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36. Il fascismo e il suo impatto ideologico – Eric J.

Hobsbawm

Prima del 1914 erano già esistiti movimenti estremistici dell’ultradestra nazionalista, ma essi non
prevalsero in alcun paese. Ciò che diede loro l’opportunità di emergere dopo la prima guerra
mondiale fu il crollo dei vecchi regimi e con essi delle vecchie classi dirigenti. Se i vecchi regimi
avessero continuato a funzionare non ci sarebbe stato bisogno del fascismo. Infatti in Gran
Bretagna il fascismo non guadagnò terreno; così anche in Francia, almeno fino alla disfatta del
1940. Non ci fu bisogno del fascismo neppure in quei paesi di recente costituzione in cui una
nuova classe dirigente nazionalista potè prendere potere: le vecchie classi dirigenti non ebbero
difficoltà a tenerli sotto controllo.

Le condizioni ottimali per il trionfo dell’ultradestra erano: un vecchio Stato i cui meccanismi direttivi
non erano più in grado di funzionare; una massa di cittadini disorientati che non sapevano più a
quale autorità obbedire; forti movimenti socialisti che minacciavano o sembravano minacciare la
rivoluzione; un’ondata di risentimento nazionalistico contro i trattati di pace del 1918-20.

In queste condizioni le vecchie élites erano tentate di affidarsi all’estrema destra, come fecero i
liberali italiani con i fascisti di Mussolini nel 1920-22 e come fecero i conservatori tedeschi con i
nazionalsocialisti di Hitler nel 1932-33. Né in Italia né in Germania il fascismo conquistò il potere: in
entrambi i casi il fascismo pervenne al potere grazie al connivenza del vecchio regime. La novità
del fascismo fu che, una volta al potere, si rifiutò di accettare le regole del vecchio gioco politico e,
dove potè, assunse il pieno controllo dello Stato,

A questo punto dobbiamo brevemente sbarazzarci di due tesi sul fascismo: quella del fascismo
come rivoluzione e quella del fascismo come espressione del capitalismo monopolistico o dei
grandi interessi economici borghesi. Tra gli aderenti del movimento fascista vi erano persone che
volevano una trasformazione totale della società, spesso in senso spiccatamente anticapitalistico e
antioligarchico. Se da una parte il nazismo ottenne l’epurazione radicale delle vecchie élites
dell’impero guglielmino, esso deve comunque essere considerato una modernizzazione e
rivitalizzazione del vecchio regime piuttosto che un regime sostanzialmente nuovo. Dal canto suo,
la “rivoluzione fascista in Italia” faceva parte della retorica di regime. Il fascismo era infatti un
regime che faceva gli interessi delle vecchie classi dirigenti. Era nato come una difesa contro le
agitazioni sociali rivoluzionarie del periodo postbellico. Semmai, il vero significato storico del
fascismo sta nell’avere ispirato Hitler, che non mancò mai di riconoscerlo.

Quanto alla tesi del fascismo come espressione del capitalismo monopolistico, la questione è che
il grande capitale può venire a patti con qualunque regime che non intenda effettivamente
espropriarlo e dunque ogni regime deve venire a patti con esso. Si deve tuttavia affermare che per
il grande capitale il fascismo presentava dei vantaggi: eliminò o sconfisse il pericolo della
rivoluzione sociale, soppresse i sindacati, distrusse i movimenti socialisti, contribuendo a garantire
agli imprenditori una via d’uscita favorevole alla depressione.

Se il movimento fascista non fosse andato al potere in Germania, un paese destinato a giocare un
ruolo politico di primo piano in Europa, non avrebbe saputo esercitare grande influenza e forza
presso Stati e movimenti che si trovavano in situazioni idonee. Il fascismo, diversamente dal
comunismo, non esistette in Asia e in Africa perché esso non aveva connessione con le situazioni
politiche locali. Questa affermazione vale in linea di massima anche per il Giappone, affine
ideologicamente al nazismo tedesco (società rigidamente gerarchica, appartenenza ad una razza
di primo livello), meno al fascismo italiano, ma decisamente non un paese fascista con una società
il cui imperatore era venerato per le sue origini divine.

Resta però un continente nel quale l’impatto ideologico del fascismo europeo fu innegabile:
l’America. Mentre nell’America del Nord i movimenti politici che si ispiravano all’Europa non
avevano grande significato e l’antisemitismo di allora doveva la sua ispirazione più al
corporativismo cattolico che al fascismo, aperta e riconosciuta fu l’influenza del fascismo europeo
nell’America latina. Sebbene l’influenza fascista ebbe effetto solo nella politica interna dei singoli
paesi, ad eccezione dell’Argentina, essa si spiega facilmente. Gli Stati Uniti dopo il 1914 avevano
perso la loro immagine ottocentesca degli alleati delle forze progressiste locali e per tale motivo
l’America latina non li guardava più con grande simpatia. Visto da oltreoceano, il fascismo
sembrava innegabilmente un movimento vincente. Se c’era un modello da imitare, questo poteva
essere il fascismo.

Ma tuttavia le politiche e i risultati di tali leader politici, che non facevano mistero del debito
intellettuale contratto da Hitler e Mussolini, erano diversi dai loro modelli europei. Ciò che i leader
latino-americani presero dal fascismo europeo fu la deificazione da parte delle masse di capi decisi
ed energici. Ma le masse che essi volevano mobilitare non erano composte da persone che
temevano di poter perdere qualcosa, ma di persone che non avevano nulla da perdere. E i nemici
contro cui mobilitarono quelle masse non erano stranieri o gruppi da emarginare ma l’oligarchia.
Peròn trovò la sua base più forte nella classe operaia argentina, il suo movimento era strutturato
sul modello dei partiti socialisti ed era costruito attorno ad un grande sindacato dei lavoratori.
Getulio Vargas in Brasile percorse la stessa strada.

I regimi europei fascisti distrussero i movimenti dei lavoratori; i capi latinoamericani, che al
fascismo si ispiravano, li costruirono. Storicamente, qualunque sia stata la filiazione intellettuale,
non possiamo parlare dello stesso tipo di movimento.