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Matteo Trevisani � Libro dei fulmini 0

13 FEBBRAIO 2018 NARRATIVA ITALIANA


Nei fulmini dell�amore
recensione di Orazio Labbate

Matteo Trevisani
LIBRO DEI FULMINI
pp.176, � 20
Atlantide, Roma 2017

�Ammutolii. Ora tutto sembrava acquistare un senso. Ma non poteva essere. Non
potevo essere morto, ma qualcuno aveva creduto il contrario. Mi tastai i polsi per
sentire se ancora il cuore mi batteva. Mi sembr� di sentirlo, freddo e lento, ma
vivo. Feci un sospiro di sollievo�.

Matteo Trevisani - Libro dei fulminiLibro dei fulmini di Matteo Trevisani � un


esordio di notevolissima validit� letteraria. Sin dalla lingua. Essa � sorvegliata
da un respiro fraseologico maturo, e si legge distribuita con l�intelligenza del
freno, maneggiata e controllata con cura, senza sbavature. Queste ultime, quando
scorte occasionalmente, si installano per� in una tensione erudita, evocativa, e si
accendono come bellissime scintille immaginative mai soffocate dal fulcro magico
onnipervasivo verso cui tende e di cui � impregnato il potere narrativo di questo
libro. L�elemento esoterico e quello misterico (fondamenta, entrambi, di tale
esordio-viaggio fra le tombe dei fulmini, fra la realt� e irrealt� della metafisica
ovunque, in una Roma esistente e insieme sostanza archeologica indispensabile al
servizio di un evidente regno dei morti setacciato) sono ora originali
dimostrazioni di una poetica propria di Trevisani, e di un suo romanticismo
letterario che si fa ramo visionario autentico.

�Mi dissi che forse i momenti in cui avevo amato davvero erano stati i soli in cui
avevo sperimentato una rara sensazione di unit�, ma forse perch�, come diceva
Marsilio Ficino, Amore vera magica, il vero nome della magia � amore, e la magia ha
senso solo se riesce a trasformare la realt� interna, a riunificare disposizioni,
imperizie, difetti, per meglio accordarti con quello che c�� al di fuori. Se era
successo, per me era stato per poco, in una fragile unificazione che non vedeva
l�ora di tornare a essere molteplicit�.�

La storia si muove dentro pi� piani temporali-atemporali collegati per�


eziologicamente, come un rito da compiersi (passato, presente e supposto/presente
fantasmatico-iniziatico grazie al ricordo e soprattutto all�amore nei confronti e
didentro Silvia attraverso l�unione carnale), e ha il tono di un�avventura
picaresca. E tuttavia la seriet� della ricerca essoterica del protagonista � che
ha il nome Matteo Trevisani stesso, ricerca che quindi si configura come
definizione esistenziale del proprio essere non essere � ricorda il graduale
sviluppo cognitivo, quello della scoperta occulta, passo dopo passo, della
rivelazione cosmica delle proprie sorti, insito nei preziosi libri di Gustav
Meyrink.

Le vicende sono per� descritte senza esagerazioni astrologiche o facili voli


linguistici, nonostante la sostanza favolosa del narrare. Pertanto, anche se si ha
come fil rouge unitario dello sconvolgimento della vita del protagonista il fulmine
� concetto soprannaturale, inferico e misterico, nonch� dapprincipio materico ch�
lo colpisce dal passato (arrivano vicino a toccarlo) -, e si va quindi in cerca
delle tombe dei fulmini, a Roma, per risolvere il rebus iniziatico che turba,
questo � in verit� un originalissimo e singolare romanzo d�amore.

� dunque un esordio stimolante quello di Matteo Trevisani, che scegliendo la via,


modernamente impervia, del lavoro letterario basato sulla natura acroamatica delle
cose e della vita, le dirotta miscelandole coi crismi superiori (e rivelatori) del
sentimento umano e iniziatico. Un�opera, per quest�altra ragione, e per
concludere, abilmente costruita sulla vocazione e sull�amore equilibrato
dell�esoterismo, costruente una scacchiera avventurosa che emoziona, che � piena di
furiosa sensibilit� genuina.

�Vidi Silvia qualche mese pi� tardi, che passeggiava all�ombra del porticato del
mausoleo di Santa Costanza, in cerca dei suoi morti. Mi dissi che l�avrei lasciata
fare, e che ognuno ha il suo inferno da attraversare. Rimasi un po� a guardarla
mentre si aggirava sfiorando le mura, attardandosi sulle colonne, studiando il modo
in cui la luce si frastaglia sulle scanalature dei laterizi. Non sono mai riuscito
a sapere che cosa pensasse davvero delle cose che toccava. La trovai bella, feci un
cenno con la mano e poi mi dileguai prima che rischiasse di vedermi.�

O. Labbate � scrittore
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Vittorio Giacopini � Roma 0
1 MARZO 2018 NARRATIVA ITALIANA
Tra copertoni, siringhe e scatolame

recensione di Matteo Moca

Vittorio Giacopini
ROMA
pp. 414, � 21
il Saggiatore, Milano 2017

Vittorio Giacopini - Roma� possibile costruire un romanzo sulla citt� di Roma,


riuscendo nell�arduo tentativo di racchiudere in un flusso narrativo la sua natura
sempre inafferrabile? Ma, soprattutto, in tempi come quelli contemporanei in cui la
capitale � coinvolta da continue e, pare, inarrestabili difficolt�, cosa vuol dire
tentare di rappresentarla? A queste domande � possibile trovare una risposta, pi�
che ragguardevole, leggendo il nuovo romanzo di Vittorio Giacopini, edito dal
Saggiatore, dove l�autore, romano, disegna un mirabile ed atroce ritratto della sua
citt�, lontano da qualsiasi turbinio politico contemporaneo, ma pienamente inserito
in una realt� desolante e stanca, arrivata al culmine della sua sopportazione,
incapace di altro se non implodere su se stessa.
Giacopini prende le misure dalla percezione odierna della citt�, la �ugly Roma�
come definita dal �New York Times�, e da l� costruisce un eccezionale castello
narrativo da cui niente � risparmiato: nelle pagine del suo romanzo si trova
l�emergenza della spazzatura (�Roma era soltanto un paesaggio dopo la battaglia.
Tanfo e miseria e ingorghi, contrattempi. Prima Porta, Isola Sacra e Infernetto,
Malagrotta sguazzavano, e da giorni, tra i liquami nella poltiglia galleggiavano
rifiuti della discarica, pattume, medicinali scaduti, vari e assortiti veleni,
robaccia tossica�), i disagi della circolazione legati al maltempo, l�incuria dei
luoghi e le orde incontrollabili di turisti, tutti elementi necessari per disegnare
un memorabile ritratto, in chiave grottesca, non solo della capitale, ma anche dei
romani che se ne lamentano (�attenti, scettici, menefreghisti e grevi, paraculi�).
Il protagonista, Lucio Lunfardi, ex-giornalista, �cronachista del niente�, e
dantesco pellegrino che si muove per la citt� mimando una vera e propria discesa
negli Inferi, progetta un folle piano per allagare la capitale e sommergerla sotto
un diluvio punitivo e purificatore, sognando perennemente �il giorno che avrebbe
annegato Roma sotto all�acque, facendo piazza pulita�. Il romanzo racconta dunque
l�organizzazione di un attentato che compia questo disegno apocalittico, la
distruzione e la rigenerazione della citt� da nuovi e pi� innocenti presupposti.

Sporcizia e uccellacci
Il nome dei capitoli del libro, che rimandano a vari uccellacci (I passeracci, I
piccioni, Gli storni, Le cornacchie e I gabbiani), sta a rappresentare un ennesimo
elemento di sporcizia, con gli animali che lordano ancor di pi� la citt�, �ennesima
piaga� di Roma dal loro arrivo negli anni Zero, e che contribuisce a far
dimenticare sempre di pi� la bellezza eterna, togliendo per sempre lo spazio alla
colomba con il ramoscello di ulivo che potrebbe riportare la pace e la serenit�.
Una distruzione e una rovina che non resta racchiusa solo sottoterra, nelle fogne,
ma che invece cade anche dall�alto, come lo sterco degli uccelli, a rappresentare
una situazione irreversibile. Ma i veri obiettivi della feroce rappresentazione di
Giacopini non sono certamente gli animali: sono chiaramente, gli uomini, primi e
indifendibili responsabili. In un continuo confronto tra passato e presente, e sono
mirabili davvero le pagine dedicate all�architettura fascista, �la maledetta
schifosa miserabile Terza Roma del Duce�, la storia di Roma diviene storia di tutta
l�Italia e racconto di un inarrestabile declino da un passato dal potenziale
migliorativo ad un presente che non ne ha minimamente mantenuto le premesse.

Il romanzo di Giacopini per� costruisce anche, tra �copertoni e siringhe, garze,


bende, scatolame, lettighe e carrozzine�, una carta geografica della citt� di Roma,
con uno spirito che prende spunto anche dal suo romanzo precedente, intitolato,
appunto, La mappa, e che aveva come protagonista un cartografo alla corte di
Napoleone, Serge Victor (�L�Indice� 2016, n. 3). Come in quell�occasione la mappa
era fisicamente un modo per fissare il mondo, la storia e la politica, qui il
protagonista Luciano Lunfardi mette alla berlina il fallimento totale della
razionalit� umana e la carta geografica della citt� di Roma non � altro che un
continuo, inascoltato, grido di disperazione.
Giacopini individua, come si accennava, nell�uomo l�ovvia responsabilit� di tale
situazione e con il suo romanzo si oppone con forza e vigore, sostenuto da uno
stile straordinario che pesca tanto da Manzoni quanto da Gadda e Joyce, a una
societ� odierna che tutti trangugia nella sua globalizzazione forzata. La critica
di Giacopini, tanto raffinata quanto furiosa ed iconoclasta, universale per fonti e
materiali, si arricchisce poi di una citazione dall�Encyclop�die illuminista, che,
quasi a suffragare le ipotesi dell�autore, alla voce �Roma�, cos� recitava: �Ebbe
ragione chi disse che i sette colli, una volta ornamento della citt�, oggi non le
servono che per tomba!�.

matteo.moca@gmail.com

M Moca � dottorando in letteratura italiana all�Universit� Paris Nanterre e


all�Universit� di Bologna

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