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L'anno del pensiero magico

Joan Didion
Il Saggiatore (2008)

Tag: Biography & Autobiography, Literary, Personal Memoirs, Fiction,


General, Self-Help, Death; Grief; Bereavement
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Fictionttt Generalttt Self-Helpttt Death; Grief; Bereavementttt

Dicembre 2003. Qualche giorno prima di Natale, gli scrittori John


Gregory Dunne e Joan Didion vedono una banale influenza della loro unica
figlia Quintana degenerare prima in polmonite, poi in choc settico. Soltanto
qualche giorno più tardi, rientrati da una visita alla figlia ancora grave in
ospedale, John e Joan siedono a tavola: all'improvviso l'uomo cade a terra e,
in pochi minuti, muore d'infarto. "La vita cambia in fretta", scriverà Joan
Didion qualche giorno dopo. Per oltre un anno la vita di Joan Didion è stata
schiacciata dalla portata di questi due eventi, e questo libro è il resoconto di
quell'anno, del tentativo di venire a patti con il modo repentino in cui la sua
vita è stata stravolta. Diventa faticoso allora il dialogo tra la realtà e le
strategie che si mettono in atto per accettarla: se per sopportare la malattia
della figlia studia testi di medicina, si rende insopportabile alle infermiere
dell'ospedale e si rivolge ad amici in cerca di numeri di telefono e indirizzi di
ottimi medici, allo stesso tempo si rende conto che la morte e la malattia sono
eventi che al di là dal suo controllo la lasciano in preda dei suoi ricordi, e si
sorprende a pensare come i bambini: "come se i miei pensieri o i miei
desideri avessero il potere di rovesciare la storia dei fatti".
Tascabili 58 Narrativa
Joan Didion
L’anno del pensiero magico
Traduzione di Vincenzo Mantovani
www.saggiatore.it
© Joan Didion, 2005
© il Saggiatore s.p.a., Milano 2008 Prima edizione: il Saggiatore, Milano 2006
Titolo originale: The Year of Magical Thinking
ISBN 978-88-6576-430-5
L’anno del pensiero magico
Questo libro è per John e Quintana
1

La vita cambia in fretta.


La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.
Ecco le prime parole che scrissi dopo che accadde. La data del file di
Microsoft Word sul computer («Note sui cambiamenti.doc») è «20 maggio
2004, ore 23.11», ma quello dev’essere stato il momento in cui, dopo averlo
aperto, ho schiacciato prudentemente il tasto per salvarlo. Non avevo fatto
cambiamenti in quel file, in maggio. Non avevo fatto cambiamenti da quando
avevo scritto quelle parole, nel gennaio 2004, un giorno o due o tre dopo il
fatto.
Per molto tempo non scrissi altro.
La vita cambia in un istante.
Un normale istante.
A un certo punto, per ricordare quello che sembrava più sorprendente in
ciò che era accaduto, pensai di aggiungere quelle parole, «un normale
istante». Capii subito che non ci sarebbe stato bisogno di aggiungere la parola
«normale», perché sarebbe stato impossibile dimenticarlo: quella parola non
mi è mai uscita di mente. Era infatti la normalità di tutte le cose che avevano
preceduto il fatto a impedirmi di credere veramente che fosse accaduto, a
impedirmi di assorbirlo, di incorporarlo, di superarlo. Oggi riconosco che non
c’era nulla di straordinario in questo: davanti a un disastro improvviso tutti
noi finiamo per notare com’erano irrilevanti le circostanze in cui è successo
l’impensabile, il terso cielo blu da cui è caduto l’aereo, un giro in macchina
che è finito in un fosso tra le fiamme, le altalene dove come sempre
giocavano i bambini quando il serpente a sonagli è sbucato dall’edera. «Stava
tornando dal lavoro – felice, fortunato, sano – e poi… addio» ho letto nella
storia di un’infermiera di una clinica psichiatrica il cui marito morì in un
incidente stradale. Nel 1966 mi capitò di intervistare molte persone che
vivevano a Honolulu la mattina del 7 dicembre 1941; tutte, senza eccezione,
iniziavano la loro storia di Pearl Harbor dicendomi che era stata una
«normale domenica mattina». «Era una bella giornata, una normale giornata
di settembre» dice ancora la gente quando qualcuno le chiede di descrivere la
mattina newyorkese in cui il volo 11 delle American Airlines e il volo 175
delle United Airlines andarono a schiantarsi contro le torri del World Trade
Center. Anche il rapporto della Commissione 9/11 si apriva su questa nota,
insistentemente premonitoria ma anche attonita: «L’11 settembre 2001,
martedì, fin dal mattino negli Stati Uniti orientali fu un giorno temperato e
quasi senza nubi».
«E poi… addio.» Nel bel mezzo della vita noi siamo nella mor
te, dicono gli episcopali al cimitero. Più tardi mi resi conto che dovevo
avere ripetuto i particolari dell’accaduto a tutte le persone che erano entrate
in casa in quelle prime settimane, tutti quegli amici e parenti che portavano
roba da mangiare e preparavano qualcosa da bere e apparecchiavano il tavolo
della sala da pranzo per chi si trovava lì, molti o pochi che fossero, all’ora di
pranzo o all’ora di cena, tutti quelli che sparecchiavano e mettevano in frigo
gli avanzi e accendevano la lavastoviglie e riempivano la nostra (ancora non
riuscivo a dire la mia) casa vuota anche dopo che io ero andata in camera da
letto (la nostra camera da letto, quella in cui sopra un divano giaceva ancora
uno stinto accappatoio di spugna extra large comprato negli anni settanta da
Richard Carroll a Beverly Hills) e avevo chiuso la porta. Quei momenti in cui
venivo bruscamente sopraffatta dalla stanchezza sono, dei primi giorni e delle
prime settimane, la cosa che ricordo più chiaramente. Non ricordo di avere
parlato dei particolari con nessuno, ma devo averlo fatto, perché tutti
sembravano conoscerli. A un certo punto considerai la possibilità che li
avessero attinti gli uni dagli altri, ma la scartai immediatamente: la storia che
raccontavano era in ogni caso troppo precisa per essere stata passata di mano
in mano. Veniva da me.
Un’altra ragione per cui sapevo che la storia veniva da me era che
nessuna delle versioni che sentivo comprendeva i particolari che non riuscivo
ancora ad affrontare, per esempio il sangue sul pavimento del soggiorno, che
rimase là finché José venne a pulire il mattino dopo.
José. Che ormai era una persona di famiglia. Che avrebbe dovuto volare
a Las Vegas più tardi, proprio quel giorno, il 31 dicembre, ma non partì mai.
José pianse quel mattino, mentre puliva il sangue. La prima volta che gli
avevo detto cos’era successo non aveva capito. Evidentemente non ero la
narratrice ideale di questa storia, nella mia versione c’era stato subito
qualcosa di troppo spiccio e di troppo ellittico, qualcosa nel mio tono non era
riuscito a comunicare il fatto più importante (avrei avuto lo stesso insuccesso
più tardi, quando dovetti dirlo a Quintana), ma quando José vide il sangue
capì.
Quel mattino, prima che arrivasse, avevo raccolto le siringhe
abbandonate e gli elettrodi dell’ , ma davanti al sangue non ce l’avevo fatta.
ECG

A grandi linee.
Adesso, mentre comincio a scrivere queste cose, è il pomeriggio del 4
ottobre 2004.
Nove mesi e cinque giorni fa, verso le nove di sera del 30 dicembre
2003, mio marito, John Gregory Dunne, parve subire (o subì), al tavolo del
soggiorno del nostro appartamento di New York intorno al quale ci eravamo
appena seduti per cenare, un improvviso evento coronarico massivo che ne
causò la morte. La nostra unica figlia, Quintana, aveva passato le cinque notti
precedenti priva di sensi nel reparto di terapia intensiva della Singer Division
del Beth Israel Medical Center, allora un ospedale dell’East End Avenue (è
stato chiuso nell’agosto 2004) più comunemente noto come «Beth Israel
North» o «il vecchio Doctors’ Hospital», dove quella che era parsa una forma
influenzale decembrina tanto grave da costringerla a recarsi al pronto
soccorso la mattina di Natale era sfociata in polmonite e shock settico.
Questo è il mio tentativo di raccapezzarmi nel periodo che seguì, settimane e
poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla
morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla
sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in
cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità
dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa. Ho fatto la scrittrice per tutta la vita.
Come scrittrice, anche da ragazzina, molto tempo prima che quello che
scrivevo cominciasse a essere pubblicato, a poco a poco mi formai l’idea che
il significato stesso fosse insito nel ritmo delle parole, delle frasi e dei
paragrafi, una tecnica per nascondere quello che pensavo o che credevo,
qualunque cosa fosse, sotto una vernice sempre più impenetrabile. Io sono, o
sono diventata, il mio modo di scrivere, ma questo è un caso in cui al posto
delle parole e dei loro ritmi avrei voluto avere una sala di montaggio,
attrezzata con un Avid, un sistema di editing digitale sul quale potrei toccare
un tasto e distruggere la sequenza temporale, mostrarvi simultaneamente tutte
le inquadrature della memoria che ora mi vengono in mente, lasciarvi
scegliere le riprese, le espressioni leggermente diverse, le varie letture delle
stesse battute. Questo è un caso in cui per trovare il significato mi serve
qualcosa di più delle parole. Questo è un caso in cui mi serve tutto ciò che io
credo o ritengo penetrabile, se non altro per me stessa.
2

30 dicembre 2003, martedì.


Avevamo visto Quintana nel reparto di terapia intensiva al quinto piano
del Beth Israel North.
Eravamo tornati a casa.
Ci eravamo chiesti se andare fuori a cena o mangiare in casa.
Io dissi che avrei acceso il fuoco, che potevamo mangiare in casa.
Accesi il fuoco, cominciai a preparare la cena, chiesi a John se voleva
qualcosa da bere.
Gli preparai uno scotch e glielo portai nel soggiorno, dove stava
leggendo nella poltrona accanto al fuoco dove si metteva abitualmente.
Il libro che stava leggendo era di David Fromkin, le bozze rilegate di
L’ultima estate dell’Europa. Il grande enigma del 1914: perché è scoppiata
la Prima guerra mondiale?
Finii di preparare la cena, apparecchiai nel soggiorno dove, quando
eravamo soli, potevamo mangiare guardando il fuoco. Se insisto sul fuoco è
perché il fuoco per noi era importante. Io sono cresciuta in California, John e
io ci abbiamo abitato insieme per ventiquattro anni, e in California
scaldavamo la casa col caminetto. Accendevamo il fuoco anche d’estate, la
sera, quando calava la nebbia. Il fuoco diceva che eravamo a casa, che il
cerchio era chiuso, che eravamo al sicuro per la notte. Accesi le candele.
Prima di sedersi John chiese un altro scotch. Glielo diedi. Ci sedemmo. Io
stavo mescolando l’insalata e badavo a quello.
John stava parlando, poi smise di parlare.
A un certo punto, nei secondi o nel minuto che passò prima che
smettesse di parlare, mi aveva chiesto se per il secondo aperitivo avevo usato
lo scotch single-malt. Io avevo detto di no, avevo usato lo stesso scotch che
avevo usato prima. «Bene» aveva detto lui. «Non so perché, ma non credo
che li dovresti mescolare». In un altro punto di quei secondi
o di quel minuto mi aveva spiegato perché la Prima guerra mondiale era
l’avvenimento cruciale da cui derivava tutto il resto del ventesimo secolo.
Non ho idea di quale fosse l’argomento, lo scotch o la Prima guerra
mondiale, nell’istante in cui smise di parlare.
Ricordo solamente che alzai lo sguardo. Aveva una mano alzata, la
sinistra, ed era immobile, afflosciato su se stesso. In un primo momento
pensai che volesse farmi uno scherzo, che fosse un tentativo di far sembrare
meno opprimente quella brutta giornata.
Ricordo che dissi Non fare così.
Quando lui non rispose, la mia prima idea fu che avesse cominciato a
mangiare e che stesse soffocando. Ricordo che cercai di staccarlo dalla
spalliera della sedia per fargli fare i movimenti che si fanno nei casi di
soffocamento. Ricordo come mi sembrò pesante mentre cadeva in avanti,
prima contro il tavolo, poi sul pavimento. In cucina, accanto al telefono,
avevo attaccato una scheda con i numeri dell’ambulanza del New York-
Presbyterian. Non li avevo messi lì perché mi aspettassi un momento come
quello. Avevo attaccato i numeri vicino al telefono nell’eventualità che
qualcuno nel palazzo avesse bisogno di un’ambulanza.
Qualcun altro.
Chiamai uno dei numeri. Un centralinista mi chiese se respirava. Dissi
solo Venite subito. Quando arrivarono gli infermieri provai a dir loro cos’era
successo, ma prima che potessi finire avevano trasformato in un pronto
soccorso la parte del soggiorno dove giaceva John. Uno di essi (erano tre,
forse quattro, anche dopo un’ora non avrei saputo dire) stava parlando con
l’ospedale dell’elettrocardiogramma che a quanto pareva stavano già
trasmettendo. Un altro stava aprendo la prima o la seconda di quelle che
sarebbero state molte siringhe per iniezioni. (Epinefrina? Lidocaina?
Procainamide? Mi vennero in mente questi nomi, ma non sapevo da dove.)
Ricordo di aver detto che poteva essergli andato qualcosa di traverso.
Quest’ipotesi fu respinta con un secco movimento del dito: la trachea era
libera. Ora sembravano usare gli elettrodi di un defribillatore, nel tentativo di
ripristinare un ritmo. Ottennero qualcosa che poteva essere un battito
cardiaco normale (o almeno così credetti, nessuno parlava, e ci fu sobbalzo),
poi lo persero, e ricominciarono.
«È ancora in fibrillazione» ricordo che disse quello al telefono.
«In fibrillazione V» disse la mattina dopo il cardiologo di John quando
telefonò da Nantucket. «Avranno detto “fibrillazione V”. V sta per
ventricolare.»
Forse dissero «fibrillazione V» e forse no. La fibrillazione atriale non
provocava immediatamente o necessariamente un arresto cardiaco. Quella
ventricolare sì. Forse ventricolare era la parola giusta.
Ricordo che cercai mentalmente di chiarire cosa sarebbe successo dopo.
Poiché nel soggiorno c’era l’equipaggio di un’ambulanza, il passo logico
successivo sarebbe stato andare all’ospedale. Mi venne in mente che gli
infermieri avrebbero potuto decidere in un lampo di andare all’ospedale, e io
non sarei stata pronta. Non avrei avuto a portata di mano quello che dovevo
prendere. Avrei perso tempo, sarei rimasta indietro. Trovai la borsetta e un
mazzo di chiavi e un riassunto che il medico di John aveva fatto della sua
storia clinica. Quando tornai nel soggiorno gli infermieri stavano guardando
il monitor del computer che avevano posato sul pavimento. Io non potevo
vederlo e così li guardai in faccia. Ricordo che uno fece un cenno agli altri.
Quando fu presa la decisione di muoversi, tutto accadde molto in fretta. Li
seguii fino all’ascensore e chiesi se potevo andare con loro. Dissero che per
prima cosa portavano giù la lettiga, io potevo andare con la seconda
ambulanza. Uno di loro aspettò con me che l’ascensore risalisse. Quando
montammo insieme sulla seconda ambulanza, l’ambulanza che portava la
lettiga si stava allontanando dal portone del palazzo. La distanza tra il nostro
palazzo e quella parte del New York-Presbyterian che una volta era il New
York Hospital è di sei isolati. Non ho alcun ricordo di sirene. Non ho alcun
ricordo del traffico. Quando arrivammo davanti all’ingresso del pronto
soccorso, la lettiga stava già scomparendo nell’edificio. Un uomo aspettava
sul viale. Tutte le altre persone che si vedevano portavano il camice. Lui no.
«Questa è la moglie?» disse all’autista, poi si rivolse a me. «Sono il vostro
assistente sociale» disse, e quello, immagino, è il momento in cui devo aver
capito.
«Ho aperto la porta e ho visto l’uomo vestito di verde e ho capito. Ho
capito subito.» Questo fu ciò che disse la madre di un diciannovenne ucciso
da una bomba a Kirkuk in un documentario della citato da Bob Herbert sul
HBO

New York Times la mattina del 12 novembre 2004. «Ma ho pensato che, se
non lo avessi fatto entrare, non avrebbe potuto dirmelo. E allora questo…
Non sarebbe successo nulla di tutto questo. Così, lui continuava a dire:
“Signora, devo entrare”. E io continuavo a dirgli: “Scusi, ma non posso farla
entrare”.»
Quando lessi questo articolo a colazione quasi undici mesi dopo la sera
con l’ambulanza e l’assistente sociale, riconobbi quel modo di ragionare
come mio.
Al pronto soccorso riuscii a scorgere la lettiga che entrava in un
cubicolo, spinta da altre persone in camice. Qualcuno mi disse di aspettare
alla reception. Obbedii. C’era una coda davanti allo sportello dove si
sbrigavano le pratiche dei ricoveri. Fare la coda mi parve la cosa più
costruttiva. Fare la coda voleva dire che c’era ancora tempo per occuparsi di
queste cose, io avevo nella borsetta le copie delle polizze dell’assicurazione,
quello era un ospedale con cui non avevo mai trattato – il New York Hospital
era la parte della Cornell del New York-Presbyterian, la parte che conoscevo
io era quella della Columbia, il Columbia-Presbyterian, all’angolo della 168 a

e Broadway, nel migliore dei casi a venti minuti di distanza, troppo lontano
per un’emergenza come questa – ma intanto potevo familiarizzarmi con
questo ospedale sconosciuto, potevo rendermi utile, potevo organizzare il
trasferimento al Columbia-Presbyterian, appena John si fosse stabilizzato. Mi
ero concentrata sui dettagli di questo imminente trasferimento al Columbia
(avrebbe avuto bisogno di un letto con telemetria, alla fine avrei potuto far
trasferire al Columbia anche Quintana, la sera in cui era stata ricoverata al
Beth Israel North avevo scritto su un biglietto i numeri dei cercapersone di
vari medici del Columbia, uno di loro poteva aiutarmi a realizzare tutto
questo) quando l’assistente sociale ricomparve e dalla coda delle scartoffie mi
fece passare in una stanza vuota ai margini della reception. «Può aspettare
qui» disse. Aspettai. La stanza era fredda, o ero io che avevo freddo. Mi
chiedevo quanto tempo era passato tra il momento in cui avevo chiamato
l’ambulanza e l’arrivo degli infermieri. A me era sembrato un batter d’occhio
(un bruscolo nell’occhio di Dio fu la frase che mi venne in mente nella stanza
adiacente alla reception), ma dovevano essere stati diversi minuti come
minimo.
Una volta, su un quadro avvisi appeso nel mio studio, tenevo, per
ragioni che avevano a che fare con una svolta nella trama di un film, una
scheda rosa sulla quale avevo battuto a macchina una frase del Manuale
Merck sul tempo in cui il cervello può restare senza ossigeno. L’immagine di
quella scheda rosa mi tornò in mente nella stanza adiacente alla reception:
«L’anossia dei tessuti per un tempo superiore ai 4/6 minuti può avere come
conseguenza una lesione cerebrale irreversibile o la morte». Mi stavo dicendo
che forse non ricordavo bene quella frase quando riapparve l’assistente
sociale. Aveva con sé un uomo che mi presentò come «il dottore di suo
marito». Ci fu una pausa. «È morto, vero?» sentii la mia voce chiedere al
dottore. Il dottore guardò l’assistente sociale. «Okay» disse l’assistente
sociale. «La signora è un osso duro.» Mi accompagnarono tra i paraventi del
cubicolo dove giaceva John, ora solo. Mi chiesero se volevo un prete. Dissi di
sì. Un prete arrivò e disse le parole. Lo ringraziai. Mi diedero la clip
d’argento in cui John teneva la patente e le carte di credito. Mi diedero gli
spiccioli che aveva in tasca. Mi diedero il suo orologio. Mi diedero il suo
cellulare. Mi diedero una borsa di plastica in cui dissero che avrei trovato la
sua roba. Li ringraziai. L’assistente sociale mi chiese se poteva fare qualche
altra cosa per me. Risposi che poteva trovarmi un taxi. Lo fece. Lo ringraziai.
«Ha i soldi per la corsa?» mi chiese. Dissi di sì, ero un osso duro. Quando
entrai in casa e vidi la giacca di John e la sciarpa ancora sulla sedia dove le
aveva buttate quando eravamo rientrati dopo aver visto Quintana al Beth
Israel North (la sciarpa rossa di cashmere, la giacca a vento marca Patagonia
che era stata la divisa di bordo in Qualcosa di personale) mi chiesi cosa
sarebbe stato autorizzato a fare un osso tenero. Avere una crisi di nervi?
Chiedere dei sedativi? Urlare?
*
Ricordo di avere pensato che dovevo parlarne con John.
Non c’era nulla di cui non parlassi con John.
Poiché facevamo gli scrittori e lavoravamo in casa tutt’e due, le nostre
giornate erano piene del suono delle nostre voci.
Non sempre pensavo che avesse ragione lui, e non sempre lui pensava
che avessi ragione io, ma ciascuno di noi era la persona di cui l’altro si
fidava. Non c’era mai separazione tra i nostri progetti o i nostri interessi.
Molti ritenevano che in qualche modo dovevamo essere, poiché certe volte
l’uno e certe volte l’altra otteneva una critica migliore o un anticipo più
grosso, «in concorrenza»; e che la nostra vita privata doveva essere un campo
minato di invidie e risentimenti professionali. Questo era così lontano dalla
realtà che l’insistenza generale nel riproporre questo argomento finì per
suggerire l’esistenza di certe lacune nella comprensione popolare del
matrimonio.
Questa era stata un’altra delle cose di cui avevamo parlato.
Ciò che ricordo dell’appartamento la sera in cui tornai a casa, sola, dal
New York Hospital è il suo silenzio.
Nel sacchetto di plastica che mi avevano dato all’ospedale c’erano un
paio di calzoni di velluto a coste, una camicia di lana, una cintura e, credo,
nient’altro. Le gambe dei calzoni erano state tagliate: dagli infermieri,
immagino. Sulla camicia c’era del sangue. La cintura era di cuoio intrecciato.
Ricordo di aver messo il cellulare nel caricabatterie sulla sua scrivania.
Ricordo di aver messo la clip d’argento nella scatola in camera da letto dove
tenevamo passaporti e atti di nascita e gli attestati del nostro servizio di
giurati. Ora guardo la clip e vedo che le carte che stringeva erano queste: una
patente dello stato di New York che scadeva il 25 maggio 2004; una tessera
della Chase ATM; una tessera dell’American Express; una Wells Fargo
MasterCard; una tessera del Metropolitan Museum; una tessera della Writers
Guild of America West (erano i giorni prima del voto per gli Academy
Awards, quando potevi usare la tessera della WGAW per andare al cinema gratis,
John doveva essere andato al cinema, non me lo ricordavo); una tessera
Medicare; una tessera Metro; e una tessera rilasciata da Medtronic con la
scritta «Mi è stato impiantato un pacemaker Kappa 900 SR», il numero di
serie dell’aggeggio, un numero da chiamare per il dottore che glielo aveva
messo e la nota «Data impianto: 03 giu 2003». Ricordo di avere mescolato i
soldi che aveva in tasca con quelli che avevo io nella borsetta, lisciando le
banconote, mettendo una particolare attenzione nell’unire i biglietti da venti
con quelli da venti, i biglietti da dieci con quelli da dieci, i biglietti da cinque
e da uno con quelli da cinque e da uno. Ricordo di avere pensato, mentre lo
facevo, che avrebbe visto che sapevo cavarmela da sola.
Quando lo vidi tra i paraventi del cubicolo al pronto soccorso del New
York Hospital John aveva un incisivo scheggiato, a causa della caduta,
immaginai, perché aveva anche dei lividi sul viso. Quando il giorno dopo
identificai il suo corpo da Frank E. Campbell, i lividi non c’erano più. Mi
venne in mente che doveva essere stato questo, nascondere i lividi, che aveva
inteso dire l’impresario delle pompe funebri quando io avevo detto di no
all’imbalsamazione e lui aveva risposto «In tal caso gli daremo una semplice
ripulita». La parte con l’impresario delle pompe funebri resta remota. Ero
arrivata da Frank E. Campbell così decisa a evitare ogni reazione inopportuna
(lacrime, rabbia, risa impotenti in un silenzio da mago di Oz) che mi ero
vietata ogni reazione. Dopo la morte di mia madre l’impresario delle pompe
funebri che aveva portato via il suo corpo lasciò sul letto, al suo posto, una
rosa artificiale. Me l’aveva detto mio fratello, offesissimo. Ero ormai
corazzata contro le rose artificiali. Ricordo, per la bara, che decisi in quattro e
quattr’otto. Ricordo che nell’ufficio dove firmai le carte c’era una pendola a
colonna, che non funzionava. Il nipote di John, Tony Dunne, che era con me,
fece notare all’impresario delle pompe funebri che la pendola era ferma.
L’impresario, come se fosse contento di illustrare un elemento decorativo,
spiegò che la pendola era ferma da qualche anno, ma che la tenevano lì come
«una specie di monumento commemorativo» di una precedente incarnazione
della ditta. Sembrava che per lui quella pendola fosse una lezione. Io mi ero
concentrata su Quintana. Potevo ignorare quello che diceva l’impresario, ma
non potevo ignorare le frasi che udivo mentre mi concentravo su Quintana: A
cinque tese sul fondo tuo padre è sepolto / perle son diventati i suoi occhi.
Otto mesi dopo chiesi all’amministratore del nostro condominio se
aveva ancora il registro tenuto dal portiere la sera del 30 dicembre. Sapevo
che c’era un registro. Ero stata per tre anni presidente del consiglio del
condominio, e il registro era parte integrante della procedura condominiale. Il
giorno dopo l’amministratore mi mandò la pagina del 30 dicembre. Stando al
registro, i portieri quella notte erano Michael Flynn e Vasile Ionescu. Non me
lo ricordavo. Vasile Ionescu e John si divertivano a recitare una specie di
scenetta ogni volta che salivano insieme in ascensore, uno scherzo, tra un
esule dalla Romania di Ceausescu e un cattolico irlandese di West Hartford,
nel Connecticut, basato su un comune apprezzamento della linea politica
corrente. «Allora, dov’è Bin Laden?» diceva Vasile quando John entrava
nell’ascensore: il giochetto consisteva nel formulare le ipotesi più inverosimi
li. «Non potrebbe essere in solaio?» «Nella maisonette?» «In palestra?»
Quando vidi sul registro il nome di Vasile mi venne in mente che non
riuscivo a ricordare se aveva iniziato questo giochetto anche quando eravamo
tornati dal Beth Israel North nel tardo pomeriggio del 30 dicembre. Il registro
per quella sera mostra solo due annotazioni, meno del solito, anche per un
periodo dell’anno in cui la maggior parte dei condomini partivano per
destinazioni più clementi:
NOTA: Infermieri arrivati alle 21.20 per il sig. Dunne. Il sig. Dunne
è stato portato all’ospedale alle 22.05.
NOTA: Lampadina bruciata nell’ascensore A-B.
L’ascensore A-B era il nostro ascensore, l’ascensore con cui gli
infermieri salirono alle 21.20, l’ascensore con cui portarono John (e me) al
pianterreno e all’ambulanza alle 22.05, l’ascensore con cui tornai da sola nel
nostro appartamento a un’ora imprecisata. Non mi ero accorta che ci fosse
una lampadina bruciata. E non mi ero accorta che gli infermieri erano stati
nell’appartamento per quarantacinque minuti. Avevo sempre parlato di
«quindici o venti minuti». Se sono stati qui per tanto tempo, significa che era
vivo? Ho rivolto questa domanda a un dottore che conoscevo. «A volte
lavorano per tutto quel tempo» disse lui. Ci volle un po’ prima che mi
rendessi conto che quella non era una risposta.
L’atto di morte, quando me lo procurai, fissava l’ora del decesso alle
22.18 del 30 dicembre 2003.
Prima che lasciassi l’ospedale mi avevano chiesto se autorizzavo
l’autopsia. Avevo detto di sì. Più tardi lessi che chiedere a un congiunto di
autorizzare un’autopsia è visto negli ospedali come una cosa delicata,
spinosa, spesso il più difficile dei passi che di routine seguono un decesso.
Gli stessi medici, secondo molti studi (per esempio J.L. Katz e
R. Gardner, «The Intern’s Dilemma: The Request for Autopsy
Consent», in Psychiatry in Medicine, 3, pp. 197-203, 1972), provano un’ansia
considerevole quando devono fare la richiesta. Sanno che l’autopsia è
essenziale per l’apprendi-mento e l’insegnamento della medicina, ma sanno
anche che la procedura scatena un terrore primitivo. Non so se chi al New
York Hospital mi chiese di autorizzare l’autopsia avesse provato quest’ansia;
in tal caso avrei potuto tranquillizzarlo: io volevo decisamente l’autopsia.
Volevo decisamente l’autopsia anche se ne avevo vista qualcuna, nel corso di
certe ricerche. Sapevo esattamente che cosa succede, il torace aperto come un
pollo nella vetrina di un macellaio, il viso scuoiato, la bilancia sulla quale si
pesano gli organi interni. Avevo visto dei poliziotti della squadra omicidi
distogliere gli occhi da un’autopsia in corso. Ma la volevo lo stesso. Avevo
bisogno di sapere come e perché e quando era successo. Veramente, avrei
voluto essere presente mentre la facevano (avevo assistito alle altre autopsie
con John, gli ero debitrice della sua, in quel momento era ben chiaro nella
mia mente che lui sarebbe stato nella stanza se sul tavolo ci fossi stata io), ma
non sapevo se sarei stata in grado di dare una spiegazione razionale della mia
richiesta, perciò mi astenni dal presentarla.
Se l’ambulanza aveva lasciato il nostro condominio alle
22.05 e la morte era stata dichiarata alle 22.18, i tredici minuti intercorsi
dovevano essere stati occupati dai registri e dai moduli da riempire, per avere
la certezza che si seguissero le procedure ospedaliere e che tutte le scartoffie
fossero compilate e che la persona giusta fosse disponibile per chiudere la
pratica e informare l’osso duro.
La chiusura della pratica, come appresi successivamente, si chiamava
«dichiarazione», come nella formula «Dichiarato: ore 22.18».
Dovevo credere che fosse morto subito.
Se non credevo che fosse morto subito, avrei pensato che dovevo essere
in grado di salvarlo.
Finché non vidi il referto dell’autopsia continuai comunque a pensarlo,
tipico esempio di pensiero delirante, di tipo onnipotente.
Una settimana o due prima che morisse, mentre cenavamo in un
ristorante, John mi pregò di scrivergli qualcosa nel mio taccuino. Aveva
sempre con sé delle schede per prendere appunti, schede formato cartolina col
suo nome stampato che si potevano ficcare in una tasca interna. Durante la
cena gli era venuta in mente una cosa che voleva ricordare, ma quando si era
frugato nelle tasche non aveva trovato neanche una scheda. Ho bisogno che
mi scrivi una cosa, disse. Era, disse, per il suo nuovo libro, non per il mio,
punto che sottolineò perché io in quel momento stavo raccogliendo materiale
per un libro sullo sport. Ecco l’appunto che mi dettò: «Una volta gli allenatori
uscivano dopo la partita e dicevano: “Siete stati grandi”. Adesso escono con
la polizia, come se questa fosse una guerra e loro i militari. La
militarizzazione dello sport». Quando gli diedi l’appunto, il giorno dopo,
disse: «Puoi usarlo tu, se vuoi».
Cosa voleva dire?
Sapeva che non avrebbe scritto il libro?
Aveva qualche presentimento, un’ombra? Perché quella sera aveva
dimenticato di portare con sé, a cena, le sue schede? Non mi aveva
ammonito, quando avevo dimenticato il taccuino, che la capacità di prendere
un appunto nel momento in cui ti veniva qualcosa in mente era la differenza
tra essere capaci di scrivere e non essere capaci di scrivere? Qualcosa gli
diceva, quella sera, che il tempo di essere capaci di scrivere stava per finire?
Un’estate in cui abitavamo a Brentwood Park prendemmo l’abitudine di
sospendere il lavoro alle quattro del pomeriggio per andare in piscina. Lui
stava in acqua a leggere (quell’estate rilesse parecchie volte La scelta di
Sophie per vedere com’era costruito) mentre io lavoravo in giardino. Era un
giardinetto, quasi un giardino in miniatura, con sentieri di ghiaia e una
pergola di rose e delle aiuole bordate di timo, santolina e partenio. Qualche
anno prima avevo convinto John a togliere il prato e a piantare questo
giardino. Con mia sorpresa, poiché non aveva mai mostrato molto interesse
per i giardini, considerò il prodotto finito un dono quasi mistico. Poco prima
delle cinque, quei pomeriggi d’estate, facevamo una nuotata e poi, avvolti
negli accappatoi, andavamo nella biblioteca a guardare Tenko, una serie della
, allora distribuita anche in America, su un gruppo di donne inglesi
BBC

prevedibili ma convincenti (una era immatura ed egoista, un’altra sembrava


essere stata ideata pensando alla Signora Miniver) imprigionate dai
giapponesi in Malesia durante la Seconda guerra mondiale. Dopo ogni
puntata pomeridiana di Tenko andavamo su a lavorare per un’altra ora o due,
John nel suo studio in cima alle scale, io nella veranda con le vetrate di là dal
corridoio che era diventata il mio studio. Alle sette o sette e mezzo andavamo
fuori a cena, molte sere da Morton. Si stava bene da Morton, quell’estate.
C’era sempre quesadilla di gamberi e pollo con fagioli neri. C’era sempre
qualche conoscente. La sala interna era fresca e lustra e buia, ma fuori si
vedeva il tramonto.
Già allora John non amava guidare di notte. Questa era una ragione,
come appresi poi, per cui voleva passare più tempo a New York, desiderio
che allora mi apparve misterioso. Una sera, quell’estate, dopo una cena da
Anthea Sylbert in Camino Palmero a Hollywood, mi chiese di riportarlo a
casa. Ricordo di aver pensato che era una cosa veramente straordinaria.
Anthea abitava a meno di un isolato da una casa in Franklin Avenue dove
avevamo abitato dal 1967 al 1971, dunque non era questione di orizzontarsi
in un quartiere nuovo. Mi venne fatto di pensare, mentre avviavo il motore,
che potevo contare sulle dita il numero di volte in cui avevo guidato con John
a bordo; l’unica volta che mi venne in mente quella sera fu quando ci
eravamo dati il cambio durante un viaggio da Las Vegas a Los Angeles.
Aveva sonnecchiato sul sedile anteriore della Corvette che avevamo allora.
Aveva aperto gli occhi. Dopo un attimo aveva detto, con grande cautela:
«Forse potremmo andare un po’ più adagio». Non mi sembrava di andare così
forte, e guardai il tachimetro: facevo i 180.
Però.
Un viaggio attraverso il deserto di Mojave era una cosa. Quando
andavamo fuori a cena, non mi aveva mai chiesto di mettermi al volante:
quella sera in Camino Palmero era senza precedenti. Come il fatto che alla
fine dei quaranta minuti di viaggio fino a Brentwood Park dichiarasse: «Hai
guidato bene».
L’anno prima della morte parlò parecchie volte di quei pomeriggi in
piscina e del giardino e di Tenko.
Philippe Ariès, ne L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi, osserva che
la caratteristica essenziale della morte come appare nella Chanson de Roland
è che, anche se improvvisa o accidentale, «avverte del suo arrivo». Si chiede
a Gauvain: «Ah, mio buon signore, voi dunque pensate di morire così
presto?». E Gauvain risponde: «Io vi dico che non vivrò altri due giorni».
Ariès dice: «Né il medico né i compagni né i preti (ignorati e assenti questi
ultimi) ne sanno quanto ne sa lui. Solo il morente può misurare il tempo che
gli resta».
Ti metti a tavola per la cena.
«Puoi usarlo tu, se vuoi» aveva detto John quando gli diedi l’appunto
che mi aveva dettato una o due settimane prima.
E poi… addio.
Il dolore, quando arriva, non è affatto come ce lo aspettiamo. Non era
come quello che provai quando morirono i miei genitori: mio padre morì a
pochi giorni dal suo ottantacinquesimo compleanno e mia madre un mese
prima del suo novantunesimo, entrambi dopo qualche anno di crescente
debolezza. Ciò che sentii in ambedue i casi fu tristezza, solitudine (la
solitudine del figlio abbandonato, qualunque sia la sua età), rimpianto per il
tempo passato, per le cose non dette, per la mia incapacità di comprendere o
persino di riconoscere veramente, alla fine, il dolore e l’impotenza e
l’umiliazione fisica che avevano dovuto subire. Comprendevo l’inevitabilità
di ciascuna delle due morti. Me le ero aspettate (temendole, paventandole,
prevedendole) per tutta la vita. Ma rimasero a distanza, quando si
verificarono, lontane dal tran tran quotidiano della mia vita. Dopo la morte di
mia madre ricevetti una lettera da un amico di Chicago, un ex sacerdote di
Maryknoll, il quale aveva intuito con precisione quello che sentivo. La morte
di un genitore, scriveva, «nonostante la nostra preparazione, anzi, nonostante
la nostra età, smuove cose dentro di noi, provoca reazioni che ci sorprendono
e che possono liberare ricordi e sentimenti che avevamo creduto
definitivamente sepolti. In quel periodo indeterminato che chiamano lutto
potremmo essere dentro un sottomarino, silenziosi sul fondo dell’oceano,
consapevoli delle cariche di profondità che, ora vicine e ora lontane, ci
bombardano di ricordi».
Mio padre era morto, mia madre era morta, per un po’ avrei dovuto stare
attenta alle torpedini, ma avrei continuato ad alzarmi la mattina e a portare la
roba in lavanderia.
Avrei ancora studiato un menu per il pranzo pasquale.
Mi sarei ancora ricordata di rinnovare il passaporto.
Il dolore è diverso. Il dolore non tiene le distanze. Il dolore arriva a
ondate, parossismi, ansie improvvise che ti tagliano le gambe e ti accecano e
cancellano la quotidianità della vita. Praticamente tutti quelli che hanno
provato un dolore simile parlano di questo fenomeno delle «ondate». Eric
Lindemann, che negli anni quaranta era il direttore del reparto psichiatrico al
Massachusetts General Hospital e interrogò molti familiari delle persone
perite nell’incendio di Cocoanut Grove del 1942, definì il fenomeno con
assoluta precisione in un famoso studio del 1944: «Sensazioni di malessere
somatico che si susseguono a ondate che durano da venti minuti a un’ora per
volta, l’impressione di avere la gola chiusa, di soffocare perché manca il
respiro, un bisogno di sospirare e un senso di vuoto nell’addome, mancanza
di forza muscolare e una forte sofferenza soggettiva descritta come tensione o
angoscia mentale».
L’impressione di avere la gola chiusa.
Di soffocare, di aver bisogno d’aria.
Queste ondate cominciarono, per me, la mattina del 31 dicembre 2003,
sette o otto ore dopo il fatto, quando mi svegliai, sola nell’appartamento. Non
ricordo se la sera prima avevo pianto; nel momento in cui accadde ero entrata
in una specie di stato di choc in cui l’unico pensiero che mi permettevo era
che dovevano esserci certe cose che dovevo fare. C’erano state certe cose che
avevo dovuto fare mentre gli infermieri dell’ambulanza erano nel soggiorno.
Per esempio, avevo dovuto cercare la copia della cartella clinica di John, per
potermela portare all’ospedale. Per esempio, avevo dovuto spargere il fuoco
sul focolare per farlo bruciare lentamente, perché lo avrei lasciato lì. C’erano
state certe cose che avevo dovuto fare anche all’ospedale. Per esempio, avevo
dovuto mettermi in coda. Per esempio, avevo dovuto concentrarmi sul letto
con telemetria di cui John avrebbe avuto bisogno per il trasferimento al
Columbia-Presbyterian.
Anche quando ero tornata a casa dall’ospedale c’erano state delle cose
che avevo dovuto fare. Non potevo identificare tutte queste cose, ma ne
ricordavo almeno una: dovevo, prima di tutto, dirlo al fratello di John, Nick.
Mi era parso che fosse troppo tardi per chiamare il loro fratello maggiore,
Dick, a Cape Cod (andava a letto presto, la sua salute non era stata buona,
non volevo svegliarlo per dargli una brutta notizia), ma a Nick dovevo dirlo.
Non mi preparai. Mi sedetti semplicemente sul letto, presi il telefono e feci il
numero della sua casa nel Connecticut. Rispose lui. Glielo dissi. Deposto il
telefono, in quello che posso solo descrivere come un nuovo modello neurale
di numeri da chiamare e parole da dire, lo ripresi in mano. Non potevo
chiamare Quintana (era ancora dove l’avevamo lasciata qualche ora prima,
priva di sensi nel RTI del Beth Israel North), ma potevo chiamare Gerry,
l’uomo che era suo marito da cinque mesi, e potevo chiamare mio fratello,
Jim, che doveva essere nella sua casa di Pebble Beach. Gerry disse che
sarebbe venuto. Gli dissi che non ce n’era bisogno, che stavo bene. Jim disse
che avrebbe preso un aereo. Gli dissi che non c’era bisogno di pensare a un
aereo, che potevamo parlarne la mattina dopo. Stavo cercando di pensare a
cosa fare poi, quando il telefonò squillò. Era Lynn Nesbit, l’agente di John e
anche mia, nostra amica da oltre quarant’anni. Non mi spiegai in quel
momento come facesse a saperlo, ma l’aveva saputo (grazie probabilmente a
un comune amico con cui sembrava che all’ultimo momento avessero parlato
Nick e Lynn) e stava chiamando da un taxi diretto a casa nostra. Da un lato
provai un senso di sollievo (Lynn sapeva cavarsela, Lynn avrebbe saputo
dirmi cosa dovevo fare) e dall’altro ero frastornata: come avrei potuto
sopportare in quel momento la presenza di un’altra persona? Cos’avremmo
fatto, ci saremmo sedute nel soggiorno con le siringhe e gli elettrodi dell’ e
ECG

il sangue ancora sul pavimento, dovevo forse ravvivare il fuoco, avremmo


bevuto qualcosa, avrebbe mangiato?
E io, avevo mangiato?
L’istante in cui mi chiesi se avevo mangiato fu il primo indizio di ciò
che doveva venire: quella sera imparai che se pensavo al cibo avrei vomitato.
Arrivò Lynn.
Ci sedemmo nella parte della casa dove non c’erano il sangue, gli
elettrodi e le siringhe.
Ricordo di avere pensato, mentre parlavo con Lynn (questa era la parte
che non potevo dire), che il sangue doveva essere stato provocato dalla
caduta: John era caduto a faccia in giù, c’era il dente scheggiato che avevo
notato al pronto soccorso, e il dente poteva avergli fatto un taglio all’interno
della bocca.
Lynn prese il telefono e disse che chiamava Christopher.
Questo fu un altro motivo di disorientamento: il Christopher che
conoscevo meglio era Christopher Dickey, ma era o a Parigi o a Dubai, e in
ogni caso Lynn avrebbe detto Chris, non Christopher. Scoprii che la mia
mente sterzava verso l’autopsia. Forse la stavano facendo proprio allora,
mentre io ero là seduta. Poi mi resi conto che il Christopher con cui Lynn
stava parlando era Christopher Lehmann-Haupt, il capo degli scrittori di
necrologi del New York Times. Ricordo che quello fu un colpo, per me.
Volevo dire non ancora, ma mi si era inaridita la bocca. Potevo affrontare
l’«autopsia», ma il concetto di «necrologio» non mi era venuto in mente.
«Necrologio», diversamente da «autopsia», che era una cosa tra me, John e
l’ospedale, voleva dire che era successo. Mi sorpresi a domandarmi, senza
trovarlo illogico, se era successo anche a Los Angeles. Cercavo di ricostruire
che ora era quando John era morto e se adesso a Los Angeles era già
quell’ora. (C’era ancora tempo per tornare indietro? Avremmo potuto avere
un finale diverso con l’ora del Pacifico?) Ricordo di essere stata presa da un
bisogno impellente di non lasciare che qualcuno al Los Angeles Times venisse
a sapere cos’era successo leggendolo sul New York Times. Chiamai il nostro
amico più caro al Los Angeles Times, Tim Rutten. Non ricordo che cosa Lynn
e io facemmo poi. Ricordo che lei disse di voler passare la notte lì, ma io
dissi di no, che sarei stata bene anche da sola.
E così fu.
Fino al mattino. Quando, sveglia solo a mezzo, cercai di capire perché a
letto ero sola. C’era un’atmosfera plumbea. Era la stessa atmosfera plumbea
in cui mi svegliavo le mattine dopo che John e io avevamo litigato. Avevamo
litigato? Per cosa, com’era cominciato, come avremmo potuto aggiustare le
cose se io non riuscivo a ricordare com’era cominciato?
Poi mi venne in mente.
Per parecchie settimane questo sarebbe stato il modo in cui mi sarei
svegliata la mattina.
Mi sveglio e sento l’ispido vello del buio, non del giorno.
Uno dei versi tratti da varie poesie di Gerard Manley Hopkins che John
cucì assieme nei mesi immediatamente successivi al giorno in cui suo
fratello, il minore, si suicidò, una specie di rosario improvvisato.
O la mente, la mente ha montagne; rupi a picco
erte, spaventose, dall’uomo inesplorate. Poco le stima
chi non vi fu mai appeso.
Mi sveglio e sento l’ispido vello del buio, non del giorno.
E ho chiesto d’essere
dove non arrivano le tempeste.
Ora capisco che la mia insistenza per passare quella prima notte da sola
era più complicata di quello che sembrava, un istinto primitivo. Naturalmente
sapevo che John era morto. Naturalmente avevo già dato la notizia definitiva
a suo fratello e a mio fratello e al marito di Quintana. Lo sapeva il New York
Times. Lo sapeva il Los Angeles Times. Eppure io non ero affatto pronta ad
accogliere questa notizia come finale: c’era un livello al quale credevo che
l’accaduto rimanesse reversibile. Ecco perché avevo bisogno di star sola.
Dopo quella prima notte non sarei stata sola per settimane (Jim e sua
moglie Gloria sarebbero arrivati dalla California il giorno dopo, Nick sarebbe
tornato in città, Tony e sua moglie Rosemary sarebbero venuti giù dal
Connecticut, José non sarebbe andato a Las Vegas, Sharon, la nostra
assistente, avrebbe interrotto le sue vacanze sugli sci, in casa non sarebbe mai
mancata la presenza di qualcuno), ma quella prima notte avevo bisogno di
star sola.
Avevo bisogno di star sola perché lui potesse tornare indietro.
Questo fu l’inizio del mio anno del pensiero magico.
3

Il potere che ha il dolore di sconvolgere la mente è stato in effetti


ampiamente notato. Il cordoglio per la morte di qualcuno, scrisse Freud nel
1917 nel suo Lutto e melanconia «provoca gravi deviazioni dal normale
atteggiamento verso la vita». Tuttavia, spiegava, tra le alienazioni il dolore
mantiene la sua peculiarità: «Non ci passa mai per la testa di considerarlo uno
stato patologico e di sottoporlo a trattamento medico». Contiamo invece sul
fatto che esso «venga superato dopo un certo lasso di tempo». E
consideriamo «ogni interferenza inutile e persino dannosa». Melanie Klein,
nel suo Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi del
1940, espresse un giudizio analogo: «La persona in lutto è effettivamente
malata, ma poiché questo stato mentale è comune e ci sembra del tutto
naturale, non diamo al lutto il nome di malattia… Per formulare la mia
conclusione in termini più precisi, direi che nel lutto il soggetto attraversa
uno stato maniaco-depressivo modificato e transitorio, e lo supera».
Si noti l’enfasi sul verbo «superare».
Era estate piena, alcuni mesi dopo la notte in cui avevo dovuto star sola
perché John potesse tornare indietro, quando fui costretta a riconoscere che in
tutto l’inverno e in tutta la primavera c’erano state occasioni in cui non ero
riuscita a pensare razionalmente. Pensavo come pensano i bambini piccoli,
come se i miei pensieri o i miei desideri avessero il potere di rovesciare la
storia, di cambiarne l’esito. Nel mio caso questo modo disordinato di pensare
era stato clandestino, notato – credo – da nessun altro, nascosto persino a me,
ma era stato anche, retrospettivamente, urgente e costante.
Retrospettivamente c’erano stati dei segni, delle bandierine di pericolo che
avrei dovuto notare. C’era stata, per esempio, la faccenda dei necrologi. Non
li potevo leggere. Questo durò dal 31 dicembre, quando apparvero i primi
necrologi, al 29 febbraio, la sera degli Academy Awards del 2004, quando
vidi una fotografia di John nella sequenza «In Memoriam» dell’Academy.
Quando vidi la fotografia compresi per la prima volta perché i necrologi mi
avevano tanto turbato.
Avevo lasciato che gli altri lo credessero morto.
Avevo lasciato che lo seppellissero vivo.
Un’altra di queste bandierine: c’era stato un momento (tra la fine di
febbraio e i primi di marzo, dopo che Quintana aveva lasciato l’ospedale ma
prima del funerale che aveva continuato ad aspettare la sua guarigione) in cui
mi era venuto in mente che dovevo liberarmi dei vestiti di John. Molte
persone avevano accennato alla necessità di liberarsi della sua roba, di solito
nella forma, benintenzionata ma (come succede) incauta, di un’offerta di
aiuto nel farlo. Mi ero opposta. Non so perché. Ricordavo di avere io stessa
aiutato mia madre, dopo la morte di mio padre, a dividere la sua roba in varie
pile da dare a Goodwill e in altre pile «migliori» per il negozio di roba usata
in vendita per beneficenza dove Gloria, mia cognata, faceva del volontariato.
Dopo la morte di mia madre Gloria, io, Quintana e le figlie di Gloria e Jim
avevamo fatto lo stesso con i suoi vestiti. Era una delle cose che si facevano
quando moriva qualcuno, una parte del rituale, una specie di obbligo morale.
Cominciai. Liberai una mensola sulla quale John aveva ammucchiato
felpe, magliette, la roba che indossava quando andavamo a passeggiare in
Central Park la mattina presto. Non passeggiavamo sempre insieme perché ci
piacevano percorsi diversi, ma tenevamo in mente il percorso dell’altro per
intersecarlo prima di uscire dal parco. La roba su quella mensola mi era
familiare come la mia. Mi rifiutai di pensare a questo. Misi da parte certe
cose (una felpa sbiadita che ricordavo di avergli visto addosso molte volte,
una T-shirt Canyon Ranch che Quintana gli aveva comprato in Arizona), ma
quasi tutta la roba che c’era su quella mensola la misi in alcuni sacchetti e
portai i sacchetti alla chiesa episcopale di St. James di là dalla strada. Aprii
un armadio e riempii altri sacchetti: scarpe da ginnastica New Balance, scarpe
per tutte le stagioni, shorts Brooks Brothers, sacchetti e sacchetti di calzini.
Portai i sacchetti alla chiesa di St. James. Un giorno, qualche settimana dopo,
riempii altri sacchetti e li misi nello studio di John, dove aveva tenuto la sua
roba. Non ero ancora pronta ad affrontare i completi e le camicie e le giacche,
ma credevo di potermela cavare con quello che restava delle scarpe, un primo
passo.
Mi fermai sulla soglia della stanza.
Non potevo dare via il resto delle scarpe.
Rimasi là per un momento, poi compresi perché: avrebbe avuto bisogno
di scarpe, se doveva tornare.
Riconoscere questo pensiero non servì assolutamente a sradicarlo.
Non ho ancora provato a decidere (dando via le scarpe, per esempio) se
il pensiero ha perduto il suo potere.
Ripensandoci, vedo la stessa autopsia come il primo esempio di questo
modo di pensare. Qualunque altra cosa avesse occupato la mia mente quando
con tanta determinazione autorizzai l’autopsia, c’era anche un rametto di
follia da cui traevo il suggerimento che l’autopsia potesse dimostrare che
quello che era andato storto era qualcosa di semplice. Avrebbe potuto trattarsi
solo di un blocco transitorio o di un’aritmia. Che avrebbe potuto richiedere
solo una piccola messa a punto: un cambiamento di medicinali, per dire, o
una regolazione del pacemaker. In tal caso, ecco il mio ragionamento, forse
avrebbero ancora potuto aggiustare le cose.
Ricordo di essere rimasta colpita da un’intervista, durante la campagna
del 2004, in cui Teresa Heinz Kerry parlava della morte improvvisa del primo
marito. Dopo l’incidente aereo che uccise John Heinz, diceva nell’intervista,
aveva sentito con forza il «bisogno» di lasciare Washington e tornare a
Pittsburgh.
Certo che «sentiva il bisogno» di tornare a Pittsburgh.
Pittsburgh, non Washington, era il posto dove suo marito poteva tornare.
L’autopsia, in realtà, non ebbe luogo la sera in cui John fu dichiarato
morto.
L’autopsia non ebbe luogo fino alle undici della mattina dopo. Oggi mi
rendo conto che l’autopsia avrebbe potuto svolgersi solo dopo la telefonata
dell’uomo del New York Hospital che non conoscevo, la mattina del 31
dicembre. L’uomo che fece la telefonata non era «il mio assistente sociale»,
né «il dottore di mio marito», né, come avremmo potuto dire tra noi John e
io, il nostro amico del ponte. «Non è il nostro amico del ponte» era
un’espressione del nostro lessico familiare, e derivava dal modo in cui Harriet
Burns, la zia di John, aveva descritto una serie di avvistamenti successivi di
sconosciuti incontrati di recente, per esempio quando aveva visto davanti al
Friendly’s di West Hartford la stessa Cadillac Seville che poco prima le
aveva tagliato la strada sul ponte di Bulkeley. «Il nostro amico del ponte»
diceva. Io pensavo a John che diceva «Non è il nostro amico del ponte»
mentre ascoltavo l’uomo al telefono. Ricordo le sue condoglianze. Ricordo le
sue offerte di assistenza. Sembrava che volesse menare il can per l’aia.
Aveva telefonato, disse poi, per sapere se volevo donare gli organi di
mio marito.
Molte cose mi passarono per la testa in quel momento. La prima parola
che mi passò per la testa fu «No». Simultaneamente ricordai che una sera a
cena Quintana aveva detto di essersi fatta classificare come donatrice di
organi quando aveva rinnovato la patente. Aveva chiesto a John se l’aveva
fatto anche lui. John aveva detto di no. Ne avevano parlato.
Io avevo cambiato discorso.
Ero stata incapace di pensare alla morte dell’uno o dell’altra.
L’uomo al telefono continuò a parlare. Io pensavo: se dovesse morire
oggi nel del Beth Israel North, salterebbe fuori questa cosa? Cosa farei?
RTI

Cosa farei, ora?


Mi sentii dire all’uomo al telefono che nostra figlia era priva di
coscienza. Mi sentii dire che non mi sentivo capace di prendere una decisione
simile prima che nostra figlia sapesse che suo padre era morto. Questa allora
mi parve una risposta ragionevole.
Solo dopo avere riattaccato mi resi conto che nella mia risposta non
c’era nulla di ragionevole. Questo pensiero fu immediatamente (e utilmente:
notate l’istantanea mobilitazione del sistema immunitario cognitivo)
soppiantato da un altro: in quella chiamata c’era qualcosa che non quadrava.
C’era una contraddizione. Quell’uomo aveva parlato di organi da donare, ma
ormai era diventato impossibile effettuare un espianto efficace: John non era
in rianimazione. Non era in rianimazione quando lo avevo visto nel cubicolo
del pronto soccorso. Non era in rianimazione quando era venuto il prete. Tutti
gli organi dovevano essere inutilizzabili.
Poi mi venne in mente una cosa: l’ufficio del medico legale di Miami-
Dade. John e io c’eravamo stati insieme una mattina del 1985 o del 1986.
C’era qualcuno della banca degli occhi che attaccava dei cartellini ai corpi
per l’asportazione della cornea. Questi corpi nell’ufficio del medico legale di
Miami-Dade non erano attaccati alle macchine. L’uomo del New York
Hospital, dunque, parlava di prendere solo le cornee, gli occhi. Allora perché
non dirlo? Perché travisare tutto? Perché fare quella telefonata e non dire
solo «gli occhi»? Presi dalla scatola in camera da letto la clip d’argento che
l’assistente sociale mi aveva dato la sera prima e guardai la patente. Occhi
blu, diceva la patente. Restrizioni: lenti correttive.
Perché fare quella telefonata e non dire semplicemente quello che
volevi?
I suoi occhi. I suoi occhi blu. I suoi imperfetti occhi blu.
e quello che voglio sapere è
quanto ti piace il tuo ragazzo dagli occhi blu
Signora Morte
Quel mattino non riuscivo a ricordare chi aveva scritto questi versi.
Credevo che fosse E.E. Cummings, ma non ero sicura. Non avevo un volume
di Cummings, ma in camera da letto, su una mensola riservata alla poesia,
trovai un’antologia, uno dei vecchi libri di testo di John, pubblicata nel 1949,
quando lui doveva essere al Portsmouth Priory, il collegio benedettino vicino
a Newport dove lo mandarono dopo la morte di suo padre.
(La morte di suo padre: improvvisa, per una crisi cardiaca, poco dopo
la cinquantina, avrei dovuto tener conto dell’avvertimento.)
Se per caso eravamo dalle parti di Newport, John mi portava a
Portsmouth a sentire il canto gregoriano vespertino. Era una cosa che lo
commuoveva. Sul risguardo dell’antologia c’era scritto il nome Dunne, con
una calligrafia minuta e regolare, e poi, con la stessa calligrafia, in inchiostro
blu, inchiostro stilografico, queste ipotesi di lavoro: 1) Qual è il significato e
qual è l’esperienza della poesia? 2) Quale pensiero o riflessione suscita in
noi questa esperienza? 3) Quale stato d’animo, sentimento, emozione è
suscitato o creato dalla poesia nell’insieme?
Rimisi il libro sulla mensola. Sarebbe passato qualche mese prima che
mi ricordassi di controllare e verificare che i versi erano effettivamente di
E.E. Cummings. E sarebbe passato qualche mese prima che mi venisse fatto
di pensare che la mia collera verso questo ignoto telefonista del New York
Hospital rispecchiava un’altra versione del terrore primitivo che in me non
era stato risvegliato dal problema dell’autopsia.
Qual era il significato e quale l’esperienza?
Verso quale idea o riflessione ci portava l’esperienza?
Come poteva tornare indietro, John, se gli toglievano gli organi, come
poteva tornare indietro se non aveva le scarpe?
4

Al livello più superficiale apparivo razionale. All’osservatore medio


avrei dato l’impressione di capire pienamente che la morte era irreversibile.
Avevo autorizzato l’autopsia. Avevo organizzato la cremazione. Avevo
disposto che le sue ceneri fossero raccolte e portate nella cattedrale di St.
John the Divine, dove, quando Quintana si fosse svegliata e si fosse sentita
abbastanza bene per essere presente, sarebbero state collocate nella cappella
di fianco all’altare maggiore dove mio fratello e io avevamo messo le ceneri
di nostra madre. Avevo disposto che la lapide di marmo sulla quale era inciso
il suo nome fosse tolta e ridata allo scalpellino per incidervi anche il nome di
John. Infine, il 23 marzo, quasi tre mesi dopo la sua morte, avevo visto
collocare le ceneri nel muro, rimettere a posto la lapide e svolgersi la
funzione religiosa.
C’era il canto gregoriano, per John.
Quintana chiese che il canto fosse in latino. Lo avrebbe chiesto anche
lui.
C’era il suono eccelso di una tromba.
C’erano un prete cattolico e un prete episcopale.
Parlò Calvin Trillin, parlò David Halberstam, parlò Susan Traylor, la
migliore amica di Quintana, Susanna Moore lesse un frammento di «East
Coker», la parte su come «si è imparato a dominare le parole / solo per la
cosa che non si ha più da dire, o il modo in cui / non si è più disposti a dirla».
Nick lesse Catullo: «In morte del fratello». Quintana, ancora debole ma con
voce ferma, ritta in un abito nero nella stessa cattedrale dove otto mesi prima
si era sposata, lesse una poesia che aveva scritto per suo padre.
Ce l’avevo fatta. Avevo riconosciuto che era morto. Lo avevo fatto nella
forma più pubblica che potessi concepire.
Eppure il mio modo di ragionare su questo punto rimaneva
sospettosamente fluido. Durante una cena, nella tarda primavera o all’inizio
dell’estate, mi capitò di incontrare un illustre professore di teologia.
Qualcuno a tavola sollevò una questione a proposito della fede. Il teologo
disse che il rituale stesso era una forma di fede. La mia reazione fu tacita ma
negativa, veemente, eccessiva anche per me. Più tardi mi resi conto che il mio
primo pensiero era stato: ma io il rituale l’ho fatto. Io ho fatto tutto. Io ho
fatto St. John the Divine, io ho fatto il canto in latino, io ho fatto il prete
cattolico e il prete episcopale, io ho fatto «Ai tuoi occhi, mille anni sono
come il giorno di ieri che è passato» e io ho fatto «In paradisum deducant
angeli».
E tutto questo non lo ha fatto tornare indietro.
«Farlo tornare indietro»: questo era stato in quei mesi il mio scopo
segreto, un trucco magico. Alla fine dell’estate cominciavo a capirlo
chiaramente. Ma «capirlo chiaramente» non bastava, e ancora non mi
permetteva di dare via la roba di cui avrebbe avuto bisogno.
*
Nei momenti difficili, mi era stato insegnato fin dall’infanzia, leggi,
impara, datti da fare, rivolgiti alla letteratura. Essere informati significava
non perdere il controllo. Considerando che il dolore per la perdita di qualcuno
rimane la più generale delle calamità, la letteratura sull’argomento sembrava
notevolmente esigua. C’era il diario che C. S. Lewis aveva tenuto dopo la
morte di sua moglie, Diario di un dolore. C’era il brano occasionale in questo
o quel romanzo, per esempio la descrizione di Thomas Mann nella Montagna
incantata dell’effetto che la morte della sua moglie ha su Hermann Castorp:
«Il suo spirito era turbato; si ritirò in se stesso; il cervello intorpidito lo faceva
sbagliare negli affari, tanto che la ditta Castorp e Figlio subì notevoli perdite
finanziarie; e la primavera successiva, mentre ispezionava alcuni magazzini
davanti al ventoso imbarcadero, si buscò un’infiammazione ai polmoni.
Troppo alta era la febbre per il suo cuore squassato, e in cinque giorni,
nonostante tutte le cure del dottor Heidekind, morì.» C’erano, nei balletti
classici, i momenti in cui questo o quell’innamorato abbandonato cerca di
trovare e far rivivere questo o quell’amata, le luci azzurrate, i bianchi tutù, il
pas de deux con l’amata che preannuncia il definitivo ritorno tra i defunti: la
danse des ombres, la danza delle ombre. C’erano certe poesie, in realtà molte
poesie. Per un giorno o due contai su Matthew Arnold, «Il tritone
abbandonato»:
Le voci dei figli dovrebbero essere care
(chiama ancora una volta) all’orecchio di una madre;
le voci dei figli, fuori di sé per il dolore…
Tornerà sicuramente!
C’erano dei giorni in cui contavo su W.H. Auden, i versi di «Funeral
Blues» tratti dall’Ascesa dell’F6:
Fermate tutti gli orologi, tagliate il telefono,
fate tacere il cane con un osso sugoso,
zittite i pianoforti, e al rullio dei tamburi assordati
fate uscire la bara, vengano i dolenti.
Le poesie e le danze delle ombre mi sembravano le più fedeli.
Oltre o sotto queste astratte rappresentazioni delle pene e dei furori di
chi ha perduto una persona cara, c’era un corpo di sotto-letteratura, guide per
affrontare la situazione, alcune «pratiche», altre «ispirate», quasi tutte inutili.
(Non bevete troppo, non spendete i soldi dell’assicurazione per ritinteggiare il
soggiorno, iscrivetevi a un gruppo di sostegno.) Restava la letteratura
professionale, gli studi fatti dagli psichiatri e dagli psicologi e dagli assistenti
sociali venuti dopo Freud e Melanie Klein, e ben presto fu a questi testi che
mi trovai a rivolgermi. Da essi imparai molte cose che sapevo già, che a un
certo punto sembravano promettere conforto, dare una conferma, presentare
l’opinione di un esterno per il quale io non stavo immaginando ciò che
sembrava capitarmi in quel momento. Da Lutto: reazioni, conseguenze e cura
redatto nel 1984 dall’Istituto di Medicina della National Academy of
Sciences, appresi per esempio che le più frequenti reazioni immediate alla
morte erano forte emozione, torpore e un senso d’incredulità:
«Soggettivamente, i superstiti possono sentirsi come se fossero dentro un
bozzolo o avvolti in una coperta; agli altri, possono dare l’impressione di
reggere bene. Poiché la realtà della morte non è ancora penetrata nella
coscienza, può sembrare che i superstiti stiano rassegnandosi alla perdita».
Ecco dunque che avevamo l’effetto «osso duro».
Continuai a leggere. Si era osservato, appresi da J. William Worden
dello Harvard Child Bereavement Study del Massachusetts General Hospital,
che dopo la morte di un compagno i delfini rifiutavano il cibo. Si era
osservato che in un caso del genere le oche reagivano volando ed emettendo
il loro verso, cercando dappertutto fino a perdere l’orientamento e a smarrirsi.
Gli esseri umani, lessi, ma non avevo bisogno di impararlo, mostravano
analoghe reazioni. Cercavano. Smettevano di mangiare. Dimenticavano di
respirare. Il diminuito consumo di ossigeno li indeboliva, le lacrime non
versate gli intasavano i seni nasali, ed essi finivano dall’otorinolaringoiatra
con oscure infezioni alle orecchie. Perdevano la concentrazione. «Dopo un
anno riuscii a leggere i titoli dei giornali», mi disse un’amica alla quale era
morto il marito tre anni prima. Perdevano la capacità cognitiva a tutti i livelli.
Come Hermann Castorp, commettevano errori negli affari e subivano
notevoli perdite finanziarie. Dimenticavano il loro numero telefonico e
andavano all’aeroporto senza documenti. Si ammalavano, deperivano e
arrivavano persino a morire, come Hermann Castorp.
Questo aspetto del «morire» era stato documentato, in uno studio dopo
l’altro.
Cominciai a uscire con i documenti, quando andavo la mattina a
passeggiare al Central Park, caso mai fosse capitato a me.
Se il telefono squillava mentre stavo facendo la doccia non andavo più a
rispondere, per evitare di cadere morta stecchita sul pavimento.
Appresi che certi studi erano famosi. Erano icone della letteratura, punti
di riferimento, citati in tutto quello che leggevo. Per esempio, Young,
Benjamin e Wallis su The Lancet n. 2, pp. 454-456, 1963. Questo studio su
4486 persone rimaste vedove di recente nel Regno Unito, e poi seguite per
cinque anni, mostrava «per i vedovi nei primi sei mesi successivi alla perdita
del coniuge tassi di mortalità significativamente più alti che per i coniugati».
C’era l’articolo di Rees and Lutkins sul British Medical Journal, n. 4, pp. 13-
16, 1967. Questo studio di confronto tra 903 parenti di defunti e 878 persone
che non avevano subito alcuna perdita mostrava «per gli sposi rimasti vedovi
una mortalità significativamente più alta nel primo anno». La spiegazione
funzionale di questi tassi di mortalità più elevati era esposta nella rassegna
del 1984 dell’Istituto di Medicina: «Le ricerche hanno finora dimostrato che,
come molti altri fattori stressanti, il dolore per la perdita di una persona
cara porta spesso a cambiamenti nel sistema endocrino, immunitario,
nervoso autonomo e cardiovascolare; tutti questi sistemi sono fortemente
influenzati dal funzionamento del cervello e dai neurotrasmettitori».
Come appresi da questa letteratura, c’erano inoltre due tipi di lutto. Il
preferito, quello associato alla «crescita» e allo «sviluppo», era il «lutto non
complicato» o «lutto normale».
Questo lutto non complicato, secondo il Manuale Merck , 16 edizione,
a

poteva ancora tipicamente presentarsi con «sintomi di ansietà quali insonnia


iniziale, agitazione e iperattività del sistema nervoso autonomo», ma
«generalmente non causava depressione clinica, tranne che nelle persone
inclini a una certa instabilità dell’umore». Il secondo tipo di lutto era il «lutto
complicato», noto nella letteratura anche come «lutto patologico», e si diceva
che si presentasse in una varietà di situazioni. Una situazione in cui poteva
presentarsi il lutto patologico, lessi ripetutamente, era quella in cui il
sopravvissuto e il deceduto avevano avuto un’insolita dipendenza reciproca.
«Il sopravvissuto era molto dipendente dal deceduto per motivi legati al
piacere, al sostegno e all’auto-stima?» Ecco uno dei criteri diagnostici
suggeriti dal dott. David Peretz del Dipartimento di Psichiatria della
Columbia University. «Il sopravvissuto, nel caso di separazioni obbligate, si
sentiva perduto?»
Riflettei su queste domande.
Una volta, nel 1968, quando inaspettatamente avevo dovuto passare la
notte a San Francisco (stavo raccogliendo materiale per un articolo, pioveva,
e la pioggia mi costrinse a spostare al mattino dopo un’intervista fissata per il
tardo pomeriggio), John venne su da Los Angeles in aereo perché potessimo
cenare insieme. Andammo a mangiare da Ernie. Dopo cena John prese il
«Midnight Flyer» della , un comodo aereo da tredici dollari appartenente a
PSA

un’era in cui in California era possibile volare da Los Angeles a San


Francisco, a Sacramento o a San José per ventisei dollari andata a ritorno.
Pensai alla . PSA

Tutti gli aerei della avevano un sorriso dipinto sul naso. Le hostess
PSA

indossavano minigonne rosse e arancione disegnate da Rudy Gernreich. La


rappresentò un momento della nostra vita in cui la maggior parte delle cose
PSA

che facevamo sembravano naturali, senza conseguenze, uno stato d’animo in


cui non ci si pensava due volte a fare più di mille chilometri in aereo per una
cena. Questo stato d’animo finì nel 1978, quando un Boeing 727 della si PSA

scontrò con un Cessna 172 sopra San Diego, uccidendo centoquarantotto


persone.
Quando questo accadde mi venne fatto di pensare che all’atto pratico, se
si trattava della , non avevo calcolato la posta in gioco.
PSA

Ora capisco che questo errore non era limitato alla . PSA

Quando Quintana, a due o tre anni, andò a trovare i miei genitori a


Sacramento con un volo della , tornò dal viaggio dicendo che «era andata
PSA

sul sorriso». John aveva l’abitudine di scrivere le cose che diceva su pezzi di
carta che metteva in una scatola nera dipinta regalatagli da sua madre. Questa
scatola, che con i suoi pezzi di carta rimane su uno scrittoio nel mio
soggiorno, era decorata con l’aquila americana e le parole «E pluribus
unum». Più tardi John usò alcune delle cose dette da Quintana in un romanzo,
Dutch Shea, Jr. Le attribuì alla figlia di Dutch Shea, Cat, rimasta uccisa da
una bomba dell’ mentre cenava con la madre in un ristorante di Charlotte
IRA

Street, a Londra. Ecco una parte di ciò che scrisse:


«Dove hai stato?» diceva, e «Dov’è andata la mattina?» Lui si scriveva tutte queste frasi e le
ficcava nel cassettino segreto della scrivania di acero che Barry Stukin aveva regalato a lui e a
Lee in occasione delle loro nozze… Cat con la gonna scozzese della scuola. Cat che poteva
chiamare il suo bagno «bagnimento» e le farfalle destinate a un esperimento dell’asilo «fallefar».
Cat che aveva inventato la sua prima poesia a sette anni: «I’m going to marry / A boy named
Henry / He rides horses / And handles divorces».
In quel cassetto c’era l’Uomo Rotto. L’Uomo Rotto era il nome che Cat dava alla paura, alla
morte e all’ignoto. Ho fatto un brutto sogno sull’Uomo Rotto, diceva. Non permettere all’Uomo
Rotto di acchiapparmi. Se arriva l’Uomo Rotto, mi aggrappo allo steccato e non mi faccio
prendere… Lui si chiedeva se l’Uomo Rotto aveva avuto il tempo di spaventare Cat prima che
morisse.
Oggi capisco ciò che non ero riuscita a capire nel 1982, l’anno in cui
Dutch Shea, Jr. venne pubblicato: quello era un romanzo sul lutto e sul
dolore. La letteratura scientifica avrebbe detto che Dutch Shea stava
attraversando un lutto patologico. I segni diagnostici dovevano essere questi:
è ossessionato dal momento in cui Cat è morta. Si fa passare e ripassare
quella scena davanti agli occhi, come se rivedendola essa potesse rivelare un
finale diverso: il ristorante in Charlotte Street, l’insalata di indivia, le
espadrillas color lavanda di Cat, la bomba, la testa di Cat sul carrello dei
dolci. Tormenta l’ex moglie, la madre di Cat, ripetendole sempre la stessa
domanda: perché era nel bagno delle donne quando è scoppiata la bomba?
Alla fine lei gli dice:
Tu non hai mai avuto molta fiducia in me come madre di Cat, ma quella bambina l’ho
allevata io. Io mi sono occupata di lei il giorno in cui ha avuto la prima mestruazione, e ricordo
che quando era piccola chiamava la mia camera da letto la sua «dolce seconda stanza», e gli
spaghetti li chiamava «buzzghetti», e la gente che veniva a trovarci la chiamava «ciaociao».
Diceva «dove hai stato» e «dov’è andata la mattina», e tu dicevi a Thayer, tu, figlio di puttana,
che volevi qualcuno che te la ricordasse. Così lei mi ha detto che era incinta, che era stato un
incidente, e voleva sapere cosa fare, e io ero andata in bagno perché sapevo che stavo per
piangere e non volevo piangere davanti a lei e volevo asciugarmi le lacrime per potermi
comportare in modo ragionevole, e poi ho sentito la bomba, e quando finalmente sono uscita lei
era sparsa dappertutto, un po’ nel sorbetto e un po’ in strada, e tu, tu, figlio di puttana, tu vuoi
qualcuno che te la ricordi.
Io credo che John avrebbe detto che il tema di Dutch Shea, Jr. era la
fede.
Quando John cominciò il romanzo sapeva già quali sarebbero state le
ultime parole, non soltanto le ultime parole del romanzo ma le ultime parole
pensate da Dutch Shea prima di spararsi: «Io credo in Cat. Io credo in Dio».
Credo in Deum. Le prime parole del catechismo cattolico.
Era sulla fede o era sul dolore?
La fede e il dolore erano la stessa cosa?
Eravamo insolitamente dipendenti l’uno dall’altro l’estate in cui
andavamo a nuotare e guardavamo Tenko e andavamo a cena da Morton?
O eravamo insolitamente fortunati?
Se fossi sola, John potrebbe tornare da me sul sorriso?
Direbbe: prenota un tavolo da Ernie?
La e il sorriso non esistono più, venduti alle Airways e cancellati
PSA US

dagli aerei.
Ernie non esiste più, ma fu ricostruito brevemente da Alfred Hitchcock
per La donna che visse due volte. La prima volta che James Stewart vede
Kim Novak è da Ernie. Più tardi lei cade dalla torre campanaria (rifatta anche
quella, un effetto speciale) della missione di San Juan Bautista.
Ci eravamo sposati, a San Juan Bautista.
Un pomeriggio di gennaio in cui i fiori cominciavano a sbocciare nei
frutteti lungo la 101.
Quando c’erano ancora dei frutteti lungo la 101.
No. Era tornando indietro che incassavi il colpo. I fiori che
cominciavano a sbocciare nei frutteti della 101 erano la strada sbagliata.
Per parecchie settimane dopo il fatto cercai di tenermi sulla buona strada
(quella stretta, dove non si poteva tornare indietro) ripetendomi gli ultimi due
versi di Rose Aylmer, l’elegia del 1806 di Walter Savage Landor alla
memoria di una figlia di Lord Aylmer che era morta a vent’anni a Calcutta.
Non avevo più pensato a Rose Aylmer da quando facevo l’università a
Berkeley, ma ora riuscivo a ricordare non soltanto la poesia ma molte delle
cose che erano state dette durante le lezioni in cui l’avevo sentita analizzare.
Rose Aylmer funzionava, aveva detto l’insegnante di questo corso, perché
l’elogio esagerato e perciò assurdo della defunta nei primi quattro versi («Oh,
a che giova la stirpe regale! / A cosa la forma divina! / A cosa ogni grazia,
ogni virtù! / Erano, Rose Aylmer, tutte tue») viene messo improvvisamente,
quasi scandalosamente in rilievo dalla «dolce e dura saggezza» degli ultimi
due versi, i quali suggeriscono che il lutto ha il suo posto ma anche i suoi
limiti: «Una notte di ricordi e di sospiri / consacro a te».
«“Una notte di ricordi e di sospiri”» ricordo che ripeteva il professore.
«Una notte. Una sola notte. Potrebbe essere tutta la notte, ma l’autore non
dice neanche tutta la notte, dice una notte, non si tratta di una vita intera, si
tratta di qualche ora.»
Dolce e dura saggezza. Chiaramente, poiché Rose Aylmer mi era rimasta
incisa nella memoria, da studentessa io la interpretavo come una lezione in
materia di sopravvivenza.
30 dicembre 2003.
Avevamo visto Quintana nel al quinto piano del Beth Israel North.
RTI

Dove sarebbe rimasta per altri ventiquattro giorni.


L’insolita dipendenza (è un modo di dire «matrimonio»? «marito e
moglie»? «madre e figlio»? «famiglia nucleare»?) non è l’unica situazione in
cui può determinarsi un lutto complicato o patologico. Un’altra situazione, ho
letto, è quella in cui il processo del lutto viene interrotto da «fattori
accidentali», diciamo da «un ritardo del funerale», o da «una malattia o una
seconda morte in famiglia». Ho letto una spiegazione del dott. Vamik D.
Volkan, professore di psichiatria alla University of Virginia di Charlotteville,
di quella che lui chiamava «terapia di ripetizione del lutto», una tecnica
sviluppata alla University of Virginia per il trattamento di «persone affette da
un lutto patologico cronicizzato». Nel corso di questa terapia, secondo il dott.
Volkan, si arriva a un punto in cui
noi aiutiamo il paziente a rivedere le circostanze della morte: com’è avvenuta, le reazioni del
paziente alla notizia e alla vista del corpo, l’andamento del funerale, ecc. Se la terapia sta
procedendo bene, di solito a questo punto compare la rabbia; in un primo momento è diffusa, poi
diretta verso gli altri, e infine diretta verso il morto. Successivamente possono aver luogo delle
abreazioni – ciò che Bibring (E. Bibring, «Psycoanalysis and the Dynamic Psychotherapies», in
Journal of the American Psychoanalytic Association, 2, 1954, p. 745 sgg.) definisce un
«emotional reliving» – che dimostrano al paziente la realtà dei suoi impulsi rimossi. Ricorrendo
alla nostra comprensione della psicodinamica implicita nel bisogno del paziente di tenere in vita
il proprio caro, possiamo allora spiegare e interpretare il rapporto che era esistito tra il paziente e
colui che è morto.
Ma da dove ricavavano esattamente, il dott. Volkan e la sua équipe di
Charlottesville, la loro straordinaria comprensione della «psicodinamica
implicita nel bisogno del paziente di tenere in vita il proprio caro», la loro
speciale capacità di «spiegare e interpretare il rapporto che era esistito tra il
paziente e colui che è morto»? Guardava Tenko insieme a me e al mio «caro»
a Brentwood Park, dottor Volkan, veniva a cena con noi da Morton? Era con
me e «colui che è morto» al Punchbowl di Honolulu quattro mesi prima che
accadesse? Coglieva anche lei, insieme a noi, fiori di gelsomino per lasciarli
cadere sulle tombe degli ignoti caduti a Pearl Harbor?
Prese anche lei, insieme a noi, un raffreddore sotto la pioggia al Jardin
du Ranelagh di Parigi un mese prima che accadesse? Saltò forse, come noi, i
Monet per andare a pranzo da Conti? Era con noi quando uscimmo da Conti e
comprammo il termometro, era seduto sul nostro letto al Bristol quando
nessuno di noi due riusciva a trovare il modo di convertire in Fahrenheit i
gradi centigradi letti sul termometro?
Era là?
No.
Avrebbe potuto rendersi utile col termometro, ma non c’era.
Io non ho bisogno di «rivedere le circostanze della morte». Ero
presente.
Nessuno mi ha dato «la notizia», non ho dovuto vedere il corpo. Ero
presente.
Mi trattengo, mi fermo.
Mi rendo conto che sto rovesciando una rabbia irrazionale sulla testa di
un perfetto sconosciuto, il dott. Volkan di Charlottesville.
Le persone colpite da un dolore genuino non sono solo mentalmente sconvolte, ma sono
anche, tutte, fisicamente squilibrate. Per quanto possano apparire calme e controllate, nessuno in
tali circostanze può essere normale. La circolazione del sangue disturbata le raffredda, il dolore
le innervosisce e le rende insonni. Spesso esse voltano le spalle a persone per le quali
normalmente nutrono simpatia. Nessuno dovrebbe mai imporre la propria presenza a chi soffre, e
tutte le persone troppo emotive, per quanto amorevoli o premurose siano, dovrebbero essere
assolutamente tenute a distanza. Anche se la consapevolezza che gli amici li amano e soffrono
per loro rappresenta un grande sollievo, i più colpiti devono essere protetti da tutto ciò e da tutti
coloro che potrebbero affaticare nervi già tesi fin quasi al punto di rottura, e nessuno ha il diritto
di offendersi se si sente dire che non può rendersi utile né essere ricevuto. In questi momenti per
certe persone la compagnia è un conforto, mentre altri rifuggono anche dagli amici più cari.
Questo brano è tratto dal libro di galateo del 1922 di Emily Post,
capitolo XXIV, «Funerali», che accompagna il lettore dal momento della
morte («Appena si verifica un decesso, qualcuno, di solito l’infermiera
diplomata, tira le tende nella stanza del malato e dice a un domestico di
chiudere tutte le tende della casa») e arriva alle istruzioni sull’assegnazione
dei posti a coloro che assistono al funerale: «Entrate in chiesa il più
silenziosamente possibile, e poiché ai funerali non c’è nessuno che vi
accompagni ai vostri posti, sedetevi là dove più o meno vi mettete di solito.
Solo un amico molto stretto dovrebbe prendere posto nella parte della navata
centrale più vicina all’altare. Se siete solo un conoscente, dovreste sedervi in
fondo alla chiesa senza farvi notare, a meno che il funerale non sia molto
piccolo e la chiesa particolarmente grande, nel qual caso potete sedervi
all’ultimo posto verso il fondo della navata centrale».
Questo tono, di immancabile specificità, non viene mai meno. L’accento
cade sempre sul lato pratico. I parenti del defunto devono essere invitati a
«sedersi in una stanza soleggiata», preferibilmente col caminetto acceso. Si
può offrire su un vassoio qualcosa da mangiare, ma «pochissimo»: tè, caffè,
bouillon, un toast piccolo e sottile, un uovo in camicia. Latte, ma solo latte
caldo: «Il latte freddo fa male a chi è già troppo infreddolito». Quanto ad altri
alimenti, «la cuoca può proporre qualcosa che sia abitualmente di loro gusto:
ma bisognerebbe offrire poche cose alla volta, perché, anche se lo stomaco
può essere vuoto, il palato respinge l’idea del cibo, e la digestione non è mai
nelle migliori condizioni». Quando si tratterà di portare il lutto, il dolente
viene sollecitato a praticare l’economia: la maggior parte del vestiario
esistente, comprese le scarpe di cuoio e i cappelli di paglia, si potranno
«tingere perfettamente». Le spese del funerale dovrebbero essere controllate
in anticipo. Durante il funerale la casa dovrebbe essere lasciata in custodia a
un amico. L’amico dovrebbe provvedere ad arieggiarla e a rimettere a posto i
mobili spostati e ad accendere il fuoco per il ritorno della famiglia. «Sarà
bene preparare anche un po’ di tè o di brodo caldo» raccomandava la signora
Post «e bisognerebbe portarglielo quando tornano senza chiedere se ne hanno
voglia. Le persone che soffrono molto non hanno voglia di mangiare, ma se
qualcuno offre loro del cibo lo accetteranno meccanicamente, e quello di cui
hanno più bisogno è qualcosa di caldo per iniziare la digestione e stimolare la
circolazione intorpidita.»
C’era qualcosa di interessante nella praticità di questi consigli,
nell’istintiva comprensione degli scombussolamenti fisiologici
(«cambiamenti nei sistemi endocrino, immunitario, nervoso autonomo e
cardiovascolare») catalogati successivamente dall’Istituto di Medicina. Non
so che cosa mi spinse a consultare il libro di galateo del 1922 di Emily Post
(qualche ricordo di mia madre, direi, che me ne aveva dato da leggere una
copia quando ci trovammo assediati dalla neve in una casa di quattro stanze
affittata a Colorado Springs durante la Seconda guerra mondiale), ma quando
lo trovai in Internet esso mi parlò direttamente. Mentre lo leggevo mi ricordai
che freddo avevo avuto al New York Hospital la sera in cui John era morto.
Credevo di aver freddo perché era il 30 dicembre e io ero arrivata
all’ospedale a gambe nude, con le pantofole, indossando solo la sottana di
lino e il maglione che mi ero messa per preparare la cena. Un po’ era questo,
ma avevo freddo anche perché nulla nel mio corpo funzionava come avrebbe
dovuto.
La signora Post lo avrebbe capito. Lei scriveva in un mondo in cui il
lutto era ancora riconosciuto, ammesso, non nascosto agli occhi della gente.
Philippe Ariès, in una serie di lezioni che tenne alla Johns Hopkins nel 1973 e
che furono poi pubblicate col titolo L’uomo e la morte dal Medioevo ad oggi,
osservava che a partire dagli anni trenta nella maggior parte dei paesi
occidentali e in particolare negli Stati Uniti c’era stata una rivoluzione
nell’atteggiamento comunemente accettato verso la morte. «La morte»
scriveva «così onnipresente nel passato da essere familiare, sarebbe stata
cancellata, avrebbe dovuto sparire. Sarebbe diventata vergognosa e tabù.»
L’antropologo sociale inglese Geoffrey Gorer, nel suo Death, Grief, and
Mourning del 1965, ha descritto questo rifiuto del lutto espresso
pubblicamente come una conseguenza della crescente pressione di un nuovo
«dovere etico di divertirsi», un nuovo «imperativo di non fare nulla che
potrebbe ridurre il piacere degli altri». Sia in Inghilterra che negli Stati Uniti,
osservava, la tendenza contemporanea era «di trattare il lutto come una
morbosa autoindulgenza, e di guardare con ammirazione quei parenti del
defunto che nascondono il proprio dolore così bene che nessuno capirebbe
che è successo qualcosa».
Un modo in cui oggi il dolore viene nascosto è far accadere la morte
quasi sempre dietro le quinte. Nella tradizione precedente di cui scriveva la
signora Post, l’atto di morire non era stato ancora professionalizzato. Non
riguardava tipicamente gli ospedali. Le donne morivano di parto. I bambini
morivano di febbri. Il cancro era incurabile. Quando la signora Post cominciò
a scrivere il suo libro di galateo, non dovevano essere molte le famiglie
americane che non erano state toccate dalla pandemia influenzale del 1918.
La morte era vicina, in casa. All’adulto medio si chiedeva che ne affrontasse
con competenza, e anche con sensibilità, le conseguenze. Quando muore
qualcuno, mi insegnarono mentre crescevo in California, metti nel forno un
cosciotto di maiale. Lo porti a casa del morto. Vai al funerale. Se la famiglia
è cattolica dici con loro anche il rosario, ma non piangi, non ti lamenti e non
richiami l’attenzione della famiglia su di te. Alla fine il libro di galateo del
1922 di Emily Post non risultava né meno acuto nel suo modo d’intendere
quest’altro modo di morire, né meno prescrittivo nel suo trattamento del
dolore, di tutte le altre cose che avevo letto. Non dimenticherò l’istintiva
saggezza dell’amica che tutti i giorni in quelle prime settimane mi portava da
Chinatown un recipiente da un litro di crema di riso allo zenzero e scalogno.
La crema di riso riuscivo a mangiarla. L’unica cosa che riuscivo a mangiare
era la crema di riso.
5

C’era un’altra cosa che mi avevano insegnato mentre crescevo in


California. Quando uno sembra morto, lo scopri con certezza accostandogli
uno specchietto alla bocca e al naso. Se sulla superficie dello specchio non si
forma un velo di umidità, la persona è morta. Questo me lo insegnò mia
madre. Lo dimenticai la sera in cui John morì. Respira?, mi aveva chiesto il
centralino. Venite subito, avevo detto io.
30 dicembre 2003.
Avevamo visto Quintana nel al quinto piano del Beth Israel North.
RTI

Avevamo notato i numeri sul respiratore.


Le avevamo tenuto la mano gonfia.
Ancora non sappiamo da che parte va, aveva detto uno dei medici del . RTI

Eravamo tornati a casa dopo le visite serali. Il non riapriva fino alle
RTI

sette, e dovevano essere le otto passate.


Ci eravamo chiesti se andare fuori a cena o mangiare in casa.
Io dissi che avrei acceso il fuoco, che potevamo mangiare in casa.
Non ricordo che cosa volevamo mangiare. Ricordo bene di aver buttato
via quello che c’era nei piatti e in cucina quando tornai a casa dal New York
Hospital.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
In una pulsazione.
O in assenza di pulsazioni.
Negli ultimi mesi ho dedicato molto tempo al tentativo, prima di seguire,
e poi, quando questo tentativo è fallito, di ricostruire l’esatta sequenza degli
avvenimenti che precedettero e seguirono ciò che accadde quella sera. «A un
certo punto tra il 18 dicembre 2003, giovedì, e il 22 dicembre 2003, lunedì»
cominciava una di queste ricostruzioni «Q si è lamentata di “stare
malissimo”, aveva i sintomi dell’influenza e mal di gola.» Questa
ricostruzione, che era preceduta dai nomi e dai numeri telefonici dei dottori
con i quali parlai non soltanto al Beth Israel ma anche in altri ospedali di New
York e di altre città, continuava. Il succo era questo: lunedì 22 dicembre
Quintana andò con la febbre a quaranta al pronto soccorso del Beth Israel
North, che allora era noto per essere il pronto soccorso meno affollato
dell’Upper East Side di Manhattan, e le fu diagnosticata un’influenza. Le
dissero di stare a letto e di bere molto. Non le fecero nessuna radiografia al
torace. Il 23 e il 24 dicembre la febbre oscillò fra 39 e 39 e mezzo. Stava
troppo male per venire a cena da noi la vigilia di Natale. Lei e Gerry
annullarono il progetto di passare la sera di Natale e qualche giorno con la
famiglia di Gerry nel Massachusetts.
Il giorno di Natale, un giovedì, telefonò in mattinata e disse che faceva
fatica a respirare. Il suo respiro sembrava corto e affannoso. Gerry la riportò
al pronto soccorso del Beth Israel North, dove i raggi mostrarono una pesante
infiltrazione di pus e batteri nel lobo inferiore del suo polmone destro. Il
polso era alto, più di 150. Lei era estremamente disidratata. Il conteggio dei
globuli bianchi era quasi a zero. Le diedero dell’Ativan, poi del Demerol. La
polmonite, dissero a Gerry al pronto soccorso, era «un 5 su una scala di 10,
quella che un tempo chiamavamo “polmonite in piedi”». Non c’era «nulla di
grave» (forse era quello che volevo sentire), ma ciò nonostante fu deciso di
ricoverarla nel del quinto piano, in osservazione.
RTI

Quando arrivò al RTI, quella sera, Quintana era agitata. Le


somministrarono altri sedativi e la intubarono. La temperatura era adesso
oltre i 40. Il cento per cento dell’ossigeno che respirava era fornito dal tubo; a
questo punto non era più capace di respirare da sola. Nella tarda mattinata di
venerdì 26 dicembre si apprese che la polmonite si era estesa a entrambi i
polmoni, e che questa polmonite era in crescendo, nonostante la massiccia
somministrazione endovenosa di azitromicina, gentamicina, clindamicina e
vancomicina. Si venne anche a sapere – o si ritenne, poiché la pressione del
sangue calava – che stava entrando, o era entrata, in quello stato che i medici
chiamano shock settico. A Gerry fu chiesto di permettere altre due procedure
invasive, prima l’inserzione di un catetere arterioso e poi l’inserzione di un
secondo catetere che le sarebbe arrivato vicino al cuore per risolvere il
problema della pressione sanguigna. Le diedero della neosinefrina per
mantenere la pressione a 90/60. Il 27 dicembre, sabato, ci dissero che le
stavano dando quello che era allora un farmaco della Eli Lilly ancora nuovo,
lo Xigris, la cui somministrazione sarebbe proseguita per novantasei ore,
quattro giorni. «Questo costa ventimila dollari» disse l’infermiera mentre le
cambiava la flebo. Guardai il fluido che gocciolava in uno dei tanti tubi che la
tenevano in vita. Cercai Xigris in Internet. Un sito diceva che il tasso di
sopravvivenza per i pazienti settici curati con Xigris era del 69 per cento,
contro il 56 per cento di quelli non curati con Xigris. Un altro sito, un
notiziario commerciale, diceva che lo Xigris, il «gigante addormentato» della
Eli Lilly, «lottava per superare i suoi problemi sul mercato della sepsi».
Questo, in qualche modo, sembrava un prisma positivo attraverso il quale
vedere la situazione: Quintana non era la ragazzina che cinque mesi prima era
stata una sposa pazzamente felice e le cui probabilità di sopravvivere
potevano essere calcolate tra il 56 e il 69 per cento, era «il mercato della
sepsi», il che lasciava intendere che il consumatore potesse ancora fare una
scelta. Il 28 dicembre, domenica, si era potuto immaginare che il «gigante
addormentato» del mercato della sepsi stesse cominciando a fare effetto: la
polmonite non era meno grave, ma le avevano tolto la neosinefrina che
sosteneva la pressione e la pressione era rimasta a 95/40. Il 29 dicembre,
lunedì, un infermiere mi disse che rientrando quel mattino dopo l’assenza del
weekend aveva trovato le condizioni di Quintana «incoraggianti». Gli
domandai che cosa esattamente lo avesse incoraggiato quando era rientrato
quel mattino. «Era ancora viva» disse l’infermiere. Il 30 dicembre, martedì,
alle 13.02
(stando al computer) presi questi appunti in previsione di un colloquio
con un altro specialista al quale avevo telefonato:
Effetti sul cervello, per deficit di ossigeno? Per la febbre alta? Per una possibile meningite?
Vari medici hanno detto di «non sapere se c’è qualche struttura o blocco sottostante.» Stanno
parlando di un possibile tumore maligno?
Qui l’ipotesi è che l’infezione sia di origine batterica – ma nelle colture non si sono visti
batteri – non c’è modo di sapere se non è virale?
Come fa un’«influenza» a trasformarsi in un’infezione estesa a tutto il corpo?
L’ultima domanda – Come fa un’«influenza» a trasformarsi in
un’infezione estesa a tutto il corpo? – fu aggiunta da John. Il 30 dicembre
aveva battuto e ribattuto su questo tasto. Nei tre o quattro giorni precedenti lo
aveva chiesto parecchie volte, ai medici e agli aiuti e alle infermiere e
finalmente, disperato, a me, e non aveva mai ricevuto una risposta che
trovasse soddisfacente. C’era qualcosa, in questa situazione, che sembrava
sfidare la sua comprensione. C’era qualcosa, in questa situazione, che sfidava
anche la mia comprensione, ma io fingevo di poterla padroneggiare. Ecco
qua:
Quintana era stata ricoverata nel la sera di Natale.
RTI

Era all’ospedale, avevamo continuato a ripeterci la sera di Natale. La


stavano curando. Si sarebbe salvata.
Tutto il resto era sembrato normale.
Accendemmo il fuoco. Si sarebbe salvata.
Cinque giorni dopo, fuori dal al quinto piano del Beth Israel North,
RTI

tutto sembrava ancora normale: questa era la parte che nessuno di noi (anche
se lo ammetteva solo John) riusciva a superare, un altro dei casi in cui si
continua a fissare il terso cielo blu da cui l’aereo è precipitato. Nel soggiorno
dell’appartamento c’erano ancora i regali che John e io avevamo aperto la
sera di Natale. Sul tavolo e sotto il tavolo nella vecchia stanza di Quintana
c’erano ancora i regali che lei non aveva potuto aprire la sera di Natale perché
era nel . Su un tavolo in sala da pranzo erano ancora impilati i piatti e
RTI

l’argenteria che avevamo usato la vigilia di Natale. Su una fattura


dell’American Express che arrivò quel giorno c’erano ancora gli addebiti
relativi al viaggio di novembre che avevamo fatto a Parigi. Quando partimmo
per Parigi, Quintana e Gerry stavano preparando la loro prima cena per la
festa del Ringraziamento. Avevano invitato la madre, la sorella e il cognato di
Gerry. Volevano usare il servizio di porcellana che era stato regalato loro per
il matrimonio. Quintana era passata a prendere i bicchieri di cristallo color
rubino di mia madre. Il giorno del Ringraziamento li avevamo chiamati da
Parigi. Stavano arrostendo il tacchino e preparando un passato di rape.
«E poi… addio.»
Come fa un’«influenza» a trasformarsi in un’infezione estesa a tutto il
corpo?
Oggi vedo in questa domanda l’equivalente di un grido di rabbia
impotente, un altro modo per dire Come è potuta accadere una cosa simile
quando tutto era normale? Nel cubicolo del dove giaceva Quintana, con le
RTI

dita e la faccia gonfiate dai fluidi, con le labbra screpolate dalla febbre
intorno alla cannula per la respirazione, con i capelli impastati e zuppi di
sudore, i numeri sul respiratore quella sera indicavano che attraverso la
cannula lei riceveva adesso solo il 45 per cento dell’ossigeno. John aveva
baciato il suo viso gonfio. «Più che un giorno di più» aveva sussurrato, con
un’altra espressione del nostro lessico familiare. Il riferimento era alla battuta
di un film, Robin e Marian di Richard Lester. «Ti amerò anche più che un
giorno di più» dice Audrey Hepburn nella parte di Maid Marian a Sean
Connery nella parte di Robin Hood dopo avere bevuto con lui la pozione
fatale. John aveva sussurrato questa frase ogni volta che lasciava il . Mentre
RTI

uscivamo riuscimmo a costringere un dottore a rispondere alle nostre


domande. Gli chiedemmo se il calo dell’ossigeno erogato dalla macchina
significava che Quintana stava meglio.
Ci fu una pausa.
Fu a questo punto che il medico del lo disse: «Non riusciamo ancora a
RTI

capire come andrà».


Come andrà? Andrà per il meglio, ricordo di avere pensato.
Il dottore del stava ancora parlando. «È davvero molto grave» diceva.
RTI

Mi resi conto che era un’espressione in codice per dire che loro si
aspettavano che morisse, ma io insistetti: Come andrà? Andrà per il meglio
perché deve andare per il meglio.
Io credo in Cat.
Io credo in Dio.
«Ti amerò anche più che un giorno di più» disse Quintana tre mesi dopo,
ritta col suo vestito nero nella cattedrale di St. John the Divine. «Come tu
dicevi a me.»
Ci siamo sposati nel pomeriggio del 30 gennaio 1964, un giovedì, nella
Missione Cattolica di San Juan Bautista nella contea di San Benito, in
California. John indossava un completo blu scuro di Chipp. Io un abito corto
di seta bianca che avevo comprato da Ransohoff a San Francisco il giorno in
cui John Kennedy era stato ucciso. Quando a Dallas erano le dodici e trenta,
in California era ancora mattina. Mia madre e io apprendemmo l’accaduto
solo quando, uscendo da Ransohoff per andare a pranzo, incontrammo uno di
Sacramento. Poiché a San Juan Bautista, il pomeriggio del matrimonio,
c’erano solo trenta o quaranta persone (la madre di John, il fratello minore
Stephen, suo fratello Nick e la moglie di Nick, Lenny, e la loro figlia di
quattro anni, i miei genitori e mio fratello e mia cognata e mio nonno e mia
zia e alcuni cugini e amici di famiglia di Sacramento, il compagno di stanza
di John a Princeton, e forse un’altra persona o due), il mio intento per la
cerimonia era stato di non fare l’entrata, la «processione», ma di mettersi
semplicemente là davanti e fare quello che dovevamo fare. «Gli sposi
facciano un passo avanti» ricordo che Nick disse, volonterosamente: Nick
aveva capito tutto, ma l’organista che si era materializzato no, e a un tratto
scoprii che ero al braccio di mio padre e camminavo lungo la corsia
piangendo dietro gli occhiali neri. Quando terminò la cerimonia ci recammo
nella villetta di Pebble Beach. C’erano degli stuzzichini da mangiare, dello
champagne, una terrazza aperta sul Pacifico, una cosa molto semplice. Per la
luna di miele passammo qualche notte in un bungalow del ranch San Ysidro
di Montecito e poi, annoiati, fuggimmo al Beverly Hills Hotel.
Avevo pensato a quel matrimonio il giorno del matrimonio di Quintana.
Anche il suo matrimonio era stato semplice. Portava un lungo abito
bianco, un velo e delle scarpe di lusso, ma aveva i capelli raccolti in una
grossa treccia sulle spalle, come quando era piccola.
Ci sedemmo nel coro di St. John the Divine. Suo padre l’accompagnò
all’altare. All’altare c’era Susan, la sua migliore amica californiana da
quando aveva tre anni. All’altare c’era la sua migliore amica di New York.
All’altare c’era sua cugina Hannah. C’era suo cugino Kelley venuto dalla
California, che lesse una parte della funzione. C’erano i figli della figliastra di
Gerry, che ne lessero un’altra parte. C’erano i bambini più piccoli, bambine
con collane di fiori, a piedi nudi. C’erano sandwich di crescione, champagne,
limonata, tovaglioli di carta color pesca intonati al sorbetto servito con la
torta, pavoni sul prato. Quintana si tolse le scarpe di lusso e sciolse il velo.
«Non era tutto davvero perfetto?» disse quando telefonò quella sera. Suo
padre e io lo riconoscemmo. Lei e Gerry volarono a St. Barth. John e io
volammo a Honolulu.
26 luglio 2003.
Quattro mesi e 29 giorni prima che la ricoverassero nel del Beth Israel
RTI

North.
Cinque mesi e quattro giorni prima che suo padre morisse.
Durante la prima settimana o due dopo la sua morte, la sera, quando la
benevola stanchezza mi assaliva e io lasciavo i parenti e gli amici a
chiacchierare nel soggiorno e in sala da pranzo e nella cucina
dell’appartamento e percorrevo il corridoio fino alla camera da letto e
chiudevo la porta, evitavo di guardare i mementi del nostro antico
matrimonio appesi alle pareti del corridoio. In realtà non avevo bisogno di
guardare, né potevo evitarli non guardando: li conoscevo a memoria. C’era
una fotografia di noi due scattata durante una ripresa in esterni di Panico a
Needle Park. Era il nostro primo film. Lo accompagnammo al festival di
Cannes. Era la prima volta che andavo in Europa e viaggiavamo in prima
classe a spese della Twentieth Century Fox, e io salii a bordo dell’aereo a
piedi nudi, erano quei tempi, il 1971. C’era una fotografia di noi due e
Quintana alla Bethesda Fountain di Central Park nel 1970, con John e
Quintana, Quintana a quattro anni, che mangiavano un gelato. Passammo
tutto quell’autunno a New York, lavorando a un film con Otto Preminger. «È
nell’ufficio del signor Preminger che non ha i capelli», disse Quintana a un
pediatra che le aveva chiesto dov’era sua madre. C’era una fotografia di noi
due e Quintana sul balcone della casa che avevamo a Malibu negli anni
settanta. La fotografia apparve su People. Quando la vidi mi resi conto che
Quintana aveva approfittato di una pausa nella lavorazione del film per
truccarsi, per la prima volta, gli occhi con la matita. C’era una fotografia che
Barry Farrell aveva scattato alla moglie, Marcia, seduta su una sedia di rattan
nella casa di Malibu con la loro bambina piccola in braccio, Joan Didion
Farrell.
Barry Farrell adesso era morto.
C’era una fotografia di Katharine Ross, fatta da Conrad Hall nel periodo
di Malibu in cui insegnava a nuotare a Quintana gettando una conchiglia
tahitiana nella piscina di un vicino e dicendo alla bambina che se l’avesse
ripescata la conchiglia sarebbe stata sua. Questo fu un periodo, i primi anni
settanta, in cui Katharine e Conrad e Jean e Brian Moore e John e io ci
scambiavamo piante e cani e favori e ricette e cenavamo in questa o quella
delle nostre case un paio di volte la settimana.
Ricordo che facevamo tutti dei soufflé. La sorella di Conrad, Nancy, a
Papeete aveva mostrato a Katharine come fare perché non si sgonfiassero, e
Katharine lo mostrò a me e a Jean. Il trucco consisteva in un approccio meno
rigido di quello generalmente consigliato. Katharine ci portò anche dei
baccelli di vaniglia tahitiani, grossi fasci legati con la rafia.
Per un po’ con la vaniglia facemmo la crème caramel, ma nessuno
amava caramellare lo zucchero.
Si parlava di prendere in affitto la casa di Lee Grant sopra Zuma Beach e
aprire un ristorante, da chiamare «Lee Grant’s House». Katharine e Jean e io
ci saremmo alternate in cucina e John e Brian e Conrad si sarebbero occupati
di tutto il resto. Questo progetto di sopravvivenza a Malibu venne
abbandonato perché Katharine e Conrad si separarono e Brian doveva finire
un romanzo e John e io andammo a Honolulu a riscrivere la sceneggiatura di
un film. Lavorammo moltissimo a Honolulu. A New York nessuno riusciva
mai a capire bene la differenza di fuso orario, così potevamo lavorare tutto il
giorno senza che suonasse il telefono. Ci fu un momento, negli anni settanta,
in cui volevo comprare una casa là, e portai John a vederne parecchie, ma in
realtà sembrava che per lui vivere a Honolulu fosse una prospettiva meno
incoraggiante che prendere una stanza al Kahala.
Conrad Hall adesso era morto.
Brian Moore adesso era morto.
Da una casa precedente, una grande casa in rovina inFranklin Avenue, a
Hollywood, che affittammo con le sue tante camere da letto e le sue verande
e le sue piante di avocado e il suo campo da tennis invaso dalle erbacce per
450 dollari al mese, veniva una poesia che Earl McGrath aveva scritto in
occasione del nostro quinto anniversario:
Questa è la storia di John Greg’ry Dunne
che, con la moglie signora Didion Do,
invece di partire e andar lontan
prese alloggio in Franklin Avenue.
Con loro viveva la bella Quintana
altrimenti nota come Didion D
Didion Dunne
e Didion Do.
E Quintana o Didion D.
Una bella famiglia i Dunne Dunne Dunne
(questo per dire che erano in tre)
nella loro casa antica tra i bambù
che si trovava in Franklin Avenue.
Le persone che hanno perso qualcuno da poco hanno sul viso una certa
espressione, forse riconoscibile solo da coloro che hanno visto
quell’espressione sul proprio. Io l’ho notata sul mio e ora la noto sugli altri. È
un’espressione di estrema vulnerabilità, nudità, trasparenza. È l’espressione
di uno che dall’ambulatorio dell’oculista esce con le pupille dilatate
nell’abbacinante luce del giorno, o di uno che porta gli occhiali e che
improvvisamente è costretto a toglierseli. Queste persone che hanno perso
qualcuno sembrano nude perché si credono invisibili. Io stessa per un certo
lasso di tempo mi sentii invisibile, incorporea. Mi pareva di aver attraversato
uno di quei fiumi leggendari che dividono i vivi dai morti, di essere entrata in
un luogo dove potevo essere vista solo da coloro che avevano anch’essi
subito una perdita recente. Per la prima volta compresi la forza dell’immagine
dei fiumi, lo Stige, il Lete, e del traghettatore intabarrato con la sua pertica.
Compresi per la prima volta il significato della pratica del sati. Le vedove non
si gettavano sulla pira ardente per il dolore. La pira ardente era invece
un’accurata rappresentazione del luogo in cui il dolore (non la famiglia, non
la comunità, non la tradizione, il dolore) le aveva portate. La sera in cui John
morì mancavano trentun giorni al nostro quarantesimo anniversario. Avrete
già indovinato che la «dolce e dura saggezza» degli ultimi due versi di «Rose
Aylmer» era del tutto sprecata, con me.
Io volevo qualcosa di più che una notte di ricordi e di sospiri.
Io volevo urlare.
Io volevo che tornasse.
6

Parecchi anni fa, camminando verso est nella 57 Strada tra la Sesta e la
a

Quinta Avenue in uno smagliante giorno d’autunno, ebbi quella che allora
credetti un’ansia di morte. Fu un effetto della luce: rapide macchie di sole,
foglie gialle che cadevano (ma da dove? c’erano degli alberi nella 57 Ovest?),
a

una pioggia d’oro, luccicante, velocissima, una cascata luminosa. In seguito


mi guardai intorno per vedere se ritrovavo questo effetto in giornate
altrettanto sfolgoranti, ma non mi capitò mai più. Mi chiesi allora se era stato
un attacco di qualcosa, una specie di colpo. Qualche anno prima, in
California, avevo sognato un’immagine che era la morte, come compresi
quando mi svegliai: era l’immagine di un’isola glaciale, la cresta frastagliata
che si vede dal cielo al largo di una delle Channel Islands, solo che in questo
caso era tutto ghiaccio, traslucido, di un bianco azzurrato, scintillante al sole.
Diversamente dai sogni nei quali il sognatore si aspetta la morte,
inesorabilmente condannato a morire ma non ancora là, in questo sogno
mancava il terrore. Sia l’isola glaciale che la cascata luminosa della 57 Ovest
a

sembravano al contrario trascendenti, più belle di quanto potrei dire, eppure


in cuor mio non c’era dubbio che quella che avevo visto era la morte.
Perché, se le mie immagini della morte erano quelle, rimanevo così
incapace di accettare il fatto che John era morto? Dipendeva forse dal fatto
che non riuscivo a vederla come una cosa capitata a lui? Dipendeva dal fatto
che la vedevo ancora come una cosa capitata a me?
La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.
Vedete come ha fatto presto a presentarsi il problema
dell’autocommiserazione?
Una mattina, durante la primavera successiva all’accaduto, presi il New
York Times e saltai direttamente dalla prima pagina alle parole incrociate, un
modo di iniziare la giornata che in quei mesi era diventato un’abitudine, il
modo in cui ero arrivata a leggere, o per essere più precisi a non leggere, il
giornale. Non avevo mai avuto la pazienza di fare le parole incrociate, ma ora
immaginavo che questa pratica avrebbe favorito il mio ritorno a un impegno
cognitivo costruttivo. La prima definizione che attirò la mia attenzione quel
mattino fu la 6 verticale: «Certe volte ti senti…». Vidi istantaneamente
l’ovvia risposta, una risposta bella e lunga che avrebbe riempito molte caselle
e dimostrato la mia competenza: «… un bimbo senza madre». *

I bambini senza madre se la passano proprio male…


I bambini senza madre se la passano davvero così male…
No.
La 6 verticale aveva otto lettere.
Abbandonai le parole incrociate (l’impazienza era dura a
morire) e il giorno dopo cercai la risposta. La risposta esatta per la 6
verticale era «unoscemo». «Unoscemo?» Unoscemo? Certe volte ti senti uno
scemo? Di quanto mi ero allontanata dal mondo delle reazioni normali?
Attenzione: la risposta più pronta («un bimbo senza madre») era un
gemito di autocommiserazione. Non sarebbe stato facile correggere questa
mancanza di comprensione.
Che avido slancio, quella vampa vorticosa!
Dov’è mio padre, ed Eleanor?
Non dove sono adesso, morti da sette anni,
ma ciò ch’erano allora?
Non più? Non più?
,
DELMORE SCHWARTZ

«Calmly We Walk Through This April’s Day»


Sapeva che stava per morire. Me lo disse, ripetutamente. Lasciai cadere
l’argomento. Era depresso. Aveva finito un romanzo, Nothing Lost, che era
fermo nel limbo prevedibile di un periodo prolungato tra la consegna e la
pubblicazione, e stava attraversando un’altrettanto prevedibile crisi di fiducia
a proposito del libro che stava cominciando, una riflessione sul significato del
patriottismo, che non aveva ancora trovato lo slancio. Aveva anche dovuto
affrontare, per quasi tutto l’anno, una serie di snervanti problemi medici. Il
suo ritmo cardiaco era degenerato sempre più frequentemente in fibrillazione
atriale. Il normale ritmo sinusale poteva essere ristabilito con la
cardioversione, una procedura ambulatoriale praticata in un’anestesia
generale della durata di qualche minuto, durante la quale il cuore veniva
stimolato elettricamente; ma per spezzare nuovamente il suo ritmo bastava un
piccolo cambiamento delle condizioni fisiche come un raffreddore o un lungo
viaggio in aereo. L’ultima di queste procedure, nell’aprile 2003, aveva
richiesto non una ma due stimolazioni. La frequenza sempre più alta con cui
era diventata necessaria indicava che la cardioversione non era più
un’opzione utile. In giugno, dopo una serie di consultazioni, John aveva
subito un intervento cardiaco più radicale, l’ablazione del nodo atrio-
ventricolare con catetere a radiofrequenza e il successivo impianto di un
pacemaker Medtronic Kappa 900 SR.
Nel corso dell’estate, incoraggiato dalla gioia per le nozze di Quintana e
dalla buona riuscita del pacemaker, mi era parso che il suo umore
migliorasse. In autunno tornò a peggiorare. Ricordo una discussione a
proposito del viaggio a Parigi, se dovevamo andarci in novembre. Io non ci
volevo andare. Dissi che avevamo troppo da fare e pochi soldi. Lui disse di
avere la sensazione che se non fosse andato a Parigi in novembre non ci
sarebbe andato mai più. Io lo interpretai come un ricatto. Così tutto è
sistemato, dissi, andiamo pure. Lui si alzò da tavola e andò via. Non ci
parlammo per un paio di giorni.
Alla fine andammo a Parigi in novembre.
Io vi dico che non vivrò altri due giorni, disse Gauvain.
Qualche settimana fa, al Council on Foreign Relations all’angolo tra la
Sessantottesima e Park, notai una persona davanti a me che leggeva
l’International Herald Tribune. Ancora un esempio di come si imbocca la
strada sbagliata: non sono più al Council on Foreign Relations all’angolo tra
la Sessantottesima e Park, ma seduta davanti a John, a colazione, nella sala da
pranzo del Bristol, a Parigi, nel novembre 2003. Stiamo leggendo, tutt’e due,
l’International Herald Tribune, copie fornite dall’albergo, con due piccole
schede graffate che mostrano le previsioni del tempo per la giornata. Le
schede per ognuna di quelle mattine autunnali a Parigi recavano l’icona di un
ombrello. Andammo a piedi, sotto la pioggia, al Jardin du Luxembourg. Per
sfuggire alla pioggia entrammo nella chiesa di St. Sulpice. Stavano
celebrando la messa. John fece la comunione. Nel Jardin du Ranelagh, sotto
la pioggia, prendemmo freddo. Sul volo che tornava a New York la sciarpa di
John e il mio abito di jersey odoravano di lana bagnata. Al decollo mi tenne
la mano finché l’aereo non ebbe finito la cabrata.
Lo faceva sempre.
E questo dov’è andato?
Vedo in una rivista un annuncio della Microsoft che mostra il
marciapiede della stazione della metropolitana parigina della Porte des Lilas.
Ieri ho trovato nella tasca di una giacca un biglietto del metrò di quel
viaggio di novembre a Parigi. «Solo gli episcopali “prendono” la comunione»
mi aveva corretto John per l’ennesima volta mentre lasciavamo St. Sulpice.
Mi correggeva su questo punto da quarant’anni. Gli episcopali «prendevano»,
i cattolici «ricevevano». Era, me lo spiegò ogni volta, una differenza
nell’atteggiamento.
Non dove sono adesso, morti da sette anni,
ma ciò ch’erano allora?
L’ultima cardioversione: aprile 2003. Quella che aveva richiesto due
stimolazioni. Ricordo che un dottore mi spiegò perché la si faceva sotto
anestesia. «Perché altrimenti saltano giù dal tavolo» disse. 30 dicembre 2003:
il sobbalzo improvviso mentre gli infermieri stavano usando gli elettrodi del
defibrillatore sul pavimento del soggiorno. Era una pulsazione o soltanto
l’elettricità?
La sera in cui morì, o la sera prima, nel taxi tra il Beth Israel North e il
nostro appartamento, disse varie cose che per la prima volta mi impedirono di
attribuire prontamente il suo cattivo umore alla depressione, una fase normale
nella vita di tutti gli scrittori.
Tutto quello che aveva fatto, disse, non valeva niente.
Cercai ancora una volta di lasciar perdere.
Questo potrebbe non essere normale, dissi tra me, ma normale non era
neppure lo stato in cui avevamo appena lasciato Quintana.
Disse che il romanzo non valeva niente.
Questo poteva non essere normale, mi dissi, ma normale non era
neppure che un padre si trovasse nell’impossibilità di aiutare una figlia.
Disse che il suo pezzo sulla New York Review, una recensione della
biografia di Natalie Wood scritta da Gavin Lambert, non valeva niente.
Questo potrebbe non essere normale, ma cosa c’era stato di normale
negli ultimi giorni?
Disse che non sapeva che cosa ci faceva a New York. «Perché ho perso
tempo a scrivere un pezzo su Natalie Wood?» disse.
Non era una domanda.
«Per le Hawaii avevi ragione tu» disse poi.
Forse intendeva dire che avevo avuto ragione, uno o due giorni prima,
quando avevo detto che appena Quintana fosse stata meglio (questo era il
nostro lessico per «se vive») avremmo potuto affittare una casa sulla spiaggia
di Kailua, e là Quintana avrebbe potuto ristabilirsi. O forse intendeva dire che
avevo avuto ragione negli anni settanta, quando volevo comprare una casa a
Honolulu. In quel momento preferii pensare alla prima, ma il verbo al passato
suggeriva la seconda. Disse queste cose nel taxi tra il Beth Israel North e il
nostro appartamento o tre ore prima che morisse o ventisette ore prima che
morisse, cerco di ricordare quale delle due e non ci riesco.
–––––––––
*
Sometimes I feel like a motherless child è il titolo di un celebre blues che tutti gli appassionati di
jazz hanno nell’orecchio. [N.d.T.]
7

Perché continuavo a chiedermi insistentemente cos’era normale e cosa


non lo era, quando non c’era nulla di normale?
Lasciatemi tentare, a questo punto, di buttar giù una cronologia.
Quintana fu ricoverata nel del Beth Israel North il 25 dicembre 2003.
RTI

John morì il 30 dicembre 2003.


Dissi a Quintana che suo padre era morto la mattina del 15 gennaio
2004, nel del Beth Israel North, dopo che i medici erano riusciti a togliere
RTI

la cannula respiratoria e a ridurre i sedativi in misura tale da permetterle di


svegliarsi gradatamente. Dirglielo quel giorno non era stato nei miei piani. I
medici avevano detto che si sarebbe svegliata solo a intermittenza, dapprima
parzialmente, e che per parecchi giorni sarebbe riuscita ad assorbire solo un
numero limitato di informazioni. Se si fosse svegliata e avesse visto me, si
sarebbe chiesta dov’era suo padre. Gerry e Tony e io avevamo parlato a
lungo di questo problema. Avevamo deciso che con
lei, quando avesse cominciato a svegliarsi, doveva esserci solo Gerry.
Così Quintana avrebbe potuto concentrarsi su di lui, sulla loro vita insieme.
Forse il problema di suo padre non sarebbe saltato fuori. Io potevo vederla
più tardi, qualche giorno dopo. Potevo dirglielo allora. Sarebbe stata più
forte.
Come previsto, Gerry era con lei la prima volta che si svegliò. Come
non era previsto, un’infermiera le disse che fuori nel corridoio c’era sua
madre.
«Allora, quando viene?» volle sapere Quintana.
Entrai.
«Dov’è papà?» mormorò quando mi vide.
Poiché tre settimane di intubazione le avevano infiammato le corde
vocali, anche il suo sussurro era appena percettibile. Le raccontai quello che
era successo. Insistetti sulla storia dei disturbi cardiaci, la lunga sequenza di
sfortune che alla fine ci aveva raggiunto, l’apparente imprevedibilità ma la
reale inevitabilità del fatto. Quintana pianse. Gerry e io l’abbracciammo.
Ripiombò nel sonno.
«Come sta papà?» mormorò quando la vidi quella sera.
Ricominciai. L’attacco cardiaco. La storia. L’apparente imprevedibilità
dell’evento.
«Ma come sta ora!» mormorò lei, sforzandosi di alzare la voce.
Aveva assorbito la parte dell’evento improvviso, ma non l’esito.
Glielo dissi una seconda volta. Alla fine avrei dovuto dirglielo una terza
volta, in un altro , questa volta all’ .
RTI UCLA

La cronologia.
Il 19 gennaio 2004 fu spostata dal RTI al quinto piano del Beth Israel
North a una stanza dell’undicesimo piano. Il 22 gennaio 2004, ancora troppo
debole per reggersi in piedi o stare seduta senza appoggi e febbricitante per
un’infezione contratta nel , fu dimessa dal Beth Israel North. Gerry e io la
RTI

mettemmo a letto nella sua vecchia camera nel mio appartamento. Gerry uscì
per andare a comprare le medicine che le avevano prescritto. Lei scese dal
letto per prendere un’altra coperta dall’armadio e crollò sul pavimento. Io non
riuscii a sollevarla e per rimetterla a letto dovetti farmi aiutare da qualcuno
nel palazzo.
La mattina del 25 gennaio 2004 si svegliò, sempre a casa mia, con un
forte dolore al petto e la febbre in aumento. La ricoverarono in giornata al
Milstein Hospital del Columbia-Presbyterian dopo che al pronto soccorso del
Presbyterian erano arrivati a una diagnosi di embolia polmonare. Data la sua
prolungata immobilità al Beth Israel, oggi lo so ma allora non lo sapevo,
questo era uno sviluppo del tutto prevedibile che avrebbe potuto essere
diagnosticato prima che la dimettessero dal Beth Israel con la stessa
risonanza magnetica che le fecero tre giorni dopo al pronto soccorso del
Presbyterian. Dopo il ricovero al Milstein, le controllarono le gambe per
vedere se si erano formati altri coaguli. Le somministrarono degli
anticoagulanti per impedirne l’ulteriore formazione mentre si facevano
sciogliere gli emboli esistenti.
Il 3 febbraio 2004 fu dimessa dal Presbyterian, sempre prendendo
anticoagulanti. Cominciò la fisioterapia per tornare in forze e migliorare la
mobilità. Insieme, con Tony e Nick, lei e io organizzammo la funzione
religiosa per John. Essa ebbe luogo alle quattro di un martedì pomeriggio, 23
marzo 2004, nella cattedrale di St. John the Divine, dove, alle tre, alla
presenza della famiglia, le ceneri di John furono collocate secondo i piani
nella cappella di fianco all’altare maggiore. Dopo il servizio Nick aveva
organizzato un ricevimento allo Union Club. Alla fine, trenta o quaranta
membri della famiglia tornarono nel nostro appartamento. Io accesi il fuoco.
Si bevve qualcosa. Si cenò. Quintana, benché fosse ancora fragile, si era
alzata nel suo abito nero in cattedrale e durante la cena rise con i cugini. La
mattina del 25 marzo, dopo un giorno e mezzo, lei e Gerry volevano tornare
alla loro vita, volare in California e passeggiare sulla spiaggia di Malibu per
qualche giorno. Io li avevo incoraggiati. Volevo veder tornare sul suo viso e
sui suoi capelli i colori di Malibu.
Il giorno dopo, 24 marzo, rimasta sola in casa, formalmente rispettato
l’obbligo di seppellire mio marito e aiutare nostra figlia a uscire dalla crisi,
riposi i piatti e mi permisi di pensare per la prima volta a cosa mi sarebbe
stato necessario per ricominciare a vivere. Telefonai a Quintana per augurarle
buon viaggio. Il suo aereo partiva la mattina seguente di buon’ora. Lei
sembrava un po’ ansiosa. Era sempre stata ansiosa prima di un viaggio.
Pareva che fin dall’infanzia le decisioni su cosa mettere in valigia avessero
fatto scattare dentro di lei la paura di avere dimenticato qualcosa. Credi che
starò bene in California?, disse. Sì, risposi. Certo che sarebbe stata bene in
California. Anzi, andare in California sarebbe stato il primo giorno del resto
della sua vita. Mentre riattaccavo mi venne l’idea che pulire il mio studio
poteva essere un passo verso il primo giorno del resto della mia vita.
Cominciai a farlo. E continuai così per la maggior parte del giorno seguente,
giovedì 25 marzo. A momenti, durante quella tranquilla giornata, mi sorpresi
a pensare che forse ero entrata in una nuova stagione. In gennaio avevo visto
lastre di ghiaccio formarsi sull’East River da una finestra del Beth Israel
North. In febbraio avevo visto le lastre di ghiaccio rompersi sullo Hudson da
una finestra del Columbia-Presbyterian. Ora, in marzo, il ghiaccio si era
sciolto e io avevo fatto ciò che dovevo fare per John e Quintana sarebbe
tornata dalla California ristabilita. Mentre il pomeriggio passava (il suo aereo
doveva essere atterrato, lei doveva aver preso una macchina e imboccato la
Pacific Coast Highway) già mi sembrava di vederla camminare sulla spiaggia
con Gerry nel pallido sole marzolino di Malibu. Digitai il codice postale di
Malibu, 90265, in AccuWeather. C’era il sole, una massima e una minima
che non ricordo ma che ricordo di aver trovato soddisfacente, una bella
giornata per Malibu.
Ci sarebbe stata la senape selvatica, in collina.
Poteva portarlo a vedere le orchidee a Zuma Canyon.
Poteva portarlo a mangiare pesce fritto sulla spiaggia di Ventura.
Se un giorno avesse deciso di portarlo a mangiare da Jean Moore,
sarebbe stata nei luoghi dove aveva passato l’infanzia. Poteva mostrargli
dove avevamo raccolto le cozze per il pranzo pasquale. Poteva mostrargli
dov’erano le farfalle, dove aveva imparato a giocare a tennis, dove aveva
imparato dai bagnini di Zuma Beach come uscire a nuoto da un gorgo. Sulla
scrivania nel mio studio c’era una fotografia scattata quando Quintana aveva
sette o otto anni, con i capelli lunghi e sbiancati dal sole di Malibu. Attaccato
al dorso della cornice c’era un biglietto a matita, lasciato un giorno sul banco
della cucina a Malibu: Cara mamma, quando hai aperto la porta ero io che
correvo via XXXXXX– .Q

Alle sette e dieci di quella sera mi stavo cambiando per scendere, per
andare a cena con amici che stanno nel palazzo. Dico «alle sette e dieci»
perché fu a quell’ora che il telefono squillò. Era Tony. Disse che veniva
subito. Notai l’ora perché dovevo essere giù alle sette e mezzo, ma l’urgenza
di Tony era tale che non lo dissi. Sua moglie, Rosemary Breslin, aveva
passato gli ultimi quindici anni alle prese con una malattia del sangue
indiagnosticabile. Poco dopo la morte di John l’avevano inserita in un
protocollo sperimentale che l’aveva lasciata sempre più debole e che
richiedeva ospedalizzazioni intermittenti al Memorial Sloan-Kettering.
Sapevo che la lunga giornata in cattedrale, e più tardi con la famiglia, era
stata per lei molto faticosa. Interruppi Tony mentre stava per riattaccare. Gli
chiesi se Rosemary era di nuovo all’ospedale. Lui disse che non si trattava di
Rosemary. Si trattava di Quintana, che, mentre noi parlavamo, alle sette e
dieci ora di New York e alle quattro e dieci ora della California, stava
subendo un’operazione urgente di neurochirurgia al Medical Center dell’ UCLA

di Los Angeles.
8

Erano scesi dall’aereo.


Avevano raccolto la borsa con la loro roba.
Gerry stava portando la borsa al servizio di autonoleggio, attraversando
il viale davanti a Quintana. Si voltò indietro. Ancor oggi non so cosa lo
spinse a voltarsi indietro. Non ho mai pensato di chiederglielo. Me lo sono
immaginato così: come l’ennesimo caso in cui senti uno che parla e poi non
lo senti più, e allora ti volti a guardare. La vita cambia in un istante. Un
normale istante. Era riversa sull’asfalto, supina. Fu chiamata un’ambulanza.
La portarono all’ . Secondo Gerry, sull’ambulanza era sveglia e lucida.
UCLA

Solo al pronto soccorso cominciò ad andare in convulsioni e a perdere


coerenza. Avvertirono una squadra di chirurghi. Le fecero una . Quando la
TAC

portarono in sala operatoria, una delle pupille era fissa. L’altra lo diventò
mentre spingevano la lettiga dentro la sala. Questo mi sarebbe stato detto più
di una volta, in ogni caso come dimostrazione della gravità del suo stato e
della natura critica dell’intervento: «Una delle pupille era fissa e l’altra lo
diventò mentre la portavamo dentro».
La prima volta che lo sentii non conoscevo il significato di quello che mi
stavano dicendo. La seconda volta sì. Sherwin B. Nuland, in Come moriamo,
scrive di aver visto, da studente del terzo anno di medicina, la vittima di un
attacco cardiaco con «le pupille nere fisse nella posizione di massima
dilatazione che significa morte cerebrale, che ovviamente non reagivano più
alla luce». Sempre in Come moriamo il dott. Nuland descrive gli inutili
tentativi di una squadra di soccorso cardio-polmonare di rianimare un
paziente che aveva avuto un arresto cardiaco all’ospedale: «I tenaci
soccorritori, uomini e donne, vedono le pupille del paziente diventare
insensibili alla luce e poi dilatarsi fino a diventare cerchi grandi e fissi di un
nero impenetrabile. A malincuore, la squadra desiste dai suoi tentativi… La
stanza è cosparsa dei detriti della campagna perduta». Fu questo che
l’equipaggio dell’ambulanza del New York-Presbyterian vide negli occhi di
John sul pavimento del nostro soggiorno il 30 dicembre 2003? Fu questo che
i neurochirurghi dell’ videro negli occhi di Quintana il 25 marzo 2004?
UCLA

«Un nero impenetrabile»? La «morte cerebrale»? Fu questo che pensarono?


Guardo la stampata dell’esito della TAC dell’
UCLA di quel giorno e mi sento
ancora svenire:
L’esame mostra un ematoma subdurale nell’emisfero destro, con segni evidenti di emorragia
acuta. Non è da escludersi un’emorragia attiva. L’ematoma provoca un rilevante effetto massa
sulla parte destra del cervello, con un’iniziale erniazione subfalciale e dell’uncus, e uno
spostamento di 19 mm dal piano mediano da destra a sinistra all’altezza del terzo ventricolo. Il
ventricolo laterale destro è quasi totalmente obliterato e il ventricolo laterale sinistro mostra un
precoce blocco. C’è una compressione del mesencefalo da moderata a forte e la cisterna
perimesencefalica è obliterata. Si osservano un sottile ematoma subdurale della falce posteriore e
un altro del tentorio sinistro. Si nota una piccola emorragia parenchimale, dovuta a probabile
contusione, nel lobo frontale inferolaterale destro. Le tonsille cerebellari sono all’altezza del
foramen magnum. Non ci sono fratture craniche. C’è un grosso ematoma parietale destro al
cuoio capelluto.
25 marzo 2004. Le sette e dieci di sera a New York.
Era venuta via dal posto dove i dottori dicevano «Ancora non sappiamo
come andrà» e ora c’era tornata.
Per quel che ne sapevo io, era già andata per il verso sbagliato.
Forse lo avevano detto a Gerry, e forse Gerry stava cercando di assorbire
il colpo prima di chiamare me.
Forse la stavano già portando nella camera mortuaria dell’ospedale.
Sola. Sopra una lettiga. Con un portantino.
Avevo già immaginato questa scena, con John.
Arrivò Tony.
Ripeté ciò che mi aveva detto per telefono. Aveva ricevuto una chiamata
di Gerry dall’ . Quintana era in sala operatoria. Gerry poteva essere
UCLA

raggiunto sul cellulare nell’atrio dell’ospedale, che fungeva (l’ stava UCLA

costruendo un nuovo ospedale, questo era sovraffollato e antiquato) da sala


d’aspetto del reparto chirurgia.
Chiamammo Gerry.
Uno dei chirurghi era appena uscito per dargli un aggiornamento.
L’équipe dei chirurghi era adesso «abbastanza fiduciosa» sul fatto che
Quintana potesse «lasciare il tavolo», anche se non potevano prevedere in
quali condizioni lo avrebbe fatto.
Ricordo di essermi resa conto che questa frase doveva essere interpretata
come una valutazione più ottimistica: il precedente bollettino uscito dalla sala
operatoria era che l’équipe «non era affatto sicura che la paziente avrebbe
lasciato il tavolo».
Ricordo che cercai, senza riuscirci, di capire l’espressione «lasciare il
tavolo». Intendevano dire «viva»? Avevano detto «viva», e Gerry non
riusciva a dirlo? Qualunque cosa accada, ricordo di avere pensato, è
indiscutibile che «lascerà il tavolo».
Erano allora forse le quattro e mezzo a Los Angeles, le sette e mezzo a
New York. Non sapevo, in quel momento, da quanto tempo durasse
l’intervento. Ora vedo, poiché stando al referto della l’esame aveva avuto
TAC

luogo alle 15.06, le tre e sei minuti ora di Los Angeles, che Quintana
probabilmente si trovava in sala operatoria solo da una mezz’ora. Tirai fuori
una guida OAG per vedere quali voli per Los Angeles erano ancora disponibili
quella sera. La Delta ne aveva uno alle 21.40 dal Kennedy. Stavo per
chiamare la Delta quando Tony disse che trovarsi in aereo durante
l’intervento non gli sembrava una buona idea.
Ricordo un lungo silenzio.
Ricordo di aver messo da parte la .
OAG

Chiamai Tim Rutters a Los Angeles, e lo pregai di recarsi all’ospedale e


di aspettare là con Gerry. Chiamai il nostro commercialista a Los Angeles,
Gil Frank, la cui figlia aveva subito un’operazione urgente di neurochirurgia
all’ qualche mese prima, e anche lui disse che sarebbe andato all’ospedale.
UCLA

Era tutto quello che potevo fare per sentirmi più vicina.
Apparecchiai la tavola in cucina e mangiucchiai con Tony un po’ del
coq au vin avanzato dalla cena col parentado dopo la funzione religiosa a St.
John the Divine. Arrivò Rosemary. Seduti in cucina, provammo a elaborare
quello che chiamavamo «un piano». Usavamo espressioni come «le
evenienze», con delicatezza, come se uno di noi tre potesse non sapere quali
erano «le evenienze». Ricordo che telefonai a Earl McGrath per sapere se
potevo usare la sua casa a Los Angeles. Ricordo di aver usato le parole «in
caso di bisogno», altra delicata formulazione. Ricordo che lui tagliò corto:
andava a Los Angeles il giorno dopo con l’aereo di un amico, e io sarei
andata con loro. Verso mezzanotte Gerry telefonò e disse che l’operazione
era terminata. Ora avrebbero fatto un’altra TAC per vedere se c’erano altre
emorragie che gli erano sfuggite. Se c’era qualche emorragia, sarebbero
intervenuti nuovamente. Se non c’erano, avrebbero seguito un’altra
procedura, l’installazione di un filtro nella vena cava per impedire agli emboli
di entrare nel cuore. Verso le quattro del mattino ora di New York Gerry
chiamò ancora, per dire che la TAC non aveva mostrato emorragie e che i
chirurghi avevano installato il filtro. Mi disse cosa gli avevano detto
dell’operazione. Presi appunti:
«Emorragia arteriosa, l’arteria che butta sangue, come un geyser,
sangue dappertutto in sala operatoria, nessun fattore di coagulazione.
«Cervello spinto verso il lato sinistro.»
Quando tornai a New York da Los Angeles nella tarda serata del 30
aprile trovai questi appunti su una lista della spesa accanto al telefono della
cucina. Ora so che il termine tecnico per «cervello spinto verso il lato
sinistro» è «spostamento dal piano mediano», significativo preannuncio di un
esito sfortunato, ma anche allora sapevo che non faceva presagire nulla di
buono. Ma di cosa avevo pensato di aver bisogno quel giorno di marzo di
cinque settimane prima? Bottiglie piccole d’acqua di Evian, melassa, brodo di
pollo e farina di semi di lino.
Leggi, impara, datti da fare, informati. Essere informati significa non
perdere il controllo.
La mattina dopo l’intervento, prima di andare a Teterboro a prendere
l’aereo, cercai in Internet «pupille fisse e dilatate». Scoprii che le chiamavano
con la sigla . Lessi il sunto di uno studio fatto dai ricercatori del
PFD

Dipartimento di Neurochirurgia della Clinica Universitaria di Bonn. Lo


studio riguardava novantanove pazienti che presentavano o sviluppavano una
o due . Il tasso complessivo di mortalità era del 75 per cento. Del 25 per
PFD

cento delle persone ancora vive ventiquattro mesi dopo, il 15 per cento aveva
quello che nella Scala degli Esiti di Glasgow era un «esito sfavorevole» e il
10 per cento un «esito favorevole». Tradussi le percentuali: dei novantanove
pazienti, settantaquattro erano morti. Dei venticinque superstiti, in capo a due
anni, cinque erano vegetativi, dieci erano grandi invalidi, otto erano
indipendenti e due si erano completamente ristabiliti. Appresi inoltre che le
pupille fisse e dilatate indicavano lesioni o compressioni del terzo nervo
craniale e del tronco cerebrale superiore. «Terzo nervo» e «tronco cerebrale»
erano parole che nelle settimane successive avrei udito più spesso di quanto
avrei voluto.
9

Sei salva, ricordo che sussurrai a Quintana quando la vidi per la prima
volta nel dell’ . Sono qui. Andrà tutto bene. Per l’operazione le avevano
RTI UCLA

rasato metà del cranio. Si vedevano la lunga incisione e le graffette


metalliche che la tenevano chiusa. Aveva ripreso a respirare solo attraverso
un tubo endotracheale. Sono qui. Va tutto bene.
«Quando devi partire?» mi chiese il giorno in cui riuscì finalmente a
parlare. Pronunciava le parole a fatica, tesa in volto.
Le dissi che non sarei partita finché non avessimo potuto partire
insieme.
Il suo volto si rilassò. Riprese a dormire.
Durante quelle settimane mi venne fatto di pensare che questa era stata,
dal giorno in cui l’avevamo portata a casa dal St. John’s Hospital di Santa
Monica, la promessa principale che le avevo fatto. Non sarei partita. Avrei
avuto cura di lei. Sarebbe guarita. Mi venne anche fatto di pensare che era
una promessa che non potevo mantenere. Non potevo aver sempre cura di lei.
Non potevo non lasciarla mai. Non era più una bambina. Era un’adulta. Nella
vita accadevano delle cose che le madri non potevano né impedire né
aggiustare. A meno che una di quelle cose non l’avesse uccisa
prematuramente, come una volta era quasi successo al Beth Israel e un’altra
volta poteva ancora succedere all’ , io sarei morta prima di lei. Ricordavo
UCLA

discussioni in studi di avvocati durante le quali mi aveva costernato la parola


«premorienza». Non era possibile usare quella parola. Dopo ognuna di queste
discussioni vedevo le parole «comune disastro» in una luce nuova e
favorevole. Eppure un giorno durante un volo tempestoso tra Honolulu e Los
Angeles avevo immaginato un disastro del genere e lo avevo respinto.
L’aereo sarebbe precipitato. Miracolosamente, lei e io saremmo scampate
all’incidente e saremmo andate alla deriva nel Pacifico, aggrappate a qualche
rottame. Il dilemma era questo: poiché avevo le mestruazioni e il sangue
avrebbe attirato i pescicani, avrei dovuto abbandonarla, allontanarmi a nuoto,
lasciarla sola.
Potevo farlo?
Tutti i genitori si sentivano così?
Quando mia madre fu vicina alla morte, a novant’anni, mi disse che era
pronta a morire, ma che non poteva. «Tu e Jim avete bisogno di me» disse.
Mio fratello e io avevamo allora, tutt’e due, più di sessant’anni.
Sei salva.
Sono qui.
Una cosa che notai durante quelle settimane all’ fu che molte delle
UCLA

persone che conoscevo, sia a New York che in California o in altri luoghi,
avevano un abito mentale che di solito viene attribuito alle persone affermate.
Credevano ciecamente nelle proprie capacità organizzative. Credevano
ciecamente al potere dei numeri telefonici che avevano sulla punta delle dita,
il dottore giusto, il grosso donatore, la persona che poteva agevolare una
pratica al Dipartimento di Stato o della Giustizia. Le capacità organizzative di
queste persone erano effettivamente prodigiose. Il potere dei loro numeri
telefonici era ineguagliato. Io stessa avevo, per quasi tutta la vita, condiviso
la medesima fiducia nella mia capacità di dominare gli avvenimenti. Se mia
madre veniva improvvisamente ricoverata in un ospedale di Tunisi, io
riuscivo a disporre che il console americano le portasse giornali in lingua
inglese e la mettesse su un volo dell’Air France per farle incontrare mio
fratello a Parigi. Se Quintana si trovava all’improvviso arenata all’aeroporto
di Nizza, io riuscivo ad accordarmi con qualcuno delle British Airways per
trovarle un volo delle e farla incontrare con suo cugino a Londra. Eppure a
BA

un certo livello avevo sempre riconosciuto, essendo timorosa dalla nascita,


che certi fatti della vita sarebbero stati al di là della mia capacità di controllo
o manipolazione. Certi eventi sarebbero accaduti e basta. Questo era uno di
quegli eventi. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Molte delle persone con cui parlai in quei primi giorni, mentre Quintana
giaceva priva di sensi alla , sembravano liberi da questo timore. Il loro
UCLA

istinto iniziale era che questo evento poteva essere gestito. Per gestirlo
avevano solo bisogno di informazioni. Dovevano solo sapere com’era
successo. Avevano bisogno di risposte. Avevano bisogno del
la «prognosi».
Io non avevo risposte.
Non avevo prognosi.
Non sapevo com’era successo.
C’erano due possibilità, entrambe, arrivai a capire, irrilevanti. Una
possibilità era che Quintana fosse caduta e che il trauma avesse provocato
un’emorragia cerebrale, uno dei rischi degli anticoagulanti che le avevano
dato per evitare embolie. La seconda possibilità era che l’emorragia cerebrale
si fosse verificata prima della caduta, e anzi che l’avesse provocata. Chi
prende anticoagulanti sanguina facilmente. Basta toccarli per lasciar loro un
livido. Il livello degli anticoagulanti nel sangue, che si misura con un numero
chiamato INR (International Normalized Ratio), è difficile da controllare. Il
sangue deve essere testato ogni due o tre settimane e in certi casi ogni due o
tre giorni. Si devono effettuare minuti e complicati cambiamenti nel
dosaggio. L’ ideale per Quintana era, decimo di punto in più o in meno, 2.2.
INR

Il giorno in cui andò a Los Angeles il caso volle che il suo fosse più di 4,
INR

un livello al quale possono verificarsi emorragie spontanee. Quando arrivai a


Los Angeles e parlai con il capo dei chirurghi, lui disse di essere «sicuro al
cento per cento» che era stato il trauma a provocare l’emorragia. Altri medici
con i quali parlai erano meno sicuri. Uno avanzò l’ipotesi che fosse bastato il
volo a produrre nella pressurizzazione cambiamenti tali da provocare
un’emorragia.
Ricordo che incalzai il chirurgo su questo punto, cercando (ancora una
volta) di gestire personalmente la situazione, di avere delle risposte. Gli stavo
parlando al cellulare dal cortile esterno della tavola calda del Medical Center
dell’ . La tavola calda si chiamava Café Med. Era la mia prima visita al
UCLA

Café Med, e fu anche la mia introduzione al suo più vistoso cliente abituale,
un ometto spelacchiato (immaginai che fosse un paziente dell’Istituto
Neuropsichiatrico autorizzato a girare per l’ospedale) che aveva la mania di
seguire questa o quella donna attraverso i locali della tavola calda, ora
sputando ora pronunciando rabbiose imprecazioni per come la trovava
disgustosa, volgare, abominevole. Quel mattino l’ometto spelacchiato mi
aveva seguito nel cortile, e non era facile capire quello che stava dicendo il
chirurgo. «È stato il trauma, c’era un vaso sanguigno rotto, l’abbiamo visto»
mi parve che dicesse. Questa non sembrava la risposta più calzante – un vaso
sanguigno rotto non escludeva categoricamente la possibilità che il vaso
sanguigno rotto avesse preceduto e provocato la caduta – ma là nel cortile del
Café Med, con l’ometto spelacchiato che mi sputava sulle scarpe, mi resi
conto che la risposta alla domanda non cambiava nulla. Era successo. Era il
fatto nuovo.
Durante questa telefonata, che ebbe luogo il primo giorno che passai a
Los Angeles, ricordo che il chirurgo mi disse molte altre cose.
Ricordo che mi disse che il suo coma poteva durare giorni o settimane.
Ricordo che mi disse che ci sarebbero voluti almeno tre giorni prima che
qualcuno potesse cominciare a capire in che stato era il suo cervello. Il
chirurgo era «ottimista», ma era impossibile fare previsioni. Molti altri
problemi urgenti avrebbero potuto presentarsi nei tre o quattro giorni
seguenti, e anche più in là.
Poteva svilupparsi un’infezione.
Poteva venirle una polmonite, poteva essere vittima di un’embolia.
Poteva gonfiarsi di nuovo, cosa che avrebbe richiesto un’altra
operazione.
Dopo avere riattaccato rientrai nella tavola calda, dove Gerry stava
bevendo un caffè con Susan Traylor e le figlie di mio fratello, Kelley e Lori.
Ricordo che mi chiesi se dovevo accennare ai problemi più urgenti citati dal
chirurgo. Quando li guardai in faccia, compresi che non c’era motivo di non
farlo: erano già stati all’ospedale, tutti e quattro, prima che io arrivassi a Los
Angeles. Avevano già saputo, tutti e quattro, dei problemi più urgenti.
Nelle ventiquattro notti di dicembre e di gennaio in cui Quintana era
stata nel al quinto piano del Beth Israel North io avevo tenuto sul comodino
RTI

l’edizione tascabile di Intensive Care: A Doctor’s Journal, del dott. John F.


Murray, che dal 1966 al 1989 era stato il direttore della Pulmonary and
Critical Care Division della scuola di medicina della University of California
di San Francisco. Intensive Care descrive, giorno per giorno, un periodo di
quattro settimane in un del San Francisco General Hospital dove il dott.
RTI

Murray era allora il medico curante responsabile di tutti i pazienti, tutti gli
interni e tutti gli studenti in medicina. Avevo letto e riletto questo diario.
Avevo imparato molte cose che si dimostrarono utili nella calibratura dei
miei contatti quotidiani con i dottori del RTI del Beth Israel North. Avevo
imparato, per esempio, che spesso era difficile valutare quale fosse il
momento giusto per l’estubazione, la rimozione del tubo endotracheale.
Avevo imparato che un ostacolo assai comune per l’estubazione era l’edema
che si vede tanto facilmente nella terapia intensiva. Avevo imparato che
questo edema era meno spesso la conseguenza di una sottostante patologia
che di un eccesso nella somministrazione del fluido endovenoso, una
negligenza nell’osservazione della distinzione tra idratazione ed eccessiva
idratazione, un’imprudenza. Avevo imparato che molti giovani interni
commettevano un’analoga imprudenza a proposito della stessa estubazione:
avevano la tendenza, poiché l’esito era incerto, a ritardare la procedura più di
quanto fosse necessario.
Avevo preso nota di questi suggerimenti. Me n’ero servita: qui la
domanda esitante, là l’espresso desiderio. Mi ero «chiesta» se Quintana non
poteva essere «piena d’acqua». («Ovviamente non lo so, io so solo che
aspetto ha.») Avevo usato apposta la parola «piena d’acqua». Avevo notato
un irrigidimento quando usavo la parola «edema». Mi ero anche «chiesta» se
non avrebbe respirato meglio se fosse stata meno piena d’acqua. («Certo io
non sono un medico, ma mi pare logico.») Mi ero «chiesta», ancora, se la
somministrazione controllata di un diuretico non potesse consentire
l’estubazione. («Certo, questo è un rimedio familiare, ma se io mi sentissi
come pare che si senta lei, prenderei un Lasix.») Con Intensive Care come
guida, tutto era sembrato facile, intuitivo. C’era la possibilità di sapere se
avevi fatto dei passi avanti. Sapevi che avevi fatto dei passi avanti quando un
medico al quale avevi dato qualche suggerimento il giorno dopo te lo
presentava come un’idea sua.
Questo era un altro paio di maniche. Durante il braccio di ferro
sull’edema al Beth Israel North mi era venuta in mente una certa frase
derisoria: Non è neurochirurgia. Questa sì. Quando i medici dell’ UCLAmi
dicevano «parietale» e «temporale», non avevo idea di quale parte del
cervello parlassero, e men che meno di cosa intendessero dire. «Osso frontale
destro», questo mi sembrava di capirlo. «Occipitale» mi sembrava che
indicasse qualcosa di relativo all’«occhio», ma solo in base all’erronea
considerazione che la parola cominciava con «oc», come «oculare». Entrai
nella libreria del Medical Center dell’ . Comprai un libro descritto in
UCLA

copertina come «una concisa rassegna della neuroanatomia e delle sue


implicazioni funzionali e cliniche», nonché come «un’eccellente panoramica
dell’ ». Questo libro era del dott. Stephen G. Waxman, direttore del
USMLE
*

reparto neurologico allo Yale-New Haven, e si intitolava Clinical


Neuroanatomy. Lessi rapidamente alcune delle appendici, per esempio
l’«Appendice A: La visita neurologica», ma quando cominciai a leggere il
testo vero e proprio riuscii a pensare solo a un viaggio in Indonesia durante il
quale ero rimasta disorientata dalla mia incapacità di individuare la
grammatica del bahasa indonesiano, la lingua ufficiale usata sui cartelli
stradali, nelle insegne dei negozi e nei tabelloni. Avevo chiesto a uno
dell’ambasciata americana come distinguere i verbi dai sostantivi. Il bahasa
era una lingua, mi aveva detto, in cui la stessa parola poteva essere o un
verbo o un sostantivo. Clinical Neuroanatomy mi sembrò un altro caso in cui
non sarei stata ca-pace di trovare la grammatica. Lo misi sul mio comodino al
Beverly Wilshire Hotel, dove sarebbe rimasto per le cinque settimane
seguenti.
Dando un’ulteriore occhiata a Clinical Neuroanatomy, se una mattina mi
svegliavo, diciamo, prima che fosse arrivato il New York Times col sedativo
delle parole crociate, scoprii che persino l’«Appendice A: La visita
neurologica» appariva oscura. Avevo già notato le solite ovvie direttive
(chiedete al paziente il nome del presidente, chiedete al paziente di contare
alla rovescia da cento a intervalli di sette numeri), ma col passare dei giorni
mi sembrò di appassionarmi sempre più a un racconto misterioso identificato
nell’Appendice A come la «storia del ragazzo dorato», che poteva essere
usata per provare la memoria e la comprensione. Si poteva narrare la storia al
paziente, suggeriva il dott. Waxman, e poi chiedergli di raccontarla con
parole sue e di spiegarne il significato. «All’incoronazione di uno dei papi,
circa trecento anni fa, un bambino fu scelto per recitare la parte di un
angelo.»
Così iniziava la «storia del ragazzo dorato».
Abbastanza chiara, fino a lì, anche se con dettagli potenzialmente
inquietanti (trecento anni fa? recitare la parte di un angelo?) per uno che sta
uscendo dal coma.
La storia continuava così: «Affinché il suo aspetto potesse essere il più
splendido possibile, fu coperto da capo a piedi di foglie d’oro. Il bambino si
ammalò e, anche se si fece tutto il possibile per guarirlo, tutto tranne
togliergli quella fatale pellicola dorata, morì in poche ore».
Qual era il «significato» della «storia del ragazzo dorato»? Riguardava
la fallibilità dei «papi»? La fallibilità dell’autorità in generale? La specifica
fallibilità (notare che «si fece tutto il possibile per guarirlo») della medicina?
Che senso poteva avere narrare questa storia a un paziente immobilizzato nel
RTIneurologica di una grande clinica universitaria? Che lezione se ne poteva
ricavare? Cosa credevano, che perché era una «storia» poteva essere
raccontata senza conseguenze? Ci fu una mattina in cui la «storia del ragazzo
dorato» mi sembrò rappresentare, nella sua assoluta impenetrabilità e nella
sua evidente mancanza di riguardo per la sensibilità del paziente, l’intera
situazione in cui mi trovavo. Tornai nella libreria del Medical Center dell’ UCLA

con l’idea di cercare altre fonti per un chiarimento, ma nei primi libri di testo
che sfogliai non c’era alcun accenno alla storia del ragazzo dorato. Invece di
fare altre ricerche comprai, poiché le massime pomeridiane a Los Angeles
erano già sui 27 gradi e io ero andata sulla costa occidentale con la sola roba
invernale che portavo a New York, alcuni camici di cotone azzurro. Così
profondo era l’isolamento in cui agivo allora che non mi venne subito in
mente che vedere la madre di un paziente presentarsi all’ospedale indossando
un camice di cotone azzurro poteva essere considerato solo come una
sospetta violazione di confini.
–––––––––
*
United States Medical Licensing Examination. [N.d.T.]
10

Avevo notato per la prima volta quello che imparai a conoscere come
«effetto vortice» in gennaio, mentre da una finestra del Beth Israel North
guardavo le lastre di ghiaccio che si formavano sull’East River. Alla
congiunzione tra i muri e il soffitto della stanza da cui guardavo le lastre di
ghiaccio c’era un orlo di carta da parati con un motivo ornamentale rosa, un
tocco alla Dorothy Draper, lascito, immaginai, del periodo in cui quello che
allora era il Beth Israel North era stato il Doctors’ Hospital. Personalmente io
non ero mai stata al Doctors’ Hospital, ma quando avevo una ventina d’anni e
lavoravo per Vogue esso figurava in molte conversazioni. Era stato l’ospedale
preferito dalle redattrici di Vogue per partorire senza complicazioni e per
«riposare», una specie di Maine Chance medica. *

Questo mi era parso un buon argomento sul quale riflettere.


Meglio questo che pensare al motivo per cui mi trovavo al Beth Israel
North.
Ma ero andata oltre:
Il Doctors’ Hospital era il posto dove X aveva avuto l’aborto che era
stato comprato e pagato dall’ufficio del procuratore distrettuale. «X» era una
donna con cui avevo lavorato a Vogue. Nubi seducenti di fumo di sigarette e
Chanel N. 5 e l’ombra di una catastrofe imminente la seguivano attraverso gli
uffici della Condé Nast, che allora si trovavano nel Graybar Building. Un
mattino, mentre io cercavo di mettere insieme una rubrica di Vogue
particolarmente laboriosa che si chiamava «La gente parla di», aveva
scoperto due cose: che aveva bisogno di un aborto e che il suo nome era
saltato fuori nelle carte di un giro di ragazze allegre indagato dalla procura.
Aveva fatto buon viso a quelle che a me erano parse due notizie devastanti.
Era stato stipulato un accordo. Lei aveva accettato di testimoniare che era
stata avvicinata per entrare nel giro e la procura a sua volta aveva organizzato
un raschiamento al Doctors’ Hospital, favore non da poco per un’epoca in cui
abortire significava prendere un appuntamento clandestino e potenzialmente
letale con qualcuno il cui primo istinto in caso di emergenza sarebbe stato di
tagliare la corda.
Anche questi, il giro di squillo e l’aborto concordato con la procura e gli
anni in cui avevo passato la mattina mettendo insieme «La gente parla di», mi
sembravano tutti buoni argomenti cui pensare.
Ricordavo di aver utilizzato un episodio di questo genere nel mio
secondo romanzo, Play It As It Lays. La protagonista, un’ex modella di nome
Maria, aveva appena avuto un aborto, e questo la tormentava.
Una volta, molto tempo prima, Maria aveva lavorato per una settimana a Ocho Rios con una
ragazza che aveva appena avuto un aborto. Ricordava che la ragazza gliel’aveva confessato
mentre stavano sedute a confabulare vicino a una cascata in attesa che il fotografo decidesse se il
sole era abbastanza alto per iniziare le riprese. Sembrava che fosse un brutto momento per gli
aborti a New York, c’erano stati degli arresti, nessuno era disposto a farli. Finalmente la ragazza,
che si chiamava Ceci Delano, aveva chiesto a un amico della procura se conosceva qualcuno. «E
tu cosa mi dai?» aveva detto lui, e verso la sera dello stesso giorno in cui aveva testimoniato
davanti a una giuria accuratamente scelta di essere stata avvicinata da un giro di ragazze squillo,
Ceci Delano era stata ricoverata al Doctors’ Hospital per un raschiamento perfettamente legale,
organizzato e pagato della procura. Le era parsa una storia divertente mentre la raccontava, sia
quel mattino alla cascata che più tardi a cena, quando la ripetè al fotografo e all’uomo
dell’agenzia e al fashion coordinator per il cliente. Adesso Maria cercò di mettere ciò che era
accaduto a Encino nella stessa briosa prospettiva, ma la situazione di Ceci Delano non le
sembrava valida. In definitiva, era solo una storia di New York.
Questo sembrava funzionare. Ero riuscita a non pensare per almeno due
minuti al motivo per cui mi trovavo al Beth Israel North.
Ero andata avanti, ero passata al periodo durante il quale stavo scrivendo
Play It As It Lays. La casa in rovina di Franklin Avenue affittata a
Hollywood. Le candele votive sui davanzali dei finestroni del soggiorno.
L’erba tè de limón e l’aloe che cresceva accanto alla porta della cucina. I topi
che mangiavano gli avocados. La veranda con le vetrate dove lavoravo.
Guardando dalle finestre della veranda mentre Quintana attraversava di corsa
il getto dell’irrigatore sul prato.
Ricordo che riconobbi di essere finita in acque più pericolose, ma
sembrava impossibile tornare indietro.
Avevo scritto quel libro quando Quintana aveva tre anni.
Quando Quintana aveva tre anni.
Eccolo, il vortice.
Quintana a tre anni. La sera in cui si era infilata nel naso un baccello del
giardino e io l’avevo portata all’Ospedale dei Bambini. Il pediatra
specializzato in baccelli era arrivato in smoking. La sera dopo si era messa un
altro baccello nel naso, volendo ripetere l’interessante avventura. John e io a
passeggio con lei intorno al lago in MacArthur Park. Il vecchio che si alzò
dalla panchina, traballante. «Quella bambina è il ritratto di Ginger Rogers»
esclamò. Finii il romanzo, ero sotto contratto per una rubrica su Life,
portammo Quintana a Honolulu. L’idea di Life per la prima puntata era che
mi presentassi, «facciamo sapere ai lettori chi sei». Intendevo scriverla da
Honolulu, al Royal Hawaiian Hotel, dove prendevamo abitualmente una suite
lanai con lo sconto per i giornalisti per ventisette dollari a notte. Mentre
*

eravamo là arrivò la notizia di My Lai. Pensai alla prima puntata della


rubrica. Mi sembrava, dopo questa notizia, che avrei dovuto scriverla da
Saigon. Era domenica. Life mi aveva dato un tesserino stampato con i numeri
di casa dei direttori, e anche di avvocati nelle diverse città del mondo. Tirai
fuori il tesserino e chiamai il mio direttore, Loudon Wainwright, per dire che
volevo andare a Saigon. Rispose al telefono sua moglie. Disse che mi
avrebbe fatto richiamare.
«Sta guardando la partita» disse John quando riattaccai. «Ti richiamerà
nell’intervallo.»
Così fece. Mi disse che dovevo stare dov’ero e fare la mia
presentazione, che a Saigon «ci stavano andando alcuni dei ragazzi».
L’argomento non sembrava aperto ad altre discussioni. «C’è un mondo in
rivolta laggiù, e ti ci possiamo mandare» aveva detto George Hunt,
offrendomi il posto, quando era ancora redattore capo di Life. Quando finii
Play It As It Lays George Hunt era andato in pensione e ora là ci andavano
«alcuni dei ragazzi».
«Ti avevo avvertita» disse John. «Te l’avevo detto, come sarebbe stato
lavorare per Life. Non te l’avevo detto? Che sarebbe stato come farsi
ammazzare dalle anatre a beccate?»
Stavo spazzolando i capelli di Quintana. Il ritratto di Ginger Rogers.
Mi sentivo tradita, umiliata. Avrei dovuto ascoltare John.
Scrissi la prima puntata della rubrica per far sapere ai lettori chi ero. La
pubblicarono. Un compitino di ottocento parole che non aveva nulla di
straordinario, ma alla fine del secondo paragrafo c’era una riga così poco
intonata allo stile di tutte le autopresentazioni di Life che avrebbe potuto
essere stata scritta da una persona rapita dagli extraterrestri: «Siamo qui su
quest’isola in mezzo al Pacifico invece di chiedere il divorzio». Una
settimana dopo ci capitò di essere a New York. «Sapevi che la stava
scrivendo?» molte persone chie
sero a John, sottovoce.
Se sapeva che la stavo scrivendo?
Me l’aveva rivista lui.
Portò Quintana allo zoo di Honolulu per permettermi di riscriverla.
Mi accompagnò all’ufficio della Western Union, nel centro di Honolulu,
perché la potessi spedire.
Nell’ufficio della Western Union, alla fine, scrisse ’,
CORDIALITA .Era
DIDION

quello che si metteva sempre in fondo a un telex, disse. Perché?, dissi io.
Perché sì, disse lui.
Vedete fin dove mi ha risucchiato quel vortice?
Dall’orlo della carta da parati alla Dorothy Draper al Beth Israel North e
a Quintana a tre anni e al fatto che avrei dovuto ascoltare John.
Io vi dico che non vivrò altri due giorni, disse Gauvain.
Era tornando indietro che incassavi il colpo.
A Los Angeles capii subito che la capacità del posto di produrre questo
effetto vortice poteva essere tenuta a bada solo evitando ogni località che mi
fosse possibile associare o a Quintana o a John. Questo avrebbe richiesto una
certa abilità. John e io avevamo abitato nella contea di Los Angeles dal 1964
al 1988. Tra il 1988 e il giorno della sua morte vi avevamo passato
considerevoli periodi di tempo, di solito proprio nell’albergo dove mi trovavo
adesso, il Beverly Wilshire. Quintana era nata nella contea di Los Angeles, al
St. John’s Hospital di Santa Monica. Era andata a scuola là, prima a Malibu e
poi in quella che allora era ancora la Westlake School for Girls (l’anno dopo
la sua partenza diventò mista, e fu chiamata Harvard-Westlake) a Holmby
Hills.
Per ragioni che mi restano oscure, solo di rado il Beverly Wilshire
provocò l’effetto vortice. In teoria ogni corridoio era permeato dalle
associazioni che stavo cercando di evitare. Quando abitavamo a Malibu e
avevamo degli appuntamenti in città, portavamo Quintana con noi e ci
installavamo al Beverly Wilshire. Dopo che ci fummo trasferiti a New York,
se dovevamo essere a Los Angeles per un film prendevamo una camera là,
certe volte per qualche giorno, certe volte per settimane di seguito. Vi
installavamo computer e stampanti. Vi tenevamo riunioni. E se…, c’era
sempre qualcuno che diceva durante queste riunioni. Là potevamo lavorare
fino alle otto o alle nove di sera e inviare le pagine al regista o al produttore
con cui stavamo lavorando e poi andare a cena in un ristorante cinese di
Melrose dove non occorreva prenotare. Precisavamo sempre: l’ala vecchia.
Conoscevo le cameriere. Conoscevo le manicure. Conoscevo il portiere che
dava a John l’acqua in bottiglia quando tornava dalla sua passeggiata
mattutina. Sapevo a memoria come girare la chiave e aprire la cassaforte e
regolare la testina della doccia: nel corso degli anni ero stata in qualche
dozzina di stanze identiche a quella dove mi trovavo adesso. Ero stata per
l’ultima volta in una stanza come quella nell’ottobre 2003, da sola, a
promuovere uno dei miei libri, due mesi prima della morte di John. Eppure il
Beverly Wilshire mi sembrava, quando Quintana era alla , l’unico posto
UCLA

sicuro per me, il posto dove tutto continuava come prima, il posto dove
nessuno era al corrente o faceva domande sugli ultimi avvenimenti della mia
vita; il posto dove potevo essere ancora la persona che ero stata prima che
accadesse tutto questo.
E se…
Fuori da quella zona franca che era il Beverly Wilshire, tracciavo le mie
rotte, stavo in guardia.
Non una volta in quelle cinque settimane mi recai nella parte di
Brentwood dove avevamo abitato dal 1978 al 1988. Quando andai da un
dermatologo di Santa Monica e certi lavori stradali mi costrinsero a passare a
meno di tre isolati dalla nostra casa di Brentwood, non guardai né a destra né
a sinistra. Non una volta in quelle cinque settimane presi la Pacific Coast
Highway per andare a Malibu. Quando Jean Moore mi offrì la sua casa lungo
la Pacific Coast Highway, seicento metri oltre la casa dove avevamo abitato
dal 1971 al 1978, inventai delle ragioni per cui mi era indispensabile
rimanere invece al Beverly Wilshire. Potevo evitare di andare alla lungo
UCLA

Sunset. Potevo evitare di attraversare l’incrocio tra Sunset e Beverly Glen


dove per sei anni avevo svoltato per andare alla Westlake School for Girls.
Potevo evitare di attraversare tutti gli incroci che non potevo prevedere,
controllare. Potevo evitare di tenere la radio sintonizzata sulle stazioni
accanto alle quali passavo, evitare di cercare la KRLA, una stazione a
modulazione d’ampiezza che si autodefiniva «il cuore e l’anima del rock and
roll» e che all’inizio degli anni novanta trasmetteva ancora i grandi successi
del 1962. Potevo evitare di ascoltare il programma con telefonate del
pubblico della stazione cristiana alla quale passavo ogni volta che i grandi
successi del 1962 perdevano la loro risonanza.
Al suo posto ascoltavo la , un tranquillo programma mattutino
NPR

intitolato Il mattino si addice all’eclettico. Ogni mattina al Beverly Wilshire


*

ordinavo la stessa colazione, huevos rancheros con un uovo strapazzato.


Ogni mattina quando uscivo dal Beverly Wilshire per andare alla facevo
UCLA

la stessa strada: fuori dal Wilshire, a destra sulla Glendon, a sinistra per
Westwood, a destra in Le Conte e a sinistra a Tiverton. Ogni mattina notavo
le stesse bandiere che sventolavano dai pali della luce lungo Wilshire: UCLA

Medical Center: Numero 1 nel West, Numero 3 nel Paese. Ogni mattina mi
domandavo chi avesse fatto quella graduatoria. Non lo chiesi mai. Ogni
mattina inserivo il tesserino nel meccanismo del cancello e ogni mattina, se lo
inserivo nel modo giusto, la voce della stessa donna diceva «Benvenuti alla - U

- - ». Ogni mattina, se arrivavo al momento giusto, trovavo da parcheggiare


C L A

fuori, al quarto livello del Plaza, contro la siepe. Ogni giorno, nel tardo
pomeriggio, tornavo al Beverly Wilshire, raccoglievo i miei messaggi e
rispondevo a qualcuno. Dopo la prima settimana Gerry si mise a volare avanti
e indietro tra Los Angeles e New York, cercando di lavorare almeno qualche
giorno la settimana, e se era a New York lo chiamavo per dargli le notizie del
giorno o per dirgli che di notizie non ce n’erano. Mi coricavo. Guardavo i
telegiornali locali. Stavo sotto la doccia per venti minuti e andavo fuori a
cena.
Andai fuori a cena tutte le sere che passai a Los Angeles.
Cenavo con mio fratello e sua moglie ogni volta che erano in città.
Andai a casa di Connie Wald a Beverly Hills. C’erano rose e nasturzi e
fuochi accesi nei grandi caminetti, come in tutti gli anni in cui ci eravamo
andati John, Quintana e io. Ora c’era Susan Traylor. Andai anche a casa di
Susan, sulle colline di Hollywood. La conoscevo da quando aveva tre anni e
conoscevo suo marito Jesse da quando lui, Susan e Quintana facevano la
quarta alla Point Dume School, e adesso erano loro che badavano a me.
Mangiai con tanti amici in tanti ristoranti. Cenai spessissimo con Earl
McGrath, la cui intuitiva delicatezza in quella situazione era tale da spingerlo
a chiedermi ogni mattina cosa avrei fatto la sera e, se la risposta era vaga, a
organizzare una piacevole cena per due o per tre o per quattro all’Orso o da
Morton o a casa sua in Robertson Boulevard.
Dopo cena prendevo un taxi per tornare in albergo e ordinare i miei
huevos rancheros del mattino. «Con un uovo strapazzato» suggeriva la voce
al telefono. «Esattamente» dicevo io.
Pianificavo queste serate con la stessa cura con cui tracciavo le rotte.
Non perdevo tempo a indugiare su promesse che non avevo la possibilità
di mantenere.
Sei salva. Sono qui.
Il giorno dopo, nel profondo silenzio di Il mattino si addice all’eclettico,
mi congratulavo con me stessa.
Avrei potuto essere a Cleveland.
Eppure…
Non ho tenuto il conto dei giorni in cui mi sorpresi a guidare
improvvisamente accecata dalle lacrime.
Il Santa Ana era tornato.
*

La jacaranda era tornata.


Un pomeriggio dovevo vedere Gil Frank, nel suo ufficio in Wilshire,
vari isolati a est del Beverly Wilshire. In questo territorio prima inesplorato
(la terra cognita per queste cose era a ovest del Beverly Wilshire, non a est)
avvistai, impreparata, un cinematografo dove nel 1967 John e io avevamo
visto Il laureato. Non ci era parsa una cosa di grande importanza vedere Il
laureato nel 1967. Io ero stata a Sacramento. John era venuto a prendermi
all’aeroporto internazionale di Los Angeles. Ci era sembrato che fosse troppo
tardi per andare a far la spesa e troppo presto per mangiare al ristorante, e
così eravamo andati a vedere Il laureato e poi a cena da Frascati. Frascati non
c’era più, ma il cinema era ancora lì, se non altro per intrappolare gli incauti.
Ce n’erano tante, di trappole come questa. Un giorno notavo in uno spot
televisivo un tratto di strada costiera che mi pareva di conoscere e scoprivo
che era quella davanti al cancello di casa nostra, sulla penisola di Palos
Verdes a Portuguese Bend, dove John e io avevamo portato Quintana quando
era tornata dal St. John’s Hospital.
Aveva tre giorni.
Avevamo messo la sua culla di vimini accanto al glicine nel giardino in
miniatura.
Sei salva. Sono qui.
Nello spot non si vedevano né la casa né il cancello, ma io fui
improvvisamente assalita da un’ondata di ricordi: scendere dalla macchina su
quella strada per aprire il cancello in modo che John potesse passare; veder
arrivare l’alta marea che faceva galleggiare una macchina ferma sulla nostra
spiaggia per uno spot televisivo; sterilizzare i poppatoi di Quintana mentre il
gallo da combattimento che viveva nel giardino mi seguiva socievolmente da
una finestra all’altra. Questo gallo, chiamato Buck dal nome del padrone di
casa, era stato abbandonato sulla strada, secondo la pittoresca opinione del
padrone, da certi «messicani fuggitivi». Buck aveva una sua personalità
istintiva e sorprendentemente affettuosa, non molto diversa da quella di un
labrador. Oltre a Buck, quella casa aveva anche dei pavoni, che erano
decorativi ma senza personalità. Diversamente da Buck, i pavoni erano grassi
e si muovevano solo quando era strettamente necessario. Al tramonto
strillavano e cercavano di volare nei loro nidi tra gli ulivi, un momento irto di
pericoli perché spesso cadevano. Poco prima dell’alba strillavano di nuovo.
Una mattina presto mi svegliai alle strida e cercai John. Lo trovai fuori al
buio che staccava delle pesche acerbe da un albero e le tirava ai pavoni, un
modo tipicamente diretto, anche se controproducente, di risolvere un
problema. Ci sfrattarono quando Quintana aveva un mese. Nel contratto c’era
una clausola che specificava «niente bambini», ma il proprietario e la moglie
riconobbero che la ragione non era la neonata. La ragione era che noi
avevamo assunto una graziosa adolescente di nome Jennifer per badare a lei.
Il proprietario e la moglie non volevano estranei nella proprietà, o come
dicevano loro «dentro il cancello», soprattutto graziose adolescenti di nome
Jennifer che presumibilmente avevano dei fidanzati. Affittammo per qualche
mese una casa in città appartenente alla vedova di Herman Mankiewicz, Sara,
che doveva fare un viaggio. Lasciò tutto com’era tranne un oggetto, l’Oscar
vinto da Herman Mankiewicz per il soggetto di Quarto potere. «Farete delle
feste, la gente si sbronzerà e ci giocherà» disse quando lo mise via. Il giorno
del trasloco John era in viaggio con i San Francisco Giants, a scrivere un
pezzo su Willie Mays per il Saturday Evening Post. Io mi feci prestare la
station wagon di mia cognata, la caricai, misi Quintana e Jennifer sui sedili
posteriori, dissi addio a Buck, uscii e lasciai che la totemica serratura del
cancello scattasse alle mie spalle per l’ultima volta.
Tutto questo, e non mi ero nemmeno spinta fin là.
L’unica cosa che avevo fatto era guardare uno spot televisivo mentre mi
vestivo per andare all’ospedale.
Un altro giorno dovevo comprare delle bottiglie d’acqua al Rite Aid di
Canon e mi ricordai che Canon era dove una volta c’era il Bistro. Nel 1964 e
1965, quando abitavamo nella casa col cancello con la spiaggia e i pavoni ma
non potevamo permetterci nemmeno di dare la mancia ai ragazzi dei
parcheggi dei ristoranti, e men che meno di andarvi a mangiare, John e io
usavamo parcheggiare in strada a Canon e cenare al Bistro. Ci portammo
Quintana il giorno dell’adozione, quando non aveva ancora sette mesi. Ci
avevano dato la banquette d’angolo di Sidney Korshak e noi mettemmo la
culla sul tavolo, come un centrotavola. Quel mattino in tribunale era stata
l’unico neonato, anzi l’unico bambino; tutte le altre adozioni di quel giorno
sembravano concernere adulti che si adottavano a vicenda per ragioni fiscali.
«Qué bonita, qué hermosa» continuavano a sussurrare gli aiutocamerieri del
Bistro quando ci andammo all’ora di pranzo. A sei
o sette anni ve l’accompagnammo per festeggiare un compleanno.
Indossava una ruana verde lime che le avevo comprato a Bogotá. Quando
stavamo per uscire il cameriere aveva portato la ruana e lei se l’era gettata
teatralmente sulle spalle.
Qué bonita, qué hermosa, il ritratto di Ginger Rogers.
John e io c’eravamo stati insieme, a Bogotá. Eravamo scappati da un
festival cinematografico a Cartagena e avevamo preso un aereo dell’Avianca
per Bogotá. Sul volo per Bogotá c’era anche un attore che era stato al festival,
George Montgomery. Si era avvicinato alla cabina di pilotaggio. Dal mio
posto lo vidi chiacchierare con l’equipaggio, poi sedersi al posto del pilota.
Avevo dato una gomitata a John, che dormiva. «Fanno pilotare questo
aereo a George Montgomery mentre sorvoliamo le Ande» avevo mormorato.
«Sempre meglio di Cartagena» disse John, e riprese a dormire. Quel
giorno a Canon non arrivai fino al Rite Aid.
–––––––––
*
Il misto tra salone di bellezza, casa di cura e club femminile in cui nel1934 Elizabeth Arden
trasformò la propria casa di campagna. [N.d.T.]
*
Parzialmente aperta sull’esterno. [N.d.T.]
*
Parodia del titolo del dramma di Eugene O’Neill Il lutto si addice ad Elettra. [N.d.T.]
*
Vento caldo e secco della California meridionale. [N.d.T.]
11

Un giorno di giugno, dopo che ebbe lasciato l’ UCLA e mentre era nella
sesta di quelle che sarebbero state quindici settimane di degenza al Rusk
Institute of Rehabilitation Medicine del New York University Medical Center
di New York, Quintana mi disse che i suoi ricordi non solo dell’ ma del UCLA

suo arrivo al Rusk erano «tutti bavati». Riusciva a ricordare certe cose
dell’ , sì, mentre non riusciva ancora a ricordare nient’altro da prima di
UCLA

Natale (per esempio, non ricordava di avere parlato di suo padre a St. John
the Divine e non ricordava, la prima volta che si svegliò all’ , che era
UCLA

morto), ma questi ricordi erano ancora «bavati». Più tardi si corresse e disse
«sbavati», ma non ce n’era bisogno: sapevo esattamente che cosa voleva dire.
Nel reparto neurologico dell’ avevano usato la parola «irregolare», come
UCLA

nella frase «il suo orientamento migliora ma è ancora irregolare». Quando


provo a ricostruire quelle settimane all’ riconosco nella mia memoria le
UCLA

stesse sbavature. Ci sono delle parti di certi giorni che sembrano chiarissime
e delle parti che non lo sono. Ricordo chiaramente la discussione che ebbi
con un dottore il giorno in cui decisero di fare la tracheotomia. Ormai era
intubata da quasi una settimana, disse il medico. All’ non lasciavano i tubi
UCLA

per più di una settimana. Io dissi che al Beth Israel di New York era stata
intubata per tre settimane. Il dottore guardò altrove. «Anche alla Duke la
norma era una settimana» disse, come sotto l’impressione che accennare alla
Duke avrebbe risolto il problema. Questo invece mi fece inviperire: Chi se ne
frega della Duke, volevo dire, ma non lo feci. Cosa c’entra la Duke con la
? La Duke è in North Carolina. La
UCLA UCLA è in California. Se volessi l’opinione
di qualcuno in North Carolina chiamerei qualcuno in North Carolina.
In questo preciso momento suo marito sta volando verso New York,
dissi invece. Questa cosa potrà sicuramente aspettare fino al suo atterraggio.
No davvero, disse il medico. Perché è già in programma.
Il giorno in cui decisero di fare la tracheotomia fu anche il giorno in cui
spensero l’ . EEG

«Sembra che tutto vada bene» continuavano a dire. «Starà subito meglio
quando avremo fatto la tracheotomia. Hanno già spento l’ , forse lei non se
EEG

n’è accorta.»
Forse io non me n’ero accorta?
La mia unica figlia?
Mia figlia in coma?
Forse non mi ero accorta, quando ero entrata nel , quella mattina, che
RTI

le sue onde cerebrali erano sparite? Che il monitor sopra il suo letto era buio,
morto?
Questo adesso veniva presentato come un progresso, ma non era
sembrato così la prima volta che l’avevo visto. Ricordo di aver letto in
Intensive Care che le infermiere del del San Francisco General spegnevano
RTI

i monitor quando il paziente era vicino alla morte, perché sapevano per
esperienza che i parenti si sarebbero concentrati sugli schermi anziché sul
paziente moribondo. Mi chiedevo se questa decisione fosse stata presa anche
in questo caso. E anche dopo che mi ebbero assicurato che non era così, mi
sorpresi a distogliere lo sguardo dallo schermo vuoto dell’ . Mi ero abituata
EEG

a guardare le sue onde cerebrali. Era come sentirla parlare.


Non capivo per quale ragione, dato che la macchina era là inutilizzata,
non potessero tener acceso l’ .
EEG

Casomai…
Avevo chiesto.
Non ricordo che mi abbiano risposto. Era un periodo in cui facevo molte
domande che non ottenevano risposta. Le risposte che ottenevo tendevano a
essere insoddisfacenti, come questa: «È già in programma».
Nei reparti neurologici tutti hanno fatto la tracheotomia, avevano
continuato a dirmi quel giorno. Tutti nei reparti neurologici avevano
debolezze muscolari che rendevano problematica la rimozione del tubo per la
respirazione. La tracheotomia comportava meno rischi di lesioni alla trachea.
La tracheotomia comportava meno rischi di polmonite. Guardi a destra,
guardi a sinistra, tutti hanno fatto la tracheotomia. La tracheotomia si poteva
fare con un po’ di fentanyl e un rilassante muscolare, e col paziente sotto
anestesia per non più di un’ora. La tracheotomia non avrebbe lasciato
nessuna traccia degna di questo nome, «solo una piccola cicatrice incavata»,
«e forse col tempo non sarebbe rimasta nessuna cicatrice».
Continuavano a battere su questo tasto, come se il fondamento della mia
opposizione alla tracheotomia fosse la cicatrice. Erano medici, anche se nuovi
di zecca. Io no. Ergo, tutte le preoccupazioni che avevo dovevano essere di
natura estetica, frivole.
In realtà non sapevo perché fossi tanto contraria alla tracheotomia.
Oggi credo che la mia resistenza derivasse dallo stesso fondo
superstizioso al quale avevo attinto da quando John era morto. Se non avesse
fatto la tracheotomia, Quintana la mattina avrebbe potuto star bene, essere
pronta a mangiare, a chiacchierare, ad andare a casa. Se non avesse fatto la
tracheotomia, avremmo potuto essere su un aereo entro il weekend. E se non
volevano che volasse, me la potevo portare al Beverly Wilshire, dove ci
saremmo fatte curare le unghie, sedute intorno alla piscina. Se insistevano a
non volere che volasse, avremmo potuto andare a Malibu, passare qualche
giorno di riposo con Jean Moore.
Se non avesse fatto la tracheotomia.
Era una follia, ma la prima a non avere la testa a posto ero io.
Attraverso le tende di cotone blu stampato che separavano i letti sentivo
la gente parlare ai mariti, ai padri, agli zii, ai colleghi funzionalmente assenti.
Nel letto alla destra di Quintana c’era un uomo che si era infortunato in un
cantiere edile. Gli uomini che si trovavano con lui al momento dell’incidente
erano venuti a trovarlo. Stavano intorno al suo letto e cercavano di spiegare
l’accaduto. Il traliccio, la cabina, la gru, ho sentito un rumore, ho gridato:
attento, Vinny! Ognuno dava la sua versione. Ogni versione era leggermente
diversa dalle altre. Questo era comprensibile, poiché ogni testimone partiva
da un diverso punto di vista, ma io ricordo che avrei voluto intercedere,
aiutarli a coordinare le loro storie; mi era parso che ci fossero troppi dati
contraddittori per rovesciarli addosso a una persona con una lesione di
origine traumatica al cervello.
«Tutto procede come al solito e poi scoppia un gran casino» disse uno.
L’uomo ferito non ebbe alcuna reazione, e non poteva averla, perché gli
avevano fatto la tracheotomia.
A sinistra di Quintana giaceva un uomo del Massachusetts che era
all’ospedale da vari mesi. Lui e la moglie erano venuti a Los Angeles a
trovare i figli, c’era stata una caduta da una scala, ma sembrava che fosse
andato tutto bene. Un altro giorno assolutamente normale. Poi lui aveva avuto
delle difficoltà di parola. Tutto procede come al solito e poi scoppia un gran
casino. Ora aveva la polmonite. I figli andavano e venivano. La moglie era
sempre lì, a supplicarlo con una voce bassa e lamentosa. Il marito non
rispondeva: anche a lui avevano fatto la tracheotomia.
A Quintana la fecero il primo aprile, un giovedì pomeriggio.
Venerdì mattina i sedativi che le avevano somministrato per la
tracheotomia erano già stati abbastanza metabolizzati perché lei potesse
aprire gli occhi e stringermi la mano.
Sabato mi dissero che il giorno seguente o lunedì sarebbe stata trasferita
dal in un centro di osservazione neurologica per casi meno gravi al sesto
RTI

piano. Il quinto e il sesto piano dell’ erano tutti neuro.


UCLA

Non ricordo quando la spostarono, ma credo che sia stato qualche giorno
dopo.
Un pomeriggio dopo il suo trasferimento al centro di osservazione
incontrai la donna del Massachusetts nel cortile del Café Med.
Anche suo marito aveva lasciato il , e ora stava passando a quello che
RTI

lei chiamava un «centro di riabilitazione estensiva». Sapevamo tutt’e due che


i «centri di riabilitazione estensiva» erano ciò che i titolari di assicurazioni
mediche e i coordinatori delle dimissioni ospedaliere chiamavano case di
cura, ma questo passò sotto silenzio. La donna avrebbe voluto farlo spostare
in uno degli undici letti dell’unità di riabilitazione acuta del reparto di
neuropsichiatria dell’ , ma non era stato accettato. Fu questa la frase che
UCLA

usò, «non era stato accettato». Non sapeva come avrebbe fatto ad arrivarci –
uno dei due centri estensivi con un letto disponibile era vicino all’aeroporto
internazionale di Los Angeles, l’altro a Chinatown – ed era preoccupata
perché non aveva la patente. I figli lavoravano, avevano dei posti importanti,
e non sempre avrebbero potuto accompagnarla.
Ci sedemmo su una panchina, al sole.
Ascoltai. Chiese notizie di mia figlia.
Non volevo dirle che mia figlia sarebbe stata spostata in uno degli undici
letti del centro di riabilitazione acuta del reparto di neuropsichiatria.
A un certo punto avevo notato che stavo cercando di guidare i medici
come un cane da pastore, segnalando un edema a un interno, ricordando a un
altro di prescrivere un esame delle urine per controllare il sangue nel catetere
Foley, insistendo per un Doppler per vedere se la causa dei dolori alla gamba
poteva essere un embolo, ripetendo ostinatamente – quando gli ultrasuoni
indicarono che in effetti c’erano degli emboli – che volevo un consulto con
uno specialista in coagulazione. Scrissi il nome dello specialista che volevo.
Proposi di chiamarlo io stessa. Questi sforzi non mi resero simpatica ai
giovanotti e alle ragazze del personale interno («Se vuole gestire lei questo
caso, io mi tiro indietro» disse infine uno di loro), ma mi fecero sentire meno
impotente.
AllaUCLA ricordo di aver imparato i nomi di molti test e molte scale. Il
Kimura Box Test. Il Two-Point Discrimination Test. La Glasgow Coma
Scale, la Glasgow Outcome Scale. La mia comprensione del significato di
questi test e di queste scale rimaneva oscura. Ricordo anche di aver imparato,
sia all’
UCLA che prima, al Beth Israel e al Columbia-Presbyterian, i nomi di
molti batteri ospedalieri resistenti. Al Beth Israel c’era stato l’Acinetobacter
baumannii, resistente alla vancomicina. «È così che si capisce che si tratta di
un’infezione ospedaliera» ricordo che mi disse un dottore che avevo
interrogato al Columbia-Presbyterian. «Se resiste alla vanc, è ospedaliero.
Perché la vanc si usa solo negli ambienti ospedalieri.» Alla UCLAc’era stato il
, lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, invece del
SARM , lo
SERM

Staphylococcus epidermidis resistente alla meticillina, che era quello che in


un primo tempo credevano di aver trovato nelle colture e che aveva dato
l’impressione di allarmare più visibilmente il personale. «Non so perché, ma
dal momento che sei incinta forse faresti bene a chiedere il trasferimento»,
una terapeuta aveva consigliato a un’altra quando si era diffusa la paura del
, guardandomi come se io potessi non capire. C’erano molti altri nomi di
SERM

bacilli ospedalieri, ma quelli erano i pezzi grossi. Qualunque batterio


mostrasse di essere la causa di una nuova febbre o infezione delle vie
urinarie, rendeva obbligatori camici, guanti, maschere. Strappava profondi
sospiri agli inservienti che dovevano bardarsi da capo a piedi prima di entrare
nella stanza per vuotare un cestino. Lo Staphylococcus aureus resistente alla
meticillina dell’UCLA era un’infezione nel flusso sanguigno, una batteriemia.
Quando lo venni a sapere espressi al medico che stava visitando Quintana la
preoccupazione che un’infezione nel suo flusso sanguigno potesse portare di
nuovo alla sepsi.
«Be’, sa, sepsi è un termine clinico» disse il medico, poi riprese a
visitarla.
Lo avevo incalzato.
«Lo stato di sepsi è abbastanza avanzato.» Sembrava allegro. «Ma noi
continuiamo con la vanc. E finora la pressione del sangue tiene.»
Ecco. Eravamo tornati indietro, stavamo ancora aspettando di vedere se
la pressione calava.
Stavamo aspettando di vedere se ci sarebbe stato uno shock settico.
La prossima volta avremmo aspettato di vedere le lastre di ghiaccio
sull’East River.
In realtà, quella che vedevo dalle finestre dell’ era una piscina. Non
UCLA

una volta ci vidi nuotare qualcuno, anche se veniva riempita, filtrata (si
vedevano il piccolo mulinello dove l’acqua entrava nel filtro e le bollicine
dove riemergeva), e splendeva sotto i raggi del sole, circondata da ombrelloni
e tavolini. Un giorno, mentre la osservavo, mi assalì il nitido ricordo di
quando ebbi l’idea di mettere candele e gardenie a galleggiare sull’acqua
della piscina dietro la casa di Brentwood Park. Stavamo per dare una festa.
Mancava un’ora all’inizio, ma ero già vestita quando mi venne l’idea delle
gardenie. Mi inginocchiai sul bordo, accesi le candele e usai lo skimmer per
creare con gardenie e candele un disegno irregolare sulla superficie
dell’acqua. Mi raddrizzai, soddisfatta del risultato. Riposi lo skimmer.
Quando tornai a guardare la piscina, le gardenie erano sparite e le candele,
spente, erano solo dei piccoli mozziconi bagnati che ballonzolavano
furiosamente davanti alla bocca del filtro. Non potevano essere risucchiati
perché il filtro era già ostruito dalle gardenie. Passai gli ultimi quarantacinque
minuti prima della festa a togliere dal filtro le gardenie fradicie, a ripescare le
candele e ad asciugarmi il vestito col phon.
Fin qui tutto bene.
Un ricordo della casa di Brentwood Park che non riguardava né John né
Quintana.
Sfortunatamente me ne venne in mente un altro. Ero sola nella cucina di
quella casa, luce crepuscolare, tardo pomeriggio, e stavo dando da mangiare
al Bouvier che avevamo allora. Quintana era alla Barnard. John stava
passando qualche giorno nell’appartamento che avevamo a New York.
Dovevano essere gli ultimi mesi del 1987, il periodo in cui aveva cominciato
a dire che gli sarebbe piaciuto passare più tempo a New York. Io avevo
scoraggiato questa idea. Improvvisamente una luce rossa lampeggiante aveva
riempito la cucina. Ero andata alla finestra. C’era un’ambulanza davanti a una
casa in Marlboro Street, visibile oltre l’albero del corallo e le due cataste di
legna nel nostro cortile laterale. Era un quartiere in cui molte case, compresa
quella di Marlboro Street, avevano cortili laterali in cui si tenevano due
cataste di legna. Avevo guardato la casa fino allo spegnersi dell’ultima luce e
alla partenza dell’ambulanza. La mattina dopo, mentre portavo a spasso il
Bouvier, una vicina mi disse cos’era successo. Due cataste di legna non
avevano impedito alla donna della casa in Marlboro Street di diventare
vedova all’ora di cena.
Avevo chiamato John a New York.
La luce rossa lampeggiante mi era parsa, a questo punto, un avviso
urgente.
Gli dissi che forse aveva ragione lui, che dovevamo passare più tempo a
New York.
Guardando la piscina deserta dalla finestra dell’ UCLA vidi il vortice
arrivare, ma non riuscii a deviarlo. Il vortice in questo caso era
quell’insistente aspetto della memoria che si potrebbe chiamare
«appuntamento a Samara». Se io non avessi fatto quella telefonata, Quintana
*

sarebbe tornata a Los Angeles dopo essersi laureata alla Barnard? Se fosse
vissuta a Los Angeles, ci sarebbe stato il Beth Israel North, ci sarebbe stato il
Presbyterian, e oggi lei sarebbe stata all’ ? Se io non avessi frainteso il
UCLA

significato della luce rossa lampeggiante negli ultimi mesi del 1987, mi
sarebbe stato possibile, oggi, prendere la macchina, guidare verso ovest lungo
San Vicente e trovare John nella casa di Brentwood Park? In piscina? Mentre
rileggeva La scelta di Sophie?
Dovevo proprio rivivere ogni errore? Se per caso ricordavo la mattina in
cui eravamo scesi a St. Tropez dalla casa in collina di Tony Richardson e
avevamo preso un caffè lungo la strada e comprato il pesce per la cena,
dovevo anche ricordare la sera in cui mi ero rifiutata di fare il bagno al chiaro
di luna perché il Mediterraneo era inquinato e io avevo un taglio su una
gamba? Se ricordavo il gallo da combattimento di Portuguese Bend, dovevo
anche ricordare il lungo viaggio notturno di ritorno dopo cena fino a quella
casa, e quante volte mentre passavamo davanti alla raffinerie sulla San Diego
Freeway l’uno o l’altra di noi aveva detto una cosa sbagliata? O smesso di
parlare? O immaginato che l’altro avesse smesso di parlare? «Ognuno dei
ricordi e delle aspettative in cui la libido è legata all’oggetto viene messo in
discussione e caricato di energia, e il distacco della libido si realizza nei suoi
riguardi… Degno di nota è che questo grosso dispiacere sia visto da noi come
una cosa assolutamente naturale.» Così Freud spiegò quella che vedeva come
l’«azione» del dolore, che nella sua descrizione aveva una sospetta
somiglianza col vortice.
In realtà la casa di Brentwood Park dalla quale avevo visto la luce rossa
lampeggiante e creduto di eluderla trasferendomi a New York non esisteva
più. Era stata rasa al suolo e rimpiazzata (da una casa un po’ più grande) un
anno dopo la vendita. Il giorno in cui, trovandoci per caso a Los Angeles,
girammo l’angolo di Chadbourne e Marlboro e constatammo che in piedi non
restava altro che il camino (cosa che permetteva un’agevolazione fiscale),
ricordai che l’agente immobiliare mi aveva detto che per gli acquirenti
sarebbe stato molto significativo se avessimo regalato loro delle copie con
dedica dei libri che avevamo scritto in quella casa. Così avevamo fatto.
Quintana and Friends, Dutch Shea, Jr. e The Red White and Blue per John,
Salvador, Democracy e Miami per me. Quando dalla macchina vedemmo il
terreno spianato, Quintana, sul sedile posteriore, scoppiò in lacrime. La mia
prima reazione fu di furore. Volevo indietro i libri.
La correzione apportata al corso di questi pensieri interruppe il vortice?
Per niente.
Un mattino in cui era ancora al centro in osservazione perché a causa
della persistenza della febbre, per escludere l’endocardite, si era reso
necessario un ecocardiogramma, Quintana alzò per la prima volta la mano
destra. Questo era significativo perché era sul lato destro del suo corpo che si
potevano vedere gli effetti del trauma. Il movimento voleva dire che i nervi
traumatizzati erano ancora vivi. Più tardi, quel giorno, Quintana indicò
ripetutamente di voler scendere dal letto, e mise il broncio come una bambina
quando le dissi che non l’avrei aiutata. Il mio ricordo di quel giorno non è
affatto bavato.
Verso la fine di aprile si decise che dall’operazione era passato
abbastanza tempo per permetterle di volare a New York. Il problema fino a
quel momento era stata la pressurizzazione e la possibilità che causasse dei
gonfiori. Quintana avrebbe avuto bisogno di personale specializzato che
l’accompagnasse. I voli commerciali erano esclusi. Si presero accordi per
farla viaggiare a bordo di speciali mezzi di trasporto: un’ambulanza dall’ UCLA

all’aeroporto, un aereo-ambulanza fino a Teterboro e un’ambulanza da


Teterboro al New York University Hospital, dove avrebbe iniziato un periodo
di riabilitazione neurologica al Rusk Institute. Molte conversazioni ebbero
luogo tra l’ e il Rusk. Molte cartelle cliniche furono inviate per fax. Si
UCLA

preparò un cd rom con le immagini delle . Si fissò una data per quello che
TAC

ormai persino io chiamavo «il trasferimento»: giovedì 29 aprile. Quel giovedì


mattina, di buon’ora, mentre stavo per pagare il conto del Beverly Wilshire
ricevetti una telefonata da una località del Colorado. Il volo aveva subito un
ritardo. L’aereo si trovava a Tucson, dov’era atterrato per «noie meccaniche».
I meccanici di Tucson gli avrebbero dato un’occhiata appena fossero arrivati,
alle dieci ora della montagna. Nel primo pomeriggio, ora del Pacifico, fu
chiaro che l’aereo non avrebbe volato. Un altro aereo sarebbe stato
disponibile la mattina dopo, ma la mattina dopo era venerdì, e alla UCLA non
gradivano fare trasferimenti il venerdì. All’ospedale, cercai di convincere il
coordinatore delle dimissioni ad approvare un trasferimento di venerdì.
Rinviare il trasferimento alla settimana prossima poteva solo
demoralizzare e confondere Quintana, dissi, sicura del fatto mio.
Il Rusk non poneva ostacoli a un ricovero il venerdì sera, dissi, già meno
sicura.
Non avevo un posto dove stare durante il weekend, mentii.
Quando il coordinatore ebbe dato finalmente il suo assenso al
trasferimento di venerdì, Quintana dormiva. Rimasi per un po’ seduta al sole
nella piazza antistante l’ospedale a guardare un elicottero che girava per
atterrare sul tetto. Gli elicotteri atterravano in continuazione sul tetto dell’ ,
UCLA

facendomi pensare a tutti i traumi che sembravano aver colpito la California


meridionale, lontane scene di stragi autostradali, gru crollate in remote
località, brutti giorni in vista per il marito o la moglie o la madre o il padre
che ancora non avevano (mentre l’elicottero atterrava e gli infermieri
portavano la lettiga al pronto soccorso) ricevuto la chiamata. Mi venne in
mente un giorno d’estate del 1970 in cui John e io ci fermammo a un
semaforo rosso in St. Charles Avenue, a New Orleans, e vedemmo il
conducente della macchina che ci seguiva accasciarsi all’improvviso sul
volante. Il clacson strepitava. Accorsero vari pedoni. Si materializzò un
agente di polizia. Il semaforo cambiò colore, noi proseguimmo. John non era
riuscito a togliersi quell’immagine dalla testa. Ecco, aveva continuato a dire
più tardi. Adesso era vivo e un minuto dopo era morto, sotto i nostri occhi.
Lo avevamo visto proprio nel momento in cui era successo. Sapevamo che
era morto prima dei suoi familiari.
Un giorno come tutti gli altri.
«E poi… addio.»
Il giorno del volo, quando arrivò, era sembrato svolgersi con la
sconclusionata inesorabilità di un sogno. La mattina presto, quando accesi la
tv per vedere le notizie, era scoppiata la guerriglia nelle strade, con i
camionisti che protestavano per il prezzo della benzina. Parecchi grossi
erano stati deliberatamente messi di traverso e abbandonati sulla Interstate
TIR

5. Alcuni testimoni riferivano che i primi autoarticolati a fermarsi erano stati


quelli che trasportavano le troupe televisive. C’erano dei fuoristrada che
aspettavano i camionisti per portarli via dalla superstrada bloccata. Mentre lo
guardavo trovavo il filmato spaesante, perché sembrava di essere tornati al
’68 francese. «Evitate la 5 se potete» consigliò l’annunciatore, poi avvertì
che, stando alle sue «fonti» (presumibilmente le stesse troupe televisive che
viaggiavano con i camionisti), i camionisti avrebbero bloccato anche altre
superstrade, in particolare la 710, la 60 e la 10. In tutto questo sconquasso
appariva poco probabile che potessimo lasciare la e raggiungere l’aereo, e
UCLA
invece, quando l’ambulanza arrivò in ospedale, sembrò che tutto l’inserto
francese si fosse come smaterializzato, e che quella fase del sogno fosse stata
dimenticata.
Altre fasi dovevano ancora venire. Mi avevano detto che l’aereo sarebbe
stato all’aeroporto di Santa Monica. All’equipaggio dell’ambulanza era stato
detto Burbank. Qualcuno fece una telefonata e gli dissero Van Nuys. Quando
arrivammo a Van Nuys non si vedevano aeroplani, ma solo elicotteri.
Dev’essere così perché andate in elicottero, disse un infermiere, chiaramente
pronto a consegnarci e a passare ad altro. Non credo, dissi io, sono tremila
miglia. L’infermiere alzò le spalle e sparì. Finalmente l’aereo fu scovato, un
jet Cessna con abbastanza posto per i due piloti, i due paramedici, la lettiga
alla quale era legata Quintana e, se stavo seduta su una panca sopra le
bombole di ossigeno, io. Decollammo. Volammo per un po’. Uno dei
paramedici aveva una fotocamera digitale e scattava fotografie a quello che
continuava a chiamare il Gran Canyon. Io dissi che secondo me era il lago
Mead, la Hoover Dam. Indicai Las Vegas.
Il paramedico continuò a scattare fotografie.
Continuò anche a chiamarlo il Grand Canyon.
Devi avere sempre ragione?, ricordai che John diceva.
Era una lamentela, un’accusa, parte di una contesa.
Non aveva mai capito che dentro di me non avevo mai ragione. Un
giorno, nel 1971, mentre facevamo il trasloco da Franklin Avenue a Malibu,
trovai un messaggio appiccicato dietro un quadro che stavo tirando giù. Il
messaggio era di una persona alla quale ero stata vicina prima di sposare
John. Aveva passato qualche settimana con noi nella casa di Franklin
Avenue. Il messaggio era questo: «Ti sbagliavi». Non sapevo in che cosa mi
fossi sbagliata, ma le possibilità sembravano infinite. Bruciai il messaggio.
Non lo dissi mai a John.
D’accordo, è il Grand Canyon, pensai, cambiando posizione sulla panca
sopra le bombole di ossigeno per non avere più davanti agli occhi quello che
si vedeva dal finestrino.
Più tardi atterrammo in un campo di grano del Kansas per fare
rifornimento. I piloti si misero d’accordo con i due ragazzi che gestivano la
pista: durante il rifornimento sarebbero andati col loro pickup fino a un
McDonald’s e ci avrebbero portato degli hamburger. Mentre si aspettava, i
paramedici suggerirono che a turno ci sgranchissimo un po’ le gambe.
Quando venne il mio turno rimasi per un attimo paralizzata sull’asfalto,
vergognandomi di essere libera e fuori mentre Quintana non lo poteva essere,
poi mi spinsi fin dove la pista finiva e cominciava il grano. Piovigginava e
c’era un po’ di vento, e pensai che stesse arrivando un tornado. Quintana e io
eravamo Dorothy. Eravamo libere, tutt’e due. Anzi, eravamo lontane da lì.
John aveva descritto un tornado in Nothing Lost. Ricordavo di aver letto le
ultime bozze nella stanza di Quintana al Presbyterian e di avere pianto
quando ero arrivata alla pagina del tornado. I protagonisti, J.J. McClure e
Teresa Kean, vedono il tornado «in lontananza, nero e poi lattiginoso quando
il sole lo colpiva, che si muoveva come un enorme serpente reticolato
verticale». J.J. dice a Teresa di non preoccuparsi, che quel posto è già stato
colpito, e che le trombe d’aria non colpiscono mai due volte lo stesso posto.
Finalmente il tornado si disperse senza incidenti proprio oltre il confine con il Wyoming.
Quella sera nella Step Right Inn, all’incrocio tra Higginson e Higgins, Teresa domandò se era
vero che i tornado non colpivano mai due volte lo stesso posto. «Non so», disse J.J. «Pareva
logico. Come i fulmini. Eri preoccupata. Non volevo che tu ti preoccupassi.» Fu la cosa più
somigliante una dichiarazione d’amore che J.J. fosse capace di fare.
Tornata sull’aereo, sola con Quintana, presi uno degli hamburger portati
dai due ragazzi e lo feci a pezzettini per dividerlo con lei. Dopo qualche
boccone Quintana scosse il capo. Le avevano permesso cibi solidi da appena
una settimana, e non poteva mangiare di più. Aveva ancora un tubo per
l’alimentazione, caso mai non riuscisse a mangiare del tutto.
«Ce la farò?» mi chiese allora.
Scelsi di credere che mi stesse chiedendo se ce l’avrebbe fatta ad
arrivare a New York.
«Sicuramente» le dissi.
Sono qui. Sei salva.
Di sicuro sarebbe stata bene in California, ricordavo di averle detto
cinque settimane prima.
Quella sera, quando arrivammo al Rusk Institute, Gerry e Tony
aspettavano fuori per vedere l’ambulanza. Gerry chiese com’era stato il volo.
Io dissi che avevamo mangiato un Big Mac in un campo di grano del Kansas.
«Non era un Big Mac» disse Quintana. «Era un Quarter Pounder.»
*
Il giorno in cui, nella stanza di Quintana al Presbyterian, avevo letto le
ultime bozze di Nothing Lost, mi era parso che nell’ultima frase del brano su
J.J. McClure, Teresa Kean e il tornado potesse esserci un errore di
grammatica. In realtà io non ho mai imparato le regole grammaticali,
fidandomi invece soltanto delle cose che avevano il suono giusto, ma lì c’era
qualcosa che non aveva, mi sembrava, il suono giusto. La frase nelle ultime
bozze diceva: «Fu la cosa più somigliante una dichiarazione d’amore che J.J.
fosse capace di fare». Io avrei aggiunto una preposizione: «Fu la cosa più
somigliante a una dichiarazione d’amore che J.J. fosse capace di fare».
Ero seduta accanto alla finestra, guardavo le lastre di ghiaccio sullo
Hudson e pensavo a quella frase. Fu la cosa più somigliante una
dichiarazione d’amore che J.J. fosse capace di fare. Non era una frase, se
l’avevi scritta tu, che avresti voluto sbagliare, ma non era neanche una frase,
se era quello il modo in cui l’avevi scritta, che avresti voluto cambiare. Come
l’aveva scritta, lui? Cos’aveva in mente? Come l’avrebbe voluta? Toccava a
me decidere. Qualunque scelta io avessi fatto poteva avere il potenziale
dell’abbandono, persino del tradimento. Era questa una delle ragioni per cui
piangevo nella stanza di Quintana. Quando arrivai a casa, quella sera,
controllai le bozze precedenti e i manoscritti. L’errore, se era un errore, c’era
sempre stato, dall’inizio. La lasciai com’era.
Perché devi avere sempre ragione?
Perché devi avere sempre l’ultima parola?
Per una volta nella vita, lascia correre.
–––––––––
*
Allusione al romanzo dallo stesso titolo di John O’Hara. [N.d.T.]
12

Il giorno in cui Quintana e io volammo a est sul Cessna che fece


rifornimento nel campo di grano del Kansas era il 30 aprile 2004. Nel
maggio, giugno e nella metà di luglio che passò al Rusk Institute non c’era
quasi nulla che potessi fare per lei. Potevo scendere fino alla
Trentaquattresima Est per andarla a trovare nel tardo pomeriggio, e lo facevo
quasi tutti i giorni, ma era in terapia dalle otto del mattino alle quattro del
pomeriggio e tra le sei e mezzo e le sette era sfinita. Clinicamente, era stabile.
Poteva mangiare, il tubo per l’alimentazione era sempre al suo posto ma non
più necessario. Ricominciava a muovere la gamba e il braccio destro. Stava
recuperando la mobilità dell’occhio destro, che le serviva per leggere.
Durante i weekend, quando non era in terapia, Gerry la portava fuori a pranzo
e a un cinema nei dintorni. Cenava con lei. Gli amici si univano a loro per
qualche picnic. Per tutto il tempo che passò al Rusk potei annaffiare le piante
sul suo davanzale, potei trovare le scarpette leggermente diverse ordinate
dalla terapista, potei stare con lei nella serra vicino all’atrio del Rusk a
guardare le carpe nella vasca, ma quando Quintana avesse lasciato il Rusk
non avrei potuto più fare nemmeno questo. Stava arrivando al punto in cui, se
voleva guarire, avrebbe dovuto ancora una volta fare da sé.
Decisi di impiegare quell’estate per arrivare allo stesso punto.
Ancora non avevo la concentrazione per lavorare, ma potevo mettere in
ordine la casa, potevo darmi una mossa, potevo aprire la posta.
Che l’elaborazione del lutto stesse cominciando solo allora era una cosa
che non mi venne in mente.
Fino ad allora ero stata capace solo di affliggermi, non di elaborare il
lutto. Il dolore era passivo. Il dolore c’era e basta. Il lutto, che era il modo di
affrontare il dolore, richiedeva che si prestasse attenzione. Fino ad allora
c’erano state valide ragioni per cancellare l’attenzione che altrimenti forse
avrebbe potuto essere prestata, per bandire il pensiero, per fare in modo che
l’adrenalina fresca intervenisse sulla crisi del giorno. Avevo passato un’intera
stagione in cui le uniche parole che mi ero veramente permessa di ascoltare
erano registrate: Benvenuti alla - - - .
U C L A

Cominciai.
Tra le lettere, i libri e le riviste arrivati mentre ero a Los Angeles c’era
un grosso volume dal titolo Lives of ’54, preparato per quella che era allora
l’imminente cinquantesima riunione dei compagni di John a Princeton.
Guardai la voce che riguardava John. Diceva: «William Faulkner disse un
giorno che il necrologio di uno scrittore dovrebbe essere questo: “Ha scritto
dei libri, poi è morto”. Questo non è un necrologio (almeno fino al 19
settembre 2002) e io continuo a scrivere dei libri. Dunque, mi atterrò a
Faulkner».
Dissi tra me: questo non era un necrologio.
Almeno fino al 19 settembre 2002.
Chiusi Lives of ’54. Dopo una settimana lo riaprii e diedi una scorsa alle
altre voci. Una era di Donald H. («Rummy») Rumsfeld, che aveva scritto:
«Dopo Princeton, gli anni sembrano una macchia confusa, mentre i giorni
sono più simili a un fuoco di fila». Ci pensai su. Un’altra, tre pagine di
riflessioni di Lancelot L. («Lon») Farrar, Jr., cominciava così: «Si potrebbe
sostenere che il ricordo di Princeton che più ci accomuna fu il discorso di
Adlai Stevenson al banchetto dei laureandi».
Pensai anche a questo.
Ero stata per quarant’anni la moglie di un laureato del ’54 e lui non
aveva mai parlato del discorso di Adlai Stevenson al banchetto dei laureandi.
Provai a pensare a tutto quello che aveva detto di Princeton. Molte volte
aveva accennato all’incauto diritto acquisito che gli sembrava di cogliere
nelle parole «Princeton al servizio del Paese», lo slogan che Princeton aveva
adottato riprendendolo da un discorso di Woodrow Wilson. A parte questo,
non mi venne in mente altro se non ciò che aveva detto pochi giorni dopo il
nostro matrimonio (perché lo disse? com’era saltato fuori?), e cioè che i
Nassoons lui li aveva trovati assurdi. Anzi, poiché sapeva che la cosa mi
*

divertiva, ogni tanto recitava una scenetta calandosi nella parte dei Nassoons:
una mano studiatamente affondata nella tasca, il mulinello dei cubetti di
ghiaccio nel bicchiere immaginario, il mento sollevato di profilo, il sorrisino
soddisfatto.
As I remember you
We stood there together on a high windy slope
Our faces to the weather and our hearts full of hope…
Per quarant’anni questa canzone era stata uno scherzo segreto tra noi
due, e non riuscivo a ricordarmi il titolo, tantomeno le altre parole. Trovare le
parole diventò una questione abbastanza urgente. In Internet riuscii a trovare
solo un riferimento, in un necrologio del Princeton Alumni Weekly:
John MacFadyen ’46 ’49: John MacFadyen è morto il 18 febbraio 2000 a Damariscotta, nel
Maine, vicino al villaggio di Head Tide, dove abitava con la moglie Mary-Esther. La causa della
morte è stata una polmonite, ma da qualche anno aveva problemi di salute, specie dopo la morte
della moglie, avvenuta nel 1977. John si trasferì a Princeton da Duluth nell’estate «accelerata»
del 1942. Dotato nella musica e nelle arti, scrisse canzoni per i Triangle, tra cui As I Remember
You, che per molto tempo fu una delle preferite dai Nassoons. John al piano era l’anima di ogni
festa. Memorabile la sua interpretazione di Shine, Little Glow Worm, suonata da sotto il piano a
testa in giù. Dopo il servizio militare nell’esercito americano in Giappone, tornò a Princeton per
un master di belle arti in architettura. Nello studio newyorkese Harrison & Abramowitz progettò
uno dei più importanti palazzi delle Nazioni Unite. John ricevette il Premio Roma di architettura
e, fresco sposo di Mary-Esther Edge, passò il 1952-53 all’American Academy di Roma. Il suo
lavoro privato di architetto, noto soprattutto per il progetto del Wolf Trap Center per le Arti alla
periferia di Washington, fu interrotto dalla nomina, negli anni sessanta, da parte del governatore
Nelson Rockefeller, a direttore esecutivo del primo consiglio di stato delle arti. I compagni si
uniscono ai suoi figli, Camilla, Luke, William e John, e ai tre nipoti, nel piangere la perdita di
uno dei nostri più indimenticabili studenti.
As I Remember You, per tanto tempo una delle preferite dai Nassoons.
Ma… e la morte di Mary-Esther?
E quanto tempo è passato da quando l’anima di tutte le feste suonò per
l’ultima volta Shine, Little Glow Worm da sotto il piano a testa in giù?
Cosa non darei per poterne parlare con John!
Cosa non darei per poter parlare con John di qualunque cosa! Cosa non
darei per poter dire una piccola cosa che lo rendesse felice! Cosa potrebbe
essere questa piccola cosa? E se l’avessi detta in tempo, avrebbe funzionato?
Una sera o due prima di morire John mi chiese se avevo notato quanti
personaggi morivano nel romanzo che aveva appena dato alle stampe,
Nothing Lost. Era andato nel suo studio a farne l’elenco. Io ne aggiunsi uno
che aveva dimenticato. Qualche mese dopo la sua morte presi dalla sua
scrivania un blocco per scrivere un appunto. Sul blocco, scritto a matita
molto leggermente, di suo pugno, c’era l’elenco. Diceva:
Teresa Kean
Parlance
Emmett McClure
Jack Broderick
Maurice Dodd
Quattro persone in automobile
Charlie Buckles
Percy: sedia elettrica (Percy Darrow)
Walden McClure
Perché la matita era così leggera?, mi chiesi. Perché usava una matita
che scriveva appena?
Quando aveva cominciato a vedersi morto?
«Non è bianco e nero» mi aveva detto un giovane dottore al Cedars-
Sinai Medical Center di Los Angeles, nel 1982, della linea divisoria tra la vita
e la morte. Eravamo entrati nel del Cedars per vedere la figlia di Nick e
RTI

Lenny, Dominique, che la sera prima era stata quasi strangolata e uccisa.
Dominique era là distesa nel RTI come se dormisse, ma non si riprendeva.
Respirava solo con l’ausilio di una macchina.
Dominique aveva quattro anni quando John e io ci eravamo sposati.
Dominique era la cugina che vigilava sulle feste di Quintana e la portava
a comprare i vestiti per i balli studenteschi e restava con lei se noi eravamo
fuori città. Le rose sono rosse, le viole sono blu, diceva il biglietto su un vaso
di fiori che Quintana e Dominique avevano lasciato sul tavolo della cucina
per il nostro ritorno da uno di questi viaggi. Vorrei che non fo
ste tornati, e anche Dominique. Baci, auguri per la Festa della Mamma,
D & Q.
Ricordo di avere pensato che il dottore si sbagliava. Per tutto il tempo
che passò in questo Dominique era viva. Non poteva continuare a vivere
RTI

senza aiuto, ma era viva. Questo era il bianco. Quando avessero spento il
respiratore sarebbe passato qualche minuto prima che cessassero le sue
funzioni, e allora sarebbe morta. Questo era il nero.
La morte non lasciava deboli tracce, non lasciava segni di matita.
Le deboli tracce, i segni di matita, venivano lasciati «una sera o due
prima che morisse», o «una settimana o due», in ogni caso, decisamente,
prima che morisse.
C’era una linea divisoria.
La brusca finalità di questa linea divisoria fu una cosa alla quale pensai
molto durante la tarda primavera e l’estate successiva al mio ritorno dall’ . UCLA

Un’amica intima, Carolyn Lelyveld, morì in maggio, al Memorial Sloan-


Kettering. La moglie di Tony Dunne, Rosemary Breslin, morì in giugno, al
Columbia-Presbyterian. In ognuno di questi casi sembrava che sarebbe stato
giusto usare l’espressione «dopo lunga malattia» con tutto quello che essa
suggeriva, la sua coda ingannevole di liberazione, sollievo, soluzione. In
ognuna di queste lunghe malattie la possibilità della morte era stata messa in
conto, nel caso di Carolyn per alcuni mesi, nel caso di Rosemary dal 1989,
quando aveva trentadue anni. E tuttavia, l’averla messa in conto non aveva
colmato in alcun modo, quando era arrivato, il vuoto della perdita dovuta al
fatto in sé. Era sempre bianco e nero. Ciascuna di esse era stata viva fino
all’ultimo momento, e poi era morta. Mi rendevo conto di non avere mai
creduto alle parole che avevo appreso da bambina per poter fare la cresima
come la fanno gli episcopali: Credo nello Spirito Santo, nella Santa Chiesa
Cattolica, nella Comunione dei Santi, nella remissione dei peccati, nella
resurrezione della carne e nella vita eterna, amen.
Non credo nella resurrezione della carne.
Come non ci avevano creduto Teresa Kean, Parlance, Emmett McClure,
Jack Broderick, Maurice Dodd, i quattro in automobile, Charlie Buckles,
Percy Darrow o Walden McClure.
Come non ci credeva il mio cattolico marito.
Immaginavo che questo modo di pensare fosse chiarificatore, ma in
realtà era così confuso da contraddire persino se stesso.
Non credevo nella resurrezione della carne, ma credevo ancora che, date
le giuste circostanze, lui sarebbe tornato.
Lui che prima di morire aveva lasciato le deboli tracce, la matita numero
tre.
Un giorno mi parve importante rileggere Alcesti. L’avevo letto per
l’ultima volta a sedici o diciassette anni, per un tema su Euripide, ma lo
ricordavo come attinente in qualche modo a questo problema della «linea
divisoria». Ricordavo che i greci in generale, ma Alcesti in particolare, erano
molto sensibili a questo passaggio tra la vita e la morte. Lo vedevano con gli
occhi della mente, gli conferivano una forma drammatica, lo mettevano in
scena nella cornice dell’acqua nera e del traghetto. Rilessi Alcesti. Ecco
quello che accade nel dramma: Admeto, giovane re della Tessaglia, è stato
condannato dalla Morte a morire. Apollo è intervenuto, strappando ai Fati la
promessa che, se riuscirà a trovare un altro mortale disposto a morire al suo
posto, Admeto non dovrà morire immediatamente. Il re avvicina amici e
parenti, invano. «Io dico a me stesso che noi stiamo a lungo sottoterra e che
la vita è breve, ma dolce» gli dice il padre dopo essersi rifiutato di prendere il
suo posto.
Solo la moglie di Admeto, la giovane regina Alcesti, si offre
spontaneamente. Il suo avvicinarsi alla morte suscita alti lai, ma nessuno alza
un dito per salvarla. Alla lunga, Alcesti muore: «Vedo la barca a remi, / vedo
la barca sul lago! / E Caronte, / Traghettatore dei Defunti, / mi chiama, la
mano sul remo…». Admeto è sopraffatto dai rimorsi, dalla vergogna e
dall’autocommiserazione: «Ahi! Com’è amaro per me quel traghettamento di
cui parli! Oh mia infelice, quanto soffriamo!». Si comporta male da tutti i
punti di vista. Dà la colpa ai genitori. Insiste che Alcesti soffre meno di lui.
Dopo alcune pagine (anche troppe) di questo, Alcesti, grazie a un deus ex
machina particolarmente malriuscito (anche per il 430 a.C.), è autorizzata a
tornare indietro. Non parla, ma questa viene spiegata, sempre goffamente,
come una cosa temporanea, che si potrà correggere da sola: «Potrete non
udire la sua voce finché non sarà purificata dalla sua consacrazione agli Dei
Inferi, e finché non sorgerà la terza aurora». Se ci basiamo solo sul testo, il
dramma finisce bene.
Non era questo il ricordo che avevo di Alcesti, il che mi fa pensare che
ero già portata, a sedici o diciassette anni, a rivedere il testo mentre lo
leggevo. Le principali divergenze tra il testo e la mia memoria appaiono
verso la fine, quando Alcesti torna dal regno dei morti. Nel mio ricordo, la
ragione per cui Alcesti non parla è che si rifiuta di parlare. Admeto, come lo
ricordavo io, la incalza, e a questo punto, con suo grande disagio perché salta
fuori che quello che la donna ha in mente sono le manchevolezze di lui,
Alcesti parla. Admeto, allarmato, blocca la prospettiva di saperne di più
invitando tutti a festeggiare. Alcesti acconsente, ma rimane fredda, lontana. A
prima vista, Alcesti è tornata dal marito e dai figli, è ancora la giovane regina
della Tessaglia, ma il finale (il «mio» finale) non si potrebbe interpretare
come lieto.
Sotto certi aspetti questa è una storia migliore (più «elaborata»), una
storia che almeno riconosce che la morte «cambia» colei che è morta, ma che
prospetta altre questioni a proposito della linea divisoria. Se davvero i morti
potessero tornare, con quali conoscenze tornerebbero? E noi, li potremmo
affrontare? Noi che li abbiamo lasciati morire? La chiara luce del giorno mi
dice che io non ho lasciato morire John, che io non avevo questo potere, ma
ci credo? E lui?
I superstiti si voltano indietro e scorgono presagi, messaggi di cui non si
sono accorti.
Ricordano l’albero che è morto, il gabbiano che si è spiaccicato sul
cofano della macchina.
Vivono di simboli. Leggono un significato nel fuoco di fila di spam nel
computer rimasto inattivo, nel tasto «cancella» che smette di funzionare,
nell’abbandono che si immagina generato dalla decisione di sostituirlo. La
voce della mia segreteria telefonica è ancora quella di John. Il fatto che fosse
la sua era arbitrario, dipendeva da chi era presente il giorno in cui, l’ultima
volta, la segreteria aveva dovuto essere programmata, ma se oggi io dovessi
cancellarla per registrare un altro annuncio lo farei con un senso di
tradimento. Un giorno, mentre parlavo al telefono nel suo studio, sfogliai
distrattamente le pagine del dizionario che aveva sempre lasciato aperto sul
tavolo ac-canto alla scrivania. Quando mi resi conto di quello che avevo fatto
inorridii: che parola aveva cercato l’ultima volta, a cosa stava pensando?
Sfogliando le pagine avevo perduto il messaggio? O il messaggio era andato
perduto prima che io toccassi il dizionario? Mi ero forse rifiutata di
ascoltarlo?
Io vi dico che non vivrò altri due giorni, disse Gauvain.
Quell’estate, più tardi, ricevetti da Princeton un altro libro. Era una copia
della prima edizione di True Confessions «in buono stato», come dicono i
librai, «e con la copertina originale un po’ sciupata». In realtà era la copia di
John: evidentemente l’aveva spedita a un compagno che stava organizzando,
per la cinquantesima riunione dei laureati del 1954, una mostra di libri scritti
dagli ex alunni. «Aveva il posto d’onore» mi scrisse il compagno «perché
John era indiscutibilmente lo scrittore più illustre del nostro corso.»
Studiai la copertina originale, un po’ sciupata, della copia di True
Confessions.
Mi venne in mente la prima volta che vidi quella copertina,
o un bozzetto di quella copertina. Per giorni e giorni aveva ballato in
casa nostra, come facevano sempre i campioni di caratteri, gli impaginati e le
copertine dei libri nuovi, ai quali dovevamo dare un’occhiata per capire se
sarebbero o non sarebbero andati bene, perché anche l’occhio vuole la sua
parte.
Aprii il libro. Guardai la dedica. «A Dorothy Burns Dunne, Joan Didion,
Quintana Roo Dunne» diceva. «Generazioni.»
Avevo dimenticato quella dedica. Non l’avevo apprezzata abbastanza,
un tema persistente in quella fase, qualunque cosa io stessi facendo.
Rilessi True Confessions. Lo trovai più cupo di quanto ricordassi.
Rilessi Harp. Vi trovai una versione diversa e meno solare dell’estate in cui
guardavamo Tenko e andavamo a cena da Morton.
Verso la fine di quell’estate era successa un’altra cosa.
In agosto c’era stata una funzione religiosa in memoria di un conoscente
(non era questa l’«altra cosa» che era successa), un tennista francese sulla
sessantina che era rimasto ucciso in un incidente. La funzione si era svolta sul
campo da tennis di qualcuno a Beverly Hills. «Ho incontrato mia moglie a
quella funzione» aveva scritto John in Harp, «reduce da un appuntamento
con un dottore di Santa Monica, e mentre ero là seduto sotto il sole cocente
d’agosto la morte era molto presente nei miei pensieri. Pensavo che in realtà
Anton era morto nelle migliori circostanze possibili per lui: un momento di
terrore quando si rese conto dell’esito inevitabile dell’incidente, e un istante
dopo il buio eterno.»
La funzione finì e il custode del parcheggio mi portò la macchina. Mentre ci allontanavamo,
mia moglie disse: «Il dottore cos’ha detto?».
Non c’era stato un momento opportuno per parlare della mia visita dal dottore di Santa
Monica. «Mi ha fatto prendere una
strizza del diavolo, tesoro.»
«Cos’ha detto?»
«Ha detto che ero candidato a un catastrofico evento cardiaco.»
Qualche pagina dopo, in Harp, lo scrittore, John, esamina la veridicità di
questo (del suo) racconto. Nota un nome cambiato, una certa ristrutturazione
narrativa, una piccola variante cronologica. Si domanda: «C’è altro?». E
questa è la risposta che si dà: «Quando dissi a mia moglie che mi aveva fatto
prendere una strizza del diavolo, mi misi a piangere».
O non me l’ero ricordato o avevo scelto decisamente di non ricordarlo.
Non l’avevo apprezzato abbastanza.
Cosa provò, lui, mentre moriva? «Un momento di terrore quando si rese
conto dell’esito inevitabile dell’incidente, e un istante dopo il buio eterno»?
Per il fatto che accade una sera e non un’altra, il meccanismo di un tipico
arresto cardiaco potrebbe essere definito essenzialmente accidentale: uno
spasmo improvviso provoca la rottura della placca depositatasi in una
coronaria, segue l’ischemia, e il cuore, privato dell’ossigeno, entra in
fibrillazione ventricolare.
Ma lui cosa provò?
Il «momento di terrore», il «buio eterno»? Era esatta l’intuizione che
ebbe mentre scriveva Harp? Aveva, come dicevamo tra noi quando volevamo
controllare se una cosa era stata percepita o riferita correttamente, «visto
giusto»? E la parte del «buio eterno»? I reduci da esperienze che li avevano
portati a un passo dalla morte non parlavano sempre della «luce bianca»?
Mentre scrivo, mi viene in mente che questa «luce bianca», di solito
presentata in modo strambo (visione ultraterrena, forze superiori), è in realtà
del tutto coerente col deficit di ossigeno che si verifica quando diminuisce
l’afflusso di sangue al cervello. «Tutto è diventato bianco», dicono del
momento che precede lo svenimento quelli che hanno avuto un improvviso
calo di pressione. «Tutti i colori si sono cancellati» dice la vittima di
un’emorragia interna quando la perdita di sangue raggiunge il punto critico.
L’«altra cosa» che accadde verso la fine di quell’estate, che doveva
essere il 1987, fu la serie di eventi che seguirono l’appuntamento col dottore
di Santa Monica e la funzione religiosa sul campo da tennis di Beverly Hills.
Dopo una settimana o giù di lì venne fatto un angiogramma. L’angiogramma
mostrava un’occlusione al 90 per cento dell’arteria discendente anteriore
sinistra, o . Mostrava inoltre un lungo restringimento al 90 per cento
DAS

dell’arteria marginale circonflessa, che era considerato significativo


soprattutto perché l’arteria marginale circonflessa alimentava la stessa area
del cuore alimentata dall’occlusa . «Noi la chiamiamo la fabbrica-vedove,
DAS

caro mio» disse poi della , a New York, il cardiologo di John. Una
DAS

settimana o due dopo l’angiogramma (ormai eravamo in settembre, a Los


Angeles ancora estate) si fece un’angioplastica. I risultati dopo due settimane,
come dimostrato da un ecocardiogramma sotto sforzo, furono definiti
«spettacolosi». Un secondo ecocardiogramma sotto sforzo dopo altri sei mesi
confermò questo successo. Le scintigrafie al tallio degli anni seguenti e un
altro angiogramma nel 1991 diedero la stessa conferma. Ricordo che John e
io avevamo opinioni diverse su ciò che era accaduto nel 1987. Dal suo punto
di vista, ora lui aveva una condanna a morte, temporaneamente sospesa.
Diceva spesso, dopo l’angioplastica del 1987, che ora sapeva come sarebbe
morto. Dal mio punto di vista, la tempistica era stata provvidenziale,
l’intervento riuscito, il problema risolto, il meccanismo aggiustato. Tu sai
come morirai non più di me o di chiunque altro, ricordo che dicevo. Ora mi
rendo conto che la sua era l’opinione più realistica.
–––––––––
*
Il più vecchio gruppo canoro maschile dell’università di Princeton. [N.d.T.]
13

Avevo l’abitudine di raccontare a John i miei sogni, non per capirli ma


per liberarmene, per schiarirmi le idee prima di iniziare la giornata. «Non
raccontarmi il tuo sogno» diceva lui quando mi svegliavo la mattina, ma alla
fine ascoltava.
Quando morì, smisi di sognare.
All’inizio dell’estate ripresi a sognare, per la prima volta dopo
l’accaduto. Poiché non potevo più rifilare i miei sogni a John, mi trovai a
pensarci su. Ricordo un brano di un romanzo che scrissi intorno al 1995, The
Last Thing He Wanted:
Naturalmente non avremmo bisogno di quelle ultime sei annotazioni per sapere quali erano i
sogni di Elena.
Elena sognava di morire.
Elena sognava di invecchiare.
Nessuno qui non ha fatto (non farà) i sogni di Elena.
Questo lo sappiamo tutti.
Il fatto è che Elena non lo sapeva.
Il fatto è che Elena rimaneva estranea soprattutto a se stessa, era un agente clandestino che
aveva compartimentalizzato così bene la propria attività da avere perduto l’accesso ai suoi stessi
ritagli.
*
Mi rendo conto che la situazione di Elena è la mia. In un sogno sto
appendendo una cintura intrecciata in un armadio quando la cintura si spezza.
Circa un terzo di essa mi cade tra le mani. Mostro i due pezzi a John. Dico (o
lo dice lui, nei sogni non è mai molto chiaro) che quella era la sua cintura
preferita. Decido (ancora, credo di decidere, avrei dovuto decidere, la mia
mente nel dormiveglia mi dice di fare la cosa giusta) di cercargli un’altra
cintura intrecciata identica a quella.
In altre parole, decido di aggiustare quello che ho rotto, di farlo tornare
indietro.
La somiglianza di questa cintura intrecciata rotta con quella che trovai
nel sacchetto di plastica che mi fu dato al New York Hospital non sfugge alla
mia attenzione. E neppure il fatto che sto ancora pensando l’ho rotta io, l’ho
fatto io, io sono responsabile.
In un altro sogno John e io stiamo andando a Honolulu. Molte altre
persone vengono con noi, ci siamo radunati all’aeroporto di Santa Monica. La
Paramount ha prenotato gli aerei. Gli assistenti alla produzione stanno
distribuendo le carte d’imbarco. Salgo a bordo. C’è confusione. Altri salgono
a bordo, ma di John non c’è nessuna traccia. Immagino che ci sia un
problema con la sua carta d’imbarco e mi preoccupo. Decido di lasciare
l’aereo e di aspettarlo in macchina. Mentre aspetto in macchina mi accorgo
che gli aerei decollano, a uno a uno. Alla fine sulla pista non resto che io. Il
mio primo pensiero, nel sogno, è di rabbia: John è salito su un aereo senza di
me. Il secondo pensiero cambia il destinatario della rabbia: è la Paramount
che non si è curata abbastanza di noi da metterci sullo stesso aereo.
Che ci facesse la «Paramount» in questo sogno è una cosa che
richiederebbe un’altra discussione, irrilevante.
Mentre penso al sogno mi viene in mente Tenko. Tenko, man mano che
la serie va avanti, accompagna le donne inglesi prigioniere dalla liberazione
dal campo giapponese al ricongiungimento, a Singapore, con i mariti, che
non va bene per tutte. Si aveva l’impressione che per alcune di esse, a un
certo livello, il marito venisse considerato responsabile del calvario
rappresentato dalla prigionia. Per quanto irrazionale, quelle donne
sembravano avere la sensazione di essere state abbandonate. Mi sentivo
abbandonata, lasciata sulla pista, ero arrabbiata con John perché mi aveva
lasciato? Era possibile arrabbiarsi e simultaneamente sentirsi responsabile?
Conosco la risposta che uno psichiatra darebbe a questa domanda.
La risposta avrebbe a che fare col ben noto modo in cui la rabbia crea il
rimorso e viceversa.
Non è che io non creda a questa risposta, ma essa resta per me meno
suggestiva dell’immagine non esaminata, del mistero di essere lasciata sola
sulla pista dell’aeroporto di Santa Monica a guardare gli aerei che decollano a
uno a uno.
Questo lo sappiamo tutti.
Il fatto è che Elena non lo sapeva.
Mi sveglio a quelle che sembrano le tre e mezzo del mattino e trovo un
televisore acceso, sintonizzato sulla MSNBC. O Joe Scarborough o Keith
Olbermann sta parlando con una coppia di coniugi, passeggeri su un volo da
Detroit a Los Angeles, il «Northwest 327» (me lo annoto, sul serio, per dirlo
a John), sul quale si dice che abbia avuto luogo «un tentato atto terroristico».
Pare che l’incidente riguardasse quattordici uomini, definiti genericamente
«arabi», che a un certo punto, dopo la partenza da Detroit, avevano
cominciato a radunarsi davanti alla toilette dell’aereo, entrandovi a uno a uno.
La coppia ora intervistata sullo schermo racconta di avere scambiato
segnali con l’equipaggio.
L’aereo è atterrato a Los Angeles. I quattordici «arabi», tutti col «visto
scaduto» (questo sembrava fare più impressione alla MSNBC che a me), sono stati
fermati, poi rilasciati. Tutti, compresa la coppia sullo schermo, se n’erano
andati per i fatti loro. Non era, dunque, «un attacco terroristico», il che
sembrava averlo trasformato in «un tentato atto terroristico».
Nel sogno devo parlarne con John.
Ma era proprio un sogno?
Chi è il regista dei sogni, cosa gliene importerebbe?
Era solo sognando o scrivendo che potevo scoprire quello che pensavo?
In giugno, quando i tramonti si allungarono, mi costrinsi a cenare nel
soggiorno, dove c’era ancora luce. Dopo la morte di John avevo cominciato a
mangiare da sola in cucina (la sala da pranzo era troppo grande e il tavolo nel
soggiorno era quello dove lui era morto), ma quando i tramonti si allungarono
provai la forte sensazione che John avrebbe voluto che io ne vedessi la luce.
Quando i tramonti cominciarono ad accorciarsi tornai a ritirarmi in cucina.
Cominciai a passare più sere sola in casa. Stavo lavorando, dicevo. Quando
venne agosto stavo infatti lavorando, o cercando di lavorare, ma volevo anche
non essere fuori, esposta. Una sera mi sorpresi a prendere dalla credenza non
uno dei piatti che usavo normalmente ma uno Spode screpolato e consunto,
da un servizio incompleto e sbeccato, con un motivo ornamentale che non
facevano più, lo «Wickerdale». Era un servizio, color panna con una
ghirlanda di roselline, fiori blu e foglie bianchicce, che la madre di John gli
aveva regalato per l’appartamento che affittò nella 73 Est prima che ci
a

sposassimo. La madre di John era morta. John era morto. E io avevo ancora,
dello Spode «Wickerdale», quattro piatti piani, cinque piatti da insalata, tre
piatti per il pane imburrato, una sola tazzina da caffè e nove piattini. Ero
arrivata a preferire questi piatti a tutti gli altri. Alla fine dell’estate usavo la
lavastoviglie a un quarto della sua capacità proprio per avere la certezza che
almeno uno dei quattro piatti piani «Wickerdale» fosse pulito quando mi
serviva.
A un certo punto nel corso dell’estate mi venne in mente che non avevo
lettere di John, nemmeno una. Solo raramente eravamo stati lontani o separati
a lungo. C’era stata la settimana, o le due o tre settimane, qua e là, quando
uno di noi doveva fare un pezzo. C’era stato, nel 1975, un mese in cui io
insegnavo a Berkeley durante la settimana e tornavo ogni sabato a Los
Angeles con la . C’erano state, nel 1988, alcune settimane che John aveva
PSA

passato in Irlanda a fare ricerche per Harp, mentre io ero in California a


seguire le primarie presidenziali. In tutte queste occasioni ci eravamo parlati
per telefono parecchie volte al giorno. Le bollette telefoniche salate erano nei
patti, così come erano nei patti i conti salati degli alberghi che ci
permettevano di prelevare Quintana da scuola e volare in qualche posto e
lavorare insieme nello stesso tempo e nella stessa suite. Quello che avevo al
posto delle lettere era il souvenir di una di queste suite: una piccola sveglia
nera sottile come un’ostia che John mi regalò un Natale a Honolulu mentre a
rotta di collo riscrivevamo la sceneggiatura di un film che non venne mai
prodotto. Era uno dei tanti Natali in cui, per decorare l’albero, non ci
scambiammo «doni» ma piccoli oggetti pratici. Questa sveglia aveva smesso
di funzionare l’anno prima che John morisse, non poteva essere aggiustata e,
dopo la sua morte, non poté essere buttata via. Non poté nemmeno essere
tolta dal comodino accanto al mio letto. Avevo anche una scatola di
pennarelli colorati, regalatimi per lo stesso Natale e nello stesso spirito. Feci
molti schizzi di palme quel Natale, palme agitate dal vento, palme che
perdevano le fronde, palme piegate dalle tempeste kona di dicembre. I
*

pennarelli colorati si erano asciugati da un pezzo, ma non potevano, ancora


una volta, essere buttati via.
Ricordo di aver provato, quel particolare Capodanno a Honolulu, un
senso di benessere così profondo che mi tolse la voglia di andare a dormire.
Avevamo ordinato al servizio in camera mahimahi e lattuga di Manoa in
vinaigrette per tutt’e tre. Avevamo cercato di creare un effetto festivo
drappeggiando collane di fiori sulle stampanti e sui computer che usavamo
per i rifacimenti. Avevamo trovato delle candele e le accendemmo e
ascoltammo le cassette che Quintana aveva incartato per metterle sotto
l’albero. John si era messo a leggere a letto e verso le undici e mezzo si era
addormentato. Quintana era andata giù a vedere cosa stava succedendo. Io
vedevo John che dormiva. Sapevo che Quintana era al sicuro, era andata giù a
vedere cosa facevano in quell’albergo (a volte sola, a volte con Susan
Traylor, che spesso stava con Quintana quando noi lavoravamo a Honolulu)
da quando aveva sei o sette anni. Mi sedetti su un balcone che dava sul
campo di golf del Waialae Country Club a finire la bottiglia di vino che
avevamo bevuto a cena e a guardare i fuochi artificiali che esplodevano nel
cielo di Honolulu.
Ricordo un ultimo regalo di John. Era il mio compleanno, 5 dicembre
2003. A New York la neve aveva cominciato a cadere verso le dieci di quella
mattina e verso sera se n’erano accumulati quasi venti centimetri, mentre altri
quindici dovevano ancora arrivare. Ricordo che la neve formò una valanga
sul tetto della chiesa di St. James di là dalla strada. L’appuntamento con
Quintana e Gerry al ristorante era stato annullato. Prima di cena John si
sedette accanto al fuoco nel soggiorno e mi lesse qualcosa ad alta voce. Il
libro che aveva in mano era uno dei miei romanzi, A Book of Common
Prayer, che si trovava nel soggiorno perché lo stava rileggendo per vedere
come funzionava tecnicamente una cosa. La sequenza che lesse ad alta voce
era quella in cui Leonard, il marito di Charlotte Douglas, va a trovare la
narratrice, Grace Strasser-Mendana, e la informa che quanto sta accadendo
nei campi amministrati dalla sua famiglia non andrà a finir bene. La sequenza
è complicata (era questa, in effetti, la sequenza che John aveva inteso
rileggere per vedere come funzionava tecnicamente), spezzata da altre azioni,
ed esige che il lettore comprenda il sottotesto nelle cose che si dicono
Leonard Douglas e Grace Strasser-Mendana. «Accidenti» mi disse John
quando chiuse il libro. «Non venirmi mai più a raccontare che non sai
scrivere. Ecco il mio dono per il tuo compleanno.»
Ricordo che mi vennero le lacrime agli occhi.
Le sento ancor oggi.
Retrospettivamente, questo era stato il mio presagio, il mio messaggio,
la prima nevicata, il regalo per il mio compleanno che nessun altro avrebbe
potuto farmi.
Gli restavano da vivere venticinque notti.
–––––––––
*
Tempeste hawaiane con grandi piogge e forte vento dal sud. [N.d.T.]
14

Nel corso dell’estate arrivò un momento in cui cominciai a sentirmi


fragile, instabile. Un sandalo urtava qualcosa sul marciapiede e io dovevo
fare due o tre passi di corsa per evitare la caduta. E se non li avessi fatti? E se
fossi caduta? Cosa si sarebbe rotto, chi avrebbe visto il sangue scorrermi sulla
gamba, chi avrebbe chiamato un taxi, chi mi avrebbe accompagnato al pronto
soccorso? Chi mi avrebbe fatto compagnia una volta a casa?
Smisi di andare in giro con i sandali. Comprai due paia di scarpe da
ginnastica Puma e portai solo quelle.
Cominciai a lasciare la luce accesa per tutta la notte. Se la casa era al
buio non potevo alzarmi per prendere un appunto o cercare un libro o
assicurarmi di avere spento il fornello. Se la casa era al buio stavo là distesa,
immobilizzata, lasciando che mi passassero davanti agli occhi visioni di
pericoli domestici, i libri che potevano scivolare da una mensola e mettermi
ko, il tappeto che poteva scivolare in corridoio, il tubo della lavatrice che,
invisibile nel buio, poteva aver allagato la cucina, per meglio fulminare chi
avesse acceso la luce per controllare se il fornello era spento. Che si trattasse
di qualcosa di più della normale cautela balzò per la prima volta alla mia
attenzione un pomeriggio in cui un conoscente, un giovane scrittore, venne a
chiedermi se poteva scrivere un profilo su di me. Mi sentii rispondere, troppo
in fretta, che era assolutamente impossibile scrivere qualcosa su di me. Non
ero nelle condizioni adatte. Sentii con quanta forza lo sottolineavo, come
lottavo per ritrovare l’equilibrio, per evitare la caduta.
Ci ripensai, più tardi.
E mi resi conto che per il momento non potevo fidarmi di me: non ero in
grado di presentare al mondo una faccia coerente.
Qualche giorno dopo stavo ammucchiando dei numeri di Daedalus che
erano sparsi qua e là nella casa. Ammucchiare riviste sembrava, in quel
momento, il massimo che potessi fare per organizzare la mia vita. Attenta a
non superare questo limite, aprii uno dei numeri di Daedalus. C’era un
racconto di Roxana Robinson, intitolato «Cieco». In questo racconto, un
uomo sta guidando, di notte, sotto la pioggia, per andare a tenere una
conferenza. Il lettore coglie alcuni segnali di pericolo: l’uomo non ricorda
subito il tema della conferenza, porta la piccola automobile noleggiata nella
corsia di sorpasso senza badare a un fuoristrada in arrivo; ci sono dei
riferimenti a una persona, «Juliet», alla quale è successo qualcosa
d’inquietante. A poco a poco veniamo a sapere che Juliet era la figlia di
quell’uomo e che, la prima notte in cui era rimasta sola dopo la sospensione
dal college, la disintossicazione e qualche settimana di riposo in campagna
con i genitori e la sorella, aveva preso abbastanza cocaina per farsi scoppiare
un’arteria nel cervello e morire.
Uno dei molti piani sul quale il racconto mi turbava (il più ovvio
essendo l’arteria scoppiata nel cervello della ragazza) era questo: il padre era
stato reso fragile, instabile. Il padre sono io.
Veramente io la conosco, Roxana Robinson, un pochino. Penso di
chiamarla. Lei sa qualcosa che io sto solo cominciando a imparare. Ma
chiamarla sarebbe inconsueto, invadente: l’ho incontrata una volta sola, a un
cocktail su una terrazza. Penso invece alle persone che, lo so, hanno perso il
marito o la moglie o un figlio. Penso in particolar modo all’aspetto che
avevano quando le ho viste inaspettatamente – per la strada, diciamo, o
entrando in una stanza – durante l’anno successivo al decesso o giù di lì. Ciò
che mi ha colpito in ogni occasione è stato questo: come sembravano esposte,
messe a nudo.
Com’erano fragili, ora capisco.
Com’erano instabili.
Apro un altro numero di Daedalus, questo dedicato al concetto di
«felicità». Un pezzo sulla felicità, scritto in comune da Robert Biswas-Diener
dell’università dell’Oregon e Ed Diener e Maya Tamir dell’università
dell’Illinois, Champaign-Urbana, notava che anche se «le ricerche hanno
dimostrato che la gente nella vita è in grado di adattarsi a un’ampia gamma di
fatti buoni e cattivi in meno di due mesi», rimanevano «certi fatti rispetto ai
quali la gente è lenta o incapace di adattarsi completamente». Uno di questi
fatti era la disoccupazione. «Abbiamo anche scoperto» aggiungevano gli
autori «che alla vedova media occorrono, dopo la morte del marito, molti
anni per tornare al livello precedente di soddisfazione nella vita.»
Ero una «vedova media», io? E in sostanza quale sarebbe stato il «livello
precedente di soddisfazione» nella mia vita?
Vado dal dottore per una normale visita di controllo. Mi chiede come
sto. Questa non dovrebbe essere, nell’ambulatorio di un dottore, una
domanda imprevedibile. Eppure scoppio improvvisamente in pianto. Questo
dottore è un amico. John e io siamo andati al suo matrimonio. Ha sposato la
figlia di due amici di Brentwood Park che abitavano proprio davanti a noi. La
cerimonia si svolse sotto il loro albero di jacaranda. Nei primi giorni dopo la
morte di John questo dottore era venuto a farmi visita. Quando Quintana si
trovava al Beth Israel North, era venuto con me una domenica pomeriggio a
parlare con i medici del reparto. Quando Quintana si trovava al Columbia-
Presbyterian, il suo ospedale, anche se lei non era una delle sue pazienti, era
andato a vederla tutte le sere. Quando Quintana si trovava all’ , e lui era
UCLA

venuto per caso in California, si era preso un pomeriggio per andare a parlare
con i medici del reparto neurologico. Aveva parlato con loro e poi aveva
parlato con gli specialisti in neurologia del Columbia e poi mi aveva spiegato
tutto. Era stato gentile, servizievole, incoraggiante, un vero amico. In cambio
io piangevo nel suo ambulatorio perché mi aveva chiesto come stavo.
«È che non riesco proprio a vedere il lato buono» mi sentii dire a mo’ di
spiegazione.
Più tardi lui disse che se John fosse stato presente avrebbe trovato la mia
battuta divertente, come l’aveva trovata lui. «Certo, ho capito cosa volevi
dire, e l’avrebbe capito anche John, volevi dire che non riesci a vedere la luce
in fondo al tunnel.»
Assentii, ma in realtà non era questo.
Avevo inteso dire proprio quello che avevo detto, o quasi: che non
riuscivo a vedere il lato buono.
Mentre riflettevo sulla differenza tra le due frasi mi resi conto che avevo
sempre pensato di essere una persona che riusciva a cercare, e a trovare, il
lato buono in ogni situazione. Avevo creduto alla logica delle canzonette.
Avevo cercato il lato buono. Avevo attraversato la tempesta. Ora mi accorgo
che queste non erano neanche le canzonette della mia generazione. Erano le
canzonette, e la logica, di una o due generazioni prima della mia. La colonna
sonora della mia generazione furono Les Paul e Mary Ford, How High the
Moon, una logica completamente diversa. Mi accorgo anche, pensiero non
originale ma nuovo per me, che la logica di quelle prime canzonette si basava
sull’autocommiserazione. L’interprete della canzone che dice che ogni cosa
ha un lato buono crede che le nuvole abbiano oscurato il suo orizzonte.
L’interprete della canzone sulla tempesta da attraversare immagina che
altrimenti la tempesta potrebbe travolgerla.
Continuavo a dirmi che in tutta la vita avevo sempre avuto fortuna. Il
fatto era che questo, a mio parere, non mi dava il diritto di considerarmi
sfortunata adesso.
Era a questa conclusione che si arrivava se si voleva venire a capo del
problema dell’autocommiserazione.
Ci credevo persino io.
Solo più tardi cominciai a interrogarmi: che c’entrava la «fortuna»?
Ripensandoci, non trovai nella mia storia nessun vero esempio di «fortuna».
(«Che fortuna» dissi un giorno a una dottoressa dopo che un esame aveva
rivelato un problema risolvibile che, non curato, sarebbe stato meno
risolvibile. «Io non parlerei di fortuna» disse lei «parlerei piuttosto di
strategia.») E non credevo che quella che aveva ucciso John e colpito
Quintana fosse la «sfortuna». Un giorno, mentre era ancora alla Westlake
School for Girls, Quintana accennò a quella che sembrava considerare
l’ingiusta distribuzione delle brutte notizie. In nona, tornata da una gita a
Yosemite, aveva appreso che lo zio Stephen si era suicidato. In undicesima,
Susan l’aveva svegliata alle sei e mezzo del mattino per informarla che
Dominique era stata assassinata. «Quasi tutte le persone che conosco alla
Westlake non conoscono nessuno che sia morto» disse «mentre io, da quando
sono là, ho già avuto un omicidio e un suicidio in famiglia.»
«Alla fine tutto si bilancia» disse John, una risposta che sconcertò me
(cosa intendeva dire, non avrebbe potuto trovare una risposta migliore?), ma
che parve soddisfare lei.
Parecchi anni dopo, quando i genitori di Susan morirono a un anno o
due di distanza l’uno dall’altro, Susan mi chiese se mi ricordavo di quando
John aveva detto a Quintana che alla fine tutto si bilanciava. Risposi
affermativamente.
«Aveva ragione» disse Susan. «È andata così.»
Ricordo che restai molto sorpresa. Non avevo mai pensato che John
intendesse dire che le cattive notizie sarebbero toccate a ognuno di noi. O
Susan o Quintana lo avevano sicuramente frainteso. Spiegai a Susan che John
aveva inteso dire una cosa completamente diversa: aveva inteso dire che le
persone che ricevono brutte notizie alla fine avranno anche la loro quota di
buone notizie.
«Non è affatto quello che volevo dire io» disse John.
«Io l’ho capito, cosa voleva dire» disse Susan.
Non avevo capito niente?
Considerate questa storia della «fortuna».
Non soltanto io non credevo che a uccidere John e ad abbattersi su
Quintana fosse stata la «sfortuna», ma in realtà io credevo esattamente il
contrario: credevo che avrei dovuto essere capace di sventare ciò che stava
per succedere. Solo dopo il sogno in cui ero stata abbandonata sulla pista
dell’aeroporto di Santa Monica pensai che c’era un piano sul quale non
potevo veramente ritenermi responsabile. Ritenevo responsabili John e
Quintana, una differenza significativa ma che non mi faceva arrivare dove
dovevo arrivare. Per una volta nella vita, lascia correre.
15

Qualche mese dopo la morte di John, nell’inverno inoltrato del 2004,


dopo il Beth Israel e il Presbyterian ma prima dell’ , Robert Silvers della
UCLA

New York Review of Books mi chiese se volevo le credenziali per seguire le


convention estive dei democratici e dei repubblicani. Avevo guardato le date:
luglio inoltrato a Boston per la convention democratica, la settimana prima
del Labor Day a New York per quella repubblicana. Avevo detto di sì. Allora
mi era parso un buon sistema per tornare alla vita normale senza doverla
vivere veramente per un’altra stagione o due, finché non fosse venuta la
primavera, finché non fosse arrivata l’estate, e finché non si fosse avvicinato
l’autunno.
La primavera era venuta e se n’era andata, in gran parte all’ .
UCLA

Ametà luglio Quintana fu dimessa dal Rusk Institute.


Dieci giorni dopo mi recai a Boston per la convention democratica. Non
avevo previsto che la mia nuova fragilità mi avrebbe accompagnato a Boston,
una città priva, pensavo, di associazioni potenzialmente insidiose. Ero stata a
Boston con Quintana una volta sola, durante il giro promozionale di uno dei
miei libri. Avevamo alloggiato al Ritz. La sua tappa preferita in questo giro
era stata Dallas. Aveva trovato Boston «tutta bianca». «Vuoi dire che a
Boston non si vedono molti neri?» aveva detto la madre di Susan Traylor
quando Quintana tornò a Malibu e parlò del suo viaggio. «No» aveva detto
Quintana «voglio dire che non è a colori.» Le ultime volte che avevo avuto
bisogno di andare a Boston c’ero andata da sola, e comunque avevo
organizzato le cose in modo tale da poter prendere l’ultima navetta di ritorno;
l’unica volta che potevo ricordare di esserci stata con John era stato per
un’anteprima dell’Assoluzione, e l’unica cosa che ricordavo di quella visita
*

era di avere pranzato al Ritz, di essere andata con John a comprare una
camicia da Brooks Brothers e di aver udito, quando la proiezione terminò e si
analizzarono le reazioni degli spettatori, questo giudizio scoraggiante sulle
sue prospettive commerciali: L’assoluzione poteva andare molto bene, disse
il ricercatore di mercato, tra gli adulti con sedici anni di istruzione e più.
Non avrei alloggiato al Ritz.
Non ci sarebbe stato bisogno di andare dai Brooks Brothers.
Ci sarebbero stati dei ricercatori di mercato, ma le brutte notizie che
avevano da dare non mi avrebbero riguardato.
Non mi resi conto che c’era ancora qualche possibilità di errore finché
non raggiunsi il Fleet Center per l’apertura della convention e scoppiai in
lacrime. Il primo giorno della convention democratica era il 26 luglio 2004. Il
giorno del matrimonio di Quintana era stato il 26 luglio 2003. Mentre facevo
la coda sotto gli occhi degli addetti alla sicurezza, mentre prelevavo i
comunicati stampa al centro stampa, mentre trovavo il mio posto e mi alzavo
in piedi per l’inno nazionale, e persino mentre compravo un hamburger al
McDonald’s del Fleet Center e mi sedevo sul primo gradino di una scala
sbarrata per mangiarlo, i particolari tornarono ad assalirmi. «In un altro
mondo»: ecco l’espressione che non voleva uscirmi dalla testa. Quintana
seduta al sole nel soggiorno che si faceva intrecciare i capelli. John che mi
chiedeva quale delle due cravatte preferivo. L’apertura degli scatoloni di fiori
sull’erba davanti alla cattedrale e l’acqua scossa dalle corone di fiori. John
che faceva un brindisi prima che Quintana tagliasse la torta. La gioia che gli
dava quella giornata e quella festa, e la trasparente felicità di Quintana. «Più
che un giorno di più» le aveva sussurrato prima di accompagnarla all’altare.
«Più che un giorno di più» le aveva sussurrato nei cinque giorni e nelle
cinque notti in cui l’aveva vista nel del Beth Israel North.
RTI

«Più che un giorno di più» le avevo sussurrato io durante la sua assenza


nei giorni e nelle notti che seguirono.
Come mi dicevi tu, aveva detto lei quando si era alzata nel suo abito nero
a St. John the Divine il giorno in cui inumammo le ceneri di John.
Ricordo di essere stata presa dalla irresistibile convinzione che dovevo
uscire dal Fleet Center, immediatamente. Ho avuto solo rari attacchi di
panico, ma quello che mi assalì subito dopo fu indiscutibilmente un attacco di
panico. Ricordo che per calmarmi cercai di vederlo come un film di
Hitchcock, dove ogni scena è destinata a terrorizzare, anche se in definitiva è
un artificio, un gioco. C’era la vicinanza del posto che mi avevano assegnato
alla rete che sosteneva i palloncini che dovevano essere liberati alla fine.
C’erano le vaghe silhouettes che si muovevano sulle passerelle. C’era il
vapore o il fumo che usciva da una presa d’aria sopra gli sky box. C’erano,
quando abbandonai il mio posto, i corridoi che non sembravano andare in
nessun posto, misteriosamente vuoti, con le pareti inclinate e distorte (il film
di Hitchcock che stavo vedendo doveva essere Io ti salverò) davanti a me.
C’erano le scale mobili bloccate. C’erano gli ascensori che non rispondevano
al tocco sul bottone. C’erano, quando riuscii ad andar giù, i treni vuoti dei
pendolari fermi al loro posto dietro la parete di vetro (anch’essa inclinata e
distorta mentre io mi avvicinavo) che impediva l’accesso ai binari della North
Station.
Uscii dal Fleet Center.
Guardai la fine della seduta di quella sera alla televisione nella mia
stanza al Parker House. La prima volta che c’ero entrata il giorno prima, mi
era parso che ci fosse qualcosa di déjà vu in questa stanza del Parker House
che avevo cancellato dalla mente. Solo ora, mentre guardavo la - C SPAN e
tendevo l’orecchio al ronzio del condizionatore che si accendeva e si
spegneva secondo il suo programma, ricordai cos’era: ero stata in una stanza
come quella, al Parker House, per qualche notte, tra il mio terzo e il mio
quarto anno a Berkeley. Ero stata a New York per un concorso bandito da
Mademoiselle (il programma «Guest Editor» ricordato da Sylvia Plath nella
Campana di vetro) e stavo tornando in California via Boston e Quebec, un
itinerario «istruttivo» studiato, retrospettivamente dovrei dire sognato, da mia
madre. Il condizionatore si accendeva e si spegneva secondo il suo
programma già nel 1955. Ricordavo di avere dormito fino al pomeriggio,
infelice, poi di avere preso la sotterranea fino a Cambridge, dove dovevo
avere gironzolato qua e là senza meta prima di tornare indietro.
Questi brandelli del 1955 mi si affacciavano alla mente in una forma
così sfilacciata (o «irregolare», o «bavata») – cos’avevo fatto a Cambridge,
cosa diavolo potevo avere fatto a Cambridge? – che stentavo a non farmeli
sfuggire, ma ci provai, perché finché pensavo all’estate del 1955 non avrei
pensato a John o a Quintana.
Nell’estate del 1955 avevo preso un treno da New York a Boston.
Nell’estate del 1955 avevo preso un altro treno da Boston a Quebec. Al
Château Frontenac mi diedero una stanza senza bagno.
Le madri cercano sempre di far seguire alle figlie gli itinerari sognati
da loro?
E io?
Così non funzionava.
Cercai di spingermi più lontano, più indietro del 1955, fino a
Sacramento, ai balli natalizi del liceo. Qui mi sentivo al sicuro. Pensai a come
si ballava, stretti stretti. Pensai ai posti sul fiume dove si andava dopo il ballo.
Pensai alla nebbia sull’argine mentre si tornava a casa.
Presi sonno tenendo gli occhi sulla nebbia che gravava sull’argine.
Mi svegliai alle quattro del mattino. Il problema della nebbia sull’argine
era che non si vedeva la riga bianca, qualcuno doveva precedere la macchina
a piedi per guidare il conducente. Sfortunatamente c’era stato un altro posto
nella mia vita dove la nebbia diventava così fitta che dovevo camminare
davanti alla macchina.
La casa sulla penisola di Palos Verdes.
Quella dove portammo Quintana quando aveva tre giorni.
Quando uscivi dalla Harbor Freeway, attraversavi San Pedro e prendevi
la litoranea, trovavi la nebbia.
Scendevi (io scendevo) dalla macchina per seguire la riga bianca.
Al volante della macchina c’era John.
Non volli correre il rischio di aspettare il prossimo attacco di panico.
Presi un taxi per il Logan. Evitai di guardare, mentre bevevo un caffè allo
Starbucks davanti alla navetta della Delta, la sua ghirlanda decorativa di
striscioline di stagnola rosse, bianche e blu, presumibilmente concepita come
tocco festivo per la convention, ma che aveva invece l’aria luccicante e
sconsolata degli ornamenti natalizi ai tropici. Mele Kalikimaka. Buon Natale
in hawaiano. La piccola sveglia nera che non potevo buttare via. I pennarelli
secchi che non potevo buttare via. Sul volo per il LaGuardia ricordo di aver
pensato che le cose più belle che avevo mai visto erano state viste, tutte, da
un aereo. Il modo in cui si allarga l’orizzonte del West americano. Il modo in
cui, durante un volo polare attraverso l’Artico, le isole nel mare si
trasformano impercettibilmente in laghi nella terra. Il mare tra la Grecia e
Cipro la mattina. Le Alpi andando a Milano. Ho visto tutte queste cose con
John.
Come potrei tornare a Parigi senza di lui, come potrei tornare a Milano,
Honolulu, Bogotá?
Non potevo neanche andare a Boston.
Sette o otto giorni prima della convention democratica Dennis Overbye
del New York Times aveva scritto un articolo su Stephen W. Hawking.
Durante una conferenza a Dublino, secondo il Times, il dottor Hawking aveva
detto di essersi sbagliato trent’anni prima quando aveva sostenuto che le
informazioni inghiottite da un buco nero non avrebbero mai potuto essere
recuperate. Il cambiamento di idea era «di grande importanza per la scienza»,
secondo il Times, «perché se il dottor Hawking avesse avuto ragione, questo
avrebbe violato un principio basilare della fisica moderna: che è sempre
possibile invertire il corso del tempo, proiettare il proverbiale film a rovescio
e ricostruire cosa accadde nella – diciamo – collisione tra due macchine o
nella caduta di una stella morta dentro un buco nero».
Avevo ritagliato l’articolo e me l’ero portato a Boston.
Mi sembrava che nell’articolo ci fosse qualcosa di urgente, ma non capii
cos’era fino a un mese dopo, il primo pomeriggio della convention
repubblicana al Madison Square Garden. Ero sulla scala mobile della Torre
C. L’ultima volta che ero stata al Garden su una scala mobile come quella, fu
con John, in novembre, la sera prima che partissimo per Parigi. Eravamo
andati con David e Jean Halberstam a vedere i Lakers giocare contro i
Knicks. David aveva avuto i biglietti dal commissario della , David Stern.
NBA

Vinsero i Lakers. La pioggia colava sulla vetrata oltre la scala mobile. «Porta
fortuna, è di buon auspicio, un modo magnifico di iniziare questo viaggio»
ricordo che John disse. Non alludeva ai buoni posti e non alludeva alla
vittoria dei Lakers e non alludeva alla pioggia, intendeva dire che stavamo
facendo una cosa che non facevamo di solito, che per lui era diventato un
problema. Non ci divertiamo mai, aveva cominciato a protestare negli ultimi
tempi. Io eccepivo (non abbiamo fatto questo? non abbiamo fatto quello?),
ma avevo anche capito che cosa intendeva dire. Intendeva dire: fare cose non
perché ci si attendeva che le facessimo, perché le dovevamo fare o perché le
avevamo sempre fatte, ma perché le volevamo fare. Intendeva dire «averne
voglia». Intendeva dire «vivere».
Questo viaggio a Parigi era la cosa per cui avevamo litigato.
Questo viaggio a Parigi era la cosa che lui diceva di dover fare perché
altrimenti Parigi non l’avrebbe vista mai più.
Ero sempre sulla scala mobile della Torre C.
E un altro vortice si profilò davanti a me.
L’ultima volta che avevo seguito una convention al Madison Square
Garden era stato nel 1992, la convention democratica.
John aspettava che io tornassi uptown verso le undici per cenare con me.
Quelle calde sere di luglio andavamo a piedi al Coco Pazzo e ci dividevamo
un piatto di pasta e un’insalata a uno dei tavolini non riservati del bar. Non
credo che si fosse mai parlato della convention durante queste cene tardive.
La domenica pomeriggio prima che iniziasse lo avevo convinto ad
accompagnarmi a sentire un discorso di Louis Farrakhan che non ebbe mai
luogo, e tra la natura improvvisata del programma e la passeggiata per tornare
downtown dalla 125 Strada la sua tolleranza per la convention democratica
a

del 1992 si era quasi esaurita.


Eppure…
Mi aspettava ogni sera per cenare con me.
Pensai a tutto questo sulla scala mobile della Torre C e all’improvviso
mi venne questa idea: avevo passato un minuto o due su quella scala mobile
pensando alla sera di novembre del 2003 prima che volassimo a Parigi e a
quelle sere di luglio del 1992 in cui mangiavamo tardi al Coco Pazzo e al
pomeriggio in cui eravamo stati dalle parti della 125 Strada ad aspettare il
a

discorso di Louis Farrakhan che non aveva mai avuto luogo. Ero stata su
questa scala mobile a pensare a quei giorni e a quelle notti senza pensare una
sola volta di poterne cambiare il risultato. Mi resi conto che dalla mattina
dell’ultimo giorno del 2003, il giorno dopo la sua morte, avevo cercato di
invertire il corso del tempo, di proiettare il film a rovescio.
Erano passati otto mesi, era il 30 agosto 2004, e continuavo a cercare di
farlo.
La differenza era che in tutto il corso di quegli otto mesi avevo cercato
di sostituire la pellicola vera con un’altra. Ora stavo solo cercando di
ricostruire la collisione, la caduta della stella morta.
–––––––––
*
Il film di Ulu Grosbard tratto dal romanzo True Confessions di John Gregory Dunne. [N.d.T.]
16

Ho detto che sapevo cosa John intendeva dire quando diceva che non ci
si divertiva.
Quello che intendeva dire era una cosa che aveva a che fare con Joe e
Gertrude Black, una coppia che avevamo conosciuto in Indonesia nel
dicembre 1980. Eravamo andati là con un viaggio organizzato dall’ , per USIA

tenere conferenze e incontrare scrittori e accademici indonesiani. Una mattina


i Black erano apparsi in un’aula dell’università Gadjah Mada di Giacarta, una
coppia americana che sembrava perfettamente a suo agio nell’ambiente
tropicale remoto e per molti versi estraneo al centro di Giava, con due facce
aperte e singolarmente luminose. «Le teorie critiche di I.A. Richards» ricordo
che mi chiese uno studente quel mattino. «Che ne pensa?» Joe Black aveva
allora tra i cinquanta e i sessant’anni, Gertrude un anno o due di meno, ma
comunque, direi, più di cinquanta. Joe si era ritirato dalla Rockefeller
Foundation ed era venuto a Giacarta per insegnare scienze politiche a Gadjah
Mada. Era cresciuto nello Utah. Da giovane aveva fatto la comparsa in Fort
Apache di John Ford. Lui e Gertrude avevano quattro figli, uno dei quali
aveva preso, diceva Joe, un brutto colpo negli anni sessanta. Parlammo con i
Black solo due volte, una volta a Gadjah Mada e il giorno dopo all’aeroporto,
quando vennero a salutarci, ma ognuna di queste conversazioni fu
stranamente aperta, come se ci fossimo trovati tutti insieme abbandonati su
un’isola deserta. Nel corso degli anni John parlò spesso di Joe e Gertrude
Black, sempre giudicandoli persone esemplari, quello che era per lui
l’americano modello. I Black rappresentavano per John qualcosa di
personale. Erano il modello della vita che avrebbe voluto fare. Poiché aveva
parlato ancora di loro qualche giorno prima di morire, ne cercai i nomi sul
suo computer. Li trovai in un file intitolato «AAA Pensieri a caso», uno dei
file in cui teneva gli appunti per il libro che stava cercando di far decollare.
L’appunto dopo i loro nomi era sibillino: «Joe e Gertrude Black: il concetto
di servizio».
Sapevo cosa intendeva dire anche con questo.
Avrebbe voluto che fossimo come Joe e Gertrude Black. Lo avrei voluto
anch’io. Non ce l’avevamo fatta. Nelle parole incrociate di quella mattina
c’era una definizione: «Gettar via». La parola che definiva era di otto lettere:
«Sprecare». Era questo che avevamo fatto? Era questo che credevamo di aver
fatto?
Perché non lo avevo ascoltato quando aveva detto che non ci si
divertiva?
Perché non avevo fatto nulla per cambiare la nostra vita?
Stando alla datazione del computer, il file intitolato «AAA Pensieri a
caso» era stato modificato alle 13.08 del 30 dicembre 2003, il giorno della
sua morte, sei minuti dopo che io avevo salvato il file che finiva con le parole
come fa un’«influenza» a trasformarsi in un’infezione estesa a tutto il corpo?
Lui doveva essere nel suo studio e io nel mio. Non posso non vedere dove mi
porta tutto questo. Avremmo dovuto essere insieme. Non necessariamente in
un’aula al centro di Giava (non mi faccio tante illusioni, su nessuno dei due,
per arrivare a credere che quello scenario possa restare intatto, e comunque
ciò che intendeva lui non era un’aula al centro di Giava), ma insieme. Il file
intitolato «AAA Pensieri a caso» era lungo ottanta pagine. Cos’avesse
aggiunto o modificato e salvato alle 13.08 di quel giorno, non posso saperlo.
17

Il dolore risulta essere un posto che nessuno conosce finché non ci


arriva. Noi ci aspettiamo (sappiamo) che qualcuno che ci è vicino potrebbe
morire, ma non spingiamo lo sguardo oltre i pochi giorni o le poche settimane
che seguono da presso questa morte immaginata. Fraintendiamo la natura
anche di quei pochi giorni o settimane. Ci potremmo aspettare, se la morte è
improvvisa, di avere uno choc. Non ci aspettiamo che questo choc sia
obliterante, disarticolante per il corpo e per la mente. Ci potremmo aspettare
di essere prostrati, inconsolabili, sconvolti dalla perdita. Non ci aspettiamo di
impazzire, di impazzire letteralmente, di diventare ossi duri, convinti che il
marito stia per tornare indietro e che abbia bisogno delle scarpe. Nella
versione del dolore che immaginiamo, il modello sarà «la guarigione».
Prevarrà un certo movimento in avanti. I giorni peggiori saranno i primi. Si
immagina che il momento più difficile sarà il funerale, dopodiché avrà luogo
questa ipotetica guarigione. Quando pensiamo al funerale ci chiediamo se «ce
la faremo ad arrivare alla fine», se saremo all’altezza, se mostreremo la
«forza» che invariabilmente viene indicata come la corretta reazione alla
morte. Si pensa che dovremo temprarci per l’occasione: sarò capace di
ricevere la gente, sarò capace di lasciare la scena, sarò capace, quel giorno,
anche solo di vestirmi? Non abbiamo modo di sapere che il problema non
sarà questo. Non abbiamo modo di sapere che lo stesso funerale sarà anodino,
una sorta di narcotica regressione in cui ci affidiamo alle cure degli altri e
siamo completamente assorbiti dalla gravità e dal significato dell’occasione.
Né possiamo conoscere prima del fatto (ed è questo il cuore della differenza
tra il dolore come lo immaginiamo e il dolore com’è) l’interminabile assenza
successiva, il vuoto, l’esatto contrario del significato, l’inesorabile
successione dei momenti in cui ci troveremo ad affrontare l’esperienza della
mancanza stessa di significato.
Da bambina ho pensato moltissimo alla mancanza di significato, che
allora mi sembrava il più cospicuo fattore negativo all’orizzonte. Dopo essere
stata incapace, per qualche anno, di trovare un significato nelle sedi più
comunemente raccomandate, imparai che potevo trovarlo nella geologia, e
così feci. Questo, a sua volta, mi permise di trovare un significato nella litania
episcopale, più precisamente nelle parole com’era in principio, ora e sempre,
nei secoli dei secoli, che interpretavo come una descrizione letterale del
costante cambiamento della terra, dell’interminabile erosione delle coste e
delle montagne, dell’inesorabile scorrimento delle strutture geologiche che
potevano innalzare monti e isole e con altrettanta sicurezza potevano
spazzarli via. Grande soddisfazione mi diedero i terremoti, anche quando mi
ci trovavo coinvolta, perché erano una brusca testimonianza del disegno in
corso di attuazione. Che il disegno potesse distruggere le opere dell’uomo era
forse motivo di rammarico personale, ma restava, nel quadro più ampio che
ero giunta a riconoscere, una fonte di costante indifferenza. Nessuno
guardava il passerotto. Nessuno vegliava su di me. Com’era in principio, ora
*

e sempre, nei secoli dei secoli. Il giorno in cui annunciarono che la bomba
atomica era stata sganciata su Hiroshima, queste furono le parole che
immediatamente si affacciarono alla mia mente di decenne. Quando seppi,
qualche anno dopo, delle nuvole a forma di fungo sopra il sito dei test nel
Nevada, sempre queste furono le parole che mi vennero in mente. Cominciai
a svegliarmi prima dell’alba, immaginando che le sfere di fuoco provenienti
dai test nucleari del Nevada avrebbero illuminato il cielo di Sacramento.
Più tardi, quando mi sposai ed ebbi una figlia, imparai a trovare lo stesso
significato nei rituali ripetuti della vita domestica. Apparecchiare la tavola.
Accendere le candele. Mettere la legna nel caminetto. Cucinare. Tutti quei
soufflé, tutta quella crème caramel, tutti quei daube e albóndiga e gumbo.
Lenzuola pulite, pile di asciugamani puliti, lanterne controvento per le
tempeste, acqua e cibo in quantità sufficiente per permetterci di affrontare
qualunque evento geologico ci capitasse tra i piedi. Questi frammenti con cui
ho puntellato le mie rovine: ecco le parole che mi vennero in mente allora.
Erano molto importanti, per me, questi frammenti. Avevo fiducia in loro. Che
io potessi trovare un significato nella natura intensamente privata della mia
vita di moglie e madre non sembrava incompatibile col significato che
trovavo nella vasta indifferenza della geologia e dei test nucleari; i due
sistemi esistevano, per me, su binari paralleli che ogni tanto convergevano,
eminentemente durante i terremoti. Nella mia mente non controllata c’era
sempre un punto, la morte di John e la mia, in cui i binari avrebbero fatto
l’ultima conversione. Ho trovato recentemente, in Internet, le fotografie aeree
della casa sulla penisola di Palos Verdes dove abbiamo abitato nei primi
tempi del nostro matrimonio, la casa dove avevamo portato Quintana dal St.
John’s Hospital di Santa Monica per metterla nella culla di vimini accanto al
glicine del giardino. Dalla lettura delle fotografie, che appartengono al
California Coastal Records Project, un progetto che si propone di
documentare l’intera linea costiera della California, era difficile trarre
conclusioni, ma la casa com’era quando ci abitammo noi sembrava
scomparsa. La torre dove si trovava il cancello appariva intatta, ma il resto
della struttura aveva un aspetto poco familiare. Al posto del glicine e del
giardino in miniatura pareva che ci fosse una piscina. L’area stessa veniva
identificata come «la frana di Portuguese Bend». Si vedeva bene lo
smottamento della montagna dove c’era stata la frana. Si vedeva anche, ai
piedi della scogliera del promontorio, la grotta in cui entravamo a nuoto
quando la marea era proprio al punto giusto.
Il moto ondoso dell’acqua cristallina.
Ecco un modo in cui i miei due sistemi avrebbero potuto convergere.
Avremmo potuto entrare nella grotta spinti dal moto ondoso di
quell’acqua cristallina e l’intero promontorio avrebbe potuto smottare,
scivolare in mare intorno a noi. Che l’intero promontorio scivolasse in mare
intorno a noi: ecco la conclusione che mi aspettavo io. Non mi aspettavo un
arresto cardiaco a tavola durante la cena.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema
dell’autocommiserazione.
La gente che subisce un lutto pensa molto all’autocommiserazione. Ci
preoccupa, la paventiamo, ci frughiamo dentro per cercarne i segni. Temiamo
che i nostri atti rivelino quella condizione che viene efficacemente descritta
con l’espressione «rimuginare sulle proprie sventure». Comprendiamo
l’avversione che la maggior parte di noi ha per questo «rimuginare». Il lutto
visibile ci ricorda la morte, che può essere interpretata come una cosa
innaturale, un’incapacità di controllare la situazione. «Ti manca una persona,
e il mondo intero è vuoto» ha scritto Philippe Ariès a proposito di
quest’avversione nell’Uomo e la morte dal Medioevo a oggi. «Ma non si ha
più il diritto di dirlo ad alta voce.» Ci rammentiamo ripetutamente che la
nostra perdita è niente in confronto alla perdita sentita (o, pensiero anche
peggiore, non sentita) da colei o da colui che è morto; questo tentativo di
correggere il nostro modo di pensare non fa altro che piombarci più
profondamente nell’abisso dell’egocentrismo. (Perché non ci ho pensato?
Perché sono così egoista?) Lo stesso linguaggio che usiamo quando
pensiamo all’autocommiserazione tradisce la profonda ripugnanza che ci
ispira: autocommiserarsi significa provare pietà per se stessi,
autocommiserarsi significa succhiarsi il pollice, autocommiserarsi significa
piangersi addosso, e l’autocommiserazione è la condizione in cui quelli che
provano pietà per se stessi si crogiolano, o addirittura sguazzano.
L’autocommiserazione resta il nostro difetto caratteriale più comune e più
universalmente vilipeso, del quale si dà per scontata la pestilenziale
distruttività. «Il nostro peggiore nemico» lo chiamava Helen Keller. Non ho
mai visto un animale / commiserarsi, ha scritto D.H. Lawrence, in un
citatissimo sermoncino di quattro versi che a un esame più approfondito
mostra tutta la sua tendenziosità. Un uccellino cadrà dal ramo morto
stecchito dal freddo / senza essersi mai pianto addosso.
Questo era, forse, ciò che Lawrence (o noi stessi) preferiremmo credere
degli animali, ma pensate a quei delfini che dopo la morte del compagno si
rifiutano di mangiare. Pensate a quelle oche che cercano il compagno che non
c’è più fino a perdere l’orientamento e morire. In realtà chi piange un defunto
ha urgenti ragioni, e anche un urgente bisogno, di commiserarsi. I mariti se
ne vanno, le mogli se ne vanno, i divorzi si susseguono, ma questi mariti e
queste mogli si lasciano dietro reti di associazioni intatte, anche se
acrimoniose. Solo i superstiti di una morte vengono lasciati veramente soli. I
legami che formavano la loro vita – sia quelli profondi che quelli
apparentemente (finché non si spezzano) insignificanti – sono tutti svaniti.
John e io siamo stati sposati per quarant’anni. In tutto questo tempo, tolti i
primi cinque mesi in cui John lavorava ancora a Time, abbiamo lavorato
sempre in casa. Stavamo insieme ventiquattr’ore al giorno, cosa che, per mia
madre e le mie zie, è sempre stata una fonte sia di compiacimento che di
apprensioni. «In ricchezza e povertà, ma mai a pranzo» mi diceva spesso
l’una o l’altra di loro nei primi anni del nostro matrimonio. Non saprei dire
quante volte, in una giornata qualsiasi, dovevo dirgli qualcosa. Questo
impulso non è venuto meno con la sua morte. Quella che è venuta meno è la
possibilità di ottenere una risposta. Leggo qualcosa sul giornale che
normalmente gli avrei letto ad alta voce. Noto nel quartiere qualche
cambiamento che lo avrebbe interessato: Ralph Lauren ha ampliato i suoi
locali tra la 71 e la 72 Strada, diciamo, o l’area deserta dove c’era la
a a

Madison Avenue Bookshop è stata finalmente occupata. Ricordo di essere


tornata, un giorno di mezzo agosto, da Central Park con una notizia urgente
da comunicare: il verde cupo dell’estate è sparito dagli alberi durante la notte,
la stagione sta già cambiando. Dobbiamo fare i nostri piani per l’autunno,
ricordo che pensai. Dobbiamo decidere dove vogliamo essere per la festa del
Ringraziamento, per Natale e per la fine dell’anno.
Mollo le chiavi sul tavolo, appena entrata, prima di ricordare tutto. Non
c’è nessuno che possa ascoltare questa notizia, non ci sono posti dove andare
con i piani non fatti, i pensieri incompleti. Non c’è nessuno con cui essere
d’accordo, nessuno da cui dissentire, a cui rispondere. «Credo di cominciare
a capire perché il dolore mi tiene in questo stato d’incertezza» scrisse C.S.
Lewis dopo la morte della moglie. «Nasce dalla frustrazione di tanti impulsi
che erano diventati abituali. Un pensiero dopo l’altro, un sentimento dopo
l’altro, un atto dopo l’altro, tutti avevano come oggetto H. Ora il loro
bersaglio se n’è andato. Io continuo a incoccare la freccia per la forza
dell’abitudine, poi mi ricordo e devo deporre l’arco. Tante strade portano i
miei pensieri a H. Io ne imbocco una. Ma ora è bloccata dalla sbarra di
un’intransitabile frontiera. Tante strade una volta; oggi tanti vicoli ciechi.»
In altri termini non ci rimane altro, ripetutamente, che concentrare
l’attenzione su noi stessi: ed è da qui che sgorga, naturalmente,
l’autocommiserazione. Ogni volta che succede (succede ancora) mi colpisce
la permanente impassibilità della linea di demarcazione. Certe persone che
hanno perso il marito o la moglie raccontano di averne avvertito la presenza,
di averne ricevuto i consigli. Alcuni parlano di veri e propri avvistamenti,
quelli che in Lutto e melanconia Freud ha descritto come «un attaccamento
all’oggetto per mezzo di una psicosi allucinatoria di un desiderio». Altri
descrivono non un’apparizione visibile ma solo «una presenza
fortissimamente sentita». Io non ho provato né l’uno né l’altro. Ci sono state
alcune occasioni (il giorno in cui all’ volevano fare la tracheotomia, per
UCLA

esempio) in cui ho chiesto a John di punto in bianco che cosa dovevo fare.
Ho detto che avevo bisogno del suo aiuto. Ho detto che non potevo farlo da
sola. Ho detto queste cose ad alta voce, ho effettivamente pronunciato le
parole.
Sono una scrittrice. Immaginare cosa direbbe o farebbe qualcuno mi
riesce naturale come respirare.
Eppure in ogni occasione questi appelli alla sua presenza sono serviti
solo a rafforzare la mia consapevolezza del silenzio decisivo che ci separava.
Qualunque risposta mi avesse dato, poteva esistere solo nella mia
immaginazione, essere il prodotto della mia compilation. E immaginare ciò
che poteva dire solo nella forma che gli davo io mi sarebbe parso osceno, una
violazione. Non potevo sapere cos’avrebbe detto dell’ UCLA e della
tracheotomia, non più di quanto potessi sapere se voleva veramente lasciar
fuori l’«a» dalla frase su J.J. McClure, Teresa Kean e il tornado. Noi
immaginavamo di sapere tutto ciò che l’altro pensava, anche quando non
volevamo necessariamente conoscerlo, ma in realtà, oggi lo vedo, non
sapevamo la più piccola frazione di quello che c’era da sapere.
Quando mi succederà qualcosa, diceva spesso.
Non ti succederà niente, dicevo io.
Ma se mi succede.
Se mi succede, continuava. Se fosse successo, per esempio, non dovevo
trasferirmi in un appartamento più piccolo. Se fosse successo, sarei stata
circondata da tantissime persone. Se fosse successo, avrei dovuto
organizzarmi per dar loro da mangiare. Se fosse successo, mi sarei risposata
entro l’anno.
Tu non capisci, dicevo.
E in effetti non capiva. Ma non capivo nemmeno io: eravamo entrambi
incapaci di immaginare la realtà della vita senza l’altro. Questa non sarà una
storia in cui la morte del marito o della moglie diventa l’equivalente dei titoli
di testa di una nuova vita, il catalizzatore della scoperta che (punto che
tipicamente viene introdotto in queste storie dal figlio precoce della persona
orbata) «si può amare più di una persona». Certo che si può, ma il
matrimonio è un’altra cosa. Il matrimonio è memoria, il matrimonio è tempo.
«Non conosceva le canzoni» ricordo di aver sentito che un amico di amici
aveva detto dopo un tentativo di ripetere l’esperienza. Il matrimonio non è
solo tempo: è anche, paradossalmente, la negazione del tempo. Per
quarant’anni io mi sono vista con gli occhi di John. Non sono invecchiata.
Quest’anno per la prima volta da quando avevo ventinove anni mi sono vista
con gli occhi degli altri. Quest’anno per la prima volta da quando avevo
ventinove anni mi sono resa conto che l’immagine che avevo di me stessa era
di una persona significativamente più giovane. Quest’anno mi sono resa
conto che una delle ragioni per cui ero così spesso assalita da ricordi di
Quintana a tre anni era questa: quando Quintana aveva tre anni io ne avevo
trentaquattro. Ricordo Gerard Manley Hopkins: Margaret, stai piangendo /
perché Goldengrove perde tutte le foglie?, e È la sventura per cui è nato
l’uomo, / è Margaret che piangi.
È la sventura per cui è nato l’uomo.
Non siamo animali idealizzati.
Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche
quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così
schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel
bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più. Come un
giorno non saremo affatto.
Elena sognava di morire.
Elena sognava di invecchiare.
Nessuno qui non ha fatto (non farà) i sogni di Elena.
Il tempo è la scuola dove impariamo, / Il tempo è il fuoco nel quale
bruciamo: ancora Delmore Schwartz.
Ricordo di aver disprezzato il libro che la vedova di Dylan Thomas,
Caitlin, scrisse dopo la morte del marito, Leftover Life to Kill. Ricordo di
averlo criticato, liquidato addirittura, per la sua «autocommiserazione», il suo
«piagnucolare», il suo «dilungarsi sulle proprie sventure». Leftover Life to
Kill uscì nel 1957. Io avevo ventidue anni. Il tempo è la scuola dove
impariamo.
–––––––––
*
Da un popolare canto cristiano dei primi del Novecento: «His eye is on the sparrow, and I know
He watches me». [N.d.T.]
18

Quando cominciai a scrivere queste pagine, nell’ottobre 2004, ancora


non capivo come o perché o quando John era morto. Ero stata presente.
Avevo guardato mentre la squadra arrivata con l’ambulanza cercava di farlo
tornare indietro. Ancora non sapevo come o perché o quando. Ai primi di
dicembre del 2004, quasi un anno dopo la sua morte, ricevetti finalmente il
referto dell’autopsia e le cartelle del pronto soccorso che avevo chiesto al
New York Hospital il 14 gennaio, due settimane dopo il fatto e un giorno
prima che ne informassi Quintana. Una ragione per cui ci vollero undici mesi
per ottenere questi referti, mi resi conto quando li guardai, fu che io stessa
avevo scritto l’indirizzo sbagliato sul modulo per la richiesta presentato
all’ospedale. Vivevo allora allo stesso indirizzo nella stessa strada dell’Upper
East Side di Manhattan da sedici anni. Eppure l’indirizzo che avevo dato
all’ospedale era di una strada completamente diversa, dove John e io
avevamo abitato nei cinque mesi immediatamente successivi al nostro
matrimonio nel 1964.
Un medico a cui ne parlai alzò le spalle, come se gli avessi raccontato
una storia nota.
O disse che questi «deficit cognitivi» potevano essere collegati allo
stress o disse che questi deficit cognitivi potevano essere collegati al dolore.
Indice di questi deficit cognitivi era il fatto che pochi secondi dopo il
nostro incontro io non avevo idea di quale delle due spiegazioni mi avesse
dato.
Stando ai registri del pronto soccorso, la chiamata fu ricevuta alle 21.15
del 30 dicembre 2003.
Stando al registro tenuto dai portieri, l’ambulanza arrivò cinque minuti
dopo, alle 21.20. Durante i tre quarti d’ora seguenti, secondo i registri del
pronto soccorso, furono somministrate le seguenti medicine, o mediante
iniezione diretta o per infusione endovenosa: atropina (tre volte), epinefrina
(tre volte), vasopressina (40 unità), amiodarone (300 mg), epinefrina urto (3
mg) e ancora epinefrina urto (5 mg). Secondo la stessa documentazione, il
paziente fu intubato sul posto. Io non ho alcun ricordo dell’intubazione.
Questo può essere un errore da parte di chi ha redatto la documentazione o
può essere un altro deficit cognitivo.
Secondo il registro tenuto dai portieri, l’ambulanza partì per l’ospedale
alle 22.05.
Secondo il foglio di documentazione sanitaria del pronto soccorso, il
paziente fu ricoverato per le prime cure alle 22.10. Era descritto come
asistolico e apneico. Il polso non era percepibile, né tastando né con la
sonografia. Lo stato mentale era inerte. Il colore della pelle era pallido. La
classificazione della scala del coma di Glasgow era 3, la più bassa possibile, e
indicava che le reazioni oculari, verbali e motorie erano tutte assenti. Si
notavano delle lacerazioni sulla parte destra della fronte e alla radice del
naso. Le pupille erano fisse e dilatate. Si notava un certo «livor mortis».
Secondo il registro dei medici del pronto soccorso, il paziente fu visitato
alle 22.15. Le osservazioni del medico finivano così: «Arresto cardiaco. : MAA

probabile infarto miocardico massivo. Dichiarato alle 22.18».


Secondo il diagramma sanitario, la flebo fu tolta e il paziente fu estubato
alle 22.20. Alle 22.30 la nota diceva: «Moglie al capezzale – George, ass.
soc., al capezzale con la moglie».
Secondo il referto dell’autopsia, l’esame mostrò una stenosi sia
dell’arteria principale sinistra che di quella discendente anteriore sinistra
superiore al 95 per cento. L’esame mostrava inoltre «un lieve pallore
miocardico alla colorazione con , indicativo di infarto acuto nella
TCC
*

distribuzione dell’arteria discendente anteriore sinistra».


Lessi parecchie volte questi documenti. Il tempo trascorso indicava che
il tempo passato al New York Hospital era stato impiegato, come avevo
immaginato, nella compilazione delle scartoffie, nella procedura ospedaliera,
nella regolarizzazione di un decesso. Eppure ogni volta che leggevo i
documenti ufficiali notavo un particolare nuovo. Alla prima lettura del
registro dei medici del pronto soccorso non avevo, per esempio, notato le
lettere « »(Morto all’arrivo). Alla prima lettura del registro dei medici del
MAA

pronto soccorso stavo presumibilmente ancora assimilando il foglio di


documentazione sanitaria del pronto soccorso.
Pupille «fisse e dilatate». .
PFD

Sherwin Nuland: «I tenaci soccorritori, uomini e donne, vedono le


pupille del paziente diventare insensibili alla luce e poi dilatarsi fino a
diventare cerchi grandi e fissi di un nero impenetrabile. A malincuore, la
squadra desiste dai suoi tentativi… La stanza è cosparsa dei detriti della
campagna perduta…».
Cerchi grandi e fissi di un nero impenetrabile.
Sì. Questo fu ciò che l’equipaggio dell’ambulanza vide negli occhi di
John sul pavimento del soggiorno.
«Livor mortis.» L’ipostasi post mortem.
Sapevo cosa voleva dire «livor mortis» perché è una cosa di cui si parla
negli obitori. Lo fanno notare i detective. Può essere un modo per
determinare l’ora della morte. Quando la circolazione si arresta, il sangue
obbedisce alla legge di gravità, andando a formare una pozza nel punto più
basso del corpo. Passa un certo tempo prima che questo sangue diventi
visibile. Quello che non riuscivo a ricordare era quanto tempo ci voleva.
Cercai «ipostasi» nel manuale di medicina legale che John teneva nello
scaffale sopra la scrivania. «Anche se l’ipostasi può variare, di solito
comincia a formarsi subito dopo la morte e in genere è chiaramente
percepibile entro un’ora o due.» Se l’ipostasi era chiaramente percepibile
dalle infermiere del pronto soccorso alle 22.10, allora doveva aver cominciato
a formarsi un’ora prima.
Un’ora prima era stato quando stavo chiamando l’ambulanza.
Il che significa che allora era già morto.
Dopo quell’istante a tavola, all’ora di cena, non era mai più stato vivo.
Ora so come morirò, aveva detto nel 1987 dopo che gli avevano riaperto
l’arteria discendente anteriore sinistra con l’angioplastica.
Tu sai come morirai non più di me o di chiunque altro, avevo detto io
nel 1987.
Noi la chiamiamo la fabbrica-vedove, caro mio, gli aveva detto il
cardiologo a New York parlando dell’arteria discendente anteriore sinistra.
Per tutta l’estate e l’autunno mi ero sempre più incaponita a cercare
l’anomalia che poteva aver permesso l’accaduto.
Nel mio spirito razionale sapevo com’era successo. Nel mio spirito
razionale avevo parlato con molti dottori che mi avevano detto com’era
successo. Nel mio spirito razionale avevo letto David J. Callans in The New
England Journal of Medicine: «Anche se la maggior parte dei casi di morte
improvvisa per cause cardiache riguarda pazienti con disturbi coronarici
preesistenti, l’arresto cardiaco è la prima manifestazione di questo problema
di fondo nel 50 per cento dei pazienti… L’improvviso arresto cardiaco è
primariamente un problema nei pazienti esterni dell’ospedale; infatti, circa
l’80 per cento dei casi di morte improvvisa per cause cardiache si verifica in
casa. L’indice dei successi nella rianimazione dei pazienti con arresto
cardiaco esterni all’ospedale è stato assai modesto, aggirandosi tra il 2 e il 5
per cento nei maggiori centri urbani… I tentativi di rianimazione iniziati
dopo otto minuti sono quasi sempre destinati a fallire». Nel mio spirito
razionale avevo letto Sherwin Nuland in Come moriamo: «Quando l’arresto
si verifica in un luogo diverso dall’ospedale, solo il 20 o 30 per cento delle
persone colpite sopravvivono, e queste sono quasi sempre quelle che
reagiscono rapidamente alla rianimazione cardio-polmonare. Se non ci sono
state reazioni fino al momento dell’arrivo al pronto soccorso, le probabilità di
sopravvivenza sono praticamente zero».
Nel mio spirito razionale io sapevo tutto questo.
Però non ascoltavo il mio spirito razionale.
Se avessi dato retta al mio spirito razionale, non avrei nutrito fantasie
che non sarebbero state fuori posto a una veglia irlandese. Per esempio, non
avrei provato, quando seppi che Julia Child era morta, un sollievo così
grande, la sensazione così accentuata che quella era finalmente una cosa
sistemata: John e Julia Child potevano cenare insieme (questo era stato il mio
primo pensiero), lei sapeva cucinare, lui poteva chiederle dell’ , sarebbero
OSS

stati bene insieme, si sarebbero piaciuti. Avevano già fatto colazione insieme,
un anno in cui avevano tutt’e due un libro da promuovere. Lei gli aveva
dedicato una copia di The Way to Cook e gliel’aveva regalata.
Trovai la copia di The Way to Cook in cucina e guardai la dedica.
«Bon appetit a John Gregory Dunne» diceva.
Bon appetit a John Gregory Dunne e a Julia Child e all’ .OSS

E non avrei prestato un’attenzione così grande, se avessi dato retta al


mio spirito razionale, agli articoli di Internet sulla «salute» e sulla pubblicità
farmaceutica alla televisione. Mi agitò, per esempio, uno spot della Bayer per
un’aspirina a basso dosaggio nel quale si diceva che «riduceva
significativamente» il rischio di un attacco cardiaco. Sapevo benissimo in che
modo l’aspirina riduce il rischio di attacchi cardiaci: impedisce al sangue di
coagularsi. Sapevo anche che John prendeva il Coumadin, un anticoagulante
molto più potente. Ciò nonostante mi travolse la possibile follia di avere
trascurato l’aspirina a basso dosaggio. Analogamente, mi agitai per uno
studio fatto dalla UC-San Diego and Tufts che mostrava un aumento del 4,65
per cento nei decessi per disturbi cardiaci nel periodo di quattordici giorni tra
Natale e Capodanno. Mi agitai per uno studio della Vanderbilt in cui si
dimostrava che l’eritromicina quintuplicava il rischio di arresto cardiaco se
presa in concomitanza con le normali medicine per il cuore. Mi agitai per uno
studio sulle statine, e per l’aumento dal 30 al 40 per cento nel rischio di
attacchi cardiaci per i pazienti che smettevano di prenderle.
Mentre ricordo queste cose, mi rendo conto di quanto siamo aperti al
messaggio insistente che ci dice che possiamo evitare la morte.
E al suo punitivo correlativo, il messaggio che dice che se la morte ci
agguanta è solo colpa nostra.
Solo dopo la lettura del referto dell’autopsia cominciai a credere a quello
che mi era stato detto ripetutamente: nulla di ciò che avevamo fatto o non
fatto, lui o io, aveva causato la morte o avrebbe potuto prevenirla. John aveva
ereditato un cuore debole che alla fine lo avrebbe ucciso. La data in cui lo
avrebbe ucciso era già stata differita da numerosi interventi della medicina.
Quando quella data arrivò, nessuna delle azioni che io avrei potuto compiere
nel soggiorno di casa nostra – né un defibrillatore casalingo, né la
rianimazione cardio-polmonare, nulla che non fosse un armadietto per il
pronto intervento completamente attrezzato e dei mezzi tecnici per
somministrare la fleboclisi pochi secondi dopo la cardioversione – avrebbe
potuto regalargli un giorno di più.
Il giorno di più più del quale ti amo.
Come mi dicevi tu.
Solo dopo avere letto il referto dell’autopsia smisi di tentare di
ricostruire la collisione, la caduta della stella morta. La caduta era sempre
stata là, invisibile, insospettata.
Una stenosi superiore al 95 per cento dell’arteria discendente principale
sinistra e di quella discendente anteriore sinistra.
Infarto acuto nella distribuzione dell’arteria discendente anteriore
sinistra, la .
DAS

Era questo lo scenario. La era stata aggiustata nel 1987 e funzionò


DAS

finché tutti se lo dimenticarono e poi smise di funzionare. Noi la chiamiamo


la fabbrica-vedove, caro mio, aveva detto il cardiologo nel 1987.
Io vi dico che non vivrò altri due giorni, disse Gauvain.
Quando mi succederà qualcosa, aveva detto John.
–––––––––
*
Terminal Complement Complex. [N.d.T.]
19

Faccio fatica a considerarmi una vedova. Ricordo di aver esitato la


prima volta che ho dovuto mettere una crocetta su quel quadratino nella parte
del modulo sullo «stato coniugale». Facevo fatica anche a considerarmi una
moglie. Dato il valore che attribuivo ai rituali della vita domestica, il concetto
di «moglie» non avrebbe dovuto sembrarmi difficile, invece lo era. Per molto
tempo dopo il matrimonio ho avuto dei problemi con l’anello. Era abbastanza
largo per scivolarmi via dall’anulare sinistro, e così per un anno o due lo
portai sul destro. Dopo essermi scottata l’anulare destro mentre toglievo un
tegame dal forno, infilai l’anello su una catenina d’oro intorno al collo.
Quando nacque Quintana e qualcuno le regalò un anellino, aggiunsi anche
quello alla catenina.
Questa soluzione mi parve la migliore.
Porto ancora gli anelli così.
«Tu hai bisogno di una moglie diversa» dicevo spesso a John nei primi
anni del nostro matrimonio. Lo dicevo, di solito, mentre tornavamo a
Portuguese Bend dopo avere cenato in città. Era la tipica battuta iniziale di
quelle liti che cominciavano quando passavamo davanti alle raffinerie lungo
la San Diego Freeway. «Avresti dovuto sposare una donna più simile a
Lenny». Lenny era mia cognata, la moglie di Nick. Lenny invitava a pranzo
gli amici e badava alla casa senza fatica e indossava begli abiti francesi ed era
sempre disponibile, si trattasse di dare un’occhiata a una casa o di fare il
bagno a un bebè o di accompagnare a Disneyland visitatori venuti da fuori.
«Se avessi voluto sposare una donna più simile a Lenny avrei sposato una
donna più simile a Lenny» diceva John, dapprima pazientemente, poi meno.
In realtà io non avevo idea di cosa volesse dire essere una moglie.
In quei primi anni mi mettevo delle margherite tra i capelli, cercando di
ottenere un effetto «sposa».
Più tardi mi feci fare delle sottane di percalle uguali a quelle di
Quintana, per aver l’aria della «giovane madre».
Il mio ricordo di quegli anni è questo: sia John sia io stavamo
improvvisando, volando alla cieca. Recentemente, mentre vuotavo il cassetto
di uno schedario, mi sono imbattuta in una grossa cartella etichettata
«Programmazione». Il semplice fatto che avessimo delle cartelle con questa
etichetta fa pensare che di programmazione ne facessimo ben poca.
Tenevamo anche «riunioni di programmazione», che consistevano nel
mettersi a sedere armati di taccuini, nel decidere ad alta voce qual era il
problema del giorno e poi, senza altri tentativi di risolverlo, nell’andare fuori
a pranzo. Questi pranzi erano gioiosi, come per festeggiare un lavoro ben
fatto. Uno dei nostri tipici locali era Michael’s, a Santa Monica. In questa
particolare cartella con l’etichetta «Programmazione» ho trovato parecchie
liste natalizie degli anni settanta, qualche appunto su telefonate e, il grosso
della cartella, molti appunti, sempre risalenti agli anni settanta, relativi a
previsioni di spese ed entrate. Questi appunti tradiscono uno stato d’animo
che somiglia alla disperazione. C’era una nota buttata giù in vista di un
incontro con Gil Frank il 19 aprile 1978, quando cercavamo di vendere la
casa di Malibu per pagare la casa di Brentwood Park, per la quale avevamo
già sborsato una caparra di 50 000 dollari. Non riuscivamo a vendere la casa
di Malibu perché piovve per tutta la primavera. La montagna franava. La
Pacific Coast Highway era chiusa. Nessuno poteva venire nemmeno a vedere
la casa, a meno che non abitasse già dalla parte di Malibu. Nell’arco di
qualche settimana ci fu una sola visita, di uno psichiatra che abitava nella
Malibu Colony. Lasciò le scarpe fuori sotto la pioggia scrosciante per «capire
che atmosfera c’era in casa», fece un giro a piedi nudi sulle piastrelle del
pavimento e riferì a suo figlio, che lo riferì a Quintana, che la casa era
«fredda». Questa fu la nota scritta il 19 aprile di quell’anno: Dobbiamo
presumere che non venderemo Malibu fino alla fine dell’anno. Dobbiamo
prevedere il peggio perché così ogni progresso ci farà un’impressione
migliore.
Una nota presa dopo una settimana, posso solo pensare per una
«riunione di programmazione»: Parlato di: abbandonare Brentwood Park?
Mangiarsi i 50 000 dollari?
Due settimane dopo volammo a Honolulu, per sfuggire alla pioggia e
vagliare le nostre opzioni sempre più ridotte. Il mattino seguente, al ritorno da
una nuotata, c’era un messaggio: a Malibu era spuntato il sole e noi avevamo
un’offerta per un importo non troppo lontano dalla cifra che avevamo chiesto.
Cosa ci aveva incoraggiati a pensare che un albergo turistico di
Honolulu fosse il posto adatto per colmare un deficit finanziario?
Che lezione ricavammo dal fatto che questo funzionò?
Venticinque anni dopo, trovandoci davanti a un deficit analogo e
decidendo analogamente di andarlo a vagliare a Parigi, come potevamo aver
creduto di fare economia solo perché avevamo un biglietto gratis per il
Concorde?
Nello stesso cassetto trovai alcuni paragrafi che John aveva scritto nel
1990, per il nostro ventiseiesimo anniversario. «Portò gli occhiali da sole per
tutta la durata della funzione il giorno in cui ci sposammo, nella chiesetta
della missione di San Juan Bautista, in California; e pianse per l’intera
cerimonia. Mentre camminavamo lungo la navata, ci promettemmo che
avremmo potuto toglierci da quella situazione anche la settimana successiva,
senza dover aspettare che a separarci fosse la morte.»
Funzionò anche questo. In un modo o nell’altro, aveva funzionato tutto.
Perché pensavo che questa improvvisazione potesse non avere mai fine?
Se avessi visto che poteva, cos’avrei fatto di diverso?
E lui?
20

Scrivo mentre si approssima la fine del primo anno. Il cielo di New


York è buio quando mi sveglio alle sette e torna a oscurarsi verso le quattro
del pomeriggio. Sui rami del cotogno nel soggiorno ci sono delle luci
natalizie colorate. C’erano delle luci natalizie colorate sui rami del cotogno
anche un anno fa, la sera in cui accadde, ma in primavera, non molto tempo
dopo che avevo portato Quintana a casa dall’ , le lampadine si bruciarono,
UCLA

si spensero. Questo funse da simbolo. Comprai nuove file di luci colorate.


Questo funse da professione di fede nel futuro. Colgo l’occasione per simili
professioni dove e quando mi riesce di inventarle, perché in realtà non ho
ancora questa fede nel futuro.
Noto che ho perduto la capacità che avevo, un anno fa, di prendere parte
ai normali incontri mondani, per scarsa che fosse tale capacità. Durante la
convention repubblicana fui invitata a una festicciola nell’appartamento di
un’amica. Ero felice di vedere questa amica ed ero felice di vedere suo padre,
che era la ragione della festa, ma stentai a fare conversazione con gli altri.
Notai, mentre uscivo, la presenza di agenti del servizio segreto, ma non ebbi
nemmeno la pazienza di restare a vedere quale importante personaggio fosse
in arrivo. Un’altra sera, durante la convention repubblicana, mi recai a un
ricevimento dato dal New York Times nel Time Warner Building. C’erano
candele e gardenie galleggianti dentro cubi di vetro. Non riuscivo a
concentrarmi sulle persone con cui parlavo. Ero concentrata solo sulle
gardenie risucchiate dal filtro nella casa di Brentwood Park.
In queste occasioni sento che sto cercando di fare un tentativo, e che
fallisco.
Noto che mi alzo da tavola troppo bruscamente.
Noto inoltre che non ho più la capacità di ripresa che avevo un anno fa.
Superiamo un certo numero di crisi, poi il meccanismo che ci irrora di
adrenalina va in tilt. La reazione diventa inaffidabile, lenta o assente. In
agosto e settembre, dopo le convention democratica e repubblicana ma prima
delle elezioni, scrissi, per la prima volta dopo la morte di John, un pezzo.
Riguardava la campagna. Dal 1963 era il primo pezzo che scrivevo senza che
John lo leggesse in bozza per dirmi cosa non andava, cosa bisognava
metterci, come aggiungere qualcosa qui, come togliere qualcosa là. Non ho
mai scritto senza fatica, ma per questo pezzo mi sembrò che ci volesse più
tempo del solito: a un certo punto mi resi conto che non lo volevo finire,
perché non c’era nessuno al quale farlo leggere. Continuavo a ripetermi che
avevo una scadenza, che John e io eravamo sempre puntuali. Per finirlo
dovetti quasi immaginare di aver ricevuto un messaggio da parte sua. Il
messaggio era semplice: Sei una professionista. Finisci quell’articolo.
Penso però che permettiamo a noi stessi di immaginare solo i messaggi
che ci aiutano a sopravvivere.
La tracheotomia all’ , oggi lo ammetto, avrebbe avuto luogo con o
UCLA

senza di me.
Il ritorno alla vita di Quintana, oggi lo ammetto, avrebbe avuto luogo
con o senza di me.
Finire quell’articolo, che voleva dire tornare alla mia vita, no.
Quando rilessi il pezzo prima della pubblicazione rimasi sbalordita e
turbata dal numero di errori che avevo fatto: semplici errori di trascrizione,
date e nomi sbagliati. Mi dissi che era una cosa temporanea, un aspetto del
problema della ripresa, ulteriore testimonianza di quei deficit cognitivi
provocati dal dolore o dallo stress, ma rimasi turbata lo stesso. Mi sarei mai
veramente ripresa? Avrei mai potuto essere certa di non sbagliarmi?
Devi avere sempre ragione? Aveva detto così.
Ti riesce impossibile considerare la possibilità che tu abbia torto?
Sempre più spesso mi sorprendo a concentrarmi sulle somiglianze tra
questi giorni di dicembre e gli stessi giorni di dicembre di un anno fa. Per
certi versi, quei giorni di un anno fa hanno più chiarezza, sono messi a fuoco
meglio. Faccio molte delle stesse cose. Compilo le stesse liste di cose da fare.
Avvolgo i doni natalizi nella stessa carta colorata, scrivo le stesse parole sulle
stesse cartoline del negozio di regali Whitney, attacco le cartoline alla carta
colorata con gli stessi sigilli dorati da notaio. Scrivo gli stessi assegni per il
personale del palazzo, a parte il fatto che ora gli assegni recano solo il mio
nome stampato. Non avrei voluto cambiarli (non più di quanto avrei voluto
cambiare la voce della segreteria telefonica), ma mi hanno detto che era
indispensabile che ora il nome di John figurasse solo nei conti fiduciari.
Ordino da Citarella prosciutto della stessa qualità. Mi agito come prima
quando mi chiedo di quanti piatti avrò bisogno la vigilia di Natale, li conto e
li riconto. Vado all’annuale appuntamento decembrino dal dentista e mi
rendo conto, mentre metto nella borsetta gli spazzolini omaggio, che nessuno
mi aspetterà nella reception, leggendo i giornali, per andare a far colazione ai
3 Guys di Madison Avenue. La mattinata è vuota. Quando passo davanti ai 3
Guys mi volto dall’altra parte. Un’amica mi chiede di andare con lei a sentire
la musica natalizia a St. Ignatius Loyola, e torniamo a casa al buio, sotto la
pioggia. Quella notte cade la prima neve, anche se è solo una spolverata, non
ci sono valanghe che precipitano dal tetto della chiesa di St. James, nulla di
simile al mio compleanno di un anno fa.
Il mio compleanno di un anno fa, quando mi fece l’ultimo regalo che mi
avrebbe mai fatto.
Il mio compleanno di un anno fa, quando gli restavano da vivere
venticinque notti.
Sul tavolo davanti al caminetto noto una cosa fuori posto nella pila di
libri più vicina alla poltrona in cui John si sedeva a leggere quando si
svegliava nel cuore della notte. Ho lasciato intatta, deliberatamente, questa
pila, non per un impulso a costruire santuari, ma perché non credo che potrei
permettermi di pensare a ciò che leggeva nel cuore della notte. Ora qualcuno
ha messo sulla pila, in precario equilibrio, un grosso libro illustrato da salotto,
The Agnelli Gardens at Villar Perosa. Sposto The Agnelli Gardens at Villar
Perosa, e sotto c’è una copia molto segnata di Cinque giorni a Londra.
Maggio 1940 di John Lukacs in cui c’è un segnalibro plastificato che dice,
con una calligrafia infantile: John, buona lettura, da John, 7 anni. In un
primo momento rimango perplessa davanti a quel segnalibro, che da sotto la
plastica manda un roseo e festoso luccichio, poi mi viene in mente: ogni anno
la Creative Artists Agency «adotta», come iniziativa natalizia, un gruppo di
scolari di Los Angeles, ciascuno dei quali a sua volta confeziona un ricordino
per un determinato cliente della . Doveva aver aperto la scatola della la
CAA CAA

sera di Natale.
Doveva aver ficcato il segnalibro nel primo libro della pila.
Gli restavano centoventi ore di vita.
Come avrebbe scelto di vivere quelle centoventi ore?
Sotto la copia di Cinque giorni a Londra c’è un numero del New Yorker
datato 5 gennaio 2004. Il numero del New Yorker con quella data doveva
essere stato recapitato a casa nostra il 28 dicembre 2003, che era domenica.
Quella domenica 28 dicembre 2003, secondo l’agenda di John, cenammo in
casa con Sharon DeLano, che era stata il suo editor alla Random House e che
era in quel momento il suo editor al New Yorker. Avevamo cenato seduti
intorno al tavolo del soggiorno. Secondo il notes che tengo in cucina,
mangiammo linguine alla bolognese, un’insalata, del formaggio e una
baguette. In quel momento gli restavano quarantott’ore di vita.
Perché non avevo toccato quella pila di libri? Era una premonizione di
questa tabella di marcia?
Non penso di farcela, aveva detto in taxi mentre venivamo dal Beth
Israel North quella sera o la sera dopo. Alludeva allo stato in cui ancora una
volta avevamo lasciato Quintana all’ospedale.
Non hai scelta, avevo detto io.
Mi sono chiesta spesso, da allora, se era vero.
21

«È sempre bella» aveva detto Gerry quando lui, John e io lasciammo


Quintana nel del Beth Israel North.
RTI

«Ha detto che è sempre bella» disse John in taxi. «Hai sentito, quando
ha detto così? Che è sempre bella? È là distesa, gonfia, con tutti questi tubi
che le escono dal corpo, e lui dice…»
Non riuscì a continuare.
Questo accadde una di quelle sere verso la fine di dicembre, pochi giorni
prima che morisse. Non ho idea se accadde il 26 o il 27 o il 28 o il 29. Non
accadde il 30 perché il 30, quando ci arrivammo, Gerry aveva già lasciato
l’ospedale. Mi rendo conto che nei mesi passati molte delle mie energie sono
state spese in questa specie di conto alla rovescia dei giorni, delle ore. Nel
momento in cui diceva, nel taxi proveniente dal Beth Israel North, che tutto
quello che aveva fatto non valeva niente gli restavano tre ore di vita o
ventisette? Sapeva che erano poche, sentiva che stava per andarsene, stava
dicendo che non voleva andarsene? Non permettere all’Uomo Rotto di
acchiapparmi, diceva Quintana quando si svegliava da un brutto sogno, uno
dei «detti» che John mise nella scatola e usò per Cat in Dutch Shea, Jr. Le
avevo promesso che non avremmo permesso all’Uomo Rotto di acchiapparla.
Sei salva.
Sono qui.
Avevo creduto che avessimo questo potere.
Ora l’Uomo Rotto era là che l’aspettava nel del Beth Israel North e
RTI

ora l’Uomo Rotto era qui in questo taxi ad aspettare suo padre. Già a tre o
quattro anni Quintana aveva capito che quando si trattava dell’Uomo Rotto
poteva contare solo sulle proprie forze: Se arriva l’Uomo Rotto, mi aggrappo
allo steccato e non mi lascio prendere…
Lei si era aggrappata allo steccato. Suo padre no.
Io vi dico che non vivrò altri due giorni.
Ciò che mette più nitidamente a fuoco quei giorni di dicembre di un
anno fa è il loro finale.
22

Come nipote di un geologo ho imparato presto ad aspettarmi l’assoluta mutevolezza di


montagne, cascate e anche isole. Quando una montagna sprofonda nell’oceano, io ci vedo un
certo ordine. Quando una scossa di 5,2 gradi della scala Richter fa tremare lo scrittoio nella mia
stanza della mia casa nella mia specifica Welbeck Street, io continuo a battere a macchina. Una
montagna è un transitorio adattamento allo stress, e l’ego può essere un adattamento analogo.
Una cascata è il mancato adattamento, autoregolabile, del corso d’acqua alla struttura, e lo
stesso, per quel che mi risulta, può dirsi della tecnica. La stessa isola alla quale Inez Victor tornò
nella primavera del 1975 – Oahu, una massa terrestre posterosiva emergente lungo l’Hawaiian
Ridge – è una configurazione provvisoria del terreno, e ogni acquazzone o scossetta di terremoto
lungo le placche del Pacifico ne altera la forma e ne abbrevia la durata come Crocevia del
Pacifico. Alla luce di queste considerazioni, è difficile mantenere precise convinzioni su quello
che accadde laggiù nella primavera del 1975, o anche prima.
Questo brano viene dall’inizio di un romanzo che scrissi nella prima
metà degli anni ottanta, Democracy. Il titolo glielo trovò John. Doveva essere
una commedia di costume intitolata Angel Visits, espressione che secondo il
Brewer’s Dictionary of Phrase and Fable significa «piacevole rapporto di
breve durata e rara evenienza», ma quando era apparso chiaro che stava
andando in una direzione diversa avevo scartato quel titolo e continuato a
scrivere. Quando l’ebbi finito, John lo lesse e disse che dovevo chiamarlo
Democracy. Ho cercato questo brano dopo che la scossa di 9 gradi della scala
Richter in un tratto di seicento miglia della zona di subduzione di Sumatra
aveva provocato lo tsunami che ha spazzato via gran parte della linea costiera
bagnata dall’oceano Indiano.
Non riesco a smettere di provare a immaginare questo avvenimento.
Non esiste un video di quello che cerco di immaginare. Non ci sono
spiagge, né piscine inondate, né atrii di alberghi che si disintegrano come
palafitte marce in una tempesta. Quello che voglio vedere io è successo sotto
la superficie. La Placca Indiana che si deforma mentre va a conficcarsi sotto
la Placca Birmana. La corrente invisibile che scivola nell’abisso. Non ho una
carta con le isobate dell’oceano Indiano, ma posso farmi un’idea complessiva
anche col mio globo di cartone Rand McNally. Settecentottanta metri al largo
di Banda Aceh. Duemilatrecento tra Sumatra e lo Sri Lanka. Duemilacento
tra le Andamane e la Tailandia, e poi un lungo corridoio sempre meno
profondo verso Phuket. L’istante in cui la corsa della corrente invisibile
venne rallentata dalla piattaforma continentale. La massa d’acqua che si alza
mentre diminuisce la profondità della piattaforma.
Com’era in principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli.
*
Oggi è il 31 dicembre 2004, un anno e un giorno.
Il 24 dicembre, vigilia di Natale, ho avuto gente a cena, proprio come
John e io la vigilia di Natale dell’anno prima. Mi sono detta che lo facevo per
Quintana, invece lo facevo anche per me, era la promessa che non avrei
passato il resto della vita come un caso speciale, un ospite, una incapace di
cavarsela da sola. Ho acceso il caminetto, le candele, ho disposto i piatti e le
posate d’argento su un tavolo nel soggiorno. Ho tirato fuori dei cd, Mabel
Mercer che canta Cole Porter e Israel Kamakawiwo’ole che canta Over the
Rainbow e una pianista jazz israeliana di nome Liz Magnes che suona
Someone to Watch Over Me. John era seduto vicino a Liz Magnes un giorno a
cena alla missione israeliana, e lei gli aveva spedito il cd, un concerto di
Gershwin che aveva dato a Marrakesh. Con la sua capacità di evocare i drink
al King David Hotel di Gerusalemme durante il periodo britannico, questo cd
era sembrato a John spettralmente interessante, la testimonianza ritrovata di
un mondo svanito, un’altra eco della prima guerra mondiale. Lo chiamava «la
musica del Mandato». Lo aveva messo su mentre leggeva prima di cena la
sera in cui morì.
Verso le cinque del pomeriggio del 24 pensai che non ce l’avrei fatta,
ma quando venne il momento la serata si fece da sola.
Susanna Moore mandò collane di fiori da Honolulu per sua figlia Lulu,
Quintana e me. Ci mettemmo le collane. Un’altra amica portò una casa di pan
di zenzero. C’erano molti bambini. Suonai la musica del Mandato, anche se il
rumore era così grande che nessuno la sentì.
La mattina di Natale riposi i piatti e l’argenteria e nel pomeriggio andai
a St. John the Divine, dove c’erano soprattutto dei turisti giapponesi. C’erano
sempre dei turisti giapponesi a St. John the Divine. Il pomeriggio che
Quintana si sposò a St. John the Divine c’erano dei turisti giapponesi che
scattavano fotografie mentre lei e Gerry lasciavano l’altare. Il pomeriggio in
cui mettemmo le ceneri di John nella cappella di fianco all’altar maggiore di
St. John the Divine un pullman turistico giapponese vuoto prese fuoco e
bruciò fuori dalla chiesa, una colonna di fiamme in Amsterdam Avenue. Il
giorno di Natale la cappella di fianco all’altare maggiore era chiusa, per la
ricostruzione di una parte della cattedrale. Mi fece entrare una guardia
giurata. La cappella era stata vuotata ed era piena solo di impalcature. Mi
chinai per passare sotto un’impalcatura e trovai la lapide di marmo con i
nomi di John e di mia madre. Appesi la collana di fiori a una delle bacchette
d’ottone che tenevano la lapide contro la cripta e poi dalla cappella tornai
nella navata e uscii dalla corsia principale, diritto verso il grande rosone.
Mentre camminavo tenni gli occhi puntati sul rosone, mezzo accecata
dal suo fulgore ma decisa a fissarlo fino al momento in cui, mentre mi
avvicinavo, la finestra sembrò esplodere di luce, riempiendo di blu l’intero
campo visivo. Quella finestra c’entrava col Natale dei pennarelli di Buffalo e
con la sveglia nera sottile come un’ostia e con i fuochi artificiali di Honolulu,
del Natale 1990, quello durante il quale John e io avevamo riscritto a tempo
di record la sceneggiatura del film che non venne mai girato. Avevamo
immaginato che il finale si sarebbe svolto a St. John the Divine, avevamo
messo una bomba al plutonio nel campanile (solo il protagonista si accorge
che l’ordigno è a St. John the Divine e non alle World Trade Towers) e
avevamo fatto esplodere e volar fuori dal rosone l’inconsapevole latore
dell’ordigno. Avevamo riempito lo schermo di blu, quel Natale.
Mi rendo conto, mentre scrivo queste cose, che non voglio finire questo
racconto.
E non volevo che finisse l’anno.
La follia comincia a recedere, ma nessuna chiarezza ne ha ancora preso
il posto.
Cerco la decisione e non la trovo.
Non voglio finire l’anno perché so che col passare dei giorni, mentre
gennaio diventa febbraio e febbraio diventa l’estate, accadranno certe cose.
La mia immagine di John nel momento della morte diventerà meno
immediata, meno cruda. Diventerà una cosa che è accaduta in un altro anno.
La mia stessa percezione di John, di John vivo, diventerà più remota,
«bavata» addirittura, addolcita, cambiata in ciò che è più utile alla mia vita
senza di lui. In realtà, questo sta già cominciando ad accadere. Per tutto
l’anno ho misurato il tempo con l’agenda dell’anno scorso: cosa facevamo in
questo giorno l’anno scorso, dove eravamo andati a cena, è il giorno in cui
siamo volati a Honolulu dopo le nozze di Quintana?, è il giorno in cui siamo
tornati da Parigi?, è quel giorno lì? Oggi mi sono accorta per la prima volta
che il mio ricordo di questo giorno un anno fa è un ricordo che non riguarda
John. Questo giorno un anno fa era il 31 dicembre 2003. John non vide
questo giorno un anno fa. John era morto.
Quando mi è venuto in mente questo stavo attraversando Lexington
Avenue.
So perché ci sforziamo di impedire ai morti di morire: ci sforziamo di
impedirglielo per tenerli con noi.
So anche che, se dobbiamo continuare a vivere, viene il momento in cui
dobbiamo abbandonarli, lasciarli andare, tenerceli così come sono, morti.
Che diventino la fotografia sul tavolo.
Che diventino solo un nome sui conti fiduciari.
Che l’acqua se li porti via.
Sapere queste cose non mi rende più facile lasciare la presa.
Anzi, la consapevolezza che la nostra vita insieme sarà sempre meno al
centro di tutti i miei giorni mi è sembrata oggi in Lexington Avenue un
tradimento così netto che ho perduto completamente la nozione del traffico in
arrivo.
Penso al fatto di lasciare la collana di fiori a St. John the Divine.
Un ricordo del Natale a Honolulu in cui riempimmo lo schermo di blu.
Durante gli anni in cui la gente partiva ancora da Honolulu con le
Matson Lines l’usanza al momento della partenza era di gettare in acqua delle
collane di fiori, una promessa che il viaggiatore sarebbe tornato. Le collane
venivano travolte dalla scia e si ammaccavano e diventavano scure, come si
erano acciaccate ed erano diventate scure le gardenie nel filtro della piscina
della casa di Brentwood Park.
L’altra mattina quando mi svegliai cercai di ricordare la disposizione
delle stanze nella casa di Brentwood Park. Immaginai di camminare
attraverso le stanze, prima al pianterreno e poi al piano di sopra. Quel giorno,
più tardi, mi accorsi che ne avevo dimenticata una.
Ormai doveva essere diventata scura anche la collana di fiori che avevo
lasciato a St. John the Divine.
Le collane di fiori si offuscano, le placche tettoniche si spostano, le
profonde correnti si muovono, le isole scompaiono, le stanze vengono
dimenticate.
Volai in Indonesia e in Malesia e a Singapore con John, nel 1979 e nel
1980.
Alcune delle isole che esistevano allora oggi dovevano essere sparite,
dovevano essere rimaste solo delle secche.
Penso a quando entravo con lui nella caverna di Portuguese Bend,
all’acqua limpida che saliva, a come cambiava, alla velocità e alla forza che
prendeva quando passava nelle strettoie tra gli scogli ai piedi del
promontorio. La marea doveva essere proprio al punto giusto. Noi dovevamo
essere in acqua nel preciso momento in cui la marea era al punto giusto. Nei
due anni che abitammo là potevamo averlo fatto solo una mezza dozzina di
volte al massimo, ma è ciò che ricordo. Ogni volta che lo facevamo avevo
paura di perdere il momento giusto della marea, di restare indietro, di
sbagliare il tempo. John mai. Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi
abbandonarti al cambiamento. Me lo disse lui. Nessuno guarda il passerotto,
ma questo me lo disse lui.
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Convertito in ebook nel mese di agosto 2015
presso Nascafina servizi editoriali
www.nascafina.it

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