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I Il Falso Testamento

Il libro

Che cosa ci rivelano gli studi di genetica sul racconto della creazio-
ne? Come si possono facilmente spiegare alcuni episodi di miracoli
e guarigioni narrati nella Bibbia? Quali scenari si aprono se si sco-
pre, da una traduzione attenta e letterale, che la “gloria” di Dio era
probabilmente una vera e propria arma fisica? Perché ci sono so-
miglianze così sorprendenti tra i comportamenti di Yahweh e quel-
li degli dei dell’era classica descritti nell’Iliade e nell’Odissea? Che
cosa emerge da uno studio attento del presunto patto di alleanza
tra Dio e gli uomini? E quale luce getta tutto questo sui Vangeli?
Questo libro è il nuovo sconvolgente capitolo dell’opera di rilet-
tura che Mauro Biglino sta compiendo da anni sulle Sacre Scritture.
Un cammino iniziato con le traduzioni della Bibbia compiute dallo
stesso Biglino per le Edizioni San Paolo e che sta suscitando l’inte-
resse di un numero sempre crescente di persone in Italia e all’estero.
“Queste pagine proseguono il racconto di ciò che ancora non era
stato evidenziato o, peggio, di ciò che è stato da sempre volutamen-
te dimenticato – o variamente interpretato dagli esegeti-teologi –
allo scopo di celarne i potenziali effetti dirompenti. Sono il frutto
di un approccio multidisciplinare che spazia dalla genetica alla fi-
lologia classica, avvalendosi dell’apporto di diversi studiosi, e uti-
lizzano una chiave di lettura che rivela una nuova visione di quel-
la che potrebbe essere stata la nostra storia. Una storia che, come
appare ormai chiaro a un numero sempre crescente di ricercatori,
andrà totalmente riscritta. Troppe sono le testimonianze del passa-
to che urgono e spingono in questa direzione; troppe le domande
e le incongruenze archeologiche, storiche, documentali che riman-
gono prive di risposte e di spiegazioni coerenti. Ho cercato di leg-
gere la Bibbia con la convinzione che chi l’ha scritta intendeva rac-
contare ciò che aveva visto di persona o sentito narrare, con quella
meraviglia e quello stupore che sono inevitabili di fronte ai conte-
nuti che emergono. Meraviglia e stupore che hanno colpito anche
me in questa ricerca che mi auguro appassionante e soprattutto a
misura del lettore che si avvicini per la prima volta all’argomento.”
L’autore

Mauro Biglino, nato a Torino il 13 settembre 1950, realizzatore di


prodotti multimediali di carattere storico, culturale e didattico per
importanti case editrici italiane, ha condotto studi classici e da cir-
ca trent’anni si occupa dei cosiddetti testi sacri. Dopo il latino e il
greco, ha studiato la lingua bibli-
ca. Ha tradotto diciassette libri
dell’Antico Testamento per le Edi-
zioni San Paolo e da molti anni
tiene conferenze su tutto il terri-
torio nazionale al fine di rappre-
senta-re la chiave di lettura lette-
rale della Bibbia. Ha pubblicato
numerosi volumi, alcuni dei qua-
li già tradotti all’estero: Bibbia
Ebraica Interlineare, Cinque Meghil-
lot (traduzione dall’ebraico, Edi-
zioni San Paolo, 2008), Bibbia
Ebraica Interlineare, I Profeti Mino-
ri (traduzione dall’ebraico, Edi-
zioni San Paolo, 2010), Chiesa Ro-
mana Cattolica e Massoneria (Uno
editori, 2009), Resurrezione Rein-
carnazione (Uno editori, 2009), Il libro che cambierà per sempre le no-
stre idee sulla Bibbia (Uno editori, 2010), Il Dio alieno della Bibbia (Uno
editori, 2011), Non c’è creazione nella Bibbia (Uno editori, 2012), La
Bibbia non è un libro sacro (Uno editori, 2013), La Bibbia non parla di
Dio (Mondadori, 2015) e Antico e Nuovo Testamento. Libri senza Dio
(Uno editori, 2016).
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Il Falso Testamento
di Mauro Biglino
© 2016 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852075773
Mauro Biglino

Il Falso Testamento
Creazione, miracoli, patto d’alleanza: l’altra verità dietro la Bibbia
Il Falso Testamento
Introduzione

Questo libro costituisce l’ideale prosecuzione del lavoro


avviato con La Bibbia non parla di Dio (Mondadori, Milano
2015) e mantiene la caratteristica di essere il frutto di un ap-
proccio multidisciplinare che spazia dalla genetica alla filo-
logia classica, avvalendosi dell’apporto di diversi studiosi.
Ritengo necessario chiarire qui gli elementi essenziali del
cammino iniziato con le traduzioni professionali dei codici
ebraici masoretici effettuate per le Edizioni San Paolo, che
hanno pubblicato 17 libri dell’Antico Testamento da me tra-
dotti letteralmente.
Partendo dall’Antico Testamento, queste pagine proseguo­
no il racconto di ciò che ancora non era stato evidenziato o,
peggio, di ciò che è stato da sempre volutamente dimenti-
cato – o variamente interpretato dagli esegeti-teologi – allo
scopo di celarne i potenziali effetti dirompenti.
Quali che siano i contenuti delle numerose e spesso di-
scordanti teologie formulate nel corso dei secoli, va tenuto
presente innanzitutto che il fondamento stesso su cui si basa
ogni elaborazione di pensiero religioso di impianto biblico
è quanto mai incerto.
Nella Introduzione al Pentateuco pubblicato nella Bibbia
di Gerusalemme è contenuta l’accettazione di una situazio-
ne di fatto là dove si dice: “Bisogna cominciare … con il ri-
conoscimento del carattere limitato delle nostre conoscen-
ze circa i testi e circa l’ambiente di origine che li spiega …
6 Il Falso Testamento

Che fare quando domande ben poste restano senza rispo-


sta o quando le risposte date sono contraddittorie? Occor-
re una buona dose di umiltà per riconoscere che alle nostre
domande non si trova una risposta semplice”.1
Le conoscenze sono talmente limitate che: “Non si può
affermare che questi testi sono l’opera di un autore deter-
minato (sia pure anonimo) e che la loro composizione si col-
loca in un momento determinato della storia, per noi pre-
cisabile senza problemi”.2
Con questa convinzione assolutamente condivisa, il pre-
sente libro procede compiendo ulteriori passi nella direzio-
ne indicata dal metodo che ho scelto e che desidero ricor-
dare a beneficio del lettore che non conosca i miei lavori
precedenti.
L’obiettivo è contraddistinto dalla volontà di condurre
un’analisi del testo biblico ricorrendo al possibile significa-
to originario delle radici consonantiche che sono alla base
delle parole ebraiche: un significato che è indicato nei di-
zionari di ebraico e aramaico biblici e negli studi di etimo-
logia e lessicografia della lingua ebraica specifici per l’An-
tico Testamento.
Il lavoro è caratterizzato da scelte precise: testo masore-
tico, letteralità delle traduzioni, ma soprattutto volontà di
mantenere la massima coerenza possibile nelle analisi e nel-
le relative, conseguenti considerazioni.
Lo studio delle numerose e secolari disamine di caratte-
re filologico, che spesso non conducono a risultati certi e
universalmente accettati, mi ha indotto a preferire un atteg-
giamento che privilegi la possibilità di rilevare un filo con-
duttore sottostante ai vari racconti biblici così come emer-
ge con discreta chiarezza dal contesto complessivo.
Anni di traduzioni mi hanno aiutato a capire infatti
come proprio il contesto sia spesso l’elemento fondamen-
tale per una comprensione coerente del testo e dei singoli
termini, il cui significato peculiare rimane talvolta oscuro
se esaminato da un punto di vista esclusivamente lingui-
stico: una visione d’insieme dei passi biblici fornisce luce
a un quadro che viceversa rimane in ombra se fatto ogget-
<Testatina Dinamica DX> 7

to di un’ana­litica vivisezione operata in chiave puramen­


te filologica.
Un esame a posteriori sul lavoro condotto fino a oggi
conferma che questa scelta è stata utile per mantenere una
linea di lettura che rileva coerenze logiche capaci di spie-
gare ciò che spesso la filologia – soprattutto quando è con-
dizionata dalle varie forme di pensiero teologico – finisce
per lasciare irrisolto.
Dico quindi, a beneficio degli studiosi accademici, che
nel testo non si troveranno disamine sulla possibilità che
quella tale espressione debba essere considerata una “pro-
posizione relativa paronomastica” o una “proposizione con
antecedente nominale” o, ancora, una “proposizione con
senso correlativo”…
Non mi sono neppure preoccupato di entrare nel merito
dell’affermazione della priorità o meno del valore seman-
tico nei confronti dell’aspetto grammaticale-sintattico, que-
stione di cui si occupa spesso l’esegesi tradizionale.
Ho cercato di leggere il testo con la convinzione che chi
l’ha scritto non si poneva questioni di tale genere ma in-
tendeva raccontare ciò che aveva visto di persona o senti-
to narrare, con quella meraviglia e quello stupore che sono
inevitabili di fronte ai contenuti che emergono. Meraviglia
e stupore che hanno colpito anche me in questa ricerca che
mi auguro appassionante e soprattutto a misura del lettore
che si avvicini per la prima volta all’argomento.
L’approccio metodologico messo a punto negli anni del-
le traduzioni professionali è caratterizzato dalla scelta di-
chiarata di:
• condurre una lettura quanto più letterale possibile;
• “fare finta che” gli autori biblici ci abbiano raccontato delle
sostanziali verità dal punto di vista storico-cronachistico;
• “fare finta che” la Bibbia che abbiamo noi sia quella scrit-
ta in origine, anche se purtroppo sappiamo bene che così
non è, perché ogni volta che un testo veniva ricopiato o
riscritto sotto dettatura subiva variazioni (per la com-
prensione delle modalità con cui la Bibbia si è venuta for-
8 Il Falso Testamento

mando nei secoli, rimando ai miei lavori precedenti, ci-


tati nella sezione “Commentari, saggi e dizionari biblici”
della Bibliografia alla fine del presente volume);
• “fare finta che” quando gli autori scrivevano una cosa
volessero dirci proprio quella, senza sottintenderne altre.
Si tratta ovviamente di scelte personali e dunque opina-
bili, ma formalmente dichiarate al fine di instaurare un rap-
porto corretto e leale con il lettore.
Questo lavoro, insomma, intende privilegiare la visio-
ne sinottica dei contenuti a fronte della chirurgia filologica
che si dedica invece all’analisi specifica di ogni singolo ter-
mine: una visione di insieme che non si vuole contrappor-
re alla indispensabile disamina dei singoli vocaboli ma che
la integra e la completa superandone gli inevitabili limiti.
D’altra parte mi deve essere consentita una nota che non
vuole essere polemica ma che ritengo imprescindibile per
una corretta comprensione della scelta effettuata. Molti di
coloro che si sono occupati della Bibbia e hanno scritto la
storia del popolo di Israele sono innanzitutto teologi e non
storici di professione, ed è questo il motivo per cui i siste-
mi di studio tradizionali hanno portato all’elaborazione di
varie teologie spesso in contrasto evidente e insanabile tra
loro. In tale situazione, il pensiero religioso e l’esigenza di
affermare la validità dei suoi spesso dogmatici contenuti
vengono sempre anteposti alla necessità di determinare la
verità storica o, quanto meno, letterale.
Non a caso, nella Introduzione al Pentateuco la già citata
Bibbia di Gerusalemme avverte che la stessa origine dell’An-
tico Testamento è condizionata da intenzioni e finalità pre-
cise: “I fatti sono introdotti, spiegati e raggruppati per di-
mostrare una tesi religiosa: c’è un Dio che ha formato un
popolo e gli ha dato un paese; questo Dio è YHWH, questo
popolo è Israele, questo paese è la Terra santa”.3
Questa tesi così chiara non ha però impedito il fraziona-
mento successivo.
Sull’Antico Testamento si basano almeno tre grandi reli-
gioni, all’interno delle quali si sono sviluppate correnti di
<Testatina Dinamica DX> 9

pensiero che storicamente hanno operato per annullarsi a


vicenda, tentando di affermare e dimostrare la reciproca
insussistenza.
In questa assenza di verità certe e universalmente accet-
tate, la chiave di lettura qui fornita può quindi essere con-
siderata una delle tante possibili, avente lo stesso diritto di
esistenza delle numerose altre, e può rappresentare uno sti-
molo per ulteriori studi.
L’approccio metodologico da me scelto e applicato in que-
sti anni consente poi di avviare un cammino ulteriore che
passa attraverso una lettura parallela della Bibbia e dei testi
prodotti dalla cultura classica del mondo greco, con speci-
fico riferimento alle opere omeriche, cui si affianca un pri-
mo sconfinamento nella religione dell’antica Roma, che ri-
vela ulteriori straordinarie concordanze.
Il tutto allo scopo di fornire spunti per riflessioni autonome.
La parte del lavoro fino a qui svolto evidenzia la concre-
ta possibilità di scoprire come gli autori, pur appartenendo
a culture così diverse, ci abbiano narrato in realtà le stesse
storie, le stesse vicende riferibili a quegli stessi individui
che hanno avuto un rapporto con l’umanità e che la teolo-
gia ha artificiosamente trasformato in Dio.
Questo libro vuole quindi tentare di utilizzare una chiave
di lettura che rivela già da ora sorprese e potenzialità ina-
spettate in funzione di una possibile nuova visione di quel-
la che potrebbe essere stata la nostra storia, una storia che,
come appare ormai chiaro a un numero sempre crescente
di ricercatori, andrà totalmente riscritta.
Troppe sono le testimonianze del passato che urgono e
spingono in questa direzione; troppi gli elementi che de-
pongono a favore di questa necessità; troppe le doman-
de e le incongruenze archeologiche, storiche, documentali
che rimangono prive di risposte e di spiegazioni coerenti.
Per altro, anche nel presente lavoro, come già nei prece-
denti, ci si avvale di apporti scientifici e storico-letterari che
forniscono nuova luce proprio sul cammino intrapreso alla
ricerca di risposte e spiegazioni coerenti: una sorta di anto-
logia di temi che rimanda alla necessità di rivedere la sto-
10 Il Falso Testamento

ria affiancando ricerche interdisciplinari che, superando la


settorialità delle divisioni, possano contribuire alla realiz-
zazione di un mosaico che risulta sorprendente.
Questa è la mia personale convinzione: ci sono vie nuo-
ve per tentare di conseguire la possibile verità, sentieri che
vanno battuti senza il timore di scoprire che la verità potreb-
be essere totalmente diversa da quella che ritenevamo tale.
Avvertenza

PASSI CITATI IN EBRAICO CON LA TRADUZIONE LETTERALE

Nel riportare il testo ebraico si è scelto di indicare solamente


le consonanti, tenendo conto della fonte originaria così come
era prima dell’intervento di vocalizzazione effettuato dai “ma-
soreti” e dai “puntatori”. Nei casi in cui nel testo ho voluto
rendere la pronuncia della lingua ebraica, ho scelto voluta-
mente di non utilizzare i simboli fonetici ufficiali in quanto
rimarrebbero comunque incomprensibili per i non addetti
ai lavori. Sono stati quindi riprodotti i suoni nel modo più
fedele possibile, utilizzando le consuete vocali e consonanti
della lingua italiana strettamente necessarie a rendere il suo-
no, evitando ad esempio le indicazioni per i suoni gutturali.
Sono certo che gli esperti di fonetica e traslitterazione com-
prenderanno i motivi di questa decisione.

La tabella qui riportata esemplifica quanto ho voluto for-


nire al lettore:
• la prima riga contiene il testo ebraico non vocalizzato,
che viene letto da destra a sinistra;
• la seconda riga contiene la traduzione letterale, anch’es-
sa procedente da destra a sinistra.

HYFAH FJ_ WWdW


terra-la ancora maledire-a
12 Il Falso Testamento

PROPOSIZIONI IN LINGUA GRECA

Vanno lette normalmente da sinistra a destra.

e fichi dolci e ulivi prosperanti

TERMINI SEMITICI, SUMERI E ACCADICI

Come già detto per l’ebraico, si è scelto di utilizzare una gra-


fia semplificata per la trascrizione dei termini appartenenti
alle lingue semitiche in genere e a quelle sumera e accadi-
ca, senza fare ricorso ai simboli fonetici ufficiali o alle divi-
sioni dei termini nelle loro componenti, al fine di rendere
scorrevole la lettura senza generare confusioni.

ELOHIM, SINGOLARE E PLURALE

Al vocabolo Elohim viene dato ampio spazio in vari capi-


toli e mi limito a fornire qui in via preventiva una precisa-
zione puramente funzionale.
Il termine contiene la desinenza ebraica del plurale, e in
questo libro si trova abbinato anche con articoli e/o verbi
al singolare.
Nel caso del singolare si intende attribuire l’azione a quel­
l’Elohim che ha definito il patto di alleanza con Mosè e il po-
polo che egli ha costruito, oppure al gruppo degli Elohim
che agisce nel suo insieme.
Quindi, ad esempio, quando si dice che l’Elohim ha com-
piuto una certa azione, si intende dire che a compierla è
stato quello che tra gli Elohim era conosciuto con il nome
Yahweh e aveva un rapporto diretto e specifico con il po-
polo ebraico. Ho così voluto evitare l’uso alternato di El
(singolare) ed Elohim (plurale) che avrebbe potuto gene-
rare confusione.
<Testatina Dinamica DX> 13

Ho infine scelto deliberatamente di indicare il termine


con la maiuscola iniziale, anche se la correttezza gramma-
ticale vorrebbe la lettera minuscola, ma la tradizione or-
mai acquisita ha diffuso questa modalità alla quale ho de-
ciso di aderire.

YAHWEH

Nel testo si trova un’apparente contraddizione tra le varie


modalità di lettura del nome. Ribadisco che l’incongruen-
za è solo apparente, in quanto nelle tabelle di traduzione
ho mantenuto la vocalizzazione masoretica presente di vol-
ta in volta, mentre nel testo corrente ho usato il più cono-
sciuto Yahweh.

ACCENTI E SEGNI D’INTERPUNZIONE

Sia per l’ebraico sia per il greco ho scelto di non indicare se-
gni di punteggiatura e accenti. L’aggiunta di spiriti e accenti,
così come dello iota sottoscritto, in greco è frutto del metacha-
rakterismós, cioè della trascrizione dei testi classici realizza-
ti in epoca bizantina col criterio di determinare chiaramente
la corretta pronuncia dei testi antichi, che non li avevano. In
questa sede ho deciso quindi di seguire la stessa metodologia
adottata per l’ebraico, che in origine non aveva alcun segno.

PERSONAGGI OMERICI

Per non appesantire la lettura e distogliere il lettore dall’og-


getto specifico dell’analisi, ho scelto di citare i vari perso-
naggi omerici senza fornire specifiche informazioni per cia-
scuno: i dati sono sintetizzati nel Glossario finale.

Gli approfondimenti relativi ai vari temi trattati si trovano


nei testi riportati in Bibliografia.
I
Kavod: gloria o arma?

Nel precedente lavoro ho esaminato la figura degli Elohim


sotto vari aspetti: ho evidenziato il fatto che fossero più in-
dividui; ho comprovato la non unicità di quello tra loro che
la teologia ha trasformato nel Dio della religione (Yahweh);
ho sottolineato le corrispondenze tra Elohim biblici e theoi
omerici; ho condotto un’analisi parallela per sottolineare
come i cosiddetti dèi greci e gli Elohim anticotestamentari
fossero addirittura portatori delle stesse esigenze neurofi-
siologiche (dal cibo all’assunzione di particolari fumi pro-
dotti con la combustione di parti specifiche del grasso ani-
male e umano).
Lo studio procede ora con l’esame parallelo delle loro mo-
dalità di spostamento così come vengono descritte nel te-
sto biblico e in quelli omerici.

La domanda cui si tenterà di dare risposta è la seguente:


come si muovevano?
Per avere una visione d’insieme dei mezzi di cui dispo-
nevano Elohim biblici e theoi omerici è necessario procede-
re con l’esame particolareggiato di almeno uno dei mezzi
di trasporto descritti nell’Antico Testamento.
Per quelli conosciuti come ruach e merkavah, rimando il
lettore al mio Non c’è creazione nella Bibbia.1 Qui riprendo la
descrizione del particolare strumento utilizzato da Yahweh:
il FJBU, kavod.
16 Il Falso Testamento

Ho scelto quest’ultimo perché la comprensione del ter-


mine kavod rappresenta una delle questioni maggiormen-
te dibattute da quando ho iniziato a spiegare il significato
letterale del termine e le caratteristiche operative attribui-
tegli dall’Antico Testamento.
Il tema è di fondamentale importanza e ciò nasce dal fat-
to che la dottrina gli dà un significato preciso e unico, rite-
nuto indiscutibile: quello di “gloria”.
Per la teologia giudaico-cristiana, il “kavod di Yahweh” è
inconfutabilmente la “gloria di Dio”.
Si tratta di un concetto chiave dell’intero mondo spirituale
che la teologia ha costruito partendo dall’Antico Testamento.
Un mondo costituito da vari elementi di ordine metafisico,
quali Dio, spirito, creazione, eternità, immortalità, gloria…
Nell’attribuire a kavod il significato unico di “gloria” gli
esegeti monoteisti dimenticano innanzitutto un elemento,
che la lingua ebraica condivide per altro con tutte le lingue
del mondo: la polisemia, caratteristica per la quale alcu-
ni termini sono portatori di significati molteplici e diversi.
Faccio un esempio al fine di chiarire.
In italiano il vocabolo “spirito” rimanda a numerosi si-
gnificati di varia natura: entità o principio immateriale,
elemento spirituale della persona, la persona stessa, alcol
puro, distillato delle vinacce, fantasma, attitudine caratte-
riale, forza d’animo, il complesso delle caratteristiche di un
popolo o di una nazione, respiro, alito, soffio, il segno che
in grammatica indica la lettura aspirata di una lettera…
Tra tanti possibili, è dunque il contesto lo strumento che
di volta in volta consente di comprendere il significato da
attribuire al termine: è evidente che se un racconto ci nar-
ra di uno spirito che si beve, si tratterà dell’alcol e non del
principio immateriale…
La polisemia va dunque tenuta nella debita considera-
zione e applicata con logica al fine di comprendere il testo
e, nella fattispecie, capire che cosa la Bibbia indichi con il
termine kavod in varie situazioni specifiche.
Se l’Antico Testamento, come penso e affermo da anni,
non parla di Dio, ne consegue che anche il concetto di “glo-
<Testatina Dinamica DX> 17

ria di Dio” va rivisto, e in effetti l’insieme dei racconti in


cui lo ritroviamo documenta con chiarezza come il vocabo­
lo kavod indichi ben altro.
Procedo ora all’analisi: al termine del capitolo indicherò an-
che alcune chiavi di lettura provenienti dal pensiero cristiano
ed ebraico al fine di consentire al lettore la verifica necessa-
ria per effettuare un confronto diretto con il contesto biblico.

Le radici FBU e FJBU, kaved e kavod

Vediamo il significato originario delle radici FBU e FJBU: lette


rispettivamente kaved e kavod, sono portatrici del concetto di
“peso, massa, forza” e poi anche di “gloria, onore” (Is 21,15;
Is 32,2; Pr 27,3; Gdc 18,21; Es 24,15-17; Es 33,18; Ez 43,4…).

NB: per semplicità di lettura da parte del lettore non al


corrente delle regole grammaticali, ho scelto, per il termi-
ne FJBU, di riportare nel testo corrente sempre la vocalizza-
zione kavod (stato assoluto) anche nei casi in cui la forma al
genitivo prevede la lettura come kevod (chiamato stato co-
strutto, cioè la costruzione grammaticale che il testo utiliz-
za quando vuole significare “kavod di”).
Nulla cambia ovviamente ai fini dell’analisi condotta qui:
il significato rimane invariato.

Vediamone le diverse valenze.


• Rav Matityahu Clark, nel suo Etymological Dictionary of
Biblical Hebrew, alla radice consonantica verbale FBU at-
tribuisce come primo significato weigh, cioè “pesare, avere
peso”.
• L’aggettivo kaved identifica ciò che è “pesante, gravoso,
faticoso, importante, onorato”, ma anche “insensibile, im-
pacciato, ricco” (duro di cuore).
• Come sostantivo, il termine indica “forza” ma anche “fe-
gato” e “peso, massa, onore, rispetto, gloria, splendore,
ricchezza”.
18 Il Falso Testamento

La traduzione di questo vocabolo è sempre stata condi-


zionata dalla visione tradizionale della divinità intesa come
entità trascendente; un concetto teologico che non corrispon-
de per nulla alla rappresentazione degli Elohim presente
nell’Antico Testamento: essi, infatti, tutto erano tranne che
esseri spirituali.
L’elaborazione teologica ha quindi stravolto il significato
primo del termine kavod fino a renderlo l’immagine meta-
fisica di una peculiare modalità di manifestazione del Dio
unico, spirituale e trascendente: questa scelta, che non tie-
ne conto della polisemia del termine, deriva dalla necessi-
tà di trovare un modo per conciliare il termine kavod con
l’idea di Dio che i teologi hanno elaborato utilizzando le
possibilità che la polisemia mette a disposizione: essa con-
sente cioè di estendere il significato di un termine, pertan-
to essere potente si ricollega concettualmente alla situazio-
ne di chi è ricco ed è quindi un individuo “di peso” e, di
conseguenza, onorato.
Non dobbiamo però pensare che la spiritualizzazione
sia opera esclusiva dei teologi cristiani. Siamo autorizzati
a ipotizzare che la stessa tradizione ebraica, rappresenta-
ta in ultimo dai Masoreti, abbia agito operando un trasfe-
rimento di significato dal peso fisico a quello metaforico,
che rimanda al concetto astratto di rispetto e gloria. Que-
sta scelta era dettata dalla volontà di spiritualizzare i con-
tenuti e di introdurre la visione monoteistica che non ap-
parteneva al testo originario.
Dunque, ciò che era semplicemente e materialmen-
te pesante è divenuto glorioso attraverso un percorso con-
dizionato da forme di pensiero che con ogni probabilità
non corrispondono alle reali intenzioni degli antichi au-
tori biblici.
In altri termini, i significati di “peso” e “onore” sono sta-
ti interpretati e diffusi come attributi di un Dio visto come
entità spirituale trascendente e capace di rendersi imma-
nente quando sceglie di rivelare la sua presenza al popolo
dei fedeli.
<Testatina Dinamica DX> 19

Per la verità, il termine kavod nel suo significato di “peso


materiale” ha precedenti precisi nelle scritture sumero-
accadiche, che ne confermano la sostanza assolutamente
non spirituale: si veda per questo quanto pubblicato nel
già citato Non c’è creazione nella Bibbia.

L’uso nelle lingue sumera e accadica documenta come il


significato primo del termine avesse, anche nelle forme
espressive che hanno preceduto il testo biblico, quel valo-
re assolutamente concreto che abbiamo iniziato a eviden-
ziare in queste pagine e che comprenderemo meglio in se-
guito: peso fisico, materiale.
Per completezza d’informazione riporto le radici ebrai-
che con le vocalizzazioni e i significati contenuti nel Dizio-
nario di ebraico e aramaico biblici della Società Biblica Britan­
nica e Forestiera:
• FBU, kaved (come verbo): essere pesante, pesare, essere
onorato, essere duro, essere insensibile.
• FBU, kaved I (come aggettivo): pesante, faticoso, impor-
tante, insensibile, impacciato, ricco.
• FBU, kaved II (come sostantivo): fegato, forza.
• FBU, koved (come sostantivo): peso, moltitudine.
• FJBU, kavod (come sostantivo): peso, massa, onore, rispetto,
gloria, splendore.
Ma – oltre la pura analisi filologica che determina diatri-
be secolari senza che mai si giunga a conclusioni comune-
mente accettate –, come ho avuto modo di affermare in pre-
cedenza evidenziando la caratteristica della polisemia, è il
contesto il vero elemento determinante per chiarire e com-
prendere il tutto.

Vediamo in successione i vari passi in cui il kavod è presen-


te e agisce: il lettore è ovviamente invitato a prendere visio-
ne complessiva del testo da cui sono tratti i brani in esame.
20 Il Falso Testamento

Esodo 19,16 e seguenti

Particolarmente impressionante è la cosiddetta “teofania”


descritta nel capitolo 19, quando l’Elohim (il presunto Dio
spirituale della teologia) si manifesta sul monte all’inter-
no di fenomeni che dovevano apparire terrificanti: tuoni,
lampi di luce, un suono forte e prolungato come quello di
una tromba…
In quell’occasione, di fronte agli occhi atterriti degli Israe-
liti, il monte Sinai (versetto 18):

fvA S[`Y JWU sv_


(poiché)che di-facce-da esso-tutto fumava

vAB HJHS JSW_ FfS


fuoco-il-in Yahweh lui-di-su sceso-era

I fenomeni fisici risultano quindi molto evidenti, e la Bib-


bia li riporta nel seguente modo (Es 19,16):
“Ed ecco il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuo-
ni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissi-
mo di corno: tutto il popolo che era nell’accampamento fu
scosso da tremore”.

Il popolo era atterrito, afferma il testo, e rimase alle falde


del monte, bloccato dall’assoluta proibizione di avvicinar-
si. Non possiamo non rilevare che la presenza della “glo-
ria” di Dio non era certo un evento gioioso e vissuto con
serenità; era al contrario una situazione terrificante, peri-
colosa per la vita stessa, e quindi vi si doveva assistere ri-
spettando regole precise, ordini e divieti la cui violazione
comportava la morte.
Nel passo in esame si afferma infatti con molta chiarezza
che era necessario delimitare uno spazio attorno al monte
per impedire al popolo – ma anche agli animali – di avvici-
narsi troppo: Yahweh dice a Mosè di dare l’ordine di rima-
<Testatina Dinamica DX> 21

nere lontani, altrimenti “ne cadrà una moltitudine”, come


ammonisce il versetto 21.
Il territorio va delimitato e dichiarato sacro, nel senso
specifico che quel termine possiede nell’Antico Testamen-
to: non una sacralità di ordine spirituale ma una netta se-
parazione fisica, materiale, con precise indicazioni circa la
sua praticabilità e, nel caso di un territorio, della sua per-
corribilità, concessa ad alcuni e vietata ad altri.

Esodo 24

Anche in questo capitolo si trova la stessa proibizione per il


popolo nel suo complesso, mentre ad alcuni viene conces-
so il raro privilegio di accedere alla presenza dell’Elohim:
Mosè, Aronne, i figli di Aronne Nadab e Abiu e settanta
anziani di Israele.

In Es 24,10 si precisa che, entrati da lui, quei pochi prescelti:

WAfvS SHWA lA JAfSJ


Israele di-Elohim videro-e

Hv_YU JSWDf lOlJ


di-lavoro-come lui-di-piedi sotto-e

fS`]H l[BW
zaffiro-lo di-mattone

fHQW rSYvH rb_UJ


splendore-per (cieli)acque-là di-(sostanza)osso-come-e

Vengono quindi ricevuti in un ambiente il cui pavimento


è costituito da mattoni/piastrelle di zaffiro che appariva
della stessa sostanza e purezza del cielo.
22 Il Falso Testamento

Il testo precisa che Yahweh in quell’occasione non stende


la sua mano contro i figli di Israele che, in tranquillità, ve-
dono questo Elohim, poi mangiano e bevono: si intratten-
gono quindi in un’atmosfera decisamente conviviale.
Terminato l’incontro, Yahweh chiede a Mosè di seguirlo
sulla cima del monte, mentre gli altri sono invitati ad atten­
derlo lì dove si trovano.
Ci pare di capire che tutte queste persone sono entrate
nella dimora di Yahweh e non hanno subito conseguenze:
di cosa si trattava? Era il kavod o qualcosa di più grande?
Tra poco vedremo quanto fosse pericoloso il suo kavod
e che conseguenze potesse comportare la visione della co-
siddetta “gloria di Dio”.
Per adesso prendiamo atto del fatto che, contrariamen-
te a quanto affermato di solito, guardare in faccia Yahweh
non provocava la morte: capiremo tra breve che a provoca-
re l’esito fatale era la sua “gloria” in azione; era cioè proprio
quella caratteristica che si vuole spirituale a produrre effetti
mortali che il presunto Dio non era in grado di controllare
(lo si vedrà proseguendo nell’ana­lisi dei passi che stiamo
leggendo nello stesso ordine in cui si trovano nella Bibbia).
Se pensiamo a certi nostri mezzi di trasporto particolar-
mente potenti e pericolosi, la situazione non ci è certo nuo-
va o incomprensibile, quindi non ce ne dobbiamo stupire:
non è forse pericoloso, e quindi espressamente vietato, av-
vicinarsi ad aerei, elicotteri o altri mezzi di trasporto in fase
di manovra, di decollo o di atterraggio?
È sufficiente mantenere la mente aperta, libera da condi-
zionamenti pregiudiziali, e seguire il metodo del “fare finta
che” gli elementi narrati corrispondano alla realtà dei fatti
descritti nella loro evidenza: tutto diviene comprensibile,
senza introdurre interpretazioni che sono invece inevitabi-
li quando si ha la necessità di attribuire al testo significati
e valenze che non gli appartengono.
Nell’episodio in esame, il kavod di Yahweh dimora sul
monte, che per sei giorni viene ricoperto da una massa di
vapore, e il versetto 17 spiega chiaramente che, a vederlo, il
kavod era “come fuoco divorante sulla cima della montagna”.
<Testatina Dinamica DX> 23

Mosè entra dunque nella nube e vi rimane per quaran-


ta giorni, durante i quali riceve le indicazioni di carattere
operativo per realizzare ciò di cui Yahweh necessitava per
predisporre la propria permanenza nel deserto: la dimora,
gli arredi, l’Arca dell’Alleanza, il candelabro, i tavoli e gli
altari per le varie funzioni da svolgere quotidianamente;
gli abiti e gli attrezzi dei sacerdoti…
La fisicità, la concretezza e la cruda materialità dello sce-
nario descritto sono evidenti a qualunque lettore, e rive-
lano come il kavod altro non fosse che uno degli elementi
che compongono il quadro di insieme: la manifestazione
di Yahweh non ha nulla di spirituale, e le sue esigenze per
la convivenza con il suo popolo nel deserto sono con tutta
evidenza di natura meramente pratica e materiale.

Esodo 24,15-17

Quando Mosè sale sul monte, il kavod dell’Elohim dimora


sulla cima e:

fHH-lA s[_H ]USJ


monte-il nube-la coprì-e

Il versetto 16 contiene una precisazione interessante:

fH-W_ HJHS-FJBU sUvSJ


monte-su Yahweh-di-kavod installò-si-e

L’interesse è dato dal verbo che indica proprio l’atto di in-


stallarsi e rimanere, dimorare: con questo stesso significato
ricorre varie volte in altri passi dell’Antico Testamento, e
qui il verbo esprime proprio l’azione del prendere posizio-
ne, posarsi e poi rimanere sul monte.
Pare di assistere alla descrizione di un atterraggio di un
oggetto volante, con effetti visivi spettacolari, infatti:
24 Il Falso Testamento

HJHS FJBU HAfYJ


Yahweh di-kavod di-vista-e

fHH vAfB lWUA vAU


monte-il di-cima-su divorante fuoco-come

Questo, dunque, era ciò che gli israeliti vedevano dai


piedi del monte: il kavod si presentava come fuoco o come
nube, e l’Elohim chiamava Mosè proprio dal mezzo di que-
sta “nube”, nella quale il profeta entrava.
Si tratta della descrizione di un fenomeno fisico, concreto,
evidente, che si verificava sotto gli occhi di tutti ed era ben
visibile anche dalla pianura sottostante in cui il popolo era
accampato.
La “nube” che compare in questo passo e che ritornerà
più volte in seguito rende lecita una digressione decisamen­
te curiosa.

Nelle Antichità giudaiche, opera del I secolo dello storico


giudeo-romano Giuseppe Flavio che racconta la storia
del popolo ebraico, troviamo un’annotazione di partico-
lare interesse concernente la morte di Mosè.
Come sappiamo dalla Bibbia (Gen 34), Mosè se ne andò
a morire avendo programmato la sua dipartita e lo stesso
testo ci informa del fatto che nessuno sa dove si trovi il suo
sepolcro (fatto direi unico e comunque stranissimo per un
rappresentante di Dio e fondatore di un popolo).
Giuseppe Flavio, cogliendo evidentemente questa incon-
gruenza, avverte la necessità di fornire una spiegazione e
scrive:
Quando ancora si intratteneva [Mosè] con essi [Eleazaro
e Giosuè] improvvisamente scese su di lui una nube ed egli
scomparve in una valle. Ma egli stesso nei libri sacri scrisse
che morì, per timore che a motivo della sua iperbolica vir-
tù, qualcuno si avventurasse ad affermare che sia tornato
alla Divinità.2
<Testatina Dinamica DX> 25

Leggendo questo passaggio, sorge spontanea una do-


manda: come poteva scrivere un morto, o qualcuno che co-
munque se n’era andato?
Questo racconto, insieme all’assenza di un’indicazione
del luogo di sepoltura, induce a pensare che Mosè abbia ri-
cevuto lo stesso trattamento riservato a Enoch e a Elia, che
furono concretamente prelevati dagli Elohim sulle loro mac-
chine volanti, identificate nella Bibbia in varie tipologie e
con vari nomi: kavod, ruach, keruvim, efah; nubi, colonna di
fuoco, cilindro volante…
Come si vede bene, gli oggetti volanti tornano costante-
mente, a dispetto di ogni tentativo di negarne la presenza
presentandoli come fantasiose allegorie o come frutto di vi-
sioni mistiche o fenomeni allucinatori.

Esodo 33,7 e seguenti

Dopo l’uscita dall’Egitto l’autore del libro dell’Esodo, che la


tradizione dice erroneamente essere lo stesso Mosè, ci for-
nisce ripetutamente un’informazione chiara e inequivoca-
bile: Yahweh seguiva fisicamente il popolo nel corso di tut-
to il peregrinare nel territorio del Sinai.
A ogni tappa Mosè prendeva la tenda che l’Elohim si era
fatto costruire e la piantava fuori dall’accampamento, col-
locandola lontano dalle tende in cui viveva il popolo.
Era conosciuta come la “tenda del convegno” e chiun-
que cercasse Yahweh doveva uscire dall’accampamento e
recarsi presso quella struttura.
Apprendiamo quindi che questo Elohim aveva una di-
mora mobile che doveva sempre trovarsi a debita distanza
dal popolo: il contatto ravvicinato non era dunque previ-
sto e tanto meno gradito.
Nei suoi spostamenti verso la terra promessa, il popolo
era guidato da una colonna di fumo/nubi che durante la
notte diveniva una colonna di fuoco.
Quando Mosè desiderava conferire con l’Elohim si avvi-
cinava alla tenda, vi entrava e (Es 33,9):
26 Il Falso Testamento

FY_ s[_H FJY_ FfS


stava-e nube-la di-colonna scendeva

HvY-r_ fBFJ WHAH Ol`


Mosè-con parlava-e tenda-la di-apertura

La colonna di nube dunque scendeva al suolo e prende-


va una posizione precisa.
Dalla lettura del testo masoretico si comprende bene che
non si trattava di una visione, di un sogno o di una rap-
presentazione fantasiosa elaborata allo scopo di stupire;
nell’insieme della vicenda si colgono infatti tutte le carat-
teristiche di una narrazione tesa a descrivere ciò che stava
realmente accadendo.
Inoltre, in pieno accordo col dottor Barry H. Downing,3
annoto che il termine ebraico amud indica una colonna ci-
lindrica visibile come nube o come luce, energia fiammeg-
giante; non è chiaro se si muovesse in verticale (come viene
rappresentato nell’iconografia religiosa) oppure in orizzon-
tale, il che la farebbe corrispondere al cilindro volante vi-
sto e descritto dal profeta Zaccaria.4
Il racconto degli incontri e dei colloqui tra Mosè e l’Elohim
Yahweh prosegue narrando le numerose perplessità che
Mosè nutriva. Insomma, pare proprio di capire che quel
Dio non dava sufficienti garanzie e certezze agli occhi del
suo comandante sul campo. Mosè gli chiede quindi di gui-
dare concretamente il popolo nel cammino verso la Terra
promessa, e sottolinea l’importanza del fatto che tutti pos-
sano vedere con grande evidenza che l’Elohim è con loro,
altrimenti si perderebbe la distinzione tra il “popolo elet-
to” e gli altri.
La presenza divina deve essere insomma chiara e visibi-
le; il fondatore del popolo di Israele vuole vedere concre-
tamente, vuole “toccare con mano” – diremmo noi –, così
formula una richiesta precisa (Es 33,18):
<Testatina Dinamica DX> 27

nFBU-lA A[ S[AfH
tuo-kavod (prego ti)su me-a-vedere-fa’

Mosè chiede dunque una prova concreta, la possibilità di


vedere lo strumento della presenza fisica di questo Elohim
che sta facendo promesse di conquista: ha necessità di garan-
zie, vuole parlare col popolo a ragion veduta; deve insom-
ma essere sicuro di quello che andrà a fare, visto che deve
convincere la sua gente a seguire quell’Elohim e non altri.
Yahweh si rende conto della situazione e acconsente alla
richiesta di Mosè, ma lo avverte che ciò che sta per avvenire
è estremamente pericoloso: può causare anche la sua morte.
In sostanza, apprendiamo dalle stesse parole di Yahweh
che la “gloria di Dio” può uccidere l’uomo, ed egli precisa
anche che nessuno può vederne la parte frontale e rimanere
in vita.
Ciò che dovrebbe rappresentare la manifestazione glorio­
sa della divinità è quindi letale.
Questa manifestazione non può essere dosata o in qualche
modo limitata: l’Elohim di nome Yahweh può solo fornire
alcune indicazioni per mitigare gli effetti della sua “gloria”
e renderne meno gravi le conseguenze, ma non può annul-
larle in via preventiva: la “gloria” agisce sempre necessaria-
mente in tutta la sua micidiale potenza assassina.
Il presunto dio non è in grado di prevenire o controllare
gli effetti della sua stessa manifestazione: quando il kavod
passa, uccide chi gli sta di fronte.
Se si pensa che kavod è normalmente tradotto appunto
con il termine “gloria” – con cui si rappresenta un concetto
assolutamente astratto, una mera categoria teologica di non
facile definizione – diviene difficile comprendere il motivo
per il quale l’Elohim prepara l’evento della manifestazio-
ne con una serie di indicazioni operative decisamente pra-
tiche e tese inequivocabilmente a preservare l’incolumità
fisica di Mosè e degli altri esseri umani.
Yahweh, il presunto dio onnipotente, è insomma costret-
to a prendere precise precauzioni. Infatti, dopo avere detto
28 Il Falso Testamento

che Mosè non potrà “vederlo di fronte” (stargli davanti?)


perché morirebbe, aggiunge un consiglio, un’indicazione
pratica che non ci si attenderebbe da un dio (Es 33,21):

SlA rJdY H[H


me-a-vicino luogo ecco

fJbH-W_ lBb[J
roccia-la-contro(su) starai-e

L’espressione è colloquiale, concreta: ci pare di essere pre-


senti, di compartecipare all’evento, e immaginiamo anche il
gesto del braccio con cui l’Elohim indica quel posto preciso.
Insomma, una sorta di: “Mettiti lì e cerca di stare ben riparato”.
Ma evidentemente questo accorgimento non doveva es-
sere sufficiente, perché l’Elohim ritiene necessario un ulte-
riore intervento (Es 33,22):

SFBU fB_B
mio-kavod (passare)attraversare-(quando)in

fJbH lfd[B nSlYvJ


roccia-la di-fenditura-in te-metterò-e

nSW_ S`U SlUvJ


te-di-su mio-(cavo?)palmo coprirò-e

SfB_-F_
io-(passare)attraversare-a-fino

Prosegue dicendo che Mosè dovrà rimanere protetto fino


all’avvenuto passaggio e che “solo dopo” potrà guardare
la parte posteriore, fOA (Es 33,23).
<Testatina Dinamica DX> 29

Come si vede, si tratta di un’attenzione molto concre-


ta. L’incolumità fisica di Mosè era davvero in pericolo: su
questo non possiamo avere dubbi, il testo è inequivocabile.
Per la spiegazione della rappresentazione antropomor-
fa che la Bibbia offre quando dice che Yahweh proteggerà
Mosè con la sua mano per tutta la durata del passaggio ri-
mando al già citato Non c’è creazione nella Bibbia.
In questa sede, limitiamoci a prendere nuovamente atto
di un fatto indiscutibile: la “gloria”, il kavod, di Dio è un quid
che “passa”, non dunque una manifestazione che coinvol-
ge nella sua statica magnificenza chi la osserva.
Abbiamo infatti una scansione temporale netta:
• Mosè si deve porre nella cavità delle rocce;
• la cosiddetta “gloria” passa;
• nel corso del passaggio Mosè deve essere protetto;
• al termine Mosè può abbandonare la protezione e guar-
dare la parte posteriore della cosiddetta “gloria” (cioè il
kavod) che è passata.
In sostanza, Yahweh accetta di mostrare il kavod in azio-
ne, e per poterlo fare senza produrre conseguenze irrepara-
bili sul suo aiutante gli ordina di mettersi al riparo nell’in-
cavo delle rocce.
Una volta stabilite le modalità grazie alle quali Mosè po-
trà vedere il kavod senza morirne, il racconto prosegue con
le indicazioni su tutto ciò che dovrà avvenire a corollario
dell’evento.

Esodo 34

Il capitolo 34 inizia con Yahweh che impartisce ordini a


Mosè e gli fornisce ulteriori indicazioni di varia natura, fi-
nalizzate in gran parte alla tutela del popolo e degli animali.
L’Elohim ordina a Mosè di tagliare due tavole di pietra
su cui verranno scritte “le parole che erano sulle tavole di
prima, che hai spezzate” (Es 34,1), a seguito della vicenda
del vitello d’oro.
30 Il Falso Testamento

Le parole in questione sono i Dieci comandamenti ma,


stando al testo biblico, non sono quelli che ci sono stati in-
segnati: al vero contenuto di queste tavole avevo dedicato
un capitolo intero nel Libro che cambierà per sempre le nostre
idee sulla Bibbia.5
Yahweh gli dice poi (Es 34,2) di tenersi pronto al matti-
no per salire sul monte: una volta salito, Mosè dovrà rima-
nere sulla vetta, in attesa. Segue una precisazione che può
essere letta in parallelo con le precauzioni prese per salva-
guardare l’incolumità fisica di Mosè (Es 34,3):

nYS HW_S-AW vSAJ


te-con salirà-non uomo-e

AfS-WA vSA-rDJ
visto-sia(sarà)-non uomo-anche-e

sAbH-rD fHH-WUB
gregge-il-anche monte-il-tutto-su

J_fS-WA fdBHJ
pascolino(pascoleranno)-non bovide-il-e

AJHH fHH WJY-WA


questo-il monte-il (a-vicino)fronte-a

Il popolo poteva, anzi doveva, rimanere nell’accampa-


mento perché evidentemente a quella distanza non avreb-
be subito conseguenze.
La manifestazione del kavod avrebbe invece reso perico-
loso l’intero monte: nessuno, né uomo né animale, dove-
va trovarsi sui suoi versanti quando arrivava quell’oggetto
che la tradizione vuole interpretare come la gloria incor-
porea, spirituale, trascendente, di Dio o, peggio ancora –
<Testatina Dinamica DX> 31

e più avanti affronteremo meglio questa chiave di lettura


–, come la descrizione di un evento di carattere giuridico-
legale nel corso del quale si sarebbe decisa la punizione o
meno del popolo di Israele per essersi abbandonato all’i-
dolatria. Una prospettiva che, con tutta evidenza, non tro-
va alcun fondamento nel testo.
Un’ulteriore conferma che avvicinarsi a questa “gloria” era
quanto mai pericoloso, e dunque assolutamente da evitare,
la troviamo in Es 40,34-35, dove viene detto chiaramente:

sUvY-lA AWY HJHS FW-BUJ


tenda-la riempì Yahweh di-kavod-e

e di conseguenza:

AJBW HvY WUS-AW


entrare Mosè poté-non

Dunque comprendiamo qui che la presunta “gloria” poteva


riempire uno spazio chiuso e che in quei momenti l’ingresso
non era consentito (si veda anche 1Re 8,11 e 2Cr 5,14 e 7,2).
Ma questo passo ci consente di rilevare un dato ulterio-
re: quando il kavod era nella tenda non aveva alcun effetto
sulla gente che stava nell’accampamento. Abbiamo infat-
ti notato prima come Yahweh avesse sempre l’accortezza
di fare erigere la sua dimora in un luogo posto lontano dal
campo in cui viveva il popolo.
L’attiguità era evidentemente pericolosa, forse per l’Elohim
che voleva evitare i contatti, ma sicuramente per il popolo,
che non doveva essere nelle vicinanze quando la “gloria”
scendeva sulla dimora.
Questi effetti ci stupiscono e sconcertano se li esaminia-
mo alla luce della visione teologica, ma non appaiono poi
così strani se si ipotizza che la “gloria” non fosse una qual-
che forma di manifestazione non descrivibile della presen-
32 Il Falso Testamento

za divina: doveva necessariamente essere un quid di mate-


riale, potente e pericoloso.
La dottrina e la teologia affermano che quando l’Antico
Testamento parla di “gloria di Yahweh” si riferisce a una
caratteristica di ordine metafisico o spirituale; a questa tesi
si allinea ogni corrente di pensiero che vede nella Bibbia – e
particolarmente in passi come quelli qui citati – un racconto
allegorico, addirittura una metafora di un incontro-scontro
di carattere giuridico tra Yahweh e Mosè.
Noi, però, non possiamo fare a meno di chiederci se nel­
l’allegoria e nella metafora fosse veramente necessario in-
serire elementi così precisi e soprattutto così poco ascrivi-
bili a un Dio che si vuole rappresentare come onnipotente:
abbiamo visto che, paradossalmente, Yahweh era incapace
di controllare gli effetti del suo stesso passaggio.
Proseguendo con il testo biblico leggiamo che, dopo la ri-
chiesta, Yahweh dice a Mosè di tenersi pronto per l’indoma-
ni mattina: in quel momento infatti passerà il kavod (Es 34,2):

fdBW sJU[ HSHJ


mattino-il-per pronto-essente sarai-e

S[S] fH-WA fdBB lSW_J


Sinai monte-verso mattino-il-in salirai-e

fHH vAf-W_ rv SW lBb[J


monte-il di-cima-su là me-per starai-e

Il testo ci fa quindi comprendere che la manifestazione do-


veva essere programmata, e la cosa non ci stupisce, perché
abbiamo già esaminato i motivi e i rischi che comportava.
In presenza di questi dati di fatto che paiono incontro-
vertibili, ci chiediamo che cosa mai sia passato davanti a
Mosè di così pericoloso e di così incontrollabile da richie-
dere tali e tanti accorgimenti tecnici e materiali.
<Testatina Dinamica DX> 33

Queste domande sono generate dal normale buon sen-


so, non richiedono particolare volontà né capacità di ana-
lisi critica, e soprattutto sono basate su affermazioni che si
trovano nelle bibbie che tutti abbiamo in casa: la descrizio-
ne degli effetti provocati dal kavod non è frutto di traduzio-
ni particolari, si trova anzi nei testi ufficiali, approvati e dif-
fusi con l’imprimatur della Chiesa.

Esodo 40,36-38

Abbiamo già rilevato che il kavod si presentava alternativa-


mente di giorno e di notte come nube o colonna di fuoco.
La sua visibile presenza costituiva il punto di riferimen-
to per le varie tappe verso la terra promessa, e anche il se-
gnale per mettersi in cammino:

sUvYH W_Y s[_H lJW_HBJ


tenda-la su-da nube-la di-alzare-in-e

WAfvS S[B J_]S


Israele di-figli (tende-le)levavano

s[_H HW_S AW-rSJ


nube-la alzava-si non-se-e

JlW_H rJS-F_ J_]S AWJ


essa-alzarsi di-giorno-a-fino (tende-le)levavano non-e

Il collegamento tra gli spostamenti della nube e quelli del


popolo era diretto e consequenziale: il kavod si celava die-
tro quella manifestazione di una qualche forma di vapore/
energia, e con il suo spostarsi o stazionare forniva le indi-
cazioni precise sulla direzione da prendere e sui luoghi in
cui allestire l’accampamento.
34 Il Falso Testamento

Il versetto 38 spiega infatti che di giorno la nube era di-


rettamente sopra la dimora e di notte vi stazionava sotto
forma di fuoco; precisa inoltre che questo avveniva S[S_W,
ene-le, cioè “davanti agli occhi di” tutta la casa di Israele.
Tutti vi assistevano: era un fatto reale e concreto, non una
visione o un’allucinazione collettiva. Dallo stazionamento o
dal mettersi in moto del kavod si comprendeva se si doveva
rimanere in quel luogo o se era giunto il momento di ripar-
tire, senza bisogno di altri segnali o ordini da parte di Mosè.
Si trattava dunque di una “gloria” decisamente stra-
na, molto evidente, ben localizzata nello spazio, cangiante
nell’aspetto, curiosamente mobile…

Numeri 9,15-23

Questo passo costituisce ulteriore conferma a quanto ap-


pena detto.
L’autore biblico ricorda infatti che nel giorno in cui fu eret-
ta la dimora nel deserto, s[_H H]U, chissà he’anan, “la nuvo-
la coprì” la tenda della testimonianza, mentre alla sera c’e-
ra come una visione di fuoco fino al mattino.
Interessante notare che, per indicare ciò che si vedeva du-
rante la notte, la Bibbia usa proprio l’espressione che ab-
biamo ripetuto:

vA-HAfYU
fuoco-di-visione-come

Anche qui il racconto è molto circostanziato e ci fa com-


prendere che le tappe e i periodi di cammino erano deter-
minati con precisione dai movimenti di questa nuvola/
colonna di fuoco.
Le tappe potevano avere la durata di una notte o anche di
mesi, ma erano sempre dipendenti dalla volontà di Yahweh:
quando lui si alzava col suo kavod il popolo smontava l’ac-
campamento e partiva.
<Testatina Dinamica DX> 35

Ribadisco ancora una volta quanto fosse strana quella


“gloria” che stazionava rimanendo sempre localizzata e
delimitata spazialmente con grande precisione.

Numeri 14,10

Durante il giorno, però, all’occorrenza il kavod poteva an-


che manifestarsi nella sua forma visibile, senza essere av-
volto dalla nube di cui si è detto.
Nel capitolo 13 del libro dei Numeri Mosè invia degli
esploratori nella terra di Canaan; stanno per avviare l’azio-
ne di conquista e vi è la necessità di avere il maggior nu-
mero possibile di informazioni sul territorio e sulle popo-
lazioni che lo abitano.
Gli uomini della pattuglia svolgono il loro compito e ri-
tornano presentando un resoconto che produce esiti nega-
tivi. Raccontano di avere visto che i popoli residenti hanno
città fortificate e che molti luoghi sono ancora abitati dagli
anakim, i giganti, quelli dal lungo collo, individui di alta
statura contro i quali sarebbe inutile e comunque rischio-
sissimo combattere.6
Queste notizie gettano il popolo nella costernazione: gli
israeliti sono disperati e decidono di ribellarsi a Mosè, mi-
nacciando di lapidare lui e i capi che intendevano comun-
que seguire la sua volontà di procedere con il tentativo di
conquista.
La situazione è quindi grave, e Yahweh capisce che è ne-
cessario intervenire di persona, per impedire che i suoi fe-
deli collaboratori vengano uccisi:

F_JY WHAB HAf[ HJHS FJBU


convegno di-tenda-su visto-fu Yahweh di-kavod

Il versetto prosegue precisando che il kavod era visibile a


tutti i figli di Israele.
L’Elohim esce dunque col suo mezzo dalla nube e si ren-
36 Il Falso Testamento

de presente direttamente sulla tenda del convegno, per es-


sere ben visibile e prendere in mano la situazione.
Notiamo che il kavod sta “sopra la tenda”, che non pare
essere coinvolta nella manifestazione: anche qui, la presun-
ta “gloria” risulta avere un raggio d’azione limitato nello
spazio.
Abbiamo ancora una volta la descrizione di un evento
concreto: il kavod si pone nelle condizioni di essere visto
da tutti. Questa presenza determina il totale sovvertimen-
to della situazione che si stava facendo drammatica, e con-
sente a Mosè di riprendere il controllo sul popolo.

Numeri 16,19 e seguenti

Come nel passo analizzato in precedenza, anche in questo


caso il kavod si rende visibile.
Ancora una volta Yahweh si vede costretto a intervenire
di persona per sedare una ribellione e punire i colpevoli.
Presso il popolo si diffondeva spesso il malcontento, deri-
vante dalle condizioni in cui era costretto a vivere nel de-
serto e dall’evidenza del fatto che la conquista della tanto
agognata terra promessa non pareva così certa e imminen-
te, nonostante le promesse dell’Elohim cui si erano affidati.
Duecentocinquanta israeliti, guidati da Core, Datan e
Abiram, si ribellano a Mosè che li invita a ripresentarsi il
giorno seguente per ascoltare la decisione di Yahweh: egli
sceglierà il suo rappresentante.
Così avviene, e il giorno seguente i rivoltosi si recano alla
tenda del convegno.
In quel momento:

HJHS-FJBU AfSJ
Yahweh-di-kavod visto-fu

L’Elohim ordina poi a Mosè di allontanarsi e di fare al-


lontanare tutto il popolo e poi (versetto 35):
<Testatina Dinamica DX> 37

HJHS lAY HAbS vAJ


Yahweh con-da uscì fuoco-e

vSA rSlAYJ rSvYOH-lA WUAlJ


uomo duecento-e cinquanta-i bruciò-e

Yahweh dunque si presenta col suo kavod ai rivoltosi ra-


dunati e, dopo avere opportunamente fatto allontanare il
popolo, li incenerisce.
Abbiamo la chiara indicazione di una non meglio identifi-
cata energia che, uscendo dalla “parte anteriore” di Yahweh
o del suo kavod, colpisce a morte gli individui e incendia ciò
che è nel suo raggio d’azione.
Anche in questo piccolo ma non insignificante particolare
si coglie l’assoluta fisicità dell’evento: Yahweh fa allontana-
re il popolo perché non è in grado di limitare gli effetti col-
laterali indesiderati prodotti dalla “gloria” in azione. Non
può colpire i rivoltosi senza danneggiare altri che si trovi-
no nelle vicinanze, e da questa sua impossibilità di control-
lare il raggio d’azione della presunta “gloria” nasce la ne-
cessità di fare allontanare il popolo.
Grazie a quest’arma estremamente potente ed efficace,
la rivolta è sedata.
Per la gloria intesa come possibile arma si vedrà più avan-
ti quello che ne pensa uno studioso di antico ebraico.

Numeri 17,7

In questo passo abbiamo un’annotazione molto concreta:


la descrizione di un gesto che, nella sua apparente ma si-
gnificativa banalità, ci documenta ancora una volta come la
cosiddetta “gloria” di Yahweh avesse una marcata conno­
tazione materiale e spaziale.
Ci troviamo nell’accampamento, il popolo sta mormoran­
do contro Mosè e Aronne, il malcontento si fa palpabile, gli
38 Il Falso Testamento

Israeliti stanno per ribellarsi ai loro capi e Yahweh compren-


de che è necessario intervenire.
Mosè e Aronne si trovano a mal partito, e mentre la co-
munità si sta riunendo per agire contro di loro:

F_JY WHA WA J[`SJ


incontro di-tenda verso volsero-si-e

s[_H JH]U H[HJ


nuvola-la essa-copriva ecco-ed

HJHS FJBU AfSJ


Yahweh di-kavod visto-fu-e

Proprio nel contesto si colgono quei particolari che han-


no tanta importanza per la comprensione dell’evento: l’at-
to molto naturale del girarsi del popolo sta a indicare che
la presunta “gloria” assume una posizione ben definita e
che se non si guarda dalla sua parte non la si vede.
Non è dunque un quid metafisico che tutto avvolge nel-
la sua presenza onnicomprensiva.
Situazione analoga è quella descritta in Nm 20,6: Mosè
e Aronne, per incontrare la “gloria”, devono avvicinarsi
alla tenda sopra la quale il kavod si rende ancora una volta
visibile.
La scena si ripete con le stesse caratteristiche: localizza-
zione fisica e visibilità dell’oggetto, in alternanza con mo-
menti nei quali è coperto dalla nube in cui è avvolto.
Anzi, quest’ultima pare essere la situazione che possia-
mo definire come “status normale”.
La nube che accompagna la manifestazione del kavod po-
trebbe forse essere la rappresentazione biblica delle moda-
lità con cui si manifestano particolari categorie di oggetti
volanti, così come sono descritte da coloro che si occupa-
no di tecnologie avanzate?
<Testatina Dinamica DX> 39

Naturalmente non lo so: non entro nel merito del tema


perché non è mio compito e quindi non posso fare afferma-
zioni documentate, ma le corrispondenze tra le descrizio-
ni bibliche e le attuali conoscenze tecnologiche sono quan-
to meno stimolanti per chi abbia questo specifico interesse.

Secondo libro delle Cronache 7,1 e seguenti

A Gerusalemme il re Salomone sta facendo compiere il rito


della dedicazione del tempio: vi fa introdurre tutti gli og-
getti destinati alla dimora dell’Elohim, primo fra tutti l’Ar-
ca dell’Alleanza, e per l’occasione fa immolare una quanti-
tà di animali che la stessa Bibbia definisce “da non potersi
contare né calcolare per il gran numero” (2Cr 5,6).
Dopo che egli ebbe pronunciato una sorta di preghiera
a Yahweh in forma di discorso celebrativo, si verifica un
evento cui assistono tutti i presenti:

rSYvHY HFfS vAHJ


cieli-i-da scese fuoco-il-e

lSBH-lA AWY HJHS FJBUJ


casa-la riempì Yahweh di-kavod-e

Anche qui la “gloria” deve scendere per posizionarsi, e


a questo movimento segue l’usuale annotazione cui ormai
siamo abituati: i sacerdoti non potevano entrare perché c’era
la “gloria”, a documentare ancora una volta che quando è
presente la presunta gloria di Dio l’uomo deve stare lonta-
no, a causa di quegli effetti letali che abbiamo conosciuto
analizzando il racconto di Mosè sul monte.
Questo aspetto viene ribadito costantemente dagli au-
tori biblici: doveva quindi essere veramente un comporta-
mento acquisito, abituale, al quale non si poteva derogare,
pena la morte.
40 Il Falso Testamento

Una scena simile è descritta anche in 2Cr 5,14 e in 1Re 8,11,


dove si dice che i sacerdoti non potevano rimanere all’in-
terno della dimora per svolgere il loro normale servizio
proprio a causa della nube prodotta dalla presenza del
kavod.

Ezechiele

Nel libro di questo profeta operante negli anni dell’esilio


babilonese, le manifestazioni straordinarie della presenza
dell’Elohim Yahweh sono rappresentate dall’apparire del
ruach, che si rende altrettanto evidente nella sua meccani-
cità e che riprendo qui perché si ricollega al kavod in vari
aspetti funzionali.
Nel capitolo 8, Ezechiele ricorda una vicenda occorsagli
nell’anno 591 a.C., mentre, deportato nel regno di Babilo-
nia, si trovava nella sua abitazione con gli anziani di Giuda
che immaginiamo spesso riuniti nel suo cortile per dialo-
gare con lui.
Scrive (versetti 1 e 2) che su di lui scende la “mano” del
suo signore Yahweh e descrive così questa presenza:

vA-HAfYU lJYF H[HJ


fuoco-di-apparenza-come somiglianza ecco-ed

JS[lY HAfYY
suoi-(reni, lombi)fianchi di-apparenza-da

vA HQYWJ
fuoco basso-il-verso-e

HW_YWJ JS[lYYJ
alto-verso-e suoi-(reni, lombi)fianchi-da-e
<Testatina Dinamica DX> 41

fHM-HAfYU
splendore-di-apparenza-come

HWYvOH sS_U
(elettro, ambra)scintilla di-occhio-come

Questo passo viene spesso tradotto, interpretato e reso


in modo erroneo a partire già dalle prime parole: l’appa-
renza del fuoco presente all’inizio viene inopinatamente
trasformata in sembianza umana, allo scopo di rendere in-
terpretabile l’intero passo alla luce di un’apparizione an-
gelica, ma non è così.
Come si evince chiaramente dal testo biblico qui sopra
riportato, Ezechiele non fa riferimenti diretti o indiretti a
una figura che possa essere ricondotta ad angeli o a una
qualunque immagine antropomorfa. Abbiamo infatti un
oggetto molto luminoso che emette una qualche forma di
energia chiaramente visibile dalla metà (“fianchi”) in giù,
mentre verso l’alto mostra una straordinaria lucentezza
ascrivibile a un qualcosa che non viene purtroppo definito
con chiarezza dal narratore biblico. La letteralità del testo
fa pensare a una cupola trasparente da cui emana una luce
intensa: questo potrebbe essere l’occhio citato dal profeta.
Il termine HWYvO, chashmalah, che chiude il versetto non
ha una traduzione precisa e rimanda genericamente a un
che di splendente, luminoso, luccicante.
Non siamo quindi in presenza di un angelo o comunque
di una forma umana: ci pare piuttosto di vedere un ogget-
to dalle caratteristiche metalliche e meccaniche.
La descrizione prosegue con ulteriori elementi che con-
fermano questa impressione (versetto 3):

FS lS[Bl OWvSJ
mano di-(esempio)forma (emise)mandò-e
42 Il Falso Testamento

SvAf lSbSbB S[OdSJ


mio-capo di-tassello-con me-prese-e

OJf SlA AvlJ


ruach me sollevò-e

rSYvH-sSBJ ufAH-sSB
cielo-il-tra-e terra-la-tra

Da quell’oggetto scintillante fuoriesce dunque un ele-


mento prensile (“forma di mano”) che prende Ezechiele e
lo solleva in aria.
Il vocabolo lSbSb, tsitsit, indica un tassello, un sistema di
bloccaggio usato soprattutto per tenere fermi gli abiti e il
turbante: a questo pare riferirsi il versetto specifico che ci
parla dello tsitsit della sua testa. La descrizione del siste-
ma di sollevamento lascia purtroppo aperti dei dubbi circa
i suoi particolari, ma è chiara nel suo insieme.
Non volendo formulare ipotesi fantasiose e non docu-
mentabili su bracci meccanici o raggi sollevatori, ci limi-
tiamo a rilevare la presenza di un qualche sistema prensi-
le che solleva il profeta operando dall’alto.
Ezechiele prosegue la sua narrazione dicendo che, dopo
essere stato prelevato, venne trasportato a Gerusalemme in
un luogo ben preciso: all’ingresso della porta interna che
è rivolta verso nord. Abbiamo ancora una volta una loca-
lizzazione spaziale netta; il profeta sa bene dove si trova
e sa di esservi stato portato da un ruach, che, stando alla
letteralità del testo, si presenta come un probabile ogget-
to volante.
Il racconto prosegue introducendo nell’azione il kavod;
infatti, non appena giunto in città, vede qualcosa che evi-
dentemente stazionava sul posto già prima che egli arrivas-
se, la cosiddetta “gloria” di Dio (versetto 4):
<Testatina Dinamica DX> 43

rv-H[HJ
là-ecco-ed

WAfvS SHWA FJBU


Israele di-Elohim di-kavod

H_dBB SlSAf fvA HAfYU


(pianura)valle-la-in visto-avevo che apparenza-come

Notiamo subito che lui arriva trasportato dal ruach e solo


successivamente vede il kavod.
Se questi due oggetti fossero rispettivamente lo “spiri-
to” e la “gloria” di Dio, dovremmo prendere atto del fatto
che sono chiaramente separati e distinti: uno arriva men-
tre l’altro è già sul posto.
Nel capitolo 9 si descrive una vera e propria ispezione:
dalla porta superiore che guarda a nord giungono sei in-
dividui, ciascuno avente in mano SWU Jb`Y, keli mapatzo, il
proprio strumento di sterminio (versetto 2).
Insieme a quei sei si presenta anche un individuo vestito
di lino con “una borsa da scriba al fianco”, e intanto:

WAfvS SHWA FJBU


Israele di-Elohim degli-kavod

BJfUH W_Y HW_[


cherubino-il sopra-da su-portato-era-si

JSW_ HSH fvA


esso-di-su era che

Il kavod, che si trovava in alto, al di sopra di un cherubino


(figura di cui ho parlato ampiamente nei miei lavori prece-
denti), si alza e si porta sulla soglia del tempio.
44 Il Falso Testamento

Annoto solo che ancora una volta la presunta “gloria” di


Dio si sposta nello spazio, viene vista in relazione dinami-
ca con strutture architettoniche e con altri oggetti meccani-
ci e compie movimenti precisi.
È quindi assolutamente lecito e coerente continuare
a pensare che non di “gloria” si trattasse, ma di qualco-
sa di molto più concreto, qualcosa che offriva alla vista
le caratteristiche tipiche di un mezzo meccanico lucente
che utilizzava ed emetteva una qualche forma di energia
ben visibile.
Questa fisicità, assolutamente incoerente con una rappre-
sentazione spirituale della presunta “gloria” divina, trova
ulteriore riscontro in passi successivi.
Nel venticinquesimo anno dalla deportazione in Babilo-
nia (cioè il 573 a.C.) Ezechiele era stato portato su un mon-
te altissimo (40,2-3) “sul quale sembrava costruita una cit-
tà, dal lato di mezzogiorno”, là incontra un

lvO[ HAfYU JHAfY vSA


(metallo)bronzo di-somiglianza-come sua-apparenza uomo

che gli illustra dettagliatamente un grande edificio con


muri, cortili, porte e vari elementi annessi, il cui esame non
è però oggetto del presente lavoro.
Ciò che interessa rilevare è quanto succede nel capito-
lo 43.
Quell’uomo dalle fattezze bronzee lo conduce verso la
porta rivolta a oriente ed ecco che (versetti 2-3):

WAfvS SHWA FJBU


Israele di-Elohim di-kavod

rSFdH nfFY AB
oriente-lo di-via-da veniva
<Testatina Dinamica DX> 45

rSBf rSY WJdU JWJdJ


molte acque di-suono-come suo-(rumore)suono-e

JFJBUSY HfSAH ufAHJ


suo-kavod-di-causa-a (riluceva)luce-dava terra-la-e

Compare ancora una volta l’oggetto volante, che provie-


ne da una direzione precisa, con il solito accompagnamen-
to di emissioni luminose e grande frastuono.
La “gloria” – presunto attributo spirituale di un Dio tra-
scendente – non è onnipervasiva, deve viaggiare nello spa-
zio per raggiungere i luoghi in cui deve posizionarsi, pro-
duce effetti visivi e sonori evidentissimi.
È talmente materiale che per entrare nella costruzione in
cui si installa (versetto 4):

AB HJHS FJBU
venne di-Yahweh di-kavod

fvA f_v nfF lSBH-WA


che porta di-via casa-la-verso

rSFdH nfF JS[`


oriente-lo di-via sua-faccia

La “gloria” di Dio, per entrare nella costruzione, deve


dunque utilizzare uno degli accessi: la fisicità dell’oggetto
e la realtà della situazione paiono proprio innegabili.
La provenienza da oriente non può neppure essere in-
terpretata in modo puramente simbolico, come luogo da
cui giunge la “gloria” intesa come manifestazione della
luce divina.
I movimenti che gli oggetti visti dal profeta compiono
nello spazio sotto gli occhi degli osservatori sono talmente
46 Il Falso Testamento

tanti e variegati che rendono impossibile e ingiustificata


ogni interpretazione di carattere simbolico.
In Ez 1,4 il ruach degli Elohim (lo “spirito di Dio” secon-
do la traduzione teologica) giunge sJ`bH-sY, “dal nord”.
Avremmo un presunto “spirito di Dio” che proviene da
nord, mentre la “gloria di Yahweh”, diversa dal precedente,
come abbiamo visto prima, giunge da oriente, cioè da est.

Per Ez 3,12 la traduzione fornita dalla Nuovissima versione


della Bibbia dai testi originali 7 è ancora più sorprendente per-
ché riporta le parole di Ezechiele, che afferma: “Udii dietro a
me un fragore di gran terremoto, mentre la gloria del Signore
[“kavod di Yahweh” in ebraico] si alzava da quel posto”.
Abbiamo qui addirittura l’indicazione esplicita del fat-
to che il kavod si alza da terra: il che significherebbe che la
gloria di Dio staziona al suolo e quando si solleva produce
un frastuono.
Questa precisa descrizione dei movimenti del ruach de-
gli Elohim e del kavod di Yahweh corrisponde per altro a
quanto pubblica il dottor Jeff Benner, fondatore e diretto-
re dell’Ancient Hebrew Research Center, nel suo Ancient
Hebrew Dictionary in relazione al termine OJf, ruach (in chiu-
sura del capitolo si vedrà quanto dice del kavod).8
Esaminando le varie radici nominali e verbali riconducibili
a quel termine – rach, arach, rachah, yarach – lo studioso evi-
denzia come il significato originario del termine sia “vento”.
Precisa poi che ruach rimanda costantemente al concetto
del viaggio, di uno spostamento “from one place to another”,
da un luogo a un altro, spesso seguendo “a prescribed path”,
cioè un percorso prestabilito.
Questo in effetti paiono seguire il ruach e il kavod biblici
quando sono descritti nella loro fisicità con le manifesta-
zioni, evidenti e concrete, che ne accompagnano sempre la
comparsa sulla scena.
Nella polisemia della lingua ebraica, il termine ruach as-
sume poi per estensione significati diversi, come quello di
respiro vitale e anche di carattere dell’uomo: è il contesto
che di volta in volta aiuta a capire a quale delle valenze
<Testatina Dinamica DX> 47

si riferiscono i vari autori nella descrizione delle singole


situazioni.
Ma questa variabilità semantica vale anche per la lingua
italiana e, dunque, non costituisce un problema per il lettore.

Prima di tirare le somme di quanto detto e presentare alcune


chiavi di lettura formulate dall’esegesi cristiana ed ebraica
rimane ancora un’interessante peculiarità da cogliere.

Ezechiele 43 e la Bibbia dei Settanta

Abbiamo visto sopra che l’arrivo del kavod era accompagna-


to da effetti precisi (43,2):

rSBf rSY WJdU JWJdJ


molte acque di-suono-come suo-(rumore)suono-e

JFJBUSY HfSAH ufAHJ


suo-kavod-di-causa-a (riluceva)luce-dava terra-la-e

Nella Septuaginta9 il versetto contiene una variante molto


significativa; gli autori alessandrini disponevano verosimil-
mente di fonti diverse, e nella loro versione il versetto ap-
pare ampliato:

e suono della intromissione/ ingresso come suono

di moltiplicantisi molti e la terra era splendente

come luce da la gloria intorno


48 Il Falso Testamento

Il termine , paremboles, ha innanzitutto il si-


gnificato di “ingresso, intromissione”, e poi anche quello
di “schieramento militare”. La posizione in cui è inserito,
l’articolo e la particella che lo precedono fanno cadere la
scelta sul primo dei significati.
Il versetto greco quindi, a differenza di quello ebraico,
non contiene riferimenti a grandi masse di acqua, ma richia-
ma un non meglio identificato suono prodotto da un insie-
me di “molti che si moltiplicano”. L’espressione fa pensa-
re a una sorta di incremento di rumore che si implementa
costantemente nel corso dell’evento cui assiste Ezechiele: il
kavod fa il suo ingresso sulla scena e il rumore prodotto au-
menta progressivamente con il suo avvicinarsi.
Pare proprio la descrizione dettagliata dell’avvicinamen-
to di un normalissimo mezzo dotato di motore.
La versione greca ci offre un ulteriore particolare: la ter-
ra splendeva come la luce che proveniva dal kavod, quindi
in realtà il terreno sottostante non faceva altro che riflette-
re la luce emanata dalla cosiddetta “gloria”.
Assistiamo quindi con Ezechiele alla manifestazione di
ciò che i greci definiscono doxa, cioè “gloria”, che fa il suo
ingresso producendo un rumore che si autoalimenta pro-
gressivamente ed emanando una luce che investe la terra
con una luminosità talmente intensa da renderla a sua vol-
ta splendente all’intorno.
Rumore e luce sono localizzati in modo preciso: le con-
ferme sulla fisicità dell’oggetto e degli effetti che produce
sono continue e inequivocabili.

Riassumiamo

L’Antico Testamento descrive il kavod fornendo una serie di


elementi concreti che suscitano una riflessione dettata dal
normale buonsenso.
Se la chiave di lettura deve essere di ordine spirituale, al-
legorico o metaforico, io chiedo:
<Testatina Dinamica DX> 49

• Perché si deve scrivere che la “gloria” di Dio uccide ine-


vitabilmente chi si trova davanti e nell’arco di alcune cen-
tinaia di metri da lei (vetta e versante del monte)?
• Che bisogno c’era di “inventarsi” allegoricamente che
questi effetti agiscono in uno spazio limitato?
• Perché alcune centinaia di metri di distanza sono suffi-
cienti per non subirne le conseguenze?
• Perché inventare metaforicamente l’incapacità, o impos-
sibilità, da parte di Dio di controllarne gli effetti?
• Perché attribuire limiti così evidenti e grossolani alla ma-
nifestazione della “gloria di Dio” e a Dio stesso?
• Che necessità avevano gli autori di raccontare che le roc-
ce sono più potenti o efficaci di Dio, dato che fanno ciò
che Dio non è in grado di fare: proteggere il suo profeta?
• È normale che la “gloria” passi davanti a una persona
e poi prosegua permettendo una visione non pericolosa
dal lato posteriore?
• Ha senso elaborare l’idea di una “gloria” spirituale do-
tata di lati, di un fronte e di un retro?
• Che senso ha inventare e affermare che la “gloria” può
essere vista solo dalla parte posteriore, pena la morte di
chi la osserva?
• È normale pensare che una “gloria” spirituale abbia di-
rezioni in cui muoversi o porte da cui entrare per instal-
larsi all’interno di una costruzione?
Ci sono però anche domande di carattere più generale:
• Perché nei numerosi incontri citati dal testo biblico, nei
quali Mosè e Yahweh parlano “panim al panim” cioè “fac-
cia a faccia”, Mosè non corre rischi? Non è quindi la pre-
senza di Dio a essere pericolosa ma solo la sua “gloria”?
• Dobbiamo pensare che la “gloria di Dio” non accompa-
gnava costantemente Yahweh nei suoi incontri con Mosè?
• Era un attributo cosiddetto “spirituale” ma non perma-
nente?
50 Il Falso Testamento

• Decideva lui se portarsela appresso e in quali occasioni?


• Compariva a comando?
• Si manifestava solo a seguito di una precisa richiesta?
• Bisognava programmare giorno e luogo?
Le domande elencate non hanno una risposta vera, chiara,
coerente, soddisfacente, se per kavod intendiamo una carat-
teristica o una modalità di manifestazione spirituale di Dio.
Ancora meno senso e soprattutto un’incomprensibile illogi-
cità si riscontrerebbe nell’uso di metafore e allegorie che han-
no di fatto introdotto tante limitazioni, tanti elementi nega-
tivi, tanta incapacità nelle potenzialità operative di Yahweh.
Non ci sono dubbi: se gli autori biblici hanno fatto ricor-
so ad allegorie e metafore per rendere grande la “gloria”
del loro Dio, dobbiamo riconoscere che lo hanno fatto de-
cisamente male.
La nostra ipotesi – caratterizzata da un’accettazione sem-
plice e lineare del testo – prefigura invece uno scenario che
non ha necessità di elaborazioni allegoriche e artificiose: la
concretezza degli eventi, le limitazioni della “gloria” e del
Dio cui appartiene, con tutti gli aspetti negativi connessi,
sono state narrate perché esistevano realmente.

Chiavi di lettura diverse

L’Antico Testamento è oggetto di interpretazioni condotte


su vari piani, pertanto, a benefico del lettore, riporto senza
inserire commenti personali alcune chiavi di lettura forni-
te dall’esegesi cristiana ed ebraica che spiegano il kavod, la
presunta “gloria”, sulla base di concetti, e quindi con ap-
procci, decisamente diversificati.
1. Traggo una descrizione del kavod inteso teologicamente
come “gloria di Dio” dall’Enciclopedia della Bibbia.10 Scrive
il compilatore della sezione dedicata alla “gloria”, il pro-
fessor Frederic Raurell, frate cappuccino spagnolo, dot-
tore in Teologia e licenziato in Sacra Scrittura:
<Testatina Dinamica DX> 51

L’importanza di Dio è la manifestazione della sua tra-


scendenza … Il concetto espresso dal kavod rappresenta
una delle categorie teologicamente più ricche di significa-
to della Bibbia … il kavod definisce l’immanenza di Dio …
è una realtà essenzialmente dinamica per Israele in quan-
to spiega la sua costituzione come popolo … Strettamente
vincolato al concetto “gloria-potenza” è quello di “gloria-
salvezza”. Questo aspetto soteriologico di “gloria” eserci-
terà il suo influsso sulla teologia neotestamentaria di “glo-
ria” … Il kavod di Dio è essenzialmente il suo potere … Lo
splendore è una delle note che accompagnano il kavod … lo
splendore che emana dal kavod rappresenta una delle solu-
zioni meglio riuscite per salvaguardare la trascendenza di
questo Dio che si manifesta…11
2. Per una prima chiave di lettura ebraica riporto testual-
mente quanto scritto in uno dei forum più accreditati in
materia, in cui si prende in considerazione la manifesta-
zione del kavod a Mosè sul monte Sinai.
Nella narrazione dei fatti, quando Mosè si confronta con
D-O, la Torah dice che parlavano “panim al panim” … Trovarsi
“panim al panim” è linguaggio giuridico e indica il dibattito tra
le due parti sull’applicazione di una norma, di una punizio-
ne, di una decisione, di una sentenza. Allo stesso modo, nel
linguaggio militare indica il confronto tra due parti. Il testo,
inoltre, dice che Mosè lo vede “passare” (laavor) “meachora”
(stando da dietro). Sia “laavor” che “meachora” hanno una
valenza giuridica. Il “passare” è da intendersi esattamente
come in italiano quando si dice “passare in giudicato” e il tro-
varsi “meachora” (dietro) indica l’opposizione che un difen-
sore (in questo caso Moshè) afferma rispetto al Giudicante.
Il Kavod (l’onore) è la funzione giudicante (oltre che legi-
ferante), proprio come quando al Giudice terreno ci si rivol-
ge dicendo “Vostro Onore”. In conclusione, la situazione è
la seguente: D-O ha deciso di punire gli Israeliti per il pec-
cato di idolatria e di fatto invierà la punizione. Moshè si op-
pone, quale difensore del popolo peccatore e fragile ed af-
fronta il giudizio “panim al panim”, opponendo la sua difesa
“meachòra”. Difatti la punizione non sarà totale e non saran-
no sterminati tutti gli israeliti.12
52 Il Falso Testamento

3. Come ulteriore esempio di interpretazione proveniente


dal mondo ebraico, riporto quanto scrive il già citato dot-
tor Benner nel suo Ancient Hebrew Dictionary.
Dopo avere esaminato vari passi biblici come Es 16,7,
Sal 3,3 e 24,8, Gb 29,20, l’autore conclude:
Il significato originale e concreto del termine kavod è “ar-
mamento da battaglia”. Questo significato si adatta per-
fettamente con quello letterale della radice di kavod, che è
“pesante”, in quanto gli armamenti sono le armi e le dife-
se pesanti in battaglia. Nel libro dell’Esodo (16,7) è scritto
che Israele vedrà l’armamento di Yahweh, che ha combat-
tuto per il suo popolo contro gli Egizi.13
Per il fondatore del Centro Ricerche sull’Antico Ebraico,
il kavod era dunque l’arma con cui combatteva Yahweh.

Io non ho dubbi su quale spiegazione sia la più coerente


con il testo, ma il lettore, dopo aver passato in rassegna le
diverse chiavi di lettura, potrà stabilire quale delle tre (teo-
logica, giuridica o militare) paia corrispondere maggior-
mente ai passi biblici riportati e trarre così le sue persona-
li e autonome conclusioni.
II
Iliade: divinità spirituali
o theoi tecnologici?

Anche in questo lavoro, accostandoci ai poemi omerici, se-


guiremo il medesimo approccio metodologico applicato
alla Bibbia, che prevede sempre il “fare finta che” gli anti-
chi auto­ri abbiano scritto esattamente ciò che volevano dire,
senza utilizzare allegorie o metafore.
Lo studioso Jeff Benner, citato nel capitolo precedente,
applicando lo stesso metodo è giunto alla conclusione che
l’Antico Testamento parli in realtà di armi e strumenti tec-
nologici usati in battaglia da Yahweh.
Come già abbiamo fatto in La Bibbia non parla di Dio, in cui
era stata esaminata la straordinaria corrispondenza delle ca-
ratteristiche fisiche e fisiologiche riscontrabili tra gli Elohim
biblici e i theoi greci, proviamo ora a leggere ancora l’Iliade
e l’Odissea impiegando lo stesso metodo in riferimento ai
mezzi che i theoi utilizzavano per spostarsi e per combattere.
Questa scelta metodologica trova importanti conferme
nella storia dell’archeologia, basti pensare alle scoperte ef-
fettuate da Heinrich Schliemann nel secolo XIX o, nel se-
colo scorso, da Felice Vinci: due studiosi che hanno deciso
di considerare fondata la narrazione della guerra di Troia
con tutte le vicende a essa connesse.
Anche il mondo accademico greco ha analizzato in quest’ot-
tica l’Iliade e l’Odissea, e della tecnologia nei poemi omerici
si è occupato il professor S.A. Paipetis del dipartimento di
Ingegneria meccanica e aeronautica dell’Università di Pa-
trasso, il quale afferma:
54 Il Falso Testamento

L’innato interesse degli antichi Greci è dimostrato dalla


presenza di un dio-tecnico, Efesto, che era un ingegnere-
progettista nel senso moderno del termine.1
Scrive il docente che Efesto – il theos di cui ci siamo occupa-
ti nel precedente volume – era dunque un engineer-designer,
un “ingegnere-progettista”, nel senso moderno del termine.
Il metodo scelto continua a mostrare la sua efficacia nel­
l’apri­re vie di ricerca che rimarrebbero altrimenti chiuse,
bloccate dalla convinzione tradizionale che i poemi ome-
rici siano esclusivamente il prodotto della straordinaria
creatività poetica di antichi ideatori e cantori di gesta to-
talmente inventate.

Il testo greco utilizzato per le analisi che seguono è quel-


lo pubblicato nel volume Iliade, versione di Rosa Calzecchi
Onesti, Einaudi, Torino 1963.

Inizio l’analisi riprendendo, per integrarlo, un passo già esa-


minato in La Bibbia non parla di Dio in cui si coglie una preci-
sa affermazione sulla fisicità dei theoi e su una particolarità
relativa al loro modo di camminare o comunque incedere.

Libri XIII-XIV

Siamo in piena guerra di Troia e Poseidone (il theos del mare)


avverte la necessità di stimolare gli Achei a combattere con
maggiore determinazione senza avere timore dei Troiani,
che stavano in effetti per impossessarsi delle navi greche.
In quella situazione il dio greco viene descritto simile al­
l’indovino Calcante sia nell’aspetto sia nella voce; egli pro-
cede con l’arringa e poi se ne va con un balzo rapido.
Aiace d’Oileo, uno degli eroi greci, subito esclama che
a parlare non è stato Calcante ma uno dei theoi che abita-
no sull’Olimpo.
Afferma di averlo riconosciuto vedendo (XIII, 71-72):
<Testatina Dinamica DX> 55

orme (tracce) … da dietro dei piedi e delle gambe

Aiace termina con una precisazione:

riconoscibili theoi con certezza

Nel testo citato ho evidenziato come uomini e theoi fosse-


ro contigui sotto diversi profili: da quello della condivisio­
ne degli aspetti più pratici e prosaici della vita quotidiana
a quello più strettamente fisico, che giungeva fino alla con-
sanguineità derivata da unioni sessuali.
Nei versi qui riportati apprendiamo che la fisicità di Po-
seidone era tale da essere identificabile con facilità, anche in
presenza di eventuali tentativi di camuffamento. Purtroppo
non ci vengono spiegate nei particolari la tipologia e confor-
mazione delle tracce che hanno consentito ad Aiace di effet-
tuare il riconoscimento, ma a questo punto ci viene in soc-
corso un’altra opera: Le etiopiche di Eliodoro di Emesa, uno
scritto del III o IV sec. d.C. che narra le vicende della figlia
del re d’Etiopia Cariclea e del suo amore greco Teagene.
Preciso che si tratta di un romanzo, ma il suo probabile au-
tore apparteneva a una famiglia di sacerdoti del dio Sole, e
certi inserimenti e citazioni colte inducono a pensare che ab-
bia voluto arricchire la fantasiosa vicenda con elementi deri-
vanti da conoscenze diffuse presso il suo ambiente culturale.
Intanto fa dire al sacerdote egizio Calasiri che Omero era
egizio ed era stato istruito nella dottrina sacra di quel po-
polo, pertanto era a conoscenza del modo in cui i theoi po-
tevano essere riconoscibili. Sostiene inoltre che Omero era
di Tebe, la città dalle cento porte:
… suo padre presunto era un sacerdote, ma in realtà egli
era figlio di Ermes, di cui il padre putativo era sacerdote.
Infatti mentre un giorno la moglie di costui celebrava una
56 Il Falso Testamento

festa tradizionale e si trovava a dormire nel tempio, il dio


si unì a lei e generò Omero, che portava un segno di que-
sta unione promiscua: fin dalla nascita ebbe una coscia co-
perta da peli assai lunghi. Da ciò derivò il nome che gli die-
dero in Grecia [ho meros, cioè “la coscia”] … Lui non svelò
mai il proprio nome e non nominò mai né la sua città né
la sua stirpe.2
Questa presunta origine “divina” spiegherebbe dunque
le conoscenze che egli utilizzò nella composizione dei suoi
poemi (ferma restando la ben nota “questione omerica” che
dà conto dei dubbi sulla reale identità dell’autore – o degli
autori – di quei testi).
Nella stessa pagina, Eliodoro cita esattamente il passo
dell’Iliade che ho preso in esame e riportato poco sopra; è
ancora il sacerdote egizio ad affermare che il modo per ri-
conoscere i theoi viene rivelato da Omero attraverso “un
enigma che sfugge alla maggior parte della gente”, e l’an-
ziano Calasiri riporta qui il verso omerico che recita “da
dietro infatti ne riconobbi facilmente le tracce dei piedi e
delle gambe mentre si allontanava, poiché gli dèi si rico-
noscono subito”.3
Ma qual è questo segno inequivocabile?
Che cosa distingue l’incedere dei theoi dalla cammina-
ta umana?
La spiegazione è la seguente: gli dèi si mostrano in sem-
bianze umane per colpire gli uomini e in questo modo pos-
sono nascondersi ai profani, ma non possono sfuggire al sag-
gio: si possono riconoscere dagli occhi, che hanno lo sguardo
sempre fisso e le palpebre immobili, ma soprattutto dall’in-
cedere. Essi infatti avanzano con i piedi uniti, senza muo-
verli uno dopo l’altro, e fendono l’aria circostante con un
movimento ed un impeto irresistibili invece di camminare.
Proprio per questo motivo gli egiziani fanno le statue degli
dèi con i piedi uniti e quasi fusi insieme.4
Considerando attendibile quanto sopra, mi chiedo se non
usassero un qualche mezzo di trasporto su cui stavano rit-
ti con i piedi bloccati.
<Testatina Dinamica DX> 57

Due indizi in tal senso si trovano in Iliade, XIV.


Il primo è contenuto nei versi 224-228, dove si narra di
una delle tante discese di Era dal monte Olimpo: la thea “si
slancia” letteralmente ( ) e, con altrettanta rapidità,
, “balza sul-
le vette nevose del territorio in cui vivono i Traci allevatori
di cavalli”.
Ma quale caratteristica presenta questo viaggio compiu-
to a velocità straordinaria?
Il testo dice che , “con i piedi
non toccava terra”: pare proprio di vederla fendere l’aria
così come descritto in Eliodoro.

Il secondo indizio è costituito dalla descrizione altrettanto


realistica contenuta nel verso 284.
Protagonista è ancora Era, che si reca da Zeus e, nel viag-
gio, , “sotto i piedi vi-
bravano le parti più alte delle cime del bosco”.
Pare qui di vedere rappresentato, con la stessa intensi-
tà e la stessa potenza, quanto scritto in Genesi 1,2, là dove
si descrive il ruach degli Elohim che aleggia sulle acque.
Il testo ebraico, nel descrivere quella particolarissima si-
tuazione, impiega il participio l`OfY (merachefet) del verbo
tOf (rachaf): la forma verbale indica che il ruach degli Elohim
era “aleggiante” sulla superficie delle acque quando, all’ini-
zio, quegli individui hanno scelto il luogo in cui installarsi.
La radice ebraica rachaf rappresenta in modo specifico
quel particolare tipo di volo dei rapaci che “aleggiano”, ap-
punto, nel cielo, senza muovere le ali, trasportati dal vento.
La Bibbia di Gerusalemme riporta la seguente osserva-
zione: “In questo contesto … si può pensare che l’autore
voglia evocare un vento forte che spazza la superficie del-
le acque”.5 Per l’analisi dell’intero passo, si veda il mio Non
c’è creazione nella Bibbia.
Avendo appena letto il passo dell’Iliade in cui Era scuote
il bosco al suo passaggio, porsi qualche domanda è d’obbli-
go: il vento che spazza le acque nella Bibbia è forse lo stes-
so che piega le cime degli alberi nell’Iliade?
58 Il Falso Testamento

Si sta parlando di mezzi di trasporto che producono ef-


fetti simili e sono in grado di spostarsi sfiorando le superfici
su cui si muovono?
Ma c’è un’altra domanda ancora più curiosa, motivata
dalle parole attribuite a Zeus che, poco dopo (versi 298-299),
chiede alla sua consorte cosa fosse andata a cercare lag-
giù e le ricorda che
, vale a dire che, in pratica, lei non aveva lì a di-
sposizione cavalli e carri su cui poter montare.
Era precisa che in realtà carro e cavalli sono alla base del
monte Ida (versi 307-308) e che la porteranno sulla terra e
sul mare, , cioè “sull’asciutto e
sul bagnato”.
Quindi è lecito domandarsi: che mezzo ha utilizzato Era
per salire “velocemente”, sulla vetta del monte
Gargaro (verso 292) e compiere quel viaggio nel corso del
quale scuoteva le cime degli alberi?
Omero ed Eliodoro si completano in modo straordinario,
e la Bibbia pare contenere vicende curiosamente speculari.

Libro I

Com’è noto, nell’apertura del poema si narra dell’ira di


Achille e delle vicende che precedono la spedizione con-
tro la città di Troia.
Crise, sacerdote di Apollo, si reca da Agamennone per
riscattare sua figlia Criseide, trattenuta dal re dei Greci, di
cui era divenuta l’amante favorita, ma viene cacciato ma-
lamente. Il sacerdote invoca quindi il suo theos (Apollo)
il quale punisce gli Achei colpendoli con una pestilenza (
: “malattia … malvagia”, verso 10) che ne
fa morire un gran numero.
Nei versi 14 e 21 Apollo viene definito con un attributo pre-
ciso, che identifica uno “che colpisce da lontano”.
E infatti il testo racconta che egli effettua il suo inter-
vento con una successione precisa di passaggi: scende
dall’Olimpo (verso 44), si apposta (ver-
<Testatina Dinamica DX> 59

so 48), cioè “lontano dalle navi”, e inizia a lanciare frecce


che colpiscono prima gli animali e poi gli uomini, produ-
cendo (verso 49):

spaventoso … rumore

Una precisazione quanto meno strana, se si pensa che quel


rumore così terrificante risulta essere prodotto da un sin-
golo dardo, il primo scagliato dal theos. Dice infatti Omero
che (verso 48)

uno(dardo) scagliò

Una sola freccia era quindi sufficiente a produrre un fra-


stuono che atterriva.
Molto interessanti sono dunque gli elementi che descri-
vono la concretezza della situazione: il theos scende fisica-
mente dall’Olimpo, si apposta lontano dalle navi e colpisce
lanciando qualcosa che produce un suono talmente forte
da risultare terrificante.
I dardi del theos volano anche più avanti (versi 382-384)
e gli uomini muoiono in massa:

gli uni sugli altri

Apollo causa la morte attraverso azioni concrete, utiliz-


zando strumenti bellici in grado di compiere vere e proprie
stragi: il suo agire non è diverso da quello degli uomini, fat-
ta salva la tipologia delle armi, che paiono essere infinita-
mente più terrificanti ed efficaci.
La punizione attraverso la peste, genericamente definita
malattia malvagia, e l’atto del colpire da lontano rimanda-
60 Il Falso Testamento

no a un evento biblico in cui sono curiosamente presenti en-


trambi gli elementi che l’autore greco attribuisce ad Apollo:
la possibilità di colpire uomini con una malattia e quella di
ferirli o ucciderli appunto senza entrare in contatto diretto.
In 2Sam 24 si narra del censimento ordinato da Davide,
un atto contrario alla volontà del suo comandante Yahweh,
che decide di intervenire con una punizione esemplare: il
censimento, infatti, è prerogativa sua.
Dopo averlo portato a termine, Davide si rende conto del-
la gravità della sua azione e si pente, ma Yahweh decide di
procedere offrendo al re di Giuda la possibilità di sceglie-
re fra tre opzioni: sette anni di carestia, tre mesi di fuga da-
vanti al nemico oppure tre giorni di peste.
Il versetto 15 scrive che Yahweh mandò su Israele fBF,
davar, cioè una “piaga, pestilenza” che uccise 70 mila uo-
mini, ma il tutto avrebbe potuto avere uno sviluppo anco-
ra più drammatico e probabilmente definitivo, perché un
nAWY, malach, cioè un “emissario, portatore ed esecutore di
ordini”, era pronto a distruggere la città di Gerusalemme
contro cui (versetto 16):

JFS OWvS
sua-mano steso-aveva

Cioè, quell’“esecutore” era pronto a colpire Gerusalemme


da un’altura da cui dominava la città: si trovava infatti nel­
l’aia del gebuseo Arauna.
L’atto del colpire a distanza lanciando “qualcosa” da lon-
tano è presente anche in un passo molto esplicito nel capi-
tolo 7 del libro del Deuteronomio.
Yahweh sta incitando i suoi a combattere contro i popoli
circostanti e impartisce l’ordine chiaro e perentorio di ster-
minarli tutti.
Invito il lettore a leggere il passo, limitandomi a precisa-
re qui che i versetti dal 2 al 16 sono molto espliciti e non si
prestano a fraintendimenti: non si dovrà avere alcuna pie-
tà; nessuna compassione; nessun legame dovrà essere in-
<Testatina Dinamica DX> 61

staurato con essi e bisognerà procedere con la distruzione


sistematica di tutti i loro luoghi di culto (vengono subito
in mente vicende che caratterizzano in modo drammatico
anche la nostra realtà contemporanea).
Il versetto 17 evidenzia i timori che il popolo di Israele po-
trebbe nutrire circa l’effettiva possibilità di realizzare tutto
quanto richiesto, data la potenza e il numero degli avversari in
campo, ma Yahweh provvede a tranquillizzare i suoi sudditi.
Li rassicura affermando (versetto 20):

nSHWA HJHS OWvS H_fbH-lA rDJ


tuo-Elohim Yahweh manderà calabroni-i anche-e

Assicura che procederà fino a che non saranno morti tut-


ti i nemici eventualmente rimasti illesi o nascosti.
Non sfugge la stranezza di un Dio che, come Apollo ap-
postato dietro le navi, colpisce da lontano, soprattutto se
pensiamo che per annientare i nemici debba ricorrere a dei
calabroni che dobbiamo immaginare addestrati ad accanir-
si selettivamente solo contro i nemici.
La realtà è che i calabroni paiono non avere nulla a che
vedere con il testo ebraico.
Il termine che viene tradotto con calabroni e talvolta con
vespe è H_fb, tzirah (nella forma singolare in ebraico).
Tale vocabolo sta a indicare qualcosa di non meglio defi-
nito il cui significato rimanda alla radice verbale _fb, tzara,
che identifica l’essere colpiti da piaghe, da lebbra.
Il dizionario Brown-Driver-Briggs Hebrew and English
Lexicon tra i significati richiama l’atto del ferire e procura-
re piaghe, mentre A Comprehensive Etymological Dictionary
of the Hebrew Language for Readers of English ricollega la ra-
dice all’arabo sara’a, con il significato di “gettare a terra”.
La traduzione con “calabroni” è dunque il tentativo piut-
tosto goffo di dare un’identità chiara e riconoscibile a un
quid che colpisce la pelle e produce piaghe la cui gravità
può arrivare fino a gettare a terra colui che viene colpito.
Di che arma si trattava?
62 Il Falso Testamento

Non certo di calabroni, ma purtroppo non ci è dato sa-


perne di più e non voglio procedere con ipotesi di fantasia
che risulterebbero prive di fondamento testuale.
Non possiamo che rammaricarci per la perdita del “Li-
bro delle guerre di Yahweh”, citato in Nm 21,14, che forse ci
avrebbe aiutato a comprendere la tipologia delle armi usa-
te dal presunto dio giudaico-cristiano, ma il cui contenu-
to, probabilmente troppo esplicito, ha fatto sì che non fos-
se più reso disponibile per la lettura.

Libro II

Come già abbiamo visto per Apollo, anche la thea Atena


quando vuole rendersi presente presso gli umani deve com-
piere azioni molto materiali, fisiche, atti che non ci si atten-
derebbe da un dio.
La compagna di Zeus, Era, le parla e la invita a recar-
si presso gli Achei che stanno per abbandonare il tentati-
vo di conquistare la città di Troia: decisione che non piace
alla regina delle dee. Atena prontamente ubbidisce (ver-
so 167) , cioè lanciando-
si letteralmente con un balzo giù dalle vette dell’Olimpo
dove si trovava.
Apollo, Atena, Yahweh, tutte presunte divinità che, per
raggiungere il luogo in cui si trovano i loro protetti o i ne-
mici, sono costretti a scendere e poi risalire, proprio come
gli uomini.
Ricordo 2Cr 7,1, in cui viene descritto un evento cui as-
sistono molti testimoni:

rSYvHY HFfS vAHJ


cieli-i-da scese fuoco-il-e

lSBH-lA AWY HJHS FJBUJ


casa-la riempì Yahweh di-kavod-e
<Testatina Dinamica DX> 63

Come già visto in precedenza, inoltre, l’accampamento


degli ebrei nel deserto durante l’esodo si sposta seguendo i
movimenti compiuti dalla colonna che di giorno si presen-
ta in forma di nube e di notte si rende visibile come fuoco.
Il mezzo usato da Yahweh per indicare la via ai suoi dun-
que si alza e si abbassa, si ferma e riparte (Es 40,36):

sUvYH W_Y s[_H lJW_HBJ


dimora-la su-da nube-la di-alzarsi-in-e

Yahweh sta sul monte, dove riceve Mosè, e da lì scende


per incontrarsi con i suoi e stare con loro; come per le di-
vinità greche, anche l’Elohim biblico è costretto ad anda-
re e venire per partecipare fisicamente alla vita quotidia-
na dei suoi sudditi.
In La Bibbia non parla di Dio ho esaminato la stele di Mesha,
il re dei Moabiti, documentando come anche l’Elohim
Kamosh, rivale del biblico Yahweh, avesse l’abitudine di
dimorare presso i suoi.
Si tratta dunque di un costume molto diffuso: gli dèi, bi-
blici o olimpici che fossero, si spostavano fisicamente e abi-
tavano in dimore ben definite.

Atena dunque scende a incitare i suoi, li rincuora e si pre-


senta armata dell’egida, l’arma che le era stata donata da
suo padre Zeus e che viene definita (verso 447):

preziosa che non invecchia e immortale

Questa arma-scudo, secondo alcune versioni del mito,


era stata costruita da Efesto, il theos che si occupava delle
armi degli dèi, e che aveva realizzato, tra i tanti altri, an-
che il sistema di controllo e di protezione della dimora di
Alcinoo, costituito da cani definiti anch’essi, proprio come
l’egida (Odissea, VII, 94):6
64 Il Falso Testamento

immortali … senza vecchiezza giorni tutti

Difficile dire con certezza cosa fosse questo strumento,


i cui usi erano diversificati; se ne può sintetizzare una de-
scrizione considerandolo come mezzo di offesa e di difesa,
uno scudo o forse una corazza, un oggetto capace di incu-
tere terrore e provocare distruzione, tenendo presente che
il temine greco è connesso alla radice - che defini-
sce la tempesta e al vocabolo , “capra”, la cui pelle era
usata come rivestimento per gli scudi: il plurale , come
riportato dal Vocabolario Greco-Italiano di Lorenzo Rocci, si-
gnifica anche “grosse onde, cavalloni”, ricollegandosi così
all’idea della tempesta.
Lo stesso vocabolario lo accomuna anche al termine
, che significa “giavellotto”.
Come per i calabroni, è bene astenersi da ipotesi che ri-
sulterebbero essere pure creazioni della fantasia: rimane
però indubitabile la concretezza degli strumenti che i theoi
impiegavano per le loro azioni.

Libro V

Il libro quinto dell’Iliade narra le gesta di Diomede che,


nell’impeto della battaglia, riesce addirittura a ferire la dea
Afrodite, costringendola a risalire sul monte Olimpo per
sottoporsi alle cure necessarie.
La dea Era, spinta da Zeus, interviene con il suo carro
che si lancia (verso 769) “a volo tra la terra e il cielo stella-
to”, parole che introducono alcuni elementi interessanti.
Il primo è la rapidità descritta per questo movimento. I
versi dal 770 al 772 ci dicono che i cavalli (cioè l’elemento
trainante, ciò da cui si origina il movimento grazie al qua-
le Era si alza in volo) cioè “superano di un
balzo” la distanza che un uomo vede con gli occhi mentre
<Testatina Dinamica DX> 65

osserva il mare stando seduto sulla cima di un monte: quel


mezzo copre dunque con straordinaria rapidità una distan-
za di parecchi chilometri.
Ma un altro aspetto interessante è dato dall’aggettivo con
cui vengono definiti i cavalli: . Questo termine vie-
ne tradotto spesso con vocaboli che ne rendono epicamen-
te il significato, come “altonitrenti”, utilizzato da Rosa Cal-
zecchi Onesti.
Ma la valenza letterale è molto più prosaica, precisa e
soprattutto indicativa di un effetto che abbiamo riscontra-
to nella descrizione degli oggetti volanti biblici: il rumore.
Il termine greco è formato da due vocaboli:
• , avverbio che significa “in alto”;
• , sostantivo che significa “frastuono, rumore, fragore,
rimbombo, eco”.
Il significato che se ne ricava è dunque che i cavalli (ciò
che origina il movimento del carro celeste) non sono let-
terariamente e poeticamente “altonitrenti” ma, molto più
materialmente, “rumorosi”: producono cioè un grande fra-
stuono in alto, là dove stanno viaggiando a una velocità che
consente loro, come abbiamo appena riscontrato, di copri-
re in pochi attimi distanze considerevoli.
Giunta in prossimità della città di Troia, nel punto in cui
i fiumi Simoenta e Scamandro si uniscono, la dea Era arre-
sta il suo mezzo e (verso 776):

attorno vapore(nebbia) molto versò

Torna ancora una volta l’elemento che ricorre costante-


mente nell’Antico Testamento, la “nebbia”, cioè la “nube”,
s[_, anan, che pare essere utilizzata per nascondere alla vi-
sta i mezzi impiegati.
Quale propellente usavano?
Il verso 777 ci dice che, dopo l’arresto del carro volan-
te, fu proprio il fiume Simoenta a fornire come nutrimento
66 Il Falso Testamento

per i cavalli “ambrosia”, il termine con il quale


si indicava il nutrimento specifico degli dèi.
Il verbo , che descrive l’atto compiuto dal fiu-
me, indica letteralmente il sollevare, l’alzarsi e anche il far
scaturire.
Non è bene procedere con elaborazioni eccessivamente
fantasiose, pertanto mi limito a rilevare gli aspetti essenzia-
li della situazione descritta dall’autore: si tratta di un viag-
gio percorso a velocità straordinaria; lo spostamento è ac-
compagnato da un grande fragore prodotto in alto; il tutto
termina con vapore (o nebbia) generato sul momento, dun-
que non naturale, che avvolge il carro quando si arresta.
Caratteristiche ed elementi corrispondenti a quelli attri­
buiti ai mezzi citati nell’Antico Testamento, come ruach e
kavod.
A questo proposito rimando a quanto prima scritto nel
paragrafo dedicato al libro XIII dell’Iliade: l’intensità e la
potenza paiono le stesse, e anche la sopracitata nota della
Bibbia di Gerusalemme in relazione all’aleggiare del ruach
torna appropriata: “… in questo contesto … si può pensa-
re che l’autore voglia evocare un vento forte che spazza la
superficie delle acque”.7
Una rappresentazione efficace e molto concreta, proprio
come quella omerica appena vista.

Libro VIII

Nel libro ottavo, Zeus impone ai theoi una tregua, proiben-


do loro di intervenire nella battaglia tra Achei e Troiani.
Egli stesso, però, non manca di far sentire la propria pre-
senza stando a osservare dall’alto i combattimenti e spaven-
tando gli Achei con il lancio dei suoi proverbiali fulmini.
Come punto di osservazione sceglie il monte Ida, sul
quale si reca in volo utilizzando il carro trainato dai cavalli;
giunto a destinazione, esattamente come abbiamo visto in
precedenza per il carro di Era (verso 50):
<Testatina Dinamica DX> 67

vapore molto versò

Era quindi un fenomeno ricorrente, forse dovuto a qual-


cosa di meccanico: a fine corsa si riversava attorno ai carri
dei theoi una coltre di vapore o nebbia.
Dopo di che, con un atteggiamento ancora una volta mol-
to umano e decisamente concreto, , cioè si sedette
a osservare.
Zeus, però, non rimane sempre passivo; parteggiando per
i Troiani, decide di intervenire e portare scompiglio nell’e-
sercito acheo, e così dal monte Ida (verso 75):

forte rumoreggiò

e sugli Achei giunge ciò che viene definito


, cioè un “lampo straziante/lacerante” al punto che,
al vederlo, “rimasero allibiti” e furono assaliti
da , letteralmente da un “verde terrore”.
Come già per le frecce di Apollo, un unico dardo provo-
ca un rumore incredibile, scompiglio e terrore nelle file di
eserciti avvezzi a essere sommersi da nugoli di frecce, che
però mai erano accompagnate da quegli effetti né genera-
vano quel tipo di reazione.
Il frastuono e le conseguenze micidiali descritte per le armi
dei theoi greci corrispondono a quanto descritto nei casi in
cui l’Elohim biblico Yahweh faceva uso delle sue armi, an-
che contro individui appartenenti al suo stesso popolo ma
che si erano resi colpevoli di atti a lui non graditi.

Nel capitolo 16 del libro dei Numeri, gli ebrei fuoriusci-


ti dall’Egitto si trovano in Kadesh-Barnea, nella zona a
nordest della penisola del Sinai. Tra di essi, spicca un grup-
po di 250 notabili, guidati da Core, Datan e Abiram, che
mette in discussione il primato di Mosè: questo non è che
68 Il Falso Testamento

uno dei vari momenti di tensione di cui il testo biblico ci


dà spesso conto.
Mosè non si fa piegare, da militare quale poteva essere
stato in Egitto sa come fronteggiare la situazione e propo-
ne di lasciare decidere a Yahweh.
Ordina pertanto ai rivoltosi di presentarsi il mattino se-
guente muniti dei loro incensieri di bronzo per fare offerte
all’Elohim.
Quando i 250 uomini si radunano di fronte alla tenda
del convegno, si presenta la “gloria di Yahweh”, di cui ab-
biamo ampiamente parlato, e l’Elohim ordina a tutti di al-
lontanarsi dalle tende dei rivoltosi, che vengono inghiotti-
te con i loro occupanti e le suppellettili in un baratro che si
apre improvvisamente nel terreno.
Nel contempo (Nm 16,35):

WUAlJ HJHS lAY HAbS vAJ


bruciò-e Yahweh con-da uscì fuoco-e

… i 250 uomini che offrivano l’incenso con i loro bracieri!

Non sappiamo con esattezza se quel fuoco sia uscito dal kavod
che era comparso poco prima o dall’Arca dell’Alleanza, vi-
sto che i malcapitati erano stati radunati vicino all’ingresso
della tenda in cui Mosè si incontrava con Yahweh. Come
accaduto per Zeus, abbiamo la descrizione di uno strumen-
to che colpisce e uccide bruciando.
Nel testo biblico si parla spesso di un fuoco che esce
dalla parte frontale di Yahweh, e ci viene facile notare un
particolare: l’ira di Dio è descritta dagli autori biblici, in
gran parte dei casi, con un’espressione quanto meno cu-
riosa in cui si usano i due termini tA, af, e HfO, charah, che
significano rispettivamente “naso, narici” e “bruciare, di-
venire caldo”.
Abbiamo quindi la descrizione dell’ira di Dio, che lette-
ralmente si accende, nel senso proprio dello scaldarsi del
“naso” di Yahweh.
<Testatina Dinamica DX> 69

Il fuoco che incenerisce le vittime esce sempre dalla sua


parte frontale, come nella vicenda occorsa a Nadab e Abiu,
figli di Aronne (Lv 10,2):

HJHS S[`WY vA AblJ


Yahweh di-(frontale-parte)faccia-a-da fuoco uscì-e

rlJA WUAlJ
essi bruciò-e

In questo caso i due malcapitati avevano commesso l’errore


di portare all’interno della dimora un’offerta di sostanze da
bruciare non richiesta o gradita: il termine ebraico zara deri-
va dalla radice zur e indica genericamente qualcosa di “stra-
no”, “diverso” ma anche di “ripugnante” o “disgustoso”.
Quale che sia la natura e la causa dell’evento, anche qui
abbiamo un fuoco/lampo che colpisce mortalmente.
Elohim biblici e theoi greci, dunque, erano simili anche
nelle armi loro attribuite dai testi che li riguardano.
Nei versi 130 e seguenti del libro VIII dell’Iliade ritrovia-
mo quindi l’utilizzo di armi da lancio terrificanti e micidiali.
I Troiani stanno soccombendo sotto l’impeto dell’assalto
degli Achei trascinati da Nestore e Diomede; Zeus decide di
intervenire in loro soccorso e subito, emettendo l’immanca-
bile forte rumore di tuono ( ), lancia (verso 133):

terrificante … splendente fulmine

che cade a terra producendo una (verso 135)

terribile fiamma

che sa di zolfo bruciato ( ).


70 Il Falso Testamento

La battaglia prosegue, e i theoi sono ancora una volta coin-


volti in prima persona.
Atena interviene, si spoglia del peplo, indossa la tunica
del padre Zeus (di cosa si trattava? Un’armatura da batta-
glia? Perché indossare abiti del padre?), balza sul suo carro
e afferra l’asta che è definita (verso 390):

pesante grande massiccia

Il termine che viene normalmente tradotto con


lancia o asta, indica anche più genericamente un’arma dal-
la forma allungata con la quale, scrive Omero, la thea ab-
batte le schiere degli eroi (
; versi 390-391).
Questa “asta” e la sua capacità di annientare eserciti col-
pendo da lontano ricordano quanto detto sopra in relazio-
ne alla vicenda del censimento narrata in 2Sam 24, quando
un malach era pronto a distruggere la città di Gerusalemme
contro cui (versetto 16):

JFS OWvS
sua-mano steso-aveva

La possibilità di compiere stragi agendo a distanza era


dunque una prerogativa condivisa, e la cosa prevedeva azio-
ni concrete, compiute fisicamente, non semplici decisioni di
divinità onnipotenti al cui solo pensiero si realizzava quan-
to da esse stabilito.
La narrazione prosegue con un’annotazione altrettanto
interessante, perché indicativa di come spesso fosse neces-
sario per i theoi comunicare tra loro con mezzi “normali”,
e cioè attraverso ambasciatori.
Zeus è adirato, non vuole che la figlia Atena intervenga a
favore degli Achei e le invia la messaggera Iride (
, ala d’oro) per bloccarla (versi 397 e seguenti).
<Testatina Dinamica DX> 71

L’ordine di interrompere l’azione è accompagnato da


minacce.
Zeus fa dire alla figlia che spezzerà/colpirà/indebolirà
(versi 402-405) i cavalli cioè “sotto i carri” su cui
si trovavano Atena ed Era; le farà cadere dal mezzo su cui
stanno volando, abbatterà i carri e il fulmine che li colpirà
produrrà piaghe che non guariranno neppure in dieci anni.
Questo avverrà affinché, sottolinea Zeus, Atena si ricor-
di di ciò che le può accadere quando (verso 406)
, “combatte col padre”.
La fisicità dell’evento è sorprendente: Atena parte col car-
ro, Zeus le invia in volo una messaggera intimandole di fer-
marsi. In caso contrario, sarà costretto a colpire con un ful-
mine i cavalli che stanno “sotto” il carro e a produrre alla
figlia ferite che non guarirebbero nemmeno in dieci anni.
In La Bibbia non parla di Dio ho evidenziato come in più pas-
si omerici venga documentata l’inequivocabile corporeità dei
theoi, che potevano essere feriti e anche morire, esattamen-
te come gli Elohim biblici ai quali, nell’assemblea descritta
nel Salmo 82, viene ricordato che muoiono come gli Adam.8
A questo proposito, ricordo che l’esegesi tradizionale
giudaico-cristiana tende a superare il problema della mor-
talità di Dio affermata nella Bibbia (ma per lei non accet-
tabile) sostenendo che nel Salmo in questione il termine
Elohim non indicherebbe appunto Dio, bensì dei normali
giudici che reggono e amministrano i popoli loro affidati.
Potrei cavarmela con un facile commento sulla disinvol-
tura con la quale alcuni interpreti si ritengono liberi di va-
riare le traduzioni in funzione delle tesi che devono neces-
sariamente sostenere, ma preferisco che a rispondere sia la
Bibbia stessa.
In ebraico, i giudici sono sempre definiti shofetim o felilim
e considerati appartenenti al genere umano, sempre chia-
ramente distinto dalla categoria degli Elohim.
Il Salmo 82 mantiene questa netta separazione (vedere
analisi nel testo citato) e, più in generale, è tutto l’Antico
Testamento a fornire ulteriori conferme all’insostenibilità
della tesi esegetica tradizionale.
72 Il Falso Testamento

Nel Salmo 2, ad esempio, l’autore biblico condanna il com-


portamento dei governanti della Terra che cospirano con-
tro Yahweh e che per questo motivo, se non si piegheranno
spontaneamente, saranno duramente schiacciati e sottomessi.
Per definire quei regnanti e giudici l’autore non utilizza
mai il vocabolo rSHWA, Elohim, che nel Salmo non compare,
bensì i termini con cui sempre vengono identificati i reg-
genti umani e precisamente:
versetto 2: ufA-SUWY (malké-eretz), “re della Terra”;
versetto 2: rS[MJf (roznim), “principi”;
versetto 10: rSUWY (melakim), “re”;
versetto 10: ufA-SQ`v (shofté-aretz), “giudici della Terra”.
La distinzione è dunque netta e inequivocabile: nel Salmo
82 si parla degli Elohim – non dei normali governanti del-
la Terra – e si afferma chiaramente che essi muoiono come
tutti gli Adam.

Libro X

Dolone, una spia mandata da Ettore per avere informazioni


sulle intenzioni dei Greci, viene intercettato da questi ultimi
cui, tradendo il suo signore, rivela informazioni sui Troiani.
Fornisce un elenco degli alleati di Priamo, tra i quali cita
Reso re dei Traci che era dotato di (verso 439):

armi d’oro prodigiose

che destavano meraviglia al solo vederle.


Va detto che il termine , normalmente tradotto
con “arma”, sul Vocabolario Greco-Italiano del Rocci ha come
primo significato quello di “strumento, apparecchio”, e di
queste “armi” viene detto che assomigliavano a quelle dei
theoi e non a quelle degli uomini: Reso le aveva ricevute in
dono da Apollo.
<Testatina Dinamica DX> 73

Questa differenza rimarcata costituisce una precisazio-


ne e una conferma non da poco: uomini e theoi utilizzava-
no armi diverse e talvolta i theoi facevano dono delle loro a
pochi privilegiati, individui prescelti per il rapporto parti-
colare che avevano con gli dèi.

Libro XV

I Troiani stanno conducendo un attacco guidati da Ettore. Die-


tro di lui si trova Apollo (verso 308),
cioè “con le spalle coperte da una nube” (ricordo quanto det-
to poco sopra: “nube” richiama il termine biblico che indica
ciò che accompagna la manifestazione di Yahweh quando si
presenta con il presunto mezzo da combattimento, il kavod).
Il theos ha con sé l’egida, le cui caratteristiche sono
condensate in alcuni aggettivi che la fanno apparire come
impetuosa, terribile, violenta, circondata di frange e splen-
dente: .
Si tratta di uno strumento che doveva essere portato per
generare il:

terrore degli uomini

Già ho detto di questa arma nel commento al libro II;


in quel caso è stata utilizzata da Atena, ora la troviamo in
azione nelle mani di Apollo, e viene qui ribadito che è sta-
ta costruita per Zeus dall’“ingegnere-progettista” Efesto.
Nella Bibbia ci sono almeno due strumenti che sembrano
avere caratteristiche simili: si tratta del kavod di Yahweh e
dell’Arca dell’Alleanza: quest’ultima era uno strumento co-
struito da Mosè secondo le indicazioni tecniche fornite da
Yahweh stesso. Veniva portata in battaglia ed era talmente
pericolosa che lo stesso esercito di Israele non gli si dove-
va avvicinare e doveva procedere rimanendo a 2000 cubi-
ti di distanza (circa un chilometro) (Gs 3,4).
74 Il Falso Testamento

Esattamente come l’egida, l’Arca incuteva terrore: così ac-


cadde infatti ai Filistei. Essi avevano vinto un primo scon-
tro con gli Israeliti accampati in Eben-Ezer (1Sam 4,1-7) e
allora l’esercito di Yahweh provò a mutare le sorti del com-
battimento con una decisione ritenuta potenzialmente riso-
lutiva: mandare a prelevare l’Arca. Una volta giunta all’ac-
campamento di Israele, questa fu accolta da un grido di
battaglia e i Filistei, saputo che l’Arca era arrivata in soc-
corso degli avversari, ne ebbero paura, anche se poi quella
volta se ne impossessarono, con conseguenze per loro tra-
giche (l’intera vicenda è analizzata nel mio lavoro del 2012
Non c’è creazione nella Bibbia).
Nel racconto omerico, l’egida rimane ferma nelle mani
di Apollo fino al momento in cui egli la scuote, (ver-
so 321), urlando egli stesso, e fu allora che gli Achei terro-
rizzati si diedero a una fuga disordinata.

Ma le analogie non terminano qui.


Come nella Bibbia è descritto che l’Arca venne utilizzata per
abbattere le mura della città di Gerico (Gs 6), Omero prosegue
il racconto (versi 355-364) e descrive Apollo che devasta gli
argini del fossato difensivo e con l’egida preziosa ( ):

abbatté muro degli Achei facilmente molto

come un bambino rovescia con i piedi ciò che lui stesso


aveva costruito con la sabbia del mare, precisa il racconto.

In Non c’è creazione nella Bibbia ho analizzato il passo biblico


fornendo una possibile chiave di lettura, molto meno epica
di quanto gli autori biblici abbiano forse voluto trasmette-
re: non di meno, rimane il fatto che in entrambi i casi abbia-
mo la descrizione di uno strumento tecnologico utilizzato
in battaglia per conseguire con estrema facilità un obietti-
vo che altrimenti avrebbe richiesto grande sforzo e la per-
dita di numerose vite.
<Testatina Dinamica DX> 75

Capriccio estetico o conoscenza

Il lettore consentirà una digressione.


In merito all’Arca, è importante mettere in evidenza un
aspetto che concerne ulteriori possibili conoscenze tecnico-
scientifiche di cui disponeva l’Elohim di nome Yahweh, la
cui applicazione aveva a che fare proprio con la specifi-
ca operatività di uno strumento che produceva effetti po-
tenzialmente pericolosi per la vita di coloro che dovevano
averci a che fare.
In alcuni passi del Vecchio Testamento troviamo una re-
gola impartita da Yahweh che, a una prima lettura, appare
quanto meno curiosa (Lv 16,4):
Si metterà la tunica sacra di lino, indosserà sul corpo i
calzoni di lino, si cingerà della cintura di lino e si metterà
in capo il turbante di lino. Sono queste le vesti sacre che in-
dosserà dopo essersi lavato la persona con l’acqua.
A fare questo doveva essere in particolare il sommo sa-
cerdote Aronne ogni volta che si accingeva a entrare nella
parte più interna della dimora che Yahweh si era fatto co-
struire nel deserto durante l’esodo.
La norma trova poi ulteriori chiarimenti in Lv 19,19 (“Non
porterai veste tessuta di due specie diverse”) e in Dt 22,11
(“Non ti vestirai con un tessuto misto, fatto di lana e di lino
insieme”).

Nel libro di Ezechiele troviamo ancora una precisazione


(44,17-19):
Quando entreranno [i sacerdoti] dalle porte del cortile inter-
no, indosseranno vesti di lino; non porteranno alcun indumen-
to di lana, durante il loro servizio alle porte del cortile inter-
no e nel tempio. Porteranno in capo turbanti di lino e avranno
calzoni di lino sui fianchi: non si cingeranno con indumenti
che fanno sudare. Quando usciranno nel cortile esterno verso
il popolo, si toglieranno le vesti con le quali hanno officiato e
le deporranno nelle stanze del santuario: indosseranno altre
vesti per non comunicare con esse la consacrazione al popolo.
76 Il Falso Testamento

Il lino, mai misto a lana, era dunque il tessuto che i sa-


cerdoti dovevano utilizzare quando compivano i loro atti
all’interno della dimora: non doveva essere contaminato da
altro tessuto o da contatti con l’esterno e non doveva tra-
smettere al popolo gli effetti derivanti dalla sua specificità
(per il significato di “sacro” e “consacrazione” nella lingua
ebraica, rimando il lettore a La Bibbia non parla di Dio).
Una regola frutto del capriccio di un Dio dalla mente in-
comprensibile?
Con una battuta, verrebbe da dire che coloro che indos-
sano la famosa biancheria intima costituita da “lana fuo-
ri e cotone sulla pelle” non sono graditi a Dio: si devono
rassegnare.
Il contesto biblico, però, ci dice che quella norma – va-
riamente inserita negli elenchi spesso sconclusionati dei li-
bri del Levitico e del Deuteronomio composti dai sacerdoti
molti secoli dopo Mosè – non era dettata da velleità este-
tiche ma, probabilmente, da precise esigenze funzionali.
Vediamo di ipotizzare i motivi di una regola tanto stra-
na, analizzando alcuni elementi dell’abbigliamento che i
sacerdoti dovevano utilizzare quando svolgevano le loro
funzioni all’interno della dimora di Yahweh.
L’officiante indossava vari indumenti e accessori, tra cui
l’efod (di cui si dirà nel prossimo capitolo), funzionalmente
unito al pettorale. L’insieme aveva una struttura partico-
lare: un supporto fatto di tessuto su cui erano cucite dodi-
ci pietre disposte in quattro file, il tutto chiuso da una cor-
nice d’oro e collegato attraverso anelli ai castoni anch’essi
d’oro delle spalline dell’efod.
Questo insieme di elementi si presentava come un tutt’uno
strettamente collegato, una sorta di struttura costituita da
cristalli che si trovavano sul tronco dell’officiante e forse
avevano, tra gli altri, anche uno scopo protettivo.
L’insieme di castoni in oro, cornici, catenelle, filamenti,
pietre particolari disposte in un ordine preciso ricorda mol-
to da vicino l’aspetto di un circuito stampato o comunque
di un apparato tecnico.
Quanto detto ci autorizza a pensare che ciò che succede­
<Testatina Dinamica DX> 77

va all’interno della parte più nascosta del tempio avesse un


che di pericoloso.
Il resto dell’abbigliamento, descritto nel capitolo 28 del
libro dell’Esodo, pare confermare queste varie funzioni: la
tunica era intessuta di fili d’oro e sul turbante vi era una pia-
stra anch’essa fatta del prezioso metallo. L’officiante risulta-
va così trovarsi all’interno di una sorta di gabbia di Faraday
atta a proteggerlo dalle scariche elettriche.
Ma era previsto anche un altro intervento; il sacerdote do-
veva essere “unto” (Es 30).
Lungi dall’essere un atto sacro dalle valenze spirituali non
definibili, l’unzione era in realtà un ulteriore accorgimento
finalizzato a proteggere chi entrava a contatto con quel siste-
ma di produzione e conservazione di energia. Si conoscono
bene infatti le proprietà isolanti degli oli vegetali o minerali,
la loro scarsa conduttività e la conseguente capacità di au-
mentare il valore della resistività elettrica, cioè la resistenza
al passaggio di cariche elettriche. Data la difficoltà nel pro-
curarsi le materie prime per realizzarla, descritte nel capi-
tolo citato e analizzate nei miei precedenti lavori, la miscela
risultava essere decisamente preziosa, anche per le quanti-
tà necessarie all’utilizzo continuo, e questo spiega il divie-
to rivolto al popolo di fabbricarla in via privata, al di fuori
cioè dell’ambito delle attività che si svolgevano nel tempio:
Es 30,32 dice espressamente che chi farà un profumo simi-
le e lo userà su individui non appartenenti alla famiglia di
Aronne (cioè gli addetti al servizio) “sarà messo a morte”.
Evidenziamo per inciso che il termine OSvY, mashiach,
cioè “unto, messia”, deriva dal verbo mashach, che indica
materialmente l’atto dello “strofinare, frizionare” con una
sostanza oleosa. È evidente il richiamo alla concreta ma-
terialità dell’azione, in contrasto con la successiva chiave
di lettura che l’ha artificiosamente trasformata in un gesto
dalle valenze spirituali.
Ma che questo complesso apparato fatto di efod e pet-
torale non avesse funzione ornamentale – oltre che dalla
esplicita definizione con cui viene qualificato, BvO Hv_Y,
choscev maase, “lavoro di un assemblante, opera di un pen-
78 Il Falso Testamento

sante, progettante” – lo si evince anche dal fatto che era in-


teramente coperto da un mantello, tessuto in un pezzo uni-
co di stoffa, che veniva indossato dalla testa attraverso un
foro praticato nel centro, a mo’ di poncho, potremmo dire.
In Es 28,31 e seguenti l’autore biblico ne descrive alcu-
ne caratteristiche: il mantello doveva essere intessuto total-
mente di filo viola, essere dotato di un’apertura centrale per
la testa e avere un orlo tutto all’intorno che viene definito:

DfA Hv_Y
(tessitore)tessente di-lavoro

AfOl S`U
(cuoio-di)corazza di-bocca-come

Doveva essere dunque molto resistente, come indica bene


la raccomandazione che segue:

_fdS AW
strapperà-si non

Come al solito, la scelta metodologica del “fare finta che”


ciò che è scritto corrisponda a fatti e necessità concrete e
reali genera riflessioni e domande.

La necessità di intesserlo in un pezzo unico derivava for-


se dal suo essere in realtà un conduttore i cui fili metallici,
che vogliamo presupporre presenti anche qui, non dove-
vano presentare interruzioni?
È per questo che non si doveva assolutamente lacerare?
Non possiamo dirlo con certezza ma, dato il contesto, l’i-
potesi è suggestiva.
Che senso aveva produrre elementi ornamentali tanto
appariscenti per poi coprirli quando li si indossava all’in-
terno del tempio?
<Testatina Dinamica DX> 79

Che senso aveva l’indicazione di indossare un capo di


vestiario realizzato senza cuciture, che non si doveva logo-
rare o strappare?
E in ogni caso, visto che gli elementi ornamentali erano
indossati solo all’interno del tempio, chi aveva modo e pia-
cere di apprezzarne la bellezza? Un Dio spirituale?
Ma non è tutto: la Bibbia ci descrive un altro accessorio
la cui presenza potrebbe essere puramente ornamentale, se
non fosse che la descrizione è accompagnata da un’affer-
mazione tanto curiosa quanto illuminante.
In Es 28,33 e seguenti si dice che il lembo del mantello do-
veva avere delle melagrane alternate all’intorno da “campa-
nelli d’oro”: una melagrana un campanello, una melagrana
un campanello… e così via per l’intera lunghezza del lembo.
Aronne doveva indossarlo quando entrava nella parte
più interna del tempio, e fino a qui potremmo anche pen-
sare che a Yahweh piacesse ascoltare il gioioso tintinnio dei
campanellini, ma apprendiamo subito dopo che la funzio-
ne era decisamente meno ludica.
I campanelli dovevano essere ben udibili mentre Aronne
entrava e usciva. Dice infatti Yahweh che grazie a quel suo-
no (versetto 35):

lJYS AWJ
morirà non-e

Il suono dei campanelli gli salvava dunque la vita?


Probabilmente sì.
Il loro tintinnare indicava che il sacerdote si stava muo-
vendo e dunque era attivo, mentre il silenzio avrebbe segna­
lato a chi stava fuori che l’officiante si trovava in difficoltà
e dunque era necessario intervenire in suo aiuto.
Forse qualcuno lo doveva assistere dall’esterno e provve-
dere con prontezza nel momento in cui non avesse più udi-
to il suono dei campanelli che ne accertavano la mobilità?
I campanelli tintinnanti o silenti segnalavano insomma
lo stato della situazione.
80 Il Falso Testamento

Non possiamo essere certi di questo, ma l’indicazione che


i campanellini sarebbero stati la garanzia per la sopravvi-
venza non è un’indicazione da poco, soprattutto se messa
in connessione logica e coerente con tutto l’insieme dell’ap-
parato di cui ci stiamo occupando, abiti compresi.
Torniamo quindi al lino che doveva essere indossato sul-
la pelle senza commistioni con la lana: una regola che ri-
sulta incomprensibile solo a un’analisi superficiale; una di-
samina più attenta rivela che Yahweh conosceva bene gli
effetti di ciò che stava chiedendo: il lino, infatti, presenta
varie proprietà.
I tessuti fatti di quella fibra sono igienici, igroscopici, re-
golano lo scambio termico, neutralizzano gli odori, ridu-
cono la sudorazione e dunque l’umidità della pelle, riflet-
tono i raggi ultravioletti, non accumulano elettricità statica
e quindi riducono gli effetti dei campi di quel tipo di cor-
rente; proteggono dalle radiazioni ionizzanti e dall’inqui-
namento elettromagnetico generando, in sostanza, un mi-
croclima favorevole all’uomo.
Tutto questo è riconducibile ai possibili effetti prodotti
all’interno della dimora di Yahweh (il cosiddetto tempio)
nel momento in cui il sacerdote svolgeva le sue funzioni in
presenza dell’Arca dell’Alleanza: un oggetto tanto potente
quanto pericoloso, un generatore/condensatore che pote-
va essere utilizzato solo da persone opportunamente adde-
strate e autorizzate; chi la toccava inavvertitamente veniva
ucciso da una scarica di energia che lo bruciava all’istante.9
Il secondo aspetto straordinario è che quelle specifiche
funzioni protettive del lino si perdono quando viene intes-
suto con la lana.
Questo spiega la norma che poco sopra ho definito quan-
tomeno strana: il divieto di intessere assieme lino e lana era
probabilmente giustificato e dettato da questa conoscen-
za precisa delle caratteristiche dei due tessuti, conoscen-
za che è difficile attribuire a dei nomadi allevatori di ovini
che nulla sapevano di elettricità e campi elettromagnetici.
La Legge non proibiva agli Israeliti di indossare nello stes-
so momento diversi tipi di tessuti. Sarebbe stato impossi-
<Testatina Dinamica DX> 81

bile per loro vestirsi in ossequio a una norma tanto assur-


da, e in effetti solo l’abbinamento lino-lana è specificato e
vietato in modo esplicito, con diretto riferimento ad attivi-
tà da condurre in situazioni peculiari, delicate e potenzial-
mente pericolose.

Libro XVIII

In La Bibbia non parla di Dio ho presentato la particolare si-


tuazione di Efesto che, zoppo, si faceva accompagnare da
due ancelle decisamente strane, due creature dalle caratte-
ristiche che, senza compiere eccessivi voli di fantasia, pos-
siamo definire robotiche.
Nel passo che andiamo a esaminare il racconto omeri-
co ce lo presenta ancora una volta molto chiaramente nel-
le sue vesti di “engineer-designer in the modern sense of the
word”, per riprendere la definizione del professor Paipetis.
Nei versi 369-377, Efesto è descritto come il costruttore
del suo stesso palazzo, una dimora definita:

non corruttibile(durevole) lucente come un astro bronzea

Talmente particolare da risultare , “insigne,


rinomata”. La residenza era insomma famosa tra gli stes-
si theoi, e la cosa non ci stupisce: da ingegnere-progettista
qual era, Efesto avrà certamente progettato e realizzato
un’abitazione degna del suo status e delle sue competen-
ze tecniche.

Nel capitolo 24 del libro dell’Esodo, Yahweh ordina a Mosè


di radunare la famiglia di Aronne e settanta anziani tra il
popolo di Israele: lo dovranno accompagnare sul monte,
dove riceverà le leggi. Al termine, celebrati i sacrifici di rito,
lui e i prescelti vengono ricevuti da Yahweh stesso con cui
mangiano e bevono, ma l’elemento interessante per il pa-
82 Il Falso Testamento

rallelismo col racconto omerico è la descrizione di un par-


ticolare della dimora in cui vengono ricevuti quando ve-
dono l’Elohim di Israele (Es 24,10):

fS`]H l[BW Hv_YU JSWDf lOlJ


zaffiro-lo di-mattone/lastra di-lavoro-come lui-di-piedi sotto-e

fHQW rSYvH rb_UJ


purezza-per cieli-i di-struttura/ossatura-come-e

La descrizione rimanda allo stesso concetto espresso


dall’aggettivo utilizzato dall’autore omerico per
la dimora di Efesto: in entrambi i casi abbiamo qualcosa di
non meglio definito che richiama la purezza e lo splendore
dei cieli.
Tornando a Efesto, il libro XVIII ce lo presenta in piena
attività nella sua fucina, dove Teti lo trova intento a girare
indaffarato tra i mantici.
Il theos sta costruendo dei tripodi e ne sta fabbricando ad-
dirittura (verso 373) , letteralmente “venti
tutti”: pare di assistere a una produzione seriale.
Il testo dice anche che sotto ciascuno poneva ruote d’oro
– il metallo con cui venivano realizzati o rivestiti gli oggetti
utilizzati dai theoi omerici e dall’Elohim biblico Yahweh –
grazie alle quali potevano entrare nell’assemblea divina e
tornare al loro posto (verso 376):

muovendosi da soli

Efesto era davvero un progettista e costruttore di strut-


ture robotiche: dalle ancelle ai cani metallici di cui già si è
detto, dai palazzi bronzei alle armi, fino a questi tavolini
che svolgevano il loro servizio nelle assemblee divine in un
modo che Omero non esita a definire automatico (automatoi):
<Testatina Dinamica DX> 83

in effetti, costituivano , una vera e propria


“meraviglia al vederli” (verso 377).
La produzione seriale pare trovare conferma poco più
avanti quando il theos fabbro-ingegnere-progettista, termina-
to il colloquio con Teti, torna ai mantici (verso 469) e
: in sostanza, ordina che si mettano a lavorare.
Il verso seguente ci dice che i mantici, ,
“tutti e venti”, si mettono al lavoro soffiando sulle fornaci.
Ma i mantici non lavorano forse mossi da una forza neces-
saria per il loro movimento? Non è indispensabile un’azione
meccanica? Perché lui “ordina”? E in quale modo lo fa? Avrà
impartito un comando vocale?
Non dimentichiamo che stava costruendo ben venti tri-
podi e che non disponeva di aiutanti: stava facendo tutto
da solo, e il testo ci dice che i mantici si mettono in funzio-
ne contemporaneamente.
Una situazione quanto meno straordinaria, il cui reali-
smo è coerente con il mosaico complessivo che prende for-
ma dal leggere quei testi con il metodo del “fare finta che”.

Libro XXIV

Siamo ormai al termine delle vicende belliche; Achille ha


ucciso Ettore e ne trattiene il corpo su cui fa scempio per
vendicare la morte dell’amico Patroclo.
Tra i theoi si apre una contesa per stabilire se e come Achille
debba restituire il cadavere al vecchio Priamo affinché pos-
sa dare degna sepoltura al figlio.
Si stabilisce di chiedere l’intervento di Teti, madre dell’eroe
greco, e viene inviata la messaggera Iride per convocarla
sull’Olimpo.
Teti vive nelle profondità marine e così Iride
, “dai piedi rapidi come il turbine” (versi 77-80), salta nel
mare che si trova tra Samo e Imbro (curiosa la necessità di
specificare il tratto di mare in cui la messaggera si immer-
ge), cala nell’abisso e al suo passaggio così rapido le acque
gemettero, .
84 Il Falso Testamento

Molto efficace nel suo realismo è la scena successiva in


cui viene descritta la risalita di Iride e Teti (versi 96-97):
Iride precede la madre di Achille, la schiuma del mare si
apre davanti a loro che
, “salite sulla riva si sono slanciate verso il cielo”.
Si tratta di un modo di spostarsi che richiama quello de-
scritto nel passo di Eliodoro riportato in apertura del capitolo.
Stesso mezzo e stessa modalità pare utilizzare il messaggero
Argheifonte (Ermes) per raggiungere il re di Troia Priamo.
Nei versi 340-348 viene detto che egli si lega ai piedi i fa-
mosi sandali aurei che:

lui portano sia sopra acqua

sia sopra illimitata terra con soffio del vento

Insomma si trattava di un mezzo di spostamento/volo


disponibile per chi doveva muoversi rapidamente sia sulla
terra che sopra e sotto l’acqua.
Possibile tecnologia dunque descritta e declinata in vari
ambiti: dalle costruzioni alle armi, fino ai mezzi per spostarsi.
Iliade e Antico Testamento, come già per gli aspetti fisi-
ci e fisiologici degli Elohim/theoi, risultano coincidenti an-
che in relazione alle conoscenze e dotazioni tecnologiche
che erano nella disponibilità di quegli individui.

Curiosità finali e nuovi spunti

Una storia che risulta parallela però anche dal punto di vi-
sta cronologico: le vicende della guerra di Troia e dell’esodo
dall’Egitto possono infatti essere collocate, sia pure con l’ap-
prossimazione sempre necessaria per certi eventi, nello stes-
so periodo storico e cioè nei secoli XIV-XIII prima di Cristo.
<Testatina Dinamica DX> 85

A questo proposito chiudo il capitolo dedicato all’Iliade


con una curiosità che vuole essere da stimolo per futuri ne-
cessari approfondimenti; il lettore perdonerà l’abbandono
momentaneo del tema specifico: la tecnologia.
Sappiamo che Omero definisce i greci Danaoi, discenden-
ti da Danao, figlio di Belo e, in quanto tale, nipote del theos
Poseidone. Danao aveva un fratello gemello di nome Egit-
to che, avuta in un primo tempo in sorte la terra di Arabia,
aveva conquistato la terra dei Melampodi (dai piedi neri)
chiamandola poi col suo nome: Egitto appunto.
Alla morte del padre Belo, i due gemelli litigarono per l’e-
redità e non fidandosi delle proposte conciliatorie del fra-
tello che riteneva ingannevoli, Danao preferì fuggire dal-
la Libia che in precedenza era stato inviato a governare.
Aiutato da Atena, salpò verso la Grecia, passò da Rodi
per poi giungere nel Peloponneso dove, a seguito di even-
ti straordinari, venne scelto come nuovo signore di Argo.
Le sue figlie importarono dall’Egitto i misteri di Demetra,
tra cui le Tesmoforie che furono celebrate per lungo tempo
ad Atene.
Il parallelismo con l’Antico Testamento deriva da un’af-
fermazione che si trova nel libro dei Giudici, nel passo co-
nosciuto come Cantico di Debora. La profetessa, unica don-
na tra i Giudici di Israele, esercitò la sua funzione all’incirca
nella metà del XII secolo prima di Cristo.
Nel componimento – che è un canto di battaglia e di vit-
toria contro i nemici del popolo – Debora esalta le tribù che
hanno risposto al suo appello e biasima gli assenti.
Tra questi ultimi si trovano anche la tribù di Galaad (Gad)
e quella di Dan della quale viene detto (Gdc 5,17):

BvS fvA lJS[A fJDS HYW sFJ


starà che navi (rimanere-a-continua)abiterà perché Dan-E

sJUvS JSbf`Y W_J rSYS tJOW


(stazionare-a-continua)stazionerà suoi-porti su-e mari di-riva-a
86 Il Falso Testamento

In sostanza, Debora lamenta che Dan con la sua tribù ri-


mane sulle sue navi e vive tranquillo nei suoi porti invece
di partecipare alle lotte in cui è coinvolto il clan famigliare
dei figli di Giacobbe.
La prima domanda che sorge è la seguente: le tribù di
Israele non erano costituite da nomadi e seminomadi alle-
vatori di bestiame da pascolo?
Da dove deriva questa affermazione della profetessa che
richiama una situazione totalmente diversa?
Perché e come Dan possedeva navi su cui stazionava re-
golarmente, come se fosse la sua condizione normale?
Abbiamo visto prima che Danao, figlio di Belo, e i Danaoi
(cioè i Greci) avevano delle navi. Ora, oltre a rilevare che
anche i Daniti biblici ne disponevano, prendiamo atto di
un’ulteriore curiosa affermazione circa il capostipite della
tribù biblica: Dan era figlio di Bila (Gen 30,3-5), secondo la
vocalizzazione apportata dai Masoreti.
È quanto meno rilevante notare come Danao e Dan fosse-
ro entrambi figli di un “nome” costruito con le stesse con-
sonanti (B-L), soprattutto in considerazione del fatto che in
origine la Bibbia venne scritta senza suoni vocalici.
Nel racconto contenuto nell’Antico Testamento è rima-
sto forse il ricordo di una storia che era stata appresa du-
rante la permanenza in Egitto?
È per questo che i Daniti, esattamente come i Danaoi, di-
sponevano di navi?
Gli autori biblici hanno utilizzato contenuti di storie egi-
zie così come hanno attinto a piene mani dai testi assiro-
babilonesi (in origine sumero-accadici) per rielaborare i
loro racconti delle origini contenuti nel libro della Genesi?
Il saggista e romanziere inglese Robert Graves rileva una
corrispondenza precisa, e segnala che il racconto “si ricol-
lega all’arrivo in Grecia di colonizzatori di civiltà elladica
che giunsero dalla Palestina … Si dice che tra questi colo-
ni si trovassero anche emigranti libici ed etiopici … Belo
[il padre di Danao] è il Baal del Vecchio Testamento e il Bel
degli Apocrifi…”.10
In considerazione di queste possibili – sia pure ipoteti-
<Testatina Dinamica DX> 87

che – corrispondenze, ci possiamo chiedere: Danao e Dan,


Danaoi e Daniti, hanno forse una radice comune?
Il tema merita seri approfondimenti ma intanto si ricon-
ferma il dubbio di fondo che giustifica la scelta metodolo-
gica del “fare finta che”: si può affermare con certezza che
la Bibbia è un testo assolutamente originale perché ispira-
to dal Dio unico che avrebbe scelto quel popolo per rive-
larsi all’umanità?

Terminata la digressione, riprendiamo l’analisi della pos-


sibile presenza di inattesa tecnologia nei poemi omerici.
III
Odissea: divinità spirituali
o theoi tecnologici?

Il metodo del “fare finta che” i testi antichi contengano la


memoria di eventi realmente accaduti produce effetti po-
sitivi e scoperte inattese. Ho ricordato le straordinarie sco-
perte archeologiche fatte da Schliemann con i suoi scavi in
Turchia e ora rilevo che la situazione si è ripetuta a Itaca.
Il “Telegraph” del 13 marzo 2016 riporta la seguente
notizia:
Un palazzo dell’VIII secolo a.C., che gli archeologi riten-
gono essere stata la dimora di Odisseo, è stato scoperto a Ita-
ca, alimentando le teorie che sostengono che l’eroe del poe-
ma epico di Omero sia realmente esistito. … Ma nonostante
i dettagli fantastici dell’epica greca, un team di archeologi
ha dichiarato che il racconto omerico affonda le sue radi-
ci nella verità – e che loro hanno scoperto la sua abitazio-
ne sull’isola di Itaca, nel Mar Ionio, al largo della costa nor-
doccidentale della Grecia. Circa 3000 anni dopo, Odisseo è
tornato dal suo viaggio; il team dell’Università di Giannina
ha dichiarato di aver trovato i resti di un vasto edificio a tre
piani, con gradini scavati nella roccia e frammenti di ogget-
ti in ceramica.1
Ovviamente, allo stato attuale delle conoscenze, non si
può affermare con certezza che quel complesso fosse ve-
ramente il palazzo di Odisseo, ma ancora una volta la sco-
perta è avvenuta provando a dare credito a ciò che è scritto
in testi che si vogliono tradizionalmente considerare pura
opera di fantasia.
90 Il Falso Testamento

Proseguo quindi con rinnovata determinazione la lettu-


ra della Bibbia e dei poemi omerici per analizzare il tema
specifico: la possibile presenza di tecnologia in tempi in cui
non se ne dovrebbe neppure trovare traccia; una tecnolo-
gia che aveva soprattutto scopi militari.
Quei testi documentano infatti che gli Elohim/theoi ave-
vano una notevole propensione allo scontro per i motivi
più disparati: la Bibbia in particolare risulta essere un vero
e proprio – direi quasi esclusivo – testo di guerra. I com-
battimenti e gli stermini ordinati da Yahweh ai danni dei
consanguinei degli israeliti (Moabiti, Ammoniti, Amalekiti,
Madianiti…) costituiscono la sostanza dell’intera storia: una
famiglia di semiti che, eseguendo gli ordini di un militare
non semita, tenta di sterminare altri semiti per garantirsi
quello che si potrebbe definire “un posto al sole”, quella ter-
ra di Canaan che noi conosciamo come la “terra promessa”.
Da sempre la guerra – con la necessaria esigenza di vincer-
la – ha stimolato l’ingegno dell’uomo e ancora oggi continua
drammaticamente a farlo: gran parte della tecnologia cosid-
detta “civile” altro non è che retrotecnologia militare rielabo-
rata per essere adattata alle esigenze della vita quotidiana.
L’esame dei poemi omerici condotto secondo la meto-
dologia dichiarata consente di acquisire informazioni e co-
noscenze sulle antiche civiltà, rivelandone aspetti inattesi.
A conferma di questo convincimento, chiudo i due capi-
toli dedicati a Omero tornando a citare il professor Paipetis,
là dove scrive:
Quei racconti omerici rivestono un’importanza sostanzia­
le, dal momento che:
(A) Mostrano che, in epoca omerica, l’idea di un automa
in grado di eseguire lavori manuali, e perfino di creare strut-
ture, non era considerato per nulla impossibile.
(B) Fanno riferimento a una reale, concreta esigenza di
automazione. Tali esigenze sono di solito il catalizzatore per
lo sviluppo tecnologico.
Inoltre, strutture e dispositivi vari a parte, molto spes-
so le leggi di natura sono formulate in vista di applicazioni
specifiche. Ciò significa che ai tempi di Omero esisteva un
<Testatina Dinamica DX> 91

solido background di conoscenze, vicino ai limiti della cono-


scenza scientifica, che non era frutto solamente di osserva-
zioni o di un lungo periodo di esperienza pratica.2
Una conoscenza concreta, dunque, che presuppone e ri-
vela l’esistenza di un solido background di informazioni
che noi definiamo scientifiche, ivi compresa la progettazio-
ne e realizzazione di veri e propri sistemi di automazione.
Il docente universitario procede con ulteriori conferme:
Di fatto, in casi particolari, strutture meccaniche posso-
no essere oggetto di analisi strutturali mediante strumenti
analitici e/o numerici moderni, nonché tramite codici infor-
matici. E analisi di questo tipo hanno dimostrato che, per la
progettazione di oggetti quali gli scudi di Achille e di Aiace,
sono necessari metodi e materiali assolutamente moderni.3
Le realizzazioni tecnologiche prevedevano dunque cono­
scenze e capacità di applicare metodi di lavorazione e pro-
dotti assolutamente “moderni”, anzi, talmente moderni
da poter essere analizzati con strumenti e sistemi analitici
e numerici tipici della nostra cultura.
Paipetis formula considerazioni decisamente sorprenden-
ti se raffrontate con quanto comunemente creduto. Circa il
carattere esclusivamente mitico, poetico, epico dei racconti
omerici, afferma:
In numerose occasioni, i racconti sono accurati e realistici,
e si riferiscono a temi che fanno pensare al possesso di co-
noscenze avanzate e tecnologie straordinariamente svilup-
pate. Anche le radici delle parole, insieme alla loro etimolo-
gia, possono costituire interessanti testimonianze. Davanti
agli occhi degli esperti di varie discipline appaiono quindi
informazioni sorprendenti, che potenzialmente suggerisco-
no l’esistenza di civiltà tecnologicamente avanzate in epoca
preistorica. Senza dubbio, i poemi omerici Iliade e Odissea
possono essere oggetto di studi in questa direzione.4
Il collegamento con le conoscenze odierne è dunque
straordinario: persino l’etimologia dei termini costituisce
una potenziale testimonianza dell’accuratezza e del reali-
smo che caratterizzano le varie situazioni.
92 Il Falso Testamento

L’estrema plausibilità dell’esistenza di tecnologie avan-


zate nei tempi antichi e la possibilità e la necessità di ana-
lizzare quella tecnologia descritta da Omero con strumen-
ti attuali costituiscono una di quelle acquisizioni inattese
cui ho fatto riferimento poco sopra.
Tanto basta per confortare, confermare e supportare una
scelta metodologica che si inserisce in un cammino al cui
termine, se mai ci si arriverà, potremo sapere molto di più
sulla storia dell’umanità.
Come per Omero, anche nella Bibbia abbiamo un uso
sorprendente di una terminologia malauguratamente oc-
cultata dalle traduzioni tradizionali che, viziate da una vi-
sione religioso-spiritualistica, tendono a escludere a prio-
ri ogni riferimento a eventuali conoscenze o produzioni di
ordine tecnologico.

L’efod biblico e la “trave” delle Argonautiche

Prima di passare all’esame dell’Odissea il lettore consenti-


rà di effettuare una breve digressione utile a comprendere
quanto appena affermato proprio riguardo alla terminologia.
Non mi soffermerò sull’Arca dell’Alleanza e sui cosiddet-
ti “cherubini” che, fissati alla sua copertura, consentivano a
Mosè di comunicare a distanza con Yahweh; mi limito qui a
riprendere molto brevemente la descrizione di un altro insie-
me di oggetti usati dai cosiddetti sommi sacerdoti per le co-
municazioni radio e che invece, a proposito appunto di tra-
duzioni viziate dalla visione teologica, vengono fatti passare
dagli esegeti-traduttori come semplici elementi ornamentali:
si tratta dell’F`A, efod (termine che non viene mai tradotto),
e del svO, choscen, il pettorale. Come per i cherubini dell’Ar-
ca, ne ho scritto ampiamente in Non c’è creazione nella Bibbia.
L’insieme della ritualità da seguire nel campo di addestra­
mento “paramilitare” allestito da Mosè nel deserto preve-
deva che gli addetti al servizio vestissero abiti particolari
corredati di “accessori” aventi funzioni specifiche.
<Testatina Dinamica DX> 93

Il libro dell’Esodo parla di questi oggetti, che la tradizio­ne


religiosa ha sempre voluto considerare come un elemento
puramente ornamentale, come di prodotti lavorati artisti-
camente, al punto da forzare anche la traduzione di alcuni
vocaboli per supportare questa tesi.
Questa è la descrizione, estremamente precisa, che tro-
viamo nella Bibbia (Es 28,6-28):
Faranno l’efod con oro, porpora viola e porpora rossa, scar-
latto e bisso ritorto, artisticamente lavorati. Avrà due spalline
attaccate alle due estremità e in tal modo formerà un pezzo
ben unito. La cintura per fissarlo, che sta sopra di esso, sarà
della stessa fattura e sarà d’un sol pezzo: sarà intessuta d’o-
ro, di porpora viola e porpora rossa, scarlatto e bisso ritor-
to. Prenderai due pietre di onice e inciderai su di esse i nomi
dei figli d’Israele: sei dei loro nomi sulla prima pietra e gli
altri sei nomi sulla seconda pietra, in ordine di nascita. Inci-
derai le due pietre con i nomi dei figli d’Israele, seguendo
l’arte dell’intagliatore di pietre per l’incisione di un sigillo;
le inserirai in castoni d’oro. Fisserai le due pietre sulle spalli-
ne dell’efod, come memoriale per i figli d’Israele; così Aronne
porterà i loro nomi sulle sue spalle davanti al Signore, come
un memoriale. Farai anche i castoni d’oro e due catene d’oro
in forma di cordoni, con un lavoro d’intreccio; poi fisserai le
catene a intreccio sui castoni. Farai il pettorale del giudizio,
artisticamente lavorato, di fattura uguale a quella dell’efod:
con oro, porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritor-
to. Sarà quadrato, doppio; avrà una spanna di lunghezza e
una spanna di larghezza. Lo coprirai con una incastonatura
di pietre preziose, disposte in quattro file. Prima fila: una cor-
nalina, un topazio e uno smeraldo; seconda fila: un turche-
se, uno zaffìro e un berillo; terza fila: un giacinto, un’agata e
un’ametista; quarta fila: un crisòlito, un ònice e un diaspro.
Esse saranno inserite nell’oro mediante i loro castoni. Le pie-
tre corrisponderanno ai nomi dei figli di Israele: dodici, se-
condo i loro nomi, e saranno incise come sigilli, ciascuna con
il nome corrispondente, secondo le dodici tribù. Sul pettora-
le farai catene in forma di cordoni, lavoro d’intreccio d’oro
puro. Sul pettorale farai anche due anelli d’oro e metterai i
due anelli alle estremità del pettorale. Metterai le due catene
d’oro sui due anelli alle estremità del pettorale. Quanto alle
94 Il Falso Testamento

due altre estremità delle catene, le fisserai sui due castoni e


le farai passare sulle due spalline dell’efod nella parte anterio-
re. Farai due anelli d’oro e li metterai sulle due estremità del
pettorale sul suo bordo che è dalla parte dell’efod, verso l’in-
terno. Farai due altri anelli d’oro e li metterai sulle due spal-
line dell’efod in basso, sul suo lato anteriore, in vicinanza del
punto di attacco, al di sopra della cintura dell’efod. Si leghe-
rà il pettorale con i suoi anelli agli anelli dell’efod mediante
un cordone di porpora viola, perché stia al di sopra della cin-
tura dell’efod e perché il pettorale non si distacchi dall’efod.
La descrizione prosegue poi con altri elementi e, come si
vede bene, non c’è spazio per la creatività, nessuna conces-
sione alla fantasia degli artigiani o degli artisti che doveva-
no realizzare questi oggetti: c’era uno schema tecnico pre-
ciso da seguire, senza alcuna variante consentita.
Possiamo affermare con chiarezza, e senza tema di esse-
re smentiti, che quegli oggetti servivano a qualcosa, e non
erano semplici elementi decorativi.
Nelle versioni tradizionali si definiscono sempre i vari par-
ticolari dell’efod come prodotti artisticamente lavorati, tra-
ducendo con questa espressione l’insieme dei due termini
usati dall’autore biblico BvO Hv_Y, choscev maasse, che signi­
ficano invece letteralmente “lavoro di un assemblante, ope-
ra di un pensante”.
Choscev è infatti il participio del verbo chascav, il cui signi-
ficato è “combinare, mettere assieme, pensare, progettare”:
con questi due accessori (efod, pettorale) e l’aggettivo che li
definisce, la Bibbia ci pone chiaramente di fronte al lavoro
di un tecnico, di un progettista e non a quello di un artista.
Agli artigiani che lo hanno realizzato si può applicare la
definizione che il professor Paipetis ha utilizzato per Efesto:
engineer-designer, di questo infatti si trattava.
È naturale chiedersi: se la valenza era di ordine pura-
mente estetico o, al più, simbolico, perché era necessario il
lavoro di un progettista-assemblatore? Perché si richiedeva
precisione tecnica e non estro, creatività, gusto personale
o fantasia capaci di rendere in modo simbolico ed efficace
valenze e significati che dovevano rimanere occulti ai più?
<Testatina Dinamica DX> 95

La risposta è dettata dalla ragione e dal buon senso: l’efod


e il pettorale non erano ornamenti atti ad abbellire, ma og-
getti che dovevano produrre effetti ben precisi.
Esaminiamo ora alcuni passi che descrivono l’impiego
dell’efod confermandone la valenza e funzionalità assolu-
tamente ed esclusivamente tecniche.
In 1Sam 23,6 e seguenti, Davide sta combattendo contro
i Filistei; dopo avere liberato l’abitato di Keila vi si instal-
la e viene raggiunto da Ebiatar nella cui mano, dice il te-
sto, “era sceso l’efod”.
Apprendiamo quindi che Ebiatar era uno dei sacerdoti
autorizzati a portare e usare quello strumento che, in qual-
che modo non meglio identificato, gli viene consegnato in
quell’occasione. Saul, rivale di Davide per il trono di Giu-
da, decide di porre l’assedio a Keila pensando di catturare
con facilità l’esercito avversario (versetto 8), composto da
circa seicento armati. Davide, alla guida di questo piccolo
drappello, viene informato di quanto sta avvenendo, e si
rivolge al sacerdote Ebiatar dicendogli (versetto 9):

FJ`AH HvSDH
efod-lo avvicina

E solo quando ha a disposizione questo strumento, pren-


de a parlare con Yahweh, al quale chiede informazioni su
quanto aveva udito circa le intenzioni di Saul. L’Elohim di
Israele conferma che Saul sta marciando contro di lui e allo-
ra egli esce dall’abitato mettendosi in salvo nelle campagne
circostanti.
I versetti sono chiari: Davide parla con Yahweh solo dopo
essersi fatto avvicinare l’efod, la cui funzione era dunque
quella di consentire le comunicazioni a distanza.
Ho detto prima che questo apparecchio “era sceso” nelle
mani di Ebiatar e mi chiedo se non sia stato lo stesso Elohim
a consegnarglielo, affinché lo portasse a Davide con cui inten-
deva comunicare in quel frangente per lui molto rischioso.
Lo fornì di una ricetrasmittente?
96 Il Falso Testamento

La descrizione della scena consente di ipotizzarlo.


Lo strumento risulta prezioso anche in un’altra situa-
zione. Gli Amalekiti hanno appena conquistato e distrut-
to la città di Ziklag; hanno catturato tutti gli abitanti, tra i
quali vi erano pure Achinoam e Abigail, due delle mogli
di Davide. I suoi uomini ritengono quest’ultimo responsa-
bile del disastro che aveva coinvolto anche le loro mogli e
i loro figli: sono esasperati e stanno pensando di lapidarlo.
Davide si trova quindi in una situazione di grande dif-
ficoltà e decide di chiedere consiglio al suo “capo”, ma
l’Elohim è lontano e allora si rivolge nuovamente al sacer-
dote Ebiatar e gli ordina (1Sam 30,7):

F`AH SW A[-HvSDH
efod-lo me-a su-(porta)avvicina

E, ancora una volta, solo dopo che Ebiatar gli ha messo


a disposizione l’efod Davide può parlare col suo capo, che
era lontano dalla scena.
Qui, ancora più che nel passo precedente, abbiamo un’espres­
sione colloquiale introdotta dalla particella A[, na, il tipico
avverbio esortativo con il quale noi sollecitiamo qualcuno
a fare qualcosa con rapidità: “dài”, “forza”, “su”…
Davide, con tutta evidenza, ha fretta di consultare il suo
Elohim e chiede a Ebiatar di portargli l’efod quanto prima;
ne ha un bisogno urgente e possiamo capirlo perché ormai
sappiamo che, senza di quello, non può rivolgersi al suo
capo: infatti, come già nella situazione precedente, solo
dopo averlo ricevuto può avviare il colloquio con Yahweh
per farsi consigliare.
Ci pare di leggere il resoconto sintetico di una normalissi-
ma operazione militare e, se lo trovassimo nella pagina scrit-
ta da un cronista di guerra dei giorni nostri, non avremmo
dubbi circa quanto è avvenuto: il comandante della truppa
che si trova in battaglia comunica via radio con il comando
superiore per avere informazioni e prendere le necessarie
decisioni sul da farsi in quel preciso frangente.
<Testatina Dinamica DX> 97

Il problema nasce nel momento in cui a raccontarlo è


l’Antico Testamento: questo è l’aspetto che lo rende inac-
cettabile a chi non abbia la serenità e il distacco necessari a
cogliere la concretezza dei racconti biblici e, come stiamo
vedendo in questi capitoli, anche dei testi omerici.
Chi mantiene la mente aperta collega questi atti con i mo-
vimenti del kavod visto in precedenza, con le caratteristiche
dei cherubini, con le istruzioni tecniche per la realizzazio-
ne di tali oggetti, con l’agire di Yahweh, e non può fare a
meno di comporre un mosaico la cui visione d’insieme si
presenta coerente in sé, senza la necessità di introdurre ca-
tegorie teologiche per comprenderlo.
Mosè ascoltava la voce di Yahweh in mezzo ai cherubini
posti sull’Arca, Davide parlava con lui utilizzando l’efod. Del
resto, anche Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, ci narra che
Argo, l’imbarcazione di Giasone e degli altri eroi impegnati
nella ricerca del vello d’oro, era dotata di un frammento di
legno, , “di origine divina”, attraverso il quale
la nave stessa comunicava con gli occupanti
, “incitandoli a partire”.
La “trave” era stata installata dalla thea Atena, che l’“aveva
presa da Dodona, città dell’Epiro in cui si trovava un im-
portante oracolo attraverso cui lo stesso Zeus manifesta­va
i suoi responsi”.5
Una “trave parlante” si trovava dunque in uno dei luoghi
(conosciuti con il termine di oracoli) in cui si facevano udi-
re le voci dei theoi che fornivano responsi e risposte ai sud-
diti che ne facevano richiesta.
Quanta tecnologia pare di cogliere quindi nei testi biblici
e classici, una tecnologia che i theoi tendevano però a con-
cedere con estrema parsimonia, consapevoli forse del ri-
schio che si corre quando strumenti potenti vengono mes-
si nelle mani di chi potrebbe farne un uso improprio. O,
forse, la parsimonia era finalizzata a impedire un eccessi-
vo e pericoloso – se troppo rapido – sviluppo degli uomi-
ni a loro sottomessi.
Così ricorda anche Esiodo quando, in relazione al dono
che Prometeo aveva fatto all’uomo, afferma:
98 Il Falso Testamento

Gli dèi nascondono agli uomini i mezzi per vivere; facil-


mente un giorno soltanto potresti lavorare e per un anno
avresti di che restare nell’ozio, subito lasceresti al focola-
re appeso il timone e andrebbe perduta la dura fatica dei
buoi e delle mule pazienti. Ma Zeus tutto questo occultò…6
Viene da chiedersi se le cose non stiano ancora così.

Riprendiamo ora l’analisi dei testi omerici affrontando al-


cuni passi dell’Odissea.

Libro I

Odisseo si trova nell’isola di Ogigia dove è trattenuto da


Calipso, figlia di Atlante, che lo vuole come suo compa-
gno. Nel concilio degli dèi si discute della sua sorte e Atena
ottiene da Zeus il permesso di recarsi da Telemaco, figlio
dell’eroe greco, per spronarlo a cacciare i Proci che da tem-
po consumavano le sostanze di Odisseo ponendosi come
pretendenti di sua moglie Penelope.
La thea si prepara per il viaggio calzando ai piedi (ver­
si 96-98) i , i “bei calzari”, che sono
, “divini”, cioè specifici dei theoi, e “fatti d’oro”, ca-
paci di portarla sull’acqua e sulla terra senza confini insieme
con il soffio del vento.
Un mezzo volante che abbiamo già incontrato nell’Iliade,
così come già abbiamo visto lo strumento di combattimento
che Atena imbraccia anche in questa occasione: evidentemen-
te per gli dèi era comunque meglio non viaggiare disarmati.
Essa prende infatti (versi 99-101) un oggetto che meri-
ta per Omero un lungo elenco di aggettivi:
, cioè un’ar-
ma potente, appuntita, con la parte anteriore di bronzo, pe-
sante, grande, massiccia, con la quale è in grado di abbat-
tere schiere di eroi.
E come già visto per altre theai nell’Iliade, anch’essa, gra-
zie a calzari indossati appositamente, scende dall’Olimpo
(verso 102) , cioè “avventandosi con un balzo” e in
<Testatina Dinamica DX> 99

un tempo che appare rapidissimo si trova a Itaca, alle por-


te del palazzo di Odisseo.
Il biblico Yahweh compie qualcosa di molto simile quando
(2Sam 22,11) cavalca un cherubino e viene visto sulle ali
del ruach:

t_SJ BJfU-W_ BUfSJ


volò-e cherubino(un)-su cavalcò-e

OJf-S`[U-W_ AfSJ
ruach-di-ali-su visto-fu-e

La scena è chiara: abbiamo un cherubino su cui siede


Yahweh, che se ne serve per volare, e questo insieme uomo-
macchina viene visto con uno straordinario realismo sullo
sfondo di un altro elemento, il ruach dotato di ali. Questo
era il grande oggetto volante col quale il cosiddetto Dio di
Israele era giunto sul luogo della battaglia in cui Davide sta-
va per soccombere.
L’arrivo del ruach, come sempre nell’Antico Testamento, è
accompagnato da manifestazioni fisiche impressionanti, ripor-
tate nei versetti 8-14, che possiamo così riassumere: dall’alto
giunge un rumore forte come di tuono, la terra trema e si scuo-
te, si manifestano fuoco e fumo, al di sotto del ruach si forma
una nube scura e pare che il cielo stesso stia discendendo…
Sullo sfondo, cioè nella prospettiva di questo ruach, Yahweh
viene visto volare su un cherubino, afferrare Davide e por-
tarlo in salvo (vedere i già citati volumi per le analisi detta-
gliate del ruach e dei cherubini come oggetti volanti su cui
si sta seduti come su un cavallo).

Libro V
I calzari di Atena sono quegli stessi che indossa Ermes – le-
gandoli come sempre , precisamente “sotto i
piedi” – quando si reca sull’isola di Ogigia per comunica-
100 Il Falso Testamento

re alla ninfa il volere di Zeus per il quale Odisseo deve es-


sere lasciato libero di partire (versi 44-54).
Anche qui i calzari sono belli, divini, aurei, e, come per
Atena, sono in grado di portarlo ovunque: sulla terra senza
confini e sul mare sulle cui onde piomba dal cielo corren-
doci sopra, questo dicono i versi specifici che descrivono il
rapido viaggio (versi 50-54):
Sulla Pieria balzato, piombò dal cielo sul mare;
e si slanciò sull’onde, come il gabbiano,
che negli abissi paurosi del mare instancabile,
i pesci cacciando, fitte l’ali bagna nell’acqua salata;
simile a questo, sui flutti infiniti Ermete correva.7
Curioso notare come il volo effettuato con quei calza-
ri iniziasse sempre con un balzo verso il basso che aveva
lo scopo di portare il soggetto a sfiorare la superficie (ter-
ra o acqua che fosse) sulla quale poi viaggiava come il sof-
fio del vento.
Perché non muoversi verso l’alto per poi calare diretta-
mente sul luogo una volta giunti a destinazione?
Non potrebbe essere che con quel particolare tipo di mez-
zo fosse meglio – o forse più sicuro o addirittura inevita-
bile dato il tipo di propulsione che non ci è dato conosce-
re – non stare in quota ma viaggiare quasi a contatto del
suolo? Perché, trattandosi di divinità, non “comparivano”
semplicemente nel luogo prescelto? Perché questa neces-
sità di “scendere” fisicamente?

Richiamo brevemente alla memoria del lettore la citazio-


ne dalle Etiopiche riportata nel capitolo precedente, quan-
do, descrivendo il particolare modo di incedere dei theoi,
Eliodoro annota:
Possono nascondersi ai profani, ma non possono sfuggi-
re al saggio… Essi infatti avanzano con i piedi uniti, senza
muoverli uno dopo l’altro, e fendono l’aria circostante con
un movimento ed un impeto irresistibili invece di cammi-
nare. Proprio per questo motivo gli egiziani fanno le statue
degli dèi con i piedi uniti e quasi fusi insieme.8
<Testatina Dinamica DX> 101

Non pare di avere qui la descrizione dei calzari che si le-


gavano “sotto i piedi” e che potevano forse tenerli uniti e
bloccati?
Non si vuole lavorare di fantasia, ma semplicemente con-
frontare testi antichi in cui si evidenzia notevole coerenza
e altrettanta corrispondenza nel raccontare situazioni che
possono essere comparate.
Non sarebbe quindi corretto procedere con ipotesi in as-
senza di maggiori particolari utili per suffragarle, per cui, al
momento, non rimane che attuare il metodo del “fare finta
che” e sospendere il giudizio; forse il futuro e nuovi studi ci
forniranno la spiegazione, in attesa della quale annoto che
anche gli Elohim biblici dovevano stranamente “scendere”
quando volevano accertarsi di persona di fatti che stavano av-
venendo o intendevano verificare voci che erano loro giunte.
In Gen 18 Yahweh incontra Abramo che sosta nei pressi
della quercia di Mamre e gli prospetta ciò che sta per avve-
nire a Sodoma e Gomorra, due delle città della Pentapoli che
dovevano essere distrutte perché stavano abbandonando
l’alleanza militare cui avevano aderito fino ad allora (come
è spiegato in Dt 29,24-25).
L’Elohim di Israele dice ad Abramo (Gen 18,20-21):
Il grido di Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro
peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio
hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me;
lo voglio sapere.
Il presunto Dio ha dunque ricevuto voci su quanto sta
avvenendo e, non sapendo se sono vere, deve “scendere”
per verificare e accertarsi; ha bisogno di controllare di per-
sona, perché evidentemente la sua presunta onniscienza di-
vina non arriva a tanto: per saperne di più deve agire come
sono costretti a fare tutti i comuni mortali, cioè recarsi sul
posto e verificare.
Va detto che il termine tradotto con “peccato” è lAQO,
chattat, la cui radice rimanda al significato di “abbandonare
la via”, “perdere l’obiettivo”, “abbandonare il percorso”, “al-
lontanarsi da”…9 Significati che confermano come si trattas-
102 Il Falso Testamento

se effettivamente del distacco da un’alleanza militare e non


già di peccati moralmente condannabili: era un evento che
richiedeva un intervento drastico come quello effettivamen-
te posto in essere con la distruzione totale delle cinque città.
Se si fosse trattato di semplici peccati intesi nel senso tra-
dizionale, che necessità avrebbe avuto il presunto dio di
sterminare anche i bambini e gli animali, che certamente
erano innocenti?
E cosa doveva verificare di persona Dio? Doveva accer-
tarsi de visu che gli abitanti di quelle città fossero veramen-
te dei sodomiti, come ci dice la tradizione? E, in ogni caso,
a causa dell’immoralità di alcuni, Yahweh decide di radere
al suolo cinque città e di sterminarne gli abitanti?
Sarebbe questa, la cosiddetta giustizia divina?

Il tradimento dell’alleanza con l’Elohim rende comprensi-


bile una tale decisione: distruggere le città era una neces-
sità militare e le esigenze dettate dalla guerra non tengono
mai conto della vita degli innocenti.

Un’altra situazione in cui il presunto dio biblico è costretto


a scendere dal luogo in cui si trova – esattamente come ab-
biamo visto fare a vari theoi greci – è registrata nella vicen-
da della costruzione della torre di Babele (Gen 11).
Alcuni uomini che si trovano nella regione di Sinar (ter-
mine con cui la Bibbia identifica il territorio di Sumer) sta-
biliscono di costruire un centro abitato dotato di una torre
con la quale raggiungere il cielo: stante la tecnologia di cui
abbiamo ipotizzato l’esistenza, ci si potrebbe ragionevol-
mente chiedere se non si trattasse di una rampa di lancio.
Una semplice torre non avrebbe infatti preoccupato nes-
suno, per quanto alta potesse essere, e nessun uomo del tem-
po era così sprovveduto da pensare di costruire una torre
per raggiungere il cielo.
Ma l’evento era grave e pericoloso perché si trattava di
ben altro; non a caso l’Elohim di nome Yahweh decide di
intervenire; per farlo, ancora una volta il presunto dio on-
nisciente deve recarsi di persona a constatare (Gen 11,5):
<Testatina Dinamica DX> 103

Scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini sta-


vano costruendo.
Sappiamo dal racconto biblico che Yahweh pone fine a
tutto e disperde quelle genti per impedire la ricomposizio-
ne di quella alleanza: il divide et impera ha da sempre la sua
indiscutibile efficacia pratica.

Theoi greci ed Elohim biblici si dovevano quindi muovere


fisicamente, non avevano quel dono spirituale dell’ubiqui-
tà che ci si attenderebbe come attributo specifico della loro
natura; non potevano comparire ovunque a loro piacimen-
to: erano indubbiamente esseri materiali.

Quando nelle traduzioni bibliche troviamo “era apparso, ap-


parve” – come nel brano di Gen 18,1 che viene normalmente
reso con “il Signore apparve” ad Abramo – in ebraico abbia-
mo il verbo HAf nella forma nifal, cioè passiva-riflessiva, che
significa “fu visto” oppure “si fece vedere” (non già “ap-
parve”), esattamente come noi diciamo a un amico “quant’è
che non ti fai vedere” (non ci verrebbe mai in mente di dir-
gli “quant’è che non mi appari”!).
Ma le esigenze della teologia sono diverse, e se si parte
dal presupposto che Yahweh è Dio ne consegue che deve
necessariamente “apparire”, anche se questa traduzione non
rispetta quanto realmente scritto nel testo ebraico.

Libri VII-VIII

Analizzerò assieme i due libri perché l’argomento da affron­


tare è il medesimo.
Odisseo, naufragato nella terra dei Feaci, viene prima
aiutato da Nausicaa, figlia del loro re Alcinoo, e successi-
vamente accompagnato da Atena nel palazzo reale.
In La Bibbia non parla di Dio ho trattato ampiamente di Al-
cinoo e della sua ascendenza divina, evidenziando come
gli appartenenti alla sua famiglia fossero definiti
(Odissea V, 35), cioè genericamente “parenti dei theoi” o anche
104 Il Falso Testamento

“simili ai theoi”, volendo indicare una parentela stretta che


poteva presupporre addirittura la consanguineità; ho poi evi-
denziato la tecnologia presente nel suo palazzo e la specificità
straordinaria del suo giardino così simile al gan-eden biblico.
Nei passi dell’Odissea che stiamo per esaminare incon-
treremo i curiosi e del tutto peculiari mezzi di trasporto di
cui disponevano i Feaci.

Nel corso del tragitto verso il palazzo reale, Atena istrui-


sce Odisseo sul comportamento da tenere e gli fornisce in-
formazioni su quel popolo: in particolare gli dice che (VII,
34-36) non accolgono volentieri gli stranieri e che ripongo-
no la loro fiducia nelle loro navi definite , “veloci”,
e , “agili”.
Afferma la thea che quelle imbarcazioni sono capaci di
attraversare anche una grande , “profondità”, cioè
l’abisso del mare, e che sono state donate loro direttamen-
te dall’enosictono (scuotitore della terra), epiteto con cui
veniva definito Poseidone, il theos da cui Alcinoo discen-
deva direttamente.
L’annotazione più interessante è quella che Atena fa chiu-
dendo la descrizione delle imbarcazioni; sottolinea infatti
che sono (verso 36):

rapide(agili) come se ala o pensiero

Non parevano dunque essere imbarcazioni tradizionali,


per le quali sarebbe stato difficile impiegare paragoni tanto
azzardati.

In VII, 320-326 è lo stesso Alcinoo a magnificare le presta-


zioni dei suoi mezzi di trasporto quando narra di un viag-
gio compiuto per portare Radamanto fino all’Isola Eubea,
che era , cioè “lontanissima”, dalla loro terra; ciò
nonostante compirono il viaggio in un solo giorno e torna-
rono indietro (verso 325):
<Testatina Dinamica DX> 105

senza fatica

Navi che viaggiano dunque a velocità straordinaria, co-


prono grandi distanze in tempi rapidissimi e senza che i
rematori (che pure sono ricordati nei versi) compiano al-
cuna fatica.
Ma non è tutto.

Nel libro ottavo troviamo indicazioni coerenti con quanto


appena detto, ma decisamente più sorprendenti.
Alcinoo fa allestire un banchetto e dei giochi in onore
dell’ospite; nel corso dell’evento Demodoco eleva un can-
to rievocando le gesta di Achille e Odisseo; quest’ultimo si
copre il volto con il mantello per non mostrare le lacrime
che sta versando. Il re dei Feaci capisce che quel racconto
sta provocando una forte emozione nell’ospite e lo invita
allora a presentarsi, chiedendogli anche di dichiarare qua-
le sia la sua patria di origine affinché possa essere ricon-
dotto a casa.
L’annotazione interessante è che il re dei Feaci gli prean-
nuncia che farà il viaggio su una delle loro navi, che sono
(VIII, 556-558):

preparate/dirette/guidate dal pensiero

e precisa che i Feaci:

non … nocchieri/piloti prevedono/permettono

e che sulle loro navi non ci sono neppure ( ), cioè


i “timoni” che invece:
106 Il Falso Testamento

altre navi hanno

L’assenza di timoniere e di timoni è resa comprensibile


da quanto dichiarato nel verso 559:

ma esse stesse conoscono pensieri e

desideri/intenzioni (degli)uomini

Quelle navi conoscono “le città e i campi ricchi di tutti”


(versi 560-561) ma soprattutto (versi 561-562):

abisso/profondità velocissime del mare attraversano

(da)vapore e nube/nebbia nascoste

Alcinoo prosegue la descrizione con un’affermazione al-


trettanto sorprendente (versi 562-563):
. In pratica, dice che
non c’era per i Feaci timore che subissero un qualche dan-
no o che andassero perse.

Proviamo a riassumere le caratteristiche evidenziate da


Alcinoo: le navi dei Feaci, donate loro in via esclusiva dal
theos Poseidone, procedono rapidissime senza che i remato-
ri debbano fare alcuna fatica, non hanno timoni e timonie-
ri, conoscono pensieri e intenzioni degli uomini, attraver-
sano le profondità marine, viaggiano avvolte da vapore/
nube, non si guastano e non si smarriscono.
<Testatina Dinamica DX> 107

Sono imbarcazioni decisamente speciali: quale particola-


re tipologia di mezzi aveva donato Poseidone a quegli uo-
mini che risultavano essere suoi , cioè discendenti
consanguinei?

Mezzi simili a quello che pareva solcare gli abissi al tempo


del biblico Giona?
Dico subito che il libro a lui intitolato è scarsamente at-
tendibile dal punto di vista storico ed è stato scritto secoli
dopo il periodo nel quale si sarebbero verificati gli even-
ti narrati (epoca del re di Israele Geroboamo II, VIII seco-
lo a.C.); non di meno il metodo del “fare finta che” con-
sente di prendere in considerazione l’aspetto più curioso
dell’intera vicenda.
Il profeta Giona intende sottrarsi a un ordine di Yahweh
che gli imponeva di recarsi a Ninive e tenta di fuggire a Tarsis
imbarcandosi a Giaffa.
Nel corso della traversata si scatena una tempesta, e, dopo
vari tentativi di scoprire la causa di quell’evento che sta met-
tendo a rischio la vita dell’intero equipaggio, Giona stesso
rivela di esserne l’origine e chiede di essere gettato in mare.
I marinai eseguono e la tempesta si placa.
A quel punto Yahweh interviene e fa in modo che il profe-
ta venga inghiottito da un grosso pesce (Gn 2,1 e seguenti):

H[JS-lA _WBW WJFD DF HJHS sYSJ


Giona inghiottire-di grande pesce Yahweh ordinò-e

Così avviene e il “pesce” lo tiene al suo interno per tre gior­


ni al termine dei quali

DFW HJHS fYASJ


pesce-il-a Yahweh parlò-e

che riporta Giona sulla terra asciutta.


108 Il Falso Testamento

L’Elohim di nome Yahweh dà quindi ordini, parla a un pe-


sce e questo esegue la sua volontà. Non risulta che Yahweh
parlasse ad animali o che imponesse loro l’esecuzione di
suoi desideri: del resto non gli riusciva di farlo neppure con
gli uomini, ai quali doveva spesso rivolgere minacce per
ottenere ciò che voleva.
Non era in suo potere agire direttamente sulla volontà
di esseri viventi.
E, inoltre, come avrebbe potuto Giona sopravvivere per
tre giorni in un ambiente privo di aria e stracolmo di suc-
chi gastrici che lo avrebbero digerito in poche ore?
La letteratura ebraica extrabiblica ci dà conto di un vero
e proprio viaggio nel corso del quale Giona vede e appren-
de parecchie cose, e ci fornisce pure un’indicazione molto
curiosa sugli occhi del pesce che sarebbero stati fatti con
una pietra traslucida che faceva vedere a Giona ciò che c’e-
ra all’ester­no ma impediva lo sguardo in senso inverso.10
In sostanza, pare qui di poter ipotizzare l’esistenza di
un mezzo marino che ascoltava ed eseguiva gli ordini di
Yahweh.
Bibbia e testi greci, in epoche in cui si viaggiava con gran-
de pericolo sulla superficie delle acque, avrebbero quindi
curiosamente “inventato” una rappresentazione di mezzi
sottomarini che agilmente si muovevano negli abissi del
mare e, a comando, raggiungevano la terraferma.
Applicando il metodo del “fare finta che” consideriamo
queste informazioni come ulteriori tasselli di un mosaico
che si compone con coerenza di fronte al nostro sguardo.

La tecnologia, però, aveva anche altri impieghi, che defini-


rei molto meno nobili.

Profonda spiritualità o cialtroneria tecnologica?

In tutto il mondo antico era molto diffusa la pratica – gesti­


ta per lo più dalle cosiddette caste sacerdotali – di cercare di
mettere in contatto i viventi con gli spiriti dei defunti, allo
<Testatina Dinamica DX> 109

scopo di ottenere informazioni, aiuto, indicazioni sui com-


portamenti da tenere o previsioni su eventi futuri.
Così era presso Egizi, Assiri, Babilonesi, Etruschi, Lati-
ni… e i Greci non facevano eccezione.
Nel libro decimo dell’Odissea sono narrate alcune del-
le traversie del lungo viaggio che aveva portato Odisseo a
incontrare genti e luoghi di ogni genere prima di approda-
re all’antro di Circe.
A quest’ultima, dopo le note vicende che hanno coinvol-
to i suoi compagni – trasformati dalla maga in vari anima-
li a seconda della natura di ognuno di loro e poi salvati da
Odisseo –, egli chiede di lasciarlo partire, e lei risponde che
prima di intraprendere il viaggio dovrà recarsi nell’Ade, il
regno dei morti, per consultare l’indovino Tiresia sulla sua
sorte futura.
L’eroe greco non sa come raggiungere il luogo indicato,
ma Circe lo tranquillizza assicurandogli che sarà il vento
stesso ad accompagnare la sua nave; gli descrive il luogo
dell’approdo, dove potrà scendere nell’Ade nel punto in
cui troverà una rocca, alla confluenza dei fiumi Acheronte,
Piriflegetonte e Cocito. Il mattino seguente la maga con-
segna un agnello e una pecora nera da sacrificare agli dèi
degli inferi; Odisseo e i compagni superstiti partono per
raggiungere il luogo indicato e compiere i sacrifici previsti
che, come d’uso, prevedevano l’uccisione di animali e la
loro combustione
Non è interesse di questo capitolo entrare nel merito de-
gli incontri che Odisseo fece e delle indicazioni che rice-
vette da Tiresia: ciò che si vuol porre all’attenzione qui è la
maniera in cui le caste sacerdotali gestivano l’insieme de-
gli atti che portavano i singoli richiedenti a credere di par-
lare con le anime dei trapassati.
Ogni cultura aveva il proprio luogo deputato, la pro-
pria porta di accesso. L’antichità greca conosceva il necro-
manteion, l’oracolo dei morti: il luogo in cui si credeva di
entrare in contatto con gli spiriti che dimoravano nel re-
gno del theos Ade.
Questo centro religioso si trovava in una località che è sta-
110 Il Falso Testamento

ta identificata grazie anche alle conferme della sua esistenza


fornite da storici e geografi greci come Tucidide, Pausania
ed Erodoto.11
Il necromanteion si trovava in Epiro, sulla costa nord-
occidentale della Grecia: lo si raggiungeva dal mare appro-
dando nella baia di Ammoudia e il suo ingresso si apriva
sulla collina prospiciente la costa. Sul sito è stato in segui-
to costruito il monastero di San Giovanni Battista al fine di
inglobare nel culto cristiano quel luogo in cui gli antichi ri-
cevevano oracoli e responsi: come sempre è avvenuto, una
nuova casta sacerdotale, in questo caso quella cristiana, ha
soppiantato la precedente, sostituendo credenze e culti ra-
dicati da secoli.
La costruzione del monastero non ha però cancellato le
tracce dell’antico santuario greco, di cui sono rimasti visi-
bili diversi importanti elementi: i corridoi che dovevano es-
sere percorsi dal richiedente, le camere in cui egli soggior-
nava e la stanza più interna, grande e buia, in cui avveniva
il presunto contatto con lo spirito evocato.
Questa struttura è stata studiata con particolare attenzio-
ne, tra gli altri, dall’archeologo che l’ha scoperta, Sotirios
Dakaris, e dal professor Paipetis.12
Il libro undicesimo dell’Odissea narra (versi 14 e seguenti)
dell’arrivo di Odisseo nel paese dei Cimmerii. L’eroe si reca
sul luogo indicato, scava una fossa, sacrifica gli animali e
offre libagioni che immediatamente attirano schiere di ani-
me attratte da quel sangue che forniva loro la forza di ren-
dersi presenti all’officiante e rivelargli quanto desiderato.
Odisseo è costretto quindi a difendere dall’assalto l’of-
ferta, destinata all’indovino Tiresia, da cui poi riuscirà ad
avere le indicazioni tanto attese. Ma cosa succedeva real-
mente in quel luogo?
La prima cosa da mettere in chiaro è che vi si concretiz-
zava un colossale inganno. Il richiedente veniva sottopo-
sto a un vero e proprio trattamento preventivo finalizzato
a prepararlo al momento in cui avrebbe incontrato lo spiri-
to che intendeva evocare e che si sarebbe presentato come
un’ombra.
<Testatina Dinamica DX> 111

La preparazione concerneva l’aspetto sia fisico sia psichi-


co, e iniziava con pratiche che dovevano preventivamente
purificare il corpo attraverso un periodo di digiuno e di pri-
vazione del sonno, seguito da una dieta costituita da vino,
orzo, fave crude e sostanze allucinogene: un insieme di ele-
menti che determinavano una forte alterazione dello sta-
to psicofisico del soggetto, giunto in quel luogo spinto dal
condizionamento fideistico che gli faceva credere di poter
davvero incontrare il defunto con cui intendeva colloquiare.
Digiuno protratto, privazione del sonno, assunzione di
sostanze allucinogene creavano la precondizione necessa-
ria per garantire la massima efficacia di quanto avveniva
successivamente, frutto di un’abilissima orchestrazione e
di un sistema meccanico appositamente progettato per pro-
durre gli effetti voluti.
Durante la campagna di scavi condotti nel sito sono ve-
nuti alla luce una serie di marchingegni grazie ai quali è sta-
to possibile comprendere come “comparivano” gli spettri.
Ruote, travi, pesi, contrappesi, bilancieri erano elemen-
ti di una vera e propria macchina che faceva “comparire”
o “scendere” l’anima da un foro praticato nel soffitto della
camera centrale in cui avveniva l’incontro.
Questa presunta anima altri non era che uno dei sacer-
doti, ricoperto da un mantello scuro, che, nel buio dell’an-
tro, alle pupille dilatate del “credente” appariva appunto
come uno spettro dai contorni vaghi che si librava nell’aria.
Le poche torce illuminavano a malapena la scena, contri-
buendo ad aumentare lo stato di confusione mentale del ri-
chiedente, grazie anche alle ombre proiettate sulle pareti che
moltiplicavano il numero delle illusorie presenze percepite
come reali dal poveretto che, spinto dalla fede, stremato dal
digiuno e dalla perdita di sonno, stordito dagli alcaloidi, ve-
deva e sentiva ciò che voleva ardentemente vedere e sentire.
La camera era affiancata da un corridoio, non accessibile
agli estranei, nel quale i sacerdoti potevano muoversi libe-
ramente e produrre anche effetti sonori, come voci o altro,
che amplificavano il risultato finale artificialmente deter-
minato dall’intera situazione.
112 Il Falso Testamento

Il professor Paipetis rileva che gli effetti sonori svolge-


vano un ruolo fondamentale, e il sistema utilizzato per la
costruzione della camera centrale documenta senza ombra
di dubbio che i progettisti disponevano di precise e impor-
tanti conoscenze nell’ambito della scienza acustica.
La camera centrale era scavata nella roccia e presenta an-
cora quindici archi in pietra che sorreggono il soffitto su cui
si trovava la stanza da cui venivano calati gli spettri.
La disposizione degli archi posti a intervalli regolari era
stata studiata molto accuratamente per ottenere una diffu-
sione del suono tale da generare quegli effetti specifici che
caratterizzavano la “comunicazione” voluta dagli officianti.
Lo studio della struttura architettonica ha portato a rile-
vare che quella camera risulta essere anecoica, e che le co-
stolature laterali contribuiscono a incrementare l’efficacia
dei suoni, che venivano quindi trasmessi con un’amplifica-
zione e una qualità incredibili: il risultato generava quindi
nel fedele un’impressione fortissima.
L’insieme costituito dalla procedura preparatoria, dal-
le tecniche adottate nella costruzione e dai marchingegni
utilizzati produceva nel malcapitato l’effetto voluto, gene-
rando quelle “certezze” che ogni struttura di potere reli-
gioso sa bene come creare e utilizzare a proprio vantaggio.

Di questa possibilità di ingannare gli sprovveduti era cer-


tamente consapevole il militare di carriera biblico, l’Elohim
di nome Yahweh, che non a caso vietava perentoriamente
ai suoi l’accesso a ogni tipo di pratiche simili e la frequen-
tazione di maghi e indovini.
Non voleva che i suoi fossero vittime di quei cialtroni
che da sempre speculano sulla credulità superstiziosa dif-
fusa a vari livelli tra le popolazioni di ogni continente e di
ogni periodo storico: non ne siamo esenti neppure nelle no-
stre culture, che si vogliono definire moderne e civilizzate.
Le cosiddette arti magiche erano molto praticate e segui-
te: i sacerdoti egizi ingannavano il loro popolo con mar-
chingegni meccanici e idraulici, spettacoli automatizzati,
macchine che distribuivano acqua introducendovi una mo-
<Testatina Dinamica DX> 113

neta, delfini meccanici che nuotavano, cavalli metallici che


bevevano, angeli che lanciavano frecce… Il tutto realizza-
to ancora in epoca ellenistica da progettisti come Erone di
Alessandria e Filone di Bisanzio.13
Il popolo di Israele, ma non era certo il solo, era affasci-
nato e soggiogato da quella che possiamo definire una cul-
tura riservata agli iniziati, cioè a coloro che appartenevano
alle classi interessate a mantenere riservate quelle conoscen-
ze che garantivano loro un grande potere.
Varie arti venivano praticate e la Bibbia contiene nume-
rose proibizioni, divieti espliciti finalizzati a impedire che
il popolo eletto fosse vittima di palesi inganni.
La stessa attività cosiddetta profetica fu in parte il risul-
tato del tentativo di sostituire le pratiche divinatorie cui il
popolo tendeva a ricorrere, fornendo una qualche forma di
“consultazione” alternativa.
Nel Secondo libro dei Re (capitoli 17 e 21) si dà conto di
come le arti magiche avessero conosciuto un particolare
periodo di fioritura al tempo del re Acaz, e di come fosse-
ro addirittura state organizzate in strutture e istituzioni dal
re di Giuda Manasse prima di essere abolite dalla riforma
religiosa del re Giosia (seconda metà del VII secolo a.C.).
Prima di esaminare un caso davvero eclatante, vediamo al-
cuni passi in cui le proibizioni di compiere atti rituali magici
o di ricorrere a consulti vari sono ripetutamente esplicitate.
Lv 19,26: “Non praticherete alcuna sorta di divinazione o
di magia”.
Lv 19,28: “Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto,
né vi farete segni di tatuaggio”.
Lv, 19,31: “Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini;
non li consultate, per non rendervi impuri per mezzo loro”.
Dt 18,10-14: “Non si trovi in mezzo a te … chi esercita la di-
vinazione o il sortilegio o il presagio o la magia, né chi fac-
cia incantesimi, né chi consulti i negromanti o gli indovini,
né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in
abominio al Signore [“Yahweh” in ebraico]. A causa di que-
114 Il Falso Testamento

sti abomini, il Signore, tuo Dio [in ebraico “Yahweh Elohim


tuo”], sta per scacciare quelle nazioni davanti a te … per-
ché le nazioni, di cui tu vai ad occupare il paese, ascoltano
gli indovini e gli incantatori, ma quanto a te, non così ti ha
permesso il Signore, tuo Dio”.
Ancora una volta, si vede la parzialità del Dio che la dot-
trina vorrebbe universale: perché punire le nazioni per le
loro pratiche visto che “lui” non ha mai preso contatto con
loro per rivelarsi e fornire le regole di comportamento a cui
avrebbero dovuto attenersi?
Erano colpevoli di compiere atti che il presunto vero Dio
non aveva mai vietato loro di compiere?

Con ironia vengono trattati tutti quelli che praticavano l’astro­


logia, là dove il profeta si rivolge a Babilonia deridendola.
Is 47,13: “Ti sei stancata delle tue molte speculazioni: si presen-
tino e ti salvino quelli che misurano il cielo, che osservano le
stelle, i quali ogni mese ti pronosticano che cosa ti capiterà”.
Is 2,6: “Sì, tu hai rigettato il tuo popolo, la casa di Giacobbe,
perché rigurgitano di maghi orientali e di indovini come
i Filistei”.

Come era abitudine per Yahweh, le proibizioni erano ac-


compagnate dalla pena prevista per i trasgressori.
Es 22,17: “Non lascerai vivere colei che pratica la magia”.
Lv 20,27: “Se uomo o donna, in mezzo a voi, eserciteranno
la negromanzia o la divinazione, dovranno essere messi a
morte: saranno lapidati e il loro sangue ricadrà su di loro”.

Queste norme non sono mai state variate né tanto meno abo-
lite; lo stesso Gesù affermò che non avrebbe cambiato nul-
la della vecchia legge, ma l’avrebbe portata a compimento
(Mt 5,17-18): mi viene da pensare a quanta fortuna hanno i
maghi e gli indovini attuali, nei confronti dei quali la laici-
tà degli organi e delle leggi dello Stato impedisce che sia-
no applicate le sante disposizioni “divine”.
<Testatina Dinamica DX> 115

Per la sensibilità contemporanea, la pena di morte non pare


certo una misura equilibrata, ma all’epoca la questione do-
veva essere di una gravità tale da richiedere interventi dra-
stici allo scopo di stroncare quei comportamenti.

Nel libro di Geremia, Yahweh, per bocca del suo inviato,


apostrofa e condanna anche i profeti, che vengono inclu-
si nella categoria degli impostori (27,9-10): “Non date ret-
ta ai vostri profeti, indovini, sognatori, maghi e stregoni …
vi predicono menzogne”.
Nello stesso libro troviamo anche una condanna esplici-
ta nei confronti di coloro che sostengono di ricevere mes-
saggi in sogno (23,25-28):
Ho sentito quanto affermano i profeti che profetizzano
falsamente nel mio nome: “Ho avuto un sogno, ho avuto un
sogno!”. Fino a quando ci saranno nel mio popolo profeti
che predicono cose false e profetizzano le fantasie del loro
cuore? Essi credono di far dimenticare il mio nome al mio
popolo con i loro sogni, che si raccontano l’un l’altro, come
i loro padri dimenticarono il mio nome per Baal! Il profeta
che ha avuto un sogno racconti il suo sogno; chi ha udito la
mia parola annunci fedelmente la mia parola.
Qui Yahweh, il presunto Dio, pare escludere categorica-
mente ogni possibilità di ricevere da lui messaggi o rivela-
zioni in sogno.
La distinzione infatti è netta: una cosa è rJWO, chalom, il
sogno, che viene palesemente dichiarato ingannevole, altra
cosa è fBF, davar, la parola, riconosciuta come l’unico concre-
to strumento di comunicazione tra Yahweh e i suoi inviati.
Questi interventi reiterati e la necessità costante di ricon-
fermare i divieti danno conto di come il popolo che era sta-
to affidato a Yahweh da Elyon (Dt 32,8 e seguenti) non fos-
se diverso da quelli a lui contemporanei: il rapporto con il
presunto vero Dio non dava luogo ad alcuna differenza,
nessuna peculiarità che lo rendesse speciale e in qualche
modo superiore.
La superstizione regnava sovrana sia tra il popolo che si
116 Il Falso Testamento

considerava “eletto” sia tra le nazioni cosiddette “pagane”:


il Dio spirituale e gli idoli di pietra avevano la stessa tipo-
logia di seguaci.
Ma abbiamo già ampiamente appurato che la distinzio-
ne ontologica tra il supposto Dio vero e le divinità paga-
ne non era e non è biblica bensì esclusivamente teologica:
l’Elohim di Israele non era per nulla diverso dagli Elohim
dei popoli circostanti.

Un caso emblematico dell’utilizzo di certe pratiche nono-


stante gli espliciti divieti da parte di Yahweh ha visto coin-
volto niente meno che il primo re degli Israeliti: Saul (XI se-
colo a.C.).
Il profeta Samuele, ispirato da Yahweh, lo unse come re
e, dopo essere stato formalmente accettato, Saul si distinse
per le sue capacità e la sua ferocia nel condurre campagne
militari nei confronti dei Filistei, ma anche contro Ammoniti
e Amalekiti, che erano consanguinei degli Israeliti, essen-
do discendenti rispettivamente di Lot, nipote di Abramo,
e di Esaù, fratello gemello di Giacobbe.
Nel capitolo 28 del Primo libro di Samuele si narra di una
di queste spedizioni di guerra.
I Filistei hanno radunato le truppe a Sunem per combat-
tere contro Israele, mentre Saul ha riunito il suo esercito e
lo ha fatto accampare sul monte Gelboe: i Filistei appaio-
no molto numerosi e agguerriti, al punto da generare pau-
ra nel re di Israele, che decide di consultare Yahweh il qua-
le, però, non gli risponde.
Il versetto 3 ricorda che Saul aveva fatto allontanare dal
paese i negromanti e gli indovini, ma, trovandosi senza il
sostegno dell’Elohim che potesse tranquillizzare lui e i suoi
uomini, decide di fare ricorso a quelle pratiche vietate.
Ordina ai suoi ministri di scovare una negromante per
poterla consultare; questi gli comunicano che se ne trova
una nella località di Endor, un piccolo centro nei pressi del
monte Tabor.
Saul si reca da lei per farsi evocare lo spirito di Samuele,
che era morto poco tempo prima, e la donna procede nel
<Testatina Dinamica DX> 117

soddisfare la richiesta. Entrata in contatto con il presunto


mondo ultraterreno, l’indovina prorompe in un forte gri-
do e dice (versetto 13):

ufAH-sY rSW_ SlSAf rSHWA


terra-la-da salenti vedo Elohim

La donna afferma dunque che degli Elohim stanno sa-


lendo (verbo nella forma plurale) dalla terra, poi, solleci-
tata da una domanda specifica di Saul, dice di vedere (ver-
setto 14) un uomo anziano avvolto in un mantello.
Saul ritiene di identificare in lui il vecchio Samuele e gli
chiede cosa deve fare, ricevendone un responso tragicamen-
te infausto: l’indomani sarà sconfitto in battaglia e morirà.
Il vaticinio della maga di Endor era in realtà già conosciu-
to, perché in sostanza ripeteva ciò che era stato detto da Sa-
muele poco tempo prima della sua morte, e dunque non si
trattava di un elemento nuovo (vedere 1Sam 15). Per altro
la tradizione rabbinica identifica la negromante in Zefania,
madre di Abner, comandante in capo dell’esercito di re Saul,
nonché suo primo cugino: quindi la sedicente maga pote-
va essere a conoscenza di quanto avvenuto e delle parole
dette in precedenza da Samuele al re.
L’inganno era davvero molto facile da ordire.
L’unica novità, di fatto, è rappresentata dalla previsio-
ne della morte del re, che sarebbe dovuta avvenire il gior-
no dopo: ma proprio questa parte della profezia si rive-
la errata.
Un’attenta lettura dei capitoli successivi (1Sam 29-30) sve-
la infatti che Saul non morì il giorno seguente, bensì dopo
che Davide era giunto con i suoi uomini a Ziklag, e cioè al-
meno tre giorni più tardi (1Sam 30,1; 31,1-4).
In 1Cr 10,13 viene ribadita la gravità del comportamen-
to di Saul, di cui si dice che morì a causa della sua infedel-
tà a Yahweh e anche perché, nonostante il divieto, aveva
fatto evocare uno spirito per consultarlo.
Come detto, la profezia relativa alla sua morte risulta
118 Il Falso Testamento

errata nei tempi, per cui, nonostante si sia trattato – come


sempre nei codici biblici che possediamo – di una profezia
scritta post eventum, ai redattori poco attenti deve essere
sfuggito qualcosa nel controllo finale del testo: non si sono
accorti del banale errore.
Non dobbiamo stupircene: coloro che hanno partecipato
alla stesura dell’Antico Testamento sono stati talmente nu-
merosi che le sviste risultano essere inevitabili.

È quindi lecito domandarsi se la maga fosse una vera veg-


gente.
Nei versetti corrispondenti del testo greco della Bibbia
dei Settanta è scritto che viene cercata e trovata una donna
, engastrimuthos, cioè, letteralmente, una don-
na “che ha la parola nello stomaco”: la maga è quindi defi-
nita (come altri negromanti) “ventriloqua”. Era forse gra-
zie a questa sua abilità che poteva far credere di parlare con
gli spiriti dei trapassati?
L’inganno è stato ritenuto tale nei secoli, e la stessa Bibbia
di Gerusalemme non esita ad annotare in margine al raccon-
to dell’episodio: “Credulità da parte di Saul e inganno da
parte della donna”, anche se poi pare ritenere vera la com-
parsa dell’anima di Samuele, dando così vita a una con-
traddizione non indifferente.
Yahweh aveva dunque buoni motivi per vietare quelle
pratiche: l’inganno poteva colpire persino un re, figuria-
moci il popolo.

Ancora una volta, quindi, la Bibbia e l’antichità classica ci


presentano situazioni totalmente sovrapponibili; necroman-
teion greco e negromanti biblici sono la testimonianza del-
la persistenza e diffusione della superstizione, che rappre-
sentava una delle debolezze su cui si faceva agilmente leva
per i motivi e gli obiettivi più diversi.
<Testatina Dinamica DX> 119

Considerazioni finali

Negli ultimi due capitoli abbiamo visto che Iliade e Odis-


sea, esattamente come la Bibbia, ci narrano dell’utilizzo
di tecnologia che viene impiegata soprattutto in azioni
militari.
Il pensiero tradizionale, condizionato da secoli di letture
condotte in chiave spiritualistica e teologica, non può ac-
cettare che certi passi dei testi corrispondano a realtà stori-
ca ed è quindi costretto a inserire e utilizzare categorie in-
terpretative con cui si tenta di risolvere e annullare ciò che
è ritenuto aprioristicamente impossibile.
Così, da un lato, abbiamo il mito che interviene a spiegare
i racconti omerici inerenti le azioni delle divinità pagane e,
dall’altro, abbiamo l’allegoria o la metafora, che ci “aiutano
a comprendere” i passi biblici il cui contenuto non è com-
patibile con la figura del dio unico, trascendente, spirituale.

Ormai, però, si fa sempre più strada l’ipotesi che le cose


potrebbero non essere esattamente come sono state dipinte
fino a oggi.
Apollo scocca frecce che terrorizzano e sterminano, Atena
è armata di una lancia con cui colpisce a distanza, Zeus sca-
glia le folgori, e Yahweh non è da meno: lo testimoniano ad-
dirittura i Salmi, componimenti che tradizionalmente sono
considerati preghiere, cioè espressioni del sentimento reli-
gioso del popolo d’Israele.

Il Salmo 24(23) è ritenuto un componimento liturgico scrit-


to per accompagnare la traslazione dell’Arca al tempio di
Davide.
I versetti dal numero 8 al 10 richiamano l’attitudine guer-
riera di Yahweh e il kavod, cui abbiamo dedicato un intero
capitolo.
Leggiamoli nella traduzione della Bibbia di Gerusalemme:
Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso,
il Signore valoroso in battaglia
120 Il Falso Testamento

Alzate, o porte, la vostra fronte,


alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria.
Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria.
Il termine Signore traduce sempre il tetragramma Yhwh,
mentre “gloria” è il vocabolo con cui la tradizione dottrina-
le rende l’ebraico FJBU, kavod, di cui si è ampiamente detto.
La pietas del popolo di Israele si concretizza dunque nella
pura esaltazione dell’aspetto militare e combattente di co-
lui che, invece di essere l’origine della pace universale, altri
non è che il comandante di eserciti che si muove con quel-
lo che abbiamo visto essere la sua arma da combattimento.
Ma non è un Dio di pace quello cui si rivolgono gli Israeliti,
ma HJHS lJABb, Yehwah tzeva’ot, cioè “Yhwh degli eserciti”.
Un comandante militare che combatte producendo ef-
fetti ben visibili e udibili, chiaramente descritti nel Salmo
18(17), là dove si cita la terra che trema, il fumo e il fuoco
che escono dalle “parti frontali” del kavod, le discese accom-
pagnate dalla nube oscura, il fragore del tuono e il suo sca-
gliare (versetto 15) JSbO, chitzaiv, le “frecce sue”, accompa-
gnate da rSdfB, beraqim, “bagliori” simili a fulmini (proprio
come riscontrato a proposito di Apollo e Zeus).
A questo condottiero vengono attribuiti i meriti delle vit-
torie, la capacità di scavalcare i muri, l’impeto necessario
per lanciarsi nella mischia, l’addestramento alla battaglia,
lo sterminio dei nemici che hanno gridato inutilmente, sen-
za poter essere salvati (versi 30-51).
Folgori e saette vengono richiamate anche nel Salmo
144(143),6: vengono anzi letteralmente invocate per scon-
figgere e disperdere i nemici.

In piena coerenza con lo spirito militaresco di queste affer-


mazioni è il Salmo 136, che celebra la misericordia divina
con formule che sono quanto meno sorprendenti se le si
vuole ricollegare a un dio di amore, premuroso e clemente
verso le proprie creature.
I versi dal 10 al 22 sono emblematici a questo proposito:
<Testatina Dinamica DX> 121

Colpì l’Egitto nei suoi primogeniti,


perché il suo amore è per sempre,

Vi travolse il faraone e il suo esercito,
perché il suo amore è per sempre,

Colpì grandi sovrani,
perché il suo amore è per sempre,
Uccise sovrani potenti,
perché il suo amore è per sempre,

Diede in eredità la loro terra,
perché il suo amore è per sempre.
In eredità a Israele suo servo,
perché il suo amore è per sempre.
Il sentimento di amore di questo capo militare si ester-
na e si concretizza nel massacro di primogeniti innocenti e
nello sterminio di interi popoli al solo scopo di consegna-
re le loro terre ai propri protetti.
Va ricordato che i primogeniti d’Egitto erano stati da lui
sterminati per ammorbidire il cuore del Faraone che lui
stesso aveva indurito (Es 7,3). Sarebbe un concetto di mi-
sericordia davvero singolare, qualora fosse applicato a un
Dio universale, e infatti così non è. Anzi, quella particolare
pietas che dura per sempre è comprensibile e coerente nel
momento in cui si accetta l’evidenza biblica: Yahweh è il
signore e padrone di Israele, e la sua misericordia si “con-
cretizza” nell’ucciderne i nemici per dare le loro terre ai
suoi protetti.
Al confronto, i theoi greci paiono quasi guidati da buo-
ne disposizioni, equilibrati, molto più consapevoli e mise-
ricordiosi nel considerare le sorti dell’intero genere umano.

Attitudini così simili e atteggiamenti così corrispondenti tra


loro nella concretezza delle descrizioni in Omero e nell’An-
tico Testamento sono dunque riconducibili esclusivamen-
te alla capacità mitopoietica degli autori greci e alla fanta-
sia allegorizzante degli autori biblici?
122 Il Falso Testamento

Così vuole la cultura dominante ma, alla luce di quan-


to emerge, è quanto meno lecito dubitarne. La risposta alla
domanda potrebbe infatti essere negativa: la sostanza dei
racconti non sembra proprio essere frutto della fantasia de-
gli antichi.
Questa risposta rivela il suo senso se si ipotizza che quei
testi altro non siano che registrazioni finalizzate a mante-
nere la memoria di eventi e fatti concreti.
IV
Bibbia e genetica:
Dio e le mutazioni casuali

In questo capitolo approfondiremo alcuni aspetti peculia-


ri di ciò che potrebbe essere avvenuto lSvAfB, be-reshit, “in
principio”.
Proseguono infatti le proficue collaborazioni instaura-
te con il dottor Saverio Roberti (dottore in scienze naturali
e ricercatore in ambito farmaceutico) e il biologo moleco-
lare Pietro Buffa (già ricercatore associato presso il King’s
College London e ora presso l’Università di Catania), i cui
primi, preziosi contributi sono stati pubblicati nel mio la-
voro precedente,1 dove si è ampiamente affrontato il tema
dell’ingegneria genetica descritta nell’Antico Testamento e
delle questioni irrisolte circa le modalità con cui si sarebbe
venuto a formare l’Homo sapiens.
La conclusione che avevo formulato, in sintesi, era la se-
guente:
La scienza ha necessità di trovare risposte a domande
e a dubbi che rimangono irrisolti, e per conseguire questo
obiettivo ha il dovere di percorrere tutte le vie possibili e ra-
gionevoli messe a disposizione dalle varie branche del sa-
pere umano.
Nel caso delle nostre origini ci troviamo di fronte a que-
stioni che evoluzionismo e creazionismo non sono attual-
mente in grado di risolvere in modo soddisfacente e soprat-
tutto coerente, ma abbiamo a disposizione al contempo testi
124 Il Falso Testamento

antichi che paiono contenere al loro interno ipotesi capaci


di suggerire, attraverso le numerose indicazioni utili da essi
fornite, possibili soluzioni.2
Pietro Buffa e Saverio Roberti forniscono ora ulteriori tas-
selli scientifici in grado di portare nuova luce sulle stranezze
della nostra origine; apporti che, nella consapevolezza della
necessità di procedere per ipotesi, è bene definire “indizi”.
Ma proprio di apporti di questo genere ha necessità quel
pensiero che, libero dai dogmatismi rigidamente evoluzio-
nistici o creazionistici, procede alla ricerca di risposte, ri-
manendo aperto a ogni possibile acquisizione, anche la
più inattesa.
I due ricercatori ci aiutano quindi a comprendere che tal-
volta singoli elementi, apparentemente insignificanti per i
profani, possono contenere informazioni di straordinaria
importanza per suffragare ipotesi in grado di aprire nuo-
ve strade al cammino della ricerca.

LATTOSIO, LATTASI ED EVOLUZIONE


di Saverio Roberti

Nel libro La Bibbia non parla di Dio è già stato descritto come
la teoria evoluzionistica non riesca razionalmente a spiega-
re molti aspetti peculiari dell’Homo sapiens, tanto dal pun-
to di vista biologico in senso lato, quanto da quello specifi-
catamente genetico.
Gli scienziati evoluzionisti sono allora costretti a spiegare
alcune caratteristiche che riguardano la nostra specie com-
piendo un vero e proprio atto ermeneutico che poco ha a che
fare col rigore del metodo scientifico. In quel libro è apparso
molto evidente il curioso parallelismo fra questo tentativo
di “interpretare” la biologia umana e l’esegesi dell’Antico
Testamento: se si prendono in considerazione i fatti sempli-
cemente per quello che sono, con lo stesso modus operandi di
“lettura ignorante” (cioè letterale) che Mauro Biglino appli-
ca alla Bibbia, ci rendiamo conto che le cose potrebbero es-
sere profondamente diverse da come ci vengono insegnate.
Per quanto concerne l’ambito delle scienze naturali e del-
la biologia, è sempre utile riproporre un semplicissimo espe-
<Testatina Dinamica DX> 125

rimento che ognuno di noi può effettuare comodamente se-


duto sul divano di casa, quasi fosse un gioco.
Basta avere a disposizione un manuale di scienze per
la scuola secondaria di primo o secondo grado: si prendo-
no i capitoli che trattano dell’evoluzione e della comparsa
dell’uomo e si eliminano dal testo tutte le frasi che si rife-
riscono a ipotesi non dimostrate o che usano verbi al con-
dizionale. Stralciando quanto non si riferisce a veri dati di
fatto derivanti dalla semplice osservazione o da realtà spe-
rimentali inconfutabili, ci rendiamo conto che ciò che rima-
ne di interi capitoli può essere comodamente riportato su
un piccolo foglietto di bloc-notes. Il resto è semplicemente
interpretazione, immaginazione e supposizione. Senza alcu-
na prova propriamente scientifica a suffragarne la validità.
Se confrontiamo la biologia con una scienza come la fi-
sica, non possiamo che prendere atto di un fatto: mentre la
fisica è un esempio di come dovrebbe essere una disciplina
scientifica matura, la biologia costituisce la dimostrazione
di quanto una scienza possa deragliare dai binari del rigo-
re e del metodo. Le speculazioni che si fanno in quest’ulti-
mo campo hanno reso secondaria la ricerca delle leggi fon-
damentali che riguardano la vita sulla Terra.
Tutto ciò implica conseguenze pratiche di non poco con-
to: mentre la fisica è una disciplina che non perde tempo ed
energie nella lotta contro l’opera interpretativa dei creazio-
nisti, la biologia ha sposato essa stessa la pratica esegetica,
perdendosi nella disputa.
Nel passato sono già state descritte numerose leggi ma-
tematiche e fisiche applicate ai processi biologici; pensia-
mo al contributo dato alla scienza da menti quali quelle
di Pitagora, Fibonacci, Gerolamo Cardano, Joseph Fourier,
Carl Friedrich Gauss, Hermann von Helmholtz, Bernhard
Riemann, Albert Einstein, D’Arcy Thompson, Alan Turing,
Norbert Wiener e John von Neumann.
Il rigore metodologico delle loro opere è stato depaupe-
rato nel percorso che ha trascinato la biologia nell’accecata
disputa fra integralisti evoluzionisti e creazionisti. La bio-
logia potrà essere considerata di nuovo una scienza matu-
ra solo quando, facendo il nostro semplice esperimento sui
libri di scuola, non saremo costretti a cancellare quasi tutto
quello che vi è scritto.
126 Il Falso Testamento

La matematica è utile per compiere previsioni sul com-


portamento di vari modelli biologici, e si è rivelata uno
strumento prezioso per la descrizione di alcuni fenomeni:
si pensi, per esempio, allo sviluppo dello studio dei proces-
si stocastici o dei metodi statistici nel campo della genetica.
Nei libri di scuola si insegna che alla base dei processi evo-
lutivi vi sono mutazioni genetiche casuali. Se la mutazione
porta degli individui ad avere caratteri somatici o compor-
tamenti favorevoli rispetto all’ambiente in cui vive la popo-
lazione a cui questi individui appartengono, la mutazione
stessa sarà selezionata e diffusa alle generazioni successi-
ve. Gli individui che non posseggono i geni mutati saran-
no svantaggiati e destinati a essere rimpiazzati dagli indi-
vidui mutati.
Ma quelle che vengono comunemente chiamate mutazio-
ni casuali, in realtà casuali non sono. La casualità è semplice-
mente una supposizione diffusa attraverso i testi e da mol-
ti insegnanti di biologia. Ma non vi è alcuna prova diretta.
La genetica, infatti, ci racconta una storia un po’ diversa.
Di tutte le mutazioni che hanno luogo durante la replicazio-
ne del DNA, hanno impatto su una determinata popolazione
solo quelle che avvengono nelle cellule germinali (sperma-
tozoi e cellule uovo), poiché vengono trasmesse alla proge-
nie. Di queste, solo pochissime sono vantaggiose e rappre-
sentano un substrato utile per la selezione.
Al giorno d’oggi, grazie al progresso tecnologico nel
campo del sequenziamento del DNA, è possibile calcolare
con buona precisione i tassi delle mutazioni che occorrono
in una popolazione o in una specie. La cosa è facilitata dal-
la scoperta che esistono particolari zone del codice geneti-
co che tendono a presentare mutazioni molto più facilmen-
te rispetto a tutte le altre. E i matematici hanno dimostrato
che le mutazioni non avvengono assolutamente secondo
un modello casuale.
È interessante poi osservare che i tassi delle mutazioni non
sono rimasti costanti nel tempo in tutte le specie viventi: ne-
gli ominidi, hanno subito un sensibile rallentamento. Non è
stato possibile osservare questo rallentamento in nessun al-
tro caso, nemmeno in specie molto vicine come altri primati.3
Queste evidenze stridono fortemente con il dato di fatto
dell’incredibile tasso di mutazioni che ha caratterizzato inve-
<Testatina Dinamica DX> 127

ce la comparsa dell’Homo sapiens: improvvisamente è esplo-


sa una tempesta di mutazioni, tutte favorevoli. Abbiamo
già discusso nella precedente pubblicazione come la teoria
evoluzionistica debba dare per scontato, per non tradire se
stessa, che queste mutazioni siano tutte state selezionate con
successo e trasmesse alle generazioni successive in un bre-
vissimo intervallo di tempo. La cosa è talmente poco plau-
sibile che i creazionisti hanno trovato terreno fertile per pro-
pugnare, con grande successo, la tesi dell’intervento divino.
Verrà descritto fra poco come in tempi recenti l’evoluzio-
nismo abbia dovuto ulteriormente adattare le proprie teorie
per cercare di spiegare in qualche modo questi fatti.
Abbiamo già visto come durante il Big Bang agri-cultura-
le avvenuto a partire da 10.000 anni fa nella Mezzaluna ferti-
le (cioè appena ieri, se pensiamo a che cosa significhino po-
chi millenni nella storia della vita sul nostro pianeta) siano
avvenuti molti altri “miracoli” genetici che hanno portato
alla nascita di alimenti vegetali e specie animali domestiche
in grado di supportare l’improvvisa crescita demografica.4
Ancora più curioso il fatto che dall’altra parte del mondo
succedeva in contemporanea la stessa cosa ad altri uomini,
ad altri animali (come l’alpaca e la vigogna)5 e ad altri ali-
menti (come la patata).6
Che questo possa essere successo all’interno del model-
lo evolutivo per pura casualità è ovviamente ben lontano
dall’essere dimostrato.
Ebbene, prendiamo ora in esame un altro fatto genetica-
mente singolare che ha avuto un notevole ruolo nel successo
della nostra specie, e cioè la comparsa della capacità di dige-
rire il lattosio, zucchero contenuto nel latte dei mammiferi.
Ogni mammifero è in grado di digerire il lattosio conte-
nuto nel latte della propria madre fino allo svezzamento,
periodo in cui questa capacità scompare. Ma nessun mam-
mifero, a parte una buona parte degli umani, può digerire
il lattosio in età adulta. E infatti nessun mammifero adul-
to si nutre di latte.
Cos’è successo nel nostro caso?
L’enzima responsabile dell’idrolisi del lattosio in due zuc-
cheri digeribili come il glucosio e il galattosio è la lattasi. Nei
mammiferi, dopo lo svezzamento, la capacità di produrre la
lattasi decresce fino a scomparire con un meccanismo che la
128 Il Falso Testamento

scienza non è ancora stata in grado di descrivere. Il 35 per


cento degli esseri umani invece continua a produrre lattasi, e
questo fenomeno è denominato persistenza della lattasi (LP).7
Ma la LP non è distribuita uniformemente fra le popola-
zioni. Essa è caratteristica principalmente di due gruppi: gli
abitanti dell’Europa centro-settentrionale e le popolazioni no-
madi delle aree geografiche aride africane e medio-orientali.8
Il genere umano ha potuto colonizzare terre inadatte alla
coltivazione di alimenti vegetali per motivi di latitudine (aree
troppo fredde o troppo aride) prendendo come nutrimen-
to di base il latte bevuto fresco o sottoposto a lavorazione
casearia. Esiste perciò un’interessante relazione biologica e
geografica fra la capacità di digerire il lattosio e l’utilizzo
del latte e dei suoi derivati come base della dieta.
Le prove archeologiche fanno risalire l’inizio dell’attività
casearia, guarda caso, a circa 10.000 anni fa in Medio Oriente.9
Gli studi genetici hanno rivelato che le popolazioni euro-
pee hanno la LP nella stragrande maggioranza degli indivi-
dui grazie a un polimorfismo a singolo nucleotide (SNP), cioè
una piccolissima variazione del materiale genetico a carico
di un unico nucleotide (chiamata, in questo caso, 213910*T).
Ricordiamo che il polimorfismo è la presenza all’interno di
una popolazione, con frequenze significative, di due o più
varianti genetiche o fenotipiche.
Nel nostro caso siamo quindi in presenza di una variante
genetica minima, che però ha avuto un effetto straordinario
su alcune popolazioni che sono così state in grado di colo-
nizzare terre poco coltivabili come quelle del Nord Europa.
Supponiamo che sia davvero successo per caso, che ci sia
stata cioè una mutazione casuale selezionata poi natural-
mente. Sarebbe stato sicuramente un bel colpo di fortuna.
Ma c’è un fatto da considerare: la variazione genetica so-
pra descritta non è presente nelle popolazioni nomadi delle
aree geografiche aride africane e medio-orientali, anch’esse
in grado di digerire il lattosio. In queste popolazioni sono
state descritte altre variazioni genetiche, ed è interessante
sottolineare che queste variazioni sono state trovate mol-
to vicino a quella delle genti europee: sullo stesso gene e
nell’arco di 100 nucleotidi.10
Questi studi genetici sono anche stati in grado di determi-
nare che tutte le varianti si sono diffuse nelle diverse popo-
<Testatina Dinamica DX> 129

lazioni nello stesso breve periodo di tempo corrispondente


a quello della diffusione dell’attività casearia.
Siamo quindi in presenza di un fatto strano che si è ripe-
tuto ancora una volta contemporaneamente, in più parti del
globo, in maniera simile ma non identica e a vantaggio del-
la solita fortunatissima specie.
Anche in questo caso, le spiegazioni degli scienziati evo-
luzionisti non si sono fatte attendere. Alla base del fenome-
no ci sarebbe un chiaro esempio di convergenza evolutiva:
popolazioni diverse, sottoposte alla spinta delle stesse pres-
sioni ambientali, si evolvono sviluppando, per selezione na-
turale, adattamenti simili.11 Per fare un paragone veramen-
te grossolano, è come se a quelle popolazioni fosse capitato
quello che ha reso molto simili in alcune caratteristiche un
mammifero come il delfino e un pesce come lo squalo.
Ma poiché la convergenza evolutiva che ha portato alla
capacità di digerire il lattosio si sarebbe verificata in un tem-
po troppo breve, gli studiosi hanno ritenuto di dover ipo-
tizzare qualche altro meccanismo in grado di fornire un ap-
porto extra alla normale selezione naturale.12
Prima di proseguire e svelare l’ipotesi in questione, dob-
biamo fare una piccola riflessione di carattere generale ri-
guardo al modo in cui le teorie legate all’evoluzione sono
costrette a modificarsi nel tempo.
Quello della persistenza della lattasi è uno dei campi di
ricerca che ha provocato l’inizio della revisione del neodar-
winismo, che già a sua volta è stato una revisione del dar-
winismo classico. I progressi della biologia molecolare e la
susseguente trasformazione prima della genetica e poi della
biologia dello sviluppo hanno di fatto messo le basi di una
teoria evolutiva di terza generazione.13 In questa nuova con-
cezione dell’evoluzione, gli studiosi si sono visti in qualche
modo costretti a inserire fattori in grado di spiegare strani pro-
cessi come quelli di cui ci stiamo occupando in queste pagine.
Negli ultimi anni, l’adattamento e l’evoluzione di una
specie vengono visti come un processo in cui l’organismo,
modificando l’ambiente, “costruirebbe” la propria nicchia
ecologica. La differenza con la visione classica che guarda
all’adattamento quasi esclusivamente come a un processo di
adeguamento sollecitato dall’ambiente, affidato alla popola-
zione e garantito dalla selezione, è rimarchevole.14
130 Il Falso Testamento

Alla selezione naturale si affiancherebbe quindi un pro-


cesso evolutivo determinato dalle stesse modificazioni che
le popolazioni apportano al loro ambiente di riferimento.
Questo modello teorico prende il nome di “costruzione
di nicchia”.
Attraverso la costruzione della nicchia, gli organismi di una
popolazione raggiungerebbero individualmente un certo gra-
do di affinità con l’ambiente; con il passaggio generazionale
l’azione della selezione naturale aumenterebbe il grado di af-
finità tra la nuova generazione della popolazione e l’ambien-
te trasformato dagli individui della generazione precedente.
In pratica, gli individui della nuova generazione, oltre a
ereditare dalla generazione parentale i geni, erediterebbero
anche un ambiente trasformato durante la costruzione del-
la nicchia. Saremmo perciò di fronte a una doppia forma di
eredità: una genetica e una ecologica.
Come risultato, l’evoluzione sarebbe dovuta alla combi-
nazione di due tipi di discendenze: quella relativa alle ri-
sorse genetiche e quella relativa alle risorse ecologiche. Esse
sarebbero intrecciate con due tipi di meccanismi determi-
nistici: la selezione naturale e la costruzione della nicchia.15
Il lettore ha tutto il diritto di perdersi nelle righe degli ul-
timi capoversi: per spiegare le stranezze dell’essere umano
la teoria dell’evoluzione si sta evolvendo essa stessa, com-
piendo peripezie al limite del filosofico.
Tornando alla strana capacità di digerire il lattosio com-
parsa improvvisamente e contemporaneamente in varie
popolazioni, in maniera analoga ma diversa, è ovvio che la
scienza di stampo evoluzionistico, per giustificare il feno-
meno, non abbia potuto fare altro che applicare le specula-
zioni di cui sopra: coevoluzione e costruzione di nicchia.16
Ma se applichiamo la nostra buona abitudine di attenerci
ai fatti, non possiamo fare altro che ritenere tutto ciò vera-
mente poco plausibile. Va da sé che se affianchiamo questa
vicenda a quelle descritte in La Bibbia non parla di Dio non
possiamo che alimentare la nostra incertezza su come siano
andate veramente le cose per quanto riguarda l’Homo sapiens.
Applichiamo la “lettura ignorante” anche a scienze poco
mature come quelle biologiche e naturali e teniamo la men-
te aperta: ci si apriranno orizzonti sapientemente preclusi
dalle teorie prevalenti.
<Testatina Dinamica DX> 131

LE UNIONI TRA CONSANGUINEI


di Pietro Buffa

Gli accoppiamenti tra consanguinei venivano soventemen-


te praticati nell’antichità ed erano spesso pertinenza delle
caste regnanti. I faraoni dell’Egitto dinastico, per esempio,
erano soliti sposare solo o prevalentemente le sorelle come
atto di conservazione della “linea di sangue”, rinsaldando
in questo modo gli aspetti cosiddetti “divini” della propria
regalità. Gli dèi sposavano i propri fratelli, come nel caso di
Iside e Osiride, e queste “divine” pratiche incestuose rap-
presentavano un modello per la monarchia egizia.
Stessa situazione troviamo nelle cosiddette divinità sumero-
accadiche (anunna o anunnaki) presso le quali la linea di-
nastica passava attraverso unioni che coinvolgevano i ma-
schi e le loro sorellastre: figlie cioè dello stesso padre ma di
madre diversa.
Una delle unioni tra divinità più note è quella di Enki
con la sorellastra Ninhursag – entrambi figli di Anu, artefi-
ce del creato – narrata su antichissime tavolette sumere tra-
dotte da autorevoli studiosi quali Kramer, Jacobsen, Römer,
Kramer-Bottéro, Pettinato.17
Unioni tra consanguinei non mancano nei testi biblici così
come nei più recenti poemi omerici: persino Zeus, sovrano
degli dei, prese per moglie Era, una delle sue due sorelle.
Non è illogico chiedersi se, insieme al rafforzamento del
potere sociale legato all’endogamia, vi fosse anche un’anti-
ca conoscenza del valore biologico che tale pratica sottende.
L’accoppiamento tra discendenti in linea diretta è oggi
largamente controindicato (addirittura punito con la reclu-
sione in molti Stati) ma rimane una risorsa negli ambiti in
cui si applicano programmi di miglioramento biologico del-
le specie, come facilmente osservabile in vari allevamenti.
È proprio soffermandoci sul lavoro che gli allevatori com-
piono sul proprio bestiame che è possibile comprendere le
potenziali ripercussioni biologiche legate all’accoppiamen-
to tra consanguinei, tecnicamente definito inbreeding.
Isolando da una data specie esemplari portatori di spe-
cifici caratteri genetici ritenuti vantaggiosi rispetto ad altri
e facendo in modo che questi soggetti, al momento della ri-
produzione, si accoppino con componenti della stessa fa-
132 Il Falso Testamento

miglia (che presentano un’elevata corrispondenza del pa-


trimonio genetico), gli allevatori riescono a produrre un
consolidamento dei caratteri in questione lungo la linea di
discendenza, generazione dopo generazione.
Diversamente da quanto accade con l’accoppiamento tra
soggetti estranei, la progenie di genitori imparentati ha in-
fatti un’elevata probabilità di ereditare due copie identiche
di ogni gene relativo a ogni specifico carattere di interesse.
L’inbreeding rappresenta dunque una via verso la “puri-
ficazione” di determinate caratteristiche biologiche fondata
sul raggiungimento dell’omozigosi relativa ai geni che go-
vernano tali caratteristiche. Ci si domanda se gli antichi Egizi
e gli antichi Sumeri, figli del deserto e grandi cultori della
possibilità di godere di una lunga vita, avessero conoscenze
relative al consolidamento e alla conservazione dei caratteri
genetici attraverso la messa in atto di pratiche di inbreeding.
Pratiche che oggi sappiamo nascondere anche potenziali
rischi se non opportunamente gestite, rischi dovuti alla pos-
sibilità di portare in omozigosi, insieme a geni di interesse,
anche geni potenzialmente deleteri. Gli antichi Egizi rappre-
sentano, anche grazie alla grande quantità di reperti mummi-
ficati, una popolazione fossile campione su cui poter seguire
le trasformazioni avvenute durante 3000 anni della loro storia.
Una storia di interesse anche genetico, che dovrà necessa-
riamente essere indagata alla luce di quanto affermato poco
sopra circa ciò che si apprende dai libri di testo scolastici in
cui è affermato, senza apparente ombra di dubbio, che alla
base dei processi evolutivi vi sono mutazioni genetiche ca-
suali. Abbiamo però appena visto come quelle che vengo-
no comunemente chiamate mutazioni casuali in realtà non
lo siano affatto: la casualità è semplicemente una supposi-
zione diffusa, ma non suffragata da alcuna prova diretta.
Già è stato osservato che i tassi delle mutazioni non sono
rimasti costanti nel tempo in tutte le specie viventi: essi hanno
subito un sensibile rallentamento negli ominidi. Non è stato
possibile osservare questo rallentamento in nessun’altra spe-
cie, nemmeno in quelle a noi più vicine come altri primati.
Queste evidenze stridono fortemente con il dato di fat-
to dell’incredibile tasso di mutazioni che ha caratterizzato
invece la comparsa dell’Homo sapiens: improvvisamente è
esplosa una tempesta di mutazioni, tutte favorevoli.
<Testatina Dinamica DX> 133

Si possono conciliare queste osservazioni con quanto evi-


denziato circa i vantaggi derivanti dall’accoppiamento tra
consanguinei effettuato sotto controllo al fine di prevenirne
ed evitarne gli eventuali effetti collaterali negativi?
La scienza sta riservando ulteriori sorprese.
È molto recente una scoperta che rivoluzionerà la storia
della genetica, rendendo possibile ciò che non si riteneva
neppure pensabile: modificare la linea germinale umana in-
ducendo mutazioni (nei gameti o anche nell’embrione) che
da quel momento risultano essere trasmissibili ai discenden-
ti e possono così divenire patrimonio permanente di quel-
la linea genetica.18

Siamo il frutto di esperimenti genetici?

La tecnica alla quale si fa riferimento nel precedente contri-


buto è denominata CRISPR (Clustered Regularly Interspaced
Short Palindromic Repeats), e grazie alla sua messa a pun-
to alcuni studiosi parlano della possibilità di procedere a
vere e proprie operazioni di gene editing, con tutto ciò che
questo può comportare in futuro, visti i perfezionamen-
ti che di sicuro seguiranno, compresa anche la possibilità
di produrre esseri superiori quanto a forza fisica o capaci-
tà intellettuali.
La fabbricazione dell’uomo descritta nella Bibbia, con la
relativa produzione della femmina attraverso la clonazio-
ne,19 pone questioni e apre ipotesi per le quali la scienza mo-
derna non aveva risposta certa, mentre questa nuova me-
todica a disposizione dell’ingegneria genetica è portatrice
di potenzialità finora non concepibili, e rende finalmente
chiaro ciò che è scritto nel libro della Genesi.
Per creare un essere umano geneticamente modificato è
possibile intervenire con la tecnica del gene editing anche nei
primi stadi di sviluppo embrionale, “inserendo” con preci-
sione estrema tutti i geni che si vogliono, ottenendo un in-
dividuo con caratteristiche preventivamente programma-
te e soprattutto fertile, capace cioè di trasmettere alla sua
discendenza i geni modificati: tale discendenza sarà dun-
134 Il Falso Testamento

que considerata geneticamente “pura”, cioè rispondente


agli obiettivi del suo cosiddetto “creatore”.
Di fronte a tali potenzialità, i cui sviluppi sono ancora
in fieri, non si può non pensare immediatamente ai raccon-
ti della cosiddetta mitologia classica, con i suoi personag-
gi mostruosi e per ciò stesso sempre considerati leggen-
dari, ma chi lo sa, in fondo: se qualche ingegnere genetico
dell’antichità avesse davvero voluto divertirsi un po’ col
gene editing avrebbe forse potuto realizzare cavalli alati e
uomini con gli zoccoli…
Se gli Elohim biblici disponevano delle necessarie cono-
scenze, non dobbiamo stupirci dei numerosi interventi che
hanno messo in atto per garantire una progenie genetica-
mente “pura” ai clan familiari di cui si occupavano in pri-
ma persona.
Vediamone alcuni in successione.
Gli Elohim fabbricano l’Adam e la sua femmina, utiliz-
zando le tecniche descritte nel mio lavoro precedente. Si è
trattato di un intervento concreto di cui il maschio Adam
ha colto perfettamente la peculiarità. Non a caso nel rac-
conto biblico utilizza un’espressione di cui ai più sfugge
l’importanza (Gen 2,23):

rb_ r_`H lAM rFAH fYASJ


(sostanza)ossatura volta-la questa adam-lo disse-e

SfvBY fvBJ SYb_Y


mia-carne(di)da carne-e mia-(sostanza)ossatura-(di)da

HvS AfdS lAMW


(isshah)femmina dirà-si questa-(di)a

lAM-HOdW vSAY SU
questa-(tratta)presa-stata-è (ish)uomo-da poiché
<Testatina Dinamica DX> 135

Adamo è soddisfatto: questa volta, cioè finalmente, al


suo fianco c’è un’umana, che può essere definita appunto
isshah, con l’aggiunta della desinenza femminile al termi-
ne ish che indica il maschio.
Ma perché l’Adam (in ebraico è indicato con l’articolo)
dichiara la sua soddisfazione?
Perché solo “questa volta” la femmina è per lui giusta,
essendo carne della sua carne?
Quali e quante erano state le altre volte? Con chi faceva
il confronto? A chi ha paragonato Eva?
Ci sono state altre donne che non potevano essere defi-
nite tali?
Con che tipo di femmine aveva avuto a che fare prima
di quella fatta della sua stessa carne? Erano forse esseri che
non derivavano direttamente da lui? C’erano stati tentativi
precedenti che non avevano dato il risultato atteso?

La Bibbia purtroppo non ci fornisce risposte, ma l’afferma-


zione del maschio Adam è chiara: quella femmina è “que-
sta volta” (finalmente, diremmo noi) quella giusta, pertan-
to lei – solo lei – può essere definita isshah.
Il concetto del “questa volta, finalmente,” è ben presen-
te in tutte le traduzioni, dal at last nel “Tanak” della Jewish
Publication Society al now della King’s James Version, fino
al cette fois dell’edizione della Société Biblique de Genève,
confermato dal , nun, della Septuaginta.
Non ci sono dubbi: l’Adam è soddisfatto del risultato
ottenuto.
L’evidenziazione della discendenza fisica diretta docu-
menta ancora una volta che si è trattato di un intervento
materiale, talmente materiale che la stessa Bibbia di Gerusa-
lemme scrive in nota al versetto Gen 1,26 (“E Dio disse fac-
ciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somi-
glianza”) che: “Il termine concreto ‘immagine’ implica una
similitudine fisica, come tra Adamo e suo figlio in 5,3”.20
La concretezza è evidente, la conferma contenuta nella
nota è molto eloquente e il richiamo al versetto di Gen 5,3 è
altrettanto interessante. Leggiamo il passo, che recita così:
136 Il Falso Testamento

“Adamo aveva centotrenta anni quando generò un figlio a


sua immagine, secondo la sua somiglianza, e lo chiamò Set”.
Le modalità con cui Adamo genera-produce questo suo
terzo figlio si presentano uguali a quelle usate dagli Elohim
per produrre lui e la sua femmina: stessa concretezza, stes-
sa materialità, stessa indicazione della somiglianza che non
può che essere fisica.
Non vi sono indicazioni che facciano pensare a differen-
ze di ordine spirituale, a interventi di carattere divino in
un caso ed esclusivamente umano nell’altro: Set assomi-
glia al suo padre umano così come l’Adam assomiglia agli
Elohim e la sua femmina assomiglia a lui.
Hanno usato la stessa tecnica?
Le due “fabbricazioni” sono il prodotto di una stessa
metodica?
Difficile dirlo, ma è quanto meno lecito ipotizzarlo. Così
come è lecito ipotizzare che gli interventi di quei genetisti
si siano protratti nel tempo.
Dopo le unioni sessuali avvenute tra i figli degli Elohim
e le femmine adamite (descritte in Genesi capitolo 6) si as-
siste a una sorta di degenerazione dei costumi che porta
allo sterminio di quella razza con il diluvio.
Gli Elohim decidono però di non azzerare totalmente il
prodotto del loro lungo lavoro di selezione che aveva por-
tato allo sviluppo di un gruppo particolare (gli adamiti) e di
specie animali opportunamente selezionate (si veda a que-
sto proposito il già citato La Bibbia non parla di Dio). Stabili-
scono di salvare almeno una famiglia appartenente a quel
gruppo, e possiamo dire che letteralmente la programma-
no in modo tale da garantirsi la ricostituzione della purez-
za che gli incroci tra i maschi Elohim e le femmine adami-
te avevano compromesso.
Il “fare finta che”, questa volta, trova supporto in uno
dei testi che il cristianesimo occidentale considera apocri-
fi ma che invece sono accettati dai cristiani copti: il Libro
etiopico di Enoch.
Nella sua parte conosciuta col titolo di “Apocalisse noa-
chica” si narra appunto della nascita di Noè, figlio di Lamek.
<Testatina Dinamica DX> 137

La moglie di quest’ultimo rimane incinta e partorisce un


figlio che viene così descritto: “Ed era la sua carne, bian-
ca come neve e rossa come rosa e i capelli del suo capo e
la sua chioma erano come bianca lana e belli erano i suoi
occhi e, quando li apriva, illuminava tutta la casa… Suo
padre Lamek ebbe paura di lui e fuggì. E venne da suo pa-
dre Matusalemme e disse: Io ho generato un figlio diver-
so. Non è come gli uomini, ma sembra figlio degli angeli
del cielo e la sua creazione è diversa e non è come noi… Mi
sembra che egli non sia [nato] da me, ma dagli angeli ed io
temo che, ai suoi giorni, avverrà un prodigio sulla terra”.21
Lamek coglie dunque in suo figlio delle caratteristiche
fisiche che gli fanno pensare che possa essere figlio dei si-
gnori del cielo: carnagione e peluria chiarissimi, occhi gran-
di e chiari al punto da apparire luminosi.
Un fenotipo che noi definiremmo albino.
Che cosa hanno fatto quei signori del cielo?
In che modo hanno agito per ottenere un individuo più
simile a loro?
Come stiamo vedendo in questo capitolo, le acquisizioni
della scienza moderna ci stanno fornendo la possibilità di
formulare ipotesi di risposte coerenti e sensate alle doman-
de poste da racconti che la tradizione dottrinale ha sempre
rifiutato di prendere in considerazione, relegandoli nel no-
vero delle narrazioni leggendarie e quindi non accettabili
nella visione teologica monoteista.
Ora possiamo saperne di più, e i racconti biblici che se-
guono ci offrono ulteriori spunti di riflessione.
Facciamo un lungo salto temporale e dall’epoca del di-
luvio biblico entriamo in un periodo della storia maggior-
mente documentato: l’epoca di Abramo, che – se accettia-
mo sia realmente esistito (cosa messa in discussione dalla
maggior parte dei biblisti contemporanei) – può essere col-
locata intorno al 2000 a.C.
Il patriarca viene chiamato dagli Elohim (termine e verbo
ebraici nella forma plurale in Gen 20,13) a partecipare alle
guerre di conquista della terra di Canaan, che gli viene pro-
messa come eredità futura per lui e la sua discendenza.
138 Il Falso Testamento

Ma proprio questo è il problema: una discendenza non


c’è, perché sua moglie Sara risulta essere sterile.
La questione viene risolta dagli stessi Elohim che inter-
vengono presentandosi di persona: “visitano” Sara e lei ri-
mane incinta, garantendo così la tanto attesa progenie.
Ma chi era Sara? Una sorellastra di Abramo, figlia del-
lo stesso padre e di madre diversa. Per ben due volte egli
si servì di lei per garantirsi salvezza personale e accumulo
di ricchezze, ma questo comportamento in cui Abramo di
fatto “cede” (prostituisce?) la moglie per trarne vantaggio
personale non è oggetto della presente analisi, pertanto in-
vito il lettore interessato a prendere visione dei passi rela-
tivi nei capitoli 12 e 20 del libro della Genesi.
Rimarco solo che in Gen 20,12 è lui stesso ad affermare:
“… ella è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non
figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie”.
Quindi Abramo segue le abitudini matrimoniali degli
anunna/anunnaki sumeri e i suoi discendenti, Isacco e Gia-
cobbe, fanno altrettanto.
Per Giacobbe dobbiamo registrare un altro intervento
dell’Elohim, che decide di operare sulla madre Rebecca, ste-
rile come Sara e appartenente alla stessa famiglia di Abramo.
Una successione di matrimoni tra consanguinei che do-
vevano forse garantire quel vantaggio genetico di cui parla
il dottor Buffa?
Il mantenimento del patrimonio genetico era un’esigen-
za che pare avere avuto una rilevanza notevole, dato che,
quando la procreazione era difficoltosa o apparentemente
impossibile, lo stesso Yahweh si adoperava in prima per-
sona per risolvere il problema.22
La scienza contemporanea sta aprendo possibilità e vie di
ricerca e sperimentazione sulla stessa vita umana che aval-
lano l’utilità del metodo scelto per la lettura dei testi anti-
chi, vale a dire il “fare finta che”.
Ma mutazioni genetiche non casuali, inserimenti di va-
riazioni funzionali, gene editing, trasmissione delle caratte-
ristiche indotte con l’ingegneria genetica possono avere a
che fare anche con la durata della vita?
<Testatina Dinamica DX> 139

Torniamo a Bibbia e testi omerici per porci una serie di


domande cui il futuro forse potrà dare risposta.
• Perché gli adamiti non dovevano avere accesso all’albe-
ro della vita nel giardino (laboratorio sperimentale) del­
l’Eden?
• Perché gli Elohim temevano che si verificasse quella even-
tualità? La Bibbia di Gerusalemme sottolinea che l’allon-
tanamento deciso in quel momento (Genesi, capitolo 2)
non è “un castigo per l’uomo a motivo di una colpa già
commessa, ma una misura preventiva”.23
• Che cosa doveva prevenire quella decisione?
• Quale pericolo poteva comportare quell’accesso per il
presunto Dio onnipotente ed eterno?
• Perché gli adamiti (e solo loro) vivevano molto a lungo
prima della decisione presa dagli Elohim di ridurre la
loro vita a 120 anni? (Gen 6,3).
• Gli Elohim disponevano forse di tecniche di interven-
to capaci di allungare la vita fino a fare considerare so-
stanzialmente immortali coloro che vi avevano accesso?
• Erano pratiche che dovevano rimanere di esclusiva per-
tinenza degli Elohim?
Bibbia e Omero, ancora una volta, viaggiano in parallelo.
L’originaria lunga vita degli adamiti trova corrisponden-
za ad esempio nel primo libro dell’Iliade (versi 247-252) e
nel terzo libro dell’Odissea (versi 243-246), là dove si parla
di Nestore dicendo che aveva già governato su due inte-
re generazioni che erano nate e cresciute con lui, si erano
nel frattempo estinte, e che in quel momento (Odissea III,
245-246):

.
In sostanza, di lui si dice che per la terza volta governa
su una generazione di uomini, al punto che a vederlo pare
uno degli immortali.
140 Il Falso Testamento

Ma immortali non sono né gli eroi né i theoi greci, così come


non lo sono gli Elohim biblici.
Nel libro XV dell’Iliade (versi 115-118) è lo stesso Ares ad
ammetterlo quando, con una certa dose di rassegnazione,
ricorda che potrebbe essere assegnato a lui il destino di ca-
dere in battaglia colpito da una folgore di Zeus e
, “trovarsi a giace-
re in mezzo a cadaveri tra il sangue e la polvere”.

Non sono da meno gli Elohim biblici, ai quali il comandante


che presiede l’assemblea descritta nel Salmo 82,724 ricorda:

sJlJYl rFAU
morirete adam-come

Elohim e theoi che vivono molto a lungo, esseri umani po-


tenzialmente in grado di conseguire la stessa longevità, ge-
netica moderna che evidenzia possibilità finora impensabi-
li: in conclusione si può dire che la scienza ci sta fornendo,
sia pure in modo indiretto, strumenti conoscitivi e speri-
mentali utili a comprendere ciò che in passato l’esegesi era
costretta a considerare mito, favola, leggenda.
Abbiamo la possibilità di accostarci ai testi antichi con
mente nuova, aperta, disponibile a cogliere l’inatteso, così
come erano inattese, fino a pochi anni fa, le potenzialità che
invece sono oggi patrimonio dell’umanità e che richiama-
no tanto da vicino la concretezza dei racconti che narrano
le nostre possibili origini.
Sempre “facendo finta che…”.
V
Tobia e Raffaele: angelo o medico?

Il libro di Tobia contiene il racconto di una vicenda che coin-


volge due nuclei familiari: quello di Tobi, un deportato della
tribù di Neftali al tempo di Tiglatpileser III o di Sargon II (tra
il 745 e il 705 a.C.), che risiede a Ninive (antica Assiria, nord
della Mesopotamia), e quello del suo parente Raguele, che
vive a Ecbatana (l’odierna Hamadan, Iran) con la figlia Sara.
È stato redatto nella sua forma definitiva probabilmente
intorno al III-II secolo a.C.: noi possediamo la versione gre-
ca, ma frammenti del libro ritrovati a Qumran consentono di
ipotizzare una sua stesura originaria in ebraico o aramaico.
Il nome Tobia ha la sua etimologia in Tobiyyah, che signi-
fica “il mio bene è Yah”, mentre Raguele deriva forse da
Reuel, che rimanda ai significati possibili di “El è pastore”
o “amico di El”.

Il neurochirurgo Arturo Berardi sta esaminando l’intero


Antico Testamento dal punto di vista medico e presta la
sua amichevole, nonché preziosa, collaborazione fornen-
do spiegazioni scientifiche a eventi che spesso sono letti e
interpretati in chiave spirituale, miracolistica o metaforico-
allegorica: il capitolo presente e il successivo riportano quin-
di ipotesi di lettura derivanti da questo approccio specia-
listico che costituisce uno degli elementi costitutivi della
multidisciplinarità con cui può essere importante e utile
approcciare i racconti antico- e neotestamentari.1
142 Il Falso Testamento

Letto e analizzato in quest’ottica, il libro di Tobia rivela


contenuti quanto meno inattesi, e il lavoro che su di esso ha
svolto il professor Berardi conferma la costante e assoluta
concretezza materiale sia dei fatti narrati sia dei personaggi
che vi agiscono: dagli Elohim ai malakim (i presunti angeli
spirituali della dottrina tradizionale).
Di entrambe le categorie ho scritto ampiamente nei miei
lavori precedenti, pertanto mi limito qui a sottolineare che
nel libro di Tobia interviene come attore uno di questi ulti-
mi, il cosiddetto angelo Raffaele.
Il termine ebraico WA`f, rafael, deriva dalla radice verbale
A`f, rafa, che significa “curare”, “guarire” e rimanda quindi
alla specifica attività terapeutica.
“Raffaele” pare quindi indicare una funzione, più che un
nome proprio: potrebbe identificare una categoria di indi-
vidui, una sorta di specializzazione di alcuni Elohim che
noi definiremmo “medici”.
E non è certo un caso, visti gli atti specifici che egli com-
pie nel libro di Tobia e le precise conoscenze che dimostra
di avere.

L’evento oggetto dell’analisi si trova nel passo in cui Tobi


(il padre di Tobia) narra del malanno che ha colpito i suoi
occhi (Tb 2,9-10):
Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, en-
trai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile.
Per il caldo che c’era tenevo la faccia scoperta, ignorando che
sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei
occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero mac-
chie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi
però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi,
a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto.
Per quattro anni rimasi cieco e ne soffrirono tutti i miei fratelli.
Leggiamo che cosa pensa al riguardo il dottor Berardi:
Tobi è colpito da cecità, conseguenza del danno dovuto
agli escrementi degli uccelli e in particolar modo ai farmaci
che i medici usano sui suoi occhi per tentare di curarlo. In
<Testatina Dinamica DX> 143

realtà non credo si trattasse di cecità vera e propria, perché


nel testo si parla di “macchie bianche”, e quindi presumo
che Tobi ebbe un evidente calo del visus, con tutte le conse-
guenze (simili a quelle di un cieco) che ne possono deriva-
re, ma non una cecità vera e propria.
In effetti il testo greco è molto più esplicativo e chiama le
macchie bianche (leukomata): Tobi dunque pare
essere stato colpito dalla patologia che definiamo leucoma.
Il leucoma corneale è un’alterazione della trasparenza
della cornea causata da un processo di cicatrizzazione che
insorge dopo un’abrasione corneale profonda (quella che
probabilmente hanno causato i medici nel tentativo di de-
tergere e curare gli occhi di Tobi dopo l’insulto causato da-
gli escrementi degli uccelli) ed è caratterizzato dalla forma-
zione di cicatrici consistenti in tessuto connettivo di colore
bianco (le macchie bianche) che può essere dovuta a infe-
zioni, ulcerazioni o ferite (il caso di Tobi), e provoca una
opacizzazione più o meno estesa della cornea con conse-
guenti disturbi della vista dovuti alla perdita della norma-
le trasparenza.
La cornea è la membrana che riveste l’estremità anteriore
del globo oculare e la sua funzione è di consentire il passag-
gio della luce verso le strutture interne dell’occhio, facendo
convergere i raggi luminosi verso la fovea. L’impedimento
da calo visivo che colpisce i pazienti affetti da leucoma cor-
neale è tanto maggiore quanto più la cicatrice è situata in
corrispondenza del foro della pupilla.
Oggigiorno la terapia è essenzialmente chirurgica e con-
siste nella rimozione del tessuto connettivo leso o addirit-
tura, nei casi più gravi, nel trapianto della cornea.
Il racconto biblico prosegue così (Tb 6,2-4):
Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand’ec-
co un grosso pesce balzando dall’acqua tentò di divorare
il piede del ragazzo, che si mise a gridare. Ma l’angelo gli
disse: “Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire”. Il ragazzo
riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. Gli disse allo-
ra l’angelo: “Apri il pesce e togline il fiele, il cuore e il fega-
to; mettili in disparte ma getta via gli intestini. Infatti il suo
fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti”.
144 Il Falso Testamento

Il temine greco , kole, tradotto con “fiele”, copre


un’area semantica ben più vasta, in quanto indica più in ge-
nerale anche “bile”, “cistifellea”, “veleno”, “pozione amara
o tossica”: rimanda dunque a sostanze liquide organiche do-
tate di svariate proprietà.
Tobia viene ferito al piede da un pesce di grandi dimen-
sioni mentre si trova in compagnia di Raffaele, che gli con-
siglia di mettere da parte il cuore, il fegato e il fiele del pe-
sce perché “possono essere utili medicamenti”.
Abbiamo detto che Raffaele potrebbe essere una defini-
zione funzionale piuttosto che un nome proprio; in effetti è
egli stesso a presentarsi con il nome di Azaria in 5,13, e Tobia
si rivolge a lui chiamandolo proprio in quel modo, riceven-
done le seguenti preziose indicazioni mediche (Tb 6,7-9):
Allora il ragazzo rivolse all’angelo questa domanda: “Aza-
ria, fratello, che rimedio può esserci nel cuore, nel fegato e
nel fiele del pesce?”. Gli rispose: “Quanto al cuore e al fega-
to, ne puoi fare suffumigi in presenza di una persona, uomo
o donna, invasata dal demonio o da uno spirito cattivo, e
cesserà da lei ogni vessazione e non ne resterà più traccia
alcuna. Il fiele invece serve per spalmarlo sugli occhi di chi
è affetto da macchie bianche; si soffia su quelle macchie e
gli occhi guariscono”.
La nostra attenzione va posta in particolare sul “fiele” del
pesce, soprattutto dopo aver letto che (Tb 11,11-12):
Tobia gli andò incontro, tenendo in mano il fiele del pe-
sce. Soffiò sui suoi occhi e lo trasse vicino, dicendo: “Corag-
gio, padre!”. Gli applicò il farmaco e lo lasciò agire, poi di-
staccò con le mani le scaglie bianche dai margini degli occhi.
Azione miracolosa prodotta da un angelo o applicazione
di una terapia precisa indicata da un medico?

Tobia ha estratto il fiele dal pesce che lo ha assalito al piede.


Credo che il termine fiele sia stato utilizzato solo perché in
passato (fino a un tempo abbastanza recente) venivano attri-
buite a esso, ma anche al cuore e al fegato, proprietà terapeu-
tiche. Ma sentiamo nuovamente il parere del dottor Berardi:
<Testatina Dinamica DX> 145

Personalmente, ritengo che il pesce in questione fosse una


tracina, verosimilmente la varietà Trachinus draco, che soli-
tamente vive in fondali piuttosto bassi e ha dimensioni che
possono anche superare i 50 centimetri. Presenta una lunga
pinna dorsale, preceduta da una pinna formata da cinque o
sei raggi/spine cavi, collegati a una ghiandola velenifera, ed
è anche dotato di altre spine velenifere poste sull’opercolo
branchiale. È un pesce che solitamente si infossa in fonda-
li sabbiosi, lasciando liberi solo gli occhi e le spine velenife-
re: quando una preda capita a portata di bocca esce rapida-
mente dal suo nascondiglio per afferrarla (verosimilmente,
quello che è accaduto a Tobia).
Perché proprio la tracina? Perché dal veleno delle pinne
della tracina è possibile estrarre la ialuronidasi, e cioè quel
“fiele” estratto dal pesce di cui si parla nel libro di Tobia e
che è stato poi utilizzato per curare gli occhi di Tobi.
La ialuronidasi è un enzima capace di provocare una mag-
giore permeabilità dei tessuti che lo contengono. È presente in
alcuni batteri (Staphylococcus aureus, Streptococcus pyogenes o
Clostridium perfringens, che producono ialuronidasi per avere
una maggiore mobilità attraverso i tessuti del corpo umano)
e nell’uomo, per l’esattezza nel cordone ombelicale e negli
spermatozoi; ma è anche abbondante nei testicoli dei mam-
miferi in generale, in molti veleni animali (di serpenti come
i viperidi o i colubridi; dei pesci come appunto il Trachinus;
degli scorpioni; delle api) e nella testa della sanguisuga.
Questo enzima è utilizzato in campo medico, anche allo
stato puro, in varie terapie per facilitare la diffusione e l’as-
sorbimento di alcuni farmaci.
In particolar modo la ialuronidasi è ampiamente utilizza-
ta nella chirurgia oftalmica, anche in associazione con ane-
stetici locali e, soprattutto in epoca antecedente all’utilizzo
del laser o delle protesi artificiali, per il trattamento del leu-
coma corneale (da cui era affetto Tobi).
Alla luce di quanto descritto finora – e con l’ausilio an-
che della lettura del testo in greco – è possibile ritenere che,
intorno all’VIII secolo a.C., Tobi sia stato sottoposto a un
vero e proprio intervento di chirurgia oftalmica con conse-
guente rimozione di quelle macchie bianche dovute al leu-
coma che lo affliggevano da quattro anni.
146 Il Falso Testamento

Se consideriamo che la bile viene secreta nell’intestino


per i vari processi digestivi si deduce che, dal pesce, Tobia
avrebbe estratto tutta la bile (proveniente dal fegato e pre-
sente nell’intestino con la flora batterica di Clostridium) da
cui poi Raffaele avrebbe ricavato la ialuronidasi. Così si
comprenderebbe anche perché lo stesso Raffaele sottolinea
poi di buttare via l’intestino del pesce (Tb 6,4): “Apri il pe-
sce e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte
ma getta via gli intestini”.
Chiunque abbia assistito (quindi forse anche lo stesso
Tobia) a tale procedura non ha ben compreso quale tipo di
sostanza sia stata ricavata per curare gli occhi di Tobi, per-
tanto può avere successivamente mitizzato, divinizzato e
generalizzato nel corso dei secoli (definendo ad esempio
“fiele” la sostanza specifica) quelle conoscenze e quelle ap-
plicazioni di cui era stato testimone e che poi sono andate
progressivamente perdute fin quando il libro non è stato
redatto (e più volte manipolato e influenzato) tra il III e il
II secolo a.C., quindi molti secoli dopo l’accaduto.

Tracina o…

Le specie di tracina conosciute vivono in acque salate, men-


tre il testo biblico parla di un fiume, ma, come già detto, il
libro di Tobia è stato scritto molti secoli dopo l’evento e può
avere avuto un precedente in lingua aramaica e/o ebraica.
La vicenda potrebbe essersi svolta in uno dei tanti la-
ghi salati che si trovano a nord della Mesopotamia (Urmia
o Van, per citarne due), teatro dei fatti e dei viaggi narra-
ti nel libro.
Una tale trasposizione di luoghi non sarebbe nuova né
unica, datosi che, ad esempio, la vicenda dell’uscita del po-
polo dall’Egitto descritta nel libro dell’Esodo presenta al-
cune varianti, tra le quali, per citarne una:
• per il testo ebraico masoretico il popolo ha attraversato
uno tJ]-rS, yam suf, cioè un “mare di canne”, in pratica
<Testatina Dinamica DX> 147

un canneto, una giuncaia. Si tratta di una palude posta


nel nord-est del delta del Nilo e, data la descrizione bibli-
ca del percorso e delle indicazioni geoclimatiche (il forte
vento che spira per tutta la notte e libera una secca che
torna a inabissarsi non appena cessato l’effetto), rappre-
senta la localizzazione più coerente per l’intera vicenda;
• per il testo greco della Septuaginta il popolo avrebbe in-
vece attraversato , eruthran thalas-
san, cioè un “rosso mare”, ponendo l’intera vicenda mol-
to più a sud.
Come si vede, dunque, testo ebraico e testo greco pre-
sentano spesso notevoli varianti: tra la Septuaginta greca e
la versione ebraica masoretica se ne riscontrano circa un
migliaio, di natura e importanza variabili.
Ma se si vuole mantenere fede al testo che fa riferimen-
to alla riva di un fiume (che nel caso sarebbe il Tigri), basti
ricordare che, come ha spiegato il professor Berardi, la ia-
luronidasi può essere prodotta naturalmente da alcuni bat-
teri: nei laboratori odierni viene prodotta artificialmente e
quasi totalmente da colture batteriche.
Il Clostridium perfringens è un batterio Gram-positivo
anaerobio che in natura è ubiquitario e può essere trovato
come un normale componente di vegetali in decomposizio-
ne, nel sedimento marino, nel tratto intestinale dell’uomo
e di altri vertebrati (compresi i pesci), negli insetti, nell’ac-
qua e nel suolo. 
La flora microbica dei pesci si può trovare nello stra-
to mucoso esterno, nelle branchie, nell’intestino stesso, e
i pesci d’acqua dolce presentano una popolazione micro-
bica composta prevalentemente da batteri Gram-positivi a
livello intestinale comprendente tutte le specie di Clostri-
dium. Di fatto, quindi, potrebbe anche essersi trattato di una
specie di pesce diversa dalla tracina.

Ciò che però importa per la vicenda che coinvolge Tobia e


Raffaele (Rafa-El) è la straordinaria corrispondenza tra la
sostanza viscerale che quest’ultimo fa prelevare per curare
il leucoma e le conoscenze scientifiche attuali che ne con-
fermano validità ed efficacia.
148 Il Falso Testamento

Concludo il capitolo con una considerazione coerente con


l’intero impianto del lavoro condotto sui testi biblici.
L’apporto della scienza attuale, che si presta ad analiz-
zare i testi antichi, è quanto mai prezioso perché li spoglia
di quel velo di magia e di mistero che viene spesso utiliz-
zato per coprire la concretezza delle narrazioni.
Le conoscenze scientifiche che emergono dall’analisi se-
rena e libera da condizionamenti pregiudiziali di ordine
teologico contribuiscono a fornire ulteriori elementi di con-
cretezza al mosaico che si viene componendo e che riman-
da alla presenza, nel passato, di almeno una (o forse più)
civiltà dotata di una cultura e di strumenti fino a ora rite-
nuti leggendari o mitici.
La medicina e la genetica sono, tra le tante, due delle
scienze che ci stanno documentando come la storia potreb-
be essere notevolmente diversa da quella ritenuta vera in
modo spesso, purtroppo, non discutibile.
Non intendo cadere nello stesso errore che vizia le posi-
zioni dogmatiche (scientifiche o teologiche che siano), per-
tanto ribadisco che si tratta esclusivamente di ipotesi, ma al
contempo rilevo che tali ipotesi sono in grado di spiegare
fatti davvero sorprendenti con una coerenza e concretezza
superiori a quelle di tutte le altre categorie interpretative,
costrette spesso a introdurre concetti come il “mistero del-
la fede” o il “mistero insondabile di Dio”.
Va anzi precisato che, nella fattispecie del libro di Tobia,
la lettura fornita dal dottor Berardi non si pone come “inter-
pretazione” ma come pura descrizione di un fatto, formula-
ta sulla base di conoscenze diffuse e di evidenze sperimen-
tali viste nella loro concreta successione: leucomi causati da
escrementi di uccelli e conseguente terapia a base di sostan-
ze conosciute e utilizzate ancora oggi e reperibili proprio là
dove correttamente le colloca il racconto biblico.
VI
Yahweh: Dio o guaritore?

Il già citato dottor Berardi ha strutturato l’analisi del libro


del Levitico in forma di “visita medica” o, meglio, come una
successione di varie visite mediche: questa impostazione
del tutto originale ma decisamente efficace richiede al letto-
re un’attenzione particolare, necessaria per seguire riscon-
tri di carattere medico che risultano sorprendenti, sia pure
nella consapevolezza che questo capitolo, al pari degli al-
tri, contiene esclusivamente ipotesi basate sulla scelta me-
todologica del “fare finta che” il testo biblico riporti infor-
mazioni veritiere e concrete.
Il procedimento seguito tiene conto delle seguenti evi-
denze che emergono dalla lettura dei passi presi in esame:
Yahweh, parlando con Mosè e Aronne, presenta con cura e
in maniera estremamente dettagliata una lunga lista di pa-
tologie della cute; il “paziente” a sua volta descrive o ma-
nifesta la sintomatologia al “medico” e questi, in base alle
descrizioni che gli vengono fatte, dall’analisi e dall’esame
obiettivo dei sintomi, ricava gli elementi per formulare la
diagnosi.
Si è cercato in questa sede di ridurre al minimo indispen-
sabile l’utilizzo della terminologia tecnica, limitata alla defi-
nizione di patologie che gli antichi autori biblici hanno reso
con strumenti linguistici di gran lunga meno sofisticati e pre-
cisi: il tutto è finalizzato a suggerire la possibilità di riflettere
sul tipo di conoscenze precise di cui disponevano gli Elohim,
150 Il Falso Testamento

non potendo ovviamente attribuirle a popoli che la Bibbia ci


presenta come nomadi allevatori in un territorio desertico.
Il “fare finta che” induce riflessioni che devono fungere da
stimolo per approfondire la conoscenza della situazione sotto-
stante a quanto gli autori biblici ci hanno narrato e che induce
a riconfermare quanto vado affermando da tempo: dell’Anti-
co Testamento si dovrebbero occupare esponenti del mondo
scientifico appartenenti a varie discipline, non già i teologi.

Il punto di domanda che accompagna i titoli dei vari para-


grafi ricorda al lettore il carattere ipotetico del capitolo, la
sua natura di stimolo per condurre ulteriori studi con le ne-
cessarie e conseguenti verifiche.

Lebbra?

Nell’Antico Testamento, le patologie che possono rientrare


nella categoria genericamente denominata come “lebbra”
sono definite con il termine ebraico l_fb, tzara’at: va detto
però che il testo biblico non intende riferirsi alla lebbra in
senso stretto, e non rappresenta quindi la stessa patologia
che noi definiamo come tale, ma indica una malattia impre-
cisata della pelle o, meglio, più malattie della pelle, anche
molto diverse tra loro e che in alcuni casi (rari, tra quelli de-
scritti da Yahweh) potevano essere contagiose.
La genericità del significato è documentata dal fatto che il
termine in questione viene utilizzato per indicare anche il de-
terioramento di un muro (Lv 14,34), di un tessuto (Lv 13,47)
o del cuoio (Lv 13,49).
La Bibbia di Gerusalemme, a proposito del passo conte-
nuto in 2Re 5,1 – in cui si parla di una patologia che ha col-
pito Naaman, comandante dell’esercito di Aram –, scrive:
“Questa lebbra è forse solo una malattia della pelle, non
la vera lebbra, infatti non impedisce le relazioni sociali”.1
Procediamo quindi con una veloce rassegna dei passi bi-
blici in cui si parla di “lebbra” nell’accezione più ampia ap-
pena segnalata, cominciando con Nm 5,1-4:
<Testatina Dinamica DX> 151

Poi il Signore disse a Mosè: “Ordina ai figli d’Israele che


mandino fuori dall’accampamento ogni lebbroso e chiun-
que ha la gonorrea o è impuro per il contatto con un mor-
to. Allontanerete sia i maschi sia le femmine, li manderete
fuori; li allontanerete dall’accampamento, così non rende-
ranno impuro il loro accampamento, dove io abito tra di
loro”. Così fecero gli Israeliti: li espulsero fuori dall’accam-
pamento. Come il Signore aveva parlato a Mosè, così fece-
ro gli Israeliti.
A margine del tema qui esaminato nello specifico, anno-
to che il lettore avrà colto ancora una volta quanto ho am-
piamente documentato nel precedente lavoro La Bibbia non
parla di Dio: Yahweh vive fisicamente nell’accampamento
(rUJlB sUv, shochen betocham, “abitante in mezzo a loro”, re-
cita il versetto 3 del passo citato) e la contiguità con indivi-
dui affetti da varie patologie non gli è assolutamente gradita.
Questa vera e propria repulsione non riguardava esclu-
sivamente stati patologici veri e propri ma anche situazio-
ni generiche di malformazioni che non avrebbero compor-
tato alcun rischio per lui e per il resto della popolazione:
un atteggiamento – poco adatto a un dio misericordioso –
che non risparmiava nemmeno i suoi più stretti collabora-
tori. Leggiamo infatti in Lv 21,16-23:
Il Signore parlò a Mosè e disse: “Parla ad Aronne dicendo:
‘Nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe che
abbia qualche deformità, potrà accostarsi ad offrire il pane del
suo Dio [Elohim in ebraico]; perché nessun uomo che abbia
qualche deformità potrà accostarsi: né un cieco, né uno zop-
po, né uno sfregiato, né un deforme, né chi abbia una frattu-
ra al piede o alla mano, né un gobbo né un nano né chi ab-
bia una macchia nell’occhio o la scabbia o piaghe purulente
o i testicoli schiacciati. Nessun uomo della stirpe del sacer-
dote Aronne con qualche deformità si accosterà per presen-
tare i sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore. Ha
un difetto: non si accosti quindi per offrire il pane del suo
Dio. Potrà mangiare il pane del suo Dio, le cose sacrosante e
le cose sante; ma non potrà avvicinarsi al velo né accostarsi
all’altare, perché ha una deformità. Non dovrà profanare i
miei luoghi santi, perché io sono il Signore che li santifico’”.
152 Il Falso Testamento

Yahweh abitava dunque con il suo popolo ma – a dispet-


to della dottrina che lo presenta come il Dio padre miseri-
cordioso – non manifestava certo amore per gli ultimi, per
i sofferenti, per coloro con i quali la sorte non era stata be-
nigna: lui non ne aveva compassione, non li voleva vede-
re nella sua dimora.
Non gradiva attorno a sé persone che presentassero sul
viso deformità che potevano essere dovute, tra le varie cose,
anche a patologie della cute o a esiti di malattie cutanee or-
mai risolte: un esempio può essere il cheloide – descritto in
seguito – o una ferita troppo estesa in fase di cicatrizzazione.
Yahweh non voleva avere contiguità con persone affette da
scabbia, un’infezione cutanea molto contagiosa trasmessa
attraverso oggetti o tramite contatto diretto pelle-pelle, do-
vuta all’acaro Sarcoptes scabiei, molto frequente in ambienti
in cui vi siano condizioni di vita non igieniche, come quelle
che dovevano inevitabilmente regnare in un accampamen-
to paramilitare come quello allestito da Mosè dopo l’uscita
dall’Egitto. Alla scabbia sono accomunabili anche le piaghe
purulente, maleodoranti e orribili da vedere: un’altra pato-
logia cutanea a rischio altamente infettivo.

Ma che cosa temeva quel Dio “misericordioso” per non vo-


lere persone deformi e ammalate in casa sua? Era una vera
e propria ossessione, manifestata ripetutamente, come in
Dt 23,11-15:
Se si trova qualcuno in mezzo a te che non sia puro a cau-
sa di una polluzione notturna, uscirà dall’accampamento e
non vi entrerà. Verso sera si laverà con acqua e dopo il tra-
monto del sole potrà rientrare nell’accampamento. Avrai
anche un posto fuori dell’accampamento e là andrai per i
tuoi bisogni. Nel tuo equipaggiamento avrai un piolo, con il
quale, quando ti accovaccerai fuori, scaverai una buca e poi
ricoprirai i tuoi escrementi. Perché il Signore, tuo Dio, pas-
sa in mezzo al tuo accampamento per salvarti e per mette-
re i nemici in tuo potere, l’accampamento deve essere san-
to. Egli non deve vedere in mezzo a te qualche indecenza,
altrimenti ti abbandonerebbe.
<Testatina Dinamica DX> 153

Come si vede, Yahweh era letteralmente ossessionato


non solo dalla buona salute fisica, ma anche dall’igiene e
dalla “purezza” di chiunque gli si avvicinava e di tutto ciò
che gli stava intorno.
Persino l’espletamento delle normali funzioni fisiologi-
che in un modo da lui ritenuto non appropriato generava
il rischio di reazioni che potevano arrivare addirittura al­
l’abbandono.
Utilizzando il termine tzara’at, verosimilmente Yahweh
si riferiva in genere a varie manifestazioni patologiche, per
cui quel vocabolo poteva indicare genericamente una qual-
che forma di “male cutaneo”. In effetti, leggendo il testo
adottato dalla Bibbia ebraica, si può notare che gli ebrei non
traducono quel termine, ma lo riportano come “tzara’at” e,
addirittura, in Lv 13,6-7 si parla di lO`]Y, mispachat, un al-
tro tipo di “male cutaneo” che di nuovo evitano di tradur-
re, lasciandolo scritto così, come anche in Lv 13,39 viene ri-
portato semplicemente dHB, bohaq, senza tradurlo.2
Ricapitolando brevemente la terminologia utilizzata, quin-
di, il significato di l_fb, tzara’at, è vario e cambia a seconda
delle circostanze; lO`]Y, mispachat, designa genericamente
un’eruzione cutanea, un’affezione della pelle; mentre dHB,
bohaq, ha in sostanza lo stesso significato non meglio defi-
nito di “malattia della pelle”.

Quello che si ricava da un’attenta lettura di quasi tutto il ca-


pitolo 13 del Levitico è che questo si presenta come una sor-
ta di breve trattato di dermatologia; pare anche di potervi
scorgere la volontà, da parte di Yahweh, di creare un primo
“distretto sanitario” avente l’obiettivo di mantenere quanto
più possibile “puro” quell’accampamento paramilitare che
Mosè stava tentando di organizzare nel deserto: un posto
in cui le condizioni igienico-sanitarie erano pessime e l’ac-
qua (importantissima per l’igiene) non abbondava di certo.
Iniziamo ora a vedere passo per passo a che cosa fa ri-
ferimento Yahweh nella sua elencazione delle varie pato-
logie della pelle e a catalogare clinicamente tali lesioni dal
punto di vista macroscopico.
154 Il Falso Testamento

Per consentire al lettore di procedere con le necessarie in-


formazioni di base, è bene prendere conoscenza della ter-
minologia fondamentale.
• Macula: lesione ben circoscritta, piana, di diverse dimen-
sioni e di colore nettamente distinto dalla cute circostante.
• Papula: lesione di consistenza solida, in rilievo, di dimen­
sioni inferiori a 5 millimetri nel suo asse maggiore.
• Nodulo: lesione di consistenza solida, in rilievo, di dimen­
sioni maggiori a 5 millimetri nel suo asse maggiore.
• Placca: lesione in rilievo e con la sommità appiattita, di
dimensioni superiori a 5 millimetri nel suo asse maggiore.
• Vescicola: lesione a contenuto liquido di dimensioni in-
feriori a 5 millimetri nel suo asse maggiore.
• Bolla: lesione a contenuto liquido di dimensioni superiori
a 5 millimetri nel suo asse maggiore.
• Pustola: area in rilievo ben delimitata e contenente ma-
teriale purulento.
• Squama: escrescenza piana, rugosa e secca, determina-
ta da un’alterazione del processo di cheratinizzazione.
• Lichenificazione: area di cute ispessita e rugosa, che soli-
tamente si manifesta in soggetti predisposti come risulta-
to di ripetuti sfregamenti e presenta dermatoglifi (vale a
dire solchi dell’epidermide) particolarmente pronunciati.
• Escoriazione: lesione di origine traumatica, normalmente
di forma lineare e caratterizzata da una distruzione degli
strati superficiali dell’epidermide con esposizione degli
strati basali (ad esempio in un graffio profondo).

Il sacerdote
nelle antiche culture mediorientali

Nel capitolo si farà spesso riferimento alla figura del sacerdo-


te, pertanto, per evitare equivoci, è bene precisare che sarà il
caso di non farci fuorviare da secoli di dottrine e strumentaliz-
<Testatina Dinamica DX> 155

zazioni a scopo religioso che ci hanno presentato la figura del


sacerdote in una luce che non ha pressoché nulla a che vedere
con quella cui si riferivano le culture mediorientali del tempo.
Nella civiltà sumero-accadica il sacerdote svolgeva le fun-
zioni di un governatore territoriale: era una sorta di rappresen-
tante locale del cosiddetto “dio” (Anunna o Anunnaki sumero-
accadico, Elohim biblico) che presiedeva una specifica regione.
In lingua semitica occidentale il sacerdote era il sHU, kohen,
un termine con il quale si identificava il compito di “colui
che presta un servizio”: era dunque anche qui una sorta di
facente funzioni per conto del signore del territorio, un indi-
viduo (parte di un gruppo, i kohanim) che doveva occuparsi
delle esigenze, comprese quelle personali, dell’Elohim di ri-
ferimento e per conto del quale fungeva anche da interme-
diario con il popolo.
Non è un caso che nei passi che si leggeranno il kohen risul-
ti essere un facente funzioni avente, tra gli altri, i compiti di
verificare le condizioni di salute del popolo e di intervenire,
con competenza e conoscenza, nei modi più opportuni che
vengono chiaramente elencati al fine di garantire il massimo
dell’efficacia terapeutica e preventiva, non lasciando nulla al
caso o alla libera interpretazione dei singoli.

Iniziamo l’analisi del capitolo 13 del Levitico dai versi 1-2,


in cui Yahweh introduce brevemente il tema che si appre-
sta a trattare:
Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: “Se qualcu-
no ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o mac-
chia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel
tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei
sacerdoti, suoi figli”.
In questi primi due versetti l’Elohim di Israele stabilisce
le regole: qualunque persona abbia una qualsiasi lesione cu-
tanea (tumorale, infettiva, fungina o di altra natura) deve
essere condotta dal kohen o dai kohanim, i sacerdoti (cioè i
suoi diretti collaboratori, che qui appaiono di fatto come
detentori di conoscenze mediche), per essere esaminata, ri-
cavarne una diagnosi e stabilirne l’eventuale trattamento.
156 Il Falso Testamento

Acne?

A questo punto l’Elohim inizia con la prima descrizione e


la prima indicazione operativa (Lv 13,3):
Il sacerdote esaminerà la piaga sulla pelle del corpo: se il
pelo della piaga è diventato bianco e la piaga appare come in-
cavata rispetto alla pelle del corpo, è piaga di lebbra; il sacer-
dote, dopo averlo esaminato, dichiarerà quell’uomo impuro.
Yahweh procede dunque per gradi, contemplando varie
specie di patologie o malformazioni: “Se la piaga in que-
stione si presenta ‘incavata’ rispetto al resto del corpo…”.
Nelle traduzioni interlineari che tengono conto della let-
teralità del testo ebraico, tuttavia, è riportato: “e aspetto
di la piaga profondo più di pelle di carne di lui”.3 Inca-
vato o profondo non necessariamente devono intender-
si come una depressione verso l’interno rispetto al pia-
no di riferimento, ma anche come una protrusione verso
l’esterno, un rigonfiamento. Infatti in questa descrizione
Yahweh fa riferimento all’acne, che è la più comune del-
le dermatosi pustolose non infettive della pelle. Si tratta
di una patologia di tipo infiammatorio a carico dell’unità
pilosebacea (la piaga con il pelo all’interno descritta nel
testo), localizzata solitamente sul volto e/o nella regione
superiore del tronco.
I fattori che la scatenano sono diversi, e verosimilmen-
te Yahweh, in questo passo, vuole che la persona venga di-
chiarata “impura” in quanto presenta un’imperfezione cu-
tanea che potrebbe essere imputabile a scarsa igiene.

Idrosadenite?

Seguono altre indicazioni importanti (Lv 13,4):


Ma se la macchia sulla pelle del corpo è bianca e non ap-
pare depressa rispetto alla pelle e il suo pelo non è diven-
tato bianco, il sacerdote isolerà per sette giorni colui che ha
la piaga.
<Testatina Dinamica DX> 157

In questo caso Yahweh fa riferimento all’idrosadenite, che


è una patologia infiammatoria della cute in cui le anomalie
che si evidenziano sono principalmente caratterizzate da un
infiltrato localizzato a livello delle ghiandole sudoripare eccri-
ne (ghiandole presenti sulla superficie cutanea). Vi sono due
diversi tipi di idrosadenite: quella semplice, come quella de-
scritta in questo passo, in cui vi è cute bianca associata al pelo,
e quella suppurativa (che verrà descritta successivamente).
Per capire esattamente quello che l’Elohim vuole dire a
Mosè e Aronne, bisogna andare a leggere ancora una volta
la traduzione interlineare, dalla quale scopriamo che:
E se macchia lucida bianca essa in pelle di carne di lui, e
profondo non aspetto di essa più di la pelle e pelo di essa non
mutò bianco, allora chiuderà il kohen la piaga sette di giorni.4
Yahweh, qui, non dice affatto che bisogna isolare il pa-
ziente, indica invece chiaramente che il sacerdote deve
“chiudere” la piaga, cioè deve medicarla e coprirla per set-
te giorni per poi valutarla e decidere sul modo di procede-
re. Infatti (Lv 13,5):
Al settimo giorno il sacerdote l’esaminerà ancora; se gli
parrà che la piaga si sia fermata senza allargarsi sulla pelle,
il sacerdote lo isolerà per altri sette giorni.
Qui ancora una volta si riscontra un possibile errore nel-
le traduzioni tradizionali. Affidandoci nuovamente alle tra-
duzioni interlineari, infatti, per lo stesso versetto si legge:
E guarderà lui il kohen nel giorno il settimo ed ecco la pia-
ga sta ritta a occhi suoi, non è diffusa la piaga nella pelle: al-
lora chiuderà lui il kohen sette di giorni seconda.
Qui Yahweh afferma che, dopo sette giorni, il sacerdo-
te deve rivalutare la piaga medicata (dovuta probabilmen-
te ad acne o a idrosadenite semplice) e, se questa non si è
allargata, la deve “rimedicare” chiudendola per altri sette
giorni (anche se nel testo c’è scritto “lui”, credo che il rife-
rimento sia alla piaga; altrimenti, qui potrebbe voler dire
che oltre a chiudere la piaga il sacerdote deve “chiudere”,
cioè isolare, anche il paziente), dopodiché (Lv 13,6):
158 Il Falso Testamento

Il sacerdote, il settimo giorno, lo esaminerà di nuovo; se


vedrà che la piaga non è più bianca e non si è allargata sul-
la pelle, dichiarerà quell’uomo puro: è una pustola. Quello
si laverà le vesti e sarà puro.

Follicolite?

Nel passo appena citato si fa riferimento a una pustola cu-


tanea da causa infettiva, ovvero una follicolite: un’infezio-
ne del follicolo pilifero che si presenta con pustole circon-
date da un anello eritematoso e centrate da un pelo, che è
l’elemento fondamentale per riconoscere la patologia spe-
cifica (nei passi precedenti Yahweh lo aveva già ampiamen-
te sottolineato).
Talora l’infezione può estendersi in profondità e deter-
minare la formazione di una lesione di maggiori dimensio-
ni, eritematosa, fluttuante e con una “punta” (il follicolo)
da cui può fuoriuscire materiale purulento. Tale evoluzio-
ne della lesione viene definita foruncolo e l’individuo in
questo caso è “puro” perché, eliminato ogni dubbio dopo
quindici giorni, presenta solo una pustola, la cui manife-
stazione non è infettante.
Solitamente la follicolite è localizzata al volto o in regioni
pelose che siano sottoposte all’attrito degli indumenti (ma-
gari sporchi o non accuratamente lavati), e infatti segue l’ine-
vitabile prescrizione: “Quello si laverà le vesti e sarà puro”.

Idrosadenite suppurativa?

Yahweh prosegue nella descrizione della possibile evolu-


zione di questa patologia cutanea (Lv 13,7-8):
Ma se la pustola si è allargata sulla pelle, dopo che egli
si è mostrato al sacerdote per essere dichiarato puro, si farà
esaminare di nuovo dal sacerdote; il sacerdote l’esaminerà
e se vedrà che la pustola si è allargata sulla pelle, il sacer-
dote lo dichiarerà impuro: è lebbra.
<Testatina Dinamica DX> 159

Qui, verosimilmente, si fa riferimento all’idrosadenite


suppurativa, una malattia cutanea caratterizzata dalla fi-
brosi delle ghiandole sudoripare apocrife e dall’occlusio-
ne dei pori, con infezioni batteriche secondarie che posso-
no evolvere in ascessi (“la pustola si è allargata sulla pelle”)
con probabile rottura. La malattia tende a diventare croni-
ca con successivi episodi periodici difficilmente prevedibi-
li, in cui vi può essere anche la formazione di ulcere e di fi-
stole con esiti cicatriziali evidenti.

Tumori cutanei?

L’Elohim di Israele, nella sua descrizione delle patologie cu-


tanee, passa poi dalle dermatosi pustolose ad alcune forme
tumorali e/o fungine e indica (Lv 13,9-11):
Quando uno avrà addosso una piaga di lebbra, sarà con-
dotto al sacerdote, ed egli lo esaminerà: se vedrà che sulla
pelle c’è un tumore bianco, che questo tumore ha fatto im-
biancare il pelo e che nel tumore si trova carne viva, è leb-
bra inveterata nella pelle del corpo e il sacerdote lo dichia-
rerà impuro; non c’è bisogno che lo tenga ancora isolato,
perché certo è impuro.
In questi passi si fa riferimento a un tumore cutaneo, ab-
bastanza aggressivo e maligno, che è il carcinoma squamo-
cellulare o spinocellulare: il tumore maligno più comune
delle parti esposte, soprattutto nelle persone anziane. Le le-
sioni in fase più avanzata si presentano d’aspetto nodulare
e sono ulcerate (la “carne viva” citata nel versetto).
Quando il tumore insorge sulle mucose, si osserva un’area
di ispessimento biancastro, il “tumore bianco” del passo ci-
tato. La causa esogena più largamente accettata è l’esposi-
zione ai raggi solari – i raggi ultravioletti cui quel popolo
nel deserto era esposto ogni giorno – con conseguente dan-
no al DNA.
160 Il Falso Testamento

Vitiligine?

Yahweh prosegue la sua accurata descrizione e dice (Lv


13,12-13):
Se la lebbra si propaga sulla pelle in modo da coprire tut-
ta la pelle di colui che ha la piaga, dal capo ai piedi, dovun-
que il sacerdote guardi, questi lo esaminerà, e se vedrà che
la lebbra copre tutto il corpo, dichiarerà puro l’individuo af-
fetto dal morbo: essendo tutto bianco, è puro.
È probabile che qui il riferimento sia a una forma estesa
di vitiligine: una patologia caratterizzata dalla formazione
di chiazze bianche che aumentano progressivamente di
dimensione. In circa un terzo degli individui affetti da vi-
tiligine si può osservare una certa ripigmentazione spon-
tanea, specie nelle aree esposte alla luce. Nelle aree interes-
sate è comune la presenza di peli bianchi. La maggior parte
dei pazienti affetti da questo disturbo sono sani, e Yahweh
conclude infatti dicendo una cosa fondamentale: il sacerdo-
te “dichiarerà puro l’individuo affetto dal morbo: essendo
tutto bianco, è puro”.

Torna nuovamente utile la traduzione interlineare dello


stesso versetto, in cui leggiamo: “… ed ecco coperse la leb-
bra tutta la carne di lui: e dirà pura la piaga: egli tutto mutò
bianco, puro egli”. È la “piaga”, quindi, a essere “pura”, in
quanto la vitiligine, come abbiamo detto, non è dovuta ad
alcuna causa infettiva.

Micosi?

Un’altra ipotesi che potremmo avanzare è che l’individuo


diventato bianco da capo a piedi e che, come abbiamo ri-
cordato precedentemente, viveva in condizioni igieniche
scadenti, fosse affetto da micosi (un’infezione fungina),
come ad esempio la pitiriasi versicolor (o tinea versicolor),
che è un’infezione cutanea superficiale causata da alcuni
<Testatina Dinamica DX> 161

funghi del genere Malassezia che normalmente vivono sul-


la cute umana.
La pitiriasi versicolor è caratterizzata dalla formazione
sulla pelle di macchie irregolari: di solito è una micosi asin-
tomatica, in certi casi è riscontrabile anche prurito (partico-
lare che potrebbe essere importante per comprendere ciò
che viene detto in Lv 13,14-17).
Tra le cause che portano all’infezione ci sono fattori qua-
li uno stato di denutrizione cronica o di inefficiente igie-
ne personale e il vivere in regioni a clima caldo (deserto e
Medio Oriente in genere: tutte condizioni riscontrabili nel
racconto biblico).
Anche in questo caso la piaga potrebbe essere definita
“pura” in quanto la malattia (la piaga bianca) non è più nel-
la fase infettante e dunque non vi è più rischio di contagio.
Il presunto Dio fa ancora una precisazione importante
(Lv 13,14-17):
Ma quando apparirà in lui carne viva, allora sarà impu-
ro. Il sacerdote, vista la carne viva, lo dichiarerà impuro: la
carne viva è impura; è lebbra. Ma se la carne viva ridiventa
bianca, egli vada dal sacerdote e il sacerdote lo esaminerà:
se vedrà che la piaga è ridiventata bianca, il sacerdote di-
chiarerà puro colui che ha la piaga; è puro.
Abbiamo detto che in circa un terzo degli individui affet-
ti da vitiligine si può osservare una certa ripigmentazione
spontanea: potrebbe essere questa la carne viva cui fa rife-
rimento Yahweh, ma non solo. La carne viva può essere do-
vuta, in questi casi, a diversi fattori. Il semplice prurito, nel
caso della micosi, potrebbe scoprire la “carne viva” in se-
guito a eccessivo grattamento che produce un’abrasione (le-
sione cutanea superficiale, con risoluzione senza cicatrice).
Anche la formazione di un’ulcera cutanea (frequentissi-
ma in ambienti caldo-umidi e con scarsa igiene) può mani-
festare la “carne viva” che sicuramente, in questo caso, sa-
rebbe evidentissima se manifestatasi su una macchia bianca.
162 Il Falso Testamento

Ulcera?

L’ulcera (dal latino ulcus e dal greco , elkos: “piaga”)


sta a indicare un’erosione circoscritta della cute o delle mu-
cose di rivestimento delle cavità interne, con scarsa tenden-
za alla risoluzione spontanea, a differenza delle lesioni più
strettamente superficiali. Bisogna distinguere, in base alla
sede, tra ulcere cutanee e ulcere mucose.
Vi sono diverse cause che inducono la formazione di
un’ulcera:
• alcune vengono direttamente provocate da batteri (ad
esempio, in quadri morbosi quali la febbre tifoide, la dif-
terite… In un accampamento come quello degli Israeliti
nel deserto, patologie come queste potevano certamen-
te essere frequenti).
• Altre si devono all’azione di agenti fisici (traumi meccani­
ci, calore, radiazioni) oppure chimici (basi o acidi forti).
• Malattie a carico delle vene oppure delle arterie, proces-
si proliferativi, turbe neurodistrofiche, eventi tumorali e
situazioni di compromissione del sistema immunitario
possono determinare la comparsa di ulcere soprattutto
a livello cutaneo.
• Nella patogenesi dell’ulcera rivestono inoltre grande im-
portanza due fattori: un difetto della circolazione e l’in-
tervento della flora batterica e fungina saprofita.
Si tratta di cause decisamente plausibili in quel partico-
lare ambiente in cui il popolo di Yahweh ha vissuto per de-
cenni: una situazione in cui bisognava quindi dettare rego-
le precise e cercare di inculcarle il più possibile nella mente
e nelle abitudini di quella gente.

Epiteliomi?

L’ipotesi che la “lebbra” di cui si parla nei versi 14-17 sia


in realtà ulcera può essere confermata dal fatto che, prose-
guendo nel discorso, Yahweh afferma (Lv 13,18-20):
<Testatina Dinamica DX> 163

Se qualcuno ha avuto sulla pelle del corpo un’ulcera che


sia guarita e poi, sul luogo dell’ulcera, appaia un tumore
bianco o una macchia bianco-rossastra, quel tale si mostrerà
al sacerdote, il quale l’esaminerà e se vedrà che la macchia
è infossata rispetto alla pelle e che il pelo è diventato bian-
co, il sacerdote lo dichiarerà impuro: è una piaga di lebbra
che è scoppiata nell’ulcera.
Fa riferimento a un’ulcera guarita su cui si è formato un
tumore: va detto che la formazione di tumori, in condizio-
ni simili, è assolutamente possibile.
Yahweh qui sta a indicare probabilmente il basalioma o,
più in generale, gli epiteliomi basocellulari. Questi tumori
hanno quale principale fattore di rischio le radiazioni elet-
tromagnetiche, incluse quelle ultraviolette e i raggi X a cui
la cute è stata esposta nel corso degli anni. Per tale moti-
vo, questi carcinomi si sviluppano prevalentemente a ca-
rico delle superfici esposte ai raggi solari, quali il volto, il
collo, le braccia e le mani.
Tra i vari tipi di epitelioma pare che Yahweh faccia rife-
rimento in particolare all’epitelioma basocellulare di tipo
nodulare: è il più comune e si presenta solitamente come
una papula o un nodulo di aspetto perlaceo, di forma irre-
golare con una depressione e un cratere centrale (“la mac-
chia è infossata rispetto alla pelle”). Leggendo la traduzio-
ne letterale interlineare abbiamo: “ed ecco aspetto di essa
basso più di la pelle”.

Come già detto in precedenza, basso non necessariamente


deve essere visto come una depressione verso l’interno ri-
spetto al piano di riferimento, ma anche come un rigonfia-
mento verso l’esterno, di spessore inferiore rispetto a quel-
lo della pelle.
Inoltre il colore è cereo, quindi “bianco”. È “impuro” in
quanto sgradevole da vedere agli occhi di Yahweh, che poi
prosegue dicendo (Lv 13,21-22):
Ma se il sacerdote, esaminandola, vede che nella macchia
non ci sono peli bianchi, che non è depressa rispetto alla pel-
164 Il Falso Testamento

le ma che si è attenuata, il sacerdote lo isolerà per sette gior-


ni. Se la macchia si allarga sulla pelle, il sacerdote lo dichia-
rerà impuro: è una piaga di lebbra.
Qui Yahweh, verosimilmente, sta tentando di spiegare a
Mosè e Aronne come fare diagnosi differenziale tra quelli
che noi definiamo con terminologia scientifica epitelioma
basocellulare di tipo nodulare e basalioma scleroatrofico.
Il basalioma scleroatrofico si differenzia da quello di tipo
nodulare in quanto è caratterizzato da un aspetto tipico di
placca atrofica biancastra, che a volte può presentarsi erosa
e crostosa. È la forma più difficile da trattare per via della
scarsa definizione dei confini della neoplasia: l’individuo
viene dichiarato “impuro” perché in questo caso presente-
rebbe un tumore che ha la tendenza ad allargarsi.
Nel versetto seguente leggiamo una precisazione che
pone un distinguo ben preciso (Lv 13,23):
Ma se la macchia è rimasta allo stesso punto, senza allar-
garsi, è una cicatrice di ulcera e il sacerdote lo dichiarerà puro.
Yahweh qui è chiarissimo, sta parlando di una semplice
cicatrice dell’ulcera (per questo il paziente sarebbe “puro”).

Ustioni?

Yahweh continua nella sua descrizione e, sostanzialmente,


cerca di riassumere i vari gradi di ustione che il kohen può
riscontrare tra gli individui vittime di scottature e che noi
oggi classifichiamo in quattro livelli di intensità: dal pri-
mo, che interessa esclusivamente lo strato superficiale del-
la cute, fino al quarto, talmente profondo da essere solita-
mente letale (Lv 13,24-25):
Se qualcuno ha sulla pelle del corpo una scottatura prodot-
ta da fuoco e su questa appaia una macchia lucida, bianco-
rossastra o soltanto bianca il sacerdote l’esaminerà; se vedrà
che il pelo della macchia è diventato bianco e la macchia ap-
pare incavata rispetto alla pelle, è lebbra scoppiata nella scot-
tatura. Il sacerdote lo dichiarerà impuro: è una piaga di lebbra.
<Testatina Dinamica DX> 165

Si tratta qui sostanzialmente di un’ustione cutanea di se-


condo grado a spessore parziale superficiale, con compar-
sa di una vescicola caratterizzata da un rigonfiamento cu-
taneo superficiale dovuto a una raccolta di liquido.
È ancora una volta la traduzione letterale interlineare a ve-
nirci incontro per farci capire meglio di cosa si stia parlando:
allora guarderà essa il kohen ed ecco mutò pelo bianco nel-
la macchia lucida e aspetto di essa profondo più di la pel-
le, lebbra essa, nella-bruciatura fiorì; allora dirà impuro lui
il kohen: piaga di lebbra essa.
La tzara’at, che in questo caso, credo, corrisponde alla ve-
scicola di cui si è detto prima, “nella bruciatura fiorì”: è im-
pura perché l’ustione di secondo grado può provocare infe-
zioni locali o celluliti. Proseguiamo con la lettura (Lv 13,26):
Ma se il sacerdote, esaminandola, vede che non c’è pelo
bianco nella macchia e che essa non è depressa rispetto alla
pelle e si è attenuata, il sacerdote lo isolerà per sette giorni.
Qui verosimilmente si parla di quella che noi definia-
mo ustione di secondo grado a spessore parziale profondo
(estesa al derma profondo).
Lo si comprende maggiormente leggendo la traduzione
letterale interlineare dello stesso verso:
Ma se guarda essa il kohen ed ecco non nella macchia luci-
da pelo bianco e bassa non essa più di la pelle e essa smorta,
allora chiuderà lui il kohen sette di giorni.
È inoltre previsto un periodo al termine del quale effet-
tuare la verifica (Lv 13,27):
Al settimo giorno il sacerdote lo esaminerà e se la macchia
si è diffusa sulla pelle, il sacerdote lo dichiarerà impuro: è
una piaga di lebbra.
Si parla di “macchia lucida”, “smorta”, e la caratteristi-
ca di questo tipo di ustione è quella di avere una consisten-
za relativamente secca: Yahweh quindi pare consigliare al
kohen di coprire l’ustione e forse anche il paziente.
Il riferimento potrebbe essere a un’infezione dell’ustio-
166 Il Falso Testamento

ne di secondo grado, in quanto la lesione “si è diffusa sul-


la pelle”: per questo motivo, in associazione col fatto che la
“ferita” si è infettata, il paziente viene dichiarato “impuro”.
Proseguendo nella descrizione, Yahweh dice infine (Lv
13,28):
Ma se la macchia è rimasta ferma nella stessa zona e non
si è diffusa sulla pelle, ma si è attenuata, è un gonfiore do-
vuto a bruciatura; il sacerdote dichiarerà quel tale puro, per-
ché si tratta di una cicatrice della bruciatura.
In questo passo Yahweh fa riferimento alla fase risoluti-
va, quindi alla cicatrizzazione dell’ustione: è possibile che
con l’espressione “gonfiore dovuto a bruciatura” intenda
indicare la cicatrice che si sta formando.

Ancora infezioni fungine?

Il presunto Dio, a questo punto, cambia completamente ar-


gomento e passa a descrivere, almeno così pare di compren-
dere, infezioni fungine superficiali (Lv 13,29-37):
Se un uomo o una donna ha una piaga sul capo o sul men-
to, il sacerdote esaminerà la piaga; se riscontra che essa è in-
cavata rispetto alla pelle e che vi è del pelo gialliccio e sotti-
le, il sacerdote lo dichiarerà impuro: è tigna, lebbra del capo
o del mento. Ma se il sacerdote, esaminando la piaga della
tigna, riscontra che non è incavata rispetto alla pelle e che
non vi è pelo scuro, il sacerdote isolerà per sette giorni la
persona affetta da tigna. Se il sacerdote, esaminando al set-
timo giorno la piaga, vedrà che la tigna non si è allargata e
che non v’è pelo gialliccio e che la tigna non appare incava-
ta rispetto alla pelle, quella persona si raderà, ma non rade-
rà il luogo dove è la tigna: il sacerdote la terrà isolata per al-
tri sette giorni. Al settimo giorno, il sacerdote esaminerà la
tigna: se riscontra che la tigna non si è allargata sulla pelle
e non appare incavata rispetto alla pelle, il sacerdote la di-
chiarerà pura: quella persona si laverà le vesti e sarà pura.
Ma se, dopo che sarà stata dichiarata pura, la tigna si al-
largherà sulla pelle, il sacerdote l’esaminerà; se nota che la
<Testatina Dinamica DX> 167

tigna si è allargata sulla pelle, non starà a cercare se vi è il


pelo giallo: quella persona è impura. Ma se vedrà che la ti-
gna si è fermata e vi è cresciuto il pelo scuro, la tigna è gua-
rita: quella persona è pura e il sacerdote la dichiarerà tale.
Sostanzialmente in questi passi si fa riferimento alla tinea
capitis e alla tinea barbae (una piaga sul capo o sul mento,
cioè nella barba), e alle varie evoluzioni di entrambe que-
ste patologie fungine della pelle.

La tinea capitis consiste in una dermatofitosi del cuoio ca-


pelluto. Si trasmette sia per contagio diretto sia attraverso
oggetti contaminati; le spore dei dermatofiti possono, in-
fatti, sopravvivere per lunghissimo tempo all’interno dei
peli parassitati dopo che questi sono caduti. La fonte più
comune di infezione è l’uomo stesso; gli ambienti promi-
scui e la vita in collettività possono favorirne la diffusione,
e a quel tempo gli ambienti promiscui e sovraffollati erano
molto frequenti: le persone vivevano nelle tende, o in casa,
a stretto contatto con gli animali domestici, per cui era fa-
cilissimo contrarre questo tipo di infezione.
La tinea barbae, invece, è una dermatofitosi poco comu-
ne che colpisce gli uomini adulti prevalentemente nella re-
gione della barba. I fattori predisponenti possono essere il
calore, l’umidità, o il contatto con animali infetti.

Atrofia di Milian?

Il testo, che sempre più ci appare come un vero e proprio


trattato medico, prosegue affrontando una nuova patolo-
gia (Lv 13,38-39):
Se un uomo o una donna ha sulla pelle del corpo mac-
chie lucide, bianche, il sacerdote le esaminerà; se vedrà che
le macchie sulla pelle del loro corpo sono di un bianco pal-
lido, è un’eruzione cutanea: quella persona è pura.
Qui Yahweh fa riferimento a quella patologia che viene
oggi conosciuta come atrofia bianca di Milian (nota come
168 Il Falso Testamento

PURPLE: painful purpuric ulcers with reticular pattern of the


lower extremities).
È una patologia da inserirsi nel capitolo delle ulcere che
colpisce maggiormente il sesso femminile: è quindi interes-
sante che Yahweh qui ponga la distinzione tra maschio e
femmina. In ebraico antico è definita genericamente bohaq,
che traduciamo come “eruzione cutanea”. In lingua italia-
na tale definizione sta a indicare l’insorgenza sulla cute di
una o più lesioni elementari in conseguenza di una malat-
tia propria della pelle, ma anche di una malattia sistemica.
Verosimilmente, il paziente è da considerare “puro” poi-
ché la causa non è né infettiva né tumorale, ma dovuta a le-
sioni ischemiche del microcircolo del derma.

Alopecia?

Anche di questo si occupava il presunto Dio della teologia


(Lv 13,40-41):
Chi perde i capelli del capo è calvo, ma è puro. Se i ca-
pelli gli sono caduti dal lato della fronte, è calvo davanti,
ma è puro.
Qui Yahweh parla chiaramente e molto brevemente del­
l’alopecia androgenetica, meglio conosciuta come calvizie,
che è una delle diverse tipologie di perdita di capelli. È la ti-
pologia di calvizie più comune e coinvolge circa il 70 per cen-
to degli individui di sesso maschile (ma anche il 40 per cento
delle donne ne viene colpito) durante un certo periodo della
vita. Tipicamente, nell’uomo si può osservare una recessione
dell’attaccatura dei capelli a livello delle tempie e una per-
dita di capelli al vertice; negli individui di sesso femminile,
invece, solitamente si ha un progressivo diradamento sulla
parte alta dello scalpo. Nella sua formazione possono gioca-
re un ruolo fondamentale fattori sia genetici sia ambientali.
L’individuo è “puro” in quanto alla calvizie non si associa
alcuna altra patologia, ma subito dopo Yahweh fa una pun-
tualizzazione (Lv 13,42-44):
<Testatina Dinamica DX> 169

Ma se sulla parte calva del cranio o della fronte appare


una piaga bianco-rossastra, è lebbra scoppiata sulla calvi-
zie del cranio o della fronte; il sacerdote lo esaminerà: se ri-
scontra che il tumore della piaga nella parte calva del cra-
nio o della fronte è bianco-rossastro, simile alla lebbra della
pelle del corpo, quel tale è un lebbroso; è impuro e lo dovrà
dichiarare impuro: il male lo ha colpito al capo.
Si fa riferimento alla formazione di una pustola carbon-
chiosa o pustola maligna, in seguito a infezione da Bacillus
anthracis, caratterizzata dalla presenza di una chiazza rosea
(“piaga bianco-rossastra”, cioè tendente al rosso) e prurigi-
nosa in corrispondenza delle parti scoperte (la fronte cal-
va, ad esempio; dopo vedremo come e perché ciò si verifi-
ca). L’evoluzione di tale malattia è caratterizzata dal fatto
che dopo circa 12-24 ore si può anche trasformare in una
pustola con contenuto siero-ematico che può rompersi la-
sciando un’escara (cioè una placca di tessuto alterato cau-
sata da un processo necrotizzante) bruna circondata da pic-
cole vescicole chiare. L’escara può tendere ad allargarsi e
la cute circostante può diventare edematosa, di colore vio-
laceo, eventualmente cosparsa di grosse bolle e solcata da
strie linfangitiche dolenti. Le infezioni locali possono dif-
fondersi ai linfonodi regionali, attraverso i quali il bacillo
può passare nel circolo sanguigno determinando una gra-
ve setticemia.
Tale malattia colpisce prevalentemente coloro che han-
no contatto con bovini e ovini (principalmente pastori, ma
anche conciapelli, macellai, veterinari) che presentano una
maggiore facilità a infettarsi con il Bacillus anthracis, presen-
te su questi animali, o con le sue spore. In assenza di tratta-
mento opportuno questa malattia può rivelarsi anche mor-
tale, fino al 20 per cento dei casi circa.
A quel tempo tale tipo di lesione sulla fronte, in partico-
lare nei soggetti calvi, poteva essere frequente tra i pastori
(e il racconto biblico ci induce proprio a pensare che il po-
polo uscito dall’Egitto fosse composto prevalentemente da
pastori), soprattutto quelli che passavano la maggior parte
del tempo a mungere le capre o le vacche. La lesione infat-
170 Il Falso Testamento

ti, in tali soggetti, si formava perché per mungere appog-


giavano la fronte sulla pancia dell’animale. Appoggiandosi
all’animale (sicuramente non privo di germi e batteri) i pa-
stori andavano a lesionare e infettare la loro cute con con-
seguente sviluppo di pustole carbonchiose o di dermatofi-
tosi, o anche a determinare lo sviluppo di lesioni ulcerose
(con successiva infezione) o persino tumorali.

Nei versetti successivi leggiamo (Lv 13,45-46):


Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e
il capo scoperto, velato fino al labbro superiore andrà gri-
dando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in
lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’ac-
campamento.
Con ogni probabilità tutto questo serviva a evitare che
l’individuo, infettato dal Bacillus anthracis e dichiarato im-
puro, rimanesse all’interno dell’accampamento durante la
fase evolutiva della malattia (quindi dopo le prime 12-24
ore). Inoltre, come si legge in una nota della Bibbia ebraica:
“Lo scopo di queste disposizioni [cioè gridare “Impuro!
Impuro!”] è che gli altri non si accostino all’ammalato di
tzara’at” oltre al fatto che, come già detto, “gli era proibito
entrare nel Santuario e cibarsi di cibi sacri”.5

Ma non finisce qui…


Dal versetto 47 al 59 di Levitico 13 non si parla della tzara’at
delle vesti intesa come tale, ma di come la “malattia cuta-
nea” possa andare a infestare le vesti rendendole impure:
se qualcuno si provoca una ferita (da taglio, da ustione, da
tumore cutaneo sanguinante…) e la copre con la veste per
andare a mostrarla al sacerdote, quest’ultimo vedrà la ve-
ste sporca per la macchia rossastra dipendente dalla fuoriu-
scita di sangue; se ha una lesione infetta, come un’ulcera, e
la copre con le vesti, su queste ultime si osserverà un alo-
ne (o macchia) di colore “verdastro”, derivante dalla fuo-
riuscita di materiale purulento e infetto.
Infatti Yahweh dice (Lv 13,47-52):
<Testatina Dinamica DX> 171

Quando apparirà una macchia di lebbra su una veste di


lana o di lino, nel tessuto o nel manufatto di lino o di lana,
su una pelliccia o qualunque altra cosa di cuoio, se la mac-
chia sarà verdastra o rossastra, sulla veste o sulla pelliccia,
sul tessuto o sul manufatto o su qualunque cosa di cuoio, è
macchia di lebbra e sarà mostrata al sacerdote. Il sacerdote
esaminerà la macchia e rinchiuderà per sette giorni l’oggetto
che ha la macchia. Al settimo giorno esaminerà la macchia;
se la macchia si sarà allargata sulla veste o sul tessuto o sul
manufatto o sulla pelliccia o sull’oggetto di cuoio per qua-
lunque uso, è una macchia di lebbra maligna, è cosa impura.
Egli brucerà quella veste o il tessuto o il manufatto di lana o
di lino o qualunque oggetto fatto di pelle sul quale è la mac-
chia; poiché è lebbra maligna, saranno bruciati nel fuoco.
Sono indicazioni date con puntigliosa meticolosità, quasi
ossessiva anche nella ripetizione dei vari capi che andran-
no esaminati ed eventualmente distrutti.
Leggendo la traduzione interlineare si capisce ancor me-
glio quale fosse il timore dell’Elohim di Israele: “E la veste
se sarà in essa piaga di lebbra”. In sostanza, la paura più
che motivata di Yahweh era che l’impregnazione degli abiti
con sangue, siero, pus o altri materiali organici diventasse
pabulum (cioè terreno fertile, materiale nutritizio) per ger-
mi e andasse a peggiorare la situazione sanitaria della col-
lettività: per questo insisteva sul fatto di bruciare i vestiti
se la macchia non spariva.

Il concetto è ripetuto, sostanzialmente, anche negli ultimi


versetti (Lv 13,53-59):
Ma se il sacerdote, esaminandola, vedrà che la macchia
non si è allargata sulle vesti o sul tessuto o sul manufatto o
su qualunque oggetto di cuoio, il sacerdote ordinerà che si
lavi l’oggetto su cui è la macchia e lo rinchiuderà per altri
sette giorni. Il sacerdote esaminerà la macchia, dopo che sarà
stata lavata; se vedrà che la macchia non ha mutato colore,
benché non si sia allargata, è un oggetto impuro; lo bruce-
rai nel fuoco: vi è corrosione, sia sul diritto sia sul rovescio
dell’oggetto. Se il sacerdote, esaminandola, vede che la mac-
172 Il Falso Testamento

chia, dopo essere stata lavata, si è attenuata, la strapperà dal-


la veste o dalla pelle o dal tessuto o dal manufatto. Se appare
ancora sulla veste o sul tessuto o sul manufatto o sull’ogget-
to di cuoio, è una eruzione in atto; brucerai nel fuoco l’og-
getto su cui è la macchia. La veste o il tessuto o il manufatto
o qualunque oggetto di cuoio che avrai lavato e dal quale la
macchia sarà scomparsa, si laverà una seconda volta e sarà
puro. Questa è la legge relativa alla macchia di lebbra sopra
una veste di lana o di lino, sul tessuto o sul manufatto o su
qualunque oggetto di pelle, per dichiararli puri o impuri.

Terapie?

Dopo avere istruito Mosè e Aronne su come diagnosticare


i mali cutanei da tenere sotto controllo all’interno dell’ac-
campamento, nel capitolo 14 del Levitico Yahweh li istrui-
sce pure sulle relative terapie da mettere in atto, anche se
in un modo che a noi appare rudimentale.
Il concetto di fondo è quello già rilevato nel capitolo in
cui abbiamo analizzato la vicenda di Tobia: gli Elohim cer-
cavano di istruire gli uomini facendo in modo che potes-
sero risolvere i loro problemi utilizzando ciò che avevano
a disposizione, o quanto meno ciò che potevano trovare
nell’ambiente in cui vivevano, mentre la “tecnologia” vera
e propria la riservavano a se stessi (Lv 14,1-9):
Il Signore parlò a Mosè, e disse: “Questa è la legge che si
riferisce al lebbroso per il giorno della sua purificazione. Egli
sarà condotto al sacerdote. Il sacerdote uscirà dall’accampa-
mento e lo esaminerà: se riscontrerà che la piaga della leb-
bra è guarita nel lebbroso, ordinerà che si prendano, per la
persona da purificare, due uccelli vivi, puri, legno di cedro,
panno scarlatto e issopo. Il sacerdote ordinerà di immolare
uno degli uccelli in un vaso di terracotta con acqua corrente.
Poi prenderà l’uccello vivo, il legno di cedro, il panno scar-
latto e l’issopo e li immergerà, con l’uccello vivo, nel sangue
dell’uccello sgozzato sopra l’acqua corrente. Ne aspergerà
sette volte colui che deve essere purificato dalla lebbra; lo
dichiarerà puro e lascerà andare libero per i campi l’uccello
<Testatina Dinamica DX> 173

vivo. Colui che è purificato si laverà le vesti, si raderà tut-


ti i peli, si laverà nell’acqua e sarà puro. Dopo questo potrà
entrare nell’accampamento, ma per sette giorni resterà fuo-
ri della sua tenda. Il settimo giorno si raderà tutti i peli, il
capo, la barba, le ciglia, insomma tutti i peli; si laverà le ve-
sti e si bagnerà il corpo nell’acqua e sarà puro”.
Sono state ipotizzate diverse teorie per provare a chiari-
re il senso di questa pratica di purificazione del lebbroso.
Nella più volte citata Bibbia ebraica è scritto: “Qui, e più
avanti in ogni luogo dove si parla di abluzione del corpo
nell’acqua, la tradizione stabilisce che si tratta di immersio-
ne completa nel micvé, cioè in un ricettacolo di acqua sorgi-
va o piovana, non attinta, di determinate misure”.6
L’acqua per l’aspersione era preparata secondo un ri-
tuale arcaico, simile a quello con cui si otteneva l’acqua di
purificazione con le ceneri della giovenca rossa verificabi-
le in Nm 19,1-10.
Nel passato le ceneri erano importantissime per lavare e
sbiancare (purificare) al meglio i panni sporchi, ma quello che
colpisce è il modo in cui viene descritto l’utilizzo dell’issopo.
L’Hyssopus officinalis è un’erba molto nota fin dall’antichi-
tà. Veniva impiegato per il trattamento di diverse affezioni
sia ai bronchi sia ai polmoni. Ancora oggi viene utilizzato
come espettorante, fluidificante, sedativo, ma anche come
stimolante, lipolitico, digestivo, antivirale e antinfiamma-
torio. Se preparato in estratto acquoso, l’issopo può essere
usato tranquillamente come carminativo, antisettico e an-
tivirale, ma anche come cicatrizzante, riduttore delle ecchi-
mosi e antidolorifico (soprattutto per i dolori reumatici). Ed
è proprio l’issopo la pianta che Yahweh ordina di utilizzare
per il paziente “impuro affetto da tzara’at”. Sulla falsariga
di quanto accaduto nella vicenda che coinvolgeva Raffae-
le e Tobia per la preparazione della ialuronidasi, il presun-
to dio prescrive di servirsi dell’issopo per ricavarne un far-
maco in grado di guarire il malato.
Una volta preparato il medicamento indicato e dopo che
il paziente si era tagliato la barba, verso l’ottavo giorno,
l’individuo che non presentava più alcun segno del “male
174 Il Falso Testamento

cutaneo” poteva essere riammesso alle pratiche del culto e


riaccolto nell’accampamento: il sacerdote compiva allora
il rito di purificazione per il paziente nuovamente “puro”,
come ampiamente descritto nei versetti seguenti.
È impressionante notare come tutte queste istruzioni det-
tagliate, che potremmo quasi definire una “bozza” di norme
igienico-sanitarie che Yahweh tentava di insegnare e imporre
al suo popolo, sembrino quasi una sorta di manuale di me-
dicina empirica, che ricorda tantissimo quelli contenuti in
alcuni papiri egizi o in alcune tavolette sumero-accadiche.
Proprio in virtù del fatto di contenere tante informazio-
ni di questo tenore, si può affermare che gran parte del li-
bro del Levitico si presenta come una sorta di enciclope-
dia della scienza.

Considerazioni conclusive

Nei passi del Levitico affrontati fin qui, i concetti di “puro”


e “impuro” si presentano con caratteristiche decisamente di-
verse da quelle di ordine prettamente etico e spirituale che la
tradizione monoteistica ha loro attribuito nei secoli. Si trat-
ta infatti di termini che definiscono il livello di accettabilità-
gravità-rischiosità di determinate condizioni fisiche e di si-
tuazioni fisiopatologiche, sulla base del quale si stabiliva
la possibilità per l’individuo di partecipare alla vita socia-
le o la necessità di esserne escluso per tutelare la comunità.
I concetti di puro e impuro risultano essere portatori della
stessa concreta valenza materiale che veniva attribuita a quello
di sacro, come abbiamo illustrato in un precedente capitolo.
Questa tesi è indirettamente avvalorata da quanto si leg-
ge in una nota della Bibbia ebraica:
Non ci è noto perché le affezioni di questo tipo rendano
generalmente impuro l’individuo, e perché alcune di esse
invece lo lascino puro. Lo stato di impurità di per se stes-
so non è considerato peccato, ma esso imponeva all’indivi-
duo determinate limitazioni: in modo speciale gli era proi-
bito entrare nel Santuario e cibarsi di cibi sacri.7
<Testatina Dinamica DX> 175

L’annotazione è decisamente interessante, e si ricollega


a quanto affermato da Yahweh circa le caratteristiche fisi-
che che dovevano avere i sacerdoti e che riprendiamo per
comodità del lettore (Lv 21,16-23):
Il Signore parlò a Mosè e disse: “Parla ad Aronne dicendo:
‘Nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe che
abbia qualche deformità, potrà accostarsi ad offrire il pane
del suo Dio [Elohim in ebraico]; perché nessun uomo che ab-
bia qualche deformità potrà accostarsi: né un cieco, né uno
zoppo, né uno sfregiato né un deforme, né chi abbia una frat-
tura al piede o alla mano, né un gobbo né un nano né chi ab-
bia una macchia nell’occhio o la scabbia o piaghe purulente
o i testicoli schiacciati. Nessun uomo della stirpe del sacer-
dote Aronne con qualche deformità si accosterà per presen-
tare i sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore. Ha
un difetto: non si accosti quindi per offrire il pane del suo
Dio. Potrà mangiare il pane del suo Dio, le cose sacrosante e
le cose sante; ma non potrà avvicinarsi al velo né accostarsi
all’altare, perché ha una deformità. Non dovrà profanare i
miei luoghi santi, perché io sono il Signore che li santifico’”.
Qui pare di rilevare una vera e propria ripugnanza di ba-
nalissimo ordine estetico: Yahweh non voleva vedere nella
sua dimora individui che non fossero fisicamente perfet-
ti, almeno secondo i suoi canoni. Gli imperfetti “profana-
vano” i luoghi in cui abitava, e non certo per motivi di or-
dine etico o spirituale: è necessario prendere atto anche di
questo aspetto.

Ancora una volta, in definitiva, una lettura libera da dogmi,


vincoli e categorie teologiche porta alla luce la concretezza
di racconti che qui sono addirittura caratterizzati da una
puntigliosità che noi definiremmo pedante, ma che, in real-
tà, rispondeva alla necessità stretta, direi vitale, di affronta-
re problemi anche gravi insorgenti nelle precarie condizio-
ni in cui viveva Israele. Problemi ai quali il presunto Dio
“padre onnipotente” non poteva che tentare di dare rispo-
ste concrete ed empiriche, e non certo, come dimostrato,
sovrannaturali e miracolistiche.
VII
Non solo Elohim e theoi…

Il mio lavoro precedente, La Bibbia non parla di Dio, terminava


con le seguenti parole:
Chiudo con una breve riflessione, meno provocatoria di
quanto possa sembrare a prima vista.
Proviamo ad affiancare sulla nostra scrivania la Bibbia,
l’Iliade e l’Odissea, e applichiamo a queste ultime le stesse
categorie esegetiche utilizzate per interpretare e spiegare
l’Antico Testamento. Proviamo a spiegare la pluralità dei theoi
omerici, le loro richieste, il loro atteggiamento nei confron-
ti degli uomini, le loro esigenze fisiologiche, la loro palese
fisicità, applicando le stesse chiavi di lettura che la teologia
utilizza per descrivere e presentare la figura degli Elohim.
Se facessimo tutto questo servendoci degli stessi criteri
interpretativi utilizzati dalla dottrina tradizionale per ela-
borare la figura del Dio biblico e applicandoli pedissequa-
mente ai due poemi della Grecia classica, allora vedremmo
svilupparsi sotto i nostri occhi un sistema di pensiero che
potremmo a ragione definire “monoteismo omerico”.
Per fortuna, mai a nessuno è venuto in mente di fare una
simile operazione, perché il nuovo monoteismo così costruito
avrebbe la stessa dignità di esistenza di quello biblico, vale
a dire… nessuna.
Lo studio prosegue.
Come promesso allora, lo studio è proseguito e, dopo l’ana­
lisi delle corrispondenze anatomiche e fisiologiche trattate
nel volume precedente, ho evidenziato qui i parallelismi ri-
178 Il Falso Testamento

scontrabili nella tecnologia di cui facevano uso gli Elohim


biblici e i theoi greci.
Sia gli uni sia gli altri risultano essere dotati di caratteri-
stiche che ne fanno personaggi “veri”, non semplici crea-
zioni mitologiche, frutto della fantasia di popoli che tenta-
vano di rappresentare in qualche modo una realtà per loro
difficilmente comprensibile.
Sia agli Elohim sia ai theoi erano comuni elementi che
possiamo riassumere così:
• non erano divinità spirituali, trascendenti, onniscienti, on-
nipotenti, e tanto meno un Dio unico; non puri personaggi
di fantasia, bensì una pluralità di individui in carne e ossa;
• vivevano talmente a lungo da essere considerati immor-
tali, anche se non lo erano;
• avevano precise esigenze corporali e neurofisiologiche
(si ricordi la necessità di “calmarsi” annusando il fumo
prodotto dalla combustione di certo specifico grasso ani-
male, trattata in dettaglio nel mio lavoro precedente);
• viaggiavano su macchine volanti definite ruach, kavod, o
merkavah, che potremmo rendere in italiano come “carri
celesti”;
• utilizzavano armi che producevano effetti visivi e sono-
ri evidentissimi, terrificanti per coloro che ne osservava-
no e ne subivano le devastanti conseguenze;
• non venivano mai considerati “dèi” nel senso che noi at-
tribuiamo al termine: erano in realtà oggetto di rispetto
e sottomissione esclusivamente a causa del loro grande
potere, garantito dalla tecnologia di cui disponevano;
• non si occupavano di temi quali la religione nel senso mo-
derno del termine, la spiritualità, l’aldilà; avevano come
obiettivo fondamentale la definizione di strutture di po-
tere, distribuite nei vari territori del pianeta sui quali poi
si sono sviluppate le diverse civiltà;
• conoscevano le leggi della natura e del cosmo; le trasmet-
tevano soltanto ai loro fedeli seguaci, dando così avvio
alle caste dei re-governatori-sacerdoti, i cosiddetti “ini-
ziati” alla conoscenza.
<Testatina Dinamica DX> 179

In origine erano al contempo:


• legislatori: dettavano regole e norme in piena autonomia
decisionale;
• governatori: curavano i molteplici aspetti del potere; face-
vano applicare le leggi direttamente o attraverso loro de-
legati; con i loro sudditi ponevano in essere veri e propri
rapporti basati sullo scambio, su una sorta di patto (“te-
stamento”) che prevedeva servizi forniti dal popolo in
cambio di aiuto militare e territori (Yahweh rappresenta in
questo senso un vero e proprio esempio paradigmatico);
• giudici: verificavano il rispetto delle leggi, comminava-
no ed eseguivano, o facevano eseguire, pene e punizioni.
Questo lungo elenco ci obbliga a riconsiderare alcuni con-
cetti fondamentali che vengono tradizionalmente dati per
scontati, accettati come universalmente acquisiti e, dunque,
dichiarati indiscutibili.
Il primo è quello che ci porta a considerare come “mi-
tologici” racconti che, alla luce delle analisi condotte con
mente libera dai condizionamenti, in più di un’occasione
sono risultati invece basati su eventi realmente accaduti.
Un secondo concetto, cui vale la pena dedicare una bre-
ve analisi, è quello del “sacro”, che nella nostra cultura è
strettamente connesso a universi genericamente definiti
“spirituali” e a una concezione molto precisa di ciò che la
divinità deve essere. Sacro, per noi, è ciò che attiene al – e
si occupa del – “divino”.
Nell’Antico Testamento invece il termine che lo definisce
ha una connotazione ben precisa, molto terrena, materiale.
Nella concretezza del pensiero ebraico delle origini, il
termine vJFd, kadosh, indicava qualcosa di ben determinato
che veniva fisicamente e concettualmente circoscritto allo
scopo di essere “separato e dedicato a…”.
Questa definizione del “sacro” non prevedeva origina-
riamente valori quali santità, spiritualità, trascendenza, che
gli sono stati attribuiti in modo specifico a seguito del suo
inserimento nell’ambito del pensiero religioso.
Per fare un esempio banale ma chiarificatore, diciamo
180 Il Falso Testamento

che nella sala in cui parla un oratore il tavolo a cui egli sie-
de è formalmente “sacro” in quanto identificato, separato
dalla platea, riservato a chi ricopre una precisa funzione e
vietato alle altre persone presenti.
Se qualcuno del pubblico intende sedervisi viene gen-
tilmente invitato a occupare i posti a lui destinati. Un po’
meno gentile fu Romolo col gemello che osò attraversare
il solco col quale egli aveva definito “sacro” il terreno pre-
scelto, rendendolo così non violabile.
Il concetto di “sacro” così inteso, quindi, non ha e non
può avere un principio unico e assoluto: viene infatti di vol-
ta in volta definito, precisato, convenzionalmente accettato
e successivamente rispettato, pena il patimento di conse-
guenze di gravità variabile, dal semplice invito ad allonta-
narsi fino all’irreparabilità della morte.
Nella Bibbia un agnello diventa sacro quando viene scel-
to all’interno del gregge per essere destinato (con-sacrato)
a un rito: nella fattispecie veniva bruciato a Yahweh; un’a-
rea diviene sacra quando la si sceglie, la si delimita con un
recinto e la si destina a funzioni specifiche.
Monsignor Gianfranco Ravasi, teologo e biblista autore-
vole, propone questa riflessione a riguardo:
Il concetto di santo o sacro sotteso a questa visione teolo-
gica è contemporaneamente prezioso e rischioso… Prezio-
so perché … distingue nettamente la sfera di Dio da quella
creata … Rischioso perché può introdurre una separazione
eccessiva tra sacro e profano ritenendo in pratica impuro
ed inutile tutto ciò che si trova fuori dell’area sacra e puro
e prezioso solo ciò che in essa è inglobato … questo rischio
affiora qua e là nel libro del Levitico soprattutto quando …
si giunge ad una specie di sacro materialismo.1
Monsignor Ravasi pone l’accento sul rischio dell’inte-
gralismo, che tende a relegare in una zona di ombra e im-
purità tutto ciò che rimane al di fuori dell’azione rituale.
Egli, giustamente, annota che una visione materialisti-
ca del sacro rappresenta un rischio per l’uomo di fede; per
contro, chi propone una lettura laica e disincantata dei testi
<Testatina Dinamica DX> 181

biblici la coglie e la vive come un elemento normale, chiaro


e assolutamente non problematico; anzi, la vede come coe-
rente con quanto riportato dal testo.
È chiaro che, visto in questa luce, il “sacro” inteso come
valore spirituale, trascendente e assoluto viene seriamente
messo in discussione. Siamo infatti di fronte a un “sacro”
relativo, non riferito cioè a un principio che si impone da
sé con evidenza indiscutibile: il pensiero ebraico delle ori-
gini è permeato di questo particolare valore; è scevro di
visioni e concetti di ordine metafisico, e i libri dell’Antico
Testamento documentano con chiarezza questa assenza, al
punto che Gershom Scholem – filosofo, teologo, semitista
e cabalista israeliano – poteva affermare che chi riscontra
nella Torah una qualche forma di visione spirituale è vitti-
ma di un “completo fraintendimento”.2
Elohim e theoi presentati nella loro molteplicità come per-
sone fisiche e mortali, il sacro inteso come riferito a un che
di materiale costituiscono dunque due aspetti essenziali il
cui chiaro emergere dall’Antico Testamento e dai poemi
omerici è motivo sufficiente e fondato per rimettere in di-
scussione presunte verità assodate.
Tanto più nel momento in cui altre conferme giungono
dall’antichità classica – la cultura da cui deriva il pensiero
occidentale –, la più insospettabile da questo punto di vi-
sta e che va quindi riconsiderata in questa nuova luce, te-
nendo ben presente che le conferme provenienti dal mon-
do orientale (induismo in primis) sono di un’evidenza tale
da essere pressoché indiscutibili.
Il dottor Gian Matteo Corrias, laureato in Filologia umani-
stica all’Università di Firenze e specializzatosi presso l’École
Pratique des Hautes Études di Parigi, ha pubblicato uno
studio, dal titolo Dei e religione dell’antica Roma,3 dal quale
emergono elementi che risultano sorprendenti se messi in
relazione con quanto si crede di sapere sulla cultura del-
la Roma antica e soprattutto incredibilmente attinenti con
quanto si sta qui rilevando in ambito biblico.
Vediamo in sintesi un elenco delle evidenze più sorpren-
denti e inattese.
182 Il Falso Testamento

• RELIGIONE. Un primo dato di carattere generale è costituito


dal concetto stesso di religio, che secondo Cicerone potrebbe
“derivare da re-legere, nel senso di scegliere di nuovo”, “con-
siderare di nuovo”,4 inteso come necessità di porre atten-
zione e scrupolo nel compiere gli atti previsti dal rapporto
tra l’uomo e gli “dèi”. Questo ritualismo formale spieghe-
rebbe la assoluta mancanza di una “reale ispirazione divi-
na” e di un “contenuto morale e moralmente significati-
vo”.5 Questi elementi costituiscono la struttura essenziale
del rapporto tra gli israeliti e il loro Elohim: il rispetto asso-
luto della ritualità, la cura delle modalità con cui doveva-
no essere approntate le offerte (i cosiddetti “sacrifici”) era-
no condizione essenziale per garantire il gradimento con
la relativa risposta-reazione positiva da parte di Yahweh.6

• MITOLOGIA. Corrias scrive che dallo studio dell’antica re-


ligione romana si rileva “l’assenza, almeno in età arcaica,
di una mitologia”, e che “è un fatto che la teologia classi-
ca romana esclude radicalmente il ricorso al racconto mi-
tologico finalizzato a una qualche conoscenza dell’interlo-
cutore divino”.7
Questa affermazione contrasta palesemente con quanto
viene insegnato circa il carattere assolutamente mitologico
dei racconti delle origini: dal mito si passa quindi a ipotiz-
zare una concretezza che la cultura e la storiografia tradi-
zionali tendono invece a escludere, relegando quei racconti
nel mondo della pura elaborazione immaginifica degli anti-
chi romani. Apprendiamo che forse non è così e che, quin-
di, la scelta metodologica (da me esplicitamente dichiarata
e utilizzata) del “fare finta che” gli antichi ci abbiano nar-
rato vicende dotate di un fondamento storico possa ancora
una volta rivelare la sua efficacia nel tentativo di compren-
dere la nostra storia.
Le chiavi di lettura che ancora oggi sostengono la volontà
mitopoietica degli antichi e ne descrivono i culti in chiave
fiabesca sono figlie della teologia, che presuppone la figu-
ra del Dio unico e vero, contrapponendole appunto favo-
le mitologiche popolate da divinità zoomorfe o planetarie
<Testatina Dinamica DX> 183

inventate da popoli che, non essendo stati illuminati dalla


“verità”, sarebbero stati costretti a elaborare racconti e per-
sonaggi nell’infantile tentativo di rappresentarsi una real-
tà che non sapevano spiegare altrimenti.
Ma l’affermazione del dottor Corrias sull’assenza di mi-
tologia nell’antica cultura romana mette in discussione que-
sta visione e trova una conferma in evidenze concernenti
l’antica cultura mediorientale, presentate negli studi pub-
blicati nel gennaio 2016 da Mathieu Ossendrijver, profes-
sore di Storia della Scienza antica all’Università Humboldt
di Berlino; studi citati e ripresi anche dal notiziario online
dell’Istituto Nazionale di Astrofisica.8
Il ricercatore ha tradotto il contenuto di tavolette d’argil-
la di argomento matematico-astronomico scritte in caratte-
ri cuneiformi, e ha trovato la prova che gli astronomi babi-
lonesi prevedevano la posizione in cielo del pianeta Giove
tramite sofisticati calcoli geometrici (geometria trapezoida-
le) che consentivano di determinare le posizioni del pianeta
lungo l’eclittica per i successivi centoventi giorni.
Come si può ancora sostenere che quei popoli, cosiddet-
ti pagani, identificassero mitologicamente i pianeti con gli
dèi? Come poteva venire in mente ai dottissimi sacerdoti
babilonesi di calcolare l’orbita delle loro divinità, predicen-
done la posizione con mesi di anticipo?
Non a caso l’articolo che il sito dell’Istituto Nazionale di
Astrofisica ha dedicato alla scoperta afferma che lo studio
del docente tedesco “costringerà a rivedere i libri di storia”;
si dovranno finalmente abbandonare chiavi di lettura figlie
del condizionamento teologico, in quanto ormai superate
e assolutamente inadatte a spiegare le vere conoscenze che
erano patrimonio delle antiche classi governanti, ebraiche,
romane, greche o babilonesi che fossero.

• FISICITÀ. Per quanto concerne la materiale “fisicità” – ri-


petutamente comprovata – di quegli individui, Corrias ri-
leva che la religione romana, molto concretamente, “impli-
ca il riconoscimento e l’accettazione degli dèi come parte
dell’ordine sociale e politico di una civitas”.9
184 Il Falso Testamento

In La Bibbia non parla di Dio ho evidenziato come nell’intero


Medio Oriente (Israele in primis) la convivenza degli Elohim
con i rispettivi popoli rappresentasse il costume diffuso,
l’assoluta normalità: erano parte integrante della quotidia-
nità e Yahweh si era addirittura fatto costruire una dimora
itinerante per poter restare in contatto continuo con i suoi.
Tornando al testo dello studioso, leggiamo che il deus lati-
no era un vocabolo che identificava “non un generico numen
impersonale, bensì un essere individuale e ‘personale’, ca-
ratterizzato da precise peculiarità fisiche e morali e da un
raggio d’azione limitato”.10
Prosegue Corrias: “Degli dèi i Romani sapevano solo che
erano persone, individui (com’è implicito nel termine stes-
so deus, secondo la sua origine indoeuropea), ma incom-
mensurabili all’uomo quanto a potenza, a forza, a capacità,
a longevità”.11
Questo insieme di caratteristiche è straordinariamen-
te coincidente con le peculiarità che la Bibbia attribuisce
agli Elohim.
Dèi romani, theoi greci, Elohim biblici erano coinvolti in
ugual misura nella vita quotidiana dei rispettivi popoli, nel-
le attività civili, sociali e militari, occupando naturalmente
posizioni preminenti e di comando. In origine, i Romani,
così come i Greci e gli Israeliti, interagivano concretamen-
te con quegli individui, e certamente non li consideravano
come possibili oggetti di speculazioni teologiche.

• SALVEZZA. Mancava ogni tipo di speculazione teologi-


ca anche perché era contemporaneamente assente ogni ri-
ferimento a un obiettivo definibile come “salvezza in una
dimensione ultramondana”.12 Il tutto infatti si risolveva e
si concretizzava nella volontà di “preservare e far crescere
la comunità nell’esistenza presente in piena armonia con
gli dèi”.13
Nel mondo ebraico delle origini le promesse di Yahweh
avevano esattamente la stessa dimensione terrena; non vi
si trovano riferimenti a premi o punizioni che non fosse-
ro conquiste territoriali e/o benessere e ricchezza materia-
<Testatina Dinamica DX> 185

li misurabili in proprietà personali e buona salute: il tutto


esclusivamente visto nella prospettiva di questa unica vita
e in un’ottica che poneva al centro la nazione e, solo in se-
conda battuta, i singoli individui.
Quanto evidenziato dal dottor Corrias per l’antica reli-
gione romana richiama in modo evidente un’analoga con-
siderazione espressa dal professor Maximiliano García
Cordero (1921-2012), che fu docente di Esegesi dell’Antico
Testamento e di Teologia biblica presso l’Università Ponti-
ficia di Salamanca, nella voce dedicata alle promesse divi-
ne contenuta nell’Enciclopedia della Bibbia edita da Elledici:
Nella panoramica dell’Antico Testamento a malapena tra-
spaiono le preoccupazioni nettamente spiritualiste. La giusti-
zia retributiva divina deve esercitarsi in questa vita, poiché
fino alle rivelazioni di Sap 3,1-5, mancano lumi sulla retri-
buzione nell’oltretomba; per questo vengono promessi beni
temporali a quelli che adempiono i comandamenti divini.14
La corrispondenza con quanto affermato riguardo al mon-
do dell’antica Roma è straordinaria.
Si veda ad esempio Lv 26,3-13, in cui i premi sono costi-
tuiti da abbondanza dei raccolti, vendemmia prolungata,
vittoria in guerra con relativo massacro dei nemici, figlio-
lanza numerosa, mentre le maledizioni elencate immediata-
mente dopo (Lv 26,14 e seguenti) sono costituite da malattie,
sconfitte, perdita dei raccolti, fame e carestia che costringe-
ranno a mangiare la carne dei propri figli, terrore…
Per inciso, va detto che il libro della Sapienza (citato da
García Cordero come prima testimonianza che rimanda a
una possibile retribuzione ultramondana) non è accettato
dal canone ebraico ed è stato composto intorno al I secolo
a.C., quindi in piena epoca ellenistica, dal cui pensiero pare
essere fortemente condizionato.
Si comprende bene che per i Romani e per gli antichi Ebrei
tutto si risolveva qui, nella vita sulla Terra, che si sperava
di poter trascorrere nella migliore delle condizioni di be-
nessere materiale come premio per avere rispettato le re-
gole dettate dai potenti.
186 Il Falso Testamento

Fisicità e retribuzione esclusivamente terrena sono presen-


ti dunque in ogni aspetto: dalla corporeità degli dèi/theoi/
Elohim fino al conseguimento dei premi promessi o al pati-
mento delle terribili pene minacciate per le colpe commesse.

• ALLEANZA. Strettamente collegata al punto precedente è la


struttura che costituiva il fondamento – sia presso i Romani
sia presso gli Israeliti – del rapporto con gli dèi/Elohim: un
rapporto che si concretizzava in un patto, un’alleanza, all’in-
terno della quale ciascuno si impegnava a rispettare la pro-
pria parte nella certezza o speranza che l’altro contraente
avrebbe fatto lo stesso. Il rispetto reciproco delle regole co-
stituiva la garanzia del buon funzionamento dell’intero si-
stema, con vantaggi concreti e materiali per tutti.
Berit in ebraico (“alleanza”) e commercium in latino (“scam-
bio”) sono i termini con cui veniva definita rispettivamen-
te quella tipologia di rapporti.
L’alleanza tra Yahweh e Israele prevedeva il rispetto delle
613 regole che l’Elohim aveva dato ai suoi e il corrispettivo
mantenimento delle promesse: solo questo garantiva la pa-
cifica convivenza tra le due parti. Un do ut des simile a quel-
lo che i Romani attuavano con i loro dèi; in altre parole, uno
“scambio per cui l’uomo offre al dio la lode e il sacrificio, e il
dio risponde offrendo all’uomo favore, aiuto, prosperità”.15
Per gli Israeliti era, ed è, fondamentale conoscere e com-
prendere nei particolari il significato e le modalità di attuazio-
ne delle norme da rispettare; allo stesso modo, per i Romani
“conoscere e rispettare lo ius divinum era fondamentale per
conoscere sempre la volontà degli dèi e conformarsi a essa,
il che assicurava la pax deorum e con essa la grandezza e la
forza dell’imperium populi romani”.16
Il tutto si fondava dunque su una valutazione squisitamen-
te utilitaristica; l’accettazione di un nuovo culto e di un nuo-
vo deus si basava sulla risposta data alla seguente domanda:
è utile o meno per il benessere di Roma e dei suoi cittadini?
Il patriarca Giacobbe-Israele non è da meno. In Gen 28,20
e seguenti, pone condizioni precise: “Se Yahweh Elohim
sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto fa-
<Testatina Dinamica DX> 187

cendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, se


ritornerò in pace alla casa di mio padre, Yahweh sarà il mio
Elohim”, e prosegue promettendo che gli riconoscerà la de-
cima parte dei suoi beni.
È dunque Giacobbe che pone le condizioni: lui accetterà
Yahweh come suo Elohim e gli farà offerte materiali, solo
se questi dimostrerà di essere in grado di aiutarlo.
Ci troviamo in presenza di qualcosa che non ci si atten-
derebbe: è l’uomo che pone condizioni al presunto Dio, e lo
fa sapendo di poterlo fare: il “Dio” merita rispetto e ubbi-
dienza solo se è in grado di dimostrare la sua concreta ca-
pacità di risolvere le esigenze quotidiane del suo servitore.
I Romani e il patriarca degli Israeliti si conformano in
questo atteggiamento improntato al puro utilitarismo: non
esiste altra definizione.
Sergio Quinzio, nel già citato La sconfitta di Dio, affronta
questo tema della concreta materialità – e assoluta non spi-
ritualità – dei premi, riprendendo uno dei libri anticotesta-
mentari più citati e conosciuti, quello di Giobbe, e ricordan-
do come il premio per quell’uomo giusto sia consistito nella
“restituzione, in più larga misura, di tutto ciò di cui aveva
goduto nel tempo felice: pecore, cammelli, buoi e asine”.17
Evidenzia inoltre che l’interpretazione spiritualistica elle-
nizzante non apparteneva ai primi Padri della Chiesa, i quali
erano “pienamente consapevoli che la redenzione cristiana
riguardava non le realtà interiori e spirituali, invisibili, ben-
sì la concretezza dell’esistenza storica e della corporeità”.18
Gli antichi Romani e i Padri della Chiesa erano dunque
portatori di concezioni assolutamente concordanti: premio
e punizione si misurano con il benessere materiale di cui
gode o non gode il fedele nel corso della propria vita, in base
alla natura degli “scambi” effettuati con i potenti di turno.

• SACRIFICI. Questo do ut des si concretizzava in entrambi i


casi nell’allestimento e nell’offerta di sacrifici. Del concet-
to di sacro si è detto sopra; il “fare un sacrificio” agli dèi/
theoi/Elohim consisteva appunto nel “rendere sacro” qual-
cosa nel senso di riservarlo a loro.
188 Il Falso Testamento

In La Bibbia non parla di Dio abbiamo visto la corrispon-


denza tra i sacrifici descritti nei testi biblici e quelli presen-
ti nei poemi omerici, con particolare riferimento alle eca-
tombi e agli olocausti: termini con cui si identificavano gli
atti rituali che prevedevano la combustione totale di ciò che
veniva offerto alla cosiddetta divinità.
È importante riprendere qui quel particolare sacrificio che
prevedeva la combustione delle sostanze grasse allo scopo
di produrre il fumo che Yahweh stesso affermava ripetuta-
mente essere per lui OOS[, nicoach, cioè “rilassante” (si veda
ad esempio il capitolo 28 del libro dei Numeri).
La concreta materialità dell’intera operazione e dei suoi
esiti è attestata dalle finalità e dalle modalità operative og-
getto di analisi nel testo appena citato. Non vi era nulla di
spirituale o simbolico; la conoscenza del significato letterale
dei possibili effetti reali prodotti da quel fumo sugli Elohim
ci aiuta a comprendere i motivi alla base di quella pratica.
È interessante – e contemporaneamente sconcertante –
apprendere quanto Yahweh avvertisse la necessità di for-
nire indicazioni precise in merito agli “ingredienti” e alla
preparazione dei sacrifici a lui dedicati.
L’olocausto doveva essere composto da (Lv 3,3-5):

lAJ BfdH-lA H]UYH BWOH


e (viscere)parte-interna-la coprente-il grasso-il

lAJ BfdH-W_ fvA BWOH-WU


e (viscere)parte-interna-la-su che grasso-il-tutto

rSW]UH-W_ fvA sHW_ fvA BWOH-lAJ lSWUH Slv


(reni)lombi-i-su che essi-di-su che grasso-il-e reni-i di-due

H[fS]S lJSWUH-W_ FBUH-W_ lflSH-lAJ


(essa)esso-toglierà reni-i-sopra fegato-il-su (lobo?)annesso-lo-e
<Testatina Dinamica DX> 189

HW_H-W_ HOBMYH … JlA JfSQdH


olocausto-lo-(per)su altare-lo … esso fumare-faranno-e

HvA vAH-W_ fvA rSb_H-W_ fvA


fuoco-col-fatta-offerta fuoco-il-su che legni-i-su che

HJHSW OOS[ OSf


Yihwah-per (rilassante, lenitivo)calmante odore

Leggiamo ora quanto scrive il dottor Corrias circa i sacri-


fici che nell’antichità romana venivano fatti a favore delle
divinità.
Analizzando l’etimologia del nome Ceres afferma che “se-
condo la concezione fisiologica comune a tutte le civiltà di
origine indoeuropea” la sostanza vitale e generativa si trova
nel “grasso addominale (l’omentum, che costituiva la parte
sacra della vittima, destinata esclusivamente al dio)”.19 Poco
oltre, lo studioso ribadisce che: “Il grasso, e soprattutto quello
che circonda le viscere (l’omentum), era considerato in antico
la porzione sacra per eccellenza della vittima sacrificale”.20
Dunque, quel grasso specifico era gradito agli Elohim bi-
blici tanto quanto agli dèi dell’antica Roma. Era sacro, cioè
riservato a Yahweh, così come era sacro per le divinità ro-
mane, e a questo proposito lo stesso Corrias chiarisce che
per la cultura latina il vocabolo sacer definiva “ciò che è
messo da parte, ciò che è separato dalla totalità in genere
per essere destinato al dio”.21
Proprio come il kadosh, cioè il “sacro” dei testi biblici.
Per i Romani il sacrificio consisteva “nella consacrazione
al dio di un bene (sacrum facere), generalmente di una so-
stanza alimentare vegetale o animale, della quale gli era ri-
servata la parte migliore”.22
Abbiamo quindi una straordinaria doppia corrisponden-
za tra Bibbia e religione romana: il concetto del sacro era il
medesimo, e agli Elohim come agli dèi latini era riservato
il grasso che copre le viscere.
190 Il Falso Testamento

I concetti esaminati rappresentano gli elementi portanti di


quello che possiamo definire il pensiero religioso. Come si
è visto, religione, fisicità dei cosiddetti dèi, concetto di sal-
vezza, rapporto basato su alleanza e sacrifici sono assolu-
tamente sovrapponibili e interscambiabili: non vi è nella
Bibbia alcuna unicità che consenta di attribuirle una qual-
che forma di speciale preminenza.
Ma le corrispondenze e le sorprendenti conferme vanno
ancora oltre.

Celti, Israeliti e Moabiti: stessa barbarie?

Nel volume Sacrifici umani e omicidi rituali nell’antichità, si


riporta un passo in cui Strabone descrive i riti officiati pres-
so i Celti: il geografo e storico greco cita Cesare quando af-
fermava che “il supplizio dei colpevoli” celebrato dai Galli
era “molto gradito agli dèi”. Poche righe sotto, precisa in
cosa consisteva questo sacrificio e quale fosse l’elemento
specifico del gradimento “divino”.
Leggendo testualmente, veniamo a sapere che i Celti com-
pivano sacrifici umani: “Realizzavano, con vimini e paglia,
un colossale fantoccio di forma umana, entro il quale si po-
nevano uomini vivi, e all’intorno si accatastavano rami sec-
chi. Un sacerdote gettava una torcia accesa in questa spe-
cie di rogo, ed il colosso veniva in breve avvolto dal fumo
e dalle fiamme. I canti dei druidi, la musica dei bardi, le ac-
clamazioni del popolo coprivano le urla delle vittime che
mandavano al Cielo un appetitoso odore di carne arrostita
graditissimo agli dèi”.23
Da queste righe ricaviamo un’informazione decisamen-
te non in linea con il pensiero comune, che vede in molti
popoli antichi, cosiddetti “non civilizzati”, dei barbari più
vicini agli animali che all’uomo. Qui apprendiamo che gli
officianti e il popolo facevano in modo di coprire le urla
delle vittime, che, evidentemente, non erano per loro fonte
di piacere. Pare addirittura di cogliere che si trattasse di un
effetto non cercato e non gradito: i Celti dunque non era-
<Testatina Dinamica DX> 191

no barbari sanguinari che sadicamente godevano del do-


lore indicibile inflitto a esseri umani con sistemi davvero
agghiaccianti.
Veri barbari paiono invece essere stati gli dèi, che richie-
devano tali sacrifici e ne apprezzavano il fumo “appetitoso”.
Riprendo qui rapidamente quanto ho analizzato in La
Bibbia non parla di Dio, al solo scopo di sottolineare come il
gradimento dei sacrifici umani da parte di quei potenti fos-
se una caratteristica diffusa e quindi ampiamente utilizza-
ta dai loro sudditi per ingraziarsene i favori.
Yahweh, assoluto protagonista dell’Antico Testamento,
non è da meno.

Nel capitolo 11 del libro dei Giudici, Jefte, comandante delle


forze di Israele, si accinge a muovere guerra contro gli Am-
moniti e, per garantirsi un esito favorevole in battaglia, fa
in modo di ingraziarsi il suo Elohim Yahweh con un’offer-
ta che appare inaccettabile se dobbiamo pensare che il de-
stinatario fosse il Dio spirituale e misericordioso della tra-
dizione dottrinale.
Scrive l’autore biblico che Jefte fece un voto a Yahweh
con queste parole (Gdc 11,30-31):
Se tu consegni nelle mie mani gli Ammoniti, chiunque
uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incon-
tro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti

HWJ_ JHlSW_HJ HJHSW HSHJ


olocausto lui-salire-farò-e Yehwah-per sarà-e

Il comandante israelita promette dunque a Yahweh che,


in cambio del suo aiuto, gli offrirà in olocausto (cioè bruce-
rà in suo onore o a suo beneficio) la prima persona che gli
verrà incontro da casa sua al ritorno dalla battaglia.
Yahweh evidentemente gradisce l’offerta e mette gli Am-
moniti nelle mani di Israele.
Non è facile per noi accettare l’idea che Dio possa essere
192 Il Falso Testamento

comprato così facilmente, ma soprattutto è impossibile accet-


tare la tipologia dello scambio e cioè aiuto in guerra a fron-
te del sacrificio crudele di un innocente; una morte terribile,
una vittima bruciata viva, offerta per propiziare altre morti.
I versetti successivi narrano l’esito infausto di questa
donazione.
Mentre sta facendo ritorno a casa, Jefte vede venirgli in-
contro la sua unica figlia; disperato, si straccia le vesti, ma
non può certo venire meno alla promessa fatta e lascia sua
figlia libera di piangere la sorte per due mesi, dopo di che
(Gdc 11,39):

fF[ fvA JfF[-lA HW v_SJ


voto-fatto-aveva che suo-voto lei-(di-su)a compì-e

Trascorso quindi il periodo concesso per il pianto, brucia


la povera ragazza, e Yahweh non compie quel gesto gene-
roso, quella rinuncia che ci si attenderebbe da un Dio amo-
revole e misericordioso: lascia fare.
Nella tradizione giudaico-cristiana si è sempre tentato in
vario modo di negare che l’atto sia stato veramente compiu-
to e soprattutto, citando altri passi biblici, si tenta di negare
che Yahweh pretendesse questo tipo di sacrifici.
Non possiamo esimerci dal rilevare che, se fosse vera la
tradizione negazionista, dovremmo prendere atto di un fat-
to assolutamente inspiegabile: il comandante in capo delle
forze di Israele chiede aiuto a Dio e in cambio gli offre qual-
cosa che lui assolutamente non vuole.
Se fosse vera la tesi dottrinale di un Dio che aborriva i
sacrifici umani, la storia qui narrata supererebbe i limiti
dell’assurdo, oltre che quelli del normale buon senso.
Ma Yahweh non era il solo a comportarsi in tal modo:
come le divinità celtiche, anche gli Elohim degli avversari
di Israele gradivano sacrifici umani.
Il terzo capitolo del Secondo libro dei Re contiene il rac-
conto di una spedizione di Israele e Giuda contro il popolo di
Moab. I moabiti riuniscono tutti gli uomini in grado di com-
<Testatina Dinamica DX> 193

battere e si schierano alla frontiera nella speranza di fronteg-


giare l’assalto; in un secondo momento decidono di assalire
l’accampamento israelitico, ma vengono respinti e sono quin-
di costretti a fuggire e a rifugiarsi nell’abi­tato di Kir Careset.
Il re moabita (Mesha) ha grande difficoltà nel sostenere
il combattimento e allora tenta di aprirsi un varco tra le file
dei nemici ma non vi riesce; a questo punto compie un ge-
sto che a noi appare tanto insensato quanto crudele e inu-
tile, ma che si rivela invece efficace (2Re 3,27):

JSlOl nWYS-fvA fJUBH J[B-lA OdSJ


suo-posto-al regnare-doveva-che primogenito-il suo-figlio prese-e

HYOH-W_ HW_ JHW_SJ


muro-il-su olocausto lui-salire-fece-e

Il verbo ebraico HW_, ala, indicava l’atto del “far salire” nel
fumo un sacrificio offerto agli Elohim; l’oggetto dell’offer-
ta veniva interamente bruciato e proprio da questa carat-
teristica deriva il termine “olocausto”, che indica appunto
l’atto dell’essere totalmente consumato dal fuoco.
Il re Mesha, per salvarsi, decide dunque di compiere un
atto estremo: bruciare il suo primogenito; una scelta apparen-
temente insensata e crudele che però sortisce l’effetto voluto.
Jefte come Mesha; Yahweh, l’Elohim di Israele, come
Kamosh, l’Elohim dei Moabiti: nessuna differenza.24
Come il gesto di Jefte, anche quello di Mesha a noi appare
inaccettabile e inutilmente crudele, così come istintivamente
consideriamo barbari i Celti che praticavano sacrifici tanto ef-
ferati, ma la realtà con le sue conferme parallele ci spinge ad
accettare l’idea che Elohim biblici, theoi greci, dèi romani e di-
vinità celtiche traevano godimento – o una qualche forma di
effetto positivo (come il “rilassamento” provato da Yahweh) –
da quegli atti crudeli che gli uomini dovevano tributare loro.
Si tratta dunque di pura e macabra fantasia narrativa de-
gli autori antichi, che elaboravano immagini e caratteri del-
194 Il Falso Testamento

le loro stesse divinità dipingendole barbare, bestiali e indi-


cibilmente crudeli?
Mi parrebbe ridicolo anche solo ipotizzarlo: molto più
facile accettare che fossero atti reali compiuti per soddisfa-
re precise richieste provenienti da individui cui non si po-
teva disubbidire, pena la morte.
Nessuna distinzione dunque tra la ferocia e la barbarie
degli Israeliti, dei Moabiti e dei Celti: erano popoli che ub-
bidivano a comandanti appartenenti tutti allo stesso ceppo
e che avevano quindi le stesse esigenze e le stesse attitudini.

Domande inevitabili

Come sempre, la mente che riflette e prende atto di una si-


tuazione che appare quanto meno curiosa e certamente inat-
tesa non può che porsi delle domande, soprattutto se quella
mente è stata condizionata a ritenere che la Bibbia e la sua
religiosità costituiscano un unicum nella storia dell’uomo: un
libro che narra una vicenda sviluppatasi nei secoli e avente
come protagonista il Dio trascendente che si è calato nella
concretezza delle vicende umane scegliendo un popolo come
primo mediatore universale del suo rapporto con l’umanità.
Se così è, ci sono molti elementi che attendono una spie-
gazione.
Com’è possibile che la religione romana e quella giudaica
prevedessero entrambe un ritualismo formale la cui rigidità e
il cui rispetto rigoroso costituivano la garanzia fondamentale
e unica per il conseguimento dei risultati attesi?
Il Dio unico e le “inesistenti” divinità pagane zoomorfe
o planetarie avevano le stesse esigenze in termini di rispet-
to formale delle norme che essi stessi avevano impartito?
E come possono il Dio unico e le mitologiche divinità pa-
gane avere espresso identiche esigenze in termini di meto-
dologia operativa?
Perché tutte le forme di culto vedevano nei loro desti-
natari individui concreti? Perché il Dio unico e i cosiddet-
ti idoli pagani si presentano con le stesse caratteristiche?
<Testatina Dinamica DX> 195

Com’è possibile che il Dio unico e le mitologiche divinità


pagane si manifestassero come esseri viventi, con attributi
“umani” dal punto di vista sia fisico sia comportamentale?
Perché a Roma come nel deserto dell’esodo e a Gerusalem-
me gli Elohim/dèi erano parte integrante del consesso socia-
le, all’interno del quale occupavano le posizioni di comando?
Perché il Dio unico e gli dèi romani, pur essendo in en-
trambi i casi più potenti dell’uomo, avevano comunque un
raggio d’azione chiaramente limitato?
Perché in entrambi i casi il rapporto tra dominanti e do-
minati si concretizzava in un patto che prevedeva uno scam-
bio di servizi teso a garantire un equilibrio portatore di van-
taggi per le parti contraenti?
Perché il Dio unico della Bibbia concedeva come premio
per la fedeltà gli stessi beni materiali che erano previsti come
risultato della buona gestione del rapporto del popolo ro-
mano con le sue divinità cosiddette pagane?
Perché le due forme di religione non prevedevano in ori-
gine alcuna forma di elaborazione teologica o spirituale, ma
si risolvevano entrambe nella concretezza materiale della
quotidianità?
Perché il rapporto degli Ebrei con il presunto Dio unico
e quello dei Romani con i presunti idoli avevano una netta,
e direi unica, dimensione utilitaristica? Il Dio trascendente
non aveva la capacità, né la forza, né la volontà di introdur-
re una chiara impronta spirituale?
Com’è possibile che il concetto della sacralità e del “rende-
re sacro” fosse così straordinariamente coincidente nella sua
evidente e unica dimensione materiale? Il Dio trascendente
non sapeva concepire e trasmettere concezioni diverse da
quelle che i popoli pagani avevano elaborato per i loro idoli?
Per quanto concerne il contenuto specifico degli olocausti
(con la produzione del fumo tanto gradito), com’è possibile
che antichi autori delle due sponde del Mediterraneo, ap-
partenenti a storie e culture così diverse, abbiano “inven-
tato” la medesima caratteristica, così peculiare e soprattut-
to così poco edificante per gli dèi?
Com’è possibile che quegli autori antichi (ebrei e ro­
196 Il Falso Testamento

mani) abbiano scelto di rappresentare allegoricamente le


esigenze neurofisiologiche delle loro divinità ipotizzando
esattamente lo stesso tipo di sacrificio da compiere con la
stessa tipologia di grasso animale? Come si può affermare
che si trattasse in un caso (religione romana) di culti pa-
gani generati dall’ignoranza superstiziosa mentre nell’al-
tro (religione ebraica) di allegorie o metafore finalizzate a
rappresentare la tensione spirituale dell’anima che anela a
compiere il suo cammino alla ricerca di Dio? Non è più ra-
gionevole e immediato pensare che non si tratti di invenzio-
ne allegorica ma di narrazioni che contengono memorie di
richieste e donazioni (cioè sacrifici) assolutamente concrete?
Vista l’evidente molteplicità degli Elohim/theoi/dèi, vista
la straordinaria corrispondenza che comprende ogni ambito
della loro manifestazione, perché definire sprezzantemen-
te pagani i popoli che si rivolgevano ai theoi/dèi greco-ro-
mani e contemporaneamente ritenere saggi e giusti mono-
teisti coloro che si dedicavano al culto degli Elohim, di cui
Yahweh non era che uno dei tanti?

Il riscontro delle fonti greco-romane

L’ipotesi che scaturisce dalla lettura della Bibbia e dal suo


esame comparato con le narrazioni dei popoli di tutti i con-
tinenti del pianeta prevede l’esistenza di una molteplicità
di dèi/theoi/Elohim, aventi sostanzialmente le stesse carat-
teristiche psicofisiche, le stesse esigenze, le stesse modalità
operative e le stesse finalità, che abbiamo visto essere del
tutto concrete e materiali.
È bene ricordare che l’approccio metodologico prevede
il “fare finta che” quanto ci hanno raccontato gli antichi ab-
bia un fondo di verità, sia basato cioè su una sostanza sto-
rica e cronachistica capace di fornire spiegazioni concre-
te e risposte a questioni che altrimenti rimangono aperte,
come quelle presentate dalle domande appena formulate.
Tra le dotazioni costanti di quei personaggi che il pen-
siero occidentale ritiene alternativamente divinità pagane
<Testatina Dinamica DX> 197

o dio unico e vero, vi sono mezzi di trasporto che noi defi-


niremmo tecnologici.
Lo storico giudeo-romano Giuseppe Flavio e il suo “col-
lega” romano Tacito danno conto di una vicenda verificata-
si nella città di Gerusalemme negli ultimi decenni del I se-
colo dopo Cristo.

Nella sua opera Guerra giudaica, Giuseppe Flavio ci regala


un racconto davvero inatteso: la vicenda si svolge in Giudea
nel periodo in cui i Romani stavano procedendo alla conqui-
sta della terra di Canaan e in particolare di Gerusalemme.
Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Ar-
temisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a
prestar fede; e in realtà io credo che ciò che sto per racconta-
re potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte
il sostegno dei testimoni oculari, dall’altra la conferma delle
sventure che seguirono. Prima che il sole tramontasse, si vi-
dero in cielo su tutta la regione dei carri da guerra e schie-
re di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le
città. Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacer-
doti che erano entrati di notte nel tempio interno [di Geru-
salemme] per celebrarvi i soliti riti riferirono di aver prima
sentito una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che
dicevano: “Da questo luogo noi ce ne andiamo”.25
Visto che l’Antico Testamento fa continuo riferimento a
macchine volanti, mi domando: a chi appartenevano quel-
le cui si riferisce lo storico? Di chi erano quelle schiere di
armati che giungono dall’alto? Chi sono coloro che abban-
donano il Tempio che era la casa degli Elohim?
Dobbiamo pensare che Giuseppe Flavio sia stato una sor-
ta di ufologo ante litteram? O forse che proprio lui, che ave-
va come obiettivo quello di accreditare la cultura e la storia
del suo popolo presso il mondo romano, si facesse portato-
re di racconti fantasiosi e potenzialmente ridicoli?

In ogni caso, se in relazione a questo evento specifico vo-


lessimo mettere in dubbio la serietà e l’attendibilità dello
storico giudeo-romano dovremmo però coerentemente ras-
198 Il Falso Testamento

segnarci a fare altrettanto con il più importante storico ro-


mano, Tacito, che nella sua opera monumentale Historiae
conferma il tutto:
Avvennero prodigi che quella gente schiava della supersti-
zione, ma ostile ai riti non ritiene lecito espiare né con sacrifici
né con suppliche. Si videro nel cielo scontrarsi eserciti, rosseg-
giare spade e il tempio risplendere di subitanei bagliori. Le por-
te del santuario si spalancarono d’un tratto e una voce sovru-
mana esclamò che gli dèi fuggivano; e nello stesso tempo un
gran frastuono come di gente che fugge. Questo suscitò pau-
ra in pochi: nei più era la convinzione che negli antichi scritti
dei sacerdoti si predicesse che in quel tempo l’Oriente avrebbe
prevalso e uomini partiti dalla Giudea avrebbero conquistato
il dominio del mondo. Per enigmi queste profezie annuncia-
vano Vespasiano e Tito, ma il volgo, com’è proprio dell’umano
desiderio, interpretando a proprio vantaggio così grandi de-
stini, neppure spinto dalle sciagure mutava parere per crede-
re al vero. Sappiamo che il numero degli assediati, di ogni età
e sesso, era di seicentomila: presero le armi quanti potevano
portarle; e molti rispetto al loro numero gli atti di valore. Ne-
gli uomini e nelle donne pari la tenacia e, se costretti a cambia-
re sede, la paura di vivere più grande della paura di morire.
Contro tale città e gente Cesare Tito, poiché il luogo impe-
diva l’impeto di un assalto e azioni di sorpresa, decise di com-
battere con trincee e tettoie: si distribuirono gli incarichi alle
legioni e seguì una tregua agli scontri, finché non si costruis-
sero tutte le macchine inventate dagli antichi e dai nuovi in-
gegni per espugnare città.26
Lo storico romano inserisce con naturalezza il racconto
di questo episodio “incredibile” (la battaglia in cielo e gli
dèi che se ne vanno) all’interno di una serie di informazio-
ni la cui storicità non è messa in discussione.
Tacito e Giuseppe Flavio ci danno quindi conto di un even-
to decisamente straordinario verificatosi nei cieli di Gerusa-
lemme: carri celesti, una battaglia aerea con luci improvvi-
se e sfolgorio di armi, il tutto sottolineato da una voce che
annunciava la partenza degli dèi (gli Elohim biblici) accom-
pagnata dal realistico e quasi “cinematografico” tramestio
prodotto da gente che se ne va frettolosamente.
<Testatina Dinamica DX> 199

L’episodio appena affrontato appare assolutamente coe-


rente con quanto narrato nell’Antico Testamento, in cui i
carri celesti compaiono già dai primi versetti del libro del-
la Genesi, là dove si parla del ruach degli Elohim che aleg-
gia sulla superficie delle acque, per arrivare alle esperien-
ze vissute da Enoch, Elia, Ezechiele, Zaccaria…27
Per chi ha la mente sufficientemente aperta, questa vicen-
da narrata da Giuseppe Flavio e da Tacito non rappresenta
quindi una sconcertante sorpresa ma semmai una naturale
conferma; in quegli anni (70 d.C. circa) pare verificarsi una
sorta di avvicendamento nel sistema di comando in Medio
Oriente: se ne vanno i vecchi governanti e ne arrivano altri.
Nulla di nuovo: la storia si ripete sempre uguale a se stessa.

Anche lo storico scienziato ed enciclopedista romano Plinio


il Vecchio, attivo nel I secolo dopo Cristo, ci ha lasciato te-
stimonianze di eventi assolutamente assimilabili a quelli
descritti da Giuseppe Flavio e da Tacito.
Nella sua Naturalis historia, infatti, leggiamo:
Clangore d’armi e squilli di tromba furono uditi nel cielo,
si riferisce, al tempo delle guerre cimbriche, e spesso anche in
precedenza e in seguito. Ma nel terzo consolato di Mario, quel-
li di Amelia e Todi scorsero armi nel cielo scontrarsi fra loro,
venendo da oriente e occidente, e furono sconfitte quelle che
venivano da occidente. Che persino il cielo si infiammi, non
ha nulla di stupefacente, e in effetti lo si è visto spesso, quando
le nubi sono invase da un incendio particolarmente grande.28
Plinio ci informa dunque che al tempo delle guerre cim-
briche, combattute negli anni che vanno dal 113 al 101 a.C.
tra Roma e una coalizione di Cimbri, Teutoni, Tigurini e
Ambroni, poi sconfitti dal console Gaio Mario, si udì nel
cielo un grande fragore di armi e addirittura squilli come
quelli delle trombe.
Precisa lo storico che quei fragori erano però stati uditi
anche in periodi antecedenti e posteriori: non erano dun-
que fatti occasionali ma eventi abbastanza frequenti.
Il passo citato riporta che durante il terzo consolato di
200 Il Falso Testamento

Mario (fine del II secolo a.C.) popolazioni umbre videro il


cielo che ardeva, nubi invase dal fuoco e armi che si com-
battevano nei cieli: gli oggetti celestiali si contrastavano
provenendo da oriente e da occidente, e furono questi ul-
timi a soccombere.
Non sono necessari commenti o interpretazioni del testo,
e parrebbe quasi inutile sottolineare come questa descrizione
presenti una straordinaria corrispondenza con ciò che fu vi-
sto nei cieli di Gerusalemme al tempo dell’arrivo dei Romani.
Non si può non prendere atto del fatto che nei secoli im-
mediatamente precedenti e seguenti la nascita del presun-
to messia cristiano era quindi possibile assistere a scontri
nei cieli tra macchine volanti.

Questo capitolo dedicato alla religione romana, unitamen-


te alle analisi condotte sui testi greci, riconferma che l’An-
tico Testamento non può e non deve essere considerato il
“libro dei libri”, bensì uno dei tanti che l’umanità ha scritto
nel corso dei secoli.
L’Antico Testamento è un insieme di racconti che nar-
rano la storia del rapporto tra un popolo (gli Israeliti) e il
suo governatore Yahweh, che era solo uno dei molti allo-
ra presenti sul teatro mondiale e che si erano spartiti i ter-
ritori in governatorati.
Lo studio dei testi dei popoli coevi alle vicende qui ripor-
tate rivela che la Bibbia non presenta contenuti originali e
unici, ma eventi le cui modalità di sviluppo e i cui protagoni-
sti corrispondono in modo straordinario e sostanziale, quale
che sia l’area geografica e culturale in cui si sono verificati.
Bibbia, Iliade, Odissea e antiche religioni del Mediterra-
neo occidentale contengono testimonianze che documen-
tano come il modus operandi dei potenziali “fabbricatori”
del­l’uma­nità fosse – fatte salve le inevitabili differenze per-
sonali tra gli individui – sostanzialmente lo stesso, ovun-
que essi si trovassero a operare.
Ebrei, Romani, Greci e i cosiddetti “barbari” sono stati go-
vernati dagli appartenenti allo stesso gruppo di coloniz­zatori.
VIII
Orrore biblico?

Pratiche simili a quelle di cui si è trattato nel capitolo pre-


cedente trovano conferme anche nell’Antico Testamento, a
riprova del fatto che la loro origine va probabilmente ricer-
cata proprio nelle attitudini e nella volontà di quegli indi-
vidui che la tradizione considera divinità.
Tanta malvagità e tanta crudeltà sono dunque ascrivibili
a quegli individui che hanno “fabbricato” l’uomo, lo han-
no addomesticato per renderlo gestibile, lo hanno gover-
nato per mezzo di regole che erano innanzitutto finalizza-
te a soddisfare le loro esigenze?
La risposta potrebbe essere positiva: certa gratuita cru-
deltà umana non sarebbe inscritta nella nostra natura ma
avrebbe un’origine culturale, sarebbe cioè il frutto di com-
portamenti richiesti, insegnati e indotti nel corso di un ad-
destramento cui l’Homo sapiens è stato sottoposto per mil-
lenni da parte dei suoi fabbricatori/governatori.
Per altro nel libro di Isaia è lo stesso Yahweh ad afferma-
re di essere l’origine di tutto ciò che di bene e di male si ve-
rificava per il suo popolo; dice infatti di essere lui (Is 45,7):

_f AfJBJ rJWv Hv_


male producente-e pace/benessere facente
202 Il Falso Testamento

Non è quindi necessario cercare altrove l’origine del male;


tanto meno è necessario identificarne il responsabile in un
inesistente principio spirituale negativo: un ipotetico satan,
principe di demoni inesistenti tanto quanto il loro presun-
to signore.
L’Elohim della Bibbia dichiara esplicitamente di essere
l’origine di ciò che di positivo e di negativo si verifica nel
suo popolo, ed è sempre lui che conferma di avere dato or-
dini e imposto regole per le quali la sua gente non poteva
vivere, come quella ricordata in Ez 20,25 e seguenti:
Feci sì che si contaminassero nelle loro offerte, facendo
passare per il fuoco ogni loro primogenito, per atterrirli…
Nel capitolo precedente abbiamo visto due eventi dav-
vero orrendi: le offerte in sacrificio di due ragazzi – figli
dell’israelita Jefte e del re moabita Mesha – bruciati dai pa-
dri allo scopo di ottenere l’aiuto in battaglia del loro rispet-
tivo Elohim.
Già non è facile per noi accettare l’idea che Dio possa es-
sere comprato, ma ci risulta addirittura impossibile conce-
pire un Dio disposto a garantire il suo intervento militare
in cambio del sacrificio crudele di un innocente.
Ma i due Elohim di riferimento – Yahweh per Israele e
Kamosh per i Moabiti – appartenevano a quella schiera di
governatori che amava quel tipo di offerta: Elohim, theoi
greci, dèi romani, divinità celtiche…

Il male, inflitto anche come effetto di una crudeltà che appa-


re priva di senso, è una delle costanti nella storia dei popoli
sottomessi a quegli individui, e l’Antico Testamento costi-
tuisce un vero e proprio catalogo di atti di ferocia e crudeltà.
Innumerevoli sono le persone massacrate nel corso del-
la campagna di conquista del territorio di Canaan guida-
ta da Giosuè, poi dai Giudici, cui hanno fatto seguito Saul,
Davide ecc.
Stermini ingiustificati di donne e bambini innocenti che
avevano la sola colpa di abitare in territori che entravano
nella sfera di interessi di Israele e del suo feroce condottiero.
<Testatina Dinamica DX> 203

I massacri gratuiti sono veri e propri crimini, anche se


compiuti nel corso di azioni militari, e che dire di uccisioni
ordinate e compiute perché qualcuno ha contravvenuto a
semplici regole? Tra le decine di possibili casi, ne cito solo
uno, per esemplificare.

In Nm 15,32-36 abbiamo questo racconto:


Mentre gli Israeliti erano nel deserto, trovarono un uomo
che raccoglieva legna in giorno di sabato. Quelli che l’ave-
vano trovato a raccogliere legna, lo condussero a Mosè, ad
Aronne e a tutta la comunità. Lo misero sotto sorveglianza,
perché non era stato ancora stabilito che cosa gli si dovesse
fare. Il Signore disse a Mosè: “Quell’uomo deve essere mes-
so a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori dell’accam-
pamento”. Tutta la comunità lo condusse fuori dell’accam-
pamento e lo lapidò; quegli morì secondo il comando che il
Signore aveva dato a Mosè.
Quel poveretto viene barbaramente ammazzato per ave-
re violato la legge del sabato: probabilmente aveva necessi-
tà di legna per prepararsi del cibo o per mitigare il freddo
delle ore notturne, ma questo al Dio di misericordia non
interessava.

Veniamo ora all’esame di una situazione ancora più orripi-


lante, per la quale sarebbe difficile trovare una collocazione
in una ipotetica scala degli orrori.
Leggiamo un passo del libro dei Numeri in cui si narra
di una delle tante campagne di sterminio sistematico che
Yahweh ordinava a danno degli stessi consanguinei degli
Israeliti: nel caso in questione le vittime erano i Madianiti,
discendenti diretti di Abramo e della sua concubina Keturah.

È un brano che suscita costantemente perplessità, ha gene-


rato un gran numero di studi e altrettante inevitabili rea-
zioni (Nm 31,17-18):
“Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni
donna che si è unita con un uomo; ma tutte le fanciulle che
non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi”.
204 Il Falso Testamento

Vediamo il versetto 18 in ebraico; dopo avere ordinato il


massacro di tutte le madri con i rispettivi figli maschi, Mosè
impone:

J_FS-AW fvA rSv[B tQH WUJ


conosciuto-hanno-non che donne-le-tra piccola ogni-e

rUW JSOH fUM BUvY


voi-per vivere-(lascerete)farete maschio di-letto

Questo è l’ordine impartito ai comandanti dell’esercito


dopo il loro ritorno dalla guerra di annientamento condotta
contro i Madianiti.
Poco prima (Nm 31,14-16), Mosè aveva espresso tutto il
suo disappunto per il fatto che, contravvenendo agli ordi-
ni di sterminare i Madianiti, i suoi combattenti avevano la-
sciato in vita le femmine: “Avete lasciato in vita tutte le fem-
mine?” aveva chiesto con rabbia ai comandanti di ritor­no
dalla spedizione, per poi procedere con l’ordine che abbia-
mo appena letto.

Per il termine tradotto con “piccola” il testo biblico ebraico


del Codex Leningradensis da cui è tratto il versetto ha il ter-
mine tQ, taph, dalla radice t`Q, taphaph.
Questo vocabolo viene tradotto normalmente con “fan­
ciulle”, ma significa letteralmente “piccole” e la definizione
data dallo Strong’s Hebrew Lexicon Online lo conferma: “children,
little children, little ones” (bambini, bambini piccoli, picco-
li) di entrambi i sessi, facendo derivare il possibile signifi-
cato dal tipico saltellare, camminare a passettini brevi dei
bambini, appunto.1
Il significato di tale termine è confermato chiaramente an-
che dai più importanti dizionari di ebraico biblico, tra i qua-
li il The Brown-Driver-Briggs Hebrew and English Lexicon, che
riporta come significati primari “trip, take quick little steps”
e “children, little ones”: quindi il saltellare leggero, il cam-
<Testatina Dinamica DX> 205

minare a piccoli e rapidi passi, cioè quel modo di procede-


re che appartiene ai bimbi in tenerissima età.
Ancora più esplicito è l’Etymological Dictionary of Biblical
Hebrew, che per la radice t`Q riporta l’atto del “totter, walk
with uncertain steps”, cioè il “barcollare, procedere a passi
incerti” tipico dei bambini molto piccoli.
Come si può osservare, tutti gli studiosi concordano che
la radice ebraica t`Q si riferisce senza dubbio a bambini in
tenerissima età.
Il passo è reso in modo perfetto nella Webster’s Bible (1833)
di Noah Webster, lessicografo, nonché traduttore di ebrai-
co, che traduce chiaramente, apertamente e onestamente:
Now therefore kill every male among the little ones, and kill
every woman that hath known man by lying with him. But all the
female children, that have not known a man by lying with him,
keep alive for yourselves.2
In questa versione viene messo in evidenza il fatto che a
essere tenute in vita dovevano essere le bambine che non
avevano avuto relazioni carnali.

Accertato che il termine ebraico tQ, taph, significa “bambini


molto piccoli”, registriamo che in quel passo Mosè parle-
rebbe quindi di vere e proprie bambine, non già di fanciul-
le, di ragazzine, come invece normalmente inteso.
L’orrore nasce dal fatto che le bambine potrebbero essere
state considerate possibile oggetto di pratiche sessuali no-
nostante la loro giovanissima età.
Shaye J.D. Cohen, professore di Letteratura ebraica e Filo-
sofia nel Dipartimento di Lingue e Civiltà orientali dell’Uni­
versità di Harvard, scrive chiaramente che con il termine
rUW, lachem, cioè “per voi”, si intende una disponibilità di
fruizione di carattere sessuale:
Mosè impone ai guerrieri che ritornavano di uccidere le loro
prigioniere madianite che avevano giaciuto con un uomo, ma
di “riservare per voi ogni giovane donna che non abbia avu-
to rapporti carnali con un uomo”; possiamo essere sicuri che
rUW, “per voi”, significa che i guerrieri possono far uso ses-
206 Il Falso Testamento

suale delle loro prigioniere vergini. La legge nei Numeri dif-


ferisce dalla legge in Deuteronomio: forse la distinzione più
importante è che secondo la legge nel Deuteronomio non im-
porta se la prigioniera è vergine oppure no, ma permette al
guerriero israelita anche di sposarsi con una donna straniera.3
Che l’intento dell’espressione “per voi” fosse sessuale o
matrimoniale appare evidente; il passaggio è correttamente
compreso da R. Shimon bar Yohai. Riporto dal Talmud Babi-
lonese e dal Midrash Sifre sui Numeri le sue parole in merito:
R. Simeon b. Yohai ha dichiarato: a una proselita che sia
sotto l’età di tre anni e un giorno è concesso di sposare un
prete, perché così è detto; ma tutte le bambine che non han-
no conosciuto uomo e non hanno avuto relazioni carnali,
mantenetele in vita per voi (Num 31,18).4
Nel Midrash Sifre sui Numeri, un commentario esegetico
al libro dei Numeri della scuola di Rabbi Ishmael ben Elisha,
riguardo al comandamento di Mosè di uccidere le donne di
Madian, nonché i figli maschi, l’autore scrive che il passo si
riferisce a chi ha dormito con un uomo così come a colei che è
adatta – cioè fisicamente pronta – ad avere un rapporto sessua-
le, anche senza avere necessariamente dormito con un uomo.
E il fatto che tutte le bambine che non fossero andate a
letto con alcun uomo dovessero essere tenute in vita con-
sentiva a R. Shimon b. Yohai di affermare che una giovane
proselita di età inferiore ai tre anni e un giorno era adatta a
essere sposata nel sacerdozio.5
È dunque ipotizzabile che Mosè, seguendo forse abitudini
riconducibili agli Elohim, abbia sollecitato o quanto meno
permesso l’abuso sessuale compiuto su bambine?
Era un costume diffuso presso gli Elohim, così come era
diffusa l’abitudine di mantenere le linee dinastiche attra-
verso matrimoni tra fratelli e sorelle?
Questi costumi matrimoniali dei “comandanti” erano
infatti seguiti dai patriarchi, che prendevano moglie all’in-
terno della famiglia d’origine, sposando, quando possibi-
le, una sorellastra. Parlando di Sara, il patriarca Abramo af-
ferma infatti perentoriamente (Gen 20,12):
<Testatina Dinamica DX> 207

Ella è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non


figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie.
La prova più evidente che gli antichi Israeliti prendes-
sero in moglie bambine di tre anni ci è fornita dalla stes-
sa Bibbia. Un chiaro esempio è Rebecca, moglie di Isacco e
madre dei fratelli Giacobbe ed Esaù.
Secondo i calcoli effettuati da Rashi di Troyes – definito
da Rabbi Shlomo Yitzhaki il più famoso esegeta ebreo di tut-
ti i tempi – Rebecca aveva chiaramente e incontestabilmen­
te tre anni quando sposò Isacco.
Riportiamo qui il commento di Rashi su Genesi 25,20:
Quando Abramo ritornò dal monte Moria gli fu annunzia-
ta la nascita di Rebecca. Isacco aveva allora trentasette anni,
perché proprio a quel tempo morì Sara … a centoventisette
anni … Isacco aveva dunque allora trentasette anni. In quel
tempo nacque Rebecca; Isacco aspettò che fosse pronta per
il matrimonio – cioè tre anni – e poi la sposò.6
Va detto che queste affermazioni suscitano la ferma indi-
gnazione degli stessi studiosi ebrei, come Paul G. Socken,
fondatore del dipartimento di Studi Ebraici presso l’Univer-
sità di Waterloo, che sul Talmud dichiara tutta la propria de-
lusione circa il gran numero di affermazioni offensive che
contiene contro le donne. Socken conferma ancora una vol-
ta che quel testo accetta la validità del matrimonio tra un
uomo adulto e una bambina dell’età di tre anni e un giorno
e definisce questo atto un vero e proprio “abuso di minori”.7
Tornando a Isacco e Rebecca, la medesima cosa viene ri-
petuta anche nel Sefer ha-Zohar (il “Libro dello Splendore”),
e lo conferma la nota in calce di uno dei curatori e tradutto-
ri, Daniel Chanan Matt, studioso di Kabbalah e professore
presso la Graduate Theological Union di Berkeley:
Lei aveva tre anni quando egli l’abbracciò – quando egli
abbracciò Rebecca.8
Secondo Daniel Chanan Matt, quindi, Rebecca aveva tre
anni quando si coricò con Isacco; aveva cioè “la più giova-
ne età legale in cui una donna può essere sposata”.9
208 Il Falso Testamento

Come possiamo chiaramente vedere, questi testi e i cal-


coli effettuati da Rashi ci dimostrano che non era assoluta-
mente vietato sposare bambine anche molto piccole, anzi,
era una pratica normale e diffusa.
Mary De Young, professoressa di sociologia presso la
Grand Valley State University ad Allendale, Stati Uniti, ha
pubblicato una serie di lavori relativi agli abusi sessuali sui
minori, e a tal proposito scrive che la proprietà sessuale dei
bambini da parte dei genitori ha avuto un vero e proprio
avallo religioso nella Bibbia e nel Talmud, per il quale era
lecito fidanzarsi a mezzo di un rapporto sessuale con una
bambina di tre anni e un giorno.10
Rabbi Isaac Klein, un importante rabbino conservatore
autore di A Guide to Jewish Religious Practice (“Una guida
alla pratica religiosa ebraica”), scrive chiaramente che non
importava quale fosse l’età della bambina: una volta che i
genitori avevano dato il via libera, la bambina doveva an-
dare con il marito, anche se lei non voleva. Rileva che i ma-
trimoni con bambine erano molto comuni nei tempi anti-
chi. Dal momento che i matrimoni erano organizzati dai
genitori e il consenso delle parti non era necessario, l’età
non costituiva un fattore dirimente per giungere all’accor-
do. L’autore precisa che il fattore fisico riguardava solo la
consumazione del matrimonio.11

Il presente lavoro si occupa di Bibbia e non di Talmud, ma,


per comprendere ciò che realmente può indicare il passo
del libro dei Numeri che stiamo esaminando, riporto qui di
seguito alcune indicazioni talmudiche derivandole dal pro-
fessor Jacob Neusner, storico e teologo ebreo statunitense,
accademico e rinomato studioso dell’ebraismo, il quale ri-
leva con comprensibile stupore che talvolta è necessario ri-
leggere i brani biblici per credere a ciò che vi si trova scritto.

In Sanhedrin, 55b, è scritto che una bambina di tre anni e un


giorno è fidanzata attraverso il rapporto sessuale, e che se
un Levita ha avuto rapporti sessuali con lei l’ha fatta sua.12
<Testatina Dinamica DX> 209

Sulla questione se una bambina “gentile” (cioè non ebrea)


possa portare o meno impurità, Abodah Zarah 36b-37a ri-
porta che una ragazza di tre anni e un giorno, dal momen-
to che è adatta ad avere rapporti sessuali, dispensa impu-
rità a causa del flusso di seme maschile che è in grado di
“provocare”.13

In Niddah 44b, Mishnah 5,4, si afferma che una bambina di


tre anni e un giorno di vita è fidanzata attraverso il rap-
porto sessuale, e i saggi dicono che se essa è più giovane
di quell’età, il rapporto con lei è come mettere un dito in
un occhio.14
Dunque, secondo i “saggi di benedetta memoria” è per-
messo sposare una bambina che abbia almeno tre anni e
un giorno e avere un rapporto sessuale con lei anche pri-
ma. Anche il Kitzur Shulchan Aruch, il compendio del più
importante codice di leggi ebraiche del Rabbino Shlomo
Ganzfried, ribadisce che se una ragazza ha meno di tre anni
è permesso appartarsi con lei.15

Chiudo questo elenco parziale con Nm 31,18:


Ogni bimba fra le femmine che non conobbero coabita-
zione con maschi, tenete in vita per voi.16
Il termine utilizzato non necessita di ulteriori commen-
ti: si parla di “bimbe” in maniera esplicita. Questa tradu-
zione conferma quanto sostiene Allie C. Kilpatrick – pro-
fessoressa associata di Pedagogia presso la School of Social
Work dell’Università della Georgia, ad Athens –, secondo
la quale l’età di tre anni e un giorno per il fidanzamento
o per il matrimonio nasce da un’antica tradizione semiti-
ca, non può quindi essere liquidata come mito, e nemme-
no interpretata come semplice esercizio accademico dei
talmudisti.17

Le citazioni e gli studi da riportare in merito sarebbero in-


numerevoli, ma quelli indicati sono sufficienti per definire
con chiarezza la situazione.
210 Il Falso Testamento

Importante è rilevare come comportamenti per noi inac-


cettabili fossero in realtà patrimonio comune presso i popo-
li governati dagli Elohim/theoi/dèi, molti dei quali pareva-
no non avere scrupoli di alcun genere quando si trattava di
soddisfare le proprie esigenze: dall’apprezzare il fumo pro-
dotto dalla combustione del grasso delle vittime al proba-
bile abuso compiuto su quelli che potremmo definire “cuc-
cioli” di uomo.
Ma non è tutto.
L’ordine dato da Mosè di uccidere i maschi e salvare se-
lettivamente le bambine trova infatti un ulteriore e altret-
tanto inatteso sviluppo in ciò che avviene subito dopo: la
spartizione del bottino cui partecipa lo stesso Yahweh.
Il presunto Dio vuole la propria parte, e la divisione vie-
ne registrata con una precisone davvero ragionieristica
(Nm 31,25-39):
Il Signore disse a Mosè: “Tu, con il sacerdote Eleàzaro e
con i capi dei casati della comunità, fa’ il computo di tutta
la preda che è stata fatta: della gente e del bestiame; dividi
la preda a metà fra coloro che, usciti in guerra, hanno soste-
nuto la battaglia e tutta la comunità. Dalla parte spettante
ai soldati che sono usciti in guerra preleverai un contributo
per il Signore: cioè un individuo su cinquecento, tanto del-
le persone quanto del bestiame grosso, degli asini e del be-
stiame minuto. Lo prenderete sulla metà di loro spettanza
e lo darai al sacerdote Eleàzaro, come offerta da presentare
quale contributo in onore del Signore. Della metà che spetta
agli Israeliti prenderai una quota di uno su cinquanta tanto
delle persone quanto del bestiame grosso, degli asini e del
bestiame minuto; la darai ai Leviti, che hanno la custodia
della Dimora del Signore”. Mosè e il sacerdote Eleàzaro fe-
cero come il Signore aveva ordinato a Mosè. Il bottino, cioè
tutto ciò che rimaneva della preda fatta dagli uomini del­
l’esercito, consisteva in seicentosettantacinquemila capi di
bestiame minuto, settantaduemila capi di bestiame grosso,
sessantunmila asini e trentaduemila persone, ossia donne
che non si erano unite con uomini. La metà, cioè la parte di
quelli che erano usciti in guerra, fu di trecentotrentasette-
milacinquecento capi di bestiame minuto, dei quali seicen-
<Testatina Dinamica DX> 211

tosettantacinque per il tributo al Signore; trentaseimila capi


di bestiame grosso, dei quali settantadue per il tributo al Si-
gnore; trentamilacinquecento asini, dei quali sessantuno per
il tributo al Signore…
e (versetto 40):

tWA fv_ Hvv rFA v`[J


mille dieci sei uomo(adam) di-gola-e

v`[ rSvWvJ rS[v HJHSW r]UYJ


gola trenta-e due Yahweh-per essi-di-imposta/computo-e

Annoto che le sedicimila persone (il termine “gola” sta a


indicare ogni singolo essere vivente), da cui sono tratte le
trentadue di spettanza di Yahweh, sono la metà delle tren-
taduemila che, dalla precisazione contenuta nel versetto 35,
sappiamo essere femmine che non si erano unite con un
uomo: cioè, se le ipotesi fatte sopra sono pertinenti e fon-
date, si tratta di bambine piccole.
Innanzitutto ci chiediamo: cosa se ne faceva Dio di tutto
quel bestiame che gli è stato consegnato? Lo allevava? Op-
pure, vista la sua predilezione per le ecatombi di cui si è am-
piamente trattato in La Bibbia non parla di Dio, lo consumava
in colossali olocausti?
Ma soprattutto mi domando: cosa se ne faceva Dio di tren-
tadue femmine (ma forse sarebbe meglio dire “bambine”)?
Le allevava, ne faceva altro uso per scopi personali, o
erano anch’esse destinate alla tristissima sorte riservata
agli animali?
Leggendo ciò che lui stesso afferma in Ez 20,25 e seguen-
ti (in cui è contenuto l’ordine di bruciare i primogeniti di
cui si è detto nel lavoro appena citato), ogni più raccapric-
ciante ipotesi è possibile e, quale che sia stata la sorte delle
bimbe, la mostruosità di quanto avveniva a seguito delle
spartizioni del bottino di guerra appare indicibile.
212 Il Falso Testamento

Ciò che per la cosiddetta cultura moderna e civile è ributtan-


te, non lo era evidentemente per le culture antiche; ma for-
se quegli atteggiamenti erano il frutto del condizionamen-
to derivante dal gruppo degli theoi/dèi/Elohim, o quanto
meno di alcuni suoi esponenti, che avevano concetti, esigen-
ze, attitudini e valori per noi incomprensibili e inaccettabili.
Ribadisco qui quanto affermato più volte: per fortuna gli
Elohim – Yahweh in primis – non erano e non sono dèi, né
tantomeno il Dio unico della tradizione.18
IX
Il patto inesistente

Proviamo a tirare le fila di un lavoro che si è fin qui contrad­


distinto per il suo approccio interdisciplinare e tentiamo di
capire se il presunto Dio della teologia giudaico-cristiana
ha veramente stretto un patto di alleanza con l’umanità
facendolo, per così dire, registrare in atti formali costitui-
ti da due raccolte di testi definite rispettivamente Antico e
Nuovo Testamento.
Ripercorriamo in estrema sintesi l’intera vicenda, così come
si viene configurando dalla lettura letterale di quei testi.
Nel primo, da cui tutto ha origine, abbiamo la narrazione
del rapporto tra un popolo e un individuo di nome Yahweh,
appartenente a un gruppo di colonizzatori – gli Elohim –
che hanno “fabbricato” l’Homo sapiens grazie all’ingegne-
ria genetica e si sono spartiti il pianeta in sfere di influenza.
Elyon, comandante degli Elohim, ha assegnato a Yahweh
una famiglia, quella di Giacobbe, il nipote di Abramo che si
vuole discendere direttamente dalla stirpe dei discendenti
di Adamo; questi erano un gruppo etnico a cui gli Elohim
avevano dato vita con interventi di clonazione per impie-
garli come lavoratori nei loro gan-eden: al contempo centro
di comando e laboratorio sperimentale per la produzione
di vegetali e animali utili per nutrire grandi masse di esseri
umani, cioè il Sapiens che si stava diffondendo sulla Terra.
Il cosiddetto patto stipulato da Yahweh con i “suoi” era
basato su quello che i Latini chiamavano commercium: cioè
uno scambio vicendevolmente profittevole; un rapporto da
214 Il Falso Testamento

cui i contraenti contavano di trarre il massimo dei vantag-


gi reciproci, anche a scapito di tutti coloro che erano esclu-
si da tale patto, e che anzi, all’occorrenza, dovevano esse-
re sterminati senza alcuna pietà.

Il patto, l’alleanza tra Dio e l’uomo, avrebbe trovato la sua


prima concretizzazione nell’intervento di Yahweh, fatto-
si presente nella storia dell’uomo prima con Abramo e poi
con Mosè.
Ma, per dichiarazione esplicita contenuta nella Bibbia
stessa, è soprattutto con quest’ultimo che il rapporto tra il
presunto Dio e l’uomo si formalizza in regole e norme, di-
venendo definitivo e concretamente operativo.

Leggiamo il passo in cui Mosè afferma con chiarezza che


l’alleanza viene stabilita in quel momento e che ha avuto il
suo primo atto nella liberazione degli Israeliti dalla schia-
vitù a opera di Yahweh, al quale il popolo deve quindi fe-
deltà incondizionata.
Mosè convoca tutto Israele e – prima di passare alla pro-
clamazione dei comandamenti, il cui rispetto assoluto costi-
tuiva la condizione fondamentale per la completa realizza-
zione delle promesse – afferma in tono perentorio l’unicità
di quanto sta avvenendo (Dt 5,1-6):
Ascolta, Israele, le leggi e le norme che oggi io proclamo
ai vostri orecchi: imparatele e custoditele per metterle in pra-
tica. Il Signore, nostro Dio ha stabilito con noi un’alleanza
sull’Oreb. Il Signore non ha stabilito quest’alleanza con i no-
stri padri, ma con noi che siamo qui oggi tutti vivi. Il Signo-
re sul monte vi ha parlato dal fuoco faccia a faccia, mentre
io stavo tra il Signore e voi, per riferirvi la parola del Signo-
re, perché voi avevate paura di quel fuoco e non eravate sa-
liti sul monte. Egli disse: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti
ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile”.
Dunque, quella stipulata sull’Oreb (il monte Sinai) è la
vera, unica alleanza: un contratto che non era stato stabili-
to in precedenza con altri, neppure con i padri (ci doman-
<Testatina Dinamica DX> 215

diamo: l’accordo stipulato con Abramo aveva quindi con-


tenuti diversi o era stato definito da un Elohim che non era
Yahweh?).
Per Mosè, la liberazione dalla schiavitù in Egitto, già av-
venuta nel momento in cui sta parlando ai suoi, è stata il
primo atto, la prova della volontà e capacità di Dio di agi-
re con potenza in favore del suo popolo.
Ma si è trattato di vera schiavitù? E il patto ha avuto dav-
vero l’origine che ci viene raccontata?
Tralascio i passi biblici in cui il popolo lamentava conti-
nuamente il periodo in cui viveva in Egitto, dove, per inci-
so, aveva cibo a volontà e stava quindi meglio rispetto alla
condizione miserevole in cui Mosè e Yahweh li avevano co-
stretti a vivere durante l’esodo attraverso il deserto: la situa-
zione della presunta schiavitù è molto controversa e richie-
derebbe un’analisi storica e documentale che non è oggetto
del presente lavoro.
È però molto interessante cogliere quanto dicono in me-
rito i testi della religione giudaico-cristiana, per cui leg-
giamo quanto scritto in proposito nel Nuovo Testamento:
l’insieme di libri in cui il patto, iniziato con la liberazione
dalla presunta schiavitù d’Egitto, troverebbe il suo comple-
tamento definitivo.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù sta discutendo con i Fa-
risei: fornisce in prima persona testimonianza su se stesso,
sulla sua natura e sulla sua provenienza, e afferma che la
sua parola è verità e che la verità rende liberi: all’udire que-
sto i suoi interlocutori gli rispondono (Gv 8,33):
Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati
schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi?”.
Non hanno dubbi: loro non sono mai stati schiavi di nes-
suno. Siamo quindi in presenza di un’alleanza il cui fonda-
mento viene identificato in una situazione di schiavitù che
è affermata nei primi libri, ritenuti sacri, ma apertamente
sconfessata negli ultimi libri, altrettanto sacri.
Come si vede, è un patto dalle origini decisamente con-
troverse: basandosi unicamente su quanto scritto nei cosid-
216 Il Falso Testamento

detti testi sacri, i fedeli devono credere a un’alleanza av-


viata da un intervento divino di liberazione dalla schiavitù
oppure devono rassegnarsi a pensare che quell’atto non è
mai stato compiuto perché la situazione di schiavitù è frut-
to di una pura invenzione letteraria?
In questo caso specifico, dove sta la verità che rende liberi?

L’alleanza prevedeva che “lui” avrebbe posto i suoi protetti


sopra le altre nazioni, a condizione che loro eseguissero, sen-
za mai metterli in discussione, i suoi ordini (comandamenti).
Come tutti i dittatori, prometteva conquiste territoriali
pressoché illimitate in cambio della fedeltà cieca e assoluta.
Il patto, però, non era equilibrato: come sempre accade,
il potente di turno – in questo caso il presunto Dio della
teologia giudaico-cristiana – metteva in campo tutta la sua
superiorità e non si limitava a promettere vantaggi, aiuti e
compensi ma, per garantirsi l’obbedienza totale, minaccia-
va di morte (minaccia che ha concretizzato più volte) chi
non si adeguava.
Se questo può essere definito un patto, lo deciderà il let-
tore, che invito a leggere l’Antico Testamento per verifica-
re la veridicità di quanto sin qui affermato.
Di certo, comunque si voglia considerare questa strana al-
leanza basata sul ricatto e sulla minaccia, Yahweh non l’ha
proposta all’umanità intera, e neppure a tutti gli Ebrei formal-
mente intesi; per la verità, non l’ha offerta nemmeno all’in-
tera famiglia cui apparteneva Abramo, bensì esclusivamen-
te a un uomo e ai suoi discendenti: Giacobbe e gli Israeliti.
Da questa alleanza erano quindi esclusi anche i parenti
stretti di quel popolo che viene tradizionalmente definito
“eletto”: cugini, zii e nipoti sono stati vittime sacrificali di
reiterati e feroci tentativi di sterminio; i loro territori (as-
segnati da altri Elohim, come chiaramente documenta la
Bibbia) sono finiti nelle mire espansionistiche di un eserci-
to violento e famelico dominato da un comandante milita-
re, il presunto Dio, privo di scrupoli.
Abbiamo una storia che si può quindi riassumere così: dei
Semiti sterminavano altri Semiti eseguendo gli ordini di un
<Testatina Dinamica DX> 217

non semita con cui avevano stretto un patto nella speran-


za di affermarsi sopra ogni altro popolo, utilizzando ogni
mezzo possibile.
Questa è la base che scegliamo di considerare storica nel-
le forme in cui ci è stata tramandata da una tradizione che
di quel comportamento ha fatto un punto d’orgoglio, fino
a giustificarlo in toto, definendo “guerre sante” i genocidi
costantemente perpetrati.
Su questa prima alleanza si è voluta poi artificiosamente
innestare una seconda (Nuova) alleanza che dovrebbe pro-
gressivamente coinvolgere l’intera umanità.
Ma qual è il rapporto tra le due?
Dove si trova l’anello di congiunzione che dovrebbe por-
tare alla sostituzione di uno dei due contraenti, e precisa-
mente il popolo cui Yahweh si rivolgeva in modo esclusivo?
Che cosa è stato necessario fare per presentare come vero,
nuovo e degno di fede ciò che l’Antico Testamento non ave-
va mai neppure previsto?
Si è reso indispensabile procedere con una serie di elabo-
razioni parallele abilmente costruite a tavolino.
• Yahweh, da concreto e materiale governatore di un pic-
colissimo territorio e di una famiglia, è stato trasformato
nel Dio unico, universale, eterno, spirituale, trascendente,
onnisciente e onnipotente, creatore dei cieli e della terra.
• L’Antico Testamento, da libro che aveva come unico sco-
po quello di rappresentare la testimonianza scritta e im-
peritura dell’alleanza militare tra Yahweh e la sua gen-
te, è stato trasformato nel “libro dei libri” che dovrebbe
contenere niente meno che l’intera storia dell’universo, a
partire dalla sua creazione dal nulla primordiale.
• A questo comandante militare sono state attribuite le
caratteristiche di un creatore che nella sua infinita so-
litudine ha deciso di creare dal nulla un universo, la-
sciandolo poi spopolato per circa 15 miliardi di anni al
termine dei quali, spinto da infinito amore, ha stabili-
to di dare vita a una creatura intelligente che lo amas-
se e servisse.
218 Il Falso Testamento

• A questa creatura ha dato delle regole, anche se, nella


sua onniscienza, già sapeva che l’uomo non le avrebbe
rispettate; a causa della disobbedienza dei progenitori si
è visto infatti costretto a punire l’umanità intera renden-
dola mortale. Ma se lui è onnisciente, non era già tutto
previsto? A che pro, dunque?
• Dopo un lasso di tempo imprecisato – migliaia, centinaia
di migliaia, milioni di anni dal momento della colpa? –
il presunto Dio misericordioso ha stabilito che avrebbe
potuto dare ai poveri e incolpevoli discendenti di quei
peccaminosi progenitori la possibilità di riscattarsi e ri-
conquistare il diritto all’eternità.
• Per fare questo, però, ritenne inevitabile sdoppiarsi, fare
un figlio, farlo partorire da una ragazza che però ebbe l’ac-
cortezza di lasciare vergine, e dare questo figlio in pasto
all’umanità, nella fattispecie al popolo ebraico, affinché
lo massacrasse e uccidesse per garantire a lui, Dio padre
misericordioso, la possibilità di farlo resuscitare. Curiosa
davvero la delicata attenzione per la verginità garantita
alla madre da parte di quel Dio che nei secoli preceden-
ti ha ripetutamente ordinato stupri e assassini di femmi-
ne, colpevoli solo di non appartenere al suo popolo e di
servire quindi altri Elohim: le più fortunate (le vergini)
venivano conservate come prede di guerra, parte delle
quali riservate proprio a lui, il Dio padre misericordioso.
Talvolta mi capita di chiedermi che cosa sarebbe suc-
cesso se gli Ebrei e i Romani avessero usato clemenza con
il figlio predestinato: il disegno salvifico sarebbe stato va-
nificato? Se Ebrei e Romani non si fossero comportati da
assassini, l’umanità non sarebbe stata salvata? Yahweh
avrebbe escogitato qualche altra atrocità?
Ma la risposta è semplice e immediata: secondo ciò che
la dottrina ipotizza circa la sua essenza e i suoi attributi,
lui sapeva infallibilmente tutto quello che sarebbe suc-
cesso: gli esecutori del suo piano non potevano esimersi
dall’agire nel modo in cui hanno agito. In pratica, pren-
diamo atto che non erano veramente liberi di decidere.
<Testatina Dinamica DX> 219

• Grazie a questa amorevole scelta, l’umanità – rappresen-


tata dal popolo ebraico di duemila anni fa – ha compiuto
un abominevole assassinio e si è così riappropriata della
possibilità di vivere in eterno: un premio conseguito in
forza di uno dei crimini più efferati della storia, compiuto
perché Dio, nel suo infinito amore, ha evidentemente rite-
nuto che l’assassinio di suo figlio fosse l’unico modo per
annullare la punizione e tornare a dare all’uomo la possi-
bilità di salvarsi. Va detto che in questo ha dimostrato una
certa coerenza: il massacro e l’omicidio sono stati gli stru-
menti che sempre ha prediletto per risolvere le questioni.
• A seguito del riscatto così ottenuto, il popolo originario
ed esclusivo di Yahweh – costituito dalla famiglia di Gia-
cobbe con relativi discendenti – è stato soppiantato e so-
stituito, nella nuova alleanza, dall’intera umanità, fatta
artificiosamente diventare destinataria della nuova pro-
messa, perché quelle precedenti non la riguardavano.
Insomma, chi ha reso possibile il tutto, il popolo ebrai-
co, è stato posto in secondo piano, soppiantato, relega-
to nella consolatoria posizione di “fratello maggiore nel-
la fede”, perché ora l’alleanza non riguarda più premi o
punizioni terrene per gli Israeliti ma un fantomatico pa-
radiso per tutti, un luogo di cui il Dio padre non ha mai
parlato e che non ha mai promesso ai suoi.
Ciò che unisce il Patto Antico con il Patto Nuovo è costi-
tuito quindi da due momenti fondamentali: la colpa com-
messa in violazione delle norme originarie e il riscatto che
costituisce la base del Nuovo Testamento.

Prima ancora di provare a verificare se il peccato originale


sia stato commesso veramente, è inevitabile porre una do-
manda: se Yahweh non è Dio, di chi è figlio Gesù? Chi lo
ha mandato?
La risposta che fornisce l’Antico Testamento è tale per
cui l’esame dell’intera storia che ho sintetizzato potrebbe
terminare qui: Yahweh è uno dei tanti Elohim quindi non
è Dio, per cui Gesù è privo di mandante.
220 Il Falso Testamento

Peggio ancora: è privo del “divino”.


Ma è bene non fermarsi, perché è interessante prosegui-
re per tentare di comprendere come anche l’altro elemento
costitutivo e fondante dell’intera storia della salvezza sia
in realtà inesistente.

Adamo ed Eva hanno disobbedito e per questo sarebbero


stati condannati, segnati da una macchia che da loro in poi
si trasmetterebbe inesorabilmente a tutta l’umanità.
Si pone qui un’ulteriore domanda: se anche colpa ci fosse
stata, perché le conseguenze dovrebbero ricadere su tutti gli
uomini, visto che i due sono stati i capostipiti di un gruppo
etnico preciso e non i progenitori dell’intera umanità?
La risposta sarebbe ovvia e porrebbe nuovamente un
punto fermo alla questione ma, come per la domanda pre-
cedente, superiamo questo nuovo segnale di arresto e pro-
cediamo alla ricerca del peccato originale.

Tutti conosciamo la vicenda: Eva, tentata dal serpente, con-


travviene al divieto di cogliere un certo frutto e poi induce
Adamo a fare altrettanto.
Non è tra le finalità di questo lavoro entrare nel meri-
to della concretezza di quanto avvenuto; preme qui in-
vece prendere in considerazione l’esistenza o meno del-
la condanna da cui deriverebbe la successiva necessità del
riscatto: i due elementi che uniscono Vecchio e Nuovo Te-
stamento, giustificando quest’ultimo in funzione di quan-
to avvenuto nel primo.

La domanda è quindi la seguente: c’è stata una condanna


che ha determinato la necessità del riscatto?
Lasciamo rispondere gli esegeti che hanno redatto la Bib-
bia di Gerusalemme e leggiamo quanto precisano nella nota
esplicativa del passo specifico:
Qui apparentemente non si tratta di un castigo per l’uo-
mo a motivo di una colpa già commessa, ma di una misu-
ra preventiva…1
<Testatina Dinamica DX> 221

In effetti così recita il versetto biblico che spiega la cac-


ciata (Gen 3,22-23):
Poi il Signore disse: “Ecco l’uomo è diventato come uno
di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora
egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della
vita, ne mangi e viva per sempre!”. Il Signore Dio [Yahweh
Elohim, in ebraico] lo scacciò dal giardino di Eden.
Intanto annotiamo che per “vivere per sempre” sarebbe
stato necessario attingere al “frutto” dell’albero della vita:
l’avere mangiato il frutto della conoscenza non privava
quindi dell’immortalità, che per altro non esisteva.
La nota citata prende atto della realtà dei fatti: si tratta
di un’azione preventiva decisa per evitare che gli adamiti
avessero accesso a pratiche riservate ai soli Elohim. Sareb-
bero divenuti troppo pericolosi e incontrollabili, per que-
sto sono stati cacciati.
Prevenzione, dunque, da parte di un presunto Dio dav-
vero strano: teme l’uomo e il suo potere.

La nota della Bibbia di Gerusalemme citata prosegue con una


considerazione che non posso che fare mia:
Se in questo testo è presente un riferimento al dogma del
peccato originale, la sua espressione è simbolica … non bi-
sogna cercare qui tutto ciò che vi è stato letto in seguito, sia
che si tratti di riletture bibliche, per esempio quella di Pao-
lo (Rm 5,12s; 1Cor 15,21-22), o delle formulazioni dogmati-
che della Chiesa.2
In sostanza, non bisogna cercare nelle pagine della Bibbia
ciò che non c’è.
Se dunque non vi è stata condanna, non vi è nemmeno
la conseguente necessità di redenzione.

Ripropongo ora l’interrogativo già espresso in preceden-


za: se Yahweh non è Dio e se non vi è stata condanna, chi
e perché avrebbe mandato Gesù a liberare l’umanità dalle
conseguenze mortali di una macchia che non c’è?
222 Il Falso Testamento

Il Patto Antico riguardava (e riguarda ancora) esclusiva-


mente Yahweh e gli Israeliti, mentre il Patto Nuovo non ha
motivo di esistere in quanto privo di fondamento.
Il Patto che viene proposto all’umanità intera è dunque
falso: l’umanità non è stata condannata e non deve esse-
re salvata.
Questo dicono i testi da cui si sono ricavate artificiosa-
mente le dottrine, con i relativi dogmi.

L’uomo ha il dovere non già di credere ma di cercare, nel pie-


no rispetto di ciò che lo rende appunto uomo, cioè
, anthropos, termine che trova la sua origine nell’espressio-
ne , anathron ha opope, che indica l’atto
del riflettere su ciò che si è osservato e, in questo caso, letto.
Lo studio e l’osservazione proseguono, liberi dal patto.
Note

Introduzione
1 La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 2013, p. 6. [Salvo diversa indica-

zione, le citazioni bibliche nel presente lavoro sono tratte da questa edizione.]
2 Ivi, p. 7.
3 Ivi, p. 15.

I. Kavod: gloria o arma?


1 Uno editori, Orbassano (To) 2012.
2 Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, a cura di L. Moraldi, vol. I, UTET,
Torino 1998, p. 276.
3 Sacerdote presbiteriano, laureato in Fisica all’Università di Hartwick e in

Teologia presso il Princeton Theological Seminary, Downing ha conseguito


un dottorato di ricerca sul rapporto tra religione e scienza presso l’Università
di Edimburgo. È autore del libro La Bibbia e i dischi volanti, Edizioni Cerchio
pp. della Luna, Verona 2012.
4 Per approfondire la questione, vedi Non c’è creazione nella Bibbia, cit., in

particolare pp. 88 e seguenti.


5 Uno editori, Orbassano (To) 2011.
6 A questo proposito, vedi il mio libro Il Dio alieno della Bibbia, Uno editori,

Orbassano (To) 2012.


7 Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2010.
8 Ancient Hebrew Dictionary, a cura di J. Benner, Virtualbookworm Publi-

shing Inc., College Station, TX 2009, pp. 144-145.


9 Septuaginta, a cura di A. Rahlfs e R. Hanhart, Deutsche Bibelgesellschaft,

Stuttgart 2006.
10 AA.VV. (a cura di), Enciclopedia della Bibbia, VI voll., Elledici, Leumann

(To) 1969-1972.
11 Ivi, vol. III, pp. 1300-1301.
12 http://consulenzaebraica.forumfree.it/?t=68833296&st=195.
13 Ancient Hebrew Dictionary, cit., p. 101.
224 Il Falso Testamento

II. Iliade: divinità spirituali o theoi tecnologici?


1 S.A. Paipetis, The Unknown Technology in Homer, Esoptron Publications,

Athens 2005, p. 58. [Salvo diversa indicazione, le traduzioni degli studi in


lingua inglese sono a opera dell’autore.]
2 Eliodoro, Le etiopiche, a cura di A. Colonna, UTET, Torino 2006, p. 209.
3 Ibidem.
4 Ibidem.
5 La Bibbia di Gerusalemme, cit., p. 22 (nota).
6 Per approfondire, vedi La Bibbia non parla di Dio, Mondadori, Milano

2015, pp. 61 e seguenti.


7 La Bibbia di Gerusalemme, cit., p. 22 (nota).
8 Cfr. La Bibbia non parla di Dio, cit., in particolare p. 61.
9 Si vedano a questo proposito i miei lavori precedenti, più volte citati, e le

analisi condotte dalla studiosa ebrea Lia bat Adam, raccolte in Esodo, ovvero con-
trabbando di know-how dalle piramidi a Gerusalemme, Robin Edizioni, Roma 2010.
10 Graves R., I miti greci, Longanesi & C., Milano 1983, p. 182.

III. Odissea: divinità spirituali o theoi tecnologici?


1 L’articolo completo (Greeks discover Odysseus’ palace in Ithaca, proving

Homer’s hero was real, “I greci scoprono il palazzo di Odisseo a Itaca, dimostran-
do che l’eroe omerico è realmente esistito”) si può trovare all’indirizzo: http://
www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/greece/7962445/Greeks-
discover-Odysseus-palace-in-Ithaca-proving-Homers-hero-was-real.html.
2 P.A. Paipetis, The Unknown Technology in Homer…, cit., p. 60.
3 Ibidem.
4 Ivi, p. 64.
5 Apollonio Rodio, Le argonautiche, traduzione e a cura di G. Paduano e

M. Fusillo, BUR, Milano 1986, versi 525-527, nota p. 145.


6 Esiodo, Opere e giorni - Lo scudo di Eracle, a cura di S. Romani, Mondadori,

Milano 1997, versi 42-46, p. 7.


7 Odissea, libro V, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi 1963, p. 31.
8 Eliodoro, Le etiopiche, cit., p. 209.
9 Clark M. (ed.), Etymological Dictionary of Biblical Hebrew: Based on the Com-

mentaries of Rabbi Samson Raphael Hirsch, Feldheim Pub, Jerusalem 1999, p. 78;
Klein, E., A Comprehensive Etymological Dictionary of the Hebrew Language for
Readers of English, The Beatrice & Arthur Minden Foundation University of
Haifa – Carta, Jerusalem 1987, p. 213
10 Per approfondire l’argomento, vedi Pirkê de Rabbi Eliezer, a cura di G.

Friedlander, The Bloch Publishing Company, New York 1916; e “Materia giu-
daica”, IX/1-2, La Giuntina, Firenze 2004, p. 210.
11 Per un resoconto più dettagliato sulla scoperta, vedi A. Pavin, F. Capo-

ne, L’imbroglio infernale, in “Focus”, n. 200, giugno 2009, pp. 38-45.


12 Per approfondire, rimando alle opere dei due studiosi segnalate in Bi-

bliografia alla fine del presente volume.


13 Interessanti, a riguardo, i lavori, non riportati qui in Bibliografia, di

C. Solís Santos, “Macchine, tecniche e meccanica”, in Storia Einaudi dei Greci


e dei Romani, vol. VII, Einaudi, Torino 2008 (pp. 723-724), e di E.W. Marsden,
Greek and Roman Artillery. Technical Treatises, Clarendon Press, Oxford 1971,
in particolare le pp. 105-184.
<Testatina Dinamica DX> 225

IV. Bibbia e genetica: Dio e le mutazioni casuali


1 Mauro Biglino, La Bibbia non parla di Dio, Mondadori, Milano 2015.
2 Ivi, p. 301.
3 Cfr. C.D. Campbell, E.E. Eichler, Properties and Rates of Germline Mutations

in Humans, in “Trends Genet.”, October 2013, 29(10), pp. 575-584.


4 Cfr. M. Biglino, La Bibbia non parla di Dio, cit.
5 Cfr. M. Kadwell, et al., Genetic Analysis Reveals the Wild Ancestors of the Llama

and the Alpaca, in “The Royal Society”, December 2001, volume 268, issue 1485.
6 Cfr. D. Ugent, L.W. Peterson, Archaeological Remains of Potato and Sweet

Potato in Peru, in “Circular”, vol. 16, n. 3, September 1988; F. Sgorbissa, Un


OGM naturale, in “Le Scienze”, n. 562, giugno 2015, p. 31.
7 Cfr. Y. Itan, et al., A Worldwide Correlation of Lactase Persistence Phenotype

and Genotypes, in “BMC Evolutionary Biology”, 2010, 10:36.


8 Cfr. R.A. King, et al., The Genetic Basis of Common Diseases, Oxford Uni-

versity Press, New York 2001.


9 Cfr. E. Ma ˛ dry, et al., Lactose Intolerance – Current State of Knowledge, in
“Acta Sci. Pol., Technol. Aliment.”, 9(3), 2010, pp. 343-350; Pollard K.S., Che
cosa ci rende umani?, in “Le Scienze”, n. 492, agosto 2009, p. 50.
10 Cfr. C.J. Ingram, et al., Multiple rare variants as a cause of a common

phenotype: several different lactase persistence associated alleles in a single ethnic


group, in “J. Mol. Evol.”, 2009, n. 69, pp. 579-588; C.J. Ingram, et al., A Novel
Polymorphism Associated with Lactose Tolerance in Africa: Multiple Causes for
Lactase Persistence?, in “Hum. Genet.”, 2007, n. 120, pp. 779-788.
11 Cfr. D.M. Post, E.P. Palkovacs, Eco-evolutionary Feedbacks in Communi-

ty and Ecosystem Ecology: Interactions Between the Ecological Theatre and the
Evolutionary Play, in “Phil. Trans. R. Soc. B”, 2009, n. 364, pp. 1629-1640.
12 Cfr. T. Bersaglieri, et al., Genetic Signatures of Strong Recent Positive Selection

at the Lactase Gene, in “Am. J. Hum. Genet.”, 2004, n. 74, pp. 1111-1120.
13 Cfr. S. Forestiero, “Evoluzione biologica: quadro generale”, in Scienza

e tecnica. Le scienze della vita, Vol. I., Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma
2007, pp. 403-409.
14 Cfr. S. Forestiero, “Evoluzione biologica: quadro generale”, cit.
15 Cfr. S. Forestiero, “Ambiente, adattamento e costruzione della nicchia”,

in Life and Time: The Evolution of Life and its History, Cleup, Padova 2009.
16 Cfr. P. Gerbault, et al., Evolution of lactase persistence: an example of hu-

man niche construction, in “Phil. Trans. R. Soc. B”, 2011, n. 366, pp. 863-887.
17 Per approfondire l’argomento, vedi Mitologia sumerica, a cura di Gio-

vanni Pettinato, UTET, Torino 2001, in particolare le pp. 160-161.


18 Per approfondire l’argomento: http://www.nationalacademies.org/

gene-editing/gene_167925; https://www.technologyreview.com/s/535661/
engineering-the-perfect-baby/.
19 Cfr. La Bibbia non parla di Dio, cit., in particolare le pp. 237-258.
20 La Bibbia di Gerusalemme, cit., p. 23.
21 Apocrifi dell’Antico Testamento, a cura di P. Sacchi, vol. I, UTET, Novara

2013 (Torino 1981), pp. 661-662.


22 Per l’analisi specifica della vicenda di Giacobbe si veda La Bibbia non

parla di Dio, cit., pp. 119-130.


23 La Bibbia di Gerusalemme, cit., p. 25 (nota).
24 Il testo è analizzato nella sua interezza nel mio precedente lavoro La

Bibbia non è un libro sacro, Uno editori, Orbassano (To) 2013, pp. 67-69.
226 Il Falso Testamento

V. Tobia e Raffaele: angelo o medico?


1 Ho trattato l’argomento anche nel mio lavoro Antico e Nuovo Testamento:

libri senza Dio, Uno editori, Orbassano (To) 2016.

VI. Yahweh: Dio o guaritore?


1 La Bibbia di Gerusalemme, cit., nota p. 710.
2 Per verificare, cfr. Bibbia ebraica - Pentateuco e Haftaroth, a cura di Rav
Dario Disegni, La Giuntina, Firenze 2013, p. 185, nota 1, e p. 187, nota 1.
3 Bibbia ebraica interlineare, 3 - Levitico, a cura di Piergiorgio Beretta, tra-

duzione interlineare a cura di Cristiana Doveri, Edizioni San Paolo, Cinisello


Balsamo (Mi) 2003, p. 67.
4 Ibidem.
5 Bibbia ebraica - Pentateuco e Haftaroth, cit., p. 187, nota 2.
6 Ivi, p. 188, nota 4.
7 Ivi, p. 184, nota 5.

VII. Non solo Elohim e theoi…


1 Bibbia Emmaus, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1998, p. 181.
2 S. Quinzio, La sconfitta di Dio, Adelphi, Milano 1992, p. 17.
3 Arkadia, Cagliari 2015.
4 Ivi, p. 13.
5 Ivi, p. 8.
6 Per una documentata rassegna di casi riportati nell’Antico Testamento

in cui il mancato rispetto formale delle regole comportava inesorabilmente


la morte, cfr. Il Dio alieno della Bibbia, cit., p. 182.
7 G.M. Corrias, Dèi e religione dell’antica Roma, cit., p. 21.
8 http://www.media.inaf.it/2016/01/28/geometria-babilonesi-giove/.
9 G.M. Corrias, Dei e religione dell’antica Roma, cit., p. 15.
10 Ivi, p. 26.
11 Ivi, p. 100.
12 Ivi, p. 118.
13 Ivi, pp. 8-9.
14 AA.VV. (a cura di), Enciclopedia della Bibbia, vol. V, Elledici, Leumann

(To) 1971, pp. 978-979.


15 G.M. Corrias, Dei e religione dell’antica Roma, cit., p. 20.
16 Ivi, p. 14.
17 S. Quinzio, La sconfitta di Dio, cit., p. 18.
18 Ivi, p. 21.
19 G.M. Corrias, Dei e religione dell’antica Roma, cit., p. 51.
20 Ivi, p. 56.
21 Ivi, p. 24.
22 Ivi, p. 111.
23 V. Manzini, Sacrifici umani e omicidi rituali nell’antichità, Fratelli Melita

Editori, Genova 1988, p. 18.


24 Per approfondire, rimando a La Bibbia non parla di Dio, cit., pp. 78-89.
25 Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, Mondadori, Milano 1974, pp. 440.
<Testatina Dinamica DX> 227

26 Tacito, Le storie, a cura di Francesca Nenci, Mondadori, Milano 2004,

pp. 491, 493. Ringrazio per la segnalazione il dottor Francesco Esposito, stu-
dioso di storia del cristianesimo e di patristica.
27 Per approfondire la questione relativa ai mezzi di trasporto e combat-

timento degli Elohim/theoi, rimando ai miei lavori precedenti, indicati nel-


la Bibliografia alla fine del presente volume.
28 Gaio Plinio Secondo, Storia naturale, I, Cosmologia e geografia (libri I-VI),

prefazione di Italo Calvino, saggio introduttivo di Gian Biagio Conte, tradu-


zioni e note di Alessandro Barchiesi, Roberto Centi, Mauro Corsaro, Arnaldo
Marcone, Giuliano Ranucci, Einaudi, Torino 1982, p. 297.

VIII. Orrore biblico?


1 https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=

H2945.
2 “Ora dunque uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna

che ha conosciuto un uomo giacendo con lui. Ma tutte le bambine che non
hanno conosciuto un uomo giacendo con lui tenetele in vita per voi stessi.”
Webster Bible (1833), Noah Webster (ed.), Baker Pub Group, Ada (Mi) 1988,
p. 345; http://biblehub.com/numbers/31-17.htm.
3 Shaye J.D. Cohen. The Beginnings of Jewishness: Boundaries, Varieties, Un-

certainties, University of California Press, Berkeley, CA 2001, pp. 255-256.


4 Rabbi I. Epstein (ed.), The Babylonian Talmud, Yebamoth 60b, english edi-

tion, Soncino Press, London 1936, p. 402.


5 Cfr. Karl Georg Kuhn, Rabbinische Texte. 2. Reihe: Tannaitische Midrasch

Sifre zu Numeri, Band 2., W. Kohlhammer Verlag, Stuttgart 1959, in partico-


lare le pp. 652-653.
6 Rashi di Troyes, Commento alla Genesi, introduzione e traduzione di Luigi

Cattani, Marietti, Genova 1999, p. 202.


7 Paul G. Socken (ed.), Why Study Talmud in the Twenty-first Century? The

Relevance of the Ancient Jewish Text to Our World, Lexington Books, Lanham,
MA 2009, p. 128.
8 The Zohar: Pritzker Edition, Vol. 2, Translation and Commentary by Daniel

C. Matt, Stanford University Press, Stanford, CA 2013, pp. 263-264.


9 Ivi, p. 264, nota 50.
10 Cfr. Mary De Young, The Sexual Victimization of Children, McFarland &

Co, Jefferson, NC 1983, in particolare p. 103.


11 Isaac Klein, A Guide to Jewish Religious Practice, Jewish Theological

Seminary of America, New York 1979.


12 Cfr. Jacob Neusner, The Talmud of Babylonia. An American Translation.

Tractate Sanhedrin, vol. 23 B, Scholars Press, Chico, CA 1990, p. 150.


13 Cfr. J. Neusner, The Talmud of Babylonia. An American Translation. Tractate

Abodah Zarah, vol. 25, Scholars Press, Chico, CA 1990, p. 168.


14 Cfr. J. Neusner, The Talmud of Babylonia. A Complete Outline, Part IV. The

Division of Holy Things, B, Number 37, Scholars Press, Chico, CA 1995, p. 704.
15 Cfr. Kitzur Shulchan Aruch: A Classic guide to Jewish Law, Metsudah

Publications, Lakewood, NJ 1996, p. 1023; verificabile anche online sul se-


guente sito in lingua inglese e con il testo ebraico a fianco: http://www.yo-
nanewman.org/kizzur/kizzur152.html.
228 Il Falso Testamento

16 La traduzione riportata in questo caso è tratta da Bibbia ebraica - Pentateuco

e Haftarot, cit., p. 278.


17 Allie C. Kilpatrick, Long-range Effects of Child and Adolescent Sexual Expe-

riences: Myths, Mores, and Menaces, L. Erlbaum Associates, Hillsdale, NJ 1992.


18 Per un’analisi accurata del termine “Elohim”, della loro pluralità e iden-

tità fisica, si veda il mio più volte citato La Bibbia non parla di Dio.

IX. Il patto inesistente


1 La Bibbia di Gerusalemme, cit., nota p. 25.
2 Ibidem.
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Glossario essenziale
dei personaggi omerici citati

Achille  figlio di Peleo e di una thea minore, Teti, è il più impor-


tante degli eroi greci nella guerra di Troia. Durante le nozze dei
suoi genitori si verificò l’episodio che diede origine al conflitto.
Achille era dunque un mezzosangue (come i ghibborim biblici,
uomini potenti e famosi, citati in Genesi 6) con un unico punto
vulnerabile, il tallone, punto in cui venne in effetti colpito da una
freccia scagliata da Paride, che lo uccise.
Ade  figlio di Crono, fratello di Zeus e Poseidone, nella sparti-
zione del potere ottenne il controllo delle parti poste in basso (gli
abissi infernali); era considerato equanime nell’applicazione del-
le leggi. Non godeva di un culto molto diffuso. Chiamato anche
Plutone, era conosciuto dai Romani col nome di Dite, dal latino
dis (“ricco, dotato di”), esattamente come il termine
(plutos) nella lingua greca.
Afrodite  thea della bellezza e dell’amore, era una delle divinità
più importanti. Conosciuta dai Latini come Venere, era figlia di
Zeus e sposa di Efesto. Amante di Ares, si univa sessualmente
anche con uomini, come Anchise, con cui generò Enea.
Agamennone  re di Micene, sposo di Clitemnestra, da cui ebbe Ifi-
genia, Elettra e Crisotemi. Combatté a Troia alla guida di un gran-
de esercito trasportato da cento navi. Fu protagonista di una vio-
lenta contesa con Achille, cui aveva sottratto la schiava Briseide: a
causa della lite, il Pelide si ritirò momentaneamente dalla guerra,
provocando enormi danni ai Greci. Agamennone venne ucciso
dalla moglie e dal suo amante Egisto dopo il ritorno in patria.
250 Il Falso Testamento

Aiace  figlio di Oileo, re della Locride: eroe omerico noto per la


violenza e la crudeltà. Partecipò alla guerra di Troia con il suo
esercito trasportato da alcune decine di navi. Dopo la guerra fece
naufragio durante il ritorno a casa; venne salvato da Poseidone
ma, spinto dalla sua arroganza, osò sfidare i theoi e fu lo stesso
Poseidone, per punizione, a causarne la morte per annegamento.

Alcinoo  re dei Feaci; nipote di Poseidone, ha come sposa Arete,


che è sua nipote o forse sorella, ed è il padre di Nausicaa, la ra-
gazza che accoglie il naufrago Ulisse. L’eroe greco viene ospita-
to dal re, che poi gli fornisce una nave per consentirgli di torna-
re a Itaca. Alcinoo è importante per la consanguineità con il theos
Poseidone: il fatto che ne fosse nipote diretto spiega i particolari
doni di cui godeva e di cui si è detto in La Bibbia non parla di Dio.
Apollo  figlio di Zeus, fratello gemello di Artemide, era uno dei
theoi più importanti. Dio arciere, presiedeva alle arti, alla musica
in particolare, e a lui facevano capo le attività di vaticinio e divi-
nazione. Era inoltre il patrono della medicina. Fu il più fedele e
costante protettore di Troia.
Ares  figlio di Zeus ed Era; dio della guerra conosciuto dai Lati-
ni come Marte, amante di Afrodite, non disdegnava di unirsi ses-
sualmente con femmine umane come Aglauro, che gli partorì la
figlia Alcippe. Era uno dei theoi più importanti.
Atena  figlia di Zeus; faceva parte del gruppo dei grandi theoi;
era la thea della saggezza, della guerra giusta e nobile, ad esem-
pio quella in difesa della patria, e di numerose altre attività; pa-
trona di innumerevoli città – i templi a lei dedicati erano presso-
ché ovunque –, accompagnava gli uomini in battaglia e amava le
occupazioni virili. Tendeva a non portare armi in tempo di pace
ed era conosciuta per la sua misericordia: se nei processi che si
svolgevano all’Areopago i voti dei giudici erano pari, normal-
mente tendeva con il suo voto a garantire l’assoluzione dell’ac-
cusato. Era conosciuta dai Latini come Minerva.
Atlante  uno dei Titani. Prese parte alla rivolta contro Zeus e
per questo motivo venne condannato a sostenere il mondo sulle
spalle. Era il padre di Calipso, delle Pleiadi, delle Esperidi e del-
le Iadi. La catena montuosa dell’Atlante in Africa prende il suo
nome dal racconto che vuole il Titano pietrificato da Perseo con
la testa di Medusa.
<Testatina Dinamica DX> 251

Calcante  indovino dell’esercito greco, ritenuto sacerdote di Arte-


mide, pronunciò numerosi vaticini nel corso del conflitto a Troia,
tra cui quello sulla durata della guerra.
Calipso  figlia del Titano Atlante, viveva sull’isola di Ogigia,
dove Ulisse, naufrago, rimase per sette anni. Descritta come un
luogo paradisiaco, la tradizione identifica Ogigia con l’isola di
Gozo nell’arcipelago maltese, ma le ipotesi avanzate in merito
alla sua possibile collocazione geografica sono molteplici e tutte
ugualmente incerte.
Circe  figlia di Elio, Omero la definisce thea. Era una maga che
viveva sull’isola di Eea, in una zona che alcuni identificano con
capo Circeo, sulla costa del Lazio in provincia di Latina. Ulisse,
sfuggito alle sue arti magiche con l’aiuto della sostanza chiama-
ta molu fornitagli da Ermes, vive un anno con lei.
Crise  sacerdote del theos Apollo Sminteo, adorato nella Troade
come sterminatore di topi (da , topo); si è visto rapire la
figlia Criseide dagli Achei e ne chiede la restituzione. Avendo
un rifiuto da parte di Agamennone, chiede e ottiene l’interven-
to del suo theos, che compie una strage tra i Greci. Agamennone
è costretto a restituire Criseide e in cambio pretende la schiava
Briseide da Achille: questa imposizione suscita quell’ira che vie-
ne ricordata nell’incipit dell’Iliade.
Criseide  figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Il termine è il patro-
nimico con cui viene chiamata da Omero; il suo vero nome era
probabilmente Astinome.
Crono  figlio di Urano e di Gea, divenne re dei Titani e prese come
compagna sua sorella Rea, che gli partorì Zeus, Era, Poseidone,
Ade, Demetra. Zeus lo sconfisse in guerra e lo cacciò negli abissi
(dal greco , “senza fondo”), dove venne tenuto prigio-
niero. Dai Latini era conosciuto come Saturno.
Demetra  figlia di Crono e di Cibele, ebbe due figli: Pluto, da Ia-
sione (un uomo), e Persefone, da Zeus. Il suo centro di culto era
a Eleusi, dove si celebravano le festività delle Piccole Eleusine in
primavera e delle Grandi Eleusine in autunno. Ad Atene le era-
no dedicate le Tesmoforie, che si tenevano nel mese di Pianep-
sione, il quarto del calendario, corrispondente alla prima parte
dell’autunno.
252 Il Falso Testamento

Diomede  amico e compagno di Ulisse, era re di Argo. Combatté


nelle file greche contro Troia portando da Argo ottanta navi. Dopo
la guerra andò in Italia, dove sposò una figlia del re di Abulia. È
considerato il fondatore di Arpi, Benevento, Siponto. Si dice che
sia sepolto nelle isole che da lui presero il nome e che oggi sono
conosciute come le Tremiti.

Dolone  soldato troiano, figlio dell’araldo Eumeo. In cerca di


fama, si fa inviare da Ettore nel campo greco per ricavarne infor-
mazioni. Scoperto, tradisce il suo mandante e rivela agli Achei
informazioni sui Troiani. Il suo comportamento è rappresentato
nel nome, che deriva dalla radice dol- che significa “tradimento,
inganno”. Viene decapitato da Diomede.
Efesto  figlio di Zeus e di Era, nacque così gracile che sua madre
lo gettò giù dall’Olimpo. Il fanciullo però sopravvisse, poiché
cadde nel mare. Era il theos della lavorazione dei metalli, il fab-
bro divino. Secondo Esiodo fu generato senza la collaborazione
di un maschio. Sposo di Afrodite, era deriso per il suo aspetto
sgradevole e per i tradimenti della sua compagna. Conosciuto
dai Latini come Vulcano.
Era  figlia di Crono e di Rea, sorella maggiore e moglie di Zeus;
considerata protettrice delle donne, in realtà giocò un ruolo fon-
damentale anche nel corso della guerra di Troia. Era conosciuta
dai Latini come Giunone.
Ermes  figlio di Zeus e di Maia, era il theos messaggero, protetto-
re dei viandanti e dei mercanti, nonché dei ladri. Era conosciu-
to presso i Latini come Mercurio. Era anche detto “Argheifonte”,
appellativo attribuitogli per avere ucciso Argo, il guardiano di Io.
Ettore  figlio di Priamo ed Ecuba, è il vero condottiero dei Troiani
nella difesa della città. Viene ucciso da Achille, che intende così
vendicare la morte del suo amico Patroclo. L’Iliade si chiude con
i funerali dell’eroe troiano.
Feaci  erano tradizionalmente rappresentati come un popolo che
viveva in un luogo felice e prospero chiamato Scheria, un terri-
torio di cultura diversa da quella greca e la cui collocazione geo-
grafica è dubbia e oggetto delle ipotesi più disparate.
Iride  messaggera dei theoi, era una thea con ali d’oro che le con-
sentivano di recarsi anche negli abissi marini.
<Testatina Dinamica DX> 253

Nestore  re di Pilo, da cui condusse novanta navi alla volta di Troia,


era rispettato per la sua veneranda età: in Odissea, III, 245 si dice
che stava già comandando alla terza generazione.
Penelope  la moglie di Odisseo era una principessa di antiche origi-
ni spartane, discendente di Perseo. Il suo nome deriverebbe da un
evento verificatosi alla sua nascita: fu gettata in mare per ordine del
padre e fu salvata da alcune anatre che la riportarono a riva. I ge-
nitori le diedero allora il nome di Penelope, che significa appunto
“anatra”. Più probabile è però l’ipotesi che il nome sia legato alla
vicenda della tela (pene, in greco) che tesseva di giorno e disface-
va di notte per ingannare i pretendenti alla sua mano nel periodo
di assenza di Odisseo. Dopo la morte di quest’ultimo avrebbe spo-
sato Telegono, nato dell’unione tra Odisseo stesso e la maga Circe.
Poseidone  figlio di Crono e di Rea, era fratello di Zeus e di Ade;
a lui fu assegnato il controllo dei mari, delle coste e delle isole.
Era uno dei theoi più importanti; dopo avere aiutato Zeus a scon-
figgere i Titani (giganti) si spartì con i due fratelli il dominio del
mondo, anche se ritenne di essere stato defraudato quando a
Zeus venne assegnato il comando supremo. Dai Latini era cono-
sciuto come Nettuno.
Priamo  figlio di Laomedonte e di Strimo, fu re di Troia al tempo
della guerra narrata da Omero.
Radamanto  figlio di Zeus ed Europa, è ricordato per le leggi che
promulgò a Creta, dove regnò prima di suo fratello Minosse, con
cui ebbe un diverbio a causa dell’amore che entrambi provava-
no per il bellissimo Mileto. Sconfitto, dovette abbandonare l’iso-
la e si recò a governare le isole egee meridionali.
Reso  giovane re della Tracia che nel corso della guerra di Troia si
alleò con i Troiani di Priamo. La sua probabile origine semidivi-
na (forse era figlio di una delle Muse) spiega il dono ricevuto da
Ares: due cavalli che procedevano rapidissimi e a causa dei quali
venne ucciso da Diomede.
Telemaco  figlio di Ulisse.
Teti  Era la Nereide (figlia di Nereo) prediletta da Era, che si oc-
cupò della sua crescita. Salvò Efesto quando la madre Era lo gettò
in mare a causa dei suoi difetti fisici. Fu Zeus stesso a sceglierle
come marito Peleo, con cui concepì Achille.
254 Il Falso Testamento

Tiresia  figlio di Evere, della stirpe degli Sparti, e della ninfa


Cariclo. Un mito narra che venne accecato da Era per avere sve-
lato che il piacere sessuale delle donne è di gran lunga superiore
a quello dei maschi: per ripagarlo della perdita della vista Zeus
gli avrebbe dato il dono di prevedere il futuro. Un altro raccon-
to invece riporta che la cecità gli sarebbe stata inflitta dalla dea
Atena per punirlo di averla vista nuda mentre faceva il bagno.
Avrebbe avuto in dono anche la capacità di comprendere il lin-
guaggio degli uccelli e una vita lunghissima.
Zeus  figlio di Crono e di Rea, era il signore dei theoi e degli uo-
mini, anche se non aveva partecipato alla fabbricazione di que-
sti ultimi. Il suo nome pare di origine indoeuropea e rimanda al
sanscrito dyaus, div (cielo), da cui il latino Iuppiter (Giove). Con
i fratelli Ade e Poseidone decise di liberarsi del dominio del pa-
dre Crono; ne scaturì una guerra che durò dieci anni (Titanoma-
chia) e terminò con la sconfitta di Crono. Dopo la vittoria, i tre
fratelli divini Zeus, Poseidone e Ade decisero di dividersi l’uni-
verso in tre regni. Zeus ebbe il cielo, mentre a Poseidone e Ade
andarono rispettivamente il mare e il regno degli abissi: la Terra
rimase dominio comune.
Elenco delle abbreviazioni

ANTICO TESTAMENTO

Pentateuco
Genesi (Gen)
Esodo (Es)
Levitico (Lv)
Numeri (Nm)
Deuteronomio (Dt)
Libri storici
Giosuè (Gs)
Giudici (Gdc)
Rut (Rt)
I e II Libro di Samuele (1 e 2Sam)
I e II Libro dei Re (1 e 2Re)
I e II Libro delle Cronache o Paralipomeni (1 e 2Cr)
Esdra (Esd)
Neemia (Ne)
Tobia (Tb)
Giuditta (Gdt)
Ester (Est)
I e II Libro dei Maccabei (1 e 2Mac)
Libri poetici e sapienziali
Giobbe (Gb)
Salmi (Sal)
Proverbi (Pr)
Qoelet o Ecclesiaste (Qo o Eccle)
256 Il Falso Testamento

Cantico dei Cantici (Ct)


Sapienza (Sap)
Siracide o Ecclesiastico (Sir o Eccli)
Libri profetici: profeti maggiori
Isaia (Is)
Geremia (Ger)
Lamentazioni (Lam)
Baruc (Bar)
Ezechiele (Ez)
Daniele (Dn)
Libri profetici: profeti minori
Osea (Os)
Gioele (Gl)
Amos (Am)
Abdia (Abd)
Giona (Gn)
Michea (Mi)
Naum (Na)
Abacuc (Ab)
Sofonia (Sof)
Aggeo (Ag)
Zaccaria (Zc)
Malachia (Ml)

NUOVO TESTAMENTO

Vangeli, Atti degli Apostoli, Apocalisse


Matteo (Mt)
Marco (Mc)
Luca (Lc)
Giovanni (Gv)
Atti degli Apostoli (At)
Apocalisse (Ap)
Lettere
Romani (Rm)
I e II ai Corinzi (1 e 2Cor)
Galati (Gal)
Efesini (Ef)
Filippesi (Fil)
<Testatina Dinamica DX> 257

Colossesi (Col)
I e II ai Tessalonicesi (1 e 2Ts)
I e II a Timoteo (1 e 2Tm)
Tito (Tt)
Filemone (Fm)
Ebrei (Eb)
Giacomo (Gc)
I e II Pietro (1 e 2Pt)
I, II e III Giovanni (1, 2 e 3Gv)
Giuda (Gd)
Ringraziamenti

Desidero ringraziare (in rigoroso ordine alfabetico) i seguenti stu-


diosi e ricercatori, che mi hanno inviato i loro contributi in relazio-
ne alle varie discipline di cui ciascuno di essi si occupa (medicina,
biologia-genetica, storia e filologia classica, storia del cristianesi-
mo, patristica, letteratura ebraica extrabiblica):
Arturo Berardi
Antonio Boccardo
Pietro Buffa
Gian Matteo Corrias
Omar di Benedetto
Francesco Esposito
Giuseppe Fallisi
Antonio La Mattina
Saverio Roberti
Fabio Taras
Con grande piacere rilevo che menti italiane si stanno adoperando
per definire il tracciato di un possibile nuovo cammino nei vari
ambiti del sapere.