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“anpi chioggia”
ANNO IV° NUMERO 44 COPIE INVIATE n. 538

Sabato 23 febbraio 2019 Chioggia


UNA DERIVA PERICOLOSA
di Carlo Smuragia, Presidente Emerito dell’A.N.P.I.
( Articolo pubblicato nella rivista “PATRIA INDIPENDENTE” il 24 gennaio 2019
www.patriaindipendente.it )

L’attualegoverno, l’inosservanza della Costituzione e lo svuotamento del


Parlamento.

Non ho alcuna intenzione di procedere ad una verifica delle scelte politiche del Governo e del
Parlamento, sulle quali avrei – magari – non poche osservazioni da fare, ma non in questa sede.
L’intento è invece quello di verificare il livello di “rispetto” della Costituzione da parte della maggioranza
di Governo, intendendo per tale non solo l’osservanza puntuale delle regole scritte sulla Carta, ma
l’aderenza, o meno, in concreto, a quello che molti definiscono, al di là delle singole disposizioni, “lo
spirito” della Costituzione. A questo fine, occorre una brevissima premessa, solo per chiarezza.
Secondo l’art. 1 della Costituzione, la nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro; la
sovranità popolare appartiene al popolo, che la esercita attraverso lo strumento parlamentare.
Implicita, in questa disposizione e in altre, la necessità di una reale partecipazione dei cittadini, in altre
parole di un serio ed effettivo esercizio della sovranità popolare. Da ciò, il fondamentale rilievo della
rappresentanza e della funzionalità rigorosa del sistema parlamentare, fondato sulla centralità del
Parlamento.
Ma accanto a questi “pilastri” essenziali, c’è un sistema fatto non solo di principi, di regole e di valori,
ma – come accennato – anche di un complesso di elementi che sono considerati lo “spirito della
Costituzione” (il valore della persona, la dignità, il lavoro, la solidarietà, l’uguaglianza, la legalità e l’etica,
l’antifascismo e l’antirazzismo, per limitarsi all’essenziale).
In un sistema del genere, affermare – come si è fatto da taluno – che la maggioranza decide come
vuole, preché investita dal popolo e dunque ha sempre ragione, come se le regole non esistessero pre
tutti, é non solo privo di fondamento, ma addirittura pericoloso. In teorie del genere eccelse Berlusconi, a
suo tempo; ma sembra aver trovato qualche emulo in alcuni autorevoli componenti della maggioranza
che ci governa.
Per il resto, il sistema di vertice istituzionale (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica) ha una
coerenza che non può essere in nessun modo intaccata e messa in discussione. Il Parlamento é il luogo
in cui si elabora, si discute, si approvano le leggi; il Governo é organo collegiale che esprime la volontà
e le decisioni dell’esecutivo e, in qualche modo, della maggioranza politica.
Ho riassunto molto brevemente questi principi, peraltro chiari, non certo per fare una “lezione” di diritto
costituzionale, che sarebbe del tutto inopportuna, ma per fissare alcuni punti fermi, su cui basare le
concrete riflessioni che seguiranno, a riguardo di come quei principi, quelle regole, quello “spirito”
costituzionale, vengano intesi in questa particolare fase della vita politica nazionale. Comincerò, dunque,
dai fatti più semplici, alcuni addirittura di apparente modesta portata, ma significativi.
La “partenza” come suol dirsi, non fu esaltante, sotto questo profilo.
Fu sferrato un attacco violento al Presidente della Repubblica, anche da parte di autorevoli esponenti
della maggioranza, solo preché si era permesso di esercitare un potere inequivocabilmente conferitogli
dall’art. 92 della Costituzione; si arrivò addirittura a parlare di impeachment e di invocare l’art. 90 della
Costituzione.
Si continuò con la nomina di un Presidente del Consiglio, che dovrebbe dirigere la politica generale del
Governo, di cui é responsabile (art. 95), scegliendo una persona degnissima ma estranea a tutta
l’elaborazione politica effettuata dalle due componenti del futuro Governo ed al cosiddetto “contratto” da
loro deliberato. La stessa definizione, come “contratto” di quello che, al più, poteva essere un
programma politico di Governo, appare poco in linea con i precedenti e con lo spirito della Costituzione.
Ma questo è ancora poco: i primi passi, in sede parlamentare, del nuovo Governo, si sono realizzati
prevalentemente attraverso decreti-legge (sul lavoro, sulla pace fiscale, sulle pensioni, sulla fatturazione
elettronica, sul provvedimento collegato al bilancio). Per altri provvedimenti di cui si parla molto, ma che
sono tuttora in gestazione, si pensa ancora ai decreti-legge.
Ora, il decreto-legge è consentito dalla Costituzione (art. 77) per i casi straordinari di “necessità e di
urgenza”. Nei casi di specie, l’urgenza era rappresentata soprattutto dal desiderio di dimostrare al
“popolo” che si stavano realizzando le promesse e gli impegni assunti in campagna elettorale,
trascurando il fatto che si tratta di un rimedio riservato ai “casi straordinari” proprio perché il decreto
entra immediatamente in vigore e solo successivamente è esaminato dal Parlamento, che quindi viene –
in qualche modo – limitato nei suoi poteri e nelle sue scelte.
Immagino subito due obiezioni: la prima è che di decreti-legge si è abusato, tavolta, anche nei governi
precedenti; è facile rispondere che può anche essere vero, ma non abbiamo mai risparmiato la critica,
su questo punto, a nessun governo. Non c’é ragione alcuna, dunque, per essere più benevoli con un
Governo che muove i suoi primi passi praticamente solo con decreti-legge.
La seconda obiezione è che il decreto-legge deve essere autorizzato dal Capo dello Stato, come é
avvenuto in tutte queste occasioni.
Ma anche in questo caso, non è difficile rispondere che dopo mesi di inerzia governativa e
parlamentare, tra elezioni e formazione del Governo, il Presidente della Repubblica non poteva non
tener conto dell’esigenza di consentire il ricorso ad uno strumento di immediata applicazione; ma in vista
di una “straordinarietà” del tutto peculiare.
Insomma, sotto nessun profilo si giustifica la scelta da parte di un governo di utilizzare – a mani basse –
questo strumento, pur disponendo di una maggioranza così ampia da poter condizionare, anche nei
tempi, la discussione parlamentare su un disegno di legge.
Per di più, in alcuni casi, si è fatto ricorso al voto di fiducia; ed anche questo è – in qualce modo –
espressivo di una volontà di fare presto, superando ogni difficoltà, pur sapendo che la fiducia esautora il
Parlamento, perché fa cadere tutti gli emendamenti e riduce ogni possibilità di concreta discussione.
Inoltre, il ricorso al voto di fiducia può essere concepibile, quando il voto è in pericolo, per la forza delle
opposizioni; assai meno esso appare accettabile quando la fiducia viene posta per imporre la “disciplina”
agli eventuali dissidenti all’interno della maggioranza stessa.
Il colmo, così raggiunto, è stato superato con la cosi detta “Finanziaria”, conclusa praticamente in poche
ore, senza investire le commissioni competenti e soffocando la discussione con il voto di fiducia.
Su questo, non ci sono precedenti da evocare; nei miei anni al Senato, ho visto diderse finanziarie
approvate in extremis, alla vigilia di Natale, ma mai, dico mai, è accaduto che si mortificasse così il
\Parlamento su un tema di rilievo assoluto, qualle è quello della legge di bilancio, che è impegnativa ad
ogni effetto, condizionando la stessa possibilità di azione del Parlamento e del Governo. In questo caso,
il distacco dalla Costituzione è stato veramente clamoroso, come è stato segnalato da tutta la stampa e
da molte prese di posizione.
Ma non è finita. Adesso, si sta affrontando la discussione su misure di revisione della Costituzione e
quì la cosa si fa ancora più delicata, come è ovvio.
Della riduzione del numero dei parlamentari si potrebbe certo discutere, ma non con motivazioni
puramente economiche e di risparmio. Occorrerebbe dimostrare che la funzionalità del Parlamento è
compromessa dal numero eccessivo dei parlamentari e dai costi superflui che ciò provoca. Se invece si
parla solo di un risparmio di spesa, allora tutto cambia, perché le istituzioni hanno un costo necessario e
giustificato. Se si riduce tutto ad un problema economico, si formenta l’antipolitica, ancora una volta, per
di più senza alcun costrutto. Il Parlamento deve lavorare bene, e spetta ai gruppi di garantire che i
parlamentari facciano il proprio dovere; se ciò accadesse, tutto funzionerebbe meglio ed il numero dei
parlamentari diventerebbe irrilevante, proprio perché di lavoro ce n’è molto ed è molto importante che sia
fatto bene e presto; e questo non è davvero un problema di costi.
Ancora più grave è la discussione sul referendum propositivo, per molte ragioni.
L’istituto esiste in alcuni Stati (non molti per la verità), e in alcuni di esse (la Svizzera) pare che funzioni
abbastanza bene. Tuttavia lo strumento è, di per sé, piutosto pericoloso e non fecero certo male i
Costituenti a non introdurlo, prevedendo, invece, il referendum abrogativo, in due forme distinte:
nell’art. 75, che disciplina il referendum abrogativo di una legge o altro atto avente valore di legge (con
l’esclusione di alcune materie); nell’art. 138, nell’ambito del procedimento di revisione della Costituzione,
con alcune limitazioni.
Ci sono ragioni molto valide per considerare con particolare attenzione il delicato problema del
referendum. Sarebbe estremamente pericoloso un referendum propositivo senza quorum, in cui,
alla fine,un gruppo limitato di cittadini potrebbe imporre al Parlamento di adottare una legge impegnativa
per tutti.
La questione è molto seria, non solo perché – come appare evidente – ci sono fortissime perplessità
sull’utilità di un referendum “propositivo” ma anche e soprattutto perché, nella mancanza di un quorum è
facile ravvisare un vulnus alla libertà e alla responsabilità del Parlamento. Un referendum senza
quorum, e per di più senza limite di materie, rappresenterebbe, a mio parere, un vero e proprio
attentato alla centralità del Parlamento, che è basilare nella struttura della prima parte (e in particolare
dell’art. 1) della Costituzione.
E’ ben vero che nella discussione parlamentare sembra raggiunta un’intesa tra le due componenti della
maggioranza sulla previsione del quorum, peraltro piutosto limitato e inserito nel contesto di un sistema
così complesso, da profilare la possibilità di una sorta di “ballottaggio” tra la proposta referendaria e le
linee espresse dal Parlamento, con la possibilità (gravissima) di essere esteso a qualunque materia.
Sarebbe, in concreto, una vera aberrazione, foriera di rischi e contrasti assai dannosi per il sistema e
improduttiva di effetti pratici che vadano a vantaggio della partecipazione dei cittadini.
Seguiremo attentamente l’iter parlamentare di queste proposte, ma non nascondendo il nostro
scetticismo sulla bontà complessiva della scelta e la convinzione che essa possa risultare addirittura
pericolosa.
E quì è facile arrivare al sospetto che si tratti di una operazione solo apparentemente democratica, ma
in realtà compressiva della stessa concezione della rappresentanza. La democrazia diretta ha ben altri
modi per esprimersi; e diversi di questi sono già previsti della Costituzione. Mi riferisco alla iniziativa
legislativa popolare ed alla petizione, istituti disciplinati rispettivamente dall’art. 71 e dall’art. 50 della
Costituzione. Entrambi, è vero, hanno funzionato piutosto poco, in questi anni, non solo per ragioni
politiche, ma anche per la mancanza di una disciplina organica più puntuale, che imponesse al
Parlamento obblighi precisi, anche sul piano temporale.
La mancanza di questi ha finito per scoraggiare le iniziative legislative popolari; ma a questo si potrebbe
porre rimedio con facilità,inserendo nella Costituzione termini entro i quali il Parlamento deve assumere
una decisione sui progetti.
Se invece si insiste sul referendum propositivo per di più senza quorum, o con un quorum modesto e
con altri limiti di cui si è detto, è chiaro che c’è una volontà politica sottesa, volta ad esaltare la
democrazia diretta a danno di quella prevista, formalmente dalla Costituzione. Se così fosse, ci sarebbe
davvero di che preoccuparsi; e la mia personale convinzione è che perfino il mio tradizionale ottimismo
sarebbe costretto a cedere di fronte a questo stravolgimento della struttura di una democrazia fondata
sulla rappresentanza e sulla centralità del Parlamento, tuttora – amio parere – validissima.
Preoccupazioneche diviene ancora più forte, quando si pensa ad un altro progetto di riforma
costituzionale, diretto a colpire l’art. 67, che assicura l’esercizio della funzione parlamentare “senza
vincolo di mandato”. La ragione per cui i Costituenti vollero questa norma, era quello di garantire una
vera libertà di giudizio, di discussione e di voto. L’adozione del vincolo di mandato finiribbe per svilire la
funzione del Parlamento, sottoponendo i parlamentari ad una rigida disciplina di partito, contrastante
nettamente con l’idea e il principio che chi va in Parlamento non rinuncia alle sue idee ma sa – e deve
sapere – di rappresentare tutta la Nazione. Anche in questo caso la progettata riforma appare
grandemente pericolosa e tale da fare temere fortemente per le sorti della nostra democrazia.
So benissimo che la politica di oggi non risponde appieno né alle esigenze dei cittadini, né a quelle della
comunità nazionale; ma è questo tipo di politica che va cambiato, tornando, ancora una volta, alla
puntuale indicazione della Carta Costituzionale, che all’art. 49 riconosce il diritto di associarsi in partiti,
ma solo dove essi intendano “concorrere con metodo democratico a determinare la politica
nazionale”. E’ la politica attuale che va ricondotta alle origini, nel contesto di un sistema costituzionale
che conserva tutta la sua validità, nella riconosciuta lungimiranza dei Costituenti.
Insomma, se metto insieme tutto ciò che ho rilevato fin quì in crescente ordine di importanza e
grandezza, mi trovo ad essere davvero preoccupato. Non sono contrario, per principio, ai cambiamenti,
ma temo quelli che – stravolgendo di fatto il sistema costituzionale – finiscono per porre a rischio la
stessa struttura della Costituzione, fondata sulla democrazia rappresentativa, ma con alcuni
riconoscimenti anche di forme di democrazia diretta.
La mancanza di rispetto per la Carta fondamentale, così come gli atti e i progetti sostanzialmente
stravolgenti cui ho fatto cenno, sono elementi di preoccupazione vera per il futuro del Paese. Io sono,
ancora una volta, favorevole all’espansione della partecipazione dei cittadini, all’incremento degli
strumenti della rappresentanza e dell’iniziativa popolare, così come previsto dalla Costituzione, con
qualche integrazione, ma non credo alle smanie riformatrici, che si richiamano ad una pretesa
democrazia diretta. Sono del parere che di questa preoccupazione debbano farsi carico tutti i cittadini
che hanno a cuore la democrazia e credono allo splendido lavoro che fu compiuto 70 anni fa, dai
Costituenti, ed al suo perdurare valore.
Concludendo, il quadro che ho cercato di delineare, sia per quanto riguarda l’innosservanza della
Costituzione, sia per ciò che attiene alle preannunciate riforme della stessa, è tale da indurre alle più
attente riflessioni anche sulla questione di fondo,che è sempre quella dell’attuazione della
Costituzione, la quale deve essere realizzata in tutte le parti che impongono di dare concretezza ed
affettività ai fondamentali principi, ai diritti così come ai doveri.
E’ fin troppo noto che all’imperativo categorico dei Costituenti, espresso con varie formule, ma assai
preciso e netto, per esempio in alcuni articoli (3-4-9-54, ma anche in molti altri), i Governi che si sono
susseguiti dopo l’entrata in vigore della Carta, hanno dato risposte parziali, insufficienti o addirittura del
tutto carenti. Dunque, sarebbe questo il vero impegno da assumere oggi, anziché tradire, nei fatti, lo
spirito della Costituzione, e proporre modifiche sostanzialmente stravolgenti del sistema costituzionale.
Di questa attuazione necessarie e urgente, alla quale l’Anpi ha dedicato e sta dedicando grande lavoro
e impegno, il “contratto” di Governo non fa cenno alcuno, né si delineano programmi ed iniziative serie in
tale direzione. Spetta ai cittadini consapevoli ed amanti della democrazia, portare avanti con forza
questo obiettivo, perché è da questa attuazione e non da improbabili riforme che dipende il futuro del
nostro sistema democratico e, complessivamente, del nostro Paese.

Carlo Smuraglia, Presidente Emerito dell’ANPI nazionale.


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FOIBE
Ancora una volta la data del 10 febbratio (Giorno del Ricordo, legge n. 92 del 30 marzo 2004 “In
memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe; dell’esodo degli istriani, dei
fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato
dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”), invece che segnare un momento
di pacificazione e riconoscimento che le vittime, tutte le vittime di quei tragici anni, vanno tutte
rispettate e ugualmente onorate, è servita a scatenare la solita velenosa cannanea ullulante: è
bastata la faciloneria di post (peraltro subito eliminato) sulla pagina fb dell’ANPI di Rovigo ed ecco,
il solito Salvini sentenziare che si dovranno sospendere i contributi (quali contributi?)governativi
all’Anpi; l’assessora regionale Donazzin che scrive direttamente al Presidente della Repubblica per
chiedere lo scioglimento dell’ANPI (! Sic !) e via, via, tutti i tromboni della nostalgia fascistoide.
Sui tragici avvenimenti di quelli anni, la posizione dell’ANPI è chiara e determinata ed è stata ben
evidenziata dagli atti (che pubblicheremo a puntate nel nostro notiziario) del Documento approvato
dal Comitato Nazionale dell’Associazione il 9 dicembre 2016 “IL CONFINE ITALO-SLOVENO,
ANALISI E RIFLESSIONI”.

Intervento del Presidente Provinciale dell’ANPI, Diego Collovini, a Jesolo


lo scorso 10 febbraio (GIORNO DEL RICORDO) in occasione della
inaugurazione del Monumento alle Vittime delle foibe:
Gentili autorità, cittadine e cittadini, donne e uomini, oggi, per l’ANPI, si conclude un percordo di
approfondimento storico sul Confine Orientale. Un percorso iniziato esattamente un anno fa con un
incontro pubblico tenutosi in Municipio a Jesolo.
Si conclude con l’inaugurazione di questo monumento che risponde alla legge che istituisce il
Giorno del Ricordo.
Il nostro Statuto prevede di celebrare e partecipare alle cerimonie che scandiscono i momenti
importanti e significativi della Storia della Repubblica Italiana:
- 4 novembre, la festa dell’unità nazionale e delle forze armate;
- 25 aprile giorno della Liberazione;
- 2 giugno festa della Repubblica.
A queste si aggiungono due giornate che ricordano invece le vittime della guerra: il Giorno della
Memoria istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 e ratificata con la risoluzione 60/7 dellla
Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1° novembre 2005, per ricordare i deportati nei campi di
concentramento, di sterminio e la Shoà; Con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 il Parlamento
Italiano istituisce il Giorno del Ricordo: “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime
delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la
seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra (1943 – 1945), e della più
complessa vicenda del confine orientale”.

Chi ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ha visto Stati invadere altri Stati. Ha assistito a stragi
che hanno mietuto migliaia di morti.
L’incertezza della vita allora era legata ad azioni militari, dalle quali altre ne scaturivano e ancora
altre ne sarebbero seguite. Con le rappresaglie e le ritorsioni gli invasori governavano i territori
occupati. Uccidere, giustiziare era spesso il sistema più sbigativo e convincente per risolvere le
questioni relative alla nazionalità delle popolazioni.
Questo è accaduto anche in Istria, in Dalmazia e a Fiume.
L’ANPI non chiude gli occhi davanti ai tragici fatti che hanno segnato queste regioni, terre
veneziane fino al discorso di Perasto del Capitano Giuseppe Viscovick, nel 1797, ma “italiane”
dopo il trattato di Rapallo del 1920, quando Regno d’Italia e Regno di Jugoslavia concordarono i
confini.
Nel corso degli ultimi cento anni gli abitanti di quelle terre hanno visto tradizioni negate e altre
imposte, cognomi cambiati e nuove identità. In poco più di cinquant’anni persone nate austriache
sono diventate italiane, poi jugoslave poi croate o slovene. Per questo avremmo voluto che il
monumento portasse due date 1920 – 1945 è stato quello il periodo nel quale Fiume, l’Istria e la
Dalmazia sono appartenute all’Italia, in quegli anni quelle terre hanno espresso l’italianità di cui
molti cittadini sloveni e croati ne vanno ancora orgogliosi, come certamente ancor di più gli esuli
che hanno abbandonato quelle terre.
L’ANPI ha voluto prendere coscienza di quel periodo, organizzando a Milano, nel 2016, un
convegno sul Confine Orientale. Sono stati invitati insigni storici che hanno contribuito a produrre
un documento storico-politico che esprime definitivamente la posizione ufficiale dell’ANPI e con il
quale si riconosce la tragicità di quegli avvenimenti e il dramma degli esuli.
Come del resto riconosce e rispetta l’importanza della Resistenza e del grande contributo che
questa ha dato alla nascita e all’affermarsi della democrazia in Italia e in Europa.
Come per altro non vuole disconoscere le responsabilità che ogni Stato invasore si deve assumere
nei confronti delle popolazioni dei territori occupati.
Son passati 74 anni dalla fine della guerra, la Repubblica Jugoslava non esiste più, ne sono nati
altri Stati. Con la Slovenia, ora nostro interlocutrice nei confini, si è addivenuti alla stesura di un
documento comune che non è solo una testimonianza storica, ma un documento politico, poiché
riconosce quei tragici avvenimenti e quantifica il numero delle vittime e degli esuli.
Certo molto altro deve essere ancora approfondito, anche con la Croazia; alla storia però spetta
di indagare i fatti e definire le risponsabilità.
I protagonisti di quegli anni, i partigiani, i deportati, gli esuli, per questioni anagrafiche,vengono a
mancare e con loro le drammatiche testimonianze da protagonisti. A noi, generazione successiva
e indiretti testimoni, spetta il compito di non dimenticare, perché, come ha scritto Antonio Gramsci,
“la storia degli uomini è la storia ditutti noi; che la storia universale è una catena degli sforzi che
l’uomo ha fatto per liberarsi dai privileggi e dai pregiudizi e dalle idolatrie”.

Jesolo, 10 febbraio 2019


DIEGO COLLOVINI, Presidente Provinciale ANPI di Venezia.
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17 MARZO: Giornata dell’Unità


Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera.
Quest’anno la ricorrenza scade di domenica e non appena saremo
informati di come intenderà celebrarla l’Amministrazione Comunale,
daremo subito notizia ai nostri associati.
A DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA
- L’ALSS 3 subisce un taglio del finanziamento regionale di
22.707.000 euro;
- Mancano medici e personale sanitario e i posti letto negli
ospedali della ALSS sono gravemente insufficienti;
- Le liste d’attesa per esami, visite e interventi chirurgichi sono
strapiene...
IL COORDINAMENTO DIFESA DELLA SANITA’ PUBBLICA ULSS
3, per sensibilizzare la cittadinanza dell’area interessata sulle
carenze strutturali, organiche e finanziarie della ULSS
“Serenissima”, organizzerà una serie di presidi davanti gli ospedali
di Venezia, Mestre, Dolo e Chioggia a cui tutti sono invitati a
partecipare.
A CHIOGGIA, L’APPUNTAMENTO E’ DAVANTI L’ENTRATA
DELL’OSPEDALE:
SABATO 30 MARZO ALLE ORE 11.oo
SI RACCOMANDA LA PARTECIPAZIONE !!!

www.difesasanitavenezia.top info@difesasanitavenezia.top

OPERAZIONE “PIETRE D’INCIAMPO” : La posa della


“Pietra d’Inciampo” a ricordo di Guido Lionello lo scorso 28 gennaio, ha suscitato
l’interesse di diversi concittadini che sono legati da parentela con alcune delle 32
vittime chioggiotte che hanno subito la stessa sorte di Lionello nei lager nazisti. E’
nostra intenzione, nei tempi e con le risorse dovute, ricordarli tutti e perciò stiamo
raccogliendo documentazioni e testimonianze. Le prime interessanti
documentazioni pervenuteci (grazie all’interessamento del signor Oro) riguardano
lo zio paterno GIULIO BERGO, militare della Regia Marina, internato e deceduto nel
lager nazista di Limburg.

NOTIZIE A.N.P.I. Chioggia Anno IV° n. 44 Copie Inviate: 538


Sabato 23 febbraio 2019
Newsletter a cura dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Chioggia (Ve)
Recapito: Calle Biseghella n. 346 - Tel. 041.404647 Cell. 3313456592
Email: anpichioggia@libero.it Pagina FB: “anpi chioggia”
PRESSO LA SEDE SI POSSONO RITIRARE COPIE STAMPATE DEL NOTIZIARIO