto
Collocazione: Museo di Temesa di Serra d’Aiello
Materiale: terracotta
Epoca: metà VIII sec. a.C.
Provenienza: Tomba n. 10 della necropoli “Chiane” di Serra d’Aiello
Misure: variabili
Bibliografia
R. Agostino - F. Mollo (a cura di) Alla ricerca di Temesa Omerica. Primi dati dalla Necropoli Chiane di Serra
d’Aiello. Scilla 2007
F. Mollo Da Temesa a Blanda. Itinerari archeologici lungo la costa tirrenica cosentina. Reggio Calabria 2011
G. F. La Torre (a cura di) Dall’Oliva al Savuto. Studi e ricerche sul territorio dell’antica Temesa. Atti del
Convegno. Amantea 15-16 Settembre 2007. Pisa-Roma 2009

I sette rocchetti presentano una lunghezza variabile dai 3,3 cm con diametro estremità di 3 cm
ai 4,5 cm con diametro estremità di 3,5 cm. Alcuni sono integri, altri scheggiati nelle estremità.
Impasto di colore bruno scuro.
I rocchetti di impasto, utilizzati per avvolgere il filo per cucire, sono molto comuni nelle sepolture
dell’età del ferro. Indicatori del sesso femminile sono anche espressione della detenzione della
funzione di attività sartoriale della defunta. Gli esemplari della T. 10 presentano le estremità di
forma piana o leggermente concava ed alcuni sono dotati di foro passante.
Francesco Froio

198
Scodella monoansata di impasto
Collocazione: Museo di Temesa di Serra d’Aiello
Materiale: terracotta
Epoca: metà VIII sec. a.C.
Provenienza: Tomba n. 10 della necropoli “Chiane” di Serra d’Aiello
Misure: Diametro orlo 24,5 cm, diametro piede 7,5 cm, altezza 8 cm.
Bibliografia
R. Agostino - F. Mollo (a cura di) Alla ricerca di Temesa Omerica. Primi dati dalla Necropoli Chiane di Serra
d’Aiello. Scilla 2007
F. Mollo Da Temesa a Blanda. Itinerari archeologici lungo la costa tirrenica cosentina. Reggio Calabria 2011
G. F. La Torre (a cura di) Dall’Oliva al Savuto. Studi e ricerche sul territorio dell’antica Temesa. Atti del
Convegno. Amantea 15-16 Settembre 2007. Pisa-Roma 2009

Ricomposta con qualche integrazione. Impasto scuro. Orlo assottigliato rientrante, vasca profon-
da a profilo troncoconico terminante con un piccolo fondo a profilo concavo, ansa a bastoncello
fortemente obliqua, quasi verticale.
Questo tipo è attestato a partire dalla fase IIa di Torre Galli. In particolare si osservi l’associazione
scodella monoansata – askòs della necropoli La Rota di Candidoni.
Francesco Froio

199
Tazza attingitoio di impasto
Collocazione: Museo di Temesa di Serra d’Aiello
Materiale: terracotta
Epoca: metà VIII sec. a.C.
Provenienza: Tomba n. 10 della necropoli “Chiane” di Serra d’Aiello
Misure: Diametro orlo 7,2 cm, diametro piede 2,5 cm, altezza 4,5 cm.
Bibliografia
R. Agostino - F. Mollo (a cura di) Alla ricerca di Temesa Omerica. Primi dati dalla Necropoli Chiane di Serra
d’Aiello. Scilla 2007
F. Mollo Da Temesa a Blanda. Itinerari archeologici lungo la costa tirrenica cosentina. Reggio Calabria 2011
G. F. La Torre (a cura di) Dall’Oliva al Savuto. Studi e ricerche sul territorio dell’antica Temesa. Atti del
Convegno. Amantea 15-16 Settembre 2007. Pisa-Roma 2009

Integra. Impasto di colore scuro.


Orlo assottigliato verticale, raccordato alla vasca attraverso la spalla, poco pronunciata, vasca
aprofilo convesso, poco profonda, fondo ombelicato a profilo concavo, ansa a nastro insellata,
sormontante l’orlo.
Il profilo del corpo, globulare e continuo, e l’orlo indistinto verticale distinguono, pur in man-
canza di un profilo calzante, una tipologia recenziore della forma, assimilabile alla fase II di
Pontecagnano.
Francesco Froio

200
201
Tortora
Archaeological Museum

Tortora’s museum, better known as “Frammenti del passato” permanent exhibition is hosted in the ancient gentilian
palace Casapesenna which history is linked with village and large landowner’ ones.
It represent an important reality in Calabria’s archaeological framework and its activity of past’s promotion and
exploitation it is an evident proof. The Museum exhibits, through a significant collection of finds afferent to different
ages, the entire development of a human event from the Lower Paleolithic to the Early Middle Ages testifying the steps
of the indigenous settlements, Oenotrian, Lucans, Magna Graecia, Roman and Byzantine presence.
Tortora’s archaeological museum showcases exhibits lots of finds discovered in the archaeological area of Rosaneto
near Noce river left side; in the natural storage represented by the Cave of Torre Nave- a natural cave in which have
been identified animal bones, a huge presence of lithic material and lots of artisanal products-; in the area of san
Brancato and so on.
All the finds recover Tortora’s historical memory from the Oenotrian Age on; about must be underlined that have been
retraced old necropolis and grave goods with rich and original products between them. Concerning the VI century b.C.
it is important pointing out that is the Lucani Age
As to say the Age in which the inhabitants arrived from a near territory reusing Oenotrians spaces and necropolis as
testified by the museum room in which is well explained the passage between the two Ages or populations, this passage
appears even more clear in the Athlete Tomb.
A particularly striking hall is the one exhibiting a Chamber sized Tomb perfectly recreated (IV century b.C.) in
which are present precious objects part of the grave goods between which wonderful skyphos and red patters amphoras

The last hall exposing finds linked to Lucan Age keeps and object that can be consider one of a kind seldom retraced:
a red pattern plate for fish with a particular symbology. The last showcase expresses the meaning of Roman colo-
nization; lots are the finds belonging to Tortora’s Roman Age but not necropolis that, instead, have been discovered
in Castrocucco.
To Roman Age belongs the famous Blanda Julia colony indicated in the Tabula Peutigeriana and the Mausoleum
of Augustan Age near district Pergolo, probably realized by one of Blanda colony’ founders An important museum
in province of Cosenza as well as of the whole region museum and archaeological heritage, fruit of the commitment,
numerous excavation campaigns and of a territorial exploitation process which aim is recovering Tortora’s historical
identity.

202
Tortora
Museo Archeologico

Il museo di Tortora, meglio noto come mostra permanente “Frammenti del passato”, è ospitato
nell’antico palazzo gentilizio Casapesenna la cui storia si intreccia con quella del paese e dei suoi
feudatari. Si tratta di un’importante realtà nel patrimonio archeologico calabrese e la sua attività
di promozione e valorizzazione del passato cittadino ne è una evidente conferma. Il Museo espo-
ne attraverso una consistente collezione di reperti afferenti a più epoche storiche, l’intero sviluppo
della vicenda umana del territorio dal Paleolitico Inferiore all’epoca altomedievale testimoniando
la fase del popolamento indigeno, la presenza enotra, lucana, magnogreca, romana e, infine,
bizantina.
Le vetrine del Museo archeologico di Tortora espongono numerosi reperti rinvenuti nell’area
archeologica di Rosaneto, in prossimità della sponda sinistra del fiume Noce; nel deposito na-
turale della grotta di Torre Nave -cavità naturale nella quale si sono rilevate ossa di animali,
un’abbondante industria litica e vari esemplari artigianali-; nella zona di san Brancato ecc. Essi
recuperano la memoria storica di Tortora dalla fase enotra in poi; relativamente ad essa, inoltre,
sono state rinvenute antiche necropoli e corredi funerari che vantano ricchi ed originali esempla-
ri. Relativamente al IV a.C. è la fase lucana del territorio in cui gli abitanti ivi sopraggiunti dal
territorio limitrofo riutilizzarono ambienti e necropoli degli enotri come è testimoniato nella sala
del passaggio tra le due popolazioni e, più specificatamente, nella Tomba dell’atleta.
Una sala particolarmente suggestiva è quella dedicata all’esposizione di una Tomba a Cassa perfet-
tamente ricostruita (IV secolo a.C.) nella quale sono presenti oggetti preziosi del corredo funera-
rio tra cui skyphos, anfore a figure rosse, olle ecc. L’ultima sala relativa alla fase lucana del territorio
di Tortora conserva un oggetto unico nel suo genere e di rado rinvenuto, un piatto da pesce a figure
rosse con una particolare simbologia; l’ultima vetrina, infine, esprime il senso della colonizzazione
romana del territorio della quale sono pervenuti numerosi reperti ma non necropoli, presenti
invece a Castrocucco. Di epoca romana è la celebre stazione di Blanda Julia indicata sulla Tabula
Peutigeriana e il Mausoleo di età augustea in contrada Pergolo, verosimilmente realizzato da uno
dei fondatori della colonia di Blanda.
Un museo importantissimo nel patrimonio archeologico e musivo della provincia di Cosenza e
della intera regione, frutto degli sforzi di tante campagne di scavo e di un processo di valorizzazio-
ne del territorio mirante al recupero dell’identità storica di Tortora.

203
Hydria a figure rosse
La tomba 113, dal ricco corredo, era costituita da una struttura a tegoloni. Ai piedi dello schele-
tro è stata trovata l’hydria appoggiata su un frammento di tegola, chiusa all’imboccatura da una
coppetta a vernice nera. Il vaso, decorato su un lato con una testa femminile e sul retro con una
palmetta, doveva contenere l’acqua adoperata nel rituale funerario
Datazione: metà IV – inizi III sec. a.C.
Provenienza: Tortora (CS), loc. San Brancato - Tomba 113
Collocazione: Museo di Blanda - Tortora
Simone Marino

204
205
The Exhibition
Section 3

206
La mostra
Sezione 3

207
Pottery and Sources.
Cosenza’s pottery from ‘500 to ‘700 through the documents
of Cosenza State Archive

Founded and hosted- after the Murat decree of the 22 october 1812- in the halls of the Palace of
the Government, the present State Archive has its seat in the wonderful cloister and convent of
Saint Francis of Paola in Cosenza.
It keeps an extraordinary amount of documents, bodies and benches direct proof, chronologi-
cally ordered and gathered in Pre-Unification Archives, Post-Unification Archives and non-State
Archives. In turn Pre- Unification Archives are divided in Ancient Régime, Napoleonic Age and
Restoration.
Lots are the Archives fonds kept, numerous the ones referred to Prefecture and to the Royal Pro-
vincial Court to the “Onciari”-Cadastres- (1743-1808) and the parchments, anyway very impor-
tant and precious are the documents offered by the Notarial Fond (XV-XIX century), precious
informations going from trousseau’s description, post mortem inventories, last will and testaments,
to contracts, rents and so on.
It is in this context that have been discovered and studied the document on exhibition concerning
Notarial Fond Inventory, in which can be retraced pottery, ceramic and clay’ objects and plates.
Mentioned documents cover the lapse of time going from the Sixteenth to the Eighteenth Cen-
tury testifying the presence of the loco detto li pignatari in Cosenza, the relations between local
workshops and monasteries for the supply of everyday use objects, the commercial trade between
companies and national territory’ realities (please consider the inventory of the Sambiase family
where is mentioned un ciarriglio ad pisce delfino de crita de Faenza or the ones belonging to the Caval-
cante and Passalacqua, rich of news concerning the circulation a nd the presence in Cosenza’s
noble class palaces of potteries made in Faenza and also in other regions).

208
Ceramica e fonti.
La ceramica cosentina dal ‘500 al ‘700 attraverso i documenti
dell’Archivio di Stato di Cosenza

Fondato e ospitato nel 1844 -a seguito del decreto murattiano del 22 ottobre 1812- nei locali del
Palazzo del Governo, l’attuale Archivio di Stato ha sede nello splendido chiostro e convento di
San Francesco di Paola a Cosenza. In esso una eccezionale mole di documenti, diretta testimo-
nianza dell’attività di enti e magistrature, sono ordinati cronologicamente e raggruppati in archivi
preunitari, postunitari e non statali. A loro volta gli Archivi preunitari si suddividono in Antichi
Regimi, Periodo napoleonico e Restaurazione.
Numerosi sono i fondi archivistici presenti, tra essi consistenti sono quelli legati alla Prefettura e
alla Regia Udienza Provinciale, ai Catasti onciali (1743-1808), le pergamene, tuttavia, notevoli
sono le testimonianze offerte dal Fondo notarile (XV-XIX secolo), preziosa miniera di informa-
zioni che spaziano dalla descrizione dei corredi matrimoniali, agli inventari post mortem e testa-
menti, ai contratti, alle locazioni e così via.
E’ in questo ambito che sono stati rinvenuti e studiati i documenti esposti in mostra e relativi
a inventari del fondo notarile, in cui compaiono oggetti e vasellame di ceramica, porcellana e
creta. Tali documenti ricoprono il periodo che va dal Cinquecento al Settecento e testimoniano
la presenza del loco detto li pignatari a Cosenza, i rapporti delle botteghe locali con i monasteri per
l’approvvigionamento di manufatti di uso quotidiano, lo scambio commerciale con aziende e
realtà del territorio nazionale (si veda l’inventario della famiglia Sambiase ove è menzionato un
ciarriglio ad pisce delfino de crita de Faenza o quello dei Cavalcante e dei Passalacqua, copiosi di infor-
mazioni riguardo la circolazione di ceramiche faentine ed extra regionali nelle residenze nobiliari
cosentine).

209
Cosenza 1598
Inventario di Aloisio Salsedo castellano della città di Cosenza, nel cui elenco si trovano diverse porcellane
decorate di Faenza.
CSas notaio Pietro Plantedi, 1598, c. 418.

210
Cosenza, 26 febbraio 1793
Inventario dell’arcivescovo Raffaele Maria Mormile in cui si esegue una ordinata divisione degli oggetti e nel
nostro caso sotto la denominazione “Porcellana del Ponte della Maddalena”.
CSas, notaio Carmelo Maria Trocini, 26 febbraio 1793, c. 25

211
The Exhibition
Section 4

212
La mostra
Sezione 4

213
Pottery’ Masters in province of Cosenza.
Heirs and continuators of an ancient artistic tradition

Critari, pignatari, figulari, vasai, rigiolari … province of Cosenza pottery’s masters on exhibition near the Arts and
Crafts Museum are the heirs of a century old tradition stemmed during Proto History but that reached its apogee from
the Fifteenth to the Nineteenth century, presenting changes up to the regional territory geographical area.
They are who wants to go on with it, they keep safe from modernity the artisanal-artistic process that makes a simple
product, often of everyday use and with a mere utilitarian functionality, a work of art. Vases, lamps, soup tureens,
plates, trays, cups are the fine products that the ceramists from Bisignano, Lappano, Rossano, Cariati, Cropalati,
Altomonte, Rogliano, Schiavonea, Cassano Ionio, Saracena, Trebisacce, Mendicino and Bocchigliero expose here.
A century old tradition rediscovering, in some cases, the indelible sign left by the civilizations that settled in our terri-
tory through patters, colors and classic representation or proposing again functional objects such as small pots, small
vases, pans realized starting from ancient prototypes; elsewhere, instead, it is tangible the debt of local traditions,
popular beliefs, the devotion to rituality and objects apotropaic value; in many other cases the masters wanted to
insert everyday use objects manual and artisan production -trays, vases and tea sets- in the field of contemporary art,
reproducing the works of art of the most important artists at international level.
Talk about pottery means talking about a product created by modeling clay that can be a porous paste (bricks, flatwa-
re, majolicas, glazed terracotta) or compact and waterproof paste (grès and porcelains). Faenze, majolicas, grès and
porcelains are the main products that is possible obtain changing materials and processing while, terracotta remains
the pottery’s plain expression, because it’s just made of body.
The province of Cosenza shows a great interest and a lively productive activity both of potteries that terracotta not
just in the classical expression but also in the modern one made concrete in figurative and abstract’ expressions. In
calabrian workshops are created finest value products, both for everyday use that pervaded of a strong artistic value,
both objects and sculptures, furniture and old hand tool reconversion; vases, amphoras, plates, saucepans, small vases,
cooking pots, theatre masks, apotropaic masks, jugs and many other things. Between popular culture potteries there are
the salaturi, pignate, bambule, pots for water representing a man-monster and Nativity scene components.
Each one of the masters suggests a different stylistic language as well as thematic research retracing also their own
modus operandi; mining techniques, modeling, painting, baking techniques that are different from workshop to wor-
kshop and that the Arts and Crafts Museum wants to present to the public screening the images recorded in province
of Cosenza’ workshops.

214
I maestri della ceramica nella provincia di Cosenza.
Eredi e continuatori di un’antica tradizione artistica

Critari, pignatari, figulari, vasai, rigiolari … I maestri ceramisti della provincia di Cosenza che espon-
gono al Museo delle Arti e dei Mestieri sono gli eredi di un’antichissima tradizione che ha origine
in epoca Protostorica ma che ha raggiunto l’apogeo tra Quattrocento e Ottocento, diversifican-
dosi nelle aree geografiche del territorio regionale.
Essi ne sono i continuatori, coloro i quali preservano dall’incalzare della modernità il proce-
dimento artigianale-artistico che rende un semplice manufatto, spesso di uso quotidiano e con
mera funzionalità utilitaristica, un’opera d’arte. Vasi, lampade, zuppiere, piatti, vassoi, tazze,
sono i pregevoli manufatti che i ceramisti di Bisignano, Lappano, Rossano, Cropalati, Altomonte,
Rogliano, Cariati, Schiavonea, Cassano Ionio, Saracena, Trebisacce, Mendicino e Bocchigliero
espongono in mostra.
Una tradizione millenaria che riscopre, in certi casi, l’indelebile segno lasciato dalle civiltà che
hanno abitato il nostro territorio attraverso repertori figurativi, cromatismi e rappresentazioni
classiche oppure riproponendo oggetti funzionali come orciuoli, vasetti, tegami su prototipi ar-
caici; altrove è invece tangibile il debito delle tradizioni locali, delle credenze popolari, l’attacca-
mento alla ritualità e le valenze apotropaiche degli oggetti; in altri casi, ancora, i maestri hanno
inteso innestare la produzione manuale e artigianale di oggetti di uso quotidiano come vassoi, vasi
e servizi da the nel sentiero dell’arte contemporanea, riproducendo le opere dei più noti artisti del
panorama internazionale.
Quando si parla di manufatti in ceramica si intende un prodotto nato dalla manipolazione dell’ar-
gilla che può presentarsi a pasta porosa (laterizi, stoviglie, maioliche, terrecotte smaltate) o a pasta
compatta e impermeabile (grès e porcellana). Faenze, maioliche, grès e porcellane sono i princi-
pali manufatti che è possibile ottenere variando i materiali e le lavorazioni, mentre la terracotta
resta la più semplice espressione della ceramica, formata di solo impasto.
La provincia di Cosenza manifesta un grande interesse e una fervida attività produttiva di cerami-
che e terrecotte non solo nell’accezione classica ma anche moderna che si concretizza in espres-
sioni figurative e astratte. Nelle botteghe calabresi si producono manufatti di eccezionale valore,
sia di uso quotidiano che di più spiccato valore artistico, sia oggettistica che sculture, arredo e
riconversione di antichi utensili: vasi, anfore, piatti, tegami, orciuoli, pignatte, maschere teatrali
e maschere apotropaiche, brocche e tanto altro ancora. Tra le ceramiche della cultura popolare
si annoverano i salaturi, le pignate, le bambule, recipienti per la raccolta dell’acqua raffiguranti un
uomo-mostro, e i pastori del presepe.
Ciascuno di questi maestri propone un linguaggio stilistico e una ricerca tematica differente che
ricalca altresì il modus operandi di ognuno di loro; tecniche di estrazione, tecniche di modellaggio,
di dipintura e di cottura che differiscono da bottega a bottega e che il MaM intende presentare
al pubblico, proiettando le immagini riprese nei laboratori artigianali della provincia di Cosenza.

215
Raffaela Caruso, Lappano
Raffaela Caruso è nata a Platania in provincia di Catanzaro il 19/02/1963.
Dopo aver conseguito il Diploma di Maturità d’Arte Applicata Sez. di “Arte della Ceramica”
conseguito presso l’Istituto Statale d’Arte di Vibo Valentia si iscrive all’ Accademia di Belle Arti di
Reggio Calabria dove ci diploma in “Pittura” e successivamente frequenta il Corso di Ceramica
tenuto dall’Associazione Anthurium di Lamezia Terme.
Ha iniziato la sua attività artistica nel 1982, occupandosi prevalentemente di disegno, pittura,
incisioni, vetrate artistiche. Dal 1999 al 2011 ha gestito un laboratorio per la lavorazione della
ceramica e della terracotta; Attualmente opera a Lappano (CS), dove si occupa principalmente
di pittura e ceramica, con Studio in Via Roma angolo Piazza C. Battisti.
Espone dal 1989 e durante la sua carriera ha partecipato sia a mostre personali che collettive
quali il Premio Nazionale di Pittura, “M. Vizzone – C. Carretta”, la Biennale Internazionale
d’Arte Città di Locri, ricevendo numerosi riconoscimenti.

Raffaela Caruso, Lappano


Raffaela Caruso was born in Platania in province of Catanzaro the 19/02/1963. After the high school Degree
in Applied Art with specialization in “Ceramics” earned near Vibo Valentia Art High School, she enrolled in Reggio
Calabria Fine Arts Academy where obtained the diploma in “Painting”. The artist completed her education with the
Certificate of participation to the Ceramics Course of the Association Anthurium of Lamezia Terme.
Raffaela Caruso started her artistic activity in 1982, mainly dealing with drawing, painting, engraving and artistic
glass walls. From 1999 to 2011 she managed a workshop specialized in pottery and terracotta in Cosenza. No-
wadays she works in Lappano (CS), where she deals with pottery and painting in her workshop placed in in Via
Roma near Piazza C. Battisti.
Exhibits since 1989 and all over her career took part to lots of exhibitions both personal that collective such as the
Premio Nazionale di Pittura, “M. Vizzone – C. Carretta” or the Biennale Internazionale d’Arte Città di Locri
receiving lots of prizes.

216
Raffaela Caruso
Ovale
Maiolica. Cm 35

Raffaela Caruso
Serie Lampadari con appliques
Maiolica e terracotta.

217
Raffaela Caruso
Brocca
Maiolica e terracotta

Raffaela Caruso - Lappano


Medaglione rotondo
Maiolica. Cm 30

Raffaela Caruso
Piatto quadrato

218
Domenico Fontana, Bocchigliero
Domenico Fontana, scultore e pittore nativo di Bocchigliero (Cs) è un’artista eclettico che predi-
lige l’utilizzo tecniche ad olio e l’acrilico per i suoi splendidi collage in cui adopera come materia
prima la carta per comunicare e per denunciare alienazioni e ingiustizie.
Molte sono le mostre e le rassegne a livello internazionale a cui ha partecipato come ad esempio
l’ArtExpo di New York, la Terza Rassegna d’arte di Tenerife o la Mostra Arte Sacra per il Giubileo.
Estremamente lusinghiere le parole che gli ha dedicato la stampa come quanto scrive Carlo Men-
dicino: “Fontana è pittore dotato di una naturale, sofferta, intensa consapevolezza dei valori che
permeano la vita e che la rendono avventura emozionante in ogni momento, pur di disagio e di
sofferenza, di consapevolezza e perfino di rassegnata constatazione dei mali che l’affliggono fino
a renderne a volte intollerabile lo scorrere”.
Una vita dedicata all’arte quella di Fontana, un’arte che diventa strumento per esprimere i disagi
dell’uomo, il cui valore non può essere spiegato in altri modi se non prendendo in prestito quanto
scrive di lui e del suo lavoro “L’Osservatore Umbro” dopo una mostra che lo aveva visto protago-
nista a Perugia: “Domenico Fontana è un artista calabrese che, passato attraverso forme espres-
sive e creative diverse, ha raggiunto oggi la piena maturità. Lo testimoniano i collages presentati
nella mostra di Perugia, che coniugano in modo singolare scultura e pittura. La carta è la materia
che Domenico Fontana adopera per comunicare e per denunciare alienazioni e ingiustizie. E si
tratta quasi sempre di carta usata e di giornali, come se l’artista volesse ripercorrere avvenimenti
già consumati e recuperare in modo soggettivo la quotidianità. L’opera di Fontana infatti – ed è
proprio questo il tratto più incisivo dei suoi collages – mostra, insieme e senza disarmonie, tratti
onirici e un legame intimo con la realtà, traducendosi in una precisa denuncia delle violenza e
della ingiustizia del tempo presente. Ma senza la ridondanza retorica di chi sale in cattedra, anzi
con l’intimità e la discrezione di un osservatore attento e sensibile”.

Domenico Fontana, Bocchigliero


Domenico Fontana sculptor and painter born in Bocchigliero (Cs) is a versatile artist who loves the use of techniques
such oil painting and acrylic for his wonderful collages in which uses as material the paper to communicate and de-
nounce alienations and injustices. Lots the exhibitions he took part to, also at International level, such as the ArtExpo
of New York, the third Art Exhibition in Tenerife Or the Exhibition Sacred Art for the Jubilee.
Very encouraging the words that the press had for him like, for example what wrote Carlo Mendicino: “Fontana is
a painter gifted of a natural, suffered intense consciousness for life’s value and for everything makes it an emotional
adventure even if a sufferance and awkward, awareness and even of resigned realization of all the bad thing that
can happen until making intolerable its going on”.
An entire life devoted to art, Fontana’s life, art that becomes the tool to express men diseases and discomfort, which
value cannot be explained in other ways if not renting what’s wrote about him and his work the “L’Osservatore
Umbro” after an exhibition that saw his protagonist in Perugia: “Domenico Fontana is an artist born in Calabria
that, after going through different creative and expressive shake, has finally reached his ripeness. This is testified by
the collages he exposed in Perugia, works of art joining in a unique way sculpture and painting. Paper is the metarial
he uses to communicate and denounce alienations and injustices. Almost always is used paper or newsprint, as if the
artist would recall moments already happened and recover, with a subjective point of view, everyday life. Fontana’s
work infact- and this is the most striking mark of his collages- shows, together and without nonconformities, dream-
like strokes and an intimate relation with reality, translating everything in a coeval time violence and injustice clear
denunciation. Without the rhetoric redundancy of whom gives master classes, on the contrary with the intimacy and
the tact of a sensible and wise observer”.

219
da sinistra

Domenico Fontana
San Giorgio
Ceramica e stoffa
gessata
al. Cm.27 – larg. Cm.17 –
lung. Cm.25

Domenico Fontana
La tantazione di
Sant’Antonio
ceramica colorata
-altez. Cm.28 – larg.
cm.26 – lung. Cm.19

Domenico Fontana
Meditazione
ceramica colorata – alt.
Cm. 15 – larg. Cm.30 –
lung. Cm.20

220
da sinistra

Domenico Fontana
Dormiente
ceramica colorata
alt. Cm.31 – larg. Cm.25
– lung. Cm.21

Domenico Fontana
Maternità
ceramica colorata
alt. cm.27 – larg. Cm.14
– lung. Cm. 14

da sinistra

Domenico Fontana
Nudo
ceramica verniciata
alt. Cm.30 – larg. Cm.14
– lung. Cm.14

Domenico Fontana
Ninfa che riposa
ceramica colorata
alt. Cm.18 – larg. Cm.13
– alt. Cm.25

221
Rossana Gerbasi, Mendicino
Laboratorio artigianale, creazioni uniche e forme armoniose, complementi d’arredo preziosi dai
decori totalmente realizzati a mano secondo un lungo processo di produzione curato in ogni
singolo dettaglio.
Le forme tradizionali e la passione per il colore sono le caratteristiche principali che distinguono
le ceramiche di “Vico Condotti”.
Azienda giovane e dinamica che ormai da più di un decennio offre ai propri clienti una vasta
scelta di prodotti artistico-artigianali.
Vere creazioni artistiche sono i rivestimenti realizzati dal laboratorio Vico Condotti, unici nel loro stile.
Sia la formazione nelle decorazioni classiche Faentine che l’approfondimento della conoscenza
della decorazione tipiche del centro Italia, fino all’incontro con le ceramiche siciliane, hanno fatto
nascere la voglia di portare i meravigliosi colori della tradizione mediterranea nelle nostre creazioni.
La perfezione della scuola classica si fonde con la vivacità e  l’autenticità delle ceramiche tipiche
del meridione d’Italia.

Rossana Gerbasi, Mendicino


Workshop, unique creations and harmonious shapes, precious pieces of furniture with handmade decorations fol-
lowing a long productive process paying particular attention to details.
Traditional shake and passion for color those the main characteristics distinguishing the potteries created by “Vico
Condotti”.
A young company that since more than ten years offers its customers a wide choice of artistic- handicrafts products
Real artistic creations are the linings realized by the workshop Vico Condotti one of a kind in style.
Both Faenza’s classic decoration that the deepen knowledge of central Italy typical decorations, up to the meeting
with Sicilian potteries made arose the will of bringing the wonderful Mediterranean tradition colors in our creations
Classical school perfection melts with Southern Italy typical potteries authenticity and vivacity.

222
Rossana Gerbasi
Caspoquette dipinto
con motivi  floreali a
fondo verde ramino 
d’ispirazione siciliana. Il
disegno è stato eseguito
a pennello con tecnica
di pittura sopra smalto.
Di particolare rilevanza
l’accuratezza della
decorazione posizionata
sul vaso.

Rossana Gerbasi
Le bottiglie decorative
di forgiatura siciliana
sono state decorate 
da ispirazione della
ceramista. Decorazione
di tipo rustica che si
adatta bene anche a
piatti, catini, brocchette
od altro, in maiolica
soprattutto.

Rossana Gerbasi
Tavella stesa a mano
decorazione “i  velieri”
questa tavella è stata
realizzata stendendo
l’argilla in una formella
30x40 cotta una prima
volta dipinta e riportata
a cottura per la
vetrificazione.

223
Rossana Gerbasi
Lume intagliato a forma
di uovo di foggiatura
umbra intagliato a
mano. Il pezzo è stato
decorato con tecnica
di colore sopra smalto
tipica tecnica della
maiolica artistica.

Rossana Gerbasi
Tavolo da giardino
motivi floreali =
Tavolo realizzato con
mattonelle 20x20 di
grandezza  60x160
decorato con motivi
floreali , realizzato
totalmente a mano.

Rossana Gerbasi
Pannello decorativo
“Castello Svevo”
Cosenza = Questo
pannello è stato
realizzato con
mattonelle 10x10 su
commissione privata
destinato a decorazione
murale su terrazzo
cittadino.

224
Franco Malomo, Cassano Ionio
“L’Artigiano della Ceramica”
In attività da più di 50 anni. Nato il 1944 a Cassano allo Ionio (cs)
Le sue ceramiche artistiche sono nelle varie collezioni pubbliche e private. Ha sempre incentrato
il proprio lavoro nel campo del restauro e decorazione, ceramica, intervenendo con professiona-
lità e competenza. L’esperienza lavorativa comincia nel ‘74, quando lo chiamarono per decorare
la chiesa di Cicala (cz). La sua crescita professionale inizia frequentando per 3 anni un corso di
pittura e decorazione alla scuola “Accademia Libera del Nudo” in Roma. Completa la sua capa-
cità pratica con un’ampia formazione sotto la guida del maestro Prof. Emilio Juso.
Si occupa del restauro di opere d’arte architettoniche. Affreschi, vecchi marmorini, intonaci.
Sculture lignee in Cartapesta e Gesso.
Esegue interventi di pulitura, consolidamento, ripristino, e protezione.
Ricostruzione di decorazione antichi. Con un lavoro fatto di passione e pazienza
serietà, capacità, con conoscenze storiche e artistiche delle tecniche antiche. Franco Malomo è
riuscito negli anni a realizzare, numerosi ed importanti interventi di restauro fra il quale sono
interessante da ricordare:
Chiesa dei Cappuccini Cassano Ionio (CS) 1970. Decorazione Totale
Chiesa Madonna del Purgatorio Cassano Ionio (CS) Soffitta finto Cassettone 1977
Chiesa di San Giacomo, Cicala (CZ) 1974 Decorazione Totale
Cappella Gentilizia Cattedrale di Cosenza 1999 Restauro totale
Chiesa Madonna del Piano Villapiana (CS) 2001. Restauro Totale
Chiesa Madonna delle Grazie Arcavacata di Rende (cs) (solo Altare Maggiore)
Chiesa San Nicola di Mira Trebisacce (cs) Rifacimento Parziale e Restauro di Statue

Franco Malomo, Cassano Ionio


The Potteries artisan
Franco Malomo, well known as the Pottery artist was born in Cassano allo Ionio (cs), in 1944 and works since 50
years ago, his artistic potteries are part of different collection both public and private. Malomo has always focused his
work on restoration and decoration, pottery operating with professionalism and competence. His working experience
starts in 1974 when he wos asked to work on the decoration of the church of Cicala (Cz). His professional growth
starts attending for 3 years a course of painting and decoration near the school “Free Academy of Nude” in Rome
a training he completed under the teaching of the Master Emilio Juso. He deals with architectonical works of arts
restorations but also frescos, marmorino, plasters. Sculptures in wood, papier-mâché and plaster.
His passion brings him to deal with painting interventions as well as consolidation, reinforcement, recovery and
protection of ancient decorations. With a work made of passion and patience, reliability and skills but also historical
and artistic knowledge of the old techniques, Franco Malomo reached, with time, in realizing lots and important
restoration intervention interventions between which we can remember.
Chiesa dei Cappuccini Cassano Ionio (CS) 1970. Total decoration.
Chiesa della Madonna del Purgatorio Cassano Ionio (CS) False coffee ceiling 1977
Chiesa di San Giacomo, Cicala (CZ) 1974 Total Decoration
Cappella Gentilizia Cattedrale di Cosenza 1999 Total Restoration
Chiesa della Madonna del Piano Villapiana (CS) 2001. Total Restoration
Chiesa della Madonna delle Grazie Arcavacata di Rende (cs) (high altar)
Chiesa di San Nicola di Mira Trebisacce (cs) Partial restoration and Statues restoration
Santuario Madonna della Catena – Cassano Allo Ionio (cs)
Chiesetta di santa Domenica –Cassano allo Ionio (cs)
Vescovado di Cassano Allo Ionio (cs) Recovery and Consolidation
Seminario Vescovile- Cassano allo Ionio (cs) Chapel’s recovery

225
Francesco Malomo,
ceramiche artigianali
di soggetto sacro e
da repertori di modelli
antichi

Francesco Malomo,
ceramiche artigianali
di soggetto sacro e
da repertori di modelli
antichi

226
Francesco Malomo,
ceramiche artigianali su
modello antico

Francesco Malomo,
ceramiche artigianali su
modello antico

227
Ceramica Parrilla, Cropalati

Ceramiche Parrilla – Cropalati


Cosenza
Dipinto su piastra in cotto
Maiolica. Cm 40x40

228
Ceramiche Parrilla –
Cropalati
Rosone Gli inserti
Quattro pezzi di
ceramica su cotto
Cm 25x25

Ceramiche Parrilla –
Cropalati
La ceramica e la luce
Piantana composta
da tre pezzi traforata e
decorata a mano
120 Cm

Ceramiche Parrilla –
Cropalati
La ceramica e la luce
Lampada traforata e
decorata a mano
Cm 60

Ceramiche Parrilla –
Cropalati
La ceramica e la luce
Piantana composta
da tre pezzi traforata e
decorata a mano
120 Cm

229
Antica Fornace Parrilla, Cropalati
L’ Antica Fornace Parrilla nasce nei primi anni dell’ 800.
Allora quello del Mattunaru (termine antico in dialetto locale) era un mestiere povero e faticoso.
Si narra infatti di un uomo che con un asino trasportava l’argilla dalla montagna dopo averla
cavata, che a piedi nudi la impastava in rudimentali vasche di pietra e che dopo aver creato i suoi
manufatti li affidava al sole e al fuoco affinchè facessero il resto.
Ebbene quello che noi oggi vi proponiamo è un prodotto che pur avvalendosi in alcune sue fasi
della tecnologia ha conservato intatta la sua unicità in quanto frutto dell’ esperienza e della sag-
gezza dell’ uomo che lo produce e che con le proprie mani fà di ogni elemento un pezzo unico
e irripetibile indispensabile per chi vuole ritrovare nella contemporanea architettura un fascino
antico, un’antica sensazione di calore e di accoglienza di cui l’ uomo ha bisogno per sentirsi ve-
ramente a casa.

Old Brick-Kiln Parrilla, Cropalati


The old brick-kiln Parrilla opened on the first years of the ‘800.
At that time the job of the mattunaru (old term in local dialect) was a poor and fatiguing job.
There’s the story of a man that with a donkey transported the clay right after the extraction down from the mountain,
this man mixed clay barefoot and, created his handmade products, entrusted the rest of the work to sun and fire.
What we present, today, it’s a product that, even if for some steps needs technology, kept untouched its uniqueness
because it’s the fruit of producers’ experience and wisdom, fruit of the man’s work that, with hands, makes of each
piece something that is one of a kind as well as absolutely necessary for everyone wants to find in contemporary
architecture an ancient charm and an ancient feeling if heat that is what a man needs to feel at home

230
Antica Fornace Parrilla –
Cropalati
Rivestimento interno

Antica Fornace Parrilla –


Cropalati
Rivestimento esterno

Antica Fornace Parrilla –


Cropalati
Camino

231
Antica Fornace Parrilla –
Cropalati
Pavimento

232
Pirri Ceramica Artistica, Bisignano/Rossano
La ditta Pirri Ceramica Artistica, nasce nel 2002 come azienda per la lavorazione
Di ceramiche artistiche,dopo un lungo percorso di formazione fatto nel laboratorio di famiglia
per una decina di anni e poi come responsabile di produzione in una nota azienda di ceramica
a Bisignano per altri dieci anni,decido di intraprendere la via imprenditoriale avviando un labo-
ratorio tutto mio.
Riuscendoci ad affermare sul mercato in poco tempo, ci espandiamo a livello nazionale con
grande successo.
Nel 2006 durante un corso di formazione nel penitenziario di Rossano mi viene chiesto se ero
interessato ad appaltare la linea di produzione presente nel Carcere.
Decisi che si poteva fare ho pensato di produrre con la manodopera dei detenuti che avevo formato
durante il corso di formazione,è stata una scommessa con me stesso ma infine è risultata vincente
e a tal proposito ho deciso di produrre la prima fase di lavorazione all’ interno del Penitenziario.
I detenuti sono assunti dalla mia azienda, lavoratori modello dopo la formazione che anno ricevuto
apprendono e gestiscono il tutto sotto le mie direttive producendo circa 20.000 pezzi al mese,si
sentono finalmente realizzati potendo lavorare dopo tutte le disgrazie che hanno affrontato, non
vedono l’ora di arrivare a fine mese per la retribuzione che inviano puntualmente alle loro famiglie.
Da quest’anno abbiamo deciso con il Direttore del Penitenziario di dare un marchio alla mia
produzione da far conoscere a livello Europeo si chiamerà MANUFATTO IN CARCERE e
abbiamo fissato altri obbiettivi per incrementare la forza lavoro,siamo una delle poche aziende in
Italia che produce con questa teoria etica l’unica al sud,ci ho creduto e si è realizzato,ci chiamano
tutti giornalisti,cooperative, aziende ecc, con grande interesse mediatico.
Ad oggi ci sentiamo in grado di dire che bisogna credere nelle persone che anno avuto problemi
nella società e dar loro un’altra opportunità di vita vedrete non rimarrete delusi.

Pirri Ceramica Artistica, Bisignano/Rossano


The company Pirri Ceramica Artistica opened in 2002 as artistic potteries workshop after a long training experience
lasted ten years near the family’s workshop. After other ten years spent working as production manager in a well
known potteries company of Bisignano I decided opening my own workshop.
Achieved, in few time, the aim of growing up on market, we start expanding at national level with great success.
In 2006 during a training course in Rossano prison I was asked if interested in undertaking Prison’s productive line.
I decided it could be done so I tough start producing with convicts workmanship I trained during the training course,
it has been a bet with myself but it was a winning one that’s why I decided producing the first working step in the
Penitentiary.
I recruited the convicts in my company, model workers after the training they did, they learn and manage everything
under my direction producing almost 20.000 pieces every month, they finally feel realized because they work after all
the adversities faced, they can’t wait for the end of the month for the retribution to sent to their families.
From this year we decided with the Director of the Prison to give a trademark to my production to be known at
european level it will be called MANUFATTO IN CARCERE and we have already fixed other goals to increase
labor force, we are one of the few companies in Italy that produces with this ethical theory, the only one in Southern
Italy, I believed in that and it came true, everybody calls us, journalists, cooperatives, enterprises and so on, with great
interest from media.
Up to now we feel able of saying that we must believe in people that faced problems with society and give them
another life’s opportunity, no one will be disappointed.
The last happening we took part to has been the Sanremo Festival 2014,mentioned between the 5 Calabria’s excel-
lences, we produced the awards for the singers.

233
Ceramica Artistica Pirri
Piatti in terracotta
decorati a mano
(manufatto in carcere)

234
Ceramica Artistica Pirri
Gavata cm 15
(manufatto in carcere)

Ceramica Artistica Pirri


Piatto in terracotta
(manufatto in carcere)

235
Ferdinando Renda, Schiavonea
L’attività del laboratorio ceramico di Ferdinando Renda nasce nel 1982 dalla tenacia e dalla
ferma volontà del suo titolare, che non aveva alle spalle una tradizione familiare nel settore ma
soltanto l’amore per la lavorazione della terracotta, iniziato durante gli studi presso la Scuola
d’Arte di Cosenza.
Il suo maestro è stato Raffaele Crovara, che è riuscito non solo nell’intento di forgiare pezzi unici
di alta qualità, ma anche di educare allievi a cui comunicava la passione per la manualità e la
creatività, nell’ambito di un mestiere antico che rischia oggi di scomparire.
Ferdinando, successivamente, ha frequentato come apprendista il laboratorio dei Fratelli Piccolo
di Marzi (Cosenza).
Quando, trentadue anni fà, aprì la sua Ceramica Artistica Calabrese non esistevano incentivi che
favorissero la nascita di nuove attività, si prediligeva la sicurezza del “posto fisso” e farsi spazio tra
gli artigiani concorrenti era molto difficile.
Tuttavia è riuscito, con spirito di sacrificio e tanta dedizione a portare avanti con successo la pro-
pria attività ottenendo dalla Regione Calabria il contrassegno di “Origine e Qualità” e l’attestato
di “Maestro Artigiano” per l’attività di lavorazione della ceramica.
Si è dedicato alla formazione: nel 1985 ha tenuto presso il proprio laboratorio un corso professio-
nale per ceramisti, in convenzione con la Regione Calabria, negli anni dal 2003 al 2005 ha tenuto
un corso come esperto esterno presso l’ITC “ L. Palma” di Corigliano Calabro.
La peculiarità della Ceramica Artistica Calabrese è data dalla persistenza della tradizione senza
trascurare l’innovazione, la sua produzione si inserisce in quel vivace artigianato che unisce la
tradizione culturale calabrese a quella delle nostre origini greche.
Gli articoli più comuni sono rappresentati, infatti, da vasi, anfore, brocche e piatti in terracotta
o maiolicati costruiti nelle forme più svariate e decorati con motivi che riproducono sia lo stile
Greco-Bizantino tipico dell’artigianato tessile di Longobucco o quello dell’antica Magna Grecia
o la linea moderna che si ispira ad opere di artisti famosi .
Articoli di larga produzione sono pure le statuine rappresentanti i personaggi tipici calabresi o
anche caratteristici presepi in miniatura che riproducono i momenti di vita domestica o scene
tratte dal mondo rurale delle terre di Calabria.
I pannelli e targhe realizzati partendo dal classico modulo della piastrella dipinta;
monili, bracciali e collane di ricercata eleganza, che utilizzano il materiale ceramico e si ispirano
a forme naturali, stili alla moda, gioielli storici e opere d’arte moderne.
Ferdinando Renda è il rappresentante di una cultura illustre, quella dell’artigianato italiano, che la
produzione industriale odierna vorrebbe far dimenticare. Per il pubblico è difficile comprendere
la differenza tra un manufatto, dotato di valore unico, e un oggetto fatto in serie. Solo uno sguardo
esperto sa individuarla con precisione, senza lasciarsi confondere dalla banalità delle imitazioni.

236
Ferdinando Renda, Schiavonea
Ferdinando Renda pottery workshop’s activity starts in 1982 thanks to its owner will and perseverance who didn’t
had a family tradition behind his back but only the love for terracotta production he showed while attending Cosenza
Art School.
His master was Raffaele Crovara who didn’t just molded high quality and one of a king pieces but has also educated
students to whom communicated the passion for manual skill and creativity, in the field of an ancient job nowadays
almost disappeared.
After the art school Ferdinando entered as apprentice in the workshop owned by the Piccolo brothers in Marzi (Co-
senza).
When thirty-two years ago he opened his Ceramica Artistica Calabrese there weren’t subsidies for new activities, it
was easier looking for the safety of a “permanent job” and making one’s own space between all the other artisans
was something pretty difficult.
Anyway, with sacrifices and self-denial he succeeded in bringing on his activity obtaining, by Region Calabria, the
trademark of “origin and quality” and the certificate of “Master Artisan” for his pottery production. He also devoted
to training: in 1985 near his own workshop gave a professional training course for potters in agreement with Region
Calabria, from 2003 to 2005 gave classes as external expert near the ITC “ L. Palma” in Corigliano Calabro.
The listed ones are just some of the exhibitions to which this workshop took part let us just mention some other cities,
for example Palmanova del Friuli, Potenza and Cosenza.
Ceramica Artistica Calabrese’s peculiarity is the persistence of tradition without letting aside innovation; its produc-
tion enters in that lively workmanship that joins calabrian cultural tradition to our Greek origins . Most common
products are, infact, vases, amphoras, pitchers and plates in terracotta or majolica with different shapes and decorated
with patters reproducing both the Grecian-byzantine style typical of Longobucco textile production, the Magna Gra-
ecia style or the modern line inspired by famous artists works.
Part of the large scale production are also the statuettes representing typical calabrian personalities or also nativity
scenes in miniature reproducing everyday life or scenes part of Calabria’s rural world.
Panels and plaque tablets realized starting from the classical criterion of the painted tile; fine jewels, bracelets and
necklaces realized using pottery and inspired to natural shapes, fashion styles but also ancient jewels and modern
works of art. Ferdinando Renda represents a celebrated culture the one of the italian workmanship that nowadays
industrial production would leave behind. For public it is difficult understand the difference between an artisanal
product having unique value and a in series production. only an expert eye is able of distinguish it, without getting
confused by imitation insignificance.

237
Ferdinando Renda
Da sinistra: Tazza
stilizzata, Bottiglia, Tet
a tet da caffè. Forme
e decorazioni eseguite
esclusivamente a mano.
Ispirate ad opere di Roy
Liechtenstein.

Ferdinando Renda
Da sinistra: Tazzina da
caffè con piattino,
Portafiori, Tet a tet
da caffè. Forme e
decorazioni eseguite
esclusivamente a mano.
Ispirate ad opere di
Joan Mirò.

238
Ferdinando Renda
Da sinistra: Portafiori,
Piatto murale
rettangolare. Forme e
decorazioni eseguite
esclusivamente a mano.
Ispirate ad opere di
Gustav Klimt.

Ferdinando Renda
Piatto murale cm 30.
Dipinto esclusivamente
a mano. Decorazione
ispirata ad opere di Eric
Waugh.

239
Francesca Russo, Saracena
Artista autodidatta, eclettica e poliedrica, sempre alla ricerca di nuovi materiali e tecniche con le
quali poter esprimere le proprie emozioni, nasce a Saracena (CS), piccolo centro della Calabria,
il 27/07/81 dove risiede.
Diplomata presso il Liceo Scientifico E. Mattei di Castrovillari (CS), dopo la maturità sco-
lastica decide di seguire le sue passioni, dando libero sfogo alla sua “linfa vitale: l’Arte”.
Dopo aver profiquamente frequentato dei corsi di formazione, sotto l’alto patroci-
nio della Unione Europea, della Regione Calabria e, altresì della Provincia di Cosen-
za, nel 2002 riceve l’attestato di qualifica professionale come “Decoratrice di Ceramiche”.
Successivamente, decide di approfondire i suoi studi sulla ceramica viaggiando e visitando
vari centri quali S. Stefano di Camastra, Vietri, Squillace, Orvieto, Siena, Arezzo, Perugia.
Nel 2004 si iscrive alla Scuola d’Arte Ceramica “Romano Ranieri” di Deruta (PG) dove segue il cor-
so come decoratrice. Nello stesso anno, decide di ritornare nella sua terra, per dare vita ad un “La-
boratorio Artistico Artigianale”, dove tuttora lavora. Le sue tecniche spaziano su deversi materiali:
dalla ceramica al legno; dalle vetrate artistiche ai pregevoli dipinti su tela fino ai raffinati acquerelli.
In tutti questi anni non ha mai smesso di coltivare il suo sogno, partecipando a concorsi e mostre
collettive riscuotendo successi e critiche lusinghiere.
Come ogni artista, non si sottrae al confronto e, nel solco della “storica contaminazione” dell’arte,
nel 2011 inizia una collaborazione con il maestro Adolfo Corinaldesi di Cava de’ Tirreni (SA),
dando vita a nuove creazioni artistiche. Da qui la nascita di maioliche artistiche ispirate alle tec-
niche derutesi, rivisitate ed arricchite con particolari sia della tradizione calabrese che vietrese.

Francesca Russo, Saracena


Self- educated artist, eclectic and versatile, always looking for new materials and techniques through which expressing
her own feelings, was born in Saracens (CS) where she lives, small center of Calabria the 27/07/81.
Graduated at the Second Level College of Science E. Mattei di Castrovillari (CS), after the graduation she decided to
follow her passions, giving vent to her “vital nourishment: art”. After having attended training courses under the high
quality standards of the European Union, Region Calabria and also of the Province of Cosenza, in 2002 obtains
the certificate of qualification as “potteries decorator”
After it she decided to increase her knowledge and studies on pottery travelling and visiting lots of centers such as S.
Stefano di Camastra, Vietri, Squillace, Orvieto, Siena, Arezzo, Perugia. in 2004 she enters in the School of Pottery
art “Romano Ranieri” of Deruta (PG) where attends the course of decorator. In the same year, decided to go back to
her native land to open an Artistic workshop where she still works.
She uses a wide range of materials for her techniques: from pottery to wood; from artistic glass walls to fine paintings
on canvas to precious watercolors.
All over this time she never stopped following her dream, taking part to competitions and collective exhibitions obtai-
ning gratifying successes and critics.
As every artist, she doesn’t save herself from comparison and in the field of Art’s “historical contamination” in 2011
she starts a cooperation with the master Adolfo Corinaldesi from Cava de’ Tirreni (SA), giving life to brand new
artistic creations. Here it comes how she gave life to artistic majolicas inspired by the techniques she learned in Deruta
but enriched and revisited with particulars belonging both to Calabria and Vietri’s tradition.

240
Francesca Russo
Mattonella“La Dama”
Maiolica
2004 – Deruta (PG)

Francesca Russo -
Mattonella “Ritratto di
Uomo”
Maiolica
2004 – Deruta (PG)

Francesca Russo -
Pannello “La Primavera
(del Botticelli)”
Maiolica
2013

241
Francesca Russo -
Piatto “Melograno”
Maiolica
2012

Francesca Russo -
Piatto “Julia Bella”
Maiolica
decoro
2012

242
Maurizio Russo, Altomonte
La nostra azienda è affermata da ormai quattro generazioni, oggi in mano al maestro Russo
Maurizio ed è una delle poche attività artigianali e tradizionali in Calabria.
Ben quattro generazioni fa la lavorazione dell’argilla avviene manualmente e a tutti i prodotti la
forma viene data attraverso le mani dei vasai, che utilizzano, ancora oggi, il vecchio tornio spinto
con i piedi.
Dopo la prima cottura in forni ad elevatissima temperatura si ricava il cosidetto biscotto e così
come agli albori di tale attività, le decorazioni vengono fatte a mano.
Esaurite le decorazioni gli stessi prodotti vengono rimessi nel forno per aquistare la lucidatura ed
essere pronti per la commercializzazione.
La terracotta si avvale anche dell’esperienza professionale delle proprie maestranze con le quali
crea articoli e modelli in ceramica che hanno conquistato il mercato regionale, nazionale ed
internazionale.
La lavorazione e la produzione avvengono in una struttura di circa 200 mq, suddivisa in vari
reparti che accolgono la linea della produzione, dell’essiccazione, della cottura e del conserva. La
terracotta e stata una delle poche attività artigianali ad essere publicizzata da sei grandi trasmis-
sioni televisive come adesempio (Sabato nel villaggio, Linea verde, Mezzogiorno in famiglia, ecc).

Maurizio Russo, Altomonte


Our company is established since four generations, nowadays managed by the master Russo Maurizio and it’s one
of the few handcraft’s traditional activities in Calabria. Four generations ago clay was worked with hands and, all
products’ shape is obtained thanks to potters’ hands that, still nowadays, uses the old potter’s wheel.
After the first firing in high temperature’ kilns is obtained the so called bisque and, as at the beginnings of this activity,
all the decorations are handmade.
Ended the decorations the products are putted again in the kiln for the polishing process and be ready for the market.
The terracotta has, by its side also the professional experience of the masters that are able of creating pottery’s pro-
ducts that conquered regional, national and international market. Both working and production are done in a building
of 200 square meters divided in sectors up to the stages of production, drying, firing and storing. The Terracotta has
been of the few handcraft activities to be promoted in six national important TV shows such as, for example Sabato
nel villaggio, Linea verde, Mezzogiorno in famiglia and so on.

243
Maurizio Russo, set da
tavola in terracotta
artigianale

Maurizio Russo, set da


tavola in terracotta
artigianale

244
Maurizio Russo, set da
tavola in terracotta
artigianale

Maurizio Russo, set da


tavola in terracotta
artigianale

245
Keramos di Tucci Telemaco, Rogliano
La Keramos, bottega artigiana per la lavorazione delle ceramiche tradizionali di Rogliano, nasce
nel 1993, grazie all’ artigiano Telemaco Tucci, che sfruttando la grande esperienza acquisita nel
tempo da vita ad una nuova produzione ceramica, mista tra tradizione e modernità.
Non discendendo da famiglia di ceramisti e ne tanto meno frequentato indirizzi artistici il maestro
scopre per la prima volta la lavorazione della Ceramica all’età di quindici anni,frequentando dei
corsi di formazione professionale organizzati dalla regione Calabria.
Frequenta cosi tre corsi “stampaggio e scultura”,”decoratore”e “torniante ceramista”distinguendosi
sempre per le sue doti artistiche e superando i corsi con il massimo del punteggio,notate le sue
capacità artistiche un maestro ceramista lo volle nella sua bottega cosi abbandonati gli studi scien-
tifici e adempito agli obblighi di leva inizia a lavorare in questo laboratorio per altri cinque anni
Cosi nel 1993 insieme alla moglie decide di aprire una bottega per conto suo inizia cosi la nuova
avventura,gli inizi sono duri entrare in un mercato gia occupato è difficile ma qualche idea nuo-
va e tante ore di lavoro a volte anche notti intere fanno si che quel sogno covato per tanti anni
diventasse vero.
Situata nel piccolo paese di Rogliano la bottega si presenta accogliente e  professionale, la lavo-
razione eseguita interamente a mano in tutti i suoi passaggi, dona ai singoli pezzi prodotti uno
stile che li rende unici e esclusivi, all’ interno è possibile osservare l’ intera lavorazione .Oggi il
vasaio, il ceramista, il decoratore della ceramica sono sì artigiani, ma soprattutto artisti,creare una
maiolica, una terracotta o una porcellana significa creare un oggetto da ammirare o comunque
da affiancare, come elemento di pregio e di valorizzazione dell’ambiente.

Keramos di Tucci Telemaco, Rogliano


The Keramos, workshop specialized in traditional potteries with seat in Rogliano, opened in 1993, tanks to the arti-
san Telemaco Tucci who, taking advantage of the great experience of an entire life, gives life to a brand new pottery
production, a sort of melting pot between tradition and innovation.
Being not part of a potters family, having not attended arts academies, the master discovers for the first time the art of
pottery when he was fifteen years old, and attending some professional training courses organized by region Calabria.
He attends three courses “mould and sculpture” “decoration” and “lathe turner ceramist” standing out for his skills
for arts and passing the courses always with the higher results; perceived his skills, a master ceramist wanted him to
work in his workshop so, left the high school and after the national service, he entered in this workshop where worked
for five years.
In 1993, with his wife he decided to open his own workshop starting a new adventure, beginnings are difficult,
entering in an already crowded market it’s very difficult but with some new idea an lots of days and nights spent
working he made his dream come true.
Placed in the small centre of Rogliano, the workshop is welcoming and professional, the work entirely handmade in
all its steps, gives to single pieces a style that makes everything unique and exclusive, inside it’s possible to observe all
the processes.
Nowadays the potter, the ceramist, pottery decorator of course are artisans but are, above all artists, creating a ma-
jolica, a terracotta or an object in pottery means creating an object that can be admired or anyway placed side by side
as a quality object used to give value to spaces.

246
Telemaco Tucci
Piatto maiolicato cm 30
con faraona nel decoro
centrale

Telemaco Tucci
Grappolo di limoni
maiolicati con 2° cottura

247
Telemaco Tucci \
Bassorilievo di Brigante in
terracotta colorata con
2° cottura

Telemaco Tucci
Maschera Apotropaica
in terracotta imbrunita

248
Roberta Proto, Trebisacce
Il laboratorio ha una produzione esclusivamente artigianale con lavorazione al tornio. La tecnica
di decorazione è con colori in polvere sotto cristallina apiombici e engobbi. La creazione degli
oggetti è varia: piatti, vasi, maioliche punti luce ecc. Le lanterne sono la caratteristica di questo la-
boratorio perché curati in ogni piccolo particolare in quanto hanno la forma di casette tonde con
finestre che sono aperture per far passare la luce di candele o di lampadine. Inoltre il laboratorio
ha una creazione continua di bomboniere con caratteristiche uniche perchè realizzate a mano
rispettando la richiesta del singolo cliente.
La tecnica di vetrificazione è quella della cristallina apiombica e quindi è possibile utilizzare tutti
i piatti e bicchieri avendo le caratteristiche per alimenti. Il laboratorio organizza anche corsi di
ceramica per adulti e bambini, dal giovedì al sabato e il martedì pomeriggio resta chiuso perché
impegnato con un altro corso per diversamente abili nel laboratorio della Diocesi di Cassano . I
giorni di apertura sono dal lunedì al sabato dalle 9:30 alle 13:00 e dalle 16:30 alle 20:00. D’estate
è aperto solo il pomeriggio fino alle 21:30

Roberta Proto, Trebisacce


The workshop produces exclusively crafts product with potter’s lathe. The technique used for decoration is with
powdered colors under lead free crystalline and slips. Lots are the objects we create: plates, vases, majolicas, light
sources and so on. Lanterns are this workshop characteristic because particular attention is paid to every single par-
ticular, their shape it’s of circular small houses with openings for the light of candles or bulbs. Besides the workshop
creates also unique party favors because handmade respecting client’s request.
The vitrification technique is the lead free crystalline so it is possible to use all the plates and glasses because are
suitable for food. The workshop organizes also pottery’s courses for adults and children from Thursday to Saturday,
the Tuesday for the afternoon is closed because committed in another course for disabled near Cassano Diocese’s
workshop.

249
Si ringrazia
il sig. Vincenzo Patacca autore dell’opera in copertina,
il Soprintendente per i beni archeologici della Calabria,
il Soprintendente per i beni storici, artistici ed etnoantropologici della Calabria,
il Comune di Deruta, il Sindaco di Squillace, il dott. Giuseppe Olmeti,
la dott.ssa Elena Dal Prato, il prof. Giuseppe Roma, la prof.ssa Giovanna Capitelli,
Giulio Archinà, la prof.ssa Marilena De Bonis, il sig. Faustino Nigrelli,
la sig.ra Mira De Rango, il sig. Mannarino, il Direttore del Carcere di Rossano,
l’ing. Francesco Molinari, la sig.ra Natalina Marta, l’ing. Francesco De Cicco,
il sig. Franco Filippelli, la squadra edilizia della Provincia di Cosenza,
la dott.ssa Pasqualina Trotta, la dott.ssa Fernanda Ruffo, il Sindaco di Altomonte,
Padre Francesco Celestino, la dott.ssa Beatrice Nucera, Francesco Caputo, Fabrizio Marano,
la Cooperativa Invasioni, la sig.ra Maria Carbone, la dott.ssa Nicoletta Perotti,
l’avv. Lorenzo Catizone, il dott. Luigi Rinaldi.
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