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Cassazione Penale, Sez. 4, 16 luglio 2015, n. 31015.

Assoluzione del Coordinatore per l’esecuzione a seguito


di infortunio mortale in cantiere.

“L'obbligo di verificare il buon funzionamento dei dispositivi all’interno del cantiere non rientra nei doveri
di prudenza e di controllo del coordinatore per l'esecuzione dei lavori, ma di chi materialmente procede nei
lavori e non nel coordinamento della sicurezza.

Il Coordinatore per l’esecuzione non è un superdirettore operativo dei lavori e non è un addetto ai guasti;
infatti, non ha l'obbligo di presenza continua e giornaliera sul cantiere, essendo, invece, deputato alla
verifica della predisposizione dell'effettivo uso, da parte di chi procede nei lavori, di tutti gli accorgimenti
che il piano di sicurezza prevede, valutando, anche in relazione alla evoluzione dei lavori ed alle eventuali
modifiche intervenute, le proposte delle imprese esecutrici dirette a migliorare la sicurezza in cantiere,
nonché verificando che le imprese esecutrici adeguino, se necessario, i rispettivi piani operativi di
sicurezza" (cit.).

Questa in sintesi la motivazione della sentenza di non luogo a procedere per non aver commesso il fatto
emessa dal GUP del Tribunale di Larino il quale si è trovato a valutare la responsabilità di un Coordinatore
per l’Esecuzione a cui veniva contestata, a seguito di un infortunio mortale occorso ad un operaio a causa
del malfunzionamento del gancio di una gru, la violazione dei doveri di cui all’art. 92, lett. a), del d.l.vo n.
81/08 per aver omesso di verificare l’applicazione, da parte della ditta esecutrice, delle disposizioni
contenute nel Piano di Sicurezza e Coordinamento e, nello specifico, l’efficienza del gancio della gru.

Nello specifico l’evento mortale si era verificato a seguito dello sganciamento, causato dal
malfunzionamento dell’ imbocco del gancio della gru manovrata dallo stesso operaio rimasto ucciso, di
numerosi cavalletti che costituivano il carico.

La suddetta sentenza evidenziava come la posizione di garanzia che assume il coordinatore per l’esecuzione
prevede, ai sensi della normativa sulla sicurezza, che quest’ultimo verifichi la corretta applicazione da parte
delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi, con opportune azioni di coordinamento e controllo, sia
delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e di coordinamento che delle relative procedure di
lavoro.

Il GUP rilevava difatti come in effetti il Piano di Sicurezza prevedesse la presenza di un imbocco di chiusura
del gancio come quello effettivamente installato che però , essendo rotto e quindi malfunzionante, aveva
causato l’infortunio.

Anche dalla documentazione fotografica prodotta in atti, era emerso come il dispositivo di imbocco di
chiusura del gancio fosse standard e adeguato al lavoro da svolgere, nonché compatibile con quanto
previsto dal piano di sicurezza, poichè provvisto del dispositivo di chiusura anche se non funzionante.

Proposto ricorso per Cassazione, i Giudici di Legittimità hanno constatato come in effetti il GUP si sia
espresso con riferimento a dati oggettivi non contestabili quali:

1) l’imputato aveva assunto formalmente il ruolo di coordinatore per l'esecuzione dei lavori;

2) il Piano di sicurezza e coordinamento prevedeva che i ganci utilizzati dovessero essere dotati di
dispositivo di sicurezza funzionante;

3) nel caso di specie il gancio della gru era dotato del dispositivo di sicurezza, e che esso, dopo il verificarsi
dell'infortunio, si è accertato essere mal funzionante.
Con la sentenza in epigrafe la Cassazione ricorda come sia la normativa di cui d.lgs. 494/1996 che quella
ripresa dal T.U. confermano che la funzione di vigilanza è "alta" e non si confonde con quella operativa
demandata al datore di lavoro ed alla figure che da esso ricevono poteri e doveri: il dirigente ed il preposto.

Il coordinatore svolge un ruolo di vigilanza attinente alla generale configurazione dei lavori e non in
maniera stringente, funzione questa demandata alle figure operative quali il datore di lavoro, il dirigente e
il preposto.

Unicamente nel caso di imminente e grave rischio è consentita la immediata sospensione dei lavori ma ,
come correttamente evidenziato dal GUP, nel caso di specie un ulteriore approfondimento dibattimentale
non sarebbe emersa alcuna circostanza tale da imporre al Coordinatore di sospendere i lavori.

Pertanto la Cassazione, non essendo emerso che l’infortunio mortale fosse riconducibile alla configurazione
complessiva dei lavori, ha ritenuto corretta la posizione assunta dal GUP rigettando il ricorso.

Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE Relatore: D'ISA CLAUDIO Data Udienza: 27/04/2015

Fatto Diritto

M.S. e M.S. A.M., costituite parti civili, ricorrono per cassazione avverso la sentenza, indicata in epigrafe,
emessa ex art. 425 c.p.p. dal GUP del Tribunale di Larino di non luogo a procedere nei confronti di C.G. in
ordine al delitto di cui all'art. 589 cod. pen. aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche sul
lavoro.

In sintesi il fatto per una migliore intelligenza dei motivi posti a base del ricorso.

All'imputato, quale coordinatore per l'esecuzione dei lavori, è stato contestato di avere omesso di verificare
l'applicazione, da parte della ditta esecutrice dei lavori, delle disposizioni pertinenti contenute nel piano di
sicurezza e coordinamento in violazione dei doveri su di lui incombenti, come fissati dall'art. 92, lett. a), del
d.l.vo n. 81/08; nel caso di specie, aveva omesso di controllare l'efficienza del gancio della gru, con la
conseguenza che l'operaio A.S., impegnato nei lavori del cantiere edile, veniva colpito a morte dallo
sganciamento tra due catene di numerosi cavalletti che costituivano il carico della gru, da lui manovrata in
quanto il relativo gancio risultava difettoso e/o mal funzionate al suo imbocco.

Il GUP si è determinato ad emettere la sentenza di non luogo a procedere con la formula "per non aver
commesso il fatto" evidenziando che la norma violata (colpa specifica) definisce la posizione di garanzia e
protezione assunta dal coordinatore dell'esecuzione dei lavori, il quale, durante l'esecuzione dell'opera,
deve verificare "con opportune azioni di coordinamento e controllo l'applicazione, da parte delle imprese
esecutrici e dei lavoratori autonomi, delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e di coordinamento
e la corretta applicazione delle relative procedure di lavoro".

Nella fattispecie in esame, argomenta il GUP, il piano di sicurezza prevedeva genericamente un imbocco di
chiusura per il gancio del tipo di quello qui in questione che infatti vi era; solamente che era rotto, non era
ben funzionante e questo ha provocato lo sganciamento dei cavalletti e quindi, l'infortunio. Ma l'obbligo di
verificare il buon funzionamento di tale dispositivo non rientra nei doveri di prudenza e di controllo del
coordinatore per l'esecuzione dei lavori, ma di chi materialmente procede nei lavori e non nel
coordinamento di sicurezza. Questi non è un superdirettore operativo dei lavori e non è un addetto ai
guasti; infatti, non ha l'obbligo di presenza continua e giornaliera sul cantiere, essendo, invece, deputato
alla verifica della predisposizione dell'effettivo uso, da parte di chi procede nei lavori, di tutti gli
accorgimenti che il piano di sicurezza prevede, valutando, anche "in relazione alla evoluzione dei lavori ed
alle eventuali modifiche intervenute, le proposte delle imprese esecutrici dirette a migliorare la sicurezza in
cantiere", nonché verificando "che le imprese esecutrici adeguino, se necessario, i rispettivi piani operativi
di sicurezza".

Nel caso di specie, il gancio, rileva il GUP, come emerge anche dalla documentazione fotografica in atti, era
un dispositivo standard adeguato al lavoro da svolgere, compatibile con quanto previsto dal piano di
sicurezza, perché provvisto del dispositivo di chiusura che, tuttavia, non era ben funzionante. Era dovere di
chi procedeva materialmente nel lavoro, e dei loro responsabili, nonché eventualmente di chi per legge era
tenuto alla vigilanza sulla sicurezza verificare costantemente che l'attrezzatura fornita fosse in concreto
idonea, cioè ben funzionante non difettosa, momento per memento, nell'esecuzione dei lavori, e. se tanto
non è avvenuto, costoro ne dovranno rispondere penalmente.

Le ricorrenti parti civili denunciano vizio di motivazione.

In via preliminare si osserva che la premessa da cui parte il GUP é contraddetta dallo stesso Piano di
Sicurezza dove si precisa testualmente a pag. 2 punto n. l, che "i ganci utilizzai devono essere dotati di
dispositivo di chiusura funzionante".

Quindi il Piano di Sicurezza prescriveva specificamente che sui ganci fossero presenti i dispositivi di chiusura
e che quest'ultimi fossero funzionanti.

La precisazione è importante perché tale disposizione del Piano di Sicurezza va letta unitamente all'articolo
92 comma 1 lett.a) D. Lvo 2008 n.81 dove si stabilisce che: "il coordinatore dei lavori verifica, con
opportune azioni di coordinamento e controllo, l'applicazione, da parte delle imprese esecutrici...delle
disposizioni loro pertinenti contenute nel piano di sicurezza ".

Se ne ricava che il coordinatore alla sicurezza, nel caso in esame, doveva verificare con opportuni controlli
che i dispositivi di chiusura fossero non solo presenti, ma anche funzionanti.

E' evidente quindi che l'incidente è avvenuto perché non sono state rispettate le disposizioni del PSC, e
l'imputato C.G., coordinatore della sicurezza, ha omesso di verificare che fossero concretamente rispettate
quelle disposizioni.

Si aggiunge che la motivazione appare illogica perché parla apoditticamente di "un guasto momentaneo",
ma agli atti non vi è nessun elemento che permette di dire che quel dispositivo di chiusura non fosse da
prima e semmai fin dall'inizio (cioè fin da quando portato su quel cantiere) non funzionante.

La circostanza che l'imputato non fosse sul cantiere quel giorno al momento dell'incidente mortale non può
essere ritenuta a favore del medesimo, anzi rappresenta tutt'al più un ulteriore indizio di un'attività di
controllo inesistente.

Inoltre, si deduce che è assolutamente illogico sostenere che il coordinatore deve limitarsi a verificare la
presenza del dispositivo di chiusura ma non anche la funzionalità dello stesso, ciò vorrebbe dire che in un
cantiere un coordinatore della sicurezza potrebbe consentire la presenza di dispositivi rotti, tanto lui deve
solo assicurarsi della loro presenza e non della funzionalità.
Con il secondo motivo si denuncia la violazione di cui all'art. 9 co. 1 lett. a) del D.lvo 81/2008, alla stregua
della interpretazione della giurisprudenza di legittimità, secondo cui al coordinatore per l'esecuzione dei
lavori è attribuito, tra gli altri, non solo il compito di organizzare il lavoro tra le diverse imprese, operanti nel
cantiere e di assicurare il collegamento tra appaltatore e committente, al fine della migliore organizzazione
del lavoro sotto il profilo della tutela antinfortunistica, ma anche quello di vigilare sulla corretta osservanza
da parte delle stesse imprese, delle prescrizioni del piano di sicurezza. Si riporta sul tema copiosa
giurisprudenza di questa Corte.

Con il terzo motivo si denuncia carenza di motivazione con riferimento alle peculiari funzioni giurisdizionali
del GUP per l'adozione della sentenza ex art. 425 c.p.p..

Alcune considerazioni di ordine sistematico si impongono prima di procedere all'esame delle censure poste
a fondamento del ricorso.

Sia in giurisprudenza che in dottrina, si è dell'avviso che all'udienza preliminare debba riconoscersi natura
processuale e non di merito, non essendovi alcun dubbio circa la individuazione della finalità che ha spinto
il legislatore a disegnare e strutturare l'udienza preliminare quale oggi si presenta all'esito dell'evoluzione
legislativa registrata al riguardo, e nonostante l'ampliamento dei poteri officiosi relativi alla prova: lo scopo
(dell'udienza preliminare) è quello di evitare dibattimenti inutili, e non quello di accertare la colpevolezza o
l'innocenza dell'imputato. Di tal che, il giudice dell'udienza preliminare deve pronunciare sentenza di non
luogo a procedere nei confronti dell'imputato solo in presenza di una situazione di innocenza tale da
apparire non superabile in dibattimento dall'acquisizione di nuovi elementi di prova o da una possibile
diversa valutazione del compendio probatorio già acquisito; e ciò anche quando, come prevede
espressamente l'art. 425 c.p.p., comma 3, "gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contradditori o
comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio": tale disposizione altro non è se non la conferma che
il criterio di valutazione per il giudice dell'udienza preliminare non è l'innocenza, bensì - dunque, pur in
presenza di elementi probatori insufficienti o contraddittori (sempre che appaiano destinati, con
ragionevole previsione, a rimanere tali nell'eventualità del dibattimento) - l'impossibilità di sostenere
l'accusa in giudizio.

Va, inoltre, ricordato che l'unico controllo, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) ed e), consentito in
sede di legittimità della motivazione della decisione negativa del processo, qual è la "sentenza di non luogo
a procedere", concerne la riconoscibilità del criterio prognostico adottato nella valutazione d'insieme degli
elementi acquisiti dal pubblico ministero. Diversamente si giunge ad attribuire al giudice di legittimità un
compito in effetti di merito, in quanto anticipatorio delle valutazioni sulla prova da assumere. E tal cosa si
pone in contraddizione insanabile con la possibilità di revoca della sentenza da parte dello stesso giudice
per le indagini preliminari, sopravvenute o scoperte nuove fonti di prova da combinare eventualmente con
quelle già valutate (art. 434 c.p.p.). In altri termini, paradossalmente, questa Corte potrebbe pregiudicare
l'esito di un eventuale giudizio.

Fatte queste premesse, occorre ora verificare se, nella concreta fattispecie, il giudice del merito si è
attenuto ai principi testé indicati.

La risposta è positiva

Nella specie il Giudice ha chiaramente espresso il criterio con il riferimento a dati oggettivi, su cui non v'è
contestazione: 1) il C.G. aveva assunto il ruolo di coordinatore per l'esecuzione dei lavori; 2) il Piano di
sicurezza e coordinamento prevedeva che i ganci utilizzati dovessero essere dotati di dispositivo di
sicurezza funzionante; 3) nel caso di specie il gancio della gru era dotato del dispositivo di sicurezza, e che
esso, dopo il verificarsi dell'infortunio, si è accertato essere mal funzionante.

Sulla base di tali dati il GUP ha ritenuto che non sussisteva alcun obbligo in capo all'imputato di verificare,
momento per momento, la funzionalità del detto dispositivo.

Dunque, la responsabilità per colpa contestata al C.G. è stata esclusa per carenza in capo al medesimo della
posizione di garanzia in ragione dell'incarico da lui ricoperto.

Posta, in tal modo la questione, essenzialmente in punto di diritto, lo svolgimento del dibattimento non
avrebbe portato ad una soluzione diversa.

Va quindi valutata la correttezza della decisione esclusivamente sotto il profilo dell'inquadramento giuridico
della fattispecie di cui trattasi.

Sul punto non appaiono aderenti al dettato normativo le argomentazioni dei ricorrenti.

Il d.lgs. 494/1996 ha introdotto la figura del coordinatore per l'esecuzione dei lavori al fine di assicurare, nel
corso della effettuazione dei lavori stessi, un collegamento fra impresa appaltatrice e committente al fine di
consentire al meglio l'organizzazione della sicurezza in cantiere, con la precisazione che la normativa di
settore è stata trasposta in termini coincidenti nel Testo unico per la sicurezza del lavoro di cui al D.Lgs. 9
aprile 2008, n. 81. La disciplina è stata parzialmente innovata dal D.Lgs. 3 agosto 2009 n. 106 che, tuttavia,
ha mantenuto l'impostazione del sistema prevenzionistico nella materia in questione, pur manifestando la
tendenza a limitare e separare le sfere di responsabilità dei diversi soggetti. Con una recente pronunzia
(Sez. 4 Ordinanza n. 18149 del 21.04.2010 Rv. 247536) è stata ben delineata la figura del coordinatore per
l'esecuzione dei lavori e si è evidenziato che, atteso l'indicato ruolo di collaboratore del committente cha
caratterizza tale figura, la lettura della specifica sfera di gestione del rischio demandatagli discende per un
verso dalla funzione di generale, alta vigilanza che la legge demanda al committente. Sia la normativa di cui
d.lgs. 494/1996 che quella ripresa dal T.U. confermano che la funzione di vigilanza è "alta" e non si
confonde con quella operativa demandata al datore di lavoro ed alla figure che da esso ricevono poteri e
doveri: il dirigente ed il preposto. Tanto è vero che il coordinatore articola le sue funzioni in modo
formalizzato: contestazione scritta alle imprese delle irregolarità riscontrate per ciò che riguarda la
violazioni dei loro doveri "tipici", e di quelle afferenti all'inosservanza del piano di sicurezza e di
coordinamento; indi segnalazione al committente delle irregolarità riscontrate. Solo in caso di imminente e
grave pericolo direttamente riscontrato è consentita la immediata sospensione dei lavori. Appare dunque
chiara la rimarcata diversità di ruolo rispetto al datore di lavoro delle imprese esecutrici: un ruolo di
vigilanza che riguarda la generale configurazione delle lavorazioni e non la puntuale stringente vigilanza,
momento per momento, demandata alle figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto).

Alla luce di tali principi, appare corretta la motivazione della sentenza impugnata sul punto, avendo
ritenuto in fatto che si è trattato di un accidente contingente, scaturito estemporaneamente dallo sviluppo
dei lavori, come tale affidato alla sfera di controllo del datore di lavoro o del suo preposto,e ,quindi,
l'evento stesso non è riconducibile alla configurazione complessiva, di base, della lavorazione: in tale
ambito al coordinatore è affidato il formalizzato, generale dovere di alta vigilanza di cui si è ripetutamente
detto: dovere che non implica, normalmente, la continua presenza nel cantiere con ruolo di controllo sulle
contingenti lavorazioni in atto.

Anche con riferimento al dato di fatto del mal funzionamento del gancio il GUP ha evidenziato che un
ulteriore approfondimento dibattimentale non avrebbe potuto condurre all'accertamento della
consapevolezza di tale circostanza da parte del C.G., unica ipotesi che gli avrebbe imposto, nella sua qualità,
di sospendere i lavori.

Il ricorso va, pertanto, rigettato con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma il 27 aprile 2015.

Cassazione Penale, Sez. 4, 02 luglio 2015, n. 28132: il nesso di casualità tra il comportamento anomalo del
lavoratore e gli obblighi del coordinatore per la sicurezza.

Il comportamento anomalo del lavoratore può acquisire valore di evento da solo sufficiente a cagionare
l’infortunio, e quindi ad escludere la responsabilità dei destinatari dell’obbligo di adottare le misure di
prevenzione, solo quando tale comportamento risulta essere del tutto estraneo al processo produttivo, del
tutto esorbitante ed imprevedibile rispetto alle mansioni da eseguire.

La Suprema Corte torna nuovamente a confermare l’ormai costante orientamento in materia di abnormità
del comportamento del lavoratore e di valutazione del nesso di casualità tra tale tipo di condotta e gli
eventi lesivi occorsi in cantiere, confermando come la condotta negligente e imprudente, non
rappresentando una condotta eccezionale rispetto al contesto lavorativo, non vale ad escludere la
responsabilità del datore di lavoro e degli altri soggetti tenuti ad adempiere alle misure di prevenzione degli
infortuni.

La pronuncia è stata emanata in luogo a seguito dell’esame del ricorso presentato da un coordinatore per la
sicurezza che si era visto condannare sia in primo che in secondo grado per aver colposamente cagionato la
morte di un operaio caduto, il primo giorno di lavoro (marzo 2006), da una scala dall’altezza di ca. 6 metri
durante alcuni lavori di demolizione.

Nello specifico la condanna inflitta in primo grado dal Tribunale di Messina, poi confermata anche se in
parziale riforma dalla Corte di Appello di Messina, individuava la colpa del coordinatore nell’aver omesso di
verificare che venissero applicate correttamente all’interno del cantiere sia le disposizioni contenute nel
PSC che le procedure di lavoro.

Avverso tali sentenze il coordinatore per la sicurezza proponeva ricorso deducendo, tra i vari motivi, vizio di
motivazione in riferimento all’esclusione, da parte dei giudici di merito, del carattere eccezionale della
condotta negligente e sprovveduta dell’operaio deceduto, il cui accertamento avrebbe escluso il nesso di
casualità tra l’evento mortale e le omissioni a lui addebitate.

Nello specifico il coordinatore osservava nel proprio ricorso come, essendo stato oltretutto previsto nel PSC
l’obbligo da parte dei lavoratori in cantiere di rifiutarsi di lavorare in condizioni di rischio per la sicurezza,
l’interruzione del nesso di casualità per condotta anomala e abnorme poteva riconoscersi anche
nell’esecuzione in maniera del tutto imprudente delle mansioni lavorative assegnate.
Inoltre lamentava il fatto che l’evento mortale era accaduto subito il primo giorno di avvio dei lavori nella
parte esterna dell’immobile e che l’appaltatore non lo aveva preavvertito né dell’avvio dei lavori né della
presenza del nuovo operario in cantiere.

La Corte di Cassazione, analizzando il ricorso e nello specifico le doglienze di cui sopra, ha ritenuto plausibile
l’accertamento operato dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Messina ricordando che i comportamenti
imprevedibili e imprudenti rientrano nel novero delle violazioni che devono essere preliminarmente
neutralizzate attraverso l’adozione di accorgimenti e le opportune misure di prevenzione.

La sentenza specifica come solo in pochi pregressi casi è stato ritenuta plausibile l’interruzione del nesso di
causalità, tra l’infortunio e le figure addette alla prevenzione, per abnormità del comportamento del
lavoratore anche durante lo svolgimento delle mansioni assegnate. Si richiamano infatti casi in cui,
nonostante fossero stati assolti tutti i doveri formativi, informativi e precauzionali da parte del datore di
lavoro e delle altre figure che ricoprivano posizioni di garanzia in cantiere, i lavoratori avevano assunto
comportamenti del tutto impropri.

La Corte richiama a tal fine la sentenza della Cassazione n. 7267/2010 che aveva esaminato il caso di un
lavoratore deceduto a seguito di caduta da ca. 5 metri il quale, avendo fretta di terminare il proprio lavoro
e ed essendo il regolare mezzo di sollevamento in cantiere già impegnato, aveva posto sulle palle di un
muletto un cestello che si ribaltato durante il sollevamento. In detto caso era risultato palese secondo i
Giudici come il lavoratore avesse deciso di utilizzare un mezzo completamente improprio per ragioni del
tutto personali, ponendo in essere comportamenti del tutto abnormi , imprevedibili ed in via
completamente autonoma; condizioni queste assenti nel caso in oggetto.

Per quanto riguarda la circostanza relativa alla mancata comunicazione al coordinatore da parte
dell’appaltatore dell’avvio di lavori nella parete esterne dell’edificio, la Corte ha precisato che tra gli
obblighi di controllo previsti in capo a quest’ultimo, all’epoca dei fatti previsti dal d.lgs. n. 494/1996 e ora
trasposti nel D.Lgs. 81/2008, rientra anche quello di tenersi informato e aggiornato costantemente sullo
sviluppo delle opere e di controllare la corretta predisposizione delle misure di sicurezza e prevenzione
tempo per tempo, escludendo che la vigenza di tali obblighi possa essere subordinata alla comunicazione
da parte di terzi dell’avvio di una fase lavorativa (caso diverso si fosse trattato di una riapertura del cantiere
a seguito di una fase di sospensione).

Per i suddetti motivi, è stata confermata la responsabilità del coordinatore per l’esecuzione e rigettato il
ricorso.

Cassazione Penale, Sez. 4, 27 maggio 2015 n. 22378 : comportamento abnorme all’interno del cantiere e
interruzione del nesso causale.

Ogni qualvolta si venga a creare una circostanza tale da introdurre un nuovo ed esorbitante rischio
all’interno di un cantiere, si interrompe il nesso casuale tra l’infortunio occorso e le posizioni di garanzia
ricoperte dal datore di lavoro, dal dirigente preposto e dal coordinatore della sicurezza, facendo così venir
meno le responsabilità loro ascrivibili.

Con la sentenza 27 maggio 2015 n. 22378, in linea con l’ormai costante orientamento giurisprudenziale, la
Suprema Corte conferma nuovamente un importante principio in tema di responsabilità all’interno dei
cantieri in caso di infortunio conseguente a comportamenti abnormi e/o a circostanze imprevedibili.
IL FATTO: Durante i lavori di ristrutturazione di un edificio, un dipendente della ditta subappaltatrice alla
quale erano stati affidati i lavori di intonacatura, cadeva rovinosamente a terra da un ponteggio dall’altezza
di circa 4 metri, riportando gravi lesioni.

La caduta avveniva a causa del cedimento del piano di calpestio del ponteggio che era stato oggetto di un
maldestro intervento di riparazione effettuato utilizzando del fragile fil di ferro.

Il Tribunale di Trento assolveva in primo grado il datore di lavoro della ditta appaltatrice nonché gli altri
imputati (ovvero il datore di lavoro della ditta subappaltatrice, il dirigente preposto e il coordinatore per la
progettazione e per l’esecuzione dei lavori), perché il fatto non sussisteva.

Riformando parzialmente la sentenza di primo grado, la Corte di Appello di Trento affermava invece la
responsabilità degli imputati, sostenendo che sugli stessi gravava comunque l’obbligo della scurezza sul
luogo di lavoro (in quanto il subappaltatore avrebbe dovuto inibire l’accesso al ponteggio oggetto della
modifica) e che il comportamento abnorme ed imprudente, concretizzatosi nel pericoloso intervento di
riparazione, era comunque avvenuto durante l’ordinaria attività lavorativa.

LA POSIZIONE DELLA CASSAZIONE: esaminando il caso, la Cassazione ha ritenuto corretta l’interpretazione


assunta dal giudice di primo grado in quanto le evidenze processuali avevano permesso di constatare
pacificamente come il ponteggio fosse integro in prossimità temporale dell’infortunio, come dimostrato da
una foto scattata all’impalcatura il precedente venerdì che mostrava la stessa intatta.

La modifica operata sul ponteggio, presentandosi completamente fuori da ogni logica di ragionevolezza non
essendo assolutamente il fil di ferro in grado di sorreggere il peso di una persona, è stata tale da
configurare, secondo la Cassazione, un nuovo rischio altamente esorbitante rispetto all’ordinario rischio di
caduta.

Secondo il concetto di rischio nuovo, ormai sancito dal costante orientamento giurisprudenziale, condiviso
recentemente anche dalle Sezioni Unite, il comportamento interruttivo del nesso causale si verifica ogni
volta si concretizzi un comportamento abnorme o una circostanza totalmente esorbitante rispetto ai rischi
che i garanti (datore di lavoro, coordinatore per la sicurezza etc.) sono chiamati a governare in forza della
normativa D.Lgs. 81/2008.

Pertanto, ritenendo corretta la posizione assunta dal Giudice di Primo grado secondo il quale, avendo
gestito tutti i rischi all’interno del cantiere in modo appropriato, non si poteva certamente ritenere gli
imputati responsabili per un rischio nuovo conseguente ad un intervento incauto e irragionevole
verificatosi all’interno del cantiere, la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Trento.

Cassazione sentenza n. 37738, del 13 settembre 2013

Il giudizio della Cassazione

Secondo la Cassazione "Soprattutto nei contesti lavorativi più complessi, si è frequentemente in presenza di
differenziate figure di soggetti investiti di ruoli gestionali autonomi a diversi livelli degli apparati; ed anche
con riguardo alle diverse manifestazioni del rischio. Ciò suggerisce che in molti casi occorre configurare già
sul piano dell'imputazione oggettiva, distinte sfere di responsabilità gestionale, separando le une dalle
altre. Esse conformano e limitano l'imputazione penale dell'evento al soggetto che viene ritenuto "gestore"
del rischio. Allora, si può dire in breve, garante è il soggetto che gestisce il rischio".Per quanto riguarda
l'organizzazione di cantiere, la sentenza analizza nel dettaglio tutte le sfere di competenza dei soggetti che
in esse operano, soffermandosi in particolare sulla figura del Coordinatore per la sicurezza nella fase
esecutiva, cui è affidata una funzione di "alta vigilanza" e non si confonde con quella operativa demandata
al datore di lavoro ed alla figure che da esso ricevono poteri e doveri: il dirigente ed il preposto. Tanto è
vero che, afferma la Corte, il coordinatore articola le sue funzioni in modo formalizzato:

-contestazione scritta alle imprese delle irregolarità riscontrate per ciò che riguarda la violazioni dei loro
doveri "tipici", e di quelle afferenti all'inosservanza del piano di sicurezza e di coordinamento;

-segnalazione al committente delle irregolarità riscontrate.

-sospensione dei lavori solo in caso di imminente e grave pericolo direttamente riscontrato

Il suo ruolo è quindi diverso da quello del datore di lavoro delle imprese esecutrici: un ruolo di vigilanza che
riguarda la generale configurazione delle lavorazioni e non la puntuale stringente vigilanza, momento per
momento, demandata alle figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto).

Responsabilità del coordinatore per l'esecuzione

Da tale ruolo discende che il committente responsabile di lavori che abbia nominato un Coordinatore per
l'esecuzione trasferisce a tale figura tecnica le competenze e le responsabilità in ordine alla "vigilanza alta"
di cui si è detto e rimane portatore di un limitato ruolo che, per quel che interessa il caso di specie attiene
alla verifica che il tecnico nominato adempia al suo compito di generale, formalizzato controllo delle
lavorazioni.

E' dunque erroneo pensare, sottolinea la Corte, che il responsabile dei lavori debba comunque
personalmente interessarsi, con attività ispettiva, della situazione del cantiere. La vigilanza attiene solo al
rispetto, da parte del coordinatore per l'esecuzione, del compito tecnico affidatogli.

Nel caso di specie, secondo la Cassazione, il giudice di merito non aveva per nulla colto le peculiarità del
ruolo del Responsabile dei lavori, nel caso in cui abbia nominato un tecnico che assuma il ruolo di
Coordinatore per l'esecuzione. Il Responsabile ha un compito di vigilanza che attiene al solo rispetto, da
parte del Coordinatore, dell'incarico ricevuto. Tale limitata vigilanza è stata posta in essere nel caso di
specie, visto che il responsabile aveva partecipato alle riunioni ed era intervenuto in più momenti.