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Cees Nooteboom

Le volpi vengono di notte

Traduzione di

Fulvio Ferrari

Postfazione di

Marta Morazzoni

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Titolo originale:
’s Nachts komen de vossen
Prima edizione De Bezige Bij, Amsterdam, 2009
Traduzione dal nederlandese di Fulvio Ferrari
Dello stesso autore:
Lettere a Poseidon, Iperborea, 2013
Avevo mille vite e ne ho preso una sola, Iperborea, 2008
Perduto il Paradiso, Iperborea, 2006
Philip e gli altri, Iperborea, 2005
Hotel Nomade, Feltrinelli, 2003
Le porte della notte, Edizione del Leone, 2003
Il Giorno dei Morti, Iperborea, 2001
La storia seguente, Iperborea, 2000
Le montagne dei Paesi Bassi, Iperborea, 1998
Mokusei, Iperborea, 1994
Verso Santiago, Feltrinelli, 1994
Rituali, Iperborea, 1993
Il canto dell’essere e dell’apparire, Iperborea, 1991
Questo libro è stato pubblicato con il sostegno della Fondazione per la
diffusione e la traduzione della letteratura olandese.
© 2009, Cees Nooteboom
© 2010, IPERBOREA S.r.l.
via Palestro 20 – 20121 Milano
Tel. 02-87398098/99 – Fax 02-798919
info@iperborea.com
www.iperborea.com
ISBN 978-88-7091-364-4
In copertina:
P. Gauguin, La perdita della verginità, 1891
(particolare)
©Eric Lessing/Contrasto
elaborazione grafica di Giona Lodigiani

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L’OPINIONE DELL’EDITORE
La Liguria montaliana, Minorca, le coste spagnole, Venezia: i protagonisti di
questi otto racconti si muovono tra città e isole del Mediterraneo,
raccogliendo e ricomponendo frammenti di vite intense ormai perdute,
cristallizzate nel ricordo, nel dettaglio di una fotografia. Ed è proprio dalla
contemplazione di vecchie foto che i personaggi riprendono corpo e vita,
come se quella “scioccante presenza di un’assenza” permettesse loro di
trovare le vie del passato. Heinz, console onorario in un paesino ligure a
picco sul mare, come un personaggio di Hemingway nato per perdersi, con
la sua disperata vitalità, i suoi tuffi perfetti, i litri di gin contro la nostalgia, e
il sogno di trasferirsi sull’isola di Tonga, dove si può con un passo superare
la linea immaginaria che separa l’oggi dallo ieri. Paula, dalla bellezza
sensuale e sfrontata, un tempo copertina di Vogue, insuperabile giocatrice
d’azzardo di cui tutti si innamorano. Un critico d’arte che torna a Venezia
dopo molti anni, alla ricerca del desiderio di quella ragazza americana dai
capelli rossi e dagli occhi di ardesia che credeva di leggere il suo destino
nelle stelle. Attraverso personaggi irrequieti, storie di amore, di perdita, di
gioco e di nostalgia, la scrittura di Nooteboom asseconda le vibrazioni delle
immagini, come se nelle divagazioni del pensiero si rivelasse quell’enigma
inspiegabile che è la vita.

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L’AUTORE

Cees Nooteboom (L’Aia, 1933) vive tra Olanda, Spagna e il mondo,


facendo del viaggiare la sua filosofia. Rivelatosi a soli ventidue anni con
Philip e gli altri, autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, vincitore
dei massimi premi e riconoscimenti internazionali, è definito dal New York
Times “una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei”.

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GONDOLE
Le gondole sono ataviche: non ricordava dove l’avesse letto e non voleva
nemmeno starci a pensare, perché altrimenti, ne era convinto, il pathos
dell’istante si sarebbe in parte dissolto. Un sole basso, la nera forma
d’uccello di una gondola nella nebbia sulla laguna, le pesanti briccole,
solitaria falange in marcia che si perdeva in lontananza nella sua missione di
morte e distruzione sull’invisibile riva opposta, e lui lì, sulla Riva degli
Schiavoni, con una foto ingiallita e mezzo strappata tra le mani: se non era
pathos quello... Lì, più o meno, aveva attraccato la gondola, lì, a quella scala
o a quella successiva, più vicina alla statua della partigiana fucilata semi
immersa nell’acqua, erano scesi. Il tempo era più o meno lo stesso, lo si
capiva ancora dalla foto. Si erano seduti sui gradini e quasi all’istante era
arrivato un giovane ufficiale a dire che la scala doveva restare libera per la
polizia portuale, e aveva indicato un cartello. Dunque adesso doveva cercare
quel cartello, non doveva essere difficile. E se lo trovo? Mi troverò
esattamente nello stesso punto dove mi trovavo quarant’anni fa, e allora? Si
strinse nelle spalle, come se fosse stato qualcun altro a fargli quella
domanda. E allora niente. E proprio questo, pensò, era il punto.
Aveva accettato l’incarico di scrivere qualcosa sulla mostra di Palazzo
Grassi per poter compiere quello strano pellegrinaggio. Pellegrinaggio a
un’ombra, no, nemmeno: a un’assenza. La scala l’aveva trovata subito, nelle
città eterne le cose hanno la tendenza a non cambiare, e lì attraccava ancora
la polizia portuale. Il cartello c’era ancora, attaccato al muro di mattoni di
fianco. Ridipinto, questo sì. Si sedette sul gradino più in alto. Il giovane
ufficiale di allora doveva essere in pensione da un pezzo, ma anche se in
quei quarant’anni avesse conservato la sua giovinezza, non avrebbe
riconosciuto l’uomo anziano che se ne stava lì seduto. La foto era stata
scattata da uno sconosciuto che si era messo un po’ più avanti, sul bordo
della banchina, le spalle alla laguna.
Un angolo di trenta gradi, così in lontananza si vedeva anche il Palazzo
Ducale. Osservò la foto, e come sempre si stupì della sua inaffidabilità. Non
solo una foto poteva raffigurare una morta, ma poteva anche metterti sul
piatto una versione fuori corso di te stesso, un giovane irriconoscibile con i

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capelli lunghi, in così perfetto stile con la sua epoca da dare alla foto l’aroma
ammuffito di un tempo passato per sempre.
Che avesse ancora lo stesso corpo, questo era in realtà il miracolo. Ma
naturalmente non era lo stesso corpo. Il suo proprietario portava ancora lo
stesso nome, tutto qui.
Quel che voleva davvero dire quella foto, pensò più come una constatazione
che come una forma di tragicità o di autocommiserazione, era che
cominciava ormai a essere tempo che sparisse anche lui. Sedeva alla sua
sinistra, allora. Lei teneva la testa alta, sorridendo all’ignoto fotografo, i
capelli rossi erano tirati un po’ indietro e anche il suo corpo leggero si
piegava un po’ all’indietro, appoggiandosi al muro che costeggiava la scala e
coprendo in parte il cartello. Guardò l’acqua grigiastra che si muoveva piano
in fondo alla scala. Era sorprendente che tutto fosse rimasto uguale! L’acqua,
la forma delle gondole, il gradino di marmo su cui stava seduto. Solo noi
scivoliamo via, pensò, lasciandoci dietro la scenografia della nostra vita.
Passò la mano sulla superficie di pietra granulosa accanto a sé, come per
sentire la sua assenza. Sapeva bene che tutti i pensieri che si potevano avere
al riguardo erano cliché, solo che nessuno aveva mai risolto quegli enigmi.
“Realtà e perfezione sono per me la stessa cosa”: di chi era quella frase se lo
ricordava. Si poteva dubitare che Hegel si riferisse alla situazione in cui si
trovava lui, comunque sembrava adattarsi bene. Provava uno strano
entusiasmo perché le cose erano quelle che erano, perché non c’era pensiero
che le potesse dissolvere. La morte era qualcosa di naturale, ma si
accompagnava a forme quasi intollerabili di dolore, tanto immense da
desiderare di perdersi dentro per abbandonarsi alla perfetta realtà del
mistero.
L’inizio era stato semplicissimo. Un’isola greca, la casa di amici di amici,
tutto organizzato da loro perché faceva così pena dopo la sua separazione.
Non era abituato a essere solo, era affamato di tutto ciò che sapeva di donna.
Una stradina di pietra lungo il mare, dove camminavano o passeggiavano
tutte quelle figure femminili cui avrebbe voluto rivolgere la parola, ma non
osava farlo per paura di essere cacciato via tra le risa come un imbecille.
«Aggattarle» diceva il suo amico Wintrop. La parola era bella, ma non ne
era mai stato capace. Com’era quel verso di Lucebert? “Vagabondo la sera
lungo scafi di donna”. Era così, in ogni caso. La passeggiata, avanti e
indietro, e poi di nuovo. Passeggiare, vagare, guardare. Hydra, barche di

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pescatori bianche nella notte che si faceva scura, dolcemente cullate,
illuminate dalle luci al neon. Rondini, cipressi, o se lo stava inventando
adesso? C’erano già le luci al neon? Ma perché i suoi ricordi avrebbero
dovuto essere veritieri? Mettici una luce gialla di lampioni, ascolta il
richiamo di una civetta, guarda le forme nere dei pini. Il mare rimane lo
stesso e batte piano contro la banchina. Tutto il resto è intercambiabile,
l’arsenale con cui si arreda la memoria.
Non assomigliava a una nave quando gli passò davanti. O forse sì: molto
leggera, con una sola piccola vela, pareva librarsi al di sopra dell’acqua.
Doveva essere stato così ridicolo il modo in cui si era alzato di scatto dal
molo facendo il gesto di un agente che vuol fermare il traffico. E fu
addirittura quel che disse: STOP! Ancora adesso ne provava imbarazzo.
Anche se anni dopo, in California, quando tutto era ormai finito da tempo,
ne avevano riso tante volte. Fu così sorpresa che si fermò immediatamente.
Strano, non ricordava più se erano usciti insieme già quella prima sera.
Rimasero a parlare a lungo in un bar sul porto. Americana, con un nome
italiano. Sedici anni, diciotto, avrebbe voluto saperlo, ma non osò chiederlo.
Aveva visto allora i segni che si era disegnata sulle mani e sulle braccia, i
segni dello zodiaco, non tatuati, come se ne vedono parecchi oggi, ma
tracciati con l’inchiostro nero sulla pelle bruna. Le aveva chiesto che cosa
fossero, e lei aveva risposto soltanto: oh, io sono una strega. Anche di
questo avrebbero riso in seguito, ma lui aveva conservato le sue lettere di
quell’epoca, piene di chiacchiere su magia e incantesimi: fantasie che, come
capì presto, non avevano alcun significato, ma che sul momento lo
eccitavano. Si adattavano bene al periodo, ma soprattutto a quei capelli rossi,
a quegli occhi color ardesia, alla voce sorprendentemente profonda, un po’
roca. Nei giorni successivi aveva dormito da lui nella grande casa bianca. Da
lui, ma non con lui. Era la condizione. Si lasciava accarezzare guardando
dall’altra parte, poi scivolava in un sonno profondissimo, con l’assenza di
un animale per cui il mondo non esiste più. Lui si sentiva un po’ ridicolo e
superfluo, ma la fiducia che gli dimostrava lo commuoveva. Meglio la
compagnia dell’amore: aveva scritto qualcosa del genere nel suo diario. In
seguito quel diario l’aveva buttato via e ora gli dispiaceva, quella frase
comunque non l’aveva dimenticata. Qualche giorno dopo tutto era cambiato.
Forse se lo stava inventando adesso, ma gli sembrava che lei avesse indicato
uno di quegli strani segni che si era disegnata anche su altre parti del corpo e

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avesse detto qualcosa del tipo che era giunto il momento. Qualcosa che
aveva a che fare con i pianeti, tutte storie che già allora gli sembravano
idiozie.
In amore era astuta e infantile insieme, altre parole non gli venivano in
mente. «Astuta» non l’aveva mai convinto, era la parola sbagliata, qualcosa
di consapevole e forse anche di calcolato, ma neppure queste erano le parole
giuste. Lui ne era eccitato perché attraverso quel voluto infantilismo si
infiltrava un elemento di gioco proibito, come se lei volesse insinuargli che
andava a letto con una bambina, una sensazione che non aveva mai più
provato, né prima né dopo.
Tornò indietro in direzione della città. La mostra di Piero della Francesca
l’aveva toccato nel profondo. Perché dovesse trovarci un parallelo con
quella storia così lontana non lo capiva, forse solo perché sia il pittore che il
ricordo gli occupavano la mente in quel momento, o forse perché in quei
quadri c’era qualcosa di inaccessibile, qualcosa che corrispondeva alle brevi
settimane in cui erano stati insieme. Non si poteva dire che fosse misteriosa,
la storia della stregoneria era pura idiozia, ma la sua presente assenza di
allora al suo fianco gli faceva pensare alle ieratiche figure dei quadri. Si era
davanti, si desiderava penetrarvi con tutte le proprie forze, ma era un mondo
a cui non c’era accesso. Non aveva la minima idea di cosa scrivere nel suo
pezzo, come non sapeva che fare dei suoi ricordi.
Avevano preso un treno, allora, e avevano attraversato la Grecia per
raggiungere la Yugoslavia. Del viaggio non ricordava altro che misere
camere d’albergo e un’aureola di capelli rossi sul cuscino. Una notte a
Belgrado, in una specie di birreria all’aperto: uomini sovreccitati avevano
offerto loro dello slivovitz e si erano gettati dietro le spalle i bicchieri, che
erano andati in pezzi sulla ghiaia. Poi erano arrivati a Venezia. Aveva
dimenticato in quale hotel, ma non il luogo dove era stata scattata la foto. Si
voltò e tornò indietro.
In realtà era inconcepibile che le persone sparissero così dalla vita. Si
dovrebbero poter vivere cento vite parallele. L’addio alla grande stazione, lo
stordito vagabondare sulla Fondamenta di Santa Lucia, d’un tratto di nuovo
solo, un uomo in una folla a passeggio che aveva appena vissuto
l’improvviso dissolversi di qualcuno nel mondo: un magro, esile braccio dal
finestrino di un treno, poi il treno stesso che svaniva sul Ponte della
Ferrovia, un rettangolo con delle luci, e poi più niente. Nell’oggi di

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quarant’anni dopo fece ritorno alla camera d’albergo e sfogliò il catalogo
della mostra. Un’idiozia, naturalmente: cercava un legame con Piero della
Francesca.
Che cos’era stata? Una figlia dei tempi del flower power, e lui, nella sua
solitudine, era anche troppo disposto a innamorarsi e ad ascoltare le sue
chiacchiere sui pianeti e le stelle che, secondo lei, si immischiavano nelle
loro vite. Come se non avessero altro da fare!
Ma mentre la sua voce, la notte in riva al mare, tracciava meandri intorno a
Saturno e Plutone, come se fossero esseri viventi che dall’universo
tessevano i fili lungo cui si sarebbero svolte le vite di una diciassettenne di
Mills Valley e di un critico d’arte free lance di Amsterdam, lui aveva provato
un incanto difficilmente spiegabile, un incanto che non era dovuto alle sue
parole, ma al grigio ardesia di due occhi che parevano illuminarsi nel buio.
L’amore era il bisogno d’amore, questo l’aveva capito. I piani di un
insieme di sfere inerti di gas e di ghiaccio disperse nell’universo erano una
storia che gli esseri umani si raccontavano per ritrovare un’appartenenza
qualsiasi, ora che le altre fiabe avevano perso credito. Se non si era capaci di
sopportarlo, non si doveva neanche gridare stop per strada a una passante a
caso.
Tornato nel suo appartamento vuoto di Amsterdam, aveva aspettato le
lettere scritte in quella grafia americana antiestetica e quasi infantile, con
mezzo zodiaco e i simboli siciliani contro il malocchio disegnati ai margini,
ora si chiedeva cosa diavolo le avesse risposto. Chi dei due avesse smesso
per primo di scrivere l’aveva dimenticato, ma non l’eccitata sorpresa di
quando, vent’anni dopo, era inaspettatamente arrivata di nuovo una lettera
scritta nella stessa goffa grafia. Aveva letto il suo saggio su Jacoba van
Heemskerck in un catalogo di arte spirituale pubblicato in occasione di una
mostra a San Francisco. Le erano successe tante cose, scriveva. Si era
sposata, separata, aveva due figli e dipingeva quadri che forse
assomigliavano un po’ a quelli di Jacoba van Heemskerck. Aveva allegato
due foto: superfici nebulose in un colore che ricordava quello dei suoi
occhi, grigie con punti luminosi che si libravano al loro interno. Arte per le
pareti di un centro di meditazione. Non aveva avuto fortuna, ma il buddismo
l’aveva aiutata molto. C’era un monastero vicino a lei che le dava molta
forza, se non fosse stato per i figli vi sarebbe entrata. Aveva pensato spesso a
lui, e doveva esserci qualcosa come una parentela delle anime se lui scriveva
sui quadri di Jacoba: in America non la conosceva quasi nessuno, ma per lei

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era stata una grande fonte di ispirazione, e soprattutto una consolazione,
perché nella vita le erano capitate brutte cose con cui ora non voleva
annoiarlo. Sperava che la lettera gli arrivasse, e pensava che la visita alla
mostra fosse stata un segno. Perché non era strano che le persone potessero
perdersi così l’un l’altro nel mondo? Che non si sapesse più neppure se uno
era vivo o morto, quando comunque si era fatto un viaggio insieme, si era
condivisa un’esperienza? In realtà all’epoca era ancora una bambina, aveva
vissuto in una specie di sogno, con quella vecchia casa a Hydra e il lungo
viaggio in treno attraverso quei paesaggi aridi, e infine Venezia, dove
sperava di tornare un giorno. Probabilmente aveva detto un mucchio di
sciocchezze a quel tempo, santo cielo, ma lui l’aveva rispettata com’era
allora e lei gliene era grata, avrebbe potuto anche andare diversamente. Non
sapeva se lui poteva capire cosa intendesse, quello che voleva dire era che
non aveva abusato di lei. Sperava fosse chiaro che non voleva niente da lui.
Ma che era un miracolo che tra i miliardi di esseri umani che popolavano la
terra loro due si fossero ritrovati. Naturalmente non era necessario che
rispondesse, non era quello che cercava, anche se le avrebbe fatto piacere
sapere se stava bene.
Non benissimo, sarebbe stata la risposta giusta. Ma non l’avrebbe scritto, e
nemmeno che il saggio su Jacoba van Heemskerck era stato su commissione,
che lui rispettava l’opera di quell’artista, ma che la trovava anche un po’
inconsistente, e che a suo parere l’attuale risveglio di interesse rientrava in
quella generale nebulosità che negli ultimi anni si era impossessata degli
animi, una nebulosità di cui lei, la sua corrispondente, era stata in realtà tra i
precursori. Il colore c’era, certo, e forse con la stessa tensione che in
Kandinsky, ma non il racconto di cui lui era alla ricerca. Quell’arte era una
pura e semplice reazione al XIX secolo, che lui detestava. Invece scrisse che
stava lavorando a una tesi su Piero della Francesca. Conosceva quel pittore?
E che sì, era contento che gli avesse scritto. E se si fossero rivisti? Aveva
ancora la foto in cui lei era seduta su una bitta sulla Riva degli Schiavoni,
gliene aveva spedita una copia, all’epoca? Non ricordava. E anche quella
storia del XIX secolo non era vera. Flaubert, Stendhal, Balzac: già loro erano
la reazione all’antica indolenza in cui era rimasta soffocata tanta speranza, gli
bastava guardare le prime foto dell’epoca, la staticità di quei lunghi tempi di
esposizione, per sapere che mai avrebbe voluto vivere in quell’anticamera
del modernismo. Quella foto! Una ragazza su una bitta tanto grande che

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avrebbe potuto ormeggiarci una nave. Un vestito leggerissimo, con qualcosa
di viola, da cui spuntava l’effimero volto di un essere umano, caducità
pronta a essere spazzata via. Una Madonna del Bellini, ma non l’aveva detto.
Chi ha studiato la storia dell’arte deve diffidare di ogni paragone. E tuttavia,
anche senza il bambino, era una Madonna. Anche in lei un’ombra sul lato
sinistro del volto che non presagiva niente di buono, occhi quasi rivolti
dentro di sé, che già cento volte avevano visto la tragedia del bambino che le
sedeva in grembo, con lo sguardo rivolto altrove, e poi il bambino: un
decrepito filosofo consapevole che l’amorevole mano della madre non
sarebbe riuscita in alcun modo a proteggerlo nell’ora della morte.
Prima ancora di aver finito di leggere la sua lettera la decisione era presa:
sarebbe andato a trovarla. E così fece. Rientra nella categoria degli esercizi
privi di senso, aveva detto un suo amico, ma lui non la pensava così. Le
cose dovevano essere portate a termine.
Questo comportava un viaggio in America, una donna che ti aspetta in un
aeroporto di San Francisco, qualcuno in cui vedi all’istante quanto sei
invecchiato. La gente è davvero fantastica, dovrebbe ricevere premi in
continuazione. Il rapidissimo sguardo con cui si erano valutati a vicenda in
un secondo, una foto interiore estremamente nitida, di cui per ora non
avrebbero parlato. Sottili rughe intorno agli occhi, i capelli che hanno
conservato quel fulgore rosso, su cui però si è steso un velo, la scrittura del
tempo da cui scaturiva un improvviso cameratismo, forse una tenerezza. Più
amore di allora, questo lo capì subito, e un amore che non sarebbe servito a
nulla, anche questo lo capì subito. La vulnerabilità era aumentata. Una casa
di legno, in un sobborgo di un sobborgo, acquerelli nello spirito di Rudolf
Steiner, arte che non gli era mai piaciuta, cose che avrebbe dovuto dire
prima e su cui ora riuscì a mentire con una naturalezza di cui era il primo a
stupirsi. Vivi ancora in un mondo di sogno, disse, e lei, fedele a se stessa,
dichiarò più o meno che era stato Saturno a dipingere quelle macchie
indistinte, in una settimana di estasi suprema, notte dopo notte si era sentita
pervadere di energia, quando tutto fu finito si era sentita vuota come mai
prima, vuota ma felice.
Poco dopo aveva visto quella mostra e aveva compreso che si era trattato
di un segno, che doveva scrivergli. Mai però avrebbe pensato che sarebbe
venuto.
«Servigio d’Amore» era l’espressione che gli era venuta in mente. Era

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venuto per portare a termine qualcosa.
Da non confondere con porre fine. Qualcosa era rimasto aperto. In genere
restava così: qualcosa accadeva, poi interveniva la distanza, il tempo,
l’usura, l’oblio. Di tanto in tanto un pensiero, un vago ricordo, era normale,
il corso delle cose. Sempre che non fosse impossibile darsene pace.
Qualcosa doveva ancora avere luogo, una verifica, un addio, in qualche
forma. Le cose dovevano essere portate a termine, non solo per se stessi, ma
anche per l’altro, a meno che quell’altro non ne sentisse il bisogno. Questo
era andato a fare a Mills Valley. E questo stava facendo di nuovo ora, dopo
la sua morte, a Venezia.
Brutte cose? Aveva scritto così, no? Sì, ma adesso non ne voleva parlare.
Potevano fare una passeggiata? Sul mare? Il tempo era bello, c’era un po’
di vento, ma era adatto alla situazione. O era troppo stanco? No, aveva
voglia di sentirsi investire dal vento. Ma nuotare non era possibile. In primo
luogo per la corrente fredda, e poi per il violento riflusso delle onde: era
bellissimo ma pericoloso. Era vero. Marin County, McClure’s beach, una
lunga discesa, a destra e a sinistra campi con alci giganteschi cui era
impossibile avvicinarsi. Era la stagione degli amori, di tanto in tanto li si
sentiva lanciare i loro richiami. Allora si gettavano uno contro l’altro con le
immense corna. Giù in basso era il regno della risacca, muraglie d’acqua che
ti precipitavano incontro, piovanelli che si allontanavano zampettando dalle
onde e scrivevano il loro minuscolo alfabeto sulla sabbia. Il frastuono era un
organo furioso, il luogo dove portare a termine un racconto iniziato vent’
anni prima. Allora ti metti a urlare contro il vento.
Una maledizione, un destino che non si intona ai colori del paesaggio, né ai
colori infantili dei vecchi, alle case di legno chiaro, alle imitazioni di una
pittrice olandese dell’epoca antroposofica. Per questo devi rivolgerti alla
violenza dell’oceano, devi gettare le frasi in faccia al vento, ascoltare una
voce di donna sul fondo della risacca, che grida di un poeta fuggito, di un
bambino drogato, di un male come una bomba a orologeria, ma tutto questo
ormai l’ho accettato.
Un po’ tanto, eh? aveva detto poi lei in auto. Questa era la frase che l’aveva
accompagnato a Venezia: un po’ tanto. Si erano scritti ancora qualche lettera,
ma le domande sulla sua salute lei le aveva ignorate. I pianeti e le stelle
erano più che mai i suoi compagni, scriveva. Aveva la sensazione di essere
elevata al cielo. Gli aveva destinato un disegno, che avrebbe ricevuto al

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momento venuto. E niente pietà: era appena tornata dalla spiaggia, un
tramonto indescrivibile, una lunga scia rossa verso la riva dove erano stati
insieme, avrebbe potuto raggiungere il sole camminando sull’acqua.
Una settimana dopo, o forse un po’ più tardi, arrivò l’acquerello che aveva
visto a casa sua, e che non avrebbe appeso. E insieme le sue lettere degli
ultimi mesi, e quelle di vent’anni prima, che ora gettò in acqua senza leggere.
Ci sono cestini dei rifiuti apposta, disse una voce alle sue spalle. Non rispose
e rimase a guardare i fogli bianchi fluttuanti che andavano lentamente alla
deriva sull’acqua cinerea del colore della sera, finché passò una gondola e
non li vide più.

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TEMPORALE
Sono già io un barometro, le aveva detto mentre erano lì, davanti al
barometro. Me lo sento nello scheletro. Un altro avrebbe detto «nelle ossa»,
ma Rudolf disse scheletro perché sapeva che Rosita l’avrebbe trovato
irritante. Sapeva anche perché lo trovava irritante, il che era ancora peggio.
Lei prendeva tutto alla lettera e quindi si vedeva davvero davanti uno
scheletro, cosa piuttosto spiacevole. L’epoca delle vanitas è passata, gli
disse, neanche tu ti tieni un teschio sulla scrivania. Se tu me l’avessi detto
un’ora fa non avrei fatto sesso con te. Nessuna voglia di avere uno scheletro
sopra di me. Lo immaginava: costole che sbattevano una contro l’altra,
teschi che si mordevano a vicenda. A volte sei proprio uno stronzo. Solo
perché cambia il tempo. Lui non rispose, perché era vero, sia una cosa che
l’altra. All’improvviso l’estate non c’era più. Grigi castelli di nuvole, il
bianco delle case spagnole si era fatto a un tratto opaco, e presto il giardino
sarebbe finito allagato, perché quando la pioggia veniva, veniva sul serio, a
secchi. E l’inevitabile malinconia. Porte rimaste aperte tutta l’estate
dovevano chiudersi, le lunghe passeggiate lungo la riva dovevano essere
anticipate: un vuoto oscuro si insinuava tra il calare della sera e il momento
in cui in Spagna si poteva andare a cena. Il che voleva dire incominciare
prima a bere in un bar o starsene in casa – una casa che all’improvviso non
era più tanto confortevole – a leggere accanto a una stufa elettrica, un po’
infreddoliti. Era insopportabile che a lei non desse fastidio. A pensarci bene,
in realtà, non c’era niente che le desse fastidio. Non l’insonnia, non la noia.
Le bastava sparire nel suo studio, e lì evidentemente era felice. Come potesse
essere felice una persona che da anni lavorava a una storia del movimento
operaio olandese per lui era un mistero. Tutto quello che gli raccontava, da
Ferdinand Domela Nieuwenhuis fino a Henriette Roland Holst, gli ispirava
una profonda diffidenza. Tutta gente con il doppio cognome che si era così
seriamente impegnata in favore della classe degli sfruttati. Adesso che era
passato un secolo, i membri della classe che avevano tanto voluto
emancipare, se ne stavano arrampicati su una scala, tatuati come Maori e con
la radio a tutto volume a dipingere la casa del vicino. Miagolii e pestar di
piedi, le voci grasse dei dj popolari, l’eloquio triviale delle nuove celebrità in

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televisione, eroi stagionali di una qualche soap opera. Vorrei proprio vederli
tornare una volta, diceva allora, i Gorter e i Van Eeden. Si prenderebbero un
colpo dallo spavento. Eccola realizzata, la dittatura del proletariato, l’arte per
il popolo. “Vedo i lavoratori danzare in argentee schiere sulla riva
dell’oceano”, un verso del genere. Gorter, credo. Anche questo si è
realizzato, alla discoteca di Torremolinos. La sua risposta in genere si
limitava a un canticchiare sommesso che lui non sapeva mai con certezza se
interpretare come una manifestazione di disprezzo o di profonda pietà. Era
un ronzio leggero, acuto, simile al mormorio di un uccello, come se fosse già
sul punto di volar via e abbandonarlo.
Ma in realtà non ne aveva nessuna intenzione. Quando ti ho comprato, le
tue lagne erano comprese nel prezzo, gli aveva detto in uno dei suoi rari
momenti di rimorso. Si era innamorata di un uomo che intagliava statuette di
legno, che era un barometro e che soffriva di eclissi di sole. Non appena il
sole spariva bisognava ricorrere a risorse segrete, elaborare strategie per
respingere una cupezza che minacciava di impadronirsi di tutto. La notte e
l’inverno erano i suoi nemici naturali. Allora il legno rimaneva intatto nel
suo laboratorio, non veniva intagliata nessuna creatura di sogno e le gallerie
non ricevevano risposta. Diventava come una nave senza rotta che andava
alla deriva nel buio. Lei si rendeva conto che la sua serenità lo infastidiva,
ma sapeva anche che l’insensibilità a quella che lui chiamava la sua bile nera
gli permetteva di resistere finché non si fosse abituato al cambiamento di
stagione e all’oscurità che comportava. La strategia migliore era quella di
tirare diritto.
E se andassimo a San Hilario?
Lui si strinse nelle spalle. San Hilario si trovava a una trentina di chilometri
di distanza. Per arrivarci bisognava attraversare una zona piuttosto selvaggia.
Era una piccola baia con una spiaggia che avevano scoperto quando era
ancora vergine, ora però un promotore immobiliare ci aveva costruito un
albergo. Non lontano da lì, sopra la spiaggia, c’era un vecchio bar dove si
poteva mangiare qualcosa, uno di quei locali che gli spagnoli chiamano
chiringuitos. L’interno era tutto bianco, tavoli di plastica, una grande terrazza
in mattoni, sedie di alluminio che producevano uno stridio acuto quando le
si spostava. Con un tempo così scuro le lampade al neon, fuori, dovevano
essere già accese. Il neon serviva, per lei era un dato confermato
dall’esperienza senza bisogno di dirglielo. Un surrogato di sole bianco,

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freddo e oblungo come placebo, che funzionava.
La stagione era alla fine, di turisti ce n’erano ben pochi, o forse nessuno.
Lungo la strada scoppiò il temporale. Le nubi si erano fatte grigie come
piombo, grevi masse che incombevano sul verde degli oleastri come per
divorarli. D’un tratto il paesaggio si rischiarò in modo strano: il primo
lampo. Dopo il lacerante secco tuono che seguì, la grandine si abbatté
sull’auto in raffiche selvagge, martellando sul tetto. Lei si voltò, sapeva che
ora avrebbe cominciato a esaltarsi. Dovrebbe esistere una lingua – le aveva
detto una volta – in grado di descrivere tutti i tipi di nuvole. Granito grigio,
calcare, ardesia, lanugine bianca, rischioso pietrisco. Sapeva che lui ora
avrebbe voluto scendere dalla macchina, immergersi nel temporale.
L’importante era che fosse drammatico. Quello di cui ho bisogno sono
grandiosi eventi di ordine naturale, così si era espresso. Ed eccolo servito,
accontentato al primo cenno, come sempre. Faceva fatica a tenere in
carreggiata la piccola Seat. Un motociclista solitario era sceso dalla sua moto
e per un istante venne intagliato dal lampo nel paesaggio come una statua. Il
parcheggio del bar era quasi vuoto e quando scese dalla macchina si ritrovò
nell’acqua fino alle caviglie. Mentre correvano verso la terrazza coperta
sentivano il fragore della risacca acuito dal fischio della tempesta. Il grigio
del mare si fondeva con il grigio del cielo, si distingueva a stento l’isoletta
davanti alla costa.
Sparse per la terrazza c’erano cinque persone. Due donne in impermeabile
un po’ più avanti, un nero solitario in camicia gialla che cercava di leggere,
una coppia sposata al tavolo accanto al loro. Quanto basta per un film.
Fu il commento di Rudolf. Lei la conosceva bene quella sua tendenza a
vedere ovunque delle scene di film. Di solito era d’accordo con lui. E qui
tutto tornava. Unità di tempo, di luogo e di azione. Dramma a volontà, con
quel temporale, e a quanto pareva la coppia lì accanto era impegnata in una
fantastica lite soffocata. Lo si capiva ancor prima che fosse pronunciata una
parola. La donna era bella. Scarpe, camicia, impermeabile: tutto quanto
indossava era bianco, e come se non bastasse si dipingeva le labbra con un
rossetto di un colore chiaro quasi fosforescente, quasi volesse adeguarsi al
temporale. Non sembrava avere freddo. A differenza dell’uomo che, avvolto
in una giacca a vento rossa, guardava arcigno per terra, un grande bicchiere
di cognac in mano. Rosita non trovava che la donna le somigliasse, ma
vedeva in quella coppia un riflesso del proprio matrimonio, e non era del

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tutto piacevole. Così non disse niente, tanto più che la sua strategia aveva
funzionato e Rudolf, nella cupezza della burrasca, si era liberato della sua
malinconia. Sembrava che tutta l’elettricità che c’era là fuori lo ricaricasse.
Vide che osservava la donna che stava cercando di fotografare i lampi con
una piccola macchina digitale.
Dal modo in cui la guardava capì che stava pensando a una scultura, un
giorno ne sarebbe venuto fuori qualcosa. Non sapeva se fosse possibile
aggrottare una bocca, ma le sembrava proprio quello che faceva, quel modo
strano, avido e teso, di stringere le labbra mentre seguiva ogni movimento
della macchina fotografica che la donna in bianco alzava ogni volta con un
istante di ritardo rivolgendola verso i lampi. E che lampi! Da quelle parti i
temporali erano fenomeni di un ordine superiore. Lunghe strisce di luce
bianca accecante, a volte più di una allo stesso tempo, e i colpi sempre più
forti che seguivano, sempre più vicini.
Smettila con questa scemenza, disse l’uomo chiuso nella sua giacca a
vento. In tedesco, a voce alta, certo di non essere capito. Rosita aveva fatto
la sua ordinazione in spagnolo, e poteva anche passare per una spagnola. La
donna scattò un’altra foto, controllò se questa volta aveva preso il lampo.
Stronzo. Sei davvero uno stronzo. Lo disse in tono calmo, sereno, quasi
come se si trattasse di un’informazione per i viaggiatori.
Lasciami in pace o tornatene in albergo. Io vado avanti finché ne... Il resto
della frase fu coperto da un tuono così forte che la terrazza si mise a tremare.
Quello in ogni caso non lo prendi, disse l’uomo.
Al tuono successivo andò via la luce. Solo al chiarore dei lampi si riusciva
ancora a scorgere il fitto recinto di rami che separava la terrazza dalla discesa
verso la spiaggia. E anche le onde schiumanti che si rompevano sulla riva.
Evidentemente la donna stava ancora cercando di fotografare la scrittura
elettrica che, simile a un alfabeto sminuzzato, correva lungo tutto l’orizzonte,
perché sentivano gli striduli scatti della macchina e di tanto in tanto
intravedevano il tremolare di una lucina rossa. Nei pochi secondi che
passarono prima che le luci al neon si riaccendessero l’uomo doveva averle
tolto la macchina fotografica di mano. L’apparecchio si trovava ora in mezzo
a una grande pozzanghera sul bordo della terrazza. La donna gli diede uno
schiaffo e ripeté quella parola, questa volta sottolineata dal rumore della
sedia di alluminio che si rovesciava mentre l’uomo si alzava di scatto. Con il
bicchiere di cognac in mano si diresse come un robot programmato verso la

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scala che conduceva alla spiaggia. Il cameriere, che era rimasto a guardare la
terrazza protetto dalle finestre, uscì fuori, ma fu preceduto dall’uomo di
colore che corse verso la scala che l’altro aveva cominciato lentamente a
scendere. Quel che Rosita non avrebbe più dimenticato era la terribile
alternanza di luce e tenebra che faceva apparire e sparire di continuo l’uomo
con il bicchiere in mano, come se l’oscurità l’avesse inghiottito. Ogni volta
che lo vedevano, sempre con quel passo da robot, si era avvicinato un po’ di
più al mare.
Quello si annega, disse Rudolf, ma non arrivò a farlo.
Quando il fulmine colpì l’uomo, per un istante sembrò che l’elettricità
fluisse sopra di lui. Scintille liquide, una rapidissima striscia di luce bianca
lungo la forma oscura del suo corpo. Il suo grido riuscì a superare anche il
frastuono delle onde, un rumore di parole frantumate che si perse tra le urla
acute della moglie e un nuovo tuono. Videro il cameriere e il nero chini sulla
forma contorta del cadavere, senza osare toccarlo. Questo accadde solo
molto più tardi, quando arrivarono la polizia e l’ambulanza a sirene spiegate.
All’interrogatorio, durante il quale la donna non smise mai di gemere piano,
nessuno fece parola della lite, come se si fossero messi d’accordo. Solo
dopo che gli agenti si furono annotati il loro indirizzo e gli altri dati, ebbero
il permesso di andarsene. Camminando nel fango raggiunsero l’auto. In
lontananza il cielo era ancora percorso dalla scrittura elettrica, ma di tuoni
non se ne sentivano più, e anche il vento si era calmato. Restava solo la
pioggia, leggera ma insistente.
La strada si era trasformata in un torrente, di tanto in tanto dovevano evitare
dei rami.
Rudolf aveva messo su un CD, musica corale di Kurtág che ascoltava
sempre nel suo atelier. Non era esattamente il genere di musica che piaceva a
Rosita: voci acute e sottili che sembravano innalzarsi a grandi altezze,
qualcosa di sacro dietro la sua porta chiusa, un suono che la escludeva.
D’altro canto sapeva che se risuonava quella musica lui era al lavoro. Quelle
voci mi accompagnano, le aveva detto una volta. Lei aveva provato a
immaginarselo, mentre quei suoni si diffondevano strani, come se stessero
cantando fino al limite del respiro e poi ricadessero l’uno sull’altro in
staccati sempre ripetuti. A volte aveva anche la sensazione di una folla che,
in lontananza, discutesse un terribile segreto, il cui nocciolo le sfuggiva
sempre per via della porta chiusa. Ora, in auto, quelle voci si rivelavano

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improvvisamente consone a quanto era appena accaduto. Rivide la donna in
bianco, d’un tratto silenziosa, mentre veniva condotta all’ambulanza sorretta
da due infermieri e prendeva posto su uno strapuntino accanto alla forma
umana coperta da un lenzuolo. Solo qualche ora prima aveva riconosciuto in
quella coppia un riflesso della sua. Rabbrividì, e con la coda dell’occhio
destro osservò il viso impenetrabile lì accanto. La musica sembrava ora una
lotta tra uomini e donne, con le voci femminili che schioccavano colpi di
frusta. Rabbrividì, e pensò che prima di allora non aveva mai visto nessuno
morire.
Stecchito, aveva risposto Rudolf quando lei gli aveva domandato se
l’uomo era morto. È come dieci sedie elettriche: si sentiva l’odore di
bruciato. Ti prendi una botta colossale.
Per la strada non c’era nessuno. Il giorno dopo quella storia sarebbe stata sul
giornale dell’isola, e sarebbe arrivata gente da tutte le parti per vedere il
luogo del dramma. Non capitava spesso, da quelle parti anche un
tamponamento era un avvenimento. Tutt’a un tratto alzò la mano e disse
accosta un attimo lì a destra.
Vedeva sempre tutto prima di lei, ci era abituata. Sapeva anche che adesso
avrebbe tirato fuori il coltello o la piccola sega che teneva sempre nel
bagagliaio nel caso vedesse un pezzo di legno particolare, che poteva magari
servirgli. Nello specchietto retrovisore vide che tornava un po’ indietro,
attraversava il fossato e spariva nel bosco. Aveva portato con sé la pila
grossa, si intravedeva ancora la luce muoversi tra i tronchi. Abbassò la
musica e ascoltò il suono della pioggia suddiviso in intervalli regolari da
quello dei tergicristalli, tic tac, tic tac. Poco dopo lo sentì chiamare. Accese le
luci intermittenti e scese. Era davanti alle radici di un albero rovesciato e le
chiese di tenergli la pila per illuminarlo. In quella luce gialla il sotto
dell’albero assomigliava a una gigantesca testa di Medusa, le radici contorte
simili a un’enorme chioma rasta, cosparsa di grumi di terra e di sassi. Ebbe
l’impressione che tutti quei tentacoli si protendessero verso di lei e fece
involontariamente un passo indietro. No, più vicino! La sua voce era dura,
come sempre quand’era concentrato. Tolse con la mano un po’ del terriccio
bruno rossastro e cominciò a segare una delle radici, un bizzarro, tortuoso
pezzo di legno che pareva ancora vivo, e naturalmente lo era.
Lo sollevò alla luce della torcia. Aveva una curvatura strana, sembrava un
uomo che gia-ceva a terra e aveva alzato una gamba.

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Sembra un feto, disse lei, ma lui non rispose. Solo quello sguardo, che le
faceva capire di aver detto qualcosa di sbagliato. Tornarono in silenzio
all’auto e depositarono il pezzo di legno nel bagagliaio. Lui canticchiava, si
era dimenticato di rimettere la musica. Per un po’ lei riuscì a non dire niente,
ma alla fine non poté trattenersi dal chiederglielo.
Che cosa succede, in realtà, quando si viene colpiti dal fulmine? Si muore
sul colpo?
No, non sempre. Ma ti prendi una scossa tremenda. Siamo composti per il
settanta per cento di acqua. In realtà si evapora. La resistenza viene dalle
ossa. Se l’era inventato sul momento.
Non lo sai nemmeno tu.
No, è vero, disse lui. Ma quello era morto. Bruciato. Il volto era
completamente carbonizzato. L’acqua è un conduttore, e pioveva.
Rimasero entrambi in silenzio. A casa lui sparì nel suo atelier.
Lei lo sentì sfregare la radice. Il mattino dopo vide che aveva deposto il
pezzo di legno accanto al camino. La curvatura dava l’impressione che
soffrisse, una grande forza l’aveva contorto in una forma innaturale. Ma era
stata la natura a farlo.
Non prenderlo, lascialo lì a seccare.
Alla luce del mattino vedeva la scultura che sarebbe diventato.
Per un attimo, mentre la moglie era di nuovo intenta a fotografare, l’uomo
l’aveva guardata.
Occhi azzurri. Sembrava volesse dirle qualcosa, ma non aveva detto niente.
Lei, per parte sua, aveva sollevato leggermente la mano, poi aveva
ricambiato il suo sorriso.
Il giornale non lo comprò, per non conoscere nomi.

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HEINZ
“What an empty episode!” said Eliza.
“It seems to have no meaning.”
“It has none”, said sir Robert. “So we will not give it one. We will not
pretend that something has happened when nothing has.”

Ivy Compton-Burnett, The Last and the First

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1
Prima un vero e proprio inganno. Osservo la foto di un gruppo di persone,
tra cui ci sono anch’io. Devo far finta di non conoscere né me stesso né gli
altri. Che cosa vedo, allora? No, devo raddoppiare l’inganno. Se guardo
fuori dalla finestra, qui, dove sto scrivendo, vedo un prato, una stretta strada
provinciale che svolta a sinistra. L’asfalto è bagnato. È inverno, ma non c’è
neve come di solito in questa stagione. Gli alberi che ho davanti sono spogli.
Betulle, un abete morto, un piccolo stagno. Lì accanto è sepolto qualcuno,
senza lapide. Dietro, un altro prato, e un altro ancora. Il terreno è molle,
acquitrinoso, l’ho scoperto nelle mie passeggiate. In lontananza, boschi
simili a una nera difensione.
«Difensione» forse è una parola inesistente ma si adatta bene all’inganno.
La lingua è una cosa che si eredita, non si è mai del tutto se stessi mentre si
parla, anche questo aiuta a mentire. Se ci fosse bel tempo riuscirei a vedere
le Alpi, allora la falsità sarebbe ancora più flagrante, perché nella foto sul
mio tavolo non c’è proprio nessuna montagna. Osservo gli altri. Loro –
devo ancora mantenerlo, il momento del «noi» verrà tra poco – si trovano in
un paesaggio mediterraneo. Lontani nello spazio, lontani nel tempo. Un
gruppo di persone sferzate dal vento, in abiti da campagna. Cinque uomini,
due donne, un mezzo cane. Se la foto fosse stata più grande di un centimetro
sul margine destro si sarebbe potuto vedere se anche l’orecchio sinistro del
cane bianco era nero. Un vecchio carro sullo sfondo. Che gioco è far finta di
non conoscere quelle persone? Credo così di riuscire a carpire il loro
mistero? Così, solo guardando? O voglio renderli estranei proprio perché
conosco i loro enigmi? Tutti quanti hanno già vissuto una cinquantina
d’anni, questo è evidente. La povertà per loro non è un problema, anche
questo lo si vede bene. Buona società, abiti da signori di campagna.
Forse tra poco se ne andranno a caccia o a badare ai loro cavalli. Se
qualcuno trovasse questa foto, adesso o tra cinquant’anni, cosa penserebbe?
Se fosse adesso, ne sarebbe incuriosito? Vorrebbe conoscere quelle persone,
una lei? Troverebbe attraenti le due donne, un lui? Tra cinquant’anni le
domande sarebbero altre. Le persone della fotografia saranno nel regno dei
morti, o in un’irreale vecchiaia, e guardare quella foto sarà il malinconico

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esercizio di un attimo fuggente, senza particolari conseguenze. I morti non
hanno molti diritti. Lascio quindi che siano vivi e dichiaro che la foto
raffigura un presente, un presente in cui quelle sette persone guardano fisso
un invisibile fotografo, uomo o donna che sia. Uno solo di loro, l’uomo con
il berretto, ride. Gli altri hanno l’ombra di un sorriso sulle labbra, non di più.
Non sappiamo se conoscono il fotografo (o la fotografa), probabilmente sì,
visto che nessuno si è messo in posa. Stanno semplicemente lì in piedi,
allineati in modo più o meno casuale, con il viso rivolto alla macchina
fotografica. Tra due secondi romperanno la riga, riprenderanno a parlare tra
loro. Bene, scrittore, dove vuoi arrivare? Solo se avessi l’alzheimer non
sapresti più chi sono. Sì, parlo proprio con te. Uno dei sette sei tu, due degli
uomini non li conosci, ne rimangono quattro e di uno di quei quattro volevi
raccontare qualcosa, perché è l’unico a essere morto. Perché tutto questo
mistero? Volevi rendere la cosa più grande di quella che è? I drammi nei
romanzi o nei film sono tali solo perché la durata è stata abolita, perché li
puoi comprimere in qualche serata di lettura o in un paio d’ore di visione, e
poi? Nella realtà certi eventi puoi ancora chiamarli un dramma, ma se vuoi
farne dell’arte, devi concentrare e comprimere, non c’è altro da fare. La
durata era una virtù nel XIX secolo, Stendhal, Trollope. Ma noi non ci
reggiamo più, siamo continuamente distratti. Il nostro caos rende le storie
prive di forma, confuse. In una buona storia il tempo è sia abolito sia
presente. Nelle foto è sempre importante chi non c’è, ma come si fa a
saperlo? Voglio dire: se non conosci le persone fotografate, non puoi
nemmeno sapere chi manca. Questa è la differenza. Heinz è accanto alla
moglie, ma la sua prima moglie non c’è. Heinz? Il quarto da sinistra e il
quarto da destra. Se non si tiene conto del cane si trova esattamente in
mezzo. Nome tedesco, ma non è un tedesco. Il centro. Del gruppo, e di
questa storia. La finzione dell’inganno, dunque, non l’ho mantenuta a lungo,
li conosco benissimo. Perché allora ci ho provato? Posso dirlo dopo, alla
fine?

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2
La riviera ligure. Chi ha letto Ossi di seppia di Eugenio Montale sa cosa
significhi. Dietro la devastazione della costa c’è ancora un paesaggio
classico, chiudi gli occhi e vedi passare un esercito romano diretto verso la
Gallia, verso di noi. Le seppie sono dei molluschi, ma quel che resta di loro
dopo che abbandonano la vita non è una casetta di chiocciola o una
conchiglia, ma il loro scheletro, uno strano oggetto dall’aspetto un po’
calcareo, bianco e ovale, non duro, anzi fragile, un tempo lo si vedeva nelle
gabbiette dei canarini. Non per mangiarlo, penso, ma per mantenere tagliente
il becco dei canterini. Per Montale evidentemente era il simbolo della sua
terra, e non senza ragione. Un calcareo residuo della vita, terreno rossiccio,
fragile arenaria coperta di cipressi e lecci, cactus, limoni. All’interno, alle
spalle della riviera, antiche fattorie come quella davanti a cui ci trovavamo
quel giorno, chissà di che anno: il tempo è sempre la prima cosa a sfuggirmi.
L’uomo con il berretto era il venditore, quello che rideva di più, ma non era
servito a nulla. Nessuno ha comprato niente. Era l’unico italiano della
compagnia, gli altri erano inglesi, tranne Heinz e me, i soli olandesi. Nessuno
di noi abitava nella città sulla costa, le nostre case si trovavano nei vecchi
paesi e sulle colline lì intorno. Adesso naturalmente devo descrivere la foto,
ma prima un avvertimento. Quando è che qualcosa diventa un dramma?
Forse devo tornare all’antica definizione teatrale: la camicia di forza
dell’unità di tempo, luogo e azione. Chi si aspetta qui qualcosa del genere si
sentirà truffato. Dramma sì, ma niente camicia di forza, e quindi niente arte.
Niente acme, niente scioglimento. Gli ultimi tre attori sono stati Heinz, una
colomba e la morte. Io come al solito mi limitavo a guardare e Molly era
fuggita dietro le quinte. Ma si sono presi il loro tempo, il testo era stato già
riposto da un pezzo e la sala svuotata. Tutto durò troppo a lungo. Heinz era
solo con il suo pezzo, come Philip e Andrea, ai due estremi della fila, se non
si tiene conto del venditore. Non per sbaglio, non per caso. Da sinistra a
destra. Il venditore, quello con il berretto, che ride. Possiamo eliminarlo.
Dopo di lui vengono i veri personaggi, le personae. Non dramatis. La prima
è Andrea. Dal basso in alto: scarpe bianche da escursionista, pantaloni neri
attillati, una lunga t-shirt bianca, un corto soprabito bianco di lana bouclé,

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una specie di astrakan bianco, se mai esiste. Forse finto, non so. È una di
quelle donne su cui anche il finto sembra vero. Ha il portamento di una
cavallerizza, ma forse lo penso perché lo so. Una volta ero innamorato di lei,
ci abbiamo anche provato ma non ha funzionato. The Sun come nutrimento
quotidiano, per il resto solo cavalli. Che fossi attratto proprio da questo lei
non voleva crederlo. In your secret heart you are an arrogant intellectual,
you laugh about me. Non era assolutamente vero, ma non c’era modo di
dimostrarlo. Mai visto una donna cavalcare sulle colline alla luce del
tramonto? Un atavismo trionfa sempre su un giornale scandalistico.
Aristocrazia slovena, ma di questo non si parla se si viene dall’Inghilterra.
Too ridiculous. Il padre, antisemita e grande amante dei cavalli, fuggito da
Tito, aveva sposato una ricca inglese. Accanto a lei due metri di nulla,
qualche bianco sacco di grano appoggiato al muro, poi lo skipper
sconosciuto, lì per caso quel giorno. Un viso aperto, cordiale. Niente
soprabito, in mare normalmente fa più freddo. E poi Heinz, massiccio. È lui
il motivo per cui volevo fingere di non conoscerli. Volevo capire se avrei
potuto prevedere la sua distruzione, ma per quanto osservi non c’è niente da
vedere, né ora né tra cinquant’anni. Anche quello che già allora sapevo non
conta. Un uomo massiccio con un dolcevita nero, la giacca aperta, i
pantaloni frusti, le scarpe sbagliate, tutto il contrario di sua moglie Molly, al
suo fianco, ancora a quel tempo. Lei parla lo stesso tipo di inglese di Philip e
Andrea, non quello di Oxford, una lingua che si intona alle Jaguar, al cricket
e ai cavalli, ma anche ai giornali con titoli a caratteri cubitali e carne nuda in
terza pagina. Alta società, niente libri, si è già detto tutto. Espatriati, ma con
la patria a due sole ore di distanza in aereo e la lingua ovunque, a differenza
del fisco. Molly: anche lei occhiali da sole, montatura bianca. Con certe
inglesi puoi star sicuro che non vedrai mai il loro vero volto. Tous les
Anglais sont fous par nature ou par ton, disse Chateaubriand dalla tomba, e
questo vale anche per le donne.
Foulard bianco col nodo allentato, capelli d’un biondo dorato, un tre quarti
in tweed. L’ultima volta che l’ho vista era una vecchia ricurva con un
cagnolino, su una strada di campagna. Non mi ha riconosciuto. Qui le sto al
fianco, in una versione precedente del mio camaleontico io. Dove ora è
appoggiato il mio gomito su questo tavolo tedesco, doveva trovarsi mia
moglie per scattare la foto, il fotografo o la fotografa era dunque una
fotografa. Se seguo la direzione del mio sguardo, grazie alle leggi della
prospettiva posso individuare con esattezza il punto dove dovevano trovarsi

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i suoi piedi, sulla roccia liscia color sabbia. Anch’io ho una cravatta con il
nodo allentato. Attraverso il tempo riesco ancora a vedere quale: verde, a
quadrettini scozzesi. Nella nostra epica marcia dal nulla al nulla, ci lasciamo
dietro un’infinita scia di capi di vestiario. A volte ne sento la nostalgia, e
questo è già un buon motivo per non guardare le vecchie fotografie troppo
spesso. Accanto a me, Philip. Scarpe scamosciate, giacca imbottita, capelli
grigi – già allora – al vento. Ha la stessa voce imperiosa di suo padre, che
una volta mi raccontò quali battaglie si era perso in guerra. Monte Cassino:
troppo gin, era inciampato in un picchetto della tenda; El Alamein: era stato
svegliato troppo tardi dal suo attendente; Gerusalemme: al comando di un
reggimento femminile. Insieme a Heinz, Philip si occupava di case e terreni.
Separato da Andrea per via dei cavalli. Only time for those goddam horses.
Out in the morning at six. Never at home.
Ma il racconto non parla di Philip e Andrea. Parla di Heinz.

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3
Tra tutti i titoli che il Ministero degli Esteri può assegnare, quello di
viceconsole onorario deve essere il più basso. Onorario significa non
remunerato, e vice vuol dire che potrebbe esserci qualcun altro che non ha il
vice davanti al titolo, ma non era il caso di Heinz. Sopra di sé non aveva
nessuno, ed era meglio così. Una cittadina portuale in una zona turistica
dove passano molti olandesi deve avere un consolato. Ci sono olandesi che
all’estero muoiono, vengono arrestati, hanno incidenti d’auto, perdono
denaro, passaporto o entrambe le cose, e allora il braccio possente
dell’autorità patria deve tendersi oltre il confine per dare assistenza agli
sventurati. In cambio il console onorario – di solito un uomo d’affari del
posto che a stento parla nederlandese – ha il diritto di appendere fuori casa
l’insegna con lo stemma del Regno, il che gli conferisce molto prestigio nella
comunità locale. Due leoni dorati che tendono l’uno contro l’altro gli artigli
con le araldiche lingue che fuoriescono dalle fauci spalancate fanno bene
alla ditta che, in genere, ha sede nello stesso edificio. Je maintiendrai c’è
scritto, a lettere dorate anch’esse, sullo scudo allungato e ovale: un motto
che Heinz traduceva ‘“io manterrò’”, un’espressione che è scomparsa
dall’idioma delle giovani generazioni insieme alla conoscenza del francese.
Maîtresses, mantenute, parole morte, sostituite dallo svalutato termine
amica, il che non significava che Heinz non ne avesse una. Per queste cose
c’era la sua segretaria Sigismonda, che all’occorrenza gli rendeva i suoi
servizi anche sotto la scrivania: un’allegra quarantottenne con una “faccia da
cavallo”, come diceva lui, che lo commuoveva. Heinz aveva un carattere
gioviale, che non si intonava né al suo primo nome né al secondo. Heinz
Maximilian: sono cose che ti capitano se hai una madre austriaca, diceva
sempre. Posso già dirmi fortunato che non mi è toccato Adolf.
Torno a quella foto. Un carattere gioviale, è proprio vero? E la malinconia?
E l’alcolismo?
Ma è proprio questo, questa combinazione irresistibile, la ragione per cui
continuo a pensare a lui. È questo che intendevo, del resto, dicendo che non
c’è scioglimento. Lo scioglimento è dato fin dall’inizio perché non c’è
nessun nodo. Un alcolizzato si ammazza con il bere. Sul fondo dell’anima di

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Heinz risiedeva la mélaina cholé, lo spettro della nera bile che lo spingeva
implacabile verso la sua fine, il miracolo era che si mantenesse così allegro.

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Tutto cominciò una trentina di anni fa. Ero seduto con l’innamorata di allora
a un bar del porto. Barche a vela impavesate, una processione sull’acqua, il
primo pescatore con una statua della Santa Vergine, gli altri tutt’intorno,
canti e strombazzamenti, un prete vestito d’oro che benediceva il mare con
l’incenso, riti pagani che probabilmente accadevano in questo luogo anche
prima di Cristo, perché il mare mette una paura che deve essere esorcizzata,
e questo non è possibile senza i sacerdoti. Dobbiamo esserci detti qualcosa,
perché all’improvviso comparve tra di noi una grossa testa rossa e disse:
“Capisco tutto quello che dite”, frase che ti spinge subito a chiederti cosa tu
abbia appena detto di sconveniente. No, al nostro primo incontro Heinz non
aveva un aspetto attraente, e a me non venne nessuna voglia di fare la sua
conoscenza. Puzzava di gin, non si era rasato, ma aveva già chiamato il
cameriere e ordinato qualcosa in nome della patria. Perché dopo quel primo
incontro ce n’è stato un secondo, e poi una serie infinita di incontri, che
sarebbe culminata nell’ultimo, sulla sua terrazza, in quel giorno di tempesta e
di mare color piombo? La risposta, credo, sta di nuovo in una foto. Non
questa, una che Molly mi fece vedere una volta: Heinz il giorno del loro
matrimonio, il volto non ancora disfatto dal bere, un pirata, un bucaniere,
Clark Gable, un uomo con un’aureola di avventura, un filibustiere di cui un
tempo si era innamorata e che poteva avere quante donne voleva perché
irradiava un raro senso di libertà. Ricordo di aver osservato la foto a lungo.
La parola “birbante” è obsoleta, soprattutto se riferita ad adulti, ma
quell’uomo alto, ben fatto, un uomo su una barca a vela, un bicchiere in una
mano e l’altra sul timone, quello era lo spettro del Heinz Maximilian
Schroeder di un tempo, il viceconsole di Sua Maestà in loco, all’epoca
ancora in stato di grazia, libido e umorismo intatti, non ancora preda
dell’alcol, un birbante e – ecco, un’altra di queste parole – innocente, con
un’ombra di cattiveria in quegli occhi spaventosamente azzurri, un uomo,
ein Mensch. Ho evidentemente bisogno di altre lingue per dare un’idea di
lui. E tuttavia, mentre dico ein Mensch, perché voglio nascondere che quella
prima volta, quando la sua faccia rossa da ubriaco mi spuntò accanto, al
porto, ho subito pensato a una testa di maiale? Il mondo dei bestiari pullula

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di forme doppie, ibride: cavalli con teste umane, uccelli con seni femminili,
divinità egizie con volti animali, aquile con corone umane, il Minotauro dal
pesantissimo capo cornuto su un corpo umano improvvisamente così esile.
È il tempo del peccato originale, il difficile congedo dal mondo animale,
l’istante in cui abbiamo perduto la nostra innocenza. Nella nostra nostalgia
per il regno animale abbandonato, da cui abbiamo avuto origine, abbiamo
evidentemente voluto identificarci almeno in parte con ogni sorta di esseri
bestiali, ma, a quanto ne so, mai con i maiali, tranne che in caricature
volutamente offensive.

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5
Il suo trucco più vecchio: un invito nella sua villa al mare, pranzo in
terrazza, vicino alla piscina. E un giro sul suo motoscafo. Il motoscafo era
un fuoribordo di poco valore, la villa una vecchia bicocca di pescatori in
pietra intonacata di bianco, la terrazza era lunga tre metri e coperta da una
tettoia di canne, la piscina era una vasca per bambini costruita in un angolo
della terrazza, arrivava appena alle ginocchia, ci si poteva sedere dentro, di
nuotare non se ne parlava neanche. Lì riceveva i suoi potenziali acquirenti,
pochi dei quali riuscivano a nascondere lo stupore. Quando poi si mettevano
a parlare della piscina, lui faceva un cenno verso l’esterno, verso il mare. La
bicocca si trovava in alto, sopra una caletta che si incuneava tra ripidi scogli.
Buona parte del divertimento consisteva nel tuffarsi da quegli scogli, il che
non era del tutto privo di pericolo perché, soprattutto in basso, spuntavano
parecchie rocce appuntite. A tuffarsi era bravissimo. La prima volta che ci
andai il mare era mosso: sbattuto dalle onde, il ferro da stiro – così chiamava
il suo piccolo fuoribordo – tendeva le funi con cui Heinz l’aveva ancorato a
due ganci arrugginiti fissati alla roccia. Eravamo invitati a pranzo, io e la mia
ex. Philip mi aveva detto che una bottiglia di whisky sarebbe stata il dono
più gradito e ne avevo quindi portata una. Quello che Philip non mi aveva
detto era che la bottiglia sarebbe stata vuota alla fine del pranzo. Io non bevo
superalcolici durante il giorno, e anche le donne hanno bevuto solo vino.
Non era un film, la vita quotidiana non lo è mai, ma a volte bisogna provare
a vedere le scene di tutti i giorni come se fossero un film. Allora vengono
illuminate da una luce particolare, frammenti isolati di dialogo sembrano
scritti da uno sceneggiatore di second’ordine, non privo però di umorismo, e
il microfono coglie scambi di battute che non c’erano nel copione. La
macchina da presa ha descritto di tanto in tanto una panoramica che si
spingeva fino all’isola rocciosa in lontananza, riprendeva la testa di un
nuotatore solitario in lotta contro le onde e zoomava poi sul volto
pallidissimo di Molly proprio nell’istante in cui Heinz la definiva “quell’oca”
che ancora non sapeva una parola di nederlandese. Forse al momento di
quel secondo incontro era ancora più porco della prima volta che ci eravamo
visti, ma la mia trasformazione aveva già avuto inizio. Se è vero che esiste

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un amore che non ha nulla a che fare con l’eros, e se è altresì vero quel che
ha detto Platone, che l’amore non sta in chi viene amato, ma in chi ama, io
avevo cominciato, già allora, ad accogliere quell’uomo che sempre più
assomigliava a un satiro, quell’ubriacone abbrutito che non si ubriacava
mai… già, ad accoglierlo in che cosa? Ho straordinariamente poca voglia di
mettermi a parlare di me stesso, ma qualcosa devo pur dire. In un gruppo di
amici intimi? In realtà non ce l’ho. Ho qui e là, sparse per il mondo, persone,
uomini e donne, che sono il sale della mia esistenza, diciamo così. Una
metafora per metà culinaria, che non porta molto lontano, ma insomma.
Persone per cui si prova dolore quando muoiono, ma anche, e qui sta il
punto, prima di quella fatale separazione, esseri per cui si può provare
dolore mentre ancora ti fanno ridere. Persone vulnerabili, idioti feriti, donne
che sfidano il loro destino, cavalieri dalla triste figura, uomini circondati da
un’aura di sventura. Non voglio sapere cosa questo riveli di me stesso, non è
che debba fare di me un santo, forse si tratta di compassione e forse sono la
mosca attratta dall’odore di cadavere, chissà, magari mi rassicura la tragedia
annunciata di qualcun altro perché non sarà su di me che si abbatterà, chi
può dirlo.

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Film. Il viceconsole onorario si è seduto nella vasca per bambini. Canta. È
una canzone senza parole. È la sua canzone preferita, nel corso degli anni la
sentirò cantare centinaia di volte. Ricorda una musica di ottoni, araldi che
annunciano l’arrivo di sovrani. La sento adesso, mentre scrivo. La testa di
maiale ha perso la sua maialità, attraverso il whisky e gli strati di grasso
traspare lo spettro di Clark Gable, con la pancia di Bacco e un ciuffo bagnato
che gli copre parte della fronte. Bacco, Heinz e Clark sono felici. Forse Heinz
è stato l’unico bevitore felice che io abbia mai incontrato. Nessuno meglio di
lui sapeva nascondere la propria mélaina cholé, doveva morire per farla
affiorare in superficie. Ho aiutato Molly a lavare i piatti, non del tutto saldo
sulle gambe. Il whisky era caro, il vino era quello del supermercato, roba
che con l’andare del tempo ti toglie il terreno sotto al cervello. Molly aveva
preparato la lingua di vitello, una di quelle da arrotolare e deporre in una
pentola dove resta poi adagiata tutta rosa sotto una gelatina color dell’ambra,
a sua volta decorata con una codificata costellazione di pezzetti di limone e
di prezzemolo. Con la sua leggera acidità tiene testa al vino. L’oca è brava a
cucinare, dice Bacco, ma non sa fare nient’altro. No, non ti preoccupare, il
nederlandese non lo capisce. Io non ne sono del tutto sicuro, ma il volto
inglese esprime solo e soltanto autocontrollo. È allenata, e inoltre – anche se
lo apprenderò solo più tardi – anche in questo caso l’amore è in chi ama.
Elle se maintenait encore en beauté. Di nuovo Chateaubriand. A proposito
di Lady Jersey, un nome che sarebbe stato adatto a Molly. Avevano due figli,
in un collegio inglese, fuori dalla portata dell’anarchia paterna e dell’ansia
materna. Durante le vacanze venivano nel paese delle meraviglie della libertà
illimitata, correvano su e giù mezzi nudi e potevano imprecare in
nederlandese. Il volto di Molly, mai esposto al sole, si faceva allora di
pergamena. Le sue uniche consolazioni erano la loro altra casa, in un
lussuoso ghetto per turisti, dove non veniva invitato mai nessuno, e le
domeniche mattine alla chiesa anglicana del centro città, con i suoi inni e un
vero vicar inglese, le radiazioni di nostalgia avevano un effetto di qualche
ora. Ma nonostante tutto amava Heinz con lo stesso ardore con cui, nel ’14
-’18, a Ypres interi reggimenti inglesi si erano lanciati contro le pallottole

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delle mitraglie tedesche. Solo non lo dava a vedere.
Sulla loro vita amorosa si discuteva in lungo e in largo nella cerchia degli
inglesi, un tempo dovevano esserci state scenate passionali, ma quelli erano i
tempi in cui Heinz era ancora Gable, una preistoria non documentata. Ora le
chiacchiere inglesi spargevano il loro veleno su questioni logistiche, come si
faceva a farlo con una pancia simile, you might as well try an elephant,
eppure, roba da non credere, tutte le volte che, ubriaco fradicio, sale sulla
pista da ballo, c’è subito una fila di ragazze che gli va dietro. Falsità nel tono
e nella natura, come ho già detto. E la risposta alle loro grette domande era
secondo me semplice: Heinz era divertente, e questo non lo si poteva dire
della maggior parte degli uomini. Lui lo esprimeva in termini nautici, ma
anche questo gli inglesi non erano in grado di capirlo. Non ho più la presa
sul mio timone, mi disse una volta. Allora non devi fare più niente, e non
dai più fastidio a nessuno. Andare ogni tanto a ballare è divertente. Le
ragazze le vedo, certo, ma faccio come se fossero dei quadri. O delle
pubblicità. Ma questo fu solo più tardi.

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Quel primo invito fu il modello di tutti gli altri. Verso la fine del pranzo il
whisky era finito, poi veniva il momento della siesta. Non si potrebbe
trovare migliore descrizione che l’atmosfera dopo una battaglia perduta:
sauve-qui-peut, la ritirata da Mosca. Ognuno, letteralmente, cercava un buon
rifugio, visto che le possibilità erano limitate. Il muricciolo che separava la
terrazza dagli scogli era stretto, Molly ci si stendeva sopra tra due dei pali
rettangolari che dovevano sostenere la tettoia di canne. Se ne stava lì distesa
come una badessa medievale su una lussuosa pietra sepolcrale, le
mancavano soltanto il cagnolino e lo stemma di famiglia ai piedi. Heinz
invece spariva all’interno, dove lo attendeva il letto matrimoniale – o
adulterino, a seconda delle circostanze – in cui poteva sprofondare. Se
c’erano altri ospiti in genere sparivano alla spiaggia vicina, ma quella prima
volta c’ero solo io. A me restava lo spiazzo di cemento tra la terrazza e il
gabinetto.
Lì sdraiato potevo osservare i nuovi appartamenti che si andavano
impilando sulla collina. Una volta Heinz mi ha fatto vedere una foto di
trent’anni prima, l’Italia ancora avvolta nei panni consunti del fascismo, la
miseria, una ricostruzione esitante, nessun miracolo economico in una
Germania che doveva ancora sgomberare le macerie, e dunque niente turisti
tedeschi. La collina non era che una gran massa pietrosa, coperta di galle,
rosmarino, euforbia, cardi e aglio selvatico, e lì in mezzo solitaria la sua
bicocca di pescatori, una costruzione che sembrava quasi africana, un unico
arco intonacato di bianco che culminava in una punta. La terrazza davanti
alla bicocca era il suo unico contributo ai tempi moderni, ora quella forma
antica si ergeva tra i nuovi, miseri edifici come un ricordo del passato.
Dovevo essermi addormentato, perché a un tratto me lo vidi sopra in un
costume da bagno troppo grande, il whisky ancora negli occhi. La domanda
era: sei capace di tuffarti? Anche di questo c’è una foto, perché i suoi tuffi
erano spettacolari. Aveva scelto il punto più alto e io dovetti mettermi
accanto a lui. Improvvisamente l’acqua impetuosa sotto di me mi apparve
sgradevolmente lontana, vedevo i minacciosi scogli appuntiti e non osavo.
Lui si fermò. Scendi un po’ più in basso. Così è stato per tutti questi anni.

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Lui un paio di metri sopra di me, io un po’ più giù, a un’altezza che per
quanto mi riguardava era ancora sufficiente a farmi paura, non fosse altro
perché non sapevo quanto fosse profonda l’acqua in quel punto. Quanto
basta. Inoltre dovevo evitare la sua barca e le funi con cui era ormeggiata.
Non è difficile. Conto fino a tre. Sulla foto i due tuffatori appaiono come
uno sgombro e un tonno, la mia ombra davanti al suo corpo enorme,
insieme nel volo. Lui si tuffò a pugni chiusi, fendendo l’acqua, io mi sentii
sospingere da un’onda. Riemerse molto dopo di me, una ridente testa di
satiro sopra la mobile distesa grigia. Un uomo felice, senza dubbio. Ma il
peggio doveva ancora venire, perché dopo mi toccò salire sul fuoribordo.
Quel che ricordo sono le sue grida di esultanza ogni volta che con un
rumore assordante colpivamo una nuova onda, come se volessimo torturare
il mare. Quello torturato ero io. Gli schizzi di schiuma mi impedivano di
vedere qualsiasi cosa, di tanto in tanto il ferro da stiro si alzava in volo e
ripiombava poi con violenza sull’acqua che pareva di pietra, io venivo
sbattuto qua e là, sballottato, prigioniero di una danza scatenata, di una
cavalcata mortale priva di meta, accanto a un pazzo urlante che,
naturalmente, era ancora ubriaco. Nemmeno con il più bel tempo estivo e il
mare più calmo ho voluto ripetere quell’esperienza. Avevo ora visto chi era,
un daredevil che non si spaventava davanti a niente, come se stesse
cercando la via più breve per sfuggire all’altra cavalcata mortale che aveva
escogitato per se stesso.

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Lui e io, perché qualcosa dovrò pur dire anche di me e questo non mi piace,
neanche adesso. Con il passare del tempo si scoprono diverse cose su se
stessi, cose che si preferirebbe tenere per sé. Non ci si riesce, ma questo è il
sogno: sparire con il proprio, insignificante segreto e chiudere la porta alle
proprie spalle. Missione compiuta, qualunque fosse. La vita, c’è qualcuno
che sappia dirmene lo scopo? È da tempo che non so più che cosa siano gli
uomini, ma in ogni caso l’ultimo millennio è stato un colossale striptease
della specie. Scaraventati fuori dal sistema solare, la Terra esiliata nei
bassifondi della Via Lattea, le funzioni cerebrali cresciute in modo così
inopportuno che ora sappiamo tutto di quel che non sappiamo, Dio e i suoi
complici sono morti, e noi, lacchè dai nomi intercambiabili, al servizio di
particelle invisibili, indaffarati a svendere o a distruggere la nostra unica
eredità, e intanto ci guardiamo allo specchio. Naturalmente tutto questo sa di
retorica, ma sono aperto a una teoria più gradevole. In ogni caso ho trovato
la mia pace. Almeno per il momento.
Oggi le Alpi sono sparite dentro velami di pioggia, gli alberi sono più verdi
di quando mi sono messo a scrivere questa storia senza un racconto, sento le
gocce battere sul tetto e qualche uccello che canta sotto l’acqua: sono in
armonia con l’universo, non fosse altro perché esiste ancora. Questo sembra
in contraddizione con quel che ho detto prima, ma non lo è. E del resto gli
uccelli mi riconciliano con qualsiasi cosa. Una volta pensavo di essere un
poeta, ma lo sono solo quando leggo. Ci vuole un po’ di tempo a rendersene
conto. La mia prima raccolta è annegata nell’onda di piena dei “poeti degli
anni Cinquanta”, è solo dopo che ho trovato la mia vocazione: sono
diventato il complemento necessario di ogni poeta, un lettore. Non ce ne
sono molti, di poesia. Fare il lettore è un mestiere, ma di questo non
parleremo ora. Scrivere mi dà da vivere. Il legno non fa un letto, dice
Aristotele, volendo dire che bisogna tenere distinte le cose. Ha ragione, come
sempre. Un falegname non è uno scultore, e io sono un falegname. Ogni
trimestre metto insieme una rivista che fa da insegna a uno di quegli studi
giganteschi, con al minimo dieci nomi di fiscalisti e di giuristi che la rivista
non la leggono nemmeno. Chi la legga non lo so, ma di certo non si bada a

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spese. Offset, i fotografi e i designer più cari, qualche mago della
giurisprudenza che viene a rendere i suoi omaggi, e poi la mia specialità: i
Grandi Nomi. Non ce n’è mai uno che dica di no, si presentano all’istante.
Dai ai cinque più grandi scrittori della nostra letteratura nazionale un tema
astratto e un compenso cinque volte maggiore a quello che ricevono dal
Groene Amsterdammer o dall’NRC Handelsblad e lasceranno cadere
qualsiasi bandiera d’autonomia, stai pur sicuro. Con i soldi che ci guadagno
compro, senza che loro lo sappiano, i loro capolavori. Ci sono forme di
felicità che agli altri risultano oscure, una di queste è l’anonimato. Forse era
questo ad attirarmi in Heinz. Sapeva qualcosa di se stesso e non gliene
importava nulla o, meglio, non importava a se stesso. L’espressione non è
grammaticalmente corretta, ma era di questo che si trattava. Nella mia torre
sull’altra sponda dell’IJ mi innalzo intorno la mia Tebe e leggo. E da quando
Heinz mi ha trovato una casa, vado due volte all’anno in Liguria. Come ho
detto: un uomo felice.

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Fatti d’armi. Un incidente diplomatico. Il trucco degli occhiali. La paura
dell’ambasciatore. L’auto tra i due muri. Tollens. Shangri-La. Pescare. Il
frigo del supermarket. Olandesi. Si metta pure a gridare. Eroismo negativo,
niente di nobile, mai dimenticato. L’incidente diplomatico è stato esemplare,
anche per via di come si è risolto. Nel profondo del suo cuore, Heinz andava
fiero del suo strano titolo, soprattutto quando veniva invitato insieme agli
altri “diplomatici” in qualche occasione ufficiale. Gli altri, il corps
diplomatique, erano un gruppetto di consoli onorari, un inglese ammuffito,
uno spagnolo con cinque cognomi, un pensionato americano che lo faceva
per divertimento, un francese rappresentante di una compagnia di
navigazione e un tedesco che, come Heinz, si occupava di case e terreni. Uno
dei loro incontri annuali si svolgeva su una fregata della marina italiana che
ogni settembre usciva al largo per gettare in mare una corona di fiori in
ricordo di un fatto eroico che aveva avuto luogo là davanti alla costa. Alcuni
marinai erano annegati in quell’occasione, questo spiegava la corona e la
presenza dell’ammiraglio, da anni ormai sempre lo stesso, a far da fronzolo.
Il sacrificio, la patria, la pace, la riconciliazione, e infine la corona che
galleggiava per qualche istante per poi essere trascinata lentamente verso il
fondo dal metallo con cui era intrecciata. A quel punto ci si poteva mettere a
bere. Settembre: voleva dire che gli italiani indossavano ancora quelle
uniformi bianche su cui le onorificenze risaltavano così bene. Me l’ha
raccontato in seguito un testimone. Che Heinz fosse ubriaco non importava a
nessuno, dopo un po’ lo erano tutti. Prosecco, arneis, barolo, vin santo,
grappa. Forse è stato per via di quel bianco abbagliante, forse anche perché
tutti e due erano stati tuffatori e velisti, fatto sta che a un certo punto Heinz
aveva preso il vassoio con le penne all’arrabbiata e l’aveva rovesciato in
testa all’ammiraglio gridando “basta la pasta!” Per un attimo c’era stato un
gran silenzio. Nel loro stupore alcolico gli altri avevano visto l’ammiraglio
impallidire, poi si era alzato di scatto e aveva dichiarato guerra all’Olanda.
Quindi aveva afferrato Heinz stringendolo a sé e l’aveva baciato su tutt’e due
le guance mentre il grasso sugo rosso colava su entrambi, incidente chiuso,
altra grappa. Io non c’ero, ma mi vedevo il viso di Heinz. Sapevo com’era

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da ubriaco, il suo sguardo assumeva un’espressione provocatoria, da
predatore, con la gioia segreta della trasgressione e del pericolo che ne può
derivare. Il trucco degli occhiali venne con gli anni successivi, all’inizio del
delirio, del passo malfermo, delle mani tremanti.
Una sola volta dovette tornare in Olanda, un paese che conosceva e che
capiva sempre meno. Guidava senza mai fermarsi fino a un alberghetto nelle
vicinanze di Macon. Mi limito a tenermi attaccato al volante, commentava
poi. Non c’è problema, va da sé. Hotel Povero ma Onesto. Lì lo
conoscevano, lui e il suo trucco lampante. Non riuscendo a firmare il
registro per via del tremito, gridava che gli occhiali erano rimasti in fondo
alla valigia, e che doveva prima salire un momento in camera a cercarli.
Sapeva che lì c’era un minibar, buttava giù alla svelta due bottigliette di
whisky o di cognac, quel che gli capitava, si pettinava, tornava alla reception
a firmare e poi andava in paese a bersi un bicchiere come si doveva. Gli altri
racconti erano dello stesso genere, episodi esilaranti di strutturata tristezza,
storie sulle astuzie cui doveva sempre più ricorrere per tirare avanti.
Una visita all’ambasciata a Roma era già di suo una catastrofe, perché
anche lì per prima cosa doveva bere per tener ferme le mani. Altrimenti
pensano che abbia il parkinson, e allora saluti! E di quello stemma io ho
bisogno. Fine delle confidenze.

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Come era arrivato su quella costa? Portato dal vento. Scansafatiche da
sempre, aveva abbandonato gli studi. Sapevo solo andare in vela. Ne aveva
fatto la sua professione, portava barche da Amsterdam e da Amburgo al
Mediterraneo, una gran bella vita in realtà. Navigare e immergermi, erano le
sole cose che sapevo fare. Qui arrivato e qui rimasto. Una nave cisterna di
Onassis, qualcosa che doveva essere ispezionato da un sommozzatore, un
lavoro per l’inverno. In inverno non si va in barca. Mi sono un po’
guardato in giro. Tutti i giorni al grande caffè. La chiamano città, ma in
realtà è un grosso paese. Al grande caffè c’erano un po’ di vecchi. Ometti,
non li vedevi nemmeno. Gli offrivo sempre un cafferino. Volentieri, grazie.
Parlavano dialetto. Finché dopo qualche mese il barista mi disse: “Signor
Ainz, questi signori sono tutti milionari.” C’era lì riunita tutta la grande
proprietà fondiaria della regione. È così che ho cominciato. Poi sono
arrivati i tedeschi e gli inglesi, ma io conoscevo i vecchietti. Io sono Ainz.
Preferiscono me a tutti quei trafficoni inglesi. Io so come si chiamano i loro
figli, chi possiede ancora e dove un pezzo di terra.

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Ma c’era anche un’altra ragione. Per qualche motivo c’entravano i bambini,
ma lui non ne parlava. Fu Philip a tirare fuori l’argomento. E lo fece in
modo tale che quello che raccontava sembrava essersi svolto in un passato
remoto, nelle epoche che precedevano la storia, quando non si metteva
niente per iscritto e nessuna data era certa. Gli esseri che vivevano in quei
tempi assomigliano alle figure di sogno di leggende e fiabe, forse non sono
mai esistiti davvero. Heinz non era solo quando era arrivato qui. Perfino
questa frase assumeva un suono che non corrispondeva alla voce di Philip.
Pareva che stesse accordando uno strumento antico, che non era stato usato
da anni. Attaccò, come si dice. C’era qualcuno con lui, con Heinz, e questo
qualcuno era Arielle. Dal modo in cui pronunciò quel nome capii
immediatamente non solo che Arielle era morta, ma anche che la sua era
stata una morte tragica. Leggo troppo, l’ho già detto. Niente riesce a
sorprendermi. Lei, Arielle, era la luce. Mentre lui proseguiva il suo racconto
io sapevo che quella luce c’era ancora. Non era per niente adatta a Heinz, era
impossibile. Intendeva dire: non era permesso. Un elfo, una figura luminosa.
Questo lui non lo disse, ma io la vedevo. Non sarebbe mai potuta morire
cadendo sugli scogli, perché gli esseri trasparenti non possono morire. Dava
lezioni di disegno ai bambini e i bambini li disegnava.
Li puoi ancora vedere in certe case, tutti li avevano fatti incorniciare.
Al funerale erano andati tutti, tutto il circondario, in nero, come si usava
una volta. Cos’era successo a Heinz non riusciva a capirlo nessuno. Si era
fatto di pietra. Era andato da tutti a chiedere se avevano delle sue foto. Le
voleva. Nessuno aveva avuto il coraggio di rifiutargliele. Anni dopo Philip
aveva osato domandargli cosa ne avesse fatto, e Heinz aveva indicato il
mare.

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Era quella? La figura luminosa gli era rimasta seduta accanto sulla terrazza
nelle settimane prima della sua morte? Era presente anche mentre impazzava
con me sul mare, quel giorno sciagurato? E quando Molly metteva al mondo
i suoi figli? Era sempre stata lì? Anche quando si risvegliava dopo la sua
siesta ubriaca e si guardava intorno stupito come se vedesse il mondo per la
prima volta e preferisse non rivederlo più? “Quasi non si era neppure
mosso, ed ecco che l’orso gli stava già addosso”, la frase riassumeva
perfettamente la situazione, e per liberarsi dell’orso ci si poteva solo tuffare
in acqua. Troppo semplice? Certo, ma che mezzi abbiamo in realtà per
penetrare nella vita di un altro, per decifrare i segreti, portare alla luce i
pensieri, guardare dietro alle maschere? La miseria che abbiamo ereditato da
film scadenti e da romanzi non migliori, i cliché psicologici dalle riviste,
divani immaginari su cui mai vorremmo distenderci, specchi che non
riflettono nessuna verità perché la menzogna è sempre più forte. Mentiva
Heinz non dicendo mai nulla? Beveva perché non smetteva mai di mentire?
Aveva un appuntamento con la morte che continuava a rimandare, e si sentì
sollevato quando finalmente arrivò?
Qui ci sta bene una risata. Anche questa era una cosa che diceva sempre,
e aveva ragione. Qui ci sta bene una risata, sonora, omerica. Devo proprio
rendere tutto un po’ più bello. Sempre una parola di troppo. Qui ci sta bene
una risata, cretino.
Stammi alla larga. Ma questo non lo diceva.

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Arielle. All’epoca quel nome continuava ad assillarmi. Un’unica volta osai
sondare Heinz in modo velato, una domanda tipo: da quanto tempo stai con
Molly? Lui aveva capito subito e si era fatto di pietra, come aveva detto
Philip, rinchiuso sulla difensiva. Chiesi di nuovo a Philip, e lui si fece non di
pietra, ma di nebbia. No, quando era successo di preciso non se lo
ricordava. Lei, disse, era scomparsa in modo estremo come può scomparire
solo qualcuno di cui in realtà non si è mai saputo niente. Heinz era arrivato
insieme a lei, ma non l’aveva mai circolata. Aveva usato una parola del
genere. Ci feci caso perché era un modo di dire molto strano – in fin dei
conti circolare non regge un complemento oggetto – ma anche soprattutto
perché esprimeva un rimprovero postumo. Heinz se l’era tenuta per sé, loro
l’avevano conosciuta appena, ma proprio questo evidentemente aveva fatto
una così forte impressione.
Era stata un’apparizione, di nuovo si trattava di una specie di epifania, luce
improvvisa nelle tenebre profonde, non si era quasi fatto in tempo a vederla
e già era svanita. E ora, dunque, era svanita davvero, tanto da sembrare che
non ci fosse stata mai. Quando chiesi che tipo di voce avesse, diventò
reticente. Mi ero evidentemente spinto troppo in là. Voce, voce? Come faccio
a ricordarmelo?
Capii quel che stava pensando. Perché qualcuno dovrebbe voler sapere che
tipo di voce aveva una donna morta da tanto tempo? C’era qualcosa di
morboso in questo. Sì – sempre più reticente – era stato al funerale.
Nel paese vicino, dove Heinz abitava a quel tempo. Fine del discorso, ma
qualcosa da raccontare al club del cricket. Gli olandesi sono tutti matti.
Sapete cosa mi ha chiesto quell’idiota? Che tipo di voce aveva. E voleva
sapere anche della tomba. Heinz è matto, ma i suoi amici sono più matti di
lui.
La tomba. La mia vita non è mai priva di poesia, non so come facciano gli
altri. Quel giorno avevo letto Montale, l’ho sempre con me quando sono in
Liguria. Ossi di seppia, scheletri di seppia, la raccolta che si svolge in questi
luoghi, non so se si possa dire così. Una raccolta si svolge? Il sole quel
giorno era spietato. Qualcuno mi aveva indicato la strada. Accanto alla

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chiesa, un lungo viale costeggiato dai cipressi. “Guardare le forme della vita
che si sgretola”, dice una delle poesie della raccolta, e la poesia che la
precede descrive quel che sto facendo io. La poesia, anche la più oscura, è
sempre letterale. Per me è sempre letterale.
Io sono il lettore, sono io a decidere. “E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo
seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.” Dietro il
muro, olmi, il vago profumo di rose, il silenzio dei morti. C’ero solo io nel
cimitero, nessuno cui domandare, ma l’ho trovata subito. Qualcuno aveva
deposto fiori freschi sulla sua tomba. Non poteva essere Heinz, lo sapevo.
Uno che getta in mare tutte le foto non va poi su una tomba. Una piccola
lapide, poche lettere incise. Arielle van de Lugt, per due volte un respiro di
quella voce senza suono. 1940-1962.
Sei sparita davvero, se dopo quarant’anni qualcuno porta ancora fiori sulla
tua tomba? “Guardare le forme della vita che si sgretola.”

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Prima delle dieci del mattino non era il caso di cercare Heinz. Poi nel suo
ufficio o al Bar Liguria, il bar di Amleto. In Italia non è che ci sia poi tanta
gente che si chiama Amleto. Se si chiedeva ad Amleto da dove venisse il suo
nome lui faceva cenno a un ritratto appeso sopra il bancone: una faccia
grassa con un colletto da prete. Tra mento e colletto un doppio mento
monumentale, una lunga discesa ininterrotta. Amleto, il cardinale Ottaviani.
Mio padre non sapeva chi fosse Amleto, ma era un acceso clericale.
Sperava che mi facessi prete.
Heinz da solo copriva più o meno la metà del fatturato di Amleto. Quando
ero da quelle parti passavo sempre a salutarlo al Liguria. Avevo deciso di
non dirgli niente della mia visita alla tomba. Era seduto in fondo al bar
davanti a un grande bicchiere di Campari. La mia colazione, il mio pane
quotidiano. Inventato da un olandese. Se lo vai a dire in giro qui si
inviperiscono. Adriano VI, l’ultimo papa straniero prima del polacco, sai.
Era di Kampen e si è portato dietro il suo bitter, il Campari. Ma Heinz non
era allegro. Un olandese era morto annegato nella baia e lui non riusciva a
contattare la famiglia. In mare non ci si portano dietro i documenti, e sulla
spiaggia c’era solo un cestino con un asciugamano. Per il momento l’ho
sistemato nella cella frigorifera del supermarket. Di solito la famiglia non
viene, e se non c’è di mezzo un’assicurazione preferiscono non riavere
indietro il loro morto. Allora rimane a me. Mi procura un piccolo extra da
parte del ministero degli esteri, ma non è piacevole. Vieni anche tu domani
mattina. Mi vedrai al lavoro.
No, in effetti non è stato piacevole. Un carro funebre e un autista con la
barba lunga. Mi presenta sempre un conto consistente, poi ce lo dividiamo.
Io ero il testimone d’obbligo. Altrimenti ne devo prendere uno a
pagamento, ma questa volta ci sei tu. Seguiamo l’ammaccato furgone
Honda nero nella Fiat altrettanto ammaccata di Heinz. La settimana scorsa,
tornando dalla discoteca. Fermato. Ehi, signor Ainz, casa vostra è
dall’altra parte! Solo che l’inversione non è andata così bene. C’era un
muro che avevano sistemato lì proprio per quella notte. E ridevano, quelli!
Ma non mi hanno fatto soffiare nel palloncino. Scampata bella.

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Risultò che l’olandese era un veterinario, senza moglie, senza figli. Un
amico irrintracciabile, solo parenti lontani. No, aveva sempre detto che
dovevano lasciarlo dove gli capitava. Avevano mandato una misera corona,
insieme a quella del ministero e alla mia era pur sempre qualcosa.
Camminavamo dietro la bara. Cominciava a far caldo, Heinz sudava, sulle
colline non è aprile ma agosto il mese più crudele, nonostante la vicinanza
del mare. Due operai, sigaretta in bocca, stavano lavorando a una fossa
aperta, ma deposero immediatamente il sudario con il teschio che tenevano
in mano. Heinz li salutò. Due becchini con il loro Yorick, e negli occhi il
bagliore della mancia o del cicchetto che presto si sarebbero presi. Adesso
bisognava aprire la cassa. Heinz scostò la plastica trasparente. Guarda!
Guardai. Sui cinquant’anni, un’espressione irritata, calvo. Scontento come se
la morte gli fosse capitata a sproposito. La vista durò solo un attimo. Heinz
fece un cenno e gli uomini cominciarono a spingere la cassa nel muro.
Pensai che non sapeva che quella stessa settimana avevo visto la tomba di
sua moglie.
Riposa in pace. Gliel’ho davvero sentito dire? Lo guardai. Aveva la sua
espressione di sfida sul volto. Non sono io a dirlo. Lo dice lo Stato dei
Paesi Bassi. Qui può rimanere per dieci anni, poi l’affitto scade. Allora
sparirà del tutto. Cosa ne faranno, non lo so. Chiedilo a quei due. Lo
macineranno, lo bruceranno. Magari ne faranno del concime. Non l’ho
mai domandato. Strano, eh? Cosa intendesse dire con quell’ultima
osservazione non lo so. Era strano che non sapesse cosa avrebbero fatto con
quel corpo rinsecchito o era strano che una vita finisse a quel modo,
seppellire un morto di cui non si sa niente e per cui non viene nessuno?
Pensai che la tomba di sua moglie non era stata svuotata, e che quindi
qualcuno pagava ancora l’affitto.
Ma come si fa a parlarne se l’altro non sa che tu sai che quella tomba
esiste? Liguria, Amleto senza Yorick, pranzo al porto, a casa, tuffi, whisky,
cantare, ridere. Un console allegro, indubbiamente. Lavoro fatto, dovere
compiuto. Un compatriota messo nel muro.

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Scioglimento? Nessuno. Questa è la vita vera, e nella vita vera non c’è niente
del genere. L’alcol agisce, fa effetto, divora, attacca, anche i dossier medici
sono romanzi. Racconti di guerra. Un fegato può sopportare molto, ma non
tutto, non una guerra di trincea, non i paracadutisti dietro le linee, non una
guerra lampo permanente. Prima della mia partenza, quell’ultima estate,
Heinz aveva smesso di fumare. Un appuntamento si può anche rimandare.
Gli scogli intorno alla sua bicocca da pescatore erano cosparsi dei bocchini
di plastica di quegli orribili sigaretti che dovevo sempre portargli
dall’Olanda. Caccia fuori di casa i tuoi ospiti con Wipro. Da un giorno
all’altro, zac! Tutta la scatola versata sul barbecue, carbonade alla nicotina.
Che ne dici? Questione di forza di volontà. Devi semplicemente prendere
una decisione. Ma l’altra decisione non l’aveva presa. Sì, ogni tanto, per
breve tempo, senza convinzione. Basta con i superalcolici, solo un po’ di
rosé. Un po’ di rosé erano sei bottiglie. Gli passa attraverso, diceva Molly. È
acqua fresca. Non può far male, ma non è nemmeno uno sballo. Le prime
notizie arrivarono in autunno. Lo chiamai al telefono. No, non va bene. Mi
hanno beccato. Non disse di chi stava parlando, ma sembrava che li
conoscesse da un pezzo. Quasi non si era neppure mosso, ed ecco che
l’orso gli stava già addosso. Chiamai Philip, mi sembrava di vederlo
all’altro capo del filo stringersi nelle spalle. Ci si è messo con impegno tutta
la vita, no?
Venne in Olanda. Devo sistemare un po’ di cose. No, non era l’ombra di se
stesso. Esternamente era sempre lui, eppure era diverso. La partita si stava
giocando da qualche parte all’interno del suo grande corpo.
Quell’impalcatura enorme, che non avevo mai visto al Nord, me lo rendeva
totalmente estraneo. Niente camicia tropicale, ma un blazer consunto e da
molto tempo ormai troppo stretto, con bottoni di rame, il club del golf di
Laren, qualcosa del genere. Tempi lontani. Uno strano stemma sul taschino.
Ma il peggio era la faccia. I denti erano grandi il doppio, il bianco degli
occhi si era fatto giallo come la sua pelle. Solo la risata era intatta. Abituata
all’aria aperta, troppo sonora per un caffè di Amsterdam. Per me un’acqua
minerale. Venne fuori che non era assicurato. Non proprio. Cosa vuol dire,

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non proprio?
Ecco, insomma, no. Onorario, capisci? Il mio amico internista volle
visitarlo. Risultato: se rimane qui ha una piccola possibilità, niente di più. E,
se devo essere sincero, in realtà nessuna.
Sarà un calvario. Gliel’hai detto? Non in questi termini, ma ha capito il
messaggio. Sembrava che lo sapesse già. O restano sconcertati, o lo sanno
già. In ogni caso non ha voluto rimanere.

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Voleva tornare alla sua terrazza. Starsene un po’ a guardare il mare. La sera
prima di partire passò da me. Hai una casa principesca. Le cose ti vanno
alla grande. E questa cos’è?
Era una foto di Tonga. Cosa me ne facevo? Dovevo scrivere un pezzo per
il mio giornale. Sulla linea del cambiamento di data. Si mostrò interessato.
Da qualche parte quel confine deve pur passare. Non ci avevo mai pensato
seriamente.
Così, se fai un passo indietro è ieri? Dipende da dove ti trovi. Se poi rifai
un passo avanti è domani. Volle fare la prova. Piazzato in mezzo alla mia
stanza con quel suo grande corpo, fissò un punto che vedeva solo lui e fece
un passo all’indietro. Ieri! Ma quella gente non diventa matta? Prese la foto
dalla parete e la osservò con attenzione. Palme, basse case di legno dipinte di
bianco, qualche barca da pescatore in un porticciolo. Io ci vado. Una
settimana dopo mi chiamò per dirmi che a Tonga avevano un re. Ma tu lo
sapevi già, ovviamente. Da quel momento Tonga fu l’oggetto di tutte le
nostre conversazioni. Devo vendere ancora un paio di casette ma poi ci
vado. Sulla sua malattia neanche una parola. Si tira avanti. Lo sai che il loro
re pesa suppergiù una tonnellata? E hanno anche un’aristocrazia. La
madre era famosissima, era una gigantessa. Queen Salote. Lui si è
ingrandito in orizzontale. E Molly? Molly è con i bambini, in Inghilterra.
Quando vieni? L’ottobre qui è una meraviglia. Possiamo fare dei tuffi.
Le notizie vere arrivavano da Philip. Che faceva pena a guardarlo. Che
Molly era scappata. Che passava le giornate a fissare il mare e che rifiutava
ogni cura.
Quasi nessuno lo andava più a trovare. Fa un effetto orribile. Parla solo di
Tonga, secondo me è diventato un po’ matto. Vieni qui a vedere, se ne hai il
coraggio. Nel mondo reale dovevo ancora fare un giornale. La parola
deadline prendeva in quel contesto una strana connotazione. «Nel mondo
reale», d’altronde, è solo un modo di dire, ma tenendo conto degli ultimi
progetti di Heinz, anche la parola «reale» acquistava un significato diverso.
Voleva andare a fare il contadino a Tonga. Puoi avere una sovvenzione
europea. Laggiù tutto cresce da sé, come i cavoli. Secondo me c’è da fare

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affari. Cibo sano. Cavoli e pesce, non c’è bisogno di altro.
Cavoli a Tonga. Io sono fatto di lettere, vengono sempre da sé. Montaigne:
“Voglio che la morte mi colga mentre sono intento a piantare i miei cavoli,
senza che io mi curi di lei.” La morte in francese è donna, questo a Heinz
sarebbe piaciuto. E forse era lui quello che non se ne curava. A noi non ha
fatto sapere niente. Aveva Tonga.

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Era ormai novembre quando riuscii a partire. Vento furioso, l’aereo ebbe
difficoltà ad atterrare. Non era al consolato e nemmeno al Liguria. Amleto
era sinceramente addolorato, si vedeva. Quel coglione! Non vuole niente,
niente! Gli abbiamo detto che il dottore glielo paghiamo noi, ma niente! Con
un gruppetto di amici abbiamo messo insieme un po’ di soldi, ma lui fa finta
di non capire di cosa stiamo parlando. Va a Tonga, lui! Come no! In una
cassa ci arriva, a Tonga. Coglione! Stronzo, pezzo di merda! E poi tutto il
repertorio fecale del Sud, come se fosse possibile salvare un amico
spalmandoglielo addosso. Il viceconsole onorario di Sua Maestà era seduto
sulla sua terrazza. Il mare era infuriato, di tuffarsi neanche a parlarne. Heinz
mi salutò come se mi avesse visto cinque minuti prima. La sua voce usciva
da una maschera mortuaria. Capii cosa trovavano orribile gli amici. Era la
voce di sempre in un corpo di mai più. Da far paura, in effetti. Il mare,
grigio come non l’avevo mai visto, si gettava contro gli scogli. Era come
quella prima volta sul fuoribordo. L’acqua scatenata si riversava nella
piccola grotta sotto la sua casa e ne riscaturiva con un cupo schianto, tutto
pareva un immenso fischiare e risucchiare, un gigante invisibile masticava e
sputava, la natura suonava cento organi insieme, io guardavo le grandi onde
grigie sollevarsi, abbattersi verso di noi e ritirarsi poi in un enorme vuoto
che arretrava e che un istante dopo si riempiva di una plumbea massa
d’acqua che andava gonfiandosi. In un primo momento non me ne accorsi
per il frastuono, ma Heinz stava cantando. Cantava con il vento, più che un
canto era un grido di esultanza. Mi guardava con il suo sguardo di un tempo.
Lui non aveva bisogno di leggere Montaigne: chiunque o qualsiasi cosa lo
minacciasse, non se ne curava. Era felice, o così pareva. Solo allora vidi la
colomba. Piccola, grigia, era accoccolata con le piume scompigliate in un
angolo della terrazza. Mi ricordai che Philip aveva detto qualcosa in
proposito. Tutti i giorni se ne sta lì seduto con quella stupida colomba. Le
colombe non c’entrano niente con il mare. Io al mare non ne ho mai vista
una. E nemmeno una cornacchia. Sono delle forestiere. Almeno fosse un
gabbiano. O meglio ancora un albatro. Quelli vengono a dirti che la gara
è finita, no? Piume scompigliate. Può capitare, con il vento. Ma in questo

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caso sembrava che qualcuno avesse accarezzato la colomba per il verso
sbagliato, le piume erano un po’ sollevate come se la bestiola stesse morendo
di freddo. Heinz notò il mio sguardo. La mia dama di compagnia. Viene
tutti i giorni da quando sono tornato dall’Olanda. Strana bestiolina. Ha
occhi umani. Guardai. La colomba rispose al mio sguardo. Ma io non so mai
quel che vedo negli occhi degli animali. O meglio: vedo qualcosa con cui
non si può parlare. Ci vedi una biglia o ci vedi l’universo, ma in ogni caso
non ci si può far niente. Qualsiasi cosa si svolga lì dentro, non ci riguarda.
Provate un po’ in uno zoo, con i leoni, le scimmie, le civette. Potete
continuare a guardare, non riceverete niente in cambio. Heinz invece sì. Ci
faccio delle grandi chiacchierate. E poi, senza alcun collegamento: Devo
farti vedere una cosa. Vidi che faceva fatica ad alzarsi. Si trascinò
all’interno. La ventata che entrò dalla porta spazzò via dal tavolo una grande
carta geografica. Tonga. Cosa voli via! Sta’ qui! Passò la mano sulla carta
geografica, sul tavolo, lisciandola. Osservammo l’arcipelago. Tongatapu.
Toku. Tafali. 171 isole sperdute nell’azzurro sconfinato dell’oceano.
Canticchiava. Non vedo l’ora. Rimasi lì qualche giorno, poi dovetti ripartire.
Quando andai a salutarlo la colomba era accovacciata sul bordo della
terrazza, dove di solito si stendeva Molly. Le ho detto di restarsene in
Inghilterra. La tramontana la rende sempre nervosa. Porta una quantità di
acqua salata. Umidità dappertutto, a lei non piace. Io abito qui, come una
volta. La casa l’ho affittata. Uno zingaro, eh? Ho notato che non mi
guardava mentre me ne andavo. Da lontano lo vedevo stagliarsi contro la
luce ancora abbagliante del sole, l’ombra di un uomo insieme all’ombra di
una colomba. Non molto tempo dopo venne un’ambulanza a prelevarlo e lo
trasportarono in Inghilterra in aereo.
Ebbi da Andrea il numero di telefono dell’ospedale dov’era ricoverato, una
località di mare vicino alla casa della madre di Molly. L’ho chiamato una
volta, una sola. Quando esco di qui me ne vado a Tonga. Ti mando una
cartolina. Solo una decina di giorni dopo che era tutto finito, Molly ci fece
sapere che Heinz era stato sepolto, con estremo riserbo, nel cimitero del suo
paese. Finalmente l’aveva tutto per sé. Potevo immaginarmi la cerimonia. Il
vicar, gli inni: ovvero come un selvaggio olandese si trasforma in un morto
inglese. Philip mi ha detto che per un po’ la colomba aveva continuato a
tornare tutti i giorni, poi all’improvviso aveva smesso. Molly era rimasta in
Inghilterra, Andrea aveva sgomberato la casetta, c’era dentro una massa di
cianfrusaglie, era una specie di grotta dei pirati. No, una carta di Tonga non

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l’avevano trovata.

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Per qualche estate non andai in Liguria. Non riuscivo a decidere se volevo
tenere la mia casa. Tutti gli anni Philip trovava qualcuno cui affittarla,
Andrea badava ad arieggiarla in inverno, per evitare che si riempisse di
muffa. Che dipendesse dalla morte di Heinz o no, in ogni caso rimanevo
dall’altra parte delle Alpi. Passarono quattro o cinque anni, prima che
tornassi. Dopo qualche giorno, inaspettatamente, Andrea mi propose di
uscire a cavallo. Non sono un cavallerizzo, e lei lo sa bene. Ho scelto un
cavallo tranquillo apposta per te. Ovviamente abbiamo parlato di Heinz, e
anche di Molly. Molly si è messa con grande impegno a invecchiare. Fa
davvero del suo meglio. È un ruolo codificato già da un paio di secoli:
Vecchia Inglese in Italia, un numero comico. Tratteneva il suo cavallo.
Percorremmo l’alto sentiero sopra il paese. Da lassù si vede il mare, la cala
con la casupola di Heinz. Anche quel giorno il mare era mosso. Lei si voltò
verso di me. Il suo volto era abbronzato e impassibile sotto il cap di velluto
rosso. Anche lei era invecchiata, ma senza metterci impegno. Ogni domenica
correva ancora la sua gara.
Heinz voleva essere solo con la propria morte, tutto qui. Non aveva
bisogno di noi. L’ha sempre saputo, dai tempi di Arielle. Fece fare un
semigiro al cavallo, in modo da potermi guardare meglio. Nessuno ha mai
capito cosa fosse Arielle per lui. Una tela di ragno.
Mi rendo conto che sembra un’idiozia, ma era così. A stento potevi
toccarla. Era eterea, se vuoi, o trasparente, ma definirla una tela di ragno
è meglio. Come quando uno canta meravigliosamente, ma in un’altra
stanza. Era questo che eccitava tutti quanti gli uomini, Philip per primo.
Ma è anche il motivo per cui Heinz voleva tenersela per sé.

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Sono tornato dall’altra parte delle Alpi, dove ho raccontato questa storia.
Guardo ancora una volta quella foto. Il cane, il venditore di case, Andrea,
Philip, Heinz, nessuno si è mosso. Sono fermi, congelati nel tempo, non
appena si muoveranno racconteranno la mia storia.
Osservo il volto di Heinz e vorrei scorgervi qualcosa di quello che ho
appena raccontato. Ma non si vede niente. Il bere, la risata, la colomba, la
morte, Tonga: ci sono perché ci sono stati, perché io lo so, ma questo non
vale per un altro. Resta invisibile. Trovate questa foto da qualche parte senza
conoscere le persone, e manterranno il loro mistero. Finché non parlano, i
loro occhi sono gli stessi occhi degli animali, non ci si può entrare. E se uno
guardasse me in questa foto, cosa vedrebbe? La stessa cosa. Niente. O
un’interpretazione che non corrisponde alla realtà, qualunque cosa poi sia.
Lui, o lei, può esprimere opinioni sull’età, i vestiti, la moda e dunque anche
sull’epoca, e per quel che mi riguarda perfino sul carattere, ma non sono
altro che ipotesi, tutte quante, congetture. Letteratura, se si vuole,
invenzione. Noi siamo i nostri segreti, e se tutto va bene ce li portiamo con
noi dove nessuno arriverà mai a capirli.

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FINE SETTEMBRE
Suzy pesa ormai solo quarantotto chili, per cui è meglio che non tiri troppo
vento sulla larga strada che conduce al mare. Tamerici, pini, ficus, fogliame
che si agita e stormisce. Stay the course, mormora opponendo la fragile
spalla sinistra alle raffiche che dal mare danno l’assalto alla terra. Stay the
course, lo diceva il vice-ammiraglio che aveva assistito negli ultimi anni
della sua vita, in quel luogo, dopo la morte della moglie. Annabelle, sua
amica fin dai tempi del collegio. In modo del tutto naturale aveva occupato
la tavola e il letto subito dopo il funerale. Avevano accompagnato Annabelle
nel muro del cimitero, dove lui ora le riposava accanto, e poi si era trasferito
con la sua vecchia Triumph a casa di Suzy, nell’altro paese. Nel Galles, da
dove venivano tutti e tre, non l’avrebbero mai fatto. In effetti era un po’
scandaloso, ma ne avevano parlato con Annabelle poco prima che
abbandonasse la vita in punta di piedi. Una candela che si spegne. Alla fine
non aveva quasi più fiato. Ah, aveva sussurrato con quella sua voce
sdegnosa e nobile, don’t make a fuss about it, siamo tutti così vecchi, gli
unici che avranno qualcosa da dire sono quelli del giovedì, e di quelli che
cosa ce ne importa. Il giovedì tutta l’inglesità si riuniva nella cittadina per
giocare a bridge, spettegolare e insultare gli spagnoli. I vestiti di Annabelle:
quelli erano stati la cosa più difficile. I maglioni Pringle di cachemire non
aveva potuto buttarli via. Li aveva fatti lavare a secco e poi li aveva lasciati
per un po’ stesi al vento per togliere lo Chanel numero 5 di Annabelle, lui
non se ne era nemmeno accorto. O forse sì, ma in ogni caso non aveva detto
niente. Il letto non significava più niente, era solo questione di caldo, lei non
aveva niente in contrario. E a lui non importava quel che diceva la gente del
paese. Lui era l’almirante, e lì significava ancora qualcosa. Era diverso dalla
gentaglia che ora arrivava con easyJet e se ne stava a bere mezza nuda ai
tavolini dei bar. Lei capiva lo spagnolo meglio di come si parlava lì. Lui non
le dava noia. Bastava che avesse il suo Daily Telegraph, il suo Famous
Grouse e potesse parlare della guerra. Non voleva risposarsi, e lei neppure,
aveva ancora la pensione di suo marito morto tanto tempo prima. Anche lui
era stato in Marina, ma non era vice-ammiraglio. La casa l’aveva intestata a
Suzy, lei avrebbe potuto venderla e andare ad abitare in uno degli

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appartamentini costruiti più avanti sulla costa.
Fine settembre, ma sembrava già ottobre. Tutto era in anticipo quell’anno.
Quella stagione a lei dava comunque dei problemi. La Spagna non era un
paese per l’inverno. Bisognava organizzare tutto nel modo più inglese
possibile, riportare tutto all’interno, tenere chiuse le finestre sui terrazzi,
abat-jour, scones e tè con un goccio di rum. Dovette fermarsi un momento.
Da lontano vide Luis uscire un istante dal bar Estrella per controllare se stava
arrivando. Ai tavolini con le sedie di metallo non c’era seduto nessuno, Luis
sarebbe stato scontroso. Un altro giorno senza mance. Quattro tavolini sul
marciapiede, tutto qui, ma se non c’era proprio nessuno il bar appariva a un
tratto grande e triste. Autunno, questo non significava solo che veniva buio
presto, ma anche che per il Mail – lei non leggeva il Telegraph – bisognava
andare nel centro della cittadina. Sapeva guidare, ma se non fosse stato per il
giornale se ne sarebbe rimasta a casa. Due volte alla settimana al
supermarket era sufficiente, si poteva surgelare tutto. E naturalmente c’erano
i giovedì, non se ne poteva fare totalmente a meno. Sentiva il mare. La
strada terminava all’improvviso su un terreno incolto in cui in estate
cresceva l’aglio selvatico, o almeno lei lo chiamava così. Lunghi steli
sovrastati da una sfera viola, se si scavava un po’ con un coltello li si poteva
portar via. Lui l’aveva sempre presa in giro per questo. Gli spicchi d’aglio
erano stretti uno all’altro all’interno di un involucro bianco che pareva di
carta. Tolto quello, ci si trovava in mano dei ditini piccoli e duri, avvolti
anch’essi in una pellicina bruna. Erano un po’ appiccicosi, ma le aveva dato
sempre soddisfazione prendere qualcosa che cresceva così da sé, gratis. A lui
l’aglio non piaceva, ma lei ne usava sempre un pizzico per la quiche, e lui ne
prendeva una piccola fetta. Più avanti il terreno era molto più sassoso, e alla
fine era solo roccia battuta dal mare. Quando ancora camminava bene, lui
voleva sempre andare fin là prima di mangiare. Si fermavano lì per un po’ a
guardare e ad ascoltare. So con esattezza cosa dice il mare, sosteneva lui, ma
non diceva mai cosa fosse. A lei piaceva il rumore. Oggi si accompagnava
bene alle nubi, grandi, grossi, grassi giganti. Lui portava sempre con sé un
cannocchiale, nel caso passasse una nave. A volte lasciava guardare anche
lei. Oggi il mare era troppo grosso, non si vedevano navi da nessuna parte. I
pescatori erano rimasti a terra, aveva visto le piccole barche nella caletta
dietro casa, ormeggiate con il doppio delle funi per via della tempesta
annunciata.

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Luis, che un attimo prima era fuori, ora era rientrato. Sapeva che era uscito
solo per vedere se stava arrivando. Faceva parte del gioco, un accordo mai
dichiarato. Se non c’era nessuno, lui rimaneva dentro finché non si era
seduta sulla sua sedia. Solo allora usciva. Il suo principale, un uomo alto e
grasso, con un penoso codino dietro la testa calva che gli dava un’aria da
attempato batterista americano, non lo si vedeva, se ne stava in cucina a
preparare le tapas che a lei non piacevano. Troppo olio. Guardò dentro.
Luis faceva finta di essere indaffarato, spostava qua e là delle ciotole. Per lei
non c’era bisogno che lo facesse, sapeva che non prendeva mai niente, al
massimo qualche mandorla. Posò la borsetta bianca sul tavolo ed estrasse il
pacchetto di Dunhill. Erano tavolini da niente, ma a lei piaceva il riflesso
d’alluminio del ripiano, la borsetta risaltava bene sopra e il rosso e l’oro del
pacchetto si intonavano all’anello di Annabelle che le aveva regalato. Alle
mani dedicava sempre molta cura. Erano vecchie mani bianche, lo sapeva
bene, ma se si laccavano le unghie nel modo giusto, le venuzze azzurre non
si notavano molto, e se poi si posava la mano tra la borsetta e il pacchetto di
sigarette la si poteva anche guardare con piacere. Prima non gliene era mai
importato gran che, ma adesso che aveva tutto il tempo del mondo quelle
cose erano diventate importanti. Luis apparve accanto al tavolino. Indossava
una camicia marrone pulita. Le camicie marroni erano parte della sua divisa,
non ne portava altre. Lei sapeva che non era sposato, ma le camicie erano
sempre ben stirate. Pantaloni neri, sempre. Scarpe nere. Aveva piedi piccoli.
Delle scarpe inglesi gli sarebbero state meglio, non quella robaccia spagnola.
L’ammiraglio avrà anche saputo cosa diceva il mare, lei sapeva sempre di
che umore era Luis. Non buono. In realtà non avrebbe nemmeno avuto
bisogno di uscire, sapeva esattamente cosa avrebbe ordinato. Ma anche
quello faceva parte del gioco. Se non fosse venuto nessun altro si sarebbe
messo a raccontarle tutto quello che lei già sapeva. Lei non parlava bene lo
spagnolo, ma aveva ascoltato così tante volte le sue storie che avrebbe
potuto raccontargliele lei. Inoltre l’inglese che parlava lui era un disastro, lo
capiva a malapena, dunque erano pari. In fondo non era necessario che lo
ascoltasse, era come in chiesa: parole vagamente note che scorrevano sopra
le teste sotto forma di predica o di litania. Qui si accompagnavano al mare in
lontananza, alla camicia marrone, ai capelli pettinati lisci all’indietro, troppo
lunghi sulla nuca. L’anno prima il figlio del proprietario lavorava lì e le
conversazioni erano diverse, ma quell’anno non era tornato. Troppo poco da
fare. Si accese una sigaretta. Avrebbe dovuto portarsi lo scialle rosa, ad

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Annabelle stava tanto bene. Lady Annabelle. La mano le tremava
leggermente, ma era colpa del vento. All’interno Luis aveva abbassato un po’
la musica. Poi le avrebbe portato il gin tonic, un bicchiere con molto
ghiaccio e due fette di limone al posto di una, l’acqua tonica lì accanto. Lui
si era dovuto abituare alle due fette. Inoltre lei preferiva la Nordic Mist alla
Schweppes. Esaltava meglio il sapore del gin. La Nordic Mist la compravano
apposta per lei, le avevano fatto capire che era un trattamento di favore.
Quando il proprietario non c’era le veniva servito più gin, quanto di più
dipendeva dall’umore di Luis. Più era depresso più il gin aumentava, era
semplice. Allora cominciava con la prima moglie, poi con la seconda, infine
con i figli. A questi ultimi si riferiva l’espressione che la sera, a letto, lei ogni
tanto ripeteva tra sé: Romper la intimidad. Ma questa arrivava solo al
secondo gin.
Come si potesse tradurre con esattezza, ancora non l’aveva deciso.
Rompere l’intimità? Suonava assolutamente non-inglese. Ma d’altra parte
una donna spagnola forse non avrebbe indossato il maglione della sua amica
morta. Del resto anche in quel momento aveva indosso qualcosa di
Annabelle, una di quelle camicette a roselline rosa, di Laura Ashley. Dio,
Annabelle. Bastava un gin per renderla ubriaca fradicia. Sentiva Luis,
dentro, versare il ghiaccio nel bicchiere alto, e quando vide il bicchiere capì
subito che aveva indovinato il suo umore, quasi mancava lo spazio per
l’acqua tonica. Significava che aveva dei progetti. Pensò alla propria mossa
d’apertura.
Si direbbe che oggi non ci sia molta gente. Lui strinse le spalle. A
quell’unica frase lui ne avrebbe fatta seguire almeno una decina delle sue.
Funzionava dieci a uno, si era detta tra sé. No, era una stagione di merda
(temporada de mierda). Non sarebbe mai dovuto venire in quel posto. A
Siviglia faceva ancora un caldo soffocante ma lì era già inverno. Il giorno
prima il proprietario aveva calcolato che fino a quel momento avevano
guadagnato seimila euro in meno rispetto all’anno scorso. Non avesse mai
visto quel maledetto annuncio. Ora comunque aveva risposto a un altro
annuncio, a Oviedo. Se la prima moglie non l’avesse derubato avrebbe
avuto ancora il suo negozio. Oviedo, là bevevano il sidro, roba da vomitare.
D’altra parte non erano nemmeno veri spagnoli. Le Asturie, lì c’erano ancora
gli orsi. Tanto valeva andare in Siberia. Un sivigliano non poteva trovare
niente di buono da quelle parti.
Ma non aveva scelta. La vita gli aveva dato cattive carte.

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Lei bevve un goccio. Era il momento più bello della giornata, quando il
mondo si ribaltava. Si sentì pervadere da un senso di benessere. Si intonava
anche alla lamentazione di Luis. Prima ancora che facesse in tempo a
prendersi una sigaretta lui era pronto con l’accendino. Troppo vento. Isola di
merda, avrebbe detto lui adesso sparando un razzo di segnalazione. Bum.
Penso che quest’anno chiuderemo prima. Lei percepiva, al di sotto, l’altra
frase, quella che si accompagnava al secondo sorso altrettanto meraviglioso.
E poi te ne rimarrai lì a guardare, vecchia puttana inglese, perché poi non ti
resterà più niente. Rifletté per qualche secondo, diede un tiro, lasciò che il
fumo si dissolvesse nel vento impetuoso e disse tutto d’un fiato la frase che
lui stava aspettando: No, non può essere vero! Ma lui ormai si era avviato
per la sua strada. Ora toccava ai figli. Abitavano a Majorca, ma lì non era il
benvenuto. Lei bevve un altro goccio e aspettò la frase, ma anche la faccia
che avrebbe fatto nel pronunciarla, perché allora avrebbe imitato i suoi figli.
Questo sarebbe stato romper la intimidad. Insieme i figli avevano la
intimidad che lui sarebbe andato a romper. Lui invece si era tenuto in casa
sua madre fino agli ottantaquattro anni, ma già, una volta non ce l’avevamo,
la intimidad. E sicuramente non con la sua prima moglie. Quella comunque
era sparita subito dopo che sua madre era morta, nessuna voglia di badare
alla casa. Rientrò, in teoria per prendere un posacenere pulito, ma lei sapeva
che dietro il bancone si sarebbe bevuto un sorso di whisky. Contò quante
sigarette le rimanevano. Uhm. E le porcherie che fumava lui non le
piacevano. Cartone bruciato con filtri bianchi, davano una sensazione di
secco a contatto con le labbra. Proprio le sigarette adatte a te, pagliaccio,
pensò, poi disse: Spero che riusciate a tirare avanti ancora per un po’,
sarebbe così vuoto senza di voi. Guardò un’altra volta nel pacchetto. Ne
restavano tre, e sarebbe andata in centro solo il giorno dopo. In quell’istante
passò a tutta velocità un’auto azzurra scoperta che frenò fragorosamente
davanti al mare. Sarebbe stato meglio se avesse proseguito, disse Luis.
Almeno ci sarebbe stato qualcosa da fare. L’auto girò e tornò fino al bar.
Targa tedesca. Musica a tutto volume, profondo rimbombare di bassi e
un’acuta voce femminile urlante, una donna che veniva orribilmente
torturata in una fabbrica di macchinari. Era ancora possibile mangiare
qualcosa? Lei aggiunse un altro po’ di acqua tonica al gin. Ora si sarebbe
fatto molto più tardi. Doveva cercare di tenersi sveglia. Magari un film su
Sky.
O prenderne un altro? I tedeschi parcheggiarono l’auto. A un tratto sentì di

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nuovo il mare. Strano, tedeschi che non sapevano lo spagnolo provavano a
comunicare in inglese, sembrava un film di guerra. Jawohl, Sir.
Luis portò due birre e si mise a fare il viscido con loro. Lo faceva per lei.
Poteva anche fare a meno di lei, questo era il messaggio. Quando finalmente
ritornò riprese da dove erano rimasti. Conosceva Oviedo? No, Oviedo non
la conosceva e non le suscitava nessuna curiosità. Se ti trasferisci là verrò
sicuramente a trovarti, disse, e cominciò piano piano ad alzarsi. Il vento
aveva rinforzato, barcollò. I soldi li aveva già messi sul tavolino, con sopra
una ciotola perché non volassero via. Luis era davanti ai tedeschi, le voltava
le spalle.
Stay the course Suzy, mormorò. In ogni caso ora nessuno poteva pensare
che fosse colpa dell’alcol. Ma per strada non c’era nessuno. Si appoggiava ai
muri. Quando lui non dice- va niente, lei non sapeva come comportarsi,
comunque avrebbe lasciato in giro qualcosa. Era quello che sapeva fare
meglio, lasciare qualcosa in giro per caso. Un cucchiaino d’argento qui, la
bottiglietta di Famous Grouse accanto al telefono, del semplice denaro era
troppo volgare, ci voleva un po’ di allure e allo stesso tempo doveva
apparire casuale. L’ultima volta era stato sfrontato. Si era portato via
l’accendino d’argento di Annabelle. Non era quel che lei intendeva, ma non
aveva detto niente. Aveva lasciato la televisione accesa, sentiva le voci già in
corridoio. Entrò in sala e rimase immobile per un attimo. Troppa luce,
doveva spegnere la lampada grande. Doveva spogliarsi subito o tra un po’?
Prima di mezzanotte non sarebbe comunque successo niente. Rimase a
guardare finché tre persone furono ammazzate tutte insieme, poi andò in
camera.
Si era appena infilata nel letto quando le venne in mente che non aveva
lasciato in giro niente, ma proprio allora sentì i suoi passi sul viottolo del
giardino e intorno alla casa. La luce esterna la spegneva sempre, nessuno
doveva vederlo. Il corridoio, la sala, un gatto nel buio. Un vecchio gatto
spagnolo di sessantatré anni con scarpe nere spagnole che avrebbero fatto
meglio a essere scarpe inglesi.
Ora le restava solo da aspettare il rumore della porta, il whisky, l’odore del
suo respiro, lo strano irregolare grugnito che si accompagnava alla sua forza
improvvisa e inattesa, che più che altro sembrava rivelare rabbia e una
permanente delusione.
Era già chiaro quando si svegliò. Ascoltò le notizie su BBC World. Bagdad,

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Darfur, Gaza, Kabul, non ascoltava mai davvero, ma le piacevano quei
suoni, le lievi voci inglesi che all’inizio del giorno l’avvolgevano nel mondo
senza farle male. Aveva compiuto settantanove anni e per quanto poteva
ricordare le aveva sempre ascoltate. Il notiziario c’era sempre, come le
previsioni del tempo. Si alzò lentamente e guardò fuori dalla finestra.
Dalla radio giungevano i suoni del mondo e lì lei poteva vederlo, una
strada deserta piena di foglie. Il vento si era calmato, un cane obbediente.
Tutto quadrava.
Sul tavolo c’era la sua borsetta bianca, aperta. Il portamonete era vuoto.
Provò a ricordarsi quanto c’era dentro, ma non ci riusciva.
Piccolo delinquente, pensò, e mentre si dirigeva in cucina per mettere a
bollire l’acqua del tè salutò con il capo il ritratto di Annabelle incorniciato
d’argento sopra l’ampia scrivania. Nel portacenere lì accanto c’era un
mozzicone con un filtro bianco. Annabelle le sorrise dal regno dei morti, un
sorriso ambiguo, quasi d’approvazione. Ma non si poteva mai sapere, con
Annabelle.

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L’ULTIMO POMERIGGIO
All’improvviso era morto.
Quel momento se lo sarebbe ricordato per sempre, perché era stato
accompagnato da immagini chiarissime. Settembre, il sole già piuttosto
basso, l’ombra del cipresso che si allungava fino al muretto del giardino, la
tartaruga che si era spinta traballante fino all’ibisco, alla ricerca del primo
fiore caduto. Era un patto tra lei e la tartaruga. Sempre nell’ultima ora del
pomeriggio, che era poi l’anticamera della sera. Il buio arrivava prima in
Sardegna che in Olanda, perché lì si era più vicini all’equatore. Gliel’aveva
spiegato lui. Il movimento della luce era importante per lui. La luce era viva,
ne parlava come di un essere umano con cui avesse una relazione personale,
che avesse a che fare direttamente con lui. Certe giornate non gli piacevano,
c’era qualcosa nella luce di cui lei naturalmente non si rendeva conto. Quella
sensazione c’era sempre stata: che lui vivesse in compagnia di cose invisibili,
cose che a lei erano inaccessibili e che non era nemmeno in grado di
definire. Erano stati insieme per tre anni. I loro mondi non avevano mai
avuto niente a che fare uno con l’altro, l’unica cosa che li univa era la loro
determinazione a non abitare in Olanda e il fatto che potevano fare il loro
lavoro anche lì, in quella vecchia casa colonica. Un giorno lui era comparso
nella sua vita come una forma del caso, un uomo a cavallo che aveva
lanciato un’occhiata oltre il basso muretto del suo giardino e le aveva fatto
un cenno di saluto con la mano.
Lei l’aveva trovato attraente perché non riusciva a conciliare la sua
professione (il denaro) con alcune delle cose che diceva, come se da qualche
parte di quel corpo grande e solido si nascondesse un poeta. A letto si era
comportato bene, in una maniera un po’ impacciata, allo stesso modo –
pensò ora – con cui si era sempre mostrato gentile anche con il suo cavallo.
Guardò la tartaruga. Ce n’era più di una ma questa era l’unica che
riconoscesse subito. Anche in questo lui era diverso. Una volta aveva
provato a spiegarglielo. Aveva afferrato la tartaruga con una sola mano e
l’aveva posata sul tavolo. L’animale aveva ritratto la sua testa da vecchietto e
non era rimasto che il guscio, su cui lui si era messo allora a passare le mani.
Qui, aveva detto, e qui. Lei aveva osservato le macchie scure che lui le

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indicava sul guscio verde e aveva provato a riconoscere il disegno che lui
vedeva, ma il giorno dopo quando aveva trovato in giardino una delle
tartarughe, non era stata in grado di capire se era la stessa o un’altra. Questa
però la conosceva perché aveva voluto conoscerla. Un giorno, mentre
l’animale era fermo immobile accanto all’ibisco, gli aveva scattato una foto a
colori che poi aveva elaborato in modo da lasciare visibile solo il guscio, che
ora riempiva tutta la fotografia. Poi aveva fatto ingrandire la foto e l’aveva
appesa nel suo studio. Un quadro astratto, avevano detto gli amici ammirati,
perché non fai altre cose di questo tipo? Lei sapeva che l’aveva pensato
anche lui, però non l’aveva mai detto.
La tartaruga era adesso vicina all’ibisco. Sembrava nutrire una predilezione
per il rosso fiammante. Il giallo, un po’ più in là, lo lasciava evidentemente
alle altre. All’inizio le era parso strano che alle tartarughe piacessero i fiori,
come se una distanza incolmabile separasse i petali eterei e sottilissimi dei
fiori e la quasi fossile antichità dell’animale. L’ibisco era la sua pianta
preferita. A parte la rigogliosa piombaggine e la buganville, che in realtà non
avevano bisogno di acqua, era anche l’unica pianta di cui dovesse prendersi
cura in estate, e l’unica che le si mostrasse riconoscente, che ogni giorno
facesse un gesto, come diceva lei tra sé.
Le estati sembravano diventare sempre più secche, e a volte era proibito
innaffiare, ma questo non creava grandi problemi al suo giardino. L’aloe, i
cactus, la yucca che si protendeva in tutte le direzioni, le palme, i pini e
l’unico cipresso rimanevano sempre uguali, la poca acqua di cui avevano
bisogno la risucchiavano dalle profondità del terreno. Solo l’ibisco dava
ogni giorno nuovi fiori che sembravano farfalle rosse come il sangue e che
si aprivano all’improvviso all’ora in cui lei si alzava, con una sorprendente
forza interiore, per poi morire sul finire del giorno e cadere sul secco suolo
bruno, come adesso.
Tutto nelle tartarughe era strano. Il modo in cui questa ora si dirigeva verso
il fiore, muovendosi sulle arcaiche zampe anteriori con i piedi rivolti di lato,
era in realtà una specie di passo del granchio. Il fiore si era già arrotolato su
se stesso, prima di cadere, quasi volesse avvolgersi in sé come in un sudario,
sapendo quel che stava per succedere. La donna che lo osservava si sentì
percorrere da un leggero brivido. Avrebbe dovuto essersi abituata a quel rito
quotidiano, ma provava ancora una vaga forma di dolore quando la
tartaruga tendeva il suo capo corazzato verso il fiore. Rosso, ormai, il fiore

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non lo era più, piuttosto era una farfalla arricciata del colore del sangue
rappreso. Vide gli occhi piccoli e inespressivi, perline nella corazza di corno,
vide quello strano muso senza labbra aprirsi e le mascelle cominciare a
macinare il fiore, e ancora, come un quarto d’ora prima, quando l’ombra del
cipresso aveva raggiunto il muretto di pietre ammucchiate, ne aveva avuto la
certezza. L’uomo con cui aveva vissuto in quel luogo per anni, e che qualche
anno prima era morto, ora era morto. Ci aveva messo un bel po’ di tempo,
ma sapeva cosa le avrebbe detto lui. Avrebbe rivoltato la frittata. Sentiva la
sua voce, l’ironia leggera e un po’ sprezzante che dopo il primo gin tonic
assumeva sempre una sfumatura particolare. “Sei stata tu a metterci un bel
po’ di tempo, amore. Non potevi dirmi addio?”
La stessa ora, lo stesso accordo. Lei e la tartaruga, la tartaruga e l’ibisco, lui e
il gin tonic. “Per difendermi dalla sera.”
Lei l’aveva sempre trovato enigmatico: un uomo che aveva paura della sera
perché aveva paura della notte. Ma era vero. Non era riuscita a dirgli addio.
Bevve un altro sorso di gin tonic.
“E hai preso le mie brutte abitudini.”
Cosa doveva rispondere? Che era lontano già quand’era in vita, ma che
non per questo era morto? Morto lo era solo adesso, in quel misterioso
istante in cui l’ombra del cipresso si era arrampicata su per il muretto. Come
poteva esserne così sicura? Si trattava dunque di tre momenti, pensò. Il
momento dell’addio, quello della sua morte e quel protratto momento di
adesso in cui aveva cominciato a dimenticarlo, in cui lui era diventato uno
spettro, la sua vera morte.
Uno spettro, questa espressione le piaceva. Uno spettro che poteva svanire
al di là del muretto, passando accanto agli alberi di fico e poi oltre il muretto
successivo e il campo dove si trovava l’asino dei vicini, che proprio allora si
mise a ragliare come per salutarlo.
Quel suono lui non era mai riuscito a sopportarlo. Note profonde e
protratte che esprimevano un dolore smisurato e che terminavano sempre in
uno strano brontolio, come se l’animale volesse sottolineare con un tratto
arcigno tutta quella sofferenza.
Com’era semplice tutto quanto! Se ne stava seduta lì immobile. Non
sapeva se la tartaruga la stesse guardando, aveva però girato la testa verso di
lei. Le mandibole macinavano ancora e un ultimo brandello rosso le
pendeva osceno dal becco. Di lì a poco si sarebbe voltata, avrebbe mosso le

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quattro assurde zampe ognuna per conto suo e poi se ne sarebbe andata via
lentamente fino a sparire dalla sua vista. Doveva abitare sotto le pietre
secche del muretto, ma a casa sua non l’aveva mai invitata. Un’altra che non
aveva bisogno di lei. Si mise a ridere, e si sentì ridere nel silenzio del
giardino. Nessuna risposta. Un leggero frusciare delle foglie di palma, tutto
qui. Le tartarughe, pensò, abitano sottoterra finché sono piccole, nel luogo
che in realtà appartiene ai morti. Forse questa veniva da lei perché un giorno
era stata lei a trovarla, ma non poteva esserne certa. Era successo mentre
stava zappando: a un tratto due, tre minuscole tartarughe erano uscite da
sottoterra. Lei non riusciva a capire, ma lui le aveva spiegato che trascorrono
sottoterra il primo periodo della loro vita. Poi le aveva prese e gettate al di là
del muretto. Causa ed effetto. Si può determinare l’inizio di qualcosa? Si
può affermare che esiste un momento in cui ha inizio un addio? E questo
inizio è quando per la prima volta ci si domanda perché si sta con uno che
getta delle tartarughe al di là di un muretto, si lascia intimidire dalla luce e ha
paura della sera? Scriveva libri per bambini che illustrava lei stessa. Quel
giorno si era messa a scrivere un libro su tre tartarughine a cui aveva
assegnato i tre nomi di battesimo di lui, ma quel libro non gliel’aveva mai
fatto leggere.
Non avrebbe capito la sua vendetta, doveva escogitare qualcosa di più
drastico e le era riuscito meglio di quanto avesse previsto. Tua moglie tra le
braccia di Beppo il postino, non è cosa da tutti i giorni. Il postino, beau
garçon che viene ogni giorno a portare la posta con la sua bicicletta da corsa
e beve con te un bicchiere. Con cui parli di quello stronzo di Berlusconi, con
cui guardi il funerale del Papa, che ti riporta i pettegolezzi del paese e passa
del tempo con te al Bar Italia. Con lui! E oltre tutto su un prato, molto
appropriato: tra le erbacce taglienti, sotto un fico, poco più in là del sentiero
su cui passi con il tuo cavallo. Qualcosa che si muove dietro il muretto e che
tu vedi dall’alto, la schiena abbronzata, i capelli neri e quegli altri capelli
biondi sotto, e il volto che risponde al tuo sguardo con quegli occhi azzurri
spalancati, olandesissimi, senza il minimo spavento, la minima vergogna, e ti
punisce per tre tartarughe morte e tre anni di ironia.
Si era fatto buio, ma lei stava ancora seduta immobile. Nessuno ormai
poteva vedere che stava ridendo. Quel giorno era tornata a casa qualche ora
dopo. Lui era nel suo studio, seduto davanti al computer, come al solito
collegato alle borse dell’intero pianeta. Era rimasta per un po’ in piedi alle

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sue spalle, a osservare le cifre astratte che si muovevano avanti e indietro
sullo schermo. Quello era stato l’addio. Il giorno dopo, come sempre, era
andato al cancello del giardino a ritirare la posta e aveva bevuto un bicchiere
di vino con Beppo, poi era partito senza che si scambiassero più nemmeno
una parola. Non molto tempo dopo era morto, come se si fossero messi
d’accordo, e adesso, quel pomeriggio, era svanito dietro il muretto come se
non fosse mai esistito.
Si alzò ed entrò in casa. Nel suo studio carezzò fugacemente la foto della
tartaruga. Sentì i propri passi che si dirigevano alla cucina, si fermò un
attimo e ascoltò il silenzio.

70
PAULA
1
Non credo negli spiriti, ma nelle fotografie sì. Una donna vuole che ti ricordi
di lei e fa in modo che trovi una sua fotografia. Se li si trascura abbastanza, i
morti sono capaci di fare cose del genere. Forse devo esprimermi
diversamente: se si sentono troppo trascurati sono capaci di fare cose del
genere. Non è il mio caso, io penso ancora continuamente a Paula. Come sia
per gli altri non lo so, non li vedo quasi più, solo ogni tanto, per caso. Gilles
è morto, Alexander ha finalmente terminato gli studi e lavora come ispettore
medico a Groninga, Ollie vive in America, il Dottore pare sia malato. Da
loro Paula può aspettarsi ben poco, perché non c’è dubbio che Paula sia una
morta irrequieta. Per cui toccherà a me. Magari in mancanza di meglio, ma
comunque.
Va bene, Paula, allora penso io a te, sono disponibile. Lo ero anche allora.
Non ho mai smesso di esserlo. Abito da solo da un’eternità, già da tempo
ho buttato via tutte le cianfrusaglie superflue, ma sembrano non finire mai,
continuo a trovare di tutto. Casa vuota, condominio moderno, nessun
fastidio dai vicini, silenzio, vista sul polder, ultimo piano. Rari visitatori che
si guardano intorno a disagio, come gatti che non hanno ancora capito dove
si nasconde il pericolo. Letto, tavolo, sedia, tutto austero. Minimalista, ha
detto il Barone alla sua unica visita, con quel suo risolino forzato
d’occasione. Era venuto per un vecchio debito di gioco, si guardava intorno
come un ufficiale giudiziario, come se volesse far mettere all’asta qualcosa
se non avessi pagato. Non avevo nessuna intenzione di pagare, non ce
l’avevo allora e non ce l’ho oggi. Erano anni che aspettavo quella visita,
sapevo che un giorno sarebbe arrivato, da quel punto di vista non è
cambiato per niente. Non so in che stato sia la tua memoria nel luogo in cui
ti trovi, ma del Barone ti ricordi di sicuro. Ballavate sempre in modo
fantastico, soprattutto i Rolling Stones. Ora sono vecchi anche loro. Lui
allora entrava in una specie di trance meccanica, un robot eccitato. Tu ti
agitavi intorno a lui come uno straccio, ma lui ti afferrava sempre nell’istante

71
perfetto, insieme eravate una macchina affascinante, tutti vi guardavano. E io
torno a guardare. La tua foto si staglia contro la parete bianca. Guarda un po’
qua, Paula, disse il Barone entrando. Long time no see.
Sembra di essere in un monastero zen, disse ancora, ma io non sono mai
stato in un monastero zen. Volevo liberarmi di tutto, via, vuoto. Ci sono
quasi. Di visite non ne ricevo mai, per cui una sedia per leggere è sufficiente.
Una sola, per leggere e per mangiare. Tutte le pareti sono bianche, magari le
vedi. Non ho idea di cosa vedete e cosa no. Io odio le mie vecchie foto, ma
forse per te è diverso, tu non puoi invecchiare, dunque non hai mai avuto un
aspetto differente. Diciamo, quarant’anni fa? Quarantacinque? Era stata una
copertina di Vogue, quella foto, ne eravamo tutti fieri, anche le ragazze. Nulla
di quella foto è invecchiato, non tu, e nemmeno la foto. L’anno scorso sei
comparsa all’improvviso tra un mucchio di vecchi giornali, provos, “Klaas
sta arrivando”1 e scemenze del genere. Ragnatele. Non riesci a immaginarti
che tutto questo sia accaduto davvero. Mi ci sono voluti mesi, sembrava una
campagna militare. Valigie, armadi, cartelle, il baule con i diari è rimasto per
ultimo, e lì dentro c’eri tu. Tutto finisce subito nel fuoco, ma non quella
foto. Sei alla finestra, il gomito sinistro appoggiato al telaio, il braccio in
alto, la mano con la sigaretta appena accesa viene a trovarsi un po’ più su
della tua testa. Oggi su Vogue non sarebbe più possibile, una sigaretta, e
anche le unghie erano un po’ troppo corte. Era una foto sfrontata e sensuale
già allora. Niente seno, un corpo da ragazzo. Una fascia stretta intorno al
busto, evidentemente era la moda di allora. Sembrava che avessi appena
subito una mastectomia. La meraviglia senza seno, disse il Barone. E anche
lo Scrittore trovò qualcosa da dire: “il suo petto quasi da fanciullo”, era il
verso di una poesia, non so di chi. I pantaloni scuri un po’ al di sotto
dell’ombelico, la mano destra in tasca, la pelle costellata di gocce d’acqua
che bagnavano il vetro come lacrime. Lo sfondo è scuro, tu ti stagli contro
luminosa, le labbra socchiuse, lo sguardo fisso su qualcosa fuori, non ce la
faccio a guardarti troppo a lungo. Tu sei lì nel regno dei morti, e allo stesso
tempo chiedi ancora qualcosa con quelle labbra socchiuse. Sento la tua voce,
quel suono che tutti noi riconosceremmo anche sul letto di morte, dura,
roca, alcol, tabacco, un po’ di tutto questo arrivava ancora prima che tu
dicessi qualsiasi cosa, un suono aspirato che precedeva la tua voce. Hah hah,
e poi cominciava quell’implacabile tessere la tela a cui nessuno poteva
sottrarsi.
Micidiale giocando a poker, con quella voce riuscivi a ricavare un full da

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una mano senza speranza.
1 Il riferimento è al movimento controculturale dei provos, nato ad Amsterdam alla metà
degli anni Sessanta. Dalla figura di Klaas Kroese, ristoratore che in un primo momento
appoggiò il movimento, e da quella di Babbo Natale (Sinterklaas in nederlandese) nacque
quella scherzosamente mitologica di Klaas, una sorta di messia cui, secondo una
provocatoria proposta, avrebbe dovuto essere consacrato il Palazzo del Dam, trasformato
in “tempio magico” [N.d.T.].

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2
Adesso mi siedo proprio davanti a te. In una casa in cui c’è una sola sedia ha
un significato diverso. La tua foto ora l’ho messa sul davanzale, ti sposti
insieme a me. Qualche grosso ciottolo contro il bordo inferiore, così non
scivoli via. Fuori è buio: si intona alle gocce di pioggia sul tuo vetro. Così
hai la pioggia davanti e dietro di te. Mi immagino che tu mi veda, ma
suppongo che non sia così. È meglio che non sia così, non mi riconosceresti.
Per questo non parlo nemmeno ad alta voce, per quanto in realtà in questa
situazione sia strano. Non sento mai nessuno, e nessuno sente me. Credo.
Abbiamo vissuto nell’anno drogato. Così all’epoca definivamo ogni anno,
perché i drogati eravamo noi, e lo sapevamo. Una notte senza sabot non era
niente, sento ancora la mia mano estrarre le carte quando tenevo il banco. La
sento e sento anche il suono. La prima volta che sei entrata stavo tenendo il
banco. La sinistra posata sul sabot, sui due bordi alti di legno, la destra
pronta all’azione con le dita già sulla prima carta. Ufficialmente il gioco si
chiamava baccarat, o chemin de fer, ma noi giocavamo la nostra versione
particolare con regole proprie, e la chiamavamo soltanto sabot, era
sufficiente. Giocavamo a sabot tutte le sere che potevamo, anche quella sera.
Come al solito la stanza era piuttosto buia, così il tavolo si trovava entro un
cerchio di luce e si potevano vedere bene solo i volti lì intorno. Suonò il
campanello, qualcuno andò ad aprire, quelli che non stavano giocando si
girarono e si fece silenzio, come accadeva solo quando arrivavano degli
estranei, gente che non conoscevamo. Sei entrata sola, non era usuale, ma
non ti abbiamo chiesto niente, non era nel nostro stile. Io avevo la mano sul
sabot. Non ci piaceva interrompere il gioco, ma bisognava pur stringersi la
mano. Allora per la prima volta abbiamo udito quella voce. L’indirizzo te
l’aveva dato Cinco, hai detto. Cinco, te lo ricordi ancora? L’eterno solitario?
Berretto di tweed a quadretti? Che pareva un mobile di Hoppe? Che era stato
consigliere comunale per la lista Traffico Sicuro perché l’avevamo votato
tutti quanti? Hah hah. Cinco, che non si faceva più vedere. Ora è pure
morto. Questo ritornello lo sentirai ripetere spesso. Non c’è niente da fare,
ormai fa parte della mia vita. Sollevai la mano dal sabot e dissi quanto c’era
sul banco. Cento fiorini. Forse te l’ho detto così, con decisione, per fare

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impressione su di te. All’epoca era ancora una bella somma. André era
seduto alla mia sinistra. In genere prudente, ma ora suivi. Estrassi le carte, le
guardai. Due nove e un sei, non poteva andar male, carte da sogno.
Guardavo il tuo volto sopra le teste, quell’espressione avida. E non ero il
solo: il Barone, Gilles, Nigel, perfino Tico e il ragazzo prodigio. E le donne
guardavano gli uomini che guardavano. Penne sollevate, artigli affilati. Ti ci
è voluto un po’ per mettere sotto anche loro. No, non dico bene. Prima che
anche loro ti amassero come noi. Hah hah, ma per le donne il suono era
diverso, più rauco, più profondo, più amabile. Tenni il banco per una decina
di volte. Duecento, quattrocento, ottocento, ogni volta banco, finché potei
prendermi il cioccolato. Avevi imparato con incredibile velocità. Suivi, avec.
Met een vogel in je bek, “con un uccellino tra le fauci”: questo lo aggiungeva
sempre lo Scrittore, noi aspettavamo che lo dicesse. Perdevi in modo
pazzesco, ma l’ultima volta, quando c’erano di nuovo ottocento fiorini in
gioco, hai detto banco.
Ci fu un attimo di silenzio. Ho estratto le carte con lentezza. Le hai prese
come probabilmente avevi visto fare in un film. Prima le hai posate una
sull’altra come se fossero un’unica carta. Poi te le sei tirate vicine e le hai
tenute strette al seno. Solo allora le hai sollevate lentamente portandole
davanti agli occhi, e le hai infine fatte scorrere quel tanto che bastava a
vedere cosa avevi in mano. Hah, hai detto, e significava: carta. È stata la
prima volta che ho perso con te. Da quel momento sei stata una di noi.
Ma dire così non è abbastanza. Era come se fossi sempre stata una di noi.
Paula, oh, la conosciamo da anni!
Anni? Quanto tempo sia durato quel periodo non lo so, ma so che dopo la
tua morte tutto è avvizzito. Quel che avveniva nel mondo, il Vietnam, gli
scontri ad Amsterdam, le occupazioni di case, la guerra fredda, la bomba H,
il Club di Roma e le sue previsioni apocalittiche, la prima crisi del petrolio,
Praga 1968, noi lo seguivamo, ma a distanza.
La vera guerra, per la maggior parte di noi, era passata ancora da troppo
poco tempo, era evidente che nuovi conflitti erano all’ordine del giorno, che
sarebbero sfociati in catastrofi ancora più grandi, ma, come diceva Nigel,
sarebbero state catastrofi diverse, non quelle per cui ci si agitava allora. La
tranquilla sicurezza con cui lo diceva convinceva forse più perché vinceva
sempre che perché ne sapesse più di noi. Inoltre avevamo altre cose per la
testa. Nigel era un matematico, e la matematica è ordine. E il mondo era

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disordine. Eravamo un gruppetto nebuloso, ma il gioco era una cosa chiara.
La casa di Dodo e Gilles si trovava ad Am-
sterdam Sud dietro un argine che un po’ penosamente tentava di imitare un
canale vero, ma che ancora segnava una linea di separazione tra la città e
tutto quello che si trovava al di fuori, così, come diceva lo Scrittore, si aveva
sempre l’impressione di dover superare un fossato per entrare in Castel
Dodo. Lo Scrittore non si chiamava così perché scrivesse, ma perché si
chiamava così. Che poi scrivesse davvero era un di più. Il Barone aveva
portato con sé Wintrop, insieme compravano e vendevano azioni, ma non ne
parlavano mai, nemmeno con André e Gilles che erano mediatori di borsa o
lo erano stati, non è mai stato del tutto chiaro. Di chiaro non c’era mai
niente, questo era il punto. Non c’era una gerarchia. Il ragazzo prodigio
ebreo studiava da chirurgo, Nieges commerciava in discutibili antichità,
Merel aveva al quartiere Pijp una piccola agenzia di viaggi con destinazioni
nel terzo mondo, Nigel – inadeguato al proprio nome, visto che sembrava
aver passato tutta la sua vita nel sottosuolo di Dostoevskij – si pagava gli
studi di matematica giocando a poker in un club a cui noi non eravamo
ammessi, Tico era un rappresentante di chartreuse e di una poco nota marca
di champagne. Il Dottore lo chiamavamo così perché non era mai diventato
medico. Te lo ricordi? Ollie stava con André, è rimasta in Texas quando lui è
morto. Assenti e morti, ecco la mia compagnia.
Merel e Tico credo che stiano ancora insieme. Come me, vivono in quella
che chiamo «la zona d’ombra», o meglio: come me non ne sono mai usciti.
Qualcuno ha fatto un bel po’ di soldi, qualcuno i soldi li ha sempre avuti,
altri, come me, li hanno raccattati qua e là senza che fossero mai la cosa
principale. Come ti arrangiavi tu con i soldi non l’ho mai saputo. Come
modella lavoravi solo di tanto in tanto, ma in un modo o nell’altro ne avevi
sempre. Lo Scrittore scriveva libri che non leggevamo, il Barone faceva il
giudice da qualche parte, il ragazzo prodigio ebreo divenne un vero chirurgo
e faceva finta di vergognarsene, Merel fece buoni affari dopo l’arrivo dei
profughi dal Suriname, ma di denaro non si parlava mai, non ne parlava
nessuno. Nigel teneva la lista dei debiti, e questo significava che doveva
continuamente confrontare liste di cifre e tirare righe. Tutti avevano sempre
dei debiti con tutti gli altri. Una volta ogni tanto, dopo un certo numero di
settimane, Nigel diceva che alla riunione successiva bisognava regolare i
conti, e così accadeva.

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77
3
Come funziona la memoria dei morti? Sì, lo so che non riceverò nessuna
risposta, e dunque nemmeno alla domanda che avrei voluto farti. Perché –
questa era la domanda – più si invecchia più la vita assomiglia a una
finzione? Non so cosa sia peggio, se invecchiare o essere morto, ma tu non
sei mai stata vecchia e io non sono mai stato morto.
Credo di aver fatto tutto questo vuoto perché la mia finzione non
assomigliasse ad altre finzioni, ma naturalmente è una sciocchezza, così non
si fa che creare una finzione diversa, una che non si incontra tanto spesso.
Tu queste cose le sapevi già allora. Leggevi moltissimo, ma febbrilmente,
come se mancasse sempre qualcosa. Questa idea della finzione l’ho presa da
te, sei stata tu la prima a dirlo. Uscivamo dal cinema, io ero tutto preso dal
film e tu a un tratto hai detto con disprezzo: proprio vero. Tutto è sempre la
copia di qualcos’altro, non vale nemmeno la pena di vivere se qualcuno può
tirarci fuori un film di due ore, o un libro che finisci in due giorni. Ognuno è
il proprio romanzo, e anche troppo lungo. Non c’è che imitazione. Credo di
essere rimasto scioccato, in ogni caso non sapevo che cosa rispondere. Hai
aggiunto ancora qualcosa sulla compressione del tempo e io l’ho percepita
quasi fisicamente. Ci siamo allontanati da Leidseplein in direzione del
Vondelpark, e mentre camminavamo sulla ghiaia del vialetto quell’immagine
si è fatta letterale, i passi che nella vita reale durano esattamente quanto dura
un passo assunsero, per quella osservazione, un che di fastidioso, come se
dovessero infilarsi uno nell’altro fino a formare l’immagine di un film o la
pagina di un libro, che sarebbero assomigliati ad altri libri o ad altri film.
Nigel, che non diceva quasi mai niente che suonasse anche lontanamente
personale, una volta nel bel mezzo del gioco disse senza un motivo
apparente: Paula, tu hai troppa fretta. Nigel, anche lui innamorato di te. Nigel
aveva una relazione con Dodo che era sposata con Gilles. Tutti quanti
romanzi. Tu ci hai provati tutti, uno dopo l’altro, hai visto tutti i film. Forse
Nigel era l’unico per cui provavi davvero qualcosa, ma non ne sono sicuro.
Forse perché è così misterioso con quel suo volto bianco. Di lui non hai mai
detto altro. L’unico, dunque, che in ogni caso non potevi avere.
Con me è stato diverso, mi hai avuto subito. Io non sono misterioso,

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nemmeno adesso. Perfino la prima sera sono stato fin troppo chiaro, e quel
racconto l’avevi già letto cento volte. L’unica volta che siamo stati a letto
insieme hai risposto alla mia chiarezza con la tua: Non capisco perché la
gente si agiti tanto per una scopata. C’est une geste rendue, niente di più. Ma
anche niente di meno. E alla fine hai detto: Be’, allora, tu e io proprio non
siamo fatti uno per l’altra. Non fare quella faccia triste, è adesso che
comincia. Questa faccenda l’abbiamo sbrigata. Un’amicizia migliore non l’ho
mai avuta. Questo non l’hai detto tu, lo dico io. Eppure non ho mai saputo
cosa pensassi davvero di me. A volte, dal modo in cui mi guardavi,
sembrava che mi nascondessi qualcosa. Tre settimane nel deserto del Niger,
a Tamanrasset con una jeep. Sei saltata fuori con i biglietti dopo averci
derubati tutti quanti in una serata indimenticabile, Nigel non riusciva a starti
dietro con le sue annotazioni. Sembrava che il tuo banco fosse inattaccabile,
il cioccolato si fondeva sul tavolo e scorreva verso di te. Sabot, banco, suivi,
cioccolato. Nell’improbabile evenienza che non te lo ricordassi, il cioccolato
era la posta che potevi ritirare dal banco se nessuno puntava altrettanto.
Banco lo si diceva se si voleva giocare da soli contro il banco per l’intera
posta. Suivi se rifacevi la stessa cosa dopo aver perso. Quel viaggio è stato
indimenticabile. Ancora oggi, ogni anno, continuo a passare un po’ di tempo
in un deserto. Dove, non m’importa. Durante il viaggio sei andata a letto una
o due volte con chi ti capitava. Non ti sputtano mica, avevi detto, dico che
sei mio fratello. Così poi mi tocca tagliargli la gola, ti ho risposto. Non puoi
andare in giro a regalare tua sorella alla prima carovana che passa. Ma
avevamo fatto un patto: niente gelosia, questa era la legge.
In quelle sere scrivevo la mia storia, da solo in tenda. Fuori, cani che
riempivano tutta l’oasi con i loro guaiti. Il mio unico orgoglio: non
assomigliava a nessuna delle storie che conoscevo. Se era così anche per te,
non lo so. Non hai mai detto niente in proposito, osservavi irritata e avida,
come se non ne avessi mai abbastanza.
Eri infelice? Che domanda cretina, avresti detto. E poi all’improvviso mi
avresti abbracciato. Con nessun altro – potevi anche sussurrare – con nessun
altro avrei voluto fare un viaggio come questo. Né voluto né potuto. Se vuoi
scopare dillo, qui abbiamo tutto a nostra disposizione, il cuore dell’Africa,
palme, cammelli, stelle. Hah hah.

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4
Il Barone si chiamava così perché non era nobile. Suo nonno apparteneva
all’epoca delle buone intenzioni e aveva gettato il titolo nella pattumiera della
storia, una piccola rivoluzione francese privata senza ghigliottina. Il nipote
ne provava ancora dolori fantasma. Sì, aveva mantenuto uno stemma di
famiglia, ma non c’era più niente davanti al cognome, un cognome che
trattava con ogni cura perché quello, almeno, c’era ancora. Tutte cose che
sai. I morti non hanno l’alzheimer.
Non hai nemmeno bisogno di ascoltare. Ma io parlo lo stesso. Lo faccio
per me. Riempio la stanza. Nostalgia non ne ho, ma mi erano cari. Tico mi
chiamava Don Anselmo. Per via di un film che avevamo visto insieme una
volta, El Cochecito. Tico e Merel. Lui dall’aspetto un po’ indonesiano,
l’eloquio forbito, un accento vago. Il padre nell’esercito delle Indie orientali
olandesi. Sergente, e tuttavia con un eloquio forbito. Complessi coloniali.
Sempre timoroso di non essere preso sul serio. Veniamo da Madura, se sai
dove si trova. Bali, Lombok, Sumba, Sumbawa, Flores, Timor che è mezza
portoghese. Nessuno capisce più. Tico, l’amico di Nieges. Nieges sa come
far sembrare antico un oggetto, eh Nieges? Una questione di chimica. Lo
prendi e lo metti per un po’ sottoterra con una goccia di questo o di quello, e
diventa antico da solo. Tico non aveva terminato gli studi ma ne sapeva
abbastanza per dare una mano a Nieges. Questo per me era un fatto strano.
Loro si vedevano di giorno. Alexander faceva pratica nello stesso ospedale
in cui lavorava il ragazzo prodigio. Merel si dedicava con Dodo e Ollie a
quel genere di attività che adesso è chiamata fitness. Il Dottore passava le sue
giornate nei caffè dove si giocava a scacchi. Io di giorno non vedevo mai
nessuno, per me appartenevano alla notte. Il cerchio, i volti intorno a me, la
luce gialla, il fumo. E tu, Paula. Ora ti vedo, è facile, si può proiettare
qualsiasi immagine sul polder. Ma devo pensare di nuovo a quel che avevi
detto allora, compattare il tempo, perché tutto per te scorreva troppo
lentamente. Forse era solo un’osservazione detta tanto per dire, e io le sto
dando troppa importanza. Eppure. Ho il tempo per pensare a tutte queste
cose. Il mio primo film di Antonioni l’ho visto con te. Antonioni e Bergman,
morti anche loro. Sembra che da allora io non abbia più visto film. Non mi

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interessava più. In quei giorni tutto era di sinistra, dovevi essere solidale con
questo e con quello, sottoscrivere appelli, partecipare a manifestazioni, se
non prendevi parte all’agitazione eri uno stronzo. Noi non ne eravamo
toccati più di tanto, ma era tutto intorno a noi. L’occupazione del
Maagdenhuis, l’università sottosopra, il teatro che doveva cambiare, la
raccolta di canna da zucchero a Cuba, i cortei per la Cambogia, tutto nobile e
coraggioso, le cariche della polizia, le azioni, e noi sulla nostra isoletta con il
sabot e il banco, un manipolo di naufraghi, disertori del mondo reale. Di
tutta quell’agitazione nei film non si parlava e forse è per questo che ne sono
rimasto così colpito. Lì non si parlava di società, ma semplicemente di
persone. La parola «individuo» non riesco a pronunciarla, ma era di questo
che si trattava. Solo persone. Una persona su un tram, in una via deserta. La
solitudine in tutto quel vorticare. 1964, 1965, non ricordo. Deserto rosso.
Monica Vitti insieme a un uomo davanti a un recinto metallico, una specie di
fabbrica, una cosa gigantesca, e loro due lì davanti, piccoli, un niente, due
figure minuscole, non riesci nemmeno a credere che abbiano un nome. In
quell’istante mi hai preso la mano, affondandoci le unghie. È questo – mi
hai detto – noi non siamo niente, noi e tutte le nostre fantasie. Veniamo
raschiati via, cancellati. Le nostre storie sono tutte uguali, non significano
nulla. Adesso ho il film su dvd, tutti i loro film che riesco a recuperare. Me li
guardo la sera, seduto qui. E ogni volta che arriva quella scena sento la tua
mano. Antonioni allunga l’istante, rimpicciolisce sempre di più la superficie,
il muro, quella costruzione metallica, intollerabile. Quella sera non ti sei
seduta al tavolo, ricordo anche questo. Avevo il banco e mi andava
benissimo, a un certo punto ho alzato lo sguardo. Stavi in piedi dietro al
ragazzo prodigio, il tuo sguardo era stranamente intenso, mi hai fatto un
cenno con il capo e a un tratto hai fatto un gesto che racchiudeva tutto il
cerchio, due rapidi movimenti circolari, e hai spinto avanti la mano, come
per gettarci tutti quanti fuori dalla finestra.
Poi te ne sei andata.

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5
Non molto tempo dopo c’è stata la nostra grande avventura, un’idea del
Barone. Aveva uno zio, dalle parti di Rouen, che doveva firmare qualcosa, o
era il Barone che doveva consegnargli qualcosa, una storia del genere. E se
per una volta fossimo andati in un vero casinò? Deauville? Non tutti
potevano. Il ragazzo prodigio aveva il turno festivo, André non poteva
perché Ollie non voleva. Ci siamo pigiati in dieci in due auto, la mia vecchia
Renault 16 e la gibbosa Volvo del Barone. Fatti un po’ in là, Don Anselmo.
Tu eri sulla Volvo, accanto a Nigel. Strano, vederli tutti alla luce del giorno.
Il Dottore sembrava ammuffito. Belgio, luce grigia. Dovevamo fare sosta a
Saint Omer perché Nigel voleva vedere un labirinto. Io non mi sono mai
trovato molto a mio agio in una chiesa, meno che mai in una cattolica. Tu e
Nigel eravate già lì. Eravate nel mezzo del labirinto che si stendeva come un
gioco misterioso sul pavimento intorno all’altare, ne ho ancora una mappa.
Dal movimento della sua mano capivo che cercava di seguire il tracciato e
trovare l’uscita.
Il suo volto era bianco come al solito, sono convinto che non uscisse mai.
Ero troppo lontano per sentire quel che diceva, ma – lui che di solito era
così silenzioso – parlava senza interruzione. Ti sei portata le briciole, Paula?
ti ha gridato Tico. L’eco rimbombò nella chiesa, ne fu lui stesso spaventato.
Ti ho vista provare i corridoi del labirinto, ma non riuscivi a uscirne.
Ragazzi, fa buio presto. Questo era il Barone. Avrebbe preferito evitare
quella deviazione, ma era in minoranza. Tutti volevano vedere una volta
nella vita un labirinto vero. Dodo chiedeva perché quel posto si chiamasse
Picardie. Non c’era niente di allegro. Nessun briccone in vista. C’è ancora
l’odore della guerra, qui.
Di due guerre, ha detto Gilles. Sono sepolti a milioni qui sotto.
Piano piano la luce se ne andò. Intorno agli alberi, lungo la strada, erano
dipinte fasce bianche che si illuminavano una dopo l’altra. La pioggia
batteva contro i vetri, nell’auto si era fatto silenzio. Solo quando siamo
arrivati al casinò si sono svegliati tutti. Il Barone: Ragazzi, mettetevi le
cravatte. Sì, signore.
Hall, tappeti, lampadari. Passaporti, registrazione. Mentre ero in fila

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osservavo. Un agitarsi disordinato. Come sia adesso non lo so, ma all’epoca
i casinò avevano ancora qualcosa che intimidiva. Si respirava un’atmosfera
sacra di caso e destino, dipendenza e punizione. E di fortuna per assurdo,
immeritata. L’ho detto ad alta voce e tu, che eri davanti a me nella fila, ti sei
voltata e mi hai risposto: Certi nascono più belli di altri. I nostri nomi
vengono scritti in grossi libri. Penso sempre che mi rimandino indietro, ha
detto Tico. Anche allo sportello per ritirare le fiches abbiamo dovuto
metterci in fila. Come se ci fossimo accordati, subito dopo ci siamo dispersi
in direzioni diverse. Superstizione: non volere nessun altro vicino. La perdita
non può avere una causa. Nigel si diresse al tavolo da poker, io non avrei
mai osato. Gilles e il Barone al baccarat, la cosa che più assomigliava al
nostro sabot. Gli altri si cercarono ciascuno un diverso tavolo da roulette.
Per un po’ mi sei rimasta ancora accanto, guardavi le puntate e hai detto:
ecco un altro labirinto. È stata l’ultima volta che ti ho avuta vicino. La sala
era grande, vidi che ci eravamo dispersi come una pattuglia che doveva
rastrellare un campo di battaglia. Credo di aver sempre giocato alla roulette
allo scopo di perdere, paradossalmente questo era l’unico modo di vincere
di tanto in tanto. Non quella sera. Ho fatto quel che facevo sempre, una
misera combinazione di avventura e di ansia. Franchi francesi, cento
sembravano già qualcosa. Ah, dov’è andato a finire tutto quel vecchio
denaro! Fiorini, marchi, lire. Ne puntai cento sul plein del 23, e poi altri
cento sul rosso. Sapevo che avrei continuato a farlo finché non avessi perso
la pazienza. Il 23 non sarebbe uscito, e se fosse ripetutamente uscito il nero
(non c’è alcuna ragione statistica per cui non dovrebbe accadere, Nigel)
avrei preso tutta la merda che mi avanzava e l’avrei puntata su un numero
qualsiasi. Ora so che in realtà desideravo perdere, volevo uscirne. Lo volevo
da sempre. Solo dopo avrei potuto mettermi a guardare. Quasi nessuno
gioca per divertimento, il motivo è sempre un altro. Te ne accorgi guardando
le mascelle in movimento, gli sguardi di sbieco, il modo in cui qualcuno si
alza all’improvviso o dà una mancia esagerata. Ma trovavo interessanti
soprattutto i croupier, dispensatori di fortuna e sfortuna, con quel crudele
tono di routine e una noia metafisica nella voce. Parole grosse, Don
Anselmo, eppure... Di’ piuttosto noia compatta, capace di corrodere qualsiasi
cosa. Mesdames, Monsieurs, rien ne va plus. Comunque una delle più belle
frasi che mai siano state inventate. Poi il puntare rapido, uno che vuole
disporre la sua fiche su una trasversale di uno, due e tre, uno che vuole
metterla a metà sullo zero, e poi il secondo, implacabile rien! Il silenzio

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maligno finché la pallina bianca non cade sul cerchio rotante e si mette a
rimbalzare, un suono che non si può paragonare a nessun altro. Due tipi di
giocatori, quelli che guardano e quelli che ascoltano. Cinq, rouge, impair et
manque. Che cosa avevi detto quella sera da Dodo? Avevi il banco, tenevi la
mano sulle carte: Niente va più, signore e signori, arrivano il cancro, un
incidente d’auto, il divorzio, la malasorte, un grande amore, un diamante
grosso come l’Hilton. Nessuno si è messo a ridere. Eravamo abbastanza
svegli, c’eravamo arrivati da soli da un pezzo.
Dopo una mezz’ora avevo perso tutto quello che avevo con me. Ti ho vista
da lontano, seduta a un tavolo accanto al tuo destino, ma allora non lo
sapevamo ancora. Ha sollevato verso di te un bicchiere di champagne e
avete brindato. Ovunque ti facevi subito degli amici. Non mi sono
avvicinato, mi sono messo a girare da un tavolo all’altro. Nigel era bianco
come un foglio di carta, al solito. Dostoevskij a Baden Baden.
Perdeva perfino lui. Gilles e il Barone si erano già alzati dal tavolo del
baccarat. Tico si rovesciò le tasche dei pantaloni, tenendone le punte tra
pollice e indice. Il Dottore aveva un foglio coperto di numeri, un sistema
infallibile, ma aveva perso tutto. Solo Dodo e Merel stavano ancora
giocando. Se perdiamo tutti, ha detto Tico, tra un po’ non avremo più
nemmeno i soldi per la benzina. Vai a dirlo a Merel, gli abbiamo risposto.
Dille di smettere. Ha ancora delle fiches. Merel però non voleva smettere.
Voleva metterci ancora molto tempo a perdere.
Alla fine l’unica a vincere eri tu. Lentamente ci eravamo avvicinati tutti
quanti, un gruppetto sperduto. Era l’epoca prima delle carte di credito, prima
del denaro tirato fuori dal muro. Fermati, ti ha detto il Barone. Avrebbe fatto
meglio a non dire niente. L’hai guardato come solo tu sapevi guardare, poi
hai bevuto un sorso di champagne. Abbiamo valutato a occhio il mucchietto.
Almeno diecimila. Paula, dannazione! Dobbiamo ancora mangiare. L’uomo
che avevi accanto non ci piaceva. Mai visto prima, uno con un tatuaggio
sulla mano. Miniature. Più che altro assomigliavano alle rune che si
imprimono a fuoco sui tori. Ti ha detto qualcosa e ti sei messa a ridere.
Come se lo conoscessi da anni. Un accento. Spagnolo o italiano. Hai fatto un
gesto al croupier, hai girato il dito intorno al mucchietto e hai indicato il 23,
il mio numero che era appena uscito. Ha tirato le fiches verso di sé, le ha
contate a velocità incredibile come solo i croupier sanno fare (come se
rimestasse nella merda, disse in seguito lo Scrittore), le ha cambiate con

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fiches più grandi e ne ha sollevata una per controllare se era questo che
volevi. Era color oro. Tutti ora stavano guardando. Hai annuito. Ha sospinto
verso di te la fiche, e siccome la somma intera era più alta di quell’unica
fiche dorata, ha voluto spingere sul tavolo anche le altre fiches, più piccole,
in quella maniera abile e oscena con cui si intende negare che quello che si
trova lì sul tavolo sia proprio denaro. Ma è denaro. Ho sentito Tico
imprecare sottovoce quando, con un cenno del capo, gli hai fatto capire che
poteva tenersele. Maledizione, ecco la nostra cena che se ne va, ha detto tra i
denti. Pour les employés, merci madame. Non siamo forse impiegati, noi?
Mi sono sempre chiesto che rapporto abbiano i croupier con il denaro. In fin
dei conti il loro stipendio non lo ricevono mica in fiches. La maggior parte
di loro non gioca. Hanno visto troppo. L’intero tavolo ti osservava. Faites
vos jeux. Le mani tatuate hanno disposto un mucchietto di fiches sul tavolo.
Per essere precisi la trasversale di zero, uno, due e tre. Poi ha coperto anche
gli angoli, e infine ha messo una fiche alta sullo zero. Tu non avevi ancora
fatto niente. Te ne stavi lì con la tua fiche dorata in mano e io sapevo che
cosa avresti fatto. Anche Tico, perché l’ho sentito gemere tra sé, no Paula,
no. Ma ormai l’avevi fatto, con un gesto lento, quasi sacerdotale. Il ventitré.
Il mio numero. Uscì lo zero. Nessuno disse niente. Tatuaggio era stato
l’unico a puntare sullo zero e sui numeri vicini. Tra tutto quello che ha
incassato, naturalmente, c’era anche la tua fiche dorata. Mille. Se fosse uscito
il ventitré, trentacinquemila. Il croupier sospinse verso Tatuaggio l’intera
massa che aveva vinto. Lui ripescò una fiche dorata da quell’abbondanza e
la spinse di nuovo verso di te. L’hai presa come se fosse normale, come se
steste insieme da anni. Non vi siete nemmeno guardati. Faites vos jeux. Tico
gemette di nuovo. Un cane abbandonato dal suo padrone. Ora c’era anche
Nigel accanto al tavolo, e Merel.
L’avevo visto spesso, un tempo. Sembra quasi che ci sia qualcosa tra il
croupier e la giocatrice, perché in realtà accade solo con le donne, un gioco
di sguardi. Si tratta di una frazione di secondo, un tentativo di scongiuro che
ognuno sa insensato. La forza della mano che fa girare il cilindro dei numeri,
il lancio della pallina che saltella e rimbalza e rimbalza ancora una volta
finché finalmente si ferma, imprigionata nella piccola cella del numero
sacro.
Il 23. Tutto successe con grande rapidità. Faccio ancora fatica ad accettare
che quelli siano stati gli ultimi secondi in cui ti abbiamo vista. Hai spinto il

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denaro verso l’uomo accanto a te, che l’ha spinto indietro. Per un momento
sono rimasti lì, trentacinquemila. Tico gemeva, Nigel non ci guardava
nemmeno, Gilles si accese una sigaretta. Hai fatto un cenno del capo al
croupier, gli hai passato una fiche. Ora la somma era pari. L’hai divisa in
due. L’uomo intanto si era alzato. Ti sei voltata, hai baciato Tico, hai baciato
Merel, hai baciato me, mi hai graffiato con l’unghia sul collo, hai dato metà
del tuo mucchietto a Dodo e hai infilato in borsa l’altra metà. Per i tempi
duri, hai detto senza rivolgerti a nessuno in particolare, poi hai seguito
quell’uomo. Non ti sarà di gran peso, ha detto il Barone mentre vi
guardavamo sparire attraverso la porta girevole. Che fosse un addio lo
sapevamo tutti. La tua posta l’avevi lasciata lì, facendomi un cenno. Avrei
dovuto prendere quei mille fiorini, invece ho messo la fiche sul rosso. Nero.
Non ci sono segreti.
Fuori continuava a piovere. Qualcuno ha pro-posto di fare una passeggiata
sulla spiaggia.
Le donne non volevano, sono rimaste in un tabacchi sul boulevard, vicino
al casino.
Raffiche di vento, e l’altro rumore, quello della risacca. Per un po’ siamo
rimasti lì a bagnarci. Poi Tico ha detto: Quell’uomo non mi piaceva. Nigel
non ha risposto, io nemmeno.
Ti è mai capitato di svegliarti in una località balneare della Francia
settentrionale fuori stagione? Hotel Vattelapesca, postumi della sbronza, vista
sul mare. Gabbiani, ancora pioggia. Prima colazione con marmellata di
albicocche e quei pacchettini rettangolari di burro olandese? Sei mesi dopo:
il grande incendio all’hotel Corona de Aragón, a Saragozza. Foto di persone
agli ultimi piani che gesticolavano dietro ai vetri delle finestre come se si
trattasse di una festa. Ottantanove morti. Quasi tutti spagnoli, qualche
tedesco, un colombiano, e solo un’olandese. Una sola.

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PAULA II
Mi hai evocato, io ti rispondo. Non so se mi sentirai. È qui all’opera una
chimica che non padroneggio. Forse accade tramite la tua pelle, tramite la
foto che hai messo alla finestra. Non parlavi ad alta voce e tuttavia ti ho
riconosciuto. È questo che intendo per chimica. Io qui imparo molto. In
primo luogo, niente di quello che pensavo sulla morte era vero. È la prima
cosa che impariamo qui. Dico «noi», è una vecchia abitudine, ma non c’è
nessuno. Qui deve esserci un numero sconfinato di morti, ma sono assenti
nella loro morte, come io lo sono nella mia. Io non sono più un corpo. Non
me l’ero mai immaginato che non ci sarebbe stato più nulla a cui potersi
aggrappare. Nessuna sostanza. Nessuna luce e nessuna ombra. Nessuna
temperatura e nessun tempo. Del resto, qui? Non c’è un qui. Non credo di
poterlo spiegare. Non c’è niente davanti a me e niente dietro di me. Io vivo
ancora, ma non esistono circostanze. C’è voluto molto tempo prima che me
ne rendessi conto. Come si fa a dire «molto tempo» se il tempo non c’è?
Non mi è stata data una nuova lingua, devo arrangiarmi. Non posso vedermi
ma so di esserci. Senza corpo. Non c’è niente intorno a me. Nemmeno lo
spazio. Quando dico che ti ho sentito, è la verità. Quando dico che vivo
ancora, anche questo è vero. Forse non devo cercare di spiegarlo ma dire
soltanto com’è, in parole adatte a te, che tu capisca in quanto parole anche se
non capisci la situazione. Sono completamente sola, come tutti gli altri morti
che non vedo e non sento. Io sono i miei ricordi, questo sì, ma non so con
certezza per quanto tempo potrò conservarli. Solo dopo sarò morta davvero,
è questo che intendo quando dico che vivo ancora. Me ne sono andata, sì,
ma non sono morta. Ho la sensazione di dover ancora portare a termine
qualcosa. Forse è vero che per un po’ continuiamo ad aggirarci nei luoghi
dove abbiamo vissuto, e per questo possiamo ancora dire qualcosa. O
pensiamo di poter dire qualcosa, e che qualcuno ci ascolti. Non lo so. A
volte mi rendo conto che penso ancora secondo i concetti del mio corpo, ma
è come una specie di dolore, anzi, di perdita. Parlare di dolori fantasma è
azzardato se a sparire è stato tutto il tuo corpo, ma deve essere qualcosa del
genere. D’altronde non c’è un racconto che sia vero. Ricordo che al liceo mi
aveva tanto commosso la storia della discesa agli inferi di Odisseo. Quando

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vede sua madre e tutte quelle ombre pallide che si aggrappano a lui. Be’, non
è così. Nessuno viene a farci visita, questo lo so già. Dobbiamo rielaborare
un passato che scivola via pian piano. Un futuro per me non c’è, solo il
passato. Un passato che non appartiene più al tempo. Una categoria diversa.
D’ora in poi devi partire dal presupposto che tutte le mie parole sono
tentativi, falsificazioni per cercare di parlare nel tuo tipo di linguaggio. Forse
siamo anche una compagnia pericolosa. Ci sono popolazioni per le quali il
nome del morto è tabù. Lui non ha più un nome. Il nome di lei non può più
essere pronunciato. In Giappone i morti, dopo la loro morte, ricevono un
nuovo nome, un nome da morto. Forse anch’io ho un nome del genere. Non
lo so. Non ho più un posto, non ho un dove, non ho un quando. Ma voglio
cominciare dal momento della mia morte, anche se di certo non è andata
come pensate voi. In ogni caso non c’è stata nessuna luce soprannaturale,
solo l’incendio di un hotel e il panico che si scatena in questi casi. Un mare
di fuoco, paura, poi fumo. Non ho sofferto, nel caso tu voglia saperlo, sono
rimasta stordita, sono strisciata fuori, fuori dalla vita, è il modo migliore per
dirlo. Letteralmente un passaggio, ma senza drammi. Ricordo lo stupore. Un
attimo dopo ero già qui. Un attimo, qui, molto tempo, devi perdonarmi
questo genere di parole, altrimenti non potrei proprio parlarti. C’è una cosa
che devi sapere. Ho sentito tutto quello che sei rimasto lì a pensare nella tua
stanza. Non chiedermi come sia possibile, come i pensieri possano divenire
voce, è così e basta. Quel che c’era tra di noi, tu non l’hai mai capito. Hai
conservato nella memoria la menzogna che ti ho ammannito. Le donne sono
brave a mentire, e gli uomini sono bravi a crederci. Se fossi andata avanti
con te, avrei dovuto consegnarmi alla tua essenziale assenza. Hah. Che ha
sempre significato ahi. Quel che ti spinge a startene da solo nella tua stanza
c’è sempre stato. Io l’ho capito subito. Essenzialmente, tu non ci sei per gli
altri, una storia tra di noi sarebbe stata una catastrofe totale cui io sarei
sopravvissuta, ma tu no. Tu devi vivere per non esserci, o devi esserci
mentre non ci sei, ci sono persone del genere. «Essenzialmente» lo intendo
in senso letterale, ho sempre amato le parole. Essenza ed essere sono
strettamente affini. Quel viaggio ai margini del Sahara è stato uno dei vertici
della mia vita, ora lo posso dire senza nessuna esagerazione. Quell’unica
volta che siamo stati a letto insieme ho dovuto farti credere che per me fosse
la cosa di un momento. Che cosa ti ho detto poi? Qualcosa del tipo geste
rendue. Scordatelo, anzi, non scordarlo, sono queste le strategie con cui si
affronta l’impossibile. Quel fuoco dentro era così crudele, la morte in

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seguito non è stata niente al confronto. Tu non ti sei accorto di nulla, gli
uomini in questo sono maestri. Ora penserai che sto esagerando, ma ormai
non ho più nessun motivo per esagerare, non dove mi trovo, e con quello
che sto facendo. Dove, ancora non riesco ad abbandonare questo linguaggio.
Il non-luogo dove mi trovo. Meglio? Se non sbaglio, sto concludendo la mia
vita. Strano che io possa riuscirci solo in questo modo. E oltretutto ho la
sensazione di dover fare in fretta. Non vedo i colori, ma se li vedessi li
vedrei impallidire piano piano. Ti ammiravo immensamente. Ecco. Volevo
bene a tutto il gruppo, forse soprattutto a Dodo, ma in realtà a tutti quanti.
Gente scombinata, non dei desperados, e tuttavia... Ognuno aveva un
rapporto labile con il mondo, con un po’ di sforzo tiravano avanti, ma non
per passione. Vi ho sempre osservati con cura. Da molto lontano ho visto
arrivare il tuo monastero zen. Perdonami se te lo dico, ma da vivo assomigli
già moltissimo a un morto, come se volessi prenderti un anticipo. Via tutto,
pareti bianche. Non ho occhi, ma posso vederlo, spero che tu riesca a
sopportare questo paradosso. Posso vedere anche la mia foto. Non è
doloroso, ma suscita un’enorme nostalgia. Hah hah, lo sento anch’io quando
lo pensi. Allora sapevo che con quel suono potevo incantarti. Te e Dodo.
Avevo una relazione con Dodo, nessuno di voi l’ha mai saputo. Con lei
potevo riposarmi di tutti quegli uomini. Sì, anche di te, anche se con te era
diverso. Te ho dovuto lasciarti andare. Dico che secondo me nessuno di voi
l’ha mai saputo, ma penso che lo Scrittore avesse intuito qualcosa. Lui
vedeva molte cose. Te, soprattutto. Ho sempre avuto paura che si mettesse a
scrivere su di te. Metteva da parte, o come si dice, raccoglieva. Per tutti
quegli anni è rimasto in attesa del suo libro, e intanto guardava. Anche tu sei
uno che guarda, lo sai. Quando ho avuto quella storia con Wintrop mi sono
accorta che lui seguiva tutto, mancava poco che si mettesse a scrivere in
nostra presenza. Una volta però ho trovato uno di quei quaderni d’appunti
che aveva sempre con sé. P. vorace. I.W. e Don Anselmo le sue vittime
naturali. Parole nederlandesi scritte in caratteri greci, un codice infantile per
ginnasiali, che casualmente ero in grado di interpretare. Del resto in uno dei
suoi libri c’è scritto: ladro invece di amico, ladro invece di amante, qualcosa
del genere, tutto un programma. Ci ronzava sempre intorno, doveva
assolutamente venire anche lui una volta a letto con me. Wintrop non se la
prendeva, lo Scrittore lo faceva sempre ridere perché era capace di imitare
tutti e tutto. Non se l’è presa nemmeno per il libro. Me, per fortuna, mi ha
lasciata fuori. Diceva che eri un mistico. Non fidarti di lui, è il re della

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negazione, il vero buco nero, chi ha a che fare con lui ci sparisce dentro. Ho
detto poco fa che ho dovuto lasciarti andare, ma è stato davvero così? Non
lo crederai mai, ma forse avevo paura. Me ne pento, ora? Ho guardato in un
abisso e non ho avuto il coraggio? Troppo vigliacca, troppo debole? Quando
ero ancora viva mi sono riproposta di non pentirmi mai di niente. Ora non
so più, ma forse è perché ormai è troppo tardi. Troppo tardi, un’altra di
quelle espressioni. Mentre lo dico, mi rendo conto che è un’assurdità. Toppo
tardi, pentimento, nemmeno tu che pure sei vivo te ne fai niente di concetti
come questi. Quel che cerco è il ricordo, ma quel che trovo è la contabilità.
Non può essere questo il senso. Ci sono ancora troppe cose attaccate a me,
devo continuare a togliere. Cancellare.
Aria, ho bisogno di aria. Strano, non riesco più a concentrarmi. Prometto di
tornare, ma ora è come se lentamente stessi svanendo. Quasi non ci sono
più, ma ho ancora tante cose da dire. È possibile? Una morta così stanca da
pensare di dover presto morire? Che si dissolve, sbiadisce, scompare?
«Spirito», mi è sempre parsa una parola bellissima. È questo che sono
adesso, uno spirito? Un’ombra, anche questa una parola molto bella. Amore
fisico, estasi, cose qui impronunciabili. Un vetro che si infrange se viene
guardato. Le cose che non so più, quelle che so ancora. Quel lied di Strauss,
l’ultimo, credo, dei Vier Letzte Lieder, quel verso: ist dies etwa der Tod?
Quella domanda, è di questo che si tratta. Zona di confine, terra di nessuno.
Ma Strauss era ancora vivo quando l’ha posta: è dunque all’incirca così la
morte? «All’incirca», espressione vaga di incredibile precisione. Riposo. Un
morto non può riposare, e per quanto io sia sola, devo diventare ancora più
sola. Senti ancora la mia voce? Mi vedi ancora, la foto, il polder? Che
cos’hai detto? Pioggia dentro, pioggia fuori? Pioggia! Ricordo ancora il
momento di quella foto. La notte passata con Nigel, sì, anche lui, anche se tu
pensavi di no. Nigel Algebra, quella rana fredda. Eppure, la notte. Urla e
sussurri, sudore, amore, dolore, e poi fuga da Dodo, balsamo, guarigione. E
l’alcol, e la coca, e il mattino dopo quel fotografo, la finestra, la pioggia,
quello che tu guardi ancora. Con amore? E io con sgomento. Vogue. Quella
ero io. «Ero», che forma verbale assurda. Io torno, ma tu li vuoi sentire
davvero, i miei poveri segreti? Tutti quegli uomini, si danno da fare per
entrarti dentro, come se volessero nascere all’incontrario. Ti si mettono
sopra, e tutto quello che uno di quei corpi esprime è una spasmodica forma
di volontà, fica, fica, devono arrivare da qualche parte e vengono sempre

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ricacciati via, tutto qui. Sono così diversi, e sono così uguali, tremendi, no,
non tremendi. Sembra essere tanto, la vita, e solo dopo ti rendi conto di
quanto è sottile. Una ragnatela. Ma anche quanto è sacra, voglio dire, mio
dio no, se qualcuno avesse detto una cosa simile gli avrei chiuso la bocca.
Hah hah. Tutto tende a questo, a far tacere la sacralità? La sacralità, hear me.
Va bene, provaci tu a essere morto. Scusami, quanto tempo ho per questo
addio?
Dormire. Tu hai dormito. Io non posso più farlo. Come devo chiamare quel
che faccio non lo so.
Posso dire qualcosa solo facendo uso di paragoni traballanti. In certi hotel
ci sono luci che si spengono molto lentamente. È stato qualcosa del genere.
Senza restare in attesa ho atteso che si riaccendessero, con la stessa lentezza.
Ti ho visto dormire. Non posso farci niente, hai cominciato tu, tu mi hai
evocato. Il tuo sonno era ansioso, agitato. Questo non si intona a un
monastero zen, è inutile che te la dai ad intendere. Quell’ansia l’ho
conosciuta già allora, durante quelle notti nel deserto. Ricordo ancora quel
che dicevi. Ti svegliavi sempre verso le cinque. Una notte sei uscito.
Siccome sei rimasto fuori a lungo sono venuta a vedere. Faceva molto
freddo, vedevo l’alito uscirti di bocca. C’era una quantità immensa di stelle,
come da noi non se ne vedono mai, un mare di altri mondi a distanza
infinita, segni, figure, scrittura in quell’incredibile silenzio. Dopo un po’ ho
osato domandarti cosa c’era, e tu mi hai detto che ogni notte c’era un
momento in cui non volevi più vivere. Volevi essere ironico ma non ci sei
riuscito. Avevi paura di quel momento perché sapevi che si ripresentava
sempre. Sentivo l’angoscia nella tua voce, me non mi ingannavi. Non allora
e non ora. Spaventato nel buio. E poi hai detto una cosa che non ho
dimenticato mai. Le volpi vengono di notte. Una volta, quando eri ancora un
bambino, te l’aveva detto tua nonna, e tu l’avevi sempre tenuto a mente.
Anche io. Siamo rimasti lì a lungo, avrei voluto dire ancora qualcosa, ma
non mi veniva in mente niente. Volpi. Quando ti sei riaddormentato le ho
viste, le ho sentite. Annusavano, mordicchiavano la tenda, fruscii, borbottii,
un ansare sommesso, unghie contro la tela, fauci socchiuse, riuscivo a
vedere i loro denti aguzzi, gli astuti musi allungati, la loro forma leggera
come un’ombra sulla tenda. Le udivo discorrere. Mi credi? Quante fossero
non lo so. Dopo d’allora non le ho più viste, ma sapevo che le avevi sempre
con te. Se ti capita di sentire una cosa del genere, uno che viene a dirti di

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non volere più vivere, dopo non sai più quale sia l’uomo reale, quello che fa
ridere tutti quanti, che sa imitare qualsiasi animale, che sa mischiare un
grosso mazzo di carte con l’abilità di un giocoliere, o quello delle volpi che
quell’unica volta al giorno non vuole più vivere.
Ti osservo. La lingua nederlandese è così bella. Di me, in realtà, non
sapevate molto. Cantavo in un coro, questo non lo sapevi nemmeno tu.
Certo, contralto, è naturale. Voci cupe che si intessono nell’alta violenza dei
soprani. Sì, le tonalità alte, questa è violenza. Ordito e trama. Con te,
innamorato della lingua, posso parlare di queste cose, vero? La lingua
nederlandese era il mio amore, forse questa è la cosa peggiore, la lingua che
si dissolve quando sparisci. Schering, ordito, sai cosa significa?
Tessendo è quello che fai sempre, è quello di cui parli sempre. Sempre,
altoos, senza posa, riporta il dizionario Van Dale, me lo ricordo ancora.
Altoos, nessuno presta attenzione alla scomparsa delle parole. Per un breve
tempo mi sono messa a studiare il nederlandese, voi non sapevate nemmeno
questo. Schering, in nederlandese, significa ordito, ma anche separazione,
uno steccato tra due appezzamenti. Così percepivo la mia voce, il suono
cupo che interveniva quando i soprani dovevano essere contenuti. Non
valeva mai il contrario. All’esultanza deve essere posto un limite. Quello ero
io. Le tonalità più basse impediscono all’estasi di prendere il volo, di
perdersi nello spazio.
Composizione: un metodo per scacciare l’isterismo. Ordine. Dio, quanto mi
avreste preso in giro se avessi detto queste cose allora. Ora però posso dirle,
è il vantaggio dell’acutezza, in senso letterale. I miei sensi si sono fatti acuti,
un dono della morte. Non so se riesci a sopportare il mio tono solenne, ma
non posso fare altrimenti. Voi non avete mai spinto lo sguardo nel mio
territorio, ognuno ne aveva abbastanza di se stesso, del territorio proprio. O
forse no.
Perché vi vedevate tutte le sere? La vostra trascendenza stava nelle risate
che dovevano coprire il lamento nascosto sotto di esse, non è così? Io
vedevo tutto, sembra arrogante, ma è la verità. La metà di voi l’avevo
conosciuta a letto, ranocchi e pavoni, impiegati e folli. Una sola cosa avevate
in comune: la sfida al destino. Se non la si realizza nella vita vera, lo si fa
almeno con il sabot o al tavolo da gioco. L’inamovibile certezza che la
perdita esiste, che è questa la verità, sempre velata dal fatto che di tanto in
tanto, di rado, si vince.

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Ma vedevo anche chi barava. I nove sotto il polsino. Il rapido movimento
della mano. Vuoi saperlo, ora che è tutto finito? Ma lo sapevi già da un
pezzo. Il ragazzo prodigio ebreo, mano veloce. Una moneta d’oro, un lapis
d’argento, sempre recuperati dalla sua amica? Quella volta che avevamo al
tavolo il console olandese, o qualcosa del genere, un amico di Wintrop. No,
non mi importa avere perso, ma quel lapis d’oro di mio padre, non capisco
dove posso averlo lasciato. Il giorno dopo l’aveva di nuovo. L’amica del
ragazzo prodigio. Da bambino si era nascosto quaranta volte presso
contadini calvinisti, ovunque una situazione intollerabile, e tuttavia era
sopravvissuto. Non poteva fare a meno di rubare, di barare, una vendetta
tardiva coperta da tutti con amore. Se teneva il banco e qualcuno puntava
pesante contro di lui proprio quando sperava di prendersi tutto quanto il
cioccolato, se ne veniva sempre fuori con la squallida domanda: Sei davvero
messo bene o dovrò aspettare in eterno? Sì, mi davate da fare a sufficienza,
ma nessuno mi ha mai chiesto cosa facessi durante il giorno. Durante il
giorno dovevo riprendere fiato. Dottoressa, infermiera, puttana,
sacerdotessa, psichiatra. E di tanto in tanto una foto, per soldi. E il mio coro.
Poi: voi, voi e ancora voi. La cosa straordinaria era che ognuno se lo teneva
per sé. Chi mi chiedeva qualcosa degli altri spariva nel mio Ade,
contaminato, intoccabile. Tu non lo sai, perché non mi hai mai chiesto
niente. Gilles, che non sapeva che andavo a letto con Dodo. André, il futuro
morto che avrebbe gettato Ollie in un canale per potermi morire accanto.
Nigel, l’eterno calcolatore con la testa che ora gli vortica come una trottola
per via dell’alzheimer. Tico, amuseur général du peuple, l’unico con cui ci
si poteva mettere a ridere anche a letto. Quanti uomini conosci capaci di
vestire la propria erezione come una sposa musulmana? Un rotolino di garza
e un po’ di rossetto, ed ecco Fatima danzare tra le colline e le valli delle
lenzuola. Tutto questo non appare indescrivibilmente rarefatto, ora che è
finito? Avrei dovuto scegliere una vita più dignitosa? NO. Qualcosa più nello
stile di quelle cantate di Bach che cantavo nella chiesa luterana sullo Spui, e
che nessuno di voi è mai venuto a sentire? NO. Mi sarei dovuta avventurare
nel tuo abisso, e vedere come avresti cercato di annientarmi? NO. Ti ho
preceduto. Tu, un’unica volta ogni giorno, non volevi più vivere, io ora
sono morta per tutta la durata del tuo giorno, e tu vivi. Con me tu non ce
l’avresti fatta. Ma forse mi sbaglio? Eri tu la mia sfida?
Non è piacevole a dirsi. Oggi ho tutto quanto il giorno? Non c’è giorno. Ho
oggi. Assurdo. Si potrebbe credere di avere più potere da morti. Di non

93
doversi più arrangiare con il pane raffermo, con strumenti difettosi, con
concetti consunti. Le mie luci si spengono di nuovo. Dico simili sciocchezze
solo per rimanerti vicino. Devo concludere questa storia, ma non arrivo da
nessuna parte. Oggi ho passato tutto l’inesistente giorno a guardarti, giusto?
La tua lentissima vita. Mentre osservavi il polder. Hai letto Il Purgatorio, ma
non sono riuscita a vedere quel che pensavi. Poi sei rimasto seduto
immobile per un’ora. Hai rimesso a posto la mia foto. Ho visto quella foto e
ho provato nostalgia del mio corpo, di nuovo. Voi tutti l’avete avuto, così
sembrava che non fosse mai mio. Non ho bisogno di riaverlo indietro, il
ricordo è forse peggiore per voi che per me. Ti ho guardato e ho pensato che
la tua vita è più intollerabile della mia mancanza di vita. Vieni qui, avrei
voluto dirti, ma non so dov’è qui, e ovunque sia non c’è comunque
nessuno. Dunque è questo: nessun altro. Te ne accorgerai anche tu.
C’è una cosa che devo ancora dirti. Ero stordita, non bruciata. In quel
breve istante, chiamiamolo così, ero in grado di vedere me stessa. Arturo,
questo era il suo nome. Arturo, non riuscendo più a respirare, si era
aggrappato all’antenna del televisore. Una volta negli alberghi c’erano quelle
antenne doppie, di nichel, una specie di corna elettroniche. Mentre soffocava
le aveva afferrate in modo convulso, aveva fatto cadere il televisore dal
mobile e ora giaceva disteso a terra insieme all’apparecchio e tutto. Lo sai
che perfino in un momento simile ti rendi conto della follia della scena? Un
uomo massiccio, forte, disteso accanto a te con un televisore tra le braccia.
Questa è l’ultima cosa che ho visto. Poi è cominciato l’altro guardare.
Dormivo, così sembrava.
Una grande pace, devi credermi, forse ti aiuterà a suo tempo. Ma i miei
capelli.
Ai miei capelli non avevo mai prestato particolare attenzione. Dovevano
essere la cosa più caduca che c’era in me. Li vedevo meglio di quanto non li
avessi mai visti prima, e all’improvviso venni presa da un grande amore per
me stessa, come se non avessi mai avuto il tempo di occuparmi di quello che
ero stata. Avevo perso me stessa per tutti quegli anni, mi scoprivo
nell’ultimo istante. Quel che ricordo è un sentimento di folle amore. Riesci a
capirlo? A un tratto ho capito chi era morto. Ero io quella distesa là, la
stupida luce del televisore era ancora accesa e si riverberava sui miei capelli.
Erano tagliati corti, come nella foto, ma rilucevano, avevano un riflesso di
seta. Avrei voluto accarezzarli.

94
Ancora una volta, l’ultima. Come se fossi portata via dal vento e poi tornassi
da un luogo sempre più lontano. Tu sei stato il solo a evocarmi davvero. Gli
altri hanno pensato a me ogni tanto, ma nessuno è riuscito a trovarmi, il loro
dolore – se era tale – aveva troppo poca energia, la distanza è troppo grande.
Ancora una cosa. Arturo, era così fuori dai vostri schemi. E di nuovo non
dai miei. Mi commuoveva. Quando sono uscita da quel casinò, per voi ero
già diventata un’altra. Tutto in lui era sbagliato, tranne la sua forza. Me ne
sono accorta mentre ce ne andavamo via, lo sgomento di Dodo, l’incredulità
di Gilles, del Barone. L’ingordigia dello Scrittore. Un racconto, un racconto,
il romanzo di un camaleonte. Dunque, il racconto è arrivato ma lui non lo
scriverà mai. Anche se per voi in un secondo mi ero trasformata in un’altra,
io ero sempre la stessa. Forse sei stato tu l’unico a capirlo.
Una volta ti avevo conficcato le unghie nella mano, vedendo Antonioni.
Allora un’unghia nel collo. L’addio, quello vero, l’ultimo. Hai aperto la
finestra. Un colpo di vento. Ero io. Un fruscio, un mormorio. Il suono delle
volpi, una notte nel deserto. Volpi immaginarie. Non vere. Tutto è così
fugace. Come noi. Via.

95
IL PUNTO ESTREMO
Non è cosa per donne, aveva detto mio padre. Sono gli uomini a spingersi
fino al punto estremo, le donne mai. Ma io non ho voluto ascoltarlo. Sulle
isole di punti estremi ce ne sono parecchi, più che sulla terraferma. Qui il
mio punto estremo preferito è Punta Nati, soprattutto se c’è brutto tempo.
Quando la tramontana piega quasi fino a terra gli alberi davanti a casa so che
devo andare. Mi infilo i vestiti da pioggia ed esco dalla città. Non è grande e
presto ti ritrovi tra gli edifici della zona industriale. Vedo uomini indaffarati
con carrelli elevatori, spostano casse e scatoloni. Quando fanno marcia
indietro le macchine emettono un suono acuto, monotono, ripetuto in
continuazione. Sembra che soffrano e che non lo possano dire. Sento ancora
quel suono quando raggiungo la stradina che va verso nord. Ora il vento
comincia a rinforzare, devo tenere la testa bassa, come un servitore. Mi
scompiglia i capelli, se volessi guardarlo in faccia gli occhi si riempirebbero
di lacrime. Ai due lati della strada corrono muri costruiti con le pietre che
qui sono sparse ovunque. Il resto dell’isola è verde, solo questo angolo è
una distesa arida. Gli alberi qui non crescono. I pochi cespugli sono secchi e
duri, il vento ha cacciato verso sud le loro forme bizzarre. Per le pecore che
si aggirano tra le rocce non c’è nulla. Devo camminare per due ore, lo so,
ma non faccio mai caso al tempo. Un minuto o un’ora, cosa cambia? Perché
lo farai? mi chiedeva sempre mio padre. Adesso è morto. Avrei voluto
spiegarglielo ma non ci sono mai riuscita. Lo so solo quando mi trovo lì, ma
poi non riesco a dirlo. Roccia dappertutto. Nubi di tempesta, ma qua e là
chiazze di luce, e allora il paesaggio pietroso si illumina di uno strano
bagliore. Oro morto. Per liberarsi di tutte queste pietre, un tempo i contadini
le usavano per costruire edifici circolari che non servivano a niente. Mi
immagino che ci abiti gente diversa da noi, ma so che non è vero. Non si
vede mai nessuno, e i campi di una volta sono stati abbandonati tanto tempo
fa. Non voleva crescerci niente. Un faro con qualche edificio annesso si
innalza alla fine della strada. Il faro non ha guardiano, gli edifici sono
disabitati, la grande lampada rotante viene accesa automaticamente da
lontano, dopo il tramonto. Qui un tempo naufragavano molte navi. Conosco
i nomi di quelle navi, mentre cammino li pronuncio tra me e me, sembra una

96
litania. Il terreno intorno al faro è inaccessibile, ci sono muri tutto intorno,
ma io so da che parte passare. Mentre mi avvicino sento il rumore del mare,
rabbia ed esultanza allo stesso tempo. Vengo qui a ballare, non sono mai
riuscita a dirlo a mio padre. Il vento danza con me, mi tiene stretta, trascina il
mio corpo, brutale ma irresistibile, io mi lascio portare, devo fare attenzione
che non mi getti a terra. Le rocce hanno sporgenze taglienti, a volte mi faccio
graffi o contusioni, prima dovevo sempre nascondere le ferite. Un tempo dal
faro un sentiero scendeva all’insenatura dove il mare infuria giù in basso
sotto di te. Ora è rimasta solo una vaga traccia perché non viene più
nessuno, si fatica a camminare per via delle pietre insidiose. Non c’è niente a
cui aggrapparsi, ma voglio arrivare fino al bordo, voglio penetrare in quella
furia estatica. Mareggiare, ecco cos’è, guerra, pericolo. Grandi superfici
grigie sollevate e scagliate contro gli scogli. Si levano in alto con uno slancio
gigantesco e si svuotano poi all’esterno, come per prendere il volo. Sono
molti i colori che si nascondono in quel grigio, ora è azzurrognolo e manda
un bagliore falso, come petrolio, poi è di nuovo nero e opaco come un
sudario. Rabbia, schiuma che batte contro gli scogli e sembra fermarsi per
un attimo in verticale contro il cielo grigio, per poi tornare ad abbattersi e a
scomparire nel nero che si ritrae per sferrare un nuovo attacco, ancora più
selvaggio. Colpi di frusta, urla di giganti. È per questo che vengo, per quelle
urla. In un primo momento mi manca ancora il coraggio – so che non c’è
nessuno che mi possa vedere o sentire – ma poi comincio a rispondere alle
urla. All’inizio in modo trattenuto, tanto che non riesco nemmeno a sentirmi,
poi sempre più forte, urlo contro le urla, strillo più di cento gabbiani, urlo ai
morti che sono annegati là fuori, io li chiamo e loro mi rispondono, so che
vorrei scomparire in quell’abisso, perdermi in quel movimento oscillante, e
so che non è possibile, che la danza è finita, che devo di nuovo percorrere la
lunga strada che mi porterà indietro sospinta dai colpi di frusta del vento,
tormentata perché ancora una volta sono rimasta troppo piccola. Ho perso la
tramontana, diciamo noi qui. He perdido la tramontana. Questo
naturalmente significa che non sei più consapevole, ma non è così, io sono
molto consapevole. Ero felice, ma non c’è nessuno cui possa dirlo. Devo
aspettare che la tempesta e il mare mi richiamino al punto estremo. Questo è
l’accordo.

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POSTFAZIONE
di
Marta Morazzoni

Considero Nooteboom uno dei pochi, felici autori cui non occorra una
trama da raccontare; qualcosa nella sua chiamiamola ispirazione, o dovrei
dire nel metodo, potrebbe assomigliare al mestiere dei suoi conterranei
pittori del ’600, che nella mediazione del ritratto descrivevano un mondo:
certe facce dipinte da Rembrandt e Franz Hals raccontano storie nel
reticolo delle rughe, nella piega delle labbra, in un taglio di sguardo.
Nooteboom usa la parola invece della spatola e del colore, lavora intorno
al grumo di un’idea e ne organizza la struttura come si farebbe di un
impasto che si stenda a dare forma all’intuizione. È un metodo e ha un
singolare risvolto: il lettore passa attraverso una forma iniziale di disagio
e disorientamento, si sente un outsider rispetto alla confidenza che lo
scrittore mostra di avere con i suoi personaggi, avrebbe bisogno di tempo
per entrare e di tempo ne ha poco: il racconto si consuma in fretta e può
sbilanciare chi ha la necessità di adattarsi. Mi viene in mente che così,
qualche volta, faceva Hemingway. Un esempio per tutti: “Colline come
elefanti bianchi”. È una considerazione che ho fatto sulla traccia del primo
racconto, che è una sorta di lezione propedeutica all’approccio dell’intera
silloge. C’è una macchina fotografica nella prima sequenza narrativa e la
fotografia è di fatto dominante nei successivi racconti, non necessariamente
in primo piano, a volte non pare che una comparsa, ma è lei che ferma
momenti altrimenti inafferrabili o marginali. O persi per sempre. È in ogni
caso il paradigma di un modo di guardare e di sentire, un gioco un po’
perverso con il tempo, altro indiscusso protagonista degli otto racconti.
Tempi e luoghi lontani. Non è l’Olanda a fare da scenario principale alle
otto storie, e questo nel vagabondaggio abituale di Nooteboom è una
categoria consolidata. La terra dei polder c’è come comparsa o come
punto di partenza, e sono invece ora il mare di Spagna, ora la Liguria
montaliana ad accogliere i personaggi dei racconti; e che precisamente

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siano le Cinque Terre (come mi è piaciuto immaginare) a fare da
comprimarie nella storia di Heinz, per esempio, non è del tutto rilevante,
mentre conta e incide nel profondo l’armonia di temi con il poeta ligure,
quel certo sguardo sulle cose e sulla vita che Nooteboom espone quasi
sottotraccia. “Forse un mattino andando in un’aria di vetro” è il primo
verso di una delle più lucide liriche di Montale e spero che siano in molti a
ricordare e amare questo montaliano osso di seppia, che fa da implicito
pendant con la visione della vita che in parole povere, perché usate nel
dialogo quotidiano e vissute, lo scrittore olandese mette in campo nel
definire la vita, interrogandosi su quell’enigma di cui “chissà chi sa
dirmene il segreto?” Accanto al fluire del parlare comune c’è però la
finezza del lettore di poesia e comunque del poeta, qualsiasi forma voglia
dare sulla pagina alla sua composizione. Nella memoria del narratore
amico di Heinz si intravede la Terra desolata di Eliot, si sente aria
shakespeariana non solo nella citazione amletica dei due becchini con in
mano il teschio di Yorik, ma soprattutto nella considerazione di Macbeth:
“la vita non è che un’ombra in cammino”. E per Nooteboom, “una marcia
dal nulla al nulla”. Anche la donna amata e persa da Heinz ha la levità
del folletto della Tempesta shakespeariana, non a caso il suo nome è
Arielle. E per Heinz la terra inutilmente promessa è l’arcipelago di Tonga,
dove passa la linea del meridiano che marca il passaggio tra l’oggi e il
domani. Ci sono simboli a piene mani dentro questi racconti a cui l’autore
dà un continuo senso di mobilità, quasi una vertigine per il lettore, che
deve tenere dietro ai meandri dei pensieri, dei ricordi comparati al
presente, tra l’apparire e l’essere di vite appese al filo della memoria
altrui, in una non so quanto volontaria eredità di affetti foscoliana.
Barriera e meta è la morte, che ne è la profonda protagonista: danza
dentro questi racconti con passi diversi, con ritmi diversi. Sappiamo che la
sua fisionomia non è nuova sulla scena dei romanzi di Nooteboom: mi
aveva colpito la sua presenza – maschera sul volto di Mokusei, la modella
giapponese di cui si innamora il fotografo olandese del racconto omonimo;
mi aveva affascinato la compostezza con cui si adagia accanto a Philip
Taads, uno dei personaggi cardine di Rituali. Del suo esserci si notava la
singolare discrezione e l’eleganza da danzatrice. Niente a che vedere con il
terrifico scheletro sotto il mantello che conduce le danze macabre della
pittura italiana del ’300. Mi sono chiesta se in qualche accenno di questi
racconti, soprattutto in “Paula”, Nooteboom non abbia voluto

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sperimentare un gusto crepuscolare, là dove affronta una rivisitazione del
mito omerico e virgiliano della discesa all’Ade. Accantonate del tutto le
sicurezze dell’oltretomba dantesco, questo è un po’ l’estremo tentativo di
sapere, forzando lo schermo tra noi e il nulla. Di nuovo penso a Montale e
al suo desiderio di trovare l’anello mancante della catena, quello che
permetterebbe di varcare la soglia altrimenti proibita. È per assecondare
questo desiderio che Nooteboom si cimenta nel dare voce ai fantasmi e
collocarli appunto nell’Ade che la nostra cultura scettica ci propone: un
vuoto afono, un non luogo e non tempo a cui, però, continuiamo a dare le
forme che ci sono note, voci, sensazioni, memorie, una tentata immortalità.
Ho solo accennato ad alcuni dei riferimenti che mi sono parsi più espliciti
nel tracciato dei sei racconti, ma un lettore attento non si accontenterà,
andrà a cercare di suo il senso dell’ultimo brevissimo quadro, “Il punto
estremo”, dove la natura prende il massimo rilievo e la danza si fa
selvaggia. Punta Nati, una terra desolata sull’isola di Minorca, che per me
è come il capo Maleo, dove Odisseo perde la sua tramontana e si inabissa
in un mondo sconosciuto. O forse Capo Tenaro, davanti al quale si apre la
porta degli Inferi. Libera, liberissima trasposizione fatta ad arbitrio, senza
autorizzazione dell’autore. Che vorrà scusare un certo gusto di
partecipazione nei suoi lettori.

100
VOLUMI PUBBLICATI
1. Sven Delblanc: La notte di Gerusalemme (2a ed.)
2. Per Olov Enquist: August Strindberg: una vita
3. Torgny Lindgren: Betsabea (2a ed.)
4. Peter Seeberg: L’inchiesta
5. Johan Borgen: Lillelord
6. Lars Gustafsson: Morte di un apicultore (7a ed.)
7. Pär Lagerkvist: Pellegrino sul mare (6a ed.)
8. Tove Jansson: Il libro dell’estate (11a ed.)
9. Henrik Stangerup: Lagoa Santa
10. Herbjørg Wassmo: La veranda cieca (2a ed.)
11. Tove Jansson: L’onesta bugiarda (6a ed.)
12. Torgny Lindgren: La bellezza di Merab
13. Folke Fridell: Una settimana di peccato
14. Henrik Stangerup: L’uomo che voleva essere colpevole (5a ed.)
15. Pär Lagerkvist: Il sorriso eterno
16. Herman Bang: I Quattro Diavoli
17. Tarjei Vesaas: Gli uccelli (4a ed.)
18. Lars Gustafsson: Preparativi di fuga (2a ed.)
19. Selma Lagerlöf: L’Imperatore di Portugallia (16a ed.)
20. August Strindberg: L’Olandese
21. Stig Dagerman: Il nostro bisogno di consolazione (8a ed.)
22. Cees Nooteboom: Il canto dell’essere e dell’apparire (6a ed.)
23. Stig Dagerman: Il viaggiatore (8a ed.)
24. Pär Lagerkvist: Il nano (4a ed.)
25. Pär Lagerkvist: Mariamne
26. Willem Elsschot: Formaggio olandese (2a ed.)
27. Sigrid Undset: La saga di Vigdis (3a ed.)
28. Per Olov Enquist: La partenza dei musicanti (2a ed.)
29. Lars Gustafsson: Il pomeriggio di un piastrellista (4a ed.)
30. Knut Hamsun: Sognatori (3a ed.)
31. Thorkild Hansen: Arabia felix (6a ed.)
32. Willem Elsschot: Fuoco fatuo
33. Cees Nooteboom: Rituali (3a ed.)
34. Karin Boye: Kallocaina
35. Stig Claesson: Chi si ricorda di Yngve Frej
36. Eric de Kuyper: Al mare (2a ed.)
37. Henrik Stangerup: Fratello Jacob
38. Jan Jacob Slauerhoff: Schiuma e cenere

101
39. Saga di Ragnarr (3a ed.)
40. Arto Paasilinna: L’anno della lepre (25a ed.)
41. Ingmar Bergman: Il settimo sigillo (9a ed.)
42. Cees Nooteboom: Mokusei (3a ed.)
43. Saga di Oddr l’arciere (2a ed.)
44. Tove Jansson: Viaggio con bagaglio leggero (2a ed.)
45. Stig Dagerman: Bambino bruciato (4a ed.)
46. Lars Gustafsson: La vera storia del signor Arenander
47. Henrik Ibsen: Vita dalle lettere
48. Gerhard Durlacher: Strisce nel cielo
49. Mika Waltari: Fine van Brooklyn
50. Lars Gustafsson: Storia con cane (2a ed.)
51. Jens Peter Jacobsen: Niels Lyhne (2a ed.)
52. Knut Hamsun: Sotto la stella d’autunno (3a ed.)
53. Saga di Egill il monco (2a ed.)
54. Selma Lagerlöf: L’anello rubato (6a ed.)
55. Hella Haasse: Di passaggio
56. Halldór Laxness: L’onore della casa (3a ed.)
57. Arto Paasilinna: Il Bosco delle Volpi (11a ed.)
58. Per Olov Enquist: Processo a Hamsun
59. Stig Dagerman: I giochi della notte (2a ed.)
60. Cees Nooteboom: Le montagne dei Paesi Bassi (3a ed.)
61. Göran Tunström: L’Oratorio di Natale (6a ed.)
62. Emil Tode: Terra di confine
63. Pär Lagerkvist: Il boia (2a ed.)
64. Saga di Hrafnkell (2a ed.)
65. Torgny Lindgren: Per amore della verità
66. Arto Paasilinna: Il mugnaio urlante (11a ed.)
67. Hella Haasse: La fonte nascosta (4a ed.)
68. Einar Már Gudmundsson: Angeli dell’universo (2a ed.)
69. Lou Andreas-Salomé: Figure di donne (2a ed.)
70. Selma Lagerlöf: Jerusalem (4a ed.)
71. Sigrid Undset: L’età felice (2a ed.)
72. Göran Tunström: La vita vera (2a ed.)
73. Pär Lagerkvist: La mia parola è no (3a ed.)
74. Arto Paasilinna: Il figlio del dio del Tuono (10a ed.)
75. Björn Larsson: La vera storia del pirata Long John Silver (17a ed.)
76. Peter Nilson: Il Messia con la gamba di legno
77. Jørn Riel: Safari artico (3a ed.)
78. Jan Jacob Slauerhoff: La rivolta di Guadalajara
79. Lars Gustafsson: La clandestina
80. Leena Lander: Venga la tempesta

102
81. Hjalmar Söderberg: Il gioco serio
82. Knut Hamsun: La Regina di Saba
83. Tove Nilsen: La fame dell’occhio
84. Bergljot Hobæk Haff: Il rogo
85. Göran Tunström: Chiarori
86. Aksel Sandemose: Il mercante di catrame
87. Björn Larsson: Il Cerchio Celtico (10a ed.)
88. Cees Nooteboom: La storia seguente (2a ed.)
89. Göran Tunström: Un prosatore a New York
90. Carl-Henning Wijkmark: Tu che non ci sei
91. Hella Haasse: Le vie dell’immaginazione
92. Lars Gustafsson: Windy racconta
93. Thorkild Hansen: Il Capitano Jens Munk (2a ed.)
94. Tarjei Vesaas: Il castello di ghiaccio (2a ed.)
95. Janne Teller: L’Isola di Odino
96. Kader Abdolah: Il viaggio delle bottiglie vuote (4a ed.)
97. Björn Larsson: Il porto dei sogni incrociati (10a ed.)
98. Arto Paasilinna: Lo smemorato di Tapiola (7a ed.)
99. Cees Nooteboom: Il Giorno dei Morti
100. Per Olov Enquist: Il medico di Corte (4a ed.)
101. Ulf Peter Hallberg: Lo sguardo del flâneur
102. Jørn Riel: La vergine fredda
103. Erlend Loe: Naif.Super (3a ed.)
104. Björn Larsson: L’occhio del male
105. Leena Lander: La casa del felice ritorno
106. Finn Carling: I ghepardi
107. Mikael Niemi: Musica rock da Vittula
108. Thor Vilhjálmsson: Il muschio grigio arde
109. Torgny Lindgren: Il pappagallo di Mahler
110. Bo Carpelan: Il libro di Benjamin
111. Hella Haasse: La pianista e i lupi
112. Hrafnhildur Hagalín: Io sono il Maestro (2a ed.)
113. Einar Már Gudmundsson: Orme nel cielo (2a ed.)
114. Eyvind Johnson: Il tempo di Sua Grazia
115. Svend Åge Madsen: Rigenesi
116. Björn Larsson: La saggezza del mare (10a ed.)
117. Arto Paasilinna: I veleni della dolce Linnea (6a ed.)
118. Kader Abdolah: Scrittura cuneiforme (6a ed.)
119. Göran Tunström: Uomini famosi che sono stati a Sunne
120. Saga di Gautrekr
121. Jørn Riel: Una storia marittima
122. Ingmar Bergman: Il posto delle fragole (2a ed.)

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123. Pär Lagerkvist: Barabba
124. Ulla Isaksson: Alle soglie della vita
125. Hella Haasse: Tiro ai cigni
126. Per Olov Enquist: Il viaggio di Lewi
127. Halldór Laxness: Gente indipendente
128. Torgny Lindgren: La ricetta perfetta
129. Hella Haasse: L’anello della chiave
130. Cees Nooteboom: Philip e gli altri
131. H.C. Andersen: Peer Fortunato
132. Björn Larsson: Il segreto di Inga (4a ed.)
133. Ingmar Bergman: Sarabanda
134. Kari Hotakainen: Colpi al cuore
135. Thor Vilhjálmsson: Cantilena mattutina nell’erba
136. Thorkild Hansen: La costa degli schiavi
137. Tove Jansson: La barca e io
138. Kader Abdolah: Calila e Dimna
139. Arto Paasilinna: Piccoli suicidi tra amici (6a ed.)
140. Jørn Riel: Uno strano duello
141. Knut Hamsun: Un vagabondo suona in sordina
142. Ulf Peter Hallberg: Il calcio rubato
143. Erlend Loe: Tutto sulla Finlandia (2a ed.)
144. Allard Schröder: L’idrografo
145. Per Olov Enquist: Il libro di Blanche e Marie (3a ed.)
146. Cees Nooteboom: Perduto il Paradiso
147. Leena Lander: L’ordine
148. Göran Tunström: Il ladro della Bibbia
149. Dag Solstad: Tentativo di descrivere l’impenetrabile
150. Kader Abdolah: Ritratti e un vecchio sogno
151. Willem Jan Otten: Il ritratto vivente
152. Björn Larsson: Bisogno di libertà (3a ed.)
153. Mikael Niemi: Il manifesto dei cosmonisti
154. Erlend Loe: Doppler. Vita con l’alce (2a ed.)
155. Multatuli: Max Havelaar
156. Torgny Lindgren: Per non saper né leggere né scrivere
157. Lars Gustafsson: Il Decano
158. Halldór Laxness: Il concerto dei pesci
159. Selma Lagerlöf: La saga di Gösta Berling (2a ed.)
160. Ingmar Bergman e Maria von Rosen: Tre diari
161. Ingmar Bergman: Il giorno finisce presto
162. Arto Paasilinna: Il migliore amico dell’orso (3a ed.)
163. Kader Abdolah: La casa della moschea (3a ed.)
164. Johan Harstad: Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? (3a ed.)

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165. Carl-Henning Wijkmark: La morte moderna
166. Frank Westerman: El Negro e io
167. Thorkild Hansen: Le navi degli schiavi
168. Tommy Wieringa: Joe Speedboat
169. Kari Hotakainen: Via della Trincea
170. Adriaan van Dis: Il vagabondo
171. Björn Larsson: Otto personaggi in cerca (con autore)
172. Jørn Riel: Prima di domani (2a ed.)
173. Gerbrand Bakker: C’è silenzio lassù
174. Aki Kaurismäki: L’ uomo senza passato
175. Gunnar Staalesen: Satelliti della morte
177. Arto Paasilinna: Prigionieri del Paradiso (2a ed.)
178. Thorkild Hansen: Le isole degli schiavi
179. Frank Westerman: Ararat
180. Cees Nooteboom: Le volpi vengono di notte
181. Peter Fröberg Idling: Il sorriso di Pol Pot
182. Bjørnstjerne Bjørnson: Al di là delle forze umane
183. Kader Abdolah: Il Messaggero
184. Per Olov Enquist: Un’altra vita
185. Erlend Loe: Volvo (2a ed.)
186. Dag Solstad: Timidezza e dignità
187. Kari Hotakainen: Un pezzo d'uomo
188. Torgny Lindgren: Acquavite
189. Arto Paasilinna: L’allegra Apocalisse
190. Jón Kalman Stefánsson: Paradiso e inferno
191. Thor Vilhjálmsson: La corona d’alloro
192. Halldór Laxness: Sotto il ghiacciaio
193. Göran Tunström: Lettera dal deserto
194. Cees Nooteboom: Avevo mille vite e ne ho preso una sola
195. Jan Brokken: Nella casa del pianista
196. Hella Haasse: Genius loci
197. Lars Gustafsson: Le bianche braccia della signora Sorgedahl
199. Herman Bang: La casa bianca
200. Arto Paasilinna: Le dieci donne del Cavaliere
201. Herman Bang: La casa grigia
202. Erlend Loe: Saluti e baci da Mixing Part
203. Tomas Tranströmer: I ricordi mi guardano
204. Herman Bang - Klaus Mann: L'ultimo viaggio di un poeta
205. Jørn Riel: Viaggio a Nanga
206. Kader Abdolah: Il re
207. Gerbrand Bakker: Giugno
208. Jón Kalman Stefánsson: La tristezza degli angeli

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209. Arto Paasilinna: Sangue caldo, nervi d'acciaio
210. Selma Lagerlöf: Il libro di Natale
209. Arto Paasilinna: Sangue caldo, nervi d'acciaio
210. Selma Lagerlöf: Il libro di Natale
211. Adriaan van Dis: Tradimento
212. Ulf Peter Hallberg: Trash europeo
213. Frank Westerman: Pura razza bianca
214. Mikael Niemi: La piena
215. Stig Dagerman: Perché i bambini devono ubbidire?
217. Jón Kalman Stefánsson: Luce d'estate
218. Tuomas Kyrö: L'anno del coniglio
219. Cees Nooteboom: Lettere a Poseidon
221. Björn Larsson: L'ultima avventura del pirata Long John Silver
222. Kader Abdolah: Il corvo
OMBRE

1. Olav Hergel: Il fuggitivo


2. Dan Turèll: Assassinio di lunedì
3. Gunnar Staalesen: Tuo fino alla morte
4. Flemming Jensen: Il blues del rapinatore
5. Thomas Enger: Morte apparente
6. Gellert Tamas: L’uomo laser
7. Matti Rönkä: L’uomo con la faccia da assassino
8. Gunnar Staalesen: La donna nel frigo
9. Björn Larsson: I poeti morti non scrivono gialli
10. Anders Bodelsen: Pensa un numero
11. Olav Hergel: L'immigrato
12. Mikael Niemi: L’uomo che morì come un salmone (2a ed.)
13. Björn Larsson: Il Cerchio Celtico
14. Viktor Arnar Ingólfsson: L'enigma di Flatey
15. Thomas Enger: Dolore fantasma
16. Matti Rönkä: Fratello buono, fratello cattivo
17. Anders Bodelsen: La borsa e la vita

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