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5/22/2011 Antico Egitto Riti per la resurrezione d…

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Riti per la resurrezione Cerca


dei morti
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Salute a te Osiride,
Signore dell'Eternità,
Re dai numerosi Nomi,
dalle trasformazioni sacre,
dalle forme segrete nei templi.

La morte come fine non esiste nel pensiero dell'antico Egitto e, come tale, fu rifiutata perché essa è
intesa solo come modificazione dell'armonia vitale. In effetti gli egizi non la accettarono mai né come
scomparsa dell'Essere né come una seconda vita del tutto relegata in un altro mondo, lontana dalla vita
terrena. Gli stessi riti funerari sono riti di risveglio alla vita celeste e non momenti di disperazione:
l'anima continua a vivere nei pressi del corpo mortale, si riposa presso di lui, si nutre delle offerte portate
dai vivi, perché il corpo divino del defunto continua a vivere in perenne comunicazione tra questo e
l'altro mondo:

... tu non perisci, tu non ti annulli.


il tuo Nome dura tra la gente,
il tuo Nome si manifesta tra gli dei...

Ogni uomo ha come missione quella di conoscere il Nome segreto che gli fu imposto alla nascita e
superare vittoriosamente la prova della morte significa rendere questo Nome durevole come quello di
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Osiride. L'uomo esce dal grande corpo di Maat e vi ritorna dopo il suo soggiorno sulla terra. Gli elementi
costitutivi dell'Essere non coabitano più; l'evento chiamato morte è quindi il più pericoloso dei
"momenti di passaggio" perché i dodici geni maschi dell'uomo rischiano, al di là dello specchio, di
restare disuniti e il passaggio armonico di tutto l'Essere è permesso solo dalla corretta esecuzione di riti
funebri che gli segnano la strada verso la Luce per rivivere, "dall'altra parte", in tutta pienezza evitando
la "seconda morte". La magia funeraria ha lo scopo di rifondere la vita, vita che necessita del buon
funzionamento del Cuore e degli organi vitali, delle energie sottili contenute nei cibi e nelle bevande
servite nei banchetti dell'al di là; per tale motivo la salma viene portata nella casa della morte dove resta
per settanta giorni. In essa, nella tenda di purificazione, il morto viene accolto e deterso con acqua salata
simbolo del Nun, oceano rigeneratore primigenio, ed il defunto ne viene purificato come il Sole quando
al mattino esce dal mare dopo il passaggio attraverso le tenebre dell'occidente; ai suoi piedi vengono
poste due Ankh, le croci ansate simbolo di vita e di resurrezione. I riti di resurrezione promettono al
nuovo essere di recuperare l'uso del suo corpo, analogo ma non identico a quello che possedeva nella vita
terrena e per permettere ciò le sue viscere vengono poste nei vasi canopi. Così non solo gli organi
materiali vengono salvati ma anche i principi sottili che essi contengono, perché la mummificazione è
l'atto magico mediante cui il mago fa passare il "defunto" dal suo corpo umano a quello divino. Nella
Sardab, piccola ed esigua stanza nel cuore della Mastaba, giace la statua vivente del morto ed il suo
dinamismo creatore, il Ka, aleggia intorno ad essa. Accanto alla mummia viene posto un papiro che ha il
compito di respingere ogni forza ostile e di permetterle un viaggio sicuro nelle "Terre d'Occidente"; altri
ne vengono posti fra le mani e le gambe e con quelle indicazioni ed itinerari è permesso al defunto di non
perdersi tra le tenebre.
Gli amuleti di Heliopolis gli sono apposti: nella tomba è messo un pilastro djed, (che questo asse
immutabile che collega la terra al cielo gli illumini la coscienza). una colonnina ouadj, (col suo
rappresentare la crescita continua dell'Essere, abolisca per lui la frontiera tra il "basso" e "l'alto"
mondo), sul cuore uno scarabeo simboleggia le continue mutazioni della coscienza.
Attorno al sarcofago è creato un simbolico campo d'energia concretizzato dall'Occhio, la livella, la
squadra, il sole nascente in modo che la mummia sia resa incorruttibile dalla potenza magica che da essa
si sprigiona, così la spoglia mortale diventa un Corpo Immortale e l'anima munita di tale supporto
penetra nel regno d'Occidente vivendo in eterno.
Le sottili bende che avvolgono la salma gli sono state donate da Neith, la dea tessitrice, il cui compito
consiste nel preservare il corpo dalla putrefazione, conferendo all'individuo mummificato la qualità della
realtà in eterno. Riportato alla tenda di purificazione, a lui ancora inanimato, il sacerdote con una
piccola ascia di ferro provvede alla "apertura della bocca" per restituirgli il Verbo e con questo atto la
mummia è resa vivente ed il defunto può passare dal suo corpo umano al corpo divino.
Anubis esprime il suo potere sul soffio vitale, sull'energia, sulla materia; gli pone sotto il capo l'ipocefalo
che come fiamma divina trasforma il cadavere in essere vivente ed al corpo così purificato sostituisce
l'odore della carne decomposta con quello dell'incenso e della mirra.
Ra pone sul volto della salma una maschera d'oro segno della vita rigenerata, simbolo dell'imperituro e
che esprime lo splendore della vita divina ed Iside cura che il defunto rinnovi la sua vita per mezzo
dell'oro interiore insito in ogni uomo. La statua viene quindi posta nel sarcofago ed il suo spirito può
entrarne ed uscirne perché non è un sepolcro, un luogo di costrizione; "colui che possiede la vita" - tale
è il suo nome - è la nave che porta il defunto nel ventre del cielo permettendo il libero passaggio dello
spirito da questo a quel mondo.

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Anubi unge un giovane

Un'offerta che dona il Re,


un'offerta che dona Anubis:
mille pani, mille brocche di zytum,
mille buoi, mille oche
per la tua Potenza vitale.

Questa è la classica formula incisa sulle steli funebri, mentre nella tomba vengono deposte le cartelle
delle offerte, liste di cibi destinati alla sopravvivenza nel mondo oscuro; con la loro lettura, dai
geroglifici emana l'essenza profonda dei cibi perché è la magia del Verbo che nutre realmente l'anima
degli abitanti dell'aldilà. Attorno al sarcofago vengono deposti dei golem, corpi di sostituzione su cui si
scarica ogni eventuale forza aggressiva in modo da difendere il defunto. Egli è attorniato da altri
personaggi: gli ushabti, quelli che rispondono all'appello dei morti per aiutarli; sono statuine di
personaggi con il corpo ricoperto da testi magici, recanti sulla schiena un sacco ed impugnanti due
zappe. Sono il supporto delle forze costruttive e la loro funzione è di essere sostituti magici nelle terre
dell'Occidente, prendendo il posto del defunto nel lavori più faticosi, perché il giusto possa godere
pienamente della sua seconda vita, delle offerte rituali, dei cibi, della caccia, dell'amore, vivendo una
morte tranquilla nel paradiso del "campo dei giunchi".
I paradisi egizi non sono immaginati come luoghi di perpetua adorazione della divinità né come
proiezione incompleta della vita terrena; essi rappresentano simbolicamente la società celeste in cui il
beato prende posto di diritto trascorrendo una sua vita autonoma in armonia con gli dei. Molti sono i
rischi che attendono l'adepto sulle strade dell'altro mondo e lungo è il tragitto per arrivare; esso è
popolato da terribili geni che tendono agguati al viandante, lungo le due strade, una per via d'acqua,
una per via di terra e separate dal fiume di fuoco. Per passare le quattro frontiere dei cielo il viaggiatore
deve convincere i guardiani a lasciargli via libera perché egli ne è degno, ha la conoscenza; grazie ai riti
funebri egli gode dei poteri magici in forza dei quali può vincere questi sinistri esseri che vigilano su
luoghi oscuri e profondi, su strade che si perdono nella tenebra, su incroci che portano al nulla. Un altro
personaggio si oppone al viaggiatore: è il Passatore detentore della barca, grazie al quale si possono
attraversare i deserti acquatici che cingono i paradisi celesti, ricordo del viaggio sulle acque di Osiride
defunto. Per essere traghettato il postulante deve dimostrare la sua conoscenza, i suoi poteri; egli
proviene dall'isola di fiamma dove ha ingaggiato un'aspra battaglia coi nemici della luce, conosce i
Nomi segreti delle cose e non esita ad enunciarli; ha scoperto il cantiere degli dei dove la barca celeste
giace smembrata, come Osiride sulla terra. Il Passatore è vinto da tanto sapere e mette la barca a sua
disposizione;

"Passa- egli dice - perché tu hai la


conoscenza".

e si ridispone alla sua eterna attesa di un altro viandante da esaminare.


Per accedere oltre, il defunto deve superare la prova della porta che separa i due mondi e deve dimostrare
al guardiano di conoscere bene i suoi Nomi: la soglia è "il Maestro di rettitudine che sta sulle gambe";

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l'architrave il "Maestro di Forza che introduce il bestiame"; "Bilancia di precisione" è il frontone. Così
può penetrare nella "sala delle due verità", la divina e l'umana e contemplare l'assemblea dei suoi
fratelli che l'hanno preceduto, perché solo la comunità può formare l'Occhio Completo capace di fissare
la Divinità; egli riconosce i quarantadue dei che lo interrogano e Osiride che siede sotto il baldacchino
regale con le sue pietose salvatrici, Iside e Nefthi.
Per il popolo Osiride è il "dio del sentimento", il dio "buono" che assume in sé il potenziale d'affetto e
di speranza che riversa sugli uomini in forma di conforto; egli permette di superare i confini dell'ignoto
assicurando un destino ultraterreno sì corrispondente ai meriti ed al comportamento morale di ognuno,
ma con un velo di complice benevolenza.
Per il Saggio egli è "l'Osiride Divino": Signore dell'eternità e dei Re; è potenza di manifestazione della
Luce che proietta verso il mondo degli uomini la Realtà Divina dove tutto è continua trasformazione.
Egli è giudice inflessibile e dinanzi a lui l'uomo interiore si deve rivelare completamente per porre in
relazione la propria azione personale con quella universale. Osiride è innanzitutto energia cosmica in
cui ognuno può scoprire le leggi della Saggezza in maniera proporzionale all'intensità del proprio
Occhio. All'estremità opposta della sala siede Anubis dalla testa di sciacallo che introduce il defunto.
Tutti ascoltano la confessione dei viandante che assicura loro di non essersi macchiato delle settanta
orribili colpe, nascondere le proprie responsabilità equivarrebbe ad ingannare sé stesso e condannarsi
quindi a peggior castigo:

Io vengo presso di voi, grande Tribunale


che è in cielo, in terra e nella necropoli...
Salve a te che presiedi agli Occidentali
... io vengo a te ed il mio cuore porta la
verità.
Non c'è colpa nel mio corpo...

Thot, dio della sapienza, prende nota del peso del cuore.
La dea Ammit (colei che ingoia il defunto)siede dietro di lui.
Se il cuore sarà più pesante della piuma della dea Maat, Ammit lo ingoierà.

Su un piatto della grande bilancia è il Cuore dei viaggiatore; sull'altro la penna di Maat; Anubis
controlla il peso ed in questo momento l'uomo deve rendere conto delle proprie azioni e dimostrare di
avere fatto crescere la particella della Luce posta in lui. Assolto egli avanza verso Osiride guidato da Ra
e si trasforma egli stesso in Osiride nell'Eternità ed al defunto beato si aprono le porte celesti, sale sulla
barca del sole perché è sia Signore delle Tenebre che del Cielo; navigando sulla barca celeste, siede
accanto al Re; prende posto con le Divinità; accede all'interno del Sole e con esso giorno e notte percorre
le vie del Cosmo dispensando energia creatrice, vero Dio vivente; egli può "uscire nel giorno":

"Sono aperte le porte del Cielo,


i catenacci sono stati tolti dalle porte del
Tempio.
La casa è aperta al suo padrone!
Che esca quando vuole uscire,
che entri quando vuole entrare..."

Se al contrario in questo mondo si è accontentato di sopravvivere senza coscienza dell'Armonia Divina,


viene divorato dalla "mangiatrice d'Occidente", condannato alla seconda morte da cui non esiste
ritorno. Il messaggero d'Osiride incute timore. Qui gli affetti sono vivi e brucianti in petto; di là la paura
dell'incognito, la solitudine imprimono una sottile malinconia che la speranza di una seconda vita non

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riesce a dissipare. L'acqua del Nunnon giunge nella Duat ed il rimpianto per "l'Acqua di Vita" è
grande:

"L'Occidente è un paese di Sonno,


di fonda oscurità, sede di quelli che sono
là,
che dormono nelle loro bare...
L'Acqua della Vita
di cui tutte le bocche si nutrono è per me
sete
Essa viene a chi è sulla terra, per me è
sete...
Volgete la mia faccia al vento del nord,
alle sponde dell'Acqua.
Fate che il mio Cuore nella sua pena abbia
refrigerio...-"
Per quel che riguarda la Morte,
il suo nome è "VIENI"...
Non c'è nessuno che possa sviare il suo
cenno da sé..."

Rito della purificazione del defunto

Sul sarcofago di una sacerdotessa di Tebe sono rappresentati il dio Thot con testa i ibis e il dio Horus
con testa di falco, nell'atto di versare dell'acqua sul corpo della donna, raffigurata ancora in vita ed
inginocchiata su una stuoia.
Il potere rigeneratore è indicato dall'ank e dall'uas.

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