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1.

LA SCIENZA TRA VECCHI E NUOVI DETERMINISMI

1. LE ORIGINI DELLA SEPARAZIONE UOMO-NATURA

Sino dal 20’ secolo l’aspirazione dell’uomo di controllare la natura ha condizionato il modello di
relazione che gli esseri umani hanno stabilito con le altre specie finendo per costruire una cultura
fondata sul progresso materiale e su una immaginazione della natura e del corpo come sistemi
meccanici.
Prima di allora aveva una visione olistica della realtà.
La natura veniva interpretata, da una parte come “madre”, dall’altra parte come “femmina
incontrollabile”. Si tratta di due immagini da cui traspare chiaramente la stessa ambivalenza
interpretativa riservata alle donne che convivevano integrate nell’ambito di una condizione di tipo
olistico per cui il tutto non può esistere senza le sue parti.
Se durante il 500 la natura era considerata come “animata”, conoscibile attraverso la magia, tra il
500 e 600 con Galileo Galilei, Francesco Bacone , René e Isaac Newton , ha iniziato un processo
di interpretare il rapporto uomo-natura.
Galileo Galilei riteneva che fosse possibile conoscere la realtà dal punto vista scientifico solo
utilizzando un metodo in grado di costruire il mondo a partire da ciò che si poteva solo osservare.
Bisognava fare riferimento alla matematica attraverso delle formule dirette a misurare la realtà.
Tuttavia, fu con Francesco Bacone che ebbe inizio la “morte” della natura.
Il filosofo rappresentò la natura ora come entità passiva ora come entità selvaggia e pericoloso da
dominare attraverso la scienza che così avrebbe salvato l’umanità e reso la vita dell’uomo “felice,
sana, confortevole, in breve paradisiaca”.
In altre parole la mente scientifica nasce come un pensiero “ermafrodita” intenzionalmente
trasformata in una mente “ maschile”.
Il metodo proposto da Bacone per la nuova scienza prevedeva l’isolamento dell’oggetto dalla
ricerca in laboratorio organizzato in modo da ricreare le condizioni che consentissero alle ipotesi
formulate di essere manipolate e confermate. In quegli stessi anni, il processo di disgregazione
della concezione organicistica della natura si rafforza con il razionalismo di Cartesio che si fondava
sull’idea della superiorità del pensiero rispetto alla corporeità finendo per sarcire il dualismo res
cogitas e res extensa.
Se alla mente riconosce la funzione “cogitante”, al corpo invece la “sostanzialità”.
I corpi possono essere descritti, misurati, spiegati con leggi matematiche, che non possono per
Cartesio essere applicate alla mente in quanto priva di estensione in uno spazio e non osservabile.
Questa interpretazione della natura ha contribuito all’affermazione di una visione della scienza
meccanicista rafforzata da Isaac Newton, il quale dimostrò come disaggregando i sistemi in parti
elementari, si sarebbe potuto stabilire con certezza “le concatenazioni necessarie tra gli eventi”.
Dunque, per la nuova scienza l’attenzione andava rivolta non tanto alla descrizione quanto alla
spiegazione dei fenomeni .
Il modello meccanicista fondato sulla logica lineare causa-effetto, pur non riuscendo a spiegare la
maggior parte dei fenomeni naturali, storici e socio-antropologici, ha dominato la pratica scientifica
facendo perdere una infinità di informazioni e la possibilità di comprendere tutto ciò che invece non
è misurabile.
Parallelamente alla nascita della scienza moderna di stampo riduzionista, si vanno sperimentando
nuove tecniche che hanno portato alla costruzione di macchine riconosciute come “entità ibride” e
che hanno reso possibile nuove forme di adattamento all’ambiente il cui utilizzo non sempre è
stato utilizzato per buoni fini.
La macchina ha reso possibile nuovi modi di vivere ma ha contribuito anche a far nascere nuove
forme di discriminazione tra chi le possiede e chi no e l’affermarsi di due forme di cultura: una
dominante rappresentata da quella tecnologica e una subalterna.

2. GLI ACCESSI AD UNA SCIENZA RIDUZIONISTA


Con la scienza moderna si è andata sempre più radicando una rappresentazione del mondo che
ha condiziona ancora oggi la cultura, la scienza, l’economia occidentale, causando il
disconoscimento sul piano epistemologico di altri paradigmi e dunque di altre forme di accesso alla
conoscenza, in grado di preservare tutte le specie viventi, compresa quella umana presente e
futura.
Una separazione che si è verificata nel corso dell’evoluzione della specie umana e che ha visto la
caratterizzazione biologica rimane pressoché la stessa, mentre la dimensione sociale e culturale
ha avuto il sopravvento provocando una lenta e graduale trasformazione dell’ambiente e una
perdita del contatto “con la fase biologica ed ecologica più di quanto non sia avvenuto ad un’altra
cultura e ad un’altra civiltà nel passato”.
Il riduzionismo meccanicista come modello interpretativo dei fenomeni, ha causato il
disconoscimento sul piano epistemologico di altri paradigmi e di altre forme di accesso alla
conoscenza e ha manipolato la natura come “materia inerte e frazionata”, riducendone “la capacità
di rigenerarsi creativamente e di rinnovarsi”.
La divisione prodotta dalla rivoluzione scientifica tra uomo e natura ha fatto sì che venissero
messe da parte quelle interpretazioni ecologiche che ha permesso la sopravvivenza di uomini e
donne per secoli e anche in modo sostenibile, provocando oggi il saccheggio della natura e la
riduzione di milioni di uomini e donne in condizioni di povertà perché derubati dalle loro terre, prima
e unica forma di sussistenza.

3. CURA E SOLIDARIETA’ NELLA RELAZIONE INDIVIDUO-MONDO


Il legame tra potere scientifico, politico ed economico ha portato alla crisi di valori e della cultura,
mettendo a dura prova intere popolazioni a Sud del mondo costrette a vivere senza cibo né cure
mediche.
Le iniziative volte a sensibilizzare i governi a intraprendere azioni a salvaguardare l’ambiente non
hanno alcuna influenza sulle politiche da loro interprese. Gli impegni presi sono a breve termine e
insufficienti per uno sviluppo sostenibile.
Se si vuole attuare un reale cambiamento occorre incominciare da un ripensamento del sistema
dei valori con cui progettiamo e organizziamola nostra esistenza.
Tali cambiamenti, seppure non siano i soli da attuare, sono necessari perché ci stiamo avviando
verso la “sesta estinzione”: scompaiono ogni giorno 50 delle 200 specie a causa del
depauperamento dell’ambiente, del cambiamento climatico, dell’inquinamento ecc…
A cominciare da una riconcettualizzazione di alcuni principi come la cura e la solidarietà intesa
come principi giuridici, categorie su cui l’azione politica può trovare ispirazione e fondamento.
Rispetto al principio della cura fondata sulle nozione di autonomia e uguaglianza e che non
consiste solo nel manifestare verso l’altro sollecitudine e attenzione quanto professionalità.
Non si tratta di soddisfare i bisogni di chi necessità di cura perché è opportuno capire cosa si
intende per BISOGNO, in quanto il suo significato muta a partire dal contesto, dalla cultura, dalle
condizioni sociali; non si tratta neppure di identificare CHI ha necessità di vedere soddisfatto un
bisogno, perché si vive la dipendenza dall’altro, non solo nel corso dell’infanzia e della vecchiaia
ma anche durante l’età matura.
Piuttosto, ciò che va riconcettualizzato è l’idea di cura, che deve essere intesa come un processo
“continuo e sfaccettato”, nel corso del quale i bisogni vanno INTERPRETATI da chi presta la cura
e da chi la riceve, entrambe chiamati a stabilire un rapporto di INTERDIPENDENZA, di
ATTENZIONE RECIPROCA e di RESPONSABILITA’.
Un processo che richiede CAPACITA’, da parte di tutti.
Per questo il contesto ideale per un’etica della cura è quello democratico.
La capacità di rispondere alla cura dovrà tradursi in comportamenti da mettere in pratica nella
quotidianità, nel nostro essere ed agire come cittadini.
Questa concezione politica della cura non esclude che non ci siano conflitti tra le parti al momento
di decidere chi deve occuparsi della cura e come. Tuttavia, può essere considerato un valore in più
in aggiunta ad altri valori liberali.
Assume una funzione cosmopolitica la SOLIDARIETA’, soprattutto quando chiama in causa i “beni
comuni”.
La solidarietà presenta come elemento costitutivo l’inclusione che implica condivisione, socialità,
interazione, beneficio reciproco, trasformandosi in un vicolo che lega gli individui allo stesso
interesse/bisogno per un bene comune.
La solidarietà è un principio che riguarda anche la responsabilità collettiva.
E’ rispetto a tale responsabilità individuale e collettiva che si dovrà investire sulla “capacità delle
persone” e dunque sull’istruzione, sulla sanità e sui servizi pubblici; puntare sulla innovazione
politica e sociale sulla quale deve essere diretta ala promozione dell’inclusione.
Il raggiungimento di una maggiore equità è possibile a partire rispetto e dalla parità dei diritti tra
uomini e donne. Uno degli strumenti più efficaci per garantire tale equità è l’istruzione perché:
aumenta la fiducia degli uomini e delle donne in loro stessi, permette l’accesso ai servizi e al
lavoro, crea le basi per la partecipazione democratica al dibattito pubblico in merito alla richiesta di
una maggiore assistenza e sicurezza sociale.
Una politica educativa può avere delle ricadute sullo sviluppo umano anche delle generazioni
future.
Un accesso limitato all’istruzione può condizionare a tal punto i desideri degli individui che vivono
in condizioni di marginalità da non essere neppure in grado di comprendere, di avvertire l’esigenza
o appunto il desiderio di qualcosa che la cultura ha voluto non appartenesse a loro.
Dunque la consapevolezza del desiderio è strettamente legata al diritto d’istruzione, diritto che
rende possibile anche la trasformazione della capacità e la loro trasformazione in uno strumento di
potere.
Queste capacità non vanno sviluppato solo durante l’infanzia attraverso il sistema educativo ma
devono essere conservate, migliorate e trasformate nel corso di tutta la vita attraverso la famiglia
ma anche altre agenzie educative che devono puntare la loro attenzione non solo sulle capacità
intellettive ma anche quelle etiche.

4. EDUCARE A UN ETICA DELLA CO-DETERMINAZIONE


Sul piano educativo, si è chiamati a elaborare un nuovo sistema dei valori su cui fondare un nuovo
sistema di valori su cui fondare la società che guidi l’azione degli uomini e delle donne verso una
cultura fondata su un’etica della co-determinazione tra tutti gli esseri viventi.
Stiamo assistendo a una “svalutazione del mondo naturale” a causa, da un lato, del razionalismo
cartesiano, dall’altro dal “materialismo scientifico” che hanno ridotto gli essere umani a macchine,
perdono di vista l’esistenza dei cosiddetti “altri” rispetto a ciò che è considerato “umano”.
Promuovere una cultura fondata su un pensiero che sappia cogliere i legami e le reciprocità
esistenti tra i molteplici sistemi viventi che popolano la terra e che sia rispettoso delle differenze
deve necessariamente fare riferimento a un modo nuovo di “sentire” la natura e di porsi in
relazione con essa, una modlità “nuova” che consenta di stabilire una relazione empatica con la
natura e di percepire l’ambiente come parte integrante della propria vita.
Sul piano epistemologico, ciò significa passare da una “logica del controllo” e dell’ “imposizione” a
una logica dell’ “accoglienza” e della “ricettività” e sospendere l’uso della categorie predefinite che
impediscono di cogliere l’altro nella sua irriducibilità diversità e originalità.
La natura tutta con le sue specie viventi va considerata non più come un’entità esterna da
dominare ma una realtà con la quale interagisce per creare nuovi saperi e nuove forme di
pensiero, superando ogni forma di riduzionismo, riconoscendo che esistono delle correlazioni fra
tutti gli esseri viventi, compresa l’acqua, terra, piante e animali.
La natura, il contatto con essa, insegna agli uomini e alle donne “l’arte dello sguardo e
dell’ascolto”.

4.1 L’ALTERITA’ ANIMALE


Anche gli animali hanno condiviso gli eccessi di una scienza fondata sul primato dell’uomo.
La contrapposizione tra specie umana e animale ha radici lontane e non è stata sempre così netta
ha assunto in passato i termini dello scambio: l’uomo offre alla natura dei riti per ricevere in cambio
dei prodotti.
L’essere umano, però, allo scopo di fuggire dalla propria animalità e affermare la propria
superiorità rispetto alle altre specie viventi, ha rappresentato gli animali con immagini stereotipate
di esseri pericolosi che sono servite per giustificare la violenza materiale ed epistemica nei loro
confronti anche in nome della scienza.
La violenza materiale è stata supportata da un processo: a) di metaforizzazione che ha visto gli
animali rappresentare norme e valori che fanno parte della grammatica dei comportamenti propri
dell’essere umano. b) nell’utilizzo degli animali come forza di lavoro almeno sino al 600 ma anche
come risorsa industriale o come cavie per gli esperimenti scientifici durante i quali subiscono
processi di modificazione genetica.
La violenza epistemologica è stata perpetua con il dis-conoscimento delle capacità sensoriali e
percettive degli animali e l’affermazione delle categoria della “visione” e fondamento della
conoscenza dell’uomo.
Oggi, l’alterità animale rappresenta per la specie umana un importante riferimento che ha
permesso di uscire dalla propria autoreferenzialità e di sperimentare nuovi processi ibridativi a
cominciare dall’utilizzo degli animali laddove l’uomo presentava dei limiti sul piano percettivo e
intellettivo.
Più recentemente, in campo bionico, la trasformazione delle particolari tecniche degli animali in
artefatti tecnologici, l’imitazione di alcune strategie comportamentali degli animali ha contribuito al
riconoscimento delle differenti capacità percettive e modalità interpretative che essi hanno e che
mancano all’uomo.
Un nuovo umanesimo possibile se si ricolloca la specie umana all’interno della natura,
considerandola parte di essa e si avvia una revisione del mondo tradizionale con cui l’uomo si è
percepito rispetto alla natura e una revisione del sistema di credenze, concezioni appartenenti alla
cultura dominante.
Sul piano etico, l’utilizzo che viene fatto in laboratorio degli animali nonché la loro produzione da
parte dell’uomo per scopi scientifici provoca una destabilizzazione del soggetto perché mette in
discussione l’ordine naturale.
Per poter fare ciò, occorre però che si inizi a considerare in modo nuovo la relazione umano-
animale partendo dal presupposto che tale relazione non è solo una questione di tipo
epistemologico che emerge nel momento in cui viene superata la dicotomia naturale/cultura ma
anche di tipo etico.
5. NUOVI DETERMISMO O NUOVE POSSIBILITA’?
La scienza risponde alle esigenze di un mercato, quello globale, sempre più orientato a utilizzare
come risorsa economica tutte le specie, da quella umana a quella non umana.
Se la scienza studia la natura per conoscerla e per identificare le regolarità che la caratterizzano,
la tecnologia cerca di dominarla, riproducendo ciò che esiste in natura.
La biotecnologia ha trasformato il corpo utilizzando i codici propri della tecnica sostituendo
l’organismo con componenti biotiche, con dispositivi che servono per elaborare delle informazioni.
Le tecnologie della comunicazione così come le moderne biotecnologie hanno trasformato il
mondo in codice e provocato una commistione tra natura e tecnica che rende difficile capire quali
sono i confini dell’uno e quali dell’altro.
Pertanto occorre rivedere gli schemi che noi abbiamo e utilizziamo per rappresentare i processi
che sono alla base delle macchine accettando l’idea che le ricerche portate avanti in biologia e in
cibernetica e le loro applicazioni stanno consentendo di costruire una realtà che supera la fantasia.

6. RIPENSARE L’EDUCAZIONE SCIENTIFICA


Rispetto a questi vecchie e nuovi determinismi si ha bisogno di un nuovo MODELLO CULTURALE
che faccia riferimento a un sistema di valori inedito, per formare le nuove generazioni al
cambiamento e alla partecipazione.
Un modello CULTURALE che sia fedele all’UMANO, di cui la pedagogia progetta il futuro, ma
anche accolga le istanze di quelle ALTERITA’ che in modo significativo hanno segnato l’esistenza
dell’ “umano”.
Pur consapevole dell’influenza che il progresso scientifico ha nella promozione del benessere, la
pedagogia non può non chiedersi quali ricadute abbia sul piano EDUCATIVO, ETICO, MEDICO,
SOCIALE, GIURIDICO ed ECONOMICO.
La pedagogia deve trasformarsi riappropriarsi della sua vocazione axiologica, perché non esiste
pedagogia senza progetto.
La pedagogia può recuperare l’umano e renderlo ARTEFICIE DEL PROPRIO FUTURO in una
società cambiata e che per essere realmente vissuta nell’ottica di quella democrazia cognitiva che
chiede di essere rifondata nei valori e agita con una razionalità aperta, flessibile, critica ma, proprio
perché antropologica, anche NOMADE e consapevolmente FALLIBILE.
Le istituzioni educative hanno il compito di formare a un pensiero autonomo, che sappia cogliere
gli elementi di criticità poste dai mutamenti che stanno provocando le nuove forme di ibridazioni e
un pensiero previsionale in grado di guardare oltre il presente e immaginare nuovi modi con cui la
nostra specie può continuare a costruire il futuro.
Ridurre la possibilità, favorire l’uguaglianza socio-economica e di genere sono obiettivi importanti
per il singolo e per la società ma anche sono la premessa per uno sviluppo sostenibile e
responsabile.
La scuola deve integrarsi nella società e organizzarsi nella società e organizzarsi continuamente a
partire dalle trasformazioni della stessa contribuendo a formare:
- Lo spirito scientifico in quanto scienza e tecnica sono alla base della società contemporanea.
- ai valori della democrazia perché tutti i cittadini devono essere in grado di partecipare alla vita
politica e sociale, prendendo decisioni.
Il singolo, sia esso uomo o donna, ha dei doveri nei confronti di se stesso e deve impegnarsi nella
realizzazione della propria possibilità; ha dei doveri anche verso gli altri, ai quali deve dare
sostegno per promuovere lo sviluppo delle possibilità personali, muovendosi tensionalmente verso
valori quali LIBERTA’, EMANCIPAZIONE,UGUAGLIANZA, RESPONSABILITA’.
A) EDUCAZIONE INTELLETTUALE: utilizza la ragione come strumento attraverso il quale
indagare la realtà con spirito critico e la cui funzione regolativa si esplicita nella vita politico-
culturale cos’ come in quella individuale.
Sul piano politico-culturale, l’educazione intellettuale si impegna a lottare per un mondo in cui si
risolvono le contraddizioni sociali ed economiche che impediscono la piena affermazione della
personalità di ciascun individuo, sia uomo che donna; che lotti per l’affermazione di una cultura che
sa dialetticamente, identificando di volta in volta l’idea trascendentale risolutrice della
problematicità.
Sul piano individuale supera la propria astrattezza per avvicinarsi e aprirsi all’altro stabilendo forme
di collaborazione attiva e solidale.
In tal senso l’educazione intellettuale orienta gli uomini e le donne a guardare al futuro.
La stessa educazione scientifica sostiene una forma aperta, problematica, critica che facilita negli
studenti e nelle studentesse la formazione di capacità in grado di andare negli “interstizi” delle
pratiche discorsive per cogliere il legame esistente tra discorso scientifico e uso ideologico della
scienza, un legame non sempre evidente ma che può determinare l’uso che si fa del sapere
scientifico.
L’educazione alla scienza può trasformarsi in educazione alla consapevolezza sociale e politica da
progettare a partire dalle immagini e le opzioni che gli studenti hanno della scienza, e del ruolo che
essa ricopre insieme alla tecnica nella promozione del benessere degli esseri viventi e le
conoscenze e le teorie implicite che hanno elaborato sui progressi scientifici e tecnologici.
La scienza ha mutato il suo aspetto epistemologico a partire dalla trasformazione del concetto di
verità che si è fatta più probabilistica e approssimativa.
Il sapere scientifico è parte integrante della formazione; prepara a essere cittadini responsabili,
creativi e innovativi, capaci di lavorare in modo collaborativo per rispondere ai cambiamenti della
società.
La scienza non deve essere considerata solo una disciplina che si insegna a scuola ma come una
pratica umana che ha delle ricadute sul benessere della società.
L’insegnamento delle scienze deve volgere la propria attenzione alla pluralità degli aspetti che
sono coinvolti nel processo investigativo a partire dalla consapevolezza che ciascuna disciplina fa
riferimento a un proprio linguaggio, a un proprio dispositivo investigativo e che qualsiasi scoperta è
frutto di un lungo lavoro, spesso collaborativo.

B) EDUCAZIONE ETICO-SOCIALE: dovrà essere volta a promuovere sia lo sviluppo delle istanze
individuali che quelle collettive, evitando qualsiasi forma di egocentrismo o di eterocentrismo.
L’azione di ciascun individuo sia esso uomo o donna dovrà fare riferimento a una ragione etica che
non accetta nulla. L’educazione etico-sociale chiama in causa la conoscenza storica che deve
essere prima di ogni altra cosa finalizzata alla responsabilità attraverso la diffusione della eticità
nel mondo, sul piano individuale e collettivo, e la identificazione e messa in discussione di tutte le
forze che impediscono il progresso dell’umanità, decidendo di schierarsi contro le une e accanto
alle altre nella consapevolezza che “l’uomo è responsabile della via prescelta non solo di fronte a
sé, ma di fronte all’umanità”.

C) EDUCAZIONE DELL’IMMAGINAZIONE: bisogna recuperare l’immaginazione senza la quale


sarebbe impensabile credere nella possibilità del cambiamento.
L’immaginazione se sostenuta da una ragione poetica ed artistica fa si che si riesca a cogliere e a
promuovere nell’altro la consapevolezza e la volontà di un possibile. Educare all’immaginazione
significa educare alla sensibilità estetica e all’intelligenza estetica.

7. VERSO UN NOMADISMO INTELLETTUALE ED ETICO


2. CORPI FEMMINILI, SCIENZA E TECNOLOGIA

PREMESSA
La donna ha condiviso con la natura gli eccessi di una cultura significativamente segnata dal
genere maschile.
L’uso che viene fatto degli animali e dei loro organi in laboratorio è assimilabile alla condizione
della donna in quanto femmina della specie nell’ambito della ingegneria genetica.
Quindi, aprirsi alla mente degli oppressi, può essere pericoloso.
E’ preferibile la chiusura o l’ “ignoranza volontaria” proposta come “obbiettività”.
Il controllo cui ci riferiamo non è quello che veniva esercitato nel 18 secolo attraverso il governo
dell’andamento demografico e dell’igiene pubblica esercitato e giustificato in nome della tutela
dello stato di salute del desiderio.
In questo processo di controllo dei corpi,un ruolo di primo piano è ricoperto dalla medicina, scienza
che appare sempre più stretta a curare i corpi che non sono solo affetti da malattie ma anche da
problemi “che possono includere la volontà di compensare una inadempienza naturale e
involontaria talvolta percepita come una condanna a morale “ .
Tutti siamo malati, tutti siamo “vulnerabili e segnati”. Tutti e in particolare le donne ritenute dalla
cultura patriarcale da sempre “incomplete” e imperfette rispetto un modello di essere umano
identificato nel “maschio,bianco,eterosessuale” e bisognose di aiuto, di sostegno, sempre, anche
nelle scelte che riguardano la loro vita, il loro corpo.
La dicotomia potere/impotenza sui corpi assume caratteri nuovi rispetto al passato attraverso il
processo di medicazione della vita che attraversa la nostra società e che fa percepire ciascuno di
noi come individuo malato a prescindere dalla presenza o meno di una malattia e rendendo il
paradigma medico “l’unità di misura alla quale inevitabilmente ci rapportiamo”.

1 TECNOLOGIE DELLA RIPRODUZIONE: CONTRADDIZIONI E INGANNI


DELL’AUTODETERMINAZIONE
Per quanto la contemporaneità appaia segnata dalla diffusione di ideologie che hanno consentito
alle donne e agli uomini di affermare la propria individualità, oggi la situazione non sembra essere
cambiata.
In altre parole ci si è orientati verso la “regolamentazione” dei corpi più “leggera”.
Se, da un lato, ciò ha consentito alle donne di affermare la propria individualità, dall’altro,
l’autodeterminazione delle donne sembra essere vincolata a un “regime discorsivo” che nel
sistema di controllo dei corpi si rivela altrettanto efficace.
Ciò è particolarmente evidente nel processo procreativo segnato sempre più dalla
medicalizzazione dei corpi, in modo particolare quello femminile a causa dell’uso delle tecnologie
della riproduzione artificiale.
A queste si aggiungono forme di controllo del corpo femminile che vanno dall’anestesia perineale
per alleggerire i dolori del parto, ai parti cesari, che appaiono sempre più modi insidiosi di un
sistema finalizzato a “concepire l’infertilità come un problema collocato entro l’individuo porta la
donna a svalutare la propria persona e a ritenersi deficitaria in qualcosa”.
L’utilizzo di procedure diagnostiche nel corso della gravidanza o di interventi invasivi per diventare
madri non sono considerati strumenti volti ad aiutare le donne stesse nelle loro scelte, ma piuttosto
una forma con cui le tecnologie di genere, in questo caso la scienza medica, tentano di esercitare
il controllo sui corpi.
Nel caso della interruzione volontaria di gravidanza, ad esempio, così come nel caso della
procreazione medicalmente assistita, la libertà è apparente perché continuamente posta sotto il
controllo di figure professionali come il ginecologo o il biologo.
Al medico e al personale sanitario è affidato il compito di accettarsi che l’esperienza della
maternità sia cosciente e consapevole.
L’autodeterminazione è vincolata all’accertamento che il personale medico o sanitario devono
condurre per capire le motivazioni alla scelta da parte delle donne o delle coppie.
In questo caso si può affermare che il potere medico penetra nella sfera più intima della persona,
prima inviolabile, vale a dire la procreazione.
Il controllo sui corpi avviene attraverso una ridefinizione di ciò che è normale e ciò che è
patologico.
Paradossalmente, questa fiducia nella scienza, e nella medicina in particolare, si rafforza ancora di
più nel momento in cui il medico non riesce a risolvere i casi di sterilità, alla fine diagnosticati come
“inspiegabili”: più si hanno informazioni sul concepimento e si conoscono le possibilità che si
hanno di non concepire,rendendo la procreazione un fatto per niente scontato, più la procreazione
diventa incerta e ha bisogno di un aiuto della medicina.
La legge fa in modo di garantire l’autodeterminazione delle scelte attraverso l’ascolto delle
motivazioni che spingono il paziente a intraprenderle.
Vi è una forma di controllo e di autocontrollo, allo stesso tempo: controllo del medico e della legge
che interviene chiedendo prima di qualunque intervento di sospendere tutto, di prendersi del tempo
per non fare delle scelte affrettate e utilizzando i centri di ascolto o i consultori per ottenere un
supporto e dei consigli; autocontrollo, quello che viene esercitato dall’individuo su se stesso,
prendendosi del tempo per riflettere, per capire meglio le proprie motivazioni ma anche finalizzato
a “sollecitare, promuovere e favorire la capacità dell’individuo di restituire un’immagine di sé
ritagliata sull’ipotetico profilo di un attore razionale in pieno possesso delle proprie capacità.

2. LA MATERNITA’ TRA SAPERI FEMMINILI E SAPERE SPECIALISTICI


Una “maternità” che viene ricostruita dal sapere medico che ci dice cosa accade nel corpo che è di
donna, dal concepimento al parto: informazioni che solo il medico sa e sola al medico, la donna o
la coppia può rivolgersi per conoscere la verità che è “interna” al corpo femminile.
La conoscenza del processo riproduttivo ha trasformato la gravidanza in un processo lineare che si
rivolge allo stesso modo in tutte le donne e che non ha bisogno più delle narrazioni femminili per
capire ciò che accade nel corpo che è di donna.
In passato non esisteva la gravidanza ma soltanto donne che si sentivano incinte.
I saperi delle donne sono stati soppiantati dai saperi oggettivi.
L’ecografia, così come l’embrioscopia, sono giustificate per scopi terapeutici ovvero per identificare
la presenta o meno di anomalie del feto ed eventualmente procedere all’aborto selettivo.
Spesso la diagnostica pre-natale prevede la consulenza genetica che risponde a un bisogno da
parte della coppia di avere informazioni sul proprio patrimonio genetico al fine di comprendere se
vi siano o meno delle anomalie che possono compromettere l’integrità del feto.
Potremmo dunque affermare che la diagnostica pre-natale risponde al diritto della coppia
all’informazione.
Tuttavia, può accadere che si faccia un uso deviante della genetica che utilizzi proprio questa
consulenza per controllare il sesso del bambino.
3. NUOVE MATERNITA’, NUOVE GENITORIALITA’
Diventa centrale approfondire le forme di condizionamento etero genetico che conducono le donne
a scegliere di utilizzare tecniche che intervengono sul processo procreativo.
Le tecnologie della riproduzione consentono con le loro procedure e artefatti, di mantenere
l’identità genetica della famiglia finendo per reiterare quei valori di sangue che sono propri della
cultura patriarcale, a scapito dell’aspetto relazionale e affettivo.
E’ già nel diritto romano che troviamo la filiazione come una realtà esclusivamente paterna e che
definiva la donna nella sua funzione procreatrice.
Il diritto prevedeva che il bambino designato come venter (ventre) contenuto nell’utero della donna
fosse figlio ed erede del pater familias.
Occorre chiedersi se il desiderio forte di un figlio che spinge una coppia o anche un singolo ad
affrontare problemi di natura medica, economica e sociale, è dettato in modo implicito, subdolo da
una cultura arcaica, patriarcale, che ritiene fondamentale il vincolo del sangue e che vive la sterilità
come qualcosa che bisogna invece nascondere o da una cultura propria della nostra società che
pone al centro l’autorealizzazione e che vede la sterilità come uno “ scacco, il segno di una
sconfitta essenziale”.
Per quaste ragioni le tecnologie della riproduzione finiscono per enfatizzare gli aspetti geenerici
invece che quelli relazionali e affettivi.
E’ il soddisfacimento di un diritto di “ultima generazione”. Un diritto che può facilmente diventare un
diritto a una bimba o a un bimbo “su misura”.
Nella Dichiarazione di Barcellona (1998) si enunciano 4 idee regolatrici sui nuovi orientamenti della
bioetica: autonomia, integrità, dignità, vulnerabilità.
C’è da chiedersi, ad esempio, quanto questi 4 orientamenti siano realmente rispettati in questi
casi, ad esempio, di donne incinte in stato di morte cerebrale, tenute in vita per garantire lo
sviluppo del feto.
La medicina stabilisce un rapporto privilegiato con il feto, il quale diventa “soggetto” mentre la
madre, nelle tecnologie della riproduzione è chiamata “surrogata” e l’utero della donna può essere
dato in “affitto”.
Si verifica anche sul piano del linguaggio dunque “uno scivolamento simbolico dalla madre alla
funzione di femminile di approvvigionamento di vita”:
la caratterizzazione negativa che ha assunto il corpo femminile come corpo che seduce, che può
corrompere ha fatto in modo che si esaltasse di converso la sua funzione procreatrice.
Le donne che chiedono di sottoporsi a procedure di procreazione medicalmente assistita sono
ritenute malate e il loro desiderio di maternità associato a una patologia, riconducibile a “una
menomazione delle potenzialità generative del corpo” e che si possono risolvere con un figlio.
L’enfasi che viene data al processo di autodeterminazione e alla libertà di scelta delle donne, il più
delle volte fa dimenticare come esista un’ulteriore prospettiva, quella “relazionale”, con il quale
“leggere” queste decisioni.
Occorre approfondire le condizioni che hanno condotto il peso rivestito dalle istituzioni sanitarie cui
si sono rivolte e le possibilità di accesso alle informazioni che possono aiutare le donne nel
processo di presa di decisione; il ruolo del medico impegnato nello stabilire un “alleanza
terapeutica” con la paziente; l’influenza della famiglia e per ultimo l’opinione, il desiderio di
paternità del marito/compagno.
Non meno importante è conoscere il punto di vista degli operatori coinvolti.
La conoscenza delle possibilità e delle criticità che derivano dell’uso delle tecnologie della
riproduzione consentirà di prevenire l’eccessiva medicalizzazione che attraversa la nostra società.
Dunque, educare le donne a gestire meglio il loro rapporto con le biotecnologie significa anche
educarle a pensare il proprio corpo non come qualcosa di altro rispetto a se stesse.
Infatti, la scomposizione del processo riproduttivo fa si che la vita biologica sia separata dalla vita
biografica.

4. VERSO L’UTERO ARTIFICIALE


Le tecnologie della riproduzione oggi possono rendere possibile la realizzazione di un utero
artificiale ovvero un utero “in grado di sviluppare embrioni umani fuori dal corpo femminile dalla
fecondazione alla nascita”.
In realtà, è possibile già fecondare un ovulo con uno spermatozoo in laboratorio ma non si è
ancora in grado di realizzare un utero artificiale per la difficoltà a riprodurre le funzioni proprie
dell’utero materno senza il quale il blastocisti non è in grado di sopravvivere.
Vi sono alcune funzioni dell’utero che presentano una complessità tale da impedire al momento di
poter raggiungere l’ectogenesi.
Attualmente le ricerche orientate alla realizzazione di un utero artificiale sono essenzialmente 2:
una diretta alla fabbricazione di un “utero tardivo” in grado di permettere la crescita di feri già
sviluppati e quindi con cordone ombelicale; una seconda finalizzata alla fabbricazione di un “utero
precoce” entro il quale impiantare l’embrione umano.
Nel primo caso si tratta di esperimenti diretti a trasferire i bambini che rischiano di nascere
prematuri dall’utero materno all’utero artificiale.
Riguardo alla fabbricazione di un utero “precoce”, le ricerche sono impegnate nella costruzione di
un meccanismo dove impiantare l’embrione umano, permettendo alle donne che presentano delle
patologie dell’utero di procreare senza ricorrere alle “donne portanti”. Nato come strumento per
evitare gli aborti, la funzione terapeutica sarà prima utilizzata come giustificazione a tali studi,
successivamente servirà per rispondere ai desideri di un figlio, che la procreazione naturale non
medicalizzata non consente di soddisfare.
Un ostacolo tecnico viene però dalla placenta, elemento naturale che lega il feto all’organismo
materno.
Per quanto l’impresa sia difficile e ci vorrà probabilmente ancora qualche decennio, è vero che si
arriverà al momento in cui la specie umana nascerà da un grembo non umano.
E’ opportuno iniziare a riflettere sulle conseguenze dal punto di vista culturale, sociale ed
educativo di questa futura realtà.
Accadrà ciò che è accaduto con l’allattamento: le donne scelgono di allattare il loro bambino anche
se ormai l’allattamento artificiale è divenuto una regola.
Il legame tra madre e bambino verrà definitivamente meno, un legame già oggi precario tra madre
ovarica e madre uterina.

5. CORPO E CHIRURGIA ESTETICA


L’immagine del corpo della donne è sempre stato ambivalente: da un lato, è visto nella sua
funzione procreatrice e dunque come corpo materno,dall’altro, è rappresentato come corpo del
desiderio, del peccato.
Fa leva su quest’ultima immagine del corpo femminile come corpo oggetto di diffusione degli
interventi di chirurgia estetica e plastica.
Se ormai è diffusa l’opinione che l’utilizzo della chirurgia estetica e della cosmesi siano segni di un
processo di emancipazione delle donne, è vero anche che, nel nome dell’autodeterminazione, la
pubblicità ha trasformato il corpo femminile da oggetto sessuale a oggetto desiderante.
Si sta verificando una “medicalizzazione dell’estetica” dove la medicina non interviene più solatto
nei casi di malattie o patologie.
Tutto questo è dovuto dai mass media che contribuiscono alla diffusione di stereotipi sessisti.
Vi sono addirittura trasmissioni televisive che mirano ala trasformazione dei corpi, attraverso
interventi di natura cosmetica o chirurgica, o trasmissioni in cui i corpi diventano “carne a macello”,
messi a nudo e “vivisezionati” sotto lo sguardo del medico chirurgico.
I protagonisti di questi reality spesso si giustificano dicendo di non sentirsi nel loro corpo .
La ricerca della perfezione però riguarda entrambe i sessi, le donne vogliono sentirsi più donne, gli
uomini affermano che vogliono sentirsi normali.

5.1 IMPARARE AD ASCOLTARE E A NARRARE IL PROPRIO CORPO


E’ nello stesso spazio della illeggibilità dei corpi che la pedagogia può trovare “le parole” per
educare le donne a resistere a quei meccanismi seduttivi indotti dai mass media che offrono un
modello di soggettività omologante e a riconoscere nella propria parzialità e dunque limitatezza
quel “valore aggiuntivo”.
Adattamento e resistenza comportano processi di conservativi e processi innovativi che si
implicano reciprocamente, nel continuo bisogno dell’individuo, sia esso uomo o donna, di
mantenere la propria stabilità e di guardare verso il futuro, un movimento continuo e costante che
coinvolge la dimensione esistenziale e sociale, giungendo a risultati spesso inaspettati.
Il racconto di sé deve fare i conti con l’enfasi causata dalla difficoltà di tradurre in parole
comprensibili la propria esperienza.
Il narrare se stessi a partire dall’ascolto del nostro corpo fa parte della tensione propria di ciascuna
esistenza a voler risolvere la problematicità della realtà, in bilico tra conformazione ed
emancipazione, giungendo sino alla realizzazione di veri e propri atti creativi che violano le regole
proprie del pensiero logocentrico perché immagazzinate “nell’intera densità fisica ed esperienziale
del sé incarnato e non solo nella scatola nera della psiche”.
Nel caso delle donne la loro esistenza è legata alla fisicità (mestruazioni, gravidanza, parto ecc)
Per cui l’enfasi è dovuta alla progressiva perdita della capacità delle donne di trovare parole che
sappiano parlare del proprio corpo nei modi con cui si faceva in passato.
Tra l’ambiente e il cervello esistono 2 tipi di ambienti: uno che va verso l’interno e uno che va verso
l’esterno. I primi sono recettori sensoriali che ricevono gli stimoli di carattere fisico che arrivano al
cervello, nel secondo caso da stimoli che partono dal cervello arrivano al corpo .
Un sistema che non è chiuso ma costantemente interrelato all’ambiente, una interrelazione che
non riguarda solo la mente o solo il cervello ma l’organismo nella sua totalità.
Sul piano educativo si tratta di dar voce a ciò che la cultura ha voluto fosse in silenzio ovvero il
corpo. Il corpo non è solo il nesso per l’apprendimento ma andrà inteso come una unità in cui
interagiscono “la programmazione genetica, l’espressione fenotipica degli organismi,e la
metabolizzazione delle esperienze e la memoria di esse, nel corpo dell’epigenesi”.
Un organismo che integra in sé e prende forma con e nel corpo si sostanzia e si sviluppa in
relazione alla mente.
In tal senso “l’organismo viene pedagogicamente inteso come condizione e via
dell’apprendimento.
La mente prende forma con il corpo e dentro al corpo. Il corpo a sua volta si definisce in relazione
con la mente.

5.1.1 CERVELLO/MENTE
La ricerca scientifica a rivolto i suoi studi verso la conoscenza delle attività svolte dal cervello e in
particolar modo dai neuroni, cellule del corpo che funzionano in modo differente, in quanto sensibili
ai cambiamenti dell’ambiente circostante .
Ogni neurone è formato da tre elementi:1) il corpo cellulare che comprende il nucleo e gli organuli
come i mitocondri; 2) l’assone, composto da fibre che emergono dal corpo cellulare e hanno il
compito di condurre segnali in uscita; 3) i dendriti, sono fibre che si diramano dal corpo cellulare
ma che hanno il compito di condurre i segnali in entrata.
Sono cellule presenti in tutti gli esseri viventi ma che nell’essere umano raggiungono livelli
complessi.
Queste cellule sono collegate tra di loro da sinapsi ovvero aree di confine.
A seconda della loro localizzazione, i neuroni possono avere più o meno contatti.
Esse consentono la trasformazione del cervello e il conseguente adattamento alle perturbazioni
ambientali altre caratteristiche.
La conoscenza è ciò che permette di salvaguardare la vita. Infatti colore che hanno compromessa
la conoscenza non sono in grado di gestire la propria vita.

6. DAI CORPI LEGGIBILI ALLA ILLEGIBILITA’ DEI CORPI

7. IDENTITA’ IBRIDE, IDENTITA’ FLUIDE

3. LE DONNE NELLA SCIENZA: IL RUOLO DELL’EUCAZIONE

PROMESSA
Il dominio della scienza e della tecnica sulla natura e sulla donna ha rappresentato e rappresenta
uno dei temi cardinale della riflessione epistemologica del movimento delle donne.
Una maggiore presenza delle donne nel settore scientifico può servire, da un lato, a introdurre
nuovi ambiti di ricerca e ad affrontare, secondo nuove prospettive e punti di vista, questioni
complesse come, ad esempio, i rischi prodotti delle tecnologie della riproduzione; dell’altro, a
prestare attenzione all’alterità, atteggiamento quest’ultimo che non va visto né “come strumento
utopico, né come una forma di buonismo” ma piuttosto come un possibile mezzo di natura etico-
politica attraverso il quale mantenere un equilibrio tra le istanze tecnico-scientifiche e la ricerca del
bene comune.

1. DONNE E RICERCA SCIENTIFICA


Tuttavia, la questione da affrontare non è tanto quella della assenza della donna dalla scienza
quanto quella di capire perché la scienza sia, per opinione comune, un’attività maschile.
Il movimento delle donne ha contribuito a mettere in luce e a smontare alcune “verità” ma è difficile
riuscire a mettere in discussione un sistema culturale ormai così radicato da entrare nel linguaggio
comune.
Tuttavia, il primo passo da fare, parallelo alla diffusione di una cultura fondata sulla differenza, è
garantire un maggiore accesso delle donne alla scienza, fino a diventare massa critica.
Subiscono una “segregazione verticale”, che le blocca ai gradini iniziali della scala gerarchica non
conseguenze rilevanti per la competitività e l’innovatività della ricerca scientifica.
La loro scarsa presenza ai livelli apicali impedisce la partecipazione alla scelta delle linee
programmatiche di ricerca delle università cui appartengono e alle commissioni che decidono la
destinazione dei finanziamenti pubblici ai progetti di ricerca.
E’ necessario disporre di statistiche per sesso non solo dei vincitori di concorso ma anche dei
partecipanti altrimenti non si è in grado di fare alcun confronto tra la percentuale di successo degli
uomini e quella delle donne.
E’ stata realizzata una guida pratica per l’attuazione di una politica finalizzata alla parità di genere
e che prevede tra gli obiettivi:
- favorire l’equilibrio tra i generi nelle equipe di ricerca Horizon 2020, per poter affrontare il
problema della partecipazione delle donne.
- garantire l’equilibrio nella partecipazione delle donne ai livelli decisionali, e raggiungere il target
stabilito dalla Commissione Europea che è del 40% del sesso sottorappresentato in comitati e
gruppi.
- includere l’analisi di genere/sesso nei contenuti dei programmi di Ricerca e Innovazione al fine di
migliorare sia la qualità scientifica che le ricadute sociali della conoscenza, della tecnologia e/o
delle innovazioni prodotte.
Il Programma di Lavoro, science with and for society, prevede un invito specifico in materia di
parità di genere, che comprende: a) un finanziamento continuativo a favore di quelle università ed
istituti di ricerca che implementeranno cambiamenti a favore della promozione della parità di
genere, sia nel 2014 che nel 2015;
b) proposte di ricerca che mirano ad analizzare l’impatto che la diversità di genere ha su Ricerca e
Innovazione, in programma per il 2014, e a sostenere iniziative di valutazione per la promozione
della parità di genere nelle politiche di ricerca e presso le organizzazioni di ricerca previste per il
2015;
c) il sostegno alla Campagna di Comunicazione “science, it’s a girl thing” (la scienza è cosa da
ragazze) del 2014, da promuovere tra gli stakeholder allo scopo di incoraggiare più ragazze a
studiare le scienze.

2. LA DIMENSIONE DI GENERE NELLA RICERCA


L’ugualianza di genere contribuisce a promuovere l’eccellenza nella ricerca in due modi: attraverso
una maggiore presenza del numero delle donne nei team di ricerca e l’introduzione, nelle diverse
fasi della ricerca, della dimensione di genere.
Seppure oggi non tutti condividono l’idea di una scienza al femminile è vero anche che la presenza
delle donne potrebbe facilitare la diffusione di un modo di fare scienza differente da come sino ad
oggi è stata realizzata: dalla formulazione delle ipotesi, all’analisi dei risultati, fino alla loro
rappresentazione.
La Commissione “Innovation through Gender” è formata da un gruppo di esperti che hanno avuto il
compito di identificare le metodologie attraverso le quali promuovere l’innovazione nella ricerca
scientifica utilizzando l’analisi di genere.
I lavori della Commissione sono stati pubblicati in un Report nel quale sono stati identificati i
metodi di analisi per sesso e per genere:
1) rethinking research priorities and outcomes: la scelta dell’oggetto della ricerca generalmente è
condizionata da ciò che il gruppo di lavoro ritiene che sia una priorità.
2) rethinking concept and teorie: ecc VEDERE IL LIBRO PAG 104

3. L’ORIENTAMENTO DI GENERE ALLA SCIENZA


La pratica educativa legata all’insegnamento delle scienze sembra rispecchiare il “metodo
scientifico” introdotto dai filosofi naturalisti del 600.
Per poter avvicinare le donne alla scienza occorre partire dalla messa in crisi degli stereotipi al
femminile, con la fine della didattica trasmissiva e autoritaria oltre che oggettivista che caratterizza
l’insegnamento della scienza.
Mapelli ed Erlicher, riferendosi all’orientamento della donna alla scienza, propongono tre modi di
insegnare le scienze orientandole al genere: 1) compensatorio; 2) punto di vista delle donne
rispetto alla scienza e al ruolo che ricopre nella società; 3) propone una didattica delle scienze che
vedere ragazze e i ragazzi mettere in discussione i paradigmi della scienza classica.
A queste indicazioni aggiungiamo la formazione del pensiero “critico”.
L’atto critico induce a sospettare che tutto ciò che si dice non è vero ed è per questo che induce
alla ricerca.
Far esercitare il pensiero in forma critica è un dovere delle istituzioni educative perché a pensare
sulle scelte delle giovani donne è innanzitutto la difficoltà a superare quegli stereotipi che la cultura
ha formalizzato a partire da un dato biologico, quel dato che ancora oggi ostacola la piena
affermazione della soggettività di ciascuna e il raggiungimento del proprio progetto di vita.
Spesso la scelta del percorso di studi da intraprendere avviene in un periodo in cui la personalità è
l’identità sessuale dei ragazzi non sono ancora mature.
Occorre sostenere i giovani nella soluzione di quelle criticità di ordine individuale ma anche sociale
che possono rappresentare un limite oggettivo alla affermazione della loro identità.
Per questo motivo, diventa necessario lavorare sulle decisioni delle studentesse, sulle motivazioni
che sono a fondamento delle loro scelte formative e di lavoro e stimolare il “dubbio” sui percorsi
formativi e di lavoro intrapresi; sollecitare la ricerca di informazioni utili a sostegno della loro scelta
professionale.
Le donne possono costruire una cultura rappresentativa del loro genere solo se iniziano a riflettere
sul linguaggio.
Il linguaggio è un linguaggio: “pseudoneutro” che non considera l’intersoggettività ovvero l’idea che
debba essere usato per mettere in comunicazione tra di loro uomini e donne, per esprimere i
desideri, i bisogni; e “gerarchico” rappresentativo di un modello di comunicazione fondato sulla
trasmissione del sapere.
In tale prospettiva, l’orientamento di genere alla scienza dovrebbero partire dalla decostruzione di
quegli ambiti mentali che rafforzano una visione di loro stesse come incapaci di ricoprire ruoli
tradizionalmente maschili, precludendosi la possibilità di potersi confrontare con professioni
prestigiose e più remunerate.

4. AFFERMARE LA PROPRIA SINGOLARITA’ COME “ANTIDOTO” ALLA


SEGREGAZONE ORIZZONTALE
Seppure con modalità diverse, anche oggi le scienze cercano di ricondurre la differenza del
comportamento tra uomo e donna a fattori innati.
Nell’ambito degli studi di psicobiologia, sono state formulate diverse ipotesi riguardanti il ruolo che
il sistema nervoso riveste nella differenziazione delle intelligenze.
I risultati delle ricerche in questo campo si prestano a più interpretazioni.
La stessa identificazione delle aree prefrontali come aree associate a una maggiore capacità
intellettiva è stata messa in discussione da alcuni studi relativi al “funzionamento efficiente della
memoria di lavoro” e che hanno dimostrato che individui meno efficienti sono costretti a impegnarsi
maggiormente risorse controllate dalle aree prefrontali mentre individui più efficienti possono in
maggior parte affidarsi ad altre strutture celebrali che presiedono a processi semiautomatici.
I metodi utilizzati a sostegno di questa tesi utilizzando la tecnica dei “potenziali evocati”, una
tecnica di BRAIN IMAGING di tipo elettrofisiologico che permette di rilevare il tempo di attivazione
dell’attività celebrale.
L’educazione parte dal presupposto che l’intelligenza non sia irreversibile ma modificabile.
Si tratta di educare alla resilienza attraverso un proccio educativo “sistemico” che vede coinvolte le
principali istituzioni formative: la famiglia e la scuola.
La resilienza dipende anche da ciò che si è, dunque:
1) dalla percezione che il soggetto ha di sé, dall’autostima, dalla speranza, dalla fiducia negli altri
ecc.
2) dall’uso di una intelligenza intrapersonale ovvero la capacità di accedere “alla propria vita
effettiva, nell’ambito dei propri affetti e delle proprie emozioni.
Se i bambini possiedono tutti questi comportamenti legati a ciò “che hanno” e a ciò “che sono”
allora possono anche “fare” alcune cose come: esprimere i propri sentimenti, ascoltare,
riconoscere le proprie emozioni, controllare gli impulsi, ecc.
4.1 LA SCUOLA COME COMUNITA’ CHE EDUCA ALLA DIFFERENZA
Tale modello di scuola, perché sia realizzabile, comporta a sua volta attenzione per: la formazione
dei docenti e una riflessione sulle immagini e teorie relative alla formazione in generale e
dell’insegnante in particola, i loro stili relazionali ma anche quelli di comunicazione spesso lagati
alle aspettative implicite che il docente ha verso i suoi alunni e che possono essere causa di
comportamenti non intenzionali facilitati o ostacolanti l’apprendimento come l’accettazione o la
scarsa attenzione.
Dall’altra parte, ogni individuo utilizza le “teorie” elaborate nel corso delle proprie esperienze
personali come forme di adattamento all’ambiente.
Secondo tale prospettiva, gli uomini e le donne cercano di elaborare quelle informazioni utili ad
avviare ad una interpretazione della realtà, allo scopo, appunto di rispondere alle esigenze di
adattamento.
In tale prospettiva, anche le istituzioni formative devono assumere una prospettiva differente
rispetto al modo di intendere il processo di insegnamento/apprendimento.
Occorre prevedere una collaborazione del soggetto che apprende, e una valorizzazione del sapere
maturato nel corso della vita a cui ancorare le informazioni necessarie per sostenerlo nei suoi
continui tentativi di adattamento.
Sulla base di ciò il processo di insegnamento/apprendimento dovrà consistere non nella
trasmissione dei saperi ma nel sollecitare nel soggetto che apprende a riflettere sulla adeguatezza
delle proprie strutture conoscitive per poterle valutare ed eventualmente trasformare in forme più
complesse, in grado di rispondere più efficacemente alle sollecitazioni provenienti dall’esterno.
Per raggiungere tale obiettivo è importante valorizzare la comunicazione educativa, la quale non
deve avere una funzione “perlocutoria” vale a dire che non deve essere utilizzata dal docente per
ottenere il consenso dello studente su quanto dice ma piuttosto, deve avere una funzione
illocutoria per cui l’insegnate deve sottoporre le sue affermazioni alla verifica dello studente.
In tal modo la comunicazione raggiunge la sua finalità educativa nel momento in cui lo studente
accetta quanto affermato dall’insegnante perché ritiene le ragioni che sono alla base delle sue
affermazioni “accettabili”.
Ciò finisce, da un lato, per dare una valenza educativa all’istruzione, dall’altro, per promuovere,
attraverso la comunicazione, una educazione intellettiva.

5. L’INDIVIDUALIZZAZIONE DELL’APPRENDIMENTO
L’orientamento alla scienza comporta una attenzione continua al profilo cognitivo degli studenti e
delle studentesse e, di conseguenza, un costante adattamento alle loro differenze e alla modalità e
agli stili di apprendimento ma anche ai talenti che possono caratterizzarli.
Bisogna fare riferimento a 2 modelli in particolare: uno centrato sull’apprendimento delle
competenze di base, l’individualizzazione e, l’altro, sullo sviluppo dei talenti e che si traduce
nell’utilizzo di procedure didattiche personalizzate.
Per quanto riguarda l’individualizzazione, questa procedura rimanda a una teoria curriculare
fondata su un approccio logico-strutturale il cui obiettivo è quello individuare le componenti del
processo di istruzione che presentano caratteristiche di “ricorrenza”, considerandole come variabili
interne e generali di questo stesso processo.
Una delle teorie fondate sull’approccio strutturale è quello di B.S Bloom il quale, attraverso la
elaborazione di una tassonomia di obiettivi articolata in 3 momenti: cognitivo, affettivo,
psicomotorio, ha cercato di ricostruire una mappa degli obiettivi da raggiungere al fine di
ottimizzare i processi di alfabetizzazione primaria e secondaria.
L’istruzione individualizzata non corrisponde al lavoro individuale degli allievi ma consiste
essenzialmente nell’adattare “i codici linguistici, i ritmi, le modalità di trasmissione culturale e
sequenza di compiti dell’insegnamento alle capacità linguistiche, alle modalità di apprendimento e
ai prerequisiti cognitivi di diversi allievi”.
L’istruzione individualizzata è una teoria sull’istruzione finalizzata alla promozione dell’ugualianza
formativa, un’uguaglianza che può realizzarsi nel momento in cui le istruzioni educative agiscono
al fine di garantire a tutti i bambini e delle bambine, nel rispetto delle loro differenze, uguali
opportunità “di arrivo”.
L’adattamento degli insegnanti presuppone flessibilità.
Di conseguenza è preferibile parlare non tanto di metodo quanto di strategie ovvero procedure
didattiche differenziate da selezionare in rapporto a) alla capacità dell’alunno di comprendere il
linguaggio verbale e che comporta un impegno del docente ad adattare il proprio linguaggio ai
differenti codici linguistici in cui sono portatori gli alunni; b) i tempi di apprendimento dei bambini, il
che comporta un adattamento flessibile dei tempi di insegnamento; c) gli stili di apprendimento da
cui dipendono modalità di trasmissione culturale differenti.

5.1 PROGRAMMI PER IL POTENZIAMENTO DELLE CAPACITA’


oggi si tende a utilizzare programmi finalizzati allo sviluppo delle capacità intellettive delle bambine
e dei bambini.
Cornoldi classifica tre tipologie di programmi:
1) quelli per la promozione delle abilità di base;
2) i programmi diretti allo sviluppo della abilità applicate;
3) focalizzano la loro attenzione “non tanto sulle abilità intellettuali di base quanto
sull’atteggiamento ad esse rivolto e sul loto uso. La meta cognizione è infatti costituita dall’insieme
delle idee che una persona sviluppa su se stessa e sul suo funzionamento cognitivo e dal modo
con cui questa persona gestisce i propri processi cognitivi.
Il primo ambito riguarda le conoscenze su come funziona la mente e in particolare su come
funziona un processo cognitivo, i limiti del processo stesso e le modalità con cui si può
condizionare e migliorare.
Fa parte sempre di questo primo nucleo di conoscenze l’autoconsapevolezza che l’individuo ha del
funzionamento dei propri processi cognitivi.
Il secondo ambito di studio riguarda il controllo che il soggetto ha della propria attività cognitiva e
sulla possibilità di poterla modificare a partire dai propri interessi.
Un’attività di controllo è saper fare previsioni sull’esito delle proprie prestazioni o monitorarne
l’andamento.
In questo caso, i programmi utilizzati hanno la funzione di migliorare l’uso della mente nel
momento in cui è impegnata nella esecuzione di compiti di memoria, ragionamento, ecc.

6. ORIENTARE LE DONNE ALLA SCIENZA COLTIVANDO I TALENTI


La valorizzazione dei talenti diventa un’occasione per progettare percorsi che non siano uguali per
tutti ma , piuttosto, calibrati alla specificità del profilo intellettuale di ciascuna bambina e bambino.
Ciò garantirebbe la cura dei loro reali interessi e iil superamento dell’idea che le donne abbiano
competenze di relazione, di comprensione e accoglienza dell’altro mentre gli uomini capacità
assertive, competitività e determinazione.
Promuovere il talento degli alunni è un obiettivo importante quanto quello di garantire il
raggiungimento di un livello di padronanza uguale a quello degli altri bambini perché anch’esso ha
l’obiettivo di garantire l’uguaglianza formativa, solo che lo fa non a partire da una mancanza ma da
una risorsa.
Ciascuna cultura tende a valorizzare delle pratiche culturali sue proprie a cui corrisponde l’utilizzo
e l’esercizio di specifiche strategie e modalità cognitive.
Per questo motivo l’apprendimento in relazione a cui la cultura di appartenenza lo abitua.
Garantire alle bambine/i pari opportunità comporta un’attenzione continua alla relazione tra
substrato biologico, stato psicofisico e processi cognitivi e chiama in causa modelli di formazione
improntati alla individualizzazione, in cui deve trovare spazio e legittimazione la dimensione
percettiva e sensoriale, nonché la costruzione di “ambienti di apprendimento dinamici e
plurifattoriali”.
Se l’intelligenza dipendesse da un singolo gene non avremmo una così ampia gamma di forme di
intelligenza che va da individuo con gravi ritardi mentali a soggetti con talenti eccezionali.

6.1 DAL MODELLO UNITARIO A QUELLO SISTEMICO DELLE INTELLIGENZE (PAG


126)

6.2 EDUCARE IL TALENTO: POSSIBILITA’ E RISCHI


Lo sviluppo del talento dipende dalla combinazione di una pluralità di variabili che vanno dalla
interazione tra elementi biologici ed elementi culturali, alle attività che si svolgono per poter
coltivare e accrescere il talento
Il talento può essere frutto di un interesse a svolgere alcune attività invece che altre. Ma la
coltivazione del talento dipende dall’ambiente e dal sostegno formativo che si riceve.
Il talento si può notare subito dall’età infantile oppure crescere ed diventare evidente nel tempo.

6.3 INIZIARE LE BAMBINE E I BAMBINI ALLA SCIENZA

FINE!