Sei sulla pagina 1di 364

Nello

splendore della primavera artica, quando l’intensità della luce comincia a


diventare quasi insopportabile, mentre i branchi di renne tornano all’isola della
Balena dopo avere trascorso il rigido inverno nella tundra, una serie di morti
sospette scuote la comunità di Hammerfest. All’estremo nord della Lapponia
norvegese, la città che ha sempre vissuto di pesca e allevamento è ormai una
base strategica per l’estrazione di petrolio e gas nel Mare di Barents, un ex
villaggio di pescatori destinato a diventare la Dubai dell’Artico, dove il mestiere
di sommozzatore è per molti un’allettante alternativa alla cura delle renne, e
dove i pascoli così carichi di simboli sacri ai sami fanno gola a chi specula sulle
ricchezze che il mare racchiude.
Mentre la tundra si risveglia, le indagini della pattuglia p9 di Klemet Nango e
Nina Nansen seguono le rischiose vie della transumanza, mettendo in luce il
profondo conflitto tra diritto e natura, in una terra affascinante e misteriosa
percorsa dall’eco delle storie dei sami, in cui voltare le spalle alla tradizione può
costare la vita.

OLIVIER TRUC (1964), giornalista francese, vive a Stoccolma ed è da molti anni


l’inviato di Le Monde e Le Point per la Scandinavia e i Paesi Baltici. L’ultimo
lappone, primo episodio della serie di Klemet Nango e Nina Nansen che uscirà
in 17 paesi, è stato accolto con entusiasmo da critica e pubblico, vincendo ben 18
premi in tutta Europa e diventerà presto un film prodotto da Nice Entertainment.
Olivier Truc
Lo Stretto del lupo
traduzione di Raffaella Fontana

Marsilio
Dello stesso autore nel catalogo Marsilio
L’ultimo lappone

Titolo originale: Le détroit du Loup


© 2014 by Olivier Truc
Published by agreement with Pontas Literary & Film Agency
In copertina: illustrazione di Fabio Visintin.
© 2015 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
Prima edizione digitale 2015
ISBN 978-88-317-3923-8
www.marsilioeditori.it
ebook@marsilioeditori.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Seguici su Facebook

Seguici su Twitter

Iscriviti alla Newsletter

Scopri la community www.giallosvezia.it


Indice

Copertina
Abstract - Autore
Frontespizio
Dello stesso autore - Copyright
Esergo
Lo Stretto del lupo – Carta geografica
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
10.
11.
12.
13.
14.
15.
16.
17.
18.
19.
20.
21.
22.
23.
24.
25.
26.
27.
28.
29.
30.
31.
32.
33.
34.
35.
36.
37.
38.
39.
40.
41.
42.
43.
44.
45.
46.
47.
48.
49.
50.
51.
52.
53.
54.
55.
56.
57.
58.
59.
60.
61.
62.
63.
GIALLOSVEZIA.IT - Il meglio del giallo nordico
LO STRETTO DEL LUPO
Per Malou
L’ennesima nottataccia, ma perché mi ostino a scrivere, come se le altre
fossero state migliori. Soffocamento. Un cuscino premuto contro la faccia.
Orrore. Incubi. Per l’ennesima volta mi sento annichilito. Voglia di farla finita.
Come le altre notti. L’unica salvezza è uscire. Il paesaggio è spoglio, ma almeno
c’è un po’ d’aria. Bisogna essere messi male come me per sopravvivere in un
posto simile. Aria, un po’ d’aria, completamente sobrio, mi riempio di ossigeno,
i polmoni, espirare, inspirare, vertigini. Così va meglio. E voi, via di qui!
Andatevene! Via di qui, le notti sono solo mie, è chiaro? Potrei farla finita e
allora non mi avreste più! Aria, un po’ d’aria, finalmente. No, no, ho promesso.
Non posso farla finita. Ho promesso. Promesse. Carezze. Dov’è lei? Dove sei?
Sto così male, ho così tanta paura. Perché ho promesso?
1.

GIOVEDÌ 22 APRILE. IL SOLE SORGE ALLE 3.31 E TRAMONTA ALLE 21.15. DICIASSETTE ORE
E QUARANTAQUATTRO MINUTI DI LUCE.
STRETTO DEL LUPO, LAPPONIA NORVEGESE. ORE 10.45.

La maggior parte degli uomini era nascosta da oltre un’ora.


Alcuni persino da prima. Attendevano, disposti strategicamente sulle due rive
distanti tra loro cinquecento metri. Quelli nascosti sulla Kvaløya, l’isola della
Balena, erano lì dalla sera prima.
Alto nel cielo, il sole dominava la scena già da molto tempo.
Difficile sonnecchiare. Difficile muoversi senza essere visti.
A metà aprile c’era luce anche in piena notte, ma nessuno parlava ancora di
notte. Vegliavano, attendendo pazientemente il segnale.
Una sagoma scura era distesa immobile in una barca.
Gli insetti che svolazzavano ovunque li lasciavano impassibili. Avevano la
pelle scura dei cacciatori della tundra, chiudevano a malapena gli occhi per non
perdersi il minimo movimento. Alcuni fumavano per ingannare il tempo,
abbastanza lontani perché l’odore non arrivasse fino alle renne, e solamente
dopo aver verificato la direzione del vento. Altri bevevano caffè dai loro
thermos. Sgranocchiavano pezzi di renna secca, leggevano le ultime notizie sui
cellulari, guardavano video su YouTube con una sola cuffia, l’altro orecchio
vigile.
Disteso nella barca, Erik Steggo osservava il cielo. Il giovane cominciava ad
avere caldo, segno che di lì a poco il calore sarebbe diventato fastidioso. La
temperatura raggiungeva solamente i tre o quattro gradi, ma gli strati di vestiti lo
tenevano caldo.
Anche se la neve cominciava ormai a sciogliersi, un velo copriva ancora la
riva. Il candore dominava anche le montagne appiattite.
Per scorgerle gli bastava girarsi un po’, lentamente. Erik riconosceva i sentieri
percorsi così tante volte.
Pensò di togliersi uno strato di vestiti, ma allo stesso tempo il torpore che lo
avvolgeva era gradevole. A rinfrescarlo bastava il semplice sciabordio
dell’acqua, a tenerlo sveglio il rumore delle onde.
La barca era nei pressi della riva meridionale.
Pur non vedendola, Erik immaginava la roccia sacrificale che si ergeva
sull’altra riva, puntata verso il cielo.
In passato, intere generazioni di sami si erano raccolte lì davanti prima di
iniziare l’impresa che Erik e i suoi stavano per compiere. Conoscevano i rischi e
sapevano come evitarli. Quando il destino era clemente.
L’uomo acquattato nell’imbarcazione non aveva avuto il tempo di deporvi
un’offerta. Aveva chiesto a Juva di occuparsene e Juva aveva promesso. Una
promessa era un debito.
Il rumore si fece più vicino. Parte del branco stava avanzando, veniva verso di
lui. Erik si rannicchiò sul fondo della barca. Sentiva il respiro nervoso a poche
decine di metri, il calpestio dei passi sui ciottoli. Tutt’a un tratto non udì più
nulla. Pur carica di tensione, era tornata la calma.
Quell’allerta lo aveva fatto sudare. Fece un respiro profondo. Si calmò e il suo
pensiero andò alla roccia appuntita e alla sua offerta. Erik non ci credeva fino in
fondo, ma amava la poesia di quei luoghi mistici.
Anneli, solo lei era riuscita ad aprirgli gli occhi e l’anima a quelle bellezze
nascoste. Anneli. Era anche per lei, per loro, che doveva farcela.
Cercò di ritrovare la concentrazione. Non poteva alzarsi per guardare, ma la
tensione crescente indicava l’avvicinarsi del momento.
A due passi da lui, circa cinquecento renne si ammassavano sui ciottoli della
riva, brucando ciò che potevano, cercando alghe ricche di sale, alzando di tanto
in tanto la testa nervosamente verso la riva opposta, sull’isola di Kvaløya. Dalla
grande isola verso cui erano dirette, il vento del nord che soffiava dal Mare di
Barents portava effluvi d’erba. Non era ancora l’erba appetitosa di giugno, ma
era pur sempre un richiamo irresistibile dopo sei mesi di scarsa alimentazione a
base di licheni nascosti sotto la neve. Gli animali erano nervosi, impazienti.
Troppo impazienti. Le femmine figliavano solamente dopo aver raggiunto l’altra
riva. Questo avrebbe creato ancora tensione in città, come ogni anno, ma i
capibranco sapevano cosa li attendeva sull’altra sponda. La renna bianca di Juva
era la più esperta. Probabilmente sarebbe stata lei a dare il via. Forse perché
troppo vecchia, aveva fatto avanzare quella prima parte del branco con parecchie
settimane d’anticipo. D’altra parte i pascoli sulla strada della transumanza non si
erano rivelati molto ricchi, così la renna bianca era stata costretta insieme alle
altre a spingersi sempre più avanti. Avvertivano istintivamente che stava per
succedere qualcosa e gli allevatori non potevano fare altro che assecondarle. Era
la legge del vidda, la legge degli altipiani desertici della Lapponia.
Pur senza vederle, Erik riusciva ad avvertirne la tensione. Sentiva il loro
respiro ansimante. Lo scalpiccio delle zampe che scivolavano sui ciottoli umidi
era molto eloquente.
Con la stessa chiarezza e il cielo come unico orizzonte, Erik vedeva uno per
uno gli uomini nascosti che celavano il loro nervosismo sotto una maschera
imperturbabile. Come lui, sapevano che niente doveva andare storto. Non
potevano permetterselo. Non in quel momento. Un movimento falso, e un’intera
giornata di lavoro sarebbe andata in fumo. Nel migliore dei casi. Al peggiore
non voleva neppure pensare. Si rimise a fantasticare.
Quando restava sdraiato per un po’, Erik si chiedeva spesso cosa sarebbe
successo se fosse rimasto paralizzato a causa di un incidente, retaggio di
un’infanzia turbolenta dove con gli amici ne aveva fatte spesso di tutti i colori.
Quando era più giovane non si poneva mai simili domande, sapeva però da
dove gli veniva quell’idea della paralisi: uno zio rimasto handicappato dopo un
incidente di scooter, una sera in cui era dovuto partire in pieno inverno per
cercare delle renne finite in un pascolo sbagliato. Drammi che succedevano
spesso sul vidda, ma Erik era rimasto impressionato, perché si trattava dell’uomo
che gli aveva insegnato a manovrare con destrezza lo scooter delle nevi. Uno zio
complice con il quale aveva anche imparato a fumare, proteggendo la sigaretta
all’interno della mano, come un vero allevatore. Ma ora, a ventun anni, Erik era
un uomo.
L’incontro con Anneli l’aveva calmato, sorprendendo i suoi amici, tuttora
scapestrati. Sbalordendo persino se stesso. Al fianco di quella ragazza solare, era
maturato più velocemente.
Quell’incontro lo aveva sconvolto quanto la prima sbornia. Gli era rimasto
questo ricordo. Sconvolto. Nauseato. Pieno di vergogna. Non aveva mai più
bevuto.
Non aveva più potuto fare a meno di Anneli.
O l’uno o l’altra.
Le parole di Anneli l’avevano sconvolto con la stessa forza. Sentendola
parlare riusciva a cogliere tutta la bellezza del mondo. Le sue parole sembravano
uscire da una nuvola. Ne possedevano il candore e la dolcezza ovattata.
Ripeteva spesso le sue parole e sorrideva della propria goffaggine. Dalla sua
bocca le parole uscivano una dopo l’altra, ordinate e corrette, ma insipide. Le
stesse sillabe prendevano invece il volo dalla punta della lingua di Anneli per far
volteggiare gli spiriti rapiti nella loro danza. La gente si fermava per ascoltarla.
Dio solo sapeva come era bella, ma più di tutto erano le sue parole a
sconvolgerlo.
Tutt’a un tratto dimenticò Anneli.
Sentiva che era arrivato il momento.
La renna bianca si era decisa.
L’animale dal palco imponente si era appena gettato nell’acqua, e come
previsto gli altri l’avrebbero seguito.
Ci sarebbe voluto un po’, ma le renne non avrebbero esitato a lungo,
nemmeno le più giovani. Il loro pelo liscio le avrebbe aiutate a galleggiare.
Alla fine, quando il calpestio sui ciottoli diminuì, Erik alzò lentamente la testa
per osservare lo svolgersi dell’operazione. Ormai le renne non potevano più
vederlo, completamente concentrate sulla riva opposta verso la quale nuotavano
in una lunga fila simile alla punta di una freccia.
Intorno, tutto era calmo. Gli uomini erano nascosti.
In lontananza, Erik scorgeva il ponte che collegava la terraferma a Kvaløya.
Alzò ancora un po’ il naso e scorse la roccia dove Juva aveva deposto l’offerta.
Conoscendolo doveva aver messo solo una corona.
Sulle rive, i pastori restavano nascosti.
All’improvviso Erik percepì che la mandria era attraversata da un fremito.
Stava succedendo qualcosa.
Si alzò ancora un po’.
Quando guardò la riva opposta sentì un groppo alla gola. Non credeva ai suoi
occhi.
Per un attimo pensò che non potesse essere vero, ma capì immediatamente ciò
che stava succedendo e si lanciò sulla parte posteriore della barca per avviare il
motore.
Ormai aveva poca importanza se le renne lo vedevano.
Anziché raggiungere la riva opposta, le renne in testa si erano messe a girare
in tondo nel mezzo dello stretto, creando un vortice mortale.
Più numerose fossero state, più violento il turbinio generato e maggiore il
rischio di venire risucchiate e annegare.
Gli uomini uscirono dai loro nascondigli su entrambe le rive. Anche altre
barche erano in avvicinamento.
Erik era il più vicino e sapeva che toccava a lui lanciarsi in quel cerchio
infernale per disperdere le bestie.
L’acqua gli sferzava il viso. Le renne più giovani, terrorizzate e fragili,
stavano già soffocando e sparivano verso il centro del gorgo, risucchiate sul
fondo.
Avvicinandosi alla massa compatta delle renne spaventate, Erik rallentò
appena. Bisognava a ogni costo rompere quel cerchio, disperdere gli animali, la
barca ondeggiava così violentemente che fu costretto ad aggrapparsi al bordo, in
una schiuma biancastra che si confondeva con la bava vischiosa che colava dalle
bocche degli animali.
Erik gridava continuando ad avanzare, scosso da onde sempre più violente e
urtato dalle renne di cui incrociava lo sguardo terrorizzato.
Il giovane allevatore scorse la renna bianca di Juva. Aveva l’aria stremata a
furia di combattere contro la corrente. Altre bestie affondavano rantolando.
La barca era molto instabile, ma Erik vedeva che alcune renne cominciavano
ad allontanarsi. Una parte del branco era tornata sui propri passi. Scivolò e sbatté
contro il bordo. Sentiva che stava sanguinando. Restò stordito per qualche
istante, la barca continuava a ondeggiare pericolosamente. Aveva l’impressione
di essere nel bel mezzo di una tempesta mentre a qualche decina di metri l’acqua
era calma e il cielo quasi completamente terso.
Erik tentò di alzarsi, il motore perdeva giri, lo fece riprendere mentre si
asciugava il sangue che gli colava sugli occhi, udiva le grida degli allevatori
dalla riva, vedeva sbracciarsi quelli che si avvicinavano in barca, mentre le renne
rantolavano, sbattendo contro la sua barca. Erano così terrorizzate da non sentire
il dolore, si rompevano le corna urtando l’una contro l’altra, le onde colpivano lo
scafo che imbarcava acqua, ed Erik era ormai quasi al centro del gorgo.
Due renne trascinate dalla corrente urtarono la barca in pieno e le loro corna si
impigliarono nelle cime che sporgevano oltre il bordo. Scossero furiosamente la
testa per liberarsi ed Erik perse l’equilibrio.
Un attimo prima d’essere definitivamente inghiottito dai flutti gorgoglianti, il
suo ultimo sguardo colse una nuvola bianca e ovattata.
2.

HAMMERFEST. ORE 16.35.

Nils Sormi offriva beato il viso ai raggi del sole.


Troneggiava come un pascià, circondato dal solito gruppetto di sommozzatori
e non. Alcuni gli davano delle pacche sulla spalla.
Qualche giorno prima aveva fatto una pazzia e aveva comprato un bancone da
mettere all’esterno del pub alla moda dove amava rilassarsi. E mettersi in
mostra. L’aveva fatto arrivare con l’elicottero.
Il pub Black Aurora aveva aperto solo pochi anni prima. Si trovava sullo
strapiombo di una falesia sulle alture di Hammerfest, lungo la costa occidentale
dell’isola della Balena.
Di fronte, un mare scintillante si sposava a montagne innevate. Più in basso si
vedeva il centro della città con il porto. Da lì la strada costiera proseguiva lungo
la baia fino a una piccola penisola dove si scorgevano alcuni hangar e depositi di
petrolio. La maggior parte del centro abitato si concentrava quindi su una striscia
di terra larga appena qualche centinaio di metri che serpeggiava lungo la costa
incastonata tra mare e montagna.
Hammerfest, completamente distrutta dai tedeschi al momento della loro
ritirata alla fine della seconda guerra mondiale, non era di una bellezza
mozzafiato, tutt’altro. Ma la sua posizione all’estremo nord dell’Europa,
affacciata sull’Artico, e i suoi orizzonti sconosciuti, le conferivano un’aura di
mistero e un alone d’avventura molto seducenti.
Al di là della baia, verso l’orizzonte, la strada proseguiva immergendosi sotto
terra e riapparendo sull’isola artificiale di Melkøya, costruita per ospitare la
fabbrica dove veniva lavorato il gas del giacimento di Snø-Hvit. Che idea
chiamare un giacimento petrolifero Bianca-Neve! Le due ciminiere sputavano
coscienziosamente le fiamme color giallo-oro.
Con una coperta posata sulle ginocchia, Nils chiuse gli occhi sentendo la
mano di Elenor che lo accarezzava con discrezione. Un’ombra passò e andò a
mettersi davanti a lui.
«Nils, questo bancone… sei veramente fuori. È un vero sballo! Solo tu potevi
fare una cosa simile.»
«Togliti dal sole» gli rispose Nils con un gesto della mano.
L’adulatore si allontanò, una bottiglia di birra Mack in mano, per
abbandonarsi con aria estasiata su una sedia a sdraio. L’aria era fresca, ma alla
fine dell’inverno, qualche grado sopra lo zero e un raggio di sole erano
sufficienti a creare un’atmosfera primaverile. Nils si voltò verso Elenor, la sua
svedese. Posò la mano su quella della giovane per fermare il suo movimento.
Una vera bomba sexy. Le sbavavano tutti dietro. Bisognava sapersela
conquistare una ragazza come quella, ma in quanto sommozzatore nell’industria
petrolifera norvegese – anche se in Svezia i norvegesi erano considerati
provinciali – ne aveva tutto il diritto. Un’altra ombra si avvicinò.
«Allora, per quanti giorni sei a riposo questa volta?»
«Riprendo domani.»
«Dove vai?»
«Dove mi diranno d’andare.»
«Su una piattaforma?»
Nils si tolse con calma gli occhiali da sole e si passò lentamente l’altra mano
sui capelli neri tagliati a spazzola. Elenor aveva tolto la mano da sotto la coperta
e accarezzava il petto del suo uomo piena d’ammirazione e trepidazione, come
sempre quando lui parlava del suo lavoro facendo sentire gli altri delle nullità.
Lei la pensava diversamente dai suoi connazionali. A Stoccolma sentiva la
mancanza di duri come lui. L’arroganza di Nils la mandava letteralmente in
visibilio. Nils guardò l’ombra.
«Non penserai di poterti immergere in coppia con me?»
L’altro girò sui tacchi. Elenor gli pizzicò un capezzolo attraverso la camicia,
segno che la sua risposta le era andata a genio. Quando lui e il suo gruppo di
sommozzatori andavano lì, attiravano sempre una folla di ragazzini, maschi e
femmine, desiderosi di rivolgere loro la parola. Alcuni sommozzatori restavano
seduti nel proprio angolo. Erano appena rientrati da una dura missione, lo si
vedeva dal loro viso ancora teso, e da come alzavano il gomito. Era sempre così
nei primi giorni di riposo. Nils avvertì una vibrazione e tirò fuori il cellulare. Era
Leif Moe, uno dei supervisori della sua compagnia, l’Arctic Diving.
Con un movimento del bacino che esprimeva la sua disapprovazione, Elenor
si alzò e, provocante, iniziò a ballare da sola. Nils vedeva che gli altri giovani
non riuscivano a toglierle gli occhi di dosso, ma quando lui si alzò, distolsero
immediatamente lo sguardo. Ignorò Elenor che gli si aggrappò al collo per
baciarlo, e proseguì verso il parcheggio per non essere disturbato.
«Ha chiamato la polizia, c’è bisogno di un sommozzatore per recuperare il
corpo di un tizio che è annegato. La compagnia ha accettato.»
«Ah sì?»
«Glielo dobbiamo per tutte le volte in cui abbiamo chiesto di chiudere un
occhio sulle vostre cazzate.»
«Che palle, sono con la mia ragazza al Black Aurora.»
«Sei il solo disponibile e in grado di immergerti. Gli altri sono in missione o
appena rientrati.»
«Merda! Quanto pagano?»
«Veniamo a prenderti. Rimani dove sei.»
Nils chiuse la conversazione. A ogni modo cominciava a stufarsi. Si
stiracchiò, guardò di nuovo il magnifico paesaggio ai suoi piedi. Montagne
ancora abbondantemente innevate occupavano tutto l’orizzonte. Sulla terrazza i
ragazzi si avvicinavano per guardare Elenor che si dimenava con un bicchiere in
mano.
«Devo andare.»
«Oh no, proprio adesso che iniziavamo a divertirci!»
«Un’emergenza. Puoi restare se vuoi. Tieni, prendi le chiavi.»
«Mi fai arrabbiare, vengo apposta da Stoccolma e tu, come se niente fosse, mi
molli in capo al mondo, ma ti pare?»
Assunse la sua aria imbronciata, “da vera rompicoglioni”. Braccia conserte –
cosa che metteva in risalto il seno con grande piacere dei presenti – Elenor gli
lanciò una nuova serie di improperi. La sua voce fu ben presto coperta dal rombo
di un elicottero che atterrò nel parcheggio del Black Aurora suscitando
ammirazione nei presenti, eccezion fatta per i sommozzatori. Nils posò un dito
sulle labbra di Elenor. Lei lo fulminò con lo sguardo e gli prese la mano con aria
già meno arrabbiata. Quando Nils salì a bordo del Super Puma, vide che lei lo
stava guardando con orgoglio.

L’elicottero non impiegò molto tempo a raggiungere la parte meridionale


dell’isolotto. Arrivato sull’argine dello Stretto del lupo, Nils finì di sistemare le
bombole. Alzò gli occhi sui pastori sami rimasti a distanza, scuri in volto.
Alcune carcasse di renna erano già state recuperate.
Il sole era appena sorto, la luce sarebbe stata sufficiente. Nils decise di non
aspettare la polizia. Un allevatore dall’aria affranta gli indicò il luogo in cui era
scomparso il ragazzo. La corrente non era troppo forte.
Nils impiegò meno di un’ora per ritrovare il corpo. Lo portò a fatica sull’altra
sponda e si tolse le bombole.
Sulla riva opposta, gli allevatori discutevano con i poliziotti che erano
finalmente arrivati. Scorgendo Nils, tutto il gruppo salì sulle auto per
raggiungerlo attraversando il ponte.
Nils rigirò il corpo dell’allevatore. Per poco non gli venne un colpo. Le auto si
avvicinavano, in testa quelle della polizia. Il sommozzatore, rimasto senza fiato,
si scostò di lato e vomitò.
Nessuno l’aveva avvertito. Erik. Aveva appena recuperato il corpo del suo
amico d’infanzia. Calciò violentemente un sasso. Come avevano potuto? Si
asciugò la bocca con la manica della tuta e tornò, nauseato, verso il corpo.
Nessuno l’aveva visto. Guardava Erik senza sapere cosa fare. La sua mente era
affollata d’immagini.
I poliziotti stavano arrivando, seguiti da un gruppo di allevatori sami. Uno di
loro li insultava. Era ubriaco. Gli altri lo ignoravano. L’ubriacone ce l’aveva con
i poliziotti perché al momento della traversata non si erano fatti vedere.
Nils riconobbe l’uomo in uniforme blu. Era accompagnato da una giovane
collega bionda, piuttosto carina. Quel bastardo di Nango ha sicuramente cercato
di farsela, pensò, senza sforzarsi di sorridere.
«Grazie Nils» gli disse Klemet Nango avvicinandosi al corpo.
«Cos’è successo?» domandò il sommozzatore.
I sami si riunirono intorno a loro. Stava arrivando un’ambulanza. Un
allevatore si fece avanti, si trattava di un’altra vecchia conoscenza: Juva Sikku.
Fu lui a spiegare la dinamica dell’incidente.
«Anche la mia renna bianca è annegata» aggiunse Juva, «come farò senza?»
Nils se ne infischiava. La giovane poliziotta sembrava scioccata dal fatto che
Juva Sikku si lamentasse per la sua renna.
«Ti sembra il momento?»
Sikku la guardò senza batter ciglio.
«Lo sai cosa significa un capobranco?»
Sputò per terra e lasciò il gruppo. Il sami ubriaco gesticolava accanto a
Klemet.
«Poliziotti incapaci, arrivate sempre quando la battaglia è finita. La polizia
delle renne! Dei buoni a nulla! Buoni solo a controllare gli scooter. Avreste
dovuto essere qui. Siete voi che l’avete ucciso. Siete voi, voi!»
Klemet cominciava a innervosirsi. Nils si girò verso la poliziotta.
«È da tanto che lavora con lui?»
«Nina Nansen» si presentò lei tendendo la mano. «Faccio parte della pattuglia
P9 solo da poco tempo. Non è da molto che sono nella polizia. È il mio primo
incarico dopo l’accademia.»
Nils si limitò ad annuire e Nina proseguì.
«È terribile quello che è capitato a quel povero allevatore. Non avevo idea che
potesse essere così pericoloso.»
«Se vuol sapere cos’è il vero pericolo, non deve far altro che immergersi in un
giacimento sottomarino.»
Nina gli lanciò uno sguardo severo e lui vide che faceva fatica a trattenersi.
Ma restava in silenzio, visibilmente ferita. Non gliene fregava niente. Pochi
sapevano come comportarsi con i giovani come lui, che rischiavano la vita ogni
giorno. L’ennesima imbecille.
«Adesso devo andare, mi stanno aspettando.»
Gettò uno sguardo al corpo di Erik che i barellieri stavano portando via.
Klemet discuteva con alcuni allevatori, dando le spalle al tizio che, barcollando,
continuava a insultarlo.
Nils prese il suo equipaggiamento e lo caricò sull’elicottero. Il rotore si mise
in moto. Klemet gli si avvicinò, sempre seguito dal sami che sbraitava, i suoi
insulti attenuati dal baccano delle pale.
«Ti trovi sempre bene nella polizia?» gli gridò Nils con insolenza.
Klemet lo fissò a lungo mentre Nils si allacciava la cintura di sicurezza, poi
indicò col dito la sua tuta.
«Quello, si direbbe vomito» gridò a sua volta Klemet. «E poi, puzza.»
L’elicottero si alzò. Klemet si allontanò con lo sguardo di Nils puntato sulla
schiena.
3.

VALLATA DELLO STRETTO DEL LUPO. ORE 21.20.

«Non ci sono dubbi» disse Nina guardando la macchinetta fotografica, «puoi


ancora migliorare. Ti mostrerò come si utilizza lo stabilizzatore.»
Con aria imperscrutabile, Klemet guidava il pick-up della pattuglia P9 della
polizia delle renne. Nina aveva la sensazione che la scena allo Stretto del lupo
l’avesse innervosito parecchio. L’ora tarda non migliorava le cose. Il carattere
chiuso di Klemet nemmeno.
«Ti giuro che ero sul punto di mettergli le manette a quell’ubriacone.»
«Ah sì, se lo meritava proprio.»
Lui non poteva vedere che lei rideva, ma Nina sapeva benissimo che Klemet e
molti altri colleghi conservavano un ricordo sgradevole del loro servizio nei
piccoli commissariati del Grande Nord, dove occorreva intervenire, a volte soli,
in episodi di ubriachezza che sfociavano spesso in rissa. Lavorare nella polizia
delle renne rappresentava una pausa in un’attività che implicava una tensione
permanente. Vi erano anche stati alcuni casi di depressione.
«Hai visto quella grande roccia appuntita vicino alla riva, c’erano delle specie
di offerte. Mai visto niente di simile.»
Si girò verso Klemet, ancora imbronciato. Gli sarebbe passata.
Il sole era appena tramontato ed era ancora molto chiaro. In quella stagione il
fisico sentiva spesso troppo tardi il bisogno di fermarsi, e la fatica si
accumulava. Nina non si lamentava: quel fenomeno non esisteva nel sud della
Norvegia, dove lei era cresciuta, e per il momento ne vedeva solo l’aspetto
positivo.
Klemet frenò bruscamente. Un po’ più giù rispetto alla strada, Nina scorse un
piccolo camper e si voltò verso il suo compagno con aria interrogativa.
«Controllo di routine. Sono parcheggiati troppo vicino alla strada, è
pericoloso.»
Klemet era nervoso, poco loquace. Nei mesi trascorsi lì dopo il suo arrivo dal
sud del paese, Nina aveva avuto modo di imparare a conoscere il suo collega nel
corso dei lunghi pattugliamenti in cui dovevano vivere a stretto contatto per
giorni e giorni.
Tanto vale lasciarlo fare, pensò, forse si calmerà. Klemet bussò al finestrino
del camper. Apparve la testa stempiata dai capelli corti e sottili di un uomo dal
viso abbronzato e dall’aspetto sportivo, con una bella mascella volitiva, un
fazzoletto rosso a disegni intorno al collo e l’aria sorpresa.
«Documenti, prego.»
L’altro riuscì a spiegare che era tedesco e non capiva il norvegese. Provò in
inglese, ma Klemet lo parlava male, e Nina sentì che la situazione stava per
renderlo ancora più nervoso, così si fece avanti per fare da interprete. Klemet si
mostrò eccessivamente zelante: fece il giro del camper mentre Nina ne
esaminava i documenti.
«Vieni a dare un’occhiata, Nina. E poi non dirmi che non ho fiuto.»
Nella parte posteriore, era disteso un uomo con addosso una tuta da
escursionista. Klemet lo scosse: un altro tedesco che smaltiva la sbornia. Nel
piccolo lavandino c’era una bottiglia di cognac. Pareva proprio che i due
avessero assimilato in fretta la tradizione locale del caffè-cognac. Dal bagagliaio
Klemet estrasse dei palchi di renna. Sotto un sedile scoprì anche un cartello
stradale con una renna in un triangolo rosso. I tedeschi adoravano quel genere di
souvenir.
«Nina, fai il verbale.»
Il conducente cercò di spiegare. Erano turisti e qualcuno gli aveva venduto il
cartello, non erano stati loro a smontarlo. Quanto ai palchi, anche quelli li
avevano comprati da un sami, vicino a un parcheggio. Per il resto, ignoravano
che in quel punto era vietato sostare.
Nina si limitò a tradurre, sapendo che se avesse detto la sua, Klemet glielo
avrebbe rinfacciato per tutta la settimana. Compilò il verbale e ne consegnò loro
una copia.
Il conducente non protestò. Sembrava aver fretta di andarsene, oppure pensava
che la multa non gli sarebbe mai arrivata in Germania.
Dopo essersi assicurato che i tedeschi si allontanassero da lì, Klemet rimise in
moto.
Restava ancora il compito più ingrato. Era forse per questo che era così
intrattabile? Bisognava avvertire la moglie di Erik, accampata nei dintorni,
vicino al resto del branco, sulla strada della transumanza. I poliziotti dovevano
innanzitutto recuperare i loro scooter al rifugio di Skaidi, che in quella stagione
fungeva da base. Stavano ancora costeggiando il Repparfjord quando Klemet si
fermò di nuovo. C’era un furgoncino malandato, questa volta parcheggiato in
un’area di sosta.
«E quello cos’ha adesso?» sospirò Nina.
«È un vecchio furgone. Verifico se ha superato la revisione. Pericolosi questi
catorci.»
Sempre molto loquace.
Al posto di guida non c’era nessuno. Klemet e Nina si piegarono per dare
un’occhiata all’interno. Sul lato del passeggero il cruscotto era ricoperto di post-
it di tutti i colori. Dallo specchietto retrovisore pendevano una piccola pernice
scolpita col becco rotto e un gagliardetto dell’Alta If.
Klemet bussò alla portiera laterale. Dopo un po’ gli aprì un uomo assonnato. Il
sacco a pelo gli lasciava scoperto il torace. Dietro di lui si muoveva un’altra
sagoma, anch’essa infagottata in un sacco a pelo.
I due uomini si presentarono come tecnici che lavoravano a Hammerfest. Non
alloggiavano nei prefabbricati allineati sull’isola-raffineria ma in uno degli
alberghi galleggianti affittati per ospitare la manodopera del nuovo cantiere.
A sentir loro, uno era norvegese, l’altro polacco. Il polacco disse qualche
parola nella sua lingua che l’altro tradusse. Non parlava norvegese e anche il suo
inglese lasciava a desiderare. Si scusarono di non avere i documenti con sé, ma
promisero di passare al commissariato di Hammerfest appena possibile, non
volevano assolutamente creare problemi. Il polacco restava disteso sul fondo del
furgoncino, e comunque nessuno dei due sembrava aver bevuto. Klemet
ascoltava continuando a controllare l’interno del furgoncino, ma non notò niente
di sospetto.
«Siete senza documenti, devo farvi il verbale» brontolò. Compilò il modulo,
ne diede loro una copia con la raccomandazione di passare al commissariato di
Hammerfest e richiuse la portiera.
«È importante controllare. È importante. Con i furti nei capanni, gli squatter e
tutto il resto.»
Nina aveva l’impressione che più che altro volesse convincere se stesso.
Una volta in macchina si girò verso di lui.
«Hai intenzione di controllare tutti, stasera? E solo perché un vecchio sami
ubriaco ti ha insultato? Hai per caso dimenticato che dobbiamo avvertire la
moglie di Erik?»
Klemet la ricambiò con uno sguardo cattivo. Prese i due verbali e con
movimenti astiosi li fece in mille pezzettini che gettò nel retro del pick-up.
«Ecco, possiamo andare adesso?»
Mise in moto senza attendere risposta e rimase in silenzio fino al rifugio della
polizia delle renne, a Skaidi.

La primavera era fradicia, ma le primavere erano sempre fradice nel Grande


Nord. A seconda dell’intensità del sole, in aprile e maggio la neve resisteva
ancora, ma l’inizio dello scioglimento rendeva difficile la circolazione con la
motoslitta. Lungo i fiumi e sui laghi il ghiaccio iniziava a sciogliersi e la neve
accumulatasi nel corso di sei mesi trasformava la regione in un’immensa pozza
di fango. Bisognava aspettare giugno per vedere un po’ di vegetazione e poter
parlare d’estate. La primavera era un prolungamento dell’inverno, ma più
complicata. Anche se faceva meno freddo. La temperatura raggiungeva quella
sera cinque gradi sotto lo zero.
Dopo aver recuperato gli scooter al rifugio di Skaidi, Klemet e Nina si
diressero verso l’accampamento del clan Steggo. Nina si affidava a Klemet per
evitare le insidie dei sottili strati di ghiaccio. Impiegarono un’ora per
raggiungere le tende montate nella brughiera dove la neve si era sciolta. Fecero
gli ultimi cento metri su un terreno misto di neve e vegetazione e spensero i
motori. Klemet indugiava, cercava di rimandare il più possibile l’incontro con la
famiglia. Li guardò da lontano. Probabilmente erano già stati raggiunti dalla
notizia, anche se su quel versante della montagna i cellulari non sempre avevano
campo. Al loro arrivo si formò un gruppetto di persone. Bambini e donne
soprattutto: gli uomini erano altrove, con le renne. La transumanza verso nord
era cominciata già da un po’, anche se Klemet aveva spiegato che quel branco
era parecchio in anticipo. Dopo il dramma di quella mattina, gli animali che
avevano tentato la traversata si erano ormai divisi, da una parte e dall’altra dello
stretto. In prossimità delle strade, in particolare di quella molto trafficata che
portava a Hammerfest, occorreva intensificare la sorveglianza. Un gruppo di
vecchi sami era rimasto seduto davanti a una delle tende. Nina non riusciva a
vedere cosa stessero facendo.
Si salutarono con aria afflitta. La morte di un allevatore era sempre una
tragedia. A maggior ragione se giovane, tanto erano rari coloro che volevano e
potevano ancora intraprendere quell’attività. Klemet poi soffriva doppiamente.
La sua famiglia era stata costretta a ritirarsi dall’allevamento delle renne a partire
dalla generazione di suo nonno, e lui viveva con l’ambiente dei pastori una
relazione ambigua. Nina se n’era resa conto nel corso dell’inchiesta sulla morte
di Mattis, qualche mese prima. Diversi piccoli allevatori subivano la legge del
più forte.
Si fece avanti Susann, una donna di mezza età dalla tipica acconciatura sami,
con indosso un parka blu che le stava leggermente stretto e i pantaloni di una
tuta. Il suo viso era animato da grande vitalità.
«Perché non c’eravate?» chiese in tono brusco. La stessa accusa del sami
ubriaco.
«Credi davvero che sarebbe cambiato qualcosa?» rispose Klemet con voce
stanca.
«E perché no? È il tuo lavoro sapere che i conflitti stanno di nuovo crescendo
fra gli allevatori. Non sai che c’è la corsa per accaparrarsi i pascoli migliori
lungo la via della transumanza?»
«Certo che lo so» replicò Klemet. «Ma non è una novità, e non vedo il nesso
con la morte di Erik.»
Dalla reazione di alcune donne, Nina si rese conto che non tutte erano al
corrente dell’incidente. Una vecchia in abiti tradizionali si aggrappò inquieta al
braccio di Susann per interrogarla, in lingua sami. Susann le rispose con lo
sguardo acceso. Erik era suo nipote.
«Conoscevi Erik?» chiese Susann.
«Non proprio» disse Klemet, «non da molto tempo, in ogni caso. In teoria,
non era nella mia zona di competenza.»
«Erik era la speranza del nostro clan. Aveva persino studiato agraria a Umeå e
alla scuola superiore sami di Kautokeino. Non ce n’erano molti come lui.»
«Cosa stai cercando di dirmi?»
«Non lo so, Klemet, non lo so» rispose la donna mettendosi a piangere,
mentre la vecchia continuava a rimanerle aggrappata al braccio.
Klemet scosse la testa.
«Anneli lo sa?»
Susann fece cenno di no col capo.
«Si sta occupando del branco rimasto in fondo alla vallata. Risali la cresta.
Vacci a piedi, per non spaventare le bestie. Troverai la tenda in una posizione un
po’ rialzata, a una mezz’ora di strada; da lì si possono sorvegliare le renne più a
valle.»
Alcune femmine stavano già per figliare. Si trattava di nascite precoci. Di
solito davano alla luce i piccoli una volta arrivate sull’isola, dopo la traversata, a
partire da metà maggio per oltre un mese, a volte fino all’inizio di luglio.
«Questi cuccioli non saranno in grado di fare la traversata a nuoto» spiegò
Susann agitata. «Vedremo come organizzarci. Forse dovremo richiedere la
chiatta dell’ufficio delle renne.»
Klemet e Nina partirono in direzione della cresta. Passando davanti a una
tenda, videro cinque vecchi seduti attorno a un fuoco. Canticchiavano. Uno di
loro aveva un’aria stralunata, e gli altri non erano poi messi tanto meglio.
Anziani che condividevano gli ultimi momenti di una vita nomade che ormai si
limitava al periodo della transumanza. A partire dagli anni Sessanta, la
meccanizzazione aveva condannato per sempre il loro stile di vita tradizionale.
Nina rabbrividì sentendoli cantare. Non era un vero e proprio joïk, il
tradizionale canto sami, ma ne aveva la straziante sonorità, e poteva ricordare
anche un salmo. Il sami dallo sguardo stralunato ravviò una ciocca dei suoi
capelli ondulati. Non cantava. Nina gli passò davanti senza fermarsi, ma non lo
abbandonò con lo sguardo fino a quando non iniziarono la salita.

Non fu difficile trovare Anneli, anche se la camminata nella neve fradicia li


aveva stancati. La giovane sorvegliava da sola le sue bestie. «È quasi più bionda
di me» notò Nina con stupore. Aveva lunghi capelli lisci che le arrivavano oltre
le spalle, labbra carnose e zigomi graziosi. Il vento sferzava loro il viso. Anneli
era su una roccia a strapiombo sulla piccola vallata punteggiata di betulle nane.
Parve leggermente stupita vedendo arrivare i poliziotti, ma al tempo stesso
sapeva che la polizia delle renne andava spesso a raccogliere informazioni sui
movimenti dei branchi, se erano in ritardo o in anticipo sui periodi di
transumanza. Era un modo per prevenire i conflitti che nascevano fra gli
allevatori per l’accesso ai pascoli. Anneli richiamò la loro attenzione agitando
allegramente le braccia. Quando furono abbastanza vicini, bisbigliò con aria
eccitata, invitandoli ad avvicinarsi fino alla roccia.
«Guardate, una femmina sta per partorire.»
Era ancora chiaro. Nina prese il binocolo e assistette al lieto evento. Klemet si
era tenuto in disparte. Dare la notizia alla donna sarebbe toccato a Nina.
«Il soffio del vidda richiama le giovani renne alla vita» mormorava Anneli.
Nina vedeva il neonato ansimare, instabile sulle esili zampe. E sentiva il
respiro di Anneli nell’orecchio.
«Sono già percorsi dalla linfa ancestrale, guarda come d’istinto trovano la loro
mamma e come la loro mamma istintivamente già si preoccupa per loro. Lo
sapevi che una mamma impaurita abbandona il suo piccolo? Il silenzio è il loro
primo velo di tenerezza. Tutta la magia della vita si gioca in questo istante.»
Dolci e pure, pensava Nina, commossa dalle parole di Anneli, e questo
rendeva il momento ancor più straziante. Si girò verso Klemet nascosto
nell’ombra. Lui le fece un cenno con la testa. Nina prese delicatamente la mano
di Anneli e le diede la notizia.
4.

VENERDÌ 23 APRILE. IL SOLE SORGE ALLE 3.26 E TRAMONTA ALLE 21.20. DICIASSETTE ORE
E CINQUANTAQUATTRO MINUTI DI LUCE.
MARE DI BARENTS. ORE 10.55.

Dall’oblò del posto di comando dell’Arctic Diving, Leif Moe scrutava


l’altezza delle onde.
Cinque o sei metri al massimo.
Non era una tempesta, e in ogni caso la campana subacquea era stabilizzata.
I due sommozzatori in immersione non dovevano avvertire più di tanto i
movimenti della superficie.
«Profondità quaranta metri.»
Nella campana che si immergeva nel Mare di Barents, collegata alla nave
d’appoggio da un cavo multifunzionale, Tom Paulsen, il bellman, riferiva la
profondità raggiunta ogni dieci metri.
Come d’abitudine, per prima cosa avevano effettuato i controlli del caso
impiegando una ventina di minuti: avevano verificato il funzionamento delle
maschere, delle leve, dei quadranti indicanti il livello della pressione, dei
collegamenti, insomma non avevano tralasciato nulla. Le normative di sicurezza
erano diventate un vero incubo sulla piattaforma continentale norvegese.
Per fortuna questa volta non dovevano scendere a profondità tali da utilizzare
miscugli gassosi, altrimenti si sarebbero dovuti sottoporre a ulteriori controlli e
seccature annesse.
Pazienza, finché il cliente pagava anche per questo, pensava Leif Moe. Il
problema era che il cliente, i clienti, continuavano a insistere perché
accorciassero sempre di più i tempi.
L’Arctic Diving aveva perso un importante contratto il mese precedente e non
poteva permettersi di perderne un altro proprio nel momento in cui la compagnia
stava investendo in un nuovo impianto di decompressione.
La campana subacquea stava per raggiungere la profondità dove andava
eseguito il lavoro. L’impiego di una campana per scendere fino a cinquanta metri
era quasi un lusso, ma il suo utilizzo serviva per testare nuovo materiale. Si
trattava di liberare un pozzo d’esplorazione.
Un sottomarino telecomandato sarebbe stato sufficiente, ma si prevedeva una
complicazione. In ogni caso questa era la spiegazione data al cliente per non
ammettere che i due sottomarini erano guasti.
Nils Sormi si sarebbe potuto dare un sacco di arie per l’ennesima volta.
Stava terminando di prepararsi nella campana, mentre il suo collega Paulsen
lo controllava. Anche se a Leif Moe Sormi non andava a genio, doveva
riconoscere che lui e Paulsen erano una formidabile coppia di sommozzatori,
perfettamente affiatata, sott’acqua così come a terra.
«Profondità cinquanta metri.»
Obiettivo raggiunto.
Aumentare la pressione. I due sommozzatori sarebbero rimasti storditi, ma
bisognava far presto. I minuti erano contati, in base al costo della tecnologia
impiegata per immersioni di quel tipo.
Leif Moe teneva d’occhio gli schermi di controllo. Grazie all’aumento della
pressione nella campana la camera d’immersione avrebbe dovuto aprirsi.
«We got the door.»
Porta aperta.
Forza, esci piccolo, esci, pensava Leif Moe.
L’acqua non è poi così fredda. Sui tre gradi, poco più fredda del Mare del
Nord. Okay, d’accordo, è un po’ fredda, ma esci, esci, prima che il cliente mi
rompa i coglioni.
Su un’altra frequenza radio, il cliente Future Oil chiedeva per l’appunto
notizie, dal caldo di Hammerfest.
«Arctic Diving, a che punto siete?» diceva la voce di Henning Birge, il
rappresentante di Future Oil.
«Il sommozzatore sta entrando in acqua.»
«Siete già in ritardo. Rischiate di superare il tempo a vostra disposizione.»
«È tutto in ordine ora. Passo.»
Dalla campana Tom Paulsen faceva regolarmente rapporto.
«Diver leaving the bell.»
Forza, vai così, esci, dai che vai bene Nils, fai vedere a quelli della Future Oil
che sei il migliore, che hanno ragione a metterti in mostra in ogni occasione.
Probabilmente Nils Sormi stava tirandosi dietro l’ombelicale, il tubo
attraverso il quale passavano i condotti flessibili da cui dipendeva la sua vita:
quello dell’acqua calda, i dispositivi di comunicazione con la campana e
soprattutto quello dell’aria che gli permetteva di respirare.
L’immersione non raggiungeva una profondità elevata, Nils doveva scendere
ancora di qualche metro, ma il fondo era scuro e bisognava ripulirlo di tutto il
materiale abbandonato all’imbocco di un precedente pozzo esplorativo in modo
che le reti dei pescatori non venissero danneggiate.
Se i sottomarini non fossero stati riparati rapidamente – che i due sottomarini
fossero guasti allo stesso tempo non succedeva mai, cazzo – sarebbero state
necessarie più immersioni, e in ogni caso a Nils toccava fare il grosso del lavoro.
Era l’uomo giusto. Un ragazzo che amava il rischio, che non aveva paura di
niente, sempre pronto a fare quel qualcosa in più che lo distingueva dalla massa.
Certo, nel suo lavoro quel qualcosa in più poteva significare la morte, ma Nils
non era uno stupido e il suo compagno era per lui una garanzia. Per Tom Paulsen
la sicurezza veniva prima di tutto, non c’era committente che tenesse, a qualsiasi
costo. Persino i clienti, in ogni caso la maggior parte, lo rispettavano per questo.
Se Nils Sormi aveva qualcosa in più, Tom Paulsen aveva qualcosa in meno,
quello che altri chiamavano prudenza. Una combinazione che li rendeva
imbattibili.
«Give the diver more slack.»
Dare più corda al sommozzatore. Ormai doveva essere quasi sull’obiettivo.
«Arctic Diving, l’avete trovato?»
Ma guarda, il tizio della Future Oil si era svegliato di nuovo.
«Il sommozzatore sta raggiungendo l’obiettivo.»
«Chi sta operando?»
«Nils Sormi all’esterno, Tom Paulsen come bellman.»
«Ah il giovane Sormi, molto bene. In ogni caso, sbrigatevi.»
«Passo.»
Pezzo di merda, pensò Leif Moe. Oh, e poi sempre con quel il giovane Sormi
di qua, il giovane Sormi di là. Esisteva solo lui. Era semplice: la compagnia si
faceva bella grazie a Nils Sormi. Oltretutto, ai petrolieri faceva comodo che il
sommozzatore di punta della Arctic Diving fosse un sami, l’unico, certo, ma
anche il migliore. Era l’alibi perfetto, “il buon lappone”, la prova che le
compagnie petrolifere erano aperte agli autoctoni e li coinvolgevano nello
sviluppo locale. Quel ciccione del Texano stravedeva per lui, sembrava quasi che
l’avesse adottato. E non era il solo. Figurarsi! Fra loro avevano battezzato Nils
Sormi “Pc”, politicamente corretto. Si rispolverava il dossier Pc quando
bisognava calmare i politici locali o far colpo sui giornalisti. E quello stronzo
presuntuoso non se ne rendeva neanche conto. Leif Moe sentì la voce di Paulsen
nella campana che si rivolgeva a Sormi.
«Nils, lascia perdere, non hai più tempo, ed è troppo rischioso, è contro le
procedure.»
«Campana, che succede?» domandò Leif Moe.
«Il pezzo che dobbiamo riportare in superficie è rotto e non possiamo
agganciarlo come previsto. Bisognerà scavare al di sotto per far passare dei cavi.
Potrebbero volerci almeno due giorni.»
«Due giorni! Porca puttana.»
«Nils non vuole aspettare. Dice che può fare una saldatura per agganciare il
cavo al pezzo. Personalmente sono contrario. Non ha tutta l’attrezzatura.»
«Bene, trasmetto.»
Quando il supervisore spiegò la situazione al cliente di Future Oil, la risposta
era quella che si aspettava.
«Mi prendete per il culo? Sapete quanto mi costano i vostri straordinari in
decompressione eccetera eccetera? Dite a Sormi di muovere il culo là sotto.»
«Procedere troppo velocemente è molto pericoloso, inoltre ha sentito quel che
le ho detto: non ha l’attrezzatura.»
«Pensate che lo paghiamo per fare l’animatore al Club Med? Passo.»
I minuti scorrevano, l’inquietudine aumentava. Leif Moe seguiva a distanza,
limitandosi a controllare gli indicatori dalla piccola cabina in cui si trovava sulla
nave d’appoggio. Nella campana l’aria viziata probabilmente cominciava a
essere opprimente per Tom Paulsen, ma anche Nils Sormi, sebbene indossasse la
muta, doveva cominciare a sentirsi intorpidito dal freddo. Moe sentiva Paulsen
fare delle osservazioni al suo compagno, che faceva comunque di testa sua. Il
tempo concesso alla missione era in ogni caso già scaduto.
Leif Moe aveva capito che, contro il parere di tutti, Sormi aveva iniziato a
saldare un pezzo di fortuna sulla struttura che doveva essere riportata in
superficie. Una soluzione raffazzonata alla bell’e meglio e una sconsideratezza
degne dei neofiti degli anni Settanta, quando le immersioni per l’industria
petrolifera nel Mare del Nord erano agli albori. Moe non poteva non riconoscere
che Sormi aveva fegato da vendere. Il giovane lappone non era niente male.
Arrogante e presuntuoso, ma decisamente il migliore. Un grido di Paulsen lo
fece sussultare.
«Rientra subito Nils, sei in pericolo!»
«Paulsen, che cazzo succede?»
«Incidente all’ombelicale. Somministrazione di acqua calda e d’aria ridotta
di… tre quarti.»
«Quanto?»
«Tre minuti.»
«A che distanza si trova dalla campana?»
«Meno di tre minuti, ma dice che ha quasi finito la saldatura.»
«Per Dio, vammelo a prendere!»
«Ricevuto. Passo.»
In teoria Paulsen era preparato per reagire in pochi secondi. Faceva parte del
suo ruolo di bellman. Doveva solo infilare la maschera. Il tempo di dirlo. E
Paulsen sarebbe stato pronto ad andarci anche senza maschera per il suo amico.
Moe aveva gli occhi fissi sugli schermi di controllo e sul cronometro che aveva
fatto partire di riflesso.
«Arctic Diving, avete deciso di prendervela comoda ancora per molto?!»
Leif Moe interruppe la comunicazione con Hammerfest. Avrebbe così evitato
una lite. I tre minuti erano passati. A parte il leggero crepitio della radio, il
silenzio era totale. All’esterno le onde sbattevano contro lo scafo senza creare
movimento. Dall’altro oblò Moe scorgeva la piattaforma mobile, insensibile
anch’essa al mare mosso.
«Divers back in the bell.»
Tirò un sospiro di sollievo e riprese il microfono.
«Rapporto.»
Passarono due lunghi minuti.
«Nils è ko. L’ho recuperato svenuto. Respira, ma è in ipotermia. Puoi
tranquillizzare la Future Oil: è riuscito a terminare la saldatura. Pronti a risalire.
Passo.»
Leif scosse la testa.
«Cominciate la risalita e la decompressione. Passo.»
5.

ALTURE DELLO STRETTO DEL LUPO. ORE 13.45.

Klemet Nango e Nina Nansen avevano passato la notte nel rifugio di Skaidi.
Sui siti Internet dei giornali locali, i commenti all’incidente che era costato la
vita a Erik Steggo si sprecavano. Molti messaggi di affetto, ma anche quelli,
astiosi e opportunisti, di chi non perdeva occasione per attaccare gli allevatori.
«Se l’isola di Kvaløya fosse stata vietata alle renne, questo incidente non
sarebbe mai accaduto.»
«Gli abitanti di Hammerfest ne hanno abbastanza di queste renne.»
Niente di nuovo, si disse Klemet. Erano anni che la questione delle renne in
città nel periodo estivo inquinava i rapporti tra una comunità e l’altra.
Ci si metteva persino il sindaco di Hammerfest che pubblicava sulla sua
pagina Facebook le foto delle renne che sorprendeva in città.
Nina e Klemet tornarono sulle alture dello stretto. Non era la prima volta che
delle renne annegavano per raggiungere un pascolo o per tornarne.
In primavera, numerosi branchi che avevano trascorso l’inverno nella parte
interna della Lapponia, fra Kautokeino e Karasjok, tornavano ai pascoli estivi
sulla costa settentrionale, talvolta sulle isole. Alcuni animali ci andavano a
nuoto, altri venivano fatti salire sulle chiatte da sbarco prese a nolo dall’ufficio
delle renne. In autunno, percorrevano il cammino inverso. Era routine. Mai però
Klemet aveva sentito parlare della morte di un allevatore in circostanze simili.
Le parole di Susann l’avevano ferito, anche se sapeva che aveva torto: la loro
presenza non avrebbe cambiato niente.
Il riverbero lo accecava. Infilò gli occhiali da sole. Le renne annegate erano
state tutte ripescate, una trentina in totale. Il resto del branco aveva attraversato
alcune ore prima senza problemi. Le altre, con Anneli, avrebbero raggiunto il
loro prossimo pascolo in un secondo momento.
Nina lo distolse dai suoi pensieri. Lo fece senza tanti giri di parole, come suo
solito.
«Che problema hai con Nils?»
Klemet la guardò senza dire niente. Spesso funzionava, ma non questa volta,
non con lei.
«Non sei tenuta a pensare che io abbia dei problemi con tutti gli allevatori
della regione.»
Klemet si smarrì nel contemplare lo Stretto del lupo.
«Ma non hai visto che atteggiamento?»
Nina non rispose. Sembrava anche lei assorta nella contemplazione dello
stretto. Di fronte a lei scintillavano i pendii ancora innevati. Le renne dovevano
essersi già inoltrate verso l’interno di Kvaløya, alcune in direzione della città,
altre verso l’altipiano desertico dell’isola.
«Sì» disse poco dopo. «Sì, lo so, è insopportabile. E irresistibile.»
«Cosa vuoi dire?»
Per una volta fu Nina a restare in silenzio.

Il cellulare di Klemet squillò mentre la pattuglia P9 riscendeva a valle.


«Tracce? Quali tracce?»
Un caso di furto di renne.
«Ci farà pensare ad altro» affermò Nina dopo che lui ebbe chiuso la
conversazione.
In un parcheggio lungo la strada che si inoltrava nel Repparfjord, all’ora
stabilita incontrarono l’allevatore che aveva appena segnalato il furto. Una
puntualità che aveva del miracoloso in quella regione immensa e spopolata dove
“si arrivava quando si arrivava”.
Il ladro non aveva preso molte precauzioni. Il luogo del furto si trovava ad
appena una quindicina di metri dalla strada, abbastanza allo scoperto, sul lato
della montagna. Il rischio corso era ancora più sorprendente perché la luce non si
affievoliva di molto neppure in piena notte. L’allevatore ripartì subito. Durante la
transumanza non ci si poteva assentare a lungo.
La bestia era stata fatta a pezzi sul posto, altro inusuale segno di sprezzo del
pericolo. I furti di renne avvenivano per lo più in autunno, non solo perché le
bestie erano più sane grazie all’erba brucata lungo la costa e di conseguenza la
carne migliore, ma anche perché l’oscurità permetteva di cacciare di frodo senza
grandi rischi. Klemet e Nina infilarono guanti di plastica blu per rivoltare il
corpo e la testa tagliata della renna, il cui palco era sparito. Non le due orecchie,
però. Nina prese l’iniziativa.
«Se ci sono le orecchie, vuol dire che il nostro ladro non è del posto,
altrimenti saprebbe che il modo migliore per far archiviare un furto è quello di
farle sparire. Non è così?»
Klemet non ritenne di dover rispondere. Nina non era più una novellina nella
polizia delle renne e ne aveva già assimilato i principi fondamentali. Niente
orecchie, niente marchi; niente marchi, niente proprietario; niente proprietario,
niente denuncia. Niente denuncia, caso archiviato. La logica implacabile
dell’investigazione di polizia in Lapponia. Però bisognava saperlo. Ogni renna
veniva marchiata su entrambe le orecchie col marchio che identificava
univocamente un allevatore. La polizia disponeva di un registro che recensiva le
centinaia di marchi in uso nella regione. Klemet e Nina si guardarono ed ebbero
contemporaneamente la stessa idea. Tornarono verso il pick-up e cominciarono a
raccogliere i pezzetti di verbale gettati alla rinfusa nel retro.
6.

PORTO DI HAMMERFEST. VENERDÌ 23 APRILE. ORE 18.50.

Nessuno ricordava più con esattezza né perché né quando il più piccolo dei
moli del porto di Hammerfest fosse stato soprannominato Molo dei paria. Nils
trovava che questo nome gli si addicesse.
Il molo, pur essendo in città, sembrava del tutto isolato dal centro storico e dai
suoi diecimila abitanti. A duecento metri alla sua sinistra, di fronte al mare, c’era
la piazza principale, con il municipio, l’Hotel Thon, il chiosco Narvesen che
vendeva giornali e caramelle, il rivenditore di kebab, e alcuni negozi. La sede
delle compagnie petrolifere si ergeva alle sue spalle, al di sopra di un centro
commerciale.
A pochi passi sulla destra, il modernissimo Centro culturale artico, le cui
strutture di notte s’illuminavano di blu, un imponente edificio costruito sulla baia
grazie ai soldi ricavati dal gas del Mare di Barents. Niente di strano, se si
pensava che Hammerfest era stato il primo villaggio a beneficiare
dell’illuminazione pubblica delle strade nel nord dell’Europa.
Eppure nessuno si spingeva mai fino a quella parte del porto. Quei cento metri
equivalevano a cento chilometri.
Il Molo dei paria rifletteva l’immagine di un mondo a sé. Da un lato vi
attraccavano piccole barche da pesca, mai molto numerose, quattro o cinque al
massimo, quelle di alcuni pescatori sami e di altri non sami, ma che svolgevano
comunque i lavori più pesanti.
L’altro lato era riservato di norma alle navi dei sommozzatori. Quella sera
l’Arctic Diving era ormeggiata lì.
A rendere quel luogo particolare erano comunque i due bar quasi invisibili
situati sul prolungamento del molo. Sorgevano l’uno accanto all’altro, e tuttavia
non avrebbero potuto essere più distanti. Grossi bidoni di nafta fungevano da
linea di demarcazione. Il primo era conosciuto come il covo dei sommozzatori e
dei marinai di ritorno da una missione, un posto ben diverso dal Black Aurora,
che era riservato alle serate destinate a far colpo sui presenti.
Al Riviera Next, il bar sul Molo dei paria, i sommozzatori si ritrovavano fra
loro senza sentire il bisogno di darsi tante arie, pur non rinunciando alla loro
reputazione di donnaioli, festaioli, litigiosi e strafottenti che creava disagio tra i
residenti. Rari erano gli eletti estranei al loro mondo, che potevano mettere piede
in quell’antro senza sentirsi ben presto dei pesci fuor d’acqua.
Il bar accanto, il Bures, “buongiorno” in sami, aveva un aspetto ancor più
spoglio. Si passava da un mondo all’altro, con pescatori sami e non. Gli abitanti
della costa, piccoli pescatori che lottavano per sopravvivere con la pesca
tradizionale nei fiordi, erano l’ultimo gradino nella gerarchia sami, dominata dai
grandi allevatori di renne. Ma quelli le cui bestie stazionavano sulla Kvaløya non
erano grandi allevatori e non lo sarebbero mai diventati. Era questa la ragione
per cui alcuni di loro venivano talvolta al Bures. Talvolta. Ben di rado. A
Hammerfest, città vendutasi ormai completamente al petrolio e al gas del Mare
di Barents, non si sentivano benaccetti. Sul Molo dei paria potevano evitare il
contatto con il resto della città.
Semplici saracinesche chiudevano l’accesso ai due locali. Una volta alzate,
uno spazio aperto fungeva da sala fumatori, con due tavoli, alcune panche,
portacenere sparsi un po’ ovunque e semplici lampadine che irradiavano una luce
fredda. L’entrata ai bar era sul fondo, porte senza alcuna insegna. Se non se ne
conosceva l’esistenza, ci si passava davanti senza neanche farci caso.
Dopo aver trascorso parte della giornata nella camera di decompressione con
Tom Paulsen, Nils Sormi era andato a rintanarsi lì. Al Black Aurora ci sarebbe
andato più tardi. Henning Birge, il rappresentante locale di Future Oil, l’aveva
raggiunto mentre scendeva dall’imbarcazione. Un uomo prestante, dal viso
sottile, capelli biondissimi accuratamente pettinati con la riga di lato e occhialini
da contabile, che gli stava facendo una bella lavata di capo.
Quelli lì se ne fregano di sapere cosa succede là sotto, pensava Nils. Ma non
avrebbe protestato davanti agli altri. Incassava. Questione di atteggiamento.
Sapeva di essere il migliore e quel tizio, con tutte le sue arie, non poteva fare a
meno di lui. Nils lo sentiva sbraitare ma le sue parole gli scivolavano addosso.
Se ne infischiava dei ritardi, dei costi extra, delle tasse. Bastava che non
superasse il limite: un sottile confine che dipendeva da come gli altri, là fuori,
avrebbero giudicato la situazione. L’insufficiente preparazione della missione
non era imputabile alla sua responsabilità di sommozzatore. Birge non si rendeva
nemmeno conto che lui, Nils Sormi, l’aveva tolto dai guai.
Paulsen si avvicinò al petroliere e gli spiegò, nel suo tipico modo che ispirava
sempre rispetto, come Sormi avesse salvato la missione rischiando la pelle, “e
tutto per un fottuto pezzo d’acciaio stivato male”.
Gli altri sommozzatori seguivano la scena in silenzio. Sormi restava
impassibile. Il petroliere si stava rendendo ridicolo agli occhi di tutti,
perfettamente consapevoli della prodezza di Nils, il quale non si meravigliò
quando vide Henning Birge cambiare bruscamente atteggiamento. Si era reso
conto dell’aria che tirava e lo prese per le spalle per abbracciarlo.
«Dai, è andato tutto bene. Nils, siamo fieri di lavorare con te.»
Nils ne approfittò per sussurrargli qualcosa all’orecchio: «Non dovevi
rimproverarmi davanti a tutti» disse stritolandogli una spalla con la mano. «Che
non succeda mai più.»
Si separarono. A dispetto del dolore, Birge sorrideva. Parlò rivolgendosi a tutti
i presenti.
«Sormi è l’immagine del futuro di questa terra, il Finnmark, coraggio e onore,
un esempio per tutto il popolo sami, un uomo che prende in mano il proprio
destino e non si accontenta di reclamare denaro guadagnato dagli altri. Bravo
Nils.»
Se ne andò senza aggiungere altro.
Nils andò a sedersi all’aperto, dal lato dei sommozzatori. Al di là dei bidoni,
alcuni pescatori bevevano birra. Forse sami che pescavano nei fiordi, ma non
solo, anche se lungo la costa era impossibile stabilire chi fosse sami e chi no. La
gente si mescolava da secoli. Nils conosceva le sue origini sami, ma non le
aveva mai rivendicate. Non ne vedeva il motivo. Se la compagnia lo voleva fare,
liberissima, anche se lui non capiva quale vantaggio potesse trarne. A
Hammerfest la maggior parte degli abitanti ignorava ciò che succedeva a poche
decine di chilometri da lì, sulla tundra. Bevve una bella sorsata di birra
chiudendo gli occhi. Tutt’a un tratto udì un lento applauso, come un’eco
proveniente dall’angolo più buio del Bures.
«Bella prestazione, puoi essere fiero di te.»
L’applauso risuonò in un silenzio lugubre. Nils scorse Olaf che usciva
dall’ombra con una birra in mano. Guarda un po’, lo Spagnolo era in città. Che
ci faceva qui? Olaf Renson sedeva al parlamento sami svedese pur essendo un
allevatore di renne. La sua militanza dava molto fastidio a molti. Amava
provocare e il suo atteggiamento altezzoso gli era valso il soprannome di
Spagnolo.
«Non ci sono dubbi: sei molto diverso da Erik» continuò Olaf Renson. «Lui
non si sarebbe mai lasciato umiliare in questo modo. Era un uomo tutto d’un
pezzo.»
Nils non rispose subito. Aveva appena visto alle spalle del sami la moglie di
Erik Steggo. La conosceva appena.
«Di che vi immischiate?» rispose loro con cattiveria. «State insieme adesso?
Non ti vergogni a farti vedere qui con lui quando tuo marito è appena morto!?»
«Olaf mi dà consigli su come gestire il branco. Sono sola ora, lo sai bene,
perché sei stato tu a ripescare Erik e ti ringrazio. Dev’essere stata dura anche per
te. Non hai bisogno di offendere il mio amico Olaf col pretesto che è fedele alle
sue tradizioni. Libero di fare le tue scelte.»
«Le sue tradizioni! Parliamone. È vero che le renne non hanno mai fatto parte
della mia cultura, povere bestie, ma proprio voi venite a parlarmi di coraggio?
Che sciocchezza. E voi altri, avete sentito? Guardateli questi bei sami che si
riempiono la bocca di belle parole sulla sopravvivenza della loro cultura ma non
hanno il fegato per andare fino in fondo e chiedere l’indipendenza pur avendo
una terra, un parlamento, una bandiera e tutto il resto.»
Intorno a Nils i sommozzatori si godevano lo spettacolo. Alcuni battevano i
bicchieri sul tavolo. Nils non sembrava farci caso, lo sguardo gelido fisso sui due
sami.
«Vorrei proprio vedere cosa riuscireste a fare se otteneste quello che volete. E
sapete perché lo chiamano Spagnolo, quello lì? Perché a quanto pare ha le
natiche fiere come quelle dei toreri, ma soprattutto è un maestro nel tirarsi
indietro quando arriva il momento di assumersi qualche responsabilità. Io,
invece, quando sono in immersione, me le prendo eccome, le mie
responsabilità.»
Alcuni sommozzatori fischiarono per incoraggiare Nils mentre altri
applaudivano ridendo. Dall’altra parte i volti si facevano scuri. Alcuni che non si
sentivano parte in causa, rientrarono nel bar.
«Dimentichi che le cose stanno cambiando.»
Olaf si avvicinò ai bidoni e puntò il dito contro Nils.
«Stiamo per ottenere la nostra autonomia. E sarà tutto diverso!»
«Ah sì, e come la finanzierete la vostra autonomia, vendendo pelli di renna? I
soldi sono il petrolio che sta là, nel mare.»
«Questa autonomia sarà anche la tua. E poi tu, poveraccio, cosa credi di
essere? I soldi, il petrolio, sono nostri, dei sami. Queste terre, questo petrolio,
quest’acqua, tutto questo è nostro!»
Diversi sami applaudirono e gridarono a loro volta. Alcuni sommozzatori si
alzarono. Klemet arrivò in quell’istante.
«Penso che dobbiate darvi tutti quanti una bella calmata» esordì.
Nils si risedette. Era stanco. Olaf posò bruscamente la birra.
«Ah, i due collaborazionisti!» sibilò. «Me ne vado, non ho più niente da fare
qui.»
«Cambia disco» replicò il poliziotto con aria stanca. «Anneli, sono venuto per
parlare con te, si tratta del tuo branco.»
Da un lato e dall’altro dei bidoni, tornarono tutti ai rispettivi bicchieri. La foga
si smorzò velocemente, assorbita dal grigiore di quella giornata. Nils alzò il
bicchiere vedendoli andar via.
«Alla vostra, paria.»
7.

HAMMERFEST. CLUB DELL’ORSO POLARE. ORE 22.00.

L’Antica Società Reale dell’orso polare, “il club” per i frequentatori abituali,
condivideva con l’ufficio del turismo di Hammerfest i locali situati in uno di
quegli immobili bassi e tristi che deturpavano il centro della città.
L’entrata si trovava al piano terra, rivolta verso un molo dalle acque profonde
dove ogni giorno in tarda mattinata approdavano gli imponenti traghetti della
Hurtigruten, il postale dei fiordi che univa Bergen a Kirkenes. Cinquecento metri
lo separavano dal Molo dei paria. Il club era chiuso al pubblico da diverse ore,
ma la sala sul fondo, riservata alle cerimonie, quella sera era illuminata.
Markko Tikkanen aveva fatto le cose per bene. Come sempre.
«Faccio sempre ciò che va fatto.»
Si muoveva rapidamente a dispetto della mole, sistemandosi un ciuffo ribelle
dei capelli castani mal impomatati, per controllare per l’ultima volta che tutto
fosse in ordine.
Il tavolo ottagonale al centro della stanza, con i piedi in legno ricoperti di
cordame, sul cui ripiano era intagliato un orso bianco in avorio, era ancora
sparecchiato. Ai suoi invitati piaceva ammirare l’orso prima che fosse ricoperto
da una tovaglia. Dava loro forza, sostenevano.
Contenti loro.
Le due sedie e le due panche disposte intorno al tavolo erano ai loro occhi
altrettanto preziose. Ricoperte da pelli di foca, erano impreziosite da
riproduzioni di figure rupestri rinvenute nella regione. Le pareti della stanza
erano decorate con pelli di foca, foto dell’epopea artica norvegese e ossa di
animali.
In un angolino, protetto dietro un vetro dagli assalti dei turisti, un osso di una
quarantina di centimetri richiamava generalmente l’attenzione dei visitatori.
Serviva all’iniziazione dei nuovi membri del club, ignari di vedersi conferire il
titolo grazie a un enorme osso di pene di tricheco.
La stanza senza finestre non godeva del dolce chiarore arancio e malva del
sole al tramonto, ma le luci smorzate erano altrettanto gradevoli.
Gli invitati arrivarono ben presto. Markko Tikkanen, servile più che mai, si
inchinò leggermente davanti a ciascuno di loro, dando il benvenuto nel
linguaggio spigoloso che gli derivava dalle sue origini finlandesi. Gli invitati
erano fra le persone più potenti di quella cittadina destinata a diventare, a
seconda delle preferenze, la Singapore del Grande Nord o la Dubai dell’Artico.
Comunque fosse, Tikkanen cercava di convincersene, anche se talvolta,
osservando quella piccola città incastrata in un angolo dell’isola, ai piedi di una
montagna battuta dai venti, di fronte al Mare di Barents, faceva fatica. Ma
Tikkanen era Tikkanen. «Mia madre mi ha fatto nascere ottimista. Altrimenti,
vedendo in che razza di tugurio sono venuto al mondo, sarei dovuto morire
subito per la disperazione.» Era così che pensava, con una visione poetica della
vita tutta sua. O forse era semplice buon senso.
Perfetto, è tutto pronto. Ah, ecco il Texano. Ed ecco un bel sorriso. Bill Steel
era un autentico texano per via del sigaro, e se anche fosse stato del Michigan,
Tikkanen l’avrebbe in ogni caso chiamato il Texano. Per via del sigaro,
naturalmente. Bill Steel era considerato un eccentrico poiché probabilmente era
il solo texano del pianeta a indossare un berretto dei Chicago Bulls. Nessuno
sapeva perché lo facesse. Metteva talmente soggezione col suo formidabile collo
taurino dalle vene pulsanti che, sospettando un motivo inconfessabile, nessuno
aveva mai osato andare a fondo della questione. E per questo motivo incuteva
ancor più soggezione. Se Tikkanen, uomo grasso e flaccido, divertiva la sua
cerchia soprattutto quando faceva del proprio meglio per compiacere i clienti,
cosa che non mancava mai di suscitare l’ilarità generale, il grosso Texano
impressionava per la sua stazza tutta muscoli, ragion per cui il finlandese gli
permetteva di chiamarlo Tikka pur non apprezzando il suo tono.
Eccezionale anfitrione quale riteneva di essere, Tikkanen conosceva il
pedigree dei suoi invitati. Alcuni avrebbero potuto prenderla male, ma le cose
stavano proprio così: lui schedava le persone. Amava conoscere l’occupazione di
ciascuno, le origini, le piccole abitudini. Tutto. Era convinto che questa sua
mania fosse giustificata dall’interesse dei suoi affari. Niente di sordido in tutto
ciò.
Prima di ogni incontro, Tikkanen consultava il suo schedario. Steel il Texano,
veterano dell’epopea petrolifera norvegese, arrivato nel Mare del Nord a metà
degli anni Sessanta, all’epoca in cui i norvegesi cominciavano a fiutare il
petrolio ma nella migliore delle ipotesi sapevano solo squamare i merluzzi.
Contadini e pescatori che non avevano idea di idrocarburi e che avevano fatto
venire esperti da mezzo mondo. La sua reputazione risaliva a quel periodo ed era
legata al suo modo particolarissimo di insultare ogni essere vivente che passasse
a meno di cinque metri da lui. Col trascorrere degli anni aveva messo giudizio.
Da lì la sua nomina a rappresentante nel nord della Norvegia della compagnia
americana South Petroleum, uno dei pesi massimi del settore.
Tikkanen si inchinò nuovamente a Henning Birge. Diffidava di quel biondone
dal viso affilato e pettinato con una riga di lato troppo perfetta. Sguardo da faina.
Troppo sicuro di sé. La sua compagnia Future Oil, svedese, e perciò di per sé
sospetta, non contava molto tra le grandi, ma si era imposta specializzandosi nei
luoghi a rischio. La si incontrava in tutti i paesi poco raccomandabili. Il petrolio
nell’Artico? Operazione ad alto rischio, magnifico: Future Oil si trovava nel suo
elemento. Tikkanen non disdegnava gli affari rischiosi. Chi non risica non rosica,
lo sapeva meglio di chiunque altro. Ma lui sapeva di potersi fidare di se stesso.
Quasi sempre. Salvo quando le circostanze, la fortuna e la burocrazia gli erano
avverse. Per non parlare delle calunnie che questa terra riservava a quelli come
lui. Tikkanen ancheggiò fino a un tavolo con le rotelle che avvicinò a sé. Le
bottiglie si urtarono. Fece un segno verso la tavola con l’orso.
Oltretutto, quel biondone della Future Oil che parlava all’orecchio del Texano
veniva dal sud della Norvegia. Un norvegese che lavorava per gli svedesi… Da
quelle parti era risaputo che la gente del sud non valeva un granché. Sbarcavano
con le loro idee, il loro accento e credevano di poter dare lezioni di vita a
chiunque. In compenso portavano anche molto denaro e progetti d’investimenti.
E per questo occorrevano terreni. E i terreni erano la sua specialità. Tikkanen
infatti non si limitava a schedare chiunque, era anche in grado di elencare i
proprietari di ciascuna particella di terreno esistente sull’isola, e di precisare
dove le renne andavano a brucare dalla primavera all’autunno. In altre parole,
dove potevano innescarsi i potenziali conflitti con gli allevatori. E questo valeva
oro, Tikkanen ne era consapevole, perché alle multinazionali poco importava di
chiudere qualche fabbrica, si diceva che faceva parte del gioco. Un conflitto con
un popolo autoctono, invece, era una pessima pubblicità e così le grosse imprese
cercavano di evitarlo. Tikkanen l’aveva capito. E aveva un sacco di idee per
affrontare questo genere di problemi.
Fece un ampio sorriso a Birge, indicandogli il suo posto. Gunnar Dahl fu
l’ultimo ad arrivare, insieme a Lars Fjordsen. Due persone del luogo, niente da
eccepire. Tipi schietti, senza smancerie. Stando al suo personale schedario, Lars
Fjordsen era per almeno un quarto sami, ma probabilmente lui stesso lo
ignorava, e verosimilmente non gliene poteva importar di meno visto che sulla
costa quasi tutti dovevano avere a dir poco un buon mezzo litro di sangue sami
nelle vene. Fjordsen era di bassa statura, quasi calvo, con piccoli occhi azzurri
ridenti che da un momento all’altro potevano inchiodarti alla parete.
Prima di entrare in politica, aveva lavorato come geologo per la Norgoil, la
compagnia statale norvegese di gas e petrolio. Aveva conosciuto il suo momento
di gloria grazie ai suoi studi sismici, contribuendo alla scoperta del giacimento di
gas di Troll nel Mare del Nord, all’epoca il più grande al mondo. Ambizioso
militante social-democratico, aveva avuto una rapida ascesa. Un vero animale
politico che conosceva tutti senza bisogno di schedari, cosa che suscitava
l’invidia di Tikkanen.
Tikkanen inquadrava con maggiore difficoltà l’ultimo dei quattro, che
suscitava in lui un certo timore. No, niente timore. Per la miseria, Tikkanen non
aveva paura di niente e di nessuno. In generale.
Di Gunnar Dahl si notava l’alta statura, la scura peluria e la magrezza. Una
magrezza che, a suo parere, aveva del ridicolo. Portava una specie di pizzetto,
senza baffi, alla Lincoln, che soprattutto assomigliava a quello dei pastori
protestanti che avevano ossessionato la giovinezza di Tikkanen. Pur dominando
nel settore petrolifero, Dahl si distingueva dai suoi colleghi. Se aveva l’aspetto di
un pastore non era per caso, infatti frequentava assiduamente la chiesa. Era
anche il più vecchio. Apparteneva alla prima ondata dei pionieri della Norgoil,
partiti alla conquista dei giacimenti del mondo intero, dopo che l’impresa
norvegese si era fatta le ossa sul territorio nazionale. Quando Norgoil aveva
iniziato a prendere in esame nuovi territori, la compagnia si era rivolta alla rete
dei missionari norvegesi, sparsi ai quattro angoli del mondo, per avere notizie
sulle comunità locali avvalendosi della loro logistica. I missionari appartenevano
alla Chiesa di Stato e la Norgoil lavorava per lo Stato, quindi tra servitori dello
Stato ci si comprendeva e ci si aiutava. Tikkanen riteneva da sempre che si
trattasse di ipocrisia allo stato puro. La maggior parte dei dirigenti della Norgoil
se ne infischiava della Chiesa, ma Gunnar Dahl era diverso. Non fumava, non
beveva, non andava a donne, il che gli era valso il soprannome di Monsignore,
nomignolo che suonava davvero strano in quell’ambiente brutale e privo di
scrupoli.
C’erano tutti. Tikkanen organizzava questo tipo d’incontri almeno una volta al
mese, sempre di venerdì. Incontri informali, senza un’agenda precisa, ma a cui
nessuno voleva rinunciare: buona tavola, buone bevande e talvolta buona
compagnia. Non era il caso di quella sera. Tikkanen sperava ugualmente di
racimolare qualche informazione utile.
Dopo aver messo la tovaglia, iniziò a servire i suoi invitati, che lo ignoravano
ostentatamente. Birge gli porgeva il bicchiere senza neanche guardarlo, Fjordsen
lo sollecitava a servire in tavola.
«Tikka, niente amichette stasera?» si lamentò il Texano svuotando mezzo
bicchiere di birra.
Tikkanen gettò uno sguardo imbarazzato verso il Monsignore, che non
partecipava mai alle loro tresche audaci. Il petroliere con l’aspetto del pastore
chiudeva comunque un occhio. Convinto dell’importanza di dare il buon
esempio, e consapevole della propria reputazione, preferiva comunque non
esagerare con i moralismi. Anche lui era lì per discutere di problemi di lavoro e
trovare eventuali soluzioni.
Senza attendere risposta, il Texano scoppiò in una fragorosa risata e si gettò
sulle tartine al salmone. Tikkanen annuì per incoraggiarlo. Una volta ancora
dovette assistere ai loro mormorii. In sua presenza era sempre così: lo tenevano a
distanza. Gli chiesero di andare a prendere altro vino per escluderlo dalla
conversazione. Era diventato una specie di rito cui egli stesso si piegava, perché
gli avevano fatto capire una volta per tutte che quello che doveva sapere lo
avrebbe saputo a tempo debito. Lui era capace di stare al suo posto, e non per
questo si riteneva un perdente. Ne risentiva solo il suo amor proprio. Era una
pedina e lo sapeva. Porse loro prelibati cocktail di gamberetti finissimi,
bocconcini di balena di cui il Texano andava pazzo, tranci di foca affumicata che
sembravano essere la sola debolezza del Monsignore, mentre Fjordsen si gettava
senza ritegno sugli involtini di renna, cosa che faceva sempre ridere gli altri,
visto che era conosciuto come il castigatore delle renne che si avventuravano in
città. Solo Henning Birge faceva sistematicamente lo schizzinoso, quasi
meravigliandosi che quelle pietanze potessero avere qualche sapore, dato che
Tikkanen non ne aveva alcuno.
«Senza cattiveria, eh Tikkanen?» diceva Birge con malcelata ipocrisia.
«Birge, sei proprio uno stronzo» scoppiava a ridere il Texano. «Non ci capisci
niente, e dovresti scopare un po’ di più. Oh, mi scusi Monsignore! Tikka, altra
birra!»
Poi si chinò verso Tikkanen per parlargli all’orecchio.
«Allora, le nostre amichette, non ce l’avevi promesso?»
A causa della sua pancia enorme Tikkanen faceva fatica a piegarsi, il tentativo
gli aveva tolto il fiato, si asciugò la fronte e invitò Steel a seguirlo nella stanza
accanto, dove teneva le scorte.
«Tre ragazze arrivano fra una settimana col bus da Murmansk. Credo che sarà
una serata memorabile.»
«Dannato Tikka, sei il migliore, figlio di puttana!»
«E… quanto ai progetti di South Petroleum, avete deciso?»
«Ah, ah, sei proprio un furbastro.»
«Solo per servirti» disse Tikka asciugandosi la fronte.
«Ti ho già detto, mio caro Tikka, che se mi trovi un bel posto dove gli
allevatori non ci rompono le palle, sarai il mio uomo.»
«Sai bene che terre così, da queste parti, sono rarissime.»
«Non rompermi i coglioni con tutti questi cazzo di dettagli Tikka, hai capito?»
Il Texano non aveva più l’aria simpatica. Le vene del suo collo erano
perlomeno raddoppiate di volume. Tikkanen gli mise una birra in entrambe le
mani, assumendo un’aria contrita.
«Intravedo soluzioni possibili ma ci vorrà del tempo se non si vuole dare
nell’occhio.»
«Me ne fotto, Tikka, non si tirano fuori duecento milioni di dollari dall’oggi al
domani. Ma mi occorre un piano per rassicurare i miei superiori a Dallas,
capisci?»
Il Texano tornò a sedersi con le sue due birre, mentre Tikkanen ritornava con
vassoi colmi di delicate prelibatezze. Bill Steel stava dicendo tutto il bene
possibile del giovane Sormi, un sommozzatore che considerava come un figlio.
«Come mio figlio» disse urlando all’indirizzo di Henning Birge. «Non gli
rompere i coglioni, testa di gallina.»
Scoppiò a ridere e assunse improvvisamente un’aria seria avvicinandosi agli
altri. I quattro uomini erano piegati e parlottavano tra di loro senza che Tikkanen
potesse comprenderli in maniera distinta. Il messaggio era chiaro: lui non faceva
parte della loro cerchia. Glielo facevano capire senza alcun riguardo per il suo
amor proprio, ma in fondo Tikkanen sapeva che lui sarebbe rimasto per sempre,
mentre loro… loro solo per poco. Un giorno o l’altro il vento dell’Artico li
avrebbe spazzati lontano, verso il sud. Anche Monsignore e Fjordsen. E riempì i
loro bicchieri di cognac tre stelle con un sorriso modesto e mellifluo.
Midday,

Tanti anni senza notizie. Un ex collega si è messo in contatto con me, uno dei
pionieri, ce l’ha col mondo intero. È tornato nella mia vita quando meno me
l’aspettavo, quando ero più a terra. Anche lui è a terra. Pensa che in due si
possa fare qualcosa. Parla di giustizia. Non so. In ogni caso, eccoci quassù. La
cosa non mi fa piacere, e neppure a lui. Non so come, ma dobbiamo fare quel
che dobbiamo fare. Un appuntamento con gli uomini.
8.

SABATO 24 APRILE.
IL SOLE SORGE ALLE 3.20 E TRAMONTA ALLE 21.26. DICIOTTO ORE E SEI MINUTI DI LUCE.
QUARTIERE DI PRAERIEN (LA PRATERIA) SULLE ALTURE DI HAMMERFEST. ORE 7.30.

Quel mattino, la pattuglia P9 era stata svegliata presto da una telefonata di


Lars Fjordsen, il sindaco di Hammerfest. Era infuriato. Fjordsen non era il tipo
che girava intorno alle cose. Aveva visto delle renne in città mentre andava a
piedi al municipio, come faceva ogni mattina alle prime ore dell’alba. Era un po’
presto, si era lamentato.
Già in maggio era una piaga, ma se cominciavano ad arrivare addirittura in
aprile non si sapeva come sarebbe andata a finire. E che non gli si venisse a dire
che si trattava di capi isolati. Gli allevatori dicevano sempre la stessa cosa e
Fjordsen non aveva bisogno che la polizia delle renne ripetesse il solito
ritornello. Che venissero piuttosto a sgomberarle prima che uno scuolabus
facesse un incidente.
Era stato Klemet a ricevere la telefonata. Per fortuna, si era detta Nina, perché
lei quel mattino non era dell’umore giusto per sopportare le recriminazioni del
sindaco. Aveva dormito male. Troppa luce troppo presto. A casa sua, nel sud
della Norvegia, a duemila chilometri da lì, le notti erano più buie, anche in
questa stagione. Aveva sempre avuto l’abitudine di dormire senza tende per
sentire il ritmo delle stagioni, vivere secondo ciò che la natura aveva da offrire,
luce compresa. Così l’aveva educata sua madre: si ricevevano con gratitudine i
doni del Signore. Ma qui si esagerava. Nel rifugio di Skaidi dove lei e Klemet
avevano di nuovo passato la notte, la sua cuccetta era orientata verso est e quel
mattino il sole brillava in tutto il suo fulgore già nella fase più fragile del suo
ciclo di sonno. Delle renne in città. La giornata non sarebbe stata troppo
monotona. Anche Klemet sembrava di cattivo umore, ma sicuramente per altri
motivi.
Impressione sgradevole, Nina si sentiva stanca già al risveglio. Colazione
rapida e silenziosa. A un’estremità del tavolo erano sparsi i frammenti dei
verbali. La loro ricostruzione era più difficile del previsto. Klemet doveva essere
veramente furioso quando li aveva strappati. Si erano stancati prima di
terminare, avrebbero finito più tardi. Un’ora dopo la pattuglia arrivò sulle alture
della città, nel quartiere di Praerien, dietro il piccolo aerodromo. Più in basso le
schiere di case seguivano curve parallele che scendevano lungo il fianco della
montagna fino al mare. Il quartiere, così come l’unica pista e pure il resto della
città vecchia, sorgeva a ridosso della montagna, a strapiombo sulla baia. Case
spaziose ma prive del lusso vistoso che ostentavano alcune costruzioni più
recenti. I giardini erano ancora per metà ricoperti di neve ma il vigore
primaverile già palpabile preparava il suo assalto di colori e profumi. Bisognava
aspettare ancora due lunghi mesi prima che la nuova stagione esplodesse, ma
Nina percepiva nell’aria un fremito a lei sconosciuto. Non le ci volle molto per
scorgere il gruppo di renne che aveva guastato l’alba del sindaco. Una decina
appena. Brucavano lungo Måneveien, “il cammino della luna”.
«Comincia col fare il giro del quartiere» le consigliò Klemet.
Nina rimise in moto il pick-up Toyota. Il quartiere consisteva di sei o sette
blocchi di una trentina di case ciascuno. Pareva proprio che il gruppo fosse
isolato. Non c’erano altre bestie all’orizzonte. Nina tornò a parcheggiare a circa
cinquanta metri dalle renne. Alcune si interessavano a dei fiori piantati di
recente, irresistibili dopo sei mesi di dieta a base di licheni. La casa sembrava
vuota, chi ci abitava era già andato al lavoro.
«Come reagisce la gente quando si trova le renne così, davanti a casa?»
«Non è troppo contenta. Lo vedi, brucano i loro fiori, ti lascio immaginare.
Guarda per esempio il vecchio che sta uscendo laggiù.»
Un abitante del quartiere, un uomo di una certa età, aveva appena scorto le
renne. Si appoggiava a fatica a un bastone ma i suoi gesti tradivano un certo
nervosismo. Avanzò fino alla staccionata in legno del suo giardino e la colpì
violentemente col bastone per spaventare le bestie che sollevarono la testa ma
decisero di ignorarlo.
«Il periodo più problematico è l’estate. Avresti dovuto vedere l’anno scorso,
prima che tu arrivassi. Ne sono venute a decine e hanno combinato un sacco di
guai. Cercavano il fresco della brezza marina e l’ombra degli edifici, e
mangiavano tutto quello che trovavano. Non t’immagini Fjordsen. Era
furibondo.»
Il vecchio avanzò ancora di qualche passo sul marciapiede e colpì la cassetta
delle lettere in metallo. Questa volta le renne si allontanarono immediatamente.
Un’auto che sopraggiungeva ne schivò una per un pelo e il branco si sparpagliò.
Il vecchio le guardò per un istante, poi fece per rientrare, per tornare però subito
a voltarsi, come se si fosse appena reso conto di qualcosa. Guardò verso la
Toyota e agitò il bastone.
«Non c’è bisogno di leggere i labiali» disse Klemet. «Forza, faremmo meglio
a intervenire.»
Nina rifece il giro del quartiere per spingere le renne tra l’auto e la recinzione
che costeggiava il lato della montagna e circondava quasi tutta la città per
impedire alle renne di entrarvi.
«Evidentemente la barriera del sindaco non è tanto efficace.»
Klemet non rispose subito. Esaminava la recinzione col binocolo.
«Ci sono dei cancelli ma quelli che vanno a spasso in montagna dimenticano
talvolta di chiuderli. Ci sono anche quelli che li aprono apposta perché non
amano l’idea di stare chiusi in un recinto.»
«Hanno l’impressione di essere loro, le renne?»
«Qualcosa del genere, immagino.»
Klemet posò il binocolo e scese dall’auto. Lisciò il suo parka, si guardò
intorno e si avvicinò alle renne. Nina si appoggiò comodamente con le braccia e
il mento sul volante e seguì con lo sguardo il collega. Klemet camminava molto
lentamente. Le renne brucavano indifferenti a una trentina di metri. Avanzava a
passi lenti, un po’ ridicolo con quell’uniforme che lo rendeva ancora più goffo.
Nina non poté fare a meno di sorridere immaginando il seguito. Klemet le
ricordava Armstrong che esplorava il suolo lunare: camminava pesantemente,
ciondolando come un orso. A un certo punto, iniziò ad alzare lentamente le
braccia, come un uccello che cerchi di spiccare il volo, per poi riabbassarle
altrettanto lentamente. Ripeté quel gesto ampio proseguendo la sua marcia
lunare. Il sorriso si era trasformato in una risata. Nina estrasse la macchina
fotografica dalla tasca e immortalò la scena. La stanchezza del mattino era
completamente svanita. Alcune renne alzavano la testa e guardavano quella
bizzarra creatura avanzare verso di loro. Nina capiva che Klemet non voleva che
si spaventassero e si disperdessero di nuovo. Bisognava dirigerle con calma nella
direzione desiderata, e cioè verso la recinzione che distava circa duecento metri.
Le renne più vicine cominciavano a reagire, sollevando la testa e facendo alcuni
passi. Fin qui tutto bene, pensò Nina. Spostò l’auto di alcuni metri dietro Klemet
per bloccare la strada e stringere la morsa. Klemet si fermò guardandosi intorno
come per accertarsi che nessuno lo sorprendesse mentre si abbandonava a quella
pantomima. Apparentemente rassicurato, riprese il suo leggero passo d’uccello
lunare, quando da una via trasversale sbucò un’auto. Vedendo le renne e il
poliziotto, il conducente suonò a più riprese il clacson e salutò con un braccio
teso fuori dal finestrino. Le renne, spaventate, si sparpagliarono subito in tutte le
direzioni, mentre l’auto si allontanava strombazzando. Tutto da rifare. Klemet si
lanciò per cercare comunque di bloccare il passaggio a sinistra. Correva agitando
le braccia, ma quando vide una porta aprirsi e una testa far capolino, si fermò e
abbassò le braccia, riprendendo a camminare dignitosamente. Non appena la
porta si fu richiusa, riprese la corsa a braccia aperte. Nina rideva divertita.
Klemet continuava a correre, ma tutt’a un tratto finì lungo e disteso in un
fossato. Pur non volendo, Nina scoppiò di nuovo a ridere. Le renne si erano
calmate. Erano ferme a qualche decina di metri e brucavano nelle aiuole di altri
giardini seminate di fresco. Una vicina uscì di casa e osservò Klemet che
ripuliva il parka macchiato di fango e neve con aria indispettita. Nina non
sentiva quello che la vecchia diceva, ma certamente non lo aiutava a calmarlo.
Fu quasi tentata di accorrere in suo aiuto. Klemet evitava di guardare nella sua
direzione, cercando di darsi un contegno. Si rivolse di nuovo alla vecchia che si
girò rapidamente e rientrò in casa scuotendo la testa con aria indignata. Da quel
che Nina riusciva a vedere, le renne si erano divise in almeno tre gruppetti. La
missione si faceva più complicata, infatti Klemet stava tornando verso l’auto.
Salì sbattendo la portiera.
«Facciamo un verbale. Ci hanno chiamato per dire che c’erano delle renne e
noi le abbiamo viste. Ecco fatto.»
«Ecco fatto?»
«Sì, ecco fatto. Fine della missione. Una piccola grande missione della
gloriosa polizia delle renne» brontolò ancora seccato. «Telefoniamo a Morten
Isaac, è lui il capo del distretto, sono le renne di uno dei suoi allevatori.
Dopotutto è compito suo recuperarle se non vuole che si becchino qualche
fucilata.»
«Sì, da soli non ce la possiamo fare» confermò Nina mordendosi le labbra per
non ridere.
Concentrato sul suo cellulare, Klemet non la vide.
«Pronto Morten, qui Klemet. Sì, sì, quello della polizia delle renne. Ci sono di
nuovo delle renne a Praerien. Devi mandare qualcuno subito.»
Klemet allontanò il cellulare dall’orecchio. All’altro capo del telefono, il capo
del distretto gridava furioso.
«Per me è uguale» proseguì Klemet. «Passiamo noi da te. Devo parlarti anche
di un’altra cosa, non ti muovere, arriviamo subito. E manda i tuoi uomini,
cazzo!»
Riagganciò scuotendo la testa.
«Che testa dura.»
Nina si diresse verso il centro.
«Dove si trova Morten Isaac?»
«A Kvalsund»
Klemet accese la radio, era l’ora del notiziario regionale sul canale Nrk
Finnmark. I dati relativi alla disoccupazione per il mese di marzo erano, come
già da tempo, in calo; la Norgoil annunciava la firma di un nuovo contratto di
gestione elettrica con una compagnia locale per circa centocinquanta milioni di
corone; due incidenti di scooter da neve avvenuti sul fiume dove il ghiaccio
aveva ceduto, i conducenti se l’erano cavata. Il cronista raccomandava prudenza
per il fine settimana, quando diverse famiglie sarebbero andate a fare picnic
fuoriporta con i loro scooter. L’incidente a lieto fine che aveva colpito un
sommozzatore era riportato in maniera assai vaga. Seguiva una lunga intervista a
Fjordsen, che si lamentava di nuovo per la presenza delle renne a Hammerfest.
Era la prima invasione della stagione e, continuava a sottolineare indignato, la
situazione non sarebbe certamente migliorata, perché la città aveva bisogno di
estendersi per accogliere nuove imprese che, lo capivano tutti, se si voleva
mantenere l’occupazione al livello più alto, dovevano trovare le condizioni per
incrementare lo sviluppo. Il festival pasquale di Kautokeino era in pieno
svolgimento, con numerosi artisti attesi per quella sera. Una partita
d’allenamento dell’Alta If era terminata con un piccolo ma ben augurante 1-0
contro il Til sul terreno di quest’ultimo a Tromsø.
Klemet spense la radio.
«Non una parola sulla morte di Steggo» notò Nina.
«Ne hanno parlato ieri. Cosa vuoi che dicano ancora?»
«Cosa ti ha detto poco fa quella vecchia? Mi è sembrato che tu le abbia
risposto piuttosto bruscamente.»
Klemet era seccato.
«Le solite accuse. Che i sami con le loro renne non hanno il diritto di stare
qui, che disturbano tutti e che sono dei buoni a nulla.»
«Ha avuto il tempo di dire tutto questo?» chiese Nina divertita.
«Ripetono sempre tutti la stessa cosa.»
«E tu cosa le hai risposto?»
Klemet alzò le spalle.
«Di andare a guardare le foto di famiglia e che ci avrebbe sicuramente trovato
un bisnonno sami. A quanto pare non le è andata giù.»
Nina scoppiò a ridere.
«Non ci posso credere!» esclamò continuando a ridere. «Non è molto carino»
aggiunse.
«E perché mai sarebbe scortese dire a qualcuno che ha del sangue sami? Sulla
costa tutti hanno sangue misto, ma tutti fanno finta di niente. È davvero
assurdo.»
Nina era pensierosa.
«Hai ragione. Non volevo ferirti. Scusami.»
Restarono in silenzio per il resto del tragitto. Erano per strada già da un po’.
Uscirono dal tunnel a sud dell’isola e imboccarono il ponte sospeso. Si voltarono
contemporaneamente verso destra, dal lato dove era annegato Steggo.
«Hai idea di cosa possa essere accaduto?»
«Ti riferisci all’allevatore?»
«La donna che abbiamo visto all’accampamento…»
«Susann.»
«Parlava di problemi sulla via della transumanza.»
«Durante la transumanza gli allevatori percorrono le vie tradizionali lungo le
vallate, là dove le renne troveranno di che nutrirsi, visto che possono volerci
settimane per arrivare ai pascoli estivi lungo la costa.»
«E dov’è il problema?»
«Ecco, dopo i mesi invernali le renne sono molto deboli, in alcuni casi,
veramente molto molto deboli. Hanno mangiato solo licheni per tutto l’inverno,
lo stretto necessario per restare in vita. Alcuni allevatori cercano di arrivare per
primi sui pascoli migliori in modo che le loro renne si irrobustiscano, anche se la
consuetudine vuole che si rispetti un certo ordine.»
«E pensi che ci fossero conflitti di questo tipo fra gli allevatori che si
trovavano lì l’altro ieri?»
«Cercheremo di scoprirlo.»
Qualche minuto dopo, l’auto si fermò accanto alla stazione di servizio. Klemet
andò a bussare alla porta di una stretta casa di legno. Gli aprì un uomo sulla
sessantina, i capelli arruffati. Indossava un pesante maglione di lana, una
calzamaglia e uno spesso paio di calze. Aveva in mano un paio di pantaloni e si
stava preparando per uscire. Senza dire una parola, si scansò per lasciarli entrare.
Il capo del distretto 23 andò a preparare il caffè. Dalla finestra si scorgeva il
braccio di mare, il ponte sospeso e, di fronte, Kvaløya, l’isola della Balena. Ma
non si riuscivano a scorgere il luogo dell’annegamento né la roccia sacra.
«Conosci Nina Nansen, è stata assegnata quest’inverno alla pattuglia P9.»
«Non la conosco, ma ne ho sentito parlare. La bella biondina che arriva dal
sud. Cos’hai fatto di male all’accademia di polizia per essere mandata qui, mia
cara?» domandò Morten Isaac. «Di’ un po’ Klemet, non si trovano più ragazzi
per la Lapponia?»
«Qualcosa in contrario, Morten?» replicò Nina. «Da quanto ho capito, anche
presso i sami ci sono donne allevatrici.»
«E credi che l’allevamento delle renne ne trarrà qualche vantaggio? E poi
quante sono? Fa comodo ai giornalisti e ai politici di Oslo, con le loro idee di
mettere quote rosa ovunque.»
«Certo, e invece con gli allevatori maschi le renne sono curate meglio»
ironizzò Nina. «A proposito, sai perché siamo qui…»
Klemet spiegò una carta sul tavolo della cucina, evitando di immischiarsi nella
conversazione: argomento troppo delicato. Morten Isaac servì il caffè, e senza
aspettare alcuna spiegazione da parte di Klemet, mostrò la linea che circondava
la città di Hammerfest.
«Per anni abbiamo litigato col comune per questi problemi. Adesso sono
riusciti a fare montare un recinto di venti chilometri per impedire alle renne di
andare a disturbare in città. Che piaccia o no, la città è però sul passaggio che dà
accesso a una zona di pascolo molto importante per le renne durante il loro
soggiorno sull’isola.»
Nina si guardò intorno. La cucina era ammobiliata in maniera spartana, così
come il resto dell’abitazione, per quanto aveva potuto vedere entrando nella
casa. Gli allevatori abitavano solo temporaneamente lungo la costa: la loro
residenza principale era nella Lapponia interna, dalle parti di Kautokeino, Masi o
Karasjok, in piena tundra. Notò che Morten Isaac seguiva il suo sguardo.
«Non troverai allevatori molto ricchi da queste parti. Siamo una ventina, uno
dei più piccoli distretti della Lapponia. Duemila renne in tutto, è poco. Ma è
ancora troppo per la gente di qui.»
«Forse, ma ci sono delle regole» lo interruppe Klemet. «Siete tenuti a
impedire alle vostre renne di entrare in città. Esasperare la situazione non serve a
niente.»
«Ma sarà sempre peggio» urlò Morten Isaac battendo un pugno sul tavolo.
«Non vedi quello che stanno facendo ovunque, per colpa di quel maledetto
petrolio? Intendono aprire l’ennesima raffineria e di conseguenza occorrono altre
terre. E a chi credi che le prenderanno? Uscite adesso, bisogna che riunisca i
miei uomini. Vado a cercare per l’ennesima volta le renne, e a farmi di nuovo
insultare.»
Nina vide che Klemet stava per rispondere, così lo afferrò dolcemente per la
manica. Il messaggio era stato recepito. Poteva bastare. Era ora di passare ad
altro.
Si ricordò di Susann. Il capo del distretto stava finendo di vestirsi senza più
degnarli della minima attenzione.
«Morten, c’erano allevatori che hanno avuto qualche problema sulla via della
transumanza, nel gruppo che trascorre l’estate sull’isola della Balena?»
Morten Isaac abbottonò i pantaloni della tuta trattenendo la pancia, guardò
Nina, poi Klemet.
«Non hai sentito cosa ho appena detto? C’è sempre meno terra. Che effetto
credi che abbia sugli allevatori? Per la miseria, bisogna spiegarvi tutto come a
dei ragazzini di dieci anni?»
A Nina, quella disperazione era già diventata familiare. Era la stessa di Mattis,
per esempio, l’allevatore andato lentamente alla deriva fino alla morte
sopraggiunta qualche mese prima. Ripensò a Erik Steggo, il giovane annegato, e
alla sua giovane vedova Anneli. Non poteva cancellare dalla mente lo sguardo
che le aveva lanciato quando aveva finito di raccontarle cos’era successo al
marito. Non aveva detto una parola, i suoi occhi si erano inondati di lacrime.
Sempre in silenzio, Anneli aveva preso la mano di Nina posandola sulla roccia,
prima di voltarle le spalle e scendere a valle.
9.

HAMMERFEST. ORE 21.

Markko Tikkanen amava quell’ora incerta in cui il sole si attardava prima di


sparire dietro le montagne dell’isola di Sørøya, a ovest dell’isola della Balena.
Era un po’ come se il sole ingannasse gli uomini, dando loro la speranza di un
conforto eterno. Invece era immutabile, proprio come Tikkanen.
Dei fari si stavano avvicinando. Il suo contatto era puntuale.
Si guardò intorno. Il paesaggio era mozzafiato, come sempre a quell’ora. Era
questo il motivo per cui sceglieva quel luogo per un certo tipo di appuntamenti.
Dall’alto della falesia aveva la sensazione di dominare la città, Melkøya e i suoi
impianti di gas. E dopotutto in parte era vero. Tikkanen dominava la città. O in
ogni caso era quello cui aspirava. Ne conosceva di segreti. Segreti accuratamente
riportati nelle sue schede.
L’auto sportiva parcheggiò vicino a lui. Ne scese Nils Sormi che andò a
sedersi nel suo 4x4 sudcoreano.
Il sommozzatore d’origine sami ostentava come sempre la sua aria di
sufficienza. Tikkanen lo trovava quasi più insopportabile dei petrolieri abituati a
trattarlo come una nullità. Almeno loro erano potenti per davvero, e Tikkanen
poteva anche accettarlo. Ma questo Sormi, chi era in fondo?
Il sommozzatore neppure si sforzava di essere cortese. Porse a Tikkanen un
pezzo di carta. L’agente immobiliare lo guardò.
«Non dovrebbe essere molto complicato, né richiedere molto tempo. Il tuo
amico ha fretta?»
«Come sempre. Al momento è alloggiato in albergo, ma il suo contratto è di
due anni, vuole sistemarsi rapidamente, non fra sei mesi.»
«Certo, certo.»
Markko Tikkanen guardò il pezzo di carta come se potesse vedervi scorrere
tutto il suo catalogo di case e appartamenti disponibili. Nils Sormi gli procurava
i clienti nell’ambiente dei sommozzatori e dei dirigenti delle compagnie
petrolifere per le quali lavorava. Gli operai stavano in prefabbricati oppure in un
grande hotel galleggiante ancorato nei pressi di Melkøya. In ogni caso, da
quando il boom degli idrocarburi aveva sconvolto la cittadina, trovare abitazioni
decorose per tutti a Hammerfest era diventato impossibile. Si contavano ormai
diecimila abitanti. Per trarre d’impaccio questi giovani impazienti ma
fortunatamente danarosi, bisognava usare l’immaginazione, non sempre in
maniera ortodossa.
«E il mio terreno sulla strada panoramica?»
«Ne ho parlato col sindaco proprio qualche giorno fa, le trattative sono
avviate.»
Tikkanen non aveva osato parlarne a Fjordsen nel corso dell’ultimo incontro
al club, non aveva trovato l’occasione giusta: il Texano non l’aveva mollato per
tutta la sera, avido di dettagli sulle tre ragazze di Murmansk. L’americano si era
talmente eccitato che gli aveva assestato una grossa pacca sulle chiappe,
scoppiando nella sua risata grassa e insopportabile.
«È da un po’ che sono avviate…»
«Bisogna dire che sei un cliente molto esigente. Un terreno dove costruire una
casa progettata da un architetto che domini tutta Hammerfest e il fiordo, con
accesso privato…»
Nils Sormi colpì violentemente il cruscotto col palmo della mano.
«Voglio una data!»
Il tono del sommozzatore non era per nulla gradevole. A Tikkanen non andava
a genio. Non lo temeva. Tikkanen non temeva nessuno. Sapeva piegare la
schiena per ammortizzare i colpi, ma questo Sormi aveva un’aura speciale. Per
via delle sue origini sami era l’idolo delle compagnie petrolifere. Un buon
investimento. Le compagnie internazionali che lavoravano da quelle parti
avevano capito da tempo che bisognava attirarsi le simpatie dei sami, il che non
era facile. La popolazione autoctona era protetta da leggi internazionali, anche se
i paesi nordici non sempre inserivano questi obblighi nella loro legislazione
nazionale. Ma le compagnie petrolifere avevano bisogno di terra per espandersi.
«Calmati, Nils. Calmati. Succederanno molte cose da qui a breve.»
«Sei proprio sicuro che siamo sulla buona strada con l’amministrazione
comunale?»
Tikkanen sorrise. In realtà con il sindaco non andava bene per niente. Senza
rivelare cosa aveva in mente, Tikkanen ne aveva parlato a Fjordsen mesi prima,
giurando su Dio che quel luogo esclusivo non era per lui, ma non era bastato a
rassicurare il sindaco. Si trattava di una zona protetta. Ovviamente Tikkanen lo
sapeva, ma il progetto era magnifico, una potenziale attrazione che avrebbe reso
la montagna ancora più bella. Tikkanen non poteva fare il nome del suo cliente,
ma tutto sarebbe stato realizzato a regola d’arte.
«Assolutamente. Ma le richieste sono talmente numerose in questo momento,
il comune è sovraccarico e questo progetto non è prioritario per loro.»
Tikkanen capì che doveva aggiungere dell’altro.
«Il vice sindaco è un amico. Anche lui conosce molto bene l’interesse
collettivo. Ancora più del sindaco. Abbi pazienza, Nils, e rassicura il tuo amico.
Avrà il suo appartamento tra due settimane, parola di Tikkanen.»
10.

DOMENICA 25 APRILE.
IL SOLE SORGE ALLE 3.14 E TRAMONTA ALLE 21.31.
DICIOTTO ORE E DICIASSETTE MINUTI DI LUCE.
STRADA 93. ORE 9.30.

Il pick-up della pattuglia P9 era in viaggio dal mattino presto. Era la domenica
di Pasqua e in teoria era giorno di riposo, ma due ore prima Klemet aveva
ricevuto una telefonata che non gli aveva lasciato scelta. Lo zio Nils Ante era
stato categorico. Klemet doveva andare da lui al più presto, a Kautokeino.
Doveva mostrargli qualcosa di urgente. Suo zio era stato vago su questo
qualcosa, ma gli aveva assicurato che sarebbe stato il peggiore dei poliziotti e la
vergogna della famiglia se non fosse arrivato immediatamente. Nils Ante aveva
il dono di esagerare, e se ne fregava se suo nipote fosse un buon poliziotto o
meno. Il sole era già alto e, arrivato ormai oltre la costa scoscesa, faceva
scintillare la tundra.
Klemet diffidava delle storie di suo zio, anche se avevano dato colore alla sua
infanzia meglio di tutti i libri che non aveva letto. Dopo aver lasciato il rifugio di
Skaidi dove si erano stabiliti per qualche settimana, Klemet aveva invano cercato
i veicoli individuati il giorno precedente. Quel furto di renne lo esasperava,
sapeva d’aver esagerato ma doveva salvare la faccia di fronte alla collega.
Nina dormiva rannicchiata al suo fianco. La sera prima aveva fatto fatica a
addormentarsi, di nuovo. Avevano superato Alta da un buon quarto d’ora e si
stavano dirigendo verso sud alla volta di Kautokeino, quando il telefono squillò.
«Sono per strada» disse Klemet senza nemmeno salutare lo zio.
«Lo credo bene che sei per strada, da quando in qua disobbediresti a tuo zio?
Sbrigati prima che chiudano la strada principale per la corsa delle renne alle
10.30.»
«La corsa delle renne, ci mancava solo questo. Ma ci sarò.»
Chiuse la comunicazione. Nina si stiracchiò.
«Una corsa di renne?»
«Giorno di Pasqua a Kautokeino vuol dire corsa di renne. E non è tutto.»
Nina sbadigliò e prese il thermos col caffè. Ne servì al suo collega senza
nemmeno chiedere se ne volesse, poi riempì la sua tazza di legno di betulla e ne
bevve due sorsi con aria imbronciata.
«Cos’altro c’è ancora?»
«Lo vedrai, forse. Ci sarà sicuramente un matrimonio, forse più d’uno. Agli
allevatori piace molto sposarsi in questa occasione, proprio prima di partire per
la transumanza.»
Nina beveva il suo caffè a piccoli sorsi. Klemet sentiva che lo stava
osservando con la coda dell’occhio.
«E a te piace?»
«A cosa ti riferisci?»
«Non lo so, pensavo che queste faccende folcloristiche e legate alla tradizione
non fossero per te.»
«Non ho mai detto questo, e poi è anche un po’ il mio mondo, non ti pare?»
«Non chiederlo a me, sta a te saperlo… In ogni caso, quando penso alla tenda
che hai piantato nel tuo giardino di Kautokeino, mi convinco che sia così. A
proposito, hai più rivisto Eva Nilsdotter?»
Klemet le porse la tazza. Mi sono fatto intrappolare ancora una volta, pensò.
«Tieni, è troppo amaro per me.»
Nina sembrò aver capito e non lo assillò più.
A pensarci bene, Klemet non aveva niente contro questa piccola spedizione a
Kautokeino. In quel grande villaggio di duemila abitanti per lo più popolato da
sami, le tradizioni erano molto sentite, e il giorno di Pasqua era senza dubbio il
più importante per loro.
“Per loro”. Non dico mai “per noi”, neanche col pensiero, rifletté Klemet.
Superarono ben presto il caffè Reinlycka, all’incrocio con la strada che
portava verso Karasjok. Da una parte e dall’altra della strada, zolle di tundra
emergevano sotto la neve. Sarebbero occorse ancora lunghe settimane prima che
quel candore sparisse del tutto.
Il cellulare squillò di nuovo.
Klemet brontolò.
«Incredibile, come si fa a essere così impazienti? Pronto, che c’è ancora, sono
per strada, te l’ho già detto!»
Poi calò il silenzio. Klemet ascoltava scuotendo la testa.
«E cosa c’entriamo noi con questa storia?» disse infine.
Poi, chiuse la comunicazione.
«Era il capo, da Hammerfest. È incredibile… hanno trovato il sindaco morto.
Pare che sia caduto dalle parti dello Stretto del lupo. Che brutta fine.»
«E noi cosa c’entriamo?» chiese Nina.
«Niente, credo. Ma sai com’è, la morte del sindaco… ti lascio immaginare,
sono tutti in agitazione, e sarebbe stato così anche se fosse semplicemente
caduto dalle scale di casa. Ci sarà un via vai di autorità, era molto in vista da
queste parti, un vero personaggio pubblico. Tutti i poliziotti del luogo saranno
mobilitati per il funerale. Devo dire che è strano che sia andato a morire proprio
dove Steggo è annegato solo qualche giorno fa.»
Nina scosse a sua volta la testa, senza dire niente. Sembrava pensierosa.
«Non hai idea di cosa vuole tuo zio?»
«Lo conosci, no? Se non ha intenzione di sbottonarsi, non si sbottona.»
«Non potrebbe esserci un collegamento col furto delle renne?»
Klemet non rispose subito, rimuginava ancora sulla notizia della morte del
sindaco. In ogni caso, non ce lo vedeva proprio suo zio a denunciare qualcuno.
«Il furto è avvenuto troppo lontano perché possa avere informazioni di prima
mano. E poi non è il tipo che s’immischia in faccende del genere. Da queste parti
la gente guarda altrove quando succedono certe cose. Un giorno sei tu che rubi,
il giorno dopo sei derubato. Nessuno vince, nessuno perde.»
«Tranne quando si tratta di un furto molto grosso. Sei stato tu a dirmi che in
questo gioco i piccoli allevatori possono perdere tutto nel giro di poche
stagioni.»
«In questo caso, però, si tratta di una sola renna. Non è certo questo che farà
andare in malora un allevatore.»
Nina sprofondò nel sedile, sorseggiando il caffè.
«Mi è simpatico tuo zio. Sta sempre con la sua signorina Chang?»
«Più che mai.»
«Di’ un po’, mi porterai ancora sotto la tua tenda?»
Klemet ricordava lo schiaffo che Nina gli aveva assestato l’inverno
precedente. Dopo quell’episodio che gli bruciava ancora si era sforzato di
mantenere le distanze, ma era piuttosto difficile, data la loro promiscuità quasi
permanente. Oltretutto, il candore e il carattere aperto di Nina non erano d’aiuto.
«Sì, forse, vedremo…»
«Oh, ti prego…»
Lo stava prendendo in giro, Klemet lo sentiva. Intanto erano arrivati a
Kautokeino. L’intero villaggio sami era in festa. La strada non era bloccata né lo
sarebbe stata poi, proprio come immaginava Klemet, ma non si mettevano in
discussione le parole dello zio. La corsa delle renne si svolgeva sul fiume
ghiacciato che attraversava il villaggio. Klemet vedeva le rive già brulicanti di
persone e di scooter assiepati dietro le lunghe recinzioni in plastica color
arancio, tese fra pali di legno per delimitare le piste. Alcune famiglie avevano
anche montato delle tende lungo la riva del fiume.
Klemet si fermò un attimo al piccolo incrocio che saliva verso la chiesa. La
cerimonia dei matrimoni doveva essere già terminata. Decine di persone nel
tradizionale costume sami scendevano verso il fiume.
«Klemet, per favore.»
Nina stava rovistando nella tuta per prendere la macchina fotografica. Fece
alcuni scatti dal finestrino, poi si spinsero fino alla riva affollata, proprio nel
momento in cui stavano arrivando i concorrenti di una corsa di renne. Gli
animali bardati correvano con la lingua penzoloni, tirando a fatica slitte di legno
sulle quali i conducenti erano distesi a pancia in giù. La velocità non era molto
elevata, ma il pubblico sembrava in adorazione degli equipaggi.
Nina, con l’occhio fisso nell’obiettivo, tirò improvvisamente la manica di
Klemet.
«Anneli si sta preparando. È sulla linea di partenza della prossima corsa.»
La gara seguente era diversa. I concorrenti con gli sci ai piedi erano attaccati
direttamente alle renne, per cui la corsa era più rapida e rischiosa. Fu dato il
segnale di partenza e le quattro renne scattarono, tirando bruscamente i rispettivi
conducenti. L’unica a non portare il casco era Anneli: un’imprudenza che poteva
risultare fatale. Possibile che non lo capisse? Affascinata, Nina seguiva la corsa
attraverso il suo obiettivo. Klemet era consapevole dei rischi che la giovane
allevatrice correva. Afferrò il binocolo. La dolce Anneli aveva appena urtato un
concorrente alla sua sinistra. La cosa poteva sembrare casuale ma Klemet, dal
suo punto di vista, la interpretò diversamente. Anneli cercava intenzionalmente il
contatto, si avvicinava ai pali, tagliando la strada e provocando reazioni
aggressive negli altri concorrenti. La sua renna correva come una freccia, la
lingua penzoloni. Klemet non sentiva il respiro dell’animale, solo le reazioni
della folla. Al pubblico era chiaro che questa corsa non era come le altre. Anneli
stava ora affrontando una curva, gomito a gomito con un altro concorrente. Gli
sci s’incrociarono e lei inciampò. Il pubblico urlava. La renna la stava
trascinando a pancia in giù, e lei non mollava. Sobbalzava sul ghiaccio, ma non
si decideva a fermarsi o a lasciare la presa. Urtò dei pali di legno, sempre senza
mollare. La renna rallentò e, in prossimità del traguardo, Anneli riuscì a
rimettersi sull’unico sci che le restava. Superò la linea, di poco in testa, tra gli
applausi del pubblico eccitato.
Klemet continuava a osservare il viso della giovane. Anneli aveva una ferita
alla testa che qualcuno le stava già medicando. Zoppicava e si teneva le costole
con una mano, dal binocolo Klemet scorse il suo sguardo duro e stravolto. I suoi
occhi si alzarono in direzione dell’auto della polizia e, senza vederlo veramente,
si fissarono su Klemet che, per un attimo, avvertì il suo smarrimento.
«Che corsa!» esclamò Nina. «Sembrava Ben-Hur. È sempre così?»
Di fianco all’auto c’era una vecchia che aveva assistito alla corsa da lontano.
«È la giovane Steggo» disse la donna sami prima che Klemet avesse il tempo
di rispondere. Tornava dal matrimonio e ora voleva raggiungere il fiume gelato.
«Poveretta, ha appena perso il marito.»
«La conosce?» domandò Nina.
«Avrebbe dovuto essere testimone di nozze oggi, ma non se l’è sentita, povera
piccola. Si era sposata qui proprio un anno fa. Che disgrazia. E tutti i rischi che
ha corso. Che follia. Povera piccola.»
La vecchia si avviò verso il fiume. Alcune persone trasportavano Anneli
avvolta in una coperta. Gli altri concorrenti si lamentavano presso un
organizzatore con gesti espliciti. Klemet ripose il suo binocolo e rimise in moto,
avviandosi verso l’uscita dal villaggio.

Qualche minuto dopo parcheggiò davanti alla casa dello zio Nils Ante, appena
fuori Kautokeino. All’ingresso, mucchi di neve sporca cominciavano a
sciogliersi. Il disgelo era ufficialmente in corso. Klemet e Nina avanzarono nel
fango fino alle scale. Tolsero gli stivali sotto la tettoia ed entrarono senza
bussare. Klemet salì al piano in cui suo zio passava la maggior parte del tempo.
Si schiarì la voce più volte, ma non ottenne risposta.
«Starà ascoltando della musica» suggerì Nina.
La porta dello studio si aprì e ne spuntò un viso sorridente. Scorgendo Klemet
il sorriso si fece ancora più ampio. Il poliziotto fece un cenno con la mano alla
giovane compagna cinese di suo zio. Quei due erano inseparabili. La donna
spalancò la porta. Nils Ante era seduto al computer e non appena vide suo nipote
e Nina si tolse le cuffie.
«Questi giovani sono di un’insolenza senza limiti.»
Sembrava arrabbiato. «Credono di poter combinare lo joïk con qualsiasi cosa.
Il rap-joïk, d’accordo, il jazz-joïk va bene, ma lo joïk black-metal, questo no!»
La sua reazione indignata sorprese Klemet che considerava lo zio un
trasgressore per antonomasia. Evidentemente stava invecchiando anche lui.
«Ebbene, ce ne hai messo di tempo per venire fino a qui. Hai di nuovo
dimenticato la strada, disgraziato di un nipote. Chiaro, visto che vieni così
spesso a trovare il tuo vecchio zio. Per fortuna ora nella mia vita c’è la signorina
Chang. Lei almeno non si dimentica di me. Mia piccola e affettuosa Chang, mia
perla della tundra, cosa ne dici di mostrare la foto al mio nipote senza cuore? Ti
dispiacerebbe andare a prendere il computer in camera e portarlo in cucina?»
Una volta sceso, Nils Ante servì caffè a tutti. Klemet era sulle spine ma
conosceva troppo bene suo zio per non sapere che l’avrebbe tirata per le lunghe
per punirlo della sua prolungata assenza.
«Nina, lo sa che per tutta la sua infanzia ho stordito questo poveretto con i
miei joïk? Sicuramente glielo avrà detto.»
«Zio, non dovevi mostrarci una foto?» lo interruppe Klemet.
«Ah, eri meno impaziente un tempo, nipote ingrato.»
Il vecchio dal viso asciutto e grinzoso conservava sempre una scintilla di
malizia nello sguardo. Klemet non capiva mai quando si prendeva gioco di lui.
La signorina Chang scese con un computer e lo posò con grazia sul tavolo.
Indossava una camicetta molto trasparente che lasciava intravedere i suoi piccoli
seni e pantaloni attillati da cui Klemet non riusciva a staccare lo sguardo. La
giovane cinese diede un tenero bacio sulla fronte a Nils Ante, scompigliando con
una risata la sua lunga e grigia chioma. Lui l’afferrò per la vita e la baciò su un
seno, prima di darle una pacca sul sedere per allontanarla.
«Un giorno o l’altro questa graziosa pernice delle nevi mi farà perdere la testa.
E tu, nipote mio, riporta i tuoi occhi su questo schermo e ascoltami bene. L’altro
giorno io e la mia piccola Chang ci trovavamo allo Stretto del lupo.»
«L’altro giorno quando…»
«Sì, il giorno in cui il povero Erik è annegato.»
«E così te ne andavi a spasso in quella zona vietata durante il periodo della
traversata?»
«Stammi ad ascoltare, invece di fare il poliziotto pignolo. Come sai, la piccola
Chang è arrivata quassù qualche anno fa come raccoglitrice di bacche, e per mia
grande fortuna è rimasta. Pensa che si è messa in testa di far venire anche la sua
famiglia. Questo magnifico mirtillo boreale che ha animato le mie notti intende
lanciarsi nel business delle bacche. Insomma, stavamo gironzolando per
fotografare i dintorni e convincere i suoi parenti a venire dalla Cina. Le foto, mia
piccola Chang.»
La donna si avvicinò, girò il portatile verso i poliziotti e fece scorrere una
serie di foto. Comparvero vedute naturali: ampie immagini di tundra, brughiera,
rocce coperte per metà da licheni ingialliti, distese di arbusti con bacche, corsi
d’acqua. Klemet cominciava a spazientirsi ma stava zitto per non offendere lo
zio. Le foto delle bacche erano molto numerose. In alcuni fotogrammi si vedeva
la signorina Chang che indicava alcuni arbusti o luoghi particolari. Portava dei
calzini che arrivavano fino alle ginocchia, una gonna lunga e una camicetta.
Klemet ricordava che quel giorno c’era bel tempo. Ripensò al sami ubriaco, al
disprezzo di Nils Sormi. Le immagini continuavano a scorrere e l’attenzione di
Klemet cominciava a crescere, perché riconosceva i dintorni dello Stretto del
lupo. Finalmente si arrivava al dunque. Nils Ante e la signorina Chang dovevano
trovarsi sulle alture dominanti lo stretto. In una foto si poteva ammirare l’intero
paesaggio, con le due rive. Era ancora tutto calmo. In lontananza, sulla riva
meridionale, si vedevano dei puntini, probabilmente le renne. La signorina
Chang era inquadrata mentre indicava le bestie con un largo sorriso. Era
appoggiata a una roccia, probabile che da sotto non fosse possibile scorgerli. La
foto seguente strappò a Nina un sorriso, una fragorosa risata alla signorina
Chang, un’esclamazione allo zio Nils Ante e un silenzio a Klemet. Si vedeva la
giovane cinese sventolare maliziosamente le mutandine davanti all’obiettivo.
«Mia piccola Chang, zuccherino mio, ti avevo chiesto di… ripulire le foto.»
«Be’, questa deve essermi sfuggita» ridacchiò lei mordicchiandogli l’orecchio.
Nil Ante si girò verso il nipote, che non aveva aperto bocca.
«Beata gioventù… Spero tu abbia tolto le altre, mia piccola, eccezionale
Chang. Molto bene. Le guarderemo stasera. E tu nipote mio, cerca di restare
lucido, adesso arriva la parte più interessante.»
Nils Ante, testimone fortuito della traversata delle renne, aveva fotografato
senza saperlo la scena dell’incidente, visto che il soggetto principale era la sua
amante cinese con ciò che mostrava in primo piano. Anche se a quella distanza
la sua piccola macchina fotografica non permetteva di fare primi piani, si aveva
comunque una visione generale della situazione alle spalle della signorina
Chang. Lo sfondo era quasi altrettanto nitido che il primo piano. Sulle rive dietro
le rocce si scorgevano macchie di colore: gli allevatori nascosti per non essere
visti dalle renne. Si vedevano inoltre dei punti in fila indiana nell’acqua. Le
renne avevano iniziato la traversata. Non si distinguevano chiaramente gli
animali, ma s’indovinava senza fatica che poteva trattarsi di renne. Nella foto
successiva, una barca staccata dalla riva si dirigeva verso il centro dello stretto.
Si vedeva chiaramente che si era formato un cerchio. Klemet era certo che si
trattasse delle renne che nuotavano in tondo, quel famoso mulinello infernale che
Erik Steggo aveva tentato di fermare.
«È questo che mi volevi mostrare?» chiese. «Posso allegare queste foto al
fascicolo, ma non cambiano niente. Erik è annegato accidentalmente.»
«Portatene via qualcuna per guardarla con più attenzione» replicò Nils Ante.
Tamburellò sulla tastiera per tornare indietro, a un’immagine in cui si vedeva
il didietro della signorina Chang in primo piano e il suo dito che indicava una
pianta. Sullo sfondo si scorgeva la riva settentrionale dello stretto.
«Non so perché, ma volevo mettere a fuoco l’adorabile prospettiva della mia
giovane amata, invece questo diavolo di apparecchio fa sempre di testa sua. E
guarda un po’.» Lo zio indicò a destra dello schermo, dove appariva un’ombra
vaga. Impossibile capire chi fosse, a quella distanza.
Verosimilmente un allevatore, come le altre macchie, ma a differenza degli
altri, stava in piedi.
E stava a braccia aperte, come in croce.
Midday,

Per molto tempo ho creduto di essere fortunato, invece questo schifo ha


raggiunto anche me. Lo sento. Credevo di essere più forte di quanto non fossi. È
la stessa cosa anche per te? Ricordi gli uomini che eravamo? Non oso più
guardare le vecchie fotografie. Fa troppo male. Come si può cambiare così?
E poi? Con quel vecchio collega di cui ti ho parlato, viviamo da reclusi. Non
ne posso più. Lui non ne può più. Troppo a lungo sulle strade. Troppo a lungo
sul fondo. Ho passato anni nella nebbia, fino a che lui non mi ha ritrovato. Il
mio stato non gli ha fatto paura e gliene sarò per sempre riconoscente. Non mi
ha voltato le spalle quando tutti lo facevano, quando io per primo lo stavo
facendo.
Dobbiamo cercare qualcuno. Glielo dobbiamo. In nome degli altri. Non
lasciare indietro nessuno. Altrimenti non saremmo uomini. Ma siamo ancora
uomini?
11.

LUNEDÌ 26 APRILE.
IL SOLE SORGE ALLE 3.08 E TRAMONTA ALLE 21.37.
DICIOTTO ORE E VENTINOVE MINUTI DI LUCE.
RIFUGIO DI SKAIDI. ORE 8.15.

Klemet e Nina erano tornati al loro rifugio, a Skaidi, la sera prima. Li


aspettava una nuova giornata di riposo scialba e incolore, Nina ne era sicura, ma
non le importava. Aveva dormito poco, disturbata dal sole fin dalle prime luci
dell’alba. Stufa di rigirarsi nel letto, si era alzata molto presto, spossata,
infastidita nel vedere che Klemet dormiva ancora profondamente.
Ancora dopo parecchi mesi di servizio nel corpo della polizia delle renne,
Nina viveva con difficoltà quelle notti quasi bianche del Grande Nord. Nel corso
di pattugliamenti che potevano durare diversi giorni, obbligandoli a vivere nella
promiscuità, i due poliziotti avevano stabilito precise regole di convivenza.
Talvolta gli sguardi di Klemet indugiavano su di lei e lei pensava ad altro. La
tenda-garçonnière del suo collega aveva attirato diverse conquiste, ma dopo
l’episodio dello schiaffo, Klemet si teneva a debita distanza e lei si divertiva a
scherzarci sopra.
I suoi movimenti svegliarono Klemet. Nina aveva fretta di ripartire per lo
Stretto del lupo. La foto di Nils Ante l’aveva incuriosita. Anzi, le foto.
L’immagine seguente, in cui la giovane cinese, sempre con la sua aria maliziosa,
pareva iniziare a sollevare la gonna, mostrava chiaramente le prime renne che
cominciavano a tornare indietro. E quell’uomo era ancora in piedi, ancora con le
braccia tese, ma in un’altra posizione, segno che le stava muovendo, faceva dei
segnali, in ogni caso dei movimenti. Non sapeva ancora che significato dare a
questa informazione, ma era sicuramente più interessante di quel furto di renna
che con ogni probabilità non sarebbe mai stato chiarito.
Un’ora dopo, la pattuglia P9 arrivò sulla riva settentrionale. Klemet e Nina si
trovavano non lontani dal luogo in cui Nils Sormi aveva recuperato il corpo di
Erik. Avevano stampato le foto di Nils Ante, cercando di ingrandirle il più
possibile, ma i mezzi di cui disponevano al rifugio erano limitati. Si guardavano
intorno. All’ombra della roccia sacrificale, Nina cercava di studiarla da diverse
posizioni. Si accovacciò per un attimo e osservò la roccia dalla forma così
particolare. Scorse piccoli oggetti deposti nelle fenditure: monete, ossa, cortecce
di betulla, offerte che sembravano sculture intagliate in vari materiali. Un
furgoncino avanzò verso di loro. Ne scese Morten Isaac, il capo del distretto 23.
«Ho visto passare la vostra auto. Allora, qualcosa di nuovo da sabato?»
Nina stava per rispondere ma Klemet la precedette prendendole le foto dalle
mani.
«Un tipo in piedi che si sbraccia mentre un branco attraversa a nuoto. Ti dice
qualcosa?»
«Santo cielo, cosa vuoi che ne sappia? Fammi vedere.»
Il capo degli allevatori della zona si soffermò a osservare attentamente le
immagini.
«Sono una merda, le tue foto.»
«Sai molto bene di cosa sto parlando, Morten.»
L’uomo fissò a turno i due poliziotti. Poi sembrò ricostruire la scena.
«Sarebbe sicuramente più facile farsi un’idea con un video. Le vostre foto non
sono abbastanza ravvicinate per capirci qualcosa. In ogni caso, questa figura in
piedi sulla foto precedente non c’era, è tutto quello che si può dire con certezza.»
«Se si guardano le informazioni relative agli scatti, si deduce che fra le due
immagini passano da uno a due minuti» precisò Nina. «Si capisce anche che
questa persona sta muovendo le braccia e che le renne hanno iniziato a tornare
indietro tra uno scatto e l’altro, quando lui si è messo in piedi.»
«D’accordo, ma non sappiamo quando questo tizio, o questa tizia» disse
rivolgendo a Nina uno sguardo eloquente, «si è alzato. Poteva aver notato
qualcosa di anomalo già da prima. In ogni caso, c’è qualcosa di strano.»
«In che senso?» proseguì Nina.
«Non è da molto che sei qui, vero… Le renne, devi sapere, sono animali
paurosi. Quasi tutte, in ogni caso. Un gesto, un movimento, e se ne vanno.
Quando attraversano uno stretto, non devono essere disturbate. Se percepiscono
un movimento di fronte a loro mentre nuotano, possono spaventarsi e fare
dietrofront, e allora è un bel casino. Nel peggiore dei casi girano in tondo. E il
risultato si è visto l’altro giorno.»
«Ma allora, questa figura in piedi con le braccia aperte di fronte alle
renne…?»
Morten Isaac restava in silenzio, immerso nei suoi pensieri. La sua mascella
contratta sembrava tendergli il viso e gli conferiva un’espressione da inquisitore.
«Non so» disse infine.
«Potrebbe aver voluto avvertire Erik o qualcun altro sulla riva di fronte?»
suggerì Klemet.
«Non pensi che possa essere stato lui a spaventare le renne col suo
gesticolare?» ipotizzò Nina. «Si potrebbe immaginare che stesse roteando le
braccia e così facendo abbia spaventato gli animali fino a farli tornare indietro.»
«Io non immagino nulla. Nella tundra non è mai una buona idea usare
l’immaginazione. Esaspera gli animi.»
Restò in silenzio, guardando di nuovo lo stretto. Indicò la roccia appuntita.
«In passato gli allevatori venivano a deporre delle offerte, proprio prima che le
renne attraversassero lo stretto. Per assicurarsi la buona sorte per la renna.»
«La buona sorte per la renna?»
«Sì, è…»
Stava per aggiungere qualcosa, ma si trattenne. Rivolse uno sguardo insistente
a Klemet.
«Non è una cosa di cui si parla molto volentieri con gli allevatori. Parlandone
troppo, temono di perderla.»
«Di perderla?»
Nina guardò il capo del distretto. Morten fece una specie di smorfia, come se
si mordesse un labbro.
«Ascolta, preferirei non parlare di queste cose. Questa roccia è sacra e va
rispettata.»
«Vuoi dire che ancor oggi ci si depongono offerte?»
«Oggi? Certo che no. Tutto questo è solo vecchiume. Ma non si può impedire
a qualche superstizione di sopravvivere.»
«E a te capita di deporre offerte?»
«Se ti ho appena detto che è vecchiume!»
«Sì, ma per tornare alla nostra storia, Nina ha ragione» intervenne Klemet.
«Ci si può domandare perché qualcuno ha fatto quei gesti proprio in quel
momento. Perché se si stabilisce che si tratta di un allevatore, doveva sapere
quali potevano essere le conseguenze. E questo cambierebbe molte cose, non
credi Morten?»
«Io non so niente.»
«E hai idea di chi possa essere?» chiese Nina.
«No, non ne ho idea, non ero lì quel giorno. E ora devo andare.»
Morten ripartì col suo furgoncino. Klemet guardò ancora una volta le foto, poi
le restituì a Nina.
«Gli allevatori non gradiscono che si metta il naso nei loro affari» disse.
Nina si guardò bene dal precisare che gli allevatori erano ancora meno inclini
a confidarsi quando avevano a che fare con una donna. Indicò la roccia sacra.
«È lì che il sindaco ha avuto l’incidente?»
Non c’era nessun collega sul posto, ma l’area era delimitata dai nastri della
polizia.
«Due morti nello stesso luogo a qualche giorno di distanza, non è cosa
frequente da queste parti» osservò Klemet.

Era ancora presto ma il sole era già alto nel cielo. Le ombre erano nitide.
Klemet aprì il bagagliaio del pick-up e ne estrasse il fornello e il necessario per
preparare un caffè. Nina notò che faceva attenzione a non camminare sulla
propria ombra. Un altro mistero. La cosa la interessava. Klemet portava i segni
di un trauma infantile, quando era stato costretto ad abbandonare la sua lingua
sami. Nina non poteva evitare di porsi delle domande, senza osare però
rivolgerle al suo collega. Aspettava che fosse lui ad aprirsi. Quell’orso non era
mai cattivo con lei, e forse un giorno si sarebbe confidato spontaneamente.
Klemet le porse la tazza di caffè senza una parola né un sorriso. Troppe cose li
separavano. O li univano.
Nel corso dei primi mesi trascorsi insieme dopo l’omicidio di Mattis, Klemet
aveva sempre evitato di parlare dell’accaduto. Il corpo di Mattis non era mai
stato ritrovato. Nina ci ripensava talvolta, quando le sue dita sfioravano il
gioiello che lei conservava in una tasca, un dono di Aslak, l’allevatore amico
d’infanzia di Klemet. Ma non le sembrava mai il momento giusto per affrontare
l’argomento.
Mandò giù un sorso di caffè. L’ombra di Klemet era a una trentina di
centimetri da lei. Avanzò di un passo e la sfiorò, ma ritirò subito il piede. Klemet
non aveva notato nulla.
La polizia delle renne era il suo primo impiego dopo il diploma all’accademia,
una destinazione obbligata perché non c’era alcun candidato per quelle lande
sperdute. Con una borsa di studio statale non aveva avuto scelta, ma neppure
rimpianti, anche se la cronaca spicciola di cui si occupavano non aveva lo smalto
dei grandi crimini, o se il ritmo di lavoro più lento che altrove a causa delle
distanze e del clima la sorprendeva.
«Cosa ne pensi di questa storia delle foto?»
Klemet guardò di nuovo le immagini sul retro del veicolo, vicino al thermos
che aveva riempito col caffè avanzato.
«Siamo proprio sicuri che la persona in piedi sia un allevatore? Dopotutto
anche Nils Ante e la signorina Chang si trovavano nei dintorni, forse non erano i
soli lì per svago. E una persona estranea all’ambiente non può immaginare il
rischio che fa correre a un branco con simili gesti.»
«Allora bisognerebbe stabilire se quei segnali erano rivolti a qualcuno
sull’altra riva.»
«Perché no. Ma penso che questa storia non porti da nessuna parte. Inoltre,
non siamo sicuri che siano stati proprio quei gesti a spaventare le renne.»
«Non credi che bisognerebbe dare un’occhiata alla barca?»
«Perché?»
Nina alzò le spalle.
«Non so, era solo un’idea. E il sindaco?»
Klemet la guardò senza rispondere. Lei ebbe la sensazione di innervosirlo.
«Lo sapevano tutti, no, che andava a scacciare le renne che si avventuravano
sull’isola!»
«Che cosa vuoi insinuare, che il sindaco si è messo lì per spaventare le
renne?»
«Non arrivavo a tanto.»
«Bene, allora evita insinuazioni! E poi, non colgo il nesso. L’annegamento di
Erik è avvenuto quattro giorni fa. La crociata contro le renne condotta dal
sindaco non significa nulla. Stai mescolando tutto, Nina. Due casi di morte nello
stesso luogo a qualche giorno di distanza non sono necessariamente legati tra
loro. Soprattutto quando sono entrambi accidentali. È una pura fatalità.
Accontentati delle prove certe e lascia le supposizioni ai dilettanti.»
Nina non rispose. Si sentiva improvvisamente molto stanca. Ripose la sua
tazza per segnalare che la pausa caffè era terminata. Ritornando al suo posto in
auto, fece tuttavia in modo di calpestare l’ombra di Klemet.
12.

LUNEDÌ 26 APRILE.
HAMMERFEST. ORE 22.45.

La serata al Black Aurora era cominciata da circa un’ora, e prima Nils aveva
portato Elenor a cena alla pizzeria del porto. Non era il massimo del lusso, lo si
poteva notare dal broncio di Elenor, ma il locale era alla moda. E in ogni caso
non c’era molta scelta. Una serata al Black Aurora durante la settimana non era
un avvenimento straordinario: la discoteca viveva al ritmo dei lavoratori del
settore del petrolio e del gas, e se questi lavoravano nel fine settimana, si
organizzavano le serate al loro ritorno o poco prima della loro partenza. I
proprietari del locale dipendevano da loro.
Raggiungendo la strada panoramica da cui si dominava la città, Nils superò il
parcheggio del club e si addentrò lungo una stradina secondaria. Provava una
sensazione di onnipotenza: gli sembrava di dominare il mare che si estendeva ai
suoi piedi. Fin dalla giovinezza aveva sempre intrattenuto un’ambigua relazione
con il grande blu. Vi si sentiva a proprio agio, i professionisti l’avevano accolto,
era diventato il suo luogo di lavoro, l’ambiente familiare che poteva anche
significare la sua morte al minimo errore. Visto dall’alto, così, non era che una
tavolozza color pastello appena scintillante, rassicurante, calata nella cornice
maestosa delle cime ancora innevate che ne limitavano l’estensione smisurata.
Visto dall’alto, quel mare sembrava a portata d’uomo. Nessuno meglio di Nils
Sormi poteva sapere come quell’impressione fosse ingannevole. Quel mare così
calmo e languido nascondeva segreti spaventosi. Fino a quel momento era stato
fortunato. Era ancora giovane. Bravo. Lo dominava ancora. E sarebbe durato
finché fosse stato necessario. Nils ne era certo. Conosceva abbastanza il suo
corpo e il suo funzionamento per valutare fino a che punto si sarebbe potuto
spingere. Era questa la sua forza. Dominava il mare, dominava gli altri, e gli altri
lo sapevano.
«Ho freddo» si lamentò Elenor.
«Presto avrò un terreno qui. E allora vedrai…»
Risalirono in macchina e Nils si fermò al parcheggio del Black Aurora.
Entrando al pub con Elenor sottobraccio, scorse subito alla sua sinistra Bill Steel,
il berretto dei Chicago Bulls con la visiera all’indietro, impegnato in un’accesa
discussione con Henning Birge, il rappresentante della Future Oil, quello che
aveva osato fargli la ramanzina tre giorni prima. Se ne stavano tronfi seduti agli
sgabelli al bancone che correva lungo il muro sul lato sinistro del locale. Una
Jacuzzi che un telone trasparente separava in due parti occupava il fondo della
sala. Per passare dal calore del bar alla temperatura esterna rimanendo nella
vasca, bastava spostare la tenda di plastica che manteneva il calore all’interno.
Nel lato esterno della vasca, a strapiombo sulla città, due giovani donne
degustavano un cocktail insieme a un uomo.
Nils Sormi si rese subito conto che il tipo della Future Oil lo stava ignorando,
ostentando un improvviso interesse per le fragorose chiacchiere del Texano.
Come sua abitudine, Bill Steel se ne fregava di quello che potevano pensare gli
altri.
«Cazzo, Birge, bisogna bere ancora alla salute del povero Fjordsen. Porca
puttana, ma che cazzo ci faceva quel coglione di Lars laggiù a quell’ora? Me lo
sai dire? Ah mi manca, mi mancherà, quel figlio di puttana. E tu, portami da
bere, sbrigati, o mi metto a urlare sul serio, e portami tutta la bottiglia!» urlò
gettando dei soldi sul bancone del bar.
Sullo sgabello vicino, Henning Birge se ne stava sulle sue bevendo una birra a
piccoli sorsi. Osservandolo, Nils si chiedeva cosa potesse passare per la testa di
quella vipera. Elenor lo tirava verso il centro della pista – doveva sempre
trovarsi al centro, per assicurarsi che tutti la notassero – ma lui fece resistenza:
voleva vedere fino a quando l’uomo della Future Oil sarebbe riuscito a evitare il
suo sguardo.
Alla fine fu il Texano a emettere un ruggito scorgendo il sommozzatore sami.
Fece ampi gesti e, barcollando leggermente, avvicinò uno sgabello dopo aver
allontanato un cliente che, vedendo in che stato si trovava, si era allontanato
senza farselo ripetere due volte.
«Lascia quella sgualdrina a dimenare il culo e siediti qui, Nils, figliolo.»
Il Texano col berretto dei Bulls tamburellò sullo sgabello. Nils accettava il
tono di Steel solo perché era Steel. Il Texano si era affezionato a lui sin dal suo
arrivo. Esaltava il suo coraggio e lo presentava ovunque come fosse suo figlio.
Tutte stronzate, ovviamente, ma in armonia con il suo carattere esuberante.
«Vieni ragazzo, dobbiamo rendere omaggio al nostro Fjordsen. Vieni, su.
Prendi questo bicchiere e bevi, perché oggi siamo tutti tristi, non è vero Birge,
anche tu testa di serpente, sei triste, vero!?»
Henning Birge fece una specie di smorfia che poteva sembrare d’assenso. Finì
per guardare Nils Sormi negli occhi e sostenne il suo sguardo per più di due
secondi, poi gli rivolse un sorriso sdolcinato.
«Allora, di un po’, che cazzo ci faceva quel coglione laggiù, hai qualche idea,
Nils? Tu lo conosci quel posto, che gli ha preso a quel bastardo?»
Nils cominciò a bere la sua birra guardando Elenor che si era già messa ad
ancheggiare sulla pista, circondata da due tizi che non aveva mai visto. Naturale,
pensò, quelli del posto non avrebbero mai osato avvicinarla. Li lasciò fare. In
caso di bisogno, altri l’avrebbero tenuta d’occhio per lui. Si voltò verso Steel.
«Non ne ho idea, Bill. Adesso però bisognerà rimpiazzarlo. Forse certe
situazioni si sbloccheranno più facilmente, chissà.»
«Ah ah, piccolo Nils, tu hai in mente qualcosa» ridacchiò l’americano. Gli
diede una manata sulla coscia e parlò rivolto a Birge: «Lo vedi, testa di faina, il
piccolo Nils è un furbetto.»
Steel lo baciò affettuosamente sulla fronte.
«Pensa già al futuro, non sta qui a piagnucolare come noi. Ma io sono un
sentimentale, eh Birge, e anche tu lo sei, vero?»
Birge diede dei colpi sull’avambraccio del Texano assumendo un’aria
compassionevole. Non gliene fregava niente, Nils lo sentiva. E nemmeno a lui
gliene fregava niente. In quella cittadina la corsa al denaro aveva assunto una
portata tale da far andare in frantumi i valori tradizionali. Nils non aveva alcun
rimorso, la sua educazione non gli consentiva inutili remore. Al contrario, i suoi
avevano sempre cercato di fargli sentire quanto fosse diverso dagli altri, quanto
fosse migliore. E quello che era diventato era la prova che i suoi genitori
avevano avuto ragione. Ce l’aveva fatta, no?
«Eh, Nils, hai visto quelle pollastrelle nella Jacuzzi, le conosci? Non le
conosci. Di’ un po’, Birge, mi eccitano da morire, oh, mi fanno pensare alla
seratina che ci sta preparando quel bastardo di Tikka! Le zoccole ormai saranno
in viaggio, no?»
Nils non era al corrente di una tale serata, ma capì che Birge lo era.
Steel canticchiava, poi si alzò di colpo, facendo cadere il suo sgabello, e corse
verso la pista di fronte alla vetrata che offriva un magnifico spettacolo sull’intera
baia e, al di là, sull’isola dove il gas veniva trattato. Si vedeva anche
l’imbarcazione tutta illuminata che serviva da albergo galleggiante, ancorata tra
l’isola e la terraferma. In mancanza di abitazioni in città, vi alloggiavano
centinaia di operai e di quadri provenienti da tutta Europa per realizzare la fase
due del programma di Hammerfest, destinata a raffinare il petrolio del
giacimento di Suolo.
Completamente fuori di sé, Steel cominciò a dimenarsi sulla pista, urtando gli
altri ballerini. Ridendo a squarciagola creava il vuoto intorno a sé. A un certo
punto si ritrovò dietro a Elenor, che continuava a ballare. L’americano l’afferrò
per la vita e la girò verso di sé. Elenor accettò di buon grado e stette al gioco.
Nils osservava la scena.
Il Texano si faceva sempre più intraprendente ed Elenor lo lasciava fare.
Nils Sormi voltò la testa e vide che Birge lo guardava con un sorriso
canzonatorio. Poi cambiò espressione, senza fretta, troppo lentamente per i suoi
gusti. Nils si guardò intorno: nella sala alcuni cominciavano a rivolgergli
occhiate aspettandosi una reazione da parte sua.
Steel aveva ormai le sue zampacce incollate alla svedese. Va bene che lo
considerava come un figlio, ma non era una buona ragione per farsi la sua
ragazza davanti a tutti.
Un attimo dopo, Nils era sulla pista. Nello stesso momento, come se avesse
atteso il segnale del compagno d’immersioni per intervenire, dietro a Bill Steel
spuntò Paulsen. Nils prese Elenor per la mano, in maniera brusca ma al tempo
stesso con calma. Riprendeva semplicemente ciò che gli apparteneva, il
messaggio doveva essere chiaro per tutti.
Bill Steel cercò di trattenerla, ma il pugno fermo di Paulsen si abbatté con
discrezione sull’avambraccio del Texano. Sorpreso, quest’ultimo si girò verso il
sommozzatore e sferrò a sua volta un pugno nella sua direzione.
Paulsen lo evitò facilmente.
Il suo compagno, sobrio come sempre, poteva gestire senza problemi il
pesante Texano che, dopo aver scagliato due pugni nel vuoto, era già senza fiato.
Henning Birge si alzò per spingere il Texano verso l’uscita. Questi ruggiva e
sferrava pugni a vuoto intorno a sé mentre la musica copriva le sue urla.
Nils era ancora abbastanza vicino per sentirlo dare della puttana a Elenor e
minacciare di lasciar marcire i sommozzatori sul fondo di una lurida camera di
decompressione. Passando vicino a un tavolo, rovesciò i bicchieri e urtò un
cliente. Steel l’afferrò come fosse una piuma e lo scagliò verso Nils.
Finalmente intervennero i buttafuori.
Patetico, pensò Nils. Ma per la seconda volta in pochi giorni era stato umiliato
in pubblico. Fece un cenno col capo a Paulsen. I due si capivano senza parlare,
vecchia abitudine delle coppie di sommozzatori. L’indomani li aspettava una
missione di tre giorni. Era ora di rientrare.
Nils tornò al bar per vuotare il suo bicchiere, intanto alle sue spalle Elenor si
dava un contegno sistemandosi i capelli. Nils guardava con aria da spaccone la
pista e gli sgabelli, cercando uno sguardo ironico o qualcosa di simile. Nessuno
osava. Pagò e trascinò via Elenor che sfoggiava un sorriso soddisfatto.
«Riaccompagnami all’albergo.»
«Non preferisci restare con me, prima della tua missione? Ti farò dimenticare
tutto questo e quel grassone americano disgustoso che mi metteva le sue
manacce ovunque, non hai visto?»
«Sai che la notte prima di una missione sto sempre con i ragazzi. Vai adesso.»
Discutere con Elenor in casi simili era inutile. Era troppo fuori. In situazioni
di quel genere si eccitava da sola. Se la sarebbe scopata in macchina nel
parcheggio davanti all’albergo, per quella sera sarebbe bastato.
13.

MARTEDÌ 27 APRILE.
IL SOLE SORGE ALLE 3.02 E TRAMONTA ALLE 21.43.
DICIOTTO ORE E QUARANTUN MINUTI DI LUCE.
RIFUGIO DI SKAIDI. ORE 7.30.

Klemet si era alzato presto per preparare gli scooter delle nevi, riempire le
taniche di benzina e i bidoni d’acqua alla stazione di servizio all’incrocio. Skaidi
era lo snodo da cui si diramavano le strade per Hammerfest a nord-ovest, Capo
Nord a nord-est e Alta a sud-ovest. Un capanno in legno della polizia serviva
loro da quartier generale durante la primavera.
Il cielo si stava rannuvolando, ma c’era ugualmente molta luce. Il termometro
appeso alla porta raggiungeva appena due gradi sopra lo zero. Sarebbero occorse
ancora parecchie settimane perché l’erba trovasse la forza di riprendersi e la
voglia di rinverdirsi. Klemet sentiva la mancanza di quel periodo magico in cui
la natura si riappropriava improvvisamente dei suoi diritti. In quei momenti
rimpiangeva di non avere il talento di suo zio Nils Ante per celebrare con uno
joïk o anche solo con semplici parole la vittoria della natura sull’inclemenza del
clima.
Parecchi fiumi s’incrociavano in quel punto. La piccola località non aveva
alcun fascino, ma la presenza dei corsi d’acqua attirava i pescatori e così erano
sorti anche parecchi campeggi. Il loro capanno si trovava nella parte superiore di
uno di essi, lungo un fiume ancora gelato, probabilmente ancora per poco, visto
che il disgelo era iniziato. Sarebbe stato necessario raddoppiare la prudenza con
lo scooter. Quello era il periodo più pericoloso per avventurarsi nella tundra. Gli
abitanti del Grande Nord tuttavia lo prediligevano, perché offriva al tempo stesso
neve e sole. I fine settimana del periodo pasquale erano quindi sacri per gli
abitanti della zona.
Quel mattino Klemet aveva deciso di lasciare dormire Nina un po’ più a
lungo. Senza rendersene conto cominciava a soffrire per l’eccesso di luce, ed era
più irritabile. Delicata creatura del sud. Si abituerà. Si era già abituata. Anche
lui teneva duro, e se la cavava piuttosto bene. Non aveva avuto ricadute. Tanto
meglio. Talvolta Nina lo stuzzicava. Non sapeva tutto, non poteva sapere, ma lo
avrebbe scoperto ben presto.
Klemet aveva recuperato la lista degli allevatori del distretto 23,
fortunatamente uno dei più piccoli della zona del Finnmark occidentale.
«Già al lavoro?»
Nina si era appena alzata. I suoi lunghi capelli biondi erano in disordine, e
quell’aspetto trasandato le donava, pensò Klemet. L’aspetto ribelle del risveglio,
e solamente del risveglio. Distolse lo sguardo dal pigiama troppo suggestivo, ma
il suo occhio aveva avuto ancora una volta il tempo di captare le forme quasi
scolpite, slanciate, le curve sinuose. Lei non si rendeva conto dell’effetto che
produceva, troppo scandinava per questo, troppo abituata a dormire accanto a un
ragazzo, platonicamente. Ancora quanti giorni di bivacco fianco a fianco?
«Vestiti, dobbiamo lavorare.»
Klemet uscì per lasciarle un po’ di privacy. Si lavò il viso con la neve. Nina lo
raggiunse di lì a poco con una tazza fumante e lui la seguì all’interno. Aveva
raccolto i capelli in uno chignon, si truccava appena. Le sue forme erano sparite
sotto la tuta della divisa. Bene, bene.
Klemet dispiegò la lista degli allevatori e la cartina del distretto sul tavolo del
loro piccolo soggiorno con cucinino, facendo attenzione a non sciupare il puzzle
ancora incompiuto dei verbali. La stanza era ammobiliata in maniera sobria, tutta
in legno, decorata con foto di paesaggi. Niente di personale. Gli equipaggi della
polizia delle renne si succedevano in questi rifugi e nessuno voleva riempirli con
le proprie cianfrusaglie.
«Abbiamo una ventina di allevatori. Non tutti erano presenti, per esempio
Morten Isaac non c’era. In certe occasioni, come la traversata a nuoto di un
branco, si fa spesso ricorso alla famiglia. Ho chiesto questa mattina a Morten di
trovare gli allevatori che erano sul posto il giorno della morte di Erik.»
Non ci misero molto a raggiungere Kvalsund in auto, il tempo di un breve
notiziario radio che tornava ancora sui dettagli della morte di Fjordsen. I
messaggi di cordoglio affluivano numerosi e l’eccezionale carriera del sindaco si
trasformava in un romanzo fiume giornale dopo giornale. Morten Isaac li
aspettava. Li fece entrare, servì loro una tazza di caffè e restò in piedi, braccia
conserte, in attesa delle domande.
Klemet gli mostrò la cartina e la lista di allevatori. Nina estrasse un taccuino e
cominciò ad annotare le informazioni che Klemet strappava al capo del distretto.
All’operazione avevano partecipato sette allevatori. La polizia avrebbe stabilito
quali altri membri della famiglia o amici fossero stati presenti con loro.
Morten non avrebbe fatto ulteriori sforzi. Probabilmente provava la stessa
cosa che provava anche lui: non si sapeva bene dove quella storia avrebbe
portato. Fu Nina a rompere il silenzio.
«Sette allevatori sui venti del distretto, è un po’ pochino, no?»
Morten lasciò ricadere le braccia e si avvicinò alla cartina.
«Durante l’inverno gli allevatori tengono le loro renne nei dintorni di
Kautokeino, più o meno in questo punto, e in quest’altro» disse indicando sulla
cartina. «In teoria la transumanza comincia in primavera, a seconda delle annate,
del clima e dei pascoli. La transumanza verso i pascoli di primavera deve
concludersi prima che le femmine partoriscano, più o meno in questo periodo.»
«Perché proprio adesso?»
«Le renne sono sempre deboli dopo l’inverno. Si sono cibate solo di licheni. I
piccoli rischiano d’essere troppo fragili per attraversare un fiume o uno stretto.
Le femmine che figliano durante la transumanza vengono spesso lasciate
indietro. Raggiungono il branco più tardi da sole con il loro piccolo, oppure può
capitare che sia l’allevatore che segue a recuperarle.»
«E il branco che ha attraversato giovedì scorso?»
«Era solo un gruppetto che ha attraversato in anticipo. Talvolta succede.
Possono esserci un mucchio di ragioni. È raro, ma può succedere. Non c’è molto
da fare. Gli allevatori si devono adeguare. Non abbiamo scelta: si accompagna,
non si comanda. È la legge della tundra, checché ne dicano le autorità che
vogliono imporci leggi ovunque. Devi capire una cosa, la renna è redditizia
come animale solamente se cerca e trova da sola il suo pascolo. Se fosse
necessario indirizzarla al pascolo più vicino o, peggio, nutrirla, sarebbe la fine.»

Klemet e Nina lasciarono l’auto in un parcheggio sulla riva di un fiume.


Scaricarono gli scooter dal rimorchio e vi agganciarono piccole slitte di legno
cariche di casse metalliche. Lasciarono infine la strada per inoltrarsi nella tundra.
Gli allevatori non erano molto distanti l’uno dall’altro, ma sarebbero occorsi due
giorni per visitarli tutti. Klemet aveva previsto una notte di bivacco sulla strada,
in uno dei piccoli gumpi a disposizione della polizia delle renne in tutta la
Lapponia.
Il primo allevatore si stava riposando nel suo gumpi. Per raggiungerlo non
avevano impiegato più di mezz’ora procedendo con prudenza. La neve teneva
ancora molto bene e Klemet aveva evitato i punti rischiosi sui fiumi dove il
ghiaccio gli sembrava già instabile. Il gumpi era situato in una vallata, al limite
di un piccolo lago ancora ghiacciato. Nel ghiaccio era stato ricavato un buco e
una canna da pesca di una ventina di centimetri era appoggiata accanto a una
pelle di renna stesa lì accanto. Le colline che li circondavano, ancora innevate
sul versante settentrionale, cominciavano a scurirsi sul fianco rivolto a sud.
Betulle nane formavano una specie di barriera naturale ai piedi dell’altura più
vicina al gumpi. Un filo di fumo usciva dal rifugio. L’allevatore stava facendo
uno spuntino. Non parve sorpreso quando Klemet e Nina entrarono. Invitò i
poliziotti al caldo del suo rifugio assai modesto, come tutti i gumpi della tundra:
un semplice capanno prefabbricato montato su pattini per poter essere spostato
con lo scooter. Nel gumpi c’erano un letto a castello, una stufa, un tavolo e una
panca. Nina ne studiava i dettagli con la stessa curiosità con cui aveva osservato
quello di Mattis, la prima volta.
Klemet spiegò rapidamente il motivo per cui erano venuti.
Il giovane scosse la testa. Aveva i capelli incollati alla testa, dopo essere stati
schiacciati nel chapka per tutta la mattina, trascorsa probabilmente all’aria
aperta. Osservò le foto che Klemet gli stava mostrando.
«Io ero qui» disse indicando con il grosso dito un punto colorato sulla foto.
Si trovava sulla riva meridionale, di fronte all’isola. Avrebbe dunque potuto
notare la persona che si era alzata, ma non aveva visto niente. Sembrava sincero.
«Hai idea di cosa avrebbe potuto spingere qualcuno a fare dei segnali?»
domandò Nina.
L’altro scosse la testa, senza rispondere questa volta.
«Ricordi chi occupava tutte queste postazioni?» proseguì Klemet.
Il giovane allevatore riprese le foto e riuscì a collocare altre sette persone,
tutte dalla sua parte. Secondo lui l’operazione doveva aver mobilitato una
ventina di persone, una decina su ciascun lato dello stretto.
«E dalla tua parte, non hai visto nessuno comportarsi in maniera strana o fare
un gesto alla persona che compare sulla foto?»
«No, niente di strano. Me ne sarei accorto subito. Bisogna restare
assolutamente immobili, il minimo gesto è ben visibile.»
«Eppure non hai visto quello che ti era di fronte.»
«Ero dietro la mia roccia, lo vedete bene dalla foto.»
«E secondo te, quello che si è alzato è qualcuno del vostro gruppo o potrebbe
anche essere un turista o un estraneo?»
«Sicuramente del nostro gruppo. È troppo vicino agli altri allevatori. In caso
contrario sarebbe stato allontanato immediatamente.»
«In tal caso non avrebbe potuto essere… che so io… il sindaco, per esempio?»
«Fjordsen!?»
Per poco non soffocò dalle risate.
«Pace all’anima sua, ma non avrebbe mai potuto avvicinarsi a meno di
cinquecento metri dal nostro gruppo, ve lo assicuro» scherzò l’allevatore.
«Ah, ora che ci penso, non hai visto due turisti tedeschi da queste parti?»
«Da queste parti? Non ne ho vista neanche l’ombra. Perché, c’è gente che va a
spasso da queste parti senza sapere che è vietato?»
«No, niente, è solo un piccolo furto avvenuto più giù nel fiordo.»
«Le piaceva così poco?» domandò Nina.
L’allevatore spostò lo sguardo da Klemet a Nina, con aria perplessa.
«Fjordsen, le piaceva così poco?»
L’altro alzò le braccia al cielo.
«Ma insomma, sa bene chi era e che cosa faceva, no? No, Fjordsen non si
sarebbe mai spinto fin lì. Non sarebbe mai passato inosservato, non in un
momento simile. Era un esaltato, ma non un idiota. Se avesse fatto una cosa
simile ci sarebbe stata guerra per dieci anni. Se c’è qualcuno che potete
eliminare dalla vostra lista, è proprio lui.»

Nelle ore successive, la pattuglia P9 trovò altri due allevatori. Uno di loro
riposava a sua volta nel suo gumpi, verso nord. Klemet e Nina ci misero più
tempo per trovare il secondo, che seguiva a distanza il suo branco lungo una
vallata più a sud. I due uomini, avvisati da una telefonata di Morten Isaac,
risposero senza difficoltà alle domande dei poliziotti. Le foto diventavano
sempre più leggibili. I due diedero un nome a tutti gli allevatori sulla riva
meridionale, e a una parte di quelli sull’altro lato. Per la persona in piedi
proponevano tre nomi, sami che lavoravano nel distretto. Non poteva trattarsi né
del sindaco né di un turista smarrito.

Raggiunsero il gumpi della polizia delle renne verso le sette di sera. Klemet
restò all’esterno per telefonare al commissariato di Hammerfest mentre Nina si
preparava per la notte. I suoi pensieri erano rivolti a quanto avveniva all’interno
del capanno quando la voce del commissario Ellen Hotti, molto meno piacevole,
risuonò all’apparecchio.
«Non so cosa avete combinato, ma abbiamo ricevuto parecchie lamentele. Sai,
le solite rimostranze del fine settimana di Pasqua… gli allevatori che si
lamentano dei turisti in scooter troppo vicini alle femmine che stanno per
figliare.»
«Eravamo a Kautokeino.»
«Lo so, figurati. Ho mandato una pattuglia da Alta.»
«Immagino che tutti ci adorino, già sono convinti che il nostro unico scopo sia
impedire ai norvegesi di godersi la natura durante questo fine settimana…»
«Si direbbe quasi che abbiate fatto apposta a tagliare la corda.»
«In teoria eravamo a riposo!»
«Pessima idea, in questi giorni.»
«È Kiruna che stabilisce i turni, non io.»
«Kiruna è in Svezia, sai bene che quelli se ne fregano di quello che pensano i
turisti della domenica da queste parti. E la gente ha il diritto di godersi la
natura.»
«Vallo a spiegare agli allevatori che rischiano di perdere i cuccioli se la madre
li abbandona.»
Klemet sapeva benissimo che quel genere di discussione non serviva a niente:
i norvegesi che abitavano sulla costa accusavano la polizia delle renne di essere
lì solo per difendere gli interessi degli allevatori. La montagna, dicevano,
apparteneva a tutti.
«E il sindaco?» continuò Klemet per cambiare discorso.
«Stanno facendo l’autopsia, all’ospedale universitario di Tromsø. Il punto in
cui è caduto è molto ripido, lo sai.»
«Si è saputo cosa ci faceva lì?»
«Non proprio. Qualcuno l’ha visto andare via presto da Hammerfest. Forse era
venuto a sapere della presenza di renne sulla strada o verso il tunnel. Si cercano
testimoni e stanno controllando il suo cellulare. I preparativi della cerimonia ci
impegnano molto. Ci sarà il fior fiore della società. Era una brava persona, mi
piaceva molto.»
«Lo so, piaceva a tutti a Hammerfest. Ah, un’ultima cosa, sono passati al
commissariato due operai che lavorano al cantiere? Abitano all’hotel
galleggiante, dovevano venire per mostrare la loro patente, uno dei due era
polacco. Non avevano i documenti con loro quando ho fatto un controllo, l’altro
giorno.»
Seguì qualche momento di silenzio, poi il commissario Ellen Hotti riprese a
parlare:
«Non è passato nessuno in questi giorni.»
Nina tirò fuori la testa dal gumpi e gli fece un segno col pollice. Klemet
chiuse la conversazione. Il sole stava per sparire dietro la montagna
all’orizzonte. L’aria si era raffreddata. Quella notte la temperatura sarebbe scesa
a circa cinque gradi sotto lo zero. Sarebbe stato necessario partire presto il
giorno dopo, per approfittare della neve indurita che avrebbe sostenuto meglio
gli scooter. Il vento iniziò a soffiare leggermente. Klemet improvvisamente
rabbrividì, richiamato ai suoi vecchi demoni dell’infanzia. Quella sera non aveva
voglia di affrontare i suoi ricordi. Si sfregò il viso con la neve, si espose al vento
senza convinzione e rientrò al calore del gumpi, cercando di non pensare a Nina
già raggomitolata nel suo sacco a pelo.
14.

LOCANDA DI SKAIDIKROA. ORE 22.30.

Markko Tikkanen ciondolava nel parcheggio dietro Skaidikroa, la locanda


stazione di servizio di Skaidi, situata all’incrocio delle strade per Hammerfest,
Alta e Capo Nord. Un’ala dell’edificio fungeva da motel. A Tikkanen capitava di
utilizzarne una stanza per concludere i suoi affari, al momento però il grosso
finlandese era deluso. A dispetto del freddo sceso al tramonto, si asciugava il
sudore dalla fronte.
Rifletteva velocemente, vagliando le sue schede. Fjordsen morto, il
vicesindaco avrebbe avuto più potere. Molto bene. Quali ostacoli restavano?
Quali erano le scadenze? Quale nuova procedura intraprendere? Chi aggirare?
Le umiliazioni di Bill Steel… L’americano, era lui che decideva. La sua volontà
di investire nel futuro di Hammerfest sarebbe stata determinante.
Ma Tikkanen non sarebbe stato Tikkanen se non avesse anche saputo che a
Houston, alla sede principale della South Petroleum, altri americani erano pronti
a fidarsi di Tikkanen. Se tutto fosse andato come previsto, i giorni a venire
avrebbero visto l’inizio del suo apogeo. Sapeva con esattezza chi era destinato a
succedere a Fjordsen. Ci aveva sempre sperato.
Non la si faceva a Tikkanen. Le sue schede erano aggiornate. Conosceva le
tensioni che scuotevano il distretto 23, sapeva cosa pensavano gli allevatori,
quali erano i loro bisogni. Distretto 23: diciannove schede di allevatori, cinque
famiglie, ventisette cugini, duemilatrecento renne, seicentocinquantasette
cuccioli la scorsa primavera, di cui circa trecento divorati dai predatori, un
indebitamento complessivo stimato in ventinove milioni di corone.
Tikkanen riacquistava fiducia, vedeva come se l’avesse davanti agli occhi la
scheda dove contabilizzava i costi di gestione annuale del distretto 23,
comprendenti l’affitto del mattatoio mobile, le ore di elicottero, le riparazioni
degli scooter delle nevi e dei quad, i nuovi acquisti da fare in autunno, i
mangimi.
Ma sapeva anche quale famiglia si era indebitata per una cresima o un
matrimonio. Chiuse gli occhi. Una famiglia poteva spendere fino a
centocinquantamila corone per un vestito da cresima. Per non parlare delle
nozze. Alcune famiglie sami organizzavano matrimoni con mille invitati.
Sì, adesso si sentiva molto meglio. La sensazione di sapere tutto di tutti era la
sua migliore consolazione. Brontolò fra sé e sé. Le umiliazioni lo toccavano
poco. Solo un pochino. Quanto bastava. In certi momenti assumeva un’aria
afflitta, proprio per dare al suo interlocutore la soddisfazione di aver ferito
Tikkanen. Era da tempo che aveva capito che fare la vittima era utile. Ai malvagi
piaceva prendersela con lui. Era sempre stato così, sin dai tempi della scuola. Era
già grasso all’epoca. Ma non si trattava solo di questo.
Aveva passato lunghe ore a osservarsi allo specchio senza capire. Aveva i
tratti energici, grossolani, segno di forza.
Aveva sentito cose orribili, persone che parlavano di lui come di un sacco a
forma di pera, la faccia flaccida, pesante, deforme, con piccoli occhi blu slavati,
infossati e sprofondati nel grasso, capelli radi e untuosi che pettinava con un
ciuffo a forma di banana alla moda d’altri tempi, con orecchie dai lobi tanto
piccoli da essere ridicoli, e pieghe del collo che cadevano a cascata sul colletto
della camicia sempre troppo stretto. Era questo che dicevano. A volte alle sue
spalle, a volte in faccia, con aria sprezzante.
Ma Tikkanen era Tikkanen, e aveva la fortuna di possedere un amor proprio
temprato nell’acciaio della Lapponia. Resistente a tutto. I suoi tratti esprimevano
solo forza. Tutto il resto era gelosia.
La piccola Skoda parcheggiò finalmente accanto alla sua auto. Tikkanen
guardò l’orologio. Fece segno a Juva Sikku di restare al volante. Il finlandese
fece il giro della locanda, diede un’occhiata alla stazione di servizio, poi fece
ritorno. Andò fino alla stanza del motel che affittava a settimana, secondo le
occasioni, per non dover dare spiegazioni in casi come questo, anche se non
aveva niente da temere dal proprietario, la cui scheda era assai pesante. Fece di
nuovo segno a Juva e gli mostrò la stanza.
L’allevatore aprì una portiera e indicò la direzione alle tre russe. Le portò fino
alla stanza. Tikkanen richiuse la porta. Le ragazze non lo interessavano. Era un
uomo d’affari, lui. Verificò i passaporti, guardando le prostitute una per una.
Erano giovani, un po’ troppo magre per i suoi gusti, non molto truccate. Troppo
acqua e sapone. Avrebbe dovuto porvi rimedio. Non erano professioniste, salvo
una che lo guardava con sguardo più sicuro. Indicò i passaporti e se li mise in
tasca senza togliere loro lo sguardo di dosso. Guardò il libretto sanitario.
Tikkanen voleva ragazze sane e vaccinate. Ne andava della sua reputazione.
Osservò Juva di nascosto. Nessun dubbio sulle sue intenzioni. Tikkanen non si
era sbagliato. Raramente si sbagliava sulle persone.
«Tutto in ordine. Portale nei tuoi gumpi e occupati di loro fino alla sera della
festa. Ma non toccarle. Ne avrai diritto solo dopo.»
Juva Sikku lo guardò senza alcuna simpatia. Non bastava nemmeno la
prospettiva di una scopata gratuita a rallegrarlo. Tikkanen lo aveva sempre visto
sulle difensive, chiunque fosse il suo interlocutore. Juva non aveva fiducia in se
stesso. Non era come Tikkanen. Tikkanen sapeva come muoversi.
«E allora, questa fattoria?»
Tikkanen stava per innervosirsi. Perché gli chiedevano sempre tutti dei favori?
«Credo d’avere il terreno che fa per te. Circa cinquanta ettari, dalle parti di
Levajok.»
«Ma è alla frontiera finlandese!»
«Meglio ancora! Oltre alla fattoria con le renne potrai fare affari tra i due
paesi. Alcol, sigarette, nafta. Nell’attesa, curami bene queste ragazze, come fai
con le tue renne. Col lazo, se necessario.»
15.

MERCOLEDÌ 28 APRILE.
IL SOLE SORGE ALLE 2.56. TRAMONTA ALLE 21.48.
DICIOTTO ORE E CINQUANTADUE MINUTI DI LUCE.
GUMPI DELLA POLIZIA DELLE RENNE. ORE 8.15.

Klemet e Nina iniziarono la giornata con una serie di telefonate agli allevatori
e ai loro parenti dei vari clan. Le testimonianze dei tre sami incontrati il giorno
prima venivano confermate. Ora erano riusciti a stabilire la posizione di tutti
coloro che si erano appostati sulla riva meridionale. Localizzare quelli sulla riva
opposta, sul lato dell’isola della Balena, sarebbe stato più semplice.
Lasciarono il gumpi all’inizio della mattinata, dopo avere scaricato ciò che
rimaneva della legna portata con loro. Klemet conduceva la pattuglia, forte della
propria conoscenza del terreno. La neve era ancora dura e trovare piste
percorribili non era un problema. Talvolta si lanciava su zone dove la neve si era
già sciolta, ma il suo scooter le superava senza problemi. Attraversò a tutto gas
un piccolo fiume dove il ghiaccio si era in parte sciolto e planò sull’acqua una
manciata di secondi prima di atterrare sull’altra riva. Si girò giusto in tempo per
vedere Nina che superava facilmente l’ostacolo. L’attraversamento dei fiumi con
lo scooter delle nevi era uno dei passatempi preferiti dei ragazzi, in quella
stagione. In questo caso l’operazione era più rischiosa, perché trascinavano con
loro anche una slitta.
La pattuglia P9 risalì il fiume lungo una piccola vallata costeggiata da betulle
nane. Grosse rocce spuntavano dalla neve, svelando tranelli impossibili da notare
durante l’inverno. Giunsero a un piccolo accampamento di due tende sami, dalla
cui sommità usciva del fumo. Alcuni bambini giocavano ridendo. Klemet
riconobbe quella sensazione di totale libertà. Durante la sua infanzia viveva così
nella fattoria di famiglia, lontano dalla città. Quel periodo felice era durato fino
all’inizio della scuola, solo allora erano iniziati tutti i suoi problemi.
L’allevatore uscì dalla tenda nel momento in cui i poliziotti spegnevano il
motore. Indossava una tuta nera con larghe bande verticali di colore arancio. Si
preparava a raggiungere il suo branco.
«Bures» li salutò Jonas Simba.
«Bures» risposero i due poliziotti.
Simba porse loro una caffettiera ammaccata e annerita. I poliziotti presero una
tazza dalla loro tuta e si sedettero intorno al fuoco.
Senza parlare, Klemet spiegò la cartina sul prato della brughiera. Con l’aiuto
di un ramoscello, Jonas Simba indicò il punto in cui si trovava il giorno
dell’incidente.
«Ho visto Erik sparire» disse.
Non aggiunse altro, i suoi occhi si erano velati e i poliziotti rispettarono il suo
silenzio. Simba non fece niente per trattenere le lacrime che cominciavano a
sgorgare.
«Ero lì, e non ho potuto fare niente. Ero troppo lontano. Quando è sparito,
sono accorso subito, ma non c’era più niente da fare. Anche quelli sulla barca
erano impotenti. C’era il branco, cadaveri ovunque, le renne che andavano in
tutte le direzioni. Non sono nemmeno sicuro che tutti abbiano capito subito che
Erik era andato a fondo. C’era una tale confusione. Ma io l’ho visto. Avevo visto
che la sua barca beccheggiava, imbarcava acqua, che stava succedendo qualcosa,
e quando è barcollato, quando…»
Klemet e Nina lasciarono che bevesse il suo caffè.
«L’anno scorso, durante le feste di Pasqua, sono stato il suo testimone di
nozze.»
«Chi c’era qui, in questo punto?» chiese Klemet indicando la figura in piedi
nella foto.
«Lì? Quello è Juva. Juva Sikku.»
Jonas Simba sputò per terra.
«Ne sei proprio sicuro?»
«Sikku. Sicuro. Era un po’ più in alto rispetto a me. Mi aveva chiesto di
scambiarci di posto e io mi sono ritrovato qualche metro davanti a lui.»
«L’hai visto alzarsi e fare dei gesti?»
«No, guardavo verso lo stretto, come tutti credo.»
«Sai perché si è alzato?»
Simba alzò il viso.
«Non ne ho idea. La sua vecchia renna guidava la traversata. L’ha persa. Forse
ha visto che c’era qualche problema con la sua renna di testa.»
«Sai se le renne hanno fatto dietrofront prima o dopo che Sikku si è alzato?»
«No, vi ho detto che non l’ho visto alzarsi. E poi, se voleva fare un segnale a
qualcuno, o se c’era dell’altro, non è certo una foto che può dirlo…»
Aveva ragione. Quelle domande non portavano da nessuna parte. Per
esperienza, Klemet sapeva di non dover trascurare nulla in quel tipo d’indagine.
L’unico problema era che nella tundra un’inchiesta sugli allevatori che
occupavano i pascoli limitrofi assumeva immediatamente dimensioni
gigantesche.
«Non hai visto per caso un paio di turisti tedeschi in quei giorni?» domandò
Klemet.
«Dei tedeschi qui? No di sicuro. Che cosa c’entra?»
Klemet scosse la testa. Si alzò per porre fine alla conversazione. Rivolse uno
sguardo insistente a Nina che non si muoveva. Anche Jonas Simba si era alzato.
Nina contemplava la brace.
Klemet la chiamò, ma Nina sembrava non sentirlo. Sollevò lo sguardo e lo
posò su Simba.
«Perché hai sputato pronunciando il nome di Sikku?»
Simba guardò Klemet, poi Nina.
«Non ti piace, vero?» chiese lei.
Jonas Simba mordicchiava il suo ramoscello mentre continuava a guardarla.
Klemet si rimise a sedere e l’allevatore capì il messaggio.
«È da anni che noi del distretto siamo sotto pressione a causa dello sviluppo di
Hammerfest. Rosicchiano sempre più le nostre terre per creare nuovi
insediamenti industriali. Adesso, poi, con questo nuovo giacimento petrolifero di
Suolo, andrà di male in peggio.»
«E?»
«E succedono cose poco simpatiche. Ci sono in ballo un sacco di soldi e noi
contiamo poco.»
«Non vedo il nesso con Juva Sikku» sottolineò Nina.
«Nell’ambito del distretto bisognerebbe fare un fronte comune, ma non è così.
Ci sono tipi come Sikku che sostengono che non c’è più niente da fare. Il suo
atteggiamento non mi piace. Bisognerebbe restare uniti, parlare con una sola
voce. Come con Erik. Lui e Anneli sapevano sempre trovare le parole giuste. Ma
Sikku continua a dire che siamo seduti su un tesoro, che bisognerebbe negoziare
questi terreni al miglior prezzo e che con quei soldi sarebbe possibile trovare
altrove pascoli a buon mercato.»
Klemet rifletteva. L’atteggiamento di Sikku sicuramente non era condiviso da
tutti gli allevatori, ma offriva un’alternativa al problema dell’accesso alle terre
sull’isola della Balena, dove la città di Hammerfest voleva svilupparsi. Forse
Sikku non aveva tutti i torti.
«Ci sono altri che condividono il suo punto di vista?» riprese Klemet.
«Sono una minoranza.»
«Ma Sikku non è solo» insistette il poliziotto.
Simba sputò di nuovo.
«Non è solo, no. È sempre imboscato con quel maledetto Tikkanen. Si
credono furbi, ma li hanno visti insieme al pub di Skaidi.»
«Vicino al nostro capanno?» chiese Nina girandosi verso Klemet.
Non ce n’erano altri a Skaidi. Jonas Simba cominciò a dipingere un ritratto di
Sikku non certo lusinghiero, anche se Sikku era membro del sindacato e sul
piano puramente tecnico era sicuramente un allevatore valido, che conosceva
bene le sue bestie e se ne occupava a dovere. Bastava vedere la sua renna di
testa. Come molti altri, si lamentava delle condizioni che peggioravano e Simba
era d’accordo, ma Sikku non sembrava mai soddisfatto di quello che aveva. E
d’abitudine si fermava a lungo in città.
«Non so che cosa l’attiri tanto laggiù, visto che noi allevatori da quelle parti
siamo visti come dei paria. Ci tollerano a malapena.»
Jonas Simba scagliò improvvisamente il ramoscello nel fuoco, poi prese un
lazo di plastica arancione che si mise a tracolla. La conversazione era terminata.
Klemet restò un attimo pensoso a guardare il ramoscello che si consumava.
Markko Tikkanen, l’agente immobiliare, e Juva Sikku. Cosa stavano
complottando?
Midday,

Sopravvivere è troppo faticoso. L’altro ha ragione. La rotta, tenere la rotta.


Non lasciare indietro nessuno. Finora ce l’abbiamo fatta, ma adesso iniziamo a
vacillare. Le sue idee lo rinchiudono. Come prima. Non lascia al suo corpo il
tempo di recuperare. Nemmeno io. Il nostro corpo ci sfugge. Sarei finito senza di
lui. Lui sarebbe finito senza di me. Due relitti. La sua deriva mi fa paura. Finora
siamo sempre riusciti a risalire, quando eravamo insieme, tu e io, o quando lui
ha poi preso il tuo posto. Ma adesso?
16.

MERCOLEDÌ 28 APRILE.
ALTURE DELLA VALLE DELLO STRETTO DEL LUPO. ORE 15.30.

Dopo le lunghe deviazioni necessarie a trovare neve ancora solida, la pattuglia


P9 raggiunse l’accampamento di Anneli. La ragazza stava leggendo, distesa su
rami di betulla, una pelle di renna arrotolata a guisa di cuscino. Si alzò per
raggiungerli. Indossava pantaloni di una tuta da scooter e un pullover di lana
polare blu. Un fazzoletto rosso a disegni intorno al collo era la sola macchia di
colore, insieme ai lunghi capelli lisci e biondi.
Nina notò che il suo sguardo calmo era ben diverso da quello allucinato della
domenica precedente, durante quella corsa disperata. Si domandava cosa stesse
leggendo. Nell’ambiente prevalentemente maschile degli allevatori di renne,
Anneli era un personaggio atipico, eppure il suo ruolo lì sembrava naturale,
luminoso, evidente. Nina ricordava la dolcezza e la purezza delle sue parole. E
non solo. La giovane allevatrice era radiosa.
Le altre tende erano stranamente calme, senza evidenti tracce di attività, con
l’eccezione di un gruppo di donne che preparava la cena sotto la direzione di
Susann. Gli allevatori, in ogni caso quelli che non andavano troppo lontano a
sorvegliare le bestie, cenavano presto. I vecchi che la volta precedente stavano
cantando non c’erano. Forse riposavano. Anneli accompagnò i poliziotti verso il
fuoco, tolse la caffettiera dalla brace e versò loro del caffè nero.
«Come va la testa?» esordì Nina.
Anneli si toccò il capo sorridendo.
«Ne ha viste di peggio.»
«Abbiamo assistito alla corsa domenica scorsa.»
«Non tutti erano contenti.»
«Hai corso molti rischi.»
Anneli le rivolse un sorriso pensoso. Non rispose subito, i suoi begli occhi
grigio blu fissi nei suoi.
«Questo tipo di corsa non comporta alcun rischio. Non per me. Per gli altri sì,
perché loro corrono per se stessi. Io non correvo per me stessa. Non poteva
succedermi niente. Niente che non fosse già scritto.»
«Ma ti sei ferita. Sarebbe potuta finire molto male.»
Anneli le rispose con un sorriso enigmatico e affondò nuovamente lo sguardo
nella tazza di caffè.
«Siamo venuti per parlarti di Erik» intervenne Klemet. «Cosa puoi dirci del
vostro lavoro? Come andava in questi ultimi tempi?»
Anneli si raddrizzò.
«Tra gli allevatori ci sono molte discussioni. Con Erik e qualche altro,
cercavamo di rivedere il nostro modo di lavorare. I pastori sono diventati troppo
dipendenti da elementi che sfuggono al loro controllo e che comportano compiti
molto pesanti. Alcuni non ne possono più. Molti smettono, i giovani che
sarebbero interessati fanno parecchia fatica a farsi largo, pur appartenendo a un
clan. E se vogliono lavorare alle stesse condizioni degli altri, non ne hanno i
mezzi.»
Anneli li guardava con un sorriso un po’ triste.
«Deve essere per forza così? Non per Erik né per me.»
«Vorresti dire che non sono tutti d’accordo?» intervenne Nina.
Anneli fissava la brace. Il vento soffiava leggero, regolare.
«Ci sono persone che si danno da fare per dividerci, e a volte ci riescono.
Sono persone che non capiscono la natura di questi luoghi, non è colpa loro.
Semplicemente non capiscono tutto.»
Si alzò e spinse Nina prendendola per il gomito. Puntava il dito verso la cresta
di una collina ondulata che saliva verso l’orizzonte con una pendenza lieve.
«Il volo degli uccelli asseconda le curve delle montagne. Lo vedi com’è
dolce?»
Nina non poteva far altro che seguire con gli occhi la mano delicata di Anneli
che con estrema grazia disegnava nell’aria onde leggere. Sotto la sua carezza, le
montagne risplendevano di una bellezza nuova, nessun uccello avrebbe mai
avuto la stessa armonia di quelli che, da quella mano, parevano prendere il volo.
Nina cercò di nascondere il proprio turbamento. Le parole gentili e pure di
Anneli sembravano così estranee al duro mondo della tundra.
Fu Klemet a rompere il silenzio, a disagio con quelle considerazioni.
«A quale categoria di allevatori appartiene Juva Sikku?»
Anneli si risedette e Nina la imitò.
«Juva vuole troppe cose. Lui ed Erik si conoscevano sin dall’infanzia. Non
hanno studiato insieme, ma Juva è un buon allevatore. Conosce bene le terre,
conosce bene il suo branco, e il suo branco conosce bene lui, ma ha aspirazioni
che non possono essere soddisfatte nella tundra. È così e basta. Questo non fa di
lui un cattivo allevatore, ma quanto reggerà?»
Nina voleva saperne di più, ma Klemet la precedette, ansioso di fare qualche
passo avanti nell’inchiesta.
«L’altro giorno, quando le renne sono tornate indietro, Juva si era alzato
davanti a loro e gesticolava. Potrebbero essere stati i suoi movimenti a
spaventare le renne. Con le conseguenze che ben conosci…»
La giovane sami restò per un po’ silenziosa. Giocava con un ramoscello di
betulla. Alla fine sorrise.
«Non sono sicura di capire la tua domanda, Klemet. E forse non è nemmeno
una domanda, ma se lo è, devi porla senza indugio a Juva.»
Di colpo si alzò e parve perdere l’equilibrio. Nina la sostenne, Anneli si toccò
la testa per un istante e posò l’altra mano sul ventre.
«Non mettermi in testa simili idee, Klemet.»
Klemet aveva l’aria imbarazzata. Anneli si sedette lentamente.
«Erik e Juva discutevano su questioni riguardanti l’ordine di avanzamento
durante la transumanza, questo lo so. Juva riteneva ingiusto dover stare dietro il
nostro branco, le sue bestie non trovavano più molto da mangiare arrivando dopo
le nostre. Erik mi diceva che Juva non voleva riconoscere di avere troppi capi, e
che era questa la ragione per cui non trovava abbastanza pascoli.»
«Sì, lo so» disse Klemet, «un problema frequente. Queste vecchie regole sono
difficili da rimettere in discussione, inoltre gli allevatori non accettano di sentirsi
dire da estranei che hanno troppe bestie, lo so, lo so bene.»
Ognuno restava sulle proprie posizioni e la situazione non faceva che
peggiorare.
«È per questa ragione che Erik, io e pochi altri cercavamo di trovare
un’alternativa. Io per esempio ho alcuni cavalli. Li utilizzo per avvicinare le
renne, con le motoslitte non potrei farlo allo stesso modo. Se gli allevatori
fossero meno meccanizzati, avrebbero meno spese fisse, non avrebbero più
bisogno di così tante renne per vivere e i pascoli basterebbero per tutti. Erik e io
ne parlavamo spesso con gente come Olaf.»
Klemet scosse la testa. Lo Spagnolo e le sue fiere natiche, pensò Nina
sorridendo per un attimo.
«Poco fa ti domandavi quanto tempo potrà reggere Juva, cosa volevi dire?»
s’informò Nina.
«Juva Sikku è sempre stato affascinato dallo stile di vita di Nils Sormi. Si
conoscono da quando erano piccoli. Tutti e tre, del resto, anche Erik li conosceva
sin dall’infanzia.»
17.

MERCOLEDÌ 28 APRILE. TARDO POMERIGGIO.


VALLATA DI KLAGGEGGA.

Con una smorfia Juva Sikku prese una dose di tabacco da masticare e se la
mise in bocca, tra il labbro e la gengiva, in quel buco scavato negli anni dallo
snus. Era talmente grosso che riusciva a infilarci il mignolo. A dispetto della sua
giovane età mostrava già i segni del tempo, ma il vidda non era cosa da
femminucce.
Fece un’altra smorfia. I due scooter delle nevi della polizia delle renne si
stavano avvicinando. Avevano superato il corso d’acqua ghiacciato e dovevano
fare ancora una deviazione per arrivare alle spalle del branco riunito trecento
metri più giù, nella valle ombreggiata.
Juva Sikku si sfregava la barba di qualche giorno. Si rasava una volta alla
settimana, testa compresa. Si domandava che cosa volessero da lui i poliziotti.
Arrivavano senza preavviso: brutto segno. Sapevano dove trovarlo. Anche se
alcune delle sue renne erano in anticipo di diversi giorni nella traversata dello
stretto, il grosso del branco era dove doveva trovarsi in quel periodo della
transumanza.
Le tre puttane erano al sicuro, nei gumpi che utilizzava raramente e che la
polizia non conosceva. Stava quasi per mandare un sms a Tikkanen, ma i gumpi
erano isolati, abbastanza lontani dal suo solito accampamento. Nessuno sarebbe
andato a cercarle lì.
Klemet Nango aveva appena fermato lo scooter a pochi metri. La sua collega
lo imitò. Somigliava a una delle puttane che gli avevano portato dalla frontiera
russa, i capelli più lunghi, biondi, e anche un po’ più carina. Difficile valutare il
suo fondoschiena sotto la tuta. Chissà se Nango se la scopava. Al suo posto lui
l’avrebbe fatto. Una sveltina nel gumpi.
«Bures» disse quando gli furono davanti. In fondo, non gli costava niente
salutarli. Ora aspettava.
«Bures» rispose Klemet Nango, la collega accanto a lui. «Siamo qui per
verificare due o tre piccole cose. L’altro giorno, allo Stretto del lupo, ti sei messo
in piedi mentre le renne stavano attraversando. Vorremmo sapere il perché.»
«In piedi?»
Sikku rifletteva velocemente. Che storia era quella? Cosa volevano quegli
sbirri?
«Sì, quando hanno iniziato a girare in cerchio ho gridato. Bisognava
intervenire velocemente. C’era anche la mia renna bianca, per la miseria.»
«Sì, ma… Abbiamo delle foto. Ti sei alzato prima che le renne si mettessero a
girare in cerchio. Abbiamo tutte le ragioni di pensare che siano stati proprio i
tuoi movimenti a spaventarle.»
«Ma cosa stai dicendo!» s’infuriò Sikku. «Sono tutte cazzate. Parli a vanvera!
Eri forse presente?»
Klemet prese delle fotografie dalla tasca sulla gamba dei pantaloni della tuta
e, impassibile, gliele mostrò. La prima ritraeva un paesaggio con una donna di
spalle che indicava qualcosa.
«È per mostrarmi questo culo che sei venuto fino a qui?»
«Guarda, piuttosto. Le renne nuotano ancora in direzione dell’isola. Quello sei
tu, abbiamo controllato. Ti sei tirato su in piedi prima che le renne invertissero la
marcia.»
Sikku gli strappò la foto dalle mani e l’osservò con calma, anche se sapeva
molto bene che era tutto vero. Prese poi la seconda foto, anche quella col
fondoschiena in primo piano e le renne sullo sfondo che giravano in tondo. E la
sua renna bianca. Anni e anni trascorsi insieme. Ma non era morta. Prendeva
tempo per trovare una risposta. Doveva rispondere? Esitò. La cosa avrebbe
potuto causargli delle seccature. Pensò alle puttane nei gumpi. Tikkanen
ignorava dove fossero imboscate. Quell’uomo grande e grosso gli ripeteva
sempre: meno si sa meglio è. Che cosa avrebbe raccontato Tikkanen agli sbirri?
«Ho visto che la mia renna non nuotava come avrebbe dovuto. Ho cercato di
segnalarlo a Steggo, è tutto. Lui del resto l’ha capito: la mia renna bianca andava
nella direzione sbagliata, c’era corrente. Steggo l’aveva capito, la prova è che si
è subito mosso. Tutto qui, è stata la corrente, colpa della corrente.»
Nango e Nina studiavano la foto. Cosa speravano di scoprire? Una femmina
che non ci capiva niente e Nango che non valeva molto di più.
«Quel giorno la corrente era praticamente assente. Le renne sono state tutte
ripescate proprio per questo, e neppure il corpo di Steggo è andato alla deriva.»
«D’accordo, forse, ma la mia renna di testa non legge i bollettini meteo. E poi
era un vecchio somaro.»
«Ne parlano tutti molto bene.»
«Un somaro vi dico.»
«Ci hanno anche raccontato che hai cambiato posto» continuò Klemet. «Ti sei
sistemato in modo da essere più in alto degli altri. Così nessuno ti poteva vedere
quando ti sei alzato.»
«Cazzate, solo cazzate. Ero in alto, punto e basta, se mi sono messo lì era per
avere più campo, dovevo telefonare, tutto qui.»
«A chi dovevi telefonare?»
«Ma per la miseria, cosa vi importa, siete della polizia?»
Quei due burattini si guardavano. Da quando in qua la polizia delle renne
giocava a fare la vera polizia? E la ragazza per di più insisteva. Sikku iniziava a
perdere la pazienza.
«Non me lo ricordo. Tu lo sai chi ti ha telefonato ieri alle otto?»
Gli avevano fatto ancora alcune domande sui suoi rapporti con Erik Steggo, e
poi con Nils Sormi, il sommozzatore. Tutto bene, aveva risposto, nessun
problema. Ognuno lavorava nel suo ambito e tutto filava liscio. Con Steggo
lavoravano bene insieme, no? Non era una prova sufficiente? Gli avevano anche
fatto domande sulla sua infanzia. La sua infanzia!
A Sikku erano tremate le ginocchia quando gli avevano chiesto dove fosse la
barca utilizzata da Steggo. Bruciata, aveva risposto. In ogni caso era
danneggiata. Prima o dopo l’incidente? Danneggiata, rotta e bruciata! Aveva
fatto di tutto per mantenere la calma. Sì, sì, calma.
Una cosa proprio non gli era piaciuta. Nango gli aveva chiesto se conoscesse
bene Tikkanen. Cosa, cosa? Aveva insistito. E anche la ragazza. Era tornata sulla
questione della telefonata. Era forse a Tikkanen che aveva telefonato poco prima
di alzarsi in piedi? Senza fare nomi, Klemet gli aveva riferito che qualcuno
sosteneva di averli visti spesso insieme, lui e Tikkanen, alla locanda di Skaidi.
Sikku aveva continuato a riflettere velocemente. Qualcuno avrebbe potuto
vederli la sera prima, dietro la locanda? Arrivando non aveva scorto nessuno, e
poi Tikkanen doveva aver fatto un giro di controllo, come d’abitudine. Rispose
che non era proibito vedere Tikkanen. Si fidava di lui. Tikkanen valeva quanto
chiunque altro, anche se era finlandese. Su questo punto non c’era molto da
controbattere. I poliziotti si erano girati sui tacchi ed erano ripartiti. Maledetta
polizia delle renne, non avevano niente di meglio da fare? Ma tutta quella storia
sarebbe presto finita. Anche lui avrebbe avuto la sua parte. Tikkanen glielo
aveva promesso.
18.

GIOVEDÌ 29 APRILE.
IL SOLE SORGE ALLE 2.50 E TRAMONTA ALLE 21.54.
DICIANNOVE ORE E QUATTRO MINUTI DI LUCE.
STRADA 93, FRA ALTA E KAUTOKEINO. ORE 9.45.

Klemet aveva insistito per andare a Kiruna. Doveva incontrare il suo amico
medico legale che aveva effettuato l’autopsia a Tromsø e voleva assolutamente
comunicare loro i risultati. Come altri medici e infermieri svedesi, anche lui
faceva lavori extra in Norvegia per arrotondare lo stipendio. Nina non
condivideva la fretta del suo collega.
«Può mandarci i risultati per posta. In fondo, la morte del sindaco non ci
riguarda più di tanto.»
Klemet si era innervosito e aveva proposto di andarci da solo. Dopotutto era la
loro giornata di riposo. Alla fine Nina aveva ceduto. Era di cattivo umore e non
capiva perché. Nel corso del breve incontro con Nils Sormi allo Stretto del lupo,
qualcosa l’aveva messa a disagio, ma non era ancora riuscita a metterlo a fuoco.
Kiruna le avrebbe rinfrescato le idee.
Si fermarono lungo la strada al caffè Reinlycka. La vecchia lappone era seduta
come d’abitudine dietro la cassa. Reinlycka, “la fortuna della renna”. Presero un
caffè e si sedettero in un angolo.
«La fortuna della renna…» iniziò Nina. «Morten ce ne parlava l’altro giorno.
Le persone credono ancora a queste cose?»
«Crediamo ancora al sacro, all’aldilà? Le persone credono a ciò in cui hanno
bisogno di credere per sopravvivere.»
Nina inarcò le sopracciglia con aria dubbiosa. Tutto questo non corrispondeva
all’insegnamento dell’austero catechismo protestante che sua madre le aveva
inculcato per tutta l’infanzia. L’unico mistero accettabile era il mistero della
fede, che non poteva essere messo in discussione per niente al mondo. A volte
Nina si domandava come una donna simile avesse potuto stare con un uomo
come suo padre. La loro separazione era inevitabile, probabilmente sin dal primo
istante. Era vero però che all’epoca suo padre non era ancora un sommozzatore.
La sua vita doveva essere molto diversa.
«Ricordati di Mattis, lui credeva nel sacro, è per questo che ha fatto quello che
ha fatto a Kautokeino. E ha pagato.»
«Mattis non credeva solamente nel sacro. Era un disperato e un fallito. Il
sacro? Hai visto quella grande roccia a punta allo Stretto del lupo? Rocce come
quella esistono in tutta la Lapponia. Talvolta sono semplici sassi che però per le
persone di qui hanno un significato speciale.»
«Le persone di qui, vuoi dire i lapponi o tutti quanti?»
«Per i lapponi. In ogni caso per alcuni di loro.»
«E per te, hanno un significato?»
«Per me? Io sono un poliziotto, quindi sono una persona razionale, non
dimenticarlo.»
Nina gli lanciò un’occhiata per capire se scherzasse, ma la sua espressione era
indecifrabile. Pensò all’attenzione talvolta ridicola che prestava alla posizione
della sua ombra prima di avanzare. A volte era davvero buffo.
«Gli joïk di tuo zio parlano di queste cose?»
«Sì, numerosi joïk sono legati a luoghi particolari.»
«Mi piacerebbe saperne di più.»
«Tutte cose che sanno di vecchiume.»
«Pazienza, andrò a trovare tuo zio da sola.»
«Fai attenzione, gli piacciono le ragazze…»
«Perché, a te non piacciono?»
Klemet la guardò, l’occhio improvvisamente scintillante. Un’espressione
maliziosa che non gli aveva mai visto.
«Io sono difficile, mi piacciono solo quelle che stanno in piedi da sole su una
motoslitta…»

A Kautokeino approfittarono di un elicottero diretto a Kiruna. Con stupore,


Nina scoprì per la prima volta la tundra vista dall’alto. Klemet era una guida
meravigliosa. Spalla contro spalla, nella promiscuità della cabina, aveva sentito
il calore rassicurante del collega. La neve copriva ancora la maggior parte del
territorio, ma Nina percepiva la natura che spuntava dalla spessa corazza bianca,
una natura ancora oppressa che, con brevi pennellate brune, esprimeva il suo
desiderio di ritorno alla vita e alla luce. L’altipiano del vidda appariva
disseminato di vallate che dividevano la tundra in mille zone sempre più
inaccessibili. Anche se visto dall’alto sembrava assurdo, questa immensità
costituiva il loro ambiente di lavoro. In quella stagione non c’erano renne nella
regione. Sorvolarono ben presto la Finlandia. Le zone boschive erano sempre più
numerose. Nina ricordava quello che Klemet le aveva raccontato senza mai
entrare nei dettagli: suo nonno aveva dovuto abbandonare l’allevamento a causa
delle frontiere tracciate in Lapponia, quando, con un certo ritardo, gli Stati
avevano esteso la loro sovranità sulla regione. Con le frontiere, alcuni itinerari
seguiti per la transumanza erano stati interrotti. Gli allevatori che superavano le
frontiere venivano multati, ed era successo anche al nonno di Klemet. Molti
allevatori erano stati privati di una parte dei loro pascoli e a poco a poco avevano
perso tutto. Il nonno di Klemet era stato in questo modo estromesso dal giro, un
destino terribile in una terra dove l’orgoglio si misurava in base al numero di
renne possedute. Forse Klemet pensava proprio a suo nonno in quel momento,
mentre sorvolavano quell’estremità di frontiera finlandese che aveva segnato la
rovina della sua famiglia? Il collega ostentava un’espressione impassibile.
Dovette sentire lo sguardo di Nina su di sé, perché chiuse gli occhi, mentre
sembrava che si assopisse.

Arrivarono a Kiruna sorvolando la miniera di Lkab. Un treno merci carico di


minerali ne era appena partito. Quasi ottocento metri di lunghezza e circa
settemila tonnellate di minerali, le disse Klemet attraverso le cuffie. Klemet era
in parte cresciuto a Kiruna con la madre svedese prima di andare a stabilirsi in
una vallata vicino a Kautokeino, sul versante norvegese, e poi in città, a
Kautokeino, quando aveva iniziato la scuola.
Dopo l’atterraggio, un’auto li portò in città. Lungo il tragitto, alcuni manifesti
annunciavano una retrospettiva dell’artista sami Anta Laula alla Casa del
popolo. Nina non aveva ancora avuto il tempo di scoprire gli artisti locali.
Klemet le diceva spesso che, più che con l’allevamento delle renne, era grazie a
loro che la cultura sami sarebbe sopravvissuta. Aveva ragione? Sicuramente
esagerava. Quando si parlava dell’avvenire dell’allevamento delle renne vedeva
tutto nero. Senza dubbio un retaggio della sua storia personale.
L’auto li portò al quartier generale della polizia delle renne, situato nella ex
caserma dei pompieri. Durante il suo primo tirocinio, Nina aveva appreso che il
corpo di polizia delle renne era stato fondato in Norvegia nel 1949, in un’epoca
in cui i norvegesi rubavano parecchie bestie per sopravvivere dopo che la costa
era stata messa a ferro e fuoco dai tedeschi alla fine della guerra. All’epoca il
quartier generale era ad Alta, poi i governi nordici avevano deciso di estendere il
corpo alla Finlandia e alla Svezia, cioè ai circa quattrocentomila chilometri
quadrati che formavano la Lapponia. E Kiruna era stata designata nuovo centro
operativo.
L’ex caserma dei pompieri aveva una bella torre ottagonale in legno dipinto in
rosso Falun, la sommità era sormontata da una sottile e bianca cupola che
copriva uno stretto balcone circolare.
Il medico legale li aspettava sulla soglia. Era appena rientrato dall’ospedale
universitario di Tromsø, in Norvegia. Abbracciò calorosamente Klemet. I due
avevano lavorato insieme alcuni anni prima a Stoccolma. Senza parlare, il
medico aprì il camice bianco e, ammiccando, mostrò a Klemet una maglietta
verde dell’Hammarby, la squadra di calcio di Södermalm, nella capitale svedese.
«Sapendo che arrivavi, l’ho messa apposta per te…»
Salirono nella sala riunioni. Caffè, dolci alla cannella. Il medico aprì una
cartelletta posta davanti a lui.
«So che non è di vostra competenza, ma con quello che sta succedendo lassù,
ho pensato che potrebbe interessarvi. Lars Fjordsen è effettivamente morto per
una caduta, nessun dubbio in proposito, ma poco prima ha lottato con qualcuno.
Ci sono tracce di strangolamento, ematomi. Le analisi sono in corso, compreso
di quello che è rimasto sotto le sue unghie. Tutto questo è successo poco prima
della sua morte. La questione è se è caduto da solo o se è stato spinto. La testa ha
poi urtato in pieno una roccia. E a quel punto, fine della partita.»

Klemet e Nina restarono soli nella sala riunioni. Dopo che il medico legale se
n’era andato, avevano fatto il punto per telefono con Ellen Hotti, il commissario
di Hammerfest. Se c’era stata una lite, il commissario era dell’avviso che
bisognasse indagare tra gli allevatori in conflitto col comune. Era logico, a sentir
lei. Klemet rimase contrariato, ma riappese senza fare obiezioni.
«Non sembravi molto d’accordo, eppure credo abbia senso, no?»
«Te lo vedi un allevatore uccidere il sindaco?»
«Non dico ucciderlo. È morto per una caduta.»
«Ma ci sono segni di strangolamento e quindi, forse, l’intenzione di uccidere.
Staremo a vedere. Non è difficile scoprire quali siano gli allevatori ad avere
questioni in sospeso col comune.»
«Ma tu hai qualcos’altro in testa, giusto?»
A Klemet non piacevano le supposizioni. Vi si opponeva con tutte le sue
forze.
«Fjordsen ha fatto parte del comitato del premio Nobel, è stato ministro.
Occupando cariche di questo tipo è inevitabile farsi dei nemici. Guarda Olof
Palme. Una buona dozzina di piste assolutamente attendibili ai quattro angoli del
mondo.»
«E tu hai indagato sull’omicidio di Palme, lo so.»
Nina scosse la testa. Sfogliò una copia del Nsd, il quotidiano regionale
socialdemocratico. Il giornale parlava di un conflitto sindacale alla miniera, di
una presentazione del progetto per il futuro quartiere con il nuovo municipio,
poiché bisognava traslocare dall’attuale che presto o tardi sarebbe crollato, per
non frenare lo sfruttamento della miniera. Nelle pagine culturali, il Nsd citava
l’esposizione dell’artista il cui viso era pubblicizzato in città e che a Nina
ricordava qualcuno di vagamente noto, anche se non riusciva a dargli un nome.
Un riquadro precisava che Laula era atteso per il giorno seguente
all’inaugurazione della mostra. La sua presenza era annunciata come un evento
poiché, stando all’articolo, a causa delle sue gravi condizioni di salute, le sue
apparizioni si erano fatte rarissime.
«Conosci questo Laula?» chiese Nina.
«Brutta storia…»
«Cioè?»
«Non so niente di più preciso. Bisognerebbe chiedere a mio zio, ma pare che
soffra di depressione.»
Klemet prese il quotidiano e gli diede un’occhiata.
«In ogni caso un artista di grande talento» aggiunse chiudendo il giornale con
un gesto brusco.
«Bene, bene, bene» disse Nina, «eccoci dunque a Kiruna; un giorno di riposo
perso per scoprire che Fjordsen si era azzuffato con qualcuno, un’informazione
sicuramente troppo delicata perché il tuo compagno di squadra potesse
comunicarla per telefono…»
Klemet non rispondeva e tamburellava svogliatamente sul suo telefono.
Faceva smorfie con la bocca. Sembrava studiare Nina, ma restava silenzioso.
Tutt’a un tratto balzò in piedi.
«Torno subito.»
Una volta rimasta sola, Nina si girò verso un computer acceso all’estremità
del tavolo e digitò il nome di Lars Fjordsen nel motore di ricerca. Comparvero
decine di migliaia di risultati. Non c’erano dubbi che Fjordsen fosse un
personaggio di statura nazionale, anzi, addirittura internazionale, cosa di cui, a
dispetto dei frammenti di biografia captati per radio, non aveva sospettato.
Fjordsen era stato a capo del comitato petrolifero all’inizio degli anni Novanta
e, per ricompensare una carriera svolta egregiamente al servizio del paese e del
partito socialdemocratico, era stato poi nominato anche membro del comitato per
il Nobel. Le nomine funzionavano così: ogni anno i principali partiti sceglievano
i cinque membri incaricati di assegnare il premio Nobel per la pace. Fjordsen
aveva lasciato il prestigioso incarico da alcuni anni e si era dedicato anima e
corpo allo sviluppo di Hammerfest e, più in generale, a quello del Grande Nord e
delle sue risorse offshore.
Nina approfondì la ricerca. Lars Fjordsen era stato un membro molto in vista
del comitato per il Nobel, la cui attività prestava il fianco a tutte le critiche. I
vincitori raramente erano scelti all’unanimità, e in quei casi erano spesso persone
quasi sconosciute, preferite in via di compromesso a candidati troppo
controversi. Di conseguenza sembrava impossibile evitare reazioni aspre.
Fjordsen aveva simpatie politiche molto nette. Il suo impegno andava a molti
movimenti di liberazione in tutto il mondo. Senza dubbio apparteneva allo
schieramento internazionalista del partito dei lavoratori, e questo aspetto portava
Nina molto lontano dalle storie degli allevatori di renne.
Fjordsen era ancora più interessante considerando che era stato ministro degli
Affari sociali in un’epoca in cui in Norvegia erano iniziate grandi riforme. Nina
si domandava come mai fosse passato dal ruolo di responsabile del comitato
petrolifero, posto di potere in una monarchia del petrolio come la Norvegia, a
quello più defilato di ministro degli Affari sociali.
Le sue riflessioni furono interrotte dalle vibrazioni del cellulare di Klemet che
si agitava sul tavolo. Dopo una breve conversazione, Nina tornò ad appoggiare il
telefono sul tavolo con un sorriso sulle labbra.
S’immerse nuovamente nelle sue ricerche fino al ritorno del collega.
«Sapevi che Fjordsen era stato un esponente dei movimenti di liberazione?
Dai un’occhiata qui» disse mettendogli davanti i suoi appunti. Klemet lesse in
silenzio.
«Te lo dicevo io che è la fotocopia dell’inchiesta sull’omicidio di Olof Palme.
Anche in quel caso c’erano talmente tante piste che alla fine non si è mai trovato
il responsabile. In ogni caso, non ufficialmente.»
Klemet guardò di nuovo le annotazioni di Nina, questa volta con più
attenzione.
«Ho fatto una telefonata al municipio di Hammerfest» disse. «C’è un grosso
progetto in corso, una strada che dev’essere allargata per la futura zona
industriale che servirà da base petrolifera per il giacimento di Suolo. Si trova a
sud della base attuale, sul lato occidentale dell’isola, fra la base e il ponte che va
dall’isola a Kvalsund. Si è scatenata una discussione a causa della roccia sacra,
che forse sarà necessario spostare dall’altro lato dello Stretto del lupo. È un vero
vespaio.»
Fece una pausa.
«Lo vedremo domani. Prima di domattina non ci sono elicotteri per
Kautokeino, ma ho pensato a tutto, questa sera dormiamo qui, tu al Qg e io dal
mio vecchio amico.»
«Oh ma che fortuna!» esclamò Nina.
Porse a Klemet il suo cellulare.
«A proposito, Eva sta per arrivare da Malå. Sarà al ristorante come previsto
alle diciotto e trenta – esattamente tra un quarto d’ora – secondo gli accordi che
avevate preso ieri, a quanto pare…»
19.

MARE DI BARENTS, A BORDO DELL’ARCTIC DIVING. ORE 18.15.

Nils Sormi era sdraiato da più di due ore, con le cuffie sulle orecchie. Da un
po’ non ascoltava più la musica, ma restava ugualmente a riposare nella sua
bolla. Nella sua bolla. Non si poteva trovare termine più appropriato. Giaceva da
circa quattordici ore nella piccola camera di decompressione installata sulla nave
da immersione della compagnia. In genere queste lunghe ore di attesa al ritorno
da una missione in profondità non lo infastidivano troppo. A dispetto della
promiscuità, ascoltava musica, leggeva, discuteva con Tom. Parlavano di
tecniche d’immersione, di materiali, potevano passare ore, con le riviste che si
portavano appresso. Questa volta sfortunatamente condividevano lo spazio con
un’altra coppia di sommozzatori. E Nils non sopportava uno dei due, anzi, lo
detestava proprio.
La missione di per sé era andata bene. Una questione di routine senza grande
interesse, un’ispezione senza pericolo, senza manipolazione di materiali. Il
lavoro avrebbe potuto essere svolto da un sottomarino, ma mancavano i due
operatori del Rov e la richiesta era urgente: ispezione della piattaforma appena
arrivata per il giacimento di Suolo. La profondità non era eccessiva, tuttavia
sufficiente a richiedere un’immersione in saturazione e la conseguente
decompressione. Che importava, quel tempo passato a far niente era anch’esso
ben remunerato. Sarebbe stato tutto perfetto senza il sommozzatore dell’altra
coppia che si trovava con loro.
Questi si avvicinò per mostrargli qualcosa su una rivista. Nils allora
tamburellò sulle sue cuffie e, con un sorriso, gli fece segno che lo avrebbe
raggiunto più tardi. Fingere di essergli amico. Nils aveva imparato. In quei
momenti non si poteva fare diversamente. Non si potevano passare venti ore
nella camera di decompressione con qualcuno e insultarlo, provare odio nei suoi
confronti, dirgli che il suo alito puzza o che ha una faccia da coglione. Allora
meglio sorridergli, un segno col pollice a indicare che si è sulla sua lunghezza
d’onda, che tutto va bene e che tutti insieme si è una super squadra. Basta che
quell’imbecille si tolga dai coglioni e chiuda quella fogna di bocca!
Il mondo dei sommozzatori del Mare di Barents puzzava di chiuso. Niente a
che vedere con la grande epoca del Mare del Nord, quando centinaia di uomini
ne esploravano i fondali. Il Mare di Barents era solo agli inizi. Sarebbero occorsi
anni per valutare l’ampiezza di questa nuova provincia petrolifera, e Nils era uno
dei pionieri.
Dopo i continui incidenti degli anni Settanta, le compagnie facevano del loro
meglio per non ricorrere a sommozzatori. Trovavano gas, trovavano petrolio e
talvolta occorrevano comunque ragazzi come loro, anche se le compagnie si
organizzavano perché piccoli sottomarini telecomandati, i Rov appunto,
eseguissero il lavoro.
Da ragazzo Nils aveva sentito storie di tutti i generi su quegli avventurieri che
avevano conosciuto il Mare del Nord. Ancora ragazzino, li aveva frequentati.
Dei veri eroi. Un giorno, all’estremità del fiordo dove la sua famiglia aveva un
capanno estivo e suo padre un piccolo battello da pesca, ne aveva visto uno
uscire dall’acqua con lo scafandro. Uscire dall’acqua sotto i suoi occhi, con i
riflessi del sole che facevano brillare il suo casco dorato e l’accecavano…
Da ragazzo, finite le scuole superiori, si era ritrovato fra i piedi dei primi
impiegati del settore petrolifero, arrivati sul luogo agli inizi degli anni Duemila.
Hammerfest aveva la reputazione di una città in espansione che avrebbe
continuato a espandersi. I suoi genitori erano sami, persone modeste, ma non
smettevano di dirgli che gli avvenimenti in corso erano una vera opportunità per
lui, il loro piccolo Nils. Non avevano istruzione, ma lui, Nils, con il suo sguardo
acuto e la sua intelligenza, avrebbe saputo approfittare di quell’opportunità.
Aveva la fortuna di essere atletico, non aveva paura di niente, forse avrebbe fatto
carriera. Sì, si era sempre sentito sostenuto dai suoi genitori che l’avevano
incoraggiato a frequentare l’ambiente ancora agli albori del petrolio e del gas.
Non come i suoi compagni delle elementari, Erik o Juva, che erano rimasti
prigionieri delle tradizioni dei clan sami, nell’entroterra, dove un giovane non
poteva ambire ad altro se non all’allevamento delle renne.
Talvolta ne discuteva con Tom Paulsen, il suo compagno, il solo per il quale
provava un vero rispetto. Nils evitava tuttavia di parlare della sua nascita in un
ambiente completamente sami. A tutto c’era un limite. Ancora giovane, si era
allontanato da quel mondo e da Erik, un mondo che lo lasciava indifferente. Nils
aveva trovato altri amici, che però in realtà non lo erano veramente. Juva era
rimasto a una ragionevole distanza, adolescenti si erano incrociati durante
qualche bevuta. Juva restava al confine del suo universo, sempre nell’ambiente
sami, ma Nils capiva perfettamente che era attratto dal suo nuovo mondo.
Tom Paulsen lo distolse per un attimo dai suoi pensieri, proponendogli una
bottiglia d’acqua e un cachet. A Sormi non piaceva troppo, ma lo aiutava a
recuperare. In quella strana atmosfera, la fatica era un fardello costante a causa
degli estremi cambi di pressione ai quali il corpo era stato sottoposto e che
andavano ora riequilibrati per potersi rimettere in sesto.
Nils Sormi riprese il corso dei suoi pensieri. Ancora adolescente si era
ritrovato in un turbine frizzante. I sommozzatori di Hammerfest, i pionieri dei
primi anni, organizzavano feste favolose. Lui riusciva a entrarci e a rendersi
indispensabile: riempiva i bicchieri, procurava nuove bottiglie, aiutava a
riordinare, trovava il numero di telefono di una ragazza il cui compagno non si
sarebbe insospettito di un ragazzino come lui. I sommozzatori erano generosi nei
suoi confronti. Nils aveva preso gusto a quell’ambiente e anche a
quell’agiatezza. Era un mondo in cui giravano soldi. Era là che voleva essere.
Nils Sormi si ricordava della sua prima immersione insieme a un francese,
Jacques, un uomo già di una certa età che aveva lavorato per una società di
Marsiglia, perlustrando le coste africane e poi il Mare del Nord. I suoi racconti lo
tenevano incollato a lui per ore. Gli aveva raccontato di aver riportato a galla il
cadavere di un altro sommozzatore incastrato sotto una piattaforma in un certo
delta dell’Africa. Gli occhi del suo eroe si erano inumiditi. Nils era rimasto
turbato. Un po’ deluso. Il francese raccontava che il suo collega doveva essersi
fatto cogliere dal panico ed era risalito troppo velocemente in superficie. Aveva
parlato di bolle che esplodevano, disegnando una bottiglia di champagne il cui
tappo saltava in aria, per descrivere quello che era successo nei suoi polmoni, nel
cervello e in tutto il corpo sotto pressione. Quella sera aveva stappato una
bottiglia di champagne per mostrarglielo, facendo saltare il tappo a un’altezza
incredibile, la schiuma bianca era sgorgata, inondando le cosce di Nils e
strappandogli delle risate; insieme avevano vuotato la bottiglia. Era la prima
volta che Nils si ubriacava.
L’altoparlante interruppe i suoi ricordi. Il pasto era servito. Lo facevano
passare attraverso la camera d’immersione. Anche se le condizioni di vita nelle
camere iperbariche erano migliorate dall’epoca degli esordi, restavano
comunque molto dure: a causa dell’atmosfera che regnava nella camera di
decompressione, il cibo perdeva il suo sapore e la consistenza, e il gas che
respiravano trasformava la loro voce in una specie di lingua incomprensibile.
Nils non aveva fame. Sapeva che la decompressione stava per terminare e che
avrebbe potuto rifarsi in seguito, ma si sforzò di mangiare.
I suoi pensieri tornarono di nuovo alla sua giovinezza. Gli capitava raramente,
ma la morte di Erik Steggo aveva smosso qualcosa. Nils non capiva il perché
della reazione che aveva avuto allo stretto, nel momento in cui aveva ripescato il
corpo. Aveva già riportato a galla altri cadaveri. Perché lui più di un altro? Erano
stati amici, ma era passato tanto di quel tempo. Voleva ricordare cosa li avesse
portati a prendere strade così diverse, visto che un tempo erano stati così vicini.
Evidentemente Erik non aveva provato la stessa cosa vedendo i sommozzatori,
eppure da ragazzini frequentavano entrambi la costa: Erik ci andava al momento
della transumanza, quando i suoi genitori lo portavano con loro verso i pascoli
estivi. Era lì che s’incontravano quando Nils abitava nel capanno di famiglia, al
limite del fiordo.
Si ricordava ancora di quei sommozzatori che avevano fatto cose
all’apparenza bizzarre, cose che non raccontavano. Nils doveva essere appena
nato, oppure era troppo piccolo per serbarne il minimo ricordo.
I sommozzatori non gli prestavano molta attenzione, e Nils coglieva parole
che non comprendeva. Sapeva solo che non erano le parole con cui abitualmente
si descrivono le immersioni.
Le estati passavano così. Quando arrivava la fine della primavera, Nils aveva
l’impressione di rinascere. L’incantesimo durava fino all’inizio dell’autunno,
fino alla loro partenza verso mari più caldi.
Non capiva perché un giorno si fossero tirati dietro un sami dall’aria
stralunata. Aveva i tratti marcati, un vero lappone, si era detto un po’ sorpreso.
Sorpreso, sì, perché gli ricordava un ambiente per lui ormai superato, ma gli altri
ci vedevano del buono in quel tipo bizzarro. Se quanto al resto era difficile
cavarne qualcosa di buono, pareva essere dotato di un’incredibile manualità,
inoltre sembrava possedere un’aura particolare. Nils aveva deciso di
disinteressarsene. A lui bastava poter restare vicino a quei grandi uomini, del
resto, tutto sommato, gli importava poco. Era cresciuto così, facendo da
mascotte a uomini di questo calibro. Poteva un ragazzino essere più fortunato?
Un bel giorno tutti quegli uomini erano spariti, chiamati ad altre missioni. Il
loro compito lì era terminato. La primavera seguente non erano più tornati. E
nemmeno quella successiva. Si era ritrovato solo, abbandonato. Chi gli restava?
Persone come Juva o Erik?
Appena possibile, Nils era entrato nell’esercito per prestare servizio in marina
e, naturalmente, prima di tornare a Hammerfest era diventato sommozzatore.
Finalmente sommozzatore. Ormai era arrivato il suo momento per primeggiare
sulla scena.
«Sormi, un messaggio!» gridò la voce di Leif Moe.
Nils Sormi si alzò lentamente dalla sua cuccetta. Guardò sullo schermo dove
venivano trasferiti i messaggi. Il numero del mittente era criptato. Due semplici
parole che lesse aggrottando le sopracciglia: De Profundis.
Midday,

Aiutami! L’altro non ne può più. Ha una brutta tosse e ho l’impressione che si
spenga poco alla volta. In due riusciamo ancora a tirare avanti. Per il momento
riesco a calmarlo, ma non so per quanto tempo ancora, mio vecchio Midday. Mi
scuserai se sono un po’ sibillino in queste lettere, ma chissà in quali mani
potrebbero finire.
Per tornare al mio compagno di sventura, cede sempre più spesso. Non è un
bello spettacolo a vedersi, sai. La notte, quando dorme davanti, a volte lo sento
singhiozzare. Ogni volta mi domando cos’hanno fatto di noi, che pure eravamo
molto preparati. Ma quei bastardi non hanno voluto ascoltare. Questa cosa lo
rende sempre più folle di rabbia. Vuole vendicarsi. Restituire colpo su colpo. A
modo suo. Fargliela vedere. Le autorità non avevano il diritto di farlo. Eravamo
dalla loro parte. Ci siamo sacrificati per questo paese. Non abbiamo forse dato i
nostri anni migliori? Come ci hanno ridotto?
20.

KIRUNA, RISTORANTE LANDSTRÖM. 19.15.

Klemet si era visto costretto a farfugliare qualche scusa, imbarazzato che la


collega avesse scoperto la sua bugia. Bloccata a Kiruna, Nina era riuscita a
rifiutare un invito a cena da parte di Fredrik, il biondo grande e grosso, inviato
della polizia scientifica a Kiruna, che pensava di essere un dongiovanni. Nina gli
piaceva, ma lei non faceva alcuno sforzo per contraccambiare. Klemet era
riuscito ad arrivare in ritardo al ristorante in Föreningsgatan. Eva lo aspettava
seduta a un tavolo all’aperto, un bicchiere di vino bianco quasi vuoto in mano e
una sigaretta in bocca. Si era chiaramente sforzata di domare la folta chioma
grigia. Lo accolse con una bella risata.
«Allora, mio bel poliziotto, ti fanno penare al lavoro!»
A Klemet quella svedese atipica, o forse molto tipica, difficile a dirsi, andava
molto a genio. Aveva meravigliosi occhi azzurri e un viso dai tratti fini e dalla
carnagione sana. Segno che, nonostante il suo ruolo di direttrice dell’Istituto
nordico di geologia di Malå, più a sud, lavorava ancora parecchio all’aria aperta.
«In ogni caso la tua telefonata mi ha fatto piacere. Mi ha distratto dai miei
sassolini e dai dossier senza fine. Vino bianco? Ho un’ottima bottiglia qui sul
tavolo.»
Klemet fece un gesto con la mano. Lui non beveva, e le poche volte in cui
aveva fatto un’eccezione era andata a finire piuttosto male. Decise comunque di
fare uno sforzo per brindare.
«Giusto due dita, però…»
«Oh, il mio dolce poliziotto intende fare follie questa sera» sorrise Eva.
«Allora vuol dire che forse potrebbe finalmente togliersi l’uniforme…»
Klemet sollevò il bicchiere e brindò.
«Come corri. Ti ho promesso di invitarti nella mia tenda a Kautokeino, non
bruciare le tappe.»
Eva Nilsdotter vuotò il bicchiere e lo riempì di nuovo, poi si accese un’altra
sigaretta.
«Klemet, sei un dannatissimo burlone» scherzò lei. «Credi davvero di potermi
trattare come una piccola sfacciata?»
Lui sollevò il bicchiere e le inviò un bacio virtuale.
«Oh, si vede che la primavera sta esplodendo!»
«Se avessi un quarto del talento di mio zio ti parlerei della natura che aspetta
di risvegliarsi.»
«Ah!» esclamò Eva sollevando il bicchiere. «Uno spettacolo di cui non mi
stancherei mai. Ammirare la natura oppressa per mesi da metri di neve, che
pena, soffre, rimane grigiastra per altri mesi e poi, tutt’a un tratto, esplode, torna
a essere verde, rigogliosa, brulicante di vita e di energia. Un eterno miracolo.»
Klemet guardava Eva che gesticolava per sottolineare la sua passione per la
primavera. Le rughe lievi al lato dei suoi occhi assomigliavano ai raggi del sole,
pensò.
«Non per riportare tutto alla geologia, ma mi fa pensare a quello che ha
dovuto essere – ovviamente su tutt’altra scala – la fine dell’era glaciale.»
Vedendo lo sguardo di Klemet scoppiò di nuovo a ridere.
«Andiamo, non volevo farti paura.»
«No, no, continua.»
«Dico semplicemente che la temperatura si è alzata e gli enormi ghiacciai che
ricoprivano la regione si sono sciolti, così la terra, liberata da quella massa, è
potuta riemergere. È questo che ha dato vita ai rilievi, alla varietà dei paesaggi,
insomma a tutta questa vita. Proprio come la natura che si risveglia a primavera,
capisci, lupacchiotto?»
Klemet l’ascoltava. La sua sfrontatezza nel parlare della vita, tanto degli
uomini quanto della natura, gli piaceva. Osservava i piccoli raggi di sole agli
angoli dei suoi occhi e sentiva che Eva irradiava luce, proprio come Nina aveva
detto di essersi sentita illuminare dalle parole di Anneli. Si sforzò di non pensare
alla giovane allevatrice, non voleva che l’inchiesta sciupasse quel momento, ma
Eva se ne accorse ugualmente.
«Forza, racconta invece di far finta di niente, altrimenti la serata sarà rovinata
in ogni caso.»
Klemet scosse la testa. Non c’era niente da raccontare. Non in quel luogo, non
in quel momento. Cosa dire di un allevatore che affoga in maniera forse sospetta,
di un sindaco che cade in maniera più che sospetta, di una roccia sacra troppo
ingombrante, di una città troppo affollata, di un mondo che ne scaccia un altro.
Klemet sentì crescere la nostalgia e non poteva nemmeno dare la colpa a un
sorso di vino bianco.
«Non lo vedi come si sta trasformando questa regione?»
«A cosa ti riferisci, mio piccolo lappone? Intendi da diecimila anni a questa
parte, o da venti? Io, più zeri ci sono meglio riesco a osservare i cambiamenti e a
fare commenti intelligenti. L’uomo lo preferisco sotto forma di fossile. Andiamo,
non fare quella faccia. Non parlavo mica di te, cicciottello.»
Klemet scoppiò a ridere.
«E va bene, e va bene, hai vinto tu. Non lo so di preciso, ci ritroviamo con una
storia che non è proprio una storia. Lo sai che di solito abbiamo a che fare con
conflitti tra allevatori nella tundra, furti di renne, intrusioni di scooter in zone
protette e cose simili. In questo caso invece la morte del sindaco di Hammerfest
finisce col riguardarci perché il comune è in conflitto con alcuni allevatori.»
«Da dove nasce questo conflitto?» chiese Eva servendosi nuovamente da bere.
«Col giacimento petrolifero di Suolo la città deve ampliarsi per poter disporre
di nuove aree per le basi logistiche, per un nuovo aeroporto in grado di ricevere
gli aerei per il trasporto merci, e per allargare la strada che unisce Hammerfest al
ponte dello Stretto del lupo.»
«E lo spazio manca?»
«Non conosci Hammerfest, ma devi sapere che la città sorge sul lato nord-
ovest di un’isola e vi si accede unicamente attraverso una strada che innanzitutto
attraversa lo Stretto del lupo grazie a un ponte, poi prosegue verso ovest lungo
un tunnel, per sbucare infine sul lato occidentale dell’isola, dove costeggia il
mare fino alla città. Il problema è che le renne che trascorrono l’estate sull’isola
hanno sempre utilizzato quella zona per risalire ai pascoli estivi all’interno. È per
questo che alcune renne si ritrovano in città, cosa che fa imbestialire gli
abitanti.»
«Ah, il petrolio, caro mio. Cosa credi, i tuoi allevatori hanno già perso la
partita.»
«Non è un problema mio, Eva. Io non faccio politica.»
«È vero, è vero, sei solo un poliziotto che fa il suo lavoro, me l’hai già detto.
Ma allora lascia che sia io a fare il punto della situazione. Qualche anno fa i miei
colleghi americani mi hanno confidato che un terzo delle risorse ancora non
sfruttate di petrolio e di gas di tutto il pianeta si trova nella zona artica. Un terzo,
non so se mi spiego. Non conosciamo con esattezza la portata di queste cifre, ma
non importa, puoi comunque immaginarne l’effetto sugli industriali. E anche sui
politici. Non conosco Hammerfest, ma so che il Mare di Barents
economicamente è diventato la zona di punta per il governo norvegese. I liquidi
e i gas non sono il mio forte. Come ho già avuto modo di spiegarti, io sono più
per i fossili, i sassi e così via, ma posso assicurarti che sono in molti a volersi
accaparrare il loro piccolo posto al sole di mezzanotte. Un po’ come noi due
questa sera, non ti pare?»
21.

VENERDÌ 30 APRILE.
IL SOLE SORGE ALLE 2.43 E TRAMONTA ALLE 22.01.
DICIANNOVE ORE E DICIOTTO MINUTI DI LUCE.
LAPPONIA INTERNA. ORE 14.15.

Tom Paulsen lanciò un grido e Nils Sormi cercò di gridare ancora più forte. I
due sommozzatori viaggiavano a bordo del 4x4 di Sormi sulla strada che
costeggiava il parco di Stabbursdalen, tra Skaidi e Alta. Venti minuti dopo
Skaidi, in direzione sud, sul rettilineo senza fine e appena ondulato che lasciava
sulla destra l’altipiano con la chiesetta sami, avevano spinto il fuoristrada con gli
pneumatici chiodati al massimo della velocità. L’altipiano era sferzato dal vento,
che soffiava la neve verso la strada. Davanti ai loro occhi protetti da occhiali da
ghiacciaio a causa del forte riverbero del sole sulla neve, c’era solo l’immensa
nudità del vidda. Nils svoltò di scatto e lasciò la strada principale per imboccare
una stradina che spariva alle spalle di una collina.
Seduti sul retro c’erano altri due sommozzatori che urlavano a loro volta
sollevando bottiglie di birra. La musica era a tutto volume. A dispetto dei cinque
gradi, Nils e Tom, usciti quella mattina stessa dalla camera di decompressione, si
godevano fino in fondo il sole già alto nel cielo immacolato. Gli altri due
facevano parte della squadra precedente e avevano avuto il tempo di preparare
con cura quella piccola escursione. Nils Sormi adorava quelle uscite purificatrici
all’aria aperta subito dopo la fase di decompressione. Tom gli porse una birra e
ne prese un’altra per sé. I quattro erano infagottati in piumini, i berretti abbassati
fin sopra gli occhi. Non temevano il freddo.
Dopo una quindicina di minuti, lontano dagli occhi del mondo, presero dei
fucili da caccia, camminarono per un centinaio di metri e attesero in silenzio,
stremati, su pelli di renna. La musica era finita. Sgranocchiarono ali di pollo e
bevvero birra godendosi il sole. Era stato Paulsen a scovare quel posto. Tutt’a un
tratto videro le pernici e fecero fuoco quasi contemporaneamente in uno scoppio
di risa. Si misero a correre nella neve, inciampando, ridendo di gusto e
affrettandosi per acchiappare le prede. Le nascosero in fondo alla jeep, sotto un
telo di plastica, e ripartirono a tutto gas, gridando a squarciagola e col volume a
manetta.
Alla fine del pomeriggio ripresero la strada per Hammerfest, dove Nils si
diresse direttamente sulla banchina dell’Arctic Diving, proprio davanti al Riviera
Next. Alcuni sommozzatori avevano il loro container personale sul ponte. Nils
parcheggiò il 4x4 in fondo alla banchina in modo da scaricare al riparo da occhi
indiscreti. In totale c’erano cinque container, chiusi con grossi catenacci. In
teoria la presenza dei container era tollerata perché i sommozzatori vi
depositassero il materiale che serviva per le immersioni, ma in realtà finivano
tutti col nascondervi i frutti delle loro scorribande. La prima volta che aveva
portato Elenor a Hammerfest, l’aveva presa in quel container. Per lui era una
specie di tradizione. La sua vita era lì. Il resto, ne era perfettamente consapevole,
era un puro ornamento per far colpo sugli altri, cosa non molto difficile da quelle
parti. La sua vita era racchiusa in quel container. Gli piaceva riconoscervi il
profumo delle donne che vi aveva sedotto, anche se quell’odore non riusciva mai
a sovrastare troppo a lungo quello di tute e trofei, e questo non mancava mai di
ricordargli che il profumo delle donne non sarebbe mai diventato il più
importante per lui. Mai e poi mai. Ragion per cui sopportava senza grosse
difficoltà una ragazza come Elenor.
Come altri sommozzatori, Nils Sormi aveva pensato bene di installare nel
container un frigorifero con il congelatore. In questo modo poteva conservarvi la
cacciagione, come le pernici, la cui caccia, in quel periodo dell’anno, era vietata.
A volte le vendeva ai ristoranti della zona. In un angolo conservava un vecchio
casco da palombaro, un regalo di Jacques, il sommozzatore francese che aveva
visto uscire dall’acqua un giorno non molto lontano, il giorno che aveva deciso
del suo destino. Nils scostò dei palchi di renna che ingombravano il pavimento.
Quei palchi erano per lui l’unico legame con l’universo dei sami, eppure gli
interessavano solo per il loro valore commerciale. Sistemò i fucili in un armadio
chiuso a chiave, si cambiò e raggiunse gli altri nella prima sala del Riviera Next.
Quell’uscita gli aveva fatto bene. Quella sera avrebbe incontrato Elenor, le
aveva promesso tutta la notte, stava andando tutto bene. Pur non desiderando
lasciare che le preoccupazioni scalfissero quel momento, la scomparsa del
sindaco lo faceva pensare alle ultime promesse di Tikkanen. Era possibile che il
finlandese finisse sotto inchiesta, e in tal caso sarebbe finito nei guai anche lui?
E cosa significava quel messaggio ricevuto mentre era in decompressione?
Avrebbe dovuto porre queste domande a quel ciccione di Tikkanen, ma in quel
momento era meglio non farsi vedere in giro con lui.
Spinse una birra davanti a Paulsen, poi lo prese in disparte.
«Ricordi quell’sms di cui ti ho parlato? Il messaggio significa “dal profondo”.
È il titolo di un pezzo di musica classica. L’ho ascoltato stamattina e non mi dice
niente.»
«Ci ho pensato anch’io e non vedo altra spiegazione che una specie di
messaggio legato al fondo del mare. Ma quale?»
Nils scosse la testa.
«Il fondo del mare o qualcosa che esce dagli abissi? Ma non è tutto, ho
ricevuto un altro sms un’ora dopo, altrettanto strano. Ahkanjarstabba. Ho
cercato un po’, ma non ho trovato niente. In ogni caso, acqua in bocca.»
Nils cominciava a chiedersi se l’autore dei messaggi non fosse Tikkanen.
Come una sorta di avvertimento. Sembrava troppo sottile per essere farina del
suo sacco, ma con quella sua aria viscida non si poteva esser certi di niente. E se
l’avesse sottovalutato? Dal profondo.
Oppure poteva essere stato quel subdolo di Henning Birge. Ne dubitava: Birge
era un datore di lavoro occasionale, aveva bisogno di lui. Per quale motivo gli
avrebbe dato noie? Forse però non si trattava di questo.
Elenor? Era da escludere, non aveva senso. Si erano incontrati allo Spy Bar di
Stoccolma, in una di quelle serate all’insegna dello sballo in cui si dava
appuntamento la gioventù bene di Stureplan, e lei era andata in visibilio davanti
al suo Rolex, ma solo dopo che le aveva detto quanto l’aveva pagato. Era certo
che della marca se ne infischiasse, l’essenziale era che fosse costoso. Da quel
punto di vista non era affatto complicata. E poi era dannatamente sexy.
Un altro sommozzatore con cui aveva avuto dei problemi? Quello con l’alito
puzzolente? Non era la prima volta che si trovavano insieme, ma Nils riteneva di
comportarsi da professionista e di non lasciar trasparire niente dei propri
sentimenti, a dispetto della voglia di farlo a pezzi. Era tuttavia possibile che
l’altro fosse meno professionale di lui. Forse aveva sentito che lo evitava e ce
l’aveva con lui, ma era una ragione sufficiente per inviargli un messaggio come
quello? Perché, giusto per dargli fastidio? Per dargli fastidio…
Olaf sarebbe stato capace di fare una cosa simile? Lo Spagnolo… Lui sì che
avrebbe potuto volergli dare noia, ma non con un messaggio del genere. No, non
lui. Doveva esserci altro. Il suo pensiero tornò a Tikkanen. Quello rischiava di
diventare un problema. Un vero problema… Ripensò al ciccione, oh era come se
ce l’avesse davanti agli occhi, quel tizio flaccido che all’improvviso aveva
voglia di schiacciare sotto un piede come una merda. Sperava soltanto che,
adesso che il sindaco era scomparso, l’acquisto del suo terreno andasse in porto.
Doveva andare in porto.
De Profundis... Dal profondo del mare, della sua vita, della sua gioventù? E
perché quel secondo messaggio dalla connotazione sami? Scoprire se il mittente
fosse lo stesso era impossibile: i numeri erano nascosti. Una mente contorta,
astuta… chi aveva incontrato di recente?
Anneli? Un’espressione latina e una parola sami, poteva anche starci. Di
sicuro ce l’aveva con lui, lo aveva mostrato chiaramente quel giorno al Riviera
Next, quando era con Olaf. Ma cosa avrebbe cercato di dire? Si conoscevano
troppo poco, non aveva senso. Inoltre era da un sacco di tempo che non aveva
più niente da spartire con Erik. Da quanto, in effetti? Quando le loro strade si
erano separate? Da ragazzini erano inseparabili, ma non appena avevano iniziato
ad andare a scuola le cose erano cambiate. Avevano percorso la tundra, afferrato
le renne al lazo. Nils si ricordava vagamente che la sua famiglia viveva
relativamente isolata, non lontano da quella di Erik. Fino all’inizio della scuola.
A quel punto era successo qualcosa. Per lui era iniziato un periodo molto bello. I
suoi lo avevano tolto dalla scuola di Kautokeino abbastanza presto e lo avevano
iscritto in città, ad Alta, e in seguito aveva persino potuto frequentare il liceo di
Tromsø, la grande città universitaria dell’Artico norvegese. I suoi genitori, pur
essendo persone umili, erano stati lungimiranti. Valeva molto più di quei falliti
della tundra che perdevano le loro giornate dietro alle renne, senza alcun
avvenire.
Tom Paulsen lo scosse per le spalle. Sormi sembrò scoprire la sua presenza in
quel momento. Brindò con il compagno, poi si guardò intorno. Sull’altro lato i
clienti del Bures erano piegati sulle rispettive birre. Tra loro riconobbe Juva.
Anche lui aveva percorso la tundra con Nils negli anni di gioventù. Lui era
ancora più lontano di Erik. Fronte bassa, calcolatore, invidioso, faceva di tutto
per stare con loro, quasi elemosinava attenzione. Patetico. Quel tizio era
patetico. Da bambino lo sopportava solo perché a chiederglielo era quel buon
samaritano di Erik.
«Sembri distratto. Qualche problema?»
«Problema? No, va tutto bene.»
Alzò la voce.
«Eppure, dall’altra parte si direbbe che qualcuno abbia qualche problema!»
Alcuni dei presenti sollevarono la testa. Juva gli rivolse una specie di sorriso.
Poveraccio, chi si credeva di essere? Nils fece in modo di fissarlo per due lunghi
secondi, senza concedergli il minimo cenno di simpatia. Era da quando il corpo
di Erik era stato rinvenuto vicino allo Stretto del lupo che se lo ritrovava intorno.
Sapeva attraverso Tikkanen che Juva aveva dei progetti, ma ignorava quali.
Anche se non gli andava a genio, Nils doveva ammettere che Tikkanen eccelleva
in quel giochetto dei misteri e sembrava sempre sapere tutto di tutti. Forse
cominciava a saperne un po’ troppo. Forse non aveva capito. Avrebbe dovuto
farglielo capire e Juva avrebbe potuto aiutarlo in tal senso. Probabilmente non
chiedeva di meglio che tornare a far parte della sua cerchia di conoscenze. Tutti
lo desideravano.
«Tom, lo vedi quel tizio laggiù, col fazzoletto giallo intorno al collo? Digli che
si faccia trovare sulla banchina, dietro i container, tra cinque minuti.»
Tom attese qualche istante prima di consegnare il messaggio. Nils osservava
con la coda dell’occhio. Vide Juva raddrizzarsi con fierezza, vuotare il bicchiere
in una sorsata e rivolgergli uno sguardo intenso prima di dirigersi a passi decisi
verso la banchina.
Nils ordinò un’altra birra e la bevve con calma, a piccoli sorsi. Un quarto
d’ora più tardi si alzò e raggiunse Juva dietro i container. Sì, si disse Nils Sormi,
Juva avrebbe potuto fare al caso suo.
22.

HAMMERFEST. 18.50.

Il fuoristrada della pattuglia P9 era parcheggiato davanti al chiosco sulla


piazza del comune di Hammerfest. Klemet aveva appena giocato al lotto. Aveva
deciso che il venerdì 30 sarebbe stato il suo giorno fortunato, visto che di
venerdì 13 la buona sorte non gli aveva mai sorriso. In realtà non aveva mai
vinto nemmeno di venerdì 30, ma almeno evitava di fare la coda per giocare.
Nina si domandava se quei piccoli tratti caratteriali rendessero Klemet più
affascinante o semplicemente più strano. Nel piccolo parcheggio scorse Juva
Sikku. Stava salendo su una Skoda e un attimo dopo sparì dietro l’angolo. Per
riflesso controllò se Markko Tikkanen non fosse nei paraggi. Non c’era nessuno.
La Arctic Diving era attraccata alla banchina, insieme ad altre piccole
imbarcazioni da pesca. Doveva esserci un bel po’ di gente al Riviera Next e al
Bures. Nina non conosceva quei locali. Un poliziotto non era il benvenuto in
posti del genere, nemmeno in una cittadina come Hammerfest, dove si
conoscevano tutti.
«Vieni» le disse Klemet, «ti offro da bere da Verk.»
Nina e Klemet avevano la sera libera. Al rientro da Kiruna, Klemet era
apparso decisamente arzillo. Erano ripartiti per Kautokeino in elicottero la
mattina. Lo zio Nils Ante e la sua inseparabile signorina Chang erano
irraggiungibili. Nina era rimasta delusa. Era andata a vedere la mostra dell’artista
sami Anta Laula alla casa del popolo di Kiruna, e aveva molte domande. In
particolare, le era parso somigliasse a uno dei vecchi sami intravisti
all’accampamento di Anneli la sera in cui erano andati a darle la notizia della
morte del marito. Erano forse parenti? In tal caso, Anneli doveva aver ereditato
il suo talento di artista. Alla mostra aveva scoperto che Anta Laula si era
dedicato piuttosto tardi all’arte. Il suo maestro, Lars Levi Sunna, un noto artista
sami, aveva decorato la porta d’ingresso e le pareti della sala principale della
casa del popolo di Kiruna, e anche l’organo di Jukkasjärvi, un piccolo villaggio
vicino a Kiruna. Quell’organo era il suo fiore all’occhiello, un capolavoro i cui
tasti e bottoni erano fatti con palchi di renna. Laula aveva dato il meglio di sé,
proprio come il suo maestro, intagliando nei palchi minuziosi disegni che
evocavano la mitologia sami. Visitando la mostra inaugurata quella mattina,
Nina aveva sentito dire che Anta Laula era malato da tempo. La responsabile
della mostra era preoccupata, perché era da molto che non aveva sue notizie, e
ora era atteso per l’inaugurazione quel pomeriggio.
Facendo tappa a Skaidi, Nina aveva consultato il sito Internet del Nsd. Laula
non si era presentato. La fotografia che accompagnava l’articolo non era la
stessa che appariva sulla locandina di Kiruna e Nina cominciava ad avere
qualche dubbio. Voleva vederci chiaro.

S’incamminarono costeggiando la banchina verso Verk, una piccola galleria


che organizzava degli aperitivi e spesso ospitava dei gruppi locali. Alla sua
sinistra Nina scorgeva l’estremità di Melkøya, l’isola artificiale dove veniva
trattato il gas liquefatto, con la sua ciminiera a strisce rosse e bianche. Aveva
letto che da quando, nel 2007, avevano cominciato a sfruttare il giacimento di
gas a Hammerfest, la piccola cittadina dell’Artico era diventata una delle città
più inquinate del paese, battendo il record di gas serra immessi nell’atmosfera.
La purezza del paesaggio, pensò, era ingannevole. Passarono accanto ai due
piccoli bar nel momento in cui Nils Sormi usciva da uno dei container sul
pontile. I poliziotti si fermarono. Nina ebbe l’impressione che il sommozzatore
avesse esitato un attimo, ma che avesse proseguito perché fare dietrofront
sarebbe parso sospetto. Sensazione passeggera. Forse si sbagliava. Era la prima
volta che lo rivedeva da quando era intervenuto per ripescare il corpo del marito
di Anneli. Klemet le era sembrato teso in sua presenza, e la cosa sembrava
reciproca.
Sormi le dava l’idea di essere un uomo molto sicuro di sé, che guardava gli
altri dall’alto in basso. Non certo il tipo che le andava particolarmente a genio,
anche se faceva di tutto per non basarsi su pregiudizi.
Aveva gli occhi azzurri leggermente a mandorla, zigomi appena accennati ma
che conferivano carattere al suo viso dai tratti regolari. I capelli neri erano
tagliati molto corti, ma erano soprattutto le labbra carnose ad attirare lo sguardo.
Per via del modo particolare di stringere le labbra e di quello sguardo che Nina
trovava pretenzioso, dava l’impressione di avere sempre il broncio. Questo non
spiegava la tensione che poteva avvertire Klemet, ma Nina cominciava a
conoscere il suo collega: se qualcuno non gli andava a genio, in genere c’era una
buona ragione, poiché in caso contrario si limitava a ignorarlo.
«Ma guarda un po’, Sormi, che coincidenza» esordì Klemet.
Sormi si fermò proprio davanti a lui. Era leggermente più basso e lo guardava
da sotto in su, apparentemente affascinato dalle sue narici. Klemet reagì
immediatamente. Una reazione epidermica. Cattivo presagio.
«Se hai due minuti, vorremmo farti qualche domanda» iniziò.
Il sommozzatore aspettava, gambe divaricate, mani dietro la schiena, torso
arcuato, occhiali da sole sollevati sul cranio quasi rasato. I clienti del Riviera
Next e del Bures non potevano sentirli. Il sole illuminava la scena con una luce
tenue. Prima di cominciare con le domande, Klemet lanciò un’occhiata alla
propria ombra, si spostò leggermente facendo finta di niente e si ritrovò con il
sole negli occhi.
«Da quel che sappiamo, conosci Juva Sikku.»
«Sikku, sì, l’ho conosciuto tempo fa, perché?»
«Lo frequenti ancora?»
«Non ti sarà sfuggito che ho scelto un’altra strada rispetto a quei mozza
orecchi.»
«Ma lo frequenti ancora?»
«No.»
«Lo abbiamo visto un attimo fa al parcheggio» osservò Nina.
Sormi sollevò le braccia e fece un gesto circolare.
«La città è di tutti e Sikku a volte va al Bures mentre io sono al Riviera Next,
questo non significa che siamo amici, giusto?» disse puntando il mento verso
Klemet. «Sono degli universi paralleli, capisci? Quello degli allevatori si ferma
lì, il nostro inizia qui e l’elicottero ci porta a spendere i nostri soldi al Riviera…»
«Eri amico anche di Erik Steggo?» rilanciò il poliziotto, le mandibole serrate.
«Oh, ma non mi dire che la polizia delle renne conduce una vera inchiesta da
detective… e potrei conoscerne il motivo?»
«Non ne hai bisogno» intervenne Nina, sentendo che la tensione tra i due
montava.
«Sono stato amico di Steggo molto tempo fa.»
«Hai un’idea dei rapporti che c’erano tra Erik Steggo e Juva Sikku?» proseguì
Klemet.
«Cosa ti fa pensare che io, proprio io, debba essere al corrente dei loro
rapporti attuali? Credi che ogni autunno torni nei recinti al momento della
selezione delle renne perché ne sento la nostalgia, Klemet? Be’, potrà sembrarti
strano, ma la cosa non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Forse la
cosa vale per te, del resto da quel che ho saputo, tempo fa la tua famiglia è stata
cacciata dal mondo degli allevatori e forse ti manca, ma a me no, te lo assicuro.
Non è mai stato il mio ambiente. Sikku e Steggo non fanno più parte del mio
mondo da molto tempo. Dall’infanzia, Klemet, capisci, dall’infanzia. Io non
sono cresciuto con la merda di renna sotto le unghie in una fattoria sperduta.»
Più che vederlo, Nina udì lo schiocco dello schiaffo. Lo sguardo del
sommozzatore, le pupille tutt’a un tratto scintillanti e rimpicciolite, tutto tradiva
il calcolo che stava facendo. Era rimasto immobile, le mani sempre dietro la
schiena, perfettamente padrone di se stesso. Sormi stava pregustando con
cattiveria tutti i vantaggi che quello schiaffo gli avrebbe procurato.
«Non so cosa mi trattiene» gridò Klemet. «Sei solo un grandissimo stronzo!»
Nina non lo aveva mai visto così fuori di sé. Lo afferrò per un braccio.
Davanti a lui, Sormi rimaneva perfettamente dritto.
Con un balzo avrebbe forse potuto avere la meglio su Klemet, anche se
Klemet era robusto. Inarcò la schiena. Al bar dei sommozzatori qualcuno si era
alzato. Aspettavano, pronti a intervenire. Polizia o no, sarebbe bastato un
segnale, Nina ne era certa. Conosceva gli uomini di quel tipo. Sormi si voltò
verso di lei.
«Voglio sporgere denuncia contro questo ufficiale di polizia. Lei è testimone,
e anche loro» disse indicando le persone intorno.
Klemet si fece avanti, ma Nina lo trattenne.
«Basta così» ordinò all’improvviso, «andiamocene. E tu, se proprio ci tieni,
vai a sporgere denuncia al commissariato, passerò a testimoniare più tardi.»
Spinse via Klemet e lo portò all’auto. Lui si liberò della sua presa con un
gesto brusco.
«Testimonierai per quel pezzo di merda!»
«Non ti pare che abbia tutto il diritto di sporgere denuncia?»
Nina non riusciva a crederci: Klemet si era appena cacciato in una situazione
senza via d’uscita. Sormi non avrebbe mai lasciato perdere.
«Anche tu pensi che abbia della merda di renna sotto le unghie, è così?»
«Straparli. Adesso basta!»
«La signorina viene dal sud, dalla Norvegia delle buone famiglie, dei
commercianti che si sono arricchiti alle spalle degli zoticoni del Grande Nord,
ecco la verità!»
«Non sai di cosa parli, non sai niente di me, adesso faresti davvero meglio a
chiudere il becco fino a Skaidi. Ne riparliamo domani.»
Klemet tenne il broncio per tutto il viaggio di ritorno. Non disse una parola.
Aveva completamente perso il controllo, il che era inspiegabile da parte di un
poliziotto con la sua esperienza. Se necessario, pur a malincuore, sarebbe andata
a testimoniare contro di lui. D’accordo, Sormi era stato insopportabile. La sua
arroganza era agli antipodi del temperamento di Klemet, ma Nina sentiva che
c’era dell’altro. La postura di Sormi… Così familiare. Quell’atteggiamento di
sfida, la spacconeria di chi getta una mazzetta di banconote sul bancone del
bar… Le sembrava di sentire i racconti di sua madre. Nina era combattuta.
Mentre l’auto attraversava il ponte dello Stretto del lupo in direzione di Skaidi, si
sorprese a pensare a suo padre. Chissà dove si trovava in quel momento, e in
quale stato.
Midday,

Non vorrei scriverti tutto questo. Forse sei nel nostro stesso stato. Non
rispondi alle mie lettere e non ce l’ho con te. Sai, a volte ripenso a quello che ci
hanno insegnato laggiù, prima che finissimo in quella merda. The only easy day
was yesterday. È così vero, così bello. Siamo stati ingenui?
Nel commando mi hanno insegnato a non lasciare indietro nessuno. Quando
vedo cosa è successo a molti ex colleghi provo vergogna.
Il mio compagno di disfatta è fuori controllo. A volte impazzisce di rabbia.
Non ho più la forza di stargli dietro. Mi trascina, mi fa varcare il Rubicone. E
non posso farci niente. La sua rabbia diventa la mia rabbia, riesco a tornare in
me solo la sera, la notte, quando lo sento singhiozzare.
A proposito, penso che abbiamo trovato l’uomo che cercavamo. Adesso siamo
in tre, triste squadra. Tu non l’hai conosciuto. Forse te ne avevo già parlato. Era
stato coinvolto in un test senza capire davvero. Come avrebbe potuto, quando io
per primo ho capito così poco? Pensavamo di fargli un favore, invece non
abbiamo fatto altro che accelerare la sua rovina. Sono stato male quando l’ho
visto. Abbiamo un debito verso di lui, e verso la sua famiglia. Lo portiamo con
noi, come ci è stato insegnato: non lasciare indietro nessuno. Ma ha ancora
senso?
23.

SABATO 1° MAGGIO.
IL SOLE SORGE ALLE 2.36 E TRAMONTA ALLE 22.07.
DICIANNOVE ORE E TRENTUN MINUTI DI LUCE.
HAMMERFEST. ORE 22.30.

Il sole stava calando su Hammerfest, ma quasi non ci si accorgeva della


differenza. Henning Birge aveva le sue buone ragioni per essere contento: la
serata organizzata fin nei minimi dettagli da Tikkanen si presentava sotto i
migliori auspici. L’agente immobiliare non era venuto a infastidirli con la sua
presenza, anche se, naturalmente, per poter vegliare sul buon esito dell’incontro
da cui sperava di ottenere come sempre qualche beneficio, non doveva essere
molto lontano. A dispetto dell’insistenza del Texano della South Petroleum,
Gunnar Dahl aveva snobbato come suo solito la loro piccola festicciola. Erano
già due ore che Bill Steel si divertiva con due russe, una per ciascuna delle sue
enormi mani. Da quel punto di vista Birge era meno goloso e si accontentava di
una. Aveva scelto la più fine, quella con lo sguardo particolare e due occhi
azzurro scuro, coperti da uno strato eccessivo di nero che le conferiva un aspetto
triste e spento. Un aspetto sottomesso da cane maltrattato che gli piaceva. Quella
donna gli ricordava una ragazza conosciuta in un villaggio sudanese, non lontano
dalla base logistica della Future Oil. Non il colore azzurro, evidentemente, bensì
quello spesso strato di kajal che lasciava intravedere solo il bianco degli occhi, e
quell’aria rassegnata.
Tikkanen era riuscito a recuperare una camera per la decompressione e
l’aveva trasformata in un piccolo lupanare molto apprezzato in una cerchia assai
ristretta. Il cassone d’acciaio assomigliava al tubetto di un rossetto. Era installato
sul retro della nave, in una zona vietata agli ospiti dell’hotel galleggiante.
Era servito ai sommozzatori pionieri dell’industria petrolifera nel Mare del
Nord quando le immersioni in saturazione si erano moltiplicate, e anche per
quelle dei primi test effettuati nel Mare di Barents all’inizio degli anni Ottanta.
Un’altra epoca, rifletté Birge.
Si trattava di uno spazio molto ristretto. Tikkanen ne aveva fatto ridipingere
l’interno con tonalità calde. Dove un tempo si trovavano le cuccette, adesso c’era
una pila di morbidi cuscini. In fondo al cassone si trovava un minibar ben fornito
che aiutava a cancellare l’atmosfera inquietante dovuta a quel che restava di tubi
e quadranti. C’era persino il bottone rosso con la scritta “panic”. Era un metodo
rapido e infallibile per convincere la giovane conquista a non rifiutare quasi
nulla.
Birge sapeva insaporire le visite in quell’abitacolo vietato con racconti di
drammi avvenuti in cassoni simili a quello, dove i sommozzatori avevano
vissuto ore orribili, talvolta le ultime, osservando le loro riserve d’aria esaurirsi
piano piano.
Tikkanen, che conosceva i gusti talvolta bizzarri di alcuni, aveva mantenuto il
cassone funzionante. Ne aveva spiegato personalmente il motivo a Birge e Steel
qualche settimana prima. Un giorno un sommozzatore gli aveva raccontato che,
prima di una serata in discoteca, era consuetudine fare una breve tappa nel
cassone per fare il pieno di ossigeno, cosa che garantiva una miglior
performance con le ragazze che s’incontravano nei porti. Birge e Steel avevano
già avuto occasione di sperimentare con successo quella ricetta. Era questo che
aveva spinto Steel a chiedere due prostitute a Tikkanen, certo di essere pronto
per grandi exploit quella sera. Il Texano, il viso congestionato, sollevò il capo
sepolto tra le cosce di una ragazza stesa sui cuscini. Vedendo la faccia del
norvegese scoppiò a ridere.
«Birge, dovresti mangiare più figa, figlio di puttana!» Si voltò rapidamente
per afferrare una bottiglia di bourbon e si avventò sull’altra ragazza che si lasciò
scappare un grido. Infilò il collo della bottiglia in bocca alla russa schiacciata
sotto il suo peso, mentre l’altra lo carezzava da dietro. Il Texano si contorceva
per il piacere, schiacciando ancora di più la ragazza sotto di lui che si strozzava
col bourbon. Bill Steel scoppiò nuovamente a ridere, gridò come un cowboy e
alzò al massimo il volume della musica, uno di quei bei pezzi country che
Tikkanen aveva scelto appositamente per lui. Birge invece se ne infischiava.
«Henning, dannatissimo Henning, adesso ci facciamo una bella cura di
ossigeno, cosa ne dici? Queste piccole sono esigenti e noi non vogliamo certo
deluderle, eh figlio di puttana, faremo quel che va fatto, non ti pare, piccolo
svedese? Non dimenticare che dobbiamo durare tutta la notte.»
Birge mandò le ragazze a fare una doccia e a prepararsi per la serata.
Avrebbero avuto anche il tempo per farsi una sauna. Ora erano rimasti da soli ad
ascoltare la musica. Steel aveva ragione: aveva bisogno di distendersi. La porta
del cassone si chiuse. Di già? Un tizio all’esterno rivolse loro un gesto col
pollice. Un uomo ben piazzato. Steel riempì i bicchieri e Birge fece un brindisi.
Udì un fischio invadere il cassone. I due rimasero storditi per un attimo.
All’esterno, il tizio fece un altro gesto col pollice. Cosa significava? Chi era
quello? Non era l’uomo di Tikkanen, quello che li aveva accolti.
«Sarà proprio una bella iniezione di ossigeno! Quel Tikka ha previsto tutto.»
Forse, pensò Birge sistemandosi comodamente sui cuscini mentre Steel faceva
lo stesso.
Il tempo passava e Birge si sentiva invadere da una certa euforia. Pensava a
cosa avrebbe fatto alla piccola russa dagli occhi tristi. Aveva perso la cognizione
del tempo. Fu riportato alla realtà quando udì un colpo sulla porta. Uscì dal suo
torpore. Qualcuno aveva scosso il cassone. Accanto a lui Steel sorrideva a occhi
chiusi. Quel rumore non era normale. Birge si scagliò verso il piccolo oblò
rinforzato. Colpì il vetro con un bicchiere. Un altro uomo gli fece un cenno col
pollice per dirgli che andava tutto bene. Era quello che li aveva accolti, l’uomo
presentatogli da Tikkanen, non il tizio robusto che aveva chiuso il cassone.
Quando Birge lo vide brandire una mazza e fare di nuovo un gesto col pollice,
avvertì una morsa di panico stringergli lo stomaco. Capì immediatamente.
Scosse Steel, gridò, vide l’immagine di una delle storie che raccontava alle
prostitute, quella dei sommozzatori che staccavano con le unghie l’intonaco dal
cassone tanto il loro desiderio di fuggire da quella trappola mortale era disperato.
Si voltò di scatto, saltò su Steel, i cui occhi esprimevano il vuoto, si scagliò sul
bottone rosso con scritto “panic” mentre all’esterno continuavano a forzare il
sistema di apertura a colpi di mazza. Con un riflesso venuto dal profondo del suo
ventre, Birge si prese la testa tra le mani, nella vana speranza di proteggersi, e
iniziò a urlare davanti alla morte atroce che stava per ridurlo in polvere.
24.

DOMENICA 2 MAGGIO. IL SOLE SORGE ALLE 2.30 E TRAMONTA ALLE 22.14.


DICIANNOVE ORE E QUARANTAQUATTRO MINUTI DI LUCE.
HAMMERFEST. ORE 10.10.

Anneli Steggo non se l’era sentita di assistere alla messa nella bella chiesetta
di legno di Kautokeino. La presenza di Erik permeava quel luogo sacro, e lei
sapeva che vi sarebbe tornata spesso. Proprio lì avevano celebrato le loro nozze
l’anno prima, e per il momento Anneli proprio non se la sentiva: troppi amici,
troppi sguardi, troppe parole di conforto, troppe lacrime. Non si sentiva ancora
pronta. L’avvicinarsi dei funerali di Erik l’angosciava. Avrebbe potuto assistere
alla messa ad Alta, ma il pastore leastadiano era rigidamente osservante. Passava
per una brava persona, ma da fervido predicatore di quel ramo della religione
protestante che aveva convertito i sami al nuovo credo, a volte portava le sue
pecorelle verso pascoli un po’ troppo verdi per i suoi gusti. Anneli temeva che,
vedendola, avrebbe evocato Erik, e non si sentiva pronta ad affrontare parole
pronunciate a caso, parole che potevano ferire senza volerlo. Aveva così
ripiegato sulla chiesa di Hammerfest, dove non la conosceva quasi nessuno. Di
quella chiesa moderna, molto diversa da quella di Kautokeino, apprezzava il
campanile futurista di forma triangolare, molto acuto, che si stagliava nettamente
sullo sfondo delle montagne che scendevano con le loro rocce talvolta ancora
innevate nel mare azzurro.
Il loro primo anno di matrimonio aveva visto fiorire tutte le loro speranze.
Erik e Anneli avevano un progetto in comune: lei con i suoi cavalli, lui con le
tecniche apprese all’università. Qualcuno li prendeva in giro. Li consideravano
dei sami di città, degli esaltati. Erik non aveva forse lavorato con i finlandesi alla
messa a punto di una vernice fosforescente con cui ricoprire i palchi delle renne
in modo da limitare gli incidenti stradali di notte? Aveva avuto un sacco d’idee,
avevano tenuto duro: nel rispetto della tradizione avevano iniziato la
transumanza subito dopo la celebrazione del matrimonio, ma non avevano
voluto uno di quei ricevimenti con centinaia di invitati, preferendo limitarsi a
una ristretta cerchia di amici con cui condividevano le speranze, in modo da
risparmiare le forze e il denaro per i loro progetti. La loro luna di miele, iniziata
con la transumanza, era stata meravigliosa, sotto la tenda montata in cima a una
collina che dominava le valli ancora addormentate sotto la neve. Si erano amati
con passione su un letto di fini rami di betulla, scelti uno a uno da Erik e
intrecciati con pazienza da Anneli. Erik aveva depositato delle delicate pelli di
giovani renne su quel letto di ramoscelli, poi le aveva coperte con un lenzuolo di
seta e aveva acceso delle candele prima di abbracciarla. Quella sera Anneli
aveva capito che la loro strada sarebbe stata una scintilla destinata a indicare il
cammino ad altri. Quella notte fu una sola cosa con Erik. Non le era mai capitato
di sentire con altrettanta certezza di aver preso la direzione giusta. La
rassegnazione che colpiva così tante persone intorno a loro non li avrebbe mai
sfiorati. Quella notte, facendo l’amore su un letto di ramoscelli di betulla,
avevano salvato il mondo.

La settimana prima, Anneli aveva pensato di togliersi la vita, tutt’a un tratto


orfana e priva di senso.
Oggi quella scintilla brillava di nuovo, più luminosa che mai. E lo doveva a
Erik.
All’uscita dalla messa, si era formato un gruppetto di persone. Anneli si tenne
a distanza: gli abitanti della città a volte parlavano una lingua a lei estranea.
Scorse la giovane poliziotta bionda che era venuta ad annunciarle la morte di
Erik. Era stata delicata. Era lì senza il suo collega più anziano e discuteva con un
uomo alto che portava un pizzetto che seguiva la linea della mandibola, simile a
quello dei pastori luterani che Anneli aveva incrociato durante la sua infanzia.
Desiderava dirle quanto avesse apprezzato la sua delicatezza, così decise di
aspettarla vicino all’assembramento, ma ben presto la sua espressione si accigliò.
Era successa una tragedia, proprio la sera prima. Anneli coglieva stralci di
conversazione che non avevano senso alle sue orecchie. Due uomini avevano
perso la vita. Un altro era rimasto ferito. Uno spettacolo orribile. E poi le parole
decompressione, cassone, pressione, esplosivo, implosione. Due petrolieri.
Anneli aggrottò la fronte. Erik a volte ne parlava, allora s’incupiva, si chiudeva
in se stesso e lei sapeva che era per non mostrare la sua collera in sua presenza.
Accanto alla giovane poliziotta, un’altra donna in uniforme chiedeva all’uomo
con la barba di passare al commissariato. Pareva che l’uomo conoscesse bene le
due vittime. Erano colleghi. E così l’uomo con la barba lavorava per la Norgoil.
Anneli la ricordava: era una compagnia petrolifera statale norvegese che, a detta
del loro amico e mentore Olaf, sfruttava la città e sacrificava gli individui in
nome dell’interesse collettivo. E così erano morti? Anneli continuava a osservare
l’uomo con la barba e trovava che non assomigliasse agli altri. O forse era
semplicemente peggiore. A volte Olaf la metteva in guardia, le diceva che si
fidava troppo del prossimo. Quelle parole e il pensiero delle due vittime si
confondevano nella testa di Anneli. La giovane poliziotta parve accorgersi tutt’a
un tratto della sua presenza e le si avvicinò per parlarle in un orecchio con aria
preoccupata. Anneli udì la propria risposta senza nemmeno avvertire le parole
che uscivano dalla sua bocca.
«Grazie, va tutto bene.»
La poliziotta la prese in disparte e la fece sedere su alcuni scalini. Anneli
sorrise, poi scosse la testa. Passò qualche secondo. L’altra si era seduta accanto a
lei.
«Anneli, avevo intenzione di venire a cercarti domani, ma visto che sei qui…»
Lei si limitò ad annuire. Aveva le vertigini e non desiderava essere sola in quel
momento.
«Erik era in conflitto con il comune per delle storie di renne che circolavano
in città e per dei terreni contestati.»
Anneli annuì di nuovo.
«Vorremmo sapere se aveva dei problemi anche con qualcun altro.»
Anneli sorrise. All’improvviso si sentiva un po’ stanca. La testa non le girava
più. Aveva voglia di tornare subito a vegliare sui cuccioli che aveva affidato a
Susann.
«Non posso scagliare una pietra contro nessuno. Da quando al largo di
Hammerfest sono stati trovati gas e petrolio, in gioco sono entrati interessi più
grandi di noi. Rimpiango semplicemente che le persone che dirigono queste
nuove imprese non ci rivolgano la parola. Chi condivide i propri sogni con gli
altri non mi dà fastidio, ne ho incontrati parecchi, ma nel loro caso coinvolgono
persone che hanno una visione diversa, il tutto in nome del loro interesse
personale. Con persone di questo tipo non sarà mai possibile andare d’accordo.
Guarda la nostra roccia sullo stretto. Non si può accettare che ci siano anche
delle cose sacre a questo mondo? Mi hai fatto una domanda precisa e ti
risponderò in maniera precisa. Uno dei terreni che Erik e la sua famiglia hanno
utilizzato come pascolo da tempi immemorabili sulle alture di Hammerfest è
molto ambito. Qualcuno vuole portarne via una parte per ricavarci una strada.
Adesso che Erik non c’è più non so cosa succederà. È possibile che io non possa
più accedere al terreno. Le renne portano il suo marchio ma eravamo sposati,
non lo so. Forse potrò continuare, ma non c’è niente di sicuro. Devi anche sapere
che quei terreni non ci appartengono. Da migliaia di anni vi lasciamo soltanto
una traccia del nostro passaggio, quanto più possibile leggera e fugace, in modo
che questa terra possa continuare a nutrirci.»
La giovane poliziotta sembrò riflettere, poi scarabocchiò qualcosa su un
quadernetto. Sollevò la testa, guardò l’uscita della chiesa dove il gruppetto di
persone si era ormai disperso.
«Ma con chi era in conflitto, di preciso?»
Anneli sorrise ancora. Come spiegare? Si rendeva conto che la poliziotta
cercava semplicemente di capire.
«Pensi che un conflitto sia la stessa cosa per te e per noi? Dove poni il confine
tra il diritto e la natura? La lotta non è forse impari? Cosa sperate di fare con le
vostre regole di fronte al vento che attira le renne alle rive estive?»
La poliziotta l’ascoltava. Non stava prendendo nota. Non era soddisfatta ma il
suo atteggiamento non era negativo.
«Quando sono venuta col mio collega per annunciarti la scomparsa di Erik,
davanti a una delle tende c’erano parecchi vecchi seduti in cerchio, cantavano o
facevano non so più bene cosa. Me ne ricordo uno, dagli occhi particolari.»
Anneli annuì ancora una volta. Il suo sguardo si perse per un istante nel vuoto.
Capiva perfettamente a chi si riferiva la poliziotta.
«Anta.»
«Anta?»
Anneli vide la giovane sfogliare il suo quadernetto all’indietro.
«Anta Laula?»
«E così lo conosci?»
«No, ho solo visto una sua mostra a Kiruna venerdì mattina. Doveva essere
presente all’inaugurazione nel pomeriggio, ma non si è fatto vivo. Non ero certa
che fosse proprio la persona che ho visto all’accampamento l’altro giorno. Cosa
ci fa lì, è malato?»
«Anta è passato in un’altra dimensione. Da parecchio tempo ormai. Ma da
qualche giorno non è più con noi. Non sappiamo dove si trovi né se ci sia da
preoccuparsi. Siamo abituati ad accoglierlo durante la transumanza di primavera,
lo facciamo già da molti anni. Per gli anziani come lui sono dei bei ricordi. Non
sono più in grado di aiutare fisicamente, ma si ritrovano con gli altri la sera e
raccontano delle storie, tengono viva la tradizione. Trasmettono lo spirito del
nostro popolo. Amiamo i momenti in cui diverse generazioni si riuniscono. Sono
ormai rari, perché l’industrializzazione mette gli allevatori sotto pressione. Non
hanno più tempo, sono stanchi, il materiale talvolta è noleggiato per brevi
periodi e quindi occorre sbrigarsi per evitare spese extra. Viviamo meno tutti
insieme. Viviamo meno.»
«Era solo una domanda» spiegò la poliziotta alzandosi. «E così prima di
diventare artista faceva l’allevatore?»
«Lo è stato, come molti altri. E ne è uscito, come molti altri. Ne sente la
nostalgia, come molti altri.»
Midday,

Non so se ricevi le mie lettere. Penserai che io sia davvero strano. Ricordo la
prima volta che ti ho visto. Non avevamo nulla in comune. E poi siamo diventati
un tutt’uno. Di’ un po’, te lo ricordi? Ti ricordi il Midnight che hai conosciuto?
Ho una tale paura che tu non mi riconosca. Ma adesso, almeno, con te oso
parlarne. Mi aiuta, anche se tu non mi rispondi. Nel nostro lavoro non eravamo
abituati a parlare dei nostri piccoli problemi. Adesso mi rendo conto che era
così che ci tenevano in pugno.
Nella mia lettera precedente ti ho detto che abbiamo recuperato un terzo
uomo, un uomo molto lontano dal nostro mondo d’ombra e di profondità. Ci
apre dei nuovi orizzonti, ma anche lui è messo molto male. Persino peggio,
perché non era preparato né allenato come noi.
Mi preoccupo più per il nostro primo compagno di strada. Quando mi ha
trovato non ho saputo dirgli di no. Lui era a terra e io persino di più. Aveva i
primi contatti. Lui parlava io scrivevo. Due uomini, un uomo in tutto.
Eppure vuole a tutti i costi dimostrare al resto della società che siamo
qualcuno e che si sono sbagliati a prendersi gioco di noi. Ormai è troppo tardi.
Non posso dirti niente, ma è successo qualcosa di orribile. Ha fatto saltare un
chiavistello. Io salto con lui. Due uomini, un uomo in tutto.
25.

HAMMERFEST. ORE 11.

Come tutti i poliziotti della zona, anche Klemet aveva risposto alla
convocazione del commissario di Hammerfest, non lontano dal pub Redrum. Era
dall’episodio dello schiaffo dato a Sormi venerdì sera che non si parlavano.
Klemet non si era pentito del suo gesto. Quello stronzetto di Sormi aveva
davvero esagerato. Si era semplicemente pentito di averlo preso a schiaffi mentre
indossava l’uniforme. Invece di restare ad annoiarsi nel capanno di Skaidi, era
tornato a Kautokeino, a rifugiarsi sotto la sua tenda. Quella domenica mattina si
era svegliato molto presto con un certo mal di testa, dal che deduceva di avere
bevuto più del dovuto, lui che non beveva mai. Aveva trascorso un po’ di tempo
a fantasticare, steso sulle pelli, a osservare i palchi di renna sospesi nella sua
tenda sami. Il fumo si faceva strada attraverso i palchi intrecciati fino al cielo che
appariva in cima alla tenda.
Era stato solo quella mattina, arrivando a Hammerfest, che aveva saputo
dell’incidente al cassone. Ce l’aveva con se stesso, perché a quanto pareva la
radio non parlava d’altro fin dalle prime luci dell’alba con i giornalisti della Nrk
che intervistavano gli impiegati che uscivano col contagocce dalla nave-hotel.
Un simile dramma in una cittadina come Hammerfest assumeva dimensioni
gigantesche, a maggior ragione considerando che era successo poco dopo la
morte del sindaco. Sui siti Internet dei giornali della zona le reazioni si
susseguivano sempre più numerose, il peggio si trovava come sempre nei
commenti agli articoli aggiornati di continuo. Ecco cosa accadeva quando tutti
quegli operai stranieri si trovavano tanto a lungo lontano da casa. Hammerfest
non aveva le strutture per accogliere tanta manodopera esterna. La prostituzione
era ormai un flagello. Il partito populista anti-immigrazione ci marciava, mentre
il partito dei cristiano-popolari deplorava il degrado dei valori. Ellen Hotti, il
commissario, era stata ampiamente intervistata e rispondeva alle domande dei
giornalisti riguardo all’ondata di stupefacenti sequestrati regolarmente in città
dall’apertura del cantiere. Cercava di calmare gli animi. Per il momento le
indagini della polizia partivano dal presupposto che si fosse trattato di un
incidente, di un errore umano, ma era certo che il piccolo porto dell’Artico stava
facendo fronte a una situazione eccezionale.
Quando Klemet prese posto nella sala riunioni, avvertì chiaramente la
tensione. Secondo i primi rilevamenti, i due uomini, un norvegese e un
americano, erano rimasti vittime di una decompressione esplosiva. I loro corpi
erano implosi. Si trovavano all’interno di una camera iperbarica sotto pressione.
Un impiegato della nave-hotel era stato avvertito per telefono che i due avevano
urgentemente bisogno di aiuto e che bisognava aprire immediatamente. Quello
allora aveva afferrato una mazza e sbloccato il meccanismo. Il brusco sbalzo di
pressione aveva provocato la tragedia.
«Vi mostro le fotografie» disse Ellen Hotti dando qualche colpetto su una
cartellina, «sempre che non abbiate ancora fatto colazione.»
L’uomo accorso in aiuto era a sua volta rimasto ferito, scagliato violentemente
all’indietro nel momento in cui il cassone era stato aperto, ma se la sarebbe
cavata. Gli altri due invece – il commissario fece una pausa, esitando – erano
ridotti in poltiglia.
L’hotel galleggiante era subito stato chiuso. I nomi degli ospiti erano stati
raccolti alla svelta, perché alcuni dei centosettanta operai che vi alloggiavano
erano attesi al cantiere e non si poteva tenere tutto fermo troppo a lungo. Le tre
giovani russe erano già state interrogate. Erano molto spaventate. L’uomo ferito
non si era messo in contatto con loro quando aveva aperto, e la polizia le aveva
trovate nella sauna. Non sembravano in ogni caso coinvolte.
Il controllo dei tabulati del telefono mostrava che l’impiegato dell’hotel aveva
effettivamente ricevuto una breve chiamata poco prima dell’incidente. La cosa
era stata confermata da un suo collega. Il commissario Hotti prese un altro foglio
e lesse ad alta voce: «“Vado su ad aprire ai capi. Deve esserglisi bloccato il
cazzo in un buco di culo. Cani in calore, col cazzo sotto pressione. Una bella
secchiata d’acqua fredda e te li calmo io, vedrai”. Fine della citazione.»
Ellen Hotti guardò i poliziotti intorno a lei, lasciando che ciascuno desse a
quella orazione funebre il peso che riteneva. La telefonata che l’impiegato aveva
ricevuto era in norvegese. Non ricordava alcun accento particolare.
«L’impiegato ferito era probabilmente ancora sotto shock quando è stato
interrogato. Del resto non ricordava di aver utilizzato l’espressione» controllò il
dossier «“col cazzo sotto pressione”, ma il suo collega è stato categorico.
Immagino sia un punto in più da chiarire» disse, provocando una risata che
distese leggermente l’atmosfera.
Qualcuno ne approfittò per farsi un caffè. Il commissario aspettò qualche
istante, poi riprese.
«Dobbiamo scoprire se quei due poveretti erano davvero in pericolo nel
cassone. I primi elementi dell’inchiesta confermano che nessuno dei due ha
usato il cellulare, per il semplice motivo che l’avevano lasciato fuori. I due
telefoni sono stati ritrovati intatti. Dall’interno del cassone non è partita alcuna
telefonata. Il messaggio ricevuto dall’impiegato proveniva quindi da altrove: una
persona che era a bordo della nave o all’esterno? È stato un incidente o
qualcos’altro, ancora da definire?»
Il commissario lasciò calare il silenzio. Alcuni colleghi stavano interrogando
il proprietario del cassone, un certo Markko Tikkanen, di professione agente
immobiliare, le cui attività sembravano estendersi anche all’organizzazione del
piacere a pagamento.
«Immagino che il nome dica qualcosa a tutti i presenti, ma quest’uomo dai…
ecco, molteplici talenti, dispensa numerosi, graditi favori.»
Sulla sala scese il silenzio. Alcuni poliziotti fissavano intensamente la punta
delle proprie scarpe.
Ellen Hotti aggiunse che, in base alle prime verifiche, Tikkanen si trovava
sulla nave al momento del dramma, ma sul lato anteriore, dove a quanto pareva
era sempre rimasto. A parte gli operai e i quadri del cantiere, alcune stanze erano
occupate da una manciata di sommozzatori che sarebbero dovuti partire in
missione quella domenica mattina, ma che era stato necessario trattenere.
«Ci hanno fatto capire che la loro inattività costa parecchio e che sarebbe
opportuno accelerare le procedure. A proposito, vorrei tornare alle tre ragazze
russe. Hanno raccontato che un uomo che non era Tikkanen» consultò
nuovamente il suo dossier, «pare che non ne conoscessero il nome, era andato a
prenderle a Kirkenes, alla fermata dell’autobus proveniente da Murmansk, e le
aveva accompagnate fin lì. Non a Hammerfest, pare, ma in un motel accanto a
una stazione di servizio. Tikkanen le ha incontrate in una stanza del motel e ha
raccolto i loro passaporti, cosa che lui stesso non ha negato. Il luogo è Skaidi,
vicino all’alloggio attuale della pattuglia P9 della polizia delle renne.»
Tikkanen aveva confessato senza troppi problemi che l’autista si chiamava
Sikku, un allevatore che però ignorava chi fossero le tre ragazze. Tikkanen gliele
aveva presentate come delle amiche conosciute al mercato di Bossekop, ad Alta,
l’inverno precedente.
Il commissario passò in rassegna alcuni fogli del dossier. Il caffè aveva
ricominciato a scorrere.
Klemet guardava Nina con la coda dell’occhio, ma ancora non osava
rivolgerle la parola. Aveva la sensazione che ogni sguardo che il commissario
puntava su di lui fosse carico di rimproveri, tuttavia non sapeva ancora se Nils
Sormi avesse sporto denuncia o meno. In ogni caso era concentrato soprattutto
su quell’incredibile incidente che poteva coinvolgere Tikkanen. E Sikku, che da
dopo la morte di Erik si faceva vedere spesso e volentieri. Ellen Hotti sfogliò il
fascicolo. I poliziotti iniziarono a chiacchierare tra loro. Klemet rifletteva. Sikku
compariva nel loro dossier per essersi alzato davanti alle renne allo Stretto del
lupo. Era legato a Tikkanen. Quest’ultimo era un personaggio più misterioso, si
trattava comunque di un professionista con parecchia carne al fuoco. Il
commissario sollevò nuovamente la testa dagli incartamenti.
«Tikkanen, che sembra piuttosto loquace quando gli fa comodo, ci ha
raccontato che Henning Birge, delle due vittime il rappresentante della
compagnia svedese Future Oil, aveva litigato con un sommozzatore di nome Nils
Sormi. Non può rivelare come ha fatto a saperlo, ma le prime verifiche gli danno
ragione, infatti ogni volta erano presenti numerosi testimoni. Prima di tutto c’è
stata una questione legata a un’immersione, con un litigio davanti al Riviera
Next, e poi un altro scontro al Black Aurora. I suoi dissapori con i petrolieri sono
stati confermati da un certo Leif Moe, un supervisore che lavora per la Arctic
Diving.» Diede un’altra occhiata agli appunti.
«Ah no, mi sbaglio. Al Black Aurora la lite è avvenuta con Bill Steel, la
seconda vittima, il rappresentante americano della South Petroleum. Una lite tra
Steel e Sormi dunque. Preciso che Sormi era uno dei sommozzatori presenti
sulla nave al momento dell’esplosione.»
Non ci sono dubbi, quel piccolo stronzo di Sormi sa come farsi dei nemici.
Klemet guardò verso Nina, che gli rivolse un cenno del capo.
Cosa pensare di Nils Sormi? Che cosa c’entrava in quella storia? Sormi era un
sommozzatore e sapeva meglio di chiunque altro quale sarebbe stato l’effetto di
un’apertura improvvisa del cassone senza il rispetto fondamentale dei diversi
gradi di decompressione. Poteva essere lui l’autore della telefonata
all’impiegato?
«E il tecnico che ha chiuso il cassone?» chiese un poliziotto.
Il commissario prese una scheda.
«Pare che non sia ancora stato interrogato. Non vedo nemmeno traccia della
sua identità.»
«Siamo sicuri che la telefonata ricevuta dal tizio con la mazza sia stata
effettivamente effettuata?» chiese un altro.
«È quello che dice il registro delle chiamate. Poi si può sempre ipotizzare che
la telefonata non c’entrasse nulla e che l’uomo si sia inventato tutto prima di dire
al suo collega di andare ad aprire il cassone. Ma ricordo in ogni caso che è
rimasto ferito nell’operazione e che avrebbe anche potuto lasciarci la pelle.
Comunque sia, okay, niente ci impedisce di cucinarlo ancora un po’.»
«Ci sono telecamere di sorveglianza?»
«No» disse Ellen Hotti, «ma vi confesso che dal mio punto di vista questo
Sormi è un sospetto molto avvincente e che anche il duo Tikkanen Sikku merita
il nostro più sincero interesse. Grazie a tutti. Klemet Nango e Nina Nansen, voi
restate.»

Klemet e Nina si avvicinarono alla scrivania. Questa volta Ellen Hotti si alzò e
andò lei stessa a servire del caffè, poi porse loro una caramella alla cannella.
Prese un documento dalla scrivania.
«Molto imbarazzante trovarsi con una denuncia del suddetto Sormi nel bel
mezzo di questa storia…»
Nina si voltò verso Klemet che aveva la faccia imbronciata delle giornate no.
Aveva la caramella in bocca e non faceva niente per masticarla un po’ più in
fretta.
Il commissario lo conosceva da parecchio tempo. Era originaria della regione
e aveva fatto buona parte della sua carriera nel nord. Non ce l’aveva con lui ma
sarebbe di sicuro stata intransigente.
«Non ho intenzione di girarci troppo intorno. L’hai fatta davvero grossa,
Klemet. Ci sarà un’inchiesta interna e tutto il resto. Non possiamo fare
diversamente, a maggior ragione adesso che Sormi si trova tra i principali
sospettati. Il suo avvocato, se dovessimo arrivare a quel punto, non mancherebbe
di gridare a gran voce all’ingiustizia, se lasciassimo correre il tuo, come dire,
gesto di collera. Nina, hai qualcosa da aggiungere?»
Nina sentì una bolla d’aria nella pancia. Era perfettamente consapevole che la
sua lealtà era messa alla prova, sia nei confronti della giustizia, sia
dell’istituzione che rappresentava come pure nei confronti del suo collega. Il
commissario poteva anche metterla alla prova. Scosse la testa.
«Spiacente, Klemet» si limitò a dire.
Aveva l’impressione di tradire il suo collega. Klemet restava impassibile.
Dovrà pur rendersi conto che non c’è sotto nient’altro, si disse per persuadersi di
avere fatto la cosa giusta.
«Klemet, sei sospeso fino a contrordine. A cosa state lavorando al momento?
A parte i furti di renne, voglio dire…»
«Stiamo indagando sulla morte per annegamento allo Stretto del lupo. Juva
Sikku, l’amico di Tikkanen, ha provocato il dramma spingendo le renne a
invertire la marcia e tornare indietro.»
«Nina, puoi continuare da sola, non è vero? Cos’altro?»
Nina stava per proseguire quando qualcuno bussò alla porta. Apparve un tizio.
Un poliziotto che aveva partecipato alla riunione.
«Ellen, solo per dirti che un operaio polacco ha appena fatto una denuncia. Il
suo pass per accedere all’isola e all’albergo galleggiante è scomparso da venerdì.
Pensa di averlo perso, o forse gli è stato rubato al Redrum venerdì sera. Ho
pensato che potesse interessarti.»
Il commissario rifletteva.
«Interessante» si limitò a dire.
«Un’altra cosa. Il tecnico che ha chiuso il cassone.»
«Ebbene?»
«Dire che non è ancora stato interrogato non è proprio corretto. In realtà, non
è ancora stato identificato.»
Richiuse la porta. Il commissario rimase di nuovo in silenzio, immersa nei
suoi pensieri. Poi sembrò accorgersi improvvisamente di Klemet e Nina.
«Klemet, qualcosa da aggiungere?»
Klemet si alzò, seguito da Nina.
«Credo che lascerò perdere anche i venerdì 30.»
Strizzò l’occhio a Nina e uscì, sotto lo sguardo sbigottito del commissario.
26.

HAMMERFEST. ORE 11.45.

Klemet e Nina lasciarono Hammerfest sotto una pioggia battente, o meglio:


neve sciolta che cadeva in goccioloni pesanti sulla carrozzeria del pick-up.
L’acqua si mischiava alla neve ancora ammonticchiata su qualche marciapiede.
Il tempo di uscire dal commissariato e Nina e Klemet erano già fradici. Dal Mare
di Barents soffiava un vento violento. Nina aveva provato invano a proteggersi il
viso. Un velo grigiastro avvolgeva tutta la cittadina e i passanti camminavano
velocemente, con la schiena curva. I tergicristalli andavano al massimo, ma la
visibilità restava comunque scarsa. Fu Nina a rompere per prima il silenzio.
«Cos’hai intenzione di fare?»
Klemet lasciò il volante con una mano, prese quella della collega e la strinse
con forza. «Non mi hai tradito, è solo colpa mia. Andrà tutto a posto.»
«Ma cos’hai intenzione di fare?» ripeté Nina.
Klemet si fermò. Erano appena arrivati all’entrata di Rypefjord, il villaggio a
sud di Hammerfest. Su quel lato del fiordo la pioggia sembrava meno forte.
Dalla strada sopraelevata si scorgeva a fatica la base polare più in basso, una
zona industriale che dal 1980 fungeva da centro logistico per le compagnie
impegnate in campagne di ricognizione petrolifera e di gas nel Mare di Barents.
La spessa foschia non permetteva nemmeno di distinguere le navi attraccate alla
banchina. La neve sciolta s’incollava al parabrezza. Il motore era ancora acceso.
Klemet rifletteva. Non sapeva quanto sarebbe durata la sua sospensione.
«Prima di tutto, tornerò per un po’ a Kautokeino.»
Nina sarebbe stata costretta a lavorare da sola in un ambiente che conosceva
ancora poco.
«Cosa potrebbe accomunare un allevatore come Juva Sikku a un agente
immobiliare come Tikkanen, solo storie di prostitute?»
«Ma sai, molti allevatori, oltre a dedicarsi alle renne, sono costretti a svolgere
qualche lavoretto extra. Forse Sikku l’ha trovato più redditizio che scorrazzare
dei turisti sulla slitta.»
«Faccio fatica a crederci. Ma allora cosa c’è sotto, se non storie di terreni, di
pascoli? Sikku ha bisogno di terra? Si è lamentato con Erik Steggo. Forse aveva
delle mire sui suoi pascoli?»
«Le questioni relative ai pascoli sono severamente regolate dall’ufficio delle
renne e nell’ambito dei distretti degli allevatori. Un singolo allevatore non ha il
diritto di cambiare l’ordine stabilito. Questo, ovviamente, non impedisce che ci
siano conflitti, ma in ogni caso non si può fare quello che si vuole.»
«Di’ un po’, sto ripensando a Sikku. Non ti sembra strano il modo in cui si è
affrettato a dire che aveva dato fuoco alla barca?»
«Forse, ma non vuol dire nulla.»
Il motore stava ancora ronzando. La neve sciolta cadeva a raffiche sul
parabrezza.
«E Tikkanen? Dopotutto è stato lui a organizzare la serata.»
«E secondo te farebbe saltare in aria i suoi clienti?»
«Chi può dirlo. Magari ci sfugge qualcosa. Credo che andrò a parlarne con il
responsabile della Norgoil che ho visto domenica a messa. Sembrava conoscere
bene le vittime del cassone.»
«Lo sai che la cosa non riguarda la polizia delle renne.»
Nina sorrise.
«Se Tikkanen è legato a Sikku da questioni di terreni, tutto quello che riguarda
Tikkanen m’interessa» tagliò corto.

Nina accompagnò Klemet al rifugio di Skaidi. Klemet l’abbracciò a lungo.


«Sicuro che non ce l’hai con me?» chiese Nina.
«Ce l’ho soltanto con me stesso. E con quello stronzetto di Sormi. E adesso,
prima di partire per Kautokeino, vado a ricostruire un pezzo del puzzle.»
Nina si rimise alla guida alla volta di Hammerfest, sempre sotto la tempesta.
Voleva vedere quel Gunnar Dahl della Norgoil, ma si fermò prima a Kvalsund, al
di qua del ponte, per far visita a Morten Isaac. Doveva vederci chiaro su quelle
storie di pascoli nella zona di Hammerfest.
«Non molli mai» le disse il capo del distretto 23, facendola accomodare. La
invitò ad asciugarsi e sembrò sorpreso nel vederla sola.
«Klemet Nango sta cercando di mettere insieme i pezzi di un puzzle» si limitò
a spiegare lei.
Morten Isaac parve perplesso, ma non insistette.
«Steggo e Sikku puntavano gli stessi pascoli sulla via della transumanza?»
«Certamente, ma è così dappertutto. Niente di nuovo sotto il sole. L’erba del
vicino è sempre più verde. Vecchio proverbio sami.»
«Tikkanen, l’agente immobiliare, fa affari con degli allevatori?»
«Devi capire una cosa: noi allevatori diamo fastidio da queste parti. Puoi aver
sentito tutti i bei discorsi che vuoi sul rispetto dei popoli indigeni, sulla
minoranza sami e sui suoi diritti inalienabili, ma quando tutto questo entra in
conflitto con lo sviluppo delle industrie, si dimenticano di noi.»
«Ma in comune dovranno pur ascoltare la vostra voce.»
«In comune? Ogni anno ricevono centocinquanta milioni di corone di tasse
fondiarie dalla Norgoil senza muovere un dito, solo perché l’industria si trova sul
loro territorio. A chi credi che diano ascolto? Con la raffineria di Suolo, poi, la
superficie industriale all’uscita della città raddoppierà, e con lei le tasse riscosse.
Conosci molti sindaci pronti a rinunciarvi? Anch’io ero in conflitto con il
comune. Ogni volta che mi sono opposto alle industrie che cercavano di mettere
le mani sui miei pascoli, ho perso. Processo dopo processo, pascolo dopo
pascolo. Non dimenticare che noi sami usufruiamo semplicemente dei pascoli,
non ne siamo i proprietari.»
Morten Isaac si alzò e andò a prendere una scatola da scarpe chiusa in un
mobile della sala, sotto un armadio pieno di bicchieri e caraffe. Ne tirò fuori dei
documenti e alcune vecchie fotografie e li mostrò a Nina. Infilò gli occhiali e
prese un documento rilegato.
«Nel 1888 sei famiglie di allevatori trascorrevano l’estate a Kvaløya con
seimila renne. Seimila renne! Oggi sono tutt’al più mille. Sempre per sei
famiglie. E la gente del luogo si lamenta perché sono ancora troppe. Si può
sapere cosa pretendono?»

Nina incontrò Gunnar Dahl nella hall dell’Hotel Thon, dove era andato dopo
la messa. Inizialmente apparve sorpreso che un membro della polizia delle renne
fosse interessato a lui. Le parlò apertamente della posta in gioco nello sviluppo
di Hammerfest. Per lui era una questione di benessere collettivo, di conseguenza
non vedeva niente di male nel trarne qualche vantaggio, potendo.
Nina si rendeva conto che alcune delle sue domande andavano al di là della
semplice procedura, ma aveva bisogno di capire. Klemet poteva ricordarle
quanto voleva che nel corso di un’indagine ci si poteva considerare fortunati se
si trovavano le prove di un reato o se si riusciva a collegare un criminale a un
reato. Trovare anche il movente, ripeteva sempre, era la ciliegina sulla torta, e
nella maggior parte dei casi, se non era il colpevole a confessare, era impossibile
stabilirlo con certezza.
«Mi sta dicendo, signorina, che gli allevatori si lamentano, ma vede, se
fossero estromessi dalle loro terre potrebbero almeno pretendere una percentuale
sugli introiti petroliferi nelle regioni che considerano loro… Il problema, vede, è
che queste terre appartengono all’intera nazione. Non potrebbe essere altrimenti,
infatti non ci sono prove che i sami siano arrivati prima della mia gente. Di
conseguenza è impossibile stabilire a chi appartengano. Allora credo che valga la
pena di lavorare insieme. Siamo seri, signorina, non trova che nel Finnmark ci
sia abbastanza posto per tutte le attività? Nell’arco delle stagioni gli allevatori
sfruttano già l’ottanta per cento della regione.»
Nina e il rappresentante della Norgoil erano seduti sugli alti sgabelli della hall
dell’hotel. Le grandi vetrate davano sulla piazzetta del municipio e sul
parcheggio dove Klemet era andato a giocare al lotto il famoso venerdì 30. Solo
due giorni prima. Nina intravedeva appena l’entrata della ricevitoria. Non aveva
molta voglia di uscire di nuovo nella tempesta. La neve sciolta continuava ad
abbattersi sulla cittadina artica. Nina non aveva mai visto una primavera simile.
«Conosceva bene Birge e Steel?»
«Eravamo colleghi. Rappresentavamo le tre principali compagnie petrolifere
della zona.»
«Eravate amici? Voglio dire, Steel e Birge erano in compagnia di prostitute.»
«E io non ero con loro, è vero. Li apprezzavo come colleghi, ma loro non
erano della zona. Io sì. Da queste parti si è rispettati se si rispetta la gente.»
Gunnar Dahl indicò la tempesta all’esterno.
«La vita è dura per la gente di qui. Lei sarebbe venuta se non fosse stato per il
lavoro? Probabilmente no. Lo sa cosa desidera questa gente? Lavorare. Un
impiego. Noi portiamo sviluppo nella regione perché i suoi abitanti possano
continuare a vivere dove hanno sempre vissuto.»
«Anche se qualcuno ne fa le spese?»
«Da quanto tempo si trova qui, signorina? Lo sa cos’è la maggioranza?
Viviamo in una democrazia, no? È normale che sia la maggioranza a decidere. I
diritti di una manciata di sami non possono essere messi al di sopra di tutto il
resto, sarebbe ingiusto per la maggioranza.»
«Doveva essere in concorrenza con Steel e Birge per i giacimenti e l’accesso
alle zone industriali.»
«Certamente siamo in concorrenza, ma è tutto strettamente regolamentato. Le
licenze sono assegnate dal governo, preparate dal comitato petrolifero…»
«Che Lars Fjordsen ha diretto…»
«Esatto. Che quell’uomo insostituibile ha diretto.»
«Anche lui ha lavorato per la Norgoil.»
«Esatto ancora una volta. Ci siamo conosciuti lì. Un grand’uomo.»
«Che andava a scacciare le renne personalmente.»
«Senza di lui Hammerfest non sarebbe Hammerfest. Non cerchi di infangare
la sua memoria.»
«Le capitava di incontrarsi con gli altri?»
«A volte. Anche con Lars del resto. A volte ci davamo appuntamento il
venerdì al Club dell’Orso Polare.»
«Avevate appuntamento questo venerdì?»
«Questo venerdì no, ma quello prima sì.»
Nina rimase leggermente delusa.
«Non sapevo che ci fosse un bar al club.»
«Infatti non c’è. Era Markko Tikkanen che organizzava tutto.»
«Sempre lui…»
«Sì, Tikkanen è una persona meticolosa cui piace sapere tutto di tutti, per
questo non esita a organizzare in prima persona, in modo da essere più vicino
alle fonti d’informazione. Io non partecipavo a quelle seratine con i miei
colleghi, ma…»
«Ma non vi vedeva niente di male?»
«La cosa non mi riguarda. Essendo di qui, conoscendo la gente di qui ed
essendo conosciuto, non posso, punto e basta.»
«Meglio farlo altrove, in maniera più discreta?»
«Non si permetta!»
«Di cosa parlavate?»
«Di affari. Riteniamo che ci siano opportunità sufficienti per tutti qui.»
«La scomparsa di Steel e Birge non deve infastidirla troppo…»
«Si sbaglia a fare certe insinuazioni. Steel e Birge, a dispetto di certi
comportamenti che disapprovavo, erano dei professionisti seri, adesso invece
non so chi prenderà il loro posto.»
Nina guardò nuovamente fuori dalla finestra. Fiocchi di neve liquida
grondavano sui vetri.
«Li conosceva da molto tempo?»
Gunnar Dahl la scrutava, come per carpirne le intenzioni. Il petroliere con la
barbetta le era parso, fino a quel momento, piuttosto schietto. Era solo una
facciata?
«Sì, si potrebbe quasi dire che li abbia conosciuti in un’altra vita, tanto le cose
sono andate in fretta in questo settore. Abbiamo fatto il Mare del Nord
sicuramente prima che lei venisse al mondo. Era tutta un’altra epoca.»
Dahl parlava come un veterano che ricordi una campagna militare.
«Cos’ha fatto ieri sera?»
«Ero con la mia famiglia. Mia moglie e i miei sei figli potranno sicuramente
confermarlo.»
Nina ringraziò Dahl. Era ancora abbastanza presto e la tempesta era
improvvisamente cessata. Il cielo iniziava a schiarirsi a una velocità
sorprendente. Il vento era ancora forte ma scacciava le nubi. Nina riprese la via
verso Skaidi. Entrando nella parte meridionale dell’isola, all’uscita del tunnel di
Stallogargo, anziché imboccare il ponte che raggiungeva il villaggio di
Kvalsund, prese improvvisamente una stradina sulla destra, che correva parallela
al tunnel, tra questo e la riva. Si trattava della vecchia via per Hammerfest,
scavata nel fianco della montagna prima che venisse costruito il tunnel. Era
proprio questa vecchia strada che sarebbe stata allargata. Le renne che
transitavano in quel punto la utilizzavano per poi risalire verso i pascoli della
parte settentrionale dell’isola. La roccia sacra rischiava di essere rovinata. Alcuni
pensavano di spostarla. Nina scese dall’auto.
Rimase per un po’ a contemplare quei luoghi. Da quanto tempo quello stretto
era utilizzato per la traversata delle renne? Le tornarono in mente le foto di Nils
Ante con la signorina Chang. Non ebbe grandi difficoltà a ricostruire
mentalmente la scena della morte di Erik, riusciva a vedere tutte le persone
presenti. Sollevò lo sguardo verso un punto e vi si diresse velocemente,
scivolando, sprofondando nella neve a tratti sciolta, arrampicandosi, sbattendo
contro le rocce. Continuò a salire così per parecchi minuti prima di fermarsi,
senza fiato, per contemplare lo stretto ai suoi piedi. Compose un numero con il
cellulare.
«Mi senti?» gridò un attimo dopo.
«Sì, ti sento» rispose Klemet. «Ascolta, volevo dirti che sono stato…»
«Non c’è tempo di parlare adesso. Tu mi senti, io ti sento, volevo solo
controllare una cosa. Ho lo stesso operatore telefonico di Sikku, mi sono
informata, e ti sto chiamando dalla sua prima postazione dell’altro giorno, prima
che si scambiasse di posto con Jonas perché, secondo lui, non c’era campo e non
riusciva a telefonare. Mente. Il campo c’è, eccome. Si è spostato più in alto per
non essere visto nel momento in cui ha iniziato a sbracciarsi per spaventare le
renne, ecco la verità. A dopo.»
Chiuse la conversazione senza lasciare a Klemet il tempo di rispondere.
Soddisfatta, scese verso la roccia per analizzarla da tutti i lati. C’era già stata il
giorno in cui era stato ripescato il corpo di Erik, ma troppo di fretta. Doveva
ammettere che era davvero una roccia fuori del comune. Cercò di definirne la
forma. Un cono gelato al contrario, leggermente sghembo, con la punta che
pendeva su un lato. L’immagine mancava di poesia. La roccia doveva misurare
quasi cinque o sei metri di altezza. Guardandola da un altro punto di vista, Nina
immaginò subito una donna, una donna che portava uno spesso abito d’altri
tempi, simile a quello delle zingare nei giorni di mercato. Adesso immaginava
quella donna forte che si teneva ben dritta, con vigore, quello che portava sulla
testa doveva essere una specie di cappello, sì, in ogni caso non uno chignon. E
perché no, sempre meglio di un gelato sghembo. Sul lato della riva la roccia era
circondata da una falda detritica che lambiva l’acqua. Nina dovette aggrapparsi
alla roccia per non scivolare. Alcuni punti del rilievo erano ancora coperti di
neve. Grazie al sole che era appena sbucato scorse un tenue riflesso: una moneta
da una corona. Non osò toccarla. La moneta era stata deposta in una piccola
cavità e ne sporgeva appena. Senza quel riflesso non l’avrebbe vista. Doveva
essere una di quelle offerte che aveva visto di sfuggita la volta precedente, si
disse. Si guardò un po’ attorno e vide altre quattro monete ai piedi della roccia o
in altre cavità della pietra. C’era anche qualche frammento di palco di renna.
Vide poi altri oggetti che qualche giorno prima non c’erano. La roccia pareva
ancora in uso.
«La chiamano Ahkanjarstabba.»
Nina si voltò ma non vide nessuno.
«Un nome sami» proseguì la voce.
Nina faceva fatica a identificarla a causa del vento che le soffiava ancora nelle
orecchie. Fece il giro della roccia. Più in alto, sul sentiero asfaltato, scorse infine
Anneli Steggo. Montava un cavallo tarchiato.
«Un cavallo islandese. Sono resistenti e affidabili, persino nella neve.»
«Pensavo che dovessi tornare al tuo branco. Sei lontana.»
«Avevo bisogno di tornare in questo posto. Era dalla morte di Erik che non ci
venivo.» Si guardò intorno.
«È tutto così calmo qui.»
Sull’altro lato dello stretto si scorgeva un piccolo villaggio ai piedi della
montagna con qualche casetta di legno sparsa qua e là. Più lontano, sulla sinistra,
sorgeva un ponte sospeso che collegava l’isola al villaggio di Kvalsund. Un
lembo della montagna inzuppata dopo la tempesta splendeva alla luce del sole.
Anneli scese da cavallo e si avvicinò alla roccia.
«Erik poteva anche avere studiato, ma prima della traversata delle renne non
mancava mai di depositare un’offerta alla roccia. Era una tradizione di famiglia.
Mi chiedo se questa volta se ne fosse scordato…»
Nina restò in silenzio. Proprio non capiva quel genere di cose. Sua madre le
aveva insegnato a leggere quelle superstizioni come una sorta di stregoneria.
«Quando si avvicinano alla sponda arrivando dalla terraferma, le renne
passano sempre a ovest di questa roccia. In tutta la Lapponia le pietre ci parlano
in questo modo.»
«Con delle forme simili, capisco che siano fonte d’ispirazione» disse Nina per
educazione.
«Non sempre la forma è importante, quello che conta è la tradizione, l’uso che
una certa persona ne ha fatto in una certa epoca. In teoria solo gli uomini
possono accostarsi alle pietre sacrificali.»
Anneli si avvicinò ancora per carezzare la roccia.
«Alcune, come questa, sono di uso comune. Tutti i sami che passavano per
questo stretto con le renne avevano l’abitudine di lasciare un’offerta. Ci
venivano quando era ora di cacciare, ma anche i sami pescatori le rendevano
omaggio. Sotto la neve, accanto ai frammenti di palchi di renna, troverai
certamente dei resti di pesce. Alcune famiglie hanno anche dei luoghi sacri che
appartengono solo a loro, e questi restano segreti.»
«Pare proprio che queste storie t’interessino parecchio.»
«Queste storie sono la nostra storia. Voi avete le vostre chiese, i vostri
monumenti, i vostri musei, noi abbiamo queste rocce. Siamo un popolo della
natura. Queste rocce conservano lo spirito della nostra storia. Se ti ci avvicini
udrai le storie che sgorgano dalle fessure, udrai le preghiere mormorate secoli fa
da un pastore preoccupato per le renne che si apprestavano alla traversata. Se
avvicini l’orecchio alla roccia di Sieidejavri, udrai la preghiera di una donna
sami che chiede che il figlio malato trovi la pace.»
Anneli lasciò la roccia e risalì a cavallo.
«Tutti lo sapevano, ma nessuno ne parlava, perché non si parla di queste cose.
Lo sapevano tutti, punto e basta.»
Fece voltare il cavallo.
«Domani seppellisco Erik.»
Fece partire il cavallo islandese, lasciando Nina ai piedi della roccia sacra. La
poliziotta la seguì con lo sguardo. Stranamente non rimase sorpresa quando,
dopo qualche decina di metri, Anneli tornò indietro e andò a fermarsi davanti a
lei.
«Dobbiamo essere capaci di vivere insieme, è il solo insegnamento della
tundra. L’uomo solitario è come il lupo. Fa paura agli uomini, e gli uomini si
vendicano di lui» disse prima di ripartire al galoppo.
Midday,

Ancora nessuna notizia da parte tua. Non ne posso più. Mi fa paura. Ha un


temperamento esplosivo e la cosa non migliora. Prima avevo il mio angolino
dove rifugiarmi. Ora non più. Se io crollo, crolla anche lui. Forse la soluzione è
questa: crollare.
27.

RIFUGIO DELLA POLIZIA DELLE RENNE, SKAIDI. ORE 15.

Klemet aveva avuto a disposizione tutto il pomeriggio per sbollire la rabbia, e


ne aveva approfittato per finire finalmente di ricostituire il puzzle dei due verbali
fatti a pezzi la settimana prima. Era stato sospeso ma poteva ancora accedere
all’Intranet della polizia. Stava per verificare l’identità delle persone coinvolte,
ma si trattenne all’ultimo momento. Lasciare tracce delle sue ricerche su Intranet
poteva rivelarsi una lama a doppio taglio. Esitò un attimo e spense il computer.
Avrebbe aspettato il ritorno di Nina. Non era affatto contento di saperla sola.
Non la considerava più una novellina ma sapeva che era ancora ignara di
parecchie regole non scritte di quella regione così lontana dal suo mondo. Il suo
punto di vista non condizionato poteva anche tornarle utile in un piccolo mondo
dove le storie si accumulavano l’una sull’altra. Annotò i nomi dei due turisti
tedeschi e dei due operai del cantiere, poi scese al campeggio che si trovava
sotto il rifugio della polizia delle renne e prese in prestito la macchina del
guardiano.
Arrivò a Kautokeino in serata, il villaggio che era stato teatro delle
umiliazioni della sua infanzia, della sua forzata appartenenza alla Norvegia, il
luogo in cui, ancora bambino, era stato costretto ad abbandonare la lingua sami
per il norvegese della scuola.
Ripensò a quello che, proprio lì, era successo ad Aslak e al senso di colpa che
si era portato dietro fin da allora. Al fatto che non ne aveva mai parlato con
Nina. Forse avrebbe dovuto. Era abbastanza matura per capire? Erano una buona
squadra, almeno dal suo punto di vista. Era necessario confidarsi con lei per il
bene del loro lavoro di squadra oppure no? Aveva capito che lui e Aslak si erano
conosciuti da bambini nel collegio di Kautokeino, all’epoca in cui era vietato
parlare sami? Che all’età di sette anni avevano deciso di fuggire dal collegio per
sottrarsi a quella lingua norvegese che volevano inculcare loro con la forza, ma
soprattutto alla crudeltà… E che all’ultimo momento Klemet non aveva osato e
aveva lasciato che Aslak affrontasse da solo la tempesta, l’ignoto,
l’emarginazione. I loro destini si erano decisi in quel momento.
Klemet pensava che, ormai adulto e diventato poliziotto, non avrebbe più
serbato rancore nei confronti delle istituzioni. Lo giurava ogni volta che gli
ponevano la domanda, ma in fin dei conti non ne era tanto sicuro.
Quando entrò in casa di suo zio, lo vide in cucina con la signorina Chang,
stavano cenando. Lo accolsero allegramente e aggiunsero un piatto per lui.
Klemet cominciò a mangiare in silenzio. Nils Ante osservava il nipote con la
coda dell’occhio.
«Qualche problema?»
Klemet scosse la testa e fece spallucce, poi finì il suo brodo.
«Mi hanno sospeso.»
Nils Ante emise un lungo fischio.
«Mio splendore serico, potresti prendere quella bottiglia di cognac tre stelle…
La sola tradizione degna di questo nome che ho conservato dai laestadiani» disse
con una strizzata d’occhio a Klemet. «E così mio nipote, alla sua veneranda età,
comincia a lasciarsi un po’ andare. Bisogna festeggiare!»
«Prendimi pure in giro… Mi dispiace per Nina, che adesso è sola.»
«La tua biondina, peraltro bella da morire: la tua premura nei suoi confronti è
delle più lodevoli. Se avessi due anni di meno e se non fossi già così felice con la
mia meraviglia, le farei la corte.»
«Conosci la famiglia Sormi?»
Nils Ante servì il cognac, diede un bacio alla giovane cinese e bevve una
prima sorsata del liquore che i laestadiani di stretta osservanza utilizzavano
come medicina.
«Un po’. Ma nei villaggi ci si conosce sempre un po’ tutti. E quello che non si
sa, lo s’inventa: è un buon passatempo durante le lunghe serate invernali…»
«D’accordo, in ogni caso c’è questo Sormi, uno giovane, che oggi lavora
come sommozzatore per l’industria del gas, o per quella petrolifera, o per tutt’e
due, non so se ci sia una differenza e… l’ho un po’… maltrattato. Uno schiaffo.»
Nils Ante fischiò nuovamente e riempì il bicchiere del nipote. Klemet ricordò
di essere astemio e s’inumidì appena le labbra.
«Lo sai che non approvo.»
Klemet rimase in silenzio. Non aveva più l’età dei rimproveri, ma sapeva che
suo zio era sempre stato contrario alla violenza e si era schierato contro i metodi
educativi in voga nella loro famiglia. Respirò a fondo. Per la prima volta dopo
l’incidente ripensò con calma alle parole di Nils Sormi e riferì quello che si
erano detti il più fedelmente possibile. La signorina Chang ascoltava con aria
preoccupata, rivolgendogli di tanto in tanto un breve sorriso di incoraggiamento.
Il poliziotto era più emozionato di quanto non fosse pronto ad ammettere. Forse
era l’effetto del cognac, anche se, a ogni sorsata, inumidiva appena le labbra nel
bicchiere. D’altra parte cominciava a domandarsi come mai Nils Ante lo
riempisse così spesso.
«Zio, sai bene che non è stato facile per la mia famiglia quando il nonno ha
dovuto lasciare l’allevamento. Ne ha sofferto, e anche mio padre. Non si lascia
mai questo ambiente a testa alta e a cuor leggero.»
«Hai ragione, anche se non lo ha mai dato a vedere, tuo nonno era devastato
quando prese quella decisione. Ma non si può nascondere lo sguardo. Non quello
di un uomo. E tuo nonno era un uomo, grande e umile, non te ne vergognare
mai. Sai che non sono allevatore e che non lo sono mai stato, né mai ho
desiderato esserlo. Sono sempre stato un artista e all’inizio si sono tutti presi
gioco di me. Ho riconquistato un po’ di rispetto in seno alla famiglia solo quando
ho cominciato a esibirmi in pubblico. La famiglia si era convinta che mi fossi
deciso a rientrare nei ranghi, invece, tu lo sai bene, per me cantare joïk era un
atto politico. A quell’epoca, negli anni Sessanta, i norvegesi industrializzavano il
nord come se fosse disabitato.»
«Mi ricordo soprattutto che eri quasi costretto a nasconderti per cantarmi i tuoi
joïk.»
«Oh, ma questo era ancora prima. Di sicuro non volevo che la famiglia
pensasse che stessi abbassando la testa, non l’ho mai fatto, ti prego di credermi.
Quella famiglia, che calamità! Una massa di baciapile con abitudini arcaiche e
gelosie tra clan, mi facevano orrore. Più conservatori e rigidi di loro si muore.
Sarebbero stati troppo contenti di sapere che cantavo joïk, e così ero obbligato a
farlo di nascosto, ma per te cantavo.»
«Sì, e tutto quell’orgoglio…»
«Quell’orgoglio costa caro al nostro popolo, Klemet, ma abbiamo un paio di
cose che vale la pena difendere. Lasciami però tornare a Sormi. Sei stato lontano
troppo a lungo da questa regione, non conosci le nostre piccole storie e i nostri
piccoli segreti. Quello che credo di sapere è che, per essere un giovane sami, il
piccolo Nils è stato educato completamente al di fuori della tradizione. In un
certo senso, come un vero sami di città, anche se da ragazzino abitava ancora
qui. I suoi genitori erano persone molto umili. Erano un po’ isolati dal villaggio.
Perlopiù evitavano gli altri. Da quel che mi ricordo non hanno fatto niente
perché Nils s’integrasse davvero nella vita del paese. L’hanno mandato
abbastanza presto sulla costa e conosci bene le rivalità che esistono tra la gente
della costa e quella dell’entroterra! E non parlo solo dei norvegesi, ci sono anche
i sami che non sono allevatori di renne, sono la maggioranza, ma hanno meno
diritti. Si tratta di due mondi che non vanno molto d’accordo. Mi pare che la
decisione di allontanarlo da qui sia stata soprattutto di sua madre. Dominatrice e
matriarca. Anche lei orgogliosa. Suo padre era un tipo piuttosto insignificante,
inoltre beveva parecchio per potersi dare un contegno. Non li frequentavo.
T’interessa davvero?»
«Non lo so.»
«Se vuoi posso trovare qualcuno che l’ha conosciuto. Ho una mezza idea, ma
prima dovrei fare una telefonata.»
Quindi proseguì abbassando la voce e gettando un’occhiata alla compagna che
lavorava al computer all’altro capo del tavolo: «Più tardi, non vorrei che il mio
ramoscello celeste se ne avesse a male…»
28.

LUNEDÌ 3 MAGGIO.
IL SOLE SORGE ALLE 2.23 E TRAMONTA ALLE 22.21.
DICIANNOVE ORE E CINQUANTOTTO MINUTI DI LUCE.
RIFUGIO DELLA POLIZIA DELLE RENNE, SKAIDI. ORE 3.30.

Di male in peggio pensò Nina. Si era svegliata all’alba e non capiva più se il
crepuscolo fosse già passato o meno. Era stata svegliata dalla luce e si sentiva
già stanca. Non ci capiva più niente. Doveva riaddormentarsi. L’orologio
indicava che bisognava dormire, i suoi occhi però si rifiutavano di chiudersi.
Eppure sapeva di avere ancora tre o quattro ore di sonno a disposizione. Esitò, si
alzò e guardò fuori dalla finestra. Il fiume scorreva. Fare una passeggiata. La
semplice idea di una passeggiata notturna, pur in assenza della notte, le ricordò
suo padre. Gli ultimi tempi con lui.
Le sue brusche uscite notturne nel cuore della foresta, quando, diceva, andava
a cercare un po’ d’aria pura. In quel periodo le capitava spesso di ripensarci. Si
sentì nuovamente sopraffare dalla stanchezza. Richiuse gli occhi.
Si risvegliò parecchio tempo dopo. Questa volta a un’ora ragionevole. Per un
attimo pensò di andare al funerale di Erik Steggo, a Kautokeino, ma poi cambiò
idea. Forse Klemet, che si trovava ancora lì, ci sarebbe andato e avrebbe salutato
Anneli da parte sua.
Fece un salto al commissariato. Ellen Hotti la ricevette frettolosamente, senza
nascondere il suo cattivo umore. Anche lei aveva parecchio da fare con le
esequie del sindaco Lars Fjordsen. Data la sua importanza a livello nazionale, la
città intendeva rendergli l’omaggio dovuto. La polizia era oberata di lavoro. E
per di più, c’era quella storia della camera di decompressione… Non c’era
abbastanza personale e nessuno se ne rendeva conto. Come se non bastasse, un
poliziotto come Klemet sceglieva proprio quel momento per prendere a schiaffi
un sommozzatore, tanto che non aveva potuto evitare di sospenderlo. Era forse
una congiura contro di lei? Nina lasciò che la tempesta si placasse. Il
commissario aprì un dossier.
«Quanto a Fjordsen, non ci sono molte novità. L’analisi del dna sotto le
unghie non ha dato risultati e Sormi, il sommozzatore che ha fatto perdere il
controllo al tuo collega, ha un alibi per il momento dell’incidente. Era al cinema
con un altro sommozzatore, Tom Paulsen, sull’altro lato dell’hotel galleggiante,
molti testimoni possono confermare che non ha lasciato la sala.»
Lesse la deposizione.
«Guardavano… Insomnia. Che idea in questa stagione! L’interrogatorio delle
persone che occupano la nave è quasi finito. È un vero rompicapo: a parte
ovviamente Tikkanen e l’impiegato che le aveva ricevute e che è rimasto
gravemente ferito aprendo il cassone, le tre russe non hanno riconosciuto
nessuno a bordo. Abbiamo mostrato loro il personale al gran completo, le carte
d’identità, niente. Inoltre gli occupanti non hanno accesso a quella parte della
nave. Incomprensibile. A parte il ferito che le aveva fatte entrare, le ragazze
hanno visto solo un uomo nel momento in cui sono uscite per andare in bagno,
un uomo sulla sessantina, dalla corporatura imponente. Non fa parte degli
impiegati. È lui che stiamo cercando.»
«E quell’impiegato che aveva perso i documenti, ci sono novità?»
Ellen Hotti face una smorfia. «No, niente neanche su quel fronte.» Il cellulare
di Nina squillò, lei rispose scusandosi con lo sguardo, poi riappese.
«Due renne pascolano nel giardino del Tempio Evangelista. Ricomincia il
solito tran tran…»

HAMMERFEST. ORE 11.

Prima di rimettersi in strada per Hammerfest, Klemet era andato al funerale di


Erik Steggo, come promesso a Nina. Sempre un po’ a disagio in mezzo a tanta
gente, aveva preferito tenersi in disparte. Era presente il fior fiore del mondo
degli allevatori, e Klemet aveva sentito più forte che mai la distanza dalla
propria famiglia e dalla propria storia. Anneli lo aveva visto e gli aveva rivolto
un piccolo cenno di saluto. Era molto bella e triste. Aveva letto una poesia. Versi
brevi, intensi, che avevano fatto piangere molti dei presenti. Per via della loro
leggerezza, quei versi avevano ricordato a Klemet quelli composti da suo zio, ma
si trattava di una leggerezza che risvegliava pensieri pesanti e difficili.
Non tutti gli allevatori avevano potuto essere presenti. Sul vidda servivano
degli uomini. Juva Sikku per esempio non c’era. La sua presenza l’avrebbe
sorpreso. Olaf Renson era arrivato da Kiruna per stare al fianco di Anneli: le era
molto vicino. Anche lui notò Klemet.
Da alcuni sguardi il poliziotto si accorse che in molti erano al corrente della
sua sospensione e così aveva preferito non trattenersi troppo. Olaf Renson lo
aveva raggiunto nel parcheggio mentre se ne stava andando. Non andava molto a
genio allo Spagnolo e Klemet lo sapeva. Non si dava del collaborazionista a
qualcuno se lo si trovava simpatico…
«Dovresti dare un’occhiata agli interessi immobiliari di Sikku» buttò lì
seccamente Renson. «È molto interessato all’allevamento delle renne in fattorie
lontane da qui. Strano, non ti pare?»
Lasciando Kautokeino, Klemet decise di approfondire la faccenda, in fondo
nulla glielo impediva. Avrebbe avvertito Nina in un secondo tempo. Si presentò
al municipio di Hammerfest e si fece condurre agli archivi. Era conosciuto e ben
presto si trovò in una sala tranquilla e impersonale, circondato da vecchi faldoni
chiusi con lacci di tessuto. Juva Sikku, Erik Steggo, Morten Isaac e altri ancora.
Voleva sapere ogni cosa sulla presenza degli allevatori sulla piccola isola della
Balena, dove Hammerfest si era sviluppata.
Tornò dalla segretaria e le chiese se esistessero documenti relativi alla
presenza dei sami sull’isola in tempi remoti. La donna aggrottò la fronte e andò a
prendere una pila di raccoglitori.
Klemet iniziò a sfogliare delicatamente le pagine ingiallite. Si trattava di
documenti scolastici, corrispondenza amministrativa. Le ore passavano. Aveva
l’impressione che nel corso dei decenni la presenza del popolo sami si fosse
drammaticamente ridotta. Trovò una lettera scritta da un allevatore di
Hammerfest al re di Danimarca. La lettera era datata 1727, epoca in cui la
Norvegia era una provincia del regno danese. Il pastore raccontava che l’isola
della Balena era sempre stata abitata dai finlandesi. Klemet sapeva che all’epoca
quel nome era utilizzato per indicare i sami. In quella lettera, il pastore precisava
che i norvegesi abitavano sulla costa occidentale della grande isola di Sørøya, a
una decina di chilometri più a ovest. I villaggi norvegesi erano stati poi messi a
ferro e fuoco dagli attacchi dei russi che, avanzando da est, guidavano lunghe e
violente spedizioni. I norvegesi si erano così rifugiati a Hammerfest.
Klemet continuò a sfogliare i documenti. La storia di Rypefjord, il piccolo
villaggio che ospitava la base polare, appena più a sud di Hammerfest, era la
stessa. Anche Rypefjord era stato un antico insediamento sami. All’inizio del
ventesimo secolo i sami che si definivano tali erano sempre meno, in ogni caso a
Hammerfest, e il fenomeno non aveva fatto altro che peggiorare nel corso degli
anni.
Klemet restituì i raccoglitori alla segretaria.
«Lo sai quanti sami ci sono a Hammerfest?» le chiese.
La donna sospirò.
«Tutto quello che posso dirti è che all’inizio dell’anno, nella scuola di mio
figlio, solo una famiglia ha chiesto che il suo bambino potesse frequentare corsi
di sami. So anche che la cosa ha creato notevoli problemi, che si sono consultati
con le altre scuole della città per vedere come organizzarsi, e che si trattava di un
caso quasi isolato. In tutto dovrebbero esserci una decina di ragazzini, forse
persino meno. Ti lascio immaginare… Eppure tutti sanno che qui sulla costa
quasi tutti hanno un po’ di sangue sami nelle vene.»
La segretaria gli porse altri raccoglitori. Klemet si mise a spulciare i
documenti catastali. A un certo punto udì la sirena dell’Hurtigruten, il battello
turistico che arrivava al porto tutti i giorni verso le 11.30. Guardò l’orologio. Ben
presto il traghetto avrebbe scaricato turisti provenienti da tutto il mondo che
sarebbero rimasti a terra per un’ora abbondante prima d’imbarcarsi nuovamente.
Uscì per comprare due salsicce annegate nel ketchup e nella mostarda, poi tornò
a immergersi nei suoi studi catastali.
Un uomo lo aspettava vicino ai raccoglitori. La segretaria lo aveva informato
delle sue ricerche. Si presentò: era il vice di Fjordsen con delega all’urbanistica.
Klemet rifletté in fretta: non era autorizzato a continuare l’inchiesta, ma l’uomo
non sembrava sospettoso, così decise di dire cosa lo interessava senza scendere
troppo nei dettagli.
«Parecchie compagnie petrolifere e appaltatrici desiderano insediarsi a
Hammerfest» esordì l’altro. «Desiderano essere in pole position nella grande
corsa verso l’Artico di cui si parla da una decina d’anni.»
Per il momento la base polare nel vecchio villaggio lappone di Rypefjord era
la sola base logistica per tutto il Mare di Barents.
«Ben presto potrete sfruttare il giacimento di Suolo, per non parlare delle
esplorazioni in alto mare che si moltiplicano tra qui e lo Spitzberg. Occorrono
nuovi spazi per costruire nuove basi logistiche e persino un nuovo aeroporto.»
L’uomo si allontanò un attimo per poi fare ritorno con un prospetto su cui era
riportata la piantina dell’isola: aveva all’incirca la forma di un teschio con una
protuberanza su un lato della fronte, a sinistra sulla cartina. Hammerfest era alla
base di questa protuberanza e occupava una parte molto ridotta dell’isola, ma i
rilievi accidentati dell’isola stessa ne limitavano l’accessibilità.
«Costruire sull’altipiano sopra Hammerfest? A duecento metri di altitudine il
clima è molto più duro e ventoso. Sarebbe impossibile costruirvi il nuovo
aeroporto. Ci vuole un territorio pianeggiante. Le assicuro che non c’è
alternativa. E poi, lei mi dirà, ci sono le renne. I proprietari delle terre che ci
interessano, lungo la costa, non sono gli allevatori, ma questi ultimi hanno il
diritto di usarle tra maggio e settembre. Del resto capirà che nel momento in cui
il parlamento norvegese ha stabilito che Hammerfest sia la base delle attività di
estrazione e sfruttamento del petrolio e del gas nel Mare di Barents, non c’è più
scelta. Bisogna procedere. E se serve altro spazio, ebbene, si prende quello che
c’è.»
L’uomo illustrava la situazione mostrando la cartina che, secondo lui, parlava
da sola, tanto le alternative erano limitate a causa dei rilievi.
«Ma attenzione, sono stati tutti consultati. Ah sì, noi consultiamo tutti.
Secondo me è una perdita di tempo: il sindaco Fjordsen faceva mille sforzi per
essere gentile con tutti. Faceva il duro con le renne, si lamentava con i
giornalisti, ma faceva troppe concessioni agli allevatori. Secondo me bisogna
procedere più in fretta. Osare di più, capisce? Il futuro è adesso, qui, sotto il
nostro naso per l’amor del cielo!»
Klemet sembrava andargli a genio, lo invitò persino a bere un caffè nella hall.
«Nel giro di vent’anni questa città diventerà la Singapore dell’Artico e la
regione darà lavoro a tutto il paese, vedrà. Uno sviluppo incredibile. Con il
riscaldamento del clima le compagnie faranno carte false per sfruttare le risorse
del Grande Nord. È già così, ma vedrà, il nord nutrirà il sud del paese,
dipenderanno da noi!»
L’uomo continuò a delineare con entusiasmo il mirabolante destino della sua
città. Un degno erede del sindaco Fjordsen, pensò il poliziotto. Forse addirittura
il suo successore. Klemet lo ascoltava distrattamente, osservando i poster che
decoravano la reception, vedute dell’isola della Balena nelle varie stagioni. Da
nessuna parte si vedeva una renna. Nella visione ideale del comune, Hammerfest
era una città in cui, vicino alle industrie offshore, l’unico elemento tollerato era
una natura tranquilla e maestosa, e i soli animali rappresentati erano innocenti
volatili.
«Be’» proseguì Klemet, «almeno se continua così non ci sarà più bisogno di
venire a scacciare le renne qui in città, ci potremo dedicare ad altro…»
L’uomo scoppiò a ridere e gli diede una pacca sulla spalla.
Uno dei poster più lontani, mezzo nascosto da un armadio, era un disegno dal
sapore inconfondibile degli anni Settanta. L’uomo seguì lo sguardo di Klemet.
«Hammerfest 1978» annunciò. «Un’immagine di Arvid Sveen.»
Si trattava di una sorta di allegoria della città, di cui si potevano individuare
quasi tutti i simboli, incluse le renne, questa volta. In primo piano campeggiava
un enorme orso bianco che conferiva al luogo il suo carattere artico. Un grande
peschereccio si avvicinava all’industria ittica Nestlé Findus, la stessa che era
stata rasa al suolo qualche anno prima per lasciare il posto al nuovissimo Centro
culturale artico finanziato dalle compagnie petrolifere. Per simboleggiare la
trasformazione di Hammerfest non si sarebbe potuto scegliere di meglio, pensò
Klemet. A destra, dove oggi sorgeva il Black Aurora, c’era un esemplare di
renna dai palchi meravigliosi, sopra i quali era disegnata la nuvoletta del
fumetto. La renna sognava i fiori che ben presto sarebbe andata a brucare in
città. Accanto, in posizione dominante rispetto alla città, un sami con il costume
tradizionale davanti alla sua tenda. Era l’unica figura ritratta in quel poster. Si
trattava di una semplice coincidenza? Si trovava là dove talvolta andavano le
renne di Erik Steggo, un posto ambito da molti. Uno degli elementi più originali
si trovava in alto a sinistra: una piattaforma appoggiata su una nube la cui
sommità si slanciava verso un sole splendente. Di nuovo, quanto a simbologia,
non si lesinava su nulla. Klemet si avvicinò.
«Una piattaforma?» si stupì. «Già nel 1978?»
«Certamente» rispose l’assessore all’urbanistica, «io non c’ero ancora, ma se
ne parlava già parecchio, è all’epoca che sono iniziate le esplorazioni. Poi per
vent’anni non si è più mosso granché, fino all’inaugurazione del giacimento di
gas di Snø-Hvit.»
«E quel sami con la tenda…»
«Oh, si tratta del lavoro di un artista. Cose che appartengono al passato.»
Il poliziotto ringraziò per il caffè e tornò agli archivi.
Gli ci volle il resto del pomeriggio per iniziare a familiarizzare con le
complesse questioni di usufrutto delle terre sull’isola della Balena. I contenziosi
tra gli allevatori per lo sfruttamento di quella terra erano all’ordine del giorno. I
dossier erano competenza del ministero dell’Ambiente. Spesso le procedure
duravano due anni e nella maggior parte dei casi ad avere la peggio erano gli
allevatori.
Uno dei documenti riportava una cronistoria dello sfruttamento delle terre in
quella parte occidentale tanto ambita dell’isola della Balena. Klemet capì che
numerosi sami insediati nella zona di Hammerfest avevano poco alla volta perso
questo diritto e alcuni allevatori avevano dovuto ripiegare altrove.
Per fortuna, conosceva i membri dei distretti. Nina si sarebbe persa in
quell’intrico di informazioni e nomi. Le ci sarebbero volute settimane, forse
mesi per orientarsi. Klemet invece iniziava a vedere una tela prendere corpo
sotto i suoi occhi. Alcuni nomi sparivano nel corso degli anni. Morten Isaac, il
capo del distretto 23, faceva parte di un gruppo di allevatori messi sempre più
all’angolo. Anche le famiglie Sikku e Steggo avevano perso parecchio terreno.
Una volta capito il meccanismo, Klemet riuscì a percorrere il materiale
d’archivio più rapidamente. All’improvviso la sua attenzione fu attirata da un
nome familiare: Anta Laula, l’artista sami di cui Nina aveva visitato la mostra.
Lo stesso che era sparito dall’accampamento di Anneli Steggo e di Susann. Un
tempo era stato allevatore. Anta Laula in estate faceva pascolare le renne su
quella striscia di terra, ma quando una compagnia elettrica incaricata di un
subappalto aveva ottenuto il permesso di utilizzare la zona ne era stato cacciato.
Anta Laula era stato pregato di portare le sue renne a pascolare da un’altra parte.
Midday,

Comincio a rassegnarmi al tuo silenzio, ma la cosa mi fa male. Eri l’unico a


cui potevo rivolgermi.
Ti ho parlato di quel compagno di sventura che abbiamo recuperato. A volte è
lucido, a volte delira.
A parte questo, ho ritrovato la mascotte. Dovrà dare il cambio, se capisce, se
è pronto, altrimenti tutto sarà stato inutile. Te lo ricordi quel ragazzino? Ormai
è diventato grande, sapevo che aveva preso la nostra stessa strada. In molti
l’hanno incoraggiato. Soprattutto io, credo. Ma quel tempo ormai è passato.
Non avrei dovuto mettermi in contatto con lui. Sarei dovuto restare nell’ombra,
come avevo pensato di fare. Nei suoi occhi ho letto la paura. Mi è venuta voglia
di morire. Subito, in quel momento, immediatamente. Ci penso di continuo.
Rifugiarmi in un buco nero. Ritrovare quella calma che in certi momenti provavo
nel profondo degli abissi.
29.

MARTEDÌ 4 MAGGIO.
IL SOLE SORGE ALLE 2.15 E TRAMONTA ALLE 22.28.
VENTI ORE E TREDICI MINUTI DI LUCE.
RIFUGIO DELLA POLIZIA DELLE RENNE, SKAIDI. ORE 8.30.

Klemet e Nina si ritrovarono per far colazione. La sera prima Klemet era
rientrato tardi e la sua giovane collega era già profondamente addormentata. Alla
fine non se l’era sentita di tornare a Kautokeino.
Mentre mangiavano, Klemet le fece il riassunto delle sue scoperte sulle
intricate questioni relative allo sfruttamento delle terre. Quando parlò di Anta
Laula e del suo passato di allevatore nella zona, Nina era completamente sveglia.
Questo ovviamente spiegava la sua presenza nell’accampamento di Anneli e
Susann: percorreva con loro la stessa via che aveva seguito un tempo. Nina
avvertì di nuovo una certa preoccupazione per il vecchio allevatore. Bisognava
iniziare le ricerche? Era possibile che si fosse perso, oppure all’epoca era in
conflitto con un parente di Sikku? Nina aveva imparato che i conflitti tra
allevatori potevano trasmettersi di generazione in generazione.
«Hai ragione, bisognerà verificare» ammise Klemet, «anche se secondo me,
visto che Anta Laula e la sua famiglia si sono ritirati molto tempo fa, non si
tratta di un vecchio conto in sospeso, perché le ragioni del conflitto sono venute
meno.»
Si raccontava che Laula fosse malato, che non ci fosse più con la testa. Di che
malattia soffriva esattamente? Klemet rimase in silenzio. Nina non sapeva mai
cosa gli passasse per la mente e spesso, in casi come quello, si chiedeva se non si
fosse perso in ricordi che lo riportavano al destino della sua famiglia. Era anche
possibile che le famiglie di Klemet e di Anta Laula si fossero conosciute in
passato, ognuna con le proprie renne. Nina tenne la domanda per sé. Proprio non
se lo vedeva Anta Laula nel ruolo del cattivo, ma a pensarci bene stentava anche
a immaginare Klemet che prendeva a schiaffi un sospettato. Lui la guardò, lei gli
rivolse un sorriso innocente e si alzò.
Assicurò al collega che non avrebbe avuto nessun problema a ritrovare
l’accampamento di Anneli. Lui brontolò un po’, poi s’isolò in un angolo del
rifugio.
Le lasciò il tempo di connettersi all’Intranet della polizia poi lanciò delle
ricerche sui nomi ricostruiti a partire dai verbali. Forse più tardi sarebbe tornato
a Kautokeino, o forse no. Tanto lì la sua presenza era del tutto inutile.
«Il problema principale è che non hai il diritto di fare niente» gli disse Nina
dall’esterno, infilandosi il casco.
Inforcò la motoslitta e si diresse verso l’accampamento di Anneli. Seguendo a
fatica la pista che affiorava sotto l’effetto ancora incerto della primavera, Nina
ripensò alle parole di Anneli. Assecondava le curve delle creste e ripensava ai
movimenti della mano della ragazza che seguiva le forme delle montagne. La
giovane allevatrice riusciva a rendere poetico tutto ciò su cui posava lo sguardo.
All’accampamento non la vide. In compenso scorse Susann che, in assenza
degli uomini, era la responsabile dell’insediamento.
«Gli uomini?» scherzò quando Nina glielo fece notare.
«Sono le donne che gestiscono l’accampamento e fanno andare avanti la
baracca. Un tempo, prima dell’invenzione dei supermercati, le donne a volte
andavano persino a caccia mentre gli uomini si occupavano dei branchi.»
Susann servì una tazza di caffè a Nina e andò a sedersi su un cuscino di
rametti di betulla accanto a lei. In cielo si addensavano delle nubi, nonostante
questo la luminosità, amplificata dalle lastre di ghiaccio sparse intorno alle due
donne, era molto intensa.
«E così t’interessi ad Anta Laula» esordì Susann. «In un certo senso è una
buona cosa. Forse un po’ tardi…»
«Cos’è successo quando ha perso l’accesso alle sue terre sull’isola della
Balena?»
«La situazione è diventata insostenibile per lui sull’isola. Ha dovuto
rinunciare.»
«Ha trovato dei pascoli su un’altra isola?»
«Su un’altra isola? Non si arriva mica da qualche parte così, con le renne al
seguito, perché nei posti in cui non ci sono mai state renne puoi star certa che chi
ci abita ti ricorderà immediatamente che sulle loro terre gli allevatori non hanno
alcun diritto. Sgombrare, prego!»
«Ma allora, dov’è andato?»
«Il problema è proprio che non ha trovato un’alternativa. Quando dico che ha
dovuto rinunciare, intendo dire che ha rinunciato al suo mestiere di allevatore.
Finito, addio.»
Nina scosse a lungo la testa, piegata sulla sua tazza di caffè.
«E lui come l’ha vissuta?»
«Oh, come molti altri, non particolarmente bene. Ma stiamo parlando di
un’altra epoca, i sami erano molto più politicizzati a quei tempi. Lui forse non
tanto, ma gli altri sì. Stiamo parlando della fine degli anni Settanta, lo stesso
periodo in cui volevano costruire la diga di Alta, non molto lontano da qui. La
gente si mobilitava. Voglio raccontarti una storia: quando ero ragazzina andavo a
scuola a Rypefjord, poco a sud di Hammerfest. Non ci insegnavano mai nulla
che potesse renderci fieri di quello che i sami avevano fatto o portato a questa
regione. Non sentivamo mai nulla di positivo. La nostra conoscenza della natura,
tutto ciò che era locale in effetti, era considerato come risibile e veniva
sistematicamente sminuito.»
«Ma allora Laula che cosa ha fatto?»
«Se ne è andato, e quando è tornato da queste parti era diventato un artista. Di
talento per giunta. Poi però ha cominciato ad avere problemi di salute. Tu mi
dirai che non è il solo, ma soffriva di una specie di male oscuro che i medici
della zona non riuscivano a diagnosticare. Questo non gli ha impedito di stare
bene qui con noi, me ne rendevo conto quando ci accompagnava nella
transumanza.»
«Ne parli già al passato?»
«No, no, è solo che in questi ultimi anni non esprimeva più nessuna gioia,
mai. Non c’era più con la testa, dimenticava ogni cosa e pare che avesse un
sacco di altri problemi che lo facevano soffrire, ma sai, non era il tipo che si
lamentava facilmente.»
«La sua scomparsa non ti preoccupa?»
«Immagino che dovrebbe» disse Susann. «Ma cosa ci posso fare? La tundra lo
sa quando qualcuno ha raggiunto il capolinea, sa come fargli capire che il suo
momento è arrivato e sa dove guidarlo.»

Il fatalismo di Susann non le bastava. Quando Nina arrivò al rifugio di Skaidi,


Klemet era già partito. Aveva lasciato soltanto un biglietto. Avrebbe potuto
raggiungerlo a Kautokeino. Pranzò da sola ascoltando le notizie sulla frequenza
radio della Nrk e per poco il panino col prosciutto e il cetriolo non le andò di
traverso: era stato appena ritrovato un veicolo. Allo Stretto del lupo! La polizia
lo stava recuperando dall’acqua. Pareva che fosse uscito di strada a una curva.
Nina trangugiò quel che restava del panino e si mise immediatamente in strada
alla volta dello stretto.

Il furgoncino era circondato da poliziotti. Alcuni giornalisti e una manciata di


abitanti di Kvalsund si tenevano a distanza. Ellen Hotti dava ordini. Nina le si
avvicinò. Conosceva quel furgoncino. All’interno c’era un corpo. Avanzò ancora
mentre i poliziotti si davano da fare tutt’intorno. Seduto al posto del guidatore,
con la cintura di sicurezza ancora allacciata, c’era un uomo piuttosto basso e
magro. La testa gli pendeva di lato. Nina fece il giro del mezzo. Un poliziotto
aprì la portiera scorrevole del furgoncino. Ne uscì dell’acqua, e poi un altro
corpo. Nina e il collega fecero un passo indietro. Si guardarono per un attimo poi
voltarono il cadavere. Si trattava di un uomo robusto, di una sessantina d’anni.
Nina infilò la testa all’interno: era tutto sottosopra. Un ispettore la strattonò
senza riguardi.
«Non è un lavoro per la polizia delle renne, non ti pare?»
«Lo sapremo solo in seguito. Al momento succedono molte cose strane da
queste parti.»
L’altro salì sul furgoncino senza rispondere.
«Santo cielo, qui ce n’è un altro!» esclamò dopo aver scostato delle borse e
coperte.
Chiamò il fotografo, poi si fece aiutare a tirar fuori il terzo corpo che allungò
accanto al precedente. Non appena l’ebbe voltato, Nina lo riconobbe: Anta non
era sparito nella tundra come i suoi avi, era finito in fondo allo stretto, in un
furgoncino sudicio, con due sconosciuti. Anta Laula.

Nina si allontanò per fare una telefonata. Ci teneva ad avvertire personalmente


Susann e Anneli. Fu un duro colpo per le due donne, in particolare per Anneli
che aveva appena perso il marito e non aveva ancora avuto il tempo di
riprendersi. Quando Nina tornò nei pressi del furgoncino, i poliziotti lo stavano
svuotando per cominciare l’inventario. Un tecnico stava ricostruendo la
traiettoria del veicolo e cercava tracce di pneumatici. Non c’era alcun segno di
frenata visibile. Strano. A meno che il conducente non si fosse distratto in piena
curva. I due passeggeri erano sul retro, avrebbero potuto avvertirlo. O forse
aveva ricevuto una telefonata. Stava fumando e la sigaretta gli era caduta? Banali
incidenti di quel tipo potevano anche succedere. Poteva essere ubriaco, o guidare
troppo velocemente. Non era detto che l’autopsia e gli esami della scientifica
potessero dare una risposta soddisfacente, ma le circostanze parevano piuttosto
chiare: un furgoncino con tre uomini a bordo esce incidentalmente di strada in
una curva e finisce nello stretto. I tre uomini muoiono annegati. L’acqua
ghiacciata non lascia loro nessuna possibilità di cavarsela.
Nina si avvicinò ai corpi. Fu solo in quel momento che si fermò a osservare le
altre due vittime e, dopo un attimo di esitazione, corse verso Ellen Hotti.
«Le altre due vittime, le ho già viste con Klemet. Li avevamo fermati per un
controllo il giorno in cui Erik Steggo è annegato proprio in questo posto. Sono i
due operai del cantiere, quelli che dovevano passare al commissariato per
mostrare i documenti e che non si sono mai presentati. Sono loro, ne sono
certa!»
30.

HAMMERFEST. ORE 14.

A Markko Tikkanen la cosa non piaceva per niente. E quando a Tikkanen


qualcosa non piaceva, si vedeva. In ogni caso era quello che diceva la gente.
Tikkanen sudi come un maiale, dicevano i suoi amici. Be’, amici era una parola
forse un po’ grossa. I suoi conoscenti. O i suoi contatti. Tikkanen trovava che
“contatti” suonasse meglio. Aveva dei contatti, li coltivava, e li circondava tutti
di un disprezzo discreto ma tenace. In ogni caso sua madre gli aveva detto che i
Tikkanen non avevano mai avuto amici. Esagerava sempre, ma ogni suo giudizio
tranciava come una mannaia. La madre di Tikkanen: non si discuteva con lei.
Quando era giovane, a casa sua non invitavano mai nessuno. E del resto chi ci
sarebbe andato? Suo padre incontrava gli amici al pub. Almeno lui sembrava
avere degli amici. Sua madre li chiamava ubriaconi. Amici che si facevano vivi
soprattutto alla fine del mese, quando lui riceveva lo stipendio. Poi per qualche
settimana non si facevano più vedere.
La madre di Tikkanen non era una chiacchierona, e nemmeno suo padre. In
effetti a casa sua non parlava mai nessuno. Tikkanen pensava che fosse così
perché erano di origine finlandese e da quelle parti lo sapevano tutti che i
finlandesi non erano dei chiacchieroni. Gente onesta e organizzata, ma tutt’altro
che ciarliera. Non come i texani. Santo cielo, che lingua lunga aveva quello
Steel. Era esploso, quello Steel. Ragazzi, lo spettacolo non era certo stato
piacevole. Tikkanen non avrebbe mai immaginato una cosa simile.
Si alzò di nuovo, per la terza volta in pochi minuti. Quanto esercizio: era
bagnato di sudore. Odiava ammetterlo, ma era un po’ nervoso. Passi che Steel
fosse esploso nel cassone, grazie al cielo le zoccole erano sane e salve. Tikkanen
conosceva bene la reputazione del suo fornitore a Murmansk e ci sarebbe
mancato solo di ritrovarsi con quel pazzo alle calcagna. Le ragazze erano sane e
salve dietro le sbarre e lui era nei guai fino al collo. Non a causa della scomparsa
di Steel e Birge. Be’, sì, un pochino, visto che gli sbirri lo tartassavano di
domande. Sua madre poteva dire quel che voleva, ma non era abbastanza stupido
da sperare che gli sbirri non sarebbero arrivati fino a lui. In ogni caso si erano
resi conto che lui, Tikkanen, non aveva che da perderci in quella storia. Quanto
ai terreni, erano all’oscuro di tutto, ma per il resto era vero, non aveva che da
perderci: le ragazze, il cassone bordello, e persino la propria reputazione. E lui ci
teneva alla propria reputazione. Poteva anche essere il solo, ma per lui era
importante. Ci mancavano quei buffoni della polizia delle renne a immischiarsi
nella faccenda e a toccare il tasto dolente. Aveva sentito dire che non mollavano
il colpo. Uno dei suoi amici, no, non un amico, un contatto in municipio, lo
aveva chiamato per dirgli che Nango, il tizio della polizia delle renne, era
rimasto al catasto un bel po’ di tempo e aveva fatto un mucchio di domande.
Pazienza, Tikkanen era Tikkanen, e avrebbe trovato una soluzione. Trovo
sempre una soluzione. È proprio per questo che la gente viene da me. Mi piace
aiutare la gente. Sono una persona servizievole. Gentile. Sono gentile. Anche la
polizia lo capirà. Sicuro. Non c’è motivo di farsi prendere dal panico. Continuò
a camminare su e giù per l’ufficio. Tutta quella faccenda non gli piaceva per
niente, ma proprio per niente. Guardò fuori dalla finestra. L’Hurtigruten era
ripartito col suo carico di turisti già da un po’. Sospirò, mugugnò, e alla fine si
voltò verso la cassaforte. Non era molto originale, ma l’aveva nascosta dietro un
quadro perché gli sembrava indicasse un certo stile. Scostò il quadro: la veduta
di un fiordo in una luce invernale. Dovrei appenderne altri alle pareti, rifletté,
altrimenti la mia cassaforte rimane troppo facile da trovare. Ci penserò più tardi.
Per non dimenticarsene, prese in ogni caso un appunto su un pezzo di carta:
quadri. Alla fine si decise a tirar fuori il suo adorato schedario. Si sentì subito
meglio. L’opera della sua vita era lì davanti ai suoi occhi. Tikkanen collezionava
le vite altrui, e tutte le umiliazioni subite trovavano il loro riscatto in quella
scatola di scarpe. Una cassetta di mogano sarebbe stato meglio. Come ho fatto a
non pensarci prima? Un altro appunto sul pezzetto di carta. Poi chiuse la porta
dell’ufficio a chiave e, tornato a sedere, prese le prime schede. Il peso che aveva
sul petto si fece subito meno soffocante. Cercò le annotazioni relative a Bill
Steel e a Henning Birge. Tikkanen non buttava mai via niente. Come il notaio di
un villaggio manteneva la memoria della gente del luogo, dei tradimenti, delle
infedeltà, sempre col sorriso benevolo che si addice alle persone come lui,
infrequentabili e allo stesso tempo indispensabili. Aveva preso da sua madre, che
aveva una drogheria e prendeva nota di tutto: quello che comprava la gente,
quanto lo pagava, ovviamente i crediti, e quando si parla di crediti, si ha ben il
diritto di sapere se si verrà mai rimborsati o meno, giusto? Questo giustificava il
bisogno di saperne di più sui clienti, era normale. Di conseguenza sua madre lo
spediva a caccia di informazioni. Era così che Tikkanen era stato contagiato dal
virus. Indagini sul vicinato. Si era semplicemente limitato a perfezionare la
tecnica materna.
Da quando il suo primo file era sparito dal computer a causa di un problema di
cui non aveva mai capito l’origine, diffidava dell’informatica. Non aveva ancora
superato il trauma. E così le schede le stilava a mano.
Certi pesci grossi, rari, meritavano diverse pagine. Il sindaco Fjordsen, per
esempio. Tikkanen contò: quattro pagine. Un record, eppure Tikkanen stava
attento, con la sua piccola grafia, a non sprecare spazio sui suoi preziosi
cartoncini. Qualche importante allevatore aveva diritto a particolari riguardi, ma
quattro schede…
Steel e Birge. Tirò fuori un grosso pennarello e tracciò uno spesso tratto nero
in diagonale dall’angolo superiore sinistro dei rispettivi cartoncini. Soddisfatto si
abbandonò contro lo schienale della poltrona e osservò il proprio lavoro,
rimettendo a posto il ciuffo impomatato. Un tratto diagonale nero segnava un
momento importante nella vita di una scheda. E adesso? Steel. Era arrivato tre
anni prima. In ogni caso sarebbe stato sostituito di lì a poco. Per fortuna
Tikkanen sapeva come funzionavano certe cose. Era in contatto con la persona
che lo avrebbe rimpiazzato, un tipo a posto. Sarebbe arrivato da Houston a
breve. Un tizio ancora più sbrigativo di Steel, un giovane con le zanne acuminate
che non aveva paura di far correre rischi alla propria compagnia, a patto che la
cosa girasse a suo vantaggio. Lo aveva incontrato una volta ed erano subito
andati d’accordo. Aveva già preparato una scheda per quel giovanotto, e aveva
persino pensato a un appartamento perfetto per lui. Un uomo come quello,
single, non voleva certo complicarsi la vita con una casa. Voltò la scheda di
Steel. Aveva annotato quanto gli era costato il Texano: rischiava di rimetterci di
tasca propria con quella storia delle prostitute, per non parlare del cassone. Un
vero imprevisto. La polizia lo aveva confiscato e l’unità sanitaria locale,
sostenuta dal sindacato degli albergatori, aveva persino avviato un’inchiesta per
sapere se la presenza di quel cassone sull’hotel galleggiante fosse legale e
rispettasse le norme di sicurezza. Se fosse legale… Gli sbirri non avevano niente
sul suo conto in merito alla morte dei petrolieri, ma rischiava di prendersi una
multa. Pazienza, Steel gli aveva anche reso bene, doveva ammetterlo. Più di
Birge. Adesso la cosa più importante era calmare Juva Sikku. E Nils Sormi. Il
solo modo per placare quei due era parlare di terreni. Due pronti a tutto pur di far
soldi, dei veri arrivisti. Era da un po’ che blandiva Juva Sikku con la prospettiva
di comprare un terreno vicino alla frontiera finlandese, dove avrebbe potuto
allevare le renne tranquillamente in una grande fattoria, senza stancarsi con le
transumanze e tutti quei conflitti con gli agricoltori, le compagnie minerarie,
petrolifere, e quant’altro. Una vita tranquilla come quella di un pensionato:
sarebbe stato allevatore e anche agricoltore se avesse voluto, avrebbe potuto
accogliere i turisti. Se tutti gli allevatori fossero stati comprensivi quanto Sikku,
non ci sarebbero più stati conflitti, né nella tundra né sull’isola della Balena. E le
compagnie petrolifere avrebbero potuto sviluppare le loro attività senza
problemi.
Ma allora perché nessuno capiva che lui, Tikkanen, offriva i propri servizi per
appianare i piccoli problemi di tutti? Se la gente mi ascoltasse, vivremmo tutti in
armonia.
Il terreno per Nils Sormi era più difficile da trovare. Il giovane sommozzatore
che non amava che le sue origini sami fossero sventolate in pubblico – come se
Tikkanen si offendesse quando gli davano del finlandese! – era fissato con quel
terreno a strapiombo sulla baia di Hammerfest. Sentiva che era fatto per lui. Il
problema era che Tikkanen non era affatto d’accordo, e il comune ancora meno.
Eppure, visto quel che c’era da mangiare su quello scampolo di montagna
spelacchiata, le renne non c’entravano niente in quel posto. Bisognava
comunque riconoscere che la morte di Steggo era stata vantaggiosa un po’ per
tutti. Insomma, malgrado tutto, poteva essere abbastanza soddisfatto del quadro
che andava delineandosi. Peccato per il giovane Steggo – si accertò che la
scheda fosse aggiornata, con il tratto nero, perfetto – ma aveva la testa davvero
dura. D’altra parte, ovviamente, restava sua moglie. Vediamo un po’, Anneli
Steggo. Una scheda molto breve: non aveva molto materiale sul suo conto, e del
resto neanche sul marito. Si trattava di due ragazzi senza grandi pretese, una vera
seccatura. Difficili da far ragionare. Juva Sikku, per esempio, poteva anche avere
la stessa età, ma aveva capito al volo quando Tikkanen gli aveva spiegato quale
fosse il suo interesse. Era indebitato fino al collo quel Sikku. Ma per tornare ad
Anneli Steggo: forse farei bene ad andare a parlarle. Potrei sempre dirle che ero
in trattative con suo marito. Di sicuro non le raccontava tutto, gli uomini
gestiscono certi tipi di affari senza parlarne con le mogli. Sì, avrebbe cercato di
incontrarla per convincerla a trovare un altro pascolo estivo lontano dall’isola
della Balena, perché se Sikku e la Steggo avessero lasciato l’isola, gli altri
allevatori avrebbero finito per fare altrettanto, si sarebbero rassegnati ad andare a
cercare dei pascoli altrove e sarebbero stati tutti contenti. D’accordo, allora, la
giovane Steggo, dove posso metterla durante l’estate? Dovrò vedere l’ufficio
delle renne, il comune, il catasto, la forestale, i distretti degli allevatori, si disse
Tikkanen tirando fuori una scheda dopo l’altra. Allora, le mie schede, che cosa
mi raccontano le mie piccole, adorate schede? Le dispose una accanto all’altra
sul pavimento, sdraiandosi nel bel mezzo, un po’ a fatica per via della pancia, e
iniziò a combinare e a comporre il puzzle. Circondato dalle sue schede, si
sentiva finalmente bene.
31.

STRETTO DEL LUPO. ORE 14.45.

Nina aveva ottenuto dal commissario Ellen Hotti il permesso di seguire la


pista dei due operai e in quel momento stava analizzando il furgoncino e gli
effetti personali dei tre uomini. Iniziò con l’abitacolo. Attaccato allo specchietto
retrovisore riconobbe il gagliardetto della squadra di calcio di Alta. Il furgoncino
era stato noleggiato presso una società che affittava veicoli a basso prezzo nella
piccola zona industriale di Alta, non lontano dall’aeroporto. Nina ci sarebbe
passata più tardi. Il nome che compariva sul contratto, Knut Hansen, non le
diceva niente.
Proseguì l’analisi: sacchi a pelo, materiale da campeggio. A prima vista niente
di strano. Una pila di carta umida, quaderni, avanzi di cibo, taniche di benzina,
vestiti. Dei campeggiatori? Niente di strano, ma Nina proprio non riusciva a
capire cosa ci facesse Anta Laula in loro compagnia. Anche i due sconosciuti
erano dei sami, come lui? Degli artisti? Si erano presentati come operai che
lavoravano al sito che stava per essere inaugurato, destinato a raffinare il petrolio
di Suolo. Era veramente così? Non sarebbe stato difficile verificarlo. Nina notò
una giacca da operaio blu e arancione, uguale a quelle che portavano al cantiere.
Forse uno di loro lavorava lì. Nina cercava degli effetti più personali e si stupiva
di non trovarne, a parte quelli che portavano addosso: catenina d’oro per l’uno,
braccialetto per l’altro. Osservò i post-it sparpagliati dappertutto nel furgoncino.
Ricordava quell’immagine nel momento in cui avevano effettuato il controllo sul
ciglio della strada. Quei post-it invadevano l’abitacolo. Nina cercò di decifrarne
qualcuno. Parecchi non erano più leggibili. Promemoria per degli acquisti, cibo,
a volte termini tecnici. Nomi propri. Degli orari. Parole senza senso per lei,
seguite da punti interrogativi. A volte d’esclamazione. Nina lasciò perdere i post-
it e si concentrò sui fogli di carta. C’erano vecchi giornali che formavano una
massa informe, fogli mescolati, strappati.
«A proposito» disse un poliziotto avvicinandosi con aria di scherno, «forse
questi potrebbero interessarti» proseguì indicando dei passaporti inzuppati
d’acqua.
«Davvero divertente» rispose Nina strappandoglieli di mano. «Dove li hai
trovati?»
«Nelle rispettive tasche della giacca.»
Nina si sedette. Una delle vittime, l’uomo che si trovava alla guida al
momento dell’incidente, si chiamava Zbigniew Kowalski. Era polacco, nato a
Łódz´, sessantatré anni. L’altro si chiamava Knut Hansen, norvegese. Nato a
Bergen, cinquantanove anni. E Anta Laula.
Che cosa ci facevano quei tre insieme al momento della morte? Perché
quell’incidente proprio lì, allo Stretto del lupo? Da quanto tempo Laula si
trovava con loro? Erano andati a prenderlo all’accampamento, oppure lo
avevano trovato per strada? Forse non si conoscevano nemmeno. Avrebbero
benissimo potuto dargli un passaggio, oppure lo stavano riaccompagnando
all’accampamento. Era possibile. All’improvviso Nina si chiese dove abitassero
quegli uomini visto che quando li avevano fermati non avevano i documenti con
loro. Probabilmente a Hammerfest, visto che lavoravano al cantiere. Forse non
avevano una casa e in realtà, al momento del controllo, avevano i documenti ma
non avevano voluto mostrarli. Era possibile. Ma perché? Di cosa avevano paura?
Si voltò verso il poliziotto che le aveva consegnato i passaporti.
«Non è che per caso hai trovato anche un badge per entrare nel cantiere di
Suolo e nell’hotel galleggiante?»
«Per ora no.»
E se Laula fosse stato caricato a forza? Forse si era ribellato e questo aveva
provocato la sbandata. Avanti di quel passo si poteva immaginare di tutto. Non
permettere che la tua immaginazione galoppi a briglie sciolte, Klemet ti
riporterà con i piedi per terra. Nina mise sottosopra il furgoncino e analizzò
anche l’oggetto più insignificante. Niente. Una falsa pista. E quella pila di carte?
Difficile farsi un’idea precisa. C’erano circolari ministeriali, documenti su
procedure di rimborso, ricette mediche. Un guazzabuglio senza forma e senza
senso. Quegli uomini si erano presentati come operai del cantiere. Perché?
Nina cercava di riflettere. Compose il numero di Klemet, che si trovava
ancora a Kautokeino, e gli chiese di poter incontrare suo zio.
«Dicevi che forse potrebbe darci delle informazioni su Laula. Credo che ne
avremmo bisogno.»

Klemet trovò lo zio intento a sgombrare l’ingresso della sua grande casa.
Quella mattina una nevicata breve ma sufficiente per inzupparsi i piedi aveva
imbiancato nuovamente il giardino. Nils Ante mise la pala in mano a Klemet.
«Tieni, io vado a preparare il caffè. La mia piccola cinesina è andata alla
posta. Sta prendendo molto seriamente l’idea di avviare un’attività nel campo
della raccolta delle bacche. Ci riuscirà, ne sono certo, non come tutti quegli
uomini d’affari incompetenti e poco scrupolosi che fanno venire dei thailandesi e
dei bulgari per sfruttarli. È persino riuscita a farmi riscoprire le gioie dell’amore,
figurati un po’…»
«A proposito dei piaceri dell’amore, mi avevi parlato di una persona che
potrebbe darmi informazioni su Sormi.»
«Ah sì, una giovane donna molto affascinante, più o meno della tua età. Sei
venuto per questo?»
«Anta Laula è stato ritrovato morto stamattina. Annegato nello Stretto del
lupo in un furgoncino con altre due persone. Pare che siano usciti di strada. Sono
annegati tutti e tre.»
Nils Ante si bloccò nell’ingresso.
«Pover’uomo» sospirò infine.
Lo zio di Klemet si perse tutt’a un tratto nei suoi pensieri.
«Se osassi gli canterei uno joïk, ma no, pover’uomo. E che strano destino.
Proprio lui, che da giovane ha fatto attraversare le renne chissà quante volte
esattamente in quel punto.»
«È passato parecchio tempo.»
Lo zio era immerso nei suoi ricordi.
«E così diventare sommozzatore non l’ha salvato.»
Klemet fece cadere la pala.
«Hai detto sommozzatore?»
«Proprio così, sommozzatore, hai presente quelle persone che nuotano
sott’acqua e fanno le bolle? Be’, non so se fosse proprio un sommozzatore, io
non ci capisco niente, ma mi pare che dopo essere stato obbligato a lasciare
l’allevamento abbia partecipato a degli esperimenti d’immersione legati ai
giacimenti. Una sorta di lavoretto temporaneo prima di rimettersi in carreggiata.
Glielo avevano trovato degli amici che io non conosco. Questo gli ha permesso,
in un secondo tempo, di imparare il suo mestiere d’artista. Non saprei dirti di più
su quelle immersioni. Non è durato a lungo, e poi tutto sembrava così segreto. In
ogni caso pare proprio che quello che ha imparato, questa volta, non gli sia
bastato per salvarsi.»

Nina fece ritorno al commissariato di Hammerfest. Seguì il lavoro dei tecnici


della scientifica che avevano avviato parecchie analisi. Aspettò che venissero
stampate delle foto presentabili delle vittime dell’incidente, dopodiché chiamò
Klemet. Fu il suo collega a prendere la parola per primo. Sembrava sovreccitato.
«Va’ a parlare di nuovo al tizio della Norgoil, il pastore con la barbetta.
Chiedigli di spiegarti cosa è successo tra la fine degli anni Settanta e gli anni
Ottanta.»
Nina incontrò il rappresentante della Norgoil davanti all’Hotel Thon.
Parlarono passeggiando lungo le banchine.
«Le esplorazioni a nord del sessantaduesimo parallelo furono proibite fino alla
fine degli anni Settanta; quando è stato dato il nullaosta, abbiamo iniziato a
cercare nel Mare di Barents. Il giacimento di gas di Snø-Hvit è stato scoperto
così, all’inizio degli anni Ottanta. Tutti erano convinti che la produzione sarebbe
iniziata piuttosto in fretta, noi compresi. Tanto per fare un esempio, la
costruzione della base polare nel villaggio vicino risale proprio a quell’epoca.
Invece per quasi vent’anni non è successo niente.»
«Perché? A causa dei problemi con i sami?»
Gunnar Dahl sorrise.
«Non sia ingenua, signorina. Certo che no. La ragione risiede allo stesso
tempo in questioni politiche, nell’enormità del progetto, nell’abbassamento dei
prezzi degli idrocarburi, e nel fatto che la gente non sapeva bene come
interpretare tutto quello che stava succedendo. Per una compagnia come la
nostra, i cui investimenti a volte possono arrivare a decine di miliardi di corone,
vent’anni sono pochi, ma per la gente comune sono molto lunghi. La costruzione
di Snø-Hvit è finalmente iniziata nel 2002. Il seguito lo conosce» concluse
Gunnar Dahl mostrando in lontananza le ciminiere di Melkøya. «Vedrà, tra
trent’anni il Mare di Barents sarà importante quanto il Mare del Nord e il Mar di
Norvegia messi insieme! Per ora qui abbiamo scavato soltanto un centinaio di
pozzi esplorativi, in una zona che copre il settanta per cento della piattaforma
norvegese… Un centinaio di pozzi, ossia quindici volte meno che altrove nelle
acque norvegesi. Si figuri che nel Mare del Nord e nel Mar di Norvegia sono già
stati scavati millecinquecento pozzi. Ci vorranno anni per rendersi conto della
portata di tutto questo.»
Nina ascoltava Dahl che tesseva le lodi del settore petrolifero. L’entusiasmo di
quell’uomo e di molti altri risvegliava in lei parecchi ricordi. Anche suo padre
era stato colpito dallo stesso virus. Era sparito quando Nina era ancora una
bambina. Anche lui, in quanto ex sommozzatore, costituiva un tassello di
quell’epopea. Un piccolo tassello in un quadro che, a detta di sua madre, non
aveva fatto altro che portarlo sempre più giù. A casa di Nina, ovvero a casa di
sua madre, questa storia era diventata nel corso degli anni un argomento tabù.
Nina era cresciuta con il ricordo di suo padre e la presunzione di sua madre di
sapere ogni cosa, e la seconda aveva spinto il primo ogni giorno un po’ più
lontano. Come un cavaliere con il drago. In un certo senso sua madre aveva
condotto una crociata contro un fantasma. Con successo: il drago si era
volatilizzato.
«Abbiamo sentito parlare di test d’immersione legati ai giacimenti…»
«Certamente» proseguì Gunnar Dahl. «Un giacimento è un pozzo in fondo al
mare, collegato a una piattaforma tramite un tubo con cui si estrae il gas o il
petrolio, che vengono poi trasportati sulle navi a seconda dei casi grazie a
condutture o a gasdotti. In caso di guasti occorre fare delle riparazioni, e visto
che i giacimenti offshore erano a profondità variabili, era necessario riparare
anche i pozzi o le condutture più profonde. Oggi si fa quasi tutto con piccoli
sottomarini forniti di braccia, ma all’epoca ci si serviva di uomini, di
sommozzatori. Un’altra epoca… E altri uomini. Se si prevedeva di installare un
condotto a duecento metri, bisognava dimostrare al futuro cliente di essere in
grado di provvedere alla manodopera a qualunque profondità.»
«Perché al cliente?»
«Era il cliente che si preparava a firmare un contratto ventennale o
trentennale, e le assicuro che questo significa molto, molto denaro. Lo sa di che
tipo d’investimento stiamo parlando solo per Snø-Hvit? Più di sei miliardi di
euro. Cinquanta miliardi di corone. Capirà che il cliente voleva essere sicuro, per
questo motivo si facevano dei test d’immersione che dovevano provare che era
tecnicamente e umanamente possibile immergersi a tali profondità. Molto spesso
tuttavia i test avvenivano a terra, in camere di decompressione o iperbariche in
cui veniva simulata la pressione alle varie profondità.»
Tutt’a un tratto Dahl si accigliò e sorrise tristemente.
«Se non fossi così ligio ai miei principi morali, sarei sicuramente stato con
loro, e sarei finito in poltiglia.»
Camminarono qualche istante in silenzio.
«Siete riusciti a far luce sulle circostanze della morte di Birge e Steel?»
«L’inchiesta… Sfortunatamente non posso dirle niente.»
«Certo… Vorrei solo capire.»
«E i test d’immersione funzionavano sempre?»
«È ovvio che era necessario fare delle prove. L’immersione in profondità
all’epoca era sperimentale, qualcosa di nuovo, ma abbiamo potuto validare tutti i
nostri test, assolutamente. Avevamo del personale eccezionale, sa. E squadre di
medici e ingegneri di prima categoria.»
«I test si praticavano qui?»
«A Bergen, in un istituto specializzato.»
«C’è una persona che ci interessa nel quadro di un’inchiesta, una persona che
avrebbe partecipato a uno di quei test, un sami.»
«Un lappone? Non sapevo che il giovane Sormi avesse preso parte ai test. E
per quel che ne so io sono molti anni che non si praticano più. Sormi è troppo
giovane.»
«Non sto parlando di Sormi, ma di un certo Anta Laula.»
Gunnar Dahl si fermò.
«Laula? Non lo conosco. Per quale compagnia lavora?»
«No, pare che sia successo negli anni Ottanta.»
«Ah, capisco.»
Aggrottò la fronte grattandosi la barba.
«Mi dispiace, davvero, un lappone che ha partecipato ai test d’immersione
all’epoca… Originale… Ma in quegli anni viaggiavo parecchio, la cosa può
essermi sfuggita.»

Nina passò il resto della giornata a mostrare in giro le foto dei due sconosciuti
morti con Anta Laula. La direzione del cantiere non li conosceva. Quando entrò
al Redrum, dove era scomparso il badge di accesso al cantiere, la sala era piena e
i clienti stavano partecipando a un quiz. Le domande apparivano sugli schermi e
il dj le leggeva tra un brano e l’altro mentre in ciascuna postazione le squadre
confabulavano prima di riempire il modulo con la risposta. Nina fece il giro dei
camerieri, i quali rispondevano tutti allo stesso modo: con le centinaia di operai
che arrivavano da ogni dove per il cantiere in corso e abitavano negli alloggi del
cantiere o all’albergo galleggiante, non riuscivano più a ricordare nessuna faccia.
Di ritorno al commissariato, Nina incontrò Ellen Hotti. Finalmente aveva delle
novità: le due prostitute russe avevano formalmente identificato una delle
vittime, era lui l’uomo entrato nella camera di decompressione dove si trovavano
Steel e Birge proprio nel momento in cui loro stavano andando a farsi una sauna.
Il dramma era avvenuto soltanto mezz’ora dopo. Pareva che si trattasse del
norvegese, il più corpulento dei due, più di cento chili di stazza. Difficile da
dimenticare.
Nina non capiva cosa ci facesse una persona come Laula con quei due. Quel
Knut Hansen, identificato dalle russe, conosceva i due uomini nella camera di
decompressione? Era stato lui a fare la telefonata all’impiegato dell’hotel
sapendo cosa rischiava di provocare? Quelle domande equivalevano a ipotizzare
un tentato omicidio. Nina scartò l’idea.
«C’è la possibilità di analizzare i loro telefoni?» chiese Nina al commissario.
«Non ci sono tracce di telefoni.»
«Strano, non ti pare? E il furgoncino, sono stati controllati i freni?»
Mentre faceva quelle domande, Nina cominciava a sviluppare un’ipotesi: e se
anche gli occupanti del furgoncino fossero stati vittime di un omicidio? Sicari di
cui ci si deve sbarazzare. Forse lavoravano per uno dei due petrolieri? Uomini di
fiducia che non erano registrati ma che disponevano di badge e di accesso ai
cantieri, e che eseguivano per loro delle missioni speciali. Ma missioni di che
tipo allora? E cosa ci faceva Laula con loro? Aveva forse una doppia vita? Erano
domande per l’anticrimine, rifletté Nina, non per la polizia delle renne. Se
dovessi renderli partecipi dei miei ragionamenti, mi riderebbero in faccia.
Eppure non riusciva a smettere di pensarci.
Era possibile che coloro che avevano provocato la morte di Steel e Birge
fossero anche i responsabili della morte dei tre uomini nel furgoncino e
dell’aggressione al sindaco di Hammerfest?
Nina sentiva che la sua immaginazione la stava portando troppo lontano. Si
stava lasciando prendere la mano. In un momento simile Klemet non avrebbe
mancato di riportarla con i piedi per terra. Le sembrava quasi di sentire la sua
voce: che legami ci sono, che prove hai, tecnicamente che relazione esiste tra
tizio e caio? E poi lo sentiva ripetere: lascia perdere il movente, concentrati sulle
prove concrete a tua disposizione e procedi da lì. Aveva ragione, doveva
attenersi alle prove, agli elementi concreti, tangibili. Non c’era spazio per le
supposizioni. Doveva sciogliere il bandolo della matassa.
In ogni caso… Era possibile trovare un legame tra i tre uomini annegati e
Gunnar Dahl? Al di là del suo atteggiamento, Dahl era obiettivamente uno di
quelli cui la scomparsa di Birge e Steel faceva comodo. Inoltre conosceva
Tikkanen e Sormi. Forse i tre si erano messi d’accordo per far sparire i due
petrolieri con l’aiuto di Juva Sikku in posizione defilata. Nina non poteva fidarsi
del viso onesto di Dahl, del suo aspetto da pastore tenebroso. Si sforzava troppo
d’ispirare fiducia e Nina sapeva che l’abito non faceva il monaco, le persone
religiose potevano rivelarsi false e manipolatrici. Dahl partecipava alle serate di
Tikkanen, era al corrente di tutti gli intrighi, eppure si chiamava fuori dal gioco.
Ipocrita. Avrebbe dovuto verificare il suo passato. L’alibi della sua famiglia
avrebbe sicuramente tenuto, ma un uomo nella sua posizione doveva essere
capace di muovere certi fili pur restando dietro le quinte.
Poteva esserci un legame tra Dahl e l’incidente al sindaco Fjordsen? Tikkanen,
pensò. Tikkanen era al centro di tutta quella storia. Tikkanen con le mani in pasta
e, insieme a lui, Juva Sikku.
«Bisognerebbe interrogare Tikkanen» buttò lì al commissario. «Vorrei anche
avere il permesso di consultare qualcuno su queste storie d’immersioni negli
anni Ottanta.»
«E perché mai?»
«Molto tempo fa Laula ha partecipato ad alcuni test. Mi sembra strano che da
queste parti ci siano state delle persone così. Non lo so. Una semplice
intuizione.»
Il commissario valutò la richiesta.
«Posso vedere con il tuo superiore a Kiruna, ma immagino che, con Klemet
sospeso, tu sia un po’ limitata nelle tue missioni per la polizia delle renne.»
«Non c’è nessun problema, me la cavo benissimo» affermò con brio. «Al
momento non succede granché. Alcuni branchi sono in anticipo, altri in ritardo,
gli allevatori sono occupati a raggruppare i loro capi in modo da fare un po’
d’ordine perché i cicli di transumanza sono agitati e la cosa non piace affatto.»
Ellen Hotti ascoltava con lo sguardo fisso sui suoi documenti.
«Impari in fretta. Ti piace quel che fai?»
«Cosa rischia Klemet?»
«Non molto, alla fine. Dovrà scusarsi con Sormi, ma il procuratore chiederà
una condanna lieve con sospensione della pena. Klemet è un ottimo poliziotto e
non si sottrarrà alle sue responsabilità ma ben presto tornerà in servizio.»
«E Sormi?»
«Sormi e gli altri sono stati interrogati e sono tornati alle loro attività.»
«Anche Tikkanen, dunque?»
«Come gli altri. E i problemi col comune e le renne in città?»
«Temo di doverci tornare. La situazione è migliorata da quando è stata
montata una recinzione intorno alla città, ma alcune renne riescono comunque a
oltrepassarla. In ogni caso è solo maggio e il caldo non è un problema. Sarà
peggio quest’estate, quando le renne cercheranno di proteggersi dal caldo e
verranno in città per mettersi all’ombra degli edifici o nei tunnel.»
«Lo so. Nina, gradirei davvero che durante il funerale di Lars Fjordsen non ci
fossero problemi con le renne in città. In particolare durante la cerimonia. Ti
lascio immaginare l’effetto disastroso che potrebbe avere, la gente della zona la
prenderebbe come una provocazione.»
«Vuoi dire gli abitanti della città» precisò Nina.
«Hai capito perfettamente cosa intendo.»
«Ma anche i sami sono a casa loro, giusto, oppure non ho capito niente?»
«Non ti parlo dei sami, ma delle renne che brucano davanti alla canonica, o
davanti alla futura tomba di Fjordsen. Che non succeda! Allora fai tutte le
ricerche che vuoi su Steggo e su come è affogato, con quel Sikku che fa lo
spaventapasseri, approfondisci le questioni relative a Tikkanen, ma per favore,
non mandarmi all’aria i funerali con un paio di renne che spuntano proprio al
momento della sepoltura, ti prego!»
Nina non poté fare a meno di sorridere alle suppliche di Ellen Hotti, ma tornò
subito seria vedendo che il commissario non aveva nessuna voglia di ridere.
«Per assicurare il mantenimento dell’ordine avrò sicuramente bisogno
dell’aiuto di Klemet e del rinforzo di qualche pattuglia della polizia delle
renne…»
Nina scoppiò a ridere suo malgrado, ma poi si rifece immediatamente seria e
si scusò con Ellen Hotti che scuoteva mestamente la testa.
32.

HAMMERFEST, MOLO DEI PARIA. ORE 23.45.

Pur controvoglia, Anneli Steggo aveva deciso di andare alla banchina di


Hammerfest per incontrare Nils Sormi. Dopo i funerali di Erik non era tornata
subito all’accampamento. Il ritrovamento del corpo di Anta Laula quel mattino
l’aveva fatta sprofondare in un nuovo incubo.
Con la morte di Erik si era rattristata come mai avrebbe immaginato. Quella
corsa di renne per poco non le aveva fatto perdere il bambino che portava in
grembo. A chi avrebbe potuto confessare un giorno che in quel momento
desiderava solo farla finita? Il giorno prima il medico l’aveva rassicurata: il
bambino di Erik stava bene. La morte di Anta Laula non era giunta come una
sorpresa, ma le sue circostanze, la brutalità, tutto la riportava a pensieri molto
cupi.
Devo essere davvero presuntuosa per aver pensato che mi sarei ripresa così in
fretta. Si sforzò di concentrarsi sulle incombenze concrete. Doveva andare a
cercare i cuccioli? Il vento soffiava tra i rami delle betulle nane, finalmente liberi
dalla spessa coltre di neve che li aveva ridotti al silenzio per lunghi mesi. Non
appena la neve spariva la tundra ricominciava a parlare. Ci voleva ancora un
mese prima che potesse rifiorire. Ancora per un mese la natura avrebbe
reclamato quanto le era dovuto, esponendosi al sole senza ancora trovare la forza
di risollevarsi. Quelle erano le settimane più lunghe, e anche le più misteriose.
La natura preparava il suo ritorno nascosta allo sguardo degli uomini e poi si
sarebbe rivelata tutt’un tratto, immutabile e irresistibile. Anta Laula non avrebbe
più assistito a quello spettacolo.
Ultimamente Anneli aveva trascorso del tempo con il vecchio malato.
Secondo alcuni non c’era più con la testa. A lei a volte parlava dei suoi sogni,
delle sue visioni, sprofondava in lunghi vagabondaggi pieni di malinconia, e in
quei momenti Anneli trovava che il suo viso fosse meraviglioso. Lo ascoltava
parlare. Le sue parole la riempivano. Negli ultimi tempi Anta Laula le parlava
delle rocce sacre della sua infanzia. Di quei luoghi magici ed eterni che
tramandano il sapere dei sami e la speranza degli uomini. Anneli chiuse gli
occhi.
Un’offerta al mio dio, che tu l’accetti o meno resterai comunque il mio dio.
Anneli riaprì gli occhi. La luce era tenue. Dopo i funerali era tornata nella casa
in cui lei ed Erik si erano trasferiti qualche mese prima. Appena era venuta a
sapere della morte del vecchio artista, era andata a sfogliare gli album di
fotografie. Immagini che le ricordavano la sua infanzia. Colori, dolcezza,
riunioni intorno alle renne, durante le quali le famiglie che abitavano nelle zone
più isolate del vidda si davano appuntamento per riallacciare i legami. Erik a
scuola, un ometto serio, i capelli lisci che gli cadevano sugli occhi, dritto davanti
alla maestra; Erik sugli sci, il berretto calcato fino alle sopracciglia. Una scritta
sotto l’immagine indicava che il ragazzino al suo fianco era Nils Sormi. I due si
assomigliavano. Forse a causa del berretto, forse per l’atteggiamento strafottente
tipico di alcuni bambini, una scintilla nello sguardo. Altre foto nel recinto delle
renne. Erik era ancora molto giovane, ma il ragazzino al suo fianco era Juva,
leggermente in disparte. Juva era sempre stato così, un po’ all’ombra di Nils o di
Erik. Nils ed Erik. Nils o Erik. E adesso cosa poteva fare? Si appoggiò una mano
sul ventre, poi anche l’altra. Fece un profondo respiro. Un’offerta al mio dio.
Anta… che roccia sacra avevi scelto per andare a morire? Perché sei andato
a morire vicino a Erik? Che cosa gli stai portando? La tranquillità, non è così?
Caro Anta…
E adesso chi avrebbe portato avanti il loro marchio?
Era tardi. Anneli non era stanca. Sfogliò l’album. Certi pensieri le davano
pena. Avrebbe voluto piangere per Anta, invece sorrideva. Una foto di Erik,
deposta alla roccia sacra dello Stretto del lupo. Prese l’album e si diresse allo
stretto. Era già per strada quando invece decise di proseguire verso Hammerfest.
Guidare le fece bene. Sulla strada il vento sollevava la neve, creando un velo
ondulato davanti a lei.
Arrivata a Hammerfest andò al molo. I piccoli pescherecci erano al largo, non
c’era nemmeno l’Arctic Diving, ma i due bar isolati erano aperti a dispetto
dell’ora tarda. Nella prima sala del bar frequentato dai sami non c’era nessuno.
Al Riviera Next, sotto la solita luce fredda le sedie erano vuote. Anneli esitò a
lungo, poi spinse la porta del Bures ed entrò nella sala tutta rivestita di legno
chiaro, dai muri ai tavolini, dagli sgabelli al bancone. Il cameriere la salutò. In
un angolo in fondo, seduto davanti a una birra, un vecchio parlava da solo. A
parte le labbra che si muovevano, anche lui sembrava di legno. Anneli richiuse
la porta e tornò verso il Riviera Next. Si rese conto che non c’era mai entrata.
Alcuni uomini e una giovane donna occupavano qualche tavolo. L’azzurro
pastello dei muri addolciva la freddezza del ferro cromato delle sedie e dei
tavoli, ma non abbastanza da attenuare l’aggressività dell’atmosfera. Anneli lo
sentiva. Davanti a lei un cliente fece un cenno in direzione di un uomo di cui
Anneli vedeva solo la schiena. L’uomo si voltò. Come aveva sperato, si trattava
di Nils Sormi. Al suo fianco c’era una donna che pareva di cattivo umore. La
guardò tenendo il broncio.
Anneli si ravviò l’abito blu elettrico a maniche lunghe che le arrivava alle
caviglie e fece qualche passo in avanti.
«Erik non ti ha mai giudicato. Ho pensato che dovessi saperlo.»
Nils la guardò senza dire niente. Aveva bevuto parecchio, proprio come la
donna in sua compagnia. Guardò l’uomo di fronte a Sormi: sembrava vegliare su
di lui. Anneli posò lentamente l’album chiuso sul tavolo e osservò la reazione di
Sormi. Pur sotto l’effetto dell’alcol doveva aver capito che quell’album
racchiudeva una storia per lui, eppure non reagiva. Anneli lo aprì alla prima
pagina. Che cosa sto cercando? Era da tanto tempo che i due non avevano più
nulla in comune.
«So che volevi un terreno sull’altipiano di Hammerfest» esordì Anneli. «Quel
terreno era utilizzato dalle renne di Erik, e da quelle di suo padre prima di lui. E
prima ancora da quelle di suo nonno.»
«E allora?» buttò lì la sua compagna dall’accento svedese.
«Taci, Elenor» le ordinò Nils.
«Ho pensato che dovessi saperlo.»
«Ebbene, adesso lo so. Credi che questo cambierà qualcosa? Non c’è più
posto per voi su quest’isola, Erik avrebbe dovuto capirlo.»
«Mi sono chiesta cosa avrei dovuto fare di queste foto.»
«Cosa vuoi che me ne importi, sei venuta per farmi sentire in colpa?»
«Mandala via» gli disse la svedese.
«Tu non t’immischiare.»
Anneli continuò a sfogliare le pagine come se niente fosse, e sempre senza
sapere cosa volesse veramente. Che cosa sperava di ottenere da Sormi?
«Comparite insieme su diverse foto di quando eravate piccoli. Pensavo foste
amici, ma forse non era niente d’importante.»
«Infatti, non lo era, proprio come dici tu.»
«Desidero comunque lasciarti questa foto. Come ha scritto lui stesso, è la
prima che abbia mai scattato. Sei solo un bambino Nils, ma hai un aspetto così
fiero con quella grande maschera da sommozzatore troppo grande per te.
Conservala.»
Nils Sormi afferrò con un gesto brusco la piccola foto scattata in maniera
maldestra che Anneli gli stava porgendo. Vedendola, la svedese scoppiò a ridere.
«Hai un’aria davvero stupida, poverino» lo prese in giro. «Ma sei così
carino.»
Anche l’amico seduto di fronte a Sormi la vide e fece un cenno con la testa,
ma il suo sguardo diceva tutt’altro rispetto ai commenti della donna. Rivolse un
breve sorriso ad Anneli in segno di approvazione. Sormi non disse niente, si
limitò ad alzarsi, pesantemente. Rimase un attimo appoggiato al tavolo. Forse
Anneli non avrebbe dovuto mostrare quelle foto.
«Erik e io abbiamo scelto due strade diverse e questo non fa di me una
persona meno degna di rispetto, ma voi allevatori siete talmente fieri di voi. Vi
sentite talmente superiori. Non è così? Come sommozzatore sono ridicolo, oggi
come a quei tempi, giusto?»
Anneli scosse la testa. Era dispiaciuta. Nils Sormi si sbagliava, ma avrebbe
mai ascoltato le sue ragioni? Richiuse l’album e fece un passo indietro.
«Non so perché ho voluto mostrare queste foto proprio a te, Nils. Non volevo
ferirti. So soltanto che ho bisogno di capire il mondo di Erik, e che tu lo voglia o
meno ne fai parte.»
Posò la mano sinistra sul ventre, con l’altra reggeva l’album.
«Aspetto il figlio di Erik. Non ha mai saputo che sarebbe diventato papà e
adesso mi detesto per non averglielo detto.»
33.

MERCOLEDÌ 5 MAGGIO.
IL SOLE SORGE ALLE 2.08 E TRAMONTA ALLE 22.35.
VENTI ORE E VENTISETTE MINUTI DI LUCE.
VIA DELLA TRANSUMANZA. ORE 7.30.

La pattuglia P9 non aveva neanche avuto il tempo di riprendere il servizio


dopo la sospensione di Klemet che era subito stata chiamata in piena tundra. Le
verifiche sui due uomini annegati con Anta Laula avrebbero atteso. Susann
aveva bisogno d’aiuto: Anneli e parecchi altri allevatori erano già partiti alla
volta dell’isola della Balena, di conseguenza non erano abbastanza numerosi da
controllare le renne rimaste sulla terraferma. Oltretutto, con quelle giornate di
sole, tutti gli amanti della motoslitta avrebbero ignorato i divieti e si sarebbero
avvicinati pericolosamente alle femmine, proprio come era accaduto nel fine
settimana di Pasqua. Era da quella mattina che Susann udiva il rumore degli
scooter provenienti dalla valle vicina.
«Abbiamo perso un allevatore, non possiamo perdere anche i suoi cuccioli»
aveva detto con tono di rimprovero.
Per evitare le ampie zone dove la neve si era già sciolta, Nina e Klemet questa
volta furono costretti a deviazioni persino più lunghe. Arrivarono in tarda
mattinata. Susann aveva lasciato tre messaggi sulla segreteria di Klemet, che
vedendo il numero non si era preso la briga di rispondere.
«La polizia delle renne arriva quando arriva, non un minuto prima né un
minuto dopo» aveva affermato.
Si avvicinarono con prudenza, scrutando i dolci rilievi della tundra con il
binocolo. Il paesaggio era un susseguirsi di macchie bianche e brune. Klemet
indicò un punto davanti a loro, una cima piatta coperta di chiazze di neve. A
occhio nudo Nina scorgeva a malapena dei punti che sembravano disposti con
regolarità, come dei semi piantati da un contadino coscienzioso. Per un effetto
della luce i punti sulla neve erano scuri, mentre quelli sulla tundra brunastra
erano molto chiari. Nina regolò il binocolo e a quel punto vide un branco di
diverse centinaia di renne, forse trecento. Si stavano riposando, tranquille,
lontano da tutti i rumori del mondo. Klemet fece un ampio gesto con la mano per
farle capire che avrebbero dovuto effettuare una nuova deviazione, in modo da
non disturbare il branco.
Ci misero un altro quarto d’ora per costeggiare il fianco della collina, con i
rami di betulla che sferzavano loro il viso, e arrivare alla riva di un lago. Klemet
indicò nuovamente dei punti sul ghiaccio. Questa volta non si trattava di renne,
ma di pescatori sparsi sulle acque del lago. Nina vide Klemet bofonchiare
qualcosa. Sapeva che la polizia delle renne veniva spesso accusata di non fare
altro se non infastidire chiunque non fosse un allevatore di renne, in particolare
le persone che si facevano un giro in motoslitta per trascorrere un piacevole
weekend in famiglia al loro capanno, canna da pesca alla mano. Molti abitanti
della regione, in particolare quelli della costa, non accettavano che in certi
periodi dell’anno la maggior parte del territorio fosse utilizzata dagli allevatori.
Quando, a una cinquantina di metri di distanza, Nina riconobbe un pescatore,
decise di prendere in mano la situazione. Accelerò e superò Klemet per fermarsi
a cinque metri. Si tolse il casco. I due uomini la guardavano. Non avevano
neanche provato ad allontanarsi.
Nils Sormi e Tom Paulsen indossavano delle tute, un berretto, e occhiali da
ghiacciaio per proteggersi dal forte riverbero del sole. Con il trivellino
appoggiato su uno dei due scooter, avevano scavato un buco di una ventina di
centimetri nel ghiaccio. Tom Paulsen, sdraiato su una pelle di renna, sollevò la
canna da pesca di trenta centimetri, mentre Nils Sormi scrutava i due poliziotti.
Il sommozzatore sami stava per prendere la parola ma Nina lo precedette,
avanzando verso di loro.
«Non avete il diritto di pescare qui in questo momento. Le renne vengono a
partorire in questa zona.»
I due uomini le si avvicinarono. Nils Sormi, lo sguardo fisso su Klemet, stava
per rispondere quando Paulsen si sfilò gli occhiali e lo anticipò.
«Non lo sapevamo. Ci hanno dato informazioni sbagliate.»
Nils Sormi richiuse la bocca e rimase in silenzio. Sormi e Klemet si
guardavano in cagnesco. Il poliziotto fece un cenno a Nils e i due uomini si
allontanarono in direzione degli scooter, poi iniziarono a discutere.
«Quei due hanno un paio di cosette da dirsi» esordì Paulsen e Nina gli sorrise.
«Degli ego talvolta un tantino ribelli» commentò.
«Non avercela con lui, nel mondo dei sommozzatori s’incontrano parecchi
personaggi di questo tipo. Facciamo un mestiere pericoloso, non ci piace
ricevere delle lezioni, tutto qui.»
«Conosco il vostro mondo» proseguì Nina, che apprezzava la compostezza di
Paulsen.
«Ah sì?» Paulsen la guardò con interesse.
«Mio padre lavorava come sommozzatore nell’industria petrolifera. Stiamo
parlando di molto tempo fa.»
L’altro scosse la testa a lungo, sulle prime senza dire niente. Accanto agli
scooter, Sormi e Klemet discutevano e regolavano i conti in sospeso. Il
commissario aveva preteso che Klemet si scusasse con Sormi, e conoscendo il
collega Nina sapeva che certe parole non uscivano molto spontaneamente dalla
sua bocca.
«Abita da queste parti?»
«No.»
Nina squadrò Tom Paulsen, i suoi occhi di un castano intenso, le labbra
volitive. Sembrava sinceramente interessato. I pescatori in lontananza erano
silenziosi, il vento soffiava leggermente, sollevando spirali di neve farinosa
mentre le colline scintillavano nel sole. Le betulle nane che qualche settimana
prima erano ancora sepolte sotto la neve adesso creavano una sorta di motivo
zebrato. Il silenzio era rotto solo da una motoslitta che aveva iniziato a scendere
lungo il fianco di una collina diretta verso est.
«A dire il vero non so dove abiti. Sono anni che non lo vedo.»
«Ah, e come mai, se non sono indiscreto?»
Nina lo guardò, e inspiegabilmente confidarsi con lui non le parve strano.
«Negli ultimi tempi stava sempre peggio e credo che mia madre abbia fatto di
tutto per allontanarmi da lui. Ero giovane, e quando ho capito cosa stava
succedendo davvero era già troppo tardi, e poi un giorno lui non c’era più.»
«Capisco. Mi dispiace.»
«In effetti ho conosciuto solo l’aspetto migliore dei sommozzatori.»
«Non lo hai mai cercato?»
Nina sentiva che non doveva spingersi oltre. Il cuore le batteva all’impazzata.
«Era… È complicato. Non lo so. Di recente ho pensato molto a lui e… Non lo
so. Vedremo.»
Con le lacrime agli occhi si voltò verso Klemet e Sormi che avevano finito di
discutere. Erano uno più cocciuto dell’altro. Nina si era asciugata le lacrime e si
voltò nuovamente verso Paulsen, sorridendogli. L’uomo ricambiò il sorriso.
«Mi ha fatto piacere parlare con te.»
Nina gli strinse la mano che lui le stava porgendo.
Uno scooter si era appena fermato lì accanto. Ne scese Juva Sikku, che si
avvicinò con aria rabbiosa. Una volta riconosciuto Sormi, sembrò calmarsi e
salutò. Il grosso del suo branco non era lontano da lì. L’uomo indicò i pescatori
lasciando intendere che non avrebbero dovuto trovarsi lì, ma Nina sentiva che in
presenza di Sormi si tratteneva.
«Ci ha già chiamato Susann. Stavamo per chiedere a quella gente di
andarsene» spiegò Nina. «Stavo giusto spiegando a… Tom… Da dove è meglio
passare, quando sei arrivato tu. Allora, fareste meglio a passare da quella parte»
proseguì guardando Paulsen dritto negli occhi, poi aprì una mappa per mostrare
da dove erano venuti, indicando le curve che delimitavano la deviazione.
«Posso metterli io sulla buona strada» si offrì Sikku. «Per me non ci sono
problemi, Nils. Così potrei anche mostrarti un posto dove potrai ben presto
venire a pescare, subito dopo la transumanza, basterà dirmelo. Se solo me
l’avessi chiesto, ti avrei indicato io dove andare. Lo sai che mi farebbe davvero
piacere.»
Nina, così come certamente anche Klemet, ricordava il disprezzo che Nils
Sormi aveva espresso nei confronti di Sikku. Quest’ultimo non se ne rendeva
conto. Mentre Sormi e Paulsen ripiegavano le loro cose, Klemet prese Juva
Sikku in disparte e Nina li seguì.
«Allora» chiese Klemet all’allevatore, «come vanno le cose?»
Sikku lo guardò con diffidenza.
«Vanno. Non meglio del solito.»
«Pare che tu abbia dei problemi di pascoli.»
«Ma quali problemi? Non ho nessun problema io. Sono gli altri che ne hanno
e me ne creano. E in ogni caso, i miei problemi non sarà certo la polizia a
risolverli.»
«E così non hai problemi, tanto meglio. Comunque sia, ti farebbe comodo
accedere ai pascoli degli altipiani.»
«Lassù è finita. Hammerfest sta per prendersi tutto. Tanto vale lasciar perdere.
Volevo far passare le mie renne da lì, ma Erik e compagnia non erano d’accordo.
E poi ho perduto il mio capobranco. Da queste parti è peggio che durante le feste
di Pasqua. Non si riesce a passare. C’è troppa gente. Le renne nelle fattorie, ecco
come andrà a finire.»
«Potrebbe essere un’idea» concordò Klemet. «La prospettiva ti tenta?»
«Perché no?»
«Di cosa parlavate con Tikkanen? E non venirmi a raccontare delle storie, lo
sai che il giudice ti tiene d’occhio per via di quelle prostitute russe.»
«Io non c’entro niente, Tikkanen mica me lo aveva detto che le puttane erano
puttane.»
«E tu non sospettavi niente?»
«Perché avrei dovuto sospettare qualcosa? Tikkanen ha il diritto di avere delle
amiche. Anch’io sono suo amico e sono anche amico di Nils» aggiunse
indicando col mento il sommozzatore che aveva appena finito di caricare le sue
cose sulla motoslitta. «Ognuno ha il diritto di avere gli amici che vuole, anche se
sono delle puttane, fine del discorso.»
«Allora forse stavate discutendo di terreni?» intervenne Nina.
«Uno dei terreni che Erik e la sua famiglia utilizzano da tempi immemorabili
come pascolo, sugli altipiani di Hammerfest, è molto ambito» completò Klemet.
«Qualcuno vorrebbe costruirci sopra.»
«Terreni, terreni, non parlate d’altro. Discutevamo di passaggi. Tikkanen vale
più di tutto l’ufficio delle renne messo insieme. Potrà anche avere delle amiche
che assomigliano a puttane, ma sa a chi appartengono le terre. Sa tutto quello che
succederà da queste parti. Sarebbe meglio lasciargli fare il suo lavoro, le cose
andrebbero meglio. Mi ha portato nelle fattorie finlandesi, e be’, lasciatemelo
dire, funzionano che è una meraviglia. Mi pare un’ottima soluzione, almeno la
finiremo di correre. In ogni caso, con questo fottuto riscaldamento del clima, non
potremo fare altrimenti.»
34.

SUD-OVEST DELLA NORVEGIA. ORE 18.30.

Nina era atterrata nel tardo pomeriggio e aveva noleggiato un’utilitaria per
raggiungere il villaggio di sua madre, nella regione di Stavanger. Il tragitto in
auto durò a lungo, come sempre in quelle regioni di fiordi in cui le strade erano
inevitabilmente tortuose, per seguire il taglio delle montagne aguzze a
strapiombo sul mare. Dopo aver preso un traghetto e attraversato una decina di
gallerie, era infine arrivata a destinazione. Tra il viaggio in aereo e quello in
macchina, aveva avuto tutto il pomeriggio per prepararsi a quell’incontro.
Il villaggio isolato dal resto del mondo era incastonato in fondo a un fiordo.
Nina si fermò all’entrata dell’ultima galleria che sbucava su una profonda vallata
circondata da colline. Con l’eccezione della cima delle montagne, qui la neve si
era già sciolta completamente. Sul versante meridionale della valle era
raggruppata una ventina di case. Una stradina un po’ scoscesa arrivava fino al
mare. Dalla posizione in cui si trovava, Nina scorgeva qualche barca da pesca
ormeggiata. Le altre dovevano essere al largo. Per molto tempo il mare era stato
l’unico accesso al villaggio. La galleria c’era già quando Nina era bambina, ma
all’epoca non doveva essere molto vecchia. La mamma di Nina era ancora
giovane quando era stata costruita. In primavera i pescatori diventavano
contadini. La stagione della pesca al merluzzo si chiudeva. I pesci sventrati
pendevano da strutture di legno per seccarsi al vento. Era più buio che in
Lapponia, duemila chilometri più a nord.
Quell’incontro con sua madre le pesava, ma non aveva molto tempo e se
voleva ritrovare suo padre non aveva altra scelta. Forse lui avrebbe potuto darle
qualche spiegazione su quelle storie legate alle immersioni. Quando ne aveva
parlato con Klemet, il collega non ci aveva messo molto a capire che si trattava
di un pretesto. Gliel’aveva fatto notare gentilmente e lei non aveva negato, ma
aveva delle ferie arretrate.
Il sole era già tramontato sul villaggio, ma c’era ancora luce. Nina scorse un
peschereccio che rientrava nel porticciolo. Guardò l’orologio, erano le nove
passate. La barca non sembrava nuova, non doveva essere molto diversa da
quella che aveva attraccato in quello stesso porto una quarantina d’anni prima.
Un piccolo peschereccio venuto a cercare riparo in un giorno di tempesta.
Oppure era venuto a fare rifornimento? Sua madre le aveva detto che quelle
barche non portavano nulla di buono, perché i marinai scendevano a terra per
bere prima di ripartire. Nina ricordava gli avvertimenti della madre ogni volta
che un peschereccio attraccava, soprattutto quando era ormai una ragazzina. Suo
padre veniva da Skrova, un villaggio delle isole Lofoten. Un’isoletta di
cacciatori di balene. Avevano la reputazione di lupi bianchi con i loro
pescherecci contrassegnati da una striscia nera in cima al comignolo, simbolo dei
balenieri. Quando non andavano a caccia di balene pescavano il merluzzo o
quello che il mare aveva da offrire.
L’imbarcazione si era accostata al molo. Alcuni uomini erano affaccendati sul
ponte. Nina prese il coraggio a due mani e proseguì in macchina fino
all’abitazione della madre. La casa non sembrava aver sofferto troppo per il
passare degli anni: doveva essere stata ridipinta di giallo di recente. Quando
bisognava dipingere una casa nel villaggio, tutti davano una mano, il che
accadeva di frequente visto che tutto si rovinava piuttosto in fretta a causa delle
intemperie e del vento che soffiava dal mare. Nina non l’aveva avvertita, ma
aveva verificato con una vicina, Margareta, che la madre fosse a casa e in buona
salute.
«Quanto alla salute, tua madre Marit Eliansen non ha nessun problema» le
aveva detto Margareta al telefono, «continua a far regnare il terrore nel villaggio
e si assicura che tutti vadano al tempio la domenica e al ricamo il mercoledì.»
La casa era squadrata, molto semplice, con qualche gradino all’entrata
rischiarata da una semplice lampadina. Delle tendine ricamate decoravano tutte
le finestre. Sua madre era seduta in cucina, gli occhiali sul naso, lo chignon
grigio che allungava il suo viso scavato.
Nina bussò alla porta e la spinse per aprirla.
«Sono io.»
Sua madre sollevò il naso dal ricamo su cui era impegnata e la guardò da
sopra le lenti degli occhiali.
«Stavo andando a dormire.»
Nina le si avvicinò e le diede un bacio.
«Vado a preparare il mio letto. Anch’io sono stanca. È tutto il giorno che sono
in viaggio.»
«Da dove arrivi?»
«Ho preso l’aereo ad Alta e ho cambiato a Tromsø.»
«Chissà quanto ti è costato.»
Nina tirò fuori dalla borsa il regalo portato dalla Lapponia: un pezzo di pelle
di renna a forma circolare per sedersi all’asciutto e al caldo durante le
passeggiate. La madre prese la pelle con la punta delle dita.
«Sei come tuo padre, butti via i soldi per delle stupidaggini.»
«In inverno è utile.»
La madre scosse la testa con aria perplessa e appoggiò la pelle sul tavolo.
«Hai fame?»
«No.»
In realtà moriva di fame. Sarebbe andata a elemosinare qualcosa da Margareta
più tardi.
«Che cosa vuoi?»
«Parlarti.»
«Allora parleremo domani. Adesso va’ a preparare il tuo letto.»
Nina si morse le labbra. In presenza di quella madre fredda che la teneva a
distanza e la dominava, aveva l’impressione di essere ancora una ragazzina.
«E se hai voglia di pregare, la tua Bibbia è ancora nel cassetto del comodino.»
35.

Dopo aver lasciato Nina all’aeroporto di Alta nel primo pomeriggio, Klemet
era tornato al rifugio di Skaidi. Adorava quel pezzo di strada pianeggiante dove
la tundra si estendeva a perdita d’occhio, così se la prendeva sempre comoda. Il
notiziario delle diciassette non aveva annunciato niente di nuovo, a parte la
sentenza per un contenzioso su cui aveva lavorato l’anno prima, dopo un’estate
particolarmente calda. Alcuni maschi di renna – le femmine erano più paurose –
si erano spinti a Hammerfest per ripararsi all’ombra del municipio e del piccolo
centro commerciale. In certe giornate, prima che venisse montata la recinzione,
se ne contavano un centinaio. Le renne defecavano e urinavano dappertutto e
con il calore l’odore diventava insopportabile. Gli impiegati del comune
passavano ore e ore a pulire, ma la puzza arrivava fin nei locali del municipio.
Klemet era stato convocato sul luogo con il suo collega dell’epoca per constatare
i danni. Gli allevatori ce l’avevano messa tutta per scacciarle, ma le renne
tornavano. La storia era andata avanti per due mesi. Il sindaco Lars Fjordsen era
fuori di sé, aveva mobilitato i giornali, aveva postato tutto sulla sua pagina
Facebook e cercato di mobilitare l’opinione pubblica.
Ma la questione era complessa poiché da un lato, secondo il paragrafo undici
della legge sull’allevamento delle renne, i terreni intorno al municipio e al centro
commerciale erano considerati sodaglia, di conseguenza le renne avevano
legalmente il diritto di defecarvi. D’altro canto esisteva una legge che sanciva
l’accesso alla natura per tutti, compresi gli esseri umani. Il giornalista della Nrk
aveva raccontato che il presidente del tribunale non sapeva che pesci pigliare:
capiva perfettamente che cercando refrigerio le renne rispondevano a un loro
legittimo bisogno, ma la sua decisione era stata sfavorevole agli allevatori,
accusati di essere venuti meno al loro dovere di impedire alle bestie di
avvicinarsi al centro abitato, tentando di intervenire solo “sporadicamente”. Il
verdetto era arrivato nel primo pomeriggio: tremila corone per ciascuno dei
cinque allevatori. «Una situazione eccezionale» aveva dichiarato il tribunale.
Klemet spense la radio. Erik Steggo, uno dei cinque allevatori, non sarebbe stato
costretto a pagare.

Continuò a guidare per un’altra ora, fino al rifugio di Skaidi. Alcuni abitanti di
Hammerfest erano arrivati nel pomeriggio per trascorrere il weekend nel
campeggio sottostante il rifugio della P9. Le loro motoslitte erano ammassate sui
rimorchi. Klemet salì fino al rifugio di legno e ascoltò il notiziario delle diciotto.
Si parlava ancora della sentenza del contenzioso di Hammerfest, poi fu la volta
del programma degli incontri previsti per il fine settimana, poi il calcio e una
gara di scooter da neve. Un uomo era stato arrestato per guida in stato di
ebbrezza a Rypefjord ed era esplosa l’ennesima polemica circa la costruzione di
una ferrovia nella regione dove, ancora una volta, si parlava della possibilità di
sfruttare gli introiti del petrolio. «5279 miliardi di corone» precisava il cronista.
Secondo la testimonianza di un radioascoltatore, lungo il fiordo che andava da
Skaidi a Kvalsund, un capanno utilizzato in estate aveva preso fuoco. Klemet
spense la radio. L’anno prima quella storia delle renne che defecavano dietro il
municipio e il centro commerciale gli aveva rovinato l’estate. Nina non era
ancora arrivata e Klemet pensò che, come introduzione al loro lavoro, un simile
contenzioso sarebbe stato perfetto.
Prese il computer portatile. Aveva un po’ di lavoro arretrato: il verbale rimesso
insieme era sul tavolo accanto a lui. Le prime verifiche sui due turisti tedeschi
non portavano da nessuna parte. Klemet aveva ricostruito la pista fino al loro
ritorno in Germania. La multa era già stata pagata. Gli altri due, il norvegese e il
polacco, davano più filo da torcere. Le ricerche su Knut Hansen non avevano
dato alcun risultato. Un certo Knut Hansen abitava effettivamente all’indirizzo
indicato, ma Klemet si era convinto che non avesse nulla a che fare con quella
faccenda. Stessa storia per il polacco.
Fissava lo schermo, ma col pensiero era altrove. Dopo l’incidente del cassone
erano tutti molto tesi. Juva Sikku sembrava non avere contatti diretti col mondo
dei petrolieri, non fosse che per le sue relazioni d’affari con Tikkanen e quelle
personali con Nils Sormi, anche se in questo caso i legami erano tutt’altro che
stretti.
La questione Sikku-Steggo, chiaramente di competenza della polizia delle
renne, sconfinava in ambiti che andavano oltre la loro dimensione abituale.
La morte di Fjordsen, accidentale, doveva essere affrontata come un crimine,
era d’accordo, ma con l’orribile fine di Steel e Birge e l’incidente di Laula e dei
due operai sconosciuti, Klemet non era più sicuro di niente.
In città non si parlava d’altro. L’inquietudine serpeggiava. Alcuni lavoratori
stranieri erano stati insultati. La gente chiedeva il ritorno alla tranquillità di un
tempo, sottinteso: prima dell’arrivo di tutti quegli operai mercenari. Non
potevano permettere che la situazione degenerasse in quel modo.
Klemet scarabocchiava qualcosa su un pezzo di carta. Più ci pensava meno
riusciva a collegare l’incidente di Laula e dei due operai alle altre vittime. In
compenso, Tikkanen conosceva bene il sindaco e i due petrolieri. Proprio come
Gunnar Dahl e Nils Sormi. Gli parve di udire la voce di Nina ricordargli che
Sormi non conosceva certamente i due petrolieri bene quanto Tikkanen e Dahl,
ma Klemet decise di non prestare attenzione a quell’obiezione virtuale. Anche
Sormi poteva essere coinvolto. I suoi litigi, i suoi interessi, tutto lo rendeva
interessante ai suoi occhi.
Continuava a prendere appunti, disegnava delle frecce che univano Markko
Tikkanen, Gunnar Dahl, Nils Sormi, sottolineava i loro interessi comuni, e
indicava le persone che si trovavano sul loro cammino ed erano state eliminate.
Ma per quale motivo era assolutamente necessario stabilire un legame tra
questi casi di morte? E Sikku, l’uomo che alzandosi in piedi aveva spaventato le
renne? Più di chiunque altro avrebbe dovuto sapere che le renne sarebbero
tornate indietro. Nina ce l’aveva con quell’allevatore. La cosa era forse da
attribuirsi a una forma di amicizia che sembrava legarla ad Anneli? No, non
solo: Nina aveva un buon istinto, forse c’era sotto qualcosa.
Anche se la cosa non era di sua competenza, la presenza dell’uomo che le due
russe avevano visto poco prima dell’incidente lo intrigava. Verosimilmente era
stato lui a chiudere la camera di decompressione e a metterla sotto pressione, era
quindi in grado di manovrare quel congegno. Un sommozzatore? Un
supervisore? Chi altri ne sarebbe stato capace? Come la maggior parte della
gente, Klemet non avrebbe saputo come fare. Tikkanen sapeva chi fosse anche
quel misterioso sconosciuto? Era uno dei suoi scagnozzi, proprio come Sikku?
Quel Tikkanen aveva le mani in pasta in un sacco di faccende. Klemet si rendeva
conto che sapeva ancora molto poco sul suo conto. Guardò l’ora. Aveva il tempo
di fare un salto a Hammerfest.
Seguì il fiordo e alla sua destra scorse il capanno ancora fumante di cui
avevano parlato alla radio. Alcuni poliziotti di Hammerfest stavano facendo un
sopralluogo. Klemet si fermò per salutare. Non tutti quei capanni appartenevano
ad allevatori di renne. C’era stato un tempo in cui Klemet conosceva a memoria
il nome dei proprietari di tutti i capanni della zona – a volte si trattava di
allevatori, più spesso di gente che abitava a Hammerfest – ma ormai ne
spuntavano come funghi lungo tutte le strade, anche le più piccole, e ricordare i
nomi di tutti i proprietari diventava sempre più difficile. Gli allevatori non
facevano che lamentarsi perché l’aumento del traffico disturbava le renne.
Klemet non sapeva a chi appartenesse quel capanno bruciato. Era ridotto a un
cumulo di ceneri. Un poliziotto si stupì di vederlo lì.
«Volevo solo essere sicuro che non si trattasse di un regolamento di conti ai
danni di un allevatore» spiegò. «Sai, in città si apre la stagione delle renne…»
«Già, la corrida sta per ricominciare» fece l’altro.
I due poliziotti rimasero a guardare i pompieri al lavoro.
«Non siamo ancora riusciti a entrare. C’è troppo fumo. Non si trattava di un
capanno da quattro soldi, te lo assicuro.»
«E quello?» chiese Klemet indicando il furgoncino Volkswagen rosso.
«È stato noleggiato. Un nome straniero. Stiamo verificando.»
«Un nome tedesco?»
«Francese piuttosto.»
«Ma dai. E così adesso ci si sono messi pure i francesi a comprare da queste
parti? Credi che il tizio sia lì dentro?»
L’altro fece una smorfia e Klemet si rimise in strada.
Sulla piazza di Hammerfest, dove attraccavano i traghetti dell’Hurtigruten,
scorse Tikkanen alla scrivania, dietro gli annunci immobiliari che ricoprivano la
vetrina della sua agenzia. Il finlandese non parve sorpreso di vederlo. Chiuse una
cartellina, si ravviò la giacca, spolverò le spalle e gli rivolse un sorriso
commerciale allargando le braccia.
«Ispettore, si è stufato del rifugio di Skaidi? In tal caso potrei sicuramente
trovarle qualcosa all’altezza della sua missione.»
Klemet non gli rispose e prese posto nella piccola zona d’attesa, fornita di
comode poltrone sistemate intorno a un tavolino ricoperto di riviste.
«Prego, si accomodi, ispettore. Gradisce una tazza di caffè? O magari
qualcosa di un po’ più… virile?»
«Vieni a sederti qui Tikkanen, e risparmiami le tue cerimonie. Quello che hai
da vendere non m’interessa. I miei colleghi sono stati magnanimi con te, sono
sorpreso che tu sia qui tranquillo.»
Markko Tikkanen andò a sedersi di fronte a Klemet. Allargò nuovamente le
braccia con un ampio sorriso e si sistemò il ciuffo.
«Al suo servizio, ispettore.»
«Da quanto tempo fai il magnaccia, Tikkanen?»
«Ci va giù pesante, ispettore. Si trattava solo di un paio di amiche russe che ho
invitato per una serata con un ospite americano, tutto qui. Noi finlandesi
abbiamo sempre cercato di favorire il dialogo tra Oriente e Occidente. Per quello
che lei sta insinuando occorre si sia verificata transazione pecuniaria, ha forse
trovato traccia di qualcosa del genere?»
Klemet doveva convenirne: nessuna prova in tal senso. Tikkanen doveva
pagare il protettore delle ragazze direttamente in Russia. Era sempre così:
nessuna traccia di pagamento, nessuna preoccupazione.
«Lo sai che sei nei guai fino al collo per via di quella camera di
decompressione che è esplosa?»
«Ma io non c’ero, i suoi colleghi hanno già verificato» ribatté Tikkanen
agitandosi sulla poltrona.
«Chi era l’uomo vicino al cassone?»
«Uno di quelli che lavorano all’hotel galleggiante, accoglie i miei clienti.»
«Non lui, quello che le tue puttane russe hanno riconosciuto, quello grande e
grosso.»
«Ma ispettore, io non lo conosco, glielo giuro sulla testa di mia madre. Sono
costernato per quello che è successo.»
«Perché hai portato Juva Sikku a visitare delle fattorie in territorio finlandese?
Quella non è la sua zona, e nemmeno la tua.»
Tikkanen si rimise a posto il ciuffo e andò a sedersi vicino a Klemet.
«Il futuro, ispettore, il futuro. Non faccio che anticipare il futuro. Nel giro di
qualche decennio l’allevamento tradizionale delle renne è destinato a sparire. Le
pare giusto che la gente se ne rimanga con le mani in mano? Io propongo delle
soluzioni agli allevatori. Certamente non sarà più la stessa cosa, l’aspetto
folcloristico legato alla transumanza si perderà, ma grazie alle fattorie
riusciranno a guadagnarsi da vivere, e potranno addirittura accogliere dei turisti.
Sono certo che i loro guadagni aumenteranno.»
«La transumanza è folcloristica. È così che la vedi? Ma questi non sono affari
miei. Da quanto tempo durano le negoziazioni con Juva Sikku per la fattoria?»
«Da parecchi mesi. Forse sei. Se è davvero importante posso recuperare la
data esatta.»
«È stato lui a mettersi in contatto con te o sei stato tu a fargli una proposta?»
«Ebbene, si figuri che sono stato io a proporglielo. Crede che non mi renda
conto che quei poveracci si ammazzano di lavoro?»
«Sei in affari anche con altri allevatori?»
«No, niente di concreto, ma nel mio mestiere conviene tenere gli occhi sempre
ben aperti.»
«Conosci un mucchio di gente, Tikkanen…»
«Per servirla meglio, ispettore.»
«Avevi fatto una proposta anche a Erik Steggo?»
«Poveretto, non ho fatto in tempo, ma se si fosse presentata l’occasione lo
avrei fatto con la massima diligenza. E mi lasci dire una cosa, ispettore, secondo
me a quest’ora sarebbe ancora vivo. Sì, proprio così, sarebbe ancora vivo. Vede,
è impossibile annegare in una fattoria.»
36.

GIOVEDÌ 6 MAGGIO.
HAMMERFEST.
IL SOLE SORGE ALL’1.59 E TRAMONTA ALLE 22.43.
VENTI ORE E QUARANTAQUATTRO MINUTI DI LUCE.
REGIONE DI STAVANGER.
IL SOLE SORGE ALLE 5.27 E TRAMONTA ALLE 21.41.
SEDICI ORE E QUATTORDICI MINUTI DI LUCE.
SUD-OVEST DELLA NORVEGIA. ORE 8.30.

Nina era stata svegliata da sua madre che picchiettava alla porta. Guardò l’ora:
le 8.30. Erano settimane che non dormiva così a lungo e così bene. La luce. Aprì
gli occhi a fatica. Ripensò all’arredamento della sua stanza quando l’aveva
lasciata, non restava più granché.
Sua madre non era certo una sentimentale. A differenza dei suoi amici, Nina
non aveva mai osato attaccare alle pareti i poster di Carola, Gaute Ormåsen o
Lars Fredriksen. Chissà se le foto che ritagliava dalle riviste erano ancora
nascoste nel cassetto della scrivania? Ma a cosa sarebbe servito cercarle? La
stanza era severa e scura. La sera prima, nel cassetto del comodino di quercia,
Nina aveva effettivamente trovato la sua Bibbia. Non l’aveva aperta. Esausta,
non aveva avuto la forza di uscire per andare da Margareta a chiedere un panino.
La vicina sarebbe stata molto contenta di prepararglielo perché questo le avrebbe
offerto l’occasione di parlare un po’. In paese non c’erano molte distrazioni.
Affamata, gli occhi ancora gonfi, Nina si diresse verso il bagno. Istintivamente
decise di fare una doccia fredda, in modo da prepararsi al confronto. Perché
doveva per forza essere così? Nina aveva ben pochi contatti con i suoi tre fratelli
maggiori, ognuno viveva la sua vita. Uno dei tre viveva ancora al villaggio, era
rimasto pio e pescatore. In quel momento si trovava in mare, era partito per una
lunga campagna al largo della Groenlandia. Un altro doveva trovarsi ancora
nella regione di Stavanger. Lavorava in un piccolo cantiere navale che riparava
le piattaforme. L’ultimo aveva fatto una brutta fine e in casa era sempre stato un
argomento tabù. L’ultima volta che avevano sentito parlare di lui viveva in una
piccola cittadina del nord. La madre di Nina non perdeva occasione per insinuare
che con un padre diverso forse avrebbe rigato dritto.
«Ti ho preparato la colazione.»
Che bisogno c’era di perdersi in convenevoli: sua madre li riservava per la
messa. A dispetto dell’età il suo sguardo era acuto, inquisitore, pronto a fare la
morale al più piccolo passo falso. Nina non era venuta per questo. Si sedette a
tavola davanti alla scodella di avena e al bicchiere di latte. Sua madre prese
posto davanti a lei con un bicchiere sbrecciato riempito d’acqua per un terzo,
appoggiò sul tavolo gli occhiali tenuti insieme da un pezzo di scotch e si mise in
attesa. Teneva le braccia conserte, il casto vestito era abbottonato fino al collo, le
labbra serrate, i capelli raccolti in un severo chignon, le guance scavate. Se Nina
non l’avesse conosciuta bene, avrebbe potuto pensare che quella donna austera
fosse sul punto di mordere e di liberare la rabbia trattenuta. Al contrario, la
madre di Nina respirava tranquillamente. Il suo aspetto era quello del predatore
che punta la preda, pronto ad abbattersi su di essa, la sua respirazione esprimeva
la calma di chi sente di avere la coscienza pulita, la pace interiore, la certezza di
essere dalla parte della ragione, l’assenza di dubbio. Un miscuglio di autorità e
tranquillità che Nina aveva sentito incombere su di sé come un’ombra per tutta
la sua giovinezza.
Nina non era venuta per far pace con sua madre. Osservandola capiva che non
si sarebbe mai confidata. Desiderava semplicemente ritrovare suo padre. E per
questo aveva bisogno di lei, di quella madre che si era sempre messa in mezzo.
Appoggiò il bicchiere di latte, non aveva ancora toccato l’avena, la stessa
colazione che sua madre le aveva servito per tutti quegli anni. La cucina era
rimasta come nei suoi ricordi: linoleum giallo per terra, muri bianchi e spogli,
con l’unica eccezione di una semplice croce appesa sopra la porta. Non c’erano
giornali, non ce n’erano mai stati in casa, al massimo il bollettino parrocchiale e
quello della missione. Sua madre l’aveva sempre tenuta lontana dall’eco del
mondo. La televisione che un giorno suo padre aveva portato a casa era sparita
con lui. Erano dodici anni, anzi tredici, che non lo vedeva, che non sapeva più
nulla di lui, che non sapeva come comportarsi con sua madre. Doveva allungare
la mano sul tavolo in un gesto di pace? Le braccia conserte la dissuasero.
«Devo mettermi in contatto con papà, ne ho bisogno per ragioni di lavoro.»
Sulle prime sua madre non disse niente, il suo sguardo si fece semplicemente
più indagatore. Nina la conosceva troppo bene per non capire che quel silenzio
celava un giudizio. Era stata educata troppo bene per non capire che, dicendo
questo, si sarebbe dovuta sentire mortificata e responsabile di quel lungo silenzio
da parte di suo padre. La calma soddisfatta e la coscienza tranquilla trasmesse
dall’espressione immobile della madre dicevano quello che lei non aveva
bisogno di chiedere: la colpa non era sua, di Marit Eliansen. Il silenzio plumbeo
nella piccola cucina scura le toglieva il fiato. Sua madre rimaneva in silenzio.
Nina si alzò lentamente, appoggiandosi con i pugni alla tavola. Cercava di
scacciare la rabbia che all’improvviso si stava impadronendo di lei davanti a
quella donna grigia che aveva sempre cercato di mettersi tra lei e suo padre.
Troppi ricordi, troppe frustrazioni, troppi fallimenti. Prese il bicchiere di latte.
Troppe lacrime, da sola, con un respiro come unico legame, una carezza come
sola promessa. All’improvviso si mise a gridare, gettando il bicchiere nel
lavandino. Il bicchiere andò in mille pezzi, il latte e le schegge di vetro si
sparsero dovunque. Sorpresa, sua madre si alzò di scatto e per riflesso afferrò il
proprio bicchiere d’acqua stringendoselo al seno con un gesto protettivo, per poi
riacquistare subito la propria rigidità e l’aspetto inquisitore.
«Gli stessi scatti che aveva lui» commentò.
«È colpa tua se se n’è andato, tua e soltanto tua!»
Il petto di Marit ora si sollevava leggermente più in fretta, ma la donna
manteneva il controllo assoluto della situazione.
«Povera figlia mia, e così non capisci che ti ho semplicemente protetta da lui.»
«Protetta?»
Nina si asciugò le lacrime che le avevano inondato il viso e scosse la testa.
«Povera mamma, proprio tu proteggermi? Mio Dio, come fai a essere così
cieca?»
La madre di Nina parve colpita da quel commento, ma non durò che un
istante.
«Forse credevi di conoscere tuo padre?»
Adesso fu Nina a esitare, e la cosa naturalmente non sfuggì a Marit.
«Se è questo che credi, allora conosci ben poco te stessa, perché voi due siete
uguali. Il suo sangue scorre nelle tue vene, il bisogno di partire, il temperamento
esplosivo, il gusto per le cose vili e facili.»
Nina rimase in ascolto mentre sentiva crescere l’amarezza. È davvero mia
madre? Questa donna che vede in me una persona che ama le cose vili,
semplicemente perché ho scelto una vita lontano da qui, o perché le ricordo mio
padre? La collera l’accecava. Vedeva quella donna inacidita, sempre così sicura
di se stessa, che doveva consumarsi da dentro, dannata dalle sue verità
immutabili. Marit posò il bicchiere d’acqua e fece un passo verso Nina, le
braccia lungo il corpo, rigida, lo sguardo tagliente.
«Se tuo padre non fosse partito, Dio solo sa cosa ne sarebbe stato di te. Tutta
colpa dei soldi che l’hanno accecato e poi ucciso poco alla volta.»
«Dimmi semplicemente dove posso trovarlo» sibilò Nina cercando di ritrovare
la calma.
Sua madre le si era avvicinata ancora un po’, lo sguardo fisso nel suo; ignorò
la sua richiesta.
«Quando l’ho conosciuto, tuo padre era un pescatore, la sua nave aveva fatto
scalo qui. Era un uomo semplice e un gran lavoratore, un uomo che prendeva la
vita e la fede alla leggera, ma infaticabile e timorato di Dio. Era un agnello che
ascoltava le parole dettate dal buon senso. Poi la sua diga ha ceduto, è stato
preso da un demone, dalla smania dell’altrove, ha ceduto alla sete di avventura e
ai facili guadagni, ed è diventato sommozzatore. La nostra vita è rimasta
sconvolta e da allora tuo padre ha continuato a cambiare. Da quel giorno non ho
fatto altro che proteggervi da lui, ho cercato di estirpare da voi quei geni che lo
distruggevano e che vi minacciavano.»
«Ma ti rendi conto che cosa orribile hai appena detto? Sembri un’esorcista! È
di mio padre che stai parlando!»
Davanti a sé Nina aveva solo lo sguardo infuocato di sua madre. Uscì
sbattendo la porta. Una volta fuori inalò a pieni polmoni la spuma dei marosi che
le diede alla testa. Poco alla volta ritrovò la calma. Guardò quel mare enigmatico
che la circondava, che le aveva portato suo padre e poi glielo aveva strappato
via, quella montagna che non le rispondeva come lei avrebbe voluto, quelle case
che conservavano i loro segreti e custodivano vite destinate a non cambiare mai.
Il suo sguardo triste si fermò sulla finestra accesa della casetta accanto. In piedi,
la vecchia Margareta l’osservava con sguardo inquieto, come se si fosse
aspettata di vederla uscire. Anche lei sembrava triste, pensò Nina. La donna le
fece un cenno.
Nina entrò in casa. Margareta era più anziana di sua madre, più forte. Più viva,
pensò Nina. Sulla testa portava un fazzoletto da cui usciva una ciocca ribelle di
capelli grigi e sottili. Aveva una fronte alta e larga, occhi grigio blu ancora belli.
Uno era grande e profondo, l’altro, il sinistro, pareva più spento, come se fosse
stanco di resistere a una palpebra che da quel lato era cascante. Il nodo del
fazzoletto sosteneva il doppio mento della vecchia, che indossava due abiti uno
sopra l’altro. Si accorse subito che Nina era profondamente abbattuta e la fece
sedere.
«Hai fame, figlia mia?»
Senza aspettare la sua risposta, le servì alcune fette di pane con delle patate e
una salsiccia. Le preparò un piatto d’insalata di cavoli e le portò una tazza di
caffè, dopodiché la guardò mangiare con preoccupazione, accarezzandole i
capelli biondi. Nina la ringraziò con uno sguardo. Era troppo sconvolta per
parlare e mangiò lentamente, apprezzando il cibo.
«E così tua madre non è cambiata…»
Nina fece una risata soffocata, poi le prese la mano.
«Tu, Margareta, che la conosci meglio di chiunque altro su questa terra, pensi
davvero che mia madre possa cambiare?»
Margareta rise a sua volta, una risata schietta che scaldò il cuore di Nina.
Sentiva che la rabbia stava sbollendo.
«Oh, se qualcuno potesse sentirci» rise la donna.
Nina si alzò e abbracciò a lungo la vecchia vicina che l’aveva vista crescere e
l’aveva accolta spesso per offrirle una merenda sempre più dolce di quella a casa
sua. Tranne quando suo padre era con loro. Quando c’era lui, troppo di rado, la
vita di Nina si trasformava in una festa.
«Margareta, devo ritrovare mio padre, ma mia madre è convinta di dovermi
proteggere da lui.»
La vicina sorrise e le carezzò nuovamente i capelli.
«Siediti, ti racconterò tutto» la invitò, prendendo posto accanto a lei. Nelle ore
che seguirono le parlò dell’arrivo di suo padre, Todd, giovane pescatore pieno di
vita e di energia, dello scalo con altri pescatori nel porticciolo del villaggio, sua
madre era giovane, tanto giovane, doveva avere diciassette anni. Lui, Todd, ne
aveva venticinque, era già un uomo che percorreva gli oceani da dieci anni o giù
di lì. Anziché restare a bere con gli altri sul molo, l’aveva aiutata a portare a casa
un cesto pieno di pesce, e questo aveva fatto colpo su Marit. Aveva una risata
schietta, rideva di tutto e di gusto. Arrivato a casa sua, aveva notato un angolo di
tetto rovinato da una tempesta autunnale. Senza chiedere nulla aveva trascorso il
pomeriggio a segare delle assi e a inchiodarle al tetto. Per ringraziarlo Marit gli
aveva offerto un piccolo ricamo, di quelli che ancora faceva, poi aveva insistito
per portarlo alla cappella per mostrargli il luogo dove lei parlava con Dio. Le
sembrava diverso dagli altri. Secondo Margareta era proprio là, dietro il
muricciolo bianco, al riparo dalla spuma delle onde del mare, che suo padre
aveva baciato sua madre per la prima volta.
In seguito la sua barca era ripartita perché si era aperta una nuova stagione di
caccia alla balena, poi però era tornato e si erano sposati. Avrebbe potuto restare
a Skrova, nelle isole Lofoten, ma da quello che le avevano detto, si era stufato
delle campagne dei militanti contro la caccia alla balena: la pesca del merluzzo
gli sarebbe bastata. Si era comprato una barchetta e aveva iniziato a lavorare
partendo da quel fiordo, come facevano in tanti. Poi era iniziata l’epoca del Mare
del Nord e della scoperta del petrolio, e a Todd l’avventura mancava. Quando
aveva sentito parlare di tutto quello che stava succedendo non aveva saputo
resistere. Margareta era venuta a sapere molto tempo dopo che un giorno suo
padre aveva sentito parlare alla radio di un corso per sommozzatori. La sua vita
era cambiata. Non si era mai immerso prima, le assicurò Margareta, sapeva a
malapena cosa fosse uno scafandro, ma era andato fino in fondo e dopo il corso
aveva iniziato a cambiare, perché come sommozzatore guadagnava un sacco di
soldi. Marit non era pronta per questo. Aveva sposato il pescatore e non
riconosceva più il sommozzatore. I suoi problemi di salute erano subentrati anni
dopo, Nina non era ancora nata.
«Fammi pensare…» disse Margareta con aria assorta. «1989!»
Nina aveva sorriso. Sì, in effetti era nata proprio in quell’anno. Suo padre
aveva una quarantina d’anni.
«I suoi problemi…» continuò Margareta.
C’erano stati degli incidenti nel corso delle immersioni e poi più niente era
stato come prima. Quando Nina era venuta al mondo, suo padre era al colmo
della gioia. I ragazzi erano già grandi, già lontani da lui, totalmente succubi di
Marit. Tra padre e figlia si era costruito un legame molto forte.
Nina era pensierosa. Serbava dei ricordi molto chiari degli anni della sua
giovinezza, quelli che avevano preceduto la scomparsa di suo padre. All’epoca
non capiva che era malato. Sua madre non faceva che ripeterle con tono secco
che suo padre doveva riposare, spesso aggiungeva che ormai sapeva fare solo
quello, oppure che avrebbe fatto meglio ad andarsene. A volte Nina si svegliava
nel cuore della notte e vedeva suo padre addentrarsi nel fiordo. Tornava molto
tempo dopo e crollava nel suo letto, ebbro di fatica. Quando Nina cercava di
avvicinarsi a lui, l’ombra di sua madre interveniva per chiudere la porta della
camera. Senza che Nina, ragazzina ingenua, se ne rendesse conto, il loro legame
si era fatto meno stretto, le sue apparizioni erano sempre più fugaci, la sua
mancanza sempre più dolorosa. Nina ricordava uno sguardo molto buono, che a
volte diventava molto triste, ma che si rianimava immediatamente ogni volta che
lei si avvicinava, le rare volte in cui sua madre non riusciva a impedirglielo. Fino
al giorno della sua scomparsa.
«Tu eri la sola gioia di tuo padre, Nina. La sola. Ed eri anche il suo salvagente.
Tu non te ne rendevi conto ma lui si attaccava a te perché tra tua madre e lui non
c’era più niente. Tuo padre il sommozzatore restava a galla solo grazie a te. C’eri
solo tu. Persino quando è partito non ha mai smesso di scrivere.»
Questa volta Nina rimase in silenzio.
E così esistevano delle lettere, non ne aveva mai saputo niente. Ebbe
l’impressione che il suo viso si fosse trasformato improvvisamente in una
maschera, simile a quelle donne che portano per il resto della loro vita l’abito
nero da vedova. Una maschera di dolore.
«Devi sapere, Nina» disse Margareta alzandosi e prendendola tra le braccia,
«che all’epoca tuo padre ha tentato più volte il suicidio. Soffriva.»
Nina scostò delicatamente Margareta, si alzò e uscì. Aveva la gola secca e un
senso di vertigine. Passando davanti alla finestra vide sua madre seduta davanti a
un ricamo e a una borsa con gli oggetti per il cucito, ma pareva assorta. Non
appena Nina entrò nella stanza si rimise all’opera.
«Voglio vedere le lettere.»
Da un lato quel silenzio, quello sguardo tagliente. Dall’altro le vertigini, la
gola secca.
«Le lettere di papà, quelle che non ha mai smesso di scrivere e che tu mi hai
sempre tenuto nascoste.»
E per la prima volta da quando Nina era bambina, Marit Eliansen, donna di
dovere e di fede, si mise a ridere, ma di un riso graffiante, snaturato dall’animo
inacidito e contorto di quella donna logorata dalla vita.
«Come sono stata folle e superba a pensare di poter cambiare tutto ciò, di
potervi cambiare.»
Rideva, e ridendo si commiserava per la propria superbia, si rifugiava nel
mondo rassicurante del peccato e del pentimento. In quel momento Nina capì
due cose: era l’ultima volta che vedeva sua madre, e sua madre stava per cedere.
Se esistevano delle lettere gliele avrebbe date, ma da questo non sarebbe venuta
alcuna salvezza. Marit Eliansen avrebbe immediatamente imboccato una via
senza ritorno e nella sua vita non ci sarebbe più stato posto né per suo marito né
per sua figlia, che altrimenti avrebbero distrutto il suo equilibrio vitale.
Chiedendo quelle lettere Nina stava scegliendo da che parte stare.
La risata che si stava placando deformava il suo viso in una smorfia
detestabile. Dopo un po’ Marit si calmò, riprese il controllo della propria
respirazione, ricompose l’espressione del suo viso. Era di ritorno da un viaggio
molto lungo.
«E così hai deciso di raggiungerlo all’inferno…»
Si alzò e uscì. Nina rimase in attesa. Osservò il ricamo, simile a quelli a cui
sua madre aveva sempre lavorato: centrini finemente lavorati per le opere delle
missioni, che le erano valsi un’ottima reputazione in tutta la regione. «Le dita del
Signore» dicevano. Erano il regalo che Nina aveva ricevuto a ogni compleanno.
Il fatto che una donna tanto dura fosse capace di esprimere una tale finezza e
sensibilità con quelle mani secche e nervose l’aveva sempre affascinata. Sua
madre fece ritorno poco dopo e le posò davanti qualche lettera.
«Tanto vale che tu lo sappia… la maggior parte le ho rispedite al mittente.»
Nina esitò. Doveva leggere le lettere subito? Non voleva correre il rischio di
mostrare le proprie emozioni a quella donna ingrigita, così si limitò a rigirare le
buste. Una casella postale. Il nome di un luogo sconosciuto.
«Dove si trova?»
Dal viso emaciato di Marit era sparita ogni traccia di quanto appena successo.
«Non lo so e non m’interessa.»
«Non sono più una ragazzina e ho bisogno di trovarlo, è per un’inchiesta. Se
per una volta nella vita sei in grado di dimenticare il tuo rancore, fallo adesso.»
«E perché dovrei sapere dove si trova?»
«Perché? Semplicemente perché tu vuoi sempre controllare tutto.»
Marit Eliansen non sembrava neanche ferita dall’osservazione insolente di sua
figlia. Le due donne si fronteggiavano, una sfida tra maschere.
Così poche lettere in tutti quegli anni.
«Quante ne hai rispedite al mittente?»
Marit scosse la testa, come colta da un tremore, invece esprimeva solo
disgusto e rifiuto. La corazza stava tornando al suo posto. Marit Eliansen non
vedeva più sua figlia davanti a sé, Nina ne fu tutt’a un tratto certa. L’inquisitrice
vedeva solo una ragazza perduta. In quel movimento della testa, Nina riconobbe
un improvviso senso di pietà. Pensa che io sia in preda alla perdizione, sono una
sconosciuta che ha bisogno d’aiuto. Solo questo poteva spiegare
quell’improvviso sprazzo di umanità nel suo sguardo. Una causa cui votarsi. Il
Bene e il Male, tutto quello che le sarebbe rimasto della sua giovinezza trascorsa
in quel luogo. Afferrò le lettere con un gesto rapido e si diresse verso la porta.
Si fermò sulla soglia e guardò le buste, poi si voltò e gliele mostrò.
«Perché le hai conservate?»
Marit Eliansen guardò a lungo sua figlia. Anche lei capiva che avevano
superato il punto di non ritorno.
«Siete sempre stati uguali voi due. Spero solo che non farai la sua stessa fine,
ma io pregherò per te.»
37.

HAMMERFEST. ORE 8.35.

Quella mattina Nils Sormi era stato svegliato presto da una telefonata che
l’aveva lasciato perplesso. Aveva passato la notte sul Bella Ludwiga, l’hotel
galleggiante che aveva gettato l’ancora vicino all’industria di Melkøya, per
evitare di restare con Elenor. Quel giovedì mattina era praticamente l’unica
persona sveglia su tutta la nave. In cantieri di quel tipo il lavoro non smetteva
mai e molti operai che avevano lavorato per due settimane di seguito si
preparavano a tornare a casa per un lungo turno di riposo. L’ultimo giorno prima
del fine settimana gli operai acceleravano il ritmo di lavoro per poter partire al
più presto l’indomani mattina. Nils stava facendo colazione nella lugubre mensa
dell’hotel. Era la prima volta che vi passava la notte dopo la morte dei due
petrolieri. L’atmosfera era ancora più sinistra del solito. Paulsen non lo aveva
ancora raggiunto. Nils mangiava da solo al tavolo di legno chiaro illuminato da
una luce tenue.
La telefonata proveniva da uno studio di avvocati di Stavanger. Nils Sormi,
diffidente, si era stupito che lo chiamassero così presto. Il suo interlocutore si era
limitato a dirgli che nel suo studio lavoravano di buona lena, con efficienza e
soprattutto con discrezione. Prima ancora di chiedere di cosa si trattasse, il
sommozzatore aveva posto una raffica di domande per verificare l’identità del
giurista, dopo un po’ l’altro gli aveva chiesto senza perdere la calma se volesse
finalmente ascoltarlo. Lo studio legale rappresentava clienti di tutti i tipi e
s’incaricava di una grande varietà di pratiche a loro nome. Talvolta l’anonimato
era necessario, non sempre ovviamente, ma Nils non doveva preoccuparsi di
questioni di quel tipo: avrebbe saputo quel che doveva sapere. L’interminabile
preambolo dell’avvocato iniziava a irritarlo.
«Tutto quello che deve sapere, signor Sormi, è che beneficerà di
un’assicurazione sulla vita e che il mio cliente ci tiene a restare anonimo. La sua
volontà verrà rispettata. Volevo avvertirla il prima possibile: riceverà i
documenti ufficiali nel corso della settimana, così come il bonifico, non appena i
controlli di prassi saranno stati effettuati.»
Nils Sormi allontanò il vassoio e rimase a guardare la tazza di caffè. Intorno a
lui tutto proseguiva come d’abitudine. I pochi operai con le loro tute arancio e
blu uscivano dalla sala uno dopo l’altro, svuotando il vassoio accanto all’uscita.
Sormi avrebbe incassato un’ingente quantità di denaro. Era al settimo cielo ma
non lo dava a vedere. Due milioni e mezzo di euro, quasi venti milioni di corone
norvegesi. Persino per uno ben pagato come lui la somma era davvero enorme.
Una decina d’anni di stipendio. Fu assalito da un dubbio e cercò delle
informazioni sullo studio legale in Internet. Era citato tra i più seri di tutta
Stavanger. Un’altra ricerca sul nome dell’avvocato lo rassicurò ulteriormente.
Col pretesto di chiedere delle precisazioni, compose il numero in modo da
assicurarsi che fosse tutto in regola. L’avvocato lo trattò nuovamente con la
massima deferenza.
«Ho solo dimenticato di dirle che con i documenti ufficiali le sarà inviata una
lettera. Arriva direttamente dal mio cliente.»
«Ma chi è questo dannato cliente che mi lascia venti milioni?»
Sormi si pentì immediatamente di aver perso il controllo: gli ultimi operai
presenti nella sala si erano fermati e lo stavano guardando.
«Venti milioni di dinari iracheni» brontolò Sormi in modo da farsi sentire.
«Non sono niente, e mi rompono le scatole per una cosa così.»
Senza indugiare oltre si precipitò verso la cabina del suo compagno.

SUD-EST DELLA NORVEGIA. ORE 8.40.

Nina fu svegliata dall’aroma di caffè che Margareta le aveva appena versato.


Si rese conto di aver fame. La giovane poliziotta aveva ottenuto ospitalità per la
notte. La sera prima era andata a recuperare le poche cose alle quali teneva
ancora, poi aveva passeggiato a lungo per il fiordo. Era perfettamente
consapevole di avere appena chiuso un capitolo della propria vita e ci teneva a
dare a quel momento la solennità che gli spettava. Respirò a fondo, lasciandosi
impregnare nuovamente da quel paesaggio idilliaco che aveva segnato la sua
infanzia. Quelle alte montagne scoscese, i tappeti d’erba verde dove correva
dietro alle pecore, le strutture di legno dove i merluzzi venivano appesi a seccare
esposti al vento dell’Atlantico. Ricordava i soldini guadagnati come tutti i
bambini del villaggio tagliando le lingue dei merluzzi e vendendole come delle
leccornie. Arrivò in fondo al fiordo, guardò le rocce più in basso, dove aveva
vissuto il suo primo dramma: la scoperta di un agnello schiantatosi sui sassi. Un
agnello che suo padre aveva aiutato a mettere al mondo, insieme a lei. Aveva
pianto per una settimana intera. Era stato a partire da quel giorno che suo padre
aveva preso l’abitudine di carezzarle i capelli la sera, per aiutarla a
addormentarsi. Chiuse gli occhi e le parve di sentire nuovamente quelle carezze
mentre il vento dell’oceano le sussurrava le parole udite così spesso. Era solo
un’adolescente quando lui era andato via.
Di ritorno nel tardo pomeriggio, aveva bussato alla porta di Margareta. La
vecchia vicina le aveva servito un piatto di minestra, dopodiché Nina si era
rifugiata nella camera che la vecchia le aveva preparato, sopraffatta dalla fatica e
dalle emozioni. Al telefono con Klemet che la informava della sua intenzione di
approfondire le indagini sul conto di Gunnar Dahl e Markko Tikkanen aveva
tagliato corto. Klemet intendeva anche approfondire il discorso su Nils Sormi, e
Nina trovò giusto la forza di sconsigliarlo per via del famoso schiaffo.
Svegliatasi con le idee di nuovo chiare, appoggiò le buste accanto alla tazza di
caffè. Erano vecchie e rovinate. Sua madre non aveva voluto dirle perché avesse
conservato proprio quelle, né quante ne avesse buttate. Le lettere erano
indirizzate espressamente a Nina. Quanti anni aveva all’epoca? Quindici,
diciassette? Aprì la più vecchia, risalente al suo quindicesimo compleanno.
Conteneva una cartolina della regione di Stavanger. Per prima cosa suo padre le
augurava buon compleanno. E dire che si era convinta che se ne fosse
completamente scordato. Si era sempre divertito a trovarle nuovi nomignoli, e
questa volta la chiamava Ninetta mia. Era una lettera semplice:

Tanti auguri mia bella Ninetta, quindici anni, ormai sei proprio una
signorina. Avrei voluto stringerti forte tra le braccia, ma per il lavoro sono
costretto a restare qui, spero che un giorno capirai. Devi però sapere che non
passa un giorno senza che io pensi a te. Prenditi cura di te e rimani la ragazzina
forte e determinata di sempre.

Nina si domandava perché quella cartolina fosse stata risparmiata. Perché


proprio quella tra tutte le altre, visto che sembrava averne scritte così tante. Nina
la guardò ancora, poi osservò il timbro sulla busta. L’indirizzo postale
corrispondeva, ma era così vecchia.
La lettera seguente era dello stesso tipo. Molte parole affettuose, il ricordo di
una passeggiata di due giorni sull’altipiano al di là del fiordo, quando avevano
dormito in tenda per la prima volta. Nina ne conservava un ricordo molto vivo:
aveva circa dieci anni e si era sentita molto orgogliosa di camminare per ore con
lo zaino in spalla. Rivedeva anche le cose che non erano menzionate nella lettera
del padre, come la notte passata insieme sotto la tenda e il sonno di lui, turbato
da incubi. Nina ne era rimasta terrorizzata. Il mattino dopo lo aveva
rimproverato di non averla lasciata dormire, a quel punto aveva visto lo sguardo
del padre, uno sguardo che non aveva più dimenticato. Lui aveva eluso le sue
domande, limitandosi a scompigliarle i capelli scusandosi, dopodiché si era
allontanato ridendo verso il fiume per andare a lavarsi, subito raggiunto da Nina
che aveva urlato per il freddo, ridendo a sua volta nell’acqua ghiacciata. Di
nuovo una casella postale, questa volta un indirizzo in Finlandia. Cos’era andato
a fare laggiù? La lettera non conteneva nessuna spiegazione.
Non dava mai notizie di sé. «Qui tutto bene.» Sempre la stessa formula, anche
nella lettera successiva. «Buon compleanno mia adorata Ninuccia, sedici anni,
una vera signorina…» «… pronta ad affrontare il mondo.» «Qui tutto bene.»
Anche questa lettera era stata spedita dalla Finlandia, da Utsjoki. Nina controllò
sul telefonino. Utsjoki era un piccolo villaggio della Lapponia finlandese, al
confine con la Norvegia. Le altre lettere, non particolarmente numerose, erano
state a loro volta inviate da lì. Fino all’ultima: «Mia adorata Nina, già vent’anni,
devi essere davvero una giovane donna meravigliosa.» L’indirizzo di Utsjoki
doveva essere una sorta di casella postale. Era mai possibile che si trovasse in
Lapponia? Ma cosa ci faceva lì, sempre che effettivamente non si fosse
trasferito? Forse era davvero lì, così vicino a lei.

HAMMERFEST. ORE 9.

Tom Paulsen stava finendo di radersi. Nils cercò di mantenere un certo


contegno: era sovreccitato, ma si sforzava di restare con i piedi per terra.
Raccontò all’amico di quella telefonata, senza precisare la somma.
«Si tratta di una bella somma in ogni caso, ma non è questa la cosa
importante.»
«E non hai nessuna idea di chi potrebbe essere questo tizio?»
Sormi scosse la testa.
«Aspetto una lettera dell’avvocato entro la fine della settimana.
Quell’imbecille non si è voluto sbottonare. Non ci capisco davvero niente, ma in
ogni caso la cosa potrebbe accelerare il mio piccolo progetto sulla strada
panoramica.»
«A meno che non vogliano qualcosa in cambio, ci hai pensato?»
«E perché mai? L’avvocato non ha detto niente in tal senso. Un’assicurazione
sulla vita, per Dio, un tizio che ti ha preso in simpatia e che alla sua morte ti
lascia una fortuna. Punto e basta. Non devo dare niente in cambio. Sono cose che
succedono spesso.»
Il collega sembrava scettico. C’entrava forse qualcosa con quella faccenda?
«Hai idea di chi avrebbe potuto farti un simile regalo post mortem?»
«Nella mia famiglia di recente non ci sono stati lutti.»
Tom lo stava guardando di nuovo in un modo che gli fece sorgere qualche
dubbio.
«Vuota il sacco.»
«Non lo so, sto pensando a quell’incidente nella camera di decompressione, ai
messaggi che hai ricevuto, e…»
«E che ho ricevuto di nuovo due giorni dopo, esattamente le stesse parole, a
distanza di un’ora, come la prima volta, e poi di nuovo due giorni più tardi.»
«E così ci sono i messaggi, e adesso questa montagna di denaro. Cerca solo di
essere prudente, è tutto quello che voglio dirti.»
«Cosa intendi? Ti dispiacerebbe essere più preciso?»
«Ti sto dicendo semplicemente di fare attenzione. Qui lo sanno tutti che il
Texano ti aveva preso in simpatia.»
38.

SKAIDI. ORE 10.30.

I funerali di Lars Fjordsen erano previsti per mercoledì 12 maggio. Il


commissario Ellen Hotti aveva ripetutamente insistito sull’importanza di fare
chiarezza sulle circostanze della morte del sindaco prima della cerimonia. Troppi
politici e personalità avrebbero assistito al rito, ed Ellen Hotti non avrebbe
potuto sottrarsi a una pioggia di domande, cui era fermamente intenzionata a
rispondere. Klemet aveva cercato di protestare: non era competenza della polizia
delle renne, ma il commissario aveva spazzato via le sue obiezioni. Tutte le forze
dovevano essere mobilitate e che Klemet la smettesse di infastidirla con dettagli
da nulla. Klemet chiamò allora suo zio. Nils Ante aveva ritrovato il contatto di
cui gli aveva parlato. La zia di Nils Sormi abitava ad Alta, a poco più di un’ora
dal rifugio della polizia. Klemet avrebbe fatto in tempo a interrogarla prima del
ritorno di Nina, che sarebbe dovuta atterrare alle diciassette e diciotto
all’aeroporto di Alta. Così ne avrebbe approfittato per andare a prenderla. Le
avrebbe fatto piacere. Forse.
Al telefono rimase sul vago, la zia di Nils Sormi accettò comunque di vederlo.
Aveva una voce gradevole, roca. Da fumatrice. Come quella di Eva. Indagare sul
conto di Nils significava correre dei rischi. Avrebbe potuto essere accusato di
accanirsi, di voler regolare un conto personale, a maggior ragione dopo quello
schiaffo. Di voler affondare Sormi per poter giustificare a posteriori quelle
indagini approfondite. «Avete visto, avevo ragione a non fidarmi di lui.» Klemet
faceva fatica ad ammetterlo, ma un dettaglio non gli dava pace: quella macchia
di vomito sulla manica della tuta di Sormi. Non gliene aveva parlato. Nemmeno
al lago, quando avevano avuto quel chiarimento. Si trattava di un dettaglio che
strideva con l’immagine generalmente associata al cocco delle compagnie
petrolifere, a quel giovanotto arrogante che trafficava chissà cosa con Tikkanen.
Perché Klemet non riusciva a liberarsi da quella sensazione? Lui, poliziotto
razionale per eccellenza, tenuto in scacco da una volgare macchia di vomito.
Dopo un’ora di strada bussò alla porta di una graziosa casetta di legno giallo
ridipinto di fresco. Alle finestre bordate di bianco c’erano delle tende.
Perlomeno non era laestadiana. Gli adepti di quella corrente luterana erano
numerosi ad Alta. Venne ad aprirgli una donna sulla cinquantina che lo guardò
divertita. Klemet rimase confuso e cercò di immaginare il suo aspetto con
quell’uniforme grigio scuro e quegli scarponi da trekking. Si tolse il chapka, pulì
le scarpe e se le sfilò. Lo zio Nils Ante non gli aveva mentito: si trattava di una
bella donna dai capelli neri, palesemente tinti, sicura di sé. Un po’ come Nils
Sormi, ma senza l’arroganza del giovane sommozzatore. Suo zio gli aveva
raccontato che Sonia Sormi non si era mai sposata, cosa che non le aveva
impedito di avere una vita sentimentale di tutto rispetto, condotta generalmente
con la massima discrezione. Klemet non aveva cercato di scoprire se suo zio
comparisse sulla lista sentimentale della bella cinquantenne. Sonia Sormi
insegnava gastronomia in una scuola professionale di Alta specializzata in
meccanica. I suoi alunni consideravano il suo corso facoltativo come una valvola
di sfogo, e la cosa non la disturbava. Lo fece accomodare in cucina, dove li
aspettava una caffettiera fumante. La donna riempì due tazze, si sedette, sorrise a
Klemet e si mise in attesa.
«Gradirei che questa conversazione restasse tra noi.»
Sonia Sormi rispose con un’aria interrogativa e, proprio come prima, divertita.
Klemet rimpiangeva di non essersi preparato. Cosa sapeva di Sormi?
Il sommozzatore che aveva recuperato il corpo di Erik Steggo.
Aveva uno stretto rapporto con Tikkanen.
Si trovava sull’hotel galleggiante al momento dell’esplosione del cassone che
era costata la vita a due uomini con cui aveva litigato poco tempo prima. Più di
chiunque altro sapeva maneggiare una camera di decompressione e provocare un
incidente. Era per caso d’accordo con l’uomo riconosciuto dalle prostitute russe
e ritrovato annegato allo Stretto del lupo? Perché non ci ho pensato prima? Di
fronte a lui, Sonia Sormi rispettava il suo silenzio e beveva il caffè a piccoli
sorsi.
Nils, Erik, Juva, tre amici d’infanzia.
«Vorrei capire un po’ meglio la personalità di Nils.»
«Perché, lo sospetti forse di qualcosa?»
«Nient’affatto, ed è proprio questa la ragione per la quale desidero che tutto
ciò resti tra noi. Non vale la pena ingigantire la cosa. Se ti dà fastidio, tolgo
subito il disturbo.»
«No, resta.» Posò la mano sulla tazza di Klemet e quel gesto lo colpì, come se
lei gli avesse toccato la mano, gli parve quasi di sentirne il calore.
«È il tipo che serba rancore?»
«Che domanda strana! Se serba rancore?» Scosse la testa. «Non lo so, un po’
come tutti, immagino. Nils ha trascorso molto tempo a casa mia quando i suoi
genitori l’hanno allontanato dal mondo sami.»
«Allontanato?»
«Sì, allontanato. Non potrei esprimermi altrimenti. Mio fratello e sua moglie
vivevano a Kautokeino. Nils è cresciuto lì, ma era ancora piccolo quando hanno
deciso di mandarlo sulla costa, da me per l’esattezza. È stata principalmente una
decisione di mia cognata. La cosa non mi creava problemi: io non avevo né
marito né figli. Abitava con me quando ha visto un sommozzatore per la prima
volta. Era così eccitato.»
«Non sapevo che ci fossero dei sommozzatori anche ad Alta.»
«All’epoca abitavo ancora a Hammerfest. Lavoravo nell’industria ittica, prima
che il gas facesse man bassa su tutto. Per Nils è stata una manna caduta dal cielo.
I suoi genitori l’hanno spinto a iniziare quel mestiere. Erano troppo felici di…»
«Allontanarlo?»
«Proprio così.»
«Continuo a non capire.»
«Sei sami?»
«Non si vede?»
«No, non direi.»
«Penso di dover rispondere di sì alla tua domanda.»
Sonia rise.
«Non sembri molto sicuro del fatto tuo…»
«Hai capito tutto.»
Sonia lo contemplò per un attimo con aria solenne e benevola.
«Non è una bella storia, ma come tutti, anche tu, se sei un sami di città, ne
conosci degli stralci. Mio fratello è un brav’uomo, ma piuttosto fragile. I nostri
genitori sono cresciuti con un malinteso nella testa. Nella nostra famiglia per
molto tempo sono stati fieri di uno dei nostri avi.»
Si fermò a riflettere, come se contasse.
«Il nostro bisnonno, o qualcosa del genere, forse un antenato persino più
lontano. Aveva fatto il giro dell’Europa. All’epoca non era una cosa comune, te
lo assicuro. A casa dei miei nonni c’erano delle foto e dei ricordi di questi
viaggi. Poi negli anni Settanta, o forse negli anni Ottanta, abbiamo iniziato a
pagarne le conseguenze in maniera inaspettata. Ero molto giovane, mio fratello
un po’ più grande di me.»
«A pagarne le conseguenze?»
«Se non mi sbaglio un giorno, durante la manifestazione contro la diga di
Alta, mio fratello è stato malmenato da alcuni militanti. Sai bene che all’epoca i
sami erano molto politicizzati, come mai prima d’allora.»
Klemet ascoltava in silenzio. Lo sapeva fin troppo bene.
«Denunciavano la politica colonialista e le sue malefatte e uno di quei giovani
si è ricordato che il famoso bisnonno o non so bene cosa, era stato…»
«Sì?»
«Esposto durante le fiere. Come un fenomeno da baraccone. Sai che
all’epoca…»
Klemet annuì.
«Era un’altra epoca e nella nostra famiglia avevamo sempre vissuto quella
storia come motivo di orgoglio: il bisnonno che era stato scelto per fare il giro
d’Europa, con tutte quelle foto in cui posava orgoglioso, con qualche renna e la
famiglia al gran completo. Poi quei manifestanti hanno distrutto tutto. Il nostro
avo era stato una vittima vergognosa e consenziente della politica razziale
dell’epoca e non doveva, non poteva in nessun modo essere motivo di orgoglio.
All’epoca i diverbi sono stati molto duri e mio fratello non era pronto per tutto
questo. Si è chiuso in se stesso. Sono stata molto preoccupata per lui. Non osava
più uscire di casa.»
Sonia si alzò per riempire nuovamente le tazze di caffè. Klemet avvertiva il
suo turbamento.
«Quel bisavolo è diventato un argomento tabù nella nostra famiglia. Mio
fratello ce l’aveva con i nostri genitori per averci cresciuti con quella falsa
convinzione.»
«Non era colpa loro. All’epoca era così.»
«Vallo a spiegare a un adolescente. Per lui è stata molto più dura che per me.
Non so cosa gli abbiano detto quei tizi all’epoca, ma l’hanno sconvolto, al punto
da portarlo al rifiuto totale del folclore legato all’allevamento delle renne.»
«E il legame con Nils oggi?»
«Non lo so, in ogni caso Nils non è al corrente di questa storia. Quel che è
certo è il motivo per cui i suoi genitori l’hanno allontanato da casa sua, dal
mondo degli allevatori, perché potesse fuggire da tutto questo. Dalla nostra
storia.»

Klemet aveva lasciato Sonia Sormi a malincuore. Chissà, forse un giorno


l’avrebbe rivista. Gli aveva mostrato alcune fotografie e lui si era sentito a
disagio. Era stato sul punto di raccontarle la sua storia, quella di suo nonno,
anche lui cacciato dal mondo degli allevatori perché aveva perso le sue renne.
Erano ragioni diverse, ma che facevano altrettanto male. E poi la storia di suo
padre, costretto a convivere con quella sorta di onta. L’ironia di quella situazione
non gli sfuggiva: quello stronzetto di Sormi e lui erano in fin dei conti più simili
di quanto non avrebbe mai ammesso.
Uscendo dalla casa di Sonia, si diresse verso l’autonoleggio situato sulla E6,
la strada per l’aeroporto, accanto alla piccola zona industriale vicino al fiordo.
La neve si era sciolta più rapidamente rispetto all’entroterra. Klemet si fermò
davanti all’insegna appesa sopra l’entrata di un hangar. Un tavolo e due sedie da
campeggio creavano una sorta di sala d’attesa improvvisata davanti a una
porticina, accanto all’ingresso principale dell’hangar. Un uomo fumava mentre
lo osservava scendere dall’auto. Un cappellino gli ricopriva quasi del tutto gli
occhi. Klemet lo salutò e gli spiegò il motivo della sua venuta. L’uomo si alzò
lentamente e fece ritorno con un raccoglitore che appoggiò sul tavolo traballante.
Invitò Klemet ad accomodarsi e gli servì una tazza di caffè. Non aveva ancora
pronunciato una parola. Aprì il classificatore alla pagina desiderata: il contratto
per il noleggio del furgoncino ritrovato in fondo allo stretto era a nome di un
norvegese. Klemet gli mostrò le foto dei tre uomini. La cenere in fondo alla
sigaretta sfrigolava. Cadde sulle fotografie e l’uomo non fece nulla per toglierla.
Indicò con un dito uno dei visi. Klemet guardò la fotocopia della patente: la
fotografia era la stessa del passaporto. I due documenti dovevano essere stati
contraffatti allo stesso tempo. Si trattava effettivamente di Knut Hansen. Chi era
costui? Anche il passaporto dell’altro era falso? E Anta Laula, cosa ci faceva con
quei due? Perlomeno lui era stato identificato. Il commissario Ellen Hotti gli
aveva raccomandato di non distrarsi. L’inchiesta della polizia delle renne doveva
vertere sulla questione Sikku, sul mondo degli allevatori e sugli eventuali legami
con la morte di Fjordsen. Lascia perdere tutto il resto, aveva insistito. Non sei
l’unico poliziotto della regione. Klemet sapeva che i suoi colleghi avevano già
telefonato all’uomo dell’autonoleggio per verificare il nome del conducente. Lo
sapeva. Non aveva motivo di trovarsi lì. Non era compito suo. Ma era proprio
accanto all’aeroporto, e visto che aspettava Nina…
Klemet sfogliò il resto del registro. Osservò l’uomo, quel che restava della
sigaretta in un angolo della bocca. Sperava che altri nomi attirassero la sua
attenzione. Intanto ripensava a Fjordsen. Il sindaco di Hammerfest avrebbe
potuto attirare vecchi nemici, ma nessuno di quei nomi gli diceva nulla. Questo
non voleva dire niente. Se il tizio del furgoncino aveva dei documenti falsi anche
altri potevano averne. Prese nota dei nomi, si fece fare una fotocopia della
patente, vera o falsa che fosse. Nel furgoncino non era stata ritrovata nessuna
patente, eppure doveva pur essere da qualche parte, nel caso, per esempio, di un
controllo stradale.
Era necessario che la patente coincidesse con il contratto di noleggio.
Impantanarsi su una volgare patente.
«Non hai notato niente quando questo tizio è venuto a noleggiare il
furgoncino?»
Klemet si domandava se l’uomo fosse in grado di aprire la bocca per
articolare delle parole udibili e aspettava curioso.
L’uomo scosse il capo. No, non aveva notato niente.
«Come ha pagato?»
«Non ha pagato.»
Klemet rimase quasi stupito nell’udire la sua voce, lenta e cavernosa. Non ha
pagato.
«Doveva pagare alla consegna? Avrai preso il numero di carta di credito?»
«Non aveva nessuna carta di credito. Ha mostrato il biglietto da visita di una
società, con il suo nome, e ha lasciato le generalità di un altro tizio che si faceva
garante. Se ho ben capito, il suo capo.»
«E non ti è sembrato un po’ strano?»
«Da queste parti è frequente, con tutte le compagnie che lavorano in appalto.»
«E hai verificato?»
«In questo paese ci si fida della gente.»
«Posso vedere questo biglietto da visita?» chiese Klemet.
Era pinzato insieme al contratto. Klemet scattò una foto del biglietto da visita
poi lo girò. Scoprendo il nome del garante rimase immobile a gustarsi il
momento. Com’era possibile che i suoi colleghi si fossero lasciati sfuggire un
dettaglio simile?
«Lo hai detto ai poliziotti che ti hanno interrogato?»
«Mi hanno chiesto solo di verificare il nome sul contratto.»
«E questo non l’hanno visto?» chiese Klemet indicando il biglietto.
«Per telefono è un po’ difficile.»
«E tu non glielo hai detto.»
«Non me l’hanno chiesto.»
Klemet sentiva che insistere non sarebbe servito a niente. Sollevò lo sguardo
al di sopra del fiordo e poi guardò l’orologio. Nina stava per atterrare.
ALTIPIANO DI KVALSUND. NEL POMERIGGIO.

Era da quella mattina che Anneli percorreva la vallata lungo Ravdojavri,


superando il colle tra Unna Jeahkiras e Skoletoppen. Lo sforzo fisico richiesto da
quella lunga escursione con gli sci l’aiutava a calmarsi. Si fermò sulla riva del
lago gelato di Handdljavri e osservò la superficie. Con il sole che splendeva, la
neve che ricopriva una parte del lago era umida e pesante, a tratti sciolta. Lo
strato di ghiaccio era ancora abbastanza spesso da reggere il suo peso. Per la
neve non poteva dirsi altrettanto. Si trattava di siebla: la neve che inizia a
sciogliersi ma che, presto quel mattino, si era nuovamente congelata per tornare
a essere tjarva e poi sciogliersi nuovamente. Quando col freddo della notte la
neve tornava essere tjarva e a indurirsi, le renne dovevano essere sorvegliate con
attenzione ancora maggiore, perché potevano approfittarne per allontanarsi.
Anneli aveva trascorso parte della notte a sorvegliarle insieme agli altri, in modo
da assicurarsi che non si disperdessero prima dell’ultima fase della transumanza
che avrebbe dovuto portarle fino allo stretto e poi oltre, sull’isola della Balena.
Aveva aspettato che la neve ricominciasse a farsi molle, quella mattina, prima di
allentare la morsa della sorveglianza. Nella piccola valle dove pascolavano le
renne lo strato di neve era ancora piuttosto consistente e arrivava fino al ventre
degli animali, cosa che li frenava. Ormai era una questione di giorni. Avrebbe
dovuto riposarsi quella mattina, ma aveva troppe idee per la testa. Dopo aver
fatto colazione con Susann e gli altri sotto la sua tenda, si era infilata gli sci e
aveva annunciato che sarebbe tornata nel pomeriggio.
Anneli scivolava sulla neve, senza lasciarsi frenare dalla difficoltà. Quel
giovedì di sole incrociò qualche famiglia norvegese che andava a fare un giro
con gli sci. Almeno loro non utilizzano gli scooter in questa zona così delicata.
Anneli segnalò loro la presenza del branco poco distante e quelli la ringraziarono
prima di proseguire verso un’altra valle. Se solo tutti fossero stati così
ragionevoli, pensò Anneli, la Lapponia sarebbe stata abbastanza grande per tutti.
Attraversò il lago. In certi punti era solo ghiaccio quasi trasparente e si
meravigliò delle tinte sgargianti che i riflessi del sole gli conferivano.
Abbandonò un attimo il lago per risalire sul fianco della collina. La sua roccia
non era più ricoperta di neve. La loro roccia. Era rimasta a bocca aperta quando
Erik l’aveva condotta lì per la prima volta: erano trascorsi due anni. Anche allora
era primavera, ma una primavera più mite, più calda, la meravigliosa primavera
della loro promessa. Si erano spinti fino a lì con gli sci ed Erik, senza dirle
niente, l’aveva invitata a lasciare gli sci accanto ai suoi sulla riva del lago e a
seguirla. Si erano arrampicati, non per molto, fino in cima alla collinetta. Sul
versante sud-est si dominava il lago e s’intravedeva il fiume Kvalsund, ancora
gelato. Verso nord-ovest si distingueva chiaramente l’isola della Balena, al di là
dello stretto.
Con aria misteriosa Erik aveva tirato fuori dal grosso zaino una pelle di renna
che aveva disteso sulla neve, contro una roccia. La cima della collina era a pochi
metri da loro, dietro grosse rocce grigie ricoperte di licheni bruni e gialli. Erik
aveva preso anche un thermos e delle tazze in legno di betulla. Aveva previsto
ogni cosa, e Anneli si era sentita invadere dalla felicità. Si era rimesso lo zaino
in spalla e senza dire una parola l’aveva presa per mano. L’aveva portata
sull’altro lato della cima, quello meridionale, e poi le aveva fatto strada fino a
una pietra appuntita e ritta verso il cielo, che sembrava staccarsi dalla cima e
pendere leggermente verso il vuoto. Era alta quanto lui. La terra intorno alla
roccia era ricoperta di neve. Erik si era inginocchiato e aveva preso dallo zaino
un palco di renna. «Te lo ricordi?» Sì, se lo ricordava. Qualche giorno prima,
mentre facevano una passeggiata al mercato di Kautokeino durante le festività
pasquali, avevano trovato uno dei suoi prozii che vendeva palchi dalle forme
straordinarie. Erik l’aveva presa per mano e insieme si erano divertiti a
interpretare quelle forme. Erik si era scusato di non essere dotato di un animo
molto poetico, Anneli si era limitata a sorridergli, colpita dalla sua umiltà. Il
poeta è colui che sente la bellezza delle cose, gli aveva detto con dolcezza. Non
servono le parole per vedere il bello. Lui le aveva stretto la mano, visibilmente
commosso e lei gli aveva mostrato un palco le cui corna sembravano ripiegarsi
le une sulle altre. Erik si era lamentato per il prezzo con suo zio e lo aveva
accusato di volergli vendere un palco di maschio castrato al prezzo di uno non
castrato. Le negoziazioni erano andate avanti per un po’ e Anneli alla fine aveva
notato un palco la cui forma ricordava un albero genealogico, di rara regolarità e
delicatezza. Non era molto grande, ma era una vera opera d’arte. Lo zio aveva
assunto un’espressione maliziosa e, squadrando il nipote, aveva strizzato
l’occhio ad Anneli dichiarando che non era in vendita. C’era mancato poco che
Erik non lo prendesse a pugni, allora lo zio era scoppiato a ridere e aveva
dichiarato solennemente che era il palco di un maschio non castrato e che glielo
avrebbe regalato. Si erano messi tutti a ridere ed Erik aveva inseguito lo zio
fingendo di volergliele dare di santa ragione. Dei momenti di gioia semplice e
pura. Lo zio poi si era nuovamente fatto serio e si era avvicinato ai due giovani.
Questo palco, aveva raccontato, non è in vendita perché mi è stato regalato da un
commerciante finlandese molto tempo fa. Il commerciante era divorato dai
rimorsi perché lo aveva preso su una roccia sacra indicatagli da un vecchio
allevatore che non c’era più molto con la testa. Per di più, aveva fatto bere il
vecchio lappone. Erik aveva guardato lo zio con sguardo serio e aveva garantito
che con lui il palco sarebbe stato in buone mani. Ed ecco che Erik aveva preso
dallo zaino proprio quel palco. Questo è fatto per noi, le aveva detto. Volevo il
palco di un maschio non castrato, aveva aggiunto con uno sguardo serio e
infantile allo stesso tempo, perché sono più duri e resistenti di quelli dei maschi
castrati e io ne desideravo uno resistente quanto l’amore che provo per te.
Quel giorno Erik aveva osato chiederla in moglie. Aveva messo il palco dietro
la roccia sacra, la loro roccia sacra, che puntava verso nord.
Era dalla morte di Erik che Anneli non tornava alla roccia. Allungò una mano
per sentire il palco e si sentì invadere da un’ondata di calore. Chiuse gli occhi
per un attimo e pregò come facevano i sami quando tornavano alla loro fede
tradizionale, nel segreto della loro anima, lontano dagli occhi del mondo.
39.

AEROPORTO DI ALTA. ORE 17.30.

A Klemet bastò un’occhiata per capire che il viaggio di Nina era andato male.
La giovane dai capelli biondi aveva i tratti del viso tirati. Gli occhi azzurri
tendevano al grigio, tanto era accigliata. Le rivolse un sorriso, ma lei non si
sforzò di ricambiare. Nina nascondeva raramente le proprie emozioni. Niente
finzioni, niente commedie.
Si fermò all’uscita dell’aeroporto e fece un profondo sospiro, poi andò a
sedersi a un tavolo di legno e appoggiò la valigia sulla panca.
«Se fumassi, adesso mi farei una sigaretta.»
«Vado a prenderti un caffè.»
Klemet fece ritorno con due tazze fumanti.
«I tuoi genitori sono ancora vivi?» gli chiese.
Klemet cercò di ricordare se ne avessero già parlato. Probabilmente no. Nina
non attese la sua risposta.
«Io ho appena perso mia madre. Non è morta, ma l’ho perduta.»
Parlava in fretta e Klemet l’ascoltava senza interrompere.
«Come ho potuto sopportarla per tutti questi anni? Klemet, sii sincero, a volte
mi trovi strana?»
«Strana? Cosa intendi?»
«Non lo so, ho delle reazioni… strane.»
Klemet la fissò intensamente. Strana. Ovvio che la trovasse strana: una
ragazza del sud da quelle parti era già una cosa strana di per sé. E poi quel vezzo
di sfoderare sempre la macchina fotografica, e i suoi commenti quando in gioco
c’erano delle donne, tutto ciò era un po’ strano, ma non più di tanto.
«No, non direi. Mi sembri piuttosto… normale.»
«Ah, normale…»
Tenne gli occhi chiusi per un po’, poi li riaprì e lo fissò.
«Ho una pista per ritrovare mio padre. Penso che abbia conosciuto il mondo
delle immersioni meglio di chiunque altro. Forse potrà dirci che cosa ci faceva lì
Anta Laula. E poi c’è dell’altro, lo sento.»
«Nina, lo sai che l’istinto…»
«Oh ti prego, non ricominciare con questa storia.»
«Non avrai intenzione di seguire questa pista solo per rimetterti in contatto
con tuo padre, per caso?»
«Nient’affatto, non sai quel che dici, l’inchiesta stagna, come sempre, e in
qualche modo bisogna andare avanti.»
«E così si tratta solo del tuo istinto?»
«Lascia in pace il mio istinto, io almeno non prendo a schiaffi i sospettati.»
Klemet non rispose subito. Stava sorseggiando il suo caffè. Ognuno solo col
suo broncio. Nina sembrava proprio una bambina immusonita. Quell’aspetto le
donava e per poco Klemet non glielo disse, ma preferì evitare, temendo di
prendersi in faccia il caffè bollente.
«È stato Gunnar Dahl a noleggiare il furgoncino.»
«Cosa?»
«Il furgoncino nel quale quei tre sono morti annegati, Anta Laula e gli altri
due. Gunnar Dahl si era fatto garante per il noleggio ad Alta, sono andato a
controllare prima che tu atterrassi.»
«Dahl? Ma è assurdo. E lui cos’ha detto?»
«Non l’ho ancora interrogato.»
Nina guardò l’ora.
«Mi aveva detto che non conosceva Laula. Mi ha mentito. Sotto il suo abito da
pastore si nasconde un individuo falso e spregevole.»
«Forse, o forse no, nel caso in cui conoscesse uno degli altri occupanti del
furgoncino.»
«In ogni caso Dahl aveva interesse a eliminare Steel e Birge. In seguito si è
dato da fare per eliminare gli autori materiali del delitto. La presenza di Laula
nel furgoncino poteva essere una pura coincidenza. Formalmente non fa una
piega.»
«Formalmente un norvegese non fa fuori un concorrente in Norvegia per
avere più concessioni quando, in questo momento, le concessioni sono
distribuite a cani e porci, vista la volontà del governo di sviluppare l’industria
estrattiva nel Mare di Barents.»
«Fantastico, e così adesso sei diventato uno specialista in materia?»
«Eva mi ha spiegato ogni cosa.»
«Certo, la cara Eva» disse Nina incupendosi.
«Allora, andiamo o no?»
Nina portò la valigia fino all’auto senza aspettare Klemet e prese posto sul
lato del passeggero. Klemet la raggiunse molto lentamente.
«Dove ti porto?»
Era ancora presto. Nina ripensò al messaggio ricevuto mentre era in viaggio a
sud.
«Puoi portarmi a Hammerfest?»
Era a sole due ore di strada e avrebbe potuto cambiarsi in fretta al rifugio di
Skaidi. Quella sera aveva bisogno di distrarsi un po’.

Quando Anneli si era rimessa per strada, era ancora presto. Era arrivata fino al
ponte di Kvalsund, lo aveva attraversato a piedi e si era diretta verso la roccia
che sorgeva sulla riva dello stretto, la stessa su cui un tempo gli allevatori
andavano a lasciare un’offerta prima di far attraversare le renne. Come l’ultima
volta, vi girò intorno, sfiorando la roccia con le mani e cercando di capire
cos’era potuto succedere. Ai piedi della roccia la neve era scarsa e il lato
orientato verso il sole trasudava goccioline. La primavera iniziava a lasciare il
segno. Anneli scorse delle monetine negli stretti recessi della pietra, ma non
riusciva ad alzarsi abbastanza per vedere cosa potesse nascondere quel
ricettacolo di preghiere segrete. Si accovacciò, cercando di farsi piccola piccola
nella fenditura scavata tra quelle che assomigliavano alle gambe della roccia. Per
un attimo si sentì bene. Chiuse gli occhi e lasciò errare il proprio spirito. Poi si
rialzò, fece nuovamente il giro della roccia continuando ad accarezzarla, senza
preoccuparsi dei graffi sul palmo della mano, finché non scorse un braccialettino
di cuoio. Lo riconobbe immediatamente. Lo strinse con la mano imperlata di
gocce di sangue, ne assaporò per un attimo la finezza, dopodiché afferrò il
cellulare.
40.

BLACK AURORA. HAMMERFEST. ORE 20.50.

Nils Sormi e Tom Paulsen stavano bevendo una birra seduti ai tavolini
all’aperto. Nils contemplava la baia di Hammerfest col gomito appoggiato al
bancone che aveva fatto installare lui stesso. Durante la notte, lungo l’isola di
Melkøya, era arrivata una gigantesca petroliera. L’Arctic Princess,
un’imbarcazione per il trasporto di gas naturali liquefatti di quasi trecento metri
di lunghezza, costruita apposta per recuperare il gas nel giacimento di Snø-Hvit,
scintillava in lontananza. Le quattro enormi cisterne arancioni di forma
semisferica sul ponte, appariscenti quanto lo scafo, esprimevano tutta la potenza
di quell’immane progetto ancora agli albori. Ben presto l’intero Mare di Barents
sarebbe stato un fermento di attività, come era stato per il Mare del Nord a
partire dagli anni Settanta. Le navi che dovevano svolgere gli studi sismici
stavano già sgomitando: era arrivato il loro turno. L’eccitazione era tale che
quando, dopo negoziazioni durate tre decenni, i russi e i norvegesi avevano
finalmente firmato gli accordi per delimitare le rispettive frontiere marittime nel
Mare di Barents, l’Harrier Explorer, un’imbarcazione per gli studi sismici che
batteva bandiera norvegese, aveva levato l’ancora alla volta della zona di
confine, ritenuta ricca di idrocarburi nel giro di pochi minuti dall’entrata in
vigore dell’accordo. Sì, era davvero arrivato il loro turno.
L’hotel galleggiante Bella Ludwiga, tutto spigoli, sfigurava accanto all’Arctic
Princess. Sembrava una scatola da scarpe galleggiante. Nils Sormi ripensava
all’incidente avvenuto sul retro dell’hotel che era costato la vita a Steel e a Birge.
Bevve una sorsata di birra ambrata. I due non dovevano aver sofferto. In ogni
caso era quello che sperava. Riusciva a immaginare nei minimi dettagli quello
che era successo nel momento in cui la camera di decompressione era stata
aperta. Henning doveva aver capito quello che stava per succedere, forse aveva
avuto il tempo di provare paura. Ma Steel? Steel non era un ex sommozzatore.
Henning lo era stato da giovane. Forse aveva avuto il tempo di capire che le sue
cellule stavano per essere polverizzate sotto l’effetto della brutale
decompressione. Nils aveva visto le fotografie. La pelle gonfia e staccata dalle
ossa del viso, una maschera assurda, orribile, che ricordava quelle grottesche
scolpite da certi popoli primitivi.
«Stai pensando a quell’assicurazione?» gli chiese il compagno.
«Sì, una sorpresa non da poco. Non ci capisco davvero niente, in ogni caso
puoi stare certo che mi terrò i soldi.»
«Credi che potrebbe essere un lascito dell’americano?»
Nils vedeva i resti di Steel come se li avesse avuti davanti agli occhi in quel
preciso istante. La parte superiore del cranio e il cervello del Texano non erano
stati ritrovati. Il suo braccio sinistro era stato raccolto a dieci metri dal cassone,
staccato dalla spalla.
«Di Bill? In effetti gli andavo a genio. Strano.»
«Aveva fatto di te il sommozzatore di punta della South Petroleum a
Hammerfest. Apprezzava parecchio il tuo lavoro.»
«Quel grandissimo porco che si voleva fare la mia ragazza.»
«Era ubriaco.»
«Un grandissimo porco che mi ha umiliato davanti a tutti.»
«Nils, fa’ attenzione a quello dici in pubblico.»
L’amico aveva parlato con un tono calmo. Teneva sinceramente a metterlo in
guardia, Nils lo sapeva, perché si preoccupava per lui. Nils si perse nei suoi
pensieri.
«La sola cosa intatta che è rimasta di lui è il berretto dei Chicago Bulls. Oltre
al danno la beffa.»
«Hai idea di chi possa aver inviato quel messaggio?»
«Dal profondo? Stai forse ipotizzando che possa esserci un legame con quel…
quell’incidente? E che genere di legame, allora? Vuoi dire che la cosa potrebbe
collegarmi alla loro morte?»
«Devi pensare a tutto, prima che altri lo facciano al posto tuo. Con quella cifra
astronomica che stai per ricevere, la gente si porrà delle domande, in particolare
la polizia. Forse faresti meglio a prendere l’iniziativa e andare a raccontare
tutto.»
Nils lo guardò senza comprendere, il che non accadeva quasi mai, perché
Paulsen era la persona di cui si fidava di più al mondo, la persona che lo capiva
meglio di chiunque altro. Ma sarebbe stato pronto a capire tutto, davvero tutto?
«Voglio semplicemente dire» proseguì Paulsen, «che farti avanti potrebbe
aiutare a smontare certi sospetti.»
Nils restò in silenzio a lungo. I due bevevano la birra a piccole sorsate, senza
preoccuparsi degli avventori che riempivano il Black Aurora, lanciando occhiate
nella loro direzione e rivolgendo loro dei cenni. Nils non prestava attenzione né
alla musica né ai saluti. Non doveva neanche preoccuparsi di Elenor, tornata a
Stoccolma per qualche giorno. Quando non era con lui, quello che faceva non gli
interessava. A Stoccolma nessuno lo conosceva, la sua immagine non poteva
uscirne offuscata.
«Mi è successa una cosa di recente» riprese Nils fissando l’Arctic Princess.
L’amico lo osservava con intensità. «Qualche giorno fa. Stavo…»
Doveva raccontarglielo o no? Nils esitava. Tom avrebbe potuto capire, ma
Nils aveva dei dubbi. Era davvero in grado di formulare quello che gli era
successo, di spiegare quello che l’aveva portato a fare quello che aveva fatto?
Non voleva deludere l’amico. Tom era l’unica persona che desiderava poter
guardare in faccia, in qualsiasi circostanza. Un giorno, sott’acqua, la sua vita
sarebbe dipesa da quello.
In quel momento furono raggiunti da Juva Sikku. Doveva essere la prima
volta che l’allevatore metteva piede al Black Aurora, si vedeva dal suo
atteggiamento imbarazzato. Nils lo fermò con uno sguardo. Ci mancava solo che
lo vedessero con quel pezzente. Sikku si tenne a distanza, aspettando un segnale
di Sormi.
«Ci vediamo tra un’ora al Riviera Next» disse Nils al compagno.
Con un cenno del mento indicò a Sikku l’uscita.

Entrando al Black Aurora, per poco Nina non urtò Tom Paulsen. Aveva fatto
in tempo ad andare a cambiarsi al rifugio di Skaidi, poi Klemet l’aveva
accompagnata lì prima di andare a parcheggiare il pick-up.
Nel vedere il sorriso del sommozzatore sentì nuovamente la sensazione di
calore e fiducia provata al lago. Gli occhi a mandorla, le labbra carnose.
Quando si erano visti? Ieri. Ieri? Era possibile che avesse già avuto il tempo di
andare a trovare sua madre? Incredibile. Un brutto sogno. Eppure rivedeva il
viso scavato e gli occhi inquisitori come se fossero ancora lì davanti a lei. Era
così brava a farti sentire in colpa senza una parola. Nina s’incupì, e quando Tom
si rese conto di quel cambiamento, smise di sorridere.
«Si direbbe che hai bisogno di tirarti un po’ su il morale. Sempre per via di tuo
padre?»
Nina seguì Tom nel bar all’aperto senza farsi domande. Non era abbastanza
conosciuta da quelle parti perché la cosa desse nell’occhio. In ogni caso quella
sera non gliene importava niente. Lui le portò un gin-tonic. Lei non ne andava
matta, ma lo accettò comunque. Attraverso la vetrata vide Klemet che entrava
cercandola con lo sguardo. Vedendola in compagnia, prese posto all’interno del
bar. Nina gliene fu grata. Sorrise a Tom.
«Pensavo che non lo avrei mai più rivisto, e invece forse si trova qui vicino e
forse uno di questi giorni riuscirò a trovarlo; la cosa mi dà le vertigini.»
«Mi dicevi che era un sommozzatore.»
«Prima pescatore, poi sommozzatore. Ha iniziato a metà degli anni Settanta.»
Tom Paulsen fischiò facendo una smorfia. Una smorfia carina e allo stesso
tempo piena di sottintesi.
«Posso solo immaginare quell’epoca, ma quando vedo lo stress al quale ci
sottopongono oggi, mi dico che ci voleva del fegato per fare questo mestiere a
quei tempi.»
«O dell’incoscienza?»
«Circolano parecchie storie su quell’epoca, storie incredibili, in parte dicerie
ma anche molti incidenti reali. E vittime. Decine di vittime nel Mare del Nord.
Vite spezzate, gente che non è più in circolazione: non c’è più posto per loro in
questo settore.»
«Non c’è più posto per loro?»
«Non fa bene al morale della truppa.»
«È forse una critica?»
«Ho scelto questo lavoro perché è ben pagato, non me ne vergogno. In seguito
vi ho scoperto uno spirito molto particolare, è un lavoro di squadra; prendi per
esempio me e Nils. Si può pensare quello che si vuole di lui, ma rischierebbe la
vita per me, ne sono certo. Molte persone che hanno messo a repentaglio la loro
vita per il petrolio sono state abbandonate a loro stesse. Oggi la situazione è più
regolamentata, ma in questo settore sono successe molte cose poco corrette.»
Nina contemplò in silenzio il bicchiere vuoto.
«Mi domando se anche mio padre avesse un compagno d’immersioni.»
«Di sicuro ne aveva uno, e se tuo padre è il tipo di persona che immagino
quando ti vedo, deve aver rischiato la vita per lui.»
Nina lo guardò aggrottando la fronte.
«Ma tu non mi conosci.»
Tom Paulsen le rispose con un sorriso e, con un gesto delicato, le fece strada
verso l’esterno.

Klemet si era chiesto se fosse il caso di restare al bar o se fosse meglio tornare
a Skaidi. Aveva visto Nina uscire con il compagno di Nils Sormi e la cosa non
gli andava giù. Quei sommozzatori pieni di soldi, cui bastava schioccare le dita
per… Un attimo, quella situazione gli ricordava la sua giovinezza non troppo
brillante dal punto di vista amoroso, quando gli toccava aspettare all’uscita dalle
feste le ragazze che avevano passato la serata a flirtare con gli altri prima di
riaccompagnarle a casa. Klemet il simpaticone, l’amico affidabile e leale,
dicevano, che come ringraziamento si accontentava di un bacetto all’angolo
della bocca, non come quegli arrapati che non le lasciavano tranquille finché non
erano riusciti a infilare le loro manacce dappertutto.
Quella sera soltanto un caffè, pensò Klemet ricordando un sonoro schiaffo che
Nina gli aveva assestato quella volta che l’aveva baciata per… errore?
D’accordo, avevo bevuto, e di solito non bevo mai, ma baciare Nina era stato un
errore? Sì, vecchio mio, un errore. In ogni caso non avrebbe dovuto farlo da
ubriaco. Che idiota. Terreno minato: una collega e soltanto una collega. Punto.
Non come Eva. Pensava a Eva ma rivedeva Sonia. Sonia Sormi, la bella zia.
Aveva voglia di essere in sua compagnia quella sera. Era certo che l’avrebbe
rivista, ma dannazione, perché lei si trovava ad Alta, e lui lì ad aspettare non
sapeva bene cosa, che Nina smettesse di ubriacarsi in compagnia di un tizio con
un sorriso da cartellone pubblicitario? Caffè, soltanto caffè. Sonia Sormi. La
storia che gli aveva raccontato l’aveva turbato. Quel bisnonno esposto come in
uno zoo. Che cosa gli diceva quella storia sul conto di Sormi? Niente in fin dei
conti, visto che lui non ne sapeva niente, ma Klemet non ne era poi così certo. I
suoi genitori avevano fatto di tutto per spingerlo verso il settore petrolifero, e lì
quel piccolo arrogante di Sormi sembrava proprio nel suo elemento. Il giovane
Sormi, l’orgoglio delle compagnie petrolifere. Klemet pensava alla
soddisfazione che avrebbe provato a rivelargli la verità sulle sue origini, a
raccontargli il modo in cui il suo avo era stato esposto nei circhi di mezza
Europa, e a fargli notare che lui si faceva sfruttare alla stessa maniera.
«Sembri pensieroso.»
Nina si era seduta accanto a lui. Aveva uno sguardo malizioso. Klemet la
guardò leggermente sorpreso.
«Che c’è, non hai mai visto una bionda?»
Lui inclinò leggermente la testa, come a sottolineare il proprio stupore,
nell’attesa che lei riprendesse la parola. Nina invece non aggiunse altro,
limitandosi a sorridere. Non ne avrebbe cavato un ragno dal buco. Poi vide la sua
espressione farsi più cupa, preoccupata. Era incredibile il modo in cui le sue
emozioni si riflettevano sul suo viso; per giunta cambiavano così in fretta.
«Klemet, mio padre…»
«Di nuovo il tuo istinto…»
Lei proseguì come se non lo avesse sentito.
«Utsjoki, trecento chilometri, potremmo arrivarci in mattinata, trovarlo, non
sarebbe difficile. È un buco di paese. Lo incontriamo, gli facciamo qualche
domanda, e domani sera siamo di ritorno. Non ti sembra irresistibile come
proposta per passare un venerdì di merda? A meno che tu non abbia da fare a
Kiruna. Ma per arrivarci i chilometri sono il doppio, lo sai.»
«Primo, cosa ti fa pensare che sarebbe così facile trovarlo e, secondo, che
potrebbe aiutarci? Anche altri potrebbero farlo, forse persino meglio. Gente del
settore. Dovremmo chiedere informazioni al comitato petrolifero, o alle
compagnie di sommozzatori. Tuo padre ha lasciato il settore da un’eternità.»
«Troppo complicato, non abbiamo tempo. Certo, potremmo farlo, ma non è il
nostro campo. E poi lui ha conosciuto quell’epoca, quando Anta Laula faceva
non si sa bene cosa. A me direbbe tutto, al contrario non sono sicura che le
compagnie parlino molto volentieri di certe questioni. Ho già avuto modo di
vedere in che modo Gunnar Dahl presenta le cose.»
«Almeno dovremmo chiedere alla Hotti di darci una mano. Potrebbe
domandare a un collega di occuparsene, ci sarebbe di aiuto.»
«Certo, certo. Lo chiederemo al nostro caro commissario. Allora, Utsjoki?»
Klemet fece un profondo sospiro. Nina gli rivolse un ampio sorriso, incapace
di dissimularne la falsità. Aveva i tratti del viso tirati, le borse sotto gli occhi.
Quella storia la stava logorando.
«Ma allora si parte subito. Non ho voglia di tornare troppo tardi.»
Nina gli prese la testa con entrambe le mani e gli diede un bacio sulla fronte.
Prese le chiavi del pick-up che lui le aveva appoggiato davanti sul tavolo e le
fece dondolare sotto il suo naso.
«Forza, è ora di fare la nanna.»
41.

Il giovedì non era una giornata di grande affluenza al Molo dei paria. I due bar
erano aperti come sempre, ma i clienti abituali erano a casa oppure, quelli più
intraprendenti, al Redrum o al Black Aurora. Nils Sormi aspettava all’interno del
Riviera Next. La breve chiacchierata con Juva Sikku, nel parcheggio del Black
Aurora, gli aveva permesso di mettere l’allevatore sotto pressione. Tikkanen
doveva essere rimesso in riga e Nils contava su Sikku. Aveva cercato di essere il
più evasivo possibile, assicurandosi allo stesso tempo che Sikku afferrasse il
messaggio. Doveva essere allo stesso tempo discreto ma chiaro. «Hai capito
bene, Juva?» L’allevatore aveva annuito, sembrava sulle spine. Poveraccio. Nils
si rendeva conto che Sikku era pronto a tutto pur di entrare nelle sue grazie. Se
Tikkanen fosse stato presente, gli avrebbe dato una bella lezione seduta stante, e
poi avrebbe guardato Nils con quella sua faccia da imbecille. Tikkanen era
invischiato in un sacco di storie: prostitute, cassoni-bordello e poi tutte quelle
promesse campate in aria. Ma soprattutto parlava troppo. In particolare con la
polizia. Era troppo preoccupato a proteggere i suoi interessi. Aveva fatto capire a
Sikku che dare una lezione a Markko Tikkanen era nell’interesse di entrambi.
«Una lezione, capisci Sikku?» L’altro l’aveva guardato con l’aria di uno che non
ci capiva niente, ma Nils gli aveva ricordato che Tikkanen aveva fatto il suo
nome alla polizia, dicendo che era stato lui a condurre lì le prostitute. «Te lo
ricordi, Juva?» Certo che se lo ricordava. «E poi quel grassone di Markko ha
fatto delle promesse anche a te, giusto?» Juva era a disagio. Capiva che stavano
circolando troppe informazioni e che nessuno sapeva come sarebbe andata a
finire. Tutti quei crucci gli solcavano la fronte. Nils aveva invocato la loro
vecchia amicizia. Non si aspettava che Juva gli si gettasse tra le braccia, e Juva
non era così stupido da non capire che Nils lo disprezzava, ma Nils scommetteva
sul bisogno di approvazione che animava Juva. Era al corrente del suo progetto
di acquisire una fattoria sulla frontiera finlandese. Potrei investire nel tuo
progetto, aveva buttato lì. L’altro si era illuminato.
Sikku non era tutto bianco o nero, era pronto ai compromessi, in tutti i campi,
glielo si leggeva in faccia ed era sempre stato così, fin dall’infanzia. Del resto
non era passato poi così tanto tempo, perché avrebbe dovuto cambiare?
Salutandolo, Nils gli aveva fatto scivolare con noncuranza in una mano una
tessera del Black Aurora. Cerca di fargliela capire a quel grassone, mi
raccomando. Conto su di te. L’altro aveva accennato un sorriso. Come si era
sentito fiero di sé, povero idiota. Nils gli aveva messo una mano sulla spalla, poi
l’aveva stretta, a sottintendere la fiducia e la complicità, in ogni caso il gesto
poteva interpretarsi così, dopodiché l’aveva spinto verso la sua auto.
Dopo averlo congedato gli ci vollero solo dieci minuti per andare a
parcheggiare davanti al Riviera Next. Sikku non gli aveva creato alcun
problema. Vedendo Tom Paulsen che lo aspettava a uno dei tavoli con la
panchetta imbottita, ripensò a quelle immagini. Erano davvero sgradevoli.
Quella di Bill Steel poteva ancora passare, ma le altre no. Afferrò la birra che il
cameriere gli stava porgendo e si sedette di fronte a Tom.
«Si può sapere cosa stai combinando?» gli chiese Paulsen.
Nils chiuse gli occhi a lungo. Il suo compagno non lo giudicava, si
preoccupava per lui. Sentiva che stava succedendo qualcosa.
«Qualche giorno fa è venuto a trovarmi un tizio. L’ho conosciuto da
ragazzino.»
Più che le immagini erano sgradevoli le sensazioni che le accompagnavano.
L’eccitazione, l’entusiasmo, l’emozione, l’ammirazione, tutto quello che poteva
sconvolgere un ragazzino assetato di avventura e di qualcosa di più. E poi l’altra
immagine, più recente. Si rese conto che stava fissando il bicchiere. Le bollicine
ambrate della Mack lo riportarono alla realtà. Bollicine che gliene ricordavano
altre, in grado di uccidere un sommozzatore.
«Posso dirti che è stata questa persona a introdurmi nel nostro lavoro.»
«Me ne hai già parlato.»
«Già. Ebbene, quel tizio è tornato. E… ho stentato a riconoscerlo, Tom. Un
vero relitto. Non riuscivo a credere ai miei occhi.»
«Come sarebbe a dire un relitto?»
«Non lo so… il suo sguardo… lo capisci quando lo vedi, ti rendi conto
quando qualcuno non c’è più con la testa, sono cose che si vedono, no? Il modo
in cui si muoveva, si vedeva che stava male, la sua voce, le sue parole, e poi lo
sguardo. Era su un altro pianeta.»
«Che cosa voleva?»
«Non lo so. Voleva parlarmi, di una cosa importante, ma…»
«Ma…?»
«Ha insistito. Ha detto che aveva bisogno di me, che si era sbagliato, che…»
«Che cosa?»
Sostenere lo sguardo di Tom in quel momento non era facile, pensare a tutto
quello che condividevano, alla vita e alla morte, alla promessa reciproca di non
abbandonarsi mai nel momento del bisogno…
«Gli ho detto di andarsene. Gli ho detto di togliersi dai piedi, che non volevo
ascoltarlo.»
Tom restò in silenzio.
«Aveva bisogno di aiuto Tom, e io gliel’ho negato. Cazzo, sono giorni che non
penso ad altro.»
«E proprio non sai cosa volesse?»
Nils si limitò a far segno di no con la testa.
«Sai come rintracciarlo?»
La testa si mosse da sinistra a destra, lo sguardo fisso nelle bollicine.
«Vorresti ritrovarlo?»
Nils sollevò lo sguardo per incontrare quello di Tom.
«Non lo so.»
Si raddrizzò sulla schiena, si piegò in avanti sul proprio bicchiere e mormorò:
«Mi ha fatto paura, Tom. Tutt’a un tratto mi sono visto tra vent’anni, tra dieci
anni. Non so perché, da dove è venuto, ma ho avuto paura, è per questo che non
ho più voluto vederlo. Per l’amor del cielo, quando ero un ragazzino quel tizio
per me era un eroe. E adesso non è che un relitto, uno che viene a mendicare non
so bene cosa. Non ho potuto Tom, non ho potuto. Gli ho voltato le spalle.»
Paulsen annuiva, a sua volta immerso nella contemplazione della propria
birra.
«Sai cosa faremo? Lo ritroveremo. E cercheremo di capire cosa vuole.»
Nils ci mise un po’ prima di sollevare lo sguardo. Lo ringraziò con una
smorfia, era a disagio. Bevvero in silenzio per un po’.
«Quei messaggi, quegli sms, credi che te li abbia mandati lui?»
«Dal profondo e l’altro impronunciabile? Ci ho pensato. È possibile, ma cosa
voleva dire?»
«Lo scopriremo, non so come, ma lo scopriremo.»
42.

IL SOLE SORGE ALL’1.51 E TRAMONTA ALLE 22.52.


VENTUNO ORE E UN MINUTO DI LUCE.
HAMMERFEST. ORE 6.30.

A Tikkanen erano bastati due giorni per trovare una sorta di soluzione per la
giovane Steggo. Si era messo in macchina alle prime luci dell’alba per andare a
incontrarla. Dopo aver chiesto qualche informazione a Sikku, aveva saputo che
si svegliava presto. Sikku cominciava a innervosirsi, era ora di finirla. Bisognava
dire che erano tutti un po’ nervosi. I funerali del sindaco Fjordsen prendevano
parecchie energie. Poi tutta quella luce, quelle giornate senza fine. Delle batterie
sempre in carica, avevano tutti i nervi a fior di pelle. Senza rendersene conto,
tutta quella luce influiva sul sistema nervoso. Per fortuna che lui, Tikkanen,
aveva i nervi saldi. Non era certo tipo da perdere il controllo, lui, nient’affatto.
Non era certo un debole, ma comunque, dannato sole.
Secondo quanto riferitogli da Sikku, la giovane Steggo stava preparando il
passaggio del resto del suo branco verso l’isola. Avrebbe utilizzato la chiatta
dell’ufficio delle renne. Alcuni piccoli erano nati prematuri ed erano troppo
deboli per attraversare lo stretto a nuoto. La cosa gli faceva comodo perché
andava nella direzione da lui sperata. Aveva la proposta perfetta per quella
ragazzina: non si sarebbe più dovuta preoccupare di trasportare le renne su
un’isola. Ecco, sarebbero stati tutti contenti. Sono davvero un tipo in gamba, non
ci sono dubbi. Anche Fjordsen ne sarebbe stato contento. Che peccato scivolare
a quel modo. Controproducente. Pazienza, il suo sostituto sarebbe andato
benone. Tikkanen imboccò il tunnel, nel punto in cui le renne andavano a cercare
un po’ di refrigerio al culmine dall’afa estiva, e ben presto attraversò il ponte
sullo stretto. Si sistemò il ciuffo appiattendolo senza molti riguardi, come se
stesse lavorando della pasta. Sorrise. Fjordsen sarebbe stato contento di vedere
che Tikkanen aveva trovato una soluzione al problema della giovane Steggo. Un
allevatore in meno sull’isola della Balena, sarebbe stato un bel regalo post
mortem al sindaco, gli abitanti di Hammerfest sarebbero stati d’accordo. Forse
sarebbe persino bastato a far tacere le malelingue che lo accusavano di tirare le
fila. Figurarsi! Scosse la testa e il ciuffo gli ricadde. Adesso m’innervosisco da
solo. Rendo servizi, io, rendo servizi. Intravide le tende dell’accampamento, da
cui usciva del fumo, alcuni uomini e donne andavano avanti e indietro da una
tenda all’altra. I bambini dovevano essersi addormentati. Un allevatore sullo
scooter, con il ginocchio appoggiato sulla sella, gli passò davanti costringendolo
ad arrestarsi bruscamente. L’allevatore lo degnò a malapena di uno sguardo,
intorno al petto portava un lazo arancione e una sigaretta gli pendeva all’angolo
della bocca. Tikkanen guardò la neve sciolta a tratti e i suoi mocassini neri. Non
si poteva certo dire che fossero le scarpe più adatte, ma era anche vero che non
lasciava molto spesso il suo ufficio. Vedendo Anneli Steggo uscire da una tenda
con un bidone, prese il coraggio a due mani.
Il sole brillava già da qualche ora, ma la neve non si era ancora sciolta al
punto da reggere il suo peso. Vi sprofondò al primo passo. Be’, qualche chilo di
troppo. La giovane Steggo era appena entrata in un’altra tenda da cui uscì un
attimo dopo, mentre Tikkanen cercava di saltellare da una zolla di brughiera
all’altra. Le fece un cenno, stremato da tutto quel saltellare. Finalmente poteva
illustrarle i suoi progetti, era molto fiero di sé, certo che le sarebbero piaciuti.
Aveva persino portato una cartina per mostrarle quel che aveva in mente. Voleva
solo consultarla, naturalmente, la decisione non spettava a lui, ma i terreni di un
contadino già vecchio avrebbero potuto essere la soluzione, proprio sulla costa,
vicino a Naivuotna. Quanto al contratto, avrebbe pensato a tutto lui, a tutto,
insisté, in memoria del povero Hendrik, ah no, scusa, Erik, Erik, che disgrazia,
così giovane, così pieno di talento. Mentre parlava, quella pezzente lo guardava
appena, lo sguardo perso verso le montagne, e quando lo guardava lo faceva
come… come dire, come nessuno aveva mai fatto prima. Nello sguardo altrui
c’era sempre un’ombra di disprezzo che lo rassicurava sui rispettivi ruoli. Con
lei era diverso: era altrove, ma non lo disprezzava, non era sgradevole, non si
sentiva superiore e via dicendo, e il fatto che non lo guardasse dall’alto in basso,
con un mezzo sorriso, lo destabilizzava un po’. Si era ripromesso di strapparle
un accordo, e invece si era trovato di fronte a qualcosa di completamente diverso
e in quel momento si trovava nella sua auto senza capire cosa ci facesse lì. E dire
che lei non aveva quasi aperto bocca.

Anneli aveva lasciato che l’agente immobiliare si allontanasse. Lo aveva


ascoltato senza avere intenzione di rispondergli. Se lo avesse fatto, lo avrebbe
probabilmente ferito. Capiva benissimo dove voleva andare a parare. Il suo
amico Olaf Renson l’aveva messa in guardia dai tipi come Markko Tikkanen.
Sarebbe rimasto in agguato. Anneli aveva provato pena per lui. Quell’uomo non
conosceva le renne, altrimenti non sarebbe venuto a parlarle. Sembrava convinto
che fosse possibile cambiare le abitudini dei branchi con la semplice volontà,
senza sapere che un branco tornava sempre allo stesso pascolo primaverile
perché era lì e in nessun altro posto che le femmine avrebbero partorito, proprio
come i salmoni tornavano al fiume dove erano nati per depositare le uova. Ci
volevano anni, circa quattro, perché un branco si abituasse a delle nuove terre.
Quell’uomo non la conosceva, altrimenti non sarebbe andato da lei. Non
poteva capire che per lei, per Erik, tutto ciò in fin dei conti non aveva niente a
che vedere con le tradizioni. A dispetto delle apparenze Anneli non vi attribuiva
grande importanza. Vedeva troppa gente che, in nome delle tradizioni, rifiutava il
cambiamento. L’esatto contrario del progetto che aveva condiviso con Erik. Da
quando era annegato nello Stretto del lupo, si era convinta che la sua anima fosse
rimasta lì, a indicarle la strada da seguire. Se qualcuno aveva cercato di
scoraggiarla si era sbagliato di grosso. La roccia sacra dello stretto era scomoda,
lo sapeva. Olaf le aveva parlato con vibrante indignazione del progetto delle
autorità di spostarla sulla riva di fronte perché fosse possibile allargare la strada.
Non aveva senso, si era scaldato Olaf. Lei lo aveva calmato.
Aveva chiesto la motoslitta a Susann per andare a Kvalsund, lì aveva preso in
prestito la macchina di Morten Isaac, che le aveva dato le chiavi brontolando.
Un’ora dopo era arrivata a Skaidi, poco prima che Nina Nansen lasciasse il
rifugio della polizia delle renne. E così l’aveva aspettata, come promesso.
Entrò e salutò i due poliziotti. Senza indugiare, porse a Nina il braccialetto di
cuoio.
La poliziotta lo guardò aggrottando la fronte e senza toccarlo.
«È stato Anta Laula a farlo, ne sono sicura. Riconosco il suo motivo tipico.
L’ho trovato alla roccia sacra.»
Klemet Nango prese un sacchetto di plastica nel quale le fece posare il
braccialetto.
«Sì, ricordo di averne visti di identici alla mostra a Kiruna» disse Nina. «Dove
l’hai trovato esattamente?»
«Alla roccia, in una specie di piccola fenditura.»
Nina prese il braccialetto e lo rigirò tra le mani. Era di pelle di renna, nero,
con fili argentati a base di stagno. Quei braccialetti erano sempre più alla moda.
Quello era particolare: i fili di stagno s’intrecciavano creando un motivo.
«Credo si tratti di una stilizzazione del suo vecchio marchio d’allevatore»
spiegò Anneli.
«Sono quasi certa che non fosse lì l’altro giorno quando…»
Nina lasciò la frase a metà e Anneli le sorrise.
«Quando Erik è annegato, giusto?»
Nina annuì. Anneli si alzò.
«Probabilmente avrò bisogno del vostro aiuto sabato. Devo far attraversare il
resto del branco. Mentre le renne s’imbarcheranno bisognerà bloccare la strada.»
I poliziotti la riaccompagnarono. Quando se ne andarono, Anneli vide Nina
agitare il braccialetto, lei e il collega avevano iniziato una conversazione
animata. Anta Laula sarebbe riuscito a far arrivare un ultimo messaggio?

Il pick-up della pattuglia P9 era per strada da un’ora abbondante e costeggiava


il fiordo di Porsanger diretto verso sud. Trecento chilometri li separavano da
Utsjoki, alla frontiera con la Finlandia. Nel Grande Nord le strade erano rare e
spesso dritte e bisognava percorrere lunghe distanze per andare da un punto
all’altro, spesso non così distanti in linea d’aria. Per Klemet, che aveva sempre
adorato le auto, non era certo un problema. Era uno di quelli cui non dava
fastidio andare a far compere all’Ikea quando si trovava a Kautokeino. Il negozio
più vicino era a quattrocento chilometri, a Haparanda, in pieno sud, ma del resto
da quelle parti, se necessario, si facevano cinquanta chilometri per andare a
comprare le sigarette. Le distanze erano un concetto molto relativo. Nina teneva
il braccialetto tra le mani. Guardava fuori dal finestrino e Klemet si accorse che
stava accarezzando dolcemente la fine pelle di renna, il suo dito seguiva in
maniera meccanica il filo di stagno.
Per poco non era finito in un fossato quando Nina era sobbalzata sul sedile.
Un braccialetto, Anta Laula… Ripensò all’immagine del suo corpo. Al
furgoncino con gli annegati. Anta Laula portava un braccialetto al momento
dell’incidente. Era per caso lo stesso? Esattamente lo stesso, con il motivo
dell’artista? In quel caso Anta Laula avrebbe cercato di mandare una sorta di
messaggio, e questo avrebbe anche confermato che era stato alla roccia sacra
dopo la morte di Erik Steggo.
«Torna indietro, dobbiamo andare a vedere il braccialetto che Anta Laula
portava il giorno della sua morte» disse.
«Ma santo cielo» sbottò Klemet, «andremo a vederlo se ci tieni, ma al ritorno.
Potremmo passarci stasera, ormai siamo per strada, come hai chiesto tu. Cerca di
calmarti. Capisco che l’idea di rivedere tuo padre ti turbi, ma per l’amor del
cielo, mettiti tranquilla.»
«E così sarei turbata? E questa da dove salta fuori? Sono perfettamente calma.
Questi braccialetti, la cosa non ha senso.»
«Be’, ci andremo stasera.»
«Aspetta un attimo, aspetta…»
Nina si stava concentrando ma Klemet continuava a guidare come se niente
fosse.
«Quello che so è che il braccialetto non era lì al momento della morte di Erik.
Ricordo di aver controllato, per curiosità. Quando è successo, era il…»
«22 aprile.»
«Giusto, e io l’ho visto, l’ho visto… quando è stato? Ci siamo tornati… certo,
quando siamo tornati da Kautokeino per quella questione delle fotografie, ci
siamo andati di domenica, quasi due settimane fa, e poi ci siamo tornati il giorno
dopo per fare un sopralluogo, sono quasi certa che è stato allora che ho visto
quel braccialetto per la prima volta. E che prima non c’era.»
Klemet adesso capiva dove voleva arrivare.
«Quindi il braccialetto è stato lasciato lì tra il 22 e… che giorno era lunedì?»
«Il 26.»
«Tra il 22 e il 26. E non dimenticare che abbiamo appreso della morte di
Fjordsen domenica 25, eravamo per strada verso Kautokeino.»
Si fermarono per una breve sosta caffè a Lakselv. Klemet smorzò l’entusiasmo
di Nina: il fatto che Anta Laula fosse l’artefice di quel braccialetto non
significava che fosse stato lui a deporlo ai piedi della roccia. Quei braccialetti
erano in vendita, chiunque avrebbe potuto comprarlo, e chiunque avrebbe potuto
offrirlo. La cosa non aveva grande importanza.
«Di’ un po’» gli venne in mente, «non abbiamo ancora avuto i risultati
dell’esame del dna trovato sotto le unghie di Fjordsen.»
«No, e ti ricordo che la morte di Fjordsen non fa parte della nostra inchiesta.
Stiamo lavorando alla morte di Erik.»
«Inchiesta! La morte di Erik. Dimmi un po’ cos’abbiamo trovato.»
«Per il momento non è questo il punto.»
«Ma potresti sempre chiamare il tuo amico fanatico di calcio a Kiruna. Lui
dovrebbe sapere qualcosa.»
Klemet decise di non discutere e di fare come gli era stato detto. Il medico
legale stava ancora poltrendo a letto, giorno di riposo brontolò udendo la voce di
Klemet, ma si rianimò immediatamente, felice di informarlo che la squadra di
Hammarby aveva battuto la sera prima quella di Djurgården in una partita del
campionato svedese. Solo un gol, e pure su rigore, ma vincere quel derby
cancellava molte umiliazioni della stagione. Per il resto il medico fu formale. Il
dna trovato sotto le unghie di Fjordsen corrispondeva senza ombra di dubbio a
quello di una delle persone annegate nel furgoncino, ma non si trattava di Laula.
«Sappiamo quando Anta Laula ha incontrato gli altri due tizi del furgoncino?»
disse Klemet pensando ad alta voce dopo aver informato Nina.
«Quando? Vediamo un po’. Quando eravamo a Kiruna, io alla sua mostra e tu
con Eva, era il 29 aprile, dunque quattro giorni dopo la morte di Fjordsen,
avvenuta il 25. Quando abbiamo annunciato la morte di Erik ad Anneli, il 22, ho
visto Anta Laula all’accampamento.»
«D’accordo, e così il 22 non ci sono braccialetti alla roccia e Laula è ancora
presente all’accampamento di Susann e Anneli; Fjordsen è stato trovato morto il
25 e il giorno dopo, il 26, hai visto il braccialetto alla roccia. Quando è stato che
Susann ha visto Anta Laula all’accampamento per l’ultima volta?»
«Domenica scorsa, il 2 maggio, dopo la messa: Anneli mi ha detto che Laula
era sparito già da qualche giorno. Ma quando esattamente…? In ogni caso prima
del 29 e, mi pare di ricordare, non so se l’ho letto in un giornale o se me l’ha
detto qualcuno, forse Susann stessa, che erano preoccupati per la sua assenza.
Quando Anneli me l’ha detto, Fjordsen era già morto da una settimana. Poteva
essere sparito già da così tanto tempo? Dopotutto pare che lo facesse spesso.
Spariva senza dire niente e poi ricompariva, si fermava ora qua ora là, sapendo
che sarebbe sempre stato accolto all’accampamento di Susann.»
«Come si spostava, con lo scooter o con l’auto?»
«Si faceva accompagnare. Durante la transumanza c’è sempre movimento in
tutte le direzioni.»
«In ogni caso è possibile che fosse presente il giorno in cui Fjordsen è morto.
Evidentemente dopo tutto il tempo che ha passato in acqua, l’esame della terra
sotto le sue scarpe non darà alcun risultato.»
«Le impronte delle scarpe?»
«I corpi sono stati trovati solo tre giorni fa e i risultati del test del dna
risalgono a ieri. Non è stato fatto ancora niente in tal senso, ma chiamerò Ellen
per farglielo presente.»
Nina si era messa alla guida e Klemet ne approfittò per informare il
commissario Ellen Hotti.
«Ma sul serio» riprese Nina dopo un bel po’, «te lo vedi Laula che cerca di
strangolare Fjordsen?»
«Ascolta, devi imparare ad accontentarti delle prove. Il movente, te l’ho già
detto, ammesso che lo si trovi, è la ciliegina sulla torta. Ma non dimenticare che
Laula, quando era allevatore, è stato cacciato dall’isola della Balena. È stato in
seguito a questo che ha iniziato ad affondare, per così dire, in senso proprio e
figurato. In ogni caso a partecipare a degli esperimenti d’immersione.»
«Ma Fjordsen non era sindaco di Hammerfest quando Laula è stato costretto a
lasciare l’isola. Non è stata colpa sua.»
Klemet rimase in silenzio. Provava una sensazione strana. Quella parola:
colpa. Di chi era la colpa? La domanda non aveva nulla a che vedere col suo
mestiere di poliziotto. Era una fatalità che i sami fossero cacciati dal loro
territorio e costretti ad adottare lo stesso stile di vita dei loro vicini non sami? E
io, sono davvero infelice? Per mio nonno, costretto ad abbandonare il mondo
dell’allevamento, dev’essere stata dura. Per mio padre, che ha vissuto
quell’esclusione attraverso la sofferenza di suo padre, dev’essere stata dura, ma
io? Per essere onesto non sono cresciuto con le renne in giardino ed è così per
la maggior parte dei sami. E allora di chi è la colpa?
Klemet finì per addormentarsi.
Si svegliò quando Nina lo scosse. Il pick-up era parcheggiato in un’area di
sosta davanti a una stazione di servizio con un negozietto e un bar annessi, uno
di quei luoghi che si trovavano dappertutto nel Grande Nord, a mano a mano che
lo Stato-Provvidenza se ne lavava le mani. La stazione di servizio fungeva anche
da ufficio postale, da negozio di souvenir, edicola e videonoleggio. Utsjoki era
un piccolo villaggio che contava poco più di mille abitanti ma, come
Kautokeino, si estendeva su una superficie immensa. Klemet esitava a superare
la frontiera finlandese, marcata da un fiume. La polizia delle renne poteva
intervenire solo localmente, e alcuni colleghi avrebbero potuto prendersela a
male.
Il villaggio si trovava sull’altro lato del corso d’acqua, e Klemet pensò che
avrebbe sempre potuto trovare una scusa. Dopotutto bisognava pur fare il pieno.
Andò alla pompa di benzina mentre Nina, dopo avergli lasciato le chiavi, si
dirigeva a passo deciso verso il negozio. In ogni caso non portavano la divisa, il
che li aiutava a dare meno nell’occhio. Klemet si domandava se Nina avesse con
sé una foto recente di suo padre. Non gliel’aveva chiesto e adesso se ne
rammaricava. Si rammaricava, in effetti, di non averne discusso durante il
viaggio, ma la cosa avrebbe semplicemente aumentato lo stress della collega.
Entrò per pagare e la trovò immersa in una discussione con un uomo. Si agitava,
sorrideva, alzava le braccia al cielo, supplicava, non l’aveva mai vista in quello
stato. Vedendo Klemet si ricompose e terminò la discussione, poi tirò fuori un
pezzo di carta per scarabocchiarvi sopra qualcosa, lo spinse nella mano
dell’uomo e passò davanti a Klemet senza fermarsi, lo sguardo impenetrabile, e
risalì in macchina. L’uomo tornò alla cassa. Portava degli stivali, pantaloni di
una tuta blu, una giacca polare arancione e un berretto blu e verde Neste Oil da
cui spuntavano dei capelli lisci. Doveva essere passata una quindicina d’anni
dall’ultima volta che aveva sorriso. Klemet fu sul punto di chiedergli qualcosa
ma poi cambiò idea. Pagò e raggiunse Nina, che se ne stava sulle sue senza dire
una parola. Per precauzione ripartì diretto verso il ponte sospeso sul fiume Tana
e passò sull’altro lato della frontiera. Erano circondati da colline spelacchiate,
con le cime ancora innevate ma punteggiate da macchie marroni dove le betulle
nane sbucavano accanto alle rocce. Sul ciglio della strada le macchie si facevano
giallastre: l’erba schiacciata da diversi mesi e ancora incapace di risollevarsi.
Sarebbe successo, pian piano, ma la natura aveva bisogno di tempo per
recuperare le forze. Una volta superato il ponte, Klemet si fermò più in basso.
«Mio padre è passato da qui, ma ha solo una casella postale; quel tizio non mi
ha voluto ascoltare e si è rifiutato di dirmi dove si trova. Inoltre non viene
personalmente a ritirare la posta. Sono anni che non lo vede. Un uomo si occupa
di portargli le lettere e ciò di cui ha bisogno. Vive isolato, sul versante
norvegese. È il villaggio più vicino. Santo cielo, Klemet…»
«Sai come raggiungere quest’uomo che funge da tramite?»
«No, il padrone del negozio mi chiamerà tra un paio d’ore. Perché un paio
d’ore? Mio padre abita a due ore da qui? Non ce l’ha un telefono?»
Nina guardò l’ora. Klemet sentiva il suo nervosismo, vedeva il suo viso tirato.
Quelle notti sempre più bianche iniziavano a pesarle.
«Ritieniti fortunata per aver trovato una pista così rapidamente. Adesso non
dobbiamo fare altro che aspettare. Perché per distrarti un po’ non prepari un
caffè?»
Nina si voltò verso di lui, gli sorrise, gli mostrò il dito medio, e si rannicchiò
sul sedile per dormire un po’.
43.

HAMMERFEST. ORE 11.30.

Juva Sikku fece suo malgrado una smorfia udendo la sirena dell’Hurtigruten.
La rompighiaccio avrebbe ben presto sbarcato il suo carico di turisti che si
sarebbero trattenuti lì per un’ora abbondante. Parcheggiato sulla piazza al
volante della sua Skoda, aspettava pazientemente cercando di fare mente locale.
Quella notte non aveva chiuso occhio, e se anche aveva dormito un po’ non ne
aveva tratto alcun giovamento. La cosa non lo disturbava più di tanto: era
abituato ai ritmi della tundra, dove capitava di dover sorvegliare le renne giorno
e notte, senza pausa. Era insensibile alla fatica, era insensibile a molte cose.
Mise una porzione di tabacco tra la gengiva e il labbro e si sentì invadere dalla
nicotina. Molto tempo prima aveva conosciuto un allevatore che viveva alla
vecchia maniera. Non gli aveva mai parlato, ma l’aveva osservato da lontano.
Sorvegliava ancora le sue renne con gli sci. Un esaltato, in fondo un po’ come
Erik Steggo, una persona che respingeva il progresso e che viveva in un universo
tutto suo, rifiutandosi di accettare che il mondo stava cambiando. Che senso
aveva sorvegliare le renne con gli sci o a cavallo, visto che il riscaldamento
globale, le compagnie minerarie e le multinazionali del petrolio stavano
comunque distruggendo tutto? Markko Tikkanen aveva ragione: allevare le
proprie renne in una fattoria, in un terreno di proprietà, forse limitato, ma che
nessuno poteva contestare, ecco il futuro. O in ogni caso un modo per tirare
avanti ancora per qualche anno. Tutto l’aspetto romantico legato alla
transumanza lo lasciava indifferente. Sugli altipiani vigeva la legge della
giungla. Era andato a osservarlo da lontano, quell’uomo con gli sci. Era
incredibile quello che sapeva fare. Juva, che pure era un gran lavoratore, aveva
dovuto riconoscere la sua innegabile resistenza fisica. Era impressionante.
Sapeva che anche altri allevatori talvolta andavano a osservarlo di nascosto.
Ricordava che persino Erik Steggo lo osservava da lontano. Quel tizio, Aslak,
era diventato una leggenda sul vidda. Su Erik, poi, aveva avuto un effetto
particolarmente sconvolgente dato che, dopo averlo visto, aveva iniziato a
parlare in maniera strana e a tirar fuori idee capaci di turbare e agitare gli altri
allevatori. Ormai si era calmato. L’altro era sparito sul vidda, come ai vecchi
tempi.
Diede un’occhiata al menu del Black Aurora.
Cosa pensare di Nils? Be’, non molto. Nils era Nils.
Adesso ce l’aveva soprattutto con Tikkanen. Al di là della promessa di una
fattoria dalle parti di Levajok, Sikku pensava di avere il diritto di farsi una o due
di quelle prostitute russe e invece, con l’incidente della camera di
decompressione, l’opportunità era andata in fumo. «Avrei fatto meglio a farmi
dare un anticipo.» Ormai le ragazze non erano più disponibili. Erano ancora da
quelle parti, ma nelle mani dei servizi sociali, che le avrebbero rispedite a casa
senza che lui potesse beneficiare della sua piccola ricompensa. Non gliene
andava bene una. Si passò la lingua sulla gengiva per rimettere a posto il
tabacco. Ci mancava solo Nils e quella strana richiesta. In nome della loro
amicizia. La loro amicizia! A tutto c’era un limite. Quando erano piccoli Juva
avrebbe voluto essere amico di Nils, e in effetti a volte formavano davvero una
bella piccola banda con Steggo e gli altri. Alcuni li aveva completamente persi di
vista. Naturalmente aveva continuato a frequentare Erik, tra allevatori dello
stesso distretto ci si frequentava, le occasioni non mancavano: la selezione
autunnale, a volte persino la transumanza, la sorveglianza in inverno, insomma
le occasioni erano tante, ma non c’era più la solidarietà di una volta, quella di cui
parlavano gli anziani. C’erano troppe pressioni, la gente non aveva più il tempo
di parlare. Più ci pensava, più sentiva di aver fatto la scelta giusta quando aveva
deciso di abbandonare l’allevamento estensivo per ritirarsi in una fattoria. Erano
cinque anni che lavorava a tempo pieno e si sentiva già come un vecchio, con
riflessi da vecchio e pensieri da vecchio. Si era indebitato fino al collo per
comprarsi quella Skoda in leasing. Si grattò la barba. Domani sarebbe stato
giorno di rasatura. Una volta alla settimana, non di più.
Levajok non era certo a due passi, ma sarebbe ripartito da zero, laggiù.
Quella storia era una vera seccatura: come fare per mantenere la promessa
fatta a Nils senza inimicarsi Tikkanen? Nils voleva dare una lezione al grasso
finlandese. Parlava troppo e li esponeva a troppi rischi. Su questo Nils aveva
ragione: Tikkanen aveva la lingua troppo lunga. Bastava strapazzarlo un attimo,
piazzargli davanti uno sbirro, e iniziava a spifferare tutto, troppo preoccupato di
mettersi in cattiva luce e di mettere a repentaglio il suo edificio pazientemente
costruito, pronto a voltare le spalle agli altri perché la sua attività non fosse in
pericolo. È stato lui a dire che le prostitute le ho accolte io. Che tipo quel
Tikkanen, si vantava di saper tutto di tutti, e a sentir lui conosceva segreti sul
conto di chiunque; con tutte quelle schede si sentiva sicuro del fatto suo. Del
resto bisognava riconoscere che non se la cavava male. La prima volta che Juva
si era rivolto a lui, sembrava che fosse appena uscito dalla sua banca tanto era al
corrente della sua situazione finanziaria. Juva Sikku non aveva apprezzato la
cosa, proprio per niente. Aveva avuto l’impressione di trovarsi davanti a un
ispettore del fisco. Era la stessa cosa con tutti: il finlandese sembrava sempre
sapere tutto prima degli altri.
Ma se davvero voleva rompergli il muso, ci sarebbe dovuto riuscire senza farsi
riconoscere, altrimenti poteva dire addio alla fattoria di Levajok. Ma come fare
per coglierlo di sorpresa? Il finlandese era diffidente di natura e sapeva che, a
furia di accumulare segreti sul conto di chiunque, era inevitabile farsi dei nemici.
Aspettare la notte? In quella stagione non c’era la notte. Persino quando il sole
tramontava non faceva mai buio. Non poteva certo contare sull’effetto sorpresa.
Mettersi un passamontagna sarebbe stato inutile, Tikkanen lo avrebbe
riconosciuto comunque, Sikku ne era certo. Qual era la soluzione? Non ho mai
fatto niente del genere, io.
Guardò preoccupato l’agenzia di Tikkanen che dava sulla piazza, non lontano
dal club dell’Orso Polare. Il club aveva appena aperto per accogliere i turisti e
avrebbe chiuso non appena la nave rompighiaccio avesse salpato nuovamente
l’ancora. All’interno dell’agenzia la luce era accesa. Era al piano terra di un
edificio in Sjøgata, proprio davanti alla fermata dei taxi. Dall’agenzia Tikkanen
poteva vedere i turisti sbarcare dall’Hurtigruten. Sikku aveva parcheggiato tra il
club dell’Orso Polare e l’agenzia. Tutti quei misteri senza soluzione iniziavano a
dargli il mal di testa. Scese dalla macchina, si abbassò il berretto sugli occhi,
sollevò il bavero del parka e infilò gli occhiali da sole. Raggiunse l’angolo della
fermata dei taxi con le mani in tasca, ciondolando. Il Polarlys aveva appena
attraccato alla banchina. Ci sarebbe voluto ancora un po’ prima che i passeggeri
sbarcassero. Alcuni rimanevano sul ponte ad ammirare Hammerfest: facevano
cenni con la mano, iniziavano già a scattare foto o si aiutavano con dei binocoli.
Delle foto. Ci manca solo di farmi immortalare da quegli idioti proprio mentre
do una lezioncina a Tikkanen. Sollevò ancora un po’ il bavero. Tikkanen era
grande e grosso, ma non era coraggioso. Forse, in fin dei conti, se anche lo
avesse riconosciuto, non sarebbe stata la fine del mondo, almeno avrebbe capito
con chi aveva a che fare, e che se non si fosse dato una mossa sarebbe andata a
finire persino peggio. Visto che Tikkanen non era coraggioso, avrebbe potuto
funzionare. Sì, certo, mettergli un po’ di strizza. Sarebbe stato meglio dire che
era da parte di Nils o da parte sua? O di entrambi? Se avesse detto che era Nils a
mandarlo, in un certo senso avrebbe riconosciuto la sua superiorità, se al
contrario fosse stato da parte di entrambi, Tikkanen si sarebbe reso conto che
Sikku e Nils erano amici, sullo stesso piano, che ne avevano discusso, forse la
cosa avrebbe fatto colpo. Si avvicinò ancora un po’ all’edificio e si fermò
all’angolo, era pronto a partire all’attacco quando Tikkanen gli passò accanto
come un ciclone senza notarlo. Si stava dirigendo al club dell’Orso Polare. Santo
cielo, e adesso cosa faccio qui come un deficiente? Non posso certo spaccargli il
muso al club. Fece dietrofront, poi fu colto da un dubbio. Tornò sui suoi passi e
diede un’occhiata attraverso la vetrina. Le luci dell’agenzia di Tikkanen erano
spente. Dentro non c’era nessuno. Prese dalla tasca la copia delle chiavi che
Tikkanen gli aveva lasciato qualche giorno prima, quando gli aveva dato da
compilare un modulo – l’ennesima dichiarazione per l’ufficio delle renne – e
aveva bisogno di un computer. Che ironia. Mi ha lasciato la chiave per
dimostrarmi che si fida di me, per rassicurarmi riguardo alla fattoria, ne sono
certo. Fa’ come se fossi a casa tua, gli aveva detto. Il modulo è là, e questa è la
password per il computer, ti accendo la stampante e non dimenticare di chiudere
a chiave quando te ne andrai.
Sikku aprì la porta ed entrò. Avrebbe potuto aspettare quel ciccione lì e poi
rompergli il muso. Nils sarebbe stato contento. Fece un giro nelle due stanze per
cercare il posto migliore. Quanto tempo ci avrebbe messo Tikkanen a tornare?
Davanti alla vetrina vide passare delle donne, probabilmente delle turiste. Il
Polarlys aveva iniziato a vomitare i passeggeri. Aspettò per un’ora,
probabilmente il ciccione era al club per dare una mano a vendere un mucchio di
cianfrusaglie ai turisti. Sikku si guardò intorno. Forse avrebbe potuto servirsi di
qualche oggetto per colpirlo. Si mise a osservarli uno a uno, valutandone la
capacità di nuocere e scuotendo di tanto in tanto la testa. No, questo no, potrebbe
ucciderlo. A quel punto addio fattoria. A furia di toccare, tastare, rigirare e
rovistare dappertutto, alla fine trovò la cassaforte. È strano come sia impossibile
evitare di curiosare dietro a un quadro, soprattutto quando ce n’è uno solo. Che
imbecille quel Tikkanen. E adesso cosa faccio? Sikku aveva guardato negli
armadi e nei cassetti senza trovare niente. E lì dentro cosa c’era?
Sikku osservò il sistema di apertura. Possedeva uno spirito pragmatico, che
non amava le complicazioni, e riteneva che gli altri ragionassero come lui.
Compose la password del computer di Tikkanen, e la cassaforte si aprì.
Sikku trovava la cosa normale: se uno decide di nascondere la cassaforte
dietro l’unico quadro appeso in tutto l’ufficio, allora è anche logico che la
password per il computer sia la stessa della cassaforte. Chiunque avrebbe trovato
la cosa logica, e Juva Sikku non riteneva neppure di essere particolarmente
furbo. Questo la dice lunga più su Tikkanen che non su di me. Tikkanen era così
sicuro del fatto suo che l’idea che qualcuno potesse arrivarci non l’aveva
neanche sfiorato. Sikku resistette alla tentazione di prendere del denaro e sollevò
il coperchio di una scatola da scarpe.
Tutt’a un tratto fu colto da un fremito. Si trattava di quel dannato schedario
con cui Tikkanen faceva a tutti una testa così… Rimise il coperchio al suo posto
e tirò fuori la scatola. Si accorse che stava sudando. Che ora era? Lanciò
un’occhiata fuori dalla vetrina. Da quel che poteva vedere, la strada era
tranquilla, ma da quel punto non riusciva a vedere fino al club. Forse Tikkanen
non sarebbe rimasto fino alla partenza della nave rompighiaccio. Forse dava
semplicemente una mano con la prima ondata di turisti. Si mise la scatola
sottobraccio, uscì dall’agenzia e lanciò un’occhiata verso l’entrata del club, alla
sua sinistra, giusto in tempo per vedere la massa tonda e impomatata di Tikkanen
che avanzava rapidamente verso di lui.

Quando il suo cellulare squillò, Nina ebbe un sussulto. Si era appena


addormentata. Quella telefonata l’aveva svegliata nel mezzo di un sonno
profondo. Fece fatica ad aprire completamente gli occhi, poi si ricordò della
chiamata che stava aspettando. Si sfregò gli occhi e fu accecata dal sole. Klemet
non era accanto a lei. Dove ci troviamo?
«Sì?»
«Dobbiamo vederci.»
Nina si strofinò la fronte. Non si trattava del finlandese con il berretto della
Neste Oil. Tom. In quel momento ricordò. La sera prima. Il Black Aurora. Il
parcheggio.
«Adesso non posso.»
«Allora quando potrai.»
Aveva voglia di rivederlo. Si guardò intorno. Klemet era sul retro del pick-up.
Il baule era aperto. Non riusciva a vedere cosa stesse facendo, ma lui forse
poteva sentirla. Aveva freddo.
«Ti richiamo.»
La sua portiera si aprì. Klemet le porse una tazza di caffè.
«Sul retro ci sono dei panini, se vuoi.»
Nina guardò l’ora. Neste Oil avrebbe già dovuto chiamare. Klemet le lesse nel
pensiero.
«Possiamo tornare da lui, se temi che si sia dimenticato.»
«È solo che non vorrei rientrare troppo tardi. Abbiamo ancora tre ore di
strada.»
Non gliene importava niente di guidare anche tutta la notte, se necessario.
Voleva solo sapere. Non ce la faceva più ad aspettare col dubbio che suo padre
fosse lì vicino. Avrebbe dovuto sentire la sua presenza? Una figlia sentiva cose
simili? Delle vibrazioni, aveva delle visioni? Pensò ad Anneli, alla sua roccia
sacra che mormorava delle storie al di là del tempo. Si chiese se Anneli fosse
capace di comunicare in quel modo con suo padre, attraverso una roccia sacra.
Glielo avrebbe dovuto chiedere. Guardò nuovamente l’ora. Il finlandese avrebbe
già dovuto richiamare. Si alzò, divorò un panino al formaggio, poi un altro, finì
il caffè e rimise a posto il baule. Klemet non aveva aspettato e si era già rimesso
alla guida. Cinque minuti dopo Nina si ripresentò alla stazione di servizio. Per
non creare problemi, visto che bisognava passare davanti alla stazione della
polizia di Utsjoki, Klemet l’aspettò dall’altro lato della frontiera. Nina si
avvicinò al tizio col berretto Neste Oil. Il suo viso non era più espressivo del
giorno prima. Nina si chiese se fosse sami. Klemet le aveva spiegato che Utsjoki
era il comune con la popolazione sami più numerosa di tutta la Finlandia, ma lei
non avrebbe saputo dire se quel tizio dall’espressione sempre così seria fosse
sami oppure no.
«Mi riconosci?»
L’altro fece un verso.
«Mi dovevi richiamare.»
L’uomo non si mosse.
«Ti sei messo in contatto con lui?»
L’uomo annuì. Il cuore accelerò i battiti. Bisognava strappargli le parole di
bocca, ma almeno era certa che suo padre adesso sapeva.
«Posso vederlo?»
Un altro verso. Il finlandese frugò nella giacca polare arancione e tirò fuori un
pezzo di carta. Nina lo spiegò con impazienza. Un appuntamento per la sera
dopo al caffè Reinlykke, all’incrocio delle strade per Kautokeino e Karasjok.
Nina aggrottò la fronte. Perché la sera dopo e perché non c’era nessun messaggio
per lei, solo quell’appuntamento? Era davvero suo padre l’autore di quel
biglietto? Sollevò lo sguardo per osservare l’orso col berretto. Era possibile che
si stesse prendendo gioco di lei? In ogni caso non aveva molta scelta. Chiamò
Klemet.
Tom Paulsen aveva esitato a lungo prima di chiamare Nina, e adesso che si era
deciso si domandava se dovesse infischiarsene del divieto di Nils. Il suo
compagno era stato inflessibile: per nessuna ragione al mondo bisognava
rivolgersi alla polizia per ritrovare l’ex sommozzatore francese. Tom conosceva
bene Nils Sormi: stesso percorso, stessi desideri e, a dispetto della loro giovane
età, già molti ricordi in comune. Era di ritorno nella sua cabina dell’hotel
galleggiante Bella Ludwiga. Aveva bisogno di stare da solo. Guardò fuori
dall’oblò. Il sole faceva scintillare la raffineria di gas liquido di Melkøya e il
cantiere del futuro terminal per il petrolio del giacimento di Suolo. Il tempo di
una generazione e quella porzione delle acque norvegesi sarebbe diventata il
nuovo eldorado del paese. Il Mare del Nord stava per essere relegato nel
dimenticatoio come passato ormai tramontato dell’epopea industriale norvegese.
Quel giorno il giro nella tundra lo avrebbero fatto senza di lui. Perché Nils
aveva messo un simile veto? Come faceva ad aiutarlo a ritrovare quel
sommozzatore senza tradire la sua fiducia? Se si fosse rivolto a Nina
chiedendole la massima discrezione non sarebbe stato un tradimento, ma poteva
fidarsi di lei? Era prima di tutto una poliziotta oppure era capace di mantenere un
segreto senza sentire che stava venendo meno al proprio codice deontologico?
Forse, con una simile richiesta, l’avrebbe messa in una situazione imbarazzante.
Nina sembrava una ragazza davvero in gamba. Ripensò ai momenti intensi
passati nel parcheggio, quando si fossero rivisti le avrebbe in ogni caso chiesto
un consiglio, intanto doveva cercare di aiutare Nils. Era impossibile trovare
un’amministrazione pubblica o una compagnia privata aperte di domenica. Ma
allora a chi rivolgersi a Hammerfest, di domenica? Forse a Gunnar Dahl. Il
petroliere della Norgoil all’epoca lavorava già in quel campo, ma Tom non osava
disturbare il rappresentante con la faccia da pastore proprio di domenica.
Avrebbe potuto cercare di intercettarlo all’uscita dalla messa, ma era già troppo
tardi. Moe, il loro supervisore dell’Arctic Diving, Leif Moe, apparteneva a una
generazione intermedia con la sua quarantina d’anni ben portati. Doveva
conoscere i vecchi sommozzatori, in ogni caso meglio di lui e Nils. Orgoglioso
com’era, Nils non si sarebbe mai rivolto a lui, ma Tom avrebbe potuto farlo al
posto suo, senza rivelare a Moe il motivo della sua richiesta.
Tom Paulsen prese la navetta e andò al Molo dei paria. L’Arctic Diving era in
porto e sarebbe ripartita in missione il mattino dopo. Moe era un cliente abituale
del Riviera Next. Paulsen lo ritrovò al bar, seduto da solo davanti a una birra,
come suo solito, e come altre centinaia di persone catapultate nella parte più
sperduta dell’Artico per lavorare in un cantiere. Paulsen ordinò una birra e andò
a sederglisi accanto. Per prima cosa brindarono senza dire una parola, due
solitudini che cercavano di soddisfare una sete di umanità. Leif Moe aveva un
passato più che onorabile come sommozzatore e, come i militari, collezionava le
campagne: Mare del Nord, Golfo del Messico, Golfo di Guinea, missioni di
cooperazione in Vietnam. Aveva avuto davvero paura al largo delle coste
brasiliane, dove si facevano le immersioni più profonde al mondo, in condizioni
di sicurezza che a volte facevano venire la pelle d’oca. Tom conosceva il suo
passato, e lo rispettava. Proprio come rispettava la sua scelta di smettere con le
immersioni per diventare supervisore. La sua esperienza aveva salvato parecchie
vite. Tom sapeva anche che Leif Moe considerava Nils un bambino viziato. Non
era il solo a essere consapevole dei capricci del suo compagno, il cosiddetto
cocco delle compagnie petrolifere. E poi quel nomignolo, Pc, politicamente
corretto, il sami da mettere in mostra. Che ironia, rifletté Tom sapendo cosa
pensava Nils delle sue origini sami. L’amico forse esagerava, in ogni caso non
erano fatti suoi. Comunque fosse, era meglio che Leif Moe non sapesse che si
rivolgeva a lui per conto del compagno.
«Pronto per domani?»
Tom sollevò il bicchiere senza rispondere. Lui e Nils erano sempre pronti e
Leif Moe lo sapeva, si trattava semplicemente di un modo per rompere il
ghiaccio. Avrebbe potuto parlare del tempo. Costituivano probabilmente la
migliore squadra di sommozzatori in attività nel Mare di Barents. Il tipo di
sommozzatori che le compagnie si contendevano perché facevano risparmiare
loro un sacco di soldi, evitando di commettere gli errori di altri meno esperti,
oppure compiendo una prodezza come quella del giorno in cui Nils non aveva
rispettato tutte le regole per la sicurezza e aveva corso un rischio calcolato, forse
spingendosi in quel caso un po’ troppo in là. Ma Tom aveva fatto la sua parte.
Ciò che ci si aspettava da lui. Ciò che Nils si aspettava da lui.
«È strano quello che sta succedendo da queste parti.»
Tom non reagì. Sapeva che Moe amava parlare e apprezzava la gente che
sapeva stare ad ascoltarlo.
«In ogni caso è meno delirante che negli anni Settanta. Inoltre bisogna
riconoscere che non si lavora più molto con i sommozzatori nel Grande Nord,
non come una volta. Adesso si utilizzano sottomarini dappertutto. Non che la
cosa mi disturbi. Tutte queste nuove norme per la sicurezza sono una vera
seccatura, ma a sentire quelli che lavoravano negli anni Settanta, era veramente
il Far West, senza alcuna regola, o la va o la spacca, un vero casino. Tu mi dirai
che queste cose succedono anche oggi, resta un mestiere per gente senza tutte le
rotelle a posto, ma almeno adesso delle regole ci sono, e francamente non me ne
lamento.»
Leif Moe aveva già cominciato a ripetersi.
«Sbaglio o non ci sono più molti francesi nell’ambiente? All’epoca erano i
pionieri, giusto?»
«Puoi dirlo forte, anche se io ancora non lavoravo in questo settore. Ce
n’erano di una compagnia di Marsiglia, e poi anche della Navy, dei Ricains,
insomma possiamo dire che i primi venivano per la maggior parte dall’esercito.
Gente per cui la sicurezza era una seconda pelle, dei veri professionisti. In
seguito, con gli sviluppi nel Mare del Nord, c’è stato un vero boom, petrolio
dappertutto, e allora è stato necessario trovare personale molto rapidamente, non
bastava mai, e così hanno iniziato a prendere della gente che non sapeva
nemmeno nuotare, te lo giuro, ne ho visti con i miei occhi. Io ho cominciato
poco dopo, ce n’erano ancora tanti di messi male, e in molti avevano già
rinunciato. Oppure erano morti.»
Leif Moe levò il proprio bicchiere.
«Ai morti e ai vivi.»
Tom Paulsen alzò a sua volta il bicchiere. Anche se Moe si ripeteva, quelle
storie lo colpivano.
«E i francesi? Ti è più capitato di incontrarne qualcuno, dei vecchi dico?»
«Qualcuno. In effetti questo mondo è piuttosto strano e pieno di uomini
solitari. Alcuni hanno fatto su un sacco di soldi e poi sono spariti. Altri sono
rimasti feriti, e anche loro sono spariti. Non fa certo piacere trovarsi tra i piedi
una specie di relitto che ti ricorda continuamente che puoi fare la stessa fine
anche tu. Inoltre i francesi sono stati esclusi perché l’ambiente è diventato
sempre più internazionale, regolamentato da norme in inglese, e loro, sebbene
molto competenti, non capivano. Si sono fatti fregare a questo modo. È stupido,
ma è così. Ce n’è ancora qualcuno, ma sono rari.»
«Ti è capitato di rivederne di recente?»
Tom si domandava se per caso non stesse insistendo troppo, ma Moe non
sembrava insospettirsi. Si sforzava di ricordare.
«Di francesi, no. La maggior parte degli ex sommozzatori sono piuttosto al
sud, sai. Quelli che hanno un po’ di soldi, se ne vanno tutti al sole. Quanto agli
altri, sono dove sono, ma parecchi venivano dalla regione di Stavanger. Ne ho
rivisto uno non molto tempo fa, uno degli ex militari appunto. Un norvegese,
messo piuttosto male. Beve, fuma, e nel suo caso le conseguenze delle
immersioni sono ben visibili: è chiaro che le sue articolazioni sono ridotte in
poltiglia, e poi ha i tratti del viso molto marcati, molto.»
«Che cosa voleva?»
«Oh, parlare un po’ dei vecchi tempi, informarsi dei progetti in corso, sapere
se i giovani fanno il loro dovere e magari ritrovare qualche vecchio collega, cose
così.»
«È ancora da queste parti?»
«No, non si è più fatto vivo. Mi aveva lasciato un numero, giusto in caso.
Aspetta, se t’interessa, devo averlo da qualche parte.»
Frugò nelle tasche del cappotto e ne tirò fuori una fattura con uno
scarabocchio sul retro. Strappò la fattura, ricopiò il numero e diede il foglio a
Tom.
«Ci sono degli ex sommozzatori da queste parti?»
«Mi hanno parlato di un tizio che vive isolato in un capanno nella tundra.»
«Un francese?»
«Sei proprio fissato con questi francesi. No, un norvegese, credo. Un tizio
messo piuttosto male da quel che mi hanno detto. Il problema con molti ex
sommozzatori è quello che non si vede, i danni invisibili che si portano dentro.»
Moe si toccò la testa e ordinò altre due birre.
«Sei un bravo ragazzo, Tom. Se posso darti un consiglio, uno solo, è di non
fare questo lavoro a lungo. Non un’immersione di troppo. Devi sapere che, se la
farai, questa immersione di troppo, non potrai contare né sullo Stato né sulle
compagnie petrolifere.»
Le birre arrivarono e Moe levò ancora il proprio bicchiere.
«Forza, ai morti e ai vivi.»
44.

SKAIDI. TARDO POMERIGGIO.

Klemet aveva accompagnato Nina al rifugio di Skaidi. Nina era sfinita.


Klemet decise poi di andare fino alla roccia sacra per studiare il luogo in cui era
stato ritrovato il braccialetto, tentando di immaginare di nuovo la scena, di
scoprire un dettaglio rivelatore sulla caduta mortale di Fjordsen. Passò davanti ai
resti del capanno andato a fuoco. Tra le macerie era stato trovato un corpo, e le
analisi erano in corso al laboratorio di Hammerfest.
Di quel capanno non restava più niente, ma il furgoncino Volkswagen era stato
noleggiato a nome di un francese, l’informazione era stata confermata. Un
medico in pensione che per qualche strana ragione si era invaghito di quel luogo.
Sarà stato un appassionato di pesca, pensò Klemet. Aveva fretta di arrivare. La
famiglia era già stata avvertita.
Stando a quanto Klemet aveva letto in Intranet, all’origine dell’incidente c’era
una fuga di gas. Dopo un inverno così rigido, che di certo non aveva giovato alle
tubature né ai condotti dell’acqua o alla struttura dei capanni che rimanevano
disabitati per la maggior parte dell’anno, gli incidenti erano piuttosto frequenti.
Pareva che fosse esplosa la bombola del gas. Un classico: il proprietario tenta in
tutti i modi di accendere il gas, per una ragione o per l’altra non ci riesce e non si
accorge che in realtà la piccola stanza si sta saturando al punto che basta una
scintilla, e bum.
Dal tono del rapporto, Klemet dedusse che il caso era stato archiviato. Le
macerie erano delimitate dai nastri della polizia. Non c’era nessuno. Klemet
parcheggiò. Il tempo era ancora bello e il sole splendeva, non tirava vento. Era
già da un po’ che pensava di comprarsi un piccolo capanno per le vacanze sulla
riva di un fiume, ma esitava. Era troppo spesso in contatto con gli allevatori che
si lamentavano di quelle casette che spuntavano come funghi. Comprandone
uno, rischiava di mettersi in una posizione delicata. Gli esperti dell’assicurazione
sarebbero passati il giorno dopo. Klemet avanzò con prudenza e osservò
l’ammasso di assi di legno, travi, ferraglia, vetri rotti, cenere e oggetti ridotti in
polvere. Una parte delle macerie era dispersa per un perimetro piuttosto ampio.
Prima dell’incendio doveva esserci stata un’esplosione. Klemet si chiese se quel
luogo avrebbe fatto al caso suo, se nonostante tutto avesse ceduto alla tentazione
di imborghesirsi. La tenda sami nel suo giardino gli offriva già numerose
comodità, ma la vicinanza di un fiume era un vantaggio non trascurabile. Si
guardò intorno: il fiume che scorreva sotto lo strato di ghiaccio, le betulle ormai
prive di neve che punteggiavano il paesaggio di macchie scure. A causa di quel
sole onnipresente, rigagnoli di neve sciolta scorrevano lungo le rocce. Alcuni
oggetti scagliati dall’esplosione erano sprofondati nella neve. Klemet non aveva
chiesto in che stato fosse il proprietario al momento del ritrovamento e neppure
il comunicato in Intranet lo precisava. Klemet non toccò nulla. Un pezzo di
plastica verde, sembrava di forma cubica, era atterrato ai piedi di una roccia.
Quando aveva collaborato con il gruppo Palme all’inchiesta sull’omicidio del
primo ministro svedese si era interessato a gruppi terroristici di ogni sorta e ai
loro arsenali. Le sue conoscenze erano leggermente datate, ma era proprio
questo che lo stupiva. Quel reperto sembrava un frammento d’innesco, lo
strumento che permetteva di far esplodere un detonatore grazie a un impulso
elettrico. Un sistema molto semplice, se uno sapeva quello che faceva. Un
oggetto simile non poteva trovarsi lì per caso.
Klemet tornò nei pressi del capanno e cercò la cucina. Dove si trovava la
bombola del gas? Come rintracciarla in mezzo a quella confusione? Non riusciva
a farsi un quadro preciso, ma quell’elemento non era da trascurare.
Chiamò Ellen Hotti per informarla della sua scoperta.
Il commissario lo prese in giro garbatamente. Non sapeva che nella polizia
delle renne ci fossero degli esperti di sabotaggi.
«Allora vuol dire che leggi i miei rapporti senza la dovuta attenzione. Dovresti
sapere che a volte, nella tundra, qualche recinzione salta in aria.»
«Con inneschi e detonatori?»
Avrebbe mandato qualcuno il prima possibile.
«A proposito, posso sapere che cosa ci fai lì?»
«Volevo solo assicurarmi che non ci fossero renne indisciplinate che
potrebbero rovinare i funerali di mercoledì.»
«Davvero gentile, ma faresti meglio a dirmi come siete messi con le questioni
che vi riguardano. A proposito, mi è stato riferito che hai visto Sormi e che vi
siete chiariti.»
«Era quello che mi avevi chiesto, no?»
«Ti sei scusato, o qualcosa di simile?»
«Come mi avevi chiesto.»
«La sua denuncia non è ancora stata ritirata.»
«Non mi stupisce da parte di quel…»
Il commissario riappese ridendo.
Che farabutto! Sormi gli aveva promesso di ritirare la denuncia. Faceva
apposta a rimandare, giusto per irritarlo, ne era certo. Per calmarsi Klemet
ripensò al momento in cui avrebbe rivelato a Sormi il passato poco glorioso del
suo avo, esposto come un fenomeno da baraccone. Era certo che gli avrebbe dato
più soddisfazione di tutti gli schiaffi che aveva voglia di mollargli. Guardò l’ora.
Alla roccia sacra ci sarebbe andato l’indomani, in ogni caso doveva esserci
anche Nina per aiutare Anneli a far attraversare le renne. Gettò un’ultima
occhiata ai resti del capanno. Per il momento aveva solo voglia di ritirarsi sotto
la sua tenda, a Kautokeino. Passarci una serata con la zia di quel piccolo idiota di
Sormi sarebbe stata una rivincita personale altrettanto soddisfacente. Prese il
telefono e cercò il numero di Sonia Sormi. Un attimo dopo lo rimise in tasca. Più
tardi, si ripromise ripartendo alla volta di Skaidi.

Nina si era messa a letto già da un po’ quando un sms la strappò al sonno. Un
semplice punto interrogativo. Da parte di Tom. Si era completamente
dimenticata di lui e si sentì in colpa, ma era davvero a pezzi. Gli rispose con un
breve messaggio. Lui reagì immediatamente, proponendole di incontrarsi al pub
della stazione di servizio di Skaidi, così non sarebbe dovuta andare fino a
Hammerfest. Ormai era tardi, ma la luce era ancora forte. Nina non sapeva più se
era stanca fisicamente, mentalmente, o entrambe le cose, oppure se aveva
semplicemente mangiato male. Si sentiva pesante e priva di energie, con i
neuroni in vacanza. Si diede una rinfrescata e andò al pub a piedi. L’aria fresca le
fece bene. Ordinò un hamburger e sorrise pensando all’insistenza di Tom, il
sommozzatore tenace dal sorriso mozzafiato.
Lui arrivò circa mezz’ora dopo e le si sedette di fronte. Esordirono con
simpatici convenevoli, così da distogliere l’attenzione degli altri clienti, in ogni
caso poco numerosi.
«Domani incontrerò mio padre» gli disse lei infine.
Tom Paulsen annuì. Lo fa talmente bene, pensò Nina, con quell’aria seria e la
fronte leggermente aggrottata, la parte superiore del naso che fremeva svelando
rughe minuscole e irresistibili.
Aprirono la bocca nello stesso momento, scoppiarono a ridere e si cedettero
reciprocamente la parola.
«Mi stavi parlando di tuo padre. Non lo vedi da molto tempo, ma forse aveva
dei colleghi, degli amici con cui avresti potuto tenere i contatti. In questo
mestiere i legami sono forti.»
«Ero così giovane e abitavo lontano, non credo che mio padre portasse a casa i
suoi amici. Per dirla tutta, non credo che mia madre avrebbe apprezzato, e poi
nel mio villaggio non c’era neanche un pub, quindi…»
Tom sembrava soprappensiero.
«E così non sai se tuo padre aveva un collega francese, per esempio?»
Quella domanda la stupì.
«Ricordi, avevamo parlato di un compagno d’immersioni, lo sai chi era il suo
compagno?»
La domanda sembrava importante per lui, e Nina si sforzò di ricordare.
Ripensò a suo padre. Sembrava tutto così lontano. Quanti anni aveva lei quando
se n’era andato? Appena dodici. A parte Margareta e le altre donne che intorno a
una tazza di caffè organizzavano la liturgia delle loro funzioni religiose, chi
andava a trovarli? Gli uomini di cui si ricordava erano tutti molto vecchi, in ogni
caso ben più vecchi di suo padre. Ma lui era così giovane. In effetti, ora Nina
sapeva che non era poi così giovane, ma era sempre pronto alla battuta quando
lei era lì con lui. Fino al giorno in cui… No, non era stato di giorno, la prima
volta era successo di notte. Si era svegliata perché la porta era rimasta aperta e
nella casa entrava freddo. Era corsa al piano terra e poi di nuovo su, al primo
piano. Sua madre dormiva, suo padre invece era sparito. Aveva lasciato solo il
cuscino di traverso sulla porta. Nina era tornata al piano terra. Era notte e non si
vedeva granché. Si era rannicchiata sulla poltrona dell’ingresso e si era messa ad
aspettare. Non sapeva per quanto tempo fosse rimasta lì, non aveva un orologio,
in ogni caso molto tempo per una ragazzina di quell’età. Non aveva osato
chiudere la porta per paura che suo padre immaginasse chissà cosa. Aveva
acceso la luce dell’ingresso. E aspettato. Alla fine lui era tornato. Prima che la
scorgesse nell’angolino, Nina era riuscita a cogliere il suo sguardo perso, il viso
emaciato. Il passo pesante, la respirazione affannosa. Non l’aveva mai visto in
quello stato. Non gli aveva chiesto niente, gli era solo corsa incontro per gettargli
le braccia al collo. Si era spaventata sentendolo così freddo. Aveva preso la sua
mano, lui l’aveva lasciata fare, e se l’era messa tra i capelli. Questo gesto aveva
calmato entrambi.
Chi era il collega di suo padre? Si rendeva conto di ignorare qualcosa che per
lui doveva essere essenziale, di non conoscere il nome di un uomo che poteva
aver salvato più volte la vita di suo padre. E che forse sapeva perché suo padre
era diventato quel che era diventato. Scosse la testa. Tom parve deluso, ma non
quanto me, pensò Nina.
«E tu, immagino conosca diversi ex sommozzatori.»
«Certo.»
«Sei al corrente degli esperimenti d’immersione?»
«Sì, un tempo venivano praticati, oggi molto meno. Credo che ci siano stati
troppi feriti, soprattutto all’epoca del Mare del Nord. Oggi non sarebbe più
politicamente difendibile, si preferisce puntare sui sottomarini. Noi siamo
disponibili per offrire sostegno se necessario, ma in effetti la grande epoca dei
sommozzatori è finita. Troppi danni.»
«In che senso, troppi danni?»
«I danni della pressione quando t’immergi a lungo a profondità molto elevate,
e soprattutto i pericoli della decompressione. All’epoca le compagnie cercavano
di abbreviare il più possibile i tempi di decompressione perché sostenevano di
dover pagare i sommozzatori per non fare niente, o in ogni caso è così che la
vedevano. Ogni volta rosicchiavano qualche minuto in più, ma i sommozzatori
la pagavano cara, a colpi di bolle d’aria che gli circolavano in corpo, embolie
gassose, sofferenze che a volte si manifestavano anche parecchi giorni dopo le
immersioni. Hai visto la camera iperbarica all’hotel galleggiante, quella dove
sono morti quei due?»
«Soltanto in foto.»
«In teoria è lì dentro che facciamo la decompressione. Se qualcuno risale
troppo in fretta, bisogna metterlo in una camera di quel tipo. Se vuoi ti mostrerò
la nostra sull’Arctic Diving. Bada bene che si tratta di una proposta del tutto
decente.»
Il sesso era l’ultima cosa cui Nina pensava, tantomeno in una camera
iperbarica.
«Vuoi dire che alcuni sommozzatori hanno subito delle conseguenze
permanenti dopo essersi immersi?»
«Secondo certi dottori sì, e anche secondo certi sommozzatori. Spesso il
problema è che queste conseguenze sono invisibili, sono a livello delle
articolazioni, o dei polmoni, oppure qui dentro» proseguì Tom picchiettandosi la
testa. «Turbe caratteriali, perdita della memoria a breve termine, problemi di
concentrazione e molto altro, senza contare i tentativi…»
Tom lasciò la frase a metà con aria imbarazzata, poi riprese.
«Ma la gente non ne parla. Se conosci almeno in parte questo ambiente
attraverso tuo padre, devi sapere che gli acciacchi sono tabù tra i sommozzatori.
Bisogna essere sempre al top.»
Nina era pensierosa. Ricordava ben poco e se ne rammaricava.
«Scusami, sono a pezzi.»
Si alzò. Tom rimase seduto. Si guardava intorno: profilo destro, profilo
sinistro, entrambi perfetti. Peccato che io sia così stanca, pensò Nina. Tom
sembrava esitare, e non era da lui.
«Un’ultima domanda» disse alla fine. «Non è che per caso hai sentito parlare
di un ex sommozzatore francese che si aggira da queste parti?»
«Un sommozzatore francese? No, il solo ex sommozzatore di cui ho sentito
parlare di recente è un ex allevatore che aveva partecipato a degli esperimenti
molto tempo fa. Ma era norvegese.»
«E se… volessimo trovare le tracce del passaggio di questa persona, come
potremmo fare?»
Per Nina quell’insistenza cominciava a diventare strana.
«Ci penserò, adesso sono davvero esausta.»
Una volta fuori, lui si comportò con grande tenerezza: le accarezzò la guancia
senza insistere troppo. Nina lo salutò e tornò a casa a piedi, investita dalle ultime
luci del sole. Erano le undici di sera, la giornata era passata in un lampo, il
giorno dopo doveva incontrare suo padre e non aveva la più pallida idea di cosa
doveva aspettarsi.
45.

IL SOLE SORGE ALLA 1.41 E TRAMONTA ALLE 23.01.


VENTUNO ORE E VENTI MINUTI DI LUCE.
STRETTO DEL LUPO. ORE 5.

Klemet e Nina si misero di buon’ora sulla strada che costeggiava lo stretto.


Incontrarono Anneli che spiegò loro in quale punto avrebbe dovuto attraversare
il suo branco. Più giù, sulla spiaggia di ciottoli dove gli animali sarebbero
arrivati prima di imbarcarsi sulla chiatta dell’ufficio delle renne, era stato
montato un recinto. L’imbarcazione era già visibile e Klemet si mise in contatto
con il pilota. Era una vecchia conoscenza: un sami della costa, ex piccolo
pescatore che all’epoca aveva lavorato per le compagnie petrolifere fornendo un
supporto logistico durante le prime esplorazioni nel Mare di Barents. Aveva
ancora il suo piccolo peschereccio, ma lavorava anche per i petrolieri e per gli
allevatori di renne.
Il branco era ancora sparso sull’altipiano, circondato da diversi allevatori che
già da diverse ore cercavano di spingere le centinaia di bestie verso la costa.
Altri allevatori stavano finendo di preparare il recinto. L’operazione si articolava
in diverse fasi. Le renne dovevano seguire un certo tracciato fino alla strada,
guidate dal capobranco. Il recinto era abbastanza grande da contenerle tutte.
Klemet e Nina si sistemarono ciascuno a un’estremità della strada, pronti a
bloccare la circolazione. Aspettavano il segnale di Anneli. Poteva volerci ancora
un po’. Dieci minuti o due ore. La costa era addormentata. Klemet inviò un
messaggio a Nina. «Non sei troppo stanca? Avevi una faccia stamattina…» La
risposta non tardò ad arrivare: «Vorrei affondare la testa in una vasca da bagno
piena di caffè, please.»
La sera prima Klemet non aveva voluto subissarla di domande. Quella storia
con il sommozzatore non gli piaceva per niente. Non aveva neanche osato
raccontare al commissario Hotti che avrebbero fatto attraversare le renne fino
all’isola della Balena due giorni prima dei funerali di Fjordsen. Qualcuno
avrebbe potuto leggervi una provocazione, dato che il rischio di ritrovarsi delle
renne a zonzo durante la cerimonia sarebbe stato più alto. Se fosse successo,
sicuramente in città avrebbero disapprovato, ma in qualità di rappresentante
della polizia delle renne doveva rispettare la volontà degli allevatori. Anneli non
era la sola a decidere e le renne che dovevano attraversare lo stretto non erano
solo le sue. Per portare a termine una simile operazione occorrevano parecchi
allevatori, e non era possibile rimandarla all’infinito solo per aspettare i funerali
di un sindaco che, per di più, da vivo aveva fatto di tutto per sbarrare il perimetro
urbano tentando di evitare intrusioni di renne.
Anneli chiamò: le renne si stavano avvicinando.
Klemet avvertì per telefono Nina, che si trovava a un chilometro di distanza.
Bloccarono la strada. A quell’ora sarebbero stati disturbati in pochi.
Attesero ancora una ventina di minuti prima che le prime renne facessero la
loro comparsa. Klemet era troppo lontano per vederle, ma sentiva il rombo dei
motori. Poco dopo vide spuntare da dietro una scarpata uno scooter da neve
proveniente dall’altipiano. Il conducente portava un chapka calato sulla testa, si
tolse gli occhiali da sole. Klemet riconobbe Jonas Simba e lo salutò. Simba
spense il motore e si accese una sigaretta, ricambiando il saluto. Era da circa da
due settimane, dall’inchiesta sulla morte di Erik, che Klemet non lo vedeva. Si
ritrovavano sempre nello stesso posto, sempre per quelle renne che si ostinavano
a voler tornare ai loro pascoli ancestrali. Simba sembrava arrabbiato.
«E così è deciso?»
Klemet non capiva. L’allevatore lo fissava con durezza.
«Con noi fate i gentili, ma alle nostre spalle avete deciso di spostare la nostra
roccia. E farete la stessa cosa qui, così i mezzi del cantiere potranno rimuoverla
con comodo, senza essere disturbati. In fondo, Juva Sikku non ha tutti i torti. Ha
fatto bene a muoversi per tempo. Sapeva cosa faceva.»
«Non ne so niente» si difese Klemet, ed era la verità. Aveva sentito delle voci
a riguardo, ma nessuno gli aveva detto che la decisione era già stata presa. Stava
per aggiungere che, se le cose stavano veramente così, sarebbe stato necessario
rispettare la decisione, ma Simba aveva già scagliato via il mozzicone di
sigaretta, infilato nuovamente gli occhiali e rimesso in moto, immettendosi con
un secco colpo d’acceleratore lungo la strada.
Klemet scosse la testa e cercò il binocolo.
Dopo un po’ vide le prime renne attraversare la strada. Erano state indirizzate
in modo da entrare nel recinto. Il passaggio durò qualche minuto, il tempo di
aspettare i ritardatari. Col binocolo Klemet riusciva a distinguere i cuccioli che
avanzavano accanto alle loro madri. Avevano un aspetto molto fragile ed era
probabile che molti sarebbero annegati durante la traversata a nuoto. Non appena
il recinto fu chiuso, avvertì Nina che poteva riaprire la strada. Andò a prenderla e
tornò per sorvegliare il passaggio degli animali sulla strada. Non c’era più
bisogno di loro. Nina gli chiese di farle una foto con la chiatta sullo sfondo e
Klemet valutò se non fosse troppo in controluce. In questo caso, sapeva bene che
lei lo avrebbe pregato di scegliere un’altra angolatura. Inquadrò la chiatta che
spuntava per metà dietro la sua testa, leggermente storta. Nina fece una smorfia
ma sembrò accontentarsi. Le renne, stanche dopo i mesi invernali, si stavano
riposando, leccavano le rocce o brucavano il muschio sulle betulle. Più giù, gli
allevatori stavano stendendo dei teloni plastificati per creare un corridoio tra il
recinto e la chiatta accostata alla riva con lo scivolo già abbassato. Klemet scorse
Jon Mienna, il pilota della chiatta. Stava sorvegliando le operazioni dal ponte
con una tazza di caffè in mano. La chiatta era suddivisa in compartimenti
separati da griglie. Ben presto tutto fu pronto e Jon Mienna diede il segnale. Gli
allevatori aprirono il recinto. Alcuni vi entrarono per incanalare il branco che, al
loro arrivo, si era messo a girare in tondo. Riuscirono a isolare un gruppo di una
quarantina di renne tendendo i teloni plastificati e le spinsero verso il corridoio.
Le renne, con la bava alla bocca, si precipitarono sullo scivolo facendo un
baccano improvviso. S’infilarono nella chiatta. Gli allevatori, nascosti dietro a
pannelli, chiudevano le griglie a mano a mano che le bestie salivano sulla
chiatta. L’operazione fu ripetuta più volte, finché il recinto non fu vuoto. I due
poliziotti scesero fino alla riva. Klemet fece un cenno con la mano a Mienna, che
rispose alzando il pollice. La traversata non sarebbe durata molto.
«Lo sapevi che la decisione di spostare la roccia è già stata approvata?»
Nina non lo sapeva.
«Non mi piace per niente» affermò Klemet.
Osservarono l’imbarcazione allontanarsi verso i monti innevati e inondati di
sole dell’isola della Balena, e Klemet pensò che forse era una delle ultime volte
che assisteva a quello spettacolo.

«Lo schedario, mi hanno rubato lo schedario.»


Markko Tikkanen gridava nel suo ufficio. Era disperato. Proprio non riusciva
a capire. Chi poteva volergli tanto male? Tikkanen si era reso conto del furto
arrivando all’agenzia quel mattino, come sempre molto presto. Aveva creduto di
morire. Avrebbe preferito che gli chiedessero di amputarsi lui stesso un braccio.
Centinaia di schede che amava più di qualsiasi cosa, aggiornate di continuo. Non
ne aveva neanche una copia. Tikkanen saltava per la collera e l’incredulità, non
sapendo bene da quale sentimento lasciarsi sopraffare, si asciugava il sudore,
annichilito da tanto odio. Chi? Chi? Una catastrofe. Una vera catastrofe. Pregava
solo che il ladro non sapesse leggere. Rimise a posto il ciuffo e pensò che era
molto improbabile che un ladro analfabeta rubasse il suo schedario. Inoltre, al
giorno d’oggi tutti sapevano leggere, una vera calamità tutte quelle persone
capaci di leggere. Un analfabeta avrebbe rubato il quadro. Il quadro. Come ha
fatto a entrare, come? Si era forse nascosto e aveva aspettato che lui uscisse? La
sua segretaria, la signora Isotalo… Con chi si vedeva? Aveva delle
frequentazioni poco raccomandabili. Quando aveva usato lo schedario per
l’ultima volta? Venerdì? Era per caso tornata dopo di lui? Le chiavi le aveva, ma
non conosceva la combinazione. Nessuno la conosceva. Si mise a gridare.
Guardò fuori dalla vetrina che dava sulla strada, poi si ritirò nel suo ufficio
sbattendo la porta e cercò di darsi un contegno. Sangue freddo. Tikkanen era
conosciuto per il suo sangue freddo. Tikkanen non aveva debolezze, lo sapevano
tutti, non poteva cedere proprio adesso. Chi poteva avere interesse a prendere il
suo schedario? Chiunque, doveva ammettere. Ma chi ne conosceva l’esistenza?
In parecchi, doveva riconoscere anche questo. Ne parlava come di un figlio
adorato, sempre fiero di mostrare a un cliente quanto fosse aggiornato. Gemette.
Prese l’agenda e controllò tutti gli appuntamenti delle settimane precedenti,
cercando di ricordare il tenore di quegli incontri: amichevoli, tesi, cordiali. Si
sforzò di fare una valutazione obiettiva e dovette anche ammettere che non
aveva relazioni cordiali con nessuno. Un attimo dopo però cambiò idea. Sono
tutti cordiali con me. Tutt’al più sono intimiditi dalla mia stazza, ecco tutto. Mia
madre mi ha sempre detto che con una statura come la mia la gente si sarebbe
comportata come si deve. Proprio così, io li intimidisco, ma in fondo la gente
pensa solo bene sul mio conto. Si rendono tutti conto che sono qui per aiutarli.
Dopo un’ulteriore selezione, gli rimase una lista di una quindicina di nomi. Uscì
in fretta e furia e si mise alle loro calcagna.
46.

Tom Paulsen aveva recuperato da Leif Moe le generalità del norvegese pieno
di acciacchi incontrato di recente. Il nome, Knut Hansen, non gli diceva niente.
Stava aspettando nella sala da pranzo dell’Arctic Diving. Questa volta la nave
non sarebbe andata molto lontano, questione di pochi chilometri, dalle parti del
cantiere del terminal di Suolo. Una semplice missione di ricognizione non
particolarmente interessante e non particolarmente pericolosa. Approfittò del
fatto che ci fosse ancora un po’ di campo per telefonare. Gli rispose una
segreteria telefonica. Si trattava di un messaggio preregistrato dall’operatore.
Tom lasciò il suo nome e il numero di telefono poi riappese. Si alzò e si avvicinò
a Nils.
«Allora, novità dall’avvocato?»
«Aspetto la lettera. Credi davvero che questa assicurazione potrebbe venire da
Steel?»
Nils sembrava preoccupato, il che non era da lui.
«Te l’ho già detto, ti aveva preso in simpatia, inoltre in Texas non c’era alcuna
famiglia ad aspettarlo. Forse non lo avevi compreso.»
«Non ci capisco un accidente, ma quando riceverò la lettera ci vedrò un po’
più chiaro. Quello che vorrei in questo momento è ritrovare Jacques.»
«L’ex sommozzatore francese?»
«Deve aver incontrato altre persone per arrivare a me.»
«Leif mi ha detto che di recente ha visto un ex sommozzatore, ma era
norvegese, messo piuttosto male, pare. Ho cercato di chiamarlo, ma non
risponde.»
«E non mi dici niente?»
«Per il momento non c’è molto da dire, a parte che si tratta di un norvegese.»
«E allora perché me ne parli?»
«Non lo so. Ma adesso andiamo a prepararci. Forse stasera, al nostro ritorno,
la lettera sarà arrivata. E il francese prima o poi lo troveremo, vedrai.»
Klemet e Nina attraversarono il ponte per assistere all’arrivo della chiatta. Vi
ritrovarono Anneli e altri allevatori. La manovra di sbarco fu molto più rapida e
le renne sparirono rapidamente all’interno dell’isola.
Quando tutti se ne furono andati, Anneli raggiunse i due poliziotti accanto alla
roccia sacra. Nina le aveva chiesto di mostrare loro dove aveva trovato il
braccialetto.
«Proprio lì» disse Nina voltandosi verso Klemet. Diede un’occhiata ai piedi
della roccia per vedere se qualcos’altro attirava la sua attenzione. Niente. Si alzò,
batté le palpebre ai raggi del sole e pensò che anche quella notte aveva dormito
poco.
«Non so proprio come facciate ad abituarvi a questo sole giorno e notte.»
Anneli sorrise.
«Dopo aver passato tutto l’inverno ad aspettare il ritorno della luce, andare a
dormire quando il sole ci inonda con i suoi raggi è una sorta di tradimento.»
«Be’, in questo momento sarei pronta a tradire senza alcuno scrupolo»
affermò Nina sbadigliando.
«Come farai adesso?» chiese Klemet.
Anneli guardò verso l’interno dell’isola.
«Sono venuti a propormi di portare le mie renne dalle parti di Naivuotna per i
pascoli estivi.»
«Chi è venuto?»
«Non ha molta importanza. Non vedo proprio cosa potrei fare laggiù. Dovrei
invadere i pascoli di un altro allevatore, cosa che probabilmente creerebbe dei
conflitti, e temo che sia esattamente questo lo scopo. Più saremo divisi più
faremo fatica a difenderci.»
Klemet non disse nulla, ma Nina capiva che la questione non rientrava nelle
loro competenze. In quel momento si avvicinò un furgoncino e ne scesero due
impiegati della direzione generale delle infrastrutture stradali. Salutarono,
scaricarono un tacheometro e lo montarono, dopodiché, senza più preoccuparsi
dei poliziotti e di Anneli, iniziarono a prendere le misure. Anneli si avvicinò ai
due uomini. La dolcezza del suo sguardo era completamente svanita.
«Possiamo sapere cosa ci fate qui?»
«Stiamo prendendo delle misure, perché la strada in questo punto verrà
allargata. Pare anche che sposteranno questo sasso, da quel che ci è stato detto è
una questione di giorni.»
«E pensate davvero di avere il diritto di farlo?» chiese Anneli con gentilezza.
«Se pensiamo di averne il diritto? Non è una decisione nostra, sa, noi
prendiamo le misure, il resto del lavoro spetta ad altri.»
«Sapete che cosa rappresenta questa roccia?»
«Be’, per il comune una seccatura, si direbbe.»
Con un colpo secco della mano Anneli fece cadere il tacheometro.
I due impiegati si misero a urlare.
«Non può fare attenzione, ma lo sa quanto costa questo aggeggio?»
«E voi conoscete il valore di questa roccia per il mio popolo?»
Klemet e Nina si avvicinarono di corsa. Nina afferrò Anneli per le spalle e la
costrinse a retrocedere.
«Anneli, non puoi farlo» le disse Klemet. «Questa gente fa solo il suo
mestiere, se hai qualcosa da dire vai dai loro superiori, o in comune.»
«Sapete benissimo cosa stanno tramando e li lasciate fare. Olaf Renson ha
ragione.»
«Ti accompagniamo noi.»
Questa volta fu Nina a spingerla verso l’auto. La riportarono da Morten Isaac,
sull’altro lato del ponte. Nessuno disse più niente.
«In fondo, ha un bel caratterino» commentò Nina dopo che se ne furono
andati. «E adesso?»
«Manca ancora un po’ all’appuntamento con tuo padre. Andiamo a
Hammerfest, abbiamo un sacco di cose da chiedere a Gunnar Dahl.»
47.

HAMMERFEST.

Il petroliere non poteva riceverli prima di pranzo, così Klemet e Nina


andarono al commissariato. Ellen Hotti li raggiunse in mensa con una cartellina
piena di documenti.
«Questa è la lista di tutti i passeggeri arrivati agli aeroporti di Alta e di
Hammerfest da metà aprile, idem per chi era a bordo dell’Hurtigruten. I miei
uomini hanno già controllato: abbiamo confrontato i nostri dati con quelli dei
colleghi dei servizi segreti e pare proprio che non ci siano vecchi nemici di
Fjordsen, dell’epoca in cui lavorava al comitato del Nobel. Il che non esclude
nulla, bisogna però andare a cercare altrove.»
Klemet prese la cartellina.
«Devo dire che il fatto che i tuoi uomini abbiano scartato con tanta fretta ogni
legame col periodo del comitato per il Nobel mi lascia perplesso. Sono così
pochi gli stranieri che passano da queste parti?»
«Hanno verificato, Klemet. Non possiamo mettere dentro un turista che arriva
dal Medio Oriente o da non so dove, semplicemente perché Fjordsen ha
sostenuto un Nobel che ha dei nemici. Cerca di attenerti ai fatti concreti.»
«Ellen, sai bene che tutto questo non ci servirà a molto» affermò Klemet
tenendo la cartellina sollevata. «Siamo in due, e per di più stiamo lavorando a
un’altra indagine. In compenso ci saresti d’aiuto se potessi dirci qualcosa sulle
impronte di scarpe rilevate dove è stato ritrovato Fjordsen, o sulle chiamate del
suo cellulare.»
«Certo, certo» disse il commissario per farlo tacere. «Ho di meglio per il
momento, anche se la cosa non vi riguarda. I miei esperti mi hanno chiamato dal
capanno, sai, dove hai trovato quel pezzo di detonatore. Hanno scoperto una
placca a pressione per innescare il dispositivo. Bastava che quel tizio ci
camminasse sopra e bum. Il capanno era dunque una trappola. Ho informato
l’anticrimine, ma non ho dimenticato di segnalare chi è stato il primo a mangiare
la foglia.»
«E sul francese, ci sono altri elementi?» chiese Nina. «Mi sono state fatte
delle domande piuttosto insistenti su un ex sommozzatore francese che si
trovava da queste parti di recente.»
«A chi interessa?»
Nina parve troppo presa dalle parole di Ellen Hotti e non rispose al collega.
«Per il momento abbiamo un nome. Raymond Depierre, un medico del sud
della Francia, di una cittadina vicino a Marsiglia. Stiamo facendo ulteriori
ricerche. Sua moglie è stata avvertita. Aveva comprato il capanno sette anni fa,
veniva qui per pescare e ritrovare vecchi amici. Sua moglie è sotto shock ma sta
cercando il nome di questi amici. Ha partecipato a delle missioni in Norvegia. La
polizia francese ci aiuta nelle indagini.»
«Un medico francese vittima di un attentato qui?»
«Siamo davvero sicuri che si trattasse di un medico?» insisté Nina. «È
possibile che quel dottore e il famoso sommozzatore francese siano la stessa
persona?»
«Se la cosa v’interessa così tanto, vi terrò informati. Non dovrebbe essere
difficile fare una verifica. Nell’attesa, invece di lamentarti, Klemet, troverai la
lista delle telefonate in uscita e in entrata dal cellulare di Fjordsen in fondo al
dossier. Ti segnalo che c’è stato un altro furto di renne ieri pomeriggio. Era il
vostro giorno libero e non ho voluto disturbarvi, ma è successo a sud di Skaidi.
Fateci un salto più tardi.»
Klemet e Nina stavano uscendo dalla mensa quando il commissario li
richiamò.
«Klemet, mi avevi chiesto di fare un controllo del braccialetto portato da una
delle vittime allo Stretto del lupo. Tieni, prendi» gli disse lanciandogli un
sacchetto di plastica. «E non dimenticate i funerali!»
Gunnar Dahl aspettava i due poliziotti al bar dell’Hotel Rica. L’edificio era in
riva al mare, orientato verso la baia, all’orizzonte si vedeva l’isola artificiale e la
ciminiera dove la Norgoil aveva i suoi uffici. Dahl avrebbe voluto incontrarli al
Thon per evitare loro, aveva spiegato, le pesanti procedure per accedere all’isola.
Si sedettero intorno a un tavolo, alto e leggermente in disparte. Nina avrebbe
preferito convocarlo al commissariato in modo da dare all’interrogatorio un tono
più formale, ma Klemet aveva deciso di non accelerare i tempi. Aveva così
proposto il Rica, scegliendo così almeno il luogo dell’incontro.
C’erano parecchie questioni che assillavano Nina.
Come spiegava Gunnar Dahl che il suo nome comparisse come garante sul
contratto di noleggio del furgoncino utilizzato da Knut Hansen, l’uomo ritrovato
annegato nello Stretto del lupo?
Forse era a causa di quell’aspetto da pastore e per quella barbetta, comunque
fosse, Nina vedeva in lui l’equivalente maschile di sua madre. La stessa razza:
dietro la facciata benevola si nascondeva un tagliatore di teste senza pietà. Che
traffici aveva nel settore del petrolio? Non si poteva certo dire che fosse un
ambiente per chierichetti, e lo stesso valeva per quello degli allevatori di renne.
Sempre la stessa tiritera: la tundra non è luogo da chierichetti. Il fatto che
lavorasse per la compagnia pubblica norvegese non faceva di lui un angioletto.
Era forse invece un corrotto? Nina aveva ereditato da sua madre un certo senso
del bene e del male. Il confine era una linea che sua madre non aveva mai avuto
difficoltà a tracciare. Ignorava le sfumature. Oggi Nina, riflettendo su come
aveva trattato suo padre, dubitava della capacità di distinguere di sua madre, e
tuttavia quel Dahl…
Un vociare proveniente dalla sala attirò la loro attenzione. Un gruppo di
uomini immersi in un’accesa discussione si stava dirigendo verso l’uscita. Nina
ne riconobbe alcuni incontrati quella mattina durante l’attraversamento delle
renne. Vide anche il capo del distretto Morten Isaac e persino lo Spagnolo, Olaf
Renson. Che cosa ci faceva il deputato del parlamento sami svedese a
Hammerfest? Renson li vide e si diresse verso di loro con passo spedito, seguito
da Morten Isaac e da qualche altro, mentre il resto della compagnia raggiunse
l’uscita.
«Gunnar Dahl, eccoti, dovrai rispondere delle tue azioni. Sono settimane che
chiediamo di incontrare i responsabili della Norgoil senza ottenere risposta. Ed
eccoti qui, che fortuna.»
La voce di Renson vibrava di rabbia.
«Ci conosciamo?» domandò il petroliere.
Nel gesto di Renson, che sollevò il mento e appoggiò una mano sul fianco,
Nina riconobbe la sua dignità. Un matador di fronte al toro, consapevole degli
sguardi del pubblico. Lo Spagnolo.
«Sono deputato al parlamento sami di Svezia e membro del gruppo di
coordinamento tra i parlamenti sami svedese, finlandese e norvegese. Ci
incontreremo spesso, perché quello che state facendo qui è inaccettabile. Come
potete pensare che vi lasceremo spostare la roccia sacra? State distruggendo
questo paese e questo pianeta, pensate davvero di potervi permettere qualsiasi
cosa?»
«Distruggere questo paese?» Gunnar Dahl si era alzato con calma. «Forniamo
energia e posti di lavoro, noi creiamo la ricchezza di questo paese.»
«Con i giacimenti che sfruttate nel Mare di Barents? Lascia che ti dica una
cosa. Per colpa vostra la Norvegia è diventato un paese produttore di
inquinamento, a dispetto di tutte le belle parole del vostro governo. E un’altra
cosa ancora. Se non vogliamo che il riscaldamento climatico globale superi i due
gradi, limite oltre il quale siamo tutti spacciati, è necessario lasciare i due terzi
delle riserve di petrolio, gas e carbone sotto terra. I due terzi. Voi invece
continuate come se niente fosse, la Norgoil intende persino triplicare i suoi
investimenti nella ricerca per l’esplorazione dell’Artico.»
«I nostri sistemi di produzione sono meno inquinanti di altri, inoltre
produciamo per dei paesi che hanno il diritto di svilupparsi.»
«Meno inquinanti? Che sciocchezze sono queste?» Renson guardò per un
attimo Morten Isaac e gli altri intorno, poi tornò a rivolgersi a Dahl. «Hai capito
quello che ti ho detto? Bisogna lasciare i due terzi delle riserve già scoperte nel
sottosuolo, di quelle già scoperte, ho detto. Voi invece continuate a cercarne di
nuove. Hai capito o no?»
«Ma i nostri sistemi di produzione sono meno inquinanti» insisté Dahl, «ed è
meglio che a sfruttare le risorse siamo noi piuttosto che qualcun altro, non ti
pare?»
Renson si voltò nuovamente verso gli allevatori, allargando le braccia.
«Non capisce niente. Sei davvero convinto che il tuo petrolio venga utilizzato
senza produrre inquinamento? In ogni caso, tutto ciò che estraete dal sottosuolo
accelera il riscaldamento globale» disse Renson scrutando il petroliere.
«E come se non bastasse» riprese, «vi mettete persino a spostare una piccola
roccia sacra che si trova sulla strada che deve permettere a Hammerfest di
svilupparsi ulteriormente. Non si possono fermare il progresso e la ricchezza, è
così?»
Dahl si era alzato per cercare di calmare gli animi, ma a un cenno di Olaf
Renson il gruppetto si diresse verso l’uscita. Dahl tornò a sedersi e si rivolse ai
due poliziotti.
«Credete anche voi che le nostre riserve petrolifere da seicento miliardi di
euro siano costruite su belle parole?»
Nessuna reazione. Klemet sollevò il naso dal suo blocchetto di appunti.
«Gunnar Dahl, puoi spiegarmi perché il tuo nome compare come garante sul
contratto di noleggio di un veicolo preso ad Alta da un certo Knut Hansen?»
Dahl lo guardò confuso.
«Si tratta di una chiacchierata o di un interrogatorio?»
«Vogliamo delle risposte, Dahl. Tutto ci porta a credere che Knut Hansen
abbia incontrato Lars Fjordsen poco prima della sua morte.»
Nina non lo perdeva d’occhio: quella barbetta, lo sguardo sfuggente. Dahl
sapeva qualcosa. Ellen Hotti aveva fatto fare delle ricerche sul suo conto, per lo
più attraverso motori di ricerca. Dahl aveva un lungo passato di servitore fedele,
un piccolo soldato dell’industria petrolifera norvegese. Le ricerche su Knut
Hansen invece non avevano dato risultati, a parte il fatto che esistevano alcune
centinaia di Knut Hansen in tutto il paese.
«Knut Hansen? Dovrei conoscerlo? Non so chi sia.»
«Ma pare proprio che lui ti conoscesse.»
«Il mio nome compare sui giornali.»
«Perché avrebbe dovuto dare proprio il tuo?»
«E cosa vi fa pensare che io abbia una risposta a questa domanda?»
Aveva un aspetto leggermente indignato, senza esagerare. Un ottimo controllo
di sé. Rigirare la colpa sull’altro. Sua madre. Sua madre con la barba. Nina
guardò l’orologio. A che ora dovevano partire per arrivare puntuali
all’appuntamento? Lo avrebbe riconosciuto?
«Te lo chiedo ancora una volta, in modo informale, Dahl, perché la prossima
volta sarà al commissariato, con l’anticrimine.»
Klemet doveva sapere che così facendo non stava seguendo la procedura, ma
Nina era certa che avesse le sue buone ragioni. Con le labbra serrate e lo sguardo
acceso, Dahl fremeva ma manteneva comunque il controllo.
«Cercherò di essere ancora più chiaro, Dahl. Il tuo Knut Hansen si è battuto
con Lars Fjordsen allo stretto. Fjordsen è morto in seguito a questa colluttazione,
battendo la testa contro una roccia.»
Ora Dahl non fremeva più. Da bravo professionista, abituato a gestire i rischi,
cercava di valutare i danni. Profitti, perdite, qual era il bilancio?
«Ve lo ripeto, quel nome non mi dice niente.»
«Come preferisci» disse Klemet alzandosi. Raccolse le proprie cose e si girò
sui tacchi dirigendosi verso l’uscita, seguito a breve distanza da Nina.
«Avete una foto?»
Avevano percorso solo pochi metri e Klemet aveva già una mano sulla porta.
Gunnar Dahl si era alzato in piedi, teneva i palmi delle mani appoggiati al
tavolo, il che gli conferiva un aspetto sottomesso, ammansito, vinto. Oppure era
semplicemente una messinscena, una posa calcolata per ostentare la propria
buona volontà?
«Se aveste una foto… chissà?»
Klemet tornò sui suoi passi e tirò fuori una fotografia di Knut Hansen. Il
rappresentante della Norgoil la studiò con calma. Guadagni, perdite. Scosse la
testa.
«Non posso rispondere in maniera categorica, né in un senso né nell’altro. Vi
prego di credermi. Sono quasi certo che non si tratti di qualcuno incontrato di
recente.»
Klemet gli porse le fotografie del polacco e di Anta Laula.
«Pare che lavorasse al cantiere del terminal di Suolo. Un polacco. Zbigniew
Kowalski.»
«Sono così tanti a lavorarci.»
«Ma nessuno lo conosceva, né sull’hotel galleggiante né al cantiere del
terminal.»
«Questo non significa che non ci lavorasse davvero» spiegò Gunnar Dahl.
«Centinaia di persone sono incaricate da subappaltatori e non hanno neanche
bisogno di essere accreditate per accedere al cantiere del futuro terminal.
Possono benissimo lavorare per un’officina in città e alloggiare presso il datore
di lavoro. Sono in molti quelli che affittano il proprio appartamento per avere
qualche soldo in più alla fine del mese.»
Ma certo, appartamenti in affitto, pensò Nina, e non ne abbiamo neanche
parlato con Tikkanen.
«E quest’altro» concluse, «è la persona di cui ti avevo parlato, Anta Laula,
quello che avrebbe partecipato a degli esperimenti d’immersione.»
«L’altro sami» mormorò Dahl, quasi tra sé e sé. «Cosa volete che vi dica, non
lo conosco, né di nome né il viso mi dice qualcosa.»
«Per semplice curiosità» riprese Nina, «avete pensato a un’alternativa per non
dover spostare la roccia sacra?»
«Sacra, sacra… Mi pare che fosse utilizzata soprattutto in passato. Penso che
l’idea del comune sia di metterla in un posto ancora più spettacolare, l’effetto
sarà eccezionale, con una passeggiata tutt’intorno sarà molto più accessibile, ci
saranno delle panchine e le famiglie potranno andare a farvi un picnic.»
«È proprio certo che sia quello che la gente del posto desidera, voglio dire
coloro per cui quella roccia è importante?»
«E allora cosa dovremmo fare? Apriremo il nuovo terminal, una nuova pista
per accogliere gli aerei da carico, costruiremo un’altra penisola artificiale,
Hammerfest ha diecimila abitanti, destinati a moltiplicarsi nei dieci anni a
venire. L’Artico si sta scaldando, tutti vanno a cercare il petrolio lì.»
«È chiaro che se gli allevatori di renne non dovessero più venire sull’isola, la
roccia sacra perderebbe il suo interesse» osservò Nina.
«Esattamente. Ma attenzione, noi abbiamo il massimo rispetto per la cultura
sami, del resto finanziamo meravigliosi progetti artistici e culturali.»
Nina avrebbe voluto rispondere, ma Klemet la prese per un braccio.
«È l’ora dell’appuntamento» le sussurrò in un orecchio.
L’appuntamento. Com’era possibile che il suo stomaco si contorcesse a tal
punto solo a sentirne parlare? Il loro primo appuntamento dopo più di dieci anni.
«Quale appuntamento?» azzardò Gunnar Dahl. «A cosa vi riferite?»
«Non sono fatti tuoi, Dahl. Penso che anche tu ben presto avrai un
appuntamento. Un appuntamento vero. Al commissariato.»
48.

MARE DI BARENTS.

Leif Moe sbadigliò a lungo. Era seduto su una poltrona troppo comoda.
Avrebbe fatto meglio a rimettersi sullo sgabello, per evitare di impigrirsi troppo.
La sera prima, dopo che Tom Paulsen se n’era andato, era restato ancora a lungo
al Riviera Next. Troppo a lungo. Si strofinò la fronte, ma il mal di testa non
passava. Non capiva come mai. Non aveva bevuto più del solito, e neanche
qualcosa di diverso. Che cosa ho bevuto? Pazienza, passerà. Quel giorno
trovava la procedura particolarmente irritante.
«Tom, Nils, tutto a posto ragazzi?»
Paulsen e Sormi si erano immersi da un’oretta. Quel giorno sarebbe stato un
giochetto da ragazzi: un’immersione a solo qualche decina di metri, con
l’ossigeno, senza miscele respiratorie o decompressioni lunghe e faticose. E
costose. Leif Moe non lo avrebbe mai ammesso, ma non gli dispiaceva affatto di
non avere più Henning Birge alle calcagna. Non che il rappresentante della
Future Oil scomparso fosse più indisponente di un altro, ma aveva un modo di
fare… Preferiva un Bill Steel, decisamente più schietto. Birge era una specie di
vipera a sangue freddo, per non dire della sua falsità. Sollevò la levetta di un
interruttore. Sormi e Nils erano al lavoro sott’acqua.
Una telecamera sottomarina permetteva a Moe di seguire gli spostamenti dei
due sommozzatori. Le mute di neopropilene, spesse sette millimetri e rivestite
con un doppio strato di nylon, permettevano loro di lavorare in acque fredde
senza problemi.
I lavori della nuova isola artificiale avanzavano rapidamente. Se tutto fosse
andato bene, il terminal petrolifero di Suolo sarebbe stato pronto nel giro di una
ventina di mesi, ma restava ancora molto da fare. Quel cantiere era un caos totale
con gru montate a bordo e altre a terra, sulle parti già stabilizzate dell’isolotto. I
lavori avanzavano velocemente, molto velocemente, ma ci voleva comunque un
sacco di tempo. In ogni caso questo garantiva dei contratti a lungo termine. Moe
vedeva Sormi che riempiva alcune provette. Lui e Paulsen dovevano controllare
la qualità dell’acqua in prossimità del cantiere per via dei prodotti chimici
utilizzati un po’ dappertutto. Bisognava assolutamente evitare che finissero in
mare. In ogni caso il meno possibile. Col pretesto che le acque del Mare di
Barents erano molto pescose, le organizzazioni di pescatori erano piuttosto
intransigenti. Leif Moe non poteva che confermare: i suoi sommozzatori
vedevano pesci a bizzeffe. Moe capiva i pescatori.
Si trattava di una missione di routine, d’accordo, ma con tutta quella
confusione Moe non si sentiva comunque molto tranquillo. Passavano troppe
navi e quelle gru lo mettevano a disagio. Non gli piaceva avere quell’enorme
ferraglia sulla testa. La sola cosa che sopportava sopra di sé era l’acqua del mare.
Cambiò schermo per avere il punto di vista della piccola telecamera montata sul
casco di Sormi. Di tanto in tanto scorgeva Paulsen, un po’ più lontano. Stava
ispezionando il fondale, facendosi strada attraverso i blocchi di cemento, le
griglie metalliche e tutte quelle cose che a volte rendevano un cantiere
sottomarino caotico tanto quanto quelli in superficie. Alcune gru stavano del
resto trasportando del materiale sott’acqua, in modo che altri sommozzatori
potessero svolgere delle operazioni nei giorni seguenti. Porca puttana, mi sono
dimenticato di avvertirli. Diede un’occhiata a un raccoglitore. Quegli imbecilli si
erano dimenticati di presentare un programma quotidiano dettagliato. Succedeva
continuamente. Maledizione a loro, e maledizione a quel mal di testa. Ci voleva
il doppio del tempo per fare ogni cosa: gesti al rallentatore, tempo contato, e poi
il freddo che poco alla volta iniziava a farsi sentire. Leif Moe aveva lavorato
soprattutto nel Mare del Nord, dove la temperatura dei fondali marini era
costantemente a quattro gradi centigradi. Qui, lungo la costa, anche se erano
molto più a nord, grazie alla deriva nordatlantica, un’estensione della corrente
del Golfo che costeggiava la regione e garantiva l’assenza di banchisa persino in
inverno, l’acqua era a tre gradi centigradi.
Moe si alzò per versarsi la quinta tazza di caffè dall’inizio dell’operazione. Si
stiracchiò un po’ senza perdere di vista gli schermi. La missione era quasi
conclusa per quel giorno.
«E allora, Tom, l’hai trovato o no quel sommozzatore francese?»
«Non ho notizie, ho cercato di parlare con l’altro, un norvegese, spero che mi
richiamerà.»
«Si può avere un po’ di silenzio?»
«Stai calmo, Sormi. Hai finito con i campioni?»
«Ancora due.»
«E tu, Tom?»
«Ho finito per la zona che dovevo…»
Il grido fece sobbalzare Moe, che si rovesciò addosso il caffè.
«Che diavolo succede? Tom, Nils, che cazzo succede?»
L’urlo gli perforava i timpani. Si gettò sui bottoni di comando, passando da
una telecamera all’altra. In una si vedeva solo una massa compatta, dalla
telecamera di Tom non si vedeva assolutamente niente.
«Nils, Tom, rispondete, cazzo.»
«Sto andando, sto andando» ansimò Nils.
«Nils, cosa succede? Mi vuoi rispondere?»
«Sto andando, sto andando, sono quasi arrivato.»
Sormi aveva il fiato corto.
«Ci sono, ci sono.»
Leif Moe percepiva l’angoscia nella voce di Sormi. Non lo aveva mai sentito
così. Le urla erano cessate.
«Tom, Tom, riesci a sentirmi, rispondi, Tom.»
«Oh, Cristo, c’è sangue dappertutto.»
Leif Moe vide la scena attraverso la piccola telecamera fissata sul casco di
Nils Sormi. Un alone scuro circondava una forma stesa sul fondale.
Adesso riusciva a vedere il corpo di Tom Paulsen, anzi lo intuiva, attraverso i
movimenti del casco di Sormi, troppo a scatti. Che diavolo stava succedendo?
Poco alla volta Sormi riuscì a stabilizzarsi e non appena Moe poté mettere a
fuoco la scena premette il pulsante dell’allarme. Un piolo teneva inchiodato Tom
Paulsen sul fondo del mare. Il supervisore non riusciva a credere ai suoi occhi.
«È vivo, Nils, è vivo?»
«Non lo so.»
Moe si precipitò verso la vetrata della sala di comando. Individuò il luogo
dove si trovavano i due sommozzatori. Sopra di loro c’era il braccio di una gru
con del materiale sospeso al cavo. Più lontano, in alto, scorse il manovratore, si
sporgeva dalla cabina nel tentativo di vedere il punto d’impatto sotto di sé.
«Imbecilli del cazzo.»
Il piolo doveva essere caduto dalla gru.
«Devo togliere il piolo.»
«No, Nils, non lo fare, non lo fare, lo ucciderai.»
«Devo toglierlo.»
Leif Moe non era certo di capire con esattezza cosa stava succedendo,
l’immagine era troppo parziale, troppo ravvicinata.
«Aspetta, aspetta, chiamo un medico. Nils, cerca di mantenere la calma,
aspetta per l’amor del cielo, lo salveremo, te lo giuro.»
Leif Moe afferrò il telefono per chiamare il medico.
Allo stesso tempo inviò un messaggio col microfono.
«Mandate immediatamente la squadra in stand-by. Che cosa aspetti a
rispondere, dottore, che cosa aspetti, cazzo?»
«È vivo, è vivo.»
Il telefono suonava a vuoto. Degli uomini dell’equipaggio si precipitarono
nella cabina di supervisione e offrirono il loro aiuto.
«Devo togliere questo piolo, altrimenti ci rimane.»
Sormi gridava mentre l’alone scuro si dissipava leggermente. Moe non
riusciva a vedere il viso di Paulsen: i movimenti della telecamera sul casco di
Sormi erano troppo agitati, quasi il sommozzatore si stesse guardando
disperatamente intorno alla ricerca di un aiuto che non sarebbe arrivato. O in
ogni caso troppo tardi.
«La squadra in stand-by!?»
Moe gridava a squarciagola. Dall’esterno gli rispose una voce.
«Sono in acqua, si sono appena immersi.»
Non sarebbero mai arrivati per tempo.
Impotente, Leif Moe vide allora Nils Sormi strappare brutalmente il piolo.
Tutt’a un tratto non udì più nulla, aveva la nausea. L’equipaggio si era
raggruppato intorno a lui. Nessuno diceva una parola. Gli sguardi erano tesi. La
speranza di tutti era appesa a un rumore, a un soffio.
Una sorta di crepitio lo strappò alla sua letargia. Un rumore acuto. Proveniva
dal telefono. L’informazione ci mise un po’ a raggiungere il cervello annebbiato
di Leif Moe. Era il medico.

Durante le tre ore di strada tra Hammerfest e il caffè Reinlykke, posto


all’incrocio tra le strade che portavano a Kautokeino e Karasjok, Nina quasi non
aprì bocca, lasciando Klemet guidare con la sola compagnia della radio.
Oscillava tra il desiderio di ripercorrere le scene vissute con suo padre e il
bisogno di concentrarsi sull’inchiesta. Probabilmente Klemet non si era fatto
molte illusioni. Che uomo avrebbe trovato? E se sua madre avesse avuto ragione,
se avesse fatto bene a proteggerla? Ripensò a quello che Klemet le aveva detto
un giorno scherzando: Nina, siamo razionali perché siamo poliziotti. Poliziotti
perché razionali.
Teneva in grembo i due sacchetti contenenti i braccialetti di cuoio. Erano
perfettamente identici, opere di Anta Laula. Era stato lui ad andare a deporli alla
roccia sacra come offerta? Doveva concentrarsi sull’inchiesta. Gunnar Dahl,
Markko Tikkanen, Juva Sikku. E Nils Sormi. E poi quel Knut Hansen. Che cosa
aveva in mano? Solo conflitti per i terreni sull’isola di Hammerfest. Sembrava
che tutti volessero accaparrarsene un pezzo. E i perdenti erano inevitabilmente
gli allevatori sami, con alcune eccezioni. Juva Sikku, per esempio. Grazie al suo
fatalismo, al fatto di aver accettato che opporsi al rullo compressore del petrolio
sarebbe stato inutile, non sembrava uscirne poi tanto male. E Gunnar Dahl?
Anche lui, come Steel e Birge, aveva bisogno di terreni per ampliare le sue
attività, ma i due poliziotti non avevano nulla sul suo conto, a parte qualche
speculazione e un movente. Nina immaginò la faccia di Klemet. Povera Nina,
non hai nient’altro che un movente? E vuoi davvero continuare a fare questo
lavoro? Nina chiuse gli occhi. Perché suo padre non aveva voluto incontrarla
ieri, subito? Riaprì gli occhi. Klemet era concentrato sulla strada. Il cielo era
coperto. Nina si tolse gli occhiali da sole.
«Nervosa?»
«Pensavo alla nostra inchiesta, alla morte di Erik Steggo. Credi davvero che
arriveremo a qualcosa? In fondo, a parte Juva Sikku che agita le braccia, cosa
abbiamo scoperto? E cosa possiamo provare con questo?»
Klemet abbassò il volume della radio.
«Sei stata tu stessa a dirmi che ha mentito sul campo del cellulare allo stretto.
È già un punto di partenza. Alcuni colleghi hanno interrogato Tikkanen sui suoi
legami con Sikku e con i petrolieri. Non hanno trovato nulla e, visto che
formalmente non è sospettato, non hanno potuto fare una perquisizione. Ellen
Hotti mi ha garantito che avrebbero tentato con un altro metodo con lui.»
«Un altro metodo? Il metodo Al Capone. Se non puoi incastrarlo per omicidio,
incastralo per evasione fiscale. Ci credi davvero?»
«Non so cos’abbia in testa, ma fidati di lei.»
Avevano appena superato il villaggio sami di Masi e sarebbero arrivati ben
presto al caffè Reinlykke. Nina guardò l’ora. Erano in anticipo. Il resto del
tragitto fu silenzioso.
Qualche minuto dopo Klemet aprì la porta del caffè. La proprietaria era dietro
la cassa, immobile. Portava un grembiule rosso ricamato con passamanerie blu,
verdi e gialle abbinato a una cuffia lappone blu con l’orlo ricamato. Ai tavoli era
seduta una decina di persone: camionisti, allevatori, una giovane coppia con due
bambini. E in un angolo, di spalle, una sagoma. Le venne in mente quella parola
poiché niente sembrava tenere insieme quell’uomo. Altre persone erano sedute
da sole, ma Nina capì che quella sagoma era suo padre. Pensava di essere in
anticipo e rimase sorpresa. Rivolse uno sguardo a Klemet. Il momento era
arrivato. Che fare? Ordinò un caffè.
«Quell’uomo è qui da molto tempo?»
La donna sami, moglie di un allevatore della zona, guardò l’orologio a
pendolo.
«Sono due ore e un quarto che è lì. Non si è mosso. Quando è arrivato ha
chiesto un panino e una caraffa d’acqua. E da allora non si è mosso.»
Nina si voltò nuovamente verso Klemet. Non sapeva cosa leggere nel suo
sguardo. Lui prese la sua tazza di caffè e si sedette a un tavolo libero, facendole
un cenno di incoraggiamento con la testa. Forza.
Nina si avvicinò. Era dietro la sedia libera accanto alla sagoma. Vide il profilo
sinistro. Suo padre. Riuscì a stento a trattenere le lacrime. Quegli occhi azzurri
smarriti. Così azzurri e così smarriti. Il suo viso era solcato da rughe profonde,
ma Nina non riusciva a staccarsi da quello sguardo perso oltre la finestra,
lontano nella tundra. Su cosa si era posato? Che cosa vedeva che lei non riusciva
a vedere?
Quel viso si voltò verso di lei. Quel lento movimento fu una vera tortura per
Nina. Che cosa avrebbe visto in lei? Che cosa poteva leggere di lei con quello
sguardo? Tutt’a un tratto non sapeva più se erano passati dieci anni oppure
quindici dall’ultima volta in cui l’aveva incrociato. Aveva ancora i capelli corti,
persino più corti, a spazzola. Erano grigi, più sottili, più radi, a differenza della
barba, bianca e spessa. Un vecchio.
Nina gli sorrise e si rese conto che quel sorriso doveva sembrare una smorfia.
Lui non contraccambiò. Infilò gli occhiali che aveva appoggiato davanti a sé,
accanto al piatto dove il panino era ancora intero. La osservò a lungo.
«È da molto che sei qui?» chiese Nina, pentendosi subito per la banalità della
domanda.
«Non lo so» le rispose lui.
Nina annuì e avvicinò la sedia per potersi sedere.
«Non lo so più.»
Quella voce. A cosa somigliava? Mi ero completamente dimenticata persino
della voce?
«Hai detto che era urgente. Tua madre è morta?»
Mia madre? Nina era ormai così lontana da sua madre. Sì, era morta, ma non
davvero. Cosa dirgli? Quello sguardo così lontano che imponeva una distanza
impossibile da colmare. Nina lanciò un’occhiata a Klemet. Lui la stava
guardando, impassibile. Lei ebbe improvvisamente voglia di essere accanto al
suo collega, o di sentire la mano di Tom sulla guancia, in ogni caso qualcosa di
vivo, non quello sguardo, non quel baratro.
E così si mise a parlare. Delle lettere, di come aveva scoperto della loro
esistenza, di sua madre che le aveva nascoste, per proteggerla diceva, di come
l’aveva ritrovato, dei suoi sforzi per ricordare. Suo padre aveva ripreso la sua
posizione, con lo sguardo perso nella tundra innevata e battuta dal maltempo che
non faceva che peggiorare. Iniziò a piovere neve sciolta. Nina ebbe un brivido.
Si domandava se suo padre capisse quello che gli stava raccontando. Sembrava
uno zombie. Poi gli parlò del suo lavoro, delle sue scelte, del suo collega, lì alle
loro spalle – il padre non voltò nemmeno la testa – e poi della sua inchiesta, di
quell’uomo, Laula, che aveva partecipato a degli esperimenti. Suo padre non
batté ciglio. Nina stava perdendo la cognizione del tempo, lì, al suo fianco. Per
quanto tempo aveva parlato? Lui non aveva detto niente, non l’aveva più
nemmeno guardata. Forse ce l’aveva con lei perché non si era fatta sentire per
tutti quegli anni? Ma gli aveva appena spiegato che non sapeva delle sue lettere,
che sua madre le aveva tenute nascoste. Certo, avrei potuto cercarlo un po’
prima, perché non l’ho fatto? Tornò all’inchiesta, a Laula e a quegli
esperimenti…
«Ho bisogno del tuo aiuto. Tu hai conosciuto quell’epoca, hai conosciuto gli
uomini che l’hanno vissuta.»
Rimase in attesa. Niente.
Quello che successe in seguito la colse totalmente alla sprovvista. Le lacrime
iniziarono a rigare le guance di suo padre, andando a perdersi tra la barba. Lui si
mordeva le labbra. A quel punto si alzò, si voltò e, senza dire una parola,
camminando con difficoltà, si diresse all’uscita.
Nina era sconcertata. Si alzò a sua volta, si mise davanti a Klemet con le
braccia allargate in segno d’impotenza e avanzò verso la porta. Una mano le si
posò sul braccio. Non era la mano di Klemet, ma di uno sconosciuto. Fino a quel
momento non lo aveva notato.
«Lo lasci tranquillo. Non è in grado di parlarle, mi creda.»
Nina non capiva. Chi era quell’uomo? Klemet intanto si era avvicinato, pronto
a intervenire. Che fine aveva fatto il padre di Nina? Lei vedeva solo le auto e i
camion nel parcheggio. Aprì la porta e la stretta dell’uomo sul suo braccio si
fece più energica. Cercò di divincolarsi, ma la mano non la lasciava.
«Dal vostro passaggio di ieri a Utsjoki, è turbato.»
La voce dell’uomo era calma, tutt’altro che minacciosa. Lo sconosciuto
proseguì mollando la presa.
«Ha fatto di tutto per rendersi più presentabile per il vostro appuntamento di
oggi. Si è sforzato di dormire con dei sonniferi, per non pensare. Per non avere
incubi. Si è anche sforzato di mangiare, per sconfiggere i giramenti di testa. Mi
creda, ha fatto uno sforzo sovrumano, di solito gli ci vogliono tre giorni per
prepararsi a un incontro.»
«Chi è lei?»
«Il suo legame col mondo esterno.»
«Cosa significa? Che cos’è, un troll, un elfo, uno hobbit?»
Il suo sguardo passava dall’uomo al parcheggio vuoto.
«In passato mi ha aiutato.»
Nina l’osservò. Non era molto alto, portava una tuta da scooter, aveva delle
folte basette, era stempiato e teneva i capelli raccolti in un codino. Era tutto nervi
e muscoli, ma il suo sguardo bonario comunicava una grande pace.
«Devo parlargli.»
La sua mano di nuovo sul braccio.
«Gli lasci un po’ di tempo. Non può immaginare da dove sta tornando né dove
si trova.»
Finalmente Nina rivide suo padre. Sembrava vagabondare nel parcheggio.
Esitava, instabile sui piedi che faceva fatica a muovere uno dopo l’altro, si
stropicciava gli occhi, tirava la barba. Piangeva. Oppure era neve sciolta?
«Ho il suo numero di telefono, la chiamo domani. Lasci fare a me, la prego.»
L’uomo aprì la porta e la richiuse delicatamente dietro di sé. Raggiunse il
padre di Nina, lo prese per il gomito e lo portò verso un’auto. I fari rossi si
persero ben presto nel velo di neve sciolta. Nina era ancora ferma accanto alla
porta del caffè. Klemet l’aveva raggiunta in silenzio e stava aspettando.
Lei rimase a guardare nella direzione in cui era sparita l’auto. La strada per
Karasjok, verso l’est, verso la Finlandia.
Il panino era ancora sul tavolo. Per la prima volta dopo giorni, il cielo era
completamente scuro. Improvvisamente, Nina si sentì molto stanca.
49.

DOMENICA 9 MAGGIO.
IL SOLE SORGE ALL’1.31 E TRAMONTA ALLE 22.11.
VENTUNO ORE E QUARANTA MINUTI DI LUCE.
HAMMERFEST. ORE 6.30.

Nils Sormi non riusciva a togliersi dalla testa quell’immagine: un enorme


cratere sanguinante e aperto. Due crateri. Il piolo aveva attraversato la cassa
toracica di Paul ed era uscito dall’altra parte. L’amico dormiva accanto a lui. Il
piccolo ospedale di Hammerfest aveva usato tutti i mezzi a sua disposizione per
tentare di salvare il sommozzatore. Un miracolo. Il polmone era perforato ma gli
organi vitali non avevano subito danni. Un miracolo, non faceva che ripetere il
personale medico. «Lei gli ha salvato la vita» gli aveva detto il chirurgo. Nils lo
aveva guardato senza capire. Sì, Nils lo sapeva, lo aveva aiutato a respirare
quando Tom era andato in iperventilazione e aveva perso coscienza di essere
sott’acqua. Niente di miracoloso in quel senso. «Togliendo il piolo» insisté il
medico. Se Paulsen fosse stato trasportato con il piolo, i movimenti avrebbero
sicuramente causato altri danni. Inoltre, grazie alla muta molto aderente,
l’emorragia si era fermata su entrambi i lati. «Davvero, un miracolo» ripeté
nuovamente il medico prima di lasciarlo da solo nella stanza bianca.
Avvertì un movimento. Tom gli stava toccando un’anca con un dito. Stordito
dai calmanti, gli rivolse una smorfia a metà tra la riconoscenza e il dolore. Era la
prima volta che si svegliava dopo l’operazione, eseguita la sera prima. Aveva
dormito per quattordici ore di fila. Nils gli prese una mano e la strinse.
«Pare che tu sia un miracolato.»
Nils gli mostrò i fiori che riempivano la stanza.
«Ti rimetterai in fretta, i medici hanno promesso.»
Un’altra smorfia di Tom. La sua respirazione era lenta e profonda. Irregolare.
Forzata.
«Non parlare, non parlare, riposati amico mio.»
«Cos’è successo?» riuscì a dire Tom, con estrema lentezza.
Nils gli raccontò della gru, dell’incidente, del piolo, delle grida di Leif Moe, e
di lui, Nils, che gli strappava quel piolo dal petto.
«Ho temuto di ucciderti, amico mio. Ma eri inchiodato lì come una farfalla.
Dovevo assolutamente riportarti in superficie. Poi sono arrivati gli altri. Per
fortuna non eravamo molto in profondità. Mi hai fatto prendere un bello
spavento.»
Tom gli strinse la mano. Era molto debole, molto pallido. Ancora sotto shock.
«Hai davvero una brutta cera sai, ma non so perché, le infermiere ti ronzano
tutte intorno.»
Tom riuscì a sorridere. Fece un’altra smorfia e cercò di raddrizzarsi
leggermente, i lineamenti deformati dal dolore. Respirò a fondo.
«I poliziotti. Chiamali.»
Nils lo guardò stupito.
«Ma di cosa stai parlando, stai delirando? Credi che qualcuno ti abbia fatto
cadere quel piolo addosso apposta? Forza, riposati piuttosto.»
Tom gli strinse la mano, scosse la testa, poi si mise a parlare lentamente,
trovando a stento le forze.
«Non il piolo. Nina, il suo collega. Ritrova quel sommozzatore. Il francese.
Non abbandonarlo alla sua sorte. Forse anche lui ha avuto un incidente.»
E poi, con un ultimo sforzo: «Mi hai aiutato. Aiuta anche lui.»
Tom era stremato. Richiuse gli occhi. Nils gli rimboccò la coperta, poi,
guardando fuori dalla finestra, rimase assorto.

Klemet e Nina ritrovarono senza problemi i resti della renna rubata lungo la
strada, tra il loro rifugio di Skaidi e la città di Kvalsund. Morten Isaac li
aspettava sul ciglio della strada che seguiva il fiordo e li condusse una decina di
metri più giù. Il capo del distretto 23 non nascondeva il proprio cattivo umore.
Aveva passato una parte della notte con altri allevatori a cercare delle renne
sperdute in modo da riunirle al grosso del branco. Klemet aveva dovuto insistere
perché il capo del distretto li accompagnasse così presto. Avrebbe potuto trovare
il luogo del delitto anche da solo, ma voleva parlare con Morten.
Nina sollevò la pelle.
«Rimane la pelle, in cattivo stato, e il muso, con le orecchie» osservò.
«Ha preso i palchi e la carne» aggiunse Morten Isaac. «Un vero farabutto.»
«In ogni caso, visto che abbiamo le orecchie, faremo un verbale per
l’assicurazione.»
Klemet infilò un paio di guanti di plastica blu come quelli di Nina e toccò le
orecchie per tentare di riconoscere il marchio che identificava il proprietario.
«Risparmiati la fatica» disse il capo del distretto, «è una renna di Steggo. Che
tristezza.»
«E come funziona allora con l’assicurazione, immagino che sarà Anneli a
incassare il risarcimento.»
«Lo spero bene.»
«Secondo te, da quanto tempo si trova qui?»
Isaac analizzò la pelle.
«Da parecchie settimane.»
Klemet si voltò verso Nina.
«Possono benissimo essere stati i tedeschi o quegli altri due, Hansen e il
polacco. Pare che fossero nella zona già da un po’.»
«Lo sai che i tedeschi sono ripartiti.»
«Ah, a proposito» disse Klemet a Morten Isaac, «il funerale di Fjordsen avrà
luogo mercoledì a Hammerfest. Ci sarà parecchia bella gente e… e sarebbe
preferibile che le renne non si avvicinassero al luogo della cerimonia. Non so se
mi spiego.»
«Ti spieghi benissimo.»
«Bisogna intensificare la sorveglianza. Chiederemo i rinforzi a qualche
pattuglia della polizia delle renne per darvi una mano.»
«Certo, aiutarci a nascondere a tutte quelle brave persone che qui siamo a casa
nostra, che la montagna appartiene alle renne, che questa costa è la nostra costa e
che le loro risorse ci appartengono.»
«Morten, è un funerale e la gente desidera raccogliersi. Faremo del nostro
meglio perché non ci siano renne in giro, punto e basta. Per il resto, rivolgiti
direttamente al comune o alla prefettura.»
«Al comune, figurarsi, il sostituto di Fjordsen è meno comprensivo del suo
predecessore. Con lui sono sempre gli allevatori ad avere la peggio.»
«In quanti sarete mercoledì?» lo interruppe Klemet.
«Ci saremo, non ti preoccupare.»
«Morten, non è il momento di fare una manifestazione.»
«Allora potresti far capire a quelli della direzione delle strade che non è il
momento di aggirarsi dalle parti della roccia sacra?»
Morten Isaac girò sui tacchi e tornò sulla strada.
I due poliziotti rimasero accanto alla renna. Nina guardava nervosamente il
cellulare.
«Perché non mi richiama, credi che se ne dimenticherà?»
«Faresti meglio a riposare un po’.»
«Riposare?»
Nina scoppiò a ridere, mentre indicava il sole i cui raggi filtravano attraverso
le nubi.
Il telefono squillò e Klemet lo afferrò con aria contrita.
«Ciao Ellen, è domenica, non ti riposi?»
Klemet rimase in silenzio facendo dei versi di tanto in tanto, poi riappese.
«I risultati delle analisi. Prima di tutto, le impronte di scarpe allo stretto. Si
tratta effettivamente di quelle di Knut Hansen, ma ci sono anche quelle di
Kowalski. Le impronte di Laula, invece, non ci sono, con l’eccezione della zona
intorno alla roccia. Poi le analisi del sangue. Il sangue di Kowalski, visto che era
lui alla guida, non presenta tracce d’alcol. In compenso sembra avesse assunto
un vero e proprio cocktail di medicinali. Arriverà la lista dettagliata. Quell’uomo
era fatto e strafatto.»
«Potrebbe essere stata questa la causa dell’incidente.»
«Il medico legale sta cercando di verificare, ma se quella era la sua dose
normale, era messo decisamente male.»
«E gli altri due, medicine o qualcos’altro?»
«Ellen non me ne ha parlato, ma le analisi e le autopsie non sono ancora
concluse.»
«Se si tratta di un incidente, nel caso in cui Kowalski si fosse addormentato
alla guida e avesse perso il controllo del mezzo…»
«Ah sì, Ellen ha anche precisato che il furgoncino non era certo in buono
stato, ma niente permette di dire che fosse stato sabotato.»
«Resta quel contatto con Dahl, anche se lui lo nega.»
Nina si voltò verso il sole, quasi a sfidarlo.
«Mi dà fastidio persino da dietro le nuvole.»
Il suo telefono squillò.
Fece una smorfia rivolta a Klemet e rimase in silenzio proprio come il collega
un attimo prima.
«Ho capito» disse prima di riappendere. Scosse la testa. «Quel tizio che ieri si
trovava con mio padre pare sapere tutto delle nostre abitudini. Sa che ci troviamo
a Skaidi e mi ha dato appuntamento per stasera al pub, con mio padre.»
«Non sarai stata tu a dirglielo? Ieri mi hai detto che gli avevi raccontato tutta
la tua vita.»
Nina sopirò.
«Non lo so più, Klemet, non lo so più.»
50.

Era da due giorni che Juva Sikku aveva l’impressione di giocare a nascondino.
Ovunque andasse vedeva spuntare Markko Tikkanen. Aveva i nervi a fior di
pelle. L’agente immobiliare finlandese era dappertutto, percorreva le strade in
lungo e in largo, interrogava i passanti, spuntava improvvisamente in auto diretto
chissà dove. Era ovvio che stava cercando il suo schedario. Non lo troverai mai,
ciccione. Ciccione maledetto, aggiungeva tra sé e sé. Sikku aveva pensato che lo
schedario avrebbe soddisfatto Nils quanto una bella lezione e vedendo il
finlandese aggirarsi come uno sciame di mosche il giorno di San Giovanni, capì
di aver fatto la cosa giusta. Era stato un duro colpo per Tikkanen, molto più di un
paio di pugni sul muso. Sikku aveva nascosto lo schedario in un posto sicuro, gli
aveva anche dato un’occhiata, sebbene le cartacce in genere non lo
interessassero. Ma dopo aver letto qualche scheda, la voglia di assestare un paio
di pugni al finlandese era persino aumentata. Che farabutto! E dire che lui non
aveva neanche capito del tutto la logica di quelle schede.
Sikku si grattò la barba. Una settimana. Domani era giorno di rasatura.
Raccolse dalla scatola una presa di tabacco e la mise sotto il labbro superiore, al
solito posto, nel buco della gengiva.
Leggere la scheda che lo riguardava l’aveva turbato, e non solo perché
Tikkanen sapeva tutto della sua situazione finanziaria, del suo prestito presso la
banca, dei due scooter comprati a credito e del suo quad. Sikku aveva capito che
Tikkanen doveva essere culo e camicia con quelli della banca. Diavolo di un
cane, scommetto che quelli si sono pure fatti le russe, e a me niente. Che
bastardo di un ciccione, quel Tikkanen. Ma ad averlo scosso di più erano i
dettagli sulla storia della sua famiglia, di come, nel corso dei decenni, avevano
perso importanza sull’isola della Balena. La cosa peggiore era che Juva Sikku
non se n’era mai davvero reso conto, ma vedere la propria storia scritta nero su
bianco gli aveva fatto scattare dentro una molla. In compenso, Tikkanen aveva
svolto un buon lavoro nel prendere contatti per il suo terreno. Per quel che
poteva constatare, da quel punto di vista l’agente immobiliare era stato
ineccepibile. Non riusciva a capire il senso dei piccoli caratteri scritti a margine,
ma riuscì a identificare il nome di una persona e il suo recapito, forse si trattava
del potenziale venditore. Sikku pensò di fare sparire la sua scheda, ma non
sapeva come sarebbe andata a finire, e se Tikkanen avesse recuperato il suo
schedario e si fosse reso conto che mancava solo quella scheda, lo avrebbe
identificato al volo. Ne copiò il contenuto e la rimise al suo posto.
Alla fine si decise a telefonare a Nils, anche se Nils gli aveva chiesto di non
farlo.
Sormi rispose freddamente, ma quando Sikku, senza entrare nei dettagli, gli
annunciò di aver fatto una scoperta, l’altro rimase ad ascoltarlo. Sikku si fece
coraggio e consigliò a Nils di procurarsi dei vestiti caldi perché lo avrebbe
portato sul vidda con lo scooter da neve. A dispetto della sorpresa, Sormi accettò
senza discutere, in modo da chiudere in fretta la conversazione.
Un’ora più tardi, dopo aver lasciato la Skoda davanti a un capanno dove era
solito depositare del materiale, Juva Sikku imboccò la pista con lo scooter,
decisamente fiero di trasportare un passeggero così prestigioso. Avrebbe fatto il
giro di tutta la città con un passeggero così, solo per farsi bello. Era certo che il
sommozzatore sarebbe stato soddisfatto di lui.

Nina aveva sentito la notizia alla radio. Chiese a Klemet di fare un salto
all’ospedale; lui la guardò in maniera non troppo gentile, ma non gliene
importava niente. La lasciò davanti all’entrata e lui proseguì verso il
commissariato. Nina non ci mise molto a trovare la stanza di Tom Paulsen. Il
sommozzatore era in compagnia di un medico che li lasciò soli.
Tom le sorrise, anche se questo gli costò un notevole sforzo. Era molto
pallido, i tratti del viso tirati e profonde borse sotto gli occhi. La luce fredda
della stanza non aiutava.
«Va meglio, mi sento meno debole. Questa mattina riuscivo a malapena a
parlare.»
«Hai dolori?»
«M’imbottiscono di medicinali, al momento non fa molto male, ma la ferita è
profonda. La prontezza di riflessi di Nils mi ha salvato la vita. Ti ha chiamata?»
«No perché, avrebbe dovuto?»
Tom cercò di afferrare il telefono, ma quel movimento gli strappò una smorfia,
allora Nina glielo porse.
«Guarda qui. È stato il mio supervisore, Leif Moe, a darmelo, si tratta del
numero di un ex sommozzatore norvegese che si trova da queste parti. So che la
cosa ti interessava, così ho pensato che forse potresti rintracciarlo. Io non ci sono
riuscito.»
«Avevo capito che fossero i sommozzatori francesi a interessarti.»
«Quella è un’altra storia. Te ne parlerà Nils Sormi se, come spero, ti chiamerà.
Il francese è una storia sua, io non posso dirti niente.»
51.

Nina chiamò Klemet, che brontolò facendole notare che non era un taxista.
«Ho un numero di telefono che potrebbe interessarci» lo interruppe. Dopo
averglielo comunicato, Nina continuò.
«Dovremmo passare all’Arctic Diving per mostrare le nostre foto al
supervisore di Paulsen e Sormi. Può darsi che sappia qualcosa. Tom mi ha detto
che dovrebbe essere lì.»
«E invece no, è al commissariato per depositare le dichiarazioni sull’incidente
del tuo Paulsen. Passo a prenderti, lo incontreremo qui.»
Venti minuti dopo erano di fronte a Leif Moe. L’ex sommozzatore guardava le
foto che i poliziotti gli stavano mostrando.
«Eccolo, è lui. È venuto a trovarmi. Sulla foto ha una faccia ancora più
brutta.»
«Forse perché è morto» precisò Nina.
Leif Moe non sembrava esserne al corrente. Nina gli spiegò le circostanze
della morte.
«I medicinali. Certo, pare che gli ex sommozzatori ne abusino. È una cosa
davvero molto triste.»
Gli altri due non gli dicevano nulla: non conosceva né il polacco, né Anta
Laula. Dopo che Moe se ne fu andato, Klemet e Nina fecero alcune telefonate.
La polizia dell’anticrimine iniziò subito le ricerche sul cellulare di Knut Hansen.

Anneli aveva ricevuto una telefonata da Morten Isaac. C’erano delle renne
ritardatarie da recuperare. Il capo del distretto aveva insistito perché andassero a
prenderle al più presto, facendosi aiutare se necessario. Le aveva anche offerto
uno dei suoi scooter per accelerare lo spostamento. Anneli non aveva voluto
contrariarlo e aveva accettato. Le indicazioni erano molto precise. In poche ore,
Jonas Simba e altri allevatori avevano trovato la maggior parte delle renne come
pure diversi cuccioli. Il futuro sarebbe stato duro per loro, perché erano stati
separati dalla loro mamma. Simba l’aveva chiamata poco tempo prima per
segnalarle un ultimo cerbiatto avvistato col cannocchiale. Anneli conosceva bene
quella parte della valle. Si trattava di una zona più isolata, fuori mano rispetto
alla via della transumanza. Probabile che qualche turista con lo scooter si fosse
avventurato troppo in là e avesse spaventato il gruppetto di renne. La gente non
imparava mai. Anneli ed Erik avevano invitato più volte amici norvegesi estranei
al mondo dell’allevamento ad assistere ai raduni nel corso dei quali le renne
venivano marchiate o smistate. Questa esperienza permetteva una migliore
comprensione delle difficoltà del loro mestiere, ma una simile apertura non era
condivisa da tutti gli allevatori, molti dei quali erano convinti che meno gli
scandinavi avessero messo il naso nei loro affari meglio sarebbe stato.
Anneli tuttavia aveva fiducia. Gli allevatori contribuivano a mantenere viva la
montagna. Assicuravano il dialogo con le anime del vidda. Quando era in
raccoglimento presso le pietre sacre disseminate per tutta la Lapponia,
condivideva le sue speranze con gli spiriti che animavano quel luogo. Erik
talvolta sorrideva quando la vedeva abbandonarsi a ciò che lui definiva “i suoi
piccoli segreti della tundra”. Non credeva troppo a queste cose, le aveva detto,
“ma credo in te”. Anneli sorrise ripensando al viso di Erik in quelle situazioni, al
suo scetticismo. Eppure, lui per primo non tralasciava mai di andare a depositare
una piccola offerta ai piedi di queste rocce. Per rispetto dei vecchi, diceva. Dei
vivi e dei morti che erano passati di lì. Le parlava della loro dignità di allevatori,
consapevoli di ciò che dovevano alla natura. Ognuno aveva i suoi “piccoli
segreti della tundra” e Anneli l’aveva amato anche per questo. E ora, era proprio
quella natura che volevano togliere loro, la loro dignità di allevatori. Se li si
privava del diritto di vivere delle loro terre, che dignità sarebbe rimasta agli
uomini del vidda?
Si accertò di avere un lazo in tasca e partì alla ricerca dell’ultimo cucciolo.

Nils Sormi si meravigliò nel riconoscere i profili delle valli che Juva Sikku
aveva seguito. Per un occhio estraneo si trattava di un dedalo inestricabile, ma
benché la rifiutasse, quella era la sua terra. Ci veniva a scorrazzare con i suoi
amici dopo le immersioni e, molto tempo prima, quando era bambino, quelle
regioni remote erano state per lui terreno di gioco. Prima che scoprisse il mondo
dei sommozzatori, prima che scoprisse quel francese. Dio santo, imprecò. Rivide
l’eroe della sua infanzia di fronte a sé, qualche giorno prima, e ripensò al panico
che l’aveva invaso, un sentimento che fino a quel momento gli era stato
sconosciuto.
Aveva promesso a Paulsen di tornare a trovarlo verso sera. Tom avrebbe
voluto sicuramente sapere a che punto fossero le sue ricerche, e se Nils avrebbe
mantenuto la promessa di ritrovare il vecchio sommozzatore. Sormi era
preoccupato per il suo amico. I medici l’avevano rassicurato, ma la sua
preoccupazione era di altra natura. Tom sarebbe stato ancora in grado di
immergersi oppure la sua vita era finita? Nils respinse questo pensiero e si lasciò
nuovamente catturare dalla vista delle colline innevate che li circondavano. Juva
Sikku evitava di passare sui fiumi apparentemente ghiacciati ma a suo giudizio
fragili. Gli ultimi giorni erano stati più caldi. Sormi doveva ammettere che Sikku
era un pilota senza pari. Peccato che fosse quel che era. Presero una vallata che
Nils non conosceva. Juva lanciò il suo potente scooter all’assalto di un pendio
più impervio, girò ancora, aggirò mucchi di rocce invalicabili, salì di nuovo,
attraversò un campo di betulle nane a metà del pendio, superò un colle e sbucò
su un altipiano a strapiombo su un fiordo. Lo scooter sembrò gettarsi
improvvisamente nel mare, ma si trattava semplicemente di un effetto ottico.
Scese di solo qualche metro lungo un dolce pendio, fino a un angolo riparato dal
vento. Nils Sormi vide due gumpi. Dietro uno di essi, scorse un rimorchio che
permetteva di trasportare diverse persone o bagagli e merci.
«Non è il mio solito gumpi» gli confidò Juva Sikku dopo avere spento il
motore. «Quando rimorchio una ragazza, la porto qui. A loro piace, puoi starne
certo. Con una vista simile.»
«Nessuno sa di questo gumpi?»
«Bah, in ogni caso le ragazze che porto qui non sarebbero in grado di
ritrovarlo: faccio dei giri per disorientarle. Non molto tempo fa ho avuto qui
delle russe. I poliziotti mi hanno domandato dove le avessi tenute nascoste e io
ho detto che erano nell’altro gumpi, quello che utilizzo per sorvegliare il mio
branco. Capirai bene che le ragazze non hanno potuto contraddirmi.»
Sikku sembrava soddisfatto di sé. Fece entrare Sormi nel gumpi. Era arredato
come un bordello kitsch, pacchiano. Del tutto fuori luogo lassù, pensò Nils. Si
capiva che Sikku doveva essersi dato molto da fare per renderlo confortevole. Al
posto dei soliti letti a castello, aveva sistemato un letto unico che occupava tutta
la larghezza del gumpi. Era coperto di cuscini color malva e oro. Sikku aveva
anche tappezzato i muri con carta dorata. Che schifo, pensò Nils.
«Volevo mostrartelo» disse Sikku ammiccando. «All’occasione te lo
presterò.» Lo fece entrare nell’altro gumpi, che serviva da ripostiglio. I letti a
castello erano ingombri di sacchi a pelo, tute e vestiti. Sikku invitò Nils Sormi a
sedersi sulla panca parallela allo stretto tavolo e ai letti. Si affrettò ad accendere
la stufa e mise a scaldare un pentolino colmo di neve, poi scostò alcuni scatoloni
e appoggiò sul tavolo una grossa scatola da scarpe.
Nils Sormi lo guardava. Non aveva nessuna voglia di giocare agli indovinelli.
«Avevo pensato di dargli un sacco di legnate, come volevi tu. Poi ci ho
pensato su e mi sono detto che portargli via lo schedario sarebbe stato peggio di
una legnata. Puoi credermi Nils, peggio di una legnata. L’ho visto oggi, va su e
giù come un pazzo per tutta Hammerfest alla ricerca del suo cazzo di schedario.»
Nils aprì la scatola. Centinaia di schede erano classificate in ordine alfabetico.
«Hai visto una scheda a mio nome?» gli domandò.
«Non ho guardato, te lo giuro. Ovviamente ho guardato la mia, ma niente su
di te. Senti, ti lascio e…»
«Buona idea. Prima però non dimenticare il caffè.»
Mentre Sikku si dava da fare, Nils cominciò a sfogliare il contenuto della
scatola. Quello che scoprì lo lasciò esterrefatto.
52.

«Pensavo che uno che si è preso la briga di farsi fare dei documenti falsi ci
avrebbe dato più filo da torcere.»
Il commissario aveva richiamato la pattuglia P9 mentre Klemet e Nina si
trovavano ancora al commissariato. Ellen Hotti non nascose il suo stupore.
«C’è qualcosa che non quadra. Il suo vero nome sarebbe Per Pedersen.»
«Come l’avete trovato?»
«Trucchetti del mestiere. In effetti è stato piuttosto facile. Innanzitutto
abbiamo controllato le sue telefonate. Prima sorpresa: non utilizzava carte
prepagate, ma un abbonamento. Naturalmente sotto falso nome, ma per validarlo
ha dovuto dare un indirizzo e-mail. Con questo indirizzo, confrontandolo con
altri siti in cui era stato utilizzato, siamo risaliti all’indirizzo Ip del computer e da
lì siamo facilmente riusciti a ottenere non poche informazioni. Per esempio,
come ti dicevo, tracce di pagamenti, numero di carta di credito e ti lascio
immaginare tutto il resto. In particolare abbiamo scoperto che dopo aver
noleggiato il furgoncino ad Alta, quei due sono andati fino in Svezia, a Kiruna e
Jukkasjärvi, dove sono rimasti per due giorni prima di tornare qui. Hanno preso
la strada che attraversa la Finlandia passando per Karesuando. Strano, ti dico. La
sensazione dei ragazzi che hanno lavorato a questo caso è che si tratti di
qualcuno, come dire, indietro coi tempi. Per niente al passo. Un po’ come se si
fosse fermato alla guerra fredda. Come se si avesse a che fare con una spia o un
malvivente d’altri tempi, che non si è reso conto dello sviluppo della tecnologia
e di tutto quello che questo implica in termini di tracciabilità, a dispetto di tutto
ciò che i giornali raccontano sulle minacce alla privacy e le intercettazioni. È in
grado di produrre documenti falsi perfetti, ha quindi i contatti che gli permettono
di farlo, ma non capisce che individuarlo è stato facile come individuare un
pagliaccio in mezzo alla folla. Ecco il tuo Per Pedersen. È sempre la stessa foto.
Viene dal sud della Norvegia. Ha ricevuto un addestramento da sommozzatore
d’assalto negli anni Settanta, cosa che collima con le prime ipotesi
dell’anticrimine. Tutto torna, per esempio, il sabotaggio al capanno dove è morto
Depierre. I metodi sono ormai sorpassati. È davvero strano.»
«Per quanto tempo è stato sommozzatore d’assalto? Cos’ha fatto dopo?»
«È rimasto per tre anni nella marina norvegese, poi è passato alle immersioni
commerciali ed è stato inviato direttamente nel Mare del Nord. Stiamo
approfondendo questo aspetto.»
«Continuo a non capire che cosa avesse a che fare un tipo simile con Anta
Laula. Dicevate che anche Laula a suo tempo ha fatto immersioni. Può essere
che si siano conosciuti così?»
«Può essere.»
«E quel polacco, Kowalski? Guarda la foto. A cosa vi fa pensare?»
Per l’ennesima volta, Nina studiò la foto nei dettagli.
«Kowalski e Pedersen. Un colosso, e poi il magro di fianco. Una coppia non
comune. Pedersen pesava almeno centoventi chili, ma certo non si poteva dire
che fosse tutto muscoli. Era molto debilitato. Niente di strano, se si pensa a tutte
le medicine che assumeva.»
«L’autopsia di Kowalski mostra un organismo anch’esso debilitato. Lui, per di
più, beveva e fumava. E anche lui dipendeva da un micidiale cocktail di
medicine. Secco come un chiodo. Pensate che sia stato anche lui
sommozzatore?»
«Se Kowalski era un ex sommozzatore, a questo punto l’altro ex
sommozzatore, il francese, diventa ancora più interessante. Facevano tutti parte
dello stesso gruppo? In tal caso, il francese potrebbe essere implicato nella morte
del medico, Depierre, dato che Pedersen era già morto al momento
dell’esplosione.»
«Per conto di chi, allora, di una compagnia?»
«Le nostre squadre hanno messo sotto controllo il telefono di Dahl già da un
po’.»
«Avresti potuto dircelo» urlò Klemet.
«Calmati, dimentichi che fai parte della polizia delle renne.»
«E allora? Siamo sempre della polizia. Sai bene che siamo coinvolti in questo
caso e per di più sin dall’inizio, ricordatelo.»
«Se proprio ci tieni a sapere tutto, Klemet, ho anche fatto arrivare una squadra
speciale da Oslo. La morte del sindaco, l’incidente nella camera iperbarica. La
gente qui è sconvolta. Servono risposte.»
«Cosa vuoi che ti dica, c’era un principale indiziato, questo Pedersen, ed è
morto.»
«Ma non era il solo. E poi c’è quel misterioso sommozzatore francese che
sembra sparito nel nulla. È ancora da queste parti, e qual è il suo ruolo, sempre
che ne abbia uno?»
Klemet teneva il broncio e Nina lo tirò per la manica.
«Ho un’idea, vieni.»
Con espressione cupa, Klemet seguì Nina. La voce di Ellen Hotti li raggiunse
nel corridoio.
«Molto bene, e non dimenticatevi di me, mercoledì ci sono i funerali, e voi
siete della partita.»

Nina conosceva Klemet abbastanza bene da capire che stava per esplodere ma
che si tratteneva. Lo fermò, afferrandolo per il braccio.
«Pedersen girava come un vagabondo con il suo furgoncino. Non abbiamo
trovato nessun cellulare, ma questo non vuol dire che non ne avesse uno.
Nessuna traccia di computer, ma potrebbe sempre averlo buttato. In compenso
aveva un indirizzo e-mail, questo lo sappiamo, quindi aveva bisogno di una
connessione.»
«Pensi a un Internet caffè?»
«Siamo a Hammerfest, non a Stoccolma o a Oslo. Internet caffè da queste
parti? Scommetterei piuttosto su una biblioteca.»
Quando le mostrarono la foto di Per Pedersen, la bibliotecaria di servizio lo
riconobbe.
«Un colosso simile, e per di più un bell’uomo.»
La donna aveva una sessantina d’anni e il suo sguardo scintillava.
«È venuto diverse volte, si sedeva sempre laggiù. Non parlava molto,
purtroppo. Consultava i giornali e passava anche del tempo a navigare in
Internet.»
«Si ricorda il giorno in cui è venuto?»
«Questo è facile.»
Digitò sul suo computer e annotò delle date su un post-it.
«Possiamo prendere in prestito il suo computer?»
«Che cosa ha fatto?»
«È un controllo di routine nell’ambito di un’inchiesta, niente di più.»
Nina risalì facilmente nel registro storico delle consultazioni di pagine Internet
alle date indicate. Trovò centinaia di pagine consultate, ma il computer doveva
essere stato utilizzato anche da altre persone.
«Quando veniva?»
«Sempre all’apertura, il mattino, e restava per circa un’ora. Gli portavo un po’
di caffè» disse sorridendo, «ma devo ammettere che non era un gran
conversatore.»
Nina stampò alcune pagine e si rivolse alla bibliotecaria.
«Potrebbe darci i giornali che ha consultato?»
La donna emise un lungo sospiro.
«Ah, ma allora credete a Babbo Natale. Non è complicato, voleva il giornale
locale degli ultimi mesi.»
«Lo prendo» le disse Nina.
Non le ci volle molto per farsi un’idea.
«Vedi?» disse a Klemet che seguiva stando alle sue spalle.
«Molte cose sui progetti in corso.»

Erano ore che Nils Sormi non usciva dal gumpi. C’era un bel tepore. Juva
Sikku faceva regolarmente capolino dalla porta per chiedergli se avesse bisogno
di qualcosa, ma forse anche nella speranza di racimolare un complimento. A
giudicare dagli occhi gonfi, l’allevatore passava il tempo a dormire nel gumpi
vicino e il sommozzatore si ostinava a non dirgli niente.
Nils doveva ammettere che Tikkanen aveva messo a punto un sistema molto
efficace. L’agente immobiliare annotava scrupolosamente anche il più
insignificante appuntamento, la più insignificante richiesta, i progressi nelle sue
ricerche. Aggiornava le schede a intervalli regolari, le arricchiva persino di
ritagli di giornali, di piccoli annunci. Se ne deduceva che aveva tessuto una
sapiente rete di relazioni. Era talmente preciso da annotare chi gli aveva dato
ogni informazione. Nils non aveva né la voglia né il bisogno di consultarle tutte,
ma l’esame delle sue schede, poiché ce n’erano diverse, che lo riguardavano, e di
quelle dei suoi conoscenti non mancò di meravigliarlo. Sotto la sua aria torva e
sfuggente, Tikkanen aveva sviluppato una sbalorditiva abilità. In ogni caso, era
ormai evidente che quel gradissimo farabutto non aveva mai avuto intenzione di
procurargli il terreno sulla strada panoramica. Peggio, non ci aveva mai provato.
Confrontando le schede, sia quelle del sindaco, sia del suo vice e di alcuni
costruttori della zona, apparve chiaro che Tikkanen l’aveva preso in giro. Il
ciccione era talmente sicuro che il suo schedario sarebbe rimasto al riparo da
sguardi indiscreti, che non aveva preso alcuna precauzione. Accanto alla
domanda di Sormi, accompagnata dalla data e con indicato il luogo esatto,
Tikkanen aveva scritto “impossibile”. Inutile rivolgersi al comune, aveva anche
precisato, terreno non edificabile. Sormi poteva solo immaginare le intenzioni di
Tikkanen, ma probabilmente il ciccione temeva che quella richiesta potesse
compromettere i suoi rapporti col comune. Tikkanen l’aveva lasciato in sospeso
unicamente per approfittare delle sue conoscenze.
Il sommozzatore rifletteva. Tikkanen doveva pagare e lui avrebbe trovato il
modo. Si rituffò nello schedario, respingendo con un gesto della mano Sikku che
veniva a chiedere altre notizie.

Era pomeriggio inoltrato e Klemet si rendeva conto che Nina si stava di nuovo
innervosendo per via dell’approssimarsi dell’appuntamento con suo padre.
Klemet non era ottimista. Quell’uomo era un relitto e dubitava che sarebbero
riusciti a cavarne qualcosa. In fin dei conti, Nina aveva probabilmente fatto bene
a decidere di mettersi in contatto con lui. Ne era persino più convinto ora che il
profilo di Per Pedersen iniziava a definirsi, ma Ellen Hotti continuava a metter
loro pressione in vista dei funerali di mercoledì. Voleva dei risultati, per evitare il
ridicolo di fronte alla platea dei notabili della regione e di Oslo, che le avrebbero
domandato chi avesse messo sottosopra quella tranquilla cittadina artica, la cui
unica preoccupazione avrebbe dovuto essere quella ciminiera che inquinava
l’aria.
Klemet era pronto a stare al gioco, lo avrebbe fatto per Nina. Le prospettive
erano allettanti. Tom Paulsen era all’ospedale e la loro piccola storia ne aveva
risentito, soprattutto perché la compagna svedese di Sormi sembrava passare
parecchio tempo al capezzale del sommozzatore ferito. Klemet non avrebbe
saputo dire cosa ci fosse esattamente tra i due. Per il momento Nina stava
spulciando gli articoli di giornale mentre lui consultava la lista delle telefonate
fatte e ricevute da Fjordsen. Il sindaco di Hammerfest utilizzava parecchio il suo
cellulare. Le chiamate del 25 aprile, il suo ultimo giorno, erano invece scarse,
del resto Fjordsen era morto al mattino presto. Per di più era domenica. Klemet
constatò subito che Pedersen, l’ex sommozzatore d’assalto, aveva chiamato il
sindaco proprio quel mattino. Non vide altre chiamate nei giorni precedenti. La
telefonata era stata breve. Il tempo di presentarsi e di darsi un appuntamento?
Pedersen conosceva già Fjordsen? Dopo la storia della camera di
decompressione in cui i due petrolieri avevano trovato la morte e
l’identificazione da parte delle due prostitute russe, non si poteva più parlare di
coincidenze. La riflessione di Ellen Hotti, tuttavia, non smetteva di assillarlo.
Com’era possibile che una persona formata alla scuola dei sommozzatori
d’assalto, un’unità di élite, avesse lasciato così tante tracce dietro di sé?
Certamente il caso ci aveva messo lo zampino, così come la sfortuna. La gente
tendeva a considerare i malviventi creature geniali in grado di prevedere ogni
rischio. Guardavano troppa televisione. Klemet sapeva per esperienza che molti
delinquenti non erano particolarmente furbi e commettevano grossi errori. Ma in
quel caso era diverso, e lui non ci vedeva chiaro. Ripensò al cocktail di
medicinali. Telefonò al suo amico medico legale a Kiruna, che nel tempo libero
collaborava con la polizia delle renne. Il medico consultò la lista dei medicinali
borbottando una sorta di litania che diventava chiara solo a tratti, quasi volesse
mettere l’accento su un punto in particolare.
«… Uno psicostimolante per sostenere l’attività cerebrale, della fluoxetina per
i vuoti di memoria legati alla depressione… risperidone, un antipsicotico che
calma l’angoscia e combatte i flash-back, stesolid contro l’angoscia e gli stati di
tensione nervosa, e pensa un po’, anche dello zolpidem contro l’insonnia. Molti
di questi medicinali sono praticamente delle droghe e creano dipendenza ed
effetti secondari non da poco. Cose pesanti. Ti risparmio i dettagli, in ogni caso
non ci capiresti niente.»
«È sempre un piacere parlare con te.»
«Ma il tuo uomo era messo male: depressione, turbe comportamentali,
problemi di memoria, di concentrazione immagino, tutto ciò fa pensare a una
sindrome da stress post-traumatico, e a questo si aggiungono altri problemi. Un
bel soggetto, insomma.»
Klemet ritornò alla lista dei numeri. Fjordsen aveva parecchi contatti, alcuni
addirittura in Russia. Chiamò Ellen Hotti e le chiese di fare una ricerca.
Aggiunse anche un altro numero straniero.
Le ricerche non furono lunghe. Per quanto riguardava la Russia, si trattava di
enti della città di Murmansk. Ellen Hotti gli spiegò che la città di Hammerfest
aveva progetti in comune con la capitale della penisola di Kola. L’altro numero
richiesto era il cellulare di Raymond Depierre, il medico francese. Dunque i due
si conoscevano.
Nina gli fece un cenno e Klemet riappese.
«Non capisco» cominciò Nina. «Pedersen si interessava ai lavori in corso a
Hammerfest, quelli che riguardano l’ampliamento del terminal di Suolo, ma per
diversi giorni si è appassionato ai miti sami e all’importanza delle pietre nelle
credenze sami.»
«Laula?»
«Possibile, ma cosa? E perché?»
«Si interessava alla roccia dell’isola della Balena?»
«Non particolarmente, in ogni caso, stando a quel che vedo qui. Credi davvero
che queste pietre siano ancora importanti al giorno d’oggi per i sami? Molti di
quelli che incontro, anche se lavorano con le renne, sembrano perfettamente a
loro agio nel mondo moderno.»
«Sarà, ma hai visto Anneli, e non è la sola. Anche Erik era così e come lui
molti altri. Parecchi sami non lo ammetteranno mai in pubblico, ma sono ancora
molto legati a quel genere di cose. Questa sacralità è esattamente quello che gli
scandinavi hanno cercato di togliere loro nel corso dei secoli passati. Gli
sciamani, i tamburi, le pietre sacre, gli joïk, sono tutte cose che i pastori luterani
consideravano come espressioni diaboliche, forme di eresie. I tamburi sono stati
bruciati, ma non si può bruciare una roccia sacra.»
«Forse, a meno che per qualcuno spostare una roccia sacra non equivalga a
bruciare un tamburo.»
53.

Anneli faceva ritorno a mani vuote. A dispetto delle indicazioni precise, non
era riuscita a ritrovare il cucciolo. In circostanze normali, un piccolo
abbandonato dalla madre non sarebbe stata una missione prioritaria per un
allevatore, poiché aveva poche possibilità di sopravvivere ai predatori. Per
Anneli invece quel cucciolo aveva assunto un’importanza smisurata. Si esponeva
a dei rischi e, nel suo stato, rasentava l’incoscienza. Ma la vita che portava in sé
le faceva raddoppiare gli sforzi. Si fermò solo dopo parecchie ore.
All’accampamento l’aspettavano. Sarebbe rientrata, lo giurò a se stessa. Sulla
strada del ritorno passò lungo il lago che portava alla roccia. La loro roccia. Si
lanciò sul fianco della collina e scorse la loro pietra appuntita e rivolta verso il
cielo. Si avvicinò e si accovacciò. Voleva sentire le corna di renna. Passò la
mano dietro la roccia. Il contatto le fece bene. Si calmò, ascoltando i battiti del
suo cuore riprendere un ritmo più regolare. Perché quel cucciolo la metteva così
in agitazione? La nausea riprese il sopravvento e Anneli si appoggiò alla roccia
per riprendere fiato.
Si alzò dopo un attimo, osservando le montagne. Era sola. Il relativo calore di
quegli ultimi giorni aveva lasciato un’impronta notevole sulla natura: la neve si
scioglieva sempre più in fretta. Riprese la strada. Ne aveva ancora molta da fare.
Ma sarebbe tornata.

Il contatto con l’esterno del padre di Nina, come lui stesso si era definito, le
aveva dato appuntamento al pub di Skaidi. Klemet aveva insistito per
accompagnarla anche questa volta. Sarebbe rimasto in disparte. Erano arrivati
con leggero anticipo e Nina riconobbe subito la sagoma di suo padre. Ebbe di
nuovo la stessa impressione: una forma stremata, abbattuta, senza l’energia
sufficiente per raddrizzare un corpo troppo stanco. Era anche lui imbottito di
medicinali, come quel Per Pedersen il cui profilo cominciava a definirsi, quello
di un soldato dell’industria petrolifera sconfitto? Portava una giacca a vento
frusta ma pulita. Era seduto dando le spalle alla sala, curvo, mani in tasca
davanti a una tazza di caffè. L’amico di suo padre era a un tavolo vicino
all’entrata. Quando Nina lo vide, le rivolse un cenno con la testa. Lei gli andò
incontro.
«Hai un nome?»
«Ho un numero, basta questo. Se vuoi trovare il mio nome, lo troverai, ma
questo non ti farà fare progressi nelle tue indagini. Non farò niente che vada
contro la volontà di Todd.»
«Non ti chiedo niente di simile.»
Nina non conosceva quell’uomo ed esitava.
«Erano dodici anni che non lo vedevo, e mi trovo davanti un uomo sfinito, col
quale è impossibile comunicare. Prende medicinali, soffre?»
«Preferirei che fosse lui a parlartene.»
«Ma hai visto l’ultima volta…»
«L’ultima volta era la prima volta. Arrivi così, all’improvviso nella sua vita.
Che cosa ti aspettavi?»
Nina non aveva intenzione di permettere a un estraneo di farle la morale. Suo
padre non cambiava posizione, inconsapevole della discussione che si teneva
alle sue spalle. Aveva tante domande da porgli. E il tempo stringeva.
Avvicinò una sedia e si sedette di fronte all’uomo.
«Come sta, dopo ieri?»
«Se ti dicessi che stanotte non ha chiuso occhio, che si è addormentato
all’alba, stanco morto, che si è svegliato per un incubo, come tutte le notti, ed è
uscito per prendere una boccata d’aria sul pietrisco che circonda il luogo dove
non fa che sopravvivere da ormai molto tempo?»
L’immagine di suo padre sconvolto, che camminava in un paesaggio lunare e
ostile le procurò un senso di oppressione che cercò di scacciare.
«Tu eri con lui?»
«Diciamo che non ero lontano. Ma io so. Conosco la sua vita.»
«Perché è così, è malato?»
«Allora non sai niente di lui?»
«Avevo dieci anni quando se n’è andato. Cosa potevo capire? Mia madre non
mi ha mai detto nulla. Per proteggermi, sosteneva.»
«In tal caso non giudicarla troppo severamente. Il male di cui soffre tuo padre
è invisibile. Lui stesso lo ha capito molto tardi. Troppo tardi.»
Come poteva misurarsi con tutto ciò? Era ingiusto. Avrebbe mai potuto
recuperare il tempo perso? Ripensando a com’era suo padre il giorno prima,
dovette ammettere che sembrava impossibile. Era un uomo finito. L’estraneo
aspettava.
«Non mi hai detto cosa aveva.»
«Te lo dirà lui. Forse.»
«Com’è stata la sua giornata fino al vostro arrivo qui? Cosa ha fatto?»
«Ha rovistato tra le sue cose, ma per tutta la giornata si è soprattutto preparato
a questo nuovo incontro. Si è anche sforzato di dormire un po’, di mangiare,
tutto in funzione dell’appuntamento per cercare di essere al meglio della forma
nel momento in cui ti saresti seduta di fronte a lui. Ieri era troppo presto, ma ha
voluto venire lo stesso. Ha temuto per tutta la giornata che dopo averlo visto in
quello stato non saresti tornata.»
Nina sentì di nuovo un groppo alla gola.
«Combatte contro se stesso, giorno dopo giorno, ora dopo ora, non ha nemico
peggiore.»
«Ma di solito cosa fa?»
«Passa il tempo a cercare di sopravvivere. A cancellare le speranze l’una dopo
l’altra, ma cercando di trovare in mezzo a tanta desolazione una ragione
d’essere.»
Nina capiva che quell’uomo non voleva rivelare troppo.
«Perché è venuto in Lapponia, vive fra qui e Utsjoki, non è così?»
«Non so. La calma, l’assenza di persone, l’isolamento, l’estremità del mondo.
Dovresti andare da lui adesso. Ha cercato di prepararsi per questo appuntamento,
ma il tempo a vostra disposizione è poco. Non volergliene.»
«Per cosa?»
«Non volergliene.»
Con un’alzata di spalle, Nina si alzò. Fece un cenno a Klemet poi si avvicinò a
suo padre e gli posò una mano sulla spalla.
«Buongiorno, papà.»
Lui alzò la testa, come se la vedesse in quel momento.
Lei si sedette di fronte a lui.
Mal rasato, occhi scavati.
«Le foto.»
«Sì, ti ho chiesto se ne avevi. Ma prima di tutto, come stai? Sei riuscito a
riposare? Io no, non ci sono riuscita.»
Nina cercò di sorridere.
«Ho bruciato tutto.»
«Di cosa parli?»
«Le foto, di prima, le immersioni. Ho bruciato tutto.»
Nina aveva sperato di poter risvegliare i ricordi di suo padre con l’aiuto delle
foto e di poter così identificare delle persone, l’idea si rivelò illusoria, ma non
avrebbe mai potuto immaginare una situazione simile: suo padre era teso. Stava
per crollare.
«Non ha importanza.»
«Importanza? Per chi?»
«Sai, la mamma non ha mai…»
«Non parlarmi di lei.»
«No, d’accordo.»
Teneva le mani su dei libretti ricoperti di cuoio blu scuro o verde, e su un
borsello. Spinse tutto verso di lei.
«È tutto ciò che mi resta di quel periodo.»
Nina girò verso di sé il primo libretto. Sulla copertina erano impressi caratteri
dorati. Professional diver’s log book. Un’altra scritta, che fungeva da logo,
indicava Association of offshore diving contractors.
«Be’, non restare lì impalata, apri.»
Nina ignorò il tono di voce che l’aveva ferita e sfogliò il libretto da
sommozzatore professionale di suo padre. Conteneva quelli che sembravano
essere rapporti d’immersione, con una serie di informazioni molto dettagliate
relative a ciascuna di esse. Sfogliò rapidamente il contenuto del borsello:
formulari ingialliti, un concentrato amministrativo del duro lavoro dei
sommozzatori. Era giunto il momento di interrogare suo padre, o bisognava
aspettare ancora? Le sembrò un’idea migliore ricreare dapprima un legame.
Cercava di concentrarsi sui documenti, ma non riusciva a leggerli. La verità era
che faceva di tutto pur di non guardare suo padre. Vederlo in un simile stato le
era insopportabile. Guardò Klemet che le lanciò un’occhiata interrogativa.
L’inchiesta. Non avevano tempo da perdere.
«Sono contenta di sapere che sei vicino. Mi piacerebbe venire a trovarti,
trovare del tempo per noi.»
«Ah sì?»
Il tono era vivo. Nina cercò di ripensare all’ammonimento dell’uomo vicino
alla porta.
«Certamente, quando vorrai. Ora che sappiamo entrambi di essere vicini.»
«Non sono sicuro di essere una compagnia molto piacevole.»
Il nervosismo di suo padre aumentava. La mano destra tamburellava, una
palpebra tremava, lo sguardo perso a esaminare il tavolo. Nina non aveva più
molto tempo.
«Conosci un ex sommozzatore di nome Per Pedersen?»
Lui alzò improvvisamente la testa. Brutto segno. I suoi occhi s’inumidirono.
«Non posso ricordarmi degli ex sommozzatori. Non posso. Non voglio.»
«Perché? E se ti mostrassi delle foto?»
Si alzò improvvisamente, facendo cadere la sedia. Tutti si girarono. Da
aggressiva, la sua voce si era fatta quasi supplichevole.
«Tu non capisci. Quando ripenso ai sommozzatori, rivedo dei morti, dei
colleghi che non ho potuto salvare.»
Nina si era alzata a sua volta. Gli si avvicinò, gli prese il braccio, lui si
divincolò.
Le stava sfuggendo di nuovo. L’uomo che aveva fatto da intermediario si era
avvicinato.
«Va tutto bene Todd, andiamocene. Nina, mi rimetterò presto in contatto con
te.»
54.

Nils Sormi aveva perso la cognizione del tempo. Aveva promesso a Tom di
passare da lui quella sera, ma ormai era troppo tardi. Uscì dal gumpi e fu colpito
dal sole che brillava con un’intensità sorprendente per quell’ora così tarda. Era
riuscito a farsi un’idea approssimativa della situazione. Il ruolo di Tikkanen gli
appariva più chiaro. L’agente immobiliare aveva dato prova di malvagità, faccia
tosta e totale assenza di scrupoli. In quell’ultima ora, il viso di Erik Steggo
aleggiava su quanto aveva scoperto. Da quando aveva recuperato il suo corpo,
Nils si domandava perché, scoprendo l’identità dell’annegato, la nausea si fosse
impadronita di lui. Doveva essere per via di quello che restava della sua
innocenza. Nils Sormi ora credeva di capire. La sua giovinezza era trascorsa
lontano dal mondo sami e dalle sue tradizioni. Gli avevano rubato qualcosa?
Non lo credeva. Aveva amato con passione questo mondo di sommozzatori
intrepidi. Lo amava ancora. Ma l’incidente occorso a Tom lo aveva scosso.
Sfogliando le schede di Tikkanen aveva scoperto come l’agente immobiliare li
avesse messi gli uni contro gli altri. Il fatto che il terreno cui Nils aspirava, sulle
alture di Hammerfest, fosse occasionalmente utilizzato dalle renne di Erik
Steggo e di altri allevatori del distretto 23 era in effetti solamente un pretesto.
Tikkanen aveva lasciato credere che fosse questo il problema, quando in realtà
non lo era mai stato. Infatti quella zona non era più utilizzata come pascolo da
parecchio tempo. Progetti di costruzione come il suo, sulla strada panoramica,
erano vietati e il finlandese l’aveva sempre saputo. Lo scopo di Tikkanen era un
altro, Nils ora ne era certo. Mirava ai terreni situati tra Hammerfest e il ponte di
Kvalsund, dove erano previsti gli sviluppi industriali, e intendeva contribuire a
sgombrare l’isola da tutti gli allevatori per poter così condurre i suoi affari
immobiliari in tutta tranquillità, sia con i petrolieri sia con il comune. Svolgeva
questo sporco lavoro per loro, anche se nessuno glielo aveva chiesto. Steggo era
stato una vittima di questo turpe gioco. Non ne sapevo niente, pensò Nils, non
sapevo che le cose stessero così. Si era fatto manipolare da Tikkanen, e questo lo
innervosiva più di tutto.
Juva Sikku uscì dall’altro gumpi e parve sorpreso di trovare Sormi che, uscito,
appena lo vide, lo salutò con un cenno della testa. E Sikku? Cosa ci guadagna in
questa storia? Aveva visto la sua scheda. Sikku, come se niente fosse, era forse
colui che ne usciva meglio, grazie a quella fattoria sulla frontiera finlandese.
Tikkanen aveva fatto simili proposte ad altri allevatori, ma la maggior parte di
loro aveva rifiutato.
«Allora, vuoi metterti ad allevare renne in una fattoria?»
Sikku annuì come se fosse stato colto con le mani nel sacco.
«È il futuro. Con lo sviluppo delle industrie e il riscaldamento climatico non
c’è altra soluzione.»
«Ma pare che molti allevatori non siano del tuo stesso avviso.»
Sikku fece un gesto con la mano.
«Gli altri… E cosa gli resta? Dicono che l’allevamento delle renne non è un
mestiere ma uno stile di vita. Ne fanno una questione d’onore. Ne sono così fieri.
Ma con l’onore non si mangia.»
Sormi guardava le montagne ai loro piedi e si fece pensieroso.
«No, con l’onore non si mangia…»
«Ah, sono contento che tu sia d’accordo.»
«… No, però ha il suo fascino.»

Klemet e Nina avevano raggiunto il rifugio della polizia delle renne. A


dispetto dell’ora tarda, Nina non sapeva più se era stanca o sovreccitata, i nervi a
fior di pelle, sul punto di crollare o capace di restare sveglia per altre venti ore.
Ripensava all’incontro con suo padre. La domanda che riteneva innocua, la
sedia rovesciata, gli occhi umidi. Non c’era più la notte, il sole tramontava
appena, come se vegliasse senza tregua. La natura fremeva, lo si sentiva
nell’aria. Klemet era adorabile, premuroso, le aveva fatto il caffè e le aveva
anche preparato da mangiare. Aveva chiamato Tom. Non si lamentava. Era solo
quella sera. Nils lo aveva avvisato che non sarebbe potuto passare a trovarlo, ma
che aveva chiesto a Elenor, rientrata da Stoccolma, di andare in serata a tenergli
compagnia. Nina non doveva preoccuparsi. Tom aveva parlato tutto d’un fiato.
La sua voce era debole. Lei gli aveva raccontato dell’incontro con suo padre, lui
le aveva augurato buona fortuna.
Nina e Klemet si misero a esaminare i documenti lasciati da Todd Nansen.
Nina iniziò da un rapporto d’immersione compilato in seguito a un incidente.
Il foglio che le porgeva Klemet precisava, come stabilito dalla procedura, il
nome della persona incaricata di portare i primi soccorsi, i mezzi da mettere in
campo per contattare il servizio medico d’urgenza, il nome e il recapito del
medico e dell’ispettore del lavoro che seguivano l’impresa. Tutto sommato,
normale linguaggio burocratico, ma il dito di Klemet si fermò sul nome del
medico: Raymond Depierre.
Nina continuò a sfogliare il dossier. Un altro documento precisava le date e la
durata delle assenze per motivi di salute, i certificati presentati per giustificare
queste assenze e il nome del medico che li aveva compilati, le attestazioni
rilasciate dal medico del lavoro. Di nuovo classiche procedure amministrative,
come se ne trovano in tutte le professioni. Il nome di Raymond Depierre
appariva nuovamente.
A fianco di Nina, Klemet era impegnato al suo portatile, intento a fare ricerche
su Depierre. Nina continuava a scorrere il dossier. Suo padre aveva bruciato tutte
le foto, ma il dossier, che non doveva aver consultato frequentemente, conteneva
vecchi ritagli di articoli dello Stavanger Aftenblad, il quotidiano regionale di
Stavanger, la capitale norvegese del petrolio, e del Finnmark Dagblad, il
quotidiano di Hammerfest. Gli articoli parlavano di immersioni, di contratti, di
record. Si vedevano uomini sorridenti davanti alla camera di decompressione, o
un sommozzatore, casco sottobraccio, davanti a una campana sospesa sulla
superficie dell’acqua e pronta per essere immersa. Nina cercava di riconoscere
suo padre. Ma dovette prima scacciare l’immagine ancora impressa nei suoi
occhi di un vecchio curvo e dall’aria abbattuta, che non aveva nulla a che vedere
con i sorrisi trionfanti ostentati da quei giovani uomini sicuri di sé e pieni di
salute. Dei Tom Paulsen piuttosto che dei Todd Nansen. I lineamenti di suo
padre come ricordava di averli visti per l’ultima volta una dozzina d’anni prima
erano ancora nitidi nella sua memoria, ma Nina cominciava a dubitare.
Finalmente trovò un articolo che lo citava. Riferiva che una compagnia
britannica aveva messo in sicurezza un pozzo molto promettente. Il padre di
Nina – il suo nome era riportato – posava accanto ad altri tre sommozzatori e a
responsabili di una compagnia petrolifera. Todd Nansen aveva folti baffi,
sguardo allegro, i capelli scompigliati dopo un’immersione, insomma un
bell’uomo nel pieno del suo vigore. Nina provò sollievo. Quell’immagine la
riconciliò per un attimo con suo padre. Come aveva potuto sprofondare così in
basso?
Un articolo dello Stavanger Aftenblad era particolarmente elogiativo nel
descrivere una prova d’immersione. L’articolo era datato 1980. Nina non sapeva
nulla di questo mestiere, ma il pezzo parlava di un vero exploit. I sommozzatori
avevano effettuato un test d’immersione battezzato “Deepex I” a trecento metri
di profondità al centro di prova di Bergen, il Nui. Gli uomini non erano stati
realmente spediti a quella profondità ma erano rimasti in superficie, in una
camera iperbarica in cui era stata simulata la stessa pressione riscontrabile a
quella profondità. Si ricordava di quello che le aveva detto Gunnar Dahl: “era
stato necessario qualche aggiustamento”, ma il rappresentante della Norgoil le
aveva assicurato che tutti i test erano stati convalidati. Non c’era motivo di
dubitarne, poiché i giacimenti erano ben sfruttati. L’articolo ricordava che quel
test non era il primo: l’anno precedente erano già stati effettuati due test a
centocinquanta metri. Per quel che ne sapeva lei, suo padre non aveva mai fatto
parte dei sommozzatori pionieri, doveva tuttavia essersi interessato a quegli
esperimenti. Nel corso di quelle prove, precisava l’articolo, si testavano per
esempio materiali, procedure tecniche di saldatura sottomarine, nuove tabelle di
decompressione e si approfondivano anche le conoscenze di base delle reazioni
umane, fisiologiche e psicologiche, all’esposizione iperbarica. Veniva citata la
dichiarazione di un sommozzatore che sosteneva che, per un uomo, andare a
trecento metri sott’acqua e risalire fosse molto più difficile che fare andata e
ritorno sulla luna. In un altro giornale, una rivista tecnica, si parlava
dell’esperimento Deepex I, le squadre tecniche e sanitarie al completo erano
ritratte con un sorriso di circostanza. Nina diede un colpo di gomito a Klemet.
Raymond Depierre, ancora lui, era citato come uno dei medici della Norgoil, la
compagnia pubblica norvegese che aveva cofinanziato l’esperimento. Il giornale
lo indicava come uno dei tre medici che avevano convalidato il progetto Deepex
I.
Poco dopo fu Klemet a dare di gomito a Nina. In un’intervista al quotidiano
economico Dn, una rappresentante del comitato petrolifero dichiarava che
Deepex I aveva permesso di fare un notevole passo avanti nell’esplorazione delle
acque profonde alla ricerca di gas e di petrolio nel sottosuolo norvegese.
L’avvenire della Norvegia come monarchia del petrolio pareva assicurato. Tutti
avevano le migliori ragioni per rallegrarsene. Il rappresentante del comitato si
chiamava Lars Fjordsen. Il suo legame con il comitato era quindi iniziato ben
prima di assumerne la direzione negli anni Novanta.

Per la prima volta dalla sua infanzia, Nils Sormi stava per passare la notte in
piena tundra. Juva Sikku lo aveva lasciato libero di scegliere se farsi
riaccompagnare in città o rimanere lì per la notte. Elenor in quel momento stava
tenendo compagnia al suo amico, così decise di restare. L’aria imbronciata di
Sikku si rischiarò, come se avesse appena ricevuto il più bel regalo del mondo.
Incredulo, andava avanti e indietro da un gumpi all’altro per preparare da
mangiare e da dormire.
«Ti troverai bene, Nils, ti troverai bene, vedrai.»
Servì birra ghiacciata e fece un brindisi con Nils, che non poté tirarsi indietro.
Adesso si convincerà che siamo diventati degli amiconi come quando da
ragazzini, su richiesta di Erik, mi sforzavo di essere gentile con lui. Nils bevve e
si girò verso l’orizzonte, lasciando Sikku alle sue occupazioni. A dispetto della
luce, la notte era già scesa. Cominciava soltanto ora ad avvertire il contraccolpo
dell’incidente di Tom e di quanto ne era seguito. Respirava l’aria che si
rinfrescava. In un angolo roccioso dove la neve si era sciolta, Sikku raccoglieva
alcuni rami di betulla e dei ceppi per accendere il fuoco. L’allevatore grigliò
salsicce e alcune fette di pane. Quando ebbero finito di mangiare, Nils si alzò di
scatto.
«Fammi vedere il tuo branco.»
Sikku parve sorpreso, ma non disse niente. Presero dei vestiti più caldi e
Sikku lo condusse con lo scooter all’altro lato della montagna, in un angolo della
vallata dove la neve era quasi del tutto sciolta.
Fecero il resto del percorso a piedi. Sikku parlava a bassa voce.
«Il grosso del branco è già sull’isola. Ma vedi, più giù, vicino al fiume…»
Nils Sormi vedeva. Da bambino aveva trascorso parecchio tempo nei recinti al
momento della selezione delle renne, ma i suoi genitori non l’avevano mai
incoraggiato a seguire quella strada. Oggi non invidiava affatto la vita degli
allevatori, non l’aveva mai invidiata. Ripensando alle schede di Tikkanen, si
disse che non ne sarebbe venuto fuori niente di buono. Ci sarebbero volute meno
renne, ecco tutto. E gli allevatori che avessero perso il lavoro avrebbero potuto
lavorare nell’industria petrolifera. Ci sarebbe stato bisogno di braccia. Sarebbe
stato anche nel loro interesse. Sikku aveva preso un binocolo dalla tuta. Nils
ripensava alle schede, al viso di Erik, alle sue battute di caccia alla pernice, a
quel piolo piantato nel petto di Tom.
«Conoscevi bene Erik, lavoravate insieme?»
«Cosa vuoi dire?»
Sikku si era nuovamente messo sulla difensiva, atteggiamento che più lo
caratterizzava.
«Pensavo a Tikkanen, mi pare d’aver capito che ti ha promesso quel terreno
laggiù per una fattoria.»
«Sì, me l’ha promesso e farà meglio a mantenere la sua promessa…»
«In cambio di che cosa?»
Quella domanda colse Sikku alla sprovvista. Guardava Sormi nervosamente,
era combattuto. Desiderava rimanere nelle grazie del sommozzatore, non voleva
perdere la tessera di membro del Black Aurora.
«In cambio di niente. Voleva solo che rinunciassi a venire sull’isola con le mie
renne, e poi…»
Evitava di guardarlo, Nils invece non gli toglieva gli occhi di dosso.
«E poi voleva che cercassi di convincere quell’asino d’Erik.»
«Convincerlo?»
«Fargli capire.»
«E ci sei riuscito?»
«Con quella testa di mulo? Figurarsi…»
«Allora, come hai fatto a convincerlo?»
Nils aveva alzato la voce, gridava con la faccia quasi incollata a quella di
Sikku. L’allevatore aveva un fisico prestante, non avrebbe temuto lo scontro, ma
Sikku non era il tipo, non contro Nils. Indietreggiò e inciampò nella neve.
«Shhh! Spaventerai le renne, sono animali paurosi, a volte basta un gesto
per…»
Sikku lasciò la frase in sospeso.
«Allora, è questo che hai fatto?»
«Cosa?»
«È questo che hai fatto allo stretto? È dunque vero quello che si dice in giro?
Hai fatto apposta a fare dei gesti per impaurire le renne e farle tornare indietro, è
così, per fargliela capire a Erik? E poi la cosa ti è sfuggita di mano.»
Sikku si rialzò ripulendosi dalla neve, evitando lo sguardo di Sormi.
«Non so di che cosa parli. È stato solo un incidente. E poi in questa storia io
ho perso la mia renna bianca, non conta niente questo?»
55.

LUNEDÌ 10 MAGGIO. IL SOLE SORGE ALL’1.19 E TRAMONTA ALLE 23.23.


VENTIDUE ORE E QUATTRO MINUTI DI LUCE.
SKAIDI. ORE 8.

Nina e Klemet trasformarono il rifugio della polizia delle renne in sala


operativa. A ben guardare, soprattutto Nina. Era lei quella con la mania di
utilizzare un’intera parete per attaccarci i suoi appunti, fotografie, post-it. Klemet
l’aveva già vista all’opera.
«Dimentichi che abbiamo superfici meno estese di quelle che si vedono nelle
serie americane» le fece presente scherzosamente.
«Va’ piuttosto a scannerizzare questi articoli, così potremo ricavarne i ritratti
dei ragazzi.»
Scannerizzare, stampare, Klemet era diventato un segretario.
«Ti faccio presente che, inchiesta o non inchiesta, abbiamo quella riunione
con Morten Isaac e gli allevatori per preparare i funerali di Fjordsen e per la
sorveglianza delle renne.»
«Prendi anche queste, scannerizzale con una risoluzione fotografica, non
come testo, altrimenti risultano illeggibili.»
Klemet sospirò e prese l’articolo con un gesto secco.
«Gunnar Dahl sarà convocato oggi al commissariato?»
«In teoria, il giudice sta esaminando questo caso e credo che lo interrogherà
ufficialmente.»
Klemet continuò a scannerizzare e Nina a stampare. L’odore del caffè
invadeva il capanno.
«Un giorno mi hai detto che non sapevo niente di te, ti ricordi?»
«No, ma è possibile.»
«È vero, non so niente di te.»
Nina alzò gli occhi al cielo.
«Dubito che sia interessante.»
«Mi riferisco a tuo padre…»
«Santo cielo!»
«Cosa c’è?»
Nina aveva appena salvato sul suo computer le foto scannerizzate da Klemet.
La funzione di riconoscimento stava evidenziando anche i visi più piccoli, ai
quali non si prestava attenzione a causa della loro ridotta dimensione, e che ora
apparivano sullo schermo ingranditi.
«Lo riconosci?»
«Sì, Anta Laula da giovane. Da dove salta fuori questa foto?»
Nina premette un tasto e apparve la foto completa, quella pubblicata in un
articolo dello Stavanger Aftenblad. Si trattava della foto che illustrava
l’esperimento di Deepex I a trecento metri, realizzato e validato nel 1980. Anta
Laula appariva solo a mezzo busto, sullo sfondo, tra i pionieri che avevano
permesso di validare l’esplorazione dei giacimenti di gas e di petrolio nelle
acque norvegesi.

Quando Nils Sormi ne ebbe abbastanza, Juva Sikku lo riportò a Hammerfest.


Per precauzione, Sormi aveva lasciato lo schedario nel gumpi dell’allevatore.
Visto il contenuto esplosivo, in caso di problemi era meglio che la responsabilità
ricadesse su Sikku. Sikku l’accompagnò fino al suo appartamento. Il
sommozzatore salì a bordo dell’Arctic Diving. La navetta d’immersione si
apprestava ad attrezzarsi per una nuova missione di manutenzione su una testa di
pozzo. Leif Moe lo ricevette nella sala riunioni. Il supervisore aveva una brutta
cera, senza dubbio aveva sbevazzato parecchio la sera precedente. Leif Moe fece
una smorfia.
«Temo non ci sia più niente da fare per Tom.»
«Come più niente da fare? Gli ho parlato ieri al telefono.»
«Ne ho discusso ieri con un dottore. Non potrà più immergersi. La sua carriera
di sommozzatore è terminata. È finito.»
«Finito? Ma Tom ha ventisette anni, non può essere finito. Stai dicendo una
sciocchezza.»
«Nils, non potrà più immergersi. Per noi, è finito.»
Sormi si alzò e si diresse alla vetrata. Concentrò la sua attenzione sul Molo dei
paria, dove erano ormeggiati due piccoli battelli da pesca. Alcuni pescatori
preparavano le reti. Il maestoso Centro culturale artico finanziato dalle
compagnie petrolifere sonnecchiava in lontananza. Il cielo si stava di nuovo
rannuvolando, ma la forte luminosità dava al mare riflessi argentati.
«E con chi mi farai immergere?»
Leif Moe sembrò sollevato nel tornare a una discussione di lavoro.
«Ne ho uno disponibile in questo momento, perché Einarsen sta per andare in
un cantiere in Brasile.»
«Non mi dire che…»
«Henrik Karlsen, un ottimo sommozzatore.»
«Quel coglione con l’alito che puzza, vuoi che lo uccida alla prima
immersione? Non se ne parla proprio, hai capito, non se ne parla.»
«Nils, aspetta, stai calmo, prenditi qualche giorno di vacanza e poi vedremo.»
Nils Sormi aveva già sbattuto la porta.
Tornato all’auto, si diresse verso gli uffici della Norgoil, sull’isola artificiale
di Melkøya. Impiegò una ventina di minuti.
«Ah, Nils, mio caro Nils, che terribile incidente. Siamo tutti molto addolorati
per il povero Tom. Fortunatamente si rimetterà. Che sollievo.»
Gunnar Dahl si era alzato per accogliere Nils Sormi nel suo ampio ufficio, le
cui vetrate su un lato erano a strapiombo sugli impianti dell’isola, mentre sul lato
opposto gli permettevano di sorvegliare in lontananza il cantiere del futuro
terminal del giacimento di Suolo, di cui la Norgoil era il principale azionista e
operatore esecutivo.
«Cosa pensate di fare per lui?»
«Norgoil per Paulsen? Non capisco…»
«Era vostro quel cazzo di cantiere, e più che un cantiere era un maledettissimo
bordello. È colpa vostra se sopra di lui c’era quella grossa gru, non avrebbe
dovuto trovarsi lì durante un’immersione, ma volete concludere tutto nel più
breve tempo possibile, per guadagnare più soldi, e ve ne fregate della sicurezza.
Allora, ti chiedo di nuovo cosa farete per Tom. La sua carriera di sommozzatore
è finita, ha ventisette anni ed era tutta la sua vita.»
«Ma su, andiamo, si rimetterà. E sono sicuro che l’assicurazione interverrà. Si
tratta di un incidente sul lavoro, e la procedura dev’essere rispettata, è
importante. Sono certo che per lui tutto si sistemerà e che la vostra compagnia
farà le cose per bene.»
«È la Norgoil che l’ha rovinato, lo sai molto bene, Dahl. Come pensate di
risarcirlo?»
«Sei emotivamente molto colpito, lo capisco perfettamente, ma tutto si
sistemerà, e la vita continua. Dai, guarda che avvenire formidabile si prospetta
per te e per tutti noi. Vieni, avvicinati, guarda, abbiamo appena fatto una nuova
scoperta, nuovi giacimenti di petrolio e gas nella zona Johan Castberg,
l’annunceremo questo pomeriggio, guarda, il perimetro Skavl nel Pl532,
formidabile, il pozzo esplorato dalla piattaforma West Hercules, fra i venti e
cinquanta milioni di barili. E noi possediamo il cinquanta per cento di questi
pozzi, e…»
«E così non farete niente per Tom?»
«Un ragazzo intelligente come lui troverà sicuramente qualche altro lavoro,
non mi preoccupo. Su, Nils, va’ a riposare e porgi i miei migliori auguri a Tom,
non dimenticarti di tornare da noi in piena forma, sai che teniamo molto a te, un
sommozzatore del tuo valore e per di più sami, è importante per l’immagine
della compagnia e per la tua, lo capisci vero?»
Udì a malapena le ultime parole pronunciate da Gunnar Dahl. Fuori respirò a
fondo. Rivide le immagini del piolo conficcato nella cassa toracica di Tom, il suo
sguardo smarrito; anche le foto dei resti di Bill Steel e Henning Birge sfilarono
davanti ai suoi occhi. Cercò di immaginare come sarebbe stato Gunnar Dahl se si
fosse trovato pure lui nel cassone al momento della decompressione esplosiva.
Questa idea lo tranquillizzò un po’. Il tempo di salire di nuovo in auto e capì
anche cosa doveva fare.

KVALSUND. ORE 11.15.

La pattuglia P9 aveva dato appuntamento agli allevatori del distretto 23 da


Morten Isaac. Klemet non voleva che l’incontro avesse un aspetto troppo
formale per non irritare gli allevatori sami. Fra loro aumentava il malcontento.
La notizia dello spostamento della roccia sacra si era diffusa. Molti non ci
credevano, ma quelli che avevano visto gli addetti della rete stradale erano
furiosi. Uno di loro aveva scattato una foto col suo cellulare e la mostrava in
giro, ma alcuni pensavano ancora che i responsabili comunali non avrebbero
osato andare fino in fondo. Secondo un anziano si trattava di un modo di far
pressione per obbligarli a cedere, non sarebbe stata la prima volta. La reazione di
Anneli, che aveva gettato a terra il tacheometro, aveva fatto il giro del distretto e
raccoglieva largo consenso. Alcuni volevano incatenarsi alla roccia e al
momento in cui i poliziotti fecero il loro ingresso, la stanza rimbombava di un
concitato vociare. Prima che tutti potessero zittirsi alla vista delle uniformi,
Klemet riuscì a farsi un’idea del loro stato d’animo. La tensione era palpabile.
Oltre a Morten Isaac che stava finendo di preparare il caffè, erano presenti Jonas
Simba, Juva Sikku, Anneli Steggo e altri cinque allevatori. Alcuni stavano
stringendo calorosamente la mano di Anneli. Klemet notò che Sikku si teneva in
disparte e che Simba lo guardava con astio. Morten Isaac aveva un’aria stanca e
trascinava i piedi più del solito. Da oltre una quarantina d’anni si batteva contro
tutti: autorità, bracconieri, industriali, turisti, persino allevatori sami. Chiese il
silenzio ed espose la situazione: la disposizione dei branchi sull’isola e sulla
terraferma, quelli ancora in transumanza, la fragilità del recinto che circondava
Hammerfest, i luoghi in cui sarebbe stato necessario potenziare la sorveglianza.
Poi passò la parola a Klemet. Il poliziotto fu anch’egli preciso e succinto. Alcune
pattuglie della polizia delle renne sarebbero arrivate come rinforzo a partire dal
martedì successivo per prendere posizione e accordarsi con gli allevatori. Klemet
prese una grossa carta della zona per indicare i punti pericolosi. Aveva
convenuto con il comune che era responsabilità di quest’ultimo verificare le
condizioni dei venti chilometri di recinzione e sembrava che fosse stata costituita
un’apposita squadra. Non sembrava complicato.
«Se ognuno farà la sua parte, andrà tutto bene, ed eviteremo un inutile
conflitto» concluse Klemet.
Il vociare riprese. Gli allevatori ritenevano che del conflitto fossero
responsabili il comune e i petrolieri, non loro. Iniziò un’accesa discussione.
«Ci occupavamo delle nostre renne qui prima dell’invenzione delle auto.»
«E sarà così anche quando non resterà più una sola goccia di petrolio.»
«Avanti di questo passo non è sicuro.»
Morten chiese di far silenzio.
«Abbiamo un altro problema da risolvere. Anneli, che è qui con noi, è stata
denunciata dall’amministrazione per aver danneggiato materiale di Stato. I
funzionari hanno aggiunto di essersi sentiti aggrediti, e che da allora non si sono
più ripresi, e vi risparmio i dettagli. L’amministrazione, per dare un esempio,
sarà molto severa.»
A parte Sikku, che rimaneva silenzioso nel suo angolo e sembrava assente,
tutti gli allevatori s’indignarono.
Morten chiese di nuovo il silenzio.
«Il problema di Anneli ha preso una brutta piega, inutile negarlo. Faremo del
nostro meglio per aiutarla. In ogni caso ho riflettuto. Mi batto da troppo tempo e
sento di non farcela più.»
Adesso tacevano tutti. Klemet e Nina indietreggiarono per non disturbare con
la loro presenza.
«È per questo, e a causa della situazione nella quale ci troviamo, Anneli e
tutto il gruppo, che ho pensato di proporla come capo del nostro distretto a
partire dalla prossima assemblea. Se se la prendono con lei, dovranno sapere che
se la prendono con tutti noi.»
Klemet osservava gli allevatori. La sorpresa era totale. Il poliziotto sapeva che
nell’ambito di un distretto di allevatori, le tensioni e le gelosie potevano essere
numerose. Le famiglie che possedevano parecchie renne imponevano spesso la
loro legge, le gerarchie e le regole non scritte erano numerose. Sikku uscì dal suo
torpore e stava per prendere la parola ma cambiò idea. Un vecchio allevatore, lo
zio di Jonas Simba, si fece avanti per primo e abbracciò Anneli, che era a sua
volta incredula. I suoi occhi si inumidirono. L’abbraccio del vecchio diede il via.
Tutti gli altri vennero a congratularsi con lei e ad assicurarle il loro voto, e le
felicitazioni si estesero anche a Morten: tutti rendevano omaggio alla sua
saggezza.
«Bene» disse lo zio di Jonas Simba, «all’inizio bisognerà abituarsi un po’ ad
avere una donna come capo. Per il resto, Morten, hai ragione. Ma se vogliono
Hammerfest, devono sapere che non avranno la roccia.»
56.

HAMMERFEST. ORE 11.30

Nils Sormi non sapeva cosa fare, era furioso. Scoraggiato. Disgustato.
Sentimenti che non conosceva. Qualcosa gli sfuggiva. Il suo migliore amico
veniva buttato via come uno straccio vecchio, abbandonato al volere dei
burocrati, la sua compagnia gli affibbiava il peggior sommozzatore del Mare di
Barents. E poi quel vecchio sommozzatore francese, Jacques Divalgo, lo
ossessionava. Perché gli aveva voltato le spalle?
Nils cercò di ragionare come faceva sempre nelle situazioni difficili. Sangue
freddo, distacco, analisi, soluzione, azione. Assenza di stati d’animo.
Ripensando al sommozzatore cui puzzava il fiato, rivide gli sms ricevuti mentre
si trovava nella camera di decompressione. In particolare quel famoso De
Profundis. Non era mai riuscito a risalire al mittente, ma era davvero importante?
Forse no. E quegli incredibili milioni piovuti dal cielo. Con quei soldi avrebbe
potuto, avrebbe dovuto aiutare Jacques. Jacques, che gli aveva trasmesso la sua
passione, che lo aveva accolto nel suo mondo quando era solo un ragazzino. Il
grande Jacques, anche se la sua statura diceva il contrario. Gli piaceva scrivere il
suo nome, Jack. Aveva un suono davvero buffo, diceva con quell’accento
francese che affascinava tanto le giovani norvegesi. Del resto esagerava. Jacques
Divalgo. Un vero nome da attore nel ruolo di un mafioso. E allo stesso tempo il
ragazzo più gentile sulla faccia della terra. Un viso scolpito, da attore. Come
aveva potuto cambiare tanto? Dove si trovava ora? Nils sapeva che Tom aveva
cercato invano di parlarne con quella Nina. Bisognava che ritrovasse il grande
Jack. Che lo aiutasse. Perché, da Jack a Tom, niente era cambiato: ragazzi che si
erano dati al cento per cento venivano buttati via come stracci vecchi.
Nils era arrivato all’appartamento che aveva affittato ai piedi della strada
panoramica. Dall’ultimo piano dominava in parte la città, in lontananza la vista
sul fiordo. Era stato questo panorama a fargli venire voglia di andare ancora più
in alto, sulla strada panoramica. Ma capiva ora che quel maledetto Tikkanen si
era preso gioco di lui. Prese la posta e si sedette al tavolo di fronte al mare e alle
montagne. La ciminiera della raffineria oggi era spenta. Trovò l’avviso di
giacenza che si augurava di ricevere e andò all’ufficio postale per ritirare la
raccomandata dello studio legale. Non voleva farsi vedere al Riviera Next, così
andò a sedersi alla galleria Verk che esponeva foto in bianco e nero di pescatori
del nord di Kivijärvi. Era nervoso. La grande busta imbottita conteneva uno
scritto dell’avvocato che gli confermava di essere il beneficiario
dell’assicurazione sulla vita stipulata da un donatore anonimo, come pure un
elenco di procedure alle quali avrebbe dovuto attenersi al più presto, per poter
godere pienamente dei suoi diritti. Tuttavia, una condizione doveva essere
soddisfatta: la busta ne conteneva una seconda, anch’essa imbottita. Nella
lettera, l’avvocato gli spiegava che questa busta scura, di cui non conosceva il
contenuto, gli era stata consegnata con le istruzioni in allegato, che avrebbe
dovuto seguire. L’avvocato avrebbe potuto sbloccare il versamento della somma
convenuta solo dopo aver ricevuto una prova specifica.
Nils non trovava divertente questa specie di rebus. Aprì il plico. Conteneva un
piccolo registratore con una mini cassetta. Nils premette sul tasto avvio. Ne uscì
una musica, poi più niente. Musica classica, non proprio il genere di Nils. Cosa
significava? Ascoltò la cassetta fino alla fine, poi l’altro lato. Conteneva
solamente quel pezzo a lui sconosciuto. I venti milioni rischiavano di restare
un’illusione.

Markko Tikkanen aveva trascorso gli ultimi giorni vagando come un’anima in
pena per Hammerfest. Aveva importunato la maggior parte di quelli che
sospettava avessero potuto rubargli il suo tesoro. Gli accusati in un primo
momento non capivano nemmeno di cosa stesse parlando.
Tikkanen era sempre sicuro di avere a che fare con il colpevole e lo affrontava
di conseguenza. La sua massa imponente, tutta muscoli a sentire lui, non avrebbe
mancato di incutere loro timore. La sua reputazione, poiché ne aveva una, ne
avrebbe fatti preoccupare non pochi. Tuttavia, come prima cosa Tikkanen
doveva cercare di superare il loro disprezzo. Sfortunatamente iniziavano a
prenderlo sul serio solo quando minacciava rivelazioni imbarazzanti: il
finlandese aveva ancora abbastanza memoria per ricordare ai suoi clienti i fatti
più compromettenti.
Aveva incontrato due politici del luogo, un giornalista, un contadino, due
dirigenti del cantiere di Suolo e gli restavano degli allevatori di renne, due
sommozzatori, fra i quali Sormi, senza dimenticare Gunnar Dahl. Tikkanen li
aveva messi in cima alla sua lista. Ecco come lo ricompensavano dei favori resi.
Sua madre gli aveva sempre detto che era troppo buono e che la sua ingenuità
lo avrebbe rovinato. E pensare che lui era convinto di essersi smaliziato fin da
ragazzo, pedinando i clienti della drogheria di famiglia. Ne aveva viste delle
belle a furia di nascondersi nei cortili delle loro abitazioni. Ma il giorno in cui
sua madre si era resa conto che non raccontava tutto quello che sapeva a
proposito di una vicina con la scusa che si era innamorato della figlia, si era
beccato un sacco di botte. «Vuoi rovinarci?» gli aveva urlato. «Basta qualche
moina per farti perdere la ragione?» Parola di Tikkanen, non era mai più ricaduto
nella stessa trappola.
Da quel giorno cominciò a compilare delle schede, perché le schede erano
immuni dalle emozioni. I turbamenti che poteva provare spiando gli uni e gli
altri nelle situazioni più scabrose, li traduceva in parole nelle sue schede, e
questo lo calmava. Una scheda non mentiva, non aveva il viso paffuto e
provocante della perdizione, non ti rimescolava le viscere. Una scheda esigeva
anche che ci si occupasse di lei, che la si consultasse regolarmente, che la si
aggiornasse, che la si facesse sentire importante, altrimenti sarebbe deperita,
Tikkanen ne aveva la certezza. E se qualcuno tentava di blandirlo, si trincerava
subito dietro l’asetticità delle sue schede che esigevano di essere aggiornate.
Avrebbe potuto continuare a gestire con disinvoltura la drogheria di sua
madre, o diventare un piccolo funzionario devoto, pronto a seguire il
regolamento con eccessivo zelo, ma gli abitanti del villaggio cominciarono ad
averne abbastanza di sentirsi spiati, così aveva preso la decisione di lasciare la
Finlandia e di emigrare sulla costa norvegese. Come prima di lui avevano già
fatto generazioni di finlandesi del Grande Nord, anche lui aveva ripiegato sulla
costa del Mare di Barents.
Il ladro del suo schedario non si rendeva conto delle conseguenze del suo
misfatto. Lo schedario sarebbe deperito se non ci si fosse presi cura di lui a
dovere. Una scheda che non veniva aggiornata regolarmente era condannata a
breve vita. Tikkanen ne aveva sepolte parecchie, e questo gli aveva spezzato il
cuore.
Riprese la sua lista. Un tratto nero barrava la maggior parte dei nomi. Gli
restavano Dahl, Sormi e Sikku, persone alle quali aveva fatto dei favori. Una
vocina gli suggeriva che non avrebbe dovuto diffidare di persone cui aveva fatto
dei favori, ma Tikkanen aveva imparato ad accettare la vita con i suoi paradossi.
Con Dahl doveva fare molta attenzione. Il petroliere aveva un tale potere che
avrebbe potuto distruggerlo. Di un tale pastore bisognava diffidare, in più sua
madre gli aveva sempre insegnato a rispettare gli uomini di Chiesa, e anche se
Tikkanen sapeva perfettamente che, nonostante la faccia, Dahl non era un
pastore, era più forte di lui. Lo avrebbe tenuto per ultimo. E poi, a ben rifletterci,
non se lo vedeva Gunnar Dahl, rappresentante della Norgoil e dunque del regno
di Norvegia, correre il rischio di andare a rubargli lo schedario. Il giovane Sormi,
invece, ne sarebbe stato capacissimo. Come gli altri lo guardava dall’alto in
basso. Normale, faceva parte dei servizi offerti da Tikkanen: permetteva alle
persone di sentirsi superiori quando si trovavano in sua compagnia. Un regalo,
pensava Tikkanen. Il giovane Sormi poteva essersi innervosito riguardo alla
storia del suo terreno che non approdava a nulla, ma non gli sembrava il tipo da
prendersi la briga di rubare per un motivo simile. Perché l’avrebbe fatto?
Andiamo, non ha senso. Sormi avrebbe potuto rivolgersi direttamente al comune
con un pretesto qualsiasi per avere informazioni.
Restava Sikku. Ah, quello sì che era interessante. Non voleva ammettere che
l’allevatore sami era anche il meno pericoloso dei tre, in qualche modo il più
abbordabile. Inoltre Tikkanen aveva messo sotto torchio la signora Isotalo, la sua
segretaria. La poveretta si era sciolta in lacrime. Era stata lei, tra un singhiozzo e
l’altro, a ricordargli che aveva prestato una copia delle chiavi proprio a Sikku.
L’agente immobiliare non fece fatica a stilare una lista dei potenziali motivi di
risentimento. Tra la storia delle prostitute russe in cui riconosceva di aver
spifferato un po’ troppo in fretta il nome di Sikku alla polizia, le beghe con gli
altri allevatori di cui era venuto a conoscenza e gli altri piccoli accordi, il
materiale non mancava. E poi Sikku era irreperibile da giorni e non rispondeva
alle sue chiamate, cosa che già di per sé era una stranezza sospetta, perché infatti
qualcuno non avrebbe avuto voglia di rispondergli?
Con un gesto deciso, rimise a posto il suo ciuffo mal impomatato e la cintura
sotto la pancia flaccida. Aveva saputo da un allevatore – uno di quelli barrati
sulla sua lista che aveva appena incontrato – che il distretto 23 aveva concluso
da poco una riunione in vista della preparazione dei funerali di Fjordsen. Sikku
si trovava lì, e Tikkanen sapeva anche dove si sarebbe piazzato due giorni dopo
lungo il recinto. A quel punto non avrebbe più potuto nascondersi.
57.

Dopo l’incontro burrascoso con gli allevatori del distretto 23, Klemet e Nina
si erano messi a ispezionare una parte della recinzione di Hammerfest.
L’amministrazione municipale aveva garantito che le renne non sarebbero
riuscite a oltrepassarla, ma i poliziotti non volevano correre rischi, perché in caso
d’incidenti la responsabilità sarebbe ricaduta su di loro. Avevano potuto
constatare che squadre della municipalità erano in azione, ma venti chilometri di
recinzione erano parecchi da controllare, senza contare che i casi di sabotaggio
non erano rari. In effetti rilevarono due anomalie e le segnalarono al comune.
Tre quarti d’ora più tardi imboccarono la strada che conduceva al rifugio della
polizia. Un potente 4x4 era parcheggiato proprio lì davanti. Nina rimase sorpresa
quando ne vide scendere Nils Sormi. Lanciò uno sguardo a Klemet che assunse
un’aria distaccata. La loro riappacificazione non sembrava molto sincera. Nina
posò la mano sulla portiera ma si girò verso Klemet.
«Non è forse ora che mi racconti cos’è successo tra voi?»
Klemet non staccava lo sguardo dal sommozzatore. Sormi era in piedi accanto
all’auto e guardava verso di loro. Klemet assunse la sua solita aria contrariata.
«Una vecchia storia. Penso che la troveresti ridicola.»
«Raccontamela.»
«Qualche anno fa ho fermato Nils mentre faceva del bracconaggio con degli
amici, qualche sommozzatore e altri tipi. Aveva sparato a un’oca selvaggia
siberiana. Alcune transitano e fanno una breve sosta qui prima di proseguire la
loro migrazione verso l’Africa. L’avevano cotta allo spiedo, e come ben sai è una
specie protetta.»
Nina lo ascoltava. La protezione delle specie minacciate rientrava nelle
competenze della polizia delle renne, ma fino a quel momento lei non aveva
ancora avuto l’occasione di occuparsene.
«In questo caso hai fatto il tuo dovere, non te la devi prendere.»
«Fino a quando non sono intervenuti dall’alto: bisognava archiviare l’affare
senza fare scalpore. I sommozzatori si sono rivelati una specie più protetta delle
oche. C’è bisogno di loro e ho dovuto cedere, chiudere la bocca e affrontare
l’arroganza di Sormi. Come se non bastasse quel coglione si è pure messo a
sventolarmi sotto al naso la sua impunità»
Klemet entrò nel rifugio. Nina lo vide accennare un semplice movimento con
la testa mentre passava. Lei si avvicinò al sommozzatore.
«È con te che voglio parlare. Tom mi ha detto che posso fidarmi di te.»
«Per quanto riguarda il mio lavoro di poliziotta e di rappresentante della legge
sì, puoi fidarti di me.»
«Ho bisogno del tuo aiuto. E gradirei che» con la testa indicò verso l’interno,
«restasse fra di noi.»
«Se è una questione professionale, non ho segreti per Klemet. Se per te è un
problema puoi rivolgerti al commissariato di Hammerfest. Lo sai che sanno
essere discreti, se necessario.»
«Allora si tratta di questo, Klemet non ha mai digerito quella storia…»
«Cosa volevi dirmi?»
«Sono successe cose strane in questi ultimi tempi.»
«Lo so.»
Sormi non ostentava la minima arroganza. Cercava le parole, esitava. Non era
da lui.
«Vuoi entrare?»
Nils parve decidersi improvvisamente.
«E va bene, via il dente via il dolore.»
Klemet stava preparando il caffè. Sormi si guardava intorno. Nina lo invitò a
sedersi dal lato della stanza da cui non poteva vedere tutti gli appunti attaccati
alla parete. Il sommozzatore guardò la sua tazza di caffè in silenzio, poi iniziò a
raccontare. Nina era seduta di fianco a lui, Klemet in piedi, un po’ arretrato e
nell’ombra. Raccontò del terreno che aveva invano desiderato, del malinteso e
delle tensioni che questo aveva creato dapprima con Erik Steggo, poi con
Anneli. Parlò di Markko Tikkanen, delle sue promesse al vento, del suo modo di
manipolare la gente. Poi arrivò al sommozzatore francese riapparso nella sua
vita, al suo rimorso dopo avergli voltato le spalle. Quella storia forse non
interessava ai poliziotti, ma Tom aveva insistito, e così gliene parlò ugualmente.
Forse l’avrebbero aiutato a ritrovarlo. «Si chiama Jacques Divalgo.»
Cadde il silenzio. Sormi non aveva ancora toccato il suo caffè. Nina aspettava.
Klemet restava immobile a braccia conserte, appoggiato alla parete dove erano
fissati gli appunti di Nina.
Infine, Sormi prese dalla giacca un involucro, tirò fuori un piccolo registratore
e l’accese. Un’atmosfera grave e pesante invase il piccolo capanno. La melodia
suonata all’organo era malinconica e molto triste. Tetra, straziante, senza
speranza, ma di una bellezza sconvolgente. Nina avvertì una stretta al cuore.
Sormi schiacciò il tasto dello stop. Non rimase che un silenzio angosciante.
«È stato uno studio legale a inviarmi questa registrazione, accompagnata dalla
promessa di ricevere una cospicua somma di denaro per un’assicurazione sulla
vita. Lo studio legale è tenuto al segreto professionale. La sola informazione che
ho ricevuto è che il contratto è stato redatto alcune settimane fa ma gli ultimi
elementi, questo registratore con la cassetta, sono pervenuti tramite corriere solo
a fine aprile. Tom pensava che questa assicurazione poteva venire da Bill Steel,
ma dopo aver ricevuto la cassetta, ne dubito. In ogni caso, con la morte di Steel,
questa storia dell’assicurazione potrebbe generare cattive associazioni d’idee
nella testa di alcune persone. Ma io non ho niente a che vedere con la sua morte,
nella maniera più assoluta, e voglio giocare a carte scoperte.»
«Mi fa molto piacere che tu ci dica tutto questo, faccio però fatica a capire
perché proprio adesso» disse Klemet.
«Quello che voglio dire è che Erik Steggo non sarebbe dovuto morire, ma
devo proprio spiegare tutto, Klemet?»
Sormi si alzò e andò verso il poliziotto.
«Non ti piaccio, e questo non è grave.»
Ecco, pensò Nina, ci risiamo. Con Klemet, Nils Sormi riprendeva il suo
atteggiamento altezzoso.
«Quello che mi aspetto da voi» disse sostenendo lo sguardo di Klemet, «è che
mi aiutiate a sbrogliare la matassa, così da poter venire in possesso dei soldi e
poter aiutare Tom, che è stato piantato in asso dalle compagnie. E il
sommozzatore francese, se riuscirete a ritrovarlo.»
Due piccioni con una fava. Nina si alzò, temendo che la situazione
degenerasse nuovamente, come al Molo dei paria, e prese delicatamente Sormi
per un gomito.
«Faremo il possibile.»
Ma Sormi non l’ascoltava più.
«Divalgo? Che ci fa lì?»
Sormi indicò col dito lo schema alla parete messo insieme da Nina. Lei lo
seguì con lo sguardo, imitata da Klemet.
«Divalgo chi?»
«Il sommozzatore francese, Cristo santo!» esclamò Sormi indicandolo col
dito. «È lui che sto cercando dappertutto.»
Klemet prese la foto.
«Lui, un sommozzatore francese, ne sei sicuro? Perché per noi quest’uomo si
chiama Zbigniew Kowalski.»

Anneli Steggo era tornata all’accampamento sulle alture di Kvalsund. Aveva


trovato Susann mentre controllava che il clan non dimenticasse niente nel
momento in cui veniva levato l’accampamento. Gli allevatori si trasferivano per
l’estate sull’isola della Balena, dove la maggior parte delle renne aveva già
iniziato la risalita verso le zone nordorientali e dove le femmine andavano a
partorire. Potevano volerci settimane. Era faticoso, ma si trattava di una fatica
sana, diceva Susann. I bambini stavano a lungo all’aperto, soli, liberi, con la luce
anche in piena notte, perché nelle tende, la sera, dovevano regnare la pace e il
silenzio per trovare un po’ di riposo.
Per Susann, Anneli e molti altri, smontare un accampamento rappresentava un
rituale che assumeva un significato molto particolare. Da quando, molto tempo
prima, circa cinquecento anni o forse più, i sami nomadi si erano dedicati
all’allevamento delle renne, ritenevano di essere solo di passaggio sui territori
che attraversavano. Ci restavano per qualche settimana, poi continuavano verso
nord o verso sud, a seconda delle stagioni, a seconda di ciò che la natura aveva
da offrire alle renne. E immutabilmente, dai pascoli estivi a quelli invernali, le
vie della transumanza erano un lungo e lento cammino che esigeva dagli uomini
la consapevolezza del loro ruolo nella natura. Da un anno all’altro bisognava
ritornare sui propri passi e ritrovare la terra incontaminata. Non si lasciavano
tracce dietro di sé, era un punto d’onore, e l’armonia regnava. Al giorno d’oggi
era tutt’altra cosa. Il nomadismo era morto con l’introduzione degli scooter, dei
quad e degli elicotteri.
Anneli aveva preso Susann in disparte. La donna, di qualche anno più vecchia
di lei, era già al corrente della sua promozione nell’ambito del clan. La giovane
non aveva nascosto la sua inquietudine. La scomparsa di Erik, le minacce che
pendevano sull’allevamento, e ora questa responsabilità. Sarebbe stata
all’altezza? Susann l’aveva rassicurata, ma non aveva nascosto le sue
preoccupazioni per la gravidanza di Anneli. Quando la giovane allevatrice le
disse che si sarebbe riposata subito dopo aver ritrovato l’ultimo cucciolo, Susann
s’infuriò. Anneli aveva per caso perso la ragione?
«Non tocca a te andare a cercare il cucciolo. Ci andrò io se è così importante.»
«No Susann, devo andarci io. Non sono sicura di sapere il perché, ma penso di
doverlo a Erik, altrimenti mi sembrerebbe di perderlo una seconda volta.»
Susann l’aveva osservata a lungo. I suoi lineamenti erano tirati, il colorito
pallido. Dormiva male, mangiava male, ma la sua determinazione non veniva
meno. Susann la prese per mano. Camminarono per un po’ nella brughiera
ingiallita e appiattita, evitando le pozze scure. Anneli si sentiva permeare della
forza della donna mentre il sole le scaldava l’anima. Si arrampicarono fino a
metà pendio d’una collina dove cumuli di neve brulicavano di vita. In un recesso
della salita, una roccia piatta e scura come una lastra di ardesia e della misura di
una pelle di giovane renna offriva una piattaforma che dominava la vallata dove
il clan si era accampato nelle precedenti settimane. Alcuni ciottoli erano
ammonticchiati in direzione del nord e dei pascoli estivi. Attorno alle pietre
erano disposte corna di giovani renne. Erano in pochi a conoscere quel luogo. I
sami temevano che le loro pietre sacre potessero essere profanate. Molte lo erano
già state.
«Qui siamo presso Gieddegeašgálgu» bisbigliò Susann.
Anneli fu colta da vertigini e si sedette sulla roccia. Sapeva chi era
Gieddegeašgálgu. E così Susann aveva capito. Si sentì sollevata e le strinse la
mano. Gieddegeašgálgu era una figura femminile sami che viveva al limitare
degli accampamenti e che si poteva invocare nei momenti difficili. Una credenza
sami che sopravviveva anche dopo diversi secoli di evangelizzazione.
«Sai che è una vecchia gazza che gracchia, come me» sorrise Susann, «ma è
anche capace di riportare a casa un cucciolo smarrito. Ti accompagnerà lei.»

La telefonata era arrivata a Nils Ante Nango mentre visitava il museo di Alta,
ma la richiesta di Klemet lo aveva riempito di gioia: adorava gli enigmi e ancor
più che il suo indegno nipote si ricordasse che lui era ancora vivo.
Sentendo che lo zio era nei pressi, a soli tre quarti d’ora di strada, Klemet gli
aveva chiesto di raggiungerlo subito al rifugio di Skaidi. La signorina Chang
avrebbe apprezzato questa piccola avventura.
Klemet, Nina e Nils avevano passato parte del tempo cercando di rimettere
insieme i pezzi di quella storia. Nina stava attenta a non lasciar mai soli i due
uomini, ma la tensione si era tramutata in sorpresa, e questo aveva fatto passare
tutto il resto in secondo piano.
Kowalski, l’operaio polacco sconosciuto, era diventato Divalgo, l’ex
sommozzatore francese. Klemet e Nina ci avevano messo del tempo a digerire
l’informazione. Ciò spiegava il motivo per cui era stato così poco loquace al
momento del controllo. Aveva buttato là le poche parole di polacco che
conosceva, tanto per dargliela a bere, e aveva lasciato che Pedersen continuasse
in norvegese. Nils Sormi aveva anche raccontato quello che sapeva di Anta
Laula, personaggio enigmatico incrociato in gioventù nel gruppo di
sommozzatori. Non aveva mai capito come quel sami cupo e fragile avesse
trovato un posto in quel mondo, tanto la sua figura era in contrasto con il vigore
e la spensieratezza dei sommozzatori. Sormi, in compenso, non conosceva
Pedersen: all’epoca non l’aveva mai visto. I sommozzatori si alternavano di
missione in missione, come del resto succedeva anche oggi, e quindi non c’era
niente di strano.
Una cosa era certa. Pedersen, Divalgo e Laula avevano in comune il fatto di
essere stati sommozzatori. La presenza nel furgoncino dell’anziano allevatore
diventato artista non era quindi un caso. Anta Laula aveva partecipato
all’esperimento Deepex I nel 1980. L’articolo dello Stavanger Aftenblad trovato
nel dossier del padre di Nina mostrava che anche Jacques Divalgo aveva fatto
parte dei sommozzatori della prima ora. Il suo nome era riportato. Klemet e Nina
non erano stati in grado di riconoscere nel cadavere dell’uomo fin qui noto col
nome di Kowalski il giovane atleta dal sorriso luminoso della foto ingiallita.
Si trattava ancora dello stesso esperimento che aveva visto Raymond Depierre
partecipare come membro dello staff medico. Se Laula era relegato sul fondo
della foto, fra gli anonimi, gli altri tre sommozzatori a fianco di Jacques Divalgo
avevano un nome. Una ricerca in Internet permise loro di risalire facilmente a
uno di questi, un americano che aveva un profilo Facebook. Gli lasciarono un
messaggio.
Questo episodio risalente al 1980 assumeva tutt’a un tratto una nuova
rilevanza. Lars Fjordsen, il sindaco di Hammerfest le cui esequie dovevano
essere celebrate in pompa magna due giorni dopo, aveva lavorato al comitato
petrolifero in quello stesso periodo, pur non essendone ancora a capo. Che ruolo
aveva svolto in quell’esperimento? Era per la posizione occupata all’epoca che
in seguito era stato ricompensato con quella promozione? Sulla scorta dei
documenti in loro possesso non lo si poteva desumere, in ogni caso era stato il
comitato a convalidare l’esperimento.
Alcune domande non potevano essere poste alla presenza di Nils Sormi. Ce
n’era una in particolare che preoccupava Klemet: Gunnar Dahl si era servito di
questi uomini allo sbando? La sua imminente convocazione presso il giudice
istruttore e la rogatoria che ne sarebbe risultata avrebbe fornito ulteriori mezzi
investigativi all’anticrimine. Non era più competenza della polizia delle renne.
L’arrivo di Nils Ante e della signorina Chang interruppe i pensieri di Klemet
proprio nel momento in cui stava per domandare a Nils Sormi di lasciarli soli. La
giovane cinese fece un giro del capanno con aria giuliva prima che Klemet
avesse il tempo di farle notare che, a dispetto delle apparenze, si trattava di un
ufficio della polizia e che quello che succedeva tra quelle mura era strettamente
confidenziale.
Dopo le presentazioni, Nils Ante ascoltò con attenzione il brano musicale.
Alzò la testa con aria maliziosa e domandò a suo nipote di farglielo ascoltare una
seconda volta. Aveva preso il cellulare e aveva digitato qualcosa. Ascoltò di
nuovo e guardò il telefono.
«Il primo pezzo è una riedizione di un classico religioso» cominciò.
«Il primo pezzo?»
«Non lo senti che si tratta di due brani che s’intrecciano, con una specie di
breve finale atipico in chiusura di ciascuna delle parti? Ne sono quasi sicuro, in
ogni caso, perché conosco bene la seconda parte.»
«Se lo dici tu. Non sapevo che fossi un appassionato di musica religiosa» si
stupì Klemet.
«Per la prima parte, app per il riconoscimento musicale scaricabile su
qualsiasi smartphone, caro nipote. Sarebbe ora che la polizia ti fornisse gli
strumenti. E che ti insegnasse un po’ a vivere…»
Klemet brontolò. Lo zio continuò.
«Non so chi sia l’interprete, è eseguito all’organo, ma sul titolo non ci sono
dubbi: si tratta del De Profundis.»
«Ho ricevuto un sms con queste parole» intervenne Nils Sormi.
«E perché non hai detto niente prima?» chiese seccamente Klemet.
«Me n’ero dimenticato, ecco tutto. L’ho ricevuto quando ero in
decompressione con Tom. Il numero del mittente era nascosto. Ho ricevuto altri
due messaggi, senza alcuna spiegazione. Il primo diceva De Profundis, e il
secondo… Ahkanjarstabba» concluse dopo aver guardato il telefonino. «Non
vedo come avrei potuto metterli in relazione l’uno con l’altro.»
«Ahkanjarstabba è il nome della roccia sacra, allo Stretto del lupo!» esclamò
Nils Ante.
«Sì, mi pare proprio che anche Anneli abbia usato questo nome» ricordò Nina.
«Ci vogliono mandare alla roccia sacra» intervenne Klemet.
«Vogliono mandare me, alla roccia sacra» rettificò il sommozzatore.
Klemet lo ignorò.
«E la seconda parte del brano?»
«L’app non l’ha riconosciuto» sentenziò Nils Ante, «ma io conosco bene
questo pezzo, anche se è un po’ arrangiato perché eseguito con l’organo. A suo
tempo è stato magnificamente interpretato da Mari Boine, una ragazzina niente
male. Si tratta di un salmo laestadiano, caro nipote ignorante. Nella sua versione,
la giovane Boine lo canta mescolato a degli joïk, il che ha del trasgressivo in
quanto i cantori di joïk erano considerati come interpreti del diavolo dalla
Chiesa.»
«E il finale?»
«Per la parte finale devo ammettere di non avere la più pallida idea» concluse
Nils Ante.
Riavviò il registratore. Le melodie malinconiche risuonarono di nuovo nel
piccolo capanno. Klemet fu invaso da una sensazione di grande mestizia
tinteggiata di bellezza. Non avrebbe saputo esprimerlo a parole, ma per la prima
volta dopo molto tempo si sentiva in pace con se stesso. Ciascuno sembrava
immerso nei propri pensieri. Klemet immaginava che Nina pensasse a suo padre,
Nils a Tom. Anche Nils Ante aveva un’aria assorta e lontana.
Solo la signorina Chang sembrava estranea a quella dolorosa atmosfera. Sola,
in disparte, davanti alla vetrata che filtrava i raggi del sole, ondeggiava come
trasportata dagli accordi dell’organo, e aveva iniziato una danza lieve e
rallentata, col capo all’indietro, facendo tutt’uno con una piuma leggera che
teneva sospesa in aria con soffi regolari. Al ritmo degli accordi, si muoveva sotto
la piuma che volteggiava nei raggi luminosi. Klemet la guardava, affascinato, e
tutti nel capanno furono catturati dalla grazia sprigionata dalla giovane donna.
Quando si rese conto che tutti la stavano guardando, lei si fermò. Afferrò la
piuma prima che toccasse il suolo e la pose tra i capelli di Nils Ante, sopra
l’orecchio, baciandolo sulla fronte.
«È caduta dalla busta quando hai preso il registratore» disse sottovoce la
giovane cinese.
«Mia lieve ambra, ci hai trasportato per un attimo nel tuo mondo
meraviglioso.»
Nils Ante osservò la piuma.
«Pernice delle nevi» affermò. «Era l’animale portafortuna di Anta. Ne
scolpiva di magnifiche.»
58.

STRETTO DEL LUPO.

Bastò appena mezz’ora per arrivare alla roccia sacra. Klemet e Nina avevano
chiesto a Nils Ante e alla signorina Chang di accompagnarli. Nils Sormi li
seguiva in auto e proseguì sino a Hammerfest. Voleva notizie di Tom Paulsen.
Era quasi sera. Klemet parcheggiò vicino alla roccia che gli impiegati del
comune avevano già avvolto in teli di protezione per il trasporto. Sul posto
c’erano anche gli attrezzi per lo scavo e per spostare la roccia in blocco.
«Comunque sia, è un vero peccato» disse Nils Ante.
Klemet prese una scala lasciata lì dagli operai e l’appoggiò contro la roccia.
Nina le girò intorno in cerca di qualche oggetto. I poliziotti cercavano
meticolosamente, scandendo ad alta voce i loro ritrovamenti: frammenti d’osso,
lische, monete, pezzi di corna di renna. Niente che potesse spiegare il messaggio
di Anta Laula. Klemet trovò delle piume di pernice. E allora? Le guardava
perplesso. Quella della busta veniva da lì? Tutto ciò non portava a niente. Chi
conosceva quel nome: Ahkanjarstabba? Una ricerca in Internet era risultata
disperatamente inutile. Solo i sami dovevano conoscere quel nome, e forse
neanche tutti, tra i giovani, pensò Klemet. Lui, in ogni caso, lo ignorava. Uno
degli sms ricevuti da Sormi doveva condurli a quella roccia, su questo non vi
erano dubbi. Era perché scoprissero il braccialetto di Anta Laula trovato da
Anneli? Sembrava la spiegazione più logica, ma Klemet non era soddisfatto da
questo ragionamento, poiché Nils Sormi, se anche l’avesse trovato, non sarebbe
stato in grado di trarne alcuna conclusione, visto che ignorava che Anta Laula
portasse un braccialetto identico al momento della sua morte. E quel primo sms?
Quel De Profundis stabiliva un legame tra gli sms e la musica registrata, e
dunque fra la roccia sacra di Ahkanjarstabba, il De Profundis e un salmo
laestadiano. Ma qual era il legame e perché proprio un salmo laestadiano? Che
cosa c’entrava quella setta luterana – cui apparteneva anche la sua famiglia – con
questa storia? Klemet stava scendendo dalla scala per spostarla, quando sentì suo
zio gridare con un tono da profeta che arringa la folla.
«De Profundis! De Profundis!»
Klemet scosse la testa. Lo zio faceva il buffone per la sua cinesina.
«Dal profondo, Klemet, dal profondo. Stai cercando lassù, anziché guardare ai
tuoi piedi. Nelle profondità della roccia. La persona che ha inviato questi sms è
un burlone. Il messaggio rimanda forse alla musica, ma non solo.»
Parlava brandendo una specie di palla. Klemet stava per cadere dalla scala.
Nina si avvicinò. Nils Ante stava pulendo l’oggetto sporco di fango mentre col
dito indicava semplicemente dove l’aveva trovato. Con le sue dita sottili, la
signorina Chang era riuscita a infilare l’agile mano in una crepa della roccia.
«Non è per caso lì che Anneli ha ritrovato il braccialetto? Sì? Non mi
sorprende affatto.»
L’oggetto era arrotondato, finemente cesellato nelle parti curve, intagliato in
corna di renna pazientemente levigate, senza la minima asperità. Il capo
dell’uccellino, perché si trattava di un uccello, era rivolto verso l’alto. Delle
incisioni color mattone profilavano gli occhi, e il dorso era ornato da tre motivi
sami. La scultura poteva stare in una mano, non fosse stato per lo zoccolo
intagliato in corna di renna più rozze e spesse.
«Qualcuno l’ha riposto in questa fessura, ma occorreva la finezza di questo
mio dolce mirtillo per recuperarlo.»
Nina lo prese dalle mani di Nils Ante.
«Klemet, il becco» disse.
«Cos’ha il becco?»
«È rotto. Ho già visto questo uccello.»
«Se ne trovano in vendita a Kiruna» affermò Klemet. «È una pernice delle
nevi intagliata in palchi di renna molto chiari. E posso anche dirti che era Anta
Laula che le fabbricava.»
«Lo so, ne ho viste in occasione della sua mostra a Kiruna. Ma era proprio
questo l’uccello che si trovava nel furgoncino di Pedersen e Divalgo, quando
abbiamo fatto il controllo, era appeso allo specchietto retrovisore. Lo stesso
becco rotto. Ne sono certa. E non ricordo che un uccello come questo fosse tra
gli oggetti ritrovati nel veicolo.»
Klemet prese a sua volta l’uccello.
«In ogni caso, la piuma della busta ci porta qui.»
«E la pista del braccialetto dimostra che è Anta Laula che ha messo qui questa
pernice. Il braccialetto è la sua firma.»
Klemet si diresse verso il retro del pick-up. In silenzio, ne prese il fornello e
preparò un caffè. Il vento soffiava sullo stretto. Lo scioglimento della neve
lasciava tracce bianche sui versanti delle montagne, conferendo loro un aspetto
zebrato. Tutt’intorno, fra la base della collina e la riva dello stretto, le lastre di
neve erano un’eccezione. La terra era impregnata d’acqua. Pozzanghere
brunastre che si alternavano alla neve e zolle d’erba ingiallita e calpestata di
continuo rivestivano il paesaggio come una tela mimetica.
Nils Ante indicava col dito un punto al di sopra dello stretto e sussurrava
all’orecchio della sua cinesina parole che ne provocavano il riso.
Nina osservava la pernice da tutte le angolazioni e poi digitava qualcosa sul
suo portatile.
Com’era possibile che Anta Laula avesse concepito tutto questo, lui che
sembrava così debilitato? Ma Susann aveva detto loro che il vecchio sami, nei
suoi momenti di lucidità, eccelleva nell’organizzare cacce al tesoro per i
bambini. Klemet servì il caffè. La presenza della pernice nel furgoncino al
momento del controllo poteva significare due cose: o che Pedersen e Divalgo
viaggiavano già in compagnia di Laula che, per un motivo o per l’altro, non era a
bordo quando Klemet e Nina l’avevano fermato, oppure che quella pernice era
entrata in qualche modo in possesso di Pedersen o Divalgo. Questo oggetto li
collegava ad Anta Laula. Un oggetto prezioso conservato in ricordo di qualcuno.
O di qualche cosa. In ogni caso, doveva condurli da qualche parte.

HAMMERFEST.

Nils Sormi si era presentato senza preavviso nella stanza del suo collega. Una
telefonata di Nina l’aveva appena informato della scoperta della pernice. Nils
trovò Elenor seduta sul letto di Tom, in uno dei suoi soliti atteggiamenti ambigui.
«Ah, finalmente, ti credevo scomparso. Abbandonare così il tuo amico… per
fortuna che c’ero io. Povero Tom, un vero eroe.»
Lo coccolava con lo sguardo, passandogli la mano sulla ferita. Tom era
pallido, soffriva visibilmente. Ci sarebbero volute settimane perché si rimettesse.
Sormi chiese a Elenor di aspettarlo nel corridoio.
«Chiamami più tardi, non voglio restare in questo posto orribile.»
Quando se ne fu andata, Nils si avvicinò all’amico e anticipò la sua
spiegazione.
«Non le piace restare sola a lungo, s’innervosisce.»
Tom taceva. Nils avvertiva il suo imbarazzo, ma aveva cose più importanti da
chiarire. Gli raccontò gli avvenimenti della giornata, tralasciando tuttavia di
parlare dei suoi colloqui con Leif Moe e Gunnar Dahl. Quello che aveva
scoperto nello schedario di Tikkanen, la sua decisione di mettersi in contatto con
quella Nina Nansen, l’annuncio della morte di Jacques Divalgo, i brani musicali
identificati dal vecchio zio di Nango, tra l’altro molto più simpatico del nipote.
«Per poco non ci siamo azzuffati di nuovo. La tua amica poliziotta si è messa
in mezzo, me ne sono accorto. Protegge il suo collega.»
«Credi che ci sia del tenero?»
Nils preferì ignorare la domanda.
«Mi ricordo di questo Anta Laula quando ero un ragazzino. Non ho mai capito
perché Jack e gli altri l’abbiano accolto come uno di loro. Lo trattavano, non so
come dire, in maniera strana, con rispetto, mentre questo tipo era un relitto,
completamente fuori di testa. Pare che abbia partecipato a un test d’immersione
nel 1980. Non come sommozzatore pioniere, ma in un modo o nell’altro ne ha
preso parte. Mi chiedo se è stato questo a ridurlo così. Quando Jack e gli altri
ritornavano a ogni stagione, Anta Laula era con loro. Non so dove andassero a
prenderlo, ma lo portavano con loro. Non era un chiacchierone. Dev’essere stato
in quel periodo che è diventato artista.»
«Mi dispiace per Jacques. Che cosa ci faceva con gli altri due?»
«Non credo che i poliziotti mi abbiano detto tutto.»
«E cosa mi dici della cassetta con la musica registrata, della piuma, degli sms,
dell’assicurazione?»
«Gli sms e la cassetta fanno entrambi riferimento al De Profundis, quindi
provengono dalla stessa persona, e questa persona cerca di indirizzarmi verso la
roccia, visto che il suo nome impronunciabile è quasi sconosciuto. In quella
roccia è stato trovato il fottuto braccialetto di quello zombie. Che cosa vuole da
me questo tizio?»
«Chi ti dice che sia lui a volere qualcosa? Lo zombie è morto con il tuo
Jacques e con quel Pedersen. Erano in tre. Che mi dici di Pedersen, lo
conoscevi?»
«Non lo so più. Erano così tanti i sommozzatori all’epoca. E per me contava
solo il grande Jack. Mi aveva adottato, trasformato in mascotte del loro gruppo.»
«Ma allora l’assicurazione non potrebbe essere stato lui a farla?»
«Lui? Quando l’ho rivisto aveva l’aspetto di un barbone.»
«Di un barbone o di un condannato a morte?»

STRETTO DEL LUPO.

Klemet stava sistemando il bagaglio nel loro pick-up, ma lavorava al


rallentatore, con la testa altrove. A un certo punto rimase con il pacchetto del
caffè sospeso a mezz’aria.
«Laula non voleva condurre Sormi alla roccia sacra solo perché ci trovasse la
pernice. Aveva un altro scopo. Non so perché Anta si sia dato a questa caccia al
tesoro – per proteggere qualcosa suppongo – ma la pernice non può essere il suo
fine ultimo.»
«A meno che il suo scopo non fosse di rivelare a Sormi che l’assicurazione
sulla vita era opera sua.»
«Laula? Ma non ha alcun senso. Non si conoscevano nemmeno. Hai sentito
come ne parlava Sormi. Tutto ha un senso, per l’appunto. I due sms ci
conducono alla roccia. L’sms De Profundis dice al tempo stesso di cercare nelle
sue fenditure per trovare la pernice e stabilisce un legame con i brani musicali.
Fin qui tutto ha un senso. Ma la seconda parte di quella musica, il salmo
laestadiano, che cosa significa? E ancora, a cosa serve la pernice?»
Nina prese delicatamente dalle mani di Klemet il pacchetto del caffè e lo
sistemò.
«Signorina Chang, è così anche in Cina, gli uomini fanno fatica a fare due
cose contemporaneamente?» domandò finendo di sistemare il bagaglio.
«L’organo. Perché l’organo?»
Klemet si girò verso lo zio, sottraendosi alla risata della signorina Chang.
«Conosco quel salmo laestadiano solo nella sua versione cantata. Qui è
suonato interamente all’organo, come il primo brano.»
«Qual è il legame con i laestadiani?» s’innervosì Klemet.
«Forse non sono i laestadiani ma il loro organo che v’interessa, o una delle
loro chiese.»
«Ce ne sono parecchie nella regione, ma ne conosco solo una legata ad Anta
Laula, quella di Jukkasjärvi, vicino a Kiruna. Laula lì ha realizzato una parte dei
tasti dell’organo col suo maestro Sunna.»
59.

MARTEDÌ 11 MAGGIO.
HAMMERFEST.
IL SOLE SORGE ALL’1.05 E TRAMONTA ALLE 23.38.
VENTIDUE ORE E TRENTATRÉ MINUTI DI LUCE.
JUKKASJÄRVI (LAPPONIA SVEDESE).
IL SOLE SORGE ALLE 2.50 E TRAMONTA ALLE 22.25.
DICIANNOVE ORE E TRENTACINQUE MINUTI DI LUCE.
LAPPONIA INTERNA. ORE 8.30.

Dopo due ore di volo, l’elicottero si stava avvicinando a Jukkasjärvi,


cinquecento chilometri a sud di Hammerfest. Pedersen e Divalgo erano passati di
lì durante il loro viaggio nel nord con l’auto presa a noleggio e la carta di credito
che lasciava tracce ovunque.
Klemet non era andato con loro. Non per sua scelta: non c’era posto. Nils
Ante doveva esserci per aiutarli, e Nils Sormi aveva preteso di essere presente.
Prima che Klemet potesse reagire alla sua richiesta – non negoziabile, aveva
insistito lo zio – Nina aveva dato il suo benestare.
Sormi, dopo una notte visibilmente tormentata, aveva aspettato d’essere
sull’elicottero per confidarsi con Nina. Le aveva rivelato dove si trovavano i
gumpi di Juva Sikku e l’aveva messa al corrente delle sue conclusioni sul ruolo
dell’allevatore come pure sull’esistenza dello schedario.
Nina aveva subito avvisato Klemet.
Bisognava raccogliere le prove, ma sembrava ormai evidente che Tikkanen
avesse, direttamente o no, spinto Juva Sikku a spaventare le renne, cosa che
aveva causato la morte di Steggo. Provare la premeditazione era impossibile.
Per tutto il volo sopra la Lapponia, Nils Sormi era rimasto in contemplazione
del paesaggio, come se lo vedesse per la prima volta.
«Ti piace?»
Lui aveva risposto con una battuta, dicendo che si sentiva più a suo agio
sott’acqua.
«Ma sei sami, dovrebbe comunque significare qualcosa per te.»
«Ah sì? Sei gentile a ricordarmelo. Sono norvegese, nient’altro.»
Nina gli aveva chiesto notizie di Tom e anche questa volta era rimasto sul
vago.
«È in buone mani» aveva risposto nel microfono senza distogliere lo sguardo
dal paesaggio.
A duecento chilometri a nord del circolo polare, la tundra era ancora desolata,
ma i colori vivaci non avrebbero tardato a trasformarne l’aspetto. L’elicottero
atterrò dietro la chiesa, sulla riva del fiume. La piccola costruzione di legno
dipinta in rosso di Falun risaliva agli inizi del diciassettesimo secolo, epoca in
cui quel luogo era diventato per i sami un centro di scambi commerciali.
Nils Ante condusse il trio con passo spedito. Spinse la porta.
In fondo alla chiesa, Nina scorse il trittico di Laestadio dai colori sgargianti.
Pur avendo fatto il suo tirocinio nella polizia delle renne a Kiruna, a una ventina
di chilometri da lì, non era mai venuta in questa piccola chiesa, dove l’impronta
del fondatore del movimento laestadiano spiccava per bellezza e vitalità, con i
suoi personaggi in altorilievo intagliati nel legno. Nina avanzò sulla moquette
rossa, sfiorando i banchi in legno grigio con le panche blu. Tutto il tempio era in
legno e sprigionava un calore contagioso. Nina si sarebbe volentieri fatta un
pisolino sdraiata su una panca. Sormi e Nils Ante si erano fermati alle sue spalle.
«E adesso?» chiese Sormi.
«Pensi di trovare una risposta in questo trittico?» domandò Nils Ante.
La pala centrale rappresentava Gesù sulla croce, enormi gocce di sangue gli
scendevano dalla fronte e si trasformavano in fiori. A sinistra, davanti a un
pastore laestadiano dal dito minaccioso, si vedevano un allevatore con la sua
renna, un contadino che rompeva un barile e una coppia penitente. A destra,
ancora lo stesso pastore in ginocchio davanti a una sami in atto di alzarsi, con la
testa davanti al sole che vi disegnava un’aureola, mentre altri personaggi
esprimevano il rinnovamento spirituale che, con la sua rigida dottrina, Laestadio
aveva diffuso in tutta la Lapponia.
«La giovane donna in atto di alzarsi si chiamava Maria.»
La voce proveniva dalle loro spalle. Un uomo si stava avvicinando. Indossava
l’abito scuro e il colletto bianco dei pastori. Era piuttosto anziano ma di
bell’aspetto.
«Guardate, riportano la renna rubata, rinunciano all’alcol e al peccato. “Voi,
bevitori e ladri. Voi, fornicatori e prostitute, convertitevi”. La parola di Laestadio
ha salvato la gente di qui.»
Il pastore si avvicinò e si fermò davanti al giovane sommozzatore che sembrò
sconcertato. Fu il primo a rompere il silenzio.
«Mi chiamo Nils.»
Il pastore l’osservò per un attimo.
«Tu sei Niila. Mi avevano detto che se fossi arrivato qui è perché saresti stato
pronto. Quello che cerchi dovrebbe essere lassù.»
«Chi te lo ha detto?» chiese Nina.
«Anta, e i due uomini che l’accompagnavano.»
«Quando sono venuti?»
«Direi circa due settimane fa, verso la fine di aprile.»
Tutto coincideva: era esattamente dopo la morte di Fjordsen, quando Laula era
sparito dall’accampamento, poco prima dell’inaugurazione della mostra alla
quale non aveva partecipato. Le date coincidevano anche con i prelievi e i
pagamenti effettuati con la carta di credito lì vicino, a Kiruna.
«Cosa sono venuti a fare qui?»
«Non lo so. Sono saliti. Anta ha suonato l’organo, e dopo più o meno un
quarto d’ora sono ripartiti.»
Lo zio di Klemet si stava già dirigendo verso la piccola scala che portava al
piano superiore. Arrivò davanti all’organo.
«Niila?» domandò Nina.
«Nils in lingua sami» precisò Nils Ante. «Probabilmente il pezzo registrato è
stato suonato con questo organo.»
«Esisteva già all’epoca in cui Laestadio veniva qui a predicare?»
«No, Laestadio ha vissuto alla metà del diciannovesimo secolo, quest’organo
è nuovo, è della fine degli anni Novanta.»
Lo strumento non era molto grande, ma si sposava alla perfezione con la
chiesa. I tasti bianchi erano di corna di renna, quelli neri in legno di betulla.
Erano ornati da fini incisioni color mattone. Le due tastiere sovrapposte erano
sormontate da una fila di ventiquattro bottoni finemente ornati da disegni e
destinati a creare effetti diversi.
«Cosa intendeva quel pastore dicendo che ero pronto? Sembrava quasi mi
stesse aspettando.»
«Proprio così, sta a te arrivarci» lo incoraggiò Nils Ante.
«Non so. Bisogna suonare quel motivo?»
«Si può provare» disse Nils Ante sedendosi.
Restò per un attimo concentrato, poi si lanciò. Le note dell’organo invasero il
piccolo tempio. Nils e Nina erano intorno a lui. Cosa si dovevano aspettare?
Apparentemente non succedeva niente. Restarono in silenzio. Niente. Nils Ante
riascoltò la registrazione, suonò di nuovo. Niente. Giù nella chiesa intanto, il
pastore era sparito.
Nina girò intorno all’organo. Una piccola porta permetteva di accedere alla
stanza interna.
«Bisogna trovare la chiave, dev’essere qui.»
La trovarono ben presto in una piccola scatola fissata con un chiodo in cima
alla scala. Nina entrò nel ventre dell’organo. Ci si poteva stare in piedi. Esaminò
le canne, i pezzi di legno. Una lampadina rischiarava lo spazio. Che cosa
cercavano? Stando alla lettera dell’avvocato, si trattava di documenti, ma sotto
quale forma? Supporto cartaceo, una chiavetta usb? C’erano mille nascondigli
per una chiavetta usb, ma se il contenuto dei documenti era così importante al
punto da mettere in atto quel complesso stratagemma al fine di proteggerlo, una
chiavetta usb poteva rivelarsi inadatta. Doveva trattarsi d’altro.
Nina aprì tutto ciò che poteva aprire, invano. Stando al pastore, i tre uomini
erano rimasti solo un quarto d’ora e non si erano mossi da lì.
«Cerchiamo dappertutto.»
Nina e i due uomini perlustrarono l’intero piano superiore. Niente.
«Deve pur esserci qualcosa da qualche parte, altrimenti che senso aveva farci
venire fin qui?»
Nils Ante si era seduto nuovamente all’organo. Spingeva i vari bottoni e
l’organo emetteva diversi suoni.
«Questo Anta era in ogni caso un gran personaggio» affermò Nils Ante
quando Nina tornò al suo fianco. «Lo senti questo effetto? È il ritmo di un
tamburo, un tamburo sciamanico.» Si voltò verso Nils. «Forse non lo sai, ma i
tamburi sciamanici sono stati vietati per trecento anni dalla Chiesa luterana, e
Anta è riuscito a reintrodurre di nascosto il tamburo nel cuore stesso
dell’istituzione, nella chiesa. Ascolta…»
Nils Ante tirò il bottone situato all’estrema destra e dalle canne dell’organo
uscì un rullio.
«Lo senti, il suono del tamburo? Che trovata. E che rivincita!»
Nina si piegò. Il tasto rappresentava una croce con al centro un punto in
rilievo, due personaggi stilizzati si reggevano su ciascun braccio orizzontale
della croce. Riconobbe il simbolo che indicava il sole nei numerosi tamburi
sciamanici, come in quello rubato l’inverno precedente a Kautokeino. Il suo
sguardo si spostò sugli altri tasti, tutti altrettanto fini, e improvvisamente mise la
mano nella tasca della sua uniforme. Sentì la forma rotonda della pernice e la
tirò fuori. I tre motivi disegnati sul dorso dell’uccello erano esattamente gli stessi
di quelli intarsiati sui tre tasti più a destra.

Anneli era ripartita molto presto quel mattino per avere maggiori possibilità di
ritrovare il suo cucciolo. Aveva di nuovo preso in prestito uno scooter da Morten
Isaac. Seguendo il corso ghiacciato del fiume, aveva ripensato alle belle parole
di Susann, al modo in cui aveva invocato Gieddegeašgálgu, alla sua rabbia
quando per l’ennesima volta si era offerta di andare a cercare il cucciolo al suo
posto. Anneli si fermò un istante. In quella parte più elevata dell’altipiano, lo
scioglimento delle nevi era più lento che sulla costa. Il fenomeno era meno
accentuato che altrove ma occorreva comunque raddoppiare la prudenza, fare
delle deviazioni. Fortunatamente i fiumi erano ancora sotto la morsa del freddo.
Anneli aveva imparato da Erik a oltrepassare i corsi d’acqua corrente in scooter,
uno dei passatempi preferiti dai giovani della regione, nonostante potesse essere
causa di numerosi incidenti.
La giornata era gradevole, ma Anneli avrebbe preferito che il freddo della
notte si prolungasse. Era partita da circa mezz’ora e si avvicinava al luogo in cui
il cucciolo era stato avvistato l’ultima volta. La neve doveva essere ancora buona
in quella zona al confine con un pascolo tradizionalmente utilizzato da Juva
Sikku durante la mezza stagione inverno-primavera. Si trattava di una zona
leggermente decentrata le cui alture dominavano il magnifico Fiordo del lupo, a
ovest. Di fronte si scorgeva la grande isola di Seiland, dove in passato una parte
della sua famiglia aveva tenuto le renne in estate. Si sentiva a suo agio. Prese il
binocolo e osservò i dintorni. Scorse un movimento a fianco della collina, in
fondo alla valle. Il cucciolo. Finalmente. Allora era ancora vivo. Poi mise a
fuoco e rabbrividì: si trattava di una lince, uno fra i più temibili predatori di
renne. La stagione della caccia alla lince era già terminata da un mese e mezzo.
Suo padre le aveva raccontato che, quando era giovane, in Lapponia non c’erano
linci. Le prime erano arrivate verso il 1980 nel Finnmark. «Esattamente nello
stesso periodo in cui si manifestava contro la costruzione della diga di Alta»
diceva, e ogni volta aggiungeva di essere certo che i norvegesi avessero fatto di
tutto per introdurre la lince in Lapponia in modo da indebolire ancor più gli
allevatori. «Una sporca guerra» diceva. Anneli era nata qualche anno dopo e
aveva sempre conosciuto una Lapponia con le linci. Non erano molto numerose,
ma temibili. Questa poteva essere sulle tracce del suo cucciolo. L’aveva già
trovato? Osservò la direzione che seguiva. Non era armata. Scrutava
nervosamente il paesaggio col suo binocolo e a un tratto si fermò. Cercò di
calmarsi per mettere nuovamente a fuoco. Laggiù, questa volta non c’erano
dubbi: si trattava del suo cucciolo, così fragile, così solo. La lince si dirigeva
verso di lui con passo tranquillo, sicura della sua preda. A quel punto Anneli
prese una decisione e spinse a fondo la manopola dell’acceleratore.

La descrizione di Nils Sormi era abbastanza precisa. Klemet si era fatto


un’idea piuttosto circoscritta della zona da perlustrare. Era vasta, ma i punti di
accesso poco numerosi e il rilievo accidentato limitava la possibilità di portarvi
un gumpi. Per scrupolo aveva visitato di buon mattino il gumpi di Juva Sikku,
quello che utilizzava in quel periodo per sorvegliare il suo branco. Il rifugio era
deserto. In seguito, seguendo le indicazioni di Sormi, si era diretto verso le alture
del fiordo a una dozzina di chilometri in linea d’aria. Gli era occorsa circa
mezz’ora di prudenti deviazioni per arrivare alla collina.
Perso nei suoi pensieri, Klemet non si accorse che da lontano qualcuno lo
stava osservando con un binocolo.
Riconobbe la descrizione del sommozzatore, dapprima il colle, poi l’altipiano.
Dominava il fiordo al di sopra dello Stretto del lupo. Klemet avviò lentamente lo
scooter verso il fiordo e dopo alcuni metri scorse i due gumpi clandestini di
Sikku nascosti da un rilievo. Studiò prudentemente i dintorni. Non c’era
nessuno. Scorse tracce fresche di pattini, ma erano ricoperte da un fine strato di
ghiaccio luccicante: la pellicola formatasi col freddo della notte dopo lo
scioglimento del giorno prima. Era almeno dal giorno precedente che nessuno
era stato più lì. Coincideva con le dichiarazioni di Sormi. Dietro i due gumpi
erano accumulate le cianfrusaglie tipiche di questi accampamenti di fortuna:
bidoni, rimorchi, sacchi di plastica, ceppi, lazi, resti di una carcassa di renna che
iniziava a spuntare dalla neve al ritmo del disgelo. Un mucchio di legna dalla
forma particolare attirò la sua attenzione. Si avvicinò e riconobbe i resti di
un’imbarcazione. Una parte della piccola barca era stata fatta a pezzi per far
legna con cui alimentare la stufa. A Klemet parve evidente che si trattava di
quella di Erik Steggo. Sikku non l’aveva bruciata, sicuro che qui non sarebbe
stata ritrovata. Esaminò ciò che restava dello scafo. Il fondo era rovinato,
c’erano delle assi sconnesse, anzi distrutte, ma era la conseguenza dell’incidente
o ci aveva messo le mani qualcuno? Sarebbe stato necessario un esame più
approfondito. Per il momento Klemet si accontentò di scattare qualche foto, poi
passò a visitare il gumpi. Trovò senza difficoltà la scatola da scarpe contenente
lo schedario di Tikkanen. Decise di non consultarlo sul posto: Sikku poteva
arrivare da un momento all’altro e poteva anche non essere solo; Dio solo sapeva
cosa gli sarebbe passato per la testa. Tuttavia non resistette alla tentazione di
verificare se c’era una scheda a suo nome. C’era. Agli occhi di Tikkanen, Klemet
non era un potenziale cliente e la sua scheda era redatta di conseguenza. In ogni
caso, veniva precisato a che pattuglia apparteneva, qual era la sua zona di
competenza, i luoghi che amava frequentare, i suoi recapiti e anche una parte del
suo stato civile, con la data di nascita a Kiruna e addirittura l’informazione che
avesse svolto i suoi studi anche a Kautokeino. Incredibile. Se anche le altre
schede fossero state così dettagliate, il contenuto di quella scatola sarebbe stato
esplosivo. E una vera manna per loro: la polizia non sarebbe mai stata in grado
di realizzare un simile archivio. Se lo avesse fatto e la cosa fosse arrivata
all’orecchio della stampa, sarebbe stata subissata di accuse. Sistemò lo schedario
sul retro dello scooter. Decise di portare con sé anche i resti della barca, temendo
che Sikku, accorgendosi del suo sopralluogo, potesse far sparire la prova del
reato prima dell’arrivo dell’anticrimine. Avvicinò lo scooter al rimorchio, lo
assicurò e attaccò lo scafo dell’imbarcazione avvolgendolo in alcune coperte
prese in un gumpi in modo da proteggerlo, poi lo bloccò con degli orribili
cuscini, molto kitsch, e rimise in moto, impaziente di leggere le schede. Chissà,
le risposte potevano forse trovarsi proprio lì, ed Ellen Hotti aveva dato loro un
ultimatum fino all’indomani mattina, prima dell’inizio dei funerali.
60.

JUKKASJÄRVI. LAPPONIA SVEDESE.

Una campana risuonò nella chiesetta di legno. Nina aveva appena premuto il
secondo bottone, su cui era raffigurata una pernice sopra una stella. Sul terzo
bottone erano disegnate due stelle una sull’altra, con linee tratteggiate nel
prolungamento della stella superiore. Quando Nina lo premette, l’edificio fu
invaso da una sorta di soffio. Il vento. Nils Ante, le sopracciglia aggrottate, posò
la sua mano su quella di Nina per fermarla. Rifletteva a occhi chiusi, la testa
ciondolante. Lo zio di Klemet, specialista di joïk e musicista affermato, suonava
tra sé e sé una silenziosa melodia.
«Nina, la registrazione.»
Nina accese il registratore.
«Vai direttamente alla fine.»
Nina schiacciò il tasto di avanzamento rapido. Attesero qualche secondo e
udirono la fine del salmo che sfumava sul breve finale. Nils Ante guardò Nina
con occhi scintillanti, poi schiacciò i tre bottoni di destra contemporaneamente.
Ne uscì una composizione musicale, la stessa che era stata registrata.
«Non ho mai sentito niente di simile» affermò Nils Ante. «I tre effetti messi
insieme formano una melodia. Dev’essere una cosa unica in Svezia.»
«Venite a vedere» gridò Sormi dall’altro lato dell’organo.
Nina e Nils Ante lo raggiunsero. Il sommozzatore teneva in una mano una
cartellina contenente un voluminoso plico di documenti, mentre con l’altra
mostrava un cassetto il cui meccanismo d’apertura era scattato quando i tre tasti
erano stati schiacciati contemporaneamente.
Sormi mostrò a Nina il frontespizio: una lettera scritta in inglese.

Forse avrai trovato strana questa caccia al tesoro, del resto non l’ho fatta per
divertirmi. Avevo bisogno dei consigli di un avvocato perché le cose fossero fatte
come si deve, ma per esperienza, non ero certo di potergli affidare questo
dossier. Il fatto che tu stia leggendo queste righe mi dimostra che ho fatto bene a
fidarmi di te. Quando le leggerai, non sarò più in vita.
Jack

Juva Sikku ripose il binocolo e bestemmiò. Anche se faticava a immaginare il


finlandese su uno scooter nel cuore della tundra, per un attimo aveva temuto che
quel ciccione di Tikkanen lo avesse rintracciato, ma adesso era praticamente
certo che il veicolo che vedeva allontanarsi appartenesse alla polizia. Anche se…
la polizia pattugliava sempre in coppia. Mise a fuoco con il binocolo. No, era
proprio la polizia. Bestemmiò un’altra volta. La persona alla guida dello scooter
aveva appena controllato il suo gumpi di sorveglianza e, a giudicare dalla
direzione presa, quel fottuto sbirro stava andando dritto verso gli altri suoi due
nascondigli. Ci sarebbe arrivato al massimo nel giro di una ventina di minuti.
Sikku rifletteva a una velocità tale che aveva il mal di testa. Lo schedario non
doveva cadere nelle mani della polizia. Sarebbe stata una catastrofe.
Dannazione, doveva per forza essere stato Nils Sormi a fare la soffiata. Sikku
non capiva. Il suo mondo stava crollando in pezzi. Sormi, fargli uno scherzo del
genere… e la sua fattoria in Finlandia? No, doveva assolutamente mettere lo
schedario al sicuro prima che la polizia ci mettesse le mani sopra. Diede gas allo
scooter e si precipitò verso valle. Forse ce l’avrebbe fatta ad arrivare prima del
poliziotto, che non poteva conoscere l’esatta collocazione del rifugio. Si lanciò
verso la vallata, protetto dallo sguardo di Klemet da una cresta che si trovava
sulla sinistra. Non poteva permettersi di prendere le consuete precauzioni, ma
non per niente era campione di scooter. Il suo mezzo lanciato alla massima
velocità sussultava pericolosamente ma Sikku era in preda all’adrenalina, i
muscoli tesi, le mascelle serrate fino a far male. Più a valle, cinquecento metri
davanti a lui alla sua destra, scorse un altro scooter che andava a sua volta in
direzione dei gumpi. Incredibile. Un altro poliziotto? Non riusciva a credere alla
propria sfortuna. Lo scooter di destra stava quasi per attraversare il fiume in
fondo alla vallata di Kvalsund. Juva non ci vedeva più dalla rabbia. Pensava allo
schedario, alla fattoria, a Tikkanen, Sormi, tutto si sovrapponeva. Fermò il suo
mezzo, il respiro affannoso, il cuore impazzito. Dritto davanti a sé, vide cosa
aveva richiamato l’attenzione del pilota di destra: un cucciolo di renna che si
avventurava su una cresta e, più in basso, qualche centinaio di metri dietro di lui,
una lince che lo seguiva con passo agile, guadagnando rapidamente terreno. Per
qualche secondo si sentì sollevato. Un allevatore. Prese il binocolo. Quella
figura… quei lunghi capelli biondi che spuntavano dal casco. Riconobbe
l’abbigliamento indossato da Anneli alla riunione. Nessun pericolo su quel
fronte. Ripartì alla massima velocità, insensibile ai rami di betulla che gli
sferzavano il viso, lanciò un’occhiata a sinistra per verificare di essere ancora
protetto dalla cresta, poi a destra, giusto in tempo per vedere lo scooter che
attraversava il fiume ghiacciato e scompariva un attimo dopo nell’acqua. Sikku
si fermò. Il ghiaccio si era rotto. Guardò a sinistra, vide lo scooter della polizia
apparire da dietro la cresta e proseguire in lontananza la sua strada verso i gumpi
a fianco della collina. Davanti a sé aveva perso di vista il cucciolo, ma vedeva la
lince proseguire sulla sua strada con passo deciso. Era tormentato. Alla sua
destra, sul fiume, era tornata la calma. Il conducente non riaffiorava in
superficie. Sikku urlò di rabbia. Vedendo scorrere il fiume più giù, attraverso il
ghiaccio rotto, rivide Erik Steggo inghiottito dai flutti, trascinato dal gorgo. E se
Nils avesse avuto ragione? Era stato lui a provocare la morte di Steggo.
Tikkanen era dunque riuscito a manipolarlo a tal punto? Sikku non aveva mai
voluto ammetterlo. Era stato necessario che l’accusa venisse dallo stesso Sormi,
era stato questo più di tutto il resto a colpirlo come un pugno in pieno viso. Si
sentiva stordito. Quasi senza rendersene conto si lanciò verso il fiume. Nel giro
di pochi secondi raggiunse la riva. Si mise a correre, si tolse la giacca di pelle di
renna e, senza esitare, si gettò nell’acqua ghiacciata.

Era da quando l’elicottero era decollato da Jukkasjärvi che Nina non apriva
bocca. Cuffie alle orecchie, sfogliava il dossier. Rilesse per la terza volta i due
manoscritti che Divalgo aveva indirizzato a Sormi. Poi riprese ad alta voce:
Siamo arrivati a Hammerfest con l’intenzione di capire cos’era successo qui
trent’anni fa, quando molti di noi hanno riportato lesioni in seguito alle
immersioni o ai test d’immersione. Lesioni non riconosciute ufficialmente. Così,
siamo venuti a sapere dei nuovi progetti e abbiamo scoperto che le promesse di
oggi erano le stesse di ieri. Abbiamo chiesto spiegazioni a Fjordsen. Quello che
è successo è stato un incidente.
«Il che significa che quelli di Steel, Birge e Depierre non sono stati incidenti»
disse Nina a Sormi nel microfono, agitando i fogli.
Divalgo tuttavia non ne parlava. Nina continuò: Anta Laula all’epoca è stato
abbandonato al suo destino e oggi succede la stessa cosa. Niente fermerà il
petrolio. È sempre la stessa storia. Quello che hanno fatto ai sommozzatori e ad
Anta Laula è una vergogna. Anche se in altro modo, continuano a fare lo stesso
e gli Anta Laula di oggi ne fanno le spese.
Nelle cuffie, la voce di Nils Ante prese il sopravvento.
«Vi sento parlare di sommozzatori; è molto bello tutto ciò, ma Anta Laula? È
lui che ha portato Sormi fino a Jukkasjärvi. Stando a quello che ci dici, Nina, i
tuoi sommozzatori volevano saldare un debito nei confronti dei sami. È per
questo che ti hanno portato qui, ragazzo, nel cuore della Lapponia. Altrimenti,
avrebbero trovato un nascondiglio più accessibile, una cassetta di sicurezza in
una banca di Hammerfest per esempio. Anta ha perso i suoi pascoli e la
possibilità di vivere degnamente come allevatore a causa dei progetti petroliferi.
In seguito ha perso la salute per questo maledetto test d’immersione.»
Nina continuò a leggere in silenzio. Pedersen e Divalgo avevano raccolto
rapporti tecnici, referti medici, alcuni articoli. Un dossier d’accusa implacabile.
Alcuni passaggi erano sottolineati con mano tremante e annotati a margine, a
volte accompagnati da raffiche di punti esclamativi. Dietro ogni riga non vedeva
solamente Laula o Divalgo, ma anche suo padre.
I documenti si riferivano alle operazioni d’immersione per l’industria
petrolifera durante la fase iniziale, dal 1965 al 1990. L’epoca di suo padre. Gli
esami clinici raccolti da Pedersen e Divalgo dimostravano che la maggior parte
degli ex sommozzatori che avevano lavorato nel Mare del Nord soffrivano di
malattie polmonari ostruttive, di encefalopatie, problemi di udito e stress post-
traumatico. Un terzo dei sommozzatori soffriva di lesioni cerebrali. Un esperto
affermava che le pubbliche autorità incaricate di controllare e autorizzare le
operazioni d’immersione avevano spesso accordato deroghe alle regole di
sicurezza.
Nils Sormi, che leggeva in contemporanea, traduceva per Nina.
«Facevano in modo che i sommozzatori restassero a lavorare il più a lungo
possibile, a profondità dove l’uomo non era mai sceso prima. E poi li
riportavano in superficie il più velocemente possibile per ridurre il tempo di
decompressione, tempo che le compagnie ovviamente giudicano improduttivo,
ma durante il quale noi sommozzatori siamo sempre molto ben pagati.»
La testimonianza proseguiva: Le tabelle di decompressione utilizzate per il
ritorno in superficie dei sommozzatori sono state standardizzate solo nel 1990:
prima, le compagnie petrolifere avevano potuto ridurre la durata della fase di
decompressione con l’obiettivo di abbassare i loro costi di manodopera ed
essere così più competitive.
I documenti svelavano una complicità a tutti i livelli per accelerare lo
sfruttamento del petrolio. Un medico raccontava come negli anni Settanta i
rapporti che mettevano in guardia sui danni causati dall’immersione in
profondità sparissero in fondo ai cassetti. Nils prese dalle mani di Nina dei fogli
spillati: una lista di oltre sessanta sommozzatori morti nel Mare del Nord. Per
ciascuno era indicato il nome, l’età, la nazionalità e la causa del decesso.
Annegamento, decompressione esplosiva, incidente di decompressione. La
maggior parte aveva perso la vita nel settore britannico del Mare del Nord, gli
altri sul lato norvegese. Un’altra lista indicava i nomi di una ventina di
sommozzatori norvegesi che si erano suicidati. Conseguenza delle immersioni,
stando al dossier. Il nome del padre di Nina avrebbe potuto essere in quella lista.
Un altro medico testimoniava che gli ex sommozzatori erano invecchiati più
velocemente della media e faticavano a trovare un altro impiego. Molti di loro
mostrano sintomi di stress post-traumatico a causa di tutto quello che hanno
vissuto durante le immersioni. Queste immersioni hanno causato anche effetti
sul loro sistema nervoso e sui polmoni.
Un medico di un grande ospedale della costa occidentale aveva scritto una
lettera al comitato petrolifero e alle compagnie petrolifere chiedendo di fermare
le immersioni in profondità e di utilizzare al loro posto dei robot, poiché le
riteneva troppo pericolose. Non sappiamo come recuperare i sommozzatori o
come effettuare le immersioni evitando loro gravi lesioni. Il comitato petrolifero
non ha tuttavia dato peso ai nostri rapporti.
Le autorità norvegesi erano state tempestivamente informate dei rischi delle
immersioni in profondità, delle incertezze e delle approssimazioni delle tabelle
di decompressione che stabilivano a quale velocità potevano essere riportati a
galla i sommozzatori, ma avevano deciso di anteporre il petrolio alla salute delle
persone. A margine, i punti esclamativi si allineavano come soldati pronti a
partire per la battaglia. Diritti come la giustizia. Vibranti di collera.
L’ex responsabile della sicurezza di una compagnia di sommozzatori riportava
una testimonianza che faceva accapponare la pelle. Agli inizi degli anni Settanta,
vista l’improvvisa impennata della domanda offshore causata dalle scoperte di
numerosi giacimenti di petrolio, e dato che le compagnie volevano svilupparsi
molto rapidamente, ci fu una grandissima richiesta. Questo fece sì che il piccolo
gruppo di sommozzatori competenti degli inizi, provenienti dalla marina e dai
corpi speciali dell’esercito, fu ben presto insufficiente e si ricorse a un gran
numero di sommozzatori che sapeva a malapena nuotare. Al di fuori della
marina non esisteva una vera formazione, non c’erano standard tecnici, le
attrezzature venivano fabbricate a mano a mano che si procedeva. Trattandosi
ancora una volta di un’attività nuova non c’era una legislazione adeguata e il
risultato non si fece attendere. Agli inizi degli anni Settanta ci fu un gran numero
d’incidenti. In tutto il Mare del Nord, a partire dal 1974, avvenivano dieci
incidenti all’anno, incidenti mortali, per non parlare di quelli in cui il
sommozzatore non perdeva la vita. Nils Sormi rigirò i fogli e li restituì a Nina.
«Senza tutti questi morti nel Mare del Nord la Norvegia non sarebbe mai stata
in grado di lanciarsi nell’esplorazione del Mare di Barents e di sfruttare il gas e il
petrolio che sono lì ad aspettarci.»
«La questione ora è sapere cosa avevano in mente Pedersen e Divalgo quando
hanno raccolto tutto questo materiale e quali considerazioni ne hanno tratto»
disse Nina. «In ogni caso, almeno Pedersen è collegato alla morte del sindaco di
Hammerfest, che è stato a capo del comitato petrolifero, e a quella di Steel e
Birge.»
Nils riprese il dossier dalle sue mani.
«Non ti sembra chiaro? Denunciare un’ingiustizia ai più alti livelli dello Stato.
Fjordsen è implicato fino al collo in questa mancanza di regole o in queste
deroghe per compiacere le compagnie.»
«L’avevo capito» disse Nina, «ma poi? Steel e Birge?»
«Sei tu la poliziotta, ma immagino che all’epoca anche loro fossero coinvolti
in quelle decisioni.»
«E l’assicurazione, perché proprio tu?»
Nils scosse la testa.
«Si aspettano qualcosa da me, immagino. In ogni caso il mio progetto di farmi
una casa sulla strada panoramica era solo un miraggio.»
61.

VALLATA DI KVALSUND.

Klemet capì subito che qualcosa non andava. Aveva tagliato per la vallata di
Kvalsund per ritornare sulla strada che risaliva verso il fiume quando scorse lo
scooter. Alla vista del ghiaccio rotto, capì. Avvicinandosi, vide una sagoma a
terra. Riconobbe Juva Sikku, il viso cianotico, paralizzato dal freddo nella sua
tuta da scooter, che stringeva tra le braccia la giacca di pelle di renna sulla quale
era disteso. Batteva i denti, voleva parlare ma non ci riusciva. Lo scooter era il
suo. Klemet corse verso il rimorchio per prendere delle coperte e ve lo avvolse.
Sikku faceva dei segni indicando la pelle di renna. Klemet si chinò e scostò lo
spesso tessuto. Vide Anneli rannicchiata su se stessa, livida, fradicia. Prese le
ultime coperte dal rimorchio. Anneli era priva di coscienza, ma viva. Non c’era
bisogno di spiegazioni per capire cosa fosse successo. Klemet passava dall’uno
all’altra, li frizionava, li strofinava, posando le mani calde sul loro viso, sulle
mani. Anneli non si muoveva. Sikku era sul punto di cedere, allo stremo, scosso
da spasmi. Klemet chiamò i soccorsi. «Due persone in ipotermia grave» urlò,
«fate presto.» L’elicottero di servizio stava effettuando una rotazione su una
piattaforma per trasportare un malato. Klemet diede loro istruzioni per deviare
l’elicottero che rientrava dalla Lapponia svedese, poi si gettò di nuovo sul suo
pick-up. Incontrò lo sguardo impaurito del cucciolo che aveva trovato appena in
tempo sulle alture e messo al sicuro sul rimorchio. Klemet afferrò i resti della
barca e li fece cadere a terra. Prese Anneli tra le braccia e la distese sul rimorchio
tra le coperte e i cuscini, poi trasse a sé Sikku. L’allevatore non opponeva
resistenza, era stravolto, rigido. Klemet lo distese vicino ad Anneli e lo coprì.
Mise il cucciolo fra loro. L’animale non osava muoversi. Li bloccò con una
corda. Sikku lo guardava: era una maschera di sofferenza, non riusciva ad aprire
la mascella, era incapace di controllare il suo tremore. Klemet si piazzò davanti a
lui. Prese il resto della barca e rimase qualche istante davanti all’allevatore.
Sikku batté le ciglia, maschera dolorosa, impotente, sconfitto. Senza una parola,
il poliziotto sollevò la piccola barca e con un colpo di reni la fece sparire
attraverso il ghiaccio rotto del fiume.

L’elicottero di Jukkasjärvi arrivò nel momento in cui Klemet raggiungeva il


luogo dell’appuntamento. Aveva fermato il pick-up sul vasto spazio lasciato
libero per la roccia sacra. Klemet avrebbe voluto spogliare Anneli e Sikku, ma il
pilota, che era anche il soccorritore, glielo impedì: i vestiti, sebbene bagnati,
limitavano la fuga di calore. Il pilota li aiutò a mandar giù un po’ di tè. Sentendo
il liquido caldo Anneli aprì per un istante gli occhi, prima di perdere nuovamente
conoscenza. Il pilota decollò subito dopo trasportando i due feriti e Nils Sormi
verso l’ospedale di Hammerfest. Mentre vedeva salire il volo, Klemet scorse i tre
giovani pigiati sul sedile posteriore, Nils Sormi che abbracciava Sikku e Anneli
per scaldarli col suo corpo.

Di ritorno al rifugio della pattuglia P9 dopo la partenza dello zio e della sua
compagna, Klemet chiamò Ellen Hotti per aggiornarla sugli ultimi avvenimenti.
Lei gli annunciò che Gunnar Dahl era dal giudice.
«Usa discrezione, se vuoi un consiglio.»
«Pensi davvero che andrei a gridarlo ai quattro venti sapendo che metà dei
suoi capi saranno lì per i funerali?»
«Non è a questo che pensavo, ma a parte il fatto che Dahl si è reso garante per
il noleggio del furgoncino, cosa che è ancora da provare, non abbiamo niente di
concreto contro di lui.»
«Abbiamo comunque delle domande da fargli.»
Anche Klemet voleva sapere. Se Dahl si era servito di Pedersen e Divalgo
come sicari per eliminare due concorrenti, come era riuscito a convincerli a non
parlare? Li aveva drogati? Il medico aveva stabilito che Divalgo, alla guida, era
sotto effetto di droghe. Anche gli altri due del resto. Ma bastava a spiegare
l’incidente? Impossibile da provare. Inoltre Klemet non capiva quale movente
avrebbe potuto avere Dahl contro Fjordsen o contro Depierre, il medico
francese.
«Fortunatamente hai tutta la notte per decifrare tutte queste scartoffie»
ironizzò il commissario chiudendo la conversazione.
Klemet si era immerso nello schedario.
Sormi non gli aveva mentito: Tikkanen era implicato in un sacco di affari
poco chiari, eppure non sapeva come incastrarlo.
Nina aveva sparso a terra i documenti. Il pavimento ne era ricoperto. I rapporti
medici e le perizie tecniche raccolti dai due vecchi sommozzatori erano
schiaccianti.
Leggendo in elicottero la lettera che Jacques Divalgo gli aveva lasciato, Nils
Sormi si era reso conto del suo errore. Era stato proprio il francese, l’idolo
rinnegato, a lasciargli in eredità l’assicurazione sulla vita. Divalgo si era reso
conto, troppo tardi, delle conseguenze delle sue azioni. Partecipando a quegli
esperimenti aveva permesso di convalidare test che non avrebbero dovuto essere
convalidati. Non aveva raccontato quello che sapeva. Per lealtà, sete di
guadagno, tante ragioni sulle quali non era utile dilungarsi. Nel corso del test
Deepex I, diversi sommozzatori avevano riportato lesioni. Tra questi Anta Laula.
Il sami non era un sommozzatore, era stato reclutato giusto per la durata
dell’esperimento insieme a un altro civile come soggetto di riferimento, allo
scopo di mettere a confronto individui che avevano già effettuato immersioni in
profondità con altri che non si erano mai immersi. Laula aveva appena perso il
suo lavoro di allevatore a causa della febbre immobiliare che già contagiava
Hammerfest, e aveva accettato. Il compenso era interessante, ma non sapeva a
cosa andava incontro. Quel test lo aveva distrutto. Non era preparato. Non si era
mai confrontato con i terribili rischi della decompressione, con i dolori disumani.
Il test era stato convalidato, perché i contratti che si dovevano sottoscrivere
erano colossali.
Cerca di non giudicarci, Nils. Cerca di capire anche che la nostra collera
viene da lontano, dal profondo del mare e dalla nostra anima tradita. A me e a
Pedersen avevano insegnato a non lasciare indietro nessuno. Ora ci hanno
abbandonato. Divalgo continuava su questo tono. Insisteva sul loro codice
deontologico. I sommozzatori erano stati traditi, ma anche i sami. Con Anta
Laula ho capito una cosa: un debito d’onore è sacro quanto una roccia
sacrificale. Quando abbiamo capito che quelle immersioni e il test cui abbiamo
partecipato portavano nel corso degli anni all’espropriazione degli allevatori,
tutto questo ci ha fatto esplodere. Tu, Nils, più di chiunque altro sei stato
trascinato nella nostra epopea. Oggi me ne rammarico. Spero che saprai porvi
rimedio. Per me, Pedersen e Laula è troppo tardi.
Alla luce di questi elementi, Nina si ricordò dei post-it quasi illeggibili trovati
nel furgoncino dei sommozzatori. Li prese dal raccoglitore dove erano stati
archiviati. Con l’aiuto di Klemet aveva capito che i post-it e gli appunti, i
rapporti e le annotazioni servivano a preparare la loro vendetta. I rapporti dei
movimenti sull’hotel galleggiante, gli orari, i contatti telefonici, le abitudini di
Fjordsen, i suoi appuntamenti, i suoi contatti per ottenere informazioni: una fitta
tela tessuta nella sofferenza da uomini la cui memoria perdeva colpi, che senza
dubbio non erano al meglio delle loro capacità e che tuttavia non avevano mai
mollato. Post-it dopo post-it.
Alle tre del mattino, lo squillo di una chiamata Skype risuonò nel capanno.
Nina si rese conto che lei e Klemet non si parlavano da oltre un’ora, ciascuno
immerso nelle proprie ricerche.
L’ex sommozzatore americano Gary Turner, contattato tramite Facebook, si
scusò per non essersi fatto vivo prima. Erano le sei del pomeriggio in California
e aveva lavorato tutto il giorno in garage. Quando capì cosa spingeva una polizia
europea a interessarsi a lui, il suo viso si rabbuiò all’istante.
«Nessuno ha reagito all’epoca?» chiese Nina.
«Senta, eravamo molto ben pagati e ci facevano chiaramente capire che se
avessimo piantato grane ci avrebbero rimpatriati col primo aereo. Era come sulle
piattaforme, capisce, se piantavi grane salivi sul primo elicottero, back home,
bye bye a tutti, addio alla bella vita, ai Rolex, alle macchine sportive, alle
ragazze. E così stavamo zitti, stringevamo i denti per non trovarci sulla lista
nera. Perché andare dal medico equivaleva a tradire la compagnia, capisce?
L’immersione in profondità era fondamentale per lo sviluppo della piattaforma
continentale. Senza sommozzatori niente petrolio, più semplice di così! Se fosse
stato necessario aspettare dei veri test convalidati, stareste ancora pescando i
salmoni con la canna da pesca nell’attesa di sfruttare il vostro petrolio, ecco la
verità. Allora tutti hanno chiuso un occhio sui rischi, lo Stato, i medici, le
compagnie, e hanno dato il via libera.»
«Ha mai conosciuto un sommozzatore di nome Todd Nansen?»
«Ha detto Nansen? Non mi pare.»
«Prima faceva il cacciatore di balene.»
«Ah, quello! Sì, ricordo. No, non l’ho conosciuto, ma Jack me ne aveva
parlato. Credo che si fossero immersi insieme. Una brava persona, pare, un po’
sognatore, ma lo eravamo tutti un po’.»
«E quell’esperimento? C’era anche lei con Jacques Divalgo e Anta Laula, un
sami?»
«Jack, sì, Jack. Quel maledetto Deepex I… Adesso le racconto. Ho iniziato
nella Navy nel 1970. Navy Seal, le dice qualcosa? Non molto lontano da dove
mi trovo ora, a Coronoda. Ha presente, the only easy day was yesterday, e quel
genere di cose lì. Si facevano stage di sabotaggio e robe simili, ma ricevevamo
anche un’ottima formazione in questioni di sicurezza. Come Jack, lui era nella
marina francese prima di finire in quel merdaio dove invece non c’erano regole.
Ci hanno messo alla pressione del fondale in ventiquattr’ore, poi avevamo sette
giorni di lavoro e di esperimenti sott’acqua. All’epoca non si conoscevano gli
effetti a lungo termine dell’immersione in profondità. Noi, oltre ai soldi, ci
sentivamo davvero importanti. Era grandioso, capisce? Tutti i ragazzi coinvolti
avevano l’impressione d’essere all’avanguardia. Bisogna dire che a quell’epoca
era proprio in Norvegia che si effettuavano le immersioni più profonde al
mondo. Al mondo, non so se mi spiego!»
«Secondo lei perché l’esperimento è fallito?»
Sullo schermo, il viso di Gary Turner si oscurò ancor di più.
«Allora, ascolti bene. Una volta per esempio, eravamo a centoventi metri e
d’un tratto ci hanno riportato a centoquattro. Sembra una cazzata, no? Cosa sono
sedici metri? In teoria avrebbero dovuto farci risalire in dodici ore, capisce?
Dodici ore. Quei cani col camice bianco invece ci hanno fatto risalire in un
minuto. Sì, mi ha capito. Chiunque, medico o tecnico, sapeva che avrebbe
provocato un dolore da decompressione. Ci contorcevamo dal dolore nella
camera di decompressione, come bestie, glielo giuro, uno di noi si è messo a
urlare, supplicava di fermarsi. E la sa una cosa, non si sono fermati.»
Nina vide il sommozzatore deglutire e distogliere lo sguardo. Dopo qualche
istante riprese tranquillo.
«Hanno continuato ancora per un po’ prima di rimetterci sotto pressione a
centoventi metri. Non è un po’ come Mengele? Lei è norvegese, giusto? Allora
la prego, non dimentichi mai come si è arricchito il suo paese: rischiando
deliberatamente la vita dei sommozzatori ieri e negando i diritti dei sami oggi.»
Gary Turner mise fine alla conversazione con un secco clic.
62.

MERCOLEDÌ 12 MAGGIO.
IL SOLE SORGE ALLE 0.42 E NON TRAMONTA.
VENTITRÉ ORE E DICIOTTO MINUTI DI LUCE.
RIFUGIO DELLA PATTUGLIA P9, SKAIDI. ORE 5.

Dopo una notte insonne, Klemet si stava rinfrescando al ruscello, a torso


nudo, sfregandosi il petto con l’ultima neve per cancellare quella notte che non
era stata una vera notte. Guardava tranquillamente la sua ombra. Il prossimo
tramonto del sole era previsto per il 29 luglio, poco dopo la mezzanotte. La notte
sarebbe durata allora una ventina di minuti. Fino a quel momento la sua ombra
l’avrebbe seguito dalla mattina alla sera, dal crepuscolo all’alba, senza un attimo
di tregua. Klemet non sapeva cosa preferiva. La mancanza d’ombra durante la
notte polare lo turbava, non si sentiva completo. D’altra parte, spiato dalla sua
proiezione strisciante, ogni giorno gli sarebbe sembrato doppio. Sapeva
benissimo di essere razionale in quanto poliziotto, ma quell’ombra che lo spiava
senza tregua finiva per irritarlo. Le spruzzò sopra dell’acqua e questo gli fece
piacere, come pure la leggera carezza del sole. Aspettò un attimo davanti al
capanno dove Nina stava finendo di prepararsi, aveva una faccia da far paura.
Come quei bambini che, sebbene spossati, non cedono alla stanchezza. Di quelli
che si ha voglia di scuotere per dire loro “dormi, smettila, non vedi come sei
stanco!” e loro che guardano con grandi occhi spalancati e allucinati come se
non capissero. E via di nuovo come robot.
Il cucciolo leccava il contenuto di una scodella. All’avvicinarsi di Klemet si
scostò strattonando la corda. Era di una delicatezza struggente. Sarebbe
sopravvissuto, fragile com’era, ora che il legame con la mamma era spezzato?
L’ombra della piccola renna si rifletteva sul legno del capanno. Non tremava.

Le diverse pattuglie della polizia delle renne mobilitate per i funerali si erano
sistemate di buon’ora, dopo il briefing delle 6.30 tenuto da Ellen Hotti, mentre la
messa e la sepoltura si sarebbero svolte nel pomeriggio. Il commissario non
voleva correre rischi. La P9 si era vista assegnare un’area sulle alture di
Hammerfest. Nina aveva l’aria assente e non poteva scacciare la sensazione che
qualcosa sfuggisse loro, e che la risposta l’avrebbero avuta probabilmente da suo
padre.
«Il tuo istinto?» le aveva chiesto Klemet, pentendosi immediatamente delle
proprie parole.
Anche lui era stanco.
Cercò di concentrarsi sulla loro missione.
La maggior parte delle femmine stava per partorire nella parte orientale
dell’isola, in una zona tranquilla. Tradizionalmente erano i maschi che si
dirigevano verso la città in cerca del fresco nel periodo più caldo dell’estate.
Seguendo i consigli di Klemet, Ellen Hotti aveva parlato col giudice. Gunnar
Dahl era stato ascoltato ufficialmente come persona informata dei fatti. Non era
stato trovato alcun legame tra lui e Pedersen per il noleggio del furgoncino.
Pedersen si era servito del nome di Dahl per la cauzione a sua insaputa e per
confondere le piste.
Klemet scrutò l’orizzonte con il binocolo. Alcune renne si spostavano in
lontananza lungo il recinto che circondava la città. Chi era il prigioniero?
Una breve cerimonia religiosa avrebbe avuto luogo più a valle, nella chiesa
spigolosa. Il cimitero si trovava tra la chiesa e il fianco della falesia dalla cui
sommità Klemet e Nina controllavano i dintorni. Arrivava gente da ogni angolo
della regione, ma anche da Oslo, da Stavanger e persino dall’estero, perché
Fjordsen aveva numerosi contatti che risalivano all’epoca in cui faceva parte del
comitato del premio Nobel per la pace e del comitato del petrolio. La radio di
Klemet emise un crepitio. La pattuglia P3 si identificò. Si trovava a nord della
recinzione, nello stesso punto in cui Klemet aveva tentato di respingere alcune
renne qualche settimana prima. Tre renne avevano oltrepassato il recinto, nella
barriera si era aperto un varco. Come inizio non c’era male. I poliziotti avevano
cercato di scacciarle ma le renne non ne volevano sapere di obbedire. La voce
del poliziotto era tesa. Gli ordini dall’alto erano stati chiari. Alcuni allevatori
davano loro man forte. Per radio si parlava di tattiche di accerchiamento, si
discuteva con gli allevatori su quali fossero le strade più importanti da sbarrare.
Erano tutti molto preoccupati. Per la miseria, pensò Klemet, come siamo ridotti.
Riprese il binocolo. In lontananza, scorse la sagoma di un collega che avanzava
battendo lentamente le braccia per spingere una renna verso il recinto. Patetico,
pensò Klemet, e ridicolo per giunta. Nuovo crepitio della radio proveniente dal
quartiere della Prairie. Diverse renne erano appena entrate in città. Klemet prese
la cartina. Si trattava della zona di Jonas Simba. Un’altra testa dura. Non mi
meraviglierei che sia stato lui questa volta a farle entrare. Klemet sapeva molto
bene che gli allevatori erano furiosi per tutte quelle storie. Se continuava così, i
funerali sarebbero finiti in rodeo. Se ne infischiava; in mattinata non aveva
nemmeno risposto a diverse telefonate di Eva, del medico legale suo amico e di
Nils Ante.
Avrebbe dovuto essere stanco ma non sentiva la fatica. Lanciò un’occhiata
alla sua ombra. Sembrava in piena forma. Guardò l’orologio e chiamò un collega
della P5 per chiedergli di controllare il loro luogo di pattugliamento.
Recuperò l’auto al parcheggio del Black Aurora e, con Nina persa nei suoi
pensieri, si diressero verso l’ospedale. E al diavolo la recinzione.

Markko Tikkanen aveva trascorso la nottata precedente a riflettere sul modo


migliore per far ragionare Juva Sikku. Più ci aveva rimuginato sopra, più si era
convinto che Sikku doveva sapere. Era arrivato alla conclusione che aspettare
l’allevatore vicino al recinto sarebbe stato più discreto. L’attenzione di tutti
sarebbe stata puntata sui funerali. Aveva esitato nella scelta dell’attrezzo da
portare con sé. Non che Tikkanen avesse bisogno di un’arma, no, sarebbe bastata
la sua forza fisica a impressionare un Sikku qualsiasi. Era una questione di
principio. Che a Sikku non venissero strane idee, che non cercasse di difendersi
o cose del genere. Tikkanen non poteva permettersi di mandare tutto all’aria sul
più bello. Lo sviluppo di Hammerfest stava per entrare in una fase decisiva. Il
Mare di Barents e l’Artico erano il nuovo Eldorado degli idrocarburi. Sempre
più spesso le compagnie vi facevano rotta. I lavori per l’isola artificiale della
raffineria del giacimento di Suolo stavano per entrare nella fase finale,
Hammerfest era la base dello sviluppo logistico di tutto ciò e Tikkanen aveva
impiegato anni a individuare i terreni chiave. Anni di trame, intrighi, sorrisi,
mediazioni. Aveva operato da bravo professionista. Non capiva quelli che gli
imponevano salamelecchi e umiliazioni. Era gente priva di senso degli affari.
Tikkanen, invece, era un affarista. Il sorriso era un mezzo per vendere e lui lo
usava con lo stesso distacco con cui si serviva delle risme di carta su cui
stampava gli annunci da esporre in vetrina. Non si faceva del moralismo su una
risma di carta. La prova che sapeva distinguere una cosa dall’altra era che non
sorrideva mai quando non lavorava. Il sorriso era uno strumento professionale e
non bisognava abusarne. Un altro insegnamento che aveva appreso da sua
madre. Aveva il sorriso da venditrice e la faccia da strozzina. Quest’ultima le era
più naturale, anche se s’imponeva di ostentare un sorriso quasi perfetto, come
quelli che si vedevano sulle riviste di moda con le quali aveva insegnato a suo
figlio a esercitarsi. Tikkanen sapeva che, quando sorrideva, qualcosa non andava.
Si domandava se avrebbe dovuto sorridere affrontando Juva Sikku. Si trovava
nel posto perfetto lungo la recinzione, ma non vedeva l’allevatore che avrebbe
dovuto essere di sorveglianza all’estremità della città, sopra il cantiere di Suolo.
Aveva parcheggiato a un centinaio di metri, proprio dove in quel momento si
stava fermando un’auto. Un poliziotto avanzò verso di lui. Il finlandese era
sicuro di non avere schede che lo riguardassero. Uno sconosciuto. Tikkanen
assunse subito un’aria sorridente e gettò il bastone di legno. Il poliziotto lo
salutò. Uno svedese della polizia delle renne. Gli chiese se fosse lì di
sorveglianza, perché stando alla sua piantina, quel territorio era stato affidato a
lui, visto che l’allevatore incaricato aveva avuto un impedimento e si trovava
all’ospedale. Tikkanen farfugliò qualcosa, sorrise, si scusò, ringraziò, sorrise di
nuovo e se ne andò di corsa. Guardò l’orologio. Aveva pensato di approfittare
dei funerali per fare quel che doveva fare. Gli restava ancora un po’ di tempo.
Pensò al bastone di legno. Il poliziotto si sarebbe meravigliato se fosse tornato
per riprenderlo. Tikkanen decise che poteva farne a meno.
Arrivò all’ospedale senza intralci, cambiò idea, prese una chiave inglese dal
baule come aveva visto fare nei film, s’informò all’ingresso per sapere dove
fosse il suo caro amico Juva Sikku. Doveva sbrigarsi, perché l’allevatore sarebbe
stato dimesso ben presto. Non era dunque così grave, che fortuna. Tikkanen si
disse che il sorriso commerciale non funzionava in questo genere di circostanze,
per cui non sorrise. Sentiva il suo cuore battere all’impazzata. Sudava senza
neanche rendersene conto. Era in astinenza. La scomparsa del suo schedario
cominciava a influenzarlo psicologicamente. Erano già passati parecchi giorni.
Più di quanti potesse sopportare. Afferrò la maniglia, quando sentì una mano
posarsi sulla spalla. Prima di girarsi, pensò di sorridere. Di fronte a lui c’era
Klemet Nango. La collega dall’aria affaticata era al suo fianco. Il poliziotto non
aveva l’aria sorridente.
«Hai finito con i tuoi traffici, Tikkanen.»
Tikkanen continuava a sorridere, ma non capiva. Il poliziotto lo perquisì.
Tikkanen era bagnato di sudore. Un altro poliziotto apparve alle spalle di Nango.
Nango gli stava prendendo la chiave inglese dalla tasca.
«Strano attrezzo per un agente immobiliare in visita all’ospedale.»
«Ma io…»
«Venivi a consolidare i legami d’amicizia con il tuo complice? Non sprecare
le tue forze, il tuo schedario ce l’ho io.»
Nuova secchiata di sudore.
«Un semplice schedario di clienti, in effetti, niente di…»
«Sfortunatamente hai ragione Tikkanen, niente di… Ma il collega qui presente
ti metterà lo stesso al fresco, perché vedi, per quanto riguarda la camera
iperbarica di tua proprietà che è esplosa, non eri in regola con le disposizioni
igieniche, della sicurezza e della prevenzione stabiliti dal ministero della Salute.
Il giudice pensa di rinviarti a giudizio per complicità in omicidio colposo.
Questo non renderà giustizia a Erik Steggo, ma finirai per pagare anche per
questo.»

Anneli era già uscita dall’ospedale. Klemet pensava di incontrarla al Molo dei
paria, invece se n’era già andata. In compenso trovò Nils Sormi sulla terrazza del
Bures. Il sommozzatore era solo.
Invitò Klemet a sedersi. Nina era rimasta in auto per fare qualche telefonata.
«È la prima volta che mi siedo da questo lato. Chissà cosa diranno i ragazzi
del Riviera Next.»
«Cosa ci fai qui?»
Nils Sormi lasciò cadere la domanda.
«Ho visto Anneli. Adesso è andata a riposarsi. Non deve ancora essersi ripresa
dopo l’incidente. Sa anche cosa l’aspetta, ma è coraggiosa.»
Klemet indicò con la testa l’Arctic Diving.
«Quando riparti?»
«Non subito. In effetti, non so se ripartirò.»
«Per via del tuo compagno d’immersioni?»
«Non solo per questo. Del resto la mia compagna si è innamorata del suo
nuovo eroe. Tom non è in grado di resisterle: lo ricopre di coccole. Non gli
interessa veramente, ma in questo momento gli è d’aiuto. Credo che abbia in
testa qualcun altro, ma le cose stanno così.»
Klemet pensò a Nina. Come l’avrebbe presa? In quel momento aveva ben
altre gatte da pelare.
«Ricordati che anche se non farai più immersioni, i soldi non ti mancano.»
«Già, quell’assicurazione, è come se Jacques avesse saputo che non sarebbe
durato ancora a lungo.»
Klemet lo guardò senza capire.
«La polizza è stata stipulata solo poche settimane fa. Jacques sentiva che
sarebbe finita male.»
«Quando di preciso è stata stipulata questa polizza d’assicurazione?»
«È datata fine aprile.»
Klemet rifletté. Tutto combaciava. I sommozzatori avevano raccolto i
documenti, li avevano nascosti nella chiesa di Jukkasjärvi con l’aiuto di Anta
Laula che conosceva il nascondiglio segreto, visto che l’aveva fabbricato lui
stesso. Poi uno dei sommozzatori aveva inviato quell’sms per mettere Sormi
sulla pista giusta. I braccialetti che collegavano Laula alla roccia sacra. La
pernice e i suoi disegni. Avevano avuto il tempo di registrare la cassetta e di
inviarla all’avvocato che l’aveva infilata nella busta. La polizza era stata
negoziata prima.
E per finire, la lettera in cui Divalgo annunciava che non sarebbe più stato in
vita quando Sormi l’avrebbe letta. Sormi non parve notare il turbamento di
Klemet.
«Anneli aspetta un figlio.»
Klemet interruppe le sue riflessioni. Ignorava che Anneli fosse incinta.
«Il bambino avrà bisogno d’aiuto, e anche lei.»
«Non mi dire che diventerai allevatore di renne.»
«No, no di certo. Ma ho visto che ci sono giovani che stanno tentando
d’introdurre il parapendio a motore al posto degli elicotteri per sorvegliare le
renne. Potrei aiutarli a sviluppare questo sistema, investire. Mi piace, questi
ragazzi sono a pezzi almeno quanto i sommozzatori.»
«Ma hanno meno soldi.»
«Possibile.»
«Sei cambiato. Sai, avevo pensato di raccontarti la storia della tua famiglia,
una vecchia storia, e…»
«Il passato non m’interessa» lo interruppe Sormi.
«Sì, hai ragione, in ogni caso non è molto importante. Non lo è più.»
63.

HAMMERFEST.

Alla terza chiamata, Klemet non poté più evitare di rispondere a Ellen Hotti. Il
commissario era fuori di sé.
«I funerali di Fjordsen, se continua così diventeranno i miei e anche i tuoi, te
l’assicuro.»
Gridava al telefono. A malincuore, Klemet raggiunse rapidamente la chiesa e
parcheggiò lungo il cimitero. Trovò facilmente Ellen Hotti che gesticolava in
mezzo a un capannello, interrompendo gli ordini dati al telefono solo per
strapazzare Morten Isaac, anche lui attaccato al cellulare. Quando scorse Klemet,
gli mostrò il pugno chiuso, senza smettere di parlare. Il poliziotto rispose con un
piccolo gesto della mano e si allontanò per valutare la gravità della situazione.
Quattro uomini in abito scuro portavano a passo lento la bara di Fjordsen.
Oltrepassarono l’ingresso del cimitero, seguiti da una lunga processione
silenziosa di persone che usciva dalla chiesa. Dai costumi tradizionali si vedeva
che alcuni di loro venivano da lontano e nel loro sguardo si notava la sorpresa
alla vista delle renne che correvano a testa alta tra le tombe, e che si fermavano
di tanto in tanto per brucare mazzi di fiori appena deposti, per ripartire poi con
agilità, inseguite da poliziotti che agitavano le braccia. Le renne avevano
occupato il perimetro partendo da diversi punti. Klemet pensò che non sarebbe
stato il solo a dover dare spiegazioni. Riconobbe diversi allevatori alle estremità
del cimitero. Due di loro osservavano la scena rollandosi una sigaretta e
commentando gli avvenimenti con larghi sorrisi. Jonas Simba si avvicinò e a
giudicare dai suoi gesti sembrava nervoso, ma la sua collera pareva rivolta verso
la processione. Un furgoncino si fermò vicino all’entrata. Un uomo con una tuta
bianca armato di fucile anestetizzante si aprì un varco in mezzo alla folla e si
diresse verso sinistra, in direzione dei poliziotti. Quando vide arrivare di corsa
dall’altro lato tre renne che avanzavano verso la processione, seguite da due
allevatori che brandivano il loro lazo, Klemet scosse la testa. Quelli tra i presenti
che verosimilmente non avevano mai visto delle renne in vita loro si
spaventarono e si sparpagliarono, risuonarono delle grida e il corteo si disperse.
Uno degli allevatori cercò di lanciare il lazo prima che le renne attraversassero la
processione, ma afferrò per sbaglio un uomo elegantemente vestito che per la
sorpresa cadde a terra, mentre le renne proseguivano le loro attività sotto
l’occhio attonito della gente. L’uomo con la tuta bianca, equipaggiato con un
fucile da veterinario, prese di mira una delle renne. Premette il grilletto e
l’animale stramazzò a terra, addormentato con l’aiuto di un potente sedativo.
Nel vedere la scena, Jonas Simba si precipitò verso le renne seguito da altri
due allevatori. Simba insultò il veterinario. Questi si difese spiegando che agiva
per ordine della polizia. Simba cercò di prendere il suo fucile. Tra le persone
intervenute, alcune si spaventarono e si diressero verso l’uscita. La situazione
stava degenerando. Sull’altro lato del cimitero, due renne rientravano
dall’ingresso seguite dai poliziotti. In preda al panico, fuggirono in un’altra
direzione. I quattro che portavano la bara si scostarono per evitare gli animali
spaventati e, muovendosi in direzioni diverse, per poco non fecero cadere il
feretro. A Ellen Hotti stava per cadere di mano il telefono. Klemet provò a
calmare Jonas Simba per far sì che il veterinario potesse continuare il suo lavoro.
Tutti commentavano, gridavano, s’indignavano. All’inizio del viale centrale
un’ultima renna brucava su una tomba, dando le terga all’assemblea. Una
freccetta l’addormentò rapidamente, mentre il sacerdote balzava da un gruppo
all’altro per mettere ordine e calmare gli animi.

STRADA E6.

Nina era appena arrivata al luogo dell’appuntamento sulla strada E6, molto
prima di Karasjok e della frontiera finlandese. A Hammerfest stava per iniziare
la cerimonia e probabilmente la chiesa cominciava a riempirsi. La sepoltura
avrebbe avuto luogo soltanto quella sera. Era riuscita a convincere Klemet a
lasciarla partire. Lottava contro la fatica e rischiava a ogni curva di uscire di
strada, senza rendersi conto della velocità a cui guidava. Improvvise scosse
d’adrenalina le procuravano brevi momenti di benessere. L’intermediario di suo
padre l’aspettava al parcheggio stabilito.
«Come sta?»
«Gli stanno tornando in mente molte cose. Non sa bene… cose che ti
riguardano. Ha vissuto tutti questi anni con l’idea di averti persa. Che tu potessi
respingerlo.»
«Ma gliel’ho spiegato, è stata mia…»
«Mi ha detto che un giorno, dopo una delle sue crisi notturne, ti ha
solennemente promesso che non si sarebbe mai suicidato. Ha mantenuto la
parola. Non so come abbia fatto a resistere. Talvolta scrive.»
Nina aggrottò le sopracciglia. Le aveva davvero promesso una cosa simile?
Cercava di ricordare e malediceva se stessa. Era inammissibile dimenticare
parole come quelle! Una volta suo padre era uscito in piena notte e lei l’aveva
aspettato. Era successo allora? Si poteva dimenticare una simile promessa?
Proseguirono in scooter. Nina quasi si addormentò contro la schiena del
conducente. Attraverso la foschia, scopriva un paesaggio molto diverso da quello
dei dintorni di Kautokeino o di Skaidi. Era molto più piatto ma in lontananza
scorgeva montagne sconosciute. Metteva piede per la prima volta in quella parte
desertica della Lapponia. Costeggiavano un fiume ancora gelato. L’aria fredda le
sferzava il viso e i suoi sensi si svegliarono davanti a tanta desolazione. Dove la
neve si era sciolta spuntavano solo ciottoli. A parte i licheni, nessuna traccia di
vegetazione. E suo padre recluso in quell’estremità del mondo, con quell’uomo
poco loquace come unico legame con l’esterno. Nina ripensava a quanto le
aveva detto al parcheggio. Le sue crisi, la sua promessa. E ora il suo silenzio, la
sua ruvidezza, la sua distanza.
Continuando a costeggiare il corso d’acqua gelato, passarono tra due colline.
Al di sopra della spalla del conducente Nina scorse un capanno in riva a un lago.
Al di là, la distesa pianeggiante di una tundra sconfinata. Da questo lato la neve
era più scarsa. Le asperità più evidenti. Il mondo finiva lì.
Il capanno era in legno dipinto di grigio chiaro, messo in risalto dal bianco che
contornava le finestre. Un rivestimento nero copriva il tetto che digradava
dolcemente. L’ingresso dava sul laghetto, a una ventina di metri dalla porta.
Poco distante, in una piccola costruzione triangolare, doveva trovarsi il bagno.
Appoggiata alla parete c’era una panchetta malridotta e danneggiata. Suo padre
li stava aspettando. Attese fino all’ultimo istante prima di rivolgere loro lo
sguardo. La sua sagoma stanca si raddrizzò e si alzò. Pantaloni pesanti, giaccone
imbottito dalle tasche logore. Da una di esse spuntava un grosso taccuino. Nina
si domandò se si era preparato come le volte precedenti, adattando il suo sonno
all’ora dell’appuntamento per cercare di essere il più lucido possibile. Devo
avere una faccia stanca come la sua, pensò.
«Vi lascio. Vado a pescare qui vicino. Se hai bisogno, c’è una campana
all’ingresso.»
Nina ringraziò con un cenno del capo e guardò l’uomo allontanarsi a piedi.
Rinviava il momento in cui avrebbe affrontato suo padre. Lui non aveva ancora
detto niente.
«Grazie per i documenti che mi hai prestato. Ci hanno permesso di fare
notevoli progressi nella nostra inchiesta, anche se immagino che resteranno
alcune zone d’ombra.»
Doveva parlargli degli ex sommozzatori, ma temeva la reazione dell’ultima
volta. Gli domandò come si trovasse lì e da quanto tempo ci abitasse. Lui restava
in piedi, fissò il suo sguardo su un punto e rispose alle sue domande. Frasi corte,
frammentarie, stanche. Quando Nina si spingeva su argomenti più personali,
svicolava. Gli parlò della sua partenza, dodici anni prima, e lui s’innervosì. Per
ogni domanda un po’ più delicata, trovava un diversivo.
Chiese di visitare quell’umile capanno. Lui la fece entrare. Fu colpita dalla
parete che le stava di fronte: era ricoperta di post-it, come il furgoncino di
Divalgo e Pedersen. Lui seguì il suo sguardo e si picchiettò la testa col dito con
quell’aria persa.
«Non ricordo niente. Colpa di quelle maledette immersioni. Possono
distruggere un uomo. Anche se non si vede, i danni ci sono.»
Si picchiettò di nuovo la testa. Era sul punto di scoppiare a piangere. Bastava
un semplice ricordo a farlo crollare. Aveva i nervi a fior di pelle. Poteva
esplodere da un momento all’altro, come era già successo. Attingeva alle sue
riserve ma le poche energie che gli restavano si esaurivano rapidamente. Nina si
guardò attorno: un letto da campeggio, un sacco a pelo. Un tavolo e una sedia.
Due sgabelli vicino alla stufa. Un baule, uno scaffale vicino alla cucina. I post-it.
Non poteva staccare lo sguardo da quel mosaico dell’oblio. Vicino al letto da
campeggio, in una scatola da scarpe vide astucci di medicinali. Suo padre si era
seduto al tavolo, lo sguardo smarrito fuori dalla finestra. Nina guardò nelle
scatole e riconobbe dei nomi: fluoxetina, risperidone, zolpidem. Le stesse che
prendevano Pedersen e Divalgo. Dei post-it, dei medicinali. Segni esteriori di
una deriva. Senza parlare, suo padre indicò il baule con un dito. Le sue forze si
stavano esaurendo. Nina lo aprì. Sopra una coperta vide delle buste, sembrava
che le avesse preparate per lei. Un cenno del capo.
«Quello che non osi domandare è lì» disse con una voce stanca e lontana.
Suo padre uscì dal capanno. Le lettere portavano la data di quelle ultime
settimane. Nessuna traccia del mittente. Lui doveva sapere. Erano state lette e
rilette. Aprì la lettera più vecchia, dell’inizio di aprile. Cominciò a leggere. Poi la
seguente. Tutte indirizzate a un certo Midday. L’autore delle lettere descriveva la
ritirata di soldati sconfitti. Nina ci mise un po’ a capire che quelle lettere, una
decina in tutto, erano state spedite da Jacques Divalgo a suo padre. Un Divalgo
che lottava con un Pedersen sempre più incontrollabile. Il terzo uomo di cui
parlavano le lettere, senza dubbio, era Anta Laula. Quelle parole mostravano il
lento decadimento di un uomo sempre più arrabbiato, Per Pedersen, alias Knut
Hansen, che l’autore delle lettere, il francese Divalgo, riusciva sempre meno a
tenere sotto controllo. Un Pedersen in preda ai suoi fantasmi. E Divalgo, esausto,
che cercava di restare a galla, in preda a quella deriva che faceva di tutto per
arginare. A qualsiasi prezzo.
Quando leggerai queste lettere, non sarò più in vita. Divalgo aveva
pianificato l’incidente finale, per darci un taglio, e aveva trascinato Anta Laula
con loro. Il vecchio allevatore era davvero lucido quando si era prestato ai
preparativi necessari, i braccialetti, la pernice, il nascondiglio di Jukkasjärvi?
Capiva veramente come sarebbe andata a finire? Divalgo era riuscito a
convincerlo a commettere quel… quel gesto? Nina si rese conto che non osava
pronunciare la parola. Suicidio. Quella parola che suo padre aveva pronunciato
un giorno e che lei aveva dimenticato.
Il suo telefono vibrò. Lei uscì, suo padre era seduto sulla panca. Non voltò
neppure la testa. Spalle curve. Sotto il numero telefonico apparve il viso di
Klemet.
«Tutto bene?»
«No.»
«Te l’avevo detto che sarei dovuto venire.»
«E da te come va?»
«Un circo. Renne dappertutto, recinti aperti, allevatori che strepitano e urlano
alla provocazione, Ellen ce l’ha con me, il veterinario addormenta le renne una
dopo l’altra, e in mezzo a tutto questo, la bara di Fjordsen, ti lascio immaginare.»
Nina sorrise. Le ci voleva. Capì quanto arrivare in quel paesaggio lunare
avesse messo a dura prova i suoi nervi.
«Ascolta, mi ha telefonato il medico legale. Pedersen e Laula sono morti per
overdose di medicinali prima dell’annegamento.»
«Questo conferma quello che ho appena capito dalle lettere che Divalgo ha
scritto a mio padre in queste ultime settimane per chiedergli aiuto. Li avrebbe
trascinati nella morte con lui.»
«Qualcosa di simile.»
Restarono in silenzio per qualche secondo.
«Vuoi che venga?»
«Grazie, ma preferisco restare sola.»
Il suo dito scivolò lentamente sullo schermo per cancellare l’immagine di
Klemet. Guardò suo padre che osservava il paesaggio, indifferente. Un leggero
tremore della mandibola tradiva la sua tensione. Nina gli mise le lettere nelle
mani. Lui si morse le labbra, sul punto d’esplodere, di crollare. Il sole era sceso.
Anche lui. Il sole tuttavia non sarebbe scivolato sotto l’orizzonte. E suo padre?
Nina si sedette accanto a lui. Indicò il taccuino nella sua tasca.
«Posso?»
«È per te.»
Aprì il taccuino vergato da suo padre e cominciò a leggere. Diario di una
sconfitta. Lui restava immobile, il pugno chiuso a stringere le lettere di Divalgo.
Dopo un lungo momento, Nina chiuse il taccuino. Suo padre era ancora
immobile. Gli prese la mano. Lui s’irrigidì. Lo guardò con un sorriso triste, lui
fece scivolare le dita rugose tra i suoi capelli e si appoggiò alla sua spalla. Suo
padre rivolse lo sguardo altrove, ma non spostò la mano. Restarono così. Fu
quasi sorpresa nell’udire la sua voce dopo un lungo istante.
«Midday. Midday e Midnight.»
Lei aspettava.
«È così che ci chiamavano. Diversi, ma insieme eravamo una persona sola.»
«Jacques Divalgo, era il tuo compagno d’immersioni, è così?»
L’uomo alzò il pugno con espressione dolente, mostrando le lettere sgualcite,
quelle richieste d’aiuto alle quali non aveva saputo rispondere. E per tutta la
notte, raccontò per la prima volta quello che aveva dentro: i suoi tradimenti, le
parole dolenti che parlavano di promesse e di carezze, di male e di paura.