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Vi sarà sicuramente capitato guardare il cielo per prevedere il tempo dell’indomani in vista di una

gita fuori porta: molto probabilmente uno di voi, guardando il cielo avrà esclamato “Cielo a
pecorelle, acqua a catinelle!”. E non ditemi che a volte per la smania di ottenere qualcosa siate
rimasti a mani vuote: ecco allora il sapientone di turno sentenziare “Chi troppo vuole, nulla
stringe!”.

Sono anche io tra i molti che utilizzano spesso i proverbi e i modi di dire, sentiti in casa e
imparati ancora da piccoli: e oggi mi chiedevo, ma chi li ha inventati? Chi è stato il primo a
sentenziare queste frasi originali? Non ci è voluto molto per scoprirne le origini, ed alcuni sono
veramente curiosi.

Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco: per capirne l’origine, bisogna tornare alla sua versione
primitiva, cioè “Non dire quattro se non ce l’hai nel sacco”. Nasce dalla storia di un povero
monaco che era in cerca di elemosina; un panettiere, mosso a compassione lo chiamò e gli disse
che gli avrebbe dato i 4 pani rimasti della giornata. A questo punto il monaco, tutto contento
iniziò a urlare ai quattro venti della generosità del panettiere e dei 4 pani che gli stava per donare:
un cane che passava di lì, attirato dagli schiamazzi, corse incontro al panettiere e rubò uno dei
pani mentre stava per essere messo nel sacco. Così al povero monaco non restarono altro che 3
soli pani.

Le calende greche: proverbio poco conosciuto, che sta ad indicare un periodo che non arriverà
mai. Nasce con l’imperatore Augusto, che sapeva bene che le calende erano solo nei calendari
romani: chiamare le calende greche era come nominare un “Natale musulmano” o un'”Epifania
cinese”.

Per un punto Martin perse la cappa: uno dei proverbi più sentiti tra i tavoli del bar durante le
partite dei vecchietti a briscola. Si racconta che il monaco Martin non divenne priore perché sulla
porta del convento, volendo scrivere “Porta patens esto nulli claudatur onesto” ossia ” Stia aperta
la porta, non si chiuda a nessun uomo onesto”, mise un punto dopo la parola “nulli”. L’iscrizione
divenne:”La porta non si apra per nessuno, si chiuda per l’uomo onesto” .

La zona Cesarini: particolarmente noto agli sportivi, indica per lo più i minuti finali di una
partita. Questo perché nel 1931 l’italo-argentino Renato Cesarini (allora militante nelle file della
Juventus) segnò un gol decisivo nella partita Italia-Ungheria in extremis.

Spezzare una lancia: mettersi a favore di qualcuno. Prende origine dai cavalieri, che per
difendere l’onore di chi non poteva scendere in campo (una dama) si affrontavano in duello. Chi
dei due cavalieri colpiva l’avversario era il vincitore, e spesso la lancia si spezzava.

Restare di sale: Il biblico Lot, nipote di Abramo, preavvertito dagli angeli della distruzione della
corrotta Sodoma, fuggì dalla città con le due figlie e la moglie (Genesi, 16 e segg.), ma
quest’ultima contravvenne all’ordine divino di non voltarsi indietro e fu perciò mutata in un
statua di sale.

Le ginocchia fanno giacomo-giacomo: Durante la Guerra dei Cent’anni, nel 1358 scoppiò in
Francia un rivolta di contadini esasperati dal peso delle tasse e dai saccheggi continui ai quali
erano sottoposti; questi contadini vestivano delle giubbe dette jacque e venivano chiamati jacques
bonhomme. L’espressione indicherebbe quindi le ginocchia del contadino che tremano per la
paura.

Il gioco non vale la candela: alcuni secoli fa,quando non c’era ancora la corrente elettrica, nelle
taverne si usavano le candele. Spesso nelle taverne si giocava d’azzardo, e c’era l’usanza secondo
la quale chi vinceva al gioco doveva pagare almeno la candela usata per fare luce durante la
giocata. Alcune volte però, l’eventuale vincita la gioco era così bassa che “il gioco non valeva la
candela”, quindi ciò che si vinceva non bastava nemmeno per pagare la candela.

Prendere un granchio: si riferisce alla pesca: infatti quando il granchio si attacca all’amo, il
pescatore è convinto di aver preso un pesce, e invece prende appunto un granchio, con la
massima delusione.

Il termine proverbio deriva dal latino proverbium, da verbum, parola e rappresenta una sentenza
breve e concisa, di origine popolare e di vasta diffusione, che contiene una norma, un
insegnamento tratti dall'esperienza. Molti proverbi hanno una diffusione universale e si
presentano spesso in forme straordinariamente simili presso i popoli più diversi. Nelle culture più
evolute essi tendono a vedere ristretto il loro campo di impiego al livello popolare. I tentativi più
volte compiuti di estrarre dal corpus proverbiale di una regione o di una nazione un'ideologia
coerente lasciano dubbiosi, perché spesso i proverbi non rappresentano la codificazione di una
“verità”, ma piuttosto formule di comodo, poste sotto l'autorità della tradizione. Nel corso dei
secoli essi inoltre possono anche mutare di significato.

I proverbi contengono frequentemente parole arcaiche o create per l'occasione, in particolare per
la rima o costruzioni insolite. Nella maggior parte dei casi hanno struttura metrica o almeno
ritmica e sono caratterizzati dalla rima o dall'assonanza , o da varie forme di allitterazione o di
bisticcio. Una categoria particolare di proverbi è costituita dai cosiddetti wellerismi: si tratta di
detti sentenziosi, in genere di contenuto scherzoso, in cui un'affermazione è attribuita a un
personaggio più o meno determinato; il nome deriva da quello di Sam Weller, personaggio del
Circolo Pickwick di Ch. Dickens al quale l'autore mette in bocca molte frasi con tale struttura. Va
anche ricordato che in letteratura i proverbi hanno sempre avuto grandissima fortuna: basterà
citare autori sommi come Plauto, Cervantes, Shakespeare. Sin dall'antichità classica i proverbi
hanno richiamato l'interesse di filosofi e studiosi. Lo stesso Aristotele ne avrebbe curato una
scelta, e accanto a lui si possono ricordare Crisippo, Zenodoto, Plutarco, Diogeniano. Nel
Cinquecento e Seicento le raccolte si intensificarono e l'esempio lo diede Erasmo con la sua
Adagiorum collectanea e grande sviluppo acquistarono con i grandi folcloristi dell'Ottocento. In
ogni parte del mondo ne è stata pubblicata una documentazione enorme, che è oggetto di studio
della paremiologia (dal gr. paroimía, massima): tra le numerose raccolte regionali italiane ha
particolare rilievo quella di G. Pitrè, che in quattro grossi volumi riunisce i proverbi siciliani, con
varianti di tutte le regioni italiane.

Nella Bibbia troviamo il Libro dei Proverbi, libro poetico dell'Antico Testamento, appartenente al
genere sapienziale. L'intestazione lo presenta come opera del re Salomone, ma si tratta in realtà di
uno scritto composito, risultato dall'accostamento di diverse raccolte di massime: le datazioni
delle varie sezioni del libro vanno dal sec. VIII al IV a. C., anche se è possibile risalire a epoca
più antica, per certe parti, tenendo conto dei periodi di trasmissione orale del materiale letterario.
L'origine dei Proverbi è nell'insegnamento dei saggi di Israele e s'incentra sulla formazione
morale dell'individuo e la direzione della sua vita quotidiana. In questo, i proverbi non si
differenziano dalla letteratura sapienziale di tutto l'antico Vicino Oriente: parallelismi
contenutistici e formali sono riscontrabili con scritti sapienziali egizi (il libro della sapienza di
Amenemope) e con testi della città sira di Ugarit.