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Per il cinquantenario dalla morte di Thomas Merton

di Gianfranco Bertagni

La mistica di Thomas Merton è la piena incarnazione della vita in se stessa: "La contemplazione
[…] è quella vita stessa, pienamente cosciente, pienamente attiva, pienamente consapevole di
essere vita”.
Dunque la vita smette di essere quel luogo triste di domande alle quali si cerca risposta attraverso
un percorso interiore – qualsiasi esso sia. Ma è quella manifestazione continua della risposta che è
l'essere stesso della vita: “Ci ridestiamo non per trovare una riposta nettamente diversa dalla
domanda, ma per renderci conto che la domanda è risposta a se stessa. E tutto ciò si riassume in
un'unica consapevolezza: non un'affermazione, ma un'esperienza: «Io sono»”.
La mistica del contemplativo non è allora un'esperienza particolare ed eccezionale rispetto al mio
vivere ordinario. Ma è quello spazio silente nel quale l'ordinario accade, dove l'ordinario è vissuto
ora come emersione da tale spazio e in quello spazio, dove l'accadimento ordinario si rivela
manifestazione della verità di quel luogo silente che si espone al sentire del mistico: “La
contemplazione è essenzialmente ascolto nel silenzio, attesa. […] In altre parole, il vero uomo
contemplativo non è colui che prepara la sua mente a un messaggio particolare che vuole o si
aspetta di sentire, ma è chi rimane vuoto sapendo di non poter attendere o anticipare la parola che
trasformerà il suo buio in luce. Egli non anticipa nemmeno un particolare tipo di trasformazione.
Non chiede la luce al posto dell'oscurità”.
Si esce da quel concetto di misticismo, pur spesso presente, fatto di eventi “altri”, di narrazioni di
verità ultraterrene, rivelazioni di realtà spiritualistiche, di esperienze emotive eccezionali.
Confondere la dimensione degli avvenimenti psichici con quel silenzio ampio di cui si diceva è la
premessa all'interpretazione della realtà contemplativa intesa come alienazione dalla propria
profondità e cecità alla realtà sempre qui, sempre presente, abitata da questa profondità: “La
contemplazione non è né rapimento, né estasi, né l'udire improvvise parole inesprimibili, né vedere
luci arcane. Non è il calore emotivo né la dolcezza che accompagnano l'esaltazione religiosa. Non è
l'entusiasmo, né la sensazione di essere «afferrati» da qualche forza primordiale e trasportati
impetuosamente verso la liberazione tramite una frenesia mistica. Tutte queste cose [...] non sono
opera del nostro «io profondo»; sono solamente frutto di emozioni, del subcosciente somatico;
sono un insorgere delle forze dionisiache del subcosciente”.
L'esperienza mistica del resto insegna la radicale differenza tra il piano dell'esperire (anche pur
l'esperire intellettuale, emotivo, corporeo più elevato) e la larga vastità in cui questo esperire
accade. Sostanzialmente il sentire mistico è lo spostarsi dalla prima dimensione (quella
dell'esperienza) a questa seconda dimensione, per cui si può dire che l'esperienza mistica non è
un'esperienza. È sentire la radicalità di una realtà autentica rispetto a ciò che a lungo ho
considerato essere, erroneamente, l'unica mia verità: “L'«io» che opera nel mondo, che pensa a se
stesso, che osserva le proprie reazioni, che parla di se stesso, non è il «vero io» [...]. La
contemplazione è precisamente la consapevolezza che questo «io» è in effetti il «non-io»; è il
risveglio dell'«io» sconosciuto, che non può essere oggetto di osservazione e di riflessione ed è
incapace di commentare se stesso. Quell'«io» sconosciuto […] per natura è nascosto, senza nome,
non identificato in quella società dove gli uomini parlano di se stessi e degli altri”.
Allora, se la contemplazione è l'uscita dai nomi, dalla ricerca di talune esperienze, la mistica è un
vuoto di qualsiasi identificazione, di qualsiasi specificità che trasformi il sacro in una sua
definizione, che ne faccia una determinazione: “La contemplazione [...] è uno spaventoso
infrangere e bruciare di idoli, una purificazione del santuario, affinché nessuna immagine scolpita
occupi il posto che Dio ha ordinato fosse lasciato vuoto: il centro, l'altare esistenziale che
semplicemente «è»".
Allora la dimensione contemplativa è quell'infinito "sì" presente nel mio ascolto del mondo a cui ho
accesso grazie a ciò che sto - ora, qui - ascoltando nudamente.