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Ora vi conto un fatto

Questa qui sotto è una delle cartoline che il papà


riceveva nel campo di prigionia.

La posta era di due tipi: cartolina semplice (come


qui sopra), e un foglio più leggero e più lungo che
veniva ripiegato in tre, bloccato da una linguetta e
spedito (in pratica, una lettera senza busta).
2

Il papà rispondeva, come si legge proprio sul retro di


questa cartolina, ma non vi è traccia delle sue lettere
(la nonna Maria non ne aveva, per esempio).
L’indirizzo non è in chiaro, per motivi di sicurezza (i
tedeschi non volevano che si sapesse dove erano i
campi di sterminio, di prigionia o di lavoro), ma da
quattro, cinque anni sono cominciati ad apparire gli
elenchi dei vari campi con la corrispondenza delle
sigle, e poi notizie sempre più precise.
Il papà, talvolta,
nominava Brema. In
realtà il suo campo è
segnalato lì vicino, a
circa 70 chilometri, a
Nienburg.
Come si arriva a questa conclusione? E chi ha
ragione?
Vediamo.
Sulla cartolina è già prestampata la sigla dello
Stammlager: Stammlager XC.
Stalag o Stammlager è un termine utilizzato per
indicare i campi di prigionia tedeschi per i
prigionieri di guerra. Si tratta di un'abbreviazione di
Mannschaftsstamm- und Straflager, ed è solo per
3

prigionieri di guerra non civili, e, in genere, non


ufficiali (per loro c’erano altri lager).
Con la scrittura del papà c’è scritto il suo nome e il
suo numero di prigioniero, perciò probabilmente
(come si vede più avanti) era lui che forniva le

cartoline prestampate alla famiglia. Poi a matita c’è


aggiunta la data di ricevimento (un mese da
Codogno a Brema, nel ’44, non male).

Tornando alla sigla, all'inizio della Seconda Guerra


Mondiale, l'esercito tedesco era diviso in 17 distretti
militari (Wehrkreis), a ciascuno dei quali era
assegnato un numero romano. I campi erano
numerati in base al distretto militare. Una lettera
dopo il numero romano segnalava i diversi Stalag
all'interno di uno stesso quartiere militare. Ad
4

esempio: Stalag X C è il terzo Stalag del Distretto


Militare X (Wehrkreis X). Lo Stalag XC era nel
distretto militare di Nienburg/Weser.

Lo Stalag XC di Nienburg

Nel 1936, sono completate a Nienburg, alla periferia


della città, le nuove baracche della caserma di
Mudra (che gli inglesi chiameranno poi “Assaye
Barracks”1). In esse alloggiava il Battaglione
Pioneer 22 della Wehrmacht.
All'inizio della seconda guerra mondiale, l’esercito è
spostato in prima fila, quindi la caserma rimane in
gran parte vuota. Immediatamente dopo l'inizio della
seconda guerra mondiale, le unità di alloggio della
caserma sono occupate da più di 1.000 ufficiali
dell'esercito polacco, catturati.
Tra la primavera e l'estate del 1940 a nord dell’Oflag
(campo destinato agli ufficiali) c’è lo Stalag XC
(campo destinato alle truppe). Lo Stalag XC aveva
meno della metà della superficie dell'Oflag, con sei
baracche di alloggio. Inoltre c'erano case per cucine,
infermerie, riviste e uffici postali e due caserme di
1
Pare ci sia un investitore che vuole trasformare l’ex-caserma in un
asilo.
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prigionia. Solo la costruzione destinata agli arresti è


in pietra solida, tutte le altre caserme sono
costruzioni in legno. Rispetto all’Oflag i soldati
vivono in alloggi molto più piccoli. Ogni edificio ha
10-12 camere singole, che sono occupate da un
totale di circa 160-200 prigionieri di guerra per
caserma. Queste notizie sono oggi reperibili in
Internet (fino a pochi anni fa, c’era soltanto l’elenco
degli Stalag; prima ancora, niente), ma la prima foto
che vedete nell’altra pagina è la fotocopia (fatta dal
papà) di una fotografia: sono le baracche in cui stava
lui quando era in campo di prigionia. La fotografia
originale è quella sotto.
6
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Sul retro, con la scrittura del papà, c’è scritto:


«Bremen – Oslebshausen» e sotto: «Baracca dei
prigionieri italiani. Lager 5784/a XC», poi c’è il suo
numero di prigioniero e due date: «11 – 10 – 1943 al
27 – 4 – 1945».
Quindi, al di là delle date, il papà scrive di trovarsi a
Brema (anzi, poco a nord di Brema, invece di 70
chilometri a sud, dove c’era Nienburg).
8

Dato che mi sembra improbabile che abbia sbagliato


un nome come Oslebshausen, direi che si deve dar
retta a lui, anche se io questo nome l’ho trovato
citato solo una volta, in uno studio, come campo di
prigionia in cui si compose della musica
“concentrazionaria”.
In ogni modo, qui o là, lo Stalag XC raccoglie i
primi prigionieri nell'estate del 1940. Inizialmente,
francesi, poi, nel tempo, arrivano polacchi, belgi,
rumeni e serbi. Dal dicembre 1943 anche i soldati
italiani (il papà è stato arrestato subito dopo l’8
settembre). Inoltre, qui ci sono prigionieri di guerra
sovietici, alloggiati nella caserma più orientale. Per
isolare i sovietici dalle altre nazioni, l'edificio è
protetto da un ulteriore recinto di filo spinato.
Lo Stalag XC è responsabile di un elevato numero di
prigionieri (35.000-45.000). Il campo di Nienburger
è occupato, tuttavia, solo da circa 500-1000 uomini.
La stragrande maggioranza viene distribuita in molte
centinaia di unità lavorative in tutta l'area di Weser-
Ems. Tra questi ci sono i commando impiegati in
agricoltura, altri in imprese commerciali e altri
nell'industria degli armamenti. Forse è per questo
che il papà si trova più vicino a Brema che a
Nienburg.
9

Gli viene rilasciata anche una carta di identità:


quella qui sotto è del settembre ’44.

Il timbro grande, in nero, significa “protezione del


lavoro”, mentre in alto a destra, “Ausweiskarte”
significa appunto carta di identità.
Sul retro ci sono le istruzioni nel caso di perdita
della carta, che serve per la comunicazione tra i vari
uffici. È possibile averne una copia, anche se
vengono declinati tutti i danni derivanti dal rilascio
di una nuova carta.
La situazione delle forniture a Nienburg varia
secondo la nazionalità. I prigionieri che possono
ricevere pacchi dalla loro patria andavano meglio. I
soldati dell'Armata Rossa sono classificati più in
basso e ricevono le peggiori cure. I prigionieri di
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guerra che lavorano in agricoltura di solito hanno


una situazione alimentare relativamente buona.
L’unica cosa che io ricordi il papà abbia mai
raccontato della prigionia è la storia delle
barbabietole rosse, che, per mangiare, i prigionieri
sono costretti a scavare dal terreno gelato, essendo
spesso una delle poche cose che hanno a
disposizione. Da qui, l’avversione del papà per
questo tipo di verdura.
La posta funziona bene. La testimonianza di un
prigioniero riferisce che si era riusciti persino a
ottenere il favore di uno dei controllori tedeschi che
aveva apposto un sigillo “censurato”, e inviato
alcune lettere dei prigionieri senza averle lette. I
prigionieri, poi, ricevono regolarmente i loro pacchi
dalla Croce Rossa polacca.

Qui sotto è il retro della cartolina iniziale, per la gran


parte scritta dalla zia
Enrica. Fa, appunto,
riferimento a dei pacchi
spediti («tutti e tre
contengono tabacco, mi
piacerebbe sapere lo
scopo»).
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Per tornare alla posta, un controllore della Croce


Rossa francese dice che «Tutti gli ufficiali e anche i
soldati hanno già scritto alla sua famiglia e hanno
potuto inviare un avviso di prigionia. Ma pochissimi
hanno già ricevuto una risposta. La censura del
campo è sopraffatta, ci sono solo 8 controller
disponibili. Il Kommandantur del campo tuttavia si
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impegna a ogni sforzo per mantenere il flusso di


carte e lettere».
In realtà, già dall'ottobre del 1940 i controllori erano
così sopraffatti dalla quantità di posta ricevuta che il
comandante del campo aveva ridotto il numero di
moduli da distribuire a una lettera e a una cartolina a
persona.
Un’altra cosa curiosa di cui non riesco a trovare
conferma è il fatto che, a quanto pare, a un certo
punto vengono permesse delle trasmissioni radio dei
“liberi lavoratori in Germania”, perché la nonna
Maria ne fa cenno in una lettera al papà del primo
gennaio 1945: «…tutti i giorni si apriva laradio per
sentire la trasmissione dei liberi lavoratori in
Germania ma la tua voce non si e sentita, speriamo
dando avanti di sentirla». E continua: «Senti Gianni
vorei sapere una cosa un giorno il papà [il nonno
Pietro] e andato a Milano e andato a casa del
Ingegnere di Renzo e sua sorella ci a detto che a
sentito la tua trasmisione dalla Germania a però
non crediamo di questo mi piacerei avere risposta».
Il campo degli ufficiali subisce un bombardamento
serissimo il 4 febbraio 1945 (ci sono 97 morti). Poi,
in aprile, la liberazione.
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Oflag e Stalag sono in gran parte evacuati. Tutti gli


ufficiali si trasferiscono il 5 aprile 1945, a piedi, nel
campo di Wietzendorf. Lì arrivano il 9 aprile.
I soldati non trasferibili rimangono a Nienburg.
L'amministrazione tedesca consegna le chiavi agli
anziani del campo francese dell'Oflag. L’esercito
britannico prende Nienburg il 9 aprile senza
resistenza e libera i prigionieri di guerra. In un
rapporto fatto il 17 aprile 1945 da prigionieri
francesi di ritorno dalla prigionia, viene notato tra gli
altri:
«Nienburg è stato catturato da una mitragliatrice
inglese (4 uomini - 3 mitragliatrici) senza colpi di
fuoco, verso le 9; ma già il campo era stato liberato
da un'ora dalla presenza dei tedeschi, che erano
partiti; un ufficiale tedesco aveva dato al colonnello
Auger le chiavi del campo. Il colonnello
Auger, prendendo il comando, alzò quindi la
bandiera tricolore sull'albero principale e fece
occupare la caserma».
In seguito, il papà non è tornato direttamente a casa,
ma ha fatto il giro dalla Francia (Lilla, poi Nizza,
Bordighera, casa), sia per rimettersi in sesto, sia per
controllare che fosse davvero un prigioniero di
guerra e non un infiltrato, nazista, eccetera.
Ma questa è un’altra storia.
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Andate e ritorni

Secondo quanto previsto dal regio decreto legge


1879 del 1934 e da un altro del 1938 (Testo unico
delle disposizioni legislative sul reclutamento del
regio Esercito), si prevede che per l'esercito i
giovani vengano chiamati alla leva ed esaminati nel
20º anno, con la chiamata alle armi normalmente nel
21º anno.
Perciò, siccome il papà nasce il 28 gennaio 1922,
anche se la classe di mobilitazione è il ’42
(vent’anni), la chiamata alle armi è successiva e fino
al 1943 la scampa.
E soprattutto scampa la chiamata alle armi
nell’ARMIR (Armata italiana in Russia), che opera
sul fronte orientale dal luglio del 1942 al marzo del
1943, con più di 84.000 tra morti e dispersi.
Nel frattempo, alcuni suoi amici sono già inquadrati
nel Regio Esercito e gli scrivono cartoline in attesa
di essere mandati al fronte: uno è un marconista del
Genio, un altro un fante, un altro ancora Sottocapo
silurista.
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Alcune cartoline riportano in alto frasi patriottiche e,


di solito, anche il timbro della censura.
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Leggenda vuole che, una volta chiamato alle armi, il


papà (che era marinaio sommergibilista) non abbia
fatto in tempo a mettere nemmeno un piede in un
sommergibile, perché è stato sorpreso dall’8
settembre ’43, e preso prigioniero.
Io mi ricordavo che era dalle parti di Venezia, ma
sbagliavo: innanzitutto, la cartolina dell’altra pagina
(quella “al Signorino Gianni Ferrari”) è spedita da
La Spezia e il mittente dice: «Sono giunto a Spezia
due giorni fa e credo opportuno darti subito il mio
indirizzo, che tu adopererai per scrivermi non
appena ti manderanno la cartolina di chiamata. Tu
mi dirai il giorno che ti presenti e caso mai l’ora che
arrivi a Spezia ti verrò così a trovare subito».
Inoltre, la carta di rimpatrio dice chiaramente che il
“centre mobilisateur” è La Spezia.

In ogni modo, dopo l’armistizio dell'8 settembre i


tedeschi catturano complessivamente 810.000
militari italiani: di questi 94.000, subito dopo la
cattura, si uniscono alle forze armate germaniche
(con la stessa divisa e paga dei soldati tedeschi) o
aderiscono (dopo la fondazione della R.S.I.) al
ventilato progetto della costituzione di una armata
italiana per contrastare l'avanzata alleata; gli altri
716.000 vennero internati nei lager. Il loro status
divent quello di “internati militari italiani” (e questo
perché così non sono più “prigionieri di guerra” e
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per non riconoscere loro le garanzie delle


Convenzioni di Ginevra), e infine, dall'autunno del
1944 alla fine della guerra, lavoratori civili, in modo
da essere utilizzati come manodopera coatta senza
godere delle tutele della Croce Rossa loro spettanti.
Qui la cosa si fa complicata, con le divisioni tra chi
poi aderisce alla Wermacht, o ai Battaglioni di
lavoratori militarizzati, oppure accetta di essere
ridotto allo stato civile e guadagnare qualche soldo
(in marchi).
Siccome però al papà è riconosciuto lo status di
prigioniero (come si vedrà), a questo proposito va
solo detto che lo Stato Italiano riconosce alle
famiglie dei militari e, dopo, degli internati, degli
“assegni”. C’è una domanda del nonno Pietro, nella
quale chiede un anticipo di tali assegni, con la
risposta del 30 marzo 1944 e l’elenco dei documenti
da produrre. E poi c’è il libretto di riscossione del
sussidio (si andava alle Poste a ritirare e veniva
messo un timbro ogni quindici giorni).
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20

Venivano date due lire al giorno al nonno Pietro, e


otto alla nonna Maria: in pratica, ogni quindici
giorni venivano pagate 150 lire.
Sono circa cinquanta euro di oggi, tenendo conto che
nel ’43 un chilo di pane costa 2 lire e 40 e un litro di
latte 2 lire e 81. L’anno dopo, però, un chilo di pane
viene 12 lire e 32, e un litro di latte 12 lire e 67 (e
nel ’45 prezzi ancora raddoppiati2).
E in effetti, nelle ultime caselle del libretto, accanto
al timbro, c’è annotata la cifra 375 (l’ultimo timbro è
del primo agosto 1945).

In questi anni, altri amici o conoscenti del papà si


trovano in Germania: Celestino (qualcuno se lo
ricorda, il signor Celestino? Eccolo qui), Piero di
Arturo, Gin quello di Bidulìn. Renzo, Carlo e Gianni
sono a casa, anche se la loro identificazione è già più
difficile. «Gino Angelo non si sa nulla», «Renzo [un
altro] a scritto si trova prigioniero».

Ma torniamo in Germania, dove, nell’aprile del


1945, il campo è stato ‘liberato’.
Questo, però, non significa il ritorno a casa.

2
Non lo dico io, lo dice l’Istat.
21

I prigionieri di guerra, dovunque si trovino, vengono


trattenuti, per un motivo o per l’altro. Gli inglesi, per
esempio, termineranno di rimpatriare i loro
prigionieri (tedeschi, italiani, ecc.) nel 1947 (e
vogliono tenere gli italiani del nord per farli
lavorare, perché quelli del sud, secondo loro, sono
dei fanigottoni.

In ogni modo,
visto che il
colonnello Auger
(quello di pagina
13) è quello che
prende il
comando del
campo di
Nienburg e
diventa il
responsabile
della
liquidazione del
campo stesso3, il
papà,
presumibilmente si ritrova in mani francesi. E sono i

3
Il colonnello Auger lascia per ultimo il campo di prigionia ma, in
compenso, viene portato direttamente a Parigi con una macchina
inglese. I prigionieri che stanno bene vengono invece spostati a
piedi, altrimenti in treno.
22

francesi che gli rilasciano una carta di rimpatrio che


sostituisce provvisoriamente la carta di identità. Il
papà è destinato al Centro di accoglienza di Lille (o
Lilla, in italiano), ma, a quanto pare, ci arriva da
Parigi.
C’è infatti una “fiche de Transport” a suo nome con
il timbro della stazione Paris-Lyons (è il primo,
quello rotondo).

La “fiche de Transport” della repubblica francese è


rilasciata dal Ministero dei Prigionieri, deportati e
rifugiati, e garantisce il diritto al trasporto gratuito
dei rimpatriati fino alla destinazione definitiva, con
tutti i mezzi messi a disposizione dal Servizio di
rimpatrio. In caso di fermata in una stazione
intermedia situata sul percorso diretto, il titolare del
biglietto deve far mettere un timbro con la data alla
stazione in cui si ferma e da cui ripartirà.
23

Cartina del papà,


rovinata, ma con
la zona Parigi -
Lille
24

La data del timbro alla stazione di Lille è il 6 luglio


1945, e il biglietto prevede come ulteriore stazione
di destinazione la città di Nizza.
Intanto, però, a Lille, è necessario certificare che il
papà non sia un nazista in incognito mescolatosi ai
prigionieri di guerra o roba del genere, perciò, in
assenza di una qualsiasi autorità diplomatico-
consolare italiana in Francia, è il Comitato italiano
di Liberazione Nazionale che l’11 maggio del ’45
attesta che
«Ferrari Giovanni, nato il 28 gennaio 1922 a
Codogno, provincia di Milano (Italia), di
nazionalità italiana, di professione disegnatore
meccanico, è un ex-prigioniero di guerra liberato
dagli Alleati in Germania».
L’attestazione serve per farlo circolare liberamente.
Leggenda vuole che, a Lille, il papà sia ospitato (o
faccia comunque amicizia) con una famiglia che lo
mette all’ingrasso, e con la quale manterrà
corrispondenza anche negli anni successivi.
25

Da Lille, quindi, presumibilmente, il papà si sposta a


Nizza, e da Nizza in Italia.
L’alto Commissariato per i profughi di guerra lo
registra a Bordighera, in arrivo (genericamente)
26

dalla Francia, il 23 luglio 1945, e in partenza per


Genova il giorno dopo.

In questo momento il papà ha ventitré anni e mezzo.


27

Non è che finisca proprio qui: intanto, il sei maggio


del ’46 il papà riceve il certificato elettorale per le
elezioni del 2 giugno, dove voterà per la monarchia
(alla quale, da soldato, aveva giurato fedeltà; la
mamma, che non aveva giurato niente, vota
repubblica).
Tre anni dopo, circa, nel 1949, la Marina Militare
(Ufficio assegni Famiglie prigionieri e dispersi) gli
riconosce un “indennizzo Germania” di 5.750 lire: in
quell’anno, un chilo di zucchero costa 250 lire, un
chilo di pane 99 lire, un litro di latte 76 lire, e 5.000
lire equivarrebbero a 93 euro circa.
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29

Allegati

Cartoline e lettere
(in ordine di data
e con gli errori)
30

dal fante Gino Polenghi da Perosa Argentina (Torino)

Da Perosa Argentina il 15-7-41


Caro Gianni,
ti scrivo due righe perché penso che un mio scritto ti
giunga sempre ed ovunque gradito. Novità da
raccontarti non ne ho, ne belle ne brutte, i giorni si
susseguono l’un l’altro monotoni e privi di cose. A
giorni e precisamente il 18 c.m. lascierò questo
paese ed andrò a Bardonecchia. Sempre sperando
che la tua salute sia ottima sempre ricordandoti con
affetto.
Gino
31

da Bossi
Maurizio,
marconista
al V reparto
del Genio
Misto

Pigna 25/8/41

Carissimo Gianni,
Sabato ho ricevuto la tua cartolina. Fammi sapere
qualcosa di cavallini quando risponde. Sono
contento che Viola sia riuscito a fare quello che
voleva fare, ora credo che mi scriverà. Hai visto
Bruno? È venuto a casa in permesso di 5 giorni, noi
invece non sappiamo ancora niente. Otto mesi sono
quasi passati sarebbe ora no; di avere un piccolo
permesso? Salutami Pino, Agostino e Fausto ed
appena saprai qualcosa di questa loro carriere
informami. E tu non l’hai qualche donnina?
Salutami fiore. Un abbraccio tuo amico Bossi
(dì a Franco di scrivere)
32

sempre da
Bossi, sempre
da Pigna, un
mese dopo

Pigna, 30-9-41

Carissimo Gianni, verso la metà del mese entrante parte


il primo turno, non so se sarò incluso in esso, però è
certo che nel secondo ci sarò senz’altro e arriverò a
Codogno giusto in tempo a passare la fiera, chissà che
bei giorni quelli: o un vivo desiderio ei vederti e
raccontarti tante cose che qu non posso accennare.
Ormai è certo che a casa si viene, sarà ancora per un
mese circa dattendere, quindi se o pazientato per quasi
dieci mesi posso pazientare ancora per uno. Ti auguro di
divertirti più che puoi intanto che ne sei ancora in tempo.
La mia salute è ottima come spero sia anche di te e di
tutta la compagnia. Speriamo di rivedervi presto e in
questa attesa affettuosamente ti saluto
tuo amico Mariano
33

da Pietro Sali, sotto capo silurista a La Spezia

La Spezia 9/1/42

Caro Gianni,
sono giunto a Spezia due giorni fa e credo opportuno
darti subito il mio indirizzo, che tu adopererai per
scrivermi non appena ti manderanno la cartolina di
chiamata. Tu mi dirai il giorno che ti presenti e caso
mai l’ora che arrivi a Spezia ti verrò così a trovare
subito.
Io sto bene e auguro a te ogni bene e buona fortuna.
Tanti saluti a tutti i tuoi cari e Enrichetta arrivederci
a presto aff.mo amico Peppino
34
35

Le seguenti sono alcune lettere che venivano scritte


su moduli prestampati: quelle a cura della Croce
Rossa di Codogno riportano l’indirizzo scritto a
macchina, le altre hanno nome e sigla del prigioniero
scritte dal papà.
A destra c’è la parte esterna, all’interno una pagina a
righe e l’avvertenza iniziale:
“Se volete che la corrispondenza arrivi a
destinazione scrivete chiaro e con caratteri non
troppo piccoli. È consentito scriver sulle righe e non
fra le righe”.
Il foglietto (leggero) veniva ripiegato e la linguetta
che si intravvede in alto veniva inserita nel taglio
che si nota nello spazio bianco (dove il papà ha
scritto anche “risp 19/3”)
36
37

Codogno 8-2-1944

Caro Gianni, Dopo tanto tempo possiamo scriverti le


nostre notizie di salute stiamo bene come pure
speriamo anche di te. Perora qui si sta ancora molto
bene e speriamo che sia sempre cosi. Mi dispiace a
sentire che hai in mano una matita un po troppo
pensante ma dogni modo meglio cosi ti pare Gianni.
Il tuo compagno di Bologna che si chiama Beppe a
scritto due volte per sapere le tue notizie ci abbiamo
risposto che ti trovi in Germania.
dei tuoi compagni ti trovi solo te via? Celestino
Piero di Arturo Gin quello di Bidulin si trovano
anche loro in Germania. Renzo Carlo Gianni sono a
casa. Gino Angelo non si sa nulla. Renzo a scritto si
trova prigioniero. Il tuo padronale4 chiedeva sempre
a Renzo se avevi scritto, per poter farti venire a casa,
ma però ti dico di non farti lusione. Ti raccomando
Gianni pregare sempre il buon Dio che è lui ti da la
salute e la rasegnazione e cosi verra giorno che
potremmo riabraciarti e di stare per sempre in nostra
compagnia. Ti mando saluti baci tua mamma e papà.
(con altra scrittura)

4
Il “padronale” è probabilmente Polenghi, perché la ditta “Officine
elettromeccaniche Polenghi Mario, via Pallavicino, Codogno,
telefono 2-81” nel febbraio del 1947 dichiara “di aver avuto alle
proprie dipendenze l’impiegato Ferrari Gianni dal 2 novembre
1922 [sic!] al 30/8/1946 durante tale servizio à sempre prestato
attività e benvolere”.
38

Con la fiducia nel buon Dio di un presto arrivederci.


Caramente ti saluto e ti bacio Enrica.
(con altra scrittura)
Caro Gianni colgo l’occasione per poterti dare mie
notizie. Io vado al lavoro ha Milano. Qui a Codogno
novità nulla. Ti mando i saluti del tuo padrone, del
Nano, Pino Leoni, Brizzolari, Mezza e Gianni
Invernizzi. Saluti e bacioni tuo fratello Renzo.
39
40

Codogno 14 – 2- 1944

Caro Gianni
In vio queste poche riche per darti nostre nostre
notizie noi si troviamo molto bene, sperannosi anche
di te. Abbiamo uciso il maiale e ti aspetiamo a casa
presto a mangiarlo. scrivi se ai bisogno qualche cosa
da mangiare o da vestire.
Celestino Corazza a mandato il modolo per mandarli
il pacco, appena che lavrai spediselo subito e dire
che cosa vuoi mangiare o vestito.
Il tuo compagno quello di Bologna vuole sapere tue
notizie e come gia li abbiamo mandati che ti trovi in
Germania.
Ora ti salutiamo con la speranza di vederti presto.
Tanti baci mamma. il Babbo
(con altra scrittura)
Caramente ti saluta e tanti baci Enrica Renzo e Carlo
41

Il modulo è
leggermente
diverso, anche
se la struttura
è la stessa:
questo è in
tedesco, con
prestampato il
nome del
lager XC.
Scritta a
matita dal
nonno Pietro,
con indirizzo
e mittente
scritti, sempre
a matita, dal
papà.
La lettera,
all’interno, è
scritta molto
in piccolo.
42

Carissimo Gianni – avuto tuo e tanto desiderato


scritto. Siamo lieti nel leggere tutto quanto tu dici. Ti
abbiamo per mezzo della Croce Rossa spedito un
pacco che conteneva roba da mangiare. Renzo
sempre con noi, zio Carlo aspettiamo fra noi, è al
corrente in tutto al tuo riguardo, non pensare per noi
che fino ad oggi stiamo tutti bene tanto di salute
quanto d’interesse. Gianni della zia è solo che è a
casa, pocanzi abbiamo ricevuto ancora notizie dal
tuo amico Palmieri di Bologna che credendoti a casa
voleva venire a trovarti, così mi incarica di salutarti,
anche quelli della Maiocca stanno bene. Mario a
finito la sua licenza e parte lunedì 28 – 2. Novità quì
a Codogno ce ne sono tante, ma dal poco spazio
limitato ti dirò soltanto che stanno richiamando le
classi 22 al 25 (finora) dunque rasegniamoci a tutto
quanto il Signore ci manda, e fiduciosi in Dio che
venga presto il giorno in cui potremo abbraciarsi.
Baci infiniti (con altra scrittura) non pensare per la mamma
sta bene (con altra scrittura) Carissimo Gianni, ti
ringraziamo vivamente per il penisero tanto gentile
avuto a nostro riguardo. Di cuore ricambiamo
l’affettuoso ricordo coll’augurio di un non lontano
ritorno in Patria. Noi stiamo bene e ti salutiamo
caramente. Saluti affettuosi anche dalla famiglia
Polenghi. Baci Angiolina G. ed Emilia Gallinari. (con
43

altra scrittura) caramente ti saluta e un


forte abbraccio. Babbo Enrica Renzo
zio (con altra scrittura) Saluti cari ed un
presto arrivederci famiglia Pagani.

Il nonno Pietro (in una foto del


1953)

Papà, Enrica, Renzo il 19 marzo 1942


44

dallo zio
Carlo di
Torino,
con una
data di
partenza
che
sembra di
aprile

Caro Gianni. Noi tutti bene, grazzie tuo ricordo


sempre a tua disposizione se hai bisogno di noi.
Abbracciandoti caramente
Tuoi aff.mi zii
Carlo e Rita