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I misteri di Tartini

(Marisa Uberti)

Quando, nell’estate del 2012, mi ritrovai nella piazza circolare di Pirano, ridente cittadina della
costa slovena sud-occidentale, a guardare la statua collocata proprio al centro, non potevo
immaginare che da lì sarebbe partita un’altra delle mie instancabili ricerche, che mi ha portato a
indagare nel mistero di un violinista del ‘700.
Tutto ebbe inizio trovandomi di fronte al monumento di Giuseppe Tartini, eseguito da Antonio Dal
Zotto nel 1896.

A
GIUSEPPE TARTINI
L'ISTRIA
1896

Mi accorsi che anche la piazza era intitolata a quest’uomo e che appena dietro la statua si trovava la
sua casa natale. Sapevo che egli era stato un grande violinista ma non conoscevo molto di più della
sua esistenza, che si è rivelata invece densa di sorprese, di scoperte geniali e di amarezze, di sogni e
di problemi come quelle di tutti i comuni mortali, ma anche di un fascino non comune, da
inesattezze letterarie e parecchi misteri. Inoltre aleggiava sopra ogni cosa il grande mistero della
scomparsa del suo corpo e di quello della moglie che, secondo la storia ufficiale, dovevano essere
stati sepolti nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Padova. Le loro bare, però, erano state
trovate vuote alla ricognizione scientifica. Dov’erano finiti i loro corpi?

Per poter arrivare a dare una risposta, è utile ripercorrere alcune tappe salienti della vita di Tartini,
cercando di restituirgli una fama della quale non gode ai giorni nostri, infatti probabilmente molti
non lo conoscono nemmeno o, se hanno letto delle notizie, forse è il caso di sfatare alcuni “luoghi
comuni”. E’ sufficiente cercare con un motore di ricerca in internet il nome del musicista che subito
si offrono numerose pagine che lo riguardano, purtroppo spesso fatte con ripetitivi copia/incolla che
non aiutano a stabilire la realtà dei fatti, anche se al contempo stimolano a cercarla. Non faremo
quindi in questa sede una cronistoria della sua esistenza ma cercheremo di chiarire alcuni punti che
lo meritano.

Perché Tartini ha un monumento a Pirano? A questo è facile rispondere: egli vi nacque nel 1692,
secondo alcune fonti il 6 di aprile, secondo altre l’8 (il certificato di battesimo porta quest’ultima
data). Il padre era fiorentino e si chiamava Giovanni Antonio (di professione massaro dei Sali sotto
il governo della Serenissima), la madre Caterina Zangrando; i due avevano avuto tre figli, prima di
Giuseppe, che era il quarto dunque, a cui seguirono altri 5 parti. Allevato con le speranze di una
carriera ecclesiastica, cui accostare la materia della giurisprudenza, il giovane mostrò di prediligere
l’attività di spadaccino e di nascosto si esercitava nella scherma, attività in cui si distinse molto
presto. La vocazione musicale sarebbe arrivata più tardi. Il primo periodo della sua vita dà di lui un
quadro di figura intraprendente, impulsiva, dall’animo inquieto e impetuoso, dall’intelligenza molto
fervida.

La piazza circolare di Piran, città natale di Tartini. La freccia indica la sua casa-museo

 Un matrimonio (non troppo) segreto

Una delle sistematiche inesattezze che si possono leggere nelle sue biografie è che egli, giunto a
Padova nel 1708, si sarebbe innamorato di Elisabetta Premazore, spesso citata come nipote del
cardinale Giorgio Corner. Giuseppe l’avrebbe rapita e sposata in segreto e, una volta scoperto “il
fatto”, avrebbe dovuto fuggire per non incappare nelle ire e nella condanna del cardinale-zio della
sua sposa. Avrebbe così raggiunto il convento francescano di Assisi travestito da pellegrino per
confondersi e non essere riconosciuto. In verità sono state trovate le certificazioni attestanti che il
matrimonio non fu affatto segreto ma regolarmente celebrato e registrato in data 29 luglio 1710 (1).
Il dr. Bellinati (v. nota 1) ha trovato anche il nome dei testimoni. E’ stato accertato che il Tartini
alloggiasse nella parrocchia della Cattedrale dal 1708 al 1710, cosa logica per un giovane che era
stato mandato dal padre a Padova per iscriversi alla facoltà di giurisprudenza, sotto la tutela dei
frati. A Piran era stato educato dai frati Filippini dal 1698 al 1703 e a Padova lo si ritrova come
“clericus”, aiutando in piccoli servigi nella chiesa di San Tommaso Martire e forse anche nella
Cattedrale stessa perchè uno dei due testimoni alle nozze era un chierico del duomo (Antonio
Andolfatto; l’altro era frà Cipriano dal Salvatore, dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi). Con queste
piccole mansioni Giuseppe Tartini provvedeva al proprio sostentamento senza gravare sulla
famiglia di origine che, da quanto apprendiamo da numerose lettere giunte fino a noi, era sempre
pronta a bussare alle sue tasche[2]
Il matrimonio avvenne nella Chiesa del Carmine, gestita dai Carmelitani Scalzi, che non era la
parrocchia né di Giuseppe né di Elisabetta (che risiedeva in Contrada degli Specchi, non lontana
dalla cattedrale, e proprio questa vicinanza probabilmente permise il loro incontro). Nozze
comunque atipiche sia perché la dispensa venne data frettolosamente, sia la giovanissima età dello
sposo (18 anni, mentre Elisabetta ne aveva due in più) nonchè per il suo status di chierico… Forse
proprio per questo motivo si preferì non dare molta pubblicità alla celebrazione, scegliendo una
parrocchia alla quale nessuno dei due contraenti apparteneva. Inoltre il 25 luglio, cioè quattro giorni
prima, era morto il padre del Tartini, a Pirano.
Di cosa potevano vivere quei due novelli sposi? Questa è un’altra questione interessante; Elisabetta
era orfana di padre, viveva con la madre e tre fratelli e le loro condizioni economiche non erano
floride. Era usanza che il cardinale-vescovo padovano elargisse del denaro alle ragazze nubili
disagiate intenzionate a contrarre matrimonio. Così dev’essere stato per la Premazore, che
probabilmente ricevette una elargizione da parte del cardinale Giorgio Corner, eventualità che ha
portato (erroneamente) alla conclusione che i due fossero legati da parentela, cosa che non
risulterebbe dai documenti d’archivio.
Tartini si ritrovò in disgrazia per due motivi: aveva lasciato l’abito da “clericus” (cosa che deve
avere irritato alquanto il cardinale) e contemporaneamente gli studi di giurisprudenza (fatto grave
per la sua famiglia originaria, a Piran). Un’ipotesi interpretativa che giustifichi la sua partenza per
Assisi, quasi all’indomani delle nozze, potrebbe essere proprio questa: la necessità di procurarsi
forse un lavoro e la moglie doveva essene al corrente e condividere questa scelta. Se si esclude la
fuga, naturalmente.
Questa donna, che rimase al fianco del marito fino alla morte, dovette abituarsi alle scelte di
Giuseppe, non sempre facili da accettare. Di lei si hanno poche informazioni, secondo alcune
notizie non sarebbe stata per nulla remissiva ma una "Santippe"! Non sappiamo se fu lieta di
separarsi da lui a ridosso delle nozze, pare comunque che sia tornata a vivere con la famiglia di
origine fino al ritorno dello sposo. La sonata X in Sol minore che Tartini compose anni dopo,
intitolata “Didone abbandonata”, pare fosse stata scritta per lei.

Rappresentazione di Tartini in una statua collocata nel "Prato della


Valle" a Padova; è opera dello scultore Sebastiano Androsi e data 1806
Suggestivo scorcio del "Prato della Valle", a Padova

 L'eremitaggio ad Assisi

Ma dove voleva andare veramente Giuseppe? Qual’era il vero motivo della sua partenza frettolosa?
Travestito da pellegrino, con bastone e conchiglia, sfamato e ristorato lungo il tragitto come uno dei
tanti, sembra che abbia vagato per un paio di mesi nei territori dello Stato Pontificio prima di
raggiungere il convento francescano di Assisi dove risiedeva uno zio materno, fra Giovanni Torre,
che si rivelò un vero mecenate e “pedagogo” del nipote, indirizzandolo verosimilmente all’arte che
avrebbe fatto di lui un grande: la Musica.
Padre Giovanni Torre era un Minorita proveniente da Pirano, che era stato eletto Superiore del S.
Convento in Assisi. E’ probabile che Giuseppe abbia trovato comprensione presso questo parente, si
sia finalmente sentito sollevato da fughe varie, da se stesso e dalla situazione venutasi a creare a
Padova. Nel monastero iniziò a frequentare Padre Bohuslav Czernohorsky (un musicista ceco che
Tartini ritroverà più tardi come organista nella Chiesa del Santo a Padova), e in forma autodidatta si
mise a studiare il violino otto ore al giorno. Insieme allo studio della musica, Giuseppe imparava
nella comunità monastica l’autocontrollo (di cui difettava), l’educazione al rigore, al rispetto di un
certo ordine, alla necessità di armonizzarsi e riappacificarsi con il mondo, da cui si sentiva
perseguitato. Alla morte dello zio, avvenuta dopo due anni e mezzo dal suo arrivo al convento,
Tartini iniziò a dividersi tra la residenza abituale nel monastero francescano (in qualità di membro
della cappella musicale della Basilica di San Francesco) e i viaggi nelle Marche, dove si recava in
vari teatri d’opera (ad Ancona e a Fano) come professore d’orchestra. Queste città si rivelarono poi
determinanti per le sue scoperte in campo musicale.
Quattro anni dopo la sua partenza frettolosa da Padova, avvenne il curioso episodio della tenda che
si spostò mossa da una folata di vento, mentre egli suonava l’organo alla Messa, nella chiesa del
Convento di Assisi. Questo fatto permise ad alcuni pellegrini provenienti da Padova di riconoscerlo
e ne informarono sia la moglie (ammesso che non sapesse veramente dove fosse finito lo sposo) che
il cardinale Corner che in qualche modo gli fece capire di tornare a casa, che non avrebbe corso
alcun pericolo. Dopo una sosta a Venezia, il mese successivo al suo “riconoscimento”, Tartini
rientrò a Padova, pur prendendo la residenza nella città lagunare dalla fine del 1714 fino al 1716. Si
recò anche da Gasparo Visconti a Cremona per perfezionare ulteriormente la sua tecnica al violino.
Anche questo violinista cremonese, pressoché dimenticato, meriterebbe una rivalutazione.
Certamente i due musicisti collaborarono: “Di notevole interesse è la raccolta di concerti con il
titolo Sei Concerti a cinque Stromenti dei Signori G. Tartini e G.Visconti Opera 1 libro 3
( Amsterdam, 1728 ), che meriterebbe un approfondimento. E’ difficile stabilire infatti quali siano i
Concerti attribuiti all’uno o all’altro autore; con un esame stilistico sembra si debba attribuire a
Visconti il Terzo ed il Quinto” (v. link).
 La scoperta del terzo tono

Tartini non aveva intenzione di rimanere fermo e legato ai doveri coniugali così, a 24 anni, spinto
dalla nobile motivazione di perfezionarsi come musicista, ritornò a fare la spola tra Assisi ed
Ancona. Nel 1716 venne invitato a partecipare ad un concorso con Francesco Maria Veracini a
Palazzo Pisani-Mocenigo a Venezia. Nel sentire suonare il collega in modo sublime, sentì una
intensa inferiorità che gli procurò una certa depressione. Aspirava perciò ad un riscatto. E’ certo che
si recò a Pirano per accompagnare Elisabetta dai suoi fratelli, cui venne affidata. Ad Ancona,
raggiunta via mare, si stabilì per altri quattro anni da solo, senza la moglie. Prese a viaggiare
(Palermo, Napoli, Milano) e a raccogliere i primi veri successi come musicista.
Ad Ancona, dove si recò a più riprese nel corso della vita, Tartini scrisse la sua “Arte dell’Arco”
(una raccolta di 38 variazioni su una gavotta di A. Corelli, pubblicata nel 1758) e scoprì il fenomeno
acustico dei toni che ne derivano, che chiamò Terzo Suono. Il terzo suono di Tartini corrisponde
alla differenza fra le frequenze generatrici: un LA a 440 Hz e un MI 660 Hz, quindi, producono
un LA 220 Hz cioè l'8va sotto (660 - 440 = 220)[3] Tartini non fu il primo a scoprire il cosiddetto
tono combinazione, terzo tono, o tono differenza. Sta bene precisare che Tartini lo aveva individuato
già nel 1714 però egli non lo manifestò che nel 1754 nel suo “Trattato”. Nel frattempo Rameau in
Francia (nel 1751), e Sorge in Germania (nel 1745) lo avevano fatto conoscere. Tuttavia, siccome su
di esso il Tartini fabbricò un sistema d'armonia, così la combinazione dei suoni fu anche chiamata
Suono tartiniano, noto in tutto il mondo.
Egli lo descrisse così nel suo Trattato:
«Dati due suoni di qualunque strumento musicale, che possa protrarre, e rinforzare il suono per
quanto tempo si voglia (trombe, corni di caccia, strumenti d'arco, oboe ecc.) si ha un terzo suono
prodotto dall'urto de' due volumi di aria mossi dalli due dati suoni. Nulla importa al presente
bisogno la spiegazione del modo, con cui si produce questo terzo suono; basta il fatto, e questo si
ha il debito di spiegare. Da un suonator di Violino si suonino equitemporaneamente con arcata
forte, e sostenuta i seguenti intervalli perfettamente intuonati» (segue esempio che qui non posso
fare). E continua: «Si sentirà un terzo suono affatto distinguibile e sarà il sottoposto segnato in
note chiuse musicali (cioè l'ottava della prima nota. N. d. A). «Lo stesso succederà, se saranno
suonati gli esposti intervalli da due suonatori di Violino distanti tra loro cinque, o sei passi,
suonando ciascuno la sua nota nello stesso tempo, e sempre con arcata forte, e sostenuta. L' uditore
posto nel mezzo rispettivo de' due suonatori sentirà molto più questo terzo suono, che vicino a
ciascuno de' due suonatori: segno fisico evidente della cagione del terzo suono, ch'è l'urto de' due
rispettivi volumi d'aria mossi delle vibrazioni delle due corde suonate. Si avrà lo stesso effetto da
due suonatori di Oboe posti tra loro in molto maggior distanza. Essendo il suono dell'Oboe più
forte del Violino, si sentirà meglio il risultato terzo suono, e nel mezzo rispettivo de' due suonatori
si sentirà egregiamente, sebbene si sente abbastanza in qualunque sito. Dedotti tutti i terzi suoni,
che fisicamente risultano da qualunque intervallo semplice integrante la serie armonica sino a quel
segno, che serve alla pratica musicale, sono i seguenti […]” (qui non vengono trascritti, ma si veda
la pagina sottostante):
 L’ombra costante di un figlio segreto

A Venezia ricevette numerose scritture vantaggiose e nel novembre del 1719 lo si trova alloggiato in
una locanda situata in “contrada larga di S. Moisè”, dove ebbe un fatale incontro con una scaltra
locandiera, Catina Bufelli, che poco dopo si ritrovò incinta. Tuttavia la donna pare che si
concedesse dietro pagamento a diversi uomini e non solo al Tartini il quale, divenendo un artista
danaroso, suscitava la gola della Catina. Il musicista sappiamo che continuò a pagarla anche dopo il
parto, perché era ricattato. Dovette allora fare un’azione legale di disconoscimento di paternità,
dopo anni passati a tentare una mediazione. Ottenne il disconoscimento solo nel 1740 e molto
faticosamente. Ma rimane un alone di mistero.
Tartini infatti non aveva avuto figli dalla moglie (né mai ne ebbero), e sembra che verso questo
“figlio affibiatogli” elargisse un mantenimento. Da adulto il ragazzo venne indirizzato verso il
sacerdozio e Tartini offrì una Cappellania assai sufficiente alla Bufelli, che rifiutò. Quando lei morì,
quel giovane –divenuto prete – si presentò al Tartini con la pretesa di essere riconosciuto come suo
figlio e, al rifiuto del violinista, tornò alla carica con delle lettere per tre o quattro anni. Troviamo
Tartini alle prese con questa faccenda ancora nel 1767 (!): facendo rapidi calcoli si deduce che
questa specie di ricatto si protrasse per oltre quarant’anni e anzi, fino a tre anni prima della sua
morte (avvenuta nel 1770)[4].
Questa situazione deve avere influito non poco sulla psicologia del musicista, nonché sul suo
matrimonio. A quel tempo non esisteva la prova del DNA che avrebbe potuto chiarire le cose più in
fretta. Con quali conseguenze, però, non possiamo ipotizzarlo.

 Un grande talento musicale

Tornando a Padova, il 16 aprile 1721, Tartini fu nominato "primo violino e capo di concerto" (primo
violino e direttore d'orchestra), presso la Basilica di Sant'Antonio, una posizione che mantenne fino
al 1765 e che venne interrotta solo per un breve periodo in cui lavorò a Praga (1723-1725 o 1726),
insieme al suo amico Antonio Vandini. Tartini aveva rifiutato incarichi anche prestigiosi in altre
città, ma accettò l'invito del conte Kinsky a presenziare all'incoronazione di Carlo VI a imperatore
della Boemia. Questa fu la prima occasione importante per la sua carriera. Nel 1726 rientrò a
Padova e riprese il suo posto nella Cappella Musicale della basilica del Santo. Egli godeva di un
privilegio speciale in base al quale era autorizzato a lasciare temporaneamente la sua mansione per
potersi recare in altre città a suonare.
Lo vediamo ricongiunto stabilmente alla moglie almeno dal 1727; vivevano a Padova nei pressi
della parrocchia di Santa Caterina [5] dove Giuseppe aprì una scuola di violino cosmopolita (1728),
che chiamò "Scuola delle Nazioni", che accoglieva studenti provenienti da tutta Europa. Da essa
transitarono i musicisti più prestigiosi del XVIII secolo. Anche il più celebre fra loro, Antonio
Salieri, frequentò Tartini nei suoi anni giovanili veneziani.
Anche Elisabetta sapeva suonare il violino ma quando ne aveva l’estro. Tartini definiva eccellente la
sua naturalezza musicale e definiva squisito il suo modo di suonare le fughe. Proprio lei avrebbe
suggerito al marito l’impiego di un arco “alla Tartini” (più lungo e sottile di quello di Corelli, con la
curvatura convessa come è attualmente, con regole fisse sia sul peso che sull’elasticità, le quali
vennero adottate perentoriamente dai liutai cremonesi e veneziani).
L’influenza delle sue composizioni si sviluppò in Francia, Inghilterra e Germania, oltre che in Italia,
naturalmente. Visitò molte città italiane tra il 1739 e il 1741 e, a Roma, compose su richiesta del
papa Clemente XIII la sua unica composizione vocale per chiesa, un Miserere a 4,5,8 voci che
venne eseguita dal coro della Cappella Sistina nel 1768.
Nel 1740, mentre si trovava per una breve trasferta a Bergamo per suonare ad un concerto, venne
colpito da un’improvvisa paralisi ad un braccio (forse fu un attacco ischemico cerebrale?),
probabilmente il sinistro (si ritene ciò in quanto lui era destrorso e continuò in seguito, nella sua
vita, a suonare il violino).
L’attività più smagliante presso la Cappella Antoniana di Padova si esplicò tra il 1732 e il 1745,
nonostante egli vi abbia lavorato molto di più; nel 1749 però l’edificio prese fuoco e per tutti i
musicisti iniziarono tempi duri. Si diradarono anche le esecuzioni che Tartini teneva per i visitatori
della Basilica che, conoscendolo di fama, gli chiedevano di suonare. Dovette dare lezioni per molte
ore al giorno per garantirsi un introito economico (destino dei più meritevoli?). Nel 1747 si
riaffacciarono dei dolori imprecisati, misti a disturbi psicosomatici e nel 1765 smise di suonare
definitivamente.
Negli ultimi vent’anni della sua esistenza, Tartini si concentrò più sulla sua teoria musicale che sulla
composizione. Aveva stretto importanti amicizie con scienziati e personalità illustri, letterati,
teologi, fisici, matematici, e questo testimonia la sua sete di conoscenza, che spaziava oltre la
musica. Del resto era convinto che la quest’arte dovesse arrivare all’anima e dunque, perché vi
riuscisse, chi suonava doveva farlo con l’anima. Non possiamo che essere d’accordo.
Tartini ha lasciato, oltre 200 manoscritti strumentali, circa 80 pubblicazioni, fra cui vanno ricordati
18 concerti per violino, 12 sonate per violino con violoncello e basso, 12 per violino e basso, 6 per 2
violini e basso… Rimangono però di lui anche altri studi: 25 manoscritti conservati a Pirano e altri
pubblicati, come il “Trattato di musica secondo la vera scienza dell'armonia” (1754) e “De' principi
dell'armonia musicale nel diatonico genere”(1767)[6]trascritto nel 1771 dopo la sua morte, ma deve
aver avuto origine in precedenza, dato che il materiale in esso contenuto è stato utilizzato da
Leopold Mozart nel suo Violinscule (1756).
Un ulteriore trattato venne pubblicato postumo a Parigi nel 1771, e ha per titolo Traité des
agrements. Molto materiale è ancora da vagliare e da pubblicare. La maggior parte degli
incartamenti si suddivide tra Padova, Piran, Capodistria e Izola (località vicina a Piran, in Slovenia).

 Il codice segreto di Tartini

Da alcuni Autori apprendiamo una metodologia quanto meno insolita nello scrivere la musica, da
parte del nostro violinista. *Il conte Francesco Algarotti (che intrattenne fondamentale
corrispondenza con Giuseppe, fondamentale per noi oggi, al fine di conoscerne le idee) scrisse che
“nelle sonate dell' incomparabile Tartini trovasi molta varietà congiunta con l' unità più perfetta.
Prima di mettersi a scrivere è solito leggere una qualche composizione del Petrarca, con cui per la
finezza del sentimento simpatizza di molto, e ciò per avere dinanzi una data cosa da dipingere con
le varie modificazioni che l'accompagnano, e non perder mai d'occhio il motivo, o il soggetto”. Ma,
a questo proposito, soggiunge il Wasielewski [7] che probabilmente non si trattava d'altro che di
incitare e risvegliare una disposizione particolare, di cui aveva egli bisogno più degli altri artisti.
Questa abitudine del Tartini indica però nello stesso tempo una proprietà del suo animo, secondo la
quale non poteva essere musicalmente attivo che sotto l'influsso diretto di poetiche visioni. Una
prova è ch'egli soleva anche mettere qualche motto sopra i singoli pezzi delle sue composizioni,
motto che esprimeva, talvolta, in guisa misteriosa, appositamente inventata, ed in cifre del tutto
inintelligibili per i profani. Il maestro Melchiorre Balbi di Padova forse possedeva la chiave di
questa scrittura. Così si spiega l'iscrizione per una frase da sonata «Ombra sacra», per un'altra
“Volgete il riso in pianto, o mie pupille”. Così lo Stancovich nella “Gazzetta Musicale” di Lipsia
osserva che “Talvolta il Tartini infiorava i suoi quaderni di sentenze morali, dì invocazioni a Dio,
alla Madonna, ai Santi; tal' altra — e ciò ricorre assai spesso — si vedono delle segnature, dei
motti, al principio d' un Quartetto o Quintetto, in un carattere che non è né greco, né ebraico, ma
che forse é uno speciale carattere convenzionale dal Tartini stesso escogitato, e con assidue
investigazioni si potrebbe giungere a decifrare appunto questo sistema”. Cosi in un Quartetto in Do
maggiore (N. 117) reca la seguente quartina:

Felice età dell' oro


bella innocenza antica
quando al piacer nemica
non era la virtù.

Altre sonate portano, come epigrafe, quartine di Metastasio, oppure ottave del Tasso. Allegro della
XX Sonata, invece, reca in fronte la seguente epigrafe:
IS onda che mormora — tra sponda e sponda — l’ aura die tremola — tra fronda e fronda — è
meno instabile — del vostro cuor[8].
Ma se è interessante conoscere il modo con cui il grande Maestro traeva le ispirazioni per le sonate,
resta però sempre fermo, che in lui vi era « il violinista perfetto, il virtuoso insigne, l'esecutore
prodigioso”. Quanto il Tartini fosse suscettibile d'un certo misticismo, lo prova la sonata “Il trillo
del diavolo», sortita dalla sua mente in seguito ad impressioni ricevute in sogno. La sua comparsa
fantasmagorica dimostra quanto volentieri l'artista s'appoggiasse a certi oggetti mistici. Il racconto
che fa il La Lande, a cui l'avrebbe riferito il Tartini stesso di questo sogno, è troppo noto perchè io
creda opportuno di ricordarlo ancora una volta. Sembra l' invocazione diabolica del Faust. Eppure il
Tartini poteva essere perfettamente persuaso della verità del suo sogno, come un uomo che, in
seguito ad allucinazioni, crede di aver veduto o parlato a degli spiriti. Almeno egli teneva, come una
memoria dell' incidente sognato, appesa di prospetto alla porta la sonata del diavolo*[9].
Il disegno che riproduce il sogno è conservato nella casa-museo Tartini a Pirano:
Studi più recenti di quello appena descritto (risalente al 1896) sembrano ricondurre il misterioso
codice Tartini ad una semplice sostituzione di cifra[10]:

Il motivo per cui il violinista avrebbe fatto uso di un codice cifrato sarebbe stato un tentativo di
nascondere le idee laiche (possiamo definirle “universali”?) in opere eseguite in chiesa.
Francamente non sembra nè semplice nè chiaro, a dire il vero...

 La quadratura del cerchio

A Tartini non bastava la musica: nella seconda parte della sua vita si applicò zelantemente alla
disamina di problemi scientifici. Anzi, fu probabilmente con la “scoperta” del Terzo suono che egli
cominciò a cercare una spiegazione di questo fenomeno acustico e trovarne scientificamente il
fondamento. Le sue cognizioni non erano però forse ad un livello così elevato dal riuscire
nell’impresa. Ma la sua smania di sapere lo portò a compilare –anche per chiarire meglio i concetti
a se stesso- una voluminosa opera che fece stampare a Padova presso la Stamperia del Seminario,
intitolata "Trattato di musica secondo la vera scienza dell' armonia". Nella prefazione che ne fece il
conte Decio Agostino Trento (“ottimo dilettante di musica”) si apprende che il Tartini “è tutto
immerso nello investigare, e nello scorrere da capo a fondo la Scienza fisico-armonica”, ribadendo
che la musica era solo un ruscello, benché delizioso, derivante da una ben più grande fonte. Sembra
di capire che Tartini, attraverso l’armonia musicale, avesse trovato la via per giungere a determinate
e fondamentali soluzioni di misteri atavici, quali la quadratura del cerchio. “ Il mio Trattato non è
né per la stampa (?), nè per la musica pratica; è per provare la quadratura del circolo (!)”[11]. “La
scienza sola fisico-armonica ha il privilegio di poter quadrare il circolo dimostrativamente e
fisicamente».
Nella sua Opera si trovano elucubrazioni scientifiche, irte di calcoli algebrici e note musicali;
intendeva dimostrare, attraverso le opere degli antichi, un messaggio universale che avrebbe portato
l’Uomo, in sostanza, alla Perfezione (di cui l’Armonia costituiva la base in tutte le Cose). Questo
sistema trovò oppositori e sostenitori, sia in Italia che in Europa. Per tentare di spiegarsi meglio,
Tartini produsse un ulteriore saggio, nel 1767 “Dei principi dell'armonia musicale contenuta nel
diatonico genere” (Padova). Trovo opportuno inserire alcuni stralci del lavoro del prof. M. Tamaro
(Parenzo, 1896) [12]: “La sua scoperta del terzo suono è d'incontestabile importanza, ed appartiene,
senza dubbio, a lui; ma le deduzioni ch' egli ne trasse offrono molti punti di obiezione. Da questa
scoperta egli volle inferire che ciascun suono si forma da determinate progressioni armoniche,
ch'egli chiamò monadi armoniche. Questo principio, per verità, venne a buon diritto riconosciuto ed
accettato come fondamentale nella musica. Ma tutto il resto del sistema tartiniano è talmente legato
con formule di metafisica e di filosofia platonica e pitagorica, da riuscire molto difficile
comprenderlo. Seguendo il sistema di Keplero, Tartini immaginò una produzione metafisica nel
circolo, la quale parte da un individuo, per generarne un altro, con questo però che il generante
continui ad esistere sempre come il tutto. Ciò stante, il principio armonico è per lui contenuto nell'
orbita, il cui diametro vale come corda; principio armonico, ch'egli poi sviluppa secondo le
proprietà armoniche, aritmetiche e geometriche del circolo. La disputa letteraria, come si disse, fu
aspra e lunga su di ciò; ma rimase inconclusa, perchè i disputanti non si comprendevano, e non
potevano comprendersi, mancando ai musicisti d'allora sufficienti cognizioni della materia che
trattavano. Appena in epoca recente, il fenomeno della combinazione dei suoni è stato riconosciuto
e spiegato mediante le geniali osservazioni ed esplorazioni del prof. Helmholtz. L' effetto del suono
rilevato dal Tartini non è altro che le vibrazioni dell'aria od almeno del timpano auricolare che
producono il suono di combinazione. E dire che il Tartini attribuiva alle corde codesti effetti, mentre
sono prodotti dall'aria, nella concordanza delle oscillazioni! E tanto si fissò su codesto il nostro
Maestro, che ancora in tarda età compilò quell' opera in sei libri, o dissertazioni — Delle ragioni e
delle proporzioni — che, inedita e incompiuta, egli lasciò al prof. Colombo, perchè la correggesse e
pubblicasse, ciò che non è avvenuto”.
La critica maggiore che veniva mossa agli scritti di Tartini da alcuni esimi studiosi era l’uso
“personalizzato” di calcoli musicali che rimanevano misteriosi a tutti, le sue teorie avvolte in
oscurità matematiche e algebriche, la forma troppo ampollosa. Nel 1751, cioè ben prima di
consegnare alle stampe il Trattato di Musica, Tartini lo spedì allo storico e critico musicale P.
Martini a Bologna, per riceverne un giudizio (lo avrebbe volentieri portato egli stesso al destinatario
ma si trovava “pieno di scolari”); accompagnava il saggio una lettera in cui il violinista asseriva di
volergli “far toccar con mano qual era la scienza armonica professata da que' tali filosofi antichi e
in conseguenza si proponeva di discuoprire (per ora in parte) quel mistero e segreto che hanno
custodito con tanta gelosia». Certo Tartini doveva avere scoperto qualcosa di veramente importante
ma fu incapace di farsi capire o, almeno, così sembra. Infatti Martini chiese delucidazioni,
inizialmente, al musicista perché non capiva “quelle cose novissime che erano espresse in termini
ambigui”. Il Trattato venne condiviso anche con un altro erudito, il dottor Balbi, che Tartini
conosceva e stimava, ma nemmeno lui sembrò comprenderlo. Nel Novembre del 1752 Tartini
ammettè, in una lettera indirizzata ai due illustri, che non si sarebbero mai intesi e li accusò di
continuare ad opporgli delle difficoltà in falso supposto, scrivendo che“[…] la Geometria serve di
bracciolaio alla scienza fisico-armonica” e si dichiarò in procinto di quadrare il Circolo in forza di
una scienza presentemente ignota. “Ò io son pazzo — soggiunse nella missiva — deviandomi dalla
mia scienza alle comunemente note per dedurre da queste il mio fondamento principale, o le
oppositioni fattemi non han che fare col mio trattato».
Non sappiamo se nel tempo a venire si fosse mai potuta stabilire una qualche intesa, tra loro, sulla
quadratura del cerchio; trapela solo una ambigua frase, in una lettera del dicembre dello stesso
anno, scritta da Tartini in cui ringrazia Dio perché, dopo tanto tempo, «si è scoperto il nodo della
difficoltà».
Il violinista era comunque convinto delle proprie tesi che coinvolse altri studiosi, affinchè le
avvallassero; mandò il manoscritto al Gabrielli e al suo amico conte Giordano Riccati [13] i quali,
al termine di una approfondita lettura, dichiararono che non riuscivano ad afferrare l’applicazione
teorica che il Tartini voleva dare alla sua scoperta del terzo suono, e la dichiararono inammissibile.
Certamente il periodo in cui Tartini si trovò a formulare le sue teorie fu impareggiabile: le spinte
illuministe stavano favorendo il fiorire di nuove scoperte, e nuovi geni erano nati in quel secolo.
Concludo l’argomento (su cui sarebbe da discutere a lungo!), con una considerazione che il
Gabrielli ebbe a scrivere, sulle formule “para-musicali” del Tartini:
«Finisco con una facezia e dico, che quel benedetto circolo ha proprio rovinata la musica,
imperocché se quelle fatiche che il signor Giuseppe ha intorno ad esso impiegate, le avesse rivolte
a comporre un trattato persino di contrappunto, il Pubblico ne avrebbe ricevuto un grandissimo
giovamento, ed io in particolare avrei avuto occasione di imparar molto, non essendo paragonabile
la fatica di un semplice dilettante, quale sono io, alle consumate perizie d'un eccelentissimo
Professore, quale è il Sig. Tartini».

 Il mistero della tomba vuota e le scoperte scientifiche

Elisabetta Premazore, la moglie di Tartini, si ammalò cronicamente di una malattia che, esordita nel
1757, la portò alla morte nel 1769, un anno prima del consorte. Aveva 79 anni. Venne predisposto
un sepolcro all’interno della chiesa di S. Caterina, che avrebbe accolto anche Tartini, che la
raggiunse l’anno successivo, nel 1770. Nell’ultimo anno trascorso da vedovo, con lui visse l’amico
Vandini. Nel 1965 il grande violinista piranese aveva iniziato a lottare con una forma di gangrena al
piede sinistro (era diabetico?); sulle sue abitudini alimentari sappiamo che gli piaceva il buon vino
[14] e il cioccolato in grande quantità.
Per curare l’infermità si usavano a quel tempo dei lavaggi di Sali mercuriali sulla gangrena, fattore
che assume la sua importanza con quanto verrà ritrovato nella tomba, ma erano palliativi
Doveva soffrire molto, il Maestro; non riusciva a stare coricato a letto, e scriveva ai familiari a
Piran di aver dormito dodici ore in un intero mese e che sentiva avvicinarsi la fine. Nel certificato
originale di morte e sepoltura, conservato nell’Archivio della Curia Vescovile di Padova, è riportato
il decesso in data 26 febbraio 1770, alle ore 17, e la sepoltura il giorno seguente alle 18.
Immaginiamo con molti onori, visto quale contributo alla musica seppe dare in vita.
Nel tempo la chiesa di S. Caterina d’Alessandria smise di essere parrocchia è15] e venne gestita da
un Rettore sacerdote che dipendeva dalla chiesa di S. Sofia. L’edificio sorge su un’area orientale
della città patavina, all’interno delle mura cinquecentesche; già nel Medioevo ospitava un
monastero (delle “convertite” o illuminate, seguaci della Regola Agostiniana). Una tradizione (non
sappiamo quanto supportata da motivazione scientifica) indica che il terreno su cui sorge la chiesa
abbia la proprietà di conservare i corpi di chi vi veniva sepolto (Rossetti, 1776), avverrebbe in
pratica una mummificazione naturale, cosa non insolita. Forse i Tartini lo sapevano ed avranno
forse sperato di mantenersi conservati, chissà… Quando però oltre due secoli dopo la loro
tumulazione, il 23 giugno del 1997, si intrapresero le operazioni di ricognizione delle loro tombe,
esse si rivelarono desolatamente vuote!
La tomba di Tartini come apparve al momento dell'apertura
(fotografia tratta dal volume citato in nota 1, pag. 258, articolo di Beniamino Lavarone "Cronaca
della ricognizione delle tombe di Tartini, Calza ed altri")

Perplessità, stupore, delusione si impossessarono dei presenti [16]. Anzitutto, scoperchiata la lastra
pavimentale di copertura, si sarebbero dovute vedere le due bare dei coniugi ma agli occhi dei
ricercatori si presentarono sei piccole casse di legno, molto deteriorate e disordinate, che erano state
collocate sopra alle loro. Perché? Solo aprendole e analizzandole si scoprì che appartenevano tutte a
degli infanti, alcune addirittura a dei feti nati morti. Una delle casse si presentava di forma ovoidale
e si ipotizzò che forse poteva contenere il…violino di Tartini ma la cosa fu sconfessata subito dai
fatti.

Disegno della posizione delle piccole bare trovate nella tomba dei coniugi Tartini, che si trovavano
nelle casse A (moglie), B (lui). C-H casse piccole, F cassa di forma ovale (fotografia tratta dal
volume citato in nota 1, pag. 258, articolo di Beniamino Lavarone "Cronaca della ricognizione
delle tombe di Tartini, Calza ed altri")

Nonostante la piccolezza, alcuni scheletrini erano integri. Mentre, sollevati i malandati coperchi
delle bare dei coniugi Tartini, non si vide nulla più che residui polverosi color marrone e grigio-
biancastro, con scarsissimi resti ossei. Il tutto andava analizzato ma nel frattempo nei cervelli dei
ricognitori si facevano strada le ipotesi più diverse. Cos’era successo? Si teorizzò anche un
trafugamento delle salme in epoca imprecisata, magari trasportate di nascosto nella città natale di
Tartini, a Piran. Così il prof. Girolamo Zampieri, coordinatore della Commissione scientifica,
insieme ad altri specialisti, andarono nella cittadina slovena per appurare la possibilità di una simile
evenienza ma dopo le debite ricerche dovettero convenire che Tartini non era stato sepolto lì.

Chiostro del convento dei Minoriti (frati Francescani) a Piran (Slovenia): nella chiesa si trova la
tomba di famiglia dei Tartini

Il certificato di sepoltura non mentiva: il violinista era stato seppellito con sua moglie proprio nella
tomba terragna di S. Caterina, come attestava anche la lapide pavimentale superiore.
Bisognava capire l’origine del mistero delle tombe vuote, o quasi vuote. Nella cassa che doveva
contenere i resti di Elisabetta Premazore, consorte del musicista, si ritrovarono 9 frammenti di teca
cranica e una notevole massa di capelli rossi; in quella del marito una mandibola (priva dei denti),
una porzione di diafisi femorale (forse destra), un anello corroso e verdastro (che si rivelerà alle
analisi essere di ottone (lega di zinco e rame) sul quale si erano come sciolti i componenti ossei, e
una gran quantità di materiale granulare pulverulento marrone e frammenti grigio-biancastro.
Niente crani, niente denti, niente fedi d’oro. Strano, perché gli anelli nuziali generalmente vengono
lasciati sul dito dei defunti e l’oro resiste in eterno.

Il mucchietto di capelli rinvenuto e i resti corrosi dell'anello di ottone (crediti immagine: vedi nota
18)

Ad aumentare l’alone di mistero era il peso del materiale raccolto dal loculo di Tartini che (esclusi i
pezzi più grossi della bara) era due-tre volte superiore al peso di uno scheletro intero. Inoltre
rimanevano voluminosi pezzi delle casse, pur molto umidi e parassitati da funghi, mentre le ossa
sembravano dissolte. Il pH che venne rilevato sul materiale organico era acido (5.5) e la norma
esige che dopo anni dalla morte esso sia basico [17].
Nella stessa ricognizione erano state aperte anche le seguenti tombe terragne (sotto il pavimento
della chiesa):
-quelle cosiddette “dei legisti”, cioè degli studenti stranieri che frequentavano l’Università patavina
e che lì morivano. Esse contenevano resti scheletrici friabili, di color rosso ruggine (appartenenti
approssimativamente a 3 individui). La cosa straordinaria era che le anguste “pareti” risultavano
affrescate con figure di Vergine e Santi, opere che nessuno chiaramente poteva vedere, se non
aprendo quella sepoltura.
-quella di Luigi Calza (1736-1783), in cui vennero ritrovati dei resti classificati come di tipo
“femminile” (altro mistero poco chiaro). Va ricordato che nel 1926, per lavori sul pavimento della
chiesa, era stata documentata una evidente apertura nella muratura della tomba dalla parte che
guarda verso l’altare maggiore, che depone per una violazione in data imprecisata (sicuramente
dopo il 1783, cioè dopo che vi fu deposto il Calza). In essa non era presente il materiale rossiccio e
bianco-grigiastro. Si ritiene che la mancanza di uno scheletro sia dovuta a trafugamento (gli studenti
di medicina erano sempre in cerca di “reperti” per i loro studi, e pare che anche i frati cercassero
soprattutto crani su cui meditare, ma questo non è detto sia avvenuto, in questa chiesa).
Per poter confrontare poi quanto avevano prodotto queste ricognizioni venne aperta nell’ottobre del
1997 (qualche mese dopo quella dei Tartini) la cosiddetta “tomba dei Parroci”, dove si scoprirono 3-
4 strati di bare, collassati uno sull’altro, presenza di materiale biancastro, specie tra il secondo e il
terzo strato, in alcuni casi circondato da lembi di stoffa, identificabile come resti di ossa anch’esse
in condizioni pressoché identiche a quelle riscontrate nella tomba di Tartini, Fu trovato anche un
frammento di osso animale (chissà da dove provenuto?). All’apertura, si percepì una esalazione di
zolfo.
Fu da un’intuizione del prof. Lorenzo Cima che si trovò la strada per risolvere il mistero delle
tombe senza scheletri. Egli, analizzando la corrosione dell’anello scoperto nel sepolcro di Tartini,
pensò che qualche forte acido fosse stato versato sulle bare dei due coniugi, distruggendone i corpi.
Traendo le debite conclusioni, dopo accurate analisi archeologiche, antropologiche, chimiche,
palinologiche, cristallochimiche, tanatologiche, nonché ricerche d’archivio, si trovò nell’acido
solforico (olio vetriolo) il responsabile. In letteratura non è documentato l’uso di questo prodotto in
pratiche mortuarie, ma esso fu scoperto a partire dal 1750 e si conosceva la sua proprietà di
eliminare i cattivi odori. Le sepolture nelle chiese emanavano orribili esalazioni, tanto che non solo
infastidivano i fedeli ma causavano patologie anche mortali ai becchini, quando si dovevano calare
nelle tombe. Quando venne aperta la sepoltura di Elisabetta Premazore per deporvi la salma del
marito Giuseppe Tartini, la donna era morta solo da un anno e certamente i fenomeni putrefattivi
causarono olezzi insopportabili e ritenuti pericolosi. Così si deve essere deciso di cospargere le
casse di acido solforico, forse non considerando quale conseguenza ciò avrebbe avuto sui corpi (o
forse si?): il loro “scioglimento”. L’acido percolò al di sotto del legno delle bare e andò ad imbibire
anche lo strato sottostante su cui poggiavano, che infatti risulta molto concentrato di Zolfo, come il
materiale pulverulento raccolto nei due “loci”. Forse è per questo motivo che quando vennero calate
– probabilmente in tempi diversi - le piccole bare dei neonati sopra quelle dei Tartini, non ci fu
bisogno di versare altro acido solforico (l’odore probabilmente non si sentiva più), o forse ne fu
spruzzato poco (infatti gli scheletrini in qualche caso sono rimasti integri). Ma perché venne usata
arbitrariamente la tomba dei Tartini, per seppellire quegli infanti? Forse nessuno si sarebbe sprecato
a reclamare, visto che i due non avevano avuto eredi e i familiari di Giuseppe vivevano lontani, a
Piran. O forse si sapeva bene che lì sotto i corpi dei Tartini non c’erano più, dissolti con l’acido. Si
pensa che questi fanciullini siano stati i figli di persone abbienti che non se la sentivano di tumularli
all’esterno della chiesa ma di preciso non si sa.
La prassi dell’olio di vetriolo fu impiegata anche per le “tombe dei Parroci” e dei “legisti” ma non
in quella di Luigi Calza (e nemmeno in quella del “Trevisano” che è ad essa adiacente).
Un ulteriore elemento, riscontrato dallo zelante e infaticabile prof. Vito Terribile Wiel Marin, fu la
presenza di tracce di mercurio nel materiale organico proveniente dalla tomba di Tartini: ciò trova
spiegazione nella cura della gangrena al piede sinistro di cui era affetto il violinista (come abbiamo
accennato precedentemente). A quei tempi si impiegava il solfuro nero di mercurio (calomelano)
come disinfettante. L’anatomopatologo ritiene anche che l’uso dell’acido solforico nelle tombe
ispezionate non sia sufficiente, da solo, a spiegare la mancanza di consistenti reperti ossei; ad esso
si deve aggiungere la spasmodica ricerca di ossa umane a scopi didattici da parte degli studenti delle
facoltà di medicina (e forse anche degli insegnanti).
Infine, un ultimo mistero: come mai il peso totale del materiale raccolto dalla tomba di Tartini
(escludendo i pezzi più grossolani della bara) era 2-3 volte superiore al peso di uno scheletro intero?
Gran parte dei frammenti bianco-grigiastri (estremamente friabili e interpretati come appartenenti al
mondo minerale), e il materiale pulverulento marrone, non erano altro che la “massa corporis”
dell’inumato [18].
In seguito, tutti i resti furono riposti in una cassa di zinco e collocati nella tomba originaria, sotto il
pavimento della chiesa di Santa Caterina a Padova.

__________________________________________________________
[1] Claudio Bellinati in “Con melodia di violino meravigliosa (contributo alla biografia padovana di
Giuseppe Tartini)”, nel volume Giuseppe Tartini e la chiesa di Santa Caterina a Padova, p. 179, a
cura di Vito Terribile Wiel Marin e Girolamo Zampieri, Grafiche Turato, Padova
[2] Sonja Ana Hoyer “Tartini a Pirano. Lettere ai familiari”, nel volume Giuseppe Tartini e la
chiesa di Santa Caterina a Padova, op. cit., p.163-177.
[3] Maurizio Graziani “Dispense di Musica per musicisti”, Acustica 04. Misurare l’onda: la
Frequenza
[4] Lorenzo Cima “Tartini: profilo fisico, psicologico e metafisico”, nel volume Giuseppe Tartini e
la chiesa di Santa Caterina a Padova, op. cit., p. 211
[5] Via Santa Caterina ha oggi mutato il nome in Via Cesare Battisti, l’abitazione era al civico 160
[6] Enciclopedia Treccani, alla voce Giuseppe Tartini
[7] Wilch. Wasielewski, Die Violine und ihre Meister Lipsia, Braitkopf und Hàrtel, 1869
[8] Metastasio, Siroe (dramma), Scena IX (Biblioteca enciclopedica italiana, Volume 3), di Achille
Mauri, p.116
[9] M. Tamaro in “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia”, Storia Patria, Volume XII,
Parenzo, presso la Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, p. Tip. Gaetano Coana, 1897-
Fascicolo i^ e 2^ “Giuseppe Tartini nel secondo centenario della sua nascita”
[10] Marisa Ciceran in http://istrianet.org/istria/illustri/tartini/index.htm
[11] Lettera del 14 -IV -1752 scritta da Tartini
[12] M. Tamaro, op. cit.
[13] Fisico-matematico nonché teorico-musicologo di Castelfranco Veneto
[14] Curiosità:Il cognome Tartini è simbolicamente rappresentato nello stemma di famiglia sul
soffitto dell’alcova della casa-museo di Piran, da tre tini, con foglie di acanto, ramoscelli di ulivo e
frutti della pianta del cacao, di cui il violinista e la moglie erano ghiotti.
[15] Nel 1808 fu unita alla chiesa di S. Sofia e venne dichiarata sussidiaria. Le monache agostiniane
che ancora risiedevano nel monastero erano state trasferite due anni prima nel Convento della SS.
Concezione a Pieve di Sacco.
[16] La ricognizione venne effettuata da una Commissione scientifica coordinata dal prof. Girolamo
Zampieri (archeologo); tra i membri vi erano il professor Vito Terribile Wiel Marini,
anatomopatologo presso l’Università di Padova, il prof. Patrizio Giulini, botanico e il prof. Lorenzo
Cima. Per l’interessantissima descrizione delle fasi di ricognizione delle tombe dei Tartini, dei
legisti, dei Parroci e del prof. Calza (tutti sepolti nella stessa zona della chiesa), si rimanda al
volume Giuseppe Tartini e la chiesa di Santa Caterina a Padova, a cura di Vito Terribile Wiel
Marin e Girolamo Zampieri, Grafiche Turato, Padova
[17] Il pH di un corpo umano è=7.4 circa; a poche ore dalla morte esso tende a scendere verso 5/
5.5 ma con i fenomeni putrefattivi risale verso la basicità (i valori prima del 7 sono considerati
acidi, e 1 è un valore assai acido mentre 6.8 è debolmente acido; il 7 è neutro. Dopo il 7 e fino a 14
il valore diventa basico, con la stessa regola: un composto di pH 8 è debolmente basico, se ha valore
13 o 14 è fortemente basico).
[18] Vito Terribile Wiel Marin “Tartini, Luigi Calza e altri tumulati. Inaspettate vicende
tanatologiche (considerazioni conclusive)”, nel volume Giuseppe Tartini e la chiesa di Santa
Caterina a Padova, a cura di Vito Terribile Wiel Marin e Girolamo Zampieri, Grafiche Turato,
Padova