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LA MORTE E IL LUTTO

NELLA CULTURA CONTEMPORANEA

“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò


in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà
per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo,
delle stelle che sapranno ridere!”

Antoine de Saint-Exupéry

Per affrontare in modo introduttivo il tema del lutto è necessario prendere atto di
come tale realtà sia vissuta nella nostra società contemporanea. Nel testo che
proponiamo di seguito appare chiaramente come l’atteggiamento nei confronti del
lutto dipenda dall’atteggiamento nei confronti della morte.

La morte, in quanto evento umano che fa parte della vita e ci riguarda tutti da
vicino, dovrebbe costituire un momento significativo ed espressivo dell’esistenza.
Eppure della morte è sovente arduo parlarne: ci ricorda la finitezza e la caducità,
incute paura, provoca persino terrore, suscita pudori non essendo potenzialmente
controllabile. Baudrillard (2007, p. 89) arriva ad affermare che “Al giorno d’oggi non
è normale essere morti (…). Essere morti è quasi un’anomalia impensabile”.

Spesso è lo stesso contesto a non permettere di trattare il tema senza paure e


senza difese, portandoci a recepire la morte come “nemico da combattere” e non come
il naturale compimento della vita di una persona.

Citando Aite (2003) “Nella nostra società (…) manca una cultura del fine vita
che tenga conto del travaglio psicologico, spirituale, etico, relazionale che la morte e
il lutto provocano negli individui, nonché del significato che questi eventi assumono
nella trasmissione del sapere familiare e del patrimonio culturale, simbolico e morale
che tiene in piedi il corpo sociale e dà continuità al succedersi delle generazioni”.

La tendenza più diffusa è quella di emarginare questi eventi, che certamente


prospettano problematiche complesse e difficili del vivere individuale e sociale. Li
prendiamo in considerazione soltanto quando la malattia grave, la perdita di una
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persona cara e il cordoglio per la sua morte ci fanno “toccare con mano” e da vicino
queste dimensioni.

In quei momenti ci accorgiamo che siamo soli e del tutto impreparati ad


affrontare queste esperienze: non sappiamo trovare le parole per accompagnare i
morenti e sostenere e consolare i familiari, né riusciamo a darci lo spazio e il tempo
per vivere il travaglio del lutto e confrontarci con la morte, la nostra e quella altrui.

Negli ultimi decenni, insieme al mutare delle circostanze economiche, sociali,


politiche, etiche, religiose e scientifiche, nel nostro Paese si sono modificati i
comportamenti e i parametri culturali e simbolici di riferimento.

La morte e il lutto, qui intesi come pratiche sociali e pubbliche, sono stati
quasi completamente sottratti a ogni sacralità sia religiosa, sia laica: non più
ritualizzati, né condivisi collettivamente, ma consumati il più rapidamente possibile e
vissuti in genere in solitudine, come eventi strettamente individuali e privati. Se da un
lato la scelta di comportamenti autonomi, scevri di ipocrisie e ripetitività, è da
considerarsi una valenza positiva, dall'altro è venuta a mancare una modalità
elaborativa che aiutava a contenere la paura e la minaccia di questi eventi radicali e a
superarli con l'aiuto degli altri, sentendosi sostenuti dai valori etici che i rituali
condivisi rappresentavano.

È perfino subentrata una diffusa “intolleranza sociale all'espressione della


tristezza e della disperazione” (Aite, 2003), per cui chi soffre della perdita di una
persona significativa è molto meno sostenuto e assistito di quanto avveniva in passato.

Se consideriamo che fino alla prima metà del secolo scorso si moriva
prevalentemente in casa e che le persone amiche e i parenti avevano il compito di
accompagnare il morente e insieme di sostenere la famiglia, durante la malattia e nella
fase del lutto, possiamo cogliere la profonda trasformazione avvenuta.

L'avvicinarsi della morte era un evento sociale, sacro, trasformativo,


religiosamente vissuto, che obbligava a confrontarsi con l'inevitabilità della fine e del
distacco, ma insieme consentiva la condivisione e la trasmissione di valori e credenze.
C'erano i messaggi da affidare al morente e l'attesa dei suoi insegnamenti, i famosi
testamenti di vita, che costituivano il passaggio delle consegne alle generazioni
successive; c'erano riti comunitari, che avevano un valore riconosciuto e
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alleggerivano il nucleo familiare: il viatico e l'unzione dei malati, la vestizione, la


veglia funebre, il pianto rituale, il corteo e il banchetto dopo il funerale, il lutto e il
mezzo lutto nel vestirsi, le visite al cimitero, le messe di suffragio, il tempo stabilito
dell'appartarsi e del reintegrarsi nella vita sociale.

In tal modo bambini e adulti familiarizzavano con questi eventi temuti e


minacciosi e la collettività e le famiglie, che in questi riti comunitari e religiosi si
riconoscevano, si sentivano confermate dall'acquisizione di un «patrimonio simbolico
e relazionale» da trasmettere alle generazioni future e sostenute nel proseguire il
cammino.

Nella società attuale queste ritualità appaiono sempre meno praticabili, spesso
sconosciute o dimenticate, talvolta perfino osteggiate e connotate negativamente,
oppure svuotate di senso e comunque impossibilitate a svolgere quella funzione di
sostegno e di orientamento etico che avevano svolto per secoli.

Del resto, oggigiorno circa il 75% delle persone muore in ospedale oppure
nelle “case di riposo” (oggi definite RSA, Residenze socio-assistenziali), in cui non
c'è un modello esplicito di riferimento per l'accompagnamento del morente e dei
familiari e dove, specie negli ultimi momenti, manca uno spazio libero e protetto di
condivisione, di vicinanza fisica e affettiva tra il malato e i suoi cari.

Anche i riti funebri si svolgono spesso “in un clima di meccanica doverosità,


di estraneità emotiva al contenuto spirituale del rito” (Aite, 2003). Familiari, parenti
e amici, specialmente nelle aree urbane, ritornano frettolosamente alla vita quotidiana
abituale, che impone efficienza e ritmi e tempi rapidi, a scapito della comunicazione e
della condivisione dell'affettività con gli altri.

Sembra che, più che della morte e della perdita, si abbia paura di non vivere
sufficientemente appieno la vita. Ma quale vita? Quella vita in fretta e furia, che,
come ricorda il poeta messicano Octavio Paz, è “in preda alla frenesia di produrre di
più per più consumare, e tende a trasformare le idee, i sentimenti, l'arte, l'amore,
l'amicizia e le stesse persone in cose da consumare? Quella vita in cui tutto si
trasforma in oggetti da acquistare, usare e gettare? Nessuna società come la nostra
ha prodotto tanti rifiuti, materiali, morali” e - potremmo aggiungere - umani, vivi o
morti che siano.
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In questo clima culturale, non c'è da meravigliarsi che nella maggioranza dei
casi le persone in lutto, che non sono sostenute da amici e parenti, né motivate o
tenute a compiere i rituali collettivi di un tempo, cerchino di risolvere le cose da sé,
riprendendo il prima possibile i propri impegni e allontanando il confronto con il
dolore, il dubbio e la sofferenza.

La difficoltà del tempo del lutto viene in genere sottovalutata e spesso


“evacuata in ansiolitici e antidepressivi piuttosto che valutata fra gli importanti
momenti della vita in cui, per non rischiare di rimanerne schiacciati, c'è bisogno di
capire per poter accettare e in cui non si può capire senza potersi esprimere e
confidare” (Petrini, 1990).

Di fronte a questo panorama culturale e umano, alcuni studiosi (Kübler-Ross,


1990, 2002; Perdighe, Mancini, 2010) si domandano se ciò sia “l'espressione di una
censura e di un'impotenza o l'espressione di una evoluzione dell'uomo di fronte alla
morte e al lutto”, in quanto la morte viene “relegata ad accadimento biologico, di cui
non ha senso parlare più del necessario”, e il lutto viene “vissuto come esperienza
soprattutto interiore, senza necessitare particolari forme di espressione esteriore e
sociale”.

La svalorizzazione degli aspetti relazionali, affettivi, psicologici, spirituali,


religiosi e la privatizzazione della morte e del lutto sembrano costituire l'evoluzione
estrema della negazione sociale e culturale in atto negli ultimi decenni. Ma è bene
chiedersi se queste trasformazioni indotte dai bisogni esteriori, di efficienza e velocità
della nostra società, corrispondano ai bisogni interiori, affettivi e comunicativi degli
esseri umani.

Si tratta di un'evoluzione positiva e soddisfacente per il singolo e per la


collettività o piuttosto di una situazione non rispondente ai bisogni interiori dell'essere
umano?

Chi per lavoro o per sensibilità ed esperienza personali conosce il “dolore


totale” dei morenti, i travagli dei familiari durante la malattia e “l'onda d'urto
emotiva” che per mesi e anni si trasmette e permane nel sistema familiare, sa quanto
siano utili la compartecipazione, la condivisione e la manifestazione dei sentimenti.
Se emozioni e affetti rimangono muti o inascoltati, possono rendere molto più
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complessi e problematici l'accettazione della fine e il processo del lutto dopo la morte
del congiunto.

Dove porterà questo modo di considerare la morte e il lutto e, di conseguenza,


anche la vita? Forse, con l'allungarsi della vita, con la diminuzione delle nascite e
delle reti familiari, porterà a un affidamento sempre più massiccio alle strutture sociali
o alla morte in solitudine e lontano dai familiari? All'assenza del culto dei morti? Alla
scomparsa di un patrimonio culturale e morale di riti collettivi, di valori e credenze? A
un'incapacità di confronto con la perdita e la sofferenza? Alla svalorizzazione della
dimensione affettiva e relazionale, se non addirittura a una mancanza di comprensione
del senso e del valore della nostra esistenza e delle nostre scelte? (Aite, 2003).
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

- Baudrillard, J. (2007). Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano.

- Aite, L. C. (Ed.). (2003). Assenza, più acuta presenza: il percorso umano di


fronte all'esperienza della perdita e del lutto (Vol. 14). Paoline.

- Kübler Ross, E. (1990). La morte e il morire. Padova: Cittadella Editore.


- Kübler Ross, E. (2002). La morte e la vita dopo la morte. Roma: Edizioni
Mediterranee.

- Perdighe, C., Mancini, F. (2010). Il lutto. Dai miti agli interventi di facilitazione,
Psicobiettivo, 2010, 30, 127-147.