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FERDINANDO ZAMBLERA

LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE


ICONOGRAFICA MESSINESE DEL XVI. NUOVE PRO-
POSTE INTORNO AL MONUMENTO DI DON GIO-
VANNI D’AUSTRIA*

«Voglia l’importanza dell’argomento incitare a nuove e più


accurate ricerche altri cultori della patria istoria, i quali,
alla forma eletta unendo più estesi particolari e documenti
finora ignorati, senza dubbio, potrebbero darci uno studio
completo su questa gloriosa pagina, da me imperfetta-
mente delineata. E sarà questo il miglior compenso alle
mie durate fatiche».
GIUSEPPE ARENAPRIMO

Il presente saggio è dedicato allo studio di importanti fonti icono-


grafiche del secolo XVI presenti a Messina, relative alla battaglia di
Lepanto ed a uno dei suoi principali protagonisti, Don Giovanni
d’Austria641.

* La presentazione power point di questa ricerca sul Don Giovanni d’Austria ha


avuto luogo per la prima volta presso la Biblioteca Regionale Universitaria di Messina,
il 24 ottobre 2008, in occasione del ciclo di Incontri seminariali con il pubblico sulla Sto-
ria della città di Messina (giugno 2008 - giugno 2009). Tenuto conto dello scopo didat-
tico adottato dalla Miscellanea, dedicata in particolare agli studenti universitari, il corpo
del testo è stato volutamente snellito nella forma e nei contenuti. Chi scrive sta attual-
mente lavorando alla versione riveduta e accresciuta del presente saggio, la cui pubbli-
cazione si prevede sollecita.
641
L’impiego dell’iconografia come fonte non è certo una novità degli ultimi de-
cenni; tuttavia, solo di recente la riflessione storiografica si è impegnata a riconoscere

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«Lepanto fu l’evento militare del secolo XVI, nel Mediterraneo,


che ebbe maggiore risonanza»; con questa riflessione il grande storico
francese Fernand Braudel642 introduce il capitolo dedicato alla furiosa
battaglia navale che, il 7 ottobre 1571, nelle acque al largo di Patrasso
vide la flotta della Lega Santa guidata da Don Giovanni d’Austria
trionfare su quella musulmana643.
Come si arrivò a Lepanto?
Per comprendere l’importanza storica di questa battaglia epocale
e, di riflesso, l’importanza simbolica del monumento oggetto di
questo saggio, sarà utile osservare schematicamente le principali
tappe dell’espansionismo islamico all’indomani della presa di Costan-
tinopoli (1453).
Dalla caduta dell’estremo, solitario baluardo levantino della cristia-
nità, l’avanzata ottomana, tra XV e XVI secolo, raggiunge il suo cul-
mine procedendo inarrestabile su due direttrici principali:
a) Direttrice «terrestre» balcano-danubiana:
1526, a Mohacs i Turchi annientarono l’armata messa in
campo dal sovrano d’Ungheria, Luigi II Jagellone, realiz-
zando nella parte meridionale del regno ormai sottomesso
le basi per i futuri attacchi verso l’Europa centro-orientale.
1529, le insegne ottomane giungono fin sotto le mura di
Vienna. La tenace resistenza delle truppe asburgiche ed

la crescente importanza delle testimonianze visive ed a valorizzare la tradizione iconica


quale documento storico. A tal proposito, ricordiamo gli utili sforzi condotti dalla scuola
messinese, rappresentata dalle Cattedre di Numismatica e Iconografia (proff. Maria Cal-
tabiano e Daniele Castrizio), mirati a definire un metodo scientifico valido per l’inter-
pretazione delle immagini.
642
F. BRAUDEL, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino 1986,
vol. II, p. 1165, (tit. or.: La Méditerranée et le Monde méditerranée à l’époque de Phi-
lippe II, Paris 1949).
643
La bibliografia relativa alla battaglia di Lepanto è assai vasta, tra gli studi più re-
centi e aggiornati cfr., tra gli altri, N. CAPPONI, Lepanto 1571. La Lega Santa contro
l’Impero Ottomano, Milano 2008; R. CROWLEY, Imperi del mare. Dall’assedio di Malta
alla battaglia di Lepanto, Milano 2009; A. BARBERO, Lepanto. La battaglia dei tre im-
peri, Roma-Bari 2010.

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in particolare le condizioni climatiche avverse indussero


i turchi alla ritirata.
1683, nuovo assedio di Vienna. La città venne salvata
dall’intervento di una armata polacca di soccorso guidata
dal re Jan III Sobieski. La disfatta turca segnò la fine del-
l’espansionismo musulmano in Europa e l’inizio del lento
declino dell’impero ottomano644.

b) Direttrice «marittima» mediterranea:


1523, i Turchi strappano l’isola di Rodi ai Cavalieri di San
Giovanni (gli Ospedalieri)645.
1565, i Cavalieri di San Giovanni (noti ormai come Ca-
valieri di Malta) resistettero al duro assedio degli eser-
citi della mezzaluna fino all’arrivo del contingente di
soccorso spagnolo proveniente dalla Sicilia646.
1570, sbarco di truppe musulmane a Cipro e conquista
dei centri veneziani di Nicosia e Famagosta647.

644
Sul secondo assedio di Vienna cfr. J. STOYE, L’assedio di Vienna, Bologna 2009.
645
Per l’assedio di Rodi cfr., tra gli altri, E. BROCKMAN, The two sieges of Rhodes:
the Knights of St. John at War, 1480-1522. New York 1995; un’agile sintesi in CROWLEY,
Imperi del mare, cit., pp. 9-28.
646
Per l’importanza strategica di Malta quale baluardo anti islamico nel Mediterraneo
centrale si rimanda a V. MALLIA-MILAN, Venice and Hospitaller Malta 1530-1798: aspects
of Relationship, Malta 1992; ID., La donazione di Malta da parte di Carlo V all’Ordine
di S. Giovanni, in Sardegna, Spagna e Stati Italiani nell’età di Carlo V, Urbino 2001;
ID., L’ordine dell’ospedale e le spedizioni anti-islamiche della Spagna nel Mediterraneo.
Dal primo assedio di Rodi (1480) all’assedio di Malta (1565), in Atti del convegno Sar-
degna, Spagna, mediterraneo e Atlantico dai Re Cattolici al Secolo d’Or, Sardegna 25-
27 ottobre 2003, Urbino 2004. Per l’assedio del 1565 cfr., tra gli altri, J. ELLUL, The Great
Siege of Malta, Malta 1992; G. RESTIFO, Il Grande Assedio di Malta del 1565, in I Turchi,
il Mediterraneo e l’Europa, a cura di G. MOTTA, Milano 2002, pp. 11-23.
647
Sulla presa di Famagosta cfr., da ultimo, G. MONELLO, Accadde a Famagosta,
l’assedio turco ad una fortezza veneziana ed il suo sconvolgente finale, Cagliari 2006.

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Inoltre, la sconfitta navale di Prevesa (1537), il disastro degli spa-


gnoli ad Algeri (1541), la caduta di Tripoli (1551), Burgia (1555) e
Djerba (1560) contribuirono ad accrescere nel Mediterraneo occiden-
tale il mito dell’invincibilità della potenza ottomana. Solo il fallimento
del grande assedio condotto dai turchi contro i bastioni di Malta nel
1565 convinse il sultano, Selim II, a spostare le operazioni militari sul
mar di Levante; obiettivo: l’isola veneziana di Cipro. Le mire ottomane
sui ricchi empori dell’isola levantina offrirono finalmente l’occasione
alla Repubblica di Venezia e al regno di Spagna di congelare diver-
genze e dissapori per far fronte comune contro il Turco.
Deciso a frenare l’irresistibile avanzata degli ottomani, papa Pio
V fu il provvidenziale artefice di una Lega Santa conclusa tra Spagna,
Stato Pontificio, Malta, i ducati di Parma e Savoia, e le repubbliche
di Genova e Venezia. Dopo lunghe trattative si convenne di offrire il
comando della Lega al ventiquattrenne Don Giovanni d’Austria – fi-
glio naturale di Carlo V e fratellastro del re Filippo II di Spagna648. La
flotta cattolica si diede convegno a Messina.
Le ragioni della scelta di Messina quale punto di raccolta della
grande armata messa in campo dalla Lega Santa ricaddero sulla par-
ticolare posizione del suo porto, in grado di offrire alla flotta ottimo
riparo dalle tempeste e sicuri ancoraggi contro eventuali raids dei tur-
chi. Per Braudel «la sua posizione di agguato, sul suo corridoio ma-
rittimo, la facilità di rifornimento di grano siciliano e forestiero, la vi-
cinanza di Napoli, contribuirono alla sua fortuna»649; gli altri porti del
Mezzogiorno d’Italia, anch’essi possibili punti di raccolta, vennero
scartati a causa della loro posizione, o troppo esposta (come nel caso
di Brindisi e Taranto) o troppo distante dal fronte delle operazioni
(come nel caso di Napoli e Palermo)650. Inoltre, Messina vantava spa-

648
BRAUDEL, Civiltà e imperi del Mediterraneo, cit., pp. 1166-1170. Sulla figura di
Don Giovanni d’Austria cfr., tra gli altri, J.M. GONZÀLES CREMONA, Don Juan de Au-
stria, héroe de legenda, Barcelona 1994; J.A. VACA DE OSMA, Don Juan de Austria, Ma-
drid 2004.
649
BRAUDEL, Civiltà e imperi del Mediterraneo, cit., pp. 902-903.
650
Ibid.

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ziosi cantieri e arsenali tra i più moderni del tempo, capaci di provve-
dere alle riparazioni navali ed a forniture d’ogni genere651.
Le squadre navali che dalle rispettive basi man mano giungevano
in porto vennero accolte festosamente dalla città: «e dopo che sulle
vetustissime torri del regio palazzo, come prima fortezza del regno di
Sicilia, fu issato il vessillo di Spagna, il baluardo di S. Giorgio a Mo-
lovecchio ed il forte del SS. Salvatore, sull’estremo lembo del ricurvo
braccio di S. Raineri, dieder fuoco alle più grosse artiglierie, rispon-
dendo al saluto a nome della città; lieta di vedere radunate nel proprio
porto le prime armi contro un popolo invasore, che per tanto tempo
aveva messo a sacco ed a fuoco le sicule spiagge, ed era stato di osta-
colo al libero svolgimento del commercio, sorgente floridissima di
prosperità alla nostra Messina»652.
Il 16 settembre 1571 la flotta cristiana al completo, guidata dalla
galea ammiraglia di Don Giovanni, la Real, uscì dal porto in naviga-
zione verso il Levante.
Ai testimoni lo spettacolo apparve maestoso, poiché mai in tempi
coevi era stata radunata una flotta di quelle dimensioni.
Nella giornata di Lepanto, la flotta della Lega Santa contava circa
duecentosette galee da guerra, sei galeazze e non meno di trenta vascelli
da trasporto, contro una forza turca stimata tra duecentocinquanta/tre-
cento galee e imbarcazioni di altro genere653.
Sin dalle undici della mattina, la battaglia si accese cruenta su tutta
la linea. I due comandanti rivali, Don Giovanni e Müezzinzâde Alì Pa-
scià, al comando delle rispettive galee ammiraglie si gettarono nella
mischia, finché al termine della battaglia i turchi vennero respinti o
annientati su tutto il fronte654.
L’invincibilità della flotta ottomana subì quel giorno un duro colpo
e la vittoria cristiana di Lepanto portò a Messina (come del resto in tutte

651
G. ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia di Lepanto, Messina 1892, p. 23.
652
Ivi, pp. 16-17.
653
Si rimanda ad altra sede il dibattito, ancora aperto tra gli studiosi, circa il numero
delle galee coinvolte nella battaglia.
654
Si vedano le tattiche di battaglia e le dinamiche dello scontro in CAPPONI, Lepanto
1571, cit., pp. 215 e BARBERO, Lepanto, cit., pp. 535 sgg.

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le altre città cristiane) un ormai dimenticato ottimismo per l’attenuarsi


del pericolo barbaresco655. La città intera tributò il suo ringraziamento
agli intrepidi soldati di Cristo partecipando a solenni celebrazioni litur-
giche, trionfali parate militari con i prigionieri musulmani in catene, fa-
stose cavalcate, giostre e tornei; lungo le principali strade urbane
furono allestiti apparati effimeri ed ai balconi delle case furono esposti
drappi e altri preziosi tessuti in seta tradizionalmente ostentati dalle no-
bildonne messinesi in occasioni solenni e ricorrenze religiose.
Il Senato Messinese stabilì di dedicare a Don Giovanni, quale pe-
renne ringraziamento, un monumento in bronzo che tramandasse ai
posteri la storica impresa. L’opera fu commissionata allo scultore An-
drea Calamech656.
Tutt’ora visibile a piazza Lepanto, la statua in bronzo si erge su
un piedistallo marmoreo circondato da quattro tavole bronzee.
Il condottiero è raffigurato con l’armatura spagnola da parata, la
quale presenta, tra gli altri elementi decorativi, un gorgoneìon (sim-
bolo del comando in età antica) e una figura femminile dagli eleganti
tratti ellenistici raffigurata nell’atto dell’aposkopèin (“scorgere qual-
cosa”), in questo caso nell’atto di scorgere la vittoria (fig.1).
Figure antropomorfe e sileni decorano gli spallacci, le cubitiere e
i ginocchielli del condottiero (figg.2-3-4), il quale solleva con la mano
destra il bastone del comando a tre fasci – che designava la triplice al-
leanza delle principali potenze della Lega – e schiaccia sotto il piede
sinistro la testa dell’ammiraglio turco Müezzinzâde Alì Pascià657.
655
Viene riportata inoltre la notizia della emissione, a Messina, di una medaglia ce-
lebrativa l’evento di Lepanto, questa «presenta da un lato, alquanto corrosa, la effige
di un guerriero, e nel rovescio la veduta della città con la leggenda Messana liberata»
(cfr. ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia, cit., pp. 206 sg., nota 2).
656
L’artista, di origine carrarese, si era formato a Firenze presso l’Ammannati e,
dopo aver lavorato al duomo di Orvieto, si era trasferito a Messina; qui, oltre a nume-
rose opere di architettura (tra cui vari palazzi gentilizi, la chiesa di S. Giovanni dei Fio-
rentini alle quattro fontane e quella di S. Maria del Piliere in Piazza Reale), realizzò nel
1572 anche il celebre monumento dedicato al figlio di Carlo V. Cfr. «Calamech Andrea»
(voce), in Enciclopedia della Sicilia, Parma 2006, p. 195.
657
Secondo la tradizione, l’ammiraglio musulmano, colpito a morte, venne decapi-
tato da un soldato spagnolo che issò la testa su una picca, cfr. per tutti ARENAPRIMO, La
Sicilia nella battaglia, cit., pp. 152 sg.

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Le linee della statua rispecchiano una perfetta armonia delle forme


e l’insieme architettonico del monumento rappresenta, in tutta evi-
denza, l’eleganza formale e l’esperienza scultorea rinascimentale.
Sotto il profilo iconografico, attraverso questi dettagli Calamech
propone all’osservatore del tempo una chiarissima lettura dell’imma-
gine: Don Giovanni d’Austria, comandante in capo della flotta cri-
stiana, trionfa sul Turco!
Un fregio di scudi, elmi e corazze (liberamente ispirato ai trofei di
panoplie dell’antichità classica) decora la parte alta del piedistallo,
mentre alla base del basamento marmoreo campeggiano iscrizioni la-
tine – attribuite al messinese Francesco Maurolico658.
Il pannello frontale riporta, in epigrafi latine, un’iscrizione in cui si
ricorda la costituzione della lega contro i Turchi, la data di partenza da
Messina, la data della battaglia e del ritorno in città, il numero delle navi
e i nomi dei senatori del tempo659 (fig. 5). Ai piedi del basamento mar-

658
Per l’identificazione del Maurolico quale autore dei versi latini cfr. ivi, p. 196. Sul
Maurolico scienziato e matematico si rimanda agli attenti lavori di R. MOSCHEO, Francesco
Maurolico tre Rinascimento e scienza galileiana. Materiali e ricerche, Messina 1988, in
«Archivio Storico Messinese», vol. X; ID., Scienza e cultura a Messina tra ’400 e ’500:
eredità del Lascaris e ‘filologia’mauroliciana, in Nuovi Annali della Facoltà di Magistero
dell’Università di Messina, 6, 1988; ID., Mecenatismo e scienza nella Sicilia del ’500. I
Ventimiglia di Geraci ed il matematico Francesco Maurolico, Messina 1990; ID., I gesuiti
e le matematiche nel secolo XVI. Maurolico, Clavio e l’esperienza siciliana, Messina 1998.
659
«PHILIPPVS HISP . ET SICIL . REX INVICTVS , IVXTAAC CATHOL . / CVM
S. PIO .V. PONT. MAX. S. Q. VENETO IN SELINVM TVRCARVM/ PRIN. ORIEN.
TYR. CHRIST. NOMINIS HOSTEM IMMANISS. / FŒDVS COMPONIT. / IOANNES
AVSTRIVS CAROLI .V. SEMPER AVG. FIL PHIL. REGIS / FR. TOTIVS CLASSIS
IMP. SVMMA OMNIVM CONSENSIONE / DECLARATVR . IS IN HOC PORTV
MAMER. CCVII. LONGARVM / NAVIVM . VI. Q. MAIORVM TOTIVS FŒDERIS
CLASSE COACTA, AD / XVI. CAL. OCT . E FRETO SOLVIT. AD ECHINADAS INS.
HOSTIVM / TVR. NAVES LON. CCXC. ANIMO INVICTO NON. OCTOB. AGGRE-
DITVR / INAVDITA CELERITATE , INCREDIBILI VIRTVTE TRIREMES / CCXXX.
CAPIT. XX. PARTIM FLAMMIS ABSVMIT , PARTIM MERGIT / RELIQVÆ VIX
EVADERE POTVERVNT . HOSTIVM AD X . M. CÆDIT / TOTIDEM CAPIT.
CHRIST. CAPTIVORVM AD XV.M. IN LIBERTATEM / ASSERIT ET METV. QVEM
HOSTIBVS IMMISIT , CHRISTO SEMPER / AVSPICE , REMP. CHRIST. LIBERA-
VIT AN. M.D.LXXI. / MESSANA IIII. NON. NOV. VICTOR REVERTIT , INGENTIQ.
/ OMNIVM LÆTITIA TRIVMPHANS EXCIPITUR. AD GLORIAM / ERGO ET
ÆTERNIT. NOMINIS PHIL. REGIS. TANTÆQ. VICTORIA / MEMORIAM SEMPIT.

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Ferdinando Zamblera

moreo vi è incisa l’epigrafe: «GESTA FIDEM SUPERANT ZANCLE


NE LONGA VETUSTAS / DELEAT HAEC VULTUS FINXIT IN
AERE TUOS»660.
Il secondo pannello, primo della sequenza iconografica, mostra gli
schieramenti contrapposti delle due flotte nelle acque di Lepanto il 7
ottobre 1571661. In alto a sinistra le isole Curzolari «mediocremente
delineate»662, al centro la costa epirota, a destra «il golfo di Lepanto
con i due castelli che ne difendono l’ingresso»663 e parte della Morea
in basso, fanno da cornice alla disposizione delle squadre navali. Ca-
lamech si preoccupò inoltre di rappresentare i centri fortificati di Le-
panto (in alto a destra) e di Patrasso (in basso a destra).
Sulla destra, l’armata turca segue il classico schieramento a mez-
zaluna: il grosso della flotta ottomana è schierato tutto in prima linea,
mentre alcune imbarcazioni, disposte in retroguardia, compongono la
riserva. Sulla sinistra, l’armata della Lega – riconoscibile dalle sei ga-
leazze veneziane664 poste in avanguardia – segue anch’essa un fronte
curvilineo che nel complesso segue il disegno di una croce (fig. 6).
Nessuno studioso, tra coloro che hanno esaminato il monumento
messinese, ha speso una parola sull’identificazione di “pigne” presenti
sulla poppa di alcune delle galee raffigurate. Quelle “pigne” a prima
vista potrebbero sembrare sbavature del bronzo o errori di fusione; a
mio avviso esprimono la precisa volontà iconografica di distinguere

IOANNI AVSTRIO FR. B. M. FORTISS. / FŒLICISS. Q. PRINCIPI. / S.H.Æ. /S. P. Q.


MESSAN. P. / PATRIBVS CONSCRIPTIS / CHRISTOPHORO PISCIO IO. FRANCI-
SCO BALSAMO / DON GASPARE IOENIO ANTONIMO ACIARELLO DON /
THOMA MARCHETTO FRANCISCO RHEGITANO / M . D . LXXII».
660
«Le gesta superano la fede; affinché una lunga vetustà non distrugga questi tuoi
volti, Messina li imprime nel bronzo».
661
Per la disposizione delle due armate cfr., tra gli altri, ARENAPRIMO, La Sicilia
nella battaglia, cit., pp. 137-149; I Turchi, il Mediterraneo, l’Europa, cit., p. 89; CAPPONI,
Lepanto 1571, cit., pp. 271 sgg.
662
S. CRINÒ, Le mappe geografiche della battaglia di Lepanto che trovansi in Mes-
sina nei prospetti del basamento marmoreo della statua di Don Giovanni d’Austria, in
«Archivio Storico Messinese», anno IV 1905, fasc. 1-2, p. 7.
663
Ibid.; cfr. anche ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia, cit., p. 196.
664
Per la definizione di ‘galeazza’ si veda per tutti R. BUSETTO, Il Dizionario militare,
Bologna 2004, p. 367.

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

dalle altre galee di linea le imbarcazioni principali, cioè le ammiraglie,


dove erano imbarcati i comandanti. Tradizionalmente, a poppa di tutte
le galee veniva posizionato una lanterna (o fanale, dal veneziano fanò)
che ne identificava la posizione nella navigazione notturna. Le galee
ammiraglie, per essere facilmente identificabili, montavano da una a
tre lanterne più grandi665. Dai fanali posti a poppa delle nostre navi è
quindi possibile riconoscere la posizione delle galee ammiraglie nello
schieramento cristiano666. Delle sei galeazze raffigurate solo una pre-
senta una lanterna; infatti, questa compare a poppa di una delle due
galeazze di centro (fig. 7), e la tradizione conferma che il capitano
delle 6 galeazze, Francesco Duodo, prese posizione proprio su una
delle galeazze del centro667. Due lanterne individuate su altrettante ga-
lee del corno sinistro starebbero a indicare la capitana del veneziano
Agostino Barbarigo – cui era affidato il comando del settore di
sinistra – e quella del luogotenente del Barbarigo, Marcantonio Que-
rini – avente mansioni di serrafila (fig. 8). Al centro della principale
linea cristiana (schieramento tradizionalmente detto battaglia) si di-
stinguono, affiancate l’una all’altra, le capitane di Sebastiano Venier
(ammiraglio generale della flotta veneziana a Lepanto), quella di
Don Giovanni – la Real riconoscibile dalla poppa più alta –, e quella
di Marcantonio Colonna (ammiraglio pontificio e luogotenente gene-
rale della Lega Santa) (fig. 9). Una quarta lanterna, posta a destra dello
schieramento centrale, indicherebbe la capitana di un altro personag-
gio: forse la galea di Pietro Giustiniano (o Giustiniani), commendatore
dell’Ordine di Malta, che governò il Priorato di Messina dal 1567 al
1585668; nella battaglia di Lepanto il Giustiniano partecipò in qualità

665
A tal proposito sappiamo che Gian Andrea Doria montava sulla poppa della propria
ammiraglia una preziosissima sfera di cristallo celeste raffigurante i segni dello zodiaco,
in ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia, cit., p. 147, nota 2.
666
Per un dettagliato elenco delle galee ammiraglie schierate a Lepanto cfr., tra gli
altri, ivi, p. 138, nota 2.
667
Per tutti ivi, p. 144. Su Francesco Duodo e l’utilizzo delle galeazze a Lepanto cfr.
G. GULLINO, Duodo Francesco (voce), in Dizionario Biografico degli Italiani, XLII,
pp. 30-33 e relativa bibliografia.
668
ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia, cit., pp. 61, 145 ( nota 3).

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Ferdinando Zamblera

di ammiraglio della piccola squadra navale inviata dai Cavalieri di


Malta prendendo posizione con la sua capitana alla destra dello
schieramento di centro, in funzione di serrafila669. Non è da scartare
la possibilità, quindi, che il Senato messinese volle rendere omaggio
proprio al valente capitano dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, che fu
tra i protagonisti della battaglia, indicando la posizione della sua ca-
pitana nel pannello in bronzo670. Sul corno destro due lanterne indi-
cherebbero la capitana del genovese Gian Andrea Doria (posto al co-
mando della formazione di destra) e probabilmente quella di Juan de
Cardona, comandante dell’avanguardia cristiana che al momento
dello scontro prese posizione proprio a destra, sotto il comando del
Doria (fig. 10). Nella retroguardia dello schieramento cristiano figu-
rano almeno 3 galee caratterizzate da fanali: una (al centro) certamente
distingue la capitana del comandante della retroguardia, Don Alvaro
de Bazan marchese di Santa Cruz (fig. 11); l’identificazione delle altre
due lanterne presenta obiettive difficoltà per avanzare ipotesi certe.
Anche lungo lo schieramento musulmano è possibile scorgere le
galee ammiraglie: al centro della prima linea una poppa allungata e
sormontata da un fanale suggerisce trattarsi della Sultana, la galea di
Müezzinzâde Alì Pascià, ammiraglio generale della flotta turca, che
prese posizione proprio al centro (fig.12); sul corno destro una galea
sormontata da un altro fanale avrebbe indicato anche la posizione di
Şuluç Mehmed Pascià, governatore d’Alessandria d’Egitto e coman-
dante di quella squadra671 (fig. 13); un’altra lanterna sul corno sinistro
musulmano distinguerebbe quella su cui era imbarcato il corsaro

669
Cfr. C. MANFRONI, Storia della Marina Italiana, vol. III, Livorno 1897, p. 481.
670
I Cavalieri operavano dalla loro base pattugliando il Mediterraneo centrale in fun-
zione anti-barbaresca, è proprio per questo erano ammirati e rispettati dalle città costiere,
come Messina, i cui litorali erano frequentemente esposti alle scorrerie barbaresche.
671
La lanterna non si vede. Ma osservando con attenzione le galee ottomane in alto
a destra si noterà una ammaccatura nel bronzo, indice di qualche riparazione. Come sap-
piamo, la statua fu più volte danneggiata nel corso dei secoli – rivolte antispagnole nel
1674, moti antiborbonici del 1848, calamità naturali, i bombardamenti della II Guerra
Mondiale. Si potrebbe pensare ad un restauro, nella cui esecuzione e stato trascurato
proprio il particolare della lanterna. Non potremmo altrimenti spiegare perché, su tutta
la tavola bronzea, soltanto lì viene trascurata la posizione del comandante.

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Uluç Alì, governatore di Algeri e comandante delle galee di sinistra


(fig. 14); sappiamo che a comandare la squadra ottomana posta in re-
troguardia fu Murat-Dragut, e puntualmente l’artista ne individua la
posizione con una lanterna (fig. 15). Una seconda epigrafe posta ai
piedi della lastra recita: «HOSTEM HORIS BINIS SUPERAS DA-
TUS AERE COLOSSUS / NUNC EAT ET FACTIS OBSTREPAT
INVIDIA»672.
Nel secondo pannello della sequenza iconografica, il Calamech
presenta uno degli istanti più cruenti del furibondo scontro tra le due
flotte (fig. 16). Le galee ottomane hanno superato la prima linea di
fuoco rappresentata dalle galeazze venete673 ed entrano finalmente a
contatto con il grosso dello schieramento cristiano674; cinque delle sei
galeazze mantengono la posizione e – come si intuisce dal denso fumo
che fuoriesce dai castelli di poppa – continuano a far fuoco con le ar-
tiglierie da tergo; inoltre, sia dalle prue turche che da quelle cristiane
è possibile riconoscere i fumi prodotti dal fuoco dei cannoni prodieri
(fig. 17). Questa è la fase principale dello scontro: i due ammiragli,
Don Giovanni e Müezzinzâde Alì Pascià, hanno entrambi gettato nella
mischia le loro squadre di riserva; in basso, sull’estrema destra una
delle galeazze è stata inghiottita nel mezzo della battaglia675 (fig. 18).
Altro dettaglio trascurato dagli studiosi: da ambo le parti, mentre
infuria la battaglia, alcune galee sembrano allontanarsi dalla mischia,
vuoi perché in avaria – e quindi allontanatesi per non intralciare le al-
tre galee impegnate nello scontro e diventare facile preda per gli av-
versari – o, più semplicemente, perché in fuga (figg. 19-20); una realtà

672
«Superi il nemico in due doppie ore, il colosso è dato dal bronzo, ora vada e ri-
suoni d’innanzi alle imprese l’invidia».
673
Nel superare le galeazze i turchi subirono pesanti perdite a causa del devastante
fuoco delle artiglierie piazzate lungo le fiancate di queste sei fortezze galleggianti.
674
«I prodi capitani di Selim, con grave pericolo, riuscirono a trapassare quella prima
barriera, ed avendo allora anco quelli della Lega ordinato l’avanzamento a forza di remi,
in breve le due flotte vennero ad investire per le prore, intrecciandosi tra i combattenti
eroico e micidiale conflitto». ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia, cit., p.151.
675
Questa raffigurazione riproduce, probabilmente, il coinvolgimento nella mischia
della galeazza comandata da Piero (o Pietro) Pisani. Per questo episodio della battaglia
cfr., tra gli altri, MANFRONI, Storia della Marina, cit., p. 494.

– 185 –
Ferdinando Zamblera

sorprendente è che, per parte cristiana, ad allontanarsi dal furore


della mischia siano ben cinque galee ammiraglie – distinguibili grazie
alle lanterne poste a poppa (fig. 21).
Pur ricorrendo assai di frequente in battaglie navali di qualunque
periodo storico, tale episodio però non è riportato in nessuna fonte in
nostro possesso; nessuna cronaca, documento, o lettera riportata dagli
storici accenna a tante ammiraglie allontanatesi durante lo scontro;
anzi, così come in altre battaglie navali – nelle quali i comandanti ri-
vali erano soliti cercarsi proprio per ingaggiare feroci duelli – anche
a Lepanto le ammiraglie avversarie si affrontarono a cannonate subito
seguite da sanguinosissimi abbordaggi e combattimenti all’arma
bianca. La possibile soluzione ci viene proposta da alcune galee
turche che, analogamente a quelle cristiane, sembrano allontanarsi
dalla battaglia: difatti alcune galee fanno rotta per Patrasso e altre sono
in procinto di rientrare nel golfo di Lepanto. Proprio tra queste ultime
si può notare la presenza di una sola lanterna –quindi una sola nave
ammiraglia (fig. 22). La tradizione ricorda come l’unico comandante
musulmano di rilievo sopravvissuto allo scontro di Lepanto fu Uluç
Alì, il corsaro cui venne affidata la formazione sinistra della flotta ot-
tomana. Ciò, a mio avviso, dimostrerebbe come nel secondo riquadro
decorativo il Calamech abbia raffigurato due momenti e non uno solo
come finora proposto dagli studiosi: il combattimento al centro del
pannello, e ai lati quello che nel linguaggio militare è detto disenga-
gement (lett. «sganciamento»), cioè la fine della battaglia; battaglia
alla quale sopravvissero tutte le principali ammiraglie cristiane, men-
tre per parte turca scampò al disastro solo una – appunto quella del
corsaro Uluç Alì676. Questa attenzione iconografica è rivolta ad offrire
all’osservatore – da subito – il bilancio finale dello scontro: la fuga
dell’unica ammiraglia musulmana sopravvissuta e la vittoria delle cin-
que principali galee della Lega677.
676
Per dovere di cronaca è d’obbligo precisare che anche se Agostino Barbarigo
perse la vita in combattimento la sua galea non venne affondata. Questa quindi figure-
rebbe tra le altre capitane.
677
Il fumo prodotto da un colpo di cannone sparato da una delle galee cristiane in al-
lontanamento sottolineerebbe infatti l’esito favorevole della battaglia.

– 186 –
LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Del resto anche in un’altra opera raffigurante la battaglia di Le-


panto è possibile cogliere il medesimo accorgimento tecnico per ri-
produrre più momenti dello scontro, come ad esempio in quella rea-
lizzata, sempre nel XVI sec., dall’artista Ignazio Danti: ai lati si
vedono le due flotte schierate nelle rispettive posizioni; al centro in-
furia la battaglia e in alto a sinistra si possono scorgere navi in allon-
tanamento; ora, a meno che il Danti non stimò il numero delle gale-
azze presenti a Lepanto in numero di ‘dodici’, non v’è dubbio che
l’intenzione fu proprio quella di raffigurare più momenti nella mede-
sima opera: schieramento, scontro e disengagement (fig. 23).
Anche in questo caso, ai piedi della lastra bronzea del Calamech,
un’iscrizione latina celebra il figlio bastardo di Carlo V: «IAM SATIS
OSTENSUM EST QUO SIS GENITORE CREATUS / AFRICA RE-
GNA PARENS IPSE ASIANA DOMAS»678.
La terza tavola bronzea dal punto di vista interpretativo, è stata si-
curamente la più enigmatica e discussa tra le lastre che circondano il
monumento del Don Giovanni d’Austria. Secondo Arenaprimo679, La
Corte Cailler680, Alleva681 e Crinò682 la terza mappa documenterebbe
il ritorno trionfale della flotta della Lega Santa al porto di Messina. Di
contro, questa tesi non ha convinto Domenico Puzzolo-Sigillo, secondo
il quale nel terzo pannello i senatori messinesi del tempo avrebbero
commissionato al Calamech non il ritorno della flotta della Lega ma,
«eternandola nel bronzo», la partenza683; ciò perché «era la cosa più
interessante, di cui la città voleva che restasse indelebile ricordo, nel
bronzo e sul monumento messinese»684; inoltre, lo studioso messinese

678
«Ormai è dimostrato a sufficienza da quale padre sia tu nato. Egli i regni africani,
tu l’Asia domi».
679
ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia, cit., p. 197.
680
G. LA CORTE CAILLER, Andrea Calamech, in «Archivio Storico Messinese», anno
II, fasc. 3-4, p. 41.
681
T. ALLEVA, La provincia di Messina, vol. I, Messina 1902, pp. 378-379.
682
CRINÒ, Le mappe geografiche, cit., p. 11.
683
D. PUZZOLO-SIGILLO, Rievocando D. Giovanni D’Austria per restituirne all’ori-
ginaria sede la statua messinese, in «Archivio Storico Messinese», aa. XXII-XXIII,
1921/1922, pp. 137 sgg.
684
Ivi, pp. 147-148, nota 2.

– 187 –
Ferdinando Zamblera

aggiunge che già osservando una riproduzione di quella mappa – ese-


guita da Agostino D’Amico e pubblicata nell’articolo del Crinò685 – ci
si accorge che «le prore delle ultime galere sono rivolte verso l’uscita
del porto e quelle della gran massa delle prime, già arrivate sino alla
Lanterna, sono rivolte verso l’Jonio»686. Effettivamente, osservando gli
schizzi del D’Amico così come riportati nell’articolo di Crinò (tutti in
verità assai imprecisi e lacunosi) non si potrebbe che concordare con
l’interpretazione offerta da Puzzolo-Sigillo687, in quanto nel terzo di-
segno le prue delle navi raffigurate sono rivolte verso il mare aperto
e non verso l’imboccatura del porto, dando appunto l’idea non di un
ingresso ma, al contrario, di una partenza688.
Nel 1980, Amelia Ioli Gigante concorda con la tesi della partenza,
osservando inoltre che nella pianta urbana della città «non vi figura
la strada aperta in onore di Don Giovanni d’Austria, dopo la sua vit-
toria nel 1572»689.
Una terza proposta viene suggerita da Nicola Aricò, il quale in un
articolo pubblicato nel 1986, dedicato ad evidenziare la preziosità
della pianta urbanistica cinquecentesca offerta dal bronzo, ipotizza che
il Calamech abbia raffigurato l’ormeggio della flotta cristiana nel
porto della città690.
Aricò osserva che «le imbarcazioni sono semplicemente alla
fonda, parzialmente all’interno della falce e parte all’esterno, ché se

685
Cfr. CRINÒ, Le mappe geografiche, cit., p. 11.
686
PUZZOLO-SIGILLO, Rievocando D. Giovanni D’Austria, cit., pp. 147 sgg., nota 2.
687
Cfr. CRINÒ, Le mappe geografiche, cit., pp. 8 e 10 sg.: nel disegno del primo pan-
nello il D’Amico sembra mostrare maggiore attenzione nel riprodurre la terraferma (linee
costiere, alberi, strutture urbane etc.) e le isole piuttosto che gli schieramenti navali; nel
secondo disegno è Crinò a ricordarci che si tratta della mischia tra le due armate navali:
dalla posizione delle prue, infatti, le navi disposte al centro sembrano andare incontro a
un gruppetto isolato di tre imbarcazioni raffigurato sulla destra; altre imbarcazioni sulla
sinistra, nonché l’impreciso schizzo della costa epirota, sono sufficienti a ritenere con-
futabile l’approssimazione del disegnatore, il cui intento fu probabilmente quello di for-
nire indicazioni currenti calami circa la descrizione dei pannelli in bronzo.
688
Cfr. CRINÒ, Le mappe geografiche, cit., p. 11.
689
A. IOLI GIGANTE, Messina, Roma-Bari 1980, p. 42.
690
Cfr. N. ARICÒ, La statua la mappa e la storia. Il Don Giovanni d’Austria a Mes-
sina, in Storia della Città, 48 (1986), p. 52.

– 188 –
LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

l’intera flotta, 250 imbarcazioni, fosse stata ormeggiata interamente


all’interno, il porto non sarebbe stato più praticabile. Spia di tale ipo-
tesi sono le vele abbassate, i remi tirati, la disposizione caotica delle
imbarcazioni ancorate nel canale con prua rivolta a nord o a sud se-
condo i noti gorghi delle correnti e, non ultima, la totale assenza di
stendardi, gagliardetti e nuvolette di spari che certo avrebbero fatto
comparsa in caso di partenza o di arrivo della flotta»691.
Ci troviamo di fronte ad un problema di decodificazione iconogra-
fica. La rappresentazione eseguita dal Calamech in quest’ultimo pan-
nello documenterebbe gli istanti di una partenza, di un arrivo, o di un
ormeggio?
A prima vista, l’originale in bronzo appare assai controverso e cao-
tico (fig. 24). Alcune imbarcazioni volgono la loro prua come a
entrare in porto, altre invece dirigono la prora verso il mare aperto
(figg. 25-26-27); ma osservando attentamente la moltitudine di navi
raffigurate si noterà che queste non sono state eseguite tutte allo
stesso modo. Le galee con le prue rivolte verso l’uscita del porto e
quelle con la prua verso il mare aperto non presentano tutte alberi per
le vele e, nel dettaglio, in tutte sono assenti i remi in acqua.
Sembra inverosimile che queste imbarcazioni stiano solcando il
mare sprovviste proprio delle dotazioni di navigazione, vele e remi,
(cosa assai insolita, se si considera che in nessuna delle imbarcazioni
raffigurate nei pannelli precedenti sono stati trascurati simili dettagli).
A meno che non si dimostri che nel XVI sec. le imbarcazioni manovras-
sero per poppa, ossia a retromarcia, saremmo tentati a ritenere che que-
ste vadano alla deriva; ciò tuttavia non avrebbe alcun senso interpreta-
tivo. A questo punto, non può essere avvalorata, per quanto avvincente,
l’ipotesi della partenza avanzata da Puzzolo-Sigillo/Ioli Gigante.
Anche l’idea che queste imbarcazioni stiano alla fonda appare al-
trettanto inverosimile. Nel pannello, le galee si trovano tutte in mare
aperto e non rasenti la riva, come sarebbe logico ritenere in caso di
ancoraggio; inoltre lasciare una flotta al di fuori della rada andrebbe
a cozzare con i fondamentali principi della navigazione e con tutti i

691
ARICÒ, La statua la mappa e la storia, cit., p. 68, nota 5.

– 189 –
Ferdinando Zamblera

manuali di guerra navale: nessun esperto marinaio (come senz’altro


erano veneziani e genovesi) avrebbero gettato gli ormeggi su una rada
esterna soggetta a micidiali correnti, né, tanto meno, veterani della
guerra navale come un Doria o un Venier avrebbero consentito a la-
sciare una flotta da guerra allo scoperto, senza cioè adeguata copertura
terrestre, in balia di un attacco a sorpresa o preda di possibili sabotaggi
da parte del nemico. Curiosamente questi scafi ‘alla deriva’ si trovano
tutti posizionati dietro la poppa di galee provviste di alberi e remi; par-
ticolare prezioso, perché queste ultime rivolgono la prua verso l’im-
boccatura del porto.
A tal proposito un documento riportato nell’opera di Arenaprimo
potrebbe da solo chiarire la presenza e la posizione di questi scafi692.
Si tratta di una lettera, datata 16 novembre 1571, nella quale l’autore,
Nicolò Sira, ambasciatore a Messina per conto del re di Francia, de-
scrive l’ingresso trionfale della flotta della Lega di ritorno da Lepanto.
Nel documento – citato anche da Puzzolo-Sigillo693 – si rivivono gli
istanti di quelle pagine di storia: «La mattina seguente uscirono tutte
le galere del Porto, et con li stendardi et bandiere, fecero l’entrata con
bellissimo ordine ripartite in due corni, che tenevano in mezzo la Ge-
nerale del signor don Giovanni, et la General del signor Marc’Antonio
Colonna, strascinando sua Altezza la General de’ Turchi, et l’altri ga-
lere nemiche per la poppa con l’antenne riverse et con le lor bandiere
in acqua, et nell’entrar nel porto fecero una bellissima salva d’artiglie-
ria, alla quale fu risposto dal castello del Salvatore, et dall’altre for-
tezze di Messina»694.
Ritengo quindi che quelle raffigurate nel bronzo, sono le galee tur-
che catturate dai cristiani a Lepanto come preda di guerra e trascinate
dai vincitori a Messina per la poppa con gli alberi (l’antenne) rove-
sciati695. Ciò spiegherebbe l’assenza di remi e alberi in alcune delle im-

692
Cfr. ARENAPRIMO, La Sicilia nella battaglia, cit., p. 248.
693
Cfr. PUZZOLO-SIGILLO, Rievocando D. Giovanni D’Austria, cit., p. 142. Lo stu-
dioso messinese pur citando questo testo non ha però colto alcuna correlazione con il ri-
lievo bronzeo.
694
Ibid.
695
Un simile episodio si verificò dopo una battaglia tra spagnoli e turchi svoltasi

– 190 –
LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

barcazioni raffigurate (fig. 28). Dalle galee vittoriose è infatti possibile


vedere i fumi delle salve di artiglieria. Altro particolare inedito, ana-
lizzando meglio il bronzo è possibile riconoscere la Real di Don Gio-
vanni696 che trascina l’ammiraglia turca di Müezzinzâde Alì Pascià (fig.
29); quella turca presenta una poppa diversa dalle altre galee, ma iden-
tica, o molto simile, alla poppa della Real. Per differenziarla dalle altre
galee catturate e non potendo utilizzare i colori sul bronzo, il Calamech
ha raffigurato la Sultana697 completa di albero e remi.
Un simile episodio è stato raffigurato anche in uno dei sei arazzi
che compongono la serie della Battaglia di Lepanto attualmente
conservati a Genova nel Palazzo del Principe698: nel VI arazzo, che
rievoca il Rientro della flotta vittoriosa a Corfù, si riconoscono
chiaramente (dal centro verso destra) le galee cristiane coi remi in ac-
qua che trascinano per la poppa le prede turche (come per quelle del
Calamech anche queste galee sono prive di remi), e tra queste (in
primo piano dipinta di verde) si distingue la Sultana del defunto am-
miraglio Müezzinzâde Alì Pascià699; nell’arazzo genovese una dida-
scalia in latino recita: «CORCYRE PORTVM VICTRIX CLASSIS
INGREDITVR CXXX TRIREMES CAPTA REMVLCO TRA-
HENS RELIQVIS FRACTIS ET SVBMERSIS»700 (figg. 30-31).
Inoltre, l’arazzo propone i medesimi accorgimenti utilizzati anche dal
Calamech: in entrambi gli episodi – sia mentre entra nel porto di

nelle acque di Gerba (6 maggio 1560) e che vide vincitrice la flotta musulmana: l’am-
miraglio turco, Piyale Pascià, entrò nel porto di Istambul con le galee cristiane catturate
trascinate a rimorchio. Cfr. CAPPONI, Lepanto 1571, cit., p. 58.
696
Contraddistinta da una poppa più alta, dalle proprie insegne – l’aquila di casa
Asburgo – e dal vessillo della Croce issato sull’albero. Di tutte le navi raffigurate nel pan-
nello questa è l’unica a inalberare le insegne.
697
Questo era il nome della galea ammiraglia turca comandata da Alì Pascià.
698
Commissionata dal Doria, questa serie di arazzi venne realizzata dalla manifattura
di Bruxelles sui cartoni preparatori di Luca Cambiaso e giunse a Genova solo nel 1591.
699
Mentre nel bronzo del Calamech è impossibile scorgerli, i ricami dell’arazzo ri-
producono anche i cavi utilizzati dalle galee cristiane per trascinare le navi nemiche da
poppa.
700
«La flotta vincitrice entra nel porto di Corcira rimorchiando centotrenta galee,
dopo aver distrutto e affondato le altre».

– 191 –
Ferdinando Zamblera

Corfù sia in quello di Messina – la flotta cristiana celebra la vittoria


sparando dai cannoni prodieri salve di artiglieria701.
Tornando al nostro monumento, a fugare ulteriori dubbi interpre-
tativi è la quarta epigrafe latina posta sotto il corrispondente pannello:
«NON SATIS UNUS ERAT VICTO TANTO HOSTE / TRIUM-
PHUS ESSE TRIUMPHATOR SEMPER IN AERE POTES»702.
Tutte queste prove concorrono a riportare in auge la tesi degli studiosi
«trionfalisti».
In conclusione si può affermare, ormai con sufficiente chiarezza,
che il quarto pannello in bronzo raffiguri il trionfale rientro della flotta
cattolica con al seguito il bottino di guerra, rappresentato dalle galee
nemiche conquistate nelle acque di Lepanto il 7 ottobre 1571.
Tuttavia, rimangono ancora da chiarire, in un più ampio contesto
politico, i reali propositi che spinsero il Senato messinese a realizzare
un monumentale tributo al triumphator. Forse l’intento dei senatori
fu quello di conquistare i favori di Don Giovanni, importante membro
della famiglia asburgica di Spagna, con la precisa attesa che questi in-
tercedesse presso il fratellastro «Philippus Hispanorum et Sicilorum
Rex Invictus» in favore della Città dello Stretto, ininterrottamente in
cerca di monopoli, privilegi e immunità, e strappare alle storiche ri-
vali, Palermo e Catania, il controllo dell’isola?
«Messana civitas Regni caput».

701
Colgo qui l’occasione per ringraziare sentitamente la dott.ssa Silvia Cappelletti
di Genova per aver agevolato l’acquisizione delle foto relative agli arazzi.
702
«Avendo sconfitto un cotal nemico non era sufficiente un solo trionfo, sia tu sem-
pre nel bronzo trionfatore».

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Appendice iconografica

Fig. 1

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Ferdinando Zamblera

Fig. 2

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Fig. 3

Fig. 4

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Fig. 5

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Fig. 6

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Fig. 7

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Fig. 8

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Fig. 9

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Fig. 10

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Fig. 11

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Fig. 13

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Fig. 19

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Fig. 20

Fig. 21

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LA BATTAGLIA DI LEPANTO NELLA TRADIZIONE ICONOGRAFICA MESSINESE

Fig. 23

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Fig. 24

Fig. 25

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Fig. 26

Fig. 27

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Fig. 28

Fig. 29

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Fig. 31

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