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DomenicoMassaro

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e s s e r e e c c e tto / kokv\o
s i s t r i s c e J,elU p ro p rie! ts is fe r z A .

¿JuolSVyO è Uh p b O £ ttfo .
L a voce d e lla b e lle z z a p a r la d L a s s a voce.
J~ ! solo aspetto phùphia Còbfiott* J {i cui cidscuho fievt
Yth^tY colato ¿IU società è quello ri^uAhfiahte %/i ¿Itti. L>u se
stessGf sull^ sud u^ehfe e su l suo coyj?o, l'ihifivifiuo è sovra ho.
L,4 ì/wid lijL th fy hoh hd / kjfivuxd M h o ì^ io hoh Soho Solo.
C e aìm eho Uh f>rcL/eUvtf chi soho th fe r e s s a t tu ffi tjt bJhruht c h i p eh sa h o : quello di com prehdcre tl
ìK'ùhJo ih cui viviam o) e ^uihdt hot ste s s i (che Siam o fr it te ¿ ¡q u el m ohdoì e Iti coh osceh za c h i he aLLtO-
uro. lu ffa la scieh z a è cosm ologia e l'asp etto che trovo th feressah fe h e!la filo s o fa , hoh m eho che b ella
scien za, è l'au dace s fo r z e volto a ih crem eh tare la coh osceh za ■ ¿ / »W » e U teoria a d essa relativa.

IL ìivrifi 4 d urto ìirM ae0 o sp h ifc a h o i lim iti d ì m io m ordo.


L d p o s s ilih fiti IIaVuc4 cùSit.cjte salva,
p r e s e n t e ¿ p r t a b o J ye u a W t b t r t .
¡/oh tsisfrho fidfji, soia ihferpittazjohL
L io h o h è p iu p a d ro n e ih c a s a p ro p ria .
Luom o che ha gustato uha volta i fru tti della di!osepia, che
ha im parato a cohoscere i suoi sistem i, e che allora li
ha am m irati com e i Lehi piu alti della cultura, hoh
può pili rinunciai? alla -filosofia e a ! -filosofare..

Z I ta le h fo è uha fo h te d a cui
sgorga a c p a sem pre m ova. ¡Ì'ìa questa fiohte
p erd e oe^nivalore se hoh se he f a il giusto uso.
Z fio s e fi hahho softahto diversam ente
ih teip teta fo ¡¡m ondo; ¿ ¡fratta ora d itrasform arlo.

LAM
ERAVIGLIA
DELLE
IDEE

QUADERNO DEL PENSIERO LOGICO


Ragionamenti ipotetici e dilemmi morali

parovra
Coordinamento editoriale: Chiara Sottile
Coordinamento redazionale e redazione: Chiara Fenoglio
Progetto grafico: Raffaella Petrucci
Copertina: Sunrise Advertising, Torino
Coordinamento grafico: Massimo Alessio
Impaginazione elettronica: Essegi, Torino
Controllo qualità: Andrea Mensio
Segreterìa di redazione: Enza Menel

Testi nell’e laborazione grafica di copertina-. Nessun essere eccetto l’uomo si stupisce della propria esistenza (Scho­
penhauer, I l mondo come volontà e rappresentazione, II, 17); L’uomo è un progetto (Sartre, L’esistenzialismo è un
umanismo)-, La voce della bellezza parla a bassa voce (Nietzsche, Così parlò Zarathustra); Il solo aspetto della
propria condotta di cui ciascuno deve render conto alla società è quello riguardante gli altri. Su se stesso, sulla sua
mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano (John Stuart Mill, Sulla libertà)-, La mia libertà non ha l’ultima parola,
10 non sono solo (Lévinas, Totalità e infinito)-, C’è almeno un problema cui sono interessati tutti gli uomini che
pensano: quello di comprendere il mondo in cui viviamo; e quindi noi stessi (che siamo parte di quel mondo) e
la conoscenza che ne abbiamo. Tutta la scienza è cosmologia e l’aspetto che trovo interessante nella filosofia, non
meno che nella scienza, è l'audace sforzo volto a incrementare la conoscenza del mondo e la teoria ad essa relativa
(Popper, Congetture e confutazioni)-, I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo (Wittgenstein,
Tractatus logico-philosophicus)-, La possibilità è l’unica cosa che salva (Kierkegaard, I l concetto dell’angoscia)-,
11 presente è pregno dell’avvenire (Comte, Corso di filosofia positiva)-, Non esistono fatti, solo interpretazioni
(Nietzsche, Frammenti postumi, adattamento); L’io non è più padrone in casa propria (Freud, Una difficoltà della
psicoanalisi)-, L’uomo che ha gustato una volta i frutti della filosofia, che ha imparato a conoscere i suoi sistemi,
e che allora li ha ammirati come i beni più alti della cultura, non può più rinunciare alla filosofia e al filosofare
(Husserl, La crisi delle scienze europee e lafenomenologia trascendentale)-, Il talento è una fonte da cui sgorga acqua
sempre nuova. Ma questa fonte perde ogni valore se non se ne fa il giusto uso (Wittgenstein, Pensieri diversi, 1931);
I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta ora di trasformarlo (Marx, Tesi su Feuerbach).

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P R E S E N TA ZIO N E

5 intento di questo volume è quello di fornire strumenti adeguati


L r per affrontare in modo consapevole e critico le situazioni
problematiche con le quali ci misuriamo quotidianamente,
soprattutto nel campo dell’agire. In tale prospettiva analizzeremo i
ragionamenti ipotetici e condizionali, completando così idealmente
il discorso iniziato con i Quaderni del pensiero logico 1 e 2, incentrati
rispettivamente sui ragionamenti di carattere deduttivo e induttivo.
Cercheremo pertanto di familiarizzare con ipotesi, congetture ed
esperimenti mentali, che abituano ad avanzare previsioni ragionevoli
su fatti ed eventi, e a prendere decisioni in circostanze difficili e
dall’esito incerto.
Alla luce della crisi dei valori tradizionali la logica può offrire alcuni
punti di riferimento utili per stimolare una riflessione all’altezza
delle sfide della società in cui viviamo. Letica contemporanea,
infatti, fa ampio ricorso ai ragionamenti ipotetici e condizionali,
perché, essendo maggiormente “flessibili”, riescono a rispondere
più efficacemente alle esigenze di persone e comunità tra loro molto
diverse, soprattutto quando si tratta di confrontarsi con le domande
relative a bene e male, giusto e ingiusto, lecito e illecito.

Nei capitoli diamo conto della “svolta” etica nel pensiero


contemporaneo e cerchiamo di spiegare perché lo studio dell’etica
risulta fondamentale; quindi esaminiamo lo statuto dell’etica,
mostrandone identità e differenze rispetto alla morale. Nell’analizzare
i principi e i metodi dei ragionamenti etici, ci soffermiamo in
particolare sugli orientamenti che si richiamano al bene o all’utile,
al dovere o al giusto, e riflettiamo sui temi della libertà e della
responsabilità. Dopo aver affrontato lo studio dei dilemmi morali,
concludiamo con una breve disamina dell’etica della comunicazione
e del dialogo, mirata a far comprendere la pluralità degli orizzonti
multiculturali del presente. Nella trattazione ci avvaliamo di
numerosi esempi e proponiamo esercizi con un livello di difficoltà
progressiva.
Il volume si chiude con una sezione di test di logica, volti ad affinare
le competenze relative alla logica linguistica, al ragionamento critico
(declinato nell’analisi dei nessi tra antecedenti e conseguenti, e di
situazioni dilemmatiche) e alla comprensione di testi.
Domenico Massaro
INDICE GENERALE
C a p ito lo 1 4 II bene supremo 26

Logica ed etica 5 II criterio dell’“utile” 27

nel XXI secolo 6 6 Una prospettiva quantitativa 29


1 II m utamento del paradigmi p e r s a p e r n e di più II neoutilitarismo 30
logici ed etici 6
M E T T IT I a lla P R O V A 31
l e s s ic o f il o s o f ic o falsificabilità 7
2 I valori dell’uomo contem poraneo 8
3 Una risposta alla crisi delle certezze 9
C a p ito lo 4
4 I fattori essenziali del discorso
morale 11 Prospettive a confronto:
l’etica del dovere
M E T T IT I a lla P R O V A 13
e l’etica della giustizia 32
1 L’etica deontologica 32
l e s s ic o f il o s o f ic o etica
C a p ito lo 2 deontologica 32
Lo statuto dell’etica 14 l e s s ic o f il o s o f ic o principio
1 I moventi dell’agire 14 di universalizzabilità 34
2 I termini dell’etica 15 2 L’etica procedurale 35
3 L’etica com e sapere teorico-pratico 16 p e r s a p e r n e di più Etica sostantiva
p e r s a p e r n e di più “F are" e “agire’1 16 ed etica formale 36
4 La distinzione tra “etica” e “m orale” 17 3 Alcune osservazioni conclusive 39
l e s s ic o f il o s o f ic o “etica" e “morale” 17 M E T T IT I a lla P R O V A _______________ 40
5 I concetti cardine del discorso etico 18
l e s s ic o f il o s o f ic o azione volontaria,
azione involontaria 19
l e s s ic o f il o s o f ic o phrónesis o
C a p ito lo 5
saggezza 20 Logica ipotetica
e decisioni responsabili 41
M E T T IT I a lla P R O V A 21
1 La possibilità di scegliere 41
l e s s ic o f il o s o f ic o libero arbitrio 41
2 I requisiti di un’azione libera 42
C a p ito lo 3
3 L’autodeterminazione
I criteri che orientano com e scelta di sé 43
l’agire morale 22
LESSICO FILOSOFICO
1 II criterio del “bene” 22 autodeterminazione 43
2 I valori della comunità 4 Onesti con il futuro 44
di appartenenza 23
5 II contributo della logica
l e s s ic o f il o s o f ic o comunitarismo 23
nell’incertezza del futuro 46
3 L’etica teleologica
l e s s ic o f il o s o f ic o abduzione 47
e la gerarchia dei beni 24
l e s s ic o f il o s o fic o etiche teleologiche 24 M E T T IT I a lla P R O V A 48
5

C a p ito lo 6 4 L’etica degli “orizzonti


in movimento” 61
I dilemmi morali 49
1 Quando ci si trova davanti M E T T IT I a lla P R O V A 62
a un bivio... 49
l e s s ic o f il o s o f ic o dilemma morale 49
2 II tro lle y p ro b le m , ovvero il
“problem a del vagone ferroviario” 50

M E T T IT I a lla P R O V A 53

C a p ito lo 7 TEST d i LO G IC A 63
Dialogo e comunicazione: L o g ic a linguistica 64
l’etica nella società pluralista R a g io n a m e n to critico: n essi
e tecnologica 55 t r a a n te c e d e n ti e c o n s e g u e n ti 66
1 Comunità e argom entazione 55 R a g io n a m e n to critico:
l e s s ic o f il o s o f ic o macroetica analisi di situazioni d ile m m a tic h e 70
della comunicazione 55
C o m p re n s io n e di te s ti 73
LA VITA E LE OPER Apel 56
la vita e l e o p e r e Habermas 57
2 La n e tiq u e tte 58
l e s s ic o f il o s o f ic o netiquette 59 Indice dei nomi 77
3 Un’etica procedurale
m a non priva di contenuti 60 Indice dei lessici filosofici 78
6

CAPITOLO 1

ed etica
nel XXI secolo

Il mutamento dei paradigmi


logici ed etici

Tra la fine dell’ Ottocento e la prima metà del Novecento, in partico­


lare con il pragmatismo, il neopositivismo logico e la filosofia anali­
tica, si assiste a una sorta di “frantumazione” delle certezze logico-
epistemologiche: il concetto di verità assume contorni sempre più
problematici e viene meno la tradizionale immagine della scienza
come sapere certo e incontrovertibile. In tale contesto, sono messi
in discussione anche i principi dell’ agire e la capacità dell’etica di
indicare in modo universalmente condivisibile le caratteristiche del
comportamento virtuoso.

Dal p ra g m a tis m o al falsificazionism o


Per Charles Sanders Peirce (1839-1914), iniziatore del pragmatismo
americano, le teorie scientifiche e filosofiche non hanno valore as­
soluto, ma possiedono un carattere storicamente determinato e con­
tinuamente rivedibile. Analoga concezione egli ha delle regole dell’a-
gire: esse sono “abiti” com portam entali il cui consolidam ento è
favorito dalle credenze, convinzioni consapevoli che derivano al sog­
getto dalla risoluzione di una situazione problematica.
Per il logico e matematico Bertrand Russell (1872-1970) qualsiasi
enunciato che non sia scientifico non rappresenta la struttura dei fat­
ti e quindi non può essere vero. Le questioni relative ad esempio all’e­
sistenza di Dio, all’im m ortalità dell’ anima e all’ ordine cosm ico si
traducono in affermazioni astratte e prive di possibilità di riscontro
concreto: esse vanno quindi espunte dal linguaggio filosofico perché
fonte di equivoci.
1 II m utam ento dei paradigmi logici ed etici

Secondo Ludwig W ittgenstein ( 1889-1951 ) le proposizioni dell’ e-


tica - e più in generale del linguaggio filosofico - sono perlopiù in ­
significanti in quanto non rappresentano stati di cose. La filosofia ha
la pretesa di andare al di là del m ondo di cui il linguaggio è raffigu­
razione. Ciò non significa che W ittgenstein ritenga trascurabili le
questioni che trascendono l’ orizzonte della scienza: egli si limita ad
affermare che tali questioni non possono trovare risposta. Sulle pro­
blem atiche relative al senso dell’ esistenza viene a m ancare il lin ­
guaggio: esse rientrano nell’ ambito dell’indicibile, dell’ineffabile,
dell’ inesprimibile.
Per concludere la nostra rassegna, approdiamo al “falsificazioni­
smo” di K arl Popper (19 0 2 -1 9 9 4 ), secondo il quale una verità è
scientifica proprio nella misura in cui risulta confutabile. Popper sot­
topone le teorie scientifiche a un test della validità, rappresentato dal
loro grado di “falsificabilità”. Se un’ipotesi non può essere falsificata
in linea di principio, allora non ha carattere scientifico; dire, ad esem­
pio, «Domani o pioverà o non pioverà» non è u h affermazione scien­
tifica, perché non è confutabile (è sempre vera), a differenza di «Do­
mani pioverà nella pianura padana». Quanto più un’ affermazione è
circostanziata e precisa, tanto più è confutabile e, dunque, utile alla
scienza. Con Popper si è abbandonata definitivamente la convinzio­
ne che l’indagine scientifica possa ridursi allo schema “osservazione
-> legge -> verifica”: la scienza è provvisoria e aperta a un confronto
continuo, così come l’etica.

Le nuove sfide d ell’e tic a


Negli ultimi decenni del Novecento (soprattutto a partire dagli anni
Sessanta) si è parlato di “svolta etica”, volendo alludere alla grande
importanza che tale ambito riveste nel panorama culturale e politico.
Nei mass media si sono moltiplicati i dibattiti sulle questioni etica­
m ente sensibili, in particolare in relazione a casi di cronaca toccanti
e problematici. Quasi ogni giorno gli “esperti” del settore sono invi­
tati a esprimere il proprio parere, ad esempio di fronte ai gravi dilem­
m i che l’evoluzione delle tecnologie e delle biotecnologie, le nuove

Lessico filosofico
falsificabilità sperienza. Per P opper basta una sola
Questo termine denota la tesi popperiana smentita per confutare una teoria, mentre
secondo la quale una teoria si può consi­ milioni di conferme non sono sufficienti a
derare scientifica nella misura in cui può verificarla, poiché possono sempre darsi
essere smentita, in linea di principio, dall’e­ esperienze nuove che la falsificheranno.
8 Capitolo 1 Logica ed etica nel XXI secolo

forme di comunicazione, i problemi della società globale pongono


alla nostra coscienza. La fecondazione assistita, l’eutanasia, la speri­
mentazione sugli animali, l’inquinamento ambientale, i diritti degli
im m igrati sono fonti di dubbi e incertezze che chiam ano in causa
aspetti di natura etica.
Ciò ha determinato un rinnovato interesse per la filosofìa, da at­
tribuirsi prevalentemente al fatto che essa è il luogo privilegiato del­
la riflessione sulle ragioni dell’agire, poiché cerca di mettere in luce
e analizzare i criteri generali che orientano le azioni umane.

I valori dell’uomo contemporaneo

La m in accia del nichilismo m o ra le


Il nostro passato più recente si è caratterizzato per la tendenza a con­
siderare criticamente le norme morali tradizionali, fino a mettere in
discussione le idee di un “bene” e di un “giusto” assoluti. L’etica con­
temporanea si è ritrovata così senza fondamenti, priva cioè di un
terreno saldo su cui basare le proprie regole. L’uomo del X X secolo,
per usare le parole di Friedrich Nietzsche (1844-1900), «prende con­
gedo da ogni fede, da ogni desiderio di certezza, adusato com’ è a
sapersi tenere sulle corde leggere e su leggere possibilità» (La gaia
scienza, in Opere complete, a cura di G. Colli - M. Montinari, Adelphi,
Milano 1964, voi. V, par. 2, p. 213).
Nietzsche chiama «nichilismo» (da nihil, “niente”) l’assenza di va­
lori morali e religiosi conseguente alla «morte di Dio», una delle m e­
tafore fondamentali del secolo scorso, che indica non soltanto la fine
dei valori religiosi, ma anche e soprattutto la crisi dei principi etici
della tradizione occidentale: Dio, l’ anima, la coscienza, la pietà, la
virtù ecc. sono concetti che hanno gradualmente perduto significato,
o sono comunque divenuti incapaci di assicurare un vero fondamen­
to al nostro agire responsabile.
Dopo che sono state recise le radici metafisiche dell’ agire, deter­
minando un “vuoto etico”, a quale criterio di giudizio dobbiamo ap­
pellarci? Nasce da questo interrogativo il carattere problematico
dell’etica contemporanea.

La s o c ie tà g lobale
Nella società attuale, caratterizzata dall’enorme sviluppo della cono­
scenza scientifica e delle sue applicazioni tecnologiche, spesso si im ­
pongono scelte che, seppure compiute oggi e in un piccolo angolo del
3 Una risposta alla crisi delle certezze 9

mondo, potranno avere risonanza ed effetti globali e a lunga durata,


condizionando la vita di popoli remoti così come quella delle gene­
razioni future.
Si tratta, adora,_di delineare un’ etica della società globale. :Se, ad I ESEMPIO PRATICO

esempio, le nazioni industrializzate non riducono le emissioni di gas


a effetto serra, rischiano di accelerare cambiamenti climatici che coin­
volgeranno tutti i paesi del mondo e che danneggeranno anche chi
verrà dopo di noi. Per quanto riguarda l’ambito dell’economia, poi,
sono relativamente recenti gli avvenimenti che hanno portato alla
crisi della finanza mondiale, influenzando la vita di m ilioni di picco­
li investitori estranei alle attività speculative internazionali. Anche le
scelte economiche possono avere effetti devastanti e a vastissimo rag­
gio, pertanto devono essere orientate dal criterio della responsabilità.

«Stranieri morali»?
Nonostante sia forte il bisogno di etica, dobbiamo riconoscere che
oggi gli uomini sono diventati «stranieri morali» (l’ espressione è di
Tristram Engelhardt, autorevole studioso statunitense di bioetica nato
nel 1941), caratterizzati da visioni individuali profondamente diffe­
renziate se non irriducibili, come ci mostrano i conflitti intercultu­
rali, le diffuse paure determinate dai flussi migratori, la recrudescenza
di fenomeni razzisti ecc.
La società globalizzata ci mette a confronto con persone che testimo­
niano tradizioni e valori diversi dai nostri, e questo spesso provoca
l’ accentuarsi di posizioni assolutiste e intolleranti, dettate dall’esi­
genza di difendere la propria identità culturale. Si sente il bisogno
diffuso di riaffermare sistemi di valori rigidi e indiscutibili, da oppor­
re a quelli degli altri rivendicandone la superiorità. Si verifica dunque
il paradosso di un epoca culturale caratterizzata dalla crisi di princi­
pi “forti” e, nello stesso tempo, dal riemergere di posizioni oltranzi­
ste e dogmatiche.

Una risposta alla crisi delle certezze

U n’e tic a plurale


Esiste una sola concezione etica? La risposta è “no”: dell’etica si può
parlare soltanto al plurale. Non esiste un’etica unica e assoluta, o, al­
meno, non si pone più come tale nella condizione post-moderna,
contrassegnata dalla fine delle «grandi narrazioni» - l’espressione è
del filosofo francese Jean-François Lyotard (1924-1998) - , ossia quelle
10 Capitolo 1 Logica ed etica nel XXI secolo

dottrine (come l’Illuminismo, l’idealismo e il marxismo) che aveva­


no la pretesa di offrire una spiegazione globale della storia, assegnan­
do a essa un fine certo e definito.
L’assunzione di una prospettiva pluralistica - che non equivale a
rinunciare ai fondamenti della propria tradizione - consente di rela­
zionarsi all’altro in modo costruttivo e di capire più a fondo se stessi.
Le visioni compatte e totalizzanti, per quanto rassicuranti, racchiu­
dono al proprio interno il rischio dell’intolleranza e dell’assoluti­
smo. Un’esemplificazione di questo approccio si trova nelle parole
del filosofo Uberto Scarpelli (1924-1993):

Guardando dunque alla pluralità e diversità delle etiche e delle bio­


etiche, non siamo autorizzati a considerarle come una molteplicità
di etiche false al cospetto dell’etica vera, bensì come una varietà di
risposta a cui gli esseri umani sono pervenuti circa le proprie do­
mande esistenziali. Non c’è ragione definitiva per cui la mia ragione
debba valere per altri; posso soltanto presentare argomentando la
mia risposta perché ciascuno giudichi se e fino a che punto possa
diventare risposta sua. Ognuno segue nell’etica la sua strada, ognu­
no può offrire persuasione, ognuno infine deve decidere per se stes­
so. Ciò introduce ad uno dei maggiori principi dell’etica e della bio­
etica, il principio di tolleranza.
( Bioetica. Alla ricerca dei principi,
in “Bioetica della libertà”, n. 99, ottobre-dicembre 1987, p. 11)

È insom m a indispensabile trovare nuovi punti di riferimento:


un etica pubblica e consensuale, aperta al riconoscimento dell’altro,
capace di argomentare le proprie ragioni senza imporle con la forza.
Sulla base di questi presupposti, l’ etica può ancora rappresentare
l’importante disciplina filosofica che era per gli antichi, una discipli­
na in grado di rendere ragione dei criteri che devono presiedere in
linea di massima, o “perlopiù” - com e amava dire Aristotele - , al
comportamento umano.
In questo senso essa si caratterizza per la sua natura inconfondi­
bilmente discorsiva e razionale, vale a dire per la capacità di m oti­
vare con argomenti logicamente accettabili le proprie scelte.

U n’e tic a e m p a tic a


Occorre cercare di capire le “ragioni” - non solo razionali, m a anche
sentimentali - per cui gli altri esseri umani pensano e agiscono in un
certo modo, e costruire così una rete di consenso tra le persone.
4 I fattori essenziali del discorso morale 11

In un libro intitolato La civiltà dell’empatia, l’economista e saggi­


sta statunitense Jeremy Rifkin (nato nel 1943) sostiene che «gli altri,
come noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro
è perché riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnera­
bilità e la sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenzia­
le, la sua sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi
come se fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro
modo di solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita» (La civiltà
dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi,
trad. it. di P. Canton, Mondadori, Milano 2010, p. 532).
La vera sfida per la filosofìa e l’etica, dunque, è quella di promuo­
vere una “coscienza empatica”. Alleata irrinunciabile in questo per­
corso è la logica, che è l’unica risorsa in grado di far condurre ragio­
namenti sensati e condivisibili, popperianamente aperti al confronto
e alla revisione.

I fattori essenziali del discorso


morale

I due fattori essenziali del discorso morale sono:


a. le intuizioni morali;
b. le regole di base del ragionamento morale.

Le intuizioni m orali
Analizziamo le intuizioni morali partendo da un esempio suggerito
dal filosofo australiano Peter Singer (nato nel 1946).-Poniamo il caso ■ UN ESEMPIO PRATICO

che, in un assolato giorno d’estate, io decida di andare al mare a ri­


lassarmi. Raggiungo uno scoglio e m i stendo sull’asciugamano. Sono
solo e non ho voglia di immergermi in acqua. M i sto godendo il te­
pore del sole quando all’ improvviso sento il pianto di un bambino
che si dibatte in acqua e sta per annegare. Senza temporeggiare mi
tuffo per salvarlo.
Se mi domando perché f ìio fatto, ossia in virtù di quale impulso,
devo rispondere che ho seguito l’ intuizione m orale che mi veniva
dalla coscienza, un “suggerimento” immediato che possiamo ragio­
nevolmente ipotizzare comune alla maggioranza degli uomini. Tut­
tavia, solo quando le nostre azioni sono guidate dalla ragione e fon­
date su un bagaglio m inim o di principi e criteri, in modo tale che
siano responsabili e non casuali, è possibile considerarle “etiche”; in
questo caso, infatti, mettiamo in campo un’attitudine riflessiva e cri­
tica che è tipica del giudizio morale.
12 Capitolo 1 Logica ed etica nel XXI secolo

Le re g o le del ra g io n a m e n to m o ra le
Addentrandosi nel cuore dei discorsi morali, oltre l’ intuizione im ­
mediata, Singer afferma: «Posto che hai salvato un bambino per in ­
tuito m orale e hai fatto bene, ossia hai evitato un com portamento
m ostruoso, devi anche am mettere che se non fai niente per tanti
bambini che muoiono di fame nel mondo [...] ti comporti in modo
moralmente inaccettabile, anzi m ostruoso proprio come chi lascia
affogare un bambino indifeso in mare» (P. Singer, Salvare una vita si
può, Il Saggiatore, Milano 2009, p. 18).
Ecco dunque la prima regola di un ragionamento morale a carat­
tere ipotetico:
1. “Se ti trovi di fronte a casi simili allora devi trattarli in modo simile”.
Resta il problema di identificare e definire con precisione che cosa
è “simile”: a tal proposito, le nostre intuizioni morali, sia spontanee
sia riflessive, possono esserci di valido aiuto.
La seconda regola del ragionamento di Singer si può formulare così:
2. “Ad impossibilia nemo tenetur” (“Nessuno è tenuto a fare l’im-
possibile”).
UN ESEMPIO PRATICO A •Poniamo il caso che io non sappia nuotare, è logico concludere
che, se anche mi tuffassi in acqua, non potrei salvare il bambino; esat­
tamente come, se fossi nullatenente, sarei esonerato dal dovere m o­
rale di fare beneficienza a favore dei bambini che muoiono di fame.
C’è infine una terza regola, che in genere viene chiamata “legge di
Hume” (dal filosofo scozzese che l’ha enunciata per primo), ma che ha
avuto diverse formulazioni e ancora oggi è argomento di discussione:
3. “Da ciò che è non si può passare a ciò che deve essere”.
Questa regola vieta il salto logico da proposizioni indicanti fatti
(proposizioni descrittive) a proposizioni indicanti precetti (propo­
sizioni prescrittive).
Come vedremo, queste tre regole, implicitamente o esplicitamente,
sono sempre all’opera nella formulazione dei giudizi morali.
Mettiti alla prova 13

METTITI alla PROVA


1. Prova a dare una definizione dell’etica, in particolare sforzandoti di spiegarne la
differenza rispetto alla religione e alla prassi; delinea anche le specificità che, a tuo
avviso, deve avere l’etica della società tecnologica e globale. In questa prima fase
non preoccuparti se non hai ancora le idee molto chiare: una volta approfondito lo
studio, potrai tornare sull’esercizio e rivalutare la tua risposta.

2 . Analizza i brani proposti, tratti da La civ iltà d e ll’e m p a tia di Rifkin: in merito al primo,
illustra i paradigmi etici sottesi alle teorie di Hobbes, Locke e Bentham ed esprimi il
tuo punto di vista al riguardo; in merito al secondo, spiega le possibili conseguenze
che gli studi sulle «cellule specchio» possono avere in ambito morale.
a. Hobbes considerava l’uomo aggressivo ed egoista per natura: noi siamo [...] continua-
mente impegnati in un’incessante lotta l’uno contro l’altro per il dominio e la suprema­
zia, e per garantirci il benessere a spese dei nostri simili. John Locke scelse un approccio
meno duro, perfino benigno, affermando che nello stato di natura gli esseri umani sono
socievoli e ben disposti gli uni verso gli altri. Ciononostante, sempre secondo Locke,
per predisposizione siamo acquisitivi e impieghiamo il nostro lavoro fìsico e intellet­
tuale per impossessarci della materia del mondo e trasformarla in una proprietà pro­
duttiva. Jeremy Bentham e gli utilitaristi concordavano con Locke: siamo per natura
materialisti e, in quanto tali, cerchiamo, di ottimizzare il piacere e mitigare il dolore.
(J. Rifkin, La dviltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale
nel mondo in crisi, cit., p. 45)

b. Gli scienziati hanno notato che gesti ed espressioni del viso, oltre agli stimoli uditivi,
attivano le cellule specchio, e hanno anche scoperto che altrettanto può fare il tatto [...].
Tutti abbiamo avuto l’esperienza di vedere un ragno o un serpente camminare o stri­
sciare sul corpo di un’altra persona, e avvertire lo stesso senso di repulsione che avrem­
mo provato se avesse camminato o strisciato sul nostro. In una serie di esperimenti,
alcuni ricercatori hanno sottoposto diversi individui a risonanza magnetica funzionale
scoprendo che la corteccia somatosensoriale secondaria si attiva sia quando il parteci­
pante all’esperimento viene toccato sia quando osserva qualcuno che viene toccato.
(J. Rifkin, La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale
nel mondo in crisi, cit., pp. 45-46)

3 . Indica quale delle tre regole del ragionamento morale enunciate da Singer è stata
violata nei seguenti argomenti.
a. La maggior parte della gente considera immorale rubare, dunque non si deve rubare.
b. Laura aveva promesso di aprire lo studio medico alle otto, ma è rimasta a letto con la febbre.
Laura ha mancato soprattutto nel confronti dei suoi pazienti più anziani.
c. Giovanni doveva restituire 5.000 euro al fratello che glieli aveva prestati, ma, avendo perso
tutto al gioco d ’azzardo, si è sentito sollevato dal suo obbligo morale.
d. F r a n c e s c o c o n c e d e t u t t o a l f ig lio m a s c h io , m e n t r e è p iu t t o s t o s e v e r o c o n la f ig lia f e m m in a .
e. È mio dovere aiutare mia sorella con i compiti perché è ciò che mi ripetono i miei genitori.
f. Stefano non ha preso parte alla festa di compleanno del suo migliore amico. Sapendo quanto
ci teneva, sarebbe dovuto andare anche se i suoi genitori glielo avevano proibito.
14

CA PITOLO 2|

jO s t a
I
tu to

cl e l l / e tic a

I moventi dell’agire

Fin dall’infanzia l’agire rivolto al conseguimento di un fine caratte­


rizza l’esistenza dell’essere umano: dal momento in cui veniamo al
mondo, in condizioni di estrema fragilità e dipendenza, entriamo a
far parte di una comunità verso cui indirizziamo le nostre richieste.
D i tale gruppo di appartenenza imitiamo poi i comportamenti, ade­
guando in linea di massima il nostro agire alle sue abitudini e condi­
videndone valori e credenze. In alcune occasioni avanziamo pretese
nuove, che gli altri non sempre mostrano di gradire o di accogliere,
ma la nostra condotta è, in genere, regolata dalla consuetudine e con­
dizionata dal rispetto verso i nostri genitori o superiori.
Giunge però, prima o poi, il momento in cui dobbiamo affrontare
autonom am ente qualche problema. È allora che diventiamo prota­
gonisti delle nostre decisioni, ricorrendo al ragionamento, soppe­
sando le varie possibilità, rifacendoci a una scala di valori.
Studiare l’etica, sebbene non ci metta al riparo dagli errori, ci può tut­
tavia aiutare a fare scelte “ponderate”, nel senso etimologico di “soppe­
sate con attenzione”. Alla base delle risoluzioni etiche di carattere per­
sonale si pongono alcuni interrogativi di fondo: “che cosa voglio?”,
“come si concilia tale aspirazione con il piano della m ia vita?”. In essi
è presente una comune ricerca, quella del bene: quando decidiamo di
agire in un determinato modo, infatti, lo facciamo generalmente in vista
del conseguimento di un vantaggio o del “benessere”. E il bene rappre­
senta, come vedremo nel prossimo capitolo (>p. 22), uno dei criteri fon­
damentali dell’ argomentazione etica. Per ora assumiamo la problema­
ticità della ricerca (e definizione) del “bene” come punto di partenza
per giustificare l’esigenza di una riflessione etica che superi il campo
della soggettività e della spontaneità per diventare disciplina filosofica.
2 I termini dell’etica 15

I termini dell’etica

U na chiarificazione etim o lo g ica


Il termine “etica” è antichissimo e compare nel titolo di un importan­
te scritto sui problemi morali: l’Etica nicomachea di Aristotele. Esso
deriva dal greco éthos, che significa “carattere” o “modo di essere”, ma
anche “costume”, “abitudine”. Nell’ accezione originaria l’ etica desi­
gna il pensiero relativo alla sfera pratica dell’attività umana, intesa
come l’insieme delle abitudini e delle consuetudini che l’individuo
acquisisce attraverso la (e nella) comunità di appartenenza. Se voglia­
mo capire bene il senso dell’ etica degli antichi dobbiamo quindi sot­
tolineare il nesso inscindibile tra le azioni umane e le regole della
comunità.
Lo sviluppo dell’etica come disciplina filosofica ha rappresentato
tuttavia un ampliamento del significato originario, tanto che oggi
l’etica prescinde in qualche modo dalle abitudini della comunità, per
considerare le azioni umane in quanto tali, cioè in quanto espressio­
ne dell’intenzionalità dell’uomo.

U na definizione di “azio n e m o ra le ”
L’oggetto dell’etica filosofica è costituito dalle azioni umane; certamen­
te, però, non tutto ciò che l’individuo fa rientra nel campo dell’etica.
Le attività fisiologiche, ad esempio, come mangiare, digerire e respi­ « UN ESEMPIO PRATICO

rare, non hanno una rilevanza morale: “accadono” nell’uomo, di esse


l’uomo ha più o meno consapevolezza, ma in quanto naturali e m ec­
caniche non rientrano fra le azioni morali. Se invece un uomo decide
di non mangiare più con l’ obiettivo di lasciarsi morire di inedia per­
ché reputa insopportabile la vita, allora il suo gesto acquista un signi­
ficato morale, in quanto espressamente voluto, desiderato e persegui­
to dalla libera volontà.!D unque, ciò che rende morale l’ agire è
l’intenzionalità, ossia la decisione consapevole e libera da parte del
soggetto di optare per un determinato comportamento e non un altro.
Aristotele distingueva l’attività umana in due grandi categorie, rispet­
tivamente riconducibili alla póiesis, o produzione materiale e tecnica
(che si concretizza, ad esempio, nell’opera di un artigiano), e allapràxis,
o azione intenzionale (> per saperne di più , “Fare” e “agire”, p. 16).
Quest’ultima è genuinamente umana, perché posta sotto la diretta re­
sponsabilità dell’individuo, che è autore, causa e destinatario dell’agire.
Nell’azione morale, dunque, il soggetto non pone il proprio fine
fuori di sé (come nel caso dell’artigiano che fabbrica un letto), ma in
se stesso (ad esempio nella ricerca del bene, del dovere o della felicità).
16 Capitolo 2 Lo statuto dell’etica

L’ agire morale nasce dalla nostra libertà personale e produce effetti


che ricadono su noi stessi, nel senso che confermano o espandono il
nostro progetto di vita o lo contraddicono e m ortificano. La stessa
cosa non può dirsi del “fare” che produce oggetti, esterni a noi: un
fabbro che sbagliasse nel suo lavoro e realizzasse, ad esempio, un m a­
nufatto difettoso, potrebbe provare delusione o dispiacere, m a non
per questo dovrebbe sentirsi leso nella sua integrità.

L’etica come sapere teorico-pratico

Avendo come oggetto le azioni umane, l’etica è una disciplina inte­


ressata alla pratica. Con ciò non si vuole sostenere che essa possa fa­
re a meno della teoria o che non abbia principi astratti a cui ispirarsi:
in linea di massima il suo carattere pratico si riferisce alla funzione
di orientare l’agire degli uomini o, almeno, di costituire un parame­
tro per sostenere le scelte morali.
In realtà l’etica, in quanto disciplina filosofica, è sempre anche ri­
flessione teorica, nel senso che nasce dalla domanda relativa alla bon­
tà o meno delle azioni, al loro carattere giusto o ingiusto, utile o dan­
noso, e dunque dal problema della loro valutazione. La riflessione
etica, insomma, deve ascriversi a quello che Kant chiamava l’uso pra­
tico della ragione: la ragione, pur nella sua sostanziale unità e com ­
pattezza, quando si volge alla conoscenza pura del mondo o all’inda­
gine scien tifica si distingue dalla sua funzione di guida per la
condotta pratica. In definitiva, l’etica è un sapere teorico-pratico, in
quanto ha come oggetto le azioni umane, che si propone di orien­
tare alla luce del ragionamento.

Per saperne di più “Fare” e “agire


verbi “fare” e “agire” , per quanto alludano mondo esterno, Pagire” trasforma l’uomo nel­
I entrambi all’attività, non sono sinonimi. Fin
dalla filosofia antica, infatti, il “fare” è stato in­
la sua dimensione interiore; il “fare” si prolunga
nella tecnica, Pagire” riguarda la coscienza.
teso come un’azione finalizzata alla produzio­ La distinzione tra “fare” e “agire” non esclude,
ne materiale delle cose (in greco póiesis), ad però, la correlazione tra i due generi di attività
esempio la fabbricazione di un tavolo; Pagire” umana: se infatti l’attività tecnica non ha di per
come l’attività umana, di carattere morale (o sé implicazioni morali, l’impiego che se ne fa
politico), che ha il proprio fine non in qualcosa rientra a pieno titolo nelle decisioni etiche e
di estrinseco all'uomo, ma nell’uomo stesso. dunque deve essere ricondotto all’ambito del­
Mentre il “fare” si propone di trasformare il le scelte, cioè dell’attività morale.
4 La distinzione tra “etica” e “morale' 17

Da questo punto di vista possiamo stabilire un’analogia tra l’etica


e la logica: anche la logica, infatti, ha un risvolto pratico, poiché stu­
dia una categoria particolare di “atti” umani che sono i discorsi o ra­
gionamenti dotati di significato.

| La distinzione tra “etica” e “m orale”

I term ini “etica” e “morale” sono generalmente considerati sinoni­


mi, sulla base della loro comune etimologia: “morale” deriva dal lati­
no mos, “costume”, “abitudine”, che a sua volta traduce il termine gre­
co éthos. In questo senso entram bi indicano quell’ am bito della
filosofia che, come abbiamo detto, studia il comportamento degli
uomini, ma anche i principi e i valori che ne sono a fondamento; un
compito, quest’ultimo, essenzialmente “descrittivo”, che nella storia
si è spesso sovrapposto a quello “normativo” dell’indicazione dei cri­
teri che devono indirizzare l’azione.
Nella tradizione filosofica sono state proposte distinzioni tra i due
concetti. Il caso più significativo è quello di Georg Wilhelm Friedrich
Hegel (1770-1831), che differenzia la sfera della moralità da quella
dell’ eticità: la prima indica per lui l’aspetto soggettivo della condot­
ta umana, ad esempio l’intenzione che la muove, la disposizione in­
teriore; la seconda si riferisce invece all’ insieme dei valori morali
effettivamente realizzati nella storia, quindi a quelle forme e istitu­
zioni oggettive in cui si è cristallizzato un determinato sistema di va­
lori (ad esempio la famiglia, la società civile, lo Stato).
A questo proposito è stato rilevato come la riflessione filosofica sui
problemi etici si sviluppi soprattutto in momenti di crisi dei sistemi di
valori consolidati, quando le regole e le norme riconosciute nel contesto
di una comunità vengono messe in discussione, rendendo incerto il giu­
dizio su ciò che è bene e ciò che è male. È in questi casi che i filosofi si in­
terrogano sulla validità dei codici morali accettati in modo spontaneo e
tradizionale, elaborando prospettive diverse e talvolta inconciliabili.

Lessico filo sofico


“etica” e “m orale” Hegel ne propone una distinzione, consi­
Si tratta di due termini considerati gene­ derando la moralità come la sfera sogget­
ralmente sinonimi, anche in virtù della co­ tiva della condotta umana, l’eticità come
mune etimologia: “morale” deriva dal lati­ quella oggettiva delle form e e istituzioni in
no m os, “costum e” , “abitudine” , che è il cui si è cristallizzato un determinato siste­
corrispettivo del term ine greco éthos. ma di valori (famiglia, società, Stato).
18 Capitolo 2 Lo statuto dell’etica

Sebbene non sia possibile tracciare una netta linea di separazione


tra etica e morale, tuttavia lo schema seguente può costituire un uti-
le punto di riferimento:

» ricerca i criteri che consentono ■ tende alla conform ità rispetto


di distinguere le azioni buone alle consuetudini sociali
da quelle cattive

« richiede un dibattito pubblico ■ riguarda la sfera privata


per confrontare giudizi
e punti di vista

« definisce regole a carattere ■ stabilisce principi che guidano


generale il com portam ento individuale

concetti cardine dei discorso etico

“B uono” e “b ra v o ”
Da quanto abbiamo detto si desume che l’etica è interessata a stabi­
lire se un azione è “buona” o meno e, di conseguenza, se colui che la
compie è “bravo” o meno. “Buono” e “bravo” sono due concetti car­
dine su cui si struttura il discorso etico, ma bisogna fare attenzione a
u n e s e m p io p r a t ic o ■ usarli in senso proprio.ìFacciamo un esempio: anche dell’attentatore
;o del terrorista si può dire che è stato “bravo”, qualora abbia portato
; a compimento la sua missione nel modo migliore; analogamente pos­
sia m o dire che un individuo è un “buon” rapinatore di banca o un
; “bravo” scassinatore di negozi. In questi casi “buono” e “bravo” han-
jno una connotazione esclusivamente tecnica, assimilabile al campo
•semantico di “ciò che è valido in vista del fine che ci si proponeva”, o
idi “chi è capace di compiere con precisione un’ azione”, ma non han-
ino, ovviamente, una connotazione anche etica.
Proseguiamo con un altro esempio: “buon calciatore” non è un’e-
: spressione che possiamo intendere allo stesso modo di “buon uomo”.
: Infatti, la “bontà” (sinonimo in questo caso di “validità”) del calcia-
•tore si identifica con le sue capacità sul campo e con la sua abilità
: sportiva, mentre la “bontà” riferita all’uomo non si riesce a dedurre
•altrettanto facilmente.
Il “buono” e il “bravo” in senso strumentale e tecnico non si iden­
tificano con il “buono” e il “bravo” in senso etico. In sostanza, i va­
lori implicati nel giudizio morale sono più complessi di quelli pre­
senti in un giudizio di carattere tecnico. M entre i giudizi di fatto si
limitano a dichiarare uno stato di cose oggettivo, i giudizi di valore
5 I concetti cardine del discorso etico 19

valutano la liceità o l’utilità di qualcosa basandosi appunto su un par­


ticolare sistema di valori.

“V olontario” e “involontario”
L’etica, come abbiamo accennato, non studia gli atti che si riferisco­
no alla fisiologia umana (respirare, digerire ecc.); essa non prende in
esame neppure le azioni involontarie o imprevedibili.-Se ad esempio UN ESEMPIO PRATICO

cucino una torta alle nocciole per i miei ospiti e il bim bo di uno di
loro, di cui si ignorava l’allergia alle nocciole, si sente male, tale azio­
ne non può essere considerata immorale, poiché non è né voluta né
deliberata. Analogamente, se un individuo m i costringe sotto la m i­
naccia delle armi a fare qualcosa che non voglio, compio un atto che
non mi può essere imputato moralmente.iLa volontà libera è la con­
dizione necessaria perché un’azione possa essere valutata come m o­
rale o immorale; essa costituisce, inoltre, il criterio in base al quale il
soggetto risulta responsabile delle proprie azioni.
Tuttavia, giudicare la responsabilità morale di una condotta non è
sempre compito facile. A volte è necessario soffermarsi ad analizzare
i singoli casi tenendo conto dei risvolti particolari dell’azione umana,
senza ovviamente perdere di vista i criteri generali. Ciò è particolar­
mente vero nel caso delle cosiddette azioni miste, in cui i due aspetti
dell’azione volontaria e di quella involontaria sono mescolati e con­
fusi. Ecco come le descrive Aristotele:

Tutte le azioni che si compiono per paura di mali maggiori o in


vista di qualche bene è dubbio se siano involontarie o volontarie:
ad esempio se un tiranno che sia padrone dei nostri genitori e dei
nostri figli ci comanda di fare qualcosa di turpe, sì che se lo faccia­
mo essi si salvano, se non lo facciamo essi devono morire. Un caso
simile accade anche quando durante le tempeste si gettano in mare
le proprie cose: senza motivo infatti nessuno le getta volontariamen­
te, bensì chiunque abbia senno lo fa per salvare se stesso e gli altri.

.i^acg.tiiaaiaafig.
azione volontaria azione involontaria
L’azione volontaria si caratterizza per il L’azione involontaria è quella com piuta
fatto che il soggetto conosce e vuole “ciò dal s o g g e tto ind ipe nd en te m e nte dalla
in vista del quale” (il fine) compie l’azione; sua volontà, e dunque senza deliberata
essa implica una cosciente e attiva inten­ intenzione.
zionalità della volontà.
20 Capitolo 2 Lo statuto dell’etica

Tali azioni sono dunque miste, ma sono più simili a quelle volon­
tarie. Esse infatti sono deliberatamente volute nel momento in cui
si compiono: e d’altra parte il fine dell’azione è sempre determina­
to dalle circostanze [...]. Per siffatte azioni talora si viene anche
lodati, quando si sopporta qualcosa di turpe o di doloroso in vista
di fini grandi e belli; anzi, nel caso contrario si è biasimati. Infatti
è proprio del vile sopportare le cose più turpi senza alcuno scopo
bello o almeno mediocre. In alcuni casi poi non si ottiene la lode,
ma il perdono, quando qualcuno abbia compiuto cose che non si
debbono compiere per motivi tali che oltrepassano la natura uma­
na e che nessuno potrebbe sopportare. Alcune cose tuttavia non è
lecito farle neppure se costretti, bensì piuttosto si deve morire sop­
portando i più grandi mali.
(Etica nicomachea, III, 1, lllOa, 3-28, Rusconi, Milano 1993, pp. 111-113)

La p ru d e n za
Dalle considerazioni finora svolte scaturisce uno dei tratti essenziali
delle valutazioni etiche, che possiamo ricondurre a un loro presup­
posto fondamentale, quello della prudenza.
Aristotele sosteneva che i giudizi morali si distinguono da quelli
matematici perché passibili di errore. Egli attribuiva alla sfera dei di­
scorsi m orali una razionalità di tipo pratico, caratterizzata dalla
phrónesis o saggezza, che non è volta a ottenere una conoscenza sal­
da e incontrovertibile, bensì a individuare ciò che è bene o male nel­
la concretezza della situazione. La saggezza, infatti, riguarda le azio­
ni umane, che, pur ispirandosi a criteri di carattere generale, sono
condizionate dalle circostanze.
Ecco, dunque, la necessità di far intervenire la prudenza, che si può
intendere come un invito a essere particolarmente scrupolosi nel giu­
dicare le condizioni specifiche dell’agire. La prudenza deve diventa­
re un imperativo, insieme alla tolleranza, sia nelle scelte etiche indi­
viduali sia nell’esame delle decisioni e delle opinioni degli altri.

LaasjgqfilasafigQ
phrónesis o saggezza bene nelle circostanze specifiche. Essa,
Aristotele definisce “saggezza” (phrónesis) volgendosi al contingente, ammette ecce­
la particolare conoscenza pratica che con­ zioni, e per questo è ricondotta alla “pru­
sente di collegare i principi generali alle si­ denza”, Intesa come la capacità di giudica­
tuazioni concrete, e quindi di scegliere il re le azioni con equilibrio e discernimento
Mettiti alla prova 21

METTITI alla PROVA


1. A proposito dei differenti usi del termine “buono”, valuta le seguenti espressioni,
distinguendo i giudizi che riguardano i “fatti” da quelli che riguardano i “valori”.
a. un buono sciatore f. un buon vino
b. uno sciatore buono g. una buona coscienza
c. un buono scassinatore h. un buon amico
d. un buon capo i. un buon carattere
e. un capo buono I. un tessuto buono

2 . Analizza attentam ente le situazioni proposte e indica quali sono imputabili a


un’azione volontaria, quali a un’azione involontaria e quali sono definibili “miste”.
Motiva quindi le tue risposte.
a. Un uomo si reca in un bosco, dove si esercita nel tiro con l’arco usando un albero come ber­
saglio. Passa inaspettatamente un cacciatore e viene ferito.
b. Per favorire il deflusso dell’acqua nella doccia con un cacciavite allento la piletta; l’acqua però
fuoriesce dal sifone e si infiltra nel pavimento, danneggiando così il soffitto dell’appartamento
sottostante.
c. Nelle ultime settimane mi sono avvicinata molto all’ex fidanzato di mia sorella; sebbene lei mi
avesse chiesto di evitare ogni contatto con lui, io mi sono trovata molto bene in sua compagnia
e ho deciso di intensificare la nostra frequentazione. Oggi siamo fidanzati... non so come dirlo
a mia sorella!
d. Vittoria ha un legame molto stretto con la madre, la quale si è occupata di lei con amorevole
dedizione, rendendola il centro di tutte le sue azioni. Giunta alla maggiore età Vittoria decide di
andare a vivere all’estero. La madre ne soffre molto e si ammala di depressione.
e. Durante il derby il difensore è entrato con il piede a martello sulla gamba del portatore di palla
avversario e gli ha fratturato la tibia.
f. Rientrando a casa dal lavoro il signor Rossi parcheggia l’automobile davanti al garage del vici­
no, bloccandogli cosi l’uscita. Quest’ultimo, non potendo raggiungere in tempo il teatro, perde
10 spettacolo a cui tanto teneva.
g. Giorgia si è offerta di organizzare la festa di addio al nubilato per Alessia, la sua più cara amica,
promettendole un party memorabile. Giorgia, tuttavia, non si trova in condizioni ottimali In
quanto deve far fronte a inderogabili scadenze di lavoro. Non potendo dedicarsi come vorreb­
be all’evento, non riesce ad accontentare Alessia, che rimane molto delusa.
h. Il piccolo Gabriele ha un ritardo cognitivo che gli Impedisce di capire compiutamente le situa­
zioni. In seguito al fraintendimento di un’indicazione della sua insegnante, Gabriele danneggia
11 gioco di un altro bambino, che scoppia così in lacrime.
i. La bellissima Elena è sposa del re di Sparta, Menelao. La dea dell’amore la spinge tra le brac­
cia di Paride, principe troiano innamorato di lei. Scoppia così la guerra tra Greci e Troiani, che
causerà innumerevoli lutti.

3 . Illustra il pensiero di Aristotele riportato ed esplicita il tuo punto di vista al riguardo.


Alcune cose tuttavia non è lecito farle neppure se costretti, bensì piuttosto si deve morire
sopportando i più grandi mali.
(Etica nicomachea, III, 1,11 IOa, 28)
22

CAPITOLO 3

che orientano
1 'a gire morale
Il criterio del “bene”

Il bene è un concetto chiave dell’agire morale: fin da piccoli siamo


esortati a scegliere il bene e ad evitare il male. Platone poneva l’idea del
Bene al di sopra di tutte le altre idee: nella sua dottrina cosmologica il de­
miurgo forgia il mondo ispirandosi a tale principio, collocato al vertice
della scala dei valori. Paradossalmente, anche colui che commette o asse­
conda un ingiustizia, per fornire una motivazione della propria condotta,
può appellarsi a una qualche idea di bene che intendeva perseguire. In-
somma, non è facile né immediato identificare con esattezza che cosa sia
il bene e, ancora, se si debba parlare di bene al singolare o al plurale.
Per cercare di capire che cosa sia il bene scegliamo un percorso ar­

L gomentativo che parta da alcuni esempi.-Se si commette un omicidio


|o un furto, o si omette di soccorrere qualcuno che ha bisogno di aiu-
■to, si compie un’azione infame, che offende e calpesta i beni della vi­
ltà, della proprietà e del benessere altrui; dunque, il male consiste nel-
lla negazione di un bene, di carattere personale o sociale, e i beni sono
|molteplici.;Ma possiamo metterli tutti sullo stesso piano? La risposta
è ovviamente negativa: tra i beni che il soggetto persegue ve ne sono
alcuni che appaiono più importanti e che pertanto diventano i pa­
rametri sulla cui base giudicare gli altri.
Il filosofo canadese Charles Taylor (nato nel 1931) ha parlato di
«iperbeni», volendo alludere a beni che, essendo giudicati superio­
ri, includono tutti gli altri. Se siamo innamorati di una persona, essa
è per noi un iperbene che, se inteso correttamente, deve portarci non
a escludere gli altri, ma a riordinare il piano della nostra vita coeren­
temente con il posto privilegiato che tale valore occupa. In una sim i­
le prospettiva i beni si dispongono secondo un ordine includente e
gerarchico: questa era già la concezione dell’etica antica, da Platone
e Aristotele alla tradizione ebraica e cristiana.
2 I valori della comunità di appartenenza 23

2 I valori della comunità di appartenenza

La virtù nella G re c ia a rc a ic a
Nell’antichità l’individuo desumeva i propri principi, la scala dei va­
lori o dei beni, dal contesto della comunità di appartenenza. Si pensi
al mondo omerico dell’ Iliade, in cui il bene fondamentale è rappre­
sentato dall’ eroismo, riflesso di una società guerriera e aristocratica;
mentre nell’ Odissea al valore guerriero si affiancano la saggezza e
l’astuzia, virtù incarnate da Ulisse. Achille, poi, rappresenta un m on­
do in cui l’onore non risponde ancora a un criterio etico interiore,
ma si identifica con la gloria tributata all’eroe dal gruppo dei suoi pa­
ri in seguito a un’azione valorosa.
Ora, i due personaggi m itici esprimono due visioni alternative del
bene in fasi diverse della storia greca arcaica: società differenti han­
no anche gerarchie differenti di beni e di valori. A tal proposito, lo
scozzese Alasdair Maclntyre (nato nel 1929), uno dei filosofi più si­
gnificativi del comunitarismo - indirizzo etico che si richiama ai va­
lori condivisi della comunità di appartenenza - , scrive:

I pietisti luterani [il pietismo è un movimento di riforma religiosa


sorto in seno al protestantesimo] educavano i figli a credere che bi­
sognasse dire sempre e a tutti la verità, quali che fossero le circostan­
ze e le conseguenze, e Kant fu uno di questi figli. I genitori Bantù
tradizionali insegnavano ai figli a non dire la verità a estranei scono­
sciuti, perché credevano che questo potesse rendere la famiglia vul­
nerabile alla stregoneria. Nella nostra cultura, molti di noi sono sta­
ti educati a non dire la verità alle anziane prozie che ci invitano ad
ammirare i loro cappelli nuovi. Ma ciascuno di questi codici implica
un riconoscimento della virtù della veridicità. E lo stesso vale per i
diversi codici di giustizia e di coraggio.
(Dopo la virtù. Saggio di teoria morale,
trad. it. di P. Capriolo, Feltrinelli, Milano 1988, p. 234)

Sulla base di quanto abbiamo rilevato, potremmo sostenere che la


virtù deve essere considerata una qualità umana acquisita (o habitus),
in base alla quale tendiamo a perseguire i valori (i beni) ritenuti im ­
portanti all’ interno della com unità a cui apparteniamo, con le sue
specifiche istituzioni culturali, sociali e politiche.

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _
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com unitarismo morale che pone com e principio essen-
Si tratta di un termine nato in area anglo- ziale dell’agire il bene quale si configura
sassone alla fine del XX secolo per indica- all’interno di una tradizione storica o di
re una corrente della filosofia politica e una com unità di persone.
24 Capitolo 3 I criteri che orientano l’agire morale

La virtù in e tà an tic a e m e d ie va le
Nella società antica e medievale la comunità politica aveva bisogno, per
la propria sopravvivenza, che i cittadini seguissero le virtù socialmen­
te praticate, e riservava ai genitori e alle istituzioni il compito di far cre­
scere i giovani in modo virtuoso: l’etica era indistinguibile dalla po­
litica. Si consideri il caso di Socrate, condannato a morte dal tribunale
ateniese, il quale accetta con animo sereno la sentenza, perché convin­
to che il cittadino della pòlis che voglia essere “buono” non debba sot­
trarsi alle regole della propria città, per quanto, come in questo caso,
applicate ingiustamente: senza il punto di riferimento rappresentato
dalla propria comunità, nessun cittadino può sentirsi libero o felice.

La virtù nell’e tà m o d e rn a
Se tale era il punto di vista della società antica e medievale, a cui filo­
sofi come M aclntyre guardano con interesse, non lo è più di quella
moderna. Infatti, l’età moderna è caratterizzata dall’ individualismo
liberale, per cui

la comunità è semplicemente un’arena in cui gli individui perseguo­


no ciascuno la propria concezione, scelta personalmente, della vita
buona, e le istituzioni politiche esistono allo scopo di fornire quella
misura d’ordine che rende possibile una tale attività autodetermina­
ta. Il governo o il diritto sono, o dovrebbero essere, neutrali rispetto
alle concezioni antagoniste della vita buona per l’uomo, e quindi,
benché sia compito del governo garantire il rispetto della legge, se­
condo l’opinione liberale non rientra fra le sue funzioni legittime
l’inculcare una qualsiasi visione morale.
(Dopo la virtù. Saggio di teorìa morale, cit., p. 237)

L’etica teleologica
e la gerarchia dei beni

Le teorie etiche basate sulla priorità del bene sostengono che nessun
discorso sulla giustizia, sulla libertà, sull’ onestà e sulla virtù sarebbe
possibile se si prescindesse dal fine in vista del quale tali valori devo­
no essere perseguiti; vengono pertanto definite “etiche teleologiche”.

Lessico filo sofico


etiche teleologiche dottrine etiche che stabiliscono ciò che è giu-
L’aggettivo deriva dal greco télos, che significa sto fare sulla base di un fine ultimo, ad esem-
“fine” . Sono denominate in questo modo le pio ciò che si considera un bene assoluto.
3 L’etica teleologica e la gerarchia dei beni 25

Interrogarci sulla finalità delle nostre azioni significa riportare le


scelte che compiamo alla visione unitaria e completa della nostra vi­
ta; visione che postula il riferimento, più o meno consapevole, a quel
«regno dei fini» di cui parlava anche Kant. Si tratta di un ideale m ol­
to impegnativo per la modernità, erede dell’erosione delle concezio­
ni universalistiche e della crisi dei progetti unitari.
Com e abbiamo accennato (> p. 22), i beni da ricercare non pos­
sono essere messi tutti sullo stesso piano.-Ricorrendo a un esempio, M UN ESEMPIO PRATICO

M aclntyre osserva che vi sono due tipi di valori che si possono con­
seguire nel gioco degli scacchi: da un lato i valori ad esso connessi
in modo estrinseco o per circostanze fortuite (ad esempio quando
un bambino viene invogliato a giocare dai genitori con la promessa
di un premio); dall’altro i valori specifici, interni alla pratica degli
scacchi, che possono essere individuati e perseguiti soltanto da co­
loro che la conoscono realmente, e che quindi padroneggiano l’in ­
sieme delle regole o hanno la capacità di intuire le mosse dell’ avver­
sario per prevenirle.
Lo stesso vale per l’esercizio morale: i valori esterni possono costi­
tuire il primo impulso, l’incentivo, ma non devono rappresentare il
fine in vista del quale l’azione viene compiuta. I valori esterni - ad
esempio la ricompensa o la fama conseguenti a una buona azione -
non vanno a beneficio della comunità.
Scrive Maclntyre:

I valori esterni sono caratterizzati dal fatto di essere oggetto di una


competizione in cui devono esserci tanto perdenti quanto vincitori.
Anche i valori interni sono il risultato di una competizione al fine di
eccellere, ma sono caratterizzati dal fatto che il loro conseguimento
è un valore posseduto dall’intera comunità che partecipa alla prati­
ca. Così quando Turner trasformò in pittura il paesaggio marino o
quando W. G. Grace fece progredire in modo del tutto nuovo l’arte
della battuta nel cricket, il loro risultato arricchì l’intera comunità
interessata.
(Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, cit., p. 229)

In definitiva per M aclntyre i beni a cui aspiriamo sono tanti e di­


versi tra loro, e alcuni di essi sono qualitativamente migliori degli
altri, in particolare quelli che rappresentano la finalità intrinseca
.dell’ attività svolta, in quanto una volta realizzati diventano un patri­
m onio comune e condiviso.
26 Capitolo 3 I criteri che orientano l’agire morale

Il bene supremo

A ristotele: la felicità
Aristotele aveva identificato nell’eudaimonia o “vita felice” il benes­
sere, fonte di completo appagamento per Tuomo. Ecco come il filo­
sofo argomentava la sua teoria:

Poiché i fini sono manifestamente molti, e poiché noi ne scegliamo


alcuni in vista degli altri (ad esempio, la ricchezza, i flauti e in genere
gli strumenti), è chiaro che non sono tutti perfetti: ma il Bene supre­
mo è, manifestamente, un che di perfetto. Per conseguenza, se vi è una
qualche cosa che sola è perfetta, questa deve essere il bene che stiamo
cercando, ma se ve ne sono di più, lo sarà la più perfetta di essa. Dicia­
mo, poi, “più perfetto” ciò che è perseguito per se stesso in confronto
con ciò che è perseguito per altro, e [...] quindi diciamo perfetto in
senso assoluto ciò che è scelto sempre per sé e mai per altro. Di tale
natura è, come comunemente si ammette, la felicità, perché la sceglia­
mo sempre per se stessa e mai in vista di altro, mentre onore e piacere
e intelligenza e ogni virtù li scegliamo, sì, anche per se stessi (sceglie­
remmo infatti ciascuno di questi beni anche se non ne derivasse
nienfaltro), ma li scegliamo anche in vista della felicità, perché è per
loro mezzo che pensiamo di diventar felici. La felicità, invece, nessuno
la sceglie in vista di queste cose, né in generale in vista di altro.
(Etica nicomachea, I, 7, cit., p. 63)

Nella prospettiva aristotelica, dunque, la felicità deve essere con­


siderata come il bene supremo, perché gli uomini la scelgono in se
stessa, come fine ultimo, e non come mezzo per conseguire altri beni.
L’orizzonte nell’ambito del quale si immagina la realizzazione della
felicità è per Aristotele (e per il mondo antico in generale) quello del­
la comunità. Andando più a fondo nell’argomentazione aristotelica,
comprendiamo infatti che la felicità è tale perché deriva da una vita
vissuta secondo ragione, una vita piena, in armonia con se stessi e
con gli altri all’interno del vincolo comunitario.

N ussbau m e Sen: la “fio ritu ra”


delle virtù u m an e
Questa concezione è stata di recente ripresa dalla filosofa statuniten­
se M artha C. Nussbaum (nata nel 1947), che traduce il principio ari­
stotelico di eudaimonia con la locuzione human flourishing (“fioritu­
ra umana”), e, ancora, dall’econom ista indiano Amartya Sen (nato
nel 1933), che parla di fulfilment (“adempimento”, “realizzazione”),
espressioni che alludono alla realizzazione dell’ uomo mediante la
“fioritura” di tutte le virtù soggettive e comunitarie.
5 II criterio dell’“utile” 27

La vita felice è una modalità piena e matura dell’essere uomini: es­


sa consiste nell’agire razionale, moderato e sereno, in accordo con se
stessi e con gli altri, sviluppando tutte le proprie capacità, da quelle
fisiche a quelle intellettuali.
L’ideale del bene morale, dunque, dovrebbe prospettare una vita
multidimensionale, in cui siano realizzate tutte le potenzialità
dell’ uomo. Sen e Nussbaum fanno riferimento, a tal proposito, alla
«qualità della vita» come frutto del concorso di capabilities and well­
being (“capacità e benessere”). In quest’ottica acquista grande rilievo
la critica che Sen rivolge all’ “econom ia del benessere”, che m ira ad
assicurare esclusivamente il benessere materiale e tende a identifica­
re le esigenze dei soggetti unicamente con elementi di carattere eco­
nomico, trascurando le molte altre risorse indispensabili per realiz­
zare la vera essenza dell’ um anità, com e l ’ arte, la spiritualità, la
cultura in generale.

Il criterio d e ir“utile”

La dottrina su cui ci soffermeremo è una delle più diffuse e im por­


tanti, e ha numerosi sostenitori ancora oggi in Italia, negli Stati U ni­
ti e in Inghilterra: si tratta della teoria dell’utilitarism o, che risale a
Jerem y Bentham (1748-1832) e a John Stuart M ill (1806-1873).

Q uando le buo ne intenzioni non co n tan o...


L’utilitarismo, sorto nel contesto positivistico della fiducia nella scien­
za e nei suoi metodi quantitativi, si propone un approccio oggettivo
alla valutazione del bene e del giusto. Esso, cioè, prescinde da tutti gli
elementi soggettivi o motivazionali delle scelte morali, perché li ritiene
imprecisi e relativi alle aspirazioni individuali, dunque inadatti a esse­
re assunti quali parametri universali di ciò che è bene e male. Per l’uti­
litarismo nell’agire morale è necessario stabilire criteri oggettivi, valu­
tabili dal punto di vista degli effetti che si producono in term ini di
benefìcio o svantaggio. In sostanza, un’ azione è giusta in quanto ten­
de a realizzare la massima felicità per il maggior numero di persone;
in caso contrario è ingiusta.
Nella definizione appena data vi sono elementi di grande interesse:
■ in primo luogo, dobbiamo notare che il principio di utilità non
va inteso in senso meramente economico, perché la felicità per­
seguita daH’utilitarismo non si basa sul benessere materiale, ma
comprende anche la dimensione spirituale e civile, aspirando
alla realizzazione completa e integrale dell’uomo. Non è un caso
28 Capitolo 3 I criteri che orientano l’agire morale

che l’utilitarismo nasca e si sviluppi in un contesto segnato dal­


le rivendicazioni sociali e dagli ideali democratici, oltre che dalle
prime forme di lotta in difesa dei diritti delle donne;
■ in secondo luogo, possiamo osservare che nella definizione che
stiamo analizzando l’accento cade interamente sulle conseguenze
delle azioni, sugli effetti che esse producono, e non sulle intenzio­
ni soggettive. In questo senso Tutilitarismo si configura come una
dottrina consequenzialista: se un’azione provoca effetti positivi
in misura maggiore rispetto a quelli negativi deve essere consi­
derata giusta; in caso contrario va ovviamente giudicata ingiusta.
In base al principio di utilità, insomma, soltanto le conseguenze
sono verificabili e dunque valutabili; le intenzioni, oltre a essere dif­
fìcili da interpretare, per quanto buone non sempre producono con­
seguenze positive sul piano sociale. Da questo punto di vista l’etica
utilitarista è un etica pubblica: anzi, come hanno osservato i suoi cri­
tici, sacrifica gli interessi del singolo al bene della collettività.

U na d ottrin a universalista
L’utilitarismo, a dispetto del significato comune del termine con cui
spesso si intende un modo di agire indirizzato esclusivamente o prin­
cipalmente al proprio utile, e quindi “egoista”, è una dottrina aperta
alle istanze più genuinamente democratiche della società, im pli­
cando l’idea che tutti i cittadini siano considerati uguali sul piano dei
diritti politici e civili, senza distinzione di sesso, di classe sociale o di
religione. A riprova di ciò, Bentham dedicò la sua vita alla lotta con­
tro l’ ingiustizia. Ecco un suo pensiero, datato 22 giugno 1830:

Crea tutta la felicità che sei in grado di creare: elimina tutta l’infeli­
cità che sei in grado di eliminare: ogni giorno ti darà l’occasione, ti
inviterà ad aggiungere qualcosa ai piaceri altrui, o a diminuire qual­
cosa delle loro sofferenze. E per ogni granello di gioia che seminerai
nel petto di un altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto, mentre
ogni dispiacere che tu toglierai dai pensieri e sentimenti di un’altra
creatura sarà sostituito di meravigliosa pace e gioia nel santuario
della tua anima.
(Deontologia, a cura di S. Cremaschi, La Nuova Italia, Firenze 2000, p. 10)

Le differenze rispetto alle dottrine etiche dei “comunitari” sono vi­


stose: l’utilitarismo è universalista, perché postula principi - come
appunto l’ egualitarismo, i diritti fondamentali alla libertà e alla pro­
prietà tipici del liberalismo ecc. - che valgono per tutti gli uomini,
indipendentemente dalla loro tradizione culturale.
6 Una prospettiva quantitativa 29

Una prospettiva quantitativa

Per stabilire se un’azione sia giusta o sbagliata l’utilitarismo ritiene


che si debba “calcolare” quali benefici procura, cioè qual è il suo mar­
gine di utilità; se risultano maggiori i piaceri - scrupolosamente se­
lezionati in base all’intensità, alla durata e al valore - possiamo con­
cludere che l’azione è giusta; altrimenti, che è ingiusta (calcolo dei
piaceri e dei dolori).

C o m ’è possibile va lu ta re con p recision e


gli effetti delle azioni?
La principale obiezione che si può muovere a tale dottrina consiste
nel fatto che - in particolare nella società globalizzata - gli effetti del­
le azioni possono avere ripercussioni mondiali o verificarsi dopo
lungo tempo dal loro compimento (si pensi ai danni arrecati all’ am­
biente dall’inquinamento della società industrializzata). Pertanto, nel
caso dell’utilitarismo la valutazione degli effetti dell’agire risulta ta-
lora problematica, se non impossibile.
j Facciamo qualche esempio: è giusto incentivare la costruzione di f l UN ESEMPIO PRATICO

centrali nucleari per rispondere alle sempre più elevate esigenze


energetiche della società contemporanea? Coloro che sono favore­
voli, considerando il bilancio tra i vantaggi e gli svantaggi, affermano
che si tratta della soluzione migliore; per loro le centrali nucleari han­
no un m argine di rischio m inim o e consentono di produrre una
quantità di energia sufficiente al fabbisogno collettivo. Coloro che
invece sono contrari ritengono che le conseguenze di un disastro nu­
cleare sarebbero talmente devastanti e irreversibili da rendere insi­
gnificanti i vantaggi ottenuti nel breve periodo; essi reputano inoltre
il problema delle scorie come un’“eredità” estremamente problema­
tica per le generazioni future. Chi ha ragione? È possibile valutare in
modo oggettivo le ragioni degli uni e degli altri? Esiste, in altre paro­
le, un criterio infallibile per stabilire i vantaggi e gli svantaggi di una
determinata decisione prevedendo conseguenze spesso individuabi­
li soltanto a posteriori?
Consapevole di tali difficoltà, l’utilitarismo più recente, o neouti­
litarismo (> per saperne Di più, Il neoutilitarismo, p. 30), fa ricorso al
principio della probabilità, modificando in parte la teoria originaria
e sostenendo che vanno prese in considerazione soltanto le conse­
guenze delle nostre azioni che reputiamo probabili in base a para­
m etri razionali. Tuttavia, con il principio della probabilità si introdu­
ce nell’oggettivismo tipico del primo utilitarismo una correzione che
in parte lo confuta, perché la capacità di giudicare probabili determinate
30 Capitolo 3 I criteri che orientano l’agire morale

conseguenze di un azione si fonda non solo su elementi quantifica­


bili, ma anche su credenze soggettive, fatto che l’utilitarismo aveva
u n e s e m p io p r a t ic o B voluto eschidere.-Tornando all’esempio sopra riportato, la valutazio-
ine del margine di probabilità di un incidente nucleare o degli effetti
•inquinanti delle scorie comporta una presa di posizione individuale,
; motivata solo in parte da argomenti oggettivi.

Può l’e tic a e s s e re c o n c e p ita


c o m e una s c ie n za “positiva”?
Un’altra obiezione che si può muovere all’utilitarismo riguarda il suo
rifiu to di prendere in consid erazione le m otivazioni dell’ agire.
UN ESEMPIO PRATICO
» Se ad esempio io truffassi quaicuno con l’espressa intenzione di fare
del male, e poi investissi il denaro ricavato in un’impresa che produ­
ce ricchezza o occupazione per i miei concittadini, in base al princi­
pio di utilità (che tiene conto solo degli effetti) la mia azione dovreb­
be essere giudicata giusta. E se tutti agissero in tal modo? Definire
virtuoso un mondo simile suonerebbe paradossale.
il problema di fondo dell’ utilitarismo può forse essere individua­
to nella sua convinzione che l’etica possa essere ritenuta una scien­
za “positiva”, esatta, al pari della matematica; al contrario, poiché si
occupa delle azioni e delle scelte dell’ uomo, essa rappresenta un
am bito estrem am ente com plesso e problem atico, che è illusorio
pensare di poter ricondurre a criteri inequivocabili e indiscutibili,
anche perché ciò com porterebbe una grave limitazione della liber­
tà personale.

Per saperne di più il neoutilitarismo


l neoutilltarismo è la dottrina che nel Nove­ L’utilitarismo classico viene definito “utili­
I cento si richiama alle tesi del filosofo morale
inglese Henry Sidgwlck (1838-1900), la cui
tarism o della regola” , poiché sostiene che
un atto può risultare giusto, Indipendente­
opera più im portante è / m e to d i d e ll’etica m ente dalle conseguenze im m ediate che
(1874). Sldgwick, divergendo parzialmente comporta, nel caso in cui garantisca nel lun­
dairutilitarismo classico di Bentham e Mill, so­ go periodo il massimo benessere collettivo;
stiene che la correttezza degli atti morali debba l’utilitarismo di Sidgwick, Invece, viene chia­
essere giudicata In relazione alla “ragione” (di mato “utilitarismo dell’a tto ” , perché prende
qui una certa Influenza kantiana), che valuta In considerazione le conseguenze dirette
imparzialmente i desideri e le preferenze delle degli atti e la loro rispondenza o meno al re­
persone; inoltre, egli afferma che il maggior be­ quisiti della ragione. Il neoutilitarismo condi­
ne della società è moralmente preferibile anche vide con Sldgw ick questa m aggiore atten­
se comporta un minor bene per l’Individuo. zione verso gli effetti.
Mettiti alla prova 31

METTITI alla PROVA


1. Leggi attentam ente la situazione proposta.
Sara è una donna in condizioni di difficoltà: ha un lavoro precario, è separata e deve mantenere da
sola due figli adolescenti. Un giorno vede che, all’uscita di un negozio alla moda, una signora con
le mani cariche di pacchi con nuovi acquisti perde il portafoglio. Sara lo raccoglie, fa per restituir­
glielo, ma non riesce più a vedere la donna, probabilmente salita su una delle automobili parcheg­
giate di fronte al negozio. Apre il portafoglio e trova, oltre alla tessera di un club di golf e di un
centro di fitness, soldi in contanti per un ammontare di duemila euro.
Che cosa faresti? Conoscendo l’identità della proprietaria, restituiresti il portafoglio
con i soldi? E sulla base di quali principi etici prenderesti la tua decisione?

2 . Nell’elenco di beni e di valori proposto, stabilisci una gerarchia dal più al meno
importante sulla base delle tue priorità. Confronta poi le tue scelte con quelle dei
tuoi compagni e provate insieme a individuare quale sarebbe stata la scelta di
Maclntyre.
a. popolarità
b. solidarietà
c. piacere sensuale
d. ricchezza
e. giustizia
f. verità
g. libertà di espressione
h. salvezza dell’anima
i. coraggio
I. indipendenza

3 . Con l’aiuto dell’insegnante dividetevi in tre gruppi e affrontate la questione della


legalizzazione della droga, analizzandola dal punto di vista, rispettivamente, del
comunitarismo, dell’eudemonismo e dell’utilitarismo. Un portavoce per gruppo
esporrà alla classe quanto è em erso dalla discussione: quali risultano le posizioni
dei tre orientamenti?
32

CAPITOLO 4

confronto: l'e t ic a
del dovere e 1' etica
d ella giu stizia
L’etica deontologica

La dottrina che si fonda sull’ affermazione della priorità del dovere


in ambito morale viene denominata etica deontologica (in greco to
déon significa “dovere”). Essa ha come suo principale bersaglio po­
lemico l’utilitarismo (> cap. 3, pp. 27 ss.), che valuta la moralità del­
le azioni sulla base delle loro conseguenze e, in particolare, della
maggiore o minore felicità che riescono ad assicurare al maggior nu­
mero di persone. La critica più sostanziale che viene rivolta a questa
teoria è che non valorizza le differenze tra le persone e sacrifica i le­
gittimi diritti degli individui in nome della collettività.

Il d o v e re p e r il d o v e re
La polemica contro l’utilitarismo risale originariamente a Kant, che
rifiuta ogni etica del bene (o etica finalistica). A suo avviso, infatti,
un’ azione può dirsi “morale” quando viene compiuta non per rag­
giungere uno scopo (un bene o un premio), ma solo per adempiere

Lessico filo sofico


etica deontologica dell’agire etico il dovere morale. Soltanto
Questa espressione deriva dal greco to quando l’uom o agisce per rispondere a
déon, "il dovere” , e designa quella corren­ un dovere opera moralmente, altrimenti
te etica che ha in Kant il massimo espo­ - per quanto possa essere buono e cari­
nente e che pone com e criterio assoluto tatevole - non compie una scelta morale.
1 L’etica deontologica 33

al proprio dovere. Risiede appunto in questo principio fondamen­


tale il perno dell’etica deontologica, di cui egli è considerato il fon­
datore. Se si agisce con l’intenzione di ricevere onori, soldi, ricono­
scimenti, gloria, fama, amicizia, o qualsiasi altro bene, non si compie
un atto veramente morale. Infatti, comportandosi in tal modo si ri­
sulta comunque condizionati (dal fíne a cui si aspira), e dunque non
si è liberi. L’unica fonte della moralità è l’imperativo che scaturisce
dal dovere.
Agire moralmente significa mettere a tacere, in alcuni casi, i pro­
pri bisogni e le proprie passioni, i desideri e le aspirazioni, per ri­
spondere soltanto al dovere. Se la m ia indole m i spinge ad aiutare il
prossimo, tale comportamento, per quanto ammirevole, non si con­
figura com e azione m orale; ciò vale anche per la madre, che cura
amorevolmente i propri figli assecondando il suo naturale istinto m a­
terno. Generalizzando il discorso, ecco che cosa scrive Kant:

Conservare la propria vita è un dovere e, oltre a ciò, ciascuno ha


un’inclinazione immediata a farlo. Ma, appunto perciò, la cura spesso
angosciosa, con cui la maggior parte degli uomini attende a ciò, non
ha di per sé nessun valore intrinseco, e la massima che la ispira non ha
alcun contenuto morale. Gli uomini conservano, bensì, la loro vita
conformemente al dovere, ma non per dovere. Quando, per contro,
avversità e lutti senza speranza abbiano tolto ogni gusto alla vita;
quando un infelice, di animo forte, provando per il proprio destino
più indignazione che pusillanimità o abbattimento, desidera la mor­
te, e tuttavia conserva la propria vita senza amarla - non per inclina­
zione o per paura, bensì per dovere - ecco che la sua massima ha un
contenuto morale.
(Fondazione della metafisica dei costumi, Rusconi, Milano 1982, p. 85)

Emerge in Kant un rigorismo morale che ci ricorda l’ideale stoi­


co, secondo cui, vincendo i condizionam enti dell’istinto, bisogna
orientare la volontà verso ciò che impone la ragione. A un analo­
go rigore m orale era im prontata la dottrina del pietismo, una cor­
rente religiosa protestante a cui aveva aderito la madre del filosofo
e che lo aveva condizionato profondamente nel periodo della sua
formazione.

Il principio delPuniversalizzabilità
Per l’etica deontologica l’unico elemento che qualifica la moralità di
un’azione è il fatto che essa venga compiuta per adempiere al dovere;
tuttavia, determinare quale sia il dovere, in alcune circostanze, non è
cosa semplice. Kant risponde a tale obiezione formulando il cosiddetto
34 Capitolo 4 Prospettive a confronto: l’etica del dovere e l’etica della giustizia

principio di universalizzabilità, secondo cui si può definire “m o­


rale” quell’azione che possa essere elevata a norm a universale, va­
lida per tutti. Tale principio si fonda sul presupposto che gli esseri
umani siano “enti m orali” nella misura in cui sono “razionali”. Ora,
per capire se l’azione che sto per compiere è morale o meno mi devo
porre la seguente domanda: «è opportuno che la m ia azione sia ge­
neralizzata?» o, in altre parole, «voglio che tale azione sia compiuta
u n e s e m p io p r a t ic o g | anche da tutti gli altri uomini?».;Se ad esempio sto per dire una bugia,

imi devo domandare quanto possa risultare auspicabile che la m en-


jzogna diventi legge universale del comportamento di tutti gli uomini,
i Ovviamente, essendo io dotato di ragione, non posso rispondere af-
fermativamente, perché ciò configurerebbe la distruzione dell’ordi-
•namento razionale e della società: dunque, rispondendo negativa-
jm ente, devo astenerm i in m odo incondizionato (senza alcuna
•eccezione) dal mentire.
Scrive Kant:

Per poi appurare in breve e senza possibilità di errore - allo scopo di


risolvere il mio problema - se una promessa menzognera sia o no
conforme al dovere, mi domando: sarei io contento che la mia mas­
sima (quella di trarmi di impaccio mediante una falsa promessa)
abbia da valere come legge universale (tanto per me quanto per gli
altri), e potrei dire a me stesso: faccia chiunque una falsa promessa,
se si trova in difficoltà e non può cavarsi d’impaccio in altro modo?
Ecco che mi rendo immediatamente conto che posso, bensì, volere
la menzogna, ma non una legge generale di mentire. Secondo una
tale legge, infatti, non potrebbe esservi propriamente nessuna pro­
messa, perché sarebbe inutile fingere davanti agli altri di legare la
mia volontà nelle azioni future, se a questa finzione nessuno credes­
se; o se anche, pur credendoci con leggerezza, uno fosse pronto tut­
tavia a ripagarmi con la stessa moneta. Non appena, quindi, la mia
massima divenisse una legge universale, si distruggerebbe da sé. Ciò
che ho dunque da fare, perché il mio volere sia moralmente buono,
non ho bisogno di particolare acutezza di ingegno per appurarlo.
Senza esperienza delle cose del mondo, incapace di prevedere tutti i

LessicDO filo so fico


principi) a di universalizzabilità compiere è giustificata sul piano morale:
È un prin cipio che prescrive di agire secon- prima di attuarla devo chiedermi se è ac-
do una rr assima che possa valere in modo cettabile razionalmente che essa sia fatta
universa e. In altre parole, tale principio propria da tutti gli uomini; se la risposta è
permette di stabilire se l’azione che sto per positiva, tale azione è moralmente lecita.
2 L’etica procedurale 35

casi che possono prodursi, io mi limito a domandarmi: puoi tu an­


che volere che la tua massima diventi legge universale? Se non è così
la tua massima va respinta, e non già per un danno che possa deri­
varne a te, o anche ad altri, bensì perché essa non può entrare come
principio in una possibile legislazione universale, verso la quale la
ragione mi impone immediatamente rispetto.
(Fondazione della metafisica dei costumi, cit., pp. 92-93)

L’an nullam ento delle istan ze individuali


L’impostazione kantiana risente forse di un eccesso di razionalismo
universalistico, poiché, auspicando Yobbedienza incondizionata al
dovere, postula la rinuncia a sentimenti e affetti. Vi sono infatti casi
in cui mentire potrebbe rappresentare l’unico modo per proteggere
una persona cara oppure per evitare la sofferenza di qualcuno. L’es­
sere morale non è soltanto colui che obbedisce sempre e comunque
al dovere, ma è anche una persona concreta che prova emozioni, sim­
patia, trasporto verso altri. È difficile accettare l’idea che ci si debba
attenere unicamente alla legge formale che impone un obbligo, pre­
scindendo da ogni riferimento alla propria cerchia familiare o rela­
zionale in genere, che peraltro costituisce un sostegno in vista dell’ a-
dempimento del dovere stesso. Infatti, l’ambiente sociale è anche un
ambiente emozionale, un luogo da cui l’individuo trae forza e ispi­
razione per comportarsi in modo moralmente accettabile. L’amore,
la vergogna, la stima, la simpatia, l’ammirazione e le altre emozioni
non necessariamente contrastano o offendono la morale, ma sono
componenti fondamentali delle nostre motivazioni etiche. Non
prenderle in considerazione o, peggio, ignorarle costituirebbe un im ­
poverimento della dimensione morale umana.

L’etica procedurale

L’etica kantiana ha conosciuto negli ultimi quarantanni una nuova


fortuna. Seppure attenuata nel suo rigorismo, essa è stata ripresa in
tutti i casi in cui si è voluta dare una valenza universalistica alle que­
stioni poste dall’agire morale (> per saperne di più , Etica sostantiva
ed etica form ale, p. 36).
In particolare nella condizione attuale, in cui le società sono con­
notate da un fortissimo pluralismo di valori, si ritiene che soltanto
un’etica procedurale - che non valuta i contenuti specifici delle azio­
ni, ma la loro rispondenza a una norm a razionale - possa essere in
grado di stabilire un criterio condiviso per orientare le scelte degli
36 Capitolo 4 Prospettive a confronto: l’etica del dovere e l’etica della giustizia

individui. In altre parole, si tratta di riconoscere che, in una società


multietnica, abbiamo aspettative e scopi differenti perché riponiamo
fiducia in beni e valori talora contrastanti, ma che, tuttavia, è possi­
bile tentare un accordo di carattere formale e procedurale (cioè sen­
za scendere nel merito dei contenuti) che possa valere per tutti.
Il filosofo statunitense John Rawls - nato nel 1921 e autore di un
fortunato libro intitolato Una teoria della giustizia (1971) - sulle or­
me del presupposto procedurale dell’etica kantiana ritiene appunto
che sia possibile elaborare una teoria che stabilisca “che cosa è giusto
fare” in una società complessa come la nostra, tenendo conto della
diversità di valori o credenze delle persone. Il suo obiettivo, in parti­
colare, è definire un numero essenziale di principi di giustizia che
gli uomini - intesi come esseri razionali, liberi e uguali - scegliereb­
bero in modo incontrovertibile.

La giustizia c o m e eq u ità
Rawls riprende i motivi della critica kantiana alle posizioni utilitari­
stiche. Pur riconoscendo un certo valore ai principi di un’etica pub­
blica che si propone il miglioramento della società nel suo complesso,
Rawls ritiene ingiustificato che il singolo si sacrifichi per il tutto.
Inoltre, la posizione utilitaristica - non diversamente da quella eude­
monistica - va incontro a molte difficoltà teoriche quando deve de­
finire in che cosa consistano quella felicità e quel bene che si consi­
derano obiettivi dell’ azione m orale: possono esistere società che
pongono il bene nel piacere, altre nella ricchezza, altre ancora nell’ e-
roismo, e dunque non è facile individuare un criterio univoco. L’uti­
litarismo, poi, m ira esclusivamente al maggior “saldo di bene” per
l’insieme, senza porsi il problema dell’equità nella sua distribuzio­
ne: «Il fatto che alcuni abbiano meno affinché altri prosperino può
essere utile, ma non è giusto» (J. Rawls, Una teoria della giustizia,
trad. it. di U. Santini, Feltrinelli, Milano 19914, p. 30).

Per saperne di più Etica sostantiva ed etica formale


I etica kantiana viene denominata etica desumendoli, come nel caso dell’eudemoni­
L “formale” o “procedurale” , perché non
prescrive il contenuto dell'agire, ma soltanto la
sm o aristotelico, d a ll’essenza dell’essere
umano. Pertanto, le etiche sostantive Indivi­
sua forma a priori, che In definitiva coincide duano i beni da perseguire, ordinandoli perlo­
con il rispetto del principio di universallzzabilità. più secondo una scala gerarchica, mentre le
Le “etiche sostantive” , invece, sono quelle etiche procedurali si limitano a delineare gli
che indicano concretamente I diritti e i doveri, schemi formali e astratti dell’agire morale in sé.
2 L’etica procedurale 37

La giustizia intesa «come equità» per il filosofo deve essere invece


il «primo requisito delle istituzioni sociali». Una limitazione della
libertà individuale, infatti, non può essere ripagata da alcuna massi­
mizzazione del beneficio (o dell’utilità) sociale. L’utilitarismo non
tratta gli individui come persone morali e razionali, cioè come fini:
una società che pensi di controbilanciare i sacrifici di alcuni con una
maggiore quantità di benefìci goduti dalla maggioranza non si fonda
su un’idea realmente equa della giustizia.
Rawls considera ad esempio l’uguaglianza nel godimento delle li­
bertà fondamentali - di pensiero, di espressione, di voto ecc. - come
un diritto assoluto, che non ammette eccezioni o compromessi. L’u­
nico caso in cui è tollerabile un’ingiustizia perpetrata ai danni della
libertà personale è quello in cui essa permetta di evitare un’ingiustizia
maggiore, come quando, nell’antichità, rendere schiavo un prigionie­
ro di guerra costituì un progresso rispetto all’usanza di ucciderlo.

La posizione originaria
Alla luce di tali riflessioni, Rawls propone un esperimento mentale
dalle caratteristiche spiccatamente teatrali, sulla cui base gli uomini
possano raggiungere un accordo e stabilire in via prioritaria una
«pubblica concezione di giustizia», che costituisca «lo statuto fonda-
mentale di un’associazione umana bene-ordinata». Per Rawls, in al­
tre parole, una società si può definire «bene-ordinata» soltanto se è
regolata da un’idea condivisa della giustizia fondata sulle seguenti
condizioni:
1. ogni individuo deve accettare ed essere consapevole che gli altri
accettano i medesimi principi di giustizia;
2. le istituzioni devono soddisfare chiaramente i principi di giustizia
stabiliti dalla collettività.
Fissati tali presupposti, Rawls immagina una «posizione origina­
ria» (originaiposition) in cui i singoli scelgono i principi di giustizia
in una situazione di assoluta uguaglianza, determinata dal fatto che
nessuno possiede informazioni relative alla propria condizione futu­
ra (se sarà ricco o povero, più o meno dotato intellettualmente ecc.).
Tale «velo di ignoranza» (veil ofignorancé) è indispensabile per far
assumere decisioni oggettive, escludendo l’influenza di quei fattori
- come la fruizione di privilegi, vantaggi econom ici, ricchezze... -
che potrebbero creare conflitti tra le persone, rendendo impossibile
ogni accordo sui principi di base della convivenza. Nella posizione
originaria hanno tutti gli stessi identici diritti nell’avanzare proposte
razionali da sottoporre al giudizio e all’accordo altrui; inoltre, dato il
presupposto del «velo di ignoranza», le persone non hanno la possibilità
38 Capitolo 4 Prospettive a confronto: l’etica del dovere e l’etica della giustizia

di avvantaggiarsi nella scelta. Sotto questo profilo, i principi di giu­


stizia individuati saranno necessariamente frutto di una scelta equa.
Citando Kant, Rawls scrive:

Credo che Kant abbia sostenuto che una persona agisce autonoma­
mente quando i principi della sua azione sono scelti da lui come
l’espressione più adeguata possibile della sua natura di essere razio­
nale libero ed eguale. I principi in base ai quali agisce non vanno
adottati a causa della sua posizione sociale o delle sue doti naturali,
o in funzione del particolare tipo di società in cui vive, o di ciò che
gli capita di volere. Agire in base a questi principi significherebbe
agire in modo eteronomo [in base a un obbligo esteriore]. Il velo
d’ignoranza priva le persone nella posizione originaria delle cono­
scenze che le metterebbero in grado di scegliere principi eteronomi.
Le parti giungono insieme alla loro scelta, in quanto persone razio­
nali, libere ed eguali, conoscendo solo quelle circostanze che fanno
sorgere il bisogno di principi di giustizia.
( Una teoria della giustizia, cit., p. 216)

I principi di giustizia che in tal modo vengono codificati hanno il


carattere dell’imperativo categorico nel senso kantiano, cioè di un
imperativo che prescinde da mire o scopi particolaristici di carat­
tere extra-morale.

I d u e prìncipi di giustizia
II primo principio di giustizia afferma che ogni persona ha un egua­
le diritto al più esteso sistema di libertà fondamentali, compatibil­
mente con un simile sistema di libertà per tutti gli altri: libertà poli­
tica; libertà di voto, attivo e passivo; libertà di pensiero, parola e
riunione; libertà personale e di possedere la proprietà privata.
Tali libertà devono essere considerate prioritarie, anche rispetto al
secondo principio di giustizia, il quale afferma che le ineguaglianze
economiche e sociali (ad esempio nella distribuzione del potere e
della ricchezza) sono giuste soltanto se producono benefici com­
pensativi per ognuno (in particolare per i membri meno avvantag­
giati della società) e se sono collegate a cariche e posizioni aperte a
tutti. C on questo secondo principio Rawls precisa dunque la sua
teoria della giustizia, ammettendo un’ eccezione alla regola dell’equi­
tà, rappresentata dal principio di differenza, cioè una sorta di “risar­
cimento” verso i meno fortunati.
Gli esseri morali, infatti - sempre tenendo conto del «velo d’igno­
ranza» di cui abbiamo parlato, che impedisce loro di conoscere la si­
tuazione in cui si troveranno a vivere - , sceglierebbero senz’altro di
3 Alcune osservazioni conclusive 39

limitare i privilegi di alcune categorie avvantaggiate, con l’obiettivo


di concorrere al miglioramento della condizione di quelle sfavorite
dal punto di vista fìsico, psicologico e intellettuale. Una società giusta
deve praticare insomma quello che possiamo chiamare il criterio del­
la riparazione, secondo cui, volendo assicurare a tutti uguali oppor­
tunità, si deve prestare un’attenzione particolare alle persone più de­
boli economicamente e socialmente.

Alcune osservazioni conclusive

Le etiche che si richiamano al dovere presentano almeno due aspetti


indubbiamente apprezzabili:
■ in primo luogo, riconoscono la pari dignità di tutte le persone,
intese come soggetti morali, razionali e liberi, che non possono mai
essere trattati come strumenti per il raggiungimento di altri scopi;
■ in secondo luogo, tentano di stabilire criteri etici di carattere for­
male sui quali basare una convergenza il più possibile ampia.
Il ragionam ento di chi segue un’ im postazione “procedurale”
dell’etica è il seguente: non potendo raggiungere un accordo su prin­
cipi o fini come il bene o l’utile - in quanto essi sono diversi a secon­
da delle prospettive culturali - , occorre trovarlo su quelle procedure
minime che consentano agli uomini di organizzare la vita sociale,
secondo alcune semplici regole di giustizia.
A giudizio dei critici, la posizione universalistica di Rawls non ri­
solve però un problema fondamentale, che consiste nel fatto che la
versione procedurale della giustizia contiene, in contraddizione con
il proprio assunto, alcuni elementi della teoria del bene. Infatti, quan­
do Rawls delinea la condizione originaria, in cui dovrebbero essere
stabiliti i principi di giustizia, lo fa immaginando che le persone coin­
volte nella scelta, e rese ignare della propria sorte futura dal velo di
ignoranza, abbiano l’ obiettivo dichiarato di assicurare una società
«bene-ordinata» sulla quale regnerebbe un accordo preventivo. Ciò
comporta l’implicita ammissione che tutte le persone, essendo ugual­
mente razionali, debbano avere il medesimo concetto di “società”, fat­
to che, invece, non può essere dato per scontato.
Inoltre, fra i principi che vengono affermati ritroviamo al primo
posto l’eguale libertà, che è l’espressione del valore (o bene) più im­
portante della modernità occidentale. Dunque, anche la teoria di
Rawls deve far ricorso a un’idea di bene. D’altronde, lo stesso Rawls
negli ultim i decenni ha m odificato la sua posizione, riconoscendo
nella raccolta di saggi Politicai Liberalism (1993) che la sua dottrina
40 Capitolo 4 Prospettive a confronto: l’etica del dovere e l’etica della giustizia

non era puramente procedurale né neutrale rispetto ai fini. In parti­


colare, Rawls ha precisato che per «neutralità dei fini» egli intendeva
che si deve concedere a ogni cittadino la possibilità di promuovere la
propria concezione del bene, senza che lo Stato imponga la sua, per­
ché allora cadremmo nell’ aberrazione dello “Stato etico” di ascen­
denza hegeliana.
La tesi della giustizia come equità, dunque, prescinde da un’ idea
“forte” di bene, cioè un idea universale e valida per tutti, ma non può
fare a meno di un’idea “debole” di bene, riferendosi comunque a va­
lori quali la tolleranza, la ragionevolezza e l’autonomia.

METTITI alla PROVA


1. Tenendo presente il principio dell’universalizzabilità, indica i q u a ttro principi, tra
quelli elencati, conformi all’etica kantiana. Modifica quindi la formulazione di quelli
non conformi in modo che lo diventino.
a. Se si investe un pedone con la propria automobile, bisogna fermarsi e prestargli soccorso.
b. Qualora ci si trovi privi dei mezzi di sussistenza, è lecito rubare a chi ha in abbondanza.
c. Se si vede una persona in pericolo, è doveroso intervenire direttamente o indirettamente.
d. Nel caso in cui la verità arrechi dispiacere a chi ne viene a conoscenza, è meglio nasconderla.
e. Anche se una persona ci ha fatto del male, non la si deve diffamare.
f. Se si ritiene che una tassa sia ingiusta, non bisogna pagarla.
g. Non si deve prestare il denaro solo a chi è in grado di ripagare il suo debito.

2 . Indica se le situazioni seguenti sono conformi all’etica di Rawls, motivando la tua


risposta.
a. Il governo stabilisce di scarcerare un terrorista per ottenere in cambio la liberazione di un
ostaggio.
b. In un momento di particolare difficoltà economica, il governo introduce una tassa patrimoniale
sui grandi capitali, volendo con ciò favorire le classi meno abbienti.
c. Al fine di frenare il degrado ambientale di un’ampia area cittadina, il sindaco impone la chiusu­
ra di una fabbrica che risulta inquinante.
d. Siccome il bilancio della sanità comunale è ampiamente in attivo, il sindaco decide di destina­
re parte delle risorse di quel settore alla riqualificazione del centro storico.

3 . Con l’aiuto dell’insegnante dividetevi in gruppi e immaginate di essere nella


«posizione originaria» descritta da Rawls per discutere razionalmente sui principi
basilari di una scuola «bene-ordinata». Ciascun gruppo individui il principio da cui
non è possibile prescindere e lo presenti al resto della classe. Elaborate un testo
che illustri le risposte date da ciascun gruppo e le ragioni che le hanno sostenute.
41

CAPITOLO 5

e decisioni
responsabili
La possibilità di scegliere

La libertà è la condizione essenziale dell’agire morale in quanto,


senza di essa, non esisterebbe la possibilità della scelta. La libertà, che
coincide innanzitutto con tale “possibilità”, implica però anche re­
sponsabilità. Se una persona agisce sotto costrizione o condizionata
da fattori esterni, non può essere ritenuta responsabile degli eventua­
li danni che provocaj-pensiamo, ad esempio, a un individuo affetto ■ UN ESEMPIO PRATICO

da disturbi mentali, che in un momento di crisi agisce in modo ag­


gressivo contro qualcuno, ferendolo. Egli non può essere considerato
moralmente responsabile di tale gesto neppure dal punto di vista giu­
ridico, perché è stato indotto ad agire da fattori indipendenti dalla
sua volontà.
Solo se un’ azione è compiuta volontariamente, e dunque deriva da
una scelta consapevole, i suoi effetti sono pienam ente imputabili
all’esecutore. In questo caso si può parlare di agire libero o di libero
arbitrio. Scrive il filosofo inglese Roger Scruton (nato nel 1944):

Solo la persona che decide può prendere parte al dialogo morale;


essa soltanto si può relazionare agli altri, così come fanno le persone
- non strisciando alle loro spalle, ma impegnandosi con loro in ter­
mini di sentimenti, così come un essere autocosciente fa con un al­
tro. E sicuramente non c’è niente di forzato nella considerazione che

Lessico filo sofico


libero arbitrio
Il libero arbitrio è la facoltà di agire secondo la propria volontà, cioè operando una scel­
ta consapevole.
42 Capitolo 5 Logica ipotetica e decisioni responsabili

la persona che si limita a prevedere il proprio comportamento si


veda come un oggetto, mentre quella che decide si veda invece come
un soggetto. Siamo ancora una volta vicini a queU’indidbile cosa che
Kant voleva dire: all’idea, cioè, che io sono sia un oggetto in seno alla
natura, sia un soggetto al di fuori di essa, e che la libertà si perde
quando il soggetto si arrende all’oggetto.
(Guida filosofica per tipi intelligenti,
trad. it. di C. Turchetti, Cortina, Milano 1997, p. 99)

I requisiti di un’azione libera

Fattori “condizionanti” e responsabilità


Ciò che differenzia l’agire libero da quello condizionato è l’assenza
1 ESEMPIO PRATICO Q) di circostanze che rendano inevitabile Fazione.-L’individuo affetto
da disturbi m entali è spinto da pulsioni aggressive incontrollabili,
quindi non esercita alcuna libertà: fa quello che la malattia lo induce
a fare e che soltanto una cura adeguata potrebbe evitare. Egli si com ­
porta secondo un modello non così diverso da quello di un animale
che uccide una preda per istinto. Invece, chi sceglie di aggredire un
interlocutore anziché risolvere civilmente una contesa agisce in piena
libertà: se lo volesse, potrebbe ricorrere alle parole anziché alla violenza.
Questo caso si presta, però, a un’ulteriore discussione. Potremm o
obiettare, infatti, che l’uomo è stato condizionato dal suo tempera­
mento particolarmente impetuoso, e quindi che l’esercizio della sua
libertà è stato influenzato da fattori di cui non è responsabile.iDi que-
sto genere sono le considerazioni avanzate da coloro che negano, in
generale, il libero arbitrio, sostenendo che tutte le scelte umane so­
no in un m odo o nell’ altro determinate: dalle esperienze preceden­
temente accumulate, dalle circostanze sociali, dalle inclinazioni, dal­
le abitudini e da un insieme di fattori di cui non siamo consapevoli.
Si tratta di una questione rilevante dal punto di vista etico, perché
mette in discussione la responsabilità morale dei soggetti e la loro ca­
pacità di scelta. Quello che possiamo dire è che certamente nella va­
lutazione di un comportamento occorre tenere conto di tutti i fattori
“condizionanti”, cioè degli elementi psicologici, fìsici, ambientali ecc.
che lo hanno reso possibile; e questo per individuare il m argine di
libertà che il soggetto ha nel momento in cui agisce, e di conseguen­
za le eventuali “attenuanti” che possono essergli riconosciute. La re­
sponsabilità dell’ individuo discende direttamente da tale libertà: ri­
siede nella sua capacità di scegliere, consapevolmente, un corso
d’azione invece di un altro.
3 L’autodeterm inazione com e scelta di sé 43

Il ruolo d ella c o n o s c e n za
Il problema dei fattori che influenzano il comportamento si presta a
un ulteriore approfondimento. Quando si parla di condizionamenti,
infatti, bisogna ricordare che anche la conoscenza determina le n o ­
stre scelte, rendendoci più o meno coscienti delle conseguenze.
Questa circostanza è stata sottolineata con forza dalla tradizione so­
cratico-platonica, che ha inteso il sapere come condizione di possi­
bilità della libertà e della scelta, sostenendo che non esiste libertà
senza conoscenza.
In definitiva, l’esercizio del libero arbitrio può esplicarsi appieno
solo in assenza di circostanze costrittive rilevanti, ma presuppone al­
cuni fattori condizionanti come le “buone” abitudini acquisite e le
nozioni apprese. Siamo dunque liberi di scegliere nella misura in cui
conosciamo ciò che possiamo scegliere: più è ampia la nostra cono­
scenza, più è grande la nostra libertà.

L’autodeterm inazione
come scelta di sé

Il tema della responsabilità è il cardine di ogni discussione etica. Un


atto, quando non è necessitato e quando è consapevole, è responsa­
bilità assoluta di chi lo compie in un duplice senso:
■ innanzitutto perché, come abbiamo visto, questi è il soggetto della
scelta libera che ha dato origine all’azione, e ne deve rendere conto;
■ inoltre perché chi agisce è l’oggetto principale della sua stessa azione.
Volendo una specifica azione - anche se rivolta ad altri - , infatti,
noi scegliamo o modifichiamo noi stessi.
L’ azione libera, dunque, è autodeterm inazione: sono io che deci­
do, nessun altro può sostituirm i, e so che scegliendo forgio il mio
essere in un modo ben definito. Il filosofo Jacques Maritain (1882-
1973) ha espresso efficacemente questo concetto in riferimento all’a­
zione buona:

Che cos’è che costituisce un uomo come buono, non relativamente


parlando, ma assolutamente parlando? [...] Non sono i beni esterio­
ri, non sono i beni corporali, non sono neppure i beni intellettuali

-- .
autodeterm inazione
Con questo termine si intende l’atto con cui una persona definisce il suo com porta­
mento in base a principi autonomi e senza costrizioni esterne.
44 Capitolo 5 Logica ipotetica e decisioni responsabili

(un uomo intelligentissimo e coltissimo può essere un cattivo uomo).


È l’azione in quanto emana dalla libertà, l’azione buona che costitui­
sce l’uomo come buono assolutamente parlando, l’azione che è la su­
prema attualizzazione dell’essere.
(Nove lezioni sulle prime nozioni di filosofia morale,
trad. it. di F. Viola, Vita e Pensiero, Milano 1979, pp. 84-86)

Dalla decisione, dunque, discende il nostro essere: anche quando


ci orientiam o verso obiettivi esterni, scegliamo sempre noi stessi,
quello che vogliamo essere.

Onesti con il futuro

Nell’ etica contemporanea si è aperto un dibattito molto interessante


sul tema della responsabilità, in particolare per quelle azioni di cui è
diffìcile (se non impossibile) prevedere le conseguenze, come nel ca­
so delle scelte collettive di carattere econom ico o ambientale. Tale
questione è stata sollecitata con forza da un importante pensatore del
Novecento, Hans Jonas (1903-1993), che, rielaborando gli imperati­
vi kantiani, ha suggerito nuove massime morali, incentrate però su
un concetto di responsabilità allargata. A questo proposito egli af­
ferma che gli uom ini della società tecnologica devono rispondere
non soltanto delle azioni che hanno conseguenze nell’ immediato, ma
anche di quelle di cui è possibile preconizzare gli effetti negativi nel
futuro.

L’e tic a del m ondo p re -te c n o lo g ic o


Jonas ha riassunto efficacemente le differenze fondamentali tra l’età
contemporanea e il passato. Nel mondo pre-tecnologico la natura ve­
niva considerata com e una realtà fissa e immodificabile, poiché
scarsam ente m anipolabile dall’ uom o; la sfera prevalente in cui
quest’ultimo poteva esplicare la sua azione era quella sociale e poli­
tica. Inoltre, il soggetto considerava se stesso come un bene indispo­
nibile, che non poteva, cioè, essere “trasformato” da interventi ester­
ni: l’uom o non avrebbe m ai im m aginato che la tecn ica potesse
arrivare a incidere sul normale corso della biologia animale o umana.
L’etica tradizionale prendeva pertanto in considerazione solo i rap­
porti morali tra uomini operanti all’ interno della medesima comu­
nità socio-politica, condannando ad esempio il furto, la calunnia, la
menzogna, l’incesto, l’adulterio ecc. Il bene e il male di cui tale etica
si interessava riguardavano le relazioni tra soggetti, in un ben defini­
to contesto sociale.
4 Onesti con il futuro 45

L’e tic a del m ondo c o n te m p o ra n e o


Lo scenario attuale si presenta molto diverso: l’uomo tecnologico ha
posto fine alla spontaneità del processo naturale, sia per lo sfrutta­
mento della natura che mette in atto, sia per la possibilità di indurre
in essa mutazioni radicali, ad esempio attraverso l’ingegneria gene­
tica; la biologia cellulare, inoltre, avanza per la prima volta la pretesa
di prolungare la vita o di controllare geneticamente le caratteristi­
che degli embrioni. Di fronte a tali prospettive, l’etica tradizionale si
mostra in parte insufficiente: le sue categorie di responsabilità, con­
cepite per un mondo arretrato dal punto di vista tecnologico, devono
essere ridefìnite. Ad esempio, la prospettiva dell’ etica dell’intenzio­
nalità, incentrata interamente sulla buona fede di colui che agisce,
indipendentemente dagli esiti delle sue azioni, deve essere integrata
con una nuova consapevolezza della nostra responsabilità verso il
futuro.
Ma in che cosa consiste tale responsabilità? È possibile assumersi
la responsabilità di azioni che avranno conseguenze (presunte) in
un futuro lontano?;ll nostro senso morale in genere ci induce a sen­ UN ESEMPIO PRATICO

tirci in colpa se com m ettiam o azioni che danneggiano gli altri, ma


non se non usiamo in modo responsabile l’energia elettrica o l’acqua
potabile, o se ci serviamo dell’ automobile quando potremmo farne a
meno. Si tratta di gesti che appaiono poco significativi, ma che, se si
pensa che sono reiterati giornalmente da m ilioni di persone, com ­
plessivamente possono contribuire a nuocere alle risorse ambientali,
già seriamente compromesse, creando una condizione di crisi che
sarà ereditata dai nostri discendenti.

Il principio responsabilità
Jonas ha indicato alcune massime fondamentali dell’etica della re­
sponsabilità:

Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili
con la continuazione di una vita autenticamente umana.

oppure:

Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione non distruggano
la possibilità futura di una vita siffatta.

o, ancora, più semplicemente:

Non compromettere le condizioni di una permanenza illimitata


dell’umanità sulla terra.
46 Capitolo 5 Logica ipotetica e decisioni responsabili

e, più in generale:

Nelle tue scelte attuali, includi la futura integrità dell’uomo tra gli
oggetti della tua volontà.
(Dalla fede antica all’uomo tecnologico. Saggifilosofici,
trad. it. di G. Bettini, Il Mulino, Bologna 1991, p. 54)

In queste massime Joñas identifica nuovi soggetti di diritto che


devono condizionare la nostra azione: essi sono l’ambiente fisico­
naturale e gli uomini del futuro.
Approfondendo tale prospettiva, poi, nel suo ultimo libro del 1979,
significativamente intitolato II principio responsabilità. Un etica per la
civiltà tecnologica, Joñas propone un’etica della paura, in cui indivi­
dua tale sentimento come un deterrente per l’azione potenzialmen­
te dannosa, un freno all’irresponsabile corsa verso l’autodistruzione:

Noi non temiamo il rimprovero di pusillanimità e di negatività


quando dichiariamo in tal modo la paura un dovere, che può essere
naturalmente tale solo con la speranza (della prevenzione); la paura
fondata, non la titubanza, forse addirittura l’angoscia, ma mai lo
sgomento e in nessun caso il timore o la paura per se stessi. Sarebbe
invece pusillanimità evitare la paura ove essa sia necessaria.
(Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica,
a cura di P. P. Portinaro, Einaudi, Torino 1993, p. 286)

La paura non è «per se stessi», perché deve rivolgersi principal­


mente alle generazioni che verranno, nella consapevolezza che que­
sto mondo non è nostro, ma ci è stato dato in “prestito”, e abbiamo
il dovere di restituirlo all’umanità del futuro almeno come quella del
passato lo ha lasciato a noi.

Il contributo della logica


nell’incertezza del futuro

D e c id e re in a s s e n z a di c e rte z z e
Sono tante le situazioni della vita in cui siamo chiamati a decidere fra
alternative di cui è difficile prevedere gli sviluppi nel futuro: dal­
l’iscrizione a un corso di studi, alla scelta di uno specifico tirocinio
professionale, a più gravose assunzioni di responsabilità relative alla
propria vita familiare. Si tratta di decisioni che presentano incognite
e che dobbiamo prendere dopo aver analizzato attentamente sia le
condizioni contestuali sia le possibili ricadute nel lungo periodo. In
questi casi entra in gioco non solo la nostra libertà, ma anche la no-
5 11 contributo della logica nell’incertezza del futuro 47

stra capacità di formulare previsioni a partire non già da certezze


assolute, bensì da ipotesi, che tuttavia devono avere i requisiti dell’af­
fidabilità e della ragionevolezza.
Un grande contributo a questa “impresa” ci viene da Peirce, il fonda­
tore del pragmatismo americano e uno dei più importanti semiologi del
secolo scorso. A lui si deve la convinzione che la logica sia un’attività
non astratta, ma sempre rivolta alla soluzione di problemi pratici. È
proprio la logica, a suo avviso, a fornire all’uomo le cosiddette «creden­
ze» capaci di orientare in modo efficace il suo agire etico e sociale.
Peirce definisce in modo rigoroso una forma di ragionamento uti­
le per passare dal dubbio alla credenza: l’abduzione. Essa riguarda
ipotesi e non certezze, ma, come dicevamo, ipotesi affidabili perché
frutto di un ragionamento ponderato e non di mera casualità.

Il ra g io n a m e n to ipo tetico o abduttivo


Analizziamo orale caratteristiche del ragionamento abduttivo, detto
anche ragionamento ipotetico, mettendolo a confronto con quelli
della logica tradizionale:
■ la deduzione parte da una proposizione generale ritenuta vera e,
alla luce di tale proposizione, considera un caso particolare, sul
quale formula una conclusione, anch’essa particolare;
■ l’induzione muove da più casi particolari e giunge a una conclu­
sione di carattere generale, che può essere ritenuta vera fino a
quando non venga smentita dall’esperienza;
■ l’abduzione, invece, è un ragionamento che si basa su un dato
osservativo e su un’ipotesi generale per spiegare un caso partico­
lare, ossia per formulare un’ipotesi probabile sulla sua causa o
sulle sue conseguenze.
•Un esempio di deduzione è il seguente: “I laureati sono molto richie­ UN ESEMPIO PRATICO

sti sul mercato del lavoro”; “I miei vicini di casa sono laureati”; “I miei
vicini di casa sono molto richiesti sul mercato lavoro”. Diciamo che in
questo modo non si progredisce nella conoscenza dei fatti: la conclu­
sione si limita a esplicitare il contenuto informativo delle premesse.
Ecco un esempio di induzione: “I miei vicini di casa sono laurea­
ti”; “I miei vicini di casa sono molto richiesti sul mercato del lavoro”;

L-fission filo sofico


abduzione consente di passare, cioè di “spostarsi” ,
Dal latino ab-ducere (“portare via da” , e dal d u b bio a una probabile credenza,
dunque “allontanare” , “spostare”), il ter- avan zan do u n ’ ipo te si di s p ie ga zion e
mine indica un procedim ento logico che plausibile e verosimile.
48 Capitolo 5 Logica ipotetica e decisioni responsabili

;“I laureati sono m olto richiesti sul m ercato del lavoro”. Siamo così
¡pervenuti a una regola generale, che sarà vera finché F esperienza
jnon dimostrerà che la laurea non è un requisito indispensabile per
¡essere “appetibili” nel mondo professionale.
; Veniamo infine all’ abduzione: “I m iei vicini di casa sono molto
¡richiesti sul mercato del lavoro”; “I laureati sono molto richiesti sul
¡mercato del lavoro”; “I m iei vicini di casa sono laureati”. Anche in
¡questo caso, come nell’induzione, la conclusione non è vera necessa-
; riamente, ma è subordinata alla verifica empirica; tuttavia la nostra
; conoscenza ne risulta implementata: abbiamo potuto avanzare un’ ipo-
jtesi sui nostri vicini di casa, anche se un’ipotesi solo probabile.

METTITI alla PROVA_________


1. Analizza la situazione riportata e forniscine una tua valutazione dal punto di vista morale.
Una ragazza, generalmente giudiziosa e diligente, esce di casa dicendo che va a trovare un’amica,
mentre si reca a un concerto a cui i genitori le avevano proibito di andare. Quando rientra è notte
fonda, tutti dormono e nessuno si accorge di nulla.

2 . Rifletti sulle situazioni seguenti: secondo te, i protagonisti possono essere


considerati responsabili delle conseguenze delle loro azioni? Motiva la tua risposta.
a. Un ragazzo viene scoperto mentre, a scuola, ruba il cellulare di un compagno. I professori lo
sospendono, ma cercano comunque di approfondire le motivazioni della sua azione. Scopro­
no così che è cresciuto in una condizione di estrema povertà e che il padre è detenuto nel
carcere della città con un’accusa di furto aggravato.
b. Un uomo, durante una gita di sci alpinismo, sceglie accuratamente il tragitto, studiando le
condizioi meteorologiche e ambientali. Nonostante ciò, percorrendo il sentiero previsto provo­
ca il distacco di una valanga.
c. Una sera Massimo sta pedalando sulla sua bicicletta lungo una strada secondaria priva di illu­
minazione. Non indossa il giubbino rifrangente perché non lo possiede. A causa deila ridotta
visibilità, Andrea, alla guida della sua automobile, lo urta e lo fa cadere dalla bicicletta.
d. Elisa soffre di una malattia che rallenta il metabolismo e causa una costante spossatezza. Per
fortuna esistono medicine che possono normalizzare il suo bioritmo. Elisa, tuttavia, non ne è al
corrente e quindi rimane nella sua condizione di astenia, tanto che viene richiamata con seve­
rità dal suo datore di lavoro per le sue ripetute mancanze.

3 . Adoperando il ragionamento basato sull’abduzione, offri la spiegazione più


plausibile e “probabile” delle situazioni proposte.
a. Uscendo la mattina di casa, trovi la strada bagnata.
b. Sei partito per una vacanza, per riposarti dalla stanchezza accumulata anche a causa dei ten­
tativi falliti di trovare una valida conclusione al romanzo che stai scrivendo. Al ritorno, accendi
il tuo computer, riprendi il file incompleto e ti accorgi che si è “arricchito” - a tua insaputa - di
una conclusione che giudichi molto avvincente.
c. Ti chiama la banca presso la quale hai un conto corrente sostanzioso. L’impiegato con cui parli
ti comunica che purtroppo non ci sono abbastanza soldi per pagare la bolletta del telefono...
49

CAPITOLO 6

Quando ci si trova davanti


a un bivio...

S c e g lie re in una situazione lim ite


La complessità e la problematicità dell’etica, soprattutto - come ab­
biamo avuto modo di vedere - di quella contemporanea, si riflettono
principalmente nei cosiddetti “dilemmi morali”, che pongono l’uo­
mo di fronte a un bivio, ossia a una decisione tra due obblighi m o­
rali alternativi, in merito ai quali è diffìcile, se non impossibile, sta­
bilire una priorità.
: Si rifletta, ad esempio, sul caso straziante proposto dallo scrittore I UN ESEMPIO PRATICO

statunitense W illiam Styron in La scelta di Sophie (1979): giunta in


un campo di sterminio nazista con i suoi due figli, Sophie è costretta
da un crudele ufficiale a decidere a quale di loro salvare la vita; se si
rifiuta, causerà la morte di entrambi.
Lo psicologo statunitense Lawrence Kohlberg (1927-1987) propo­
ne invece la seguente situazione dilemmatica: durante la guerra del
Vietnam il sergente Michael Bernhart si rifiuta di partecipare al mas­
sacro degli abitanti del villaggio di My Lai nonostante gli venga or­
dinato dal suo ufficiale e la legge militare giudichi alto tradimento la
disubbidienza agli ordini di un superiore.
Facciamo ancora un altro esempio. Ci consideriamo da sempre buo­
ni amici degli animali, in quanto li riteniamo esseri dotati di diritti.
Supponiamo di trovarci in mezzo a una tempesta su un’imbarcazione

Lessico filosofico
dilemma morale m orale” si intende un conflitto fra obb li­
C on l’e spressio ne “ d ile m m a (le tte ral­ ghi morali concom itanti eppure co ntrap ­
m ente “ pre m e ssa d o p p ia ” , dal greco posti, che rende paradossale qualsiasi
dis, “due vo lte ” , e lèm m a, “prem essa”) decisione.
50 Capitolo 6 I dilemmi morali

!precaria: siamo due persone e un cane, e il nostro peso mette a rischio


ila sopravvivenza del gruppo. Sarebbe necessario il sacrificio di un
¡individuo per evitare di affondare tutti.
Per fortuna, nella vita di tutti i giorni non siamo chiamati a scelte
così drastiche e terribili; tuttavia può essere utile cim entarsi con
esperimenti mentali che prefigurano situazioni limite, anche se
solo ipotetiche. In questo modo, infatti, impariamo a riflettere sulle
im plicazioni e sulle conseguenze delle nostre scelte, e accresciamo
la consapevolezza di ciò che è “bene”, “male”, “giusto”, “ingiusto” ecc.

C o m e si co stru isce un e s p e rim e n to m e n ta le


Vista l’utilità che rivestono nel mettere alla prova i nostri principi eti­
ci, consideriamo come si costruiscono gli esperimenti mentali. Ecco
i passaggi essenziali:
1. identificare un problema che possa suscitare dubbi di carattere
morale;
2. “calare” tale problema in una situazione concreta, descrivendola
con precisione;
3. chiedersi: «Come m i comporterei io?», «Perché?»;
4. valutare le conseguenze della decisione presa: quante persone coin­
volge? quali ricadute può avere sulla mia vita e su quella degli altri?
Ritornando al caso dell’imbarcazione, si può osservare come il no-
lin esempio pratico p stro esperimento rispetti i passaggi sopra indicatigli problema morale

¡riguarda la definizione dei diritti da riconoscere agli animali, e viene


j “calato” nella situazione immaginaria della barca a rischio di naufragio.
¡Da qui scaturiscono le domande seguenti: «Che cosa sono disposto a
ìfare per evitare che l’imbarcazione affondi a causa del peso eccessivo?»;
¡«Abbandono il cane alle onde?»; «Perché?». A questo punto non resta
; che interrogarmi sulle conseguenze della mia decisione: lasciar morire
¡un cane, un essere umano, o tutti i membri della barca.

Il trolley problemi, ovvero


il “problema del vagone ferroviario”

La fo rm u lazion e classica
Uno dei più celebri dilem m i m orali è il trolley problem, ovvero il
“problema del vagone ferroviario”, ideato nel 1967 dalla filosofa in-
i esempio pratico j £ glese Philippa Foot (1920-2010):: un vagone ferroviario fuori con-
jtròffò si sta’dirigendo" a tùttà''velocità contro cinque operai ignari, i
quali saranno sicuramente travolti e uccisi se continua a procedere in
2 II tro lley p ro b lem , o w e ro il “problem a del vagone ferroviario’ 51

quella direzione. Se si azionasse una leva di scambio il treno potreb­


be deviare il suo percorso su un secondo binario, dove tuttavia si tro­
va un uomo al lavoro. Così facendo, dunque, si salverebbero cinque
persone, ma se ne ucciderebbe una. Tu che cosa faresti? Lasceresti
proseguire il vagone ferroviario sulla sua strada, oppure lo devieresti
sul secondo binario? Qual è la scelta giusta? Come la giustifichi?
Il dilemma è stato proposto molte volte a un numeroso e variegato
pubblico preso come campione, allo scopo di testare la reazione del­
le persone di fronte a una situazione estrema. La risposta del cam ­
pione tendeva perlopiù a privilegiare la soluzione del cambio di bi­
nario, in virtù della quale si minimizza il danno.

La fo rm u lazion e su cce ssiv a


Qualche anno dopo, il medesimo dilemma è stato presentato da una
pensatrice statunitense, Judith Jarvis Thomson (nata nel 1929), con
una significativa variazione nella formulazione::sei su un ponte sotto UN ESEMPIO PRATICO

il quale passa un treno fuori controllo. Più avanti sulle rotaie lavora­
no cinque operai che non sanno nulla di quanto sta per accadere e
che sicuramente saranno travolti e uccisi dal mezzo. Ti accorgi che ti
sta accanto un uomo grande e grosso, che si è sporto dalla ringhiera
del parapetto del ponte. Si è sbilanciato talmente che per te sarebbe
facile dargli una spinta e farlo cadere proprio sulle rotaie, dove sicu­
ramente bloccherebbe il treno e salverebbe i cinque operai. Lui però
perirebbe inevitabilmente. Che cosa è giusto fare? Lasciare che il tre­
no continui la sua corsa e uccida cinque persone, oppure buttare giù
fu orno e lasciarlo morire per salvare cinque vite?
Anche in questo caso il dilemma è stato sottoposto a un variegato
campione di persone, ma, a differenza della prima formulazione, la
grande maggioranza degli intervistati si è dichiarata contraria a but­
tare l’uomo giù dal ponte.

Analisi del d ilem m a


Analizziamo a questo punto il dilemma nella sua doppia formulazio­
ne alla luce delle principali dottrine m orali affrontate finora nella
trattazione: f etica del dovere (o dell’ intenzione) e f etica dell’ utilita­
rismo (o delle conseguenze).
L’etica del dovere considera immorale uccidere (o far m orire) vo­
lontariamente una persona. L’atto di azionare la leva dello scambio
previsto nella prima formulazione, dunque, non è ammesso. Il cam ­
pione d’indagine, in questo caso, sembra prediligere la posizione uti­
litarista, imperniata sul principio di assicurare il bene (o la felicità)
52 Capitolo 6 I dilemmi morali

del maggior numero possibile di persone o, detto altrimenti, di m as­


simizzare i benefici e minimizzare i danni.
D i fronte alla seconda formulazione, invece, il campione di inda­
gine preferisce lasciar morire un numero maggiore di persone anzi­
ché causare volontariamente la m orte di un solo essere umano. La
scelta cade, pertanto, sull’ etica del dovere, in base alla quale non si
deve trattare mai una persona come mezzo per raggiungere un fine,
anche se nobile.
L’insegnamento che se ne può trarre è che le dottrine morali non
possono essere applicate in modo fisso e univoco alla realtà dei fatti.

Il contributo delle em ozioni


In entrambi i casi sopra analizzati gioca un ruolo decisivo l’emozio­
ne: nella prima formulazione del dilemma, gli intervistati, dovendo
fare i conti con una leva meccanica, e non con una persona in carne
e ossa, hanno mantenuto la lucidità necessaria a calcolare danni e
benefici; nella seconda, invece, ha prevalso la ripugnanza verso
l’idea di causare direttamente la morte di un altro essere umano. Le
em ozioni risultano pertanto determ inanti quando il contatto con
l’individuo da “sacrificare” per il bene dei più è diretto e personale.
Il valore epistemologico dei dilemmi consiste, dunque, non solo
nel suscitare in noi il dubbio, ma anche nel farci acquisire la consape­
volezza di quanto le ragioni dell’empatia possano essere rilevanti e
quanta influenza possano avere sulle nostre azioni.
Mettiti alla prova 53

METTITI alla PROVA


1. Rifletti sui casi presentati di seguito e rispondi alle dom ande a essi relative.
a. Giovanna è una giovane donna affetta da una grave malattia che la ucciderà se non si curerà
con un determinato farmaco. Si tratta di una medicina molto costosa. Il marito della donna ha
cercato in tutti i modi di procurarsi legalmente il denaro per acquistarlo, ma non ci è riuscito.
Ha perfino implorato il farmacista di fargli credito. Al rifiuto dell’uomo, ha scassinato la farmacia
e ha rubato la medicina.
■ Com e ti comporteresti se ti trovassi in questa situazione?
■ Per quale ragione?
■ A quale tipologia di etica si potrebbe ricondurre il tuo m odo d ’agire?
b. Un fuggitivo, di cui ignori il passato e quindi i crimini commessi, ti chiede rifugio perché brac­
cato dalla polizia. Lo accogli in casa tua. Le sue tracce portano da te la polizia. Ti viene chiesto
se hai visto l’uomo. Una tua risposta affermativa lo destinerebbe sicuramente all’esecuzione
capitale.
■ Che cosa fai? Menti o dici la verità?
■ Com e giustifichi il tuo com portamento?
■ A quale criterio etico si può ascrivere la tua decisione?
c. Un chirurgo propone ai genitori di un bambino affetto da una malformazione cardiaca il trapian­
to di un cuore di babbuino. L’animale, se i genitori accettano, dovrà essere abbattuto apposi­
tamente allo scopo di salvare la vita del piccolo paziente.
■ Che cosa decideresti se fossi al posto dei genitori?
■ Per quale ragione?
■ A quale tipologia di etica si potrebbe ricondurre la tua scelta?
d. La talassemia di cui soffre Paolo è curabile solo mediante il trapianto di cellule staminali. Affin­
ché questo sia possibile i genitori di Paolo decidono di concepire un altro figlio per prelevare
dal cordone ombelicale le cellule staminali indispensabili alla cura. Siccome è necessario che il
nascituro sia compatibile con il fratello maggiore, i genitori di Paolo dovranno fare ricorso alla
fecondazione assistita e alla diagnosi genetica prelmplanto, che scarterà gli embrioni non uti­
lizzabili allo scopo.
■ Che cosa ritieni sarebbe giusto fare?
■ Per quale ragione?
■ A quale criterio etico si ispirano le tue convinzioni?
e. Chiara ed Elisa sono due gemelle molto intelligenti e studiose. Sognano entrambe di andare
all’università, ma la loro famiglia non può permettersi di pagare due rette universitarie. I genito­
ri devono dunque decidere se non far proseguire gli studi a nessuna delle due o se riservare
questa possibilità a una sola di loro.
■ Com e ti comporteresti se fossi tu a dover prendere questa decisione?
■ C om e ti giustificheresti?
■ A quale tipologia di etica si potrebbe ricondurre la tua scelta?
f. La scienza e la tecnica si sono evolute al punto da rendere possibile l’intervento correttivo sul
dna di persone affette da disabilità genetiche di natura fisica e/o cognitiva, Il governo deve
decidere se far diventare questi interventi procedure standard negli ospedali.
■ Qual è il tuo parere al riguardo?
■ A quale criterio etico si ispirano le tue convinzioni?
54 Capitolo 6 I dilemmi morali

g. Joe ottiene dal padre il permesso di andare in campeggio a patto che riesca a risparmiare i
soldi necessari a coprire la quota di iscrizione. Riducendo al minimo le sue spese, il ragazzo
riesce a mettere da parte la somma richiesta, ma, poco prima di partire, suo padre cambia idea
e gli impone di restare a casa. Poco tempo dopo, il padre di Joe è invitato dagli amici a un
raduno di pesca, ma non ha i soldi che servono a partecipare all’evento, così chiede al figlio di
dargli i suoi risparmi, (tratto da Lawrence Kohlberg)
■ Com e ti comporteresti se fossi tu a dover prendere questa decisione?
■ Perché?
■ A quale tipologia di etica si potrebbe ricondurre la tua scelta?

2 . Leggi attentam ente il brano riportato e prova a sciogliere il dilemma etico che ne è
alla base secondo il punto di vista prima dell'etica deontologica e poi di quella
utilitaristica.
Jim si trova nella piazza centrale di una piccola città sudamericana. Legati contro un muro
vi sono venti indios, la maggior parte atterriti dalla paura, qualcuno in atteggiamento di
sfida; di fronte a loro numerosi uomini armati in uniforme. Un omone con la camicia color
cachi macchiata di sudore, che risulta essere il capitano, dopo aver a lungo interrogato Jim,
e aver appurato che si trova lì per caso, al seguito di una spedizione botanica, gli spiega che
quegli indios sono un gruppo di abitanti presi a caso dopo una recente protesta contro il
governo, e che sono sul punto di essere fucilati per ricordare agli altri possibili contestato-
ri gli svantaggi della protesta. Comunque, poiché Jim è un onorevole visitatore straniero, il
capitano è felice di offrirgli, come privilegio di ospite, di uccidere lui stesso un indio. Se Jim
accetta, allora, vista la speciale occasione, gli altri indios saranno lasciati liberi. Se Jim in­
vece rifiuta, Pedro farà quello che stava per fare quando Jim era arrivato, li ucciderà, cioè,
tutti [...]. Cosa deve fare Jim?
(B. Williams, Una critica dell’utilitarismo, in Utilitarismo: un confronto,
trad. it. di B. Morcavallo, Bibliopolis, Napoli 1985, pp. 123-124)
55

CAPITOLO 7

e__________
—1-comunicazione:
l 'e t i c a n e lla
società p lu ra lis ta
e tecnologica
Comunità e argom entazione

La filosofìa contemporanea ricerca una fondazione dell’etica su basi


rinnovate, in un mondo caratterizzato, oltre che dalla centralità di scien­
za e tecnica, anche dal pluralismo dei valori e delle culture e dallo svilup­
po della comunicazione globale. Il pluralismo, in particolare, postula la
necessità di una nuova sintesi, capace di coniugare i valori del liberali­
smo - che sottolinea l’importanza dei diritti individuali e della libertà -
con quelli del comunitarismo - che tutela le differenze tra le comunità
di appartenenza da un universalismo indifferenziato e senza storia.
I filosofi Karl Otto Apel e Jürgen Habermas si fanno portavoce del­
la necessità di rifondare il ragionamento morale, in un’epoca in cui la
tecnologia solleva problemi di portata universale contribuendo alla
costruzione di una società unificata su scala planetaria.

Apel e la co m u n icazio n e ideale


Apel, in particolare, ha rilevato la debolezza dell’etica, incapace di
offrire una base solida alle proprie norme, e ha proposto una m acro­
etica della com unicazione. Secondo il filosofo occorre capovolgere

Lessico filo sofico


macroetica della com unicazione rantire, dal punto di vista procecfurale, la
Questa espressione, coniata da Apel, desi- comunicazione ideale, incentrata sul con-
gna un’etica universalistica, fondata su al- fronto, sul dialogo e sull’impegno a risolve-
cune condizioni formali minime volte a ga- re in modo pacifico i problemi e i xinflitti.
56 Capitolo 7 Dialogo e comunicazione: l’etica nella società pluralista e tecnologie

il ragionamento di matrice positivista per cui la scienza è qualcosa di


oggettivo e neutrale. Al contrario, essa non è indifferente ai valori e non
può fare a meno di presupporre una comunità concreta di parlanti. Ne
è una riprova il fatto che ogni scienziato, anche se lavora privatamente,
deve fare riferimento al consesso scientifico a cui sottopone le proprie
tesi. Nell’essenza della ricerca, dunque, è implicito il rimando a un ba­
gaglio minimo di valori condivisi dalla comunità scientifica stessa.
Apel individua dunque quelle che ritiene le condizioni formali di
base per garantire, dal punto di vista procedurale, la com unicazione
ideale. Si tratta di una comunicazione che non esiste di fatto, ma che
funziona come principio regolativo, come riferimento orientativo per
gli interlocutori reali: il rispetto delle norme che essa prevede assicura
l’imparzialità della discussione e il raggiungimento di un’intesa e di
un consenso universali.
Il primo postulato della comunicazione ideale è il riconoscim ento
che le persone, in quanto enti m orali, sono dotate dei m edesim i di­
ritti, a prescindere dalle differenze di cultura, civiltà, religione, costu­
mi e abitudini. Da questo assunto di fondo discendono altre norme
morali, in particolare l’obbligo di non m entire, di non im porre le
proprie idee con la forza, di accogliere e vagliare le opinioni degli
altri, nonché di accettarle qualora siano riconosciute vere, e, ancora,
l’impegno a risolvere i problem i in m odo consensuale e pacifico.
Ecco che cosa scrive a tal proposito Apel:

[Tra i presupposti inaggirabili della macroetica dell’argomentazione]


va annoverata almeno la norma fondamentale della giustizia, ovvero,
nel caso specifico, dell’eguale diritto per tutti i possibili partner del
discorso all’impiego di ogni atto linguistico utile all’articolazione di
pretese di validità in grado di ottenere un possibile consenso; inoltre,
la norma fondamentale della solidarietà, valida per tutti i membri del­
la comunità attuale [...] e riguardante il reciproco appoggio e dipen­
denza nel quadro del comune intento di una soluzione argomentativa

apel LA VITA E LE OPERE


LA VITA LE OPERE
Karl Otto Apel, nato a Düsseldorf nel 1922, è Apel è autore di alcuni saggi di grande rilievo:
stato professore all’Università di Francoforte sul L ’idea di lingua nella tradizione dell’umanesi­
Meno e visitingprofessor in numerosi atenei tra mo da Dante a Vico (1963), Trasformazione
cui la Yale University, il Collège international de della filosofia (1973), Discorso e responsabilità.
philosophie di Parigi e l’Istituto italiano per gli Il problema della transizione a una morale post­
studi filosofici di Napoli. Apel ha cercato di convenzionale (1988), Etica della comunica­
giustificare razionalmente l’agire morale, al fi­ zione (1992).
ne di superare il relativismo etico.
1 Comunità e argom entazione 57

dei problemi; infine, la norma fondamentale della co-responsabilità


per tutti i partner del discorso nello sforzo solidale per l’articolazione
e la risoluzione dei problemi.
(Etica della comunicazione, trad. it. di V. Marzocchi,
Jaca Book, Milano 1992, p. 33)

I limiti d ella p ro p o s ta ap e lia n a


Possiamo sottolineare la rilevanza etico-politica di questa visione fi­
losofica, in particolare per il riferim ento all’ imperativo di tentare
sempre e innanzitutto di risolvere i conflitti tra gli uomini mediante
il confronto e il dialogo. Secondo tale posizione, tutti i bisogni degli
individui devono essere trasformati in richieste da avanzare discor­
sivamente all’interno della comunità, con l’obiettivo di coordinare
gli sforzi in una ricerca razionale comune e condivisa.
È pur vero che, appellandosi al linguaggio e alla logica del discorso,
la proposta apeliana esclude di fatto tutti coloro che non sanno o
non possono accedere all’argomentazione. Si tratta di larghi settori
della società mondiale, lontani da ogni possibilità di far sentire la
propria voce e privi delle tecnologie della comunicazione. Quello che
sfugge alla macroetica della comunicazione così delineata è dunque
l’ enorme disparità reale tra gli uomini del pianeta, che assume una
rilevanza fondamentale se si pensa che è proprio all’interno del con­
testo argomentativo globale che si studiano e si definiscono tecnolo­
gie e strategie di sviluppo di interesse mondiale.

H a b e rm a s e le re g o le del discorso
In un dialogo profìcuo con Apel, anche Habermas elabora un’etica
dell’ «agire comunicativo». Egli si domanda con insistenza che cosa
significhi “prassi”, cioè l’agire propriamente politico, nelle democra­
zie contemporanee. Per il filosofo, nella società novecentesca si assiste

A habermas LA V IT A E LE O P E R E
LA VITA LE OPERE
Jürgen Habermas, nato a Düsseldorf nel 1929, Fra gli scritti principali di Habermas ricordia­
appartiene alla seconda generazione degli mo: Storia e critica dell’opinione pubblica
esponenti dell’Istituto per la ricerca sociale di (1962), Logica delle scienze sociali (1967), Co­
Francoforte sul Meno (passato alla storia come noscenza e interesse (1968), Teoria dell’agire co­
“Scuola di Francoforte”), fondato nel 1922 da municativo (2 voli., 1981), Il discorso filosofico
un gruppo di intellettuali impegnati nell’elabo­ della modernità (1985), Il pensiero post-metafi-
razione di una teoria critica della società, chiu­ sico (1988), Fatticità e validità (1992), L ’inclu­
so dopo l’avvento di Hitler al potere (1933) e sione dell’altro (1996).
poi nuovamente in vita nel 1950.
58 Capitolo 7 Dialogo e comunicazione: l’etica nella società pluralista e tecnologica

a un tramonto della dimensione pubblica, manipolata e strumenta­


lizzata dai mass media che ne condizionano l’opinione. Habermas
condivide la drammatica analisi della Scuola di Francoforte (> Unità 7
del manuale, p. 368), che considera quella m oderna come una «so­
cietà amministrata», e promuove allora una nuova nozione della ve­
rità, intesa come costruzione collettiva di senso attraverso un dialogo
organizzato sulla base di regole formali universali. Il filosofo teorizza
cioè alcuni principi form ali universali che devono essere posti a fon­
damento della com unicazione tra gli individui.
L’agire comunicativo, secondo Habermas, è orientato alla ricerca
della verità e consiste in un’interazione tra persone razionali, media­
ta simbolicamente (cioè dal linguaggio) e organizzata sulla base di nor­
me che definiscono aspettative reciproche di com portam ento. Tali
norme devono essere comprese e riconosciute dagli interlocutori e
hanno un carattere vincolante, pena il fallimento della comunicazione
stessa. Più in particolare, le condizioni (universali e necessarie) alla ba­
se della comunicazione linguistica prevedono che ogni interlocutore:
1. rispetti le norme della situazione argomentativa, ad esempio ascol­
tando le tesi altrui o ritirando le proprie, qualora si siano dimostrate
false (presupposto della «giustezza»);
2. formuli enunciati appropriati in riferimento all’esistenza o meno
delle realtà di cui parla (presupposto della «verità»);
3. sia sincero e convinto dei propri asserti (presupposto della «veridicità»);
4. parli in modo adeguato e in conformità alle regole grammaticali
(presupposto della «com prensibilità»).
Se anche una sola di queste condizioni non viene soddisfatta, decade
la possibilità di un’ intesa. Le regole elencate implicano che la comuni­
cazione avvenga tra soggetti Uberi, autonomi, privi di vincoli di autorità
o di interesse; da soggetti, cioè, che si basano unicamente suda propria
capacità di argomentazione razionale. Si tratta di vincoH che, se rispet­
tati, danno vita a una «situazione discorsiva ideale», che corrisponde
per Habermas a un modello di società giusta e democratica, composta
da uomini con pari diritti e disposti a dialogare su questioni di interesse
collettivo nel tentativo di risolvere razionalmente gli eventuali conflitti.

La netiquette

Alcune delle regole indicate nel paragrafo precedente, ad esempio


l’imperativo di rispettare le opinioni degli altri e di essere inteUettual-
mente onesti, possono valere anche nel “m ondo di Internet”, in cui si
pongono problem i etici nuovi, come quello della tutela della privacy
o del diritto a un’informazione corretta.
2 La n e tiq u e tte 59

C o m u n ic are in R e te
A questo proposito, nell’intento di regolamentare l’ attività della Re­
te è stata elaborata una “netiquette ”, ossia un insieme di norm e che
disciplinano il com portam ento degli utenti di Internet, in partico­
lare nel loro rapporto con gli altri. Si tratta di un codice fondato su
principi ormai generalmente condivisi, il cui mancato rispetto può
comportare una segnalazione da parte degli stessi internauti e addi­
rittura l’esclusione del trasgressore da determinati servizi.
È interessante rilevare l’ affinità dell’ideale etico a cui si ispira la
netiquette con quello espresso dall’etica dell’agire comunicativo di
Apel e di Habermas. In entrambi i casi, infatti, i soggetti coinvolti so­
no intesi, kantianamente, come persone m orali, che devono essere
trattate sempre e comunque come fini; i loro rapporti reciproci devo­
no essere im prontati alla tolleranza, al rispetto per le differenze,
all’onestà di intenti, alla sincerità, rifiutando invece qualsiasi tipo di
discriminazione, di incitazione alla violenza, di scorrettezza o m isti­
ficazione. La netiquette non propone indicazioni relative ai contenu­
ti, ma definisce le condizioni a priori di una com unicazione costrut­
tiva e virtuosa.
Ecco alcune norme di comportamento considerate imprescindibi­
li nella prospettiva della netiquette:
■ l’informazione deve essere intesa come un bene e un’occasione di
crescita per se stessi e per gli altri;
■ la comunicazione deve presupporre sempre e comunque il rispet­
to della dignità umana;
■ devono essere osservate le regole della “buona educazione della
conversazione”: usare un linguaggio chiaro e comprensibile, adatto
al contesto e ai destinatari; porsi anche dal punto di vista dell’inter­
locutore; conformare il proprio contributo a quanto è richiesto dalla
situazione comunicativa; non abbandonarsi alla prolissità, espri­
mendosi in modo essenziale; evitare l’ambiguità nell’espressione;
non dire il falso; riconoscere ai partner della discussione i propri
stessi diritti.

netiquette zione” , e indica l’insieme delle nc)rme che


Si tratta di un termine che deriva dalla fu- disciplinano il com portam ento deagli uten-
sione della parola inglese net, “rete” , e di ti di Internet in particolare nel lore) rappor-
quella francese etiquette, “buona educa- to con gli altri.
60 Capitolo 7 Dialogo e comunicazione: l’etica nella società pluralista e tecnologica

Dall’agorà a In te rn et
Il rispetto di tali condizioni formali, oltre a corrispondere a un com ­
portamento eticamente corretto, è anche una garanzia del buon fun-
un esempio pratico ■ zionamentq della Rete. jSi pensi a fonti di informazione come Wiìti- i
jpedia (dal term ine hawaiano wiki, “veloce”, accostato al suffisso di j
¡origine greca -pedia, “formazione”), f enciclopedia «multilingue, co l-:
•laborativa, online e gratuita», che è realizzata e aggiornata dagli stes- j
: si utenti: in tale contesto è essenziale che venga individuato ed escimi
•so ogni intervento inopportuno e impreciso, e che si eserciti, con ilj
¡concorso di tutti, una valida sorveglianza sui contenuti proposti. Al- ■
ilo stesso modo è interesse collettivo che si salvaguardino le regole deli
¡rispetto e della tolleranza in social network di diffusione mondiale,;
¡'come Facebook (letteralmente “libro delle facce”, in riferimento agli:
¡annuari con le foto degli studenti pubblicate da molti istituti all’ini-;
¡zio dell’anno scolastico), in cui si incontrano persone di tutti i paesi,:
¡con tradizioni, culture, abitudini e religioni diverse.
Le condizioni formali e universali promosse dalla netiquette sono
dunque affini a quelle indicate da Apel e Habermas a fondamento
della comunicazione ideale; una comunicazione che è anche la base
per la creazione di una società civile e democratica. In questo senso
Internet potrebbe diventare ciò che per gli antichi Greci era l’ agorà,
la “piazza”, il centro cittadino in cui venivano discusse democratica­
mente e secondo i criteri dell’argomentazione razionale le problema­
tiche collettive; un “luogo” in cui siano affermati i valori del dialogo,
della comprensione reciproca, della collaborazione, in vista del po­
tenziamento dell’intelligenza collettiva, dell’accrescimento del sape­
re e dell’approfondimento delle relazioni umane.

Un’etica procedurale
ma non priva di contenuti

Come abbiamo detto nel corso della trattazione, il pensiero etico con­
temporaneo è impegnato a rispondere alle molte sfide di questa no­
stra società complessa e multiculturale. Si avverte sempre di più l’e-
sigenza di elaborare una teoria che sappia comprendere al suo
interno le ragioni dell’universalismo - che trovano una diversa de­
clinazione nella teoria della giustizia di Rawls (> p. 36) e nelle etiche
della comunicazione di Apel e Habermas - e quelle del comunitari­
smo - sostenute da Maclntyre (> p. 23). Tali ragioni non sono neces­
sariamente contraddittorie: i valori del comunitarismo, con l’accen­
tuazione del tema del bene e delle virtù collegate alla com unità di
appartenenza, diventano decisamente più profìcui quando si connet-
4 L’etica degli “orizzonti in m ovim ento’ 61

tono e si integrano con i valori universalistici della razionalità e della


libertà; d’altronde, questi ultimi diventano realmente efficaci quando
si fanno carico del problema del bene e delle virtù comunitarie.
L’universalismo procedurale, infatti, stabilendo le condizioni a
priori dell’agire (etico e comunicativo) e affermando la priorità della
legge del dovere, “pecca” di astrattezza, poiché non tiene conto del
fatto che le persone sono esseri concreti, emotivi, affettivi, che m o­
dellano i propri concetti di virtù anche sulla base dell’esempio degli
altri o di una lunga consuetudine di vita associata. D’altra parte, co­
me scrive Antonio Da Re in un bel saggio sull’argomento, «il conte-
stualismo [cioè le posizioni incentrate sul contesto di appartenenza]
si autoconfina [...] in un particolarismo che non sa andare oltre se
stesso, in quanto le diversità, benché apprezzate, non riescono a in ­
terloquire tra loro» (Figure dell’etica, in Introduzione all’etica, a cura
di C. Vigna, Vita e Pensiero, Milano 2001, p. 110).

L’etica degii “orizzonti in movimento”

La sfida della nostra società pluralista consiste appunto nel ricono­


scere a tutti gli uomini il diritto alla propria specificità, salvaguardan­
do a un tempo le libertà individuali e i fondamentali principi di giu­
stizia senza i quali la vita civile sarebbe impossibile. Occorre dunque
cercare un comune denominatore regolativo, sulla base del quale
possano coesistere e confrontarsi orientamenti di natura diversa.
L’identità non è un concetto statico, bensì dinamico; per questo oc­
corre considerare la propria cultura di appartenenza non come codifica­
ta una volta per tutte, ma aperta e “mobile”. Come ha detto giustamente
il filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005), «noi non viviamo né in
orizzonti chiusi, né in un orizzonte unico» (Dal testo all’azione. Saggi di
ermeneutica, trad. it. di G. Grampa, Jaca Book, Milano 1989, p. 94).
La nostra quotidianità ci permette di sperimentare diffusamente
la dimensione della molteplicità, che com porta la partecipazione a
m odelli di riferim ento differenti. Il filosofo statunitense M ichael
Walzer (nato nel 1935) ha osservato che abbiamo una pluralità di
sfere di appartenenza, che variano per livello di alfabetizzazione, re­
ligione, interessi econom ici, culturali, artistici o sportivi. Inoltre, la
nostra identità può subire trasformazioni anche con l’età: possiamo
modificare le nostre idee, i sistemi di valori, il credo religioso; in una
parola, ridefiniamo costantemente la nostra personalità, amplia­
mo i nostri orizzonti, in una dialettica di identità e differenza che
ci deve vedere protagonisti intelligenti di un progetto di vita sempre
più soddisfacente per noi e per gli altri.
62 Capitolo 7 Dialogo e comunicazione: l’etica nella società pluralista e tecnologici

Ci piace concludere questo nostro Quaderno - che abbiamo con­


cepito proprio come uno stimolo e un supporto per pensare e vivere
la complessità - con le parole di Hans Georg Gadamer (1900-2002):

La mobilità storica dell’esistenza umana è proprio costituita dal fatto


che essa non è rigidamente legata a un punto di vista, e quindi non
ha neanche un orizzonte davvero conchiuso. L’orizzonte è invece
qualcosa entro cui noi ci muoviamo e che si muove con noi. Per chi
si muove, gli orizzonti si spostano.
(Verità e metodo, trad. it. di G. Vattimo, Bompiani, Milano 1992, p. 355)

1. Analizza le modalità di svolgimento di uno dei cosiddetti “Question tim e”, i momenti
in cui i rappresentanti dell’esecutivo rispondono alle interrogazioni dei parlamentari
(consulta, ad esempio, il sito www.raiparlamento.rai.it). A tuo avviso, sono state
rispettate le regole della «situazione discorsiva ideale» tracciate da Habermas?
Motiva la risposta.

2 . Analizza il linguaggio usato in uno slogan pubblicitario a tua scelta, finalizzato a


orientare gli acquisti, e quello di uno spot realizzato per una cam pagna di
comunicazione istituzionale: le due modalità espressive, a tuo avviso, rispettano
i presupposti della «giustezza», della «verità», della «veridicità» e della
«comprensibilità»? Motiva la tua risposta.

3 . Leggi attentam ente l’articolo riportato e analizza la concezione che in esso em erge
a proposito dei concetti seguenti: libertà di espressione, tutela della privacy,
responsabilità, consapevolezza, interazione.
Cosa si può fare [...] per arginare il fenomeno di deresponsabilizzazione che sembra emer­
gere dall’utilizzo dei social forum e, più in generale, del web 2.0 [espressione usata per indi­
care l’insieme di tutte quelle applicazioni on line che permettono l’interazione tra il web e
l’utente (ad esempio i blog, i forum, le chat...)]? [...] occorre prendere coscienza del fatto
che sarebbero necessarie scelte a livello globale, ma che mancando una efficace governance
internazionale del settore, non vi è che la strada di lavorare alla definizione di policies di
utilizzo dei servizi concordate con i fornitori dei servizi stessi. [...] Inoltre, non si può cer­
tamente abdicare all’idea che sia possibile sensibilizzare gli utenti sull’utilizzo dei più mo­
derni sistemi di comunicazione.
Questa strada ha, peraltro, già dato ottimi frutti in materia di privacy. Le raccomandazioni, i
decaloghi e le guide rilasciate dall’Autorità per la protezione dati personali italiana e dal network
dei garanti europei hanno già contribuito ad un utilizzo più consapevole del mezzo. [...]
La medesima strada può essere seguita [...] anche per sensibilizzare i cittadini sul proble­
ma dell’impatto che i commenti lasciati in rete possono avere. Solo a questo punto sarà
possibile spiegare loro in maniera convincente che Internet non è sinonimo di impunità e
che un reato rimane tale sia se commesso tradizionalmente sia se commesso sulla rete.
(M. Orofìno, da www.corriere.it, 21 dicembre 2009)
63

n questa sezione proponiam o una se­ ■ verifica delia com petenza relativa ai

I rie di test di logica incentrati preva­


lentem ente su ragionam enti di arg o ­
m ento etico.
ragionamento critico, mediante eser­
cizi sui presupposti impliciti e sulle con­
seguenze ipotizzabili di situazioni che
Le batterie di esercizi che presentiam o richiedono una presa di posizione, e
so no rag g ru p p a te in base ai criteri se­ mediante l’analisi di casi in cui si pro­
guenti: spetta un conflitto tra obblighi morali
■ verifica della com petenza relativa alla riconducibili a differenti posizioni etiche
logica linguistica, m ediante eserci­ ■ verifica della com prensione di testi,
zi sul corretto significato di te rm ini/ m ediante esercizi sull’individuazione
espressioni, sulle analogie concettuali, del senso e di parti m ancanti dei brani
su sinonimi e contrari, sui nessi logici... esaminati.
64 T e s t di lo g ic a

Logica linguistica

1 Tra quelli elencati di seguito, qual è l'abbinamento errato?

□ dovere / diritto
□ parzialità / giustizia
0 assolutismo / tolleranza
0 tradizione / consuetudine
0 pluralismo / monismo

2 Qual è l’intruso fra i termini seguenti?

0 determinismo
0 arbitrio
0 dipendenza
0 sudditanza
0 soggezione

3 Qual è il contrario di “prudenza”?

□ accortezza
0 circospezione
B precauzione
0 cautela
B avventatezza

4 Qual è il sinonimo di “dilemma”?

□ antinomia
0 ipotesi
B ultimatum
0 dramma
0 soluzione

5 Indica, fra gli aggettivi proposti, quello che connota l’etica che stabili­
sce il bene e il giusto sulla base di un fine ultimo:

0 rigorista
0 qualitativa
B formale
0 eudemonistica
0 teleologica
6 Considera la proporzione verbale “x : etica deontologica = y : utilitari­
smo”. Quale coppia di termini ne rappresenta il completamento logico?

□ x = piacere y = dovere
0 x = sommo bene y = s a c r ific io

0 x = consequenzialismo y = rigorismo morale


0 x = intenzione y = conseguenze
0 x = gerarchia dei beni y = saldo di bene
Logica linguistica 65

7 Considera la proporzione verbale “x : volontario = y : involontario”. Quale


coppia di termini ne rappresenta il completamento logico?
0 x = istinto y= caso
0 x = iniziativa y= negligenza
0 x = intenzionale y= accidentale
0 x = meritevole y= indegno
0 x = consapevole y= dubbioso

8 Indica la serie di parole con cui è corretto sostituire i numeri per dare un
senso compiuto e logico alla frase seguente:
La generazione di (1)............... ............... rappresenta per il razionalismo morale
quello che la generazione di (2) ............................... rappresenta per le teorie in
generale: un segno indispensabile del fatto che una particolare teoria è
difettosa. (Alan Donagan)
0 (1) principi morali (2) assiomi
0 (1) gerarchie di valori (2) ipotesi
0 (1) dilemmi morali (2) autocontraddizioni
0 (1) doveri assoluti (2) principi primi
0 (1) dubbi (2) certezze

9 L’espressione excusatio non petita, accusatio manifesta si usa quando:


□ si hanno le prove per accusare qualcuno
[0 si ha qualcosa di cui giustificarsi
B si è completamente innocenti
0 ci si deve difendere da accuse ingiuste
0 ci si prende la responsabilità delle proprie azioni

10 Completa con l’espressione corretta la frase seguente: “Per Rawls


la giustizia consiste..................................... di tutti i beni sociali principali:
l’ineguaglianza è consentita solo per il beneficio dei più svantaggiati”.
□ nella distribuzione ragionata
0 nell’equa distribuzione
B nella distribuzione secondo il merito
0 nella distribuzione proporzionale
0 nell’uguale distribuzione

11 Qual è, tra le seguenti, la parola da scartare?


0 newsgroup
0 blog
0 forum
0 web-shop
0 chat

12 Indica, tra quelle elencate di seguito, l’espressione da scartare:


□ dannarsi l’anima
0 perdere il ben dell'intelletto
0 essere fuori di testa
0 uscire di senno
0 perdere il lume della ragione
66 Test di logica

Ragionamento crìtico: nessi


tra antecedenti e conseguenti

1 John è un autorevole esperto dell’andamento del mercato finanziario,


che prende molto seriamente il suo lavoro e la vita in generale. Un giorno
manda un’e-mail agii amici più stretti e ad alcuni famigliari, annunciando
l’imminente default dello Stato.
Quale conseguenza è logicamente ipotizzabile?

□ i destinatari del messaggio non gli danno credito, poiché lo scenario


prospettato non appare realistico
Q1 i destinatari del messaggio non gli danno credito perché sospettano che
John li stia prendendo in giro
0 i destinatari del messaggio si attivano subito per disinvestire i propri risparmi
dai titoli di Stato
0 i destinatari del messaggio si arrabbiano perché considerano l'e-mail uno
scherzo di cattivo gusto
0 nessuna delle conseguenze elencate

2 Ileana tl confida un segreto sulla sua vita privata che ti chiede di non
rivelare alla vostra comune amica Monica. Tu le dai la tua parola. Insospet­
tita dallo strano atteggiamento di Ileana, però, Monica ti chiede se sai qual­
cosa che ne giustifichi il recente cambiamento. Messo alle strette, riveli a
Monica il segreto di Ileana.
Com’è ragionevole che reagisca Ileana di fronte al tuo comportamento?
□ capisce che non è bello avere segreti
0 capisce la tua difficile posizione
B si scusa con Monica per averle nascosto una verità importante
0 si scusa con te per averti chiesto un impegno così difficile da mantenere
0 si sente tradita e si arrabbia con te

3 II Ministero della Salute decide di introdurre in un carcere di grandi di­


mensioni il test antidroga, per combattere questa piaga presente anche nei
luoghi di reclusione. Dal momento che la cannabis è rilevabile nell’organismo
umano fino a un mese dopo l’assunzione, molti detenuti, per avere più pos­
sibilità di superare il test, decidono di passare all’eroina, che invece rimane
in circolo solo 48 ore, e quindi ha meno probabilità di essere rilevata. Il risul­
tato è che circa la metà di coloro che erano soliti consumare cannabis, inve­
ce di essere indotta dal test a cessare l’uso di droga, è passata all’eroina, la
quale non solo dà assuefazione ma è molto più dannosa della cannabis.
Indica, tra le seguenti, la conclusione deducibile logicamente dalla situa­
zione proposta:
□ ¡1passaggio dalla cannabis all’eroina è uno spiacevole Imprevisto
0 il problema della tossicodipendenza In carcere non ha soluzione perché la
cultura della criminalità incoraggia il consumo di droga
B i risultati dei test non sono attendibili perché si limitano a rilevare i dati su un
campione circoscritto
B ogni strategia con i carcerati è inutile perché sono abituati a raggirare il sistema
0 se si vuole combattere la droga in carcere, alla prevenzione devono
affiancarsi iniziative di recupero
Ragionamento critico: nessi tra antecedenti e conseguenti 67

4 II tuo amico più caro ti promette in regalo 200.000 euro se vincerà un


milione alla lotteria. Il fortunato ha comprato proprio il biglietto vincente,
ma il premio toccatogli è di “soli” 500.000 euro. Tu ti aspetti comunque il
regalo promesso.
Come si deve comportare l’amico per essere corretto?
□ non avendo firmato alcun tipo di accordo, non deve mantenere la parola data
0 deve regalarti almeno una quota proporzionale alla sua vincita ridotta
0 deve mantenere la parola data e regalarti 200.000 euro
0 se anche non ti avesse promesso niente, essendo tuo amico dovrebbe
condividere almeno In parte la sua fortuna con te
0 non deve regalarti alcunché perché non ha vinto un milione

5 Aldo si è molto irritato con il suo amico Marco, che sabato sera, dopo
avergli assicurato un passaggio in macchina al ritorno dalla discoteca, lo
ha lasciato a piedi perché gli è venuta voglia di fermarsi a vedere l’alba.
Indica la risposta che rappresenta la corretta interpretazione della reazione
di Aldo:
□ Aldo ha perfettamente ragione ad essere in collera
0 Aldo non conosce “mezze misure”: avrebbe potuto aspettare l’alba con
l’amico e poi farsi accompagnare a casa
0 come al solito, Aldo ha reagito in modo infantile
0 la collera di Aldo è assolutamente immotivata
0 Aldo dovrebbe essere arrabbiato piuttosto con se stesso per aver creduto
alla promessa di Marco

6 Giulia ha garantito a suo fratello Dario che, se le fosse stato possibile,


avrebbe fatto un salto a scuola a ritirare i compiti per lui, visto che è a letto
ammalato. Purtroppo, però, non le è stato possibile.
Quale, tra i seguenti, è l’atteggiamento corretto di Dario verso la sorella Giulia?
0 Dario ha il diritto di accusare Giulia di non aver mantenuto la promessa
0 Dario non ha il diritto di accusare Giulia, perché la sorella ha rispettato I
termini della promessa
0 è giusto che Dario mediti una ritorsione
0 è giusto che Dario consideri Giulia deprecabile
0 Dario deve essere grato a Giulia, perché in seguito alla sua inadempienza
non è tenuto a svolgere i compiti a casa

7 Alessandro soffre di Insufficienza renale e necessita urgentemente di un tra­


pianto. Enrico è l’unica persona individuata dall’ospedale che abbia i reni com­
patibili con i suoi: se ne donasse uno ad Alessandro, gli potrebbe prospettare
un’esistenza normale e sana, senza arrecare danni significativi alia propria vita.
Quale delle affermazioni seguenti è la più condivisibile da un punto di vista
morale?

0 la legge dovrebbe imporre a Enrico di donare un rene


0 Enrico ha l’obbligo morale di donare un rene
0 Enrico, donando un rene, sarebbe moralmente responsabile di autolesionismo
0 Enrico compirebbe un atto moralmente apprezzabile se donasse un rene
0 Enrico non è biasimabile se resta del tutto indifferente di fronte al pericolo di
vita che corre Alessandro
68 Test di logica

8 Tra il 2014 e il 2015, il virus Ebola ha causato un numero altissimo di


vittime nei paesi dell’Atrica occidentale, dove il contagio si è diffuso rapi­
damente, mettendo in ginocchio un’economia arretrata e ie inadeguate
strutture sanitarie. L’unica speranza viene riposta nel vaccino, su cui lavo­
rano con grande impegno di risorse molti laboratori degli Stati Uniti e
dell’Europa. In questi paesi i timori per la diffusione dell’infezione sono
contenuti. Infatti, sebbene si sia verificato qualche caso di malattia nello
Stato del Texas, le autorità politiche e sanitarie hanno tranquillizzato la po­
polazione, sostenendo di avere il pieno controllo della situazione.
Indica il presupposto implicito su cui si basa l’atteggiamento rassicurante
dei responsabili politici e sanitari statunitensi:
□ la speranza che siano proprio gli Stati Uniti a scoprire un vaccino
0 la lontananza geografica degli Stati Uniti dalle regioni effettivamente a rischio
B la migliore organizzazione igienico-sanitaria degli Stati Uniti rispetto all’Africa
0 il coraggio della popolazione texana
0 la maggiore efficienza dell’economia statunitense rispetto a quella africana

9 Nella sua omelia il parroco propone il seguente ragionamento: se l’erro­


re fosse qualcosa di positivo, avrebbe sicuramente Dio come sua causa,
ma poiché l’errore, come ci capita di osservare in ogni circostanza della
vita, ci induce a peccare e a non riconoscere la stessa esistenza di Dio,
allora dobbiamo concludere che l’errore non è qualcosa di positivo.
Indica il presupposto implicito su cui si basano le parole del parroco:
0 Dio non può essere la causa del male
0 l’errore è la causa ultima di tutti i mali
0 l’errore è innato nella natura dell’uomo
0 coloro che vivono nell’errore saranno puniti da Dio
0 Dio permette l’errore per rispettare la libertà dell’uomo

10 Anna e Luca lavorano per la stessa azienda. Uno dei responsabili deci­
de di affidare loro un progetto molto importante, al quale essi si dedicano
con passione e impegno. Quando arriva il momento di presentare il lavoro,
però, Luca è fuori città per una consulenza, perciò tocca ad Anna esporne
1 contenuti. Questa potrebbe essere l’occasione che aspettava da tempo
per mettersi in luce. Il progetto tuttavia riscuote un tiepido consenso, ad
eccezione di una parte che è esclusivamente frutto della creatività e dell’In­
tuito di Luca. Nessuno dei dirigenti ha chiesto ad Anna di esplicitare gli
specifici contributi, ma la ragazza decide di rivelarli ugualmente.
Indica il presupposto che è ragionevole ipotizzare alla base della scelta di
Anna:
□ piuttosto che restare in silenzio nel corso di una presentazione conviene
mettere in risalto i meriti altrui
0 l’onestà dev’essere alla base di tutti I rapporti, anche di quelli professionali
0 il successo che si ottiene con i meriti di un altro è destinato nel breve a
tradursi in fallimento
0 la carriera non è poi così importante
0 visto il tiepido consenso riscosso dal progetto, è meglio che i dirigenti
pensino sia opera di Luca
Ragionamento critico: nessi tra antecedenti e conseguenti 69

11 In un ospedale del nostro paese, un paziente in lista di attesa per un


trapianto di cuore non viene sottoposto all’intervento, benché si sia reso
disponibile un organo compatibile.
Quale, tra quelle proposte di seguito, è la spiegazione più plausibile?
□ poiché spesso al trapianto segue il rigetto dell’organo Innestato, l’ospedale
non vuole dare false speranze al paziente
0 ] il paziente non ha un'assicurazione sanitaria che copra i costi dell'Intervento
E3 l’ospedale teme di essere esposto al rischio di denunce nel caso In cui
insorgessero complicazioni
0 un altro paziente compatibile con II cuore da trapiantare lo precede nella
lista di attesa
0 il paziente è anziano e sopra una certa età un Intervento di questo tipo viene
considerato accanimento terapeutico

12 II padre di Michele è gravemente ammalato e deve andare in ospedale


per una visita urgente. Michele si impegna ad accompagnarlo, ma il giorno
stabilito non si presenta all’appuntamento.
Quale, tra quelle proposte di seguito, costituisce l’unica giustificazione ac­
cettabile del comportamento di Michele?
Q Michele si è dimenticato di impostare la sveglia ed è rimasto addormentato
0 Michele non si sente abbastanza forte da ricevere una diagnosi infausta
B Michele è stato aggredito lungo la strada e ha perso conoscenza
0 dopo aver aperto II negozio in cui lavora, Michele è stato subissato di
richieste da parte di clienti molto esigenti
0 Michele ha capito che è ingiusto dedicare la propria vita ad accudire
il padre ammalato
70 Test di logica

Ragionamento crìtico: analisi


di situazioni dilemmatiche

1 Un amico ti chiede di poterti confidare un segreto a condizione che tu


non lo riveli a nessuno. Gli dai la tua parola. Il contenuto della confessione
riguarda la sua intenzione di uccidere la donna che lo ha tradito. Ti rendi
immediatamente conto di essere davanti a un dilemma morale: tenere fede
alla promessa fatta al tuo amico o denunciarlo alla polizia per salvare la vita
di una persona?
Se scegli la seconda opzione, il tuo comportamento può ricondursi al ra­
gionamento etico in base al quale:
□ non sussiste un vero obbligo morale nel dare la propria parola
□ tutto è concesso quando dobbiamo proteggere chi amiamo dai suol stessi
errori
0 abbiamo II dovere di massimizzare il bene e minimizzare il male per gli altri
0 quando non si condividono le intenzioni degli altri, non si è tenuti a rispettarle
0 quando è in gioco la vita di una persona è bene demandare la decisione a
un’autorità superiore

2 Stai sostenendo un colloquio presso la società per cui hai sempre so­
gnato di lavorare. Ti viene posta una domanda dalla quale dipende la pos­
sibilità di essere assunto. Ti rendi conto che, per superare la prova, occorre
rispondere affermativamente, ma così facendo millanteresti conoscenze ed
esperienze che non hai maturato. Sai che è altamente probabile che nessu­
no appurerà mai la verità delle tue parole, tuttavia decidi di non mentire.
A quale tipo di etica si può ascrivere il tuo agire?
0 all’etica delle conseguenze
0 all’etica del dovere
B all’etica della giustizia
0 all’etica del comunitarismo
0 all’etica della responsabilità

3 Chiara è internata in un campo di prigionia nazista assieme al suo com­


pagno di vita. All’ingresso i due vengono separati. Passano molti mesi sen­
za che Chiara riceva notizie del compagno. Un giorno le viene offerta la
possibilità di fuggire dal campo e di espatriare. Se accetta, Chiara abbando­
na il compagno al suo destino ma salva la sua vita. Se rifiuta, Chiara condi­
vide la sorte del compagno ma riduce le sue possibilità di sopravvivenza.
Quale tra le seguenti considerazioni, pur senza risolvere il dilemma, ne rap­
presenta una “via di uscita” plausibile e razionalmente sostenibile?
□ Chiara non corre un reale pericolo di vita nel campo di prigionia
B Chiara può convincere il compagno a fuggire con lei
B sia restando sia fuggendo, Chiara non può fare nulla per salvare la vita
del compagno
0 il destino di Chiara è comunque segnato, a prescindere dalla scelta di
restare o di fuggire
B se quello di Chiara e del compagno è un grande amore sopravvivrà a
questa terribile prova
Ragionamento critico: analisi di situazioni dilemmatiche 71

4 Ormai pronto a salpare con le forze greche verso Troia, Agamennone


incorre nell’ira della dea Artemide, che ostacola la sua impresa. L’indovino
Calcante comunica che solo con il sacrificio della figlia Ifigenia Agamenno­
ne può propiziarsi la dea, garantendosi così il suo appoggio per ottenere un
buon esito nella spedizione militare.
Quale tipo di etica considererebbe lecita la scelta di Agamennone di ucci­
dere la figlia?
□ l’etica delle conseguenze
□ l’etica del dovere
B l’etica della giustizia
0 l’etica del discorso
□ l’etica della responsabilità

5 I soldati nemici, impadronitisi dei tuo villaggio, hanno l’ordine di uccide­


re tutti i civili superstiti. Tu e alcuni tuoi concittadini vi siete rifugiati in una
cantina. Senti le voci dei soldati che stanno perlustrando la casa in cui
siete nascosti. Il tuo bambino comincia a piangere. Sei perfettamente con­
sapevole del fatto che il pianto richiamerà l’attenzione dei soldati, i quali
uccideranno te, il bambino e tutti gli altri rifugiati. È altresì vero che, se gli
coprirai la bocca in modo da non far sentire le sue urla, lo soffocherai. (“Di­
lemma del bambino che piangeva troppo”, Joshua D. Greene)
Quale dei seguenti possibili comportamenti corrisponde all’etica del dovere?
□ non soffochi il bambino perché uccidere è immorale
□ soffochi il bambino per salvare la tua vita e quella degli altri
0 non soffochi il bambino perché te lo impedisce il tuo istinto di genitore
0 ti offri spontaneamente ai soldati per salvare il tuo bambino
0 soffochi il bambino perché è tuo dovere di genitore risparmiargli lo strazio
della rappresaglia nemica

6 Nonostante nel nostro paese sia prevista l’assistenza sanitaria gratuita,


è accaduto che un ospedale abbia fatto pagare le cure prestate a un moto-
ciclista che, in seguito a un incidente, aveva subito danni alla testa perché
non aveva indossato il casco.
Tra i casi immaginari riportati di seguito, individua quello che potrebbe es­
sere soggetto a un analogo trattamento:
□ Elisa continua a trascurare la sua insonnia, compromettendo così ii suo
benessere psico-fisico
0 Alice mangia molte caramelle, anche se sa che lo zucchero favorisce le
carie dentali
0 gli automobilisti che parcheggiano in doppia fila espongono la loro
macchina al rischio di urti da parte delle vetture in movimento
0 d ’inverno i ragazzi che vanno a scuola in bicicletta generalmente
si raffreddano più spesso di quelli che sono accompagnati in macchina
dal genitori
0 Giovanni è un fumatore accanito, che ha continuato a fumare
anche dopo i primi sintomi di un problema ai polmoni
72 Test di logica

7 Le reti televisive e il web sono di fronte a un dilemma: se si ostacola la


diffusione dei messaggi intimidatori e propagandistici contenuti nel video
dei terroristi, si compromette la libertà d’informazione; se invece se ne con­
sente la divulgazione si corre il rischio che facciano proseliti e che minac­
cino la nostra integrità.
Quale, tre le seguenti considerazioni, pur senza risolvere il dilemma, ne
rappresenta una “via di uscita” plausibile e razionalmente sostenibile?
0 niente può veramente minacciare la libertà di espressione
0 non necessariamente la nostra integrità è minacciata dalla diffusione
dei video
0 non necessariamente la libertà di espressione è minacciata dalla censura
□ la sicurezza vale più di qualunque libertà
0 la libertà di espressione vale più della sicurezza

8 Premesso che una buona relazione tra medico e paziente è importante


nel processo terapeutico, chiediamoci che cosa accade quando una delle
due parti nasconde all’altra un’informazione rilevante, come quando si
somministra un placebo. D’altro canto, se il medico dice la verità al pazien­
te distrugge la base stessa su cui si regge ed è efficace quella pratica.
Quale, tre le seguenti considerazioni, pur senza risolvere il dilemma, ne
rappresenta una “via di uscita” plausibile e razionalmente sostenibile?
□ se non è informato di tutto ciò che lo riguarda, il paziente non può
collaborare al processo di guarigione
□ nei casi in cui sia a rischio la vita del paziente, il medico dev’essere
considerato l’unico responsabile della cura
B in linea di principio non bisognerebbe mai ricorrere al placebo, perché
presuppone l’inganno
0 quando si tratta di garantire la salute delle persone, non ha senso
interrogarsi sul valore della sincerità
0 in casi definiti e circoscrìtti, per ottenere un maggiore beneficio può essere
nascosta la verità al paziente
Comprensione di testi 73

C om prensione di testi

1 Oggi, Polinice, ho seppellito il tuo cadavere: ed ecco il frutto. Doveroso


rito, direbbe la ragione; certo avessi avuto in me forza di madre, e figli miei, o
fosse sposo mio putrido di morte, non avrei tentato questa prova, sfidando il
potente. A che logica obbedisce, e a che diritto, quanto dico? Fosse stato lo
sposo, a cadérmi, trovavo altri. E altri figli, da diverso uomo, se restavo senza
figli. Ma padre e madre, uniti, posano nel profondo Nulla, e rifiorire di fratelli
non è dato. Ecco il diritto per cui t’ho scelto, t’ho nobilitato, fratello caro: e
Creonte [re di Tebe] lo giudica colpa, e scatto assurdo. (Sofocle, Antigone)
Quale delle seguenti affermazioni è suffragata dal testo riportato?
0 Antigone ha sfidato il potere costituito per dare prova della sua temerarietà
0 Antigone ha sfidato il potere costituito perché, non avendo né sposo né figli
né più i genitori, non ha nulla da perdere
B Antigone non sa spiegarsi la ragione del suo comportamento
0 Antigone ha seppellito Polinice perché considera il legame fraterno
vincolante al di sopra di ogni altro obbligo
B in nessuna circostanza Antigone avrebbe mai privato il fratello di giusta sepoltura

2 [Parla il padre di Gertrude, la “monaca di Monza”] - Ecco [...] la pecora


smarrita: e sia questa l’ultima parola che richiami triste memorie. Ecco la
consolazione della famiglia. Gertrude non ha più bisogno di consigli; ciò
che noi desideravamo per suo bene, l’ha voluto lei spontaneamente. È ri­
soluta, m’ha fatto intendere che è risoluta... - A questo passo, alzò essa
verso il padre uno sguardo tra atterrito e supplichevole, come per chieder­
gli che sospendesse, ma egli proseguì francamente: - che è risoluta di
prendere il velo. (A. Manzoni, / promessi sposi, cap. X)
Quale delle seguenti affermazioni è suffragata dal testo riportato?
□ Gertrude non ha il coraggio di opporsi alla volontà paterna
0 Gertrude è mossa dall’ardente desiderio di essere la “consolazione”
della sua famiglia
B il padre di Gertrude ha una grande considerazione della figlia
0 al padre di Gertrude basta uno sguardo per capire i pensieri della figlia
B Gertrude ha deciso di prendere il velo contro il parere della famiglia

3 Tutti sono infelici perché tutti hanno paura di affermare il proprio libero
arbitrio. [...] lo sono tremendamente infelice, perché ho una terribile paura.
La paura è la maledizione dell’uomo... Ma io proclamerò il mio libero arbi­
trio; sono obbligato a credere che non credo. [...] lo per tre anni ho cerca­
to l’attributo della mia divinità e l’ho trovato: l’attributo della mia divinità è
il Libero Arbitrio! È tutto ciò con cui io posso dimostrare, nella sua forma
essenziale, la mia ribellione e la mia nuova terribile libertà. Perché essa è
davvero terribile, lo mi uccido per manifestare la mia ribellione e la mia
nuova terribile libertà. (F. M. Dostoevskij, / demoni)
Quale delle seguenti affermazioni è suffragata dal testo riportato?
□ l ’ u o m o è I n f e lic e p e r c h é h a p e r s o la f e d e in D io
0 il personaggio di Dostoevskij si uccide perché è depresso
B il personaggio di Dostoevskij si uccide perché non tollera di avere limiti
0 l’uomo ha paura perché non è libero
0 il libero arbitrio rende l’uomo simile a un dio
74 Test di logica

4 Ogni volta che lui [Vrónskij] parlava con Anna, negli occhi di lei divam­
pava un bagliore di gioia e un sorriso di felicità piegava le sue labbra ver­
miglie. Lei sembrava fare uno sforzo su se stessa per non lasciar trapelare
i segni della gioia, ma questi le affioravano sul viso. «E lui che fa?» Kitty
[innamorata di Vrónskij] lo guardò e inorridì. Quello che Kitty aveva visto
configurarsi con tanta chiarezza sullo specchio del viso di lei, lo vide su di
lui. Dov’erano andati a finire i suoi modi fermi, sempre calmi, e l’espressio­
ne spensieratamente calma del viso? No, adesso, ogni volta che si rivolge­
va a lei, reclinava un poco la testa, come se desiderasse cadérle ai piedi, e
nel suo sguardo c’era unicamente un’espressione di paura e di sottomissio­
ne. «Non voglio offendervi», era come se ogni volta dicesse il suo sguardo,
«ma mi voglio salvare, e non so come». Lui aveva sul viso un’espressione
che lei non gli aveva mai visto prima.
(L. N. Tolstoj, Anna Karenina)
Quale delle seguenti affermazioni è suffragata dal testo riportato?
□ Anna è spaventata dai suoi sentimenti
0 Anna è compiaciuta di aver conquistato Vrónskij
B Vrónskij è consapevole di provare un sentimento pericoloso
□ Vrónskij è preoccupato che Kitty possa decifrare i suoi sentimenti
per Anna
0 Kitty ha paura che Anna, abbandonandosi alla passione per Vrónskij,
comprometta la sua vita

5 Allora Frodo si destò e parlò con voce chiara, la più chiara e potente
che Sam avesse mai udito da lui, una voce che s'innalzò oltre il rombo e il
travaglio di Monte Fato, squillando fra muri e soffitto.
«Sono venuto», disse. «Ma ora non scelgo di fare ciò per cui sono venuto.
Non compirò quest’atto. L’Anello è mio». E improvvisamente, infilandoselo
al dito, scomparve alla vista di Sam. [...]
Lontano da lì, quando Frodo infilò l’Anello arrogandoselo, proprio a Sam-
math Naur, nel cuore del suo reame, il Potere fu scosso a Barad-dure e la
Torre tremò, dalle fondamenta fino alla fiera e orgogliosa cresta.
(J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli)
Quale delle seguenti affermazioni è suffragata dal testo riportato?
□ Frodo è alla ricerca di potere
0 Frodo subisce il fascino degli oggetti preziosi
0 Frodo rinnega la sua missione
0 Frodo ha bisogno di Sam per compiere il suo destino
B Frodo è irrimediabilmente corrotto dal male che si annida nell'anello
Comprensione di testi 75

6 Cos’avrebbe fatto Tlger Jack al mio posto?


Non tornava indietro neanche se glielo ordinava Manitù in persona.
Tiger Jack.
Quella era una persona seria. Tiger Jack, l’amico indiano di Tex Willer.
E Tiger Jack su quella collina ci saliva pure se c’era il convegno internazio­
nale di tutte le streghe, i banditi e gli orchi del pianeta perché era un india­
no navajo, ed era intrepido e invisibile e silenzioso come un puma e sapeva
arrampicarsi e sapeva aspettare e poi colpire con il pugnale i nemici,
lo sono Tiger, anche meglio, io sono il figlio italiano di Tiger, mi sono detto.
Peccato che non avevo un pugnale, un arco o un fucile Winchester.
(N. Ammaniti, lo non ho paura)
Indica l’affermazione che si può ragionevolmente riferire al monologo inte­
riore del personaggio di Ammaniti:
□ è il preludio di un gesto disperato
0 serve a infondere coraggio di fronte a una scelta difficile
0 è uno sproloquio dettato dalla paura
0 è segno della boria del personaggio, che si crede una specie di supereroe
□ è indicativo di uno spirito infantile, suggestionato dal mondo dei fumetti

7 Di regola nella tasca destra della giacca io non metto niente, le carte le
tengo nella tasca sinistra. Questo spiega perché solo dopo un paio d’ore,
in ufficio, infilando casualmente la mano nella tasca destra, mi accorsi che
c’era dentro una carta. Forse il conto del sarto? No. Era un biglietto da
diecimila lire. [...] Nella tasca, le dita avevano incontrato i lembi di un altro
cartiglio; il quale pochi istanti prima non c ’era. [...] Allora provai una terza
volta. E una terza banconota uscì. [...] Cominciai a estrarre le banconote
una dopo l’altra con la massima celerità, dalla tasca che pareva inesauribi­
le. [...] Ma una singolare coincidenza raffreddò il mio gioioso delirio. Sui
giornali del mattino campeggiava la notizia di una rapina avvenuta il giorno
prima. [...] Poteva esistere un rapporto fra la mia improvvisa ricchezza e il
colpo brigantesco avvenuto quasi contemporaneamente? [...] Quella notte
non riuscii a chiudere occhio. Era il presentimento di un pericolo? O la tor­
mentata coscienza di chi ottiene senza meriti una favolosa fortuna? 0 una
specie d i .......................................... ?
(D. Buzzati, La giacca stregata)
Indica l’espressione che è ragionevole supporre sia stata omessa nel testo:
□ assurda superstizione
0 immotivata preoccupazione
0 insonnia fastidiosa
□ ridicolo sospetto
0 confuso rimorso
76 T e s t di lo g ic a

8 Un accesso d i singulti appassionati la soffocò. Si raggomitolava p e r


terra come una creatura ferita e Dorian Gray la guardava dall’alto co i suoi
begli occhi e le sue labbra finemente disegnate si atteggiavano a ..............
.............................Le emozioni d i coloro che non amiamo p iù hanno sempre
qualche cosa d i ridicolo. Sybil Vane g li appariva scioccamente m elodram ­
m atica; le sue lacrim e e i suoi singhiozzi g li urtavano i nervi.
(O. Wilde, Il ritratto d i Dorian Gray)
Indica l’espressione che è ragionevole supporre sia stata omessa nel testo:

□ un supremo disprezzo
OJ una profonda compassione
0 un’incontrollabile passione
0 un contenuto Imbarazzo
0 una rabbia feroce

9 L’uomo che m orrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo
alla rivolta. Si dice che avesse relazioni con g li insorti d i Birkenau, che ab­
bia portato arm i nel nostro campo, che stesse tramando un ammutinamen­
to simultaneo anche tra noi. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tede­
schi non comprenderanno che la m orte solitaria, la m orte d i uomo che g li
è stata riservata, g li frutterà gloria e non infamia.
[...] La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a
suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti
agli ultim i frem iti del morente.
A i pie di della forca, le SS c i guardano passare con occhi indifferenti: la loro
opera è compiuta, e ben compiuta. I russi possono orm ai venire: non vi
sono più uom ini fo rti fra noi, l ’ultim o pende ora sopra i nostri capi, e p e r g li
altri, p och i capestri sono bastati. Possono venire i russi: non troveranno
c h e .......................................... , noi spenti, degni orm ai della m orte inerme
che c i attende.
(P. Levi, Se questo è un uomo)
Indica l’espressione che è ragionevole supporre sia stata omessa nel testo:
□ noi supplici
0 noi indignati
B noi domati
0 noi in attesa di liberazione
0 noi irriducibili
4 Indice dei nomi
Maritain, Jacques, 43
Am m aniti, Niccolò, 75
Mill, John Stuart, 27, 30
Apel, Karl Otto, 55-56, 57, 59, 60
Aristotele, 10, 15, 19,20, 21, 22, 26
N ietzsche, Friedrich Wilhelm, 8
Bentham , Jeremy, 13, 27, 28, 30 Nussbaum, Martha, 26-27
Buzzati, Dino, 75
O rofin o, Marco, 62
Da Re, Antonio, 61
Donagan, Alan, 65 P eirce, Charles Sanders, 6,47
Dostoevskij, Fëdor Michajlovic, 73 Platone, 22
Popper, Karl Raimund, 7
ET
Engelhardt Jr., Hugo Tristram, 9
g«3 P aw ls, John, 36-40, 60, 65
r oot, Philippa, 50 Ricoeur, Paul, 61
Rifkin, Jeremy, 11,13
G adamer, Hans Georg, 62 Russell, Bertrand Arthur William, 6
Greene, Joshua D., 71
Scarp elli, Uberto, 10
abermas, Jürgen, 55, 57-58, 59, Scruton, Roger, 41
60, 62 Sen, Amartya, 26-27
Hegel, Georg Wilhelm Friedrich, 17
Sidgwick, Henry, 30
Hobbes, Thomas, 13
Singer, Peter, 11-12,13
Hume, David, 12
Socrate, 24
Sofocle, 73
Uonas, Hans, 44-46 Styron, William, 49
ICant, Immanuel, 16, 25, 32-34,
38,42 X aylor, Charles, 22
Kohlberg, Lawrence, 49, 54 Thomson, Judith Jarvis, 51
Tolkien, John Ronald Reuel, 74
Levi, Primo, 76 Tolstoj, Lev Nikolaevic, 74
Locke, John, 13
Lyotard, Jean-François, 9 7 alzer, Michael, 61
Wilde, Oscar, 76
IVIaclntyre, Alasdair, 23-25, 31, 60 Williams, Bernard, 54
Manzoni, Alessandro, 73 Wittgenstein, Ludwig, 7
( Indice dei lessici filosofici
A F
abduzione, 47 falsificabilità, 7
autodeterminazione, 43
azione involontaria, 19 L
azione volontaria, 19 libero arbitrio, 41

c M
comunitarismo, 23
macroetica della comunicazione, 55
D
N
dilemma morale, 49
netiquette, 59
E
etica deontologica, 32 P
“etica” e “morale”, 17 phrónesis o saggezza, 20
etiche teleologiche, 24 principio di universalizzabilità, 34