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Barocco

Barocco è il termine utilizzato


per indicare tout court una
ideologia e una stagione
culturale nate a Roma, che si
sono espresse in letteratura,
filosofia, arte e musica,
caratteristiche del XVII secolo
e dei primi decenni del XVIII
secolo

Realizzato da Prisco Martina IV H


INDICE
IL BAROCCO
i. L’aspetto sociale, politico, economico, artistico, scientifico, letterario del
Barocco
ii. Il Barocco in arte
iii. Il Barocco in letteratura
iv. Il Barocco in Europa
v. Le forme e i temi del Barocco
vi. Il Barocco in Italia
vii. La lirica barocca
viii. Giovan battista marino
ix. Donna che si pettina

Teoria geocentrica ed eliocentrica: due modelli di Sistema Solare


i. Geocentrismo ed eliocentrismo
ii. Aristotele, Tolomeo, Copernico, Galilei

Galileo Galilei
i. Biografia, opere e scoperte iniziali
ii. Il nuovo metodo scientifico e il sistema copernicano
iii. La condanna del Sant'Uffizio e gli ultimi anni
iv. Galileo Galilei e il "Sidereus Nuncius":
v. Il cannocchiale e il metodo scientifico
vi. Struttura dell’opera e idee fondamentali del Sidereus Nuncius
vii. Il Sidereus Nuncius e lo stile di Galileo
viii. Le Lettere “Copernicane”
ix. Il Saggiatore
x. Ipse dixit

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L’aspetto sociale, politico, economico, artistico, scientifico, letterario
Il Seicento è un secolo che vede l'Europa colpita da una crisi generale. Appare come un
secolo complesso, ricco di contraddizioni in quanto presenta due aspetti contrapposti:
uno positivo e
splendente, per ciò che
riguarda la cultura
barocca e la nascita del
pensiero scientifico
moderno, uno invece
negativo che rende il
seicento un secolo di
crisi: l’epoca della
peste, della crisi
economica e di duri
conflitti politici.
La prima metà del
Seicento è dominata
dalla lunga e
violenta guerra dei trent’anni che vede protagonisti, in varie fasi, tutti i paesi
dell’Europa, dal 1618 al 1648. Si presenta, inizialmente, come guerra di religione, per
evangelizzare l’intera
Europa, poi, col passare
degli anni, la ragione del
conflitto diventa anche di
tipo politico. La guerra si
conclude con la pace di
Westfalia, che vede la
Francia e l’Olanda
diventare le massime
potenze, la Germania
sempre più frantumata e
la Spagna completamente
distrutta. Si concludono i
conflitti religiosi
nell'Europa Occidentale e si ripercuotono conseguenze in ambito economico-sociale.

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Dal punto di vista economico è un secolo di ristagnazione, che vede gran parte
dell’Europa impoverirsi a causa di un’agricoltura arretrata, di tipo feudale, causando
carestie, pestilenze e un notevole crollo demografico. Si assiste a una progressiva
diminuzione della produzione, determinata principalmente dall’arretratezza delle
strutture, ad un calo dei prezzi e ad una scarsa efficienza delle terre da coltivare. Fanno
eccezione le potenze atlantiche come Francia, Olanda e Inghilterra, che basano la loro
economia sul commercio. Per aumentare la ricchezza, le grandi potenze adottano la
politica mercantilistica, che sostiene che la ricchezza di uno Stato si misura in base alla
quantità di denaro presente nelle casse del governo, bisogna quindi diminuire le
importazioni e aumentare le esportazioni. Tra le potenze europee, quella che adotta una
politica di mercato migliore è la Francia, con il ministro delle finanze Colbert, durante
il regno di Luigi XIV, promuovendo anche le attività manifatturiere nel settore delle
merci di lusso. Siamo di fronte ad un governo assolutista, che oltre attraverso il
colbertismo, si sviluppa sotto altri punti di vista. Luigi XIV, definito il Re Sole, vuole
avere l’intero controllo della Francia e per fare questo si circonda di tre collaboratori: il
ministro delle finanze, il
ministro della guerra e il
ministro degli esteri. Si fa
costruire una meravigliosa
reggia a Versailles, nella
quale si stabilisce con tutta
la corte, affida ai nobili
delle cariche onorifiche,
togliendo loro il potere.
Inoltre, collabora con i
nobili di toga, ovvero dei
borghesi scelti da lui, ai quali affida compiti burocratici e amministrativi. Dal punto di
vista religioso invece sostiene di non poter essere giudicato da nessuno, in quanto lui è
una volontà voluta da Dio. Impone una sola religione, il cattolicesimo, e combatte
contro i protestanti. Infine, impone numerose regole alla Chiesa francese. In questo
modo Luigi XIV può essere il padrone della Francia. E se in Francia vediamo fiorire
l’assolutismo, in Inghilterra invece si afferma una monarchia costituzionale, attraverso
le due rivoluzioni. Inizialmente il re è Carlo I Stuart, che governa come assolutista,
senza convocare mai il Parlamento, causando così una guerra civile contro Parlamento
e teste rotonde. Cromwell, politico inglese, si mette a comando dell’esercito delle teste
rotonde, sconfiggendo Carlo I e successivamente passa al governo. Alla sua morte sale
al trono Carlo II e torna la dinastia degli Stuart, non governa in modo assolutistico e
in questo modo Re e Parlamento tornano in equilibrio. Il suo successore è Giacomo II,
re cattolico che governa da assolutista. Il popolo non si ribella, pensando che alla sua

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morte salga al trono una delle due figlie, Anna e Maria; quest’ultima era sposata col
governatore olandese Guglielmo d’Orange; solo che successivamente Giacomo ha un
nuovo erede e quindi il Parlamento decide di fare un colpo di stato: convoca Guglielmo
e lo incorona Re d’Inghilterra,
facendogli approvare il “Bill of
rights”, dove sono citate tutte le
libertà. Vieni diviso il potere tra
Parlamento e Re, nasce così una
monarchia costituzionale.
Dal punto di vista sociale il
Seicento è un secolo di grande
disagio e spaesamento. La
popolazione si riduce
drasticamente a causa di
epidemie, carestie, guerre e scarse
condizioni igieniche. È definita
anche come epoca di razionalità, dovuta alla rivoluzione scientifica. Fino al 1500
l’uomo si credeva il centro dell’universo, sostenendo una visione del mondo Aristotelica
- Tolemaica, mentre nel 1600 questa visione cambia e l’uomo, scoprendo di non essere
più il centro di tutto, è disorientato e non ha più nessuna certezza. C’è un sapere nuovo,
gli scienziati non si accontentano
più delle spiegazioni precedenti,
ma vogliono essere liberi di
conoscere e fare nuovi
esperimenti. Galileo Galilei, padre
della scienza, porta avanti le teorie
copernicane sul sistema
eliocentrico e attraverso la sua
invenzione del cannocchiale riesce
a studiare i corpi celesti. In questo
modo va contro la Chiesa e per paura è costretto ad abiurare i suoi pensieri. Galileo
Galilei è anche l’inventore del metodo sperimentale, che consiste nell’osservare, fare
ipotesi e sperimentare la propria teoria. Il ‘600 quindi, oltre ad essere un secolo di crisi,
è anche un secolo di grandi novità, anche per ciò che riguarda la letteratura. Dal punto
di vista culturale questo secolo vede la nascita di un nuovo stile, il Barocco, che è
descritto come qualcosa di imperfetto e come periodo di inquietudine. È
prevalentemente una reazione al classicismo del 1500. Si presta attenzione ad ogni
minimo particolare, si ampliano gli argomenti e si parla anche di ciò che è brutto e
imperfetto. Per ciò che riguarda la poesia in Italia troviamo Giambattista Marino,

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massimo esponente del
Barocco, che dice “è del
poeta il fin la
meraviglia, chi non sa
far stupir vada alla
striglia”. Marino si
distingue perché non
esagera nei contenuti e
nello stile e usa un linguaggio fluido e musicale. Crea il marinismo, corrente poetica che
seguiranno tutti i poeti del ‘600. Anche nelle arti figurative vengono descritte immagini
della vita quotidiana. L’obiettivo è quello di stupire e meravigliare.
In conclusione possiamo osservare come il ‘600 sia un secolo di netti contrasti, conflitti
e instabilità. Abbiamo visto che sia dal punto di vista economico che dal punto di vista
sociale è un secolo di inquietudine, guerre e rivoluzioni. Dal punto di vista culturale
invece è un secolo di novità, di progressi, di superamento delle tradizioni: gli artisti del
‘600 riescono infatti ancora oggi a stupire e meravigliare il pubblico.

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Il Barocco in arte
Il Barocco artistico si afferma
nella città di Roma all’inizio
del XVII secolo per poi
diffondersi in molte altre
città italiane e presentare
significative manifestazioni
anche in Spagna e
in Francia fino alla metà del
secolo successivo. Un
“contagio” quindi ad
amplissimo spettro sia nello
spazio che nel tempo, che
segna il passaggio a una
nuova visione dell’uomo, del
suo rapporto con lo spazio, con la natura e con l’antichità classica. Il decennio a
cavallo tra XVI e XVII secolo sterza decisamente nella direzione opposta. Artisti
come Annibale Carracci e Caravaggio si rituffano senza esitazione nella natura e
nell’osservazione diretta del vero. E se la loro esperienza nasce al nord, è a Roma che
trova compimento e forma. La conoscenza della cultura greca, figurativa e letteraria, è
fondamentale anche nel’600. L’artista, al pari del letterato, trova un luogo deputato
per la sua educazione, l’accademia, dove la formazione intellettuale ha la stessa
rilevanza di quella tecnica. È da una indagine vasta, accurata e approfondita sul
mondo antico, preso nella sua interezza, che nasce la predilezione per i modelli
ellenistici, quelli del IV e del III secolo a. C., che sono carichi di patos e di movimento,
attenti alla resa fisiognomica, ricchi di varianti tipologiche. È nelle opere di Lisippo e
della scuola rodia che i gli artisti moderni del Barocco si riconoscono, piuttosto che in
Policleto e nei canoni di equilibrio dell’epoca precedente, insufficienti a rendere tutta la
gamma delle possibilità e delle situazioni umane: gioie, dolori, fanciullezza e vecchiaia,
coraggio e abbandono…
La visione settecentesca neoclassica, che esplicitamente accusa l’epoca precedente di
ignorare la perfezione degli antichi, focalizza quindi la propria attenzione al
solo quinto secolo, riducendo enormemente la vastità di una cultura che di fatto ha
espresso molto di più che “aulica semplicità e quieta grandezza”. La sperimentazione,
in campo artistico, presuppone una altissima competenza tecnica. Gli artisti barocchi,
siano essi scultori, pittori o architetti, sono dei virtuosi, conoscono a fondo le
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potenzialità di ogni materiale che utilizzano, rivaleggiano con la materia stessa e con
la natura creando quei “mirabili artifici” che puntano a superare i limiti di entrambe. È
quanto fa Gianlorenzo Bernini che riesce a trovare nel marmo la morbidezza della
carne, la sottigliezza dei capelli, la delicatezza e l’umidità delle lacrime. Il Barocco è
un’arte in movimento, un’arte in cui le opere sono attraversate da un impeto
dinamico che non si ferma alle opere stesse ma che, come una corrente vitale, si
trasferisce sull’osservatore. Nei dipinti il centro prospettico unico si perde, si moltiplica
e costringe chi osserva a inseguirlo. Nei gruppi scultorei lo spettatore è spinto a compiere
sempre un passo in più, alla ricerca di un ulteriore dettaglio, alla ricerca di un nuovo e
inaspettato punto d’osservazione. Le architetture avvolgono, accolgono, creano giochi
illusionistici, assorbono la luce e la riflettono con l’alternanza di superfici concave e
convesse. Allo stesso tempo però l’opera non perde la sua unità e la sua compattezza
materica, non si frammenta, non perde di senso. C’è sempre infatti, in questo percorso
dinamico un punto in cui essa si può cogliere nella sua interezza, nel suo insieme, prima
che la corrente spinga di nuovo alla ricerca di nuovi dettagli, alla scoperta di nuovi
scorci. Basti pensare all’imponente colonnato di piazza San Pietro, in cui le due ali
letteralmente si protendono e abbracciano senza chiudersi, in cui ad ogni passo la selva
di colonne crea zone di profondità con l’alternarsi ritmico di chiari e di scuri, fino al
centro ideale dell’ellisse in cui la fuga radiale compie un perfetto allineamento.
Le sculture più rappresentative del Barocco sono: l’Apollo e Daphne di Bernini e il
Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino.
➢ Apollo e Daphne risale al 1622 e racconta l’antica favola traducendo nel
marmo i versi di Ovidio.

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Il poeta latino racconta che Apollo, colpito dalla freccia di Amore si era dato
all’inseguimento della ninfa Daphne, che invece fuggiva dal dio perché colpita
dall’incantesimo opposto. Apollo, disposto a tutto pur di soddisfare il suo desiderio,
cerca di rapirla, ma quando è sul punto di afferrarla, la giovane si rivolge in
preghiera al padre Peneo. Questo, per
sottrarla al rapimento, la trasforma in
un albero di alloro. Apollo,
appoggiando la mano sul corpo
dell’amata, sente la sua pelle
trasformarsi in corteccia ma al di sotto
ancora percepisce il battito del suo
cuore. Il dio, sconvolto dalla perdita si
cinge allora la testa con un ramo di
quello stesso albero, che diventerà la
pianta a lui sacra e che sarà per sempre
il simbolo di quell’amore folle e
infelice ma anche della poesia
sublime che dedicheranno all’amore i
poeti di tutti i tempi. I versi prendono forma nell’opera di Bernini attraverso
il corpo giovane e il viso imberbe di Apollo. La gamba sinistra e il braccio destro sono
sollevati all’indietro a sottolineare lo slancio della corsa, i capelli e il panneggio
intorno alla vita sono mossi dal vento. La
veste si intreccia, si arrotola su sé stessa
raggiungendo uno spessore di sottigliezza
estrema. La mano sinistra cinge il torace
della fanciulla e le dita toccano la ruvida
corteccia. Il corpo di Daphne è proteso
verso l’alto e inarcato in uno spasmo
disperato. Le gambe sono già bloccate e
avvolte dal tronco, le dita dei piedi si
allungano in radici. Le braccia sollevate
diventano rami, dalle dita prendono forma
le foglie, sottili quasi come foglie vere, i capelli sciolti, sollevati e annodati dal
movimento, seguono un andamento simile a quello del panneggio. Stupefacente è
la cura dello sguardo e l’espressione dei volti. Gli occhi di Apollo hanno
un’espressione estatica, la bocca morbida e appena socchiusa indica passione e

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desiderio. Gli occhi di Daphne al contrario, sono rivolti all’indietro, esprimono paura
e supplica, la bocca è spalancata e l’incavo, che crea una profonda zona d’ombra,
sembra risuonare di un grido disperato.

Nel basamento sono incisi i versi che ne danno una interpretazione moralizzata,
quasi a bilanciare la sensualità che emerge dall’opera: «Quisquis amans sequitur
fugitivae gaudia formae fronde manus implet baccas seu carpit amaras».

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➢ Posto al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo velato è una delle
opere più note e suggestive al mondo. Nelle intenzioni del committente, la statua
doveva essere eseguita da Antonio Corradini, che per il principe aveva già scolpito
la Pudicizia. Tuttavia, Corradini morì nel 1752 e fece in tempo a terminare solo
un bozzetto in terracotta del Cristo, oggi conservato al Museo di San Martino.

Fu così che Raimondo di Sangro incaricò un giovane artista napoletano, Giuseppe


Sanmartino, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale,
rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente
realizzato dallo stesso blocco della statua”.
Sanmartino tenne poco conto del precedente bozzetto dello
scultore veneto. Come nella Pudicizia, anche nel Cristo
velato l’originale messaggio stilistico è nel velo, ma i palpiti e i
sentimenti tardo-barocchi di Sanmartino imprimono al sudario
un movimento e una significazione molto distanti dai canoni
corradiniani. La moderna sensibilità dell’artista scolpisce,
scarnifica il corpo senza vita, che le morbide coltri raccolgono
misericordiosamente, sul quale i tormentati, convulsi ritmi delle pieghe del velo incidono
una sofferenza profonda, quasi che la pietosa copertura rendesse ancor più nude ed
esposte le povere membra, ancor più inesorabili e precise le linee del corpo martoriato.
La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle
mani sottili, il costato scavato e rilassato finalmente nella morte liberatrice sono il segno
di una ricerca intensa che non dà spazio a preziosismi o a canoni di scuola, anche
quando lo scultore “ricama” minuziosamente i bordi del sudario o si sofferma
sugli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo. L’arte di Sanmartino si risolve
qui in un’evocazione drammatica, che fa della sofferenza del Cristo il simbolo del
destino e del riscatto dell’intera umanità.
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Il Barocco in letteratura
Il Barocco è un movimento culturale che si è sviluppato in tutta Europa nel XVII
secolo. Si è opposto al gusto classico e moderato che aveva dominato il secolo precedente
per apportare grandi cambiamenti: l’arte deve suscitare stupore e meraviglia, anche e,
soprattutto, attraverso il
gusto per l’insolito e il
bizzarro. Questo nuovo stile,
che ha coinvolto arte e
letteratura, si è affermato
perché, in quel
periodo, iniziò a cambiare la
percezione e la sensibilità della
popolazione.
Ad inizio del 1600, infatti, ci
furono numerose scoperte. In
primis quella del metodo
scientifico da parte
di Cartesio, che spingeva gli
uomini ad indagare, e la scoperta del sistema eliocentrico. Il sapere inizia a diventare
finalmente autonomo rispetto alla religione.
In letteratura, il nuovo gusto Barocco si incentra sulla ricerca di novità e sullo
sperimentalismo formale. Esso elabora una poetica anticlassicista orientata a suscitare
meraviglia nel lettore attraverso il ricorso allo sperimentalismo formale.
Il termine Barocco è stato utilizzato a partire dalla fine del Settecento per indicare, in
maniera dispregiativa, tutte le tendenze artistiche del secolo precedente che si
discostavano dall’armonia classica. Il termine deriverebbe dal sostantivo baroco,
utilizzato in filosofia per indicare un ragionamento cavilloso. Oppure dall’aggettivo
portoghese barroco, perla di forma irregolare. Indicherebbe pertanto l’aspetto irregolare
dell’arte barocca. Soltanto la critica del Novecento è riuscita a rivalutare in chiave
positiva il movimento, per porre l’accento proprio sullo sperimentalismo e l’innovazione.
La letteratura barocca si sviluppa in tutto il XVII secolo e ha il proposito di rovesciare
i canoni dell’armonia classica, che si erano diffusi in tutto il Rinascimento. Questo
processo inizia già qualche anno prima, durante la seconda metà del Cinquecento, con
il Manierismo, che esaspera i canoni classici.

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Il Barocco in Europa
Da un punto di vista geografico, il
cambiamento verso il nuovo genere
di letteratura barocca coinvolge
tutta l’Europa. E’ particolarmente
fiorente in Spagna, con la
produzione teatrale di Calderon de
la Barca. In Inghilterra è
rappresentato dalla poesia
metafisica di John Donne e dal
teatro di William Shakespeare.
In Francia vi è la produzione
teatrale di Molière e Racine. Per
l’Italia ricordiamo la creazione di
grandi opere teatrali, la poesia di Giovan Battista Marino, e la produzione
di Giambattista Basile.
In generale, la poetica barocca si fonda su una concezione completamente diversa
rispetto al passato. Gli autori si sono orientati, sin da subito, verso una poetica anti-
classicista. In essa l’arte non è più considerata come una semplice imitazione della
natura. E’ invece considerata come una vera e propria ri-creazione della natura stessa.
Le forme e i temi
Abbondano così le sperimentazioni di nuove forme, generi e temi. Lo scopo principale è
quello di suscitare meraviglia, utilizzando grandi artifici formali che mirano proprio a
stupire il pubblico. Anche gli artifici retorici hanno la meglio su tutti gli altri aspetti.
Particolarmente importante è l’uso della metafora, utilizzata per collegare tra loro
elementi anche molto distanti.
Anche i temi subiscono un grande cambiamento: le solite ambientazioni letterarie
vengono sostituite con situazioni insolite, brutte, grottesche e persino paradossali.
Molte opere insistono anche sul tema della vanità della vita, delle illusioni, della morte
e dello scorrere del tempo.
Il rifiuto dei generi tradizionali porta alla nascita e alla mescolanza di generi diversi.
Viene utilizzato il madrigale come forma poetica. Nasce il romanzo, e il trattato
scientifico-filosofico assume notevole importanza. I generi più utilizzati dai letterati
barocchi restano però la lirica, il poema epico e il teatro, tutti rivisti seguendo le nuove
norme, e in rottura con la tradizione.

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Il Barocco in Italia
L’esponente più rappresentativo del Barocco in Italia è senza dubbio il già
citato Giovan Battista Marino. Egli è
autore di un grande poema mitologico,
l’Adone, e di liriche. Nelle sue opere,
esprime tutti i caratteri della poesia
barocca. Troviamo quindi il gusto per
l’esagerazione, l’utilizzo di artifici
formali, la poetica della meraviglia,
l’attenzione eccessiva agli aspetti
esteriori della realtà.
Altro esponente importante è Alessandro
Tassoni. Autore de La secchia rapita, è
un poema eroicomico che racconta in chiave umoristica il conflitto tra Bologna e
Modena. Gli altri grandi autori del Seicento, come Giambattista Basile e Galileo
Galilei, non possono essere ascritti esclusivamente a questo movimento letterario.
Il Barocco in letteratura, resterà il principale movimento poetico fino alla fine del
secolo, quando i letterati dell’Accademia dell’Arcadia tenteranno di ripristinare l’ordine
e l’armonia classica.

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La lirica barocca
La lirica del ‘600 si sviluppa in gran parte alla luce di quella ricerca della meraviglia
che, dal capostipite Giovan Battista Marino, a partire dalla sua prima raccolta, si
dirama nel folto gruppo dei suoi seguaci, i cosiddetti marinisti. Ad accomunare queste
esperienze e soprattutto l'impiego di un linguaggio metaforico, ossia fondato sulla
possibilità di inconsueti accostamenti
consentiti dalla metafora, che, combinata
con altre figure retoriche, favorisce la
ricerca dell' imprevisto gioco di parole, del
concetto raro, acuto e prezioso, posto
spesso in chiusa del sonetto per potenziare
l'effetto sorpresa. La poesia barocca era
nata come reazione nei confronti del
petrarchismo cinquecentesco che, con il
suo esclusivo rifarsi al lessico usato
da Petrarca, aveva finito per ridurre la
donna a un figurino uniforme,
stereotipato. Al contrario, come si è visto, i poeti barocchi cantano la donna nella più
grande varietà dei suoi aspetti e comportamenti. E questo è un atteggiamento che
riguarda il rapporto del poeta con la realtà di cui indaga, sul piano delle scelte retoriche
e verbali, gli aspetti molteplici e uniformi. Assai diverse sono le più importanti
esperienze rappresentate dalla lirica che fuoriesce dai confini del Barocco: Gabriello
Chiabrera cerca una misura e dei ritmi tradizionalmente più composti, intrisi di
sentimentalismo e di musicale scorrevolezza; ben più incisive e profonde nelle poesie
di Tommaso Campanella sono le durezze e le dissonanze del dialetto, a esprimere le
sofferte esperienze che agitano un pensiero filosofico tormentato e complesso. Anche
fuori dall'Italia troviamo l'influenza barocca: in Inghilterra con John Donne e
soprattutto con William Shakespeare, autori unificati, oltre che da un linguaggio
suggestivamente metaforico e immaginifico, da un sentimento dello scorrere del tempo
ed ha una percezione del carattere effimero delle gioie umane che imprime ai loro versi
l'andamento di una sofferta problematicità. In Spagna troviamo Luis de Gòngora e e
Francisco de Quevedo.

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Giovan Battista Marino
Marino nacque a Napoli, che a quei tempi era sotto il dominio spagnolo, nel 1569. Fu
avviato dal padre agli studi legali, ma li abbandonò per dedicarsi alle lettere. Finì due
volte in carcere e, poco più che trentenne, si recò prima a Roma, poi a Ravenna ed infine
a Torino, alla corte dei Savoia. Anche
qui dovette fare i conti con la giustizia
e riuscì addirittura a sfuggire ad un
attentato tesogli da un letterato da lui
offeso.
Nel 1602-03 aveva intanto pubblicato
le prime due parti delle Rime, raccolte
insieme a una terza parte, nel 1614 con
il titolo di La lira.
Fuggì anche in Francia dove conobbe
Luigi XIII a cui dedicò il suo famoso
poema l'Adone. Nel 1623 tornò in
Italia per sfoggiare gli allori francesi e
per godersi le ricchezze accumulate
negli anni. Morì nel 1625 proprio nella
sua città natale, dopo una vita carica
di piacere, onori, denaro e avventure.

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DONNA CHE SI PETTINA
Autore: Giovan Battista Marino
Raccolta: La lira
La figura femminile è colta qui nel momento della toeletta.

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Uno scontro con il passato: la rivoluzione scientifica
Il passaggio alla nuova fisica, di cui Galileo e Keplero sono i portavoce, è stato un
passaggio delicato nella storia dell'uomo. Una vera e proprio rivoluzione: in questo
articolo cercheremo di raccontarvela per farvi capire come si è arrivati a decidere di
"fermare il Sole".

Tra il XV e il XVI secolo, il mondo è spettatore di un vero e proprio rinnovamento


storico e culturale: la rivoluzione scientifica. Il solo termine “rivoluzione” rimarca
l’importanza storica di questo particolare periodo: se da un lato il sostantivo ha un
profondo significato politico (indica un movimento, in cui sono insite nuove idee, che
rappresenta dunque un forte cambiamento: per esempio, la rivoluzione francese),
dall’altro il termine è associato al moto di un corpo lungo una particolare orbita (per
esempio, il moto di rivoluzione terrestre).
Spesso, però, la parola è utilizzata con un’accezione negativa, perché implica
logicamente anche i concetti di “insurrezione”, “ribellione” e “rivolta”. In un certo senso,
infatti, anche la rivoluzione scientifica ha un
legame con questi termini: la pubblicazione nel
1543 di “De Revolutionibus Orbium
Coelestium” dello scienziato polacco Niccolò
Copernico, infatti, scatena una fervida e accesa
contro-rivoluzione da parte della Chiesa
Cattolica che, guidata da Paolo III (il Papa del
Concilio di Trento del 1545-1563, durante il
quale si gettano le basi per la “Controriforma”,
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volta a contrastare le idee religiose di Lutero e Calvino), si oppone violentemente alla
nuova dottrina filosofico-scientifica.
Sebbene la rivoluzione scientifica abbia causato un notevole sconforto tra gli
intellettuali del 1500 e 1600, specialmente tra quelli filo-cattolici, sarebbe erroneo
considerarla un movimento esplicito, diretto e violento: infatti, è difficile ricondurla a
cause di tipo economico o sociale; il motivo più plausibile di questo rinnovamento va
piuttosto ricercato nel forte desiderio di libertà scientifica. Negli ambienti intellettuali
e scientifici, infatti, vi era una condivisa e sentita
necessità di svincolarsi dalle vecchie concezioni
scientifiche (per lo più di matrice aristotelica) per
favorire una scienza più legata alla realtà fisica e
all’esperienza, cancellando con decisione ogni
elemento magico o divino. Con la rivoluzione
scientifica, dunque, scompare il concetto di
“segretezza” (tipico della magia e della
stregoneria): gli scienziati non sono maghi che
condividono la loro conoscenza (o presunta tale)
con pochi eletti, al fine di evitare suoi usi scorretti,
ma sono uomini al servizio dell’intera umanità. Solamente attraverso una scienza
“pubblica”, infatti, è possibile garantire un progresso positivo per il mondo.
Alla luce di queste
considerazioni, la rivoluzione
scientifica può essere considerata
un primo passo verso la
fondazione di una scienza
moderna. Grazie a questo
rinnovamento, infatti, non solo
sono state messe in crisi ma sono
anche definitivamente crollate le
teorie filosofico-scientifiche che
per due millenni sono state un
importante punto di riferimento
per gli uomini.
L’epicentro di questa “crisi di ideali” si localizza in particolar modo nel campo
dell’astronomia dove Copernico, Keplero e Newton attaccano violentemente il sistema

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geocentrico descritto da Aristotele e ripreso da Tolomeo nel II secolo dopo Cristo. I
presupposti intoccabili della teoria geocentrica, sostituita con una visione meno
“egocentrica”, chiamata eliocentrica (il sole al centro dell’universo), sono principalmente
due: in primo luogo i moti dei pianeti sono descritti come moti circolari (il cerchio è un
simbolo di perfezione, fin dai tempi dei filosofi greci) e, in seconda battuta, la terra
viene considerata come un corpo immobile al centro di un universo, visto come una
grande sfera finita e limitata – dunque perfetta – nel quale il sole le ruota attorno.

Gli aristotelici, inoltre, erano convinti che vi fosse una netta distinzione tra due realtà
fisiche: quella terrestre, definita anche sublunare, caratterizzata da moti non circolari
e da continue generazioni e corruzioni di corpi, e la realtà celeste, descritta come un
mondo “perfetto”.
Una delle peculiarità di questo modello è il forte antropocentrismo (in questo senso il
sistema può essere anche definito “egocentrico”); la posizione fisica della terra, posta al
centro dell’universo, assume anche un forte significato metafisico: infatti, esprime la
dignità e la grandezza dell’uomo, echi di una visione antropocentrica del cosmo. I
motivi che spingono Aristotele (e poi Tolomeo) a elaborare una teoria nella quale la terra
fosse immobile sono probabilmente due: in primo luogo, il buon senso comune e, inoltre,
una considerazione matematica. Se da un lato è molto difficile concepire la terra come
un corpo in moto, poiché non si avverte alcun movimento, dall’altro essa è
necessariamente in quiete, poiché centro di una sfera limitata e finita.
Nel corso del Medioevo questa concezione diventa l’unico punto di riferimento in campo
scientifico: le teorie aristoteliche e tolemaiche, infatti, trovano un’importante conferma
in un passo della Bibbia (da Giosuè: “Quel giorno, quando il Signore diede a Israele la
vittoria sugli Amorrei, Giosuè pregò il Signore e gridò alla presenza di tutti gli Israeliti:
‘Sole, fermati su Gabaon! e tu, luna, sulla valle di Aialon!’ E il sole si fermò”).
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Queste ragioni spiegano dunque il motivo per cui il “De Revolutionibus Orbium
Caelestium”, contenente le prime basi della teoria eliocentrica, scatena un fortissimo
scandalo, soprattutto negli ambienti cattolici: per la prima volta le due autorità, che
per millenni erano considerate intoccabili, sono messe in crisi; la Bibbia era, ed è ancora
oggi, il fulcro attorno al quale ruota il Cristianesimo, mentre Aristotele era considerato
il massimo esponente del pensiero umano (nel 1500 era ancora in voga il detto “ipse
dixit”).
L’opera di Copernico contiene almeno sette assiomi, che possono essere considerati la
base della nuova astronomia:
1. l’universo non è una grande sfera omocentrica
2. il centro della terra non è il centro dell’universo ma è “centro di gravità”
3. tutte le sfere ruotano attorno al sole, al quale è vicino il centro dell’universo
4. la distanza tra sole e terra è trascurabile rispetto al raggio che unisce il sole al
“cielo delle stelle fisse” (ultimo guscio del sistema di sfere descritto da Aristotele)
5. il movimento delle stelle fisse (costellazioni) derivano dal moto terrestre. La terra,
infatti, ha un moto diurno di rotazione attorno al proprio asse
6. la terra compie un moto di rivoluzione attorno al sole
7. i moti retrogradi dei pianeti derivano dal moto della terra.
Vi è dunque un radicale cambiamento del punto di vista: l’osservatore (in generale, da
un punto di vista filosofico, l’uomo) non è più immobile al centro della terra ma è in
continuo movimento su di essa. Nonostante questo profondo cambiamento, però,
Copernico riprende anche alcuni elementi tradizionali:
➢ le stelle sono materiali
➢ l’universo è considerato una grande sfera finita
➢ i moti celesti sono moti circolari uniformi.
Nel 1600, lo scienziato Keplero dà un ulteriore contributo alla “nuova astronomia”.
Nel 1609, infatti, viene pubblicato “Astronomia nova”, nel quale sono contenute le tre
celebri “leggi di Keplero”:
1. i pianeti si muovono su orbite ellittiche di cui il sole occupa uno dei due fuochi
2. i pianeti spaziano aree uguali in tempi uguali
3. il rapporto tra il quadrato dei diversi periodi ed il cubo delle corrispondenti
distanze medie dal sole è costante: .

21
Infine, la celebre legge della
gravitazione universale di
Newton, insieme con il metodo
scientifico e le altre novità portate
da Galileo Galilei, completa il
processo di rivoluzione
scientifica. Tra il 1500 e il 1600 si
assiste dunque ad un forte
cambiamento: si passa dalla
scienza medievale, dominata dalla
concezione aristotelica della
scienza, qualitativa e finalistica,
ad una scienza moderna e
meccanicistica, basata su
un’attenta osservazione della realtà empirica e sulla ricerca di cause efficienti. Per la
prima volta, la matematica è usata in modo massiccio nello studio della natura: gli
scienziati, infatti, comprendono l’importanza degli aspetti quantitativi e misurabili
della realtà fisica. Inoltre, cade il concetto di “fine”: nella visione cristiana Dio è il “fine
ultimo” a cui tutto tende mentre per Aristotele il fine è intrinseco alla natura. Infine,
mentre nella scienza medievale i cinque sensi erano gli unici mezzi che l’uomo aveva a
disposizione per la ricerca e l’indagine, nel XVI secolo si cominciano ad usare degli
strumenti (ad esempio il celebre cannocchiale) come ausilio ai cinque sensi.
La mentalità razionale e moderna
nata con la rivoluzione scientifica ha
notevoli riflessi anche sugli studi
relativi al comportamento dell’uomo
e alle sue idee. Ad essa, infatti, segue
il movimento culturale
dell’Illuminismo, nel quale vi è il
trionfo dei “lumi della
ragione”. Scienziati e filosofi
dell’epoca contrapposero la ragione,
la libertà e la tolleranza
all’autoritarismo dei secoli
precedenti.

22
Con l’affermarsi della nuova fisica, prende piede una nuova visione del mondo, definita
“meccanicismo”. Il termine designa la concezione del mondo predominante nella cultura
seicentesca, che assunse la “macchina” a modello di spiegazione di tutta la realtà fisica.
Nonostante la rivoluzione scientifica abbia rappresentato un grave momento di crisi di
ideali e un crollo dei punti di riferimento, essa può essere considerata un passo
fondamentale per il pensiero dell’uomo e per la scienza.
La scienza, infatti, diventa un valido strumento a sostegno dell’uomo, che, grazie ad
essa, può progredire e migliorare la propria esistenza.

23
TEORIA GEOCENTRICA ED ELIOCENTRICA
Due modelli di Sistema Solare: geocentrico ed eliocentrico
Lo studio delle posizioni dei pianeti è molto antico: i primi modelli astronomici che
hanno cercato di spiegare i movimenti planetari risalgono a migliaia di anni fa. Essi
erano basati per lo più sull’idea che la Terra sia al centro del mondo (geocentrismo).
Alternativamente, una
corrente minoritaria di
astronomi, fra i quali
Aristarco di Samo (III
a.C.), aveva proposto in
varie occasioni che fosse il
Sole al centro del Sistema
Solare (eliocentrismo). Il
geocentrismo ebbe un
grande impulso a causa
dell’opera di Aristotele che
sul geocentrismo aveva
fondato tutta la sua Fisica.
Un ulteriore impulso al
geocentrismo si ebbe nel 100
d.C. circa a causa delle opere di un astronomo greco, Claudio Tolomeo, che aveva
proposto un modello geometrico del Sistema Solare il quale spiegava con grande
precisione tutti i movimenti dei pianeti supponendo che essi ruotassero intorno alla
Terra. Tale modello di Cosmo rimase il più seguito nel mondo occidentale fino al 1600.

Aristotele (384 a.C. - 322 a.C.)


Aristotele è sicuramente il più famoso filosofo
dell’antichità, il cui pensiero ha influenzato tutta la cultura
occidentale fino al 1.600. Nato da una famiglia di medici
nel 384 a.C. a Stagira, città della antica Macedonia, a
diciassette anni fu mandato ad Atene dove si formò
nell'Accademia platonica; lì ebbe modo di incontrare un
altro grande scienziato del passato, Eudosso di Cnido, che
era stato uno dei fondatori della teoria geocentrica. Dopo la
morte di Platone iniziò un periodo di viaggi durante il quale
insegnò in molte città fondando alcune scuole; tra il 343 e il
342 si occupò, su richiesta di Filippo II di Macedonia,
dell'educazione di Alessandro Magno; tornato ad Atene
24
fondò nel 335-34 la sua scuola più famosa, il Liceo. Nell’ultimo periodo della sua vita,
dopo la morte di Alessandro Magno, egli lascia Atene per motivi politici. Morirà in
Eubea nel 322 a.C.

Aristotele fu tra i primi ad elaborare una legge che


spiegasse la struttura dell’universo e il moto degli
astri (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove,
Saturno e le così definite "stelle fisse"), riprendendo
ed ampliando la teoria proposta dal suo maestro
Eudosso di Cnido. La sua concezione dell’universo
fu presentata in particolare nelle opere "Fisica", "De
Caelo", e nella "Metafisica". Il sistema cosmico
aristotelico divide nettamente i cieli, la regione oltre
la Luna che è sede dell’ordine immutabile e del moto
circolare, dallo spazio sublunare, sede del disordine,
del moto rettilineo e del cambiamento.

La zona sublunare è occupata da quattro


elementi tra i quali la terra occupa il luogo più
vicino al centro; per quanto riguarda la Terra,
Aristotele ritiene che essa sia sferica ma non
perfetta a causa del suo moto rettilineo. Per i
quattro elementi (acqua, aria, terra, fuoco) vale la
teoria dei luoghi naturali secondo la quale essi, se
spostati dal loro luogo naturale, tendono a
ritornarci. In ordine: l’acqua, l’aria e il fuoco si
trovano in tre sfere differenti roteanti intorno
alla terra.
La zona oltre la Luna è composta da etere, che è l’elemento che compone tutti i corpi
celesti ed è l’unico che si muove di moto circolare. Esso è eterno, immutabile, senza peso
e trasparente. I cieli che compongono l’universo sono incorruttibili e ingenerabili;
l’ultima sfera dei cieli (cielo delle stelle fisse) è la più perfetta in quanto ha un
movimento di origine divina. Essa racchiude l’universo rendendo impossibile l’esistenza
di un ulteriore mondo come aveva ipotizzato Platone (mondo delle idee). I cieli hanno
una velocità sempre costante ed il loro movimento va da Est verso Ovest; le stelle sono
prive di moto proprio e sono trasportate dal moto dei cieli in cui si trovano (le stelle
sono incastonate in sfere rigide concentriche rotanti in modo uniforme).

25
Claudio Tolomeo (100 d.c. circa – 175 d.c. circa)
Nel 100 d.C. circa, fu dato un grande impulso al
modello geocentrico dall’opera di un grande fisico e
matematico greco, Claudio Tolomeo, che visse e lavorò
ad Alessandria d'Egitto, allora nella Prefettura
d'Egitto dell'Impero Romano. Considerato uno dei
padri della geografia, fu autore di importanti opere
scientifiche, la principale delle quali è il trattato
astronomico noto come Almagesto.
In questo lavoro, una delle opere scientifiche più
influenti dell'antichità, Tolomeo raccolse la conoscenza
astronomica del mondo greco basandosi soprattutto sul
lavoro svolto tre secoli prima dal grande astronomo
greco Ipparco. Tolomeo formulò un modello geocentrico che permetteva di predirre con
grande precisione le posizioni dei corpi celesti nel cielo: questo modello del sistema
solare, che da lui prenderà il nome di Sistema Tolemaico, rimase di riferimento per tutto
il mondo occidentale (ma anche arabo) fino al 1543 quando fu contestato dal modello
di sistema solare eliocentrico dell'astronomo polacco Niccolò Copernico.
Copernico (1473 – 1543)
Copernico nacque nel 1473 nella città di Toruń. Nel
1491 Copernico entrò all'università di Cracovia dove
conobbe l’astronomia. Dopo quattro anni, ed un
breve soggiorno a Toruń, venne in Italia, dove studiò
diritto presso l'Università di Bologna; durante i suoi
viaggi ebbe occasione di approfondire le sue
conoscenze di astronomia, materia che lo aveva
sempre affascinato. Lasciata l'Italia, tornò in
Polonia dove, fra le altre attività, sviluppò i suoi
studi di astronomia ma non pubblicò mai nulla
eccetto piccole parti distribuite ai suoi amici che
riguardavano anche il sistema eliocentrico che stava
sviluppando. Il cardinale di Capua gli richiese una
copia del manoscritto, il che rese Copernico ancora
più profondamente terrorizzato, potendosi leggere in
questa richiesta un segno di apprezzabile nervosismo della Chiesa.

26
Nel 1542 Copernico cedette alle pressioni di alcuni suoi amici astronomi e mandò a
stampare il suo capolavoro, De Revolutionibus Orbium Coelestium, a Norimberga.
Morirà meno di un anno dopo la
pubblicazione, nel 1543. Il nucleo
centrale della teoria di Copernico era
l'essere il Sole al centro delle orbite degli
altri pianeti, e non la Terra. La teoria di
Copernico non era però senza difetti, o
almeno senza punti che in seguito si
sarebbero rivelati fallaci, come per
esempio l'indicazione di orbite circolari,
anziché ellittiche - come oggi sappiamo
- dei pianeti. Questi errori rendevano i
risultati concreti degli studi, come per
esempio le previsioni delle effemeridi,
non più precise di quanto non fosse già
possibile ottenere col sistema Tolemaico
(o geocentrico). Un altro aspetto della
teoria di Copernico che lasciava perplessi gli scienziati era la mancanza (per la scienza
dell'epoca) di una spiegazione fisica dei movimenti terrestri; quale forza poteva far
ruotare una pesantissima sfera di roccia, polvere ed acqua, del diametro di migliaia di
miglia, intorno al Sole? Per queste apparenti contraddizioni e incertezze (superate solo
cento anni dopo con la fisica newtoniana), molti importanti astronomi per lungo tempo
non riconobbero la validità della teoria copernicana. Tuttavia la nuova teoria
eliocentrica impressionò grandi scienziati come Galileo e Keplero, che sul suo modello
svilupparono correzioni ed estensioni della teoria. Fu l'osservazione galileiana delle fasi
di Venere a fornire il primo riscontro scientifico delle intuizioni copernicane.
Galileo Galilei (1564 – 1642)
Galileo aveva letto l’opera di Copernico ed era un convinto
sostenitore della teoria eliocentrica e sostenne le sue tesi e le
dottrine copernicane nel Saggiatore (1623) e poi nel Dialogo
sopra i massimi sistemi del mondo (1632), ambedue opere
fondamentali al pensiero moderno scientifico. Così, nel 1632
viene convocato a Roma davanti al tribunale dell'Inquisizione
ed è costretto ad abiurare le proprie dottrine, teorie e
convinzioni. Giovanni Paolo II, che ha chiesto nel 1979 la
revisione del "Caso Galilei", ritira la condanna della Chiesa
cattolica allo scienziato; pubblicamente riconosce la validità e

27
verità scientifica delle teorie di
Galileo Galilei e chiede scusa, da
parte della Chiesa, per avere
ingiustamente condannato non
solo il fondatore della scienza
moderna ma indiscutibilmente
una delle menti più brillanti,
geniali e serie dello scorso
millennio.

28
«La mathematica è l'alfabeto in cui Dio ha scritto l'Universo».
Queste parole pronunciate da Galileo Galilei dicono molto su di
lui: fisico, filosofo, matematico e astronomo, è considerato il
padre della scienza moderna perché creò il metodo scientifico,
basato sull'osservazione oggettiva della realtà.
Processato dalla Chiesa di Roma, cercò di spiegare da cattolico
la teoria eliocentrica prima di essere costretto ad abiurare.

29
Galileo Galilei: biografia, opere e scoperte iniziali
Nato a Pisa nel 1564, Galileo iniziò nel 1580 a studiare medicina presso l'Università
della sua città, prima di scegliere nel 1583 di specializzarsi in matematica. A fargli da
insegnante fu Ostilio Ricci, che riteneva che la matematica fosse
una scienza non astratta, ma utile per risolvere i problemi
pratici.
Fino al 1585 Galileo rimase a Pisa dove studiò anche fisica e dove
fece la sua prima scoperta: si racconta che osservando la lucerna
posta sul soffitto della cattedrale di Pisa scoprì l'isocronismo delle
oscillazioni del pendolo.
Dal 1589 insegnò a Pisa e nel 1592 venne chiamato presso
l'università di Padova dove fu docente fino al 1610. I diciotto anni
trascorsi nella città veneta furono definiti da Galileo «i migliori di tutta la mia età».
Nello studio di Padova Galileo creò una piccola officina nella quale eseguiva
esperimenti e fabbricava strumenti che vendeva per arrotondare lo stipendio:
qui inventò nel 1593 la macchina per portare l'acqua a livelli più alti, che fu utilizzata
a Venezia.
Nel 1604 apparve nei cieli europei
una supernova. Si dice
che Galileo ne approfittò per
creare oroscopi a pagamento, ma
soprattutto per costruire e
perfezionare tra 1604 e 1609 il
cannocchiale, strumento
inventato in Olanda, usato
da Galileo per la prima volta per
osservare le stelle.

30
Per tutto il 1610 Galileo:

✓ Acquisì informazioni precise sulla superficie


della Luna, stabilendo che presentava delle
irregolarità;

✓ Studiò la Via Lattea, che si rivelò un


insieme di stelle lontanissime, che
allargavano i confini dell'universo;

✓ Scoprì i quattro maggiori


satelliti di Giove,
osservando che anche
i pianeti possono avere dei
satelliti;

✓ Scrutò il Sole, vedendovi delle macchie in


movimento.

31
Le nuove scoperte vennero pubblicate nel 1611
nel Sidereus Nuncius, opera che Galileo inviò al granduca
di Toscana Cosimo II de Medici e che gli valse
una posizione da insegnante a Firenze, e nel 1613
nell'Istoria delle macchie solari e loro accidenti.
Nel 1611 la Chiesa e il Sant'Uffizio iniziarono a prestare
attenzione alle opere di Galileo. Per questo e per il peso
accademico dei docenti Gesuiti del Collegio romano, il
matematico pisano si recò nel marzo 1611 a Roma, dove fu
accolto da papa Paolo IV e dove fu iscritto all'Accademia
dei Lincei.

Il nuovo metodo scientifico e il sistema copernicano


Nel 1614 a Firenze il frate Tommaso Caccini lanciò contro i matematici moderni, e in
particolare contro Galileo, l'accusa di contraddire le Sacre Scritture con le
loro concezioni astronomiche ispirate alle teorie copernicane. Galileo Galilei aveva
aderito infatti:
✓ Alle idee di Keplero sui movimenti dei pianeti, tra cui quella in base alla quale la
Terra compiva su sè stessa un moto di rotazione.
✓ Alla teoria eliocentrica enunciata nel De revolutionibus orbium coelestium del
1543 dall'astronomo Niccolò Copernico, per cui non la Terra, ma il Sole si trovava
al centro del sistema con i pianeti che gli giravano attorno con un moto di
rivoluzione.
Il clima iniziava a farsi teso per i sostenitori di queste teorie e nel 1616 i teologi della
Chiesa di Roma affermarono che le idee copernicane erano eretiche perché
contraddicevano i passi delle Sacre Scritture e le opinioni dei Padri della
Chiesa. Galileo espresse il suo pensiero in una serie di lettere scritte tra 1613 e 1616,
chiamate Lettere “copernicane”, e nel Saggiatore opera del 1623 dedicata allo studio
delle comete. In queste due opere Galileo si occupò di spiegare come la Bibbia avesse
carattere morale e salvifico e non scientifico e si preoccupò di chiarire l'approccio che si
doveva avere nelle scienze. Tra la fede e la ragione non ci può essere contrasto o
confusione; se tra le verità scientifiche e quelle religiose ci fosse un’apparente
contraddizione, questa dovrebbe essere risolta a favore della prima, dal momento che la
natura, con le sue leggi, è diretta espressione della volontà divina, mentre la Scrittura
risente della mentalità del tempo in cui l’opera venne composta, e occorre saperne
32
cogliere i “veri sensi”. Le discussioni di carattere scientifico dovevano basarsi sulla
creazione di un'ipotesi che nasceva dalla teoria e che trovava conferma nell'osservazione
diretta della realtà naturale.
L'osservazione andava effettuata raccogliendo dati che portavano a una lettura
matematica dell'esperienza stessa e come
se fosse un esperimento. Si arrivava così
a:
✓ Sensate esperienze, nate
dall'osservazione sistematica e
scientifica della realtà naturale mediata
dalla matematica e a partire da
un'ipotesi teorica
✓ Certe dimostrazioni, le conferme
ottenute dall'osservazione continua del
mondo.
Questo era il metodo da seguire per
conoscere la realtà naturale
secondo Galileo: il metodo scientifico o
sperimentale.
Nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, opera di trattatistica scientifica
composta tra 1624 e 1630, Galileo confutò le teorie del sistema tolemaico-aristotelico
-secondo il quale la Terra era ferma al centro dell'universo con i pianeti che le giravano
intorno- a favore del sistema copernicano basato sulla teoria eliocentrica.
La confutazione e la dimostrazione della rotazione e rivoluzione della Terra avvenne
sulla base degli studi di Copernico e Keplero e dell'osservazione diretta delle stelle, ma
anche dei principi appena elaborati da Galileo di:
✓ Inerzia, secondo cui un corpo, se non disturbato, conserva indefinitamente il
proprio moto;
✓ Relatività del movimento, per cui non è possibile stabilire sulla base di esperienze
e osservazioni compiute stando all'interno di un sistema e senza punti di
riferimento esterni, se il sistema sia fermo o se si muova con un moto rettilineo e
uniforme. Per esempio: se ci troviamo su una nave che non compie movimenti
bruschi e si muove lungo una linea retta, senza avere punti di riferimento, non
riusciamo a capire se ci muoviamo o no.
La condanna del Sant'Uffizio e gli ultimi anni
Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo ricevette molti elogi, ma sin da
subito si diffusero le voci di una proibizione del libro da parte della Chiesa di Roma.
33
Il processo davanti al tribunale
dell'inquisizione e l'abiura. Nel 1633
arrivò la chiamata dell'inquisizione e
iniziò il processo durante il
quale Galileo provò a spiegare, senza
riuscirvi, le sue ragioni alla Chiesa.
Il 22 giugno 1633 compì un'abiura
delle sue teorie, con la quale
sconfessava le scoperte fatte e
la teoria copernicana,
venendo condannato all'esilio ad
Alatri.
Dopo l'abiura, secondo la leggenda,
sembra che Galileo disse «E pur si
muove», a testimonianza di come
credesse ancora nella teoria eliocentrica.
Nel 1638 fu pubblicato nei Paesi Bassi il trattato chiamato Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze, l'opera galileiana più importante.
Galileo morì nel 1642.
Solo nel 1992 il papa riconosce gli errori della Chiesa nei confronti di Galileo. Con le
sue scoperte Galileo Galilei cambiò il modo di fare scienza e il mondo intero, eppure
morì da solo in esilio nella residenza ad Alatri.
Il 31 ottobre 1992, 359 anni dopo l'abiura, papa Giovanni Paolo II riconobbe gli errori
commessi dalla Chiesa nei confronti di Galileo davanti alla sessione plenaria
della Pontificia accademia delle scienze.

34
Galileo Galilei e il "Sidereus Nuncius":
il cannocchiale e il metodo scientifico
Il Sidereus Nuncius di Galileo Galilei è un breve trattato di
astronomia pubblicato nel 1610, che rende conto
delle rivoluzionarie osservazioni e scoperte compiute dallo
scienziato pisano con l’uso di un cannocchiale, perfezionato
per l’occorrenza. Il titolo dell’opera è traducibile come
“messaggero celeste”, e si riferisce appunto alle radicali
novità, rispetto alla cosmologia aristotelica e tolemaica, che
il libro portava con sé.
Struttura dell’opera e idee fondamentali
Il Sidereus Nuncius viene pubblicato a Venezia il 12 marzo
1610 in una tiratura iniziale di 550 copie dalla stamperia
Tommaso Baglioni; si tratta di un agile volumetto, di circa sessanta pagine, in cui
Galileo presenta e riassume le scoperte effettuate nei mesi precedenti con l’uso di un
cannocchiale rivolto al cielo per delle osservazioni notturne. Il testo è dedicato, con la
segreta speranza di poter tornare in Toscana per svolgervi attività di ricerca,
al Granduca Cosimo II de’ Medici.
Nei mesi precedenti, Galileo si è dedicato prima
al perfezionamento tecnico del cannocchiale, ideato
nel 1608 in Olanda da Hans Lippershey, sfruttando
le competenze dell’Arsenale di Venezia e il sostegno
economico del Senato veneziano interessato anche
alle ricadute militari delle ricerche galileiane sullo
strumento; quando lo scienziato volge il suo
cannocchiale al cielo, scopre qualcosa che gli
permette di smontare e rivoluzionare la scienza del
suo tempo.
La prima grande novità è relativa alla superficie
della Luna, che secondo la fisica e la cosmologia
tradizionali, ancorate al principio di autorità e
all’ossequio alla teoria geocentrica tolemaica, doveva essere liscia e perfetta come una
sfera. In realtà Galileo nota, grazie alle macchie e le ombre prodotte dal Sole, che la
crosta della Luna è aspera et inaequali cioè, “scabra e disuguale, con rilievi di diverse

35
altezze”, e che non è poi tanto dissimile da alcuni monti terrestri. Galileo correda questa
ossevazione con disegni tratti direttamente dall’osservazione col telescopio.

La seconda rivelazione galileiana riguarda le stelle fisse, che ad un esame analitico si


rivelano essere molte di più del numero convenzionale tradizionalmente accettato
(Galileo, a riprova di ciò, traccia lo schema
completo della cintura e della spada di
Orione e della costellazione delle Pleiadi);
ciò spezza la rappresentazione
dell’universo come un insieme compiuto,
ordinato e limitato di astri, tutti noti
all’occhio umano.
Come terzo punto, lo scienziato spiega che
la Via Lattea è “nient’altro che una
congerie di innumerevoli Stelle, disseminate
a mucchi; ché in qualunque regione di essa
si diriga il cannocchiale, subito una ingente folla di Stelle si presenta alla vista, delle
quali parecchi si vedono abbastanza grandi e molto distinte; ma alla moltitudine delle
piccole è del tutto “inesplorabile”.
L’esistenza di nebulose ed ammassi
distinti di stelle - Galileo studia in
particolare la nebulosa di Orione e
la “nebulosa Presepe”, un gruppo di
stelle nella costellazione del Cancro
- è un chiaro indizio che l’universo
è ben più ampio di quanto creduto
finora.

36
Ultima novità fondamentale è la scoperta
dei quattro satelliti “medicei” (nominati
così in onore di Cosimo II) orbitanti
attorno a Giove; Il Sidereus Nuncius è
allora un punto fondamentale nella storia
delle idee occidentale: il metodo galileiano
applicato al “libro della natura”, come dirà
nel Saggiatore, getta le basi per
la moderna ricerca scientifica, fatta di prove, esperimenti e verifica sperimentale di dati,
strumenti, risultati raggiunti. Galileo, che nell’insegnamento universitario continua
prudentemente a seguire l’impostazione tolemaica, getta qui i semi delle future
argomentazioni del Saggiatore e del Dialogo sopra i due massimi sistemi.
Il Sidereus Nuncius e lo stile di Galilei
La struttura e lo stile del Sidereus Nuncius sono funzionali alla comunicazione precisa
ed efficace del suo contenuto, e quindi alla diffusione migliore possibile delle
strabilianti scoperte che esso contiene.
Galilei infatti ha due esigenze primarie: divulgare ciò che vede col cannocchiale in breve
tempo e raggiungere la comunità scientifica internazionale, per sollevare la curiosità e
l’interesse sul proprio lavoro e per stimolare il dibattito e la ricerca nel campo (secondo
cioè un principio per cui il progresso scientifico si arricchisce proprio grazie all’apporto
delle idee, delle ipotesi e delle critiche di quanti più scienziati possibile).
In tale ottica, Galileo sceglie il latino, lingua ufficiale della comunicazione di dotti e
sapienti e adotta una strategia comunicativa assai efficace ed abile: destinando gli
artifici della retorica solo alla dedica a Cosimo de’ Medici (dove appunto l’elevatezza
del personaggio giustifica uno stile più ricercato), egli imposta il resto della trattazione
con uno stile narrativo, che, in una prosa chiara e lineare, segue passo per passo
l’osservazione del cielo. Sulle pagine del Sidereus Nuncius, così, l’emozione della
scoperta si unisce sempre alla massima precisione scientifico-terminologica, con
l’indicazione di dati, metodi di osservazione, strumenti utilizzati. Con il Sidereus
Nuncius, Galileo non si presenta solo come il padre del metodo scientifico moderno, ma
anche come il primo, vero divulgatore di cultura scientifica. Il successo del Sidereus
Nuncius fu considerevole: esaurite subito le prime copie, cominciarono presto a
circolarne edizioni non autorizzate dall’autore. Il nome di Galileo si diffuse insieme
con la sua opera, giungendo immediatamente a Giovanni Keplero (1570-1631) e nelle
principali corti italiane ed europee, fino a giungere addirittura in Cina, dove il nome
dello scienziato italiano fu traslitterato in Chia-Li-Lueh.

37
Le Lettere “Copernicane”
Le lettere scritte da Galileo Galilei nel
periodo compreso fra il 1588 e il dicembre
1641 costituiscono un epistolario di oltre
400 lettere. Tra queste, alcune erano
destinate dall’autore stesso alla stampa o ad
un’ampia diffusione, volendo contribuire
così alla divulgazione delle sue scoperte
anche tra persone meno colte e quindi fino
ad ora meno interessate alle scienze.
Tuttavia le più importanti sia dal punto di
vista letterario che per la comprensione del
suo pensiero sono le restanti, indirizzate a
familiari, amici, colleghi italiani e stranieri,
autorità religiose e politiche. Tra queste
ricordiamo quelle scritte alla sua figlia
prediletta, Suor Maria Celeste, con cui
aveva instaurato un rapporto molto intenso
(lui stesso la definì “donna di esquisito ingegno, singolare bontà e a me
affezionatissima”); di altro genere sono quelle destinate ai suoi colleghi, scritte dopo la
carcerazione ad Arcetri e che sono l’unico mezzo con il quale, eludendo la vigilanza
dell’Inquisizione, poteva mantenere viva una fitta rete di relazioni intellettuali ed
umane con le menti più aperte della cultura europea costruendo una sorta di corte di
fisici in cui studia la causa delle maree insieme a scienziati del calibro di Christiaan
Huygens, Keplero o Tyco Brahe.
Di indiscutibile valore sono infine le quattro lettere conosciute sotto il nome di
“copernicane” scritte fra il 1613 e il 1615. Sono indirizzate alla classe dominante con
lo scopo di dimostrare la fondatezza delle proprie teorie. In particolare una, la più
lunga ed impegnata, è diretta alla granduchessa Cristina di Lorena, madre di Cosimo
II, esponente quindi della nobiltà di cui cercava l’appoggio economico per continuare
gli studi, mentre le altre tre sono destinate ad esponenti della Chiesa (monsignor Piero
Dini e il padre benedettino Benedetto Castelli), con il dichiarato intento di
convincerla che la propria posizione, e in generale quella copernicana, non mette a
repentaglio né la fede cattolica né l’autorità religiosa della Chiesa stessa. Inoltre

38
l’appoggio della Chiesa era indispensabile affinché i suoi studi potessero superare le
diffidenze e le perplessità dell’ambiente in cui si trova ad agire.
Tra queste ne ricordiamo in particolare due: quella al Castelli e quella a Cristina di
Lorena.
Bisogna innanzi tutto ricordare che le tesi copernicane apparivano pericolose alla
Chiesa che allora pensava di dover interpretare la Bibbia letteralmente: si legge infatti
in Giosuè 10,12-13: “[…] Sole, fermati su Gabaon! E tu, luna, sulla valle di Aialon!
Il sole si fermò, la luna restò immobile […]”. Inoltre la Controriforma non poteva
ammettere che fosse un credente qualsiasi a stabilire i principi di interpretazione della
Bibbia. Galileo invece separa la scienza dalla fede. Egli dice: “l’intenzione dello
Spirito Santo [è] d’insegnarci come si vadia al cielo e non come vadia il cielo”. Infatti
“se gli scrittori sacri avessero avuto pensiero di persuadere al popolo le disposizione e
movimenti de’corpi celesti, e che in conseguenza dovessimo noi ancora dalle Sacre
Scritture apprender tal notizia, non ne avrebbon, per mio credere, trattato così poco,
che è come niente in comparazione delle infinite conclusioni ammirande che in tale
scienza si contengono e si dimostrano”. Invece lo studio razionale del cielo così come
di tutti i fenomeni della Terra tocca agli scienziati che adopereranno il metodo
empirico senza basarsi in alcun modo su quanto scritto da altri (il riferimento evidente
è all’aristotelismo dominante in quei secoli): infatti scrive “mi par che nelle dispute di
problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture,
ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie: perché, procedendo di
pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello
Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio; ed essendo
di più, convenuto nelle Scritture, per accomodarsi, l’intendimento dell’universale, dire
molte cose diverse, in aspetto e quanto al nudo significato delle parole, dal vero
assoluto; ma all’incontro, essendo la natura inesorabile ed immutabile, e mai non
trascendente i termini delle leggi impostegli, come quella che nella cura che le sue
recondite ragioni e modi di operare sieno e non sieno esposti alla capacità degli uomini;
pare che quello degli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone dinanzi agli
occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser
revocato in dubbio, non che condannato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle
parole diverso sembiante, poiché non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così
severi com’ogni effetto di natura, né meno eccellentemente ci si scuopre Iddio negli
effetti di natura che ne’sacri detti delle Scritture”. In sintesi, le Sacre Scritture sono
vere, ma non devono essere lette nel loro significato letterale, ma in modo concordante
a quanto studiato dagli scienziati. Infatti, solo la scienza può darci una descrizione
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oggettiva e quindi vera della realtà perché descrive le qualità oggettive dei corpi,
quantitative e misurabili, escludendo le qualità soggettive che sono proprie non
dell’oggetto studiato ma del soggetto studiante. È facile capire come queste idee e più
in generale il suo pensiero che intende l’attività gnoseologica dell’uomo basata
esclusivamente sull’osservazione della realtà e contemporaneamente sulla
sistemazione organica di questi dati attraverso l’uso della matematica (metodo
induttivo) siano apparse estremamente rivoluzionarie ai suoi contemporanei. La
Chiesa dopo un’iniziale approvazione delle teorie galileiane, si accorse delle
contraddizioni che esse presentavano rispetto alla propria visione del mondo, così
prima attraverso l’azione singola di alcuni preti, poi attraverso il Sant’Uffizio intimò
a Galileo di non sostenere e insegnare più la teoria copernicana perché “stolta e
assurda in filosofia e formalmente eretica” (26 febbraio 1616). Galileo, che era
credente e che non voleva affatto mettersi contro la Chiesa e la religione in
particolare, acconsentì e promise di ubbidire. Dopo l’elezione al soglio pontificio di
Papa Urbano VIII, Galileo riprende la sua battaglia culturale, scrive “Il Saggiatore”
e il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. Proprio a causa di quanto scritto
in quest’ultima opera, l’Inquisizione prima ne ordina la sospensione della
pubblicazione e poi, il 12 aprile 1633, chiama Galileo a Roma per l’inizio del processo,
che si conclude il 22 giugno con una sentenza di condanna, dopo la quale Galileo
pronuncia la sua abiura.
Dopo più di un secolo, il 16 aprile 1757, la Congregazione dell’Indice decide di non
inserire più i libri che insegnano il moto della terra nell’elenco dei libri proibiti. La
riabilitazione ufficiale di Galileo è avvenuta nell’ottobre del 1992 con Papa Giovanni
Paolo II, quando la Chiesa, dopo la revisione del processo fatto nel 1633, riconosce i
“torti” fatti allo scienziato e assume sui rapporti tra scienza e fede un atteggiamento
simile a quello di Galileo, pur con le dovute differenziazioni.

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Il Saggiatore
Il Saggiatore, nel quale con bilancia squisita e
giusta si ponderano le cose contenute nella
Libra è un trattato scritto da Galileo Galilei, a
cura dell'Accademia dei Lincei e dedicato
all'accademico e maestro di Camera del
papa Virginio Cesarini. Dopo aver avuto
l'imprimatur dal teologo domenicano Niccolò
Riccardi, il libro fu stampato nel maggio
del 1623 a Roma.
Il trattato nacque da una disputa tra Galileo
e Orazio Grassi sull'origine delle comete.
Nell'agosto del 1618 erano apparse tre comete,
divenute oggetto di discussione da parte di
scienziati e filosofi.
Il gesuita Orazio Grassi pubblicò un trattato,
la Disputatio astronomica, proponendo una
spiegazione a questo fenomeno. Galileo rispose
tramite un suo discepolo, Mario Guiducci,
col Discorso delle comete. Il Grassi allora, sotto
lo pseudonimo di Lotario Sarsi, rispose con la Libra astronomica ac philosophica, e
Galileo, fingendo di credere che il Sarsi fosse una persona ben distinta dal Grassi,
scrisse Il Saggiatore, nel quale con bilancia squisita e giusta si ponderano le cose
contenute nella Libra.
Il titolo dell'opuscolo deriva dalla bilancia di precisione, il "saggiatore" appunto, con la
quale gli orefici pesano l'oro, in contrapposizione alla grossolana "Libra" (stadera) con
la quale il Grassi, secondo il parere di Galileo, pesa le opinioni, che esse siano proprie o
altrui.
Nella sua opera il sedicente Lotario Sarsi argomentava le sue dimostrazioni tirando in
ballo uova, fionde, Babilonesi, argomenti su i quali Galilei così si esprimeva
rivendicando la superiorità delle osservazioni empiriche sulle argomentazioni non
dimostrate: «Se il Sarsi vuole che io creda che i Babilonii cocesser l'uova col girarle
velocemente nella fionda, io lo crederò, ma a noi questo non succede [...] Ora a noi non
mancano uova né fionde, né uomini robusti che le girino, e pur non si cuocono [...]. E
poiché non ci manca altro che esser di babilonia, adunque l'esser Babilonii è causa
dell'indurirsi delle uova, e non l'attrizione dell'aria».
L'ipotesi di Galileo che le comete fossero delle apparenze dovute ai raggi solari era
sbagliata, mentre il Grassi, correttamente, affermava che esse erano corpi celesti. Ma
Galileo aveva ragione nel sostenere che non era la scienza libresca del Grassi quella
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giusta, in quanto non fondata sulle esperienze, bensì sui libri degli antichi e
sull'astrazione. Galileo invece si basava sul suo nuovo metodo scientifico, basato
sull'osservazione e la sperimentazione. Per questo motivo il Saggiatore è di grande
rilevanza nella fondazione del moderno concetto di scienza.
Galileo dedicò il trattato al nuovo papa, Urbano VIII, che l'autore conosceva fin da

quando era cardinale, che era salito al soglio pontificio nello stesso anno 1623. Noto
per l'apertura alle arti e alla scienza, papa Barberini mostrò di gradire molto il
contenuto dell'opera.
Dal punto di vista letterario, è considerato l'opera più elegante e effervescente di
Galileo, quella in cui si fondono maggiormente il suo amore per la scienza, per la verità
e la sua arguzia di polemista. D

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Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e
copernicano
Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo (1632) è un trattato scientifico in
forma dialogo di Galileo Galilei (1564-1642)
a sostegno della teoria eliocentrica
copernicana rispetto al modello geocentrico
tolemaico appoggiato
all’auctoritas di Aristotele e della filosofia
scolastica. L’opera di Galileo verrà messa
all’Indice nel 1633 e l’autore costretto
ad abiurare le proprie tesi.
Temi e contenuti
Il Dialogo si innesta nel più ampio processo di
smantellamento della cosmologia aristotelico-
tolemaica che anticipa la rivoluzione
scientifica a cavallo tra Seicento e Settecento,
culminando poi nella filosofia
dell’Illuminismo. Il dialogo si pone del resto al
culmine del percorso di ricerca galileiano, che
va dal Sidereus Nuncius (1610)
al Saggiatore (1623), passando per le Lettere Copernicane. In accordo con i principi del
metodo sperimentale e fondando le proprie argomentazioni sulle osservazioni concrete
condotte con l’uso del cannocchiale, Galilei focalizza l’attenzione sulla questione delle
maree, sostenendo la tesi - al giorno d’oggi, rivelatasi errata - che esse sarebbero il
risultato della rotazione della Terra (e quindi, come prova decisiva a sostegno del
sistema eliocentrico).
Tuttavia, per ottenere l’imprimatur ecclesiastico e per scansare le polemiche in ambito
aristotelico e religioso (in particolar modo, tra i Gesuiti) sorte nel 1624 con Il
Saggiatore, Galilei opta per modificare il titolo originario Dialogo sopra il flusso e il
reflusso delle maree e appunto per la struttura dialogica, in cui, in modo
apparentemente neutrale, i diversi personaggi presentano le due tesi e le prove a
supporto. Da questo “dialogo”, protrattosi nella finzione dell’opera per quattro giorni,
emerge la bontà delle tesi galileiane. L’ambientazione è quella del palazzo di Giovanni
Francesco Sagredo (1571-1620).

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I personaggi del Dialogo sono:
➢ Giovanni Sagredo, nobiluomo veneziano amico
personale di Galileo e gran appassionato di scienze,
che è ipoteticamente è super partes, incarnando l’uomo
di cultura che è naturalmente predisposto al dialogo
culturale e all’apertura mentale. In questo senso, ben
presto Sagredo propende per le assennate
dimostrazioni a favore del copernicanesimo piuttosto
che per le infondate tesi aristoteliche a base del
geocentrismo.
➢ Filippo Salviati (1571-1620), astronomo e nobile
fiorentino, è aperto sostenitore della teoria
eliocentrica; egli contesta il principio d’autorità cui si
appella Simplicio ed illustra a Sagredo, in modo chiaro
e comprensibile, i fondamenti scientifici del modello
copernicano. Spesso Salviati si appella allo
stesso Galileo, celato dietro il nome di “Accademico
Linceo”, per comprovare le proprie affermazioni.
➢ Simplicio, sostenitore dell’aristotelismo (il suo nome
sarebbe quello di Simplicio di Cilicia, un
commentatore di Aristotele del VI secol o d.C.) e
delle teorie geocentriche. Simplicio - nel cui nome è
presente una sfumatura ironica, tanto che alcuni critici
ne hanno paragonato la caratterizzazione a quella
di Calandrino nel Decameron - è l’emblema dello
scienziato-filosofo rinascimentale, ancora legato al
principio d’autorità e al rispetto deferente della
filosofia scolastica, acnhe quando questa sia in
evidente conflitto con i dati empirici. Nei confronti di
Simplicio e del suo dogmatismo fine a se stesso il
narratore del Dialogo oscilla tra l’ironia (come quando Simplicio viene bloccato
dalla bassa marea) e una certa evoluzione, che lo porta talvolta a ragionare in
maniera meno rigida ed ortodossa.

Anche le scelte stilistico-linguistiche del Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo contribuiscono al progetto galileiano di divulgazione delle tesi eliocentriche e di
un metodo più “moderno” di affrontare la scienza e il mondo. Galileo scegli infatti il
volgare come strumento per dialogare con il pubblico più ampio possibile, e non solo con
la cerchia dei dotti che conoscono il latino. Al tempo stesso, lo stile limpido e chiaro, più
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attento a spiegare esattamente i concetti che ad abbellire retoricamente la pagina, si
allontana dalla maniera affettata della prosa barocca per scegliere una lingua
comunicativa ed efficace. L’autore privilegia così la scorrevolezza sintattica e la
precisione del lessico, settore della lingua in cui il Dialogo ha avuto il ruolo
fondamentale di introdurre una moderna terminologia scientifica.
Riassunto delle giornate
La prima giornata si apre con la negazione, per voce di Salviati, della distinzione tra
mondo celeste e mondo terrestre, cioè uno dei capisaldi della fisica aristotelica, e con la
contestazione della perfezione del mondo, collegata al numero tre (secondo una tesi
diffusa anche tra i pitagorici). Fondandosi sulle osservazioni col cannocchiale, che
hanno mostrato l’irregolarità della superficie della Luna, e sulla scoperta di nuove stelle
nella volta celeste, Salviati confuta anche la teoria sulla perfezione e l’incorruttibilità
dei pianeti. Simplicio ribadisce il principio d’autorità e la validità dell’ipse dixit.
Nella seconda giornata, dopo le critiche rivolte a Simplicio, vengono confutate le teorie
a favore della staticità della terra e viene riproposta la questione della caduta dei gravi.
In entrambi i casi, Salviati fa riferimento al principio della relatività galileiana, ovvero
quel principio secondo cui, in un sistema chiuso (come quello dell’uomo sulla terra) non
è possibile capire, osservando le esperienze meccaniche che vi avvengono all’interno, se
i suoi enti siano in quiete o in moto.
Nella terza giornata, dopo che Simplicio è stato attardato da una bassa marea in
laguna, Salviati dimostra la rotazione terrestre e sostiene che solo grazie alla teoria
copernicana è possibile dare la spiegazione di quei fenomeni fino ad allora rimasti
insoluti o, in alcuni casi, risolti con inutili complicanze. Si discute poi, sempre sulla
falsariga delle argomentazioni galileiane in altre opere, sulla natura delle macchie
solari e sull’apparizione di nuove stelle nel firmamento.
La quarta giornata tratta il problema delle maree, collegato secondo Galileo ai moti di
rotazione e rivoluzione del globo terrestre e da lui posto (seppur erroneamente) alla base
del sistema di prove a favore dell’eliocentrismo copernicano.

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Ipse dixit
L' espressione ipse dixit ("lo ha detto") fa riferimento a un principio di autorità, che ha
alle spalle una storia fatta di salite e discese, riprese e abbandoni. I primi ad utilizzarlo
furono i pitagorici, riferendosi a quella che per loro era la massima autorità a cui
affidarsi, ovvero Pitagora: “l’ha spiegato Pitagora, quindi è assolutamente certo”, queste
le loro parole. Così facendo, si affidavano completamente a lui, mettendo da parte, però,
quello che sarebbe stato (a partire dalla Rivoluzione Scientifica del Seicento) un elemento
importantissimo per tutta la scienza e non solo: l’esperienza.
Stessa sorte spetta ad Aristotele, che nel Medioevo, assieme alla Bibbia, era considerato
come colui che mai ha detto menzogne, l’unico che ha scoperto la verità delle cose del
mondo. Le teorie scientifiche di Aristotele non collidevano, anzi si incastravano alla
perfezione, con i racconti riportati nel Corano; per questo motivo Averroè, il più grande
studioso del filosofo stagirita, affermò che il pensiero aristotelico non andasse
interpretato ma accettato.
L’ipse dixit, così inteso, visse tranquillo per millenni, fino a quando venne messo in
discussione, come vi ho accennato prima, durante la Rivoluzione scientifica da Galileo
Galilei. Con il metodo sperimentale, Galileo spiegò che solo l'esperienza diretta avrebbe
potuto portare, attraverso varie fasi, alla spiegazione di ogni cosa del mondo, ogni
fenomeno fisico e percepibile. Nulla può perciò prescindere da essa.
Ne Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, mette a confronto la visione
aristotelica (rappresentata da Simplicio) e quella copernico-galileiana (rappresentata
da Salviati); in mezzo a questi due fuochi c’è un terzo personaggio, Sangredo, che
ascolta, senza schierarsi né da una parte né da un’altra: è colui che ha la mente sgombra
da pregiudizi. Dal Dialogo che ne consegue, Simplicio sostiene, come diceva Aristotele
(“l’ha detto lui” quindi è giusto), che i nervi partono dal cuore; mentre Salviati, avendo
fatto esperienza diretta di questa cosa, afferma che essi partono dal cervello.
Quest’ultimo riuscì a dimostrare di aver ragione, smontando, anche se non
completamente, l’ipse dixit.
Galilei ci tenne sempre a sottolineare che non aveva nulla contro Aristotele: erano i suoi
seguaci quelli che contestava con tutte le sue forze, gli aristotelici; era convinto, infatti,
che se il filosofo avesse visto con i suoi occhi ciò che andava contro una delle sue teorie (i
nervi partono dal cervello e non dal cuore, per esempio), sicuramente l’avrebbe accettato.
Oggi possiamo dire che grazie alla scienza quasi tutti i principi di autorità sono stati
distrutti, ma non tutte le “fonti autorevolissime” come il Vecchio Testamento.
Nonostante questo, però, e col passar del tempo, il testo sacro sta mostrando la sua
fallacità, a causa di racconti ritenuti davvero inverosimili; la stessa Chiesa, per esempio,
ha dichiarato che non ci sono mai stati nessun Adamo e nessuna Eva nel Paradiso
terrestre. Ciò non vuol dire che il testo scritto non serva a nulla. Pensate ai moltissimi
riferimenti storico-sociali. Ne avremmo mai potuto fare a meno?

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