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APPUNTI E NOTE DI SOCIOLOGIA

Sociologia e religione

- La religione ha spesso operato e opera ancora come strumento di coesione e di continuità


sociale (difesa e conservazione della tradizione, in campo sociale, morale, culturale), ma può essere
(e in alcuni casi è stata effettivamente) un potente fattore di trasformazione e di cambiamento
(es. il protestantesimo in Europa tra il '500 e il '600). I sociologi classici hanno interpretato la
funzione sociale della religione ponendo l'accento sul primo (es. Durkheim nelle Forme elementari
della vita religiosa, 1912) o sul secondo aspetto (es. Weber nell'Etica protestante e lo spirito del
capitalismo, 1904-05).
- Il “teorema” della secolarizzazione come principio di analisi della società moderna e il bisogno di
religiosità dell'uomo nell'epoca della scienza-tecnica. Nonostante l'“eclissi del sacro” e la “morte di
Dio” di cui si è a lungo discusso in Occidente (almeno a partire da Nietzsche), i sociologi tendono
ormai a considerare la religione è una “costante antropologica”, qualunque sia la valutazione che
ne viene data in termini di categorie e di funzioni sociali.
- Il fondamentalismo religioso tra “ritorno all'origine” (polemica contro la “corruzione” della
società moderna), “principio di inerranza e organicità” (nell'interpretazione del testo sacro,
considerato come rivelazione della parola di Dio), “vincolo comunitario” (i fedeli si organizzano e
vivono come una comunità, nel rispetto scrupoloso delle regole e dei divieti del Libro), “politicità
della vita religiosa” (resistenza e contrasto allo Stato e alle sue leggi, se risultano incompatibili con
“la volontà di Dio”).

Il funzionalismo di Parsons

- Talcott Parsons, sociologo statunitense (1902-1979). Dal 1929 insegnò all'Università di Harvard,
dove fondò e diresse per lungo tempo un Centro di studi sociologici. È considerato uno dei massimi
sociologi del Novecento ed è il rappresentante più autorevole e influente del funzionalismo.
- Fonti principali e riferimenti: Durkheim, Radcliffe-Brown. Dal primo P. riprende l'idea che la
società, sociologicamente parlando, ha un'essenziale “priorità” o un “primato” (sul piano logico,
metodologico, strutturale e funzionale) rispetto agli individui e non si riduce alla loro semplice
somma; dal secondo il concetto di funzione sociale come compito che ogni istituzione svolge per
soddisfare i bisogni generali della società.
- L'ambizioso progetto che Parsons ha perseguito è la costruzione di una teoria generale della
società e dell'azione sociale. Questa teoria si sviluppa a partire da tre assiomi:
1) La società è un sistema dinamico-funzionale (un'unità dinamica che, per adattarsi all'ambiente
e sopravvivere, deve soddisfare determinati bisogni);
2) La società è analoga a un organismo vivente (come le parti di un organismo cooperano e
dipendono l'una dall'altra per il buon funzionamento di esso, così le diverse istituzioni sociali –
politiche, religiose, educative, ecc. - non operano isolatamente, ma in rapporto di interdipendenza).
3) La società tende al mantenimento dell'equilibrio (ciò che in un organismo biologico si chiama
“omeostasi”, viene ottenuto nel caso di un sistema sociale tramite un complesso meccanismo di
autoregolazione che ripristina l'equilibrio complessivo quando questo viene “perturbato” da fattori
interni o esterni).
- Parsons ha proposto un modello teorico generale (AGIL) che dovrebbe essere in grado di spiegare
il funzionamento di tutti i sistemi sociali. Ogni società risponde a quattro imperativi funzionali
fondamentali: a) Adattamento (cui provvedono le istituzioni economiche), b) Raggiungimento
degli obiettivi (cui provvedono le istituzioni politiche), c) Integrazione (cui provvedono le
istituzioni giuridiche), d) Mantenimento dei modelli latenti (cui provvedono le istituzioni
familiari, religiose, educative). Come attore concreto delle dinamiche sociali, Parsons vede un
individuo razionale, che (a livelli diversi) riesce a cogliere la funzionalità e l'utilità delle istituzioni
sociali e pertanto cerca di mantenersi conforme ad esse: così l'equilibrio del sistema sociale viene
conservato. La “devianza”, nella prospettiva sociologica parsoniana, sembra essere un elemento
marginale o periferico, che l'organismo sociale è in grado di contenere e di riassorbire, senza
conseguenze distruttive.

[Il “neofunzionalismo” di Merton: critica dell'ottimismo razionalistico di Parsons, più spazio e


attenzione per la differenza e la devianza. Non tutte le istituzioni sociali, per il fatto di essere
“reali”, esistenti, sono funzionali e utili (es. la burocrazia)].

La sociologia contemporanea: nuovi approcci

- Nella sociologia degli ultimi decenni, si registra una progressiva riduzione o


“ridimensionamento” delle teorie sistematiche, in favore di prospettive più legate all’analisi
della vita quotidiana delle persone e dell’influenza che le macro-cornici sociali esercitano su di
essa. In questo senso, se non si sono formate grandi “scuole sociologiche”, la sociologia ci offre
nondimeno la possibilità di gettare luce sulle dinamiche proprie della società contemporanea. Il
nuovo orientamento deriva dalle riflessioni di alcuni studiosi che hanno individuato processi,
tendenze, punti di trasformazione, metafore, nozioni e concetti-chiave, attorno ai quali elaborare
una comprensione, certo sempre parziale e orientata, del mondo in cui viviamo. Tra questi:
Zygmunt Bauman (la “modernità liquida”), Ulrich Beck (la “società del rischio”), André Gorz (il
“lavoro immateriale”). In generale, questi autori (al di là delle differenze sul piano teorico e
metodologico) tendono a rifiutare l'idea che esista una realtà sociale pre-strutturata cui i soggetti
sociali si adeguano in misura maggiore o minore : la “realtà”, in senso sociologico, viene costruita,
modellata e sempre di nuovo ri-negoziata da concreti attori sociali che le attribuiscono significato.
Rispetto al primato della struttura-funzione (tipico dell'approccio di Durkheim e di Parsons), viene
affermandosi la centralità della cultura come autentico motore della produzione e riproduzione
sociale dei significati.
Zygmunt Bauman: dalla post-modernità alla “modernità liquida”

Ulrich Beck: “seconda modernità” e “società del rischio”

Politica e politiche pubbliche

- La parola italiana “politica” ha come corrispondenti inglesi due termini: politics e policy. Il primo
termine si usa per indicare tutto ciò che riguarda il sistema politico (elezioni, partiti, governo,
forme di controllo e di partecipazione ecc.); con il secondo termine, si intende invece un
determinato programma o la scelta di agire in un modo o in un altro. Una policy è allora una
“politica pubblica”, cioè un programma di azione attuato da un’autorità pubblica e finalizzato ad
affrontare questioni di rilevanza collettiva. Studiare le politiche pubbliche significa osservare le
istituzioni in azione e quindi ciò che la politica fa per la società.
- Nell’ambito delle politiche pubbliche si possono distinguere alcuni sottoinsiemi, come le politiche
istituzionali (politica estera, difesa, politica della giustizia), le politiche economiche (monetaria,
fiscale, industriale), le politiche territoriali (urbanistica o ambientale), infine le politiche sociali
(assistenza e previdenza, sostegno alla famiglia, politiche abitative, diritto allo studio ecc.). Le
politiche sociali incidono direttamente sul benessere dei cittadini, sulle loro condizioni di vita, in un
senso molto concreto, essendo alla base della produzione e della distribuzione di risorse.
- Un aspetto interessante dello studio delle politiche pubbliche è l’analisi del processo detto di
policy-making, vale a dire lo studio degli attori coinvolti nell’elaborazione di una politica pubblica
e delle modalità che guidano i vari attori nel corso dei processi decisionali. Nell’analisi degli attori
politici si distinguono attori istituzionali, come il Parlamento, il Governo, la Banca centrale, la
Commissione europea ecc. da altri attori, come i partiti politici, i sindacati, l’apparato
amministrativo (burocrazia). Il peso dei diversi attori politici, istituzionali e non, varia molto da un
Paese all’altro. Anche i gruppi di pressione (le cosiddette lobbies) esercitano un peso. Operano per
conto di imprese, categorie, associazioni o anche istituzioni, per esempio le università; cercano di
orientare le decisioni dei politici e degli amministratori (mostrando le opportunità, documentando,
promettendo sostegno elettorale ecc). Un lobbista opera esplicitamente a favore di una parte o di un
gruppo di interesse. Le lobbies tutelano interessi particolari, dei quali cercano di mostrare il legame
con l’interesse pubblico. Una certa importanza hanno anche le associazioni dei cittadini (es.
associazioni di consumatori, per la difesa dell'ambiente, per la tutela di diritti, ecc.).
- I sociologi studiano, oltre agli attori coinvolti nelle politiche pubbliche, anche le modalità di
prendere le decisioni da parte degli attori stessi; modalità che, in linea generale, possono essere
all’insegna di determinati stili decisionali.
1) Stile impositivo: si impone una certa politica, anche rischiando di suscitare proteste e
manifestazioni dei cittadini o delle parti chiamate direttamente in causa.
2) Stile consensuale: adottare uno stile consensuale dovrebbe significare che le decisioni si
contrattano e “negoziano” con le varie parti coinvolte.
3) Stile anticipatorio: si cerca di elaborare strategie e soluzioni per affrontare problemi prevedibili,
che non si sono ancora presentati.
4) Stile reattivo: si affrontano “rincorrono” i problemi già in atto, tentando di porvi in qualche
modo rimedio.
Il sistema politico italiano presenta uno stile decisamente reattivo, dato che spesso le decisioni
hanno il carattere dell’urgenza; inoltre, molti problemi si aggravano perché non vengono mai risolti
alla radice.

Il Welfare

Ritzer e la mcdonaldizzazione
- Parlando di “mcdonaldizzazione”, Ritzer propone una sorta di estensione e di sviluppo originale
della classica teoria weberiana della razionalizzazione come processo fondamentale della società e
della cultura moderna. Come Weber parlava di “gabbia d'acciaio” riferendosi agli effetti della
burocratizzazione della vita, così Ritzer prende in considerazione le conseguenze paradossali e
alienanti della razionalità strumentale, attraverso l'analisi di un sistema produttivo-organizzativo a
tutti noto: l'azienda multinazionale Mc Donald's. I parametri e gli scopi del “sistema Mc Donald's”,
che si è poi “infiltrato” e diffuso in altre grandi aziende o società di servizi, sono essenzialmente: 1)
efficienza, 2) calcolabilità, 3) prevedibilità, 4) controllo. Se alcuni aspetti della razionalizzazione
sono certamente positivi, l'autore ne mette in luci le dimensioni di disincanto, alienazione, de-
umanizzazione.

L'interazionismo simbolico

- L'espressione “interazionismo simbolico” è stato coniata da Herbert Blumer, un allievo di Mead


all'università di Chicago, alla fine degli anni '60 (Interazionismo simbolico. Prospettive e metodi,
1969). Esso si concentra non tanto sulle grandi strutture sociali (lo Stato, l'economia, le classi
sociali, ecc.), ma muove dall'analisi delle “azioni individuali” delle interazioni concrete tra le
persone.
- “Interazionismo”: il senso della vita sociale emerge nelle interazioni tipiche della vita quotidiana,
nelle relazioni che intratteniamo ogni giorno nel nostro ambiente. Il mondo reale è una realtà
dinamica e intersoggettiva: 1) non c'è una struttura universale che debba essere riconosciuta e
mantenuta, 2) gli esseri umani non sono “monadi”, ma vivono e si comprendono sempre nelle
interazioni con gli altri.
- Uno sviluppo originale e influente dell'interazionismo simbolico si ha con la riflessione
sociologica di Erving Goffman (1922-1982), che rielabora creativamente l'approccio di Mead e
della “scuola di Chicago” in polemica con lo struttural-funzionalismo di Parsons, che aveva
dominato la scena della sociologia americana per almeno trent'anni. Nella genesi del pensiero
sociologico di Goffman agisce anche la fenomenologia sociale di Alfred Schutz. Nel 1959 esce La
vita quotidiana come rappresentazione (titolo originale: The Presentation of Self in Everyday Life).
- La vita sociale come “rappresentazione teatrale”, il sé come effetto drammaturgico.

Teorie sulla comunicazione di massa

- Nel corso del Novecento l’avvento e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa hanno
suscitato un grande interesse nei ricercatori delle scienze sociali.
- La bullet theory o teoria ipodermica della comunicazione costituisce il primo tentativo di un
approccio globale all’universo dei media. Affermatasi tra la prima e la seconda guerra mondiale –
con i lavori di F. H. Lund (1925, 1933), Herbert Blumer (1936) e Harold D. Lasswell (1936), si
propone di spiegare gli effetti sociali della propaganda dei nascenti regimi totalitari. Secondo questa
teoria, i media sono strumenti di persuasione che agiscono automaticamente su riceventi passivi e
inermi. L’opinione pubblica è vista come una massa uniforme e omogena: un aggregato di individui
isolati, anonimi, distaccati l'uno dall'altro, “atomizzati”. I messaggi persuasivi o propagandistici
sono come “pallottole” (bullets), scagliate sulla pelle dei destinatari: quando il messaggio li
raggiunge, esso viene inoculato e l'azione persuasiva ha successo. La comunicazione viene quindi
considerata come un processo diretto tra comunicatore e ricevente senza alcun intermediario; gli
effetti sono dati per scontati. Dietro questa tesi, che oggi ci appare quantomeno semplicistica,
operava il modello “stimolo-risposta” del comportamentismo radicale. Per questa capacità di
aggredire immediatamente e pervasivamente la mente degli uomini, ottenendone il consenso, i
media vanno posti in rapporto con l'affermazione dei totalitarismi, nell'Europa degli anni '30.
- Sulla scia della teoria precedente e di una maggiore consapevolezza dei suoi limiti, si afferma (a
partire dagli anni ’40), l’approccio psico-sociologico sul campo, che focalizza l’attenzione
sull’analisi empirica dell’efficacia persuasiva dei messaggi. Anziché dare per scontati gli effetti
persuasivi dei media, ci si chiede a quali condizioni la comunicazione di un messaggio diventa
(effettivamente) persuasiva. Il gruppo di ricerca della “scuola di Yale”, guidato dallo psicologo Carl
Hovland, riesce a mostrare, tramite una serie di esperimenti, che la persuasione, come tale, non è
“automatica”, ma dipende sia dalla credibilità della fonte (competenza e affidabilità di chi manda il
messaggio) sia dalla sua attrattiva (dal fatto che piaccia e desti simpatia). In tal senso, un
contributo importante è venuto da Paul F. Lazarsfeld, che ha compiuto alcune ricerche su come i
media influenzano un determinato comportamento (es. il voto elettorale, l'acquisto di beni di
consumo, ecc.), cercando di capire quanto esso sia determinato dall’esposizione ai media e quanto
invece da contatti e relazioni interpersonali (l'idea è che ogni individuo sia soggetto a un “sistema
di influenze”). Ebbene, è risultato chiaro come gli individui, più che dai media, vengono
influenzate da persone che godono della loro stima e fiducia, o che, comunque occupano una
posizione di rilievo all'interno della comunità. I mass media, per dispiegare la loro efficacia
persuasiva, devono convincere gli opinion leader (si parla dunque di: two steps flow
communication).
- La teoria struttural-funzionalista costituisce il tentativo di applicare all'analisi della
comunicazione il modello teorico del funzionalismo di Parsons. C. M. Wright ha studiato le
funzioni dei media nella società, distinguendo: a) funzioni sociali (es. i media informano gli
individui, per esempio, su eventuali situazioni di pericolo, come nel caso di un terremoto o di una
guerra), b) funzioni individuali (es. i media possono essere utilizzati dagli individui per accrescere
il proprio status o prestigio). Wright introduce anche il concetto di funzione ricreativa: i media
soddisfano l’esigenza di riposare, allentare la tensione, divertirsi. La teoria degli usi e
gratificazioni si sviluppa negli anni Cinquanta, sempre in ambito funzionalista. In questa
prospettiva di ricerca, si prendono in considerazione gli usi che il pubblico fa dei mezzi di
comunicazione per soddisfare determinati bisogni. Al pubblico dei media viene riconosciuto
quindi un ruolo attivo e dinamico; gli effetti su di esso sono il risultato di molteplici fattori,
dipendendo dalle interazioni sociali e dal contesto in cui si realizza la comunicazione. Si passa dalla
questione «che cosa fanno i media alle persone» a «cosa fanno le persone con i media». I media
non sono efficaci a prescindere, lo diventano nel momento in cui il fruitore ottiene per loro tramite
la soddisfazione di certi bisogni.
- Il modello di Katz, Gurevitch e Haas (1973) individua cinque tipologie di bisogni che i media
possono soddisfare:
• cognitivi (acquisizione o rafforzamento delle conoscenze);
• affettivo-estetici (rafforzamento delle proprie esperienze emotive);
• integrativi a livello della personalità
(rassicurazione, incremento dello status);
• integrativi a livello sociale (rafforzamento dei contatti interpersonali);
• di evasione (allentamento delle tensioni e dei conflitti).
La teoria presuppone un ricevente razionale e critico, che valuta, seleziona, sceglie in base alle
proprie esigenze.
- La teoria critica. La teoria critica della società viene elaborata all’interno della Scuola di
Francoforte (Adorno, Horkheimer). L’oggetto principale del pensiero critico è analizzare i rapporti
tra potere, produzione culturale e controllo sociale. Il sistema capitalistico impone valori e
modelli di comportamento, crea bisogni “artificiali”, uniforma e omogeneizza le relazioni sociali.
All’interno di questo sistema, i media sono uno strumento di dominio che mira a “istupidire” gli
individui per controllarli meglio. I comportamenti veicolati dai media non stimolano la creatività
o l’esercizio delle facoltà critiche, ma generano passività (uomo-massa). Il fine della ricerca
sociologica diventa allora quello di smascherare le strategie di manipolazione messe in atto
dall’industria culturale (cioè dai mass media), per aiutare gli individui a diventarne consapevoli e
quindi a reagire a questa situazione.
- Teoria culturologica: Mc Luhan e De Kerckhove. Per la teoria culturologica i mass media sono
una componente della cultura contemporanea (cultura di massa). Piuttosto che chiedersi se siano un
“bene” o un “male”, dobbiamo descriverli, analizzarli e comprenderne funzionamento e significato
sociale. Nel filone culturologico si collocano due autori che hanno segnato e segnano
profondamente la riflessione sulla comunicazione contemporanea, Marshall McLuhan e il suo
allievo Derrick de Kerckhove. Mc Luhan (1911-1980), sociologo canadese, ha rinnovato
radicalmente l’approccio all'analisi dei mezzi di comunicazione di massa, spostando l’attenzione
dallo studio dei contenuti veicolati dai media, allo studio della funzione dei media come
organizzatori dell’esperienza quotidiana. Tra le opere principali: La sposa meccanica (1951), La
galassia Gutenberg (1962), Gli strumenti del comunicare (titolo originale: Understanding Media.
The Extensions of Man, 1964), Il villaggio globale (postumo, 1989).
- I media come formatori di esperienza. Il “principio” da cui muove la riflessione
massmediologica di Mc Luhan e che ne costituisce l'elemento più originale rispetto alle teorie
precedenti è espresso nella frase: “Il medium è il messaggio”. Ciò significa che il vero
“messaggio” è l'efficacia del mezzo stesso, il suo modo di operare e di incidere sulla mente del
soggetto (es. lo stesso film produce effetti diversi se visto in televisione o al cinema, perché diversa
è la struttura mediale che agisce nei due casi). Nessun mezzo di comunicazione è “neutrale”,
ognuno di essi modifica l'orizzonte della nostra esperienza, in larga misura indipendentemente dai
contenuti e dalle informazioni che ci invia. Il baricentro dell'analisi viene spostato dai contenuti
veicolati dal medium agli aspetti strutturali di esso che plasmano e organizzano lo spazio percettivo-
esperienziale dell'utente. Si può parlare (e si è parlato) in proposito di una “rivoluzione
copernicana” nella sociologia dei mezzi di comunicazione di massa.
- Una delle distinzioni più note e più discusse introdotte da Mc Luhan è quella tra media caldi e
media freddi:
a) Sono chiamati “freddi” i media che hanno una bassa definizione e che quindi richiedono un’alta
partecipazione dell'utente, in modo che egli possa “riempire” e "completare" le informazioni non
trasmesse (es.: televisione, che negli anni '60 era ancora caratterizzata da immagini scarsamente
definite, in bianco e nero, ecc.).
b) Sono chiamati “caldi”, viceversa, i media che hanno un'alta definizione e che, dunque, suscitano
un basso grado di partecipazione da parte dell'utente (es. radio, cinema, fotografia).
- Televisione e “villaggio globale”. Con la rapidità e uniformità nella diffusione delle informazioni,
rese possibili dalla televisione, la nostra società ha assunto la forma di un “villaggio globale”.
Questa espressione, che con la diffusione di internet suona oggi più attuale di quanto sembrasse ai
tempi di Mc Luhan, designa la contrazione radicale dello spazio-tempo della comunicazione: è
come se il mondo intero fosse diventato “piccolo”. Ma le connessioni comunicative potenzialmente
illimitate non tanto favoriscono la creazione di una comunità unica, ma accentuano e moltiplicano
le divisioni e le differenze (proprio come accade, spesso, tra i membri di un piccolo villaggio). Pur
creati dall’uomo, i grandi media si rivelano non pienamente padroneggiabili: non sono solo prodotti
umani, ma anche strumenti antropogenici, nel senso che “generano” tipologie differenti di umanità
(l'uomo tipografico, l'uomo televisivo, l'uomo di internet, ecc.) Gli studiosi dei mass media, nella
prospettiva di Mc Luhan, hanno il compito di aiutarci a prendere consapevolezza dell'impatto che le
forme di comunicazione mediatica esercitano sul “mondo della vita”, sull'esperienza del nostro
ambiente fisico e sociale e sulle nostre relazioni con gli altri.

Le istituzioni sociali
- Nel linguaggio della sociologia, il termine “istituzione sociale ” occupa una posizione centrale.
Con esso si fa riferimento a due piani discorsivi, strettamente correlati tra loro: a) da un lato,
un'istituzione è costituita da un complesso di norme che definiscono e regolano in modo durevole i
rapporti tra gli individui; b) dall'altro, l'istituzione comprende le persone che “incarnano” le
norme, nel loro pensare e agire, facendole vivere nella concretezza e variabilità delle relazioni
sociali.
- Ogni istituzione sociale, come tale, presenta per l'individuo vantaggi (protezione, identificazione,
riferimento) e svantaggi (costrizione, controllo, imposizione di limiti).
- In sociologia, tutte le istituzioni possono essere ricondotte a quattro macro-ambiti:
1) Parentela: istituzioni che riguardano la regolamentazione della riproduzione e della discendenza
(es. la famiglia);
2) Politica: istituzioni che riguardano il controllo sociale (es. lo Stato);
3) Economia: istituzioni che riguardano le relazioni di produzione e distribuzione delle risorse (es.
la proprietà privata);
4) Religione: istituzioni che riguardano la dimensione soprannaturale (es. la Chiesa).
- Ognuno di questi ambiti presenta una vastità e complessità tale da aver determinato nel corso della
storia della sociologia uno specifico settore di ricerca: sociologia della famiglia, sociologia della
politica, sociologia economica, sociologia della religione.

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