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I POTERI COERCITIVI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA

L’art. 39 della Carta è la norma che apre il capitolo VII. L’art. 39 ci dice che il Consiglio di
sicurezza accerta l’esistenza di “minaccia alla pace, violazione della pace o atto di
aggressione”. Queste tre ipotesi forse possono apparire simili se non addirittura identiche,
ma in realtà c’è una differenza. Qual è l’ipotesi più grave? L’aggressione. L’ipotesi meno
grave è la minaccia alla pace. Di fatto è inutile fare gerarchie di gravità, perché basta che
esista una di queste tre ipotesi perché il Consiglio di sicurezza possa avvalersi di tutti i
poteri che il capitolo VII della Carta gli attribuisce. Indipendentemente dal ricorrere di una
violazione della pace o si una semplice minaccia alla pace, il Consiglio può usare la forza
armata.
Quando si tratta di decidere come qualificare certe situazioni, il Consiglio di sicurezza nella
stragrande maggioranza dei casi preferisce utilizzare la nozione di minaccia alla pace.

Quasi mai, invece, il Consiglio ha utilizzato la definizione di aggressione. Perché? Perché


nel diritto internazionale la nozione di aggressione è una nozione carica di conseguenze. In
primo luogo, se c’è un’aggressione, lo Stato che ha subito l’aggressione può rispondere in
legittima difesa, cioè può a sua volta utilizzare la forza contro lo Stato aggressore. Il
Consiglio di sicurezza, nel momento in cui dice che è in atto un’aggressione rende questa
situazione come suscettibile di innescare una reazione armata da parte dello Stato
aggredito. E’ vero che la legittima difesa è un diritto dello Stato aggredito che prescinde dal
fatto che il Consiglio qualifichi come aggressione una certa situazione. Tuttavia, non è
sempre facile stabilire se una situazione connotata dalla violenza bellica equivalga ad un
aggressione armata tout court. La pace è il valore supremo dell’ordinamento internazionale
e il Consiglio tende a salvaguardarlo anche a fronte di un’aggressione armata sferrata ai
danni di uno Stato. In secondo luogo, quando si sferra un’aggressione armata si configura
anche il crimine individuale di aggressione, cioè il Capo di Stato o il Capo di governo che
ha autorizzato l’aggressione commette un crimine internazionale, di cui risponde
individualmente.

Ovviamente il Consiglio di sicurezza sapendo che qualificare una situazione come


aggressione ha forti conseguenze, preferisce utilizzare la nozione di violazione della pace
anche quando si è in presenza di una vera e propria aggressione.

Ad esempio, quando negli anni ’80 l’Argentina ha invaso le isole Falkland, isole non
lontane dal territorio argentino ma poste sotto la sovranità inglese, il Consiglio di sicurezza
ha qualificato questa invasione, che era chiaramente un atto di aggressione, come
violazione della pace. Ugualmente, quando nel 1990 l’ Iraq ha invaso il Kuwait, il Consiglio
di sicurezza ha qualificato quella situazione come violazione della pace, non come
aggressione.

L’ipotesi della minaccia alla pace resta tuttavia la più ricorrente ed è diventata una nozione
dai confini molto ampi, anche perché nella prassi più recente il Consiglio di sicurezza tende
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a ricondurre alla categoria delle minacce alla pace ipotesi estremamente variegate, come
gravi violazioni dei diritti umani o da isolati atti di terrorismo. Ora, le violazioni dei diritti
umani così come gli atti di terrorismo sono senz’altro gravi ma non necessariamente
mettono in pericolo la pace internazionale, in quanto non necessariamente sono
suscettibili di evolvere in un conflitto armato. Del resto, ciò è reso possibile dal fatto che
l’ipotesi della minaccia alla pace è assai vaga ed elastica e, a differenza dell’aggressione o
della violazione della pace, non è necessariamente caratterizzata dalla violenza bellica e
quindi si presta ad inquadrare i più vari comportamenti di uno Stato.

Sono essenzialmente tre i poteri che il capitolo VII conferisce al Consiglio di Sicurezza una
volta accertata l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace o di un
atto di aggressione. Nello specifico si tratta di:
 potere di adottare misure provvisorie;
 potere di adottare misure non implicanti l’uso della forza;
 potere di adottare misure implicanti l’uso della forza.

 Le misure provvisorie.

Delle misure provvisorie si occupa l’art. 40 della Carta.


L’art. 40 statuisce che: “Allo scopo di prevenire l’aggravarsi di una situazione, il Consiglio
di sicurezza, prima di adottare misure sanzionatorie implicanti o meno l’uso della forza,
può invitare le parti interessate ad ottemperare a quelle misure provvisorie che esso
consideri necessarie o desiderabili. Il Consiglio di sicurezza prende in debito conto il
mancato ottemperamento a tali misure provvisorie”.

Come emerge dalla lettera dell’art. 40, le misure provvisorie sono misure che il Consiglio
può prendere per prevenire l’aggravarsi di una situazione – che già di per sé costituisce una
minaccia o una violazione della pace – e prima di adottare misure più incisive. Le misure
provvisorie sono state cioè pensate come misure d’urgenza e preliminari rispetto ad ogni
altra misura adottabile in base al capitolo VII. Sarebbe tuttavia fuori luogo sostenere che il
Consiglio sia rigidamente vincolato dal punto di vista cronologico ad adottare prima le
misure di cui all’art. 40 prima di potersi avvalere delle altre misure previste dal capitolo
VII poiché una crisi, interna ad uno Stato o internazionale, coinvolgente cioè due o più
Stati, può svilupparsi su lunghi periodi e con fasi alterne, tali da richiedere di volta in volta
interventi di intensità diversa. Il Consiglio potrebbe dunque adottare misure provvisorie
anche dopo aver deliberato misure non implicanti, o addirittura implicanti, l’uso della
forza.

Tipica misura provvisoria è l’ordine di cessare il fuoco. Se scoppia un’ostilità tra due Stati
oppure scoppiano conflitti all’interno di un unico Stato tra le fazioni ribelli e le autorità
centrali, il Consiglio di sicurezza può chiedere che gli Stati in lotta o alle parti in lotta
depongano le armi. Altra tipica misure provvisoria cui si ricorre quando scoppiano conflitti
di questo tipo è l’invito a consentire l’accesso alle popolazioni da parte di organizzazioni
umanitarie, cioè organizzazioni che si occupano di far arrivare alle popolazioni coinvolte in
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un conflitto beni di prima necessità, come ad esempio i medicinali, quindi si tratta di una
misura volta a prevenire che le conseguenze di un conflitto ricadano sulle popolazioni
interessate.

Il problema principale è quello di capire se le misure che il Consiglio può prendere in base
all’ art 40 della Carta siano obbligatorie per gli Stati cui si indirizzano o se si tratti invece di
semplici raccomandazioni e possano dunque non essere rispettate. Un dato abbastanza
utile per risalire alla natura giuridica della misure provvisorie è fornito dall’utilizzo del
verbo “invitare”.
Il verbo “invitare” è indice del carattere non vincolante di queste misure. È vero che l’art.
40 afferma che il Consiglio “prende in debito conto” il mancato rispetto delle misure
provvisorie da esso decretate; ciò tuttavia sta semplicemente a significare che se gli Stati
non rispettano l’invito che promana dal Consiglio, il Consiglio può adottare misure ben più
incisive, ovvero quelle che sono previste ai successivi artt. 41 e 42.

 Le misure non implicanti l’uso della forza.

L’art. 41 è dedicato alle misure non implicanti l’uso della forza. Tale norma statuisce che:
“Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza
armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri
delle Nazioni Unite ad applicare tali misure”. Viene poi fornito un elenco di tali misure, le
quali possono consistere:
- nell’interruzione delle relazioni economiche;
- nell’interruzione delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali,
telegrafiche;
- nella rottura delle relazioni diplomatiche.

Ad esempio, all’indomani delle prime dichiarazioni di indipendenza da parte delle


Repubbliche facenti parti di quella che era oramai divenuta la ex Iugoslavia, siamo nel
1991, e all’indomani delle prime reazioni militari che il governo di Belgrado pose in essere,
il Consiglio di sicurezza decise che la situazione della ex Iugoslavia costituiva una minaccia
alla pace e alla sicurezza internazionale e deliberò il blocco delle esportazioni di armi verso
gli enti che si andavano formando nel territorio della ex Iugoslavia. Questo embargo è
durato per molti anni, tutto il conflitto si è svolto sotto la presenza di questo embargo, che
ha funzionato relativamente poco e che ha danneggiato alcuni Stati più di altri. Mentre
alcuni Stati, come la Serbia, avevano grandi riserve di armi, altri Stati, come la Bosnia, non
avevano a disposizione armamenti.

Occorre ora chiedersi se le misure non implicanti l’uso della forza hanno per gli Stati
membri delle Nazioni Unite natura vincolante oppure no. Si tratta cioè di stabilire se gli
Stati membri sono obbligati o meno a dar seguito a quanto deciso dal Consiglio di
sicurezza, e quindi ad esempio ad interrompere le loro relazioni economiche e
diplomatiche con lo Stato che con il suo comportamento minaccia la pace e la sicurezza
internazionale.
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Se guardiamo alla formulazione dell’art. 41 sembrerebbe esserci una certa
contraddittorietà nel linguaggio: prima si dice che il Consiglio “può decidere” quali misure
adottare; poi si dice che il Consiglio “può invitare” i membri delle NU ad eseguire tali
misure. E noi sappiamo che gli inviti sono sprovvisti di forza giuridica vincolante. Diverso
discorso va fatto invece per le decisioni: quando in diritto internazionale si parla di
decisioni si allude sempre ad atti che si impongono agli Stati. A quale parte allora occorre
attribuire un peso determinante? A quella che dice che il Consiglio invita o a quella che
dice che il Consiglio decide?

La soluzione a questo quesito è offerta da un’altra disposizione della Carta, nello specifico
l’art. 48, par. 2, ai sensi del quale le decisioni che il Consiglio di sicurezza adotta in base al
capitolo VII devono essere eseguite dai membri delle Nazioni Unite direttamente o
mediante la loro azione nelle organizzazioni internazionali di cui siano membri. Dal
momento che le sanzioni previste dall’art. 41 sono annoverate tra le norme del capitolo VII,
si deve concludere nel senso del carattere obbligatorio delle misure non implicanti l’uso
della forza.

Questo dato è molto importante perché nella Carta esiste una norma, che è l’art 103, che
dice che in caso di contrasto tra gli obblighi che gli Stati hanno in quanti parti della Carta
ONU e gli obblighi che gli Stati hanno assunto attraverso altri accordi internazionali, a
prevalere saranno gli obblighi derivanti dalla Carta ONU. L’art. 103 stabilisce il primato
degli obblighi che scaturiscono dall’appartenenza alle Nazioni Unite rispetto a qualsiasi
altro obbligo internazionale. Ciò significa ad esempio che uno Stato non può rifiutarsi di
interrompere le relazioni economiche con lo Stato che il Consiglio di sicurezza intende
sanzionare, poiché tra i due Stati è stato concluso un trattato commerciale.

Il meccanismo di funzionamento dell’art. 41 prevede che:


- il Consiglio decide quale misura adottare per sanzionare uno Stato
- ma sono poi gli Stati membri che provvedono ad eseguire la misura stessa.

Ci sono dei casi in cui il Consiglio di sicurezza adotta misure di embargo totale nei
confronti di uno Stato, cioè misure volte a impedire il commercio di qualsiasi bene con tale
Stato (ciò si è verificato ad esempio all’indomani dell’invasione del Kuwait da parte
dell’Iraq nel 1990). Quando si prevedono embarghi totali il Consiglio si preoccupa di non
colpire eccessivamente la popolazione civile e allora spesso questi embarghi sono
accompagnati da eccezioni umanitarie volte a consentire comunque il commercio di
prodotti essenziali, come farmaci e alimenti. Misure di questo tipo non pongono problemi
di compatibilità con l’art. 41, il quale fa espresso riferimento a sanzioni di tipo economico.

Problemi di compatibilità con l’art. 41 non si pongono neppure quando il Consiglio di


sicurezza adotta misure che, pur non essendo previste da questa norma, perseguono la
finalità di indurre lo Stato cui si indirizzano a rimuovere la situazione che minaccia o viola
la pace. Per esempio una misura non compresa nell’elenco che figura all’art. 41 è il divieto
di riconoscere uno Stato di nuova formazione. A questa misura tuttavia il Consiglio di
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sicurezza ha fatto ricorso nel 1975 quando la Turchia invase la parte settentrionale di Cipro
e creò la Repubblica turca di Cipro del nord. Il Consiglio decise infatti che nessuno Stato
doveva riconoscere l’indipendenza di Cipro del nord. Stessa cosa è successa all’ indomani
dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e alla riduzione del Kuwait a provincia
irachena. Anche in quella occasione, il Consiglio di sicurezza decise che nessuno Stato
doveva riconoscere l’annessione del Kuwait da parte dell’ Iraq.

Ci sono però dei casi in cui il Consiglio è andato al di la di questo.

Ad esempio, dopo la prima guerra del Golfo che fu condotta nel ’91 contro l’Iraq da una
coalizione di Stati guidati dagli Stati Uniti, il Consiglio di sicurezza adottò una risoluzione
con cui istituì una commissione incaricata di tracciare il confine tra Iraq e Kuwait e una
commissione che avrebbe dovuto indicare l’ammontare delle riparazioni di guerra che
l’Iraq doveva pagare al Kuwait. Il Consiglio operò, dunque, come una sorta di giudice, in
quanto le misure adottate non erano volte non soltanto a far cessare la condotta dello Stato
iracheno, ma anche ad assicurare la riparazione dell’illecito commesso dall’Iraq ai danni
del Kuwait. Di misure di questo tipo non si trova traccia nel testo dell’art. 41. Questa
disposizione, infatti, contempla misure finalizzate a porre termine alla situazione che
minaccia o viola la pace, ma non si occupa di misure volte a consentire che la
responsabilità dello Stato che ha minacciato o violato la pace sia fatta valere. Cosa significa
far valere la responsabilità di uno Stato? Significa far sì che lo Stato autore dell’illecito
subisca le conseguenze che il diritto internazionale collega all’illecito e tra queste rientra la
riparazione dei danni.

Stessa cosa è accaduta durante la guerra nella ex Iugoslavia quando il Consiglio di


sicurezza, essendo impossibilitato ad intervenire militarmente poiché mancava il consenso
degli Stati parti del Consiglio stesso, escogitò soluzioni alternative nella speranza che
costituissero un deterrente alla continuazione di gravi violazioni dei diritti umani. Una
menzione particolare meritano l’istituzione, nel 1993, del Tribunale penale internazionale
per i crimini commessi nella ex Iugoslavia e l’istituzione, nel 1994, del Tribunale penale
internazionale per i crimini commessi in Ruanda, incaricati di processare i responsabili dei
crimini internazionali che furono commesse in questi Stati. Si è trattato di una misura che
il Consiglio ha adottato facendo un generico riferimento ai poteri di cui dispone alla luce
del cap. VII imponendo a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite l’obbligo di cooperare
con questi tribunali.

Non è chiaro quale sia precisamente il fondamento giuridico di questi tribunali, ossia quale
sia la norma del capitolo VII che legittima il Consiglio di sicurezza a provvedere alla loro
istituzione. Di questa questione si è però occupato il Tribunale penale internazionale della
ex Iugoslavia, e se ne è occupato perché uno dei presunti responsabili delle violazioni dei
diritti umani perpetrate nella ex Iugoslavia, sottoposto a processo, il signor Tadić, sostenne
che il tribunale non era competente a giudicarlo dal momento che la Carta non attribuiva
al Consiglio di sicurezza il potere di istituire organi giurisdizionali. Il tribunale ha
esaminato questa obiezione ed è giunto alla conclusione che il Consiglio di sicurezza, in
base all’art. 41 della Carta, era legittimato ad istituire organi giurisdizionali. Il fondamento
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giuridico dei tribunali istituiti per processare dei criminali internazionali è stato dunque
rinvenuto nell’art. 41.

Per giungere a questa conclusione, il tribunale ha fatto leva su due argomenti.


Innanzitutto, il tribunale ha affermato che: è vero che l’art 41 contiene un elenco di misure
non implicanti l’uso della forza e che tra queste non é prevista l’istituzione di organi
giurisdizionali; è anche vero tuttavia che l’elenco dell’art 41 è esemplificativo, non
tassativo, esaustivo. L’art. 41 offre esempi di misure sanzionatorie che non limitano il
potere creativo del Consiglio di sicurezza. In secondo luogo, il tribunale ha sostenuto che: è
vero che l’art 41 prevede misure che, una volta decise dal Consiglio devono essere eseguite
dagli Stati; è anche vero tuttavia che l’art 41 non esclude che il Consiglio, anziché fare
affidamento sugli Stati, agisca in prima persona (quando istituisce tribunali internazionali,
infatti, il Consiglio non fa leva sull’azione degli Stati)

In realtà, l’obiezione che il signor Tadić non ha sollevato e che avrebbe potuto sollevare per
delegittimare il Tribunale è che l’art 41 ha come funzione non quella di consentire al
Consiglio di sicurezza di ergersi a giudice e di far valere la responsabilità che segue alla
commissione di un illecito, ma quella di adottare sanzioni per far desistere uno Stato da
un comportamento che turba la pace o la sicurezza internazionale. Di fatti, quando il
Consiglio di sicurezza istituisce tribunali penali internazionali esercita poteri quasi
giurisdizionali che esulano dalle sue competenze.

Recentemente il Consiglio di sicurezza ha adottato misure sanzionatorie dirette a colpire


singoli individui. Sebbene l’art. 41 sia in realtà stato pensato per colpire uno Stato nel suo
complesso, ben presto ci si è resi conto del rischio insito in misure indirizzate agli Stati.
Tali misure, in effetti, finiscono per danneggiare le popolazioni degli Stati sanzionati. E’
quanto si è verificato in Iraq, dove a causa delle misure di embargo totale durate per oltre
dieci anni e corredate di eccezioni umanitarie, la popolazione si è ridotta in stato di povertà
nonostante il paese fosse ricco per via delle sue risorse petrolifere. E le stesse eccezioni
umanitarie aventi ad oggetto beni di prima necessità sino sono rivelate insufficienti a
scongiurare un simile rischio.

Contro misure sanzionatorie di questo tipo, si sono sollevate proteste da più parti che
hanno indotto il Consiglio ha ideare misure mirate contro singoli individui. L’esigenza di
sanzioni individuali è stata dettata però anche per un altro motivo, e cioè dal fatto che non
sempre i responsabili di una minaccia alla pace o di una violazione della pace si
identificano con uno Stato. Si pensi alle reti terroristiche che hanno natura transnazionale.

All’indomani dell’attentato terroristico dell’11 settembre, il Consiglio di sicurezza ha creato


il meccanismo sanzionatorio noto sotto il nome di “liste nere” (cc.dd. black lists). In base al
meccanismo delle liste nere uno Stato può inviare ad un organo all’uopo istituito dal
Consiglio di sicurezza, vale a dire il Comitato delle sanzioni, i nominativi di individui
sospettati di essere dei terroristi internazionali. La conseguenza di essere iscritti in tali liste
è che tutti gli Stati sono tenuti a congelare i conti correnti bancari e a sequestrare i beni di
proprietà di questi individui. Così come uno Stato può chiedere l’inserimento di
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determinati individui nelle black lists, alla stessa maniera può chiedere il c.d. delisting,
ossia che il nominativo da lui suggerito venga depennato dalle liste; decisione questa che
spetta al Comitato delle sanzioni.

A ben vedere, si tratta di un meccanismo che ha una ricaduta pesante sulla tutela dei diritti
fondamentali, a cominciare dal diritto ad un equo processo e dal diritto alla proprietà. In
seno alle Nazioni Unite non c’è un tribunale a cui gli individui i cui beni sono stati
sequestrati e i cui conti correnti bancari congelati possano rivolgersi e ci si rivolge così ai
tribunali nazionali. Tuttavia spesso le risposte date dai tribunali nazionali non rendono
giustizia in quanto vari giudici interni fanno leva sull’art 103, in base al quale gli obblighi
che discendono dalla Carta ONU prevalgono su qualsiasi altro obbligo internazionale e
quindi anche su obblighi che derivano dai trattati in materia di diritti umani.

La creazione di tribunali penali internazionali, l’istituzione di commissioni di riparazione e


l’adozione di misure volte a colpire singoli individui molto difficilmente possono essere
ricondotte all’art. 41 della Carta. In ogni caso, non ha molto senso domandarsi se queste
misure siano legittime oppure no, poiché gli Stati hanno accettato una simile prassi e
quindi hanno accolto un’interpretazione estremamente estesa di questa disposizione.

Riassumendo, le misure non implicanti l’uso della forza di cui all’art. 41 hanno subito nel
tempo un’interpretazione estensiva:
- pensate come misure destinate a rimuovere minacce o violazioni della pace,
sono state adottate per far valere la responsabilità di chi ha minacciato o violato la
pace, attraverso l’istituzione di commissioni di riparazione o di tribunali penali
internazionali;
- pensate come misure rivolte agli Stati, sono state indirizzate anche a singoli
individui.

 Le misure implicanti l’uso della forza.

L’art 42 della Carta delle Nazioni Unite è la disposizione più importante in tema di
mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.
L’art 42 stabilisce che: “Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste
nell’articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere,
con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire
la pace e la sicurezza internazionale”.

Lo schema previsto dalla Carta affinché il Consiglio di sicurezza possa realizzare simili
azioni militari a tutela della pace e della sicurezza internazionale è tratteggiato dall’art. 43
e dall’art. 47. L’art. 43 prevede che gli Stati membri delle NU concludano un accordo con il
Consiglio per mettere a disposizione del Consiglio stesso personale militare e armamenti
da utilizzare quando se ne presenti la necessità. Ai sensi dell’art. 47 il personale militare
che gli Stati mettono a disposizione del Consiglio di sicurezza sono sottoposti al comando

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del Comitato di Stato Maggiore, che è un organo composto dai capi di Stato Maggiore dei
Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

In realtà, le norme della Carta che prevedono la creazione di un esercito delle Nazioni
Unite e l’istituzione di un Comitato di Stato maggiore non hanno mai trovato applicazione.
Ciò non significa, tuttavia, che il Consiglio di sicurezza non rivesta anche un ruolo militare.
Il Consiglio di sicurezza, infatti, si è adeguato alla irrealizzabilità dello schema previsto
dalla Carta trovando delle alternative che gli permettessero di usare la forza. Queste
alternative sono:
- operazioni di pace (cc.dd. caschi blu)
- autorizzazioni all’ uso della forza.

 Le operazioni di pace.

La dottrina tende a compiere delle classificazioni, per cui si parla di:


- operazioni di mantenimento della pace (c.d. peace-keeping)
- operazioni di imposizione della pace (c.d. peace-enforcement)
- operazioni di ricostruzione della pace (c.d. peace-building)

La distinzione tra le diverse tipologie di operazioni di pace dipende dalle diverse funzioni
affidate a queste operazioni:

- se la funzione è semplicemente quella di impedire il contatto tra due Stati o fazioni


in lotta creando una sorta di zona-cuscinetto si parla di peace-keeping;
- se la funzione è quella di impiegare la forza contro gli Stati o contro le fazioni in
lotta tra loro si parla invece di peace-enforcement;
- se la funzione è quella di aiutare uno Stato a ricostruire le strutture statali venute
meno a seguito di guerre civili o internazionali (ad es. l’amministrazione della
giustizia, l’apparato di polizia o la burocrazia interna) si parla di peace-building.
Attraverso il peace-building, che vede affiancarsi ad una componente militare anche
una componente civile, le Nazioni Unite cercano di favorire il ristabilimento di
un’entità di governo su un certo territorio.

La costituzione di operazioni di pace è un meccanismo di uso della forza che si differenzia


rispetto a quanto previsto dalla Carta dagli artt. 42, 43 e 48 sotto un triplice aspetto.

 1° aspetto: attiene all’accordo per mezzo del quale la forza può essere materialmente
impiegata.
Le forze militari necessarie a costituire un’operazione di pace sono reperite dal
Consiglio di sicurezza mediante accordi conclusi di volta in volta con uno Stato.
Siamo dunque in presenza di accordi stipulati dal Consiglio in relazione a specifiche
azioni militari.

Qual è la differenza fra questo tipo d accordo e quello previsto dall’art 43?
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L’art 43 prevede un accordo con cui uno Stato mette permanentemente delle truppe
a disposizione del Consiglio di sicurezza. Il tipo di accordo utilizzato per costituire
operazioni di pace prevede, invece, che il Consiglio richieda agli Stati forze armate
nel momento in cui esso decide di creare una determinata operazione da inviare in
un determinato Stato.

 2° aspetto: riguarda il potere di comando del Consiglio si sicurezza.


Il comando politico delle operazioni di pace spetta al Consiglio di sicurezza il quale
impartisce direttive ai contingenti nazionali che prendono parte alle operazioni. Si
viene perciò a creare una catena di comando che parte dalle Nazioni Unite e arriva
fino ai contingenti nazionali.

Il comando delle operazioni di pace si distingue solo leggermente da quanto previsto


dall’art. 48 poiché al centro del meccanismo vi è sempre il Consiglio di sicurezza.

 3° aspetto: è relativo al quantum di forza armata impiegata


A tal fine occorre distinguere tra operazioni di peace-keeping e operazioni di peace-
enforcement. Non rilevano a tal fine le operazioni di peace-builging che rivestono
più natura civile che militare. Le operazioni di mantenimento della pace, che sono le
più frequenti, sono caratterizzate da un uso limitato della forza armata, dal
momento che esse sono inviate nel territorio di uno o più Stato per dividere i
contendenti, per creare dunque delle zone cuscinetto. L’ uso della forza è limitato
alla legittima difesa.
Le operazioni di imposizione della pace, al contrario, prevedono che la forza venga
usata non solo per legittima difesa, ma anche per eseguire il mandato che viene loro
assegnato. Se, ad esempio, il mandato di un’operazione di peace-enforcement
prevede la protezione della popolazione, la forza potrebbe essere usata contro le
autorità statali o le fazioni ribelli che commettono violazioni dei diritti umani.

La differente intensità dell’uso della forza si riflette anche sui presupposti ai quali è
subordinato il loro dislocamento sul territorio di uno Stato. Le operazioni di
mantenimento della pace sono istituite con il consenso dello Stato territoriale o, in
caso di guerra civile, con il consenso delle fazioni che si contendono il potere. Al
contrario, si prescinde da tale consenso quando ad essere istituite sono operazioni
di imposizione della pace.

Sotto questo aspetto, quale è la differenza rispetto all’art. 42? L’art 42 della Carta
prefigura azioni militari particolarmente robuste. Nel caso delle operazioni di pace
funzionali al mantenimento della pace si è in presenza di tenui azioni militari: i
compiti loro assegnati, infatti, si traducono perlopiù nella separazione dei
belligeranti, e il potere di ricorrere alle armi è limitato alla legittima difesa.

Il fondamento giuridico delle operazioni di pace può essere ricondotto all’art 42 della Carta
o no? La Carta prevede un modello di uso della forza mai attuato nella prassi; il modello

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delle operazioni di pace non è quello riflesso nella Carta. Questo fa sorgere il dubbio se l’art
42 si presti o meno a legittimare operazioni di questo tipo.

Sulla questione del fondamento giuridico delle operazioni di pace l’Assemblea generale nel
1962 richiese un parere alla Corte Internazionale di Giustizia. La Corte negò che le
operazioni di pace trovassero il loro fondamento nel cap. VII, trattandosi a suo avviso di
misure non coercitive adottate per risolvere pacificamente una controversia. La Corte
lasciò dunque intendere la possibilità di collocare queste operazioni nel capitolo VI della
Carta. Tale parere non è però da sopravvalutare, poiché venne rese in una situazione molto
particolare, la quale non si è più ripetuta nella storia delle Nazioni Unite. Era successo che
l’Assemblea generale, per reagire all’immobilismo del Consiglio di sicurezza creò
un’operazione di pace da inviare in Congo con il consenso del sovrano territoriale e si
rivolse poi alla Corte per accertarsi se la misura adottata esautorava o meno il Consiglio di
sicurezza dei suoi poteri. La risposta sarebbe stata affermativa se la Corte avesse sostenuto
che le operazioni di pace rientravano nel Capitolo VII, che vede come protagonista
indiscusso il Consiglio di sicurezza. La risposta sarebbe invece stata negativa se il
fondamento delle operazioni di pace fosse stato rinvenuto nel Cap. VI, il quale assegna
(anche se noi non l’abbiamo visto) dei limitati poteri anche all’Assemblea generale. Con
tutta probabilità la Corte, per non delegittimare l’azione di uno degli organi delle Nazioni
Unite giunse alla conclusione che le operazioni di pace possono essere annoverate tra le
misure diplomatiche di modo che anche l’Assemblea generale poteva disporre di tale
strumento.

In realtà, la dottrina pressoché maggioritaria è concorde nel ritenere che la modalità di uso
della forza attraverso la costituzione di operazioni di pace, anche se non è identica, è molto
simile a quello previsto dall’art 42; pertanto l’art. 42 può essere considerato il fondamento
giuridico di queste misure. Determinante a tal fine è il fatto che il comando sulle
operazioni resta nelle mani del Consiglio di sicurezza.

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 Le autorizzazioni all’uso della forza.

Si tratta di un’altra modalità attraverso la quale il Consiglio di Sicurezza ha agito per


intervenire militarmente. Anche questa modalità non trova un riscontro nella Carta delle
Nazioni Unite.

Il meccanismo è più semplice rispetto a quello delle operazioni di pace perché il Consiglio
si limita ad autorizzare gli Stati membri ad utilizzare la forza in uno Stato per rimuovere
una minaccia alla pace o una violazione della pace. A dire il vero nel linguaggio impiegato
dal Consiglio di Sicurezza non si parla esattamente di forza armata, ma si edulcora la realtà
delle cose ricorrendo alla formula “tutte le misure necessarie”. Quando il Consiglio dice che
uno Stato può ricorrere a tutte le misure necessarie per ristabilire la pace allude alla
possibilità di usare la forza armata.

Le autorizzazioni all’uso della forza si distinguono dalle operazioni di pace dei caschi blu
poiché ogniqualvolta il Consiglio di sicurezza autorizza gli Stati ad intervenire
militarmente in uno Stato, affida agli Stati autorizzati la conduzione delle operazioni
militari; i contingenti militari cioè sono sottoposti esclusivamente al comando degli Stati di
cui hanno la nazionalità. Il Consiglio stabilisce soltanto i limiti temporali dell’intervento e
gli obiettivi che l’intervento deve realizzare. Ma i suoi poteri si fermano qui.

Anche per quanto riguarda l’autorizzazione da parte del Consiglio dell’uso forza, occorre
domandarsi quale sia il relativo fondamento giuridico, trattandosi di una modalità non
prevista dalla Carta; in particolare ci si deve domandare se l’art. 42 della Carta - pur non
parlando di autorizzazione - possa essere interpretato estensivamente in modo tale da
ricomprendere anche le operazioni autorizzate (oltre alle operazioni di pace).

L’orientamento prevalente in dottrina esclude che le operazioni autorizzate possono essere


ricomprese nell’art. 42. E’ vero che esse prevedono un uso robusto della forza come fa l’art.
42, ma nelle operazioni autorizzate vi è un elemento che non si riscontra nelle operazioni
di pace e che rende difficile assimilare l’autorizzazione all’uso della forza ad un intervento
del Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’art. 42 della Carta. Questo elemento consiste
nell’assenza del comando del Consiglio di sicurezza sui contingenti militari, comando che è
invece accentrato nelle mani degli Stati membri che partecipano all’operazione. Questo
modello è molto distante da quello previsto dall’art. 42 che, se interpretato in modo
sistematico (ossia alla luce delle altre disposizioni, in particolare dell’art. 43, il quale
prevede la sottoposizione delle forze militari statali al controllo del Consiglio di Sicurezza),
fa riferimento soltanto all’ impiego della forza armata che si svolge sotto il comando del
Consiglio di Sicurezza. Sulla base di queste considerazioni si dovrebbe quindi concludere
che non si possono ricondurre all’art. 42 della Carta le operazioni autorizzate.

Ciò non significa tuttavia che il Consiglio di sicurezza agisce illegittimamente ogniqualvolta
autorizza gli Stati membri ad utilizzare la forza in questo o quello Stato. Si tratta infatti di
un potere oramai consolidato del Consiglio, nel senso che esiste una prassi abbondante
accompagnata da un’accettazione costante da parte degli Stati, tanto che si può parlare
11
senza troppa difficoltà di un potere che trova il proprio fondamento giuridico in una norma
consuetudinaria, che ha esteso i mezzi d’azione del Consiglio di Sicurezza.

Riassumendo, le misure implicanti l’uso della forza previste di cui all’art. 42 hanno subito
nel tempo un’interpretazione estensiva:
- pensate come robuste azioni militari che avrebbero dovuto essere intraprese
dall’esercito permanente delle Nazioni Unite, si sono tradotte in operazioni di pace,
poste in essere dai c.d. caschi blu, ovvero contingenti nazionali messi
temporaneamente a disposizione delle Nazioni Unite, e dotati nella maggior parte
dei casi di poteri non molto incisivi.
- Robuste sotto l’aspetto dell’uso della forza sono le autorizzazioni, che però non
possono essere ricondotte all’art. 42 a causa del ruolo marginale svolto dal Consiglio
dopo che ha disposto l’autorizzazione.

______________2.3______________
I RAPPORTI TRA CONSIGLIO DI SICUREZZA
ED ORGANIZZAZIONI REGIONALI

Il capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite si occupa del ruolo delle organizzazioni
regionali in materia di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Tale
capitolo prevede che il Consiglio di Sicurezza, nello svolgere la sua funzione di tutore della
pace, possa avvalersi dell’aiuto di organizzazioni internazionali a carattere regionale,
organizzazioni cioè che raggruppano Stati appartenenti ad una stessa area geografica.

L’art. 52, par. 3, prevede che il Consiglio di sicurezza possa raccomandare agli Stati in
controversia tra di loro di risolvere pacificamente detta controversia attraverso il ricorso ad
una organizzazione regionale di cui entrambi facciano parte, stabilendo così un
meccanismo sostanzialmente analogo a quello previsto dall’art. 33 della Carta. L’art. 52 fa
riferimento a controversie che per essere risolte non necessitano di strumenti coercitivi. Il
Consiglio di sicurezza si limita a raccomandare.

È l’art. 53 a prevedere invece che il Consiglio possa autorizzare le organizzazioni regionali a


compiere azioni coercitive implicanti l’uso della forza per far cessare una situazione di
pericolo per la pace; la norma tuttavia non contempla una deroga al principio del
monopolio dell’uso della forza da parte del Consiglio di Sicurezza, essendo sempre
necessaria un’autorizzazione da parte del Consiglio; l’art. 53 stabilisce che le organizzazioni
regionali, che pure abbiano competenza ad usare la forza alla luce dei rispettivi strumenti
normativi, non possono farlo se, per l’appunto, non hanno ottenuto la preventiva
autorizzazione del Consiglio di sicurezza.

Va precisato che le organizzazioni regionali non sono tutte uguali tra di loro. In linea di
massima è possibile individuare due diversi modelli organizzativi:

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 Primo modello: riguarda le organizzazioni regionali che sono abilitate ad usare la
forza esclusivamente nell’esercizio della legittima difesa collettiva. Si tratta di
organizzazioni create per assistere militarmente gli Stati membri dell’organizzazione
che siano vittime di un attacco armato da parte di uno Stato esterno
all’organizzazione. Rispetto ad azioni di questo tipo l’art. 53 non trova applicazione,
nel senso che quando un’organizzazione regionale usa la forza in legittima difesa non
ha bisogno dell’autorizzazione del Consiglio di sicurezza. La legittima difesa è un
diritto dello Stato aggredito; diritto comprensivo anche della possibilità di chiedere
un aiuto militare ad altri Stati.
Appartengono a questo modello: l’Organizzazione degli Stati dei Caraibi orientali;
l’Organizzazione del Trattato sulla sicurezza collettiva (che raggruppa le ex
Repubbliche sovietiche); la Lega degli Stati arabi. Apparteneva a questo modello
anche l’Organizzazione del trattato Nord-Atlantico (NATO), creata per difendere gli
Stati occidentali dall’URSS ma che, dopo la fine della guerra fredda ha assunto
compiti ulteriori ed appartiene ora al secondo modello.

 Secondo modello: riguarda le organizzazioni competenti, oltre che ad agire in


legittima difesa, anche a gestire le crisi interne agli Stati membri o le minacce alla
pace e alla sicurezza esterne agli Stati membri.
Appartengono a questo modello: l’Unione africana; le organizzazioni sub-regionali
africane; l’Organizzazione degli Stati americani; l’Unione Europea che, pur non
essendo nata come organizzazione per il mantenimento della pace, ha nel tempo
sviluppato una Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), e l’Organizzazione del
Trattato Nord-Atlantico (NATO). Queste organizzazioni a loro volta si distinguono in
due categorie a seconda che possano usare la forza all’interno o all’esterno degli Stati
membri. L’UE e la NATO, per esempio, possono intervenire in diverse parti del
mondo per ristabilire la pace, su autorizzazione del Consiglio di sicurezza, ma non
possono invece usare la forza contro gli Stati membri semplicemente perché i
rispettivi trattati istitutivi non conferiscono loro simili poteri.

13
______________3______________
IL DIVIETO DI USO DELLA FORZA NELLE RELAZIONI
INTERNAZIONALI E LE SUE ECCEZIONI

Divieto incorporato nell’art. 2, par. 4 della Carta delle Nazioni Unite. Questa norma
afferma infatti che “Gli Stati membri devono astenersi, nelle loro relazioni internazionali,
dalla minaccia e dall'uso della forza armata contro l'integrità territoriale o l'indipendenza
politica di qualsiasi Stato”. L’unica eccezione al divieto di minaccia e uso della forza nelle
relazioni internazionali prevista dalla Carta delle Nazioni Unite è quella contenuta all’art.
51, ai sensi del quale: “la Carta non pregiudica il diritto di autotutela individuale o
collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni
Unite”.

Il divieto di uso della forza è il principio cardine dell'ordinamento giuridico internazionale


nonché lo spartiacque tra il diritto internazionale contemporaneo e il diritto internazionale
classico, in base al quale uno Stato poteva ricorrere liberamente alla forza per far valere le
proprie pretese.

Si tratta di un divieto affermatosi solo in epoca recente:


- Alla fine della prima guerra mondiale, gli Stati vincitori decisero di creare
un’organizzazione internazionale, che prese il nome di Società delle Nazioni (ritenuta
l’antenata delle Nazioni Unite), il cui accordo istitutivo si limitava a porre dei limiti al
ricorso alla guerra. Ciò significa che erano consentite misure coercitive diverse dalla
guerra e lo stesso divieto di ricorso alla guerra non era assoluto, bensì meramente
condizionato al decorso di un periodo di tempo, c.d. periodo di ripensamento.

- Per ovviare ai difetti più evidenti della Società della Nazioni, diversi Stati aderirono al
Patto di rinuncia alla guerra, il c.d. Patto Briand-kellog, il quale non proibiva il
ricorso alla forza armata, ma il solo ricorso alla guerra, anche se stavolta in termini
assoluti.

- Con l’istituzione delle Nazioni Unite si fa un decisivo passo in avanti. La Carta ONU,
per la prima volta, infatti, vieta non soltanto il ricorso alla guerra, ma più
generalmente la minaccia e l’uso della forza armata.

La Corte internazionale di giustizia, in un famoso caso che vedeva contrapposti il


Nicaragua e gli Stati Uniti e riguardava le attività militari e paramilitari condotte dagli Stati
Uniti in Nicaragua e contro il Nicaragua, ha chiaramente stabilito che il divieto di uso della
forza previsto dall'art. 2 par. 4 della Carta è un divieto avente carattere consuetudinario.
Ciò significa che il divieto in questione non vincola solo gli Stati membri delle Nazioni
Unite, ma si applica nei confronti di tutti i soggetti della comunità internazionale, e quindi
degli Stati che non sono membri delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali.
E si tratta, secondo la Corte, di una norma avente carattere imperativo, carattere cogente,
non potendo pertanto essere mai derogata, neppure attraverso un trattato.
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Il divieto dell’uso della forza può essere violato in tre casi, non del tutto coincidenti tra di
loro:
 Può essere violato quando si minaccia la forza;
 Può essere violato quando si usa la forza;
 Può essere violato quando si sferra un attacco armato o un’aggressione (termini che
sono sinonimi).

Vediamo quale è la differenza tra queste nozioni (la nozione di minaccia di uso della forza,
di uso della forza e di attacco armato).

 Agevole è distinguere la minaccia della forza rispetto alle altre fattispecie contemplate
dall’art. 2, par. 4.’art. 2, par. 4.

Sono pochi i casi affrontati in sede giurisdizionale aventi ad oggetto il divieto di minaccia
della forza. Tra questi, importante è un caso che è stato risolto nel 2007 da un tribunale
arbitrale istituito per risolvere una controversia tra Suriname e Guyana. La controversia
tra questi due Stati era relativa alla rivendicazione della sovranità su zone di mare. Gli Stati
hanno interesse ad estendere il più possibile la loro sovranità anche sulle zone di mare per
attingere alle risorse dei fondali marini: basti pensare ai giacimenti petroliferi o alle risorse
minerarie. Nel caso in questione, il Suriname aveva autorizzato alcune società petrolifere
statunitensi a svolgere attività di esplorazione in zone di mare che erano in realtà
rivendicate anche dalla Guyana. La Guyana, in risposta, lanciò una serie di avvertimenti al
Suriname, minacciando l’adozione di pesanti misure qualora le attività di esplorazione non
fossero state sospese. Il tribunale arbitrale affermò che tali minacce costituivano una
violazione del divieto di minaccia della forza ai sensi dell'art. 2 par. 4 della Carta delle
Nazioni Unite.

 Più complicato è capire se si possa individuare una differenza tra le situazioni di


aggressione e le violazioni del divieto di uso della forza. In sostanza, si tratta di
stabilire se ogni violazione del divieto di uso della forza costituisca un attacco armato o
se per poter parlare di aggressione occorre che le violazioni raggiungano una certa
gravità. Definire la distinzione tra attacco armato e violazione del divieto di uso della
forza è fondamentale in quanto l'art. 51 della Carta stabilisce che solo in caso di attacco
armato è possibile invocare il diritto di legittima difesa, e dunque usare legittimamente
la forza armata per respingere lo Stato aggressore.

Il problema è stato affrontato dalla Corte internazionale di giustizia, in due distinti casi.

1. Il primo caso è il già citato caso Attività militari e paramilitari condotte dagli USA in
Nicaragua e contro il Nicaragua. Il Nicaragua negli anni ‘80 era comandato da giunte
militari di estrema destra appoggiate dagli Stati Uniti. Quando a seguito di libere
elezioni vinse una coalizione di estrema sinistra, il Nicaragua iniziò a stringere alleanza
con l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti, intimoriti da ciò, tentarono in diversi modi di
far cadere il governo appena eletto. In particolare, crearono forze di opposizione
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interna, i cc.dd. Contras, ed incaricarono agenti della CIA di effettuare azioni di
sabotaggio per colpire il Paese e indurlo a cambiare orientamento politico. Il Nicaragua
fece pertanto ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli Stati Uniti
lamentando, tra l’altro, la violazione del divieto dell'uso della forza.

Tra gli argomenti che gli Stati Uniti utilizzarono per difendersi vi fu anche quello
secondo il quale essi avevano sì utilizzato la forza, ma a titolo di legittima difesa, in
quanto il governo nicaraguense aveva inviato armi e prestato assistenza logistica ad
una serie di movimenti insurrezionali di estrema sinistra operanti nel Salvador. Per gli
Stati Uniti il comportamento del Nicaragua equivaleva ad un attacco armato nei
confronti del Salvador e quindi la loro azione poteva essere giustificata in chiave di
legittima difesa collettiva essendo finalizzata ad aiutare il Salvador a respingere gli
attacchi armati provenienti dal Nicaragua.

La Corte, che ha reso la sua sentenza nel 1986, dovette domandarsi se le condotte del
Nicaragua, consistente nel fornire armi e assistenza logistica a gruppi di ribelli
operanti nel Salvador costituisse o meno un attacco armato ai sensi dell'art. 51 della
Carta delle Nazioni Unite, e tali condotte potessero dunque giustificare una reazione in
legittima difesa, come avevano sostenuto gli Stati Uniti. Per rispondere a tale
interrogativo, la Corte elaborò, nell’ambito del divieto di uso della forza, tra violazioni
più gravi e violazioni meno gravi; ritenendo che solo le violazioni più gravi potessero
qualificarsi come attacco armato e potessero dunque giustificare il ricorso alle armi a
titolo di legittima difesa. Nel caso di specie, la Corte respinse la tesi sostenuta dagli
Stati Uniti. Va detto tuttavia che questa sentenza è stata da più parti criticata per il
fatto che la Corte si è limitata ad ammettere l’esistenza di due livelli di gravità della
violazione del divieto di uso della forza, senza chiarire quali siano gli strumenti di
tutela a disposizione di uno Stato che è vittima di violazioni minori del divieto di uso
della forza.

2. Il problema si è ripetuto nel 2003 nel caso relativo alle Piattaforme petrolifere che
vedeva contrapporsi Iran e Stati Uniti. Negli anni '80, nel Golfo Persico si verificò un
violento conflitto armato tra Iran e Iraq, a seguito dell’invasione dell’Iran da parte
dell’Iraq. L’Iran, per difendersi, utilizzò varie strategie, ed in particolare cercò di
impedire l’accesso di navi petrolifere nel Golfo. Gli Stati che dipendevano
dall'approvvigionamento di petrolio proveniente da quelle aree (a cominciare dagli
Stati Uniti) a fronte di questa situazione iniziarono ad affiancare alle proprie navi
petrolifere navi militari il cui compito era quello di sorvegliare le navi petrolifere ed
evitare che queste ultime venissero attaccate dalle autorità iraniane. Durante una di
queste azioni di sorveglianza, le navi statunitensi subirono un attacco da parte dell’Iran
e gli Stati Uniti reagirono bombardando le piattaforme petrolifere iraniane che si
trovavano nel Golfo Persico. L’Iran chiese allora l’intervento della Corte internazionale
di giustizia.

Si ripropose così il problema che si era posto nel caso Nicaragua contro Stati Uniti: gli
Stati Uniti affermavano di aver attaccato le piattaforme petrolifere a titolo di legittima
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difesa a seguito dell’aggressione armata subita dall’Iran. E spettava alla Corte stabilire
se gli Stati Uniti avessero o meno subito un attacco armato. La Corte, pur ammettendo
che le incursioni armate dell’Iran nel Golfo Persico violavano il divieto di uso della
forza, escluse che tali incursioni potessero integrare gli estremi di un’aggressione
armata, considerata la loro limitatezza dal punto di vista dell’intensità e della portata.
Gli Stati Uniti non avrebbero potuto invocare la legittima difesa. Ancora una volta,
tuttavia, la Corte non chiarì cosa possa fare lo Stato che subisce una violazione minore
del divieto di uso della forza per difendersi.

In dottrina c’è chi ha sostenuto che si dovrebbe consentire allo Stato che ha subìto una
violazione minore del divieto di uso della forza di poter usare a sua volta la forza, alla luce
di una sorta di criterio reciprocità, a condizione che la risposta dello Stato vittima
dell’illecito sia proporzionata all’azione dello Stato autore dell’illecito. In altri termini, si è
detto, se esiste una differenza tra attacco armato e violazioni minori, questa non risiede nel
fatto che in caso di violazioni minori non si possa rispondere con la forza, ma nel fatto che
mentre in caso di violazioni minori può rispondere soltanto lo Stato direttamente leso, in
caso di attacco armato possono rispondere sia lo Stato leso sia gli altri Stati che agiscono
per tutelare lo Stato direttamente leso. Si tratta, tuttavia, di una tesi minoritaria che non
riflette la prassi internazionale e tanto che la stessa Corte si è mostrata reticente.

Ritornando quindi sulla differenza tra le violazioni minori del divieto di uso della forza e gli
attacchi armati, sulla scorta di quanto detto dalla Corte internazionale di giustizia si può
concludere che rapide incursioni effettuate da uno Stato sul territorio di un altro Stato
(come quelle compiute dall’Iran nel Golfo Persico) e la fornitura di armi e assistenza
logistica da parte di uno Stato a gruppi ribelli che operano in un altro Stato contro le
autorità governative di quest’ultimo (come quella realizzata dal Nicaragua nel Salvador)
costituiscono interventi di minore entità, non suscettibili di essere repressi con azioni
militari difensive.

La nozione di aggressione allude ad interventi di diversa entità, come emerge da


un’importante risoluzione dell'Assemblea generale, la risoluzione sulla definizione di
aggressione. In questa risoluzione si trova un lungo elenco di comportamenti che
l'Assemblea qualifica come atti di aggressione. L’art. 3 qualifica come aggressione
l’invasione, l’occupazione militare, l’annessione con la forza di un territorio altrui; il
bombardamento del territorio di uno Stato; il blocco militare dei suoi porti o delle sue
coste. L’art. 3 fa riferimento poi ad un’importante ipotesi, alla quale sempre più spesso si
ricorre nella prassi; si tratta della c.d. aggressione armata indiretta: in questo caso uno
Stato non agisce attraverso le proprie forze regolari, ma arma dei privati (cc.dd. mercenari)
e li invia a combattere una guerra sul territorio di un altro Stato. Perché possa parlarsi di
aggressione, si deve però trattare di azioni di una certa gravità. Ad avviso della Corte, tali
non erano le azioni poste in essere dai Contras in Nicaragua per volontà degli Stati Uniti.

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