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“Donne e uomini che piantano alberi”: dal racconto di fantasia di Jean Giono alla realtà

‣ Birahim Diop (articolo di Davide Maggiore; rid. e adatt.)


La storia di Birahim Diop sembra quella narrata dallo scrittore francese Jean Giono nel
racconto L'uomo che piantava gli alberi. Ma, a differenza del protagonista di quell'opera,
Birahim esiste davvero e fa crescere le sue piante a Ronkh, nel nord del Senegal. È lì che
mi è capitato di incontrarlo non molti mesi fa, in un campo ai bordi di un villaggio che non
ha nulla di particolare, se non il vento che, in assenza di barriere naturali, si insinua
ovunque. E fa avanzare il deserto, mi spiegava Birahim, calcando con la voce sui termini
tecnici, per sottolineare meglio la gravità del problema: «È l'erosione eolica, porta via dal
terreno le componenti fertili. E la colpa è della deforestazione: ora qui non c'è nulla. Ma
una volta, proprio qui, la terra era fertile, c'erano piante e uccelli e altri animali».
A cambiare le cose è stato l'intervento umano sregolato: alberi tagliati per ottenere
carbone, il combustibile più economico e più diffuso tra le famiglie della zona, ma anche
ambiziosi progetti d'irrigazione, con canali che hanno reso coltivabili alcune aree,
impoverendone però altre. Un problema che non riguarda solo il Senegal e che anzi –
complici gli effetti del cambiamento climatico globale – preoccupa anche altri paesi. Tanto
da spingere l'Unione Africana e l'Onu ad appoggiare il progetto della Grande Muraglia
Verde: una barriera vegetale che dovrebbe attraversare l'Africa in tutta la sua larghezza in
modo da fermare il deserto. La gigantesca iniziativa, non immune da critiche, procede però
a rilento, anche per via dei costi. Ed è negli spazi vuoti che lavorano le mani di Birahim.
Birahim conosce le caratteristiche delle varie piante che offrono ombra ai suoi campi e le
necessità del terreno. Inoltre, è consapevole della pazienza richiesta dal suo compito ma
gli anni trascorsi, una decina, hanno premiato i suoi sforzi e ora sul terreno recuperato
crescono pomodori, cipolle, fagioli e peperoncini.
Come l'uomo che pianta gli alberi di Giono, Birahim ha visto passare il tempo, ma non ha
mai dubitato di poter vincere la sua battaglia contro il vento e la sabbia. In attesa di
sapere se la Grande Muraglia Verde diventerà mai realtà, guardava la sua, piccola, lungo il
canale che segna il confine del suo podere e concludeva: «Io faccio qualcosa; dopo di me,
altri potranno fare meglio».
“Donne e uomini che piantano alberi”: dal racconto di fantasia di Jean Giono alla realtà

‣ Wangari Maathai
Se il personaggio di Elzéard Bouffier è frutto della fantasia di uno scrittore, anche nella
realtà ci sono state persone che hanno portato avanti un’impresa come la sua.
Una di queste è Wangari Maathai, conosciuta in tutto il mondo come la “signora degli
alberi”. Nata in Kenya nel 1940, fu una delle poche bambine del tempo ad avere la
possibilità di frequentare la scuola elementare. Era una alunna molto brillante, tanto che
proseguì gli studi fino al liceo e vinse una borsa di studio per iscriversi in una università
americana. Dopo una laurea in biologia e una specializzazione, diventò professoressa
universitaria di anatomia veterinaria e fu la prima donna keniota a raggiungere un incarico
così prestigioso. Cominciò poi a lavorare al Consiglio nazionale delle donne del Kenya e
convinse le comunità locali a piantare alberi per contrastare la deforestazione. L’obiettivo
finale era quello di ridurre la povertà proteggendo nello stesso tempo l’ambiente: le donne
che lavoravano nelle campagne, infatti, avevano visto ridursi progressivamente i propri
mezzi di sostentamento e piantare alberi diventava un’azione fondamentale per frenare la
diminuzione delle risorse a disposizione nei villaggi. Gli alberi avrebbero reso il suolo meno
franoso e più ricco di sostanze nutritive, avrebbero alimentato i depositi di acqua piovana,
fornito ombra e prodotto frutti. Fondò quindi il Green Belt Movement (ovvero il Movimento
della Cintura Verde) che portò le donne a piantare oltre 40 milioni di alberi nei terreni delle
rispettive comunità. Iniziative simili si diffusero poi in molti altri paesi africani. Nelle sue
attività Wangari Maathai cercava sempre di coniugare democrazia, diritti umani e difesa
dell’ambiente, in un ottica di sviluppo sostenibile. Nel 2004 arriva il riconoscimento più
prestigioso: le viene attribuito il Premio Nobel per la Pace “per il suo contributo allo
sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace”. Per la prima volta una donna africana
riceveva il premio Nobel per la Pace e per la prima volta nella motivazione del premio
viene esplicitamente riconosciuto e sottolineato il legame tra la difesa dell’ambiente, la
democrazia e la pace.
Per descrivere il suo impegno ecologico e politico Wangari Maathai raccontava questa
antica favola africana.

Un enorme incendio scoppia e si propaga nella foresta. Gli animali scappano al


limitare del bosco e poi si fermano a osservare le fiamme. Tutti gli animali si sentono
impotenti tranne un piccolo colibrì che dice: «Devo fare qualcosa per spegnere
questo incendio». Quindi vola al fiume più vicino, prende delle gocce d'acqua e le
getta sul fuoco. E va su e giù, su e giù, più veloce che può. Nel frattempo gli altri
animali più grandi, come l'elefante che con la sua lunga proboscide avrebbe potuto
raccogliere molta acqua, restano fermi e deridono il colibrì, dicendogli: «Cosa pensi di
fare? Sei troppo piccolo! Questo incendio è troppo grande, le tue ali sono troppo
piccole e il tuo becco può portare solo poche gocce d'acqua alla volta!». Allora il
colibrì, senza lasciarsi scoraggiare, si volta verso gli altri animali ed esclama: «Sto
facendo il meglio che posso e per me è quello che dovremmo fare tutti!».

Wangari Maathai sosteneva che anche le piccole azioni fanno la differenza e che tutte le
persone dovrebbero comportarsi come il colibrì della favola. La “piccola azione” di Wangari
Maathai era piantare gli alberi e, per quanto potesse sembrare una cosa insignificante,
certamente lei non voleva essere come quegli animali della favola che si limitavano a
guardare il pianeta andare verso la distruzione. «Sarò un colibrì», diceva Wangari Maathai,
«farò il meglio che posso».
“Donne e uomini che piantano alberi”: dal racconto di fantasia di Jean Giono alla realtà

‣ Felix Finkbeiner
Questa è la storia di Felix Finkbeiner, un bambino tedesco che nel 2007, all’età di 9 anni,
ha cominciato una battaglia a favore dell’ambiente, consapevole del fatto che il mondo in
cui viveva non facesse altro che parlare dei problemi ambientali e dei cambiamenti
climatici senza, però, fare niente di concreto. Tutto partì da una ricerca scolastica in cui si
parlava della drammatica situazione del surriscaldamento globale che, peraltro, metteva a
rischio la sopravvivenza dei suoi animali preferiti, gli orsi polari. Nel suo piccolo, il giovane
Felix, cosa poteva fare? Cerca che ti cerca, un giorno venne a sapere di Wangari Maathai,
un’ambientalista del Kenia che aveva portato le donne del suo e di altri paesi a piantare
oltre 40 milioni di alberi nel corso di 30 anni. Una grande iniziativa che le era valso, poi, il
premio Nobel nel 2004.
Ispirato da questa impresa, Felix Finkbeiner decise che avrebbe tentato la stessa
avventura e quello che all’inizio era un semplice progetto scolastico divenne una vera e
propria organizzazione, la “Plant for the Planet” (ovvero “Pianta per il Pianeta”), il cui
slogan è emblematico di quello che poi Felix avrebbe fatto: “Basta parlare, iniziamo a
piantare”. Così cominciò a riunire persone che condividevano i suoi ideali e arrivò presto a
metterne insieme 23, con il piccolo particolare che si trattava di ragazzi dodicenni. Piccoli
ambasciatori che cominciarono a girare il mondo declamando: «Vorremmo che gli esseri
umani della nostra generazione si sentano cittadini del mondo». Cominciando dalla
Germania, Felix Finkbeiner e la sua organizzazione arrivarono a piantare 250.000 alberi
ogni anno. Comizi, dibattiti, sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica portarono
a un boom di donazioni. Esattamente ciò che serviva per continuare a finanziare il
progetto: pochi anni dopo “Plant For the Planet” toccò il milione di alberi piantati.
Sono trascorsi undici anni da allora, oggi Felix è un ventenne che è riuscito a coinvolgere
anche l’Onu per la Billion Tree Campaign (ovvero la “Campagna per un Biliardo di Alberi”) e
il risultato di una perseveranza durata decenni ha prodotto 14 milioni di alberi distribuiti in
un totale di 130 Paesi. L’opera procede di anno in anno, di minuto in minuto. D’altronde,
per salvare il Pianeta non c’è tanto tempo a disposizione.
In un’intervista Felix Finkbeiner ha detto: «Quando noi ragazzi ci mettiamo insieme,
possiamo davvero fare la differenza. Una zanzara non può fare niente contro un
rinoceronte, ma mille zanzare possono indurlo a invertire la rotta. Quando i ragazzi si
uniscono e piantano alberi in tutto il mondo, in quel momento agiscono da cittadini globali
per cambiarlo».
Una fiaba moderna, questa, ma più bella perché reale e perché ribalta la credenza che
siano sempre gli adulti a educare i bambini.