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Francesco Cassata
Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica

A Londra, tra il 24 e il 31 luglio 1912, sotto la presidenza di Leonard Darwin,


si tiene il primo Congresso internazionale di eugenica. La folta delegazione
italiana comprende alcune delle figure più rilevanti della scienza positivista: il
giurista Raffaele Garofalo, gli antropologi Giuseppe Sergi (1841-1936) e Vin-
cenzo Giuffrida-Ruggeri (1872-1921), gli psichiatri Enrico Morselli (1852-1929)
e Antonio Marro (1840-1913), l’economista Achille Loria (1857-1943), il socio-
logo Roberto Michels (1876-1936), gli statistici Alfredo Niceforo (1876-1960)
e Corrado Gini (1885-1965). Un quadro eterogeneo, dal punto di vista delle
appartenenze disciplinari, e piuttosto trasversale anche sul piano degli orien-
tamenti politici, andando dal socialismo di Loria e Niceforo al nazionalismo
di Gini.
Nella storia dell’eugenica italiana, il First International Eugenics Congress
costituisce un momento periodizzante, da due punti di vista. In primo luo-
go, il congresso di Londra avvia in Italia il processo di organizzazione e isti-
tuzionalizzazione del movimento eugenetico. Non che prima del 1912 non sia
presente, nel contesto scientifico e culturale italiano, un dibattito attorno ai
problemi della rigenerazione biologica della nazione. Le utopie igienistiche di
Paolo Mantegazza, titolare della prima cattedra di antropologia in Italia, me-
dico e divulgatore scientifico di straordinario successo1; gli sviluppi ottocen-
teschi della medicina sociale2; l’effimera comparsa, tra il 1910 e il 1913, di un
movimento neomalthusiano3, dimostrano con chiarezza la presenza di una sor-
ta di proto-eugenica italiana. Ma è soltanto all’indomani del congresso londi-
nese che il termine “eugenica” (o “eugenìa”, o ancora “eugenetica”) si diffon-
de largamente presso le riviste scientifiche e presso il più vasto pubblico. È nel
1912 che al ginecologo Serafino Patellani viene assegnato il primo corso libero
di “eugenetica sociale”. Ed è nel 1913 che si costituisce, presso la Società romana

In figura: operaio al porto di Viareggio, 1933.


Fotografia di Herbert List, Magnum Photos, Contrasto.
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di Antropologia, un primo Comitato Italiano per gli Studi di Eugenica, pre-


sieduto da Giuseppe Sergi4.
In secondo luogo, la ricostruzione dei percorsi scientifici dei membri più
importanti della delegazione consente di individuare, alle origini dell’eugeni-
ca in Italia, un nucleo di problemi – l’atavismo, il rapporto tra genio e dege-
nerazione, l’eterogeneità antropologica della popolazione italiana, le dinami-
che demografiche del ricambio sociale – che evidenzia gli apporti di due figure
intellettuali di estrema rilevanza nella storia delle scienze sociali: l’antropolo-
go e criminologo Cesare Lombroso e l’economista e statistico (nonché socio-
logo) Vilfredo Pareto.
Dalla singolare convergenza di queste due linee genealogiche differenti e
conflittuali scaturisce la specificità dell’eugenica italiana nel contesto interna-
zionale e la sua contrapposizione – tanto sul piano teorico quanto su quello
politico – al mainstream anglosassone.

Il problema della degenerazione: la via lombrosiana

La via lombrosiana all’eugenica può essere innanzitutto individuata nella par-


ticolare declinazione che il concetto di dégénérescence assume nella produzione
teorica del criminologo. Molto si è scritto sull’importanza del concetto di dege-
nerazione nella genesi del discorso eugenetico5. Tuttavia, il nesso degenerazione-
eugenica varia notevolmente a seconda degli scenari culturali di riferimento.
In particolare, la teoria dell’atavismo e del delinquente nato non sembra
condividere l’immagine pessimista di onnipresenza e disseminazione della dege-
nerazione che induce Francis Galton, nel 18836, a coniare il termine eugenics
per indicare un programma di pianificazione e razionalizzazione della ripro-
duzione umana, finalizzato al miglioramento biologico della specie. Indivi-
duata nell’arresto di sviluppo la causa fondante dell’innatismo del delitto,
l’obiettivo dell’antropologia criminale non consiste, infatti, nell’intervenire sui
processi riproduttivi, quanto piuttosto nell’isolare il tipo disgenico (il delin-
quente antisociale) e nel segregarlo dal resto della società. Lombroso elabora
pertanto una «nuova terapia criminale», un largo progetto di riforme e di con-
trollo sociale, la cui articolazione è dedotta dalle complesse tassonomie antro-
pologico-psichiatriche: la regolamentazione dei flussi migratori e una rapida
giustizia repressiva, il sequestro dei delinquenti abituali e il controllo dei cit-
tadini «onesti, ma deboli», la tassa sugli alcoolici e una sorveglianza protratta
dei giovinetti e dei derelitti attraverso gli « asili spontanei » o « obbligatori »
e le « scuole industriali ». Per i delinquenti nati e i criminali pazzi, le misure
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sono differenti e più gravi: il «sequestro a vita», i lavori forzati, il manicomio


criminale e, infine, la pena di morte. È soprattutto in relazione a quest’ultimo
provvedimento che l’intento eugenetico risulta esplicito:

Se è giusto considerare che la radice di certi mali non si sopprime con la morte
di pochi malvagi, è pur vero che i delitti hanno scemato di intensità e ferocia in
questi ultimi secoli anche in grazia della pena di morte, distribuita allora in così
larga copia e con tanta pubblicità; che se avrà contribuito per qualche quota a
nuovi delitti collo spirito di imitazione e coi feroci pubblici spettacoli, deve pur
averne scemati moltissimi altri, prevenendo radicalmente ogni devazione, ogni re-
cidiva ed eredità nei delinquenti, facendo insomma quello che fece la natura,
quando, colla selezione della specie, dagli esseri più inferiori, giunse a darci il gran-
de dominatore del globo.7

La teoria del delinquente nato sarà oggetto di innumerevoli critiche, ma il cor-


done sanitario di difesa sociale teorizzato da Lombroso, con la sua sequenza
di prevenzione, utilizzazione socioeconomica, segregazione e – soltanto come
extrema ratio – eliminazione degli elementi disgenici, influenzerà a lungo l’eu-
genica italiana, definendone la specifica collocazione nel contesto internazio-
nale8. Non è un caso, a questo proposito, che siano soprattutto gli antropolo-
gi di formazione lombrosiana a insistere per primi sull’efficacia di una sche-
datura preventiva della popolazione, nella convinzione che la disponibilità di
dati e di cifre costituisca la premessa a una gestione tecnico-burocratica del ma-
teriale umano più razionale. L’idea di una « cartella biografica » verrà infatti
suggerita a più riprese: per i militari, come vuole il capitano medico Salvato-
re Guida nel 1879; per i criminali e gli operai, come auspica, nel primo de-
cennio del Novecento, il medico legale Salvatore Ottolenghi, allievo di Lom-
broso e fondatore della Scuola di Polizia Scientifica; per gli studenti, secondo
le indicazioni di Alfredo Niceforo del 19139.
Il modello atavistico, che presuppone la predisposizione biologica al ma-
le, e il principio della difesa della società, basato sulle pratiche istituzionali
della segregazione, della prevenzione e del controllo, convivono tuttavia, nel-
lo schema teorico lombrosiano, con l’affermazione di una dimensione evo-
lutiva della degenerazione. La riflessione di Lombroso sul genio assume, da
questo punto di vista, un’importanza fondamentale. Pur ritenendo l’Here-
ditary Genius di Galton un « lavoro prezioso », Lombroso ne contesta i dati
statistici, affermando, in polemica con lo scienziato inglese, la più debole
« azione ereditaria » del genio rispetto a quella della follia10. Se, dunque, da
un lato, esiste un « fatale parallelismo » tra genialità e degenerazione, dall’al-
tro lato l’uomo geniale rappresenta, nel pensiero lombrosiano, l’anomalia
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progressiva per eccellenza: l’azione geniale è innovatrice e può cambiare il


mondo, la degenerazione produce progresso. Se in Galton la selezione na-
turale deve essere rafforzata da una selezione artificiale eugenetica, in Lom-
broso l’eugenica è, per così dire, iscritta negli stessi meccanismi evolutivi del-
la selezione naturale, pur nei suoi aspetti degenerativi. Non a caso il genio
portatore di degenerazione, ma innovatore e creatore di progresso, rappre-
senta soltanto uno degli aspetti della trasgressione positiva alle norme, teo-
rizzata da Lombroso: il rivoluzionario protagonista delle spinte progressiste,
la criminalità evolutiva moderna, la funzione sociale del delitto ne sono al-
trettante manifestazioni. Anche questa seconda dimensione del pensiero
lombrosiano eserciterà un’influenza durevole nell’eugenica italiana nove-
centesca: in diverse occasioni, il rifiuto di misure eugenetiche negative (pri-
ma fra tutte, la sterilizzazione) da parte degli eugenisti prenderà le mosse
dall’idea lombrosiana che nella degenerazione possa manifestarsi in realtà il
genio, che i malformati o gli epilettici possano nascondere nelle loro file un
Leopardi o un Manzoni.
Dal punto di vista del passaggio all’eugenica della scuola lombrosiana, il
First International Eugenics Congress del 1912 riveste una duplice importan-
za. In primo luogo, la delegazione italiana esprime una sintesi di quei filoni
disciplinari – antropologia, psichiatria, criminologia, medicina legale – sui
quali l’influenza del pensiero di Lombroso è stata indiscutibile. A scorrere i
nomi dei componenti si incontrano, infatti, figure intellettuali – come, in
particolare, quelle di Giuseppe Sergi, Raffaele Garofalo, Alfredo Niceforo ed
Enrico Morselli –, i cui legami scientifici e personali con Lombroso sono ben
noti: Sergi ha ampiamente condiviso le posizioni lombrosiane sull’atavismo
e sull’inferiorità biologica femminile; al fianco di Lombroso, Garofalo è sta-
to cofondatore, nel 1880, dell’«Archivio di psichiatria, scienze penali ed antro-
pologia criminale»; Niceforo, per le sue indagini statistico-antropologiche sul-
la «razza maledetta» del Mezzogiorno, è addirittura stato etichettato polemi-
camente da Napoleone Colajanni come «il lombrosiano ultimo venuto»11;
quanto a Morselli, soprattutto agli anni giovanili risale il suo interesse per le
innovazioni lombrosiane, mai tradottosi però in aperta adesione e anzi sfocia-
to in seguito in netta presa di distanza. Occorre inoltre ricordare che numero-
si saranno gli esponenti della medicina legale e militare, di ispirazione lombro-
siana, che entreranno a far parte, nel 1913, del primo Comitato Italiano per gli
Studi di Eugenica, a partire da Mario Carrara e da Salvatore Ottolenghi, assi-
stente di Lombroso a Torino tra il 1885 e il 1893.
Ma quali sono le caratteristiche dell’eugenica dei “lombrosiani” in con-
gresso a Londra?
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Nella capitale britannica, Raffaele Garofalo non presenta una relazione spe-
cifica, ma compare come membro onorario del comitato organizzatore del
congresso, a testimonianza di quanto l’eugenica sia importante per la scuola
positiva di diritto penale. Fin dal 1885, infatti, il giurista ha sostenuto a gran
voce la custodia in manicomio criminale a tempo indeterminato per gli au-
tori di delitti contro le persone, allorché «per la precedenza di altri reati, per
degenerazione ereditaria e per un insieme di caratteri psichici ed antropologi-
ci spiccati, si possa presumere che il reo sia un imbecille morale o delinquen-
te istintivo »12. Allo stesso modo, per Garofalo, è innanzitutto la necessità di
una protezione eugenetica a giustificare il ripristino, nel codice penale, della
pena di morte, la quale, nel passato, avrebbe avuto il merito di «rendere im-
possibile la prolificazione dei delinquenti, e di tramandarcene quindi un nu-
mero minore»13.
Anche nel caso di Niceforo, l’eugenica si inserisce a corollario di una ri-
flessione sulle cause antropologiche – tanto ereditarie quanto ambientali – del-
l’inferiorità della «razza meridionale» e delle classi povere – intrapresa a par-
tire dagli ultimi anni dell’Ottocento14. Per lo statistico, la debolezza biologica
è la principale causa dell’inferiorità socioeconomica: «Gli individui delle clas-
si inferiori presentano, al confronto con i soggetti delle classi superiori, uno
sviluppo minore della statura, della circonferenza cranica, della sensibilità, del-
la resistenza alla fatica mentale, un ritardo nel momento in cui la pubertà si
manifesta, un rallentamento nella crescita, un numero più grande di anoma-
lie e di arresti dello sviluppo»15. Sono dunque le caratteristiche biopsichiche de-
gli individui il motore del ricambio sociale: i più dotati tendono a concentrarsi
nelle classi superiori, mentre i deboli o tarati inevitabilmente discendono nel-
la scala sociale. Intesa come « antropologia delle classi sociali », l’eugenica,
secondo Niceforo, deve allora contribuire a facilitare il naturale movimento
delle « molecole » sociali: verso l’alto per quelle superiori, verso il basso per
quelle inferiori16.
Tra i delegati italiani a Londra, Giuseppe Sergi, che diverrà nel 1913 il
presidente del primo Comitato italiano per gli Studi di Eugenica, è il solo ad
aver conosciuto personalmente Francis Galton: nel 1886, durante una visita a
Roma dello scienziato britannico. Era poi stato ospite nella sua casa londinese
e lo aveva rivisto in occasione di successivi soggiorni romani, l’ultimo dei
quali nel 190317. Oltre che alla conoscenza delle teorie di Darwin e Galton e,
in generale, della cultura scientifica anglosassone, l’avvicinamento di Sergi ai
temi dell’eugenica può essere ricondotto alla sua specifica trattazione del
problema della degenerazione, a cui è dedicato un celebre saggio del 188918.
Definita la degenerazione come una forma di « adattamento inferiore », una
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sorta di residuo del processo di selezione naturale, Sergi passa in rassegna, in


queste pagine, varie categorie di degenerati, che riproducono il consueto spec-
chio positivista della patologia sociale: i pazzi, i criminali, i suicidi, le prostitute,
i «servi e servili», i vagabondi, i mendicanti e i parassiti.
Di fronte a tale messe di degenerazioni umane, che senso può avere anco-
ra la «rigenerazione»? Con lunghe citazioni da Herbert Spencer, Sergi si sca-
glia contro i pericolosi effetti dell’« altruismo sentimentale »: i degenerati, se
protetti, avranno, infatti, maggiori possibilità di riprodursi. La «protezione dei
deboli» può risultare utile per chi resta vittima di infortuni o di malattie, ma
non può riguardare i vagabondi, i mendicanti, i criminali19. Alla selezione na-
turale deve affiancarsi, pertanto, una «selezione artificiale», finalizzata alla «ri-
generazione » della stirpe e caratterizzata da un duplice obiettivo: « impedire
l’aumento dei degenerati», da un lato, e «diminuire e far sparire i degenerati
esistenti», dall’altro20. Per quanto riguarda il primo aspetto, si tratta, innanzi-
tutto, di proteggere i genitori adulti, garantendo il «nutrimento utile», un la-
voro, il «debito riposo» e la «necessaria ricreazione». Quanto ai figli, Sergi di-
stingue varie categorie: per i figli dei degenerati gravi («i tubercolosi, i rachi-
tici, gli scrofolosi dello stato più avanzato») auspica «l’eliminazione pronta»;
nei figli dei degenerati meno gravi, occorre distinguere fra carattere « crimi-
nale » o « patologico » della degenerazione, e decidere il trattamento conse-
guente; per i «figli di normali che possono cadere nella privazione di resisten-
za », Sergi delinea un programma di « rigenerazione » biosociale, che com-
prende una corretta alimentazione, la « protezione dell’ambiente esterno » e,
soprattutto, l’educazione.
Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto – la diminuzione dei dege-
nerati esistenti – Sergi chiede l’abbandono dei sentimentalismi in nome di una
«filantropia oculata»: e questo significa abolizione degli asili notturni e delle
case di maternità, condanna al lavoro sotto forma di deportazione in isole de-
serte, proibizione del matrimonio e impedimento a una progenie illegittima.
Con i primi anni del nuovo secolo, Sergi continua a interessarsi alle teorie
sulla trasmissione ereditaria, aprendo le pagine della sua «Rivista di Antropo-
logia» a quelli che possono essere considerati i primi passi della genetica in Ita-
lia21. Nel dibattito fra nature e nurture, Sergi sembra chiaramente contrappor-
re al paradigma mendeliano-weismanniano il principio lamarckiano dell’ere-
ditarietà dei caratteri acquisiti, attribuendo alle condizioni ambientali (sociali,
economiche, ecc.) un ruolo di primo motore nelle modificazioni del plasma
germinale22. A Londra, Sergi contesta le ricerche di Franz Boas sul ruolo del-
l’ambiente nella modificazione dell’indice cefalico degli immigrati italiani, ma
al tempo stesso ritiene necessarie «nuove osservazioni e rigorose per potere sta-
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bilire con sicurezza che l’eredità umana proceda secondo il concetto di Men-
del »23. Allo scetticismo di Sergi circa il rischio di eccessive generalizzazioni
« mendeliste » non è estranea la sua definizione di eugenica come di una di-
sciplina sospesa fra biologia e sociologia, incentrata sul ruolo dell’ambiente nel-
le trasformazioni ereditarie e sulla centralità dell’«educazione»24. Lo stesso con-
cetto positivistico di progresso è chiamato a giustificare il potere eugenetico
dell’educazione: «Noi dobbiamo concedere un qualche valore al potere edu-
cativo, se l’educazione sarà razionale e sotto la guida della biologia e di quel-
la genetica di cui finora noi sappiamo molto poco e di cui si danno interpre-
tazioni varie secondo teorie differenti»25.
L’ambientalismo sociologico di Sergi si propone, tuttavia, non come alter-
nativa, ma come completamento dell’eugenica “negativa”: « Non basterà eli-
minare gli elementi umani che portano tare ereditarie patologiche e degene-
rative in qualunque modo tale eliminazione si faccia; ma è necessario anzitut-
to aver cura degli elementi sani della razza»26. Non a caso Sergi dichiara, nel
1914, l’inutilità sociale dell’«educazione dei deficienti»: «Il pericolo non è im-
maginario; perché i deficienti sono la semenza da cui nascono i criminali, le
prostitute, gli squilibrati, i pazzi e i pazzeschi, i vagabondi e i mendicanti»27.
Una posizione drastica, che attirerà subito le accuse di crudeltà da parte di
Paolo Mantegazza28, ma anche di un altro eugenista al fianco di Sergi a Lon-
dra: il celebre psichiatra Enrico Morselli. A Morselli, fondatore della «Rivista
di filosofia scientifica» e illustre esponente della psichiatria antropologica ita-
liana, si deve un’interpretazione originale dell’eugenica, incentrata sostanzial-
mente su due elementi: da un lato, la centralità metodologica ed epistemolo-
gica della psichiatria nella nuova disciplina fondata da Galton; dall’altro, il suo
legame intrinseco con la «dottrina delle razze». Intervenendo al congresso di
Londra, Morselli sottolinea, innanzitutto, il ruolo determinante della psico-
logia nel pensiero eugenetico, a fianco della biologia e della sociologia29. Alla
psichiatria spetta infatti il compito di analizzare e spiegare il problema capi-
tale dell’eugenica, ovvero quello dell’«eredità patologica nelle famiglie»30. Al
mendelismo, pervaso – nel pregiudizio nazionalistico morselliano – dalla
« mentalità germanica sempre affetta da metafisicheria »31 e soprattutto inca-
pace di spiegare le cadenze ereditarie delle grandi patologie mentali, Morselli
preferisce la « teoria della degenerazione » di Bénédict-Auguste Morel: « In
sostanza – scrive Morselli – l’Eugenica deriva dalla dottrina moreliana. [...]
L’esogenesi dei morbi non è soltanto individuale: diventando, per mezzo della
trasmissione ereditaria, endogenesi, essa si fa collettiva»32. Nella legge di Morel
vi è tutta «la essenza della Eugenica», non solo nei suoi aspetti scientifici, ma
anche in quelli politico-sociali: se Morel pensava, infatti, a « un piano ben
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coordinato di provvedimenti di profilassi, di igiene fisica e morale », ai « più


competenti eugenisti» si chiede «che, se non si vogliono adottare mezzi ener-
gici per arrestare la decadenza fisica della razza e il pervertimento delle sue
qualità intellettuali e morali, quale sarebbe la sterilizzazione dei degenerati, si
provveda almeno alla educazione »33. Individuato il nesso con la psichiatria,
l’eugenica morselliana si ricollega direttamente a una «psicologia delle razze»
di carattere differenzialista. Se il «destino» di ogni razza è segnato dal gradino
in cui si trova nella « gerarchia fisio-psichica umana » e se il fine di ciascuna
s’identifica nella «conservazione del proprio tipo etnico», l’eugenica non do-
vrebbe soltanto mirare «alla realizzazione di un tipo uniforme di Homo», ma
dovrebbe, invece, « variare i suoi intenti pratici a seconda del naturale diffe-
renziamento operatosi fra le razze e fra le nazioni durante il processo bio-
storico »34. L’eugenica si risolve così in « dottrina e pratica della profilassi di
razza»35, inserendosi come meccanismo centrale di un’antropologia evoluzio-
nista e di un razzismo di matrice positivista. Distinte le «razze protomorfe»,
«enormemente inferiori sotto l’aspetto morfologico e fisiologico, psicologico
e sociologico» da quelle «arcimorfe»36 (Negri, Bianchi e Gialli), la «lotta per
l’etnarchia », ovvero per la superiorità razziale, avrebbe condotto necessaria-
mente alla scomparsa delle prime e all’affermazione, fra le seconde, delle «leu-
codermiche». L’«ottimismo sociologico» morselliano giunge al punto di teo-
rizzare l’utopia eugenetica dell’«Uomo dell’avvenire» o Metanthropos: «un es-
sere perfetto nella linea della specificazione antropinica, euritmico nelle
proporzioni del corpo, con una statura vantaggiosa, la testa sempre eretta, in
possesso della completa verticalità senza i suoi danni attuali »37. Dotato di
un’«intelligenza superiore», il Metanthropos, grazie al progresso tecnico-scien-
tifico, avrebbe dominato la Natura, ma all’interno di una sostanziale armonia
fra i differenti gruppi etnici38. Se, dunque, la Storia realizza la perfezione del-
l’umanità e la degenerazione non si presenta come un regresso, l’eugenica è
chiamata a sostenere la linea evolutiva, inducendo le razze a seguire il proprio
destino, fino alla realizzazione dell’utopia del Metanthropos39.
Dal punto di vista della « pratica », Morselli, preso atto della debolezza
scientifica dell’eugenica, propone, da un lato, l’obbligatorietà della visita pre-
matrimoniale, dall’altro la centralità dell’educazione dei singoli al senso di re-
sponsabilità verso il resto della collettività40. Sostenitore, pur con qualche ri-
serva, dell’educazione dei frenastenici, Morselli tiene moltissimo a impedire
che un’eugenica approssimativa cancelli, col pretesto dell’«inutilità», il com-
pito terapeutico della psichiatria: e per questo è disposto a contestare dura-
mente le affermazioni di Sergi. L’educazione dei frenastenici, secondo Morselli,
limitata a pochi individui «educabili», che a malapena riescono a raggiunge-
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re la consapevolezza di sé e la coordinazione necessaria per esercitare semplici


lavori manuali, non può essere considerata, come in Sergi, una piaga aperta at-
traverso cui l’infezione degenerativa penetra nel corpo sociale. I deboli di men-
te rieducati che riescono a rientrare nel circuito sociale sono molto pochi e i
più regrediscono, per poi finire in manicomio. In generale, sarebbe del tutto
sopravvalutato il numero dei «frenastenici di grado mediocre, deficienti, tar-
divi, insufficienti», i quali, «inorpellati dalla Ortofrenia», riuscirebbero così ad
arrivare alle soglie del matrimonio. A giudizio di Morselli, dunque, nessuna
«inverniciatura» ortofrenica può impedire all’eugenica di tenere a discreta di-
stanza dall’unione coniugale e dalla generazione gli individui deboli di men-
te41. Il problema è piuttosto un altro: quello dei costi economici e sociali del-
l’ortofrenia rispetto all’eugenica. Non sarebbe più salutare ed economicamen-
te vantaggioso sterilizzare i « tarati »? All’amico Charles Richet, fisiologo e
premio Nobel, che all’indomani della guerra si pronuncia per una sélection
humaine 42, e agli altri sostenitori europei e nordamericani della «morte elimi-
natrice », Morselli risponderà, nel 1923, con un saggio in difesa di un’euge-
nica basata, più che sull’eutanasia autorizzata, su un sapiente programma di
medicina sociale43.

Il problema dell’élite: la via paretiana

Tra il 1896 e il 1906 – ovvero nell’arco cronologico in cui vengono pubblicati


il Cours d’économie politique 44, Les systèmes socialistes45 e il Manuale di econo-
mia politica46 – Vilfredo Pareto elabora una concezione antropologica della
stratificazione sociale, che costituisce un significativo elemento di connessio-
ne tra la sua analisi economico-statistica della distribuzione della ricchezza (la
celebre “curva dei redditi”) e la teoria politico-sociologica della circolazione
delle élites47.
Il punto di partenza dell’antropologia paretiana può essere individuato nel
concetto di eterogeneità sociale, adottato con l’intento di fornire una spiega-
zione all’invariabilità e universalità della “curva dei redditi”. La diseguale ri-
partizione della ricchezza non dipenderebbe né dal caso né dall’organizzazio-
ne sociale, quanto piuttosto dalla diseguale distribuzione delle « qualità psi-
chiche e fisiologiche» degli individui: la società, afferma Pareto, è composta
« da elementi che differiscono più o meno, non solo per caratteri evidentis-
simi, come il sesso, l’età, la forza fisica, la salute, ecc.; ma anche per caratteri
meno facilmente osservabili, ma non meno importanti, come sarebbero le
qualità intellettuali, morali, l’attività, il coraggio, ecc.»48. Pareto dichiara espli-
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citamente, nel 1896, di aver assunto in larga parte la «dottrina della eterogeneità
sociale» dagli scritti di Otto Ammon e di Georges Vacher de Lapouge49, espo-
nenti di rilievo del darwinismo sociale di fine Ottocento. Tuttavia, pur mani-
festando il proprio debito intellettuale nei confronti dell’anthroposociologie,
l’economista ne respinge le tipologizzazioni e gerarchizzazioni razziologiche,
ritenendo il concetto di razza privo di un adeguato grado di scientificità.
Quando si discorre di razza latina, germanica, ecc. – afferma Pareto nel Cours –
si utilizza un’accezione etno-linguistica del termine “razza”, la quale non ha
alcun significato dal punto di vista zoologico. Agli stessi anni risale, non a ca-
so, la polemica con Cesare Lombroso, al quale Pareto, pur riconoscendone
l’«ingegno», rimprovera la grave mancanza di «rigore scientifico», in partico-
lare per quanto riguarda l’utilizzo del concetto di razza50.
Per Pareto, dire « che esistono nelle società uomini che possiedono certe
qualità in misura più eminente di altri e dire che esiste una classe di uomini
assolutamente migliori del resto della popolazione non è già la stessa cosa»51.
L’eterogeneità sociale non comporta una gerarchizzazione razziale, ma alimenta
un complesso meccanismo di “selezione sociale”, che risulta anch’esso forte-
mente debitore nei confronti del pensiero di Ammon e Lapouge. Nel discor-
so paretiano, la selezione è una condizione necessaria alla preservazione degli
organismi vitali. Ogni società comprende, infatti, «elementi non adatti alle sue
condizioni di vita »52 e se l’azione di questi elementi non è contenuta entro
certi limiti, «la società è annientata»53. Tre sono le possibili misure, di effica-
cia decrescente, utili a evitare un simile pericolo: primo, «sopprimere gli ele-
menti inadatti »; secondo, « impedir loro di nuocere, sia incutendo il timore
della conseguenza dei loro atti, sia togliendo loro la libertà di agire, sia anche
mettendoli fuori della società temporaneamente o definitivamente»; da ulti-
mo, «emendarli e modificare la loro natura»54.
La soppressione degli elementi di qualità inferiore, «largamente adottata da
allevatori e coltivatori»55, presenta un’«efficacia incontestabile», ma risulta, nel-
l’ottica di Pareto, inapplicabile alle società umane, non soltanto per gli «abusi
spaventosi» che deriverebbero dalla sua adozione, ma soprattutto perché essa
contraddice quei «sentimenti d’altruismo e di pietà, che è indispensabile svi-
luppare perché la società sussista e prosperi ». Alla selezione diretta occorre
pertanto sostituire la selezione «indiretta»: vi sono infatti, secondo Pareto, «pa-
recchi mezzi, disgraziatamente molto imperfetti, con cui gli elementi infe-
riori sono eliminati ». Sull’efficacia selettiva della legislazione penale (pena di
morte, esilio o schiavitù per i criminali) e della guerra, Pareto, prendendo le
distanze da Ammon e Lapouge, manifesta alcune riserve. La « selezione più
importante» sarebbe invece compiuta dai differenziali riproduttivi delle clas-
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Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica 125

si sociali. Dal punto di vista «qualitativo» – afferma infatti Pareto – una «mor-
talità elevata, soprattutto dell’infanzia, sopprime in gran numero gli indivi-
dui deboli e mal formati »56. Inoltre, nella specie umana, la « mortalità degli
adulti sopprime molti individui che non hanno abbastanza padronanza di se
stessi per resistere a inclinazioni viziose, almeno spinte fino a certi eccessi »:
un uomo debole di carattere diviene più facilmente un alcolizzato, acceleran-
do così «la sua degenerazione e quella dei suoi discendenti». Sul piano quan-
titativo, la selezione demografica ha in più il vantaggio di agire su un nume-
ro molto elevato di individui e la sua efficacia è chiaramente dimostrata,
secondo Pareto, dall’effetto immunizzante di alcune patologie57.
Il fulcro del discorso paretiano risiede nel tentativo di conciliare l’istanza
selettiva con il sentimento «umanitario»:

Il problema da risolvere è il seguente: anzitutto, v’è qualche mezzo per far dimi-
nuire, ridurre al minimo il numero delle nascite di individui disadattati alle con-
dizioni della vita sociale ? In seguito, se non si può far diminuire il numero di que-
ste nascite, se l’aumento del numero di questi individui diventa un pericolo per
la società, come eliminarli, con un minimo di errore nella lora scelta e di soffe-
renze da infligger loro, e senza troppo urtare i sentimenti umanitari, ch’è utile
sviluppare?58

Per rispondere a questa domanda, Pareto si scaglia innanzitutto contro i


« filantropi », i « riformatori », gli « umanitari », ovvero contro quanti negano
la diseguaglianza innata degli individui, pretendendo di risolvere il proble-
ma eugenetico con gli strumenti dell’educazione, dell’igiene, della medicina
sociale.
Ma altrettanto fermo è il suo rifiuto delle utopie eugenetiche basate sul ri-
gido controllo della riproduzione, attuato dall’autorità pubblica per mezzo di
strumenti coercitivi. Anche se il principio della «scelta conveniente dei ripro-
duttori » al fine di « migliorare la razza »59 è stato riconosciuto « in ogni tem-
po » (e Pareto cita Teognide di Megara, Platone, Plutarco, Campanella, per
concludere con Lapouge), le difficoltà risiedono nei « mezzi di esecuzione,
per applicare questo principio alla specie umana». Le misure eugenetiche coer-
citive suggerite da Lapouge vengono accolte da Pareto, nel Cours, con «ripu-
gnanza» e stigmatizzate come lo sbocco finale del socialismo statalista60.
Una misura come la certificazione prematrimoniale obbligatoria diviene,
nei Systèmes Socialistes, l’espressione paradigmatica della « follia medico-igie-
nista»61, mentre il caso della comunità collettivista di Oneida, costituitasi nel-
lo stato di New York tra il 1847 e il 1879, è citato da Pareto come esempio
dell’inattuabilità dell’eugenica negativa e coercitiva62.
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126 Storia della Shoah in Italia

Quale, dunque, l’eugenica proposta da Pareto? In primo luogo, alle «forze


coercitive esterne», l’economista contrappone – citando, in particolare, La viri-
culture di Gustave de Molinari63 – le «forze automatiche interne». Soltanto un
cambiamento radicale nella morale individuale – la «previdenza dei risultati
dell’atto sessuale» – potrà contribuire al miglioramento della specie64.
In secondo luogo, è la stessa teoria della circolazione delle élites a esercitare,
nella visione paretiana, una funzione eugenetica. In una lettera del dicembre
1903, Pareto ammette l’influenza di Ammon e Lapouge nella formulazione del-
la sua teoria: «Dal Mosca non ho preso niente. Ho bensì preso molto, moltissi-
mo, e l’ho detto chiaramente [...] dall’Ammon, e un poco anche dal Lapouge.
Gli studiosi possono vedere peraltro come in parte da loro dissento e cosa ho
aggiunto»65. Nonostante il debito intellettuale, Pareto rifiuta, infatti, radical-
mente la tipologizzazione razziale delle élites fornita da Ammon e Lapouge. I sog-
getti «scelti» – si legge nel Cours – sono semplicemente «individui la cui atti-
vità di vita è più intensa» e tale attività «può esercitarsi tanto in bene quanto in
male»66. Nessuna evidenza empirica consente, dunque, di identificare le «aristo-
crazie» nei dolicocefali biondi di Ammon e Lapouge67. Non sono pertanto le dif-
ferenze morfologiche e razziali ad alimentare la selezione sociale, quanto piutto-
sto la “mano invisibile” del mercato, la libera concorrenza fra gli individui68.
È in particolare l’interazione dinamica tra condizioni economiche e movi-
mento della popolazione a spiegare, in Pareto, quella circolazione delle élites
da cui dipende il processo di selezione sociale. Già in un brano del Cours, in-
centrato sulla contrapposizione fra la stabilità della curva dei redditi e la mo-
bilità interna dell’area definita dalla curva, Pareto paragona l’organismo sociale
a un organismo vivente:
L’organismo sociale assomiglia in ciò ad un organismo vivente. La forma esterna
di un organismo vivente, un cavallo ad esempio, si mantiene quasi costante, ma
all’interno avvengono movimenti ampi e svariati. La circolazione del sangue fa
muovere rapidamente certe molecole; i processi di assimilazione e di secrezione
modificano incessantemente le molecole di cui si compongono i tessuti.69

La circolazione delle «molecole» sociali scaturisce dall’«influenza delle condi-


zioni economiche sul movimento della popolazione»70. Negli strati sociali in-
feriori – afferma Pareto – «questa influenza è un potente agente di selezione
zoologica»; negli strati superiori «agisce talora nel senso di limitare il numero
delle nascite e, in tal modo, diviene ulteriormente un agente di selezione, fa-
cilitando ai soggetti scelti, nati negli strati inferiori, l’accesso agli strati supe-
riori»71. Nell’introduzione ai Systèmes, Pareto precisa ulteriormente il ruolo del-
la « pressione delle sussistenze » nella dinamica della circolazione delle élites:
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Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica 127

Sembra molto probabile che la selezione rigorosa che avviene nelle classi inferio-
ri, soprattutto pei bambini, abbia un’azione delle più importanti. Le classi ricche
hanno pochi bambini e li salvano quasi tutti; le classi povere hanno molti bam-
bini e perdono in gran numero quelli che non sono particolarmente robusti e
ben dotati. È la stessa ragione per cui le razze perfezionate degli animali e delle
piante sono molto delicate, in paragone alle razze ordinarie.72

Dal punto di vista paretiano, sbagliano sia coloro (gli «etici») che vorrebbero
persuadere le classi sociali più elevate ad avere più figli, sia coloro (gli «umani-
tari») che vorrebbero ridurre la mortalità infantile fra le classi sociali più basse.
Entrambe le soluzioni finirebbero per alterare il perfetto equilibrio eugene-
tico della circolazione delle élites73.
A differenza di Ammon e Lapouge, per Pareto le classi sociali più basse non
rappresentano una minaccia per le aristocrazie, ma costituiscono piuttosto il ser-
batoio cui attingere per la continua formazione delle élites: le classi inferiori, e
in particolare le «classi rurali», sono «il crogiuolo nel quale si elaborano, nel-
l’ombra, le élite future. Esse sono come le radici della pianta, di cui l’élite è il
fiore. Questo fiore passa e appassisce, ma è subito rimpiazzato da un altro, se le
radici non sono intaccate»74. L’esperienza dimostra, infatti, che presso gli strati
inferiori esistono individui maggiormente dotati di quelli delle classi superiori:
«Chiunque abbia un po’ frequentato gli operai sa che s’incontrano tra di loro
individui ben più intelligenti di quel tale o tal altro scienziato onusto di titoli
accademici»75. E questo dato – sottolinea polemicamente Pareto – rende piut-
tosto inattendibili le statistiche di de Candolle e di Galton sulle genealogie de-
gli uomini di genio. Nel tentativo di spiegare la provenienza di «elementi di
prim’ordine» dalle classi rurali, Pareto introduce un’ipotesi biologica destinata
a notevoli fortune nell’eugenica italiana: «Può darsi che il fatto stesso che le clas-
si rurali sviluppano i loro muscoli e lasciano riposare il loro cervello abbia pre-
cisamente l’effetto di produrre individui che potranno lasciar riposare i loro mu-
scoli e fare lavorare eccessivamente il loro cervello»76. Di conseguenza, ostacola-
re il processo di circolazione delle élites, attraverso l’introduzione di una rigida
suddivisione castale, non può che condurre alla «decadenza»77.
Al First International Eugenics Congress di Londra non sono pochi gli in-
terventi italiani che, pur muovendo in alcuni casi da posizioni ideologiche so-
cialiste, rivelano una chiara influenza paretiana. L’esempio più limpido è in-
dubbiamente rappresentato dall’economista Achille Loria, il quale – ripren-
dendo le critiche mosse, negli anni precedenti, all’antroposociologia di Otto
Ammon –78 contesta la corrispondenza fra élite economica ed élite biolo-
gica79. Proprio sul principio della non coincidenza tra diseguaglianza econo-
mica e diseguaglianza biologica deve, secondo Loria, fondarsi un’eugenica
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128 Storia della Shoah in Italia

« decisa » e « razionale »80, che non si nutra di pregiudizi classisti, ma che, al


contrario, operi « un minuzioso e positivo esame dei caratteri individuali »81.
Alla teoria elitista si richiama anche il contributo di Roberto Michels. Pur es-
sendo, in quegli anni, un esponente di punta del nascente movimento neo-
malthusiano, il socialista Michels espone a Londra i criteri generali di un’euge-
nica, basata non tanto sul controllo delle nascite quanto sull’organizzazione del
partito di massa: un tema che Michels aveva affrontato pochi anni prima (in lingua
tedesca) nella celebre opera La sociologia del partito politico nella democrazia
moderna, fornendo – al fianco di Gaetano Mosca e di Pareto – un contributo
fondamentale alla teoria politologica delle élites. L’organizzazione del partito
moderno favorirebbe, secondo Michels, la selezione di un nuovo tipo psico-
antropologico – quello del leader politico –, caratterizzato, oltre che dall’abilità
oratoria e dalla prestanza fisica, anche da una serie di doti psicologiche:

In primo luogo, una forza di volontà che consente loro di dominare i caratteri più
deboli; in secondo luogo, una superiore capacità di comprensione, che impone
il rispetto; una profonda, “catoniana” dote di convincimento, una forza delle idee
che spesso confina con il fanatismo e che, per la sua intensità, suscita l’ammira-
zione dei seguaci; una sicurezza di sé spinta fino al punto della presunzione, che
comunque ha il potere di essere comunicata alla massa; in certi rari casi, infine,
la bontà di cuore e il disinteresse.82

Selezionando una forma di superiorità non legata al reddito, ma alle doti fisi-
che e psicologiche, l’organizzazione di partito svolge così una duplice funzio-
ne eugenetica: in primo luogo, garantisce l’ascesa sociale dei self-made men dal-
le classi lavoratrici ai ruoli di leadership del movimento operaio; in secondo
luogo, favorendo l’affermazione dei leader socialisti, alimenta indirettamente
la realizzazione di una politica sociale più efficace sul piano eugenetico, in
quanto tesa a ridurre le diseguaglianze economico-sociali e a ristabilire «la lot-
ta per la vita su basi più sane e naturali, permettendo ad un più ampio numero
di uomini di occupare nella società il posto, a cui le speciali e innate qualità,
l’intelligenza e l’energia danno loro in un certo senso diritto»83.
Proprio a Pareto Michels dedica, inoltre, la raccolta di saggi intitolata Pro-
blemi di sociologia applicata – pubblicata in tedesco nel 1914 e in italiano nel
1919 – il cui primo capitolo è specificatamente dedicato all’eugenica. Il prole-
tariato (o meglio il «popolo»), per la sua consistenza numerica e per le «tristi
condizioni biologiche in cui esso si trova», deve essere, secondo Michels, l’og-
getto specifico di studio e di intervento dell’eugenica. Frutto di una sintesi fra
biologia ed economia politica, l’eugenica ha di fronte a sé il cruciale compito
di capire fino a che punto l’inferiorità delle classi povere derivi da una «gra-
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Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica 129

nitica base antropologica »84 o sia piuttosto prodotto di conseguenze econo-


miche. Il suo obiettivo non consiste dunque nella « produzione artificiale di
superuomini»85, quanto piuttosto nel «miglioramento biologico della razza»,
perseguito attraverso due azioni principali: in primo luogo, la limitazione
della libertà riproduttiva degli « elementi fisicamente inadatti o moralmente
inferiori », attraverso la sterilizzazione obbligatoria dei portatori di malattie
ereditarie o dei criminali sessuali; in secondo luogo, una politica di riforma,
finalizzata a « migliorare le condizioni economiche e sociali degli uomini ».
In particolare, è in quest’ultimo aspetto che Michels individua «il perno stesso
del compito dell’eugenismo»86.
Sotto l’insegna dell’antropologia paretiana, ma con un livello di approfon-
dimento scientifico ben superiore a quello di Loria e Michels, si colloca, infi-
ne, anche l’eugenica di Corrado Gini, la quale di fatto non può essere adegua-
tamente compresa se non all’interno di quel sistematico processo di revisione
statistico-demografica cui Gini sottopone, tra il 1907 e il 1912, il problema del
«diverso accrescimento delle classi sociali».
Già nella sua tesi di laurea, pubblicata nel 1908 con il titolo Il sesso dal punto
di vista statistico87, Gini affronta il tema della «circolazione delle classi sociali e
dei popoli », introducendo per la prima volta l’ipotesi che la causa della pro-
lificità differenziale debba essere ricondotta all’influenza dell’ambiente sugli
«elementi germinali». L’esempio delle specie animali in cattività dimostra, in-
fatti, secondo Gini, che «la maturazione degli elementi germinali viene osta-
colata dalla captività, in quanto impedisce l’attività muscolare, rende unifor-
me l’ambiente e riduce enormemente le reazioni dell’organismo»88. Allo stes-
so modo, anche nella specie umana, lo « sviluppo del sesso » appare favorito
da quelle condizioni – lavori muscolari, «attiva vita campestre», sport – che
«impongono all’organismo e, mediante esso, alle cellule germinali una vivace
reazione, e ostacolato, invece, dalle condizioni opposte di benessere e di quie-
te ». Questa ragione fisiologica spiegherebbe, pertanto, la minore prolificità
delle aristocrazie rispetto alle classi sociali più basse e la decrescente natalità
delle «razze bianche»89.
A distanza di pochi mesi dalla pubblicazione del Sesso, Gini, in un inter-
vento tenuto, nell’ottobre 1908, alla II Riunione della Società italiana per il
Progresso delle Scienze e pubblicato, nel 1909, su «Il Giornale degli Econo-
misti» con il titolo Il diverso accrescimento delle classi sociali e la concentrazio-
ne della ricchezza, si pone esplicitamente l’obiettivo di fornire la «prova stati-
stica » del diverso accrescimento delle classi sociali. Nella ricerca delle cause
probabili di tale fenomeno demografico, Gini si confronta con il Pareto dei
Systèmes Socialistes, al quale rimprovera di avere sottolineato esclusivamente
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130 Storia della Shoah in Italia

l’azione della selezione naturale, senza prestare sufficiente attenzione al ruolo


dell’ambiente. Sulla base delle tesi mutazioniste di De Vries, Gini accentua
nuovamente la centralità dell’influenza ambientale:
In ambiente cattivo, una razza selezionata peggiora, malgrado la selezione più
attiva; in ambiente buono, una razza migliora anche se sottoposta ad una sele-
zione inversa. Questo fenomeno, accertato per le piante, pare valido per tutti gli
organismi e, in particolare, per l’uomo.90

Come nel Sesso, anche in questo articolo la causa della «minore attività ripro-
duttiva » dei ricchi rispetto ai poveri viene attribuita alla « minor forza del-
l’istinto sessuale»: questa conclusione – afferma lo statistico – starebbe «bene
in armonia coi dati della biologia, della zootecnica e della medicina, i quali ci
mostrano come le funzioni sessuali sieno favorite, nelle specie superiori, da una
vita di affaticamento fisico e si manifestino, nelle specie inferiori a generazio-
ne alternante, sotto lo stimolo di condizioni sfavorevoli di ambiente»91.
Dopo aver descritto il diverso accrescimento delle classi sociali come «una
legge biologica valida per tutte le società umane»92, Gini elenca le possibili con-
seguenze applicative della propria acquisizione. Innanzitutto, la paretiana cir-
colazione delle élites ne risulta sostanzialmente confermata, per quanto Gini
preferisca attribuirle il nome di «ricambio sociale», poiché, sul piano demo-
grafico, alla corrente ascensionale non corrisponderebbe una parallela corren-
te discensionale. Anche dal punto di vista eugenetico, le indicazioni di Pareto
vengono ribadite da Gini, in polemica diretta con le posizioni di Karl Pear-
son: a differenza di quanto sostengono gli eugenisti britannici, le classi povere
non costituiscono infatti una minaccia biologica, ma una risorsa necessaria93.
Un’ulteriore conseguenza interessa il campo dell’antropologia: in seguito ai
meccanismi del ricambio sociale, le caratteristiche fisiche e psicologiche delle
classi più basse si estenderebbero al resto della popolazione, contribuendo al
mutamento dei suoi caratteri antropologici e culturali. Infine, sul versante eco-
nomico, Gini – basandosi su un metodo matematico che tenga conto non sol-
tanto del numero di censiti nelle varie classi di reddito o di patrimonio, ma
anche dell’ammontare del loro reddito o patrimonio – contrappone alla cur-
va dei redditi di Pareto, ritenuta costante in ogni luogo e tempo, un nuovo in-
dice  che descrive, per contro, una tendenza generale alla concentrazione del-
la ricchezza: è il primo abbozzo del ben noto, ancora oggi, “indice di Gini”.
Descrivendo il diverso accrescimento delle classi sociali come una legge bio-
logica universale dalle molteplici implicazioni eugenetiche, antropologiche e
socioeconomiche, Gini si distacca dall’influenza paretiana e pone le premesse
di quel vasto programma di ricerca in campo demografico, biologico e
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Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica 131

statistico che verrà progressivamente realizzando negli anni successivi. La teo-


rizzazione metodologica sugli indici di variabilità, da un lato, e l’indagine sta-
tistico-demografica sulle dinamiche del ricambio sociale, dall’altro, conflui-
scono, infatti, nel 1911-12, nell’elaborazione di una teoria complessiva del-
l’evoluzione ciclica delle nazioni, imperniata sul criterio della fecondità e della
natalità differenziale fra le classi sociali94.
La partecipazione di Gini al First International Eugenics Congress aggiunge
un nuovo, ulteriore tassello a questo affresco statistico-demografico. Sulla scia
paretiana, l’eugenica di Gini offre una soluzione alternativa all’impostazione
angloamericana: alla selezione artificiale si contrappone il ritorno allo stato di
natura; alla protezione biologica delle élites, la necessità del ricambio sociale;
al neo-malthusianesimo, una politica di incremento delle nascite. Nell’ottica
giniana, il compito dell’eugenica non consiste tanto nel selezionare la razza
perfetta, quanto piuttosto nel reintrodurre, all’interno delle «società incivili-
te», i «costumi primitivi» che regolano, in una condizione il più possibile na-
turale, la generazione e l’allevamento dei nati95.
Una volta individuato nella «prolificità» il valore biologico primario della
specie, per Gini i principali fattori di controselezione sono la distanza ridotta
fra i parti, il ricorso all’allattamento artificiale e l’età avanzata del matrimo-
nio, oltre che «la sistematica difesa degli esseri deboli e degenerati». Per con-
tro, la «scarsa riproduttività delle classi elevate», vero incubo degli eugenisti
angloamericani, non può essere considerata un fattore degenerativo96. Le éli-
tes, infatti, non sono degenerate in quanto tali, ma in quanto il plasma ger-
minale più evoluto è anche il primo a decadere. Assumendo da Nägeli e, in
parte, da Lamarck, la tesi della decadenza del plasma germinale e prendendo,
per contro, le distanze dal determinismo ereditario mendeliano-weissmannia-
no, Gini saluta positivamente la rapida crisi del sangue aristocratico97. Il rin-
novamento delle classi dirigenti ad opera dei ceti sociali più bassi costituisce
un « fenomeno normale nelle società umane »98, giustificato biologicamente,
il quale, se da un lato può generare conflitto sociale, dall’altro non risulta ne-
gativo per i «caratteri fisici e intellettuali della razza». I mezzi per il migliora-
mento della stirpe, individuati dall’eugenica giniana, risultano dunque, a que-
sto punto, facilmente riassumibili: maggiore intervallo tra i parti, allattamen-
to naturale, matrimoni più precoci, ostacoli alla riproduzione dei deboli e dei
degenerati. Il tutto nell’ambito di un ritorno ai «costumi primitivi», che con-
trasti le influenze nefaste della società moderna99.
Vista alla luce della teoria ciclica delle nazioni, l’eugenica giniana si presenta
con un duplice volto. Un primo aspetto, particolare, la ricollega all’ultimo
stadio delle società – quello senile – come estremo tentativo di rallentare la
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132 Storia della Shoah in Italia

decadenza100. Una seconda accezione, generale, conduce a concepire lo stesso


andamento ciclico delle nazioni come una sorta di “moto eugenetico naturale”.
La metafora biologica adottata da Gini, nel 1912, per descrivere il ruolo eugene-
tico dell’emigrazione è, da questo punto di vista, illuminante. Come le cel-
lule germinali rispetto agli organismi, anche gli emigranti, rispetto al popolo
di appartenenza, costituiscono gli elementi « meno differenziati » e « più ri-
produttivi»101. Pur determinando, in fin dei conti, la decadenza demografica
ed economica di una nazione, l’emigrazione è, nello stesso tempo, «causa del-
la sua reviviscenza nelle nazioni future»102. Anche se le nazioni europee sono
destinate a «estinguersi sui lidi d’Europa», esse – grazie all’emigrazione – ri-
vivranno «nel sangue, nella lingua, nei pensieri, nei sentimenti delle popola-
zioni di interi continenti nuovi»103.

Conclusioni

La partecipazione italiana al First International Eugenics Congress ha un im-


mediato corollario, l’anno successivo, nella costituzione di un primo Comi-
tato Italiano per gli studi di Eugenica. A farsene promotori, in seno alla
Società Romana di Antropologia, sono Giuseppe Sergi e Alfredo Niceforo, nel
corso della seduta del 21 marzo 1913. Scopo del Comitato dovrebbe essere quel-
lo di «studiare i fattori che possono determinare il progresso o la decadenza
delle razze, sia sotto l’aspetto fisico, sia sotto quello psichico, eseguendo, per
esempio, ricerche su l’eredità normale o patologica dei caratteri, sull’influen-
za dell’ambiente e del regime di vita dei genitori sopra i caratteri dei figli, sul-
l’importanza delle condizioni momentanee dell’organismo all’atto della ripro-
duzione, sull’influenza del regime di vita o di ambiente in cui si sviluppa il
nuovo organismo ». Agli inizi di aprile, il Consiglio Direttivo della Società
Romana di Antropologia nomina una Commissione interna, incaricata di
stilare un programma e di raccogliere le adesioni: di essa fanno parte Giuseppe
Sergi (presidente), Umberto Saffiotti (segretario), Antonio Marro, Alfredo
Niceforo, Corrado Gini e Giovanni Mingazzini. La prima Assemblea generale del
Comitato Italiano per gli Studi di Eugenica si tiene il 17 novembre 1913, alla
presenza di sedici membri, come indica il primo – e unico – numero degli
Atti, pubblicato sulla «Rivista di Antropologia», divenuta organo del nuovo
istituto104. In tale occasione viene approvato lo Statuto, nominato il Consiglio
Direttivo del Comitato per il biennio 1914-15 (presidente, Giuseppe Sergi; vi-
ce presidente, Sante De Sanctis; segretario, Umberto Saffiotti) e promossa (da
Corrado Gini) la costituzione di una sezione italiana nel Catalogo Interna-
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Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica 133

zionale degli Studi di Eugenica, progettato a Londra nell’agosto 1912105. Alla


data del 17 novembre 1913 il Comitato conta 83 membri, provenienti soprat-
tutto dagli ambienti della psichiatria, della medicina legale e militare e della
medicina clinica (in particolare, ginecologi e igienisti) e, in misura minore, dal-
le scienze statistico-demografiche, economiche e giuridiche106.
Travolta dalla Prima guerra mondiale – minaccia biologica e, nello stesso
tempo, laboratorio di sperimentazione per l’eugenica internazionale – l’asso-
ciazione degli eugenisti italiani rinasce nel 1919, con il nome di SIGE (Società
Italiana di Genetica ed Eugenica), sotto la direzione di Ernesto Pestalozza, Cor-
rado Gini e Cesare Artom107. A partire soprattutto dal 1924, è Corrado Gini a
egemonizzare, tanto sul piano scientifico quanto su quello ideologico-politico,
l’eugenica italiana, la quale promuove, a livello internazionale, un modello
eugenetico “latino”108 – neolamarckiano, pronatalista, quantitativo, cattolico –
in perfetta sintonia con la politica delle nascite avviata dal regime fascista nel
1927109, e in aperto conflitto con l’eugenica “nordica” e “negativa”, tanto di
matrice angloamericana quanto tedesco-scandinava110.
Nonostante non siano mancate interpretazioni storiografiche volte a sotto-
lineare una linea di netta continuità tra il discorso eugenetico italiano dei pri-
mi tre decenni del Novecento e l’introduzione della legislazione antiebraica nel
1938111, è indubbio che l’impostazione biologica che caratterizza il cosiddetto
Manifesto degli scienziati razzisti del luglio 1938 (e i successivi provvedimenti raz-
zisti) confligge con le principali argomentazioni teoriche e pratiche fino a quel
momento sostenute dall’eugenica “latina”. Non a caso, a pochi giorni dalla pub-
blicazione del Manifesto, il 23 luglio 1938, un editoriale di Telesio Interlandi
sulla prima pagina de «Il Tevere» attaccherà senza mezzi termini proprio Cor-
rado Gini, l’eugenista italiano più noto sulla scena internazionale112.

Note al saggio

1
Cfr., a solo titolo di esempio, Paolo Mantegazza, L’anno Tremila – Sogno, Treves, Milano 18972;
Id., Un giorno a Madera. Una pagina dell’igiene dell’amore, Salani, Firenze 1910.
2 Cfr., in particolare, Gaetano Bonetta, Corpo e nazione. L’educazione ginnastica, igienica e sessua-
le nell’Italia liberale, FrancoAngeli, Milano 1990; Claudia Mantovani, Rigenerare la società. L’eu-
genetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni Trenta, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004,
pp. 87-114.
3Cfr. Bruno Wanrooij, Storia del pudore. La questione sessuale in Italia, Marsilio, Venezia 1990; Gior-
gio Rifelli, Per una storia dell’educazione sessuale, La Nuova Italia, Firenze 1991.
4
Cfr. Francesco Cassata, Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia, Bollati Boringhieri, Torino,
pp. 49-51.
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134 Storia della Shoah in Italia

5Cfr., in particolare, Daniel Pick, Volti della degenerazione: una sindrome europea. 1848-1918 [1989],
La Nuova Italia, Firenze 1999; Richard A. Soloway, Demography and Degeneration: Eugenics and
the Declining Birthrate in the Twentieth Century Britain, North Carolina University Press, Chapell
Hill 1990.
6
Francis Galton, Inquiries into Human Faculty and its Development, Macmillan, London 1883.
7Cesare Lombroso, Troppo presto. Appunti al nuovo progetto di codice penale con appendici [1888],
Bocca, Torino 1889, pp. 23-24.
8 Cassata, Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia cit.
9
Sui progetti di schedatura, cfr. Mantovani, Rigenerare la società cit., pp. 50-51.
10Cesare Lombroso, Genio e follia in rapporto alla medicina legale, alla critica e alla storia, Bocca,
Torino 1882.
11Sulla nota polemica riguardante le “due Italie”, dal punto di vista antropologico, cfr. Vito Teti,
La razza maledetta: origini del pregiudizio antimeridionale, Manifestolibri, Roma 1993; Claudia
Petraccone, Le due Italie: la questione meridionale tra realtà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari
2005.
12
Raffaele Garofalo, Criminologia. Studio sul delitto, sulle sue cause e sui mezzi di repressione, Bocca,
Torino 1885, p. 449-450.
13 Ivi, p. 419.
14Sull’argomento, cfr. in particolare Bernardino Farolfi, Antropometria militare e antropologia della
devianza (1876-1906), in Franco Della Peruta (a c. di), Storia d’Italia. Annali 7: Malattia e medicina,
Einaudi, Torino 1984, pp. 1181-1222.
15
Alfredo Niceforo, The cause of the inferiority of physical and mental characters in the lower social
classes, in International Eugenics Congress, Problems in Eugenics: Papers Communicated to the First
International Eugenics Congress Held at the University of London July 24th to 30th, Eugenics Edu-
cation Society, London 1912, p. 187.
16 Ivi, p. 189.
17 Giuseppe Sergi, Francis Galton, in «Rivista di Antropologia», XVI, 1911, 1, pp. 179-181.
18 Id., Le degenerazioni umane, Fratelli Dumolard, Milano 1889.
19 Ivi, p. 204.
20 Ivi, p. 223.
21
Cfr., ad esempio, Cesare Artom, Principi di genetica, in « Rivista di Antropologia », XIX, 1914,
1-2, pp. 281-410. Sulle fasi iniziali della genetica in Italia, cfr. Alessandro Volpone, Gli inizi della
genetica in Italia, Cacucci, Bari 2008.
22 Giuseppe Sergi, Problemi di scienza contemporanea, Remo Sandron Editore, Milano-Palermo-

Napoli 1904, p. 155.


23
Id., Variazione ed eredità nell’uomo, in AA. VV., Problems in Eugenics cit., p. 14.
24 Id., L’eugenica. Dalla biologia alla sociologia, in « Rivista italiana di Sociologia », XVIII, 5-6,
settembre-dicembre 1914, p. 630.
25 Ivi, p. 632.
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Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica 135

26 Ivi, pp. 632-633.


27 Ibid.
28
Claudio Pogliano, Eugenisti, ma con giudizio, in Alberto Burgio (a c. di), Nel nome della razza.
Il razzismo nella storia d’Italia, 1870-1945, il Mulino, Bologna 1999, pp. 426-427.
29Enrico Morselli, La psicologia etnica e la scienza eugenistica, in «Rivista di psicologia», VIII, 4,
luglio-agosto 1912, p. 290.
30 Id., L’eugenica e le previsioni sull’eredità neuro-psicopatologica, in « Quaderni di Psichiatria », II,

7-8, luglio-agosto 1915, p. 322.


31 Ivi, p. 323.
32 Ivi, p. 324.
33
Id., La rivendicazione delle leggi di Morel, in « Quaderni di Psichiatria », III, 11-12, novembre-
dicembre 1916, p. 278.
34 Id., La psicologia etnica e la scienza eugenistica, in «Rivista di psicologia», VIII, 4, luglio-agosto

1912, p. 292.
35 Id., L’eugenica e le previsioni sull’eredità cit., p. 321.
36 Id., La lotta per l’etnarchia, in «Nuova Antologia», 16 gennaio 1911, n. 938, p. 232.
37
Id., Antropologia generale. L’uomo secondo le teorie dell’evoluzione, Unione Tipografico Editrice,
Torino 1911, p. 1335.
38
Id., Progresso sociale ed evoluzione, in «Rivista italiana di Sociologia», XV, 5, settembre-ottobre
1911, p. 528.
39 Id., Antropologia generale cit., p. 1336.
40 Id., L’eugenica e le previsioni sull’eredità cit., p. 331.
41Id., Problemi di psicopatologia applicata. È socialmente utile l’educazione dei frenastenici?, in «Qua-
derni di Psichiatria», II, 5, maggio 1915, pp. 223-231.
42 Charles Richet, La sélection humaine, Alcan, Paris 1919.
43
Enrico Morselli, L’uccisione pietosa (l’eutanasia) in rapporto alla medicina, alla morale e all’euge-
nica, Bocca, Torino 1923.
44Vilfredo Pareto, Cours d’économie politique, F. Rouge, Lausanne 1896-97, voll. I-II [ed. utilizzata
Boringhieri, Torino 1961].
45Id., Les systèmes socialistes, Giard & Brière, Paris 1901-02, voll. I-II [ed. utilizzata Utet, Torino
1974].
46 Id., Manuale di economia politica, Società Editrice Libraria, Milano 1906 [ed. utilizzata EGEA-

Università Bocconi, Milano 2006].


47 Sulla antropo-sociologia paretiana, cfr. Terenzio Maccabelli, Social Anthropology in Economic
Literature at the End of the 19th Century. Eugenic and Racial Explanations of Inequality, in «Ame-
rican Journal of Economics and Sociology» luglio 2008, vol. 67, n. 3, pp. 481-527.
48
Pareto, Manuale di economia politica cit., pp. 94-95.
49
Id., La curva delle entrate e le osservazioni del prof. Edgeworth, in «Giornale degli Economisti»,
XIII, 10, 1896, p. 443.
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136 Storia della Shoah in Italia

50 Cfr. Id., L’uomo delinquente di Cesare Lombroso e Polemica col Prof. Lombroso, in Id., Écrits
sociologiques mineurs, a c. di Giovanni Busino, Droz, Genève 1980, pp. 111-125.
51 Id., Corso cit., p. 392.
52 Id., I sistemi socialisti cit., p. 541.
53 Ibid.
54 Ibid.
55
Ivi, p. 542.
56 Ivi, p. 545.
57
Ivi, p. 546.
58 Ivi, p. 554.
59 Ivi, p. 559.
60
Id., Corso cit., p. 394.
61 Id., I sistemi socialisti cit., p. 561.
62
Ivi, p. 559.
63 Cfr. Gustave de Molinari, La viriculture, Guillaumin et Cie, Paris 1897.
64 Pareto, I sistemi socialisti cit., p. 561.
65Id., Epistolario. 1890-1923, a c. di Giovanni Busino, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1973,
vol. I, lettera di V. Pareto a G. Prezzolino, 17 dicembre 1903, p. 507. Cfr. anche Id., Manuale cit.,
p. 302 (con riferimento ad Ammon e Lapouge) e Id., I sistemi socialisti cit., p. 131 (con riferimento
ad Ammon).
66
Id., Corso cit., p. 416.
67 Id., I sistemi socialisti cit., p. 133.
68 Ivi, p. 342.
69 Id., Corso cit., p. 397.
70 Ivi, p. 416.
71
Ibid.
72 Pareto, I sistemi socialisti cit., p. 134.
73
Ivi, p. 135.
74 Ivi, p. 134.
75 Id., Corso cit., p. 396.
76
Id., I sistemi socialisti cit., p. 135.
77 Id., Corso cit., pp. 416-417.
78
Ibid.
79 Id., Èlite fisio-psichica ed élite economica, in International Eugenics Congress, Problems in Eugenics
cit., p. 177.
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Rigenerare la razza: la via italiana all’eugenica 137

80 Ivi, p. 178.
81Ivi, p. 179. Nel corso del Congresso, la posizione di Loria suscita l’approvazione del filosofo anar-
chico Kropotkin.
82Roberto Michels, Eugenics in party organisation, in International Eugenics Congress, Problems
in Eugenics cit., pp. 234-235 (la trad. dall’inglese è mia).
83 Ivi, p. 237.
84 Id., Problemi di sociologia applicata, Bocca, Torino 1919, p. 4.
85 Ivi, p. 14.
86 Ibid.
87Alla tesi viene assegnato, nel 1907, il premio Vittorio Emanuele per le scienze sociali e politi-
che, presso l’Università di Bologna.
88
Corrado Gini, Il sesso dal punto di vista statistico. Le leggi della produzione dei sessi, Remo Sandron,
Milano-Palermo-Napoli 1908, p. 454.
89 Ivi, pp. 458-459.
90
Id., Il diverso accrescimento delle classi sociali e la concentrazione della ricchezza, in « Giornale
degli Economisti », s. II, vol. 37, gennaio 1909, p. 35.
91 Ivi, p. 37.
92 Ivi, p. 33.
93 Ivi, p. 38.
94 Id., I fattori demografici dell’evoluzione delle nazioni, Bocca, Torino 1912.
95
Id., Contributi statistici ai problemi dell’Eugenica, in «Rivista italiana di Sociologia», anno XVI,
maggio-agosto 1912, p. 385.
96 Ivi, p. 381.
97
Ivi, p. 383.
98 Ivi, p. 384.
99
Ivi, p. 385.
100 Ivi, p. 370.
101
Id., I fattori demografici dell’evoluzione delle nazioni cit., p. 107.
102 Ibid.
103
Ivi, p. 139.
104Cfr. Atti del Comitato Italiano per gli Studi di Eugenica, in « Rivista di Antropologia », XVIII,
1913, pp. 543-546.
105Cfr. Ivi, pp. 550-552. A ogni socio, in particolare, viene inviata una circolare in cui si richiede
di inserire le proprie pubblicazioni all’interno di una schema bibliografico predefinito, suddiviso
in “eugenica teorica” ed “eugenica applicata”, e di trasmetterne copia all’indirizzo universitario
di Corrado Gini a Padova.
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138 Storia della Shoah in Italia

106Cfr. Ivi, pp. 546-549.


L’elenco comprende le seguenti categorie:
– gli antropologi: Giuseppe Sergi, Sergio Sergi, Fabio Frassetto, Vincenzo Giuffrida-Ruggieri,
Enrico Tedeschi;
– i medici legali: Lorenzo Borri, Mario Carrara, Antonio Cevidalli, Salvatore Ottolenghi;
– i medici militari: Placido Consiglio, Ridolfo Livi;
– gli psichiatri: Paolo Amaldi, Carlo Ceni, Ugo Cerletti, Ettore Fornasari di Verce, Augusto
Giannelli, Giovanni Marro, Giovanni Mingazzini, Giuseppe Ferruccio Montesano, G.B. Pellizzi,
Augusto Tamburini;
– gli psicologi: Giulio Cesare Ferrari, Sante De Sanctis, Federico Kiesow;
– i medici clinici (soprattutto ginecologi): Mariano Carruccio, Giacomo Cattaneo, Achille De
Giovanni, Stefano delle Chiaje, Luigi Mangiagalli, Ernesto Pestalozza, Gaetano Pieraccini, Luigi
Pagliani, Tullio Rossi-Doria, Pasquale Sfameni, Pietro Sirena, Pasquale Sorgente, Giuseppe Vicarelli,
Giacinto Viola;
– i fisiologi/zoologi/anatomisti: Cesare Artom, Silvestro Baglioni, Paolo Enriques, Carlo Foà, Luigi
Luciani, Mariano Patrizi, Achille Russo, Guglielmo Romiti;
– i giuristi: Guido Cavaglieri, Raffaele Garofano, Raffaele Majetti;
– gli statistici: Corrado Gini, Alfredo Niceforo, Franco Savorgnan;
– gli economisti: Achille Loria, Roberto Michels.
107La SIGE si costituisce il 15 marzo 1919: presidente è Pestalozza, vicepresidente Gini, segretario
Artom e vicesegretario Boldrini. Cfr. Società italiana di genetica ed eugenica, in «Rassegna di studi
sessuali», gennaio-febbraio 1921, n. 1, p. 53. Per la modifica dello Statuto, cfr. in «Rassegna di stu-
di sessuali e di eugenica», settembre 1926, n. 3, pp. 292-293.
108Per una prima ricognizione dell’eugenica “latina”, cfr. Nancy Leys Stepan, The “Hour of Euge-
nics”. Race, Gender and Nation in Latin America, Cornell University Press, Ithaca 1996.
109
Sul natalismo fascista, cfr. Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della popolazione nel-
l’Italia fascista, il Mulino, Bologna 1992; Maria Sophia Quine, Population Politics in Twentieth Cen-
tury Europe, Routledge, London 1996; Anna Treves, Le nascite e la politica nell’Italia del Novecento,
LED, Milano 2001.
110Su questo punto, cfr. Francesco Cassata, Building the New Man. Eugenics, Racial Science and
Genetics in Twentieth Century Italy, Central European University Press, Budapest (di prossima pub-
blicazione).
111
Cfr., in particolare, Giorgio Israel, Pietro Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, il Mulino,
Bologna 1998; Roberto Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, La Nuova Italia, Firenze 1999.
Fortemente critica nei confronti di questa impostazione, Mantovani, Rigenerare la società cit.,
pp. 353-354.
112
[T. Interlandi], Cattolici sugli specchi, in «Il Tevere», 23-24 luglio 1938, p. 1. Sulla figura di In-
terlandi, cfr. Francesco Cassata, “La Difesa della razza”. Politica, ideologia e immagine del razzismo
fascista, Einaudi, Torino 2008.