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LINGUISTICA

GENERALE

DI PACE

2014/2015
Programma dell’esame di Linguistica Generale- Prof. di Pace , gruppo S-Z
a.a. 2014-2015

LINGUA E LINGUAGGIO. Principi generali


D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 57 Linguaggi non verbali
Lez. 1.1. La lingua è …
Lez. 36.2. L’atto linguistico secondo Jakobson
Lez. 28.5. André Martinet e la doppia articolazione del linguaggio
Lez. 13.3. I primi studi comparativi; 13.3. Franz Bopp
Lez. 25.3. L’arbitrarietà del segno linguistico secondo Saussure

C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:


2.5.0. Il punto di vista (p. 181)
2.1.2. La danza delle api (p. 80)
2.2.1.c l'atto comunicativo e le sue funzioni (p. 98)
Universali del linguaggio umano (p.83)
2.5.1. Il metalinguaggio (p.183-185)
2.3.1. Doppia articolazione (p. 110-111)
Economia (p. 111)
2.3.2. Caratteri del segno (p. 112)
Voci del Dizionario di Linguistica:
Linguaggio, Lingua, metalinguaggio, articolazione doppia, codice, segno linguistico, significante

LA COMPONENTE NATURALE DEL LINGUAGGIO VERBALE: neurolinguistica e fonazione


D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 55.1 Le regioni neuro-anatomiche delle abilità linguistiche; 55.2. La neuro-anatomia funzionale del
linguaggio
Lez. 49.1. Il problema del linguaggio infantile; 49.4. Afasia
Lez.42.1. Percezioni foniche del parlante 42.2. Le vocali, 42.3. Le consonanti, 42.4. La coarticolazione
Lez. 41.1. Definizione di sillaba. 41.2. Sonanti e dittonghi.
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
3.1.2. Alfabeto fonetico internazionale (p. 242-243)
Tabella comparativa di alfabeti fonetici (p. 244)
2.5.3. Universali dell’apprendimento fonologico (p.206-207)
2.1.3 d. lateralizzazione: emisfero sinistro (p. 93)
2.1.3 e. Afasia (p.94)
Struttura linguistica e afasia (p. 94-95)
1.1.3. Afasia di Broca (p.42)
Voci del Dizionario di Linguistica: Afasia, Lallazione, Lateralizzazione, Accento, Affricato, Alfabeto
Fonetico Internazionale, Allofono, Aperto, Articolazione, Brevità, Chiuso, Commutazione, Consonante,
Clic, Colpo di glottide, Dentale, Diaframma, , Dittongazione, Dittongo, Durata, Fonetica, Fonetica acustica,
Fonetica articolatoria, Fono, ,Fricativo, Intonazione, Labiale, Labiodentale, Labiovelare, Laterale, Libero,
Lunghezza, Luogo di articolazione, Modo di articolazione, Nasale, Occlusivo, Palatale, Pronuncia, Prosodia,
Qualità, Quantità, Segmentale, Semiconsonante, Semivocale, Significante, Sonante, Sonoro, Sordo, Variante,
Velare, Vibrante, Vocale.

LO STUDIO FUNZIONALE DELLA LINGUA E LA TEORIA DI SAUSSURE


-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 35.3. La dicotomia saussuriana langue-parole
Lez. 36.1. Il circuito della parole secondo Saussure
Lez. 25.3. L'arbitrarietà del segno linguistico secondo Ferdinand de Saussure.;
28.1. Rapporti paradigmatici, opposizioni, valori; 28.2. Le unità come entità concrete della lingua; 29.1.
Rapporti sintagmatici
34.1. Identità, realtà e valore come dimensione sistematica delle unità secondo Saussure
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.2. caratteri del segno (p. 112)
2.1.3. Langue/parole nell’individuo e nel dialogo (p. 89)
-Voci del Dizionario di Linguistica:
Arbitrarietà; linearità; Differenza; Forma – sostanza; Identità; Langue – parole; immagine acustica; Lingua;
Linguaggio; Segno; Segno linguistico; Semiologia; Significante; Significato; Valore.

LO STUDIO FUNZIONALE DELLE UNITA’ LINGUISTICHE: LA FONOLOGIA


D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
2.2. Un caso di taglio: I fonemi
28.3. Fonemi e opposizioni fonologiche secondo N.S. Trubeckoj ; 28.4. Roman Jakobson e il carattere
binario delle opposizioni fonologiche
29.2. Le varianti fonologiche e la neutralizzazione
Lez. 16.1. Il mutamento linguistico; 17.1. Mutamenti fonetici paradigmatici; 17.1.1. Casi di
rifonologizzazione; 17.1.2. Catene di trazione e catene di propulsione; 17.2. Mutamenti fonetici sintagmatici;
17.2.1. L’assimilazione; 17.2.2. La differenziazione;
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.4.Definizione di fonema (p.131)
Il fonema di Jakobson (p. 131-132)
2.3.3. le opposizioni fonologiche (p.123-124)
2.5.4. fondamento delle opposizioni sistematiche (pp. 211-213)
2.4.2. b Principi di fonologia storica (p. 161)
2.4.2. evoluzione del vocalismo romanzo (p. 159)
La legge di Grimm (p. 159)
Voci del Dizionario di Linguistica:
Base di comparazione, Coppia minima, Coscienza fonemica, Distintivo , Economia, -etico / -emico, Fonema,
Invariante, Fonematica, Fonologia, Neutralizzazione, Opposizione, Pertinente, Marca, Marcato, Arcifonema,
Rendimento funzionale, Legge fonetica

COMBINAZIONI DI FONEMI: MORFEMI E PAROLE


-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 34.3. Selezione e combinazione secondo Jakobson
Lez. 28.6. La glossematica di Hjelmslev
34.4. La complessità del sistema linguistico (solo Benveniste, pag. 166)
Lez. 2.3. Un altro caso di taglio: i morfemi
Lez. 28.7. Il formalismo descrittivo di l. Bloomfield
Lez. 40.1. Il parlare come produzione linguistica ed analisi metalinguistica
40.2. L’analogia, la risegmentazione morfologica, l’etimologia popolare
Lez. 49.2. Gli errori infantili e il loro meccanismo
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.3.b Selezione e combinazione (p. 124-125)
Funzioni ET/AUT (p. 124)
2.3.3.c i livelli dell’analisi linguistica (p. 125)
2.3.4. b monema, lessema, morfema (p.133)
2.3.4.c morfema, parola, sintagma (p. 133-134)
-Voci del Dizionario di Linguistica:
Affisso, allomorfo, analogia, categorie grammaticali, composizione, composto, coniugazione, convenzione,
costruzione, declinazione, derivato, derivazione, desinenza, eccezione, economia, errore, etimologia,
etimologia popolare, flessione, flessivo, forma, forma legata, forma libera, grammatica,
grammaticalizzazione, infisso, lessema, lessico, lessicografia, lessicologia, libero, minimo, monema,
morfema, morfo, morfologia, opposizione, paradigma, parola, parti del discorso, posposizione, prefisso,
preposizione, radice, rapporti associativi, rapporti sintagmatici, selezione e combinazione, sostantivo,
suffisso, unità, vocabolario.

COMBINAZIONI DI PAROLE. LA SINTASSI


-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 29.3. I processi grammaticali secondo Sapir
Lez. 37.2. I referenti epistemologici della sintattica
Lez. 29.4. La grammatica generativa di N.A. Chomsky
28.7. Il formalismo descrittivo di Leonard Bloomfield
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.3.d Forme complesse e costituenti (p. 127)
2.3.3.d Strutture centrifughe e centripete (p. 127-128)
2.3.3.d Analisi in stringhe (p. 128)
2.3.3.d analisi in costituenti immediati (p.129, solo l’Ambiguità)
2.3.4.g struttura della frase semplice (p. 139-140)
2.2.3.b come saziare la fame (p. 108-109)
2.3.5.d struttura superficiale e profonda (p.151-152)
2.4.1.d competenza/esecuzione (p. 155)
creatività della competenza (p. 155)
2.3.4.g giudizi di grammaticalità (p. 142-143)
2.3.5.b casi profondi (p. 148-149)
-Voci del Dizionario di Linguistica: costituenti immediati, sintagma, sintassi, struttura profonda, struttura
superficiale, componente, segmentazione, competenza, esecuzione, frase, funzioni sintattiche,
comportamentismo, grammatica generativa, grammaticalità, ipotassi, paratassi, regole di riscrittura, regole di
trasformazione, caso

IL TESTO
-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 30.1. Definizione di testo; 30.2. Fenomeni testuali specifici
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
1.1.3. Modello (prosa) p. 35
-Voci del Dizionario di Linguistica: testo, coerenza testuale, coesione testuale, anafora, catafora,
coreferenza, contesto, cotesto, deissi, ellissi

PLURALITA' e DIVERSITA' DELLE LINGUE


-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:

Lez. 22.1. Periodizzazione e legittimazione linguistica; La dimensione etnolinguistica del contesto storico;
23.1. La lingua come contesto istituzionale primario; 23.2. Modalità del contesto istituzionale; 24.1. Il
contesto situazionale come condizione idiosincratica delle produzioni linguistiche; 24.2 Modalità del
contesto istituzionale;
Lez. 19.1 Varietà diatopica ed etnoletti; 19.3. Conoscenza e classificazione delle lingue del mondo; Lez.
10.1. Il procedimento comparativo; 10.2. Le famiglie linguistiche; 10.3. Una famiglia esemplare; Lez. 13.1
Le leggi fonetiche; 13.2. I primi studi comparativi; 13.3. Franz Bopp; 13.4. August Schleicher 13.7. Le
lingue indeuropee
Lez. 20.1 Varietà diastatica e socioletti; Lez. 21.1. Varietà diafasica e idioletti
Lez. 15.1. Il cerchio tipologico; 15.2. La tipologia morfologica dei fratelli Schlegel; (Per la tipologia di
Sapir) lez. 31.5 La designazione come concetto basico secondo Sapir ; lez. 32.5. I concetti derivativi e i
concetti relazionali concreti; lez. 33.5. I concetti relazionali puri di Sapir; lez. 15.3. La tipologia dell'ordine
basico; Lez. 3.2. Universali linguistici
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.4.2. Il “dia” (pp. 156-157)
1.3.3. b sintetico>analitico (p. 66)
2.5.3.a tipologia globale di Sapir (p. 195)
2.5.3.a lingue centrifughe/centripete (p. 196)
Tipologia dell'ordine basico (p. 197-198)
2.5.3.b tipi di universali (p. 202-203)
Universali empirici di Greenberg (p. 204-206)
22.5.4. darwinismo di Schleicher (p. 213)
Le principali lingue del mondo (p. 329-333)
-Voci del Dizionario di Linguistica: Agglutinante, Classificazione delle Lingue, Comparativismo,
Differenza, Famiglia Linguistica, Flessivo, Genealogico, Geografia Linguistica, Indeuropeo, Isolante, Lingua
Madre, Lingua Morta, Lingua Storica, Ordine Basico, Tipologia, Universali Linguistici.

SEMIOTICA E SEMANTICA
D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 25. Simboli
Lez. 26. Icone
Lez. 27. Indici (tutte)
Lez. 31.1. Che cos'è la designazione; 31.2. Il posto della designazione: referenza, senso e immagine
associata; 31.3. Il triangolo fondamentale di Ogden e Richards; 31.6. Designazioni e contestualizzazioni;
32.1. Che cos’è la significazione; 32.3. L. Hjelmslev e gli elementi minimi del contenuto;
32.6. La condizione sintagmatica della significazione; 33.1. Che cos’è la comunicazione.
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.2. diagrammaticità della lingua (pp. 112-113)
2.2.3.c significato, senso, rappresentazione (p. 109)
2.2.3.c designazione, significato, senso (p. 109-110)
Rappresentazione diagrammatica del significato (p. 110)
-Voci del Dizionario di Linguistica: campo semantico, designazione, iperonimo, iponimo, lessico,
omofonia, omonimia, polisemia, sema, semantica, significato sinonimia

LA LINGUA NELL’USO. LA PRAGMATICA


D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 39.1. Definizione di pragmatica; 39.2. Orientamenti e problematiche della pragmatica attuale; 39.2.1. La
deissi; 39.2.2. L'implicatura conversazionale; 39.2.4. Gli atti linguistici
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.4.h L'atto linguistico (p. 143-144)
Voci del Dizionario:
Ascoltatore, appello, Atto linguistico, Canale, Codice, Comunicazione, Contatto, Conativa, Contesto, Deissi,
Denotativa, Destinatario, Emittente, Emotiva, Fàtica, Interlocutore , Locutivo, Locutore, Pragmatica,
performativo, Rappresentazione, Ricevente, Referente, Referenza, Situazione, Competenza Comunicativa
04.11.2014

(p. 124 Atl)

Apofonia = variazione della vocale radicale con una funzione morfologica (DE = ablaut)
Mentre i cambiamenti fonetici possono rimanere tali, alcuni hanno un risvolto sul piano morfologico,
grammaticale.

ES= in inglese esistono dei plurali irregolari, che si fondano sull'opposizione della vocale radicale (man,
men; foot, feet).
C'è stato un mutamento fonetico delle vocali finali che ha provocato un mutamento della vocale
radicale.

In inglese antico, la forma per 'piede' era *fòt; il plurale si creava con l'aggiunta di un suffisso, ovvero i.
Per effetto della metafonia, questa i ha influenzato la vocale o. La i ha provocato un cambiamento della
o in e (essendo due vocali diverse).
Questo ha fatto si che *fòti diventasse feti. La vocale finale è caduta la parola è diventata feet.
La vocale finale è potuta cadere grazie alla trasformazione di o in e. Altrimenti non sarebbe potuta
cadere, perché serviva a opporre il singolare al plurale.
Si tratta di un fenomeno di assimilazione (metafonia).
Anche questo è un aspetto dell'arbitrarietà delle lingue.

Dissimilazione = è il contrario dell'assimilazione. C'è una tendenza ad interrompere la ripetitività dei


suoni.

ES:

albero < arbor

presenta una dissimilazione, perché 'albero' deriva da 'arbor'. Avevamo lo stesso fonema (arbor). In
qualche modo si tende a renderli diversi (albero), quindi c'è una dissimilazione.

Per quello che riguarda il vocalismo, se l'assimilazione si risolve in una mottongazione, al contrario, se
qui parliamo di dissimilazione, avremo il caso in cui da una vocale si sviluppa un dittongo :

piede < pedem

presenta un dittongo laddove il latino presentava un'unica vocale.

Abbiamo definito questi fenomeni fonetici sintagmatici , che si oppongono a quelli paradigmatici.
(per Saussure era 'associativo'. 'Paradigmatico' è stato sostituito da Hjelmslev)

Questi due meccanismi sono importanti perché sono trasversali rispetto a tutti i livelli della
strutturazione linguistica.

Parlando dell'articolazione linguistica, non esistono solo fonemi e morfemi, ma anche entità di livello
superiore, ma anche di livello inferiore. Prima dei fonemi abbiamo i tratti distintivi, che si combinano tra
loro secondo un criterio sintagmatico e creano i fonemi. I fonemi si combinano tra loro e creano i
morfemi.

Sintagmatico e paradigmatico esiste a tutti i livelli. Infatti Hjelmslev ha parlato di due funzioni importanti
che si sovrappongono a queste (p. 124 Atl). Sono la funzione et (e) e la funzionen aut (o), o funzione di
congiunzione e funzione di disgiunzione.

Funzione et = funzione di congiunzione. Gli elementi sono tra loro congiunti. Infatti Saussure diceva che
sono in presentia.
Quelli paradigmatici sono in absentia, quindi una funzione aut (o).

- Funzione et = congiunzione; gli elementi sono combinati.


- Funzione aut = sono in opposizione, perché ciò che è paradigmatico è ciò che è virtuale, potenziale. Se
scegliamo un'unità, lo facciamo da un insieme di opzioni e poi la combiniamo con altre. E' una scelta di
alternative (aut = o).

Esempio di Hjelmslev = se abbiamo due parole:

mani - pero

notiamo che c'è un rapporto sintagmatico, quindi un rapporto et.


Tuttavia c'è un rapporto aut, cioè di disgiunzione tra i due elementi. Perché, se sostituiamo i due fonemi
iniziali, otteniamo due parole diverse. Quindi i due fonemi sono in opposizione, in disgiunzione.
Se sostituiamo altre lettere, otteniamo altre parole. Tutte le lettere di queste due parole sono dei
fonemi, possono sostituirsi l'una con l'altra per creare nuove parole.
Quindi, svolgono una funzione et e allo stesso tempo in funzione aut rispetto a quelli che in alternativa
avrebbero potuto essere presenti.

- In mani c'è congiunzione (o coesistenza) tra m, a, n e i. Allo stesso modo c'è congiunzione tra p, e, r, o.

- Tra p e m c'è disgiunzione (o alternanza) : ciò che di fatto abbiamo davanti agli occhi è m o p. Allo
stesso modo c'è disgiunzione tra a ed e, n e r, i e o.

Hjelmslev usa i termini sistema e processo, che sono rispettivamente la langue e la parole.

Dal punto di vista del processo (realizzazione), m è una parte di un'unità più complessa.
Dal punto di vista del sistema, m è un membro di una classe da cui scegliamo, selezioniamo e
combiniamo.

Questi (scegliere, selezionare, combinare) sono i termini che usa un altro linguista per riferirsi a questi
meccanismi, ovvero Jakobson (p. 124)

Testo "Selezione e combinazione" = ogni segno è composto di segni costitutivi. Ogni unità si dice anche
che trova il suo contesto in un'unità superiore. Possiamo dire che un fonema è tale quando passa al
livello successivo, ovvero a quello del morfema (parola).

Jakobson afferma che combinazione e contestualizzazione sono due aspetti dello stesso processo. Nel
momento in cui si combina, p viene ad essere contestualizzato nel livello di unità superiore, ovvero nella
parola.

La selezione avviene tra termini alternativi. L'aspetto della selezione va di pari passo con quello della
sostituzione.
A livello di funzione aut, quindi a livello di paradigma, si sceglie prima di combinare.

Questa scelta, come la combinazione, si verifica sempre in tutti i livelli.


Per cui, se abbiamo una semplice parola come:

cantiamo

in questa parola si realizza sia il meccanismo della combinazione che quello della selezione, perché si
combinano i diversi fonemi, che costituiscono due morfemi (cant - iamo).
In termini tradizionali, abbiamo selezionato una radice e l'abbiamo combinata con una desinenza e
abbiamo combinato una parola.
Però, ad esempio, la radice può essere in alternativa: abbiamo scelto cant-, ma avremmo potuto
scegliere qualsiasi altro verbo. Lo stesso vale per la desinenza (cant-ate). Ci sono combinazioni plurime.

Quindi, questo meccanismo non funziona soltanto a livello fonematico, ma anche a livello morfologico.

La combinazione è sempre una concatenazione. Gli unici elementi che non si concatenano, ma sono
co-occorrenti sono i tratti distintivi, perché sono tutti compresenti nel fonema, non sono in successione.
Mentre, per passare da un livello ad un altro, bisogna aggiungere cose. Questo sempre in rispetto del
principio di linearità. Quindi gli elementi sono sempre concatenati, tranne nel caso dei tratti
distintivi.

Hjelmslev e Jakobson utilizzano una terminologia diversa, ma le visioni sono sovrapponibili le une alle
altre.

Benveniste = un altro strutturalista. Parla di livelli di strutturazione, di gerarchia dei livelli.


Dice che ogni unità si individua su un certo livello, ma svolge la sua funzione nel livello immediatamente
superiore, a seguito della combinazione svolge la sua funzione.
Un fonema si individua sul piano fonologico; ma la sua funzione si riscontra nel livello superiore, cioè
quello del morfema:

mal

ad esempio, cogliamo la funzione del fonema l e sappiamo che potrebbe essere sostituito da un altro
fonema, come ad esempio r (mar).

Il morfema svolge la sua funzione nel livello del sintagma, della combinazione di parole:

mal di testa

si capisce che tipo di male è nel momento in cui lo si combina con altre parole, quindi nel sintagma.
Possiamo avere 'mal di testa', 'mal di pancia', o un male interiore, quindi 'mal di vivere'.
'Mal di vivere' è un sintagma che diventa una poesia, quindi entra in un livello ancora superiore.

MORFOLOGIA

Morfema = da un punto di vista formale è dato dall'unione di fonemi. E' l'unità minima di significato.
Mentre il fonema è un'unità minima, ma di per sé non ha significato, il morfema ha significato.
Sono indispensabili entrambe.

Le parole possono coincidere con un unico morfema, ma possono essere anche plurimorfematiche. Il
morfema è un'unità di significato, ma esistono parole come gatto che sono bimorfematiche.

In gatto abbiamo la combinazione di gatt- e -o. Sono due unità di significato.

I significati che convogliano questi due significanti sono molto diverse.


I significati possono essere di tipo extralinguistico o intralinguistico. Quindi, possono fare riferimento al
mondo esterno, ma ci sono altri significati che sono propriamente linguistici o grammaticali.

- La o di gatto è un morfema grammaticale. Indica il maschile singolare.


- Gatt- è un morfema lessicale, perché fa riferimento alla realtà esterna; indica l'animale felino
generalmente domestico.

La o indica non sempre il sesso maschile, ma un genere puramente grammaticale. In 'libro', la o non
indica che si tratta di un sesso maschile, ma esprime semplicemente un'informazione grammaticale.

La morfologia si occupa dei diversi tipi di morfema, di come si combinano i morfemi e come nascono le
parole.
Le parole hanno delle forme diverse. Morfologia significa proprio 'studio della forma'.
In alcuni casi la parola coincide con il morfema.

Ad esempio in inglese, cat è una parola monomorfematica. In italiano no.

Si possono combinare anche altri morfemi, e avere per esempio gattino, gattaiola; si può avere anche
un verbo, come sgattaiolare.
Il significato lessicale, quello di base, è sempre dato dal morfema gatt-.

Si vengono a formare nuove parole, dette parole derivate da una parola primaria.

E' importante fare una distinzione :

1) morfemi lessicali
2) morfemi grammaticali

Tra i morfemi grammaticali ci sono ulteriori distinzioni:

- morfemi flessivi
- morfemi derivativi

gattino

- gatt- = morfema lessicale


- -in- = morfema derivativo
- -o- = morfema flessivo

Per quello che abbiamo detto della differenza tra foni e fonemi, esiste un piano astratto e un piano
concreto.
Quindi, esiste un morfema che si può cogliere sul piano astratto, ma possono esistere molteplici
allomorfi, molteplici manifestazioni dello stesso morfema.

gatto uomo

gatti
uomini

Il morfema del plurale in 'uomini' è ini.


Non si tratta di due diversi morfemi, ma dello stesso morfema del plurale che si presenta in due forme,
quindi in due allomorfi.

Come la nasale può presentarsi in degli allofoni, quindi presenta delle varianti, anche queste sono delle
varianti di un unico morfema.

Anche mangiare, ridere, dormire presentano degli allomorfi. Sono infiniti.


Are, ere, ire sono un unico morfema, perché hanno tutti la stessa funzione.
Lo stesso vale per l'articolo determinativo maschile: il, lo; i, gli.

Esistono altri tipi di morfemi :

1) morfemi continui
2) morfemi discontinui

In italiano ci sono quasi sempre morfemi continui, che si uniscono tra loro: gatt-in-o.
Ci sono casi in cui le cose stanno diversamente:

tell , told

in questo caso, non è facile dire qual'è il morfema lessicale e qual'è quello grammaticale. Bisogna
ricorrere alla nozione di discontinuità, perché il passato è dato sia dalla o che dalla d finale.
- E' come se dicessimo che tl è il morfema lessicale (tell - told) e che e e od sono quelli grammaticali.
Quindi, i morfemi lessicali si incastrano con quelli grammaticali.

- Nel caso dei verbi regolari, il passato si forma aggiungendo il morfema -ed. In questo caso si parla di
morfemi continui, perché il passato si forma sempre allo stesso modo: play, played.

In tedesco:

singen - gesungen

Abbiamo l'impiego di un prefisso ge-, variazione della vocale tematica (e-u).


Non è facile cogliere cos'è grammaticale e cos'è lessicale.
In alcune lingue questo aspetto è ancora più marcato, come quelle semitiche, in cui le vocali svolgono
una funzione morfologica.

In arabo le radici sono triconsonantiche, quindi sono sempre tre consonanti.

kitab

la radice è data dal nesso consonantico kitab (ktb).


Variando le vocali, che si vanno ad inserire nella radice, otteniamo parole diverse :

kitab vuol dire libro, katib vuol dire scrittore.

In questo caso si parla di una morfologia a pettine, perché la parte grammaticale è incastrata in quella
lessicale.

In italiano questo non avviene. In inglese avviene in alcuni casi (discontinuità). In arabo avviene sempre
(concatenazione).
Distinzione tra :

1) morfemi liberi = possono stare da soli e costituire una parola (monomorfematica).


2) morfemi legati = devono necessariamente comparire in combinazione (funzione et) con un altro
morfema (gatt-o).

- In italiano esistono anche dei morfemi liberi : per, di, in (preposizioni), oggi.

- Città = abbiamo l'informazione sul numero attraverso l'articolo (la città, le città). Formalmente il
numero si è cancellato. Lo analizziamo come :

morfema lessicale + morfema grammaticale


0

Analisi morfologica :
amore
amori

- Sono in rapporto paradigmatico (o, i). Siamo in grado di cogliere il rapporto sintagmatico, cioè la parte
che varia e quella che non varia.
La parte che non varia è la radice amor-. Così ottieniamo il morfema grammaticale e quello flessivo.

amico ha una parte in comune con amore = am

Se confrontiamo le due parole, capiamo che il morfema lessicale non è 'amor', ma am.
Vediamo chiaramente che è questa la radice analizzando il verbo amare:

amo, ami, ama, amiamo, amate,


amano

Nelle parole 'amore' e 'amico' abbiamo quindi anche dei morfemi derivativi :

amore = morfema derivativo; è presente in parole come 'sapore' e serve a creare nomi astratti.

Si giunge a questa conclusione grazie al confronto con parole simili.

Amico = 'ic' è un morfema derivativo che serve a creare degli aggettivi (linguistico, simpatico).
La parola 'amico', da un punto di vista diacronico è un aggettivo che poi è diventato nome. In origine era
presente sempre in sintagmi : una persona amica.

- Alcuni elementi che sembrano morfemi, in realtà non lo sono. Perché sono radicati nella parte lessicale
della parola :

gattino = morfema
derivativo

bambino = non è
un morfema derivativo.

- Se in 'gattino' togliamo il morfema in, otteniamo la parola 'gatto'.


- Se in 'bambino' togliamo il morfema in, otteniamo la parola 'bambo', che non esiste.

In realtà, in era un morfema derivativo in latino. Infatti esisteva la forma bambo (esiste, ad esempio,
bambola).

Esistono delle parole che ci indurrebbero a fare delle segmentazioni. Ad esempio:

assistere
insistere
desistere

Queste parole hanno in comune la porzione -sist- .


Il morfema lessicale dovrebbe essere sist. Ma è una parola che in italiano non esiste.
In realtà si tratta di una forma raddoppiata della forma latina che sta per il verbo stare, quindi la radice
sarebbe st di stare.

Si tratta di morfemi a cui non si attribuisce un'identità, autonomia, significato.


Si chiamano morfemi berry. Sono stati notati per la prima volta in riferimento all'inglese (strawberry,
cranberry, ecc.). Sono gli Himbeeremorpheme del tedesco.

1) Classi variabili = nomi, pronomi, aggettivi, verbi, articoli.


2) Classi invariabili = articoli, preposizioni, congiunzioni, avverbi.

in|vis|ibil|mente :

- in = morfema derivativo
- vis = morfema lessicale
- ibil = è parte della radice, ma anche del suffisso che segue (allomorfo); è un morfema derivazionale
- mente = morfema derivativo che serve a creare avverbi
05.11.2014

La formazione di parole è possibile grazie ai principi di combinazione e selezione, che garantiscono un


principio di economia, ovvero un riuso dello stesso materiale per creare parole nuove.

Omofonia = sono omofoni dei morfemi diversi che possono apparire come un unico morfo. Omofoni
significa formati dagli stessi suoni.

ES = quando si segmenta una parola e si individua un morfema, bisogna sempre pensare a qual'è il
significato di quella porzione di parola. In alcuni casi ci può essere omofonia : non è proprio lo stesso
significato.

immettere

- abbiamo un prefisso, morfema derivativo = in che significa 'mettere dentro' (n+m= assimilazione
regressiva)

invisibile

- abbiamo lo stesso morfema derivativo in = ha un'accezione negativa.

Si tratta di due morfemi diversi che hanno la stessa forma, ma significati differenti.

Allomorfia = visibile - amabile -> stesso morfema derivazionale (vocale tematica) che si presenta in
due allomorfi (varianti dello stesso morfema). In combinazione con i morfemi lessicali, possono
presentarsi in forme diverse.

L'allomorfia si percepisce considerando i due piani : quello astratto e quello concreto.


E' evidente se si riflette sul fatto che alcune parole, nella loro manifestazione concreta, portano più
morfemi che non si trovano concatenati in morfi diversi:

mangia

riusciamo ad individuare la porzione lessicale (mangi-) e quella grammaticale (-a).


La i ha una funzione semplicemente grafica, che ci serve a capire che la g è un'affricata e non
un'occlusiva.

Se abbiamo una forma come questa :

non è possibile fare una segmentazione, perché si tratta di un morfo che porta in sé diversi morfemi: sia
quello lessicale (piano astratto) che quello grammaticale (piano concreto).

L'allomorfia si può cogliere anche nella parte lessicale di una parola. In questo caso, si parla di
suppletivismo.
Un morfema lessicale si sostituisce a un'altro:

vado, vai, va, andiamo, andate, vanno

non possiamo dire che si tratta di due morfemi, perché il significato concettuale, extralinguistico, è lo
stesso. A livello di manifestazione, di morfo, abbiamo due diverse possibilità.

Quindi: Suppletivismo = allomorfia che riguarda il lessico.

Molte volte, il suppletivismo si coglie nelle forme derivate in cui una parola può sviluppare dei derivati
che riguardano basi latine o greche:

cavallo: cavaliere, cavalleria, equino,


equitazione

derivano da una base latina. Ma abbiamo anche:

ippica

Il significato di base è lo stesso, solo che in questa parola il morfema lessicale è direttamente preso dal
greco.

acqua: acquario, acquatico,


idrico, idraulico

- Spesso le parole si formano attraverso l'aggiunta di altri morfemi, tanto che si può pensare ad un
processo dinamico.
A volte questo non avviene, e si parla di morfologia zero.
In alcuni casi si crea un'altra parola che appartiene ad un'altra classe grammaticale, senza aggiunta di
altri morfemi. Questo meccanismo è detto conversione.

Conversione = passaggio da una categoria grammaticale a un'altra.


Non si fa ricorso ad altri morfemi per creare nuove parole (morfologia zero).
I meccanismi che consentono questa conversione sono altri.
1) am|ico = passaggio da aggettivo a
nome
2) vecchio = aggettivo ma anche sostantivo (persona anziana)

- Nel secondo caso non c'è un morfema che indichi il passaggio da una categoria all'altra. E'
semlicemente l'omissione del nome. Si verifica il trattamento dell'aggettivo come vero e proprio nome,
con l'anteposizione dell'articolo.

Si può tranquillamente dire il rosso, parlando del colore rosso. La situazione è analoga.

- Ci sono casi in cui il verbo diventa sostantivo (meccanismo di tipo sintagmatico) :

potere > il potere

Anche il participio presente :

amante > l'amante

Può diventare un aggettivo :

sorridente > il ragazzo


sorridente

- Ci sono parole che si formano con l'unione di più morfemi lessicali = parole composte

In questo senso, dobbiamo tener presente che esistono due categorie più ampie:

1) parole semplici = parole monomorfematiche o quelle composte da un morfema lessicale e un


morfema desinenziale (gatto).
2) parole complesse = vi rientrano le parole composte e quelle derivate (gattino).

Le parole composte sono una fattispecie delle parole complesse.

ES : parola composta = ferro|via (due morfemi lessicali)

sali|scendi (due
verbi)

attacca|panni
(verbo+nome)

Nei composti bisogna individuare la categoria grammaticale. Le combinazioni possono essere varie,
quindi la categoria finale di appartenenza della parola composta può essere difficile da individuare.
- Bisogna individuare la testa del composto, ovvero l'elemento dominante.
Anche se ci sono due morfemi lessicali, ce n'è uno che è più rilevante, che porterà la flessione:

ferrovia > ferrovie = la testa del composto è via

- Nell'analisi morfologica, ferro non deve essere indicato come composto da ferr+o. Funziona da
morfema lessicale, senza flessione.
Il morfema flessivo va individuato soltanto nella desinenza della testa.

Questo si definisce composto endocentrico = ha la testa all'interno della parola, al centro.

capo|stazione

in questo caso, si tratta di un capo. La testa è in prima posizione, al contrario di come avviene in
ferrovia. Per creare il plurale, avremo capistazione. In stazione non bisogna dire che e è il morfema
flessivo.

- Ci sono casi in cui la situazione è più complessa da individuare:

porta|lettere

In questo caso, si tratta di un individuo che svolge la funzione di portare le lettere.


Infatti, si tratta di un composto senza testa, e quindi abbiamo un composto esocentrico.
E' un nome che indica una persona, non un oggetto.

Nei composti esocentrici, in cui non è possibile individuare un componente centrale con cui si può
sostituire il tutto (come avviene nei composti endocentrici), non c'è flessione.
Questo perché la testa corrisponderebbe alla persona.
I composti esocenrici non presentano variazioni.

- Nella segmentazione morfologica si indicano semplicemente due morfemi lessicali.

- Esistono anche delle parole a due teste :

cassa|panca

è un composto in cui non c'è un elemento che domina sull'altro.


Il composto a due teste è detto DVANDVA.

- Nella formazione del plurale, si flettono entrambe le teste = cassepanche


- Nell'analisi morfologica, entrambe le desinenze delle parole vanno indicate come morfemi flessivi.
capo|mastro

è un capo, ma anche un mastro = capimastri

- I composti possono essere formati anche da altre categorie grammaticali, ad esempio aggettivo più
aggettivo = grigioverde. Qui c'è la dominanza di un componente sull'altro.
E' un composto in cui verde è l'elemento dominante, perché grigio è un modificatore di verde.

- Tutte le parole complesse (anche quelle derivate) rappresentano una limitazione dell'arbitrarietà.
Il riutilizzare lo stesso materiale consente una economia linguistica.
Possiamo dire che la morfologia è, nel suo insieme, un meccanismo che limita l'arbitrarietà. Si può
parlare di un'arbitrarietà relativa, perché il significato di un composto si desume dai suoi componenti;
invece di creare una parola ex novo, facciamo riferimento a un materiale già esistente.

- Ciò è molto evidente in alcuni tipi di composti : i numerali (1,2,3,4...) sono assolutamente arbitrari,
infatti sono diversi da lingua a lingua.

- Però = 11,12,13,14... sono relativamente arbitrari, perché sono formati dalla decina e dall'unità. E'
come se portassero nella loro forma linguistica anche la loro forma matematica di composizione
(esempio di Saussure).

- 20 = è assolutamente arbitrario; ma 22,23,24... sono relativamente arbitrari. Perché utilizziamo


elementi di cui già disponiamo nella langue e li uniamo.

Tutta la morfologia può essere considerata come un meccanismo di limitazione dell'arbitrarietà. Perché,
attraverso i meccanismi morfologici di formazione delle parole, si usa materiale preesistente:

s|collare
s|postare

si tratta di una questione di economia, ma anche di un fatto che limita l'arbitrarietà della lingua. Nel
momento in cui si conosce il valore di s, si può capire qual'è il significato di tutto il resto.

- Questo avviene anche per il morfema flessivo:

gatto > gatti

se abbiamo la possibilità di formare il plurale di una parola semplicemente modificando la parola con il
morfema flessivo i, si limità l'arbitrarietà. Non è un composto, perché nasce dalla combinazione di due
morfemi. Questo morfema si trova in altre parole per indicare la pluralità.
In tedesco, ad esempio, si formano parole con l'unione di parole già esistenti, quindi si creano parole
relativamente arbitrarie.

La limitazione dell'arbitrarietà non esiste in alcune lingue.


Alcune lingue, per ricorrere alla pluralità, devono usare un'altra parola e non variare una stessa parola.
Variare la stessa parola per una piccola variazione di significato rappresenta un carattere di motivazione
e non di arbitrarietà.

pecora > pecore = relativamente


arbitrario

pecora > gregge = arbitraria (anche


il morfema lessicale è diverso)

Ci sono lingue che funzionano in questo modo. Sono lingue nelle quali il lessico predomina sulla
grammatica.
L'inglese, rispetto all'italiano, sfrutta di più i meccanismi lessicali proprio perché si è privato della
morfologia. Quindi i signfiicati devono essere veicolati da lessemi.

La lingua per eccellenza che sfrutta meccanismi di tipo lessicale è il cinese. Non presenta parole che si
possono formare attraverso composizione o derivazione, quindi deve ricorrere a nuovi lessemi.

Queste si definiscono lingue lessicologiche = parole monomorfematiche.


L'italiano, invece, è una lingua grammaticale = morfologia molto estesa; lessico organizzato in paradigmi
(gruppi di parole che presentano lo stesso morfema lessicale).

Fenomeni morfologici
Questi meccanismi sono colti dagli studiosi.
Ci sono altri fenomeni morfologici che sono la manifestazione di una coscienza metalinguistica da parte
del parlante.
Il parlante opera sulle parole, le divide, ne crea delle nuove. Compie una serie di operazioni in modo
distintivo.

Questi fenomeni morfologici sono :

1) Analogia
2) Risegmentazione morfologica
3) Etimologia popolare

Circostanze in cui si manifestano questi fenomeni :

a) nell'evoluzione linguistica (che tende alla semplificazone)


b) nel linguaggio infantile
c) nell'apprendimento delle lingue straniere

1) Analogia

- Nelle prime due circostanze non si ha una piena padronanza della lingua. Nonostante ciò, per cercare
di limitare l'arbitrarietà perché si è di fronte a qualcosa si ignoto, si cerca di analizzare le parole e di
crearne delle altre in modo regolare.
- L'evoluzione linguistica tente alla regolarità, alla semplificazione.

In inglese, per esempio, i cosiddetti passati irregolari erano un tempo quelli regolari.
Tutti i passati avevano una variazone apofonica. Con l'evoluzione linguistica si è avuto il prevalere della
forma che impiega il suffisso -ed. Questa è una limitazione dell'arbitrarietà. Ma, siccome l'evoluzione
linguistica tende alla regolarità e alla semplificazione, si verifica questo processo, appunto, di
semplificazione.

Questo meccanismo accade non solo nell'evoluzione linguistica, ma anche nel linguaggio infantile.

a) Nell'evoluzione linguistica, l'italiano siamo è una forma analogica. Una formazione analogiva è la
creazione di una forma sulla base di un modello esistente. Ciò vuol dire che il modello viene percepito,
visto che deve essere il punto di riferimento. CIò significa che il parlante esercita un'analisi delle parole.

sumus > siamo

'Siamo' è una forma analogica che deriva da sumus, e non c'è nessuna legge fonetica che spiega la
creazione della forma siamo nel passaggio dal latino all'italiano.
La forma siamo non è l'esito di una trasformazione linguistica. E' l'esito di una formazione analogica.
Sulla base di un paradigma regolare in cui la prima persona plurale del verbo presenta sempre questa
desinenza, si è creata questa forma analogica.
E' una forma che si crea sulla base di un modello.

b) Nel linguaggio infantile abbiamo formazione analogica.


Spesso i bambini commettono degli errori del tipo dicete. Ciò avviene perché i bambini mettono in atto
il meccanismo analogico. Riconoscono un modello e intuitivamente dicono :

rido:ridete=dico:x

Il bambino confronta la desinenza del verbo dire (o) con altre forme che presentano la stessa desinenza.

x=dicete

il bambino nota che ete è la desinenza giusta, in quanto in rido:ridere si tratta di un processo regolare.
Questi, che vengono definiti errori, sono molto importanti in linguistica.
Nell'evoluzione linguistica, quello che appare come un errore può diventare una norma, perché c'è
tendenza a ridurre l'arbitrarietà e a semplificare le cose.

c) Apprendimento delle lingue straniere

ES = un apprendente inglese impara la regola per la formazione del passato più semplice:

play:played=go:x

x=goed

- Un apprendente commette questo errore perché si rifà a un modello. Questa è una formazione
analogica.

2) Risegmentazione morfologica
E' una nuova segmentazione della parola che il parlante compie perché, anche in questo caso facendo
apparenti errori, tende a riconoscere in una parola ciò che conosce, quindi riconosce facendo delle
forzature sulla parola.

b)Un bambino, ad esempio, non avendo padronanza di una lingua straniera, avendo sentito più volte la
parola toilette, non sapendo che si tratta di francese, ha riconosciuto nella pronuncia l'aggettivo
possessivo tua:

tua|lett

ha fatto una segmentazione morfologica sbagliata.


Capiamo che il bambino ha segmentato la parola toilette in questo modo perché, in più occasioni, ha
detto "vado alla mia let". Ha quindi creato una nuova parola sulla base di una segmentazione
assolutamente sbagliata.

Questo è un fenomeno che si spiega molto bene perché i bambini, durante la fase dell'apprendimento
del linguaggio, tendono a rapportare tutto a sé.

a) Riguardo l'evoluzione linguistica, la risegmentazione morfologica è riscontrabile in:

hamburger

E' una parola risegmentata in modo sbagliato dagli inglesi attraverso la creazione di una nuova parola.
Si tratta di una parola tedesca, un aggettivo che vuol dire amburghese, della città di Amburgo.
L'hamburger è una polpetta, un piatto amburghese.
Molto spesso i nomi degli alimenti prendono il luogo dal nome in cui sono prodotti.

La segmentazione corretta di questa parola sarebbe di Amburgo.

Gli inglesi, non conoscendo il tedesco, hanno segmentato questa parola diversamente:

ham|burger

Come i bambini, gli inglesi hanno riconosciuto in hamburger la parola ham, trattandosi comunque di
qualcosa che si mangia. Hanno quindi segmentato la parola in maniera scorretta. Ce ne rendiamo conto
perché gli inglesi, sulla base di questa nuova segmentazione, hanno creato nuove parole :
cheese|burger.

3) Etimologia popolare
In questo caso si verifica una sorta di metamorfosi lessicale.
L'etimologia popolare spiega il motivo di riportare una parola 'oscura' ad un'altra parola che vi somiglia,
in modo da renderla più 'rassicurante', anche se non ha nulla a che fare con il termine originario.

ES = Gibilterra

Questa parola deriva dall'arabo gebel Tariq (nome del condottiero che portò le truppe arabe alla
conquista della Spagna) che vuol dire 'monte di Tariq.

- Nell'etimologia scientifica, invece, si riporta la parola ad un suo precedente per trovarvi una
spiegazione:

flebbite > febbrile = porta alterazione termica (come la febbre)


06.11.2014

grammatic|al|izz|azion|e

- grammatic- = morfema lessicale


- -al- = morfema derivativo
- -izz- = morfema derivativo
- -azion- = morfema derivativo
- -e = morfema flessivo

-Grammaticalizzazione = processo attraverso il quale un oggetto del lessico entra a far parte di ciò che è
grammaticale:

visibil|mente

in latino -mente era un morfema lessicale. E' stato grammaticalizzato.

Le parole formate da più morfemi possono essere considerate come dei sintagmi (unione di più parole).
Anche in parole molto formate come grammaticalizzazione vediamo un processo sintagmatico,
un'unione.

Nella parola abbiamo un meccanismo di combinazione, in termini di Jakobson, o processo sintagmatico,


nei termini di Saussure; parliamo di una combinabilità stretta, perché appunto i morfemi si fondono a
creare un'entità unica.
Quando abbiamo i sintagmi (intesi in modo canonico) abbiamo una combinabilità larga.

La morfologia e la sintassi sono strettamente legate. Si tratta sempre di meccanismi di combinazione.


Non c'è discontinuità tra loro. Si passa dall'una all'altra. Infatti molti studiosi parlano di morfosintassi.

indiscutibilmente

Il morfema mente serve a creare un avverbio. Si potrebbe anche sostituire anche con una parola a sé
stante:

in modo indiscutibile

E' la stessa cosa. Solo che prima abbiamo un'unica parola, quindi una combinazione stretta, poi
abbiamo più parole, quindi una combinazione larga.

Questo processo può andare ulteriormente avanti:


in modo che non si può discutere

Siamo passati da una parola (indiscutibilmente) ad un sintagma di 7 parole.


Il valore è esattamente lo stesso.

Per questo motivo, alcuni autori hanno inteso parlare della grammatica come morfologia e sintassi
insieme.

Insieme di processi grammaticali di Sapir (p. 132 a 135 FEV)


Sapir ha schematizzato i possibili processi grammaticali. Questi processi rientrano in fatti sia sintattici
che morfologici.

Sapir è un linguista americano che ha pubblicato nel 1921 un'opera intitolata Language. C'è un capitolo
che si intitola i processi grammaticali.
Questi processi grammaticali sono 6. L'ordine in cui vengono presentati non è casuale, perché si va
dall'aggiunta di materia allo sfruttamento di meccanismi simbolici che non comportano aggiunta di
materia. All'interno della possibilità dell'aggiunta di materia, si va dall'aggiunta di materia intesa come
aggiunta di parole, all'aggiunta di morfemi, che sono parte delle parole.

1) ordine delle parole


2) composizione nominale o verbale
3) affissazione
4) mutazione vocalica o consonantica
5) variazione d'accento
6) raddoppiamento o reduplicazione

1) Ordine delle parole = è propriamente della sintassi. Ha funzione grammaticale.


- Una cosa è dire uomo buono.
- Altra cosa è dire buon uomo, quindi anteporre l'aggettivo al nome.

Nel primo casi abbiamo una funzione predicativa = sto dicendo che quell'uomo è buono. E' una frase a
tutti gli effetti.

Il cinese, ad esempio, si basa proprio sulla predicazione. Si crea un ordine delle parole che diventa molto
significativo, anche senza l'utilizzo del verbo.

2) Composizione nominale o verbale


Nel secondo caso abbiamo una funzione attributiva = buon uomo, rispetto ad uomo buono, ci fa passare
all'altro processo grammaticale. Perché buon uomo è diventato anche un composto, infatti si scrive con
un'unica parola = buonuomo. Lo stesso vale per galantuomo = se l'aggettivo viene posto dopo il nome,
uomo galante non può essere fuso.
Questo avviene proprio perché abbiamo una funzione attributiva, che specifica il nome.

Sapir definisce sintema la fusione tra i due elementi.

3) Affissazione
L'affissazione è un carattere sintagmatico meno evidente, perché non abbiamo delle parole o in
composizione o fuse in un composto.
Abbiamo un'unione di morfemi che non sono liberi, perché hanno esclusivamente una funzione
grammaticale:

ir|rimedi|abil|mente

- abil = non ha una condizione di morfema libero. Ha funzione grammaticale, ma non semantica.

Gli affissi sono dei morfemi tendenzialmente legati, perché svolgono funzione grammaticale. Affisso è
un iperonimo che include 3 sottotipi:

a) prefissi
b) infissi
c) suffissi

Servono a creare derivati.


La differenza tra loro è di tipo formale. E' la condizione sintagmatica che è diversa. Si individuano
rispetto alla radice.

a) il prefisso è quell'affisso che si presenta prima della radice (in-)

b) l'infisso è quell'affisso che troviamo all'interno della radice. In italiano non esistono, se non come
residuo del latino. Nel latino erano altamente produttivi. Spesso servivano a creare il tema del presente
in contrapposizione a quello del passato: VINCO, VINCI.
Esistono lingue che ne fanno uso.

c) i suffissi sono quelli che si aggiungono dopo la radice.

4) Mutazione vocalica o consonantica


Non c'è aggiunta di materia, come negli altri casi.
Ne abbiamo già parlato quando abbiamo fatto riferimento all'apofonia (funzione grammaticale).

La variazione vocalica porta un significato grammaticale.

La mutazione vocalica non è soltanto interna alla radice, quindi l'apofonia. E' anche la mutazione
vocalica finale che abbiamo in italiano :

gatto - gatta

non diciamo che -o è un suffisso, perché non è possibile avere gatt- da solo.
In italiano abbiamo l'obbligo di esprimere questa parola nella sua interezza.
Quindi, -o e -a presentano una variazione vocalica. Ma non è la variazione vocalica della radice (vocale
radicale/apofonia della coppia vedo-vidi), ma è la vocale finale.

Si tratta di una visione un po' deviante rispetto a quella canonica per cui -o sarebbe un'aggiunta. Perché
non si può omettere.

Se si dice gattino, qui si ha l'aggiunta di un affisso. Questa è una scelta possibile, ma non obbligatoria.
Quella di -o e -a è una scelta obbligatoria.
Gattino può essere sciolto in un sintagma = piccolo gatto. Gatto non può essere sciolto.

5) Variazione dell'accento
L'accento è un fatto prosodico, soprasegmentale, proprio per intendere che non si aggiunge. Non è un
segmento che si può individuare. Si trova nella categoria dei processi che non portano aggiunta di
materia. E' un processo che serve a creare parole diverse = fini, finì.

Ci sono casi in cui ci sono tre diverse parole che si oppongono per l'accento :

càpito, capìto, capitò

In italiano non esistono delle norme fisse che, in base allo spostamento dell'accento, creano categorie di
parole diverse.
In inglese lo spostamento d'accento in modo sistematico crea l'opposizione tra nome e verbo:

prògress, progrèss

6) Raddoppiamento (o reduplicazione)
Già citato quando abbiamo parlato della limitazione dell'arbitrarietà.

In italiano, se si ripete un aggettivo, si può indicare il superlativo:

piano piano
si ha come un'eco della parola. Si può utilizzare al posto di pianissimo, che ha lo stesso significato però
sfrutta un suffisso.

In questo caso c'è un raddoppiamento totale, che serve a intensificare il significato dell'aggettivo.
In molte lingue antiche serve anche a creare il plurale dei nomi o il perfetto dei verbi, come in sumerico.

Il raddoppiamento può essere anche parziale:

DISCO, DINCI

questo è il perfetto del latino. C'è il raddoppiamento solo della prima sillaba.

La sintassi = si occupa dell'unione delle parole e delle frasi; di sintagmi e frasi.


Esistono dei sintagmi fondamentali :

1) sintagma nominale
2) sintagma verbale

Esistono anche altri due sintagmi fondamentali :

3) sintagma preposizionale
4) sintagma aggettivale

I sintagmi si individuano attraverso l'individuazione della testa. E' esattamente come un composto
morfologico.

il mio libro
nuovo

è un sintagma nominale, perché la testa di tutto il sintagma è libro, quindi un nome. L'elemento centrale
è quello che può sostituire il tutto (il mio libro nuovo = libro). Gli altri sono dei modificatori che si
aggiungono all'elemento.
Quindi, il sintagma ha le stesse caratteristiche del composto.

La sintassi si basa su alcuni principi fondamentali :

a) combinabilità = senza possibilità di combinazione tra le parole, non ci sarebbe il sintagma;


b) posizionalità = ordine delle parole.

Se abbiamo 3 elementi :

Maria ama
Giulio
a seconda della posizione della combinazione abbiamo frasi diverse:

Giulio ama
Maria

l'ordine delle parole è molto importante, soprattutto in lingue in cui non c'è molta morfologia. Se queste
due frasi le avessimo rese in latino, non avremmo avuto modo di far emergere questa importanza della
posizione, perché i casi indicano l'oggetto e il soggetto indipendentemente dalla posizione.
Questa caratteristica si ha anche in altri tipi di linguaggio, come quello della matematica : dati alcuni
elementi, si possono avere espressioni diverse a seconda delle posizioni.

c) ricorsività = possibilità di usare più volte la stessa regola di combinazione.

ES = una frase si compone di nome e verbo. Questa regola può essere ripetuta:

Maria studia e balla e canta e gioca.

Si ripete la formula nome+verbo.

Esistono casi più complessi.


ES = le frasi relative, quindi una fase complessa composta da una frase principale e una relativa.
Le relative presentano questo meccanismo della ricorsività. Ciò significa che all'interno di una relativa
(frase incassata) può esserci un'altra relativa :

Il libro | che mi ha regalato Mario | è molto interessante.

Questa frase è semplicemente un'incassata e non presenta il processo della relatività.


Ma possiamo anche avere :

Il libro | che mi ha regalato Mario | che è il mio migliore amico | è molto interessante.

Questo processo può andare avanti all'infinito.

E' presente anche in altri tipi di subordinate :

La professoressa Di Pace sa che l'esame di linguistica è difficile.

Attraverso un altro meccanismo, posso creare un'altra frase ponendola all'inizio di questa:

Il direttore del dipartimento è a conoscenza del fatto che la professoressa Di Pace sa che
l'esame di linguistica è difficile.

E' un meccanismo altamente produttivo.

La sintassi deve dare conto del fatto che, a dispetto della linearità (di cui abbiamo spesso parlato. Non
solo il segno è lineare, ma anche i sintagmi e le frasi sono lineari) le frasi manifestano una struttura che
va al di là della concatenazione.
Le frasi presentano gerarchia : c'è una serie di meccanismi nella frase, per cui degli elementi rimandano
ad altri elementi in un modo che non è sequenziale :

Mario beve
birra, io no.

Nella frase 'io no' c'è un rinvio all'intera frase precedente. Si utilizza quindi un meccanismo di
semplificazione : invece di ripetere io non bevo birra, attraverso questo semplice meccanismo si ha una
frase complessa, infatti si parla di verbo sottointeso.

Ci sono anche casi come :

Mario ha incontrato il medico e hanno parlato per due ore della sua
salute.

E' una frase ambigua = sua salute si riferisce al medico o a Mario ?


Nell'insieme della frase si capisce che, essendoci un medico, si parla della salute di Mario. Ma non
sempre il contesto è in grado di disambiguare alcune frasi. La sintassi si occupa proprio di rendere conto
di questi circuiti, anche di renderli evidenti, perché a volte possono essere ambigui.

In una frase come :

Il figlio e il cugino di Mario sono arrivati tardi alla


festa.

non è detto che il figlio sia di Mario. Si potrebbe parlare di tante persone che sono presenti alla festa.

Come nella morfologia si segmentano morfemi che creano parole, così nella sintassi si segmentano le
parole all'interno dei sintagmi e nelle frasi si segmentano i sintagmi.

La sintassi deve rendere conto di ciò che è ambiguo, di ciò che è subordinato, di ciò che rimanda a
qualcosa di centrale.

Così come nel composto c'è una testa, così come nel sintagma c'è una testa, ugualmente nella frase ci
sono degli elementi che dominano tutti gli altri.

Esistono diverse interpretazioni della frase:

1) interpretazione strutturalista = analizza le frasi cercando di rendere visibile la gerarchia degli


elementi, così come si trovano combinati;
2) interpretazione generativista (Chomsky - grammatica generativa) = si oppone nettamente a quella
strutturalista.

1) Interpretazione strutturalista
Si fa riferimento a Hockett, che propone un'analisi della frase che si trova in una linea di continuità (che
a un certo punto diventa di frattura) della scuola americana, in cui abbiamo prima Bloomfield (a cui si
deve la distinzione tra morfemi liberi e morfemi legati), Hockett, Harris, Chomsky.

Chomsky era un allievo di Harris.


Sono tutti strutturalisti che appartengono a una scuola detta del distribuzionalismo = perché sono
attenti alla distribuzione degli elementi nella loro concatenazione.

Con Chomsky c'è stata una rottura dello schema.

Hockett divide la frase in sintagmi secondo il modello di individuazione dei costituenti immediati.
Sono detti costituenti immediati perché sono gli elementi che costituiscono il livello superiore, senza
nessuna mediazione :

Mario dorme in camera sua.

questa semplice frase si analizza in due costituenti immediati = i due sintagmi fondamentali che
ritroviamo in qualsiasi frase : sintagma nominale e verbale.

In alcuni casi il sintagma nominale può coincidere anche con un unico nome.
Questa frase è analizzabile come (modello a scatola) :

Mario | dorme in camera sua

- il sintagma nominale è Mario;


- sintagma verbale = dorme in camera sua. Dorme può sostituire il tutto.

Ad un primo livello di analisi si individuano questi costituenti immediati, immediati rispetto al livello
superiore.

Andando avanti, abbiamo (modello a scatola) :

Mario |dorme | |in camera sua |

Mario |dorme| |in| |camera sua|

Mario |dorme| |in| |camera| |sua|

- sua è un elemento modificatore di camera.

Tutto questo fa emergere che sua è un elemento che dipende da moltissimi elementi, perché ogni volta
che abbiamo creato una scatola diversa, abbiamo individuato un nodo di dipendenza, per cui sua è
lecato a molti nomi di dipendenza, perché dipende da camera, poi dipende da in camera, da dorme in
camera, da Mario dorme in camera sua.

Sua è un elemento fortemente dipendente da tutti gli altri.


08/10/2014

Il linguaggio verbale è più complesso rispetto agli altri tipi di linguaggio. Esso è talmente
complesso da richiedere di scegliere di volta in volta un punto di vista diverso.
Il punto di vista è una nozione proposta dal più importante linguista che si chiama Fernand De
Saussure.

A lui si deve ufficialmente la nascita della linguistica generale.


La linguistica, intesa come studio sulla lingua, esiste fin dai tempi degli antichi greci (Platone,
Aristotele ecc). Però, formalizzata come disciplina autonoma, assestante, nasce agli inizi dell'800
come linguistica storica o glottologia.

Nel 1916 viene pubblicato postumo il Cours de linguistique gènèrale dai suoi allievi.
Prima di lui la linguistica era detta glottologia, ovvero una linguistica storica che non aveva al
centro la lingua, ma si concentrava sulle singole lingue storiche effettuando dei confronti tra le
diverse lingue, andando a studiarne l’evoluzione (come una lingua potesse evolvere in un’altra) .
Il 1916 è una data particolare perché nel 1816 era stato pubblicato il lavoro di Franz Bopp
(saggio sul sistema di coniugazione del sanscrito – antica lingua letteraria dell’india -
comparato con quello del greco, del latino, del persiano e del germanico), considerato il padre
della glottologia. Quindi, gli allievi di Saussure hanno scelto appositamente questa data per la
sua importanza dovuta al fatto che 100 anni prima fosse avvenuta la formalizzazione della
linguistica (glottologia) come disciplina vera e propria.

Saussure arriva a teorizzare l’esigenza di considerare la lingua come entità astratta, quindi si
preoccupa molto delle questioni di natura metodologica. Dice che la lingua è un qualcosa che in
realtà non esiste; creato dallo studioso; evanescente, sia per ciò che riguarda il contenuto
(qualcosa di mentale), sia per ciò che riguarda la sua espressione (i suoni svaniscono).
Questo oggetto di studio paradossalmente non esiste. In più è un qualcosa di molto complesso,
fatto di molte cose : di pensiero, di fisiologia (pronunciare i suoni), di fisica (trasmissione dei
suoni) ecc.
Dal momento che questo oggetto è così evanescente e complesso, al linguista spetta il compito di
scegliere un punto di vista, cioè quel qualcosa che vuole andare ad indagare nella lingua; e
soltanto allora l’oggetto avrà una sua fisionomia, perché sarà in qualche modo circoscritto. Non
sarà l’oggetto lingua nella sua complessità, ma quel particolare aspetto della lingua che riesco a
cogliere da un determinato punto di vista.
Saussure dice: è IL PUNTO DI VISTA CHE CREA L’OGGETTO. La lingua non pre-esiste;
esiste soltanto a seguito della scelta del punto di vista.

ESEMPIO: la parola ‘cattivo’ può essere studiata da un punto di vista puramente formale, che
riguarda esclusivamente l’espressione. Quindi studiarla per com’è formata; posso scegliere di
collocarmi su un piano che è semplicemente quello della fonetica e dire che è composta da
un’articolazione consonantica c, che è un’occlusiva velare sorda, ecc. In questo modo, inizio a
studiarla partendo da un punto di vista che è appunto quello della fonetica. Poi passare a quello
morfologico ecc. Soltanto così riesco a dire cose precise riguardo questa parola. Questo riguarda
soltanto l’espressione. Posso spostarmi sul piano del contenuto, e quindi occuparmi del
significato di cattivo. Ci sono tante accezioni del significato di una parola. Posso analizzare la
parola come prosecuzione, come esito della forma latina antecedente, perché quando ci si occupa
di morfologia, si può confrontare la parola con cattività, che è un derivato di cattivo. Cattività, da
un punto di vista del significato, ha un significato apparentemente diverso da cattivo. Sembra
non esserci alcuna connessione. Per comprendere le ragioni di questa differenza apparente tra le
due parole, si risale alla forma antecedente, che è quella latina: captivus. nel momento in cui
confronto captivus con cattivo, ho scelto ancora un altro punto di vista, che si chiama diacronico.
Saussure tiene a tenere separati i due piani metodologici: quello storico da quello che non prende
in considerazione il fattore temporale. Il punto di vista che prende in considerazione l'evoluzione
di chiama diacronico; quello che considera una lingua in uno stato preciso si chiama sincronico.
La diacronia è lo studio attraverso il tempo (cattivo deriva da captivus). Dal punto di vista
sincronico vedo che c'è una relazione di contrasto tra cattivo e cattività, perché quetste due parole
esistono attualmente nell'italiano, quindi in uno stato di lingua. Saussure vuole intraprendere
soprattutto lo studio sincronico, ma è attento anche al fatto che i due piani restino separati.

Anche quando ci spostiamo sul piano diacronico, abbiamo una possibilità di affrontare aspetti
diversi di questa evoluzione, e quindi di cogliere aspetti diversi. Quindi ancora una volta ci
possiamo soffermare sull'aspetto fonetico e notiamo che questo nesso consonantico 'pt' in italiano
si è assimilato ed è diventato una 't' intensa.
Da un punto di vista morfologico, diciamo che captivus deriva dal verbo capto, che a sua volta
viene da capio (prendo). Capto è una forma rafforzativa del verbo capio, che significa catturo.
Allora si spiega il perché di cattivo con il significato di malvagio, così ci spostaimo in un altro
punto di vista che è quello che riguarda la semantica, non più la forma.
In latino, captivus si trovava quasi sempre in combinazione con 'diavoli' (prigioniero del
diavolom quindi cattivo, malvagio). Diavoli poi è caduto e captivus ha conservato questo
significato di malvagio. Quindi per questo cattività conserva il significato di prigionia.

Saussure diceva che la lingua è un qualcosa di eterocrito (vuol dire che è fatto di cose diverse;
non è omogeneo).

Ciò che è accaduto con captivus diavoli (separazione ecc) è avvenuto anche con la parola
'linguistica'. Linguistica è la stessa cosa di glottologia. E infatti queste due sono fatte nello stesso
modo. Linguistica significa studio della lingua. Glottologia significa studio della lingua.
Glottologia è una forma più dotta, ma sono equivalenti. Linguistica è equivalente a Glottologia
da un punto di vista semantico; ma dal punto di vista formale non è equivalente perché ci manca
'logia'. Linguistica è un aggettivo che si riferisce alla lingua e di per sé non indica la scienza. E'
andato a significare scienza che studia la lingua in quanto la parola che precedeva (scienza) è
caduta (prima si chiamava scienza linguistica).

SEMIOTICA : studio dei segni.

Saussure diceva che la linguistica, così come la concepiva lui, doveva rientrare in una disciplina
più ampia che lui indicava come semiologia.
La linguistica era parte della semiotica ma poi se n'è distaccata.
Tutti i sistemi di segni sono articolati su due piani (espressione e contenuto). Questi codici
vengono detti codici primari. L'uomo però si serve anche di codici secondari che sono ancora
più complessi.
La lingua è un codice primario. La scrittura è un codice secondario, perché il codice secondario
ha come contenuto l'espressione di un altro codice, che serve alla fine per raggiungere il
significato. Perché la scrittura si rifà alla lingua, quindi posso cogliere il significato di una parola
scritta nel momento in cui rapporto quella forma scritta ad una lingua che conosco, altrimenti per
me non ha significato. La riprova sta nel fatto che io posso anche leggere dei testi di lingue che
non conosco, però non arrivo a comprenderne il significato se non conosco la lingua.

ESEMPIO di codice complesso secondario : l'alfabeto morse, che si avvale, come espressione, di
alcuni segni (trattini e puntini) che rimandano a delle lettere. Se non si conosce la lingua, questi
segni saranno solo una sequenza di suoni ( _._. ._ ) .

E' soltanto il codice primario che mi porta al significato vero e proprio.

DIFFERENZA TRA CODICI CONTINUI E DISCONTINUI

Differenza strettamente collegata con quella tra codici analogici e digitali.

Nei codici continui c'è una continuità tra il piano dell'espressione e il piano del contenuto (al
variare dell'espressione c'è una corrispondente variazione del contenuto secondo una
modulazione dell'espressione. Nei codici discontinui questo non accade. Le unità del codice
discontinuo sono separate le une dalle altre.

Dicotomia analogico/digitale (dicotomia: suddivisione di un concetto in due contrari) =

orologio analogico e orologio digitale. Quello analogico indica lo scorrere del tempo attraverso
lo spostamento delle lancette. C'è una continuità che colgo di questo scorrere del tempo, perché
vedo che la lancetta si muove. Vedo come tutto questo è rappresentato secondo un continuum.
Nell'orologio digitale questo non lo vedo. Sono messo di fronte ad una cifra.
Con l'orologio analogico, spesso per leggere l'orario devo fare delle approssimazioni (non dico
sono le 11.37.49s. L'orologio digitale non consente di fare approssimazioni perché presenta una
cifra netta.
In qualche modo quello digitale mente sull'orario: mi da le 11.37 quando sono le 11.37.59s ->
sarebbe più corretto dire che sono le 11.38. Quindi resta fermo allo stadio precedente perché non
può rappresentare questo scorrere del tempo. Quindi, in qualche modo, mente. C'è un passaggio
brusco tra le 11.37 e le 11.38. C'è un passaggio ancora più brusco tra 11.59 e 12. Perché
l'orologio digitale indica che sono ancora le 11, quando in realtà sono le 12.

I linguaggi verbali funzionano in questo modo. Le unità che costituiscono la lingua sono di
questo tipo. Non c'è nessuna correlazione tra l'una e l'altra perché non c'è correlazione tra
espressione e contenuto. Le lingue sono codici digitali, discontinui. Non c'è nessuna continuità
tra la parola cassa e la parola casa, per quanto siano molto simili nell'espressione. Si procede
quindi per salti. Le unità sono discrete, separate le une dalle altre.

ESEMPIO IDIOTA:

Se voglio fare riferimento alla parola palla, posso utilizzare il linguaggio gestuale e fare
l'apposito gesto. Linguisticamente, invece, devo usare la parola pallla. Se io voglio significare il
fatto che questa palla è molto grande, posso col linguaggio gestuale ampliare il movimento, e si
capirà che si tratta di un pallone. Posso farlo ancora più grande e diventerà una mongolfiera. Fra
palla e pallone non c'è nessuna correlazione. Dal punto di vista dell'espressione, quell'one non mi
dice che si parla di una grande palla.

(LEZIONE 3 - 09/11/2014)

La dicotomia è sovrapponibile a quella continuo\discontinuo.

Un linguaggio continuo è un linguaggio analogico. Così come l'orologio analogico esprime la


continuità del tempo.
Per esemplificare un linguaggio continuo, facciamo riferimento al linguaggio delle api.

LA DANZA DELLE API

Dal punto di vista del canale, il linguaggio delle api è mimico-tattile. Minimo per quanto
riguarda la codifica e tattile per quanto riguarda la decodifica. Ciò significa che il mittente si
muove (mimico) compiendo quella che sembra una danza. I riceventi non colgono questo
messaggio attraverso il canale visivo, ma attraverso il contatto (tattile), e quindi vengono
fisicamente in contatto con l'ape che si muove.
Per quello che riguarda i partecipanti, bisogna precisare che c'è un mittente e le altre api che
invece sono destinatarie. Queste non possono a loro volta diventare delle mittenti. Delle api
hanno scritto nel codice genetico la capacità di trasmettere i messaggi.

Le api possono comunicare solo relativamente a un contenuto: il luogo in cui si trova il cibo che
poi verrà trasformato il miele.
Comunicano la distanza di questa fonte di cibo alle altre api, e possono farlo attraverso due tipi
di movimento: movimento circolare e movimento ad otto.
La differenza tra i due è che la danza circolare avviene quando il cibo si trova a 50 metri
dall'alveare. In questo caso, l'ape che trasmette il messaggio si muove rapidamente in circolo.
Le altre api entrano in contatto fisico con questa, che nel frattempo passa alle compagne anche
una piccola quantità di cibo. Allora ecco che le api sanno che possono trovare questo cibo nelle
vicinanze, e quindi cominciano a muoversi.
Quando il cibo è più distante, l'ape compie il movimento a forma di 8. La danza delle api viene
eseguita in modo da informare le altre api sia della direzione che della distanza della sorgente
alimentare. Viene compiuta su una superficie verticale dell'alveare e consiste di tre fasi: una
passeggiata semicircolare, una corsa in avanti e una nuova passeggiata semicircolare in senso
opposto alla prima, che completa il cerchio. La direzione della sorgente del cibo rispetto
all'alveare è indicata dalla corsa in avanti: se questa è verticale verso l'alto, il tragitto da
compiere è in direzione del sole; se è verticale verso il basso, in direzione opposta al sole;se è
diagonale, in una direzione spostata di quel dato angolo rispetto alla posizione del sole.
Il ritmo con cui viene condotta la danza indica la distanza del luogo in questione rispetto
all'alveare: un ritmo lento di 4 danze al minuto indica una distanza di circa 10 chilometri; 16
danze per minuto indicano distanze di circa 1 chilometro. Quindil'ape si muove con una velocità
che varia in modo inversamente proporzionale alla distanza del cibo.

La danza dell'ape è un linguaggio continuo analogico. Per cui, un linguaggio gestuale è


continuo, analogico, motivato.

Un linguaggio può essere motivato o immotivato :

- un linguaggio motivato è detto anche iconico. I codici motivati sono facilmente comprensibili
(come ad esempio il segnale che indica l'uscita d'emergenza : se un cinese che si trova in italia lo
vede, capisce di che si tratta), ma sono codici chiusi e limitati in quanto, ad esempio, attraverso
un codice motivato non permette di esprimere concetti particolarmente complessi come quelli
astratti (metafisica, concetto di normalità, di amore ecc.).

- CIO' CHE E' CONTINUO E' ANALOGICO E MOTIVATO.

- un linguaggio immotivato è un codice arbitrario. Si tratta di un codice più aperto ed efficace (la
lingua), dotato di una certa potenzialità. Può esprimere concetti più complessi e astratti.

- CIO' CHE E' DISCONTINUO E' DIGITALE E ARBITRARIO.

Anche i linguaggi arbitrari possono avere tracce di motivazione :

- le onomatopee : riproducono suoni esistenti in natura e si assomigliano in tutte le lingue.

- la ripetizione di una parola sta a indicare l'importanza del messaggio da comunicare; è la sua
intensificazione (o enfatizzazione). Ad esempio piano piano (raddoppiamento) è motivato;
pianissimo è immotivato. Anche se, fondamentalmente, il contenuto è lo stesso.

UNIVERSALI DEL LINGUAGGIO UMANO (Hockett)

1) Vocal-auditory Channel (Canale vocale-uditivo) -> il canale per tutte le comunicazioni


linguistiche è quello vocale-uditivo.

2) Broadcast Transmission and Directional Reception -> tutti i segnali linguistici sono
trasmessi e ricevuti secondo una direzione. +
3) Rapid Fading (Rapida evanescenza) -> tutti i segnali linguistici sono evanescenti.

4) Interchangeability (Intercambiabilità) -> i membri adulti comunicanti possono essere


mittenti e destinatari (riceventi).

5) Complete Feedback (Feedback completo) -> colui che trasmette un segnale linguistico riceve
egli stesso il messaggio; per cui è sia mittente che ricevente.

6) Specialization (Specializzazione) -> le dirette conseguenze energetiche dei segnali linguistici


sono biologicamente irrilevanti; sono importanti solo gli effetti che provocano (es. sforzo
minimo, effetto grande. Lo sforzo energetico necessario per mandare un messaggio può essere
minimo; quello del destinatrio è maggiore, perché gli spetta il compito di decodificarlo.

7) Semanticity (Semanticità) -> i segnali linguistici servono a correlare e organizzare la vita di


una comunità, perché ci sono legami associativi tra elementi e caratteristiche dei segnali in tutto
il mondo. In breve, alcune forme linguistiche hanno delle denotazioni, ovvero segni linguistici
dal valore puramente oggettivo, indipendente dal contesto d'uso e regolato dal codice comune dei
membri della comunità linguistica.

8) Arbitrariness (Arbitrarietà) -> la relazione tra un elemento della lingua e la sua denotazione è
indipendente da qualsiasi rassomiglianza fisica o geometrica tra le due (permette che sia aperto,
potente e che abbia delle sinonimie).

9) Discreteness (Discretezza) -> i messaggi in qualsiasi lingua costituiscono un discreto


repertorio piuttosto che uno continuo.

10) Displacement (Dislocamento ?) -> i messaggi linguistici possono riferirsi a cose lontane
nello spazio e nel tempo, o entrambi, dal luogo della comunicazione.

11) Openness (Apertura del codice verbale) -> nuovi messaggi linguistici possono essere creati
liberamente e facilmente.

11.1) Continuamente possono essere creati nuovi messaggi linguistici attraverso dei meccanismi
di fusione di parole, forme di analogia o trasformazione di vecchie forme. Si può creare anche il
valore semantico a una forma già esistente. Ciò significa che in ogni lingua esiste uno schema
grammaticale.

11.2) In una lingua, è assegnato un peso semantico, sia ad elementi nuovi che vecchi, dipendenti
da circostanze e contesti. Questo significa che in ogni lingua nuove espressioni entrano
costantemente in esistenza (?).

12) Tradition (Tradizione) -> le convenzioni del linguaggio sono trasmesse dall'insegnamento e
l'apprendimento, non attraverso i geni.

13) Duality of Patterning (Dualità della strutturazione) -> ogni lingua ha sia un sottosistema
cinematico che uno plerematico. Ciò significa che la lingua ha una doppia strutturazione
(concetto ripreso da Martinet, seguace di Saussure: le lingue hanno una doppia articolazione
collegata alla biplanarità. E' un codice discreto e discontinuo che si articola. L'articolazione è
strutturata su due livelli: le unità che si combinano hanno un'espressione e un contenuto -> es. ho
mal di testa (monemi); m+a+l (fonemi).
- Doppia strutturazione: articolando insieme i fonemi si creano i monemi; insieme formano altre
cose.
- Doppia articolazione: collegato con la biplanarità.
11.11.2014

Tra Bloomfield, Hockett e Harris c'è una linea di continuità.


Questi studiosi si occupano della segmentazione delle frasi o enunciati, individuando i costituenti.

Bloomfield, che si occupa molto di morfologia (per lui non c'è discontinuità tra morfologia e sintassi)
aveva parlato di costituenti ultimi. Sono i costituenti delle parole, cioè i morfemi.
Secondo l'ottica di Bloomfield si dovrebbe andare avanti nell'analisi e non fermarsi all'analisi dei
costituenti immediati. Quindi non fermarsi a livello delle parole, ma andare avanti fino ai costituenti
ultimi. Ciò significa che, nella frase 'Mario dorme in camera sua', bisognerebbeb fare un'ulteriore
segmentazione :

dorm|e

L'analisi in costituenti immediati comporta dei problemi nella segmentazione, in alcuni casi. Sono i
problemi di cui si occupano i sintatticisti, ovvero i problemi dell'ambiguità.

(p. 129 - Hockett)

Il testo presenta alcuni problemi di segmentazione che derivano dall'ambiguità di alcune espressioni:

old men and women

se abbiamo un sintagma come questo, non sappiamo dove segmentare.


C'è una duplice possibilità, perché old si può riferire ai due nomi, oppure può essere considerato come
un modificatore per il primo elemento (men).

In inglese, questi problemi di ambiguità sono molto rilevanti, perché le qualificazioni si mettono prima
del nome. Diventa difficile capire cosa qualifica cosa.

Anche in italiano, se diciamo :

Uomini e donne in gamba.

La caratteristica dell'essere in gamba a chi si riferisce ?

I sintatticisti della scuola americana dicono che, in realtà, è sempre il contesto in cui avviene la
comunicazione che è capace di disambiguare le frasi che presentano queste caratteristiche.
Quindi, non forniscono una risposta al problema che colgono.

Harris = analisi distribuzionale o analisi tassonomica.

La frase viene semplicemente spezzata nei suoi elementi costitutivi, così come si presenta nella sua
linearità.

Egli fa un'analisi in stringhe = individua la stringa principale e poi tutti altri elementi, che possono essere
anche delle frasi o delle parole che si aggiungono alla stringa principale. Queste aggiunte possono
avvenire a destra o a sinistra della frase elementare (principale) o di un elemento della stringa
principale.
In tutto questo, quello che conta è la posizione degli elementi. Per cui:

Mario dorme | in camera sua

- stringa principale = Mario dorme


- stringa aggiunta a destra = in camera sua

Possiamo dire che sua è un elemento aggiunto a destra di camera, perché la frase potrebbe essere
'Mario dorme in camera'.

Si procede individuando ciò che è centrale e ciò che è accessorio, quindi aggiunto.
Ecco perché questi studiosi si chiamano distribuzionalisti: per loro è importante la distribuzione, la
posizione degli elementi.
Ecco perché per loro c'è continuità tra la morfologia e la sintassi. Perché è un discorso di posizione e di
combinazione. Non ha importanza che si parli di morfemi o di parole.

(analisi in stringhe = p. 128 Atl)

Rispetto a questo approccio, c'è un modo di interpretare la sintassi che si pone agli antipodi, in quanto
Chomsky è stato un allievo di Harris.

Questa interpretazione della sintassi non parte assolutamente dalla linearità della frase; non parte dalla
concretezza della frase. Parte da un'idea di quello che costituisce una frase. Dopodiché va a ricercare
nelle specifiche frasi, ovvero le frasi concrete, gli elementi che si pensa (a livello teorico) debbano essere
necessari per fare una frase.
Si procede, quindi, in modo opposto rispetto agli altri.

Con Chomsky, ma ancor prima con Tesnière (autore francese), abbiamo un'interpretazione della frase.
Non c'è più solo descrizione, ma interpretazione.

Egli è considerato il fondatore della sintassi strutturale. Non si accontenta del livello concreto delle frasi,
ma vuole andare oltre. E' come se volesse passare dal livello della parole a quello della langue, a quello
che è potenziale e virtuale.
In questo senso, non gli interessa individuare i costituenti. Ha un'idea di come dev'essere formata una
frase. E poi va ad individuare questi elementi che per lui sono fondamentali.

Tesnière è un grande innovatore nell'ambito degli studi di sintassi.


Da un punto di vista epistemologico (= indagine critica intorno alla struttura logica della conoscenza) si
apre ad altre discipline. E' molto interessato alle scienze esatte, e questo è evidente anche nella sua
terminologia.

Parla, ad esempio di:

1) strutture centrifughe
2) strutture centripete (riferimento alla fisica
3) valenza del verbo (riferimento alla chimica)

1.2) Strutture centrifughe e centripete


Si concentra sul fatto che, nei sintagmi, in particolare in quelli nominali, l'elemento reggente può essere
in prima o in seconda posizione. Questo determina una forza centrifuga o centripeta.

ES = in iglese abbiamo :

white
horse

In italiano abbiamo :

cavallo
bianco

- nel caso dell'inglese, la testa è horse. White è un elemento subordinato (modificatore). In una
struttura come questa, in cui l'elemento subordinato precede quello reggente, si sviluppa una forza
centripeta, perché c'è qualcosa che mi dice che sto aspettando l'elemento centrale. White spinge verso
qualcosa che è centrale, quindi l'elemento che costituisce la testa. Abbiamo una tensione verso il centro;

- nel momento in cui abbiamo subito la testa (che lui chiama nodo), c'è una forza centrifuga, perché
tutti gli elementi che vengono dopo sono periferici. Sfuggono rispetto al centro. Questi elementi
periferici potrebbero anche non esserci.

Sulla base di questo, Tesnière è giunto a proporre una tipologia delle lingue del mondo, per cui le lingue
si possono dividere sulla base della scelta di questo criterio.

In tutto questo emerge l'attenzione non solo per la segmentazione. Infatti Tesnière si immagina la frase
intera come un modello in cui ci sono varie forze di attrazione tra gli elementi. Queste diverse forme di
attrazione sono le forme di dipendenza degli elementi.
Gli elementi si trovano combinati in una concatenazione, ma in realtà, a un livello più profondo, si
trovano in rapporti gerarchici molto profondi, in cui viene fuori questo discorso dell'essere subordinato
o dell'essere retto.

Tutta la frase ha un nodo centrale = elemento rispetto al quale si possono sviluppare gli altri che
dipendono da esso.

Questo nodo, da cui dipendono tutti gli altri elementi, è il verbo.


La sua idea (139-140 Atl) è che la frase sia sempre composta da un nodo centrale, che è il verbo, e da
elementi che sono gli attanti e i circostanti.
Non è una rappresentazione che rispetta la linearità e che rispetto alla linearità fa dei tagli. E' uno
schema teorico della frase. Essa è sempre fatta da :

a) verbo (nodo centrale)


b) attanti
c) circostanti (eventualmente)

Questo vuol dire che il verbo e gli attanti ci sono sempre nella frase. Solo in un caso non ci sono gli
attanti. I circostanti sono elementi accessori.

3) Valenza = caratteristica del verbo.


Il verbo ha una determinata valenza a livello di potenzialità (a livello di langue). La valenza si concretizza
nella capacità di implicare un certo numero di attanti.
Gli attanti sono gli argomenti della frase.

Mario dorme in camera sua.

- verbo = dorme. Il verbo dormire è monovalente. Ciò vuol dire che implica un solo attante, cioè, in
termini tradizionali, implica necessariamente un soggetto, ma non può implicare un secondo attante.
Perché 'dormire' è un verbo intransitivo, che non conosce l'oggetto.
La valenza è una caratteristica del verbo e indica il numero di attanti o argomenti che potenzialmente un
verbo può implicare.

Anche alcuni verbi transitivi possono avere un oggetto:

Mario dorme sogni tranquilli.

Ci sono verbi che non hanno alcuna valenza, e per questo sono detti avalenti.
Sono i verbi impersonali. Non hanno soggetto.

piove, nevica....

Un verbo bivalente presenta due attanti: Mario mangia il panino.

Esistono anche verbi trivalenti : implicano 3 attanti; verbi in cui c'è un qualcuno che fa qualcosa su/a
qualcosa attraverso un beneficiario = dare è un verbo trivalente:
- c'è un attante che da qualcosa
- c'è un beneficiario che riceve la cosa

gli attanti sono sempre i nomi o i sostituti di nomi (pronomi) che sono direttamente legati al verbo.

I circostanti sono sempre legati al verbo, ma non rientrano nel discorso della valenza. Indicano le
modalità in cui si svolge un'azione.

Il nostro esempio è analizzato in questo modo:

DORME
/ \
Mario in camera

sua (subordinato rispetto a camera)

Analisi a stemma : - a sinistra si mettono gli attanti


- a destra si mettono i circostanti

Nell'analisi delle frasi compllesse si dividono le due frasi e si fanno due diverse analisi.

- Mia sorella ha comprato un nuovo libro di linguistica.

HA COMPRATO
/ | \
sorella libro ieri
|
mia / \

un nuovo di linguistica

- ha comprato = verbo - nodo principale


- sorella = attante
- mia = subordinato rispetto a sorella
- libro = attante
- un nuovo = elemento subordinato a libro
- di linguistica = elemento subordinato a libro
- ieri = circostante

Questo approccio interpreta la struttura della frase. E' quello a cui tende anche Chomsky, che da
importanza fondamentale alla sintassi.

Per Chomsky la sintassi coincide con la grammatica, quindi anche lui va alla ricerca delle formule di
creazione delle frasi.
Per Chomsky è molto importante il processo di generazione, creazione delle frasi.

Mentre gli studiosi di prima si focalizzavano sul prodotto linguistico e lo analizzavano, lui, ancor più di
Tesnière, va a ricercare i meccanismi che consentono la produzione delle frasi. E' secondario verificare
come le frasi si analizzano.
Infatti Chomsky può essere considerato il padre del generativismo.

La grammatica generativista è fatta delle regole che consentono la generazione delle frasi.

In una primissima fase della sua elaborazione teorica, la teoria chomskiana veniva definita come
grammatica generativo-trasformazionale, perché erano importanti non solo le regole di generazione, ma
anche quelle di trasformazione.
Quindi, a partire da frasi fatte, regole che rendessero possibile la trasformazione di altre frasi.

ES = a partire da una frase affermativa, si arriva ad una negativa, interrogativa. Da una frase con verbo
attivo a una con verbo passivo.

Tutto ciò fa parte della competenza. Essa è fatta dalla conoscenza di queste regole di generazione e
trasformazione di frasi.

In questa prima fase della sua produzione, Chomsky dice che una lingua è fatta da un insieme infinito (o
finito nel caso delle lingue morte) di frasi che si formano a partire da un numero finito di elementi e di
regole.

L'attenzione è posta sul momento della produzione della frase, e non su quello del prodotto.

In questo senso, Chomsky distingue due diversi livelli :

1) struttura superficiale = è data dalla frase così come si presenta nella sua concretezza, quindi con la
concatenazione di elementi in un certo ordine.

2) struttura profonda = al di sotto di quella superficiale esiste quest'altra struttura, che è la struttura di
generazione delle frasi.

Al sintatticista spetta il compito di trasformare la struttura superficiale nella corrispondente struttura


profonda.

Questo l'abbiamo già un po' visto con Tesnière perché, lo stemma, è in realtà la rappresentazione di
qualcosa che noi non vediamo a livello concreto. E' una formula astratta che poi si realizza nelle frasi.

Ma in Chomsky questo aspetto è particolarmente sottolineato.


Quindi, per lui la frase è sempre costituita da un sintagma nominale e uno verbale.
Siamo sempre a livello di formula. Mentre con Tesnière parlavamo di nodi, attanti e circostanti, con
Chomsky parliamo di una frase costituita da un sintagma nominale e uno verbale.

Questa rappresenta la struttura profonda di tutte le frasi :

/ \
SN
SV

- SN = ha come testa un nome


- SV = ha come testa un verbo. Al suo interno può avere anche un altro sintagma.

ci sono frasi abbastanza complesse in cui intervengono anche altri sintagmi che, però, si collocano
all'interno di questi due sintagmi.
Questi sono i sintagmi base nei quali scomponiamo la frase a un livello profondo.

Oltre a questi due sintagmi, abbiamo quelli preposizionali e quelli aggettivali.

Mia sorella ha comprato un nuovo libro di linguistica.

- mia sorella = sintagma nominale


- un nuovo libro di linguistica = a un primo livello è un sintagma nominale; a un secondo livello presenta
al suo interno anche un sintagma preposizionale, perché c'è di linguistica, che ha come testa una
preposizione.

- il sintagma nominale non è sempre semplice (N+Art+Agg); può essere anche un sintagma che al suo
interno implica e include altri sintagmi.

- il sintagma verbale può avere al suo interno anche un altro sintagma, ad esempio un sintagma
nominale :

Mario mangia un panino.

- mangia un panino = è un sintagma verbale, perché la testa è mangia, che include anche il sintagma
nominale un panino.

- SP = ha come testa una preposizione (di linguistica)


- SAgg ha come testa un aggettivo. Molto spesso non coincide con il semplice aggettivo, ma con
l'aggettivo che da il via ad un altro sintagma :

Il libro è ricco di nozioni.

- ricco di nozioni = sintagma aggettivale in cui la testa è ricco, e di nozioni è un sintagma preposizionale.
Analisi ad albero (Chomsky)
M ia sorella ha comprato un nuovo libro di linguistica
/
\
SN
SV
/ \
/ \
agg nome
V SN
| |
| / \
mia sorella ha comprato
SN SP

/ \ / \

artic nome prep. nome

/ | \ | |

un agg libro di linguistica

nuovo

Emergono dei sintagmi all'interno di altri sintagmi.

Anche quando il sintagma nominale non ha una sua esplicitazione a livello di struttura superficiale,
dobbiamo sempre considerarlo.
Se dico che 'ho comprato' è una frase, nell'analisi ad albero dobbiamo dire che è composto da un
sintagma verbale e uno nominale. Il sintagma nominale è un nome o un pronome, cioè io. C'è, anche se
a livello di struttura profonda e a livello di struttura superficiale non emerge.

La differenza tra la struttura superficiale e la struttura profonda è evidente, per Chomsky, in frasi in cui
una stessa struttura superficiale può essere interpretata facendo riferimento a strutture profonde
diverse.

Ecco come Chomsky risolve il caso dell'ambiguità a livello di struttura profonda, dove abbiamo possibili
frasi diverse.

La vecchia porta la sbarra.

E' una frase ambigua perché vecchia può essere considerato il nostro sintagma nominale. Però possiamo
considerarlo anche come aggettivo. In questo caso, il sintagma nominale sarà la vecchia porta e sbarra
sarà il verbo; la sarà il sintagma nominale, il soggetto del verbo (pronome che si riferisce al soggetto).

Prima porta era il verbo, sbarra era un nome.

La vecchia | porta la
sbarra
|
|
SN
SV
/ \
/ \
art. nome
V SN
| |
| / \
la vecchia
porta art nome

| |

la sbarra

La vecchia porta | la
sbarra
|
|
SN
SV
/
\ / \
art | N
pron. verbo
/ agg
\ | |
la |
porta la sbarra
vecchia

Esempio di sintagma aggettivale :

Mario ha comprato un libro pieno di errori

- pieno di errori = sintagma aggettivale, perché pieno è la testa di di errori.

F
/
\
SN
SV
|
/ \
Mario V
SN
/
/ \
ha comprato art
SN

| /

un libro SA

/ \

agg SP

| / \

pieno prep nome

| |

di errori
12.11.2014

Tesnière si rende conto che Saussure non ha colto il fatto che non tutto nella lingua è lineare, quindi
vuole cogliere la struttura, sempre a livello di langue. Il suo punto di riferimento è sempre lo
strutturalismo.

Chomsky rappresenta un momento di rottura dallo strutturalismo.


E' un linguista molto particolare, perché non si interessa soltanto di lingue. La sua formazione si crea dal
convergere di moltissimi interessi

Chomsky è molto attento alla dimensione mentale del linguaggio. Per lui, lo studio della lingua è
funzionale a comprendere il modo in cui la mente funziona.
Il suo oggetto primario non è tanto la lingua, ma i meccanismi di funzionamento della mente che si
esprimono primariamente proprio nel linguaggio.

Egli ha una formazione che non è prettamente linguistica. Per esempio, negli anni in cui studia ad
Harvard, entra in contatto con una serie di studiosi di logica. Ecco perché presta attenzione alla
dimensione astratta.
Entra in contatto con un neurologo, Lenberg, che studia proprio lo sviluppo delle facoltà mentali in
generale, e in particolare le facoltà del linguaggio.

Tutto questo determina la sua particolare visione della lingua.

A un certo punto entra anche in contatto con Jakobson. Anche lui contribuisce alla sua formazione,
perché sappiamo che Jakobson è particolarmente attento al linguaggio infantile.

Anche Chomsky si focalizza sull'aspetto dell'acquisizione del linguaggio. Lo studio del linuaggio infantile
gli offre la possibilità di capire che nel linguaggio c'è qualcosa di innato. Nel linguaggio infantile, nota
Chomsky, prima di tutto non si verificano mai alcuni errori (errori logici).
D'altra parte, gli errori del linguaggio infantile sono motivati, hanno un senso (segmentazione
morfologica ecc...).
La mancanza di alcuni errori diventa per lui molto importante per giungere alla teoria dell'innatismo.

ES = Io ho incontrato Giulia e gli ho


detto...

- gli ho detto = è considerato un errore che possiamo definire come sgrammaticato.

Si tratta di errori che di fatto si realizzano.


Gli esempi su cui esiste Chomsky :

a. Mario vuole partire.


b. Mario ha voglia di partire.
c. Mario vuole di partire.

- le prime due frasi sono sinonimiche. Un bambino potrà produrle entrambe.


- Nessuno dirà mai l'ultima frase. E' una frase non sgrammaticata, dice Chomsky, ma agrammaticale e la
indica con un asterisco *. E' una frase che non si realizzerà mai, non c'è nessuna attestazione di una
frase del genere.
C'è da pensare che esiste la possibilità di creare frasi con un verbo che regge un sintagma in cui c'è una
preposizione e un verbo all'infinito : Mario pensa di partire.

Chomsky si domanda come mai questa frase non verrà mai prodotta.
Perché evidentemente, nella mente del bambino esiste un meccanismo che gli consente di filtrare i dati
a cui è esposto, perché non potrebbe in un arco temporale strettissimo riuscire ad imparare una lingua.
Ciò vuol dire che, nel momento in cui entra in contatto con una lingua, nel bambino semplicemente si
attiva questo meccanismo.
Molte conoscenze sono innate.

Chomsky vuole dire che, siccome questa frase non si è mai realizzata, non c'è mai stato un momento in
cui una mamma o un'insegnante ha detto "Non si dice 'a me mi piace', si dice soltanto 'a me piace' ".
Questo non si è mai verificato.

Quindi la lingua si apprende non attraverso il confronto con gli altri. La lingua non si apprende per
imitazione e controllo da parte degli ascoltatori di quello che si è prodotto.
Quindi Chomsky, nel riflettere su questi casi, sta andando contro la scuola comportamentista, che era
quella dominante.

Il comportamentismo è una scuola di pensiero che si origina in ambito psicologico (stimolo-risposta). Per
cui, certi comportamenti sono la risposta meccanica ad uno stimolo. Se non c'è lo stimolo non c'è la
risposta.

Questo, trasportato in ambito linguistico, indica che se un soggetto non ha mai sentito una determinata
frase, non sarà mai in grado di riprodurla.

Chomsky dice che, invece, tutto questo non si realizza nella lingua. Nella lingua si riescono a produrre
frasi che non si sono mai ascoltate, e si riescono a comprendere frasi che non si sono mai ascoltate.
Questo aspetto della creatività è connesso all'aspetto dell'innatismo. E il tutto va contro la scuola
comportamentista, che era quella dominante.

Un esponente del comportamentismo è Bloomfield.


Egli è definito un comportamentista perché pensa che la lingua sia semplicemente un segmento che si
interpone tra due momenti extralinguistici; e il fatto linguistico viene concepito in termini di
stimolo-risposta. Ci sono fatti non linguistici, poi ci sono fatti linguistici e di nuovo fatti non linguistici. Il
tutto in uno schema di stimoli e risposte.

Per Bloomfield la lingua si può generare e si genera come risposta a uno stimolo extralinguistico, e di
fatto può produrre dei risultati che sono extralinguistici.

ES: "Come saziare la fame" (testo di Chomsky che devi cercare sull'Atl.)
Ci sono due persone, Jack e Gill. Sono una trasposizione di Adamo ed Eva.
A un certo punto Gill ha fame. Nell'ottica di Bloomfield, questo è un fatto non linguistico, quindi è uno
stimolo.
Questo stimolo ha una risposta, che può essere di due tipi :
a. risposta extralinguistica (R)
b. risposta linguistica (r)

Ciò significa che Gill, avendo uno stimolo, si procura da mangiare, quindi raccoglie una mela.
L'alternativa è che Gill chieda a Jack di prenderle la mela.

Il fatto linguistico che diventa una risposta ad uno stimolo (il fatto che lei lo chieda a Jack).
Bloomfield e tutti quelli dopo di lui sono interessati al prodotto linguistico, non alla sua generazione ecc.

Secondo lui è qui che nasce la lingua = risposta linguistica a stimolo extralinguistico.

Però, una risposta linguistica può dare vita ad uno stimolo linguistico. Cioè, Jack risponde, avendo
recepito il messaggio di Gill, che per lui è uno stimolo linguistico -s-). In questo modo si è creata la
comunicazione.

Uno stimolo può produrre anche una risposta extralinguistica : Jack raccoglie la mela.

La comunicazione linguistica è semplicemente circoscritta a questo, che è un evento che si colloca tra i
fatti non linguistici.
Bloomfield arriva a dire che il significato linguistico non esiste, o almeno i linguisti non se ne devono
occupare, perché il significato coincide con le reazioni pratiche, che sono il risultato del parlare.

R
/

S r
\ /
r-> s
\
R

Rispetto a tutto ciò, Chomsky si oppone in modo netto. Non è vero che la lingua sia un fatto di puro
comportamento e si impara per imitazione, perché il bambino non compie mai errori e non potrebbe
imparare la lingua in così poco tempo.

La lingua è composta di alcune regole di formazione delle frasi.


La competenza è data dalla conoscenza di regole di formazione delle frasi.
Per Chomsky la grammatica di una lingua, e in generale tutta la lingua, coincide con la sintassi. Infatti
Chomsky dice che non bisogna pensare che ciò che è agrammaticale (Mario vuole di partire) coincida
con l'asemanticità, cioè con l'assenza di significato. I due piani devono essere nettamente distinti.
Il suo esempio :

Idee verdi incolori dormono


furiosamente.

Chomsky dice che questa è una frase che, da un punto di vista semantico, non è molto accettabile. Ci
sono diversi passaggi che ce lo fanno pensare.

- Le idee non hanno colore;


- se ce l'hanno, non possono essere allo stesso tempo incolori = elemento di contraddittorietà;
- c'è contraddizione tra il sintagma verbale e quello nominale = le idee non possono dormire;
- c'è contraddizione nell'avverbio che modifica il verbo = non si può dormire furiosamente.

Nonostante ciò, questa è una frase grammaticale, nel senso che è sintatticamente ben formata. Ogni
cosa sta al suo posto.
Molto diverso è il caso di :

* Dormono verdi furiosamente


idee incolori.

Questa è una frase agrammaticale, che etichettiamo con *.

- La prima frase, pur non avendo senso, può essere riprodotta con l'intonazione tipica di una frase.
Non ha senso. Ma potrebbe essere una frase elaborata da un poeta o da uno schizzofrenico. Perchè è
una frase sintattica e i meccanismi della mente umana ne consentono la produzione.
- La seconda frase no, perché la catena di parole non produce una frase. I meccanismi della mente
umana non ne consentono la produzione. E' una successione di parole che non formano una frase.

Agrammaticale = mal formato da un punto di vista sintattico. Non significa che non ha significato.
Questa è la prova che per Chomsky la grammatica e la sintassi coincidono.

... continua ?
13.11.2014

Per Chomsky, un altro aspetto innato, è la competenza che riguarda la dipendenza dalla struttura di una
frase.
Le frasi hanno una struttura che va al di là della linearità della concatenazione degli elementi. Infatti
Chomsky contrappone una struttura superficiale a una struttura profonda. La dipendenza dalla struttura
è un concetto chiave della teoria di Chomsky.

I parlanti intuitivamente (perche hanno una competenza innata) colgono il fatto che alcuni elementi
dipendono da altri, indipendentemente dalla collocazione. Quindi la struttura è più importante della
linearità (concatenazione).

ES = se abbiamo una frase come :

La ragazza, di cui parlano i ragazzi, parte oggi.

- c'è una dipendenza dalla struttura. Il parlante sa che 'di cui parlano i ragazzi' è una sospensione. Per
cui, il verbo deve accordarsi con 'ragazza'. Mentre se funzionasse esclusivamente un criterio mirato alla
linearità, il nome che sta immediatamente prima del verbo è al plurale, quindi il verbo sarebbe al
plurale:

*La ragazza di cui parlano i ragazzi partono oggi.

Questa è una frase agrammaticale.


Le frasi possono contenere al loro interno altre frasi in virtù del principio della ricorsività. Per cui,
l'elemento rispetto al quale un verbo dipende può essere anche molto distante:

La ragazza di cui Lucia dice che i ragazzi parlano parte oggi.

l'elemento da cui dipende il verbo è molto distante, ma il parlante è consapevole di questa struttura,
quindi mette in atto il principio della dipendenza dalla struttura.

Non compie mai errori agrammaticali. La sintassi, nella visione di Chomsky, è tutto.

La lingua è fatta di varie componenti, ma la sintassi è come se fosse un nodo che rende possibile il
collegamento tra i componenti.
C'è il componente sintattico, quello semantico e quello fonologico.
Queste sono le regole di formazione o di trasformazione delle frasi. Sono universali e si trasformano nel
piano del significante, che può essere diverso da lingua a lingua (arbitrarietà per cui le parole sono
unioni di fonemi e si trovano in combinazioni diverse).
Però il componente sintattico è unico, e funziona da collegamento per gli altri due componenti.
La struttura profonda è costituita dal componente sintattico, mentre la struttura superficiale è solo un
fatto di manifestazione linguistica, quindi è componente fonologico.

Guardando il componente sintattico, è possibile capire qual'è il componente semantico (frase ambigua =
la vecchia porta la sbarra).
La diversa semanticità delle due frasi è dovuta al fatto che, a livello di formulazione sintattica, facciamo
un'analisi diversa. Vediamo sintagmi nominali e verbali in modo diverso.

Questo è il cuore della teoria di Chomsky nota come grammatica generativa.


In un primo momento portava anche l'etichetta di generativo-trasformazionale.
Successivamente, a partire dagli anni '90, la teoria di Chomsky ha assunto il nome di grammatica
universale. In questo modo si evidenzia maggiormente il fatto che il componente sintattico è universale,
identico in ogni lingua.

Nella sua visione la facoltà del linguaggio non riguarda la predisposizione neurologica, quindi
l'acquisizione di una lingua. La facoltà del linguaggio è già una conoscenza di regole di formazione delle
frasi.
Ecco perché lui parla di grammatica universale. Essa è fatta di principi identici e innati (universali) e di
parametri.

La diversità delle lingue per Chomsky è solo un fatto di superficie e viene spiegata attraverso i
parametri.

I principi sono generali, comuni a tutte le lingue; i parametri sono particolari.


Consistono nella possibilità delle lingue di scegliere tra alcune opzioni.
I principi sono dati, mentre i parametri devono essere fissati, perché sono delle possibilità aperte, fissate
quando l'individuo parlante è esposto ai dati (LED).

ES = un principio generale è che i sintagmi hanno la testa. Per Chomsky i sintagmi sono universali perché
corrispondono alle 4 categorie lessicali universali. Date queste categorie, si possono creare 4 sintagmi
universali.
Questi si individuano sulla base della testa. Ma, la posizione della testa è un'opzione lasciata libera alle
singole lingue, per cui è un parametro:

nel sintagma preposizionale (principio della grammatica universale) alcune lingue pongono la testa
(preposizione) in prima o in seconda posizione (preposizione o postposizione). Questo elemento che a
noi si prepone, in alcune lingue si postpone, ad esempio in turco. E' una questione di scelte, quindi si
tratta di un parametro.

Un altro parametro: a partire dal principio che tutte le frasi sono composte da un sintagma verbale e da
un sintagma nominale, e in quello nominale ci deve essere la funzione del soggetto, abbiamo la
possibilità dell'annullamento del soggetto, a livello di struttura superficiale, perché a livello di struttura
profonda ci deve essere (analisi ad albero). In alcune lingue si può cancellare il soggetto, come in italiano
= esiste il parametro del soggetto nullo. In altre lingue non può avvenire, come in inglese, francese,
tedesco.

Charles J. Fillmore (americano) = sulla base dell'insegnamento di Chomsky, ritiene che nelle
frasi ci siano dei concetti universali che non possono necessariamente corrispondere a livello
grammaticale con quelli che sono i casi tradizionali della grammatica. Infatti, Fillmore parla di casi
profondi. Essi si colgono a livello di struttura profonda (Atl. p. 148).

ES = Giovanni aprì la porta.


La chiave aprì la porta.

a livello di struttura superficiale, queste due frasi sono identiche. Giovanni e la chiave sono i soggetti
della frase, che rappresentano i casi in nominativo.
Ad un'analisi più attenta, che tenga presente la struttura profonda, la chiave non può essere
considerato il soggetto, perché è uno strumento attraverso il quale si apre la porta. Deve esserci un
soggetto non esplicitato a livello di struttura superficiale, che è l'agente di questa azione.

Fillmore propone un altro evento di casi che si discosta da quello tradizionale. Per cui il caso, detto
agentivo, è quello del soggetto che compie un'azione, quindi deve essere un soggetto animato. La
chiave non può esserlo, in quanto non è animato.

Giovanni aprì la porta.


La porta fu aperta da Giovanni.

Queste due frasi hanno sempre Giovanni come agentivo. Anche se è presente una trasformazione della
frase da attiva a passiva. L'agente è sempre giovanni. Mentre 'la porta' è un oggettivo; anche se a livello
di struttura superficiale sarebbe il soggetto.

Nei tre esempi (31-32-33) 'la chiave' è sempre strumentale, anche se si trova a livello superficiale in
posizioni diverse e in combinazioni diverse.
La funzione strumentale è evidente quando c'è un sintagma preposizionale introdotto da con.

Lo strumentale non è il caso del soggetto che compie l'azione, ma della forza inanimata, dell'oggetto
coinvolto casualmente o volontariamente nell'azione.
Si dice 'casualmente' perché la porta potrebbe anche essere stata aperta dal vento. Qui non c'è la
volontà di un agente ad usare uno strumento.

Un altro aspetto che coglie Fillmore è la differenza tra il caso oggettivo e quello fattitivo.
L'oggettivo è il caso relativo ad una cosa che viene coinvolta nell'azione.
Il fattitivo è il risultato dell'azione.

In Giovanni aprì la porta, la porta non è il risultato dell'azione. E l'oggetto attraverso cui si esplica
l'azione, su cui ricade l'azione di Giovanni.

In Maria cucina una torta, abbiamo un fattitivo. 'Una torta' non esisteva prima dell'azione di Maria,
quindi è il risultato della sua azione.

A livello di struttura superficiale, sono esattamente equivalenti. A livello profondo sono diverse.

Se dico invece Giovanni costruisce una porta, la porta è il risultato della sua azione.
Se dico Maria cucina delle uova, 'delle uova' non è un fattitivo, ma un oggettivo, perché le uova c'erano
anche prima che Maria le cucinasse.
Non è il verbo che determina l'oggettivo o il fattitivo. Bisogna sempre pensare a livello più profondo se
la realtà presentata dal nome preesiste o meno prima dell'azione.

In Maria cucina una frittata abbiamo un fattitivo, perché la frittata non c'era prima della sua azione,
dato che le uova in sé non hanno la forma di una frittata.

Il locativo è il caso che esprime la collocazione dell'azione o dello stato espresso dal verbo.
Indipendentemente dalla posizione (struttura superficiale), ciò che indica la localizzazione di una certa
azione è il caso locativo:

Chicago è
umida.
E' umido a
Chicago.

'a Chicago' è tradizionalmente un locativo. Nel confron to delle due frasi, da un punto di vista
semantico, sono frasi equivalenti. Quindi, Chicago non è un nominativo ma un locativo. Questo è reso
evidente dalla seconda frase.

Il testo = combinazioni di unità che portano al livello superiore. Unità strutturale composta da più
frasi.

E' un'insieme di frasi non casuale, ma deve avere delle caratteristiche per essere tale. Deve essere
qualcosa di compatto. L'etimologia della parola stessa ci fa capire che si tratta di qualcosa di molto
strutturato: deriva da 'tessere'. Le frasi sono combinate tra loro secondo elementi ben precisi.

Il parlante stesso può avere una coscienza linguistica. Molte volte si sente dire che un discorso è ben
articolato o meno.

I testi possono essere orali o scritti. Una lezione, una conversazione, un libro. Sono tutti testi.

Il testo deve avere delle caratteristiche fondamentali :

1) unità strutturale
2) unità semantica

Queste condizioni sono realizzate da principi che, in linguistica testuale, si definiscono coesione e
coerenza.

L'unità strutturale è garantita dai meccanismi di coesione = un testo deve essere coeso a livello di
strumenti linguistici.
L'unità semantica è garantita dalla coerenza.

ES = se durante una lezione di linguistica il professore parla di fisica, questa manca di coerenza.

La coesione si realizza attraverso il meccanismo della foricità. All'interno della foricità, che è un
iperonimo, distinguiamo le anafore e le catafore.

L'anafora consiste nel riprendere un elemento già anticipato:

Ho incontrato Mario e l'ho


salutato.

l'ho è un'anafora, perché si riferisce a Mario, ovvero qualcosa di già anticipato nella sua forma piena.

Un certo messaggio si analizza sempre in un determinato contesto : extralinguistico o intralinguistico.


Nel caso delle anafore il concetto è intralinguistico, perché bisogna andare a guardare un concetto già
espresso.
Quindi questa è una deissi interna.

La catafora è un fenomeno in cui si anticipa, attraverso un elemento pronominale, qualcosa che solo
successivamente verrà espresso nella sua forma piena.

L'ho incontrato, Mario.

l'ho è un pronome cataforico, che precede l'elemento pieno.

L'ho e Mario sono coreferenti, cioè hanno la stessa referenza. Mario rappresenta una persona. L'ho ha
la stessa referenza di Mario; ovviamente la referenza di l'ho cambia a seconda dell'elemento che segue,
ma parlando di questa frase, la referenza è la stessa.
Si tratta di meccanismi altamente produttivi ed economici: lo stesso elemento l'ho serve a creare
tantissimi altri elementi. Perché è una proforma = forma che sta al posto di un'altra forma.

La coesione si realizza molto attraverso l'impiego di pronomi, ma può essere realizzata in italiano anche
con l'ellissi del soggetto, in quanto l'italiano conosce il soggetto nullo.
Se il soggetto è sempre lo stesso, non viene ripetuto più volte, ma subisce un'ellissi. In questo modo il
testo è coeso.

Un altro meccanismo di coesione è l'uso dei sinonimi. Anch'essi sono coreferenti.


Se per riferirmi a Mario dico 'questo mio amico', la referenza è sempre la stessa, quindi il testo è coeso.

Esistono anche proforme (come i pronomi) che sostituiscono verbi.


Una proforma verbale è fare:

Ho studiato per tre ore linguistica e l'ho fatto con difficoltà.

Questi mezzi linguistici permettono di non dover ripetere sempre le stesse parole.
Può avvenire che il primo elemento pieno è molto distante da una catena di elementi anaforici,
sostituenti, per cui c'è l'esigenza di riprendere la forma piena, perché la comprensione sarebbe troppo
affaticata.
Può essere una ripetizione totale o parziale.

Tutti questi elementi sono coreferenziali e sono garantiti dalla contestualità interna della lingua.

Atl p. 35
LEZIONE 14/10/2014

DOPPIA ARTICOLAZIONE (Martinet)

E' uno dei tratti principali che contrappone la lingua agli altri tipi di linguaggio. Essa non esiste
in altri linguaggi.

Nell'esposizione di Hockett (universali) compaiono due termini (cenemi, pleremi) che non sono
quelli maggiormente usati. Quelli che si rifanno alla doppia articolazione canonica (Martinet)
sono i termini di fonemi e monemi.

Questo aspetto della doppia articolazione consente una grande economia, perché come abbiamo
visto nell'esempio ho mal di testa, vediamo che c'è il ricorrere di stessi fonemi nella formazione
di monemi diversi. COn un repertorio di circa 20 fonemi, si crea un numero elevatissimo di
morfemi che portano contenuto. Questa combinazione non avviene soltanto a livello dei fonemi
per formare i morfemi, ma anche tra i morfemi monemi per formare le parole. Quindi, se
abbiamo una parola come 'cantiamo', questa è formata a livello di prima articolazione da due
monemi, che sono cant e iamo. Perché i monemi o morfemi sono quelle unità che portano un
contenuto. Quindi qui c'è un contenuto (atto del cantare) e un altro che riguarda la persona e il
tempo dell'attività verbale che viene espressa. Se pensiamo a quani altri morfemi si può
combinare cant-, ci rendiamo conto di quaqnto questo principio economico funzioni. C'è sempre
uno stesso monema che si combina con tantissimi altri. Vale anche per il secondo monema. A
cant- si può sostituire parl- -> parliamo; ecc.

Un sistema di segni in cui ogni contenuto di pensiero deve essere espresso da un'unica forma che
non è articolata, componibile in unità di livello inferiore. Ciò significherebbe un sovraccarico per
la memoria.

Ciò può essere riferito anche alla scrittura. Sappiamo che l'alfabeto latino è fatto di pochi grafemi
(lettere). Con 21 lettere riusciamo a scrivere tutte le parole possibili, anche quelle create ex novo,
grazie a questa articolazione.
I geroglifici egiziani significano nella loro unità un certo contenuto. Le scritture che si
definiscono ideografiche, come anche il cinese, non si avvalgono di questo meccanismo di
composizione, ma ogni parola è rappresentata da un idiogramma.

Questo principio altamente economico è solo del linguaggio umano.

BRANO A PAG. 110 (atlante)


Un contenuto mentale può essere espresso in vari modi. Anche la sensazione del mal di testa può
essere espressa con un sistema di segni che è diverso dal linguaggio verbale (toccandomi la testa
posso dire 'ahi'). Questo messaggio significa nella sua globalità, interezza. Non c'è
scomponibilità, non c'è articolazione. Quindi Martinet dice che nelle lingue tutto accade
diversamente perché c'è la comunicazione di questi diversi monemi: h-o m-a-l d-i t-e-s-t-a.
Martinet è riuscito a fare questo esempio, parlando della differenza di monemi e fonemi perché
in francese mal e tete sono dei monemi. Nella traduzione si verifica un problema. Perché mal e
tete in francese sono dei monemi. Nella traduzione-> male in italiano non è un monema, ma la
somma di due monemi: mal- ed -e.

ARBITRARIETA'

Questo universale, così come era esposto da Hockett, rappresentava una visione abbastanza
semplicistica per cui non ci sarebbe una correlazione tra il segno e il contenuto del segno -> ciò
per cui il segno sta. Questa è la versione semplificata.
Ma Saussure si è molto soffermato su questo aspetto e ha chiarito una cosa molto importante.

Dalla riflessione degli antichi greci ci si è occupati della natura del linguaggio: se il linguaggio
sia qualcosa di naturale o convenzionale, artificiale, creato dall'uomo. Quasi tutti hanno
convenuto sul fatto che la lingua fosse arbitraria. Nel senso che non c'è un rapporto tra le parole e
le cose per cui le parole stanno.
In questa visione viene preso in considerazione il rapporto tra la lingua e la realtà extralinguistica
a cui si riferisce.
Saussure dice che non sono questi i termini in cui bisogna cogliere l'arbitrarietà. Dice che la
lingua non è una nomenclatura, ovvero un insieme di nomi, di etichette che sono attaccate alle
cose attraverso una convenzione.
L'arbitrarietà è qualcosa che si coglie all'interno dello stesso segno. Questo discorso è legato
anche a quello del punto di vista.

La lingua non mette in connessione questa realtà (un albero) e la parola albero. L'arbitrarietà è
data dal fatto che ogni segno linguistico è composto da due facce, due entità che sono, nei
termini di Saussure,

Consideriamo la parola albero. E' data da una forma dell'espressione (da un'immagine acustica)
che è associata ad un concetto, quello di albero.
La parola albero non è associata all'albero in quanto tale, all'oggetto, ma all'idea che noi abbiamo
di albero. Quindi albero è una rappresentazione mentale.

L'immagine acustica è la traccia mentale che noi abbiamo della parola pronunciata, che non
corrisponde con l'espressione della parola.
Nella nostra testa associamo il concetto di albero a questa forma, immagine. Queste due entità
sono assolutamente mentali, psichiche.

Prima di pronunciare la parola, abbiamo nella nostra testa la frequenza di foni che rappresenta
questo concetto.
Saussure usa l'espressione di immagine, che sta per qualcosa che è mentale. Dice che il rapporto
tra queste due componenti del segno è assolutamente arbitrario.
Al concetto di albero, un inglese associeràl'immagine acustica di tree.

Il segno è un'entità assolutamente mentale che riesce a comporre la langue e la parole. Il sistema
della lingua è fatto di segni. I segni hanno due componenti mentali che lui in un primo momento
chiama concetto e immagine acustica e successivamente sostituisce con significato e
significante. Sceglie questi due termini perché si richiamano strettamente l'uno con l'altro, per
far capire la loro correlazione; fanno parte del segno. Le due parole hanno la stessa matrice.

Il significante è assolutamente mentale. Ce ne accorgiamo ogni volta che parliamo tra noi e noi, e
non pronunciamo le parole; oppure quando leggiamo in mente. Riusciamo a realizzare quelle
parole da un punto di vista cognitivo perché ce le abbiamo nella testa come immagini acustiche,
come forme di quelle parole che hanno un concetto.
Il pensiero degli esseri umani è quasi totalmente un pensiero strutturato linguisicamente. La
lingua è anche uno strumento per pensare, non solo per parlare.

CIRCUITO DELLA PAROLE

La parole è la realizzazione della langue, che è l'insieme di segni che ciascuno di noi ha nella
testa. Poiché non comunichiamo tramite telepatia, questi segni devono essere esternati attraverso
atti di parole.

La parole corrisponde più o meno alla comunicazione vera e propria. L'atto di parole è come
l'atto comunicativo di Jakobsson.

Saussure parla dell'atto di parole che può essere concepito come un circuito. Infatti diche che la
comunicazione si realizza veramente soltanto quando il circuito è chiuso. Egli prende in
considerazione due parlanti: A e B; che devono entrare in connessione.
E' importante che i due parlanti abbiano l'organo che serve per parlare (la bocca) e l'orecchio per
ascoltare.
Nella mente di A scatta un pensiero. Nel cervello di A ci sarà un concetto che è associato ad
un'immagine acustica (penso al cane e io, in quanto parlante italiana, associo al concetto di cane
il significante 'cane'; un inglese lo associerà a 'dog' ecc.). Questa associazione è un fatto ancora
assolutamente psichico; perché nella testa di ogni parlante c'è la langue.

Dopodiché, A vorrà pronunciare questa parola. Allora manderà agli organi dell'apparato
fonatorio degli impulsi per pronunciare i suoni c-a-n-e in sequenza. Per cui si avrà un passaggio
che è dalla testa, alla bocca, per cui ci sarà un atto fisiologico.

L'atto di parole prevede 3 fasi:

-la prima è l'associazione del significato col significante (psichica)


-seconda: fase fisiologica: pronuncia della parola

-processo di tipo puramente fisico: propagazione delle onde sonore, che sono il risultato della
pronuncia, che colpiscono l'orecchio del ricevente.

A questo punto B, se non è sordo, attiva l'orecchio e così si crea in B una fase di nuovo
fisiologica, perché elabora i suoni che ha sentito; questi, se nella sua testa rappresentano il
significante di un segno, li associa immediatamente ad un contenuto. Quindi il processo, da
fisiologico diventa fisico.
Il processo è rovesciato perché, nel cervello di B succede che la fase fisiologica porterà prima di
tutto a un significante, che dovrà essere associato a un significante. Mentre in A si era partiti da
un significato a cui era associato un significante (fisiologica, psichica (prima significante e poi
significato).

La comunicazione avviene solo se il circuito è chiuso. Significa che nella testa di A e di B ci


sono le stesse associazioni di significanti e significati.

L'arbitrarietà è una proprietà del segno linguistico. Il segno linguistico ha due componenti:
significante e significato. Ha anche due proprietà fondamentali. Una di queste è l'arbitrarietà.
Quindi essa è il rapporto che lega il significante al significato.

Saussure è consapevole del fatto che nella lingua esistono anche aspetti di motivazione o
iconicità (onomatopee). Però insiste sul fatto che anche le onomatopee in qualche modo rientrano
nella langue; in un sistema linguistico particolare. Perché quelle pure in realtà sono pochissime,
come quelle usate nei fumetti, che sono definite in linguistica 'ideofoni'. Rappresentano
fonicamente un concetto in modo immediato (tic tac, ad esempio). Altre forme di onomatopee
diventano parole onomatopeiche (miagolio > miao). Anche le stesse onomatopee che sembrano
pure in realtà differiscono da lingua a lingua (bau-wof).

Alcune parole che sono onomatopee e quindi motivate, tendono a diventare quindi opache.

Saussure sottolinea che arbitrarietà non significa 'legato alla volontà del singolo'. Ciò è legato
all'universale sul carattere tradizionale di una lingua. Non si può creare un significato ogni volta,
altrimenti il canale viene chiuso. Il significato deve essere riconosciuto nell'uso, convenzionato.

L'arbitrarietà è quindi uno dei caratteri fondamentali o primordiali del segno linguistico.

Il secondo carattere è la linearità. Essa si dice che sia un carattere del segno linguistico, ma in
realtà riguarda solo il significante. Si fa riferimento quindi al fatto che questo significante,
essendo articolato, fatto di più parti (fonemi che costituiscono l'immagine acustica) ha bisogno di
un determinato tempo per essere espresso. Questo tempo lo possiamo rappresentare come una
linea, che può essere una linea temporale (se dico albero ci metto un certo tempo per pronunciare
i singoli suoni). Possiamo cogliere la dimensione di sequenza nella scrittura, perché il
significante occupa un certo spazio sempre secondo una linea.
Se voglio indicare il concetto di palla, rappresento un gesto immediato, non articolato, che
percepiamo immeditamente attraverso il canale visivo. E' immediato. Se dobbiamo spostarci sul
piano verbale, dobbiamo leggere 'palla'. Ci vuole più tempo; c'è una linea che può essere quella
delle parole che pronuncio o quella spaziale occupata dalle parole scritte.

Il concetto è immediato. Nel momento in cui devo associare il concetto ad un'immagien che
dovrà diventare una parola che esprimerò, la associo ad un significante, che è composto da più
parti, che rappresentano una linea. Questa linearità è solo del significante, non nel segno nella
sua complessità.

UNIVERSALI

Universali del linguaggio umano confrontati con il linguaggio animale. Da non confondere con
gli universali linguistici.Fondamenti della lingua.

14) Prevarication (Prevaricazione) -> i messaggi linguistici possono essere falsi o privi di
significato in un senso logico.
Questo è dovuto al fatto che la lingua, essendo arbitraria e non avendo questo rapporto di
correlazione continua con la realtà extralinguistica, può parlare di cose che non esistono, anche
di cose inventate.
I messaggi falsi non corrispondono alla realtà delle cose.
Questa possibilità è legata al fatto che la lingua può parlare di tutto (legata al fatto della
semanticità e dell'apertura). Le api non possono dire sciocchezze sul luogo in cui si trova il cibo.
Non possono dare indicazioni sbagliate. Nè potrebbero dare delle indicazioni parziali; danno il
messaggio nella sua globalità.
Posso esprimere una frase del tipo 'questa scrivania rettangolare è rotonda'. Non ha un senso
logico, però lo posso dire tranquillamente. Potrebbe essere l'espressione di una mente
schizofrenica ecc. In altri tipi di linguaggio non è possibile.

-La lingua è qualcosa che si può apprendere perché c'è una predisposizione. Ma è sempre un
prodotto storico. Ha una componente storica ma anche una naturale, perché abbiamo una
predisposizione mentale ad apprendere una lingua; dal punto di vista anatomico abbiamo gli
organi adatti a produrre i suoni ecc.-

15) Reflexiveness (Riflessività) -> in una lingua si può comunicare sulla comunicazione stessa.
Cioè, la lingua serve non solo a parlare della realtà extralinguistica, ma anche a parlare della
lingua stessa. Le api non possono parlare del loro 8. E' collegato anche al feedback-> riprendere
il messaggio, correggerlo e dire qualcosa sul linguaggio.
Esistono due diverse dimensioni della lingua:

-linguaggio ordinario: quello che comunemente usiamo. si riferisce alla realtà extralinguistica.
-metalinguaggio: ha come contenuto la lingua stessa.
Questo universale è dovuto al fatto che c'è un'onnipotenza semantica sulla lingua. Essa può
parlare di tutto.

Anche Jakobsson è tra gli autori che si sono soffermati sull'aspetto della riflessività. Il
metalinguaggio viene comunemente usato; anche dal parlante comune (non ti seguo, che vuol
dire?, che cosa intendi?, ecc.).

-A significanti pre-esistenti, possono essere associati nuovi significati.-

Coseriu (testo p.184) -> fa notare caratteristiche del metalinguaggio che consentono al
metalinguaggio delle cose in più rispetto al linguaggio ordinario. In un metalinguaggio di base
italiana, io posso parlare anche di altre lingue. Posso usare un codice verbale parlando anche di
altre lingue: posso dire 'dog' è una parola inglese. Sto parlando della parola dog, non del cane.
Posso anche formulare dei messaggi in cui faccio riferimenti a parte di parola: -ing è un suffisso
inglese.
Dice che nel metalinguaggio, il limite dell'analisi va oltre la parola. Però ogni segmento di parola
diventa difatto una parola, perché ne parlo come se fosse una parola (-ing diventa una parola).
Non solo tutto ciò che predico nel metalinguaggio diventa parola, ma diventa anche nome,
perché deve essere la base della predicazione.
Se dico 'la musica è piacevole', ho usato il linguaggio ordinario ; sto predicando qualcosa sulla
musica. Se invece dico 'musica è femminile, singolare' mi sono spostato sul piano del
metalinguaggio. Sto parlando non della musica, ma della parola musica. In questo senso, anche
ciò che non è in realtà un nome, nel metalinguaggio lo diventa.

Un'altra potenzialità del metalinguaggio (legata anche al feedback) è la possibilità del


metalinguaggio di intervenire su piccolissime parti delle parole, quindi per produrre dei veri e
propri atti linguistici: giallo pronunciato da un parlante può essere corretto semplicemente con
astro. Non riprende anche giallo (giallastro), ma dice solo astro. Nella mente dei due scatta la
complicità (il fatto che la parola astro sia collegata a giallo).
LEZIONE 16/10/2014 (pag. 184-185 fev)

Le lingue sono arbitrarie perché è arbitrario il rapporto che lega un significato ad un significante.
Questo rapporto non motivato si viene a stabilire anche tra i diversi significanti e i diversi significati, e
cioè nel rapporto tra i segni che costituiscono un determinato sistema. Questo perché, come dice
Saussure, fino a quando non vengono creati i segni, quindi queste associazioni tra concetti e immagini
acustiche, non esiste che una sonorità amorfa, indistinta, e un pensiero indistinto. Solo nel momento in
cui noi creiamo questa associazione e stabiliamo dei tagli creando le unità discrete, separate le une
dalle altre, che diamo una forma alla sonorità e al pensiero, che altrimenti sono amorfi. Ciò significa
che le lingue sono diverse proprio perché di volta in volta possono scegliere di creare questi tagli
(unità) in modo più o meno ampio.

ES. = in italiano esistono due suoni che sono la 'a' e la 'e' che hanno un valore ben preciso. Questi due
suoni non sono soltanto tali, ma hanno un valore distintivo. Tantevvero che in virtù dell'articolazione
dei fonemi, riusciamo a distinguere la parola 'lane' dalla parola 'lene(=debole)'. Ciò vuol dire che 'a' ed
'e' in italiano sono due entità separate, discrete. Esiste quindi tutta una gamma di sonorità che passa
dalla a alla e, che in italiano provoca questa cesura (taglio, unità). E' un fatto arbitrario: ci sono lingue
come l'arabo che invece considerano la 'a' e la 'e' semplicemente come varianti di un unico suono.
Quindi esse non servono per creare una differenza tra i significati delle parole. Possiamo dire 'kitab' e
'kiteb', ma avranno sempre lo stesso significato (significa libro).
Esistono delle varianti di suono a cui non sono associati anche dei cambiamenti del signficato. Anche
in italiano, se ho la cosiddetta 'r moscia' e quindi dico 'caRo' al posto di 'caro', non ne ho cambiato il
significato. E' proprio lo stesso dell'arabo. L'arabo ha solo tre vocali: a, i, u.
Questo è un esempio dell'arbitrarietà delle lingue. Queste, in modo arbitrario, decidono a cosa dare
valore, quindi dove fare questi tagli che creano le entità linguistiche. Possiamo dire che a livello di
significante, l'italiano compie una cesura tra la 'a' e la 'e'.

Ogni lingua decide a quale suono attribuire una certa funzione.


La sonorità amorfa e il contenuto fanno parte della 'sostanza' dei suoni (materia), che è qualcosa che
esiste in natura: tutti i parlanti possono pronunciare la 'a' e la 'e' e tutta un'ampia gamma di vocali.
Però le lingue, in modo diverso (arbitrario) danno una forma a questa sostanza (infatti ogni lingua ha
un numero diverso di vocali). Questa è un'altra dicotomia saussuriana.
Esiste la sostanza (materia) , tutta la gamma possibile di suoni che l'apparato di fonazione può
produrre. E in questa sonorità indistinta, le lingue a un certo punto fanno questi tagli e creano delle
entità diverse. Quindi la sostanza diventa forma. Ogni lingua da una diversa forma a quella sonorità
che prima era amorfa, indistinta, un continuum (sostanza).
Infatti, come abbiamo visto, la 'a' e la 'e' in italiano hanno una funzione diversa rispetto all'arabo.

L'arbitrarietà non si verifica soltanto sul piano del significante (quindi la sonorità), ma anche sul piano
del contenuto (del pensiero).

Le vocali, nella loro diveristà, possiamo disporle in un continuum: anche i colori possono essere
disposti in un continuum. Però ci sono alcune lingue che danno una forma a questa sostanza in modo
diverso.
ES. = in latino, esistevano due diversi segni per indicare il concetto di bianco: ALBUS e CANDIDUS.
Questo perché c'era una distinzione anche della lucentezza, non solo del colore. In italiano abbiamo
soltanto 'BIANCO'. Anche in questo caso possiamo verificare che il latino ha fatto un taglio e ha creato
due entità discrete, mentre in italiano ce n'è una sola. Non c'è un motivo per cui questo debba
accadere. E' un fatto puramente arbitrario.

Questo aspetto dell'arbitrarietà si chiama PERTINENTIZZAZIONE . Cioè ogni lingua sceglie cosa è
pertinente e cosa non lo è.

Differenza di tagli tra l'italiano e l'inglese = in inglese abbiamo due diverse parole per dire 'casa' :
'house' e 'home'; in italiano ne abbiamo solo una. Ciò significa che i contenuti sono presentati in modo
diverso.

Tutto ciò riguarda sia il piano dell'espressione che quello del contenuto.

UNIVERSALI

16) Learnability (Apprendibilità) : il parlante di una lingua può impararne anche un'altra.
Questa è una qualità degli esseri umani. Ma un'ape non può
imparare, ad esempio, il linguaggio delle formiche. Ciò perché il linguaggio animale è iscritto
geneticamente, mentre quello degli esseri umani no.

Questo principio è in stretta relazione con il numero 12 (che dice che la lingua è qualcosa di
convenzionale, non genetico).

Distinzione : parlare sembra qualcosa di naturale. Nonostante sia qualcosa che si apprende, non c'è
bisogno di un addestramento preciso per imparare a farlo. Lo facciamo naturalmente perché viviamo
in una comunità in cui si parla una determinata lingua, e ciò ci spinge ad impararla.
Il parlare sembra una cosa naturale come il camminare. Sono cose che vengono da se. Ma ci sono altre
cose legate alla lingua, come la scrittura, che però richiedono un addestramento specifico, come
andare a scuola.
Il linguaggio è quindi qualcosa di naturale. Sulla base di questo, sono contrapposte due diverse scuole
di pensiero. Hockett insiste molto sul carattere dell'apprendibilità, che è legato al fatto che la lingua è
qualcosa di storico. Mentre ci sono altri autori che si pongono in una visione che è opposta a questa, e
ritengono che ci sia una buona parte del linguaggio che è già inscritta nel codice genetico dell'uomo.
Questi sono detti 'innatisti'. Credono che il linguaggio, non solo la facoltà di apprendere una lingua, sia
qualcosa di innato.
Esiste quindi una contrapposizione tra 'Strutturalismo' e 'Innatismo' . Lo strutturalismo è quella
corrente di pensiero che nasce con Saussure, che ne è il padre. Alla base di questa scuola di pensiero
c'è il fatto che la lingua sia strutturata in un determinato modo. Questo modo è assolutamente
arbitrario e quindi deve essere necessariamente appreso. Molti degli autori che abbiamo citato finora
appartengono allo strutturalismo. Ad esempio Martinet (doppia articolazione), Hjelmslev, anche se ha
dato inizio ad una sottocorrente dello strutturalismo che si chiama glossematica , ovvero la scienza
della lingua; Jakobson.
Lo strutturalismo (900) ha avuto una grande fortuna, e molta parte della linguistica teorica moderna si
è formata proprio in questa cornice culturale.

Dalla fine degli anni 50 si è andata sviluppando la corrente dell'innatismo, soprattutto ad opera di
Chomsky (di origini russe, che poi è emigrato in america). Egli va contro (in parte) questo principio
dell'apprendibilità di Hockett. Diche che in realtà tutte le lingue si assomigliano moltissimo perché, la
facoltà del linguaggio, prevede già la conoscenza di alcuni principi di funzionamento delle lingue. La
facoltà del linguaggio di cui parla lui è molto diversa da quella di cui poteva parlare Saussure
(langue-parole). Nello schema di Saussure esiste anche un terzo elemento : language (la facoltà di
parlare), langue (struttura specifica arbitraria), parole (realizzazione della langue). Il language è
qualcosa di molto generale (è uno dei diversi tipi di linguaggio).
Chomsky ha una concezione ampia di questa facoltà del linguaggio. Per lui esiste già nella mente di
ogni individuo un meccanismo che si chiama LAD. Questo LAD è un'acronimo (sigla) che sta per
Language Acquisition Device. E' un espediente, un mezzo per apprendere una determinata lingua.
Questo Device già è nella testa di ogni individuo, quindi è qualcosa di innato. Infatti Chomsky dice
'avendo noi umani questa dotazione, potremo parlare così come gli uccelli, avendo le ali, volano'.
Infatti, essi non hanno bisogno di apprendimento per imparare a volare. Però nella mente deve esserci
qualcosa che attiva questo LED, ovvero l'esposizione ai dati (in termini di Chomsky). Come risultato
dell'interazione tra l'esposizione ai dati e il LED si ha la lingua. Quindi un soggetto parlante produrrà
una determinata lingua, sulla base dei dati a cui è esposto. I dati sono l'ambiente linguistico in cui il
soggetto si trova, in cui cresce e sviluppa la propria lingua.

Questo LED ha dei principi che sono comuni a tutte le lingue. Infatti questo permette di parlare
qualsiasi lingua. Nel momento in cui il soggetto è esposto a un determinato ambiente linguistico,
attiverà alcune conoscenze che già ha e ne tralascerà altre; ma potenzialmente le ha tutte.

( Gli strutturalisti invece sostengono che il cervello umano sia una tabula rasa, che ci sia solo una certa
predisposizione a parlare una lingua. )

Perciò le lingue si somigliano moltissimo. in questa facoltà del linguaggio esistono dei principi che
sono comuni a tutte le lingue. Esistono soltanto pochissime differenze che sono dette 'parametri'.

Un altro autore innatista è Dickerson. Egli elabora una teoria del Bioprogramma (base biologica per lo
sviluppo di una lingua).

C'è una fase neuro-anatomica che consente lo sviluppo del linguaggio. Non a caso le lingue sono
considerate come storico-naturali. Esse hanno una tradizione, ma anche un aspetto naturale. Questa è
prima di tutto la conformazione del cervello e la conformazione degli organi dell'apparato di
fonazione.
Quando parliamo di queste cose, ci spostiamo su un terreno che non è strettamente linguistico. Se
parliamo delle aree del cervello che sono dedite alla produzione del linguaggio, siamo in campo
neurologico, che si incontra con la linguistica. Infatti possiamo parlare di neurolinguistica. Se parliamo
degli organi di fonazione, parliamo in termini di anatomia (medicina). Ciò perché la lingua è qualcosa
di molto complesso, fatta di tante cose. Può avvalersi dell'ausilio di altre discipline.
LE ZONE NEURO-ANATOMICHE DELLE QUALI SI AVVALE LA LINGUA.

Oggi ci si avvale anche di strumentazioni per vedere quali sono le aree implicate nell'attività linguistica.
Ciò vuol dire che attraverso la TAC o la risonanza magnetica si può vedere quali aree del cervello si
attivano nel momento in cui parliamo o ascoltiamo una lingua.
La localizzazione dell'area del cervello dedicata all'attività linguistica è stata scoperta alla fine dell'800,
quando non c'era tutta questa strumentazione.
Il processo di individuazione è avvenuto in ambito medico da parte di alcuni medici studiosi che
facevano delle osservazioni sui cadaveri di soggetti che, quando erano in vita, avevano manifestato
delle patologie linguistiche. Arrivarono a capire in quale punto del cervello era localizzata la capacità di
parlare proprio andando a verificare quale parte del cervello fosse danneggiata.

Il discorso relativo al funzionamento dell'attività linguistica a livello neurologico è sempre andato di


pari passo con lo studio delle patologie legate al funzionamento del linguaggio.
In particolare, dobbiamo ad un medico della fine dell'800, l'individuazione di quest'area del cervello,
che è adibita alla concettualizzazione linguistica del pensiero amorfo e alle associazioni e
rappresentazioni segniche tra queste concettualizzazioni: le concrete espressioni, ovvero le parole che
noi pronunciato. Quest'area è anche legata alla capacità di recepire e comprendere (codifica e
decodifica) non solo la lingua, ma anche la scrittura.

Questo medico francese si chiama Broca. Egli, sezionando i cervelli di soggetti che avevano
manifestato delle gravi disfunzioni del linguaggio, aveva scoperto che l'area linguistica è molto
circoscritta. Si trova nella parte posteriore della terza circonvoluzione (le circonvoluzioni sono zone che
circondano il nucleo) frontale dell'emisfero sinistro.
L'attività linguistica è lateralizzata a sinistra (quasi esclusivamente). Questa è l'area di Broca.

Si è scoperto, ad opera del medico Wernicke (area di Wernicke), che c'è anche un'altra piccola area
attivata durante l'attività linguistica, che è un po' più arretrata nella zona temporale.
Non a caso, a questi due nomi sono associate due diverse patologie di linguaggio, ovvero due diversi
tipi di afasia. L'afasia è un disturbo del linguaggio.
Esistono due tipi di afasia: l'afasia di Broca e l'afasia di Wernicke.

Anche la balbuzie può entrare in quest'ampia categoria. Le disfunzioni del linguaggio possono essere
dovute a fatti fisici, psichici e meccanici di varia natura. Un soggetto parlante in modo assolutamente
perfetto, a un certo punto può manifestare un'afasia in seguito, ad esempio, a un incidente stradale,
causata da un danneggiamento della zona cerebrale implicata nella produzione della lingua; oppure
come conseguenza di una malattia, per esempio gli ictus.
Ci possono essere anche delle motivazioni di altra natura, per esempio psicologica (balbuzie).

Però, quando si parla di afasia di Broca o di Wernicke, si fa riferimento a patologie che sono connesse
proprio ad un danneggiamento fisico di queste due aree del cervello.

CHIEDI IL SEGUITO AD OLGA!!


18.11.2014

Esistono dei parametri che creano distinzione tra le lingue. Ci sono alcune forme linguistiche: gli
etnoletti e i dialetti. Sono la stessa cosa ma si rifanno a un numero di parlanti più circoscritto e ad
un'area più circoscritta in cui si parla quella lingua.
i socioletti (o tecnoletti) e gli idioletti (l'insieme degli usi linguistici caratteristici e propri di un singolo
individuo o di un piccolo gruppo di parlanti).

Si individuano sempre in base al parlante.

Etnoletti = sono le lingue che comunemente, nel linguaggio ordinario, sono indicati come lingue.
Ne esistono dai 5000 ai 6500.
Le lingue parlate e non parlate sono tantissime. C'è esigenza di mettere ordine in questa varietà di
lingue/etnoletti.
Nel tempo, spesso i linguisti si sono occupati di questo aspetto e hanno individuato diversi criteri.

Esistono dei criteri extralinguistici e altri propriamente linguistici.


I criteri extralinguistici sono, ad esempio, una classificazione delle lingue del mondo che si basa sul
numero dei parlanti. Questo è un criterio. Lingue come il cinese, l'inglese o lo spagnolo vengono messe
nelle prime posizioni di una ideale classifica. Agli ultimi posti troviamo lingue come l'hindi ecc.
Nonostante il cinese, l'inglese e lo spagnolo abbiano in comune il fatto di essere lingue molto parlate,
non si somigliano tra loro.

Un criterio del genere non ci dice nulla su quello che altri tipi di classificazione ci possono dire.

Altro criterio di classificazione delle lingue del mondo potrebbe essere quello che fa presente il criterio
geografico. Ad esempio le lingue parlate in Europa. Nonostante siano parlate nella stessa area
geografica, non hanno caratteristiche comuni.

In alcuni casi, è l'unico espediente per mettere ordine in situazioni linguistiche molto complicate. Molto
spesso le classificazioni genealogiche si contaminano con elementi di classificazione puramente
geografica.

Esistono classificazioni che considerano criteri strettamente linguistici.


Alcune prendono in considerazione la discendenza delle lingue, quindi abbiamo un criterio genealogico.
Se adottiamo un criterio genealogico, quindi mettiamo insieme le lingue che derivano dalla stessa lingua
madre, otteniamo una famiglia linguistica.
La parola chiave nell'approccio genealogico è storia. Prendiamo in considerazione il fattore storico,
quindi la discendenza.

Possiamo adottare un criterio areale che prende in esame un'area geografica in cui le lingue si sono
influenzate le une con le altre, quindi presentano tratti comuni, otteniamo una lega linguistica.
Le lingue parlate in un'area compatta, per quanto diverse, si influenzano e possono dar vita ad una lega
linguistica, che è diversa dalla famiglia linguistica perché è qualcosa che si genera col tempo, a seguito
dei contatti.
Per questo criterio, la parola chiave è spazio.

Possiamo prendere in considerazione il criterio della somiglianza strutturale tra le lingue, ovvero il
criterio tipologico.
Esso da vita a una classe che è il tipo linguistico.
Per questo criterio, la parola chiave è somiglianza.

Si possono mettere insieme delle lingue indipendentemente dal fatto che abbiano una dipendenza
comune o che siano parlate in un'area compatta e che quindi si sono influenzate le une con le altre.
Si può creare una classe mettendo semplicemente lingue che si assomigliano, indipendente dalla
matrice.
Se alcune lingue derivano da una stessa lingua madre, si presume che si assomiglino anche da un punto
di vista tipologico; ma non è vero il contrario. Le lingue che collochiamo nella stessa classe tipologica
possono appartenere a famiglie diverse ed essere parlate in zone geografiche molto diverse tra loro.

ES = la prof vuole classificare i suoi studenti. Può adottare questi tre criteri.
Può mettere insieme gli studenti che hanno avuto una stessa storia, per quello che riguarda la linguistica
generale. Può creare una classificazione in cui mette insieme tutti gli studenti che hanno fatto il liceo
classico. Probabilmente, questi studenti hanno una maggiore facilità ad accogliere determinati concetti.
Può creare una classe di studenti che ha fatto il liceo linguistico, che magari ha una capacità maggiore
nel distinguere le lingue. E' probabile che gli studenti che hanno avuto la stessa storia hanno dei tratti in
comune.
Il criterio areale fa riferimento allo spazio, quindi può mettere insieme gli studenti che si trovano nelle
prime file e quelli che si trovano nelle ultime. Quelli delle prime file hanno caratteristiche in comune :
riescono a seguire più facilmente ecc. Questo è un tratto in comune perché condividono uno stesso
spazio.
Il criterio tipologico: indipendentemente da quello che gli studenti hanno studiato alle superiori e dal
posto che occupano nell'aula, possono essere classificati come studenti interessati, partecipi, distratti,
meno bravi. Questo è un criterio tipologico, con cui si individua un tipo di studente.

Lo stesso avviene con le lingue.

Questi tre criteri sulla forbice e il ventaglio sono definiti come (CAPITOLO 4 - GENEALOGIE, LEGHE E TIPI)
rapporti verticali, rapporti orizzontali e rapporti circolari.
Il criterio genealogico scatta nel momento in cui si prende in considerazione la storia, e la storia può
essere rappresentata a livello di immagine secondo una linea verticale (linea del tempo). Due lingue A e
B sono genealogicamente imparentate se derivano da una stessa lingua X.
Nel rapporto orizzontale, due lingue A e B si assomigliano perché c'è un rapporto di orizzontalità per cui
abbiamo una situazione in cui A e B convergono.
Nel rapporto circolare, abbiamo un'immagine di circolarità, perché collochiamo le lingue che si
somigliano. All'interno del cerchio possiamo mettere diverse lingue A B e C che possiamo collocare come
punti della circonferenza rispetto al centro che è un modello linguistico, che si concretizza nella lingua A,
B, C.

Il capitolo precedente si intitola FAMIGLIE ESEMPLARI, ACCOPPIAMENTI GIUDIZIOSI, RELAZIONI


PERICOLOSE. Questo è collegato ai tipi di rapporti.

Non tutte le famiglie raggiungono uno stesso livello di determinazione. Quindi ci sono alcune famiglie
che vengono considerate esemplari. Altre sono un'approssimazione rispetto al concetto di famiglia. Ad
esempio la famiglia indoeuropea è stata molto studiata, quindi è concepita come famiglia esemplare.
Nel senso che ha rappresentato un esempio, un termine di paragone per classificazioni genealogiche di
altre lingue.
Quando si parla di accoppiamenti giudiziosi e relazioni pericolose si fa riferimento al fatto che le lingue
entrano in contatto, perché magari condividono uno stesso spazio geografico o per fatti storici. Tutto
questo determina il fatto che le lingue si trasformino. Quindi possono esserci degli accoppiamenti
giudiziosi, nel senso che ci possono essere delle situazioni in cui le lingue, a livello metaforico, si
uniscono e si influenzano in senso positivo. L'una da qualcosa all'altra, c'è uno scambio.
Ci possono anche essere delle relazioni pericolose, in cui una lingua che entra in contatto con un'altra
finisce per dominarla.

C'è bisogno di fare ulteriori classificazioni.

Il criterio tipologico = se le lingue che appartengono ad uno stesso tipo rientrano in questo
raggruppamento in virtù di una semplice somiglianza strutturale, questa somiglianza la possiamo
cogliere su diversi piani.
La classificazione tipologica può basarsi, ad esempio, sulla fonologia. Mettiamo insieme le lingue che
hanno lo stesso sistema vocalico. E' un fatto linguistico che diventa il discrimine per mettere insieme ciò
che è simile e, allo stesso tempo, distinguere ciò che è dissimile.

Esistono anche un criterio morfologico e uno sintattico. La tipologia può essere di diverso tipo.

La tipologia secondo il criterio fonologico si basa solitamente sulle vocali. Può trattarsi anche di fatti
prosodici.

La classificazione morfologica (FEV p. 67) è stata la prima classificazione proposta. Infatti è nata agli inizi
dell'800, con l'inizio della disciplina linguistica (storica).
Nell'800 sono nati contemporaneamente il criterio genealogico e quello tipologico.

La classificazione morfologica nasce ad opera dei fratelli Friedrich e Wilhelm August Schlegel. Erano
anche studiosi attenti alla dimensione storica. Infatti Friedrich è autore di un libro che si chiama Sulla
sapienza degli indiani (1808). Gli indiani sono quelli dell'antica civiltà indiana, in quanto lui era uno
studioso di sanscrito, come Bopp. Era attento ai rapporti verticali tra le lingue. Gli interessava il fatto che
il germanico fosse derivato dal sanscrito. Ma era anche interessato a capire quali erano i tratti comuni
tra queste lingue così lontane.

August Wilhelm scrisse un'opera incentrata sulla lingua e la letteratura provenzale, intitolata Corso di
letteratura drammatica (1818). Nel parlare della lingua provenzale fa delle osservazioni generali di
carattere morfologico.

Il 1818 è una data importante, perché fu pubblicata anche l'opera di Bopp Sul sistema di coniugazione
del sanscrito, in confronto con quello greco, latino, persiano e germanico.

I due momenti delle due classificazioni procedono di pari passo.

Friedrich Schlegel individua lingue che definisce:

1. isolanti
2. agglutinanti
3. flessive

(Le lingue isolate si individuano sulla base della classificazione genealogica. Sono quelle che non
rientrano in nessuna famiglia linguistica, quindi restano da parte. Sono lingue che non hanno una
matrice, sono uniche.
In Europa il basco è ancora oggi è una lingua isolata, a dispetto degli sforzi fatti dai linguisti. Questo per
non fare confusione con le lingue isolanti di cui parla Schlegel)

1. Le lingue isolanti sono quelle che lui, impropriamente, definisce lingue senza grammatica. Ma non
esistono lingue che non hanno grammatica, altrimenti non sarebbero lingue.
Schlegel voleva dire che queste lingue non hanno morfologia. Dato che lui era studioso di lingue
classiche e la grammatica era fondamentalmente manifestata dalla morfologia, lui creava questa
equazione grammatica=morfologia, quindi ne parlava come di lingue senza grammatica.
In queste lingue non c'è nel nome una distinzione di genere o di numero o di caso. Nel verbo non c'è
distinzione di persona, tempo e modo. Le forme sono sempre invariate. Quindi non c'è morfologia. Ad
esempio, in cinese, una parola come Ma significa cavallo, cavalli, cavalle.
La grammatica deve esprimersi in qualche modo. Le lingue isolanti, per indicare le relazioni
grammaticali, fanno riferimento o all'ordine delle parole (spesso la sintassi e la morfologia sono in
qualche modo inversamente proporzionali), quindi meccanismi sintattici, oppure fanno uso di particelle
che svolgono funzioni grammaticali.
Un esempio classico è il cinese, che viene anche detta lingua monosillabica, perché le parole sono
tendenzialmente monosillabiche e rappresentano dei nuclei isolati gli uni rispetto agli altri.

- Ma = cavallo
- Xiao Ma = piccolo cavallo
- Ma xiao = il cavallo è piccolo

In italiano, esprimere alcuni concetti attraverso l'ordine delle parole è una possibilità. In lingue isolanti
diventa determinante, obbligatorio, perché è l'unico mezzo a disposizione.

Un altro criterio presente nel cinese è che l'elemento retto precede sempre quello reggente.

- Chen Ma = il cavallo dell'uomo. 'Dell'uomo' si antepone all'elemento reggente.

Queste sono caratteristiche anche del cinese (elemento anteposto in funzione attributiva ecc). Ma
l'inglese non è una lingua isolante. Questi tipi non sono mai assoluti, ma rappresentano delle tendenze
delle lingue. Una lingua è tendenzialmente isolante, non lo è mai assolutamente.

Un altro carattere delle lingue isolanti è l'impiego di particelle.


Ad esempio, nell'espressione verbale abbiamo delle parole indipendenti che indicano la temporalità, la
persona.
Se voglio esprimere il futuro del verbo venire alla prima persona singolare, quindi ciò che corrisponde
all'italiano verrò, devo usare delle particelle accanto al verbo che signfica venire, perché non si flette.

Wo Kuai Lai = io presto venire

In cinese abbiamo tre parole, in italiano una, perché si flette e porta le informazioni grammaticali al suo
interno.
Isolante = le parole restano separate.

Anche Saussure faceva una distinzione di questo tipo. Distingueva le lingue lessicologiche e le lingue
morfologiche.
Quelle isolanti sono lessicologiche. Sfruttano il lessico che compensa la mancanza di morfologia.

In inglese c'è la stessa situazione = I will come.


Anche in inglese c'è un tratto isolante. Ma in questo caso si tratta di un punto d'arrivo, perché l'inglese
ha perso nel tempo la sua morfologia. In virtù di questo ha sviluppato meccanismi sintattici, di ordine
delle parole e di impiego di particelle funzionali, come will, che servono ad esprimere il futuro.
Ciò non toglie che l'inglese sia di fatto etichettabile come lingua flessiva. Perché presenta ancora tratti
di flessione, come quella che si definisce flessione interna, quindi apofonia. Essendo interna, è come se
fosse un tratto di iperflessività.
Non si può mai parlare in termini assoluti.

2. Nelle lingue agglutinanti abbiamo una situazione in cui le parole si uniscono per esprimere delle
funzioni grammaticali. In questa unione, una delle parole svolge esclusivamente una funzione
strumentale, grammaticale.
Si chiamano così perché portano nella loro formazione etimologica il termine glutine. E' come una colla.
Le varie parole si incollano per creare qualcosa che è un tutt'uno.
Questi elementi che svolgono funzione grammaticale hanno anche un loro valore semantico,
indipendentemente dall'unione con altre parole. In altri termini, nelle lingue agglutinanti, queste parole
che si uniscono e che diventano dei morfemi grammaticali, sono anche morfemi liberi.
ES = la formazione dell'avverbio con il suffisso -mente in italiano. Possiamo considerare -mente come un
fatto di grammaticalizzazione, perché sappiamo che 'mente', in una prima fase, era una parola
autonoma. Poi ha perso la sua autonomia semantica e non ce ne accorgiamo più perché si fonde con
l'aggettivo e diventa avverbio.

In una lingua agglutinante, questa funzione si conserva.


Le lingue agglutinanti fanno ampio uso di affissazione, quindi di processi derivativi.

Un'altra caratteristica specifica è che ogni morfema indica una e una sola funzione grammaticale.

ES = l'ungherese è una lingua agglutinante. Non a caso, anche da un punto di vista genealogico, per
quanto parlato in europa, non è una lingua indoeuropea.
Le parole sono piuttosto lunghe, perché sono costituite da una serie di morfemi concatenati, in quanto
ogni funzione grammaticale è espressa da un unico morfema.
In una lingua flessiva come l'italiano, tutte le indicazioni grammaticali sono fuse ed è difficile distinguere
la parte lessicale da quella grammaticale.
Nelle lingue agglutinanti, la segmentazione morfologica è molto semplice.

kert = giardino
kertben = in giardino

Ben, che ha una funzione esclusivamente grammaticale, deriva da una parola autonoma che significa
intestino, quindi una parte interna. Attraverso un processo metaforico, ciò che è interno è andato a
rappresentare il caso locativo.
Se voglio indicare la pluralità, devo fare riferimento ad un altro morfema.

Kertekben = nei giardini

Nelle lingue flessive, come anche il latino, in cui la desinenza IBUS indica sia il locativo che la pluralità,
l'informazione grammaticale viene espressa da una sola desinenza. Ad esempio, in italiano abbiamo
gatto, in cui la o indica sia il genere che il numero.

Questo è il tratto che caratterizza maggiormente le lingue agglutinanti rispetto a quelle flessive.

3. Le lingue flessive fanno uso di affissazione, però, a differenza di quelle agglutinanti, gli affissi sono
elementi della flessione, nel senso che non solo portano indicazioni grammaticali, ma sono anche
obbligatori.
Questo significa che, mentre nelle lingue agglutinanti i morfemi grammaticali sono anche liberi, quindi
possiamo avere anche solo kert, in italiano non possiamo avere solo gatt.
La o deve essere necessariamente espressa.

Le lingue flessive non hanno solo affissi, ma anche 'desinenze'. Hanno anche, in alcuni casi, la flessione
interna, ovvero la variazione della vocale radicale in funzione morfologica, molto presente nelle lingue
classiche e antiche, ma ancora, in qualche forma marginale, presente in italiano (vedo/vidi, faccio/feci,
esco/uscii).
Esistono lingue esclusivamente strutturate sulla base dell'apofonia, cioè della flessione interna. Ad
esempio le lingue semitiche, che hanno una struttura a pettine; il morfema morfologico che si innesta su
quello lessicale.
Alcuni studiosi successivi a Schlegel diranno che le lingue che si avvalgono esclusivamente di questo
strumento possono essere definite introflessive o iperflessive, perché è come se la flessione interna
fosse una forma eccessiva, esasperata di flessione.

Un'ulteriore distinzione elaborata da August Wilhelm all'interno delle lingue flessive :

a. lingue sintetiche
b. lingue analitiche

August Wilhelm Schlegel indende dire che, nel tempo, le lingue flessive possono sciogliere la loro
flessione. Ecco perché si parla di polo sintetico e analitico. Quindi, sciogliere la flessione significa che, in
luogo di un'unica parola incui sono fusi molti valori grammaticali, si estrae un elemento a sé che ha una
funzione grammaticale specifica.
L'italiano, rispetto al latino, è una lingua analitica. Infatti, l'italiano non ha più i casi, quindi invece di
un'unica parola ROSARUM, l'italiano fa riferimento alle preposizioni, quindi utilizza delle rose. Anche se
'delle' è la fusione di due unità, quindi sarebbero tre parole.
Ciò non avviene in tutti i casi. Ad esempio la forma verbale verrò/andrò continua a fondere questi valori.
Rispetto al latino, l'italiano usa le preposizioni al posto dei casi, gli ausiliari per esprimere alcuni tempi
del verbo, laddove le lingue molto sintetiche hanno delle forme che non sono mai composte, e usa
avverbi per esprimere i gradi dell'aggettivo. C'è l'uso di parole indipendenti. In latino ALTIOR, in italiano
più alto.

Ecco perché l'inglese somiglia al cinese. Perché è una lingua flessiva analitica, che quindi utilizza più
parole rispetto ai morfemi, avvicinandosi al tipo isolante.

Anche in questo caso parliamo di gradi di sintesi o di analisi. Non c'è mai uno stato assoluto. Dipende
sempre dal riferimento che facciamo ad altre lingue.

Nel corso del tempo, in rapporto alla classificazione morfologica, i linguisti hanno individuato altri tipi.

Esiste il tipo incorporante. Per 'incorporazione' si intende quel fenomeno per cui l'oggetto o lo
strumento dell'azione viene incorporato nell'espressione verbale stessa.
Le lingue incorporanti sono come una fattispecie delle lingue agglutinanti, dato che c'è un unione di più
morfemi.
Una lingua incorporante è il nahuatl. E' la lingua degli Aztechi.

ES = per capire cos'è l'incorporazione, possiamo pensare ad un fenomeno che si verifica anche in
italiano, anche se non è esattamente la stessa cosa.
In un'espressione come Dimmelo, è come se avessimo l'incorporazione dell'oggetto. Si può sciogliere in
di questo a me. Si può passare dalla forma sintetica a quella analitica.
Questo ci consente di dire che non esistono tipi puri, perché questo è un tratto di incorporazione,
perché l'italiano è una lingua flessiva.

A un livello superiore di incorporazione, troviamo le lingue polisintetiche.


In queste lingue abbiamo una condizione nella quale in un'unica parola è presente tutta una frase. E'
una caratteristica tipica delle lingue amerindiane.
Siamo su un livello che è agli antipodi rispetto alle lingue isolanti.
19.11.2014

Tesnière utilizzava la prospettiva sintattica per classificare le lingue del mondo.

Coseriu è uno strutturalista. L'impostazione scientifica di Coseriu è quella della corrente del pensiero
linguistico dello strutturalismo, che ha come suo padre fondatore Ferdinand De Saussure.

Quello che preme studiare quando si tratta di tipologia è l'osservazione dei tipi di lingue per vedere
cos'hanno in comune tra loro, al di fuori dei loro rapporti di vicinanza geografica.
Per fare queste classificazioni bisogna identificare dei principi universali, generali, che possono servire
ad osservare le lingue e a classificarle in tipi.
Le analisi che si fanno nell'ambito della tipologia escono da quelle che sono le osservazioni relative a una
singola lingua.

Coseriu dice delle cose fondamentali sugli studi tipologici, che hanno anche una rilevanza generica che si
può collegare a fatti anche strutturali.

Osservando il brano a p. 202 (Atl), vediamo che Coseriu parte proprio da alcuni interrogativi molto
basilari.
Siccome in anni recenti, a partire dagli anni '80 in poi, con la pubblicazione dell'opera di Chomsky
Syntactic structures, si sono amplificati moltissimo gli studi sulla grammatica generativa.
La grammatica generativa pone l'enfasi, più che sulle lingue specifiche, sugli universali della lingua, sui
principi generali di organizzazione delle lingue. Infatti, sappiamo che secondo Chomsky ci sono dei
principi innati, validi per tutte le lingue del mondo.
Poi ci sono dei fatti più specifici che lui chiama parametri, che permettono di differenziare tra loro le
lingue.
Per influenza di questi studi di grammatica generativa e per l'enfasi che i generativisti hanno
posto sui caratteri universali delle lingue, si è creata in qualche modo una ricerca molto intensa sui fatti
universali del linguaggio. Qualcosa che Coseriu sottolinea essere un po' problematica, perché potrebbe
portare a una proliferazione eccessiva di fatti che in realtà non sono universali e trasversali.
Quindi, secondo Coseriu, occorre ragionare in termini molto astratti su cosa sono gli universali; capire
quale può essere la loro natura; e in questo modo delineare dei principi guida che ci permettano di
studiare la questione degli universali linguistici in maniera più coerente, senza creare cose che non sono
universali; senza creare una interproduzione di fatti pseudouniversali.
Per cui, ragionare in senso logico e astratto su cosa può essere un'universale linguistico, dice Coseriu,
può essere funzionale a questa ricerca degli universali linguistici, perché può delimitarne la ricerca
stessa.

Il brano sull'atlante parte proprio da queste osservazioni: ci servono delle linee guida per studiare gli
universali.
Dobbiamo capire cosa può essere un fatto universale e usare queste linee guida universali per vedere se
le cose che noi studiamo sono effettivamente fatti di natura universale o meno.
Coseriu, ragionando in termini astratti per capire queste linee guida, dobbiamo ammettere tre diverse
possibilità nell'ambito dello studio degli universali.
Innanzitutto, fatti che vengono osservati in lingue specifiche, sono potenzialmente degli universali.
Questo perché se una lingua ha una certa caratteristica, esiste almeno in linea generale la possibilità che
questa caratteristica possa ritrovarsi e ricorrere in tutte le altre lingue del mondo. Quindi, a livello di
pura possibilità, tutte le caratteristiche presenti in tutte le lingue del mondo, sono degli
universali possibili.
Al contrario si può ragionare facendo un'osservazione da un punto di vista diametralmente opposto.
Non vado ad osservare i fatti specifici ad ogni singola lingua, ma ragiono sull'essenza delle lingue stesse
e su quei caratteri che riconosco come assolutamente indispensabili e necessari affinché un sistema di
comunicazione sia effettivamente una lingua. Per cui, tutti i fatti che io ritengo essere indispensabili ad
un sistema di comunicazione per essere una lingua, sono degli universali essenziali o universali
razionali, li chiama Coseriu.

ES = quando abbiamo studiato i caratteri generali delle lingue, abbiamo studiato che sono dei codici
arbitrari. Hanno natura biplanare, ovvero che un segno linguistico ha la caratteristica di avere un
significante e un significato. La linearità, ovvero successione lineare degli elementi. Alcuni dicono anche
la creatività (ricorsività).
Tutte queste proprietà rappresentano effettivamente degli universali linguistici, perché ci permettono di
definire che cosa sono le lingue.
Un altro punto di osservazione è dato da quello che Coseriu chiama generalità storica o empirica,
ovvero quei fatti universali che vengono effettivamente riscontrati in tutte le lingue.

Quando si parla di fatti che vengono riscontrati in tutte le lingue, si può ragionare anche in termini
statistici. Si può quindi riscontrare che una cosa sia effettivamente trasversale e ricorsiva in
tutte le lingue conosciute, come ad esempio la presenza di vocali e consonanti, oppure la presenza di
sillabe aperte. Ma in altri casi, questa universalità empirica può essere basata anche su un fatto
puramente statistico. Per cui, se un fenomeno è presente nella maggioranza delle lingue del mondo,
allora anche questo fenomeno può essere considerato come un universale empirico. Perché la maggior
parte delle lingue del mondo, data la quantità che esiste di lingue, ha una validità universale anche se è
basata soltanto su una questione di statistica, come fatto preponderante.

(brano p. 202)
Ciò che Coseriu comprende all'inizio delle ricerche, è che gli universali constatati e proposti non sono tali
nello stesso senso. Ciò perché ci sono diverse tipologie di universali.
A fronte del fatto che ci sono degli universali di natura differente, alcuni che sono presenti in tutte le
lingue, altri che effettivamente non possono essere presenti in tutte le lingue, ma che vengono
comunque considerati come universali. Altri che hanno validità statistica, un'estensione della maggior
parte delle lingue, come facciamo a sapere quali di questi possono essere considerati effettivamente
universali linguistici? Possiamo farlo solo in base a un ragionamento a priori con il quale possiamo
identificare dei tipi.
Coseriu qui afferma che bisogna distinguere, in base allo status logico, cinque tipi di universalità: tre tipi
primari e due secondari.
I tre tipi primari sono i seguenti:

1) Universalità concettuale o universalità in quanto possibilità: anche una categoria osservata in una
sola lingua è universale, nel senso che costituisce una possibilità universale del linguaggio. Siccome le
lingue che noi parliamo sono storiche, dette anche naturali, nel senso che non sono inventate; se una
lingua è naturale, quindi formata in maniera spontanea, il semplice fatto che sono create
spontaneamente, tutte le caratteristiche che presentano possono potenzialmente essere di valore
universale. Un fatto che esiste in natura è potenzialmente di valore universale, che si potrebbe ritrovare
in tutte le lingue (ad esempio l'opposizione tra vocali e consonanti).

2) Universalità essenziale o universalità intesa come necessità razionale: qui invoca la razionalità
perché, appunto, questi universali sono derivati in maniera logica dalle caratteristiche che riconosciamo
come intrinseche alle lingue. Dice che ogni caratteristica appartenente ai concetti di lingua e linguaggio
è universale.

3) Universalità intesa come generalità storica o empirica: universalità delle caratteristiche che
effettivamente si riscontrano in tutte le lingue. Questa può essere assoluta o relativa. E' relativa quando
queste caratteristiche non si riscontrano in tutte le lingue, ma nella maggior parte di quelle conosciute.
A livello teorico non c'è differenza tra i due tipi.

Ci sono poi degli universali che derivano dall'intreccio di alcune di queste tre caratteristiche. Si dicono
selettivi e implicativi.

Quelli selettivi sono quelli che, a partire dai fatti possibili, quindi dalle caratteristiche che riscontriamo in
tutte le lingue del mondo. Tra queste possibilità, si deve ridurre il numero di caratteristiche, andando ad
indentificare i cosiddetti universali empirici. Ci sono sei combinazioni possibili, però empiricamente si è
constatato che ci sono tre ordini basici più ricorsivi nelle lingue del mondo che sono : verbo, soggetto,
oggetto; soggetto, verbo, oggetto; soggetto, oggetto, verbo.

CHIEDI A QUALCUNO, LA PROFESSORESSA è COMPLETAMENTE CRETINA.


LEZIONE 21/10/2014

La fonetica si occupa dello studio dei suoni linguistici che chiamiamo foni.
(Ci occupiamo adesso dei foni da un punto di vista fisico, e non per ciò che riguarda la loro funzione =
fonologia. Ci occupiamo della materia -non forma- dei suoni).

La fonetica è una disciplina tripartita :

- FONETICA ARTICOLATORIA = si occupa del modo in cui vengono articolati i foni ;


- FONETICA ACUSTICA = propagazione dei suoni ;
- FONETICA UDITIVA = modo in cui i suoni vengono recepiti dall'orecchio.

(ci occuperemo quasi esclusivament della fonetica articolatoria)

Uno strumento di cui si avvale la fonetica, ovvero l'alfabeto fonetico internazionale, rende conto di tutti
i foni che l'apparato di fonazione umano può produrre.
La sede della voce è la glottide, che è lo spazio tra le corde vocali, ovvero due pliche muscolari che
possono accostarsi o discostarsi, rendendo un suono sordo o sonoro.

Sulla base della distinzione tra suoni sordi e sonori, distinguiamo le vocali dalle consonanti.
Nelle vocali c'è sempre vibrazione delle corde vocali; nelle consonanti ci può essere o meno.

C'è anche una terza categoria di suoni che condividono tratti delle vocali e delle consonanti; vengono
detti approssimanti o semiconsonanti o semivocali, proprio perché hanno questo statuto intermedio.

Le vocali sono le articolazioni piene di sonorità. Perciò sono anche dette sonanti. Le consonanti si
definiscono in questo modo proprio perché sono sempre associate ad un suono vero, ovvero un suono
vocalico: consonano insieme ad un altro suono (vocale).

LE VOCALI

Le vocali sono di numero inferiore rispetto alle consonanti.


Per descrivere in assoluto tutti i foni, sia vocalici che consonantici, si prendono in considerazione tre
parametri :

VOCALI
CONSONANTI

1) MODO DI ARTICOLAZIONE 1) MODO


DI ARTICOLAZIONE
2) LUOGO DI ARTICOLAZIONE 2) LUOGO
DI ARTICOLAZIONE
3) ARROTONDAMENTO DELLE LABBRA 3) PRESENZA/ASSENZA
DI SONORITA'
(O MANCANZA DI ARROTONDAMENTO)
1) Nel caso delle vocali, la modalità si riduce ad una diversa gradualità dell'apertura/chiusura. Perché le
vocali, rispetto alle consonanti, presentano flusso d'aria che proviene dai polmoni, che non incontra
nessun ostacolo vero e proprio. Questo flusso può essere più o meno aperto, in base alla formazione
degli organi.

2) Per quello che riguarda il luogo di articolazione, abbiamo vocali avanzate e vocali arretrate.
Le vocali avanzate sono anche dette palatali. Quelle arretrate vengono dette velari. Questi sono luoghi
tipici delle articolazioni consonantiche.

3) L'arrotondamento delle labbra è detto anche distensione. Esiste un'altra terminologia che è quella di
procheilia. L'assenza di arrotondamento è detta aprocheilia.

Combinandosi, questi parametri danno luogo alle diverse vocali.

Esistono delle vocali che sono fondamentali, che in qualche modo hanno questi parametri in massima
misura : ci sono delle vocali massimamente aperte, quelle massimamente chiuse; vocali che sono il più
possibile avanzate e quelle che sono il più possibile arretrate.

Sulla base di questo, riusciamo a costituire il cosiddetto triangolo vocalico = vocali principali dette
cardinali.

- la 'a' è una vocale centrale. Non è nè avanzata nè arretrata. E' la vocale massimamente aperta. Vocale
bassa (la lingua è completamente abbassata).
- la 'i' è una vocale avanzata (la punta della lingua si avvicina al palato). E' una vocale più chiusa della 'a'.
- la 'u' è una vocale chiusa e arretrata (la parte centrale della lingua si solleva, non più la punta). E' più
arretrata.

Sia la 'i' che la 'u' sono più chiuse della 'a'. Sono le due vocali massimamente chiuse. Perciò sono
collocate sullo stesso asse per ciò che riguarda l'apertura/chiusura. La differenza è data dal luogo di
articolazione.

Tutte le altre possibili vocali le individuiamo in relazione a queste tre, che sono dette proprio per questo
vocali cardinali. Esse sono presenti in tutte le lingue.
A queste se ne possono aggiungere altre, in base alla lingua a cui facciamo riferimento. Ma queste sono
universali perché rappresentano queste caratteristiche in massima misura.
Da un punto di vista semiotico, è molto facile distinguerle. Ecco perché sono quelle primarie.

ES. = possiamo considerare il sistema di queste tre vocali in modo parallelo ad un altro sistema di
comunicazione fatto solo di tre elementi: il semaforo (ha sema nella sua forma etimologica). Esso porta
dei segni; è fatto di 3 colori (rosso, verde, giallo) che devono indicare cose ben diverse. Se esso
presentasse diverse gradazioni dello stesso colore, non sarebbe da un punto di vista semiotico molto
efficace. I colori devono essere molto diversi, proprio come queste tre vocali.

Tra le lingue che hanno solo queste tre vocali, ci sono le lingue semitiche, come l'arabo. Esso non fa
distinzioni, ad esempio, tra la a e la e. Queste tre vocali sono quindi sufficienti per una lingua.

Facendo riferimento all'italiano, da un punto di vista grafico esistono 5 grafemi delle vocali. Tenendo
conto dei foni (realizzazioni delle vocali) ve ne sono 7. Le vocali presentano una diversa apertura e anche
un diverso grado di avanzamento o arretramento.

- la 'ɛ', rispetto alla 'a', è più chiusa, ma non quanto la 'i'; è più avanzata rispetto alla 'a'. E'
semi-aperta.
- la 'e' è più chiusa rispetto alla 'a', ma non quanto la 'i'; è semi-chiusa.
- la 'ɔ' è più arretrata rispetto alla 'a', ma non quanto la 'u'; suono semi-aperto ma arretrato rispetto alla
'a'. C'è la procheilia (arrotondamento delle labbra).
- la 'o' è più chiusa rispetto alla 'u'. E' semichiusa e arretrata (velare), ma non quanto la 'u'.

Le vocali cardinali sono quelle che il bambino acquisisce come prime e che l'afasico perde per ultime.

TRAPEZIO VOCALICO:
dove i simboli appaiono in coppia, quello a destra rappresenta una vocale arrotondata (= i - y -> iu).

CONSONANTI

1) Modo di articolazione
2) Luogo di articolazione
3) Presenza\assenza di sonorità

1) I modi di articolazione delle consonanti fanno riferimento sempre alla chiusura del flusso respiratorio,
che poi si converte in onde sonore. Perché le consonanti, rispetto alle vocali, presentano dei
restringimenti.

Il modo articolatorio principale è quello delle Occlusive, che prevedono una chiusura totale del canale di
fonazione.
Questa chiusura può avvenire in diversi luoghi (come per le vocali, anche per le consonanti i parametri si
combinano = dire occlusiva non equivale a descrivere un suono, perché dipende dove si è venuta a
creare l'occlusione).

- occlusive =

- p = bilabiale sorda (= luogo di articolazione -> bilabialità)


- b = bilabiale sonora

- t = dentale / alveolare sorda


- d = dentale / alveolare sonora

- k = velare sorda (velo palatino/pendulo = parte morbida del palato che finisce con l'ugola)
- g = velare sonora

(glottidale -> chiusura a livello della glottide = ʔ. L'aria che viene dai polmoni incontra un ostacolo
completo)

- fricative = hanno come modo articolatorio una strettoia del canale di fonazione, che può essere molto
spinta, ma mai una vera e propria chiusura.

- s = dentale / alveolare sorda (=detta anche sibilante). La lingua non si schiaccia contro gli alveoli
dentali, ma si avvicina di molto.
- z = dentale / alveolare sonora (= casa).
Resta sorda in ambiente sordo = scoramento
Diventa sonora in ambiente sonoro = sgomento

- f = labiodentale sorda. Il canale è molto ristretto, ma non completamente chiuso.


- v = labiodentale sonora.

Queste sono le articolazioni più diffuse (fricative). Le occlusive sono quelle fondamentali: le prime che il
bambino acquisisce, insieme alle vocali cardinali (suoni massimamente chiusi e suono massimamente
aperti = mamma, papà..)

- nasali = si verifica un'occlusione. Ciò che le distingue dalle occlusive, è il fatto che nella produzione
delle nasali, il velo pendulo è abbassato; questo consente il passaggio dell'aria nella cavità nasale (il naso
vibra).
Non vi è una contrapposizione tra sorde e sonore: esse sono sempre sonore.

- m = bilabiale
- ɱ = labiodentale -> quando pronunciamo la parola inferno = la pronunciamo come una labiodentale a
causa della presenza della f, in virtù della legge del minimo sforzo (=pronunciamo dei suoni in
concatenazione con altri).
- n = dentale
- ɲ = palatale (gn). La parte centrale della lingua non si avvicina semplicemente al palato, ma vi si
schiaccia contro.
- ŋ = velare. Si realizza quando segue una velare (=angolo).

- vibranti = abbiamo un articolatore mobile che si muove ripetutamente. Si avvicina ad una parte
dell'apparato di fonazione più volte. L'apice della lingua (punta) si avvicina agli alveoli.
Alcuni lo pronunciano in modo più arretrato (= r moscia. Vibrante che ha un luogo di articolazione
diverso = ugola).

- r = alveolare

Sul manuale, rispettivamente le occlusive e le fricative sono indicate come momentanee e continue. Ciò
accade perché le occlusive si realizzano in un solo momento. Il canale di fonazione viene chiuso; quando
si apre, in un solo momento fuoriesce l'artiolazione che non può essere continuata (=dovrei dire tante
diverse p). Quando viene pronunciata la s, si può continuare a farlo senza doverla ripetere (=continua).

- laterali = l'aria fuoriesce lateralmente. Sono sempre sonore.

- ʎ = palatale
- l = alveolare

Nasali, vibranti e laterali rientrano in una sottocategoria di foni che porta il nome di sonanti. Infatti,
queste sonanti, hanno una caratteristica che è tipca delle vocali: hanno sempre la sonorità e possono
portare l'accento.

A livello grafico, c'è un espediente per distinguere questi suoni nella loro funzione propriamente
consonantica da quella vocalica: poniamo un cerchietto sotto il grafema.

- affricate = sono le ultime articolazioni che il bambino apprende. Si realizzano attraverso due diverse
fasi: occlusione e frizione. Ostruzione del canale di fonazione prima totale e poi parziale.
Queste articolazioni consistono in un insieme di occlusive e fricative.

- tʃ (c) = prima abbiamo un'occlusiva (= t), poi una fricativa (= ʃ). Postalveolare o prepalatale sorda.
- dʒ (g) = sonora

- ts = dentale/alveolare sorda (=zoccolo)


- dz = dentale/alveolare sonora (=zanzara)

-interdentali = th (=throw)
22/10/2014
Consonanti e vocali sono sempre presenti perché sembra svolgano un ruolo diverso nell'architettura
linguistica. Non è un caso che le consonanti siano molto più numerose delle vocali, quindi hanno ruoli
diversi.
Lo scheletro delle parole in genere si forma attraverso materiale consonantico. Le vocali intervengono a
dare un'informazione ulteriore, che spesso è di tipo grammaticale.

Infatti, in arabo, le radici delle parole, quindi la scrittura, si fonda esclusivamente sulle consonanti. Si
parla di radici tri-littere, che in realtà sono tri-consonantiche, che forniscono il significato di base della
parola. In queste vengono poi introdotte le vocali, che sono molto ridotte.
Ciò conferma il fatto che il nucleo semantico della parola è convogliato dalle consonanti, non dalle vocali.
D'altra parte, se abbiamo la parola 'gatto', possiamo subito verificare che l'informazione grammaticale è
portata da un elemento vocalico. Infatti possiamo variare la parola: gatto, gatti, gatte ecc.
Se togliamo completamente l'informazione grammaticale, abbiamo già l'informazione semantica. Ciò
accade anche se togliamo l'altra vocale (=gtt).

La scrittura abbreviata utilizzata in chat si fonda proprio sul principio della scrittura consonantica delle
lingue semitiche.
Quindi, lo scheletro della parola viene retto dalle consonanti. Ecco perché le vocali sono di numero
inferiore. Ed ecco perché molto spesso c'è una maggiore possibilità di variare la pronuncia delle vocali,
laddove quella delle consonanti è più o meno omogenea.

ES= in inglese -> that può essere pronunciato in diversi modi, per quanto riguarda la variazione della
vocale.

Approssimanti = suoni intermedi, che hanno sempre sonorità ma non hanno un'apertura simile a quella
delle vocali. In italiano abbiamo soltanto due approssimanti:

- j = palatale. La troviamo nella pronuncia della parola 'chiesa'. Questo suono non è propriamente
vocalico, a dispetto del fatto che a livello grafico lo troviamo come vocalico. Nella pronuncia si tratta di
una semivocale. L'accento cade sulla 'e', esclusivamente. E' un tutt'uno. Altrimenti si dovrebbe
pronunciare 'ch I esa'. E' un suono molto più breve e che non ha le caratteristiche di una vocale propria.
- w = labiovelare. Si realizza nella pronuncia della parola 'quadro'.

Sono semivocali o semiconsonanti. Le riscontriamo quando sono in connessione con le vocali, creando i
dittonghi. Il dittongo è quindi dato da un insieme di approssimanti più vocali.
Con l'unione di due vocali, abbiamo invece lo iato.

Esistono dittonghi ascendenti e discendenti. Quelli ascendenti sono quelli che si realizzano quando la
semivocale precede la vocale (chiesa, quadro = l'accento sulla vocale). In quelli discendenti la vocale
precede la semivocale. ES = zaino. La 'a' è la vocale piena che porta l'accento; la 'i' è la semivocale (non
diciamo zaìno).

Esistono anche trittonghi, ad esempio nella parola 'miei' . Abbiamo un unico elemento vocalico, quello
centrale, e altre due semivocali. (sono casi rari)

Poiché esiste una grande discordanza tra la scrittura e la pronuncia, i linguisti (fonetisti) si servono di
simboli che indicano la precisa pronuncia di un determinato fono, indipendentemente dalla grafia. Questi
costituiscono l'alfabeto fonetico internazionale. Esso è composto da lettere dell'alfabeto latino e da altri
segni.
Questa esigenza nasce dal fatto che, ad esempio, ciò che è scritto come vocale si pronuncia in realtà come
semivocale.
Ma in realtà, gli esempi di discordanza sono molto più profondi e creano una grande difficoltà nella
pronuncia, nella lettura. Ciò perché lingua e scrittura sono codici diversi, quindi procedono su binari
paralleli; per quanto la scrittura si adegui alla lingua, questa resta molto più conservatrice della lingua. La
scrittura serve proprio a rendere fissa e stabile la lingua. Proprio per questo serve intervenire dall'alto,
attraverso le riforme ortografiche, per cambiare la scrittura in modo che rispetti la pronuncia.
Normalmente non c'è questa perfetta aderenza tra le due.

In italiano abbiamo molti esempi di questo fenomeno.


Ci sono dei segni che usiamo nella scrittura, che non si pronunciano affatto, come ad esempio la H. La H
ci serve spesso per distinguere dei suoni occlusivi velari da quelli affricati prepalatali.
Ci sono situazioni in cui abbiamo due lettere che in realtà si pronunciano in un unico fono (sc = ʃ). E'
presente un'anomalia che sta nel fatto che si pronuncia ʃ solo quando segue un certo tipo di vocale = scena
(ʃ); scoramento (sk = pronuncia delle due lettere). Ciò crea molte difficoltà per un apprendente di italiano.
Lo stesso caso si verifica con 'glottide' e 'aglio', o 'geroglifico'.

Ci sono altre anomalie, come il fatto che uno stesso simbolo grafico (=grafema) si può pronunciare in
modi diversi = c -> tʃ e k.

Ci sono altre lingue in cui queste divergenze tra scritto e parlato sono anche più radicali.
L'inglese ad esempio. In alcuni casi presenta realizzazioni fonetiche assolutamente imprevedibili = cough.

In francese, una serie di grafemi non si pronuncia affatto = terza persona plurale -> ils viennent (il vien) .

L'alfabeto fonetico internazionale ci consente, attraverso i simboli, di individuare l'esatta pronuncia delle
parole.

La trascrizione fonetica in italiano.


-a=a
- b = b (occlusiva palatale sonora)
- c = k , tʃ (occlusiva velare sorda, affricata postalveolare sorda)
- d = d (occlusiva dentale/alveolare sonora)
- e = ɛ, e (può essere anche una questione diatopica, ma spesso è una questione funzionale che non può
essere lasciata al caso = alcune parole in italiano si distinguono proprio nell'apertura o chiusura della
vocale -> venti, vɛnti).
- f = f (fricativa labiodentale sorda)
- g = g, dʒ (occlusiva velare sonora, affricativa postalveolare sonora)
- h = 0 (nella trascrizione viene indicata con h)
- i = i, j (vocale chiusa, semivocale approssimante)
-l=l
-m=m
- n = n, ɱ, ŋ (nasale dentale, nasale labiodentale, nasale velare)
- o = o, ɔ (vocale semichiusa, vocale semiaperta)
- p = p (occlusiva bilabiale sorda)
-q=k
- r = r (vibrante alveolare) R (vibrante ugulare)
- s = s, z (fricativa alveolare sorda, fricativa alveolare sonora)
-t=t
- u = u, w (vocale chiusa, semivocale approssimante)
-v=v
- z = ts, dz (affricata prepalatale sorda, sonora)

Nelle trascrizioni fonetiche si utilizzano convenzionalmente le parentesi quadre []; i simboli presenti
nell'alfabeto fonetico; si indica anche l'accento.

L'accento = rientra nei fatti prosodici o sovrasegmentali. Ciò significa che mentre i foni sono concatenati
tra loro (ɱ, ŋ) e quindi si può procedere rispetto il principio della linearità, l'accento non è un qualcosa di
segmentabile, ma qualcosa che si sovrappone alla produzione di un certo suono, che in genere è quello
vocalico.

Esso non è qualcosa che possiamo pronunciare prima o dopo, ma è coesistente con la pronuncia della
vocale tonica; ecco perché non può essere segmentato.
In altri tipi di linguaggio ci sono fatti coesistenti; nella lingua c'è la linearità. Infatti, questo è un elemento
che va in contrasto con questo principio.

L'accento consiste in una maggiore intensità articolatoria.


Esiste anche un altro tipo di accento = l'accento musicale. Qui intervengono i toni, non una maggiore
energia articolatoria; la tonalità con cui una vocale è pronunciata (=il cinese è una lingua a toni).

Il monosillabo, ad esempio, presenta un accento che non può essere che quello, infatti non viene scritto
(tranne per distinguere due parole monosillabiche).
Invece in cinese c'è una differenza tonale tra Ma e Mà (ascendente e discendente).

(non ci interessa il cinese)

L'accento è una caratteristica della sillaba, non della semplice vocale. Ci sono sillabe accentate e sillabe
non accentate.
Nella trascrizione fonetica, l'accento non viene indicato sulla vocale; lo indichiamo con un segno che
viene posto prima della sillaba che porta l'accento.

La sillaba = unità prosodica che il parlante istintivamente riesce a cogliere; i bambini hanno facilità a fare
la divisione in sillabe. Deve contenere almeno una vocale, perché è quella che porta l'accento; possono
essere composte da una o più consonanti.
Possono esserci sillabe più o meno lunghe, e in questo senso distinguiamo nella sillaba un nucleo
vocalico, un attacco se prima c'è una consonante, una coda se dopo c'è un'altra consonante.
L'accento cade sempre sul nucleo. La sillaba prototipica (quella più diffusa) è data dalla combinazione
consonante-vocale. Sono le sillabe presenti nella 'lallazione', ovvero la prima parte della produzione del
linguaggio (bambini).

Le sillabe che terminano in vocale si chiamano aperte o libere (= pa-ga-re); quelle che terminano in
consonante si chiamano chiuse o implicate (= con-trat-to).

Lingua = ['liŋgwa] (dopo segue una velare) (wa -> vocale preceduta da semivocale-> l'accento cade sulla
'a' = ascendente)

Le vocali hanno la caratteristica di poter portare o meno l'accento. Ma i foni hanno anche un'altra
caratteristica, ovvero possono essere più o meno lunghi. A livello grafico, possiamo avere la ripetizione
dello stesso grafema.
ES= gatto presenta tue 't'; nella trascrizione lo scriveremo due volte -> ['gatto].

Ma non tutte le articolazioni doppie o geminate (= i suoni possono essere semplici o geminati -> lunghi) .
Non tutti i suoni lunghi vengono indicati nella scrittura, anche se li pronunciamo come tali.
ES= in 'aglio' pronunciamo una gl lunga. Nella trascrizione dobbiamo indicare la doppia = ['aʎʎo].

Anche le vocali possono essere lunghe. Per esse esiste un altro espediente, ovvero l'utilizzo dei due punti :
, che indica il prolungamento della vocale.
Molto spesso le vocali toniche sono più lunghe. Molto spesso c'è una specie di gioco tra le vocali e le
consonanti quando sono semplici o geminate: quando c'è una consonante geminata o lunga, la vocale sarà
breve; quando c'è una consonante semplice, la vocale (soprattutto se è accentata) sarà lunga.
ES= fato ['fa:to]e fatto ['fatto].

Per le affricate, dato che presentano un doppio simbolo, c'è un'alternativa rispetto a quella di raddoppiare
il simbolo.
Possiamo ripetere due volte il simbolo, oppure possiamo ripetere soltanto il primo simbolo = ['pattso] .

- ʎ = approssimante laterale palatale (sonora).


dopo le affricate non si mette la vocale = squagliarsi.
La i ha una funzione unicamente grafica = calcio -> serve a farci capire che si tratta di un'affricata e non
di un'occlusiva.

CHIEDI A UMBERTO
23/10/2014

Consonanti
Acquisizione delle costrittive = le fricative (Jakobsson), perché determinano una costrizione del flusso
sonoro che esce attraverso una strettoia. Necessitano l'acquisizione delle occlusive: c'è una gerarchia.

Acquisizione infantile delle semiocclusive = affricate, opposte alle occlusive corrispondenti (quelle che
fanno da base alle affricate). (brano pag 206)

Ci sono delle caselle annerite = quei foni sono impossibili per l'apparato di fonazione (p. 242).
Le fricative sono statisticamente i foni maggiormente presenti nelle lingue del mondo. In italiano
facciamo riferimento alla 'f', 'v', 's', 'z'.
Abbiamo fatto riferimento alle fricative presenti nell'inglese = θ (thing) e la corrispondente sonora ð
(this).
In prima posizione abbiamo le fricative bilabiali (spagnolo).

I suoni faringali esistono delle lingue semitiche.

Le retroflesse = rispetto alla 't' e alla 'd' dentali, abbiamo le retroflesse che hanno una simbologia molto
simile.

- ʈ = consonante occlusiva retroflessa sorda:


il suo modo di articolazione è occlusivo, perché questo fono è dovuto all'occlusione del
canale orale seguita da un brusco rilascio detto esplosione.
il suo luogo di articolazione è detto retroflesso, perché nel pronunciare tale suono la punta
della lingua si flette all'indietro toccando il palato.
ES= pronuncia di karta in svedese; pronuncia di svart in norvegese.

- ɖ = consonante occlusiva retroflessa sonra:


ES= pronuncia di nord in svedese [nuːɖ].

Tutti i suoni di cui abbiamo parlato sono detti esplosivi, ovvero utilizzano la fase dell'espirazione.
Durante questa fase, a seconda di come si conformano gli organi, si producono alcuni foni.
Esistono alcuni suoni detti implosivi, ovvero sfruttano la fase di inspirazione. Sono molto marginali nello
scenario delle scelte delle lingue. Si trovano nelle lingue africane, ad esempio, e corrispondono ai
cosiddetti 'click'.
A questi suoni (foni), corrispondono dei suoni non propriamente linguistici. Per esempio, un'implosiva
dentale è il suono che facciamo quando esprimiamo una negazione ɗ.
C'è un'implosiva palatale = ʄ (indica il suono del cavallo che cammina...lol).
C'è anche un suono implosivo bilabiale = ɓ (suono che si produce chiudendo le labbra e tirando verso
l'interno, con un esplosione).
Alcuni suoni sono sempre sonori e hanno la caratteristica di diventare propriamente suoni vocalici
(sonanti).
Le sonanti possono portare l'accento, perché diventano vere e proprie vocali. Ad esempio, nel nome
croato di Trieste non c 'è proprio il dittongo, ma c'è direttamente la sonante, quindi abbiamo la forma di
'TRST'. La sonante si indica con un cerchietto che si pone sotto il grafema accentato (sonante).

Esistono accenti primari e accenti secondari = quando una parola è troppo lunga ci possono essere due
accenti.

Gli accenti rientrano nei fatti relativi alla prosodia e sono sovrasegmentali (l'accento si sovrappone alla
sillaba).
Un altro fatto prosodico è l'intonazione, che pure è un fatto sovrasegmentale. In italiano, questa riesce
a distinguere una frase affermativa da una negativa; dove in altre lingue bisogna ricorrere a
procedimenti anche di tipo sintattico.
Questa rientra anche nella produzione di frasi complesse, in cui per indicare le frasi incassate
moduliamo la voce in un certo modo. Ciò non è qualcosa che segmentiamo, ma che facciamo
contemporaneamente alla produzione del significante.

Fino ad ora ci siamo occupati dell'aspetto fisico dei suoni.


Quando cominciamo a renderci conto del fatto che i suoni hanno anche un valore, che non sono
semplicemente dei foni, non ci può essere troppa tolleranza nella trascrizione.

ES= quando pronuncio la parola mano, posso farlo con una a diversa: con una 'a' più lunga, più corta, più
stretta ecc..

- æ = fono di transizione tra la 'a' e la 'e'

Mentre 'meno' (barese) è una diversa realizzazione di 'mano', 'meno' è qualcosa di completamente
diverso. Si tratta di due diversi fonemi
Il fonema, a differenza del fono, ha una funzione linguistica. Di per sé non porta un significato; ma nella
combinazione con altri fonemi contribuiscono a differenziare il significato (quindi hanno una funzione
linguisitca).
Ecco perché possiamo parlare della 'a' in termini fonetici senza fare riferimento a nessuna lingua. Ma se
dobbiamo parlare della 'a' in quanto fonema, necessariamente dobbiamo parlare del ruolo della 'a' in
una determinata lingua. Perché in una lingua, ciò che può essere un fonema può essere in un'altra lingua
semplicemente una variante di un fonema.

Quindi diciamo che in italiano 'a' è un fonema che comprende tutta una serie di possibili realizzazioni
fonetiche, che si dicono allofoni, ovvero sono diverse realizzazioni (foni) di un
fonema.
Nel fonema 'a' rientra: una 'a' semplice, una 'a' lunga, ecc.
Il fonema, in realtà, è una classe di foni. Racchiude tutto un insieme di varietà possibili di foni.

Quando noi parliamo, e quindi pronunciamo i significanti che sono nella nostra testa, sicuramente non
pronunciamo fonemi ma foni. Il fonema è un'entità astratta, infatti rappresenta una classe di
realizzazioni.

ES= /a/ [a, a:, æ]


/r/ [r, R] (vibrante alveolare, vibrante uvulare) = sono due allofoni; è un fatto diafasico.
/p/ [p, ph] (variante diatopica della p).
Se un napoletano parla con un toscano, il napoletano dice pane e il toscano dice phane, sicuramente si
comprendono, perché si tratta di diverse realizzazioni di quello stesso suono.
E' molto diverso, invece, se si passa dalla p alla b, quindi passo ad un suono che è molto simile alla p, che
ha in più la sonorità. Ma questo semplice tratto in più fa si che si oppongano dei significati; quindi
abbiamo patto/batto (opposizione=significati diversi).
P e B non sono due allofoni, ma due fonemi.

Le parole che si distinguono in virtù di un unico fonema, sono dette coppie minime (cane/pane). Quindi
hanno il significante coincidente per tutto il resto della catena fonica.

Mentre in italiano 'ph' è solo una variante di 'p', ci sono lingue in cui l'aspirazione è un fatto distintivo.
Per cui ci sono parole che si oppongono semplicemente in virtù della presenza o assenza di aspirazione,
mentre in italiano conta la presenza o assenza di sonorità.
In hindi, ad esempio, si distinguono delle parole esclusivamente in virtù di questo fatto.

Anche la lunghezza vocalica (che rientra nell'arbitrarietà delle lingue) può essere scelta da una lingua o
da un'altra per distinguere significati. Abbiamo visto che in italiano la lunghezza vocalica non è distintiva;
essa rientra nell'allofonia. Ma ci sono lingue in cui non è così = posso dire lino, liino e la parola è sempre
la stessa. In inglese, se dico 'sheep' o 'ship', la lunghezza vocalica è rilevante da un punto di vista
fonologico; non è più un fatto fonetico, bensì fonologico.

Gli allofoni possono essere detti anche varianti (rispetto ad una forma canonica/prototipica).
Le varianti possono essere libere, che dipendono dal singolo individuo (=che può pronunciare la vibrante
come uvulare -diatopia-) o quelle combinatorie, che sono quelle realizzazioni fonetiche che deviano
rispetto alla norma in virtù del fenomeno della coarticolazione.
ES= Esiste un fonema 'n' che difatto si realizza a livello fonetico in diversi modi = ŋ, ɱ.
Queste varianti però non sono libere, non dipendono dalla pronuncia del singolo parlante, ma sono fatti
dovuti alla presenza di altri suoni.

Se analizzassimo sempre attraverso gli spettrogrammi la realizzazione della parola 'canto', vedremmo
che la 'a' ha anche un piccolo coefficiente di nasalità, che sicuramente non avrà la 'a' di 'caro'; essendo la
'a' vicina alla 'n', che è nasale, quella comincia a caricarsi di un coefficiente di nasalità, perché i suoni si
coarticolano, si pronunciano di seguito, non sono segmentati.
Quando parliamo non pronunciamo i fonemi, bensì i foni.

Astratto e Concreto.
- Saussure
Teorica di Saussure che contrappone il livello astratto e il livello concreto.
Nella lingua c'è un livello astratto, ovvero potenziale, e un livello concreto, ovvero
attualizzato/concretizzato.

Saussure parla dell'opposizione tra langue e parole (il fonema è un'entità astratta a differenza del fono,
che è concreto; ciò rientra in questa opposizione).

- La langue è qualcosa di sociale, necessario, collettivo; qualcosa che pre-esiste rispetto alla parole =
posso realizzare qualcosa solo se ho un modello di riferimento; posso realizzare una partita a scacchi,
quindi pormi sul livello della concretezza, soltanto se conosco le regole del gioco, quindi la langue, il
codice di base che mi permette di giocare.

- La parole, rispetto alla langue, si caratterizza come qualcosa di individuale, legato alla scelta
dell'individuo (Saussure parla di un atto di intelligenza del singolo individuo che sceglie di parlare in un
certo modo sulla base della langue).

La langue è fatta di tutte le diverse entità di vario livello (fonemi, morfemi, segni, parole) e delle regole
che servono a combinare queste entità/unità, che ci portano alle entità di livello superiore.

La parole è semplicemente l'atto del parlare.


Noi, della parole, abbiamo già parlato quando abbiamo presentato il circuito = c'è un individuo che
mette in atto la langue.

Questa opposizione è così importante da essere stata ripresa poi da altri linguisti.

- Chomsky
Langue/parole si ritrova anche nella concezione di Chomsky; però lui utilizza i termini di competenza ed
esecuzione.

Se pensiamo all'inglese, ci rendiamo conto di come l'esecuzione coincida con la parole (perform).

La competenza è la conoscenza di quelle regole (che nella sua visione sono innate) che consentono la
performance.
Lui parla di esecuzione, quindi fa riferimento al fatto che uno stesso atto comunicativo può essere in
realtà realizzato in diversi modi.
ES = la musica -> uno stesso spartito musicale può essere eseguito in modi diversi. Ci possono essere
arrangiamenti diversi, le esecuzioni non saranno mai tutte uguali, pur essendo fedeli allo spartito.
Differenza tra Chomsky e Saussure
Per Chomsky la competenza non è sociale come la langue di Saussure; perché essa è la conoscenza delle
regole che sono inglobate nel meccanismo (LED, sono innate). Per lui è sempre un fatto individuale.
Quindi sia competenza che esecuzione sono fatti individuali.

La contrapposizione individuale/sociale non è così netta se si prende in considerazione un testo di


Saussure (p. 89; non elaborato dall'autore stesso ma pubblicato postumo dai suoi allievi).
Nel brano si fa riferimento al rapporto tra langue e parole nell'individuo e nel dialogo, quindi nello
scambio sociale.
Dice che la langue è qualcosa di sociale perché se parliamo una determinata lingua è perchè ci troviamo
in una determinata comunità di parlanti e facciamo riferimento a quel codice.
ES= siamo in Italia, parliamo italiano-> italiano della collettività. Nessuno di noi ha nella propria testa
tutto l'italiano; esso è qualcosa che va al di là dell'individuo; è la somma di tante cose. Questo italiano ci
serve come base per realizzare degli atti di parole che sono individuali.
Quinidi, la langue è sociale, mentre la parole è l'atto individuale.
Però queste due polarità si possono anche rovesciare, perché in realtà, la langue è presente nella testa
di ciascuno di noi; ci sono tutti i segni e tutti i modi per combinarli (langue).
Noi parliamo, produciamo degli atti di parole, proprio perché c'è socialità, altrimenti non parleremmo.
Quindi, la parole, pur essendo realizzata dal singolo individuo, in realtà ha la sua ragione d'essere
semplicemente in quanto fatto sociale, in quanto scambio.
Quindi, queste due polarità non sono nettamente distingue.
C'è sempre una dinamicità tra langue e parole = ciò che si trova nella langue deve essere stato un tempo
parole.
Quindi, diciamo che per realizzare la parole ci rifacciamo alla langue; ma in realtà è la parole che può
modificare la langue. Così avviene l'evoluzione linguistica; così si creano nuovi stati di langue.
A livello di realizzazione linguistica, a livello di concretizzazione della langue, si possono fare anche delle
deviazioni rispetto alla langue. Queste si possono anche affermare con l'uso e possono entrare nella
langue. Non sono più la realizzazione del singolo individuo, ma diventano qualcosa di sociale, entrano
nella langue.

ES:
- devo fare una cassata (dolce) = devo fare un atto concreto.

- per fare la cassata, mi rifaccio a qualcosa di astratto = la ricetta della cassata, dove ci sono gli
ingredienti e poi il procedimento.

- gli ingredienti = entità/unità della lingua


- procedimento = modo di combinare le entità

Faccio la cassata con un ricettario. Ad un certo punto mi viene in mente di osare e di introdurre una
variante rispetto alla norma. Quindi, per esempio, metto la cannella nella cassata.
Questo diventerà una mia variante, una realizzazione concreta, un atto di parole mio e soltanto mio.
Faccio la cassata in occasione di una festa, per cui, tutti gli invitati apprezzano la mia cassata. Notano
che c'è qualcosa di diverso e mi chiedono che cosa c'è. Io dico di cosa si tratta e quindi altre persone
potranno emulare quello che ho fatto; quindi ad un certo punto cambierà la ricetta della cassata e la
cannella rientrerà tra gli ingredienti della cassata.

Ho modificato la langue attraverso una modifica a livello di parole = se le cose non si fanno prima
concretamente, non possono cambiare il modello del modo in cui si fanno.

Il brano presenta anche una piccola immagine in cui la parole è posta al di fuori dell'individuo, mentre la
langue è all'interno del singolo individuo.
Questo contraddice quello che normalmene si trova sugli altri manuali di linguistica, ovvero che la
langue è sociale e la parole è individuale.

L'atto di parole deve essere realizzato dal singolo individuo, ma in un contesto sociale.
La langue è all'interno della sua testa.
In questo senso , non c'è molta differenza con la competenza di Chomsky.

NOTA : nel brano, la lingua viene presentata come un tesoro e come un deposito.

La lingua non è altro che la consacrazione di ciò che è stato evocato attraverso la parole.

Nell'ultimo paragrafo si fa riferimento al fatto che per avere la langue nella sua interezza, possiamo
prendere in considerazione la somma dei tesori delle lingue individuali = sommando la langue di ogni
individuo, abbiamo la langue sociale.
Sommando l'italiano di tutti gli italiani, noi abbiamo l'italiano.

Tutto ciò che si considera nella sfera interiore dell'individuo, è sempre sociale, perché niente può
entrare nella lingua se non è stato prima consacrato dall'uso.

Quindi, quando parliamo di diacronia, di evoluzione linguistica, parliamo della langue.


Però questa diacronia deve essere partita dalla parole.

- Jakobson
Astratto = codice
Concreto = messaggio

LA FONOLOGIA nasce dopo l'insegnamento di Saussure, nell'ambito di una scuola di studiosi nota
come Circolo di Praga (anni 20). Era composto da studiosi praghesi (Trnka, Vachek), ma anche russi
(Jakobson, Trubeckoy).
Questi studiosi pubblicano nel 1929 le famose Tesi di Praga, in cui fondano la fonologia (distinta dalla
fonetica).
Prima di all'ora si parlava, in termini molto generici, di suono.
In queste tesi ci sono anche delle regole per l'individuazione del fonema, e si dice anche quali sono le
regole per capire se si è in presenza di un fonema o di una variante allofonica (fono) attraverso un
procedimento, ovvero la prova di commutazione. Commutare significa scambiare.
La regola fondamentale è che se si scambiano/commutano due foni diversi e non riscontra una
differenza di significato, in realtà si è in presenza di un fonema.

C'è un'altra regola che fa riferimento alla pratica della commutazione. Qui però c'è una differenza. Si fa
sempre riferimento alle varianti, ma a quelle di tipo combinatorio.
Se scambiamo due diverse realizzazioni foniche in posizioni diverse e notiamo che il significato non
cambia, siamo in presenza di varianti combinatorie.

(sono stati loro a parlare di varianti libere e combinatorie)


25.11.2014
Atl. p. 195

C'è una classificazione che ha sempre una base morfologica, ma non solo. Infatti si definisce una
classificazione su base morfologico-semantica, che è stata proposta da Sapir.
Si basa sulla presenza nelle lingue di diversi parametri, che sono :

a. presenza di alcuni concetti grammaticali (campo semantico)


b. la scelta di una certa tecnica grammaticale (isolante, flessiva, simbolica...)
c. grado di sintesi

Sulla base della combinazione di questi fattori, si classificano le lingue.

a. Si tratta di quattro concetti. Non tutte le lingue li possiedono tutti e quattro. Sulla base dell'impiego di
alcuni di questi concetti e della scelta di queste tecniche e grado di sintesi, si delineano classi linguistiche
diverse:

1. Basici
2. Derivativi
3. Relazionali concreti = esprimono delle relazioni tra le parole
4. Relazionali puri = parole messe in relazione tra loro attraverso l'ordine delle parole.

ES = The farmer kills the duckling.

Ci sono concetti strettamente linguistici. In farmer individuiamo un agente espresso dal suffisso er, che è
un morfema derivativo e quindi morfemi legati a morfemi di base.

Tutte le lingue devono esprimere i concetti basici ed i concetti relazionali puri.

Tipologia sintattica (classificazioni)


Criterio areale:

- adstrato.

Il cinese e il giapponese rappresentano una lega, nonostante siano lingue diverse.


Il cinese è una lingua isolante, mentre il giapponese è una lingua agglutinante.

Dal punto di vista genealogico sono diverse. La scrittura del giapponese presenta ideogrammi più
semplificati di quelli del cinese.

Un'altra lega è quella balcanica, dove sono presenti lingue diverse che hanno in comune alcuni tratti:
rumeno, greco, albanese, macedone, serbo-croato.
L'articolo posposto è il tratto in comune.
Criterio genealogico: in base al quale le lingue vengono classificate secondo elementi in comune.
Capacità di riportare le differenze tra le lingue ha innovazioni rispetto.

Metodo comparativo.

Nella seconda metà dell'800 la linguistica è stata influenzata dalla scienza naturale secondo l'albero
genealogico di Darwin.

(p. 193-213)
Schleicher si ispira al modello di Darwin, dicendo che le lingue sono paragonabili alle specie, parlando di
specie linguistiche, specie famiglie e specie gruppi.

Assoluta non curanza del lessico.

La somiglianza di lessico può essere dovuta a fatti di contatto, influenze.

Il sanscrito (antica lingua indiana).

Sulla base della famiglia indoeuropea si è cercato di individuare altre famiglie (quali sono le famiglie
indoeuropee pag. 329).

Semantica = la semantica come disciplina è nata tardi e presenta dei caratteri che la rendono:
- filosofia
- psicologia

La semantica è connessa alla semiologia per la trasmissione di un contenuto.


Pierce propone la classificazione dei segni in tre fattori:

1. la realtà
2. il segno
3. l'interpretante = momento di connessione tra il segno e la realtà

(visione triadica del segno)

Pierce distingue sulla base di tre fattori tre diversi tipi distinti:

1. simboli = segni in cui il rapporto tra il segno e la realtà è assolutamente immotivato, arbitrario;

2. icone
3. indici

Per questo motivo c'è bisogno che l'interpretante deve conoscere la convenzione per la quale è stata
stabilita tra il segno e la realtà.
I simboli sono tutte le unità di prima e seconda articolazione che sono immotivate e convenzionali. Non
c'è motivo per il quale il 'si' italiano corrisponda a un 'yes' in inglese.
Limitazione al carattere arbitrario.

Diagrammaticità della lingua: in qualche modo il significante rende conto delle variazioni del significato.
Questo fenomeno emerge in Jakobson nei dell'aggettivo, si nota un
allungamento del significante per rendere ampliamento del significato.

- high
- higher
-highest

Forme del plurale che sono più lunghe di quelle al singolare:

- amo, ami ama


- amiamo, amate, amano.
26.11.2014

Tripartizione dei segni :

1. Simboli
2. Icone
3. Indici

SIMBOLI = singole unità.


ICONE = combinazione di unità (sintagmi).

I simboli sono arbitrari, ma presentano anche aspetti di limitazione dell'arbitrarietà. Limitazione di


arbitrarietà vuol dire motivazione. La motivazione è il tratto che incontriamo nelle icone.

Le icone sono quei segni nei quali il rapporto con la realtà è motivato. Per questo motivo, in questi segni
viene meno il carattere della convenzionalità, o almeno si riduce. Perché a volte capita che le icone,
originariamente motivate, possano nel tempo perdere la loro motivazione e diventare opache.

ES = un segno del linguaggio dei segni che indica l'avvocato era rappresentato da un gesto che indica gli
occhiali. Faceva riferimento al fatto che la maggior parte degli avvocati porta gli occhiali sul naso. C'era
una motivazione. Dopodiché, questo segno che aveva una sua motivazione, si è perso. Perché non
soltanto gli avvocati hanno cominciato a portare gli occhiali. Si è perso il legame.

Un'icona è una fotografia, che rappresenta una persona o una situazione in modo motivato, perché
rappresenta immediatamente la cosa per cui sta.
Un quadro non astratto è un'icona, perché indica in modo immediato la realtà che vuole rappresentare.

All'interno delle icone abbiamo una sottocategoria che definiamo diagrammi.


I diagrammi sono delle icone particolari, in quanto non rappresentano immediatamente, in modo
motivato, la realtà. Essi rappresentano in modo motivato la relazione tra le parti. Non rappresentano la
realtà in sé, ma la configurazione di una determinata realtà. C'è un grado di motivazione minore.

ES = un classico diagramma è quello che rappresenta l'andamento della febbre. Ci sono i vari orari della
giornata e le diverse temperature. Presenta dei picchi e delle discese della temperatura ad un
determinato orario. Esso non fotografa di volta in volta la temperatura di un determinato individuo, ma
permette di cogliere la relazione e l'andamento delle diverse temperature nell'arco della giornata. Non è
una rappresentazione diretta, ma è una rappresentazione dei rapporti tra le parti che costituiscono una
determinata entità.

Un diagramma è quello degli istogrammi. Potremmo rappresentare in modo diagrammatico la presenza


di maschi e femmine all'orientale
avremmo due rettangoli che rappresentano il numero dei maschi e delle femmine. Questo è un modo
per rappresentare la percentuale di studenti maschi rispetto alle femmine. Non è una fotografia della
composizione di un gruppo ecc. Quella sarebbe un'icona, in cui si potrebbe contare il numero dei maschi
e delle femmine (rapp. diretta).
Questa non è una rappresentazione diretta, ma è ugualmente motivata, iconica. Ma iconica in modo
particolare. In questo caso si parla di una diagrammaticità.

Riportiamo questa dimensione segnica nella lingua.


Le icone linguistiche sono, ad esempio, le parole onomatopeiche, perché riproducono immediatamente
la realtà.

I composti sono dei diagrammi perché, grazie alla relazione tra le parti, si può ottenere un significato che
non è in assoluto arbitrario, ma è arbitrario:

19 è diagrammatico perché lo scompongo in 10 e 9.


Rompighiaccio è un diagramma, perché si può scomporre.

La diagrammaticità si coglie in un modo ancora più sottile, su cui si è soffermato Jakobson, mostrando
come il significante sia correlato al significato. Per cui, all'aumento di significante corrisponde un
aumento del significato.

Se il diagramma manifesta una motivazione, per noi è un diagramma una qualsiasi combinazione non
solo di parole, come abbiamo visto nei composti (19), ma è un diagramma anche la combinazione di
morfemi che possono essere lessicali e grammaticali.

Anche la parola gatto è, in questa ottica, un diagramma. Perché combina in modo motivato un morfema
lessicale che corrisponde al contenuto di felino ecc, al maschile singolare. Anche questo è un
diagramma, per quanto questa dimensione sia più difficilmente percepibile.

Anche in inglese possiamo dire che cat è un diagramma, perché lo scomponiamo con il plurale cats. Il
plurale è più lungo del singolare (vedi lezione precedente).
In rapporto alla forma del plurale, diciamo che la forma cat è composta in realtà da un morfema
lessicale più un morfema zero. E' come se non ci fosse a livello di significante la marca del singolare, che
cogliamo proprio in opposizione al plurale.

Indici = un determinato segno indica necessariamente una determinata realtà. Non è in gioco
l'arbitrarietà, la motivazione, ma è in gioco la necessarietà. Ogni sego indica una determinata realtà che
deve essere in una contiguità spaziale. Cioè la realtà che è rappresentata dagli indici, deve essere in
qualche modo vicina ad esso.

ES = il fumo è un segno ed è un indice del fuoco. Possiamo dire che il significato del fumo è il fuoco.
L'indice fumo sta per noi per il fuoco, ci indizia che nelle vicinanze ci deve essere un fuoco. Possiamo
anche distinguere all'interno della categoria del fumo se si tratta di un fumo che deriva da una
combustione di qualcosa, se è il fumo di qualcosa di cucinato, del fumo di una sigaretta... Ma tutto ciò
deve essere in una contiguità spaziale.
Se percepisco il fumo, evidentemente il fuoco deve essere nelle vicinanze.

Nell'indice sono presenti queste due caratteristiche: la necessarietà e la contiguità spaziale.

Un altro esempio può essere l'orma (impronta). Essa non è un'icona. Non ci rappresenta in modo
immediato il fatto che sia passato evidentemente li dove ha lasciato quella impronta un essere umano o
un animale. Per noi diventa un indice del fatto che, nelle vicinanze, ci deve essere un uomo o un animale
che è passato e ha lasciato il suo segno.
Qui necessariamente ci deve essere il soggetto, altrimenti non ci sarebbe nemmeno l'impronta.

Le foglie che si muovono sono un indice della presenza del vento.

Tutto questo lo riportiamo su un piano linguistico. Esistono indici linguistici.

Tutto il fenomeno, che è un universale essenziale delle lingue, cioè la deissi, rientra in questa categoria.

I deittici sono degli elementi indicali o indessicali che necessariamente significano in presenza con la
realtà per cui stanno.

Dico 'questo' volgendo lo sguardo o usando l'indice (che non a caso si chiama così) verso un oggetto, e
'questo' significherà l'oggetto di cui sto parlando.

E' necessaria la presenza dell'elemento a cui ci si riferisce, e come l'elemento deittico trova la sua
significazione soltanto in un determinato contesto, che può variare di volta in volta.

Gli elementi deittici sono tutti i pronomi personali. Io dico : 'ascoltatemi, voi dovete stare attenti, oggi'.
Voi si riferisce agli studenti. Se dico 'voi dovete mettere in ordine' mi riferisco ad altre persone.
Questo 'voi' si riempie di volta in volta di contenuti diversi a seconda del contesto e della contiguità
spaziale alla quale si riferisce.

Questi elementi sono molto frequenti nella lingua. Sono come delle parole vuote che di volta in volta si
riempiono di contenuto.

Gli elementi indessicali sono : i pronomi personali, i dimostrativi, gli avverbi di luogo, di tempo. Tutti
questi elementi linguistici significano esclusivamente in presenza di ciò per cui stanno.

Attenzione: Peirce è un filosofo. Per cui, nella sua categorizzazione dei segni era attento alla dimensione
esclusivamente segnologica. Poi noi abbiamo trasferito questa tripartizione anche ai segni linguistici, ma
non è lui che parla degli elementi indessicali della lingua.

DOMANDA RICORRENTE : Che cosa sono gli indici in termini segnologici e in termini lingusitici?

Bisogna tenere distinti i due piani.

CHE COSA SONO I DIAGRAMMI LINGUISTICI? E si risponde andando direttamente sulla dimensione
linguistica.
I simboli in termini linguistici sono le unità. Sono tutte arbitrarie. Tutti i morfemi e i fonemi sono
arbitrari.
I sintagmi sono motivati perché le unità sono unite motivatamente. Possono essere unite in una
combinazione stretta, quindi in una parola. Oppure possono essere uniti in più parole e creare un
sintagma.
Invece, a livello di indici, collochiamo i testi. Sono l'ultima risultanza di questa strutturazione lingusitica.

Sul libro, la definizione di testo dice che esso è un indice. Dice che l'indice del testo è necessariamente
legato ad un contesto situazionale.

Esistono tre contesti:

1. contesto storico
2. contesto istituzionale
3. contesto situazionale

1. Al contesto storico, linguisticamente corrisponde un etnoletto (=lingua). Parlando di genealogia, a un


certo punto emergono delle lingue, proprio nella storia linguistica : prima c'era il latino; da un certo
punto in poi c'è stato l'italiano. L'italiano lo individuiamo e lo definiamo all'interno del contesto storico.
Ma il contesto storico di ogni singola lingua lo possiamo concepire come un grande contenitore
all'interno del quale andiamo a collocare i diversi contesti istituzionali. Nel senso che non esise in
realtà soltanto l'italiano, ma esistono diversi tipi di italiano, a seconda dei diversi contesti istituzionali di
cui si parla.

2. Il correlato linguistico del contesto istituzionale è, ad esempio, il socioletto (o lingua speciale,


tecnoletto).
Ad esempio, durante la lezione non stiamo usando semplicemente l'italiano, ma un determinato tipo di
italiano che fa riferimento al contesto specifico in cui ci troviamo. Stiamo usando un tecnoletto che è il
linguaggio della linguistica.
Esiste un italiano della medicina, della matematica, della biologia ecc. Un italiano calcistico, ecc. A
seconda dei diversi contesti istituzionali, usiamo un diverso tipo di italiano.

Andiamo da una generalità e da una astrattezza, verso una specialità e una concretezza. Perché, oltre al
contesto istituzionale c'è la dimensione del contesto situazionale. Non soltanto l'italiano usato dai
linguisti, ma adesso ci troviamo in una situazione contingente, quindi la lezione di oggi, e quindi abbiamo
un contesto situazionale.

3. A livello di contesto situazionale, cogliamo quello che è l'hic et nunc. Qui ed ora. Quindi la situazione.
Al contesto situazionale corrisponde l'idioletto che ciascuno di noi usa, a sua volta è fatto di vari idioletti.
Ognuno di noi usa registri diversi. Esiste un registro aulico, solenne, un registro informale, uno
colloquiale. Può esistere via via anche un registro affettivo. L'idioletto specifico che qualcuno usa con il
proprio ragazzo.

L'italiano è un codice molto ampio, all'interno del quale collochiamo dei sottocodici, che sono i diversi
italiani, e ciascuno di questi sottocodici al suo interno racchiude altri sotto-sottocodici.

Abbiamo un contesto di primo grado, di secondo grado e di terzo grado.

A livello di contesto storico, troviamo le unità. L'italiano standard è fatto di unità.


A livello di contesto istituzionale, collochiamo i sintagmi.
A livello di contesto situazionale, collochiamo i testi, che sono la realizzazione concreta di tutto questo
percorso.

ES = se scriviamo la parola 'portiere', ci collochiamo sul piano di un contesto storico: 'portiere' è una
parola dell'italiano standard, quindi di una lingua storica.
Portiere, a livello di contesto storico di etnoletto dell'italiano, ha una sua potenzialità, una sua
generalità. Però, se partiamo dalla dimensione dell'unità a quella del sintagma, quindi uniamo a
'portiere' altre unità, ci collochiamo in contesti istituzionali, già semplicemente usando l'articolo : il
portiere, le portiere. E' più specifico.
Ma il sintagma deve essere più complesso per farci capire qual'è il contesto istituzionale: il portiere del
mio palazzo, le portiere del mio quartiere. Sto indicando il valore di 'portiere' nel senso di un italiano
standard, di uso ordinario. Se creo un sintagma del tipo 'il portiere para un rigore' mi sono spostata in un
altro contesto, che è quello calcistico. Sono passata dal contesto del linguaggio ordinario a quello
calcistico.
Esiste un altro valore : le portiere della macchina. Qui siamo entrati in un altro contesto, che è un
tecnoletto usato dai carrozzieri. Siamo passati dalle unità ai sintagmi. Vediamo come le unità sono
correlate al contesto storico (la lingua in generale). I sintagmi, invece, sono colti nei diversi contesti
istituzionali.

Ci può essere un contesto situazionale specifico. Ecco che emerge un testo: 'dopo quel brutto incidente,
le portiere della mia macchina sono state verniciate a fuoco'.

Dai sintagmi, si può passare al livello successivo, ovvero una frase che può coincidere con un testo, che
si trova in un contesto situazionale particolare.

Questi livelli (unità, sintagmi, frasi) sono tutti connessi. Quando si arriva all'ultimo livello, il testo, in
qualche modo abbiamo in esso tutti i livelli precedenti.

Se un testo è fatto di sintagmi, i sintagmi sono fatti di unità, il contesto situazionale implica una
specificazione del contesto istituzionale e a sua volta del contesto storico.

Qui si crea una contrapposizione tra la sincronia e la diacronia.


In sincronia, avviene che l'atto linguistico (o il testo) è qualcosa che rappresenta il massimo grado di
specificazione, perché si passa dal contesto storico a quello istituzionale a quello situazionale. Quindi, si
passa dall'astrattezza alla concretezza (dalla langue alla parole).

In diacronia avviene esattamente il contrario, perché la diacronia è la dimensione del cambiamento


linguistico, prende in considerazione il fattore tempo.
Il cambiamento si verifica nella specifica produzione lingusitica. Dalla produzione lingusitica, che è un
fatto situazionale, idiosincratico, che si verifica in un determinato contesto situazionale, può passare ai
livelli superiori, quindi entrare a livello di contesto storico.
Una innovazione di una parola può, da un determinato punto fatto da un singolo soggetto, diventare
invece patrimonio della lingua. Si passa dalla concretezza all'astrattezza. Dalla specificazione alla
generalizzazione.

Tutto questo quadro di correlazioni lo caliamo nella dimensione semantica.

La semantica nel manuale è definita come rappresentazione. L'istanza di rappresentazione, cioè l'istanza
del significare che è propria della lingua, viene colta in tre dimensioni:
1. designazione
2. significazione
3. comunicazione

questi sono tre diversi gradi del significare, in cui ancora una volta si procede da ciò che è generale verso
ciò che è specifico. Quindi si procede da un contesto storico verso un contesto situazionale, infatti l'atto
comunicativo avviene in un contesto situazionale. Tutto ciò avviene utilizzando delle unità che si
combinano in sintagmi per creare dei testi.

1. La designazione è il rapporto tra la realtà e le cose (segno rispetto alla realtà). Quindi tra un segno e la
cosa per cui il segno sta. Portiere è un'unità che noi cogliamo nella sua generalità, quindi a livello di
contesto storico dell'italiano, quindi possiamo leggere la definizione di portiere in un dizionario, dove
non troveremo il riferimento alle portiere della macchina o al portiere di calcio.

1. A livello di significazione cogliamo il rapporto tra i segni. Infatti abbiamo parlato di sintagmi, quindi
del rapporto che si instaura tra le diverse unità che vengono avvicinate. E' soltanto il rapporto, ad
esempio, tra portiere e rigore che ci fa capire che ci troviamo in un determinato contesto istituzionale.
Quindi, questa designazione che è così generale, così vaga, viene a specificarsi, quindi assume una
signficazione.

2. Dopodiché possiamo creare un atto comunicativo, quindi utilizzare quel determinato sintagma nella
produzione di un testo. Quindi, usare una frase del tipo 'ieri purtroppo il portiere non è riuscito a parare
il calcio di rigore'. E' qualcosa che pertiene alla dimensione della comunicazione, dell'atto comunicativo.
DEFINIZIONE = rapporto tra i segni così come vengono usati dagli utenti in un contesto particolare : la
dimensione comunicativa.

Linguisti, filosofi, psicologi si sono occupati di questi diversi aspetti. Il contenuto è oggetto di studio non
solo dei linguisti.

Per cogliere bene cos'è la designazione, facciamo riferimento a Ogden e Richards. Uno è un filosofo,
l'altro è un linguista (una specie).

Questi due studiosi hanno elaborato una teoria della designazione e l'hanno anche rappresentata
secondo uno schema. Questo schema è un diagramma. E' noto come il triangolo fondamentale di
Ogden e Richards.

Già il fatto che si faccia riferimento al triangolo ci fa capire che nella loro visione sono presenti 3
elementi:

1. il fatto linguistico (parola, segno)


2. il pensiero
3. la realtà a cui la lingua si riferisce
Questo triangolo equilatero ha la caratteristica di avere due linee continue e una tratteggiata. Questo è
un fatto diagrammatico, significa qualcosa.

Già il fatto che questa linea sia tratteggiata indica che nella visione di Ogden e Richards il rapporto tra la
parola e la realtà non è un rapporto immediato, non è un rapporto continuo, non è un rapporto
motivato, perché è sempre mediato dal pensiero.

La relazione tra la parola e il pensiero è qualcosa di motivato, c'è una linea continua, così come è
motivato il rapporto tra pensiero e realtà.
Questo avviene attraverso questo 'mediatore' che è il pensiero. Non a caso si tratta di filosofi, di
pensatori. Insistono sul fatto che la lingua non è un insieme di parole legate alla realtà, ma è un fatto
mentale.

Questo triangolo rappresenta bene la designazione perché essa è il rapporto tra la parola e la realtà, che
è sempre mediato dal pensiero.

ES = se scelgo un determinato contesto storico, che è quello dell'italiano, e scelgo la parola 'dita', a
livello di pensiero questa parola è associata a una realtà rappresentata dalle dita delle mani e dei piedi.
Questo rapporto si realizza in italiano, e non c'è nessun legame necessario tra significante e significato.
Infatti, in un'altra lingua, troveremo un'altra parola e situazioni completamente diverse. Se pensiamo
all'inglese abbiamo 'fingers'. A livello di pensiero, associamo soltanto le dita della mano. 'Fingers'
rappresenta una sola realtà, non come in italiano. In inglese esiste la parola 'toes' che indica le dita dei
piedi.
Vediamo che Ogden e Richards, a modo loro, avevano colto quella particolare arbitrarietà della lingua
che consiste nella scelta della segmentazione dei concetti: ogni lingua esprime tutti i possibili concetti,
tutta la realtà, in modo diverso; per cui, compie delle segmentazioni arbitrarie, così come a livello
fonologico l'arabo segmenta solo a, i, u. Così l'italiano ha una sola casella per 'dita', mentre l'inglese ne
ha due.

Tutto questo viene colto da Ogden e Richards attraverso l'utilizzo del fattore pensiero. Il pensiero è
quindi il contenuto della parola. Se volessimo sovrapporre a questo sistema la visione di Saussure,
potremmo dire che il la realtà è il significato e il pensiero è il significante.
(FEV p. 141)

Un'altra importante visione è quella del filosofo Frege. Egli compie un'elaborazione più approfondita del
processo della significazione cogliendo tre diverse dimensioni :

1. referenza
2. senso
3. immagine associata

1. La realtà è collocabile solo sulla referenza, perché essa può essere considerata come un sinonimo di
designazione, o ancora di denotazione. Qui si fa riferimento al fatto che ogni elemento linguistico ha una
sua controparte nella realtà, cioè si riferisce alla realtà.

2. Il senso rappresenta il modo linguistico specifico in cui ci si riferisce alla realtà. Quindi, quando
parliamo di senso, parliamo già della significazione. Qui è in ballo il rapporto tra i segni; il modo in cui
usiamo i segni per riferirci ad una determinata realtà. Qui abbiamo il rapporto tra segni.

3. Per l'immagine associata vediamo emergere anche la dimensione dello specifico parlante, cioè le
associazioni mentali (tutti i contenuti) che un singolo individuo associa allo specifico rapporto tra i segni
che si è realizzato attraverso il tempo. Vediamo emergere il parlante. Anche qui possiamo vedere che si
va da una generalità ad una specificità. Anzi, da un'oggettività verso una soggettività, per cui i significati
possono avere un valore oggettivo comune per tutti; però possono essere usati in certe combinazioni
(sintagmi) che creano ulteriori significati. Questi sintagmi, in soggetti specifici, possono caricarsi di
ulteriori significati.

ES = il pianeta venere. Se utilizzo la parola venere per riferirmi al pianeta, ho fatto questo riferimento ad
un elemento della realtà in modo oggettivo. Quella è la designazione. Però posso fare riferimento a
questa realtà in modi diversi, utilizzando risorse linguistiche diverse, quindi posso dire: la stella della
sera, la stella del mattino, vespero, lucifero. Sono tutti modi diversi per riferirsi alla stessa realtà
oggettiva del pianeta Venere. Da parte di ciascuno di noi, questa particolare sintagmatica potrà essere
associata ad ulteriori significati. Nella mente di ciascuno di noi i significati sono collegati tra loro.

La professoressa può essere designata in modo oggettivo come Lucia Di Pace. Il suo nome, che la
identifica e la individua. Il suo nome indica una determinata realtà, la sua persona. Però ci si può riferire
a lei con sensi diversi, in modi diversi. Per noi lei è la nostra docente, ma resta sempre la stessa
referenza. Possono essere invece molteplici i sensi associati a quella referenza. Per sua figlia lei è la
mamma. Nei diversi contesti situazionali, possiamo creare delle combinazioni diverse e ottenere dei
significati diversi.

Nella testa di ciascuno, un determinato senso è associato a una serie di ulteriori valori significativi. Ad
esempio, a chi è piaciuto il corso, la docente potrà essere associata ad una serie di parole positive. A chi
non è piaciuto, associerà dei significati negativi.
Anche in questo caso, si passa da ciò che è generale (designazione) verso ciò che è specifico
(comunicazione).
27.11.2014

La referenza è unica, è qualcosa di oggettivo, perché è il rapporto con la realtà. Di conseguenza, la


referenza può essere, nella sua unicità, esplicitata in vari modi, cioè in vari sensi.
I sensi sono le modalità specifiche con le quali ci si riferisce ad una determinata realtà. Queste modalità
possono essere diverse pur rimanendo identica la realtà.

Le immagini associate sono dei valori supplementari, significativi, che si aggiungono ai significati che si
realizzano attraverso la relazione tra i segni che cogliamo a livello di senso.

Quando abbiamo parlato del livello della referenza, abbiamo fatto riferimento al nome della prof. I nomi
propri si collocano sempre in questa dimensione (referenza o designazione assoluta), perché un nome
proprio individua qualcosa di unico.

ES = posso riferirmi ad Alessandro Manzoni. La referenza sarà lui. Mi posso riferire a lui con il suo nome.
Posso usare anche dei sensi diversi e dire l'autore dei promessi sposi, l'autore del 5 maggio. Espressioni
diverse, sensi diversi, che si riferiscono alla stessa realtà. Promessi sposi e 5 maggio possono far scattare
nella testa di ciascuno di noi delle associazioni diverse.

In questo senso, questa tripartizione del significato è in parte sovrapponibile a quella tra denotazione e
connotazione. Anche se questa opposizione, passando soltanto a due livelli, sminuisce l'articolazione di
Frege.

Un elemento linguistico può avere una denotazione, ovvero una referenza, perché si riferisce alla realtà
extralinguistica, ma può essere anche caricata di un valore ulteriore, di un giudizio, e qui si parla di
connotazione.

La denotazione coincide con la referenza, mentre il senso e l'immagine acustica coincidono con la
connotazione (bianco, candido).

Questa tripartizione viene ripresa da Coseriu

(Atl. p. 109 - tutti e due i brani)

Coseriu si rende conto che esistono diversi livello di specificazione del significato. Alla referenza
corrisponde la designazione di Coseriu, al senso corrisponde il significato (modo specifico in cui designo
una determinata realtà), il senso di Coseriu è il livello significativo che si realizza a livello di testo, quindi
di specifica situazione comunicativa.

ES = dice Coseriu che posso riferirmi ad una persona con la pelle nera e usare l'espresione 'bel biondino'.
La referenza (o designazione) coinciderà con la persona di colore. Però posso, usando un meccanismo di
ironia, usare un significato particolare che è quello di 'bel biondino', che si allontana molto dalla realtà.

Coseriu dice che c'è un ulteriore livello che si coglie nel testo in particolare, che è quello su cui spesso in
realtà ci interroghiamo, perché ci rendiamo conto che aldilà delle singole espressioni, delle singole
articolazioni di un determinato contenuto che fanno riferimento a una realtà, il parlante ci vuole dire
qualcosa di specifico. Quindi ci domandiamo 'in che senso dici questo?', ad esempio. Cogliamo il fatto
che c'è un senso complessivo che va al di là di quello dei significati letterali, che cogliamo al secondo
livello. Molto spesso, questo senso di cui parla Coseriu, può essere anche molto diverso dal significato
letterale.
Ad esempio, Coseriu fa riferimento alle barzellette. Ci sono delle tipologie testuali in cui quello scarto tra
il significato e il senso è molto forte. Spesso succede, dopo aver sentito una barzelletta, 'non ho capito'.
Conoscendo la lingua si conoscono bene le designazioni di ogni unità utilizzata, ma non si capisce il
senso, spesso perché c'è un doppio senso, giochi di parole. Quindi, il significato può caricarsi di questo
ulteriore valore più specifico. Si parte dalla generalità alla specificità.

Molti autori si sono occupati del significato in modo diverso.

Ci sono alcuni autori che si interessano semplicemente dell'aspetto intralinguistico, che riguarda la
relazione tra le diverse unità linguistiche.

I linguisti teorici, soprattuto i strutturalisti, si occupano di questa dimensione, che rappresenta quella del
modo in cui è strutturato il significato. Non si interessano del rapporto con la realtà e dei fatti specifici
della testualità.

Saussure.
Anche nel linguaggio ordinario, il valore di una parola coincide con il significato.
Saussure, consapevole di questo, è attento a fare una distinzione. Mentre il significato è la controparte
del significante, il valore si coglie esclusivamente nel rapporto di un segno rispetto ad un altro segno.
Quindi, per parlare di valore linguistico, dobbiamo necessariamente fare riferimento al rapporto di unità
in cui un segno è collocato.

Se recuperiamo l'esempio di 'dita' in italiano, rispetto all'inglese in cui abbiamo 'fingers' e 'toes', quindi
due unità, dobbiamo necessariamente dire che il valore di 'dita' è diverso dal valore di 'finger', perché
accanto a 'fingers' c'è 'toes'. Il significato di 'fingers' è condizionato dalla presenza dei termini che sono
vicini. Non è semplicemente il significato, ma il valore.

Un discorso del genere si colloca sul livello della significazione, del rapporto dei segni tra loro.

Un altro strutturalista è importante per la semantica perché ha proposto un'analisi del significato in cui
non conta il rapporto con la realtà. L'attenzione è posta sull'analisi del contenuto.

Dice Hjelmslev che tutto quello che è stato fatto sul piano dell'espressione deve essere fatto anche sul
piano del contenuto. Ciò vuol dire che, così come noi abbiamo scomposto in fonologia, quindi sul piano
dell'espressione, il fonema nei suoi tratti distintivi, per cui arriviamo a dire che il fonema è un pacchetto
di tratti distintivi, dobbiamo parallelamente arrivare a scomporre una parola nei suoi tratti semantici.
C'è l'obbiettivo della scomposizione in un significato globale.

Hjelmslev, essendo uno strutturalista, procede rapportando i termini. Quindi, l'individuazione dei tratti
avviene attraverso un confronto degli elementi tra di loro. Perché questo confronto sia fruttuoso,
conviene cominciare a mettere a confronto parole che più o meno hanno a che fare le une con le altre
(base di comparazione = confrontare termini che hanno base comune).

Facciamo l'analisi semantica di: uomo, donna, gatto, gatta, cavallo, cavalla ecc.

Dal confronto tra questi elementi linguistici riusciamo a cogliere i tratti comuni:

- un tratto comune a tutti è l'essere animato;

c'è in Hjelmslev la stessa idea di Jakobson (il fonema di Jakobson) per cui i tratti si colgono in opposizioni
binarie, per cui si scrive + animato ecc. Perché se in questo confronto dovessimo introdurre anche la
parola libro, avremmo - animato.

- l'essere umano (uomo-donna), felino (gatto-a), equino (cavallo-a);


- maschio, femmina

esce fuori che ci sono tratti comuni e tratti che oppongono. In questo caso, il tratto che oppone queste
parole è umano, felino, equino.

Se avessimo la categoria 'suino', avremmo maiale e scrofa. In questo caso c'è arbitrarietà assoluta.

Se aggiungiamo a questo confronto di termini altri termini come bambino-bambina, dovrò


necessariamente indicare un altro tratto. Per cui, uomo sarà + adulto, mentre bambino sarà - adulto.

Questo è un tentativo di scomposizione del significato.

Parlando di cenemi e pleremi, questi sono i pleremi, ovvero le figure piene di contenuto, tratti pieni di
contenuto.

Questa analisi di scomposizione del significato serve anche per chiarire alcuni punti che continuano ad
essere abbastanza ostici nell'ambito della semantica. Ad esempio, la scomposizione dei significati così
effettuata, può essere utile per capire se esistono davvero dei sinonimi.

Nel fare questa scomposizione in tratti del significato, potremo verificare che in realtà non esistono veri
sinonimi. Sono pochissimi quelli veri e propri.

Se al posto di bambino avessimo fanciullo, avremmo un tratto in più perché fanciullo non è un termine
del linguaggio ordinario. Quindi è un termine che ha un tratto, una connotazione in più rispetto a
bambino.

Parole che sembrano assolutamente sinonimiche: antifebbrile-antipiretico. Sono apparentemente


sinonimi perché indicano la stessa referenza, però sono diversi perché antipiretico è più tecnico e tipico
di un linguaggio medico, mentre antifebbrile appartiene al linguaggio ordinario.

Altri concetti della semantica

Oltre ai sinonimi esistono gli omonimi, ovvero degli stessi significanti che hanno diversi significati. Un
esempio di omonimo è 'vite', perché con questo significante abbiamo due diversi significati. Infatti, in un
dizionario ci sono due diversi lemmi. Esiste un significato di vite in quanto pianta che produce uva, e un
secondo significato di vite in quanto oggetto metallico cilindrico ecc.

Ma l'omonimia è strettamente collegata con la polisemia. A volte, quelli che sembrano omonimi sono in
realtà due significati diversi della stessa parola.

Un esempio di polisemia è dato da 'mano'. Si può usare riferendosi all'arto, ma viene usato anche per
intendere una mano di gioco, ad esempio. In questo caso, mano si carica di un altro valore significativo.
Oppure 'questa parete è piuttosto sporca. Ci vorrebbe una mano di pittura'.

In questi casi possiamo parlare di polisemia. Tutto ciò si realizza attraverso un meccanismo studiato fin
dall'antichità, che è una figura retorica, ovvero la metonimia. Attraverso questo processo si creano
valori aggiuntivi. La polisemia si può creare anche facendo riferimento alla metafora: collo è una parte
anatomica, ma metaforicamente possiamo parlare del collo della bottiglia.

'Vite' è un esempio di omonimia. Ma a ben guardare, è un'ulteriore caso di polisemia. Perché la vite, in
quanto oggetto che si usa per avvitare qualcosa, riprende un tratto semantico che è proprio della vite in
quanto pianta. Perché la vite presenta i viticci. Questo tratto è in qualche modo riprodotto anche
nell'oggetto metallico, infatti si parla di filettatura della vite. Viene stabilita una metafora della
filettatura della vite in quanto pianta e quella dell'oggetto.

Gli antonimi sono i contrari. Le parole che hanno un significato opposto. Ad esempio : buono e cattivo;
bianco e nero.

Questo ci porta a dire che i significati sono raggruppati e raggruppabili (anche da parte del linguista) in
campi semantici. I campi semantici sono rappresentati da parole che evidentemente hanno molti tratti
comuni e alcuni che li differenziano.

Tutto il lessico è organizzato in campi semantici. Essi sono organizzati secondo alcuni principi.

Prima abbiamo fatto riferimento agli antonimi, che sono dei contrari. Però bisogna pensare che ci sono
casi in cui gli antonimi rappresentano solo le polarità di tutta una gradazione lungo la quale possiamo
disporre le varie parole che rientrano in un campo semantico.

ES = i termini che fanno riferimento alla temperatura possono essere disposti secondo una gradazione.
Quindi, tra caldo e freddo possiamo collocare il termine tiepido. Possiamo andare oltre : bollente,
ghiacciato, gelido. Vediamo che tutti questi termini, che appartengono a uno stesso campo semantico,
si dispongono lungo una scala.

Ci sono altri criteri di organizzazione del lessico. Uno è quello che non vede il criterio della gradazione
come fondante, ma quello della gerarchia. Un campo semantico si può organizzare in iperonimi e
iponimi. Cosa è più generale e cosa è più specifico.

Abbiamo una gerarchia in cui dall'iperonimo si hanno degli iponimi. Ma un iponimo può diventare un
iperonimo. Dall'iponimo si possono ripartire altre specificazioni.
28.10.2014

(definizione di fonema pag. 131 atlante)

'Chiamiamo fonemi le unità fonologiche che dal punto di vista di una data lingua non si possono dividere
in unità fonologiche minori'. Sono da rilevare diverse cose.
I fonemi vengono definiti come unità fonologiche. La nozione di unità si deve a Saussure. L'unità si
definisce e si delimita rispetto ad altre unità all'interno di un sistema. Il concetto di unità è strettamente
legato a quello di sistema. Infatti si dice che dal punto di vista di una data lingua si fa riferimento al fatto
che l'unità fonologica si può cogliere soltanto in riferimento ad un particolare sistema linguistico.
Possiamo parlare della 'a' semplicemente nella sua fonicità (fonetica, non fonologia), quindi
indipendentemente dalla lingua in cui viene inserita. Ma se parliamo della 'a' in quanto fonema, quindi
del suo valore linguistico, non si può parlare della 'a' in generale, ma della 'a' in italiano, o in arabo.
Quindi della 'a' che diventa fonema all'interno di un sistema, il sistema vocalico dell'italiano ad esempio.
Si fa riferimento al fatto che i fonemi non si possono suddividere in unità di livello inferiore. In realtà il
fonema è dato da un insieme di caratteristiche che lo definiscono, che sono però compresenti, non in
sequenza, perché il fonema è dato da un insieme di tratti. Di questi tratti, soltanto alcuni hanno valore
distintivo e fanno si che quello sia un fonema.
Il lato significante di ogni parola della lingua si può dividere in fonemi, si può rappresentare come una
determinata serie di fonemi. Qui si fa riferimento al concetto di linearità, perche i fonemi si susseguono
l'uno dopo l'altro proprio come una linea.
Non dobbiamo avere l'idea che i significanti sono costituiti dalla somma di fonemi messi uno dopo
l'altro, in modo meccanico. Ma che ogni parola è un'unità fonologica anch'essa e viene riconosciuta
come una figura anche dagli ascoltatori. Quindi, nel momento in cui si parla e si concepisce nella mente
la parola 'casa', non è che si va a mettere l'una dopo l'altra la c, a, s, a, proprio perché nella testa si ha
l'immagine acustica (figura) di tutta la parola. Questa operazione di segmentazione in fonemi
chiaramente la fa il linguista, che deve cogliere il valore dei fonemi che servono a creare i significanti, e
cioè le immagini acustiche. Ma il parlante, nel momento in cui produce una parola, non mette uno dopo
l'altro i fonemi, perché fa riferimento a questa immagine complessiva che è si data da una somma di
fonemi, però è un tutt'uno in sé. D'altra parte, anche quando leggiamo, non leggiamo tutti i fonemi che
costituiscono i significanti di una parola. Ne cogliamo solo alcuni e attraverso quelli leggiamo e
riconosciamo la parola. Non facciamo un'operazione meccanica di riconoscimento, fonema per fonema,
proprio perché c'è un'immagine di tutto il significante.
Il riconoscere le figure presuppone, però, la loro distinzione. Questo è possibile solo quando le singole
figure si distinguono per mezzo di determinate caratteristiche. Queste caratteristiche sono i cosiddetti
tratti distintivi. Patto si oppone a batto perché c'è un elemento di differenza. Quella differenza deve
essere colta. Bisogna riconoscere nell'insieme le figure nella loro complessità e riconoscere quel tratto di
differenza.

Le forme foniche (qui non si parla di fonemi, ma di forme foniche - richiamo alla teoria saussuriana.
l'impiego della parola forma non è casuale. Abbiamo parlato della differenza tra forma e sostanza. Qui
'fonema' viene sciolta in 'forma fonica').
La figura di cui si parla, la Gestalt, è l'immagine acustica, mentre la forma fonica è l'espressione
equivalente a fonema.

Le forme foniche (i fonemi) sono pura forma. Prendono parte a opposizioni fonologiche solo per mezzo
delle loro proprietà fonologicamente pertinenti.
Un fonema è tale soltanto in virtù della sua opposizione ad altri fonemi. Solo così acquista il suo valore.
Altrimenti è puro suono. Ma esso non è solo suono. E' forma, e questa forma la si percepisce perché si
oppone ad altre forme. L'insieme delle opposizioni creano il sistema.
Questi tratti che creano le opposizioni vengono detti 'pertinenti'.
La pertinentizzazione è il processo attraverso il quale si sceglie a cosa dare valore; cosa serve a creare
queste distinzioni.
Nelle diverse lingue possono essere di volta in volta pertinenti tratti diversi. La lunghezza vocalica, ad
esempio, in italiano non è pertinente, ma lo è in inglese.
Quinidi, la pertinenza è un concetto che nasce in ambito linguistico e poi ha avuto una grande
importanza, diffusione in ambito semiotico.

Quindi, i fonemi sono dati da alcuni tratti, alcuni sono pertinenti. Pertinente vuol dire che si tratta di
tratti distintivi. Servono a creare delle distinzioni, opposizioni, rispetto ad altri. Tutto ciò è arbitrario,
perché di volta in volta questi tratti sono pertinenti in alcune lingue e possono non esserlo in altre.

Esempio : pensiamo a cosa vuol dire pertinente in medicina. Un medico viene chiamato da un genitore
perché il figlio ha la febbre e avverte dei sintomi. Un sintomo può essere collegato a varie cause. Il
medico che visita il malato, si orienta in un determinato modo per la sua diagnosi. Di volta in volta
riterrà pertinenti dei tratti piuttosto che altri.

Il concetto di opposizione è molto importante, perché un fonema non si può individuare da solo, ma si
individua sempre in rapporto ad almeno un altro fonema.
Bastano soltanto due unità in opposizione per creare un sistema.

Ciò che conta, siccome stiamo parlando di forme e non di sostanza, non sono i caratteri positivi delle
unità, ma lo sono i caratteri negativi, quelli oppositivi, differenziali che ci fanno cogliere un'unità. Perché
essa viene colta nel confronto con le altre.

Questo è anche un concetto saussuriano = le entità sono sempre entità differenziali, oppositive,
negative, relative.

Possiamo anche fare riferimento alla scrittura. La 't' può essere scritta in diversi modi. Quello che conta
è che questi diversi modi, che sono varianti del grafema 't', non portino ad una confusione con altri
grafemi. Quello che conta è che la 't' si fermi sullo stesso piano delle altre lettere (cesto potrebbe
risultare scritto come cesfo).
C'è una possibilità di variazione, come avviene per gli allofoni, ma non bisogna eccedere troppo perché
sennò si va in un altro grafema e si entra in un altro fonema.

Le opposizioni sono fondamentali per creare un sistema.

Le opposizioni simpatiche (211-12) = ne parlava Darwin in riferimento all'atteggiamento degli animali,


del cane e del gatto. Egli aveva colto che alcuni atteggiamenti (segnali) degli animali avevano il loro
valore signficativo semplicemente perchè si opponevano ad un altro atteggiamento che magari aveva
una motivazione. Perché molto spesso il linguaggio degli animali è motivato.
Darwin esamina gli atteggiamenti del cane e del gatto. Mostra il concetto di tesi e antitesi. Spiega che
dei modi di comunicare si spiegano semplicemente perché sono in antitesi ad altri. Solo così si spiegano.
Prende in considerazione alcuni tratti che riguardano la forma che il dorso dell'animale assume: la coda,
la posizione delle orecchie.
Tutti questi tratti concorrono a veicolare un determinato messaggio comunicativo.

Il gatto: la prima immagine ritrae un gatto in un atteggiamento di aggressività. L'animale è acquattato,


quasi schiacciato per terra. La coda si muove molto, le zampe sono dii volta in volta portate avanti,
perché il gatto è in una posizione pronta a saltare, quindi ad aggredire. Tutto questo è motivato,
funzionale al balzo che dovrà fare.
Se confrontiamo questa posizione con quella opposta, ovvero la posizione favorevole, notiamo tutta una
serie di polarità. Le cose sono completamente rovesciate : la schiena è curvata, la coda è dritta. Questo è
un atteggiamento non aggressivo, che non ha nessuna motivazione di per sé, se non nel fatto che è
invece opposta a quella che indica aggressività.
Anche qui si può parlare dell'intervento di qualcosa di completamente astratto, non di concreto, perché
la coda tesa del gatto ha un suo significato semplicemente se si oppone alla coda che si muove in modo
frenetico.

Nel caso del cane la situazione è rovesciata. Il cane quando è contento scodinzola. Il corpo rigido indica
aggressività.
Anche nel caso del cane si parte dalla posizione di ostilità per cogliere la seconda come opposizione
rispetto alla prima.
Anche queste posizioni possono essere considerate forma, non sostanza. Sono dei tratti astratti.

La coda del cavallo : il cavallo la muove solo per scacciare le mosche. Il movimento della sua coda non è
pertinente, in opposizione con altro. E' un fatto puramente materiale. Qua si parla invece di fatti formali.

Lo stesso si verifica nelle lingue.

I tratti pertinenti sono quelli che consentono di creare distinzione, opposizione. Ne consegue che il
fonema si identifica non con un concreto elemento sonoro, ma con le sue proprietà fonologicamente
pertinenti.
Quindi pertinente e distintivo sono strettamente collegati. Ciò che è pertinente è capace di creare delle
distinzioni.
Ultimo paragrafo (131) = con 'lingua' ci si riferisce alla langue di Saussure. 'La lingua è una istituzione
sociale' vuol dire che la lingua è arbitraria, quindi è una convenzione. In riferimento a questo, si può dire
che un'unità linguistica assume valore soltanto nella misura in cui si oppone ad un'altra, crea un sistema
di relazioni all'interno di un sistema. In questo senso, il valore di un'unità linguistica in generale, non si
deve confondere con il significato, perché il significato è solo un aspetto, una componente del segno
(riferimento alla teoria di saussure).
Abbiamo un segno che è fatto di significato e significante. Tutto questo segno ha una sua funzione nel
momento in cui è opposto ad altri. Posso dire che il significato in italiano del signficante 'casa', è dimora
in cui si vive ecc. Però il valore di casa è delimitato, condizionato dagli altri elementi con cui 'casa' entra
in opposizione. Questo lo vediamo chiaramente nel confronto con altre lingue, perchè una cosa è il
valore di casa in italiano, altra cosa è il valore di house in inglese.

'casa' è in opposizione (in italiano) con una parola come 'dimora', 'abitazione'. Sono tutti termini che in
qualche modo si contrappongono a casa, quindi delimitano il significato di casa. 'Casa' in italiano ha un
valore solo perché si oppone a questi altri termini.

In un'altra lingua, possiamo notare che questo stesso segno presenta in realtà due segni : in inglese
abbiamo 'home' e 'house'. Questi due sono impliciti in 'casa'. In inglese c'è un'opposizione in più.

I valori nascono, in una determinata lingua, esclusivamente dalla compresenza di altri termini che sono
in opposizione, che sono vicini. Questo perché le lingue sono arbitrarie.

Siccome i fonemi sono dei valori puri, qualcosa di astratto, delle forme, dipendono di volta in volta dal
sistema che vogliamo considerare. Altrimenti parliamo semplicemente di sonorità. 'A' ed 'e' in italiano
sono fonemi perché si oppongono; in arabo non lo sono, perché rappresentano un unico fonema. In
arabo la 'a' si oppone alla 'i' che serve a creare un altro significato.

ES = Saussure dice che la lingua è come un gioco. Nello specifico, per capire cosa sia un valore puro, dice
che la lingua è come il gioco degli scacchi. Questo è fatto da una base su cui si gioca, ovvero il nostro
contesto comunicativo, e dai pezzi, che sono le unità. I pezzi sono caratterizzati dalle loro proprietà
pertinenti. Queste sono i movimenti che i pezzi possono fare sulla scacchiera. Quello che conta dei pezzi
non è la loro materialità, ma il fatto che facciano certi movimenti che si oppongono a quelli di altri pezzi.
Infatti Saussure dice che potremmo perdere un pezzo della scacchiera, ad esempio il cavallo, che
potremmo sostituire con il cavallo di un'altra scacchiera. Magari la scacchiera di origine era con i pezzi in
legno, ma posso prendere anche un cavallo di marmo. Non ha importanza la materia, ma la forma, la
funzione di quel pezzo. L'importante è che quel pezzo non si confonda con gli altri. Paradossalmente,
non solo si può prendere il pezzo di un'altra scacchiera, ma si può prendere qualsiasi oggetto, anche un
pennarello che fa la mossa del cavallo.

Il valore, quindi, si individua soltanto attraverso l'opposizione con altre unità.

Le opposizioni fonologiche.
Il fonema è un valore. E' qualcosa che si coglie solo attraverso i tratti pertinenti che creano opposizione,
quindi distinguono due parole diverse.

Vediamo come i fonemi creano le opposizioni.

Esistono diversi tipi di opposizioni.


Prima di tutto bisogna parlare della base di comparazione. Le opposizioni si realizzano e si riescono a
cogliere e a descrivere se ci sono delle proprietà comuni. Da queste si può cogliere ciò che fa la
differenza, quindi ciò che è pertinente.
Per esempio, si può creare un'opposizione tra due individui perché questi hanno dei tratti in comune.
Sono entrambi degli esseri umani, degli studenti ecc. Ma hanno anche cose che li differenziano: il sesso,
il colore degli occhi, dei capelli. Quindi, sulla base di ciò che è comune si può cogliere ciò che è diverso,
oppositivo, pertinente, distintivo.
Ma se si dovesse dire cosa oppone un pennarello a un individuo, sarebbe un po' complicato, perché
sono cose incommensurabili, non hanno nulla in comune.

I sistemi di segni, quindi anche quello linguistico, funzionano in questo modo. Ci sono elementi che
hanno cose comuni ed altri che sono diversi, in grado di creare opposizioni.
E' importante partire da quella che in fonologia viene detta base di comparazione. Nell'opposizione tra
p e b, la base di comparazione è molto ampia, quindi si riesce bene a cogliere qual'è il tratto distintivo.

Le opposizioni possono riguardare un fonema confrontato a tutti gli altri fonemi del sistema, oppure
possono essere considerati soltanto in opposizione ad un altro fonema. Quindi ci sono due diverse
categorie di opposizioni. Partiamo da quelle che riguardano l'intero sistema.

Ci sono quattro diverse tipologie di opposizioni che riguardano l'intero sistema, in base alle quali
possiamo dire che un fonema è un fonema.
Sono le opposizioni bilaterali, multilaterali o plurilaterali, proporzionali e isolate.

- Nelle opposizioni bilaterali, quello che conta è la base di comparazione, che è quello che ci fa cogliere il
fonema. In queste opposizioni, abbiamo la base di comparazione comune ai due fonemi presi in
considerazione, che è esclusiva di quel due fonemi; cioè all'interno del sistema fonologico, non c'è
nessun altro fonema che abbia quella stessa base di comparazione (atl. p. 123). Per cogliere la base di
comparazione dobbiamo scomporre il fonema nei suoi tratti. La fonologia di Trubeckoy (ovvero le
opposizioni di cui stiamo parlando) fanno parte di una fonologia su base articolatoria. Quindi i tratti, che
servono a creare opposizioni, ci sono noti perché ne abbiamo parlato in fonetica.

ES = t e d sono in opposizione bilaterale. Scomponiamoli :

- t = ha come tratto l'occlusività : occlusiva dentale sorda


- d = occlusiva dentale sonora

L'essere occlusive e dentali costituiscono la base di comparazione. Quindi il tratto che crea l'opposizione
è questo.
Nel sistema linguistico italiano, esiste qualche altro fonema che ha la stessa base di comparazione ? No.

Se consideriamo l'opposizione tra t e p, avremo una situazione diversa.

- t = occlusiva dentale sorda


- p = occlusiva bilabiale sorda

In questo caso la base di comparazione è data dall'essere occlusive e sorde.

In italiano esiste un'altra occlusiva sorda? Si. La c, sempre occlusiva e sorda, ma ha un altro tratto : è
velare.
In questo caso diciamo che t e p sono in opposizione multilaterale, perché la base di comparazione non
è esclusiva della coppia di fonemi che stiamo considerando.

Sia le bilaterali che le multilaterali sono incentrate sulla base di comparazione. Le altre due riguardano il
rapporto tra i fonemi.

Dico che una coppia di fonemi è in opposizione proporzionale quando il rapporto esistente tra i due
fonemi è uguale e identico al rapporto esistente tra altre coppie di fonemi, al punto che posso creare
una proporzione (in termini matematici). Quando si parla di rapporto, si intende ciò che è comune e ciò
che è distintivo.

L'opposizione t-d è bilaterale. Però, se prendiamo in considerazione tutto il rapporto, ovvero che la t e la
d hanno dei tratti in comune ma hanno un tratto distintivo, diciamo che il rapporto tra t e d è dato dalla
sonorità; tra la presenza e l'assenza di sonorità (t è sorda, d è sonora).
Esistono altre coppie di fonemi che hanno questo stesso rapporto. In virtù di questo si può creare una
vera e propria proporzione.
Possiamo dire che t:d=p:b=k:g -> è esattamente la stessa situazione. Anche se hanno basi di
comparazione leggermente diverse. Ciò che li oppone è la sonorità, che rende possibile effettuare
questa proporzione.

Quindi, un'opposizione è detta proporzionale quando il rapporto fra i suoi membri è identico al rapporto
esistente tra i membri di un'altra opposizione.

Un'opposizione è detta isolata quando i membri stanno in un rapporto che non si ripete in nessun’altra
coppia di fonemi. Ad esempio p e r.

-p = occlusiva bilabiale sorda


-sch = fricativa palatale sorda

Questa distinzione può essere fatta sia per le opposizioni bilaterali che per quelle plurilaterali:

-
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29.10.2014

Opposizioni privative = si realizzano tra due fonemi, indipendentemente dal rapporto con il resto del
sistema. Un termine è caratterizzato dalla presenza di un segno, detto marca , e l'altro dalla sua assenza.
Per esempio 'sonoro'\'sordo', 'nasalizzato'\'non nasalizzato'. Il membro dell'opposizione caratterizzato
dalla presenza del segno è detto marcato; quello caratterizzato dall'assenza del segno è detto
non-marcato.

Oltre a questa abbiamo l'opposizione graduale. Si realizza quando due fonemi realizzano una
contrapposizione nel senso che uno dei due presenta un certo tratto, caratteristica, in una misura
maggiore rispetto all'altro, con una gradazione diversa.

Un esempio si ha tra le vocali, perché esse si descrivono sulla base di alcuni parametri (apertura,
arrotondamento ecc.). Ad esempio, l'apertura può essere concepita secondo una gradualità, quindi
possiamo avere che due vocali possono realizzare questo tipo di opposizione.

ES = u e o. Presentano un grado di apertura diverso. Questo tratto fa si che i due fonemi siano in
opposizione. Diciamo che si tratta di fonemi perché riusciamo a realizzare parole diverse, commutando i
due fonemi per avere delle parole diverse.
U si dice fonema estremo perché presenta questa determinata caratteristica, cioè quella della chiusura,
in un massimo grado. O si dice medio.
Lo stesso avviene per la e e per la i = vedi\vidi.

Opposizione equipollente = non possiamo individuare la presenza o l'assenza di un tratto, oppure la


maggiore gradazione in un tratto. I due fonemi sono sullo stesso livello.

ES = p e t realizzano un'opposizione equipollente, in cui non possiamo stabilire nessuna correlazione.


Sono sullo stesso piano.
Queste opposizioni sono molto numerose.

Le opposizioni privative sono molto importanti e molto numerose in un sistema linguistico. Però succede
che a volte queste opposizioni si possono perdere. In questo caso si parla di neutralizzazione
dell'opposizione. Il processo è detto di defonologizzazione, cioè si perde l'opposizione fonologica e si
realizza un unico fonema che viene detto arcifonema. Esso ingloba i due fonemi.

ES = opposizione tra e ed ɛ in francese. Possiamo dire che sono due fonemi perché servono a distinguere
significati diversi.
Les e lait -> ci sono due significati diversi.

Questi due foni sono dei fonemi, perché scambiandoli abbiamo signficati diversi. Questo accade soltanto
in alcune posizioni; l'opposizione fonologica compare solo quando la e si trova in sillaba aperta ed è
tonica. Altrimenti l'opposizione si perde. Non serve a creare questa distinzione. Quindi si crea un
fenomeno di neutralizzazione.

Anche in tedesco d e t sono fonemi. Esistono delle posizioni in cui questa opposizione si neutralizza,
ovvero in posizione finale di parola. Wund si pronuncia Wunt.

Lo stesso avviene per l'italiano. Esiste l'opposizione tra e ed ɛ = pèsca \ pésca. Questa opposizione in
molti viene neutralizzata a livello diafasico e diatopico.
La stessa opposizione si ha nella parola vènti\vénti. L'opposizione funziona quando c'è la sillaba
accentata. Quando la e non si trova in posizione tonica, l'opposizione si perde. Se creiamo dei derivati di
queste parole, otterremo lo spostamento dell'accento. Da vènti otteniamo la parola ventoso. Da vénti
abbiamo la parola ventina. Qui l'opposizione si perde perché l'accento, in virtù del meccanismo di
derivazione, quindi l'allungamento della parola, si è spostato sulla sillaba successiva.

Ci sono altri casi in cui l'opposizione si perde. In questo senso, Martinet parla di una resa funzionale
delle opposizioni, cioè del fatto che alcune opposizioni hanno un rendimento, in termini quasi
economici, molto elevato. Ciò significa che servono ad opporre molti significati. Ad esempio
l'opposizione p e b serve a creare molte coppie minime. Molto probabilmente questa opposizione non si
neutralizzerà, perché la resa è molto alta, quindi l'intero sistema si sconquasserebbe.

Diverso il caso in cui c'è un'opposizione che serve ad opporre poche parole. Lì può esserci la perdita
dell'opposizione. Quindi la stessa cosa accade nell'opposizione /s/ - /z/. In italiano anche questa
opposizione è una opposizione fonologica, e non una realizzazione di diverse varianti (allofonia); quindi
opponiamo due significati -> /razo/ e /raso/. Una è il participio passato del verbo radere, l'altra è un
tessuto. Questa opposizione si riduce a pochissimi casi, quindi è probabile che anche nell'evoluzione
linguistica, questa si perda, perché non è altamente funzionale, non ha un rendimento alto. Infatti,
esattamente come per e ed ɛ, molti non la realizzano. Anche perché il contesto in cui è inserita la parola
aiuta a disambiguare.

Visione del fonema che propone Jakobson. (p. 131)

Ha una visione cosiddetta binarista , quindi spinge ancora di più il ragionamento di Trubeckoj e giunge a
dire che i fonemi non si descrivono, anche nelle loro opposizioni, in quanto portatori di alcuni tratti. I
fonemi vengono concepiti in virtù di un pacchetto di scelte in cui ci sono delle coppie 'si o no' rispetto ad
un tratto che è fissato come un parametro.

La visione di Jakobson si allontana da quella di Trubeckoj anche perché questi tratti che lui individua
sono non tanto di tipo articolatorio, ma di tipo acustico. Queste caratteristiche si rilevano con l'analisi
spettrografica.
Un fonema non viene descritto per le sue qualità positive. Rispetto a dei parametri dati, ci sono delle
scelte indicate come + o - . Non esiste semplicemente il tratto occlusivo, ma esistono delle coppie.
Quindi abbiamo la coppia vocalico-consonantico, nasale-orale, compatto-fuso, grave-acuto,
teso-rilasciato, continuo-discontinuo. Questi tratti sono acustici.

ES = Chèr (francese) -> è rappresentato con delle scelte + o - .


La ʃ non è più analizzata come una fricativa pre-palatale sorda che si oppone alla p in una opposizione
isolata. Diciamo che la ʃ è, rispetto alla coppia vocalico-consonantico, non vocalico, quindi abbiamo un
meno (-). La ʃ non è nasale, quindi abbiamo di nuovo un meno. La ʃ si realizza da un punto di vista
acustico come un suono compatto (+).

Nell'opposizione 'vocalico-consonantico', la r ha un + e un - . Questo perché la r ha la caratteristica di


diventare vocalico (r vocalica).

In questa visione etichettata come binarista, ciò che conta è la presenza o l'assenza. Questo crea
opposizione. Abbiamo una descrizione in negativo. Ciò che conta è che le cose siano diverse, che si
oppongano alle altre. Si oppongono perché devono opporsi in un sistema. Questa è la base sulla quale
abbiamo contrapposto il piano astratto e quello concreto.

Questa opposizione tra l'astratto e il concreto, quindi tra fonologia e fonetica, la possiamo riscontrare
anche quando studiamo l'evoluzione linguistica. Delle opposizioni fonologiche si possono perdere nel
tempo.

L'EVOLUZIONE LINGUISTICA

La fonologia è nata soltanto a seguito dell'insegnamento di Saussure, in un'ottica in cui il fono non è più
un solo suono ma ha valore distintivo.
Prima di questo, si studiavano comunque le evoluzioni dei suoni. Però si trattava di evoluzioni fonetiche,
non fonologiche. Siamo quindi nell'epoca in cui nasce e si sviluppa la linguistica storica (linguistica che
precede l'insegnamento di Saussure). Nell'ambito di questa linguistica si studia la storia delle lingue, in
un'ottica comparativa. Quindi si studiano anche le evoluzioni dei foni, e in quel caso sono solo foni,
perché non è ancora entrata in linguistica la visione della langue, secondo cui un fono può essere anche
un fonema.

Questa linguistica nasce nell'800.

Il padre della linguistica storica è Franz Bopp. Il suo lavoro è un saggio sul sistema di comunicazione del
sanscrito confrontato con altre lingue.
Questa linguistica storica si occupa di vedere qual'è stata l'evoluzione delle linugue. Non è solo una
linguistica descrittiva, ma anche interpretativa, nel senso che questo confronto tra le storie delle lingue
viene interpretato, spiegato. Si giunge a dire che le lingue si assomigliano (somiglianza che cogliamo
attraverso la comparazione e l'analisi storica) perché evidentemente hanno un'origine comune. Quindi
discendono da una stessa lingua madre che le ha generate.
Ad esempio le lingue romanze. Italiano, francese, portoghese, spagnolo e rumeno sono lingue che
derivano dal latino. Quindi il latino è la loro lingua madre. Di fatto, queste lingue sono diverse tra loro in
virtù dell'evoluzine linguistica.
Il linguista storico, risalendo indietro nel tempo la storia di queste lingue e attraverso il confronto, arriva
alla matrice comune. In questo caso con grande facilità, perché il latino è attestato, quindi non bisogna
fare necessariamente un percorso a ritroso nel tempo, ma anche direttamente seguire la direzione
inversa, quindi vedere dal latino quale evoluzione c'è stata nelle diverse lingue.
Ma non è così per tutti i confronti tra le lingue. Ciò che faceva Bopp era confrontare il sanscrito con il
greco, il latino, il germanico e il persiano, e notava delle somiglianze nella parte flessiva della parola.
Queste somiglianze lo inducevano a pensare che fossero dovute al fatto che tutte queste lingue in realtà
discendessero da un'unica lingua. Questa lingua non è attestata come il latino, quindi è una lingua che
lo studioso deve ipotizzare. Si parla infatti di una ricostruzione linguistica.
Questa lingua che è ipotizzata come madre è l'indoeuropeo.
L'indoeuropeo è una lingua che in realtà potrebbe anche non essere mai esistita; è una creazione del
linguista. Ci si arriva confrontando delle lingue che sono derivate dall'indoeuropeo.

Questi studiosi, in questo lavoro di confronto tra le lingue e di creazione del prototipo linguistico, si
occupavano in particolare di evoluzioni fonetiche.

Se parliamo di cambiamento fonetico, siamo in un approccio diacronico, secondo Saussure.

La diacronia per Saussure è un'asse delle verticalità, perché un certo elemento evolve, si trasforma.
L'asse della sincronia è un'asse orizzontale, delle simultaneità. Sincronia e diacronia.
In un'ottica sincronica, possiamo dire che attualmente, anche se in modo molto marginale, la /s/ e la /z/
si oppongono. Quindi sono dei fonemi. Questa è l'asse della sincronia.
Sull'asse della diacronia, possiamo prendere un solo elemento alla volta e dire che z si è trasformato in s.
Questo vuol dire che sull'asse della sincronia, bisogna prendere in considerazione tutto il sistema.
Sull'asse della diacronia si prende in considerazione un elemento per volta e vedere come cambia; ed è
quello che facevano i linguisti storici dell'800.
Facedo quest'operazione per ogni singolo elemento, avremo le trasformazioni di fatti isolati, e alla fine
avremo un altro stato di lingua che si può studiare anche sincronicamente, una volta seguito questo
metodo.
Questo modo di procedere è esattamente quello che seguivano i linguisti storici dell'800, che arrivavano
a formulare delle leggi fonetiche = formalizzazione di cambiamenti avvenuti. Si registra il cambiamento
di un singolo suono e si esprime come legge, perché questo cambiamento deve avere i caratteri della
sistematicità, che si verifica sempre. Quindi porta il nome di legge. Infatti, i linguisti della seconda metà
dell'800 parlavano in particolare di un carattere delle leggi fonetiche, ovvero il carattere
dell'ineccepibilità (=mancanza di eccezioni). Questi sono i neogrammatici, che dicevano che le leggi
fonetiche non conoscevano eccezioni. Allora si che è una legge. Ogni z si trasforma in s. E' una legge
fonetica.

LA LEGGE DI GRIMM
Una legge molto famosa, alla base della linguistica storica e della filologia germanica, è la legge di
Grimm.
Grimm è uno dei fratelli Grimm (che scrivevano le favole).
Siamo in pieno Romanticismo, quindi ci si occupa della storia della Germania da tutti i punti di vista,
quindi anche da quello linguistico. Si va a studiare qual'è stata la derivazione delle lingue germaniche.
Queste discendono dall'indoeuropeo.

Grimm elabora una legge che rende conto del passaggio delle occlusive indoeuropee nelle occlusive del
germanico. Germanico è qualcosa di paragonabile al latino, nel senso che non si confonde con il tedesco.
E' un'etichetta sovraordinata. Il gruppo germanico include tutte le lingue che presentano dei tratti
comuni in quanto derivano dal germanico. Rispetto all'indoeuropeo, si creano delle prime derivazioni
che sono in realtà dei raggruppamenti di lingue. Quindi, dall'indoeuropeo si crea il germanico, lo slavo
ecc. Dal germanico si sviluppano tutte le lingue germaniche, dallo slavo tutte le lingue slave e così via.
C'è il gruppo indo-iranico, che si suddivide ulteriormente nel gruppo indiano ecc. Dall'indiano deriva il
sanscrito.
Quello di cui si occupa Grimm è questa evoluzione, ovvero l'indoeuropeo che diventa Germanico. Il
Germanico si può definire tale in quanto ha subito innovazioni rispetto all'indoeuropeo.
Ecco perché le leggi fonetiche sono molto importanti: sono queste innovazioni che ci fanno cogliere la
nascita di altre lingue.

La legge di Grimm adotta un metodo che, nell'ottica di Saussure, è un metodo verticale. Prende in
considerazione i foni più per volta. Egli nota che dei cambiamenti possono essere comunque
raggruppati. Non crede a una correlazione, ma nota che ci sono dei gruppi di cambiamenti.
Si parte dalle occlusive dell'indoeuropeo.
1) Quindi l'indoeuropeo aveva 3 occlusive, *p,t,k (* sta a indicare il fatto che i suoni sono ricostruiti). In
germanico, questi diventano suoni fricativi. Alla p corrisponde una ph/f, alla t corrisponde una th, alla k
corrisponde una h.

ES = possiamo confrontare l'inglese con una lingua che conserva tratti dell'indoeuropeo, considerabile
come modello (italiano). Ogni volta che in italiano abbiamo una p, abbiamo in inglese una ph/f. In
italiano abbiamo 'piede', in inglese abbiamo foot. Padre-father. E' una cosa sistematica, una legge che
non conosce eccezioni. Questo fa si che il germanico sia un gruppo a se rispetto all'indoeuropeo.
In italiano abbiamo il pronome di seconda persona singolare 'tu', in inglese abbiamo la forma arcaica
thou. Per la k, in italiano abbiamo cappello, in inglese hat. In italiano abbiamo cuore, in inglese heart.

Queste leggi fonetiche sono descrittive, constatative. Non possono essere anche leggi predittive.

2) Le occlusive sonore b,d,g diventano in germanico p, t, k. Qui, c'è perdita di sonorità.

(p. 159)

Questi spostamenti possono essere rappresentati su un cerchio. Infatti, la legge di Grimm si definisce
anche legge di rotazione consonantica. Sembra esserci una rotazione perché i suoni che sono
l'evoluzione di quelli indoeuropei, in realtà si sono persi.

3) C'è una terza serie di cambiamenti. Dice che le occlusive sonore aspirate dell'indoeuropeo in
germanico sono diventate occlusive sonore semplici. Hanno perso il tratto dell'aspirazione: bh, dh, gh
sono diventate in germanico b, d, g. (p.75 esempi).
Grimm si rende conto che c'è stato come uno spostamento dei suoni, però lui si muove ancora in
un'ottica fonetica. Quindi non prende in considerazione tutto il sistema germanico. Questo è l'approccio
fonetico.
In un'ottica fonologica, questa stessa serie può essere interpretata secondo una logica del sistema.

Quindi, lasciando da parte Grimm, c'è Martinet che parla di fonologia diacronica. Possiamo vedere come
il metodo sia cambiato completamente, perché per Martinet non si può dire che ''il suono p si è
trasformato in ph'. Per lui esistono delle opposizioni fonologiche, quindi vanno considerate le
opposizioni che si trasformano in altre opposizioni. In questo caso non parliamo più di una legge
fonetica, ma di un processo di rifonologizzazione.

Martinet è portato a considerare tutte le trasformazioni insieme, perché si muove nell'ottica del
sistema. Dice che questo cambiamento ha determinato una situazione in cui questa casella è rimasta
vuota, perché questi fonemi sono scomparsi. Questo ha creato uno squilibrio nel sistema.
Quindi, la seconda serie di trasformazioni è in realtà non un qualcosa che nasce per caso e che può
essere disposto in modo descrittivo. E' stata una sorta di aggiustamento di quello che si era verificato
con la scomparsa di questi suoni. Le occlusive sonore hanno perso la sonorità per diventare p, t, k ,
quindi per ricreare una nuova serie di foni.
Il secondo cambiamento si è messo in atto sulla base del primo, perché non esistevano più. Dal
momento che non esistevano più b, d e g, si è dovuta avere l'aspirazione. Si erano create delle caselle
vuote che sono state nuovamente riempite da altre trasformazioni.

Questo è un modello fonologico.

Un altro possibile modello, quindi un'altra possibile interpretazione, è quella dell'affollamento delle
caselle. Qui delle caselle erano rimaste vuote. P, t, k non ci sono più, quindi si crea il secondo
cambiamento è c'è un rimpiazzamento.
Possiamo invece pensare che il cambiamento sia nato dal terzo passo, non dal primo. Quindi che bh, dh
e gh siano diventate prima di tutto b, d, g. E' successo che b, d, g già esistevano, quindi si è creato
un'affollamento, che ha determinato il fatto che questi suoni (bh, dh, gh) si siano trasformati in questi
(b, d, g). Una volta trasformati, si è creata un'altra situazione di sovraffollamento, perché già esistevano
p, t, k. Ecco perché si sono trasformate in fricative.

Si può partire dal primo o dall'ultimo passaggio, ma comunque vediamo che questi cambiamenti sono in
un'ottica di riassestamento del sistema. Quindi è un'ottica fonologica, non più fonetica come quella di
Grimm.

Martinet parla anche di un processo di trazione o di propulsione. Una serie di cambiamenti ne


determina altri.

Ecco perché le rappresentazioni della legge di Grimm si presentano secondo una rotazione.

Quello di Martinet è un punto di vista diacronico.


(Pag. 75 FEV. fai anche p. 76)

*La trazione si ha nell'interpretazione delle caselle vuote.


*La propulsione si ha con l'affollamento delle caselle.

Nell'ottica della fonologia diacronica, questo è un caso di rifonologizzazione.


C'è anche un'altra possibile trasformazione : defonologizzazione .

Questo fenomeno può essere analizzato in un'ottica sincronica; in italiano diciamo che l'opposizione e
aperta e chiusa si neutralizza attualmente, in questo stato di lingua. Oppure possiamo scegliere l'ottica
diacronica. In questo senso, dobbiamo andare a vedere qual'è la posizione delle vocali italiane rispetto a
ciò che precede, quindi a quelle latine.
Quando studiamo il sistema vocalico italiano rispetto al latino, possiamo individuare dei casi di
defonologizzazione, quindi di perdita di opposizione fonologica, ma anche dei casi di rifonologizzazione.
Perché in latino esisteva l'opposizione lunga-breve. Questa, per alcune vocali, in italiano si è
completamente persa. Per esempio, l'opposizione a breve a lunga del latino, in italiano si è persa.
Diciamo che c'è stata una defonologizzazione. Questa non è una vera e propria neutralizzazione. Questa
si verifica in uno stato di lingua in alcuni contesti. E' un discorso sincronico. Anche se alla fine il
fenomeno è lo stesso, nel senso che c'è una perdita di opposizione.
Nel primo caso c'è la perdita di opposizione in alcuni contesti. Nel secondo caso, la perdita si realizza nel
tempo, nell'evoluzione linguistica.

La perdita di opposizione può essere sia sincronica (=opposizione) sia diacronica


(=defonologizzazione).

Nel passaggio dal vocalismo latino a quello italiano, abbiamo anche dei casi di rifonologizzazione. Delle
vecchie opposizioni fonologiche si trasformano in nuove.
Nel passaggio dal latino all'italiano c'è una rifonologizzazione : la e lunga è diventata una e aperta. La e
breve è diventata chiusa. Qui abbiamo un'altra opposizione fonologica -> da e breve ed e lunga, ora
abbiamo la e chiusa e quella breve.
30.10.2014

Sono stati utilizzati diversi approcci per quanto riguarda l'evoluzione dei suoni, tra cui quello diacronico
e quello sincronico.

- La legge di Grimm considera la fonologia diacronica.


- Saussure distingue i due piani : diacronico e sincronico. Tiene distinti i due aspetti. Supera l'approccio
di Trubeckoj (fondatore della fonologia; attento alla dimensione sincronica).

Un altro che si è occupato di fonologia diacronica è Jakobson.


In modo teorico, forma alcuni principi di fonologia diacronica.

BRANO = principi di fonologia storica (p. 161 atl.)

Jakobson dichiara il suo intento di occuparsi contemporaneamente di fonologia, quindi di fatti


sistematici, però in un'ottica diacronica.

''La fonologia oppone al metodo isolante dei neogrammatici un metodo integrale''. Questo vuol dire che,
mentre i neogrammatici (800) avevano un metodo isolante, quindi concepivano un solo cambiamento
alla volta, adesso c'è un obbiettivo di un metodo integrale. Fa riferimento al fatto che si prende in
considerazione il sistema nella sua interezza.

''Un cambiamento fonico non può essere concepito, conosciuto, se non esplicando il suo ruolo
all'interno del sistema della langue''.

Tutto ciò fa si che ogni cambiamento fonologico sia un cambiamento sempre in chiave oppositiva. Infatti
abbiamo detto che Jakobson ha un'idea del fonema in massima misura come entità oppositiva, infatti si
parla di binarismo di Jakobson.

Per lui, ogni cambiamento fonologico deve sempre prevedere una formula teorica in cui ci sia un
passaggio = A:B > A1:B1 (A è opposto a B = questo è un fatto sincronico; se c'è un cambiamento,
questa situazione cambia nel senso che si avrà un'altra opposizione = A1:B1 : si crea una nuova
opposizione). Questa è la formula generale. Però bisogna considerare casi particolari di cambiamento
fonologico.

Esistono 3 tipi di cambiamenti di cui parla Jakobson:

1) defonologizzazione
2) rifonologizzazione
3) fonologizzazione

-1) Se si ha una defonologizzazione, questa situazione (A:B > A1:B1) cambia. Abbiamo detto che la
defonologizzazione è una perdita dell'opposizione; per cui A:B > A=B (A che si oppone a B diventa A che
è uguale a B) perché questi due fonemi coincidono, infatti si parla di arcifonema.
Ad esempio, se in latino ă si oppone ad ā, in italiano abbiamo un'unica a, proprio perché dovremmo
scrivere, secondo questa formula, ă = ā, abbiamo solo una a.

EVOLUZIONE DEL VOCALISMO (p. 159 Atl.) - digressione -

ăā = a -> defonologizzazione

ĕ = ɛ -> rifonologizzazione. Il tratto della brevità si sostituisce a quello dell'apertura.

ē ĭ = e chiusa -> defonologizzazione e anche rifonologizzazione, perché vanno a convergere in una e


chiusa (che si indica con un puntino sotto), quindi si perde la i breve.

ī = i -> rifonologizzazione

ŏ = ɔ -> rifonologizzazione

ō ŭ = o -> rifonologizzazione e defonologizzazione, perché si perde l'opposizione tra la u breve e


quella lunga.

ū = u -> rifonologizzazione

- ɛ e, ɔ o = sono opposizioni marginali in quanto non hanno un rendimento funzionale (Martinet) molto
alto. E' un'opposizione che derve a distinguere pochissime parole. Potrebbero essere perse nel tempo,
come lo sono già in alcune varietà diatopiche e diafasiche.

-2) Un caso di rifonologizzazione è quello in cui si passa da A:B > A1:B1. Una nuova opposizione si realizza
a partire da una vecchia. Un esempio è quello della e = ĕ:ē > ɛ:e. Viene trasformato un tratto: la
lunghezza in apertura o chiusura. C'è una nuova opposizione.

Un altro caso di rifonologizzazione può essere quello del passaggio dall'indoeuropeo al germanico =
A:B:C > A1:B1:C1 -> p:t:k = f:th:h.
E' interpretata come momento iniziale di tutta una serie di altre rifonologizzazioni, secondo il principio
delle caselle vuote e quelle piene.

-3) La fonologizzazione si verifica quando non c'è una vera opposizione fonologica. Perché se parliamo di
rifonologizzazione, parliamo della creazione di un'opposizione fonologica. Nella situazione in cui
l'opposizione relativa a due membri dello stato iniziale, è un opposizine tra due varianti. Si può pensare
a un'opposizione in cui A:B > A1:B1 , in cui però A e B sono due varianti dello stesso fonema, perché non
c'è un'opposizione; in seguito si ha un'opposizione fonologica.
Possiamo anche dire che A=B > A1:B1 -> prima non c'è un'opposizione (A=B), poi si crea e rende i due
fonemi distintivi.

In italiano non c'è un caso di fonologizzazione, quindi si può solo ipotizzare un caso in cui una
contrapposizione di varianti diventa una vera e propria opposizione fonologica.

Tutti questi cambiamenti fonologici sono definiti mutamenti fonetici paradigmatici (p. 74 FEV).

Precisazione di tipo terminologico = c'è differenza tra fonetico e fonologico.

- Mutamenti fonetici paradigmatici = ottica del sistema della langue.


- Mutamenti fonetici sintagmatici

Questa differenziazione si deve a Saussure, anche se utilizzava il termine associativo in luogo di


'paradigmatico'. Quando parliamo di Saussure ci caliamo nella sua visione del sistema, dei rapporti tra gli
elementi che entrano in un sistema. Queste due qualifiche di paradigmatico e sintagmatico emergono
quando parla dei rapporti che si instaurano tra le diverse unità.

Ecco perché l'autore utilizza questa terminologia.

Saussure dice :

1) mutamenti sintagmatici ; sintagma = unione di più unità. Questi rapporti si realizzano tra elementi che
sono in compresenza. Quindi, se si produce un messaggio come

- il mio nuovo libro

si realizzano dei rapporti sintagmatici tra il mio nuovo libro. C'è una coesione tra gli elementi che
entrano in combinazione.
Quando le unità entrano in combinazione, instaurano tra loro dei rapporti sintagmatici.

Questi si realizzano principalmente nella dimensione della parole, in cui si mettono insieme le diverse
entità che fanno parte del repertorio della langue.
Saussure dice che si realizzano 'in presentia', ovvero quando gli elementi sono messi l'uno accanto
all'altro. Non possono essere ipotizzati, ma soltanto riscontrati negli atti di parole.
Sono quei rapporti che mettono in condizione un elemento con un altro.

1) i rapporti paradigmatici (o associativi) sono molto diversi perché, mentre quelli sintagmatici sono
visibili nelle concrete realizzazioni linguistiche (atti di parole), quelli associativi sono dei rapporti virtuali,
potenziali. Infatti, a differenza di quelli precedenti, sono rapporti in absentia. Sono fatti che cogliamo a
livello di langue.

- il mio nuovo libro

Libro è in un rapporto paradigmatico con manuale. Si può sostituire al libro. Non c'è nella frase ma,
potenzialmente, potrebbe essere in quella posizione, stabilendo un rapporto paradigmatico. Esso è
molto stretto in questo caso, dato che si tratta di un sinonimo; ma può essere anche più lontano,
mettendo al posto di libro la parola amico. Se al posto di 'amico' scelgo amica, i rapporti sintagmatici
devono necessariamente cambiare : la mia nuova amica.
Questi rapporti associativi, che sono potenziali, virtuali, che esistono nella testa del parlante, possono
essere molto vari, a differenza di quelli sintagmatici, che sono necessariamente legati alla presenza degli
elementi che si condizionano tra di loro, quindi non c'è molta libertà. Quelli associativi possono essere
molto ampi e liberi.

- Esempio di Saussure :

insegnamento
questa parola, a livello di langue, quindi di associazione nella mente di ciascun parlante, produce tutta
una serie di possibili rapporti, connessioni. Quando si pronuncia questa parola, la si associa a tutta una
serie di parole che hanno la stessa 'radice', quindi : insegnante, insegnare, con tutto ciò che consegue :
insegnai, insegnavo... Questo è un paradigma verbale. I rapporti paradigmatici si istituiscono tra parole
che sono associate, che rientrano nello stesso paradigma grammaticale.

- L'associazione, in virtù della prima parte della parola, può essere molto ampia. Ma non infinita, perché
ad esempio il paradigma del verbo insegnare, con tutte le diverse forme, è comunque finito.

- Si potrebbe anche associare la parola 'insegnamento' ad altre parole, in virtù del fatto che questa
rientri in uno stesso campo semantico : lezione, professore, alunno, libro.
Quindi è una serie aperta, perché si possono associare sempre nuove entità.

Lezione, professore, alunno, libro -> è lo stesso campo semantico; un insieme di lessemi che possono
essere associati tra loro in modo diverso, nella langue di ciascun individuo.

Su questa idea di Saussure si è basata gran parte della psicoanalisi di prima generazione. L'idea delle
libere associazioni di cui parlava Freud, erano strettamente associate a questa visione.

- Si può associare la parola 'insegnamento' ad altre, in virtù della parte finale della parola 'mento'. Si
associa a una serie di parole che hanno la stessa formazione derivativa : andamento, sfinimento,
argomento.
Abbiamo delle parole che sono dette deverbali, cioè dal verbo, attraverso l'aggiunta di un suffisso, si
passa ad un nome astratto.
Nel caso di 'argomento', la situazione è rovesciata, perché da questa deriva il verbo 'argomentare'.
Il rapporto sta nell'assonanza fonetica 'mento'.

I rapporti paradigmatici sono sempre di langue. Nella mente ci sono i rapporti associativi tra queste
parole. Quando si esegue un atto di parole, invece vengono fuori i rapporti sintagmatici.

Questi due termini (parad. e sint.) vengono utilizzati in rapporto ai cambiamenti perché i cambiamenti
possono riguardare tutto il sistema, quindi la langue, e quindi paradigmatici.
La rifonologizzazione è quindi un cambiamento paradigmatico, perché riguard la langue, l'intero sistema.

In tutto il germanico, la p diventa f. Questo a livello di sistema fonologico del germanico, non riguarda
soltanto casi isolati.
Tutti questi casi di cambiamenti fonologici, in quanto sono fonologici, sono cambiamenti paradigmatici.

I cambiamenti sintagmatici si realizzano in presenza di alcune condizioni, proprio perché non sono
cambiamenti di langue, ma di parole; si realizzano nella concretezza.
Nei rapporti sintagmatici c'è un'influenza tra i diversi elementi; per cui, se scelgo 'amico', devo
necessariamente scegliere l'articolo maschile ecc.

Detto in termini fonetici/fonologici, è come se dicessimo che la p diventa f in germanico soltanto in


alcune posizioni, solo se segue un determinato suono. Così ci sarebbe cambiamento sintagmatico.

I mutamenti sintagmatici corrispondono spesso a delle esigenze di economia articolatoria. L'economia è


sempre alla base dei cambiamenti linguistici. Infatti, il testo di Martinet di fonologia diacronica si intitola
'Economie de changement phonetique'.
I cambiamenti fonetici sono visti in quest'ottica economica, per cui la lingua deve funzionare, quindi se
alcune opposizioni si perdono devono essere rimpiazzate da altre.

E' un'economia che corrisponde alla legge del minimo sforzo articolatorio. Succede che dei suoni,
quando si trovano in presenza di altri suoni, si modificano. Ad esempio, la nasale diventa labiodentale se
segue una labiodentale (inferno). In questo caso parliamo di varianti sincroniche.
I mutamenti sintagmatici sono veri e propri cambiamenti.

1) Assimilazione = è il cambiamento più ampio, in cui rientrano molti fenomeni (p.76 FEV).

Quando c'è assimilazione, avviene che due suoni che sono vicini, quindi in rapporto sintagmatico, si
influenzano a tal punto che l'uno ingloba l'altro, lo assimila. Questa assimilazione può essere totale o
parziale.

Si ha assimilazione progressiva quando il primo suono domina sul secondo, quindi lo assimila. O
un'assimilazione regressiva quando si ha il caso contrario.

ES = rispetto al latino, il napoletano presenta dei casi di assimilazione. Quando si parla di dialetti, se ne
fa non in relazione all'italiano, perché non sono deformazioni o forme ridotte dell'italiano, bensì lingue
altre. Come l'italiano, anche i diversi dialetti si sono sviluppati dal latino.

nd > nn (n intensa) -> n


ingloba d

mundus > munnə


(=schwa, vocale indistinta)

Questi sono sintagmatici perché è solo questa condizione che determina il cambiamento. Non è un fatto
sistematico, c'è un condizionamento.

Esempio di assimilazione regressiva = si ha quando è il secondo elemento che influisce sul primo.

dl > ll
sedla > sella

In questi due diversi casi abbiamo un'assimilazione totale, in cui un suono si cancella. Viene inglobato
dall'altro, che quindi diventa intenso.

- L'assimilazione può riguardare anche solo alcuni tratti. Possiamo avere un'assimilazione del tratto di
sonorità: se una consonante sorda si trova in un ambiente vocalico, molto probabilmente diventerà
sonora. Assimilerà semplicemente un tratto delle vocali, che è quello della sonorità:

locu > luogo

Qui c'è soltanto assimilazione di un tratto, quello della sonorità. Quindi è un'assimilazione parziale.

- Ci può essere anche un'assimilazione che riguarda il luogo di articolazione. Quindi si avrà
un'assimilazione parziale:

centu > cento

'Centu' in latino classico si pronunciava come velare : Kentu.


Abbiamo un passaggio ad un'altra articolazione, dovuta soprattutto al fatto che la vocale 'e' ha
determinato il passaggio all'affricata. K è cambiata in c perché c ha un luogo di articolazione più
avanzato rispetto alla K. Tra la K e la e c'è una grande distanza, perché la k è velare e la 'e' è palatale.
In virtù del principio del minimo sforzo, si è cercato di far avanzare questo luogo articolatorio perché
seguiva una vocale avanzata.

E' la stessa cosa che si verifica quando si fa il plurale di 'amico' -> 'amici'. Presenta la c proprio perché c'è
la i che produce un'influenza, per cui si ha un'assimilazione.

- Le assimilazioni possono essere anche tra due vocali contigue, al punto tale che un dittongo può
diventare un unico suono vocalico. Si ha la monottongazione:

ai > e (in francese)

Questo avviene perché i due suoni sono molto diversi tra loro: 'a' è massimamente aperto; 'i' è
massimamente chiuso. Sono due estremi.
In virtù del fatto che c'è una relazione sintagmatica, quindi di influenza, e per la legge del minimo sforzo,
questi due suoni diventano un unico suono.

au > o
- L'assimilazione può avvenire anche a distanza, dando luogo alla metafonia (o metafonesi -umlaut-).
Ad esempio nelle forme del plurale, quindi con una vocale terminale diversa, la vocale iniziale cambia
per l'effetto di quella finale.
Questa assimilazione si trova anche nel napoletano, rispetto al latino:

le e e le o interne di parola si modificano per effetto della u finale. Questo ha delle importanti
conseguenze dal punto di vista morfologico.

NEGRU > nirə

E' successo che la u ha condizionato, quindi assimilato, la vocale iniziale e e ha fatto si che cambiasse in i.
Perché la i e la u sono entrambe chiuse, quindi c'è un'assimilazione di chiusura.

Ciò che ha rilevanza dal punto di vista morfologico è il fatto che, nella forma del femminile, la situazione
è diversa.

NEGRA > nerə

Non abbiamo una u, ma una e. La a non modifica la e, perché mentre tra la e e la u c'era una grande
distanza, tra la e e la a non c'è. Nel triangolo vocalico, la e è sullo stesso asse della a. In questo caso, non
si è realizzata l'assimilazione. Ciò ha fatto si che questi cambiamenti hanno dato in napoletano la forma
'nerə'.
In latino l'opposizione maschile/femminile era veicolata dalla vocale finale. In napoletano è la vocale
radicale che porta l'opposizione di genere.
Questo ha reso possibile la caduta della vocale finale.

Questo è un altro aspetto dell'arbitrarietà delle lingue: non importa come viene espressa l'opposizione
tra maschile e femminile; quindi la materia non importa. Ciò che conta è la forma, che ci sia opposizione.

Lo stesso si ha nell'opposizione in cui è presente la o.

russ - ross