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Anno Accademico 2009-2010

Appunti delle Lezioni di Scienza delle Costruzioni per allievi di Ingegneria e Architettura Prof. Alberto Franchi
Appunti delle Lezioni di
Scienza delle Costruzioni
per allievi di Ingegneria e Architettura
Prof. Alberto Franchi
Ing. Pietro Crespi

Capitolo 0- Lo sviluppo storico della Meccanica delle Strutture

Da : [1] “La Scienza delle Costruzioni e il suo sviluppo storico” di Edoardo Benvenuto, Sansoni Editore Firenze

  • 1. La Meccanica Ellenica e Romana

La Fisica di Aristotele (384-322 a.C.)

,
,

Una definizione della trattazione aristotelica sulla natura, quale espressa negli otto libri della Fisica, nel trattato Sul Cielo, in quello Sulla Generazione e la Corruzione, viene espressa in modo magistrale da J. Maritain [2] nel modo seguente:

”filosofia della natura che ha per oggetto proprio il movimento, l’essere mutabile in quanto

mutabile; l’essere dunque ……

ma non l’essere in quanto essere o l’essere secondo il suo mistero

.. di intelligibilità, che è l’oggetto della metafisica; l’oggetto delle filosofia della natura è l’essere preso secondo le condizioni che lo costringono in questo universo della indigenza e della divisione che è l’universo materiale, l’essere secondo il mistero proprio del divenire e della mutabilità, del movimento nello spazio nel quale i corpi sono in interrelazione, del movimento di generazione e di corruzione sostanziale che è il regno più profondo della loro struttura ontologica, del movimento di crescita vegetativa nel quale si manifesta l’ascesa della materia all’ordine della vita”.

Gli ultimi due libri della Fisica, il settimo e l’ottavo, trascendono l’orizzonte fisico, per indagare la causa ultima, l’origine profonda del movimento. All’inizio della trattazione viene stabilito appunto il noto principio secondo il quale tutto ciò che è mosso, è mosso necessariamente da qualcos’altro. “Il principio di causalità”, intorno al quale ruoterà il pensiero filosofico e scientifico occidentale, sino ai giorni nostri, è quindi stabilito quale fondamento e strumento essenziale.

In verità lo sviluppo positivo delle scienze ha dimostrato storicamente che gli avanzamenti compiuti dalla ricerca hanno delucidato non tanto il perché, quanto piuttosto il come: anzi, l’indagine sulle cause ha caratterizzato normalmente la fase iniziale, quale pre-scientifica, della conoscenza; mentre la descrizione accurata delle modalità di svolgimento dei fenomeni ha rappresentato la fase matura, efficace, dove le leggi fisiche sono state stabilite e tradotte nel linguaggio matematico.

Un’ importante intuizione fisica, che si può rintracciare nella Fisica aristotelica, verte su un tema di grandissima importanza applicativa e teorica per la meccanica: si tratta di un primo barlume di legge del moto e della sua rappresentazione matematica.

Capitolo 0- Lo sviluppo storico della Meccanica delle Strutture Da : [1] “La Scienza delle Costru

Dice Aristotele nel capitolo 5 del libro VII:

”Sia A il motore, B il mobile, Γ la grandezza (l’intervallo di spazio) secondo cui esso è mosso, Δ il corrispondente intervallo di tempo.

  • (a) In un tempo Δ uguale una forza uguale, cioè A, muoverà la metà di B per il doppio di Γ,

  • (b) ma per Γ nella metà di Δ; in questo modo la proporzione è rispettata.

  • (c) e se la stessa forza muove lo stesso corpo in tal tempo e di tal quantità, essa lo muoverà di metà quantità in metà di tempo;

  • (d) e una forza metà muoverà metà corpo d’una quantità uguale in eguale tempo”.

Γ A = B Δ 2 Γ A = B/2 • (a) Δ A = B/2
Γ
A = B
Δ
2
Γ
A = B/2
(a)
Δ
A
=
B/2
(b)
Γ
Δ / 2
Γ / 2
A
=
B
(c)
Δ / 2
Γ
A/2 = B/2
(d)
Δ
s
F = m
t
F = ma

La legge proposta da Aristotele si può scrivere, in notazione moderna, come:

Avendo indicato con s lo spostamento, t il tempo trascorso per percorrerlo, m la massa e F la forza. Essa risulta palesemente errata ma sorprendentemente vicina alla soluzione che Isaac Newton (1642-1727) formulò nel trattato:”Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” nel 1687 e che si scriverebbe oggi come:

dove con a si indica l’accelerazione.

Archimede (287-212 a.C.)

Citando da Plutarco (Vite parallele - Marcello:14,17,19) “ Marcello cominciò ad assediare Siracusa per terra e per mare. Appio conduceva l’esercito

e Marcello stesso conduceva sessanta vascelli da guerra, carichi di ogni sorta di armi; su otto navi collegate insieme aveva disposto una macchina bellica con la quale aggrediva le mura, fidava sulla sua numerosa flotta, sugli abbondanti armamenti e sulla sua provata gloria militare: tutto ciò peraltro era niente di fronte ad Archimede e alle sue macchine da guerra. E Archimede aveva escogitato queste macchine non per la loro importanza, ma considerandole piacevoli applicazioni secondarie della geometria. Il re Gerone lo aveva già pregato e persuaso a tradurre in concreto qualche principio astratto della sua arte, rendendo utili anche alla pratica comune le sue profonde speculazioni. “Questa arte tanto amata della meccanica era stata praticata dapprima da Eudosso e da Archita: per rendere meno ardua la geometria, essi avevano risolto mediante esempi meccanici concreti quei problemi geometrici che non potevano essere immediatamente compresi. Così avevano risolto per via meccanica il problema di due segmenti medi proporzionali, come fondamento per la risoluzione di molti altri problemi(……). Platone tuttavia ne era rimasto afflitto e

Archimede (287-212 a.C.) Citando da Plutarco (Vite parallele - Marcello:14,17,19) “ Marcello cominciò ad assediare Siracusa
  • li aveva rimproverati, deplorando che in tal guisa essi tradissero lo spirito della geometria,

trasportando questa scienza dal campo delle cose ideali e astratte a quello degli oggetti sensibili e impiegando oggetti che si addicevano soltanto ai comuni e rozzi operai. A seguito di tali considerazioni la meccanica venne scissa dalla geometria e per lungo tempo fu disprezzata dalla filosofia pura: essa restò così confinata al rango di una scienza militare. “Una volta Archimede scrisse al re Gerone, suo parente e amico, che qualsiasi carico poteva essere mosso da una data forza, e giunse anzi al punto di affermare che sarebbe stato in grado di smuovere anche la Terra, se solo avesse potuto appoggiarsi da qualche altra parte. Gerone si meravigliò molto di ciò, e pregò Archimede di realizzare questo suo dispositivo e di mostrare che

un grosso carico poteva essere mosso da una piccola forza. Archimede prese allora una delle navi da carico del re, che poteva essere tratta a terra solo con molta fatica e impiegando molti uomini, vi lasciò sopra molte persone e il carico normale, si pose a una qualche distanza da essa, e agendo semplicemente su un capo di una macchina composta di molte corde e ceppi, tirò a terra la nave

senza fatica, con tale facilità come se essa galleggiasse sul mare. Il re, che assai si stupì al vedere i grandi effetti prodotti da quest’arte, chiese ad Archimede di preparargli diverse macchine di difesa e

  • di attacco per ogni tipo di assedio; il re non impiegò tali macchine perché trascorse gran parte della

sua vita in pace e senza guerre; ma esse e il loro inventore Archimede si rivelarono ora di gran aiuto ai siracusani durante l’assedio.

“Con tutta la ricchezza delle sue invenzioni, Archimede conservava una tale elevatezza di sentimenti e nobiltà di spirito, da non voler lasciare nulla di scritto su questa arte che gli aveva procurato fama di intelligenza sovrumana e divina. Egli teneva in conto di cose volgari e manuali la necessità pratica e soprattutto ogni arte che fosse da una necessità. Il suo spirito era attratto soltanto da quelle scienze nelle quali il bello e il buono hanno un valore in sé e per sé e che non servono la necessità degli uomini; scienze che non possono essere paragonate ad alcun’altra e nelle quali le cose trattate gareggiano per eccellenza con le dimostrazioni, in quanto le dimostrazioni sono importanti e fondamentali, e le cose stesse sono in sé nobili e belle”.

Marco Vitruvio Pollione ( 80/70 a.C. 23 a.C.) [3],[4]

“….In tutte queste cose (costruzioni) si hanno da aver presenti la Fortezza, il Comodo e la Bellezza. La Fortezza dipende dal calare le fondamenta fino al sodo, e fare senza avarizia esatta scelta de’ materiali. Il Comodo dall’esatta distribuzione de’ membri dell’edificio, senza che ne resti impedito l’uso, anzi abbia ciascuno l’aspetto suo proprio e necessario. La Bellezza finalmente dall’aspetto dell’opera, se sarà piacevole e di buon gusto, e le misure de’ membri avranno giuste proporzioni (libro I,3). “In quegli edifici, che cominciano dal pian di terra, se le fondamenta saranno fatte colle regole date né libri antecedenti per le muraglie e per i teatri, saranno stabili per lungo tempo: ma se avessero a fare fabbriche e volte sotto terra, le fondamenta hanno da essere più larghe di quel che si vorranno fare le mura superiori, le quali, come anche i pilastri e le colonne debbono tutto corrispondere a piombo su’l mezzo di quei di sotto, acciocchè posino su’l sodo; imperciocchè se il peso delle mura o delle colonne sarà su’l falso, non potranno lungo tempo durare. Ma oltracciò, ove sono le soglie, se a dritto de’ pilastri e degli stipiti si metteranno de’ puntelli sotto, queste non patiranno; imperciocchè le soglie e gli architravi, quando sono aggravati dalla fabbrica, curvandosi in mezzo, rompono col loro distaccarsi anche la fabbrica: ma se vi si porranno i puntelli a stretta, questi non lasceranno aggravare, né offendere gli architravi. Si può anche alleggerire il peso delle mura con degli archi fatti a conii ben divisi e corrispondenti a un centro; poiché se di là degli architravi e dalle teste delle soglie si volteranno archi di conii sopra, primariamente i travi alleggeriti dal peso non si curveranno, secondariamente, se mai avessero patito per la vecchiaja, si potranno facilmente cambiare senza l’impaccio dei puntelli. “Parimente nelle fabbriche fatte di pilastri e ad archi commessi di conii tirati a un centro, si hanno a fare più larghi gli ultimi pilastri, acciocché abbiano questi la forza da resistere all’urto che fanno i conii, i quali caricati dal peso delle mura, premendo verso il centro, spingono le impostature: perciò se i pilastri de’ cantoni saranno ben larghi, daranno fermezza a’ lavori col tenere stretti i conii. Quando si sarà badato a tutto questo, ed usatavi ogni diligenza, si dee anche badare, che sia tutta la fabbrica a piombo, e non penda in nessuna parte. “La maggior cura però dee essere nelle fondamenta, perché suole in queste cagionare infiniti danni il terrapieno. Infatti questo non può essere sempre di quello stesso peso che suol essere di estate; poiché l’inverno ricevendo dalle piogge quantità d’acqua, col crescere di peso e di mole, fracassa e sloga il ricinto delle fabbriche.

Marco Vitruvio Pollione ( 80 /70 a.C. – 23 a.C. ) [3],[4] “….In tutte queste cose

“(….) Ho detto, come si hanno a fare i lavori, perché sieno senza difetti, e quali sieno le cautele da usarsi nel cominciare; perciocché quanto a’ tetti, travicelli o asse, che si dovessero cambiare, non vi va tanta pena; poiché se mai riuscissero difettosi, si cambiano con facilità”.

2.

La meccanica nel Medioevo

Dice Benvenuto:

“La cultura classica tendeva a sottovalutare il momento tecnico rispetto a quello speculativo. Il Medioevo modificò sensibilmente questa concezione riduttiva e propose la conoscenza e la pratica delle arti meccaniche come componenti essenziali della formazione culturale. Citando da Crombie [5]:

“Gli sviluppi originari dell’architettura gotica nacquero dai problemi a cui si andò incontro quando si trattò di coprire con un tetto di pietra le sottili mura della navata centrale della basilica, che era il tipo comune di chiesa cristiana sin dai tempi di Roma. I Romani non avevano mai dovuto affrontare i problemi che si posero ai muratori medievali, poiché costruivano le volte a botte o a costole sulle loro terme in calcestruzzo, e le volte a cupola, come quella del Pantheon in mattoni con malta, disposti in file orizzontali; quando il calcestruzzo o la malta si erano solidificati, la spinta sulla parete era minima. Non così era per gli edifici medioevali, in cui non si usavano né calcestruzzo né malta”.

2. La meccanica nel Medioevo Dice Benvenuto: “La cultura classica tendeva a so ttovalutare il momento

“L’arco a sesto acuto si mostra assai più conveniente dell’arco a tutto sesto di egual luce: la spinta orizzontale sui piedritti è minore e consente di diminuire le spessore dei contrafforti”.

3.

Il Rinascimento Italiano e Leonardo da Vinci (1451-1519)

Scrive il Parvopassu [6]:

“L’opera scientifica di Leonardo, modesta nelle matematiche pure, è vasta e originale nel campo della meccanica e della Resistenza dei Materiali o Scienza delle Costruzioni. (….) certo non tutto quello che egli notò, spesso con errori, ripetizioni e incertezze, nel susseguirsi degli anni, avrebbe figurato nel libro “De peso et de moto”, che aveva pensato di scrivere, e forse iniziò, ma non condusse a termine”.

Due problemi particolari vengono affrontati da Leonardo: il primo riguarda la resistenza delle colonne e il
Due problemi particolari vengono affrontati da Leonardo: il primo riguarda la resistenza
delle colonne e il secondo la deformabilità delle travi. Il metodo utilizzato è quello del
confronto tra diverse travi in cui Leonardo varia di volta in volta un parametro ( metodo già
adottato da Aristotele)
Il problema della resistenza della colonna
Per la colonna o il sostegno di sezione quadrata o circolare caricata uniformemente di pesi
sulla base superiore è stabilita la tesi che:
“la resistenza a compressione è proporzionale alla superficie caricata e inversamente
proporzionale al rapporto tra la lunghezza l e il lato a della base quadrata o del raggio del
cilindro “ (Cod. Atl. 152rb).
Cioè, in termini analitici:
A
P
=
K
cr
(l/a)
Mentre l’esatta formulazione la dobbiamo ad Eulero (1707-1783) come:
A
P
= K
cr
2
(l/a)
La prima parte risulta dunque corretta mentre la seconda è errata, ma sorprendentemente
vicina.

Il problema della trave appoggiata inflessa con un carico in mezzeria

Per la trave inflessa appoggiata agli estremi e caricata di un peso Q nella mezzeria, Leonardo giunge vicino alla soluzione veritiera, studiando sempre con il metodo del confronto, lo spostamento in mezzeria delle varie travi. Nel Codice Atlantico, al foglio 332rb (e anche ai fogli 152rb, 211rb, 225rf), le considerazioni sono svolte sulle figure qui

riportate, che si possono ritenere tra le più celebri del codice.

Afferma dunque Leonardo: “ Se AB si piega di 1/8 di sua lunghezza per peso di
Afferma dunque Leonardo:
“ Se AB si piega di 1/8 di sua lunghezza per peso di 8, CD, se sarà, come credo, di
duplicata fortezza a AB, essa non piegherà 1/8 di sua lunghezza per manco peso che 16,
perché è la metà della lunghezza di AB; e similmente EF, per essere la metà de la lunghezza
di CD, fia il doppio più forte e calerà 1/8 di sua lunghezza per 32 pesi”.
Nei disegni si vede chiaramente che Leonardo pensa a travi di uguale altezza.
L’asserzione di Leonardo, oggi, conoscendo la soluzione del problema, la scriveremmo
come:
1
3
se
AB
=
K
× ×
8
AB
8
3
1
AB
allora
=
K
×
16
× ⎛ ⎜ AB ⎞ ⎟
8
2
2
3
1
AB
=
K
×
32
⎛ AB ⎞
× ⎜ ⎟
o, altresì,
8
4
4
che risultano palesemente errate.
Leonardo ha inteso il carico 16 e 32 delle travi CD e EF come il carico 8 della trave AB
moltiplicato per il rapporto tra AB/CD=2 e AB/EF=4; la soluzione esatta sarebbe quella di
moltiplicare il carico 8 per (AB/CD) 2 =4 e (AB/EF) 2 =16.
Quindi Leonardo era sicuramente sulla strada giusta, anche se non disponeva ancora della
teoria della trave.

Galileo Galilei (1564-1642)

I Discorsi [7] si svolgono secondo il genere letterario del dialogo e sono distribuiti su quattro giornate: vi compaiono tre interlocutori, Salviati, in rappresentanza dello stesso Galileo, esponente della nuova scienza, Sagredo, figura dell’uomo colto benché profano, ma disponibile ad apprendere senza pregiudizi, e Simplicio, rappresentante della scienza conservatrice ligia all’autorità dei testi classici. La prima e la seconda giornata trattano specificamente la resistenza dei materiali. Il problema di Galileo (riguarda la resistenza a rottura di una trave a mensola caricata d’un peso alla sua estremità libera.

Galileo Galilei (1564-1642) I Discorsi [7] si svolgono secondo il genere letterario del dialogo e sono

“Or tornando al nostro primo proposito-dice Salviati-, intese tutte le cose sin qui dichiarate, non sarà difficile l’intender la ragione onde avvenga che un Prisma o Cilindro solido, di vetro, acciaio, legno o altra materia frangibile, che sospeso per lungo sosterrà gravissimo peso che sia attaccato, ma in traverso (come poco fa dicevamo) da minor peso assai potrà

tal’volta essere spezzato, secondo che la sua lunghezza eccederà la sua grossezza. Imperò

che figuriamoci il prisma solido ABCD, fitto in un muro dalla parte AB, e nell’altra

estremità s’intenda la forza del Peso E: è manifesto che, dovendosi spezzare, si romperà nel

luogo B, dove il taglio del muro serve per sostegno, e la BC per la parte della leva dove si

pone la forza; e la grossezza del solido BA è l’altra parte della Leva, nella quale è posta la

resistenza, che consiste nello staccamento che s’ha da fare della parte del solido BD, che è

fuor del muro, da quella che è dentro: e per le cose dichiarate, il momento della forza posta

in C al momento della resistenza, che sta nella grossezza del Prisma, cioè nell’attaccamento

della base BA con la sua contigua, ha la medesima proporzione che la lunghezza CB alla

metà della BA; e però l’assoluta resistenza all’essere rotto, che è nel Prisma BD (la quale

assoluta resistenza è quella che si fa col tirarlo per diritto, perché allora tanto è il moto del movente quanto quello del mosso), all’esser rotto con l’aiuto della Leva BC, ha la medesima proporzione che la lunghezza BC alla metà di AB nel prisma, che nel Cilindro è il semidiametro della sua base. E questa sia la nostra prima proposizione”.

L’errore di Galileo, come si può osservare dalla seguente figura, risiede nell’aver ipotizzato che lo stato di tensione della mensola (soggetta a carico ortogonale all’asse) a rottura nella sezione di incastro sia simile a quello della stessa trave a rottura soggetto a carico assiale (carico nella direzione dell’asse).

Se tale ipotesi fosse vera, allora: H H/2 × = Q × L da cui Q
Se tale ipotesi fosse vera, allora:
H
H/2
×
=
Q
×
L
da cui
Q
=
N
mentre la soluzione corretta
N lim
c
c
lim
2
L
H/4
sarebbe
Q
=
N
.
c
lim
L
“Sin qui si sono considerati i momenti e le resistenze de i Prismi e Cilindri solidi, l’una
estremità de i quali sia posta immobile, e solo nell’altra sia applicata la forza di un peso
premente (…
..
fussero sostenuti da amendue l’estremità, o vero che sopra un sol punto, preso tra le due
estremità fusser posati. E prima dico, che il Cilindro che gravato dal proprio peso sarà
ridotto alla massima lunghezza, oltre alla quale più non si sosterrebbe, o sia retto nel mezzo
da un solo sostegno o vero da due nelle estremità, potrà essere lungo il doppio di quello che
sarebbe, fitto nel muto, cioè sostenuto in un sol termine”.
):
ora voglio che discorriamo alquanto de i medesimi Prismi e Cilindri quando
2
2
ql
ql
1
M
M
=
A =
e
E
2
8

Se l 1 =2l allora M A =M E e l’asserzione risulta dimostrata.

Charles Augustin De Coulomb (1736-1806)

La rottura dei materiali e delle strutture

Un pilastro in pietra, osserva Coulomb, benché il carico sia disposto in asse, esibisce una superficie di rottura inclinata (vedi figura seguente). Come può esser possibile un tale strano comportamento? Osserva Coulomb: “che le due parti di questo pilastro siano unite in questa sezione CM da una coesione data, mentre tutto il resto della massa è perfettamente solida, ovvero unita da un’aderenza infinita: se il pilastro è caricato di un peso, questi tenderà a far scorrere la parte superiore del pilastro sul piano inclinato di contatto con la parte inferiore. Così, nel caso di equilibrio, la parte di peso che agisce parallelamente alla sezione, sarà esattamente uguale alla coerenza. Se ora si osserva, nell’ipotesi di omogeneità, che l’aderenza del pilastro è realmente uguale in tutte le parti, affinché il pilastro possa sopportare un peso, occorre che non vi sia alcuna sezione di questo pilastro per la quale l’intensità della componente di pressione possa far scorrere la parte superiore. Pertanto, per determinare il più grande peso sopportabile da un pilastro, si deve cercare tra tutte le sezioni quella la cui coesione è in equilibrio con un peso che sia un minimo; poiché in tal caso ogni pressione superiore a quella determinata da questa condizione, sarebbe insufficiente a rompere il pilastro”.

Oggi potremmo scrivere:
Oggi potremmo scrivere:
P A P P σ = − ; A = ; S = − = −
P
A
P
P
σ
= −
; A
=
; S
= −
= −
×
cos
α σ
=
×
cos
α
n
n
A
cos
α
A
A
n
2
σ
=
S
×
cos
α σ
=
×
cos
α
n
n
τ
=
S
×
sen
α σ
=
×
sen
α α
cos
n
n
Tra tutte le possibili inclinazioni di a’-a’, qual è quella che corrisponde alla reale sezione di
rottura per scorrimento? La risposta di Coulomb è: il pilastro (di pietra) si rompe per
un’inclinazione di α * per cui sia massima (rispetto a ogni altro α e a parità di peso P) la
tensione tangenziale τ n . Ciò significa che α * è definito dalla condizione:
τ n
= max
da cui:
d
(sen cos
α α =
)
0
d
α
da cui si ricava:
senα = cosα
In conclusione, “l’angolo di minor resistenza, o di rottura, sarà a 45°”[8].
Si osserva che il carico limite P si può esprimere come:
τ
× A
P
=
σ
×
A
=
n lim
lim
sen
α α
cos
Coulomb nel capitolo IX di [8] propone una formulazione più sofisticata del carico limite.
Al momento della rottura- osserva Coulomb- si oppongono allo scorrimento sul piano a’-a’
sia la tensione tangenziale limite, che si avrebbe se il piano fosse privo di attrito, sia la
tensione tangenziale dovuta all’attrito.
In termini analitici:
τ
A
nlim
P
sen α
=
+
f
P
cos
α
lim
S
lim
cos
α

dove con f S si è indicato il coefficiente di attrito statico.

Il carico massimo si può scrivere come:

P

lim

=

τ

n lim

A

cos

α

(sen

α

- f

S

cos

α

)

Ponendo P lim stazionario rispetto ad α si ottiene:

tg

α

=

1 2 ( 1 + f ) − f S S
1
2
(
1
+
f
)
f
S
S

La teoria di Coulomb sulla spinta delle terre

Dice Coulomb:”per determinare la pressione delle terre contro i piani verticali che le sostengono, il procedimento è assolutamente lo stesso (quello del carico di rottura della colonna). Si considera un triangolo rettangolo solido, del quale uno dei lati sia verticale e l’ipotenusa giaccia in un piano inclinato, su cui il triangolo tende a scivolare; se tale triangolo è sollecitato dal suo peso, è sostenuto da una forza orizzontale, dalla coesione e dall’attrito che agiscono secondo l’ipotenusa suddetta, si determinerà facilmente, nel caso di equilibrio,questa forza orizzontale mediante i principi della statica.

Ponendo P stazionario rispetto ad α si ottiene: tg α ∗ = 1 2 ( 1
…… Per ..
…… Per ..

ottenere la pressione di una terra contro un piano verticale, occorre trovare tra

tutte le rette BC (piani inclinati di scorrimento) quella che, sollecitata dal peso e trattenuta

dal suo attrito e dalla sua coesione, esigerebbe, per il suo equilibrio, d’essere sostenuta da una forza orizzontale massima; poiché è evidente che, richiedendo ogni altra figura una minor forza orizzontale a garantire il suo equilibrio, la massa aderente non potrà dividersi”

Formulazione analitica di quanto detto a parole da Coulomb.

Con riferimento alla notazione della figura sopra riportata, il peso complessivo del triangolo di terra AB’C’, di spessore unitario, si può esprimere come:

Q =

1

2

γ YZ

Come indicato in figura, le forze che agiscono su tale triangolo di terra sono il peso Q, la forza di attrito, la forza orizzontale P trasmessa dal muro al terreno e la forza di coesione del materiale terra espressa in funzione della tensione tangenziale limite τ lim . Scrivendo l’equazione di equilibrio alla traslazione in direzione del piano inclinato si ottiene:

2 2 Qcos α - f Qsen α - Psen α - f Pcos α τ
2
2
Qcos
α
- f Qsen
α
- Psen
α
- f
Pcos
α τ
-
Y
+ Z =
0
S
S
lim
Risolvendo tale equazione per P:
1
2
2
γ
YZ(Y
- f
)
τ
( Y
+ Z
)
S
lim
2
P =
Z
Z + f
Y
S
Per ottenere il valore massimo di P basta annullare la derivata prima di P rispetto a Z da cui
si ottiene, dopo qualche passaggio:
Z
2
tgα =
= − +
f
1
+
f
S
S
Y
“Si può concludere dalla formula precedente- osserva Coulomb- che la coesione non
influisce per nulla sul valore dell’angolo α e le dimensioni del triangolo che riduce la più
grande pressione dipendono solo dall’attrito”.
Contributi di Coulomb al calcolo dei muri di sostegno
Sostituendo l’espressione sopra ricavata nell’espressione del carico P si ottiene:
2
P
= μ − τ λ
Y
Y
lim

Essendo μ e λ due costanti che dipendono solo dal peso specifico del terreno γ e dal coefficiente di attrito f S . Al variare di Y, P varia secondo la seguente relazione:

dP

= μ

(2

Y -

τ λ

lim

)dY

e il momento ribaltante, calcolato rispetto a D, si esprime come:

M

r

=

h

0

( 2 μY - τ

lim

λ )( h - Y)dY

=

1

1

h

μ

3

3

2

τ λ h

lim

2

dove h indica l’altezza del muro AB. Coulomb sviluppa anche un esempio che è interessante riportare.

“Se si suppone che l’attrito sia uguale alla pressione, come sulle terre che abbandonate a se
“Se si suppone che l’attrito sia uguale alla pressione, come sulle terre che abbandonate a se
stesse prendono 45° di scarpa, e se si suppone che l’aderenza sia nulla, come accade per le
terre rimosse,………si ritrae approssimativamente:
h
a =
7
dove a rappresenta la larghezza del muro.
“…il Signor Maresciallo de Vauban, in quasi tutte le fortificazioni che egli ha fatto
costruire, ha assegnato 5 piedi di larghezza alla corda di sommità……. Poiché i rivestimenti
costruiti da questo celebre uomo raramente superano i 40 piedi, la sua norma pratica
s’accorda molto bene con la nostra ultima formula”.

Augustin Louis Cauchy e la Meccanica del Continuo

Cauchy nacque a Parigi il 21 agosto 1789 e morì Sceaux sulla Senna il 23 maggio 1857. Si formò all’Ecole des Ponts et Chausses entrando quindi nel vivo dell’ingegneria di quel tempo; egli stesso esercitò per qualche tempo, e cioè sino al 1823, la professione di ingegnere. Successivamente, però, su insistenza di Lagrange e di Laplace, rivolse ogni sua attività alla ricerca scientifica nel campo delle matematica e della fisica. Ben presto Cauchy entrò a far parte dei docenti dell’Ecole Polytechnique, a partire dal 1816. Con l’avvento di Luigi Filippo, a seguito della rivoluzione del 1830, egli abbandonò l’insegnamento a Parigi e si trasferì a Torino, dove era stata creata per lui una cattedra di Fisica. Personaggio austero, rigido, saldo nei suoi principi religiosi, che esplicitamente professava anche in polemica con lo spirito positivistico dei suoi colleghi, Cauchy tornò definitivamente a Parigi solo nel 1838, riprendendo la sua cattedra all’Ecole Polytechnique. I suoi contributi fondamentali si estendono a numerosi settori della matematica e della fisica:

sin dal 1805, egli ottenne notorietà per aver risolto in modo semplice ed elegante un famoso problema di lunga storia nella geometria, “il problema di Apollonio” (ossia :trovare un cerchio che sia tangente a tre cerchi assegnati). La maggior parte delle sue scoperte matematiche è rintracciabile nei libri scritti per l’Ecole Polytechnique quali dispense ai corsi da lui tenuti sino al 1830. Sono tre trattati: Cours d’analyse de l’Ecole Polytechnique (1821), Le calcul infinitésimal (1823), Leçon sur les applications du calcul infinitésimal a la géométrie (1823-1828). Tralasciando di menzionare relative all’astronomia, all’ottica, alla meccanica generale, ci soffermiamo sulle memorie più importanti relative alla meccanica dei solidi. La prima memoria fondamentale su tale argomento è del 1823: Recherches sur l’équilibre et le mouvement intérieur des solides ou fluides. Elastiques ou non élastiques. Ad essa numerose altre seguono, raccolte, in gran parte, nei volumi degli Exercices de mathématique. Si può affermare che in tali lavori Cauchy gettò le basi di tutta la teoria :

definì nel modo ancor oggi seguito il concetto di tensione, stabilendone le proprietà essenziali sia con il suo “grande Teorema”, sia con lo studio delle tensioni principali, formulò le equazioni indefinite di

equilibrio, svolse compiutamente l’analisi della deformazione, introdusse il legame elastico.

Editore Firenze. [2] J. Maritain, Science et sagesse, trad. It., p.101, Torino, 1964. [3] Marco Vitruvio
Editore Firenze.
[2] J. Maritain, Science et sagesse, trad. It., p.101, Torino, 1964.
[3] Marco Vitruvio Pollione ,De Architectura, 10 Libri 27– 23 a.C.
[4] B. Galiani, Dell’Architettura libri dieci di M. Vitruvio Pollione, Milano, 1832.
[5] A. C. Crombie, Da S. Agostino a Galileo, trad. it., Milano 1970

[1] Edoardo Benvenuto, La Scienza delle Costruzioni e il suo sviluppo storico, Sansoni

[6] C. Parvopassu, Visione storica della scienza e della tecnica delle costruzioni, Corso di

perfezionamento per le costruzioni, p.138-139, Milano, 1953. [7] G. Galileo, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla mecanica e i movimenti locali, Ed. naz., cit., 8, p.49 e segg .. [8] C. A. De Coulomb, Essai sur une application des reglès de maximise t minimis à quelques problèmes de statique relatifs à l’Architecture,1773.

Capitolo 1 La Meccanica del Continuo

Il capitolo sulla Meccanica del continuo si suddivide in 4 paragrafi:

il paragrafo 1.1 sullo stato di sforzo, il paragrafo 1.2 sullo stato di deformazione, il paragrafo 1.3 sul Principio degli spostamenti virtuali e il paragrafo 1.4 sul legame costitutivo. Completerà il capitolo un paragrafo di osservazioni generali sul modello matematico adottato, che ne metterà in luce alcuni aspetti come la linearità delle equazioni, e discuterà i problemi di esistenza ed unicità di soluzione. Come accennato alla fine del Capitolo precedente, i risultati esposti in tale capitolo sono riconducibili, in modo particolare, ai contributi di Cauchy.

con un indice (i,j,k,l,m,n,p,q..) i i t f ; 2 2 2 x = x +
con un indice (i,j,k,l,m,n,p,q..)
i
i
t
f
;
2
2
2
x =
x
+ x
+ x
;
1
2
3
è
c
= a
+ b .
i
i
i

Nomenclatura:

x 1 , x 2 ,x 3 indicano le coordinate di un punto nella configurazione finale; X 1 ,X 2 ,X 3 indicano le coordinate di un punto nella configurazione iniziale; u 1 , u 2 ,u 3 indicano le componenti cartesiane del vettore spostamento di un punto; V indica il volume del corpo; S u indica la superficie esterna del corpo vincolata; S f indica la superficie esterna caricata; f 1 , f 2 ,f 3 indicano le componenti cartesiane del vettore sforzo agente in un punto P della superficie esterna; in notazione matriciale una lettera sottolineata indica un vettore di 3 componenti, es. f ;

oppure, una lettera

in basso a destra indica un vettore di 3

componenti, es.

f ; f di un vettore viene assunta positiva se tale componente è concorde con il verso

la componente

dell’asse omologo x i ; il vettore trasposto si indica con la lettera t in alto a destra, ad esempio

una matrice si indica con una lettera sottolineata due volte, ad esempio σ ; il modulo di un vettore viene calcolato come radice quadrata della somma delle componenti al

quadrato, es.

la somma di più vettori

data dal vettore le cui componenti sono la somma algebrica delle

componenti dei singoli vettori, es.: c = a + b che si può scrivere come

Il problema del continuo deformabile si può impostare, con riferimento alla figura sottostante, come segue:

sia assegnato un solido che occupa il volume V, in cui, punto per punto, è assegnato il vettore peso per unità di volume F i . Il volume V è delimitato da una superficie esterna S nella configurazione iniziale, prima che il corpo si deformi.

s = x − X . i i i
s
= x
− X
.
i
i
i

Con X i e x i si indicano, rispettivamente, il vettore posizione del punto, rispetto ad un sistema di riferimento cartesiano ortogonale, nella configurazione iniziale e nella configurazione finale, avvenuta la deformazione.

Il vettore spostamento, incognita del problema, viene definito come

La superficie laterale S si particola rizza in una superficie S u sulla quale è noto, punto per punto, il vettore spostamento ed S f su cui è noto il vettore sforzo f i che definiremo subito dopo, nel paragrafo sullo stato di sforzo. Il problema della meccanica del continuo deformabile, o meccanica del solido deformabile, è quello di individuare il vettore spostamento, punto per punto, nota la geometria del solido (superficie laterale e quindi volume occupato) e note le condizioni al contorno, in termini di vettore spostamento sulla superficie vincolata S u e vettore sforzo sulla superficie caricata S f . Risulta altresì noto, cioè assegnato, il vettore forza per unità di volume punto per punto. Il problema del solido deformabile appartiene, da un punto di vista generale matematico, alla tipologia dei problemi “al contorno”.

Osservazione: si ricorda che per tutta la trattazione che seguirà, tutte le equazioni, ed in particolare le equazioni di equilibrio che verranno subito dopo presentate, faranno riferimento alla configurazione iniziale. Quando tale ipotesi dovesse essere rilasciata, come nel capitolo della stabilità dell’equilibrio, se ne farà esplicita menzione.

1.1 Lo stato di sforzo. Si procede come primo punto alla definizione di vettore sforzo. Con riferimento alla figura sottostante, si pensi di tagliare il solido con un piano di normale con direzione n il cui versore viene indicato con n i . Il versore è il vettore di modulo unitario, in modo tale che le sue componenti cartesiane n i coincidono con i coseni degli angoli che la direzione n forma con la direzione degli assi coordinati. Ad esempio n 1 è il coseno dell’angolo che la direzione n forma con l’asse x 1 .

1.1 Lo stato di sforzo. Si procede come primo punto alla definizione di vettore sforzo. Con

Se si considera una delle due parti in cui si divide il solido, il versore n i si assume per convenzione uscente dal corpo. Nel piano di normale n i si considera un punto P qualsiasi, un’area finita ΔΣ intorno al punto P; su tale superficie agirà un vettore forza che denotiamo con ΔF i (dimensioni di una forza [N]); si definisce vettore sforzo che agisce sulla faccia di normale n i il limite sotto riportato.

Il vettore sforzo è, dimensionalmente, una forza divisa per una superficie [N/mm 2 ]. Si osserva che:

  • 1 per un punto passano infinite normali n i e quindi si possono valutare infiniti vettori sforzo. Come conseguenza, il vettore sforzo non può essere assunto come misura dello stato di sforzo in un punto poichè una misura di una qualsiasi grandezza si compone di un numero finito di numeri;

  • 2 il vettore sforzo agisce sulla faccia di normale n i , con la convenzione, come si è visto in precedenza, che la normale si intende uscente dal corpo. In tal modo si identifica univocamente una delle due facce del piano considerato. Sulla faccia di normale –n i agisce il vettore sforzo –f i , per il Principio di Azione-Reazione.

La misura dello stato di sforzo in un punto si evince scrivendo e commentando le equazioni di Cauchy, che vengono ricavate nel seguito.

1.1.1 Le equazioni di Cauchy Si consideri un punto P qualsiasi del solido. Per esso si faccia passare il sistema di riferimento x i e si consideri il solido ritagliato in torno a P con la superficie laterale costituita dai tre piani coordinati passanti per P, con versore opposto al verso dei versori degli assi cartesiani, ed un piano di normale n i qualsiasi e spostato rispetto a P di una quantità infinitesima dn. Un tale solido si denomina tetraedro di Cauchy (vedi figura sotto riportata). Si valutino le forze di superficie e di volume che agiscono sul solido: tali forze vengono evidenziate in figura.

X 3 dA =1/2(AB)x(CD) n dA =1/2(AB)x(PD) 3 C α 3 n i PD=(CD)x(cosα 3 )=(CD)x(n
X
3
dA
=1/2(AB)x(CD)
n
dA
=1/2(AB)x(PD)
3
C
α 3
n i
PD=(CD)x(cosα 3 )=(CD)x(n 3 )
α 3
B
P
X
2
D
A
X
1
Si imponga che tale sistema di forze dia risultante nulla (si deve fare riferimento alle equazioni
cardinali della statica, si veda Pierre Varignon (1654-1722)), cioè soddisfino le tre equazioni di
equilibrio alla traslazione nelle tre direzioni coordinate.
X 3 dA =1/2(AB)x(CD) n dA =1/2(AB)x(PD) 3 C α 3 n i PD=(CD)x(cosα 3 )=(CD)x(n

Ricordando le relazioni geometriche che legano le tre aree dei triangoli con normale corrispondente ad un asse coordinato dA i all’area del triangolo di normale n i e denominata dA, si ottiene l’equazione vettoriale algebrica sopra riportata. Tale equazione vettoriale, corrispondente a tre equazioni scalari, si legge nel modo seguente:

assegnati tre vettori sforzo f i secondo tre piani ortogonali tra loro, è possibile calcolare il vettore sforzo su una qualsiasi faccia di normale n i secondo la relazione sopra indicata.

Ora si passa ad esaminare i diversi modi con cui si possono scrivere le equazioni di Cauchy. Formulazione scalare:

si ottiene da quella vettoriale scrivendo per esteso le componenti dei singoli vettori.

Formulazione vettoriale:

f

n 1

=

f

11

n

1

+

f

21

n

2

+

f

31

n

3

f

n 2

=

f

12

n

1

+

f

22

n

2

+

f

32

n

3

f

n 3

=

f

13

n

1

+

f

23

n

2

+

f

33

n

3

è già stata ricavata la formulazione vettoriale in forma matriciale come:

si ottiene da quella vettoriale scrivendo pe r esteso le componenti dei singoli vettori. • Formulazione
mentre la formulazione vettoriale con gli indici si può scrivere come: 3 f = ∑ f
mentre la formulazione vettoriale con gli indici si può scrivere come:
3
f
=
f
n
ni
ji
i
i = 1
• Formulazione matriciale:
si raggruppino nelle tre colonne della matrice σ i tre vettori sforzo f i , come nella figura che
segue
La matrice-tensore degli sforzi è individuata da nove scalari.
Il vettore sforzo sulla faccia di normale n i si può esprimere come il prodotto scalare della
matrice σ per il versore n come segue:
f
= σ
n
n
Formulazione tensoriale o indiciale:
la formulazione vettoriale con indici si può scrivere, ricordando (i) la convenzione (Einstein)
che il segno di sommatoria si può omettere nel caso la sommatoria si faccia rispetto ad un
indice ripetuto all’interno di un prodotto, e (ii) la definizione della matrice-tensore σ ij , nel
seguente modo:
1.1.2 Convenzione di segno sulle componenti del tensore degli sforzi

Si consideri una particolare matrice-tensore degli sforzi con tutte le componenti nulle tranne la

componente σ 11 di cui si vuole individuare la convenzione sul segno. Si consideri la normale n 1 : la componente f 11 del vettore sforzo sarà: f 11 =σ 11 .

Si consideri ora la normale opposta –n 1 , la componente di sforzo f 11 sara: f 11 =-σ 11 Si può ora trarre una regola generale, prendendo spunto dal caso particolare esaminato. Se la normale uscente dal piano è concorde con il sistema cartesiano, il segno delle componenti del tensore sono concordi con le componenti del vettore. Se la normale al piano è opposta al versore del sistema cartesiano, il segno delle componenti del tensore sono opposte alle componenti del vettore corrispondente. La figura seguente illustra quanto appena esposto,

indicando nel verso positivo le componenti del tensore degli sforzi sulla faccia con normale il versore dell’asse x 2 e sulla faccia con normale opposta.

1.1.3 Stato di sforzo piano Si definisce stato di sforzo piano lo stato di sforzo definito
1.1.3 Stato di sforzo piano
Si definisce stato di sforzo piano lo stato di sforzo definito da sole due righe e due colonne della
matrice sopra definita, ad esempio lo stato di sforzo in cui σ 3 , τ 31 , τ 32 , τ 13 , τ 23 =0 e solamente σ 1, σ 2 ,
τ 12 , τ 21 risultano ≠0. Lo stato di sforzo di una lamiera o di un muro caricati nel loro piano x 1, x 2 sono
esempi di stati di sforzo
piano.
.
Esercizio N. 1
Si consideri lo stato di sforzo piano rappresentato nella figura sottostante. Si determini il vettore
sforzo sulla faccia che ha per versore normale il versore ruotato di 30° in senso orario a partire
dall’asse x.
Soluzione

I versori degli assi n e t (sistema di riferimento intrinseco) sono così calcolati:

Dalle equazioni di Cauchy si calcola il vettore sforzo segue: f che agisce sul piano di
Dalle equazioni di Cauchy si calcola il vettore sforzo segue: f che agisce sul piano di
Dalle equazioni di Cauchy si calcola il vettore sforzo
segue:
f
che agisce sul piano di normale n come
n
Le componenti del vettore
f
valutate nel sistema n,t si calcolano eseguendo il prodotto scalare del
n
vettore
f
nella direzione n e t.
n
N.B. Prodotto scalare di due vettori si esegue come il prodotto del primo vettore, considerato riga,
per il secondo vettore, considerato come colonna.
Quando uno dei due vettori è un versore, il prodotto scalare calcola la componente del vettore (non
versore) nella direzione del versore.

Esercizio N. 2 Assegnato lo stesso tensore piano nel sistema di riferimento x 1 ,x 2 si determini il tensore di sforzo

secondo il sistema di riferimento x 1 ,x 2 , dove x 1 antiorario.

si trova ruotando x 1

di

0.15 rad in senso

Soluzione Si procede, come nell’esercizio 1.1 al calcolo dei due vettori sforzo f e f nel
Soluzione
Si procede, come nell’esercizio 1.1 al calcolo dei due vettori sforzo
f
e f
nel sistema di
1'
2 '
riferimento x 1 e x 2 .
I due vettori
f
e f
vengono quindi proiettati nelle direzioni x 1
e x 2
per calcolare le componenti
1'
2 '
del tensore nel sistema di riferimento x 1
e x 2 .
In termini di algebra delle matrici si può scrivere:
'
t
t
t
'
τ
=
n
σ
n
=
n
σ
n
=
τ
12
2 '
1'
1'
2 '
21
t
poiché si dimostra nel seguito che la matrice σ è una matrice simmetrica (cioè σ =
σ
).

Esercizio N. 3 Sia assegnato uno stato di sforzo piano tramite la matrice σ ij

Esercizio N. 3 Sia assegnato uno stato di sfor zo piano tramite la matrice σ con

con riferimento al sistema di riferimento Cartesiano ortogonale di figura sottostante.

•

Si richiede il vettore sforzo su una faccia ruotata di -50° (assumendo positiva la rotazione antioraria) rispetto all’asse x 1 , nel sistema di riferimento n α -n β , i cui versori sono indicati nella figura soprastante.

Soluzione

Individuazione del piano la cui normale uscente forma un angolo di -50° rispetto all’asse x 1 .

Calcolo dei versori normale e tangente al piano

• Calcolo delle componenti cartesiane del vettore sforzo: • Calcolo delle compenti del vettore sforzo nel
Calcolo delle componenti cartesiane del vettore sforzo:
Calcolo delle compenti del vettore sforzo nel sistema di riferimento intrinseco:

1.1.3 Le equazioni indefinite di equilibrio

Le equazioni indefinite di equilibrio, che esprimono le regole secondo cui il tensore di sforzo può variare da punto a punto, vengono ricavate con l’ausilio del lemma Di Gauss, qui sotto riportato. Sia assegnato un solido di volume V e di superficie laterale S. Sia definito in V un vettore v j ed in ogni punto della superficie laterale il versore normale n j . Il lemma di Gauss si scrive come:

dove si conviene quanto segue: • • l'operatore di derivazione parziale viene abbreviato con una virgola
dove si conviene quanto segue:
l'operatore di derivazione parziale viene abbreviato con una virgola e uno stesso indice ripetuto
all'interno dell'operatore di derivata parziale sta ad indicare l’operazione di sommatoria;
quando un indice viene ripetuto all'interno di un prodotto si sottintende l'operazione di
sommatoria, con l'indice (in questo caso j) che varia da 1 a 3.
Il lemma di Gauss risulta quindi uno strumento utile per passare da un integrale di superficie ad un
integrale di volume, o viceversa.
Si scriva il lemma di Gauss tre volte, assumendo di volta in volta come vettore v j i vettori σ j1, σ j2 ,
σ j3 della matrice degli sforzi. Si ottiene:
Le tre equazioni scalari scritte sopra possono essere espresse come un’unica equazione vettoriale
nella forma seguente:
in cui, come già accennato, l’indice j ripetuto nel termine di sinistra all’interno di un prodotto e nel
termine di destra all’interno dell’operazione di derivazione sottintende l’operazione di sommatoria.

Orbene, le equazioni di equilibrio alla traslazione nelle tre direzioni coordinate del solido di volume V e superficie laterale S soggetto alle forze di volume F i e di superficie f i si possono scrivere in forma vettoriale con l’unica equazione sotto riportata.

1.1.3 Le equazioni indefinite di equilibrio Le equazioni indefinite di equilib rio, che esprimono le regole

Sostituendo al vettore f i la sua espressione fornita dalle equazioni di Cauchy si ottiene:

Ora, ricordando il lemma di Gauss, l’integrale di superficie dell’espressi one sopra riportata può essere sostituito

Ora, ricordando il lemma di Gauss, l’integrale di superficie dell’espressione sopra riportata può essere sostituito da un integrale di volume, cioè:

Ora, ricordando il lemma di Gauss, l’integrale di superficie dell’espressi one sopra riportata può essere sostituito

Finalmente le equazioni di equilibrio si possono scrivere come:

Ora, ricordando il lemma di Gauss, l’integrale di superficie dell’espressi one sopra riportata può essere sostituito

Si deve osservare ora che le equazioni di equilibrio per un corpo deformabile devono essere rispettate non solo per il solido nel suo insieme ma altresì da ogni sua parte per piccola che sia, quindi si scrive che le equazioni si applicano per dV. Se le equazioni integrali devono valere per un qualsiasi elemento di volume devono essere nulle le funzioni integrande, cioè:

Le tre equazioni scalari differenziali lineari sopra riportate sono denominate equazioni indefinite di equilibrio.

Esempio Si vuole determinare lo stato di sforzo monoassiale (σ 11 0 e tutte le altre componenti del tensore sforzo =0) di un filo pesante (peso specifico γ e area della sezione A), posto in direzione verticale, vincolato con cerniera (in alto) e carrello (in basso). Si scrive la prima equazione di equilibrio indefinito, si integra e si determina la funzione σ 11 (x 11 ).

Si vuole fornire ora una derivazione più meccanica delle equazioni di equilibrio, pensando di evidenziate su di un elemento di volume infinitesimo, secondo il sistema di riferimento Cartesiano ortogonale, tutte le forze che agiscono nella direzione x 2 .

Si vuole fornire ora una derivazione più meccani ca delle equazioni di equilibrio, pensando di evidenziate

L’equazione di equilibrio alla traslazione nella direzione x 2 si ottiene valutando tutte le forze che agiscono sulle sei facce del cubetto elementare e facendone la somma.

Eliminando uno ad uno gli infinitesimi del 2° ordine e dividendo per il volume elementare, si ottiene:

che rappresenta appunto la seconda equazione scalare dell’equazione vettoriale espressa prima in forma generale.

1.1.4 Le equazioni di equilibrio alla rotazione Le tre equazioni indefinite di equilibrio esprimono l’equilibrio alla traslazione secondo le tre direzioni coordinate di un qualsiasi punto del solido. Con riferimento alla figura sottostante si vuole ora esprimere l’equilibrio del volume elementare alla rotazione attorno agli assi x 1 , x 2 , x 3 .

.
.
. In figura, per semplicità di esposizione, sono rapp resentate solo le forze che causano la

In figura, per semplicità di esposizione, sono rappresentate solo le forze che causano la rotazione intorno all’asse x 2 . Assumendo positivi i momenti che agiscono in senso antiorario nel piano x 1 -x 3 , l’equazione alla rotazione si esprime come:

da cui si ottiene il risultato:

Estendendo la stessa trattazione alle equazioni di equilibrio alla rotazione intorno agli assi x 1 e x 3 si trova:

La lettura delle tre relazioni sopra riportate porta a esprimere la simmetria del tensore (matrice) degli sforzi, cioè:

. In figura, per semplicità di esposizione, sono rapp resentate solo le forze che causano la

1.1.5 Le tensioni e direzioni principali: trattazione generale

Posizione del problema

Il tema della definizione e calcolo delle tensioni e direzioni principali riveste un ruolo centrale nel

capitolo dello stato di sforzo, sia dal punto teorico che applicativo. Si considerino le equazioni di Cauchy, scritte sotto forma matriciale o indiciale come sotto:

1.1.5 Le tensioni e direzioni principali: trattazione generale Posizione del problema Il tema della definizione e
1.1.5 Le tensioni e direzioni principali: trattazione generale Posizione del problema Il tema della definizione e

Si definisca un vettore sforzo su di una faccia di normale n come:

cioè il vettore sforzo ha la stessa direzione della normale n e di modulo e segno pari σ. Risulta evidente che, se un tale vettore esiste, si avrà che, mentre le componenti del versore n i , così come avviene per un qualsiasi vettore, dipendono dal sistema di riferimento cartesiano a cui si riferiscono, lo scalare σ, così come ogni scalare, non deve dipendere dal sistema di riferimento adottato. Lo scalare algebrico σ si dice “invariante” e, in termini meccanici, “tensione principale”; il versore n i corrispondente si chiama “direzione principale”. Le equazioni di Cauchy che esprimono un tale vettore sforzo si possono scrivere nella forma:

In termini generali matematici una tale formulazione, nel calcolo matriciale, si definisce come problema della ricerca degli autovalori σ I , σ II , σ III ed autovettori n Ii , n IIi , n IIIi della matrice σ ij . Se la matrice σ ij è simmetrica, gli autovalori sono numeri reali e gli autovettori sono ortogonali tra loro. In termini meccanici, gli autovalori della matrice σ ij si denominano “tensioni principali” e gli auto vettori “direzioni principali”.

SOLUZIONE DEL PROBLEMA Le tre equazioni scalari sopra riportate sono tre equazioni omogenee nelle incognite n i e σ. Esse rappresentano un sistema omogeneo in cui la soluzione banale n i =0 non è una soluzione del problema, poiché n i sono le componenti di un versore e, per definizione, non possono essere tutte contemporaneamente nulle. Per l’esistenza di una soluzione si dovrà porre nullo il determinante della matrice dei coefficienti, cioè:

.
.

che in forma estesa diventa

Ora si calcola il determinante della matrice sopra riportata.

Svolgendo pochi passaggi algebrici si ricava la seguente espressione:

SOLUZIONE DEL PROBLEMA Le tre equazioni scalari sopra riportate s ono tre equazioni omogenee nelle incognite

dove:

SOLUZIONE DEL PROBLEMA Le tre equazioni scalari sopra riportate s ono tre equazioni omogenee nelle incognite

Il coefficiente I 2 può essere ricordato più facilmente come somma dei determinati dei minori di secondo ordine della matrice degli sforzi, e più precisamente:

Il coefficiente I può essere ricordato più facilmente co me somma dei determinati dei minori di
Risolta l’equazione di 3° grado, cioè determinate le tensioni principali σ I , σ II ,
Risolta l’equazione di 3° grado, cioè determinate le tensioni principali σ I , σ II , σ III , si passa al
calcolo delle tre direzioni principali con la seguente procedura:
si considera la tensione principale σ I e si cerca il versore della direzione principale
corrispondente n Ii . Si scrivono le tre equazioni di Cauchy che esprimono il vettore sforzo
principale, ricordando che σ I si deve considerare noto.
Poiché il determinante della matrice dei coefficienti è stato imposto nullo, ci sarà una
combinazione lineare tra le tre equazioni. Si deve dunque eliminare un’equazione, scelta a
caso.
Allo stesso tempo si deve ricordare che il vettore n Ii risulta un versore per cui vale la
seguente relazione:
Si tratta
di
risolvere
un
sistema
di
due
equazioni
lineari
ed
una
non lineare. La
esemplificazione di un tale calcolo verrà fatta subito nel seguito, nel caso più semplice di

stato di sforzo piano.

1.1.6 Le tensioni e direzioni principali nello stato di sforzo piano

Ci si limita al caso dello stato di sforzo piano sia perché lo stato di sforzo presente nella teoria della trave (che costituisce parte principale del corso) è un particolare caso di stato di sforzo piano, sia perché il caso tridimensionale è una generalizzazione dello stato di sforzo piano ma non aggiunge nulla alla comprensione dei concetti. Si consideri uno stato di sforzo piano riferito ad un sistema di riferimento Cartesiano ortogonale come in figura. La matrice degli sforzi, simmetrica, viene definita da tre componenti di tensione che vengono indicati, nella loro rappresentazione geometrica, nella figura sottostante. Si consideri altresì un piano, pensato passante per il punto in cui viene definita la matrice degli sforzi, la cui normale risulta ruotata di un angolo α, positivo antiorario, rispetto all’asse x 1 . Si indichi il vettore sforzo f ni che agisce sulla faccia di normale n i . Si è, in tal modo, rappresentato il tetraedro di Cauchy nel caso particolare di stato di sforzo piano.

σ n 1 = σ 11 n 1 + σ 21 n 2
σ n 1 = σ 11 n 1 + σ 21 n 2

Si esprima ora, in termini matematici, la ricerca delle due tensioni principali incognite. Due sole incognite in quanto la terza è nota a priori, è nulla e corrisponde alla direzione x 3 .

σ n 2 = σ 12 n 1 + σ 22 n 2 Come si è già osservato nel caso generale tridimensionale, la ricerca delle tensioni principali si effettua ponendo nullo il determinante dei coefficienti del sistema, cioè:

1.1.6 Le tensioni e direzioni princi pali nello stato di sforzo piano Ci si limita al

Svolgendo il determinante si ottiene la seguente equazione di secondo grado nell’incognita σ:

Svolgendo il determinante si ottiene la segue nte equazione di secondo grado nell’incognita σ : Le
Le due radici dell’equazione si possono calcolare come segue: La ricerca della direzione principale x I
Le due radici dell’equazione si possono calcolare come segue:
La ricerca della direzione principale x I , ad esempio, si può esprimere attraverso due equazioni, di
cui la prima è una delle due equazioni di Cauchy appena sopra riportate (ad esempio la prima) e la
seconda ricorda la definizione di versore della direzione principale x I , espressa dalle due
componenti incognite n 1 e n 2 .:
σ I n 1 = σ 11 n 1 + σ 21 n 2
=1
n 1 2 +n 2 2
Risolvendo, ad esempio, la prima equazione per n 2 si ottiene:
n 2 = (σ I - σ 11 )n 1 / σ 21
Il segno + o – del termine (σ I - σ 11 )/ σ 21 indica se i segni di n 1 e n 2 sono concordi o discordi.
Sostituendo l’espressione di n 2 nell’equazione di 2° grado in n 1 si ottiene:
2
σ
21
n = ±
1
2
2
σ
+
(
σ σ
)
21
I
11
2
n = ±
1 − n
2
1

Se, ad esempio, si sceglie il segno + nella prima equazione per n 1 , il segno di n 2 è definito dall’equazione soprastante che lega n 1 a n 2 . Ovviamente, volendo individuare una direzione e non un verso, anche i segni opposti sono una soluzione del problema. Si procede ora ad illustrare un metodo, il Circolo di Mohr, molto utile e semplice per la descrizione dello stato piano di sforzo e, quindi, per il calcolo delle tensioni e direzioni principali.

1.1.6.1 Il Circolo di Mohr

Se, ad esempio, si sceglie il se gno + nella prima equazione per n , il

Si consideri uno stato di sforzo piano riferito al sistema di riferimento Cartesiano ortogonale coincidente con le direzioni principali. Si vogliono esprimere, analiticamente, le componenti del vettore sforzo f ni nel sistema di riferimento intrinseco n i e ti, assumendo positivo il verso del versore t i a determinare un momento orario rispetto al punto P, origine degli assi, come in figura seguente. La convenzione delle tensioni, componenti del vettore sforzo f ni , sono:

Se, ad esempio, si sceglie il se gno + nella prima equazione per n , il
• σ nn positiva di trazione • τ nt positiva se oraria
• σ nn positiva di trazione
• τ nt positiva se oraria

Si esprimono ora le componenti σ nn e τ nt in funzione delle tensioni principali e dell’angolo α che la normale n i forma con l’asse x I .

Se, ad esempio, si sceglie il se gno + nella prima equazione per n , il
Osservazioni 1. La condizione di stazionarietà (minimo o massimo) della tensione normale rispetto all’angolo α porta
Osservazioni 1. La condizione di stazionarietà (minimo o massimo) della tensione normale rispetto all’angolo α porta
Osservazioni
1.
La condizione di stazionarietà (minimo o massimo) della tensione normale rispetto
all’angolo α porta a valutare che:
Cioè la tensione normale è massima o minima nei piani in cui la tensione tangenziale
risulta nulla.
2.
Il Circolo di Mohr , nel piano della tensione normale come ascissa e della tensione
tangenziale come ordinata, viene espresso dalle due equazioni parametriche sotto
riportate, con parametro l’angolo α:
Si vuole ora esprimere le due equazioni sopra riportate in funzione dell’angolo 2α ricordando le
relazioni trigonometriche seguenti:
Osservazioni 1. La condizione di stazionarietà (minimo o massimo) della tensione normale rispetto all’angolo α porta
Le equazioni parametriche del circolo di Mohr diventano : Indicando con: b=(σ I +σ R=(σ I
Le equazioni parametriche del circolo di Mohr diventano :
Indicando con:
b=(σ I +σ
R=(σ I -σ
)/2
II
)/2
II
il sistema parametrico diventa:
Eseguendo il quadrato di entrambi i termini di entrambe le equazioni e sommando le due equazioni
membro a membro si ottiene l’espressione analitica del Circolo di Mohr in funzione delle tensioni
principali:

Si procede nel seguito ad illustrare l’uso di tale strumento per studiare lo stato di sforzo piano in un punto e si estenderà tale utilizzo al caso generale in cui il sistema di riferimento sia un sistema Cartesiano qualsiasi e non un sistema coincidente con le direzioni principali.

Costruzione grafica:

Si traccia un sistema di riferimento Cartesiano ortogonale in cui si pone in ascissa la componente di tensione normale (con il segno positivo se di trazione) ed in ordinata la tensione tangenziale (con il segno positivo se oraria). Si individua quindi la posizione del centro del cerchio, che giace sull’asse delle ascisse, attraverso la coordinata b; si calcola il valore del raggio R e si traccia il cerchio.

Osservazioni • • • Ogni punto del Circolo rappresenta un vettore sforzo su un piano ben
Osservazioni
Ogni punto del Circolo rappresenta un vettore sforzo su un piano ben preciso, nelle
coordinate intrinseche normale e tangente al piano;
la posizione del centro è sempre sull’asse delle ascisse;
la tensione tangenziale massima si trova sempre su un piano che forma 45° con la direzione
dei piani principali;
i punti A e A’, diametralmente opposti, rappresentano le tensioni principali; σ I la maggiore
in senso algebrico e σ II la minore;
due punti diametralmente opposti, ad esempio P e P’, in cui P’ si ottiene ruotando P sul
Circolo di 180° in senso orario o antiorario, rappresentano due vettori sforzo su due facce
ortogonali tra loro, che cioè si ottengono ruotando di 90° una faccia per ottenere l’altra.

Alcuni esempi di costruzione del Circolo di Mohr

Esercizio N. 4

Domanda 1 - Tracciare il circolo di Mohr dello stato di sforzo monoassiale di trazione Sia dato lo stato di sforzo di sola trazione come in figura. Si determinano i punti A e A’

diametralmente opposti sul circolo di Mohr.

Alcuni esempi di costru zione del Circolo di Mohr Esercizio N. 4 Domanda 1 - Tracciare
Domanda 2 – Individuare la giacitura dei piani, e i vettori sforzo corrispondenti, che corrispondono ai
Domanda 2 – Individuare la giacitura dei piani, e i vettori sforzo corrispondenti, che
corrispondono ai punti B e B’ nel Circolo di Mohr
Soluzione: sul Circolo di Mohr si passa dal punto A
al
punto B
ruotando di
90°
in
senso
antiorario; conseguentemente nel solido dovrò ruotare la faccia su cui agisce la tensione
principale di trazione σ in senso antiorario di 45° e il vettore sforzo sarà costituito da una
componente di trazione (positiva) pari a σ/2 e una tensione tangenziale positiva (oraria) pari a

σ/2.

Esercizio N. 5 Domanda 5.1 - Determinare il circolo di Mohr dello stato di sforzo monoassiale di compressione

Esempio N. 6 Sia dato lo stato di sforzo piano di figura (in kg/cm ): Domanda
Esempio N. 6 Sia dato lo stato di sforzo piano di figura (in kg/cm ): Domanda

Esempio N. 6 Sia dato lo stato di sforzo piano di figura (in kg/cm 2 ):

Domanda 5.2 – Individuare la giacitura dei piani, e i vettori sforzo, che corrispondono ai punti B e B’ nel Circolo di Mohr

Soluzione: sul Circolo di Mohr si passa dal punto A’ al punto B ruotando di 90° in senso antiorario; conseguentemente nel solido dovrò ruotare la faccia su cui agisce la tensione principale nulla in senso antiorario di 45° e il vettore sforzo sarà costituito da una componente di compressione (negativa) pari a -σ/2 e una tensione tangenziale positiva (oraria) pari a σ/2.

Esempio N. 6 Sia dato lo stato di sforzo piano di figura (in kg/cm ): Domanda

Domanda 6.1: si determini la matrice degli sforzi:

Soluzione:

Domanda 6.1: si determini la matrice degli sforzi: Soluzione: Domanda N.6. 2: si determinino sforzi principali
Domanda N.6. 2: si determinino sforzi principali con il metodo analitico. Soluzione: Domanda N. 6.3: si
Domanda N.6. 2: si determinino sforzi principali con il metodo analitico.
Soluzione:
Domanda N. 6.3: si determinino le direzioni principali con il metodo analitico.
Soluzione:
Domanda 6.1: si determini la matrice degli sforzi: Soluzione: Domanda N.6. 2: si determinino sforzi principali

Si ricorda il sistema di equazioni che governa il problema, e cioè le equazioni di Cauchy e la definizione di versore.

Si voglia determinare la direzione principale x I che corrisponde alla tensione principale σ I =929 kg/cm 2 . Si sceglie di eliminare la seconda equazione lineare e la terza non lineare.

I passaggi analitici diventano:

In conseguenza si trova:
In conseguenza si trova:

La rappresentazione grafica delle direzioni principali diventa:

In conseguenza si trova: La rappresentazione grafica dell e direzioni principali diventa: I segni delle due

I segni delle due componenti del versore devono rispettare la relazione tra di esse sopra riportate e che impone ai segni delle due componenti ad essere diverse, una positiva e l’altra negativa.

Il versore della direzione principale x II si trova imponendo l’ortogonalità rispetto alla direzione x I , e quindi:

Domanda N. 6.4: si costruisca il Circolo di Mohr, si determinino le tensioni principali, si determinino le direzioni principali.

Circolo di Mohr

Domanda N. 6.4 : si costruisca il Circolo di Mohr, si de terminino le tensioni principali,
Tensioni principali Direzioni principali
Tensioni principali
Direzioni principali

1.2 Lo stato di deformazione

Il presente paragrafo ha lo scopo di presentare le regole, nell’ambito della meccanica lineare (cioè in cui tutte le equazioni che governano il problema sono lineari), che descrivono la deformazione del solido. Il vettore spostamento si indichi con s i . Tale vettore porta un qualsiasi punto P dalla configurazione iniziale (linea continua nella figura sottostante) alla configurazione finale (linea tratteggiata). Intuitivamente la deformazione, di cui si cerca una misura, è legata alla variazione di tale vettore passando da un punto ad un altro vicino.

1.2 Lo stato di deformazione Il presente paragrafo ha lo sc opo di presentare le regole,

Pertanto, fissato un punto, si pensa di individuare tre segmenti infinitesimi lungo le tre direzioni coordinate, indicando con le lettere A-B-C i punti estremi di tali segmenti opposti a P, ed esprimere la variazione del vettore spostamento di tali punti rispetto a P (si veda la figura sottostante). Un tale sistema, che nella valutazione dello stato di deformazione prende il posto del tetraedro di Cauchy, adottato nella definizione del tensore di sforzo, viene utilizzato in questo paragrafo per definire il tensore di deformazione. Non necessita di spiegazioni il concetto che un moto rigido, traslazione + rotazione, di questo intorno del punto P, formato da tre segmenti ortogonali tra loro, non induce deformazioni. In altre parole le misure di deformazione si possono valutare pensando di sottrarre allo spostamento finale di tale sistema la traslazione e rotazione rigida. 1.2.1 Il tensore delle derivate del vettore spostamento In particolare, si consideri il punto P che si sposta nel punto P’. Il punto B, variato da P solo nella coordinata x 2 di una quantità dx 2 , si sposterà in un punto B’. Il vettore spostamento totale BB’ viene scomposto in un vettore spostamento uguale al vettore PP’ + un vettore spostamento che esprime la variazione del vettore spostamento quando la coordinata x 2 si incrementi della quantità dx 2 .

Il vettore spostamento PP’ si può pensare come il vettore della traslazione rigida dell’insieme dei tre

Il vettore spostamento PP’ si può pensare come il vettore della traslazione rigida dell’insieme dei tre segmenti infinitesimi ortogonali spiccati da P.

Per il segmento PB si può scrivere: ∂ s i ds = dx ; i 2
Per il segmento PB si può scrivere:
∂ s
i
ds
=
dx
;
i
2
∂ x
2
analogamente per i segmenti PA e PC:
∂ s
i
ds
=
dx
i
1
∂ x
1
∂ s
i
ds
=
dx
.
i
3
∂ x
3
∂ s
i
ds
=
dx
.
i
j
∂ x
j

Le tre equazioni scalari sopra descritte si possono raggruppare in una unica equazione vettoriale scritta in forma indiciale come:

Si definisce quindi il tensore

ψ =

ij

s

i

x

j

delle derivate del vettore spostamento.

1.2.2 Il vettore delle derivate del vettore spostamento lungo una direzione qualsiasi

Si consideri ora un segmento infinitesimo spiccato da P e individuato, come direzione, dal

versore n i . Le componenti del vettore versore n i si possono esprimere come: .
versore n i .
Le componenti del vettore versore n i si possono esprimere come:
.
Il vettore delle derivate del vettore spostamento nella direzione n i si può scrivere come:
.
Ovvero, ricordando la definizione di vettore versore sopra riportato:
.
In termini matriciali tale vettore può essere scritto come:

o, in notazione indiciale, nella seguente forma:

s

i

= ψ

ij

n

j

.

n Si deve osservare la similitudine e la differenza che una tale equazione presenta rispetto alle equazioni di Cauchy.

La somiglianza: entrambe le equazioni forniscono il vettore ricercato in funzione della direzione n i e di tre vettori analoghi riferiti al sistema Cartesiano ortogonale. La differenza: la matrice degli sforzi, nel caso delle equazioni di Cauchy, è una matrice simmetrica mentre la matrice delle derivate del vettore spostamento non è simmetrica. D’altronde il vettore delle derivate del vettore spostamento in una direzione non può assumersi come misura delle deformazioni nella stessa direzione, in quanto tale vettore sconta sì la traslazione rigida del sistema dei tre segmenti infinitesimi ortogonali tra loro, ma non la rotazione rigida.

1.2.3 Il tensore di rotazione rigida e il tensore di deformazione ψ ij =ϕ ij +θ
1.2.3 Il tensore di rotazione rigida e il tensore di deformazione
ψ ij =ϕ ij +θ ij
dove i due tensori ϕ ij , simmetrico,e θ ij , antisimmetrico, sono definiti dalle relazioni:
Il tensore θ ij , antisimmetrico, gode della seguente proprietà:

Se si pensa di scomporre il tensore ψ ij nella sua parte simmetrica e quella antisimmetrica si può scrivere:

θ ij n i n j =0 in quanto (in questo caso non si sottintende l’operazione di sommatoria per l’indice ripetuto all’interno di un prodotto):

θ ij n i n j =-θ ji n i n j e θ ii n i n i =0. Dunque il vettore θ ij n i risulta normale a n i

Ritornando alla definizione iniziale di vettore delle derivate del vettore spostamento in una direzione qualsiasi n i

s

i

n

= ψ

ij

n

j

=ϕ ij nj+θ ij n j ,

ricordando che il vettore θ ij n j risulta ortogonale a n i si conclude che tale vettore non comporta un allungamento/accorciamento del segmento dn e nemmeno una variazione di angolo tra il versore n i e un asse qualsiasi ad esso ortogonale. Si può dunque definire come vettore deformazione l’espressione:

ε ni =ϕ ij nj
ε ni =ϕ ij nj

dove con ε ni si indica la componente i-esima del vettore deformazione di una fibra posta lungo la direzione n i . 1.2.4 Lo stato di deformazione piano Come nel caso del paragrafo sullo stato di sforzo, anche per il presente paragrafo sullo stato di deformazione, le applicazioni saranno sviluppate per il caso più semplice in cui tre delle sei componenti del tensore di deformazione risultano identicamente nulle. Come per il caso dello stato di sforzo, anche per il caso dello stato piano di deformazione ci si riferisce a vettori spostamento contenuti nel piano x 1 -x 2 , cioè s 1 (x 1 ,x 2 ) e s 2 (x 1 ,x 2 ) e il vettore s 3 =0.

1.2.5 Interpretazione geometrica delle componenti del tensore di deformazione ϕ ij nel caso di stato di deformazione piano Componente di deformazione ϕ 11 o anche denominata ε 11

• Componente di deformazione ϕ 12 o anche denominata ε 12
Componente di deformazione ϕ 12 o anche denominata ε 12

Come si legge facilmente dalla figura sopra, la componente di deformazione ε 11 =ϕ 11 si definisce come il rapporto tra (i) la differenza tra proiezione della lunghezza finale meno lunghezza iniziale e (ii) la lunghezza iniziale. La componente con indici uguali è una misura dell’allungamento (positiva) della fibra che ha direzione dell’asse Cartesiano con lo stesso indice. Si ricorda che le componenti del tensore di deformazione sono dei numeri puri, nelle applicazioni ingegneristiche dell’ordine di 10 -4 -10 -3 . La componente ε 11 ,se vale ad esempio 1x10 -3 significa che un segmento di lunghezza iniziale di 1000 mm si allunga di 1mm (ε 11 =1/1000=1x10 -3 ).

La componente del tensore di deformazione φ 12 = φ 21 =γ 12 /2=γ 21 /2 rappresenta metà della rotazione relativa (in radianti, denominata γ 12 =γ 21 ) che avviene tra l’asse x 1 e l’asse x 2 .

1.2.5 Interpretazione geometrica delle comp onenti del tensore di deformazione ϕ nel caso di stato di

In figura si mostra la componente di φ 12 positiva.

1.2.6 Deformazioni principali e direzioni principali di deformazione

La ricerca delle deformazioni principali e delle direzioni principali di deformazione segue lo stesso schema, variando ovviamente le grandezze in gioco, già adottato nel caso del tensore degli sforzi. Si definisce direzione principale di deformazione la direzione di quelle fibre per le quali il vettore deformazione ha la stessa direzione della fibra stessa, cioè:

. . Indicando con il simbolo I ij la matrice o tensore unitario, .
.
.
Indicando con il simbolo I ij la matrice o tensore unitario,
.

Tale equazione si può riscrivere utilizzando la definizione di vettore di deformazione assunta nel paragrafo precedente:

si ottiene una equazione del tutto simile a quella già discussa nel paragrafo sulle tensioni e direzioni principali di tensione.

Si tratta di tre equazioni omogenee nelle incognite direzioni principali. La soluzione nulla n i =0 non è una soluzione possibile per cui dovrà annullarsi il determinante dei coefficienti del sistema. Da una tale condizione si ricava un’equazione di terzo grado nell’incognita deformazione principale. Seguendo gli stessi ragionamenti fatti nel capitolo sullo stato di sforzo, le tre radici dell’equazione di terzo grado sono reali poiché la matrice di deformazione è una matrice simmetrica; analogamente i versori delle direzioni principali sono tre ed ortogonali fra loro.

In figura si mostra la componente di φ positiva. 1.2.6 Deformazioni principali e direzioni principali di
In figura si mostra la componente di φ positiva. 1.2.6 Deformazioni principali e direzioni principali di
1.2.6 Stato di deformazione piano e Circolo di Mohr Si definisce stato di deformazione piano uno

1.2.6 Stato di deformazione piano e Circolo di Mohr

Si definisce stato di deformazione piano uno stato di deformazione in cui un vettore di

deformazione, ad esempio relativo all’asse x3, cioè φ 3i , risulta identicamente nullo. La matrice delle deformazioni diventa una 2x2 e si può scrivere come:

punto qualsiasi del Circolo fornisce il raggio.
punto qualsiasi del Circolo fornisce il raggio.

La rappresentazione grafica dello stato di deformazione piana può essere fatta mediante l’ausilio del Circolo di Mohr. Si riporta in ascisse la componete del vettore deformazione che misura la variazione di lunghezza (positivo l’allungamento) ed in ordinate la metà della rotazione che avviene tra l’asse n e l’asse t generici, positiva se oraria. La costruzione del Circolo viene eseguita partendo dalla matrice di deformazione che fornisce, nelle due colonne, i due vettori deformazione di due assi coordinati x 1 -x 2 . Si

ricorda la convenzione sul segno della rotazione, positivo se oraria. I due punti, nel

piano di Mohr sono diametralmente opposti per cui, congiungendoli, si trova la

posizione del centro come intersezione con l’asse ε nt =0. La distanza tra il centro ed un

1.2.7

La componente di deformazione ε nn

La componente di deformazione ε nn (o ε n ) risulta di particolare importanza nello sviluppo delle tecniche sperimentali per la misura delle deformazioni. Si ricorda di seguito l’espressione analitica di tale grandezza.

1.2.7 La componente di deformazione ε La componente di deformazione ε (o ε ) risulta di
1.2.8 La misura sperimentale delle deformazioni con gli “strain gauges”
1.2.8 La misura sperimentale delle deformazioni con gli “strain gauges”

Se, ad esempio, nello stato piano di deformazione, vengono misurate tre valori di ε n , noti gli

angoli α, si possono determinare le tre componenti del tensore di deformazione ϕ 11 , ϕ 22 , ϕ 12 . Una tale idea ha dato luogo allo strumento di misura che si chiama “rosetta estensimetrica”. Di seguito viene fornita una breve illustrazione di tale tecnica sperimentale.

Un’ampia gamma di sistemi meccanici ed elettrici ed ottici viene oggi utilizzata per effettuare la

misura della deformazione normale media. Uno dei metodi più utilizzati fa ricorso al cosiddetto “strain gauge”. Esso consiste in un filamento elettrico sottile incapsulato tra due fogli di carta trattata o di plastica.

1.2.7 La componente di deformazione ε La componente di deformazione ε (o ε ) risulta di
1.2.7 La componente di deformazione ε La componente di deformazione ε (o ε ) risulta di

N.B La variazione di lunghezza del filamento quando soggetto ad uno sforzo normale è molto più grande, con riferimento alla figura sotto riportata, nella direzione orizzontale che non in quella verticale.

N.B La variazione di lunghezza del filamento quando soggetto ad uno sforzo normale è molto più

I fogli servono come isolante tra il filamento elettrico e la superficie del solido su cui lo “strain gauge” verrà incollato. Il rapporto tra la variazione unitaria di resistenza del filamento elettrico a spire e la variazione di lunghezza viene denominato “gauge factor”. Il metallo con cui è costituito il filamento determina tale fattore. Per una lega composta al 60% di rame e 40% di nickel, tale fattore vale circa 2. Il principio su cui si basa la tecnica dello “strain gauge” è quello della corrispondenza tra la variazione della resistenza elettrica del filamento a spire e la variazione di lunghezza dello stesso. Si possono cogliere misure di deformazione piccole fino a 10 -6 . Combinazioni di “strain gauges” sono disponibili per misurare lo stato piano di deformazione in tre direzioni diverse. Generalmente tali misure vengono effettuate lungo direzioni ruotate tra di loro di 45° o 60°. Utilizzando le opportune relazioni si possono ottenere facilmente le deformazioni e direzioni principali.

N.B La variazione di lunghezza del filamento quando soggetto ad uno sforzo normale è molto più
Esempio N. 7 la rosetta estensi metrica Siano note le misure di deformazione seguenti:
Esempio N. 7 la rosetta estensi metrica
Siano note le misure di deformazione seguenti:
Si vuole calcolare il tensore di deformazione piana, direzioni e deformazioni principali. Si ricordano le definizioni:
Si vuole calcolare il tensore di deformazione piana, direzioni e deformazioni principali.
Si ricordano le definizioni:

Si calcolano i versori n 0,i , n 60,i , n 120,i :

Si vuole calcolare il tensore di deformazione piana, direzioni e deformazioni principali. Si ricordano le definizioni:

Si imposta il sistema di tre equazioni in tre incognite.

Ricapitolando: Calcolo delle deformazioni principali.
Ricapitolando:
Calcolo delle deformazioni principali.

Circolo di Mohr:

Circolo di Mohr: 57

1.3 Il Principio dei Lavori Virtuali ( nello specifico Principio degli Spostamenti Virtuali) Si consideri il solido generico di figura, soggetto alle forze di superficie f i , e di volume F i , con spostamenti nulli sulla superficie vincolata S u . Si consideri un campo di spostamenti “virtuali” δs i .

.
.
  • 1 Si possono scrivere le equazioni di equilibrio tra le forze f i e F i come segue:

  • 2 Si possono scrivere le equazioni di congruenza tra spostamenti virtuali e il tensore delle derivate del vettore spostamento nel modo seguente:

  • 3 Si può scrivere un’equazione scalare che esprima il lavoro delle forze f i e F i per gli spostamenti virtuali δs i

.
.

Sostituendo, al posto di f i le equazioni di equilibrio di Cauchy,

e riordinando i termini del pr odotto in modo da mettere in evidenza il prodotto scalare

e riordinando i termini del prodotto in modo da mettere in evidenza il prodotto scalare v j n j , si perviene alla espressione seguente:

Sostituendo al tensore delle derivate del vettore spostamento la somma della sua parte simmetrica (tensore di
Sostituendo al tensore delle derivate del vettore spostamento la somma della sua parte
simmetrica (tensore di deformazione) e della sua parte antisimmetrica (rotazione rigida) si
ottiene:

Ricordando che l’integrale sulla superficie S del flusso del vettore v j si può trasformare nell’integrale della divergenza del vettore v j sul volume V secondo il Teorema della divergenza (richiamato nel seguito) si può scrivere:

dove si dimostra facilmente che lo scalare σ ij δθ ij =0.

N.B. Il prodotto scalare tra due tensori A ij B ij indica la sommatoria del prodotto di tutte le componenti omologhe del tensore A ij e B ij .

Il Principio dei Lavori Virtuali (PLV) asserisce che il lavoro (L e = Lavoro esterno) delle forze f i e F i per un qualsiasi campo di spostamenti virtuali δs i è uguale al lavoro (L i = Lavoro interno) del tensore degli sforzi σ ij , equilibrato con le forze f i e F i , per le deformazioni virtuali δϕ ij .

Teorema della divergenza (Lagrange, Gauss, Green): trasforma l’integrale della divergenza di un vettore sul volume di definizione nell’integrale del flusso del vettore sulla superficie esterna.

Il Principio dei Lavori Virtuali (PLV) asserisce che il lavoro (L = Lavoro esterno) delle forze

Il PLV per i corpi rigidi e il Calcolo a Rottura

Il PLV si particola rizza, nel caso di corpi rigidi, nella semplice espressione:

  • L e =0

Esempio: si voglia calcolare il momento all’incastro di una mensola soggetta al carico distribuito pari a
Esempio: si voglia calcolare il momento all’incastro di una mensola soggetta al carico distribuito
pari a p. Si degradi il vincolo dell’incastro a cerniera, evidenziando il momento M che riporta la
cerniera a vincolo incastro come nel problema originale.
p
l
M
x
y& ( x )
α&
Il PLV vede come quantità equilibrate il carico p ed il momento M, e come quantità congruenti la
rotazione
α&
e lo spostamento verticale di ciascun punto della trave
y& ( x ) .
Il PLV si può scrivere come:
l
pdxy x
&
(
)
=
M
α&
0
Essendo:
y& ( x ) = α&x
si ricava:
l
pxdx
=
M
=
pl
2 / 2

0

Si consideri il problema affrontato da Coulomb della rottura di una colonna secondo il seguente

meccanismo: P P A B A’ C D α La parte superiore scorre lungo il piano
meccanismo:
P
P
A
B
A’
C
D
α
La parte superiore scorre lungo il piano inclinato di un angolo α rispetto all’asse orizzontale. Il
&
punto A va in A’ subendo uno spostamento δ verticale; lo scorrimento lungo al piano inclinato
&
sarà δ / senα . Indicando con τ lim la massima tensione tangenziale che il materiale può
sopportare (Criterio di Tresca) il PVL può essere scritto utilizzando come quantità equilibrate il
carico P e la tensione τ lim , pensata distribuita in maniera uniforme sulla sezione di scorrimento,
&
e come quantità congruenti lo spostamento δ del punto di applicazione del carico P e lo
&
scorrimento δ / senα .
La parte superiore scorre lungo il piano inclinato di un angolo α rispetto all’asse orizzontale. Il
&
punto A va in A’ subendo uno spostamento δ verticale; lo scorrimento lungo al piano inclinato
&
sarà δ / senα . Indicando con τ lim la massima tensione tangenziale che il materiale può
sopportare (materiale coesivo con Criterio di Tresca) il PVL può essere scritto utilizzando come
quantità equilibrate il carico P e la tensione τ lim , pensata distribuita in maniera uniforme sulla
&
sezione di scorrimento, e come quantità congruenti lo spostamento δ del punto di applicazione
&
del carico P e lo scorrimento δ / senα . Indicando altresì con B(x) il valore dello dimensione

fuori del piano della sezione della sezione di area A, si può scrivere:

essendo

 

&

P

δ

=

P

lim

=

D / cos

α

&

δ

τ lim sen α 0 τ A lim
τ
lim
sen
α
0
τ
A
lim

B

(

)

x dx

sen

α

cos

α

dA = B ( x ) dx .

Si vuole determinare ora l’angolo α per cui avviene il collasso.

Il modo di ragionare, già seguito da Coulomb, per cui lo si può ritenere un precursore del

Calcolo a Rottura, è il seguente:

se si determina l’angolo α * per cui P lim risulta minimo, P* lim , pensando di crescere il carico P da

zero a P* lim , si manifesterà una situazione di collasso per la prima volta quando

P=min P lim =P* lim

e meccanismi con α≠α* non si potranno manifestare. La condizione di minimo si scrive imponendo la
e meccanismi con α≠α* non si potranno manifestare. La condizione di minimo si scrive
imponendo la stazionarietà di P lim :
(
2
2
)
dP
τ
A
cos
α
sen
α
lim
lim
=
= 0
2
d
α
(
sen
α
cos
α
)
da cui si ricava la condizione,
cos 2 α=sen 2 α
ovvero α=45°.
Si osserva che la derivata è negativa per α<45° e viceversa risulta positiva per α>45° e quindi si
tratta di un minimo della funzione P lim (α).

Il legame costitutivo elastico lineare isotropo

Si esamina per primo il legame costitutivo dello stato di sforzo monoassiale, quindi si estende il

legame al caso di stato di sforzo generale pluriassiale.

1.4.1 Il legame costitutivo nel caso di stato di sforzo monoassiale

Il legame costitutivo monoassiale viene misurato con l’ausilio di una macchina di prova del tipo

di quella illustrata nella figura sottostante.

• La macchina di trazione La macchina è costituita di due teste che contengono le ganasce
La macchina di trazione
La macchina è costituita di due teste che contengono le ganasce necessarie per afferrare
il provino del materiale di cui si vuole identificare il legame costitutivo. Una delle due
teste rimane ferma e la seconda, nella figura quelle superiore, si sposta, ad esempio
verso l’alto provocando l’allungamento del provino.
In corrispondenza alla testa inferiore della macchina illustrata in figura, si posiziona la
“cella di carico”, preposta alla valutazione sperimentale della forza applicata al provino
di prova. Il provino viene strumentato mediante un estensimetro che misura
l’allungamento/accorciamento di due punti sulla superficie esterna del provino ad una
distanza, detta base di misura, l 0 prefissata (ad esempio 100mm). Ad ogni valore dello
spostamento della traversa, e quindi di una testa di afferraggio (nel caso in figura quella
superiore) corrisponde un valore della forza misurata
La “cella di carico”
Si riporta, per chiarezza, la foto di una possibile “cella di carico” o dinamometro. Per la
misura delle forze, esistono dinamometri di vario tipo. I dinamometri vengono “tarati”
attraverso una “catena” di misura che ne assicurino precisione ed accuratezza. Tale
catena vede in cima Centri “primari” di Taratura; in Italia tale ruolo viene svolto dal
Centro CNR Istituto “Colonnetti” di Torino. Tali Centri “primari” dispongono dei
campioni di riferimento più accurati. Nel caso della misura di forze, essi dispongono di

una serie di masse di riferimento e di macchine a pesi “diretti” che, per comparazione,

effettuano la taratura di celle di carico di centri “secondari” di taratura. Tali centri

eseguono, a loro volta, tarature sulle celle di carico utilizzate nei vari laboratori che

operano a livello industriale.

La cella di carico è costituita da un corpo in acciaio che termina con due basi.

All’interno sono applicati alcuni estensimetri. La cella dispone di fori alle estremità che

vengono utilizzati per l’ancoraggio della cella, da una parte alla traversa inferiore e

dall’altra alla testa superiore.

Ad ogni valore di allungamento delle due basi, nel caso di una taratura della cella

mediante una prova di trazione, corrisponde un valore di deformazione dello “strain

gauge” e quindi della forza di trazione, valutata dalla cella di carico di riferimento (già

tarata) inserita in serie nella macchina di prova durante l’operazione di taratura della

cella di carico (da tarare). Si ha quindi una corrispondenza biunivoca tra spostamento

delle basi della cella di carico da tarare e forza applicata. Tale corrispondenza viene

detta curva di taratura della cella di carico. Macchina di prova a trazione
detta curva di taratura della cella di carico.
Macchina di prova a trazione

Cella di carico

Analogamente la prova di compressione, generalmente utilizzata per i materiali lapidei, viene

illustrata, nella sua forma più essenziale, nella figura sottostante. Essa consiste di un provino

cilindrico su cui viene applicato l’estensometro, di una traversa inferiore fissa su cui viene

posizionata la cella di carico e di una testa superiore su cui agisce un martinetto idraulico,

anch’esso bloccato mediante opportuno telaio di contrasto (non visibile nella figura).

Prova a compressione Il modello matematico. • Lo stato di sforzo monoassiale presuppone σ 11 =σ
Prova a compressione
Il modello matematico.
Lo stato di sforzo monoassiale presuppone σ 11 =σ 1 (per brevità di scrittura)≠0 e tutte le
altre componenti =0.
La direzione x 1 è la direzione del carico, quindi l’asse verticale nel caso della macchina
di prova sopra illustrata.
La lunghezza della base di misura iniziale vale l 0 per carico nullo ed l in corrispondenza
del carico F. L’allungamento corrispondente alla forza F si indica con Δl.
L’area della sezione trasversale del provino iniziale vale A 0 . Tale misura si ritiene
invariata durante la prova.
La prova sperimentale, per la maggior parte dei materiali, presenta coppie F-Δl che

restano allineate su di una retta; altrettanto si ottiene per le coppie σ 1 -ε 1 ; un tale legame

prende il nome di Legge di Hooke, da Robert Hooke (1676 “Ut tensio, sic vis”) e si

scrive come:

σ=Eε.

La costante E prende il nome di “modulo elastico del materiale” ed esprime la misura

della rigidezza. Un materiale si definisce tanto più rigido quanto più è alto il valore di E.

Il modulo elastico ha le dimensioni di una tensione, essendo ε un numero puro.

Materiale Modulo Elastico E Massa volumica Coefficiente ( o modulo di ρ (N/m 3 ) di
Materiale
Modulo Elastico E
Massa volumica
Coefficiente
( o modulo di
ρ (N/m 3 )
di efficienza
Young 1773-
sulla
1829) (N/mm 2 )
rigidezza E/γ
Acciaio
200000 -210000
79000
2.53
Alluminio
69000-73000
27000
2.59
Calcestruzzo
30000-40000
23000
1.52
Legno lamellare
11.000
6000
2.2
// fibre
Fibra di carbonio
220000-800000
15600
14-51
Vetro
70000
25000
2.8
Δl, e il legame costitutivo calcolato σ=Eε.

Nella figura sottostante si mostra il provino, con la lunghezza iniziale della base di misura

pari a l 0 , la lunghezza corrispondente alla forza F pari a l e l’allungamento corrispondente

alla forza F pari a Δl; quindi il diagramma qualitativo del diagramma sperimentale F verso

Nella figura seguente viene mostrato il legame costitutivo qualitativo per un acciaio fino a

rottura. Si evidenzia il primo tratto elastico lineare, cioè un tratto lineare in cui se si scarica il

provino il percorso dello scarico coincide con il percorso del carico. Un secondo tratto detto

perfettamente plastico in cui la forza rimane costante a deformazioni crescenti e tale per cui lo

scarico avviene secondo una retta parallela a quella del tratto elastico lineare iniziale. Il tratto

successivo finale viene detto plastico con incrudimento, in quanto la forza riprende a crescere

per deformazioni crescenti (incrudimento) e lo scarico avviene come nel tratto precedente. Il

culmine di tale tratto contraddistingue la tensione massima o ultima o di rottura e la

deformazione corrispondente.

del carico.
del carico.

La figura seguente mette in mostra una caratteristica del comportamento meccanico non ancora

menzionatp. Si tratta del fenomeno cosiddetto della “contrazione trasversale”. Quando il

provino è sottoposto, ad esempio, ad uno sforzo di trazione in direzione x 1 il provino si allunga,

secondo quanto descritto in precedenza, in direzione x 1 ma nelle due direzioni ortogonali, cioè

nella direzione x 2 e x 3 , si accorcia. Ad esempio, se si considera la direzione x 3 , si può

immaginare che la deformazione sia proporzionale alla tensione nella direzione x 1 , ovviamente

di segno negativo perché di contrazione; inoltre si ha evidenza sperimentale che la rigidezza in

direzione normale a quella del carico sia m (3-5) volte più grande della rigidezza nella direzione

Tale comportamento prelude ad una formalizzazione matematica del comportamento elastico-

lineare nel caso di stato di sforzo e deformazione generale pluriassiale.

1.4.2 Il modello di legame costitutivo generale per un solido elastico-lineare-isotropo

1.4.2 Il modello di legame cost itutivo generale per un solido elastico-lineare-isotropo Il tensore (o matrice)
Il tensore (o matrice) D ijhk è costituito di 81 costanti che mettono in relazione la
Il tensore (o matrice) D ijhk è costituito di 81 costanti che mettono in relazione la generica
componente h,k del tensore di deformazione con la generica componente i,j del tensore di
sforzo. Nella figura seguente si fornisce una rappresentazione grafica di tale matrice.
In notazione matriciale si potrebbe scrivere:
⎡ σ
⎡ ϕ
⎡ D
.
.
.
.
.
.
.
D
11
11
1111
1132
σ
ϕ
.
.
.
.
.
.
.
.
.
22
22
⎢ σ
⎢ ϕ
.
.
.
.
.
.
.
.
.
33
33
σ
ϕ
.
.
.
.
.
.
.
.
.
12
12
σ = ⎢ σ
;
ϕ = ⎢ ϕ
;
D =
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
21
21
σ
ϕ
.
.
.
.
.
.
.
.
.
13
13
σ
ϕ
.
.
.
.
.
.
.
.
.
31
31
⎢ σ
⎢ ϕ
.
.
.
.
.
.
.
.
.
23
23
σ
ϕ
D
.
.
.
.
.
.
.
D
32
32
3211
3232

Ovvero il legame costitutivo, diretto e inverso, si può esprimere come segue:

D

σ = ϕ ϕ =

;

D

1

σ

Nella figura sopra, si ricorda che i tensori di sforzo e di deformazione sono simmetrici per cui la

matrice delle costanti elastiche non si compone di 81 (9x9) valori indipendenti, ma bensì solo di

36 (6x6). La matrice D ijhk risulta simmetrica solo se D ijhk =D hkij . Per dimostrare la simmetria del

tensore degli sforzi si deve utilizzare il concetto di “elasticità lineare” che viene qui di seguito
tensore degli sforzi si deve utilizzare il concetto di “elasticità lineare” che viene qui di seguito
trattato.
Il Potenziale elastico
Si consideri il lavoro che il tensore degli sforzi compie, su tutto il volume, per una
variazione infinitesima di quello di deformazione:
Si passa al caso monoassiale per integrare il lavoro specifico di deformazione e darne una
interpretazione geometrica.

Si osserva che l’energia di deformazione specifica può essere utilizzata come funzione

potenziale dello sforzo o della deformazione. Infatti:

'

se si scrive L =

1

Eε

2

allora si ricava che

'

L

σ=

  • 2 ε

; viceversa se si scrive

'

L =

1

σ

2

  • 2 E

allora

risulta che ε=

'

L

σ

.

L’energia di deformazione specifica (per unità di volume) rappresenta l’area del triangolo che

ha come lati lo sforzo e la deformazione finali ed ipotenusa il segmento che congiunge l’origine

con il punto rappresentativo della tensione e deformazione finali.

Si generalizza ora al caso pluriassiale.

Il processo di carico si immagina controllato da un fattore α che vale zero all’inizio del processo

di carico e vale 1 alla fine di tale processo e che amplifica omoteticamente tutte le componenti

del tensore di deformazione. Si calcola quindi la variazione infinitesima di tale tensore nel

processo di carico ipotizzato.

termine del processo di carico.
termine del processo di carico.

Si integra il lavoro infinitesimo durante il processo di carico per trovare il lavoro compiuto al

L’energia di deformazione specifica viene quindi rappresentata da ½ del prodotto scalare (forma

L’energia di deformazione specifica (per unità di volume) rappresenta l’area del triangolo che ha come lati

bilineare) del tensore degli sforzi per il tensore delle deformazioni. Sostituendo il legame

costitutivo, l’energia specifica di deformazione si può esprimere come forma quadratica del

tensore delle deformazioni, oppure come forma quadratica del tensore degli sforzi:

'

L

=

1

1

1

2

2

2

ϕ σ

ij

ij

=

D ϕ ϕ

ijhk

ij

hk

=

C σ σ

ijhk

ij

hk

.

Se ora si assume, come espressione dell’energia di deformazione specifica, la funzione

quadratica delle deformazioni, si può scrivere:

L’energia di deformazione specifica (per unità di volume) rappresenta l’area del triangolo che ha come lati
costanti elastiche deve essere simmetrico. Si conclude che, nell’ipotesi che la matrice delle costanti elastiche sia
costanti elastiche deve essere simmetrico. Si conclude che, nell’ipotesi che la matrice delle costanti elastiche sia

costanti elastiche deve essere simmetrico.

costanti elastiche deve essere simmetrico. Si conclude che, nell’ipotesi che la matrice delle costanti elastiche sia

Si conclude che, nell’ipotesi che la matrice delle costanti elastiche sia una matrice simmetrica,

allora l’energia di deformazione specifica risulta anche funzione potenziale degli sforzi. In

verità, l’argomentazione ci serve in senso inverso e cioè: l’energia di deformazione è uno

scalare che non dipende dalla strada che si è percorsa, cioè dal processo di carico. Dipende solo

dai valori finali degli sforzi o delle deformazioni. Ne consegue che l’energia di deformazione

deve essere una funzione potenziale, e per quanto si è appena dimostrato, il tensore delle

Qui di seguito viene mostrato uno schema sintetico di come, dalle iniziali 36 costanti elastiche

necessarie per definire il più generale legame costitutivo lineare si è passati a 21 ricordando la

definizione di materiale elastico. Se ora si adotta l’ipotesi di materiale isotropo, si dimostra che

le costanti elastiche sono solamente più due.

Solido isotropo significa che le sue proprietà non dipendono dalla direzi one, quindi ndipendenti dal sistema

Solido isotropo significa che le sue proprietà non dipendono dalla direzione, quindi ndipendenti

dal sistema di riferimento assunto.

Il legame deformazioni - sforzi

Si può dunque pensare di ricavare le deformazioni dall’energia di deformazione specifica scritta

non possono essere di più né essere meno di due. Si può dunque scrivere dunque: come
non possono essere di più né essere meno di due.
Si può dunque scrivere dunque:
come segue:

come funzione quadratica degli sforzi. Tale funzione, per essere indipendente dal sistema di

riferimento, può essere scritta combinando linearmente il primo invariante degli sforzi al

quadrato e il secondo invariante del tensore degli sforzi. Le costanti della combinazione lineare

Il tensore delle deformazioni può essere derivato da quello degli sforzi, con particolare

riferimento alla componente con indici uguali φ 11 e alla componente con indici dispari φ 12 ,

Solido isotropo significa che le sue proprietà non dipendono dalla direzi one, quindi ndipendenti dal sistema
La seguente espressione viene anch e riferita come legame tra E, υ e G. Infine le
La seguente espressione viene anch e riferita come legame tra E, υ e G. Infine le

La seguente espressione viene anche riferita come legame tra E, υ e G.

La seguente espressione viene anch e riferita come legame tra E, υ e G. Infine le
La seguente espressione viene anch e riferita come legame tra E, υ e G. Infine le

Infine le sei equazioni che forniscono le deformazioni noti gli sforzi risultano:

75
75

Il Legame sforzi-deformazioni

Il legame sforzi deformazioni, essenziale quando si seguono i passi di una prova sperimentale

che prevede la stima sperimentale delle deformazioni (vedi rosetta estensimetrica) per poi

calcolare gli sforzi utilizzando il legame elastico, può essere ricavato seguendo il percorso che

segue:

Le ultime tre equazioni del legame si possono invertire direttamente, in quanto non

accoppiate.

• Le prime tre devono essere invertite come segue: si sommano le tre equazioni ottenendo: 1
Le prime tre devono essere invertite come segue:
si sommano le tre equazioni ottenendo:
1
2
ν
1
2
ν
ε
+
ε
+
ε
=
J
=
(
σ σ
+
+
σ
)
(
σ σ
+
+
σ
)
=
I
1
2
3
1
1
2
3
1
2
3
1
E
E
E
Si è ricava l’espressione:
1
− ν
2
J
=
I
1
1
E
che esprime il legame tra l’invariante primo degli sforzi (misura dello sforzo
isotropo o idrostatico) e l’invariante primo delle deformazioni (misura delle
variazione di volume). La costante che lega i due invarianti deve essere
positiva, da cui:
1-2υ>0 ovvero υ<1/2.
Si consideri ora la prima equazione del legame deformazioni sforzi. Si può
scrivere come segue:
1
ν
ν
ε = σ +
σ
I
.
1
1
1
1
E
E
E
Sostituendo a I 1 l’espressione in funzione di J 1 e risolvendo in funzione di σ 1
si ricava:
E
E
ν
E
σ
=
ε
+
J
.
1
1
1
1
+
ν
(1
+
ν
)
E
(1
2
ν
)
Ovvero
E
E
ν
σ
=
ε
+
J
=
2
G
ε λ
+
J
.
1
1
1
1
1
(1
+
ν
)
(1
+
ν
)(1
2
ν
)

Le costanti G e λ sono denominate costanti di Lamè.

1.5 Il Bilancio del Problema Elastico

Il bilancio del problema elastico conta il numero di funzioni incognite ed il numero di equazioni

come segue:

Equazioni di equilibrio: 6 funzioni incognite e 3 equazioni differenziali lineari: . Equazioni di legame spostamenti-deformazioni:
Equazioni di equilibrio: 6 funzioni incognite e 3 equazioni differenziali lineari:
.
Equazioni di legame spostamenti-deformazioni: 9 funzioni incognite e 6 equazioni differenziali
lineari:
.
Equazioni di legame costitutivo: nessuna nuova funzione incognita e 6 equazioni algebriche
lineari:
.
Il bilancio risulta di 15 funzioni incognite ( 6 σ ij , 3 s i , 6 φ ij ) e 15 equazioni (3 equilibrio, 6 di
congruenza, 6 di legame). Il problema risulta quindi ben posto.

Capitolo 2 Il Solido di Saint Venant (1797-1886)

Al cosiddetto problema di Saint Venant viene riservata un’importanza fondamentale in quanto

la soluzione del problema elastico particolare a cui questo solido si riferisce costituisce di fatto

la soluzione del problema della trave, utilizzata da ormai più di cento anni come base della

progettazione strutturale in tutta l’ingegneria.

Il particolare solido considerato da Saint Venant, o modello di trave, presenta le caratteristiche esposte qui
Il particolare solido considerato da Saint Venant, o modello di trave, presenta le caratteristiche
esposte qui di seguito.
Geometria:
prisma ad asse rettilineo (asse x 3 ) delimitato da una superficie laterale e da due basi;
sezione qualsiasi (assi x 1 e x 2 ) ma costante lungo l’asse x 3 ;
dimensione nella direzione x 3 prevalente rispetto alle dimensioni della sezione
ortogonale.
Vincoli:
solido non vincolato;
Carichi
Forze di volume nulle;
forze di superficie applicate solo sulle basi e di esse la distribuzione rimane incognita;
viene assegnata la risultante; le due risultanti sulle due basi devono formare un sistema
auto equilibrato o nullo. Si definiscono vari casi in funzione del tipo di risultante
applicata sulle basi e più precisamente:

azione assiale: la risultante è una forza diretta secondo l’asse x 3 ;

momento flettente: la risultante è una coppia che giace in un piano ortogonale alla

sezione trasversale della trave;

taglio: la risultante è una forza che giace nel piano della sezione trasversale;

torsione: la risultante è una coppia che giace nel piano della sezione trasversale.