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Giulio Andreotti

Onorevole, stia zitto

Giulio Andreotti Onorevole, stia zitto Ebook Ita Calibre Collection by Filuck filuck.wix.com/pagineparlanti 0015 RIZZOLI

Ebook Ita Calibre Collection

by Filuck

filuck.wix.com/pagineparlanti

0015

RIZZOLI

© Copyright 1987 Rcs Rizzoli Libri S'p'A' Milano Prima edizione: novembre 1987 Dodicesima edizione: dicembre 1988

La vita parlamentare italiana si svolge, agli occhi del grande pubblico, seguendo tutta una serie di attività che - bisogna pur avere il coraggio di ammetterlo - non sembrano proprio fatte per accendere la fantasia popolare:

lunghi e interminabili dibattiti,

mozioni di fiducia e di sfiducia, dichiarazioni di voto, interrogazioni, votazioni segrete o palesi, lavori di

Insomma, in poche

parole, tutto un lavoro che per procedere e concretizzarsi ha bisogno di chiacchiere che quasi sempre non interessano i più (anche se su queste chiacchiere, poi, si costruiscono la democrazia e le leggi). Giulio Andreotti, in questo suo nuovo libro, intende farci conoscere un aspetto particolare (e

commissione

più accattivante) della vita parlamentare italiana (una "cronaca minore", per usare le sue parole) proponendoci le più curiose, le più drammatiche, le più vivaci e, perché no?, le più divertenti interruzioni che ha "sentito da vicino" nel corso della sua pluriennale esperienza sui banchi di Montecitorio o che ha

rintracciato negli atti della Camera. Ne è nato un libro originale e nuovo - che è anche un prezioso documento del costume politico e uno spaccato della vita del Parlamento -, dove campeggiano personaggi di prima grandezza (Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti,

accanto a semplici

Pietro Nenni

peones dotati di una battuta fulminante; dove si rivivono gli appassionati momenti in cui si difendeva disperatamente la democrazia (i coraggiosi interventi

)

di

Giacomo Matteotti contro il

fascismo che ne provocarono l'assassinio)e momenti di stanca in

cui un motto di spirito o un improvviso battibecco o un liberatorio scoppio di ilarità

riescono a scuotere l'assemblea. "Cronaca minore" ha definito questa

sua nuova fatica Giulio Andreotti;

ma molto spesso per capire la Storia è indispensabile conoscere anche la cronaca (sia pure con l'iniziale minuscola).

Dello stesso Autore:

Concerto a sei voci (Edizioni La Bussola,

1946)

Pranzo di magro per il Cardinale (Longanesi,

1954)

De Gasperi e il suo tempo (Mondadori, 1965) La sciarada di Papa Mastai (Rizzoli, 1967) Minibigami (Rizzoli, 1971) Ore 13: il Ministro deve morire (Rizzoli,

1975)

A ogni morte di Papa (Rizzoli, 1980) Diari 1976-1979 (Rizzoli, 1981) Visti da vicino (Rizzoli, 1982) Visti da vicino, Seconda serie (Rizzoli, 1983) Visti da vicino, Terza serie (Rizzoli, 1985) De Gasperi visto da vicino (Rizzoli, 1986). Ha fondato e diretto la rivista "Concretezza" edita dall'Editore Angelo Rizzoli.

I - Una cronaca minore

I rapporti con il palazzo di Montecitorio nella

mia piccola storia privata sono stati a lungo, pur appartenendo al medesimo vecchio rione romano,

di antipatica incomunicabilità. Salvo uno

spettacolo di carrozze da fiaba per l'inaugurazione della legislatura del 1924, che mandò in visibilio noi ragazzini del Campo Marzio, l'edificio non era

per nulla amato, per motivi prevalentemente

extrapolitici. Un enorme fumaiolo stava infatti a

farci sapere da ottobre ad aprile che gli ospiti del

palazzo si tenevano bene al caldo, a differenza di

tutti noi delle case adiacenti; con l'aggravante che un odioso pulviscolo si spargeva su finestre e terrazze, obbligando spesso le massaie a riportare al bucato la biancheria stesa ad asciugare. Ho sentito più volte persino mia madre, per il resto di

una pazienza da santa, brontolare contro i

chiacchieroni (mi dispiace, ma in gergo popolare

si chiamavano così). Aggiungete l'ostilità

inculcatami dall'avvocato Giovanni Conti,

deputato repubblicano estromesso dai fascisti, che, accompagnando alla scuola elementare suo figlio Dante e me, definiva severamente gente cattiva gli occupanti la Camera. A colorire il quadro sopravvenne anche la chiusura "politica" della grande gelateria della piazza con i suoi divani di velluto rosso, come la prima classe delle Ferrovie dello Stato. Seppi più tardi che si sospettava che i parlamentari buttati fuori dal fascismo vi continuassero a convenire, e non solo per gustare le cassate e gli spumoni del sor Domenico Guardabassi, che venne messo così a terra. Suo figlio fu ridotto a lavorare a ore allo sportello delle scommesse alle Capannelle. L'estate però era tutto diverso. Il fumaiolo era quieto (era allora sconosciuto anche negli uffici più importanti il condizionamento refrigerante dell'aria) e si avevano anzi lunghe settimane di chiusura totale dell'onorevolissimo immobile. Riprendevamo allora possesso della piazza per interminabili partite a palla, che sostituivano quelle invernali nel vicino vicolo Valdina, davanti la trattoria della sora Emma dove prendevano i

pasti i giocatori scapoli della Roma. Avrei giudicato folle e comunque l'avrei pregato di irridere su qualche altro chi mi avesse detto che un giorno sarei entrato anche io tra i chiacchieroni (pregai mia madre nei trenta anni che sopravvisse alla mia medaglietta di non chiamarli più così; e almeno in mia presenza si astenne). E, quando la Camera prese possesso e restaurò il vecchio immobile dell'Archivio di Stato in vicolo Valdina, pensai con una punta di vergogna ai molti vetri che i miei compagni di gioco e io stesso avevamo infranto provocando fuoruscita di nugoli di polvere e non di rado anche di minacciosi topi, disturbati nella distruzione delle tonnellate di pubblico fascicolame. Di tanto in tanto veniva fuori da Montecitorio una figura molto solenne e massiccia, indirizzandosi lentamente a piedi verso il vicino ristorante Alfredo in via della Scrofa. Il ritorno era ancor più cadenzato e mi colpiva l'uso metodico di uno stuzzicadenti in guisa di sigaretto. Era il residente Costanzo Ciano. Roma era liberata da poche ore quando si

insediò a Montecitorio un ufficio provvisorio di presidenza, con alla testa Vittorio Emanuele Orlando assistito da due ex: il democristiano Giuseppe Micheli, il socialista Giuseppe Romita. Era stato un colpo maestro dell'avvocato Ubaldo Cosentino, timidamente contestato da qualche onorevole più legalitario di altri e da alcuni funzionari colpiti da una epurazione condotta a trattativa privata. Micheli era un personaggio singolare. Aveva rappresentato prima della bufera la montagna parmense dove esercitava con grande successo il notariato. Sembra che una sua relazione sui disastri del terremoto di Messina fosse stata un classico nella letteratura parlamentare. Quando lo conobbi io, era con le gomme a terra per un figlio disperso in Russia, ma - dovendo alimentare un edificio umano da centoventi e più chili - due volte al giorno consumava insieme al poeta Trilussa pasti luculliani. Una volta fui suo ospite a Napoli durante il congresso dc e alla fine di un pranzo abbondantissimo si ordinò candidamente una zuppa di pesce, guardandomi con

commiserazione perché non lo seguivo. Non so se anche l'idea di una Consulta venne da Cosentino "padre" (per non confonderlo con il

figlio Francesco che ebbe in seguito la stessa carica di segretario generale), tutto desideroso di rianimare il palazzo e non soddisfatto della frequentazione dei superstiti, che nel Transatlantico si raccontavano a vicenda storie spesso romanzate sul loro passato personale. La Consulta (settembre 1945-giugno 1946) ebbe il compito di preparare l'Assemblea Costituente, ma si articolò - tra commissioni e aula - secondo il modello di una Camera elettiva, mentre eravamo tutti nominati dal Governo secondo un dosaggio accorto tra anziani parlamentari dalla fedina politica pulita, rappresentanti designati dai partiti ed espressioni di categorie economiche, combattentistiche, e così via. Seppi da De Gasperi che in Consiglio vi erano stati battibecchi per l'ammissione di alcuni grandi nomi, a causa di

certi peccatucci

esempio, si rimproverava un caldo dispaccio inviato a Mussolini per protestare contro le

telegrafici. A Orlando, ad

sanzioni irrogate da Ginevra all'Italia per l'invasione dell'Abissinia. De Nicola era addirittura antemarcia in fatto di telegrammi, avendone spedito uno in occasione del congresso del Partito fascista a Napoli che precedette di ore il letale 28 ottobre del. Per di più Nené Modigliani - di ritorno dall'esilio parigino - non perdonava al nume di Torre del Greco di averlo richiamato per aver gridato "Viva il Parlamento!" quando Mussolini aveva offeso l'istituzione pretendendo quasi un certificato di benemerenza per non aver fatto dell'aula sorda e grigia un bivacco dei suoi manipoli. Io fui tra i dieci indicati dalla Democrazia cristiana e varcai con doppia emozione il fatidico portone in quel 25 settembre 1945, perché in virtù dell'età giovanile ero stato chiamato a far da segretario nella seduta inaugurale (in verità il verbale lo redigevano gli uffici e il mio ruolo era solo di facciata, accanto a un venerando signore che presiedeva, l'onorevole Gregorio Agnini, già deputato di Modena dal 1890). Nella Commissione Pubblica Istruzione mi

trovai pomposamente a fianco di Piero Calamandrei, la riverenza verso il quale diminuì peraltro non poco quando lo sentii chiedere la soppressione di tutte le facoltà di Scienze politiche, fatta eccezione per quella di Firenze. A parte questo neo, imparai subito ad apprezzare i consultori che avevano qualcosa da dire e si esprimevano con concisione e competenza. Certe trombonate in aula mi urtavano profondamente, alla pari della lettura dei lunghi e pedanti discorsi, la cui paternità non era probabilmente quella dell'oratore. Sono certo che se la dattilografa si fosse divertita a inserirvi battute estranee qualcuno dei consultori non se ne sarebbe neppure accorto. Come avvenne in quegli anni all'ignaro giovanotto che, rivestito d'urgenza di un frac, fu chiamato in uno spettacolo romano a sostituire, se mal non ricordo, il direttore d'orchestra Armando Fragna, scioperante per inevase richieste di aumento retributivo. I musicanti, spietati, inserivano nello spartito alcune battute della Marcia reale e il malcapitato non se ne avvedeva. Aveva solo l'incarico di agitare la bacchetta, guardando con la

coda dell'occhio il primo violino. Tornando a noi, cominciai a pensare a un modo utile per valutare i colleghi, a parte i pareri da loro espressi in commissione. E mi accorsi che un metro efficace potevano essere le interruzioni e le immediate repliche alle interruzioni. E da allora nel mio diario annotai qualcuna di queste interruzioni, che mi aveva colpito. Questa è la genesi remota dell'attuale libro che per personale analogia con una serie fortunata avrei potuto anche intitolare Sentiti da vicino (con una certa approssimazione perché nelle mie ricerche esemplificative sono andato indietro nel tempo estraendo dai volumi dei resoconti stenografici qualche interruzione più significativa). Talvolta detti resoconti stenografici delle Camere sono reticenti, cavandosela con un laconico accenno a una interruzione dell'onorevole Tizio o Caio. A parte la tradizioneorale si potrebbero controllare i giornali per saperne di più. Faccio due casi. Nel citato episodio Modigliani-Mussolini si apprende ad esempio che

De Nicola disse (ma è scomparso dal verbale ufficiale): "Onorevole Modigliani, lasci parlare il presidente del Consiglio". Di rara violenza politica, ma orrendo sotto altro profilo, è invece quanto venne fuori da un deputato emiliano, a commento della prosa accorata di un collega su una pubblica calamità: "Ma va' là, che l'unica cosa che ha tremato è stato il letto di tua moglie". Non solo per ragioni di tempo mi sono ben guardato dal seguire piste del genere. Lo studio sulle interruzioni, oltre a un fine lievemente ricreativo, mira a far emergere il carattere vero dei miei colleghi o predecessori, dando inoltre un contributo forse non irrilevante alla conoscenza della evoluzione (o involuzione) dei gusti e dei costumi. Nella cronaca politica anche all'esterno delle Camere, anzi ancor di più, le interruzioni caratterizzarono un periodo del secondo dopoguerra che mi sembrò particolarmente felice (qualche volta troppo, persino con code manesche). Ricordo ancora, dopo tanti anni, qualcuno di miei comizi riuscito in

modo brillante perché mi era venuta prontamente una replica incisiva a una frase gridata dal pubblico. Un esempio? Nel 1948, a Ronciglione, un grazioso centro del viterbese, all'omino che mi aveva apostrofato con un "agrario" risposi: "Non lo sono, ma lo prendo come un augurio". L'effetto fu tale che mi arrivarono persino due proposte di matrimonio (un po' tardive perché ero già sposato con una figlia). Debbo confessare che se sentivo gratitudine per questi anonimi interruttori nello stesso tempo avvertivo come fosse ingiusto che si desse più peso a una battuta che non alla preparazione attenta di un discorso, magari con specifiche ricerche storiche e sociologiche sul luogo dove si svolgeva il meeting elettorale. Ci sarebbe molto da dire anche sullo stile dei discorsi. Io debbo al periodo fucino un insegnamento diciamo così di oratoria impartitoci dal cardinale Carlo Salotti, un vero maestro nel dire: non leggere e impararsi quasi a memoria la frase di inizio (per prender coraggio) e quella finale (per non smarrirsi in un labirinto senza uscita). Ma i comizi sono cosa ben

diversa dai discorsi universitari. Si trattava di scegliere due stili, che del resto riecheggiavano quelli contrapposti dell'oratoria forense: Giovanni Porzio (tutta pirotecnica emotiva) e Francesco Carnelutti (freddo appello alla ragione). Tra il poetico Mario Cingolani con i suoi "garofani bianchi dei nostri vent'anni per gettare un ponte tra la terra e il cielo" e il ragionierizzante Pietro Campilli che cifrava le esigenze di grano e gli oneri per la ricostruzione delle strade, la mia propensione andava per il genere secondo, sia pure corretto alla maniera di De Gasperi, che su un canovaccio brusco ed essenziale faceva comparire improvvisamente uno squillo di campane di San Giusto o un richiamo alla straordinaria signora Francesca o alle figliuole. Comunque qualche citazione - possibilmente esatta, ma comunque enunciata con sicurezza - fa sempre buon giuoco. Radio e televisione hanno a loro volta rivoluzionato i canoni della comunicativa. Chi non tiene conto che l'uditorio è molto diverso da quello di un comizio o di una conferenza rischia

incomprensione o peggio. L'ascoltatore è in un bar chiassoso o è in casa sua distratto dai figli che gnolano, dal latte che bolle, dal telefono che squilla. Occorre quindi non solo un linguaggio facilmente comprensibile dalla generalità dei cittadini, ma l'uso di frasi molto brevi, pronunciate possibilmente con umiltà tonale e trasparente convinzione. Nonostante i progressi della scuola d'obbligo, la recettività dei concetti non è molto diffusa. Al presidente della Repubblica francese è capitato di ricevere lettere di protesta per aver sostenuto in un appello che gli investimenti dovevano contrassegnare a ogni costo un lungo periodo di costruzione economica nazionale. La protesta veniva da utenti della strada per i quali l'investimento è quello perpetrato dalla distratta prepotenza degli automobilisti. Va però riconosciuta al signor Mitterrand una maestria televisiva eccezionale. Nel faccia a faccia finale dell'ultima campagna presidenziale batté clamorosamente il dotto antagonista Giscard d'Estaing che, a parte la ben nota personale erudizione, siera presentato davanti agli schermi

con tabelline statistiche, libri da cui trarre citazioni, forse anche un regolo calcolatore nel taschino. Nei suoi primi cinque minuti assegnatigli, Valéry condensò una mirabile sintesi di dati comparativi sullo sviluppo, sul reddito, sul tasso di inflazione, evidenziando una posizione privilegiata raggiunta dalla Francia. Mitterrand replicò utilizzando soltanto un quinto dei trecento secondi spettantigli, per dire: "Lei forse avrà ragione, ma all'inizio della sua presidenza avevamo settecentomila disoccupati eora sono il doppio". Giscard riprese la parola tessendo un elaborato intervento sulla mancanza di materie prime e di fonti energetiche che condiziona fortemente un Paese come il suo; e dando conseguentemente ai risultati positivi una valenza molto superiore. Mitterrand rispose con prontezza:

"C'è uno Stato che non ha materie prime né fonti energetiche, ma marcia splendidamente. É il Giappone, perché ha un governo capace". Fui molto impressionato da questa specifica abilità dialettica del leader socialista e non credo

fantasioso attribuire a essa una parte del successo nelle urne. Tra gli ascoltatori non so quanti sapessero cosa fosse il tasso inflattivo o il prodotto lordo; per tutti invece era comprensibile il pur superficiale e un po' subdolo riferimento

alla disoccupazione e al

L'immediatezza nel replicare - e replicare con successo - è quindi una dote di lavoro preziosa per chi fa vita pubblica e si deve sottoporre, talvolta anche a scadenze anticipate, all'esame degli elettori, molti dei quali restano, come ho già detto, impressionati più da una uscita indovinata che da un lungo e positivo consuntivo del lavoro svolto. Se sia giusto o meno, giudichi ognuno come crede. Sieviti però di considerare saccentemente l'uso dell'ironia nei dibattiti politici. Il Mahatma Gandhi arrivò a sostenere che se non fosse stato dotato di humour si sarebbe suicidato (certo non aveva la stessa qualità chi gli impedì di morir di

vecchiaia). E negli atti della britannica Camera dei Comuni i discorsi del celebre primo ministro Disraeli sono punteggiati ogni tre righe da una parentesi: "si ride"; tanto per rifarci a un gigante

miracolo giapponese.

morale e alla più classica e prestigiosa delle assemblee parlamentari in un momento di particolare interesse. Citazione per citazione, valga anche quanto affermò il 15 settembre 1980 il vivace deputato radicale Roberto Cicciomessere: "Diceva qualcuno che la mancanza di ironia e di senso dello humour caratterizza le persone stupide in generale". Naturalmente parlo di spirito vero non di

pappagallesche banalità, che ho pertanto completamente trascurato in questa ricostruzione

in chiave minore della esperienza dei miei

cinquecentoquattro mesi a Montecitorio e nella ricerca di validi precedenti. Per rendere meno frivolo l'esercizio ho ricomposto anche un selettivo massimario di sentenze occasionalmente enunciate in aula dai deputati sui temi più vari, con una prevalenza voluta dei costituenti; e ho attinto a qualcuno dei vecchi resoconti stenografici per fotografare dalle interruzioni il clima generale del rispettivo periodo.

primi

Le pagine che si riferiscono a Giacomo Matteotti rispondono, resoconti alla mano, al quesito del perché la vittima sacrificale del fascismo sia stato il deputato rodigino e non suoi compagni di partito molto più noti e autorevoli. Gli è che Filippo Turati, per accennare a uno di questi che avrebbe poi affrontato con coraggio e sacrificio la via dell'esilio, preferiva in quel momento cruciale esprimere il suo sdegno verso l'antico commilitone che aveva cambiato colore in lettere alla Kuliscioff o restandosene sdegnosamente a Milano. Matteotti, con uno spietato e documentato martellamento quotidiano alla Camera, aveva messo in grave imbarazzo il pattuglione fascista suscitando il delittuoso impulso a farlo tacere per sempre. Sono schede poco conosciute e a me sembrano molto significative. Accanto alla "ricerca Matteotti" ho individuato altri temi da evidenziare separatamente dal corpo centrale (a sua volta diviso in una raccolta generale e in una Corte d'onore per undici personaggi, di vario tipo di notorietà

parlamentare). Si tratta di serie realtà politiche, come l'Europa comunitaria e le Regioni; ovvero di curiosità sull'uso delle citazioni latine o su manifestazioni superstiziose; e anche abuso nelle "parolacce". Più consistente è una articolata enucleazione di

espressioni a sfondo religioso, presenti al di fuori di ogni specifica catalogazione politica. Non potevo poi, per un eccesso diumiltà, non trascrivere qualche passo che mi riguarda

seguito da una appendice

selettiva dell'estate 1987. Da tempo stavo pensando a un libro del genere, ma la spinta a scriverlo mi è venuta quest'anno dalla particolare vivacità di composizione della X legislatura che - generalizzata con forte esagerazione - ha richiamato più che in passato l'attenzione della gente sui massimi organismi istituzionali, non proprio nei modi più esemplari. C'è chi ha cercato di non drammatizzare osservando che la proiezione rappresentativa è un fatto quasi meccanico e quindi ogni area

personalmente

sociologicaesprimerebbe la sua specificità, anche di basso e discutibile conio. Invece di addentrarmi in una disputa tanto ardua, preferisco presentare la vita parlamentare in tutte le sue sfaccettature attraverso, appunto, questa chronica minor che affido al benigno lettore. Se la formula sarà gradita, estrarrò dai miei appunti le annotazioni relative al Senato, ricercando anche con analogia a quanto fatto per la Camera significativi precedenti cronistorici di Palazzo Madama prima e dopo l'avvento della Repubblica. Vorrà dire che tarderà un poco il quinto volume dei Visti da vicino. Sempre vita e salute permettendo. I P.S.: La mia non è una elaborazione scientifica, che oggi potrebbe agevolmente compiersi con una macchina elettronica. Le omissioni sono pertanto non poche, ma nessuno si senta per questo metodo occasionalmente sottovalutato. II P.S.: Un aiuto prezioso di ricerca e di verifiche mi è stato dato dalla dottoressa Paola Berardi Aiassa della quale avevo potuto già

sperimentare, nei miei anni di presidenza del gruppo democristiano alla Camera, l'intelligente pazienza.

II - CORTE D'ONORE PER 11 PERSONAGGI

Giolitti più che senior

Alcuni statisti di un tempo affidavano la propria notorietà per i secoli successivi, oltre che ai solenni busti e ai monumenti, talvolta sontuosi e ingombranti, a un nuovo tipo di sigaro. Giovanni Giolitti - deus ex machina della politica italiana fino alla bufera fascista - non si lasciò vincere da questa vanità, pur avendo avuto significative presenze nei dicasteri finanziari. E non credo che si sarebbe sentito offeso se generazioni successive di romani lo confondano con il titolare della omonima latteria di via degli Uffici del Vicario, dove ogni giorno vendono migliaia di squisiti gelati. L'attrazione anche da parte dei deputati - il palazzo di Montecitorio si trova a trenta metri di distanza - è sempre risultata tale che Palmiro Togliatti il 14 luglio 1948, per andare a gustare una granita, lasciò di soppiatto la Camera e si

trovò a tiro dell'attentatore Pallante. Se fosse rimasto in aula dove stavo parlando noiosamente io sul rifornimento della carta ai giornali quotidiani, si sarebbe risparmiato l'imboscata. Ma non è esatto che il vecchio e vero Giolitti non sia ricordato come tale. Quando nel minaccioso calore delle polemiche sul Patto Atlantico un corteo di contrari cercava di forzare l'entrata del Parlamento preceduto da un drappello di deputati comunisti, la celere fu costretta a intervenire bloccando i primi marciatori. E quando uno di essi cercò di mettere in difficoltà l'agente dell'ordine dicendogli: "Io sono l'onorevole Giolitti", l'altro - credendosi preso in giro - rispose: "Sì, e io sono il generale Cadorna". E sembra passasse a vie di fatto. Del Giolitti senior sono ancora celebri a Roma alcune massime. Per esempio che l'urgenza nelle missive è riconosciuta da chi scrive ma non impegna il destinatario. Era però un diligentissimo capo di amministrazione cui nulla sfuggiva; anzi i suoi nemici lo accusavano di manipolare le azioni prefettizie sino a stabilire - e mi sembra assurdo -

quanti voti dovessero avere i suoi fedeli. Leggerete qui sotto alcune eloquenti battute proprio in materia elettorale, come quella in replica a Eugenio Chiesa che lamentava il connubio clero-prefetti nelleelezioni a Massa. I suoi nervi, fermissimi - anche di questo segue

testimonianza pertinente -, non furono scossi dalla occupazione delle fabbriche. Evitò atti di forza e nell'immediato ebbe ragione. Ma si stava minando

- e gli sfuggiva - proprio quell'autorità dello Stato

di cui era la più emblematica espressione. Il

fascismo metteva radici e i politici tradizionali

credevano ancora che i giuochi fossero in esclusiva tra di loro, ignorando la piovra e

dimostrando solo fastidio, peraltro reciproco, per

i raggruppamenti di massa, compreso quello nuovo

dei popolari sturziani.

Non lo volevano più? Bene: se ne andava a passare le acque lasciando in supplenza l'amico Luigi Facta, il

quale doveva avere così poco chiare le idee circa

grande banchetto celebrativo di non so quale suo giubileo politico. Ma Mussolini - il trombato del 1919 - che poteva mai illudersi di pretendere con il suo pugnetto di deputati? E quando invece il predetto Mussolini pretese e ottenne, si ironizzò sulla "brevissima" avventura. Una montagna di palline nere avrebbe potuto rovesciarlo da un momento all'altro. Il ricatto della piazza e le conseguenze della violenza esterna sfuggivano - in un certo senso torna a loro onore - a questi grandi galantuomini. Le schermaglie sulla riforma elettorale dettero una sensazione di ritorno al dialogo e una fugace speranza di recupero della legge della maggioranza. Ma non restò che l'esilio, per alcuni all'estero e per altri - come Giolitti - in patria. Le cronache ci dicono che Giolitti non era amato da Vittorio Emanuele Iii, pur potendo parlare con lui in piemontese. Sembra che il re fosse invidioso della sua popolarità parlamentare e non gli avesse mai perdonato la contrarietà al Patto di Londra e all'entrata in guerra segretamente

negoziata. Il romagnolo, in fondo, era per lui migliore, anche se convertito al repubblicanesimo. Al momento giusto lo avrebbe liquidato. Ma il momento giusto tardò vent'anni.

21-3-1891

Giovanni Giolitti: Il ricco che commette dei delitti, deve pagarne le conseguenze. Una voce a destra: Le paga! Giovanni Giolitti: No, non rimborsa le spese di giustizia penale. Io pregherei, dunque, il ministro di Grazia e giustizia a colmare codesta lacuna. Luigi Ferraris, ministro di Grazia e giustizia: Lo farò! Lo farò!

16-3-1892

Giovanni Giolitti: Si può ormai dire che la bisca di Monte Carlo è un luogo d'onesto ritrovo in paragone di molte delle nostre

Borse. (Bravo!) Matteo Imbriani: E le Società anonime. (Rumori.) Presidente: Non interrompa. Giovanni Giolitti: E gli agenti di cambio, i quali sono depositari della fede pubblica, e maneggiano valori di milioni nell'interesse dei privati, di Opere pie, d'amministrazioni d'ogni genere, quale garanzia presentano secondo la nostra legislazione? Come garanzia morale, basta essere sfuggiti al Codice penale; le garanzie materiali sono una cauzione fra le 500 e le 5000 lire. É necessario in modo assoluto, se si vuole avere un solido ordinamento delle nostre Borse, di stabilire delle fortissime cauzioni per coloro che esercitano il delicato ufficio di depositari della fede pubblica.

25/26-5-1892

Giovanni

Giolitti,

io

riduzione

Presidente

se

del

facessimo

che

Consiglio:

anche

Ora

domando:

di

30

questa

milioni

equivarrebbe a distruggere l'esercito (Eh! eh!, rumori vivi) e a porre a repentaglio la nostra indipendenza, potremmo forse dire di aver raggiunto un risultato economico di grande importanza? Si parlò dell'opinione pubblica circa l'esercito. Ma io credo che intorno all'opinione pubblica circa l'esercito vi siano grandi illusioni. Matteo Imbriani: Chiedo di parlare. Giovanni Giolitti: Si ingannano coloro i quali credono che l'Italia si adatterebbe a essere un Paese umiliato. (Scoppio di vivi rumori a destra e centro.) Francesco Salaris: É rettorica! Voci a destra: Ma che umiliato! Giovanni Giolitti: Io ricordo la corrente d'indignazione Matteo Imbriani: Questa è rettorica! Vincenzo De Blasio: Alla Camera italiana non si fanno questi discorsi! Giovanni Giolitti: Se l'onorevole Imbriani crede che le questioni di dignità nazionale siano rettorica, io lo compiango. (Applausi.)

Matteo Imbriani: La conosco meglio di voi, servitori dell'Austria! Parla la dignità! Sono io che compiango lei! Giovanni Giolitti: Passo a un altro argomento Matteo Imbriani (alzandosi dal posto): Ce ne andiamo di qua! (Agitazione.) Ippolito Niccolini (volto all'estrema sinistra): Che decoro per la Camera italiana! Vergogna! (Diverbio fra gli onorevoli Imbriani, Pais, Giampietro, Miceli, Muratori; vivi rumori.)

3-2-1893

Presidente: Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente del Consiglio. Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio: Non sono uso ad adoperare parole gravi; ma io dichiaro che, se i metodi di discussione adottati dall'onorevole Prinetti, potessero prevalere in quest'aula, non si troverebbe più un galantuomo che volesse

rimanere a questo posto. (Bravo! Benissimo! Applausi vivissimi a sinistra e al centro. L'on Prinetti in mezzo ai rumori vivissimi della Camera e alle grida: Basta! basta! pronunzia all'indirizzo del presidente del Consiglio delle parole di protesta, che non sono intese dagli stenografi.) Giulio Prinetti: É lei, che ha inaugurato il sistema! Voci: Basta! basta! Presidente: Facciano silenzio; non si può dire basta! Bisogna rispettare le minoranze, come ho detto sempre. ( Bravo! a destra.) Bisogna usare tolleranza! Enrico Ungaro: Ma le minoranze devono rispettare la Camera! Presidente: Vuol fare il presidente lei, onorevole Ungaro? (Si ride.) L'onorevole Prinetti ha facoltà di parlare. Giulio Prinetti: Non sono da oggi soltanto nella Camera; vi sono da dieci anni; sono stato qualche volta anche nella maggioranza e non ho mai avuto questioni di questo genere se non

quando c'è stato o ministro o presidente del Consiglio l'onorevole Giolitti. (Rumori.) E io dichiaro che è lei che inaugura questo sistema quando un deputato, che parla, per la prima volta nella Camera, lo chiama nato ieri Voci: Eh! Eh! (Rumori.)

6-6-1893

Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio: L'onorevole Colajanni, parlando di punti secondari, ha ricordato un passo della relazione dell'onorevole Panizza, nel quale si parla della Consulta araldica, e ha accennato alle somme che si versano nelle casse del Ministero, a scopo di beneficenza, da coloro che vogliono titoli nobiliari, e ha anche accennato, nientemeno, che questo somme possono servire per spese elettorali. Senta, onorevole Colajanni, con quelle somme che arrivano al Governo, esso non può far niente. In tutto il tempo in cui sono al Ministero, sono arrivate appena 5 mila lire, l'ho già detto

un'altra volta e rimpiango Napoleone Colajanni: La relazione dice somme considerevoli. Giovanni Giolitti: Per un povero diavolo cui si regalassero, 5 mila lire certamente sono una somma considerevole, ma è certo che in senso assoluto si tratta di somme scarse; purtroppo anche la vanità umana ribassa di prezzo. (Ilarità.)

26-5, 1-6-1909

gli

elementi; paragoneremo gli asili del Sud, che sono sotto la vigilanza del Ministero, e quelli del Nord, che non sono sotto alcuna vigilanza Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio: E io le mostrerò che nel Nord, per esempio nel mio paese, vi sono asili che

procedono benissimo. Ubaldo Comandini: Nel suo paese, si capisce.

Ubaldo Comandini:

Le

darò

io

Giovanni Giolitti: Non ho alcun merito di sorta; sono un consigliere comunale negligentissimo.

26-5, 1-6-1909

Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio: Del resto io sono tollerantissimo e non me ne sono mai rammaricato, perché un telegramma che contenga insolenze fa torto a chi lo spedisce e non a me! (Bene.) Angiolo Cabrini: Tanto più che chi lo spedisce spende una lira.

26/30-5, 1-6-1909

del

Consiglio: Una diminuzione molto sensibile vi è stata soprattutto nei casi di morte per malattie infettive; e qui realmente la

diminuzione è indizio di grande progresso nella pubblica igiene.

Giovanni

Giolitti,

presidente

Angelo Celli: Tranne pel vaiuolo, per le altre non si è fatto niente! Giovanni Giolitti: É un fatto che sono

diminuite. Angelo Celli: RIngrazi il Padre Eterno, se

ci crede!

Giovanni Giolitti: RIngraziamo il Padre Eterno, se vuole (si ride); ma sono diminuite.

9-3-1912

Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio: L'onorevole Celli, uscendo dal campo medico ed entrando in quello finanziario, mi suggerisce due mezzi per trovare ciò che occorre a questa spesa. Uno è quello di fare il farmacista di Stato Angelo Celli: Pei poveri! Giovanni Giolitti: Ma sono quelli che pagheranno molto. (Si ride.) É un problema

non facile a risolvere. Ella ricorda (poiché è parte viva in questa faccenda) le difficoltà che

si sono dovute superare pel chinino di Stato.

Angelo Celli: Superate! Giovanni Giolitti: Superate; ma con quali fatiche? Ora mi faccia l'olio di ricino di Stato, e dica quali difficoltà s'incontreranno. (viva ilarità.)

11 e 14-2-1913

Giovanni Giolitti, presidente del

Consiglio: L'articolo della legge le autorizza. Essa dice: "Chiunque venda o distribuisca o faccia vendere o distribuire rimedi e medicine

composti o specialità

Filippo Turati: Pastiglie Foster! Giovanni Giolitti: Io non ne ho mai assaggiata alcuna di nessun genere. Non posso dire quindi di parlare per fatto personale.

".

16, 18 e 19-12-1913

Giolitti, presidente del

Consiglio: Quando mi presentai alla Camera

Giovanni

alla fine del 1903, mi fu richiesto che cosa pensassi del divorzio: e io risposi:

personalmente sono favorevole, vediamo se è favorevole la Camera. Facemmo la prova. Si domandò che il disegno di legge fosseiscritto nell'ordine del giorno; io votai perché vi fosse messo, ma la grande maggioranza della Camera non ne volle sapere. (Ilarità, commenti.) Voci all'estrema sinistra: Facciamo la riprova! Giovanni Giolitti: Dopo le elezioni generali del 1904 l'onorevole Berenini, mi pare, mi domandò di nuovo che cosa pensassi del divorzio; e io risposi: constato che neppure uno di quelli che seggono all'estrema sinistra lo ha portato nel suo programma. (Vive approvazioni, applausi a destra e al centro, interruzioni all'estrema sinistra.) Era proprio così. Guido Marangoni: Noi siamo fautori del libero amore. (Interruzioni, rumori.) Giovanni Giolitti: La mia opinione è che si

tratta di una di quelle questioni che non si possono risolvere se non quando l'opinione pubblica sia a esse favorevole; credo che la questione ha fatto molti passi e che ne farà altri; ma non sono persuaso che in questo momento la maggioranza degli italiani la

(Approvazioni a destra e al centro,

desideri

interruzioni all'estrema sinistra.) Genunzio Bentini: Le dia una spinta lei! (Si ride.)

24-6, 9 e 15-7-1920

Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio: La gravità delle questioni della finanza è stata esposta dal mio collega il ministro del Tesoro. Quando si prevede un disavanzo di 14 miliardi, credo che non ci sia provvedimento che non debba essere adottato per arrivare a colmare la massima parte. Voci all'estrema sinistra: I beni della Corona! Giovanni Giolitti: Sono centesimi! Si è

parlato delle spese dell'esercito. Noi siamo decisi a procedere alla smobilitazione il più rapidamente possibile ed a trasformare Voce all'estrema sinistra: Bella frase! Giovanni Giolitti: Che cosa vuol che le

perché di fronte a una situazione quale

è quella che è stata constatata dal ministro del Tesoro, non basta certamente mettere imposte, bisogna ridurre le spese, anche quelle militari. Voce all'estrema sinistra: Sciogliete la guardia regia! Giovanni Giolitti: Ma allora sostituirei altre guardie sotto un'altra forma, non fosse altro che per garantire la vostra sicurezza! (Applausi vivissimi al centro e a destra, rumori a sinistra.) Onorevole Barberis, il giorno in cui ella sarà al Governo, costituirà una guardia rossa più numerosa della guardia regia. (Applausi.)

dica?!

22-12-1920

Fabrizio Maffi: Ella, onorevole presidente

del Consiglio, sa che quando i fascisti ritornano dalle loro delittuose imprese, portando la rivoltella in tasca e portando con sé bombe, e ritornano sui camion della Pubblica sicurezza, essi non vengono perquisiti, né arrestati. (Movimenti dell'onorevole presidente del Consiglio.) In una parola: il Governo è complice del fascismo. (Interruzioni vivaci, rumori.) Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio (con forza): Ma non è vero! Ella sa che questo è falso! Ella sa di dire una cosa falsa! (Vivissimi applausi.) Fabrizio Maffi: Io contesto al presidente del Consiglio il diritto di lanciarmi una frase così ingiuriosa. (Rumori, interruzioni.) Io debbo e posso ribatterla. (Interruzioni vivacissime.) Giovanni Giolitti: Io sono solito adoperare parole convenienti. Se ella ritira l'asserzione che io sono complice del fascismo, io ritiro le mie parole di smentita. Fabrizio Maffi (interrompendo): Non

equivochiamo. (Rumori.) Ho detto che il Governo è complice del fascismo. (Rumori prolungati, commenti.) Ella invece ha parlato a me come individuo. Giovanni Giolitti: Anch'io come individuo ho diritto di essere rispettato. Fabrizio Maffi: L'onorevole Giolitti, equivocando sulle due cose, uomo ed ente Governo, ha cercato un diversivo a una frase infelice e offensiva (Rumori, interruzioni.)

17-1-1921

Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio:

Nel 1904 vi fu un movimento di sciopero che io pure giudicai non buono. Vi fu il primo sciopero generale di carattere politico. Ricordo perfettamente che allora telegrafai ai prefetti:

questo movimento non ha ragione di essere, non muove da alcun grande interesse, non muove da nessun sentimento profondo nella massa popolare, quindi non vi preoccupate; durerà pochi giorni. E realmente, durò pochi giorni, e scomparve.

Paolo Treves: E alcuni dei leader di quello sciopero divennero ministri! Giovanni Giolitti: Questa sua osservazione, onorevole Trevis, dimostra che avevo ragione di non preoccuparmi. (Approvazioni.)

Ciccio Nitti: Semper Idem

Non so se era stato così anche prima dell'esilio (che si sforzò sempre di credere fosse al termine e durò invece a lungo, con un periodo anche di dura prigionia nazista), ma al ritorno emerse di lui innanzi tutto l'attitudine a colpire gli avversari con l'arma più del sarcasmo che dell'ironia. Il suo bersaglio preferito era il ministro Sforza, di cui contestava la contea, dicendo che era stato un rimedio per non far ricopiare un lungo decreto reale di diplomatici nel quale il dottor Carlo Sforza era stato indicato come conte. Mi trovai anche io una volta sotto il suo tiro quando (sottosegretario di De Gasperi) difendevo

in Senato la legge istitutiva dell'ordine al Merito

della Repubblica. Nitti parlò contro, dicendo che le onorificenze sono un mezzo di corruzione, che la Repubblica doveva abbandonare gli orpelli della monarchia, ecc. ecc. Con una telefonata alla Cancelleria della vecchia Corona d'Italia mi documentai e nella replica potei affermare che non sono negative le onorificenze ma vanno conferite con obiettività e giudizio. "Chi potrebbe ad esempio dire che

l'onorevole Nitti, nei suoi 352 giorni di guida del Governo intese corrompere le migliaia di cittadini

e di stranieri cui fece conferire le distinzioni

cavalleresche?" Nitti non disse parola, ma uscendo mi batté la mano sulla spalla, dandomi bonariamente l'onorificenza di "carognetta". Prese però proprio da allora a benvolermi e mi commosse, pochi giorni prima della sua morte, inviandomi un saluto affettuoso per il tramite della mia piccola figlia, incontrata al Pincio.

Francesco Saverio Nitti: É notevole il fatto che in uno stesso Paese una stessa limitata zona di terra dia il direttore generale della Sanità, il capodivisione del servizio zoojatrico (laureato in agraria!), due medici provinciali, altri sanitari, tutta una fioritura sanitaria nel collegio del deputato Santoliquido. Felice Santini: Ma Gianturco è avvocato e avvocato illustre. Francesco Saverio Nitti: Gianturco è un mio caro amico, a cui sono lieto di rendere omaggio; ma non ha avuto agli occhi dei suoi elettori tanti pregi quanti ne ebbe questo uomo nuovo, che sei mesi prima non era riuscito nemmeno a entrare in ballottaggio. (Interruzioni. Bene!)

8-5-1907

Francesco Saverio Nitti: In Inghilterra i più grandi pensatori come Darwin, Spencer, Lublock sono stati privati studiosi e non

Da noi la libera docenza si

concede con estrema facilità come un titolo cavalleresco. E ciò che è peggio ancora si cerca di creare nuove cattedre; si è giunti a proporre una cattedra di ordinario con questo

titolo: ematologia, cioè studio del sangue. (Si ride.) Ho pensato con raccapriccio all'uomo che, come Macbeth, dovrà essere perseguitato

dal sangue

Lettere e Filosofia di Roma che hanno ecceduto oltre ogni limite di convenienza, montando tutte le epigrafi, tutte le letterature comparate, non so con quanta utilità della scienza e degli studi. Felice Santini: Sono quasi tutti deputati. Francesco Saverio Nitti: Non mi pare che il torto sia dei deputati! Del resto in altri tempi (il fatto non è per fortuna recente) si è conferita una libera docenza in analisi delle

professori

Vi sono facoltà come quelle di

urine e un'altra in filosofia hegeliana. Vi è anche una libera docenza in sfragistica. Voi sapete tutti che cosa sia la sfragistica? Voci: No, no.

Francesco Saverio Nitti: É la scienza dei suggelli. (Ilarità.)

8-5-1907

Francesco Saverio Nitti: Io desidero che gli elefanti della Minerva (e ve n'è uno avanti al ministero) Luigi Rava, ministro della Pubblica Istruzione: Ma volta la schiena!

11-5-1907

Francesco Saverio Nitti: L'aritmetica non è un'opinione. Forse non fu vera la tortura di Galileo.

2-7-1907

Francesco Saverio Nitti: Da quando c'è la legge sulla municipalizzazione non si municipalizza più.

Felice Santini: E si è battuti nelle elezioni, come a Roma. Gaetano Rummo: Ah ecco, ha ragione. Felice Santini: Ma non mi dà alcuna amarezza. Francesco Saverio Nitti: L'onorevole Santini non si dorrà che io gli dia lode. Felice Santini: Da lei la lode e il biasimo

mi sono cari egualmente. Francesco Saverio Nitti: La ringrazio.

Felice Santini: Io reclamo la priorità della protezione delle signorine. Francesco Saverio Nitti: Argomento grato

al cuore dell'onorevole Turati. Ma mentre il

numero delle signorine per ogni 1100 abitanti rimane a due e in qualche paese scende al di sotto, a Venezia siamo arrivati a 3,7, cioè a quattro signorine. Felice Santini: Siamo arrivati a questo.

Che prima non mangiavano e adesso mangiano. Francesco Saverio Nitti: Ma il numero è esuberante! Ed è un piccolo saggio: cosa accadrà con lo Stato?

Carlo Schanzer, ministro delle Poste e telegrafi: Io ho fatto il riscontro per la mia personale convinzione e quindi ho creduto di presentarlo alle Camere. Francesco Saverio Nitti: La sua convinzione, onorevole ministro, è stata sollicitée doucement. Carlo Schanzer: No, no. Francesco Saverio Nitti: L'onorevole Turati sa quale ammirazione io abbia per lui. Egli è uno dei più lucidi intelletti del Parlamento. Io sono stato abituato per tanti anni ad ammirarlo. Felice Santini: É un po' una società di mutuo incensamento. (Si ride.)

13-12-1907

Francesco Saverio Nitti: Ho imparato dai libri di astronomia che vi sono astri tanto lontani dalla terra che se da essi, in ipotesi, fosse possibile vedere la terra, nonostante che la luce viaggia con una velocità così estrema,

si vedrebbe ora, per esempio, il passaggio degli ebrei nel mar Rosso. E vi sono astri più vicini dai quali si potrebbero vedere cose accadute quaranta anni fa. Felice Santini: Il mar Rosso in Campidoglio.

26-5-1910

Francesco Saverio Nitti: L'onorevole Luzzatti parlò un giorno della mia bonomia arsenicale e applicò pochi giorni dopo la stessa definizione all'onorevole Carmine Luzzatti con maggiore dolcezza. (Ilarità.)

9-3-1911

Francesco Saverio Nitti: Cristoforo Colombo credeva di trovare la via delle Indie e scoprì l'America. Luigi Luzzatti: Ma la scoperse! (Ilarità.) Francesco Saverio Nitti: Ma per sapiente caso.

9-3-1911

Francesco Saverio Nitti: Se dicessi: gli operai di Milano sono frodati alla luce del sole Filippo Turati: Se fosse vero la ringrazierei. Francesco Saverio Nitti: Eppure è vero. I telefoni andavano male e li abbiamo statizzati; non vanno tanto meglio. Adesso le locande per gli emigrati presentano alcuni inconvenienti; il rimedio è pronto: le statizziamo. Voci: E andranno peggio. Francesco Saverio Nitti: La verità è che noi amiamo tutti l'onorevole Luzzatti, ma lo amiamo platonicamente. Come Platone amava Omero che voleva riempire di fiori e portar fuori dalla sua repubblica, così molti di noi pensano, se non ora in più propizio evento, di coronare di fiori l'onorevole Luzzatti e mandarlo fuori. Luigi Luzzatti: Una volta o l'altra la corona me la farete. Francesco Saverio Nitti: Come a Giulio

Cesare il Senato la darà forse a lei la Camera. Di tutti gli onori, dice Svetonio, che il Senato decretò a Giulio Cesare uno solo lo commosse profondamente, quello che gli dava il diritto di portare tutto il giorno la corona di lauro sul capo; forse perché - aggiunge Svetonio - era calvo. Ora, onorevole Luzzatti, nella comune letizia decretiamo la corona di lauro che copra tutta la calvizie e aspettiamo che maturino gli eventi.

26-3-1912

Francesco Saverio Nitti, ministro dell'Agricoltura: L'onorevole senatore Roux dice: Che cosa sarà delle società attuali? É come nella Carmen: c'è la garde montante e la garde descendante. Verrà un'ora in cui le società attuali, senza rancori, lasceranno il territorio e opererà soltanto l'Istituto nazionale delle assicurazioni.

20-6-1912

Francesco Saverio Nitti, ministro dell'Agricoltura: Non si può ammettere che i giovani escano da unistituto superiore di cultura letteraria senza sapere chi sia Shakespeare, senza aver letto nulla di Goethe. Ma nelle scuole commerciali deve essere dato non l'insegnamento della letteratura, bensì quello della lingua. Esse debbono dare l'insegnamento pratico della lingua e non indagare in quale anno fu scritto il Paradiso perduto di Milton.

28-3-1920

Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio: La divisione del latifondo viene affermata come una cosa da nulla; pare che si tratti diuna correzione di bozze di stampa. Non va un periodo? Si sostituisce con un altro. La minore difficoltà sembra fare una legge in

materia: quale sicurezza e quale convinzione! Sono duemila anni che la questione è controversa. Si può citare, senza far gridare i colleghi, Publio Virgilio Marone? (Ilarità.) Giuseppe Emanuele Modigliani: SPieghi ai colleghi che non era un prefetto! (Viva ilarità, commenti.) Francesco Saverio Nitti: Certo non era un nemico personale e nemmeno un ignoto. Quando Virgilio venne a Roma, ed era già poeta di una certa notorietà, venne per trattare una questione agraria e familiare. Proprio allora erano finite le grandi guerre di Augusto e vi era da risolvere il problema di dare la terra a quelli che tornavano dalla guerra. (Commenti.) Nino Mazzoni: Opera dei combattenti! (Ilarità, interruzioni.)Francesco Saverio Nitti:

Proprio così! Il problema, dunque, anche allora era di dare la terra a i contadini e, soprattutto, di agevolarne il passaggio a essi. Virgilio, che era mantovano come l'onorevole Bonomi e l'onorevole Mortara, che aveva

avuto la disavventura di vedere suo padre,

vecchio agricoltore, messo fuori del fondo che

si voleva dividere appunto a quello scopo

(commenti); e venne dal primo ministro Mecenate, egli, poeta, che aveva già scritto le Bucoliche, per chiedergli aiuto e benevolenza

per la sua famiglia (commenti). E Mecenate lo aiutò e trattò con lui il problema della terra e lo incoraggiò non solo a studiare la questione

di oggi, ma a scrivere quel poema sull'arte

agraria, le Georgiche, nel quale proprio tutti questi grandi problemi di aumentare la produzione sono esaminati.

19-4-1947

Francesco Saverio Nitti: Un criminale può essere grande. Tolstoj ci ha descritto con

vivaci colori la violenza terribile del grande

Czar. Io vidi a Parigi

Una voce a sinistra: Chi? Pietro il Grande? Francesco Saverio Nitti: Ignorate forse che Pietro il Grande è morto già da secoli. Vidi

dunque lo storico esaltatore di Pietro il Grande e mi intrattenni con lui a parlare non solo della violenza e della crudeltà di Pietro, ma anche del suo genio creativo e della sua immensa opera per preparare e costruire la Russia moderna.

Vittorio Emanuele Orlando: le costituzioni della "Rinascente"

Poco meno di un secolo di storia italiana si rifletteva nell'esperienza di Vittorio Emanuele Orlando (classe 1860) che, riprendendo la vita pubblica interrotta dalla dittatura, avrebbe dovuto presiedere il primo Governo postfascista nel luglio 1943, se non avessero prevalso le pasticciate tendenze ostili alla politicizzazione ed equivoche circa l'atteggiamento da assumere verso la Germania. Il vecchio presidente era stato officiato al riguardo e aveva persino aiutato a redigere lo storico comunicato delle dimissioni - in verità mai avvenute - di Mussolini, nel quale le

parole: "La guerra continua" dovevano avere solo un ruolo di depistaggio per avere il tempo di prendere i necessari contatti con gli anglo- americani. Non so se Orlando avrebbe fatto meglio di Badoglio, ma certamente era previsto che presiedesse un Ministero se non con espressione dei partiti, con un legame effettivo con il popolo, tale da impedire il famoso vuoto che portò al disastroso 8 settembre e alla temporanea restaurazione mussoliniana. Né Orlando riuscì a tornare alla presidenza del Governo più tardi, quando Enrico De Nicola giuocò letteralmente a rimpiattino con lui e con Nitti, condizionando per ambedue l'incarico alla collaborazione dell'altro che sicuramente avrebbe rifiutato. Ho descritto altrove un dialogo al capezzale di Orlando - politicamente ammalatosi - tra lo stesso con Nitti e Benedetto Croce, nel corso del quale volarono parole da far arrossire il portuale più rissaiolo. Con il fascino di presidente di Vittorio Veneto, il prestigio di insigne costituzionale, la fama di avvocato principe, una capacità oratoria

straordinaria, Orlando era qualcuno indipendentemente dalle cariche ricoperte. E anche se assunse nel dibattito sul Trattato di pace un atteggiamento nazionalistico di critica che colpì duramente De Gasperi, i rapporti tra i due restarono sempre buoni. Per De Gasperi Orlando rappresentava l'Italia redenta del 1918 e il vincolo creatosi allora era incancellabile. Nello studio di casa Orlando faceva bella mostra un ritratto del presidente, opera del grande Boldini, per cui aveva posato nello studio parigino. In verità il quadro gli arrivò - lo appresi anni dopo dalla vedova del pittore - come abile dono di Mussolini, che l'aveva ricevuto in omaggio insieme ad altre opere da destinare a gallerie e musei. Perché abile? In quanto era un omaggio al presidente e nello stesso si evitava l'esposizione pubblica della sua immagine, che poteva suscitare ricordi e nostalgie. Morì a 92 anni e De Gasperi fece approvare una legge per dargli sepoltura d'onore in Santa Maria degli Angeli accanto agli artefici militari della vittoria nella prima guerra mondiale.

2-7-1910

Vittorio Emanuele Orlando: L'educazione paterna, secondo me, sfugge a ogni sindacato coercitivo, e deve sfuggirvi. Io sono perfettamente padrone di fare di un mio figlio un sacrestano o un petroliere; in questo la collettività non c'entra affatto, come (mormorii all'estrema sinistra) come la collettività non è entrata nella produzione dei miei figli. (Commenti animati e prolungati.) Guido Podrecca: Padrone allora anche di non istruirlo! Vittorio Emanuele Orlando: No, io parlo nel senso etico e politico; e a questo mi riferisco e dico che, per questo riguardo, l'autorità paterna,onorevole Podrecca, non è sindacabile, ed è insindacabile perché è incoercibile. Ma vuole mandare un ispettore in ciascuna casa per sentire quali discorsi tenga il padre? (Interruzioni del deputato Podrecca, rumori a destra e al centro.)

3-7-1917

Vittorio Emanuele Orlando, ministro dell'Interno: É evidente che il ministro debba essere assistito dalla sua burocrazia. Io non ho preconcetti contro la burocrazia. Nei giorni felici, in cui potrò riprendere le mie funzioni pacifiche, spirituali, di conferenziere, mi riprometto di fare l'elogio della burocrazia. (Commenti.) Guido Marangoni: Sarà la prima volta che

sarete fischiato!

Vittorio Emanuele Orlando: Inviterò anche lei, e confido di persuaderla. Guido Marangoni: Fischierò per il primo! Aurelio Drago: L'onorevole Marangoni vuol attuare il collettivismo senza burocrazia!

(Si ride.)

16-1-1925

Benito

Mussolini,

presidente

del

Consiglio: Mettete sui piatti della bilancia il

pro e il contro. Mettete tutte le violenze che si consumano contro i fascisti. Mettete anche i dodici morti fascisti assassinati in soli due mesi! (Approvazioni, applausi.) Dario Lupi: Quelli non contano! Vittorio Emanuele Orlando: Non dica questo, onorevole Lupi, ella non è autorizzata ad attribuirmi coteste ferocie. Io deploro quei morti quanto voi e più di voi. Una voce: E allora? Vittorio Emanuele Orlando: E allora io credo che rimanga la distinzione tra il fatto non mai abbastanza deprecabile e censurabile dell'atto individuale e settario che può essere persino omicida, e quella che è azione premeditata di una moltitudine organizzata in partito mentre questo partito è al Governo. Luigi Federzoni: Saprò rispondere anche a lei. (Commenti.) Vittorio Emanuele Orlando: Del resto, onorevoli signori, lasciatemelo dire amichevolmente, voi siete proprio curiosi. (Si ride.)

16-1-1925

Vittorio Emanuele Orlando: Il primo era un nobilissimo programma di normalizzazione. Benito Mussolini, presidente del Consiglio: Che gli avversari non hanno raccolto! Vittorio Emanuele Orlando: E che colpa ci ho io, onorevole Mussolini? (Ilarità, commenti.) Io ammiro l'onorevole Mussolini più come parlamentare che come dittatore! É un gusto come un altro. (Si ride.) Benito Mussolini: Ho due facce come Giano! Vittorio Emanuele Orlando: Ma come? Voi enunciate qui un programma nella vostra alta responsabilità di rappresentante di un grande Paese - milioni di italiani -, voi questo programma lo annunziate evidentemente perché lo credete buono, perché lo credete giusto, perché lo credete necessario alle fortune del vostro Paese, e voi questo programma sospendete - mi limito a dire questo -

sospendete per ritorsione Benito Mussolini: No! Vittorio Emanuele Orlando:

sia pure la più atroce e sia pure la più ingiustificata? Benito Mussolini: Lei dimentica il terzo elemento della contesa: la Nazione! (Applausi.) Vittorio Emanuele Orlando: La Nazione io la dimenticavo tanto poco che credevo di parlare per essa, sia pure modestamente. (Interruzioni.)

Benito Mussolini: Tutti parliamo per essa! Vittorio Emanuele Orlando: Come volete che questo Paese possa lavorare Voci: Lavora! Lavora!

questo

Paese possa vivere di una vita civile, se vi piace, che vale più ancora del lavoro (interruzioni) - certo vale più del lavoro - oscillando fra una libertà pazza e una autorità inferocita? (Commenti, interruzioni.)

auna offesa,

Vittorio Emanuele Orlando:

che

10-3-1947

Vittorio Emanuele Orlando: Che si mettano d'accordo De Gasperi, Togliatti e Nenni; in tal caso essi sono padroni di fare quello che

vogliono. Non è facile, ma può essere

Non

solo Pompeo, ma anche Crasso che era il finanziatore morì ammazzato. (Si ride.) E quindi si generò la dittatura.

30-7-1947

Vittorio Emanuele Orlando: Vi prego, vi scongiuro, onorevoli colleghi, al di là e al di sopra di qualunque sentimento di parte - quale stolto potrebbe attribuirmelo? - non mettete i vostri partiti, non mettete voi stessi di fronte a così paurosa responsabilità. Questi sono voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future; si risponde nei secoli di queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità. (Vivissimi applausi a sinistra e a destra,

proteste vivaci al centro e al banco del Governo, rumori vivissimi, scambio di epiteti fra sinistra e centro, ripetuti richiami del

presidente, nuovi prolungati applausi a sinistra

e a destra, proteste e rumori vivissimi al

centro, scambio di apostrofi tra il centro e le sinistre, viva agitazione.) Presidente: Prego i colleghi di prendere posto ai loro banchi. Voci al centro: Deve ritirare! Deve ritirare! Presidente: Onorevoli colleghi! SUppongo

che non sia possibile chiarire nulla finché loro non vorranno tacere. Onorevole Coccia, lei ritiene con il suo chiasso di aiutare a chiarire

la situazione?

Vittorio Emanuele Orlando: Onorevoli colleghi, io non avevo alcuna intenzione (Prolungati rumori al centro.) Queste sono le ultime parole che pronunzierò qui dentro! Presidente: Attenda un attimo, onorevole Orlando: la prego. Onorevoli colleghi, basta! Ogni manifestazione, anche se di giusta

reazione, perde il suo valore quando cessa di stare nei limiti di un certo ordine. Permettano dunque all'onorevole Orlando di riprendere la

parola e allora, da ciò che egli dirà a chiarimento di quanto ha detto prima, risulterà

il valore del suo pensiero e, se sarà quello che

si è ritenuto che fosse, qualcuno potrà replicare all'oratore. Onorevole Orlando, la prego di parlare e di tenere presente che, forse, sta spirando quel limite al quale ella stessa accennava un'ora e tre quarti fa. Vittorio Emanuele Orlando: Mi dispiace di dover dare spiegazioni, e le do solo per rispetto a lei! (Vivi applausi

a sinistra, commenti vivaci e proteste al centro.) FIlippo Guerrieri: RIcordatevi che avete davanti l'uomo di Vittorio Veneto! (Applausi, rumori al centro.) Luigi Filippo Benedettini: É il presidente della Vittoria! (Applausi a sinistra e a destra, rumori al centro.) Presidente: Onorevole Orlando, mi

perdoni, io le sono grato della deferenza particolare che mi vuole dimostrare, ma sarei lieto che le sue parole fossero non soltanto udite da tutta l'Assemblea, ma fossero dirette a tutta l'Assemblea. La prego di parlare. Vittorio Emanuele Orlando: Io, rispettando

il presidente, rispetto l'Assemblea! (Commenti

al centro.) La parola "servilità" qualifica l'atto,

e non le persone. Io stesso, proprio in questo

mio discorso, ho detto di me di aver compiuto

un atto di umiliazione, che credetti necessario, nell'interesse del Paese. L'atto in sé è servile, ma poiché non vi risponde l'intenzione di compierlo come tale, nessuno può restare offeso. Ma, ad ogni modo, poiché, come vi dicevo, ritengo che sia l'ultimo discorso che io pronunzierò in quest'Aula Voci: No. No!

voglio

che, come è sempre accaduto nella mia lunga vita parlamentare, il mio appello sia per la concordia o, almeno, contro l'esasperazione dei contrasti inevitabili e riunisca l'animo di

Vittorio Emanuele Orlando:

io

tutti. E dico ai colleghi di tutte le parti dell'Assemblea: convenite con me, obiettivamente, indipendentemente da ogni giudizio politico, indipendentemente da ogni preferenza verso questa o quella linea di condotta, convenite con me, tutti, che questo Trattato di pace è una solenne ingiustizia? Voci da molti banchi: Sì! Vittorio Emanuele Orlando: E allora non ho null'altro da aggiungere. (Vivissimi prolungati applausi a sinistra e a destra, molte congratulazioni, commenti al centro.) Presidente. Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente del Consiglio dei ministri. (Applausi al centro, rumori a sinistra.) Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Onorevole Orlando, il rispetto, l'ammirazione che io ho sempre nutrito per lei, la devozione che le ho sempre dimostrato, mi permettono di dire una parola franca anche in questo momento molto agitato. Io sono stato colpito nel profondo dell'anima dalle ultime

frasi, che dovevano essere un giudizio, mentre ella dichiarava che la proposta di ratifica era un'abiezione fatta per mancanza di coraggio e per cupidigia di servilità. No! onorevole Orlando: si tratta di concezione diversa degli interessi del Paese in questo momento. Domani

mi riservo di dimostrare tutte le ragioni e lo

farò senza offendere nessuno. (Approvazione

al centro.) Però le devo dire che sono

profondamente offeso e con me sono offesi tutti coloro che hanno affrontato il nemico non soltanto come combattenti sui campi di battaglia, ma hanno affrontato il fascismo con coraggio, soffrendo giorno per giorno. (Vivissimi applausi al centro, rumori e commenti a sinistra e a destra.) Ho anche la coscienza e la consapevolezza, nei momenti tristi, nei consessi internazionali, d'aver rappresentato degnamente, fieramente il mio Paese. (Interruzioni a sinistra, vivissimi applausi al centro, scambio di apostrofi fra sinistra e il centro.) Questo è stato constatato da tutti, da molti giornali, anche avversi.

Una voce a sinistra: Avete i fascisti nel Governo! (Rumori al centro.)

Una voce a destra: Li avete voi i fascisti! mettete fuori i vostri fascisti, prima di parlare! (Proteste a sinistra.) Alcide De Gasperi. A coloro che ci chiedono un rinvio in nome dell'unità nazionale, si può dire, però, che la premessa

indispensabile per qualsiasi

interruzioni a sinistra, ripetute interruzioni del deputato Farini, richiami del presidente) la

premessa

Presidente: Desidero sapere se devo sospendere la seduta. Carlo Farini: Sì! sì! Presidente: Onorevole Farini, mi pare che lei, nel suo entusiasmo, non si renda conto di quello che significa la sospensione della

(rumori e

(Rumori a sinistra.)

seduta. (Interruzione del deputato Farini.) Onorevole Farini, non mi costringa ad applicare il regolamento nei suoi confronti! (Commenti.) Posso comprendere tutti gli

impeti di passione, ma non forme di vana petulanza. Capisco perfettamente tutto, ma non le grida che non hanno alcuna giustificazione, da qualunque parte vengano. E prego specialmente i colleghi più autorevoli, che in certi momenti mi pare adoperino la loro autorevolezza a suscitare maggiore tumulto, di ricordarsi che io mi attendo da loro un contributo a questa mia opera di dirigere i lavori dell'Assemblea. (Approvazioni.) Continui, onorevole presidente del Consiglio. Alcide De Gasperi: Onorevole Orlando, avrei aspettato dalla sua lealtà che ella avesse dichiarato che le parole "cupidigia di servilità" non si riferivano a coloro che propongono in buona fede e con retta coscienza di ratificare il Trattato. Avrei preferito che lo avesse dichiarato. Vittorio Emanuele Orlando: L'ho detto. Alcide De Gasperi: Se questa è la sua dichiarazione, io sono lieto di accettarla, quantunque il linguaggio altrimenti doveva essere interpretato. Tuttavia sono lieto di

accettarla per questo: perché la situazione è molto difficile, la tensione degli animi è grave, senza dubbio; ma quello che non si può negare all'avversario è il coraggio, e molto meno si può negare a chi come me e il Governo sostiene in questa difficile situazione una posizione che esige maggior coraggio civile di qualsiasi rinvio e la sostiene perché crede di doverla sostenere nell'interesse del Paese, della pace e della collaborazione internazionale! (Vivissimi, prolungati applausi al centro, commenti.)

23-10-1947

Vittorio Emanuele Orlando: RIpugna a voi stesso passare alcune notti a scrivere delle Costituzioni su svariati modelli e poi metterle in pubblico come vestiti confezionati dalla "Rinascente". Le Costituzioni si creano con il costume, con la lenta evoluzione, con successivi adattamenti a bisogni nuovi, non per atti di una volontà, capace, libera. Non c'è bisogno di

ricorrere ai cinesi antichissimi ricordati dall'onorevole Codacci Pisanelli. Tutta la storia delle Costituzioni dimostra che sono i popoli nella loro storicità che le formano e il costume che le consacra.

Di Vittorio lo zappatore

Il suo aspetto non era quello di un dandy: né teneva a correggere la linea rude, che anzi accentuava nelle uscite pubbliche. Unito all'avversione che un sindacalista nato produce nei ceti padronali e negli strumenti che li riecheggiano; e sommato alla comprensibile emozione per certi fatti di violenza avvenuti nella sua Cerignola affollata allora da disperati braccianti, ne derivava un cliché di antipatico, prepotente, minaccioso. Visto da vicino Giuseppe Di Vittorio era completamente diverso dalla sua immagine circolante. Intanto, a differenza di Togliatti che usciva frettolosamente dall'Aula e non si fermava

a scambiar quattro chiacchiere neppure con i suoi compagni (unica eccezione era con il giornalista Emilio Frattarelli), Di Vittorio conversava volentieri anche con gli avversari, sostava al bar dei Passi perduti con i giornalisti, cercava il dialogo e il colloquio, convinto che la bontà delle sue tesi avrebbe suscitato il consenso. Si dedicava, poi, con scrupolo alla preparazione dei dibattiti, anche quelli lontani dai suoi interesse confederali più pertinenti. E fu proprio in occasione di mozioni sulla cinematografia italiana che ci conoscemmo e in qualche modo ci stimammo reciprocamente. Guido Berardelli, allora segretario sindacale comunista dei lavoratori dello spettacolo lo aveva indottrinato a puntino; e fece un discorso documentato, serio, con proposte concretissime. A nome del Governo replicai dandogli punto per punto soddisfazione dialettica (anche se senza immediate conseguenze operative). Nelle discussioni sul pubblico impiego solo Renato Cappugi (Cisl) si dimostrava più competente. Ma Di Vittorio sfoderava una capacità

straordinaria di persuasione, ripiegando su richieste subordinate che fin dall'inizio costituivano invece segretamente la sua

"principale". Così riusciva a strappare da Vanoni

e da Pella molto di più di quello che era il tetto governativo di partenza. Nel giorno drammatico dell'attentato a Togliatti si trovava in America per una riunione dei sindacati internazionali. Al telefono dette

istruzioni rigorose per non coinvolgere i lavoratori

in una reazione avventurosa e inviò Renato Bitossi

al Viminale ad assicurare il Governo. Rientrato a

Roma, a De Gasperi che lo ringraziava, spiegò che

il suo atteggiamento da pompiere era suscitato da

un timore che aveva sempre presente: quello di cadere nelle provocazioni degli avversari della democrazia. Non lo sentii mai vantarsi delle sue benemerenze di condannato e di esule. Altri lo faceva a piè sospinto, forse esagerando anche il patimento subìto. Era invece uno dei pochi a continuare a parlare a nome del proletariato, come nei primi tempi della sua milizia politica e della

sua vita di giovane parlamentare prefascista.

11-6-1923

Giuseppe Di Vittorio: É umanamente impossibile che il lavoro dello zappatore possa durare otto ore al giorno. Giuseppe De Capitani, ministro dell'Agricoltura: Il lavoro dello vanga è più pesante di quello della zappa. Giuseppe Di Vittorio: Onorevole ministro, non so dove lei abbia letto una cosa simile. Giuseppe De Capitani: Non l'ho letto, l'ho visto nei fondi; io sono un pratico, e non un teorico. Giuseppe Di Vittorio: Lor signori sono certamente più scienziati di me in tale questione. Giuseppe De Capitani: Agricoltori, non scienziati. Giuseppe Di Vittorio: Io non ho la pretesa di aver studiato questi problemi quanto il ministro dell'Agricoltura e i suoi colleghi

Giuseppe De Capitani: Lo studio non basta. Giuseppe Di Vittorio: Ma io, onorevole ministro, sono un contadino che ho lavorato con la zappa e con la vanga e nessuno, credo, può dire meglio di me quale dei due strumenti richieda uno sforzo maggiore. E vi è un altro fatto che conferma la mia affermazione: io affermo che il lavoro con la zappa richiede uno sforzo notevolmente superiore a quello della vanga, e affermo ancora che il rendimento del lavoratore è proporzionato allo sforzo fisico rispettivamente richiesto dall'uno e dall'altro strumento: contrariamente non si potrebbe spiegare perché nel Mezzogiorno d'Italia è ancora in uso la zappa che produce questo fenomeno Giuseppe De Capitani: Dipende dalla natura del terreno. Giuseppe Di Vittorio: Io so che ella recentemente è stato in Puglia. Arturo Velia: In treno! Giuseppe De Capitani: Non in treno.

Giuseppe Di Vittorio: Ebbene io non so se ella in Puglia si sia peritato di visitare i dormitori dei contadini e i contadini sul campo

di lavoro. Giuseppe De Capitani: I contadini sì.

23-1-1946

Giuseppe Di Vittorio: É falso, avvocato Sansoni, che siano morte mille vacche in una provincia qualsiasi del nostro Paese per abbandono di lavoro. Attilio Sansoni. Lo confermo! Giuseppe Di Vittorio: Credo che lei debba sentire l'obbligo morale di fornire qui, alla

Consulta, al Governo, all'opinione pubblica la prova della sua affermazione. (Rumori, commenti.) Sin da ora io affermo che la sua affermazione è completamente falsa. Attilio

Sansoni: Io la confermo!

per fatto personale. Mi si accusa di aver detto

E chiedo di parlare

il falso e mi si invita a portare oggi qui le prove. Domando come possa fare a portare

oggi le prove della uccisione di mille bergamine nella provincia di Brescia. Voci: É falso. Attilio Sansoni: La prova la do facendo il nome della località, nella quale è accaduto il fatto, in occasione dello sciopero dei salariati di Brescia, organizzato dalla Confederazione generale del lavoro, al quale sciopero si sono opposti i proprietari del luogo. (Interruzioni, rumori.) Una voce: Una volta tanto, i proprietari avrebbero potuto governare per un giorno le vacche. Avrebbero potuto lavorare! Attilio Sansoni: Affermo, contro quello che oggi qui si è detto, che ai proprietari è stato impedito l'accesso alle stalle per mungere le vacche. É proprio il contrario di quello che afferma l'onorevole Di Vittorio. E poiché io affermo il fatto, invito la presidenza della Consulta ad accertare se il fatto sia o non sia vero. Giuseppe Di Vittorio: Ma lei le munge le vacche? (Commenti.)

Presidente: Basta! Il fatto personale è esaurito! Attilio Sansoni: Ha lasciato parlare gli altri; lasci parlare pure me. (Commenti.)

8-6-1948

Giuseppe Di Vittorio: Ma il presidente del Consiglio ha insistito sull'emigrazione. Si è detto: poiché in Italia non abbiamo la possibilità di assorbire tutta la disoccupazione, bisogna battere la strada dell'emigrazione. Ma anche l'emigrazione è vista in senso unilaterale; e io temo che i membri del Governo finiranno per essere anchilosati, finiranno cioè per vedere da un solo lato: il lato destro. Amintore Fanfani: A sinistra: volgiamo a sinistra. (Commenti.) Giulio Pastore: Verso la Russia! Giuseppe Di Vittorio: Volesse il Cielo! Verso la Russia dove, signori, da vent'anni non v'è più disoccupazione e non ve ne sarà mai

più (applausi all'estrema sinistra, commenti al centro) perché in Russia le ricchezze del Paese non sono più beni di pochi privilegiati, ma sono ricchezze di tutto il popolo! Una voce al centro: Lavori forzati! Li mandano in Siberia i disoccupati! Giuseppe Di Vittorio: Ai lavori forzati furono inviati i vagabondi che non volevano piegarsi al dovere di lavorare. Una voce all'estrema sinistra: E voi siete stati fascisti per vent'anni. Giulio Pastore: Di Vittorio, ci siamo capiti male; ho inteso dire: "L'emigrazione apriamola verso la Russia". (Applausi al centro, commenti all'estrema sinistra.)

10-3-1949

Fiorentino Sulla: Ma c'è il blocco degli affitti. Giuseppe Di Vittorio: Ma l'affitto, onorevoli colleghi, non è una cosa decisiva nel bilancio familiare. (Commenti al centro.) É un

elemento, ma

l'alimentazione, il vestiario e le calzature!

non

incide

quanto

16-3-1949

Giuseppe

Di

Vittorio:

Vorrei

dire

all'onorevole Cappi che egli ha anche nel suo

aspetto esteriore una chiara impronta di onesto uomo, di bravo padre di famiglia. Una voce al centro. Ma è scapolo! (Viva ilarità.)

Questa

considerazione non ha alcuna importanza.

Giuseppe

Di

Vittorio:

24-11-1949

Pasquale Marconi: De Gasperi, Scelba, Pacciardi, la riforma agraria, il Patto Atlantico sono cose secondarie, che vengono dopo:

quello che ci divide è questo concetto fondamentale di tutta quanta l'esistenza. Voi avete della vita individuale e sociale una

concezione chimica: ecco perché siete infelici! Giuseppe Di Vittorio: Ma non siamo affatto infelici! Pasquale Marconi: Gli acidi e i sali si combinano, avviene un'azione e una reazione:

dialettica della vita, e l'amore non c'entra; voi concepite tutto così. É qui la grande differenza

2-4-1950

Giuseppe Di Vittorio: Adesso, man mano

che si reazionarissa

(Commenti.)

Fiorenzo Cimenti: Un verbo nuovo.

6-8-1951

Eugenio Spiazzi: Sono venti anni che in Russia scioperano. Giuseppe Di Vittorio: Onorevoli colleghi, noi il diritto di sciopero lo difenderemo; e vi prego di considerare che questa è una cosa

sulla quale, sostanzialmente, siamo d'accordo anche con l'onorevole Pastore. Giulio Pastore: Vorrei che ella fosse d'accordo con me nel denunziare la dittatura russa come qualcosa che vieta lo sciopero! Verrà il giorno in cui il proletariato russo guiderà la nazione. Giorgio Amendola: In Russia non vi è un disoccupato e non vi sono padroni! Giulio Pastore: Vada in Russia a fare questi discorsi, onorevole Di Vittorio! (Proteste all'estrema sinistra.) Giuseppe Di Vittorio: Insomma, in Russia

di

concentramento. Giuseppe Di Vittorio: Onorevole Pastore, ella sa che insulti e improperi si possono lanciare con relativa facilità da parte di tutti. É

un fatto, però, che in Russia, piaccia o non piaccia, i padroni non esistono più. Una voce dal centro. Ce n'è uno solo. Giuseppe Di Vittorio: Quindi, i lavoratori

Giulio

Pastore:

ci

sono

i

campi

dovrebbero scioperare contro se stessi. (Interruzione del deputato Pastore, proteste all'estrema sinistra, commenti al centro e a destra.) Brunetto Bucciarelli Ducci: Questo sì che è un argomento persuasivo!

28-9-1951

Leopoldo Rubinacci, ministro del Lavoro:

L'Italia non potrà mai avere da sola un esercito in grado di difenderla; è sul terreno della solidarietà con altri Paesi che è possibile una difesa italiana. Giuseppe Di Vittorio: Per una strana falsificazione del vocabolario adesso si chiamano "liberi" tutti i Paesi schiavi dell'America, anzi dei miliardari americani. (Applausi all'estrema sinistra.) Leopoldo Rubinacci: Libero è ogni Paese nel quale sia possibile all'opposizione parlare in Parlamento.

31-1-1952

Giuseppe Di Vittorio: Quando si giuoca, bisogna stare onestamente al giuoco. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Io non giuoco mai. (Commenti all'estrema sinistra.) Giuseppe Di Vittorio: Signor presidente del Consiglio, parlo di giuoco in senso figurato. Nemmeno io giuoco mai, e non mi intendo di giuoco.

22-7-1954

Giuseppe Di Vittorio: I sindacati si sono sviluppati in Italia e nel mondo attraverso una lotta vigorosa, energica contro i padroni e contro una politica governativa di protezione al padronato in difesa degli interessi dei lavoratori. É questo che fa sviluppare i sindacati. Vito Scalia: Di sindacati protetti dal

Governo nel mondo ce n'è uno solo, ed è quello russo. (Proteste a sinistra.)

Vittorio:

che

mestiere faccia l'onorevole Scalia, ma di queste cose non capisce assolutamente niente.

Giuseppe

Di

Io

non

so

17-11-1954

Renato Cappugi: É un'altra cosa. Qui stiamo discutendo di una legge di delega. Noi confermiamo anche il nostro convincimento:

gli ordini del giorno, per noi, sono un mezzo idoneo a raggiungere lo scopo. Giuseppe Di Vittorio: E se il Governo non li accetta? Renato Cappugi: Lo vedremo dopo. Giulio Pastore: In ogni caso resta chiaro che il permesso a voi non lo chiediamo. Facciamo autonomamente ciò che vogliamo, come siamo abituati a fare. É finito il tempo in cui dettavate legge. Legge non la dettate più neppure in campo sindacale. (Commenti al centro, prolungati rumori a sinistra.)

Giulio Andreotti: Sta di fatto, però, che noi abbiamo visto affacciare oggi una proposta, di cui del resto si era parlato in commissione, nel senso di rendere impegnativi in alcuni ordini del giorno certi princìpi che il Governo deve

poi

trasformare nei provvedimenti delegati.

Non

rispettando un voto del Parlamento, il

Governo darebbe un esempio di poca correttezza, o di scorrettezza. Ma noi vogliamo

rifiutarci di credere che una tale ipotesi possa essere messa in atto. Giuseppe Di Vittorio: Dovrebbe essere così, ma abbiamo numerosi esempi che provano il contrario. Giulio Andreotti: In materia di legge- delega, però, credo che possa esservi qualcosa

di più dell'impegno. Alla Assemblea

Costituente ricordo che tutti concordavano che altra cosa è uno sciopero nel campo

dell'amministrazione dello Stato e in quello dei pubblici servizi. Giuseppe Di Vittorio: Non tutti. Giulio Andreotti: Non vorrei ricordarle,

onorevole Di Vittorio, che anch'ella concordava su questo. Giuseppe Di Vittorio: Assolutamente no! Giulio Andreotti: Me lo ricordo perfettamente. Giuseppe Di Vittorio: Ci sono gli atti parlamentari. Giulio Andreotti: Esattamente: li ho consultati qualche tempo fa, in tempo utile per ricordarmene. C'era un emendamento Clerici e mio che voleva distinguere, già fin dalla Costituzione, lo sciopero nelle pubbliche amministrazioni dallo sciopero negli altri campi di lavoro. Giuseppe Di Vittorio: Che cosa avvenne del suo emendamento? Giulio Andreotti: Fu fatto ritirare. Però c'è una sua dichiarazione in cui ella stesso riconosceva la profonda differenza che esiste fra questi diversi settori e quindi, se non vado errato, la necessità di derivarne anche una regolamentazione giuridica difforme da un settore all'altro settore.

Giuseppe Di Vittorio: Mi permetta, data l'importanza della questione, di precisare che io ho affermato che noi pure come organizzazione sindacale facciamo la differenza, e perciò in materia di sciopero di servizi pubblici v'è una disciplina particolare, sanzionata nello statuto. Giulio Andreotti: Si vede che in casa sua si cucina col "Liquigas" e non col gas della società erogatrice cittadina, che da tre giorni manca nelle case di Roma. Questa autodisciplina non so bene in che cosa consista. (Commenti.) Giuseppe Di Vittorio: E perché ella se la prende coi gassisti? Se la prenda con le società. Siamo pronti in ogni momento a discutere, ma non a discutere un diritto storico dei lavoratori.

23-3-1955

Giuseppe Di Vittorio: Se l'onorevole Covelli continua a progredire in questo senso,

cioè nel suo amore per i monopoli americani, probabilmente nei prossimi giorni o nei prossimi mesi verrà a proporci la nomina di un re americano, magari del re americano del petrolio, che potrebbe diventare nello stesso tempo re d'Italia. Paolo Greco: Comunque sempre meglio che un presidente! (Proteste al centro e a sinistra.)

De Gasperi: "Mi dia del lei"

L'esperienza parlamentare di De Gasperi, cominciata alla Dieta di Innsbruck, era proseguita - prima della redenzione del Trentino - al Parlamento di Vienna. Giunto a Montecitorio dette subito una prova di concretezza e di senso dello Stato, che poteva sembrare bizzarra o banale a chi non conosceva il timore diffuso nelle nuove province annesse che si perdesse il rigoroso senso amministrativo che il zioni. Per questo una analisi comparativa dei costi postali (fino al dettaglio della ceralacca e dei punzoni) voleva essere

sintomatica per incoraggiare l'uso scrupoloso del pubblico denaro. Il Parlamento che nel 1921 mostrava Roma non era peraltro nello stile comparabile con quello viennese. La pattuglia fascista, che nel 1919 gli elettori avevano lasciato a casa, mostrava turbolenza appoggiata dall'esterno dai bastonatori delle squadracce. A sinistra la scissione comunista aveva indebolito i socialisti, non smorzandone peraltro certi massimalismi esteriori che rendevano ancor più impossibile una collaborazione con i popolari di Sturzo, a sua volta in polemica con il vecchio mondo del collegio uninominale, sottovalutante l'involuzione dittatoriale e fiducioso in un recupero di potere. La parentesi aventiniana e la dichiarazione di decadenza degli oppositori aprì la lunga parentesi che si sarebbe chiusa soltanto a seconda guerra mondiale terminata. Ma De Gasperi dal #'de al #'ec fu uomo di governo e non intervenne nei dibattiti nel ruolo di deputato, eccezion fatta per la dichiarazione di voto sulla ricognizione dei Patti Lateranensi nella Costituzione della Repubblica.

Dal banco ministeriale ebbe tuttavia frequenti scontri oratori con l'opposizione (da cui ho tratto le citazioni che seguono). Non gli venne però meno in nessuna occasione il rispetto generale non tenendo conto di qualche manifestazione oratoria plateale di Togliatti, quando si toglieva - per così dire - il vestito blu e doveva fare il piazzaiolo per consolare le sue genti delle sconfitte politiche.

4-12-1948

si tace sul Patto di

Bruxelles, sul Patto Atlantico, sul Patto Mediterraneo, ma al Consiglio dei ministri su queste cose c'è baruffa. Se avessimo bisogno di una conferma ce la dà un giornale Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Ma legge troppo i giornali anche lei! A me ha consigliato di non farlo. (Si ride.)

Pietro Nenni:

Qui

Giuseppe Calasso: Hai concordato il discorso con Rodinò! Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Chi è costui?

il

presidente della Confida. Alcide De Gasperi:

A lei, giovanotto, dico: non mi dia del tu. Non l'accetto. (Vivi applausi al centro e a destra. Commenti all'estrema sinistra.) Mario M' Guadalupi: D'ora in poi le daremo del "voi".

Giuseppe Calasso:

Non

lo

sai? É

2-4-1950

Alcide

De Gasperi, presidente del

Consiglio: Macché potenza! Ce la mette lei la potenza!

Giuseppe

Di

Vittorio:

L'ho

letto

sui

giornali. (Interruzioni, commenti.)

 

Alcide

De

Gasperi:

Lo

avrà

letto

sull'"Unità".

proprio

convenire che furono più intelligenti Hitler e Mussolini, che si legarono a un patto militare

quando la Germania possedeva quella formidabile forza che tutti conosciamo e che probabilmente oggi molti rimpiangono Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Io no.

Guido Russo Perez:

Bisogna

11-7-1950

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Stato e partiti devono anche insistere sulla obbligatorietà per tutti di accettare il principio democratico. Palmiro Togliatti: La Costituzione! Alcide De Gasperi: La Costituzione! Onorevole Togliatti, da questo banco ho sempre chiesto niente altro che la Costituzione.

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Dopo le leali, esaurienti dichiarazioni fatte dall'onorevole Paolo Rossi, dovrei riferirmi alle dichiarazioni dell'onorevole Saragat, relatore al congresso e oggi ancora segretario e quindi capo del gruppo del Partito socialdemocratico Giancarlo Pajetta: Capo di che cosa? (Commenti.) Alcide De Gasperi: Lo so, onorevole Pajetta, che per lei non vi sono che due capi, uno dei quali non è nemmeno entro l'ambito delle frontiere nazionali! (Applausi al centro e a destra, interruzioni del deputato Gaetano Invernizzi.)

2-8-1951

Riccardo Lombardi: Noi chiediamo all'onorevole De Gasperi che nella replica che farà prima del voto ci assicuri che questa materia non sarà sottratta al Parlamento. Giorgio Amendola: Non vi sarà nessuna

risposta. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Sono così sicuro del vostro voto che non mi preoccupo eccessivamente. O vuole forse che risponda subito? Gina Borelli: Non faccia lo spiritoso! Alcide De Gasperi: Non lo faccia lei.

9-8-1951

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Voi minacciate la "crisi

rivoluzionaria" (nuova frase con la quale l'onorevole Togliatti evidentemente allude a un fatto insurrezionale) se non troverete un Kerenskij o un gruppo di parti che, in nome della distensione, vi apra le porte.

Palmiro Togliatti:

Kerenskij

è

lei.

(Commenti.) Alcide De Gasperi: Onorevole Togliatti, se posso con un'affermazione personale contribuire alla distensione e al chiarimento (perché conoscersi è sempre bene), per poter

arrivare a qualche conclusione, dirò che io potrò essere qualunque cosa, ma né Kerenskij, né Facta. Su questo non vi è dubbio! (Vivi applausi al centro e a destra.)

30-1-1952

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Io non ho mai pensato che voi siate nemici della democrazia in quanto comunisti:

siete, tuttavia, nemici nel momento in cui ricorrete anche voi alla violenza e alla minaccia! (Applausi al centro e a destra. Rumori all'estrema sinistra.) Walter Audisio: Ma non faccia il provocatore. Vergogna! (Vivissime proteste al centro e a destra.) Alcide De Gasperi: Come vergogna? Ho forse bisogno di imparare da voi? (Vivissimi applausi al centro e a destra, rumori all'estrema sinistra.) Io sono più preoccupato del pericolo fascista! ( Rumori all'estrema sinistra, interruzioni dei deputati Giancarlo

Pajetta, Giuliano Pajetta e Audisio.)

28-7-1953

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Ma il destino è evitabile se tutte le coscienze saranno vigili, se il fumo delle piccole questioni di parte non oscurerà la nostra visione, se lavoreremo per il popolo e le classi povere, respingendo ogni estremismo di classe, ogni avidità di lucro, ogni sfruttamento (commenti a sinistra) e creando quella nuova classe dirigente Una voce (a sinistra): Campa, cavallo

mio

Togliatti in Parlamento

Nei primi mesi dopo il ritorno del Governo Bonomi da Salerno, Togliatti e De Gasperi ebbero ambedue l'ufficio ministeriale nel Palazzo dei Marescialli a piazza Indipendenza. E poiché accompagnavo De Gasperi nelle riunioni interpartitiche potei conoscere da vicino l'illustre coinquilino. Mi appuntai, in una di queste occasioni, una frase di Togliatti, di cui sedevo al fianco. Un po' seccato dall'intervento, che si prolungava, del repubblicano Oliviero Zuccarini disse: "Piccoli partiti, piccole i dee". Gli chiesi allora come conciliasse la riprovazione del fascismo, in quanto monopolizzatore della politica, con il suo attaccamento al sistema sovietico. Mi rispose con cortesia un po' professionale che del pluralismo democratico noi abbiamo una visione troppo ristretta, limitata al modello anglosassone; in Russia la volontà politica si forma attraverso varie componenti (citò i militari e i kolchosiani, a titolo esemplificativo)

dando luogo a un effettivo pluralismo. Perché però non lo si considerasse un ammiratore incondizionato della sua patria di

esilio, raccontò qualche giorno dopo un episodio allucinante. In nome del Comintern era stato inviato una volta a presiedere in Mongolia il congresso di quel partito e aveva portato con sé una lettera di saluto del fondatore del comunismo mongolo, ricoverato in una clinica moscovita. Per altre due volte successive gli era toccato lo stesso incarico e aveva letto analoghi messaggi, molto applauditi. Seppe poi per puro caso che lo scrivente era morto da tempo, ma che le sue missive servivano a galvanizzare la platea congressuale. La (relativa) conoscenza di allora servì durante la Costituente per qualche contatto ufficioso con De Gasperi. Il più importante fu il 25 marzo 1947 quando mi dette incarico con qualche ora di anticipo (anche

decisione del gruppo comunista) di

avvertire il presidente che avrebbe votato a favore

dei Patti Lateranensi. Sapeva che De Gasperi

sulla

avrebbe preso la parola e non voleva che un suo discorso polemico lo facesse trovare in imbarazzo. Ma dal maggio successivo - uscita dei

comunisti e socialisti dal Governo - all'estate 1953 i rapporti tra i due furono interrotti: né quello della crisi ministeriale successiva al mancato scatto della legge elettorale riformata fu più che un dialogo tra sordi. Su Togliatti pesavano, non personalmente, i sei anni di astinenza governativa; su De Gasperi il ricordo di alcune frasi sguaiate che l'altro gli aveva rivolto ferendolo specialmente nello sforzo di salvaguardare l'unità degli italiani in politica estera. Solo quando De Gasperi morì, Togliatti disse

e scrisse di lui cose rispettose e di alta valutazione. Nelle discussioni alla Camera Togliatti si impegnava molto, mettendosi sempre in abito scuro quando era iscritto a parlare e facendo non di rado interruzioni, che il destinatario non sgradiva anche se erano pungenti, in quanto segno

nei quali assumeva una grinta minacciosa, fino a dare, con un colpo di tavoletta, il segnale ai suoi di partire all'attacco. Da allora la presidenza fece rimuovere i calamai che erano nello scanno di ogni deputato; non si voleva che si facessero prove di guerra chimica e vi era, per fortuna, la giustificazione dell'uso ormai generalizzato delle biro. Gli "estratti interruttivi" di Togliatti sono molto eloquenti per accertare un dato caratteristico della sua personalità: era un riflessivo e anche le sue reazioni che sembravano improvvisate non lo erano mai.

24-7-1946

Palmiro Togliatti: Un risultato nazionale degno di nota lo avremo raggiunto solo il giorno in cui fossimo riusciti a Trieste a trovare una soluzione che garantisca l'accordo e la collaborazione permanente coi popoli jugoslavi. Una voce: La trovi lei.

Palmiro Togliatti: Non sono il ministro degli Esteri. (Commenti.) Una voce: É comodo. (Rumori, commenti.)

19-2-1947

Cesario Rodi: Onorevole Togliatti, permette una parola? Nella mia posizione di invalido di guerra esigo che si dia atto che abbiamo vinto le battaglie e anche nelle formazioni regolari dell'esercito italiano. Palmiro Togliatti: Io rendo omaggio a tutti coloro che hanno combattuto, ma qui si parla di riorganizzazione e rinnovamento dei quadri e, allora, io dico: largo anche a coloro che hanno dimostrato nei combattimenti di saper tener fede sempre alla causa della libertà e della democrazia. Cesario Rodi: Ci voleva però quell'"anche". Una voce a sinistra: Ma dove eravate voi? Cesario Rodi: Noi non siamo andati all'estero.

Emilio Sereni, ministro dei Lavori pubblici: Noi eravamo in galera. Emilio Patrissi: Taccia lei, che era in galera come assassino di soldati italiani! Emilio Sereni: Lei è mentitore! (Scambio di invettive fra l'onorevole Sereni e l'onorevole Patrissi, rumori, vivaci proteste, agitazione.) Presidente: Onorevoli colleghi, non mi spiego questa improvvisa eccitazione.

23-4-1947

Palmiro Togliatti: Noi non abbiamo chiesto il voto segreto e non ce ne importa nulla, perché il nostro voto è pubblico; l'abbiamo dichiarato. (Commenti.) Noi non vogliamo il divorzio, ma non vogliamo nemmeno che si includa la dichiarazione di indissolubilità del matrimonio in questo articolo della Costituzione.

Palmiro Togliatti: Credo di poter affermare che l'unica iniziativa concreta, seria, che è stata presa in questa direzione, allo

scopo di migliorare il Trattato in una delle sue parti sostanziali, è quella che è stata presa dal nostro partito quando ha incaricato me di prendere contatto con il Governo di Belgrado. (Commenti al centro.) Voce al centro: Gorizia! Stefano Jacini: Ci vuole un bel coraggio. Palmiro Togliatti: Come andarono le cose in seguito, voi lo sapete. Purtroppo, non si riuscì a trovare un linguaggio comune per utilizzare quello che vi era di utilizzabile ai fini nazionali di quella iniziativa. Devo dire che lo stesso presidente del Consiglio De Gasperi, fino ad allora ministro degli Esteri, non conobbe mai, e tuttora ignora, onorevoli colleghi, quali furono i termini del mio

colloquio col maresciallo Tito

interruzioni al centro.) Una voce al centro: Si vede che non glieli

(COmmenti,

ha comunicati. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Allora, il ministro degli Esteri era l'onorevole Nenni.

29-7-1947

Palmiro Togliatti: Il nostro ministro degli Esteri ci è andato con quello spirito che l'onorevole Nitti chiamava afrodisiaco; ma che io dal momento che si tratta del ministro di un Gabinetto democristiano, vorrei chiamare soltanto euforico (ilarità); e questo spirito ha impedito al nostro ministro degli Esteri di misurare le sue parole e i suoi gesti. Le sue dichiarazioni sono state tutte al di là della barriera di una corretta azione diplomatica corrispondente agli interessi della Nazione. Quello era il più bel giorno della sua vita; egli accettava tutto; era pronto (l'Italia, non lui) a tutti i sacrifici. Che cosa vuol dire tutto questo? Carlo Sforza, ministro degli Affari esteri:

É una citazione inesatta. Palmiro Togliatti: Leggemmo persino stranissime dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri che proponeva i propri candidati alla carica di ministro degli Esteri dell'Unione Sovietica: aspirazione per lo meno esagerata da parte del ministro degli Esteri della Repubblica italiana non ancora ratificatrice del Trattato di pace, non ancora membro delle Nazioni Unite e non ancora parte, soprattutto, dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. (Ilarità, commenti.) Carlo Sforza: Questa dichiarazione non l'ho mai detta! Palmiro Togliatti: Perché non l'ha smentita? É troppo grave! Carlo Sforza: No, perché era troppo sciocca!

29-7-1947

Palmiro Togliatti: Onorevoli colleghi, credo che questo non possa essere né nelle

intenzioni nostre, né nelle vostre. Non è per questo che voi avete combattuto contro il fascismo, insieme con noi, per la libertà d'Italia, per dare all'Italia un regime (Interruzioni a destra.) Una voce: Per darla alla Russia.

regime democratico

(Interruzioni, rumori a destra.)

nuovo

Palmiro Togliatti:

un

Una voce a destra: Quello dell'Ungheria.

Palmiro Togliatti:

sue

strutture economiche, allo scopo di impedire la prepotenza dei grandi monopoli industriali, finanziari, latifondisti Una voce: Politici.

rinnovato

nelle

Palmiro Togliatti:

politici, senza dubbio.

Voi avete combattuto insieme con noi per un regime nel quale l'impiegato dello Stato possa appartenere a qualsiasi partito politico. Giuseppe Cappi: Come in Russia.

Palmiro Togliatti: Negli Stati Uniti oggi non è possibile. Giuseppe Cappi: In Russia sì.

26-9-1947

Palmiro Togliatti: É nella linea di quel ridicolo allarme che venne lanciato non appena costituito il quarto Governo De Gasperi, come se in quella notte stessa noi avessimo dovuto fare l'insurrezione, e persino i telefoni di casa nostra vennero tagliati a opera del ministero dell'Interno, mentre noi tranquillamente dormivamo. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio:

Ho dormito anch'io tranquillamente.

30-9-1947

Palmiro Togliatti: L'oratore, che ha testé

parlato, di cui ignoro il nome e non mi importa

di saperlo

Gerolamo Bellavista: É Cortese; lei non lo

è.

(Commenti.)

Palmiro Togliatti: Vi ho detto altra volta (e qualcuno di voi ha finto di non capire cosa dicessi) che veniamo da molto lontano. E vi ho detto dove andiamo. Una voce a destra: In Russia. Palmiro Togliatti: Sì, collega, noi vogliamo creare in Italia una società socialista. In Russia esiste una società socialista.

8-10-1947

Palmiro Togliatti: Chiedo di parlare sulla questione sollevata dall'onorevole Dossetti. Presidente: La prego, onorevole Togliatti, tenga presente che questa non è la sede per una discussione in tema di grammatica; e chiedo anzi scusa per avervi io stesso dato l'avvio. Palmiro Togliatti: Lo dico in due parole:

prego l'onorevole Dossetti di tener presente che nella corretta lingua italiana, in casi come questo, il "che", preceduto dal verbo potere, regge sempre il congiuntivo. Spero che il

gruppo democristiano non pretenderà di farci cambiare la grammatica italiana, col peso dei suoi 207 voti. (Applausi a sinistra.)

13-12-1947

Palmiro Togliatti: Altra

volta

ho

pronunciato parole di critica verso il presidente della Commissione dei Diciotto, onorevole Ruini. Mi sembra però che commetteremmo una grave scortesia verso di lui se questa sera decidessimo la questione in sua assenza. (Commenti al centro.) É vero che l'onorevole Ruini un'ora fa era ancora presente tra di noi. Una voce al centro: Ha la febbre; si è ammalato. Palmiro Togliatti: Va bene, si è ammalato; però egli stesso ha preveduto che domani mattina alle undici il malore sarà passato, tanto

è vero che ha convocato per quell'ora il Comitato di coordinamento.

16-12-1947

Palmiro Togliatti: L'onorevole De Gasperi era tanto consapevole che questo problema esisteva, che s'era preparato per iscritto gli esempi per tentar di confutare la mia argomentazione. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Non mi ero preparato affatto. Palmiro Togliatti: L'onorevole De Gasperi

ha però commesso due sbagli. Prima di tutto ha

dimenticato di ricordare quali fossero i mutamenti di fisionomia di governo che

avevano avuto luogo nelle occasioni da lui ricordate. Egli non troverà infatti nella storia parlamentare italiana un precedente di radicale mutamento di fisionomia politica del Governo,

di un mutamento il quale portò il Governo a

spostare il proprio asse (è vero, onorevole Pacciardi?) da destra a sinistra senza che sia stato seguito il tradizionale metodo delle

dimissioni e delle consultazioni. Randolfo Pacciardi, vicepresidente del

Consiglio: Quando vi fa comodo il Governo sposta l'asse: quando non vi fa comodo non lo sposta. (Commenti.)

18-12-1947

Palmiro Togliatti: Non c'è da ridere. La ricerca di queste definizioni e la stessa possibilità di esse indica il vizio del sistema. Si è infatti ministri di qualche cosa:

dell'Interno, degli Esteri, della Giustizia; di qualche cosa di cui si risponde. Non esistono, in un regime parlamentare e costituzionale bene ordinato, queste funzioni di ministri, vicepresidenti, consiglieri, consulenti di capo del Governo per questa o quella cosa. Non esistono, non sono mai esistite nella nostra Costituzione. Randolfo Pacciardi, vicepresidente del Consiglio: Lei non è stato ministro senza portafoglio? Palmiro Togliatti: Onorevole Pacciardi, io ho criticato quel sistema; l'ho sempre

considerato come un sistema che disorganizzava l'attività e il funzionamento del Governo, e ho fatto tutto il possibile perché quella figura politica, allora imposta da certe circostanze, scomparisse.

18-12-1947

Palmiro Togliatti: A parte questo, nel documento dell'onorevole Saragat è un po' difficile orientarsi, data l'approssimativa lingua italiana in cui è scritto. Vi si parla, per esempio, di una "paralisi" in cui noi ci saremmo "posti", e a un certo punto questa "paralisi" diventa un "peso morto"! Scusi la critica, onorevole Saragat; comprendo d'altra parte che ella ha dovuto tradurre il suo testo dall'inglese o dall'americano. (Rumori, interruzioni) Una voce all'estrema sinistra: Stia zitto, professore di mistica! Una voce al centro: Dice a Laconi? Renzo Laconi: Onorevole presidente,

chiedo la parola per fatto personale. Presidente: La prego, onorevole Laconi. Renzo Laconi: C'è qualche imbecille che sta parlando di me! (Rumori.)

18-12-1947

Palmiro Togliatti: La forza crescente delle organizzazioni del nostro partito, le adesioni sempre più numerose alla nostra idea e ai nostri programmi di uomini e donne che provengono da tutte le classi sociali, sono tali e tante che noi stessi ne siamo meravigliati. Questa è veramente la marcia del progresso. (Commenti.) Guido Russo Perez: É la marcia su Roma. (Interruzioni. Commenti.) Una voce al centro: É la marcia del rublo. (Commenti.) Palmiro Togliatti: No, questa è la resurrezione del popolo italiano. (Approvazione all'estrema sinistra.) É il popolo italiano il quale si leva in piedi e si

organizza e lotta per scuotere dalle proprie spalle il giogo di secoli di servitù e di privilegi che hanno pesato su di esso. (Applausi all'estrema sinistra.)

18-12-1947

Palmiro Togliatti: É quindi inutile, onorevole Sforza, che ella venga qui con l'aria del nobile decaduto in una Repubblica che ha soppresso i titoli nobiliari a dirci, col tono dell'uomo altero: "Da gentil schiatta torno", dovete fidarvi di me. Carlo Sforza, ministro degli Affari esteri:

Parli di cose serie! (Applausi al centro, commenti all'estrema sinistra.) Palmiro Togliatti: Onorevole Sforza, mi rincresce che ella debba dirmi che parlo di cose non serie, proprio quando parlo di lei. (Ilarità all'estrema sinistra.) Forse è questa la manifestazione di un residuo di autocoscienza che è in lei rimasto; me ne compiaccio.

24-1-1948

Palmiro Togliatti: Comprendo che l'argomento

di cui mi servo, non serve per il Partito liberale,

data la scarsa efficienza numerica a cui l'hanno

ridotto i suoi dirigenti (viva ilarità) con la politica che hanno seguito nel corso degli ultimi anni. Guglielmo Giannini: Lo vedrete col blocco! Palmiro Togliatti: Onorevole Giannini, comprendo come ella ritenga che, con il suo aiuto,

le cose per il Partito liberale andranno meglio;

però, se devo giudicare dal modo in cui sono

andate le cose per il Fronte dell'Uomo Qualunque

da lei fondato e diretto, non se se possano esservi

prospettive migliori per il Partito liberale. Guglielmo Giannini: Va benone, stia tranquillo. Palmiro Togliatti: Non so, insomma, se il contributo che ella porta al Partito liberale sia proprio quello di cui esso ha bisogno in questo momento.

Guglielmo Giannini: Se ne accorgerà.

24-1-1948

Palmiro Togliatti: Perché ora volete far colpa di averlo votato soltanto a noi? Perché il voto favorevole sarebbe stato da parte vostra cosa buona e un servizio reso al Paese, mentre per noi sarebbe stato cosa indegna, di cui ci dovremmo vergognare per tutti i secoli della storia? Roberto Lucifero: Chi l'ha detto?

8-6-1948

Ettore Viola: Io vivo del frutto del mio lavoro. Mentre io, in Cile, lavoravo la terra, molti di voi

si

coltivano i ravanelli. Ci dica come si coltivano le carote!

Palmiro Togliatti: Ci

dica

come

Palmiro

Togliatti:

o sono serviti,

secondo certe dottrine che vedo professate a proposito degli aiuti ÉR'P', come sussidio e sostegno assegnati ai settori particolarmente deboli, per esempio al suo partito, onorevole Saragat, o a quello dell'onorevole La Malfa, che particolarmente deboli si sono di fatto rivelati nella consultazione elettorale? Vorremmo saperlo. É un nostro diritto elementare. Giuseppe Saragat, vicepresidente del Consiglio: Ma sa che ha una faccia di bronzo, onorevole Togliatti? Accusa noi di prendere denaro dallo straniero? Proprio lei! (Commenti e interruzioni all'estrema sinistra.)

10-6-1948

Palmiro Togliatti: Per questi motivi credo non sia ancora, oggi, la vostra ora, onorevoli colleghi del Movimento sociale italiano; ed è

per questo che voi date su quei banchi la lamentevole impressione di relitti, spettri di un passato d'infamia e di vergogna Guido Russo Perez: Voi siete un presente di vergogna e di infamia! (Vivi rumori all'estrema sinistra.) Palmiro Togliatti: Io non escludo, ad ogni modo, che quelle intenzioni a un certo momento nutrite da una parte del ceto dirigente reazionario italiano e per il momento rientrate nell'ombra non possano tornare a essere seriamente accarezzate e alimentate da azioni concrete. Per il momento la soluzione è però stata un'altra. Per questo, colleghi di quella parte, adattatevi a un altro periodo di penitenza. Semmai, iscrivetevi all'Azione

(interruzioni a destra.) Chissà che

cattolica

in quei ranghi, o attraverso collegamenti palesi o nascosti, non possiate servire ancora, come

riserva per un domani! Per ora siete in penitenza voi!

Palmiro Togliatti: Nonostante la differenza dei sistemi economici e delle ideologie, la coesistenza dei sistemi e il regolamento pacifico delle divergenze esistenti tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America non soltanto sono possibili ma sono assolutamente necessari nell'interesse della pace nel mondo. Una voce al centro: Berlino insegni. (Commenti.) Palmiro Togliatti: A Berlino la parte sovietica lotta per la pace, perché lotta contro quella divisione in due della Germania che è un atto di aperta preparazione alla guerra.

20-7-1949

Palmiro Togliatti: Tutto ciò di cui si fa carico all'Unione Sovietica sono gli atti che nei Paesi liberati dall'Unione Sovietica sono stati compiuti per attuare quelle profonde trasformazioni cui aspira la parte migliore del genere umano. Primo Romolo Pallenzona: Ma in America

gli operai viaggiano in automobile. Palmiro Togliatti: Ma questo non ha nulla a che fare con una sedicente politica estera aggressiva; questi semmai sono atti di politica sociale; questo è semmai il fatto dell'adesione data all'idea e realtà del socialismo da popoli nuovi attraverso forme nuove ed esperienze nuove.

1-4-1950

Palmiro Togliatti: Eppure, le vittime di questa infamia, le ho viste, sono serene, sono tranquille, sono circondate dalla solidarietà dei lavoratori della città, della regione, di tutta l'Italia. Quando usciranno, saranno migliori combattenti di prima. (Applausi all'estrema sinistra.) Giuseppe Cappi: Noi non siamo potuti andare a visitare in carcere il cardinale Mindszenty! Giancarlo Pajetta: Nessuno ha sentito il bisogno di venirci a trovare durante il periodo

fascista!

7-7-1950

Palmiro Togliatti: Non so se, dopo aver ascoltato la documentazione che ho presentato, continuerà a essere di questa opinione, che mi sembra essere estranea e contraria alla realtà, qualcosa di concreto, di serio, di vero. Giuseppe Saragat: Ci sarebbe stata l'aggressione alla Corea del Nord Palmiro Togliatti: Mi sono abituato, da materialista, a ragionare di queste questioni, prima di tutto, sulla base dei dati geografici.

7-7-1950

Palmiro Togliatti: Questo è il giudizio che danno del nostro Paese e di noi gli americani, questo è il destino che essi ci vorrebbero preparare! Giuseppe Saragat: Ma esiste il giudizio di

un senatore russo sul popolo italiano? Ci legga qualche cosa! Palmiro Togliatti: In Russia non ci sono senatori.

6-3-1951

Palmiro Togliatti: Ma come vanno a finire questi regimi nei quali la fiducia deve essere sempre palese? Enzo Giacchero: Ce lo dice lei che viene dalla Russia! (Rumori all'estrema sinistra.) Palmiro Togliatti: Vanno a finire come finì il regime che noi tutti ricordiamo, vanno a finire in un 25 luglio!

13-4-1951

Palmiro Togliatti: Per questa parte, quindi, la politica di riarmo non ci presenta altre prospettive che quella di un aggravamento e, più in là, di catastrofi.

Alberto Consiglio: Ma è pur necessario un esercito per la difesa nazionale! Palmiro Togliatti: Non l'ho mai negato. Anzi, desidero ricordare che, quando alla Costituente venne avanzata la proposta che

l'Italia non avesse un esercito e un armamento,

noi votammo contro.

3-8-1951

Palmiro Togliatti: Io comprendo tutte le debolezze degli uomini! Comprendo che è

molto difficile, onorevole De Gasperi, liberarsi dalla peste dell'adulazione, che tanto

mi dà fastidio quando si manifesta ai miei

danni. Temo però in questo caso che l'onorevole De Gasperi commetta l'errore di crederci. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Affatto!

Palmiro Togliatti: Onorevole De Gasperi, le ho detto una volta di non prestar fiducia, di

non credere (e poi le darò anche un altro consiglio) alle bugie dei suoi adulatori. Non ci creda, perché questa può essere una strada molto pericolosa per un uomo politico e soprattutto per un uomo il quale voglia mantenere una fisionomia anche solo di lontano democratica. E un altro consiglio le vorrei dare, ma non so se debbo darlo a lei o ai suoi collaboratori. Quando ella ritiene sia necessario dare la stura a questa ondata stucchevole di adulazione personale, alla invocazione di quelle dottrine che ho detto, e così via, ebbene, lo faccia, ma non faccia firmare queste cose proprio da Mario Missiroli, per carità! (Si ride all'estrema sinistra.) Perché questo disgraziato mercante della penna ha scritto proprio le stesse cose per Mussolini, ha dato sul patto tripartito "anticomintern" gli stessi giudizi che dà oggi sul Patto Atlantico, ha considerato ieri il Partito nazionale fascista come barriera contro il comunismo come oggi considera eguale barriera contro il comunismo il vostro partito.

Cambiate, trovate un altro autore; non rendete troppo evidenti alle persone che ricordano, che sanno, che capiscono, le vostre magagne! Alcide De Gasperi: Ho provato con Ingrao, ma non va. (Applausi al centro e a destra. Si ride.) Palmiro Togliatti: Con Ingrao non poteva andare, perché Ingrao è un buon democratico e non sarà mai il servo di nessuno. (Applausi all'estrema sinistra.)

3-8-1951

Palmiro Togliatti: Scusate se mi sono lasciato trascinare dall'esame degli aspetti di costume, degli aspetti morali di questi problemi. Gli è che questi aspetti mi interessano e toccano profondamente, come uomo, anche prima che come dirigente politico. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Veda un po' come mi descrivono e mi disegnano i suoi giornali. Veda un po' come

mi disegna l'"Avanti!". Veda se non può giocare alle carte anche con quelle figure. Io ho il diritto di essere considerato povero come voi! E non di essere descritto come miliardario! (Vivi applausi al centro e a destra, commenti all'estrema sinistra.) Palmiro Togliatti: Signor presidente del Consiglio, io non ho parlato di me. Io non ho parlato del modo come vengo posto in caricatura io, o come vengo preso in giro, anche per le mie disgrazie e infermità, dai suoi giornali e dai suoi manifesti murali. Questo non mi interessa. Ho posto un problema di costume politico e di moralità, e questo rimane nel modo come l'ho posto! (Applausi all'estrema sinistra, commenti al centro e a destra.)

3-8-1951

Palmiro Togliatti: Questo è l'animo vostro. I diseredati che ci seguono, la povera gente che sta con noi, voi la odiate. Voi avete

nell'animo vostro l'odio dei signori contro il diseredato, l'odio contro il povero (Vivissimi applausi all'estrema sinistra, vivaci proteste al centro e a destra.) Vittorio Pugliese: Questo è falso! Maria Federici Agamben: Ella deve ritirare questa affermazione, onorevole Togliatti! Palmiro Togliatti: Chieda la parola, onorevole Federici! Umberto Delle Fave: Questo è istrionismo, onorevole Togliatti! Palmiro Togliatti: Naturalmente, contro il diseredato, contro il povero che non vuole più essere tale, che non vuol venire più a prendere la minestra alla porta del convento dove voi state discutendo di alta politica, ma aderisce a una dottrina di redenzione e di progresso sociale, nutre una fede, spera in un suo domani, lotta per avvicinarlo. Questo è il vostro nemico perché non fa parte della classe dominante e a essa non è prono.

3-9-1951

inserito

l'affermazione leggiadra che ciascuno di noi, uomo e anche donna, credo, non è persona umana ma è un diavolo che si è rivestito di queste parvenze umane per condurre la lotta politica contro il presidente del Consiglio! Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Io ho detto questo? Ma quando? Ma via! (commenti all'estrema sinistra.) Palmiro Togliatti: Quando in questo modo si impostano, onorevole De Gasperi, campagne politiche di tanta importanza e si bistrattano milioni di cittadini italiani, non si ha il diritto di dolersi né di ingiurie né di attacchi né di diffamazioni, i quali poi non ci sono stati. Ella ha, se mai, quel che ha donato. (Interruzioni al centro e a destra.)

Palmiro Togliatti:

ha

20-11-1951

Alcide

De

Gasperi,

presidente

del

Consiglio: Direi che essi si ispirino soprattutto a questa concezione, che è fondamentale e che è il punto di partenza di qualsiasi lavoro in comune: ritenere che gli avversari, anche se sono al governo, sono uomini di buona fede, amano il loro Paese, si sforzano veramente di lavorare per il progresso del loro Paese.

Palmiro

all'opposizione.

Togliatti:

Anche

se

sono

27-7-1953

Palmiro Togliatti: Oggi si ragiona più apertamente, si capisce meglio chi vuole la pace e chi vuole la guerra. (Commenti al centro.) Aldo Moro: Perché non lo si era ancora capito? Palmiro Togliatti: Ella non lo aveva capito ancora, per lo meno. Ma oggi è un grande giorno, collega!

Palmiro Togliatti: Non so dove fosse, cosa facesse, sotto quale uniforme fosse travestito, l'onorevole Fanfani, quando noi dai luoghi del lungo e penoso nostro esilio (rumori al centro), attraverso tante difficoltà e a costo di tanti sacrifici compivamo quest'opera di educazione al servizio del nostro Paese. Amintore Fanfani, presidente del Consiglio: Avevo la divisa dell'esercito italiano ed ero al servizio della patria! (Applausi al centro, commenti a sinistra.)

13-6-1956

Palmiro Togliatti: Così si è andati avanti fino alle ultime iniziative di disarmo compiute esse pure con atto unilaterale, da una sola delle parti, l'Unione Sovietica, prima con la riduzione di 600 mila uomini delle sue forze armate effettive e poi di un milione e duecentomila soldati.

Giusto Geremia: Quanti ne restano? Palmiro Togliatti: Lo vada a domandare là. Una voce a sinistra: Quanti ne hanno gli altri? Palmiro Togliatti: Lo vada a domandare. Il nostro Parlamento è investito della proposta dell'invio di una delegazione nell'Unione Sovietica. Solleciti dal nostro presidente l'invio di questa delegazione e là potrà porre la domanda (applausi a sinistra), ma non a me, che non sono il ministro della Guerra dell'Unione Sovietica.

15-10-1957

Palmiro Togliatti: L'onorevole Pacciardi dà il braccio all'onorevole Cantalupo, l'onorevole Saragat va d'accordo con gli esponenti del Movimento sociale italiano. Filippo Anfuso: É un po' esagerato! Palmiro Togliatti: Siete atlantici e gli uni e gli altri!

15-10-1957

Mariano Pintus: Ci parli del fallimento del piano quinquennale. (Proteste a sinistra.) Palmiro Togliatti: Se dovessi accogliere la sua interruzione dovrei parlare del fallimento della sua intelligenza. Gliene faccio grazia. Mariano Pintus: Queste sono battute gratuite, onorevole Togliatti. Il piano quinquennale è stato cambiato tre volte in nove mesi. (Proteste a sinistra.)

29-1-1958

Palmiro Togliatti: Per quel che riguarda le basi di lancio di queste bombe, secondo una rivista italiana, una di queste basi verrebbe a costare cento milioni di dollari, pari a 62 miliardi e mezzo di lire. Giusto Geremia: E quanti rubli? Palmiro Togliatti: Non lo so. Faccia lei il conto. Le faccio perciò osservare, egregio

collega, che io pongo il problema per tutti i Paesi, anche per quelli che hanno come moneta il rublo.

18-7-1958

Palmiro Togliatti: Ebbene, noi sentiamo risorgere oggi, sotto l'ispirazione dell'onorevole Fanfani, qualcosa del vecchio indirizzo corporativistico. Siamo stati favorevoli, per esempio, alla creazione dell'Eni, però oggi constatiamo con sorpresa che questo è diventato non un ente economico, ma una potenza politica del nostro Paese. Una voce: Ci potevate pensare prima. Palmiro Togliatti: L'Eni ha i suoi giornali, tiene sotto il suo patronato questo o quell'uomo politico, questo o quel partito, questa o quella corrente all'interno di un singolo partito. Questa è degenerazione del costume democratico e della vita economica.

Palmiro Togliatti: Su questo siamo d'accordo, ma, a nostro avviso, non è questa la sostanza. La sostanza è nella tendenza a trasformare un regime democristiano e parlamentare in un regime autoritario. Una voce al centro: Senti chi parla! Palmiro Togliatti: Parlo io e la prego di ascoltarmi.

25-6-1959

è ospite in Italia

l'uomo il quale ha soppresso le libertà parlamentari del popolo francese, il quale è responsabile di avere annullato quelle che erano conquiste realizzate attraverso decenni e decenni di lotta per la libertà. (Vivi applausi a sinistra.) Presidente: Onorevole Togliatti, la invito a

rendersi conto che, mentre si ospita un capo di Stato, è opportuno non formulare certi giudizi.

Palmiro Togliatti:

Oggi

(Vivissimi applausi al centro e a destra, rumori a sinistra.) Natale Di Giannantonio: Viva la Francia! (Rumori a sinistra.) Palmiro Togliatti: Signor presidente, prima di pronunciare le mie parole ho riflettuto su di esse e ho trovato che nel nostro regolamento nulla vi è che le vieti. Presidente: Ne sono convinto; ma io mi sono richiamato a un motivo di indiscutibile opportunità e di doverosa ospitalità. (Approvazioni al centro.)

7-4-1960

Palmiro Togliatti: La necessità di un superamento dell'oltranzismo atlantico è risultata dallo stesso viaggio fatto a Mosca dal presidente della Repubblica, accompagnato dal ministro degli Esteri. Il nostro giudizio su questo viaggio rimane positivo: riconosciamo come fattori positivi il contatto, l'avvicinamento, lo scambio di idee.

Giorgio

(Commenti.)

5-8-1960

Almirante:

di

scortesie!

Palmiro Togliatti: Oh, avesse voluto la sorte che fossimo ancora stati in grado nel 1921, nel 1922, di usare questo strumento dello sciopero di massa per fermare l'avanzata del fascismo! Giulio Caradonna: Nessuno vi ha dato retta. (Commenti a sinistra.) Enrico Berlinguer: Questa è apologia! Palmiro Togliatti: Tutta la vita italiana avrebbe avuto uno sviluppo diverso. Quanti lutti sarebbero stati evitati al nostro popolo!

20-4-1961

Palmiro Togliatti: Deploro nel modo più aperto ed energico che siano state fatte dal presidente della nostra Repubblica nel suo

viaggio in America Latina critiche severe per ciò che stava avvenendo a Cuba. (Applausi a sinistra, vive proteste al centro e a destra.) Presidente: É assolutamente inammissibile che ella possa formulare rilievi sull'azione del capo dello Stato, che per la Costituzione non ha responsabilità politica. Tra l'altro, non sappiamo neppure se quello da lei citato sia il testo fedele delle dichiarazioni del capo dello Stato. (Commenti a sinistra, scambio di apostrofi fra i deputati Li Causi e Dante.) Ecco perché deploro il suo intervento, onorevole Togliatti. Palmiro Togliatti: Signor presidente, la mia memoria è ancora abbastanza tenace per farmi ricordare che in differenti occasioni, da esponenti di tutti i settori, sono state formulate critiche all'operato del capo dello Stato. (Applausi a sinistra, commenti al centro.) Presidente: Alla inammissibilità delle sue parole in linea di principio, ella ha aggiunto una mancanza di correttezza egualmente

inammissibile. (Applausi al centro e a destra, rumori a sinistra.) Con questo ritengo che si possa considerare chiuso l'episodio, nell'interesse stesso delle istituzioni. Palmiro Togliatti: Non veniamo meno in alcun modo al rispetto che dobbiamo alla carica del capo dello Stato; e se le sue

dichiarazioni

Presidente: Prego vivamente gli onorevoli

colleghi di accogliere il mio appello, perché vi sia la riaffermazione del rispetto al capo dello Stato e alle istituzioni. (Applausi al centro.)

(Vive proteste al centro.)

Palmiro Togliatti:

che

ho ricavato da tutti

i giornali, venissero dichiarate non autentiche, non potrei che compiacermi di questo, in quanto esse non esprimono il pensiero, l'animo della maggioranza del popolo italiano. (Applausi a sinistra.)

Nettuno Pino Romualdi: Esprimono il pensiero degli italiani! (Proteste a sinistra.) Presidente: Onorevole Romualdi, la prego di tacere.

24-1-1963

Palmiro Togliatti: Rivolgiamo a questo proposito un invito esplicito al presidente del Consiglio a farci dichiarazioni precise. Ella è stato negli Stati Uniti d'America; spero che non ci sia stato soltanto per cercare, aggrappandosi alle falde degli abiti del presidente Kennedy, di accrescere un po' la propria statura. Dalle fotografie non è risultato. (Commenti.) Luigi Galli: Come se ella, onorevole Togliatti, fosse un granatiere alto un metro e novanta. Presidente: Sono interessato anch'io perché appartengo alla categoria degli uomini di bassa statura. (Si ride.) Vedete quindi che non vi è malizia nelle parole dell'onorevole Togliatti.

Nenni: Vecchia e nuova Romagna

Fu in tutta la sua vita un giornalista, ma credo che nel subcosciente vi fosse una nascosta vocazione di studioso di archivi e di documentazioni. Doveva infatti ogni giorno concepire il suo corsivo, da scrivere o da pronunciare; e condensava in efficacissime battute il messaggio che voleva indirizzare. La più nota e apodittica fu: "La Repubblica o il caos". A qualunque tipo di riunione partecipasse prendeva costantemente appunti quasi stenografici. Ritengo che, se sono stati conservati, potrebbero riempire chilometri di scaffali. E vi devono essere anche numerosi verbali di questioni tecniche, al cui approccio arrivava sempre con un grande rispetto per i funzionari. Un giorno, quando era vicepresidente del Consiglio, Aldo Moro gli aveva affidato, tra gli altri compiti, il risanamento del bilancio delle Ferrovie. Lo incontrai all'uscita

da una commissione di esperti e mi permisi di metterlo scherzosamente in guardia dallo sporgersi troppo in un incarico comunque impossibile; se ne ebbe quasi a male, e mi rispose che il direttore generale gli aveva invece fornito una base di lavoro dai risultati sicuri. Obbedì persino al protocollo che gli intimava di indossare il frac in una visita alla corte londinese; brontolò solo che gli pareva di essere un orchestrale. Entusiasta di temperamento, aveva ritenuto in precedenza di abbracciare in pieno la causa della pace in chiave di "partigiano di Mosca" tanto da meritare il Premio Stalin. E andò a prenderlo cercando di convincere lo stesso Stalin ad aver fiducia nella lotta per un neutralismo italiano. Restò maluccio - e lo venne a raccontare a De Gasperi - quando il compagno successore degli zar gli disse che era assurdo - politicamente e geograficamente - pensare a un'Italia neutrale:

bisognava invece lavorare per evitare che entro il patto occidentale prevalessero tendenze ultrareazionarie. Ripiegò sulla campagna contro l'oltranzismo atlantico.

I fatti ungheresi lo convinsero lealmente all'autocritica verso i sovietici; ma lo aiutò anche il suo vecchio amico Angelo Rizzoli che affrancò il Partito socialista dal "sostegno" del Partito comunista di cui Eugenio Reale dette poi conferma pubblica dopo la sua uscita dal Pci (altrimenti non ne avrei fatto cenno). Verso di me non ebbe mai simpatia. Forse mi attribuiva (ingiustamente) la paternità, o almeno una corresponsabilità nelle prese in giro che gli facevano ricordando la sua permanenza al Laterano, insieme a tanti uomini politici, alimentati pro tempore dalle mucche di Torre in Pietra che il conte Carandini aveva trasferito in quell'angolo extraterritoriale per sottrarle alle razzie dei nazifascisti. Ma è più probabile che legasse la mia persona ai momenti di scontro nel 1945, quando per un attimo era stato vicino a raggiungere la presidenza del governo. Io ero allora poco più di un ragazzo, ma ero stato testimone in riunioni per lui di poco grato ricordo. Penso questo perché notai un particolare accanimento quando in agrodolce fu costretto a votare un Governo da me

presieduto all'insegna della solidarietà nazionale. Ma tra le sue movimentate stagioni politiche mi piace ricordare il discorso di commento alla Pacem in terris che andò a fare a New York in un convegno promosso dal vicepresidente americano Humphrey. Al ritorno, Paolo Vi lo invitò e gli fece dono di un orologio che era stato di Giovanni XXIII. Mi sembrò quel giorno autenticamente commosso.

18-2-1947

Pietro Nenni: Tutta la vostra stampa da mesi e mesi dimostra, signori di destra, totale incapacità a valutare i problemi della politica estera italiana. Luigi Filippo Benedettini: Meno della vostra. Al solito i capaci sono sono i sinistri. Pietro Nenni: Anche la posizione della Dc ci è causa di profonda inquietudine. (Commenti al centro.) Cesario Rodi: Siamo alle solite: soltanto la sinistra ha il cervello.

Pietro Nenni: La fase della decadenza è incominciata dopo la guerra del 1914-18 ed è stata contrassegnata dal tradimento borghese della libertà e della democrazia. Antonio Capua: Hanno cominciato i socialisti nel 1919. Leonardo Miccolis: Mussolini era socialista. Pietro Nenni: Stiamo pagando a prezzo di sofferenze e di sangue i delitti del fascismo e dei Savoia. Luigi Filippo Benedettini: I Savoia hanno fatto l'unità d'Italia. Ricordatelo. (Interruzioni a sinistra, rumori.) Pietro Nenni: Se, per amore di contrasto, mi piacesse dirmi monarchico, sarebbe forse in difesa di un sistema di governo, non già di una dinastia che ha lasciato l'Italia a Pescara nelle condizioni che tutti conosciamo. (Applausi a sinistra.)

Pietro Nenni: Io metto in dubbio che l'America protestante abbia un entusiasmo delirante per il nostro Governo cattolico apostolico e romano. (Commenti al centro.) Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Fa un bel servizio al Paese! (Commenti a sinistra, applausi al centro.)

17-12-1947

Pietro Nenni: Siamo qui al nostro posto, fedeli alla linea politica che è stata sempre quella del socialismo del nostro Paese. Umberto Calosso: Da Mussolini in là? (Rumori all'estrema sinistra, scambio di apostrofi.)

11-6-1948

Pietro

Nenni:

Voi

non

avete

saputo

opporre che le illusioni del soprannaturale, della religione, della metafisica chiamate a

sostegno dell'ordine borghese e capitalista. Giuseppe Bettiol. Cose pazzesche.

16-7-1948

Pietro Nenni: Non potevano non

ravvicinare la situazione di oggi a quella del

1924.

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Non per gli uomini. É un'infamia. É stampato nei vostri comunicati del Fronte popolare. Pietro Nenni: Non per gli uomini, ma gli uomini contano poco. Alcide De Gasperi: COntano gli uomini e le coscienze, soprattutto. (Vivissimi applausi al centro.)

30-11-1948

Pietro Nenni: Parlo della disobbedienza civile come inevitabile conclusione della

(Rumori al centro e a destra,

scambio di apostrofi tra l'estrema sinistra e il

centro.)

all'onorevole De Gasperi che se sente il bisogno di accusarci di antipatriottismo lo faccia personalmente e non per l'interposta persona dell'onorevole Pacciardi. Randolfo Pacciardi, ministro della Difesa:

Me lo prendo da me l'incarico. Siamo in un regime libero adesso. Non è il regime fascista questo. Quando l'onorevole Nenni era repubblicano è andato in guerra anche sotto la monarchia. Pietro Nenni: Da Mazzini, a Eugenio Chiesa, allo stesso Pacciardi (se valesse il conto di invocarlo a testimone) molte volte i repubblicani non hanno esitato a fare appello alla diserzione e alla insurrezione. Randolfo Pacciardi. Mai quando si trattava di difendere l'Italia. (Vivi applausi al centro e a destra.) Pietro Nenni: Se dovessimo formulare l'ipotesi che ci ripugna della terza guerra in

vostra politica

A questo proposito tengo a dire

atto, la vostra politica farebbe dell'Italia la Cina dell'Europa. I vostri alleati ci chiederebbero uomini e sangue giacché da grandi signori come sono amano far fare la parte più dura della guerra agli altri.

4-12-1948

Pietro Nenni: Il presidente del Consiglio ha ripetuto di bel nuovo la difesa del Patto di Bruxelles, già fatta nel discorso di Trento. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: É per riguardo ai suoi colleghi socialisti. Pietro Nenni: Se fosse una cosa innocente, un patto puramente difensivo gli direi di firmarlo; ma perché il vicepresidente del Consiglio Saragat si batte contro l'adesione al Patto? Giuseppe Saragat, vicepresidente del Consiglio: Vi è un patto, pacifico, tra Svezia e Norvegia; ma non vi aderisco perché non mi riguarda.

Alcide De Gasperi: Il patto tra Svezia e Norvegia è limitato ai Paesi renani. Pietro Nenni: No. Il Patto di Bruxelles è aperto a quanti vogliono aderirvi. Giuseppe Saragat: Onorevole Nenni, faccia la critica ai Patti che legano il blocco orientale. La faccia qui. (Applausi al centro e a destra.) Pietro Nenni: Onorevole Saragat, si risparmi una inutile sciocchezza.

11/12-3-1949

Pietro Nenni: É certamente una decisione altrettanto grave di quella che il governo fascista prese nel 1939 quando firmò il "patto d'acciaio" e lo illustrò al Paese come tendente a preservare la pace europea. (Proteste e applausi.) Silvio Geuna: De Gasperi non è Mussolini. Giancarlo Pajetta: Lei era d'accordo anche allora! Alcide De Gasperi, presidente del

Consiglio: Io non faccio l'aggressore come Mussolini. (Applausi e rumori.) Pietro Nenni: Onorevole De Gasperi, ci sarà chi lo farà per conto vostro e voi vi metterete al suo servizio.

9-5-1949

i partiti" ha scritto

Luigi Sturzo "continueranno a presentarsi nel semplice dilemma di comunismo o anticomunismo, non si arriverà mai a formare, a creare quell'ambiente adatto a dare dottrina, tradizione, personalità alla nuova classe politica italiana e sarà un danno per il Paese." Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Sono d'accordo. Pietro Nenni: Ne sarei lieto Alcide De Gasperi: Bisogna però essere in due. (Si ride.)

Pietro Nenni:

"Se

Pietro Nenni: La maggioranza è più forte nel Parlamento che non nel Paese. Giovanni Gasparoli: Questa è una affermazione gratuita. Pietro Nenni: Conoscendo gli uomini oso prevedere che fra alcuni mesi vedremo l'onorevole Romita ministro del Governo del 18 aprile e del Governo del Patto Atlantico. Leone Marchesano: In ricompensa di quanto egli ha fatto il 2 giugno! (Commenti.)

6-8-1951

Pietro Nenni: Onorevole De Gasperi, saremmo arrivati a questa situazione se nel 1948 o al più tardi nel 1949 avessimo chiesto l'applicazione dello statuto di Trieste? Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Saremmo in una situazione ben peggiore. Pietro Nenni: Prendo atto della sua dichiarazione e gliene lascio la responsabilità.

17-6-1952

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Comunque risponderò sia all'onorevole Togliatti, sia all'onorevole Di Vittorio, esponendo il mio pensiero sopra le direttive politiche del Governo, da uomo responsabile.

(Proteste

Pietro Nenni: Sovente non lo è al centro e a destra.)

4-12-1952

Pietro Nenni: Ottenere il nostro consenso nel constatare quanto sia deplorevole che alla Camera dei deputati le discussioni finiscano in una colluttazione è facile. Ma limitarsi a deplorare un fatto e fingere di non vedere le cause che l'hanno determinato è una ipocrisia. Presidente: L'ipocrisia sarebbe mia? Pietro Nenni: Non lo so. É delle cose, signor presidente.

6-3-1953

Pietro Nenni: Nessuno fra i reggitori dei popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che lascia Giuseppe Stalin. Da ieri sera manca qualche cosa all'equilibrio del mondo.

2-3-1954

Luigi Preti: Siete stati voi che avete parlato di alternativa socialista e poi non avete ancora dimostrato nemmeno una volta, dall'8 giugno in poi, di comportarvi diversamente dal Partito comunista. Pietro Nenni: Che cosa abbiamo trovato dall'altra parte? Scelba!

16-10-1957

Pietro Nenni: Onorevole Pella, nello zucchero filato del suo discorso mi pare che

questo sia il solo elemento solido, ma è un elemento difficile da inghiottire o da digerire. Antonino Dante: Si prepara un altro premio per lei, onorevole Nenni. (Proteste a sinistra.)

5-2-1958

Pietro Nenni: Stia certo, onorevole Fanfani, che noi voteremo il suo ordine del giorno. Amintore Fanfani, presidente del Consiglio: Per questo non lo presento. (Si ride al centro.)

16-7-1958

Pietro Nenni: Onorevole Fanfani, nel 1954 ella si rivolgeva ai monarchici e ai fascisti, non ai socialisti. In verità emerge la tendenza a vedere negli alleati che sollecita e invita dei numeri soltanto; vale a dire che per lei

socialdemocratici, repubblicani, liberali, monarchici, fascisti sono esattamente la stessa cosa, purché concorrano a mantenere in vita un Ministero. Amintore Fanfani, presidente del Consiglio: Ella ci ha parlato per un quarto d'ora di numeri rispetto al 1952, quindi può essere considerato un maestro in questo campo.

12-7-1960

Pietro Nenni: Il neofascismo rappresenta soltanto una minoranza assolutamente trascurabile. FIlippo Anfuso: Allora perché ci volete sciogliere? Pietro Nenni: Direi: la coda velenosa del ventennio. Filippo Anfuso: Allora sparate sulle mosche. Pietro Nenni: Quando agli agitatori una assai lunga, ahimè, personale esperienza di

quando tiravo sassi che oggi non tiro più Arturo Michelini: Vecchio "balilla"!

Pietro Nenni:

mi consente di dire che

essi oggi non significano nulla.

4-8-1960

Pietro Nenni: Non possiamo approvare la presenza dell'onorevole Scelba al ministero

Non ci soddisfa la presenza

dell'onorevole Pella al Bilancio

al ministero degli Esteri dell'onorevole Segni

non ci sembra garanzia sufficiente

potevamo pregiudicare una favorevole congiuntura politica perché l'onorevole Andreotti resta abbarbicato come un'ostrica alla Difesa o perché all'onorevole Spataro non è stata data licenza di tornare al suo paesello o perché questo o quel ministro sono, a nostro giudizio, di troppo o non sono al loro posto.

dell'Interno

La presenza

Non

Giulio Caradonna (indica il banco del Governo): Adesso vi epurano, state attenti. Pasquale Schiano: Stia zitto. Non è questo

il posto dei fascisti.

20-9-1961

Pietro Nenni: L'orologio del nostro ministro degli Esteri è rimasto fermo alla ormai tramontata politica del binomio Foster

Dulles-Adenauer che tanto male ha fatto all'Europa e al mondo. (Applausi a sinistra.) Giuseppe Bettiol: Il suo orologio è sull'ora

di Mosca.

Pietro Nenni: Ma il presidente del Consiglio contro chi ha dovuto difendersi dall'accusa di tradimento sospesa su di lui per essere andato a Mosca? Giuseppe Bettiol: Ma questo è farneticare. É fuori di ogni limite.

6-3-1962

Pietro Nenni: Di Fronte popolare si parla

in Francia dinanzi alle provocazioni e ai delitti

dell'Oas; se ne parla in Spagna come di un modo per liquidare la dittatura di Franco; se ne parla cioè dove vi è una situazione di estrema destra. Alberto Ferioli: E oltre cortina, dove vi è il comunismo? Pietro Nenni: Non si parla certo di Fronte popolare.

19-10-1970

presente

l'onorevole Nenni, voglio approfittarne per ricordargli un punto del documento economico del Governo Moro-Nenni. É del 1964. É ormai lontano quel tempo. Sono diventato vecchio anch'io. Pietro Nenni: Si figuri come lo sono diventato io.

Lucio Libertini:

Poiché

è

Tonengo il battitore

A esser sinceri, più che per le sue vivaci interruzioni il deputato piemontese Matteo Tonengo divenne noto per la forza fisica su cui il gruppo parlamentare democristiano fu costretto a far ricorso in una stagione parlamentare nella quale le aggressioni in aula non erano solo verbali. Avevamo costituito una piccola force de frappe che prendeva posto strategicamente al

centro; e quando partivano gli esagitati di sinistra

li bloccava con molta

convinzione. Facevano

parte di questa pattuglia di nostri vigilantes, oltre Tonengo, il ferroviere veronese Umberto Tomba,

il contadino Carlo Stella (il cui collo taurino

incuteva rispetto a distanza) e la medaglia d'argento Eugenio Spiazzi, anch'egli deputato di Verona. Quando l'urto avversario diveniva massiccio, i quattro saltavano sul banco delle

commissioni e roteando le braccia disperdevano

la piccola orda inferocita. Una volta soltanto un

attaccante riuscì a superare la barriera e a

raggiungere con intenzioni ostili il banco del Governo; fu bloccato dal partigianissimo Achille Marazza al quale il siculo barbiere - tale era la professione del soggetto - riuscì peraltro a infliggere un morso abbastanza profondo alla mano. Tempi lontani, questi. Era giusto dare a Tonengo un posto in Corte d'onore.

30-9-1947

Matteo Tonengo: Avete copiato da Tonengo! (Commenti.) Palmiro Togliatti: Ma se sono d'accordo con lei, onorevole Tonengo, perché dovrei vergognarmene? E perché ella dovrebbe vergognarsi di essere d'accordo con noi?

30-10-1948

Presidente: Onorevole Tonengo, la prego di abbandonare l'abitudine di intervenire ogni tanto

con le sue interruzioni.

Guido

Russo

Perez:

Lo

lasci

fare,

signor

presidente, tanto non sa fare altro!

30-11-1948

Pietro Nenni: Le due crisi del 1947 cambiarono fondamentalmente la fisionomia del Governo repubblicano. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio: Siete stati voi che vi siete divisi. Pietro Nenni: Una volta mi permisi di definire l'onorevole De Gasperi una specie di Pietro l'Eremita della crociata antibolscevica. Matteo Tonengo: Certo non ha mai vissuto nei conventi come ci ha vissuto lei. (Si ride, commenti.) Pietro Nenni: Caro Tonengo, c'era anche De Gasperi assai prima di me e fu allora che, fosse disgrazia o fortuna, finimmo per crederci amici. Alcide De Gasperi: Siamo amici.

Pietro Nenni: Allorché leggo il discorso di Trento sono tentato di vedere nel presidente del Consiglio un padre Lombardi che ha sbagliato vocazione. A Carrara parla come presidente del Consiglio, ma a Trento si insabbia in una polemica ideologica. Matteo Tonengo: Ma è l'età: fra dieci anni

lo farà anche Nenni.

3-12-1948

Carlo Sforza, ministro degli Affari esteri:

gli unici documenti, sono le sole offerte

di impegni che noi abbiamo fatto. Lo confermo

solennemente a nome del Governo della Repubblica. Giancarlo Pajetta: E il resto l'ha detto Gorresio. Carlo Sforza: Impari dall'onorevole Tonengo a fare delle interruzioni spiritose.

Sono

Pietro Nenni: L'onorevole Mondolfo avrebbe potuto parlare semmai, secondo i vecchi schemi girondini o del socialismo quarantottesco, di guerra rivoluzionaria (nella quale io ebbi il torto di credere nel 1915). Matteo Tonengo: Ma allora era più puro.

15-3-1949

Palmiro Togliatti: Ha ragione l'onorevole Nenni: la questione che voi sollevate pone il problema di una nuova consultazione popolare. Matteo Tonengo: Anche sulla monarchia, allora! (Si ride.) Palmiro Togliatti: Onorevole Tonengo, si auguri che con l'approvazione del Patto Atlantico non venga approvata qualche clausola segreta con la quale si imponga persino a lei di bere la Coca-Cola anziché il vino dei colli dell'Astigiano. (Si ride.)

a liquidare la

monarchia e a dare una Costituzione democratica al nostro popolo Matteo Tonengo: Il nostro appoggio è stato uno sbaglio. Una voce all'estrema sinistra: Bella confessione! Matteo Tonengo: Sono monarchico, anche se sono democristiano. Sono uno degli undici milioni di italiani che hanno votato per la monarchia!

Giuseppe Di Vittorio:

1-8-1951

Guido Russo Perez: Per certi estremismi sono state approvate delle leggi speciali, e altre ne sono state vagheggiate; per i comunisti non avete avuto il coraggio - lasciatemi dire la parola - di applicare neanche le leggi comuni. Michele Sala: Ritorni a fare lo squadrista come nel 1919! Matteo Tonengo: Lo faceva Pietro Nenni, allora.

4-8-1951

Giuseppe Saragat: Abbiamo avuto l'impressione che questa sinistra democristiana mirasse più che altro a questo: a fare una concorrenza alle forze socialiste democratiche, per sostituirsi a esse, nella speranza di poter formare un governo monocolore, in cui essa rappresentasse la sinistra. Matteo Tonengo: Quelli della sinistra democristiana sono dei pesci rossi che guizzano nell'acqua santa! (Commenti, si ride.)

15-11-1951

Fausto Gullo: Sentite, voi gridate per il gusto di gridare. Io domando a ciascuno di voi:

prima di ascoltare in questo momento il ministro dell'Interno, chi di voi ha sentito esporre qui alla Camera qualcosa che si possa chiamare programma di attività per andare incontro alle vittime delle alluvioni?

(Interruzioni al centro e a destra.) Enrico Sailis: Tre o quattro volte ogni giorno. Fausto Gullo: Nessuno di noi lo ha sentito. Signor presidente, domando al Governo se esso crede opportuno o meno che il Parlamento intervenga direttamente nel predisporre i mezzi migliori per andare incontro alle vittime delle alluvioni. Gioacchino Quarello: Lo sta facendo. Matteo Tonengo: Onorevole Gullo, cominci a mettere a disposizione degli alluvionati i suoi capitali! (Commenti.)

15-1-1952

Matteo Tonengo: Se anche metteremo la palla bianca nell'urna bianca, non abbiamo ancora portato il cervello all'ammasso, come

voi. Giancarlo Pajetta: Il cervello bisogna averlo per portarlo all'ammasso!

Gullo e l'abate Gioacchino

Non è per il suo curriculum ministeriale,

all'Agricoltura e alla Giustizia, che l'onorevole

Fausto Gullo entra in questa

comunisti - Mauro Scoccimarro e Antonio Pesenti, a esempio - emersero maggiormente nei governi del Comitato di Liberazione Nazionale. Ma il brillante avvocato cosentino fu alle Camere di una particolarissima attività, anche interruttiva, di cui avrei dovuto proprio io (e non so il perché) farne le spese. Con altri calabresi, infatti, anche dello stesso partito di Gullo o affini, ero in ottimi rapporti: tra essi Francesco Spezzano ed Enrico Molè, che portava sempre con sé il rosario che era stato di sua madre e al quale - con mio grande rammarico - furono negati i funerali religiosi in applicazione di una severità canonica per il resto quasi inapplicata.

Credo che Gullo fosse fino alle midolla proteso verso quella intransigenza antidemocristiana (la sua amicizia con Segni, che

galleria. Altri

aveva avuto come sottosegretario, era un'eccezione sul piano personale) che non doveva tralasciare occasione per cercar di colpire il nostro partito. E io mi trovavo in prima fila, suscitando anche qualche diffusa invidia per la fiducia di cui godevo da parte di De Gasperi. In una delle polemiche in cui si è cercato ciclicamente di coinvolgermi - il caso Giuffrè - i comunisti furono molto contrariati dal fatto che io portassi in aula una memoria dell'autorevole Massimo Severo Giannini secondo la quale per violare la legge bancaria occorre l'abuso congiunto nella raccolta del risparmio e nella concessione di credito. Ma più di tutto li irritò la esibizione, che feci, di un libretto di risparmio emesso dalle cooperative emiliane. Quindi, posto che fosse stato reato, il Giuffrè, da me prima e dopo sconosciuto, sarebbe stato in buona compagnia. E sembra che il collegio dei deputati giuristi che aveva tentato incautamente l'affondo fosse stato preso a male parole dai dirigenti del gruppo comunista.

21-12-1948

Fausto

Gullo:

Come

è

stato

detto

dall'amato

presidente

l'altro

ramo

del

Parlamento ha già approvato il

legge.

disegno di

Presidente:

Onorevole

Gullo,

ringrazio

dell'amato, ma

sono

costretto

a

dirle

di

concludere.

21-4-1950

Fausto Gullo: Iivi allu fuoco pe li cucinare a gatta mi pisciatte li carvuni (andai al focolare per cucinare i piccioni, ma il gatto aveva orinato sui carboni ardenti e li aveva spenti). Sentite, onorevoli colleghi, quanta tragedia è in questi versi di un canto popolare? E tutti i canti della mia terra sono così: mai un accento di letizia.

Francesco G' Bettiol: Ai comuni amministrati dalla Democrazia cristiana non le fate mai le ispezioni, vero? (Commenti.) Fausto Gullo: Il comune di Spezzano della Sila, il mio comune, onorevole ministro Ferdinando Tambroni, ministro dell'interno: É un residuale patriarcato: il patriarca è lei. (Proteste a sinistra.) Fausto Gullo: Stia tranquillo che non sono un patriarca; sono un cittadino che vede questi arbitrii e sente il preciso dovere di denunziarli. Voglio augurarmi che ella pure senta Una voce di sinistra: É una vergogna! Ferdinando Tambroni: Non dica parole grosse, perché io parlo sempre correttamente e non le tollero. Signor presidente, se si continua con parole ingiuriose, io abbandono l'aula. Io non ingiurio mai: ho detto patriarcato e in questa espressione non v'è nulla di ingiurioso. Fausto Gullo: Mi spieghi allora che cosa ha voluto dire, onorevole ministro. É una parola senza senso quella che ella ha usato ed

è doloroso che un ministro dica parole senza senso. Sono un cittadino che vede da vicino questi arbitrii e che sente il dovere di denunziarli. Se l'onorevole ministro non sente quello di ascoltare, è altra cosa.

1-7-1959

Fausto Gullo: Rileggevo l'altro giorno in questa ricorrenza centenaria del Risorgimento un libro poco conosciuto dal titolo I Mille da Genova a Capua, di Giuseppe Bandi, livornese. In questo libro è descritto un doloroso episodio accaduto proprio nel mare di Paola, cittadina della mia provincia di Cosenza. Era fermo in quel mare il piroscafo in cui erano saliti, nella marcia verso Napoli, i combattenti della spedizione dei Mille e l'irruente Nino Bixio aveva dato ordine che tutti dovessero stare in piedi. Ma quattro tra essi erano così stanchi che si buttarono a terra. Irruppe Bixio, vide che essi avevano disobbedito e con il fucile preso dalle canne

diede dei colpi vigorosi che ne uccise uno e ferì gravemente gli altri tre. Ella, onorevole ministro, ha saputo che Nino Bixio sia stato processato per questo? Guido Gonella, ministro di Grazia e giustizia: Secondo l'articolo 8 sarebbe amnistiato. (Commenti a sinistra.) Fausto Gullo: É un fatto tale per cui anche il Bandi, uno dei Mille anche lui, compagno di guerra e ammiratore di Nino Bixio, restò perplesso e turbato. Con il codice di guerra al quale ella, onorevole ministro, si è riferito, Nino Bixio era punibile senz'altro. Ma sono richiamabili queste norme in una guerra partigiana? Ecco dove è la ragione determinante di una particolare interpretazione con la quale debbono essere accolti questi fatti. Si dice: Moranino ha ucciso; dimostrateci che si è riunito il tribunale di guerra, che quel tribunale ha rispettato le particolari norme segnate nel codice di guerra e cui il ministro fa così opportuno richiamo. Tutto ciò non vi è stato? Allora siamo di fronte a un delitto

comune! Ma questo è pazzesco, è antistorico, questo lo può pensare soltanto chi nega le profonde ragioni ideali che sono state alla base della lotta partigiana. (Vivi applausi a sinistra.) Guido Gonella: Abbiamo fatto il nostro dovere. (Applausi al centro.) Fausto Gullo: Nessuno lo mette in dubbio. Onorevole ministro, se il mio animo in questo momento è pervaso da un'inquietudine di cui ella forse non valuta tutta l'intensità, ciò deriva dal fatto che se su quel banco fosse seduto un fascista, non mi meraviglierei di ciò che accade. (Applausi a sinistra.) Mi meraviglio appunto perché non vi è seduto un fascista; è strano che ella, non essendo stato fascista, assuma ora un certo atteggiamento. Guido Gonella: Ella vuole estendere il provvedimento a tutti coloro che hanno commesso reati. In questo disegno di legge i partigiani hanno tutti i benefici, perché non vi è il soggetto politico. Fausto Gullo: Non è esatto; perché allora

mi dovrebbe spiegare per quali ragioni vi sono stati provvedimenti di clemenza indubbiamente più larghi, più estesi di questo che stiamo discutendo, e ciò nonostante si sono potuti dare casi che ella stessa giudica anormali, che ella stessa giudica che siano da rimuovere Guido Gonella: Erano indulti, non erano amnistie. Nel 1953, ad esempio, si è trattato d'indulto.

26-5-1961

Fausto Gullo: Il presidente del Consiglio ricordi che egli ha trovato onesta accoglienza in una regione in cui è ancora vivo il dovere dell'ospitalità. Ma ciò non toglie che il suo viaggio sia stato perfettamente inutile, forse anche dannoso. I viaggi, del resto, sono poche volte necessari, anche nel campo dell'elaborazione artistica. É stato giustamente osservato che il grande artista, il grande poeta non ha bisogno di muoversi dal suo studio per descrivere un meraviglioso viaggio. La nostra

letteratura conosce il viaggio di Dante, il quale ha descritto l'inferno senza essersi mai mosso da casa sua Amintore Fanfani, presidente del Consiglio: Dante, per la verità, viaggiò moltissimo, anche se non andò all'inferno. Fausto Gullo: Per conoscere, invece, l'inferno della Calabria ella, onorevole presidente, ha ritenuto necessario compiere un viaggio, la cuiutilità davvero non comprendo. Ella ha veramente pensato di poter conoscere i problemi della regione trascorrendo in essa cinque giorni e percorrendola in automobile, a volo d'uccello, anzi a volo di Gagarin?

10-3-1965

Fausto Gullo: L'onorevole Malagodi, l'avallatore commosso dell'iniziativa privata ha fatto un appello al Partito socialista. Giovanni Malagodi: Perché riconosca l'iniziativa privata, perché compia finalmente una scelta definitiva.

Fausto Gullo: Siamo perfettamente d'accordo. Ma il Partito liberale rappresenta forze che sono ferme lì dove sono, che non cedono per nessuna ragione Giovanni Malagodi: Per quelle del buon senso.

Giancarlo l'interruttore

Mi domando talvolta come sarei stato io se avessi passato in un carcere politico tutta la mia giovinezza. Per questo non mi son mai sentito di pensare con severità a Giancarlo Pajetta quando nei primi tempi la sua virulenza oltrepassava i limiti del dialogo parlamentare. Ma c'è di più. Il collaudo della prigione dimostra che le convinzioni sono profonde e l'aver tenuto duro così a lungo soffrendo conferisce a un uomo rispettabilità morale assoluta. Di buonissime letture e parlatore molto efficace, Pajetta è tuttora in Parlamento uno degli elementi di spicco, piuttosto temuto per la sua incisiva causticità dagli avversari; e forse dai più nuovi del suo partito visto come un valorosissimo reperto archeologico.Non ha mai perduto una marcata indipendenza di giudizio in qualsiasi direzione, compresa l'Unione Sovietica nei tempi più fideisti. Anticipò in un certo senso l'esigenza del loro rinnovamento; e quando vennero in visita

a Roma alcuni membri del Soviet Supremo notai che i suoi rapporti con il capodelegazione Ponomarëv erano piuttosto freddi. In un'altra occasione, sempre con i sovietici, avvenne un episodio quasi divertente. Si teneva a Roma nel settembre 1982 la Conferenza dell'Unione interparlamentare e la rappresentanza dell'Urss era guidata dall'onorevole presidente del Soviet delle Nazionalità, il baltico onorevole Ruben. Ai margini dei lavori ufficiali tenemmouna riunione informale di Commissione esteri iniziata con il ringraziamento di Ruben per il "buon consiglio" che io gli avevo dato al mattino. Si trattava della partecipazione all'udienza pontificia, alla quale nella precedente sessione romana i sovietici non avevano partecipato. Ruben era preoccupato che il papa potesse nel discorso fare cenni polemici sulla situazione polacca; e io lo avevo rassicurato, potendo essere più che certo che il pontefice non avrebbe messo in difficoltà i suoi ospiti. Tutto era andato benissimo in Vaticano e Giovanni Paolo II aveva intrattenuto uno a uno i capi delegazione

parlando con Ruben in russo (che l'ambasciatore Rijov definì "preciso, ma un po' classico"). Ruben mi aveva meravigliato sottolineando con enfasi un passo del discorso del papa sulla indissolubilità del concetto di libertà ("è un prisma di cui la libertà religiosa non è che una della facce; senza libertà non c'è libertà religiosa e senza libertà religiosa non c'è libertà"). Nella riunione del pomeriggio Ruben illustrò la situazione del suo Paese e, riferendosi alla produzione agricola, disse per due volte che, dopo anni di magra, per grazia di Dio si aveva una stagione molto abbondante. Pajetta (che parla il russo) lo interruppe con una battuta spiritosa:

"Dici per grazia di Dio per far piacere ad Andreotti". Ruben non raccolse, ma quando fu il momento di congedarsi mi disse: "Io sono luterano e non un senza Dio come il compagno Pajetta". Il 2 luglio scorso quando si è aperta la X legislatura l'elenco, già striminzito, dei superstiti del 1945-46 (COnsulta e Costituente) in cui siamo Pajetta e io è risultato ancora più esiguo. Dobbiamo tener duro. Possibilmente anche per le

legislature future, cui occorre augurare regolare

durata. 24-9-1948

Giancarlo Pajetta: Sono stati i suoi amici a farci perdere le colonie. Roberto Mieville: Noi però siamo andati a difenderle. Giancarlo Pajetta: Con un bel risultato. Roberto Mieville: SI metta d'accordo con l'onorevole Sforza; fate il paio. Giorgio Almirante: Soltanto quando ve lo ordina la Russia, attaccate. Siete dei rinunciatari. Giancarlo Pajetta: Vi abbiamo fatto fuggire. L'unica colonia che avete conquistato è stata Salò.

8-3-1949

Giuseppe Di Vittorio: Ella, onorevole Semeraro, ha voluto rimproverare a De Sica, Blasetti, Gino Cervi e a tanti altri loro colleghi di essere andati a piazza del Popolo: ebbene cosa c'è di strano se sono andati in piazza del Popolo?

Giancarlo Pajetta: Hanno marinato piazza San Pietro, quel giorno.

26-5-1949

Antonino Cuttitta: Quando l'Inghilterra vede sorgere uno Stato continentale forte, promuove una coalizione e riesce a dimostrare che è interesse di tutti gli Stati europei combattere questo Stato più forte: questo è il secondo insegnamento del mio maestro di quinta elementare! Giancarlo Pajetta: L'ha promossa a fine d'anno? (Si ride.)

22-11-1949

Alcide De Gasperi, presidente del

io recato a inaugurare

lavori di bonifica in Calabria, ove ho avuto accoglienze molto simpatiche anche da elettori comunisti Giancarlo Pajetta: Noi siamo educati.

Consiglio:

essendomi

26-5-1950

non abbiamo

avuto bisogno che passassero tanti anni per comprendere quale fosse la missione storica

Giorgio Almirante:

perché

della nostra civiltà, né abbiamo da ricevere lezioni in proposito. Giancarlo Pajetta: Fate un annuncio economico sul "Messaggero"!

7-7-1950

Eugenio Spiazzi: Ma l'avrebbero armata, almeno la Corea del Sud! Ma che stiamo dicendo! Se volevano condurre una tattica così, l'avrebbero armata prima! (Rumori

all'estrema sinistra.) Voi quando c'è la guerra

(Proteste all'estrema

sinistra.) Giancarlo Pajetta: E lei non è scappato dalla Russia? (Proteste del deputato Spiazzi.) Presidente: Onorevole Pajetta, la richiamo all'ordine, perché non è corretto sollevare una questione già decisa da una commissione della Camera. Giancarlo Pajetta: Volevo dire che non è scappato da solo, ma che è scappato con

andate in convento

l'esercito, con tutti gli altri. Presidente: Onorevole Pajetta, ciò le fa ancor meno onore della sua inopportuna e

ingiusta interruzione.

8-12-1952

Presidente: Onorevole Pajetta, ella impedisce all'onorevole Tesauro di mantenere la promessa di essere breve. Giancarlo Pajetta: É che non è abituato a parlare in borghese. (Proteste al centro e a destra.)

17-1-1953

Luigi

Preti:

Vorrei

dire

bonariamente

all'onorevole Nenni che, se l'onorevole Saragat non esistesse, egli lo dovrebbe inventare. Giancarlo Pajetta: Sarebbe difficile farlo meglio. (Si ride.)

7-10-1953

seppur questa la causa dello sfondamento di Sedan, tuttavia è rimasto in me impresso il ricordo di quel generale tedesco che attraversava a nuoto la Mosa mentre il suo avversario, grave e obeso, non riusciva neppure a curvarsi per mettersi le mollettiere

non sarà stata

Alberto Folchi:

Giancarlo

Pajetta:

Ciò

avrebbe

dovuto

indurlo a restare sul posto

19-12-1953

tratta soltanto di

progetti; ma perché dobbiamo ammettere che a partecipare a questi progetti siano solo gli architetti della maggioranza governativa? Io

credo che molti italiani non si fidino delle capacità dell'onorevole La Malfa di disegnare la nuova Europa: questo architetto che non è capace nemmeno di progettare la costruzione

di una modesta casa per il Partito

repubblicano! Randolfo Pacciardi: La smetta con questi personalismi.

Giancarlo Pajetta: Onorevole Pacciardi,

ella e l'onorevole La Malfa hanno raggiunto il

non invidiabile privilegio di essere soli e male

accompagnati.

Giancarlo Pajetta:

Si

2-3-1954

Luigi Preti: Onorevole Pajetta, ella non riesce a perdere il vizio di interrompere:

evidentemente, vuole che tutti i giorni il suo

nome compaia sui giornali borghesi

Giancarlo

Pajetta:

Ma

il

suo

nome

ha

rischiato di non essere fra quelli dei deputati.

2-8-1954

Domenico Leccisi: Il Partito comunista nell'Iri ha un suo ottimo campo tattico e strategico, ha le sue cellule, ha perfino le sue diramazioni rivoluzionarie come le ha nelle municipalizzazioni. Giancarlo Pajetta: Sì, come no! Domenico Leccisi: Voi lo sapete perfettamente, il ministero dell'Interno lo sa e non interviene. Date pure l'autonomia, concedete tutto quello che volete a questi organismi, poi, un bel giorno, ella onorevole Pastore, sarà costretto a imbarcarsi su un certo battellino rosso che non so per dove salperà al momento opportuno. Ma ella sicuramente si salverà. Giancarlo Pajetta: La vedo già trafugare la

salma dell'onorevole Pastore

(1)

30-9-1954

Mario Scelba, presidente del Consiglio:

A distanza di quattro giorni dalla chiusura

del dibattito svoltosi al Senato sullo stesso tema e ove la posizione del Governo è stata

ampiamente spiegata, sarebbe difficile dire cose nuove. Giancarlo Pajetta: E se ci parlasse di Giuliano? (Proteste al centro.)

18-10-1954

Per esempio, attacco

militare in Corea con offerte di distensione a Parigi, attacco in Indocina con proposte di riduzione di armamenti all'Onu, minaccia di attacco a Formosa con proposte per il regolamento pacifico sul problema triestino e lettera di Vy`sinskij che accetta il memorandum di intesa con l'intento unico di rompere con il disorientamento, con la blandizia, con l'intimidazione la solidarietà dei popoli liberi, per far passare poi su di loro il rullo compressore del totalitarismo politico.

Giancarlo Pajetta: Abbiamo lasciato Hegel e siamo passati a Bettiol!

Giuseppe Bettiol:

della

Sera", che non è certamente un giornale nostro, che per cinque anni si è battuto per la

federazione europea, per l'integrazione, per l'unificazione del continente, per tutte le teorie che voi ancora perseguite, e nelle quali noi abbiamo avuto sempre scarsa fede, il "Corriere della Sera", per la penna anonima, ma facilmente riconoscibile del direttore Missiroli, del vostro, del nostro, del loro Missiroli, perché Missiroli è di tutti, e in

questo è veramente equanime

Roberto Cantalupo:

Il

"Corriere

(Commenti.)

Giancarlo Pajetta: Nostro sarà nel futuro

11-10-1955

Presidente: Onorevole Cavallari, voglia adottare uno stile più cortese, tanto più che l'onorevole Riccio è stato suo professore. (Commenti, siride.) Stefano Riccio: E l'ho anche promosso alla laurea! Giancarlo Pajetta: Ha fatto tutto male! (Si ride.)

Guido Secreto: L'onorevole Ariosto è da avvicinarsi al vostro collega, presentatore di un'altra proposta di legge ?l'onorevole Capalozza*, che non sappiamo cosa dirà. (Commenti a sinistra.) Giancarlo Pajetta: Porti con sé anche una dozzina di ascoltatori!

14-3-1956

Giancarlo Pajetta: Noi avremmo votato la legge Martino se l'onorevole Martino non

fosse espatriato (commenti) e se il suo partito

si incaricasse di rappresentarlo.

Giuseppe Saragat, vicepresidente del Consiglio: L'onorevole Martino non è

espatriato, onorevole Pajetta, non si parla così

di un ministro!

Giancarlo Pajetta: Quando ella sedeva su questi banchi, aveva il senso dello humour, che sembra abbia perduto: gli anni le recano danno. Dico, dunque, che prima che

l'onorevole Martino andasse all'estero, dove noi gli auguriamo di rappresentare bene gli interessi italiani (è contento così, onorevole

Saragat?), noi eravamo disposti a sostenere questa battaglia. Giuseppe Saragat: L'onorevole Togliatti è espatriato. Giancarlo Pajetta: L'onorevole Togliatti è già tornato. E ha fatto un discorso molto interessante. (Commenti al centro e a destra.) Presidente: Cerchiamo di non chiamare in causa persone autorevoli assenti.

3-10-1956

Roberto Cantalupo: Anche noi abbiamo avuto i nostri episodi di conflitto con i popoli arabi, ma abbiamo lasciato Giancarlo Pajetta: In Cirenaica avete assassinato decine di migliaia di arabi. (Proteste a destra.) Presidente: Onorevole Pajetta, ella non ha nessun diritto di rivolgere simili accuse ai colleghi. Giancarlo Pajetta: Hanno massacrato la gente. (Rumori a destra.)

3-10-1956

un

Randolfo

Pacciardi:

Il

prestigio

di

ministro è facile a conquistarsi in un Paese ammalato di retorica. Giancarlo Pajetta: Ella sarebbe già presidente!.

10-4-1957

Giuseppe Calasso: Se è vero che il vino è

il latte dei vecchi, meglio distribuirlo alle

persone anziane, magari ai senza pensione, piuttosto che gettarlo in mare Benedetto Cottone: In questo caso nascerebbero problemi di carattere medico. Giancarlo Pajetta: Ma il vino non fa male. Benedetto Cottone: Parla per esperienza, onorevole Pajetta? Giancarlo Pajetta: Dicevo che non fa male ai vecchi: e io non sono vecchio.

6-12-1958

in materia di culto

della personalità (e non parlo della Russia, ma dell'Italia) anche fisica, in materia di

iconografia, voi comunisti siete stati e siete sempre maestri. Abbiamo visto infatti le mura

Oronzo Reale:

Però

capi. Giancarlo Pajetta: Non potevano certo mettere la sua effigie! Oronzo Reale: Certo non la mia, anche perché, a quanto pare, non è molto affascinante, onorevole Pajetta. Voi siete stati maestri a tutti in questo e perciò non potete proporre a noi repubblicani, che siamo un piccolo partito, di quelli che non possono, anche se ne avessero voglia, permettersi il lusso di mettere le fotografie dei propri dirigenti sulle cantonate. Giancarlo Pajetta: Onorevole Reale, potete fare una fotografia in gruppo, formato gabinetto. (Si ride.) Oronzo Reale: Per voi ci vuole un gabinetto molto più grande. (Applausi al centro.)

13-10-1960

abbiamo

accertato, per esempio, che documenti segreti che dovrebbero rimanere riservati negli archivi della polizia furono messi in quella

Giancarlo

Pajetta:

Noi

occasione a disposizione di un pregiudicato che mi pare fosse il marchese Montagna, che era amico suo Mario Scelba, ministro dell'Interno: Era amico mio quanto amico suo. Giancarlo Pajetta: Onorevole Scelba, noi le abbiamo mostrate una fotografia in cui ella appare come testimone Mario Scelba: Sono stato fotografato anche insieme a lei, e non sono certamente suo amico.

2-7-1962

E quando dico

cittadino dico anche operaio; anzi nel caso specifico mi riferisco soprattutto all'operaio. Giancarlo Pajetta: Chissà com'è contento quell'operaio!

2-7-1962

Non è accaduto nulla

che possa costituire piedistallo al ditirambo prerivoluzionario che ci ha voluto ammannire alla fine del suo intervento l'onorevole Giancarlo Pajetta. Giancarlo Pajetta: Anche il

Mariano Trombetta:

Carlo Donat Cattin:

25 luglio 1943 è stata una giornata tranquillissima. Carlo Donat Cattin: Un po' meno. Non vorrei si tentasse di far diventare storia anche cose che hanno un significato minore e si volesse ingrandire, attraverso il lancio di nuovi culti della personalità, figure che hanno un rilievo modesto. Giancarlo Pajetta: Ella vuole percorrere la strada della santità. Carlo Donat Cattin: Piuttosto quella della democrazia.

9-10-1963

Giovanni Roberti: Voi che sapevate tutto, colleghi comunisti, sapevate anche che Stalin era un brigante? Giancarlo Pajetta: Sapevamo che Stalin avrebbe messo a posto Hitler. (Applausi all'estrema sinistra, commenti a destra.)

16-12-1963

Ugo La Malfa: Voglio dire francamente che, a mio giudizio, il generale De Gaulle avrebbe guadagnato grandi meriti storici se

avesse concluso la sua attività politica con la liberazione della Francia. Giancarlo Pajetta: Capita a molti di peggiorare invecchiando.

2-4-1965

Fausto Gullo: Io ricordo un'opera mediocrissima da un punto di vista letterario come Quelle signore di Notari, che nessuno avrebbe letto Giancarlo Pajetta: Gli unici ad averla letta siete tu e Pietro Nenni. Fausto Gullo: Hai ragione perché dopo quel momento della cosa non si parlò più.

14-7-1967

Basterebbe riflettere (i

colleghi mi consentano questa breve digressione) sull'abissale differenza che esiste tra reddito pro capite annuo della Libia, per esempio, che è pari a circa un milione di lire, e quello dell'Egitto, che è pari a circa 70 mila lire. Giancarlo Pajetta: Il fatto che abbiano trovato 60 milioni di tonnellate di petrolio, non

Antonio Cariglia:

le dice niente?

20-12-1967

Roberto Tremelloni, ministro della Difesa:

Il

Parlamento sa che io non ho mai cercato

pretesti per eludere i miei doveri di ministro.

Giancarlo Pajetta: Non lo sappiamo.

23-7-1968

Alfredo Covelli: No, l'onorevole De Lorenzo (onorevole Pajetta, deve sapere anche questo) è stato in Giappone non per una concessione del Governo, ma per incarico di un ente parastatale e in virtù della sua competenza in tema di cantieri. Egli è ingegnere navale, oltre tutto. Giancarlo Pajetta: É poi anche un silurato oltre tutto. (Si ride.)

27-7-1968

Presidente: I ministri chiamati in causa hanno in ogni momento il diritto di prendere la parola. Giancarlo Pajetta: Hanno anche il diritto di tacere.

Giorgio Amendola: Siete partiti con una svalutazione che doveva essere del 5 per cento e siete arrivati in poche settimane al 12 per cento; e se vi troverete, e non vogliamo che sia così, al congresso della Democrazia cristiana con il 20 per cento? Giancarlo Pajetta: Salta il quorum. (Si ride.)

20-12-1982

questo è vero,

non dobbiamo stracciarci le vesti quando constatiamo l'estrema facilità con cui i vari Ali Agça di tutto il mondo approdano da noi per commettere ogni genere di crimine. Giancarlo Pajetta: Vengono perfino dall'Argentina a organizzarci la massoneria! Costantino Belluscio: Siamo in un regime democratico, in cui la massoneria è ammessa. Non siamo nell'Unione Sovietica! Giancarlo Pajetta: Certo! Se fossimo stati in Unione

Sovietica tu non avresti fatto parte della P2!

Costantino Belluscio:

Se

16-12-1986

Giancarlo Pajetta:

Ma

questa è una pura

parentesi propagandistica: intanto, ognuno di noi continuerà a votare per il suo partito. (Applausi all'estrema sinistra.) Giulio Andreotti, ministro degli Affari esteri: Uno dei due citati da Sarti non era un indipendente, era l'onorevole Barbi. Giancarlo Pajetta: No, io ho detto che avrebbe potuto, diventare indipendente di sinistra nelle nostre file Giulio Andreotti: Anche Barbi? Giancarlo Pajetta: Perché no? Giulio Andreotti: Può essere un'offerta per le prossime elezioni. Giancarlo Pajetta: Vedo che tu riveli il segreto delle mie intenzioni! (Si ride.) NOTE:

(1) L'onorevole Leccisi aveva trafugato la salma di Mussolini.

Marco (Polo) Pannella

L'abusato ricorso alla ben nota duplicità del dottor Jekyll e di mister Hyde si può ben evocare per Marco Pannella. Europeista convinto e tenace assertore della lotta alla fame nel mondo, Pannella convive con la sua controfigura che affida ad atteggiamenti stravaganti una notorietà forzosa. Si è incatenato alla stazione di Strasburgo per richiamare invano l'attenzione di quel pubblico; mentre il tentativo di trasferire in quella assemblea le birichinerie romane fu stroncato rapidamente affidando a due commessi l'incarico di portarlo fuori in una sorta di sedia gestatoria tutt'altro che trionfalistica. É stato in prima linea nelle battaglie a favore del divorzio e dell'aborto; anzi, può dirsi che senza queste due campagne il Partito radicale sarebbe forse rimasto al palo. Bloccata invece, almeno per ora, è stata la propaganda per la legalizzazione delle droghe leggere. I radicali - di cui Pannella rivendica paternità,

maternità e baliatico - si sono trasformati in un movimento, cui si può aderire anche militando in altro partito. Le porte sono aperte. E a ogni elezione vi è un ospite d'onore di varia tipologia:

Toni Negri, Tortora, Cicciolina, il difensore civico autogestito Alberto Bertuzzi (con il quale ora è in rotta). Che ci riserverà l'avvenire? Nei cabaret e nelle vignette dei caricaturisti politici Marco Pannella è stato spesso oggetto di prese in giro per i suoi digiuni (talvolta totali, altre volte tra un pasto e l'altro). Non mi sento di seguirli. Sono testimonianze che hanno un loro valore e che vanno rispettate. L'ho visto una volta al terzo giorno di astensione dal bere ed era veramente prosciugato e tesissimo. Non è materia su cui scherzare.

28-9-1976

Vincenzo Balzamo: Non esprimiamo la nostra protesta nei modi dell'onorevole Pannella, ma sentiamo Raffaele Delfino: Lui digiuna!

20-1-1977

Marco Pannella:

Se

c'è la ragazzina, la

"bambina" della quale parlava Piccoli (e qualche volta c'è, ed è già incinta) Una voce a destra: Lasciala partorire, se è incinta!

con la nostra legge,

dobbiamo spingerla dalla mammana che le sfonderà, quasi certamente, l'utero, o dobbiamo Erminio Pennacchini: Dobbiamo spingerla

a proseguire nel corso naturale della gestazione!

Marco Pannella:

noi,

27-1-1977

Prendiamo atto che tutti,

dai compagni comunisti ai liberali Mario Pochetti: Ma che compagni! Marco Pannella: Pochetti, basta con questa

storia di "ma che compagni!". Almeno siano a quando, per decreto-legge, questo Governo

non ve la darà in esclusiva Mario Pochetti: I compagni ce li scegliamo

noi.

Marco Pannella:

22-2-1977

Luigi

Preti:

É

stato

detto

qui

che

il

disagio nelle università è grave. Certo questo disagio è autentico: la scuola facile - tra l'altro -, con promozioni senza merito per tutti, ha accresciuto il numero degli spostati; e poi le difficoltà economiche, di cui tutti siamo responsabili - partiti e sindacati -, hanno evidentemente Marco Pannella: Lei parli per sé, che è stato ministro!

16-3-1977

Luigi Preti: Mi permetta anzitutto, signor presidente, di protestare per un'affermazione dell'onorevole Pannella, il quale ha affermato che io avrei criticato in passato la Biennale di Venezia sotto l'aspetto politico. Io l'ho criticata, e continuo a criticarla, sotto l'aspetto artistico. Marco Pannella: Anche Zavoli!

26-7-1977

penso volta la sinistra sarà in questo secolo battuta e noi ci troveremo di nuovo uniti, non più a guardarci in cagnesco, compagno Pochetti,

che ancora una

Marco Pannella:

come è accaduto in altri momenti della storia, ma invece uniti nella sconfitta. Mario Pochetti: Non ci penso neanche!

21-4-1978

Presidente: Questa è la conclusione del suo discorso, onorevole Pannella? Sembra un personaggio verdiano: addio, addio, ed è sempre lì. Marco Pannella: Signor presidente, devo dire che un richiamo così risorgimentale mi fa piacere. Presidente: L'ho detto molto simpaticamente, onorevole Pannella.

3-5-1978

Presidente: Onorevole Pannella, la invito a non ripetere la discussione fatta ieri. Lei sa che, chiedendo di parlare sul processo verbale, può soltanto chiarire il suo pensiero. Quindi, cerchi di attenersi a una più esatta interpretazione del terzo comma dell'articolo 32 del regolamento. Marco Pannella: Stavo dicendo che vorrei chiarire il motivo per il quale mi permettevo a

più riprese di interrompere il presidente su questo tema Alessandro Natta: Chiarisce il termine "squillo"! Marco Pannella: Signor presidente, posso farlo, ma Una voce a sinistra: Puoi farlo!

10-5-1978

che certamente

oggi, per coloro che la combatterono quattro anni fa, la legge Reale va benissimo Alessandro Natta: Va bene! Marco Pannella: Va bene, come sento dire dal compagno Natta. Mario Pochetti: Quale compagno?

Marco Pannella:

Visto

10-5-1978

questa pregiudiziale

trovi accoglimento, se non nella maggioranza della Camera, da parte almeno di alcuni colleghi, i quali sanno che poi molto spesso non è detto che gli ordini che ricevono sono i migliori, anche ai fini per i quali vengono dati. Paolo Guerrini: Gli ordini li ricevi tu dai

Marco Pannella:

che

missini! Emma Bonino: Ecco, non lo sapevamo! Marco Pannella: Poi ti confesserò anche a che ora Almirante mi ha dato l'ordine! Certo, me lo hanno dato Almirante, Miceli, Maletti e il Kgb! (Proteste all'estrema sinistra.)

25-7-1978

Marco Pannella:

Voglio

dire, in questo

che è l'ultimo intervento, signor presidente, che

il deputato che le parla farà sul bilancio della Camera (non ci sarò, infatti, quando discuteremo il prossimo) Carlo Molè: Speriamo però che ella sia sempre in buona salute, onorevole Pannella!

4-1-1980

Marco Pannella:Signor presidente, volevo soltanto dire che a me risulta che usualmente alle ore 13 - chiedo ciò non solo per ottusa tradizione, ma per garantire anche quel buon andamento dei lavori che richiede anche un minimo di riflessione e di riposo dei parlamentari - siamo usi sospendere i nostri lavori per colazione. Noi, come è noto, signor

presidente, ci teniamo particolarmente. Quindi vorrei chiederle la cortesia Franco De Cataldo: Fa la battuta. Mario Pochetti: Per la fame di Pannella. 23-1-1980 Marco Pannella: Certo, signor presidente. Devo poi dire che, se volessi divagare, forse troverei, per farlo, soggetti migliori. (Si ride.) Franco Evangelisti, ministro della Marina mercantile: Ti basta uno specchio!

23-1-1980

Cicciomessere non

violento che allora andava in carcere come obiettore di coscienza, rischiando nelle carceri militari l'isolamento, essendo considerato un vile dai violenti "duri e puri". Italo Briccola: No, anche lui! Marco: tu quoque, fili mi! (Si ride.) Marco Pannella: A me hanno detto figlio di molte cose, ma figlio tuo no! (Si ride, applausi

al centro.) Italo Briccola: Ti avrei ripudiato!

Marco Pannella:

il

E pensate a quante

riforme sono in sospeso da sette anni, perché basta un Olcese qualsiasi, promosso, a dire di no, perché esse non vengano neppure dibattute. (Interruzione del deputato Lo Bello.) Lo Bello, cos'hai da fischiare? (Si ride.) Parla! COncetto Lo Bello: DIcevo: guarda che così rischiano di crederti!

Marco Pannella:

7-3-1980

Francesco Cossiga, presidente del

voglia garantire la

correttezza, che voglia salvaguardare la congruità dei comportamenti deve coraggiosamente prendere conoscenza della realtà dei fatti e della realtà giuridica a operare sulla seconda per modificare la prima. Marco Pannella: Cossiga-Saint-- Just! Francesco Cossiga: No, onorevole Pannella, io non sono aristocratico. Io faccio parte Marco Pannella: Certo lei non ha fatto fuori Robespierre, lei ha fatto fuori soltanto Giorgiana Masi! (Richiami del presidente.)

Consiglio:

che

18-12-1985

Massimo Teodori:

Signor

presidente

pregherei anche il signor segretario generale di consentire al presidente di ascoltare. Forse

sono questioni che la riguardano. Marco Pannella: Non si danno le spalle all'Assemblea, signor segretario generale. Le chiedo scusa, ma Presidente: Onorevole Pannella, scusi Marco Pannella: Signora presidente, ritengo che noi parlamentari ci facciamo carico di non girare le spalle né a lei, né all'Assemblea quando saliamo sul banco della presidenza per parlare con lei. Presidente: Onorevole Pannella, le assicuro che questa è un'affermazione del tutto astratta. Mi dispiace, perché molto spesso il numero delle schiene rivolte verso di me è molto numerosa. Anche da parte sua, onorevole Pannella.

21-5-1986

Francesco Loda:

con un'adeguata

presenza in votazioni di tanto rilievo. Su

anche

questo noi misuriamo il senso di responsabilità

con

cui da parte di tutti i gruppi, in particolare

di

quelli presenti nella Giunta per il

regolamento, viene perseguita una linea di modifica regolamentare su cui in quella sede il consenso si è espresso largamente e in modo convinto. (Applausi all'estrema sinistra, proteste dei deputati del gruppo di Democrazia proletaria e radicale.) Marco Pannella: Sì, papà.

III - Perché Matteotti?

Mussolini non amava di essere contraddetto. E ancora meno i suoi fedeli ammettevano che si potesse in qualsiasi maniera contrastare il "duce". Nel breve periodo in cui l'opposizione poté restare in Parlamento l'intolleranza verso la critica arrivò a un parossismo micidiale. Anche un personaggio che avrebbe poi fatto una brillante carriera nella giustizia amministrativa, in quel periodo non sembrava affatto servus legum se si inginocchiava in aula dinanzi al dittatore gridando:

"Duce, scioglieteci le mani" (mi riferisco al deputato Elia Rossi Passavanti, che conobbi come reggente della Corte dei Conti). L'illusione di ricondurre il fascismo nell'alveo della tradizione costituzionale era durata poco più dello spazio di un mattino; e la grande paura aveva fatto approvare la legge maggioritaria con la quale si voleva dare una parvenza di legalità al regime, sembra per corrispondere a una esigenza (formale) imposta dal sovrano. Ma quale valore avevano

elezioni celebrate sotto l'intimidazione e con una "vigilanza" massiccia delle squadre di picchiatori e di prepotenti distributori di olio di ricino? Mentre alcune figure della vecchia democrazia erano finite pedissequamente nel listone e si trovavano quindi malamente compromesse - a Dio spiacenti e ai nemici sui - altri leader sfogavano la loro rabbia antifascista altrove, disertando le sedute. Il carteggio tra Filippo Turati e la Kuliscioff, pubblicato qualche anno fa, è sintomatico in proposito. Ma un giovane deputato socialista appartenente alla piccola borghesia della bassa del Po non si dette per vinto, affrontando la disperata battaglia per fare annullare in blocco le elezioni. Contava su un sussulto di coscienza e intelligenza nei colleghi; sulla eco della sua catilinaria nella stampa ancora non asservita; sul possibile appoggio di una magistratura che conosceva bene la situazione della periferia; su uno scuotimento nell'appoggio pedissequo dato dal Quirinale al Governo? Io non sono in grado di dirlo. Può anche darsi che Giacomo Matteotti non

nutrisse alcuna illusione e fosse sceso in campo da cavaliere solitario soltanto per corrispondere a un impulso morale del suo animo. E non era valso a scoraggiarlo la capillare intimidazione perfidamente messa in atto contro i suoi elettori, specie i contadini di Rovigo, né il pensiero del rischio mortale di cui avrebbero pagato le atroci conseguenze sua moglie e i piccoli bambini. L'atto di accusa, pronunciato in una Camera minacciosa, in parte impaurita e per questo ancora più convulsa, fu più volte interrotto dallo stesso Mussolini e, sulla sua scia, da un coro di zelantissimi seguaci. Non è immaginario pensare che in quel clima Matteotti avesse ben capito di guadagnarsi la morte; ma forse confidava che l'effetto liberatorio che non riusciva a ottenere parlando lo avrebbe suscitato la reazione contro il suo sacrificio. Mi è sembrato pertanto opportuno riprodurre questa pagina di storia parlamentare (se l'aggettivo può essere usato per quegli anni). Che poi Mussolini avesse ordinato l'imboscata assassina o

si fosse limitato a dire - o a far capire - che bisognasse dare una lezione al temerario "provocatore", è analisi che non è stato mai possibile fare con certezza di verità. Cesarino Rossi, uno dei responsabili condannati per il delitto, negli anni del dopoguerra frequentava la sala stampa romana e lo conobbi anche io, cercando a più riprese di sapere. Sia da quello che pubblicò, sia da quel che ci diceva, non si è mai andati al di là di una generica affermazione che "il Palazzo" non era stato estraneo alla infame vicenda. La speranza di Matteotti di provocare, da vivo o da morto, l'arresto dell'involuzione antidemocratica non si realizzò. Anzi, per bloccare l'approfondirsi della questione morale, Mussolini puntò i piedi e soppresso ogni residuo lumicino di democrazia. E purtroppo giuristi di chiara fama gli dettero servilmente il supporto di una avvilente legalità formalistica. Invano si attese uno stop dal Senato, che anzi applaudì freneticamente - salvo poche eccezioni - alle sprezzanti parole con cui Mussolini liquidava l'altra Camera.

Parlamento

sarebbero dovuti passare diciotto anni e la tragedia di una guerra perduta.

Per

squarciare

il

buio

sul

21-12-1919

Giacomo Matteotti: Volete che vi parli piuttosto delle migliaia di lire che il Ministero Nitti ha dato per far trionfare le vostre liste elettorali? (Rumori e proteste vivissime al centro.) Voci: SOno calunnie! Ritiri le sue parole! Giacomo Matteotti: Non ritiro nulla, anzi le mantengo! (Rumori vivissimi.) Carlo Serrati: E non solo non le ritira, ma ve le ripetiamo tutti. (Nuovi rumori e proteste vivissime, scambio di apostrofi fra il centro e l'estrema sinistra.) Presidente: Onorevole Matteotti, non faccia personalità! Continui lo svolgimento del suo ordine del giorno.

28/30-3-1920

Giacomo Matteotti: Un onorevole interruttore ha ragione: la guerra l'avete potuta intraprendere appunto per l'ignoranza del

popolo italiano che non sapeva quello che

(Applausi all'estrema sinistra, vive

interruzioni a destra e al centro.)

Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio: Il popolo tedesco non era ignorante! Giacomo Matteotti: Per questa sua ignoranza voi l'avete potuto condurre al

macello

se poi avete vinto, non fu per l'ignoranza, ma nonostante l'ignoranza del nostro popolo, per una serie di circostanze. Riassumendo: quale è la cifra del debito pubblico che grava oggi sull'Italia, e quali sono contemporaneamente le necessità che sono imposte alla finanza italiana in questo momento come vita ordinaria? L'onorevole Nitti nella sua alta previsione di governo diceva, poco più di un anno fa, che il debito pubblico era di 63 miliardi e che erano dei bolscevichi coloro che prevedevano un

e

faceva

(vivi rumori a destra e al centro)

debito pubblico sopra i cento miliardi Francesco Saverio Nitti: Allora! Giacomo Matteotti: Spero che oggi ormai anche l'onorevole Nitti sia diventato

bolscevico! (Ilarità, rumori.)

2-6, 9 e 15-7-1920

Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio: Per lei, onorevole Matteotti, è molto facile, non avendo responsabilità di governo, mettere innanzi una soluzione. Ma qui si tratta di soluzioni che devono farsi mediante accordi con altri popoli, e io intendo avere piena libertà d'azione in queste trattative, perché sono convinto che esse porteranno a

una soluzione utile per l'Italia e assicureranno la pace tra noi e i popoli vicini. (Applausi vivissimi, interruzione all'estrema sinistra.) Giacomo Matteotti: Sono venti mesi che si aspetta. Giovanni Giolitti: Onorevoli colleghi, voi non potete pretendere che un Governo venuto

(Interruzioni all'estrema

da pochi giorni

sinistra.) Presidente (con forza): Lascino parlare! La

smettano di interrompere! Giovanni Giolitti: Non ne parliamo più! (Approvazioni, interruzioni all'estrema

sinistra.) Ezio Riboldi: Ci parli di Alceste De Ambri. Ella l'ha ricevuto! Giovanni Giolitti: Ho visto De Ambri, ma non ho trattato con lui di nessuna di queste questioni. (Ilarità, commenti, interruzioni all'estrema sinistra.) Presidente: Ma facciano silenzio!

21-7-1920

Giacomo Matteotti: L'onorevole Camera ha perfettamente ragione. (Interruzioni vivissime.) É un costume della Giunta del bilancio, ogni volta che si trova nell'imbarazzo, di ricorrere a padron Giolitti. Giovanni Camera: Ma non è una novità:

anche quando c'era al Governo l'onorevole Nitti, la Giunta ha deliberato di sentire il parere del Governo. Giacomo Matteotti: Certo è che la maggioranza, quando è posta un po' con le spalle al muro e non sa cosa decidere, finisce col decidere secondo quello che dirà padron Giolitti. (Interruzioni dal banco della Giunta

del bilancio.)

31-1-1921

Giacomo Matteotti: L'amico onorevole Storchi mi chiarisce un'arguzia dell'onorevole Sarrocchi, che io non avevo udita. Egli argomenterebbe, pare, che noi siamo diventati agnelli da quando le prendiamo. (Si ride.) Vuol dir questo? Ebbene non ci vuol molto a risponderle, e il collega Storchi, che mi ha

suggerito il pensiero dell'onorevole Sarrocchi,

mi suggerisce anche la risposta. Il fascismo è

andato a esercitarsi anche in quelle regioni,

come Reggio Emilia, dove mai, mai una sola parola di violenza fu lanciata, neppure in tono generico, neppure riguardo alla rivoluzione sociale; mai! E anche nella mia provincia di Rovigo, che posso citare a titolo di onore, non

si sono quasi mai manifestati, o in minima

misura, fatti di violenze, e quei pochi furono sempre repressi dalla nostra predicazione e

dalla nostra azione. Luigi Corazzin: Mio fratello però lo hanno bastonato!

Giacomo Matteotti: Codesti non sono fatti della mia provincia; non confonda. Gli onorevoli colleghi sanno che io in ogni

comizio, in ogni riunione

Paolo Mattei-Gentili: Infatti, senza il suo intervento, l'onorevole Merlin correva rischio d'essere ammazzato! Giacomo Matteotti: Ah! quando vi accomoda, io sono il rappresentante del socialismo rodigino; quando non vi accomoda, allora sono gli altri, quelli che razzolano male, i rappresentanti del socialismo rodigino! E notate ancora questo: i vostri giornali, il vostro "Corriere della Sera" or ora, a proposito del Congresso di Livorno, scriveva queste parole:

"Il socialismo" lascio la responsabilità dell'interpretazione al "Corriere della Sera" "che ha trionfato a Livorno, si caratterizza nel ripudio della violenza come atto quotidiano di

lotta, e come forza operante delle organizzazioni". Ora, proprio nel momento, onorevoli colleghi, in cui voi dite che il nostro partito non si mette sul terreno della violenza,

(Interruzioni.)

voi esercitate la violenza! E ciò non è, per lo meno, coraggioso.

21-7-1921

Giacomo Matteotti: Ah, lo so! gli industriali dicono: non è per noi, è per quei poveri operai (commenti e rumori all'estrema destra), perché tutto quello che fanno loro, lo fanno per i poveri operai, e quando si presentano al Governo si portano spesso dietro, legato alla catena, qualche miserello operaio che va a domandare che si tengano aperti gli stabilimenti. A questo la briciola, a loro il grosso pasto. (Rumori all'estrema destra) Giovanni Tofani: Parli dell'aumento del valore delle sue terre! (Rumori all'estrema sinistra.) Giacomo Matteotti: Questo aumento dipende in gran parte da quell'artificio protezionistico che io qui combatto. (Applausi all'estrema sinistra, interruzioni e commenti all'estrema destra, scambio di apostrofi tra estrema sinistra e estrema destra.)

Alberto De Stefani: Io, anche da questo posto, sento il dovere di dire ai rappresentanti della parte avversaria, e a coloro che essi rappresentano, che quegli egregi cittadini, che sono esuli dal Polesine, possono liberamente, e con perfetta libertà di spirito, ritornare nella loro regione. (Interruzioni, commenti all'estrema sinistra.) Mi meraviglio che non ritorni l'onorevole Matteotti, il quale l'altro giorno affermava di avere dalla sua parte centomila contadini! Ritorni con me nel Polesine, e si accorgerà, forse con mestizia, di non ritrovare più dietro di sé, ma dietro di noi, i suoi centomila contadini. Giacomo Matteotti: Ma li bastonate! Alberto De Stefani: Senza bastonature! Noi poniamo bensì un limite alla vostra azione, e questo limite riguarda la propaganda antinazionale. Quando la vostra propaganda si mantiene nei limiti del presupposto nazionale, noi l'accettiamo. Voci all'estrema sinistra: Borghese, non nazionale!

Alberto De Stefani: Non l'accettiamo quando è rivolta contro la Nazione. (Interruzioni, rumori all'estrema sinistra.) Il compito del Governo in questi casi è ben chiaro: è un errore politico il considerarci come un partito che mina l'esistenza dello Stato. (Interruzioni all'estrema sinistra, approvazioni a destra.) Bisogna che il Governo tenda ad assimilare il movimento fascista, perché è sopra ogni altro in esso e da esso la rinnovazione della coscienza nazionale e politica del Paese. (Approvazione a destra, rumori all'estrema sinistra.) Antonio Casertano: Chiedo di parlare. Presidente: Ne ha facoltà. Antonio Casertano: Sui fatti di Rovigo posso anche io affermare, e con soddisfazione, che nulla è avvenuto, e che l'adunata, di cui tanto ebbe a preoccuparsi la Camera l'altra sera, che io annunziavo pacifica, è stata effettivamente pacifica. Una voce all'estrema sinistra: Quando il Governo vuole, non accade nulla.

2-12-1921

Giacomo Matteotti: Orbene, il patto ricordato ieri dall'onorevole Mussolini non solo non fu applicato in fatto, non solo fu pochi

giorni fa disdetto dai fascisti, ma esso fu nelle province sottoposte al terrore dichiarato nullo fin dall'inizio dagli stessi agrario-fascisti. Ottorino Piccinato: Per la tua mala fede. Giacomo Matteotti: La prego di non darmi del tu, perché non potrei avere nulla di comune con lei. (Commenti all'estrema sinistra.) Il patto di pacificazione fu quindi dichiarato nullo non dopo i fatti di Roma, come racconta ai suoi lettori il "Duce che precede". Il Duce questa volta è arrivato con l'ultimo treno, perché il patto di Roma era stato dichiarato nullo da moltissimi mesi, prima ancora della sua applicazione, dal gruppo più grosso di tutti i suoi seguaci. Nella nostra provincia il partito agrario fascista, le bande criminali e i pagatori

(Interruzione del deputato

delle bande

Edoardo Torre, scambi di apostrofi tra l'estrema sinistra e l'estrema destra.)

Presidente: Facciano silenzio! Giacomo Matteotti: Se i colleghi mi offriranno un miglior nome per colui che uccide, io allora cambierò le mie parole. (Apostrofi del deputato Piccinato, vivissimi rumori.) Presidente: Onorevole Piccinato, taccia! La richiamo all'ordine. Giacomo Matteotti: Furono arrestati, sì, pochi giorni fa una squadra di giovanetti che

da Abano tornavano a Padova, senza usare violenza ad alcuno e che solo erano andati per impedire che le abituali violenze si esplicassero Voci a destra: Colle bombe a mano! Giacomo Matteotti: Quelli furono arrestati subito, ma le bande armate permanenti e

militarmente organizzate

(Rumori, commenti,

interruzione del deputato Gallani.) Presidente: Onorevole Gallani, taccia! Aldo Finzi: Torneremo sull'argomento. Giacomo Matteotti: Le squadre di azione pubblicano i loro bollettini di guerra per le

strade; le bande vanno attorno armate di bastoni, con la divisa della morte, con revolver, moschetti, bombe e benzina pronte a ogni momento a esercitare violenza, di giorno

e di notte, ma di codeste bande si è mai avuto

un solo caso, onorevole Bonomi, di denuncia

come di associazioni a delinquere, quali esse sono in realtà? Non un solo caso! (Interruzioni.) Voci a destra: Hanno salvato l'Italia queste associazioni (Rumori.) Giacomo Matteotti: Non una sola riunione

di organizzazioni nostra è stata possibile in

questi mesi. Dimostrare bisogna, non con

ingiurie, ma con fatti che questo non è vero! Voci all'estrema destra: Sì, sì! Coi fatti!

E nel 1919?

Giacomo Matteotti: Nel 1919 e nel 1920 le associazioni agrarie del Polesine hanno tenuto

tutte le loro riunioni. Sfido a dimostrare il

(Rumori.) E tutto questo perché?

In nome forse della Patria? Nel Polesine, fra i

nostri contadini non ci sono disertori da

contrario!

(Rumori.)

punire. Vi erano invece molti imboscati di parte agraria, esonerati durante la guerra. (Commenti.) Dei nostri non v'è nessuno che, dove fu chiamato, non abbia compiuto il proprio dovere. Ma dalla parte che assale, dalla parte fascista agraria, vi è qualcuno di cui i giornali ebbero a narrare come egli in tempo di guerra avesse rubato alla cassa del

reggimento, e ne avesse accusato falsamente il tenente del reggimento sperando che fosse

morto in battaglia

commenti.) Voci dall'estrema destra: Chi è? Dica i nomi! Giacomo Matteotti: Per conoscerne il nome non v'è che da aprire gli atti che sono stati mandati alla Giunta delle elezioni; vi è la sua firma, in un biglietto diretto al "caro Mussolini". (Commenti.)

(Rumori a destra,

Roberto Farinacci: Credevo che ve ne fosse uno di Mussolini a lui! (Commenti, interruzioni.) Giacomo Matteotti: O in nome forse

dell'economia nazionale e della produzione? Potrei ricordare anzitutto che il segretario degli pseudosindacati fascisti è un ex comunista che ha predicato la rivoluzione e le bombe contro la borghesia. (Commenti, interruzioni.) Ma obbiettivamente l'azione fascista nelle nostre campagne è riuscita soltanto a questo: a sgravare gli agrari dall'obbligo di impegnare la mano d'opera durante l'inverno, cioè a far lavorare meno i terreni: questa è stata l'opera vostra. (Commenti, interruzioni all'estrema destra.) Presidente: Onorevoli deputati, posso ammettere una interruzione, ma interruzioni sistematiche, continue, no! Giacomo Matteotti: I fascisti hanno aiutato l'agraria a svincolarsi dagli obblighi verso i lavoratori e verso la Nazione, e l'hanno aiutata quindi, onorevole Bonomi, a domandare che quello che essa non fa come impiego di mano d'opera sui terreni, ricada invece sullo Stato. (Commenti.) Questo hanno fatto i fascisti per la produzione e per la Nazione; oppure hanno

fatto ribassare i salari ai lavoratori, nonostante che i profitti degli agrari aumentino anziché diminuire. L'onorevole Mussolini ha voluto ieri qui fare il conto dei morti. Macabro conto!

Ma se anche esso dovesse dare a voi, quel che

non è, cioè la più lunga lista delle vittima, è certo evidente che tra i delinquenti, tra gli assalitori di case e gli assalitori di uomini (Interruzioni dei deputati De Vecchi, Caradonna e altri, vivissimi rumori.)

Voci all'estrema destra: É ora di (Rumori.)

Presidente: Onorevole Matteotti, la prego

di accogliere il mio invito e di non fare

apprezzamenti. Giacomo Matteotti: Questi sono fatti. Se per caso c'è stata dall'altra parte una vittima, essa fu quasi sempre ritrovata in un altro villaggio, lontanissimo dalla sua abitazione,

sotto la casa che aveva assalito a colpi di

mitraglia o di fucile, o in altro villaggio dove

era andata a fare la spedizione punitiva. Voci a destra: Non è vero.

finirla!

Giacomo Matteotti: Sono fatti e documentati. I nostri sono morti invece o tutti o quasi tutti nei loro villaggi, sulla soglia della loro casa, o nei loro letti, dove furono assassinati. (Vive interruzioni all'estrema destra.) Voci a destra: É tutto falso! Giacomo Matteotti: É qui documentato, non nei giornali nostri, ma in quelli fascisti e agrari. Nei giornali fascisti è scritto per esempio (questo non è della provincia di Rovigo, ma di quella del collega che ha parlato prima di me): "Nella nostra provincia il trattato non fu mai applicabile se non nei paesi, da noi dominati col terrore". Così scrive "La Voce", giornale fascista. Voci a destra: Non è vero!

22-5-1922

Giacomo Matteotti: Volete la riprova che non si trattava di una manifestazione di amicizia e di simpatia, come afferma l'onorevole De Stefani, ma di ricatto e di intimidazione contro la Giunta delle elezioni?

Eccola; il "Corriere del Polesine", organo agrario, scrive: "É di ieri la concessione di finanziamento agli affamati di Ferrara, ottenuta

grazie all'intervento risoluto dei Fasci

oggi i Fasci scendono compatti per la reintegrazione del diritto criminosamente violato" dalla Giunta delle elezioni! Alberto De Stefani: Mi dispiace di non avere la collezione dell'"Avanti!". Giacomo Matteotti: Comunque io non ho affermato fatti che non siano documentati nei vostri giornali. Volete la dimostrazione che si trattava di forze armate e non pacifiche? Ecco sempre il "Corriere del Polesine" il quale scrive: "Da oggi" cioè da venerdì "ore 14 cessano tutte le funzioni dei direttori dei Fasci per lasciare ogni funzione al Comando della legione militare fascista polesana". La legione militare è evidentemente adatta per una dimostrazione

Così

pacifica. Alberto De Stefani: Ma se sono disarmati! É la milizia della volontà che voi non avete. (Interruzioni, rumori.)

Giacomo Matteotti: Il giornale agrario riproduce inoltre il seguente bollettino di guerra: "Comando generale della zona. Dal Padovano arrivano continuamente grossi

pattuglioni

Alberto De Stefani: Avete paura delle parole. Giacomo Matteotti: Allora siete dei millantatori!

".

30-6-1922

Giacomo Matteotti: Così parlavano gli agrari! Nicola Bombacci: Così parlano quelli che vogliono continuare lealmente a fare la lotta di classe che professano e propagandano. Questo è un tranello in cui voi fate cadere i lavoratori! Giacomo Matteotti: Così parlano gli agrari oggi! Nicola Bombacci: Voi siete dei legalitari e avete ragione. É Mingrino che dice di essere rivoluzionario! Rivoluzionario di cartone! (Rumori.)

Giacomo Matteotti: Noi non abbiamo voluto seguire il metodo dei nostri colleghi estremisti che hanno disertato i lavori della commissione, o vi hanno partecipato senza una parola, senza una osservazione, senza provocare un solo voto. Noi vi siamo andati

invece a compiere tutta la nostra opera, anche rischiosa, di partecipazione positiva ai lavori, in difesa del consumatore-lavoratore. (Approvazioni, applausi all'estrema sinistra.) Fabrizio Maffi: E i risultati? Giacomo Matteotti: I risultati, egregio Maffi, non sono misurabili sul complesso della tariffa, perché noi non siamo al Governo, perché la tariffa è opera del Governo, e la revisione definitiva è opera della

I nostri risultati si misurano dai

maggioranza

miglioramenti da noi proposti e ottenuti e quelli che noi abbiamo ottenuti te li potrò enumerare fra poco, purché tu abbia un po' di pazienza. Fabrizio Maffi: Questo è l'elogio del faticone.

Giacomo Matteotti: Se ci vantiamo anche di questa fatica fatta giorno per giorno, e che contraddice alla vostra inerzia mentale di far aspettare il popolo nella illusione della grande palingenesi della rivoluzione. (Applausi a sinistra.)

30-5-1924

Giacomo Matteotti: Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta convalida di numerosi colleghi. Nessuno, certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all'infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l'elenco dei nomi letti per la convalida; nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro.) Dario Lupi: É passato il tempo in cui si parlava per le tribune! Giacomo Matteotti: Certo la pubblicità è per voi un'istituzione dello stupidissimo secolo Xix. (Vivi rumori, interruzioni alla destra e al centro.) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell'Assemblea una

conoscenza esatta dell'oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura,

possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Or contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di

quattro milioni e tanti voti

(Interruzioni.)

Voci al centro: E anche più!

questa lista non li ha

ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessaria (interruzioni, proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal presidente sieno di quei capilista che

resterebbero eletti anche se, invece del premio

di maggioranza, si applicasse la proporzionale

pure in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno

ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna

Giacomo Matteotti:

affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza. (Rumori vivissimi.) Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti, proteste, interruzioni alla destra e al centro.) Maurizio Maraviglia: In contestazione non c'è nessuno, diversamente si asterrebbe! Giacomo Matteotti: Noi contestiamo Maurizio Maraviglia: Allora contestate

voi! Giacomo Matteotti: Certo sarebbe meraviglia se contestasse lei! L'elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal Governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano

che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto

il potere con la forza, anche se

interruzioni a destra e al centro, movimenti dell'on' presidente del Consiglio.) Voci a destra: Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra! (Applausi alla destra e al centro.) Giacomo Matteotti: Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza del mio ragionamento. Per vostro stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà (Rumori, proteste e interruzioni a destra.) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito Maurizio Maraviglia: Hanno votato otto milioni di italiani!

egli

approvava o non approvava la politica o per meglio dire il regime del Governo fascista.

Nessuno si è trovato libero, perché ciascun

(Vivaci

Giacomo Matteotti:

se

cioè

cittadino sapeva a priori che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c'era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra.) Una voce a destra: E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze? Roberto Farinacci: Potevate fare la rivoluzione! Maurizio Maraviglia: Sarebbero stati due milioni di eroi! Giacomo Matteotti: A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia

(Applausi vivissimi e prolungati a

armata

destra e grida di "Viva la milizia".) Voci a destra: Vi scotta la milizia!

milizia

(Interruzioni a destra, rumori

armata

prolungati.) Voci: Basta! Basta! Presidente: Onorevole Matteotti, si attenga all'argomento. Giacomo Matteotti: Onorevole presidente, forse ella non m'intende; ma io

Giacomo Matteotti:

esiste

una

parlo di elezioni. Esiste una milizia armata (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere

un determinato capo del Governo bene

indicato e nominato nel capo del fascismo e

non, a differenza dell'esercito, il capo dello

Stato. (Interruzioni e rumori a destra.) Voci a destra: E le guardie rosse? Giacomo Matteotti: Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se a esso il consenso mancasse. (Commenti.) In aggiunta e in particolare (interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l'Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza

di militi nazionali in gran numero

(Interruzioni, rumori.) Roberto Farinacci: Erano i balilla! Giacomo Matteotti: É vero, onorevole

Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all'estrema sinistra, rumori a destra e al centro.) Voce al centro: Hanno votato i disertori per voi! Enrico Gonzales: Spirito denaturato e

rettificato!

Giacomo Matteotti: Dicevo dunque che

mentre abbiamo visto numerosi di questi militi

in ogni città e più ancora nelle campagne

(interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione depositati presso i comuni erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per

ogni città, per dare l'illusione dell'osservanza

di una legge apertamente violata, conforme

allo stesso pensiero espresso dal presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori.) A parte questo argomento del proposito del Governo

di reggersi anche con la forza contro il

consenso, del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce

all'inizio e fondamentalmente la libera

espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l'ultima elezione in Italia, c'è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti.) Voci a destra: Perché avete paura! Perché scappate! Giacomo Matteotti: Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alla rivoltelle. (Vivi rumori, interruzioni, approvazioni all'estrema sinistra.) E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati.) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale

chiede

che il

primo momento elettorale è quello per il quale ogni partito presenta con 300 o 500

(Interruzioni, rumori.) Paolo Greco: É ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento! Giacomo Matteotti: E allora sciogliete il

(interruzioni, rumori)

dicevo

Parlamento! Paolo Greco: Voi non rispettate la maggioranza e non avete il diritto di essere rispettati. Giacomo Matteotti: Ciascun partito

doveva, secondo la legge elettorale, presentare

la propria lista di candidati

Maurizio Maraviglia: Ma ella deve parlare sulla proposta dell'onorevole Presutti. Giacomo Matteotti: Richiami dunque lei all'ordine il presidente! La presentazione delle liste - dicevo - deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle 300 alle 500 firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sette circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaro, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate "provocazioni",

sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi.) Giuseppe Bastianini: Questo lo dice lei! Voci dalla destra: Non è vero, non è vero!

(Vivi rumori.)

Giacomo Matteotti: Volete i singoli fatti? Eccoli: a Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le 300 firme e la sua casa è stata

circondata

Maurizio Maraviglia: Non è vero. Lo

inventa lei in questo momento.

Roberto Farinacci: Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto! Giacomo Matteotti: Fareste il vostro mestiere! Emilio Lussu: É la verità, è la verità!

(Rumori.)

Giacomo Matteotti: A Melfi

(Rumori

vivissimi, interruzioni.) A Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza. (Rumori.) In Puglia fu bastonato perfino un notaio. (Rumori vivissimi.) Gino Aldi-Mai: Ma questo nei ricorsi non c'è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto io gli atti delle Puglie e in nessuno dei ricorsi è

accennato il fatto di cui parla l'onorevole Matteotti. Roberto Farinacci: Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la

normalizzazione! Giacomo Matteotti: A Genova (rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati. Voci: Perché erano falsi. Giacomo Matteotti: Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati! Roberto Farinacci: Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni? Giacomo Matteotti: Ci sono. Una voce dal banco delle commissioni:

No, non ci sono; li inventa lei. Presidente: La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di competenza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui. Giacomo Matteotti: Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c'è offesa, non c'è ingiuria per nessuno in ciò che dico; c'è una descrizione di fatti.

Attilio Teruzzi: Che non esistono! Giacomo Matteotti: Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l'annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo a essi un

vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni.) Voce a destra: Lo provi. Giacomo Matteotti: La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l'eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcuna altra voce ed espressione. (Applausi all'estrema sinistra.) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente, e come si poté, con nuove firme in altre province. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme, per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite. Una voce dal banco della Giunta: Dove furono impedite?

Giacomo Matteotti: A Melfi, aIglesias, in

devo ripetere? (Interruzioni, rumori.)

Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che demandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile. Una voce: Non è vero! Parli l'onorevole Mazzoni. (Rumori.) Giacomo Matteotti: Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là ove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori.) Volete i fatti? La Camera ricorderà l'incidente occorso al collega Gonzales. Attilio Teruzzi: Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. Io, per un anno, sono andato a casa

Puglia

con la pena di morte sulla testa! Giacomo Matteotti: Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919. Voci: Non è vero! Non è vero! Aldo Finzi: Non è così! Giacomo Matteotti: Porterò i giornali vostri che lo attestano. Aldo Finzi: Lo domandi all'onorevole Merlin che è il più vicino a lei! L'onorevole Merlin cristianamente deporrà. Giacomo Matteotti: L'onorevole Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito o stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano, non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni (rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui

nell'Assemblea? (Rumori a destra.) Attilio Teruzzi: É ora di finirla con queste falsità. Giacomo Matteotti: L'inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova con una conferenza privata e per inviti da parte dell'onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all'oratore di aprire nemmeno la bocca. ( Rumori, interruzioni, apostrofi.) Una voce: Non è vero, non fu impedito niente. (Rumori.) Giacomo Matteotti: Allora rettifico? Se l'onorevole Gonzales dovette passare otto giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni.) L'onorevole Gonzales che è uno studioso di san Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride, interruzioni.) A Napoli doveva parlare (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all'estrema

sinistra.) Presidente: Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione. Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve; e concluda. Giacomo Matteotti: L'Assemblea deve tener conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito Voci: I fatti non sono improvvisati! (Rumori.)

Giacomo Matteotti: Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il

compatimento dell'Assemblea

(rumori) non

comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del

Governo fascista e accennavo al fatto che l'onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell'onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo

dell'opposizione costituzionale, l'onorevole

Amendola, e che fu impedito

rumori.) Voci a destra: Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d'accordo tutti! Giacomo Matteotti: Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticità! Paolo Greco: Chiedo di parlare sulle affermazioni dell'onorevole Matteotti. Giacomo Matteotti: L'onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati i quali intervennero nella città Errico Presutti: Dica bande armate, non corpi armati! Giacomo Matteotti: Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori.) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati circa 60 non potevano liberamente circolare nella loro circoscrizione! Voci di destra: Per paura! Per paura! (Rumori, commenti.)

(Oh! oh!,

Roberto Farinacci: Vi abbiamo invitati telegraficamente! Giacomo Matteotti: Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenzainerme alle violenze fisiche dell'avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori.) Che non fosse paura poi lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che a esso solo gli avversari fossero presenti e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire "qualcuno di voi ha provocato" e come "in seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere l'offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni.) Voci di destra: L'avete studiato bene! Orazio Pedrazzi: Come siete pratici di queste cose voi! Presidente: Onorevole Pedrazzi! Giacomo Matteotti: Comunque, ripeto, i candidati erano nell'impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!

Voce a destra: Avevano paura! Filippo Turati: Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c'erano i briganti, avevamo paura! (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra.) Una voce: Lei ha tenuto il contraddittorio

con me ed è stato rispettato! Filippo Turati: Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra.) Presidente: Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti! Giacomo Matteotti: Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti,

mi seggo e non parlo! (Approvazioni alla

estrema sinistra, rumori prolungati.) Presidente: Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l'onorevole Rossi Giacomo Matteotti: Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! Io non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti! Ho diritto di essere

rispettato! (Rumori prolungati, conversazioni.) Antonio Casertano: Chiedo di parlare. Presidente: Ha facoltà di parlare

l'onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C'è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta. Giacomo Matteotti: Onorevole Presidente! Presidente: Onorevole Matteotti, se ella vuol parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente. Giacomo Matteotti: Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente! Presidente: Parli, parli. Giacomo Matteotti: I candidati non

avevano la libera circolazione

(Rumori,

interruzioni.) Voci: Lasciatelo parlare! Presidente: Facciano silenzio! Lascino parlare! Giacomo Matteotti: Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni,

nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l'indomani o dover abbandonare il proprio Paese e emigrare all'estero. (Commenti.) Una voce: Erano disoccupati! Giacomo Matteotti: No, lavoravano tutti, e solo non lavoravano quando voi li boicottate. Voci da destra: E quando li boicottavate voi? Roberto Farinacci: Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco! Giacomo Matteotti: Uno dei candidati, l'onorevole Piccinini, al quale mando a nome

del mio gruppo un saluto Voci: E Berta? Berta! Giacomo Matteotti:

conobbe cosa voleva

dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il

(Rumori.)

destino suo all'indomani. (Rumori.) Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Io accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni alla estrema sinistra.) Un'altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete come erano nella massima parte dei casi i seggi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, anche in seguito a tutti gli scioglimenti di consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante. Quindi l'unica garanzia possibile, l'ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti nel 90 per cento, e credo in qualche

regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno che in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, e la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo o documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l'unico controllo, l'unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nella legalità. Noi possiamo riconoscere che in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni, vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo, e l'onorevole

Farinacci che è molto aperto me lo potrebbe ammettere, fu data a uno scopo evidente:

dimostrare, nei centri più controllati dalla opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con un'evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c'è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a

scopo dimostrativo quella relativa libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi da superare la maggioranza - con questa conseguenza, però, che la violenza che non si era avuta prima delle elezioni si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che

è avvenuto specialmente nel milanese e nel

genovesato e in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati assai poco soddisfacenti in confronto della lista fascista.

Si

ebbero distruzioni di giornali, devastazioni

di

locali, bastonature alle persone. Distruzioni

che han portato milioni di danni

(Vivissimi

rumori al centro e a destra.)

Una voce a destra: Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti. Giacomo Matteotti: Onorevoli colleghi, a

un comunista potrebbe essere lecito, secondo

voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma

non ai nazionalisti, né ai fascisti, come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua

adeguata protesta, e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in

tre maniere: l'Italia è una, ma ha ancora diversi

costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in

altre regioni che furono citate all'ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l'atto

di fedeltà che diedero al Governo fascista, e

che prima erano state organizzate presso i contadini del Partito socialista, o del Partito

popolare, gli elettori votavano sotto controllo

del Partito fascista, con la regola del tre. Ciò

fu dichiarato e apertamente insegnato, persino

fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (interruzioni) variamente alternati, in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti. In moltissime province, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente. Aldo Finzi: Evidentemente lei non c'era! Questo metodo non fu usato! Giacomo Matteotti: Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato. Aldo Finzi: Lo provi! Giacomo Matteotti: In queste regioni tutti gli elettori Francesco Ciarlantini: Lei ha un trattato; perché non lo pubblica? Giacomo Matteotti: Lo pubblicherò quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (vivissimi rumori al

centro e a destra) perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori.) La regola del tre, cui prima accennavamo, diede modo al partito dominante di controllare personalmente ciascun elettore, e applicare il giorno seguente ai ribelli la sanzione col boicottaggio dal lavoro e con le percosse. (Rumori.) Voci: No, no! Giacomo Matteotti: Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del sindacato fascista o del fascio. (Vivi rumori, interruzioni.) Giacomo Suardo: L'onorevole Matteotti non insulta me rappresentante; insulta il popolo italiano e io per la mia dignità esco dall'Aula.

(Rumori, commenti.) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l'onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest'Aula. (Applausi, rumori, commenti.) Attilio Teruzzi: L'onorevole Suardo è medaglia d'oro! Si vergogni, onorevole Matteotti. (Rumori all'estrema sinistra.) Presidente: Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda! Giacomo Matteotti: Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell'Italia prefascista, ma anche dall'Italia fascista ha avuto l'onore di essere allargato a larghissime zone del meridione; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi

di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i sessanta anni. (Commenti.) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono a impedirlo. Edoardo Torre:

Basta, la finisca! (Rumori, commenti.) Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori, alcuni deputati scendono nell'emiciclo.) Presidente: Onorevoli deputati, li invito alla calma, sgombrino l'emiciclo! Edoardo Torre: Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti, rumori.) Voci: Vada in Russia! Presidente: Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda! Giacomo Matteotti: Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine,

ebbero dentro le cabine, in moltissimi comuni specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i

voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire

i plichi e verificare i cumuli di schede che

sono state votate, potrebbe trovare che molti

voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere

i molti altri sistemi impiegati per impedire la

libera espressione della volontà popolare. Il

fatto è che solo una piccola minoranza di

cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto; anzi noi abbiamo potuto avere il nostro voto il più delle volte, quasi esclusivamente,

da

coloro che non potevano essere sospettati

di

essere socialisti. I nostri furono impediti

dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialisti, si sono sottratte al controllo o hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste

nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l'oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all'estrema sinistra, rumori dalle altre parti della Camera.) Per tutte queste

ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinuncio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (rumori)

queste ragioni noi domandiamo

l'annullamento in blocco della elezione di maggioranza. Voci alla destra: Accettiamo! (Vivi applausi a destra e al centro.) Giacomo Matteotti: Riconosciamo che i ricorsi non potevano, per la stessa esistenza del regime di violenza, essere documentati. Ma è appunto una investigazione che solo la Giunta nella sua discrezione, nella sua

coscienza potrebbe compiere, investigando da per tutto, in ogni documento, luogo per luogo. Noi domandiamo che sia compiuto tale esame, domandiamo alla Giunta che essa investighi

per

sui metodi usati in quasi tutta Italia. É un dovere e un diritto, senza il quale non esiste sovranità popolare. Noi sentiamo tutto il male

che all'Italia apporta il sistema della violenza; abbiamo lungamente scontato anche noi pur minori e occasionali eccessi dei nostri. Ma appunto per ciò, noi domandiamo alla maggioranza che essa ritorni all'osservanza del diritto. (Rumori, interruzioni, apostrofi dal centro.) Voi che oggi avete in mano il potere e

la forza, voi che vantate la vostra potenza,

dovreste meglio di tutti gli altri essere in grado

di fare osservare la legge da parte di tutti.

(Interruzioni a destra.) Voci a destra: E la rivoluzione dov'è? Giacomo Matteotti: Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l'autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi, sì, veramente rovinate quella che è l'intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la

licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data,

ci possono essere errori, eccessi momentanei,

ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da se medesimo. (Interruzioni a destra.) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l'opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni (Applausi all'estrema sinistra, vivi rumori.)

4-6-1924

Giacomo Matteotti: L'amnistia ai disertori

è stata approvata dai giornali fascisti! Dal "Popolo d'Italia"! (Vivi rumori.) Benito Mussolini, presidente del

Consiglio: Non è vero! Era per quelli che non avevano disertato al nemico! Lei mentisce sapendo di mentire! (Applausi a destra e al centro.) La sfido a documentare la sua asserzione! Giacomo Matteotti: L'abbiamo data la documentazione e la ripeteremo! (Approvazioni all'estrema sinistra, rumori vivissimi.) Benito Mussolini: Durante il discorso dell'onorevole Facchinetti l'onorevole Matteotti ha accennato a certi atteggiamenti che avrebbe preso il "Popolo d'Italia" durante il 1919. Quali essi siano questi atteggiamenti, io ne rivendico intera la responsabilità; ma io temo che l'onorevole Matteotti mi voglia giocare un brutto tiro, che consisterebbe nel riesumare i discorsi violentissimi che io ho pronunciato, in svariate occasioni, contro l'amnistia ai disertori, discorsi nei quali forse andavo oltre certi limiti, che oggi non potrei, per debito di coscienza, mantenere. Del resto ricordo che nel 1919, quando tutta l'Italia era

imbestiata dalle pubblicazioni che si facevano sull'inchiesta di Caporetto, l'unico giornale e l'unico uomo politico che abbia avuto il coraggio di difendere, a viso aperto, quel generale che voi chiamavate il fucilatore - parlo del generale Graziani - sono stato io ed è stato il mio giornale. (Applausi.) Questo volevo dirvi perché, vi ripeto, nel 1919, e l'onorevole Facchinetti lo sa, io ero perfettamente al mio posto. (Vivi applausi.) Giacomo Matteotti: Ho ascoltato volentieri le dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla questione del decreto di amnistia ai disertori. Trovo in esse una leale accettazione del fatto che io ho enunciato. Benito Mussolini: Dimostrerò il contrario. Giacomo Matteotti: L'apprezzamento di quelle frasi stampate nel 1919 sul "Popolo d'Italia" può essere poi fatto dal pubblico. Noi abbiamo pubblicato sul nostro giornale il testo. Benito Mussolini: Non i miei discorsi. Giacomo Matteotti: Non vorrà certo che noi pubblichiamo l'edizione completa dei suoi

lavori! Benito Mussolini: Lo fate tanto spesso! Vivete ancora su quello. (Approvazioni.) Riportate sempre i miei articoli dopo dieci anni. Persino il #,o maggio! Giacomo Matteotti: Abbiamo pubblicato solamente, si intende, la parte che ci interessava come avversari e cioè l'approvazione dell'amnistia data nel vostro giornale nel febbraio e nel settembre del 1919. Le pubblicazioni restano non smentibili; e ognuno ha i suoi errori, sui quali poi il pubblico formula il suo apprezzamento. Perciò questo incidente è chiaramente liquidato! (Rumori, interruzioni.) Benito Mussolini: Io dimostrerò la vostra malafede. (Commenti.) Sei giorni più tardi Giacomo Matteotti veniva rapito e assassinato.

IV - Fior da fiore (tutti i deputo-interruttori da A a Z)

A

12-12-1969

Tullio Abelli:

Del

resto, le ragioni che

vorrebbero i comunisti e Donat Cattin sono delle strane ragioni, perché sono quelle stesse ragioni che serviranno ai comunisti per impiccare Donat Cattin. Alfredo Pazzaglia: L'hanno già impiccato in effigie i metalmeccanici, quando sono sfilati per le vie di Roma.

1-2-1983

Neppure crediamo che

sia un irresponsabile il più giovane e il più rampante ministro delle Partecipazioni statali

(Interruzione del deputato Minervini). Il più ruspante, suggerisce il collega Minervini. Aldo Ajello: Rampante, rampante

Franco Bassanini:

vostro relatore ha

voluto, invece, assumersi la funzione del modesto medico che, anziché ispirarsi alle

grandi dottrine, studiare dei grossi volumi

Mariano

Pintus:

Il

Adelio

Albarello:

a

tutti,

indistintamente, l'olio di ricino!

22-1-1970

in quest'aula la

battaglia è cominciata, immaginatevi che cosa

sarà la stessa battaglia fuori. Vittorio Badini Confalonieri: Il Partito repubblicano è scomparso. Gennaro Alfano. É l'esercito di Franceschiello.

Giorgio Almirante:

Se

21-4-1950

dico ciò che dicevo

da ministro. Giorgio Almirante: Soltanto che da ministro non le riusciva di fare ciò che diceva, perché l'onorevole Togliatti faceva il ministro

per conto suo. (Applausi al centro e a destra si ride.)

Pietro Nenni:

Oggi

Giorgio Almirante: Perché, quanto più saranno designati uomini ritenuti di sinistra a presiedere governi democristiani, tanto più quegli uomini ritenuti di sinistra, quando si presenteranno al giudizio del Parlamento, saranno costretti ad affermazioni rigidamente anticomuniste, filo-atlantiche e filo- europeistiche. Amintore Fanfani, presidente del COnsiglio: Immagini cosa farebbe l'onorevole Nenni. Giorgio Almirante: L'onorevole Nenni farebbe tutt'altro. E credo che non starei qui a vederlo. Giancarlo Pajetta: Quello di scappare è un vizio che non avete dimenticato. Giorgio Almirante: Onorevole Pajetta, un po' per uno. Voi siete scappati per venti anni, noi potremo scappare in seguito. Ci sono dei turni. Giancarlo Pajetta: Ella sa che non è vero.

5-10-1955

Giorgio Almirante:

invece

di imparare

cose così strane, potevano andare a imparare come fa la Germania a non avere nemmeno un comunista al Parlamento. Mario Angelucci: Questo segreto non lo sa neanche Adenauer. Giorgio Almirante: Se non lo sa, vuol dire che è ancora più bravo di quello che io credessi.

22-11-1956

"Per tutto questo noi

continueremo a sostenere questo Governo" come diceva l'onorevole Nenni "con una spi