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BETRACHTUNGEN

Ueber verschiedene Argumente

von
Marco Torelli

Ich schreibe nicht euch zu gefallen,


Ihr sollt was lernen.
Goethe

Per iocum scribo.


Torelli
introduzione
Due parole sul titolo.
Continuavo a chiedermi: come li chiamo questi tentativi di scrittura?
Queste, che sono sostanzialmente mie “considerazioni su diversi argomenti”? Ed ecco il titolo (il tedesco è solo uno sfizio, dà una parvenza più scientifica al
tutto).
Perché di questo si tratta, per me. Di provare. Innanzitutto a divertirmi, eppoi a vedere (ed eventualmente a dimostrare, ma solo a me stesso) se sono in grado
di buttar giù qualcosa.Sentivo un giorno in televisione un’artista che diceva che la sua “molla”, la sua carica è sempre stata la scrittura; mi venne in mente che la
mia, invece, è sempre stata la lettura.
Volevo appunto vedere cosa c’è dall’altra parte del foglio, per così dire, banalità della cosa a parte.
Forse che tutti i libri pubblicati diventeranno dei Classici?
O il novantanove per cento di essi non soddisfa forse il bisogno primario dell’uomo, che resta pur sempre la pagnotta? Qualcuno riesce anche a
divertire.”Spero che il mio libro sia tra questi...” stavo scrivendo: se questo fosse un libro.
Ma questo è solo un mio divertimento, un’accozzaglia di pensieri e di considerazioni, per l’appunto, un non-libro, uno scartafaccio, come lo Zibaldone di
pensieri (vedi il Cap.12.3).
Avevo un problema.
Questo problema era l’invidia provata nei confronti di quanti già scrivono e di quanti sono già arrivati al traguardo in questo campo, che tradizionalmente (e
stupidamente) è la pubblicazione.Dico stupidamente perché non è una bella motivazione, secondo me, ma se l’invidia che la provoca e di cui parlavo può servire
a vincere la paura e l’impasse iniziali, allora ben venga.
Parliamo della paura.
La paura è il sentimento che più di tutto mi ha impedito di scrivere qualcosa fino ad ora, insieme con la consapevolezza dei miei limiti, che forse è la stessa
cosa.Per esempio, se ammettiamo che la paura sia il contrario del coraggio (tralasciando il “coraggio di aver paura” che non è che la forza della disperazione),
allora c’è paura e paura, così come c’è coraggio e coraggio.Per esempio, mi manca il coraggio fisico, mentre ho il coraggio di vivere da solo.
Se mi affronta un individuo più grosso di me, io, irrazionalmente, presupponendo la sua superiorità fisica (e conoscendo le mie doti di picchiatore) provo paura
dell’individuo (e della situazione).Non c’è contraddizione, la mia reazione è razionale ed impulsiva insieme, perché penso che l’altro sia più forte, non ne ho la
prova-e una seppur breve mia frequentazione del karate dovrebbe in realtà rassicurarmi circa l’infondatezza di questa osservazione.
Analogamente, che ne so delle mie doti di scrittore?Le quali sono probabilmente scarse; però, proprio come, in certa misura, si può supplire alla forza o alla
tecnica con la cattiveria nell’ambito del corpo-a-corpo, io mi propongo di supplire alla mia limitatezza “letteraria” con l’onestà (questa prolissa introduzione è
qui per dimostrarlo).
E proprio per essere onesti dirò che farò (ho fatto, perché l’introduzione la si scrive per ultima) ricorso a vari dizionari e aiuti per quel che riguarda lessico e
sintassi; il che ricorda il voler pilotare un aeroplano con il manuale di volo sulle ginocchia.E’ ridicolo.
Ma tant’è: voglio provare sulla pelle se si può giungere a delineare un profilo di Mr.”Valore Letterario” poiché ritengo che questo gentleman frequenti ben
pochi degli oltre diecimila titoli annuali pubblicati in Italia (pare siano sessantamila, ma con le ristampe).
Più che problemi linguistici, però, mi assillavano problemi direi addirittura “etici”, perché chi è un minimo scrupoloso qualche problema, dovendo buttar giù
qualcosa di diverso da un diario adolescenziale, se lo pone.Per meglio dire, non c’è dubbio che scrivere non è cosa da tutti: ci sono diverse questioni da
affrontare.
Primo: per chi scrivo?Debbo ammettere che il primo pensiero (ma è da contrastare) va ad un eventuale pubblicazione presso qualsiasi editore, in qualsiasi
tiratura, solo per vedere il proprio testo in mezzo ad altri più o meno amati libri su qualche scaffale di libreria.Ma questo è un falso problema: non ho bisogno
dell’approvazione di chicchessia per amare una mia produzione intellettuale (anche se di scarso valore), così come apprezzo i miei piedi anche se ho l’alluce
valgo!
Questo è ancora più vero se penso che non ho un nome già conosciuto in altri campi, cosa che, a quanto pare, è un passe-partout per qualsiasi pubblicazione (v.
anche il Cap. 6.3); d’altronde se mi aspetto un riconoscimento in quanto mi paragono nell’intimo, per esempio, ad Hemingway, (uno dei miei scrittori preferiti),
la disillusione non sarà dolorosa.
Resta da valutare il mio reale valore: uno scrittore può essere grande per il lessico (Joyce), la sintassi (Joyce), per entrambi (ancora Joyce), per nessuno dei due
se riesce ad avvincere sufficientemente il lettore (Conan-Doyle); oppure può mettere in forma letteraria personali scoperte filosofiche, cosa che compete solo ai
grandissimi spiriti (Leopardi).
Bisogna soprattutto evitare la noia (diciamoci la verità: Joyce è quasi illeggibile, grandezza non significa gradevolezza).
Io non ho nessuna delle suddette qualità, ne ho un’altra: sono un discreto lettore, salvo ricredermi non appena ho a che fare con l’università (che non ho mai
frequentato): mi è capitato di leggere il piano di studi di una facoltà umanistica e mi sono abbastanza “seduto” (su questo tema rimando al capitolo 9.3).
E’ anche vero che, se così stanno le cose, problemi non ce ne sono più, perché i due punti stabiliti (cioè scrivere per se stessi e per giunta senza badare a punti
di riferimento sproporzionati a quel che si ritiene di valere come scrittore), permettono per così dire, di addormentare la coscienza o meglio, allentare i freni
inibitori con l’unico scopo di divertirsi.
Se quel che ne esce non sarà granchè, lungi dal bruciare il testo come in tempi ancora troppo recenti o addirittura l’autore come in tempi non ancora remoti,
credo che basterà accantonare il libro e leggere altro, sperando di capitare meglio, oppure guardare la televisione (ma in questo caso non è detto non sia meglio
riprendere la lettura, senza volerne alla TV). Schopenhauer diceva che è un grosso errore essere bonari in letteratura, perché se tutto è buono, c’è il rischio di non
sapere più riconoscere ciò che è cattivo.
Ma a me viene in mente un solo rischio reale e concreto.Faccio un esempio forte: se un neonazista scrive un libriccino pieno di ripetizioni, sgrammaticato,
piuttosto noioso ma con questo riesce ad incrementare il numero dei naziskin, forse era proprio meglio che guardasse la televisione.Ma è un’indicazione
pressochè inutile: e perché me ne vorranno i naziskin (la cosa è comunque reciproca) e perché non si può scrivere qualcosa di ideologicamente o idealmente (mi
rendo conto della differenza) “neutro”.
Anche se è auspicabile che sia almeno avveduto.
Non si può accontentare tutti. Eppoi c’è il rischio forse ancora più concreto di scrivere semplicemente male e non è certamente positivo contribuire a
diffondere una brutta lingua. Essendo io un lettore onnivoro, un brutto testo si perde tuttosommato tra dieci o cinquanta altri che meritano.Vero è che ci sono
persone che leggono un libro al mese-o all’anno.A loro consiglierei quello che faccio io: di cominciare sempre e comunque dai Classici.
Anche perché mi trovo nella (credo) diffusa situazione di non sapere valutare esattamente un libro (ma può valere per qualsiasi produzione umana) se non
attraverso il filtro per così dire di almeno una generazione venuta prima di me e che forse ne sapeva anche più di me; se invece si segue il criterio di leggere ciò
che piace, vanno bene anche le istruzioni del forno, così impari almeno le lingue.
Queste due righe solo per motivare (non voglio dire giustificare, chè lo scrittore, salvo eccezioni, non è un criminale) ciò che seguirà.
E chissà che altri aspiranti scrittori non trovino il coraggio che ho trovato io.

1.1.1.-PARIGI

“Si può disprezzare l’altro, e l’arte,


ma non bisogna darlo a vedere”
(Marco Torelli, Betrachtungen)
“Excusez-moi, monsieur, quelle heure est-il?”.”Il est une heure”.”Merci”.
Già l’una.Se mi sbrigo, fra mezz’ora sono a pranzo in rue Charlot.Debbo dire ch’è meglio passare per rue Drevee e rue de la Vieuville anziché prendere la
funicolare.Montmartre merita per le strade: quelle sole ormai possono avere qualche suggestione e rimandare ai tempi d’oro d’inizio ‘900.Bè, non può certo farlo
Place du Tertre paragonabile, per artificiosità, al museo Grevin.Al solito, infatti, è come si vive la cosa e non la cosa in sé ad essere importante.La cosiddetta
“Piazzetta degli Artisti” è infatti quasi dichiaratamente troppo turistica per far apprezzare il pur magnifico panorama che si gode di lassù e la bellezza della
piazza stessa.
D’altra parte è impensabile, se ci si pensa, una simile spontanea aggregazione di pittori in pochi metri quadrati.Una simile aggregazione è per forza artificiosa:
non si tratta del singolo artista che cerca l’ispirazione in cima al colle, infatti; bensì di un “mercato” (inteso ad un basso livello, anche se sta in alto) di vedute e
rispettivi vedutisti che tutto sommato sono più artigiani che artisti.E’ buon artigianato (quando è buono), non certo Arte, per quanto ormai faccia parte di una
certa Parigi.Tant’è vero che la prima volta vedere un simile assembramento di pittori mi sembrò naturale.
Direi che questo discorso si può estendere a molti fenomeni che, proprio in quanto fenomeni, non sono reali.Paradossalmente, la non-arte di Place du Tertre
insegna infatti a guardare l’arte, perché insegna l’osservazione.
Lo spirito di osservazione infatti (da integrare poi con una certa cultura) non è così difficile farselo venire.E’ lo stesso motivo per il quale al profano sembrano
identici due quadri che presentano entrambi un paesaggio, due brani rock o due cattedrali.Lo storico dell’arte, il musicologo o il discografico e l’architetto
conoscono le differenze perché attraverso lo studio dei caratteri di un’opera verificano poi questi caratteri osservando l’opera; al profano è data comunque una
grande possibilità percorrendo questa strada esattamente in senso inverso: prima guardare e poi cogliere le differenze.
Ma in senso filosofico direi ch’è sufficiente cercare incessantemente di penetrare il fenomeno e quindi le cose, non accontentarsi di ciò che ci si presenta
davanti, avere sempre la puzza sotto il naso.Non è un atteggiamento snobistico o ipercritico, basti dire che il più grosso esempio in questo senso ce lo offre il più
grosso fenomeno del nostro tempo: la televisione.Ad un attento esame, il gesto più spontaneo in televisione è frutto di un accurato studio, ma è facile
dimenticarsene vedendo un programma.
Esattamente come qui in Place du Tertre, ci si presenta ai nostri occhi solo la faccciata. A proposito:

1.2-SULL’ARTE A PARIGI
(erste Betrachtung)

E pensare che tutta l’arte moderna è nata qui, in questo villaggio.Si, si, si...il Lapin Agile, il Moulin de la Galette, il Bateau Lavoir, le Chat Noir, il Moulin
Rouge.Tutti luoghi pieni di fascino, sicuramente.Ma quanto di quel fascino è diretto e quanto è indiretto?Forse aveva ragione il romanziere Pierre McOrlan a non
rimpiangere i tempi della butte, diversamente dagli altri artisti: la miseria non è poetica.Certo, il tempo vede e provvede: chiude ogni ferita, porta con sé la
vendetta, fa una quantità d’altre cose.Ma soprattutto il tempo è nostalgia; e fa nascere leggende: pensiamo ai favolosi anni sessanta: il ricordo e il parlare di una
cosa idealizzano la cosa stessa e l’accrescono d’importanza ma soprattutto la colorano diversamente, di un colore a dire il vero nemmeno complementare al
colore che aveva al momento.Mi è capitato di vivere un concerto rock piuttosto che un evento sportivo eppoi di leggerne il giorno dopo sul giornale: non si parla
forse di un’altra cosa?Bisogna dunque intendersi sul nome della cosa ma poi capire che non corrisponde a ciò che si è vissuto.Per questo il tempo passato e il suo
ricordo possono addirittura far apparire la miseria poetica.
Questo perché per uno scrittore fantasia e memoria sono esattamente la stessa cosa.Infatti la memoria, lungi dall’essere la rievocazione della realtà e dunque,
in ultima analisi, la realtà, è, per lo scrittore una creazione al pari di un’invenzione letteraria, una cosa viva.In realtà credo che molte cose considerate prive di
vita siano più vive di noi: la Terra sulla quale viviamo, per esempio, con tutti i suoi elementi naturali: mari fiumi montagne pianure valli e deserti.Gli oggetti
sono certamente vivi.E anche il tempo è vivo.(E’ chiaro che in questi concetti di “vita” il requisito basilare non è la riproduzione ma il dinamismo).
Probabilmente le storie su Montmartre era inevitabile che si formassero, così come il giorno segue la notte, basta aspettare.No, non dico che gli aneddoti sugli
artisti raccontati oggi siano frutto di fantasia, quelle non sono storie.Lo sono diventate, nel senso di come sono oggi vissute, del fascino che le ha permeate, come
le favole raccontate ai bambini per addormentarsi; è più importante la forma o il contenuto?
Bella domanda, se pensiamo che come si dice una cosa importa almeno quanto quello che si dice.
Ma dov’è l’ingresso del Metro?Ah, eccolo.Però, straordinario quel Guimard.Pare che questa di Abbesses sia una delle poche entrate rimaste come allora (il
metrò parigino fu inaugurato nel Luglio del 1900). Un’altra è quella di Place de l’Etoile. Se prendo per Marie d’Issy, cambio a Pigalle, Place de Clichy, Saint-
Lazare et voilà: Art et Metiers.
Ma conviene andare. A proposito:

1.3-ANGELI

Chi sono i due personaggi che compaiono da qui in avanti in questi dialoghi?Sono un uomo e una donna.Mi sono infatti illuso di poter riprodurre, sia pure a
livello di caricatura, il tipico modo di ragionare delle donne e d’inserirlo sottoforma di schermaglie con un uomo, anche perché sia presente un commento
esterno, oltre al mio, a quanto compie il personaggio principale (sempre io).Ma non svelerò chi dei due è l’uomo e chi la donna perché ritengo che sia piuttosto
evidente o forse perché non c’è differenza tra i due modi di ragionare e dunque farebbe bene il lettore ad infischiarsene.Questi due angeli (li chiamo così solo
perché sono ubiqui e atemporali, senz’alcun riferimento cristiano) vogliono essere una pausa nella narrazione, una pausa anche umoristica, perché no, anche se
credo sia solo un altro me che di tanto in tanto alza la testa dal foglio per vedere quanto ha scritto finora. (un po’ come la “vocina” di Magnum)
Aggiungo solo che donna ed uomo accompagneranno il lettore fino alla fine. A proposito:
”Pensi che ce la farà?
Che ne so?Siete voi a sapere tutto.
Smettila.Dico sul serio.
Mai discutere con voi.
Ti ho detto di smetterla.Sono preoccupato.Tutti vorremmo farcela.
Farcela a far cosa, scusa?
Mi ha detto ch’è alla ricerca del senso della vita.
Ah ah ah, ti ha detto così?Da quando in qua frequenti i matti?
O perlomeno di qualcosa per cui valga la pena vivere.
Ma non esiste.
Così dicono; ma quando si mette in testa qualcosa…
Per cui valga la pena vivere?
Ma la vuoi smettere?Non è una ricerca naturale?
Naturale è il mal di testa: quello che gli verrà a furia di speculare, ammesso ne sia capace.
Tutti ne siamo capaci.
E nessuno è giunto a niente.
Ma lui vuole trovare la sua verità.
Quand’anche assimilasse tutta la memoria del mondo, ed è impossibile, tutt’al più saprebbe d’essere un ignorante, ma resterebbe ignorante, con buona pace di
Socrate.E un ignorante, credimi, certe cose non le capisce.
Parli con cognizione di causa?
E poi sono io che dovrei smetterla?
Ma se non ti rendi nemmeno conto di quant’è inquieto.
Si arrangi, mica siamo i suoi genitori.
Anche in quel caso potremmo fare ben poco.
Dunque?
Dunque seguiamolo; saremo la sua ombra, hai da fare?
Mi prendi in giro?”

1.1.2-DI NUOVO PARIGI


(deuxieme considération)

Accidenti, cioè, “zut”(siamo in Francia, Fuga per la vittoria), ho solo 80 franchi (quanto fa in euro?).Andrò alla Fontaine Gourmand: per 72 ff mi daranno
hors-d’oeuvre, viande, dessert e un bicchiere di vino.No, non sarà Bordeaux, ma mi scalderà comunque in questo giorno di pioggia.La pioggia a Maggio!E che
freddo!Fortuna che Parigi si dilata con la pioggia.Si, voglio dire: in genere il sole dilata gli spazi, allunga le distanze; la pioggia fa il contrario: le città si
“chiudono” con la pioggia.Parigi no.Sia sui Boulevards che qui si respirano gli stessi grandi spazi.Garçon?E’ maledettamente bello questo bistrot.Non come
quelli, fintamente dimessi, di Place de Vosges.E quanto mi piace mangiare.E bere.Ma ho pochi soldi.Se non m’avessero offerto un bicchiere venendo in qua...e
mi sa che chiuderò con una Marie-Brizard.Già, ma per tornare indietro?Ci penseremo.Si, mi piace stare a tavola.Intanto è una situazione tranquilla: che problemi
possono capitarti a tavola?Non ti rompono le scatole: fondamentale.Se penso alla pressione umana cui ero sottoposto solo un anno fa.Avevo tutto.Ed era tutto
quello che avevo.
Che incubo le persone, però.Sono tutti così limitati.Non hanno nessuna voglia di essere onesti, soprattutto con se stessi.Questo perché non hanno intrapreso la
mia ricerca.Ma ce la farò?; mi ronzano le orecchie: qualcuno l’ha già detto?Bè, comunque è di moda venire a Parigi, da sempre, così come da sempre si va alla
ricerca di se stessi.Ed io sono venuto a Paris alla recherche di me meme.Più di così.Sono stato anche fortunato a trovare lavoro come cameriere.L’unico
cameriere a Parigi con l’accento emiliano (laver a sec= laver a sec: è la stessa lingua).
Debbo sopportare qualche risata da parte dei clienti: ma allora non è cambiato molto da quando avevo il negozio!Ridevano i clienti e pure i negozi vicini, non
chiedetemi perché.Andavo a casa e non potevo dirlo perché rideva pure mia madre.Vedi che serve venire a Parigi?Prima non potevo capirlo: cos’è una risata?Il
servizio però è un po’ lento.Garçon?Capito tutto questo, cambia completamente il rapporto con la società, si arriva ad avere maggior fiducia in se stessi, fino a
pensare che forse il dissenso è proprio indice del fatto che ci stiamo muovendo nella direzione giusta.Il grosso rischio è diventare talmente convinti delle proprie
idee da calpestare le altrui.Ah, ecco l’entrecote!Merci.O sono troppo drastico?Ma no.
L’addition, s’il vous plaite.

1.3-ANGELI

”E perché dovremmo seguirlo ovunque?


Siamo i cronisti, la voce narrante.
Non è la sua coscienza la voce narrante?
E allora diciamo: i commentatori, gli osservatori.
Questo rende più avvincente il racconto?
Spiritoso.Forse più obiettivo.
Allora me ne posso anche andare.
Sono d’accordo.
E come farai a sentirti così intelligente?
Non ne ho bisogno.
Hai sempre la battuta pronta, questa è arroganza.
Sei tu che ti arroghi il diritto di giudicare.
Che ti dicevo?
Ma che siamo sposati?
No.
E perché litighiamo sempre?
Touchè.”

1.1.3-ANCORA PARIGI
(third consideration)

Brutto avere il blocco creativo.(Su questo tornerò).Sono qui nella mia camera da letto, a fine giugno, senza condizionatore, con una stilografica in una mano e
una bottiglia di whisky a portata dell’altra (è vero, non è stereotipo), e debbo farmi venire buone idee?Ma come faceva il mio amico Guy (Guy de Maupassant,
Fecamp 1850-Parigi 1893, N.d.A.)?E’ proprio vero che scrittori si nasce. O si diventa, ma col tempo.E molta lettura.Per di più ho poco tempo: debbo andare in
biblioteca a consultare i siti internet che presentano i premi e i concorsi letterari: perché io voglio vivere di scrittura, merito o demerito che sia.Già, ma non
sarebbe meglio finire il romanzo?Che sconsiderato.
Eppoi, la fretta è nociva alla creazione.Forse non dovrei pensarci e le cose mi verrebbero in mente da sé.Forse era meglio tenere il negozio.Cosa faccio fare al
mio protagonista?Cosa gli faccio pensare, soprattutto?Ma come faceva il mio amico Italo (Italo Svevo alias Ettore Schmitz, Trieste 1861-Motta di Livenza,
Treviso 1928, N.d.A.)?Come si fa a scrivere bene?Ecco, un altro attacco di panico.
E cos’è questo sonno che incombe? Troppo whisky?

1.3-ANGELI

”Ma che fa, esce dal bistrot e non torna a casa?Tra poco ha il turno al cafè.
I soldi non gl’interessano.
Nemmeno pagare l’affitto gl’interessa?E pranzare nei suoi amati bistrot?E nelle sue amate brasserie?
Si, questo si, starà andando a cercare il metro.”

1.4-IL MIO NEGOZIO


(un rimpianto?)

Perché non ho preso il metro?Ah, già, non ho i soldi per il biglietto.E questi cosa sono?E’ proprio vero che la notte porta consiglio.Ero così assonnato
stamattina che ho preso il paio di pantaloni sbagliato.O forse era quello giusto.Voilà, nella tasca, i cinquecento franchi mensili che mi manda mia madre.Per una
volta non li spenderò tutti in alcool.Forse in puttane.O in libri.Una scelta vale l’altra.Sono come mio padre: tanti ne ho e tanti ne spendo.Poi li rimpiango.Son
fatto così.Chissenefrega dei soldi.Ti danno più libertà, questo è vero.
Ma creano nuove voglie che diventano bisogni.E questo è male.Comunque deve valere la pena guadagnarli.Nel senso che non mi va di sbattermi oltremisura
per averne di più.Comunque i sei franchi e cinquanta per il bigletto ce li ho.Vediamo, Republique, Gare de l’Est, Saint Michel, Cardinal Lemoine.
La partita dell’Italia è finita, posso tornare a scrivere.Il guaio è che la televisione ti fa diventare abulico: dopo mi mancano sempre le idee; ho la scaletta di
fronte e non riesco a svolgerla.Dovrei farmi ipnotizzare per regredire con la mente ai tempi dei miei temi di classe.L’unica cosa da fare è buttare giù l’ossatura,
poi la integreremo.A scuola si parlava di trama e d’intreccio.Qui il problema è l’intreccio.E il lessico.E la sintassi.Tutto.Avevo un negozio...Mah, il
lavoro!Quanti non preferirebbero affidarsi al libero ozio, come diceva il mio amico Arthur (Arthur Schopenauer, Danzica 1788-Francoforte sul Meno 1860,
N.d.A.), piuttosto che tribolare per vivere?
Questa è una grossa verità, è come dire, dalle mie parti si diceva quand’era tutta campagna, che la carne migliore è quella intorno all’osso. Vero niente, ma
allora c’erano solo gli ossi se non eri ricco sfondato. Per i cristiani era un lusso, per i cani, off-limit.
Così si dice che senza il lavoro, sai che noia? Vero niente: e poi nessuno si sparerebbe su una Rolls, per non rovinare la pelle Connolly (questa è vecchia). Lo
ripeto: quanti preferirebbero non lavorare?Invece, a causa dei soldi, il lavoro è la vita.Avevo un negozio...Anche solo le classiche otto ore diventano presto il tuo
modo di vivere, e di pensare, e di sentire.Alcuni pensano a queste otto ore come al part-time.Ma quale part-time, su ventiquattro in totale!Togli mangiare e
dormire, che ti resta?Per questo mi trovo qua.
Sul lavoro si deve star bene (avevo un negozio...).Il negozio penso sia un concentrato di vantaggi pratici, economici e filosofici.Non hai un padrone col quale
non andare d’accordo; non hai orari rigidi come se dovessi timbrare il cartellino; guadagni di più che da dipendente (nella maggiorparte dei casi); puoi fare
quello che vuoi tra un cliente e l’altro, non ti butti in qualcosa per la quale non sei portato (come me che tento di scrivere), ti ritagli il tuo spazio: piccolo è
bello.Sono solo due gli svantaggi pratici: la noia, ma quale lavoro alla lunga non è monotono?, e l’insicurezza di riuscire a vendere sempre, ma tanto, come si
dice, di sicuro ci sono solo le tasse e la morte, e la cattiveria dell’uomo.
Il motivo per cui ho mollato è un altro ancora però.E’ il rovescio della medaglia.Ed è questo: è un luogo comune fino a un certo punto che il commerciante ha
un’anima volgare.Io sentivo d’involgarirmi.Non solo perché penso d’essere uno spirito superiore (e lo sono), ma soprattutto per l’influenza negativa che ricevevo
da chi mi stava intorno (da mia madre ai miei colleghi).Non scendo in dettagli (è evidente che sono accadute cose spiacevoli di cui non voglio parlare), il punto
è: se si sta male, nel senso che la persona soffre durante le ore lavorative e dunque la qualità della vita scade terribilmente, vale la consolazione di avere
comunque un negozio?A questa domanda il mio sentire, più che il mio ragionare,dà una risposta negativa.
(Piccola nota- sempre per essere onesti: in un racconto di Maupassant si sostiene invece che il commercio, se va bene, è in grado di dare la perfetta felicità).
E’allora che ho capito che il negozio non va inteso come un ideale verso il quale tendere,ma come un possibile modo per potere stare un po’sereni, cioè a dire
non rappresenta il fine, ma il mezzo.E se la condizione principale non viene soddisfatta non è meglio cercare un lavoro che ti faccia star bene? Tieni duro, mi
dicevano, ma per il bene di chi? Se era per il mio, è una contraddizione in termini, perché proprio resistendo mi facevo del male.
Sii forte, mi dicevano: sicuramente la mia persona ha ceduto, ma preferisco essere forte in un altro modo: andandomene. L’andarsene è forse il supremo segno
di saggezza, in queste circostanze. E’ come etichettarsi: ”iosonosuperiore”. Ed è anche sinonimo di forza d’animo, o di pazzia, se penso che qualche anno,
all’incirca una decina, l’avevo pur investito in quell’ attività che fattori esterni ad essa e del tutto gratuiti, mi hanno fatto passare la voglia di svolgere
(Pirandello).
Che importa? Quegli anni sono passati. Tutto sommato finita la formazione è forse finita la parte più eccitante. Eppoi quella disciplina è si o no un
miliardesimo di tutte le discipline, attività, interessi di questo mondo? Lo confesso: ho sempre voluto fare il cameriere. E vivere a Parigi! E lo sto facendo.

1.3-ANGELI

”Lo senti come parla?Dopo quello che hanno fatto i suoi per sistemarlo.
Già, e rompergli i coglioni fa parte dei diritti dei suoi?
Strano che il tuo sesso parli così!Si, penso che i genitori acquistino anche questo diritto.
E pensi male.Ma te lo concedo.E lui ha il dovere di subire?
Bè, francamente no.
E allora?
Comunque è stato un po’ avventato.
Bisogna pur morire di qualcosa!
Gli vuoi molto bene, vero?
Molto.E’ troppo buono e questo mondo troppo ingiusto.
Dici che una cosa l’ha già capità?
Che non sono i soldi né l’attività il senso della vita?
Si.
Bè, penso proprio di si.

2.1-IL ROMANZO DI NOVELLARA


(Liber Nugularae, sec.XX)

Altro blocco creativo.I romanzi di vita sono sorprendenti: da un lato sei agevolato perché non serve l’erudizione necessaria al romanzo storico o al saggio, per
esempio, né la fantasia indispensabile al romanzo giallo o nero o anche rosa. Dall’altro lato devi concentrarti sullo scriver bene se vuoi rendere i pensieri e le
esperienze del protagonista, specie se così comuni, con il rischio peraltro di compilare un diario.
Rischio che corsi davvero qualche tempo fa, quando ancora avevo il negozio e mi venne proprio voglia di scrivere, non so se per sentirmi vivo o meno come
dicono i Grandi, ma l’impulso era fortissimo.
Ne uscirono queste pagine alla “Joyce della Domenica”.La definizione sembra pretenziosa, lo so, si potrebbe anche dar del pazzo all’autore.E sarebbe
azzeccatissimo (vedi anche il Cap.24.1).
D’altra parte non ho ancora presentato il pezzo. A proposito:
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LA MIA VITA

Considerazioni personali per ammaestrare il mondo


INTRODUZIONE
Questo vuol essere un libro scritto soprattutto per l’autore.
Dal momento che mi sento sotto pressione, sto provando a scrivere la mia autobiografia.
Il titolo può sembrare pretenzioso, ma nell’esperienza di ognuno c’è di che insegnare molto anche agli altri (sempre che si
ritenga d’averne il diritto).
Non sarà una biografia normale; salterò di palo in frasca per così dire, cioè l’ordine cronologico degli avvenimenti seguirà il
mio umore piuttosto che la linearità del tempo.
Né intendo scrivere ogni istante della mia vita.
Forse non è neanche una biografia.
Anzi, non la è. Non m’interessa infatti quel che mi accade ma la percezione che ne ho.
Comunque sarà tutto più chiaro leggendo l’opera (spero).

2.2.1-LA RABBIA DI SAMUELA


(Le donne!)
Lo so che la Samuela sta ridendo perché non le vado giù.
O, per meglio dire, non le va giù la mia volontà di capire, non proprio esattamente ma con buona approsimazione, la sua
precisa volontà di fingere (e quindi d’ingannare, soprattutto il maschio).
E’ solo qualche mese che ho l’attività, ma mi sembra già un incubo.
All’inizio andava tutto bene, sono partito con una serietà persino esagerata.
Mia madre decise di rilevare il negozio da un precedente proprietario, e io ero d’accordo perché venivo da un precedente
negozietto (mio anche quello) ed era un po’ che mi davo da fare per l’attività e mi sembrava giocoforza ampliarmi. Partii a fine
Gennaio.
Fino a Primavera inoltrata, avevo molti clienti e regnava la quiete nel vicoletto dove avevo l’attività.
Nel frattempo la Samuela dava le prime avvisaglie di ciò che poi si sarebbe rivelata.Le passavo vicino e lei si mostrava
interessata, esageratamente interessata, addirittura in maniera sospetta, direi.
Nonostante avessi deciso d’ignorare ogni influenza esterna, naturalmente la cosa non mi lasciava indifferente.
Samuela è alta, magra, bionda, capelli corti, carnagione chiara, occhi chiari e un neo in posizione strategica, vicino al labbro
superiore.
Una modella.
Tuttavia, poiché mi ero già scottato con una certa Federica, alla quale sono grato di avermi fatto capire di cos’è capace una
donna, già pensavo: vuoi vedere che è un atteggiamento che di spontaneo ha poco o nulla? Probabilmente fa così per disporre o
per arrivare a disporre della mia mente.
Per avere la soddisfazione, comune a molte donne, di “farla” all’uomo. Forse leggo troppo Maupassant. Per essere sicura che
ci sia un mio interesse, seppur provocato, nei suoi confronti.Per questo mi rifugiavo nel negozio. Tutto il monachesimo non era
che una fuga dalla donna.
E’ risaputo che una donna, se bella, sapendo d’esserlo, s’offende nel profondo se la s’ignora (sì, se s’ignora la signora); e un
giorno o l’altro qualcuno dovrà spiegarmi il perché. E’ anche vero che la donna giudica giustamente la bellezza il bene
più grande, chè le permette d’esercitare una vera tirannia persino sui tiranni (Erasmo).
E una certa arroganza della persona può fare il resto, fino a rompere le scatole a un maschietto che voleva solo starsene per i
fatti suoi.
Si, avevo paura, ma a ragion veduta.
Fatto sta che, complice una certa noia o malinconia, comincio a scherzare con qualche cliente.Si, insomma, a fare battute, ad
essere spiritoso.
Da dove lavoro, sento distintamente la Samuela che ride.
La cosa degenera presto: sono combattuto tra lo star serio perché con i clienti è necessario e il lasciarmi andare perché ho
trovato un pubblico.
(Fatto curioso, lei sente tutto quello che dico, io di quel che si dice nel suo negozio non sento nulla.Misteri dell’acustica).
Come se non bastasse, da qualche mese, nel preciso istante in cui il mio cliente esce dalla porta, lei enfatizza la risata, vuoi in
modo sguaiato, vuoi in modo sommesso e dunque ancora più irritante. Naturalmente il cliente è in soggezione perché non
capisce e spesso si gira verso di me, pensando d’esser stato preso in giro.
E io perdo il cliente.
Questo fatto banale mi porta ad una marea di riflessioni, ma il punto cruciale è: donde il male (Boezio)?
Non avrò visto giusto all’inizio?
D’altra parte è comprensibile: morte a quello che m’ha scoperta. La cosa più deprimente è che tutto questo può sembrare
paranoia.
Eppure io percepisco molto bene di cosa può essere capace una donna e sono convintissimo (anche se non saprei dire a che
livello, se telepatico o altro) che lei senta a sua volta questa mia percezione. Solo così si spiegano delle vere e proprie
aggressioni che ho ricevuto da diverse ragazze, nel senso che si sforzavano con ogni mezzo di farmi rabbia.
Con successo debbo dire.
Il massimo è stato raggiunto dalla già citata Federica.
Ero in stazione.
Appoggiato a un pilastro.
Guardando dalla parte opposta a dov’era lei.
Mi si avvicina.
Mi chiede informazioni sui treni.
La prima volta l’ignoro.
Lei si allontana ma continua a guardarmi imbronciata.
Torna alla carica.
Mi fa le stesse domande.
Al che la guardo meglio: è proprio bella.
Decido di parlarle per questo.
Non l’avessi mai fatto.
Non è possibile descrivere lo sguardo o l’atteggiamento di una donna.
Per uscirne con una certa dignità senza apparire timido e nello stesso tempo facendola contenta, le dò indirizzo e numero di
telefono.
Porca vacca fa altrettanto.
OK, volevo fregarla, ma chi ha cominciato? Dico volevo fregarla perché cercavo di farla desistere, non ne avevo voglia né il
tempo di stare lì a parlarle, ma non avevo pensato che lei ribatte colpo su colpo… Forse il mio errore è proprio quello di pensare
qualsiasi mio rapporto con l’altro sesso come una sfida.
Ho scoperto due anni più tardi, uscendoci insieme, che non mi sbagliavo a voler ignorare il suo approccio in stazione: io le
parlavo e lei era “sfuggente”. In particolare, quando le chiedevo qualcosa, mi rispondeva sempre cattiva e scocciata.
Mi sono chiesto per anni cosa c’era in quelle domande, fino a realizzare che è un banale trucco per farmi credere d’avere la
volontà d’offenderla che invece, lo dico con la morte nel cuore, tra noi due è una sua esclusiva.
Si, mi si chiederà, ma perché avrebbe dovuto avercela con me?
Semplicemente, il vedermi ignorarla quel giorno in stazione le ha fatto capire che con me avrebbe perso i suoi “poteri”; ma
non rassegnandosi (da brava donna), ha voluto comunque darmi un dispiacere.
Mi sembra giusto. Salviamo il salvabile.
Anche se debbo dire che, da questo punto di vista, io di dispiaceri ne ho avuti tanti che, uno più, uno meno, non fa proprio
differenza (Montanelli).
Ma la cosa più amara da ricordare è che quando salii in casa sua mi mise di fronte a un bivio, per così dire: scopa-morte,
scopa-morte, scopa-morte…(Mel Brooks) cioè, mentre ero al telefono, si mette in pantaloncini del pigiama e una maglia dalla
quale si capisce che non porta il reggiseno e comincia a darsi la Nivea alle gambe, sto parlando di cosce vellutate e ben tornite,
e a fare discorsi caldi (cosa ti piace in una donna?Il culo?Le tette?e via dicendo) e a provarci insomma.
Si può immaginare come mi sentissi: fattela, e poni fine alle tue sofferenze, ma lei avrà vinto; oppure resisti e poni
fine ancor prima alle tue sofferenze, ma il rimpianto ti perseguiterà per sempre.
Alla fine non mi diede nemmeno il bacio della buonanotte (per punire la mia superbia) (Seven: the Movie).
Questo ricordo è atroce perché debbo riconoscere di essere stato incapace di darmi da fare. Proprio perché, almeno questo è
quello che penso io, o forse lo spero, lei era troppo aggressiva. L’errore è stato: A: non essere appunto stato capace di darmi da
fare (forse è meglio che darsi da fare e poi lei non ci sta…); B: averle dato corda quella famosa volta alla stazione…
Chi ha visto Un pesce di nome Wanda ricorderà la scena in cui Kevin Kline scopre John Cleese che ruba nella propria casa:
prima lo picchia, pensava che fosse un ladro, poi preso dal rimorso gli chiede scusa, gli era stato consigliato da Jamie Lee Curtis,
poi preso dalla rabbia lo picchia ancora, poi preso dal rimorso gli chiede scusa, poi preso dalla rabbia… e così via. Cioè, in lui si
alternavano due stati d’animo antitetici: quando uno stava per prendere il sopravvento, l’altro si riaffacciava prepotente…
mi accade la stessa cosa con le ragazze: quella volta, in stazione, con la Federica, una vocina mi diceva: ignorala!, l’altra
(anche perché lei insisteva): com’è carina! Alla fine ha vinto il diavoletto di Animal House nella scena con Tom Hulce. Poi però,
quella sera in casa sua, ha vinto l’angioletto della suddetta scena.
Citazione un po’ più dotta: in Klein e Wagner di Hesse vengono descritti molto bene questi stati d’animo contrastanti:
“qualcosa in lei lo attraeva, parlava di felicità e intimità, profumava di carne e capelli e bellezza, e qualcos’altro
lo respingeva, gli sembrava falso e gli faceva temere una delusione”. Voilà tout.
In un’altra occasione (ma anche la stessa sera) dice: “baciami!”, perentoria, chiudendo gli occhi e conformando le labbra
pronte a ricevere il bacio.
Così non ci riuscirò mai. Per questo penso che volesse farmi del male attraverso il bene, per così dire, perché mi
sembra strano che non si fosse accorta che con me ci vuole un approccio più soft…
Altre volte invece penso che forse dovrei fare un serio mea culpa e smetterla d’ingaggiare una lotta (non si capisce poi di che
tipo) all’ultimo sangue, così me la figuro, con una fanciulla, ogni volta che la stessa mi rivolge la parola…
Forse leggo troppo Maupassant…
2.2.2-LA RABBIA DI ANNA
(Ebbene, le donne?)
Anna è mia madre.
Il nome completo è Annamaria.
E’ una donna incredibile.
In tutti i sensi.
Dicevo che in questo (lungo) momento mi sento sotto pressione.
Buona parte di questa pressione è dovuta a lei, che, chissà perché, non fa che provocarmi.
Per la verità il motivo è noto.
Non ho mai creduto alla capacità delle persone d’importunare, (per usare un eufemismo), in maniera del tutto gratuita.
Per me è importante capire o cercare di capire i motivi che spingono le persone a comportarsi in un certo modo.
Anche quando non vi sono cause apparenti, non bisogna lasciarsi ingannare.
Verrebbe da pensare solo a un divertimento personale di chi ha la capacità di “farla” all’altro, punto e basta.
Ma, personalmente, ho sempre sostenuto che un non perfetto equilibrio e/o serenità sottendono comunque a questo
divertimento.
La cosa è evidente quando si ha la (rara) fortuna d’incontrare persone che si comportano bene.
Appare subito assurdo l’accanimento di tutti gli altri a voler provocare una reazione.
A mio avviso i casi sono due: o, come dicevo, l’oppressione di chi offende è a sua volta tale da doverla scaricare sugli altri; o,
ed è frequente con le donne, l’attacco scatta in seguito ad un offesa
silente ma per loro lancinante.
La mia teoria è semplicistica ma universale: la prova del nove è che se uno sta bene al mondo, al mondo sa anche starci e non
rompe le scatole.
Ebbene, mia madre non ha avuto una vita facile.
A quanto pare ha sbagliato matrimonio, anche se non si direbbe. E’ una cosa che probabilmente avverte lei dentro di sé ma
che traspare ben poco. Certo, mio padre non appare un uomo molto dolce, ma il dolore di mia madre appare silente. La cosa si è
aggravata, anzi è degenerata da quando mio padre è andato in pensione: ha infatti sviluppato una pseudo-malattia
(depressione e paranoia), che in quanto auto-inflitta (attenzione, non sono uno psichiatra), è forse più pericolosa di una malattia
mentale vera e propria, anche se per la verità è stata diagnosticata come tale.
Ebbene, mia madre, comprensibilmente, ha cercato distrazioni esterne; questa almeno è la teoria mia e di mio padre, il quale
reputa essere questa la causa della sua malattia.
Dove starà la verità?
Ma sto divagando.
Dicevo, in questo periodo ho il fiato sul collo di Samuela sul lavoro e quello di Anna a casa.
Non è una situazione serena.
Tuttavia penso che stia tutto a me prenderla bene, anche se è uno sforzo che mi sarei risparmiato volentieri, se solo avessi
avuto a che fare con persone meno complessate.
Di questo per me si tratta: a volte mi sento non normale o avverto, forse a torto, di essere giudicato tale; ma se solo la gente
e io per primo fossimo capaci di guardare oltre il nostro naso, forse apparirebbe chiaro che quasi sempre è dalla parte di chi
parte la critica o l’attacco che stanno i problemi maggiori.
Significative a questo proposito sono le risate. Quando, uscendo da un pubblico esercizio (un bar, il giornalaio, un negozio
qualsiasi), sentite ridere, voi vi preoccupate? (sembra che cerchi il consenso del lettore, in realtà cerco di superarlo, ma su
questo tornerò).
Ebbene, questo genere di risate va studiato con molta attenzione. La risata infatti può certamente essere provocata da una
situazione comica, ma sicuramente ha anche una funzione liberatoria: quasi che la rabbia repressa trovi solo questa via per
uscire.Oppure può essere una cattiveria vera e propria. Ma in genere vale la spiegazione della rabbia repressa o di dover coprire
l’imbarazzo. Quest’ultimo atteggiamento è provato: basta osservare una discussione, per esempio, tra datore di lavoro e
dipendente. Ovviamente, è probabile che il padrone faccia orecchie da mercante alle argomentazioni del suo occupato, assai
più che viceversa.Attenzione: Quando il dipendente dice finalmente la verità (del tipo: lei non ascolta quello che dico, ascolta
solo se stesso), scatta la risata del datore di lavoro. Ora, se si credesse solo ad una funzione congenita della risata, verrebbe da
pensare che il dipendente abbia detto una cosa non vera; oppure, ha detto una cosa talmente vera che l’unico modo per il
datore di uscirne e coprire l’imbarazzo è ridere: io sono per la seconda ipotesi.
Capito tutto questo cambia completamente il rapporto con la società.
Capire questo vuol dire avere maggior fiducia in se stesso, fino a pensare che forse il dissenso è proprio indice del fatto che ci
stiamo muovendo nella direzione giusta. Il grosso rischio è diventare talmente convinti delle proprie idee da calpestare le altrui.
Come si calpestano le idee altrui? Non facendole esprimere.E cosa comporta ciò? Il disprezzo degli altri-e la fine della libertà.
Si può disprezzare l’altro (il filosofo lo disprezza), ma non bisogna darlo a vedere.
Al mondo le persone meritevoli sono infatti per fortuna tante ma molti sono limitati e moltissimi avrebbero i mezzi ma, come
si dice a scuola, non si applicano.
La mia più grossa difficoltà è proprio dover costantemente incontrare persone alle quali se dico che il cielo è blu loro o
tacciono, o mi rispondono sostenendo con tranquillità che è a righe cremisi con elefantini lillà, come si diceva in un famoso
fumetto. Vi sono due modi di considerare la cosa. Apparentemente (il mio modo d’intendere questo termine deriva dall’inglese
dove significa “evidentemente”, N.d.A.) sono tutti folli. Un filosofo come me direbbe però che sono solo persone faticose la cui
bontà e serietà, seppur presenti, sono nascosti sotto una spessa coltre. Questa è il vizio mentale di considerare mille piccoli
segni come altrettante grosse sconfitte, non si capisce nemmeno su cosa. Questi segni possono essere uno sguardo penetrante,
da sostenere a tutti i costi; uno slancio di bontà dell’altro, accettando il quale è come ci si arrendesse e da qui il dispetto proprio
nei momenti che vorrebbero essere di pacificazione; cose di questo genere insomma, il tutto accentuato da una notevole
permalosità che non fa accettare nemmeno le battute, salvo ritenersi in diritto di far rabbia con qualsiasi mezzo.
Prendiamo un esempio eclatante: lo sguardo.
Ho notato che molte persone s’impegnano per sostenere lo sguardo altrui, particolarmente se tale sguardo è irremovibile. Ora,
premesso che a volte si può anche aver paura (e bisognerebbe avercelo, il coraggio di aver paura), vorrei invitare a riflettere
sulla stupidità di quest’atteggiamento: che importanza può avere se anche si abbassano gli occhi?
E anche in tal caso: chissenefrega?
Io suggerisco invece di distogliere lo sguardo e di non perder tempo, dando così un piccolo segno d’intelligenza, se non altro a
se stessi.Mi rendo conto che tutto questo consiste nel prenderla con filosofia, ch’è la cosa più difficile del mondo.Tuttavia
giungervi è tutt’altro che impossibile e il vantaggio è uno solo ma immenso: vivere meglio.
Ti si apre proprio un altro mondo. Lo so, a volte penso anch’io che il nemico, perché così si vede il prossimo, conosca queste
cose e che le ignori per stare sul sicuro, per paura di soccombere. A parte che non è sempre vero, io dico invece:
concentriamoci su un livello un po’ più profondo, ch’è un modo vero se non altro di considerare la cosa: se proprio si vuol
“vincere”, si vedrà che questo porta anche ad una calma che l’altro non può fare a meno di percepire. Anzi, attenzione che le
donne potrebbero diventare furiose per questo. Niente dà più fastidio a una donna che vedere la superiorità.
E’ naturale, dato che devono muoversi in un mondo virtuale, avendo come uniche armi la finzione, in tutte le sue forme e a
tutti i livelli, e l’astuzia (sviluppate a partire dalla mancanza di forza fisica).Se la donna fallisce nell’uso delle sue armi, o diventa
sovrumanamente violenta, o cade in depressione-o ti ci fa andare.
2.2.3-LA RABBIA DI BARBARA
(Ebbene, ingannano tutte!)
Barbara è una ragazza che lavora in una birreria di Modena.
La prima sera che sono andato in quella birreria, ho notato che tra le cameriere ve n’era una molto carina, con un fisico
formoso e i capelli neri.
Ho sentito poi dalle sue colleghe che il suo nome è Barbara.
Mi era sembrata subito piuttosto dura, dallo sguardo, dall’atteggiamento, da un modo di parlare deciso.
Infatti ho cominciato a squadrarla.
E non le è piaciuto.
Deciso ad ordinare una birra, le ho dato diecimilalire e lei le ha tenute in mano parlando con un altro cliente fino a quando non
le ho detto qualcosa per avere il resto.
E lei mi ha risposto in modo e con uno sguardo molto duri, non dico con odio ma visibilmente incazzata.
E’ un trucchetto, questo, che non s’improvvisa.
Mi ha rivelato subito il suo carattere e il suo modo d’essere.
Deciso, forse ingiustamente perché le persone andrebbero prese per come sono e perché lei è sul lavoro, ma comunque
deciso a saperne di più, torno in quella birreria.
Anzi, prima l’incontro casualmente in un circolo ARCI e mi appare ancora “stronza”, impossibile descrivere il perché, poi torno
in quella birreria.
La seconda volta è tragica: ci sto poco tempo e la squadro un po’, come al solito, è più forte di me, e lei, al momento della mia
uscita, dopo essere stata sottomessa tutto il tempo, mi dice grazie proprio quando sono in mezzo alla porta, con visibile
imbarazzo mio e risata generale di tutta la birreria.
Ieri sera, finalmente, il mio capolavoro.
Entro con spirito direi illuminato, del tipo tu mi fai una cattiveria, io ti porgo l’altra guancia (o qualcosa del genere), tanto lo so
che hai solo bisogno d’amore come tutti.
Infatti, forse per questo, già la vedo imbarazzata, tanto che per quasi tutto il tempo sta in cucina per non farsi vedere.
E quando si fa vedere è furente.
Il fatto è che non capisce che, a differenza di lei, non m’interessa la lotta per la lotta, ma solo se è finalizzata a capire delle
cose.
Sono infatti convinto che la sua è una difesa estremizzata: sarà abituata a subire attacchi continui, forse dalla vita (chi lo sa
che non lavori per pagarsi gli studi?), e di qui l’atteggiamento “cazzuto”.
Ecco cos’è successo in dettaglio: quando lei tornava dalla cucina aveva il viso bianco e tuttavia continuava a guardarmi, ma si
vedeva che era imbarazzata.
Venendo fino in mia prossimità, poi, non si voltava verso di me ma stava quasi sempre di spalle, cosicchè mi costringeva a
sgolarmi per chiamarla.
Era in sostanza perdente ma resisteva .
Quando la sua collega, che era sempre sotto i miei occhi, esasperata dalla mia fissità di sguardo, l’abbraccia per darle
conforto, lei mi guarda con occhi sottili e lucidi, come dire: come ti permetti?
Senza pensare di cos’è capace lei.
Chè la mia era solo una reazione alla sua durezza.
Andandomene, le dò la mano dicendole che lei non è cattiva e lei ribadisce.
Poi, quando sono in mezzo alla porta, mi dice ciao con voce stridula, ripetendosi nel numero della volta precedente.
Ma io sono contento ugualmente perché, come si dice, c.v.d., come volevasi dimostrare.
E’ solo un po’ combattiva e tignosa, ma io non credo alla sua cattiveria.E’ che, come le ho anche detto, la disegnano così
(Jessica Rabbit).
La cosa più scocciante è che di fronte a una gentilezza le ragazze fatte così restano fredde, ch’è la cosa meno femminile che
ci sia.
A parte che le ragazze spesso caratteristiche femminili non ne hanno, a parte le tette (spesso neanche quelle).
Prendiamo la dolcezza: per una volta lascerò da parte la mia misoginia latente e cercherò di essere obiettivo.
Ebbene, quante ragazze dolci si conoscono?
Io ne ho conosciuta una.
Non una su un milione, ma nemmeno una su due.
La verità vera è che il viso può ispirare dolcezza e poi non avere un corrispettivo nella persona
Oppure i modi possono essere cortesi cioè sublimamente falsi e nemmeno quelli corrispondere alla persona.Anche un corpo
sensuale di per sé può illudere.O solo lo sguardo.Da ciò si capisce che una ragazza deve fare gli straordinari per piacermi.
Però, non si direbbe, sto migliorando.Prima ero più intransigente.Comincio ad accontentarmi, ahimè, della bellezza.Si sa ch’è
una qualità a tutti gli effetti.Ed è già qualcosa.Anche se è impegnativa.La bellezza è molto profonda, non si è superficiali
apprezzandola.
2.2.4-LA RABBIA DI LETIZIA
(Tutte, anche le più rette)
Letizia è una cameriera di un pub irlandese di Modena.
Anche lei mi ha aperto gli occhi, ma in modo meno traumatico.
Si può definire l’anello di congiunzione tra la mia misoginia e il tentativo di superarla, sia pure allo stato embrionale.
Ecco i fatti: entro una sera in questo pub e trovo questa cameriera magra, con i capelli neri corti, molto carina.Il suo nome è
Letizia (glielo chiedo).E’ simpaticissima.Come cortesia è sicuramente insuperabile.Il savoir-faire è quello da manuale per chi
voglia lavorare in un locale pubblico.
Il punto è che io ci credo.
Questo è il problema.In poche parole scambio come lei si comporta per come è realmente.
E gliene faccio una colpa.
Per qualche mese rimugino “mi ha ingannato, mi ha ingannato”.
Poi, ieri sera, la svolta.
Mi viene in mente, non so neanche come, che è lei ad essere nel giusto.Intanto, un atteggiamento così carino certe persone
non potrebbero tenerlo.Quindi tanto cattiva non può essere.E poi, cosa dovrebbe fare di diverso in un pub?E’ normale che illuda
i tipi come me, che peraltro cercano forse proprio di che restare illusi.L’ho assolta con formula piena.Semmai dovrò essere io un
po’ meno ingenuo in futuro.
Resta il fatto di dover prendere atto di che vette possano raggiungere le donne nell’arte della finzione, perché di questo alla
fine si tratta.Posso assicurare che sembrava proprio naturale, sembrava lei, sembrava la vera-lei, insomma.Ma forse la vera-lei
non è distante dalla lei-cameriera quell’abisso che immaginavo.Sarà sotto il pelo dell’acqua o appena più a fondo.
Vorrei riflettere inoltre sul mio atteggiamento, che ultimamente, con enorme fatica, vuol essere di “distensione”.Ho pensato
a un motto: il mio compito è dare amore, quello che fanno gli altri non m’interessa.Il senso di ciò è ben preciso ed è quello che
mi ha permesso di comprendere (nel senso suo proprio di giustificare almeno in parte e dunque di non prendermela), la Letizia.
Bisogna prenderla con letizia.
Molte volte capita che veniamo ripresi da frasi del tipo “potevi essere più cortese” o “non dovevi prendertela”.La
risposta è sempre del tipo: “stai scherzando, hai visto cos’ha fatto-o detto”, o “sai com’è fatto” e via dicendo.
Ebbene, ho scoperto l’uovo di Colombo, cioè l’unico modo per vincere sempre (o se si preferisce, per evitare di battersi); ed è
quello di pensare ad elevarsi con la propria ragione e comprensione sopra l’atteggiamento altrui.Tornando al mini-dialogo di
prima, la risposta potrebbe essere: “è proprio lì il bello”.Ti fanno una cattiveria?Non reagire e dai amore.Funziona sempre.
E’ particolarmente efficace dove c’è solo la volontà altrui, per rabbia repressa, d’offendere e la si vuole neutralizzare.Si vedrà
allora come la personalità di chi attacca vada in crisi: intanto s’inferocisce, come per un riflesso inconsulto.Ma in realtà appare
chiaro che non capisce, è sconcertata, non ci arriva.Non ancora almeno.Si tratta infatti di cose molto lunghe, che spesso non
danno i risultati sperati.Perché il “redimersi” per l’altro vorrebbe dire rinnegare se stesso fino a quel momento-e chi ne ha
voglia? Cfr. il solito Schopenauer: “perché ti lamenti dei nemici? Dovrebbero forse diventare tuoi amici coloro per i
quali la tua essenza, costituisce un eterno e tacito rimprovero?” Dunque, forse l’altro non vuole capire, più che non
arrivarci veramente.Dunque, si può star certi che soffre anche lui. Bisognerebbe dunque sempre trattenersi nel rispondere ad un
insulto, a costo di restare con uno “stronzo” o un “figlio di puttana” in gola. Il problema è che esistono (e spesso subiamo,
chiunque ci è passato) attacchi verbali e d’atteggiamento talmente violenti e provocatori, che poi uno pensa tra sé e sé
(giustamente): “ma come si fa a non dirgli che è… , e mi trattengo ancora.” Però a mente fredda, tutto ciò non appare
immediatamente e a chiunque, assurdo? Certo, si può perdere il controllo. Ma bisogna accettarne le conseguenze. Ed è vero che
a trattenersi sempre si finisce col diventare una mina inesplosa, pericolosissima (specie per sé stessi), perché deflagra poi, con
violenza esagerata, nei momenti meno opportuni. Ed è altresì vero che il prevedere troppo o il cercare di farlo, rende irresoluti
ed inetti.
A me è successo (più di una volta) di reagire in modo adeguato ad una provocazione, di “rispondere per le rime”, come si dice,
pronto a subire eventuali percosse. Che non sono arrivate; e l’altro si incazzò sul serio, o ne fece mostra, impotentemente. Si
direbbe sia stato un successo, dunque. Sennonché nel quarto d’ora successivo ai fatti, e in seguito anche di più, ero soddisfatto
(in parte) per il mio coraggio, ma anche inspiegabilmente “stomacato” dalla vicenda appena vissuta. Si prova in questi casi,
credo, un gaudio malsano. Al quale preferisco, per indole, il subire. Certo, non si può farlo sempre, e anch’io ho le mie brave
eccezioni; rospi non ingoiati per i quali mi limito a sforzarmi di evitare di rivedere chi me li ha messi in gola. Per ora è il massimo
della mia reazione.
Resta un dubbio e cioè che si è sostanzialmente falsi facendo così.Potrebbe essere e restare un trucchetto per evitare e/o non
assorbire gli attacchi.Ma questo comporterebbe il credere che “il fine gistifica i mezzi” e perché, allora, l’altro avrebbe più torto
di noi se usa i mezzucci (provocazione, rabbia, pseudo non-intelligenza) che siamo soliti criticargli?L’unica alternativa è
sublimare il trucco in realtà, cioè in vera convinzione, ch’è la cosa più difficile del mondo.
Cfr. Gandhi: “può darsi che il mio amore per la non-violenza, sia solo paura della violenza. Sono impotente. Ma la
mia fede m’impedisce di considerare qualcuno mio nemico. Non posso volere il male di alcuna cosa viva” (Harijan,
17 Novembre 1933, p.4).
Solitamente gli altri sono un nemico, o un ostacolo, o potenzialmente pericolosi, nella nostra testa; raramente ci sono
indifferenti.Fermo restando che nessuno è San Francesco, la vera saggezza consiste forse nel considerarli potenzialmente
positivi.Intanto si vive meglio, perché ci si sente meglio, provare per credere.In secondo luogo, se la gente non è provocata (ma
eventualmente trattata bene), tutti possono constatare ch’è molto meno stronza di quello che sembra.
Tra parentesi, questo è per me il primo precetto per andare d’accordo con le donne.Le quali sanno dare soddisfazioni uniche
se amate (quasi sempre), ma si provi a stuzzicarle: nella loro infantilità, anche per l’offesa più irrilevante, pensano
immediatamente e con dedizione sconcertante a una cosa sola: vendicarsi.”Si vendicano con una facilità sorprendente,
con un’ astuzia invincibile; tutte, anche le più rette, le più oneste, le più sensate” (Maupassant).
Sono concetti stranoti che appartengono anche, per esempio, alla nostra religione, ma che in questi termini sono forse più
digeribili.Il punto infatti non è esattamente amore a tutti i costi; chè le cattiverie di fatto esistono e a volte non si ha che
l’alternativa di usare la dose di violenza necessaria per impedire la violenza (il concetto del poliziotto che sventa la rapina).Qui
si tratta di piccola saggezza quotidiana-ch’è una contraddizione in termini-se si vuole un insieme di regole come i tanti proposti
da più o meno attuali guru della medicina alternativa e di cui le Librerie di Demetra sono piene. Questo non è il solito vecchio
discorso pacifista: questa è politica (Schindler’s List). Gl’inglesi dicono che l’onestà è la miglior politica. Ma in termini universali,
“cosmici”, non è politica, è una legge naturale, “vecchia come le montagne” (Gandhi).La novità è questa: per me funzionano,
voi arrangiatevi.Non è provata infatti l’efficacia: io ho trovato sollievo nell’impostare la mente in un certo modo, eventualmente
ci si possono scambiare opinioni su qualche caffè sul web.
Ed evito anche l’errore tanto temuto dal mio Schopenauer: fornire una precettistica.
2.2.5-LA RABBIA DI NINA E CATERINA
(Le più oneste)
Nina e Caterina sono due ragazze conosciute mentre studiavo oreficeria a Valenza Po.Nina è tedesca, Caterina della provincia
di Mantova (non che ci sia molta differenza).Entrambe mi hanno dimostrato che la donna va scopata.Io, non facendolo, le ho
perse entrambe.Nina l’ho conosciuta un Sabato mattina al mercato di Valenza: è fatta bene e ha gli occhi verdi.Era in
compagnia di una sua amica e, parlando, siamo diventati subito amici.Poi mi ha dato il suo indirizzo e sono andato a trovarla
diverse volte, parlando del più e del meno e naturalmente anche di argomenti sentimental-sessuali (o emmenthal-sensuali,
visto il tipo).Una sera, andandola a trovare, mi viene ad aprire in accappatoio: stava facendo il bagno.Aveva un’aria visibilmente
invitante, si vedeva che aveva voglia non so di preciso di cosa, ma sicuramente d’intimità.Ebbene sdraiatici entrambi sul letto,
cominciamo a guardare la televisione, ma a un certo punto lei la spegne e dice: “comunque non c’è niente” (parla quattro
lingue).Questo era (avrebbe dovuto essere) il mio segnale di partenza.Invece comincio a chiacchierare e andiamo avanti così
per circa un’ora.Scaduta la quale lei, visibilmente scocciata, mi manda a casa.Su questo fatto c’è da riflettere.Ma ancora di più
sul fatto che, richiamata al telefono dopo qualche giorno, mi risponde che non vuole più vedermi, senza addurre alcuna
spiegazione.Peraltro evidente.Potrei anche sentirmi sfruttato.Penso proprio si tratti di quel vizio mentale che viene
ipocritamente attribuito a noi maschietti: per proseguire, una storia deve avere la sanzione ufficiale del sesso.Più
prosaicamente, le interessava solo scopare con me come con chiunque altro le fosse capitato in casa.Ma è capitata male lei.
In questo sono molto femminile: ho bisogno che mi dimostrino l’attaccamento alla mia persona prima che al mio uccello.Che,
se fosse stato, avrebbe voluto vedermi anche dopo il mancato sesso.E qui i punti di vista sono sostanzialmente due: da una
parte si può accontentare la fanciulla, chè è solo una scopata; la stessa considerazione suggerisce la soluzione opposta: proprio
perché è solo una scopata, è un’esperienza che preferisco evitare.In me tutto passa attraverso la mente e dunque dev’esserci,
per inciso, l’innamoramento.Che nella fattispecie mancava.La via d’uscita consisterebbe forse nell’isolare il sesso e vederlo
come una prestazione tecnico-scientifica-godereccia-ad-interim la quale, mi rendo conto, può essere estremamente appagante
di per sé.Ma resta il fatto che lo si fa con un’altra persona e io sento di poter svalutare quest’altra persona solo se lei si è già
autosvalutata di suo od in altre parole ha la mente scollegata dalla passera sarebbe violenza che operassi io quest’operazione in
sua vece e…Calma.Forse la cosa è possibile.Pensiamo ad una puttana.
Ecco, con le puttane il sesso senza amore mi piace perché diversamente ho sempre paura, inspiegabilmente perché
contraddice la mia sostanziale misoginia, di offendere la donna. O forse ho paura del sesso e basta, come certe adolescenti
(femmine).
Vero è che nessuna ha usato l’approccio giusto, con me.
Il loro approccio è sempre stato tale e quale quello di Gabriella nel racconto di Maupassant La ricetta di Ruggero.
Come consolazione, un po’ maliziosa, posso obiettivamente dire che nessuna era bella sul serio.
Non è comunque spiegabile come io possa essere per il sesso fine a se stesso, e finanche praticarlo, ma solo a pagamento! In
teoria dovrei farlo anche con le altre donne, no? Ma tant’è.
Comunque qualcosa sta cambiando. Piano piano sento che sto crescendo, ed è un’esperienza da fare, di certo.
Con Caterina, stesso copione: partiamo amici poi noto un interesse sempre crescente da parte sua, m’invita a casa, mi fa
capire che vuol farlo ma io non agisco.Non amavo neanche lei.Con conseguente abbandono, naturalmente.Noi maschi (sono già
uomo?) siamo spesso accusati di non avere pazienza, mentre le donne sì: non sarà il contrario?Mi rendo conto che a loro pare
un insulto essere rifiutate fisicamente, ma anche come attesa ad un futuro accoglimento inteso mentalmente, elementale (degli
elementi)?.Stento a credere che, già così intelligente, la donna non riesca a fare una rinuncia per un godimento futuro in vista
dell’immancabile vittoria!Sarà che sono istintive: forse è giusto così: meglio vivere adesso che sopravvivere poi.Per questo i
rifugi antiatomici sono passati di moda.Ma dalla donna chi ci protegge?
E allora, nel frattempo, una bella e sana scopata non è poi la fine del mondo.Qui però salta fuori un’altra mia paura: e se mi
affeziono?Mentre lei intendeva solo una botta e via?La mia persona ne soffrirebbe indicibilmente, cercando l’oggetto del
desiderio che mi si nega.Dura aspettare una che va in là.E così ho perso diverse occasioni, ch’evidentemente per me occasioni
non erano.E ne ho sofferto, perché l’istinto sessuale non è sopito nemmeno in me.
La sofferenza sta solo nel fatto di non sapere come sarebbe stato?
E se non mi fosse piaciuto?
O c’è dell’altro?
Aiuto…
2.2.6-LA RABBIA DI FRANCESCA
(Le più sensate)
Francesca è una ragazza di Pavullo in provincia di Modena.Come tipo fisico è molto particolare: ha quattro o cinque anni meno
di me (io ne ho ventotto) e sembra quasi una bambina.E’ estremamente carina.Quando ti guarda imbronciata dimostra non più
di otto o nove anni.Ha capelli neri, lunghi, lisci.Anche con lei non ho mancato di farmi le mie paranoie, precisamente sulla
sincerità.E’ molto difficile spiegare il tipo di rapporto che c’era tra noi: sostanzialmente mi dava l’impressione di volermi essere
amica ma senza offrire sincerità (che amicizia dellamminchia).Mi sembrava che giocasse a fare l’offesa se io mi risentivo, ma
senza che avesse la reale intenzione di voler andare d’accordo.E’ un trucco frequentemente messo in atto dalla donna, perché
molto efficace e difficile da individuare: poniamo che ti abbia dato i motivi per essere quantomeno scocciato con lei; quando la
rivedi, sfoggia un sorriso o quantomeno un viso contento di vederti, allora tu irritato dalla sua ipocrisia non la saluti, allora lei fa
l’offesa e non ti parla.Il bello è che l’uomo è così stupido da restarci male per paura d’averla trattata male, quando è evidente
che chi dei due ci ha rimesso è il maschietto (e lei lo sa).Per esempio: le chiedo di poter andare a casa sua per il weekend e lei
mi dice che deve studiare biologia.Ci vado comunque, perché credo di farle una sorpresa e-meraviglia-la trovo con il suo
ragazzo!Il giorno dopo mi guarda offesa.
Forse se me l’avesse detto non ci andavo…
Questi “numeri” continuano per un anno: sarò stupido?Quando le parlo a quattr’occhi e le dico che la sincerità non è il suo
forte, mi risponde che sono un grandissimo rompiballe.Per una volta è stata sincera.E non voleva saperne di aprirsi un po’ di
più.E continuava a cercarmi.Allora voleva un rapporto a modo suo: legittimo, ma che interesse può avere una conoscenza così
inibita? Chi siamo, i forzati dell’amicizia?Se non può essere non può essere, punto e basta.Non ci siamo capiti.O ha capito fin
troppo bene e ha voluto salvarsi.Ma le donne cosa credono, che sia così stupido?O si reputano così astute?O sperano che vada
bene?Si può sapere che testa hanno, queste provocatrici tout-court?
2.2.7-LA RABBIA DI (monna)LISA
(Fidatevene, di quegli uccellini!)
(Guy de Maupassant, “Astuzia”, 12 Dicembre 1882)
Elisabetta, detta Lisa, è una ragazza di Reggio Emilia.Si, anche lei si è arrabbiata, ma lei è la famosa eccezione.Aveva
ragione.E’ quella famosa, unica ragazza sincera che ho menzionato nel terzo capitolo: là dicevo che era dolce.E’ successo
questo: vado in vacanza con Lisa in Inghilterra, insieme con altri ragazzi e ragazze.Durante il viaggio (piuttosto “on the road”)
cresce la simpatia per lei e viceversa.Si capisce subito che è una ragazza “vera”, non dico incapace di fingere ma,
incredibilmente, priva di quell’attitudine mentale che costringe sempre la donna a voler testare (e quindi usare, con malizia)
questa loro capacità. Ed è realmente dolce. Tranquilla, ecco. Forse riesce a mettersi l’animo in pace più delle altre ragazze (mi
rifaccio alla mia teoria secondo la quale le rompiballe hanno dei problemi).Dunque, andiamo d’accordo.Una sera, non so
neanch’io come, mi viene in mente d’infilarmi sotto le coperte con lei.Dormiamo insieme.Lei si affeziona immediatamente
(comprensibilmente).Torniamo a casa.Ebbene, per circa otto anni da quel ritorno, ogni volta che la incontravo in biblioteca (è
laureata in matematica), lei mi faceva la festa.E io, freddo.Sempre: lei, contenta e affettuosa, io, quasi scocciato.Fino a quando,
poco tempo fa, assisto alla prima sua finzione, dovuta a rabbia, di cui abbia memoria.Aveva la faccia rossa-anzi paonazza-e
continuava a fissarmi.Ho poi saputo che ha trovato il moroso.Ben mi sta.Ecco un caso di cattiveria che giudico legittima
difesa.Ha voluto comunicarmi: dovevi pensarci prima.Io, adesso come adesso, naturalmente sottoscrivo e sono pentito di non
averle prestato attenzione.Quanto poi al perché del mio atteggiamento, è uno scrupolo che mi sono fatto decisamente
insolito.Io non ne ero innamorato e, pur considerandola di gran lunga superiore ad una marea di altre donne, pure più carine,
avevo addirittura paura di non esserne all’altezza.E’ un ragionamento che ho sentito più che pensato: se è eccezionale come
donna, non mi reputo così in gamba da esserle superiore proprio io, anche se sono un maschietto.Non che per stare insieme si
debba intraprendere una gara: anzi, proprio perché è richiesta armonia, se non la si sente, meglio desistere.Un conto è andare
d’accordo in una vacanza, un altro stare insieme e frequentarsi sperando di “trovarsi”.Il suo attaccamento era tipicamente
femminile: le altre caratteristiche no, perché, come detto, donne dolci e gentili non ne conosco.

Visto?
Ed ecco un esempio di quale può essere il mio rapporto con una ragazza attraverso tre lettere che scrissi davvero all’epoca
della già citata Federica (poi ne mandai una sola, non ricordo quale, ovviamente rimasta senza risposta):
2.3.1.-DALLA PRIMA LETTERA ALLA FEDE
CIAO FEDE,
Ok.,Ok., di me non te ne frega niente.Debbo dire che non ti do neanche torto!
Ti scoccia se teniamo un rapporto epistolare a senso unico?
Ogni tanto ti scrivo qualcosa, fammi solo la cortesia di leggerlo (subito dopo lo puoi anche cestinare).Spero che se ti scoccia tu
me lo faccia sapere (oppure continua a prendermi in giro tout-court, tanto abbiamo fatto sessanta, facciamo sessantuno…).
Barra con una crocetta i motivi per i quali ti sto “su”:
°sono di una noia mortale
°sono sfigato al cubo
°ho troppi problemi
°sono un rompiballe
°sono brutto
°ho l’alito pesante
°non ho né il Mercedes né il fuoristrada
°non ti ho trombata (scusa per l’espressione)
°tutti i motivi precedenti
Scommetto che la risposta giusta è l’ultima!
Adesso che mi sono automassacrato, è ora di fare qualche critica a te, non credi?
Sei una delle donne più false di tutti i tempi (in gergo si dice che “la sai contare”)!
Hai un sorriso perenne sul viso che farebbe rabbia alla Gioconda (che cazzo pensi?).
Non scendi mai a compromessi e non concedi appelli.Questo depone a tuo favore, anche perché ti dà un carisma da “figa
d’acciaio”.Però, sono convinto che sei troppo dura.Troppo.Faresti bene se quest’atteggiamento ti rendesse immune da problemi,
pensieri, preoccupazioni.Invece ho idea che possa portare alla nevrosi.Sii più sportiva, cazzo!Con te non se ne esce: ti sembrava
il caso di negarmi un incontro dopo due anni che non ci sentivamo?Di che tipo di fregatura avevi paura?Non ti sembra di
esagerare?
Comunque meglio essere come te che troppo ingenui (vedi il sottoscritto), perché poi si resta fregati, soprattutto dalle donne
(ne sai qualcosa?).
Invidio il fatto che, a differenza di me, non sei per niente timida.Te che fai psicologia, cosa mi sai dire della timidezza?A
proposito, l’approccio alla stazione di Reggio, in due tempi, è stato da manuale. Complimenti per la tua pittoresca uscita dal
treno (Intrigo Internazionale, North by Northwest). Ma perché ci tenevi tanto a conoscermi?Veramente non riuscivi a stare
sola?Ti dirò le mie impressioni su questo episodio alla prossima puntata.
STAMMI BENE

Marco
P.S.ma a che età l’hai fatto la prima volta?
Ok.,Ok.,scherzavo!

CONTINUA…
(ANZI, PUO’ DARSI CHE SIA COSI’,
PUO’ DARSI CHE NON SIA COSI…)
2.3.2.-DALLA SECONDA LETTERA ALLA FEDE
CIAO FEDE! Novellara,25/5/’99
So già cosa ti stai chiedendo: chi mi scrive?
Sono MARCO, quello del treno, quello di una noia mortale, quello che non si fa mai i cazzi suoi, quello che si è comportato in
modo molto stupido (anche se la tua buona fede non era a prova di bomba!).
Ti scrivo per tentare l’ultima carta (sarebbe un vero peccato perdere un’amica come te, non credi?, la fede o l’hai o non ce
l’hai!).
Di rendermi ridicolo non me ne frega niente (non ho niente da perdere, non credi?).Invece ci tengo molto a restare in contatto
con te; il perché te lo spiegherò (se vorrai).Arrivo al punto: t’interessa un rapporto di tipo “epistolare”? (nel senso che avresti a
che fare con un “pistola”? ah,ah,ah!).Chissà, potrebbe essere divertente.
NON PREOCCUPARTI!
NON M’INTERESSANO LE CONFIDENZE!
SI PARLEREBBE DI QUELLO CHE VUOI TE.
Non ti romperei le scatole, anche perché ho realizzato che sei inattaccabile.
Se vuoi poni tu le condizioni.
Non ti sembra una buona idea?Non dovresti neanche perdere del tempo per vedermi, solo 10 minuti per una lettera.Te la
senti?
Ti prego di rispondermi comunque.
(anche per un “no”).

Marco
P.S.non abusare della scusa del moroso geloso!

L’indirizzo è: TORELLI MARCO


VIA MATTEOTTI 2
42017 NOVELLARA RE
Ti mando un bacio!

TI PREGO RISPONDI Ad libitum…


2.3.3-DALLA TERZA LETTERA ALLA FEDE
CIAO FEDE, Novellara,26/5/’99
Come ti va?Sono Marco e aspetta prima di ridere o strappare il foglio!
Volevo solo dirti che ci tengo molto a mantenere i contatti con te perché mi piaci come ragazza e come persona.
Dato che non ti va di vedermi (e sinceramente non ho capito il perché), dato che al telefono mi parli malvolentieri (e non ho
capito il perché), mi chiedevo se ti andava bene tenere un po’ di corrispondenza.E’ solo un modo, appunto, per non perdere i
contatti e non dovresti neanche perdere del tempo per vedermi.Non preoccuparti che le confidenze non m’interessano (anzi, mi
sono già comportato in modo stupido con te).Si parlerebbe di quello che vuoi: se per esempio mi arrivasse una tua lettera dove
c’è scritto “ieri sono andata al mercato” o “mi si è rotto il telecomando”, io sarei già contento.Oppure, se conosci una lingua
straniera, si può conversare in inglese o francese.Oppure detta tu le condizioni.Se ti sembra una buona idea, non aspetto
altro.Se non t’interessa e hai proprio deciso di uccidermi, ti chiedo di scrivermi due righe ugualmente.Il francobollo ce lo metto
io.Stammi bene e speriamo di risentirci.Aspetto risposte.

Marco

P.S. PERDONAMI, MA NON HO BEVUTO LA SCUSA DEL MOROSO GELOSO!TI MANDO UN BACIO

Visto?
E queste lettere sono solo un esempio delle vette che possono raggiungere le mie paranoie nei confronti delle donne.Ma sono paranoie?E comunque, penso
anche ad un utilità della paranoia facendo il parallelo con i “morti concetti della filosofia”.I quali sono sì morti , ma nella misura in cui ci offrono la più alta
consolazione alle nostre miserie, sono forse più vivi che mai.Allo stesso modo, laddove le “pare” mi fanno evitare guai peggiori, ben vengano.Mi rendo conto
che questa possa sembrare ignavia e sappiamo cosa Dante riservi agli ignavi: la cosa non mi spaventa perché considero la Commedia Divina per poesia ed
erudizione, non mi fa simpatia la morale cristiana sulla quale è conformata.Eppoi lui è l’autore più orgoglioso della letteratura italiana (e d’altra parte io non sono
credente).
(Ogni tanto rileggo che caspita ho scritto, per “cesellarlo” e mi sembrava di aver messo una cosa che non riesco più a trovare scorrendo velocemente il testo-
farlo più lentamente mi scoccia. Così lo aggiungo ora, tanto il lettore saprà già a quest’ora che, come in un film, quello che vede-legge non è detto sia stato
scritto-girato nell’ordine in cui lo vede). La cosa è questa: Diogene di Sinope, allievo di Antistene il cinico, a sua volta allievo di Socrate, consigliava
l’autoerotismo al fine di scongiurare ogni guaio con le donne.
Un’altra cosa che mi è venuta in mente, è che il vero sesso forte, nel sesso, (io sostengo: in ogni cosa) è la donna. Come dice Rocco, il famoso pornodivo, (ma
si sapeva già, basti pensare all’incredibile capacità di avere un ulteriore orgasmo in fase di risoluzione- dunque non è neanche una risoluzione, sono sempre
pronte (!), cfr. Masterson-Johnson, L’atto sessuale nell’uomo e nella donna, Feltrinelli, 1966): “non c’è uomo che riesca a competere, specie per durata, (ma
anche per aggressività, maliziosa determinazione- lui non lo dice) con qualsivoglia donna”.
Dunque, se evito di fare sesso evito anche la figuraccia, no?
O forse ho paura, paura dell’assoggettamento, come la conquista di Felton da parte di Milady ne I tre moschettieri, o come nell’Otello di Shakespeare (so che
qui è Iago a corrompere Otello, non Desdemona; ma appunto perché si comporta da donna- lo scambio tra i sessi è uno dei temi della poetica scespiriana).
A proposito:

3.1.-INTRODUZIONE A BOLOGNA

Ma se invece che a Parigi ambientassi questo lavoro a Bologna?Avevo pensato dapprima a Parigi per una serie di motivi.Intanto bisogna mettere in conto un
indefinito e vago intento di emulare certi scrittori o quantomeno certe tradizioni letterarie, intento o per meglio dire voglia secondo la quale ambientare un libro a
Novellara (io sono di questo paese) era troppo banale.In secondo luogo a Parigi ci sono stato più di una volta e quindi ci sarebbe comunque una relazione tra il
luogo e l’autore.
Vero è che Burroughs ha scritto Tarzan senza mettere piede in Africa.
Infine, dovendo descrivere un distacco da tutto e da tutti dopo l’esperienza fallimentare del negozio, mi sembrava un’idea eccellente trasferire l’azione in una
terra lontana, addirittura in un altro paese, la Francia, perché non c’è bisogno di andare in India per raccontare uno smarrimento, come fa Hesse, anche se
“Siddartha” è sicuramente il miglior libro “laico” (non cristiano) sull’argomento, oltre ad uno dei migliori in senso lato.
Poi però mi è venuto in mente, come peraltro ho già detto, che per uno scrittore il ricordo equivale alla creazione: si tratterebbe allora di attingere a ciò che ho
vissuto, semplicemente, e il libro verrebbe fuori da sé.(Il massimo sarebbe credo spacciare un invenzione per vita reale, non per ciò che si è realmente vissuto,
ma che si sarebbe potuto vivere, coerentemente a come si è.Ma non sono un così grande scrittore, ammesso che sia uno scrittore).Ambienterò perciò il libro a
Bologna, città nella quale ho vissuto, anzi, che ho vissuto per ben due mesi (N.B.senza frequentare l’università).Nella speranza, come molti, almeno in Italia
perché all’estero è un fatto naturale dopo i diciannove anni, di riuscire a vivere da solo.Non ci sono riuscito, non credo sia nemmeno dipeso da me, e comunque
non era nemmeno lo scopo principale-o forse non era questo lo scopo.
Eppure, di quell’unico mio amore per una città, non ho saputo, né seppi mai, il perché (di quell’amore) (Eco).Bologna infatti è “double-face” (come è già stato
detto da qualcuno): in parte è un paese, anzi un villaggio medievale, in parte è una moderna metropoli.
Il perché di quest’assetto urbanistico è da ricercarsi nella sua storia. A proposito:

3.2.-STORIA DI BOLOGNA.

“Una sola cosa mi renderebbe scarsamente sopportabile


La condizione di barbone: il freddo”
(Marco Torelli, Betrachtungen)
Bologna nasce infatti meno importante di quanto poi è diventata.Ma questo vale anche per Roma, ad esempio, o Parigi, o qualsiasi altra città. Si, però la
differenza è che tuttora a Bologna si fanno cose decisamente “grandi” in una città di per sé non “grande”.Non riesco a spiegarmi.
Il fatto è che l’attuale grandeur bolognese, dovuta essenzialmente alla posizione geografica e all’università, oltre che ad una produttività di assoluto rilievo,
soprattutto industriale ultimamente, (e ad una capacità amministrativa venuta alla ribalta europea) è espressa da una città piccola e raccolta, intendendo con
questo la sensazione quasi fisica d’intimità che riescono a darle i suoi portici, dove si percepisce che ci fu, si, grande Storia, ma di riflesso per così dire, una
Storia con la s maiuscola ma dimessa, alla buona, eppure così importante.
Soggetta per secoli alla Chiesa, Bologna non compare nei libri di Storia, per così dire, generale.Intendiamoci, l’Accademia dei Carracci, per esempio, è
fondamentale in storia dell’arte; così come l’Accademia delle Scienze o Marsiliana per la storia della scienza. Ma appunto, bisogna entrare nello specifico. (forse
un’eccezione è rappresentata dai moti di Romagna del 1831, che prepararono, più di Napoleone, il Risorgimento).
Mi viene in mente l’ottima opera di Montanelli, non di uno specialista forse ma la più chiara in assoluto, che non avrebbe certo trascurato le vicende di questa
città, se ce ne fossero state.Invece si parla degli stati italiani, e Bologna non fu Venezia, né Firenze, né le Due Sicilie.Per parlare di Bologna bisogna parlare del
papato e dunque premetterle Roma. Eppure Bologna, proprio grazie alla sua posizione politica subalterna ha vissuto vicende più interessanti di quelle che il
grande pubblico (il riferimento è ai miei lettori) generalmente ritiene.
Donde non la Storia ma la Sua storia, dunque, in definitiva, la Storia.
Se si eccettua la vicenda dello Studio infatti, dove incredibilmente si scopre che è passata TUTTA la cultura di questo mondo (occidentale), ed è il vanto della
città, i grandi avvenimenti che visse Bologna furono casuali.Mi viene in mente l’incoronazione di Carlo V, avvenuta in S.Petronio solo perché Roma era appena
stata messa a sacco dai lanzichenecchi.Piuttosto che l’attentato al Duce.Piuttosto che la strage terrorista alla stazione.Tutte cose che potevano accadere anche a
Forlì, per esempio, per non dire Milano.L’attuale calendario è dovuto ad un bolognese (Gregorio XIII), il quale non credo l’abbia riformato in quanto
bolognese.Lo stesso Studio è nato come universitas, cioè corporazione, di studiosi di Diritto e relativi docenti i quali si riunivano inizialmente nelle case di Via
dè Pignattari.
Bè?Forse che qualsiasi altra città italiana non aveva case?
E perché non a Roma, che lo inventò, si formò una scuola di Diritto?
Voglio dire che questo ruolo di protagonista quasi suo malgrado di Bologna ne rappresenta l’unico ed insostituibile fascino, per me questa città è anzi magica,
avvolta in quella foschia fiabesca che si vuole attribuire solitamente solo ai lontani paesi orientali delle Mille e una notte. Tant’è vero che Bologna non è
conosciuta, il viaggiatore vi arriva per la fiera (che oggi è il “centro” cittadino), eppoi si stupisce del luogo. I suoi portici (chi dice 35 Km., chi 38, chi 40: la città
più porticata al mondo, in ogni caso) sono assolutamente unici, perché di tutti i tipi: stretti, larghi, alti, bassi, in legno, in pietra, ad arco, quadrati, rossi, bianchi,
gialli.
E si provi ad andare a Palazzo d’Accursio e salire fino all’appartamento del Cardinale Legato, e guardare dalle finestre del book-shop: la visione per me regge
il paragone con quella di Piazza San Pietro, o San Marco.
Storia della città, dicevo. Per sommi capi:
il bolognese, se si eccettua la preistoria, della quale in ambito locale non v’è molto da dire, fu abitato per primo da una cultura che venne poi detta
“villanoviana”, e questo vale in senso storico universale (!) per quanto concerne l’etnografia protostorica italica, proprio dalla località di Villanova, ad est
dell’abitato. E’ la prima fase della Bologna preromana, ed è caratterizzata dall’utilizzo di una particolare urna cineraria rinvenuta nelle necropoli, a forma di
doppio cono arrotondato, nella quale venivano posti anche una lamina di bronzo lavorata, nota come “rasoio”, e uno spillone, a scopi rituali. Il periodo va dal IX
al VI sec. a.C. Il tratto saliente di questa cultura è l’aver prodotto manufatti di un tipo non troppo dissimile da quelli etruschi (la seconda fase preromana) e
variamente riscontrabili in altre regioni, dalla Toscana fino alla Campania; ma a Bologna non si può parlare di grandi apporti dalle altre civiltà come quella greca
ad esempio, vista la lontananza dal mare. Altre caratteristiche sono lo scarso ricorso alle armi, dunque non era una società guerriera, ma agricola e in parte
mercantile, (conoscevano la moneta coniata), però il cavallo era molto utilizzato; l’oreficeria o comunque la metallotecnica era l’attività artigiana più praticata,
sempre caratterizzata da ornamentazioni geometriche piuttosto rigide, del tipo attico per intenderci, od incisioni su bronzo talmente notevoli che le genti
posteriori cercheranno d’imitarle con l’argilla. Lo sviluppo dell’insediamento era a mezzaluna intorno alla città, per sfruttare i corsi d’acqua, Reno in testa. Non
se ne sa molto di più perché i ritrovamenti non funerari, seppur cospicui, non indicano peculiarità rispetto ad una società di tipo terramaricolo.
La seconda fase della Bologna preromana, come detto, riguarda la città etrusca o felsinea per l’appunto, dall’antico nome di Felsina che le diede questo
popolo. Degli etruschi si sa tutto sommato poco, a partire dalla loro origine; erano certamente mercanti e di un tipo maggiormente intraprendente rispetto alla
civiltà villanoviana, per esempio stabilirono contatti con l’Egeo, attraverso la tratta Felsina-Spina (quest’ultimo porto creato all’uopo nei pressi di Ravenna). Ma
non vi fu rottura sostanziale con la cultura precedente, come già accennato a proposito dei manufatti. Furono sostanzialmente più coscienti di sé, nella scrittura
ad esempio e in un’accentuata urbanizzazione del territorio, anche se certamente non rigidamente e accuratamente organizzata come quella romana. Si
espandevano più “a macchia d’olio” che non attraverso un reticolo di strade. Tuttavia, nei quasi due secoli di vita (dalla metà del VI alla metà del IV sec. a.C.),
Felsina organizzò gran parte della regione in un sistema efficiente di trasporti, facenti capo ai corsi d’acqua del capoluogo. Dal punto di vista sociale ed
economico, non è possibile ricostruire la situazione etrusca a partire dai principali ritrovamenti, che restano quelli delle necropoli (come per gran parte delle
civiltà antiche, p.es. gli egizi), che erano sia ad incinerazione che ad inumazione.Però a Bologna, da questo punto di vista, v’è stato qualche importante
contributo. Mi riferisco al santuario presso l’attuale facoltà d’ingegneria, alle fibule “tipo Certosa”, perché ritrovate in gran parte nei confini dell’attuale cimitero,
anche se probabilmente d’origine umbra come tipo (ma lo si dice erroneamente del popolo stesso), nonché al famoso sepolcreto a casetta, un tempo interrato, dei
Giardini Margherita.Come si vede gli etruschi erano ai margini dell’attuale città, verso sud. I reperti suddetti denotano da un lato, un’oreficeria sopraffina, vedi le
statuette bronzee votive del santuario, con tratti del viso sommari e vagamente equini, ed un Ercole di nuova concezione, dall’altro, tombe estremamente
semplici in quanto semplici fosse (la cassa ai Giardini è un’eccezione).Inoltre sono state rinvenute steli funerarie di arenaria a ferro di cavallo con figure
ripetitive, riprese dalla ceramica, del viaggio verso gli inferi, ed un recipiente bronzeo, a forma di secchia tronco-conica, detto “situla” (si ritiene sia la più bella
in assoluto), probabilmente di origine forestiera.
La terza fase è quella celtica: è curioso ma Reno, Idice e Savena sono tutti nomi celtici. Pare siano stati i rozzi ed individualistici Galli Boi a subentrare agli
etruschi fino al 189 a.C., cioè fino a Roma. Anzi, forse Bononia (il nome romano) viene da loro o da Bona, che vuol dire solo città. Questo popolo celtico non
aveva quasi strumenti culturali: né una tradizione urbana, né un’organizzazione militare compiuta. Adottarono la città etrusca tornando però a coltivare la terra
(all’inizio erano addirittura semi-nomadi) ed arricchendosi grazie ad isolate campagne di guerra.
L’arrivo di Roma spazzò via tutto.
E veniamo alla città romana. Non particolarmente ricca di eventi per oltre tre secoli e mezzo, Bononia va dal 189 a.C. (cioè dalla sua fondazione) al sec. V. La
città nasce un’ottantina d’anni dopo la fondazione di Rimini (Ariminum) e subito dopo quelle di Piacenza (Placentia), Cremona e Reggio Emilia (Regium
Lepidi). La Repubblica si era infatti garantita, con questi abitati, il futuro dominio dell’intera pianura padana: Bologna nacque in seguito a questi insediamenti.
Subito dopo nacquero Parma e Modena (Mutina). Ma è solo con la vittoria sui Galli che le terre coltivabili vennero assegnate a coloni romani e latini. Inizia
così, a partire ca. dal 170 a.C., un opera di suddivisione del territorio padano che resterà definitiva, grazie a strade ben ubicate e realizzate e accessibili in tutte le
stagioni, e a particelle di terre coltivabili di settecento metri di lato, che nel loro interno comprendono cento aree di due jugeri ciascuna: di qui il nome di
“centuriazione” dato all’operazione. Fondamentale resta lo sfruttamento della rete di fiumi e canali navigabili che attraversa il terreno (Bologna fin quasi al 1600
aveva un porto), cosicché giungono in città le pietre e i marmi più lontani ed esotici. I senatori Lucio Valerio Flacco, Marco Atilio Serano e Lucio Valerio
Tappone si occupano di fissare l’abitato sulla conoide formata dal torrente Aposa ai piedi delle colline ed assegnano oltre dodici ettari per famiglia ed oltre
quindici ai coloni di rango superiore. La reticolazione tipica romana, che si orienta con il Cardo e il Decumano, viene in questo caso tracciata secondo la
morfologia del terreno e come risultato le due assi principali suddette si trovano praticamente ortogonali ai punti cardinali: tanto che la via Emilia, che nasce
appena due anni dopo (187 a.C.) grazie al console Marco Emilio Lepido, e che ha un’inclinazione NO-SE, deve deviare leggermente quandro entra in città e
adeguarsi alla traccia già stabilita, per poi riprendere il suo corso all’uscita dall’abitato. Proprio questo tessuto viario, perfettamente conservato, è la
testimonianza più eloquente che abbiamo di Bononia. Contrariamente a quanto forse si pensa, le colonie fondate da latini non avevano cittadinanza romana fino
alla loro costituzione in Municipio. Bologna non fa eccezione: dapprima l’autonomia è totale negli ordinamenti amministrativi e giudiziari, nell’autonomia e nei
culti. Un governatore romano si occupa di sorvegliare militarmente il piccolo “esercito familiare” messo in piedi dai coloni stessi, affinché non tradisca la fiducia
della madrepatria. L’economia è fiorente ma di tipo agricolo e il latifondo è ancora sconosciuto. Fondamentale è il tipo di vite maritato ad alberi vivi, proprio dei
Galli (detto infatti arbustum gallicum).
L’aspetto della città è il seguente: case in legno e mattoni crudi (quelli cotti erano riservate alle opere d’ingegneria pubblica), intonacate e dipinte a vivaci
colori, strade semplicemente inghiaiate, pozzi poco profondi per l’approvigionamento idrico (si servivano dei numerosi torrenti della valle) e forse una fossa
come apprestamento difensivo intorno all’abitato. Nell’88 a.C. Bononia diventa Municipio e i bolognesi ascritti alla tribù Lemonia, uno dei trentacinque collegi
elettorali che hanno diritto di voto a Roma; però, vista la lontananza dell’Urbe la popolazione s’interesserà sempre e solo alla situazione locale. Il periodo
seguente è caratterizzato dalla guerra civile provocata dalla morte di Cesare e all’imminente caduta della Repubblica: Antonio e Ottaviano sono i protagonisti
degli scontri contro i dissidenti (come Decimo Bruto a Modena), fino ad unirsi per costituire, col fondatore della via Emilia, il secondo Triumvirato (pare su
un’isola del Reno). Ai veterani dapprima di Antonio e poi di Ottaviano spettano i terreni abbandonati. Nel 31 a.C. Ottaviano è il solo arbitro dei territori d’Italia,
Europa, Asia e Africa. In città si creano nuove strade, si pavimentano le vecchie, ci si dota di un sistema fognario sotterraneo ( alto un metro e mezzo) da sud a
nord e di un acquedotto di venti km. (v.oltre). I marmi delle basiliche sono i più raffinati, i pavimenti a mosaico, vi sono stucchi, colonne, cornici, sorgono anche
impianti produttivi come una fabbrica di panni a oriente dell’Aposa; sorgono le terme pubbliche, calde e fredde, sia in città che fuori, chi può, si fa la villa in
campagna. Nel 53 d.C. un incendio distrugge praticamente la città: per ironia della sorte della ricostruzione si fa onere Nerone, il piromane di Roma. Bologna gli
è grata. Già nel 69 d.C. la città era risorta al punto di dotarsi di un anfiteatro da cinquemila spettatori. E’ l’apogeo di Bononia, ora l’economia è in gran parte
artigianale, mercantile e imprenditoriale, per lo più affidata a forestieri e questa “borghesia” è responsabile di importanti iniziative edili da parte di privati
(terme, teatri, Isideum). Tuttavia nell’agro lo sfruttamento ad oltranza delle terre, il disboscamento e la crescente importanza degli abitati intorno alla città, per
via dell’efficienza “eccessiva” delle vie di comunicazione, porteranno dal terzo secolo in poi alla fine di questa situazione. La burocrazia si era fatta via via più
opprimente (istituzione di curatores rei publicae, di Traiano e di consulares, di Adriano, cioè di funzionari centrali quasi onnipotenti),mentre Bologna, in quanto
Aemilia si stacca, con Liguria et Toscana, da Romania, Flaminia et Umbria (215), suddivisione giunta ai giorni nostri. L’anarchia politica regna d’ora in poi
(troppi e troppo effimeri gli imperatori), le imposizioni fiscali stremano i contadini, che cedono le terre (e nasce così il latifondo), i traffici rallentano e si
reimpiegano i materiali da costruzione. In questo quadro s’inserisce la nascita della Chiesa bolognese, che in buona parte farà la fortuna della città. Coi
protomartiri Agricola e Vitale, (soprattutto il secondo sarà importante), uccisi durante le persecuzioni di Diocleziano (304), comincia questa vicenda che ha però
nei primi tempi in Ambrogio, vescovo di Milano, il suo principale fautore. Bologna infatti era sotto la diocesi milanese, capitale dell’impero. Nel 387
l’usurpatore Magno Massimo traversa in armi la pianura.
Ed è così che, sull’esempio della sede imperiale d’occidente, la città si dota di quattro croci a difesa soprannaturale della cerchia di selenite (una per ogni lato e
dedicate ai Santi, alle Vergini, ai Martiri ed agli Apostoli), opera ch’era a sua volta sorta per difendersi dai legittimi imperatori che calavano dalle Alpi Giulie per
riprendersi i troni sottratti loro dagli usurpatori. Purtroppo di questa muraglia, di cui resta un solo tratto visibile e il cui esatto tracciato è per due lati ipotetico,
non si sa nemmeno l’esatta data di costruzione. Il periodo più probabile sembra comunque essere la seconda metà del terzo secolo. Dal 370 in poi popoli barbari
scendono uno dopo l’altro in pianura (Alamanni, Taifali, Goti) e Bononia viene dissanguata dalle tasse per gli approvvigionamenti degli eserciti. Nuove ondate d’
invasori si avranno nel 402 con Alarico e i suoi Visigoti, che giungerà fino a Roma, e nel 405 (Radagaiso). Nel frattempo (408) la capitale imperiale lascia
Milano per Ravenna e la Chiesa bolognese la segue nel 430. L’anno dopo muore Felice, sesto vescovo e gli succede l’orientale Petronio (del quale si sa ben
poco), che molto più tardi diventerà patrono di Bologna. Sorge, probabilmente su un precedente tempio di Iside, il complesso gerosolimitano di S. Stefano, che
vorrebbe rifarsi al Santo Sepolcro. Dopo vent’anni di episcopato, Petronio muore. Di lì a poco scendono in Italia gli Unni di Attila, che risparmiano Bologna.
Finalmente, nel 476 cade l’impero romano d’occidente. Si è già detto che la città conserva il reticolo di strade romano, con la sola differenza che in origine
esso si estendeva per soli sei cardi e otto decumani, dunque assai meno esteso di quello attuale. Oltre all’impianto viario, Bologna conserva altre opere dell’età
romana: primo fra tutte l’acquedotto che prelevava l’acqua dal torrente Setta, meno calcareo del Reno. Si tratta di un’opera notevole, lunga venti chilometri, che
dai piedi del Monte Mario, giungeva a valle dopo avere persino svoltato ad angolo retto presso il colle della Guardia. L’acqua scorreva o nella nuda muratura o
all’interno di tubi di piombo (fistulae) uniti con saldature sferiche. V’era anche un canale di sfioro. L’impianto è tutt’ora utilizzato, anche se con portata molto
ridotta rispetto all’originale.
L’arrivo delle popolazioni germaniche cambia il volto della città, che però conserverà sempre un ‘anima latina.
La rinascita di Bologna dopo l’età romana si deve sostanzialmente alla Chiesa (ambrosiana). Con il ritrovamento “prodigioso” dei resti dei protomartiri Vitale
e Agricola, lo spirito municipalistico di Bononia Culta, come la definì Marziale, potè risorgere sotto l’influenza della Chiesa milanese e di Ambrogio in
particolare. Oltre alle quattro croci di cui s’è detto, esisteva infatti ov’è ora S.Petronio la chiesa di S.Ambrogio, ed esisteva in città persino una “Curia di
S.Ambrogio”, che poi di fatto svolse le funzioni del Comune prima dell’avvento di questo. Mano a mano che l’amministrazione romana veniva meno nella sua
efficienza, l’organizzazione ecclesiastica ne prese il posto ricalcandone l’ordinamento (la diocesi non era in origine che una circoscrizione territoriale
dell’Impero, a metà come estensione tra il Municipio e la Provincia). Dunque Bologna in questo periodo va riprendendosi nonostante le devastazioni dei Goti di
Odoacre, che governava per conto dell’imperatore romano d’oriente, e la guerra contro questi intrapresa da Teodorico, imperatore romano d’occidente. Gli anni
di pace del regno di quest’ultimo (493-526) giovarono alla città, che però subì poco dopo vent’anni di guerra greco-gotica, poiché i bizantini vollero
riconquistare l’Italia. Le sofferenze furono terribili. Al termine della guerra però l’Italia torna ad essere una provincia dell’Impero d’Oriente.
Qui solitamente c’è confusione su chi e da dove comandasse. Molto semplicemente, comandava Giustiniano (il compilatore del codice di leggi romane che
porta il suo nome), da Costantinopoli (il cui nome originario è Bisanzio). Per questo si dice Italia “bizantina”. Però, oltre ad assegnare ad ogni provincia un
iudex, (governatore civile) ed un dux (militare), Giustiniano nominò a Ravenna, scelta per la sua posizione geografica, un rappresentante dell’impero (esarca).
Qui in genere c’è altra confusione. L’esarca comandava l’esarcato, cioè tutto il territorio italiano sotto Bisanzio; solo che, dal 731, a causa dei Longobardi, questo
territorio si ridusse in pratica alla sola Romagna (esarcato di Ravenna): ed è a quest’ultimo che ci si riferisce di solito. Dunque “esarcato di Ravenna” è
un’espressione di comodo, non una designazione imperiale. Fu durante il controllo ravennate della Chiesa bolognese che la nostra città donò a Ravenna il culto
di Vitale, fondamentale in seguito per il suo prestigio (si pensi alla basilica omonima), che dunque non era il santo locale (lo era Apollinare). Nel 568 (o ’69)
giunsero in Italia i Longobardi, e si divisero in due correnti: da una parte, con base Pavia, scesero in Toscana e in Meridione; dall’altra, provarono a penetrare in
Emilia orientale. Nel 643 il re Rotari vi riuscì, stabilendosi, dopo cruenta battaglia, lungo il fiume Scoltenna, oggi Panaro. Tuttavia questo fu il limite del suo
insediamento (Langobardia o Lombardia), poiché al di qua del corso d’acqua restarono invece i Bizantini nella loro Romanìa ( o Romagna). Nel 680 la
situazione venne sancita con un trattato.
La Bologna bizantina era così amministrata: al posto di iudex e dux, (si ricorderà), s’instaurò un unico funzionario (duca, ma a volte giudice), mentre le
milizie, da importate che erano (da altre provincie bizantine), divennero sempre più locali, affidate alle famiglie dei possidenti (possessores) cittadini o rurali.
Ebbe modo di formarsi dunque uno spirito patriottico che nel nostro paese non offrirà altri esempi fino al Risorgimento, affidandosi anche i Comuni medievali a
milizie mercenarie (un esempio noto è l’inglese John Hawkwood). E’, questo, un male, non tanto perché non si muore più per la patria, chè nessuna merita di
morire per essa, quanto per motivi di “evoluzione” storica a noi ben noti. Il Fascismo p.es. marcerà su questa debolezza. Comunque sia, la nostra città divenne di
frontiera e al fine di difendersi meglio, nacquero distretti fortificati (castra), a formare una cintura amministrativa e militare insieme intorno all’attuale territorio
comunale (p.es., Crespellano, Bazzano, Persiceto). Il fenomeno si ripeterà nel Medioevo per meglio garantire l’indipendenza comunale, v. Castel S.Pietro (1199)
e gli altri vari “Castelli”. Ma non bastò. Il re Liutprando infatti, nel 727 valicò lo Scotenna e avanzò facilmente su Ravenna. Successe che i Longobardi,
convertitisi nel frattempo al cattolicesimo, molto probabilmente mero calcolo politico, (emulando il gesto di Costantino), si erano schierati con il Papa contro la
campagna iconoclasta dell’imperatore romano Leone III e dunque non erano più visti come barbari. E’ da tener presente comunque ch’esisteva da tempo un
partito filolongobardo o quantomeno antibizantino persino in Bologna e in Ravenna, forse dovuto all’oculata(!) politica bizantina, che obbligava praticamente i
contadini alla “leva” forzata. Tant’è che alla vigilia della spedizione liutprandina fu ucciso l’esarca Paolo. Il re longobardo s’impossessò perciò di Ravenna e
della stessa Bologna, tracciando come limite del proprio insediamento Imola e il Santerno. Quanto ai bolognesi, c’è da credere che non fossero troppo
dispiaciuti.
Sull’occupazione longobarda non c’è molto da dire: avvenne per fermare l’avanzata dei bizantini che coll’aiuto di Venezia, rimasta tutt’ora imperiale,
puntavano, sotto la guida di Agatone duca di Perugia, sulla nostra città. Ma insediandosi nei pressi dell’attuale complesso stefaniano i longobardi riuscirono a
confinare le truppe avversarie al di là del Savena, allora più prossimo al centro, restando essi al di qua. Semmai ci si può soffermare un attimo sulle tracce attuali
di quest’occupazione: si può vedere oggi nel cortile della Chiesa del Santo Sepolcro, in Santo Stefano, il cosiddetto “Catino di Pilato”. In realtà tale vaso per le
offerte si può datare tra il 736 e il 743, tranne il piedistallo aggiunto nel 1506: è dunque di epoca longobarda. Del resto si deve forse ai longobardi la tipica
disposizione a raggiera delle strade che si dipartono da Porta Ravegnana; è il quartiere orientale che venne occupato, probabilmente da accampamenti semi-
circolari. Il quartiere Ovest (San Felice) era invece ancora ingombro di macerie romane. La cosa venne notata anche da Dante, riguardo la differenza dei dialetti
cittadini.
E venne Carlo Magno. L’importanza dell’avvento del re dei Franchi sta nel fatto che determina l’inizio della dominazione papale in Bologna, che durerà in
pratica fino a Napoleone ed oltre, eccettuata l’esperienza comunale. Nel 774 infatti Carlo, vinti i Longobardi, restituì l’Esarcato a Roma. Avrebbe dovuto darlo a
Bisanzio, ma l’iconoclastia pose quest’ultimo al di fuori dell’ortodossia. Il papa poteva così garantire la sovranità ai Franchi, in cambio però della perdita
dell’universalismo imperiale come difesa di quello cattolico.Comunque le magistrature restarono in massima parte longobarde, cambiando talvolta solo i
funzionari. Questi però, dipendendo ora l’Esarcato dal papa, dovevano recarsi a Roma per la nomina. Ma la potestà papale era comunque posta sotto la suprema
autorità di Carlo: le popolazioni di fatto avevano due padroni; si giurava al papa e a Carlo Magno. Sennonché gli arcivescovi di Ravenna, sedicenti eredi
dell’autorità bizantina, ostacolarono spesso e volentieri gl’inviati del pontefice (che dovevano accompagnare i funzionari a Roma per la nomina), arrogandosi in
molti casi il diritto alle nomine. Le continue lagnanze del papa Adriano I con Carlo normalizzarono alfine la situazione. Carlo manteneva comunque, anche dopo
la consegna dell’esarcato alla santa sede, nella regione, la suprema potestà giudiziaria. Due decisioni da lui prese in questi anni (786-800) dimostrano anzi il
cescente ruolo culturale della città in Europa: la traslazione di alcune reliquie dei martiri Vitale e Agricola a Clermont, in Francia; e la vertenza sorta tra il
vescovo di Bologna, Vitale, e l’abate di Nonantola, il futuro sant’Anselmo a proposito della giurisdizione sul territorio di Lizzano in Belvedere.
E’ qui opportuno chiarire un equivoco, parlando di Carlo Magno: il vassallaggio, rapporto economico tra un potente (rappresentante regio) e un suo sottomesso
(il vassallo appunto), instaurato notoriamente proprio dai carolingi, non riguardava in realtà che la minor parte della società: i lavoratori agricoli in special modo
non ebbero nulla a che fare col vassallaggio. Bologna poi, nel IX secolo, era governata da duchi di nomina pontificia, di famiglia spesso ravennate, fuori dunque
dal, o comunque ai margini del, controllo delle istituzioni franche. Di tale governo ducale pontificio peraltro, non sappiamo nulla, se non qualche nome (Pietro,
Rodoaldo, Petrone); mentre dal canto suo è oggi definitivamente abbandonata l’ipotesi di una discendenza dei duchi bolognesi da un ducato longobardo della
Persiceta. Durante tutto l’ottocento perdura la lotta ecclesiastica tra Roma e Ravenna: quest’ultima non fa mistero delle sue mire su Bologna, volendo ad ogni
occasione installare sul seggio episcopale un suo rappresentante; e ci riuscirà pure, nell’875, con Maimberto, scalzando il rappresentante romano Severo; in
seguito (884) effettuerà una grossa donazione in monasteri al vescovo di Parma, per ingraziarsi l’imperatore tedesco Carlo il Grosso, amicissimo del parmigiano:
questo perché, dopo la morte di Ludovico II (875), Ravenna si mostrò filotedesca (Roma restò invece filofranca). Ma non basta. Si decise persino di alienare il
complesso stefaniano, vanto dei bolognesi in quanto custode dei resti di Vitale e Agricola, e d’incamerare, sempre in direzione di Parma, le oblazioni dei fedeli
nei luoghi sacri; ciò alimentò, se ce n’era bisogno, l’ormai tradizionale ostilità verso la città adriatica.
Con l’estinguersi della dinastia carolingia (cioè dei discendenti di Carlo Magno), l’esarcato di Ravenna, insieme a Bologna, vennero annessi al cosiddetto
Regno Italico Indipendente (874-962). La differenza più importante rispetto al governo precedente, fu l’alta sovranità del papa sul territorio, ovviamente non più
soggetto a sua volta all’Imperatore; nello stesso tempo, cadendo la barriera tra Modena e Bologna, cioè tra Langobardia e Romània, s’instaurò (922) nella nostra
città l’ordinamento amministrativo comitale, (che durò fino al 1130), con notevole ritardo dunque rispetto al resto del Regno. Tuttavia Bologna aderì sempre più
consapevolmente, fino al Comune, alla politica pontificia. Peraltro ai conti non restava che la città dentro le mura, anzi, solo quella al di fuori della circoscrizione
ecclesiastica (sottoposta all’autorità vescovile): il territorio circostante Bologna infatti, cioè il contado, era diviso tra Nonantola, Pistoia, Imola e varie famiglie
signorili di Toscana e dell’Appennino. Qui è opportuno precisare che l’amministrazione civile non ebbe mai l’efficienza e l’organizzazione periferica di quella
ecclesiastica. Fin dal sesto secolo, infatti, i vescovi amministravano la diocesi di competenza (la cui estensione, giova ricordarlo, non venne mai seriamente
ridotta, se ne ridisegnarono solo a più riprese i confini); ma tale organismo si perfezionò con l’ulteriore suddivisione in sottoscrizioni, detti pievi, e la
suddivisione di quest’ultime in parrocchie. Ciò assicurava un controllo capillare (e un potere duraturo) alla Chiesa.
Intanto Bologna cresceva d’importanza, sia pur tra i torbidi delle elezioni vescovili, che però testimoniavano quanto era ambita la città come alternativa alla
sede arcivescovile di Ravenna. Il chierico Giovanni, poi papa Giovanni X (914-928), s’impossessò addirittura della cattedra ravennate ma fu legittimo e ottimo
pontefice. Sul piano laico poi, Bologna era in lizza tra i pretendenti all’eredità del regno carolingio. Il sovrano Berengario I nel 905, fece di Bologna un vero e
proprio porto sul Reno (ruolo che mantenne fino al ‘600 almeno), in collegamento con Venezia e dunque con l’Europa e l’Asia minore. Energie nuove,
commerciali, si univano così a quelle aristocratiche militari e terriere, storicamente da tempo presenti. Ma più importanti furono le vicende ecclesiastiche (che
d’altronde coincidono con quelle politiche per tutto il medioevo), in quanto per tutto il sec. X l’importanza di Ravenna continuò a crescere, e questo grazie alla
debolezza del papato e all’anarchia conseguente al dissolversi dell’impero carolingio. La nostra città si trovò schiacciata tra Ravenna e Canossa, anche se i vari
Ottoni vollero sempre riservarsi l’esercizio della sovranità su Bologna. Ma più del papa comandò Ravenna, perché il pontefice non potè che confermare le
cessioni abbaziali e conventuali concesse dal primo Ottone, e Ravenna era troppo smaniosa di rinverdire i fasti bizantini. Il papato non era, in questa fase, forte
come il pur scialbo impero degli Ottoni. Saprà recuperare il tempo perduto.
E questo soprattutto in seguito alla traslazione (1019), nel complesso stefaniano (restituito dal vescovo di Parma a quello di Bologna nel 973), delle reliquie dei
martiri Vitale ed Agricola, della cui importanza si è già detto più sopra; ed in seguito al trasporto della cattedrale e della sede vescovile entro la città. A proposito
del culto dei due martiri bolognesi, bisogna constatare che doveva all’epoca essere già diffuso anche in Francia, se alla Biblioteca Angelica di Roma esiste un
codice liturgico della nostra città, che pare avere come modello un libro liturgico nato oltralpe ai tempi di Pipino. Il codice bolognese fu poi di modello per altri
conservati a Verona e Modena. Segno questo dell’importanza della città in ambito non solo padano, ma italiano ed europeo.
Analogamente alla traslazione dei resti di Vitale e Agricola, il trasporto della sede vescovile in città risultò d’importanza fondamentale. La cattedrale era
infatti, come sempre accadeva (fino ai Comuni), fuori della cerchia di mura, nel nostro caso ov’è ora l’ospedale militare della Badia, fuori porta S. Felice. E lì
stava anche, come dice il nome, la cattedra del vescovo. Si presume che il trasferimento sia avvenuto non più tardi dei primi decenni del secolo XI. Vi sono due
difficoltà nel determinare la data esatta: la scarsissima documentazione superstite; e il ruolo non certo di un vetusto edificio dedicato a S.Pietro, e prima ancora a
Naborre e Felice, diventato poi sede del vescovo (appunto: quando?). Comunque sia, fu il risveglio della vita cittadina a favorire tale avvenimento, non
l’insicurezza della vecchia ubicazione. Dalla nuova posizione, il vescovo poteva meglio intervenire nell’amministrazione civile e politica, approfittando dei non
infrequenti vuoti di potere dell’imperatore.
Ovviamente l’egemonia ravennate non vedeva di buon occhio queste ingerenze; ma ancor meno l’imperatore, il quale tendeva a favorire piuttosto i conti,
meno soggetti all’autorità del pontefice.
Col tempo però furono i cittadini stessi, più del vescovo, ad avvantaggiarsi di tale situazione. Possiamo immaginare, anche per allora, la classica divisione tra
nobiltà e popolo: ed appunto il ceto nobiliare, avvicinandosi al suo vescovo, prendeva dimestichezza con i problemi della città. Ancora non si era al comune, ma
erano i primi segni d’insofferenza, tra i quali rientra il rendersi conto dell’inadeguatezza della vecchia cerchia di selenite. Così, alla metà del Mille, Bologna è
cresciuta in ampiezza e larghezza, e soprattutto in un rinnovato sentimento religioso.
Ciò portò ad un invito allo studio rivolto al clero (e ai canonici in particolare), nonché alla ricomposizione del Capitolo, che coadiuva maggiormente i compiti
pastorali del vescovo, misure dovute entrambe al rinnovato impegno riformatore di quest’ultimo.
Questi gli antefatti della più significativa istituzione cittadina, cioè della nascita, verso la fine dello stesso secolo, dello Studio Bolognese.
Del resto, il fervore di rinnovamento religioso investiva tutta la cristianità. In particolare, si voleva por fine alla mondanizzazione del clero e all’ingerenza laica
nelle nomine ecclesiastiche, ovviamente là dove a queste si unissero beni patrimoniali. I papi si fecero portavoce di questo fervore, ma dovettero scontrarsi,
com’è noto, con gl’imperatori.
Lo scontro tra papa Gregorio VII ed Enrico IV, ebbe a Bologna uno dei settori più interessati. Questo sempre per via di Ravenna, la cui Chiesa, resa ancora più
potente dai Sassoni, opponeva una fiera azione antipapale. Tornarono i fasti dei tempi di Teodorico. Addirittura, l’arcivescovo Guiberto si fece eleggere
(anti)papa col nome di Clemente III. Ma era in veste scismatica, e del tutto vassallatica dei sovrani germanici. La posizione delle diocesi soggette alla sede
metropolita è presto detta: in Bologna, i contrasti fra i sostenitori di Gregorio VII e i sostenitori di Clemente III portarono ad avere due serie di vescovi:
Sigefredo e Pietro, aderenti all’antipapa; Gerardo e Bernardo, fedeli a Gregorio. Matilde di Canossa, con tutta la sua potenza territoriale e dunque economica,
appoggiava Gregorio. La Grancontessa aveva possidementi a vario titolo, non solo patrimoniale, ma anche quale rappresentante del potere centrale, su
un’estesissima fascia appenninica: per questo motivo, pur non avendo terreni nel contado della nostra città (e non potendo dunque esercitarvi un potere diretto),
di fatto influiva comunque su Bologna come una sorta di “vicario imperiale”.
La situazione è confusa. I documenti superstiti e la non ben determinata suddetta influenza di Matilde sulla città lasciano intendere due cose: la prima, che
Bologna fu comunque legata almeno a partire dal 1111-1112, anni dell’avvicinamento politico con Gregorio, alla Grancontessa; la seconda, che di fatto la città
fu, in questo frangente, città canossana. Difatti, i due caratteri di città imperiale (l’autorità immediata era quella del Conte, incaricato dall’imperatore) e di città
papale (la Santa Sede manteneva i diritti sovrani risalenti agli accordi con Carlo Magno) erano quantomeno ingeriti, per motivi non del tutto noti, da Matilde. A
ciò si aggiungano i contrasti interni dovuti alle classi cittadine, ch’erano i maggiori beneficiari di quest’amministrazione intricata, in quanto potevano schierarsi o
ricattare ora l’uno ora l’altro dei poteri in gioco.
Non ci è possibile ricostruire i rapporti concreti tra i vari organi e le funzioni di governo della città. Un ulteriore motivo di confusione furono le conseguenze
del tentato assedio del castello canossano di Monteveglio da parte di Enrico IV, nel 1092. La base delle decisioni militari fu proprio Bologna, dove però, si
ricorderà, v’erano due “partiti”, uno filo-imperiale, l’altro scismatico. Le tensioni e lacerazioni furono fortissime. Monteveglio resistette, ma questo non indebolì
il partito anti-gregoriano.
Fino ad un fatto dirompente: Urbano II bandisce la prima Crociata contro gl’infedeli (lettera ai bolognesi del 19 Settembre 1096). Non furono poi molti i
cittadini a partire, nonostante le liste di leva ritrovate (e tutte assai più tarde). Però quest’abbraccio religioso preparò la collettività ai due capisaldi della storia di
Bologna: la nascita dello Studio, e quella del Comune. A dire il vero, l’evento accelerò solamente la vittoria del partito gregoriano, non la determinò, poiché il
potere imperiale era da tempo, se non delegittimato, indebolito nella sua autorità universalistica. Produsse invece un altro risultato determinante: la decadenza
dell’influenza temporale di Ravenna (quella ecclesiastica resistette ancora a lungo). Finalmente la nostra città può dirsi Capitale dell’antico Esarcato, ora detto
Romandiola.
La lotta per le investiture, che ha come termine la morte di Matilde (1115), è dunque per Bologna punto di arrivo e di partenza insieme. Fuori scena la
Grancontessa, venne subito demolita la rocca imperiale. Non ci è dato sapere se fu proprio questo il motivo, ma la demolizione apre simbolicamente un’epoca
nuova.
Finora, cioè dalla fine di Bononia alla morte di Matilde (l’alto Medio Evo), le notizie su Bologna non sono state numerose: solo gli enti ecclesiastici avevano
scrupolo di conservare con cura i documenti, e spesso anche i laici li affidavano a loro. Per la verità infatti i dettagli, in questo periodo, riguardano la storia di
chiese e monasteri.
L’età medievale bolognese (per convenzione: 1115-1506) è invece meglio documentata.
Dopo la distruzione della rocca imperiale, l’imperatore Enrico V perdona i bolognesi per il gesto e concede un diploma che soddisfa le principali esigenze
della popolazione. E’ questo diploma che sancisce la nascita del Comune, cioè di un governo locale autonomo, gestito dagli abitanti stessi. Esso riguarda tutti i
cittadini che vengono posti sotto la diretta protezione imperiale insieme con tutti i loro beni (mobili e immobili), e dispone alcune garanzie e proibizioni: i
bolognesi vengono così protetti da molestie sulle vie di terra e d’acqua; vengono esonerati dalle tasse di transito e di attracco; non possono cambiare il corso del
Reno; i loro coloni sono esonerati dall’obbligo di ospitare funzionari imperiali in transito in città; ed altre misure, come la limitazione alla penetrazione dei
mercanti fiorentini nell’area bolognese. Il diploma fu sottoscritto da Irnerio, un celebre giurista dell’epoca (oggi una via è a lui intitolata) e lettore nello Studio:
Studio e Comune nascono insieme.
E’ importante capire cosa s’intendeva per cittadini, anzi per concittadini (concives) : essi erano tutto l’insieme dei proprietari terrieri, dei loro vassalli e dei
mercanti: chiunque producesse, ed erano per questa stessa natura un’unità amministrativa, anche se nominalmente non autonoma, perché acefala. Di fatto però
(ed ecco perché “Comune”), essi si erano già dati, almeno dai tempi della riforma religiosa connaturata alla lotta per le investiture, dei capi, legati agli altri
concives da scambi di giuramenti. Il successo del partito riformatore aveva portato ad eleggere un vescovo ortodosso, Bernardo. Per molti anni, i rapporti tra il
vescovo e i bolognesi sono ottimi: a comandare è un mandatario del vescovo, (talvolta un suo funzionario), il console. Al di fuori dell’autorità imperiale infatti,
vale solo quella del vescovo (la differenza che c’è oggi tra il presidente e il primo ministro in Italia, o tra la Regina e il primo ministro in Inghilterra). Il console è
eletto tra una tipologia variabile di cittadini (in genere tra i più ricchi, ma non è detto) dall’arengo, cioè dall’assemblea generale di coloro che avevano dato vita
al nuovo regime. La costituzione dell’arengo e l’elezione del console diverranno questione più importante e complessa quando la base dei cittadini si allargò a
tutti i maschi con obblighi militari. Quelli che “contano” però, usciranno sempre più, di fatto, dalle file degli aristocratici (nobiltà di terra più che di spada, nel
caso bolognese), siano essi magistrati, canonici o dottori. Questo predominio dell’aristocrazia regolerà la vita cittadina, dai rapporti con lo Studio alla lotta contro
il Barbarossa.
Il motivo per il quale Bologna è nota nel mondo, ed ancora oggi il suo principale, meritatissimo vanto, è l’università. E’ la più antica d’Europa o
dell’Occidente che dir si voglia (la data di fondazione è, per convenzione, il 1088). Qui però, dove si assiste alla sua nascita, bisogna parlare di “Studio”, perché
il termine università poteva indicare e anzi indicava l’insieme degli studenti.
Si può tradurre con collettività, oppure con corporazione. Era però una scuola affatto diversa dal complesso organismo didattico, scientifico, amministrativo,
edilizio che intendiamo oggi. (Personalmente ritengo che la differenza è tale che non si può affermare che quella di oggi sia nata nel 1088. Ma mi rendo conto di
che formidabile biglietto da visita sia questo fatto degli antichissimi natali-v.oltre). Era anzi un insieme di singole scuole, tenute da vari maestri, accomunate da
quella che era ritenuta la specifica attività mentale e pratica dei docenti e dei discenti. In particolare era un centro di studi specializzato nell’esegesi dell’antico
diritto romano, presentato come diritto universale ed eterno, valevole per tutti i popoli civili. La società si era resa conto che allo sviluppo demografico ed
economico non potevano bastare quei modesti compendi di diritto romano classico di cui ci si era fin lì serviti, e certamente era ormai inadeguato il diritto
romano-germanico. Le poche nozioni di jus impartite finora erano sotto il titolo generale di “logica” (una delle discipline del trivio). Lo studio del diritto romano
divenne perciò oggetto di un insegnamento sistematico da parte di personaggi che si presentavano con il titolo di Doctor Legis , ossia maestro di legge, di diritto.
I doctores furono da quasi subito, e fino ad oggi, dei privilegiati (esonerati dal servizio militare, ammessi di diritto nei consigli comunali, etc.).Però nella gestione
della didattica gli studenti avevano più ampie libertà rispetto ad oggi (vedi sotto).Il primo dottore fu un certo Pepo o Pepone. Irnerio viene invece considerato il
fondatore del diritto a Bologna.
Essa era al tempo una piccolissima città di venticinque ettari (oggi di quattrocentosessanta, ventisei i soli Giardini Margherita) cinta da mura, ma in felice
posizione geografica di transito, sia Nord-Sud che Est-Ovest e i forestieri accorrevano per assistere alle lezioni. L’insegnamento era privato: l’allievo pagava
direttamente il maestro il quale, quando lo riteneva pronto, presentava il proprio studente agli altri maestri e nel caso, lo studente veniva abilitato
all’insegnamento. L’allievo era il committente, il dottore era al suo servizio. Ciononostante, il maestro considerava la scolaresca come cosa sua, poteva persino
trasmetterla per testamento.Non tutti i dottori erano bolognesi, e anzi per lo più non erano nemmeno italiani. I luoghi di lezione erano le semplici abitazioni
(certamente alcune erano site nell’odierna Via dè Pignattari, di fianco a San Petronio), oppure conventi, o addirittura piazze.
Gli scolari forestieri, (la maggiorparte, specie tedeschi) trovavano in città vitto e alloggio a buon mercato, ma erano limitati in quanto forestieri fino a quando il
Barbarossa, nel 1158, non concesse loro un salvacondotto e li esonerò dalla magistratura ordinaria. Ovviamente gli studenti in città facevano bene all’economia e
per questo il Comune vietò ai dottori di trasferirsi. I dottori a loro volta ci tenevano a stare in una città con un nome da questo punto di vista; gli allievi (stranieri)
invece videro in questo un attentato alla loro libertà: per questo si raccolsero in una grande corporazione, la Universitas Scholarium , con due sezioni:
ultramontani i forestieri e citramontani gl’italiani. I bolognesi non ne fecero mai parte, anche se ovviamente frequentavano l’universitas. La corporazione era
dapprincipio organizzata in nationes, cioè per gruppi etnici: gli studenti di ogni natio eleggevano un loro rector. Solo dopo la fusione in ultramontani e
citramontani, ognuna con un proprio rector, ci fu la fusione definitiva e il rettore divenne unico (rector utriusque universitatis , delle due università).Bisogna
notare che in origine il rettore non era dunque il più valente dei docenti, ma degli studenti. Doveva avere oltre venticinque anni e derivare da famiglia nobile ma
anche ricca, come richiedeva la carica. I doctores divennero semplici obedientes, cioè dipendenti.
Il “degnissimo”, come veniva chiamato il rettore, aveva poteri grandissimi: era lui che approvava ciò che oggi si chiama “piano di studio” e stabiliva gli orari
di lezione. Si poteva far lezione anche in ore “antelucane”, cioè all’alba, o nei giorni di vacanza.
Il doctor leggeva il testo e lo commentava in latino elementare; quelli che scrivevano le loro lezioni erano detti chartacei. Erano dunque lezioni che avevano la
suggestione del parlare vivo, quasi colloquiale: tale impostazione si è mantenuta nelle facoltà umanistiche. Gli alunni avevano posti fissi, sempre gli stessi ed
erano vestiti tutti con l’abito nero dei chierici; potevano interrompere in qualsiasi momento per proporre dubbi e questioni. Oltre a ciò, vi erano ripetizioni serali,
e dispute settimanali, queste ultime alla presenza, oltre che del dottore, anche del suo “concorrente”, cioè un insegnante aggiunto al titolare perché gareggiasse
con lui, spronandolo a dare il meglio: altrimenti gli alunni potevano scegliere il concorrente e abbandonare il doctor!
Il “segreto” della strabiliante memoria dei dotti medievali stava nel rapporto che l’insegnante aveva coi suoi scolari: erano amici e praticamente inseparabili e
dunque l’allievo tra lezioni, ripetizioni, dispute aveva modo di assimilare a fondo, via via, tutta la materia. Perciò non esistevano esami annuali: essenziale era la
frequenza attestata direttamente dai professori e non con una formale firma. (Oggi i docenti tendono piuttosto a concepire l’università come un esamificio). Dopo
cinque, sei e più anni, si era preparati per forza, a meno di essersi messi in testa di voler buttare via il proprio tempo (non studiando), ma soprattutto i propri
soldi: i libri infatti erano così cari che si affittavano.
Quando gli studenti volevano far festa, sottraevano i libri al doctor, che così non poteva più “leggere”! Ma per gran parte dell’anno scolastico, che durava circa
dieci mesi, si lavorava duro. L’unico esame era quello finale, detto rigorosum : lo studente colloquiava in chiesa al cospetto dei dottori e di molti colleghi, per
dimostrare di aver assimilato la materia. Se superava la prova, riceveva la licentia legendi, e una corona d’alloro (ecco perché “laureato”). Tutto qua.
Come si vede, non era la stessa istituzione di oggi!
Il papa Onorio III nel 1219 si arrogò il diritto di nominare l’arcidiacono della cattedrale di Bologna Cancelliere dello Studio, il quale rilasciava il titolo
dottorale in nome del pontefice: stabilendo così la norma che l’abilitazione all’insegnamento era prerogativa sovrana.
Lo Studio era vanto ed insieme fastidio di Bologna, perché oggetto di ricatto di papi e imperatori: bastava la scomunica o il bando per far cessare l’attività dei
dottori. Senza contare la concorrenza degli altri centri sorti in seguito. La sola cosa che il Comune poteva fare per trattenere gli studenti era migliorare le
condizioni di vita e di soggiorno. Non sempre questo bastò: nel 1222 alcuni scolari se ne fuggirono a Padova, ovviamente coi loro dottori, fondandovi la locale
università. Del resto, nel corso del tredicesimo secolo, moltissime furono le città italiane, anche minori, che tentarono di darsi o si diedero un’università: Reggio,
Parma, Piacenza, Modena, Pavia, Perugia, Ferrara, Cremona, Firenze, Lucca, Siena, Arezzo, Pistoia, Macerata, Fermo. Ma in tutti questi Studi la materia
impartita era sempre quella: il diritto. Perché era l’epoca del rifiorire dell’iniziativa, dei liberi commerci, dei liberi Comuni, l’alba della Borghesia, insomma. Gli
stessi comuni avevano bisogno di legisti, giudici, notai, causidici, giurisperiti per le loro magistrature, per le cancellerie, per dare una sistemazione ai nuovi
rapporti pubblici e privati. Anche il diritto canonico (interno alla chiesa, da non confondere con il diritto ecclesiastico, che regola i rapporti tra Chiesa e potere
centrale), si andava rinnovando: a Bologna insegnò il famoso canonista Graziano. Poi, accanto al diritto, esistevano naturalmente anche studenti di medicina, di
artes liberales , di altre discipline; però, specialmente gli “artisti” venivano considerati di seconda categoria, e solo dopo lunghe e aspre battaglie riuscirono
finalmente a costituirsi anch’essi in un’universitas artistarum; così l’università divenne veramente studium generale, matrice di tutti gli studi.
Nel frattempo, era avvenuta un’altra trasformazione, più decisiva: l’ingerenza del Comune nella vita dell’università, che così divenne studium urbis. Questo
perché le spese per frequentare erano diventate intollerabili. Già un certo dottore Odofredo aveva detto che gli studenti vogliono imparare, ma non sunt boni
pagatores. Era la fine di quell’università all’italiana, cioè degli scolari, che s’era già diffusa fuori d’Italia: a Montpellier, Orleans, Angers, Avignone, Grenoble,
Salamanca, Siviglia, Lerida, Coimbra, Colonia, Cracovia.
L’altro prototipo dell’istituzione universitaria, Parigi, ebbe invece soprattutto ordinamenti dottorali, gerarchici. Era cioè, a differenza di Bologna, dei liberi
magistri, non degli scholares. Questo perché era sorta come schola del capitolo di Notre-Dame, sotto il controllo di un cancelliere che, per conto del vescovo,
operava la giurisdizione. Tant’è vero che non Roma, ma Parigi era la vera capitale della cultura ecclesiastica. In seguito il cancelliere venne esautorato e quella di
Parigi, ormai la più grande dell’Europa cristiana, divenne universitas magistrorum et scholarium parisiensium, cioè un centro culturale che, come detto, era
prima dei magistri e poi degli scholares.
Vade parisi vel bononia si diceva a chi voleva studiare davvero: la prima per la teologia, la seconda per il diritto. Il modello bolognese però, come si vede, non
attecchì quanto quello parigino; anche l’università italiana del giorno d’oggi non è più degli scholares. Tant’è vero che sorsero, sul modello parigino, i più
splendidi e famosi centri di studio (ma all’epoca l’università era ormai regia, statale): Praga, Vienna, Heidelberg, Erfurt, Friburgo, Tubinga, Barcellona,
Saragozza, Bordeaux, Nantes, Glasgow, Edimburgo. Senza contare che già nel 1280 era sorto l’University College di Oxford, il modello anglosassone per i futuri
atenei statunitensi, oggi universalmente riconosciuti come i migliori al mondo.
Tuttavia, la nostra città può vantare il primo Studio.
Riprendiamo dal Barbarossa. Al di là della mitizzazione risorgimentale, lo scontro che vide i Comuni contro l’Imperatore non fu che la conseguenza del
nascere di nuovi castelli intorno al contado bolognese, che a sua volta ricalcava i confini della diocesi romana, con ciò usurpando sempre più i diritti imperiali di
vassallaggio. Il governo comunale aveva infatti bisogno sempre più di affermare nelle campagne i centri minori, dunque era necessario assicurare la libertà di
circolazione di uomini e prodotti, esercitare il controllo fiscale, riattare strade e ponti, scavare e mantenere i canali navigabili, bonificare terre paludose,
assicurare il rifornimento di viveri, controllare la concorrenza dei mercati rurali, etc. Sette anni dopo la riconciliazione con Enrico V, la penetrazione nel contado
era già avviata, e proseguirà con la Pace di Costanza (1183). L’immigrazione nel territorio e dei piccoli proprietari rurali e dei lavoratori provenienti da altre
regioni, favorirà la fondazione di “borghi franchi”, in località militarmente importanti, ad indiretta difesa della stessa città. I più noti: Castel San Pietro,
Castelfranco, Serravalle, Belvedere, Crevalcore. Intanto chi poteva comprare terra comprava un po’ dappertutto per poi prestare ad interesse il denaro delle
rendite. Per la conquista del contado fu però determinante il reclutamento di ogni cittadino bolognese dai diciotto ai sessant’anni, organizzati in venticinquine e
in decine, a seconda del corpo di appartenenza (arcieri, balestrieri e cavalieri), ovviamente in base al loro censo. Ognuno di questi gruppi aveva un capitano, ed
ogni quartiere il suo vessillo. Di solito si mobilitava uno solo dei quattro quartieri, a sorteggio; mentre il carroccio si muoveva solo in caso di spedizioni generali,
presidiato da millecinquecento uomini, al comando del podestà (poi del capitano del popolo). In caso di previsto assedio, si prendevano le macchine da guerra
dai magazzini, mentre il contado forniva le bestie da tiro e la manodopera umana di servizio. In seguito, si ricorrerà sempre più a truppe mercenarie.
Più sopra si diceva che il comune usurpava i diritti imperiali: per far questo, non aveva dovuto fare altro che esercitare le stesse funzioni di natura pubblica che
conti e vescovi e vassalli avevano esercitato come un bene proprio. Alla dieta di Roncaglia del Novembre 1158, dove i quattro dottori bolognesi Bulgaro,
Martino, Ugo e Jacopo, insieme a vescovi, abati, conti riuscirono a definire le “regalie”, cioè i diritti del sovrano, il Barbarossa riuscì dal canto suo ad inviare
nelle città dei podestà estranei alle città stesse, assicurandosi così la riscossione dei proventi delle suddette regalie. La Lega Lombarda del 1167 (dopo disordini
in Veneto e, ancor prima, la distruzione di Milano) non fu che la conseguenza del rigore eccessivo col quale i podestà esercitavano il loro mandato. Alla Lega
Lombarda aderì anche Bologna. Il Barbarossa vedeva di buon occhio i Dottori dello Studio, aveva loro già concesso nel 1158 quel privilegio del quale abbiamo
già parlato. Ci furono però problemi per l’elezione del nuovo papa (i bolognesi volevano Alessandro III, l’imperatore voleva loro imporre un personaggio più
gradito). Nel 1161 il vescovo e i cittadini rivendicarono la loro autonomia; ma dovettero piegarsi un anno dopo, quando Federico tornò con l’esercito, e
accettarono diverse umiliazioni: dal pagamento di un’ammenda, alla spianata delle mura (prassi abituale verso le città ribelli), all’accettazione di un nuovo
podestà.
Un certo Bezo, podestà imperiale, fu però ucciso dai bolognesi quando un suo provvedimento si rivelò particolarmente odioso: l’espulsione dalla città degli
studenti che provenivano da città ribelli. Anche questa seconda insurrezione ebbe breve durata, ma nel 1167, dopo che l’esercito del Barbarossa fu annientato da
una pestilenza sotto le mura di Roma, Bologna insorse per la terza volta. Il suo ruolo nella Lega Lombarda fu per lo più logistico: era necessario difendere quelle
zone della pianura padana a ridosso di alpi e appennini: le prime perché attraverso i valichi vi poteva discendere direttamente l’imperatore; i secondi perché vi
erano basi operative imperiali in Toscana. Fu innalzata dunque la cerchia dei “torresotti”. Se non sul piano amministrativo (frequenza alle riunioni e
conservazione dei documenti della Lega), su quello militare i bolognesi furono coscienziosi. Tanto che, per il prezzo in denaro e in vite umane pagato, Milano
volle festeggiare la vittoria di Legnano come una vittoria comune alla nostra città, la quale in realtà non partecipò alla battaglia.
Conseguenza della costruzione della cerchia dei torresotti fu l’immediata e, in Italia, pressoché universale costruzione di adeguati palazzi comunali,
ovviamente a debita distanza dalla cattedrale per ribadire l’autonomia civica, ove poter esercitare le funzioni politico, amministrative e giudiziarie riconosciute ai
magistrati, e atti a conservare le carte che registravano dette funzioni. A Bologna il primo esempio di domus comunis si ebbe nei pressi dell’attuale piazza
maggiore, mentre la piazza vera e propria fu aperta a prezzo della demolizione d’interi quartieri. Un primo palazzo sorgeva ov’è oggi quello “del podestà”. A
comandare in città erano i maggiorenti locali, cioè l’aristocrazia. Dopo quasi un secolo di governo l’Impero aveva concesso piena autonomia a lei e al Comune,
cancellando persino i poteri temporali residui del vescovo. L’autorità cittadina si era imposta in tutta la diocesi; si erano redatti statuti e creati altri uffici. Tuttavia
le cariche erano a rotazione, temporanee, e questo creava spesso tumulti che squassavano la città. Il Comune, contrariamente a quanto a volte si pensa, non era
un’istituzione democratica: potevano sì votare tutti gli uomini atti agli armi, ma potevano essere eletti solo i possidenti di beni mobili o immobili, e di censo (e
ceto) elevato, per giunta. Il partito più forte, dal canto suo, non era il più numeroso, ma quello in grado d’occupare militarmente la piazza. Gli esclusi dal ceto
dirigente, che si trovavano in maggioranza nelle contrade, avevano per lo più il compito di sorveglianza morale, e di denunciare dunque ladri, prostitute,
giocatori d’azzardo, sodomiti, inoltre controllavano la manutenzione dei pozzi e delle chiaviche, prevenivano gl’incendi; ben presto tuttavia si sentì l’esigenza di
far esercitare dette funzioni da un magistrato unico, che doveva essere (nelle intenzioni) la suprema impersonale autorità dello Stato, anche per far cessare gli
abusi e le risse provocate dalla nobiltà, di censo soprattutto (la quale si ricorderà deteneva di fatto il potere). Con infelice scelta tale personaggio si chiamò
nuovamente podestà. Ben presto questa divenne una figura professionale, e li si preferiva forestieri: i bolognesi erano molto ambiti in virtù dei loro studi
giuridici. L’instaurarsi del podestà fu un successo delle cosiddette “arti”, cioè di gruppi di artigiani o commercianti, così tipiche dell’Italia medievale, esistenti
già dal XII sec.; a partire dal XIII sec. esse divennero il modello delle “compagnie delle armi”, queste invece non produttive, che non erano che associazioni
volontarie di parrocchia, desiderosi di mantenere l’ordine pubblico. Si riunivano in un’assemblea generale che eleggeva i loro capi (ministrali), avevano un
notaio e un nuncio. Si riunivano dapprima in chiesa, successivamente in appositi palazzi. La partecipazione al governo delle arti arriverà soltanto nel 1228, in
seguito ad una rivolta popolare. Col tempo, le arti e le armi, col nome semplice di populus, entrarono a far parte del consiglio del podestà; tra l’altro a Bologna
non vi fu divisione tra arti maggiori e minori. Nel 1256 s’istituì anche l’ufficio di capitano del Popolo, forestiero anch’egli, proprio per ripartire meglio le
competenze tra il ceto dirigente e il nuovo peso assunto dal popolo. Il risultato di tutte queste conquiste dei ceti meno abbienti furono, in anticipo persino su
Firenze, le leggi antimagnatizie, cioè miranti a limitare in modi diversi la partecipazione alla vita politica di quei cittadini, vuoi aristocratici vuoi semplici
popolani arricchitisi, chiamati con termine generale magnati, cioè grandi; e a punirne i delitti con particolare severità. Furono gli “ordinamenti sacrati e
sacratissimi”. In questo quadro s’inserisce la lotta col nipote del Barbarossa, Federico II.
Fu, in questo frangente, la posizione di Bologna importantissima, in quanto era cardine geografico dei possedimenti, meglio, dei poteri, di Federico (il quale
era sì imperatore di Germania, ma anche, non va dimenticato, re di Sicilia), che teneva in scacco un po’ tutta la penisola, con base delle operazioni spesso proprio
in Romagna. Peraltro si era creata una tale situazione di alleanze-inimicizie tra le città confinanti alla nostra, (poiché nessuna si contentava di stare nell’area
assegnatale dalla Pace di Costanza) che il ruolo di Bologna nella seconda Lega Lombarda fu più importante di quello di Milano. In generale l’atteggiamento fu
aggressivo verso il Sud e la Toscana, molto meno verso Ferrara e il Po. In città si costruì quella terza cerchia di mura le cui porte possiamo osservare ancora
oggi. Per oltre dieci anni si cercò, senza successo, di trattare la cosa diplomaticamente, pur guerreggiandosi ad est e a ovest per un castello ritenuto importante.
Federico II non voleva riconoscere la Pace di Costanza, e nemmeno Bologna, sostanzialmente. Nel 1236 si giunse allo scontro aperto, che fece segnare vittorie
sia da parte imperiale (Cortenuova 1237, Faenza 1241), sia da parte bolognese, la più importante delle quali fu la cattura alla Fossalta (1249) del figlio
dell’imperatore, il bellissimo (a quanto si dice) Re Enzo, rinchiudendolo in una dorata prigionia dalla quale non sarebbe uscito che per il proprio funerale (1272).
D’ora in poi Federico rimase ridotto alla difensiva e fu la fine della sua fortuna.
Durante il periodo della prigionia di Re Enzo si ebbe la liberazione dei servi di tutto il contado bolognese (3 Giugno 1257), con pene particolarmente severe
per gli ecclesiastici che ne avessero mantenuto qualcuno, secondo quanto era stato stabilito già l’anno precedente da tutti gli anziani, i consoli e i ministrali, sotto
la guida di Bonaccorso da Soresina, per quanto riguardava la diocesi. Circa seimila servi vennero riscattati, ovviamente dietro corrispettivo riscatto in denaro,
che fu considerevole: cinquantatrèmila lire; lo stipendio del podestà era di trecento lire al mese. Incerti restano i motivi di questa operazione. Si è parlato di
voler indebolire il ceto feudale, di regolare la questione di chi fossero i figli dei servi, di voler impedire l’emigrazione, di voler tassare un maggior numero di
cittadini (i servi erano esentati dal fisco). L’ultima motivazione è forse la più consistente. I servi liberati erano infatti tenuti ad iscriversi fra i contribuenti.
Comunque sia, resta il notevole valore etico di questa scelta, come dichiarato nel cosiddetto Liber Paradisus, che registrò il riscatto: Dio ha dato all’uomo la
libertà all’atto della creazione.
La battaglia della Fossalta segnò l’inizio dell’ascesa militare di Bologna, della quale tutte le città della Romagna, specie dopo la morte di Federico II (13
Dicembre 1250), riconobbero la supremazia, grazie ad un accordo bilaterale che permetteva alla nostra città l’imposizione del podestà. Persino Roma si rivolse ai
bolognesi perché scegliessero la persona adatta da inviare nell’Urbe ad assumere la direzione del governo della città (1252). Ma il primato di Bologna fu presto
messo in crisi dalle lotte di fazione, specie tra le due famiglie più potenti, quella dei Geremei (guelfi) e quella dei Lambertazzi (ghibellini); a ciò si aggiunse il
conflitto tra il Papato e Manfredi, ma soprattutto la decadenza del ceto mercantile, ancora indebolito dalle spese belliche dei tempi di Federico II ed incapace di
fronteggiare l’intraprendenza dei banchieri toscani.
I nuovi protagonisti, come classe sociale, divennero i notai: c’era un notaio in ogni società del popolo-arti e armi, in ogni consiglio, in ogni amministrazione;
ma molti di più ve n’erano in qualsivoglia ufficio, anche presenti non in qualità di notai, bensì di stimati cittadini. Essi avevano spesso vedute di scarso respiro,
unicamente tesi a controllare il potere magnatizio, a loro vantaggio.
Ed ecco che negli anni sessanta del Duecento si verificò una nuova crisi, dovuta ad una grave carestia, alla conseguente lotta con Venezia (con ulteriori
insostenibili spese di guerra) ed alla insofferenza delle città di Romagna per l’egemonia bolognese. La lotta tra Geremei e Lambertazzi esplose, portando Forlì ad
insorgere e a cacciare i guelfi Manfredi da Faenza, sfruttando il frangente; il popolo da parte sua si schierò coi guelfi Geremei, per mantenere la Romagna,
atteggiamento condiviso dal celebre notaio Rolandino Passeggeri. Il 2 Giugno 1274 i Lambertazzi (12.000 su una popolazione di ca. 50.000 bolognesi) dovettero
fuggire dopo quaranta giorni di assedio. Rolandino si mise a capo della “Compagnia della croce”, un corpo di polizia composto da duemila uomini, che si rivelò
più efficace dei notai nel mantenere l’ordine. Tuttavia Bologna perse il dominio della Romagna. Il governo infatti ricorreva in questi frangenti, non all’esercito
comunale, troppo composito (potevano esservi dei ghibellini al suo interno), bensì alle compagnie delle armi e delle arti; le quali però erano efficienti in caso di
tumulti cittadini, ma inadatti alle azioni militari vere e proprie. Tuttavia Rodolfo d’Asburgo, re di Germania e designato imperatore, rinunciò ad ogni pretesa
sulla Romagna e su Bologna (1278).
Su intervento del Papa Niccolò III, i Lambertazzi furono riammessi, ma successivamente espulsi nuovamente. L’ultimo ventennio del XIII secolo fu
particolarmente caotico: i vincitori Geremei si erano divisi in due correnti, una delle quali più conciliante con gli avversari; a ciò si intrecciò un preesistente
atteggiamento conciliante del governo verso le città amiche.
In questo quadro, Azzo VIII d’Este, signore di Ferrara, Modena e Reggio, aspirava a diventare signore anche di Bologna.
Nel 1299 tutti gli esuli furono riammessi, previo il pagamento di cospicue somme; nel 1306 furono nuovamente espulsi.
Bologna non trovò insomma quella pace che le sarebbe servita. E di lì a poco sarebbe sceso Enrico VII ! Tuttavia, mai si smise di vivere e di costruire e di
produrre cultura e di darsi da fare.
Anche se gli “estimi”, che registravano le denuncie fiscali, non sono ancora stati adeguatamente indagati, si sa abbastanza per dire che nessuno, o quasi, nei
primi due secoli del millennio, viveva esclusivamente di rendita a Bologna. Tutti i componenti la popolazione cittadina, vale a dire professionisti del Diritto,
persone inserite nella gerarchia feudale, proprietari terrieri, mercanti e artigiani, svolgevano tutti una qualche attività. Diversi possedevano un ricco patrimonio in
terre nel contado, ma sempre frazionato in una miriade di poderi, poiché i prodotti invenduti servivano direttamente all’alimentazione del capoluogo, in perenne
difficoltà di vettovagliamento. I mercanti furono i primi ad avere un peso politico, e ad avere l’esercizio della zecca (1191). I cambiatori erano in seconda
posizione, per così dire, poiché l’alto numero di studenti favoriva il prestito, con interessi di almeno il 20% (!), nonostante la concorrenza dei banchieri toscani.
I merciai si differenziavano dai mercanti (i quali frequentavano le grandi fiere) per vendere soprattutto abbigliamento, e per vendere al minuto. Drappieri, sarti,
pellicciai, lanaioli, setaioli, calzolai, cordovanieri (che lavoravano un cuoio più fine) prosperavano in città, grazie anche all’aiuto di manodopera specializzata,
proveniente, p.es., per la seta, da Lucca, per la lana, da Verona. Tra gli artigiani, fabbri e muratori erano i più attivi. Tra gli addetti all’alimentazione, non vi erano
solo i beccai, ma pescivendoli, formaggiai, salumieri; ai fornai, ai fruttivendoli e ai mugnai era proibito associarsi, poiché i mulini erano di proprietà del comune,
che li affittava. Se ci si reca in Via delle Pescherie Vecchie, che sbuca in Piazza Maggiore, ancor oggi si può avere un’idea di come doveva essere un variopinto
mercato in una viuzza medievale.
Bologna era inoltre città d’acque, e anche il canale Navile, che collegava l’attuale Piazza VIII Agosto con il Po, e le altre vie di accesso alle merci in città,
avevano bisogno di addetti. L’attuale Loggia della Mercanzia, sede della Camera di Commercio, nacque invece come Loggia della Gabella- o Foro dei Mercanti,
poiché le controversie in sede di trattativa erano divenute numerose; e qui c’era dunque bisogno di professionisti del Diritto. La toponomastica cittadina ricalca
in parte l’ubicazione delle attività: Via Orefici, Drapperie, Pignattari, Calzolerie, Clavature, etc.
Purtroppo non conosciamo invece l’aspetto della città nei dettagli, in questo periodo. Non sappiamo, ad esempio, com’erano i palazzi intorno a Piazza
Maggiore, anche se sappiamo che appartenevano a grandi famiglie o a ricche società d’arti. Di quell’epoca ci resta la facciata settentrionale del palazzo comunale
e la torre dell’Arengo (1212). Anche la cattedrale era molto diversa da quella odierna: fondata all’inizio del Mille, nel 1184 venne consacrato un nuovo edificio,
in seguito all’incendio del 1141. L’aspetto attuale è secentesco. Il complesso di Santo Stefano invece è giunto a noi sostanzialmente inalterato;
contemporaneamente alla sua fondazione vennero fondati diversi eremitaggi in collina (Madonna del Monte, Madonna della Guardia) e diversi monasteri in città.
Durante il Duecento vennero fondate le grandi chiese degli ordini religiosi: San Francesco, terminata nel 1263; San Domenico (1233); San Giacomo (1315); San
Martino (primi del Trecento).
Il volto della città nelle sue strade lo possiamo ricostruire più agevolmente, e fa di Bologna uno dei centri storici meglio conservati d’Europa, e uno dei più
affascinanti d’Italia (vedi anche il Cap.29.5.4), con pochi paragoni (Siena, Lucca, Ferrara, Ravenna, Padova, Ascoli Piceno, etc., tra i capoluoghi di provincia).
Le viuzze, molto strette, erano disseminate di chiesette, ognuna con una corte interna ed una torre gentilizia- quest’ultime pare fossero circa duecento, oggi
ventinove; si può vederne un esempio nella corte dei Galluzzi in Piazza Galvani, anche se la chiesa è diventata un negozio; le case erano sul modello della Casa
Isolani, in Strada Maggiore, spesso di legno, porticate per comodità dei viandanti ma ancor più degli abitanti, che vi svolgevano le loro attività; dietro le case vi
erano schiere di orti, vigneti, frutteti, tutti maleodoranti per via degli animali e specialmente dei maiali, che nel Medioevo erano un po’ come i cani al giorno
d’oggi; del resto la città in questo periodo, e fino, si può dire, all’abbattimento delle mura, a fine Ottocento, si confondeva con il contado- via Fondazza, p.es., era
in campagna, e si può ancora notare se lo si sa- e l’anima di Bologna è sempre stata contadina, anche se le grandi famiglie sono tutte di origine artigiana e
mercantile (v.oltre). Il cantiere più significativo è rappresentato dalla costruzione di San Petronio (prima pietra il 7 Giugno 1390), che non è chiesa cattedrale,
come forse si pensa, bensì tempio civico opposto a San Pietro, che comporta l’abbattimento di un intero quartiere di case e di diverse chiese. In scultura, i
capitelli del chiostro di Santo Stefano, probabilmente opera di artisti forestieri, restano l’esempio più notevole del Duecento. La pittura del Duecento è invece
scarsamente rappresentata e di questo periodo si preferisce studiare, e con ragione, la produzione miniaturistica: sorse infatti attorno allo Studio una delle scuole
più attive ed originali d’Europa, in questo campo. Nel Trecento la situazione è ben diversa e molti pittori locali sono fondamentali, in Storia dell’Arte; basti qui
citare Vitale da Bologna. Le Lettere, ed in particolare la poesia, di stampo prima trobadorico e poi provenzale, ci danno autori, come Rambertino Buvalelli e, per
il “dolce stil novo”, Guido Guinizelli, e opere, come il Sirventese dei Geremei e dei Lambertazzi, e il Sirventese romagnolo, che sono anche documenti storici. La
Storiografia non ci dà grandi esempi, a parte una tradizione cronachistica molto longeva, ma opera di dilettanti (cominciarono a scrivere “storie” i cartolai di
Piazza Maggiore).
Dal punto di vista dei rapporti fra la città e il ceto ecclesiastico, essi furono ottimi per tutto il XII secolo, poiché Bologna si era appoggiata all’autorità
vescovile per imporsi sul territorio. A questo si aggiunga la crescente devozione per San Petronio, la cui Vita fu riscritta intorno al 1180. Il suo corpo era presso
Santo Stefano, e la sua presenza nel complesso ammiccava alla sensibilità dei bolognesi per la liberazione della Terrasanta; essi infatti, curiosamente,
parteciparono ad una crociata sì ed una no: alla prima, alla terza, alla quinta, ma non alla seconda e alla quarta. Comunque il loro interessamento alla questione
fu grande, poiché il Comune pagò le spese del viaggio a Damietta, per incattivirsi il papa e dunque, di riflesso, la stessa sede episcopale bolognese; del resto
Santo Stefano è anche detto, non a caso, la “Santa Gerusalemme di Bologna”, e le sette chiese sono sul modello gerosolimitano. Il Comune voleva poi sottoporre
alla propria giurisdizione gli ecclesiastici rei di delitti comuni, come tutti i Comuni italiani, ma anche i castelli del contado di proprietà della Chiesa bolognese; il
contrasto, durato oltre vent’anni, si concluse con una generale pacificazione, sotto l’impulso di frà Giovanni da Vicenza, promotore del cosiddetto moto
dell’Alleluja. Vero è che gli ordini francescano (predicazione di Francesco nel cortile di palazzo d’Accursio, Ferragosto del 1222) e domenicano erano già
presenti e attivi in città; in particolare, San Domenico visse gli ultimi due anni della sua vita, e morì, proprio a Bologna, che divenne dunque la città santa
dell’ordine. Dal 1260 si ebbe una nuova ondata di fervore religioso, dapprima quando giunsero in città i flagellanti, fondando (1289) l’ospedale di Santa Maria
della Vita, poi quando nacque l’ordine dei “frati gaudenti”, che svolgevano opere di assistenza e carità. Intanto la Chiesa si era organizzata in “cappelle”, ognuna
con una circoscrizione topografica precisa, e il clero in quattro “consorzi”, mentre il laicato dal canto suo si dava alla fondazione di opere pie per malati, vecchi,
orfani, pellegrini, prigionieri, vedove. Il Trecento fu caratterizzato dalla tranquillità della vita religiosa bolognese, che non diede né grandi Santi, né scuole
teologiche di grande risonanza, ma nemmeno movimenti ereticali consistenti (il comune collaborava con l’Inquisizione). Nemmeno nel XV secolo Bologna
viene toccata dai tumulti religiosi, come lo Scisma d’Occidente o le paci di Costanza e Basilea, grazie al vescovo Nicolò Albergati (1417-1444); persino la
presenza della ferrarese Caterina dè Vigri nel convento del Corpus Domini, o il passaggio di Savonarola in città (1493) non uscirono dall’ambito locale. Forse si
voleva mantenere un equilibrio politico tra autonomia cittadina e Santa Sede.
La discesa di Enrico VII in Italia, per realizzare il “sogno di Dante”, unificare l’Italia, fu un momento di tensione per Bologna, che temeva il rafforzamento
delle vicine città, tutte ghibelline, e una conseguente alleanza di esse con i suoi fuoriusciti. La morte improvvisa dell’imperatore fece cessare queste
preoccupazioni, ma non portò la pace in città. A Bologna come altrove, nel Trecento, si parla ancora di guelfi e ghibellini, ma in un senso particolare, poiché il
guelfismo era preponderante, ma le grandi famiglie, tutte di origine artigiana e mercantile, avevano al loro interno ulteriori scissioni, ovviamente per favorire o
meno rapporti clientelari con le schiere di popolani, rapporti ben difficili da identificare; vi era insomma, frequentemente, un guelfismo di facciata, una fede
politica a fior di pelle, un’incipriatura di adesione a questo o quel partito. Del resto la città si dissanguava continuamente per apoggiare le guerre lombarde e
toscane contro i Visconti, guerre mercenarie e dunque costosissime. Il 1348 è l’anno della peste nera, che a Bologna (e nei dintorni, cosa che rese difficile il
ripopolamento) riduce il numero degli abitanti di un terzo; tuttavia la città si risolleva, anche grazie alla nascita di un’attività che prospererà per almeno due
secoli: la produzione e lavorazione della seta. Purtroppo a Bologna, diversamente da Venezia o Firenze, non si sono conservati quei documenti, come i libri dei
conti, che permetterebbero di seguire giorno per giorno l’attività di un’impresa: peccato, perché i personaggi più ricchi sono anche i protagonisti politici: Romeo
Pepoli era un banchiere. La sua famiglia esercitava l’arte del cambio, e, secondo Giovanni Villani, Romeo era l’uomo più ricco d’Italia, con un potere
paragonabile a quello avuto a suo tempo da Rolandino Passaggeri: era di fatto, se non di nome, il Signore della città. Però aveva contro tutte le principali
famiglie di Bologna- Azzoguidi, Beccatelli, Gozzadini, etc.- e nel 1321 dovette addirittura fuggire. Fu allora che, dopo la disfatta di Zappolino contro i modenesi
(1325), nell’ambito della guerra che il legato papale Bertrando del Poggetto conduceva contro i Visconti, i bolognesi accettarono la signoria proprio di Bertrando,
che fu dispotico, ed eresse persino, a suo uso, la rocca di Porta Galliera, subito demolita nel 1334 alla cacciata del cardinale. Intanto i Pepoli, rientrati in città nel
1327, preparavano la riscossa: il 29 Agosto 1337 Taddeo, il figlio Dottore di Romeo, fu nominato “Generale e Governatore del Comune, del Popolo e del
Territorio”, e la Santa Sede non potè fare altro che riconoscere il fatto compiuto (1340). Taddeo era giurista civile e canonico e si può dire che fu, con termine
moderno, sovrano illuminato: estraneo alla violenza, ripristinò tutte le istituzioni e si limitò ad allontanare i nemici politici e a far morire d’inedia le Compagnie
delle Armi, già al loro crepuscolo. Anche in politica estera fu conciliante ed accorto, saggio e prudente (un antesignano di papa Lambertini, si direbbe); i suoi
dieci anni di governo rappresentano uno dei pochi periodi tranquilli di Bologna. Sotto di lui si cominciò anche la magnifica chiesa di Santa Maria dei Servi, in
Strada Maggiore.
Poi accadde che la signoria della città succedesse ai Visconti. Il papa Clemente V era d’accordo con Taddeo affinché il potere passasse ai suoi figli Giacomo e
Giovanni, ma questi preferirono accordarsi con l’arcivescovo Giovanni Visconti, (1350), poiché si resero conto di avere poche possibilità di sostenersi, tra la
peste del 1348, gli intrighi dei Visconti, di Firenze e del legato papale, e le finanze di famiglia indebolite. L’accordo costò ai Visconti 250000 fiorini. Comunque
la città non avrebbe resistito ai Visconti, quindi la scelta dei due fratelli fu saggia. Giovanni ottenne il vicariato di Bologna, il diritto di successione per i nipoti,
concentrò i poteri in un “capitano” e in un “vicario”, quest’ultimo dirigeva l’amministrazione civile; e in ogni ufficio mise uomini di fiducia, per lo più lombardi,
spremendo fiscalmente la popolazione. Piazza Maggiore divenne il quartier generale dell’esercito occupante. Poi Bologna fu venduta per la terza volta: morto
Giovanni nel 1355, il capitano Giovanni da Oleggio la cedette infatti al cardinale Albornoz, impegnato nella restaurazione dello Stato della Chiesa, per ca. 80000
fiorini. La situazione degenerò: soggetta alla Chiesa, la città non ripristinò le antiche libertà comunali, mentre la durezza e l’esosità dei funzionari papali
superava quella viscontea. Nel 1376 vi fu allora la rivolta generale di tutte le città dello Stato della Chiesa, rivolta stimolata da Firenze. Il legato papale venne
espulso, in teoria si voleva creare un potere oligarchico, ma il popolo insorse e ripristinò l’autorità degli Anziani e del Consiglio del Popolo, finchè nel Luglio
1377 la Santa Sede riconobbe l’autonomia di Bologna. L’antico spirito comunale pareva risorto: si innalzarono la loggia della Gabella (1384), San Petronio
(1390) e, dal 1380 si coniò moneta, in oro purissimo. Ma la politica cittadina andava coordinata meglio, soprattutto perché Firenze stringeva una lega dopo l’altra
per favorire i Visconti (nel 1394 si erano anche istituiti i “sedici Riformatori”, per assicurare la stabilità politica): così entra in scena Giovanni I Bentivoglio, che
non era il figlio di Re Enzo, come vuole la leggenda, ma il membro di un’antica e ricca famiglia di beccai, alcuni dei quali diventati notai. Per due anni si alleò e
disfece amicizie, a destra e a manca, fino al 17 Marzo 1401, quando divenne Signore di Bologna. Aveva sempre avuto la protezione e il consenso dei Visconti,
che alla prima occasione volevano scaricarlo, mentre lui voleva fare lo stesso con loro: ma perse, in una sanguinosa battaglia contro i Visconti, Firenze e i
fuoriusciti bolognesi, a Casalecchio (1402). Messo in prigione, fu dato dai Visconti in pasto alla folla, che lo massacrò.
Con la morte di Giovanni I Bentivoglio si apre un periodo di agitazioni confuse, anche se la città, come sempre, continuò a vivere, e bene anche (si continuò
persino a coniare moneta d’oro). Essa s’inseriva nel quadro italiano del Quattrocento: dominio di Venezia sulla terraferma (fino a Bergamo) e sua penetrazione in
Toscana, restaurazione dello stato visconteo, mancata espansione dello Stato della Chiesa. Bologna era il punto d’incontro e di scontro delle forze politiche in
gioco, per la sua posizione geografica; ma nessuno in città ebbe mai un programma politico vero e proprio di progresso economico e sociale: anche se l’avesse
avuto, sarebbe stato paralizzato dalla labilità di tutte le situazioni, soprattutto dall’alternarsi delle grandi famiglie e dal chiudersi in se stesse delle compagnie
delle arti. I Bentivoglio prevalsero unicamente perché i più capaci d’ispirare fiducia a Venezia, Firenze e soprattutto Milano, che vedevano la Chiesa
potenzialmente pericolosa: e quest’ultima considerava la signoria bentivolesca il male minore. Giangaleazzo Visconti era morto; la vedova cedette Bologna alla
Chiesa e assunse il potere il cardinale Baldassarre Cossa, poi eletto papa col nome di Giovanni XXIII, dopo che l’antipapa Alessandro V morì in città, si disse
avvelenato proprio dal Cossa. Nel 1415 il concilio di Costanza depose il nuovo papa. Se restava a Bologna, poteva essere un vantaggio per la città, ma ben presto
Giovanni andò a Roma, i bolognesi insorsero contro il legato che aveva lasciato, ci fu una guerra contro le truppe pontificie che miravano a rimettere il potere in
mano alle grandi famiglie (tra cui i Bentivoglio con i figli di Giovanni, Antongaleazzo ed Ercole). Si alternarono i Bentivoglio ai Canetoli, finchè il legato di
turno eliminò Antongaleazzo e Tommaso Zambeccari, ed instaurò una pace fittizia. Il papa Eugenio IV venne a Bologna, per andare al concilio di Ferrara, ma
appena partito il popolo si schierò coi Visconti, accogliendo il comandante Niccolò Piccinino. Tutti gli esuli furono richiamati e fra essi il figlio di
Antongaleazzo, Annibale, che sposò una nipote di Filippo Maria Visconti; ma il Piccinino catturò Annibale e lo mandò lontano, nel parmense. Ma Galeazzo
Marescotti lo liberò e, tornato in città, Annibale si vendicò della battaglia di Casalecchio con quella di San Giorgio di Piano. Bologna era libera, e con grosse
riparazioni economiche ricevute, ma con grande smacco del papa e dei Visconti, senza contare i Caneschi, che attirarono Annibale in un agguato e lo
assassinarono (1445). L’intera città fu subito in subbuglio, salva dai Visconti grazie a Venezia e Firenze, sempre pronte a intervenire per contenere Milano, ma
senza un capo. Allora si fece venire dalla Toscana il figlio di Ercole Bentivoglio (fratello di Antongaleazzo), Sante, ch’ebbe il merito di stipulare con la Chiesa i
“Capitoli di Niccolò V”, per secoli garanzia dell’autonomia bolognese. Di fatto, lo Stato della Chiesa era sovrano su Bologna, ma il fatto di mantenere magistrati
cittadini che avessero il controllo amministrativo e giudiziario (non potevano agire senza il consenso del legato, ma neanche il legato poteva agire senza il loro
consenso), consentiva ai bolognesi di limitare fortemente le azioni pratiche e concrete dei rappresentanti papali. (Perciò, ancora nel Settecento, Bologna si
considerava, e si definiva nei documenti, “libera”). Federico Sforza, divenuto duca di Milano, preferì rinunciare ad ogni velleità di conquista sulla città e diede
anzi in sposa a Sante la nipote Ginevra. La Pace di Lodi (1454) consolidò l’indipendenza degli stati minori come Bologna, avvantaggiata inoltre dalla posizione
geografica privilegiata. Morto Sante nel 1460, il potere passò nelle mani di Giovanni II, (il figlio di Annibale, di cui Sante era stato il tutore), che tenne la
signoria della città per circa quarant’anni, dandole il volto in gran parte rinascimentale che ancora conserva.
Nato il 14 Febbraio del 1443, Giovanni II Bentivoglio aveva avuto una buona istruzione ed era già stato un membro dei Sedici. Aveva sposato Ginevra Sforza,
la vedova di Sante, che gli portò in dote l’amicizia di quella famiglia. Nel 1466 il papa aveva portato i Sedici al numero di Ventuno (Giovanni era proprio il
ventunesimo, con funzioni di fatto di presidente), facendone dunque il “Senato” o “Reggimento”. Tale organo era comunque composto della cerchia di amici e
sostenitori del Bentivoglio; ma Giovanni necessitava del parere degli altri membri per esercitare i poteri di governo: questo creava un difficile gioco di equilibri,
come risulta persino da una canzoncina popolare dell’epoca. Giovanni percepiva tangenti su molti dazi per l’importazione di sale, di mercanzie, sul dazio delle
“moline”, sull’esercizio della Tesoreria cittadina, e per le “condotte militari”: il Duca di Milano pagava al Bentivoglio una somma annua perché arruolasse dei
mercenari da mettere al suo servizio. I figli avuti da Ginevra, opportunamente sposati coi rampolli delle casate padane più importanti, legarono i Bentivoglio a
Estensi, Pio, Rangoni, Gonzaga, Sforza, Riario. Alla “salute del puovolo”, che pure era tenuta in gran conto, venivano anteposti gl’interessi del ceto dominante,
in pratica gli stessi Bentivoglio; tuttavia si fece in modo di mantenere al massimo l’indipendenza della città dal legato papale. La ricchezza della casata nel
frattempo era enormemente cresciuta: si completò il Palazzo fondato da Sante nel 1460, si acquistarono case anche a Milano e Firenze, e in generale si viveva
nello sfarzo e nel lusso. La corte bentivolesca cercava d’imitare le corti vicine, ma non aveva alle spalle le tradizioni dei Gonzaga, z.B.; ciononostante il Palazzo
Bentivoglio era ritenuto fra i più belli e vasti d’Italia; Niccolò dell’Arca completa l’incomparabile arca contenente i resti di San Domenico (da cui prende il
nome); il Francia (Giovanni Raibolini) conia bellissime medaglie e dipinge soavi madonne; Aristotele Fioravanti è richiesto da papi, imperatori, re e sultani. Lo
Studio dal canto suo incrementava l’insegnamento della medicina, dell’astronomia e dell’astrologia, della matematica e della philosophia naturalis, nome con
cui s’indicavano tutte le scienze naturali; Giovanni era molto interessato alla stampa e volle il suo nome sulla datazione dei libri stampati a Bologna. A fronte di
questi risultati artistici (tranne in letteratura, dove Firenze deteneva ancora il primato), politicamente cominciava però la decadenza: la congiura dei Malvezzi
(1488), antichi alleati ora ribellatisi, sanguinosamente repressa, fu l’episodio che ne segnò l’inizio. La popolazione avvertì che il governo era capace di violare le
leggi pur di salvarsi. In questo quadro s’inseriscono le vicende belliche pro/contro Milano. Carlo VIII scende in Italia, Giovanni è indeciso se stare coi milanesi o
coi fiorentini (era in buoni rapporti con entrambi): riesce a restare neutrale, sia pure armato. Ma il successore di Carlo, Luigi XII, punta su Milano e stavolta
Giovanni manda un contingente per difendere Ludovico il Moro. Viene sconfitto, ma Luigi chiede il suo appoggio anziché attaccarlo. Ludovico cerca di
riconquistare il suo ducato e Giovanni lo appoggia nuovamente, e nuovamente viene sconfitto. L’esercito francese non attacca Bologna, perché Roma, Firenze e
Venezia non l’avrebbero tollerato, ma pretende 40000 ducati per ritirarsi, faticosamente racimolati dai bolognesi.
Il Duca di Romagna Cesare Borgia vuole Bologna, ma interviene Luigi XII che concede Castel San Pietro e salva la pace. Nel frattempo, viene repressa in città
la congiura dei Marescotti, della quale Giovanni era stato informato dal Borgia, per ovvi motivi. Intanto Luigi XII si era accordato col Duca, e voleva Bologna;
ma i bentivoleschi organizzarono un plebiscito che invocava l’indipendenza, e Giovanni si accordò con Cesare, e contro Luigi, che aveva di nuovo cambiato
parere. Il papa Alessandro VI prima, e Giulio II poi, sostennero Bologna, ma quando Giulio convocò Giovanni a Roma e questi non si presentò, le truppe
pontificie circondarono la città e Giovanni, d’accordo con Luigi, dovette fuggire a Milano: Bologna si piegò così al papa, dopo lotte e alterne vicende (11
Novembre 1506).
Si chiudeva così l’epoca della nascita dello Studio e delle altre maggiori istituzioni cittadine, l’epoca in cui si formò un’identità cittadina, sia pure tra lotte
dilanianti e continui voltafaccia, ed infine l’epoca che diede il suo definitivo aspetto urbanistico a Bologna.
Come detto, il giorno di San Martino entrava in città Giulio II. Il corteo, misto di sacro e militaresco, era acclamato dalla folla festante (tra la folla, ma non
festante, vi era anche Erasmo da Rotterdam, che ne scrisse). Bologna tornava, di nome e soprattutto di fatto, sotto il governo della Chiesa. Tra le prime cose
gradite che fece il papa, vi fu la rimozione del dazio delle “carteselle” (sulle doti matrimoniali) e la riduzione di quello delle “Moline”. Al posto dei Sedici
(divenuti nel frattempo, si ricorderà, venti), si formò un consiglio di quaranta membri, in parte scelti dallo stesso Giulio; l’insegna dei Bentivoglio, la Sega,
venne ovunque cancellata. Al suo partire tuttavia, il papa volle lasciare in città un legato con poteri assoluti: ma i Quaranta minacciarono di dimettersi e si tornò
alla vecchia diarchia (rappresentante pontificio e magistrati locali), sebbene ora il potere del cardinale legato fosse molto più grande. I Quaranta non si
chiamarono più “Riformatori”, bensì “Consiglieri”, un nome ch’era una dichiarazione d’intenti. Venne ricostruita la mai piaciuta rocca di porta Galliera (1508) e
venne issata sul portale di San Petronio la famosa statua del pontefice, in bronzo, di Michelangelo (sulla quale vi è più di un aneddoto), poi fusa in seguito alla
sua caduta (v. oltre- la campana risultante è chiamata “La Giulia”).
Partito il papa, i tre restanti Bentivoglio (Annibale, Ermes e Anton Galeazzo- Giovanni era a Milano) tentarono un colpo di mano, ma la città era troppo ben
difesa dalle truppe papali e dalle famiglie nemiche (Malvezzi, Marescotti e Pepoli); anzi, il popolo, aizzato al saccheggio, distrusse in un mese il Palazzo
bentivolesco, uno dei più belli d’Italia, di cui rimase solo il guasto, nella zona dell’attuale Teatro Comunale. Nemmeno la morte di Ginevra (1507) e quella di
Giovanni (1508) allentarono la tensione in città, e vi fu chi rimpianse la Signoria dei Bentivoglio. Questi ripresero Bologna con l’aiuto dei francesi (1511),
sfruttando la vittoria di quest’ultimi a Mirandola contro le forze papali. Il legato Alidosi dovette fuggire, venne demolita (quinta ed ultima volta) la rocca di
Galliera e distrutta la statua bronzea di Michelangelo. Vennero ripristinati i Sedici (ma in numero di trenta) e Giulio II scagliò così l’interdetto sulla città.
La situazione non era facile, poiché ripresero gli omicidi per odi politici; del resto l’attuale regime bentivolesco si basava unicamente sulla protezione di un
contingente di settecento francesi. Questa venne meno quando la Spagna aderì alla lega antifrancese: nel 1512 un’armata ispano-pontificia cercò di aprire una
breccia al “baraccano”, ma la mina non riuscì nel suo intento (il fatto venne ritenuto miracoloso, e oggi sorge nel luogo la chiesa della “Madonna del
baraccano”). Dapprima si pensò di vincere, per l’arrivo del generale de Foix e per la vittoria riportata da questi a Ravenna, sia pure a prezzo della vita; ma gli
svizzeri marciavano su Milano e il Duca di Urbino, nipote di Giulio II, era già a Imola; cosicché il 10 Giugno Annibale e i suoi fratelli si ritirarono a Ferrara.
Stavolta il Papa fu inflessibile: vennero eliminati i simpatizzanti dei Bentivoglio superstiti, non si ripristinarono né i Sedici né i Quaranta, ma venne inviato il
vescovo di Avignone, tesoriere pontificio, per assicurare il totale controllo alla Chiesa; si pagò un anticipo di 6000 ducati (sui 60000 richiesti) a Giulio e, sempre
a proprie spese, la città dovette costruire una nuova fortezza a Porta Maggiore. Ma Bologna capì comunque che il dominio di Roma era il male minore…
Da questo momento in poi la storia delle due città fu legata a doppio filo, fino a Napoleone: alcuni grandi avvenimenti che occorsero ancora, come
l’incoronazione di Carlo V, furono solo il riflesso di vicende lontane ed estranee.
Il papa Giovanni dè Medici (Leone X) fu tuttavia più benevolo: ripristinò i Quaranta (nominandone solo 39 però, per dare l’illusione che ci fosse sempre un
posto per Annibale) e restituì i beni confiscati ai Bentivoglio. Nel 1515 però, si accordò col nuovo re Francesco I, proprio a Bologna, affinché questi non desse
più speranze ad Annibale e i suoi di tornare al potere; contemporaneamente, con un’accorta mossa, confinò definitivamente i fuorusciti, ed infeudò invece,
nepotista com’era, quattordici tra le principali famiglie con parti del territorio bolognese. Tutto questo mirava a staccare definitivamente l’aristocrazia dai
Bentivoglio: l’obiettivo fu raggiunto, poiché quando nel 1522 Annibale tentò nuovamente di entrare a Bologna, nessuno in città prese le sue parti. Un’ultimo
tentativo, rimasto nelle intenzioni, fu pensato nel 1527; ma ora la carestia e la peste davano altri e più urgenti motivi di preoccupazione.
Dal Novembre 1529 al Marzo 1530, Bologna vide uno spettacolo unico nella sua storia: la permanenza in città del papa Clemente VII e dell’imperatore Carlo
V, culminata con l’incoronazione del secondo per mano del primo, in San Petronio (24 Febbraio). I due erano reduci dal trattato di Barcellona (20 Giugno 1529),
che sanciva la pace tra impero e papato; Bologna fu scelta unicamente perché Roma era ancora scossa dal sacco dei lanzichenecchi avvenuto tre anni prima; la
scelta della Germania avrebbe invece escluso, simbolicamente, la Chiesa: la città emiliana appariva allora la via di mezzo, il luogo più adatto in quel frangente.
Inutile dilungarsi sulla magnificenza del corteo e sui fasti delle rispettive corti, sul quale si possono leggere diversi libri (uno, molto agile ma esauriente, del
Marchi, Grandi Peccatori Grandi Cattedrali); è invece interessante notare che quei quattro mesi furono estremamente tesi, in realtà, per Bologna. La presenza
delle truppe in città infatti dava adito a continue risse, omicidi, rappresaglie e spedizioni punitive, scatenate, si dice, soprattutto dagli spagnoli. I quali dovettero
addirittura accamparsi fuori delle mura. Naturalmente il rovescio della medaglia fu la vendita, a prezzi di molto superiori al loro reale valore, di derrate
alimentari, di beni e servizi, tanto che alla dipartita delle due corti Bologna era piena di contante (fu comunque una ripresa economica effimera, drogata diremmo
oggi). Meno effimera fu l’amicizia stretta da molti cittadini con grossi personaggi, da loro in casa ospitati, che poteva tornare utile anche tempo dopo. Ma la
circostanza dell’incoronazione imperiale non fu, nel complesso, lieta: tant’è che si ripetè due anni dopo, con un convegno tra Carlo e Clemente, e con evidente
preoccupazione del senato. Il quale aveva precedenti motivi di risentimento verso il papa, che si era arrogato la richiesta di esosi “donativi” per far fronte
all’assedio di Firenze.
Dal 1531, poi, era rappresentante papale in città il famoso Francesco Guicciardini, fiorentino, unico laico a governare Bologna dal Cinque al Settecento, e
forse per questo particolarmente duro verso tutti quelli investiti da Leone X di concessioni feudali. Paolo III, il nuovo papa, nel 1534 richiamò, come gesto
distensivo, il Guicciardini dalla carica, il quale poi nella sua Storia d’Italia parlò sempre male della città emiliana: la quale poi non cessò più di “vendicarsi”
degli scritti del fiorentino con continue pubblicazioni per ristabilire la verità. La traslazione del Concilio di Trento (indetto da Paolo III nel 1542) a Bologna,
rappresenta l’ultimo grande avvenimento del Cinquecento in città. Il concilio venne trasferito in parte, perché era scoppiata a Trento un’epidemia di peste, e in
parte per i contrasti che dividevano Paolo III e Carlo V (Trento era territorio imperiale, Bologna papale). L’apertura slittò da Marzo a Settembre (1547), e ci si
riunì nell’odierno Palazzo Bevilacqua in Via d’Azeglio. Ma quasi subito, la notizia dell’assassinio di Pierluigi Farnese, Duca di Parma e Piacenza e figlio del
Papa, rinviò i lavori sine die; ripresero nel 1551, a Trento, dove l’ex legato bolognese, Giovanni Maria Dal Monte, frattanto eletto papa (Giulio III), riconvocò i
padri conciliari. Nel 1556 Carlo V abdica e il 2 Aprile 1559 il trattato di Cateau Cambresis pone fine alla lotta tra la Francia e l’Impero: l’Italia è sotto la Spagna,
ma in pace.
Occorre capire a questo punto la peculiare struttura del governo bolognese, che resta sostanzialmente inalterata per questi tre secoli (XVI, XVII, XVIII). Come
si ricorderà, a stabilire che rapporti dovessero intercorrere tra Santa Sede e Senato bolognese provvedevano i Capitoli di Niccolò V, i quali stabilivano che il
Cardinale Legato, rappresentante del potere papale, non poteva fare di testa sua se non in quelle materie che gli erano espressamente riservate (cioè, di diritto
ecclesiastico, che regola la Chiesa al suo interno, differente dal diritto canonico, che regola le relazioni tra Stato e Chiesa); in cambio, il Senato (o Reggimento)
aveva competenza in molte questioni amministrative, economiche e legislative, ma le sue leggi non erano rese esecutive senza l’approvazione del Legato. Bene.
Sennonché Bologna mantenne sempre fisco, moneta, dogana, e perfino esercito, propri, così che si può parlare di situazione unica nella storia politica d’Italia
(erano, queste, concessioni fatte in virtù della strategica posizione geografica della città). Aveva persino un ambasciatore permanente a Roma, come gli stati
sovrani. Il Senato era di tipo strettamente oligarchico, di quaranta membri (Nobili) eletti a vita ed in via ereditaria, il chè creava poco ricambio: tanto che Sisto V
nel 1590 ne volle portare il numero a cinquanta: il Senato subì ma non acconsentì, e continuò a chiamare i Cinquanta “Quaranta”, anche se ora erano dieci di più
(!). Ogni due mesi era eletto tra di essi il Gonfaloniere di Giustizia ed otto Anziani, titoli puramente rappresentativi: a comandare era sempre il Senato. Questi
senatori “scelti” erano spesati di tutto e seguiti da un fastoso corteo ovunque andassero; tuttavia, tutti erano, prima o poi, eletti Gonfaloniere, cosicché le
rispettive famiglie spendevano, per le ripetute feste bimestrali di gonfalonierato, più di quanto guadagnasse il Gonfaloniere stesso (!). Il Senato finì dunque per
non essere così ambito. Esso era diviso in dicasteri, detti “assunterie” (otto principali e molte altre minori), ognuna a capo di diverse Arti. C’era, p.es.,
un’assunteria di Governo, una di Zecca, una di Studio, una di Magistrati, etc.
Sembrerebbe che il Senato fosse solo un frivolo organismo prevaricatore d’impotenti nobili vogliosi d’apparire, il che non è così inesatto. Ma ebbe perlomeno
il merito di esprimere sempre un fiero senso dello stato, bolognese, e non pontificio.
Il popolo capiva questo, e se ne contentava (giustamente, perché altrove la situazione era analoga, o peggiore).
Anche perché non mancavano al governo rappresentanti di classi inferiori, perlopiù ricalcati dalle vecchie istituzioni medievali. Vi erano i Tribuni della Plebe,
in cui confluivano, oltre a nobili e senatori, notai e dottori, anche cittadini e mercanti; insieme ai Massari delle Arti, essi avevano competenze di vigilanza sui
prezzi delle merci soggette al calmiere. Altro residuo medievale, gli Uffizi Utili: ugualmente compositi, comprendevano capitanati, podestarie e vicariati ed erano
cariche retribuite, sempre più inutili col passare del tempo (ormai provvedevano i notai). Amministrativamente, il territorio soggetto a Bologna era diviso in
“comunità”: in pratica, le parrocchie. Vi erano altre cariche, alcune piuttosto importanti, come quella di Ufficiale delle Acque; in pratica, un doganiere per le
merci in entrata e in uscita, su strada e su canale (Bologna aveva un porto) e come la Congregazione della Gabella Grossa, che amministrava i proventi doganali
sull’introduzione delle merci forestiere, coi quali si pagavano i dottori dell’università, ed era composta di dottori stessi (dodici, poi affiancati da sette senatori dal
1603). Nel Cinquecento nasce inoltre, anche a Bologna, la burocrazia, efficiente strumento del potere politico.
Per quel che riguarda l’altro detentore del potere, oltre al Senato, cioè il Legato, si può dire qualcosa in più. Egli era nominato per tre anni (riconfermabili) dal
papa, era accompagnato da un Vicelegato, e le sue competenze riguardavano anche l’amministrazione della giustizia. Infatti portava con sé tre giudici forestieri o
Uditori: U. Generale, di Camera e del Torrone, rispettivamente per le cause civili, per la finanza pubblica riguardante la Camera Apostolica e per le materie
penali (il Torrone era la sede delle carceri). Per evitare il carcere, ci si doveva appellare direttamente al Legato (o a Roma), mentre per le cause civili bastava
rivolgersi alla Rota di Bologna, il tribunale istituito nel 1534 da Paolo III e composto di giudici (con a capo il podestà) nominati direttamente dal Senato. Per le
cause commerciali, vi era il Foro dei Mercanti, anch’esso di nomina senatoria, i cui giudici erano detti consoli. Vi era poi, ovviamente distinto dagli altri
tribunali, quello ecclesiastico, per giudicare il clero: sottostava all’autorità dell’Arcivescovo in spiritualibus e a quella del Legato in temporalibus, e non sempre i
due andavano d’accordo, per divergenze pastorali. A guidare questa selva di giudici era una selva di norme, dai duecenteschi Statuti di Bologna ai continui bandi
del Legato e del Reggimento, agli Statuti dei vari organi di governo, alle variabili Costituzioni pontificie, cosicché la giustizia a Bologna già allora poteva dirsi
“all’italiana”. La polizia d’allora era costituita dai birri, comandati dal Bargello, e dalla guardia dei cavalli leggeri, o cavalleggeri, entrambi agli ordini del
Legato, anche se pagati dalla città. La quale disponeva, per la difesa in caso di guerra, di milizie volontarie reclutate nel contado (non vi era la coscrizione
obbligatoria). Tale organizzazione poliziesca era del tutto inadeguata, (appena un centinaio tra birri e cavalleggeri) ed infatti per tutto il secondo Cinquecento il
contado fu infestato dal banditismo, dovuto alla pace che aveva reso disoccupati i mercenari e soprattutto alla protezione dei delinquenti da parte dei nobili, che
se ne servivano per arrogarsi diritti che non avevano. La vita divenne dura, mentre le prigioni si riempivano. Solo l’intervento deciso del papa Sisto V, che fece
addirittura strangolare il nobile Giovanni Pepoli, allorchè questi fece fuggire dalle proprie prigioni un bandito, l’impegno della Toscana e di Ferrara a non offrire
rifugi ai delinquenti, e soprattutto la scomparsa di una generazione, oltre che le migliori condizioni sociali e psicologiche che dissuasero la nobiltà a servirsi di
simili aiuti, fecero cessare il fenomeno.
Della Bologna del Cinquecento bisogna poi ovviamente trattare la situazione religiosa, specie in quest’epoca di riforme e specie in una città posta sotto
l’autorità papale. In teoria, in un centro culturalmente rilevante com’era ancora (com’è sempre stata) Bologna, la Riforma avrebbe dovuto attecchire piuttosto
bene. In realtà, anche qui il discorso si fa peculiare, e più complesso di quel che sembra. Vi erano molti studenti tedeschi, per esempio, (erano anzi i più
numerosi), che avrebbero dovuto interessarsi per forza di cose ad un movimento ideologico partito proprio dalla Germania. Per non dire dei Dottori, tra cui il
famoso Mariano Sozzini, e il di lui figlio Lelio, che fu un esponente significativo della corrente riformata. E una fronda antipapale in città non era mai venuta a
mancare.
Eppure si può dire che Bologna non fu praticamente toccata dal protestantesimo. Il motivo fu essenzialmente politico: per la nobiltà senatoria non era
conveniente esporsi ad accuse di eterodossia che avrebbero definitivamente compromesso il suo ruolo all’interno dello Stato Pontificio. Ancora più sorprendente
se si pensa che dibattiti sulla questione, con l’interessamento di uomini di cultura e delle migliori famiglie, che esprimevano anche simpatie riformiste, erano
all’ordine del giorno. Ma c’era un equilibrio da mantenere (questo sembra essere stato il motto della città durante l’intera sua storia!), e il Santo Uffizio (la
vecchia Inquisizione) finì con l’eseguire appena una ventina di condanne per eresia in tutto il secolo. Bologna aveva del resto una tradizione (il termine è
improprio, lo so) cattolica a tutta prova, che aveva le radici nei culti di Vitale, Agricola, Petronio, nell’azione pastorale di Nicolò Albergati, nella spiritualità di
Caterina dè Vigri e che culminò nell’opera episcopale del cardinale Gabriele Paleotti (1566-1597), bolognese lui stesso. Il suo esempio, e l’istituzione di un
seminario, diedero nuova tempra alla Fede cattolica in città, e ispirarono la nascita di molte associazioni laiche di assistenza (Compagnia dei Poveri,
Congregazione della Dottrina Cristiana, Magistrato della Concordia, per citarne alcuni). Fu accolto molto bene il rinnovamento dei vari ordini religiosi, che
possedevano numerosissimi conventi in città; meno facile fu la riforma dei conventi femminili, poiché a molte famiglie costava meno (letteralmente) avviare le
proprie figlie al chiostro piuttosto che farle sposare. Persino il controllo su libri, spettacoli, costumi fu meno pressante che altrove, e praticamente cessò sul finire
del secolo.
Sul fronte culturale, il Cinquecento bolognese è ancora un secolo di “grandeur”. Nello Studio vi sono nomi altisonanti ad insegnare (p.es. Carlo Sigonio, o
Ulisse Aldrovandi) e un gran numero di studenti, specie stranieri, ad imparare. Nell’amministrazione dell’università il Legato ha sempre maggior importanza.
Sua è la decisione di costruire l’Archiginnasio come sede unica di tutti gli insegnamenti (1563, l’anno in cui si chiude il Concilio), al quale il Senato (che
governava ancora lo Studio) invece si opponeva. L’Archiginnasio sarà la sede dell’università fino al 1803. Durante il XVII secolo però lo Studio decadrà sempre
più (da oltre un migliaio a poche centinaia di studenti), anche se insegnavano ancora grandi nomi, come il Malpighi, a causa della politica campanilistica del
Senato (si privilegiavano i bolognesi, sia dottori che studenti), e alla concorrenza degli altri atenei d’Europa. Inoltre i Gesuiti fondarono scuole superiori molto
frequentate dai ceti più elevati (la futura classe dirigente). Non rilasciavano gradi accademici ma erano comunque un modello di scuola, con criteri
d’insegnamento moderni. Le scuole pie nacquero invece il 19 Agosto 1616 per merito del sacerdote fiorentino Fiammelli; esse erano scuole pubbliche e gratuite,
per l’alfabetizzazione delle classi inferiori (le odierne Elementari); alla fine del Seicento avevano ca. un migliaio di allievi e funzionarono per tutto il Settecento.
Importanti furono anche le biblioteche dei conventi maggiori, e non solo per gli studi teologici. La velleità dei nobili di fare cultura si esprimeva invece nelle
Accademie, dai nomi più improbabili, molto attive a Bologna; alcune di esse furono importanti anche per il progredire del sapere (come quelle degli
Incamminati, Filarmonica e delle Scienze). Nel Seicento tuttavia la cultura in città rimase spesso vuota e vanesia: la maschera del Dottor Balanzone nasce
proprio in questo periodo.
Sul finire del Cinquecento inoltre si tocca il massimo storico del numero di abitanti (entro le mura), fino all’Ottocento: 72000 nel 1587. Poi la carestia, la peste
del 1630 e altre difficoltà economiche riportano il numero intorno alle 50-60000 unità; ma è da notare che solo nel secondo Novecento Bologna si può dire
popolosa (attualmente è intorno ai 380000 abitanti, erano 100000 di più negli anni Settanta): ancora ai tempi della Belle Epoque, infatti, la città non contava più
di 70-80000 residenti. E’importante seguire l’andamento demografico, perché questa sia pur piccola città fa fatica, per tutto il XVI e il XVII sec., a sfamare la
popolazione. L’economia in questo periodo si basa principalmente sulla produzione agricola, con le tipiche strutture locali (tenuta, mezzadria, podere), perché
l’aristocrazia e la borghesia v’investono grossi capitali; ma si vedono anche i primi segnali di proletarizzazione e pauperizzazione, dovute allo sfruttamento
ovviamente. Gli altri settori, dal canto loro, sono in crisi per via della concorrenza europea, com’è il caso della lavorazione della seta, il cui primato passa a
Lione. Da notare che il prodotto grezzo era sempre richiesto, dunque furono gli artigiani a risentire di più della situazione. Alla fine del Cinquecento si ha così
una drammatica crisi, che culminerà con la peste del 1630; ci si riprenderà solo alle soglie del Settecento. Le entrate pubbliche erano basate su imposizioni
indirette (dazi sui generi di largo consumo): le classi più popolari si difendevano col contrabbando. Il Senato, dal canto suo, ricorreva spesso al prestito pubblico,
creando indebitamenti a catena. Né si voleva rinunciare alla burocrazia, con le grosse spese che si portava dietro. Dall’autore del famoso Bertoldo e Bertoldino,
Giulio Cesare Croce, tuttavia, affiora che non si era proprio alla disperazione in questa situazione, dato che il popolo sapeva insieme lagnarsi e riderne. I lettori
del Croce, gli artigiani e bottegai, vedono infatti con ironia ma senza acredine (anche se è già una critica), le carestie come effetto dell’ingordigia dei contadini e
delle frodi dei fornai, del popolo minuto coi suoi pettegolezzi e le sue idee fisse, dei dottori con la loro vantata sapienza, dei soldati millantatori, dei mendicanti
petulanti e straccioni: personaggi da commedia dell’arte.
Anche la Chiesa comunque si mobilitò per aiutare i meno abbienti, così come col Monte di Pietà (1473) aveva combattuto l’usura. L’Opera dei Mendicanti fu
eretta nel 1560 per breve di Pio IV e con l’approvazione del legato di Bologna Borromeo, il futuro San Carlo dei milanesi; i finanziamenti provenivano da
contributi, anche in natura, di monasteri e cittadinanza, e dai lasciti dei privati e dalle sovvenzioni del Senato. I poveri erano alloggiati in un ex-convento fuori
porta S. Vitale. Molte altre istituzioni di carità sorsero (come l’orfanotrofio di Sant’Onofrio) o si rafforzarono quelle medievali (come gli ospedali della Vita e
della Morte); il governo di questi enti era misto, come quello della città stessa. Anche nel Sei e Settecento nacquero a Bologna istituzioni benefiche (l’ospedale
Maggiore risale al 1667); la beneficenza dei cittadini creò inoltre una vasta rete di opere pie, molte tutt’ora attive. Nel Cinque e Seicento, comunque, in città si
costruisce in generale, cioè si attua anche a Bologna, diventata la seconda città dello Stato Pontificio, la cosiddetta “pietrificazione dei capitali” che dà
all’ambiente urbano l’aspetto che tutt’ora conserva. Negli anni Sessanta del Cinquecento, grazie al vicelegato Cesi, si comincia il rinnovamento del centro,
dall’Archiginnasio al Nettuno, al Palazzo dei Banchi del Vignola; ma per tutto il secolo, e nei due successivi, si costruiscono palazzi senatori o comunque di
famiglie importanti: p.es., Malvezzi nel ‘500, Caprara nel ‘600 e Aldrovandi nel ‘700, per dirne solo alcuni. Il Clero rinnova i monasteri medievali e rifà la
facciata di molte chiese, tra cui la cattedrale, mentre la borghesia mercantile cambia il volto di molte strade (del Pratello, Pietralata, Nosadella, etc.), e si
compiono grandi imprese pubbliche, come il portico di San Luca (1674-1739).
Soprattutto, a Bologna non è evidente, nell’urbanistica, come accade di solito, il divario tra i ceti cittadini, poiché i grandi palazzi non sono concentrati in una
zona della città, ma sparsi un po’ ovunque.
Il Cinque e Seicento, inoltre, sono in città i secoli di maggiore fioritura artistica, dove la lezione romana viene reinterpretata in modo nuovo. A Bologna erano
infatti attivi maestri locali come il Formigine, i Terribilia (Antonio e Francesco Morandi), il Triachini, il Martelli, il Fiorini e l’Ambrosini, nonché il Serlio,
trattatista dell’architettura; ma si pensi che anche Vignola, Palladio, Peruzzi, Giulio Romano vennero in città, per esempio in occasione della discussione della
facciata di San Petronio (poi rimasta incompiuta). Nel Seicento, ai forestieri Magenta e Rainaldi si uniscono i locali Natali, Barelli, Provaglia, Bergonzoni, Monti
e, nel Settecento, il grande Carlo Francesco Dotti. In scultura Bologna si affida invece agli esterni: esemplare in questo senso l’opera del Giambologna, oltre a
uno Zaccaria da Volterra, per esempio, anche se non manca un Menganti (artista locale). Nel Seicento è lo stucco a farla da padrone, con Giuseppe Mazza.
Ovviamente comunque, il fatto artistico saliente in città è dato dal lavoro dei Carracci. La strada, dopo il Francia e il Costa, era stata preparata dai raffaelleschi
Innocenzo da Imola, Girolamo da Cotignola e dal Bagnacavallo; poi vi furono gl’influssi di Michelangelo, Correggio, Parmigianino, Tiziano, i forestieri Tibaldi
e Calvaert, e il bolognese Primaticcio, fino a sfociare nei locali Fontana, Cesi, Passarotti, etc. Ma sono i fratelli Annibale e Agostino Carracci, e il loro cugino
Ludovico, a fare di Bologna una delle capitali europee della pittura secentesca; cioè, controriformistica ma che rifiuta il manierismo, o certo manierismo
perlomeno. Gli allievi dei Carracci (Guido Reni, Francesco Albani, il Domenichino, il Guercino) consacreranno questa fama. Nel Seicento bolognese nasce
anche una scuola di pittori quadraturisti e di prospettiva, richiesti a decorare palazzi e chiese di tutt’Europa con le loro architetture illusorie: basti ricordare il
Colonna.
Il barocco in città è poi sinonimo di feste e fasto, di spettacoli di piazza come la festa della porchetta, di giostre (alla quintana, all’anello), di ricevimenti per le
nomine senatorie, sempre più frequenti. Le differenze di ceto che affioravano da queste feste non preoccupavano, si pensava solo a mangiare e bere. Vi erano tre
teatri principali, della Sala, Formagliari e Malvezzi, e la musica era onnipresente, persino sulla ringhiera del palazzo comunale; tra i maggiori musicisti, della
cappella musicale di San Petronio: Spataro, Cavazioni, Banchieri, Giacobbi, Cazzati, Colonna (non il pittore), Gabrielli, Perti, Torelli, Aldrovandini. Così, tra
cerimonie particolari (come “segare la vecchia” a metà quaresima) e usanze consolidate (come la Cavalcata del 14 Agosto alla Madonna del Monte), la vita a
Bologna per tre secoli scorre tranquilla, anche per mascherare l’immobilismo della sua se si vuole pavida forma di governo.
Certo, era un governo che funzionava, anche e soprattutto grazie all’interazione con la campagna. I contadini erano sempre in città, a vendere i loro prodotti e i
cittadini, dal canto loro, specie i più facoltosi, passavano la villeggiatura “in villa”, cioè nella loro villa in campagna (e forse l’espressione deriva proprio da
questo). Persino l’abito dei signori divenne più comodo, “da campagna”. A questo viavai di contadini a Bologna contribuivano il mito letterario dell’Arcadia ed
una tradizione di trattatistica agreste che datava dal Medioevo; il Malvasia e il Tanara furono lettissimi fino a metà Settecento. Il contado bolognese è
essenzialmente di due tipi: in zona collinare a Sud, risiedeva la piccola proprietà coltivatrice, di derivazione feudale; nel resto del territorio, la parte più estesa,
risiedeva invece la grande proprietà latifondista, di stampo nobiliare. Questo perché, come dovrà accadere anche a Venezia, la borghesia e la nobiltà la cui
ricchezza proveniva dai commerci, dovettero ripiegare sulla campagna (nel caso di Bologna) e sulla terraferma (nel caso di Venezia) quando le difficoltà dovute
all’ampliarsi del mercato divennero considerevoli per i loro traffici. I possedimenti ecclesiastici, dal canto loro, si erano ridotti già a partire dal Quattrocento. La
Villa diventa allora luogo di svago ma anche centro economico: dapprima simile al castello, diviene col tempo un’impresa a tutti gli effetti (si potevano vedere le
eredi della villa, ancora ai primi del Novecento, nelle “corti” delle campagne mantovane). Essa dev’essere autosufficiente per tutte le attività che riguardano
l’agricoltura. A differenza che nel medioevo, la campagna non è più cosa della Chiesa, che preferisce accaparrarsi immobili in città, meno dispendiosi, bensì
della Nobiltà. Fino al Settecento il problema di tale tipo di economia furono le inondazioni, finchè, contro il parere di Ferrara, il Reno viene deviato nel Po di
Primaro e la situazione torna rosea (ma Bologna fu comunque città d’acque fino al primo Novecento- via Castiglione si percorreva in barca).
Ho fatto un quadro generale di vari aspetti della città nel Cinque e Seicento: restano da riassumere i principali avvenimenti accaduti a Bologna in questi due
secoli. Non si tratta di grandi cose, anche se talvolta il popolo più minuto se la vide brutta. Ad esempio, per la questione dell’aumento dei prezzi del pane, che
portò nel 1671 a gravi tumulti. Oppure, per l’arroganza degli studenti più agiati, che portò nel 1560 alla morte di uno di loro in una rissa con i birri. I rapporti tra
Senato e Legato erano variabili, e dipendevano dal carattere di quest’ultimo: se era bonaccione, tutto andava per il meglio; se cercava di capire meglio i garbugli
del Senato, quest’ultimo si lamentava con Roma dell’arroganza del rappresentante papale. I nobili erano puniti come gli altri cittadini, nelle intenzioni (potevano
anche essere messi a morte), ma nei fatti riparando in altri stati, e grazie poi alle alte intercessioni, anche papali, sfuggivano alle condanne e anzi dopo qualche
tempo rientravano in città trionfalmente. Questo dava a Bologna la brutta fama di città dove le protezioni possono tutto. Fama veritiera, perché il governo
pontificio era debole, avendo come priorità problemi religiosi di portata universale e non politici, di portata locale. La nobiltà aveva dalla sua anche una
tradizione militare consolidata, poiché l’unico modo per far carriera, se non si voleva annoiarsi nel vivere di rendita, era la vita militare (così com’era stato il
Clero nel medioevo). L’unica differenza rispetto a stati come Francia e Spagna, era che il nobile bolognese non aveva un re per il quale combattere, e così spesso
andava proprio sotto il re di Francia o di Spagna, o sotto l’impero. Cioè, divenne mercenario, portando a termine anche imprese notevoli, come il Caprara o il
Marsili. Nel Cinquecento Bologna è poi sì la seconda città dello Stato Pontificio, ma solo perché politicamente e religiosamente Roma non poteva non avere la
preminenza; ma sotto alcuni aspetti, e nei fatti, la città emiliana si può considerare la più importante di detto stato, tanto che nel 1582 Gregorio XIII la eleva a
sede arcivescovile e metropolitana del vescovato bolognese; e del resto vi passarono per tutto il secolo diversi papi, fino a Clemente VIII nel 1598. Questi
passaggi interessavano tutta la cittadinanza, anche perché altri motivi per interessarsi molto alla vita pubblica non ve n’erano: al limite furti di reliquie e
vandalismo blasfemo, qualche processo (famoso quello per la morte della giovane pittrice Elisabetta Sirani nel 1665) e poco altro, come la costruzione del Forte
Urbano presso Castelfranco (oggi sotto Modena), nel 1628. Il Papa non protestò, anche se era chiaro che tra Bologna e Ferrara, favoriva in genere quest’ultima.
Persino il passaggio delle truppe di Odoardo Farnese, duca di Parma, non provocò alcuno scontro.
Diverso il discorso per il più grande flagello europeo del XVII secolo, la peste del 1630. A Bologna essa fece, in sei mesi scarsi, 15000 morti, un quarto della
popolazione entro le mura. Il Cardinale Spada fu di grande conforto per quanti rimasti, volontariamente o da lui costretti, ad assistere i moribondi; tuttavia
l’orrore dei carri che portavano i cadaveri e le fosse comuni durarono fatica a svanire dall’immaginario collettivo. Per fortuna non mancarono eventi
sdrammatizzanti, come il passaggio in città (1699) di Maria Casimira e Maria Clementina, madre e figlia di quel re di Polonia che nel 1683 aveva liberato Vienna
dall’assedio dei Turchi (impresa di cui fu partecipe anche il bolognese Enea Silvio Caprara). Segno di questo XVII secolo, e tipico della città, fu la definitiva
rinuncia a fare di San Petronio la chiesa più grande della cristianità, ma si giunse comunque ad una qualche compiutezza, adeguata alle cerimonie di
rappresentanza.
Nel Settecento anche Bologna si trasforma, come il resto del mondo. Dall’esterno la situazione può sembrare analoga ai secoli precedenti, ma in realtà
comincia un lento ma inesorabile processo di svuotamento di significato del vecchio assetto politico (come si può vedere dalla prima avvisaglia in questo senso,
il libertinismo dei nobili). La prima rivoluzione si ha nel campo della cultura con la nascita dell’Istituto delle Scienze, dovuta a Luigi Ferdinando Marsili.
L’università era infatti talmente sclerotizzata nella sua difesa del privilegio municipalistico (quasi tutte le cattedre erano assegnate a bolognesi) che ormai vi
s’insegnava poco e male, e con metodi superati. Era diventata un parcheggio sia per i “lettori” che ormai non insegnavano praticamente più, che per gli scolari, i
migliori dei quali erano distolti verso altre carriere. Al punto che le proposte di cambiamento avanzate dal fratello del Marsili (il conte Antonio Felice) erano
state rifiutate violentemente, tanto da suggerire allo stesso Antonio di allontanarsi da Bologna. Invece Luigi Ferdinando (tra l’altro si era distinto nella lotta
contro i turchi) si mostrò più accorto e decise allora di raccogliere tutte le sue collezioni scientifiche in una nuova istituzione, del tutto autonoma, ciò che gli
riuscì grazie all’appoggio del papa Clemente XI, delle cui truppe pontificie il Marsili era a capo. L’Istituto delle Scienze, inaugurato nel 1714, non era però un
museo, ma una scuola professionale, cioè con un insegnamento votato al metodo sperimentale, e non all’accademismo teorico dell’università (infatti i docenti
erano detti “professori”, non “lettori”). Vi s’insegnavano fisica, chimica, astronomia, geografia, scienze naturali, archeologia, anatomia, nautica, architettura
militare; nell’Istituto ebbero sede anche l’Accademia delle Scienze, nata nel 1672 e quella cosiddetta Clementina (in omaggio al papa) per pittori, scultori e
architetti. Grazie al complesso marsiliano Bologna nel Settecento tornava “dotta”. Ma in questo secolo altri problemi si debbono affrontare. La finanza pubblica
è in crisi, oppressa dai debiti d’acque e annonari, che rischia di non permettere neppure il pagamento degl’interessi dei “monti”, delineando il pericolo di una
bancarotta dello stato bolognese. A ciò si aggiungono gli scontri delle due politiche, la papale, con tendenze regalistiche, e la senatoria, sempre chiusa sui suoi
interessi municipali (è l’eterno problema della città). Alcuni però, fra i ceti più abbienti, cominciano un’economia più accorta. Molti legati papali, come il
Cusani, lo capiscono e a loro volta tengono una condotta accomodante; altri, come il Ruffo, vorrebbero dare un “giro di vite” al Senato, ritenuto dispotico. Così
pressappoco alla metà del secolo, si ha un ripensamento degli Statuti di Bologna: nel ’43 si pubblicano le famose Observationes (…), cioè un codice che
regolava una volta per tutte i rapporti tra Roma e i suoi strani sudditi bolognesi; insieme ad altri Statuti che erano usciti nel ’37, si aveva finalmente una guida
giuridica che mancava dal tempo dei Capitoli di Niccolò V. Entrambi i codici furono opera dei Sacco, padre e figlio.
E’ da rimarcare che in quegli anni (’31-’40) era arcivescovo di Bologna Prospero Lorenzo Lambertini, il cardinale bolognese che salirà al soglio di Pietro col
nome di Benedetto XIV (1740-1758), immortalato dalla commedia di Testoni e dal film con Cervi. Il quale si schierò non col Clero, bensì col Senato, perché
sapeva che le richieste ecclesiastiche ultimamente erano parse eccessive un po’ a tutti: fu una mossa che gli cattivò le simpatie della città una volta divenuto
pontefice; anche se, per far vedere che comandava il papa, anche se loro concittadino, mandò ai bolognesi, appena eletto, il cardinale Alberoni come legato (era
quel piacentino che a momenti aveva cancellato la Repubblica di S.Marino)!
Il Lambertini fu il più grande papa del Settecento, ed uno dei venti o trenta maggiori. Di famiglia nobile, sebbene non del ramo senatorio, era, come riporta
Casanova, dotto, simpaticissimo e amante dei motti arguti. Aveva la battuta frizzante e a volte persino sconveniente; non sappiamo se sia vero che una volta,
avendogli qualcuno riferito con drammatici accenti che una suora era rimasta incinta, rispose: “lo dite come se si trattasse di un frate!”. La sua interiezione
preferita era “cazzo!” e sembra abbia detto: “la voglio santificare questa parola, accordando l’indulgenza plenaria dei peccati a chi la pronuncia dieci volte al
giorno!”. Altri verosimili, se non proprio veri aneddoti si ritrovano nel famoso film di Pastina del 1955, col bolognese Gino Cervi nei panni del cardinale, tratto
dal lavoro teatrale di Alfredo Testoni.
Nella realtà, a lui si deve la prima storia dello Studio bolognese; risolse d’autorità la questione dei riti indigeni fra i missionari dei diversi ordini; migliorò le
finanze dello Stato pontificio; ristrutturò una quantità di chiese in Roma; fu comprensivo verso i benefici ecclesiastici da riconoscere alla Spagna, e verso gli
analoghi benefici del Regno di Napoli (ma facendosene rimborsare i capitali); acconsentì ad incamerare tutti i beni dei gesuiti da parte del governo portoghese
(per salvare la Compagnia, diceva); restituì piena autonomia a Bologna (sempre salva l’approvazione del legato), che due Clementi (VIII e XII) avevano posto
sotto il controllo della Congregazione del Buon Governo; trattò direttamente coi rappresentanti di un principe protestante (Federico II di Prussia); soprattutto,
con l’opera De synodo dioecesana, fece l’esposizione più organica, scientifica e durevole del diritto ecclesiastico; istituì le cattedre di fisica, chimica e
matematica presso l’università di Roma; protesse i più dotti del suo tempo (Muratori, Querini); fu in corrispondenza con Voltaire; fu inoltre: collezionista di
monete antiche, archeologo (salvò il degrado del Colosseo), amministratore rionale a Roma, condannò i riti cinesi e malabarici, epurò il calendario della miriade
di santi e beati che l’affollavano, rinnovò il codice antiebraico, modificò la liturgia, tolse Galileo dall’Indice; fu apprezzato uomo politico e Diplomatico;
raggiunse accordi con Torino, l’Austria, Venezia, Napoli, i regni iberici; acconsentì ai matrimoni misti nei paesi nordici non cattolici e diede al rito greco un suo
ambito, sia pur ristretto, in cui sopravvivere.
Non ancora papa, in un’occasione salvò Pianoro, sulla strada della Futa, da sicura rappresaglia, poiché gli abitanti erano insorti, stanchi dei continui passaggi
delle truppe (spagnole e austriache, riflesso della guerra di successione polacca, con effetti nel Granducato di Toscana); l’arcivescovo Lambertini scrisse al duca
di Montemar, comandante delle truppe spagnole, una nobile lettera che lo dissuase dal radere al suolo il paese (l’episodio è presente nel film, ma il Lambertini si
reca di persona a Pianoro; inoltre il duca è chiamato Montimar- nota per i cinefili…).
Per tornare alla Bologna del Settecento, faccio una rapida lista di grandi nomi, nei diversi campi: per la storiografia, il Melloni, il Fantuzzi, il Trombelli; nelle
lettere, il Martelli, l’Albergati e soprattutto Ercole, Eustachio, Francesco e Giampietro Zanotti; nelle scienze matematiche e fisiche, il Guglielmini e i Manfredi:
Eustachio, Gabriele, Eraclito, il Beccari, il Molinelli e soprattutto Luigi Galvani; tra le donne, Laura Bassi, fisica, l’Agnesi, geometra e la Tambroni, grecista, e
l’anatomista Manzolini; per l’architettura, il Dotti, il Torreggiani, il Venturoli; per la pittura, Cignali, Franceschini, Creti, Bigari, Crespi e i Gandolfi: Ubaldo,
Gaetano e Mauro; per la scultura Piò, Acquisti, Rossi, De Maria; per la musica, padre Martini, fondatore del Conservatorio. Infine, molti furono i gesuiti iberico-
latini che trovarono a Bologna una seconda patria. Per quel che riguarda la cronaca, vi fu qualche episodio divenuto celebre, anche perché dalla metà del secolo,
per il rovesciamento delle alleanze tra le grandi potenze europee, l’Italia cessò di essere il campo di battaglia di Francia, Spagna ed Austria, e anche Bologna
potè godere di cinquant’anni di pace (dunque il folclore cittadino passò in primo piano). Per esempio, la festa della porchetta di ogni 24 Agosto, che durò fino al
1796; il già ricordato passaggio in città dei Reali polacchi; la vicenda del “ladro del Monte”, un veronese falsario di chiavi e monete che finì decapitato;
l’inaugurazione del santuario della Madonna di S.Luca (1765), piuttosto che il terremoto del 1779. Ma ben più importanti furono l’emergere della borghesia e la
diffusione delle idee francesi. Già Benedetto XIV aveva affermato che nella società bolognese del suo tempo la parte migliore non era né la nobiltà né la plebe,
bensì la borghesia, che includeva anche i dotti (a differenza che a Roma, essi erano spesso dei laici). Erano proprio questi dotti ad essere in contatto con la
Francia e con le sue idee nuove: nel 1760 uscirono a Bologna gli otto volumetti del journal des journaux (…), dapprima ristampa del noto giornale letterario di
Mannheim, poi periodico legato al neonato Istituto delle Scienze; del resto risulta che agli anni Ottanta del secolo in città tutti (i dotti) possedessero
l’Encyclopedie, in originale o tradotta in toscano. Furono comunque le Memorie enciclopediche, settimanale dovuto all’illuminista fiorentino Giovanni Ristori,
uscite dall’81 all’87, e che contenevano le idee di Montesquieu, Verri, Beccaria, Voltaire, Rousseau, Condillac, etc., a suggerire fortemente un rinnovamento
della cultura ed una società più ragionevole. Tali scritti francesi vennero accolti piuttosto bene dai vari Savioli, Angelelli, Aldrovandi, Albergati, Marescalchi, al
punto che l’arrivo di Napoleone in città, qualche anno più tardi, fu praticamente indolore; e ancor meglio li capì il senatore Alessandro Pepoli, già autore di un
saggio sulla nuova questione della Libertà. Ma al momento, nel suo insieme, il governo aristocratico guardava con sospetto tutti questi sforzi, e li soffocava
nell’indifferenza. Nel frattempo, mentre la popolazione di Bologna aumentava, l’economia retrocedeva, a causa del passaggio da realtà produttiva industriale a
realtà agricola, passaggio che caratterizza tutta la storia moderna della città (si tornerà ad una forte industrializzazione solo nel Novecento). Il debito pubblico è
alle stelle e si chiede aiuto al papa. Questi, nella persona di Pio VI, risolleva la situazione con l’aiuto del Cardinale Boncompagni, di origine bolognese, e Legato
della città dal 1777. Quest’ultimo introduce il terratico, cioè un’imposta sui terreni, ma sopprime la maggiorparte delle imposte generalizzate ed indirette,
incoraggiando così il commercio e le industrie. Di fatto però il governo di Bologna divenne così pontificio, poiché all’oligarchia senatoriale era ora lasciato
scarso peso. Quest’unico tentativo di governo di Roma di farsi più energico e concreto venne perciò visto come un tradimento. Le reazioni non furono peraltro
univoche, ma prevalse la decisione di ricorrere al papa come se le innovazioni fossero state esclusiva idea del legato (!). La popolazione nel suo complesso,
appoggiò il Senato: il Clero per non perdere privilegi; il popolo perché offeso nel suo orgoglio municipalistico, senza vedere risultati a breve termine; la
borghesia perché vi vedeva un rallentamento del suo ingresso massiccio tra le fila di quelli che contano. Il papa era disposto a cedere, il Boncompagni no;
quando nel 1785 quest’ultimo lasciò la legazione, la città parve respirare, ma anche come Segretario di Stato egli mantenne la soprintendenza al piano
economico di Bologna; solo con la sua morte, quattro anni dopo, Bologna esultò; ma è da notare che molte cose funzionavano ora grazie al defunto legato (anche
se fece l’errore d’introdurre in città il presidio pontificio, in quel momento inopportuno). L’occupazione francese del 1796 bloccò ogni nuova risoluzione che si
stava discutendo, ed addirittura si accettò il catasto dai francesi (in quanto “liberatori”), anche se in realtà esso era opera del Boncompagni e anche se da questi lo
si era male accolto. L’intero episodio del tentativo di riforma pontificio servì più che altro a far capire a Bologna di non doversi sempre rifare al passato, ma di
pensare ad accogliere il futuro- e il Nuovo che esso portava con sé. Anche se ancora nel 1790, solo sei anni prima l’ingresso di Napoleone da porta San Felice, le
idee francesi non erano praticamente giunte, si direbbe, in città, tanto il Senato teneva ai suoi privilegi aristocratici. Dal ’92 giunsero i primi profughi della
Rivoluzione, e qualcosina cambiò: ma non era abbastanza per un cambiamento concreto. Se ne accorse il giovanissimo Zamboni, che nel ’90 aveva sparso alcuni
volantini che incitavano Bologna a “liberarsi dal pesante giogo del governo”, riferendosi al Senato, e minacciando addirittura il Legato d’impiccagione. Nessuno
si preoccupò, tranne il legato ovviamente; ma tre anni dopo, previo un apprendistato “rivoluzionario” a Marsiglia, lo Zamboni ci riprovò, stavolta con l’aiuto di
qualcun altro, tra cui il piemontese De Rolandis. Dopo alterne vicende (che non riporto perché forse l’episodio merita la lettura di un libro), e un nuovo Avviso,
contenente idee più evolute, l’intero tentativo di sollevazione crollò a causa dei soliti delatori (gli altri studenti della combriccola). I nostri cercarono scampo in
Toscana, ma vennero presi. Epilogo: nel ’95 lo Zamboni si suicidava in carcere e nel ’96 il De Rolandis venne giustiziato.
Fu comunque uno dei primi (forse non il primo, come si pensa generalmente) conati in senso rivoluzionario avuti in Italia.
Comunque i francesi, con a capo il Bonaparte, erano alle porte. A Maggio del ’96 erano a Piacenza e i bolognesi chiesero al papa come comportarsi: questi
rispose in modo assurdo, volendo salvare capra e cavoli, cioè la sovranità di Bologna e quella del Papa, in caso d’invasione (!). Ma Napoleone sapeva già cosa
fare: diede infatti, formalmente, ogni potere al Senato, come si vedrà. La città, dal canto suo, si preparò non allontanando i rappresentanti del potere, ma solo i
questuanti forestieri; pattugliando le porte con le milizie riunite; dando ordine di non interferire in alcun modo con le truppe francesi di passaggio. La sera del 18
Giugno (del 1796) queste entrarono finalmente in Bologna. Il giorno seguente, Domenica, i soldati trovarono alloggio soprattutto fuori le mura, e Napoleone,
l’indomani, si acquartierò nel Palazzo Pepoli; tra l’altro si celebravano gli “addobbi”, una solennità eucaristica, e i francesi pensarono che la festa fosse per
loro… Il Lunedì il Bonaparte dichiarò che tutto il potere si concentrava nelle mani del Senato, escludendo dunque il Legato dal governo: sembrava un ritorno
all’antica libertà; ma, si affrettò ad aggiungere, lo stesso Senato doveva prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica Francese. I bolognesi credettero dapprima
alla buona fede del Bonaparte, perché avevano voglia di credergli, anche se pochi giorni dopo si sarebbe vista la vera natura dell’occupazione. Comunque sia,
l’evento, cioè l’avvento di Napoleone, chiuse per davvero, anche a Bologna, un’epoca, e ne aprì una nuova, quella moderna.
Non era stata versata una sola goccia di sangue.
Allo scadere del Settecento l’assetto socio-politico di Bologna non è molto diverso da quello cinquecentesco: ci sono tre classi: la nobiltà, che comanda; la
“borghesia”, che produce; e la plebe, di gran lunga la più numerosa, che per fortuna in città o meglio nel contado, trova sempre di che sfamarsi. Gli abitanti sono
ca. 60000 e la vita si svolge all’interno delle mura. La città era da tre secoli sostanzialmente immobile nelle istituzioni e nelle idee. L’arrivo dei francesi
costituisce l’occasione di un grosso rinnovamento, anche se ci vorrà un po’ per far entrare nello spirito i fermenti d’oltralpe. Bologna era abituata alle sue feste
religiose e culinarie, e la sua coscienza dunque piuttosto addormentata per recepire da subito le idee francesi. Napoleone non mira a sovvertire alcunché, cerca
anzi l’appoggio del ceto dirigente, poiché la politica del Direttorio era quella di accettare la collaborazione dei “moderati”, persino se questi erano conti e
marchesi, come a Bologna. Il Bonaparte dunque ingiunge al legato di tornare a Roma, per togliere il potere politico alla Chiesa, ma si serve comunque
dell’autorità religiosa e morale dell’Arcivescovo Gioannetti per legittimare la concentrazione del potere nell’esclusive mani dei senatori, sempre sotto
giuramento alla Francia ovviamente (come già detto). Tutte le classi accolgono bene le nuove disposizioni: i senatori è ovvio il perché; la borghesia sperava che
con ciò fosse favorita la sua crescita economica; e il popolo s’inebriò della soppressione di alcuni privilegi “visivi” imposti alla nobiltà- stemmi, titoli, parrucche,
codini. In Piazza Maggiore venne innalzato l’albero della libertà, mentre lo Studio dal canto suo s’impegna a preparare la nuova Costituzione, ch’era poi quella
francese dell’anno III, solo mitigata da qualche antico istituto comunale.
Essa fu approvata il 4 Dicembre del ’96, con larga maggioranza: si può considerare la prima Costituzione democratica italiana. Ci fu il TeDeum in San
Petronio e il ballo intorno all’albero della libertà. Fin’ora, tutto bene.
Ma Napoleone aveva già da mesi preparato la nascita della Repubblica Cispadana, riunendo i rappresentanti di Ferrara, Bologna, Modena e Reggio. A
Dicembre, la nascita del nuovo stato, con capitale Bologna. A Gennaio, il convegno di Reggio approvò il Tricolore, che divenne poi quello unitario e nazionale (7
Gennaio 1797). La Repubblica era il definitivo crollo, dopo ca. tre secoli, del Senato bolognese; ma a Luglio essa era già sciolta ed annessa alla Cisalpina, nata a
Maggio con l’annessione di Forlì, e capitale Milano. L’operazione, benché praticamente imposta dal Bonaparte, non era priva di vantaggi per Bologna, poiché
usciva dall’isolamento. Vi furono infatti, non si sa fino a che punto sincere, diverse manifestazioni di giubilo, che culminarono con la festa per la proclamazione
della Repubblica Romana, nel ’98.
Ma il 30 Giugno 1799 erano stavolta gli austro-russi a entrare da porta San Felice. (faccio una rapidissima sintesi degli avvenimenti riguardanti la nostra città;
per le gesta napoleoniche ognuno può andare a vedere fonti ben più complete- ha l’imbarazzo della scelta). Era la sconfitta francese ad Abukir ad aver portato a
questo. Gli austriaci si rivelano, se possibile, peggio dei francesi, (che avevano dato molti motivi di risentimento, a partire dalle tassazioni, ma anche qualche
idea che lasciava ben sperare). P.es., abbattono la colonna che conteneva i resti di Zamboni e De Rolandis, eretta da poco, abbattono l’albero della libertà, ed
inaspriscono ulteriormente il fisco. Bologna si ritrova travolta dagli eventi, in balia di questo o quell’invasore.
Il 28 Giugno del 1800 infatti tornano i francesi (nel frattempo c’erano stati il colpo di stato del 18 Brumaio e la vittoria di Marengo), e la città li accoglie bene,
anche se vorrebbe più concreti interventi per risollevare l’economia, oltre alle solite parole di libertà; ma stavolta non arriva né il pane, né la libertà, poiché
Napoleone, ormai sicuro del proprio potere, si limita a trattare l’Italia occupata come una qualsiasi provincia francese (quale in realtà è). Dopo la pace di
Luneville con l’Austria, e la firma di un concordato con Pio VII, il Bonaparte può così inventarsi la Repubblica Italiana, che è poi la Cisalpina con una
costituzione da lui imposta, nonostante il Congresso di Lione, con a capo il milanese Melzi d’Eril. Bologna è sempre a rischio d’insurrezione: i francesi hanno
portato, psicologicamente, una situazione del tutto nuova, destabilizzante, ed economicamente, una vessazione persino superiore a quella che esercitavano prima
gli enti religiosi, sulle loro terre; per non dire della coscrizione militare obbligatoria (per estrazione a sorte) dei giovani celibi, che toglieva alle campagne
braccia da lavoro. Ma la macchina era in moto: il 2 Febbraio 1802 si ha (in San Pietro) il solito Te Deum di ringraziamento. A capo della città giunge il prefetto
veronese Carlotti e Bologna diventa, nell’amministrazione, tale quale un minuscolo stato francese. Quest’anno sarà ricordato per molto tempo in città, per i fatti
di Luglio: i dissapori col governo milanese portarono il Carlotti, il 21 del mese, a richiedere l’intervento del generale Verdier, il quale instaurò di fatto una
dittatura militare, e la città tutta insorse, persino la Guardia Nazionale che doveva in teoria collaborare con le forze d’occupazione. Le truppe francesi vengono
per la maggiorparte cacciate, ma per due mesi il Verdier rimane a Bologna e solo verso la fine dell’anno la crisi può dirsi risolta. La posizione politica della città
rimarrà questa, di centro periferico di uno stato satellite dell’Impero francese, fino alla caduta di Napoleone. Anche se i contingenti francesi vengono sostituiti da
soldati italiani dell’esercito repubblicano, e se la municipalità viene anch’essa in gran parte rimpiazzata da italiani, in base ora al censo, e non più alla nobiltà.
Nel Maggio 1804 il Consolato diviene Impero (a Dicembre si ha la celebre auto-incoronazione di Napoleone, presente Pio VII); nel Marzo 1805 la Repubblica
Italiana diventa Regno d’Italia, e il Melzi è scavalcato nella gerarchia dal figliastro del Bonaparte, Eugenio di Beauharnais, divenuto vicerè d’Italia.
L’amministrazione di Bologna si accentra ancora di più: ora il Carlotti è governatore con pieni poteri; comunque i bolognesi dopo i giorni di Luglio si erano
ormai rassegnati. Napoleone, dopo l’incoronazione a Milano, entra dalla solita porta (San Felice) il 21 Giugno 1805, e viene “indifferentemente osannato”, cioè,
si è contenti che sia in città il nuovo padrone d’Europa, ma della sua politica il bolognese comune si disinteressa del tutto. Anche l’abbattimento dell’Albero
della Libertà, da nove anni in Piazza Maggiore, ora fuor di luogo, ha importanza storica, non cronachistica. Alcuni bolognesi invece raggiungono alte posizioni,
basti citare l’avvocato Aldini e l’omonima Villa sull’Osservanza costruita in suo onore, e si cominciano anche i lavori per la sistemazione del basso Reno; inoltre
si rilancia l’università. D’altro canto il Dipartimento del Reno, con a capo Bologna, comprendeva il 10% degli abitanti dell’intero Regno d’Italia. Ma i vantaggi
di questi bolognesi illustri non furono un vantaggio per la città, che intorno al 1809 entrò nuovamente in crisi, ripercussione del Blocco Continentale, e del fatto
che troppi cittadini andavano a morire per la Francia, e non per Bologna; persino i lavori del Reno s’interruppero. Era d’altronde l’anno del sequestro del papa.
Dalla campagna di Russia (1812), gli eventi precipitano, come si sa: il Bonaparte si ritira entro i confini francesi, mentre gli austriaci, rinnovata l’alleanza con
gl’inglesi, sbarcati a Livorno, entrano dalla solita porta (San Felice) il 28 Gennaio 1814, insieme al Murat e ai suoi soldati napoletani. Gli austro-inglesi a
Ravenna proclamano vari Regni, Reggenze e Governi provvisori, mentre il Beauharnais fatica persino a difendere il Mincio. Contemporaneamente agli
avvenimenti di Francia, insomma, cade il Regno d’Italia: mentre il crollo napoleonico, dopo il sogno dei Cento Giorni, è noto, seguiamo più da vicino il Murat, il
cui sogno riguarda curiosamente anche Bologna. Egli aveva conservato il Regno di Napoli ma si era staccato dalla politica di Napoleone, unendosi agli alleati e
sperando di unificare l’Italia sotto un’unica bandiera. Il famoso proclama di Rimini gliel’aveva scritto un bolognese, il professore di diritto Pellegrino Rossi, e
aveva trovato entusiastica approvazione, ovviamente solo tra i ceti più alti: il 2 Aprile del ’15 entra dalla solita porta il generale Guglielmo Pepe alla testa delle
truppe napoletane. Secondo quanto riferisce lui stesso, è accolto molto bene, poiché i napoletani sono soldati italiani; ma certo le classi più popolari restarono
indifferenti, e comunque non era possibile approntare in pochi giorni un esercito contro gli austriaci. Infatti in quindici giorni il sogno svanì: il Murat, bloccato a
Occhiobello, ripiegò su Bologna, dove non fu possibile resistere (già il 16 Aprile gli austriaci rientravano in città); tentò allora di salvare il suo Regno ma,
sbarcato in Calabria, veniva subito catturato e fucilato. Il Murat è ricordato a Bologna perché la figlia, Letizia, vi passò l’intera vita e formò un piccolo gruppo di
nostalgici bonapartisti, ed uno dei figli (Gioacchino Napoleone) ebbe peso politico considerevole in città. E’ sepolta alla Certosa.
Le conseguenze dell’epoca napoleonica in Italia si sogliono considerare sostanzialmente positive. Anche se è unanime l’opinione che il Bonaparte non si fosse
prefisso certi obiettivi, di fatto, senza volerlo, migliorò parecchie situazioni di arretratezza nel nostro paese, per quel che riguarda gli aspetti più disparati della
vita pubblica e privata. Il giornalista Montanelli parla di cinque cose, per riassumere: le strade, il diritto, l’amministrazione, la coscrizione obbligatoria, la
cultura. In questo quadro di miglioramento (tralasciando l’affermazione che Napoleone preparò il Risorgimento, affermazione che forse va presa con le molle),
Bologna non fa eccezione. Sul piano pratico ed immediato, furono pochi i bolognesi a star meglio di prima; anzi forse in quel quindicennio si stette peggio, in
generale, che sotto il governo pontificio. Ma, in prospettiva, vennero spazzati via molti anacronismi. Le innovazioni più importanti furono l’introduzione del
codice napoleonico in campo giuridico, forse non più perfetto del diritto romano, ma perlomeno universale (ora tutti avevano le stesse leggi); il formarsi di una
nuova classe dirigente e di dipendenti statali- funzionari, impiegati, tecnici, militari di carriera- che rappresenta il processo di assimilazione tra la vecchia nobiltà
senatoriale e la borghesia, e che darà un’impronta all’intero Ottocento bolognese, col suo liberalismo laico; in campo economico, la mobilizzazione dei beni
ecclesiastici fu una rivoluzione, in quanto le proprietà della Chiesa, sequestrate dallo Stato e messe all’asta, divennero proprietà nobiliare con la conseguente
speculazione, che favorì l’ingresso del capitalismo nelle campagne, con moderni criteri di conduzione agricola, e inoltre ampliò la distribuzione territoriale del
lavoro industriale. Per quel che riguarda le opere pubbliche, all’epoca napoleonica si devono, oltre ai lavori del basso Reno: la Porrettana, il portico dal
Meloncello alla Certosa- e la Certosa stessa, l’Accademia di Belle Arti, il Liceo Musicale, il giardino della Montagnola, i viali di circonvallazione, il Teatro del
Corso (non più esistente), l’Arena del Sole, e la Villa Aldini, il cui architetto Martinetti aveva una dimora in via San Vitale che ospitò anche Byron e Stendhal, e
una moglie- Cornelia Rossi di Lugo- la cui bellezza fu cantata dal Foscolo. Bisogna ricordare infine, sempre per il costume, i seguitissimi voli in pallone dello
Zambeccari (non Livio, ovviamente), che vi trovò la morte nel 1812.
Dal 16 Aprile al 18 Luglio 1815 Bologna fu retta da un governo militare austriaco. Il Metternich voleva assorbire nel costituendo Regno Lombardo-Veneto
anche le Legazioni, e stavolta fu molto prudente nel non dispiacere i bolognesi, assicurando loro il rispetto delle proprietà acquisite nel periodo precedente. Per
quel che riguarda se tornare a inserire o meno la città nello Stato Pontificio, in teoria ormai non vi erano più le condizioni: il trattato di Tolentino del 1797 aveva
ceduto le Legazioni alla Francia, ora battuta dagli austriaci, dunque i nuovi padroni erano loro; ma soprattutto, agli italiani stessi non spiaceva una dominazione
straniera di fatto già entrata nel costume del nord Italia. Tuttavia, Bologna fu restituita a Roma, in parte perché i bolognesi non si opposero apertamente; in parte
grazie all’azione diplomatica del cardinal Consalvi, che dovette però accettare pesanti condizioni; e in parte perché, se Restaurazione doveva essere, che si
tornasse pure al governo precedente. Comunque l’Austria manteneva presidi militari a Ferrara e a Comacchio. Il governo papale divenne operativo dal 1816:
l’anno prima, con il Motu proprio del 6 Luglio, Pio VII aveva stabilito la sistemazione delle Legazioni, e si vide che la Chiesa non può cambiare: a parte il
riconoscimento dei diritti di proprietà precedentemente acquisiti dalla mobilitazione dei beni ecclesiaistici, non si dava alcuno spazio alla partecipazione dei
cittadini alla vita pubblica, come se non ci fosse stato il ventennio napoleonico, e i Legati- o Delegati che si chiamassero- erano scelti esclusivamente tra l’alto
Clero e dipendevano direttamente da Roma. Nemmeno a livello locale si trovavano amministratori laici: l’ago della bilancia del governo, dopo essere stato per
tre secoli, almeno nelle intenzioni, al centro, e dopo il breve periodo francese in cui si trovò tutto dalla parte del Senato, si trovava ora tutto dalla parte del Legato
(!).
Si vuole realizzare uno Stato fortemente accentrato, come sono tornate ad essere le monarchie d’Europa. Ma lo Stato Pontificio non può ambire a questo:
primo, perché comandano esclusivamente i preti- come nel medioevo, si torna a consigliare la carriera ecclesiastica; poi perché il papa non ha un esercito, ed è
costretto ad un’eventuale difesa ricorrendo agli austriaci- come nel medioevo, ci si serve di truppe mercenarie. Questa condizione sopravviverà fino all’Unità, ma
Bologna e le Romagne saranno sempre viste come un permanente focolaio di ribellioni e rivoluzioni. La frattura con Roma resterà insanabile. Del resto le
condizioni di vita in città sono cattive. Nel 1818 Bologna ha solo il 7% ca. di abbienti, mentre oltre il 50% della popolazione lotta quotidianamente per
sopravvivere. Sono tutti insoddisfatti: la nobiltà senatoria lamenta la mancata riconquista dei privilegi; quella non senatoria lamenta l’inserimento nella vita
pubblica che le si era prospettato con Napoleone; la classe media, o borghesia, lamenta parimenti l’esclusione da ogni partecipazione politica; gli ex-militari, ex-
funzionari, ex-tecnici, etc. napoleonici, fanno fatica a ritrovare lavoro; gli operatori economici, ora che c’è una dogana a pochi chilometri, faticano di più tra
barriere fiscali e impacci burocratici; le classi più popolari infine non hanno più quelle speranze che nutrivano negli anni della Cisalpina. I bolognesi però non
vogliono affrontare i rischi di una lotta aperta, e si contentano di un qualsivoglia governo, purchè stabile. Vi sono comunque tre correnti di fermenti politici: la
Carboneria, introdotta da Murat e formata dai più nostalgici funzionari di Napoleone, che vogliono eliminare il potere temporale della Chiesa; i riformatori
moderati, nobili e borghesi, che non sono contro la Chiesa, ma vorrebbero comunque maggiore partecipazione nello stato; e addirittura i nostalgici dell’antico
assetto di governo, quello che si rifaceva ai Capitoli di Niccolò V. Ovviamente solo le prime due correnti sfocieranno in qualche forma di vita politica attiva nel
secondo Ottocento. Si può però dire che Bologna se ne sta buona, e perfino indifferente (non si commuoverà nemmeno per i moti napoletani del 1821), perché il
mito napoleonico, e specie quello murattiano, con le delusioni che hanno portato, sono ancora troppo vivi nel ricordo di tutti.
Con Leone XII, salito al soglio di Pietro nel 1823, la Chiesa si fa ancora più intransigente: il Consalvi è dimesso, la Carboneria combattuta spietatamente, e
ogni liberalismo soffocato. La curia romana è dominata dalla corrente reazionaria degli “zelanti”. L’università viene parificata a quella di Roma, ma privata di
molte cattedre; l’intolleranza dei bolognesi verso il papa è ora ai massimi livelli. Tuttavia, non si reagisce. Il centro delle sommosse infatti sono le Romagne e i
cardinali Rivarola e Invernizzi fanno a gara nell’eseguire arresti e condanne, specie tra le sette carbonare. Forse il papa era animato da propositi sinceri di
redenzione, ma Bologna fu l’unica isola di tranquillità tra le Legazioni, in questo periodo.
Peraltro estremismi sanfedisti, cioè persone a sostegno del clericalismo più gretto e reazionario, in città non ve ne furono mai. Forse vi era invece ormai
un’abitudine al governo pontificio, chè tre secoli significano tutto sommato di più di vent’anni, benché il periodo francese fosse stato dirompente: era un
congiunto che tornava, anche se i tempi richiedevano ormai di tagliare i ponti con le vecchie parentele. Ma a Bologna gli abitanti hanno un’indole particolare,
quella bonomia della quale si stupì anche il Leopardi, giudicando che “la bontà di cuore vi si trova effettivamente…” (forse oggi è così solo in parte). La vita
culturale e mondana continua nei salotti di Palazzo Ruini (oggi Palazzo di Giustizia) e di Palazzo Malvezzi dè Medici (oggi sede della Provincia), frequentati da
illustri italiani e stranieri. Persino l’economia è in realtà in discreta salute, e questo grazie ai progressi in agricoltura- e persino in agronomia, con una cattedra
dedicata nel locale Studio. Sebbene di questo non si avvantaggiassero direttamente i contadini, intorno al 1830 il contado era già in grado di esportare grano e
riso in Toscana e nel Meridione.
Ciò non significa che si era così soddisfatti da non tentare un’azione rivoluzionaria: con Pio VIII infatti (1829-30) la politica papale di governo non cambiò di
una virgola. Le manchevolezze della pubblica amministrazione erano gravi, ma il “la” lo diedero i moti parigini del Luglio 1830, che provocarono l’avvento
della monarchia costituzionale di Luigi Filippo d’Orleans, e il conclave per l’elezione del nuovo papa, che richiamò a Roma tutti i cardinali- dunque anche il
legato bolognese- per un periodo piuttosto lungo. Ciro Menotti a Modena accelera i tempi della rivolta che da tempo andava preparando. Viene arrestato, ma il
moto scoppia ugualmente e costringe il duca alla fuga. I bolognesi, incoraggiati, si radunano il 4 Febbraio 1831, non sanno ancora che un papa ora c’è, eletto il 2,
e strappano all’inesperto prolegato Clarelli il formarsi di una Commissione Provvisoria di Governo, formata perlopiù da nobili e avvocati della corrente moderata
(Pepoli, Agucchi, Orioli, Vicini, Zanolini, tra gli altri). Il 5 Febbraio il mutamento di governo è di fatto avvenuto, senza spargere una sola goccia di sangue: il
Tricolore rimpiazza la bandiera pontificia, e il corriere giunto da Roma per comunicare l’elezione di Gregorio XVI, vi torna con le “nuove” del caso. Nei giorni
successivi la situazione si consolida, e l’8 Febbraio un decreto dichiara “cessato di fatto, e per sempre di diritto” il dominio temporale della Chiesa su Bologna.
Tale decreto aveva più che altro il compito di tenere saggiamente a freno le correnti più giacobine e reazionarie; questo atteggiamento continuò ad evitare
spargimenti di sangue, ma limitò le possibilità di un più ampio respiro democratico da dare alla rivoluzione. La quale dilagò comunque in dieci giorni per i tre
quarti del territorio pontificio, poiché lo stato era debole e praticamente privo di milizie; tanto che, inviati due cardinali, il Benvenuti e l’Oppizzoni per trattare
coi rivoltosi a Bologna e ad Ancona, essi vennero in entrambe le città respinti. Viceversa erano adesso i bolognesi che tentavano di darsi una Guardia Nazionale:
ci riuscì, ma era assai poco numerosa, benché entusiasta. I più valorosi condottieri del nuovo Governo non potevano ricevere i rinforzi, come il colonnello
Sercognani che restò isolato a Otricoli.
Comunque in Palazzo d’Accursio si riunirono i rappresentanti delle quarantuno città insorte, che consideravano la nostra città capofila dei moti delle
Legazioni: il 4 Marzo 1831 nacque il “Governo delle Provincie Unite”, il primo tentativo di autogoverno italiano ottocentesco. Si confermava la decadenza del
potere temporale della Chiesa, si inviavano finalmente rinforzi al Sercognani, si prendevano contatti con Parigi per avere apoggi. Ma proprio ora, giunse notizia
di un’azione militare austriaca contro i Governi Provvisori di Modena e Parma. I bolognesi credevano che gli austriaci avrebbero rispettato il territorio del
“Governo”, e si limitarono a sedare i disordini a Modena con l’aiuto del generale reggiano Zucchi. Ma i presidi austriaci di Comacchio e Ferrara insediarono una
nuova amministrazione in nome del Pontefice. Era avvenuto che il papa, in seguito al fallimento della missione Benvenuti-Oppizzoni, aveva chiesto aiuto
all’Austria. Ma questa non voleva guastare i rapporti con la Francia, ancora la protettrice di ogni “giacobinismo”. Solo quando il ministro Perier assunse un
atteggiamento più passivo nei confronti di chi voleva intervenire, pur non intervenendo egli personalmente, gli austriaci ebbero via libera. Gli eventi
precipitarono repentinamente: mentre lo Zucchi resisteva ad Ancona, gli austriaci, seguiti di lì a poco dal cardinale Oppizzoni, entravano in Bologna: il
“Governo” capitolava (26 Marzo). L’autorità pontificia tornò nuovamente pienamente operativa però, solo nel 1838.
Il governo romano, dopo il fallimento dei moti di Romagna, non volle fare concessioni e perseguitò i principali responsabili, oltre a non accogliere il
memorandum che l’Austria gli aveva suggerito. Quest’ultima si era ritirata troppo presto dall’occupazione della città e aveva dato modo a Bologna, Forlì e
Ravenna di instaurare una forma permanente di disobbedienza civile, supportata dalla stessa Guardia Civica che in teoria doveva servire il papa. Il quale non
riusciva più a controllare le Legazioni, nemmeno con l’aiuto di un’improvvisato esercito di cosiddetti “centurioni”, cioè contadini umbri e marchigiani. Così
chiese nuovamente aiuto all’Austria, il cui esercito al comando di Radetzky entrò dalla solita porta il 28 Gennaio 1832; il cardinal Albani soppresse la Guardia
Civica e chiuse l’università, oltre ad esigere la consegna delle armi. La Francia dal canto suo, per non essere da meno, occupò Ancona. Cominciavano per
Bologna i duri anni detti “gregoriani”, anni di oppressione, anche se nessuno aveva dimenticato i giorni del ’31. Il ’36 l’Albani se ne partì, ma gli austriaci lo
fecero solo alla fine del ’38. Nel frattempo erano giunte in città le idee di Mazzini, Buonarroti e Saint-Simon, dunque ripresero immediatamente i propositi
rivoluzionari. Un primo tentativo si ebbe nel ’43 per opera di alcuni facinorosi di svariate matrici politiche- ex-carbonari, mazziniani, progressisti- e di diversa
estrazione sociale: nobili, popolani, addirittura facchini e contrabbandieri, guidati da Livio Zambeccari. Si erano messi d’accordo con gli omologhi napoletani,
ma questi ultimi alla fine non si mossero, i bolognesi tentarono lo stesso e vennero inseguiti e dispersi sull’appennino. Un secondo tentativo, anch’esso fallito, fu
dovuto al colonnello nizzardo Ribotty, che marciò verso Imola coi soliti quattro gatti, addirittura per sequestrare il futuro Pio IX: quasi tutti vennero processati e
condannati.
E’ adesso che viene alla ribalta la corrente dei moderati, stanchi sì del governo clericale, ma anche di sterili rivoluzioni. Erano interessati al liberalismo politico
e al liberismo economico, nobili o borghesi, di mentalità aperta, e l’uomo che li rappresenta meglio è Marco Minghetti, il futuro primo ministro del Regno
d’Italia. I bolognesi moderati lo sono di nome e di fatto: vogliono miglioramenti nell’amministrazione e nell’economia, ma preferiscono comunque non
disgustarsi con le leggi e i Principi, e in città il Principe è il papa. Stanno insomma alla finestra, atteggiamento autenticamente felsineo.
Peraltro a Bologna si stava meglio che altrove, all’interno dello Stato Pontificio, da un lato; per altro verso, proprio dove si stava male, per esempio in
campagna, non si pensava a profondi interventi risorgimentali, ma solo a mangiare di più.
Il bolognese, anche grazie al dialetto, trovava sempre un’espressione demitizzante e che aiutasse a sopportare meglio la vita. La quale ebbe, anche in questi
anni, i suoi momenti felici: ricordo solo i “voli” del Muzzi con la sua stravagante macchina, che in realtà non volava per niente, e le esibizioni all’Archiginnasio
dello Stabat Mater di Rossini (che tra l’altro risiedeva in Strada Maggiore).
Nonostante il falimento dei moti di Romagna, nell’autunno del 1845 ne scoppiarono di nuovi: il 23 Settembre alcuni facinorosi s’impossessarono di Rimini,
mentre Luigi Carlo Farini diffondeva un Manifesto ai principi e ai popoli d’Europa, che conteneva le principali accuse verso il governo pontificio; ma i
bolognesi lasciarono i conterranei isolati e l’insurrezione fu presto domata. Ma il D’Azeglio ne approfittò per diffondere uno scritto dello stesso tenore, Degli
ultimi casi di Romagna, che ebbe maggior fortuna, anche presso altri moderati, come il Minghetti. Intanto, Gregorio XVI moriva e soli quindici giorni dopo
veniva eletto papa Pio IX, il cardinale Mastai-Ferretti di Senigallia (16 Giugno 1846), per un pontificato che si sarebbe rivelato il più lungo della storia (fino al
1878). E che fu strumentalizzato a più riprese, a partire dalla consueta amnistia che il neo-papa concede a tutti i condannati politici non rei di delitti comuni, che
venne nella fattispecie arbitrariamente accostata alle posizioni liberali; dimenticando che il papa non intendeva disapprovare con ciò il suo predecessore.
Chiunque intendesse calcare le orme del Gioberti, finanche il Metternich o Ferdinando II re delle Due Sicilie, videro in Pio IX il neo-guelfo che ci voleva in quel
momento. A Bologna si acclamò persino la fortuna di essere retti da un papa, sebbene fosse stata, da sempre, proprio tale situazione ad averne fatto la città
immobile che era. Il legato Vannicelli era invece avversato, sdoppiando così lo stesso identico potere in un centro “buono” e in aiutanti “cattivi”, operazione
storicamente ben nota. Anche la nomina a Segretario di Stato del cardinale Gizzi, ritenuto non avverso al liberalismo, venne interpretata come un’apertura verso
il riformismo; in realtà il Gizzi non era favorevole all’adozione di “certe teorie” (cioè, quelle liberali). Il ritorno in famiglia degli amnistiati Pepoli, Silvani,
Zambeccari ed altri, fece riconoscere alla cittadinanza, dopo l’entusiasmo iniziale, che nulla era cambiato nella situazione di governo bolognese.
Il Legato Vannicelli, in particolare, coi suoi metodi polizieschi e con l’istituzione di una risibile Guardia Civica, da tempo richiesta, convinse alcuni moderati,
tra i quali il Minghetti, a partire per Roma per parlare direttamente col papa. Marco Minghetti si conquistò la stima del pontefice e diede così avvio alla sua
carriera politica; meno fortunato fu il Tanari. La missione diplomatica riuscì comunque a far sostituire il Vannicelli con l’Amat, già legato di Ravenna e noto per
aver aiutato nel 1843 alcuni perseguitati politici. Egli arriva in Bologna il 3 Gennaio del ’47 e si rivela fin da subito più benevolo verso le libertà d’espressione,
sebbene imperasse ancora la censura. Il giornale rappresentativo delle nuove correnti è il Felsineo, diretto per sei anni dal Berti-Pichat e organo della Conferenza
economico-morale, con a capo il Minghetti e membri il Tanari, l’Audinot, il Pizzoli, il Massei, il Ranuzzi. I punti fermi di questi signori sono: ossequio a Pio IX,
che si spera renda poco traumatico il passaggio dal conservatorismo al riformismo; richiesta dell’inserimento di laici negli organi governativi; richiesta di una
lega doganale fra gli stati italiani, in nome del liberismo economico; rifiuto di ogni estremismo rivoluzionario. Dai minghettiani, o girondini, si staccano però il
Berti-Pichat ed altri, detti radicali, (con il loro giornale L’Italiano), che guardano con maggior urgenza all’unità d’Italia e in generale sono per interventi più
energici. Una terza corrente, di mazziniani e democratici (col giornale Il Povero), che comprende p.es. Livio Zambeccari, è sfiduciata verso il governo e ha come
urgenza gl’interventi sociali. Poi vi sono i conservatori, col loro settimanale La Farfalla. Tutti questi schieramenti ovviamente non sono rigidissimi. E a
prevalere, tra tutti questi schieramenti, almeno fino al ’48, saranno i minghettiani, cioè i moderati, che , si badi, lo erano forse più in pratica che nei propositi o
nell’intimo. Anche i radicali, infatti, preferivano comportarsi, per antica indole felsinea, da moderati. Il Tanari, in particolare, si distingue per attuare, per via
epistolare, un collegamento tra le altre città dello Stato Pontificio: Ancona e Perugia accolgono entusiasticamente le idee che andavano maturando a Bologna.
Dal Giugno ’47 in poi la corrispondenza si estende ai liberalismi lombardi, piemontesi e toscani: il merito della nostra città, specie col bureau dell’Audinot, è
proprio stato quello di creare un movimento politico che organizzasse i riformismi delle legazioni all’interno dello Stato Pontificio, merito che ora appariva ben
chiaro anche in ambito nazionale; solo, si pretendeva di mantenere Roma come aiuto imprescindibile del moto riformistico, essendo i due cardini della faccenda,
rispettivamente quello conservatore e quello liberale, proprio il papa e Bologna. Si voleva la quadratura del cerchio. Piano piano, comunque, qualche
concessione arrivò da Roma: una censura meno rigida ma, soprattutto, dal 30 Luglio del ’47, l’istituzione di una Guardia Civica, sul modello della Guardia
Nazionale francese (era il più grosso successo dei girondini). La reazione dell’Austria fu l’occupazione di Ferrara, e la reazione a questa occupazione fu una più
decisa coalizione liberale-riformista, poiché era ora chiaro che l’Austria mirava (sia pure con dichiarazioni opposte) a minare l’indipendenza del papa. Il
Felsineo, nel Lombardo-Veneto, poteva circolare solo clandestinamente: l’importanza di Bologna era ora capitale a livello nazionale.
Nell’autunno la crisi si risolve con un compromesso all’italiana: gli austriaci continuano a tenere Ferrara (e non solo il castello); ma alle porte della città vi
sono truppe pontificie. Intanto, nella nostra città, il Minghetti entra finalmente nella Consulta di Stato, istituzione che, insieme alla Guardia Civica (con a capo
tizi che non sanno distinguere un fucile da una scopa), avrà peso psicologico fondamentale nel preparare il ’48.
Si dice, ancor oggi, per significare uno scompiglio generale e grandissimo: “è successo un quarantotto”, o “fare un quarantotto”; l’espressione deriva,
come si sa, dai moti liberali del 1848 che scoppiarono IN TUTTA EUROPA (!), e chiaramente Bologna non fa eccezione. L’anno si rivela fatidico fin da subito: i
primi mesi si hanno gli Statuti o Costituzioni di Napoli, Torino e Firenze; il papa concede finalmente uno Pontificio Statuto Costituzionale, impensabile fino a
cinque mesi prima; si ha la rivolta vittoriosa di Milano (le celebri Cinque Giornate del 18-22 Marzo). Con questi esempi i bolognesi si decidono anch’essi per un
intervento immediato verso Modena, per scacciare il duca Francesco V, o verso Ferrara, per scacciare gli austriaci. Dapprima, su indicazione del legato Amat e a
pretesto di un (presunto) sconfinamento di sanfedisti in territorio pontificio, la Guardia cittadina arriva a Castelfranco (allora sotto Bologna), e il duca modenese
fugge mentre lo Zambeccari entra in Modena. A Ferrara però, il Tanari e compagni non possono nulla perché le forze austriache sono troppe e non vi è neppure
l’autorizzazione a procedere ad una guerra aperta; rientrano così a Bologna (fine Marzo). Ma il solito Minghetti (è curioso che l’unica piazza intitolata a lui, che
io sappia, sia nella sua Bologna- di fronte alle Poste: meriterebbe un ricordo migliore) non aveva perso tempo, e aveva convinto Pio IX a mobilitarsi con un
esercito con a capo il generale Durando: il 5 Aprile egli, giunto in città, proclama una sorta di Guerra Neo-guelfa, nientemeno paragonando il papa ad un suo
predecessore, Alessandro III, quello del Barbarossa. Puntuale giunge la disapprovazione da Roma a simili sciocchezze: l’invasione del Lombardo-Veneto è così
impedita e il Tanari se ne va a Milano, fuggendo dalla nostra “città d’indecisi”. Pio IX si spinge oltre con la famosa allocuzione del 29 Aprile, in pratica una
dichiarazione di neutralità fra i popoli cattolici (e in questa parte d’Europa lo erano tutti), decisione religiosa ineccepibile, decisione politica disastrosa. Infatti la
guerra diventa ora albertista, cioè ci si mobiliterà comunque, (peraltro senza intaccare la penetrazione austriaca in Italia, chè anzi Vicenza capitola), ma non in
nome del papa, bensì a sostegno di Carlo Alberto re del Piemonte. Col fallimento di quest’ultime battaglie, che coinvolsero grandi nomi come il Farini o il
maresciallo Radetzky (questo mio è solo un riassunto, ovviamente), la guerra si ferma, ai primi di Giugno, per tre mesi. Almeno così voleva il Durando. Intanto i
moderati si riprendono, stavolta con a capo il Mamiani, ma la loro credibilità è scemata, tanto che né loro né uno Zambeccari, vecchio radicale, riescono ad
instillare alla città la voglia di reagire alla nuova iniziativa austriaca (né forse si poteva): vittoriosi a Custoza, essi varcano il Po al comando del maresciallo
Welden, mentre le truppe pontificie fuggono. L’Austria voleva evidentemente controllare l’offensiva in Lombardia; ma il 6 Agosto il prolegato Bianchetti
(l’Amat era in vacanza…) manda una deputazione al Welden, che questi intende ricevere solo quando sarà già in Bologna; il 7 Agosto gli austriaci vi sono
effettivamente già entrati, mentre i cittadini dormivano. La giornata passa tranquilla seppur tesa, ma già la sera vi sono gravi incidenti, e l’indomani tutto il
popolo, nessuno escluso, s’impegna a cacciare finalmente i “barbari” dalla città: quando un vecchio che portava una carretta di pomi viene trapassato dalla
baionetta di un tedesco, è il finimondo. Le campane suonano a stormo, e tutti si dirigono alla Montagnola, epicentro della battaglia: dalle cinque alle sette del
pomeriggio si combatte aspramente, con perdite soprattutto da parte austriaca; al tramonto la città (e il contado) è libera. Il Welden si ritira a Rovigo e viene pure
rimproverato dal Radetzky.
La zona degli avvenimenti, oggi è un parcheggio noto per un mercato dell’usato, Piazza dell’8 Agosto per l’appunto.
E’ la piazza più brutta di Bologna, con Piazza Roosevelt: andrebbe riqualificata in qualche modo. Personalmente, forse sono l’unico, quando passo di lì vedo
talvolta ancora Les Autrichiens chassès de Bologne, secondo il titolo di un disegno dell’Illustration Francaise (sulla Bologna attuale, comunque, meglio: sullo
schifo che è la Bologna attuale, rimando il lettore alla fine di questo riassuntino storico). Quella giornata fu realmente straordinaria, anche per chi come me non
si commuove alla facile retorica patriottica, per un motivo molto semplice: fu una reazione spontanea e popolare.
A differenza di quel Risorgimento che vorrebbero certi storici, fatto da un popolo in armi povero ed entusiasta, Risorgimento che non è mai esistito.
Le conseguenze dell’8 Agosto sono rappresentate da un ritorno alla tranquillità: le lodi giungono entusiastiche e sincere da Roma; la Guardia Civica, dopo un
periodo in cui è scavalcata dalle ancora baldanzose forze popolari, si ricongiunge con queste e resta alle porte della città; il ritorno del legato Amat (3 Settembre)
pacifica le fazioni e allontana il Masini, ex-capo dei popolani. Economicamente la situazione è però precaria per via di una produzione agricola guastata da
cattive annate. Politicamente, sono sempre i moderati a tornare alla ribalta col giornale L’Unità e il loro Circolo Felsineo. Nel Novembre sono però i democratici
ad assumere una posizione di rilievo nell’ambito del Felsineo, grazie ad una crisi del governo pontificio (Pellegrino Rossi viene ucciso e il papa fugge a Gaeta).
Il Circolo si chiama ora Nazionale Bolognese per simpatia col progetto di Costituente propugnato in Toscana da Giuseppe Montanelli (tra l’altro un avo del
grande Indro). Lo stesso mese nasce il Circolo Popolare Bolognese, in teoria apartitico, in realtà così democratico da essere radicale. Come sempre comunque, è
difficile capire le intenzioni e il pensiero degli uomini fermandosi alle denominazioni di circoli e partiti.
La Repubblica Romana, annunciata ufficialmente il 12 Febbraio 1849, lasciò Bologna sostanzialmente indifferente: né del resto la città ebbe influenza diretta
sulla sua proclamazione; come si sa, questa fu piuttosto la naturale conseguenza della Costituente del Novembre dell’anno prima. I bolognesi, in maggioranza,
restarono distaccati in parte per abitudine verso quanto accadeva a Roma, in parte per l’influenza dei conservatori; comunque, nessuno voleva un’aperta
ribellione al papa. Ovviamente l’impegno dei due maggiori circoli cittadini era ben diverso, ma nulla potevano fare da dov’erano; tant’è che i democratici più
accaniti si trasferirono a Roma, portando, loro sì, un valido contributo ai lavori. In città riprese piuttosto l’opposizione dei soliti moderati, che ebbero la
maggioranza in Consiglio comunale, ma quando l’esercito repubblicano francese attaccò la Repubblica Romana, Bologna ebbe lo stesso impeto di ribellione del
glorioso 8 Agosto. A Maggio si esprime in Consiglio la volontà di combattere questo sopruso, e di prepararsi ad affrontare gli austriaci; ma i militi bolognesi
erano ora a Roma, a morire per quella Repubblica, (molti furono i giovani, tra i quali il Pietramellara), al comando di Garibaldi, cosicché Bologna si trovava in
realtà sguarnita. Alle 8 dell’8 Maggio (1849), gli austriaci attaccano tre porte della città, e solo il colonnello Boldrini è in grado di proteggere quella di Galliera,
cadendo peraltro in combattimento. Ma il Wimpffen, comandante austriaco, ha deciso per un fuoco di artiglieria di logoramento, sfruttando le alture di San
Michele e dell’Osservanza; inoltre lo accompagna l’inviato di Pio IX mons. Bedini, il che permette di ammantare di legalità l‘intera battaglia. Nonostante questo,
il popolo, in disaccordo col Consiglio comunale, intende resistere; solo il 16 Maggio i bolognesi cedono per sfinimento, ottenendo la promessa che si eviteranno
rappresaglie.
Promessa non mantenuta, poiché ne fa le spese anche il padre barnabita Ugo Bassi (quello dell’omonima via in pieno centro a lui intitolata), noto per il suo
apostolato patriottico e catturato in Romagna con il Livraghi: dopo un processo-farsa (in puro stile tedesco) a Villa Spada, vengono entrambi fucilati sotto il
portico dell’attuale stadio Dall’Ara, esattamente un anno dopo il glorioso 8 Agosto.
Ovviamente, dopo la restaurazione pontificia del ‘49, è di nuovo bandito ogni laicismo liberale nelle Legazioni (la Chiesa è davvero incapace di muoversi di
un millimetro dalle sue posizioni, si direbbe: e un po’ è sempre stato così). Il Minghetti, ora in Piemonte, s’illudeva di avere precedentemente persuaso Pio IX di
mantenere qualche forma di garanzia costituzionale; invece il papa era tornato addirittura al conservatorismo di stampo gregoriano (!) A ciò si aggiungevano gli
austriaci, che mantennero nei fatti Bologna in stato d’assedio per altri otto anni. Al triumvirato (Mazzini-Saffi-Armellini) si sostituiva ora una commissione di tre
cardinali. In questo modo, in piena industrializzazione europea, anche l’economia di una città cardine per la sua posizione nord-sud, restava immobile (si stavano
quasi cancellando gli effetti positivi della mobilitazione napoleonica dei beni ecclesiastici). Con ciò si guastarono, fino all’Unità, i rapporti tra Bologna e Santa
Sede. E il Piemonte tornò ad esser visto come guida per il riscatto, ora dell’Italia tutta. Perdurano tuttavia le cospirazioni: la popolana Zanardi, già combattente a
Roma, è molto attiva nel diffondere l’idea repubblicana, ma nell’autunno ’51 viene arrestata dagli austriaci e i suoi compagni fucilati: è forse il periodo più duro
per Bologna, la cui dominazione papale è ora realmente insopportabile, ben più che nel trentennio post-napoleonico, visti i moti liberali nel frattempo scoppiati.
A riaccendere le speranze fu il Cavour, che profilò l’ipotesi di un’indipendenza italiana realizzata con il tramite della monarchia costituzionale piemontese,
idea che ai bolognesi non dispiacque; ma nel 1855, l’anno della ben vista guerra di Crimea, il colera se ne portò via 3500. Nel 1856, al Congresso di Parigi, si
fece il punto anche sulla situazione bolognese; e il Cavour mandò in missione “segreta” il conte Castelli a Bologna, per raccogliere firme di prestigio da apporre
ad un memoriale che esponesse la situazione delle Legazioni: e il solito Minghetti (andrebbe maggiormente ricordato!) vi provvide. Il governo romano, per
reazione, preparò allora nell’estate 1857 un viaggio “di propaganda” di Pio IX, attraverso le Legazioni, per dimostrare l’infondatezza della situazione palesata
dal Cavour, e per scongiurare un’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, anche. Ma non erano ovviamente previste concessioni politiche. A Bologna il papa
giunse il 9 Giugno, e vi si trattenne fino al 17 Agosto: la città accolse con ossequio il capo della cristianità, ma con una freddezza che indicava disapprovazione
verso il suo governo, anche da parte delle classi più elevate; il solito Minghetti tentò inutilmente ancora una volta di parlargli.
Così il viaggio del papa si rivelò un completo fallimento sul piano politico. Il 16 Agosto 1857 l’inaugurazione del nuovo teatro di Rimini fornì il pretesto al
Tanari per chiedere al Minghetti la costituzione di un movimento che fosse disposto a fare sul serio: ma il Minghetti non se la sentì; così il Tanari raccolse
insieme le forze politiche di diversi indirizzi, moderati, radicali, repubblicani, scegliendoli tra i suoi amici marchigiani e romagnoli, e si giunse l’estate del 1858,
grazie al bolognese Paselli, rifugiato in Piemonte dal ’55, ad un accordo tra i bolognesi stessi e la Società Nazionale di Giuseppe La Farina, fondata a Torino con
propositi molto simili a quelli del Tanari, tra cui due principali: appoggio alla monarchia dei Savoia fino a quando operasse per la causa italiana, e guerra
all’Austria. La sezione bolognese della Società, detta Comitato rivoluzionario, fu molto attiva, diretta com’era dal Tanari, dal Casarini e dall’Inviti, che si
occuparono rispettivamente dei rapporti con Torino, coi bolognesi e con la Romagna. Al successo del Comitato non fu estranea la presenza di Garibaldi nella
Società torinese, popolarissimo in Romagna (vi era morta la moglie Anita), e la vicenda del romagnolo Orsini, l’attentatore di Napoleone III, finito sulla
ghigliottina. I cittadini più cauti invece, cosiddetti della malva per le proprietà soporifere di questa pianta, se ne rimasero fuori. Il Comitato raggiunse diverse
migliaia di aderenti nel 1859, per cui le truppe pontificie, presentendone una probabile vittoria, più che assecondarli, frenò gl’impeti persecutori del comando
militare austriaco, sempre più arrogante per lo stesso motivo; e così fece il cauto legato Milesi, amante del quieto vivere. Le “previsioni” si avverarono puntuali.
Il 16 Aprile 1859 il La Farina inviò al Tanari un messaggio in codice che conteneva diverse indicazioni, a seconda se si riteneva di dover intervenire subito o di
aspettare (p.es., “comprate” significava: insorgete ad ogni costo; “vendete”: non insorgete, e così via), nel frattempo diversi bolognesi raggiungevano Torino. Il
23 Aprile l’Austria intimò l’ultimatum al Piemonte; il 27 la Toscana, con Ricasoli al governo provvisorio, cessò di essere Granducato; il 29 l’Austria invase il
Piemonte. A Bologna si aspettavano sviluppi positivi dalla guerra prima di muoversi, poiché era impensabile un subitaneo rivolgimento sull’esempio della
Toscana, che non aveva avuto né papa né austriaci sulla sua strada. Si sperava in particolare l’ovvio intervento di Napoleone III, che però dichiarò sì guerra
all’Austria, ma garantendo al papa di non toccare il suo potere temporale. La situazione era bloccata. Si sbloccò con la vittoria a Magenta dei franco-piemontesi,
che aprì loro la via di Milano e costrinse gli austriaci a sgombrare Bologna.
Sul tipo di governo da instaurare in città a cose fatte, il summenzionato dispaccio del 16 Aprile aveva in realtà taciuto, lasciando l’iniziativa ai bolognesi; i
quali la presero invocando immediatamente la dittatura di Vittorio Emanuele II, escludendo quindi ipso facto l’autorità pontificia. Di fatto però vi fu una fase di
transizione durante la quale si preferì, per non far mostra di aver tradito i più liberali fautori della rivoluzione, proclamare (12 Giugno) una Giunta Provvisoria di
Governo con a capo Gioacchino Napoleone Pepoli e membri il Casarini, il Montanari, il Tanari e il Malvezzi; governo peraltro auspicato esplicitamente dal
Cavour e da un altro Napoleone, quello francese.
Il 12 Giugno 1859 segna così la fine di più di tre secoli di dominazione pontificia a Bologna: vi era stato un solo morto.
Anche le altre Legazioni, dopo Bologna, si distaccarono pacificamente dall’autorità pontificia, con qualche eccezione (p.es. Perugia, ch’ebbe una battaglia
sanguinosa). Intanto Cavour, il 14 Luglio, inviava in città Massimo d’Azeglio quale regio commissario, che vi restò fino alla fine del mese, sebbene richiamato a
Torino in seguito alle dimissioni del Cavour stesso conseguenti all’armistizio di Villafranca. Al d’Azeglio succedette il Cipriani fino all’Ottobre; finalmente gli
subentrò Luigi Carlo Farini, che governò fino al plebiscito di annessione al Regno sabaudo (11-12 Marzo 1860). Occorre spendere qualche parola per questi
nove mesi di “gestazione”, per così dire (cioè dal 12 Giugno 1859 al Plebiscito). Fu un periodo breve ma che segnò per decenni l’evolversi della
democratizzazione di Bologna, (si potrebbe sostenere: dell’Italia intera) poiché durante tale periodo alla città non fu lasciata in pratica alcuna autonomia politica;
la “piemontesizzazione” delle Legazioni, a sua volta subordinata in qualche modo a Napoleone III, fu troppo pesante da sopportare per quelle città, come
appunto Bologna, ch’erano state tra le fautrici della rivoluzione. Ma fu il prezzo da pagare pur di scongiurare il ritorno di una restaurazione pontificia.
La cessione di Nizza e della Savoia alla Francia operata dal Cavour, per mantenere l’Emilia e la Toscana, diede il via libera all’annessione di tutti i territori
precedentemente liberati al Regno Sabaudo: fu infatti un plebiscito solo di nome, poiché l’unica alternativa era un Regno Separato (non erano previste né la
restaurazione papale né la Repubblica).
In città solo 63 voti furono per il Regno Separato (su 95000 cittadini, beninteso votanti, sebbene ca. un quinto di essi non avesse votato)!
Il 18 Marzo 1860 Bologna è ufficialmente sabauda; psicologicamente l’evento ha portata enorme, poiché ci si sente finalmente integrati nell’Italia del nord; la
ferrovia poi collega già la città con Torino (ancor oggi Bologna è il nodo ferroviario di smistamento tra il nord e il sud del paese). Lo stesso anno può
considerarsi quello di nascita della Società Operaia, nata come Associazione degli Operai per iniziativa di Livio Zambeccari (la città si sta ora dimenticando della
sua anima operaia, dopo aver dimenticato quella contadina). I tempi sono davvero nuovi, poiché re Vittorio entra in Bologna (il 1° Maggio) non dalla solita porta
(San Felice), ma da Santo Stefano, e giunto in Piazza Maggiore, a lui intitolata, viene celebrato non in cattedrale (San Pietro), bensì in San Petronio. Lo stesso
anno si conclude clamorosamente (con la spedizione garibaldina dei Mille) e assai rapidamente, com’è stranoto, l’Unità d’Italia.
Il 14 Marzo 1861 Vittorio Emanuele II assume il titolo di (primo) re d’Italia, e anche Bologna esulta; ma in Settembre la città è già in una crisi economica.
Sono le popolane a fissare il prezzo del pane. Poi per un po’ la nostra città si defila dalla ribalta dei grossi avvenimenti (compiacendosi per lo spostamento del
centro direzionale dello stato da Torino a Firenze, più vicina); ma vi ritorna col riaffacciarsi della questione romana (ricordo che il neonato Regno d’Italia non
controllava ancora né Venezia né Roma). Bologna diventa la sede di una contestazione antigovernativa con le elezioni politiche del ’67. Vi sono coinvolti un po’
tutti, dal Carducci professore all’università, al Filopanti presidente della Società Operaia, ai commercianti tutti. La repressione è durissima: arresti, soppressioni
di giornali, dispersione dei manifestanti; l’amnistia in occasione delle nozze tra Umberto I e la cugina Margherita placa finalmente le acque. Il motivo dei
disordini era stato ovviamente l’antica simpatia dei bolognesi per Roma, città che, nel bene e nel male, rappresentava tre secoli della sua storia; inoltre, a dieci
anni dalla cessazione del dominio pontificio l’economia non va per niente bene, poiché si punta su una produzione industriale che tarda ad arrivare (arriverà solo
sul finire degli anni ’80- e porterà con sé lo sventramento del centro storico). La caduta di Napoleone III a Sedan e la breccia di Porta Pia (che segna la fine del
potere temporale del papa), sono ovviamente accolti bene in città, ma non mancano proteste da parte dei vari gruppi politici; in particolare comincia ora a
manifestarsi uno dei temi cardine della vita politica bolognese nei decenni successivi: la polemica tra anticlericali e cattolici.
Ovviamente, fino alla vigilia della Grande Guerra, la classe dominante, anche a Bologna, come ovunque, sarà la borghesia. Dopo il trasferimento della capitale
d’Italia a Roma (1871), però, la situazione in città appare peculiare, in quanto è il partito liberale ad essere dominante, visti i suoi trascorsi nella lotta per l’Unità,
ma i cattolici all’opposizione hanno adeguate possibilità finanziarie per poter competere, potendosi anche avvalere dell’apporto di molti membri della vecchia
aristocrazia; il loro giornale, L’Ancora, assume tesi di sapore populista, lamentando la scarsa partecipazione della cittadinanza alle urne (fenomeno comune al
resto d’Italia). La prima vera questione sulla quale si scontrano cattolici e liberali è però l’istruzione: il sindaco Casarini fa sapere subito al nuovo arcivescovo
Morichini che l’insegnamento religioso a Bologna sarà facoltativo; il IX Congresso Pedagogico italiano del ’74, svoltosi in città, conferma questa posizione.
Comunque la nostra è una delle città italiane a raggiungere per prime un soddisfacente livello d’istruzione sia primario che secondario. Il ministero Depretis, che
nel ’76 pone la Sinistra al governo, non ha da noi grosse ripercussioni, in quanto il Minghetti resta la figura dominante della vita politica cittadina. I cattolici,
grazie alla Società della Gioventù cattolica dell’Acquaderni, però, complice il favore che incontra presso il nuovo papa Leone XIII (dal ’78), assicurano alla
diocesi bolognese una certa preminenza sulle altre diocesi in ambito nazionale. Tant’è che in città nasce addirittura una baruffa tra cattolici intransigenti e
transigenti (non la riporto nei dettagli), che si risolve con la crisi del clericalismo più intransigente, anche perché ormai lo stato italiano, specie con la Triplice
Alleanza, può dirsi solido. I problemi interni restano però notevolissimi. A Bologna in particolare l’emancipazione sociale e specialmente quella operaia
assumono connotazione urgente e richiedono posizioni non più paternalistiche, bensì sovversive. L’arma principale di affermazione dei diritti è in questi anni
(specie ’84-’86) lo sciopero. Il socialista imolese Andrea Costa è una figura determinante per la lotta operaia in città, ma anche i democratici sono molto attivi; in
crisi invece i repubblicani, (specie dopo la morte di Mazzini, 1885), tanto che nell’89 fallisce il tentativo di conciliazione tra questi e i moderati del forlivese
Saffi, che aveva un programma simile a quello dei socialisti, dall’emancipazione dei lavoratori al suffragio universale e che morirà l’anno seguente. E’ a questo
punto che la frattura tra socialisti e anarchici (quest’ultimi erano radicalmente rivoluzionari) è inevitabile, e culminerà nel Congresso di Genova del ’92, con la
nascita del Partito dei Lavoratori Italiani.
Verso la fine del secolo il panorama politico bolognese è il seguente: dominano i liberali, divisi tra i moderati (col loro giornale La Gazzetta dell’Emilia) e i
progressisti (con Il Resto del Carlino, fondato nel 1885); all’opposizione stanno: i clericali; i socialisti; pochi repubblicani, e ancor meno anarchici. Alla vigilia
della caduta del governo Crispi, i cattolici si presentano alle elezioni e riescono ad andare al governo coi liberali (1895); nei primi anni del nuovo secolo, con Pio
X (dal 1903) la loro unione sarà praticamente simbiotica, grazie all’attivissimo card. Svampa. All’opposizione, la sinistra organizza soprattutto scioperi proletari,
particolarmente nel settore agrario, ma ormai Bologna può dirsi in piena democratizzazione, che si completerà nel 1913 col suffragio universale. Il ’13 e il ’14
vincono, con maggioranza piena, i socialisti, che scelgono come sindaco Francesco Zanardi, il “sindaco del pane”, come venne detto per la sua politica di
controllo sui prezzi.
Veniamo infine al Novecento. Bologna, al di là degli avvenimenti vissuti (o forse determinati, è il caso del fascismo, vedi oltre) si dimostra tuttavia coerente:
chè la città è rimasta politicamente “socialista” in modo massiccio. E, in modo massiccio, è rimasta pure coriacemente cattolica.
In una parola, Bologna è conservatrice. In essa debbono coesistere, da sempre: la sua posizione centrale di traffico e di commercio; la sua collocazione nella
pianura come metropoli agricola; la sua storia di città guelfa in contatto con le altre città del nord; la sua tradizione universitaria che ne fa un centro culturale
interregionale e internazionale. Evidentemente, troppe cose per poter scegliere di essere altro che un perenne tentativo di giungere ad un superiore equilibrio
sociale e umano. Bologna “la dotta” e “la grassa” va bene; ma Bologna “la rossa” no: solo in apparenza.
Vediamo un po’ (rimando comunque sempre a ben altri testi e manuali): fino allo scoppio della guerra del ’15 la città resta con’un economia a carattere
prevalentemente agricolo; pur avendo notevoli possibilità di scambio commerciale grazie alla sua posizione geografica, Bologna non può dirsi metropoli, poiché
il suo centro murato vive del contado ma non lo scavalca: per certi versi può dirsi ancora un municipio medievale. L’industria è sì in crescita, ma non abbastanza
supportata da un adeguato spirito imprenditoriale il quale, per antica abitudine, concentra la sua attenzione sugli spazi intorno alla via Emilia: la vasta “bassa” a
nord è ancora interamente rurale. Le mura sembrano impedire l’osmosi col territorio, tant’è che Bologna è ospitale coi forestieri (gli studenti) ma non con
gl’immigrati (i lavoratori), i quali non trovano un mercato del lavoro sufficientemente elastico (anche il ceto impiegatizio è numericamente scarso). La nobiltà
(tipicamente bolognese, cioè di terra, non di spada), dal canto suo, unica forza che potrebbe fare da intermediario con la campagna, non intende uscire dal suo
privilegiato immobilismo. Persino l’artigianato, assai numeroso, è funzionale all’agricoltura.
Anche i progressi dei movimenti sindacali e associativi in genere sono molto lenti, per meglio dire, frenati dagli stessi motivi appena detti; sebbene, come in
tutt’Italia del resto, essi siano tangibili. Altrettanto si può dunque dire del Partito Socialista, nel quale più si vedono, fin dal suo nascere, propositi riformisti: a
Bologna è attivo, senza dubbio, fino anzi ad assimilare al suo interno anarchici ed ingenui impazienti di una rivoluzione; ma i suoi dirigenti hanno un po’ le mani
legate dalla scarsa decisione (e presenza, in senso letterale) della borghesia e dell’industria in seno ad un’economia ancora rurale. Né il riformismo avrà mai quel
carattere addirittura anti-patriottico che gli si è talvolta attribuito.
L’industria bolognese, subito prima della guerra, è alimentare e meccanica, cioè, di trasformazione dei prodotti dell’agricoltura, e a dimensione artigianale; con
la guerra, essa diviene anche chimica e tessile; meno sviluppato il settore edilizio (questo sarà un problema). Ciònonostante, la disoccupazione nel 1919 riguarda
già un settimo degli abitanti in età da lavoro. I problemi erano quelli tipici post-bellici, cioè di riconversione dell’industria, impossibile a Bologna per mancanza
di fondi e per la disorganizzazione del mercato; e non si poteva certo neppure rispedire tutti gli operai in campagna. Pesante inoltre, ovviamente, l’inflazione:
l’amministrazione comunale, così brillante con Zanardi, è ora in crisi.
A guerra vinta, la retorica patriottarda ebbe il suo peso nella ripresa dell’economia: si temeva, o si fingeva di temere, un disfacimento delle forze socialiste.
Finalmente si realizza una saldatura tra il vecchio capitalismo (agricolo-manuale-manifatturiero) e il nuovo (industriale-finanziario), ma anche un’analoga e
preoccupante solidarietà tra quest’amalgama e la casta militare. In nuce, era il germe del fascismo. Il quale riposa su un’impazienza di azione, sull’energia
risolutiva (o la sua declamazione), sul misticismo della violenza, concetti dannunziani che avevano trovato in città buonissimo accoglimento: è del Marzo 1919 il
Fascio delle Forze Economiche, e del mese successivo il primo Fascio di Combattimento. Insieme ai decisi, c’erano però moltissimi indecisi, e comunque
quest’ondata rivoluzionaria era debole come organizzazione interna, direzione politica, incertezza culturale, divergenza d’interessi. Nonostante questo, o forse
proprio per questo, il Partito Socialista fa mostra di accollarsi gli obiettivi dei Fasci, durante le manifestazioni di Luglio, sebbene in realtà volesse piuttosto
ostacolarli. Fu così che vinse le elezioni politiche di Novembre. Una rivoluzione sull’esempio di quella bolscevica sembrava ora imminente: si voleva controllare
la produzione industriale al momento della sua formazione, cioè insinuando le forze vincenti nei consigli di fabbrica e nell’ufficio di collocamento (per evitare,
com’era già accaduto, che le nuove energie non riuscissero ad agganciarsi alle istituzioni); ma su questo la resistenza padronale fu inflessibile, e questa via, che
sarebbe stata quella ideale, non fu perseguibile. Ovviamente in campagna è anche peggio: comandano i mezzadri che sono, per antica abitudine, anche più
irremovibili. Così nasce, inevitabile, l’opposizione dell’opposizione, cioè una forza anti-socialista, l’Associazione Bolognese di Difesa Sociale, che teme, o finge
di temere, il bolscevismo e inizia un’opera di organizzazione para-militare surrogatoria di quella legale dello Stato. Il governo Giolitti sembra però più efficiente
di quello di Nitti, riuscendo in un equilibrio tra le parti. Ma i tempi non permettono più un tale equilibrio. Bologna è cambiata.
Gli anni Venti cominciano con un attivismo sindacale mai visto prima, con notevoli risultati (rinuncia agl’interessi più personali della classe imprenditoriale).
Ma è proprio questo che apre gli occhi sul fatto che la democrazia borghese, cioè lo Stato, ha fallito. Le Camere del Lavoro (ve ne sono diverse) registrano ora
un numero d’iscritti tale che sembra si sia raggiunta una generale unità d’intenti, ma non è così, poiché si è perennemente indecisi tra l’indirizzo sindacale e
quello politico: all’interno dello stesso PSI, per natura riformista, vi è una corrente più rivoluzionaria, però impotente; al contrario, si arriverà, nel ’21 alla
definitiva separazione della Sinistra. E’ per questo che proprio la falla bolognese del socialismo permette al fascismo di dilagare nel paese. Ovviamente la
debolezza intrinseca di Bologna, anche causa del fallimento socialista, era l’economia prevalentemente agricola, come già ripetuto. Gli operai dell’industria, è
bene ricordarlo, oltre che poco esperti, erano proprio pochi di numero. E il padronato era ottuso e arretrato (come la stessa città del resto). Solo nel Settembre del
1920 si giunge al primo serio accordo sindacale, lasciando appunto alla Confederazione Generale del Lavoro (CGL) la gestione delle agitazioni. Ma proprio
questo apre gli occhi sul fatto che la rivoluzione si deve accantonare. I fascisti non ci stanno: sono i più risoluti alle municipali di Ottobre, e alcuni loro membri
sono in contatto con elementi della Questura. A vincere sono i socialisti, ma i fascisti di Leandro Arpinati (lo “Stalin di Bologna”),
assaltano e incendiano la Camera del Lavoro. La borghesia e il proletariato, la massa insomma, è attratta dalla risolutezza dei Fasci. Che si affermano
definitivamente, seppur non ancora politicamente, il 21 Novembre del ’20 con la tragica seduta del Consiglio Comunale, con morti e feriti persino in Palazzo
d’Accursio. La violenza è ora incontenibile. Occorre dire che i Fasci disponevano di grandi riserve di uomini da reclutare, tra disoccupati cronici e operai
licenziati, né mancavano gli obiettivi, ora che i sindacati si erano frammentati in “isole”, facile preda di attacchi squadristi. A Maggio del ’21 comunque, vincono
ancora i socialisti, con grande scorno dei neonati comunisti: tra i due litiganti, i fascisti…Il 3 Agosto Mussolini firma un patto di pacificazione tra (parlamentari)
socialisti e fascisti: è una vittoria dei fascisti, perché gli Arditi del Popolo, la neonata formazione militare a difesa dei socialisti, debbono smobilitare. Nonostante
questo, o forse proprio per questo, a Bologna i fascisti non intendono rinunciare alle violenze, come il patto li aveva impegnati;
comunque, il fronte socialista spezzato, il fascismo aveva ora via libera al trionfo. A Bologna esso avrà sempre carattere particolare, molto arrogante e
addirittura secessionista: solo intorno al ’33 i fascisti bolognesi cominceranno a seguire alla lettera le direttive centrali; ma l’espressione “Bologna culla del
Fascismo”, è priva di verità storica.
Per tutto il Ventennio, la storia di Bologna è ovviamente la storia del Fascismo: le due cose coincidono. I primissimi anni sono le sedi dei giornali le preferite
ad essere prese d’assalto, con conseguente loro soppressione o fascistizzazione: il controllo della stampa e la repressione della libertà d’espressione sono i più
efficaci strumenti del potere. Il 19 Giugno 1924, ogni residua libertà di stampa viene soppressa, sull’onda dell’emozione suscitata dal delitto Matteotti. Del resto,
pur non mancando in città fiere opposizioni ai provvedimenti liberticidi, i due maggiori quotidiani Il Resto del Carlino e L’Avvenire d’Italia, quest’ultimo
cattolico, avevano esultato alla notizia della Marcia su Roma. L’Avvenire in particolare, almeno fino alla campagna antiebraica, si trova praticamente allineato
col regime, poiché il Vaticano è compiaciuto che il Fascismo abbia distrutto lo stato liberale laico ed esorcizzato il pericolo dei “rossi”. La storia del Carlino è
più complessa.
In breve, si può dire che il direttore Missiroli, l’unico uomo capace forse di “mediare” realmente tra socialismo e campagne, fu costretto all’esilio e non tornò
più a Bologna. Il controllo del giornale passò direttamente al ras Arpinati.
Era questi uomo d’ingegno ma non di cultura, di grande temperamento ma di altrettanto grande approssimazione, ed inoltre un sanguigno, un ribelle, anche
verso lo stesso regime. Ciò che gli costò l’inimicizia col Duce, e forse la vita stessa (fu giustiziato dai partigiani all’indomani della liberazione). Forse era
coinvolto addirittura nell’attentato bolognese a Mussolini (31 Ottobre del ’26). A lui si deve il goffo complesso sportivo del “Littoriale”, compreso l’attuale
stadio comunale, il “Dall’Ara”. Voglio qui raccontare la sua fine con le parole di Guido Nozzoli: “E’ il 22 Aprile del 1945. Per i bolognesi, il secondo giorno
di libertà. Le avanguardie polacche dell’VIII armata britannica, entrate ventiquattr’ore prima da Porta Maggiore, continuano ad avanzare lungo la via
Emilia senza incontrare resistenza (…) Bologna è in festa. Dappertutto fiori e bandiere. (…) Nella tenuta Malacappa tre signori di mezza età attendono
l’arrivo degli alleati conversando all’ombra di un’antica quercia. Verso le 11,30, poco dopo il passaggio dei primi carri armati anglo-sassoni, vedono
sbucare attraverso il cancello un furgoncino dell’UNPA (l’organizzazione civile per la protezione anti-aerea) su cui si accalca una squadra armata di
partigiani comandata-pare-da una donna. La squadra balza a terra e uno dei tre, a cui i partigiani hanno chiesto il nome, si trova la canna di un mitra
puntata contro la fronte. L’amico che gli era più vicino gli si para di fronte scongiurando di non far fuoco e viene atterrato e ucciso con una raffica. Poi
parte una seconda raffica lunga e rabbiosa contro l’altro che si abbatte al suolo fulminato mentre il terzo uomo cade ferito gravemente. Il primo colpito
era l’avvocato Torquato Nanni, vecchio socialista legato da antica amicizia a Mussolini. Il secondo era Leandro Arpinati, fondatore del Fascio
bolognese, ex-comandante di squadracce, ex-podestà di Bologna, ex-ras della città, ex-deputato, ex-vice segretario generale del P.N.F., ex-sottosegretario
degl’Interni, ex-presidente della Federcalcio, poi radiato dal partito, confinato politico, sorvegliato speciale, spregiatissimo e odiatissimo dal Regime, a
cui si era ribellato (I Ras del Regime, Informazione Storica Bompiani, 1972).
Continuando a parlare di giornali, il periodico di Leo Longanesi L’Italiano valorizzò non pochi artisti, scrittori e saggisti di autentico talento, in campo
nazionale; peccato che sul giornale, e sull’uomo stesso, aleggiasse un alone di frondismo o quantomeno di ambiguità. Altre pubblicazioni furono l’Assalto,
temibile per la violenza dei suoi attacchi; Vita Nova, emanazione dell’Università Fascista (dal ’25); Credere, che la sostituì alla caduta di Arpinati (1933):
ovviamente queste testate sono insignificanti culturalmente, ma mantengono valore di documento storico.
Alla metà degli anni ’30 il Fascismo può dirsi esaurito al suo interno: per farlo vegetare si ricorre ad una politica estera spregiudicata; alla bardatura delle
parate, delle adunate oceaniche, della propaganda di massa; si fa leva sul rancoroso nazionalismo di una piccola parte della piccola borghesia. Anche il culto
della personalità, con la figura del Duce divenuta quasi sacrale o mistica, persuade ancora molti giovani inesperti al consenso. Ma il conflitto etiopico del ’35
apre gli occhi sul fatto che l’Impero è una palla al piede e, (con la guerra civile di Spagna), sul fatto che neanche in questa direzione si può andare. Molti, ma non
moltissimi per la verità, giovani universitari palesano anche un certo frondismo (la “copertura” in questo caso la offre la deferenza verso il regime del cardinale
Nasalli Rocca). Il giornale Architrave del G.U.F. (si capisce cosa significhi la sigla), dal ’40, fu l’ultimo tentativo di “opposizione” “alla bolognese”, cioè critica
di dettaglio nel conformismo di sostanza. L’intera redazione venne a più riprese epurata. Dal ’43 in poi invece l’antifascismo è ben più consistente, ma a quella
data è ormai nazionale e inevitabile (ci si accorse d’un tratto dell’inganno di venti anni di retorica).
Bologna sotto il fascismo non era sostanzialmente né peggiorata né migliorata. Era aumentata la popolazione; si era abbellito il centro; la formazione
scolastica, ad ogni livello, restava d’eccellenza. Però molti bolognesi erano in carcere o al confino, o all’estero, perché antifascisti; e quelli rimasti, si
appressavano ad una guerra terribilmente incerta: il 10 Giugno 1940, in Piazza Maggiore, la folla accorsa ad ascoltare l’annuncio dell’entrata in guerra non era
né densa, né entusiasta.
Finiamo questo riassuntino, dettato unicamente dal mio amore per la città, senz’alcun altro intento che distrarre, con la seconda guerra mondiale. Allo scoppio
della guerra, il centro di Bologna si era già spostato, nel senso che la periferia, ora parecchio allargata, aveva la stessa importanza del centro (peraltro le mura
non c’erano più, già dalla fine dell’Ottocento), il quale era profondamente cambiato nel suo assetto urbanistico. Questa decentralizzazione è ancora in atto:
attualmente il “centro” di Bologna può dirsi il suo quartiere fieristico. La popolazione era aumentata perché era aumentata l’immigrazione, quest’ultima perché
era aumentata la produzione industriale. Era diventata una città paragonabile ad altri grossi centri del nord, senza potersi però dire, paradossalmente, città
industriale. Comunque era nell’industria che la nuova generazione avrebbe trovato terreno fertile per organizzare la Resistenza. Già erano nati movimenti come
Giustizia e Libertà, composto di intellettuali ed interamente soppresso nel Settembre ’44; oppure movimenti cattolici di dissenso di stampo sturziano. Ma come
detto, erano gli operai comunisti venuti dal socialismo, o anche cresciuti politicamente in proprio (specie i più giovani) i più adatti ad organizzarsi anche sul
piano militare. In città vi erano addirittura vecchi liberali di stampo giolittiano, nonché vecchi burocrati e nuovi opportunisti: tutte queste posizioni e correnti,
finanche tra loro antitetiche, avevano in comune l’opposizione al fascismo e alla guerra.
I cattolici e i socio-comunisti (peraltro la sinistra era allora essa stessa cattolica), sono i serbatoi di uomini più importanti, per questo la Resistenza potrà dirsi
popolare e di massa; ma conciliarli nei futuri Comitati di Liberazione Nazionale non sarebbe stato facile. Il 16 Luglio 1943 Bologna subisce il primo
bombardamento, in una zona di periferia e con pochi danni (in tutto saranno 43 e distruggeranno il 43% delle abitazioni), ma questo fece esultare anche la nostra
città il successivo 25 dello stesso mese. Il governo Badoglio raffredda però i primi entusiasmi, perché intende proseguire la guerra: come nel ’19, (seppur con
forze in campo diverse), ora ci sono due problemi: 1°, l’iniziativa deve passare ai comunisti; 2° , anche quest’ultimi andranno poi combattuti a guerra finita. La
fase più drammatica della guerra è ovviamente l’ultima: dopo la Repubblica Sociale la popolazione odia sia nazisti che fascisti e non è facile continuare
l’amministrazione della città. La quale dapprima si svuota verso le campagne, più sicure, si pensava; poi, alla fine del ’44, la gente torna in città, ora città aperta,
si pensava (ovviamente non era vero). I civili speravano nella benevolenza degli alleati: essa non era malriposta, ma non fu per questo che Bologna si salvò (ma
solo perché il fronte si mantenne altrove).
Intanto era tornato Arpinati e i fascisti cercavano di darsi un volto nuovo. Nessuno ci credette più, anche se il Carlino tornò ad essere l’organo del regime. Per i
venti mesi di occupazione nazista il fascismo e l’antifascismo coabitarono, con stessa legittimità e propri governo, stampa, tribunali, organizzazione: solo che
erano tra loro nemici senza quartiere.
Le campagne diedero un aiuto insperato alla guerriglia; ma ancor più insperato ed efficace fu l’apporto dei partigiani.
La lotta della Resistenza ebbe diversi apici, come gli scioperi del Marzo ’44 e soprattutto la battaglia di Porta Lame (7 Novembre 1944): si voleva interdire
l’opera di distruzione dei tedeschi in ritirata, ma il concentramento di partigiani fu scoperto e lo scontro fu inevitabile. L’obiettivo strategico non fu raggiunto,
anche perché arrivarono quasi contemporanei il proclama di Alexander che bloccava le operazioni fino alla primavera e il lungo inverno di guerra, che radunò
nel centro storico, ritenuto più sicuro, 600000 contadini. Il CLN intanto preparava il suo assetto di governo in vista dell’imminente liberazione (21 Aprile 1945).
Bologna conservava così la sua irrisolta identità.
Sulla città odierna, leggo in continuazione su quotidiani e riviste, o sento alla radio, dichiarazioni su quanto sia scaduta Bologna, persino culturalmente, su
quanto sia diventata invivibile, come traffico e carovita per esempio, su come sia addirittura pericolosa. Mi si permetta di dire la mia.
Sottoscrivo quasi tutto quello che si è detto, in particolare mi dà fastidio che la città sia lasciata a se stessa (è ancora un villaggio medievale anche come
sporcizia); che ci siano gli spacciatori nella centralissima e universitaria via Zamboni; che la circolazione sia realmente al collasso; che ci siano troppi immigrati
(sarò razzista?).
Non condivido però molte altre cose, a partire dal fatto che culturalmente sia precipitata: è una delle prime cinque città d’Italia, da questo punto di vista. Non
parlo tanto dell’università, forse oggi con troppi iscritti, quanto dell’incredibile numero di librerie e biblioteche, e dell’incredibile numero di incontri, conferenze
o anche corsi per cittadini qualsiasi (non studenti) che ci sono quotidianamente: nemmeno Firenze regge il confronto. Te ne accorgi se consulti le due pagine del
quotidiano La Repubblica (“giorno & notte”) dedicate a cosa fare, divise per attività (cinema, musica, teatro, conferenze, incontri, eventi, mostre, etc.); credo
che nemmeno Milano regga il confronto. A Bologna non ci si annoia (si può eventualmente discutere sulla qualità di tutte queste iniziative…).
La vita è cara, ma non come a Milano o Firenze. O non di più perlomeno.
I servizi funzionano, dalla rete dei trasporti (tenendo presente che l’Italia non avrà mai in questo settore l’efficienza della tedesca Monaco, per esempio) agli
ospedali (questi ultimi mi risultano essere fra i primi del nostro paese, e il Rizzoli è fra i primi d’Europa per l’ortopedia). Anche se non ci sono “servizi” pubblici
(solo uno, dietro il Comune!).
E la bellezza della città è semplicemente unica. “Bologna è magnifica. Cinquecento ettari di bellezze”, lessi vent’anni fa su Gente Viaggi. E’ ancora così. In
quell’articolo si mettevano in rilievo i portici, le biciclette, le cabine del telefono rosse, come a Londra… Ma è l’urbanistica che mi sorprende ed esalta. E’
meraviglioso che una grossa città attuale preservi una via come San Vitale in pieno centro: sarà larga due metri, medioevo puro; e dovi ne trovi un’altra in Italia?
Giusto a Siena e dintorni, al limite. Ma son tutte così le vie, a Bologna: via Castiglione, quelle intorno a Piazza Grande, etc. Solo via Farini è quasi larga, con le
vie Indipendenza e Irnerio. Che infatti sono ottocentesche. Come i Giardini Margherita, misconosciuti e bellissimi.
Certo, le osterie non ci sono più. I canali non ci sono più. I mulini non ci sono più. Persino i cinema non ci sono più.
Ragazzi, siamo nel Duemila, è inevitabile. Come il fatto che il centro sia ora la periferia e la fiera in particolare.
Finalmente il paesone sta diventando metropoli. Infatti forse non ci vivrei, lo confesso.
Ma basta che sappia di una nuova gelateria, e mi ci precipito. Ne vale la pena.
Sempre a proposito:

3.3.-MARZABOTTO
(uno scherzo)
Bologna, o i suoi dintorni, è poi sede della più grande strage nazi-fascista in territorio italiano, comunemente nota con il nome di un comune: Marzabotto. Ci
andai in gita con le Elementari, e ne voglio riparlare qui perché non si può trascurare parlando di Bologna, perché ci sono tornato recentemente e perché dire
qualcosa sul nazismo è praticamente obbligatorio oggi: è un ottimo tema.
Basta guardare quanti film e libri sono usciti e stanno uscendo dal 1995 ad oggi. D’altra parte siamo tutti figli di quegli avvenimenti, anche chi non ha avuto la
guerra in casa. Sennonché personalmente trovo che la visione delle cose andrebbe se non ribaltata, quantomeno riveduta e corretta.
E mi spiego. Prima bisogna premettere l’importanza che ha assunto il nazionalsocialismo nella storia del pensiero: nel senso che questo fascismo è da un lato
il risultato di una serie di concezioni storiche molto anteriori (vedi l’antisemitismo ma che io chiamo credo più propriamente giudeofobia), dall’altro ha in pratica
messo in atto le sue idee con una violenza mai più riscontrata ad oggi. Si faccia caso alla frequenza dell’argomento in qualsivoglia campo, anche non storico, per
tutto il dopoguerra ad oggi. Se si sta parlando di pomodori, si può star certi che Hitler fa capolino dalle pagine del libro.
E non solo qui in Italia, dove abbiamo avuto una guerra voluta e persa, ma anche nelle culture di chi la guerra la vinse, tranne forse in quella dell’Unione
Sovietica che la trattò astrattamente, come gloria nazionale per aver vinto, e cercando di rimuovere ogni altro aspetto.
(L’ultimo film su Hitler, Der Untergang, La Caduta, è stato girato in parte a San Pietroburgo: l’attore girava per le strade truccato da Fuhrer e le persone lo
guardavano con terrore; ciò non succederebbe a Miami). Ma questo potrebbe sembrare una sorta di record negativo, intendo il parlare molto di una cosa, chè
qualche neo-nazi potrebbe prenderlo come argomento per sostenere l’importanza e dunque il valore, la validità di quello ch’è successo.
Come i famosi sei milioni di ebrei uccisi (io non credo a questa stima): a forza di ripeterlo, qualcuno potrebbe dire: si poteva far meglio.
Il punto è un altro: PERCHE’ se ne parla tanto?
Io ho una mia risposta: si crede comunemente, forse, che il massimo della ferocia, della barbarie, della crudeltà, dell’essere disumani, dell’essere ingiusti,
dell’essere un’insieme di pazzi o di mostri o di demoni o del vivere una follia collettiva, per giunta di stato, del compiere stragi gratuite, del voler fare il male,
dell’essere per questo ignoranti culturalmente, dell’abbandonarsi al sangue, dell’inebriarsi del sangue, dell’essere dunque creature infernali, non uomini,
dell’essere tormentati dal dubbio e di perseverare comunque negli orrori ed errori che si stanno compiendo; si crede, l’uomo della strada crede, chiunque crede,
io stesso ho creduto, che tutto questo sia appannaggio esclusivo del Nazionalsocialismo.
Non vuole essere una difesa di questa dittatura che, solo in quanto tale, andrebbe di per sé condannata (però il primo fascismo è stato quello italiano e Hitler lo
sapeva): sto solo dicendo quanto anche Spencer Tracy ebbe a dire a Norimberga in Vincitori e Vinti: “singoli omicidi e atrocità non costituiscono il gravame di
questo processo, bensì la cosciente partecipazione ad un sistema di governo che ha elevato l’omicidio e il sopruso a propria ragion d’essere. La verità
più sconvolgente uscita da quest’aula è che persone dotate e finanche eccezionali abbiano potuto snaturare se stessi fino ad appoggiare un simile Stato”.
E vorrei continuare su questa linea.
Prima i fatti: nell’Agosto-Settembre del 1944 il maggiore Reder, di soli ventinove anni, su comando del generale Kesserling ed al comando della 16. SS
Grenadier-Panzerdivision, ed in seguito all’armistizio di circa un’anno prima, dove noi italiani facemmo un voltafaccia agli occhi dello stesso alleato che ci
eravamo scelti, schierandoci con gli angloamericani, intraprese la risalita dell’appennino tosco-emiliano dalla Versilia giungendo fino al bolognese, volendo fare
dietro di sé, come da ordini, “terra bruciata”. Dopo aver già compiuto l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, oltre cinquecento civili trucidati, dal 29 Settembre
fino ai primi giorni di Ottobre mise in atto quella strategia del terrore per la quale si era già segnalato in Polonia ed Unione Sovietica, uccidendo, in vari comuni
per la verità, non solo a Marzabotto, (Tagliadazza, Caparra, Castellano, Caviglia, Vado di Monzuno, Grizzana) complessivi milleottocentotrentasei civili; del
tutto gratuitamente dunque. Lo scopo era quello di reprimere la brigata partigiana Stella Rossa, che nella zona contava più di duemila affiliati.
I racconti dei sopravvissuti si stentano a credere. Fin qui ci siamo, no? Non si tratta ora di dire: ha fatto bene, nemmeno se un marzabottese ti tratta male
(com’è capitato a me) e ti verrebbe da pensare: “i suoi saranno tra quelli che Reder ha risparmiato, perché lasciare le cose a metà?” .
(Cfr. Schopenauer: “non c’è pagina abbastanza seria da non ammettere lo scherzo”).
In visita all’ossario-sacrario però, riflettevo sul fatto che l’uomo, (e fino a prova contraria i nazisti sono, aihmè, uomini), specie in guerra, si è sempre
abbandonato al sangue. Quando i Vichinghi presero Luni, nell’800, per prima cosa uccisero il vescovo, proprio come si è fatto col parroco di Casaglia, poi si
riversarono nelle strade ad ammazzare chiunque si trovassero innanzi, donne, vecchi, bambini. Quando i turchi ripresero Costantinopoli, nel 1453, per prima
cosa uccisero il vescovo, e per i cristiani non vi fu alcuna pietà. Quando gli americani, a guerra finita e vinta, nel 1945, decisero di prendere Dresda per
rappresaglia, vi furono tre (sic!) ondate di bombardamenti, che uccisero non meno di quattrocentomila (sic!) civili: gli uomini di Reder erano ladretti di galline,
in confronto!
E potrei continuare.
Ci si stupisce poi del fatto che non ci sia stato pentimento.
A parte che il Reder non poteva pentirsi più di quanto non si pente un cristiano che ammazza centinaia di turchi durante le crociate, su questo in effetti
clamoroso caso di impunità (mi aspettavo che lo mettessero a morte, in fondo chi ha ucciso deve pagare) avrei una mia teoria. Ed è che forse in casi simili si
sente che, per quanto abominevole, di azione di guerra s’è trattato. Ho notato, riguardo le fosse ardeatine per esempio, una bonomia e comprensione del tutto
inaspettate non nel processo- farsa che c’è stato (Priebke l’avevano già assolto ma secondo vox populi hanno poi condannato un ultraottantenne), bensì sui
quotidiani, che citavano addirittura le parole di Kappler a Gaeta: “non mi sento innocente sul piano morale e su quello religioso.SUL PIANO LEGALE
AVREI DA DISCUTERE”. E da più parti si cominciava finalmente a dire che la vergogna di quella vicenda fu il vile (e prevedibilmente inutile, anzi dannoso)
attentato di via Rasella. Fu un azione degna delle targhe di cui parlo più sotto.
Coraggio becero e goffo, animalesco. Stupido. Di una stupidità estrema. Com’erano i partigiani stessi, direbbe mio nonno.Forse si comincia a metabolizzare,
come credo sia giusto, il sangue della Seconda Guerra Mondiale; ora non è più il nostro sangue ma il sangue di tutti, anche se la RAI continua a mostrare un
ridicolo schieramento anti-fascista nei documentari sulla guerra, come per fomentare l’odio a sessant’anni di distanza. Come quando depreca il comprensibile ed
innocuo raduno annuale di ex-SS ultraottantenni austriaci. Non credo rivogliano il nazismo, a differenza dei giovani neonazi. Ricordano solo il loro servizio
militare, che ha coinciso con la loro giovinezza e purtroppo con la guerra.
La RAI invece fa di tutta l’erba un fascio, non riesce a dimenticare. Cosa piuttosto grave per una tivù di stato.
Si parla spesso di dover ricordare. E ci si dimentica l’importanza del saper dimenticare, quand’è opportuno.
L’antifascismo ha bloccato per anni (decenni?) il paese, al pari del fascismo stesso, com’era ovvio.
Il bello è che TUTTI abbiamo creduto nel Duce ed è incomprensibile come possa esserci stato il Ventennio in un paese saggio e civile quale si è poi rivelato
(?) il nostro. D’altra parte, ci si lamenta oggigiorno dei nostri politici, ELETTI DA NOI (!).
Cfr Ferrarotti: “forse abbiamo uomini al governo che non meritiamo; tuttavia, li si elegge noi, li si sceglie noi, li si rappresenta noi”.
(Ciò che segue è da intendersi tra il serio e il faceto-ma neanche tanto).
Il più grosso motivo di riflessione mi viene dalle targhe che leggo nei monumenti commemorativo-patriottici quali il sacrario di Marzabotto. Sono dettati
unicamente dal dolore, o dall’idiozia.
Non credo ci si faccia caso: la scritta all’ingresso, del tenore “ALLA PATRIA!”, o “RICORDATI DEL SACRIFICIO!”, t’inibisce di per sé la capacità di
giudizio, forse per persuaderti che ci sono morti di serie A e morti di serie B.
Accanto alla croce, cristiana, cioè simbolo di un tizio che non faceva che ripetere ama il tuo nemico, si può leggere: MEDAGLIA D’ORO AL VALOR
MILITARE A (cognome e nome), PERCHE’ STRAZIATO NELLE CARNI DALLE TORTURE E GIA’ FERITO ALLA GAMBA, AL BRACCIO, ETC.
(Rambo?) GRIDAVA IL PROPRIO ODIO ALL’INVASORE GERMANICO.
O togliete la croce, e relativo altare, o togliete la targa. Tutt’e due, non è possibile. Non è un’opinione. Gridare il proprio odio non è così cristiano, tutto
sommato. Un simile Dio, se esistesse, sarebbe lo stesso Dio partigiano dei nazisti (Gott mit Uns!). E’ il dolore che parla. D’accordo.
Ma quale esempio di distensione tra i popoli, ora che c’è un'altra guerra “medievale” di religione, Dio vs. Allah?
Un’altra targa recita: MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE A (cognome e nome), PERCHE’, AVANZANDO CONTRO LA MITRAGLIATRICE
NEMICA PIAZZATA PROPRIO DAVANTI A LUI, TIRAVA BOMBE A MANO (Rambo?) E S’IMMOLAVA COSI’ A SOLI SEDICI ANNI.
Straordinario! Un coglione. Probabilmente gli è caduta la bomba nella manica, colpito dalla mitraglia mentre cercava di tirarla. Su simili eroismi ha ragione
Pozzetto in Sturmtruppen: meglio un codardo vivo che un eroe morto!
Un’altra ancora recita: M.D.V.M. A (cognome e nome), PERCHE’, DENUNCIANDO DA SACERDOTE I CRIMINI IN FACCIA AL NEMICO, VENIVA
ABBATTUTO ANCH’EGLI.
Ma va? Pensava che ringraziassero? Allora ha fatto bene, come ha fatto, Pio XII a tacere.
L’unica targa sensata è la quarta, di un partigiano (tra parentesi non erano certo combattenti regolari, ma questo apre un altro discorso) che per oltre un anno
ostacolò l’avanzata nemica in molti comuni dell’acrocoro, per poi soccombere ovviamente.
Qui il coraggio ha avuto un’utilità. Diversamente, anche un leone è coraggioso e nessuno gli dà medaglie.
All’uscita dal sacrario poi, ho notato una cosa che avevo avuto modo di notare anche altre volte, per la verità.
Le targhe all’esterno infatti, commemorano buona parte delle stragi di guerra, passate e presenti (e future?).
L’effetto mi appare personalmente ridicolo: come dire: già che ci siamo, mettiamoci anche questa.
Mancano solo le guerre puniche. Una cosa simile è presente nell’atrio del Municipio di Goito, nel mantovano: non è un ingresso, è un libro di testo di epigrafia
retorica. Vi sono dediche per tutti, dai protagonisti delle guerre risorgimentali al fornaio del paese, caduto eroicamente su un sacco di farina (ma fortunatamente
rialzatosi).
Ricordare è un dovere: ma non sentirsi per forza “in missione per conto di Dio” (Blues Brothers), è un diritto.
A proposito:

3.3.1.-ANCORA SU BOLOGNA

A Bologna ci andai per trovare me stesso, come si suol dire, e trovai solo una magnifica città, oltre al lavoro che però lasciai perché non avevo
l’appartamento.Eppure quei due mesi a Bologna sono certamente tra le esperienze migliori, in assoluto, di tutta la mia vita (ce ne sono anche altre,
beninteso).Bisogna sapere che sono pigro, ma se decido di conoscere un testo piuttosto che una città, mi metto di buon grado a lavorare (lo stesso non si può dire,
ahimè, del lavoro manuale…).Sto leggendo la “Recherche” di Proust e se l’autore l’avesse scritta nei tempi in cui io la sto leggendo, avrebbe fatto in tempo a
vederla pubblicata tutta in vita.
Bene, tutti i giorni, alle otto in punto (di mattina ovviamente…), partivo da casa mia, avevo l’appartamento ma pagato solo per due mesi e visitavo un museo
piuttosto che un quartiere della città, avendo come riferimento quelle guide pieghevoli degli uffici turistici, che non spiegano niente ma ti danno la possibilità di
trovare il luogo (quando te la danno).Ed ogni giorno depennavo dalla guida quello che avevo visto.Dico con qualche presunzione che non credo ci sia qualcuno
che conosce Bologna quanto me. Forse un paio di persone, ovviamente non bolognesi, così come io son di Reggio e ogni volta che ci vado scopro un angolo
nuovo.Ma se fai questo sistematicamente, con tempo e soldi, per sessanta giorni circa di fila, resta ben poco da scoprire.
Questo non per rivendicare un mio ridicolo record ma sono imprese delle quali vado orgoglioso, con un contenuto, a differenza di quelle sportive dove c’è solo
la performance ed è morta lì; qui c’è la performance fisica (ch’è l’involucro) e quella non voglio dire culturale ma di aver comunque goduto di bellezze e
conoscenze che ti resteranno (ch’è la ghiotta farcitura).Non intendevo sparlare dello sport, è un discorso lungo sul quale se avrò voglia tornerò.Ma addirittura
quel viaggio mi ha permesso d’inaugurare una nuova sezione, interamente felsinea, della mia piccola biblioteca domestica, gioia paragonabile ad una nuova
conquista femminile per un dongiovanni.
Non intendevo sparlare del gioco amoroso, è un discorso lungo sul quale se avrò voglia tornerò. A proposito:

4.-SULL’ATTACCAMENTO
(sulla buddhità)

Là ho comunque capito diverse cose sull’uomo o comunque su me stesso.Per esempio, una sola cosa mi renderebbe scarsamente sopportabile la condizione di
“senza fissa dimora”, o “barbone”, o “clochard” che dir si voglia: il freddo.Forse a mangiare ci si riesce e anche a dormire, lavarsi un po’ meno, curarsi ancora
meno; ma un’esistenza del genere non comporterebbe necessariamente l’infelicità, retorica a parte.
Però dovrebbe essere sempre estate: niente ti scalda se hai freddo davvero, la fame è più fame, il sonno più sonno, la notte più lunga; se non hai calore umano,
ti scalda il sole, ma d’inverno? Senza bisogno di citare Socrate: “ma tu guarda di quante cose hanno bisogno gli ateniesi per vivere”, l’uomo è comunque un
animale, che sopporta dunque una vita non abbiente, a patto che il corpo stia bene.E’ la conditio sine qua non.
Quanto all’anima, dov’è quella sana?
Torno adesso dalle ferie, ferie un po’ particolari, dormivo in auto e mangiavo a furia di associarmi a inaugurazioni di eventi (con rinfresco) e sagre di paese,
passando per le cucine a cena ultimata e chiedendo gli avanzi.Eppure sono state gran belle ferie: perché non mi mancavano i libri?
Adesso invece che son qui nella mia camera, mi è tornato l’attaccamento ai beni materiali.
**************(PARLARE DELLA RICCHEZZA)************************************************
Com’è noto, è il buddismo a consigliare in continuazione di liberarsi dei beni terreni e a mettere in guardia sul dolore che proviene (e che proverrà, perché
costringe a rinascere) dall’attaccamento. Veramente, da questo punto di vista, il cristianesimo non è da meno, con altre motivazioni ovviamente. Però io volevo
introdurre un piccolo commento all’operato e alla vita di un italiano (al suo ragionare, veramente, se si può) che è l’esempio più recente (e piuttosto celebrato) di
persona imbevuta, vedremo a che livello, di pensiero indiano.
E’ il giornalista Tiziano Terzani.
Io non ho ancora letto nessuno dei suoi reportage, cosa che voglio fare al più presto, poiché ne parlano tutti bene, ed ha assistito personalmente alle svolte
storiche di una quantità di popoli. Mi baso su come ritengo personalmente (forse è un pregiudizio) che un occidentale possa assimilare la cultura orientale. Ed è
sempre a metà. Aihmè, Tiziano non fa eccezione.
Voglio spiegarmi meglio: ho visto (e registrato) la sua ultima intervista, Anam-il Senza nome, e l’ho rivista più e più volte.
Prima bisogna intendersi se considerare questo materiale sufficiente o meno per poter giudicare. Se ammettiamo di sì, mi sono convinto che ha sviluppato, per
abitudine, un sentire che è peculiare a quella cultura, e che ovviamente non è quello occidentale (ma non è vero neanche questo). Si vedeva che questo lo faceva
star meglio, per il semplice fatto che si sta meglio, se ci si ferma a riflettere.
Comunque, per quel che riguarda il pensiero, ha fatto la solita insalata russa (forse perché c’è stato, in Russia intendo).
Io preferisco uno così a uno che va a fare l’asino in Via Emilia. Sempre e comunque.
Però, accanto a quelli che sono i capisaldi, si può dire, dell’etica indiana, che evidentemente condivide, e fa bene, mantiene radici, di concetto intendo,
occidentali, materiali e consumistiche.
Da un lato infatti è per la non-violenza e cita Gandhi (“nell’era della bomba atomica, la non-violenza è l’unica speranza che l’umanità possiede di non
auto-distruggersi”), dall’altro fa discorsi francamente incomprensibili. P.es., sbaglia quando critica gli Stati Uniti e l’allevamento dei polli a fini alimentari, e
poi confessa di non separarsi mai dal suo “piccolo computer”.
Purtroppo, se si accetta il computer, alla fine della fiera, (mi sembra), bisogna accettare anche l’America “puzzona”.
Il Dalai Lama si guarderebbe bene dal chiamarla “puzzona”. Direbbe piuttosto che in questo momento essa può sembrare il nemico, ma i veri nemici sono
l’ignoranza e l’attaccamento (i quattro attaccamenti: alla sessualità, alla multiscienza, all’ascesi fine a se stessa, alla perduranza personale. Ma non vorrei fare il
dotto-pur essendolo).
Considero Tiziano incompleto, ecco, come uomo integrato nella società asiatica, beninteso, non come giornalista).
E’ vero che è l’uomo ad aver fatto Dio a sua immagine e somiglianza e non viceversa, ma è altrettanto vero che anche il Cristianesimo predica la totale
astensione dal mondo (il film Il Grande Silenzio è lì a dimostrarlo. Ma basterebbe il Vangelo).
E’ vero che tat twam asi, “tu sei questo” in sanscrito, cioè non c’è differenza tra me e il mio nemico, o tra me e una roccia, è tutto parte del tutto.
Ma è altrettanto vero che non è vero che in Occidente non c’è alcuna spiritualità e in Oriente alcun materialismo.
Io a Terzani scrissi persino, qualche anno fa, e mi rispose. Mi disse di continuare a cercare (chiedevo di riuscire a poter vedere la bontà nel mondo). Ciò che
scrivo non è una critica a lui. Espongo i limiti dell’andare in Asia, senza essere asiatici. Forse è una critica all’Occidentale, dunque.
E allora aveva ragione lui.
E’ stato un martire (civile, anzi umano, anche se paradossalmente era corrispondente di guerra) del giornalismo italiano. Ma quanto più sei martire, tanto meno
lo fai. Comunque è andata così.
Povero Tiziano. (Montanelli).
Ma più che un martire, forse è stato solo un bravo (anzi, bravissimo), un grande giornalista.
Mia madre mi ha chiesto la Bibbia ed io, pur avendone diverse edizioni e non servendomi in questo momento, le ho consigliato di comprarsene una. I libri mi
danno sicurezza, soprattutto a uno come me che non ha mai avuto la ragazza, e soprattutto a uno come me che non è esattamente uno studioso, non trattiene
molto a memoria e dunque ha bisogno del libro vicino per poterlo consultare spesso.
Questo libro lo sto scrivendo col computer, su Word. Avevo iniziato con carta e penna, trascrivendo per così dire in bella copia sull’hard disk, poi ho pensato
che faccio prima così, anche se la cosa ha i suoi limiti (debbo comunque buttar giù una scaletta su un foglio a parte).Il vantaggio principale è che, come si vede,
quello che scrivo non ha alcuna coerenza temporale, per un motivo molto semplice: non me l’ero nemmeno proposto e il computer mi facilita, perché spegnerlo è
fare tabula rasa ogni volta e riaccenderlo è metterci quello che mi passa per la testa in quel momento.Probabilmente non si capirà nulla alla fine, ma non me la
sentivo di scrivere una storia, o non ne ero capace.
Anche perché in questo momento della mia vita ho dei vuoti di memoria spaventosi e spezzare così la scrittura, ma anche la vita per la verità, mi dà un certo
sollievo.
Soffro perché non ho un lavoro, perché quando ce l’ho mi chiedo: a che pro?(in genere si fanno figli per rispondere a questa domanda), perché mio padre è
poco ch’è morto, perché con mia madre non va benissimo, perché sono timido con le donne, perché non ho amici, perché non ho soldi, perché m’interrogo forse
troppo su troppe cose, forse solo perché sono vivo (e i lati positivi?Mi voglio bene).Così mi rifugio, nei libri, nell’alcool, nella solitudine; da quando ce l’ho,
anche in internet, specie in Clarence, sezione big.Ma credo che il sesso in internet serva poi a questo.
Anche se è sopravvalutato come fenomeno; bisognerebbe preoccuparsi(?) di più del sesso in ogni altro ambiente: mi stupisce per esempio la RAI che, a farci
caso, non trasmette nulla condito o introdotto da nudità femminili, oppure l’editoria dei periodici. A proposito:

5.-QUANDO LA FIGA (O FICA) DISTRAE


(porca Eva!)

Precisazione: il termine più corretto è “fica”, per la somiglianza dei genitali femminili con l’omonimo frutto aperto, volto al femminile. “Figa” non è che una
forma settentrionale, con sonorizzazione della velare. Per ogni dubbio, e per una simpatica cultura sul tema, rimando al Dizionario storico del lessico erotico
italiano (TEA editrice), anche se non completissimo (non contempla “patata”, p.es., che sta per “fica” nel Veneto).
Passare davanti a un’edicola mi crea qualche imbarazzo.Bisogna sapere che “un giorno a Bologna Dante era intento a guardare la Garisenda e non
s’accorse che transitava a pochi passi una delle più celebrate bellezze della città. Adirato con se stesso, corse a scrivere una poesia, per maledire i suoi
occhi, che si erano lasciati fuorviare da sì futili motivi architettonici” (Marchi):

Non mi poriano già mai fare ammenda


Del loro gran fallo gli occhi miei, sed elli
Non s’accecasser, poi la Garisenda
Torre miraro cò risguardi belli,
e non conobber quella (mal lor prenda!)
ch’è la maggior de la qual si favelli.

E di ciò giammai mi raccapezzo


Che sempre fuor di contesto
Di castagna vi sia un pezzo, poi che
Una voluta di palazzo rococò, è celata
Volentier da tali poppe
Che l’augello fa tirare un po’.
(questa è mia, N.d.A.).

Cioè, per me è il contrario che per Dante: vorrei vedere le città ma c’è sempre una strafica che mi distrae.
C’è da dire che non è neanche raro il caso che io decida d’ignorarle e loro invece non me lo permettano, p.es. restando nella mia visuale qualche interminabile
secondo di più, oppure chinandosi, se sono di spalle, per aprire il lucchetto della bicicletta. Difficile credere alla loro buona fede (statisticamente parlando,
s’intende). Addirittura, poi, non so quando girarmi e quando no. A parte i casi eclatanti, tipo: culo alla torre di controllo o capezzolo a spada, z.B., dove non esito
a filmare il tutto, specie se in pubblico (scherzo), noto spesso e volentieri un certo compiacimento nella donna ad essere osservata, e un po’ mi scoccia dargliela
vinta.
Cfr. Banana Yoshimoto: “poi, passata l’infanzia, ho cominciato a piacere agli uomini, e sapere che il mio corpo fosse desiderato da qualcuno mi rendeva
felice” dice Saseko (“amore”) in Amrita. Credo sia così per tutte. Vero è che la mia parte di piacere ce l’ho anch’io… Ma spesso ti COSTRINGONO a girarti,
specie se in quel momento il desiderio carnale è l’ultima cosa alla quale stai pensando.
E questo è atroce e struggente (giusto, forse) insieme.
La donna “tenta” A PRESCINDERE.
Non è che una constatazione.
Non vorrei dare l’impressione di avercela con le donne.
Sia chiaro che è pressoché impensabile vivere senza una donna. A dire la verità, rimasi stupito da un libro che sosteneva che, anche se di solito si pensa il
contrario, in realtà una vita totalmente senza sesso è perfettamente possibile. Mentre santi, anacoreti, eremiti, stiliti lo dimostrano attivamente.
Ma lasciamo queste considerazioni al ristretto campo teorico.
La donna cerca l’uomo; non si capisce perché non dovrebbe valere il contrario. Siamo fatti per completarci.
Cfr. Gandhi: “il sesso femminile è la parte migliore dell’umanità, secondo me, non il sesso debole. E’ la più nobile delle due, perché è ancora oggi la
personificazione del sacrificio, della sopportazione silenziosa, dell’umiltà, della fede, della conoscenza. L’uomo nasce dalla donna, è carne della sua
carne e sangue del suo sangue” (Young India, 8 Dicembre 1927, p.406).
E Jules Michelet in La Femme: "l'uomo è relativo, egli deve venerare la donna e rispettarla, perchè è lei che fa l'uomo, che gli dà piacere e che, di
generazione in generazione, ha fatto sprigionare da lui, sotto la spinta dell'eterno desiderio, quei lampi di fuoco che noi chiamiamo arti o civiltà. Sera
dopo sera ella rinnova in lui le due energie vitali: infondendogli calma, gli dà armonia, respingendolo sprigiona la scintilla (dell'ispirazione). Così ella
crea il creatore, e non vi è nulla di più grande".
Io stesso ho bisogno, in verità, di contatto, di pelle, di affetto e calore femminili, come ogni uomo, checché ne dica;
anche se un innato malumore o permalosità, o che so io, m’impedisce forse di abbandonarmi col pensiero, di cedere a questa verità.
E difatti è molto più facile trovare un uomo che non voglia saperne delle donne (escludiamo ovviamente gli omosessuali) che una donna che non voglia
saperne degli uomini.
Vero è che la capacità di procreare le costringe, quasi, si potrebbe pensare. Ma in realtà, da questo punto di vista, hanno forse una marcia in più. Sanno che
nella vita BISOGNA essere in due; e questo dovrebbe valere anche per quegli uomini (come me) che vivono come una sconfitta personale il presentarglisi
innanzi di una donna palesemente migliore in uno o più campi, o semplicemente più aperta.
O forse è solo una mia paura.
“Scrutò attentamente il volto della dormiente, le spalle e il seno, i biondi capelli. Tutto ciò lo aveva affascinato, illuso, sedotto, gli aveva mentito
promettendogli piacere e felicità. Adesso basta, si era alla resa dei conti” (Hesse).
Così mi giustifico. E Confucio, a differenza di Gesù, non ha mai cercato seguito tra le donne.
Ma è più probabile che io non riesca ad avere, per natura, slanci impulsivi.
Internet: vedere siti porno su internet non è perverso ma costoso: poi c’è un distinguo da fare tra soft e hard, quest’ultimo è godibile solo in movimento (cioè
nei video), per quel che mi riguarda, dunque alla fine è meglio Clarence o addirittura usare internet come buco della serratura e spiare le giornaliste per esempio,
che non è morboso ma anzi più sicuro che in pubblico, no?(su questo tornerò).
Ma proviamo allora, dato che il computer, come ho appena detto, me ne dà la possibilità, a scrivere una storia coerente, e non può essere che un’autobiografia:
il primo libro di uno scrittore è sempre più o meno direttamente autobiografico: esasperiamo la cosa.Anche se in realtà stavo già raccontando la mia vita; sarà
una storia nella storia.
Mi sono accorto di avere precedenti illustri.Mi viene in mente il Don Chisciotte: più di una volta si ha l’impressione che il romanzo perda di vista sé stesso,
tant’è vero che, quando avviene, qualche capitolo dopo il Cervantes ci porge quasi le scuse per aver divagato.
Bè, certo, lui si chiamava Cervantes.
Ora tornano i mini-dialoghi dell’uomo e della donna, ricordate? Ecco il primo:

1.3.-ANGELI

“Hai visto che è diventato bravino?


Lo vedremo.
Come?
Bè, se qualcuno glielo pubblica…
Ancora? E questo farebbe di lui un grande scrittore?
No, solo uno scrittore.
Ma lo è già, uno scrittore.
E’ un dilettante.
Dilettante? Come Huysmans? O come Carroll?
Touchè”

6.1.-UN’AUTOBIOGRAFIA

Cominciamo: sono nato nei ’70 e a questo ripenso spesso.Se sapevo che poi sarebbero diventati “I ’70”, me li sarei goduti di più.Basti dire che tutte le mattine
guardo Charlie’s Angels e all’epoca non lo guardavo!Erano anni davvero peculiari: anche chi non s’interessa di costume, se gli si mostra una foto di quel
periodo, riconosce il periodo, almeno quanto i sempre citati “’60”.Io però dei primi tre o quattro anni della mia vita (e anche di più), non ricordo niente.Parte
della sofferenza di cui parlavo prima è proprio dovuta al fatto che mi ritrovo nella casa d’infanzia, dopo quattro anni passati fuori, e non mi sembra la stessa.
Non ricordo avvenimenti ma atmosfere sì, non esterne a me ma interne a me (non so se siano stati d’animo, vabbè, usiamo quest’espressione).Per meglio dire:
provo a ricordarle ma non ci riesco e mi dà una malinconia infinita.Non le sento più, forse non si possono sentire più.Ti fa sentire insicuro: come fai a raccontarti
di provare qualcosa per una fanciulla, per esempio, se hai perso i contatti con te stesso?Ma non divaghiamo.A quattro anni, andai in Spagna con la famiglia per
un mese e lì qualcosa mi ricordo, estremamente sfumato.Ah no, prima viene un’altra favola: quella della cacca e l’uva.Mio padre infatti mi raccontava spesso
che a tre anni mi fece una foto mentre seduto sul vaso mangiavo un grappolo d’uva quasi più grande di me.Gli era rimasta impressa quest’immagine.
A me invece sono rimasti i pianti solitari che facevo (me la prendevo per un nonnulla), le mie letture, come a molti bambini mi piacevano i dinosauri, la mia
pinguedine ch’è stata un problema fino a ventotto/ventinove anni, pur potendo dirsi risolta a diciassette e di tutto il resto ho solo qualche lampo, il termine
flashback è davvero azzeccato.
Le molte gite e vacanze familiari non le ricordo nitidamente, tranne alcune.A dieci anni tornai in Spagna per un mese e mi ricordo dell’infatuazione per una
ragazzina di quattordici anni di nome Maria.L’anno dopo andai a Bordighera con la nonna e al ritorno a Salsomaggiore in campeggio, e anche lì m’invaghì di una
ragazzina.Nell’’84 andai ad Andalo in Trentino.Nell’’85 ancora a Bordighera, nell’’86 non so, nell’’87 non ricordo, l’anno seguente andai a Parigi, fantastico,
l’anno dopo ancora in Spagna, nel ’90 a Roma e m’invaghì di una ragazzina.
Nel ’91 andai in Inghilterra, stavolta con amici e mi rubarono il portafogli.Nel ’92 a Bordighera (ho parenti là), gli anni seguenti sono tornato a Parigi, bello
ma ero in crisi esistenziale e rovinai le ferie a mio padre, e in altri posti che non ricordo.Dal ’97 ad oggi sono sempre andato in ferie da solo, in Toscana, e mi
sono trovato benissimo.Poi ci sono flashback di vita scolastica: le elementari sono state belle, le medie no (il primo anno una tragedia), le superiori si.
Poi ci sono gli amici: da piccolo avevo quelli di mio fratello, poi ne ho avuti di miei, sinceri, fino alle superiori; appena finite queste, ne ho avuti, ma
forzati.Ora non ne ho e mi trovo benissimo.Poi ci sono le ragazze: mai avuta una, e mi sono trovato benissimo.
Il ricordo più bello che ho è fino a dieci anni, anche s’è stato il periodo più triste e malinconico.Come detto, me la prendevo sempre, credo a ragione, mi
piaceva piangere, ero grasso, stitico e non serio, ma funereo, silenzioso ed impossibile.
Ma almeno ero io, non quello che ci prova con le ragazze, non quello che fa sport, non quello che beve, non quello che sta scrivendo un libro: tutti
questi sono piuttosto abiti che ho portato o che porto, ma non sono il vero me.
Chi sono dunque io? Io sono colui ch’è giunto, prima di averlo letto, alle stesse conclusioni cui è giunto Schopenauer (e dal quale è tratto quest’ultimo
periodo).
Amen.
(Non che io sia in grado di pensare, o di riprodurre, il procedimento attraverso il quale Arthur sviluppa la propria filosofia. Bisognerebbe studiare molto di più,
e comunque essere un genio. Ma per via intuitiva, che del resto egli riconosce quale vera fonte di ogni conoscenza, si può dire che “c’ero arrivato anch’io”;
questo almeno è quello che sembra, vista la profonda emozione che certe sue pagine in particolare mi procurarono, come p.es. la metafisica dell’amore sessuale.
Si direbbe che certe verità fossero in me prima di averle lette, come accade ad Hanno, l’ultimo dei Buddenbrooks).
Comunque, a proposito di chi io sia:

6.2.-SULLE ARTI MARZIALI


(uno sfogo)

Piccola pausa al flusso di coscienza (se di questo si tratta).Oggi sono uno straccio.
Il motivo?Bè, in questo periodo di dorata noia (perché non lavoro), vedi Watching the wheels di John Lennon, rimembro torti subiti.Uno di quelli che mi brucia
come una ferita (aperta), riguarda le arti marziali, in particolare s’è il caso o meno di riprendere il karate e/o prendere in considerazione altre discipline; in
particolare m’interessano molto judo e aikido.Riguardo quest’ultimo, esiste in Carpi una scuola che aveva organizzato una dimostrazione nel Luglio 2002.In
seguito a tale evento andai ad informarmi e trovai proprio il Maestro (G.Lisco, VI dan), il quale, però, ricordo ch’ebbe un atteggiamento irrispettoso, nonché
strafottente e provocatorio nei miei confronti.
E sì che pensavo che facessero le dimostrazioni per raccogliere nuovi allievi, se poi fanno così non so perché le fanno (infatti da allora non ne ho più
viste).Comunque, ricordo che mi portai addirittura la macchina fotografica e non mi sembra d’aver avuto col Maestro (G.Lisco, VI dan), un contegno irrispettoso
quando gli parlai, anzi, un karateka che si converte all’aikido mi sembra degno di nota, anche se non rinnego il mio Maestro (G.Funakoshi, ?dan).E allora, che
cosa gli è preso?Esigo spiegazioni.
Quando poi tornai al club, lungi dallo smentirsi, anche le segretarie e gli altri insegnanti mi trattarono male.Perché?Non lo accetto, anche se non sono Maestro
(VI dan), ma voglio vederci chiaro.Sbaglio forse?
D’accordo, io non sono neanche quello che si dà al corpo-a-corpo, nel senso cazzone, giovanilistico-cinematografico e deleterio del termine, però l’offesa
solleva alla collera anche il cuore più umile.E di offesa s’è trattato.
Chiusa parentesi.
Riapro la parentesi sulle arti marziali per dire che mi hanno trattato nuovamente male, e proprio i maestri! (è passato un anno e mezzo dalla riga precedente,
N.d.A.). E’ successo questo: mi sono iscritto ad una palestra per proseguire col karate, nella speranza di prendere almeno la cintura marrone (alla nera non ci
penso). Il maestro in questione (D.Ronchetti, IV dan), mentre insegnava, mi prendeva in giro, sia verbalmente, con un giochino stupido, che, soprattutto, cosa
imperdonabile, attivamente: in altre parole, con la scusa che devo essere flessibile, mi faceva sempre fare degli esercizi incomprensibili, volutamente
incomprensibili, confidando appunto nel fatto che poi si può sempre dire: io so qual’è il metodo giusto e tu no.
Come non bastasse, diceva ad una ragazza che frequenta la palestra, e ad altri allievi, di “starmi addosso”, e anche fuori dal tatami mi sfotteva, ad esempio al
momento di pagare la retta. Succedeva poi una cosa terribilmente irritante: poiché decisi di parlargli in termini pacati di questo, all’uscita dalla lezione, non si
faceva mai trovare; viceversa, quando non ci pensavo, me lo trovavo tra i piedi. Evidentemente lo faceva apposta. Passi lo sfottò (ma poi perché “passi”?), ma
almeno insegna in modo decente, no?
Quando decisi di passare all’aikido, poi, il maestro di turno era anche peggio: oltre a prendermi in giro, diceva a tutti gli altri partecipanti di “starmi addosso”;
in particolare, ce l’avevano con me due cinture nere, un signore di cinquant’anni, che mi tormentava (addirittura mi “sburlonava” se passavo nel corridoio), e un
ragazzo che negli spogliatoi faceva il “rinco”. Ma la cosa peggiore era che, durante la pratica, almeno due volte, mi hanno fatto male.
E farsi male in allenamento è la cosa più stupida che ci sia.
So benissimo che è una palestra di arti marziali e non un circolo di cucito.
Però mi sono accorto che era il maestro stesso a dire al mio compagno di allenamento di sbattermi per terra bruscamente, cosa che non mi fa imparare meglio
l’esercizio, semmai mi fa passare la voglia di praticare. E sorvolo su altri mille “numeri” che ho subito. In poche parole, sia il maestro di karate che quello di
aikido che gli altri partecipanti, mi hanno trattato precisamente come se non mi volessero in quella palestra; non so se ciò corrisponde a verità, perché non so
cosa gli ho fatto per farli reagire così. Ma loro si sono comportati esattamente come se volessero farmi desistere dal frequentare, con una mirata, accorta e
continua persecuzione. Imperdonabile, no?
Quando dissi a quello di karate: ”tu mi hai sfottuto, ammettilo”, ebbene bisognava registrare la reazione: mi ha mangiato la faccia. L’ultima sera sembrava
che volesse picchiarmi, addirittura. Cosa che mi fa definitivamente pensare che ho ragione io. Un’ altro allievo del corso mi disse che in quella palestra “si
scherza molto”. Ora, sono il primo a cercare (e trovare, di solito) il ridicolo nelle cose; ma non era davvero questo il caso, specie se insegni male o se fai male
all’allievo, cose successe entrambe. Mi disse anche che quella è una buona palestra, perché “finora non si è mai fatto male nessuno!”. Minaccia neanche troppo
velata, sembrerebbe. Come dire: se continui a lamentarti, ci si può far male in palestra. In effetti volevo chiamare i carabinieri. Non ho voluto scoprire se è vera
la minaccia (che vigliacco); comunque chissà se smettevano di fare gli asini, anche se non mi facevano male.
La cosa è comune, per la verità: sul lavoro il capufficio può sfottere, e non è che puoi rispondergli. All’università il professore può sfottere, e non è che puoi
rispondergli. In caserma l’ufficiale può sfottere, e non è che puoi rispondergli. Forse anche nel dojo, pensano i maestri. Ma il dojo non è una caserma, e quello
che chiedevo io era legittimo, cioè frequentare serenamente un corso di karate o aikido, come vedo che fanno tutti senza subire la pressione e la cattiveria che
subivo io. Il lettore abbia fiducia in ciò che scrivo, anche se so che manca la controparte che può rispondere: il loro atteggiamento, lo ripeto, è stato
semplicemente incredibile, specie da parte di praticanti così progrediti in discipline che vorrebbero insegnare principalmente il rispetto.
Mi consolo pensando che nello stesso Giappone la gente preferisce piegarsi piuttosto che far valere i propri diritti (ricorrere a un tribunale è un disonore); e i
giapponesi considerano più corretto cedere al più forte che difendere il Giusto; e le arti marziali che ho frequentato finora (sia il karate-do che il ju-do, che l’aiki-
do), sono tutte giapponesi.
Come disse Hirohito alla fine della guerra: “(…) mi sono risolto di spianare la via ad una grande pace, soffrendo quello che non si può soffrire,
sopportando quello che non si può sopportare”.
Approfitto, già che ci sono, per tracciare una mini-storia del mio percorso bellico per così dire, cioè come mi sono trovato nelle arti marziali, sia nel senso di
come ho iniziato sia nel senso di come le varie palestre e insegnanti, mi hanno trattato. La cosa non ha la minima importanza per il lettore, per me invece è
terapeutica, dunque il lettore dovrà aver pazienza; inoltre, mi sembra in questo modo di fare come Biagio Schiavo, un poetastro mediocre ma bene informato, il
quale nel Settecento elenca tutti gli errori che contiene la traduzione di Corneille di Giuseppe Baretti. Quest’ultimo, al caffè, lo riempie di botte; e lo Schiavo si
vendica con un libello.
Infine, alcuni “motivi” del mio discorso saranno sicuramente riconosciuti da qualsiasi praticante.
Fu nel 1997. Un mio amico che era con me a fare il servizio civile, (nel ‘92/’93), parlando del più e del meno una sera che si era al ristorante cinese, mi chiese:
“perché non vieni anche tu a fare karate?”. Lui infatti si era appena iscritto. Io feci subito diverse obiezioni:
(botta e risposta):
IO: Con la gamba non ce la faccio (mi ero rotto da poco rotula e tibia sinistra in un incidente d’auto).
LUI: Ce la fai, e poi cominci con calma.
IO: A che mi servirebbe?
LUI: Ho letto sul giornale che una ragazza, uscendo dal “Due Stelle” (una discoteca della zona, N.d.A.), è stata avvicinata da un tipo che le rompeva le scatole;
al che lei gli ha detto che è cintura marrone di karate; oh, lui non l’ha voluta capire, e lei gli ha rotto una costola!
IO: Mah, se lo faccio, lo faccio per piacere e per il fisico. Ma è massacrante!
LUI: No, tant’è vero che non c’è età.
IO: Preferisco andare al cinema la sera, o fare qualcos’altro.
LUI: Ma sono solo due sere alla settimana.
IO: Io non ho l’indole del combattente, ci vuole fiducia in se stessi.
LUI: La acquisti; anch’io non è che sia cattivo -niente di più vero, quel mio amico parla come Titti (N.d.A.).
IO: Il problema più grosso per me sarebbe proprio che sarei sempre in “para”: bene, ora ho certe capacità, le uso o non le uso?
LUI: Bè, in realtà ti dai una bella calmata, sapendo che sei più forte.
E via di questo passo. Insomma, ci volle del bello e del buono per convincermi; ma tanto fece e tanto disse Steve (o Manetta, sono i soprannomi di quel mio
amico), che anch’io mi iscrissi ad un corso di Karate Sportivo Shito-Ryu.
I primi tre anni di pratica sono stati gli unici sereni. Mi piaceva proprio. Andavo in una palestra scolastica, e si faceva lezione con le scarpe da ginnastica (!).
Forse non era proprio karate tradizionale, però mi trovavo bene con la disciplina, con i maestri e con gli altri allievi. Sono arrivato fino alla blu I° grado.
Soprattutto il mio atteggiamento verso il karate e i maestri era quello giusto: dopo, sono sincero, non sono più stato in grado di tenerlo. Cerco di guardare a
questo, per soffrire meno, anche se in seguito mi hanno trattato in modo scarsamente giustificabile.
Dicevo che il karate mi è piaciuto subito, lo trovavo geniale, per una quantità di motivi: venivo da un po’ di Body Building (sempre fatto rigorosamente a
livello amatoriale) e invece lì si lavorava solo con la propria massa; mi piacevano il saluto, che è peculiare alle arti marziali; i fondamentali (kihon), che con un
po’ di fantasia t’immedesimi con i robot anni ’70 (né lo si trovi così ridicolo, se serve a stare concentrati); anche il kumitè (combattimento), così come lo si
faceva allora, con pochi scambi per volta e mirati ad una tecnica in particolare (in seguito ho visto sempre dedicare troppo tempo al kumitè “libero”), sebbene
paradossalmente combattere è quello che mi piace di meno (comunque per esser bravi bisogna fare almeno quattro sere la settimana). Soprattutto mi piacevano i
kata, che, fatti senza un compagno, sono esclusivi del karate, fra le tre grandi discipline giapponesi (karate-do, aiki-do, ju-do). Di questi ultimi sono tutt’ora
innamorato.
Nel complesso insomma era meraviglioso, anche come veniva insegnato: saluto, riscaldamento, kihon, kumitè, kata, addominali, saluto, e curando ognuna di
queste sessioni. Il karate me lo “sentivo” addosso, e, modestia a parte, ero bravino. Capitolo maestri: in parte l’avevo presa bene, perché ci sono regole non
scritte da rispettare, verso chi t’insegna. Non puoi essere invidioso perché lui è più avanti di te (rischio presente trattandosi di lotta); devi fare quello che ti si
dice, ovviamente, se no perché ci vai? Però non è raro che il maestro si lasci andare dando istruzioni irritanti (puoi raccontarti che è un modo per rafforzarti il
carattere, ma è solo uno sfottò, a volte pesante). E via di questo passo. Dicevo: in parte l’ho presa bene, in parte loro erano molto bravi e anche “buoni”, e so che
non si parla di un circolo di cucito.
Dunque, tutto bene.
Poi, cos’è successo? E’ successo che sono stato fermo qualche anno e perché ho anteposto prima il lavoro che cercavo di fare, e perché, lo dico, m’è passata la
voglia. Quando mi è tornata la voglia di praticare, è stato un penoso peregrinare di palestra in palestra, provando diverse lezioni ogni volta, alla disperata ricerca
di maestri e compagni di allenamento che non mi prendessero in giro e non mi tormentassero. Invano. Perché mi tormentavano?
Non si sa.
Già l’ultima esperienza del “primo blocco” per così dire, cioè dei primi tre anni, fu disastrosa: due allievi della palestra che frequentavamo io e Steve,
prendendo la cintura nera, divennero istruttori di un’altra associazione di karate sportivo.Mi iscrissi, ovviamente, perché avevo (e ho tutt’ora) un conto in sospeso
con la cintura marrone. Uno dei due mi prendeva in giro; l’altro aveva una ragazza, che mi seguiva in auto standomi a due cm. dal paraurti, nientemeno (se
avessi frenato, chissà che tamponamento).
Quando provai a rendere “pan per focaccia” (cioè, sfottere un po’) al primo maestro, questi, su istigazione del secondo, mi diede un mawashi-geri chudan, cioè
un calcio circolare ad altezza media, sullo stomaco. Non mi fece molto male, ma lo sentii, ed è semplicemente assurdo, soprattutto, e inaccettabile, che insistano
sul controllo del colpo se poi non lo usano i maestri stessi (!). Forse il termine “maestri” è eccessivo, nel loro caso. (Ed anche, aihmè, per parecchie persone con
più dan di loro). Alla ragazza non dissi nulla (che vigliacco).
Per colmare la misura, non mi fecero passare l’esame. Non che fossi sempre puntuale alle lezioni; ma se la negavano a me, dovevano negarla anche a tutti gli
altri (parlo della cintura). Si fa prima infatti a dire chi la merita che chi non la merita: così, per convenzione, si promuovono tutti (tranne che al passaggio al
primo dan, cioè, per prendere la cintura nera); questo è il sistema: tranne me!
Passarono altri tre o quattro anni, e mi tornò la voglia di fare arti marziali. Fu un penoso “master-shopping”, direbbero gli anglosassoni, cioè un peregrinare di
palestra in palestra alla ricerca di un maestro serio (cioè, che non mi prendesse in giro). Ogno dojo aveva la sua carica di ostilità nei miei confronti: dispetti,
sguardi, modi di parlare canzonatori, spiegazioni date male, persino percosse (ovviamente non serie-da rompere qualcosa) o comunque gesti “fisici”
terribilmente irritanti e provocatori, fino all’apoteosi della palestra di Ronchetti, di cui ho già detto.
Perché? Non saprei dire.
Non è paranoia, si comportano come se non volessero che io impari il karate, piuttosto che l’aikido o il judo. Certo, si vive bene-e forse meglio-anche senza
praticare; però mi scoccia moltissimo non avere la possibilità di addentrarmi in quelle discipline, così come mi dispiace, p.es., non poter frequentare l’università,
e forse anche di più.
Ed inoltre, sono notevolmente ossessionato dal ricordo di essere stato codardo, un po’ come il Lord Jim di Conrad.
Lascio passare un po’ di tempo e poi ci riprovo, mi dico sempre: ma stavolta so già che dovrò chiamare i carabinieri, e non sarà probabilmente neanche questa
la soluzione. A proposito:

6.3.-LE DONNE IN LETTERATURA

Riprendiamo l’autobiografia: da dove?Ieri sono andato in un bar di Cella (Reggio, praticamente) e mi è rimasta impressa la barista, (Sara), veramente ci vado
apposta, che ha un seno che non ho mai visto, nemmeno nell’ambiente (hard e dintorni). Lei mi ricorda la Boule de suif di Maupassant: mora, rotondetta e
battagliera. Tra l’altro credo, ma resti tra noi, che mentre bevevo il caffè si sia strofinata la tetta destra per inturgidire il capezzolo ed esibirlo, perché quando è
tornata al bancone aveva una pallina da golf sotto la maglia(!) (sa che mi piacciono queste cose). Comunque lì non ci vado più, perché la tipa sfotte, e non poco!
E dovrebbe essere una regola di vita, pensando a questo, il non tornare in un bar o in un altro posto, solo perché c’è una ragazza che ti è piaciuta, in funzione di
una ragazza che ti è piaciuta. Perché potrebbe trattarti male, perché non tornarci è una sorta di esercizio ascetico, ma sostanzialmente perché, lo ammetto,
tornarci è piuttosto stupido; anche se piacevole (e perciò molto sfruttato dai baristi). Ma, parlo a titolo personale, anche trattenersi dà soddisfazioni. E non ne dà
alla tipa.
Ed è l’occasione per parlare ancora delle donne perché forse il sesso, come dice il vecchio Sigmund, c’entra sempre e forse, come dice “beat” Takeshi, (tra gli
altri), si lavora solo per poter fare l’amore con belle donne.
Anche Maupassant: “il primo desiderio dell’uomo è piacere alle donne, per poter così cogliere questi fiori di carne”...
Adesso ho il problema opposto che ho avuto fino a venticinque/ventisei anni e cioè, non interesso più.Prima mi negavo io, adesso loro (sarà la giusta
punizione, la legge del contrappasso).Ma il discorso voleva essere più ampio, se non mi fossi scolato mezza bottiglia di Four Roses (orribile peraltro).Ci provo lo
stesso.Mi ricordo che mi piaceva stare in casa, anche quando i miei e dunque tutto il mondo conosciuto uscivano con gli amici.In un libro del Berne (Fare
l’Amore, guarda un po’) si parla di ragazze che si auto-“castrano” perché vorrebbero (da quel punto di vista, ovvio), ma non osano e allora stanno in camera
annoiate e depresse.
Però alla fine ti ci abitui e sarà questa, parte della pudica ritrosia manifestata da loro, quando non è affettazione di puttane non dichiarate.
Ma un’attenzione nei miei confronti la mantengono ancora: per loro si tratta ora di stuzzicarmi, sono lo spasso delle ragazze, il loro zimbello, come nel
racconto di Maupassant Il verginello di Madame Husson. Le più ardite mi provocano apertamente, passando e ripassandomi davanti più volte, per ridere, per
divertirsi, mi danno appuntamento, mi propongono delle enormità.
Per poi negarsi sempre…
La mia timidezza scatena istintivamente in loro quella leggerezza per la quale sono così amate dagli uomini…
Per me invece tutto questo è così triste…
Un’autobiografia si può fare per argomenti e non cronologicamente: il prossimo argomento è:
la musica.Lo scrivo perché sto ascoltando John Lennon ed è l’occasione per parlare di quando suonavo la chitarra.
(COME SI FA A PUBBLICARE UN LIBRO DEL GENERE?- vedi il Cap.12.3. Mi riferisco a quello che sto scrivendo: ma non mancherà chi lo troverà
geniale-quale è!).
Per quel che riguarda la pubblicazione, comunque, non esistono in realtà regole, a parte l’unico pilastro di tutto il discorso: proporre il proprio “libro”
all’editore giusto (basta guardare il catalogo).
Per il resto, non si può prevedere quale testo sarà pubblicato certamente: troppe incognite; l’unica certezza è che ovviamente, se sei famoso, il libro segue il
nome, e dunque grossi problemi per trovare un editore non ce ne sono.
Potrei, me ne rendo conto, e probabilmente lo sono, sembrare un “pazzo letterario” e il mio libro dunque essere privo di qualsiasi dignità.
Proprio su questo, vorrei citare nientemeno che Umberto Eco: Che cos’è la dignità di un libro? Evidentemente la Divina Commedia è, in assoluto, più
degna delle opere dei pazzi letterari…Ma non per me, che ho scritto sui pazzi letterari e scoperto cose meravigliose. Ci possono essere libri molto brutti
e stupidi (quello di Torelli è tra questi) ma che hanno valore in quanto li hai sottolineati e hai comunque imparato qualcosa…
Dai dodici ai ventidue anni ho suonato la chitarra classica ed ero diventato bravino, a parte la velocità; poi ho preso una semiacustica e mi sono divertito un
altro po’ ma bisognerebbe suonare almeno due ore tutti i giorni (TUTTI), e c’è anche altro nella vita, no?
Ora dormo poi riprendo a scrivere.
Eccomi qua, ho dormito e riprendo.Il prossimo argomento è: sempre la musica.Piccola digressione: ho scoperto una casa editrice di Milano che dice di poter
pubblicare un esordiente con poca spesa (dell’esordiente stesso) e questo mi ha dato un po’ di carica, anche se sarò sempre l’unico che trova interessante quello
che scrivo.Pubblicare costa e bisogna rispondere perlomeno a certe categorie: ci sono rimasto di sasso quando ho saputo che anche Lucarelli scrive dei gialli: ma
non avevano rotto?Evidentemente no (se sono scritti bene).Eppoi bisogna esser furbi, per esempio anoressia e nazismo vendono garantito, ma ci ha già pensato la
Gamberale.La Santacroce almeno è originale (Fluo è un capolavoro), ma ha rotto le palle anche lei.La Ballestra è un brodino allungato. La Zungolo non la
conosco, e non m’interessa conoscerla. Ho letto un pezzo di Sotto questa cenere, e non ho capito perché ogni capitolo dura solo dalle sei alle quindici righe
(massimo). Originale? Robaccia.
Ovviamente un po’ di pregiudizio c’è, da parte mia, nel valutare le scrittrici; ma non in quanto scrittrici, bensì in quanto contemporanei.
Parlando delle donne in letteratura, è ovvio che non ci siano differenze con i maschi. Da questo punto di vista la scrittura è asessuata. Non credo sia sostenibile
seriamente che la produzione letteraria femminile sia qualitativamente inferiore di quella virile o che sia riconoscibile un modo tipicamente femmineo di
scrivere. E’ vero invece che quantitativamente la produzione letteraria femminile, specie quella poetica, fino alla fine dell’Ottocento almeno, ha rappresentato
forse meno dell’uno per cento rispetto a quella maschile. Lo stesso dicasi per la filosofia.
Ogni tanto mi diverto a cercare di riconoscere, (ovviamente senza saperlo), a indovinare se l’autore di un articolo di giornale è un uomo o una donna. Debbo
dire che sono altrettante le volte che indovino di quelle che mi sbaglio; con una piccolissima percentuale in più a favore della donna se si parla di certi argomenti
(p.es., sul sesso e sulle coppie in genere è paradossalmente meno “gentile”, più sanguigna, di solito, un’autrice).
Per molto tempo ho creduto che ad aver scritto Frankenstein fosse stato un uomo. Onore al merito, dunque.
Il mio mito è Erica Jong, LA Scrittrice. Il suo capolavoro secondo me non è Paura di volare ma Paracadute e Baci. Mi sembra che Calvino scrisse le
Cosmicomiche; ebbene, quelle della Jong sono le Pornocomiche. Per onestà debbo dire che mi convince a metà o comunque solo a tre quarti: è proprio
femminista, e una scrittrice secondo me dovrebbe esserlo per legge; sennonché la forza di una femminista è di essere tale ma è anche la sua rovina: p.es., spara
un’infinità di cazzate (una per tutte: “un essere umano puro e semplice è una donna”; un’altra: “le donne vogliono uomini senza la maschera” ; e così via).
Però ognuno sente che ha ragione quando esalta la maternità o rivendica la parità di considerazione, più che di diritti, tra i sessi (lei per la verità parla proprio
di diritti, ma questa è un’arma a doppio taglio per le donne stesse: è questo che il femminismo non riesce ad ammettere). In Fanny dimostra che un’eroina è
meno noiosa di un eroe. In generale, parla di sesso come un uomo. Anche troppo (e qui è vera, come ogni donna, è questo che l’uomo non riesce a capire!).
Stilisticamente poi, fa, se non Grande Letteratura (che significa?), Grande Narrativa, perché attraverso le pornocomiche di Isadora racconta la vita, e l’autrice
afferma giustamente che la narrativa dev’essere onnicomprensiva. La vera eroina è Erica, più che il suo alter-ego Isadora. QUIM-POWER: Potere alla Fica!
Poi c’è il caso Melissa P.: è stata furba a scrivere sul sesso, anzi a descrivere il sesso, il libro non è che una sequenza di coiti adolescenziali con un linguaggio
adeguato: non disturbante ma sufficientemente forte. Se è stata sincera, questo resta il suo merito più grande e l’unico fascino del libro. Non si tratta infatti di
dire che non ha potuto scriverlo lei: io credo che l’abbia scritto (però ci ho pensato e sta in piedi anche l’ipotesi che non sia un lavoro suo).Il punto è un altro: lo
trovo piuttosto (molto?) banale. Uno dei romanzi della saga di Emmanuelle è praticamente identico. Il titolo poi, è trito e ritrito: c’è qualcosa di simile, p.es.,
anche in Tenera è la notte, di Scott Fitzgerald (Cap. XV).
Lei è molto giovane e molto carina, diciamo pure sexy, e l’ha saputo sfruttare: il successo è tutto qui, oltrechè nella natura stessa del libro. Come letteratura
forse non resterà; come letteratura d’oggi funziona (l’autrice è ricca e famosa), e questo è quello che conta.
Col secondo libro si vede ovviamente l’inconsistenza del tutto: il titolo è semplicemente ignobile. Quanto al film poi, ha ragione Melissa ad arrabbiarsi, perché
col suo libro non c’entra realmente nulla. E’ una storia di crescita interiore adolescenziale se possibile ancora più banale e deja-vu del romanzo, ed è riuscita pure
male. La protagonista poi non è bella come l’autrice dell’opera letteraria. Per quanto riguarda il sesso rappresentato al cinema, il rischio è quello solito (ed è
elevato). Cioè, il testo risulta anche intrigante, finanche eccitante, se vogliamo. Il film, no.
Perché certe cose è meglio figurarsele nella propria mente; oppure è meglio l’hardcore addirittura nella sua crudezza ma direi anche verità, talvolta disturbante.
E’ come il jazz. A proposito:

6.4.1.-QUAND’ERO CHITARRISTA
La musica, dicevo.La cosa nacque così: alle medie avevo un prof di educazione musicale particolarmente simpatico (ce ne sono), tanto che mi venne in mente
d’imparare a suonare uno strumento e non ricordo perché ma scelsi la chitarra.In entrambe le decisioni probabilmente ebbe una parte importante mio padre che
diceva che con lo strumento mangi sempre, e ai suoi tempi credo che fosse vero, bastava salire sul pullman, come dice Ringo dei Beatles.Comunque, mia nonna
conosceva un ragazzo che suonava e suona tuttora la chitarra (poi ne parlerò) che si disse disposto ad insegnarmi.Andavo a casa sua alle cinque, una volta alla
settimana e suonavo un pezzo (rigorosamente classico) che mi aveva dato da imparare, più una lezione di solfeggio del Dacci.L’esperienza m’è rimasta come una
delle più piacevoli non perché m’entusiasmavano la chitarra che avevo, i pezzi che suonavo, come li suonavo e via dicendo, ma per l’”atmosfera”, per
l’approccio allo strumento, per il fatto di suonarne uno, per come lo suonava lui, per le chiacchiere sull’argomento che si facevano, non per la musica dunque.E’
sempre stato il mio specifico: non il lavoro, non il lavoro: la preeeeesentazione (Schindler’s List).
Cosa peraltro comune oggi: conta più la scatola del contenuto, anche, aihmè, ad alti livelli.
Non credo d’intendermi davvero di una sola cosa ch’è una.
Tuttavia, credo siano poche quelle alle quali non mi sia interessato: e tanto basta. Per dieci/dodici anni sono stato un chitarrista, no?Il mio maestro era un tipo
incredibile: postino al mattino, virtuoso dello strumento e pittore macrobiotico il resto della giornata: tipo Pino, aereo umano e suonatore di boxe. (Cochi e
Renato). Tant’è vero che adesso è andato del tutto giù di testa e si dedica al “liuto arabo con influenze flamenche, rivisitate”.
Ma lo dico con la massima bonomia.Ho imparato più da lui che al Conservatorio: primo: la chitarra nasce classica e dunque se impari il classico puoi prendere
in mano la solid body e non viceversa.La cosa non significa nulla, perché fatta apposta per essere smentita dal primo genio di passaggio.Ma quelli sono geni.E
comunque resta una grande verità.
Secondo: la velocità d’esecuzione è anche la chitarra, ma NON E’ la chitarra: è più difficile andar piano che andar forte.
Terzo: non è vero che serve un superstrumento, perché poi non lo sfrutti, ma non è neanche vero che Paco de Lucia sia così efficace con la mia Suzuki.Basta
una media chitarra di liuteria (prezzi accessibili).
Quarto: il repertorio: ascoltare musica è l’attività più impegnativa in assoluto.Ragiona come un marine: non chiederti cosa può fare il tuo paese per te ma
chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese.In altre parole, vai incontro al pubblico se devi fare concerti (eccezioni: saggi accademici, e uditorio preparato, dove
invece è obbligatorio proporre cose sconosciute e più difficili).Se suoni per te stesso, come facevo io, fa quel che ti piace e basta, anche se improponibile.
Quinto: la chitarra del solfeggio se ne potrebbe infischiare, perché la vibrazione della corda è paragonabile ai capricciosi rimbalzi della palla rotonda nel
calcio.
Sesto: la chitarra è lo strumento più difficile.Inutile tirare in ballo arpa e violino: i chitarristi mi danno ragione, e comunque il piano in confronto lo suona
anche un bassett-hound.
Settimo: il plettro è per i “gratafurmaj”, che nel mio dialetto significa grattuggiatori.
Ottavo: la chitarra, anche non amplificata, fa un casino d’inferno, è uno strumento proprio potente.
Nono: la chitarra è la tua ragazza, trattala bene, ma Decimo: nella vita non c’è solo la chitarra.
Questo è il Decalogo by Nino del chitarrista (classico), ma va bene in senso lato.
Lezioni di vita.
Vado a pranzo e poi riprendo.
Eccomi qua: è un po' che non scrivo.

1.3.-ANGELI

“E’ già stato scritto qualcosa del genere?


Cosa?
Così disorganico.
Non so, ma chiunque può scriverlo e poi dire ch’è geniale, no?
Appunto, volevo sapere se qualcuno l’ha già fatto.
Se non è stato fatto, non era così degno. (In realtà Cesare Marchi seguiva questo schema, tranne che nei saggi, N.d.A.)
Però è divertente.
Se lo dici tu.
Hai visto i libri dei comici?
Un funerale, in effetti.
A parte Luttazzi.
Vero. Ma lui copia dagli americani.
Appunto.”

6.5.-QUAND’ERO CULTURISTA

“La scaletta l’invento man mano, dunque non è neanche una scaletta”
(Marco Torelli, Betrachtungen)
Avrei tante cose da dire, a volte mi balena un pensiero e dico: ne scriverò, poi non se ne fa niente.Forse è venuto il momento di rifare una scaletta degli
argomenti da trattare; per ora continuo con l'autobiografia.Dicevo che un grosso problema è stato il grasso, in particolare da piccolo e da adolescente anche se
adulto non lo sono ancora nè lo sarò mai (dormo ancora con l'orsacchiotto, ma ultimamente m'ignora).Fino a diciassette anni ero proprio denso, come dicono i
culturisti, solo che loro lo dicono a proposito dei muscoli...Le mie masse in effetti erano paragonabili a quelle di Schwarzy, specie le gambe, ma era lardo per
tigelle, e senza rosmarino.Poi a diciassette anni mi sono slanciato, intendiamoci non sono diventato Pippo ma se facessi molto più sport il fisico sarebbe davvero
notevole.La costituzione ovviamente è quella di sempre: brevilineo, nè basso nè alto, cosce grosse, tette pronunciate (mi sono anche operato di ginecomastia tre
volte-operazioni utilissime, più di tonsille e appendice, che infatti ho ancora), addome con una curiosa caratteristica: se mando giù solo tè per due giorni, sembro
Gandhi; se esagero con carne e vino (amo il Chianti) per un pranzo, sembro al sesto mese.
Sono Mr.Fantastic.
Per anni e anni ho avuto verso la parte frontale del mio corpo lo stesso pudore che immagino abbiano le donne nei confronti del seno (non tutte, vedi la barista
di Cella).Da piccolo avevo paura dei pantaloni corti, da grande delle T-shirts.Freud dovrebbe rimboccarsi le maniche con me.Poi, a vent'anni, durante il servizio
civile, la svolta.Mi sono come svegliato: proviamo a muovere il culo in quantità industriale, mi sono detto.Il mio programma era questo: sveglia alle 9, pacchetto
di cracker, palestra un paio d'ore (body building), Gatorade, pranzo: due cotolette di pollo con piselli, pomeriggio al lavoro (ero in biblioteca), sera: Martedì e
Venerdì in piscina (90-100 vasche a stile), gli altri giorni corsa (20-30 min.), cena: due cotolette di pollo con piselli, letto.
Per qualche mese ho seguito questo stile di vita, ricordo che pensavo all'addome piatto dormendo e non ho ingerito un'oliva di più di quel che ho detto, ma il
risultato fu sorprendente, soprattutto perche mi ero asciugato ed ero magro (come allora non lo sono più stato).Però era una fissazione: facevo vita da atleta.
La lezione mi è servita moltissimo sotto molti punti di vista: se vorrò tornare ad avere un superfisico, l'impegno dovrà essere assolutamente questo o superiore
(perchè ho qualche anno in più); per raggiungere gli obiettivi bisogna praticamente non pensare ad altro, la riuscita non è che la materializzazione per così dire
(che termine infelice!) di un atteggiamento mentale; terzo, forse più importante adesso che mi avvio alla vecchiaia (solo i teen-ager sono giovani) e si presume
che arrivi anche un po' di saggezza, mi chiedo: a che pro?Sostanzialmente, come dice la nonna al nipote culturista: cosa te ne fai? Però non voglio essere in
disaccordo con chi ha scelto una via "fisica" all'esistenza, penso a Mishima, il cui sviluppo fisico è durato dieci anni o anche alle arti marziali che sono forse
l'unica espressione (fisica) per un muto, cioè sono un modo d'essere che esula dalla parola (che notoriamente fa di un uomo ciò ch'egli è). Ma su quest'ultima
cosa ci vorrebbe un altro libro. Proviamo a parlarne un po’.
E’ da premettere che tutto quello che dirò è da prendere con le molle. Del resto, un libro-guida alle arti marziali sosteneva che l’aikido non serve per
difendersi, e che un karateka per difendersi con efficacia dev’essere almeno un VII° dan…
Sorvolerò sulla reale efficacia delle tecniche relative a ciascuna disciplina, che è assoluta (a patto di saper fare karate, o judo o qualsiasi altra cosa COME
RESPIRARE, cioè con l’automatismo proprio del respiro, oltre che curando i mille altri aspetti, dalla perfezione dei movimenti alla forza, che serve anche nelle
a.m., oltre ad avere determinazione e convinzione nel momento in cui si decide di reagire-e ad essere disposti a pazientare anni per acquisire le tecniche);
sebbene, forse contrariamente a quanto molti pensano, un judoka, o che so io NON E’ matematicamente al riparo da rischi fisici, il judoka p.es. si prende un
calcio in faccia da un karateka in qualsiasi momento (e il karateka di fronte a un judoka si ritrova per terra senza avere il tempo di dire “a”, se non se l’aspetta);
vorrei invece porre l’accento su quanto si esprima di se stessi attraverso le arti marziali.
Molto. Non esistono due modi identici di dare un mawashi-geri, perché non esistono due arti (gambe in questo caso) identici, e due abitudini posturali
identiche, e due indoli di combattente identiche, sebbene la tendenza unificante è evidente, se si tratta dell’identico stile.
Ma, anche nelle a.m., le possibilità del corpo sono limitate, in senso lato, rispetto a quelle della mente.
Tant’è che si dice che chi abbia poteri psichici particolarmente sviluppati (è il caso di certi monaci buddisti tibetani), abbia ragione del combattente più forte;
non sto parlando del “ki”, bensì di qualcosa di ancora superiore (non saprei di preciso definirlo).
Esistono infinite arti marziali, questo sì (gli stili di karate sono almeno una quarantina, quelli di kung-fu centinaia, ed ogni stile è una cosa a sé); però il modo
di colpire o proiettare, per quanto vario, non può competere con i milioni di collegamenti neuronali del nostro cervello. Anche perché non è che pensi a come
dare un calcio e poi lo impari a dare: al contrario, la consapevolezza di quello che sai fare viene solo DOPO che il corpo ha già imparato a tirare quel calcio alla
perfezione.
Tutto questo discorso non significa granchè: in caso di aggressione notturna con pericolo di morte, le arti marziali sono le uniche che offrono qualche garanzia
di sopravvivenza. Ma va riveduta e corretta l’affermazione che io stesso ho dato poco più sopra: l’unico modo fisico di esprimersi sono le a.m. Mi correggo e
dico: diverse, sono diverse, non migliori, da questo punto di vista.
Gli sports occidentali sono incredibilmente differenziati e soddisfacenti; a partire dalla boxe, per restare alle discipline da combattimento, alla quale peraltro
attingono gli stessi orientali, e attraverso la quale le a.m. sono giunte in Francia e poi in Occidente.
(Un modo fisico di esprimersi molto interessante è quello di quel disabile che comunicava col mondo attraverso una penna nella bocca, con la quale impartiva
ordini a un computer: una penna non ha mai volteggiato in questa maniera).
A proposito:

7.-LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

Ovviamente tutto questo discorso esula dalla comunicazione non verbale (interpersonale) che ognuno di noi, involontariamente, possiede, il cosiddetto
linguaggio del corpo o dell’espressioni del viso. Non voglio occuparmene pur essendo, tra le scienze umanistiche, (definizione che l’Odifreddi giustamente non
ammette), forse la più affascinante, perché riguarda tutti e in qualsiasi momento, a meno di fare vita eremitica. Non me ne voglio occupare per un motivo molto
semplice: appena padroneggi le tecniche non linguistiche, immancabilmente te ne servi per un qualche scopo, in un modo malizioso e finanche perverso. Almeno
è quello che mi è capitato di osservare sempre. Rimasi “shockato” da un corso organizzato dalla De Agostini per vendere le enciclopedie (lavoro che ben presto
abbandonai): non sapevo che spiegassero nozioni di PNL (programmazione neurolinguistica)!
Bisogna indicare sempre col mignolo, mai con l’indice; guardare la bocca, non gli occhi dell’altro; fare domande retoriche: “non ritiene che sia importante
l’insegnamento delle scienze fin da ragazzi?”; offrire false opzioni: “preferisce che veniamo al mattino o al pomeriggio?”; sorridere mentre si dà la mano, ma
capire a chi non la si deve dare (in genere alla persona già in casa; se invece rientra il marito o la moglie mentre parli alla suddetta persona, dargli la mano). E
un’infinità di altre cose anche molto più raffinate.
Tutto ciò non mi piace, mi appare malsano.
In pratica: “come metterlo nel culo al cliente, senza che se ne accorga”. Ma vero è che bisogna pur mangiare.
Mi affascinano invece gli studi che ci sono DIETRO questi “trucchi”. L’istruttore della De Agostini mi diceva che va periodicamente a Palo Alto, negli Stati
Uniti, per aggiornarsi e studiare nuove tecniche di vendita-pare che là ci sia una delle migliori università per gli studi sulla PNL, l’ipnosi, i messaggi subliminali
e tutta ‘sta bella roba.
Lì capisci che l’uomo è un animale, ci sono determinati atteggiamenti che provocano determinate reazioni, matematicamente. Come, p.es., nel lupo, che se non
vuole farsi azzannare da un suo simile, gli offre la gola (e l’altro s’impietrisce).Ma ripeto che padroneggiare queste tecniche è come con il karate: difficile non
usarlo, se senti di avere in pugno chi ti sta davanti; anzi, è peggio, perché puoi uccidere l’avversario senza colpo ferire.
Non riguarda la comunicazione non verbale ma voglio qui metterlo ugualmente: l’uomo fa scarsamente caso a quanto gli si dice: per lui conta molto di più
come lo si dice.
La donna, non ne parliamo…
Riguardano invece la comunicazione non verbale, due altre forme di espressione: il disegno ed il sesso.
Se disegno un gatto, è un gatto per me, per un inglese, per un cinese, per un eschimese. L’informazione bypassa, per così dire, la parola scritta o pronunciata.
Analogamente, se esprimo ad una donna la mia intenzione di voler fare del sesso, l’informazione è recepita da un’italiana, da un’inglese, da una cinese, da
un’eschimese. Lo stesso vale ovviamente se si invertono i sessi.
Sono, il disegno (o la figurazione in senso lato) e la sessualità, due linguaggi universali.
Ovviamente appartengono a due sfere del tutto differenti: la sessualità è come la mimica, modifica solo nel “qui e ora”.
Il disegno agisce anche a distanza di tempo e di spazio.
Solo per dire una differenza. Un’altra differenza è che il sesso riguarda la sfera più intima della persona (quella inferiore al metro tutt’intorno a noi).
Ma si vede che sto improvvisando…d’altra parte l’intero libro è improvvisato: Betrachtungen vuol dire solo “considerazioni”, e non mi risulta che bisogna
essere laureati in alcunché per fare Betrachtungen ueber verschiedene Argumente, considerazioni su diversi argomenti…
A proposito:

8.-SFIDA ALL’OK. TOTAL


(un’avventura)

Altro intervallo: un deficiente ieri sera, ero al distributore, si ferma in auto davanti alla mia e, aprendo il finestrino, mi fa: BOLOGNA?, e intanto con la mano
fa il gesto: sempre dritto. E intanto mi fissa con insistenza. Al che gli faccio lo stesso gesto: sempre dritto.E lui continua a fissarmi con insistenza, al che gli
rifaccio il gesto e intanto gli dico: sempre dritto.E alla fine mi fa il pollice teso (OK), al che glielo faccio anch’io.Dopo un po’ se ne va.(E’ la mia mente, scritta
su carta)(Seven).Ora, non c’è dubbio che volesse solo prendermi per il culo, perché i miei trascorsi indicano questo, anche se a raccontarlo non si direbbe.
Infatti, Bologna è la città che preferisco e il gesto con cui rispondo ai rompicoglioni è sempre quello, anzi, i due gesti, “sempre dritto” e “OK”; e poi ero in una
tale situazione di quiete e tranquillità che non è possibile che fossero lì per caso (erano due).Ma il punto è: non sono soddisfatto di come ho reagito, come dovevo
reagire?La sua reazione propria era: VAFFANCULO STRONZO! e intanto, dito medio teso.Dubito che sarebbe rimasto a guardare: kumitè.
Ma fare kumitè in strada è difficile per via di non poter prevedere le conseguenze.(teste di cazzo, coltelli, pistole & Co.).Però anche stare a guardare non mi
soddisfa più, sono diventato così dopo quello che ho visto e credo che sia giusto, ora hanno il dovere di…(gli Intoccabili); non dovrebbero fare così, non è
giusto.Avevano la targa gialla con scritta nera, non sono riuscito a sapere di dov’erano i bastardi, forse di Olanda, è la targa che somiglia di più alla loro, ma è
del ’78.Fucking foreigns! (Fottuti stranieri).
Altra possibilità girare testa ed auto ed andarsene ma: saggi o vigliacchi?
This is the question (Shakespeare)…A proposito:

9.1.-SULLA CULTURA
(da imparare a memoria)

Ora vorrei parlare dello studio, del leggere, della cultura, e inserirli in quella sorta di autobiografia che avevo iniziato.
Ho cercato la definizione di cultura sul Devoto-Oli e con sorpresa ho notato che non si capisce (io almeno non l’ho capito) in modo chiaro cosa sia.
Paradossalmente si capisce meglio cosa siano le culture (c. primitiva, c. dei Maya, etc.) che non cosa s’intenda per cultura in senso lato.
Ed è naturale che sia così: d’altra parte: chi è colto?
Umberto Eco è necessariamente colto, però non saprebbe superare un esame di chimica farmaceutica; mentre l’ignorante dal canto suo non manca
necessariamente di luce filosofica.
E ancora: oggi non si tende più ad acquisire una cultura, ma ci s’ingegna a creare i mezzi che permettono di farsela. Che permetterebbero, per meglio dire,
perché il rischio è proprio che, paghi di questa possibilità, restiamo sostanzialmente degli “ignoranti tecnologici”.
Non importa sapere la cosa ma sapere dove trovarla, vedi internet.
Il concetto di cultura più sano è forse quello greco arcaico (non classico): “cultura intesa nel senso del quotidiano, del materiale, e solo marginalmente nel
senso alto e teorico che si dà oggi comunemente al termine.”(Storia dell’Arte italiana, Electa ed.).
Mi viene in mente un passo di Siddartha di Hesse: “no, non si può davvero tenere in poco conto tutto il sapere dei Brahmini; ma chi sono io? Questo i
Brahmini non possono dirmelo, perché la saggezza la si conquista, la si vive, ti fai portare da lei, puoi fare miracoli con essa; ma dirla e insegnarla non
si può”.
Cfr.San Francesco: “sapere tutti i libri e le cose del mondo, non puoi dire che questa sia vera letizia” (Fioretti, n.VIII).
Gandhi: “sono un ignorante”.
Eco: “Montale non è laureato, ed è un grande poeta lo stesso”.
Marchi (a proposito di Dante): “non si laureò”.
Ancora Hesse (in un raccontino del 1907): “il sapere non serve assolutamente a niente”.
E potrei continuare.
Quei modi spregiativi di vedere la conoscenza discorsiva e libresca avevano un fondamento religioso; ma comunque le cose stanno proprio così e d’altra parte
si studia per saper poi fare un mestiere, non per elevarsi spiritualmente.
Checchè se ne dica.
Le persone cosiddette colte che mi vengono in mente infatti non sono belle persone come si direbbe. Chi poi diventa filosofo assimilando nozioni (è pur
sempre possibile) non fa comunque testo, è come gli spiriti superiori, ne nasce uno ogni cento anni nel rispettivo campo. Io difendo il valore dello studio come
fonte di piacere; oppure in senso utilitaristico, per lavorare (la laurea); non credo più, come potevo crederlo dieci anni fa, ad un valore formativo della persona.
Balle.
Vale più Gandhi di Umberto Eco, che pure aveva letto un’ unico testo inglese (Unto this Last di Ruskin), al di là degli studi legali, di Tolstoj e ovviamente della
gita o meglio la bhagavadgita, cioè il mahabharata.
Mi sono fatto tatuare sul ventre il termine sanscrito ahimsa, che significa letteralmente non-uccidere, ma che nella sua accezione positiva, è l’amore per tutti
gli esseri viventi. Non è che un’aspirazione, non certo la notifica di un traguardo raggiunto. Del resto è un’arma troppo potente e pericolosa (soprattutto per chi
la possiede) per raggiungerla con facilità o maneggiarla con disinvoltura, è superiore a qualsiasi arte marziale e, aggiungo io, a qualsiasi filosofia. E’ LA
filosofia. Quante notti insonni per averla.
L’Aikido mente quando sostiene che è la via dell’amore (o dell’armonia); amore non è schivare il colpo per far capire a colui che attacca la sua follia, perché
se l’altro non sa cadere, si fa male, e molto: bisogna prenderlo, quel colpo.
Così possono farti male, certo.
E pazienza.
Mens sana in corpore sano. A proposito:

9.2.-SU GOOGLE

Torniamo al sapere: cosa porta con sé? Orgoglio, invidia, potere, ambizione e dunque dolore secondo l’etica buddista (ma anche cristiana). L’unico cervellone
che non se ne vanta è il computer: è anche vero che non potrebbe, non è che uno “scemo veloce”, come ha detto qualcuno.Io adoro internet. Prima di averlo
volevo prendere l’enciclopedia, ma con Google è del tutto inutile, anche se per adesso sono più precise quelle di carta.
Comunque è stato inventare un’altra volta non la stampa ma la scrittura, o l’apprendimento addirittura.
Si potrebbe conteggiare il tempo prima e dopo Hiroshima è stato detto, io dico: prima e dopo Google.
E’ anche impersonale, anonimo, discreto, neutrale, umile, imparziale, aggiornatissimo e completo: s’è mai visto un quotidiano così?
Per non dire di un uomo. Scriverei un’ode a questo motore di ricerca, se ne fossi capace.
La scrivo lo stesso:
Metro: endecasillabi e settenari
Rima: libera

ODE AL MAESTRO DEL NOSTRO TEMPO

O Google, tu che ci ricerchi sempre


Tutto, dal pornaccio al fritto misto
E fatti rinforzare le tue tempre
Che comunque sia Tutto non hai visto

Dal Sudamerica fino a Bristol


Là dove splende il sol
Non conta poi tanto la conoscenza
Quanto metterci del soul

Libri, chat, auto, cinema, superbowl


Ma non così in fretta
Tanto poi si perderà
Gioventù, donna, vita, valigetta

Così è se vi pare
Bravi Eco e il commendatore
Il nocciolo che vale
Resta amore, amore, amore

Piaciuta? Bè, prima mi sono documentato, non sono mica Carducci. Ho già abbastanza disgrazie.
E torniamo alla mia vita.
A forza di usare il computer, e anche chiedendo a persone più esperte di me, sto imparando a cavarmela egregiamente (naturalmente limitatamente alle mie
esigenze).
Ho imparato a masterizzare. Non è più difficile di andare in macchina. A proposito:

10.1.-LA MIA AUTO


(una Citroen!)

Prossimo argomento: l’automobile. Mi piace guidare. Maledettamente. Ho preso la patente nel 1991 (11 Aprile) e fin da subito l’auto per me è stata
fondamentale. Tuttora non saprei come fare senza. Ho solo quattordici anni di patente e un numero superiore di problemi, danni, incidenti. Non necessariamente
nell’ordine: ho perso la patente e ho dovuto fare il duplicato; (tra l’altro da allora non la tengo più addosso ma in auto, perché rifarla è un’odissea e costa sempre
di più); ho fatto due incidenti seri (da dover buttare via la macchina) e diversi altri di lieve entità; in uno mi sono sfasciato rotula e tibia e ho ancora i ferri nella
gamba; ho preso almeno due dozzine di multe; mi hanno sospeso la patente un paio di volte; mi hanno tolto cinque punti per via delle cinture (ma era l’unica
volta ch’ero senza); forse dimentico qualcosina.
Tuttavia, mi vanto di non avere mai fatto del male ad altri utenti della strada e questo qualcosa vorrà dire. Sono solo un “po’” distratto. Il primo incidente
“sfasciacarrozze” è stato spettacolare: sono passato col rosso e un’auto venendo da destra mi ha preso in pieno, ribaltandomi su un fianco e ho fatto una
cinquantina di metri così. Mi sono solo tagliato il mignolo sinistro (giuro). Un bel culo. Ammettiamolo: è stato meglio di una strippata (Pulp Fiction). Nell’altro,
forse ero brillo, mi sono rotto la gamba sx. e ho fatto diciotto giorni d’ospedale e due mesi di gesso, a volte ho ancora qualche problema al ginocchio.
Lì mi sono divertito meno, lo ammetto.
E passiamo alla Citroen: bisogna sapere che mio padre aveva una grande passione per la Francia e per questa marca che infatti è la migliore del mondo e
comunque la più intelligente del mercato. Auto “a misura d’uomo”, forse oggi meno, anche se la finitura è migliorata.
Comunque sia, abbiamo sempre avuto Citroen in famiglia, addirittura modelli oggi dimenticati, come l’”Ami 6”, per esempio, oltre a Dyane, GS, e
ultimamente quattro o cinque BX (una l’ho sfasciata io, un’altra mio padre. La gamba però me la sono rotta su una Golf; forse se avevo la BX…). Purtroppo ci è
mancata la mitica Deèsse, mio padre la chiamava la “Squalo”. Ma lui fece in tempo a guidarla. Comunque sia, quello che piaceva e che piace del Double
Chevron erano le sospensioni idropneumatiche, che facevano letteralmente impazzire come manutenzione, ma poi potevi rilassarti viaggiando con il loro
proverbiale confort, oltre allo spazio interno, la tenuta di strada, i freni, i motori fiacchi ma robusti (la Due Cavalli faceva addirittura un bel pezzo di strada
completamente senz’olio…bè, magari poi ne vedevi qualcuna in fiamme sull’autostrada).
La storia della Marca e delle innovazioni introdotte del resto è incredibile. A proposito:

10.2.-STORIA DELLA CITROEN

L’azienda nasce nel 1919, fondata da Andrè Citroen (non trovo la dieresi sulla tastiera), un ingegnere laureato all’Ecole Polytechnique, che aveva creato una
fabbrica d’ingranaggi a doppia spina di pesce (bi-elicoidali, double-chevron, l’emblema della Casa). In genere lo stile della carrozzeria era ispirato alla moda
americana (fino agli anni ’40), mentre tecnicamente fu da subito all’avanguardia. La Type A del 1919 fu la prima vettura europea costruita in grande serie. Aveva
capote, ruota di scorta, guida a sinistra. Il suo 4 cilindri 1327 cc. Consumava 7,5 l per 100 Km., quanto un diesel attuale. Costava meno di 8000 ff., un prezzo
molto basso. Anche la pubblicità della Casa fu da subito innovativa: nel 1922, per la prima volta un aereo scrive nel cielo: la scritta è citroen, ovviamente. La
5CV Type C del 1922 fu la prima vettura per le donne, grazie alla sua facilità di guida e manutenzione. Tra l’altro era verniciata in giallo, “Le petit citron” era
detta. Anche nelle imprese automobilistiche la Casa ha fatto storia: nel 1923 si ha la prima traversata del Sahara, da Algeri a Tumbuctù. La B 10 del 1924 è la
prima Citroen con carrozzeria tutta d’acciaio: anche le seguenti saranno così.
Dal 1925 al 1934 il nome dell’azienda illumina la Tour Eiffel con 250000 lampadine (record tutt’ora imbattuto). Sempre nel ’25 la Torpedo B 12 commercial è
la prima vettura doppio-uso (anche per trasporto merci).La B 14 del 1926 è la prima vettura “lusso” di grande serie. Nel ’27 le Citroen si affermano come taxi
(ca.700 esemplari) e s’istituiscono le giornate “porte aperte”, cioè con visita alle fabbriche (iniziativa copiata da tutti fino ai nostri giorni). Nel 1928, uscita della
C 4, che rimpiazza la B 14 e della prima Citroen a 6 cilindri, la C 6 (2442 cc.).
1929: C6 1, primo camion veloce francese.1930: C 4 “fourgon”, cioè versione commerciale.
1931: taxi C4 F (1628 cc.).
1932: “Croisiere jaune”, cioè traversata della Cina; C 4 e C 6 “Moteur Flottant”, cioè con supporto elastico di smorzamento delle vibrazioni (idea ripresa dalla
Chrysler ma primizia europea).
1933: l’8 CV “Rosalie” percorre 300000 Km. alla media di 93 Km./h. Nel 1934 è finalmente la volta della “Traction”, (il nome del modello è 7 CV): un’auto
rivoluzionaria, ch’era venuta in mente al patron dopo un giro negli USA per visitare tutte le maggiori case automobilistiche d’oltreoceano, e realizzata con l’aiuto
di un ingegnere della Renault: Andrè Lefebvre. Queste le caratteristiche dell’auto dei due Andrè: carrozzeria aerodinamica, firmata dall’italiano Flaminio
Bertoni, monoscocca autoportante tutta d’acciaio senza chassis, assenza di predellini, sospensioni a barra di torsione, quattro ruote indipendenti, ruote anteriori
motrici e direttrici, (da cui “Traction Avant”), freni a comando idraulico, motore sospeso 4 cil. valvole in testa, 1303 cc., 32 ch, 7 CV, cambio a 3 marce, 9 l per
100 Km. Si susseguiranno moltissime versioni fino al 1957.
1935: muore il fondatore. La Michelin acquisisce l’azienda.
1936: sterzo a cremagliera sulla Traction.
1937: Traction per uso commerciale.
1938: Traction 15-Six: è la gloriosa versione 6 cilindri, la vettura di serie più popolare dell’epoca.
1939: la TPV, la futura 2 CV, è pronta. Ma la guerra ne impedisce l’uscita.
1940: parziale distruzione degli stabilimenti in Francia e Belgio.
1941: si studiano carburanti alternativi, tra cui l’elettricità.
1942 e ’43: si va verso il minimo storico di produzione annuale, giunto nel 1944 con meno di 3000 vetture.
1945: la produzione riprende (ca. 10000 vetture).
1946: presentazione della 15-Six G: la G sta per gauche, perché il motore, visto dal davanti, girava verso sinistra (ma ci fu anche la D, nel ’47). E si arriva al
1948, l’anno della 2 CV. Il progetto era noto come “Toute Petite Voiture”, TPV, cioè vettura piccolissima. Infatti pesava un terzo della Traction, e costava un
terzo. Aspetto insolito (il solito Bertoni), carrozzeria d’alluminio, uso polivalente, motore 2 cil. raffreddato ad’aria, 375 cc., 9 ch., 2 CV, cambio a quattro marce,
consumo irrisorio: 4,5 l per 100 Km.(!), quanto un (ottimo) diesel attuale, furono i motivi dei quarantuno anni e nove mesi (3872583 esemplari) di produzione
ininterrotta . Un vero record. Da subito dopo la guerra alle 16 di Venerdì 27 Luglio 1990! Mi si perdoni la commozione. Mio padre ne aveva un modello piuttosto
tardo, la “Dyane”. Nel 1948 compare anche l’inconfondibile Type H, uno storico veicolo commerciale.
1949: produzione ormai a ritmo pieno, oltre 63000 veicoli.
1950: presentazione della 2 CV “fourgonnette”.
1951: commercializzazione (fino al ’78). La produzione annua supera le 100000 unità.
1952: doppio baule per la Traction.
1953: motore diesel sull’utilitaria “Type 55”.
1954: sospensione idro-pneumatica sull’asse posteriore della Traction.
Il 1955 è uno degli anni spartiacque nella storia dell’auto: al Salone di Parigi viene infatti presentata la Citroen DS 19. Non credo sia mai esistita una vettura
altrettanto precorritrice dei tempi. La linea era futuristica: soppressione della calandra, carenatura totale (anche delle ruote posteriori), carreggiata anteriore più
larga. Ovviamente opera di Flaminio Bertoni (anche gli interni). Era innovativa quanto il Caravelle, il jet al collaudo in quei giorni. Il nucleo della concezione
dell’auto stava infatti nella trazione anteriore e nel sistema idraulico centralizzato. Adottava le sospensioni idro-pneumatiche già viste sulla Traction l’anno
prima, ma su entrambi gli assi (una sfera per ruota); inoltre tutto era collegato al sistema e dunque assistito: cambio a quattro marce, frizione (senza pedale),
sterzo agente in funzione della velocità , freni (tutti a disco, prima vettura di serie), due circuiti di frenata indipendenti, ripartitore automatico della forza frenante
in funzione del carico, regolazione dell’altezza dal suolo e assetto costante. La manutenzione era difficoltosa, ma non esiste sospensione che isoli maggiormente
dalla strada, mantenendo una guida “sui binari”. Ma anche altre parti meritavano attenzione: motore 1911 cc. da 140 Km./h.(!), testata in alluminio, un unico
albero a camme; mentre il tetto della vettura dal canto suo era di plastica (!), rinforzato con fibra di vetro. La VGD, “Voiture à Grande Diffusion”, ma detta
“Dèesse” , Dea, restò in produzione ca. diciannove anni (fino all’Aprile ’75). Come non ricordarla nel film di Fantomàs, dove si trasforma in aereo? Potevano
usare un’altra auto?
1956: nuova corriera “Type 46”.
1957: ID 19 (DS col cambio meccanico); pensionamento, dopo 23 anni, della Traction.
1958: ID familiare (“Break”).
1959: la DS vince il rally di Montecarlo.
1960: DS cabriolet, carrozzata da Chapron.
1961: esce l’Ami 6, che si situa tra la 2 CV (ha lo stesso motore raddoppiato di cilindrata) e la DS. Caratteristico il lunotto inverso.
1962: ritocchi di carrozzeria per la DS (ora tocca i 160 Km./h).
1963: 2 CV potenziata: 16,5 ch.
1964: Ami 6 Break (mio padre l’ha avuta) e DS Pallas (più curata).
1965: DS 21 (2175 cc.), con fari orientabili collegati allo sterzo.
1966: il liquido idraulico LHM sostituisce l’LHS2. E’ quello che si utilizza tutt’ora.
1967: versione Dyane della 2 CV e restyling DS (con fari carenati in plexiglas).
1968: “Mehari”, la jeep della Citroen: motore dell’Ami e carrozzeria in plastica.
1969: Ami 8, più aerodinamica e DS a iniezione elettronica (prima auto di serie francese ad averla).
1970: pieno di novità: GS, 1015 cc. a quattro cil. contrapposti, 4 freni a disco, sospensioni idro-pneumatiche. SM: coupè con motore 6 cil. Maserati, 2670 cc.,
cambio a 5 marce, 4 freni a disco, sosp. Idro-pn., servosterzo con auto-riallineamento, fari orientabili. La prima sportiva (sicura) per tutti. DS con cambio a 5
marce. Infine, prototipo M 35 a motore rotativo.
1971: GS eletta vettura dell’anno (mio padre l’ha avuta) e versione break.
1972: DS 23: 2347 cc., carburatore e iniezione. L’ultimo modello.
1973: Ami a 4 cil. e GS bi-rotore, solo 847 esemplari.
1974: presentazione della sostituta della DS: la CX (è il coefficiente di penetrazione all’aria). Le solite caratteristiche Citroen alto di gamma, a partire dalle
idro-sospensioni, ma una linea particolarmente curata, motore trasversale 1985 cc., tergi mono-spazzola, lunotto concavo, plancia futuribilie (tachimetro e
contagiri a tamburo rotante).
La storia del periodo “storico” Citroen può finire qui: da aggiungere solo la CX break, diventata la macchina preferita dai giornalai (1976); la Mehari 4x4
(1979); la 2 CV “Charleston” dell’80; la gloriosa BX (1982), probabilmente l’ultimo modello a durare così tanto (11 anni), l’erede Xantia infatti ne durò 9: aveva
la carrozzeria per gran parte in plastica, le solite sospensioni idro-pn. ed era probabilmente la Citroen classica più moderna, o la moderna più classica. In famiglia
ne abbiamo avute una mezza dozzina. Sia io che mio padre ci abbiamo anche fatto un incidente (grosso, macchina distrutta) a testa: illesi. Nell’85 il rosso e il
bianco succedono al blu e al giallo nel Marchio. Resta da citare l’XM (1989), l’ultima ammiraglia ad oggi e prima Citroen a 6 cil. dagli Anni Trenta. Montava la
classica sospensione Citroen ma gestita dall’elettronica: idrattiva. A me piaceva molto, ma forse effettivamente quanto a finiture non era all’altezza della
categoria. Concettualmente era invece una vera Citroen. Forse per questo non è stata capita molto.
Non è più tempo per certa filosofia aziendale: è cambiato il mercato. Comunque con la Xantia (che ho e sono contentissimo) si capiva che sarebbe iniziato il
nuovo corso dell’azienda, la conferma è venuta poi con la Picasso e ancor più con la C 3. Infatti per la prima volta tutti hanno capito ch’è la Marca migliore del
mondo! Adesso mi sembra che sia perfettamente in linea con la concorrenza, anche come finiture e politica commerciale, mentre se tecnicamente già era
all’avanguardia, ora l’immagine della Citroen è ultra-tecnologica (meritatamente). Sono stupito dagli ultimi prodotti e attendo con impazienza la nuova “grossa”
C 6.
E’ bella la filosofia che sottende alla Maison (un tempo ancora di più), secondo me: la macchina serve per andare in giro, una Citroen può andare esattamente
dove arriva una Mercedes o una Ferrari, ma con costi irrisori e altrettanta (se non maggiore) sicurezza e comodità. Finitura? Prestazioni? Immagine? Tutte nobili
qualità, necessarie al successo di un marchio; ma la souplesse, la dolcezza, finanche la spartanità della “Deuche” (L’Attimo Fuggente), per esempio, sulla quale,
diceva la pubblicità, si può leggere Proust al volante traversando le Ardenne; no, tutto questo non si può davvero tenere in poco conto (Siddartha).
Le Alfa, per esempio, non ho mai capito come ‘mminchia sono fatte: ma la macchina la compri per farci le gare? La GTV, “Gran Tarone Veloce”, per
esempio, è l’idiozia su quattro ruote: tutta motore e niente spazio, per non dire della 33.
A proposito:

6.4.2.-ANCORA SULLA MUSICA E I CONCERTI

Torniamo sulla musica, poi parlerò dei viaggi. Non ho mai avuto la passione per la musica, tutto sommato, e mi dispiace, ma d’altra parte è talmente difficile;
certo, ce ne si può fregare e ascoltare quello che piace. I teenager, la maggiorparte, ascoltano musica tutto il giorno, e fanno bene, ma non sono forse loro, da
sempre (dai ’50 in poi) a determinare gli hit, cioè i successi? Ma ascoltare musica seguendo la storia degli hit significa interessarsi soltanto alla parte più
deteriore del fenomeno e trascurare invece alcuni degli esperimenti più suggestivi.Lo ha scritto Scaruffi a proposito della musica (il rock) del nostro secolo (ch’è
ancora il ‘900, con buona pace dei magazine di telefonia cellulare, a meno di esser nati negli anni ‘90).
Dunque quelli che l’ascoltano di più non contribuiscono qualitativamente, se non dal punto di vista che statisticamente spingono a fare cose nuove.
Allora preferisco scegliere a lavori ultimati.
L’ultima sferzata personale verso la musica l’ho avuta circa dieci anni fa (1996) con l’acquisto del lettore CD: avevo cominciato a collezionare i generi in
modo maniacale, poi mi sono stancato. Comunque resta il materiale migliore che ho; infatti se vuoi farti una cultura sistematica sei costretto ad attraversare il
blues, da cui tutto ebbe inizio e, come i link in internet, non finisci mai. Io partendo da Robert Johnson e Muddy Waters, sono arrivato ad ascoltare da Washboard
Sam a Scott Joplin, che si possono considerare più chicche che dischi fondamentali. E invece lo sono, fondamentali, allo stesso modo che il surrealismo utilizza
pur sempre lo stesso rosso delle grotte di Lascaux. E pensare che adesso in auto non ho il CD ma tre valigie di musicassette (e ascolto quasi solo la radio!). Ora
non compro quasi più CD, per motivi economici, ma ogni tanto ad un concerto che mi diverte li prendo: l’ultimo è stato Davide Van de Sfroos.
Parentesi sui concerti: passano generalmente per l’autentica espressione di quanto il gruppo sa fare, io credo invece che da questo punto di vista sia tutto
sommato migliore l’incisione. Ai concerti c’è la componente aggregativa ch’è fondamentale, ci si diverte di più perché la musica è solo una parte dello
spettacolo. Sia perché il gruppo tira fuori il suo lato teatrale, se lo possiede, ma anche e soprattutto perché ci si va in compagnia e si possono far follie, lasciarsi
andare. Ma dal punto di vista dell’ascolto puro la situazione non è certo ottimale. Infatti, se da un lato è presente un aspetto fondamentale, che non è presente su
disco (o comunque può essere catturato solo in minima parte), cioè l’improvvisazione dei singoli musicisti o il virtuosismo del cantante, bisogna dire che la
confusione e i rumori di fondo non permettono di cogliere tutto quello che viene eseguito.
Qui viene meno una caratteristica che non dovrebbe essere dimenticata quando si parla di musica: non si può (non si dovrebbe) fare altro quando si ascolta
musica. Se ciò appare scontato nel caso della Classica, non si capisce perché non venga quasi mai rispettato con la musica contemporanea. Si usa la musica come
riempitivo, in auto, in cucina, mentre si fa sport, sotto la doccia (col sapone nelle orecchie). Così si dà ragione a quanti distinguono ancora tra musica seria (la
classica) e leggera, commerciale: si vede che quest’ultima non merita tanta attenzione… L’ascolto è un’attività decisamente impegnativa e solo facendo molta
attenzione si può apprezzare un disco.
Come fai a fare attenzione ad un concerto? Dove importa solo sentire le canzoni che si sanno già a memoria e andare col ritmo, cantando a squarciagola?
Bruce Springsteen questo lo sa bene e, più unico che raro, spesso e volentieri chiede silenzio di tomba all’inizio della sua performance (l’ha fatto anche a
Bologna). Inoltre, è l’esecuzione stessa del gruppo che, in genere, nell’esaltazione di accontentare i fans, risulta distorta. L’ultimo esempio che ho sentito è quello
dei R.E.M. Stipe, quando canta Loose in my religion dal vivo, tende a stare un po’ troppo alto coll’intonazione, perché sentendo centinaia di migliaia di persone
che la cantano, gli viene da enfatizzare inutilmente, oltre a creare curiosi fenomeni (per esempio, su disco dice “loose”, normale, in live dice: “lllllllllloose”, con
diciotto elle davanti). Stai calmino! E’ meglio su disco. Naturalmente ci sono le eccezioni: il blues è quasi sempre meglio dal vivo, se ce la fai a resistere (è
divertente improvvisare, meno star lì ad ascoltare a lungo). Certo, dal vivo l’atmosfera è diversa, al punto che in genere essa non si perde registrata. Ma la
canzone è snaturata.
Non dimentichiamo che il rock nasce con l’industria discografica ed è solo la musica tradizionale, diremmo oggi “folk”, ch’è legittimata ad essere suonata dal
vivo.
Nel rock questo succede solo perché il live è una metà del business (l’altra metà è il disco).
Comunque, tornando a de Sfroos, è molto bravo ma soprattutto apre un discorso sul dialetto, oltre che sulla musica.Si considera in genere quello dialettale un
genere minore, più ironico o scherzoso che serio, forse perché le parlate regionali richiamano subito alla mente quello che siamo (o che eravamo), e, come la
scimmia che si guarda allo specchio, ci viene da ridere (Trilussa).Ma non è tutto.Si avverte la “provincialità” della cosa, ch’è quello che non fa digerire agli
italiani il Country, ma non per un implicito giudizio di merito, bensì per la difficoltà d’ascoltare una tradizione che non è la nostra.In realtà dal punto di vista
linguistico ogni dialetto è una lingua; la differenza con quella nazionale, nel nostro caso l’italiano, è solo che quest’ultima ha alle spalle una bandiera ed un
esercito, come qualcuno ha detto.
Un genere tradizionale di musica si può paragonare al dialetto.Non si sacrifica un’identità per un’altra se quest’ultima non ha avuto il beneplacito delle masse
(questa è la forza-limite del rock). Nel caso di una canzone dialettale poi, è un peccato che la musica sia sempre ripresa da altre tradizioni e/o forme-canzone,
mettendo l’originalità solo nel testo (de Sfroos non fa eccezione, ma neanche l’osannato De Andrè, v. la Ballata del Michè), perché anzi potrebbe essere un
discorso globale di sperimentazione (oggi si direbbe a trecentosessanta gradi, va inspiegabilmente di moda quest’infelice paragone geometrico). Quando parlo di
musica mi viene sempre in mente la Storia del Rock dello Scaruffi, che presenta, oltre ad analisi critiche particolarmente acute-un genio, un modo di ragionare
rigoroso ed utile in senso lato (un po’ come il latino, aiuta a pensare).
Cosa che non si può dire del saggio di Walter Mauro per la collana “il Sapere 1000 lire” della Newton (oggi fuori catalogo). E’ impostato male e superficiale,
sembra di leggere me. Il suo unico merito è quello di essere una fonte di curiosità molto ricca, per esempio spiega l’etimologia di molti nomi, da Tin Pan Alley al
Ragtime. Però, di ogni capitolo, eccettuato forse quello sul jazz, fa confusione temporale delle varie vicende, e ne trascura parecchie. In generale, è un
guazzabuglio, per dirla col Manzoni, tacendo la conclusione, dove pretende di prevedere il futuro del rock prendendo ad esempio solo Madonna e Prince!
E’ il tipo di analisi che sono solito fare io, superficiale, ma con due non trascurabili differenze: dove ci prendo, dico verità immense e nascoste; e soprattutto
non dirigo collane editoriali od insegno all’università, e in generale mi si legge senza pretese.
A proposito:

6.4.3.-DI NUOVO SULLA MUSICA E CIO’ CHE PIACE

Io sono sempre in imbarazzo quando ascolto qualcosa di nuovo, che per me è quasi tutto, per tutta una serie di motivi nella misura in cui… (mi stavo lasciando
andare al politichese).
Cercherò di spiegare il perché.
Ovvio, una canzone è difficile che NON PIACCIA, in genere il giudizio non è così drastico. E’ sufficiente che sia ripetibile a memoria (stavo scrivendo
“orecchiabile” ma il termine, al pari di “commerciale”, a ben vedere non si sa poi cosa significhi di preciso) e/o che diverta sul momento. Se mi piace l’Whisky,
e a me piace, sono in grado di bere il Queen Margot, ch’è un ignobile prodotto da 4.99 euro in vendita al LIDL. Chiaro che il Glenlivet-il mio preferito, anche se
pare non sia il massimo-non ti lascia l’amaro in bocca il giorno dopo.
Quando ti si chiede un parere musicale, spesso la risposta è: fa schifo, mentre alla ragazzina che te l’ha chiesto fa impazzire: questione di gusti, si dirà. Chi
crede alla favola dei “gusti” non ha riflettuto abbastanza. Il mio “fa schifo” (avevo promesso di essere onesto) arriva direttamente (senza passare dal via) dalla
mia ignoranza. Accade infatti che di una cosa, di quasi tutto per la verità, mi chiedo, senza volermelo chiedere, ma succede sempre, da dove viene, che cos’è, e
dove va. Le classiche domande esistenziali. Se non possiedo un grado soddisfacente (per me, ovvio) di nozioni, sento che non “posso” apprezzare a modo una
canzone, un libro, un film (forse faccio un’eccezione in quest’ultimo caso). Ad esser precisi, “fa schifo” significa (pressappoco):
“prendo atto che ora c’è questo prodotto ma non me ne sono occupato a fondo con l’aiuto dello Scaruffi forse potrei capire a che corrente appartiene
e compiacermi della mia conoscenza dell’argomento e questo renderebbe più gradevole il tutto o forse mi farebbe apprezzare qualcosa che non mi
sarebbe piaciuto però a volte succede il contrario comunque non voglio buttarmi e fa schifo cioè me ne disinteresso finchè non avrò voglia perché mi
spaventa la vastità della materia (e la spesa necessaria) e quindi se dico mi piace ed è cibo per cani o se dico non mi piace ed è strepitoso e insomma cosa
dico e qui c’entra anche l’insicurezza e la pigrizia e tu comunque ascoltalo, baby”.
In parte mi sembra di far bene a far così: quante volte un pezzo non è che Rock’n Roll in altra salsa, per così dire?, perché cantato da un determinato
personaggio piuttosto che sull’onda di determinati eventi? (O astutamente travestito-il punk-ma la storia del rock è fatta di queste illusioni).
Però sento anche di essere troppo severo con me stesso: e qui ha decisamente ragione la ragazzina di prima. Se piace piace, se non piace non piace; poi si può
anche leggerne o, meglio in questo caso, ascoltarne di più. Senza contare che quello che ascolto, che leggo, che guardo (un po’ meno), lo ascolto, leggo, guardo
in quanto è un CLASSICO. Un esempio banale: in questo momento sto ascoltando John Lennon: a chi non piace?
Per quanto possa sembrare strano, se avessi sentito una sua canzone senza sapere ch’era sua, all’inizio, quando non me ne fregava niente del rock o avevo
appena iniziato ad interessarmene, (ma anche adesso credo) non è detto che mi sarebbe automaticamente piaciuta. Ma vedevo che intorno a me tutti ascoltavano
musica, che questa piaceva (o faceva finta) di piacere moltissimo, che nell’adolescenza scolastica cominci un mucchio di discorsi nella tua vita, a partire dal
sesso; così mi son messo lì e ho detto: vabbè, ascoltiamo sto cazzo di rock
(Mi viene in mente uno sketch tra Luis de Funes e Jean Gabin: quest’ultimo diceva: non s’inizia la giornata se la patria non si è salutata, e de Funes rispondeva
tra sé e sé: vabbè, salutiamola. Un po’ la stessa cosa: non sei giovane se non ascolti il rock: vabbè, ascoltiamolo. Io l’ho vissuta un po’ con questo spirito).
E da dove cominciare, se non dai Beatles? Poi Lennon ha fatto il solista, ed ecco perché ascolto Lennon. Ora più lo ascolto più mi piace ma più che altro più
capisco che, come ho letto, pare non sapesse la musica: di qui credo la bellezza di moltissime sue canzoni, un po’ come Vasco e Jovanotti, che sono stonati.
Voglio dire che il fatto musicale è venuto paradossalmente per ultimo: prima ho dovuto leggerlo. Questo in parte rispecchia il rock ch’è quasi sempre più un
fatto socio-economico che prettamente musicale. Però non credo che il mio sia l’approccio giusto: che se qualcuno non mi dice che il tizio merita, non lo
approccio.
E questo aihmè si è ripetuto con Hemingway in letteratura o con Kubrik al cinema.
C’è poi un problema (lo accennai già in 1.1.1.) che non so se riguardi il rock o qualsiasi altro prodotto umano, in senso lato (opterei per la seconda possibilità):
perché è tutto uguale?
Ci ho pensato l’altra sera guardando distrattamente Match Music in un pub. Moltissima musica non è riconoscibile, riconosci quella dell’autore che ami,
oppure i generi: ma in generale è tutto “casino”.
Lo pensavo appunto perché ero distratto? O succede sempre così se non conosci la materia?
Però l’industria del rock, specie ultimamente, o forse da sempre, accentua forse questo aspetto di produzione-fatta-con-lo-stampino, di canzoni uguali, di
ripetitività, più di altre espressioni artistiche. Intanto è relativamente facile, più che in altri campi, lanciare qualcuno sul mercato. Se ha il fisique du role e le
conoscenze giuste, basta mettergli in bocca una canzone già esistente (di successo, ma anche no), magari cambiando le parole e aggiungendo o togliendo un
effetto, e il gioco è fatto.
Sicuramente non ho nemmeno le doti o attitudini o che so io per valutare nella giusta misura molte cose (con qualche eccezione, p.es. Monet che mi fa
impazzire ed è anche riconosciuto tra i Grandi).Bisogna dire che appena “me lo spiegano”, (p.es: i Police devono molto o tutto al reggae e al jazz) ad un
successivo ascolto lo sento anch’io: perché non me n’ero accorto subito? Scarsa attenzione? Non saprei ora io stesso dire se in pratica, secondo quanto ho scritto,
non ho emozioni o per meglio dire se, come in Guglielmo da Baskerville, tutte le mie emozioni sono mentali, o represse (Eco).
In parte è senz’altro così, vedi il sesso.
Altre volte mi sorprendo io stesso e mi “carico” di fronte a qualcosa (basta un gruppo mediocre ma con una fanciulla terribilmente sexy per cantante, v. i
Rumorerosa). Ma in linea di massima non sono per nulla compiaciuto del mio scarso “sentire”: me lo tengo stretto unicamente perché lo vedo come un baluardo
che mi vaccina (anche se un baluardo è difficile che vaccini) contro certe manifestazioni piuttosto grottesche del tifo; mi viene in mente la caricatura
dell’adolescente che non capisce un cazzo non riesce neanche a parlare sfegatato di metal che faceva Corrado Guzzanti. Purtroppo simili trasporti sono più dietro
l’angolo di quanto non si creda, anche con altri generi musicali. Né c’è niente di male. Ma io più in là del “fumo” non vado.
Colgo l’occasione, come diceva Luca Goldoni, per riscrivere una mia storia del rock, sull’esempio del mio maestro Scaruffi.
Rock ‘n Roll, come dicono i marines (vuol dire Let’s go, ma sono marines). Al proposito, ecco la mia:

11.-STORIA DEL ROCK


(L’aspetto sociale)

Bè, più che una storia vera e propria, chè meglio del mio Piero non saprei fare, è un insieme di considerazioni ad uso e consumo degli ignoranti
(musicalmente, come me del resto). Sto rileggendo la Storia con attenzione e mi sto accorgendo di diverse cose piuttosto interessanti. Nel far questo sono partito
dal Punk, (è meglio definirlo Punk-rock proprio per il motivo che spiegherò), perché cronologicamente e forse anche musicalmente è un po’ il cardine della
vicenda rock. Nasce infatti nel ’76, cioè circa trent’anni fa e circa trent’anni dopo il Rock ‘n Roll, che ovviamente segna l’inizio del rock, socialmente parlando –
per il ruolo nuovo assunto dai giovani (musicalmente invece-e tecnicamente, già negli anni ’40 i neri avevano inventato tutto).
Mentre dal punto di vista melodico, armonico e ritmico fa un po’ “tabula rasa” di ciò che c’era stato fino ad allora (tranne vocalmente, dove invece innova, e
anche “intellettualmente”, o meglio, grazie alla sua mancanza d’intenti-che non siano cinici e distruttivi, com’esso stesso proclamava), dal punto di vista
simbolico è forse il fenomeno più dirompente del rock. Il punk (è conosciuto così) in realtà nasce nella seconda metà dei ’60: ciò che chiamiamo punk è
l’esplosione del fenomeno in Inghilterra in seguito ad una tournèe dei Ramones.
“Punk” non significa altro che secco, marcio, molle, fradicio, miserabile, pessimo, orribile. Si chiameranno così i giovani disadattati anticonformisti dei
secondi ’70 che ascoltano questo genere di musica (spesso suonata, si fa per dire, da loro stessi). Ma musicalmente parlando, esistevano già nei Sixties band di
garage-rock sul tipo psichedelico che, ulteriormente velocizzato e scarnificato darà origine alla musica collegata al fenomeno punk, che resta sostanzialmente un
fenomeno sociale, al pari del Beat. Per questo è esemplare.
(Ovviamente, sempre in Inghilterra, il terreno era stato preparato dai mod , 1964-66, che furono il primo esempio di consumatore attivo, nel senso che
l’oggetto scelto -nel loro caso perlopiù abiti- diventa feticcio semplicemente in quanto scelto. A ciò aggiunsero il fatto di dare una primaria importanza alla
gestione del tempo libero, ispirati da motivi estetici e non etici).
Bene, si dirà, ecconciò? Bè, mi sono accorto che ogni movimento o genere o vicenda musicale ha le sue radici, se va bene, almeno quattro-cinque anni prima,
quando non è, e succede spesso, uno sfacciato revival (in questo caso si pesca addirittura negli albori, anni ’30 e ’40 e anche prima). Questa è la prima
caratteristica: dire “invenzione” nel rock è piuttosto relativo: si riprende un’idea o una musica ch’esisteva (o un suo aspetto) e ci si lavora sopra (e per questo il
Produttore ha raggiunto il suo massimo storico d’importanza nella storia della musica).
Credo che sempre per questo ci siano diversi saggi in circolazione (Simon Frith, David Buxton) a dimostrare che il rock è morto (e credo abbiano ragione),
non tanto per un venir meno ad una sua presunta purezza d’intenti (che non ha mai avuto) o per una sua palese mercificazione (che ha sempre avuto, anzi che ha,
questa sì, inventato-e oltremodo sfruttato). Proprio per un fatto “genetico”.
Sebbene le sette note, al pari delle ventisei lettere dell’alfabeto, permettano un incalcolabile numero di combinazioni e di variazioni, l’impressione è che
adesso il rock non sia più che un serpente che si morde la coda: ogni tanto cambia pelle, ma figli non ne fa più. Sono declinate nel frattempo tutte le novità che lo
avevano prodotto ed evoluto:
il ruolo del Country, il ruolo dei giovani, lo spirito pop, la psichedelica, le droghe, il rock come stile di vita, il monopolio della tecnica da parte del produttore,
il punk, il videoclip (in una parola, lo star-system).
Persino il ruolo del folk e la strumentalizzazione politica del rock sono roba vecchia.
Se sopravvive questa musica, in proporzioni tali da dare l’impressione ogni settimana di una primordiale esplosione del fenomeno, è unicamente perché c’è un
fattore che non è declinato, che è nato col rock e che è vivo e vegeto (anzi, si può discutere se non l’abbia addirittura determinato, sebbene sia come chiedersi se
è nato prima l’uovo o la gallina). Al punto che non si possono prevederne le conseguenze, presumibilmente drammatiche.
Questo fattore è la società dei consumi.
L’avvento del rock coincide con l’affermarsi, per la prima volta nella storia dell’uomo, di un tipo di società che non consuma ciò che produce, ma produce ciò
che (sta qui la novità) E’ SPINTA A VOLER CONSUMARE IN MODO SUPERFLUO ED ESPONENZIALE, come si sa. Il principale problema economico
cioè, ch’è sempre stato quello di come creare l’offerta-come produrre per soddisfare i bisogni primari, si ribalta e diviene come creare la domanda-come far
sorgere nell’animo del consumatore bisogni secondari, anzi superflui, anzi inutili. Ma utili nel senso che la produzione vi si adeguerà. E’ lo stesso e noto circolo
vizioso del rock, il “serpente” di cui parlavo più sopra. Il rock viene mantenuto in vita, in uno stato vegetativo, perché il pesce deve nuotare, per così dire, una
volta in acqua: ma come lo squalo, se si ferma affonda. O se si preferisce, questa musica non ha più motivi musicali, solo sociali.
Non è mai stata un fatto solo musicale, ma prima lo era, anche. Anzi, era l’aspetto, in sé strepitoso, che faceva sorvolare su quelli più malsani, come p.es
l’abuso di droghe. Ora questa motivazione non esiste più, secondo me. Ora si consuma. Punto. Dunque si continua a consumare, di conseguenza -e a produrre,
anche il rock.
E qui entra in ballo la seconda caratteristica fondamentale: una musica “nuova” dura un anno, massimo due, massimo tre. Una canzone molto meno (ma
questo si sapeva, né è un male). La purezza cui accennavo è semmai la sincerità dell’entusiasmo dei musicisti (o del pubblico), che per definizione brucia in un
lampo. Voglio dire che il R&R nella sua fase esplosiva (l’unica che valga nel rock), è durato tre soli anni, il Punk pure, il Grunge pure, altri ancora meno (il Surf
un anno o due, la Psichedelia pure). Benissimo, non bene, fece Lennon a sciogliere i Beatles, come si sa fu un’idea sua, quando ormai la spinta, coincidente coi
Sixtie’s, si era esaurita (il fatto che ci fossero due autentici geni nel gruppo fece sì che anche le ultime cose fossero strepitose, ma altrimenti …).
Vedere un artista o un genere che si trascina nel tempo è come vedere il Giovedì maniaci che riguardano la moviola della partita domenicale: rimestano sempre
lo stesso sugo. Ma quale sugo!, più di così, è evidente che non si può! Si scade in un manierismo irritante.
Ho il sospetto che anche Morrison abbia volutamente distrutto il complesso con il famoso concerto di Miami, perché sapeva che dopo tre anni c’era il rischio
di essere patetici.
Però, altra cosa fondamentale, il rock ribalta ogni logica. La seconda o terza generazione di una corrente, o i gruppi di un’altra area geografica della stessa,
possono essere strepitosi, chè senza di quelli si perderebbero molte sperimentazioni e reinvenzioni della per molti versi, identica musica. Del resto l’intera
musica inglese dopo il 1980 non è che la storia di ogni possibile variazione sul punk (se non va addirittura a ripescare nel folk).Questo fatto porta talmente tante
conseguenze ch’è difficile diramarle. E insieme a queste, le maggiori riserve sulla Storia dello Scaruffi (che resta comunque la migliore, anche perché è l’unica
seria).
La prima che mi viene in mente è: com’è possibile l’accavallarsi di tutti questi movimenti? Prendiamo p.es. il capitolo “il Southern rock”: prende in esame un
periodo di press’a poco vent’anni. La scelta di non interromperne la vicenda viene dall’intento dichiarato di non spezzettare la lettura, e per comodità di scrittura.
Ma musicalmente questo ha scarso significato. Il rock sudista del 1987 non può essere lo stesso di dieci anni prima, anche se ovviamente non è che prima si
facesse punk. Ma lì si lascia intendere che tutto sommato è la stessa musica, la cultura che l’ha prodotta è quella e che, insomma, è riconoscibile. E può anche
esser vero.
Contravvenendo però in questo a molti altri passi del libro, dove l’”identica” canzone passa per differente se suonata da un altro gruppo, perché quella
“epilettica”, questa “indiavolata”. Vi è un aggettivazione ridondante e un iper-tassonomia che lascia il sospetto che si spaccino per meritevoli molte cose banali,
(sul menù di un ristorante cinese c’era scritto “gelato fritto” e “dolce al latte”, ed erano lo stesso piatto-li ho presi entrambi) emulando forse in questo lo stesso
spirito del rock, che abbonda in trucchi ed illusioni, vedi p.es. i Van Halen.
Ma volevo giungere a dire un’altra cosa ancora: alla fine del capitolo (di ogni capitolo) si pensa: bene, il mondo musicale era impegnato in questa direzione, il
prossimo capitolo, se questo termina nel, mettiamo, 1969, riprenderà dal 1970, no? E invece parte dal 1965. Questo perché c’è chi fa Beat e contemporaneamente
chi fa Blues-rock, si dirà, e ognuno di questi movimenti ha una sua storia. Va bene. Ma ognuno aveva, per così dire, il paraocchi rispetto a quanto stavano
facendo gli altri? Delle due, l’una: o si procede per artisti, e si fa una storia MUSICALE delle canzoni, e a questo punto i capitoli diventano oltre cinquemila,
quanti sono quelle trattate; oppure si spiega cos’è il Blues, cos’è il Country, e le innovazioni tecniche dell’industria discografica. Segue una dettagliata
discografia.
L’eccellente catalogazione che opera lo Scaruffi presenta dei limiti non appena si esce dai generi tradizionali.
Una mia grossa difficoltà nell’ascoltare rock è infatti che, e il libro lo conferma, non si è in grado, all’ascolto, di capire quando caspita è stata fatta la canzone,
dove e spesso come. Sovente, capita di leggere, che so, nel capitolo sull’underground: “quella tale canzone R&B”; oppure, nel capitolo sull’acid jazz: “quella
tale canzone reggae-funk”. Se è vero che sono R&B e reggae, che caspita c’entrano l’underground e l’acid jazz? Allora forse si tratta di una storia SOCIALE
del rock, che ha poco (o nulla ) a che vedere col fatto prettamente sonoro e vocale (musicale).
Così come i sudditi di sua Maestà britannica si sono chiamati Commonwealth, e sono rimasti sudditi e così come i fuoristrada si sono chiamati SUV, e sono
rimasti fuoristrada, la classificazione eccessivamente dettagliata, proposta forse dalle riviste (ma in molti casi non so nemmeno dove sia potuto andarla a pescare)
che si compie in quest’opera, sa di talmente artificioso da non soddisfare appieno il comune fruitore di musica rock. Questo sia detto insieme a critica e lode di
Piero, “C’est le privilège du vrai gènie, et surtout du gènie qui oeuvre une carrière, de faire impunèment de grandes fautes.” (Voltaire).
Un’altra difficoltà nell’ascoltare il rock è che io sono italiano e il rock, checché talvolta se ne dica, non ha NULLA a che fare con l’Italia. Il rock è
un’espressione musicale praticamente esclusivamente statunitense, nella sua forma “pura” (che non esiste, forse il R&R). Poi c’è l’Inghilterra, che ha ricevuto le
mode d’oltreoceano e le ha reinventate, lanciandone altre (talora determinanti a livello mondiale, v. più sopra; p.es., i mod). Tutto qui. Non esiste una sola
cantante italiana rock, per esempio, si rifanno tutte alla riconosciuta, questa sì, grande tradizione melodica nazionale. Lo stesso vale per gli uomini. Con qualche
eccezione (Camerini).E pochi complessi (Litfiba). E questo lo dico col rischio di sentirmi rispondere ch’è un luogo comune che gli italiani non sappiano fare
rock.
E’ un grosso errore pensare che la cultura occidentale in quanto tale sia per ciò meritevole di assoluta considerazione; i ritmi africani delle foreste più sperdute,
si possono considerare il loro rock. Il fatto è che non abbiamo alcun diritto morale di prevaricare i paesi all’oscuro del rock, unicamente in virtù della nostra
ricchezza (o loro povertà) economica; l’Italia da questo punto di vista è stata Terzo Mondo fino a tempi ultra-recenti (non ha imparato la lezione rock). Senza
contare che la contaminazione di una musica tradizionale con quella statunitense è definitiva, esattamente come l’amputazione di una mano o di un piede. Si
prenda l’artista più “americano” d’Italia, forse Zucchero, in virtù della sua anima Blues. Ebbene, non fa che rispolverare le fondamenta del R&R, operazione di
per sé encomiabile. Ma mai potremmo noi avere un altro Zappa o Captain Beefheart.
E’ un’altra cultura. L’accelerazione della velocità delle percussioni non è sinonimo di rock, come penso che generalmente tutt’ora, talvolta anche tra gli addetti
ai lavori, si pensi. Gli artisti nostrani sono eccessivamente “dolci”, non musicalmente, chè la disco music è melensa, quanto “spiritualmente”. Forse i buoni
imitatori di Elvis (Little Tony) per quanto riguarda il passato o le miriadi di cover-group attuali, sono gli esponenti più rappresentativi dell’italico rock.
Non i cantanti (e soprattutto le cantanti), nonostante le definizioni delle riviste specializzate li presentino come “rocker”. Abbiamo avuto semmai grandissimi
turnisti, all’altezza degli esteri, p.es. Sergio Farina.
Ovviamente non è possibile ignorare la lezione contemporanea, specie per quel che riguarda il ritmo e l’utilizzo della chitarra, Battisti insegna. Però Battisti
(come la Nannini del resto) non è rock. L’abito dev’essere rock, ma la musica la devono capire anche a Poggiobustone (Rieti), soleva dire Lucio.
Senza contare che il rock ha una caratteristica assolutamente curiosa ed unica: la carenza tecnica, anziché limite, assurge al ruolo di Merito. Infiniti gruppi non
solo dichiaravano, ma si vantavano di non saper suonare (un esempio per tutti: i Cramps). Ma un esempio anche più grande viene dai testi del rock. Per esempio:
“Sono un anticristo, sono un anarchico, non so cosa voglio, non voglio ciò che ho”, da Anarchy in the U.K., dei Sex Pistols, è una delle liriche più
significative dell’intera storia del rock. E si badi che non dice niente.
Il che è come dire: meno impegno, più scetticismo= più importanza (ch’è un po’ quello che sto facendo io con la mia fondamentale opera, con il mio
eccellente… BO? Come si chiama? Divertissement?). A proposito:

12.1.-ELOGIO DEL MIO SCRITTO

Nessuno fin’ora ha messo per iscritto il Nulla, quello che si potrebbe dire chiacchierando al Bar dello Sport, sbagliando anche clamorosamente giudizi di
merito (ma non dimentichiamoci che i dotti hanno sempre detto anche castronerie, in qualsiasi tempo e luogo-Pascal dava all’ipotesi eliocentrica il puro carattere
di teoria), quello che viene in mente, di nessun interesse, ma ch’è la vita, ricordi personali, autocitazioni, opinioni, spiegazioni, chè qualcuna ne ho azzeccata,
interessi, passioni, tentativi di capire, imitazioni della Vera Letteratura, pseudofilosofia, filosofia, citazioni (ironiche), ricerca dell’ intero scibile, “fette di vita”,
saggi, per quel che m’è possibile con quel poco che so, impressioni, paranoie, paure, terrori, dolore, insegnamenti, TUTTO, tranne la tragedia, chè comunque
arriverà la Morte a sdrammatizzare il tutto.
Cfr. Picasso: “l’arte è una finzione che ci fa comprendere la verità”.
E Van Gogh: “che siano pure delle finzioni, se si vuole, ma più vere della realtà letterale”. E letteraria, aggiungo io.
E quando dico “Fin’ora nessuno ha mai, etc”, non è una ridicola presunzione di originalità, chè non me l’ero nemmeno proposto: qui si segue il processo
inverso: fare di necessità virtù.
Infatti, non saprei scrivere con continue dotte citazioni, alla D’Annunzio, o con continue sperimentazioni, alla Joyce; e nemmeno con quello straordinario
orecchio per il parlato che caratterizza Hemingway.
Così, non mi resta che ripiegare su un grossolano “montaggio esibito”, alla Ejsenstein, solo che il suo non era casuale!
Ho cercato di mettere la mia “mente scrivente” su carta: p.es., se un pezzo (su uno stesso argomento), lo scrivo dopo, non cambio tutta l’impostazione del
discorso (troppa fatica, scrivo per divertirmi); basta dire al lettore che quel pezzo, per l’appunto, mi è venuto in mente dopo. L’onestà compensa la mancanza di
talento, come scrissi all’inizio del mio fondamentale scritto: è un montaggio esibito. A volte sono caduto nell’errore di scrivere pagine di diario, (è uno dei pochi
difetti del mio libro) e questo non mi piace, e perché mi ero proposto di non farlo, e perché un diario non lo considero un’opera letteraria, nonostante il successo
di quello di Anna Frank-ma quello è un documento.
Apro una parentesi: nella mia libreria personale ho un libriccino (l’autore è Dietlieb Felderer) che sostiene che il suddetto Diario sia un falso (A hoax, “una
truffa”, nell’originale inglese), cioè che sia stato scritto dopo la guerra dal padre di Anna. Sebbene io abbia persino un libro dello stesso autore che sostiene che i
lager non siano mai esistiti (La fandonia di Auschwitz) quali luoghi di sterminio, ed è chiaramente un’idiozia, quello su Anna lo trovo meritevole di attenzione.
Negando l’autenticità della Sacra Sindone non si nega, evidentemente, il Cristianesimo; allo stesso modo, negando l’autenticità del Diario, non si nega
l’Olocausto. Comunque è impossibile farsi un’idea sull’autenticità o meno del diario, poiché i negazionisti del diario vengono associati tout-court, come detto, ai
negazionisti dell’Olocausto (né si capisce il perché). Per parte mia, considero probante l’esame calligrafico, così come dell’Olocausto considero probanti le
fotografie e i filmati. Come San Tommaso, per credere debbo mettere il dito nel costato; mi si dice che la calligrafia del diario è uguale a quella di altre lettere di
Anna: ben mi sta. Meglio così, perché il testo presenta davvero non poche incongruenze. Né sarebbe mancato il motivo (facilmente intuibile) per confezionare un
falso.
Chiusa parentesi.
Un altro difetto del mio libro è che uso troppo le virgolette, ma non so rendere certe espressioni senza farne uso. Qualcheduna è fuori luogo, lo riconosco.
Preferisco ammetterlo che rivedere tutto il testo.
(questo pezzo è aggiunto molto dopo):
Ma la cosa che mi piace di più del mio libro, ne ho trovato conferma nel film del 2006 Driving Lessons è che l’ho fatto io.
Nel film Ben dice a Evie, dopo averle letto un pezzo di poesia scritta da lui: “non è Shakespeare”.
Risposta: “no, caro. Ma è bello. Ed è TUO”.
Lo stesso si può dire del mio libro: non è Dante. Ma è MIO. (Rispetto al film, io toglierei persino il “bello”).
E’ mio!
A proposito:

6.6.-I MIEI VIAGGI

I viaggi, si diceva. Amo viaggiare. Ho scoperto che stare in Italia è altrettanto bello che andare all’estero, anche oggi che ci sono le distanze abbreviate,
l’inglese e l’euro. Un mio grosso desiderio è quello di farmi la raccolta completa della rivista Bell’Italia, sono ormai già oltre duecento numeri, l’unico omaggio
dell’editoria periodica al nostro paese. Le prossime città che voglio vedere sono Bergamo e Prato.
Di solito faccio così: pianifico accuratamente il viaggio, prima di tutto con enciclopedie, libri d’arte e guide varie (oltre alla guida Michelin) per sapere cosa
c’è da vedere; poi viene lo studio dell’itinerario sul sito sempre della Michelin ed eventualmente delle Autostrade (che però non amo molto, le autostrade, non il
sito) e sull’Atlante stradale (sono socio Touring); infine penso al giorno o ai giorni di viaggio, ai soldi e a che la macchina sia in ordine. La sera prima cerco di
dormire entro mezzanotte e…via! Ma di solito tutto il programma viene notevolmente ampliato ed infatti anche i soldi non mi bastano mai. Per esempio, dovrei
tornare a Siena perché l’estate scorsa prima di arrivarci mi sono intrattenuto troppo a Lucca, che tra l’altro avevo già visto, e così non ho potuto vedere tutte le
cose a pagamento.
Infatti me la prendo con calma quando sono in giro,e se vedo una cosa fuori programma che m’incuriosisce non esito a volerne sapere di più, anche se so che
questo significa tempo, benzina (anzi gasolio) e soldi perché poi magari c’è una chiesetta o un museo insolito da vedere e guardacaso sono a pagamento (e in
genere non si spende poco). Quest’ultimo è un lato negativo dei viaggi. Ma poter andare in giro è un lusso, lo ammetto. Comunque, non mi sono mai pentito di
questo mio atteggiamento “randagio”.
Un'altra caratteristica dei miei viaggi è la solitudine. Vado sempre da solo (non ho amici), ormai mi sono abituato, è anzi una delle cose più piacevoli, specie in
certi momenti. Per esempio, l’immagine stereotipata del cow-boy col suo fido cavallo contro il tramonto, talvolta mi sembra di riviverla io, solo contro il
tramonto, con la mia fida Citroen.
Looooooone Rangeeeeeeeer! Vruuum vruuuum!
Un’altra caratteristica dei miei viaggi è lo scarso interesse che dò al cibo, questo in totale disaccordo (non voluto) allo stile che aveva mio padre, che anzi
pensava e faceva spesso tappe (e anche interi viaggi) in funzione di un piatto (o di un vino). Giustamente, perché no. Ma io mangio poco e male (in viaggio)
sostanzialmente per motivi economici (in genere dormo pure in auto). Ho qualche attenuante: quello che non impegno del mio spirito a tavola lo metto in
un’infaticabile (stupisce anche me) curiosità verso qualsiasi altra cosa; inoltre, quando ci vuole, contravvengo volentieri alla regola andando soprattutto alle sagre
di paese, dove i piatti tipici sono di casa spesso (ma non sempre a dire il vero) più a buon mercato che al ristorante. Basta prendere il pane del luogo per entrare
nello spirito della locale popolazione (la gastronomia dovrebbe servire a questo, se no si è solo dei mangioni golosi; tutte ottime qualità, ma si gode meno), senza
andare per forza nel “tre forchette” Michelin . All’alcool dò maggior attenzione, a volte una bottiglia di vino può sostituire un pasto. Rosso però, perché bianco
mi fa rimettere le budella, se non è il “bianchino” alla spina del bar. La birra mi piace ancora di più.
Quando sono in giro m’infastidisce la gente, vorrei essere nel Sahara, solo che là non ci sono fiumi, cattedrali e musei.
Il comportamento degli altri è del tutto incomprensibile (ed esasperante). Stanno ore a guardare o fare niente e tu devi fare una foto proprio in quella direzione;
ma le cose da vedere, in cinque minuti se le sbrigano e girano intorno a me ancora fermo in contemplazione come sciami di api. Anche una normale visita può
diventare davvero difficile se ti insegue letteralmente il custode della sala o un’improvvisata guida (ci sono sempre). Ultimamente ha fatto così persino un
sacerdote in chiesa, o forse aveva paura che gli rubassi le riviste.
Come faccio, se sta sempre lì!
Comunque la loro malafede è evidente. Il viaggio per me può anche non essere pianificato. Dato che non lavoro, mi capita spesso di andare ad un concerto e,
se esagero con la birra (quasi sempre), mi fermo a dormire in auto (ho persino il materassino gonfiabile). Bene, al mattino mi sembrerebbe assurdo rimettermi
subito sulla via di casa; così apro la guida Michelin o cerco l’ufficio turistico, ex pro-loco e mi trattengo almeno fino a pranzo. Alcune località meravigliose le ho
scoperte così, per caso.
La caratteristica dell’Italia è quella di avere, all’interno di una stessa provincia, cento patrie, storicamente siamo eguagliati dalla sola Germania, dunque un
paese di tre o quattromila anime è capace di affascinare quanto il capoluogo da centocinquantamila o più. E sovente lo fa. Per esempio, sono solo passato per
Prato, senza visitarla, ma mi stupisce che sia stata sotto Firenze fino a tempi recenti. Per non dire di Carpi, cui Modena declassa i carpigiani a provinciali (ma
loro non si sentono tali, né in effetti lo sono). Per dire di centri meno grossi, Guastalla (12000 ab.) è più bella di Reggio (che di abitanti ne ha oltre dieci volte
tanto). Ovviamente qui c’entra anche un giudizio soggettivo. Però l’Italia è così, il regno del bello. Ovunque.
Vorrei fare una graduatoria personale delle città (capoluoghi di provincia) più belle del Belpaese, graduatoria del tutto inutile per due motivi: primo perché il
luogo più bello per ognuno è quello nel quale si sente meglio, che non ha niente a che vedere con quello che c’è da vedere: basta che si sia capitati in una città
“bruttina” o “minore” mentre si era innamorati (tanto per dire una banalità), e questo luogo diventa subito bellissimo, magico. Secondo, o forse primo, perché
non conosco che la metà delle regioni italiane (non sono mai sceso sotto Roma). Ma mi diverte troppo parlare di viaggi, ed era tanto che volevo dire la mia
(potrò integrare comunque via via che vedrò anche il Mezzogiorno). Quanto dico vale dunque solo per Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto,
Trentino-Alto Adige, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria; del Lazio non conosco che la capitale. Il Nord però lo conosco bene, con l’eccezione del
Friuli-Venezia Giulia. Del Sud rimpiango soprattutto di non aver ancora visto Napoli, la Puglia e le isole. Bene.
Le dieci città più belle d’Italia, le “splendide”, per me sono, alla rinfusa: Lucca, Bologna, Siena, Venezia, Milano, Roma, Ravenna, Ferrara, Mantova e Verona.
Non saprei metterle in ordine, anche se a rigore una Ravenna viene prima di una Milano.
Come secondo scaglionamento, le “bellissime”, direi: Modena, Parma, Pavia, Padova, Firenze, Pisa, Torino, Genova, Vicenza, Trento, Cremona, Piacenza,
Como, Brescia, Forlì-Cesena, Prato, Arezzo, La Spezia, Treviso, Novara, Vercelli, Bergamo, Pesaro-Urbino, Ascoli Piceno, Perugia, Pistoia.
In una “terra di nessuno” stanno: Aosta, Alessandria, Asti, Cuneo, Livorno, Rimini, Belluno, Lodi, Biella, Verbano-Cusio-Ossola, Monza e Brianza, Ancona,
Macerata, Fermo, Bolzano, Massa-Carrara.
Infine quelle più bruttine: Rovigo, Sondrio, Reggio Emilia, Varese, Lecco, Imperia, Savona, Grosseto, Terni.
Ribadisco che non conosco il Sud, ma so per esempio che tutte le città della Sicilia meritano di stare almeno nella seconda lista (e Palermo, Napoli e Lecce
nella prima). E so che Trieste è bellissima.
Qualche spiegazione è inoltre doverosa, poiché non ho messo Firenze nelle prime dieci, e poiché la “mia” città (Reggio nell’Emilia) è agli ultimi posti.
Per “bella città” io intendo sostanzialmente una città conservata dal tempo e nel tempo, cioè il cui assetto urbanistico è immutato almeno dal Quattrocento:
come si vede, le prime dieci lo sono, ed alcune lo sono anche di più: Siena più che una città è un museo. Lo stesso Ferrara, Ravenna e Venezia. Milano no, ma è
bella per il motivo opposto: si è conservata industriale, cioè come è nata. E’ chiaro che questa vittoria è “di misura”: anche Pavia è medievale, anzi addirittura
romana. Ovviamente anche per me c’è un motivo emotivo in queste valutazioni: frequento ben più Mantova e Verona di Pavia. Perché Firenze sia solo seconda
l’ho spiegato altrove: è zeppa di cose splendide, ma non lo considero requisito sufficiente perché la città stessa possa dirsi splendida, anche se sembra un
controsenso. Passeggiare per Bologna mi dà più la sensazione di “antico” che passeggiare per Firenze.
Le città della terza lista, prendo a modello Ancona, non sono di per sé “speciali”, però hanno almeno una cosa superba (per la città citata è il Duomo di San
Ciriaco). Rimini ha il Tempio Malatestiano, Livorno la Terrazza Mascagni, etc.
I centri dell’ultima lista hanno davvero poco, anche se talvolta di rilievo (peraltro non le ho definite “brutte” tout-court, ma “bruttine”): Reggio ha il
Municipale (Teatro Romolo Valli), uno dei più belli d’Italia; ma il resto lo trovo davvero scarso. Ci sono sì le piazze San Prospero e Fontanesi, ma sembra più un
paesone che una città, specie per chi viene dall’odiata (per ovvi motivi, cioè perché è più bella) Parma, o da Modena.
Purtroppo anche l’Italia è ovviamente cambiata, ovviamente in peggio. Me ne sono accorto a Padova, ch’è un tesoro, non solo per le emergenze monumentali,
ma anche e soprattutto per l’aspetto urbano, delle vie, del “passeggiare” (v. più avanti i capitoli su Firenze). Ovviamente anche a me interessano i capolavori per i
quali la città è famosa; a Padova essi sono la Basilica del Santo, con il monumento al Gattamelata di Donatello, e la cappella degli Scrovegni (affrescata da
Giotto), se avessimo solo 2/3 ore per fare un giro in città. Infiniti altri ce ne sono, sia chiaro (Cappella Ovetari, Orto Botanico, etc.).
Però, da un certo particolarissimo punto di vista, che spero di rendere, i grandi monumenti non sono forse così fascinosi come il semplice aspetto delle vie,
quello che io chiamo “il bello del passeggiare”, per l’appunto. Secondo me, è qui che salta fuori l’Italia, perché anche New York o Boston hanno le loro
emergenze monumentali, anche se ovviamente non medievali o rinascimentali (e per alcuni questo è anzi un vanto, v. oltre).
Scherzando, penso tra l’altro, a volte, che, così come gli svizzeri hanno tre o quattro cose per le quali sono noti nel mondo, lo stesso si può dire di gran parte
delle città italiane: p.es., loro hanno le banche, la cioccolata, gli orologi, etc., Cremona ha il torrazzo, il torrone, i violini, etc.!!
E’ solo un gioco, naturalmente, ma fino a un certo punto. Tolte queste celebrità, infatti, eccetto alcuni veri e propri scrigni di tesori, come Milano, Venezia,
Firenze, Roma, Napoli, nulla resterebbe, se l’Italia non fosse meravigliosa anche e soprattutto in un angolo di via, in una fontana, in uno scorcio tra palazzi.
Continuando su questo tono, ecco che forse le città americane sono perlomeno omogenee, essendo tutte relativamente nuove.
Mentre l’Italia è invece deturpata dalle automobili, per esempio, piuttosto che dai negozi, sempre più orribili, ma anche e soprattutto dallo sventramento
d’interi quartieri, dall’interramento di canali, dalla costruzione scriteriata.
Piazza dei Signori a Padova, per esempio, non si capisce se sia uno spazio cinquecentesco circondato da vetrine luccicanti, o un quartiere moderno dove siano
stati messi, avulsi dal contesto, il Palazzo del Capitanio e la Loggia della Gran Guardia.
Voglio dire, che ormai i tempi non sono più quelli nei quali furono costruiti quei capolavori, e si vede, eccome! E dunque il guaio dell’Italia, non sapendo
fermare il progresso ma anzi accogliendolo, è quello di avere, paradossalmente, troppo di antico, al punto che, personalmente, non mi sembrava fuori luogo
quell’orribile negozio di scarpe, brutto anche per un centro commerciale, luccicante etc. di Piazza dei Signori; bensì, mi sembrava fuori luogo, complice la
consapevolezza di essere nel XXI sec. (e le automobili, l’abbigliamento, i media ce lo ricordano continuamente), proprio il Palazzo del Capitanio. Parlo
esclusivamente dal punto di vista estetico, del buon gusto.
Almeno oggi, diversamente dagli anni ’60, ’70 e ’80, vietano l’ingresso delle auto nei luoghi più storici.
Ma neanche quarant’anni fa, però, Padova era ancora una piccola Venezia, come lo era fino all’Ottocento Bologna.
Cosa voglio dire con tutto ciò? Che il Bel Paese porta in sè un germe, per così dire; così come chi ha amato molto, ha anche sofferto molto e così come più una
donna è bella, più è triste vederla sfiorire, il paese più bello del mondo è anche, ai nostri giorni, e lo sarà sempre più, in sfacelo, triste.
Proprio come Venezia, della quale si ricorda sempre il Settecento perché fu il secolo dell’agonia, della bellezza più struggente. Alla fine di quel secolo, infatti,
la Serenissima morì.
Speriamo che le bellezze dell’Italia durino un altro po’.
Il lato naturalistico m’interessa meno. Amo il mare, vorrei prendere il brevetto da sub, ma non ho mai fatto escursioni serie di qualche giorno in un bosco, per
esempio. Ho un solo rimpianto: non essere salito fino in cima al Piz Galin, ch’è una vetta di poco più di 2000 m. che sovrasta Andalo, in trentino. Ci andai a
dodici-tredici anni ma mi fermai dove comincia l’ultima mezz’ora di scalata, quella un po’ più seria che porta proprio in cima. Il motivo? I miei al telefono prima
di partire, mi dissero che poteva essere pericoloso.
A volte bisogna fare quello che si sente (dentro, non al telefono). Ma voglio tornarci, magari quest’estate (sono sette-otto anni che vado in Versilia-Maremma).
Piccola digressione: mi sono accorto che sto scrivendo un fottuto diario ed era quello che NON mi ero ripromesso nella mia dichiarazione d’intenti(?) iniziale.
Praticamente quello che sto facendo è anti-costituzionale.
Ma sono argomenti difficili da racchiudere in sistemi di pensiero. Per esempio, l’ultima cosa che ho scritto, che per me è una delle verità della vita, potrebbe
non essere così per tutti. C’è chi non gliene frega niente di una pieve ma vuole vedere il Colosseo (il monumento italiano più visitato, N.d.A.); c’è chi guarda
solo i giardini, meglio se con bimbi dentro (mi riferisco specialmente alle vecchie babbione); c’è mia madre, che vuole sì vedere le cose, ma in auto: è chiaro che
se non si tratta di qualche torre o campanile (e belli alti) non si vede un’acca, e a questo punto i piccoli centri è difficile che abbiano la Tour Eiffel. Si potrebbe
obiettare che quella è ignoranza (magari in un museo si fermano davanti all’estintore; lo faccio anch’io, ma solo in quelli di arte contemporanea; sempre meglio
che vedere un sacco di patate bruciato- il riferimento è al Burri- scherzo, ovviamente).
Ma anch’io non è che sia un esperto d’arte o di architettura o di storia o di niente, in pratica (e quelli che se ne intendono davvero potrebbero anche non
viaggiare, d’altra parte: per loro un quadro è un documento, va al di là del bello e del brutto). Semplicemente, il livello di fruizione è sempre adeguato
all’utilizzatore, ho sempre pensato che se non si capisce una cosa è l’uomo ad essere inadeguato all’opera e mai viceversa. Però è impensabile rimandare un
viaggio in attesa di laurearsi o di aver finito tutto il Longhi, l’Arcangeli e l’Argan.
Chissenefrega!
Forse Sgarbi non sarebbe d’accordo. Io penso invece, e Schopenauer con me, che per essere compresa, una compiuta opera d’arte non deve mai avere alcun
bisogno della storia dell’arte. Poi il sapere è settoriale, anche se non a compartimenti stagni. Sgarbi non saprebbe preparare un farmaco ed Eco difendere un
brigatista; mentre Pascal dice ch’è meglio sapere un po’ di tutto che tutto di un po’: “quest’universalità è la più bella”.
Una cosa che mi piace particolarmente è studiarmi le piante delle città con attenzione: se dovessi andare all’università (la voglia ci sarebbe ma non ho i soldi)
sceglierei o lingue straniere, ma poi ho saputo ch’è meglio fare la scuola per interpreti, oppure quegli studi che fanno conoscere per l’appunto le città (non so
qual è il percorso, sicuramente tra le discipline ci sarebbe l’urbanistica). Sono arrivato al punto che rispondo agli annunci delle ragazze sulle riviste perché spero
che col tempo ci sia d’andarle a trovare e dunque potrei visitare anche la loro città!
Per la verità c’è anche un altro motivo, ed è l’investigare le sensazioni che si provano in un rapporto epistolare.
A proposito:

13.1.-SUL SESSO
(una rivelazione)

Io da sempre sostengo che l’amore non ha nulla a che fare con il sesso: quello è l’amore sessuale, che riguarda il novantanove per cento dei casi vissuti
comunemente dalla gente comune e che chiamiamo “amore”. Bene.
Ma si scindano quei rapporti dall’attrazione fisica: cosa resta? In un film americano degli anni Cinquanta, un’aspirante giornalista incontra un’uomo che ha
certe idee sul giornalismo: a un certo punto, vedendo che la ragazza è persuasa della bontà della stampa del suo paese, l’uomo le dice: “tolga dal primo
quotidiano che trova la programmazione cinematografica, i necrologi e la pubblicità e mi faccia sapere cos’è rimasto”. La nostra sul momento si mette a
ridere. Cambia la sequenza e si vede lei che la sera con un pennarello cerchia tutto ciò che le aveva suggerito il nostro; ebbene, con aria sconsolata si accorge che
non è rimasto proprio nulla, aveva ragione lui (credo Cary Grant ma non sono sicuro).
Mi sembra la stessa cosa con l’amore, coniugale o altro, che abbiamo sempre sotto gli occhi: o si tratta di sesso, o di sistemarsi economicamente, o che si sente
di non adempiere a convenzioni sociali non meglio precisate.
Si tolgano queste cose, e non resta niente.
Ma esiste l’uno per cento di amore che ritengo sia essere il solo, ed è di due specie: l’aiutare il prossimo, che posso rendere meglio dicendo: la compassione
buddista piuttosto che citando Madre Teresa di Calcutta, solo per farmi capire, (Schopenauer: “l’amore senza compassione è solo egoismo”), e questo non
riguarda l’uomo e la donna ma è universale.
C’è poi il vero amore tra i sessi ed è proprio là dove si ritiene di solito che debbano invece stare l’amicizia e il disimpegno: scrivere lettere (e spedirsele,
beninteso). Questo è l’amore tra un uomo e una donna: cerebrale, incorporeo, forse perché a quel punto non si è più uomini e donne.Questo spiega anche il
successo delle chat in internet, secondo me.
Dov’è il divertimento? L’obiezione è giusta, ma va integrata con un’altra (Severgnini): e nei rapporti normali, visto che vanno soggetti a disgrazie ed accidenti
di ogni tipo? Si sappia comunque che il fine della natura è quello di perpetuare la specie: la donna è bella (tra gli animali inferiori è più bello il maschio) affinché
l’uomo la seduca, si stia insieme e lei possa finalmente scodellare uno o più figli.Per questo il preservativo è indispensabile, (non tanto per l’AIDS, ne muoiono
di più in auto), come sembra abbiano capito persino i cardinali più globalizzati diciamo, quelli latino-americani (ma non i nostri papi, compreso l’ultimo
aihmè).E’ probabilmente l’uomo che si deve emancipare: non piangano poi le donne riguardo l’inaccessibilità al soglio pontificio: sono più utili altrove.
E ce lo teniamo per detto. Prossimo argomento: la tecnologia.

1.3.-ANGELI

“Non è un po’ prolisso?


Siamo a circa un decimo del libro.
Se continua così rompe le scatole.
Giusto. Ci vuole un’idea.
La troverà”
SCUSATE, SONO L’AUTORE: L’HO GIA’ TROVATA.
“Cosa sarà?
Per me vuole imitare Joyce.
Per me Dumas padre.
Per me Dante.
E tu chi sei?
L’autore.
Vuoi fare Dante?
Bè, non proprio quelle cose, sono fuori moda ormai ma…, vedrete!”

14.-SUL NUCLEARE

La tecnologia, dicevo. Imparare ad usare il pc è una trappola: non si è mai finito (oltre che una “lima sorda”). Ora sò fare qualcosa.
Parlando di tecnologia e di tecnica umana (forse è una tautologia), come non dire qualcosa sul nucleare? Il pretesto mi viene da un documentario che ho visto
ieri sera in TV sugli effetti dell’esplosione di Hiroshima, ma legate all’argomento ci sono diverse interessanti considerazioni che mi tornano spesso in mente. Il
concetto dell’energia nucleare mi sembra possa riassumersi nel fatto che un’immensa potenza ( tendente all’infinitamente grande) sta racchiusa in una porzione
di materia minuscola (tendente all’infinitamente piccolo). Lo schema del grande nel piccolo si può applicare a praticamente tutte le città italiane; prendiamo
Firenze, minuscola ma dirompente nella storia dell’uomo. A Lucca esiste un ex-oratorio di dieci metri per quattro ch’è sede dell’accademia filarmonica di quella
città: ci si aspetterebbe il palazzone neoclassico per tale importante istituzione, e invece… di nuovo il grande nel piccolo. Gli esempi sono ovunque, e questo si
ricollega all’eccezionalità della situazione italiana della quale parlavo a proposito dei viaggi.
D’accordo, ma questo non c’entra con l’energia sfruttata per costruire la bomba: però la teoria iniziale di Einstein, avanzata per la prima volta nel 1939 e
sempre facente capo a E=mc2, credo avesse sostanzialmente a che fare con un’intuizione di questo tipo.
Pro o contro il nucleare? Io posso solo osservare alcuni fatti, dato che non sono un esperto e che per fortuna non ho la responsabilità di decisioni fondamentali
come quelle riguardanti l’impiego di questo tipo d’energia. In un certo senso, ed in senso lato, un arresto della scienza nella sua funzione costituzionale di ricerca
non è possibile, neppure pensabile, se no, non esisterebbe la scienza.
Secondo questo assurdo proposito, l’uomo potrebbe camminare ma non correre, gli aerei dovrebbero essere tutti ad elica, e Galileo insieme ai suoi gravi,
doveva buttare dalla torre di Pisa anche se stesso. E’ una forma nuova di energia, decisamente utile, oltre ad un’ennesima vittoria dell’uomo nella storia “del
pensiero”, anche se l’espressione è infelice ed impropria. Tutto qui. Lo scienziato, da questo punto di vista, si trova nella situazione più felice.
Tuttavia, la possibilità di utilizzare quest’energia per ordigni estremamente distruttivi (teoricamente una sola bomba H al cobalto da cinquantamila megaton
può spazzare via l’intero genere umano), fa problema. Ma, allora? Il coltello che usiamo per dividerci il pane da buoni cristiani (o mussulmani), può con facilità
uccidere un uomo. Tant’è vero, che cinesi e giapponesi non lo utilizzano a tavola, per loro è un’arma (per questo usano i bastoncini). La pistola è un bene o un
male? Nel suo piccolo, è come l’atomica: in un’attimo, con un minuscolo pezzo di piombo, uccide un uomo; del resto, proprio per questo, e proprio come
l’atomica, negli Stati Uniti essa è considerata buona, risolutrice. Allora, disarmiamo i poliziotti? Da questi pochi esempi, si capisce facilmente che un’oggetto
non è buono o cattivo, come l’uomo del resto: dipende dall’utilizzo, e l’utilizzo dipende dalle circostanze. E fermiamoci qui, per non imbarcarci in ardue
speculazioni (una per tutte: donde il male?).
Proprio qui però, si sente che il ragionamento, di per sé ineccepibile, non soddisfa, lascia con l’amaro in bocca. Come per la droga, tutto OK se la quantità è
minima e per uso personale: oltre queste condizioni, diventa reato. La potenza distruttrice, immediata e futura, di un ordigno nucleare o peggio termonucleare, è
tale da non lasciare con la coscienza pulita: oltre centomila persone morirono in una frazione di secondo quel giorno a Hiroshima: la potenza era di circa venti
chilotoni. Mi sono documentato, un chilotone equivale a mille tonnellate di tritolo, un megatone a un milione di tonnellate.
La più piccola bomba H o a fusione (termonucleare) è di cinque megatoni.E non c’è limite (teorico) alla massa e dunque alla potenza di una bomba H. I
centomila morti diventerebbero milioni e milioni. Ma forse il problema non è nemmeno questo: se fossero milioni di nazisti, chiunque oggi (anche i tedeschi),
approverebbe l’utilizzo di questo tipo di bombe. Ma qui si rischia veramente di fare come quel vescovo impegnato nella crociata contro gli albigesi, il quale, alla
domanda se si dovesse risparmiare qualcuno (nel marasma potevano esserci buoni cattolici), rispose: ammazzateli tutti: Dio riconoscerà i Suoi.
Per non dire degli effetti delle radiazioni, l’assurdità più assurda, perché, come certi giapponesi nel secondo dopoguerra, si continua la guerra anche quand’è
finita, cioè si continua a punire quando le condizioni non sono più quelle e gli eventi che spinsero a una tale risoluzione, sono ormai lontani nel tempo.
E’ la vecchia storia del gatto da meditazione: un monaco buddista aveva un gatto ch’era solito lasciare fuori dalla porta del convento affinché non disturbasse
le sue ore di raccoglimento: morto quel monaco, gli altri monaci continuarono fino alla morte del gatto a tenerlo fuori nelle ore in cui il defunto era solito
meditare! Esiste un problema di tempo: nessuno si sognerebbe di riesumare uno scheletro di un caduto delle guerre puniche per impiccarlo per i piedi. Però c’è
chi vuole imprigionare o peggio un ultranovantenne(!) per gli eventi bellici di sessanta(!) anni fa. Certo, difficile stabilire convenzioni in questi casi, c’è il dolore
delle vittime. Per quanto riguarda la presunta funzione deterrente dell’utilizzo dell’atomica, qui forse c’è qualche ragione: anche i detrattori del nucleare non
sanno in realtà dire come e quando la guerra sarebbe finita senza ricorrere a un qualcosa di così tremendamente vistoso per il mondo come il fungo atomico.
Soprattutto dopo sei anni (quattro per gli USA) e milioni di morti. Si era stanchi. Ma adesso c’è un precedente ed è talmente pericoloso che forse una soluzione
alternativa si doveva trovare, se gli americani non fossero stati così incazzati dopo Pearl Harbour. Ma lo erano, e con i se e con i ma…
Sopra tutti questi discorsi degni degli uomini di buona volontà, si viene poi a sapere che TUTTI volevano costruire la bomba atomica, anche i tedeschi e i
giapponesi (noi no, eravamo troppo impegnati a lucidare gli otto milioni di baionette; anche se tutto partì con Fermi nel 1934). Forse esiste anche un’anima nera
nell’uomo, (anche se l’esistenza dell’anima non è dimostrata quanto l’esistenza dell’atomica), sapendo che la realizzazione di una bomba atomica non può che
essere la “personificazione” della morte, né si poteva ignorarlo allora.
Piccola digressione: negli anni cinquanta, dopo il primo esperimento di esplosione di una bomba a fusione (le due sganciate in Giappone erano entrambe a
fissione)nel 1952, fu di moda per un certo periodo farsi il rifugio antiatomico in casa. Ricordo che la cosa venne trattata anche in una puntata di “Happy Days”,
telefilm degli anni Settanta ma sui “Fifty’s”. I Cunningham si fanno costruire il rifugio in giardino e tutti gli amici di Ricky, a turno, chiedono di avere un posto
in caso di bisogno. E lo chiedono in tanti e con insistenza. A tal punto che la vita diventa impossibile. Alla fine della puntata, non ricordo chi, forse Howard, dice:
Basta col rifugio, MEGLIO VIVERE ADESSO CHE SOPRAVVIVERE POI.
Mi è sempre rimasta impressa questa frase fatalista, perché si applica a tante situazioni, anche alla decisione se imparare o meno le arti marziali, per esempio.
Se vuoi impararle, forse se ti attaccheranno ti saprai difendere, ma se ci metti i soldi che spendi, la fatica, le serate impegnate, le umiliazioni da chi è più bravo,
fino alla possibilità remota ma reale di farsi male: se qualcuno non ne avesse voglia non lo biasimerei (sebbene io faccia qualcosa), dicendo con Howard: meglio
vivere adesso che sopravvivere poi.
Ed è in generale il segreto della felicità: vivere nel “qui e ora”.
Per ultimo vorrei fare una riflessione sulla “bontà” degli statunitensi, che non solo non esitarono a usare la Bomba, ma nemmeno a “coventrizzare” Dresda,
cosa del tutto gratuita, né a commettere atrocità di ogni tipo (e del resto sarà una tradizione, perché continuano tutt’oggi in Iraq, anche con noi). Vero è che
salvarono il mondo. Aldilà della qualità di libri, film, cibo e quant’altro (io vado spesso da McDonald), non vorremmo che dicessero, per così dire, noi l’abbiamo
salvato, cioè fatto, noi lo distruggiamo.
Ma forse ci stanno pensando seriamente adesso.
Nei film di Ejzenstejn spesso una scena dura non il suo tempo reale ma molto di più perché viene ripresa più volte (vedi la madre che cade disperata non una
ma diverse volte quando vede la carrozzina scappare giù per la scalinata di Odessa, e la carrozzina stessa metterci un quarto d’ora a scendere-nella realtà una
decina di secondi), così ecco di nuovo, al proposito:

1.1.4.-LA RIPRESA DI PARIGI

“Diciamoci la verità:
Joyce è quasi illeggibile”.
(Marco Torelli, Betrachtungen)
“Garçon? Ma Marie Brizard?”
L’avevo detto che avrei finito con una Marie. Mia madre si chiama Marie (Anne-Marie per la precisione, Annamaria), la mia prima cotta non cosciente si
chiamava Marie (anzi Maria, era catalana; la seconda, o prima cosciente, nonché ultima, Chiara-di qui la famosa rivista Marie Claire), e cos’è quel Miriam che
mi sento rispondere sempre più spesso quando chiedo il nome a una ragazza, se non la solita Maria? Nome anche maschile, peraltro: Gian-Maria Volontè,
Enrico-Maria Salerno, il “Maria” tiene buono il resto del nome e l’uomo, del resto Andrea, il quarto discepolo e il preferito da Gesù, in Grecia è femminile e
Rosario, in Portogallo e Sudamerica, pure femminile. Esisterebbero pure Cinzio e Marca, ma io conosco solo marchette (metonimia per donne che le fanno).
Ma torniamo a bomba (non H).

Che dormita! Ho scelto il giorno sbagliato per smettere di bere (L’aereo più pazzo del mondo)!
Forse se smettessi di bere non mi sognerei più a Parigi che cerco di mantenermi, come all’inizio di questo scritto.
Non era che una citazione letteraria, anzi fumettistica.
Ma perché devo sempre svegliarmi? Ah, se potessi sempre dormire e sognare!, diceva Little Nemo.

Forse ho sbagliato tutto col negozio, forse dovevo tenerlo, ora non trovo un lavoro, anche se qualche ditta mi ha chiamato (ce l’hanno con me?). Forse sbaglio
atteggiamento verso il mondo, forse non dovevo venirci (al mondo).
Sto leggendo, per la prima volta a 33 anni (vergogna!) Così parlò Zarathustra. Unglaublich!Incredibile.
Io vorrei sapere chi ci ha capito qualcosa in quel libro: verrebbe da dire con Rousseau: “chi ha capito qualcosa delle mie opere me lo dica, vuol dire ch’è
bravo”. C’è tutto e il suo contrario.
Per questo è geniale.
Come il mio libro.
Personalmente nella storia del pensiero credo ci sia un prima e un dopo Zarathustra. Forse è esagerato, forse esiste una retorica di Z., così come n’esiste una di
Nice stesso, e una di Roma. Ma quando si afferma: non condivido nulla di questo libro, (che infatti è la negazione della morale cristiana), lo si è già un po’
accettato. Certamente Emilio Paolo, che deportò a Roma mille intellettuali greci, e Mummio che vi trasferì tutte le opere d’arte di Corinto, non si rendevano
conto che stavano trasformando in vittoria la disfatta della Grecia. Eppure, fu proprio così: i romani stessi poco dopo se ne accorsero e lo dissero: Graecia capta
ferum victorem cepit (Montanelli).
Cerchiamo di descrivere un po’ meglio il capolavoro niciano. Non mi soffermo sull’aspirazione superomistica perché non c’è niente da spiegare, è il chiodo
fisso dell’autore, così come per quei filosofi greci per i quali il principio e la fine di tutto è il fuoco per Tizio, l’acqua per Sempronio, eccetera, e ognuna di queste
posizioni è sostenibile.
E’ più interessante penetrare il metodo che, ho scoperto, deve tutto o quasi a Pascal, che infatti è il pensatore preferito del Nostro. Come si sa, il libro è diviso
in quattro parti. La prima parte è interamente sulla falsariga dei Pensieri : il procedimento dialettico cui s’informa è quello di non dar mai tregua al lettore, non
permettere che si arresti ad alcuna convinzione, ma distruggere via via le sue successive posizioni ideali, per mezzo di un “rovesciamento continuo dal pro al
contro”, affinché, essendo “senza stabilità e senza riposo”, abbia alla fine a riconoscere e confessare la sua impotenza a conoscere se stesso e ad adeguare le sue
forze alle sue aspirazioni (nota del Serini nell’edizione Einaudi dei Pensieri, pag. 169). E qui interviene Nice attaccando, per così dire, cioè inserendo nella
guardia abbassata del lettore un primo accenno sull’uomo che deve superare se stesso. L’onestà di un Nice non è certo paragonabile a quella di un Montaigne!
La seconda parte del Zarathustra è invece dogmatica. Per meglio dire: c’è, all’interno di ogni capitolo, una frase (un pensiero) che riassume, spiega e giustifica
il resto dell’intero discorso: è tale indicazione che ha carattere, checché se ne dica, di Dogma. Infatti, lungi dal non essere un’opera programmatica e
moralistica, come troppi hanno ritenuto, ingannati dal procedimento dialettico che ho appena descritto, si affermano nel Zarathustra posizioni certo antitetiche
alla morale quale può essere quella cristiana od al semplice sentire comune, ma ben precise. Sembra qui che si sia voluto fare come Oscar Wilde nel Ritratto di
Dorian Gray , dove chi afferma, p.es., che il tradimento coniugale è immorale si sente sistematicamente rispondere il contrario, in questo caso che non c’è vera
felicità nel matrimonio senza reciproca infedeltà! Con la differenza che Wilde era palesemente e direi dichiaratamente ironico. Invece nel capolavoro niciano si
ha la certezza che il profeta (nel senso di autore ispirato, ancor prima che in quello di vaticinatore del futuro), dice sul serio. Perché la frase “isolata”, meglio, DA
ISOLARE di cui parlavo è, senza eccezioni, una critica feroce al modo di sentire e/o di essere verso quelli che Schopenauer (il maestro di Nice) chiamava
FILISTEI .
La terza, e ancor più, la quarta parte sono invece assai più aneddotiche e prolisse. Anche in queste è però possibile isolare un pensiero riassuntivo; solo,
sovente, in forma di botta e risposta: meglio, di quesito dei discepoli di Zarathustra e sua conseguente dialettica, o viceversa.
Perché questa digressione sul libro di Nice? (orribile dire e scrivere “Nice”, ma la nostra prof. ci diceva così, e in effetti Nietzsche è poco pratico; però nessuno
chiamerebbe Schopenauer “Schopi” e Platone “Pluto”). Perché c’entra col mio libro e ancor più con la mia vita. L’intento vorrebbe essere quello di realizzare
un grande affresco che descriva il mio mondo, e che si capisce per l’appunto solo leggendo tutte le centinaia di pagine di cui il libro consterà, oppure ci
si potrà godere qualche pagina sparsa, ma in alcun modo si può pensare di capire qualcosa solo con quanto ho scritto finora, o da un singolo capitolo.
Del resto, niente è farina del mio sacco, è solo filosofia e si può trovare tutto, per deduzione o induzione, come conseguenza dei concetti esposti, in
qualche decina di libri; anche se in alcun modo è direttamente rintracciabile ciò che ho detto io in quei testi (Schopi). Pretenziosetto, eh?
Né si creda di vedere il risultato delle mie notti insonni presente l’autore ancora giovane; chè, al pari di Foglie d’Erba di Whitman, questo è un libro che andrà
riveduto e corretto per tutta una vita. Nove furono le edizioni, ognuna più ampia della precedente (io faccio praticamente lo stesso ogni volta che accendo il pc).
Come si sa, non esiste altro autore che s’identifichi a tal punto con UNA SOLA opera, tanto che si può dire che, al pari di Schopenauer, tutti i suoi scritti
esprimono un’unica idea (il Primato della Volontà per il primo, l’America come Luogo Epico per il secondo).
Nel mio caso, l’Anti-letteratura, o se si preferisce, una parodia di certa saggistica.
Però, a differenza del grande Walt, io non ho intenzione di pubblicare alcunché fino alla “Deathbed Edition”, l’edizione del letto di morte (bè, speriamo
qualche mese prima).
La mia immortale opera potrebbe persino restare incompiuta, come America o Il Castello di Kafka.
Nice, si diceva. A proposito:

15.1.-SULLA FILOSOFIA
(avvertenza per il lettore: quello che non si capirà, lo si rilegga o lo si prenda con ironia)

*******************AMPLIARE **********
Non conosco molto la filosofia, per la verità, ma qualche dritta posso darla.
Probabilmente farò la figura di Kevin Kline in A fish called Wanda, dove il suo personaggio legge Nice ma non capisce un cazzo.
Il termine come si sa è greco e vorrebbe dire: “amore della sapienza”, anche se l’accezione non va scambiata con l’essere colti.
Spesso si dice che un ragionamento è filosofico quando non è che un’arguzia popolaresca: non bisognerebbe dimenticare che la filosofia è un’arte, non una
scienza e che di filosofi ne nasce uno ogni cento anni.
Esempio: nel Cabezota, film spagnolo del 1982, si parla di una legge del 1852 che obbligava tutto il paese al primo insegnamento: il figlio del protagonista
“testa dura”, per l’appunto, che si chiama Pedrin, chiede all’unico funzionario pubblico del paese, Yeyo, se saper leggere e scrivere serva per poter poi cacciare.
Yeyo risponde che serve nella vita e la vita è una “cacerìa”.
La nota alla sceneggiatura precisa che la risposta è “filosofica”.
La filosofia non è questo: è un sistema di pensiero che dovrebbe giungere a dare una spiegazione del mondo, non nel senso di rispondere alle domande “da
dove veniamo, dove andiamo”, etc., cioè non spiegare il perché del mondo; solo che cos’è.
Che ci sia o non ci sia, il mondo non cambia di un millimetro.Questo il sentire comune. Ed è vero, forse, ma l’uomo?
Comunque proviamo a fornirne la ricetta. Nel calderone vanno messi: un intento metafisico, nel senso etimologico di “al di là della natura”, secondo la
successione dei libri di Aristotele, com’è noto. Non fermarsi all’apparenza delle cose, che anzi è ciò che si deve evitare. “Metafisica” comunque, è qualcosa che
per adesso lasciamo perdere, chè potrebbe stare per “teologia”, “ontologia”, “gnoseologia”.
Meglio dire: la capacità di meravigliarsi o la curiosità.
Platone dice che l’uomo vive nel sogno e solo il filosofo si sforza di stare sveglio. Vedere il celeberrimo mito della grotta nel VII libro, se non ricordo male,
della Repubblica.
(La metafisica è, a rigore, ogni dottrina che si presenti come scienza della realtà assoluta, che cerchi cioè di dare una spiegazione delle cause prime della
realtà prescindendo da qualsiasi dato dell’esperienza, secondo il Devoto-Oli. In origine il termine designò semplicemente l’ordine dato da Andronico di Rodi
alle opere di Aristotele, nelle quali egli aveva collocato i libri della “filosofia prima” dopo quelli sulla natura. Ma poiché la filosofia prima riguardava tutta la
realtà trascendente la natura, il titolo finì per definire lo stesso contenuto, cioè lo studio dell’ente in quanto ente. In senso generale una m. è possibile e valida
solo ammettendo una realtà esistente al di là della natura e allora diventa scienza delle cose ultime e dei principi supremi di tutte le cose. In questo senso la m. si
presenta come teologia, ontologia, gnoseologia, cioè la scienza di Dio, quella dell’Essere, quella del Conoscere).
Ognuno dovrebbe dire: “io credo nella metafisica”, che poi non è che lo stesso bisogno del Sacro che fa abbracciare a tanta gente una religione.
Per un Credo della metafisica, eccone qui il Decalogo:
1-è la morte che fa filosofare
2-la filosofia è per le menti adulte, la religione per i fanciulli (infatti la si inculca fin dalla più giovane età, al punto che sembra poi, nell’adulto, innata)
3-le religioni sono allegoriche, in questo senso sono meno vere (debbono sostanzialmente veicolare un messaggio) della filosofia
4-la fisica non permette di raggiungere l’inizio della catena di cause ed effetti; e se la raggiunge, arriva ad una forza comunque inspiegabile (che Schopenauer
identifica finalmente con la Volontà)
5-la fisica è il fenomeno, la metafisica la cosa in sé (in linguaggio kantiano)
6-l’inspiegabilità della cosa ultima fece ipotizzare la presenza di un’anima
7-una fisica assoluta, cioè il vero naturalismo, farebbe tornare al punto n. 4
8-pensare l’oggetto, cioè la natura, senza il soggetto che la conosce, significa scadere nel materialismo
9-i progressi della fisica non sono passi verso la metafisica, bensì fanno avvertire ancor meglio il bisogno di una m.
10-la metafisica può procedere solo dall’intuizione, non dai concetti
Si è capito ormai che io non possiedo un pensiero mio, ma ho fatto mio quello di Schopenauer; non ricordo se Goring o Goebbels, diceva: “io non ho una
coscienza: la mia coscienza si chiama Adolf Hitler”. Parafrasando, potrei dire: “io non ho un pensiero: il mio pensiero si chiama Arthur Schopenauer”. Spero che
ciò non venga inteso come apologia del nazismo.
Pitagora rende tutto ciò meglio: narra che di molti uomini che vanno al mercato, immagine della vita, alcuni sono impegnati a vendere, altri a comprare, perché
alcuni sperano in corone, altri in grandi guadagni; ma v’è anche chi giunge al mercato e non muove un dito. A chi gli chiedesse cos’è venuto a fare, costui
risponderebbe: “a osservare la natura”. Nel Simposio Platone risponde infatti a un commerciante che credeva di stare facendo grandi cose nella vita, che lo
commisera perché s’inganna, in realtà non sta facendo (leggi: per la sua anima) proprio nulla.
L’ozio viene comunemente identificato con la filosofia, e quest’ultima per questo malvista da chi è costretto a lavorare per vivere, cioè dagli uomini come sono
quasi tutti.
Ed è per questo che “bisognerebbe evitare di parlare con gli sciocchi, cioè con gli uomini come sono quasi tutti” (Schopenauer).
Ed è così: non puoi nulla per te in realtà se sei impegnato in un mestiere come “un fanciullo assorto nel gioco” (sempre Schopenauer).
Secondo, che è lo stesso, bisognerebbe giungere a “squarciare il velo di Maya”, direbbero gli Indù, cioè a superare quell’apparenza della quale parlavo sopra.
Però metafisico non significa nemmeno astratto, né divino.
Nel primo errore cade chi crede che, come lo scienziato, il filosofo abbia la testa fra le nuvole: ho già detto che la filosofia è un’arte ed è terribilmente
mondana e concreta. Talete di Mileto, a chi gli chiedeva perché non avesse figli, rispondeva: per amore dei figli. E’ forse astratto pensare e dire che si evita di
mettere al mondo una persona che si sa già per certo che soffrirà e soffrirà e soffrirà per tutta la vita, anzi solo fino al termine di questa, che tant’è vero si chiude
con la morte?
Nel secondo errore cade chiunque fa filosofia cristiana, ch’è pur sempre teologia, per esempio Hegel che identifica l’assoluto con Dio, in una falsa
identificazione ottimistica e perciò rassicurante, ma del tutto inutile oltrechè arbitraria. A chi gli facesse notare la corporeità del Cristo, Hegel, il “Sommo
Ciarlatano”, risponderebbe, con la ragguardevole dialettica che lo contraddistingue (ha solo questa): “ecco che il concetto si è ribaltato nel suo contrario”.
Se ciò potesse valere anche in tribunale!
INCISO:
Il mio giudizio su Hegel, lo confesso, è quello di Schopenauer: io ho letto solo Vita di Gesù. Però, da questo inutile libro ho capito che ha ragione colui che
considero una delle due mie guide spirituali e intellettuali (l’altra è Gandhi).
Ha ragione Schopenauer per un motivo molto semplice: di Hegel non capisco un’acca.
Come sempre in queste cose, i casi sono due: posso essere inadeguato io, perché non ci arrivo, o perché non parto da un livello di cultura adeguato (cioè sono
ignorante), o perché non presto la dovuta attenzione al testo.
Oppure, è l’autore ad essere oscuro, e qui i motivi possono essere i più svariati: nel caso di Hegel, è oscuro perché “egli non ha pensato”, dice il mio Arthur,
ha fatto un’insalata russa (aggiungo io).
Quel ch’è peggio, in buona fede (si spera).
Nel dettaglio, ecco i motivi per cui affermo questo:
-se si capisce poco di un autore, come ho detto, di solito l’introduzione (del curatore italiano) dovrebbe facilitare un po’ le cose: invece, se possibile, si fa
ancora più confusione;
-già nell’introduzione, c’è una nota con un passo di un altro scritto dello stesso Hegel: “questo mondo è il più bello che ci sia mai stato” (!): già Voltaire diceva
che è questa una tesi disperante.
-a quanto pare per Hegel il cristianesimo ha distolto i mortali da una concezione di innocenza naturalistica dell’esistenza, secondo il concetto greco. Ora,
certamente il senso del peccato è peculiare alla religione cristiana ed asfissiante, anche; ma i greci non erano così "dionisiaci" come il luogo comune vorrebbe.
Sapevano anzi che il dio nota e vendica tutti i torti che gli uomini non sono capaci di scoprire e di punire: “l’uomo paventi la gelosia di Zeus, il dio dei
supplicanti; questo sia il più profondo timore tra i mortali” (v. Storia delle religioni del Foot Moore, 1963, Vol. I, p. 474);
-entrando nel merito, a me personalmente l’intera operazione effettuata nel Das Leben Jesu appare del tutto inutile: perché fare un riassunto (piuttosto
scolastico, per la verità) del racconto evangelico, quando abbiamo il testo originale a disposizione? Ed essendo questo intoccabile, non perché sacro, ma perché
perfetto (nella forma intendo)? Mi ricorda il film Man on the Moon, con Jim Carrey, dove questi faceva le stesse cose che fece Andy Kaufman: sennonché
abbiamo i filmati originali di Taxi a disposizione, no? Eppoi è come voler capire la filosofia solo attraverso la critica;
-come non bastasse, poi, mette in testa a Gesù dei pensieri che non compaiono né nei sinottici né in Giovanni: non so dove possa averli trovati: mere
congetture dunque. P.es., una volta dipinge il Cristo (termine che però non usa mai: perché?) come tormentato dal dubbio (!); non credo proprio avesse dubbi,
semmai, essendo uomo, un’estrema sofferenza nel compiere la sua missione (Padre, se puoi, allontana da me questo calice, MA NON LA MIA, MA LA TUA
VOLONTA’ SIA FATTA, Mc, XIV, 36);
-più di una volta, sbaglia le citazioni, p.es., unisce l’episodio di Cafarnao ad un versetto che non lo contiene, quello dell’esordio del ministero di Gesù (in realtà
si trova in Gv, II, 12): Schopenauer errori così grossolani (e gravi, in questo caso) non li ha mai commessi;
-più di una volta, ammicca al lettore con le parole di Gesù, o meglio col tono delle stesse (si veda il dialogo con Nicodemo). Ciò non si addice al filosofo, è
anzi antifilosofico (solo i pensieri dovrebbero persuadere-ma egli non ha pensato);
-più di una volta, i critici ritengono che Hegel abbia ripreso espressioni di Kant: io ritengo invece che si tratti (non sempre) di coincidenze. La fortuna di Hegel
è del resto dovuta principalmente ai suoi allievi, e alla nazione tedesca (la sua parte più “istituzionale”) la quale, sostiene Arthur, è “la più stupida che ci sia” (e si
vergogna di appartenervi);
-che Hegel sia per le masse, nell’accezione più spregiativa, si capisce anche dal Leben Jesu, poiché vi sono interi capoversi che invitano gli spiriti romantici
(che verranno regolarmente delusi dal ’48, cercando consolazione-e trovandola-nel solito Schopenauer) a credere in una vaga idea di “assoluto”, che coincide
con “Dio”, che coincide col “reale”, che coincide col “razionale”, che coincide … (è chiaro che ho letto qualche manuale che spiega Hegel...);
-si vogliono trovare in Hegel significati dove non ce ne sono: il traduttore che ho presente io mette l’accento sull’assonanza dei verbi “verlassen”,
“zurucklassen”, “hinterlassen”, nell’originale di un discorso di Gesù: non riesco a capire l’utilità della cosa, non siamo in poesia, mi sembra;
-altro incredibile errore, le ultime parole di Gesù in croce. In un’opera del genere, forse l’unica cosa in cui stare attenti è l’esattezza dell’esegesi e delle
citazioni, perché forse rappresenterà anche l’unico valore di tutta l’operazione che si è voluta compiere (nel caso di Hegel, senz’altro-anzi, nemmeno del tutto).
Ebbene, per Hegel Gesù in croce si lascia andare ad un profluvio di parole degno di un comizio (secondo i medici odierni non sarebbe nemmeno possibile
parlare, in croce): Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?, Tutto è compiuto, Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito.
Hegel avrebbe dovuto precisare che la prima frase compare in Mc (XV, 34) e Mt (XXVII, 46), la seconda in Gv (XIX, 30) e la terza in Lc (XXIII, 46) (tra
l’altro ha cambiato l’ordine dei vangeli).
Ma la cosa peggiore non sono nemmeno queste incredibili (ed inspiegabili, visto che ha scritto il Leben Jesu in ben undici settimane) imprecisioni. E’ che
manca un apparato critico, un commentario, o come lo si voglia chiamare, degno di questo nome. Ci si sofferma infatti di solito sul suo manoscritto, e si
riportano addirittura, nelle traduzioni, buona parte delle note personali al testo. Cose assolutamente trascurabili, p.es., chiedersi esattamente che piante fossero
quelle menzionate nei vangeli, piuttosto che dove si svolse l’interrogatorio di Caifa, se a casa di Anna o meno.
E’ lo stesso “riassunto” che vorrebbe essere la critica: se è così, io non so di preciso di cosa mi si parla, e si torna al primo punto.
Infine, digitando “Schopenauer” su Google, risultano 122000 pagine; digitando “Hegel”, 10500000 (!)
Terzo: filosofi si nasce, come artisti del resto (questa è una lunga diatriba per la verità): si potrebbe obiettare che ci sono ex-meccanici ed ex-maestri riscoperti
come eccellenti pittori: mi viene in mente l’entusiasmo del guardiano del Museo dei Naifs di Luzzara di Reggio Emilia: a suo dire un bidello di sua conoscenza
che espone in quella sede è il nuovo Cezanne: lascio giudicare il lettore su quanto un giudizio può essere falsato, anche in buona fede per carità: il cinquanta per
cento del teatro è brutto (fatto male), lo stesso si può dire della pittura: spesso è solo buon artigianato (quando lo è), spesso ci si trova di fronte ad un
imbrattatele: l’arte contemporanea poi offre il destro a che “ci si marci”.
Ma questo è un altro discorso: vero è che Morandi, lui sì degno di Cezanne, era uscito dall’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ma evidentemente era entrato
già che si chiamava Morandi. Un corso accademico per diventare filosofo poi sarebbe certamente disertato.
(Laurearsi in filosofia è tutt’altra cosa).
Dopodichè e vero: il filosofo deve formarsi anche lui: deve leggere e studiare, per potere poi pensare su quanto ha letto e studiato: è la capacità di pensare che
non si apprende, perché legata all’intuizione: chi vi si cimenta ugualmente rischia di fare come un personaggio televisivo che ironizzava proprio su questo
(Catalano): “è meglio dormire a lungo su un bel materasso, che stare svegli su un tavolaccio!”. (Tant’è che filosoficamente seriamente parlando non è vero
neanche questo: se dormi come puoi filosofare?). Del resto l’ignorante non manca necessariamente di luce filosofica.
E veniamo alla bibliografia sull’argomento. Consiglio:
Che cos’è la filosofia ? di Amalia de Maria (UTET)
Platone è meglio del Prozac, di Lou Marinoff (Marietti)
Il primo come introduzione alla filosofia, Manuale di Propedeutica Filosofica si autodefinisce; eccellente, anche se potrebbe sembrare non a torto conciliante e
dunque esso stesso anti-filosofico; in fondo c’è anche una storia sommaria della filosofia occidentale, utilissima;
Il secondo mi sembra il testo più “furbo” e avvicinabile per chi si dovesse chiedere, credo tutti, a che mi serve la filosofia? Per onestà debbo dire che io non
l’ho ancora letto. Mi difendo come l’editore Longanesi: “Che c’entra? Io l’ho pubblicato!”. Con quel titolo è una scelta sicura, ne sono sicuro.
Ma soprattutto consiglio le opere dei filosofi nella traduzione più fedele ed integrale possibile.
Una scelta è impossibile: inutile dire che il mio preferito è Schopenauer. Dei latini, vorrei dire due parole sul grande Seneca. Io l’ho scoperto da poco, son
sincero, ed è stata una vera rivelazione. E’ un grandissimo moralista, anche se non un filosofo, perché non offre spiegazioni del mondo, ma solo una precettistica
(e ciò è anzi antifilosofico). Mi piace perché s’interroga su ciò che m’interrogo io, ogni suo dialogo è una questione fondamentale dell’esistenza: l’ozio, la
felicità, l’ira, la saggezza, le offese, la brevità della vita, etc., ma soprattutto per la sua onestà, seguito in ciò solo da Montaigne e Schopenauer. Addirittura, nel
dialogo De vita beata, dove conclude che la felicità sta nella virtù, e non nel piacere, al termine delle sue considerazioni e riflessioni, si auto-accusa, per esempio
chiedendosi ciò che potrebbe chiedergli il lettore: “perché predichi bene e razzoli male?”; cioè: perché dici che la ricchezza non fa la felicità, (perché dà piacere,
non virtù), e poi hai cinquecento tripodi di cedro con i piedi d’avorio? Perché lecchi il culo a Nerone? E via dicendo.
Ma ha ragione Seneca, ovviamente, non Mario Scaffidi Abate (non è che il curatore del libriccino della Newton che riporta il dialogo, non un contemporaneo
del nostro, nonostante i tre altisonanti nomi). L’Abate sostiene infatti che male ha fatto l’autore ad aggiungere quell’autocritica, perché, testuali parole, “finisce
per avvilire un così alto discorso” (sic!). Ma senza quest’aggiunta, il dialogo non direbbe nulla di nuovo rispetto, per esempio, a ciò che insegna il vangelo. La
sua forza sta nell’esempio: ecco, io mi faccio quest’esame di coscienza e ne rendo partecipe il lettore, dimostrando quello che ho scritto, che la felicità sta nella
virtù, chè umiliarsi così è decisamente virtuoso. Questo pare aver pensato Seneca. Lo disse anche Schopenauer: sebbene abbia descritto e insegnato cos’è un
santo, non ho mai detto che io lo sia! (A chi gli rimproverava l’attaccamento al suo piccolo patrimonio). E tutto ciò sarebbe ragione di un dibattito, io non lo
sapevo e mi sembra incredibile, che dura tutt’ora e cioè sulla reale sincerità di Seneca, sul suo reale valore, in definitiva. Credo che ai grandi non si possa
eccepire davvero nulla, e lui è un grande, punto a capo.
La mediocrità della massa delle persone non permette davvero di rimproverare un pensatore così serio sulla base di un suo presunto servilismo verso
l’imperatore (mica scemo!) o di un suo presunto amore per la ricchezza (mica scemo!).
Si vogliono confondere i Grandi con i loro monumenti (Marchi).
Se furono grandi uomini, è proprio perché uomini nel senso più pieno, con tutte le loro debolezze; oggi si direbbe, non so perché, a trecentosessanta gradi:
ebbene Seneca di gradi ne aveva quattrocento.
La lettura del De vita beata ti rende, per qualche ora, beato.
E questo a me basta. Ma dovrebbe bastare a chiunque. A proposito:

15.2.1.-GOETHE vs. SCHOPENAUER


(un confronto)

Un piccolo confronto con Goethe, che S. peraltro conobbe, è però qui doveroso. Debbo dire che non conosco molto il più grande poeta di lingua tedesca. Anzi,
per niente (non ho letto nemmeno il Faust).
A me interessano i tedeschi come uomini di pensiero, nel senso letterale del termine, cioè come autori di pensieri o massime o aforismi, o appunti di viaggio
persino, che dir si voglia; dove, dopo gli antichi greci, eccellono e restano insuperati. (Benché, lo ripeto, Oscar Wilde sosteneva ch’è l’amore, e non la filosofia
tedesca, la chiave per capire il mondo). In genere si pensa che, accanto al grande letterato e al grande poeta, coesista anche un arguto osservatore della realtà e
del mondo del quale, alla sua morte, immancabilmente si scoprono notazioni, riflessioni, pensieri su ogni argomento. E si accoglie ciò come un pittoresco e
godibile effetto collaterale di una mente tanto feconda. A me sembra invece che un pensatore sia grande in funzione proprio di questi “riempibuchi” e solo in
secondo luogo, delle opere principali universalmente studiate e celebrate.
Cfr. Schopenauer, i cui Nachlass o scritti postumi sono solo recentemente apparsi in edizione completa (in Italia presso Adelphi), ma nei quali si trovano sia
Die Welt als Wille und Worstellung, sia i Parerga und Paralipomena. Poiché, come affermò lui stesso, la sua filosofia gli si delineò “come il profilo di una
montagna lontana visto attraverso la nebbia che si dirada mano a mano e ne rende il contorno sempre più nitido”. Ed è così per chiunque. Ebbene tale
nebbia sono proprio i pensieri in apparenza slegati tra loro che costituiscono i 5 voll. dei Nachlass, nel suo caso, o le centinaia di frasi sparse ovunque nelle opere
(autografe) di Goethe.
Solo che, invece di oscurare, tale nebbia rischiara in realtà la mente. Sono i libri dei filosofi a scaturire dai loro pensieri, mai viceversa, come appare ovvio del
resto: eppure le raccolte di massime di un autore si leggono in genere dopo il libro famoso. Di Goethe ho scoperto un libriccino della collana 100 pagine 1000
lire della Newton Compton (ora fuori catalogo), che, se non insegna Goethe, di certo invita a Goethe, ma soprattutto, dal mio punto di vista, chiarisce la cosa più
importante e cioè il rapporto con colui che introduce in società (ma non si può dire amico, e si vedrà il perché), Schopenauer.
Ho scoperto infatti, che Goethe, che non ritengo vada annoverato tra i filosofi, è un po’ l’esatto contrario, speculare direi, di S. (e in tal senso va forse
annoverato tra i filosofi). S. insisteva sul soggetto e l’oggetto, dicendo che non è l’oggetto che subisce l’azione del soggetto, bensì il soggetto che non potrebbe
esistere senza oggetto (“ciò non è possibile, neppure pensabile”).
Mi piace, per restare entro un facile paragone, pensare a G. come al soggetto e a S. come all’oggetto di un identico modo di vedere il mondo. E mi spiego (se
ci riesco). E’ noto che S. era un pessimista, anzi, IL pessimista, non nel senso comune d’intendere il pessimismo (scarsa speranza per il futuro), bensì per il suo
vedere il mondo in modo desolante.
Leggendo S., detto anche “il Buddha Occidentale”, lo stato d’animo che si finisce per assumere è quello più introspettivo e malinconico; in altre parole, lui,
che predicava la solitudine, l’ozio, la contemplazione estetica, la compassione e l’ascesi, è un po’ la coscienza dell’uomo che, stanco del mondo, vorrebbe darsi
una calmata e, dimenticando i torti subiti, ritirarsi a vita solitaria e santa; oppure la coscienza di chi è già d’indole solitaria e mite e si ritrova in pieno in tutto ciò
che dice questo filosofo (è il mio caso). Con quest’atteggiamento però, in effetti, cioè facendo di tutto questo il proprio Verbo, si finisce per diventare, come del
resto ammetteva lui stesso (però lui era incazzoso) un “trastullo nelle mani degli astuti”, vale a dire non sapere stare al mondo e restare, se ci si ferma a ciò,
totalmente inesperto della vita o degli uomini che dir si voglia. Orbene, l’antidoto a questo veleno potrebbe essere proprio Goethe.
Premetto che S. non va mai rinnegato secondo me, perché non è possibile andare, dopo di lui, “più in profondità nella filosofia, solo più in larghezza”.
Ma dato che al mondo ci vogliono spalle larghe, laddove Arthur consiglia la solitudine, “perché la vita ritirata dona una pace immediata”, G. raccomanda
invece l’individuo alla società, perché l’uomo è un essere relativo, dice giustamente, e perché gli errori si rivelano (a se stessi), solo per confronto (con gli altri).
Laddove S. è per il libero ozio, “perché solo esso ci fa prendere contatto con noi stessi e ci può svegliare da quel sogno nel quale il divino Platone dice
che ogni uomo vive”, G. è invece per l’azione, poiché le ferite dell’anima (cioè i torti ricevuti dagli uomini o i rovesci avuti dalla sorte), si possono guarire non
con l’intelletto (che non può nulla) ma, in ordine crescente d’efficacia, con la ragione (poco), col tempo (molto) e soprattutto con l’agire (tutto).
Laddove S. dice che il tempo dedicato alla lettura dev’essere scarso, “per non sottrarre tempo al pensare e perché il primo rischio del leggere è perdere la
capacità di giudizio, tant’è che molti uomini colti si sono istupiditi”, G. è invece per l’erudizione, e pensa che solo la persona coltissima può recepire appieno,
per esempio, il messaggio che l’arte ha da dare.
E ancora. Laddove S. è per la contemplazione, nel senso di godimento artistico o comunque estetico, “perché nella contemplazione l’uomo si fa tutto occhio
contemplante, lasciando da parte ogni interesse per la dolorosa esistenza” (il godimento passa da estetico ad estatico), e tuttavia lo pervade (intendo il nostro
Arthur) una sostanziale ed incurabile misoginia (disse peste e corna della donna e della sua capacità di mentire, e non si sposò mai), G. consiglia anch’egli il
rapimento estetico, però caldeggia la frequentazione della donna (poiché sostiene che si acquisiscono buoni costumi frequentando le donne), e finanche il
matrimonio (e difatti lui si sposò).
Un piccolo inciso: attribuisco personalmente al godimento estetico, nonché rapimento estatico (per il maschio) del corpo femminile lo stesso valore del vedere
un bel quadro o un’altra opera d’arte e per questo ho collegato le due cose. Certamente, anche i Nostri la pensavano così, conoscendoli! G. ebbe, come si sa, un
notevole successo con le donne, da Kathchen a Friederike, da Charlotte a Cristiane, da Lili a Marianne, a Ulrike; ma anche S., in gioventù, frequentava una certa
Teresa Fuga, veneziana, la quale doveva essere un pezzo di figliola come solo le venete possono essere (cfr. Anacleto Verrecchia: La Vispa Teresa di
Schopenauer, sul Resto del Carlino del 7 Marzo 1974). Poi ci fu una certa Caroline Richter, corista di Berlino, relazione durata sei anni; e solo lui sa cosa
combinò in giro per l’Europa fino ai trent’anni e cioè fino all’uscita del Welt. Forse è per questo che i restanti quarant’anni li passò in casa…
Ma in vecchiaia ci fu ancora idillio con una certa Elizabeth Ney, incaricata di fargli il busto-ritratto (!).
Continuiamo. Laddove Arthur è così sensibile alla santità, G. non sembra così interessato, in generale, alla quiete interiore del santo; forse è più interessato alla
serenità che si prova quando si ama, essendo corrisposti. Di qui il suo sentire così nuovo, rivoluzionario per la sua epoca, chiamata anche non a caso
“Goethezeit”, letteralmente il tempo di Goethe (la definizione è di H.A. Korff).
E’ lui il Romanticismo.
Di loro due (G. e S.) inoltre, si può forse dire quello che Montanelli scrisse a proposito di Voltaire e Rousseau: “fino a un certo punto della vita, quando si fa
ancora parte della massa delle persone, si segue con entusiasmo Rousseau; ma non c’è uomo che si elevi dalla massa senza cadere in braccio a Voltaire”.
Basta sostituire i due nomi, R. e V., rispettivamente con Goethe e Schopenauer.
E ce lo teniamo per detto (Verrecchia).
Schopenauer diceva che gli unici tre filosofi sono: Buddha, (per la sua concezione della vita come dolore, tra le altre cose), Platone (IL filosofo, S. lo chiamava
“divino”) e Kant (acuto come Hegel, ma non fasullo). Poi però è venuto lui, e dopo di lui Nice, sebbene per Nice, come per Voltaire, la priorità è quella di fare il
Bastiancontrario (si potrebbe dubitare che questi due siano veri filosofi, addirittura).
E non cita nemmeno un autore cristiano, forse ritenendo che in realtà non è farina del loro sacco, ed è quasi sempre vero se lo si chiede a me, basti pensare a
Boezio, letterariamente sublime ma neo-platonico, (per me si può togliere il neo), e si badi che sono andato in pellegrinaggio a Pavia; o la presunta prova
ontologica di sant’Anselmo, furba (ci cascò anche Cartesio), ma che non prova proprio nulla; per non dire della Summa dell’Aquinate, di qualche interesse solo
per un seminarista (c’è di tutto, dalla Vulgata ai film sui marziani).
Parentesi: come ogni recensione, questa è più una bandella per la verità ma la bandella vale una recensione, ed è già letteratura, come ogni recensione dicevo,
la mia su San Tommaso è fatta senza averne letto una sola riga. Eco si rivolterebbe nella tomba, se fosse morto, (spero quanto prima, per invidia mia), se
leggesse questo, perché so che a casa sua i libri di Tommaso sono immediatamente riconoscibili, perché sono tutti con la costa rotta (per averli aperti migliaia di
volte). D’altra parte lui ha più Kant di Hegel (e questo è bene), ma più Aristotele di Platone (e questo è malissimo, né poteva essere diversamente, nel suo caso).
Chiusa parentesi.
Per continuare con quanto dicevo, Platone si leverebbe il cappello, se lo portava, di fronte ai capitoli sul tempo delle Confessioni di Agostino. Sconsiglio i
vendutissimi libri di De Crescenzo, se non come divertimento.
Per un motivo molto semplice: bisogna leggere sempre e solo gli originali. Io credo che lui personalmente sappia la filosofia, come me del resto, ma non mi
sognerei mai di farne una storia. In qualche caso poi travisa e/o s’inventa le cose, forse per riuscire simpatico, come quando afferma che Platone zittisce il sofista
Gorgia con un Socrate più sofista di lui. Vera bestemmia.
Forse non ha capito bene (De Crescenzo, non Socrate). A proposito:

15.2.2.- SU NIETZSCHE

Ma si dice anche spesso: prenderla con filosofia, per rendere una funzione consolatoria della f.
Giusto, ma questo non significa necessariamente: rassegnazione. Anzi, mai. Per niente. Il non-fare del filosofo non è infatti ignavia, né sottomissione, né
voglia di tenere un atteggiamento conciliante, né complessi d’inferiorità di alcun tipo. Niente di tutto questo. E’ il motivo per il quale io non provo a darmi da
fare in altri campi che non siano l’oreficeria per la quale avevo studiato e in cui ho fallito (per il mondo, non per me), per esempio. Tralasciando ostacoli
economici e difficoltà oggettive di affermarsi con vere idee e vera capacità, o comunque di affermarsi, che pure esistono, (per esempio volendo fare cinema sarei
automaticamente deluso), forse la mia forza sta nella mia capacità di accettare il fatto che non ne ho altre.
Nice, si diceva. In una delle sue Considerazioni inattuali afferma: Nessuno che abbia degli amici sa cosa sia la vera solitudine, avesse pure come suo
avversario intorno a sé il mondo intero. Ah, lo vedo bene, voi non sapete che cosa sia l’isolamento! Dove vi sono state possenti società, governi, religioni,
opinioni pubbliche, insomma, ovunque fosse una tirannide, essa ha odiato il filosofo solitario; giacchè la filosofia schiude all’uomo un asilo dove nessuna
tirannide può penetrare, la caverna dell’intimo, il labirinto del petto: e ciò indispettisce i tiranni (leggi: gli uomini, come sono quasi tutti, N.d.R.). Là si
nascondono i solitari: ma là è appostato anche il più grande pericolo per i solitari (…): perché queste nature più della morte odiano il fatto che la parvenza
sia necessità. (…) Di tanto in tanto allora, essi escono dalla loro caverna con visi terribili, le loro parole e azioni sono esplosioni ed è possibile che, per esse,
essi stessi periscano. (…) Tuttavia vi è sempre qualche semidio che sopporta di vivere in condizioni così terribili e di vivere vittoriosamente; e se volete
sentirne i canti solitari, ascoltate la musica di Beethoven. (Piccola Biblioteca Adelphi n.184, pagg. 21-22). Voilà tout.
E’ la prima volta, e spero l’ultima, che riporto un passo così lungo, ma Nice mi ha descritto perfettamente.
Ah, se questa mia modesta prosa potesse essere il mio canto solitario, come lo era la musica per Beethoven!
Avrei dimostrato, non di essere uno scrittore, ma di aver vissuto vittoriosamente!
Come sono fatto non può essere cambiato, è il volere degli dei.
Ma se mi resta ancora un barlume di coraggio, che possa finire la mia opera!
Che la si pubblichi!
Abbiate coraggio anche voi, editori!
E voi, lettori!
Diciamoci la verità: Joyce è quasi illeggibile. D’altronde era inglese (vabbè, irlandese). A proposito:

16.-SULLA FRANCIA
(una dichiarazione d’amore)

(v. 1.1.4.) “Strano, Parigi ritorna spesso ai miei occhi, in questo periodo della mia vita. Anche adesso (per forza, ci sono!). Certo che la Marie è forte. Chissà
com’era l’assenzio. Ho sentito che lo stanno riproponendo, con la vecchia etichetta, in sei tipi diversi: ma se era tossico! Non sarà lo stesso assenzio. Mi ricordo
quando venni qui con mio padre: la prima volta fu un’esperienza molto piacevole. Poi lui amava la Francia. Parlava il francese molto bene. Una volta un
benzinaio a Macon gli chiese se andava a fare le ferie in Italia: alla risposta “mais je suis italien”, dovette guardare la targa dell’auto (una GS) per persuadersi.
Da giovane era andato in ferie a Biarritz, aveva conosciuto la Jaqueline e imparato la lingua. Non ne abbiamo mai parlato molto. Le era rimasta nel cuore, (la
Francia, non la Jaqueline), e faceva bene.
Ho scoperto che noi italiani con la Francia non abbiamo poi molto a che spartire, nel senso che ci sentiamo molto diversi, non a torto.
Però è anche assurdo: dalle mie parti “lavare a secco” si dice come in francese: “laver a sec”. Le auto sono simili, (la Règie vende quasi più da noi, in Ottobre
2005 c’è stato il giubileo DS, molto sentito anche qua), la guida è a destra, la gastronomia e l’enologia sono due religioni per entrambi i paesi. Certo, in realtà
non ci assomigliamo come popolo.
Poi però leggo su una rivista che Louis de Funes andrebbe rivalutato: ma se mio padre non ne perdeva un film! Hanno scoperto l’acqua calda.”
Della Francia si può dire questo: che è forse la madre del mondo moderno (1789, Rivoluzione Francese e dopo di essa, Napoleone) e di quello d’oggi dunque,
anche se sono gl’inglesi a considerarsi i depositari della democrazia moderna (1215, Magna Charta Libertatum; 1688, Glorious Revolution). Lo stesso Cavour
era francese. Come Garibaldi (nel 1807 Nizza apparteneva alla Francia). Senza il francese (che pure è fatto con gli scarti dell’italiano o meglio del latino) non
esisterebbe neanche l’inglese (che pure non è una lingua romanza).
Ma nemmeno il tedesco e lo spagnolo, come li conosciamo oggi.
Gli Zar dovevano sapere il francese.
L’Enciclopedia è francese.
Le culture extraeuropee, dalle arti marziali alle stampe giapponesi alla letteratura americana e a quella russa, sono giunte nel vecchio continente grazie ai
francesi. Anche la cultura germanica, (ch’è la vetta del pensiero in ogni tempo e luogo), com’ebbe a dire Goethe, è di stampo francese; Kant senza i Lumi non
sarebbe esistito (anche se Oscar Wilde sosteneva che è l’amore, non la filosofia tedesca, la chiave per capire il mondo).
L’arte moderna nasce in Francia, con l’Impressionismo, e del resto Picasso era spagnolo per pura avventura. Certo, “moderno” è variamente interpretabile.
La musica rock nasce in America (dal blues), però se non ci fossero stati i Cafè Chantant, la si suonerebbe ancora in casa con le assi da bucato, alla Washboard
Sam. Non sapremmo dove andare ad ascoltarla.
Il modo di fare le guerre è francese, grazie a Napoleone (bè, con le armi di oggi ormai non più, d’accordo). L’elenco delle cose dovute a Napoleone è peraltro
sterminato, nel bene e nel male. L’egittologia è francese (Mariette, Champollion, etc.)
La cristallografia è francese (Hauy).
La chiaroveggenza, l’Esempio che ne abbiamo, è francese (Nostradamus).
La prima calcolatrice è francese (Pascal).
Il sistema metrico decimale è francese (Delambre e Mechain).
Il cinema è francese (f.lli Lumiere), anche se il “revolver fotografico” fu degli inglesi (ma il dagherrotipo è francese, da Daguerre, mentre le elioincisioni, con
le quali tutto cominciò, sono di Joseph-Nicéphore Niépce, che le inventò nel 1824).
Il padre della paleontologia (Cuvier) è francese (e senza Lamarck non ci sarebbe stato Darwin).
Il disegno è francese (la matita di Contè, e il Contè, sinonimo del gessetto da disegno).
La prima macchina volante è francese (la mongolfiera, da Montgolfier), come il primo aereo supersonico civile (Il Concorde).
Il gotico è francese (Saint Denis, Chartres).
Voltaire è francese.
Il computer è concettualmente anche francese (il primo in senso proprio è tedesco). La sartoria non so, ma certo il contributo francese dev’essere stato
determinante, basti pensare alla seta lionese, come al giardinaggio del resto, basti pensare all’ibridazione delle rose.
La gastronomia come arte della ristorazione è francese (l’arte culinaria in senso lato invece l’avevano anche gli antichi romani). L’elenco delle pietanze e delle
sauce e dei dessert sarebbe infinito, anche e soprattutto nella storia dei nomi.
La moderna enologia è francese. Lo champagne è francese (del frate Perignon).
Il turismo è francese, oltrechè inglese. La canzone (da “chanson” ) è francese, anche se non erano le stesse canzoni.
L’automobile è tedesca, (ma il triciclo a vapore del 1770 è di Monsieur Cugnot); ma la catena di montaggio è americana (Ford) e francese (Citroen).
La Statua della Libertà è francese.
La tragedia è greca, la commedia francese.
Il grande Kenzo Tange diceva di avere due maestri: Michelangelo e Le Corbusier (svizzero ma francofono e poi parigino).
E via discorrendo. Il mondo senza la Francia, come senza la Grecia o l’Italia, non esisterebbe.
Però i francesi, unici tra i cittadini dei paesi citati, hanno una caratteristica insopportabile: il senso di essere francesi, che non è nazionalismo, non ci sono più,
non è dovuto alla lingua, potrebbe averlo la Germania, non è amore per la patria, ce l’ha persino l’Italia, non è autonomia, ce l’ha l’Inghilterra ch’è un’isola, non
è difesa dalle genti esterne, come la Spagna o la Sicilia. Si direbbe che vogliono riuscire antipatici a tutti i costi. Non so come hanno fatto ad accettare l’euro
(però all’Europa unita ed unica hanno già detto di no). E’ già qualcosa che negli aeroporti si parli inglese.
Forse è perché Giulio Cesare, prima ancora di unificare la Repubblica Romana, (il Norico, cioè l’Austria, mancava all’appello per esempio), unificò la Gallia,
dopo averla assoggettata, gettando un precedente di unità con secoli e secoli di vantaggio su di noi, per esempio, o sulla Germania. Non era ancora la Francia di
oggi, però si partiva col piede giusto per i futuri governanti, da Francesco I a De Gaulle (che si sentiva un re). Mentre qui in Italia una generazione fa c’era
ancora chi malediva Garibaldi (e io sottoscrivo).
Garibaldi. Immagino che per certe persone andare in battaglia sia un po’ una botta di vita. Per altre può essere buttarsi in caduta libera da cinquemila metri, per
altri ancora attività meno fisiche, come dipingere, scrivere, fare musica.
O andare ai concerti. A proposito:

17.-SULLE BAMBOLE DI PEZZA


(una dichiarazione d’odio)

A questo proposito vorrei confessare una storia che mi faccio da qualche tempo a questa parte e che riguarda la frequentazione dei concerti di uno dei tanti
gruppi italiani all-female, cioè composto di sole donne, di punk-rock. Al momento in cui scrivo, 2006, ci sono le bolognesi Diva Scarlet, ma le ho sentite e sono
tutt’altra cosa, molto meno orecchiabili, e di fondazione più recente; e le romane La Menade, praticamente una cover-band, solo più belle. Ci sarebbero anche
Motorama, Cioccolata Fondente, Kyuuri, Moroxygen, Miss Bit, Dunia, Big Lips, Vertigini, What’s happened, Dirty Wings, Sinsofforgiveness, Caotica, Urge
Nicotina, Valvoletts, Viper, Tulipunkers, Triacorda, Treachery Rose, Starfish, Pussy Riot, The Rokkett Queens, Le Mollette Bucate, Mentine Nere, Lamette,
Lalalayoudie, Le Doppie Punte, Jadish, Fate Ribelli, Deuxieme Sexe, Cherry Lips, Clouds of Norah, Chordewa, Babysitters on Acid, Agatha, Radyance e
sicuramente altre. Non le conosco tutte.Tra le più sexy in assoluto, oltre alle Jadish- strepitosa la bassista, e alle Rokket Queens- sono venete!, e alle androgine
Deuxieme Sexe, ci sono le carpigiane Roipnol Witch; notevole anche la batteria delle Dirty Wings, da Alessandria, e il basso delle toscane Valvolettes (Per un
commento musicale sui gruppi di sole donne, v. il Cap.13.2).
Se alla batteria c’è un maschio, è chiaro che non è più un gruppo all-female.
A questo proposito riferisco un piccolo aneddoto. Mi era piaciuta, ovviamente fisicamente, la cantante dei Roipnol, tale Giulia. Una morettina molto carina con
un bel seno e due gambe molto sensuali, tra le più sensuali che abbia mai visto- a volte mi chiedo com’è possibile che due gambe possano essere sensuali, ma è
così. Per curiosità, il giorno dopo il concerto sono andato sul loro sito internet e ho visto che la sera stessa suonavano in un altro locale, insieme a tali Dissolutio-
altra band all-female, di Cesenatico. Ci sono andato, per le Dissolutio, non per la Giulia, come ho poi detto alla stessa Giulia. Ma forse un po’ di contentezza per
rivederla c’era. Comunque sia, è accaduta una cosa pazzesca, disturbante. Confesso che non sapevo che fare. Praticamente, quando vado al bar per prendere una
birra, un tizio comincia a starmi addosso e mi fa: “ma non ti ho visto ieri sera?”, in modo arrogante, appoggiandomi le mani addosso e continuando a gridare.
Rompeva le scatole, e non poco. Faceva finta di essere ubriaco. Io stavo zitto. In quel mentre, arriva la Giulia, non potevano non essere d’accordo, forse era il
suo batterista, la quale mi fa: “ti ho visto ieri sera, sono rimasta folgorata!”. Credo proprio che mi prendesse per il culo. Sua sorella le stava al fianco,
guardandomi come Snoopy quando fa il feroce avvoltoio.“Ma io sono venuto per avere gli autografi delle Dissolutio, non per te”- era vero. “E perché non chiedi
l’autografo anche a noi?”. “Perché voi non siete un gruppo all-female. Il batterista dovrebbe essere una donna!” “Eh, noi abbiamo questo!”. “Mi piacciono le tue
gambe” Silenzio. In quel momento, il tizio di prima mi fa: “dov’è che abiti?” , ma me lo chiede sbattendo la testa contro la mia, se io non mi fossi tirato indietro.
Gli ho risposto. Mi fa: “Eeeeh?”. Gliel’ho ripetuto. E’ pericoloso contrariare i matti. La voglia era quella di fargli male. La Giulia taceva. Secondo me, hanno
voluto vedere maliziosamente se, con una tal fica al cospetto, io sarei stato più macho e dunque se avrei risposto o fatto di peggio, a quel matto. Bè, dico, il
disegno è chiaro, come direbbe il Lambertini di Gino Cervi. Poi ricomincio a parlare con g-girl: “Mi piace come giochi con le gambe”. Silenzio. “Ma c’è uno
studio dietro?” “No, è naturale!”. Balla, ovviamente. “E’ la cosa migliore della banda!”. Silenzio. “Bè, adesso devo andare” ed è andata via.
Chi ci ha capito niente. Per quanto riguarda le Dissolutio invece, volevo veramente gli autografi- è una perversione come un’altra, come ho detto a una della
band. Sono molto più carine dal vivo che in foto, specie la batteria. Una delle bionde avrà una quarta, minimo. Purtroppo non ho fatto in tempo a sentirle
suonare. Come persone sono state stronzette, ma insieme all’autografo mi hanno scritto cose meravigliose: “mitico”, “idolo”, “il più bel ragazzuolo della serata”.
(Chi ci ha capito niente).
Il gruppo in questione si chiama Bambole di Pezza e sono cinque ragazze (la cantante cambia spesso) che tengono concerti in locali di musica live e festival
estivi. All’estero questa delle cosiddette “Riot Girls” è una tradizione piuttosto consistente. Le prime furono le inglesi Slits. In Italia a far scuola sono state
soprattutto le Bambole.
Si tratta di formazioni di ragazze “tumultuose” per l’appunto (o che lo fanno) di musica punk all’inizio, l’anno è il 1976, poi via via più contaminata. Anche in
Italia abbiamo avuto qualche esempio ai tempi d’oro, intorno ai primi ’80, con il gruppo di Jo Squillo per esempio. Per la verità ormai non è più di moda questa
“corrente”, (o perlomeno, è relegata all’underground), ma è un peccato, perché di gruppi con la sola cantante (e il resto uomini) ce n’è a iosa, ma non si capisce
perché una ragazza non possa suonare il basso o la batteria. (in Italia ce n’è comunque ca. una settantina, di gruppi di sole donne, ma rispetto ai gruppi maschili
non si raggiunge forse l’uno per cento).
Spesso poi sono anche belle, meglio dei soliti fattoni maschi, e anche l’occhio vuole la sua parte, no? Ebbene, queste B.d.P. sono state una sorpresa per me,
anche se quando le ho scoperte io suonavano già da sei anni. La cosa nacque così: una sera, si era nel Gennaio 2003, ero indeciso se andare a vedere Carmen
Consoli, bravissima ma che avevo già visto (a proposito, anche lei è uno spunto per parlare di quanto influisca la bellezza nel valutare quello che fa una ragazza:
io sostengo moltissimo e anche di più) oppure queste ragazze che non conoscevo e ch’erano in un locale un po’ più vicino. Sono andato dalle B.d.P. e ho anche
fatto delle foto, “materiale da sega” direbbe un mio amico, in realtà c’è anche una componente affettiva inspiegabile.
E qui viene il nocciolo della questione. Prima devo dire come le trovai: molto brave, sorprendenti, anche se io non so giudicare bene perché ascolto troppo
poca musica e vado a troppo pochi concerti; per me suonare su un palco e non sbagliare è qualcosa di grosso (e forse lo è). Comunque non fanno che riprendere
la tipica formazione a quattro dei Beatles (più la voce, nel loro caso): basso, batteria, due chitarre. Solitamente una delle due chitarre suona in ritmica, ovvero ad
accordi, con il plettro, facendo il cosiddetto accompagnamento. L’altra invece, la più brava, alla ritmica alterna la parte solista, la “lead guitar”. Ed è responsabile
delle brevi frasi strumentali che aprono o chiudono la canzone o che precedono il ritornello finale. Sono motivi facili, non molto fantasiosi, lontani dalle svisate
alla Van Halen. Si pensi all’Harrison di And I love her, o all’assolo di Morgana in Strike: una nota ogni quarto d’ora!
Un critico punk, scrivendo delle riot girls, disse, testuali parole: anche in Italia abbiamo un piccolo esempio: le Bambole di Pezza. Mi piacerebbe parlare con
lui di quel “piccolo” ch’è senz’altro motivato, credo, vista l’esperienza di chi scrive, ma io non saprei dove nè come. In particolare, la cantante di allora la trovo
strepitosa, adesso canta in un altro gruppo in Spagna (non a caso forse). Alla Michela le altre due non si avvicinano neppure, anche se sul palco fanno la loro
porca figura (quelle che c’erano prima non le ho sentite). La chitarrista ritmica mi sembra brava, anche se quel tipo di riff alla Ramones mi ha sempre ricordato
un “gratafurmaj”, ricordate? La chitarra “solista” per così dire, sa suonare, non c’è che dire, anche se poi gli assoli non sono proprio da Jimi Hendrix, (ma
neanche quelli di un’infinità di altri gruppi). La bassista è come qualsiasi altro basso maschile, fa la sua parte. La batteria è un po’ una sorpresa; subito sembra
brava ma che fa sempre le stesse cose, magari provando mille volte riesce chiunque; invece un paio di volte mi ha fatto delle variazioni che non mi aspettavo,
(solo un paio di volte per la verità). Un limite del gruppo è proprio quello che improvvisa poco e niente.
Quanto alla presenza scenica, già in un gruppo rock la si guarda, in un gruppo femminile poi…Forse ci vado per quello. La Morgana che ancheggia di spalle lo
fa tirare a San Francesco.Ma non è solo questo. Ai loro concerti mi sento bene, anche se pensano ormai (loro stesse!): ma chi è questo sfigato che va sempre a
vedere le Bambole di Pezza? Ho anche gli autografi…
Forse è un po’ morboso. Forse cerco nel rock quello che non trovo nelle altre ragazze. Cioè attenzione, poche balle, poco impegno, fedeltà, tenerezza. Tutto
tranne il sesso, ovviamente (forse continuando ad andarci…hai visto mai?).
A proposito di morbosità, le cose più vere sono quelle dette da Carmen Consoli sul Mucchio n. 622. Lei distingue tra ammiratori e “fan di professione”. I primi
sono gli autentici fan, i secondi vivono male se stessi e dunque il loro rapporto con il personaggio che amano. Sono quelli che lei personalmente detesta, perché ti
arrivano davanti stravolti (ubriachi o peggio) e sono disposti ad insultarti, pur di poter TOCCARE in qualche modo la vita dell’artista (a lei hanno fatto anche del
“male”, mi sembra di capire); soprattutto, mantengono un dialogo col loro mito che è in realtà un monologo: litigano, poi si rappacificano con l’artista, poi ci
litigano di nuovo, poi si mandano affanculo da soli: senza, si badi bene, che lei abbia detto o fatto nulla!
Carmen ha ragione. Questi “fan” possono rovinare un po’ la vita a chi li subisce; poi, dice lei, ci sono anche le belle persone, che si limitano a stringerti la
mano e a farti un complimento. Ma qui sbaglia, secondo me, perché lascia intendere che i fan di professione, come li chiama lei, cioè gli altri, siano brutte
persone.
Poiché tra questi ultimi mi ci metto anch’io, credo invece che il fenomeno vada visto da un’angolazione diversa. A parte che è inevitabile, ch’è lo scotto da
pagare per la notorietà (anche se lei si ridimensiona, dice che fuori d’Italia non è nessuno), che ci sono sempre i disperati, etc.etc., il punto è che questo lato
“dark” del tifo è quello più autenticamente rock.
Ma qui si torna a quello che dicevo più su a proposito delle cantanti italiane: non sono rock. In questo lei è d’accordo, credo, da come l’ho sentita parlare
(anche di se stessa) qualche volta. Per il resto, la sua fotografia di come la gente segue un personaggio è estremamente chiara, lucida e precisa (ed è esatta). Ma
un gruppo Heavy Metal non si dispiacerebbe di avere davanti uno sopra le righe, anzi, magari lo cercano o lo considerano la misura del loro successo. Non dico
di vomitare addosso all’artista, però…
Tutto questo lo dico perché mi è capitato proprio quello che dice Carmen, con una delle B.d.P.: ci ho parlato, poi l’ho insultata, poi le ho donato la mia chitarra,
poi ci ho litigato, poi mi sono mandato affanculo da solo, poi ho mandato affanculo lei e…tutto DA SOLO.
Cool!
Debbo anche dire che non è che le B.d.P. siano molto carine come persone, non mi hanno mai avvicinato per farmi accorgere che si sono accorte che ci vado
(mi sembrerebbe normale: solo la bassista mi sta spesso a un paio di metri, ma non apre bocca, forse aspetta che lo faccia io: PARLA CAZZO!): per questo ho
deciso di non andarci più. La Daniela m’ignora come un cane, ma ha detto l’unica cosa sensata del Bambole- pensiero: a loro interessa solo fare le musiciste; a
differenza delle Slits, non credo che credano alla patina di maudites che si danno. Forse è questo il limite di cui Aspesi (il critico di prima) parlava. Anche se a
giudicare dal loro sito internet si prendono sempre di più sul serio, ormai a livelli preoccupanti direi (tra parentesi una vera punk forse se ne fregherebbe del
“Sociale” e dunque dell’anoressia, per esempio: che crepi di fame quella troia, m’immagino che dica Ari Upp).
Come coup-de-theatre all’ultimo concerto ho regalato loro una chitarra: ormai io non suono più e non riuscivo a venderla, spero solo che la tipa non l’abbia
buttata via. A proposito:

18.-UNA PRECISAZIONE

Volevo fare una precisazione: si sarà notato, solo un distratto non l’ha notato (Gervaso), che metto tra parentesi, mentre scrivo, il nome di un personaggio o il
titolo di un film, che apparentemente non c’entra nulla (l’ho appena fatto di nuovo). Ebbene, si tratta evidentemente della persona o del film che ha detto o dal
quale è tratta la parola o l’espressione usata. A volte però non si capisce lo stesso. Questo succede perché mi restano in testa dei “motivi”. Sarà difficile spiegare
cosa intendo.
P. es.: dove paragonavo la Citroen alle altre marche, ho citato il film L’attimo fuggente e poi il romanzo breve Siddharta. Ulteriore parentesi: cito sempre i film
e le opere straniere col titolo italiano, perché così si conoscono qui: so benissimo che dovrei dire, nella fattispecie, Dead Poet Society.
Tiro in ballo queste cose perché mentre scrivo, che so, “finitura, immagine, prestazioni? Tutte nobili qualità, necessarie al successo di un Marchio; ma la
souplesse…etc.”, mi ronzano nel cervello le parole “medicina, diritto, matematica? Tutte nobili professioni, necessarie al sostentamento; ma la dolcezza della
poesia…etc”, che sono appunto quelle del film di Weir.
Ricordo più l’”atmosfera” che le cose precise.
L’ho già detto altrove: è il mio specifico: non il lavoro, non il lavoro; la preeesentazione (Schindler’s List). Dannazione, l’ho fatto ancora! Siddharta
c’entrava perché la frase “non si può tenere in poco conto…etc.” mi ricorda sempre le analoghe parole di Hesse quando parla del sapere dei brahmini.
E’ una cosa un po’ bizzarra questa, in effetti: “è un piacere… del tutto mio” (De Andrè: Un Giudice). Così quando si parla concitatamente per spiegare le
proprie più profonde ragioni esistenziali e render conto con rabbia del perché si vuol giocare il tutto per tutto (capito?), non può farmi a meno di venire in mente
una novella del Pirandello: La patente. In particolare, una certa intonazione piuttosto attoriale con la quale va pronunciata una precisa frase di quel testo (quella
cruciale, del Chiarchiaro che vuole la patente di iettatore), ch’era il modo che aveva la nostra prof. delle superiori di leggerla. Se dovessi risentire un’intonazione
simile su una frase piuttosto lunga, anche se si parla di pomodori, mi verrebbe in mente Pirandello (e lo metterei tra parentesi). Tutto qui.
Svelo un altro trucco, l’ho imparato, tra gli altri, da Destroy, della Santacroce: lasciare spesso uno spazio bianco nello scritto. Sta bene.
Infine, non le mie scuse, ma un’altra confessione: a volte (Cap.: 3.3, 3.3.1, 23.3.2, 28 solo per fare qualche esempio) quello che dico è ben strano, quantomeno.
Tutte le mie idee sicuramente non incontrano il favore della maggiorparte delle persone: una per tutte: NON SPOSATEVI!
Però mi capita comunque di esagerare e dare l’impressione di uno mezzo matto. Basti qui ricordare che metto in dubbio l’autenticità del Diario di Anna Frank
(in 12.1) o, come si vedrà più avanti, sostengo che Nostradamus abbia, veramente e senza fallo, visto nel futuro (in 28).
Della cosa non me ne frega niente, in realtà, perché già di Schopenauer un suo visitatore, Theodor Benfey, disse: “una persona dotta e intelligente, il Dottor
Schopenauer, ma mezzo matta” (è riportato in Gespraeche, a cura di Anacleto Verrecchia, BUR).
Ma colgo l’occasione per parlare di questo genere di letteratura.
Per quel che mi riguarda, la cosa nasce dal caso, in parte, in parte dal mio orgoglio, in parte è ironia, e per la restante parte: chi può dire che le cose non
stiano realmente così?
Esempio: ad un incontro con Giorgio Celli, il noto entomologo, gli ho rivolto alcune domande che per la verità avevo già letto su alcuni libri contro
l’evoluzione. L’ho fatto in parte per provocazione, altrimenti l’incontro diventa una comune lezione accademica, in parte per confronto o comunque per
colloquio, per interagire, per dare un senso all’essermi scomodato per un incontro con Celli ed in parte perché questi libri, e ce ne sono diversi, appaiono
piuttosto convincenti. Poi è successo che anche le riposte che lui mi diede sono convincenti, ma a quel punto (la cosa credo capiti a tutti) dovevo pur difendere
comunque le mie tesi, visto che mi ero imbarcato nell’argomento e tra l’altro cresceva la rabbia per l’accorgermi della sua cultura superiore su queste cose.
Ma a ben vedere, ho poi pensato, è impossibile assistere ad una mucca (pare che i cetacei derivino da un animale simile) che a forza di nuotare diventa una
balena, vista la brevità della vita umana rispetto ai tempi geologici. Ma “scientifico” non significa proprio dimostrabile sperimentalmente, dai raggi X alla
termodinamica, al telefono e via dicendo? Proprio l’evoluzione fa eccezione?
Per questo continua a chiamarsi teoria, credo, sebbene più di un manuale sostenga che non va ormai considerata tale, bensì una certezza (vedi anche, su
questo, il capitolo dedicato).
In questo atteggiamento c’è anche un sentimento, ch’è quello di voler fare il “drago”, per così dire, lo ammetto, cioè illudersi di aprire gli occhi alle masse o
comunque fare rivelazioni non dico sensazionali ma forti o comunque rispondere ad un’indole ed un carattere che sono un po’ “arvers” o “arboff”, come si dice
dalle mie parti.
C’è un’intera letteratura, come dicevo, su questi azzardi, anche riviste periodiche e collane di libri, quest’ultime statunitensi perlopiù: fino a vedere Elvis o
Morrison ancora vivi, o immaginare complotti dove non ci sono, o ad affermare che nel Luglio ’69 non andammo sulla Luna. Difficile dipanare tutto questo
materiale: vero è che io non ero nel LEM, che ne so se ci sono andati o no? Le foto (false) sono facili da fare. Vero è che l’attentato a Kennedy fu davvero un
complotto, come afferma anche il nostro Bisiach. Vero è che Elvis non sta troppo bene, quantomeno, in quella famosa foto del ’76. Vero è che è difficile che
nessuno si sia accorto di Jim che va a spasso per Parigi nel 1980, come afferma Rochard. Difficile dire. Veramente difficile.
Rubo una frase al Mahatma (così buono, mi perdonerà): “se il lettore ha ancora fiducia nella mia lucidità, prenda l’ultima cosa che ho detto” (Harijan, 29
Aprile 1933).
E io aggiungo: pensi anche all’emozione sull’onda della quale l’Autore può aver scritto ciò che ha scritto; s’interroghi comunque, senza pregiudizi, sulla cosa,
per quanto campata in aria possa sembrare; infine, consideri che non è raro il caso in cui abbia avuto voglia di buttare lì un giudizio, con noncuranza, come se
nessuno ci stesse a sentire, come ognuno fa abitualmente nella vita del resto. Dove questo è accaduto, non sarò certo io a dirlo (!).
Se il lettore se ne risente, dirò col Manzoni che “non s’è fatto apposta”. A proposito:

19.-SUL LEGGERE LA NOTTE


(una confessione)

E veniamo a parlare d’altro, di una cosa che mi assilla da diversi anni: riuscire a leggere la notte. Che per la verità è una cosa che non ho mai fatto: di notte si
dorme. Però, dato che mia madre mi rompe le scatole (a volte basta una domanda o una parola di più, oppure pulisce la camera quando sa che vi debbo entrare
per continuare a studiare o per scrivere questo eccellente romanzo, oppure porta mio nipote piccolo in casa), in buona o malafede non importa, o meglio non fa
differenza ai fini pratici, mi torna sempre in mente quello che mi disse un prof del Centro di Formazione Professionale di Valenza: “ti resta sempre la notte”.
Ottima risposta, sennonchè è molto difficile riuscire a stare svegli. A me poi piace fare un po’ di ginnastica la sera: cyclette o pesi e verso le ventitrè e trenta mi
viene una vera e propria emicrania, per la precisione è come se vedessi tutto attraverso una nebbia, scaturita evidentemente dal mio cervello spossato dalla
stanchezza generale. La testa diventa pesante, pesante, i muscoli si rilassano e a quel punto scatta anche una sorta di attrazione psichica verso il sonno, anche se
volendo si riesce a star svegli: ma ne vale la pena?
Attualmente cedo al sonno incombente (tanto il problema è la qualità del sonno, non la quantità) e se poi debbo svegliarmi per andare in bagno, ad esempio,
forzo un po’ la veglia per leggere qualcosa e poi mi riaddormento, se serve.
In questo modo dormi cinque o sei ore complessive e se sei fortunato, riesci a leggere tre/ quattro ore per notte. Ma non si legge sul serio (Platoon). Ma la
difficoltà più grossa è riuscire ad avere la disposizione d’animo e la serenità per divorare testi su testi.
Al momento sono alle prese con Tutto il Teatro di Shakespeare, Tutto Platone, la Madre di Gorkij, un libro su Pio XII, il corso di tedesco della De Agostini, il
ripasso di quelli di spagnolo, inglese, francese, vecchi libri di testo di latino e greco antico, gli alfabeti arabo ed ebraico, la consultazione di monografie su
Monet, e di libri in svedese, danese, nederlandese, oltre a diverse riviste (Max, Qui Touring, Citropolis, Primissima, Jesus).
Il tutto senza trascurare internet, il giapponese on-line e questo libro.
Chiaro, non tutto in una notte.
Certe cose le prendo in mano tutti i giorni, altre un paio di volte al mese. Comunque per affrontare tale enorme mole di lavoro, si debbono verificare tali e tante
condizioni, quali quelle necessarie ad un’eclissi, per rendere l’idea.
Bisogna essere non troppo stanchi ma nemmeno riposati, “disattivati”, altrimenti non prendi in mano nemmeno un libro (e non impari niente); bisogna essere
entusiasti di apprendere ma non troppo curiosi o avidi di sapere, se no ne prendi in mano troppi (e non impari niente); bisogna capire soprattutto se si è realmente
stanchi oppure no.
Sembra facile: a volte chiudo gli occhi e mi sveglio dieci ore dopo! Altre dico: non ce la faccio e bastavano dieci minuti di sonno. Poi bisogna capire quanto
spingersi in profondità nella materia: io non vado più a scuola e mi manca una grossa parte di motivazione, ma c’è dell’altro: appena sto un po’ su una cosa mi
viene da alzare la testa e, come svegliandomi da un sogno, dire: con tutte le altre cose che ci sono (da leggere) al mondo! Purtroppo si può conoscere una cosa
solo facendosene assorbire. Cioè, la materia la devi dominare, ma ti deve conquistare: un po’ come con una donna: chi possiede chi?
Però si può portare avanti il discorso unicamente dal punto di vista del leggere per piacere, come giocare a tennis; del resto la stessa poesia, contrariamente a
quello che forse si pensa di solito, non serve assolutamente a nulla, se non a dare piacere.
Lo disse Leopardi, e non è mai stato detto qualcosa di più alto sulla cosa. A proposito:

20.-SULLE PRESENTAZIONI LIBRARIE


(che palle!)

Piccola digressione: ogni tanto vado a qualche presentazione libraria, quelle dove l’autore (o chi per lui) si limita a leggere qualche brano del suo nuovo
romanzo e finge di parlare ispirato dei massimi sistemi, mentre l’intento è solo quello di vendere (a volte c’è anche un rinfresco per predisporre meglio
l’agognato compratore-io ci vado per questo, ma non compro mai niente); ebbene, l’ultimo mi stava sorprendendo, per poi scadere del tutto in zona Cesarini.
L’autore è un certo Millefoglie e presentava un testo dal titolo-ahimè solo quello piuttosto geniale (il “piuttosto” non si dovrebbe usare): Manuale per diventare
Valerio Millefoglie.
Particolarmente interessante era la presentazione della seconda di copertina, che affermava che il testo sfugge a qualsiasi definizione: un po’ romanzo di
formazione, un po’ questo, un po’ quello. Bene.
Un po’ come quello che sto scrivendo io, ho pensato. Poi però è seguita un’esibizione cabarettistica dell’autore che ha confermato i miei sospetti: il libro non è
che una “zeligata”, con qualche buona trovata. Manca di serietà. Che invece è la prima caratteristica del mio eccellente romanzo(?).
Senza contare che può succedere quello che narro in 9.3, oppure quest’altro aneddoto:
si trattava di Raul Montanari, un’autore di cui non ho mai letto nulla e di cui, dopo quello ch’è successo, non leggerò mai nulla.
Ha scritto, tra gli altri, un libro che s’intitola Che cos’hai fatto. Io, prima di presenziare alla presentazione, dovevo andare in bagno. Questo bagno era un vero
cesso, al che io, entrando, dissi: “Che cos’hai fatto!”. Sennonché il Raul era già in sala e sentì tutto perfettamente.
Al momento di fare le solite domande all’autore, poi, volevo chiedergli spiegazioni su una frase che mi aveva colpito in una sua intervista, cioè che al giorno
d’oggi si può fare a meno di leggere Virgilio, ma bisogna leggere i contemporanei (!)
Sennonché in parte ero in imbarazzo io per l’infelice frase di prima, in parte era furioso lui, nonostante il sorriso ostentato, e non se ne fece niente.
Addirittura, al momento di uscire, si alzò in piedi e si mise in posa combattiva, cioè con le mani aperte lungo i fianchi.
Stavolta non l’avevo fatto apposta, lo giuro; però non mi dispiace di com’è andata: basti dire che una delle recensioni (evidentemente non entusiastica) del suo
famoso libro, su internet finiva così: “Raul, che cos’hai fatto?”
Io ho fatto un viaggio inutile, per andare da Raul. A proposito:

21.-MARE vs. MONTAGNA


(inutile considerazione?)

E torniamo ai viaggi.
In particolare, ora ch’è estate, si ripropone l’antico dilemma: mare o montagna? Né la cosa paia di poco conto, chè penso che, come preferendo il cane o il
gatto si dica molto sulla propria persona, così avendo un’inclinazione naturale per l’acqua o le salite. In genere chi vive al mare se ne contenta e lo stesso per chi
sta in montagna. Ma scegliere l’uno o l’altra per le ferie, per esempio, è ben diverso. Ci sono motivazioni eccellenti sia in un senso che nell’altro, ed obiezioni
giuste in entrambi. Ed anche luoghi comuni ugualmente sballati. Uno per tutti: la montagna dà più solitudine, quando invece io al mare mi sento un eremita,
(vado sempre da solo), a meno di non scambiare il chiasso degli altri bagnanti, cioè il casino per compagnia.
Vediamo allora di stendere un elenco dei pro e dei contro del mare e della montagna.
Al mare ci si va perché si ama fare il bagno e dunque poter svolgere varie attività acquatiche (dal nuoto alla subaquea), oppure per la vista spesso incantevole e
per l’aria profumata e salutare, oppure perché in genere i posti di mare offrono più mondanità di quelli di montagna, una vita sociale ricca; l’abbigliamento è
leggero e pratico; la fatica fisica minima, vista l’assenza di salite e discese, finchè si sta a poca distanza dall’acqua.
In montagna ci si va perché si ha la possibilità di camminare nella natura, dunque di compiere escursioni più o meno impegnative; oppure, ugualmente al mare,
per la vista e per l’aria, oppure perché è facile isolarsi.
Sennonché, ogni pro e ogni contro di entrambi gli ambienti si possono rovesciare a favore dell’altro: al mare ci si scotta facilmente, anche in montagna, forse
di più; in montagna c’è la rottura di scatole degli scarponi, al mare quella del costume sporco di sabbia; al mare è facile fare conoscenze, ma anche in montagna
se attacchi discorso con gli altri escursionisti; se invece sei timido non ce la fai neanche al mare; in montagna devi faticare molto perché spesso c’è la salita
anche se stai in paese, però al mare devi camminare e molto per raggiungere l’acqua; d’altro canto la vita di spiaggia stanca.
Allora forse la scelta dell’uno o dell’altro ambiente è assolutamente inspiegabile, così come la scelta del cane o del gatto, dell’albergo o del campeggio, del
vino rosso o di quello bianco, dell’automobile o della moto, dell’uomo o della donna, dell’affitto o della casa propria, dello sport o della pigrizia, del matrimonio
o della convivenza, dei figli o no, del vinile o del CD, del VHS o del DVD, dell’abbigliamento, del cibo, dei viaggi, di quello che piace e di quello che non piace,
di quello che si crede che piaccia e di quello che non si ha mai provato, di quello di cui si dice: “E’ così!” e di quello che ce lo smentisce clamorosamente.
E dolorosamente. A proposito:

22.-SUL MIO STILE

Altra notazione di carattere letterario.


Credo che il mio stile sia difficile da inquadrare, perché innanzitutto non uso mai periodi lunghi o molto lunghi ed inoltre quando sembra che mi abbandoni ad
una lunghissima tirata, la frase finisce appena due parole più in là. Visto?
Viceversa, quando sembra che voglia tagliar corto, ricorro ad ogni sorta di incisi, parentesi e lineette, e la cosa non so io stesso dove andrà a parare.
Questo credo renda la lettura non noiosa, anche se forse non elegante alla Calvino, o splendidamente asciutta alla Pavese, che considero un po’ i due estremi da
tener presente, tra gli autori italiani del Novecento.
Certo, il mio lessico è limitato e la mia fantasia scarsa.
“Sì, ma tutto il resto?” (Woody Allen).
Quanto al mio “scriver male”, lo si diceva anche di Svevo.
Ma soprattutto, il mio stile è estremamente conciso. Rimasi molto impressionato, in gioventù, infatti, dalla lettura delle Avventure del Barone di Munchhausen,
dove in due pagine e mezzo si racconta una vicenda di mesi. Trovo meraviglioso questo modo di scrivere.
Altro che il tanto decantato stile minimalista di Hemingway!
Inoltre, uso un’infinità di virgole, quasi una per ogni parola: perché? Per una quantità di motivi.
Il principale è che rileggo spesso quello che ho scritto, e se il periodo è troppo lungo, mi viene sempre a mancare il fiato! Ma sono anche convinto che
l’esposizione di concetti, o comunque di opinioni, la speculazione, sia pure a livelli infimi (le “seghe mentali”- ma detesto quest’espressione), necessiti di poche
frasi e poche parole, chiare, distinte.
Tra l’altro la mia opera filosofica preferita, il Welt di Schopenauer, utilizza le virgole spessissimo.
Lo stesso dicasi per i contes di Maupassant.
Infine, in questo modo sono certo di evitare lo stile, p.es., di Destroy della Santacroce, quasi privo di virgole, che personalmente trovo illeggibile, sia pur
visivamente potente (Fluo è il suo unico capolavoro, oltre a lei stessa ovviamente).
Spesso, di una cosa, mi propongo di scriverne per pagine e pagine. Poi, però, quando provo a buttare giù lo scritto, MENTRE lo scrivo, mi accorgo che mi
annoio, in parte, e non vorrei mai che il lettore facesse lo stesso; ma che soprattutto non è necessario spenderci tante parole.
Per un’idea, un’immagine, non c’è che UNA parola, e solo quella, era solito ripetere Flaubert al suo “allievo” Maupassant, che infatti imparò la lezione.
Inoltre, chi vuole approfondire un argomento, non è certo me che deve leggere, in parte per mancanza di cultura mia (non di profondità), in parte perché solo
così l’opera risulta schiettamente mia.
Difatti, quanti saggi si pubblicano, anche senza che anch’io mi ci provi?
L’unica cosa che conta, comunque, (come spiega Conan Doyle), quando si scrive qualcosa, è INTERESSARE. “Tutti gli argomenti sono buoni, tutti i
metodi validi, tutte le scuole adeguate, a patto di riuscire ad interessare il lettore. La gente stanca che lavora, o quella ancora più stanca che non fa
niente, si rivolge allo scrittore chiedendogli di essere distratta dai propri pensieri e dalla propria routine. L’importante è che quello che si scrive sia
interessante. Ma interessante per chi? Le cose migliori e più durature sono sempre state le più interessanti per tutti.” Per questo io parlo sostanzialmente
dei grandi temi della vita, nella mia eccelsa opera (amore, lavoro, musica, cultura, anima, etc.).
“E quelle opere che non possono essere apprezzate da tutti, un po’ preziose, per un pubblico ristretto, debbono per forza mancare di qualche qualità.”
Per questo il mio stile è quanto di più piano e lineare ci possa essere, e il mio lessico consta di ancor meno di quelle quattrocento parole pro capite che
l’italiano medio utilizza per esprimersi abitualmente, benché il mio imponente bagaglio culturale mi consentirebbe di scrivere in un registro ben più alto.
Dal punto di vista di Conan Doyle, e mio, dunque, la mia modesta prosa ha centrato l’obiettivo in pieno. Anche se non è un saggio. A proposito:

23.1.-INTRODUZIONE AI DINOSAURI
(qui sta la mia cultura)

Mi sono accorto che niente di ciò che ho scritto finora denota una qualche conoscenza specifica e profonda di un qualsivoglia argomento. Perciò parlerò della
passione che avevo da piccolo: i dinosauri. E mi riallaccio all’autobiografia di 6.1. Là dicevo che le scuole in generale non sono state felici per me, perché sono
sempre stato silenzioso (nei rapporti con gli altri) ed efficiente (nel profitto, senza studiare granchè) e questo distanzia le altre persone.
La timidezza viene scambiata per alterigia e il successo provoca invidia. E’ una vecchia storia. In prima media mi chiamavano “secchione”, per esempio e lo
ricordo come un atroce ritornello che mi scavava la testa: un anno intero di disperazione.
Poi c’erano diversi problemi: dai rapporti coi proff., che credo capissero la mia intelligenza, a quelli con le ragazze, (meno che da adulto però debbo dire), alle
ore (del tutto inutili, forse su questo tornerò) di educazione fisica, che mi obbligavano a scoprire le mie cosce-prosciutto. In quarta e quinta superiore le cose
andarono meglio.
Ma la vera eccezione a questa malinconia scolastica restano le elementari. Tutti i compagni di classe mi volevano bene, alcuni quando mi vedono si ricordano
ancora e mi salutano, cosa non così frequente; con le ragazze (le bambine per me non esistono intellettualmente, forse a quattro anni, mentre a quattordici sei già
donna), con le ragazze dicevo non parlavo abitualmente ma non era un problema (l’importante è questo) e se c’era da parlare non era un problema; il Sabato la
maestra non ci dava i compiti, per anni è rimasto il mio giorno preferito, oggi è la Domenica (che odiavo); e dal punto di vista dell’apprendimento vero e
proprio…uno spettacolo! Ricordo il sussidiario, che non era che un’antologia degli scritti di Gianni Rodari in realtà, più qualche stupido esperimento di chimica
–fisica-biologia e chi più ne ha…, per farci capire come vivono gli alberi per esempio. Ricordo le gite al caseificio del paese per farci capire come si fa il
parmigiano e, come attestato di partecipazione, un regalo: un pezzo di tosone a tutti i bambini e uno grosso alla maestra (oggi costa più del formaggio stesso);
ricordo in particolare qualche episodio in cui stupì la maestra col mio sapere.
Uno per tutti: un esercizio sull’articolo determinativo. Bisognava scrivere la forma singolare, la femminile e quella plurale (un classico): p.es.: la pesca, le
mele, il melone, gli uccelli, i pescegatti, lo storione e così via, con qualsiasi soggetto ci venisse in mente. Io scrissi: i tanistrofei, lo cinognato, gli pteranodonti, il
pitecantropo, le trilobiti, la smilodonte, etc. Immediatamente furono chiamati i miei genitori per chiedegli se per caso non fossi diventato matto. Poi svelai il
mistero: erano i nomi di animali preistorici che si trovavano nel secondo libro di animali preistorici che comprai e che si chiamava Animali preistorici. Avevo
nove anni. Il primo, Il mondo dei fossili, lo presi a otto anni. E’ colpa mia se alle magistrali non si fa paleontologia? Ma la cosa buffa è che in quel momento il
libro in questione si trovava in classe, a disposizione di chi volesse leggerlo (disposizione della maestra: portare qualche libro proprio e metterlo in comune).
Lo voleva in aula ma si guardava bene dal leggerlo! A proposito:

23.2.-LA PASSIONE PER I DINOSAURI

Quella dei dinosauri fu una grossa, grossissima passione. Poi mi passò, in parte perché seppi che a molti bambini piacciono i dinosauri. Il mio primo libro, Il
mondo dei fossili, lo presi che avevo otto anni. Credo sia stato il mio primo libro in assoluto, prima leggevo i fumetti dei Peanuts e di Andy Capp e di Asterix che
comprava mio padre. Appunto che un’estate, si era a Limone, sul lago di Garda, mio padre mi chiese se volevo un Topolino o un altro fumetto. Io girai un po’
quei cestelli girevoli che ci sono nelle edicole che hanno anche qualche libro: alla fine presi quel manuale della Mondadori e cominciai subito a sfogliarlo. Mia
madre era preoccupata, mio padre basito ma divertito.
Da allora non mi sono più fermato. Se capita di andare in un museo di storia naturale, in Italia i più belli sono a Milano e Verona, cerco tutt’ora
quell’Archaeopteryx lithographyca che mi faceva impazzire da piccolo. Allora si pensava fosse il primo uccello (aveva le piume ma non le ossa pneumatizzate,
cioè cave, come gli uccelli, e i denti e gli artigli come le lucertole), poi è stato scoperto un tecodonte pennuto leggermente anteriore (ma evidentemente
posteriore a Proavis). Purtroppo ce ne sono solo cinque al mondo e credo proprio che dovrò andare in Baviera, dov’è stato rinvenuto a Solnhofen nelle lastre
calcaree utilizzate in litografia (da cui il nome, archaeopterix invece significa “antica ala”).O a Berlino. O a New York.
Comunque un calco si trova in qualsiasi museo.
Certo, questo non era un dinosauro, definizione terribilmente problematica peraltro, perché vuol dire solo terribile lucertola. A proposito:

23.3.1.-SUI DINOSAURI

Il termine fu coniato da Richard Owen nel 1841, ed ebbe subito uno straordinario successo. Sistematicamente, cioè secondo la scienza che si occupa della
classificazione e definizione (nomenclatura) del regno vivente, questa parola non ha senso; infatti si preferisce parlare dei due ordini in cui si dividono i
dinosauri: saurischi ed ornitischi, a seconda della conformazione del loro bacino.
Ma la storia parte da molto più lontano. I dinosauri infatti si considerano essere rettili, ma a mio avviso andrebbe forse creata una nuova Classe apposta per
loro. Pare ormai accertato che fu da loro che si evolsero poi gli uccelli. O da antenati comuni. A questo proposito, dai tempi dell’Archaeopteryx, altri fossili di
rettili pennuti hanno confermato questa discendenza (l’ultimo, il Sinornithosaurus millennii), già avanzata del resto ai tempi di Darwin e accantonata per circa un
secolo.
Sennonché gli uccelli sono animali a sangue caldo (omeotermi) mentre i rettili sono a sangue freddo. Come si sa. Ma io non ho mai capito come si possa
passar sopra a questa cosa, chè sarebbe come dire “mammiferi con le branchie”. Certo, i dinosauri potevano essere a sangue freddo e poi, una volta divenuti
uccelli, a sangue caldo.
Così come un cane si può evolvere in un gatto (!).Favole.
” Ma l’evoluzione previene queste tue obiezioni” direbbe Giorgio Celli, col quale ho parlato, evoluzionista sfegatato.
E credo anch’io che la Teoria dell’Evoluzione sia valida, e non ho letto l’Origine delle Specie. Ma è l’unica possibile.
Ancora sull’omeotermia, bisogna qui ricordare il ritrovamento di d. in territori dal clima freddo, di d. polari in Australia, dove sopportavano sei mesi d’inverno
rigido e scuro, la scoperta di d. piumati le cui piume fornivano una regolazione per isolamento e infine l’analisi, nelle ossa di d., di strutture di vasi sanguigni che
sono tipiche di organismi endotermici.
Per finire, alcuni ricercatori di Lione hanno sfruttato l’ossigeno che si è mineralizzato nei tessuti, in particolar modo nello smalto dei denti, durante delle azioni
che i dinosauri ripetevano tutti i giorni, come bere e respirare. La composizione dell’ossigeno assorbito dai tessuti varia, a seconda della temperatura: partendo da
alcune conoscenze note nel campo fisico-chimico, i ricercatori hanno determinato la proporzione tra due isotopi di ossigeno (il 16 e il 18). La composizione
isotopica di due animali che vivono nello stesso ambiente, è differente se uno è a sangue freddo e l’altro a sangue caldo. Partendo da questo dato certo, si sono
confrontati i dati relativi ai dinosauri e altri animali rinvenuti nella stessa zona come tartarughe e coccodrilli (animali a sangue freddo).
Le differenze rilevate tra i d. e questi animali a sangue freddo sono IDENTICHE alle differenze tra gli stessi animali e i mammiferi (!) A proposito:

23.3.2.-SULL’EVOLUZIONE
(un dubbio)

Piccolo intermezzo (scritto qualche mese dopo la riga precedente): sto leggendo ora l’Origine delle specie di Darwin, (con l’introduzione del Montalenti),
insieme a un abbozzo della stessa teoria del 1842, libro che contiene anche lo scritto del Wallace del 1858, e insieme a un libriccino edito dai Testimoni di
Geova: Come ha avuto origine la vita? Per evoluzione o per creazione?, e a un libriccino del Gaudenzi, che riassume la storia del movimento evoluzionista.
Ebbene, debbo dire che è difficile dire chi ha ragione, se gli evoluzionisti o i creazionisti.
Ma forse questo avviene perché io sono un profano. Pur andando un plauso al Darwin, la cui ricerca è realmente minuziosissima e chiara, un modello per ogni
scienziato, permangono, credo, difficoltà oggettive all’accettazione della sua teoria. Tanto che mi sono convinto, che se il creazionismo richiede un atto di fede,
lo richiede anche l’evoluzionismo (in realtà il suo contrario sarebbe il fissismo, lo so). Convince soprattutto la logica di tale teoria, che sembra accomodare molte
cose, mentre apprendo dal Montalenti che la genetica, nel XX secolo, ha poi colmato le lacune che lo stesso grande scienziato riconosceva. E sia.
Credo anch’io, se proprio bisogna prender partito, all’evoluzione, proprio perché trovare un’alternativa ad un ragionamento che fila così bene è arduo (ma ciò
non è conclusivo).
Persino la dinamica di come avvenga in pratica l’evoluzione, pare aver trovato una sua soddisfacente teoria: dapprima, in una popolazione geneticamente
omogenea, si formano razze che differiscono fra di loro per le frequenze relative degli alleli di una o più coppie di geni. Differenze che insorgono soprattutto per
effetto di adattamento, tramite la selezione, ad ambienti diversi, oppure per forte limitazione del numero degli individui, o per entrambe queste ed altre cause. Se
un LUNGO periodo d’isolamento riproduttivo favorisce il mantenimento di tali differenze, può infine presentarsi, in modi che sono in parte conosciuti,
l’isolamento genetico vero e proprio, cioè l’impossibilità alla procreazione, o la sterilità degli ibridi. Con ciò è raggiunto il livello di differenziamento specifico,
l’origine delle specie (Montalenti).
Ma qui sta il punto: per definizione, l’evoluzione non è dimostrabile (sperimentalmente), resta una teoria (vedi anche più su, dove parlo della mucca che si
evolve in balena). Il Celli mi diceva che possediamo, p.es., l’intera linea evolutiva fossile del cavallo, o dell’elefante. Apprendo però sempre dal Montalenti che
ciò rende ragione delle microvariazioni delle specie, non delle macrovariazioni, epocali, delle faune e delle flore: il che è come dire che questo fatto, così da solo,
non è conclusivo quale prova della teoria evoluzionista. Su National Geographic del Novembre 2005, poi, si afferma, proprio a proposito della scientificità di
questa teoria, che si sono notate, provocate in laboratorio (non so come), “variazioni incipienti” di determinate specie. Ho chiesto al Celli che significa
quell’”incipienti”; la sua risposta fu canzonatoria (non ricordo nemmeno cosa disse di preciso), forse non ammette contestatori, perlomeno non così ignoranti
(come me cioè, e non scherzo). Certo è che tutte queste risposte, così evasive o false addirittura, non possono che confermare il giudizio che diede Muggeridge:
“i salti che la natura compie da un cranio all’altro (parlando degli “ominidi” fossili), non possono che apparire del tutto fantasiosi a chiunque non sia
succube della teoria evoluzionista”. Il vizio in questi casi è risaputo: è quello di ragionare come si sente, non come si pensa, vale a dire che anche lo scienziato,
in questo caso più che mai, è un uomo, e purtroppo qui l’accettazione dell’una o dell’altra versione è gravida di conseguenze. In soldoni, un ateo cercherà sempre
di colmare le lacune dell’evoluzionismo, e viceversa farà chi opta per il creazionismo.
Chè, a ben vedere, l’unica cosa del quale il Darwin era assolutamente certo (lo dice nell’Origine e lo s’ignora di solito, o lo si vuole ignorare), è che le specie
non sono immutabili. Il che non fa una grinza, nemmeno per i creazionisti.
Per quel che riguarda tutto il resto, il grande scienziato afferma, più di una volta, che vi sono moltissime zone oscure nella sua teoria, da un lato, e dall’altro,
che serve una bella immaginazione per arrivare dove lui non è arrivato!
Per quanto riguarda poi le PROVE della teoria dell’evoluzione, il primo compito di Darwin fu quello di mostrare che negli animali addomesticati e nelle piante
coltivate un processo formalmente identico alla selezione naturale aveva prodotto un fenomeno formalmente identico all’evoluzione. Però qui non si parla di
selezione naturale, bensì operata dall’uomo.
Sul fatto che la discontinuità dei reperti fossili potrebbe essere un argomento contro questa teoria, Darwin rispose che “occorrerebbe un tempo lunghissimo
per adattare un organismo a una forma di vita nuova e particolare (p.es. a volare nell’aria), ma non appena questo stato fosse raggiunto e, quindi,
alcune specie avessero acquistato questo grande vantaggio sugli altri organismi, basterebbe un periodo di tempo relativamente breve a produrre molte
forme divergenti, atte a diffondersi rapidamente e largamente in tutto il mondo” (Cap. IX dell’Origine). Tale osservazione è però discutibile (dovrebbe pur
restare qualche “anello di congiunzione”).
Ma era certamente la distribuzione di animali e vegetali nel tempo e nello spazio la prova più eloquente addotta da Darwin in sostegno della teoria
dell’evoluzione in generale: grandi cumuli di “fatti bruti” potevano ora essere organizzati in un solo quadro concettuale soddisfacente, cosa che una teoria
creazionista non poteva nemmeno tentare (Cap. XIII).
*******A tutt’oggi questa è la prova (teorica) più probante.*******
E’ bene ribadire “teorica”, in quanto, come ormai ripetuto più volte, esiste un problema di sperimentabilità e dunque di scientificità rispetto al Darwinismo.
SULLA SCIENTIFICITA’ di Darwin, c’è chi sostiene che “gli scienziati tendono a credere a ogni argomento passabilmente solido di carattere scientifico,
FINCHE’ NON NE SIA FORNITA UNA COSIDDETTA CONFUTAZIONE” (Jonathan Howard).
Lo stesso Howard afferma che ci sono due tipi di scienziati: scienziati sperimentali, come Newton per esempio, e scienziati teorici, come Darwin: per questo si
chiama teoria dell’evoluzione.
Darwin fu un grande teorico. (dalla teoria alla pratica…).
Il Darwinismo si fonda sostanzialmente su tre concetti-chiave:
-specie
-adattamento
-evoluzione
Come conseguenze di ciò, vi sono altrettante affermazioni generali, rispettivamente:
-che gli individui di ogni specie variano in qualche misura tra loro in molteplici caratteristiche sia strutturali sia comportamentali;
-che tale variazione è, in una certa misura, ereditaria;
-principio malthusiano: gli organismi si moltiplicano con un ritmo che supera la capacità dell’ambiente di sostentarli, con l’inevitabile conseguenza che molti
devono perire.
La naturale conclusione di tutto ciò è (Cap. IV) che le specie non sono immutabili.
Forse andrebbe rivista la Sistematica, ch’è di comodo.Le cose in realtà sono ovviamente assai più complicate.L’impressione è che i paleontologi non sappiano
in realtà che animali erano i dinosauri, cioè li sanno definire arbitrariamente ma non è detto che l’animale fosse come viene ricostruito.Un coccodrillo è più
simile a una gallina che ad un’ iguana.Secondo me il mistero non sta nella loro scomparsa (non ci s’interroga sull’estinzione di una quantità di altri Ordini del
Regno animale, competizione alimentare probabilmente), bensì nella loro natura. Semmai nella loro origine. Se erano Rettili, erano ben strani, anche
considerando la varietà di forme necessarie all’evoluzione per passare dagli Anfibi ai Mammiferi e agli Uccelli.
So benissimo che ci sono studiosi che si occupano di queste cose e non pretendo di formulare io nuove teorie o di rivoluzionare quelle esistenti; però un
contributo lo può dare anche un dilettante, a volte serve qualche considerazione da usare come “promemoria” per altri, più versati nella materia.
Burroughs, da dilettante, ha scritto cose sulla droga oggi considerate scientifiche. Certo, ne era un grande consumatore. Purtoppo io non potrò mai cavalcare un
dinosauro. A proposito:

23.4.1.-SUI RETTILI
E’ noto che gli anfibi si caratterizzano per respirare con le branchie da larve (i girini) e coi polmoni da adulti. Stando così le cose in uno stesso individuo, è del
tutto accettabile che un organismo, una volta evolutosi in altro, diventi omeotermo. Sennonché fra i primi rettili regna la più grande confusione.Rettile è una
parola con scarso significato, del tutto artificiale: si dovrebbe parlare di Amnioti, perché è l’uovo amniota che permette di affrancarsi completamente
dall’ambiente liquido, cui sono invece condannati gli Anfibi. L’amnios non è che una membrana che avvolge l’embrione e lo mantiene in un ambiente liquido:
una specie di piccola porzione dell’oceano o del fiume dove fino ad allora si erano svolte le prime fasi della crescita. Una cosa in più oltre al sacco vitellino degli
anfibi. Vi è poi l’allantoide che raccoglie i rifiuti. Un guscio poroso protegge il tutto, permettendo la “respirazione”.
Ma qui sta il punto. I caratteri rettiliani (ne parlerò dopo) non compaiono contemporaneamente, nè si possono automaticamente mettere in relazione con
l’acquisizione di un uovo amniota. Infinite forme si situano in una sorta di “terra di nessuno”, cosicché non può valere il sillogismo:
anfibi+uovo amniota=rettile;
il dinosauro fa le uova (ce ne sono di fossili);
dinosauro=rettile!
Ciò varrebbe (?) se si sapesse per certo che si parte da un anfibio: ma se l’organismo stesso dal quale si parte non si capisce che caspita sia, in quanto non può
essere definito con precisione, come si può pretendere, se non in via del tutto ipotetica, di assegnare l’animale che si evolve da quell’incerto vivente, ad una certa
Classe? Il ragionamento non regge.
Certo, non c’è solo l’uovo amniota.Ci sono una quantità di caratteri rettiliani che aiutano a definire un animale come Rettile.
Però nel caso dei dinosauri questo è un argomento a sfavore.
Al proposito, i r. infatti hanno:

23.4.2.-CARATTERISTICHE

*un tipo di epidermide che protegge il disseccamento. Cosa sappiamo della pelle dei dinosauri? Assolutamente nulla. Ne sono stati trovati campioni fossili, che
indicano un’aspetto ed una “ruvidità” effettivamente propria dei r. Ma qualche campione non fa testo per gl’interi due Ordini di d. Tra l’altro si calcola che
conosciamo un 10% scarso delle specie vissute. Comunque trovando un becco d’anatra non si può concludere che sia un’uccello: potrebbe essere un mammifero
(l’ornitorinco). Né ci sono casi fossili di “muta”, (v. i serpenti), che pure è propria dei r. Quanto alla mummia di Anatosauro trovata nel 1908 e ora a New York,
non mi risultano esserci descrizioni dell’epidermide. Si accenna solo alla presenza di tubercoli (potrebbe essere un caso di TBC fossile). In fotografia sembra
quella di un cavallo. Probabilmente molti piccoli d. avevano le piume.
*una respirazione esclusivamente polmonare.Cosa sappiamo della respirazione dei d.? La posizione delle narici. Gli antichi coccodrilli (i loro parenti, N.d.A.),
i Fitosauri, p.es., le avevano sotto gli occhi e non alla fine del muso come gli attuali coccodrilli. Ma perché il Brontosauro, che lo si vede sempre immerso in un
lago, non poteva fare i girini? E com’erano comunque i polmoni dei d.? Dopo la scoperta del cuore tetrapartito (v. oltre), si potrebbe scoprire ch’erano uguali ai
nostri.
*un collo: non tutti i generi ne erano dotati, specie i primi cheloni e i Mosasauri.
*una zampa spesso pentadattile (con cinque dita). Quasi nessun d. l’aveva. Questo può essere dovuto all’evoluzione, certo. Ma da dove provengono quelli
attuali? Dagli antenati dei coccodrilli, p.es., si dirà. Benissimo.Quelli erano r. Ma se un d. ha un “piede” tale quale quello di un uccello, (da cui il nome del
Sottordine, Ornitopodi)? C’è qualcosa che non va. Non solo, ma la posizione delle zampe, intendo il loro inserirsi sul corpo, è completamente sballata, tanto nei
Sauropodi che negli Ornitopodi. Sono troppo verticali; tutti i r. attuali le hanno laterali (o non le hanno). I primi poi, come il già citato Brontosauro, le hanno a
colonna, come gli elefanti! Come si può dire che fossero r., senza volere per forza che lo fossero, non lo so proprio.
*i denti che servono solo per afferrare la preda. L’Iguanodonte, un ornitopode del Cretaceo però, presenta molari da erbivoro; dal canto suo il Tirannosauro (e
gli altri Carnosauri) non è escluso che potesse masticare.Anzi, i r. si distinguono per poter respirare mentre mangiano.
*sessi separati. Alcuni vertebrati però, cambiano sesso a seconda della temperatura. Famoso il caso di quelle rane che oltre i 27°C, diventano, da maschi che
erano, femmine. Anzi, questa teoria è stata avanzata circa l’estinzione dei d.
*sviluppo accentuato dello sterno. Però molti d. avevano lo sterno più simile a quello degli uccelli, quasi a formare una gabbia toracica, cosa impensabile nei
coccodrilli, p.es.
*sviluppo accentuato delle aree sensoriali encefaliche: buona vista, buon udito, buon olfatto. Cosa sappiamo del cervello dei d.? Assolutamente nulla. Vorrei
ricordare che per decenni si è pensato che lo Stegosauro avesse un secondo cervello in corrispondenza del bacino, poiché troppo piccolo quello nella testa. La
cosa si rivelò erronea. I casi sono due: o erano realmente “stupidi”, e questo sarebbe incompatibile con i super-sensi di cui parlavo (e non potrebbero dunque
essere r.); o al contrario, com’è stato avanzato, non erano da meno di certi mammiferi (e ugualmente non potrebbero essere r.)
*cuore incompletamente diviso in due ventricoli, ma unico. Non è però probabile che alcuni d. avessero un secondo muscolo cardiaco atto a rifornire di sangue
l’immenso corpo? Questo spiegherebbe l’ossigenazione encefalica del Brachiosauro, la cui testa era a dodici metri dal suolo, a meno che non li si voglia come le
giraffe, con “valvole” regola-pressione sulle arterie (ma la giraffa è un mammifero).
Si tenga presente che non si possono isolare i d. come gruppo, dal resto dell’evoluzione: prima vennero le tartarughe, gl’ittiosauri, i placodonti, i sauropterigi,
i rincocefali, le lucertole, i serpenti, i tecodonti e i coccodrilli.
Ebbene, di NESSUNO di questi Ordini si conosce con precisione l’origine (!).
Si tengano poi presenti i seguenti fatti (La Settimana Enigmistica: Suspense!):
*le lucertole, con le quali tanto spesso i d. sono stati confrontati, trascorrono immobili persino il 90% della loro “vita attiva”, perché non hanno sufficiente
energia per restare costantemente sollevate sugli arti e in movimento; nel momento ottimale, infatti, un rettile può raccogliere e utilizzare meno di un decimo
dell’energia ch’è a disposizione di un mammifero dello stesso peso. Ammettendo l’eterotermia dei d., sarebbe stato necessario un riscaldamento prolungato
soltanto per fornire loro un minimo di capacità di movimento;
*le ossa dei d., a differenza di quelle dei rettili, assomigliano a quelle dei mammiferi perché sono ricche di vasi sanguigni e di canali atti a favorire gli scambi
tra il sangue e lo scheletro. Questo carattere convergente proverebbe l’esistenza di un metabolismo attivo in entrambi i gruppi di animali;
*vari d. presentano dimensioni colossali, armi potenti e una struttura scheletrica che indica una elevata capacità di lotta: questi caratteri contrasterebbero con
l’eventuale eterotermia, che li avrebbe resi pigri e quasi incapaci di muoversi;
*vari d. bipedi hanno la struttura scheletrica tipica degli animali corridori, come è reso evidente dall’allungamento e dalla disposizione degli arti: nonostante
ciò, se avessero avuto le stesse fonti di energia delle lucertole, essi avrebbero potuto superare di poco i 3 km./h. Eventualità, questa, che sembra esclusa, p.es.,
dallo Struziomimo , un d. corridore alto più di due metri e lungo tre metri e mezzo, per il quale si calcola una velocità massima non inferiore a quella dello
struzzo attuale (80 km./h ca.), del quale possiede un’analoga struttura corporea;
*alcuni adrosauri , d. provvisti di un becco simile a quello dell’anatra, sono stati scoperti in Canada nel 1973, in un’area che nel Cretaceo ricadeva all’interno
del Circolo Polare Artico: ciò mostra chiaramente che i d. erano in grado di combattere il freddo col loro metabolismo;
*la posizione sistematica dei famosi fossili del Monte San Giorgio non è ancora stata chiarita. Tanystrophaeus infatti, presenta vertebre cervicali talmente
allungate che inizialmente sono state scambiate per ossa di arti. Sebbene presumibilmente si colleghi ai Lepidosauri, in quanto diapside (con due aperture
temporali), non si può dire né rincocefalo, né ancora del tutto squamato (sottordine che comprende lucertole e serpenti attuali), per la presenza della barra ossea,
seppur ridotta, nella fenestrazione inferiore, che non libera l’osso quadrato;
*la differenza tra rettili e mammiferi, come si sa, sta infatti nella presenza delle ghiandole mammarie nei secondi e nell’omeotermia (il “sangue caldo”), che i r.
non possiedono. Tuttavia, poiché a livello fossile questi caratteri non sono individuabili, in paleontologia ci si basa sulla conformazione dell’osso quadrato
mandibolare (nei serpenti p.es., consente una spropositata apertura della bocca), nonché sulla sua posizione (nei mammiferi è spostato nella regione dell’orecchio
medio). Ebbene, tale suddivisione rettile-mammifero è del tutto ARBITRARIA. Esistono generi, come Cinognatus, che non si è certi se siano rettili o mammiferi
(si dice infatti comunemente “rettile-mammifero”, v.oltre);
*è stato ritrovato il fossile di un dinosauro (chiamato “Willo”) che, inequivocabilmente, aveva il cuore diviso in quattro ventricoli (!). La scoperta risale
all’Aprile 2000. Il fossile invece fu scoperto nel 1993. Si tratta di un celurosauro che presentava una “pietra” nella gabbia toracica: sottoposto a TAC per decine
di passaggi, la pietra si rivelò essere il cuore, tale quale quello dei mammiferi più evoluti, pulsante sangue caldo, del tutto dissimile dunque da quello dei r. che
hanno solo due ventricoli o al massimo tre come nel coccodrillo;
*l’origine dei Sauropodi, immagine classica di un d. (il Brontosauro per intenderci) non è conosciuta. Si ritiene derivi da una forma bipede di saurisco, ma
l’animale più affine, il Plateosauro, appartiene ad una linea filetica differente;
*in genere si ritiene appunto che le forme quadrupedi di d. siano nate dopo le bipedi, unicamente come espediente per sopportare meglio la massa corporea
sempre crescente; ma di r. bipedi non se ne conoscono, salvo alcune lucertole corridori; che appartengono però agli Squamati, ordine già piuttosto avanzato
nell’evoluzione dei r.;
*per i sauropodi poi si sa che la struttura delle ossa è più vicina a quella dei mammiferi che a quella dei r. ed inoltre è già stata avanzata l’ipotesi di omeotermia
per questi d. saurischi, visto il loro impedimento a muoversi. Sarebbe interessante sapere perché questa sia rimasta un’ipotesi;
*a proposito di ipotesi, leggendo con attenzione trattati di paleontologia mi accorgo che in realtà buona parte delle conclusioni cui si è giunti meriterebbero più
propriamente il nome di mere congetture: un esempio per tutti: l’Oviraptor, del quale non è per nulla certo che predasse le uova (poteva essere entomofago). Ma
partendo da questo si può arrivare a falsare buona parte dei caratteri di un organismo (l’alimentazione condiziona tutto, dalla postura all’habitat); altro luogo
comune: grande peso corporeo chiama automaticamente in causa una vita più o meno acquatica: perché? Altre ipotesi meriterebbero piuttosto seria attenzione
(forse qualcosa si sta muovendo ora, v. oltre);
*i d., questo lo si sa ormai per certo, non rappresentano un gruppo naturale: l’unica cosa in comune ai due Ordini infatti è la tendenza al gigantismo. Vale a dire
che, proprio come la Classe dei r. alla quale li si attribuisce, sono un’invenzione.
*nei Celurosauri, nonché nei Carnosauri, e chissà in quanti altri gruppi, il cervello non è minuscolo come si crede; anzi, è insolitamente sviluppato per un r.;
*tant’è vero che il paleontologo statunitense Dale Russel, ipotizzò, sull’onda del ritrovamento di Stenonychosaurus inequalus, un dinosauro bipede con dita
opponibili, che se i mammiferi non si fossero evoluti fino ad oggi, l’uomo sarebbe un “dinosauroide sapiens”, un rettile(?)-umano. Anche in senso filosofico, non
vi sarebbe differenza, faceva giustamente notare.
*perché allora non istituire una Classe intermedia tra Anfibi e Mammiferi-Uccelli?, così come gli Anfibi lo sono tra Pesci e Rettili? I d., invece di appartenere
alla Classe sistematica Reptilia, apparterebbero assai più propriamente a Dinosauria.
Ho già dichiarato che spesso mi documento su internet per avere una guida su quanto scrivere. Ebbene, solo dopo aver scritto il capitolo sui dinosauri (lo
giuro) mi sono accorto che già un altro studioso ha proposto l’introduzione della Classe Dinosauria, che raggruperebbe insieme Uccelli e Dinosauri. Pur
accogliendo molte idee di Jay Gould, l’autore della proposta, prima fra tutte quella che non è determinante il fatto che gli animali abbiano penne o che volino, o
che facciano le uova, (che infatti le fanno tutte le cinque attuali classi di Vertebrati), la mia era alquanto differente e forse più estrema: accanto alle classi
Reptilia e Avia, (tra le due per la precisione), introdurrei Dinosauria. Questo in virtù dell’eccezionalità delle caratteristiche dei d., semplificabili a fatica
raggruppandoli in classi più vaste.
Di un d. si può certamente dire solo quello che già è stato detto a proposito della Sindone di Torino: è evidente che non esiste! Sono convinto che se
tornassimo al Mesozoico, ci sentiremmo degli imbecilli: e chi sa che non vedremmo brontosauri piumati fare la ruota (come i pavoni) e correre più veloci di un
ghepardo? Infine vorrei far notare che per l’ormai certa omeotermia di almeno alcuni d. vengono presi come pietra di paragone gli uccelli: non dico sia sbagliato,
ma basterebbe invece guardare a quei r. che vennero prima dei d.: i Sinapsidi. La loro differenza coi mammiferi è a dir poco dubbia e per nulla definibile (a meno
di credere alla storiella dell’osso quadrato).
Qualcuno potrebbe trovare sterili gl’interi ultimi capitoli sui dinosauri, citando Robert Bakker, (classe 1945) il quale ha confermato definitivamente che i d.
erano animali a sangue caldo.
Tuttavia, altri, p.es John Rubben, ritengono che, come “Ciro” (Scipionix samniticus), il famoso nonché unico dinosauro italiano, nochè l’unico ad avere gli
organi interni fossilizzati (lo vidi a Milano, esposizione 2006/2007: fantastico!), i d. avessero un tipo di sistema fisiologico diverso sia da quello dei mammiferi
che da quello dei rettili, ma che funzionasse alla perfezione.
Ciro era infatti ectotermo, cioè ricavava il calore dall’esterno, non dal proprio metabolismo.
Tuttavia, come i mammiferi, era capace di sforzi sostenuti. A proposito:

23.4.3.-SULLA VIVIPARITA’

A conclusione di tutto il discorso, non ho ancora parlato dell’ovoviviparità e della viviparità, e vorrei farlo ora. I d., come si sa, si ritiene fossero piuttosto
ovipari, cioè che, come i coccodrilli e i testudinati attuali, deponessero uova. Il punto è che, se si ammette essere i d. dei rettili, solo tre dei quattro ordini
attualmente esistenti sono ovipari. I quattro quinti degli Squamati infatti, i serpenti per intenderci, sono ovovivipari, cioè tengono l’uovo in corpo fino alla
schiusa, ma non vi è collegamento nutritivo tra la madre e il piccolo (provvede in toto l’uovo). Ora, le vipere smentiscono tutto questo. Non si è certi infatti se
parlare di ovoviviparità o di viviparità. Quest’ultima si verifica non solo, come nel caso ovvio dei mammiferi, se il piccolo esce vivo già formato, ma anche in
presenza di una complessa placentazione. Persino alcuni invertebrati sono vivipari. Ovvio che questo rimette in discussione l’appartenenza dei dinosauri alla
Classe dei Rettili, poiché se le vipere fossero vivipare (tranne poche specie accertate ovipare), i d. cosa sarebbero? Anzi, si chiama “vipera” proprio in
riferimento alle modalità riproduttive. Vero è che le linee filogenetiche evolutive di Saurischi, Ornitischi e Squamati sono separate; però noi per esempio
abbiamo in comune col gorilla il 95% dei geni, con lo scimpanzè il 99% addirittura. Siamo tutti mammiferi.
I rettili cos’hanno in comune tra di loro, oltre all’”artificiale” uovo amniotico?
Affermo che i dinosauri, con ogni probabilità, non erano rettili, erano dinosauri.
A proposito:

24.1.-INTRODUZIONE ALLE FIABE

Mi succede spesso di ricordare le cose come fossero fiabe e, nei momenti di difficoltà, di viverle come fiabe, nel senso che non ho più, in quei momenti,
contatto con la realtà e la mia capacità di concentrazione non riguarda, per esempio, il reagire ad un disturbo esterno, ma l’isolare la mia mente da quel disturbo
(è, in piccolo, ciò a cui tenderebbe anche lo Zen). Non reagisco ma assorbo, o forse vado al di là di questi problemi (è quello che mi piacerebbe!), comunque è
questa, alla fin fine, la mia reazione.
Ma volevo dire un’altra cosa ancora: ormai vivo spesso nel sogno, (Platone lo diceva di tutti gli uomini) proprio perché i brutti quarti d’ora li trasfiguro nel
ricordo (ma non li rimuovo, N.B.), e ciò anche mentre li sto vivendo, forse per soffrire meno.
Cosicché ecco la parte su Parigi, non reale, ma che potrebbe esserlo, ecco la parte sulle donne, reale, ma romanzata, ecco quella “nebbia” che avvolge il mio
scritto, simile alla descrizione dei dinosauri in Viaggio al centro della Terra di Verne. Di qui, l’apparenza di farneticazione o di allucinazione che caratterizza la
mia eccellente opera. In questo modo però non dovrebbe riuscirmi troppo difficile scrivere una vera fiaba, in omaggio, più che ad Esopo, Fedro e La Fontaine, a
Perrault, Andersen e Carroll. Per il semplice fatto che i primi tre sono favolisti. Io invece non mi pongo alcun intento didascalico. La fiaba infatti, come si sa, non
dovrebbe: insegnare una morale, parlare di animali (ma di elfi, gnomi, etc) ed essere trascritta (ma trasmessa oralmente).
Anche se la distinzione tra favola e fiaba non è poi così netta. Pinocchio è talvolta definito fiaba, ed è uno dei racconti più moralisti, mentre le fiabe di
Andersen riguardano spesso animali. L’importante è che sia rispettato l’ordine delle cosiddette funzioni (e lo è sempre), cioè di ciò che fanno i personaggi,
indipendentemente da chi lo fa e come lo fa.
Seguirò infatti l’ottimo saggio del Propp, che dal 1928 fa testo in questo campo, con la novità che voglio utilizzare tutte le trentuno funzioni descritte dallo
studioso russo. A proposito:

24.2.1.-SULLE FIABE
L’ANATRA MARTINA

(i) C’ERA UNA VOLTA UN’ ANATRA, DI NOME MARTINA, CHE AMAVA SGUAZZARE NEI FIUMI NON TROPPO GRANDI E PROFONDI.
(e3) UN GIORNO MARTINA SI ALLONTANO’ DA CASA, PER ANDARE A SPASSO.
(k1) PRIMA DI PARTIRE, LA MAMMA LE DISSE: “NON ANDARE NEL LAGO DEI CIGNI”.
(q) MA, NON VISTA, MARTINA ANDO’ IMMEDIATAMENTE NEL LAGO DEI CIGNI. IN QUEL MOMENTO GIUNSE DAL CIELO UN CIGNO.
(v2) MARTINA CHIESE AL CIGNO: “COME FAI A VOLARE COSI’ IN ALTO?” “NOI CIGNI NON VOGLIAMO, MA IO HO MANGIATO L’ERBA
VOLO. PERCHE’, TI PIACEREBBE SAPER VOLARE?”
(w1) “SI’, PERCHE’ COSI’ LA MAMMA NON SAPREBBE SEMPRE DOVE SONO”, RISPOSE MARTINA
(j1) IL CIGNO SI TRASFORMO’ IN ANATRA, E DISSE: “SEGUIMI A NUOTO, TI FACCIO VEDERE DOVE CRESCE L’ERBA VOLO”
(y1) MARTINA SEGUI’ IL CIGNO FINCHE’ NON SI RITROVO’A CASA. IL CIGNO INFATTI DALL’ALTO AVEVA VISTO DOVE ABITAVA.
(X1) L’ANATRA ALLORA TORNO’ CIGNO E RAPI’ IL FRATELLINO DI MARTINA.
(x1) MARTINA VUOLE CERCARSI UN FIDANZATO CHE L’AIUTI A RITROVARE IL FRATELLINO.
(Y1) TROVA UN ANATRA CHE SI CHIAMA MARTINO E CHE DIVENTA IL SUO FIDANZATO. MARTINA GLI CHIEDE DI CERCARE IL SUO
FRATELLINO
(W1) MARTINO ACCETTA E RISPONDE: “PERMETTIMI O MARTINA DI CERCARE IL TUO FRATELLINO.”
(undicesima funzione): MARTINO ABBANDONA LA CASA E PARTE
(D3) LUNGO IL FIUME INCONTRA UN LUCCIO MORENTE CHE LO SUPPLICA: “NON MANGIARE LA MIA CARNE MA RACCOGLI LE MIE
OSSA, METTILE IN UN FAZZOLETTO, SEPPELLISCILE NEL TUO GIARDINO E INNAFFIAMI OGNI MATTINA. IN CAMBIO SARAI IN GRADO DI
TRASFORMARTI IN QUALSIASI ANIMALE CHE VUOI”
(E3) IL LUCCIO MUORE E MARTINO FA COME GLI AVEVA DETTO
(Z4) MARTINO ACQUISTA IL POTERE MAGICO CHE GLI AVEVA PROMESSO IL LUCCIO.
(R1) DUNQUE SI TRASFORMA IN CIGNO E VOLA VERSO IL LAGO DEI CIGNI.
(L1) MARTINO INGAGGIA UNA LOTTA IN CAMPO APERTO CON IL CIGNO CATTIVO.
(M1) E RICEVE UNA FERITA SULL’ALA SINISTRA DOVUTA A UN COLPO DI BECCO
(V1) MA IL CIGNO CATTIVO E’ SCONFITTO E MUORE.
(Rm1) ALLORA MARTINO SI RITRASFORMA IN ANATRA E DICE AL FRATELLINO DI MARTINA DI SEGUIRLO A NUOTO.
(ventesima funzione) MARTINO E IL FRATELLINO TORNANO VERSO CASA.
(P1) MA LE MOGLI DEL CIGNO MORTO INSEGUONO A VOLO MARTINO PER UCCIDERLO E RIAVERE IL FRATELLINO.
(S1) MA MARTINO SI TRASFORMA IN LUCCIO, TRASCINA SOTT’ACQUA IL FRATELLINO DICENDOGLI DI TRATTENERE IL FIATO, E COSI’
SFUGGE ALLE CIGNE CHE NON LO VEDONO.
(o1) FINALMENTE MARTINO, TORNATO ANATRA, E IL FRATELLINO ARRIVANO A CASA.
(F1) MA I FRATELLI MAGGIORI DI MARTINA, GELOSI, VOGLIONO SCACCIARE MARTINO. MARTINO GLI SPIEGA DEL RAPIMENTO, DELLA
LOTTA COL CIGNO E DELLA FERITA, MA LORO NON GLI CREDONO.
(C) ALLORA ASSEGNANO A MARTINO UN COMPITO: SE RIUSCIRA’ A IMMERGERSI IN UN MASTELLO DI ACQUA BOLLENTE, POTRA’
RESTARE.
(A) MA MARTINO USA ANCORA I POTERI MAGICI CHE GLI AVEVA DONATO IL LUCCIO MORENTE: SI TRASFORMA IN UNA
SALAMANDRA, E SUPERA LA PROVA.
(I) A QUEL PUNTO I FRATELLI SI ACCORGONO CHE SULLA ZAMPA SINISTRA SANGUINA UNA FERITA, E RICONOSCONO CHE MARTINO
HA DETTO LA VERITA’.
(Sm) MA UNO DEI FRATELLI PER LA RABBIA SI TRASFORMA: E’ IL CIGNO CATTIVO CHE NON ERA MORTO.
(T) MARTINO ALLORA SI TRASFORMA IN UN COCCODRILLO.
(Pu) E IN UN SOLO BOCCONE SI MANGIA IL CIGNO CATTIVO.
(N2) FINALMENTE MARTINO PUO’ SPOSARE MARTINA. E VISSERO FELICI E CONTENTI
Ho scelto quasi sempre la prima variante di ogni funzione elencata. La numero 11 e la numero 20 richiedevano simboli che non ho trovato sulla tastiera.
Per le altre lo schema è fedele. A proposito:

24.2.2.-COMMENTO

Naturalmente il meritevolissimo studio del Propp ha il difetto di togliere la componente magica della fiaba (agli occhi di chi ha assimilato il suo saggio), nel
senso di attenuare la godibilità del racconto, e di ridurre l’intera narrazione a matematica pura.
Comunque resta ineccepibile. L’unica critica fondata venne a suo tempo dal Levi-Strauss, che contestava al Propp di essere un formalista, e di non occuparsi
del mito, a suo parere meno antico della favola di magia. Ma lo studioso russo aveva già risposto che la differenza tra forma e contenuto è solo nel nome, poiché
entrambi sono della stessa natura, e perché nelle fiabe l’intreccio, cioè il contenuto, è fatto per l’appunto di funzioni (cioè le azioni dei personaggi) e ciò
costituisce anche la forma.
Quanto al mito, a parte il fatto che il Propp se ne disinteressò aprioristicamente, per scelta, dovendo occuparsi delle favole di magia, queste ultime comunque
non hanno la componente seria e finanche storica (e di storia patria per giunta) che caratterizza, anzi che determina i miti, dunque debbono essere posteriori ad
essi.
Indipendentemente dall’elemento fantasioso o fantastico che può permeare quest’ultimi.
La dizione “favola di magia”, poi, e non fiaba, termine presente solo in traduzione, fa capire una volta di più, come ho già detto più sopra, che la distinzione tra
favola e fiaba è di fatto indeterminabile.
Semmai, aggiungo io un’osservazione: il materiale di studio del grande linguista russo è unicamente la ben nota raccolta dell’ Afanas’ev, vasta (qualche
centinaio di favole) e sufficientemente varia da permettere un semplice (anche se attento) studio comparativo, com’è in fondo quello del Propp.
Ma è indubbio che questo sia anche un limite. Forse si potrà dire l’ultima parola sulla “morfologia della fiaba” solo comparando TUTTE le favole di magia
scritte dal loro apparire ad oggi e di tutte le tradizioni del mondo. Spaziando dunque nel tempo e nella geografia. Compito immane, anche se forse non inutile
come sosteneva il grande russo; per cui il saggio in esame farà testo, e meritatamente, per moltissimo tempo e forse per sempre.
Si parlava di uccelli. A proposito:

25.-SULLE ANATRE
(un ricordo)

Ieri sera ho ricevuto una bella lezione di vita e di comportamento. Da un gruppo di anatre. Veramente non so se fossero anatre o germani (e non so se si dica
anatre o anitre). Io dico anatre perché mi piace di più, poi anitre mi ricorda il detergente per water, l’”anitra WC”. La festa dell’anitra al forno che si svolge nel
parmense non è della stessa opinione. C’erano anche dei germani, quelli dal collare verde. Comunque sia, ero sul Mincio e ho notato che all’imbrunire, poco
prima che sia proprio buio, vengono tutte su dall’acqua e stanno sulla riva silenziose, in gruppo, non ho capito a fare che cosa. Mentre le osservavo, quante cose
mi sono venute in mente! Primo, che loro se ne fregano di come si chiamano, se ne stanno nell’acqua beate a sguazzare, quando hanno fame mangiano e ogni
tanto fanno “qua-qua”. Come sono carine. Ero solo con le anatre e mi sentivo meglio di quando sto solo tra gli uomini. O tra le donne (ma quelle sono oche.
Scherzo).
Come disse già Leopardi, perché l’animale è esente dalla noia e l’uomo, se sta fermo, il tedio assale? (o qualcosa del genere). Questi uccelli ti fanno stare
proprio bene, in parte perché sono belli, almeno io li trovo tali anche se comuni, in parte perché sono tranquilli (con l’uomo). Tra di loro non so. I cigni, molto
più belli, della stessa famiglia peraltro, sono delle carogne, anche se erano uno dei simboli della Citroen (“Moteur Flottant”); mi è capitato più di una volta che
venissero verso di me quando volevo osservarli meglio, non per salutarmi, ma per “sputarmi” addosso. Il loro collo poi intimidisce quanto il tripode della
Guerra dei Mondi. La bellezza è pericolosa, vale anche tra gli umani, si pensi alle donne.Chiunque ha letto il Lorenz sa che le tortore possono essere peggio dei
lupi, ma le pagine sull’ochetta Martina ti fanno riconciliare col mondo. Per un po’ mi sono sentito il Lorenz.
Per un po’.
E’ successo infatti che, una volta assembratisi le anatre come ho detto, qualcuno, dovendo passare a piedi o in bicicletta per il sentiero che c’è su quella riva, le
abbia disperse facendole fuggire in acqua starnazzanti. Io ci sono rimasto male. Stavano così bene. Stavamo così bene, senza dar fastidio a nessuno.Ormai
eravamo intimi. E’ bello anche osservare come fuggono da un pericolo. All’avvicinarsi dell’uomo, prima , da sedute, si alzano in piedi ed è come se
bisbigliassero tra loro qualcosa. Poi, certe dell’ineluttabilità della cosa, scappano rumorosamente. Solo dopo qualche minuto (a volte un bel po’), tornano sulla
riva. Purtroppo un deficiente si è avvicinato in bicicletta e, dopo essere stato lì vicino a loro qualche secondo, ha fatto deliberatamente con cattiveria marcia
indietro per girarsi e disperdere così con la ruota posteriore tutti i miei amici. Non ho avuto il cuore di picchiarlo e di questo mi pento ancora.
Ma qui è successo qualcosa che mi fa pensare e che mi consola, anche. Forse loro non hanno sofferto. L’istinto le fa scappare ma poi, con bontà e saggezza
superiori, tornano indietro e si rimettono a far la siesta, come non fosse successo niente. Così mi piace pensare, perlomeno. In altre parole, “non si sono neanche
squassate”, come si dice dalle mie parti. E questa “Buddhità” non è forse il punto d’arrivo per qualsiasi uomo? Ma la cosa commovente è che prima di
andarmene mi sono avvicinato a mia volta e loro, con mia grande sorpresa, non si sono neanche alzate in piedi! Hanno imparato la lezione. O forse tra loro c’era
veramente l’ochetta Martina! (Kill Bill Vol.1; Mc XV, 39).
Grazie, figliole! (L’Attimo Fuggente).
Queste cose non possono succedere in città. A proposito:

26.-BERGAMO

Ancora sui viaggi. Ultimamente sono stato a Bergamo (de hura e de hota). Per la prima volta ho fatto qualche considerazione. Non farò la storia di Bergamo,
mi ha già stremato fare quella di Bologna e forse ha stancato anche il lettore.
Dico una cosa che non dovrei dire: era tutta presa da un libro scritto a più mani: Storia di Bologna, per l’appunto, delle edizioni University Press Bologna. Si
trova anche dal fornaio.Lo faccio spesso, questo di spacciare cose non mie per mie, non sempre m’informo sui libri, le notizie sulla Citroen erano tratte dal sito
internet francese: lo faccio perché mi piacciono i riassunti, mi sembra di tornare a scuola, e mi diverto. Comunque un saggista mica se le inventa le cose che
scrive (a volte sì!): l’ha pur sempre letto da qualche parte, no? E’ come lo spogliarello: non indagare come lo fanno ma goditi i risultati (Operazione Sottoveste).
Poi il lavoro è un po’ mio comunque, non si creda che tutti sappiano condensare con rara chiarezza e concisione come me…Anzi, la mia forma è migliore di
quella del libro originale.
A volte poi sono obbligato a tirarla per le lunghe per giustificare la premessa nella quale mi ero incautamente imbarcato: dicevo che a Bologna non c’è stata
grande Storia, e la storia descritta di seguito credo l’abbia confermato, sostanzialmente, con qualche eccezione.
Chiusa parentesi. Dicevo che sono stato a Bergamo di recente: indubbiamente una bella città, unica, specie per il fatto di stare su due piani; però mi aspettavo
di più. Il momento in cui si prende la funicolare per me è magico: mi piace l’idea che ci sia un dislivello da superare in città, nella stessa città, non tra città
diverse, per non dire del fascino delle carrozze e naturalmente del panorama una volta saliti, specie da alcuni punti, come Colle Aperto. Però l’impatto visivo, per
così dire, non mi ha entusiasmato come altri centri dove la storia è ancora più presente, quasi palpabile, per esempio Siena. Piazza Vecchia è molto bella (non
strepitosa come altre, per la verità), la Cappella Colleoni è un capolavoro ma nel complesso ripeto che mi aspettavo di più.
Ma nemmeno dalle ragazze mi aspetto molto. A proposito:

27.1.-SULLE BAMBINE
(contro la pedofilia)

Tornando sul sesso, chè, come dice il vecchio Sigmund, c’entra sempre, come non parlare delle bambine? Anche chi non trova i bambini simpatici (come me,
v.oltre), verso le bambine l’atteggiamento cambia. Si badi bene che non si parla di attrazione sessuale, definita pedofilia, anche se a questo riguardo c’è un
equivoco, in quanto oggi sono di moda le battaglie anti-pedofilia. (l’equivoco è sull’eta’: dopo i quattordici anni la sessualità non è né minorile, né adulta: è
umana; certo, per la legge la fanciulla è minorenne). Sto parlando di una simpatia e di un’amicizia del tutto asessuate, anche se talvolta non esenti da candide
morbosità.
Le stesse che d’altronde nutriva Lewis Carroll, l’autore di Alice: “Le bimbe nude sono così perfettamente pure e belle”, dichiarava, chiedendo alle mamme
delle loro piccole amiche il permesso, senza alcun imbarazzo, di fotografarle “in calzoncini da bagno, anche se non posso ripetere abbastanza quanto
sarebbero più carine senza”. Grazie a tale “morbosità” abbiamo una delle opere più belle della “narrativa infantile” (espressione che detesto, v.oltre).
D’altronde verso le donne teneva qualche corrispondenza epistolare di carattere amichevole, ma nessuna di amorosi sensi. Per il suo interesse verso le bambine
impuberi credo si trattasse dello stesso amore che rapisce l’osservatore del Ritratto di bambina del Velazquez, esposto all’Accademia Carrara di Bergamo. Io,
che ho frequentato l’Istituto d’Arte ma che non so niente di storia dell’arte (o forse proprio per questo), sono rimasto imbambolato, tra tutti i quadri esposti, da
questo e da un altro che in questo momento non ricordo (anche perché non sono presenti gli impressionisti). Per la verità l’attribuzione al Velazquez è dubbia, ma
la sinteticità dello studio del grazioso faccino illuminato dagli occhi profondamente seri, denuncia la mano di un maestro; e la bellezza dell’opera è dovuta anche
al soggetto. Tra l’altro, al pari di Carroll, ho qualche difficoltà a rapportarmi all’altro sesso non appena la bambina cresce (nel suo caso) e non appena la ragazza
si mostra interessata al sesso (nel mio, in un certo senso si tratta sempre di una bambina che cresce).
Comunque oggi le bambine vengono utilizzate anche nelle sfilate di moda- è pedofilia?
(Per l’interesse asessuato verso le bambine, cfr. anche Hesse, in L’ultima estate di Klingsor : “a una bella biondina dodicenne tutti dettero qualcosa, e lei
non si perse un giro. Nel fulgore delle luci la gonnellina svolazzava incantevole intorno alle belle gambe infantili”).
A proposito dei bambini maschi, sono le persone più malvagie che esistano: si osservi un ottenne che, solo per cattiveria (in genere la si chiama erroneamente
curiosità), avuta una farfalla tra le mani, comincia a strapparle le ali una ad una. Oppure, in presenza di un cane e di un gatto, si mette ad aizzarli uno contro
l’altro. Oppure si osservino i capricci, assolutamente frutto del più spietato calcolo (lo si capisce se si nota la perseveranza nel farli se il bambino capisce di
godere di impunità). Anche la letteratura ce ne dà infinite conferme; il primo esempio che mi viene in mente è Il signore delle mosche, di Goldwin. D’altronde,
se è vero, come è vero, che l’uomo è malvagio, (sia secondo Rousseau che secondo Hobbes, il risultato non cambia), non è che il bambino sia di un’altra specie,
dunque deve necessariamente avere qualcosa di malsano già da bambino (forse Rousseau si riferisce ai neonati quando dice che si nasce buoni).
Quanto alle bimbe, sono anche peggio, però in loro la malizia è deliziosamente femminile già a partire dal quarto anno (mese?) di età. La curiosità (questa sì)
verso il sesso, poi, è determinata e precoce (tutte amano esibire la nudità), anche se ovviamente non consapevole in senso adulto (ma per conoscere una lingua
straniera la grammatica si può imparare in un secondo tempo). Per questo, una volta adulte, sono irresistibili per qualsiasi uomo proprio quelle donne che più
ricordano la bambina che erano (come aspetto del viso e atteggiamento).Vedi per esempio, tra le attrici, Traci Lords, Mercedes Ambrus, Deborah Caprioglio o la
Marini.
E’ un’analisi fatta un po’ “a braccio”, ma non esente da considerazioni valide. La pedofilia non è che la punta dell’iceberg, al pari dell’uccisione seriale.
Sempre a proposito d’infanzia:

27.2.-SUI LIBRI PER RAGAZZI

Un’accenno a quella che viene definita (si parlava dei bambini) ovunque, nelle recensioni, parlando, persino nella classificazione Dewey in biblioteca
“Narrativa per l’infanzia” o “Libri per ragazzi”.
Detesto queste espressioni, le trovo assolutamente prive di senso, ma soprattutto dubito che esistano (per meglio dire, non dovrebbero esistere).
Si prenda qualsiasi autore “per l’infanzia” e se ne analizzi seriamente l’opera: perché, Verne non ha forse scritto romanzi fantastici sì, ma per tutti? O forse è
l’adulto che vorrebbe ripudiare la fantasia?
E Stevenson? Non era che uno story-teller, come lo chiamavano i suoi isolani, cioè, molto semplicemente un narratore, un cantastorie. E Swift? E Salgari?
Solo chi scrisse con l’esplicita intenzione di destinare i suoi libri ai ragazzi, può dirsi autore per l’infanzia. P.es., Gianni Rodari.
O lo Stevenson stesso dell’Isola del Tesoro. O il Carroll di Alice (ma si sbagliavano).
Ma già Calvino no. Nemmeno le fiabe e le favole sono infantili, anzi.
Il 90% della letteratura per l’infanzia dovrebbe stare negli scaffali degli adulti.
Semmai, dato che esiste sempre una riduzione per le scuole, è quella (e solo quella) che dovrebbe stare in una sezione apposita.
Ma io sono contrario anche a queste edizioni.
L’unica produzione specificamente infantile sensata è (era, per meglio dire), quella dei fumetti americani dei primi decenni del Novecento, che comparivano
sui giornali per indurre i papà ad acquistarli più spesso, per poi passare ai figli i coloratissimi supplementi domenicali.
I bambini infatti se ne fregano di quel che accade nel mondo. O che accadrà. A proposito:

28.-SULLE PROFEZIE

Sulla scaletta che preparo man mano che vado avanti, dunque non è neanche una scaletta, mi sono segnato di scrivere piuttosto dettagliatamente singoli anni o
parti di anni (voglio continuare con la mia pseudo-biografia): per esempio, le vacanze che feci in Spagna piuttosto che al lago di Garda.
Poi è segnato anche “Profezie di Nostradamus”. Mi piacerebbe trovare il modo di collegare le due cose: si parla sostanzialmente del tempo. Anche perché per
andare avanti in stò guazzabuglio mi è venuta una buona idea, penso: cioè scrivere di quello di cui so, e questo lo misuro a seconda che abbia libri sulla cosa
oppure no, e quanti. Vale a dire, che parlo di quello che mi piace (non ho libri sul paracadutismo: non me ne frega niente)(Eco).
Unendo questo a ricordi personali e condendo il tutto con opinioni e giudizi, sempre assolutamente miei (o comunque “distillati” dalle mie letture e/o dai miei
ripensamenti), dovrei poter scrivere anche per tutta la vita. Tanto si è già visto che spesso torno sull’argomento.
Quanto se quello che ne vien fuori sia buono, è un altro paio di maniche.
Dunque, ho una dozzina di libri su Nostradamus: cosa c’entri con le mie ferie, lo dirò subito: nulla. E molto.E mi spiego.
Da un certo punto di vista infatti, tutto quello che ci accade “it is written in the stars”, come dice John Lennon, è scritto nelle stelle. E questo non ha niente a
che fare con l’astrologia, si badi bene.
La considerazione viene dall’osservazione degli avvenimenti nel tempo: quello ch’è successo, il passato, per chi lo osserva ora, è “indietro”, dunque
determinato; il futuro è “avanti”, dunque indeterminato. Già: per chi lo osserva adesso. Ma in realtà il tempo non ha un inizio, nè una fine; come si può allora
stabilire da dove guardare? In realtà il passato non esiste, come il futuro: infatti, quest’ultimo ovviamente non c’è, perché non è ANCORA; ma analogamente
anche il passato non c’è, perché non è PIU’. Il presente, dunque, esiste o no, non essendo che la separazione, senza estensione né dimensione, di due concetti
inesistenti? Problema già posto dagli antichi greci.
Sebbene allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non sia possibile costruire una macchina del tempo, si può ammettere che alcune menti vedano il
futuro già determinato, esattamente come il passato; cioè che il pensiero sia atemporale: il che il più semplice ragionamento evidenzia come vero.
Intanto, bisogna partire dal chiedersi s’è possibile o meno che l’uomo possa pensare non solo al presente, ma anche al passato e al futuro: ovviamente è
possibile (a differenza degli animali, che vivono solo nel qui e ora), poiché anzi le maggiori sofferenze non sono date all’uomo dal presente, bensì proprio dal
passato e dal futuro; ognuno sa questo, se riflette su quanto un’offesa subita (dunque già passata) lo disturbi ora, al presente, se vi torna col pensiero, o su quanto
una preoccupazione (dunque futura) lo faccia stare altrettanto male: tant’è che uno dei segreti della felicità è sforzarsi di vivere solo nell’attimo che si sta
vivendo. Gli animali, come detto, sono dunque più felici di noi.
Ma questo ovviamente non vuole ancora dire che si saprà già prima ciò che deve ancora avvenire.
Però l’aritmetica, per esempio, non consiste che in questo. Per capirlo, rimando al solito Welt, che avrà già rotto le scatole a tutti i miei lettori, a quest’ora. Il
contare, cioè, riguarda solo il tempo: non solo, ma l’intuizione nel tempo, non la riflessione in esso: le regole matematiche hanno solo il compito di facilitare un
calcolo che però riposa comunque sull’intuizione (questo perché per grandezze oltre il dieci l’intelletto comincia a mostrare difficoltà, e bisogna travasare il tutto
in concetti, dunque in astrazione, in regole); nel contare siamo poi facilitati dal fatto che il tempo ha un’unica dimensione.
Ma nel Cap. 15 del primo libro dei Supplementi, Schopenauer afferma esplicitamente che, a seconda dell’intelletto, l’orizzonte spirituale di una persona può
abbracciare tutto il giorno presente, o anche il giorno dopo, o la settimana dopo, o l’anno dopo, o il millennio dopo. Con ciò considero dimostrata la possibilità
dell’esistenza di un Nostradamus.
I due paradossi cui va incontro un ipotetico scienziato alla Ritorno al futuro sono: p. di tempo e p. di materia. Il primo è quello classico “del nonno” o “della
nonna” : se nel passato uccido un mio avo, come posso esistere e dunque viaggiare nel tempo? (vale anche per i viaggi nel futuro). Il secondo ha a che fare con
una questione di “raddoppio” o “moltiplicazione” (che avviene con il viaggio) degli atomi dell’oggetto trasportato, sì che non sarebbe chi è partito colui che
arriva….
Lasciamo perdere, perché le difficoltà stanno a monte: la tecnologia non consente p.es. l’ottenimento di buchi neri (tra i possibili corridoi spazio-temporali)
sufficientemente grossi. Mentre la fisica teorica dal canto suo ammette da tempo la possibilità dei viaggi nel tempo (accade in scala ridotta e a livello relativistico
particolare, non universale, già nei viaggi aerei transcontinentali, specie quelli supersonici). E fin qui, si dirà, ci siamo (si sapeva).
Ma il bello è che il pensiero se ne può fregare e della tecnica e dei paradossi. Non si capisce perché un viaggiatore nel tempo debba interagire per forza con
l’ambiente in cui viene a trovarsi: ho sempre immaginato piuttosto che il limite e il prezzo dei cronoviaggi e ciò che li renderà possibili, sia proprio l’impotenza:
guardare ma non toccare.
Tanto che ci se ne chiede l’opportunità. Ma questo avviene già, se si parla di viaggiare nel tempo con la mente: penso ai flashback; penso alla regressione
ipnotica; penso ai veggenti.
E Nostradamus fu uno di questi.
Non si tratta tanto d’interrogarsi, come tutti fanno, sul perché le quartine siano così oscure, o sul come decifrarle. Esistono decine di persone, tutte piuttosto
accreditate, da Mirella Corvaja a Ottavio Cesare Ramotti, a Renucio Boscolo, che sostengono di aver trovato la chiave d’interpretazione delle centurie di
Nostradamus. Comunque alcune quartine si sono verificate già mentre N. era in vita, come si sa (celeberrima quella su Enrico II); il fatidico anno 1999 (X.72) è
invece più difficile da interpretare.
Quanto alla loro difficoltà, il motivo è invece chiaro (e naturale: nessuno, p.es., vuol sapere il momento esatto della propria morte!Inoltre, N. doveva guardarsi
dal giudizio della Chiesa).
Il problema, come direbbe Piergiorgio Odifreddi, sta in due diverse concezioni del mondo: chi ammette che sia possibile vedere gli avvenimenti futuri; e chi
invece considera questa facoltà preclusa all’uomo.
Io penso che ciò sia possibile per un motivo praticamente impossibile da non riconoscere, a pensarci: ed è che accettare quest’idea non presenta maggiori
difficoltà dell’accettare una quantità di altre idee comunemente accolte.
A partire, p.es., dal fatto che un cadavere possa, con l’aiuto del padre onnipotente, tornare alla vita. Mi riferisco evidentemente all’accoglimento dell’idea della
resurrezione, per un cristiano. Per onestà debbo dire che io non sono credente e dunque non dovrei credere neanche alle profezie del Nostro (anche se c’è chi lo
inserisce in un’ottica cristiana; del resto, in quest’ottica, vi è la contemporaneità di ieri, oggi e domani, come ribadito nel Paradise Lost di Milton).
La cosa però mi sembra già più probabile del fatto prima citato (almeno per chiunque, come me, non ha ancora avuto un segno dalla Fede-e sarebbe il
benvenuto).
O no?
E non solo. Tutte le manifestazioni del paranormale, dove le mettiamo? Come, non esistono? Allora non esistono i monaci tibetani in grado di levitare, p.es., e
sono stati filmati.
E non esistono i medium, e se ne servono anche le forze di polizia di tutto il mondo.
E non esistono i pranoterapeuti, e spesso sono l’unico rimedio efficace.
Potrei continuare.
Non nego nemmeno che l’uomo comune non fa propriamente male ad avere lo stesso atteggiamento scettico che potrebbe avere verso gli oroscopi, per
esempio. Un famoso articolo di Selezione dal Reader’s Digest era intitolato: “Oroscopo come gioco”, e spiegava i motivi di questa tesi, inconfutabili
(ovviamente si parlava degli oroscopi delle riviste settimanali).
Dal fatto che in realtà i segni andrebbero scalati di un posto (io, vergine, sono in reltà una bilancia), fino al calcolo delle probabilità, cui le generiche frasi
pensate per ogni segno si attengono (in poche parole, è difficile non “prenderci” del tutto). Per tacere del fatto che, non si sa quanto spesso, i segni in redazione
vengono assegnati per sorteggio alle rispettive previsioni (!).
Ma è altrettanto innegabile che i nati di un certo segno abbiano quasi tutti determinate caratteristiche, e quelli di un altro segno, altre, differenti. Io, vergine,
sono per esempio piuttosto pignolo (e credo che si capisca anche leggendomi).
Così, abbiamo già introdotto un elemento razionale nel nostro discorso…
Poiché non stavamo parlando d’arte… A proposito:

29.1.-SULL’ARTE IN GENERALE
(saggi introduttivi)

Gestalt in tedesco significa “forma”.


Nella teoria artistica della Gestalt, però, il termine ha il significato di “percezione”.
Il miglior libro sulla Gestalttheorie è Arte e percezione visiva, dell’Arnheim. Io però, a chi non studia l’arte per mestiere, da possedere ne consiglierei un altro:
Introduzione all’arte, un manuale scolastico dell’Electa-Bruno Mondadori editore (ma consulti comunque il primo in biblioteca).
Perché tratta ovviamente gli stessi “temi” (linea, forma, colore, equilibrio, dinamismo, etc, anche se non nello stesso ordine, o raggruppati diversamente), però
li spiega immediatamente con le immagini.
E poiché l’Arnheim afferma giustamente che “troppe persone frequentano i musei e raccolgono libri d’arte senza con ciò ottenere un accesso all’arte” ,
la cosa più utile è cominciare a vedere fin da subito più roba possibile, naturalmente spiegata prima, se no siamo da capo- vedere senza sapere cosa vedere, era
questa la critica insita nella frase citata. Il testo dello psicologo tedesco presenta maggior minuzia nel descrivere ogni regola, e inoltre ne fornisce la fonte, p.es.
racconta come un collega sia giunto, attraverso un test-sondaggio, a capire in che modo l’occhio avverte che un cerchio si sposta dal centro di un quadrato, in che
direzione va: è sempre un allontanamento (cioè, percepito come tale). Ma tutto questo si può evitare di leggere: basta fare un esempio con l’immagine giusta e
dire: osserva se il cerchio è centrato, e verso dove si sposta. Come fa il manuale dell’Electa che ho citato.
Comunque sia (ognuno legge ciò che vuole), volevo fare qualche riflessione anche sulla Gestalt.
La Gestalttheorie propriamente detta non riguarda l’arte, riguarda la psicologia.
Significa che ogni autentica conoscenza implica una percezione che possiamo definire gestaltica, ossia strutturata, autonomamente configurata, non atomistica
(Dorfles). E' in pratica il contrario dell'Empatia: non siamo noi a proiettare nell'opera d'arte qualità estetiche ed emozionali, bensì esse le troviamo là dove ci
attendono.
La Gestalt in arte, oggi universalmente accolta come ausilio nello studio delle opere (l’Arnheim però non tratta l’architettura), è sostanzialmente una teoria, o
un insieme di teorie, della percezione, cioè per imparare a vedere.
Non starò certo a spiegarla e nemmeno a riassumerla: immagino che chi ami l’arte la conosca.
Ovviamente è incontestabile, perché non dà giudizi di merito; è un aiuto “tecnico”, che si appoggia alla psicologia- altra frase d’oro, “tutto ciò che riguarda
la vista rientra nel settore dello psicologo”.
Quello che si può dire per integrare il libro dell’Arnheim, non sta secondo me nei dubbi già sollevati nella prefazione da Dorfles e nell’inroduzione dallo stesso
autore. Cioè, non sta nella diatriba se si tratti di psicologia o filosofia; né nell’opposizione alla teoria Fiedler-Hildebrand; né nella limitazione alla creatività
dell’artista; né alla polemica tra gestaltisti-transazionisti; né nella mancata definizione di significato dell’opera; né nello sconsigliato utilizzo del linguaggio
verbale per descrivere un’opera; né nel tipo di approccio psicologico alla stessa Gestalt; né alle esclusioni di argomenti che l’Arnheim opera per scelta; né
nell’unilateralità ammessa dallo stesso A.; né nell’uso sbagliato che si può fare della Gestalt (tutte questioni superate del resto dai due scriventi- io le ho solo
ricordate).
E’ che si avverte, secondo me, un’assoluta fiducia nell’Arnheim del proprio metodo, ed è ben riposta, perché ha sviscerato l’immanente dell’opera d’arte.
Ma: esiste anche il trascendente, in un’opera d’arte?
Di solito non si vede, anche se ci sembra; per vedere bisogna conoscere i meccanismi della visione; io ve li fornisco, e l’opera d’arte è sistemata. Questo
sembra volerci dire l’autore.
Se io faccio il buffone, tirando calci e pugni alla rinfusa, senza far caso a come li tiro, lanciando qualche grido per convincer(mi) meglio, non sto facendo arti
marziali, così come se colleziono monografie di pittori e vado a tutte le mostre, sull’onda di un ingenuo entusiasmo, non vuol dire che conosco l’arte.
Ma se io so che bisogna prima alzare il ginocchio della gamba che si vuole usare, poi ruotare il piede (l’anca) dell’altra gamba, poi tenere la gamba caricata
orizzontalmente parallela al terreno, poi, spingendo con la gamba a terra leggermente piegata, sferrare il mawashi-geri, allora sto facendo arti marziali, così come
se so che il cerchio è scentrato, non si avvicina ai bordi del quadrato in cui è iscritto, bensì si allontana dal centro, e ci sembra tanto più distante quanto più tempo
passiamo ad osservarlo, allora vuol dire che conosco l’arte.
Ma le cose, almeno nel caso delle arti marziali, non stanno così.
Nemmeno se sai come dare il calcio, puoi dire di star facendo karate, perché in realtà, ciò che differenzia le arti marziali dal dare un pugno o un calcio in una
rissa da bar, è proprio l’aspetto trascendente, dunque inspiegabile (perché inconoscibile).
Come ribadisce Peter Payne nel suo Le arti marziali-La dimensione spirituale (Fabbri).
Allora, sia chiaro che la mia è solo una domanda: esiste un aspetto comunque inconoscibile anche in arte (anzi, dovrebbe essere quest’aspetto a differenziarla
dalla realtà)?
O le teorie, come quella della Gestalt, possono tutto?
Mi ero ripromesso, io che ho fatto l’Istituto d’Arte ma che non so niente di arte, o forse proprio per questo (Montanelli), di parlare dell’Impressionismo, che in
parte conosco. Purtroppo l’Electa, ch’è il mio manuale di riferimento, lo tratta in poche righe. Trovo questo testo l’unico compendio serio di Storia dell’Arte,
(però non ho letto il Bairati-Finocchi, mentre il De Vecchi-Cerchiari ha un apparato iconografico eccezionale, ma è arduo da seguire), ma l’estrema sintesi cui è
costretto è pericolosissima. Di ogni artista, p.es., presenta una o due, o tre, o al massimo quattro opere, e cerca di delineare un qualche tratto della sua poetica.
Ma questo può andar bene per un autore misconosciuto o minore, definizioni ovviamente che hanno una loro ragion d’essere solo in funzione dello spazio a
disposizione, che non può essere quello di un’enciclopedia.
Ma non puoi trattare Monet in nove (sic!) righe. Il merito dell’Electa è quello di “formattare” il cervello affinché sia pronto a studiare l’arte, cosa da fare poi
per contro proprio su quintali di monografie.
Ne parlavo l’altro giorno con Chiara, una guardiana della Pinacoteca di Brera, davanti alla Pala Montefeltro di Piero della Francesca.
Come si forma lo studioso di storia dell’arte? Io mettevo l’accento sulla cultura astratta e discorsiva, lei parlava dell’”occhio perfetto”.
Nei dettagli, il dialogo si è svolto così:

29.2.-SUL METODO

IO: Com’è che si chiama anche questa tela? (chiedo io).


LEI: Pala di Brera. (io sapevo anche: Sacra Conversazione).
IO: Spiegami un po’ questo quadro.
LEI: Vi sono molti dettagli nascosti: p.es., si pensa che il Bambino rappresenti, oltre a Gesù, anche la potenza della Casata dei Montefeltro, perché Federico ha
il mantello dello stesso colore della veste della Madonna.
IO: Ah già, non me n’ero accorto, perché è di scorcio. Come fai a sapere queste cose?
LEI: Sono un’ex-allieva dell’Accademia (ovviamente di Brera, N.d.A.).
Io invece tutto quello che so di Arte, lo so dall’Electa.
LEI: Lo conosco, è un manuale.
IO: Ne conosci altri?
LEI: Il De Vecchi-Cerchiari e il Gombrich.
IO: Ma sono testi di base?
LEI: Il primo è come l’Electa, il secondo è più come l’Argan, è una filosofia dell’arte, più che una storia dell’arte.
IO: A me servirebbero testi di base.
LEI: Allora prendi le monografie, tipo i Classici dell’Arte Rizzoli o i Maestri del Colore Fabbri.
IO: Ma servono anche per farsi una cultura sugli artisti, oltre che a conoscere le opere?
LEI: Per quella la cosa migliore è studiare gli scritti degli artisti stessi o dei contemporanei, p.es. il Vasari, fare ricerca d’archivio insomma.
IO: E le monografie sono utili?
LEI: Sì, devi leggerne diverse per ogni artista, però è più importante la ricerca d’archivio.
IO: Per avere i riferimenti spazio-temporali?
LEI: Soprattutto per sapere a chi s’ispirò ogni artista per un dato quadro.
IO: Ma come fanno certi a parlare un quarto d’ora di fronte a un singolo dipinto?
LEI: Appunto, inquadrando perfettamente l’opera nel suo contesto e descrivendola, sono già passati venti minuti.
IO: Manca ancora qualcosa, voi dell’Accademia ad esempio copiate i quadri.
LEI: A volte lo facciamo.
IO: Ma come si attribuisce un dipinto?
LEI: Ci vuole l’occhio perfetto, e a volte questo non basta.
IO: Che cos’è l’occhio perfetto?
Qui la conversazione s’interruppe, perché Chiara aveva un impegno e doveva andar via, ma fece in tempo a dirmi: bisogna costruirsi il proprio modo di
vedere.
IO: Tipo, vedere il mantello di Federico?
LEI: Anche, ma quella è più che altro questione di aguzzare la vista.
Io ho capito, da questo scambio di battute con una che conosce l’arte certamente più e meglio di me, che non vi è niente di esoterico nel capire a fondo la storia
dell’arte, e soprattutto che, come in ogni campo del sapere, sai se lo leggi da qualche parte, la cultura è discorsiva e astratta sempre, anche quella visiva. Certo, lo
scienziato sperimentando scopre (o inventa?) leggi e crea in questo senso cultura; credo che il discorso sull’”occhio perfetto” significasse un po’ la stessa cosa
nel “fare” la storia dell’Arte.
In pratica la Chiara parlava di come essere uno Zeri o un Longhi, a me interessava invece come passare da una infarinatura artistica da manuale ad una cultura
da professore perlomeno delle superiori; ma sostanzialmente dicevamo, credo, la stessa cosa.
Anche se confesso che mi sarebbe piaciuto approfondire di più la definizione di “occhio perfetto”.
Chè dove reperire le immagini e le informazioni l’abbiamo chiarito: essenzialmente su tre canali di base: repertori (o cataloghi), manuali di storia dell’arte, e
monografie sugli artisti.
Ad un livello superiore, la ricerca delle fonti e d’archivio. Però la Chiara parlava dell’imparare a saper vedere, che dovrebbe stare a monte, nell’arte, di
qualsiasi lettura. Bè, lo si trovi ridicolo fin che si vuole, ma questo dovrebbero spiegarmelo molto bene, perché non so (anche se lo posso intuire) che vuol dire di
preciso. Forse la Chiara si riferiva proprio alla Gestalt.
Cfr. Schopenauer: “quando mi si parla di Dio, io non so di che cosa mi si parli”. Analogamente, quando ci si addentra molto in un’opera d’arte, c’è il rischio di
non capire più ciò che si vuol dire.
E forse su questo (gran) parte della Critica, ci marcia (e ci mangia).
Specie quella che si occupa di arte contemporanea (ma qui ci vorrebbe un altro libro). A proposito:

29.3.-L’ELECTA

L’Electa poi parla pochissimo delle tecniche, credo per motivi di spazio.
Però questo è un errore macroscopico. A Firenze ero in imbarazzo perché non sapevo, in effetti, come si realizza un affresco (poi l’ho imparato). Per non dire
della pittura ad’olio, che il nostro manuale svolge in poche righe. Mentre invece forse bisognerebbe partire dalle tecniche, no? In realtà, andando poi a vedere il
dipinto al museo, ci si sorprende che il supporto sia una tavola e non la tela, anche se lo si era letto nella didascalia. A me è successo ad Urbino con la
Flagellazione di Piero della Francesca, p.es.: dedicando maggior spazio alla descrizione e alla storia delle tecniche artistiche invece, il fruitore dell’opera sarebbe
avvantaggiato.
Un altro problema che mi assilla a proposito dell’Electa è come tratta l’arte antica: meglio sarebbe eliminarla totalmente. Ma qui invece non c’è colpa: l’arte
antica è la più complessa in assoluto, e qualche buona dritta viene data. E partire dal medioevo sarebbe impensabile.
L’equivoco di fondo nello studio degli antichi è che si pensa non si rendessero conto di fare arte. Mentre invece è il ruolo sociale dell’artista ad essere cambiato
(e molto) nei secoli, non la consapevolezza di esser tale.
Fino al mille, la descrizione delle opere antiche è sempre, come schema, la stessa.
Prendiamo il tempio egizio: corridoio d’accesso, sala ipostila, sancta sanctorum. Non sto parlando degli elementi del linguaggio artistico in sé; ma di come
vengono esposti nei manuali. Sembra che allora fossero obbligati a costruire o dipingere in un certo modo, o che fossero così “pochi” da non riuscire a
concepirne un altro.
O perlomeno, ci vien detto talmente poco che sembra si parli di un’arte auto-creata. P. es., gli egizi facevano i corpi di profilo perché SCEGLIEVANO di farli
così, non per incapacità. C’è, ad onor del vero, una scheda sull’Electa che parla di questo, ma la si confronti con la descrizione dei ripensamenti di un Giovanni
Bellini, per quanto a sua volta succinta: che differenza!
Comunque io m’intendo solo d’Impressionismo. A proposito:

29.4.-SULL’IMPRESSIONISMO
(il cardine dell’arte)

Appena più sotto parlo di Firenze, e metto in evidenza che non possiede nulla o quasi di pittura impressionista.
E’ un vero peccato, perché l’impressionismo è tutto sommato più vicino all’uomo del Duemila del tanto celebrato Quattrocento, e non solo cronologicamente.
La prospettiva, p.es., invenzione rinascimentale, è artificiale, è convenzione, è matematica. E’ ricca di intenti simbolici o quantomeno didascalici. Già in 29.2 io
riportavo un dialogo forse esemplificativo su come vedere l’arte. Era una conversazione con una sorvegliante di Brera, come si ricorderà.
Tempo prima però, ebbi un altro scambio di vedute con una guida del Centro di Arte Contemporanea Pecci (a Prato), tale Francesca. Fu molto gentile, perché
cercò di spiegarmi cos’è l’arte contemporanea, lei che si era macinata tutti i volumi della Vinca Masini.
Ovviamente anche lei ne sapeva molto ma molto di più di me. Una cosa che notai fin da subito però è che, per ogni opera, doveva SPIEGARMI cosa l’artista
aveva voluto esprimere. Come l’arte in generale, del resto, quella contemporanea non si capisce se non studiandola.
Da questo punto di vista, non esiste il difficile e il facile, è tutto difficile.
Esiste però un movimento, in storia dell’arte, in cui puoi fare a meno di chiederti: “cosa avrà voluto dire l’autore?”. E’ il movimento impressionista.
Attenzione, che non sto dicendo che i quadri degli impressionisti fossero fotografie. Dunque immediati, facili. Richiede anzi un bello sforzo il rendersi conto che
tre (!) macchie di colore rappresentano una persona: una per il cappello, una per la parte superiore del corpo, una per quella inferiore. O che gli ombrelli non
hanno manico. O che, in un albero, non si capisce quali siano le foglie e quali gli sprazzi di luce che le stesse fanno filtrare.
Però si capisce che una persona con l’ombrello sta passeggiando sotto gli alberi. Punto.
COSA AVRA’ VOLUTO DIRE L’ARTISTA?
CHE UNA PERSONA CON L’OMBRELLO STA PASSEGGIANDO SOTTO GLI ALBERI.
Alla Francesca di Prato, entusiasta del suo bel museo, non entrava in testa questa differenza.
Cioè proprio che, mentre vedendo un paio di scarpe con sotto un cellophane bagnato, e a poca distanza un ombrello appeso al soffitto (con sotto un cellophane
bagnato), mi si deve spiegare che il tutto è una citazione della serie TV The Avengers, vedendo la Terrazza a Saint-Adresse di Monet, non le si deve spiegare che
trattasi, guarda un po’, di una terrazza sul mare.
Si vede.
Per questo mi piace l’impressionismo.
Cfr. Cezanne: “Monet non è che un occhio, ma che occhio!”.
Certo, tutta l’arte è, come ho detto, difficile.
Cosa ci fa la Madonna di Giovanni Bellini in mezzo a un prato?
Ma l’impressione è che dagli anni Venti-Trenta del Novecento, e certamente dai Cinquanta in poi, certi artisti, specie quelli “astratti”, anche se la definizione
pare che non significhi poi molto, giochino con la predisposizione dello spettatore dell’opera di considerare creativo oltre i propri meriti l’autore della stessa
perché la Storia dell’Arte è ormai passata attraverso un percorso che ha imposto certi concetti e criteri.
Non voglio dire che questa sia una frode. Forse spesso è fatta in buona fede.
Ma un quadro che non è che un insieme di campiture “fantasia” sovrapposte, tale quale i motivi utilizzati nel settore tessile comasco delle cravatte (quadro
realizzato da un ex-impiegato nel settore tessile comasco delle cravatte), per esempio; ebbene non credo sia questa l’“arte”.
Si è portato il lavoro a casa, tutto qui.
Sebbene in una mostra di Palazzo Reale a Milano il tizio risulti uno dei più importanti artisti astratti d’Italia, e venga messo a confronto nientemeno che con
Kandinskij (!).
Naturalmente anche questo capitolo, come l’intero libro del resto, non ha molto senso, poiché non si capisce con chi ce l’ho, quale sia l’arte che non mi piace.
Quella contemporanea? E cosa s’intende allora per “contemporanea”? Quella della nostra generazione, o meglio, di una o due generazioni fa? No, perché
Wahrol mi fa impazzire.
Quella informale? No, perché Pollock mi fa impazzire (tra l'altro diceva che un prato fiorito è bello e basta, non ci si rompe la testa per chiedersi che
significa...).
Non sto parlando di cos’è bello, è noto che il concetto cambia nello spazio e nel tempo.
M’interrogo semplicemente sul capire un’opera d’arte: cosa vuol dire? (primo) E’ giusto porsi il problema? (secondo) Quanto e cosa studiare? (terzo) E’ giusto
farlo? (quarto) Quanto queste prime quattro domande influiscono sul giudizio di un’opera- o del suo autore ?(quinto). E così via.
Come esempio prendo De Chirico: di fronte alle celeberrime Muse inquietanti, chi saprebbe dire cosa significa? Perché ha messo un castello sullo sfondo dei
manichini? Credo che nessuno saprebbe rispondere, se ovviamente prima non ha letto da qualche parte che col termine “pittura metafisica” s’intende…, oppure
una dichiarazione stessa dell’autore.
Poi magari ti può piacere lo stesso, perché i manichini sono belli, il castello è bello, la composizione è equilibrata, i colori sono belli…
Ma…che vò ddì?, come direbbe un romano. Allora la mia domanda è: perché devo studiare per guardare un quadro? Spero di aver reso cosa intendo: mi rendo
conto che non sapendo niente mi chiederei persino perché nell’antichità non si usava la prospettiva (inventata nel ‘400), dunque anche l’arte va studiata; ma
almeno fino al Novecento prima ti godevi l’opera.
Da quel punto in poi il timore è quello di dover prima macinare tomi su tomi di psicologia dell’arte, Argan, Vinca-Masini, nonché le biografie e i “manifesti”
degli autori.
Poi finalmente puoi vederti stò benedetto quadro, o scultura, e chiederti: ma che vò ddì?
(Non mi va la risposta tipica dell’astrattismo, che è compito dello spettatore cogliere nelle proprie reazioni il significato di ciò ch’è stato espresso. Nessuno mi
toglierà mai il sospetto che questa non sia che una furberia).
Tornando alla domanda di prima, qual è l’arte che non mi piace, forse è quella che tende all’astrazione pura, cioè quella “concettuale”. In altre parole: non mi
piace la difficoltà dell’arte moderna o contemporanea, (intendersi su questi termini è arduo), a meno che il risultato non stia in piedi da sé, come nel caso di
Mondrian.
Tutto ciò è risaputo: Apollonio: “non si può comprendere l’arte moderna ove si prescinda dall’intervento di una riflessione teorica”; Sgarbi: “dopo
l’Impressionismo, (che piace così tanto perché non abbisogna di studi), gli artisti complicano di nuovo tutto”.
Ma è proprio questo complicare che, salvo eccezioni, detesto.
A proposito di arte:

29.5.1.-FIRENZE

Parlando di arte, bisognerebbe partire da Firenze, ch’è la cosa dalla quale bisognerebbe partire anche se si vuole studiarla, l’arte, credo. E perché a Firenze è
nato il Rinascimento (Unità 11 dell’Electa: “Firenze, l’invenzione del Rinascimento”), e la nostra cultura affonda le proprie radici nel Rinascimento, si suole
ripetere (il chè non ha senso-ma è una convenzione accettata); e perché l’umanesimo riprende motivi classici e dunque è indifferente, nello studio, partire dalla
Grecia (come sarebbe più logico) oppure da Firenze per poi andare a ritroso (come ho fatto io). Ebbene, queste righe le scrivo da Firenze, anzi, da Sesto
Fiorentino, per la precisione.
Ma prima di parlare di Firenze vorrei dire che riprendo proprio da questa trasferta toscana a riscrivere dopo quindici giorni d’inattività (e soprattutto in
un’”altra vita”) e non sapevo cosa buttare giù. Ebbene, non sapevo cosa buttare giù e ho trovato dei vecchi fogli miei, autografi, dove si vede che anche allora
(era il ’96) non sapevo cosa buttare giù. Tuttavia, li riporto integralmente, perché io stesso mi sono stupito di quello che scrissi e che trovo buono, se non altro
per la coerenza che dimostro a dieci anni di distanza: vi sono infatti presenti molti dei motivi tipicamente “torelliani”: il non seguire un filo logico è il più
importante, e già allora spiegavo i limiti di tale operazione, se svolta in modo dilettantesco; l’introspezione; il difficile rapporto con le donne, etc. Tanto che, se
non vi fosse un preciso ed esplicito riferimento al tempo e al luogo, sono pagine che le si direbbe scritte oggi, o senza tempo, come quelle degli autori latini.
Significa che sto mantenendo la promessa di essere onesto, perché è difficile affettare la coerenza, checché se ne dica. Inoltre questa potrebbe essere la
prefazione dell’introduzione, o il prologo della prefazione, o quel che si vuole.
Ecco il pezzo:
30.-DIARIO DI VALENZA
(la mia formazione)
OTTIMA DECISIONE (O ULTIMA?) (DIARIO DI VALENZA) –Perché tenere un diario? Ma questo non è un diario; ho deciso di
scrivere perché è piacevole, rilassa e aiuta a pensare e forse ne sono capace. In data 26/04/1996, dunque, alle ore 21. 26, provo
a risolvere uno dei miei maggiori problemi (spendere attivamente il mio tempo). Mi chiedevo come fare per potermi esprimere a
livello intellettuale e creativo, per non essere “uno dei tanti” (non che ci sia niente di male!) e soprattutto per ritrovare un gusto
di saper apprendere le cose e saperle riferire e confrontare che credevo di aver perso da molto tempo (ed è così). Non mi
preoccuperò di seguire un filo logico, né le regole grammaticali (grosso errore, questo!) né un qualsiasi ordine di stesura delle
mie riflessioni (scrivo su ogni supporto cartaceo); l’ordine sarà semmai l’imporsi di buttare giù qualcosa nel momento in cui mi
viene in mente. L’idea è vecchia quanto il mondo, a ben vedere: tutti tengono un diario. Mi sono deciso a farlo solo quando ho
preso in mano i “pensieri” di Pascal. Vantaggi dello scrivere: il difficile sarà sforzarsi di considerare il “Diario” una spugna, solo
una spugna, di ogni cosa mi verrà in mente. Esprimerò opinioni, riferirò fatti che mi accadono durante la giornata, lottando
contro il desiderio di veder giudicati i miei scritti, chè così sarebbero troppo influenzati. Rimedio alla noia, volontà di migliorarsi
rileggendo a freddo i pensieri scritti a caldo e ogni altra motivazione mi sta bene, in quanto una percentuale nella scelta ce l’ha;
una più di tutte: è necessario continuare a scrivere affinché giunga ad un livello introspettivo tale da fregarmene degli altri da
un lato e migliorare invece il rapporto con gli altri dall’altro, in quanto avrò raggiunto una sicurezza totale (se esiste). Niente
date, a meno che non lo ritenga necessario.
RAPPORTO COI GENITORI. Dovrei fare un monumento ai miei genitori che mi mantengono ancora a 23 anni. Dei miei penso
che probabilmente mi capiscano meno di tutti, ma d’altra parte è così per tutti, e poi con quali doti compensano questo! Il loro
bene supera le leggi del vivere corretto (se esistono) e mi ritagliano un mondo perfetto (o almeno un mondo piacevole). E fino a
che punto ho ragione che non mi capiscono? E poi, l’abitudine di convivere non genera la necessità di andare d’accordo? E il
fatto che siano i genitori, solo questo, non basta a farli grandi e meritevoli di rispetto? Quest’ultima è la domanda più difficile,
forse ho troppo tempo per pensare e farmi dei problemi, problemi che porterebbero a dire che si è venuti al mondo per star
male e in questo caso la loro sarebbe una colpa.
A PROPOSITO DEI PROBLEMI , quali sono i problemi? Argomento bellissimo. A volte penso di non averne, altre penso
addirittura di essere io il problema. Problema di ordine di grandezze. Esiste sempre una posizione relativa alle altre;
bisognerebbe sempre, come dice mia madre, guardare chi sta peggio, mai chi sta meglio, prima considerazione. Forse sono
istintivamente abituato a guardare chi sta meglio, negli ultimi tempi, anche economicamente (ch’è l’unico punto di vista per il
quale non ne avrei motivo) ma soprattutto caratterialmente e intellettualmente o, in una parola, spiritualmente. O forse che mi
piacciono gli stati d’animo malinconici? Seconda considerazione. Niente di peggio che dover cercar di scrivere secondo la spinta
del dovere e non del piacere: non ne esce nulla di buono. Mi conviene interrompere qui e sperare che domani abbia non tanto
più soddisfazione nell’aver scritto cose valide, quanto più gusto al momento di scrivere le cose. Penso ancora solo un attimo alla
Chiara. Chi ci ha mai capito niente nella Chiara? Resto alla prima domanda sulla quale mi fissai allora: perché mi fece la corte?
Non mi sento bene mentre scrivo questo, sto ancora pensando ad un ipotetico lettore e dunque ho paura e sconforto di non
aver scritto chiaramente : ma chissenefrega? Debbo sforzarmi di essere io, almeno sul quadernone, ce la posso fare se lo voglio.
E allora, salto di palo in frasca, più oscuro sarò meglio starò, ma sì, facciamo così! Chissà che atteggiamento avrà domani la
Stefania. Possibile che se lei abbia voglia di parlarmi ed essere carina, io, tutto il contrario, e viceversa? Cosa che d’altronde
succede sempre anche con le altre. Non sono spontaneo, è questo il mio problema. Penso che sia tentata dall’avere una storia
esterna al suo ragazzo o forse ad avere un’altra storia, mollando il suo ragazzo, e non riesca a convincersene. Ma se c’è un
errore, è cercare di pensare per lei, che già si capisce poco lei, cosa posso capirci io? C’è, questo l’ho capito, una sorta di sfida
tra noi due, come chi avesse il coraggio di fissare più a lungo negli occhi l’altro/a, o qualcosa del genere, il che non mi sembra
un bene ma, se accade, sarà la nostra natura (oppure dobbiamo sforzarci di trovarne un’altra? Può essere). Parliamo allora un
po’ della Stefania. Il plurale non è maiestatis ma ho sempre la sensazione, quando sono solo, di non essere solo (chi sia l’altro
non ne ho la più pallida idea, anche se qualche volta mi ha fatto piacere pensare che potrebbe essere Dio,qualunque cosa
significhi questa parola), forse è per questo che sto bene da solo. La Stefi mi ha chiesto (il passato remoto è troppo difficile-o
colto) il 28 Settembre ’95, un Giovedì, se volevo andare a casa con lei. Ho cominciato a pensare a questo in maniera tanto
intensa quanto incomprensibile; chè probabilmente l’ha chiesto a tutti, per avere più compagnia. Eppure piano piano ho
cominciato a corteggiarla, più che per lei, all’inizio, per me stesso, per uscire dalla gabbia della timidezza, come quando si fa
l’elemosina per sentirsi buoni, ma anche se il barbone crepa non mi muovo di un centimetro. Ho scoperto così che la Stefi è
dura, terribilmente impegnativa, si vendica, e ha ragione di farlo se l’offendo perché io non ho ragione di offenderla. Andare
d’accordo con lei è per me voler andare d’accordo anche con la sua amica, perché ho la mente disposta assurdamente che non
potrei voler bene alla Stefi e litigare con la Francesca, chè sono sempre insieme.Quest’attività, se mi riuscirà, sarà già un
miracolo (dico lo scrivere disordinatamente) . Mollo la Stefi, e parlo dello stile di scrittura che sto usando. Una boiata! E’ come il
flamenco: sostanzialmente è casino, ma è un casino pulito. Sto scrivendo invece per niente pulito: non basta non seguire il filo
per fare gli originali. Oggi ho salutato la Stefi, cercando di essere carino: lei si dimostra molto fredda, non riesco a capirla; forse
non ha il coraggio di dirmi di lasciarla in pace, al contrario, si diverte a farmi soffrire (ma non posso crederlo fino in fondo). Io ho
paura di arrabbiarmi, quando le parlo, perché mi sembra di parlare al muro. Per lei sono un peso, ma quattro chiacchiere
potrebbe farle, inoltre ho capito che ci pensa anche lei, ma non so a cosa di preciso.
Questo è il pezzo di Valenza Po.
Buono mettere i capitoli senza titolo, come G.G.Marquez (nota a margine del foglio autografo di Valenza).
Ma Valenza non era bella come Firenze. A proposito:

29.5.2.-ANCORA SU FIRENZE

Ok., parliamo di arte. Sono a Firenze, in questo momento, dunque è ovvio che ci scappi qualche considerazione a proposito di questa città, partendo da questa
città, per tramite di questa città, giungendo a questa città, parliamo di arte.
La prima cosa che noto, da turista, è che Firenze è lasciata a se stessa, nel senso che è tenuta proprio male: al momento in cui scrivo (Marzo 2006) il battistero
è nero come il buco del culo di Ludovico il Moro (quello di Lorenzo, o come dicevan tutti, Renzo, non so), piazza Santa Maria Novella sembra il Vietnam (ai
tempi della guerra, ovviamente); l’inquinamento delle strade è superiore a quello dell’Arno, ch’è tutto dire, e viceversa. All’estero Firenze è forse più
considerata. In Italia bisogna essere studenti d’arte (e di studi superiori) per apprezzarla come si deve. I fiorentini naturalmente amano la loro città, i pochi che ci
sono rimasti perlomeno. Si calcola che a Roma (quattro milioni di abitanti il centro) le famiglie “romane de roma” siano non più di cinquemila. Figuriamoci F.,
che di abitanti ne ha 380000 (scarsi). Comunque F. è unica: è la città (io non lo sapevo) con la più alta concentrazione al mondo di capolavori dell’umanità
(sanciti dall’Unesco). In effetti, le tre grandi “Sante” (S.M.Novella, S.M. del Fiore, S.Croce) sono, sole, un’enciclopedia di arte, per tacere dei due maggiori
musei cittadini, gli Uffizi e il Bargello, (il secondo a mio avviso anche superiore al primo, per quello che significano simili affermazioni). Ebbene, voglio però
azzardarmi a dire qualcosa di blasfemo, per così dire, qualcosa di cui mi sono reso conto, sempre da turista, conoscendo la culla del Rinascimento poco a poco.
Ed è questo: F. non è che un villaggio medievale, dove però fortuite circostanze hanno fatto sì che vi si concentrassero, come detto, migliaia e migliaia di opere
d’arte. Non lo si dice per sminuire il ruolo della città, anzi: pochi si rendono conto che una data formella di una porta del Battistero è stata, non l’esempio più alto
di un certo stile (cosa già meritevole d’encomio e venerazione) ma addirittura il prototipo di un certo modo di fare cultura figurativa. Lo stesso dicasi per le
statue del Bargello o per certe tele degli Uffizi (non le solite, però: Botticelli è in realtà un isolato). Il punto è un altro, credo: F. è, p.es., minuscola, tra S.M.
Novella e S.Croce (ovest-est), cioè il centro cittadino, non corre un chilometro (in linea d’aria); lo stesso dicasi tra S.M. del Fiore e Palazzo Pitti (nord-sud).
Non che si misuri l’importanza dalle dimensioni, etc .
Firenze è comunque particolare: nell’800 esistevano in Francia persone (e artisti) che conoscevano l’arte solo per averla vista al Louvre, cioè conoscevano solo
il Louvre. Tuttavia, questa cosa francamente pazzesca mai è stata rimproverata ad alcuno quale limitatezza della sua cultura visiva. Analogamente, non
sogniamoci di rimproverare il quattrocentista o l’esperto del Cinquecento, però l’arte a Firenze parla questa lingua, peculiarmente: p.es., non mi risulta esserci
nemmeno UNA raccolta di quadri impressionisti. A ben vedere, così come, riferendosi alla Grecia classica, si parla di un cinquantennio, non di più (l’età di
Pericle) e così come, per quanto riguarda la Parigi fucina di Avanguardie storiche, si parla sempre di un cinquantennio, o poco più; allo stesso modo la Firenze
che detta il Nuovo in storia dell’arte, va dal 1401 (data del famoso concorso e nascita di Masaccio), alla metà del secolo, o poco meno.
Non che si misuri l’importanza dagli anni, etc.
Però, questo nuovo, me ne sono accorto sul posto, è di una specie diversa da altri “nuovi”, è molto distante dal sentire comune, nonostante il termine
“umanesimo”. Di Firenze, per meglio dire, dei suoi monumenti, si percepisce immediatamente l’ordine, e di qui deriva il bello: ma, appunto, lo si sente e basta,
non lo si capisce; per penetrarlo occorerebbe studiarlo, e ad alti livelli. Sto cercando di dire che, paradossalmente, e ovviamente, anche, la città forse più
celebrata del mondo come città d’arte è anche la meno conosciuta, capita, penetrata: piace ciò che non si sa, ciò di cui s’intravede la profondità dietro il mistero,
ma che resta mistero. Come una bella donna, del resto.Altrimenti, i milioni di pullman che giungono in visita annualmente, dovrebbero essere pieni di professori
e non di beceri ed ignoranti turisti, nell’accezione peggiore che si possa intendere.
Cioè, una cosa per specialisti, riguarda invece la massa (i logaritmi non riguardano la massa, sono appunto cose per specialisti; eppure Firenze è
universalmente apprezzata). Sarebbe appunto come se tutti s’interessassero ai logaritmi. E si badi che il Quattrocento in arte è l’equivalente dei logaritmi in
matematica, se non più difficile. E’ assurdo.
Ma è così.
Collegata a questa, non per parlare male a tutti i costi di questa città, che resta una delle glorie italiane, ma collegata a questa, v’è poi un’altra caratteristica: i
fiorentini, come i parigini, si sentono un po’ (molto?) superiori. Lo stesso Terzani, fiorentino, racconta un aneddoto nell’ultima intervista rilasciata, Anam: in
cerca di una cura (lui non volle mai chiamarla così) per il cancro, si accorse una volta di non credere ad un rimedio al quale invece tutti gli altri (che erano con
lui) credevano. Pensò, d’un tratto, d’essere, in quanto fiorentino, arrogante, perché proveniente da una città che ha già capito tutto da almeno cinquecento anni !
Sagace (e giusta) osservazione, no?
Per non dire di quanto possa apparire stucchevole al visitatore tale esplosione di cose da vedere. O di un dato artista. Come scrisse Mark Twain (Samuel
Clemens) in The Innocent Abroads: “adoro il genio straordinario di Michelangelo, ma non voglio averlo per colazione, pranzo, spuntino, tè, cena, cenone e
persino tra i pasti! A Firenze, ha dipinto o progettato tutto, e quello che non ha dipinto o progettato, era solito osservarlo stando seduto sul suo sasso
preferito!” E io aggiungo, con Twain: CHE PALLE FIRENZE!
E non mi riferisco allo stemma dei Medici. Il troppo è sgradevole, vale anche per l’arte. La cosa la notai già a Vicenza, dove hai paura di andare al cesso,
perché potrebbe essere quello del Palladio.
”Frightful”, direbbe Twain, spaventoso.
Bene, ed eccomi qua… Ricordate l’inizio del libro, dove parlavo dell’essere fuggito da un negozio? Ora sono nuovamente in procinto di fuggire, dal
benessere, per la precisione, dunque ecco a voi il solo ed unico nuovo capitolo:
(questo pezzo è scritto prima del precedente)
“chi ha sana la mente, al mondo non compete e non condanna”
(discorsi e aforismi del Buddha, Newton Compton)
Ora sto bene, non lavoro, vivo in una casa che è una reggia, da solo, con mia madre che rompe continuamente le scatole ma spesso non c’è…eppure voglio
andare via di casa, con “five thousand euro bill”, (sto ascoltando Merle), per vedere se riesco a mantenermi: perché? Non lo so. Ufficialmente è perché vorrei
stare DA SOLO (non sopporto nemmeno la mia immagine allo specchio, e sì che sono bello…), perché non ho una vita normale, non ho lavoro, non ho casa, non
ho ragazza (e questo mi pesa, sono stanco di masturbarmi), ho solo un’auto tuttofare della quale voglio assolutamente arrivare a capire come posso utilizzarla
come cesso (già ci leggo, ci mangio, ci dormo). In realtà so benissimo che, così come non trovo lavoro qui, non lo troverò a Firenze (è dove voglio andare), mi
troverò male coi coinquilini, i soldi mi basteranno un mese e mezzo scarso e mi mancherà tutto quello che ho, a partire dai libri, e dovrò tornare a casa, dove però
mia madre non mi vorrà più. E nemmeno ho più voglia di raccontarmi ch’è proprio questo che m’intriga, perché mi sento colpevole a non far niente e avere tutto,
voglio soffrire perché la sofferenza è importante, bisogna soffrire, anche secondo il concetto cristiano e via di questo passo.
Ma non è vero.
Sono fiero di non fare un cazzo, forse c’è più da vergognarsi lavorando, lo pensavano anche i greci, quanto alla sofferenza, ha ragione la Merini, quella ch’è
stata in manicomio: non serve assolutamente a nulla.
Allora? Non so, sogno di starmene un domani, come ho detto, in perfetta solitudine, mia madre, quando c’è, è impossibile; inoltre è l’abbondanza che ho
adesso che, si badi, non è che non mi rende felice, anzi, mi rende felice. Ma io diffido della felicità. Mi sembra di essere incosciente.
Comunque ho davvero intenzione di andar giù per mantenermi e chissà che non mi vada bene.
Al limite busserò a qualche convento. A proposito:

29.5.3.-SULLA CARITAS
(scritto in Toscana)

Sto cercando di mantenermi a Firenze, dormendo in auto (ma dichiarando di abitare a Sesto Fiorentino). La mia idea, di stampo piuttosto “gandhiano”, è che,
se anche vengono a sapere che dormo in auto, vedendo che dopo 1 settimana, 2 settimane, 3 settimane, 1 mese, 5 settimane, 6 settimane, 7 settimane, 2 mesi, 9
settimane, etc., qualche datore di lavoro (proprietario di officina, nella fattispecie), pensi: bè, forse questo ragazzo fa sul serio, proviamo a vedere se funziona
(d’altra parte lavorano i pakistani, i neri, i romeni), e senz’altro cercherà casa, se vede che ha un lavoro.
Infatti la mia idea era proprio questa: se vedo che qualcheduno mi prende per almeno un mese, poi mi cerco un monolocale in affitto da mantenere con i miei
soldi.
In poche parole, citando Gandhi: “il più duro metallo si arrende al grado di calore sufficiente. Nello stesso modo, il cuore più duro deve fondere
all’adeguato grado di calore della non-violenza. E non c’è limite alla capacità della non-violenza di generare calore”. (Harijan, 7 Gennaio 1939, p. 417).
Lo scriveva riguardo l’esercizio della fede (in Dio), che bisogna avere. Io lo porto, senza far violenza al pensiero del Mahatma, sul piano di quanto a lungo e
con tenacia debba insistere nella ricerca di un lavoro prima che capiscano che faccio sul serio. Ma anche il metallo più duro fonde alla temperatura adeguata,
come detto. Dunque, se fallirò, cioè se non troverò lavoro, sarà colpa mia (non avrò insistito abbastanza). Ma non posso perdere, in ogni caso. Non posso. Perché
qualche migliaio di aziende proprio non possono, tutte quante, rifiutare una persona decisa a collaborare. E a questo voglio arrivare: ad una pacifica, non-
violenta, collaborazione (v. il film).
Né debba spaventare il dormire in macchina per qualche settimana, chè in fin dei conti nella mia ho allestito un vero e proprio letto, comodo solo un filino in
meno di quello di casa (il limite più grosso è l’accessibilità, e la lunghezza non abbondante-ma comunque sufficiente); quanto al lavarsi, faccio come Messner al
Polo Nord, non ci si lava (ma al datore di lavoro chi glielo garantisce che un residente in zona si lavi più di me?). Mangiare non è un problema: cappuccino al
mattino (al bar), cena al supermercato (ho il fornello da campo) o da McDonald’s o al ristorante cinese o al forno (spesa media: 3-4 euro); mentre al mezzogiorno
vado in Caritas, cioè mangio alla mensa dei poveri. Il cibo ti tiene in vita e basta, è raro che sia buono (pasta scotta e sbrodolosa, carne poca e dura, troppe
verdure per contorno): però non costa nulla. Gli addetti sono quanto di più stronzo ci possa essere, specie quello all’ingresso, chè non capisco che criterio segua
per far passare le persone accalcate-e affamate (me compreso) davanti alla porta, o se addirittura ne abbia uno (di criteri).
Non è escluso che si diverta. Anzi, sicuramente.
E tuttavia, fanno volontariato e mangi gratis, che gli vuoi dire?
E qui apro un discorso sull’assistenza, sulla beneficenza e sul volontariato, per meglio dire, bisogna aprire tale discorso. Premetto che io sono assolutamente
incapace di prestare la mia opera gratuitamente (e del resto è ancora da vedere se sia in grado di prestarla a pagamento, cioè di lavorare, almeno per un periodo
superiore all’anno solare).
Ho provato ad andare in croce rossa, ma dopo due Domeniche mi sono rotto le balle (e meno male che non mi hanno chiamato per un’emergenza!).
Ho provato ad andare all’AVIS, ma dopo due Domeniche mi sono rotto le balle (ma qui è successo questo: prima di andare in sala trasfusioni c’è il colloquio
con un’infermiera, che vuole sapere un po’ la tua storia clinica-inutile, se gli esami stabiliscono che il sangue è sano. Fatto sta che a me capitava sempre una
strafica bionda che mi chiedeva: fai a modo? Forse si riferiva al fatto che di tanto in tanto vado a troie-però lei non l’ho mai vista. L’ho trovata una domanda
offensiva-e lei, fa a modo?).
Ho provato ad andare al bar dell’oratorio, ma mia madre ci va e non prende proprio nulla, dice, e così non ci sono proprio andato-neanche una volta.
Ma io, a prescindere dalla mia repulsione nell’aiutare gli altri (ma l’altruismo ha molte facce), vorrei ragionare sull’opportunità, addirittura, dell’assistenza, e
della beneficenza (cose da non confondere assolutamente). E’ nota, p.es., la posizione di Oscar Wilde, il quale trovava l’assistenzialismo, al pari del patriottismo,
l’ultimo rifugio delle canaglie. E io sottoscrivo.
E forse la pensava così anche Paolo VI, che nel Luglio 1971, alla nascita della Caritas, indicava per questo nuovo organismo pastorale, mete NON
assistenziali, ma pastorali e pedagogiche.
Ma mentre la beneficenza è in perdita, la Caritas, a ben vedere, non fa per niente beneficenza.
Infatti, credo che la beneficenza, per poter essere tale, debba non poter essere risarcita (in alcun modo). Es.: se al supermercato, effettuando un trasporto di
latte di pomodori, accade che il camion disposto a ciò si ribalti, e le latte si ammacchino, queste ultime non possono, per legge, essere messe in vendita. Ebbene,
mi si dice che in tal caso, i pomodori vengono donati alla Caritas, che li utilizza nella mensa dei poveri.
Questa però non è beneficenza, in quanto i soldi persi, il supermercato li riprende con la vendita dei prodotti, il cui prezzo è certamente fissato per coprire
anche questi imprevisti. Un’altro canale per la Caritas è l’Otto per Mille (o una parte di esso) che incassa la Chiesa Cattolica. Si vede bene che, di suo, la Caritas
non ci mette una lira, anzi, un’euro. Ci mette la mano d’opera, unicamente.
Però, in mancanza di sistemi automatici di somministrazione e/o distribuzione del cibo, servono persone fisiche che stiano in cucina e/o a servire i poveri (o a
chi ne fa le veci, come me).
Senza di loro, non potrei mangiare gratis. Lo debbo ammettere.
Non mi sembra opportuno aprire qui l’ovvio discorso “socialista”, vale a dire, bisognerebbe fare in modo che tutti lavorino e abbiano lo stesso, etc., discorso
che comunque, nella sua accezione pura e primitiva, marxista (nel senso letterale di “quel che ha scritto Marx”), resta ineccepibile, concettualmente.
Ma io credo, visto e giudicato il fenomeno dall’esterno (ma vivendolo), che non vada forse alla Caritas quell’ammirazione e quel plauso che le si
attribuirebbero ad un primo, frettoloso esame. Per tacere del sedicente spirito “evangelico”, pubblicizzato anche su internet, che io, fossi in loro, lascerei
decisamente da parte. (Se vuoi un’altra bistecchina, in mensa, puoi attaccarti al tram).
Vero è che le iniziative della Caritas non si limitano alla mensa per i poveri, sono molteplici, alcune meritorie, come la sistemazione ad ospizio per anziani di
antichi conventi.
Torno a dire che non avrei saputo come mantenermi, a Firenze. A proposito:

29.5.4.-DI NUOVO SU FIRENZE

Riparliamo di F. E’ ricchissima di opere d’arte, però il tessuto urbanistico è forse meno bello di Bologna, p. es. Voglio dire che ci sono, sì, la Galleria degli
Uffizi, ch’è tra i più grandi musei del mondo, se non il più grande per certi aspetti, il Bargello e compagnia bella; ma girare per la città, per le strade del centro
storico, non ti dà un intimo godimento come girare per le strade di altre città (l’eccezione forse è rappresentata dal borgo degli Albizi), più suggestive
urbanisticamente, a partire da un altro centro toscano: Siena. Un conto è infatti l’importanza, per la storia dell’arte, di palazzi, chiese e musei; altro è l’aspetto
della città percepita e vissuta passeggiando.
Gl’interventi ottocenteschi hanno infatti trasformato radicalmente (in peggio) F. E’ stato demolito o trasformato tutto ciò che si poteva demolire o trasformare
in chiave retorica e anche qualcosa di più (ovviamente te ne accorgi leggendo la guida TCI, p.es., non girando per strada). Il risultato è una città pur splendida ma
dimessa: si pensi solo al tentativo di ricreare l’Etoile parigina a piazza Beccaria, con esiti provinciali; o al rifacimento della facciata del Duomo, pacchiana a mio
avviso (e pure fa la sua porca figura: ma quella arnolfiana era ben più elegante). Così come il monumento a Dante davanti a S.Croce, o il neo-David a piazzale
Michelangiolo. Tutti interventi tanto euforici quanto scriteriati, tipicamente post-unitari (non post-moderni, chè il termine non ha senso) nel tentativo, che si
direbbe riuscito a giudicare dal turismo, di magnificare sempre più F.e il suo ruolo nella storia d’Italia. Attenzione, perché adesso vorrei aprire il discorso, non
chiuderlo, e sottolineare la ridondanza, spesso voluta, dell’arte fiorentina.
Faccio solo un esempio: Palazzo Pitti, per meglio dire, la Galleria di detto palazzo, che si direbbe più un magazzino, un deposito di quadri in attesa di
definitiva ed organica sistemazione museale, che non una quadreria godibile e possibile da seguire all’interno di un discorso storico-artistico: o no? E difatti non
si seguì alcun ordine didattico nell’allestire le sale, (per autore, scuola o cronologia), solo decorativo. Prescindo da una personale ripugnanza estetica, di gusto
assolutamente individuale, verso le reggie: troppo oro, arazzi, stucchi, specchi, etc (sembra quasi si sia voluto spendere in qualche modo l’enorme ricchezza a
disposizione, basta che sia, come in certe manifestazioni anche odierne del lusso-il Rolex tutto pietre preziose): il risultato è quasi sempre anti-elegante, indigesto
nella sua ostentazione (eccezione: Palazzo Vecchio, che infatti non nasce come reggia). Ma qui si vuole esagerare l’esagerazione: decine su decine di dipinti per
ogni stanza: come si fa a trovare bello ciò? E si badi che il discorso si può estendere a più cose di F. di quante non si credano.
Solo che quasi sempre il senso stomacante o stomachevole-come si dice?- che si potrebbe avere non viene percepito, per via di una maggiore grazia e sobrietà
dispensate nella disposizione degli elementi del linguaggio artistico.
Ovviamente, per i quadri in sé, Pitti è stupefacente, com’ebbe a notare un altro americano, Nathaniel Hawthorne: “è la collezione più interessante che abbia
mai visto”; basti aggiungere, p.es., ch’è fondamentale per capire Raffaello (con le altre raccolte fiorentine, romane, umbre, tedesche e le opere di Milano,
Londra, Madrid, Parigi, Washington).
Ma la sobrietà, l’uniformità urbanistica è maggiormente presente in altre città che non a Firenze.
A proposito:

29.6.-MILANO

A proposito di percezione, poi, aggiungo anche un commento su Milano, vera città d’arte, come Roma, Firenze e Venezia. E’ un fatto.
Allora, perché tutti dicono che è grigia e brutta?
Per due motivi.
Primo: perché giudicano la Milano dove abitano, cioè probabilmente fuori dal centro storico (ch’è minuscolo): lì non c’è niente di bello (in senso turistico-
fiorentino, per intenderci), si pensi a Porta Venezia; a parte che la porta non c’è più (sic!), la visione di quell’incrocio appare realmente grigia. Secondo: perché la
bellezza di Milano non viene percepita, al punto che anche chi sostiene che non è città d’arte, ha ragione. Cosa succede dunque?
Succede ch’è proprio l’”urbanità” di M. la sua bellezza. E’ l’unica città di respiro europeo in Italia, (non solo economicamente), e si vede. Non è, dicevo, la
bellezza fiorentina, ovviamente. Di archi perfetti e tranquillizzanti come quelli del Brunelleschi, qui ne trovi pochi.
Però con F. ha in comune due cose. Primo: gl’interventi scriteriati, e l’elenco è infinito e continua tutt’ora, con le sculture di Gae Aulenti in Piazza Cadorna,
p.es. (ma basti pensare allo stesso Duomo, meraviglioso ma che con il Lombardo non c’entra proprio niente: è avulso dal contesto). Secondo: dicevo che F., per
apprezzarla, bisogna intendersi di Storia dell’Arte: ebbene, M. anche di più.
Per questo “è brutta”. Perché per trovare incredibilmente bella Piazza Cordusio (quale è), per esempio, bisogna prima alzare gli occhi, e ci si accorge che non
sono condomini quelli che ti circondano, e poi conoscere almeno un po’ l’urbanistica ma direi la Storia dell’Urbanizzazione, della quale M. è un documento
unico (e basterebbe questo a farla “bella”).
Cioè, a M., unica in Italia, si assiste ad una cosa straordinaria: si vede l’uomo ai raggi x. E qui il discorso si complica (ed è per questo che il turista ignorante
che avevamo lasciato a F. arriva giusto a F., se ci arriva-come apprezzamento- ma non certo fino a M.).
L’Uomo infatti, e la prova è sotto gli occhi di tutti, non è un animale come gli altri: checché si dica che di tanto in tanto rimpianga lo stato di natura, nasce in
realtà per civilizzarsi. L’intelligenza, o almeno quella in potenza, lo porta infatti ad ambire ad uno stato di civiltà. E civiltà viene da Civitas, città, nel senso di
cittadini (la città fisica, cinta da mura, era l’oppidum).
(Non sto ad approfondire se sia, e in che misura, il raziocinio piuttosto che semplicemente lo spirito, la natura o la storia o che so io, a determinare certi
comportamenti tipicamente umani, come anche quello di associarsi e non d’isolarsi.Tutto questo lo lascio a psicologi, filosofi, sociologi e teologi).
Ebbene, a M. si assiste al passaggio, alla trasformazione, alla mutazione meravigliosa della società da agricola ad industriale. Sebbene sia
un’industrializzazione sui generis, proprio “all’italiana” (si pensi alla Metropolitana, risibile per storia ed estensione rispetto ad una Londra o una Parigi), il
centro di M. (chè M. è minuscola, come tutte le città italiane) conserva i palazzi e in generale l’aspetto che ci dicono cosa combini l’Uomo quando vuole
migliorare le proprie condizioni di vita. La M. che vediamo è (parlo sempre del centro) concentrata in trenta o quarant’anni di storia, a cavallo tra Otto e
Novecento; poi c’è la M. che tutti scambiano per M., perché tutti vi abitano, e che tutti giudicano brutta e grigia: questa è invece degli anni ’50 e ’60- ma a M.
non si è mai smesso di costruire, e si continua tutt’ora.
L’unica M. che ovviamente prendo in considerazione, quando parlo di città d’arte, quella che dicevo a cavallo dei due secoli (p.es. Via Torino o Corso
Venezia), la M. che per semplificare dico, sbagliando, Liberty, non è forse straordinaria? Con le rotaie del tram ovunque? Senza le automobili e le orribili insegne
dei negozi (ma qualcuna di vecchie ne conserva!), M. non è forse una cartolina? Estremamente suggestiva? Non ti aspetti forse di vedere ancora le carrozze (ma i
tram ne fanno le veci)?
Milano E’ città d’arte. Punto a capo.
E taccio dei musei e delle chiese.
Poi c’è la M. che conferma la nomea di grigiore istituzionalizzato: ma quella non è M.
E’ M. da un unico punto di vista: dell’assorbire apparentemente ad oltranza (continua a farlo) i nuovi arrivati. Tanto che mi chiedo se esista il milanese, come
tipo umano. Ma qui, ancora, doppia considerazione:
Primo, se accoglie, e bene, tutti, è proprio per il discorso che facevo prima: è un luogo dello sviluppo spirituale, e d’altronde non possono esserci altri motivi
perché, a differenza p.es. di Roma, l’enorme territorio circostante è controllato da un centro esiguo. E il verde è decisamente scarso.
Secondo: c’è il modo di trovare “bello” anche lo scorcio più trafficato, spoglio e meramente abitativo di periferia, basta sforzarsi di sentirsi “urbani” come la
città stessa, esercizio interiore che all’Italia non appartiene di certo, questo è vero.
Anche per questo, si può amare Milano.
Certo, l’urbanità dei suoi abitanti, li rende piuttosto arroganti (contrariamente al significato del termine).
Infatti, me ne guardavo tranquillamente la vetrina di un negozio di stivali, quando la proprietaria, o la commessa, me la ritrovo davanti; era chinata un poco, di
lato, mostrandomi il culo, come per voler parlare col negoziante accanto, il quale però non era lì. Senza dubbio, voleva attirare la mia attenzione, con quel gesto
(non capisco mai perché caspita non stanno DENTRO al loro bel negozio!), facilitata già dalla sua bellezza. Infatti, aveva i capelli di un biondo dorato, lisci, e gli
occhi di un azzurro brillante, due fanali; piuttosto minuta, ma formosetta; indossava una camicetta candida, un paio di pantaloni beige e ovviamente un paio di
stivali, alti fino al ginocchio.
Non ricordo chi dei due ha attaccato discorso (credo lei, forse dovevo andarmene appena l’ho vista); a un certo punto le chiedo, in tono pacato: “girano molti
cavalli, a Milano?”, battuta degna del più brillante humour britannico. Ed ecco che mi si fa incontro un tizio con fare minaccioso, come per volermi mettere le
mani addosso: perché? Dopo un po’, se ne va. Scambio ancora qualche battuta con la tipa, saluto e me ne vado. Il suo sguardo era serio, duro, fisso: che voleva?
Stavo solo guardando la vetrina! E l’altro tizio, che voleva? Stavo solo dicendo una battuta…
Milanese are crazy!
Tornerei là, per spiegarmi, ma sarebbe un trionfo per la Bellezza della tipa; trionfo o riconoscimento che, in questo caso, lei non si merita, di certo…
Non è certo la Maddalena. A proposito:

31.-SUL CODICE DA VINCI


(un’opinione)

Di sfuggita, mi capita sotto gli occhi tutto il bailamme provocato dal film Il Codice Da Vinci, sull’onda del successo del best seller dell’omonimo libro di Dan
Brown, e vorrei parlarne in questa sede.
Vi sono, a mio avviso, tre discorsi da tenere presenti:
1° discorso: la filologia, per così dire, del romanzo. Il libro io non l’ho ancora letto, né credo che lo leggerò mai, per un motivo molto semplice: ricalca, tranne
che per la splendida trovata dei dipinti leonardeschi, tutto ciò che si dice in un altro libro, i cui autori infatti hanno citato il Brown per plagio: Il Santo Graal, di
Baigent-Leigh-Lincoln. Apprendo dai giornali che poi Dan Brown è stato assolto dall’accusa di plagio, presumibilmente proprio per il lato “pittorico”
dell’intreccio, sufficiente a qualificarlo come opera originale. Ma gli “assunti” del romanzo sono gli stessi del testo citato, sostanzialmente: Gesù era sposato,
non morì sulla croce ma anzi la sua discendenza, approdata poi in Francia, costituisce quel Sang Raal, cioè Santo Graal, il cui segreto il Priorato di Sion ha poi
provveduto nei secoli a coprire. L’operazione appare semplice, almeno da comprendere: prendere un libro di successo e farne un Thriller di successo. Non credo
si sia trattato di altro.
2° discorso: è un bel romanzo o no? (la cosa più importante). Credo proprio di sì, perché 43 milioni di lettori non comprano un libro che non gli piace, anche
contando quelli (molti) spinti dalla pubblicità.
L’argomento è avvincente, i personaggi splendidi: manca solo uno stile sapiente e confacente a questo genere di libri, che, per la verità, non è- e non è mai
stato, nemmeno Sherlock Holmes- granchè in senso letterario e si può apprendere anche con un corso ( io comunque non ne sarei capace, onore al merito). Al
vecchio Dan gli è riuscito bene, onore al merito.
3° discorso: entriamo nel merito: sono bubbole o verità le cose dette nel libro? Molte cose sono state, prove alla mano, smentite come forzature e/o errori, se in
buona o-presumibilmente-mala fede non saprei dire. Si è fatto leva sull’ignoranza-non colpevole, credo, ai fini della lettura del libro, ma forse sì, dal punto di
vista del buon cattolico- del pubblico. Nell’originale, o ciò che io reputo tale, cioè il “Santo Graal” citato, vi erano già diverse tesi difficili da verificare, a partire
dallo stato civile di Gesù. Là si diceva che nei vangeli non si dice che Gesù era sposato, ed è proprio questo che fa pensare che fosse sposato, perché è come se lo
si desse per scontato. Il ragionamento non fa una grinza.
Accanto a queste ambiguità, ancora accettabili, vi sono però errori conclamati e forzature risibili, come detto.I vangeli apocrifi sono meno autorevoli degli
originali, ch’è tutto dire.
L’opera di Brown è di pura invenzione, dunque.
E da dimenticare. A proposito:

32.-UN VIAGGIO DA RICORDARE

Oltre alla “scaletta” che ho in mente, mi viene in mente il viaggio che ho fatto alla fine di Aprile di quest’anno (2006) a Mauthausen, viaggio splendido da un
lato (erano tredici anni che volevo andarci!), disturbante per una cosa assurda che mi è capitata.
Riguarda una sinistra figura che non avevo considerato al momento d’iscrivermi: l’accompagnatore!
Le cose sono andate così: a Febbraio mi torna la voglia di andare finalmente a vedere il lager di Mauthausen. La curiosità mi venne durante il servizio civile.
Ero in biblioteca e naturalmente nei tempi morti leggevo diversi libri. Me ne capitò tra le mani uno di un certo Pappalettera, dal titolo Tu passerai per il camino,
sulla sua esperienza in quel campo di sterminio. Chissà perché ma me ne innamorai (del libro, non del lager). Mi colpirono soprattutto due cose: le fotografie,
agghiaccianti, e il fatto che mi chiesi dove mai fosse questo luogo, e l’autore narrava il viaggio per giungervi: è poco dopo Linz, in Austria. Ma allora, mi dissi, è
facile andare a vedere: 1° se è vero tutto quello che dice il Pappalettera (era il mio primo libro sui lager) e 2° i luoghi delle fotografie.
Da allora, tutti gli anni, sotto Aprile, cercavo di associarmi ad uno di quei “Viaggi della Memoria” regolarmente organizzati in occasione della Festa di
Liberazione. Ma i problemi erano sempre due. O non c’era più il posto (infatti ci pensavo sempre troppo tardi!), o era proibitivo come spesa; oppure potevo sì
partire, ma per andare a Dachau, Auschwitz, Buchenwald, etc. Io invece mi ero proprio fissato con Mauthausen. Quest’anno ho avuto il colpo di genio: attraverso
internet ho cercato chiunque ci andasse, anche se dovevo fare molta strada per raggiungere il pullman che poi ci avrebbe portati in Austria. E infatti ho trovato
che il Comune di Trezzo sull’Adda organizza realmente un simile viaggio, ovviamente per le scuole; però era possibile associarsi. Così ho pagato la mia retta,
neanche elevata, e sono andato.
Purtroppo mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo, senza pensare ai problemi pratici (mi riferisco alla convivenza e ai rapporti umani con gli altri
partecipanti). Un po’ come Katherine Hepburn in Indovina chi viene a cena: “mia moglie si è fatta prendere da una sorta di foschia romantica che le ha
impedito di vedere qualsiasi problema pratico che si sarebbe venuto a creare”, come dice Spencer Tracy.
Difatti è accaduto che l’accompagnatore dell’agenzia viaggi mi è stato letteralmente addosso tutto il tempo, era la mia ombra. D’accordo che è lì per seguire il
gruppo, altrimenti non salirebbe neanche sul pullman. Però, inequivocabilmente, con me, ha fatto in modo, il perché lo saprà lui, di risultare asfissiante (con un
paio di momenti realmente pesanti). Ce l’aveva con me, certe cose si vedono. Non parlo del mettermi a tavola proprio con la persona che ci guidò all’interno del
lager, (la retorica fatta uomo, realmente scocciante: “toccate i muri, prendiamoci per mano”, e altre stronzate del genere), fatto nel quale ebbe peso, mi accorsi
subito, la cattiveria liceale di tutti gli altri ragazzi. Parlo proprio dell’essere, letteralmente, la mia ombra, mi chiedo persino come facesse; oltre ad infarcire il
tutto con espressioni del viso, atteggiamenti e sguardi malevoli e anche vere e proprie prese in giro. Ma sempre fatto in modo che ad un eventuale rimostranza si
potesse rispondere in termini innocentisti e cadere dalle nuvole. P.es.: vai al primo piano che c’è la tua camera, quando sa benissimo che non c’è (ma poteva
sempre dire: “io pensavo che ci fosse”).
Confesso che non sapevo cosa fare di preciso: rivolgermi alla polizia austriaca? O al Consolato, per poter tornare in Italia con mezzi miei? O aspettare il
rientro e chiedere i danni all’agenzia viaggi? In Italia volevo chiamare i Carabinieri, se ne dev’essere accorto, perché ha allentato un po’ la pressione. Non mi
sono lamentato perché continuavo a ripetermi che litigare con l’accompagnatore forse non è saggio. Ma ripeto quello che scrissi a proposito dei maestri di arti
marziali che mi rompevano le scatole: il lettore abbia fiducia che lui, inequivocabilmente, ce l’aveva con me. Perché? E che ne so? E’ questa ovviamente la cosa
più dolorosa: perché? Non starò simpatico a molte persone. Posso anche prenderlo per un atroce scherzo, ma un paio di momenti sono stati davvero pesanti. E
comunque, in generale è stato scorrettissimo.
Se il referente per eventuali rimostranze, diventa motivo di rimostranze, è finita, no?
Su internet ho poi scoperto che ad averne voglia si potrebbe chiedere un risarcimento all’agenzia per danno morale o, come si dice, danno da vacanza rovinata.
Per fortuna che non posso in coscienza dire che la gita sia stata propriamente rovinata: la visita al lager l’ho fatta e soddisfacente, anche. Ed era quello che
volevo. Anzi, sinceramente nel lager il brutto elemento non l’ho visto, anche se all’entrata ha rotto un po’ le scatole.
Comunque si meritava quantomeno un bello “stronzo” e/o “figlio di puttana” alla discesa dal pullman a Trezzo. Questo mi è rimasto in gola, (v. il Cap. 2.2.3.
del presente capolavoro), e sarà la mia croce vita natural durante.
Ma ognuno ha la sua croce.
Gesù la porta anche al cinema. A proposito:

33.-SUL CINEMA
(senza offesa!)

Una parte molto importante della mia vita (il che non è neanche vero, ma lo è, non fosse altro che dal punto di vista del tempo che mi assorbe), è il cinema.
Vorrei qui parlarne finalmente un po’male, perché non esiste arte o comunque linguaggio altrettanto considerato, se ne parla sempre bene, automaticamente,
universalmente, inspiegabilmente.
Io credo proprio per il suo ruolo di “tappabuchi” ch’è in grado di svolgere nella vita di ognuno; come la letteratura del resto, ma con un impegno da parte del
fruitore che risulta essere un miliardesimo del leggere un libro.
Chissà se qualcuno finora ha osato parlar male del cinema: se no, questo capitolo sarebbe meritorio già solo per questo, no? A prescindere dal fatto che abbia
ragione o meno.
Si possono fare alcune considerazioni :
*senza la letteratura, il cinema non esisterebbe.
Questo non è vero, anzi, “Cos’è il cinema? Lo sguardo della macchina da presa”: i critici (alla Fornara) sono soliti esporre questo quiz durante i loro
“corsi”.
I lavoratori che escono dalla fabbrica, è cinema. Giusto. Se fossimo tutti abbastanza fuori di testa da vestirci, uscire di casa, entrare in un cinema, pagare il
biglietto, sederci e guardare per un paio d’ore i lavoratori che escono dalla fabbrica. A parte che una fabbrica così grande non esiste, in realtà il cinema racconta,
con altri mezzi, cioè principalmente per immagini, anziché attraverso la parola scritta, delle storie. Dunque, la principale fonte da cui attingere sono, ipso facto, i
libri. Certo, ci sono anche gli sceneggiatori per il cinema, spesso ex-scrittori, e comunque anche la loro è letteratura, solo, fatta per il grande schermo. La cosa è
antica, per la verità. Cabiria, del 1913, celeberrimo film che venne spacciato per creazione dannunziana, era in realtà tratto da un romanzo di Salgari (Cartagine
in fiamme): lo stesso Vate lo seppe solo in seguito!Apocalypse Now è tratto da un racconto di Conrad: il merito credo che vada a Conrad, e non a Coppola! Certo,
nessuno l’aveva fatto al cinema, per questo ha fatto scuola. Bisogna guardare sia l’idea che il mezzo per esprimerla (e come viene espressa). Siamo d’accordo.
Però torniamo sempre allo stesso discorso: la storia è di gran lunga la cosa più importante, persino nei film d’animazione (la Pixar impiega la maggior parte del
tempo per lo “storyboard”, il resto lo fanno i computer). Ed io ci sono rimasto di sasso-o peggio-quando, confesso che non lo sapevo, ho letto Cuore di Tenebra e
ho capito che il film non solo è preso da lì, ma è semplicemente identico (persino la battuta sul garzone di bottega, nonché il nome del protagonista, Kurtz)!!!
Tant’è vero che, quando uscì Platoon, divenne subito quello il mio film preferito sul Vietnam. L’altro è solo il più suggestivo, ma non il più bello.
Ecconciò?, si dirà. Voglio solo dire che il cinema nasce da una costola della pagina scritta e, fosse anche solo per questo, non dovrebbe essere così considerato,
o perlomeno: diciamo che sicuramente non dovrebbe essere sopravvalutato (quale è). P.es.: Il Signore degli Anelli non si presta a farne una riduzione
cinematografica, non si può fare tutto solo perché tanto è cinema e dunque va bene. Lo stesso dicasi per Almost Blue (persino il libro è stentato, secondo me). Ma
qui forse ci sono motivazioni meramente economiche da tener presente.
Poi c’è il rovescio (positivo) della medaglia: il cinema “pop”, p.es., senza il fumetto “graphic novel”, non esisterebbe. Questo è vero. Le trasposizioni riuscite
sono però poche. E anche questo è vero.
Inoltre, a volte il film fa accostare al libro da cui è tratto, anche perché magari non lo si conosceva: un esempio per tutti: Mash, di Richard Hooker: quanti
sapevano che il famoso e spassoso film di Altman è tratto dall’omonimo romanzo del suddetto giornalista?
*ci sono troppi festival e premi, al punto che diventa difficile attribuire un reale valore ad un film.
Si faccia caso alla recensione di un film su qualsivoglia rivista specializzata. Spesso comincia con una di queste formule: “applaudito a Berlino”; “fischiato a
Venezia”; “premiato a Toronto”; “in concorso-o fuori concorso-a Cannes, il film tratta di…”. Come fa il lettore a non restare influenzato, a livello subliminale, da
queste premesse? Eppoi lo stesso Oscar, al quale si attribuisce un’importanza esagerata, io credo perché statunitense, quante volte ha coinciso con la qualità
(tranne forse i premi tecnici) cinematografica? Cary Grant non ha mai preso un Oscar, solo uno alla carriera . E’ che incentivando festival e premi si continua a
creare domanda per dar modo a chiunque di lavorare nel cinema. Operazione tutto sommato non così colpevole, ma che determina la seguente considerazione
*i film belli, non quelli che piacciono, quelli belli sul serio, non sono che qualche centinaio su milioni e milioni. E vado subito a spiegare la differenza.
Premetto che personalmente sono di bocca buona e guardo-e mi piace-praticamente tutto.
Però le pellicole che innovano il linguaggio cinematografico sono rare. Vero è che si potrebbe sostenere che, come in arte del resto, se debbo prima studiarmi
volumi e volumi sulla materia per apprezzare l’opera, c’è qualcosa che tocca, come si dice dalle mie parti.
D’altronde non esiste un film “nuovo” senza evidenti pecche di lavorazione. Il neorealismo italiano, universalmente apprezzato, p.es., contiene anche sviste
macroscopiche. Rossellini dichiarava che se avesse dovuto scrivere prima la messa in scena, la relativa colonna sarebbe rimasta vuota. E lo stesso dicasi per la
colonna dei dialoghi, quasi improvvisati (meglio: erano scritti, ma lui li forniva agli attori solo all’ultimo momento). Si lasciava che il film si facesse da solo, per
così dire, perché si voleva che la realtà si raccontasse da sé (Zavattini: il fatto è la storia, e non la storia che lo contiene). Ecco perché “realismo” (il “neo” lo
lasciamo perdere, ai nostri fini). Ciò che però ha determinato la fine del movimento (che curiosamente, come il R&R, è durato tre anni, inteso come “germe”,
novità, esplosione, prima generazione, etc.).
E d’altronde è un merito anche riuscire a fare un film che piaccia alle masse, oggi si dice un “blockbuster” o “di cassetta”; anche se forse è più mestiere che
passione, e sicuramente non genio.
Ma il sospetto resta: trattandosi d’industria, il cinema sforna ogni anno migliaia di prodotti mediocri. Anche quello indipendente, che peraltro, come sostiene
l’attore Willem Dafoe, non esiste che nel nome. Ed io detesto i film d’essai proprio perché si confonde, quasi sempre, la povertà di mezzi con un maggiore
impegno artistico.
Diverso il discorso per quanto riguarda i cinema d’essai, che sono spesso molto raccolti e carini (nonché, ormai, gli unici esistenti in centro storico, dopo
l’avvento dei multisala)
*la maggiorparte dei film è forse di genere, nel senso proprio del termine; dunque la qualità, da un lato, ne risente, dall’altro, si può dire siano prodotti per
“maniaci”. I film erotici (non porno), per esempio, come i film dell’orrore, hanno l’unico scopo di presentare una serie di situazioni che soddisfino il voyeurismo
e la morbosità del pubblico, e che sono necessariamente tutti uguali e dunque noiosi, a meno per l’appunto di essere dei maniaci.
Come chi va ad Amsterdam sostanzialmente per vedere una splendida vetrina sul passato, e chi invece ci va per farsi tutto il giorno ed andare a puttane tutte le
sere: lo fa perché in realtà ogni singola esperienza di sesso e/o droga è diversa da un'altra. Dunque si potrebbe sostenere che i film horror (o le canzoni Country)
non sono tutti uguali, come appaiono invece alle masse. Ed è vero. A patto di essere dei maniaci, per l’appunto
*(da prendere con le molle): gli attori, come i calciatori del resto, sono socialmente persone di serie A. Perché?
Non si può fare il solito discorso puerile sul perché vengono pagati così tanto: perché c’è molta gente che li va a vedere, ovvio. E a questo punto cade anche la
diatriba sul se sia giusto o meno. Ma son pagati davvero tanto, la media è seicentomila euro al mese per un calciatore e migliaia di volte l’ingaggio di una
comparsa per un attore. Per questi ultimi, persino il minimo sindacale è un lusso. Vero è che l’attore è uno dei mestieri più difficili che ci siano, come dice Foa,
tra gli altri.
E comunque bisogna distinguere i due lati della medaglia, per così dire: cosa c’entra il risultato (il film) con il quanto sono considerati (e pagati) gli attori?
Bene.
Resta il fatto che, specie negli Stati Uniti, un attore è una persona che, se ci fossero le caste come in India, sarebbe immediatamente sotto ai Rajà, che sono
notoriamente l’aristocrazia più ricca del mondo.
Torno a chiedere: perché? Non sono “ispirati”, fanno solo il loro job, come direbbe Ben Kingsley (e lui è un grandissimo), e job vale anche se fai
l’imbianchino o l’ortolano. Non sono nemmeno virtuosi, come persone, chè non ce n’è uno che non abbia o abbia avuto problemi di alcool, droga, violenza,
matrimoni, giustizia e chi più ne ha più ne metta. Forse la gente non si sa accontentare della propria vita e della propria (spesso) ricchezza, e guarda agli attori
come ad un sogno, o forse sono le divinità del nostro tempo (e d’altra parte i centri commerciali sono i nostri luoghi di culto, secondo un convincente saggio
americano uscito qualche tempo fa);
vero è che il lato attoriale, di recitazione in senso stretto, al di fuori della macchina-industria Cinema, della produzione, della post-produzione, etc, è uno dei
due unici ma meravigliosi aspetti diciamo positivi di quest’arte industriale, non perché gli altri aspetti siano negativi, ma abbiamo visto che sono obiettivamente
piuttosto sopravvalutati.
La recitazione in senso lato è la vera ragione d’essere del cinema, secondo me, e la vetta più alta, anche. Anche al di là del risultato, meglio, del prodotto finito
(il film stesso). Parlo soprattutto di chi recita esclusivamente con la mimica, o con lo sguardo (il cinema nasce muto), oppure, oggi, con la voce. Gli esempi si
sprecano: storicamente, basta citare Buster Keaton o Charlotte; in Italia, basta citare Totò, la cui recitazione eccezionale e addirittura unica fece compiere per
decenni ai critici un errore di prospettiva (l’errore è che non dettero alla sua bravura il giusto peso e si soffermavano sui film, effettivamente di qualità modesta;
ma il suo personaggio varca i limiti della scena e dunque anche i film diventano memorabili).
L’ultimo caso analogo che ho visto è stato V per Vendetta : il film è dejà-vu e niente di speciale, ma quando penso che V porta sempre una maschera, Hugo
Weaving, l’attore, e Gabriele Lavia, la voce italiana, rendono la pellicola a mio avviso storica.
*L’altro meraviglioso aspetto, oltre alla recitazione, del cinema, è forse più nascosto: la tecnica di proiezione (e, oggi, i sistemi del suono). La storia dei
proiettori cinematografici è straordinaria; peccato che in Italia ci sia una sola (parziale) raccolta di queste macchine destinata ad esposizione museale (a Torino),
oltre ovviamente alla raccolta Minici-Zotti di Padova, sul pre-cinema; eppure da noi ci sono le maggiori aziende produttrici (Cinemeccanica, Prevost, Pio Pion,
Fedi, tutte milanesi) e i migliori montatori alla moviola.
E ancora più peccato che chi ha preso il tesserino per fare l’operatore (come me) o non trova poi da lavorare (un multiplex con nove schermi funziona con due
soli addetti), o, con la tecnica d’oggi, non ne avrà comunque alcuna soddisfazione.
Ma tornando alla tecnica, il suono lo trovo eccessivamente sviluppato: se nel film piove, e sei molto vicino all’altoparlante surround dedicato all’”effetto
pioggia”, non riesci a sentire i dialoghi. Se c’è un’esplosione, ti trema la poltrona sotto il culo…Quando c’è lo stereo, credo che ci si possa accontentare…Non
capisco questa rincorsa alla sala di registrazione…
Andrebbe invece migliorata la visione, a partire p.es. da dispositivi che garantiscono una messa a fuoco ottimale. Che spesso è invece approssimativa, e
soprattutto non uniforme su tutto lo schermo…
*Sfogliando la rivista Best Movie, mi è capitato un articolo che illustrava tutte le “scuole di cinema” esistenti in Italia (sono 14, legate ai più vari mestieri
attinenti a quest’industria), e debbo dire che faccio una pessima figura a voler denigrare qualcosa che dà a così tanta gente la “pagnotta”.
Dunque meritevole di rispetto, e la “cosa” in questione e questa gente.
Ma anche sulle scuole di cinema c’è molto da obiettare. Servono davvero? Non sono troppo care?, etc. etc. Ma su questo ci vorrebbe forse un altro libro.
*Ci sarebbe poi una considerazione alla quale non avevo pensato, me l’ha suggerita Ennio Morricone in un’intervista radiofonica: essa potrebbe essere il vero
lato meraviglioso ed oltremodo positivo del cinema, ed addirittura necessario, come linguaggio; e potrebbe far cadere nel ridicolo quest’intero capitolo. Ed è che
il cinema è un’arte onnicomprensiva, cioè che racchiude molte altre arti, o meglio linguaggi: infatti Morricone è apprezzato quale scrittore di colonne sonore
filmiche, non quale musicista compositore (c’è una bella differenza). Il profano non valuta, perché non gl’ interessa, l’influsso di Stravinskij sulla sua musica; si
limita a ricordare il “scion scion” di Giù la testa , e ad andare a noleggiare il film.
Qui c’è già la critica alla comunque utile osservazione introdotta; cioè, questo riunire molte arti insieme è forse più un limite che un pregio del cinema. Così
come quando Adso chiede a Guglielmo che lingua parla Salvatore: “tutti i linguaggi, e nessun linguaggio”…
*Oppure, questa commistione di linguaggi che è il cinema, e che influenza non poco anche il fumetto (v. anche il Cap.9.5), è sì positiva, ma non bisognerebbe
dimenticare che il cinema rientra tra le arti che sono anche mezzi di comunicazione di massa, o tra le comunicazioni di massa artistiche che dir si voglia, o tra le
arti industriali, o... spero di aver reso il concetto. Bè, chi fa il DAMS sa forse dire meglio di me cos'è esattamente il cinema; io vorrei mettere l'accento sul fatto
che è DI MASSA.
Bisogna a questo punto andarsi a rivedere i manuali d'introduzione all'arte, i quali mi sembra concordino sul fatto che la massificazione dell'opera d'arte è fatto
storicamente sconosciuto, è qualcosa di molto recente, di contemporaneo; e rimette in discussione la definizione stessa di opera d'arte. Il Kitsch, sinonimo di
"brutto" (anche se non nasce con quest'accezione), ha l'identico fondamento del cinema, cioè di voler rendere accessibile alla massa il fatto artistico, anche se
"Kitsch" significa soprattutto "falso" (brutto perchè si spaccia per vero senza esserlo) e non so in che senso il cinema si adegua al concetto; comunque infiniti
film sono "fatti in serie" e da questo punto di vista spacciano il mestiere per arte, il falso per il vero si potrebbe dire-ed è qui che forse si riaffaccia la nozione di
Kitsch;
*...............................................................................................................................
Non vorrei aver offeso gli addetti ai lavori. A proposito:

6.7.-LA STORIA DEI MIEI LAVORI


(sull’Insostenibile)

Perché non parlare un po’ della mia vita lavorativa? Lo spunto viene dalla lettura di uno dei romanzi di Svevo. All’inizio del libro c’è sempre la scheda bio-
bibliografica dell’autore. Tra i suoi racconti, figura “La storia dei miei lavori”. Però io non l’ho letto, e nemmeno internet mi sa dire di cosa tratta. Mi fermo al
titolo. E provo anch’io a fare la storia dei miei lavori.
C’è già un libro, che amo molto, incentrato sulla perenne ricerca di un lavoro: Factotum, di Bukowski.
In effetti, diversi lavori li ho mollati dopo due o tre giorni, e uno la sera stessa del giorno in cui sono entrato: proprio come capita a Henry Chinaski nel
romanzo. Già che ci sono, vorrei sottolineare l’importanza di Charles Bukowski in letteratura, poiché in lui si sente che non c’è dietro una cultura, solo uno stile.
Questo non significa che si possa fare a meno di leggere i Classici, come sosteneva Montanari (v. Cap.20). Ma sarebbe vano cercare i riferimenti in questo o
quell’autore, anche se lui ammette di avere i suoi preferiti, ovviamente; ma non è che Bukowski si sia letto decine e decine di classici, magari in lingua originale,
e poi si sia messo a scrivere; si è messo a scrivere e basta. Il risultato è lo stesso, come fa notare lui: se hai uno stile, hai il tuo metodo che continua mentre
tutte le cose vacillano.
Si può durare con l’autorità del grande autore latino, oppure solo con la piacevolezza del testo.
Bukowski è un ignorante che scrive bene.
In questo, lo sento molto vicino.
A proposito del durare in letteratura, poi, si può ancora dire qualcosa.
Il Decadentismo sentiva il crollo di una civiltà, si dice. Mi sono sempre chiesto cos’è questo clima di disfacimento che i libri di storia pretendono di attribuire
ad una data società in un dato periodo storico. Lo si fa spessissimo: non solo il secondo Ottocento, (però poi sfociato inspiegabilmente nella Belle Epoque), ma
anche il Trecento (sfociato nel Rinascimento), il Settecento (sfociato nella Rivoluzione Francese e dunque nell’età moderna), ed anche più indietro nel tempo, o
negli stessi periodi citati, sarebbero “zone oscure” nelle quali la gente, disperata, manifestava tutto questo nelle arti.
Mi chiedo semplicemente: quando mai la storia è stata rosea e felice.
La serenità è riservata solo a santi, eremiti e stiliti?
Che non sia uno stratagemma critico questa bufala dei periodi di decadenza?
E’ noto il mio punto di vista sul lavoro, assolutamente negativo. Gli attribuisco il merito, quando ci riesce, di addormentare la coscienza: poiché come si sa, la
vita oscilla tra il dolore e la noia. Ma è anche il suo delitto, poiché gli uomini si dedicano al lavoro “come fanciulli assorti nel gioco” (indovinate di chi è?
Esatto, sempre lui). Quasi tutti però debbono lavorare per vivere e anche a me piacerebbe potermi mantenere. E naturalmente è meglio mantenersi facendo quello
che piace.
Per questo avevo aperto un negozio e per questo l’incipit della mia immortale fatica (il presente testo) è dedicato a questo tema.
Ma già là si capiva che, come dice Hess, non bisogna rimpiangere nessun lavoro. Perché il lavoro non è che un mezzo, non il fine. Perché, come dice
Maupassant, bisogna istintivamente diffidare di tutto ciò che riesce ad inculcare una qualche speranza nella vita. Perché, come tutte le attività umane, il lavoro è
soggetto ad incidenti ed accidenti di ogni tipo.
Infine perché, come si dice del papa, morto uno…
E se proprio non si riesce a lavorare, sempre che si abbia un letto e un piatto di minestra, (il famoso “famiglismo italiano”), meglio così.
Il mio atteggiamento nei confronti di questa croce che tutti ci portiamo non può essere diverso da questo. (questo non significa che non mi darei da fare se
trovassi da lavorare).
Per indole, prima di tutto, chè il lavoro manuale, non ho il fisico, e quello intellettuale, non dev’essere coatto, cioè imposto. Ma anche per ragionamento,
letture, formazione. E a questo proposito davvero potrei inserire qui un volume di un migliaio di pagine di citazioni di personaggi che la pensavano come me e
che forse incontrano maggior credito presso il lettore.
Anzi, come dice S.Giovanni (XXI, 25), a volerle scrivere, il mondo non è abbastanza grande per poterne contenere tutti i libri.
Basti qui nominare gli antichi Greci, dei quali De Crescenzo dice argutamente che i nostri meridionali ne abbiano ereditato l’amore per la speculazione,
passeggiando, sulla piazza del paese. E naturalmente è difficile lavorare in queste condizioni! (ma i terroni sono i migliori operai).
Tornando alla mia vicenda personale, si può dire che nel mio piccolo ho fatto un po’ di tutto: dal commerciante, dunque lavoratore in proprio, all’operaio,
dunque lavoratore dipendente, all’orafo, dunque lavoratore artigiano, al vendemmiatore, dunque lavoratore agricolo, al consulente editoriale, dunque lavoratore
rappresentante, al disoccupato (dunque…non lavoratore). Tranne l’ultima figura, che modestamente incarno tutt’ora a 34 anni (!), le altre sono durate davvero
poco, dell’ordine di mesi-e a volte di giorni; come attenuante, non sono (quasi) mai stato io a voler abbandonare: è che mi hanno sempre, come si dice in gergo,
“silurato”. Cioè, l’ambiente di lavoro, umanamente parlando, era insostenibile.
Ovviamente, sul lavoro bisogna rendersi disponibili, per ripetere le parole di un’odiosa segretaria di una ditta che voleva assumermi. Da qui a tormentare
l’operaio, però, ce ne passa. Non sto parlando del lavoro, ma dell’ambiente di lavoro. E’ una cosa puramente psicologica, non per questo meno vera ed
importante. E terribile.
Non credo che, nel novanta per cento dei casi, al giorno d’oggi ci si possa lamentare di quant’è duro il mestiere di operaio. Da questo punto di vista,
bisognerebbe forse guardare di più alle condizioni d’inizio Novecento, p.es., e comunque pensare che alle 5 p.m., sei libero e bello. Però, scherzi a parte, a parte
il caldo d’estate, il vero problema sono gli altri operai, il caporeparto e compagnia bella.
Come sempre, l’uomo. Chi fa cosa.
Sono il primo a dispiacersi di raccontare sempre al lettore quanto mi trattano male tutti.
E perché rompo le scatole e perché francamente, me ne rendo conto, la cosa non è nemmeno verosimile.
Se non è verosimile, è però vera, mi si creda e voglio scrivere di questo un po’ per terapia mia, un po’ perché queste cose non mancano mai, o quasi, di un lato
comico.
In una delle ditte in cui ho lavorato, p.es., uno dei due caporeparto era la mia ombra (si veda il Cap.32 del mio saggio Betrachtungen), sulla linea, in sala
mensa e talvolta in bagno. Il termine “ombra” dovrebbe bastare a rendere l’idea di quanto mi stesse addosso, senza che io faccia il melodrammatico.
In queste condizioni non si può lavorare, ovvio. Un’altra volta, mi hanno fatto cambiare mansioni fino a quando non hanno trovato quella che mi ha costretto a
lamentarmi.
Nove anni prima mi ero rotto il ginocchio, e chiaramente la gamba, in certe condizioni, mi darà sempre dei problemi. Ebbene, mi han fatto portare dei coperchi
di ghisa in braccio fino a quando il ginocchio non mi ha fatto male, lo giuro.
Il medico (?) interno non si sapeva pronunciare in proposito (!)
Un’altra volta ancora, hanno accelerato il rullo trasportatore fino a farmi cadere per terra tutti i cornetti che stavo mettendo nelle teglie, con conseguente
terribile cicchetto (urla da SS) del responsabile. Aveva ragione lui, tranne che per un dettaglio: era IMPOSSIBILE per chiunque tenere il passo a quella velocità
(per questo c’è il “fungo” rosso di STOP, no?).
Altre volte persino in fase di colloquio mi si prendeva per il c…, altre volte ancora, col contratto di assunzione in mano, al mio presentarmi il primo giorno, mi
si diceva che non c’è più bisogno (quest’ultima cosa sì ch’è incredibile! Ed è vera anche questa).
Certo, leggendo tutto ciò, non sembrano cose occorse con malizia di una delle parti in causa, sembrano cose casuali, normali. Il caporeparto controlla,
semplicemente, la mansione pesante può capitare, il rullo può capitare che acceleri, quella volta del contratto è stato un semplice qui-pro-quo, e così via.
Certo…
Non capisco due cose, però: perché può capitare, ma SEMPRE A ME?;
e secondo: perché può capitare DECINE DI VOLTE?
Dalle mie parti si dice (in dialetto): “c’è qualcosa che tocca.”
Lo facevano apposta, i figli di puttana, tanto “può capitare”!
Sono del resto sicuro che queste cose, voglio dire proprio: fatte con malizia ma che non sembri, siano capitate a tutti, qualche volta. Appunto, non a uno solo, e
sempre!
Ma non mi si può biasimare, caro lettore, se poi mi licenzio/licenziano, no?
E se cerco di mantenermi scrivendo. A proposito:

12.2.-ELOGIO DEL MIO SCRITTO BIS

Riguardo ciò che sto scrivendo, si può ancora dire qualcosa. Non è né un’opera di fantasia, e la letteratura è invece in ogni caso invenzione, anche quando è
memoria (come ho spiegato altrove), né un saggio o un libro divulgativo. A me piace proprio perché si tratta di altre due cose: ricordi personali, sia pure “sui
generis” ; e opinioni personali sui più svariati argomenti. Ma questo è il punto: a chi può interessare? (v. il Cap.22).
Un libro, infatti, o diverte, o insegna. Il mio diverte, ma solo l’autore (me stesso); e non si può dire che insegni alcunché, anche se talvolta spero faccia
riflettere.
Per questo ne vedo difficile la pubblicazione.
Per me gli autori più seri sono quelli che “formano”, tutto sommato, e non sto assolutamente cercando di sminuire chi si è prefisso “soltanto” lo scopo
d’intrattenere. La pensava così anche Maupassant. Nonché tutta la corrente dei Bildungsroman. Difficile sostenere la bontà dell’una a scapito dell’altra “scuola”
(anche se scuole non sono). Una cosa è certa: chiunque ha bisogno di esempi, oggi si dice miti e sono perlopiù attori e cantanti. Ma anche uno scrittore può dire
la sua da questo punto di vista.
Se non è “leggero”.
Ma mi sto accorgendo adesso che tutto ciò che sto scrivendo non ha senso: intanto è difficile delineare un confine: Hemingway non era certo un moralista,
dunque cosa insegnava?, i suoi erano racconti d’avventura, si può dire; e tuttavia traspare dalle pagine un senso della vita (e soprattutto della morte), una
“misura” che a ben vedere insegna qualcosa.
(Sugli obiettivi dello scrivere, inoltre, si veda quanto già detto in 22).
Ma c’è un autore che potrebbe essere, negli intenti, il mio ispiratore: Chateaubriand. La sua opera maggiore infatti, i memoires , non sono che esperienza di
vita. Ricordi.
Come i miei.
Bè, ovviamente il suo lavoro s’intreccia con la storia del suo tempo, cosa che io invece lascio da parte, perché oggi sono tutti cronisti; inoltre utilizza termini
ricercati, spesso violenti ed arcaici, cosa che io lascio perdere, visto il mio vocabolario di un centinaio di parole (ma quando parlo ne uso meno); inoltre è
pervaso dalla religione, altra cosa che trovo francamente stucchevole (su questo scriverò forse qualcosa in seguito); e ci sono anche un mucchio di parole su un
imperatore…ma c’è anche qualcosa di fantastico, di moderno ed eterno al tempo stesso.
Non mi sto paragonando al vecchio Francois-René, però ripeto che, nel fare letteratura non raccontando una storia ma raccontando la propria storia,
l’esperienza di una vita, i nostri lavori (solo in questo), sono simili…meglio, lo saranno tra qualche decina d’anni, se campo. E mi sento piuttosto vicino anche a
Bukowski, come ho appena scritto, o perlomeno, più vicino a lui che a Dante…
Non vorrei poi fare la figura del “tuttologo” come quelli che si vedono in televisione, perché mi accorgo che voglio parlare un po’ di tutto. Cerco comunque di
documentarmi molto quando affronto un argomento nuovo. Se lo facessi di più, non potrei più scrivere, o potrei farlo su di una cosa sola.
Ma ho troppi interessi.
Schopenauer, quando voleva parlare di qualcosa, doveva diventare per lui familiare. Quando volle esprimere un’opinione riguardo il teatro, studiò questo tema
per un intero inverno (!). Senza arrivare a ciò, io spero di non arrivare a dire castronerie troppo grosse.
Avrei peraltro precedenti illustri. Mi piace pensare, quando insisto sulla bontà ed unicità del mio eccellente ed immortale risultato della mia mente geniale, al
già citato (v. su questo la mia dissertazione al Cap. 22) Barone di Munchausen.
M’immagino anzi già ciò che certamente avverrà:
il mio libro sarà pubblicato da Bompiani, al che l’editore, restando impressionato, si chiederà perché mai ha sempre pubblicato Eco, che sfigura al mio
cospetto (sarebbe come paragonare la Cinquecento con la Ferrari). Gli altri editori (di tutto il mondo, e anche nella luna) faranno a gara per avermi nella loro
scuderia; ma io, già più ricco di Bill Gates, e forse dello stesso Eco, declinerò cortesemente l’offerta. Le enciclopedie mi avranno in copertina, con una bella foto
di Helmut Newton, resuscitato per l’occasione. E il mio nome sarà celebre per sempre, (non potendo più fare come Dio, che lo è sempre stato), oscurando
qualsiasi genio possa venire in mente, Platone, Tommaso e forse lo stesso Eco.
In allegato alle mie opere, un certificato di autenticità, chè qualcuno potrebbe trovare bizzarre le mie storie, senza per questo essere meno vere.
C’è poi da osservare che anche Umberto Eco fa il tuttologo sull’Espresso, quando scrive le sue famose “Bustine”. Ovvio che ha più titoli di me per poterlo
fare, ma vorrei qui far notare che nemmeno lui si può dire, a rigore, tuttologo. E mi rendo conto che è incredibile il numero di argomenti, i più disparati, sui
quali ha scritto dei saggi (e che saggi!). Però, più di una volta e più di due, ha scritto delle vere e proprie castronerie, riconosciute come tali non certo solo da
me. P.es, una bustina intitolata “Quell’ora che batte dove il tempo duole”, nella quale contestava le troppe funzioni degli orologi cosiddetti “complicati”, forse
dimenticando che, per definizione, tali orologi DEBBONO avere molte funzioni, ovviamente anche superflue (ma che tali non sono, nell’ottica del tipo di
oggetto di cui si parla).
Al punto che anche una rivista di orologi (di parte dunque, ma anche competente) sbottò: ma Eco che c… scrive? Perché non si occupa di Semiotica, ch’è la
sua materia?
E per la quale ha scritto testi fondamentali per la diffusione di questa disciplina in Italia? Un altro suo libro ignobile è A passo di gambero. Per non dire di
Storia della bellezza. Ma perché non fa il semiologo, essendo un semiologo?
Dico solo questo. Che poi la Semiotica sia la scienza dei segni (e tutto, in fondo, è segno), non dev’essere l’alibi per aprire sempre bocca.
Viene citato anche quando parla di Francesco Guccini. O della coltivazione dei pomodori.
Non che ce l’abbia con lui (non sapevo che anche in linguistica il suo contributo è determinante, vedi Opera aperta, del 1967, e s’intende anche d’arte); solo
con lo sfruttamento delle persone come lui (se volesse pubblicare la lista della spesa, troverebbe un editore).
E comunque nemmeno lui è colto (per il semplice fatto che non si può sapere tutto).
Però c’è anche un evidente difetto nel mio libro: è la meta-letteratura, o come caspita si dice. Vale a dire, il meschino, non troppo originale e tutto sommato
bruttino “trucco” dell’interrompere continuamente la “storia” per puntare la camera sull’autore che la sta sviluppando. Per esempio, ma sono infiniti, Faccia da
Picasso di Ceccherini (lì si fa meta-cinema), o il fumetto delle Bambole di Pezza (meta-fumetto).
Credo che sia la trovata preferita di chi non ne ha altre. Dunque anche mia.
Ma tant’è.
D’altra parte, come il Mariolle di Maupassant (in Notre coeur), il mio altero riserbo sembra voler dire: io non sono nulla, perché nulla ho voluto essere.
Spero di divertire comunque.
Io mi sto divertendo.
Mi diverto meno se una me la fa vedere, ma non me la dà… A proposito:

2.2.8.-LA VALENTINA FIORENTINA


(un rimpianto)

Ogni tanto riparlo di qualche donna che mi ha “sconvolto”. E in questo mi riallaccio a quella serie di capitoli-capolavoro intitolati La rabbia di….
L’ultima pu…, cioè, l’ultima puella (ragazza, in latino) che me l’ha messo nel cu…, cioè nel cultus (educazione, in latino, perché mi ha insegnato qualcosa-
cioè, a non fidarmi delle pu…, delle pulchrae-belle, sempre in latino), si chiama Valentina. Come dice il titolo, è fiorentina; anzi, è di Rimini, ma studia a
Firenze, e questo ha una certa importanza ai fini della nostra storia.
Infatti, come ho già narrato, qualche tempo fa, non avendo niente da fare e avendo qualche soldo in tasca, decisi, sui due piedi, d’imbarcarmi … nella ricerca
di un lavoro (Moby Dick). E me ne andai a Firenze.
Mi ero prima messo d’accordo con la Nostra, tramite telefonate ed e-mail, che ci saremmo visti il 5 Gennaio: perché? Ma perché a lei serviva un coinquilino,
diceva, anche se in realtà cercava una ragazza-su questo tornerò; dal canto mio, io stavo cercando un posto letto da spendere relativamente poco.
Quanto alla data, fu casuale.Trovai il suo annuncio su internet.
Già al telefono, dico la verità, ci furono problemi, perché lei faceva la stronza, cercava di litigare su dettagli: dunque mi piacque fin da subito. Qualunque cosa
voglia far credere un uomo, non resta indifferente di fronte ad una donna col piglio deciso e finanche incazzosa.(Così come qualunque cosa voglia far credere
una donna, non resta indifferente di fronte alla bellezza fisica o alla gloria).
Arriva (mi scoccia usare sempre il passato remoto) il pomeriggio dell’appuntamento: suono il campanello e mi risponde la sua amica. Così salgo e, dopo aver
stretto la mano prima alla sua amica, finalmente conosco la Valentina. Ero superagitato, per i motivi che ho detto, cioè repulsione-attrazione verso una ragazza, e
anche per voler fare bella figura. Lei, un poco più alta di me, mi stringe la mano con fare austero ed espressione gelida. Comincia subito a farmi vedere la casa,
ed io sempre scocciato, sulla difensiva (le chiedo addirittura se non ha due bagni). Poi, di ritorno dalla camera da letto verso la cucina, le cammino dietro, e
accade qualcosa che non avevo previsto, qualcosa che ha cambiato tutto, qualcosa che fa la differenza su come un uomo vede una donna.
Mi accorgo di che meraviglioso culo ha! Ovviamente lei si accorge che mi accorgo. Infatti si china un numero sconsiderato di volte mentre mi prepara il caffè,
considerato che sia il caffè che la moka, che tazzine e cucchiaini erano nella credenza sopra il lavello!
Questo però fa di me definitivamente un suo “fan”.
Qualche riga per uno dei più bei culi dell’universo conosciuto o perlomeno che io abbia mai visto, è qui doverosa. Intanto come ho detto, lei è alta, dunque il
culo non tocca per terra, cosa decisamente troppo frequente. (precisazione: scrivo queste cose non per fare il “drago”, ma perché si dimostra ancora una volta
come l’amore tra i sessi non sia altro che amore sessuale: mi sembra di volerle bene pur sapendo quanto è stronza e non piacendomi, tutto sommato; è il suo culo
che mi manda nel pallone; si vede qui facilmente quanto sia tirannica la natura).
Culo bello alto, si diceva. Dimensioni: un po’ grosso, e questo non a tutti piace. Ma le natiche DEBBONO essere carnose, per motivi fisiologici (sorreggere il
pancione quando viene il momento-si vede che ho studiato, eh?), dunque una che ha il culo magro è poco femminile (esistono anche deliziosi culetti che stanno
in una mano, a onor del vero, ma è l’eccezione che conferma la regola).
ADF: non è un dentifricio ma la sigla per ricordarsi i tre (principali) parametri per giudicare un culo. (ce ne sarebbero altri: sodezza o flaccidità, aspetto della
pelle, conformazione che assume durante i piegamenti in avanti: ma sono secondari, e, nel nostro caso, ottimi anche questi). Manca la forma.
Che dire? La visione dal vero sarebbe più eloquente e l’unica soddisfacente. Comunque è tondo da qualunque parte lo si prenda in esame, non deborda né
verso il basso (come un gavettone); né verso l’alto (a volte se ne vedono: bleah!); né, vero miracolo, verso i lati esterni, che anzi sono matematicamente tracciati,
si direbbe col CAD(!). Il passo poi (cioè la misura dello scarto tra il punto di massima sporgenza e il bicipite femorale, visti di profilo) è ideale e si avvicina alla
razza nera, così che si può godere della visione fino al tre-quarti anteriore. Incredibile!
Alto, grosso, tondo: una vera cavalla, cui la coda dei capelli peraltro rimanda. Con gli Skiantos: “sesso e carnazza”. Vederla era una gioia, non dico che mi
eccitavo sempre-ma spesso sì- ed è proprio questo il punto: mi succede, e credo sia così per tutti, che il sentimento erotico venga automaticamente ed
inconsciamente deviato verso un sentimento affettivo. Non saprei che terminologia adottare, spero di avere reso l’idea.
Non si spiegherebbe altrimenti il fatto di volerla cercare più di una volta (sapevo dove lavorava), e si badi che non avrebbe potuto trattarmi peggio: era
impossibile, mi prendeva anche in giro apertamente, sfacciatamente.
Una così non può piacere.
E invece mi piaceva. Io spiego questo con l’attrazione fisica; tra l’altro anche le tette, senza essere enormi, come piacciono a me, non erano niente male.
Una cosa non l’ho capita però: passi che mi sfotteva quando ci andavo, poteva essere infastidita: ma una sera che l’ho praticamente ignorata, me la sono poi
ritrovata all’uscita (è un cinema) che cercava di attirare l’attenzione su di me (!!) Pensavo di starle “su” (!!!)
O forse con me si diverte troppo ad essere cattiva, più semplicemente.
Perché, già che ci sono, non parlo un po’ delle mie tragicomiche avventure sessuali? Cfr. Massaccesi (Joe d’Amato): “ormai, sputtanato come sono, cerco di
fare bene il mio lavoro. Ma è mestiere, non passione”.
Avventure sessuali che hanno per protagoniste delle prostitute o, come direbbe Maupassant, incontri d’amore a due luigi l’uno. (cfr. Pilcher, uno dei più famosi
puttanoni olandesi: “un po’ della prostituta credo che ci sia in ogni donna”).
Dunque, sono donne come le altre (più o meno), anche belle persone, talvolta, perché no.
Difatti vorrei iniziare da una ragazza russa che si è dimostrata particolarmente disponibile e carina con me, senza peraltro che ciò comportasse un maggior
esborso di denaro (si parla di cinquantamila, c’era ancora la vecchia valuta- ovviamente culo escluso). Non era una bellezza russa come s’intendono le bellezze
russe- non era neanche bionda, né alta, ma comunque una bella ragazza. Aveva soprattutto un’”aria” carina, di quelle che ti fanno pensare che non c’è niente di
male a prostituirsi, e di quelle che ti eccitano fin da subito, anche. Bene, la prendo in macchina e, una volta pagato, andiamo dietro, cioè sul divanetto.
Stranamente, messo il profilattico e ciucciato un po’ il cazzo (pare che sia una legge non scritta iniziare così…), invece di penetrarla subito, ci baciamo (lei era
già sdraiata). Per chi s’intende di questo tipo di rapporti sessuali, ma anche per chi non s’intende…(Paolo Rossi), può capire la difficoltà, per una puttana, di
baciare il cliente: è molto difficile che vogliano. Giustamente. Lei invece si faceva leccare, mentre la baciavo, i denti (!). Avevo letto che è una zona erogena
anche quella, tra le secondarie (esclusi cioè clito, sedere e seno), come la nuca e le tempie, ma non l’avevo mai provato di persona. Teneva la bocca semichiusa
per facilitare lo strofinio sulle “palette”, le piaceva proprio. Intanto tenevo il palmo della mano sulla sua fica, muovendolo solo un po’ (piace a molte, ma è un
altro gesto piuttosto intimo…strana ragazza). Poi ho cominciato con le dita: un po’ la penetravo e un po’ la baciavo, un po’ la penetravo e un po’ la baciavo, un
po’…(eccetera). Ovviamente le puttane non vengono (è quasi impossibile), però è stata carina a farmi credere che questo la faceva impazzire, no? Non credo
comunque che non le piacesse. Si può dire che la sua fica grondasse. Non ricordo se l’ho penetrata “classicamente” o meno, forse no, (comunque non ha perso
granchè, vista la dotazione- ma loro se gli chiedi “troppo piccolo?” rispondono sempre “troppo grosso, semmai”) ma mi è piaciuto lo stesso perché ogni tanto
ripeteva, intervallando le parole con gli “hhh”, “hhh” delle donnine di Manara: adesso…(hhh)…ti faccio…(hhh)…una sega…(hhh)…senza preservativo. E l’ha
fatto davvero! Di solito non lo tolgono, mai. E intanto teneva le gambe spalancate per avere la sua parte di masturbo (giustamente). Veramente professionale. Mi
offerse anche un sorso di Vodka da una bottiglietta che teneva nascosta!
Io glielo chiesi: perché sei così buona con me? La sua risposta fu sorprendente: con quelli che sono buoni con me, io sono buona.
Mi piace credere che fosse sincera, fino a prova contraria, no?
La verità è che c’è il male e il bene anche nella prostituzione, come in ogni cosa: accanto a donne “malvage”, (cfr. Jim Morrison: “women seem wicked, when
you’re unwanted”), c’è anche la “puttana dal cuore d’oro”; però le buone sono ben più di una sola, o di due, o di dieci! (per fortuna!)
Quello che non accettano, comprensibilmente, è il tizio che cerca amore o anche solo affetto, e a volte ne sono profondamente disturbate, e si vede. Possono
essere carine, come quella di prima, ma si ribellano se fai mostra di avere un moto di… non saprei neanch’io cosa, nei loro confronti.
E questo lo trovo triste. E, mi si permetta, è purtroppo comune alle donne “normali”.
Non hanno tutti i torti, ovviamente, non ci si conosce nemmeno: sono solo affari.
Però è questa la differenza tra i due sessi.
Come dice Daniele Luttazzi: se bacio una sconosciuta per strada, lei dice: ma è matto? Non la conosco nemmeno!
Se una donna bacia uno sconosciuto invece, lui dice: Wow! non la conosco nemmeno!
Ed inoltre: cosa vuol dire “fare l’amore”? In che misura sei coinvolto quando lo fai? Non ci si vuole comunque bene, in quel momento?
La donna FA più l’amore? O in realtà lo FA di più l’uomo?
Sono tutte domande che saltano fuori in questo contesto, inevitabilmente. E che non credo che solitamente uno si pone. Sbagliando, secondo me; ma anche
giustamente, chè altrimenti precipiti in un’ignavia che non ti permette più di vivere.
Infatti, per alleggerire il discorso, racconto un altro gustoso episodio della putan-saga (reale? Chissà.).
Stavolta era… non ricordo di quale paese, ma comunque bianca (non italiana). Mi sorride quando passo in auto, allora mi fermo: le solite cinquanta. Va bene.
Sopra? Sopra. Sale in auto e mi sorride. Questa ragazza aveva la caratteristica di essere frenetica quando le eri dentro, non ho capito il perché. Praticamente,
prima si spoglia, mi sorride quando si scopre le tette, e io: ma perché ridi tanto? (Terence Hill, Continuavano a chiamarlo Trinità). Poi mi sale sopra, ma io non
ero sdraiato. Così, poteva aggrapparsi alle mie spalle mentre la scopavo e poteva anche “allattarmi” (cosa che adoro, il solito mammone italiano…). Ha
cominciato con un tale ritmo, mentre mi slinguazzava la lingua, che non sono sicuro che mi sia piaciuto (mi ha fatto un po’ male). Sarà stata questione di venti-
ventidue secondi: una vera galoppata.
Sembrava volesse farmi venire il più presto possibile.
Mi è piaciuto lo stesso, perché era bella la sua foga (anche la sua figa, mettiamo i puntini sulle i). Tanto che mi è rimasto il sospetto che quello fosse il suo
“pallino”, e non per sbolognare il cliente. Non sto dunque mica parlando di una chiavata dolce, di “picci picci pucci pucci”: era anche dura, potente, non solo
veloce, ma pesante, cattiva, una bordata dietro l’altra, un’imbottigliatrice automatica, ogni colpo un affondo, se la Citroen non avesse le mitiche sospensioni che
ha…Il giorno dopo mi faceva comunque male la schiena!
Per me resta una brava ragazza, un po’ troia se vogliamo…Nessuno è perfetto.
Altro giro altro regalo. Passiamo alle nere. Sono note per avere, praticamente tutte, un culo sconosciuto alle altre razze, per sodezza e perfezione di forma.
Difatti, vorrei scegliere, tra le tante, proprio una negretta che si fece inculare ma in un modo rocambolesco. Seguitemi. Innanzitutto, fu lei a suggerirmi l’idea,
perché voleva assolutamente farlo “alla pecorina” (tra parentesi, il nome scientifico, forse non tutti lo sanno, è “posizione genu-pettorale”). Bè, già che ci siamo,
perché non nel culo? Allora mi disse, avrà avuto venti-ventidue anni, “parcheggia in questa posizione”. C’era una rampa terrosa a lato della strada, piuttosto
ripida, e io punto il muso dell’auto verso la discesa e comincio a scendere cautamente. Quando l’auto è ad un angolo di ca. 40°, posso assicurare che era molto
inclinata!, metto la prima e il freno a mano. Allora lei si posiziona bocconi sul sedile del passeggero, ovviamente reclinato, in modo da offrirmi pienamente il
culo- e che culo!, sembrano finti! Io mi metto il “guanto”, non poteva farlo lei per ovvi motivi, e le apro piano piano il buco, fino a farlo entrare per un bel pezzo.
Non del tutto perché, contrariamente a quanto si pensa, le puttane non hanno rapporti anali così frequenti tutto sommato, molto meno di un’attrice porno, per
esempio. Infatti, per allargare al massimo in genere si piegano col busto fino a toccare le ginocchia, cosa che non si vede nei film hard (preferiscono lubrificare,
poi è già bello largo). Comunque invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
L’ho sfondata. Il trucco del parcheggiare inclinati sta nel fatto che siamo entrambi facilitati: io mi appoggio con la schiena sull’airbag passeggero sperando
che, per l’eccitazione, non esploda anche lui; lei con minime stantuffate del bacino, aggrappata all’appoggiatesta, si fa riempire gl’intestini.
Comodo, no? Ed è stata una sua idea! L’unico inconveniente è un po’ d’apprensione, perché avevo paura che l’auto sprofondasse giù per la scarpata visto il
fondo melmoso, ed è un vero miracolo che non sia passata una pattuglia- tendono a notare dettagli come il posteriore dell’ auto che sembra che decolli sul ciglio
della strada, con la luce dentro, corpi nudi, versi e movimento tellurico. Nonostante questo, o forse proprio per questo, (Montanelli), lei era però praticamente in
calore. Una deliziosa vacchetta.
Senza offesa.
Altro giro altro regalo. E’ chiaro che sto parlando di sesso senza amore o per meglio dire, al limite, di amore partendo dal sesso e non viceversa. Dunque è
naturale parlarne in termini tecnici, e non, p.es., “mentre le ero dentro pensavo a…” o “c’era un’atmosfera da situazione…” (v.oltre), bensì COSA mi ha
fatto, COME, quanto A LUNGO, etc.
E, ovviamente, suddividere l’argomento per organi genitali.
Dopo il primo pezzo sulla stimolazione orale (fatta a lei), quello sul rapporto vaginale e quello sul rapporto anale, non restano che altre due grandi “branche”
per così dire di questa disciplina: la stimolazione mammellare e quella orale (stavolta fatta a me).
Partiamo dalla prima. Era un’argentina. Io mi metto seduto sul divanetto posteriore e lei a cavalcioni su di me. La penetravo ma il mio uccello era flaccido, ma
non m’importava perché avevo voglia di fare una cosa, che feci perché lei me lo permise: anzi, sembrava piacerle: allattarmi. Praticamente, le prendevo il
capezzolo in bocca e lo succhiavo, leccavo, graffiavo coi denti, lo stimolavo in tutti i modi. Prima uno, poi l’altro, alternativamente, con calma, a lungo,
massaggiando anche i seni con amore. Ovviamente non usciva latte, ma è incredibile che non mi dicesse di smettere, sarò rimasto attaccato mezz’ora e più. Ogni
tanto mi staccava per guardarsi le mammelle, toccarsele un po’, unirle, farle ballonzolare piano, in parte per eccitarmi, in parte per compiacersi di sentirsi così
donna, credo, forse anche un po’ mamma; poi mi faceva riprendere con estrema docilità. Tra l’altro mi è sembrato, ed è verosimile, che si fossero gonfiate non
poco con la stimolazione areolare. Era persino commovente. Roteava un po’ il bacino su di me per strusciare la passera, visto che, come detto, la turgidità del
membro non era apprezzabile, concentrato com’ero sulle sue tette. Venni con una sega. Ma fu meraviglioso. Solo, non voleva che ci mettessimo le dita in bocca.
A me sarebbe piaciuto.
Altro giro altro regalo: i pompini. Vorrei raccontare di un’italiana che amava farli senza preservativo: in effetti si sente molto di più, vale per il maschio ma
evidentemente anche per la donna. Comincia con la lingua e ci gira intorno, intorno, intorno, al punto che mi ero scocciato e l’ho dovuta chiavare, ovviamente
sempre senza guanto.
Un’altra invece comincia con un ritmo che si direbbe del cazzo (il termine è appropriato), cioè senza il minimo impegno…apparentemente. In realtà si trattava
di una lentezza estrema ma inesorabile, sentivo lo sperma che avanzava millimetro per millimetro dai testicoli fino all’uretra, e alla fine è stato meglio della
solita ciucciata potente.
Un’altra ancora (nera) giocava sull’aspetto visivo della prestazione: si fermava a mezz’asta, conformando le labbra a mò di succhiare un chupa-chups e
socchiudendo gli occhi, perché sapeva che la stavo guardando, e quest’espressione porno del viso in effetti era terribilmente eccitante.
Un’altra ancora alternava con la mano, notevole, ma dovrebbe prenderlo in bocca contemporaneamente alla menata per farmi godere al massimo.
Una mi ha fatto male.
Un’altra non è riuscita a farmi venire…
C’è tutto un mondo dietro al pompino, dal più bello, al più brutto.
Ma vorrei mettere l’accento sul fatto che l’amore potrebbe nascere, ad averne il coraggio, DOPO il sesso, non sarebbe necessario passare dal cuore, in teoria,
anche se indubbiamente il sesso buono viene dal cuore. Lo dice anche Willy Pasini. Pare che solo dopo aver fatto bene l’amore si attivi quell’ormone
(ossitocina) detto anche “dell’affetto” che ti fa voler bene alla persona che hai di fronte.
Ma in realtà il discorso è più intrigante, e profondo, anche. Se non sei innamorato, il sesso ti fa sì star bene, ma solo subito dopo che sei “venuto”, perché ti sei
liberato di energia in più, per così dire, quella dell’eccitazione, e se non la sai sopportare- o convogliare altrove, è meglio che te ne liberi.
Ma stai bene unicamente fisicamente, come dopo una nuotata; non spiritualmente. Qui io parlo per me: a partire da un tempo variabile dai dieci minuti alla
mezz’ora dopo il rapporto, scatta automaticamente un altro meccanismo: si comincia cioè a star male, tanto più quanto più il tempo passa. Cioè, ogni rapporto
sessuale funziona come il “flash” dell’eroina, passato il quale ripiombi in astinenza. Non è il dolore fisico e terribile dell’astinenza da droga, ma un malessere
inspiegabile.
Questo è il perverso meccanismo che posso testimoniare di ritorno dall’inferno, per così dire, cioè dopo un lungo periodo della mia vita fatto di sesso
mercenario senza amore (mi sento un po’ Burroughs, nel descrivere queste esperienze dolorose).
Oltre a questo fatto, innegabile per chiunque, anche se non l’ha vissuto, che riguarda lo star bene in generale, nell’intera persona, c’è anche un fatto “tecnico”,
a ben vedere, (se proprio non si vuol far caso al benessere, ma solo al piacere).
Ed è che, in realtà, durante il rapporto, godi molto di più se sei innamorato! Sottinteso: ricambiato.
E’ vedere e sapere la donna felice che ti fa godere.
Cfr. Casanova: “il piacere della donna ha sempre rappresentato i quattro quinti del mio piacere”.
Se lo dice lui…
In amore Casanova era praticamente laureato. A proposito:

9.3-L’UNIVERSITA’, FINALMENTE!
(una contestazione)

Alla fine sono capitolato anch’io: in Introduzione e in 9.1 mi scagliavo per così dire sull’università e dicevo che avere una laurea non vuol dire essere colti
(“chi è colto?”, il “Che cosa so?” di montaigniana memoria); comunque, anche se così fosse, essere colti non serve assolutamente a niente! Meglio essere buoni.
E lo penso ancora.
Però poi, a quanto pare, la vita, o meglio le circostanze (come direbbe Oscar Wilde) mi hanno portato non dico a laurearmi ma ad immatricolarmi. E sono
entrato, per la Giornata dell’Orientamento, per la prima volta, in un’aula universitaria. Mi sembra già qualcosa.
Sebbene queste miserie terrene non interessino più di tanto il Filosofo (e, quale umana istituzione, l’università non è immune dal meritare il disprezzo
dell’Autore), vale forse il discorso già fatto sulle arti marziali: le si prende in giro, ma poi se uno ti attacca ti sai difendere? O no? A me, p.es., piacciono le
lingue; posso anche deridere il Dottore in questi studi: ma sono in grado di sostenere una conversazione con un madrelingua tedesco? O no?
No, lo ammetto.
Ecco allora che la laurea può essere un valido aiuto in questo senso (o per trovar lavoro, ma a questo crederò se e quando lo vedrò). Anche se non è certo per
imparare una lingua che ci s’iscrive all’università (meglio vivere all’estero per il tempo necessario, ovviamente studiandola anche là), bensì per conoscerla nei
suoi diversi aspetti (grammatica, fonetica, letteratura, etc.), procedendo con metodo scientifico. Com’è ovvio.
(Per le lingue, la cosa che serve di più è la pratica: me ne accorsi al concerto di un’italiana che si esibiva con un’americana- Madame P. con Nora Keyes, e
ch’era solita dunque conversare con lei in inglese. Per tutta la sera, evitai di parlare con l’americana, perché non ne avevo voglia, ma anche perché non si
accorgesse della mia difficoltà nell’ascolto di una lingua straniera; però poi le ho chiesto l’autografo, lei mi ha detto qualcosa e la figuraccia è stata inevitabile.
Più di lei, forse, rideva l’italiana! Ho poi scoperto che quest’ultima ha vissuto un anno a San Francisco: grazie al c… ! Bisogna prendere tutto questo come
un’”amara medicina” (il solito Schopenauer) per impegnarsi di più).
Mi si permetta di descrivere un po’ le mie impressioni del mio primo giorno all’università. L’ambiente è “serio”, finora, debbo essere onesto. P.es., ci si dà del
“Lei”. (fuori di qui, a me personalmente non lo danno mai).
Pascal dice che serve , alla Fede, il contenuto, cioè credere, ma anche la forma (o la pratica), cioè andare a messa. Analogamente, la serietà la fanno anche
questi riguardi, di per sé piuttosto futili.
E la serietà è una necessità, all’Università.
Non che io mi aspetti un atteggiamento sempre corretto e rispettoso da parte di persone che dovrebbero, in teoria, tenerlo.
Sono disilluso da tempo, su questo.
Da questo punto di vista, più di una volta ho assistito a (e mi hanno personalmente fatto) “numeri” francamente semplicemente incredibili, specie da parte,
ripeto, di persone così serie.
Un esempio per tutti: la nota medievalista Chiara Frugoni una volta è stata invitata a presentare un suo libro su San Francesco. Conferenza molto interessante,
come si sapeva vista la qualità della studiosa in questo campo.
Sennonché, poco prima di andare tutti a casa, ero lì tranquillo che bevevo il mio bicchiere di spumante (c’era stato un rinfresco), la Frugoni mi si avvicina,
apparentemente per fare conversazione.
Sennonché, comincia a parlarmi in modo quantomeno ambiguo, con un’espressione del viso assurda: direi anzi che parlava in modo canzonatorio, mi prendeva
in giro (!). Ma non è finita: contemporaneamente, un omone grande e grosso (il bodyguard?)(!) sorvegliava la scena, con aria minacciosa o quantomeno vigile.
L’impressione è che, se avessi risposto per le rime alla studiosa (se lo meritava), lui sarebbe intervenuto (mi sarebbe piaciuto vedere in che modo). Ed è
sicuramente quello il “numero” che mi volevano fare (v. l’analoga scena nella “25^ ora”, di Spike Lee).
La sofferenza era atroce, in quel momento, perché lei, chissà perché, INEQUIVOCABILMENTE mi sfotteva, e io ero in imbarazzo se reagire oppure no (lo
sarei stato comunque, ma così ancora di più).
Come tutte le provocazioni, l’ideale sarebbe non riceverle, perché:
-se non reagisci, subisci, e pesantemente anche, e spesso esagerano, e soffri, e molto, e non è giusto;
-se reagisci, cadi nella “trappola” per così dire, ma soprattutto, parlo per me, perdi un sacco di tempo.
Nella fattispecie, sono stato un vigliacco, perché forse la cosa giusta da fare sarebbe almeno stata quella di andar via (un semplice “con permesso”, e filarsela
all’inglese), sempre che l’omone non avrebbe rotto le scatole anche così (persino quando alla fine di tutta la storia sono andato via davvero, mi ha guardato
male!).
Mi consolo pensando che la serata era su San Francesco, e forse lui avrebbe fatto proprio come me (ma con la differenza di non provare rabbia verso gli
oppositori).
Retroscena: durante il rinfresco che ho detto, c’era già stato uno scambio di battute con la studiosa. Si parlava proprio del suo libro, e io le facevo notare
l’utilità dello stereotipo sulla figura del santo (lei aveva messo l’accento, durante la presentazione, sugli aspetti meno conosciuti della sua vita).
Io: “E’ già qualcosa che uno si avvicini a San Francesco, sia pure alla sua caricatura sanbonaventuriana, (anche se la prima vita fu quella di Tommaso da
Celano) prima d’indagare a fondo su cos’è vero (delle tante cose che si dicono su di lui) e cosa no”.
Lei: “E non è ancora meglio trasmettere un’immagine vera? Reale? Documentata?”.
Io: “Ovvio, ovvio, ovvio”, ma detto, lo ammetto, in modo, tra il voluto e il non voluto, ambiguo: la pronuncia suonava più o meno così: Ooooooovvio! (leggi:
ma va là!).
Praticamente, credo di aver lasciato intendere che tutti questi libri su “chi era veramente Tizio”, “il vero volto di Caio”, “le verità taciute su Sempronio”, mi
lasciano piuttosto perplesso.
Che se la sia presa? (sentendo un fondo di ragionevolezza nel mio discorso?).
Per forza che dopo mi ha rotto le scatole!
Ritengo, dicevo, che il suo sia comunque stato un atteggiamento non consono alla sua persona.
Finora a Parma non è successo niente di tutto ciò, anche perché praticamente non l’ho ancora iniziata, l’università.
Però la segretaria di Lettere e Filosofia, durante l’immatricolazione, mi ha già messo in difficoltà, con due o tre cosette irritanti mentre parlava, nonché con un
“arrivederci” detto in modo davvero poco gentile e affatto indisponente.
Per tacere di vere e proprie “squadrate” che ti danno i docenti, (di cui una, terribile, la giornata dell’Orientamento), anche quelli di altre facoltà (!), coi quali
non avrai più a che fare che con un barista di Catanzaro.
D’altra parte si possono paragonare agli ufficiali nella vita militare (v. il mio saggio sulla storia dell’istituzione universitaria in 3.2).
Niente di chè, per ora (debbo dire così…): speriamo di trovarci bene quando si farà sul serio.
Per quel che riguarda l’ambiente, inteso come aule, etc., a Parma è veramente bello, non certo fatiscente. La modernità, la pulizia, l’adeguatezza in poche
parole delle strutture in cui si studia o si fa lezione, le biblioteche, etc., hanno ovviamente un’importanza enorme per lo studente.
Finora non mi sono piaciute solo le sedie, davvero scomode e con poco spazio per le gambe. Ma forse è un modo per tenere vigile l’attenzione.
Dicevo che le strutture (o infrastrutture) sono importanti ai fini pratici, di utilità, etc.
C’è poi però, ho notato, un solo apparentemente secondario aspetto che riguarda la presentazione, la facciata, l’alone di prestigio che si vuole trasmettere, e
che continuerà del resto in modo consistente anche nel mondo del lavoro (non il lavoro, non il lavoro: la preeeeeeeeesentazione!, diceva Schindler-v. il Cap.
18 di questo stesso libro).
Non c’è niente di male. Basta saperlo.
Ma veniamo al vivo del discorso: in cosa consiste l’università? L’ho poi frequentata per un tempo brevissimo (per insufficienza finanziaria), e ho capito due
cose, fondamentali.
Sono stato fortunato perché erano proprio le due cose che cercavo di capire: cosa insegna ( “lei” ) e cosa so (io).
La risposta è, rispettivamente: tutto e niente.
Ero rimasto colpito da un passo del libro di Cesare Marchi (laureato in lettere a Padova) su Dante, al capitolo “Non si laureò”. Cito testualmente: “Egli (Dante,
N.d.R.) non riuscì mai a conseguire un titolo accademico, né a Bologna né a Parigi, per insufficienza di mezzi finanziari, non per cialtronismo di
goliardo bontempone”.
Mi sono reso conto sulla mia pelle di che cosa significhi questa affermazione: prima di mettere piede in un’università potevo sempre pensare: non sono
laureato, come Dante (prima parte); dopo, invece, ho sentito che vantarsi di questo è appunto “cialtronismo di goliardo bontempone” (seconda parte).
La conoscenza profonda di una materia, parlando di istituzioni scolastiche organizzate, te la può dare solo l’università. Anche perché, per la precisione, la
cultura te la fai tu: lei non ti dà proprio niente; per meglio dire: stimoli, non nozioni.
E le possibilità di ampliamento sono infinite.
Nel caso delle lingue straniere, p.es., non si fa “francese” come alle medie e alle superiori, bensì fonetica francese, grammatica francese, letteratura francese,
etc., com’è giusto. Questo è il lato positivo della didattica. Il lato negativo ed assurdo, anche, è invece quella selva di orari scombinati e docenti “volanti” (d’altra
parte sono lì per fare ricerca, non per insegnare…) alla quale non sono riuscito ad abituarmi.
Questo è il punto centrale del discorso, che m’interessa, perché si parla di una scuola: cosa s’impara?
Il resto sono chiacchiere, per me, persino il fatto di trovare poi un lavoro ben pagato (e credo che forse sia invece la motivazione principale di chi vuole
laurearsi…). (Non uso mai il congiuntivo perché è universalmente in disuso, nel caso il lettore se lo sia chiesto). Ma questo riguarda ancora “lei”.
Parliamo un po’ di me: oggi mi sono sentito ignorante. Meglio: ho avuto la certezza di esserlo.
Chi regnò durante il secondo Impero francese (Napoleone III)?
Bo!? La Prof. non l’ha chiesto direttamente a me, ma dentro di me la risposta è stata come nei sondaggi: non so/non ricordo...Ma il punto non è nemmeno
questo, bensì che non so esporre un periodo storico come quello, p.es., con sufficiente completezza e chiarezza ed esattezza: sono ignorante. Non scherzo.E nello
stesso tempo, è importante sapere che era proprio Napoleone III , ricordarselo con esattezza, saperlo: è questa la differenza tra un professore e uno come me.
Prendiamo la Grammatica: forse anche un madrelingua la ignora, così com’è minuziosamente descritta nei manuali, anche se l’avrà studiata un po’ a scuola.
Invece è proprio questo il Sapere…
Si potrebbero comunque sostenere, credo, come direbbe il Guglielmo di Eco, entrambe le posizioni, benché antitetiche: da un lato, all’università s’insegna
poco; dall’altro, s’insegna troppo.
Nella Storia della Letteratura Inglese curata dal Bertinetti, viene riportato che Shakespeare, alla Grammar School di Stratford, imparò, come disse Ben Jonson,
“poco latino e meno greco”. Ma, si affretta ad aggiungere l’autore, il latino e il greco imparati nelle Grammar Schools dell’epoca erano di gran lunga superiori a
quello che s’impara oggi all’università.
Questo per quanto riguarda la prima posizione.
Certo, chi, come me, fa lingue, dovrebbe, a differenza di me, saperle bene già prima, nelle quattro capacità, sia pure disponendo di un lessico poco più che
turistico. Quello che viene “aggiunto” all’ateneo non sarebbe allora, in questo, forse raro, caso molto né, mi scappa detto, importante.
(Poco importa conoscere l’intera storia della trattatistica grammaticale tedesca, come mi fanno studiare, quando la fonetica, come osserva Luciano Canepari, è
tralasciata, peggio, ridotta a un gioco inutile. Le lingue invece, sono forme di comunicazione ORALE, e difatti la maggiorparte di esse non ha-ancora-una
scrittura “di cultura”, e nemmeno pratica). Lasciamo perdere, prima d’infervorarci. (vero è che la filologia mi avrebbe forse aperto nuovi orizzonti, se fossi
andato almeno nel secondo anno di corso).
La seconda posizione è invece sostenibile se si dà un’occhiata al programma di letteratura: in tre (sic!) anni si vorrebbe insegnare l’intero patrimonio culturale
(perché bisogna-bisognerebbe-essere preparati soprattutto in storia, se si vuole capire quella della letteratura o anche dell’arte, o qualsiasi altra) non di una, né di
due, ma di tre nazioni(!). Quattro, con l’Italia, la cui letteratura è impensabile affrontare senza sapere il latino(!) Oltre a ciò, ci sono: linguistica, filosofia del
linguaggio, storia moderna e, nelle intenzioni del corso di laurea, la padronanza delle tecniche informatiche (!).
Certo, è l’università, che mi aspettavo? E difatti non mi sto lamentando. Riflettevo soltanto che, per me, si pecca di megalomania: ma lo sanno questi signori
che più di uno studioso ha passato la vita non su un solo autore, ma su un solo libro di detto autore?
Senza esaurirlo?
Forse il famoso “pezzo di carta” non è realmente molto di più di un pezzo di carta…
E sorvolo sul fatto che, aihmè, i docenti non hanno mancato di prendermi in giro; proprio così: mi hanno preso in giro (!).
In particolare, durante la lezione, ad un cenno della docente di turno, c’era sempre uno/una che si girava per disturbarmi. Incredibile ma vero.
Ma io mi consolo con questo quiz:
sapete come il gruppo di amici di Federico Garcia Lorca chiamava i docenti universitari?
I “Putrefactos”.
Comunque se tornassi indietro a lamentarmi, o a chiedere ragione di come si sono comportati, o semplicemente ad insultarli, non otterrei grandi soddisfazioni.
Un po’ sì, perché mi sentirei meno vigliacco.
Ma cadrebbero dalle nuvole se dicessi quello che han fatto, come se me lo fossi inventato. Come se fosse paranoia.
Negherebbero i fatti.
E questa è una rabbia in più.
Forse superiore alla precedente.
Se cercassi di smorzare i toni del discorso, di parlare più amichevolmente, ugualmente non troverei maggior ammissione dell’incredibile modo in cui mi hanno
trattato (altrimenti non l’avrebbero neanche fatto).
Se infine volessi almeno avere la gioia d’insultarli, non mostrerebbero di prendersela; al punto che ti farebbero anche un po’ vergognare (parlo per me) di dire
simili cose- anche se sai che se le meritano.
Tutto questo lo so per esperienza: il test l’ho fatto nientemeno che in una palestra di arti marziali.
Il tipo è caduto dalle nuvole quando gli ho rinfacciato le stronzate che mi aveva fatto subire; anche se mi è piaciuto vederlo decisamente più tranquillo che
quando gliele rinfacciai mentre ancora frequentavo.
Evidentemente, non voleva che frequentassi la sua palestra. Una volta uscito, per lui il pericolo non c’è più. Se stai ancora frequentando invece, e vuoi
cambiare le cose, (nel senso, che la smettano almeno di prenderti in giro), che io sappia non c’è verso di persuaderli- e per questo s’incattiviscono anche molto (o
mostrano di farlo).
E il punto è proprio che non dovrebbero fare così, punto; una volta che la frittata è fatta, per così dire, tutto quello che puoi fare tu non serve.
E’ lo stesso discorso del voler agire contro il colpevole di una violenza già commessa: in realtà, non potendo modificare quanto successo, qualsiasi intervento
ha valore unicamente di punizione (cfr. le pagine del Welt di Schopenauer dedicate alla questione- tutto il libro IV, in part. il Cap.65).
Potrebbe funzionare in quanto deterrente, al limite.
Ma l’unica cosa ottimale da fare è impedire che ti prendano in giro. Come fare?
Il discorso ovviamente vale per l’università e le arti marziali, ma anche per il lavoro, (per le ditte che ti assumono, per le agenzie interinali), per i distributori di
benzina, per i bar, per le birrerie, per le serate di conferenza, per i backstage dei concerti, per i viaggi organizzati, per le visite mediche, per le concessionarie di
automobili, per le telefonate addirittura: ovunque ci sia l’uomo, o la donna (in ognuno di questi ambienti sociali mi hanno preso in giro, e non sembra che
abbiano intenzione di smettere).
La sopportazione può qualcosa, ma non molto, se si accaniscono su di te.
Comunque la più grossa critica, per quel che mi riguarda e per la mia età, verso l’università, viene da ciò che diceva anche Churchill, e che a Parma è riportato
sul sito internet dell’aula multimediale del Dipartimento di lingue: “I love learning. I hate being taught”.
Un’altra grossa critica verso l’insegnamento universitario delle lingue (parlo solo del mio campo, ovviamente; ad un medico va tutta la mia ammirazione- e la
medicina è uno dei pochi rami del sapere che esigono una preparazione universitaria) è che si trascura del tutto l’argomento “sesso”. Ma forse questo è un
atteggiamento scolastico universale, sia perché riguarda tutti i gradi dell’istruzione (dalle elementari all’università), sia perché riguarda tutte le discipline. Il
manuale Scrittori ed Opere, p.es., ch’era la mia antologia d’Italiano dell’ultimo biennio delle superiori, nel trafiletto che traccia la biografia di Rimbaud, dice
che egli si legò a Verlaine in un’”amicizia particolare”. Perché non hanno scritto che si trattava di omosessualità?
In Storia il silenzio su queste questioni è ancora più deciso- ed inspiegabile. “Se nel piccolo mondo di Omero Troia fu soprattutto un dramma sessuale, se
Cesare era epilettico e omosessuale, Carlo IX tubercoloso e nevrotico, Enrico VIII, si dice, sifilitico, Caterina II una ninfomane sadica, Luigi XVI
parzialmente impotente, Hitler paranoico (e, si dice, con un unico testicolo), allora, nella misura in cui questi personaggi hanno fatto la storia, bisogna
dire che la storia è legata al sesso” (Morali-Daninos, Storia della sessualità, Newton Compton 1994, p. 10).
L’errore di lasciare fuori il sesso è particolarmente grave anche nell’insegnamento delle lingue e letterature straniere, poiché, se lo scopo è (quale è, descritto
nel programma curriculare) quello di impartire al laureando il patrimonio culturale di un determinato paese, come immaginare la Francia, per esempio, senza
pensare al sesso? Il modo in cui l’Occidente vede la donna (oggetto di un’attenzione parecchio esaltata) è francese, ed è di natura unicamente, o comunque
primariamente, sensuale, non certo intellettuale o spirituale. Anche dei tedeschi non si può discorrere tralasciando l’amore carnale.
Che il Romanticismo non si tratti che di questo, travestito da sentimento- il primo grande riscatto dalla repressione sessuale medievale?
Dal momento che l’allievo universitario, poi, è una persona adulta, anche per la legge, e dimostrata l’importanza della questione, fa davvero specie che ai
massimi gradi dell’istruzione si parli di sesso solo, forse, in Medicina, se si vuol diventare ginecologi o andrologi.
E’ vero che Palla di Sego di Maupassant è nel programma d’esame di Francese fin dal primo anno; ma sarei curioso di sapere come viene affrontato questo
racconto. Dubito, p.es., che si dica che Flaubert, cui si deve la fama e l’interesse del racconto, era un grandissimo puttaniere, e forse di Palla di Sego gli è
piaciuta proprio lei, Palla di Sego (bruna, in carne, rotondetta, giovane e voluttuosa)! Dunque ecco che dice: “è un capolavoro, per composizione, comicità e
analisi!”. Se Palla di Sego fosse stata secca e vecchia, coi capelli tinti, avrebbe forse detto (dell’autore): “è fuor di dubbio che il ragazzo si sta facendo!”. Sto
scherzando, ma fino a un certo punto; l’emerito professore di turno dovrebbe, secondo me, dire a chiare lettere: ragazzi, oggi parliamo di Flaubert, il più grande
puttaniere dell’Ottocento francese! Proprio così.
Così come la pornografia è parte del patrimonio culturale di un paese: impossibile negarlo.
Non vedrei niente di male nel fatto che all’università un docente fosse libero di tenere un corso avvalendosi anche di riviste pornografiche, da visionare e
discutere in classe; corso che l’allievo è poi libero di frequentare o meno. (E’ una provocazione, ma fino a un certo punto).
Cfr. il film Kinsey : "uno dei modi per capire una cultura straniera è studiare la sua produzione pornografica; ogni paese produce un proprio
immaginario sessuale, con caratteristiche ben delineate, come la sua cucina. In Brasile prevale la zoofilia, in Italia preti e suore, in Inghilterra
l'educatrice severa (sculacciate e masturbazione), in Estremo Oriente in genere, morbide frustate con morbide verghe". Parole sacrosante.
Personalmente trovo assurdo anche che nelle biblioteche comunali si proibisca di vedere siti pornografici durante la consultazione di internet: basterebbe
disporre le postazioni in modo da essere visibili solo all’utente. Il motivo per cui affermo questo è che la pornografia è parte di internet (anzi, la parte di gran
lunga più grossa, per numero di pagine); allora, se si permette di andare su internet, si deve permettere anche di andare sui siti porno. Altrimenti, un
concessionario che ti facesse provare una macchina, dovrebbe dire: “mi raccomando, esegua solo svolte a destra”!
Vale qui la citazione di Morali-Daninos più su riportata.
L’esperienza accademica mi ha lasciato perlomeno una lista di testi sui quali, se avrò voglia, potrò farmi una discreta cultura, senza avere la spiacevole
sensazione, tipica dell’università, di essere spinto a voler “prendere la ruota davanti”, come diceva mio nonno quando vedeva un ciclista da corsa: impresa
naturalmente impossibile.
Il problema è che l’esamificio quale DI FATTO E’ l’attuale università rappresenta se non altro un forte stimolo a studiare, ti dà la motivazione; importante, se
penso che ho a casa mezza dozzina di corsi di lingue e non riesco ancora a conversare: che c… dice l’altro? (e che je dico io?...).
Pazienza.
Non mi resterà che il piacere di leggere.
O il piacere di fare sport. A proposito:
34.-SULLO SPORT

In 3.3.1. avevo promesso di tornare sullo sport. Per meglio dire, m’interessa l’etica dello sport. Dell’Ottocento in arte si è soliti dire una cosa: che la sua
caratteristica è quella di non avere caratteristiche.
Analogamente, l’etica dello sport consiste di una non-etica, mascherata per giunta. Vediamo perché dico questo.
Prendiamo gli ultimi Mondiali di calcio, Germania 2006. Abbiamo vinto, ma questa vittoria è stato quanto di più sporco ci possa essere. Per tre motivi.
1°: non avevamo un gioco superiore alla Francia, tant’è vero che anche lei è arrivata in finale, e tant’è vero che per tutto il secondo tempo non abbiamo avuto
palle, tranne quelle dei giocatori, ovviamente.
2°: vincere ai rigori non significa assolutamente niente. Se non ci fossero problemi organizzativi, è chiaro che l’ideale sarebbe far ripetere la partita, una volta
giocati i supplementari (o anche senza giocarli) e questo fino a quando non c’è un vincitore (dunque anche tre o quattro partite, perché no?).
E’ dimostrato infatti che ai rigori i più grandi possono sbagliare (e sbagliano, e hanno sbagliato), allora, se di fortuna si tratta, perché non fare un altro tipo di
sorteggio? Magari la monetina
3°: il caso Zidane-Materazzi. A me è apparso evidente che si sia trattato di una provocazione (che Zidane purtroppo non ha inteso) perché il francese si facesse
espellere. Infatti, se restava in campo, poteva essere pericoloso non ai rigori (ho appena detto che anche i campioni sbagliano), ma per i minuti supplementari che
restavano.
E quest’ultima scorrettezza è semplicemente ignobile.
Non ce l’ho col calcio, anche la F1, che mi piace di più, è ricca di scorrettezze. Basti qui nominare i duelli tra Senna e Prost.
In senso più generale, non è comunque accettabile il valore che viene attribuito allo sport per formare l’individuo e soprattutto il gruppo, cioè la società.
Infatti, bisogna considerare che l’etica dello sport s’inserisce in un discorso generale su che cos’è l’etica, in altre parole non si può parlare di sport senza
parlare del bene e del male (così come non si può, che so, parlare di internet senza partire da qualche nozione d’informatica).
“Etica” è un termine di origine greca che significa carattere, costume, abito. Essa vorrebbe rispondere a domande come “quando un’azione è giusta?”; “quando
sbagliata?”; “qual è il principio da seguire, che decide del bene e del male?”.
L’uomo è infatti un animale sociale, e da quando vive in gruppi la legittimazione morale del comportamento è divenuta necessaria per la sopravvivenza di ogni
comunità.
L’etica però non è che il tentativo di una spiegazione sistematica e complessiva delle norme di comportamento (quest’ultime costituiscono la morale), nonché
la ricerca dei principi che le giustificano. E’ puramente teorica, in quanto la pratica è espressa dalla moralità, cioè dal comportamento effettivo di una persona, e
dal rapporto tra tale comportamento e la morale ch’egli stesso riconosce (quest’ultimo influenzato a sua volta dal sentimento morale, cioè del giusto e
dell’ingiusto, che precede il ragionamento).
Questi i termini del discorso.
Oggi però si distingue tra un’etica dei principi e un’etica delle responsabilità; in soldoni, tra ciò che dovrebbe essere giusto (in questo senso non si ammettono,
p.es., le bugie “a fin di bene”) e ciò che, considerato nella sua funzione transitiva, comporta delle conseguenze. L’esempio classico è se pagare o meno il riscatto
per un sequestro di persona: l’e. dei principi risponde sì, per salvare la vita all’ostaggio; l’e. delle responsabilità risponde invece no, per non creare un precedente
dannoso.
Il punto è proprio questo: lo sport agonistico non può seguire ovviamente un’etica dei principi, perché altrimenti si dovrebbe far vincere la squadra avversaria;
quando invece si tratta proprio di far di tutto per vincere, cioè per farla perdere.
Però anche il modello di etica delle responsabilità non è pienamente applicabile. Se due squadre, A e B, che giocano una partita nella quale è in palio il
campionato, sono equivalenti, ma A ha un’attaccante che può far la differenza, e B gli rompe subito una gamba o fa in modo che si faccia espellere, si direbbe
soddisfatto il modello (la squadra B viene ammonita ma poi vince, dunque avrebbe fatto bene).
Ma, anche senza considerare il male impartito, in contrasto con l’e. dei principi (dalla quale però avevamo già escluso questa partita), se tutte le squadre nelle
condizioni di B facessero così, forse B vincerebbe lo stesso, ma perderebbe il campionato perché avrebbe perso altre partite.
In poche parole, il vantaggio non è generalizzabile.
Si vede dunque come lo sport, almeno quello competitivo, non aderisca ad alcun modello di etica.
Cioè l’involucro (l’etica) è in realtà vuoto. L’etica dello sport consiste di una non-etica, come dissi all’inizio del capitolo. Quest’involucro è proprio il
considerare comunemente lo s. una scuola di vita, dove s’impara a convivere con gli altri, a rispettare le regole, etc. etc., quando invece gli unici elementi che
riguardano davvero lo s. sono unicamente la preparazione, il benessere fisico, assaporare la vittoria (ma anche la sconfitta), e soprattutto il divertimento.
Vedere la cosa diversamente è esaltarsi per quei momenti di grottesca aggregazione parrocchiale, e ciò sia detto col massimo rispetto per la buona fede, anche
se cieca (come ogni fede) dei sacerdoti.
Grandi campioni hanno ammazzato e ottime persone invece non hanno mai nemmeno fatto una corsa. Parafrasando Epicuro (“la morte non è nulla, né per i
vivi, né per i morti”): lo sport non è nulla, né per i pigri, né per gli sportivi.
E naturalmente questo pessimistico discorso ignora volutamente, bontà mia, quelli che vengono considerati di solito problemi accidentali o quantomeno
semplici elementi di disturbo, ma che sono invece, da che mondo è mondo, connaturati alla pratica sportiva agonistica:
-la violenza nelle competizioni
-la violenza attorno allo sport
-il razzismo e le discriminazioni in genere
-la problematica del doping
-la disonestà
-la valutazione delle prestazioni non sempre imparziale
-interferenze economiche e politiche
Sport è sinonimo di salute, si pensa comunemente. A proposito:

35.1.-SULLA SALUTE

Una cosa che ho trascurato in questa pseudo-autobiografia, è parlare della salute.


L’argomento è, per intero, perfettamente affrontabile dal punto di vista delle cause delle malattie, (da un lato), e di cosa sono in effetti, come vanno
considerate, all’interno dell’uomo, le stesse malattie (dall’altro lato).
In una parola, occorre parlare di psicosomatica. A proposito:

35.2.-LA PSICOSOMATICA
(questo libro è utilissimo)

Nessuno in realtà capisce perché ci si ammala. In Italia non esiste ancora un Istituto di psicosomatica.
(solo una “Società generale”).
Eppure, quando ci si rivolge al medico generico, su dieci casi , sei o sette non sono che un “mi sento…”, “credo di avere…”, “ho paura che…”, e via
farfugliando.
Quando andai a Firenze, oltre a trovare la Culla del Rinascimento (sopravvivevo comunque…), trovai anche un po’ me stesso (e questo m’interessa già di più).
Confesso infatti ora ciò che non dissi quando parlai di Firenze: che mi venne un “coccolone”.
Ero per strada e, d’un tratto, le gambe s’irrigidiscono e comincio a camminare come un automa. Non riuscivo più a tenerle in riga, avevo delle “scariche” come
quelle di Pozzetto in Mia moglie è una strega. Allora vado al Pronto Soccorso, forse è il caldo, un po’ di astenia. Mi fanno un elettrocardiogramma e mi
dimettono. Mentre torno verso l’auto torno a irrigidirmi, stavolta nella schiena. Sembravo Quasimodo, con la testa incassata tra le spalle. Così chiamo
l’ambulanza che mi riporta, ahimè, nell’ospedale di prima. Qui la stessa dottoressa, arrabbiandosi, mi dice che non ho niente(!)
Dopo un quarto d’ora di battibecco, le azzardo quello che avevo pensato: forse somatizzo il nervosismo. Tornata improvvisa calma, risponde: “allora non
deve venire al Pronto Soccorso”. Lo pensava anche lei, evidentemente. Insisto per farmi dare del Valium (avrebbero dovuto darmelo loro…) e torno all’auto.
Praticamente, lo stress per il cercare da oltre un mese a tempo pieno, un lavoro, senza trovarlo, mi aveva colpito prima alle gambe e poi alla schiena.
Somatizzavo. Erano disturbi nervosi.
Meglio, erano disturbi psicosomatici.
Il miglior libro che tratta specificamente tali disturbi è quello del 2001, Disturbi psicosomatici per l’appunto, ediz. Il Mulino (tra l’altro, è un’editore
bolognese). La discussione di questo libro credo sia un bell’esercizio mentale, perché ogni singola frase può essere approfondita enormemente, cela non un altro
libro ma un’intera biblioteca.
L’argomento non riguarda poi molto la medicina, ma è essenzialmente filosofico. Proprio così. E’ un libriccino di sole cento pagine, tra i più utili in
assoluto.Una delle recensioni a Dianetics di Hubbard sul sito Internetbookshop sosteneva che in quel libro c’è una marea di concetti confusi (un po’ come nel
mio…) e che altri sono quelli da leggere per migliorarci la vita.
Il libro in esame è tra questi.
Oltre al mio ovviamente…
Non solo riguarda la filosofia, ma il confronto tra le culture occidentale e orientale, la sociologia e una quantità di altri argomenti. Non si tratta solo di capire
che un problema di origine psicogena può essere somatizzato fino a riguardare la sfera biologica.
Quando si parla di rapporto medico-paziente, si parla di psicosomatica; quando si parla di anatomia, si parla di psicosomatica; quando si parla di dismorfofobia
(così comune negli adolescenti), si parla di p.; quando si parla di comunicazione non-verbale, specie quella madre-figlio, si parla di p.; quando si parla della
concezione orientale dell’Uomo, si parla di p.; quando si parla di bisogni affettivi, si parla di p.; quando si parla di Platone, si parla di p.; quando si parla di
Cartesio, si parla di p.; quando si parla di causalità, si parla di p.; persino quando si parla, nientemeno, che della Verità, si parla di p.!
C’è forse qualcosa, tra i grandi temi della vita, che resta fuori?
Altro che Hubbard!
La tesi principale del libro è che tutte le malattie sono psicosomatiche.
Io non sono d’accordo. Quando una gamba va in cancrena non c’è un’origine psicogena.
Ma capisco l’accezione nella quale gli autori intendono la loro affermazione.
A volte la mente ci dà la sensazione di avere un corpo, altre di essere il proprio corpo.
Voilà tout.
Non capisco invece, o vorrei saperne di più, quando gli autori scrivono che la separazione tra corpo e mente non è un concetto universale, è un concetto
platonico. I presocratici e i sofisti erano per un principio unico, (chi per il fuoco, chi per l’acqua, etc.), che spiegasse la vita, e così gli indiani e gli orientali. Il
dualismo platonico è poi diventato la base del pensiero e in particolare della scienza occidentali, attraverso il meccanicismo cartesiano.
Il discorso è chiaro e fondato. Ma mi piacerebbe parlarne con qualcuno, perché vorrebbe dire che la dottrina del Divino Platone, come lo chiamava
Schopenauer, ha determinato un errore di fondo, dal quale i libri come quello, ben noto, di Muramoto Il medico di se stesso, hanno recentemente cercato di
risollevare l’Occidente.
E una filosofia che contiene un difetto così evidente, non viene un po’, essa stessa, per intero, sminuita?
In altre parole, l’Occidente vive nell’errore?
La seconda riflessione che mi provoca la lettura di questo libro, riguarda sempre l’università (sembra che ne voglia parlare male a tutti i costi, non è così). Al
secondo capitolo, infatti, si parla del concetto di “causa”, e si distinguono relazioni causali lineari, multifattoriali, circolari e complesse. Come fanno gli autori a
parlare con questa sicurezza dei vari tipi di cause? In parte si giustificano col dire che ogni relazione causale proposta non è che un modello, suscettibile di essere
migliorato o superato. Ma alla fine si afferma che probabilmente seguono un modello complesso, lineare e circolare insieme (un po’ come le onde
elettromagnetiche, la cui natura è insieme corpuscolare e ondulatoria). Però, per esempio, l’inversione dei segni al di là dell’”uguale”, in algebra, all’apparenza
così naturale, ha richiesto secoli per essere formulata. Andrebbe ribadito il carattere teorico di quanto affermato. E ancora: le cose che dicono, se le si prende per
vere, si commette lo stesso errore che sottolinea il matematico di Jurassic Park, cioè si sale sulle spalle di quanti sono venuti prima di noi, e questo in medicina è
pericoloso; poi però, gli autori criticano ciò che fanno loro stessi- evidentemente senza rendersene conto- col dire che l’istruzione universitaria è troppo settoriale
, perché un cardiologo delega i problemi psicologici del suo paziente allo psicologo o psichiatra (qui sono d’accordo).
In senso “filosofico” la mia critica è evidente: l’unica cosa certa che afferma questo libro (o la psicosomatica, ch’è lo stesso), è che non vi sono certezze…
Terza considerazione:*****************************************************************
Un’ulcera è psicosomatica, e può venirti perché la madre ti tratta male. A proposito:

6.8.-LETTERA ALLA MADRE


(un abbozzo)

Cara mamma,
recentemente mi hai rimproverato di non avere amici. Tra le altre cose. Per la verità sono almeno dieci anni che mi soffochi e mi rimproveri. Prima non era
così.
Ricordo quand’ero piccolo e mi consolavi praticamente un giorno sì e l’altro pure (piangevo facilmente), venendo in camera mia la sera, e interrompendo
addirittura la cena per far questo. Ricordo che se non ti salutavo, quando andavi al lavoro, stavo male finchè non tornavi. Ricordo che la prima vacanza che feci
da solo (con la nonna), mi mancavi tantissimo.
Non so cos’è successo quando sono tornato da Valenza. E’ da allora che mi “stai addosso”. Adesso, quando mangiamo insieme in cucina (l’unico momento che
ci vediamo, sei sempre all’oratorio) vuoi che stia lì calmo e rispettoso, ma tu puoi fare il Vietnam sul lavello (poi devo pulire io), mi insulti se si parla di lavoro,
(per quanto ti dica che sei offensiva), mi dai “sulla voce” se ti racconto qualcosa (oppure stai zitta tutto il tempo).
Lo so che spesso non mi fai delle sfuriate che mi aspetterei. Ma è peggio così, perché e come quando uno deve venire impiccato: se viene impiccato è morto ed
è finita; ma se deve, nel mio caso, avere in casa una mina inesplosa, può soffrirne per tutta la vita. Salvo poi, nei momenti di vera quiete, tormentarmi con cose di
nessun conto, e sai che io non posso rispondere, o peggio passare a vie di fatto, perché mi verrebbero i rimorsi (e di questo te ne approfitti).
Una madre biblica, e un figlio che ha bisogno di essere rassicurato non dalla legge, ma dall’amore. Me lo dai, questo amore? Ultimamente ne dubito. Se ti
chiedo di abbonarmi ad Auto oggi lo fai, però il modo di rispondere a domande meno pretenziose è spesso disturbante. Hai un radar che ti dice quando io,
internamente, sono in pace e quando invece sono furibondo, nonché tutte le sfumature intermedie. Come fai, dato che spesso non lo so neanch’io? Quando
Roberto parla, ha ragione, però se parlo io, non perdi occasione di ricordare ad entrambi che io avevo il negozio (e adesso è suo).
Questa lettera (o abbozzo di lettera) è ovviamente sulla falsariga di quella kafkiana, (non l’ho fatta “al padre” perché purtroppo è morto), dove si possono
distinguere cinque temi principali:
-il rapporto col genitore in casa (sottotema: i ricordi dello stesso su quant’era dura ai suoi tempi la vita);
-il rapporto col genitore sul lavoro;
-il rapporto col genitore nella pratica della religione;
-lo sviluppo del figlio emotivamente, scolasticamente e professionalmente;
-il (mancato) matrimonio del figlio.
Più un tentativo di risposta del genitore, immaginato dallo stesso figlio.
Resta un esempio di grande letteratura; però, umanamente, Kafka non ha poi così ragione, credo.
E credo sia per questo che la lettera non arrivò mai a destinazione, e non perché, ormai adulto, avesse ancora paura del padre, anche se magari se lo raccontava
ancora.
Sapeva invece che il genitore, come si diceva una volta del cliente, ha sempre ragione.
Cioè, giustamente.
Semmai, secondo me, si sbaglia a voler essere genitori (e difatti io non ho- e mai avrò- figli).
Ma quando si hanno figli, non è così facile essere un cattivo genitore; oppure, si può appunto dire che è facile essere un cattivo genitore…
In entrambi i casi, il figlio dovrebbe essere molto paziente.
Portare avanti, oltre alla propria vita, quella del compagno/a… a me personalmente appare un compito improbo (e difatti non ho mai avuto- e mai avrò- la
ragazza); se a ciò aggiungiamo il portare avanti anche la vita/le vite dei figli…forse un buon genitore è l’eccezione…e un cattivo genitore è normale, se non
esagera…
No, Kafka è un grande scrittore ma ha torto, torto marcio…
Spesso l’educazione filiale è un’educazione religiosa. A proposito:

36.-SULLE RELIGIONI

Ero indeciso se inserire l’argomento nel mio ottimo libro d’esordio, perché non è un argomento ma l’Argomento, per l’importanza che ha, in questo superato
solo dal sesso e dall’economia.
Tuttavia, mi piacerebbe parlare di tutto un po’, perché è meglio sapere poco di tutto che tutto di una cosa sola (con buona pace dei docenti universitari):
“quest’universalità è la più bella” (Pascal).
Faccio un’eccezione solo per la politica. Sbagliando, perché la storia di una disciplina, qualsivoglia, s’identifica con la Storia (dunque, Politica). Ma non me ne
sono mai interessato.
Altrove dirò forse le mie idee anche su questo, poche ma in compenso confuse.
Premessa, e si vedrà che per me questa è anche la conclusione:
le religioni sono, tutte, artificiali, cioè invenzioni dell’uomo, specie le rivelate, e come ovvia conseguenza di ciò:
le religioni vorrebbero essere la risposta, ma non sono invece che la domanda.
E’incredibile (per me) constatare che non esiste produzione intellettuale occidentale da duemila anni a questa parte che sia libera della presenza di Dio (io
penso istintivamente al cristianesimo, ovvio). Schopenauer diceva: “quando mi si parla di Dio, io non so di che cosa mi si parli”.
Mi chiedo chi lo sa.
Cioè, una cosa, una nozione, un concetto, un essere, comunque lo vogliamo definire, che è ASTRATTO, (secondo la prima accezione del Devoto-Oli, che
prescinde dall’esperienza- e Dio prescinde di certo dall’esperienza, tranne che per i mistici), lo si è preso e fatto infiltrare ovunque, come una metastasi tumorale.
(Uso quest’espressione molto forte per rendere quanto sia penetrato il sacro nella cultura occidentale- non le si attribuisca l’identica valenza negativa).
Anzi, ha formato le menti di tre continenti in questi duemila anni, e sta conquistando l’Africa.
E’, lo ripeto, solo una constatazione. Il mondo è anche e soprattutto il prodotto di questa elucubrazione. Impossibile (cioè stupido ed inutile) lamentarsene.
Non so se il termine “elucubrazione” sia calzante. Intendo dire che l’Uomo, con Dio, ha sempre fatto come il fan troppo invadente di Carmen Consoli (v.
Cap.17): cioè, nel tentativo di stabilire un dialogo con chi non può rispondere, si chiede le cose e si risponde da solo.
Ci si faccia caso.
Qualsivoglia opera di teologia, è sterile; nel senso, che ha il proprio fine in se stessa.
Si ragiona, più o meno sottilmente, a volte genialmente, si risponde a un altro autore, ci si “fotte” (mi si passi la parola) la vita.
Ma tutto ciò non prova niente.Ci sembra.
Dio viene lasciato fuori.
Al punto che, ammesso che ci sia, si starà chiedendo: “ma questi qua, cosa dicono?!”
Il più grosso ostacolo al credere, mi viene, personalmente, dall’osservare il numero di religioni viventi (v. il sito del CESNUR): sarebbe veramente superbia,
da parte mia, pensare che la MIA fede sia superiore alle altre, anzi, l’unica che meriti di definirsi tale.
Io la penso come Maupassant: “Per egoismo, cattiveria o eclettismo, non voglio mai sentirmi legato a nessun partito politico, a nessuna religione, a
nessuna setta, a nessuna scuola; né aderire mai a una qualsiasi associazione che professi una qualche dottrina, né inchinarmi davanti a nessun dogma, a
nessun principio o principe, e ciò unicamente per conservare il diritto di dirne male”.
Peraltro le religioni sono riducibili a meno di una decina, partendo dai migliaia di credo esistiti o tutt’ora vivi. Quelle che a me interessano in questa sede sono
solo due: giudaismo-cristianesimo e induismo-buddismo.
Cioè, l’Occidente e l’Oriente.
E già opero una semplificazione che apparirà senz’altro demenziale a chi non abbia letto Gandhi (“non considero il buddismo separato dall’induismo”), o a
chi semplicemente non si renda ancora conto che Gesù non era che un ebreo in un mondo di ebrei.
L’Islam è religione solo in virtù del suo sviluppo storico: non v’è nel Corano alcuna idea apprezzabile, al di là di quel significativo disprezzo della morte che
lo caratterizza, ma che si ritrova anche nella laica casta dei Samurai, per esempio. L’eccezione è costituita dal misticismo Sufi.
A proposito dell’Islam, non è vero ch’è più intollerante delle altre religioni. Questo è un pregiudizio. C’è un libriccino della Laterza, Perché le religioni
scendono in guerra?, che parla per due terzi solo dei musulmani, per mostrare quando una fede esagera.
In realtà, come tutte le religioni che si presentano quale la sola, vera fede salvatrice, anche il Cristianesimo è, per sua stessa natura, intollerante, come fa notare
il Foot Moore.
E’ quella che Schopenauer chiama la “mitologia giudaica”, il rozzo Ebraismo, ad aver inculcato lo stesso atteggiamento mentale nel Cristianesimo,
ovviamente.
Non esiste altro Dio all’infuori di…
Ovviamente dovrei stare attento a dire la benché minima cosa contro l’Ebraismo; tra l’altro adesso pare si rischi di andare in galera, in Italia. Ma un giudizio
sui contenuti di un’altra religione (peraltro riporto solo il pensiero di un filosofo, non sono idee mie- ma le condivido) non equivale a dire che la propria
religione, o addirittura razza, sia superiore; e comunque non autorizza a voler sterminare i fedeli di quell’altra religione…
Il lato morale del cristianesimo è comunque eccellente.
Schopenauer diceva che si tratta di sole quindici paginette: in effetti, sono forse anche meno: i Cap. 5, 6 e 7 di Mt. sono la vera essenza, ed il compendio,
anche, di questa religione. Ma non si confonda la quantità con la qualità: il Vangelo è certamente il primo, o il secondo, tra i pochi libri che FORMANO una
persona, nel senso più proprio ed ampio del termine. Io lo porto sempre con me, anche se non lo leggo così spesso… In auto invece tengo il Welt, e una raccolta
di scritti del Mahatma. Per cercare di essere più buoni, può bastare questo materiale.
Anche se la vera consolazione mi viene unicamente dal mio essere (non dal mio agire, come pretendevano gli stoici); ma quelle letture fanno parte del mio
essere, no? Anche la vita e i fioretti di San Francesco (l’ottavo in particolare) sono molto utili.
Questi scritti aiutano a sentire: per il ragionare ce ne sono altri: sempre il Welt, i discorsi del Buddha, i grandi moralisti francesi (Pascal e Maupassant i miei
preferiti), molto Hesse, e forse qualcos’altro.
Forse il lettore si chiederà come posso apprezzare il Vangelo dichiarandomi schopenaueriano, come se lui non fosse mai nato e dunque non fosse ancora stata
dimostrata l’impossibilità dell’esistenza di un Dio oggettivo, creatore del cielo e della terra, secondo l’ottimistica e rozza mitologia giudaica, sulla quale il
cristianesimo più diffuso- specie quello protestante- è conformato.
Ma l’autentico cristianesimo, di derivazione indiana, pone l’accento sull’ascesi, al pari dei bhikku buddisti o dei sufi maomettani: dunque la conclusione a cui
si giunge, per via affatto diversa, è la medesima della mia filosofia preferita.
Ma, religione a parte, il lettore si chiederà ancora di più come mai forse talvolta io mi contraddico proprio dove mi vanto di avere invece imparato qualcosa.
Per esempio, avrò da qualche parte sicuramente affermato che una tal cosa è in me “innata”, quando so che da Kant in poi non esistono più i concetti “innati”.
Vorrei solo rifarmi qui alle prime righe del Cap. 15.1, dove si spiegava la differenza tra filosofia e pseudo-filosofia: del resto, credo che nessun filosofo (ma io
non sono un filosofo, semmai un filone) pensava per la strada come pensava al tavolo di lavoro, così come nessuno vive come pensa.
Io per esempio non sono sempre così gentile con le donne come lo spazio concesso loro in questa sede lascerebbe credere- né lo era il mio Arthur (una volta
diede uno spintone a una vecchia e dovette pagarle le cure per tutta la vita). Però lui era coerente: delle donne parlava male.
Ma a ben vedere, così come in ogni autore francese c’è un moralista, in ogni religioso- e, a maggior ragione, in ogni fondatore di religione- c’è un pensatore,
un filosofo, un genio.
Che non lascia mai, si badi bene, nulla di scritto.
Gesù e Buddha non hanno mai scritto nulla.
Socrate nemmeno, ma nel suo caso non depone del tutto a suo favore; almeno Schopenauer la pensava così. (chiarisco qui una volta per tutte che scrivo il suo
nome senza la seconda “h” per agilità, e anche per vezzo-del resto lui nel scrivere in greco tralasciava sempre spiriti e accenti).
Senza l’autorità della parola scritta, tuttavia, è difficile imporre la religione. Se a una persona non gli si parla mai di Dio, ne saprà qualcosa? Il quesito è
tutt’altro che nuovo.
E’ certo che, se fin da bambini si ascolta che c’è un Dio, l’adulto non saprà nemmeno prendere in considerazione l’idea che potrebbe non essere così. Su ciò,
anche se apparentemente non c’entra niente, vedi anche il capitolo 6.4.3. di questo stesso libro. *************************
In genere chi bazzica la teologia viene considerato colto. A proposito:

9.4.-ANCORA SULLA CULTURA

“Non ti dispiace aver buttato via tanti anni di studio?”. Ritengo che non si possa “buttar via” il sapere e mi rifiuto di considerare sprecato lo studio che non
ha una qualche immediata applicazione pratica. In realtà, un capovolgimento di valori rispetto ad una opposta tradizione millenaria, dà oggi il primato al fare
applicativo rispetto al sapere fine a se stesso. All’università, il numero chiuso viene istituito in due modi: o si regola l’accesso in base alla didattica, per evitare di
avere studenti “in parcheggio”; oppure ci si basa su quel che richiede il mercato del lavoro. La seconda possibilità è particolarmente invocata oggi come
necessaria, il che riduce l’università da luogo di produzione e diffusione della conoscenza, a semplice fabbrica di futuri impiegati.
Le discipline scientifiche soffrono questo stato di cose più di quelle umanistiche. La Medicina, p.es., non si apprezza quale pura conoscenza, e si può anche
arrivare, come per la matematica, a vantarsi di non saperla.
C’è un modo empirico molto semplice per sapere ciò che la maggioranza delle persone considera cultura: tutto ciò che ci si vergogna d’ignorare.
Il suddetto pezzo non è mio, l’ho trovato in un libro intitolato La salute consapevole, ediz. Dedalo.
Lo prendo come spunto per ribadire alcune mie convinzioni, che evidentemente non sono solo mie.
La prima è che sono, nell’intimo, sinceramente perplesso di fronte all’istituzione universitaria.
Il che non ha senso; ma si è ormai dimostrato, credo, anche se non lo si ammette, che non sia che un esamificio, una fabbrica d’impiegati, un biglietto da visita
sociale, tutto tranne che una scuola che formi la persona attraverso il gusto del sapere fine a se stesso. Ad onor del vero, quand’anche fosse quest’ultima cosa,
senza immediata utilità pratica, (del fare applicativo), probabilmente direi: “e allora, a che serve?”. Dunque non sono mai contento.
Strano, perché la mia appena bimestrale frequentazione universitaria mi ha se non altro fatto nascere un certo rispetto verso chi ha avuto la costanza nello
studio per arrivare a laurearsi. Ma il sospetto resta.
Forse leggo troppo l’Hesse di Unterm Rad. In effetti, pur se non si trattava della scuola prussiana, anch’io all’università mi sentivo un po’ “sotto la ruota”.
Comunque ingegnarsi per avere la “pagnotta” è cosa buona e giusta, scherzi a parte.
Forse sono troppo vecchio per queste stronzate.
La seconda cosa è forse più importante: mi ricorre in testa la domanda, forse è ormai un’ossessione: chi è colto?
L’autore del libro citato fa giustamente notare che persone altrimenti colte possono benissimo vantarsi d’ignorare la matematica! Aggiungendo subito dopo
che di ciò che s’ignora in genere ci se ne vergogna. Dipende dalla considerazione che si ha per la cosa stessa.
Mi vengono in mente i quiz di “cultura generale”: è una vergogna non sapere quando è nato o morto Garibaldi, però una persona che non lo sa non è vero che
sia ignorante. E’ ignorante perché ignora quando è nato o morto Garibaldi, unicamente in questo senso. Allo stesso modo, una persona che fa sfoggio di cultura
in televisione, non è vero che sia colta. O non è detto.
Che la cultura sia difficilmente definibile, che sia cioè un concetto negativo e non positivo, appare subito evidente dando un’occhiata a qualsivoglia
bibliografia.
Nel libro prima discusso, Disturbi psicosomatici, al capitolo “per saperne di più”, si afferma: “la letteratura psicosomatica è veramente molto vasta, anche
se le pubblicazioni che affrontano questo argomento con serietà non sono molte”. Io sostengo che tale affermazione si possa estendere a TUTTE le
bibliografie.
La stragrande maggioranza dei libri è come la stragrande maggioranza degli studiosi stessi: del tutto inutile. (v., p.es., il presente testo). Forse leggo troppo
Hesse.
Dei libri si può forse dire quello che dice Woody Allen dei film in Hollywood Ending: “Vuoi che faccia un film da cieco?”
Risposta: “Hai visto i film che ci sono in giro?”.
Un po’ come il mio libro: “Vuoi scrivere un libro senza saper scrivere?”
Risposta: “Hai visto i libri che si pubblicano?”.
Vorrei parlare male, per esempio, della mia docente di tedesco all’università, non perché io ce l’abbia con lei (tra l’altro è un bel donnino, e la sua scienza è
davvero libresca), ma perché ce l’ho con lei in quanto mi ha trattato in un modo francamente…Lasciamo perdere.
Ma il mio giudizio sull’unica sua cosa che ho letto (forse è troppo poco) è obiettivo, spero.
E distruttore. Si tratta di una pubblicazione che riunisce vari interventi di germanisti a proposito delle Germanie riunite, cioè di quella corrente letteraria
determinata dalla vicenda del muro di Berlino, in particolare dal suo abbattimento. Si vuole sostenere la tesi dell’Estalgia (sic!), che sarebbe la traduzione del
tedesco “Ostalgie”, a sua volta derivata da Nostalgie (nostalgia). Cioè, la “nostalgia dell’Est” che i tedeschi avrebbero dalla caduta del muro ad oggi. E che ha
prodotto una quantità di libri.
Il motivo che ricorre più spesso è quanto siano dispiaciuti, nel profondo, i tedeschi della caduta del muro, perché ormai rappresentava se non altro una stabilità
psicologica, e soprattutto perché vissero già un dramma nel 1961, al suo innalzamento; cosicché ad ogni generazione la Germania non saprebbe a cosa
aggrapparsi di preciso, se ho capito bene.
I tedeschi non so, ma gli americani di tutto questo discorso direbbero: “bullshit”. Stronzate.
I tedeschi, per esempio, appena un anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, venivano già in Italia a fare i turisti (!). Hanno fatto in fretta a
riprendersi!
Ai tedeschi del muro “nun je ne po’ fregà dde meno!”, ne sono assolutamente convinto.
Per questo son tedeschi. Non si piangono addosso. Solo così possono fare le strade più lisce del mondo.
Per quanto riguarda i libri effettivamente usciti sull’argomento, essi non sono forse altro che “instant books”, come si dice con terminologia anglosassone. Un
altro esempio si ha col film Le vite degli altri, osannato ai festival per come girato, ma anche per l’argomento nuovo. E’ un ottimo tema (cfr. 3.3).
Un cambiamento (oltre a quello politico-economico) la vicenda del muro l’ha realmente portato, e sta più che altro nella lingua (la stessa parola Estalgia ne è
la prova), non tanto nelle coscienze. Per esempio, con procedimento tipico di questa lingua, è nata in tedesco un’intera famiglia di sostantivi composti su base
della parola Euro (da Europa).
Ci sarebbero altri difetti ne Le Germanie riunite, a cominciare da un linguaggio francamente non di livello universitario; è che i docenti universitari sono tenuti
alla pubblicazione di un tot di testi all’anno, e in questo caso (ed in altri, infiniti casi) questo è l’unico motivo per avere scritto tale libro, che con quelli tedeschi
ha in comune solo il fatto di essere un vero e proprio “mattone”.
Questa è anche l’occasione per parlare della mia biblioteca personale domestica. Non so se valga l’affermazione: “dimmi la biblioteca che hai e ti dirò la tua
cultura”, perché è più determinante quanto un singolo libro è penetrato nell’anima di quanti se ne sono letti.
Di certo l’elenco dei libri posseduti può dare qualche indicazione su quel che piace ad una persona, a parte quei pochi testi ricevuti in regalo o quelli che si
tengono perché hanno un valore antiquario, di mercato. In genere si compra ciò che si ha voglia di leggere (ma all’università si è costretti a procurarsi e a
studiare libri che non compreremmo mai).
Inoltre, se non serve a dire ciò che uno è, di certo può dire ciò che uno non è: io, per esempio, non sono un matematico, né un poeta, né un artista (v. oltre).
E forse qualcuno vorrà sapere che caspita ho letto per poter scrivere stò guazzabuglio…
Mi sono imposto di possedere solo i libri che stanno nella mia camera da letto, perché volerne avere di più e altrove vorrebbe dire tenere molte cose che non si
sanno, e che probabilmente non si leggeranno, o rileggeranno, mai: si terrebbero solo per un fatto affettivo, pericolosissimo nel caso dei libri (ma l’attaccamento
è dannoso sempre). Al Giugno 2007 ne possiedo ca. 950.
La parte più grossa è costituita dalla letteratura, divisa per la nazionalità degli autori: ogni “buco” della libreria contiene parte del patrimonio letterario di un
Paese. Ho quattro buchi d’italiano, un buco di storia della lingua italiana e grammatica, quattro buchi di tedesco (uno dei quali interamente consacrato a
Schopenauer, ed uno contenente anche corsi e grammatiche), quattro buchi di francese (uno contenente anche corsi e grammatiche), tre buchi d’inglese (uno
contenente anche corsi e grammatiche), due buchi di americano, un buco di spagnolo e latinoamerica, un buco di russo e altre lingue. Gli autori sono tutti
mischiati, non in ordine cronologico, né alfabetico. Fanno venti buchi, la base non della mia cultura, che peraltro non posseggo, bensì del mio piacere. Sotto
questi buchi ci sono due scaffali di storia, uno scaffale di guide turistiche, ed uno di libri di esoterismo.
Nell’altra libreria ci sono i corsi di lingue De Agostini: un buco per il tedesco, uno per il francese, uno per l’inglese e uno per lo spagnolo (comunque non
conosco nessuna di queste lingue). Inoltre ci sono tre buchi di dizionari vari, un buco di corsi di greco antico e latino, un buco di autori greci e latini, e un buco
attualmente vuoto (mi mancano altre opere di consultazione). Sotto questi dieci buchi ci sono otto cassetti di cianfrusaglie (depliants, CD-ROM, lettere, pastelli,
righelli…).
Nella terza ed ultima libreria ci sono: uno scaffale di fumetti (non molti), uno scaffale di libri d’arte e storia dell’arte, uno scaffale di musica (specie sul rock),
uno di religione (non molto fornito, giustamente, credo), uno di qualche libro sulle automobili, sulla cucina, sulla sessuologia (tutti argomenti affini), e uno
scaffale di scienze.
Inoltre ho un ripostiglio per le raccolte di varie riviste, una mensola di libri sul Giappone e le arti marziali, un mobile per i film in DVD (pochi) e uno per i CD
(pochissimi). Tutto qua.
Ma questo non rende ancora l’idea della qualità dei testi da me posseduti, solo della quantità.
Entrando nel dettaglio, dirò allora che la sezione d’italiano contiene: Dante, Boccaccio, Petrarca, Machiavelli, Manzoni, Leopardi, Fogazzaro, Cesare Marchi,
Quasimodo, Montale, Corrado Guzzanti, Carlo Levi, Pascoli, Zavattini, Ariosto, Trilussa, D’Annunzio, Vittorini, Svevo, Luciano De Crescenzo, Goldoni,
Foscolo, Aldo Busi, Buzzati, Pasolini, Casanova, Carducci, Collodi, Baricco, Verga, Tomasi de Lampedusa, Calvino, Moravia, Pirandello, Eco, Della Casa,
Pavese, Tamaro, Freak Antoni, Daniele Luttazzi, Tozzi, De Amicis, Tiziano Terzani, Ruffini, Pinketts, Maurensig e Marco Polo.
Tedesco: Schopenauer, Schmidt, Nice, Hesse, Goethe, Freud, Herrigel, Meyrink, Schiller, Grass, Boell, Lorenz, Mann, Brentano, Kleist, Buchner, Raspe &
Burger, Hegel, Kafka, Musil e Schnitzler.
Francese: Hugo, Zola, Balzac, Gide, Proust, Verne, Maupassant, Stendhal, Dumas pere, Fournier, Baudelaire, Flaubert, Voltaire, Pascal, Huysmans, Rimbaud,
Montaigne, Pergaud, Radiguet, Yourcenare e Simenon.
Inglese: De Foe, Agatha Christie, Carroll, Wodehouse, Conan Doyle, Coleridge, Stoker, Shelley, Stevenson, Jerome, Kipling, Shakespeare, Wilde, G.B.Shaw,
Chesterton, Joyce, Austen, Golding, Lawrence, Orwell, Swift, Woolf, Dickens, Conrad, Tolkien, Scott, Fleming, Milton e il Sir Gawain.
Americano: Blatty, Erica Jong, Cooper, Woody Allen, Hemingway, Benchley, Lee Masters, Kerouac, Twain, Bukowski, Bierce, Faulkner, Miller, Elmore
Leonard, W.S.Burroughs, Capote, Poe, Hawthorne, James, Melville, Whitman, Steimbeck, Scott Fitzgerald, Salinger, E.R.Burroughs, Nabokov e Hooker.
Iberico-latino: Cervantes, De Vega, Isabel Allende, Sepulveda, Amado, Garcia Lorca, Garcia Marquez, Neruda, Guimaraes Rosa.
Russo e altre lingue: Bulgakov, Asimov, Pasternak, Dostoevskij, Checov, Puskin, Ibsen, Tolstoj, Gorkij, Lermontov, Gogol, Majakovskij; Erasmo, Rosamunde
Pilcher (Olanda), Hettne & Fritz (Svezia), Kundera (rep. Ceca), Jacobsen, Jensen, Blixen (Danimarca), Hamsun (Norvegia), Bellow (russo-ebreo-canadese).
Sezione classica: Plutarco, Platone, Omero, Virgilio, Seneca, Cicerone, Ovidio, Epicuro, Sant’Agostino e Aladino e la lampada meravigliosa.
Come si vede, ho i Grandi Classici, soprattutto, più qualche divertimento (Luttazzi tra Dante e Petrarca), di cui non mi vergogno; a volte è sbagliata la
collocazione.
E non ho tutto quello che ha scritto un autore: p.es., di Goethe mi manca nientemeno che il Faust.
Comunque non mi sembra davvero niente male, come biblioteca, per uno con la maturità d’arte.
La domanda che mi sento rivolgere più spesso è, evidentemente: li hai letti tutti?
Purtroppo non ho più la raccolta di libri su Bologna: l’ho venduta!
Sono un bibliofilo, non un bibliomane.
Sulle altre “sezioni” c’è ancora qualcosa da dire: quella di storia comprende tutte le opere di Indro Montanelli, oltre ai libri sul Nazismo; quella di
consultazione manca solo di una Grammatica italiana degna di questo nome, e di un dizionario Greco antico-Italiano (per il resto è ben fornita-a parte un
dizionario etimologico di cui non sento la mancanza: Devoto-Oli, Castiglioni-Mariotti, Boch, Ragazzini, PONS, Ambruzzi); ho una cassettiera con tutte le Guide
Rosse del TCI, prima non l’ho detto; la sezione giapponese ha qualcosa di Mishima, oltre a testi di e su Funakoshi; la sezione d’arte non è molto fornita: l’Electa
e qualche monografia- però c’è molto Monet, il mio pittore preferito- ma mancano quasi tutti i saggi di psicologia dell’arte; come fumetti, ho la collana completa
di Repubblica del 2003, oltre ai Peanuts ovviamente; di musica, ho tutto lo Scaruffi, e molte “storie” e spartiti di Beatles, Rolling Stones, Doors, musica Country,
oltre ai testi sul valzer viennese; di religione, ho la bibbia della Piemme, il Corano, gli scritti di Gandhi, e diversi libri su Buddha e San Francesco; ho una mini-
biblioteca sulla Citroen; la raccolta di misteri della Hobby & Work, oltre ai libri di preastronautica (Kolosimo, von Daeniken), e quelli di Douglas Baker;
qualcosa sul sesso, soprattutto posizioni e fisiologia; qualcosa sugli alcolici, specie sull’whisky; diverse annate di riviste (Oasis, Jesus, Auto Oggi, Abstracta,
Orologi, Budo international); un centinaio di DVD registrati dalla televisione, e una manciata di CD di R&R e Country, oltre ai valzer di Strauss ovviamente.
Resta solo da aggiungere la sezione di Scienze, che da piccolo erano le mie predilette; oggi mi accorgo di non avere niente: qualcosa sui dinosauri, e tutti i testi
più completi sulla Gemmologia.
Comunque pensare di avere molti libri è soprattutto ingenuità. A proposito:

29.7.-SULL’INGENUITA’ IN ARTE

Lo spunto per parlare di questo mi viene dall’acquisto di una monografia sul pittore forse più associato all’infantilismo: Rousseau. E anche dal fatto che nella
mia terra, a ridosso (quasi) del Po, c’è il Museo Nazionale delle Arti Naives.
Dai Naifs il Doganiere può forse essere visto come un caposcuola.*****************************
Diversi quadri di Rousseau contengono un elemento voyeuristico. A proposito:

13.2.-SUL VOYEURISMO
(questo capitolo è una perla)

INTRODUZIONE
E’noto che nel maschio l’eccitazione sessuale è determinata soprattutto dal senso della vista. La femmina pare sia più cenestesica, cioè influenzata dalle
sensazioni; p.es., dal potere evocativo della parola (una persona che sappia parlare è facilmente un gran seduttore), piuttosto che dall’atmosfera della situazione
(la grande vendita di racconti romantici può essere vista come il parallelo delle riviste per soli uomini), e persino dal timbro di voce o dagli odori. Per questo si
dice che “l’uomo s’innamora con gli occhi, la donna con le orecchie”.
Non voglio entrare nel merito dell’affermazione (anche le donne hanno pensieri erotici, e a loro piace molto il sesso fine a se stesso, almeno quanto all’uomo)
per concentrare invece l’attenzione sul guardare del maschio.
Ci sono cinque aspetti da tenere presente quando il piacere di vedere il corpo femminile diventa eccessivo. Ovviamente bisogna intendersi su cosa significhi
eccessivo. Io ci sono passato. Per quel che mi riguarda, è quando ti accorgi che cerchi la visione dell’altro sesso in modo pressoché continuo, anche a casa o in
qualunque altro contesto, non solo in situazioni “normali” (come il girarsi se passa una bella ragazza per strada).
Un’altra caratteristica di “eccessivo” è che ti piace pressoché ogni donna, per meglio dire, ogni culo, ogni seno, ogni viso. Un’altra ancora è che senti che
questo ti dà sì piacere, ma un piacere dal quale sei dipendente; lo avverti bene, dentro di te, che faresti meglio, che STARESTI meglio, una volta tanto, a star
tranquillo, ad evitare di guardare proprio lì.
Ma DEVI guardare; e quando lo fai, non ti basta più averle visto il seno, ma detto seno lo vuoi vedere di profilo, p.es., chè forse offre un volume maggiore o
una forma più eccitante allo sguardo.
Più guardi, più guarderesti (come in Autofocus di Paul Schrader).
Ci ripensi, quando sei solo. Torni in un luogo IN FUNZIONE di una ragazza che ti è piaciuta (e non sto parlando della sua conversazione!). La cosa diventa
un’ossessione. Ti metti gli occhiali scuri per poter osservare meglio senza essere visto (in realtà se ne accorgono), ti arrabbi se non ti usano la cortesia di
“esibire” la parte in questione, o se ti usano la malizia (molto frequente, su queste cose sono sveglie in un modo che si direbbe innato) di non mostrarla nella
posa che vorresti, o di mostrare un’altra parte, la meno attraente; mentre una donna ti parla le guardi solo le labbra, o l’iride dell’occhio (per contemplare meglio
il colore), e assumi inconsciamente un’espressione facciale che significa, pressappoco: chissà in una data situazione come ti comporti, se sei così “quadrata”,
bella porcona! (e questo perché lo stai pensando…); cerchi pose diverse persino del viso, delle gambe, guardi l’acconciatura (“la donna è come il maiale… non si
butta niente”, arrivi a pensare), fino a spiare col binocolo una fanciulla che ti è piaciuta, e a tornare indietro per spiarla, se è solo passata velocemente; a stare con
gli occhi incollati alla barista o alla cameriera della birreria; e persino a registrare o fotografare col telefonino la ragazza, o parte di essa per meglio dire…
Bisogna, ancora una volta, intendersi sui termini del problema; il confine tra normalità e disturbo è sottile e indefinibile; e ritengo anche che la visita ad un
sexy-shop praticamente fa prendere atto di come si annulli il concetto di “perversione”, o la valenza che gli si attribuisce.
E’ normale e naturale che un uomo guardi una donna (e ovviamente anche viceversa) se le piace. Non sarebbe normale il contrario (non mi riferisco
all’omosessualità: dagli anni Settanta gli psicologi concordano sul fatto che è una normale espressione sessuale).
Vietarsi di girare la testa è francamente eccessivo; ricorda troppo il volersi imporre una condotta di vita fatta soltanto di repressione, uno sconcertante, risibile
ed odioso e disturbante etc.etc. esempio della quale, ce lo danno i puritani.
Se i siti di gran lunga più numerosi (e visitati) su internet sono quelli pornografici, non ci sarà troppo da preoccuparsi…
Se, all’affermazione di un inquirente, in un talk-show dove si parlava dei serial-killers, il quale sosteneva che forse un forte consumo di pornografia significa
un certo squilibrio, il criminologo Bruno rispondeva: “attenzione alle riviste pornografiche, che si vendono, in Italia, in MILIONI di copie”, per dire che
questo non significa niente, non ci sarà troppo da preoccuparsi…
Se basta mettere una bella donna, o qualche cm. della sua pelle, in film, periodici e trasmissioni televisive per assicurare loro il successo, non ci sarà troppo da
preoccuparsi…
Infatti credo anch’io che il problema non si ponga, soprattutto perché è difficile sapere la modalità nella quale porselo.
Semmai mi chiedo come facciano le donne che volessero, giustamente, soddisfare i loro pruriti, vista la scarsità di stimoli riservati a loro, rispetto a quelli
rivolti all’uomo: calendari maschili ce ne sono pochini, così come è pochino accontentarsi dello strip dell’8 Marzo.
Vero è che internet ha cambiato un po’ le carte in gioco: i siti di incontri sono utilizzatissimi dalle donne, e girano anche un sacco di goliardate (godibilissimo
quello delle quattro soldatesse toscane che mostrano il culo, Dicembre 2006).Forse si affidano al fare, senza tanto girarci intorno, nel senso che non hanno
bisogno di vedere un u