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A n n o X X X IV - 2 0 1 3 F a s ci c o l o 2

E L EN CH O S
Ri v i s t a d i s t u d i s u l p e ns ie r o a nt ic o
f o n d at a d a
G a b r i e l e G ia n n a n t o n i

B I B L I O PO L IS
256 SOMMARIO

«Elenchos». Rivista di studi sul pensiero antico


fondata da Gabriele Giannantoni
a cura dell'Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee
del C.N.R.
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Direttore responsabile: Anna Maria Ioppolo
195

SOMMARIO

STUDI E SAGGI

Denis O'Brien: The Paradox of Change in Plato's Theae-


tetus. Part II. Intricacies of Syntax and Meaning
(154e7-155c7) p. 259
Jie Tian: Elements and Knowledge in the Theaetetus » 299
Mauro Bonazzi: Concezioni stoiche e idee platoniche » 327
Maria Carmen De Vita: Giuliano e il medioplatonismo:
il caso di Plutarco » 351

DISCUSSIONI, NOTE E RASSEGNE

Menico Caroli: Circolazione e vendita della Syngraphe di


Anassagora (Plat. Apol. 26d-e) » 373
Franco Ferrari: L'interpretazione del Teeteto e la natura
della epistemologia platonica. Alcune osservazioni » 399

RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE

Platon. GroÈ ûerer Hippias, hrsg. von E. Heitsch (F.M. Pe-


trucci) » 423
J.D. Turner-K. Corrigan (eds.), Plato's Parmenides and Its
Heritage, 2 vols. (F. Ferrari) » 429
Galeno. Nuovi scritti autobiografici, a cura di M. Vegetti
(M.L. Garofalo) » 441
258 SOMMARIO
Franco Ferrari

L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E LA NATURA


DELLA EPISTEMOLOGIA PLATONICA.
ALCUNE OSSERVAZIONI

Abstract
This article replies to the critical note by Trabattoni («Elenchos», xxxiii (2012)
pp. 69-107). The author defends his interpretation of Plato's Theaetetus against
Trabattoni's objections, arguing that the maieutic and peirastic character of
the dialogue explains its negative or aporetic conclusion. For the failure of all
the attempts to define knowledge in the dialogue doesn't mean that, according
to Plato, knowledge is not possible for men or that it can be identified with
doxa; on the contrary, Plato clearly states that the philosopher, i.e. the dia-
lectician, is absolutely able to attain the perfect knowledge of the forms. The
subsequent failures in the Theaetetus, particularly the last two, depend on the
admission of an ``additive model'' according to which knowledge is ``doxa plus
something'', an epistemological attitude that is explicitly rejected in the Meno.
Keywords
Plato, Theaetetus, maieutic, aporia, knowledge

GiaÁ i lettori antichi dei dialoghi si erano perfettamente resi conto


dell'importanza strategica che l'interpretazione del Teeteto riveste per
la comprensione della natura della filosofia platonica. Le informazioni
contenute in un documento eccezionale come il Commento anonimo al
Teeteto restituiscono, almeno in parte, i termini di un dibattito che giaÁ
alla fine dell'epoca ellenistica dovette essere piuttosto accesso 1.

La presenza del Teeteto nel dibattito antico (in particolare tardo-ellenistico e


1

primo-imperiale) relativo al significato della filosofia platonica e il ruolo giocato in tale

ELENCHOS
xxxiv (2013) fasc. 2
BIBLIOPOLIS
400 FRANCO FERRARI

Il tema del dialogo, ossia la natura della conoscenza (e\ pirsg* lg), e
l'esito al quale esso perviene, che consiste, come eÁ noto, nell'apparente
fallimento di tutte le definizioni proposte nel corso della conversazione
tra Socrate e i suoi due interlocutori, ne fecero fin dall'antichitaÁ un
terreno di scontro tra i sostenitori di un'esegesi scettico-aporetica di
Platone, i quali potevano vedere nello scritto un'immediata conferma
della loro interpretazione, e i fautori di una lettura propositiva o ``dog-
matica'', tra cui va senz'altro annoverato l'autore anonimo del com-
mento appena menzionato, i quali si impegnarono a depotenziare il
significato dell'esito apparentemente negativo della discussione intorno
alla definizione di episteme 2.
Non deve dunque sorprendere che anche oggi il Teeteto sia al
centro di un vivace dibattito, i cui confini varcano ormai quelli segnati
dalla contrapposizione tra l'esegesi aporetica e quella ``sistematica'' o
``dogmatica''. Un esempio di questa perdurante diaphonia esegetica eÁ
rappresentato dalla lunga nota che Franco Trabattoni ha voluto dedi-
care al mio volume sul Teeteto pubblicato nella collana dei ``Classici
Greci e Latini'' della serie BUR 3. In realtaÁ Trabattoni prende spunto
dal mio lavoro per proporre, anzi per ribadire, la sua personale inter-
pretazione del dialogo e piuÁ in generale dell'epistemologia platonica. Si
tratta di un'interpretazione dalla quale dissento radicalmente, sia per
quanto concerne gli assunti metodologici ed ermeneutici da cui essa
prende le mosse, sia per quanto attiene agli esiti teorici ai quali per-
viene. Proprio in ragione della siderale distanza dei nostri punti di vista,
non intendo in questa sede rispondere a tutte le obiezioni che mi muove
Trabattoni, perche , se lo facessi, finirei per ribadire le posizioni che ho
tentato di argomentare con piuÁ ampiezza all'interno del volume in

contesto dal commentatore anonimo, sono oggetto del recente saggio di M. Bonazzi,
Le commentateur anonyme du The e teÁ te et l'invention du platonisme, in D. El Murr
(e d.), La mesure du savoir. E tudes sur le The e teÁ te de Platon, Paris 2013, pp. 309-33.
2
Un'interessante rassegna di alcune interpretazioni antiche del Teeteto viene
fornita da D. Sedley, Three Platonist Interpretations of the Theaetetus, in C. Gill-
M.M. McCabe (eds.), Form and Argument in Late Plato, Oxford 1996, pp. 79-103.
3
Qual eÁ il significato del Teeteto platonico? In margine a una nuova traduzione
commentata del dialogo, «Elenchos», xxxiii (2012) pp. 69-107. Il volume discusso eÁ
Platone. Teeteto, a cura di F. Ferrari, Milano 2011.
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 401

questione. Ritengo invece opportuno precisare alcuni aspetti della mia


interpretazione, e, nel farlo, dovroÁ inevitabilmente partire da cioÁ che
Trabattoni scrive nella nota che mi ha dedicato.
La necessitaÁ di confinare queste riflessioni in limiti di spazio piut-
tosto ristretti mi costringe a procedere in maniera schematica, selezio-
nando alcuni punti sui quali credo valga la pena soffermarsi breve-
mente.

1. Trabattoni inizia contestandomi l'assunzione del principio me-


todico che stabilisce uno scarto tra le tesi espresse nel dialogo e le
convinzioni dell'autore 4. In effetti, la regola ermeneutica in questione,
che conosce numerose varianti ed eÁ assunta da diversi interpreti, invita
a non identificare in maniera meccanica l'esito drammatico di un dia-
logo con le convinzioni filosofiche che l'autore aveva nel momento della
composizione dello stesso. Nel caso del Teeteto, si tratta evidentemente
di evitare di coinvolgere Platone nella conclusione aporetica alla quale
perviene la discussione tra Socrate, Teodoro e Teeteto 5. In altri ter-
mini, l'incapacitaÁ , effettiva (nel caso di Teodoro e Teeteto) o strategica
(nel caso di Socrate), di fornire una risposta soddisfacente all'interro-
gativo intorno a che cosa sia e\ pirsg* lg, cioeÁ l'aporia nella quale si
conclude lo scritto, attiene al piano dialogico dei partecipanti alla con-
versazione inscenata da Platone (il loro sapere, i presupposti metodo-
logici da cui muovono ed eventualmente il loro grado di onestaÁ e rigore
intellettuale), senza coinvolgere anche l'autore, che puoÁ essere in pos-
sesso di teoremi filosofici in grado di risolvere in maniera soddisfacente
il problema intorno al quale ruota il dialogo 6. Non si tratta, dunque, di

4
Qual eÁ il significato del Teeteto platonico?, cit., pp. 70-1.
5
Che le aporie nelle quali si concludono molti dialoghi platonici siano in
realtaÁ Scheinaporien, ossia ``aporie apparenti'', viene sostenuto anche da V. HoÈ sle,
Der philosophische Dialog. Eine Poetik und Hermeneutik, MuÈ nchen 2006, partic. pp.
353-9.
6
Un'eccellente difesa di questo principio ermeneutico si trova nel libro di M.
Erler, Der Sinn der Aporien in den Dialogen Platons. U È bungsstuÈ cke zur Anleitung im
philosophischen Denken, Berlin-New York 1987. Ma l'esigenza di non riferire im-
mediatamente i risultati teorici ai quali pervengono di volta in volta i dialoghi al
loro autore, commisurandoli piuttosto al livello dei partecipanti alle singole con-
402 FRANCO FERRARI

sostenere che nel Teeteto Platone avrebbe assegnato a Socrate (e agli


interlocutori di quest'ultimo) tesi diverse dalle proprie (come, per altro,
accade nel caso delle tre definizioni di conoscenza prese in esame), ma
di riconoscere che l'esito aporetico del dialogo non corrisponde al punto
di vista dell'autore, il quale, sul tema della conoscenza, era in possesso
di risposte piuÁ consistenti e performanti di quelle avanzate dai prota-
gonisti del Teeteto.
A differenza di quanto ritiene Trabattoni, poi, il principio meto-
dico secondo cui l'esito teorico e drammatico dei singoli dialoghi po-
trebbe non rispecchiare il punto di vista dell'autore, non risulta affatto
sostenibile solo alla luce del ``nuovo paradigma ermeneutico'' proposto
dalla ``Scuola di Tubinga''. Basti pensare all'interpretazione ``prolet-
tica'' dei dialoghi prospettata da Charles Kahn e in generale a tutti
quegli indirizzi esegetici che attribuiscono un'importanza cruciale al
contesto comunicazionale nel quale avvengono gli scambi dialogici de-
scritti nelle opere platoniche 7. E del resto, anche il piuÁ significativo
studio, proveniente dalla ``Scuola di Tubinga'', relativo all'andamento
drammatico dei dialoghi, individua in essi la presenza di una struttura,
quella della bog* heia s{& ko* c{, che funziona splendidamente all'interno
del corpus scritto (in cui le impasse di un dialogo vengono superate
attraverso il ricorso alle concezioni silix* seqa contenute in altri dialo-
ghi), ed eÁ dunque del tutto indipendente dall'accettazione delle testi-
monianze della tradizione indiretta 8.

versazioni, eÁ ampiamente attestata nel dibattito critico: cfr., per esempio, D.


Frede, Platons Dialoge als Hypomnemata ± Zur Methodik der Platondeutung, in G.
Schiemann-D. Mersch-G. BoÈ hme (Hrsgg.), Platon im nachmetaphysichen Zeitalter,
Darmstadt 2006, pp. 41-58, partic. 43-4. Un quadro dei problemi collegati alla
questione dell'autorialitaÁ dei dialoghi platonici eÁ fornito da M. Vegetti, ``Solo
Platone non c'era'', «Paradigmi», xxi (2003) pp. 261-77.
7
C.H. Kahn, Plato and the Socratic Dialogue, Cambridge 1996. Sulla norma
della Kontextbezogenheit cfr. N. BloÈ ssner, Kontextbezogenheit und argumentative
Funktion: methodische Anmerkungen zur Platondeutung, «Hermes», cxxvi (1998)
pp. 189-201.
8
Th.A. Szleza k, Platone e la scrittura della filosofia. Analisi di struttura dei
dialoghi della giovinezza e della maturitaÁ alla luce di un nuovo paradigma ermeneutico,
Introduzione e traduzione di G. Reale, Milano 1988, partic. pp. 416-9. Da dove,
poi, Trabattoni ricavi una mia presunta contrarietaÁ rispetto alle posizioni della
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 403

A queste indicazioni metodologiche di ordine generale, valide cioeÁ


per ogni dialogo platonico, nel caso del Teeteto si aggiungono ulteriori
indizi, che dovrebbero dissuadere l'interprete attento a considerare le
risultanze teoriche di questo scritto come definitive, ossia come coinci-
denti in tutto e per tutto con il punto di vista di Platone.
Prima di soffermarmi, nel paragrafo successivo, su due di questi
indizi, vorrei brevemente accennare a una questione di ordine generale,
che raramente eÁ stata presa in considerazione con la dovuta attenzione
dagli interpreti. Mi riferisco alla circostanza che, fatte salve alcune
lodevoli eccezioni, quasi tutti i commentatori (soprattutto se prove-
nienti dall'area culturale analitica) condividono l'opinione che il Teeteto
presenti il nucleo dell'epistemologia platonica. Tuttavia una simile con-
vinzione non sembra suffragata dal contenuto del dialogo, che mette in
scena essenzialmente una discussione (critica e maieutica) relativa alle
dottrine epistemologiche circolanti tra la fine del V e l'inizio del IV
secolo (oltre a Protagora, protagonista della prima parte del dialogo, si
puoÁ fare il nome di Antistene, le cui concezioni sono forse evocate
nell'ultima parte). CioÁ ovviamente non significa che il dialogo non
contenga in qualche forma anche l'opinione dell'autore; significa peroÁ
che questa opinione non si trova formulata expressis verbis e soprattutto
che lo scopo del dialogo non consiste nel trasmettere al lettore la ``dot-
trina'' della conoscenza di Platone 9.

``Scuola di Tubinga'' resta un mistero. Nulla di cioÁ che ho scritto in proposito


giustifica una simile conclusione: cfr. Platon et la the orie des principes, in L. Bris-
son-F. Fronterotta (e ds.), Lire Platon, Paris 2006, pp. 135-43 e, piuÁ recente-
mente, Tra metafisica e oralitaÁ . Il Platone di Tubinga, in M. Erler-A. Neschke
Hentschke (Hrsgg.), Argumenta in dialogos Platonis, Teil 2: Platoninterpretation
und ihre Hermeneutik von 19. bis zum 21. Jahrhundert (Akten des Internationalen
Kolloquiums von 7. bis 9. Februar 2008 im Istituto Svizzero di Roma), Basel 2012,
pp. 361-91 (ma quest'ultimo saggio eÁ senz'altro posteriore alla presentazione della
nota di Trabattoni).
9
Del tutto condivisibile la seguente affermazione di G.A. Seeck, Platons
Theaitetos. Ein kritischer Kommentar, MuÈ nchen 2010, p. 9: «Es waÈ re also ein grund-
legendes MissverstaÈ ndnis, zu glauben, Platon habe im Theaitetos seine eigene Er-
kenntnistheorie darstellen wollen. Was er versucht, ist die Sichtung und Systema-
tisierung der zeitgenoÈ ssischen Diskussion». L'autore di questo intelligente libro
mette anche in guardia dall'appiattire in maniera meccanica la posizione di Platone
404 FRANCO FERRARI

2. Queste ultime considerazioni mi consentono di accennare a


uno degli aspetti decisivi per l'interpretazione del Teeteto, vale a dire
alla natura della discussione nella quale Socrate coinvolge i suoi due
interlocutori. A questo proposito le indicazioni platoniche non potreb-
bero essere piuÁ chiare, dal momento che sia all'inizio (148e7-151d6),
sia piuÁ volte nel corso della discussione (157c7-d3, 160e6-161b6 e
184a6-b1), sia alla fine della stessa (210b4-d2), Socrate dichiara espli-
citamente che cioÁ egli si propone di fare (e poi mette effettivamente in
pratica) consiste nell'``estrarre'' da Teeteto le sue opinioni e di sotto-
porle al vaglio della procedura maieutica, per stabilire se esse siano
a\ meliai& a, ossia ``soggette alla forza dei venti'' e dunque volatili, insta-
bili, e meritevoli di essere abbandonate, oppure autenticamente co* -
mila, ossia ``fertili'' e dunque consistenti e degne di venire allevate.
L'intera discussione costituisce in effetti l'applicazione rigorosa della
laietsijg+ se* vmg, al vaglio della quale Socrate non sottopone solo la prima
risposta di Teeteto, ma anche la seconda e la terza soluzione da lui avan-
zate 10. Il metodo maieutico consiste, secondo le indicazioni espressamente
formulate da Socrate all'inizio del dialogo (150b6-c3) e poi ribadite nel
corso dell'esame delle tre definizioni, nell'aiutare l'interlocutore a parto-
rire cioÁ che si trova nella sua anima e poi nello stabilire (barami* feim) se il
prodotto del parto sia un'immagine falsa, vale a dire una dottrina priva
di consistenza e facilmente confutabile, oppure se esso rappresenti qual-
cosa di co* milo* m se jai+ a\ kghe* |, cioeÁ una concezione feconda e vera.

su quella del personaggio di Socrate, appunto perche si ha talora l'impressione che


«Platon sei mit dem, was er seinen Sokrates sagen laÈ sst, nicht einverstanden» (p.
ix). L'esigenza di valutare la possibilitaÁ che esista uno scarto tra la coscienza auto-
riale, ossia l'intenzione di Platone, e quella del personaggio Socrate, eÁ stata richia-
mata anche da D. Wolfsdorf, Plato and the Mouth-Piece Theory, «Ancient Philo-
sophy», xix (1999) pp. 13-24, partic. 22-4.
10
La centralitaÁ del motivo maieutico, intorno al quale ruota l'intero dialogo
(che da questo punto di vista puoÁ effettivamente venire considerato come una sorta
di memorial che Platone dedica al suo maestro), eÁ stata giustamente richiamata da
D. Sedley, The Midwife of Platonism. Text and Subtext in Plato's Theaetetus, Ox-
ford 2004. Non sorprende che questo volume abbia ricevuto una recensione piut-
tosto polemica da F. Trabattoni, Il Teeteto di David Sedley, «Rivista di Storia della
Filosofia», lxiii (2008) pp. 61-73.
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 405

Il Teeteto si presenta dunque come un dialogo maieutico, nel quale


risulta evidentemente dominante la componente indagativa, confutato-
ria e peirastica, come del resto avevano perfettamente compreso i com-
mentatori antichi 11. La natura maieutica del dialogo non trova espres-
sione solo nell'esame che Socrate conduce dell'anima ``gravida'' del suo
interlocutore Teeteto; in effetti, il metodo teorizzato da Socrate non
viene applicato unicamente agli interlocutori in carne ed ossa, ma anche
a quelli ``teorici'', vale a dire alle dottrine, come quella di Protagora
relativa all'homo mensura, di cui sono ricostruiti, maieuticamente, i
presupposti, le implicazioni e le conseguenze. La lunga discussione
che segue alla prima definizione di Teeteto, immediatamente equipa-
rata al relativismo fenomenista protagoreo, altro non eÁ che l'applica-
zione rigorosa della laietsijg+ se* vmg al ``parto'' del giovane matematico
e alla tesi protagorea, i cui presupposti teorici vengono individuati nel
mobilismo universale della ``dottrina segreta'' e in generale nelle espres-
sioni piuÁ radicali dell'eraclitismo.
Ma il quadro metodologico non cambia nella seconda e nella terza
parte del dialogo. Anche a proposito delle altre due risposte avanzate da
Teeteto, infatti, Socrate si propone, da un lato, di evidenziare i pre-
supposti teorici che stanno alle spalle di esse, chiarendo in questo modo
il senso di queste soluzioni, e dall'altro, di saggiarne la consistenza
teorica, ossia di valutarne il grado di affidabilitaÁ 12. E in conclusione

11
Cfr. Anonym. In Theaet. xlvii, 35-45. Il richiamo alla natura maieutica del
Teeteto puoÁ fornire ancora oggi un quadro esegetico valido e fruttuoso, come ha
recentemente dimostrato D. El Murr, Desmos et Logos: de l'opinion vrai aÁ la
connaissance (Me non, 97 E-98 A et The e teÁ te, 201 C-210 B), in Id., La mesure du
savoir, cit., pp. 151-71, partic. 153-5.
12
In effetti, sia la proposta di identificare la conoscenza con l'a\ kghg+ | do* na
(187b4-8), sia quella di aggiungere a questa definizione il riferimento al logos e di
concepire dunque la conoscenza come a\ kghg+ | do* na lesa+ ko* cot (201c8-d3), ven-
gono ricondotte a un quadro teorico ben preciso: nel primo caso, a un meccanismo
epistemologico piuttosto complesso, descritto per mezzo del ricorso alle immagini
del blocco di cera e della colombaia; nel secondo a un'ontologia che ammette
l'esistenza di due tipi di enti, gli elementi primi (sa+ pqx& sa rsoivei& a che sono a> koca
jai+ a> cmxrsa) e i composti (rtkkabai* , che risultano invece dicibili e opinabili per
mezzo dell'opinione vera). La difficoltaÁ , presunta o effettiva (non si dimentichi che
per la terza soluzione si eÁ fatto da piuÁ parti il nome di Antistene), di individuare i
406 FRANCO FERRARI

del dialogo, tirando le somme dei risultati emersi nel corso dell'intera
discussione, Socrate dichiara che nessuna delle tre soluzioni avanzate
dal suo interlocutore si eÁ rivelata, una volta sottoposta al vaglio della
tecnica maieutica, veramente feconda, ossia consistente (210a7-b10).
Tutto cioÁ non significa, peroÁ , che le soluzioni prospettate nel corso del
dialogo esauriscano il campo delle possibili risposte all'interrogativo
sulla natura dell'episteme. In realtaÁ , come diroÁ meglio sotto, le soluzioni
di Teeteto, e in particolare la seconda e la terza, comportano tra cono-
scenza e opinione un continuismo ± implicato nel modello addizionale
secondo il quale la conoscenza eÁ opinione con l'aggiunta di qualcosa ±
che Platone respinge risolutamente negli altri dialoghi, tanto precedenti
al Teeteto (come la Repubblica e il Menone), quanto successivi (come il
Timeo).
L'esito aporetico del dialogo eÁ dunque iscritto nella sua stessa
struttura, e in particolare nell'autorappresentazione di Socrate come
maieutico 13. Lo scopo principale del Teeteto consiste nel fare luce su
certi aspetti dell'epistemologia contemporanea e nel prendere posizione
nei confronti di alcune ipotesi relative alla natura della conoscenza. CioÁ
non significa che la posizione di Platone non emerga in qualche misura
dalla discussione tra Socrate e i suoi due interlocutori. Significa, peroÁ ,
che le tre soluzioni intorno alle quali ruota la conversazione non corri-
spondono al suo punto di vista.
La natura ``aperta'' di ciascun scritto platonico, ossia la circo-
stanza che ogni unitaÁ dialogica rinvia ad altre unitaÁ , risulta nel caso
del Teeteto particolarmente evidente, perche in esso si trovano alcuni
espliciti rimandi al dialogo che, sia dal punto di vista drammatico sia da
quello contenutistico, ne costituisce il seguito, vale a dire il Sofista 14. In

bersagli polemici di Platone in queste sezioni del dialogo (cfr. F. Trabattoni, Qual
eÁ il significato del Teeteto platonico?, cit., pp. 73-4), non implica che l'autore avesse
mutato il registro e l'impostazione della sua indagine, che permane zetetica e
peirastica, cioeÁ maieutica e non propositiva.
13
Come osserva, molto giustamente, D.G. Xavier, Con Socrate oltre Socrate.
Il Teeteto come esempio di teatro filosofico, Napoli 2011, pp. 105-7.
14
Per questo motivo cfr. C.H. Kahn, Why is the Sophist a Sequel to the
Theaetetus?, «Phronesis», lii (2007) pp. 33-57; sulla stretta conessione tra i due
dialoghi cfr. ora M.L. Gill, Philosophos. Plato's Missing Dialogue, Oxford 2012,
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 407

effetti, nel corso della conversazione con Teodoro e con Teeteto So-
crate rinvia per due volte alla trattazione contenuta in questo dialogo.
Al termine della lunga discussione delle tesi fenomeniste protago-
ree e delle concezioni mobiliste sulle quali queste ultime si fondano,
Socrate accenna rapidamente all'altra ``corrente'' del pensiero greco,
rappresentata dal monismo immobilista degli Eleati; e di fronte alla
richiesta di Teeteto di sviluppare anche questa tesi (183c8-d2), ossia
di sottoporla al vaglio della procedura maieutica, Socrate preferisce
accantonare una simile prospettiva, spiegando che «l'argomento che
ora risvegliamo risulta di una complessitaÁ impressionante, e se qualcuno
lo esaminasse in forma incidentale (e\ m paqe* qc{), esso subirebbe un
trattamento indegno, mentre se lo affrontasse in modo adeguato, si
estenderebbe tanto da oscurare quello relativo alla conoscenza. Non
bisogna fare ne l'una ne l'altra cosa, bisogna invece cercare con l'arte
maieutica di sgravare (sz& laietsijz& se* vmz a\ pokt* rai) Teeteto dalle
opinioni di cui eÁ gravido sul tema della conoscenza» (184a6-b1).
Le tesi immobilistiche risultano estranee alla discussione in corso,
che eÁ finalizzata a fare emergere le implicazioni della prima risposta di
Teeteto (e\ pirsg* lg = ai> rhgri|) e a saggiarne la consistenza, e richiede
dunque solo l'analisi delle concezioni ``protagoree'' ed ``eraclitee'' rela-
tive al flusso universale. Ma cioÁ non significa che, secondo Platone, il
problema della natura della conoscenza possa venire affrontato prescin-
dendo del tutto dall'analisi delle dottrine parmenidee, che infatti gio-
cano un ruolo di primo piano nel Sofista, che rappresenta il seguito
drammatico e contenutistico del Teeteto 15.
L'altro esplicito accenno al Sofista si trova, come eÁ noto, alla fine
del dialogo, e consiste nelle parole con le quali Socrate daÁ appuntamento

partic. pp. 76-100. Naturalmente il richiamo alla continuitaÁ tra Teeteto e Sofista
rappresenta uno degli aspetti sui quali si sofferma F.M.D. Cornford, Plato's Theory
of Knowledge. The Theaetetus and the Sophist of Plato Translated with a Running
Commentary, London 1935, per es. p. 101.
15
Aggiungo che, contrariamente a Trabattoni, io penso che alcune delle
aporie relative alla falsa opinione nelle quali si arena la discussione che segue alla
seconda risposta di Teeteto, possano venire agevolmente risolte chiamando in causa
tesi filosofiche prospettate proprio nel Sofista: cfr. F. Ferrari, Platone. Teeteto, cit.,
pp. 92-9.
408 FRANCO FERRARI

ai suoi due interlocutori per l'indomani (210d3-4), cioeÁ alla conversa-


zione riportata nel Sofista, dove a Teodoro e Teeteto si aggiunge il
misterioso ospite eleatico (Soph. 216a1-4), il quale, evidentemente, as-
sume il ruolo che nel Teeteto era stato giocato da Protagora (ed even-
tualmente da Antistene), diventando l'interlocutore ``teorico'' princi-
pale (sebbene in un contesto che non eÁ piuÁ prevalentemente maieutico e
che non eÁ piuÁ incentrato sulla figura di Socrate). Questa novitaÁ inter-
venuta sul piano drammatico significa, sul piano teorico, che il ricorso
alle dottrine mobilistiche e fenomenistiche non eÁ piuÁ sufficiente, e lo
sviluppo dell'indagine richiede un confronto diretto con le concezioni
parmenidee e in generale eleatiche.
Nel Sofista vengono delineati i contorni generali dell'e\ pirsg* lg
leci* rsg, ossia l'unica e\ pirsg* lg degli uomini liberi, la quale si identifica
naturalmente con la dialettica (253b9-d3): essa consiste nella capacitaÁ di
cogliere le relazioni attraverso le quali si articola il cosmo eidetico e
nello stabilire i rapporti di inclusione ed esclusione tra i membri di
questa sfera ontologica (253d5 sg.), la quale rappresenta l'unico ambito
intorno al quale, per Platone, l'uomo, o meglio il filosofo dialettico, puoÁ
conseguire una conoscenza autentica (certa, stabile e universale) 16. Si
possono fornire interpretazioni molto diverse della natura di questa
e\ pirsg* lg (intuizioniste o coerentiste), ma non si puoÁ certo assegnare
a Platone un'idea di conoscenza che prescinda dalla concezione svilup-
pata in un dialogo che viene esplicitamente presentato come il seguito
dell'opera intitolata Peqi+ e\ pirsg* lg|.
Tutto cioÁ era stato compreso dai misteriosi platonici menzionati
dall'Anonimo commentatore, il quale riporta l'opinione di coloro che
«affermano che egli [Platone], essendosi proposto di indagare sulla co-
noscenza, nel Teeteto mostra intorno a quali oggetti essa non verta, nel
Sofista intorno a quali essa verta» 17. Con questo richiamo, non si vuole

16
Sulla struttura ontologica della sfera eidetica e sulla natura della dialettica
si vedano le discussioni in Platone. Sofista, a cura di F. Fronterotta, Milano 2007,
partic. pp. 81-122 e in Platone. Sofista, a cura di B. Centrone, Torino 2008, pp.
xlv-l.
17
Anonym. In Theaet. ii, 33-39. Si veda il puntale commento ad loc. di G.
Bastianini-D. Sedley, Commentarium in Platonis Theaetetum, in Corpus dei Papiri
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 409

sostenere che un simile punto di vista vada accolto in toto, ma si intende


fare presente l'esigenza di leggere il Teeteto contestualmente al Sofista,
secondo le precise indicazioni di Platone.
L'appello al Sofista e alla presenza in esso di una nozione di epi-
steme collegata alla sfera trascendente dell'essere, ossia al mondo delle
idee, rende inevitabile un accenno alla vexatissima quaestio dell'assenza
(o della furtiva presenza) delle idee nel Teeteto. Si tratta, come eÁ noto, di
uno dei nodi strategici piuÁ delicati per l'esegesi dell'intero dialogo e non
sorprende che su di esso le opinioni degli studiosi divergano in misura
considerevole. EÁ noto che la decisione relativa alla presenza o meno
delle idee si giochi in gran parte, sebbene non esclusivamente 18, intorno
all'interpretazione della celebre sezione in cui Socrate chiama in causa i
joima* allo scopo di dimostrare che la percezione sensibile non puoÁ
entrare in contatto con l'essere, che costituisce il primo di questi joima* ,
e con la veritaÁ , e di conseguenza non puoÁ identificarsi con la conoscenza
(184b3-186e12).
Per ragioni di spazio non mi eÁ qui possibile dedicare a questa parte
del dialogo l'attenzione che meriterebbe. Devo peroÁ ribadire con forza
cioÁ che in altra sede ho tentato di argomentare in maniera piuÁ detta-
gliata, ossia che tanto il contesto dialogico, quanto l'andamento teorico
della conversazione tra Socrate e i suoi interlocutori, sconsigliano de-
cisamente di identificare questi joima* con le idee trascendenti della
metafisica platonica: in particolare, cioÁ che Socrate si propone di dimo-
strare, ossia che la percezione costituisce un fenomeno passivo che non
eÁ in grado di fornire alcuna descrizione dello stato del mondo e che per

Filosofici Greci e Latini, Parte iii: Commentari, Firenze 1995, pp. 227-562, p. 484, i
quali richiamano le somiglianze tra questa antica interpretazione e quella novecen-
tesca di Cornford.
18
In effetti, nella discussione che segue alla terza risposta di Teeteto si
trovano alcune inequivocabili allusioni alle idee: Platone si riferisce alla sillaba-
composto in termini di i\de* a (203c6, e4, 205d5), i\de* a a\ le* qirso| (205c2), di ei# do|
(203e4, 204a9, 205d4), o in generale come realtaÁ lomoeide+ | jai+ a\ le* qirsom (205d1-
2); su tutto cioÁ ha scritto cose pienamente condivisibili B. Centrone, Il concetto di
o% kom nella confutazione della dottrina del sogno (Theaet. 201D8-206E12) e i suoi
riflessi nella dottrina aristotelica della definizione, in G. Casertano (a cura di), Il
Teeteto di Platone: struttura e problematiche, Napoli 2002, pp. 138-55, partic. 141-3.
410 FRANCO FERRARI

questo occorre transitare nella dimensione della (a\ kghg* |) do* na, non
richiede l'introduzione delle idee trascendenti, dal momento che eÁ suf-
ficiente chiamare in causa i predicati, i quali consentono all'anima di
formulare giudizi descrittivi (veri o falsi) intorno allo stato del mondo 19.
Il passaggio dall'universo eracliteo della ``dottrina segreta'' al mondo
della doxa non esige il ricorso alle idee, ma ha a che fare con la (attiva)
capacitaÁ dell'anima di stabilire connessioni e confronti tra i pahg* lasa
(186b6-d5), in modo da formulare giudizi ``empirici'' intorno al mondo.
Mi rendo naturalmente conto che la questione della natura dei
joima* e piuÁ in generale quella dell'eventuale presenza e del ruolo delle
idee nel Teeteto richiederebbero una discussione molto piuÁ approfon-
dita. CioÁ che mi premeva qui mostrare eÁ che, in questa come in altre
circostanze, vadano sempre tenuti presenti sia il contesto dialogico,
ossia la situazione comunicativa, in cui si trovano determinate rifles-
sioni teoriche, sia gli indicatori (discorsivi e metadiscorsivi) per mezzo
dei quali l'autore orienta la comprensione del testo.

3. Chiariti gli aspetti metodologici ed ermeneutici, si puoÁ ora


passare a quelli propriamente contenutistici. L'obiezione piuÁ consi-
stente che Trabattoni muove alla mia interpretazione attiene al rilievo
di continuismo che ho mosso alla seconda e alla terza definizione di
conoscenza proposte da Teeteto. Con cioÁ intendevo sostenere che l'a-
poria alla quale esse (sia pure in forme differenti) conducono dipende
dalla circostanza che entrambe assumono un'eccessiva contiguitaÁ tra
episteme e doxa: se per la seconda definizione la conoscenza eÁ sic et
simpliciter ``opinione'' (vera), per la terza essa eÁ ``opinione vera con
l'aggiunta di qualcosa''. La continuitaÁ tra conoscenza e opinione che
queste soluzioni implicano non corrisponde, a mio avviso, a cioÁ che

19
Cfr. F. Ferrari, PraÈ dikate oder Ideen: der ontologische Status der koina im
Theaitetos, in A. HavlõÂcÏ ek-F. KarfõÂk-SÏ . SÏ pinka (eds.), Plato's Theaetetus. Procee-
dings of the Sixth Symposium Platonicum Pragense, Praha 2008, pp. 161-79 e Platone.
Teeteto, cit., pp. 81-90. Contro l'identificazione dei joima* con le idee si eÁ espressa
con ottimi argomenti anche Ioppolo in Platone. Teeteto, Traduzione di M. Valgi-
migli, Introduzione e note di A.M. Ioppolo, Roma-Bari 1999, pp. xliv-xlvii.
Viceversa F. Trabattoni, Qual eÁ il significato del Teeteto platonico?, cit., p. 83,
trova non molto sensata la domanda che chiede se i koina siano o meno le idee.
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 411

Platone solitamente sostiene circa l'assoluta superioritaÁ dell'episteme


nei confronti della doxa, anche di quella ``vera'' o ``corretta''. Dal mo-
mento che nel Teeteto la terza definizione viene presentata come un
miglioramento della seconda, eÁ su di essa che vale la pena soffermarsi.
Per Teeteto, dunque, le difficoltaÁ nelle quali risulta invischiata la
proposta di identificare la conoscenza con la semplice a\ kghg+ | do* na,
suggeriscono di apportare una modifica, consistente nell'aggiunta del
ko* co| (qualsiasi cosa questo termini significhi), e con cioÁ di identificare
l'e\ pirsg* lg con l'a\ kghg+ | do* na lesa+ ko* cot. Come eÁ noto, una simile
definizione di episteme eÁ molto simile, sebbene non identica, a quella
che nel Menone sembra corrispondere al punto di vista di Socrate (e di
Platone). Ma proprio cioÁ che si legge in quest'ultimo dialogo circa il
rapporto tra do* na (o\ qhg* o a\ kghg* |) ed e\ pirsg* lg invalida clamorosa-
mente l'ipotesi ``continuistica'' su cui si fondano le ultime due risposte
di Teeteto 20.
Nel Menone, al termine di una lunga discussione relativa alla na-
tura della virtuÁ o eccellenza (a\ qesg* ) 21 e alla maniera di acquisirla, So-
crate, di fronte alle difficoltaÁ nelle quali viene a trovarsi la tesi dell'in-
segnabilitaÁ della virtuÁ 22, avanza l'ipotesi che il presupposto di essa non
sia costituito dalla e\ pirsg* lg vera e propria bensõÁ dalla o\ qhg+ do* na, la
quale, dal punto di vista della correttezza dell'azione (pqo+ | o\ qho* sgsa
pqa* nex|), vale a dire delle conseguenze pratiche e dell'utilitaÁ , non
risulta affatto inferiore alla conoscenza (97b9-c2). Menone non ha dif-

20
Una convincente dimostrazione del fatto che il confronto con il Menone
infirmi il continuismo epistemico presupposto nell'ultima risposta di Teeteto si
trova ora in D. El Murr, Desmos et Logos, cit., pp. 166-71.
21
Si tratta, in realtaÁ , della capacitaÁ di avere successo, ossia di acquisire
performances, soprattutto, sebbene non esclusivamente, nella sfera dell'azione po-
litica: cfr. A. Nehamas, Meno's Paradox and Socrates as a Teacher, «Oxford Studies
in Ancient Philosophy», iii (1985) pp. 1-30, partic. 2-4.
22
Come molti commentatori hanno osservato, le difficoltaÁ alle quali si espone
nel Menone la tesi dell'insegnabilitaÁ della virtuÁ dipendono dalla natura del cosid-
detto ``argomento empirico'', ossia dalla constatazione fattuale dell'assenza di mae-
stri di virtuÁ ; si tratta di un argomento che non smentisce ne l'ipotesi dell'insegna-
bilitaÁ della virtuÁ ne l'identificazione di essa con la conoscenza: cfr. C. Ionescu,
Plato's Meno. An Interpretation, New York-Toronto 2005, p. 121 sg. e D. Scott,
Plato's Meno, Cambridge 2006, p. 161 sg.
412 FRANCO FERRARI

ficoltaÁ a sottoscrivere questa affermazione, ma precisa, anticipando il


punto di vista di Socrate (98a6-8), che l'e\ pirsg* lg eÁ comunque silix-
se* qa sg& | o\ qhg& | do* ng| (97d1-2). La ragione di questa superioritaÁ viene
individuata da Socrate nella capacitaÁ , che solo la conoscenza possiede,
di ``legare'' le opinioni vere per mezzo del ricorso all'ai\ si* a| kocirlo* |,
ossia al ragionamento relativo alla causa per la quale esse sono vere
(97e6-98a3). Subito dopo egli identifica questa procedura ``rendiconta-
zionale'' (che eÁ difficile non avvicinare alla pratica dialettica del ko* com
dido* mai) con l'a\ ma* lmgri|, di cui nel corso del dialogo era stato fornito il
celebre esempio dello schiavo 23.
Le tesi che emergono dal ragionamento di Socrate sono sostanzial-
mente due: la prima attiene alla circostanza che l'opinione corretta puoÁ
rivelarsi ai fini pratici non meno utile e performante della conoscenza; la
seconda afferma la superioritaÁ dell'episteme nei confronti della doxa,
ancorche corretta o vera, e individua il criterio discriminante tra queste
due forme di sapere nel ragionamento relativo alla causa, a sua volta
identico alla reminiscenza. Qualora peroÁ fosse rimasto nel lettore qual-
che dubbio non solo circa la superioritaÁ della conoscenza ma addirittura
circa la sua assoluta irriducibilitaÁ all'opinione, Socrate, sospendendo la
sua tradizionale professione di (strategica) ignoranza, arriva a dichiarare:

Eppure, anche io parlo non sapendo ma per immagini. Ma che opinione


corretta e conoscenza siano qualcosa di diverso, questo non mi sembra di
immaginarlo: se c'eÁ qualcosa che posso dire di sapere ± e sono poche le cose
che direi di sapere ± questa eÁ proprio una di quelle che potrei annoverare tra le
cose che so (Men. 98b1-5, trad. Bonazzi).

Dunque, dopo avere accennato al metodo espositivo ``per imma-


gini'' (ei\ ja* fxm) appena adottato, ossia al ricorso all'immagine delle
statue di Dedalo (97d6-7), Socrate, allo scopo di evitare l'insorgere di
ogni equivoco, mette in guardia dall'identificare (o anche solo dall'av-
vicinare) la conoscenza con l'opinione, e lo fa specificando che la di-
stinzione tra queste due modalitaÁ cognitive non appartiene alla proce-

23
La migliore discussione recente di questo celebre passo si trova in F.M.
Petrucci, Opinione corretta, conoscenza, virtuÁ : su Menone 96 D 1-98 B 9, «Elen-
chos», xxxii (2011) pp. 229-61, partic. 247-59.
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 413

dura icastica (ot\ pa* mt loi dojx& sot& so ei\ ja* feim) precedentemente adot-
tata, bensõÁ alle poche cose che egli sa di sapere. CioÁ significa che la tesi
relativa all'irriducibilitaÁ dell'e\ pirsg* lg alla (o\ qhg* o a\ kghg* |) do* na fa
parte del nucleo incontrovertibile della sua epistemologia, come del
resto viene ampiamente confermato da numerosi altri passi dei dialoghi.
E non puoÁ essere davvero un caso che il richiamo con cui Socrate
commenta il ragionamento appena svolto si collochi al termine di una
sezione che era iniziata con il curioso avvicinamento tra e\ pirsg* lg e
o\ qhg+ do* na: le parole sopra riportate intendono esattamente costituire
un efficace antidoto contro la deriva ``continuistica'' che accompagna il
modello addizionale (additive model), secondo il quale la conoscenza eÁ
opinione con l'aggiunta di qualcosa 24.
La terza risposta fornita da Teeteto (e\ pirsg* lg = a\ kghg+ | do* na
lesa+ ko* cot) assume proprio questo modello epistemologico, esplicita-
mente rigettato nel Menone. La contiguitaÁ tra conoscenza e opinione
che essa presuppone costituisce, agli occhi di Platone, una palese infra-
zione del principio che stabilisce l'assoluta alteritaÁ tra l'episteme vera e
propria, alla quale possono accedere solamente i filosofi dialettici, e
l'opinione; si tratta di un'alteritaÁ che trova spesso espressione nella
riconduzione delle due forme cognitive ad ambiti ontici separati e
che talora conduce alla formulazione del principio secondo il quale eÁ
impossibile (a\ dt* masom) che la stessa cosa sia conoscibile e opinabile
(Resp. v 478a10-b2) 25. Al di laÁ del significato che a questi due teoremi

24
Con cioÁ spero di avere risposto a F. Trabattoni, Qual eÁ il significato del
Teeteto platonico?, cit., p. 93 n. 19, il quale dichiara non essergli «chiaro su quali
basi Ferrari possa dire che nel Menone non eÁ presente il modello addizionale di
conoscenza (conoscenza = opinione + l'aggiunta di qualcosa)». Alcune delle diffi-
coltaÁ alle quali si espone l'additive model sono state messe in evidenza da A. Ne-
hamas, Episteme and Logos in Plato's Later Thought, in J.P. Anton-A. Preus (eds.),
Plato. Essays in Greek Philosophy, iii, Albany 1989, pp. 267-92, partic. 274-81.
25
L'interpretazione corretta di questo divieto viene fornita da A. Graeser,
Platons Auffassung von Wissen und Meinung in Politeia V, «Philosophisches Jahr-
buch», xcviii (1991) pp. 365-88, partic. 378 sg.; si veda anche J. Szaif, Doxa and
Episteme as Modes of Acquaintance in Republic V, «EÂ tudes Platoniciennes», iv
(2007) pp. 253-72, partic. 259-64 e cioÁ che scrivo in Conoscenza filosofica e opinioni
politiche nel V libro della Repubblica di Platone, «Atene e Roma», n.s. iv (2010) pp.
26-46, partic. 40.
414 FRANCO FERRARI

filosofici si puoÁ attribuire, sul quale eÁ legittimo e perfino inevitabile


discutere 26, non c'eÁ dubbio che la riduzione della conoscenza dialettica
a (buona) opinione puoÁ venire effettuata solo se si assume in modo
pregiudiziale e contro ogni evidenza testuale una nozione di episteme
irrimediabilmente contaminata dalla presenta della doxa, ovvero inca-
pace di affrancarsi da una condizione costitutivamente doxastica.
Secondo Trabattoni, questa contaminazione costituisce un feno-
meno insuperabile, in quanto agli uomini, filosofi dialettici compresi,
non eÁ concessa (almeno in questo mondo) la possibilitaÁ di oltrepassare i
confini dell'opinione per accedere a un sapere effettivamente stabile e
non piuÁ soggetto a confutazione 27: se all'e\ pirsg* lg si assegnano i mede-
simi caratteri della roui* a, cioeÁ infallibilitaÁ , certezza e inconfutabilitaÁ ,
allora essa risulta costitutivamente preclusa agli uomini, i quali si de-
vono accontentare di una do* na vera ma non certa, e dunque costante-
mente esposta alla confutazione.
Ma eÁ davvero questo il punto di vista di Platone? Non credo, come
cercheroÁ di spiegare in estrema sintesi chiamando in causa ancora una
volta il Menone e il metodo della reminiscenza che lõÁ viene esemplificato
attraverso il celebre caso dello schiavo invitato a risolvere il problema
del raddoppiamento di un quadrato dato.

4. Il ``legame'' che consente la transizione da uno stato doxastico a


uno epistemico viene individuato nel Menone, come si eÁ visto, nel ra-
gionamento relativo alla causa (ai\ si* a| kocirlo* |), a sua volta identifi-
cato con la procedura dell'a\ ma* lmgri| alla quale era stato sottoposto
nella prima parte del dialogo lo schiavo di Menone (82b9-85b7). Tut-
tavia, il processo anamnestico descritto in questo celebre esempio non eÁ

26
E qui forse si trova una delle poche convergenze tra Trabattoni e chi scrive.
In effetti, entrambi riteniamo che intorno alle idee si possa avere opinione: per
Trabattoni questa opinione eÁ l'unica forma di sapere alla quale l'uomo puoÁ perve-
nire in questa vita; per me, viceversa, si tratta di uno stato cognitivo che puoÁ venire
superato per mezzo dell'acquisizione della conoscenza vera e propria.
27
Si veda, per esempio, F. Trabattoni, Qual eÁ il significato del Teeteto
platonico?, cit., p. 75: «la collocazione del filosofo nell'ambito della retta opinione
eÁ assolutamente inevitabile (anzi, sembra che sia proprio questo cioÁ che Platone
voleva significare)» (corsivo mio).
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 415

affatto completo, dal momento che lo schiavo non perviene mai ad


acquisire l'e\ pirsg* lg relativa al quadrato e al problema del suo raddo-
piamento; egli non conosce neppure il nome del segmento, da lui stesso
indicato, sul quale va costruito il quadrato doppio del quadrato iniziale
(85b4-6). Il suo eÁ dunque un sapere doxastico 28: nella prima parte egli
formula solo opinioni false, mentre in conclusione della dimostrazione,
guidato dalle domande di Socrate, perviene a un'opinione vera, che gli
consente di fornire una soluzione al problema del raddoppiamento del
quadrato. Dal punto di vista pratico, dunque, l'a\ kghg+ | do* na dello
schiavo non eÁ meno performante della e\ pirsg* lg (di Socrate); ma non
c'eÁ dubbio che eÁ anche inferiore a quest'ultima, perche risulta priva del
``ragionamento causale'' che le consentirebbe di diventare stabile (lo* -
milo|) e dunque ``inconfutabile'', ossia di trasformarsi in e\ pirsg* lg,
secondo le indicazioni di 97e6-98a8.
Commentando con Menone l'esperimento ``maieutico'' appena
concluso, Socrate ribadisce che lo schiavo ha acquisito opinioni
(85b8-9, c4, e7), e per la precisione ``opinioni vere'' intorno a qualcosa
di cui non ha conoscenza (85c6-7). CioÁ significa, evidentemente, che la
procedura anamnestica non eÁ stata portata a compimento, perche , se lo
fosse stata, essa avrebbe dovuto contemplare il raggiungimento della
conoscenza vera e propria, ossia il passaggio dalla a\ kghg+ | do* na alla
e\ pirsg* lg.
La possibilitaÁ di compiere quest'ultimo passo e di completare con
cioÁ il percorso dell'a\ ma* lmgri| non viene peroÁ preclusa allo schiavo,
come Socrate spiega immediatamente di seguito:

Jai+ mt& m le* m ce at\ s{& x% rpeq o> maq a> qsi a\ majeji* mgsai ai< do* nai at\ sai* " ei\ de+ at\ so* m
si| a\ meqg* resai pokka* ji| sa+ at\ sa+ sat& sa jai+ pokkavz& , oi# rh\ o% si seketsx& m
ot\ demo+ | g' ssom a\ jqibx& | e\ pirsg* resai peqi+ sot* sxm.
Ora queste opinioni, come in un sogno, sono state messe in movimento da lui:
ma se uno lo interrogasse a piuÁ riprese e in piuÁ modi su queste stesse cose, puoi
star sicuro che alla fine ne avraÁ una conoscenza precisa, non inferiore a nessun
altro (85c9-d1, trad. Bonazzi).

28
La constatazione che il livello epistemico raggiunto dallo schiavo sia solo
doxastico eÁ comune alla critica: cfr., per esempio, P. Dimas, Teachers of Virtue,
«Ancient Philosophy», xxvii (2007) pp. 1-23, partic. 14.
416 FRANCO FERRARI

Dunque Socrate distingue chiaramente due stadi: a) quello de-


scritto nell'esperimento, che ha consentito allo schiavo di raggiungere
un'opinione vera, e performante, relativamente alla soluzione del pro-
blema geometrico della duplicazione del quadrato; b) quello al quale
accenna ma che non attua concretamente nel dialogo, il quale compor-
terebbe l'acquisizione della conoscenza delle cose di cui lo schiavo ha
finora conseguito solo un'opinione vera. Questo secondo stadio, che
incorpora il ``salto epistemico'' dall'opinione alla conoscenza, viene
solo annunciato da Socrate e rinviato al futuro 29.
Ma non c'eÁ dubbio che il futuro al quale qui si allude eÁ un futuro
prossimo, situato in questa vita, quando l'anima dello schiavo si trova
saldamente ancorata al suo corpo. Se lo schiavo venisse interrogato pok-
ka* ji| jai+ pokkavz& , ossia ripetutamente e in vari modi, egli riuscirebbe a
pervenire a uno stato cognitivo in cui la sua opinione (vera) relativa al
segmento sul quale si deve costruire il quadrato doppio saraÁ effettivamente
``legata'' dal ragionamento relativo alla causa della veritaÁ , e dunque si
trasformeraÁ in conoscenza 30. Quale poi possa essere questo sapere ``cau-
sale'' in grado di trasformare l'opinione vera dello schiavo in una cono-
scenza, non dovrebbe essere difficile congetturarlo: si tratteraÁ del sapere
relativo all'eidos del quadrato, il quale contempla la conoscenza dei rapporti
(di incommensurabilitaÁ lineare ma di commensurabilitaÁ piana) tra lato e
diagonale (tutte conoscenze che non hanno nulla di irraggiungibile) 31.

29
Cfr. A. Nehamas, Meno's Paradox, cit., pp. 21-2, il quale osserva come
nell'esperimento condotto da Socrate manchi il riferimento al ``legame'' fornito dal-
l'ai\si* a| kocirlo* |, che viene collocato nel futuro (cfr. e\ pirsg* resai di d1), ossia rinviato
a un'eventuale prosecuzione dell'esperimento. Le due successive occorrenze di
e\ pirsg* lg (85d3-4 e d6) non si riferiscono all'attuale condizione dello schiavo, bensõÁ
a quella futura, alla quale egli puoÁ pervenire dopo che avraÁ sviluppato e approfondito il
procedimento anamnestico. Su tutto cioÁ mi permetto di rinviare a F. Ferrari, La
transizione epistemica, in M. Erler-L. Brisson (eds.), Gorgias ± Menon. Selected Papers
from the Seventh Symposium Platonicum, Sankt Augustin 2007, pp. 290-6.
30
In effetti allo schiavo fa difetto «the ability to explain why it is true», ossia
la capacitaÁ di spiegare perche una certa opinione eÁ vera, come osserva C. Perin,
Knowledge, Stability, and Virtue in the Meno, «Ancient Philosophy», xxxii (2012)
pp. 15-34, partic. 17 e n. 6.
31
Come ritiene invece F. Trabattoni, Qual eÁ il significato del Teeteto plato-
nico?, cit., p. 101, per il quale «questa dottrina [scil. la reminiscenza], in effetti, non eÁ
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 417

La convinzione che la procedura dell'a\ ma* lmgri| possa condurre al


raggiungimento di un sapere pieno e inconfutabile viene poi confermata
sul piano programmatico da un celebre passo del Fedro, dove Socrate,
con un'enfasi che ben si adatta al contesto ``iniziatico'' del suo ragio-
namento, arriva ad affermare che l'uomo che si sia servito in maniera
corretta degli strumenti della reminiscenza, seke* ot| a\ ei+ sekesa+ | sekot* -
lemo|, se* keo| o> msx| lo* mo| ci* cmesai, vale a dire «portando a compi-
mento riti iniziativi perfetti, diventa lui solo veramente perfetto»
(249c6-8). Da questo punto di vista, la condizione umana si avvicina
a (fino a lambire) quella divina; si tratta evidentemente di una condi-
zione nella quale, come Platone precisa ripetutamente nel vi libro della
Repubblica (491b1-2, 4-5, 496c4-6, 499b4-5, 503b6), si possono venire
a trovare solo pochissimi individui, che si identificano naturalmente
con i filosofi dialettici 32.
Il lettore dei dialoghi sa bene che in essi non mancano tensioni
teoriche parzialmente irrisolte, magari dipendenti dalla presenza di
affermazioni apparentemente contraddittorie: per esempio, richiami
alla prudenza si accompagnano talora a dichiarazioni che sembrano
disattendere tali richiami; eÁ il caso del tema del rapporto dell'uomo
con la conoscenza perfetta e assoluta, cioeÁ ``divina'': Platone alterna
riconoscimenti ``socratici'' della inadeguatezza della condizione umana
rispetto alla possibilitaÁ di conseguire una conoscenza perfetta e incon-
futabile, a passi in cui egli equipara esplicitamente il sapere filosofico,
cioeÁ dialettico, a quello divino 33. Ma cioÁ che mi pare del tutto estraneo

presentata come metodo per recuperare una conoscenza piena (e dunque infallibile)
delle idee; ma come un modo per rappresentare la differenza insuperabile che esiste tra
la conoscenza piena dell'idea, accessibile all'anima disincarnata, e la conoscenza solo
approssimativa che l'anima ne puoÁ avere nella sua condizione mortale».
32
Devo confessare en passant (in contrasto rispetto a ivi, p. 96) di trovare la
divinizzazione della figura del filosofo-re che K.R. Popper, La societaÁ aperta e i suoi
nemici, i: Platone totalitario, trad. it. Roma 1996, pp. 164-70, attribuisce a Platone,
molto piuÁ aderente al punto di vista platonico di tanti tentativi di democratizzare e
modernizzare il suo pensiero politico (ed epistemologico). Questo non significa
ovviamente che io stesso condivida questa divinizzazione.
33
Un esempio di questa ``tensione'' potrebbe essere rappresentato dal passo
68d2-7 del Timeo menzionato e commentato da F. Trabattoni, Qual eÁ il significato
418 FRANCO FERRARI

al suo pensiero eÁ la compiuta teorizzazione, esplicita o implicita, di una


forma di radicale ``pessimismo epistemologico'' in base al quale il filo-
sofo non sarebbe costitutivamente in grado di accedere durante questa
vita alla conoscenza delle idee (e dei principi della realtaÁ ).
Del resto, se la dialettica fosse un sapere che incorpora un'inaggi-
rabile componente doxastica, si comprenderebbe davvero poco come
Platone nella Repubblica abbia affidato ai filosofi il governo della cittaÁ ,
giustificando tale scelta sulla base del sapere infallibile (e\ pirsg* lg a\ ma-
la* qsgso|) di cui sono in possesso, e li avesse poi privati della possibilitaÁ
di raggiungere questo sapere, riservando loro in questa vita solo una
conoscenza doxastica (provvisoria e confutabile) e dilazionando all'al-
dilaÁ la vera conoscenza. Per Platone la poqei* a, ossia il viaggio del
dialettico, prevede anche il suo compimento, vale a dire il se* ko| sg& |
poqei* a| (Resp. vii 532e2-3); e del resto il prigioniero liberato esce dalla
caverna, vede le realtaÁ che si trovano alla luce del Sole, ossia le idee, e
arriva a contemplare il Sole stesso (vii 516a5-b6), cioeÁ l'idea del Bene 34.
Secondo Platone, l'accessibilitaÁ da parte dell'uomo, e per la pre-

del Teeteto platonico?, cit., p. 103. In effetti, nello stesso dialogo Platone afferma
perentoriamente che «mentre dell'opinione partecipano tutti gli uomini, dell'intel-
letto partecipano gli deÁ i e solo una piccola parte della stirpe umana (a\ mhqx* pxm de+
ce* mo| bqavt* si)» (51e5-6), ossia, evidentemente, i filosofi dialettici. E sempre nel
Timeo sostiene che le a\ qvai+ a> mxhem rispetto ai principi geometrico-matematici nei
quali si risolvono i corpi fisici primari, vale a dire, presumibilmente, le idee (o
numeri ideali) e i principi assoluti, li conosce solo il dio e a\ mdqx& m o= | a/ m e\ jei* m{
ui* ko| z' , ossia «tra gli uomini colui che al dio eÁ caro» o amico (53d6-7), cioeÁ il
filosofo dialettico, cui appartiene la qualifica di heouikg* | (Symp. 212a6). L'inter-
pretazione corretta di questa clausola si trova, tra gli altri, in Th.A. Szleza k, Das
Bild des Dialektikers in Platons spaÈ ten Dialogen, Berlin-New York 2004, partic. pp.
223-4.
34
Diverso si presenta il caso della piena realizzabilitaÁ nello spazio e nel tempo
della storia della cittaÁ perfetta descritta nella Repubblica: la prospettiva ``norma-
tiva'' della kallipolis mescola infatti la convinzione che il quadro progettuale pro-
posto da Socrate sia desiderabile e in linea di principio realizzabile con il ricono-
scimento dell'esistenza di un de calage tra l'ideale e la sua realizzazione concreta (cfr.
il principio della ``massima approssimazione'', x< | e\ cct* sasa: Resp. v 473a7); su tutto
cioÁ si veda F. Zuolo, Platone e l'efficacia. RealizzabilitaÁ della teoria normativa, Sankt
Augustin 2009, pp. 27-70 e M. Vegetti, ``Un paradigma in cielo''. Platone politico da
Aristotele al Novecento, Roma 2009, partic. pp. 161-8.
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 419

cisione del filosofo dialettico, alla conoscenza delle idee si fonda su un


assunto ben preciso, del quale si trovano nei dialoghi numerose atte-
stazioni: si tratta del principio che stabilisce una ``affinitaÁ '' o ``comu-
nanza'' (rtcce* meia) tra il mondo delle idee e in generale la dimensione
``divina'', da una parte, e l'anima dell'uomo, o meglio la sua parte o
funzione razionale e intellettuale (il mot& | come wtvg& | jtbeqmg* sg|:
Phaedr. 247c7-8), dall'altra: per es. Phaed. 79d3; Resp. vi 490a8-b7; x
611e1-2) 35. Nel Timeo, poi, Platone arriva ad affermare che la divinitaÁ
ha assegnato a ciascuno di noi, come un demone, la specie razionale
dell'anima, ossia la parte noetica, il cui possesso ci trasforma in ``piante
celesti'' non terrestri (90a2-b1).
Sembra dunque evidente che l'attribuzione all'uomo di una natura
``mortale'' si accompagna al riconoscimento della presenza in esso di
una componente ``divina'', la quale eÁ in contatto con la sfera ideale
dell'essere. CioÁ significa che la condizione doxastica nella quale si trova
la maggior parte degli esseri umani non eÁ costitutivamente inaggirabile,
dal momento che il filosofo ``platonico'' eÁ in grado di attivare questa
componente divina e di accedere a una conoscenza piena della realtaÁ 36.

5. Vorrei concludere queste pagine con alcuni rilievi di ordine


generale. Come ho cercato di argomentare nell'introduzione all'edizione

35
Sulla funzione ``antiscettica'' del principio della rtcce* meia rinvio a F.
Ferrari, L'anamnesis del passato tra storia e ontologia. Il mito platonico come phar-
makon contro utopismo e scetticismo, in M. Migliori-L.M. Napolitano Valditara-
A. Fermani (a cura di), InterioritaÁ e anima. La psycheÁ in Platone, Milano 2007, pp.
73-88, partic. 79-83. Si veda anche cioÁ che scrive F. Aronadio, Procedure e veritaÁ in
Platone (Menone Cratilo Repubblica), Napoli 2002, pp. 224-33 e 237-44.
36
Il processo di assimilazione alla divinitaÁ presenta due aspetti: uno teoretico,
che risiede evidentemente nella conoscenza delle idee, e uno pratico, che consiste
nella realizzazione della virtuÁ . In questo secondo caso, l'assimilazione risulta co-
munque sempre parziale e si risolve in una sorta di approssimazione, nel senso che la
differenza categoriale tra uomo e dio non eÁ superabile. Viceversa, «im Falle der
Erkenntnis der Ideen scheint dieser kategoriale Unterschied nicht zu bestehen: Die
denkbare Bestimmtheiten [scil. le idee] werden dabei nicht instantiert, sondern
gedacht als dasjenige, was sie selbst fuÈ r sich selbst sind», come osserva giustamente
F. Finck, Platons BegruÈ ndung der Seele im absoluten Denken, Berlin-New York 2007,
p. 264.
420 FRANCO FERRARI

italiana del Teeteto piuÁ volte richiamata e in numerosi altri lavori 37,
ritengo che il contrassegno del sapere filosofico, ossia della dialettica,
consista nella sua capacitaÁ di fornire fondazione e legittimazione a una
veritaÁ alla quale puoÁ pervenire anche la doxa. Da questo punto di vista, la
dialettica si profila come un sapere procedurale finalizzato alla transi-
zione dalla sfera dell'o% si, la quale attiene alla veritaÁ , cioeÁ alla corretta
corrispondenza di un asserto a un determinato stato di cose, a quella del
dio* si, che riguarda invece la certezza di questa veritaÁ , ossia il fatto che
essa, in quanto fondata per mezzo della procedura del ko* com dido* mai,
non sia piuÁ soggetta a ``scappare'', vale a dire a venire nuovamente messa
in discussione. CioÁ significa che il sapere filosofico non ha tanto a che
fare con la veritaÁ quanto piuttosto con la certezza di questa veritaÁ , vale a
dire con la capacitaÁ di trasformare un asserto descrittivamente vero ma
non fondato, come quello dello schiavo di Menone relativo al segmento
sul quale va costruito il quadrato doppio, in una conoscenza stabile,
perche definitivamente ancorata al ko* co| sg& | ot\ ri* a|.
Commentando questo motivo, che a mio parere viene evocato
anche nel Teeteto (202b8-c3, laddove Socrate distingue la condizione
dell'a\ kghet* eim, appartenente alla a\ kghg+ | do* na, da quella del cicmx* -
rjeim, che caratterizza la sola e\ pirsg* lg), osservavo che esso mi pareva
una delle intuizioni epistemologiche piuÁ brillanti e profetiche di Pla-
tone. Mi riferivo, evidentemente, sia alla subordinazione della veritaÁ
alla certezza di questa veritaÁ , sia all'attribuzione alla dialettica della
capacitaÁ di compiere la transizione da una condizione all'altra, ossia
di procedere alla ``stabilizzazione'' della veritaÁ . Trabattoni considera
invece questa tesi «ben poco brillante ed ancor meno profetica», dal
momento che sia la filosofia che la scienza avrebbero deposto da tempo
la pretesa di individuare asserzioni infallibili o inconfutabili 38.
Devo ammettere che, nonostante le riserve di Trabattoni, l'idea
che la descrizione corretta di uno stato di cose vada subordinata alla

37
Platone. Teeteto, cit., pp. 123-34; si veda anche Dalla veritaÁ alla certezza. La
fondazione dialettica del sapere nella Repubblica di Platone, «Giornale Critico della
Filosofia Italiana», xci (2010) pp. 599-619, partic. pp. 608-17.
38
Qual eÁ il significato del Teeteto platonico?, cit., p. 96, a proposito di cioÁ che
scrivevo in Platone. Teeteto, cit., pp. 129-31.
L'INTERPRETAZIONE DEL TEETETO E L'EPISTEMOLOGIA PLATONICA 421

rendicontazione razionale (ko* com dido* mai) e dunque alla fondazione di


una tale descrizione continua ad apparirmi un'acquisizione non di poco
conto, soprattutto per il IV secolo a.C. EÁ certamente vero che ne la
filosofia ne la scienza (compresa l'aritmetica) contemporanee avanzano
piuÁ la pretesa di costruire sistemi consistenti, cioeÁ non contraddittori, e
completi, cioeÁ formati interamente da asserti dimostrabili. Ma una
rinuncia di questo tipo costituisce il prodotto della riflessione episte-
mologica, logica e filosofica degli ultimi due secoli, che ha trovato un
punto di approdo decisivo nelle versioni del cosiddetto ``teorema di
incompletezza'' formulate agli inizi degli anni trenta del secolo scorso
da Kurt GoÈ del 39. Per molti secoli la pretesa di trovare un fondamento
razionale alla veritaÁ ha rappresentato un motore significativo dell'inda-
gine filosofica (basti pensare al razionalismo moderno, tanto nel ver-
sante continentale, quanto in quello insulare). Ad ogni modo, l'aspira-
zione a dotare di un fondamento la veritaÁ , trasformandola cosõÁ in cer-
tezza, sebbene oggi non sia piuÁ perseguita nell'ambito della riflessione
filosofica e logica, rappresentoÁ un aspetto del pensiero platonico non
irrilevante e a ben vedere tutt'altro che disprezzabile.
Quanto poi ai gusti filosofici, i quali sono soggettivi e come tali
vanno considerati, confesso di trovare decisamente poco attraente l'i-
dea di una conoscenza che per essere veramente tale, cioeÁ perfetta e
infallibile, dovrebbe riguardare solamente l'anima disincarnata, ossia i
morti (o i ``non ancora vivi''). Del resto, proprio a causa della loro scarsa
attrattivitaÁ filosofica, i teoremi collegati a questa idea, vale a dire l'im-
mortalitaÁ dell'anima, una certa concezione dell'a\ ma* lmgri|, la visione
prenatale della ``pianura di veritaÁ '', sono stati, a torto o a ragione,
fortemente depotenziati da certi settori della critica e talora addirittura
considerati estranei all'autentico pensiero di Platone 40. Ma, come

39
Sul quale si puoÁ vedere il bel libro di F. Berto, Tutti pazzi per GoÈ del. La
guida completa al Teorema di Incompletezza, Roma-Bari 2008.
40
Si veda, per esempio, Th. Ebert, Sokrates als Pythagoreer und die Anamnesis
in Platons Phaidon, Mainz 1994 e Id., ``The Theory of Recollection in Plato's Meno'':
Against a Myth of Platonic Scholarship, in M. Erler-L. Brisson, Gorgias ± Menon,
cit., pp. 185-98. Del resto, l'assegnazione a Platone di una nozione di immortalitaÁ
(a\ hamari* a) che non comporti ne l'immortalitaÁ dell'anima individuale ne la conce-
zione dell'anima disincarnata ha trovato piuÁ di un autorevole sostenitore: cfr. M.
422 FRANCO FERRARI

detto, si tratta di gusti e ciascuno di noi eÁ legittimamente affezionato ai


propri.

UniversitaÁ degli Studi di Salerno


fr.ferrari@unisa.it

Vegetti, Athanatizein. Strategie di immortalitaÁ nel pensiero greco, ora in Dialoghi con
gli antichi, Sankt Augustin 2007, pp. 165-77, partic. 173-6.