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“Introduzione allo studio della storia moderna” , Paolo Prodi da pag 1 a 165

Parte I – I criteri
Il mestiere dello storico. Gli strumenti concettuali: i tipi ideali: la concezione del lavoro dello
storico è intendere la storia come disciplina e mestiere. Dopo l’osservazione della realtà, noi
procediamo poi a modificare il concetto iniziale x costruire un nuovo concetto + utile alla
comprensione della realtà indagata con un processo continuo di revisione dal punto di partenza.
Max Weber, ha teorizzato all’inizio del ‘900 questo procedimento parlando di “tipi ideali”:
strumenti concettuali da verificare e modificare continuamente. Possiamo usare quest’espressione x
indicare diversi fenomeni in un unico contenitore concettuale: Rinascimento, Barocco, ma anche
nobiltà, borghesia, proletariato, ecc.
I manuali dello storico: le fasi della ricerca: tutti i manuali di metodo storico tendono a distinguere 4
fasi della ricerca:
1°fase: è quella progettuale, che porta alla formulazione della domanda e della ricerca;
2°fase: è quella relativa allo scavo dei dati bibliografici, delle testimonianze o delle fonti(chiamate
“Quellen” dalla storiografia tedesca, che x 1° ne ha teorizzato l’importanza). Questa è la fase che
negli antichi manuali veniva chiamata “euristica” o del reperimento. Tale fase va naturalmente
miscelata con la prima;
3°fase: della ricerca storica: la critica e l’interpretazione delle fonti. L’autenticità delle fonti e la sua
veridicità o attendibilità;
4°fase: l’elaborazione o stesura del testo rappresenta l’ultima fase del lavoro dello storico.
2. La storia moderna
2.1. La discussione sul moderno(problema della periodizzazione): il termine “Storia moderna”
viene usato con molta differenza di significato rispetto al mondo anglosassone e quello germanico.
Oltralpe si tende a parlare di età moderna x i secoli che vanno dalla fine del Medioevo(fine del XV
secolo)sino al ‘900 inoltrato: solo dopo si può parlare di storia contemporanea. In Italia il discorso è
rimasto più ambiguo anche perché nei nostri ordinamenti degli studi universitari è stata introdotta
dopo l’unificazione italiana. Il nostro interesse è concentrato sulla genesi e l’ascesa del mondo
moderno, cioè sui secoli che vanno dalla fine del XV secolo agli inizi del XIX e non sul periodo
della sua maturità, sugli ultimi 2 secoli che rappresentano la tarda età moderna(in Italia x lo + fatta
rientrare nella Storia contemporanea, quando scompare la Storia del Risorgimento).
Il periodo di gestazione di questo mondo moderno ci guarda da vicino, perché stiamo assistendo alla
sua crisi, al suo tramonto. X questo studiare tale periodo partendo dalla sua genesi è importante: x
sapere da dove veniamo.

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Il passaggio alla 2° età moderna o all’età contemporanea non è chiaro: si può pensare alla
rivoluzione industriale o alla rivoluzione francese, alla conclusione dei moti di unificazione
nazionale dell’800, a 2° dei problemi che si studiano, economici, politici, ecc.
Convenzionalmente, ci fermiamo all’inizio dell’800 quando il processo di modernizzazione sembra
avere coinvolto tutti i settori della società, da quello politico, con la piena maturazione dello Stato
nazionale, a quello della produzione, con la grande espansione della riv industriale.
2.2. Il versante antropologico: individuo, famiglia, società: il 1° e + diffuso approccio al moderno è
costituito dall’idea che esso corrisponde alla nascita dell’individuo. Sin dal 1°sviluppo della
storiografia sull’età moderna la nascita dell’individuo è stata vista come la 1°grande manifestazione
dei nuovi tempi, frutto del rinnovamento portato dall’umanesimo. Dalla rinascita della classicità si
sviluppa quella autoconsapevolezza personale che dà un colore nuovo(ponendo l’uomo al centro
dell’universo)alla vita intellettuale, all’arte, alla vita sociale dell’Europa a partire dai secoli 14-15.
Nel processo di civilizzazione dell’età moderna un importante elemento di novità è costituito dal
diffondersi della convinzione dell’esistenza di un “Io” separato(quello dell’individuo)dalle strutture
sociali e in dialettica con esse. Una 1°conseguenza di questa mutazione antropologica dovuta alla
nascita dell’individuo è costituita dell’abbandono della concezione della divisione in 3 grandi ordini
in cui si divideva l’umanità medievale: i preti, i militi(nobili), i lavoratori; e delle sottospecie nelle
quali questi ordini a loro volta si suddividevano(canonici, ordini cavallereschi, corporazioni, per
esempio). Si afferma dapprima una mobilità sempre maggiore all’interno dei corpi sociali o ceti o
“stati”(con la s maiuscola)nei quali viene superato x la 1°volta il concetto di casta con una mobilità
basata soprattutto sul parametro economico; si afferma poi la centralità di ciò che sarà poi chiamato
“terzo stato”(o borghesia) e insieme ad esso un forte impulso verso una mobilità sociale che annulla
l’antico ordine.
Secondo le indagini sociologiche di uno studioso, Norbert Elias, la stessa società aristocratica non
ha costituito solo un punto di resistenza al nuovo, ma ha fornito alle classi in ascesa modelli di
comportamento che sono diventati pilastri della nuova società: si passa dalla nobiltà come razza o
casta custode del potere alla nobiltà come onore e come esercizio di una funzione sociale.
Un altro fenomeno interessante sul versante antropologico è la nascita in questo quadro della
famiglia moderna, mononucleare, basata sulla coppia e sui figli: si tratta di un elemento del tutto
nuovo rispetto alla composizione medievale della famiglia allargata e patriarcale, detentrice di un
ruolo sociale intermedio e un potere politico che non è concentrato in alto, ma è diffuso nella
società attraverso i diritti ben riconosciuti, come la vendetta, il diritto di farsi giustizia con l’uso
della forza, la faida, ecc.

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La nuova famiglia viene totalmente separata dalla sfera pubblica: anche il ruolo antichissimo della
patria potestas si estingue sino a svanire in questi secoli, di fronte al potere avanzante dello Stato al
quale tutti sono sottomessi.
E’ sulla base di queste trasformazioni che nei secoli della 1°età moderna nasce il matrimonio
formalizzato come contratto di tipo particolare(nel Medioevo esisteva una pluralità di contratti
matrimoniali e anche di soluzioni giuridiche diverse x i legami di coppia). (Anche la
regolamentazione data dal Concilio di Trento con la proibizione dei matrimoni clandestini si
muove in questa direzione). Si sviluppa sia nei Paesi cattolici che in quelli riformati un rigoroso
controllo sulla vita sessuale dei singoli, teso a distinguere nettamente tra il rapporto giuridicamente
sancito e i rapporti al di fuori della famiglia. Solo in questi secoli nasce la marginalizzazione dei
figli illegittimi e l’affidamento al potere pubblico alla tutela dei nuovi nati, orfani o abbandonati. La
donna conquista a poco a poco un suo ruolo come soggetto giuridico nella sfera privata e
patrimoniale(non nel senso di una sua parificazione all’uomo però).
2.3. Il versante religioso: de-magificazione, riforma, confessionalizzazione: si ha la perdita della
visione di un cosmo governato da un Dio supremo, un mondo nel quale l’uomo era prigioniero di un
universo immobile e nello stesso tempo animato da potenze invisibili. La 1° definizione scientifica
di questo processo di fuoriuscita dell’Occidente dalla visione magica del mondo è stata data
all’inizio del ‘900 da Max Weber, cha ha coniato il termine di de-magificazione o dis-incantamento
del mondo, mentre + equivocamente si usa spesso il termine “secolarizzazione”. Con il termine di
“secolarizzazione” si rischia di proiettare nei secoli dell’età moderna una visione che è propria
dell’epoca attuale e quindi di avallare un’interpretazione astorica, infatti.
Questa tendenza ha coinvolto intellettuali sulla scia del razionalismo illuminista e positivista. Si ha
così una paradossale coincidenza tra i sostenitori di una modernità frutto del trionfo della ragione
sulla tradizione giudaico-cristiana, e i nemici della modernità(i religiosi). L’interpretazione di Weber
sembra + comprensiva dell’insieme dei fenomeni religiosi: il moderno nasce con un forte richiamo
religioso in tutti i movimenti di riforma che hanno caratterizzato il tardo Medioevo e la 1° età
moderna. Se si accetta l’ipotesi di Max Weber si potrà vedere che la 1à tappa di questo processo
avviene nel corso del Medioevo stesso, con lo sviluppo del pensiero teologico e la graduale
affermazione di una religione, il cristianesimo occidentale, che pone in 1° piano il tema della
trascendenza di Dio rispetto al mondo e che(con la fusione tra la dottrina cristiana e la filosofia
classica) restituisce quindi al mondo una sua autonomia dalla sfera del sacro. In questa
interpretazione, il culto dei santi diventa la 1°tappa x liberare il mondo da presenze ingombranti,
come le divinità animistiche o i demoni. La funzione della Chiesa sta nell’essere il principale
strumento della repressione, non negando l’origine soprannaturale dei fenomeni, ma comprimendoli
sotto il suo potere(altrimenti si veniva colpiti di eresia e stregoneria). Il centro della vita sociale, dal

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tardo Medioevo fino ad oggi è rappresentato dalla comunità religiosa e di culto: la chiesa-
parrocchia, che costituisce il punto di riferimento sia nei Paesi cattolici sia in quelli passati alla
Riforma durante tutta l’età moderna. Alcuni di questi tratti saranno cancellati dalla frattura religiosa
del secolo 16° ad opera della Riforma Protestante e dallo Scisma Anglicano; ma il quadro
fondamentale delle strutture parrocchiali rimane quasi intatto anche nei secoli seguenti, sino alla
formazione delle attuali megalopoli e delle immense periferie nelle quali le Chiese sono quasi
scomparse.
Soltanto ora siamo in grado di cogliere con la necessaria distanza il significato della Riforma
Protestante e della stessa Riforma Cattolica promosse dal Concilio di Trento, avvenimenti con i
quali di solito si apre nei manuali di storia l’età moderna. In realtà, questi avvenimenti ci appaiono
sempre + non come un’improvvisa frattura, ma come la conclusione di un lungo periodo di crisi
della cristianità medievale: non un punto di partenza ma in qualche modo il culmine. Con il grane
Scisma d’Occidente fra il ‘300 e il ‘400 si inclina l’unità della cristianità occidentale, la res
publica christiana medievale, e fallisce l’ultimo tentativo, condotto attraverso i grandi Concili di
Costanza e di Basilea(conciliarismo)nella 1° metà del ’400, x ricostituire i 2 poli dell’
universalismo medievale(papato e impero), ormai in crisi: dopo il fallimento del conciliarismo e
con la trasformazione del papato stesso in principato rinascimentale, la strada è ormai aperta alla
metà del ‘400 alla nascita delle nuove Chiese territoriali legate agli Stati emergenti. Tutti questi
fenomeni, così diversi e in contrasto tra loro, si inseriscono nel faticoso cammino verso il moderno.
Privato della sua inserzione tradizionale nel cosmo, l’uomo-individuo moderno pone in 1°piano il
problema della “salvezza”individuale, il problema teologico della “grazia” che diventa centrale nei
secoli dell’età moderna, sia nei paesi cattolici(basta pensare alla polemica tra giansenisti e gesuiti
nel ‘600), sia nei paesi riformati: l’uomo si salva x i propri meriti, x le proprie opere buone.
La proposta di Martin Lutero, la professione di fede luterana, tende a stabilire un rapporto diretto
tra la coscienza del singolo cristiano e la parola di Dio, la Bibbia, superando la mediazione
costituita dal magistero e dai sacramenti della Chiesa:la salvezza viene soltanto da Cristo, senza
alcun merito dell’uomo, e tutti i cristiani sono sacerdoti.
Una 2°generazione di riformatori, la cui personalità + rappresentativa è costituita da Giovanni
Calvino, accentua il ruolo dell’impegno dell’uomo nel mondo, in un destino di salvezza o
dannazione(predestinazione)che s’incarna nella vita quotidiana, nella sua vocazione e nella sua
professione. Di qui la nota e discussa tesi di Max Weber sul calvinismo come spirito del
capitalismo: la stessa Chiesa cattolica della Controriforma si aggancia all’idea di progresso
scientifico e tecnologico x testimoniare la propria superiorità.
La Chiesa Cattolica risponde nel Concilio di Trento proponendo sulla grazia e salvezza una
soluzione intermedia che unisce la necessità delle buone opere all’abbandono nella capacità

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redentrice di Cristo e riaffermando la sua funzione di mediazione tra Dio e l’uomo nei sacramenti
da essa amministrati nella disciplina ecclesiastica. Il papato della Controriforma assume però, nei
decenni che seguono la conclusione del Concilio di Trento, con lo sviluppo della curia romana e con
l’espansione dei nuovi ordini religiosi(i gesuiti in particolare)una funzione centrale e
centralizzatrice all’interno del mondo cattolico.
Nella sfera pubblica dei comportamenti collettivi, infatti, emergono 2 tendenze diverse: da una parte
nei Paesi riformati si tende a lasciare al potere politico il governo della disciplina
ecclesiastica(cosiddetto ius circa sacra); in alcuni paesi nascono Chiese separate(Inghilterra: Chiesa
anglicana)che pur mantenendo l’impianto dottrinale cattolico, riconoscono come capo il sovrano.
D’altra parte, nei Paesi rimasti cattolici, si cerca di contrapporre al frazionamento degli Stati
moderni il centralismo della curia romana e il potere indiretto del Papa romano anche negli affetti
temporali x garantire il fine spirituale della salvezza dell’uomo al di sopra della politica: si apre
quindi la strada a una serie di conflitti che si sviluppano durante i secoli dell’età moderna tra i
sostenitori del potere regio(regalisti)e i sostenitori del potere del Papa e della curia
romana(curialisti). Anche all’interno della Chiesa cattolica, rimasta fedele a Roma si tende a
formare già dalla metà del ‘400 con il sistema dei concordati(accordi tra i singoli Stati e il papato,
con concessioni fatte dai pontefici x il sovrano, in particolare x il diritto di nomina dei
vescovi)Chiese coincidenti con il territorio statale e controllate sostanzialmente dallo Stato. Le
organizzazioni che si opporranno, come l’ordine dei Gesuiti, saranno spazzate via e soppresse nel
‘700. Sarà una lunga stagione di conflitti che si protrarrà anche nella 2° età moderna in rapporto ai
nuovi Stati liberali e democratici. Nascono quindi le Chiese confessionali - anche la Chiesa cattolica
può essere considerata confessionale, accanto a quelle luterane e calviniste – che caratterizzano la
1° età moderna in simbiosi e dialettica con gli Stati moderni come titolari della nuova
sovranità(cuius regio, eius et religio), gli Stati confessionali: l’appartenenza alla Chiesa non è
determinata soltanto dalla convinzione di un credo comune di verità di fede, ma da professioni di
fede giurate. Rimangono esclusi e perseguitati gli eretici, coloro che non aderiscono a nessuna delle
confessioni, gli esponenti di un cristianesimo radicale o settario, che è visto come pericolo x il
potere politico e religioso costituito, movimenti che hanno un’importanza fondamentale sia x le
sollevazioni popolari che hanno accompagnato la 1°fase della Riforma(ad esempio la guerra dei
contadini), sia x la successiva storia intellettuale e politica europea(dagli anabattisti ai quaccheri e
puritani). E’in questa situazione che si sviluppano in Europa la libertà e la democrazia; quindi il
Medioevo nella tensione tra Papato e Impero, subisce una sorta di metamorfosi e si dislocano
diversamente i punti di attrito di questa tensione. Il processo di secolarizzazione, come distacco del
trascendente, vero e proprio inizierà solo alla fine del 17°secolo, con quella che è stata chiamata “la
crisi della coscienza europea”, e si svilupperà nella misura in cui lo Stato moderno non avrà +

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bisogno dell’unità religiosa come puntello ideologico(promuovendo esso stesso la nuova religione
della patria)e durerà x tutta la 2°età moderna sino ai nostri giorni: si apre la strada alla tolleranza e
alla libertà di pensiero almeno x quanto riguarda la professione religiosa.
2.4. Il versante politico: lo Stato moderno: la novità + visibile nella storiografia dell’età moderna è
la nascita dello Stato moderno come unico soggetto politico e collettivo dotato di piena sovranità.
Esso è caratterizzato, 2° la definizione che è stata data all’inizio del ‘900 quando esso ha raggiunto
la sua piena maturità, da 3 elementi tra loro integrati: un territorio, una popolazione e il monopolio
del potere legittimo; mancando uno di questi elementi non si ha Stato nel senso moderno del
termine(Max Weber).
Anche prima son o esistite ovviamente forme di Stato, nelle quali però questi elementi risultano
solo parzialmente fusi in un unico organismo: nel Medioevo abbiamo la coesistenza nello stesso
territorio di +fonti e + livelli di potere, un pluralismo di ordinamenti politici(Chiesa, poteri cittadini
e feudali, corporazioni, ecc); vi possono essere differenze nei regimi(monarchico, aristocratico,
democratico), ma la res publica è in qualche modo concepita come immobile e i mutamenti sono
soltanto nel vertice. La stessa parola Stato dapprima viene usata 2° il significato latino “status”
(condizione; si parla di stato della Chiesa, stato di una città); poi passa a identificare i detentori
concreti del potere, il regime al potere(stato ghibellino o guelfo, stato di una determinata famiglia,
ecc)e infine si sostanti vizza x indicare la concreta forma politica che si vuole illustrare(lo si è visto
n Machiavelli): la parola ha arricchito il suo significato progressivamente, sino a esprimere il
nuovo senso dinamico della vita politica come mutamento, soppiantando i vecchi termini immobili.
Mentre nel tramonto del Medioevo troviamo in Europa una quantità innumerevole di soggetti
partecipanti in diversi livelli alla gestione del potere politico, questo numero si riduce drasticamente
durante i secoli dell’età moderna. Nel ‘700 possiamo parlare di un “sistema degli Stati
Europei”composto da una trentina di Stati sovrani: questi soggetti in perenne lotta x il
mantenimento dell’equilibrio, che compongono una specie di res publica europea appaiono ormai
ben definiti. Questa semplificazione è avvenuta mediante una serie di conflitti: nella storia moderna
la guerra è lo strumento fondamentale x la costruzione dello Stato così come è arrivato sino al
secolo XX quando, con la 1°Guerra Mondiale, questo ordine viene lacerato. E’nella guerra che si
manifesta il vero rapporto tra l’individuo e lo Stato, ma è nella pace che esso trova la sua quotidiana
manifestazione: nascono le grandi istituzioni totali, in cui vengono rinchiusi coloro che non si
adeguano ai modelli imposti dall’alto: i manicomi, le prigioni, i ricoveri forzati x i mendicanti e i
vagabondi.
Naturalmente, la costituzione dello Stato assume aspetti molto diversi se la consideriamo sotto
l’aspetto teorico e ideologico. Un conto è la nascita della dottrina dell’Assolutismo, della “ragion di
Stato”e delle stesse scienze della politica e dell’amministrazione(il cameralismo), un conto è

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l’effettivo esercizio della sovranità. X questo gli storici delle dottrine politiche sono portati a
coglierne i lineamenti già nel ‘500, con una 1° teorizzazione nel Principe di Machiavelli e
l’elaborazione della teoria della sovranità in Jean Bodin sino alla concezione dello Stato come
organismo nel Leviatano di Hobbes. Tali storici so o portati ad accentuare i fattori che potremmo
chiamare ideologici: lo sviluppo della concezione impersonale dello Stato che si distacca a poco a
poco della persona fisica del monarca e viene concepito come macchina o organismo.
(NASCITA DI): Nei tempi della costruzione dello Stato moderno alcuni storici hanno tendono ad
accentuare l’importanza dei primi tentativi di concentrazione del potere cogliendone le prime
manifestazioni nelle Signorie italiane del ‘400, del Rinascimento; altri sottolineano le indubbie
lentezze e debolezze plurisecolari degli apparati statali.
Sui fattori economici: si hanno la definitiva separazione tra la sfera della proprietà privata e la sfera
del potere politico; la formazione dei mercati nazionali; la nascita della grande ricchezza mobiliare,
distaccata x la 1° volta dal possesso della terra e degli edifici(alias il capitalismo).Sui fattori
giuridici: l’abbandono del pluralismo egli ordinamenti giuridici medievali universalistici(diritto
romano, diritto canonico)in funzione di una rete di tribunali x l’amministrazione della giustizia. La
nascita dell’apparato burocratico e del fisco; degli eserciti permanenti; della moderna diplomazia.
Nel Medioevo il potere del sovrano era esercitato in base a rapporti personali di fiducia e fedeltà,
che trovavano la loro + tipica espressione nel rapporto feudale. Ora nasce un corpo di funzionari
chiamati “ufficiali”, direttamente dipendente dal principe; alla base del rapporto compare lo
“stipendio” e il funzionario assunto diventa servitore dello Stato, ma soprattutto domina il principio
della “venalità(vendita)”degli uffici, contrario a qualsiasi concetto di burocrazia moderna. Gli
uffici sono venduti dal sovrano come una specie di appalto x anticipare le entrate dello Stato, con
diverse conseguenze, negative e positive: da una parte l’ufficio rimane percepito x secoli come un
investimento privato da parte di colui che l’ha acquistato; dall’altra parte il sovrano ottiene di legare
a sé con questo sistema gran parte del ceto alto borghese che diventa così in qualche modo azionista
dello Stato. Le entrate derivanti dalla vendita degli uffici sono una piccola parte delle entrate
derivanti da prestiti pubblici, appalti me soprattutto dalle nuove forme di tassazione: nel periodo
precedente non esisteva una forma continua di tassazione, ma le riscossioni avvenivano in base alla
necessità delle circostanze(campagne militari ad es); ora l’imposizione fiscale diventa permanente.
Lo Stato è costruito in funzione delle guerre: mentre nel Medioevo le guerre avevano sempre un
carattere episodico, ora gli Stati portano alla formazione di eserciti permanenti,a partire dal XV
secolo: si passa lentamente nei secoli dell’età moderna dai corpi mecenari alla coscrizione forzata di
leva. L’invenzione dell’artiglieria e delle armi da fuoco facilita la concentrazione della forza nelle
mani dei sovrani delle grandi potenze.

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Il 3° importante settore d’innovazione è quello legato direttamente alla politica estera, ai sistemi
degli Stati, alla necessità di mantenere l’equilibrio mediante un continuo gioco di alleanze e contro
alleanze. Nel Medioevo le relazioni diplomatiche avevano un carattere temporale e disomogeneo:
quando si avevano dei problemi si inviavano temporaneamente rappresentanti x le tratte(paci,
matrimoni, ecc). All’inizio dell’età moderna nasce la diplomazia stabile, nascono le moderne
ambasciate. Si modifica lo stesso modo di concepire la politica: al centro c’è il concetto di fedeltà
non come semplice dovere di obbedienza, ma come conformità e adesione, anche interiore, a un
sistema di potere, è il legame con il sovrano, con il monarca, che nei primi secoli dell’età moderna
costituisce il perno el vincolo politico però solo con la Rivoluzione France e con l’età romantica
Stato e nazione si fondono e la Patria diventa nella coscienza collettiva la nuova religione dei tempi
moderni.
Vediamo dal punto di vista della costruzione dello Stato e della vita politica una continuità assoluta
tra quello che viene chiamato “Antico Regime”e il periodo successivo alla Rivoluzione Francese,
sino ai nostri giorni. Però vi sono anche alcune fasi intermedie:
1) una 1°fase, che possiamo chiamare “dello Stato confessionale”, copre pressappoco i primi 2
secoli dell’età moderna e può essere definita cuius regio, eius et religio: il suddito cioè deve seguire
la religione del principe e dello Stato a cui appartiene. Lo Stato incorpora in qualche modo la
Chiesa nel suo sistema amministrativo e delega alla Chiesa stessa molte delle funzioni che non è in
grado di svolgere direttamente in una simbiosi non certo priva di tensioni, particolarmente nei Paesi
cattolici in cui la Chiesa continua a rivendicare il suo magistero.
2) una 2°fase, che copre il 18 secolo, è quella che possiamo chiamare dell’assolutismo illuminato:
le strutture statali e il controllo ideologico si sono abbastanza rafforzati Il sovrano perde la sacralità
incorporata che aveva nei secoli precedenti e diviene il 1° servitore dello Stato rimanendo assoluto.
In questo quadro si afferma il principio della tolleranza religiosa non come libertà religiosa, ma
appunto come tolleranza, dalla quale sono esclusi gli atei o tutti coloro che non danno garanzie di
sottomissione al potere.
3) una 3°fase che si apre in modo traumatico(rivoluzionario)o gradualmente nella 2° metà del ‘700,
caratterizza gli ultimi 2 secoli e si può definire come la fase dello Stato-nazione, dello Stato-
costituzione o di diritto. Lo Stato riesce ormai a penetrare e a centralizzare tutte le funzioni della
società civile con l’idea di Nazione e di Patria come anima collettiva nella quale il cittadino-suddito
è in qualche modo assorbito o incorporato sin dalla nascita: il motto + efficace x comprendere
questa metamorfosi è il pro patria mori; l’amore x la patria sino a morire x essa nelle guerre e a
orientare il suo servizio tutta la vita diviene la religione secolarizzata. Le costituzioni formalizzano
le norme fondamentali, mentre a poco a poco la democrazia si afferma come unica ideologia capace
di sostenere questa costruzione politico-costituzionale.

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2.5. Il versante culturale e scientifico: università, stampa, istituzioni educative: è solo nell’età
moderna che l’uomo diviene capace di mettere a servizio della sua attività scienza e conoscenza. X
comprendere ciò, e quindi l’età moderna, bisogna arretrare nei secoli del pieno Medioevo. Un 1°
passo si può individuare nella nascita dell’università e nello sviluppo del pensiero teologico,
filosofico e giuridico nei secoli 12-13. Organismi di altissimo livello di scienza si erano sviluppati
anche in altre civiltà e in particolare nella contemporanea e splendida civiltà arabo-islamica, ma ciò
che distingue le nostre università dalle precedenti organizzazioni del sapere è la loro autonoma
consistenza rispetto al potere politico e religioso: all’interno della cristianità occidentale regnum-
sacerdotium-studium(potere politico, sacro, della scienza)costituiscono strutture in dialettica tra
loro, sempre in lotta x il predominio, ma senza che nessuno dei 3 poli riesca mai a impadronirsi
degli altri. Al suo interno l’università nasce poi organizzata come un’associazione giurata di
studenti e docenti e ciò è molto importante non solo x l’autogoverno interno, ma anche x
l’affermazione della figura del “dottore”(la prima classe dirigente europea è quella dei dottori delle
università). La città è il terreno in cui cresce questa nuova cultura, in rapporto con l’ascesa dei
commercianti e della borghesia. La stampa diventa l’elemento moltiplicatore di queste conoscenze:
l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la sua diffusione nel ‘400 cambiano davvero il volto
dell’Europa. Nel ‘500 e nel ‘600 il progresso dell’alfabetizzazione e dell’istruzione diviene già
visibile e palpabile in tutta Europa con l’introduzione di un sistema basato sulle classi di età e di
apprendimento, che inculca sin dall’infanzia il criterio della competenza e della competizione come
elemento essenziale x la formazione dell’uomo moderno, dell’individuo. Occorreranno secoli prima
che si arrivi in Europa alla diffusione quasi universale della lettura e della scrittura: bisognerà
arrivare al secolo scorso perché sia diffusa in tutti i Paesi l’istruzione elementare obbligatoria,
alfabetizzazione non ancora gestita dallo Stato, ma in qualche modo dalle comunità locali o
appaltata alle Chiese e agli ordini religiosi. L’uomo quindi diviene il centro di un universo che si
dilata sempre di +. In questi primi secoli dell’età moderna muta lo stesso concetto di Dio e il modo
di rapportarsi a lui, mutano gli attributi della divinità: Dio è visto non tanto come colui che
interviene continuamente nel destino dell’uomo, quanto come creatore di un mondo da sé dotato di
leggi sue proprie, un modo nel quale si manifesta la sua onnipotenza. X molti pensatori del 17
secolo, la teologia e la scienza finirono col fondersi in un linguaggio unico, espressione di una vera
e propria teologia laica, come non si era mai verificato prima di allora e come non sarebbe +
accaduto in seguito. La religione viene percepita non solo nella partecipazione a rituali collettivi,
ma anche nella concezione di un Dio creatore e legislatore dell’universo e quindi anche giudice
supremo. Rispetto alle vecchie e nuove Chiese, le risposte sono diverse,e non mancano certo di
conflitti clamorosi, come quello che portò alla condanna delle opere di Galileo da parte
dell’Inquisizione romana, ma qui occorre solo aggiungere che i processi della scienza, e le nuove

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scoperte avvengono nei secoli dell’età moderna molto spesso all’interno e non al di fuori di questa
nuova concezione religiosa del mondo che solo con l’Illuminismo radicale lascerà il posto, nel ‘700,
a una concezione di una razionalità intrinseca del mondo che ormai può fare a meno di Dio. Viene
meno il latino come lingua universale, mentre le lingue moderne diventano importanti. Le
università attraversano una grave crisi tra il Medioevo e l’età moderna proprio x la perdita della loro
caratteristica di universalità: si moltiplicano le nuove fondazioni ma esse si regionalizzano e sono
sempre + legate ai principi e alle monarchie che en detengono il controllo, divenendo uno degli
strumenti dello Stato moderno. Accanto nascono nuove istituzioni, come le accademie e le società
scientifiche che riescono + facilmente a superare i lacci delle vecchie culture e + facilmente
divenire diretta espressione del potere statale. In questo quadro va inserito il problema circa il
rapporto tra cultura popolare e cultura delle èlites dominanti. La cultura scritta tende a distruggere le
tracce delle cultura inferiore con la repressione e con l’assimilazione. E’il teso che diviene la base
su cui può nascere la nuova società burocratica e industriale.
2.6. Il versante economico: la rivoluzione industriale: universalmente si continua a parlare di riv
industr x designare il fenomeno centrale x la vita economica dell’età moderna, cioè quel complesso
di innovazioni tecnologiche e organizzative che sostituendo al lavoro e alla fatica dell’uomo e degli
animali le macchine, alimentate da energie naturali(acqua, carbone, petrolio, atomo)ha xmesso il
passaggio dalla produzione contadina o artigianale fino alla produzione di serie in grandi quantità di
merci, dando vita alla moderna civiltà dei consumi. Una riv industr che si sviluppa prima in
Inghilterra, poi sul continente europeo e in America del Nord,e che investe man mano nel corso
dell’800 e del ‘900 tutti i Paesi e tutti i settori della vita umana, dalla siderurgia alal chimica, e poi
via via ai trasporti, sino ai grandi mezzi di automazione e comunicazione elettronica: si parla quindi
di 1°, 2°, 3° rivoluzione industriale, ecc. Il termine “rivoluzione”per l’età moderna indica il
passaggio da una vita economica statica, di sussistenza, basata sostanzialmente sull’agricoltura,
sull’artigianato e sul commercio, a una fase dinamica in cui i mercati si espandono. Si ha la
formazione del proletariato, della grandi imprese nazionali e multinazionali, sino all’attuale società
planetaria del mercato e dei consumi. Rimane il quesito di fondo: perché solo in Europa maturò
questa trasformazione? La risposta a questa domanda rappresenta il nocciolo della storia moderna.
La sovranità rinuncia a entrare nella sfera della vita economica se non con il prelievo di una quota
della ricchezza prodotta, mediante il fisco. E’ su questa distinzione che la tassazione diviene il punto
centrale, la base x l’esistenza e il funzionamento di tutti i sistemi rappresentativi(nessuna tassazione
senza rappresentanza), di tutti i contratti sociali e di tutte le costituzioni. Il punto principale è che:
tra il Medioevo e l’età moderna in Europa si spezza la 1° volta il legame intrinseco fra la ricchezza
immobiliare(il possesso della terra)e il potere politico che aveva caratterizzato tutte le civiltà
precedenti. La ricchezza mobiliare, legata alla moneta, al commercio, al credito, diventa autonoma e

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forma un livello superiore completamente distinto. Il sovrano perde il diritto di disporre liberamente
delle ricchezze dei sudditi, se non attraverso la mediazione del fisco, ma nasce il liberismo moderno
con un vero e proprio rovesciamento dei valori tradizionali, legato alla nuova ideologia
dell’individuo: sulla radice del diritto di proprietà nascono i germogli dei nuovi diritti umani che
saranno alla base di tutte le costituzioni moderne. Caratteristica delle economie primitive è
l’assenza dell’idea di trarre dalla produzione e dallo scambio profitti che non siano immediatamente
traducibili in termini di potere; il lavoro e la terra non erano affidati al mercato: a partire dal tardo
Medioevo la produzione viene organizzata dal mercante imprenditore rompendo l’organizzazione
corporativa, prima con il lavoro a domicilio e poi con l’invenzione delle macchine e la riv
industriale. Mentre nel pieno Medioevo l’Europa appare una regione povera rispetto alla ricchezza e
alla vastità dell’Oriente, nella 1° metà del ‘700, alla vigilia della riv ind, dopo pochi secoli, essa è
già incommensurabilmente + ricca e al centro di una rete mondiale di traffici. Per capire il
cambiamento bisogna fare un passo indietro: alias allo sviluppo della popolazione. Con la crescita
delle città comunali e la loro affermazione come centri commerciali e di libertà politica, dal 12° al
14àsecolo, si apre una nuova fase di espansione demografica: essa è frenata dai grandi flagelli della
peste e delle carestie. Basta pensare alla famosa Peste Nera che distrusse a metà del ‘300 un terzo
della popolazione europea: livello che fu riacquistato solo nel corso del ‘500.
Un secondo accenno può essere fatto alla diffusione del lavoro nelle città attraverso le associazioni
di arti e mestieri, le corporazioni, che permettono l’elevazione continua degli standard di
produzione. Così, si sviluppano le nuove forme di società di capitali e nuove forme di
organizzazione del lavoro con la nascita del 1° proletariato moderno, le banche, le compagnie di
navigazione, le grandi manifatture. Dalla fine del 17 secolo questi fattori impennano, però l’Italia
sembra esclusa: si è parlato x il ‘600 italiano di decadenza e di “rifeudalizzazione”, a causa
dell’inflazione causata dalla “rivoluzione dei prezzi”, dovuta all’arrivo dei metalli preziosi
dall’America. Quindi, alla fine del Medioevo la maggior parte dell’Europa vive ancora in un
sistema legato all’economia agricola di sussistenza, ma sono già emerse nelle aree + sviluppate: le
città e le istituzioni chiave che permetteranno lo sviluppo dell’economia mondiale(mercantilismo).
2.7. Il versante spaziale: l’espansione europea nel mondo è una caratteristica fondamentale dell’età
moderna. Sul versante antropologico e religioso nasce il 1° grande confronto tra civiltà diverse.
Sul piano culturale si passa alla discussione sugli antichi e i moderni, che caratterizza la 1° fase
dell’umanesimo, all’affermazione della superiorità della nuova civiltà europea cristiana sulle altre
civiltà delle terre recentemente scoperte. Sul versante scientifico e culturale si ha la rivoluzione
copernicana che definisce la terra e la rimpicciolisce nei confronti del sistema solare, ma anche la
rappresentazione cartografica del pianeta sempre + precisa; la tecnologia dei trasporti via terra e via
mare; nuovi mezzi di comunicazione(navi a vapore, ferrovie).

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Alla fine del 15 secolo, nel momento delle grandi esplorazioni geografiche e delle prime espansioni
coloniali la situazione è però ribaltata in negativo rispetto a quella di pochi secoli prima.
(PROBLEMI): l’Italia indietreggia a causa della mancata unificazione degli Stati Regionali, e di
conseguenza il problema del commercio, quindi l’Italia diventa oggetto delle mire delle nuove
monarchie europee(con la discesa di Carlo 8 di Francia e l’inizio delle guerre d’Italia, appunto).
La meglio l’avrà l’Olanda, con le sue navi tra il 700 e l’800, ma poi lascerà il posto all’Inghilterra e
all’imperialismo.
3. Storia della storiografia moderna
3.1. La storia nel mondo classico: una consolidata tradizione identifica nelle Storie di Erodoto al 1°
opera storica in senso proprio, il 1à tentativo cioè di ricostruire e spiegare in termini razionali e
sistematici gli avvenimenti del passato x capire il presente; ma non si deve dimenticare che alcuni
libri che compongono la Bibbia(precedenti a Erodoto)sono narrazioni della storia del popolo
ebraico nel suo rapporto con un Dio che interviene sistematicamente in essa. E’appunto
dall’incontro difficile fra queste 2 tradizioni culturali, che scaturisce la specificità della via europea
della storia. Tuttavia, si deve ricordare che la “filosofia” della storia, elaborata dal mondo classico
differisce profondamente da quella che caratterizza il nostro senso comune storiografico; greci e
romani avevano una visione del tempo storico essenzialmente ciclica.
3.2. La storiografia medievale: la caduta dell’Impero Romano d’occidente rappresentò forse la
discontinuità + profonda nella storia dell’occidente: tale cesura epocale determinò anche una
profonda trasformazione nel modo di vedere la storia. L’apporto + importante della storiografia
medievale va individuato nel modello della storia universale, o historia salutis. Modello che
proponeva una determinazione unitaria della storia, non + ciclica. Tale ri-orientamento della
percezione del tempo storico fu reso possibile dalla fusione di 2 tradizioni storiche e culturali
diverse e fino a quel momento con scarsi punti di contatto, quella greco-romana e quella giudaico-
cristiana. La svolta decisiva dell’atteggiamento di Roma nei confronti del cristianesimo avvenne
con l’Editto di Milano emanato nel 313 da Costantino, che negli anni successivi instaurò rapporti
sempre + stretti con i cristiani. Nei decenni successivi, il cristianesimo assunse sempre + il ruolo di
religione di Stato fino a che con l’Editto di Costantinopoli del 391, Teodosio proibì i culti pagani.
Evidentemente in una situazione così mutata i cristiani non potevano continuare ad avere una
posizione di estraneità nei confronti di un potere politico in cui erano sempre + coinvolti e ad
attribuire il ruolo di strumento satanico a un Impero che aveva accettato il messaggio di Cristo. La
risposta a tale problema fu data da una re-interpretazione della storia, in chiave provvidenzialistica,
fondendo appunto la tradizione ebraica, originariamente di matrice religiosa e scandita dal patto fra
Dio e popolo eletto, e la tradizione greco-romana, di matrice razionale e laica fondata sul primato
della politica. Tale schema interpretativo costituì la struttura portante delle storie universali che

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conobbero una grande fortuna x tutto il Medioevo. Il paradigma provvidenzialistico riconciliava
almeno in parte i cristiani con il mondo e con la storia, e dava un senso meno effimero alla loro
presenza in essa. E’appunto su tale concezione della storia e del potere che si fondò il mito della
translatio imperii(la trasmissione provvidenziale dell’imperium dall’impero romano all’im pero
carolingio, al sacro romano impero germanico e infine alle monarchie nazionali), attraverso il quale
la Chiesa, x tutto il Medioevo, tentò di imporre la sua superiorità al potere temporale.
Tale tentativo fallì: il potere temporale nelle sue successive e diverse inclinazioni(Stato assoluto,
liberale, democratico, totalitario)seppe progressivamente liberarsi dalla tutela della Chiesa,
elaborando forme sempre + complesse ed efficaci di auto-legittimazione. La concezione
provvidenzialistica di matrice cristiana cambiò lo Stato, che si laicizzò, ma x far questo dovette
sacralizzare la propria storia.
3.3. La storiografia umanistica: dal 15 al 18 secolo, nella cultura europea concezione ciclica e
concezione lineare del tempo storico convissero: si può dire che la 1° caratterizzò una storiografia
laica, che con l’umanesimo perfezionò e continuò a riproporre il canone storiografico classico, fino
alla radicale trasformazione delle strutture mentali, prodotta dalla rivoluzione scientifica del 17
secolo e al declino del “mito delle origini”; la 2° improntò una storiografia ecclesiastica che dovette
adattare il modello provvidenzialistico medievale ai problemi fra Chiesa Cattolica e Chiese
Riformate e dalla confessionalizzazione dello Stato moderno.
Fu solo nel 18 secolo che una cultura laica , e antagonista rispetto a quella ecclesiastica, iniziò ad
essere importante, come lo stesso umanesimo. L’umanesimo si fonda sulla premessa che l’ “oggi” è
meglio, rappresenta un di + rispetto a ieri, cioè il Medioevo, ma solo nella misura in cui l’oggi
recupera e restituisce vita alla cultura e ai valori dell’ “altroieri”. Sul “domani”la posizione
dell’umanesimo appare + sfumata e difficile da definire, anche perché esso ha prodotto, proprio
come il mondo classico, molte opere storiche di grande valore, ma non un’esplicita e articolata
filosofia della storia. In altri termini, l’umanesimo si muove all’interno di una visione ciclica e
classica della storia segnata dalla dinamica ascesa/declino/recupero, sostanzialmente alternativa
rispetto a quella proposta dal modello della “storia universale”tardo-antica e medievale.
L’umanesimo rimetteva in discussione il rapporto fra concezioni della vita profondamente
diverse(quella pagana, nella sua doppia componente classica e germanica, e quella cristiana), la cui
problematica convivenza costituisce forse il carattere + peculiare della civiltà occidentale. Con
l’umanesimo, che rifletteva sul piano culturale i profondi mutamenti in atto nelle strutture
economiche, sociali e politiche dell’Occidente(la crisi del sistema feudale, la rinascita delle città,
l’ascesa della borghesia, la costruzione degli Stati nazionali), si avviava un movimento in direzione
dell’affermazione dell’autonomia della politica dalla religione. Nell’umanesimo, tuttavia, tale via di
tendenza non era ancora del tutto chiara e univoca, e non furono molti gli intellettuali che, come

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Machiavelli, seppero coglierne precocemente la direzione. Generalmente riconosciuto come il
fondatore della moderna scienza politica, il Segretario fiorentino, sottolineando nei Discorsi la
funzione fondamentale della religione come struttura portante del corpo politico, indicava senza
mezzi termini nella religione “civile”dei romani un esempio da seguire, mentre nel cristianesimo e
nei valori da esso proposti individuava la causa prima della degenerazione della vita politica.
Machiavelli, ne Il Principe, proponeva un modello di homo politicus che doveva imparare a contare
unicamente sulle proprie virtù, di conseguire fini senza curarsi di precetti morali astratti(il fine
giustifica i mezzi), che doveva essere volpe e leone al tempo stesso.
Altrettanto importante fu la Storia d’Italia del Guicciardini, puntuale ricostruzione degli
avvenimenti dal 1494 al 1534. Alcune dinamiche che si erano precocemente affermate in Italia(la
diffusione di un’economia monetaria, truppe mercenarie in sostituzione di milizie feudali, intreccio
fra politiche espansionistiche ed egemoniche, ecc)nel corso del 16 secolo divennero dinamiche
comuni a tutta Europa, ed è di ciò che parla Guicciardini.
3.4. La storiografia dell’età confessionale(secolo 16-17): l’umanesimo rappresenta di certo uno
snodo importante nel processo di secolarizzazione e modernizzazione della cultura occidentale:
tuttavia sarebbe pericolosamente anacronistico dimenticare che esso diede semplicemente impulso a
una dinamica i cui effetti si sarebbero dispiegati pienamente solo nella fase di passaggio fra età
moderna e contemporanea. All’inizio dell’età moderna la cultura era ancora prevalentemente
ecclesiastica, nel senso che essa era prodotta x lo + da uomini della Chiesa(trattavano di problemi
religiosi). Appunto in tale contesto fiorì una storiografia ecclesiastica, diversa dalla storiografia
umanistica, perché si partiva dalla differenziazione tra Chiesa cattolica e Chiese Riformate(Lutero:
esigenza di tradurre la Bibbia), così lo scontro fra cattolici e riformati portò alla dissoluzione
dell’unità religiosa medievale e alla creazione degli Stati Confessionali. Sia cattolici che riformati x
legittimare le loro tesi dovevano partire dall’esaminare la storia: mentre la storiografia umanistica
era interessata essenzialmente a una storia politica; la storiografia ecclesiastica, dovendo ricostruire
la vicenda della Chiesa nella storia, doveva abbracciare non solo la politica ma tutti gli aspetti del
pensiero umano. E’ da qui che nacquero paleografia, diplomatica, cronologia, ecc, e quindi la
percezione della storia come continuum.
3.5. La rivoluzione scientifica e il declino del mito delle origini: x quel che riguarda invece la
storiografia “laica” il periodo che va dalla fine del 16 secolo agli inizi del 18 non fu molto creativo.
Si trattò x lo + di plateali falsificazioni. Vigeva lo scetticismo, e proprio questo derivava da una vera
e propria rivoluzione mentale, un radicale ri-orientamento della percezione del tempo storico in
chiave laicizzata. Nei decenni centrali del 600 si concluse, infatti, con la definitiva vittoria del
partito dei “moderni”, il cosiddetto dibattito della “superiorità degli antichi o dei moderni” che,
dagli inizi del 500, aveva appassionato gli intellettuali europei. La vittoria dei moderni comportò

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peraltro la generale accettazione di un’età moderna, iniziatasi con l’umanesimo e le scoperte
geografiche(positiva), rispetto all’età antica e medievale dove vigeva il “mito delle origini”.
Potremmo definire come “culto o mito delle origini” l’idea che esistesse un momento del passato in
cui l’umanità aveva raggiunto un modello di perfezione ormai irraggiungibile o comunque
insuperabile, e che costituiva un modello da imitare. X gli umanisti questo momento si collocava
nel I secolo d.C., che aveva prodotto il latino ciceroniano; x chi aspirava a una riforma religiosa, nei
primi secoli della nostra era, quando le prime comunità cristiane avevano ancora predicato la
purezza del messaggio evangelico. Tale mito con le nuove scoperte geografiche venne meno, e
quindi si tese a “riportare alla civiltà i popoli selvaggi”; a rivedere la storia; iniziò la colonizzazione
ed appunto “l’età delle rivoluzioni”, come la definì Hobsbawm.
3.6. La storia come materia d’insegnamento: (Scuola classica): può apparire sorprendente che
proprio fra la fine del 16 e gli inizi del 17 secolo faccia la sua comparsa al storia come materia
scolastica autonoma, condensata in appositi manuali. E’significativo il fatto che x lungo tempo la
storia/materia fu insegnata quasi esclusivamente nelle accademie militari e nei collegi destinati
specificatamente all’istruzione e all’educazione dei giovani nobili, mentre non ebbe in genere
alcuno spazio nelle scuole di livello elementare, aperte anche ai ceti subalterni e fu scarsamente
presente nelle università, ormai non + grandi centri internazionali di elaborazione di cultura e di
ricerca, come nel Medioevo, ma luoghi di formazione tecnica della borghesia delle professioni e
della burocrazia. Prima di procedere nel discorso è opportuno, tuttavia, precisare che quando
parliamo di storia/materia come un’invenzione del sistema educativo dello Stato assoluto e
confessionale, intendiamo riferirci all’introduzione nel curriculum formativo di un insegnamento
della storia a sé stante, una qualche trasmissione della memoria del passato, sia pure con forme,
strumenti e finalità diverse, è presente infatti praticamente in tutti i sistemi scolastici che si
succedettero dall’età classica in poi. Essa tuttavia era fornita nell’ambito dell’insegnamento della
retorica, dell’arte cioè di parlare e scrivere con eleganza,. Lo scopo cui mirava la conoscenza della
storia non era in 1°luogo la comprensione del senso del presente attraverso uno studio sistematico e
continuo del passato, ma l’acquisizione di competenze tecniche e di modelli morali e di
comportamento. Essa inoltre forniva una serie di exempla di virtù e vizi da imitare o da evitare:
coraggio e viltà, lealtà e doppiezza, amor di patria e ambizione personale; infine da essa si potevano
ricavare utili insegnamenti pratici su cosa dire o fare. Si trattava naturalmente di vizi e virtù cristiani
diversi da quelli del mondo classico: empietà e fede, superbia e umiltà. Anche il poderoso sviluppo
culturale che si verificò nel corso dell’alto Medioevo riguardò discipline come la logica, la teologia
e il diritto che con la conoscenza della storia avevano pochi punti di contatto.
(Scuola umanistica): in quanto alla scuola umanistica si limitò a riproporre il modello classico. Si
può anche aggiungere, quanto alla diffusione della storia/materia che l’abbiamo grazie ai gesuiti,

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così come alla Compagnia di Gesù va riconosciuto il merito di aver elaborato il modello
organizzativo-didattico-culturale su cui si basa il nostro liceo-ginnasio da 2 secoli. La Compagnia di
Gesù fu fondata da Ignazio Di Loyola nel 1534, e formalmente riconosciuta da Paolo III nel 1540.
essa individuò nell’insegnamento e nella scuola uno strumento essenziale x la riforma della
cristianità; in un’epoca di rapida diffusione e “laicizzazione” della cultura scritta resa possibile
soprattutto dalla stampa. Fra 1550 e 1630 i Gesuiti riuscirono a costruire una rete di istituzioni
educative presenti in quasi tutte le città dell’Europa cattolica di una certa importanza e che si
uniformavano tutte al modello della Ratio Studiorum che, pubblicata solo nel 1559, raccoglieva il
risultato di un 50ennio di riflessioni pedagogiche.
In linea di principio la scuola gesuitica era “democratica”, in quanto gratuita e aperta a tutti i
giovani in possesso dei necessari requisiti intellettuali e morali, a prescindere dal loro status sociale.
Nei fatti però, essa era marcatamente elitaria; intanto perché presente quasi esclusivamente in
ambiente urbano; poi perché l’ammissione presupponeva già il possesso di un’istruzione elementare
di buon livello; infine perché il cursus studiorum era lungo, impegnativo e difficilmente fruibile da
parte dei giovani provenienti dai ceti + umili. In definitiva si può dire che la Compagnia di Gesù
operò con successo il 1° tentativo di scolarizzazione di massa delle elite dell’Europa moderna.
Tutta via, la formula didattico educativa sopra descritta si dimostrò fallimentare nei confronti
dell’aristocrazia, in quanto i nobili recalcitravano all’idea di mandare i propri figli in scuole
frequentate da giovani di condizione plebea. Il problema fu risolto a partire dagli anni ’80 del
16°secolo, con la creazione dei cd seminaria nobilium, istituzioni educative specificatamente
destinate alla formazione dei giovani appartenenti alla nobiltà. Il collegio x nobili differiva dalle
normali scuole gesuitiche xdiversi aspetti: gli allievi mangiavano e dormivano tornando alle proprie
case solo x brevi periodi di vacanza. Vi fu l’esigenza di allontanare il + possibile i giovani
aristocratici dall’ambiente d’origine, improntato a valori e modelli di comportamento(orgoglio,
arroganza, indocilità) incompatibili con il prodotto finale cui mirava il sistema educativo della
Compagnia, la formazione cioè di sudditi e di cristiani devoti e obbedenti al sovrano e alla Chiesa.
Infine, la proposta culturale dei seminaria nobilium era + ricca e articolata da quella offerta dalle
scuole “pubbliche”(musica, canto, ballo, esercizi cavallereschi). L’utilità pratica dello studio di
queste materia era la destinazione alla carriera militare o diplomatica, o a x ricoprire incarichi di
governo. Non è dunque possibile incasellare la storia/materia né fra le materia socializzanti, né fra
quelle professionalizzanti, introdotte nei collegi x nobili a partire dalla fine del ‘500. Una corte
moderna fu quella di Versailles, di Luigi 14, che con i suoi salotti promosse l’addomesticamento
della nobiltà, allontanandola dalle sue terre tramite i divertimenti.
3.7. La storiografia illuministica e Voltaire: la rivoluzione scientifica del 17 secolo non produsse un
modo nuovo di scrivere la storia, anzi indusse nella cultura europea di matrice laica un

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atteggiamento di scetticismo e di disinteresse nei confronti della conoscenza storica. Essa, tuttavia,
dissolvendo il mito delle origini, creò la necessaria humus in cui, nel secolo successivo avrebbe
fondato le sue radici quella concezione della storia illuministica che trova nell’opera di Voltaire la
sua espressione + consapevole e articolata. L’opinione pubblica non era ancora pienamente
l’espressione di una società strutturata x classi: ne facevano infatti parte esponenti della nobiltà
aperti al nuovo, elementi della borghesia, del commercio, dell’industria e della finanza. L’opinione
pubblica settecentesca era al contempo la causa e l’effetto di un processo di socializzazione della
cultura senza precedenti, veicolato da libri, salotti, scambi epistolari, riviste e società letterarie e
scientifiche. Essa costituì dunque il vero terreno i cultura e di crescita della filosofia dei lumi. Il
riformismo settecentesco ispirato alla filosofia dei lumi fece molto x svecchiare e potenziare le
università, x fondare accademie e società scientifiche, promuovere iniziative editoriali, però in
genere fece poco o niente x diffondere l’alfabetizzazione e potenziare la scuola elementare; anzi
non pochi intellettuali illuminati sostenevano apertamente che la diffusione della cultura presso i
ceti popolari e rurali avrebbe potuto innescare un meccanismo di destabilizzazione dell’assetto
sociale, sottraendo braccia alla terra e alla manifattura. L’illuminismo individuava nella “felicità”
della società il fine ultimo della politica, tuttavia, un filantropismo improntato ad un atteggiamento
di paternalistica sufficienza nei confronti del popolo, ritenuto ignorante, superstizioso e
irragionevole, ben sintetizzato nella famosa battuta di Voltaire: “Tutto x il popolo, niente attraverso
il popolo”. Era giusto e opportuno che le classi dirigenti si adoperassero x la felicità delle classi
subalterne, ma non era opportuno che queste fossero investite di poteri decisionali. Nella filosofia
dei lumi convivevano quindi un’anima progressista e riformatrice e un’anima conservatrice: sotto
questo profilo il pensiero di Rousseau segna una svolta, il vero snodo fra cultura dei lumi e cultura
romantica.
La “ragione” illuministica non è una ragione “universale”: in realtà essa è la ragione degli uomini
colti e agiati europei del 18 secolo. La cultura dell’età dei lumi, com’è noto trovò la sua espressione
+completa e sistematica nell’Enciclopedia curata da Diderot e D’Alembert e pubblicata fra il 1751
e il 1780; all’interno di questa il Saggio Sui Costumi E Lo Spirito Delle Nazioni di Voltaire può
essere considerato l’ideale manifesto programmatico e l’introduzione storica dell’Enciclopedia. Nel
Saggio Voltaire prende le distanze del modello storiografico classico-umanistico, e soprattutto dalle
sue degenerazioni. La concezione della storia di Voltaire era: vedere la storia come utile in quanto
arricchisce la mente, coltiva lo spirito, aiuta a capire il presente e scegliere il futuro evitando gi
errori del passato; filosofica perché liberata dal dogmatismo; dai pregiudizi religiosi e culturali e
rischiarata dal lume della ragione critica; politica perché rivolge la sua attenzione a ciò che dà
spirito e vita alla polis nel senso di civilisation: la costituzione politica, le arti, i costumi, la cultura,
la scienza e la tecnica moderna.

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Nel Saggio, il ruolo della storia “sacra”, centrale nelle storie universali, era ridotto ai minimi termini
e sottoposto a una disamina critica corrosiva e demitizzante; quello della civiltà greco-romana
fortemente ridimensionato; molto spazio invece era dedicato a civiltà, popoli e aree del mondo
assenti, o presenti in misura del tutto marginale(l’Islam, l’Impero Ottomano). Lo scopo di Voltaire
era quello di secolarizzare la storia, mettendo in luce le tappe che vanno dalla superstizione
all’ignoranza, fino alla loro travolgente avanzata nell’età dei lumi. Il Saggio costituisce dunque uno
snodo decisivo, un vero e proprio spartiacque fra la “filosofia” della storia classica, la storia
provvidenziale medievale e le filosofie della storia ottocentesche. Tuttavia, sotto il profilo
metodologico, Voltaire appare ancora legato al mondo classico e umanistico: egli ricorre infatti
soprattutto a fonti letterarie e testimonianze dirette, e solo in misura minima alle fonti documentarie.
Anche sul piano della periodizzazione, V non si discosta del tutto dall’impostazione tradizionale:
declassa la storia antica, sottolinea l’interesse della storia moderna, ma concede relativamente poco
spazio alla storia medievale, che continua a essere vista come una lunga parentesi di secoli “bui”.
Infine, l’atteggiamento di V e in genere dell’illuminismo nei confronti della storia presenta una
certa ambivalenza e differisce profondamente da quello romantico.
3.8. la storiografia romantica e la filosofia della storia di Hegel: appunto nell’inadeguata
valutazione del peso della storia, il romanticismo individuò la causa prima del fallimento della
Rivoluzione Francese e delle idee dell’Illuminismo: la Rivoluzione era fallita ed era necessario
riflettere sui motivi di tale fallimento, x non fallire di nuovo in futuro. Il 1°romanticismo derivava
dalla convinzione che la Rivoluzione e i regimi napoleonici, tentando di imporre con la forza delle
armi principi della civiltà francese avevano esasperato gli aspetti di astratto razionalismo insiti nella
filosofia dei lumi, sottovalutando vitalità e coesione Ogni popolo ha un suo spirito, una sua identità
collettiva che è soprattutto il prodotto della sua storia: il romanticismo conferiva così al tempo
storico e alla storia un senso e una densità nuovi; in particolare, la cultura romantica recuperava e
conferiva dignità proprio ai secoli bui del Medioevo, fino a quel momento negletti dalla storiografia
laica, in quanto era appunto durante il Medioevo che i diversi popoli europei avevano assunto la
loro peculiare fisionomia. Il romanticismo, tentando di ricostruire le tappe introduceva nella cultura
europea il concetto della “coscienza storica”, che consente di riscoprire le proprie radici + profonde.
Nel contesto di questa acuta sensibilità si colloca la riflessione sulla storia di Hegel, pubblicata solo
nel 1837: la Filosofia della storia segnava il punto +alto della concezione idealistica della storia ed
esercitò un enorme influenza sulla storiografia del 19 secolo e dei primi decenni del 20°. In essa
Hegel si proponeva essenzialmente 2 obiettivi: in primo luogo superare la frammentazione della
storia dei popoli e delle nazioni, ricomponendole in un’unitaria storia dell’umanità. In 2°luogo,
riconoscere al processo storico il suo carattere di continuum, laddove le precedenti filosofie della
storia avevano visto il passato come un dis-continuum di momenti deboli e di momenti forti. La

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storia appare invece come un processo tutto razionale e necessario, dunque intellegibile. La storia
stessa è “spirito del mondo”: tale autorealizzazione è scandita dal succedersi di “popoli universali
storici”, ciascuno dei quali dà forma e sostanza a un’idea, “un principio”. La missione della
monarchia prussiana, in cui Hegel pensava di poter individuare l’incarnazione provvisoriamente +
alta e perfetta dello “spirito del mondo”, era quella di realizzare la vera libertà che consiste nel
compiere il proprio dovere e obbedire alle leggi, non x paura della punizione o x speranza del
premio, ma x ciò che è giusto e razionale. Hegel conferiva spessore e autorevolezza, laicizzandolo,
al concetto di “Stato etico”, che aveva le sue lontane origine nello Stato confessionale della prima
età moderna. D’altra parte Hegel, però, affermando l’assoluta razionalità del processo storico,
includeva in essa quelle manifestazioni di violenza(come la guerra)che x Voltaire e la filosofia dei
lumi continuavano a configurarsi come “male”ed “errore”, x questo quella di Hegel è
soprannominata “la filosofia dei totalitarismi del XX secolo”. Hegel segna una tappa decisiva nella
costruzione di una filosofia della storia in chiave laica, tuttavia sarà il positivismo a compiere
l’ultimo passo in direzione di una filosofia della storia totalmente laica e scientifica.
3.9. La storiografia positivista: il positivismo si colloca pienamente nell’età contemporanea. Come
il romanticismo, anch’esso non si configura come una filosofia o una scuola di pensiero unitaria; il
positivismo riflette un mondo il cui volto sta cambiando x l’effetto combinato e cumulativo di una
serie di fenomeni grandiosi: lo sviluppo dell’economia industriale ed agricola, le scienze e la
tecnologia, nonché poi i trasporti; l’ascesa di una borghesia aggressiva; la scolarizzazione di massa;
la rapida trasformazione dei ceti popolari in proletariato urbano e rurale; e soprattutto il trionfo della
civiltà europea nel 19 secolo. Il positivismo è essenzialmente l’espressione dell’atteggiamento
mentale improntato all’ottimismo e alla fiducia nel futuro. Il concetto di “scientificità” – centrale
nel pensiero positivista – influenzò profondamente le diverse correnti storiografiche della seconda
metà dell’800. La centralità assunta dal lavoro di analisi filologica, nella storiografia positivista è
immediatamente percepibile: l’apparato critico(le note), con la storiografia positivista diventa la
struttura portante del discorso: in esso l’autore dà conto delle fonti usate, del perché le ha ritenute
attendibili o meno. Un altro aspetto importante della cultura positivista è la teoria evoluzionistica
formulata da Darwin e riproposta in termini + generali da Spencer. Darwin aveva formulato una
teoria evoluzionistica limitata alla sfera biologica, Spencer fece dell’evoluzione la legge universale
che spiega i meccanismi di trasformazione della natura così come delle formazioni sociali e
culturali: la materia si evolve continuamente. E’appunto questo processo che produce la selezione
della specie e delle civiltà + forti perché +capaci di rispondere con successo alla sfida ambientale.
Le teorie evoluzionistiche esercitarono una forte influenza sulle scienze sociali: Comte formulava
la legge dei 3 stadi del progresso umano, individuando infanzia, adolescenza, maturità in ogni
attività umana.

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Alcuni decenni + tardi, l’antropologo statunitense Morgan ne La società antica(1877) giungeva alla
conclusione che la società nella sua evoluzione attraversa 3 stadi di sviluppo(stato selvaggio,
barbarico, civile), che corrispondono a 3 modi di produzione(caccia e raccolta, allevamento,
artigianato e industria). Si può pertanto parlare di civiltà diverse, di un continuum in cui la società
occidentale si collocava naturalmente nel punto + avanzato. E’evidente che tale modello si prestava
agevolmente a essere adottato x spiegare “scientificamente” l’egemonia planetaria esercitata dalla
civiltà occidentale, così come la teoria della selezione naturale; si prestava dunque x legittimare lo
status quo e l’imperialismo di fine secolo.
3.10. Lo Stato unitario: la storia come catechismo civico: nel corso dell’800 la storia/materia perse
quel carattere di elitari età che essa aveva conservato fino alla fine dell’antico regime. Dapprima in
Germania e Francia, + tardi nell’Impero Asburgico, in Inghilterra e in Italia, l’insegnamento della
storia,supportato da quello di una serie di “discipline ausiliarie”, si conquistò uno spazio crescente.
Se nel corso dell’età moderna, la storia/materia era stata funzionale soprattutto al progetto di
addomesticamento della nobiltà perseguito dallo Stato Confessionale e dallo Stato Assoluto, nel 19
secolo essa divenne uno degli strumenti + efficaci, di educazione civica e morale, di adesione ai
valori e alle sorti dello Stato Nazionale, della massa dei cittadini che, quanto meno con
l’espressione del voto, erano chiamati a svolgere una funzione attiva nella vita politica. L’Italia,
insieme alla Germania, fu l’ultimo dei Paesi europei a realizzare l’unità nazionale. La Legge Casati
fu emanata nel novembre del 1859: essa regolava il funzionamento della scuola del Regno d’Italia e
tale rimase, con successivi aggiustamenti, fino alla Riforma Gentile del 1923. L’istruzione
primaria, affidata ai comuni era articolata in 2 livelli della durata di 2 anni ciascuno; ogni comune
doveva farsi carico di istituire, a proprie spese, almeno il 1° ciclo, mentre i comuni con + di 4000
abitanti dovevano attivare anche il secondo. Presto però il 1° biennio divenne un triennio, con lo
sdoppiamento della prima classe. I programmi Casati affidavano ancora in 1° luogo al catechismo e
alla storia sacra il compito d’impartire un’educazione morale e civica ai cittadini del neonato Stato
nazionale;; in essi la storia/materia faceva la sua comparsa, ma con un ruolo ancora marginale e una
struttura rudimentale. Con i programmi Baccelli del 1894 il quadro è ormai cambiato
completamente: l’insegnamento del catechismo e della storia sacra scompare; in compenso la
storia/materia acquista spessore e articolazione. I programmi Baccelli furono sì positivi, però vige
una considerazione di carattere squisitamente politico, in quanto nel 1894, la licenza elementare di
1°ciclo era ancora uno dei requisiti che conferivano il diritto di voto(contraddizione).
4. La storia nel tornante del millennio
E’ l’ultimo brevissimo paragrafo: l’autore afferma che ormai siamo entrati in un’altra epoca dopo la
storia moderna, alias la storia contemporanea, ma anche da questa stiamo uscendo per entrare in una

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nuova fatta di terrorismi, nuovi Tzunami, guerre in Turchia...nuovi avvenimenti su cui riflettere
interrogandoci sull’importanza della storia che è stata e di quella che sarà.

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