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Il concetto di Speranza nel corso della storia

Il concetto di Speranza è da sempre stato presente sin dalla storia dei popoli ed il suo significato ha assunto
declinazioni diverse nei tempi e nelle culture, come testimoniato dalla sterminata letteratura teologica,
filosofica, religiosa e psicologica ad esso dedicata.

Nella mitologia greca Elpìs (Greco antico ελπίς, ελπίδος) era la personificazione dello spirito della speranza.
A questa epoca risale il mito di Pandora, a cui Esiodo, nella sua teogonia risalente al VII secolo avanti Cristo,
faceva derivare tutte le afflizioni del genere umano.

La storia racconta di Pandora, la prima donna dell’umanità creata per ordine di Zeus per punire la razza
umana in seguito al furto del fuoco operato da Prometeo. La fanciulla, come descritta, possedeva grande
grazia e bellezza, ma era anche scaltra e menzognera. Essa infatti, cedendo alla sua curiosità, scoperchiò il
vaso che le era stato proibito di aprire: ne fuoriuscirono ogni sorta di malanni, che si sparsero per il mondo
ponendo fine alla vita beata dei mortali. Pandora si affrettò a chiudere il vaso e dentro rimase la Speranza,
l’unico bene restato agli uomini.

Secondo una variante più tarda del mito, il vaso conteneva invece tutti i beni dell’umanità, che per colpa della
curiosità di Pandora se ne tornarono agli dei e solo la speranza restò come conforto agli uomini. Tattavia,
alcune interpretazioni del mito sono discordanti e vedono la speranza come ‘un male come tutti gli altri: un
affetto senza fondamento, una misera e illusoria consolazione’.

A questo mito si sono susseguiti filosofi, teologi, sociologi, politici e scienziati che hanno fatto della speranza
l’elemento centrale dei loro interessi.

Il costrutto di Speranza in psicologia

Tuttavia, essa è stata soggetto di ricerca medica e psicologica solamente a partire dagli anni ’50 quando Karl
Menninger, definendola come ‘aspettativa positiva di ottenimento di un obiettivo‘, l’ha introdotta a pieno
titolo nei processi terapeutici di cambiamento (Menninger, 1959). In accordo, Erikson (1959), ne sottolinea
il ruolo primario nell’evoluzione biologica e nello sviluppo della personalità. Oggi, la letteratura offre diverse
ragioni per cui la speranza debba essere considerata come variabile centrale nei processi di ripresa, intesa
sia come fattore di avviamento che fattore di mantenimento di un circolo positivo di cambiamento (Bonney
& Stikley, 2008).

Stotland (1969) propone un primo tentativo di descrivere la speranza integrando approcci psicologici, sociali
e clinici definendola come ‘una aspettativa maggiore di zero di raggiungere un obiettivo nel futuro‘. Essa
sarebbe quindi il risultato dell’interazione di diversi fattori: motivazione a raggiungere un obiettivo,
l’importanza dell’obiettivo per il soggetto, il disagio relativo al fatto di non raggiungerlo.

Negli anni ‘70 la speranza diventa un costrutto empiricamente quantificabile (Eliott, 2005) il che è
testimoniato dalle numerose pubblicazioni sulla misurazione del costrutto e sulla sua correlazione con altre
variabili psico-sociali.

Gli anni ’80 vedono una proliferazione di teorie e tentativi di misurazione poiché si afferma sempre più il
crescente interesse nella dimensione affettiva della vita umana come espressione di una distanza critica
dall’approccio razionalistico delle scienze cognitive alla mente e ai comportamenti.

Nel 1991, un gruppo di studiosi (Snyder, Irving e Anderson) declina la Speranza come costrutto
multidimensionale, definita nella Theory of Hope come:

uno stato motivazionale positivo che si basa sull’interazione tra il senso di successo nel produrre i percorsi
cognitivi o le strategie cognitive da utilizzare nel conseguire un determinato fine desiderato e il senso di
successo nel produrre l’energia mentale nell’utilizzare tali percorsi o strategie per realizzare la finalità
desiderata.

Secondo questa teoria, la speranza rispecchia le percezioni individuali rispetto alla capacità dell’individuo di
formulare degli obiettivi chiari, di sviluppare strategie specifiche (Pathways Thinking) e di avere e sostenere
la motivazione nell’utilizzare queste strategie (Agency Thinking)

Le componenti della Speranza

Specificamente, le tre componenti che caratterizzano la speranza sono:

Obiettivi: si considerano tali qualsiasi cosa che l’individuo desideri esperire, creare, fare o diventare. Secondo
la teoria, un obiettivo può essere perseguito durante tutto l’arco di vita, oppure essere di tipo situazionale.
Gli obiettivi si distinguono anche per la loro probabilità di ottenimento. Inoltre, poiché un obiettivo possa
essere considerato tale, deve essere ottenibile ed allo stesso tempo non certo, ovvero, il soggetto deve
detenere una certa dose di incertezza in merito alla eventualità di realizzarlo. Al contrario, il livello di
motivazione alla base dell’azione tenderà a diminuire. Tuttavia, se l’obiettivo è irraggiungibile, allora esso
demoralizzerà la persona. Per concludere, gli obiettivi come considerati in questa formulazione, riguardano
quegli eventi o beni ritenuti importanti dal soggetto ed intermedi nella loro probabilità di ottenimento.

Pathways thoughts: perché un soggetto prenda azione, esso deve credere di essere in grado di formulare
percorsi efficaci per il raggiungimento di un dato obiettivo. In particolare, in questa teoria ci si riferisce alla
percezione che l’individuo ha in merito alla propria abilità di formulare strategie possibili ed efficaci. Sebbene
un soggetto tipicamente si focalizzi su una strategia in particolare, se questa si rivela non percorribile, allora
sarà necessario elaborare delle strategie alternative poiché la speranza sia sostenuta.

Agency thoughts: oltre ad una elaborazione mentale di strategie e percorsi possibili per raggiungere un dato
obiettivo, è necessario avere quella motivazione sufficiente a prendere e mantenere un’azione coerente con
gli scopi. Con il termine agency ci si riferisce quindi alla credenza che un soggetto possa intraprendere e
mantenere un dato percorso, seguendo la strategia pensata, verso un dato obiettivo. Inoltre si intende la
credenza che il soggetto possiede in merito alla propria capacità di incanalare la motivazione positiva per
percorrere strade differenti quando si presentano barriere od ostacoli.

Sebbene questa teoria, derivane dalla Psicologia Positiva, sia tra le maggiormente accreditate in campo
scientifico, è da sottolineare come negli stessi anni lo stesso costrutto sia stato definito in maniere diverse
tra le quali: un fenomeno positivo, una caratteristica dell’individuo, uno stato di coscienza, un potere
interiore, una energia, un forza dinamica della vita, uno stato emozionale e motivazionale, un’attitudine
emotiva, una emozione positiva, una credenza, una rappresentazione mentale, una componete
dell’empowerment, una misura dell’ottimismo e più frequentemente, una aspettativa (Shrank et al. , 2008).

Emerge quindi chiaramente la mancanza di un comune accordo su come descriverla, nonché la necessità di
distinguere tale concetto, da altri simili presenti in letteratura. A questo proposito, un’attenzione particolare
va posta sul concetto di Aspettativa positiva con la quale spesso viene confusa.

Speranza e aspettativa positiva: quale differenza?

Secondo Miceli e Castelfranchi (2010), la speranza si differenzia dalla aspettativa positiva in funzione di
alcune proprietà peculiari. Una aspettativa consiste in una previsione che (non-)p avvenga insieme al
desiderio che (non-)p avvenga. La forza dell’aspettativa dipende sia dal grado di certezza della previsione di
(non-)p, sia dal grado della importanza soggettiva che (non-)p avvenga.

A differenza, la speranza necessariamente implica il desiderio o l’obiettivo che (non-)p avvenga, tuttavia è
meno che un aspettativa poiché non è implicata una previsione. Diremmo infatti che la la speranza implica
che (non-)p sia possibile, insieme al desiderio che (non-)p avvenga. Se la possibilità diventa una previsione
allora la speranza diventa un’aspettativa. La speranza può infatti coesistere con un’aspettativa negativa.
Un’aspettativa positiva non può coesistere con un’aspettativa negativa.

Un elemento distintivo tra i due concetti, è inoltre il fatto che la speranza implica il confronto con la
limitazione del proprio potere o controllo. Nel caso dell’aspettativa positiva, la probabilità che (non-)p
avvenga è più alta e quindi, sebbene possa esserci un elemento di incertezza riguardo proprio potere o
controllo sulla possibilità che (non-)p avvenga, essa è meno significativa che nella speranza. E’ quindi più
facile deludere una aspettativa positiva che una speranza poiché nel primo caso il sentimento è quello di
perdita, di essere stati deprivati di (non-)p, un senso di ingiustizia per non averlo ottenuto.

Nel caso della speranza, il sentimento di perdita dovuto al non ottenimento di (non-)p non è altrettanto
severo ed è presente una maggiore resilienza poiché la speranza è l’ultima a morire. Anche nel caso di
ottenimento di (non-)p il sentimento cambia. Nel caso di un’aspettativa positiva è presente un senso di
sollievo (prevention focus secondo la teoria di Higgins, 1998), mentre nel caso di una speranza il sentimento
non è quello di un fallimento evitato, quanto quello di un vero e proprio successo (Miceli & Castelfranchi,
2010).

Speranza e benessere psicologico

Il raggiungimento degli obiettivi è stato associato con emozioni positive (Snyder et al., 1996), mentre ostacoli
agli obiettivi sono solitamente legati ad emozioni negative (Diener, 1984); tuttavia, gli studi mostrano che
non è sempre il caso. I soggetti con un alto indice di speranza reagiscono agli impedimenti in una maniera
diversa da coloro con un basso indice, infatti, essi tendono a vedere le barriere come sfide da superare ed
utilizzano li loro capacità di pianificazione per ideare strategie nuove e alternative di ottenimento
dell’obiettivo (Snyder, 1994).

La ricerca mostra che in soggetti in salute, come in soggetti con malattie fisiche severe, la presenza di
Speranza è correlata a un miglior funzionamento psicosociale, minore reattività allo stress e più strategie di
coping funzionali (Vaillot, 1979), soddisfazione per la vita, benessere, migliore qualità di vita (Menninger,
1959bis).

In soggetti con diagnosi di disturbo mentale, in particolare psicosi o schizofrenia, la ricerca evidenzia come la
speranza sia correlata negativamente con depressione, ansia, problemi familiari e barriere all’impiego
mentre positivamente correlata con resilienza, self-efficacy, spiritualità, empowerment, supporto sociale e
benessere soggettivo (Duggleby & Wright, 2005).

Queste correlazioni mettono in luce l’importante ruolo della speranza nei processi di ripresa e recovery. Mary
Ellen Copland, esperta per esperienza nonché autrice del Programma per la Ripresa e del Benessere WRAP
al Centro di formazione per la Guarigione in Arizona, pone la speranza tra i 5 principi fondamentali per la
guarigione insieme alla responsabilità personale, alla conoscenza, alla difesa dei propri diritti e al sostegno.
Sulla speranza scrive:

Speranza. Ci vuole molta speranza. Chi di noi vive l’esperienza di avere sintomi psichiatrici raggiunge e rimane
in una condizione di benessere per lunghi periodi

Tuttavia, ancora scarsa è la letteratura che possa fare luce con maggior chiarezza sui meccanismi di
funzionamento della speranza nei processi di recovery. Sebbene benessere e speranza siano costrutti che
correlano (i.e. Kilma et al. 2006), non è ancora chiaro quale sia il rapporto causale tra i due. Come impatta la
speranza nei processi di ripresa? Quali atteggiamenti e attitudini possono incrementare la speranza in
persone affette da grave disturbo?

Comprendere il meccanismo di funzionamento della speranza nei processi di ripresa, identificandone il nesso
causale con la comparsa di disagio ed il suo attraversamento, avrebbe notevoli implicazioni dal punto di vista
epistemologico, pratico e di organizzazione dei servizi di salute mentale in quanto ciò avrebbe a che fare con
un radicale cambiamento nel modo di pensare alla malattia mentale e alla persona, la quale, specialmente
se con diagnosi di schizofrenia, viene spesso considerata come soggetta ad una condizione cronica ed
inguaribile.

Quest’ultimo elemento rappresenta di fatto una sfida che chiama a oltrepassare un paradigma che troppo
spesso converge verso varie forme di riduzionismo: un cambiamento che superi quindi il concetto di disease
management verso quello di centralità della persona, dei suoi bisogni desideri e della sua vita oltrepassando
la definizione di malato cronico.

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