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QUALE ETNOGRAFIA AL MUSEO “PIGORINI”? I HAVE A


DREAM!
CARLO NOBILI

Quando mi è stato chiesto di presentare un intervento in questo Colloquio è ovvio che, come
“pigoriniano”, mi sia sentito investito di una pesante responsabilità. Quella di rappresentare,
attraverso una mia riflessione, il museo dove lavoro. All’appello ho risposto fornendo un titolo che
all’incirca suonava come Dietro gli oggetti, i soggetti e le storie. Museo-grafare il patrimonio,
ricostruire l’identità “profuga” delle collezioni etnografiche. Quando poi nel corso di una migliore
definizione dei termini che avrebbero dovuto sostanziare l’evento che si stava organizzando sono
stato invitato ad andare “oltre cornice”, a raccontare non tanto la prassi etnografica di questo museo
ma le aspettative che personalmente ho su di esso e per esso, ho pensato che quel titolo e quel tema
che avrei voluto affrontare in questa sede era superato proprio dal tipo di domanda che mi era stata
formulata: “Quale è il sogno che hai per il museo in cui lavori, un museo etnografico?”.

Questo dico in parte per giustificare il cambio di titolo. Ma Quale etnografia al Museo “Pigorini”?
I Have A Dream!, al di là della forza retorica e della dimensione di speranza che ci trasmettono le
parole di Martin Luther King, è sicuramente più funzionale rispetto a quanto mi è stato
espressamente sollecitato. Chiedo di conseguenza a voi tutti di scusare in una qualche maniera il
cambiamento, ma i sogni, soprattutto quelli che giacciono nei cassetti, sono importanti, perché,
sarebbe anche inutile ricordarlo, sono il microscopio attraverso il quale osserviamo gli avvenimenti
nascosti della nostra anima. Le cose dimenticate, trascurate o abbandonate chiedono aiuto nei nostri
sogni. Ora, che si avverino o meno, essi ci danno una mano ad andare avanti, a superare i momenti
difficili.

Vorrei quindi parlarvi – e lo farò a breve – di un sogno antico. Un sogno che, peraltro condiviso con
altri colleghi, mi ha accompagnato, nelle varie vicissitudini, in questi 30 anni lavorativi. Anni di
grande privilegio intellettuale, svolti da una posizione di privilegio, voglio dire. Quella che permette
all’antropologo, etnografo di museo di avere un contatto continuo con gli oggetti. Per rispondere
alla domanda posta da questo convegno, dirò subito che a me sembra chiaro che nei musei
etnografici, anche se apparentemente muta, ci sia già tanta etnografia, basta cercarla.
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È nei magazzini tra gli oggetti lì conservati. Lì vi è tanta etnografia che altri, prima di noi, etnografi
ante litteram, missionari, amministratori coloniali, avventurieri, commercianti di prodotti esotici,
trafficanti di opere rubate, puritani in vena di esotismo, apprendisti-professori impegnati nella
carriera accademica, artisti e collezionisti d’arte hanno portato dai loro viaggi un tempo.

Recentemente mi è accaduto di leggere questa riflessione sulla nostra disciplina che non ho trovato
per nulla banale malgrado la sua apparente scontatezza: “…l’etnografia è difficilmente teorizzabile.
L’etnografia la si fa: la si fa nel senso che se qualcuno vuole occuparsi di etnografia deve
innanzitutto sporcarsi le mani col mondo nei suoi differenti aspetti, ricorrendo ad una molteplicità
eterogenea di metodi e strategie”.

C’è molta etnografia nei nostri magazzini, basta entrarci e sporcarsi le mani, accettando l’idea
che si stia attraversando un confine con lo sguardo orientato verso un altrove geograficamente
e culturalmente lontano da sé.

Gli oggetti che costituiscono le nostre collezioni sono lì… Nella scansia polverosa o nell’asetticità
tecnologica che garantisce il controllo termico e dell’umidità, aspettano che qualcuno li faccia
parlare. Perché gli oggetti parlano e talvolta hanno da raccontare più di una storia.

Saperle ascoltare queste storie, e darne notizia, ossia comunicarle, è fare etnografia.

Alla stregua di un testo, gli oggetti sono narratori di eventi, strumenti di comunicazione culturale ed
emozionale, veri e propri documenti di un sapere non scritto. Ogni magazzino, vera riserva aurea in
perenne rapporto con le collezioni esposte, è un continente di lingue e saperi, propri tratti estetici e
funzionali, distinti stili e decorazioni; ogni elemento di ogni singolo oggetto tradisce la sua specifica
provenienza ed attribuzione. Nel Magazzino Africa c’è gran parte dell’Africa, in quello
dell’America ci sono tutti o quasi i popoli delle due Americhe, in quello delle Collezioni Asiatiche
si va dai popoli del Vicino Oriente a quelli dell’Estremo passando per l’India e tutto il sub-
continente che essa rappresenta, e lo stesso è per l’Oceania dove i popoli delle tre grandi regioni in
cui è suddivisa questa grande parte di mondo d’acqua, Micronesia, Melanesia e Polinesia, ci
parlano, se solo sappiamo ascoltare, di una qualche storia che parte sempre da molto lontano. Non è
diverso per le Collezioni del Mediterraneo.
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Potremmo però anche dire che c’è molta etnografia nei nostri musei etnografici in generale,
perché quella che viene dai magazzini è poi corroborata dalle fonti documentali e d’archivio.

Ma non solo: oggi la stessa compartecipazione nei progetti di ricerca e nelle varie fasi,
preliminari e realizzative, di altri attori-soggetti rappresentanti del mondo della Diaspora,
magari provenienti proprio da quelle aree geografiche dove un tempo quegli oggetti furono
fatti, è fonte di arricchimento etnografico.

Recentemente in un altro intervento, in occasione del Convegno [S]Oggetti Migranti dello scorso
febbraio sempre qui in questo stesso posto, ho mostrato attraverso l’esempio di un unico oggetto, in
questo caso una canoa in corteccia della Terra del Fuoco, come sia possibile colmare, per dirla con
Baxandall, quello spazio esistente tra l’oggetto e il suo cartellino, ossia come sia possibile
rivitalizzare un singolo oggetto “deportato” (deportee, déporté, deportado), proponendo nuove
possibilità di interpretazione e fruizione, grazie all’azione congiunta di più attori: in questo caso gli
etnoantropologi del Museo “Pigorini”, i quali hanno fornito le istruzioni per la lettura dell’oggetto e
i rappresentanti delle associazioni della Diaspora, quella africana (Burkina Faso e Camerun), cinese,
peruviana e messicana, che hanno interpretato, elaborato e, attraverso un processo di adozione,
sollecitato la narrazione di altre storie, pescando nella memoria e nella propria mappa mentale
emozioni, ricordi, suggestioni, interpretazioni compartecipate, distinte rappresentazioni e poetiche
altre.

Lo abbiamo già detto, l’etnografia, come metodo scientifico, si definisce paradossalmente attraverso
una pluralità di metodi e produce le proprie ipotesi cammin facendo. E se pure è difficile
giustificare una stramberia di un metodo che non ha un metodo – per ridare voce agli oggetti qui in
museo si utilizzano, di fatto, tutti quelli che si hanno a disposizione.

Volendo parlare soprattutto degli oggetti sorvolo qui su quella pratica squisitamente etnografica,
talvolta soltanto osservativa, altre volte partecipante, che permette a curatori e pubblico di interagire
su un piano paritario, contribuendo ognuno nel proprio specifico al fenomeno museo anche in fase
progettuale.

MA ALLORA, SE C’È TANTA ETNOGRAFIA NEI NOSTRI MUSEI ETNOGRAFICI E SE


È POSSIBILE ATTIVARE METODOLOGIE ETNOGRAFICHE NEI MUSEI
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INTERPRETO LA DOMANDA POSTA DA QUESTO COLLOQUIO INTERNAZIONALE


COME:

 “Abbiamo bisogno di più etnografia, di nuova etnografia nei nostri musei etnografici?”
 Ossia, è giusto arricchire attraverso l’acquisizione di nuove e più contemporane collezioni il
patrimonio etnografico?
 Deve un museo etnografico, come il nostro, come il Museo “Pigorini” intendo, seguire i
cambiamenti, le innovazioni, gli incroci e le miscelazioni della nostra epoca, ossia seguire
quello che comunque avviene a migliaia di chilometri dalle mura dell’edificio museale?
 E soprattutto, è nella vocazione dei musei etnografici questa tendenza?

Ecco nei nostri magazzini, siano Africa, America, Asia, Oceania o Mediterraneo, manca
questa etnografia.

Pur trascendendo la frontiera del tempo e dello spazio, pur portando inscritta la loro storia nella
propria materialità, gli oggetti appartengono ad un’epoca e in essa si definiscono. Manca nel nostro
museo soprattutto l’etnografia di confronto, quella che permetterebbe di seguire una singola cultura
e la cultura materiale di questa nel suo divenire storico.

Manca la contemporaneità, mancano le contaminazioni, i sincretismi culturali e le ibridazioni


etniche. Manca la modernità. Manca quella pratica etnografica che permetterebbe di riconsiderare e
ricontestualizzare con nuove acquisizioni le collezioni collocate nella atemporalità dei nostri
magazzini e coglierne in tal modo le potenzialità e le strategie, anche adattive, del cambiamento. La
loro vitalità e la loro presenza QUI NEL MONDO OGGI.

IL SOGNO

Ed a questo punto arrivo, per chiudere questo mio intervento, al sogno, consapevole del fatto che il
significato e l’interpretazione del museo in sogno esprime amore ed esaltazione della vita stessa,
oltreché la nostra stessa intenzione di ricavarne il meglio. Se lo puoi sognare, lo puoi anche fare.

La cultura, qualsiasi cultura, non è mai un sistema originario, essenziale e immutabile. La cultura, lo
abbiamo imparato vivendo in questo mondo e tanto più in questa epoca, non è mai uguale a se
stessa. Sue caratteristiche primarie sono la mutevolezza, la dinamicità, l’instabilità e la sua
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relazionalità. Essa si presenta a noi inventiva e congiunturale, e come tale svanisce e si confonde
incessantemente negli scenari e nei volti di nuove labirintiche civiltà sempre in divenire. Ma per
comprendere quanto le culture siano incrociate e contaminate l’una con l’altra, bisogna sapersi
dotare di una “logica meticcia” ed accettare l’idea che i musei etnografici non siano soltanto
depositi e scatole espositive per masterpiece archeologici (nel caso del “Pigorini”, solo per citarne
alcuni: le maschere a mosaico di stile mixteco-puebla, gli avori afro-portoghesi, ecc., ecc.). E non si
tratta di annacquare, a causa della scomparsa delle ultime culture veramente altre, la disciplina in
una tuttologia eco-socio-filosofica genericamente interessata all’uomo. Si tratta, invece, di avere o
meno la predisposizione ad una “logica meticcia”, visto che meticcio è ciò che ci sta intorno. Aprire
il museo agli ibridi vuol dire accettare di far parte di questo processo.

I capolavori ci parlano di altre alleanze etnografiche, etnografia e colonialismo, etnografia e scienze


preistoriche, etnografia ed élites borghesi europee tra Illuminismo e Rivoluzione industriale,
etnografia e surrealismo ed avanguardie artistiche in genere, ed altro ancora. Gli ibridi ci riportano
alla contemporaneità ed alla modernità, laddove vengono ad incrociarsi codici culturali privi di un
solo centro. Essi sono dotati di una propria identità che possiede la sommatoria delle caratteristiche
(positive e negative) degli esseri o degli oggetti che lo compongono.

Ecco nel mio sogno, gli ibridi, entrano in museo a pieno titolo, non già come “oggetti deportati” ma
come “oggetti testimoni” di un’epoca di commistioni, cambiamenti e condivisioni. Sogno non solo
una grande collezione afro-americana, che è il mio interesse primario, ma anche l’ingresso nei
nostri magazzini etnografici di tutti quei fenomeni ibridi innescati dalla globalità postmoderna, non
escluse – e questo dico per senso di appartenenza e responsabilità nei confronti della Sezione che
curo, l’Oceania – quelle testimonianze ascrivibili a quei movimenti messianici melanesiani
conosciuti come Cargo Cult e che a partire soprattutto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale
hanno prodotto, attraverso un articolato sistema di emulazione e “mise-en-scéne rituale”, oggetti
ibridi, fortemente ispirati dal contatto culturale con società tecnologicamente avanzate che
portavano a quelle popolazioni una sterminata quantità di beni e mezzi.

Pur nella consapevolezza delle oggettive difficoltà economiche nazionali e malgrado abbia contezza
che vi sia in atto un pervasivo declino delle ricerche e della loro stessa incisività – dovuto in primis
proprio alla gestione delle poche risorse a disposizione – sogno che il Museo “Pigorini” possa
finalmente ottenere quello spazio finora negato alla parte etnografica. Sogno missioni di campo che
possano, così come succede per la parte preistorica del Museo, apportare un nuovo contributo alle
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collezioni e al patrimonio e rivitalizzare il posseduto grazie ad altre testimonianze e ad altri


documenti, oltreché concedere un’ulteriore chance di accrescimento professionale a noi, “gente di
museo”.

Poiché, aprendo nuove feritoie al senso comune, trafiggendo la società nel suo costituirsi,
penetrandola nei suoi tessuti, attraversandola e lasciando traccia di sé, delle sue pulsioni e tendenze,
un insieme multiforme di sguardi da vicino ha invaso le nostre città – accompagnato da suoni e
profumi insoliti, da voci sovrapposte, storie di etnogenesi e lingue diverse – sogno anche che, come
luogo di contatto, il museo “Pigorini”, permeabile alle trasformazioni e ai turbamenti sociali, possa
rappresentare il punto di riferimento multi-etnico, multi-culturale, multi-linguistico e multi-religioso
della città di Roma se non, dato il carattere nazionale proprio dell’Istituto, dell’intero paese.

Per chiudere questo sogno e per tornare lì da dove siamo partiti, ossia i magazzini o depositi
etnografici, dirò che mi piacerebbe che essi, veri laboratori di ricerca e serbatoi di conoscenza,
perdessero nell’immaginario comune quell’aura che li vuole come contenitori di un “patrimonio
latente”, celato al pubblico. Due sono, a mio avviso, le strade percorribili per dare visibilità a ciò
che già ci appartiene, ma che ancora non sappiamo bene che c’è (o che cos’è).

La prima e più semplice, anche se di onerosa realizzazione, è quella che, nel pieno rispetto dei più
elevati standard e sistemi di tutela e conservazione, primo la catalogazione di ogni reperto, vorrebbe
che i nostri depositi fossero aperti al pubblico e agli studiosi. Per la seconda c’è invece da fare una
premessa.

Se è pur vero che talvolta qualche oggetto dal magazzino viene “promosso” ed inserito nel circuito
ufficiale della esposizione aperta al pubblico, escludo personalmente la rotazione sistematica degli
oggetti in quanto, proprio come recita l’Atto d’indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli
standard di funzionamento e sviluppo dei musei (che pur invita al rinnovamento delle esposizioni),
la selezione, l’ordinamento e la presentazione degli oggetti in una esposizione permanente
rispondono ad un progetto, preceduto da un approfondito studio storico-critico, che motiva le scelte
adottate e giustifica le eventuali modifiche alla situazione preesistente.

Le nostre attuali mostre permanenti rispondono a questi criteri e sono il frutto di approfonditi studi
storico-etnografici. Non c’è bisogno di rifondarle ogni volta, c’è invece bisogno di produrre più
riflessione, conoscere sempre più da vicino e sempre meglio le collezioni conservate nei depositi.
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Questi oggetti non sono inutili perché non in vista, né meno importanti di quelli esposti. Essi sono
soprattutto materiali di ricerca (e la ricerca, lo sappiamo, è il cuore e il motore della tutela). Ma essi
sono anche materiali destinati – proprio per dare visibilità a ciò che ora ne è privo – ad essere
esposti in cicliche, sistematiche e temporanee mostre a tema e che queste insieme alla ricerca
abbiano un posto privilegiato nella politica e nella programmazione del nostro Museo.

E non mancherebbero gli spunti: le tematiche sono infinite quanto le storie che ogni singolo oggetto
può raccontare. Non manca lavoro, ce n’è per noi e per intere generazioni di futuri curatori amanti
di quel magnifico “luogo di confine” che è il magazzino etnografico!