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IL COMPORTAMENTISMO

Il comportamentismo (o behaviorismo) è stato per un lungo periodo, dai primi decenni


del Novecento fino agli anni cinquanta-sessanta, la teoria psicologica dominante negli
Stati Uniti, soprattutto in campo sperimentale. In particolare il comportamentismo si
oppone al metodo dell’introspezione introdotto da Wundt e sviluppato dai suoi seguaci
(come Titchener) quale metodo principe della nascente scienza psicologica.
L’ideale del comportamentismo è quello di costituire la psicologia come scienza
empirica verificabile, alla maniera delle scienze naturali.
La tesi fondamentale del behaviorismo è che oggetto della psicologia è, e deve essere, il
comportamento osservabile, che è suscettibile di essere indagato secondo i metodi di
verifica empirica e intersoggettiva propri delle scienze “mature”.
Ciò determina l’esclusione dal suo ambito di studio della mente, della “psiche” e dei
suoi processi, ovvero di tutti quei fenomeni che per secoli erano stati l’oggetto
tradizionale della psico-logia (intesa etimologicamente come scienza della psiche). I
fenomeni psichici (pensieri, emozioni, desideri, pulsioni, credenze, sogni ecc.) sono
infatti per definizione privati e inaccessibili ad un controllo empirico rigoroso, mentre i
fatti della scienza sono pubblici, intersoggettivamente verificabili, osservabili e
misurabili. La psicologia come la vede il behaviorista è semplicemente una branca
oggettiva e sperimentale della scienza naturale. Il suo obiettivo teoretico è la predizione
e il controllo (J.B. Watson).
La psicologia è la scienza del comportamento e non la scienza della mente e il
comportamento può essere descritto e spiegato senza far riferimento ad eventi mentali o
a processi psicologici interni, perché il comportamento ha origine esterna, ossia
nell’ambiente, e non interna, ossia nella mente.
Viene rifiutato il metodo introspettivo (guardare dentro), nato con Wundt e da lui
individuato come il metodo specifico della scienza psicologica, considerato inadeguato
perché l’osservatore si identifica con l’osservato, alterando così radicalmente la natura
dei fenomeni da osservare e perché i dati di coscienza provenienti dall’introspezione
sono per definizione soggettivi e privati, contrapposti cioè ai dati pubblici della scienza
empirica.
La scelta behaviorista di escludere dall’ambito della scienza la sfera privata e soggettiva
determina l’esclusione della sfera psichica (ossia della coscienza, del pensiero, delle
credenze personali, delle intenzioni, delle emozioni ecc.) dall’ambito della psicologia
intesa come scienza naturale. Il campo di indagine del behaviorismo si limita quindi al
solo comportamento osservabile. La mente umana è considerata dal comportamentismo
come una scatola nera (black box), poiché i suoi processi e contenuti non sono
empiricamente osservabili.
Si tratta prima di tutto di un’opzione metodologica: ad eccezione dei sostenitori delle
posizioni più radicali (come ad esempio Watson, che nega tout-court l’esistenza della
mente), anche i behavioristi ammettono che i processi mentali soggettivi esistono, ma di
essi non si può parlare in termini scientifici e pertanto una loro trattazione è inutile, se
non dannosa, ai fini della costituzione della psicologia come scienza naturale, basata sul
metodo sperimentale di laboratorio.

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Il metodo sperimentale è infatti caratterizzato dall’individuazione delle singole variabili
“oggettive” in grado di spiegare il comportamento e dal loro rigoroso controllo da parte
dello sperimentatore.
Molti studi sono dedicati dal comportamentismo alla psicologia animale, attraverso i
quali si mettono in luce alcuni meccanismi in grado di spiegare il comportamento sia
animale sia umano.
In particolare un tipo di processi attira l’attenzione dei comportamentisti, ossia i
meccanismi relativi all’apprendimento inteso come “ogni modificazione relativamente
stabile del comportamento di un organismo in seguito a un’esperienza”.
Il riferimento all’esperienza pone qui le cause della modificazione comportamentale non
all’interno dell’organismo (ad esempio fattori innati, biologici o mentali), ma
all’esterno, ossia nell’ambiente in cui l’organismo vive. Il comportamentismo si
configura così come una psicologia ambientalista.
Il modello esplicativo fondamentale del comportamentismo, in grado di spiegare i
meccanismi dell’apprendimento, è il modello Stimolo (S)-Risposta (R), che, dal punto
di vista logico, ricalca uno schema causa-effetto. Lo stimolo riguarda l’impatto che
l’ambiente ha sull’organismo, mentre la risposta è la reazione dell’organismo
all’ambiente. Un determinato stimolo (per esempio una certa condizione ambientale)
causa in un certo organismo una determinata risposta (il comportamento osservabile). In
questo senso, la conoscenza (rigorosamente controllata in laboratorio) dei meccanismi
causali e dei fattori ambientali che determinano l’insorgere delle diverse risposte
consente di prevedere e controllare i comportamenti e di ottenere quelli ritenuti
auspicabili o di eliminare quelli considerati riprovevoli.
Tutto questo discorso presuppone l’esistenza di predisposizioni dell’organismo a reagire
in un determinato modo a certi stimoli. Tali disposizioni vanno ricondotte per i
comportamentisti a meccanismi fisiologici corporei. In questo senso la dicotomia
“mente-corpo” è risolta a tutto vantaggio del corpo. Ad essa si sostituisce il binomio
“ambiente-organismo”. Ciò spiega l’interesse per la sperimentazione sugli animali: si
postula, sulla scorta di tesi evoluzioniste, che tra l’uomo e le altre specie animali non vi
sia una differenza radicale e che i meccanismi fisiologici di base che intervengono nel
processo di apprendimento siano più o meno i medesimi.
Il principale meccanismo attraverso il quale si realizza l’apprendimento è, secondo i
comportamentisti, il condizionamento e cioè lo stabilirsi nell’organismo di una
connessione fra due tipi di stimoli, dei quali l’uno adeguato a provocare una risposta
(stimolo incondizionato) e l’altro inadeguato (stimolo condizionato); quando la
connessione si stabilisce, lo stimolo inadeguato diviene capace di provocare da solo la
risposta stessa.
Le principali forme di condizionamento sono il condizionamento classico ed il
condizionamento operante.
Il condizionamento classico fu scoperto dal fisiologo russo Ivan Pavlov (1927)
studiando la salivazione dei cani in rapporto alla presentazione del cibo. Presentò
congiuntamente in modo sistematico uno stimolo artificiale (il suono di un campanello)
con uno stimolo naturale (il cibo) che provoca nel cane la risposta fisiologica di
salivazione. Dopo un certo numero di presentazioni associate, il solo stimolo artificiale
(il suono del campanello) diveniva sufficiente a provocare nei cani la risposta
(salivazione) che normalmente si verificava solo nel caso della presentazione dello

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stimolo naturale (il cibo).
Si definisce stimolo incondizionato (SI) l’oggetto o evento (nel nostro esempio il cibo)
che originariamente produce la risposta (la salivazione). La risposta a questo stimolo è
chiamata risposta incondizionata (RI), in quanto basata su processi fisiologici
dell’organismo. Lo stimolo neutro (SN) è invece un oggetto o evento che di per sé non
produce alcuna risposta (ad esempio suono del campanello). Nel momento in cui si
stabilisce una connessione tra stimolo incondizionato e stimolo neutro, quest’ultimo
diviene capace di suscitare la risposta, detta risposta condizionata (RC): lo stimolo
neutro è così divenuto uno stimolo condizionato (SC).
Il meccanismo del condizionamento classico è sintetizzato nello schema seguente.

1. Prima del condizionamento


SI (cibo) causa RI (salivazione)
2. Durante il condizionamento
SI (cibo) viene associato a SN (campanello)
3. Dopo il condizionamento
SC (campanello) causa RI (salivazione)