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© 1985, Gius.

Laterza & Figli

Prima edizione 1985


INTRODUZIONE A

LA SCUOLA DI FRANCOFORTE
DI

GIUSEPPE BEDESCHI

EDITORI LATERZA
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nel febbraio 1985


nello stabilimento d·arti grafiche Gius. Laterza &. Figli, Bari
CL 20.2567-1
ISBN 88-420.2567-4
LA SCUOLA DI FRANCOFORTE
PREME S S A

La maggior parte degli studi sulla Scuola di Franco­


forte è apparsa nella seconda metà degli anni Sessanta
e nella prima metà degli anni Settanta: fu quello, infatti,
il periodo d'oro del ' recupero ' di autori come Hork­
heimer, Adorno, Marcuse ( il quale conobbe un succes­
so mondiale soprattutto con L1uomo a una dimensione,
pubblicato nel 1 964 ), Benjamin, Fromm, ecc., i cui scritti,
apparsi in gran parte negli anni Trenta e Quaranta,
furono riesumati e tradotti nelle principali lingue occi­
dentali, fino a divenire i ' manifesti filosofici ' della ' nuo­
va sinistra '. Come è noto, il 1968 fu l'anno magico di
questo movimento. Ma esso fu solo l'inizio di un periodo
che si sarebbe protratto (almeno per ciò che riguarda i
suoi effetti sulla mentalità diffusa) per parecchi anni
ancora (grosso modo, per un decennio): il periodo della
guerra nel Vietnam, con la profonda impressione che
essa esercitò sull'opinione pubblica del mondo intero;
delle rivolte studentesche nei campus americani, presto
diffusesi anche nell'Europa occidentale; del maggio fran­
cese e della ' rivoluzione culturale ' cinese; del guevarismo,
ecc. Simboli, questi, di un'epoca in cui la trasformazione
rivoluzionaria della società sembrava essere all'ordine del
giorno, secondo un progetto che appariva tanto più esal­
tante in quanto avrebbe dovuto realizzarsi in base a
moduli interamente nuovi rispetto alle altre esperienze
rivoluzionarie del Novecento (in primo luogo rispetto
all'esperienza sovietica, finita, dopo il terrore staliniano,
in una sorta di totalitarismo burocratico, che aveva spento
ogni vitalità della ' società civile ').
La Scuola di Francoforte aveva espresso, già a partire
dagli anni Trenta, queste esigenze di rinnovamento del­
l'idea e della pratica della rivoluzione. I suoi temi cen­
trali erano stati infatti l'equiparazione di fascismo, stali­
nismo e società unidimensionale (la società industriale
avanzata, dominata dalle regole ferree dell' ' apparato ' e
plasmata dall'industria culturale, cioè dalla mercificazione
di tutta la vita spirituale); la critica della scienza e delle
sue applicazioni tecnologiche, che comportavano inevita­
bilmente il dominio dell'uomo sull'uomo (a differenza di
quanto aveva pensato il marxismo classico, che aveva
ritenuto scienza e tecnologia in qualche misura neutrali,
usabili, quindi, sia dalla borghesia sia dal proletariato - per
fini, ovviamente, diversi, anzi opposti); l'esigenza di una
liberazione ' totale ', che, per essere davvero tale, avrebbe
dovuto passare prima di tutto attraverso una completa
rigenerazione della persona umana (di qui gli studi sulla
' personalità autoritaria ', e il tentativo di rinnovare e di
completare il marxismo con tematiche psicoanalitiche);
la constatazione del venir meno del potenziale rivoluzio­
nario della classe operaia nei paesi più sviluppati, e l'indi­
viduazione dei nuovi soggetti rivoluzionari negli intel­
lettuali non conformisti, ovvero non addomesticati dal
' sistema ', negli emarginati, negli oppressi per motivi raz.
ziali, nei popoli del terzo mondo; e altri temi ancora,
che esamineremo nel corso del presente lavoro.
Oggi che il decennio apertosi col 1968 è ormai pas­
sato ( tanto passato, che sembra lontano da noi addirit­
tura decine d'anni, poiché, come è noto, il tempo cronolo­
gico non coincide col tempo storico); oggi che i suoi miti
sono stati impietosamente smentiti uno dopo l'altro, e
sembrano appartenere a una sorta di infanzia dell'uma­
nità; oggi che gli intellettuali sono divenuti più sobri e
- recuperata gran parte del pensiero realistico-' bor­
ghese ' che avevano imprudentemente rimosso (da Weber

4
a Kelsen, da Pareto a Schumpeter, da Mosca ad Aron) -
sembrano ormai dediti a ricerche positive sui congegni
economici, sociali e politici delle società in cui viviamo,
per dominarne, per quanto è possibile, i giganteschi e
certamente inquietanti problemi; oggi, dicevamo, anche
un fenomeno culturale come la Scuola di Francoforte può
essere esaminato con il necessario distacco. E non è detto
che non se ne possano ricavare u tiH indicazioni e inse­
gnamenti.
Analizzando, infatti, l'esperienza della Scuola di Fran­
coforte, è giuocoforza fare i conti con alcuni dati di fondo,
che potranno forse dispiacere ma che non possono essere
negati: in primo luogo, il persistere e il continuo ripre­
sentarsi del pensiero utopico all'interno di società sempre
più caratterizzate da un possente sviluppo della scienza,
dell'industria e della più sofisticata tecnologia; in secondo
luogo, il rampollare del mito (nelle vesti di una critica
- che è piuttosto un rifiuto - della società industriale
avanzata) da un complesso dottrinale e da una tradizione
intellettuale - il marxismo - che sembrano essere carat­
terizzati invece da una ispirazione fortemente realistico
e da una profonda adesione ai valori illuministici e ai
risultati pratici della rivoluzione industriale. Sebbene que­
sti due importanti temi non siano al centro di questo
libro, essi possono essere in qualche misura riproble­
matizzati e rischiarati da una ricostruzione analitica della
oroduzione teorica della Scuola di Francoforte (che è,
invece, il tema vero e proprio del libro) . Le principali
conclusioni, a questo proposito, il lettore le troverà nel
capitolo finale (Epilogo ), conclusioni che l'autore di que­
ste pagine ha ritenuto di poter ricavare dall'analisi com­
plessiva dell'esperienza della Scuola: si tratta però di
appunti schematici e di ipotesi che richiedono ulteriore
approfondimento ed elaborazione.
Devo, infine, al lettore un ulteriore chiarimento. La
mia ricostruzione dell'esperienza ' francofortese ' si ferma
al 19 50, cioè alle soglie del ritorno di Horkheimer e
Adorno in Germania. E ciò per due motivi (che sono poi,
in fondo, un motivo solo): in primo luogo, perché il

5
ritorno in Germania dei due principali esponenti dell'Isti­
tuto per la Ricerca Sociale incise fortemente sulla compo­
sizione dell'Istituto medesimo (parecchi suoi autorevoli
membri, infatti, restarono negli Stati Uniti); in secondo
luogo, perché la ripresa dell'attività dell'Istituto a Franco­
forte si giovò dell'apporto di una generazione più gio­
vane (Habermas, Schmidt e altri), la cui formazione e le
cui esigenze determinarono una fase sostanzialmente nuova
della Scuola. Perciò gli scritti successivi al 1 950 degli espo­
nenti ' francofortesi ' sono rimasti quasi completamente al
di fuori del quadro tracciato nelle pagine che seguono.

'
1. LA FONDAZIONE DELL I S TITUTO
PER LA RICERCA SOCIALE E LA PRIMA FORMULAZIONE

DELLA c TEORIA CRITICA· 1

L' Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato nel 1 922,


a Francoforte, da un gruppo di intellettuali marxisti. Essi,
in un primo tempo, avevano pensato di chiamarlo Isti­
tuto per il marxismo, ma poi questa idea fu abbandonata
per motivi di opportunità accademica. Benché, infatti,
l'Istituto fosse autonomo finanziariamente (era sorto gra­
zie a una generosa donazione di un ricco industriale, Her­
mann Weil, padre di uno dei soci fondatori, Felix Weil),
esso fu affiliato all'università di Francoforte e fu ricono­
sciuto dal ministero dell'Istruzione: ciò gli dava notevoli
vantaggi di stabilftà e di prestigio (fra l'altro, sulla base
dell'accordo stipulato col ministero, il direttore dell'Isti­
tuto doveva essere un professore ordinario di università).
Con tale riconoscimento accademico, l'Istituto per la Ri­
cerca Sociale divenne il primo organismo universitario
tedesco dichiaratamente marxista e formato interamente
da marxisti.
Il primo direttore dell'Istituto fu un economista, Kurt
Albert Gerlach, che però non poté dare la propria im­
pronta all'istituzione da lui diretta, perché morl preco-

6
cemente, pochi mesi dopo aver assunto l'incarico di diret­
tore. Gli successe Karl Griinberg, già professore di scienze
politiche all'università di Vienna, fondatore (nel 1 9 1 0 )
dello « Archiv fiir die Geschichte des Sozialismus u n d der
Arbeiterbewegung », al quale collaboravano eminenti pen­
satori e studiosi marxisti (fra gli altri, Lukacs e Korsch).
Nel discorso ufficiale con cui assunse la carica di diret­
tore ( 1 924 ), Griinberg affermò che l'Istituto si prefig­
geva il compito di comprendere il mondo e, attraverso
tale comprensione, di cambiarlo. In campo culturale
- aggiunse - non vi erano solo i pessimisti, che anda­
vano cianciando del declino dell'Occidente, bensl vi erano
anche coloro, « il cui numero e la cui influenza stavano
crescendo di continuo », i quali non soltanto credevano
e speravano che un nuovo ordine sociale si stesse appros­
simando, ma erano altresl <(scientificamente persuasi »
che quest'ordine sarebbe stato il socialismo, e che dunque
era ormai giunto il tempo della « transizione dal capita­
lismo al socialismo >>. « Suppongo sia ben noto - disse
ancora Griinberg - che questa convinzione è anche la
mia. Anch'io milito fra gli avversari di quell'ordine econo­
mico, sociale, giuridico, ormai condannato dalla storia) e
fra i partigiani del marxismo >>. Griinberg precisò però
che l'ispirazione marxista dell'Istituto per la Ricerca So­
ciale non avrebbe implicato, sul piano teorico, l'adesione
ad alcuna ortodossia e, sul piano politico, l'adesione ad
alcun partito 1 •
Sotto la direzione di Griinberg, lo « Archiv fiir die
Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung »
divenne praticamente l'organo scientifico dell'Istituto, nel
cui ambito operava un gruppo di intelletruali di primis­
simo ordine, destinati a esercitare un influsso non trascu-

l Cfr. P. Gay, Weimar Culture. The Outsider as Imider,


1968 (trad. it. La cultura di Weimar, Dedalo, Bari 1978, pp.
68-9); e M. Jay, Th< Dialectical Imagination. A History of the
Franlefurt School and the Institut of Social Research, 1923-1950,
1973 (trad. it. L'immaginazione dialettica. Storia della Scuola di
Francoforte e dell'Istituto per le ricerche sociali, 1923-1950, Ei­
naudi, Torino 1979, pp. 14-5).

7
rabile su alcuni filoni della cultura occidentale del Nove­
cento: Max Horkheimer, Friedrich Pollock, Karl August
Wittfogel, Franz Borkenau, Henryk Grossmann, e, verso
la fine degli anni Venti, Leo Lowenthal e Theodor Wie­
sengrund Adorno. Più tardi, agli inizi degli anni Trenta,
entrarono a far parte dell'Istituto Herbert Marcuse ed
Erich Fromm.
Ma un vero e proprio salto di qualità fu realizzato
nel 1929, allorché Griinberg dovette dimettersi, per mo­
tivi di salute, dalla carica di direttore, e gli successe Max
Horkheimer. Fu sotto la direzione di quest'ultimo che
l'Istituto conobbe la sua migliore stagione e assunse
quelle caratteristiche culturali che siamo soliti attribuire
alla Scuola di Francoforte.
Max Horkheimer era nato nel 1 895 a Stoccarda, da
agiata famiglia ebrea. Negli anni del suo curriculum
universitario aveva studiato psicologia sotto la guida del
gestaltista A. Gelb e filosofia sotto la guida di H. Corne­
lius. Nel 1 922 si era laureato con quest'ultimo, con una
tesi sulla Critica del Giudizio di Kant; tre anni dopo era
divenuto Privatdozent con una dissertazione dedicata
anch'essa alla Critica del Giudizio.
Quando, nel 1930, Horkheimer divenne direttore del­
l'Istituto per la Ricerca Sociale, era un intellettuale marxi­
sta indipendente, di formazione eterodossa rispetto al
bolscevismo, in quanto le sue prime simpatie ideologiche
erano andate a Rosa Luxemburg. Il suo atteggiamento
politico si desume chiaramente dalle note e dagli appunti
da lui stesi in Germania negli anni 1926- Jl, poi raccolti
in volume 2• Qui egli sviluppava un'analisi nuova e inso­
lita rispetto alle concezioni del marxismo classico - una
analisi che mette conto di vedere nei dettagli in quanto
essa anticipa diversi motivi della successiva riflessione
della Scuola di Francoforte.

2 H. Regius (pseud. di M. Horkheimer), Diimmerung. No­


tizen in Deutschland 1926·1931, Zlirich 1934 (trad. it. Crepu­
scolo. Appunti presi in Germania 1926-1931, Einaudi, Torino
1977).

8
In un frammento significativamente intitolato L'im··
potenza della classe operaia tedesca, Horkheimer rilevava
come la situazione operaia fosse radicalmente mutata
rispetto ai tempi di Marx: nell'Ottocento, infatti, tra
occupati e disoccupati si svolgeva di regola un processo
costante di passaggio: chi era senza lavoro poteva essere
nuovamente assunto il giorno dopo, e chi aveva un lavoro
poteva perderlo in qualunque momento, e restava uguale
ai suoi colleghi disoccupati nei tratti più importanti.
Nella classe operaia, insomma, non c'erano strati privile­
giati: chi era occupato oggi, poteva essere disoccupato
domani, e viceversa. Di qui una omogeneità sociale e
politica del proletariato, tutto teso al superamento del
dominio capitalistico.
Successivamente, nel Novecento, la situazione era pro­
fondamente cambiata, perché era giunto a maturazione
quel processo che Marx stesso aveva preconizzato: il
numero degli operai occupati era calato costantemente
in rapporto al macchinario impiegato, ed esso costituiva
ormai una percentuale sempre più ridotta del proletariato.
Quest'ultimo aveva cessato cosl di essere socialmente e
politicamente omogeneo, e si era suddiviso in due fasce
relativamente ' stabili ' (occupati e disoccupati), con gravi
conseguenze socio-politiche, che Horkheimer delineava in
questo modo:

Per gli operai occupati, cui il salario e la pluriennale


appartenenza ai sindacati e alle associazioni garantiscono una
certa, seppure ridotta, sicurezza per il futuro, rotte le azioni
politiche significano il rischio di una perdita enorme. Essi,
gli operai regolari, abitualmente ocrupati, hanno interessi
contrastanti con quelli che ancor oggi non hanno nulla da
perdere tranne le loro catene. Tra coloro che hanno lavoro
e quelli che invece sono solo eccezionalmente o addirittura
mai occupati oggi si apre un abisso analogo a quello che esi­
steva un tempo tra l'intera classe operaia e il sottoproleta­
riato. Oggi la pressione reale della miseria si esercita sem­
pre più chiaramente su uno strato sociale i cui membri sono
condannati dalla società alla totale disperazione. Lavoro e
miseria si dissociano, vengono distribuiti su diversi portatori.

9
Col risultato - sottolineava Horkheimer - che gli
operai occupati non erano più interessati ai problemi
della rivoluzione; mentre gli operai disoccupati erano sl
immediatamente e urgentemente interessati ad essi, ma
non possedevano « l'educabilità e l'organizzabilità, la
coscienza di classe e la fidatezza di coloro che di regola
sono integrati nell'impresa capitalistica ». I disoccupati
costituivano una massa disaggregata e oscillante, con la
quale era difficile intraprendere qualcosa di buono sul
piano organizzativo.
Questa situazione - che la crisi economica apertasi
nel 1929 aggravava tragicamente - si rifletteva, secondo
Horkheimer, nell'esistenza di due partiti operai, quello
comunista e quello socialdemocratico.

Sul terreno spirituale - egli diceva - l'inquietudine dei


disoccupati si esprime come pura ripetizione delle parole
d'ordine del Partito comunista. I principi non assumono una
configurazione adeguata ai tempi, che tenga conto della massa
di materiale elaborato teoricamente, e vengono invece assunti
adialetticamente. La pratica politica è quindi carente anche
dal punto di vista dello sfruttamento di tutte le possibilità
date nel senso del rafforzamento delle posizioni politiche, e
si esaurisce spesso in direttive non seguite e nella critica
morale rivolta ai disobbedienti e ai recalcitranti.

In breve, la politica comunista era astratta e vellei­


taria, fondata sulla pura e semplice ripetizione di posi­
zioni di principio, incapace di elaborare una tattica ade­
guata. Per contro, l'ala riformista del movimento operaio
aveva cessato di credere nell'impossibilità di un effettivo
miglioramento nell'ambito
, del capitalismo: si era, cioè,'
integrata nel ' sistema .

A essa - diceva Horkheimer - sono venuti a mancare


tutti gli eleme.nti della teoria; la sua direzione è l'immagine
precisa dei suoi membri più fidati: molti cercano di tenersi
ai loro posti con tutti i mezzi, anche a costo di rinunciare
alla più elementare fedeltà ai principi; la paura di perdere

10
ilposto finisce progressivamente col diventare l'u


capace di spiegare le loro azioni.

Perciò i politici riformisti tedeschi respingevan


marxismo come un errore ormai superato. Di più: piena
mente soddisfatti dello status quo, essi erano divenuti
i veri eredi del positivismo borghese, contrad a ogni
teoria e partigiani del puro e semplice ' riconoscimento '
dei fatti.
Di qui, quella che Horkheimer chiamava l'impotenza
della classe operaia tedesca e delle sue espressioni poli­
tiche: gli uni (i comunisti) caratterizzati dalla 'cono­
scenza ' dei princlpi (astratti), gli altri (i socialdemocra­
tici) caratterizzati dalla ' conoscenza ' (e dalla fruizione)
dei ' fatti '; gli uni privi delle nozioni necessarie per
preparare teoricamente e praticamente la rivoluzione, gli
altri potenzialmente capaci di produrre queste nozioni,
ma del tutto adagiati nell'esistente e senza alcuna volontà
di cambiarlo; gli uni, infine, dogmatici convinti di avere
tutta la verità dalla loro parte, e non alieni dall'imporre
questa ' verità ' ai dissenzienti, << ricorrendo alla violenza
morale e, se occorre, a quella fisica »; gli altri, presi dal
tran-tran quotidiano, e pronti a qualunque trasformismo
e a qualunque transazione 3 •
Al lettore attento non sarà sfuggito, in questa analisi
socio-politica di Horkheimer - insieme a un tema che
diverrà giustamente fondamentale per la Scuola di Fran­
coforte: l'incapacità della classe operaia di aggredire il
sistema capitalistico - un motivo assai importante dal
punto di vista filosofico: la difesa della dialettica. Secondo
Horkheimer, infatti, quello che mancava sia ai socialde­
mocratici (tutti immersi nella realtà di ogni giorno), sia
ai comunisti (incapaci di trovare le connessioni e le media­
zioni fra i ' princlpi ' e la realtà) era la concezione dialet­
tica della storia, ovvero della realtà concepita in quanto
storia.

3 M. Horkheimer, Crepuscolo cit., pp. 62-8.

11
La rivendicazione della dialettica caratterizza subito la
produzione teorica di Horkheimer, e diventa il contras­
segno essenziale della posizione eu! turale della Scuola di
Francoforte: qui è da cercare, probabilmente, la novità
più importante dell'attività dell'Istituto per la Ricerca
Sociale diretto da Horkbeimer rispetto al periodo della
direzione di Gtiinberg ( quando esso era dedito essen­
zialmente a ricerche ' positive ' sull'economia capitalistica
e sulla storia del movimento operaio ). Horkheimer non
tralascia mai di insistere energicamente sull'ascendenza
hegeliana della concezione di Marx, e del suo nucleo
fondamentale, la dialettica, anche se poi egli si sforza di
individuare le differenze esistenti fra la concezione di
Hegel e quella di Marx, e la ' revisione ' e correzione
che il secondo ha operato nei confronti del primo.
L'analisi svolta da Horkheimer a questo proposito
riprende, nella sostanza, l'interpretazione proposta da
Engels : Hegel ha sviluppato il metodo dialettico, ma al
tempo stesso Io ha ' imprigionato ' e ' concluso ' nel pro­
prio ' sistema '. Di conseguenza, in lui quel metodo non
viene applicato al presente, ma solo al passato. Nel porre
il suo sistema come assoluto, Hegel è idealista, eppure
egli ha forgiato tutti gli strumenti intellettuali per supe­
rare questo errore: per la dialettica, infatti, ogni cosa è
soggetta al divenire, la sua nascita implica per ciò stesso
il suo invecchiamento e la sua morte. Liberando la dia­
lettica dalla sua forma idealistica, e facendola propria,
Marx ha dato un'impronta particolare al materialismo.
Egli, infatti, non ha mai avuto una concezione della cono­
scenza come puro -e semplice 'rispecchiamento ' di una
realtà statica esistente fuori e indipendentemente dal­
l'uomo: come per lui soggetto e oggetto non possono
mai coincidere interamente (tranne che nella sensazione,
che però opera senza concetti), cosl il soggetto non può
essere mai separato in modo assolutamente netto dall'og­
getto. L'attività teorica non è conoscenza immobile di un
oggetto fisso, bensl è, appunto, attività, cioè essa stessa un
aspetto della realtà in trasformazione: il mondo natu­
rale e sociale è continuamente modificato dagli uomini,

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che in questa praxis modificano incessantemente anche se
stessi e le proprie idee 4• Da questa impostazione discende
anche che la natura non può essere considerata separata­
mente dall'attività umana, e che quindi non ha alcun
senso parlare di una dialettica della natura antologica­
mente intesa. In altre parole, Horkheimer, pur accettando
e facendo propria la dialettica storica, respinge in blocco
il cosiddetto materialismo dialettico, ovvero la ' dialettica
della natura ' (e in ciò egli si differenzia senz' altro da
Engels), destinata a diventare sempre più la filosofia ufli.
dale dei partiti comunisti, in primis di quello sovietico.
Senonché - sostiene ancora Horkheimer - Marx
non deve a Hegel solo una concezione dialettica della
conoscenza; gli deve anche l'idea secondo la quale esi­
stono, nello sviluppo storico, strutture dinamiche e ten­
denze sovraindividuali: l'idea, cioè, che gli uomini sono
implicati in formazioni storiche che hanno un proprio
svolgimento.

In questo - egli dice - Marx ha seguito la metodologia


di Hegel. Quest'ultimo aveva affermato che ogni grande
epoca storica ha prindpi strutturali propri: i princlpi delle
costituzioni dei popoli mutano secondo una legge interna,
nelle lotte della storia universale le nazioni si contrappongono
fra loro e subiscono il loro destino senza che il fondamento
di tutto questo risieda in alcun modo nella psiche dei singoli
individui, e nemmeno in una molteplicità.

Al tempo stesso, però, Marx ha profondamente modi­


ficato la concezione di Hegel, perché non ha cercato la
radice del movimento dialettico delle formazioni storiche
in uno spirito astratto, ipostatizzato, in una ragione mo­
trice� in un pensiero universale che perviene a se stesso,
ecc. Marx ha respinto tutta questa mitologia idealistica,
e l'ha sostituita con la conoscenza dei nessi reali, cioè
con la dialettica fra le diverse forze umane (che si svilup-

" Id., Materialismo e metafisica (19.3.3), in Id., Teoria critica.


Scritti 193241, a cura di A. Schmidt, vol. I, Einaudi, Torino
1974 (d'ora in poi cit. con la sigla TC), pp. 52 e 49.

13
pano in rapporto con la natura) e le forme invecchiate
di società. Lo spirito come soggetto astratto perde cosi
la suprema dignità di potenza autonoma che fa la storia;
quest'ultima viene vista come il movimento dialettico dei
rapporti conflittuali fra le forze produttive e i rapporti
di produzione, fra le classi, fra la vecchia organizzazione
del lavoro e le nuove esigenze che germinano nella società,
ecc. In questo modo si passa dalla metafisica alla teoria
scientifica della storia. Se questa concezione è dialettica
(in quanto non si limita alla mera registrazione dei fatti,
bensl coglie delle strutture dinamiche e delle tendenze
sovraindividuali ), essa non è però una costruzione a priori,
caratterizzata da un telos immanente; al contrario, è una
concezione economica o materialistica, che richiede una
ricostruzione accurata degli avvenimenti 5•
È evidente l'influsso, esercitato sul marxismo dialet­
tico di Horkheimer, dalle idee di Lukacs e di Korsch:
del Lukacs di Storia e coscienza di classe ( 1923 ) e del
Korsch di Marxismo e filosofia (1923 ) . In queste opere,
infatti, veniva aspramente criticata la concezione della
conoscenza come 'rispecchiamento ' di una realtà esi·
stente fuori e indipendentemente dal soggetto; l'accento
cadeva sulla dialettica quale elemento di continuità fra
Marx e Hegel, anche se nel caso di Marx si trattava,
secondo questi autori, di una dialettica fortemente ' rifor­
mata ', non più riferita allo spirito dei popoli e all'Idea
concepita astrattamente (e neppure alla natura per sé
presa, separata dall'uomo), bensl alle forze (materiali e
spirituali) agenti effettivamente nella società.
Del resto, net primi scritti teorici di Horkheimer
ritorna anche quella critica della scienza che era stata
svolta da Lukacs in Storia e coscienza di classe, anche
se l'autore tedesco la ripropone in termini più sottili e
sfumati. Per un verso, infatti, egli rileva un fallimento
sociale della scienza ( « Nella crisi generale dell'economia
la scienza appare come uno dei numerosi elementi di
quella ricchezza sociale che non adempie alla sua desti-

5 Id., Storia e psicologia ( 1932), in TC, I, pp. 15-8.

14
nazione. La sua consistenza attuale supera di gran lunga
quella delle epoche precedenti. Sulla terra ci sono più
materie prime, più macchine, più forze lavorative adde­
strate e migliori metodi di produzione di quanto siano
mai esistiti in passato, eppure gli uomini non ne traggono
un vantaggio corrispondente » ) 6; per un altro verso,
Horkheimer identifica tale fallimento sociale della scien­
za con i suoi metodi e le sue procedure, cioè con il suo
fallimento teorico. Questo punto è particolarmente deli­
cato, e merita di essere considerato con attenzione.
La scienza naturale moderna, dice Horkheimer, si è
limitata a una registrazione, classificazione e generalizza­
zione dei fenomeni, e non si è preoccupata affatto di
distinguere l'insignificante dall'essenziale; al tempo stesso,
la scienza si è servita di metodi puramente meccanicistici.
,
Registrazione. classificazione e meccanicismo ' si tengono
reciprocamente, perché costituiscono un modo di vedere
adialettico e conservatore: « Al metodo orientato sul­
l'essere e non sul divenire corrispondeva il modo di ·con­
siderare la forma di società esistente come un meccanismo
di processi che si ripetono sempre uguali, che può essere
bensl disturbato per un tempo più o meno lungo, ma
che comunque non richiede un comportamento scientifico
diverso dalla spiegazione - ad es. - di una macchina
complicata ». Senonché, quanto più alla fine dell'Otto­
cento e agli inizi del Novecento la realtà sociale si mo­
strava, attraverso le crisi, dinamica, convulsiva e dialet­
tica, tanto più il procedimento imperniato sulla registra­
zione di ciò che si presenta ripetutamente e sul mecca­
nicismo entrava in crisi e lasciava il posto a un procedi­
mento dialettico, teso a individuare quella « struttura per
cogliere la quale è necessaria la riproduzione teoretica
di processi che trasformano radicalmente, che sovvertono
tutti i rapporti culturali >> e sociali. La crisi irrimedia­
bile del metodo descrittivo-generalizzante e meccanicistico
proprio della vecchia scienza naturale si ripercuoteva per

6 Id., Osservazioni sulla scienza e la crisi ( l9J2), in TC, l,


p, 4.

15
altro, secondo Horkheimer, sulla scienza stessa, metten­
dola in crisi: era stata soprattutto la fisica moderna a
superare in larga misura le deficienze del metodo tradi­
zionale, sottoponendo a revisione i propri fondamenti
gnoseologici; ma anche questa revisione era solo un capi­
tolo di una crisi più vasta, che si sarebbe conclusa sol­
tanto quando si fosse veramente risolta la crisi sociale,
con la nascita di una società razionale 7•
Non può sorprendere, in questo quadro di critica
della scienza naturale, l'alto apprezzamento espresso da
Horkheimer per la metafisica bergsoniana del tempo. In
un saggio ad essa dedicato egli scrive che, poiché nella
società borghese moderna « àmbito e contenuto, metodi
e scopi dell'attività scientifica non hanno più un rapporto
controllabile con i bisogni degli uomini •,

non c'è motivo di considerare la struttura esterna e interna


che la scienza ha assunto specialmente durante gli ultimi
cento anni come la forma giusta ed esatta della conoscenza
che è attualmente necessaria e possibile, e limitare la fun­
zione della filosofia a quella di giustificare logicamente, clas­
sificare e apologizzare le discipline e i loro procedimenti.

Questa limitazione, che era stata proclamata in Ger­


mania, a partire dall'ultimo trentennio dell'Ottocento, dal
neokantismo, e poi dalla moderna logica della scienza,
non aveva solo giustificato l'assolutizzazione dei metodi
delle scienze particolari come unico comportamento teo­
rico possibile, ma aveva anche accelerato la restrizione
dell'orizzonte, l'impoverimento contenutistico e l'orienta­
mento reazionario · della scienza ufficiale 8• In contrasto
con tutto ciò, la filosofia di Bergson aveva assolto in
misura particolarmente elevata il compito di sviluppare
in forma autonoma problemi di metodo e di contenuto
trascurati dall'attività scientifica contemporanea.

' lvi, pp. 5-8.


8 M. Horkheimer, Sulla metafisica bergsoniana del tempo
(1934), in TC, I, pp. 173-4.

16
Il suo tema fondamentale, il tempo reale, è una categoria
centrale di ogni pensiero storico, di ogni formazione della
teoria di tipo comprensivo e generale. Bergson ha distinto il
tempo vissuto da quello astratto della scienza naturale e lo
ha fatto oggetto di particolari indagini. Esse lo hanno spesso
condotto fino alle soglie della dialettica 9•

Questo era il merito fondamentale di Bergson, anche


se poi egli aveva finito col dare vita a un nuovo tipo di
metafisica, perdendo cosi la fecondità della categoria del
tempo da lui giustamente rivendicata 10•
Quello che è rilevante, in queste posizioni di Hork­
heimer (che avranno poi più ampi sviluppi nell'ambito
della Scuola di Francoforte), è che la scienza non viene
vista soltanto (secondo il punto di vista marxista tradi­
zionale) come una componente essenziale delle forze pro­
duttive, limitata e soffocata nel suo sviluppo e nella sua
creatività dai rapporti capitalistici di produzione, e asser­
vita ai fini del profitto individuale; bensl viene vista come
un prodotto del capitalismo, che ne determina sia i
metodi che la struttura (una impostazione, questa, già
svolta, come abbiamo detto, da Lukacs in Storia e coscien­
za di classe). Tale punto di vista non si limita, dunque,
a rivendicare la diversità dei metodi di indagine e degli
strumenti conoscitivi propri delle scienze naturali, da un
lato, e delle scienze morali e sociali, dall'altro, bensl
sostiene la tesi secondo la quale metodi e concetti delle
scienze naturali apparterrebbero all'essenza del capitali·
smo : di qui una inevitabile svalutazione della scienza
moderna (coinvolta nella condanna del capitalismo), sva­
lutazione che a volte raggiunge i toni di una vera e
propria scomunica.
E tuttavia sarebbe sbagliato ridurre la posizione cul-

• lvi, p. 175.
IO (( Poiché ogni metafisica implica necessariamente la con·
vinzione che la sua visione e il senso dell'accadere che essa
enuncia non sono a loro volta soggetti al tempo, l'intenzionalità
del pensiero bergsoniano sopprime il suo proprio contenuto. Esso
nega il tempo, in quanto lo eleva a principio metafisico »- (ivi,
p. 176).

17
turale e teorica di Horkheimer alle idee viste finora. C'è
nella sua concezione qualcosa di più e qualcosa di nuovo,
che costituisce senza dubbio un avvenimento importante
nella storia del marxismo occidentale e, più in generale,
nella storia della cultura europea di ispirazione sociali­
sta. Si tratta della rivendicazione del ruolo della psico·
logia (e in particolare della psicoanalisi) ai fini della com·
prensione del processo storico: una rivendicazione che
costituirà sempre uno dei tratti essenziali della Scuola di
Francoforte.
È bene avvertire subito che il discorso svolto da
Horkbeimer a questo proposito non è privo di elementi
di ambiguità e di incertezza, dovuti al fatto che egli si
propone di combinare il metodo marxiano - essenzial­
mente socio-economico - di interpretazione della storia
con i concetti e gli strumenti della psicologia del pro­
fondo (attività psichica inconscia, pulsioni istintuali, ecc.),
non suscettibili, ovviamente, di alcuna fondazione socio­
economica. E tuttavia non c'è dubbio che il tentativo di
Horkheimer, oltre a costituire una novità teorica di
rilievo, risponde a un'esigenza profonda: quella di supe­
rare ogni visione economicistica del marxismo, e insieme
di fecondare quest'ultimo con alcune delle ricerche più
ardite e avanzate della cultura contemporanea. Vediamo
dunque come si articola tale tentativo.
Poiché, dice Horkheimer, la storia si struttura se­
condo i diversi modi in cui si compie il processo vitale
della· società umana, non c'è dubbio che le categorie stori­
camente fondamentali non sono quelle psicologiche, bensl
quelle economiche, E tuttavia la psicologia, come scienza
sussidiaria, è indispensabile ai fini della comprensione
della storia. Non si tratta solo dell'importanza dei grandi
personaggi storici (e quindi della loro psicologia indivi­
duale), bensl di qualcosa di più generale e di più signi­
ficativo. Gli individui, infatti, non sono mere maschere
dei rapporti economici: essi vivono sl all'interno di deter­
minati contesti socio-economici, che imprimono il proprio
marchio a tutta la loro situazione esistenziale, ma essi
sono dotati di coscienza, e hanno perciò una capacità di

18
iniziativa che si esplica in tutti i campi della vita sociale
e che fa sl che questa stessa vita costituisca un processo
sempre nuovo e vario. Perciò, afferma Horkheimer,

in ogni epoca bisogna distinguere tutte le forze psichiche che


si possono dispiegare negli individui, le tendenze che stanno
alla base delle loro prestazioni manuali e intellettuali, e
ancora i fattori psichici che arricchiscono il processo della
vita sociale e individuale, dalle costituzioni psichiche degli
individui, dei gruppi, delle classi, delle razze, delle nazioni
che sono determinate dalla struttura sociale complessiva di
volta in volta esistente e sono relativamente statiche, in­
somma dal loro carattere 11•

Solo cosl la teoria materialistica della storia potrà


raggiungere quella plasticità e quella concretezza che non
potrebbe avere se si limitasse alla pura e semplice descri­
zione di strutture economiche. Attraverso la psicologia,
essa potrà spiegare <� in che modo cambiamenti strutturali
della vira economica si traducano in cambiamenti di tutte
le espressioni vitali dei membri dei diversi gruppi sociali
per il tramite della costituzione psichica che essi possie­
dono in un dato momento)) 12•
Più in particolare, i meccanismi psicologici hanno una
enorme importanza nel determinare quella 'falsa coscien­
za ' che gli individui si formano di se stessi e del loro
posto nella società. Dice Horkheimer a questo proposito:

Che gli uomini mantengano in vita rapporti economici


che le loro forze e i loro bisogni hanno superato, anziché
sostituirli con una forma di organizzazione superiore e più
razionale, è un fatto che è possibile solo perché l'agire di
strati sociali numericamente importanti non è determinato
dalla conoscenza, ma da impulsi che falsificano la coscienza.
La causa di questo momento di particolare importanza sto­
rica non risiede solo in manovre ideologiche (questa inter­
pretazione corrisponderebbe all'antropologia razionalistica del­
l'illuminismo e alla sua situazione storica), ma tutta la strut-

Il M. Horkheimer, Storia e psicologia (1932), in TC, I, p. 19.


12 lvi, p. 20.

19
tura psichica di questi gruppi, e cioè il carattere dei membri
che li compongono, è continuamente rinnovata in rapporto
col ruolo che essi svolgono nel processo economico u.

E ancora: « Quanto meno l'agire scaturisce dalla cono­


scenza della realtà, anzi, quanto più contraddice a questa
conoscenza, tanto più è necessario scoprire, a livello psico­
logico, le potenze irrazionali che determinano coattiva­
mente gli uomini » 14•
Se questo è vero, allora si tratta di costruire non
già una generica psicologia di massa, bensl una più diffe­
renziata psicologia di gruppo, ovvero di indagare, con
gli strumenti della psicologia dell'inconscio, << le forze e
disposizioni psichiche, il carattere e la capacità di cam­
biamento dei membri dei diversi gruppi sociali >> 15• Da
questo punto di vista non è sufficiente ( anche se, certo,
è indispensabile) esaminare la funzione che l'individuo
svolge nel processo di produzione e accertare in quale
misura essa sia determinante per le sue forme di carattere
e di coscienza. È necessario anche ricostruire in che modo
si realizzano i meccanismi psichici per i quali è possibile
che restino allo stato latente quelle tensioni fra le classi
sociali che la situazione economica spinge al conflitto; è
necessario capire perché determinati gruppi sociali nu­
trano fiducia nella stabilità e necessità della gerarchia data
e delle potenze sociali dominanti; è necessario, infine,
spiegare la partecipazione degli strati inferiori della società
ad azioni collettive da cui non hanno da attendersi nes­
sun immediato miglioramento della loro situazione eco­
nomica (per esempio, a guerre). Dare di tutto ciò una
spiegazione immediatamente economica, ovvero 'econo­
micistica ', sarebbe sbagliato, perché

in questo caso non si terrebbe conto della grande importanza


psicologica che ha per gli uomini l'appartenenza ad un'unità
collettiva rispettata e potente, se essi sono stati educati a

" Ibid.
M lvi, p. 21.
1S lbid.

20
considerare come valori il prestigio personale, la carriera, la
sicurezza, mentre d'altro lato la loro situazione sociale rende
loro impossibile la realizzazione individuale di questi ordini
assiologici.

E subito dopo Horkheimer aggiunge:

Un lavoro soddisfacente e che aumenta la propria stima


di se stessi fa sopportare più facilmente privazioni fisiche, e
già la semplice coscienza del successo può ampiamente com­
pensare il disagio di una cattiva nutrizione. Se questa com­
pensazione per un'esistenza materiale gravosa è negata agli
uomini, la possibilità di identificarsi nella fantasia con un•unità
super-individuale che ottiene rispetto e successo acquista
un'imporcanza vitale molto maggiore. Se noi impariamo dalla
psicologia che la soddisfazione dei bisogni che stanno alla
base di questi atteggiamenti è una realtà psichica che non
deve essere considerata meno intensa dei piaceri materiali,
potremo già comprendere molto meglio tutta una serie di
fenomeni della storia universale l6.

Un'indagine di questo genere non può fare a meno


degli strumenti della psicoanalisi, e in particolare della
distinzione freudiana fra impulsi non differibili (legati
essenzialmente all'autoconservazione: fame, sete, ecc.) e
impulsi differibili (sessuali in senso lato o libidici), mo­
dellabili e suscettibili di soddisfazione fantastica. Infatti,
dice Horkheimer, le azioni degli uomini non sono solo
determinate dalla loro tendenza fisica all'autoconserva·
zione, e neppure solo dall'immediato istinto sessuale, ma,
ad esempio, anche dal bisogno di estroflettere le proprie
forze aggressive, e inoltre dali' esigenza che la propria
persona sia riconosciuta e confermata, dal bisogno di
ottenere sicurezza all'interno di una collettività, e da
altri impulsi ancora. Fra gli impulsi non differibili e
quelli differibili o ' plastici ' esistono complicate connessioni
che si realizzano nel corso della storia e che hanno grande
importanza.

" lvi, pp. 21-2 e 25·6.

21
Nonostante la maggiore. urgenza che è propria dei biso­
gni fisici immediati, la loro mancata soddisfazione può essere
sostituita, almeno in parte e per un certo periodo di tempo1
dal piacere per altre cose. I circenses di ogni specie hanno
sostituito in larga misura il panem in molte situazioni sto­
riche, e lo studio dei meccanismi psichici che rendono possi­
bile questo fenomeno è uno dei compiti più urgenti che la
psicologia deve assolvere nel quadro della ricerca storica,
insieme a quello di usarli opportunamente per la spiegazione
dei processi storici concreti 17.

Questa, per grandi linee, la proposta di Horkheimer


eli utilizzare la psicologia del profondo nella scienza
sociale. Mentre si possono avanzare serie riserve sul
fatto che tale metodo di indagine psicologica ai fini della
comprensione sociale sia conciliabile - secondo la pre­
tesa di Horkheimer - con l'interpretazione economico­
sociale o marxistica della storia, e che addirittura sia
perfettamente integrabile al suo interno, conservando
quindi il primato dell'economia 18, è opportuno esaminare
in modo più preciso e dettagliato il tentativo compiuto
dalla Scuola di Francoforte di utilizzare la psicoanalisi
ai fini dell'indagine sociale.

Il. P S I COANALI S I E MARXISMO:


LA P S I COLOGIA SOCIALE ANALITICA

Sul primo numero della « Zeitschrift fiir Sozialfor­


schung » (la rivista dell'Istituto, che aveva sostituito il
« Griinbergsarchiv » ) era apparso un ampio saggio - Me-

17 lvi, p. 25.
li « Ma se rifiutiamo una psicologia legata a pregiudizi eco­
nomistid non dobbiamo perciò dimenticare che la situazione
economica d�li uomini agisce fin nelle fibre più profonde e sot­
tili della loro vita pskhica. Non solo il contenuto, ma anche la
fona delle manifestazioni dell'apparaco pskhico sono economi­
camente condizionati » (ivi, p. 27).

22
todo e compito di una psicologia sociale analitica 1 -
di un giovane psicoanalista, Erich Fromm (era nato nel
1900), membro sia dell'Istituto Psicoanalitico di Fran­
coforte che dell'Istituto per la Ricerca Sociale.
Nel suo saggio, Fromm cercava di combinare psico­
analisi e marxismo ai fini di una psicologia sociale, e
quindi il principale obiettivo del suo lavoro era quello
di mostrare che fra l'opera di Marx e quella di Freud
non solo non c'era contrasto insanabile, ma che anzi esse
erano affini, ed entrambe indispensabili per una ricerca
sociale avanzata. Taie assunto richiedeva però una ' let­
tura ' particolare e un'interpretazione tutt'altro che scon­
tata dell'opera freudiana - una lettura e una interpreta­
zione che mette conto di vedere nei dettagli.
La psicoanalisi, sottolineava Fromm, è una psicologia
scientifica materialistica: essa individua infatti come ' mo­
tore ' del comportamento umano un insieme di pulsioni
e di bisogni che vengono ' alimentati ' dagli istinti, i
quali hanno un fondamento fisiologico. In modo analogo
alla suddivisione popolare degli istinti in fame e amore,
anche Freud considera due gruppi di istinti come forze
motrici della vita psichica umana: gli istinti di auto­
conservazione e quelli sessuali.
Freud - continuava Fromm - assume come prin­
cipio fondamentale della vita psichica il ' principio del
piacere ', la tendenza cioè alla massima scarica apporta­
trice di piacere delle pulsioni istintuali. Senonché, il
principio del piacere deve fare i conti col ' principio
della realtà ', nel senso che la realtà esige spesso dai
singoli la rinuncia o la dilazione del piacere per evitare
un dolore più grande o per ottenere un maggiore piacere
futuro. Inoltre, nella concezione freudiana, la struttura
istintuale dell'uomo è condizionata da due fattori: la
costituzione ereditaria e le vicende della vita, soprattutto
quelle della prima infanzia. Questo secondo elemento è

t E. Fromm, 'Ober Methode und Aufgabe einer analytischen


Sozialpsychologie, in « Zeitschrift fiir Sozialforschung �>, l, 1932
(trad. it. in AA.VV., Psicoanalisi e marxismo, Samonà e Savdli,
Roma 1972, pp. 99-126, dal quale citiamo).

23
molto importante, tanto che lo specifico compito analitico
consiste proprio nella ricerca dell'influsso delle esperienze
vissute, in particolare di quelle infantili, sulla costitu­
zione istintuale. Sotto questo profilo - sottolineava
Fromm - il metodo analitico è squisitamente storico:
esso esige infatti la comprensione della struttura istin­
tuale nel quadro delle vicende della vita.
Di grande rilievo e significato era per Fromm la
distinzione freudiana fra istinti di autoconservazione e
istinti sessuali: i primi sono di natura imperativa (in
quanto una loro soddisfazione negata oltre un certo limite
o è del tutto intollerabile, o provoca addirittura la morte),
i secondi sono dilazionabili; i primi non possono essere
rimossi, mentre i secondi sono reprimibili; i primi non
sono sublimabili, i secondi invece lo sono, nel senso
che al posto della soddisfazione diretta di un desiderio
sessuale può esserci una soddisfazione remota dall'obiet­
tivo sessuale originario.

Di particolare importanza - affermava Fromm - �


inoltre il fatto che la soddisfazione degli impulsi di autocon­
servazione ha sempre bisogno di strumenti reali, mentre la
soddisfazione degli istinti sessuali spesso può avvenire me�
diante fantasie, senza l'uso di strumenti obiettivi. Parlando
concretamente, questo significa che la fame degli uomini si
può soddisfare soltanto col pane, ma che per esempio i loro
desid«:ri di essere amati si possono soddisfare con la fantasia
di un Dio benevolo e amoroso, oppure le loro tendenze sadi­
che con qualche sanguinoso spettacolo popolare.

Questa trasformabilità e permutabilità nell'ambito


degli istinti sessuali era una delle chiavi per la compren­
sione della vita psichica nevrotico come di quella sana,
e un elemento essenziale della teoria psicoanalitica. Essa
rappresentava però anche un fatto sociale di somma impor­
tanza, in quanto permetteva di capire perché fossero of­
ferte alle masse, e da loro accettate, proprio quelle sod­
disfazioni che erano gradite alla classe dominante 2•

2 lvi, pp. 101-2.

24
La teoria psicoanalitica veniva dunque interpretata da
Fromm come biologico-materialistica e storica a un tem­
po: materialistica, perché il suo punto di partenza era
costituito dagli istinti, in primo luogo dagli istinti di
conservazione, che mantengono sempre, ovviamente, un
primato fondamentale, e poi dagli istinti sessuali (in
senso lato), che anch'essi non possono rimanere insoddi­
sfatti; e tuttavia - e qui si manifestava il carattere
storico della teoria - questo secondo tipo di istinti era
' dislocabile ', plasmabile, trasformabile, e poteva essere
soddisfatto sia con rappresentazioni ideologiche (come per
esempio le religioni), sia con determinati comportamenti
sociali.
Da tutto ciò Fromm ricavava la conclusione che la
sociologia con cui la psicoanalisi aveva la maggiore af!i­
nità era il materialismo storico. << I maggiori punti di
contatto - egli diceva - li troviamo nel fatto che sono
entrambe scienze materialistiche. Esse non partono dalle
'idee ', ma dalla vita terrena, dai bisogni; e si incon­
trano specialmente nella loro comune valutazione della
coscienza, che a loro sembra essere non il motore del
comportamento umano, bensl il riflesso di altre forze
na�coste •> 3• E tuttavia, nonostante questi ' punti di con­
tatto ' fra marxismo e psicoanalisi, Fromm non si nascon­
deva anche i punti di contrasto, che egli indicava in
questo modo:

Il materialismo storico vede nella coscienza l'espressione


dell'essere sociale, la psicoanalisi quella dell'inconscio, degli
istinti. Nasce la domanda, che non può essere elusa, se queste
due tesi si trovino in contraddizione e, in caso contrario,
quali rapporti vi siano tra di loro e, infine, se e perché una
utilizzazione dei metodi psicoanalitici rappresenti un arricchi­
mento per il materialismo storico 4•

Fromm cercava di sfuggire a questa difficoltà con


vari argomenti. In primo luogo egli rilevava che Freud

3 lvi, p. 104.
• Ibid.

25
non aveva mai posto l'uomo isolato, sciolto dalle sue
connessioni sociali, come oggetto della psicologia. Egli
citava a questo proposito un significativo passo freudiano
tratto da Psicologia delle masse e analisi dell'Io:

La psicologia individuale è basata in verità sull'uomo


singolo e ricerca in qual modo egli tenta di ottenere la
soddisfazione delle sue pulsioni istintuali, ma essa arriva solo
raramente, in determinate condizioni eccezionali, al punto
di prescindere dai rapporti di questo singolo con gli altri
individui. Nella vita psichica del singolo si deve normalmente
prendere in considerazione l'altro in quanto modello, in
quanto oggetto, in quanto collaboratore e in quanto avver·
sario; e quindi la psicologia individuale, fin dall'inizio, è al
tempo stesso anche psicologia sociale in questo senso più
esteso, ma pienamente legittimo.

Dunque, diceva Fromm, se per Freud oggetto della


psicologia è sempre soltanto l'uomo socializzato, l'uomo
nella sua interdipendenza sociale, anche l'ambiente e le
condizioni di vita dell'uomo devono svolgere un ruolo
decisivo sia per il suo sviluppo psichico che per la com­
prensione teoretico di esso. Fromm ne traeva la seguente
conclusione:

La psicoanalisi sembra quindi recare con sé tutte quelle


premesse che rendono il suo metodo utilizzabile anche per le
ricerche sociopsicologiche ed eliminano ogni conflitto con la
sociologia. Essa indaga i tratti psichici comuni ai membri di
un gruppo, e cerca di spiegare questi atteggiamenti psichici
comuni in base a vicende comuni di vita. (Jueste vicende di
vita però non rientrano - e tanto meno, quanto più grande
è il gruppo - nell'ambito di ciò che è casuale e personale,
ma sono identiche con la situazione socio-economica di questo
gruppo. La psicologia sociale analitica vuoi dire dunque:
comprendere la struttura istintuale, l'atteggiamento libidico,
in gran parte inconscio, di un gruppo in base alla sua stessa
struttura socio-economica s.

s lvi, pp. 105-6.

26
In realtà, la conclusione di Fromm costitUiva una
forzatura evidente: non perché, col metodo psicoanali­
tico, non si potessero e non si possano condurre indagini
socio-psicologiche (basti pensare ai grandi scritti di Freud
sulla guerra, sulla psicologia delle masse, sulla religione,
sul ' disagio della civiltà '), ma perché, se era vero che
nel saggio Psicologia delle masse e analisi dell'Io Freud
si era occupato di gruppi sociali, era altrettanto vero che
i gruppi da lui presi in esame non erano affatto classi
sociali, bensl corpi altamente ' organizzati ' quali gli eser·
citi , le chiese, ecc. All'interno di tali corpi organizzati,
gli elementi socio-economici avevano poca o nessuna im·
portanza, e Freud insisteva piuttosto sul tipo di orga­
nizzazione, sulla struttura gerarchica e dunque sulla coe­
sione strutturale di tali corpi, avente il proprio fonda­
mento nei legami libidici esistenti fra i singoli membri,
legami che avevano a loro volta il loro fondamento nel
rapporto di tutti col capo (incarnazione ed enfatizza­
zione della figura paterna internalizzata) 6 . Se era vero,
quindi, che Freud aveva esaminato col metodo psicoanali­
tico particolari gruppi sociali, era anche vero che questi
gruppi sociali (chiese, eserciti, ecc.) costituivano gruppi
socio-psicologici e socio-libidici e. nient'affatto gruppi
socio-economici.
Un'altra difficoltà nella quale Fromm si imbatteva
consisteva nel fatto che la psicoanalisi spiegava lo svi­
luppo di un individuo in base alle vicende della prima
infanzia, e quindi con riferimento a un periodo in cui il
singolo ha ancora rapporti assai scarsi con la società e

6 « Nella Chiesa - l'esempio migliore è fornito dalla Chiesa


cattolica - come nell'esercito e per grandi che possano altrimenti
esserne le differenze, vige la medesima illusione, in base a cui
esiste un capo supremo - nella Chiesa cattolica il Cristo, nel­
l'esercito il comandante in capo - che ama di amore uguale tutti
i singoli componenti la massa. Tutto risulta subordinato a tale
illusione; se venisse lasciata cadere, Chiesa ed esercito non tar­
derebbero a disgregarsi, nella misura consentita da1la coercizione
esterna » (S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io ( 1929),
in Id., Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino
1971, p. 90).

27
�O�
vive quasi esclusivamente nel circolo famiglia
potrebbero quindi - si chiedeva Fromm, - sec , ·�
concezione psicoanalitica, i rapporti socio-economici ac
e

-
sire una tale importanza? ». E rispondeva:

Si tratta di uno pseudoproblema. È vero che i prìmi 'W
influssi decisivi sul bambino che cresce provengono dalla
famiglia, ma la struttura globale della famiglia, tutte le tipi-
che relazioni emozionali all'interno di essa, tutti gli ideali
educativi da essa rappresentati sono essi stessi condizionati
dallo sfondo sociale e di classe della famiglia, dalla struttura
sociale, da cui essa trae le sue origini (per es., i rapporti
emozionali tra padre e figlio sono completamente diversi in
una famiglia della società borghese, patriarcale, e nella « fami-
glia » di una società matriarcale). La famiglia è il mezzo attra-
verso cui la società o la classe imprime sul bambino, e quindi
sull'adulto, la struttura ad essa corrispondente e per essa
specifica; la famiglia è l'agenzia psicologica della societ� 7

Anche qui era evidente che Fromm forzava in modo


del tutto arbitrario la concezione psicoanalitica. È vero,
infatti, che, in quanto il bambino vive all'interno della
famiglia, questa gli trasmette tutta una serie di forti
' pressioni ' e di istanze sociali ineludibili, corrispondenti
al modello di civiltà che caratterizza la società in quel
momento (donde, poi, la formazione del Super-lo); resta
il fatto, però, che individui appartenenti a una certa
classe sociale possono avere un adattamento relativamente
' normale ' e armonioso alla realtà, mentre altri individui
appartenenti alla stessa classe possono presentare i più
vari sintomi nevrotici. Per questi motivi, cercare di
costringere la cmicezione psicoanalitica all'interno di una
impostazione strettamente socio-economica come quella
marxista, era (ed è) impresa disperata. Perciò, quando
Fromm rimproverava alla maggior parte degli psicoana­
listi di avere dimenticato « quasi completamente che la
famiglia in tutta la sua struttura psicologica e sociale,
con gli scopi educativi e gli atteggiamenti affettivi ad

7 Ivi, p. 106. Il corsivo è dell'Autore.

28
essa specifici, è il prodotto di una determinata struttura
sociale e, in senso più stretto, di una determinata strut­
tura di classe » - quando egli affermava ciò, istituiva
una connessione troppo stretta e immediata fra classe
economico-sociale e sviluppo psicologico-affettivo, una
connessione che, posta in questi termini, aveva assai
poco a che fare con la concezione psicoanalitica 8 _
Del resto, nel saggio di Fromm era affatto evidente
che egli, all'interno della psicoanalisi, non si sentiva a
proprio agio. Due, in particolare, erano gli elementi
della concezione freudiana da lui criticati e respinti. In
primo luogo, il fatto che Freud avesse riconosciuto (gros­
so modo, a partire dalla prima guerra mondiale) l'esi­
stenza nell'uomo, accanto alle pulsioni erotiche, delle
pulsioni distruttive: Eros e Thànatos venivano a costi­
tuire entrambi, per il fondatore della psicoanalisi, la strut­
tura pulsionale della personalità umana.

Freud - osservava Fromm a questo proposito - ha


modificato le sue concezioni originarie nel senso di contrap­
porre le tendenze distruttive (istinto di morte) alle tendenze
d irette alla conservazione della vita (erotiche). Per quanto
importante sia, certo l'argomentazione di Freud relativa a

B E del resto, Fromm stesso eta costretto, incidentalmente,


ad ammetterlo, quando si occupava della terapia psicoanalitka:
« I tratti psichici che si originavano da una società autoritaria,

organizzata sul dominio e sulla sottomissione di classe, sull'acqui­


sizione serondo metodi razionali ecc., erano comuni a tutti gli
oggetti di indagine; ciò che li differenziava era che uno aveva
un padre troppo severo, che da bambino temeva in modo ecces­
sivo, un altro una sorella un po' più grande, alla quale andava
tutto il suo amore, o un terzo una madre, che Io teneva cosl
fortemente avvinto a sé da non poter più rinunciare a questo
legame libidico. Certamente queste vicende personali erano della
massima importanza per lo svi1uppo individuale, personale, e con
l'eliminazione delle difficoltà psichiche derivanti da queste vicende
l'analisi, come terapia, aveva 2ssolto il suo compito, cioè aveva
reso il paziente un uomo adattato alla realtà sociale esistente »
(ivi, p. 108). :E: evidente che per la psicoanalisi l'elemento di
differenziazione e quindi l'elemento esplicativo fondamentale dei
fatti psichici non è la classe sociale, bensl lo sviluppo psicologico­
aflettivo del bambino nei primi anni delPinfanzia.

29
queste modificazioni del suo punto di vista originario ha un
carattere di gran lunga più speculativo e meno empirico che
non la sua posizione originaria 9,

Perché Fromm non potesse accettare l'esistenza della


pulsione distruttiva postulata da Freud, è assai facile da
intendere: essa, infatti, metteva radicalmente in forse la
prospettiva marxista di una palingenesi sociale, di una
comunità che divenisse realmente tale grazie alla sop·
pressione della proprietà privata, e quindi fosse intera·
r
mente caratterizzata da rap rti di amore, di solidarietà,
di benevolenza reciproca. ben noto che Freud aveva
liquidato in poche parole questo ideale, da lui ritenuto
tanto nobile quanto ingenuo e utopistico:

Non è aflar mio - aveva scritto nel Disagio della


civiltà - la critica economica del sistema comunista; non
posso sapere se l'abolizione della proprietà privata sia oppor­
tuna e profirua. Ma sono in grado di riconoscere che la sua
premessa psicologica è un'illusione priva di fondamento. Con
l'abolizione della proprietà privata si toglie al desiderio umano
di aggressione uno dei suoi strumenti, certamente uno stru­
mento forte, ma, altrettanto certamente, non il più forte.

E poco prima aveva affermato che la verità,

negata con tanto zelo, è che l'uomo non è una creatura man­
sueta, bisognosa d'amore, capace, al massimo, di difendersi
se viene attaccata; ma che occorre attribuire al suo corredo
pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue

9 lvi, p. 99. E. Fromm aggiunge; « Essa ci sembra basarsi


su una commistione, altre volte da Freud evitata, di fatti biolo­
gici e di tendenze psicologiche. E si trova anche in antitesi con
una posizione originaria di Freud, con la concezione degli istinti
come realtà primarie, dotate di desideri e di appetiti, al servizio
delle tendenze vitali e che cercano di adattarsi a queste ultime.
Ci sembra essere una conseguenza della concezione generale di
Freud che l'attività psichica umana si sviluppa adattandosi agli
eventi e alle necessità della vita, e che gli istinti in quanto tali
si contrappongono propriamente al principio biologico della
morte » (ivi, pp. 99-100).

30
che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto
e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfog are su di lui
la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza
ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo con­
senso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad
umiliarlo, a farlo soffrire. a torturarlo e a ucciderlo. Homo
homini lupus: chi ha il coraggio di contestare questa afferma­
zione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? 10•

Era proprio questa ostilità primaria degli uomini tra


loro a minacciare continuamente la civiltà di distruzione.
Pensare di sopprimere l'ostilità primaria con l'abolizione
della proprietà privata, era una pia illusione: sia perché
quell'ostilità dominava quasi senza restrizione nei tempi
primordiali, quando la proprietà era ancora estremamente
ridotta; sia perché, anche se si sopprimeva il diritto per­
sonale ai beni materiali, rimaneva sempre il privilegio
nelle relazioni sessuali, « ove diviene inevitabilmente
fonte di grandissima invidia e rabbiosa ostilità tra esseri
umani che per altri rispetti sono stati messi alla pari » 11•
Era evidente che questa concezione freudiana realistico­
pessimistica della natura umana non era conciliabile in
alcun modo con la concezione marxistica ( realistico-pessi­
mistica nella valutazione del passato, ma estremamente
ottimistica nella prognosi del futuro), secondo la quale
la ' caduta ' e l'infelicità dell'uomo erano dovute alla
società borghese moderna fondata sullo sfruttamento
capitalistico e sull'oppressione di classe: sfruttamento e
oppressione che sarebbero stati soppressi, per dar luogo
a una comunità libera e felice. È stato giustamente
detto, a questo proposito, che, mentre per Marx il pas­
sato è gravido del futuro e il proletariato rappresenta la
levatrice della storia, per Freud, invece, il futuro è gra­
vido del passato, e ' il disagio della civiltà ' potrà forse
essere attenuato ma non certo eliminato 0.

IO S. Freud, Il disagio della civiltà cit., pp. 248 e 246.


Il lvi, pp. 247-8.
12 Cfr. Ph. Riefl, Freud: the Mind of the Moralist, New
York 1959, pp. 237-9.

31
L'altro punto sul quale Fromm dissentiva da Freud
e dalla psicoanalisi riguardava la valutazione del ' com­
plesso edipico '. Secondo Fromm, gli psicoanalisti ave­
vano assolutizzato il ' complesso di Edipo ' (cioè la riva­
lità del figlio con il padre per il possesso della madre),
in quanto ne avevano fatto un meccanismo psicologico
universale, sebbene ricerche comparate di psicologia e
di antropologia culturale avessero mostrato che questa
specifica attitudine emozionale è tipica soltanto per la
famiglia della società patriarcale e non riveste un carattere
cosl universalmente umano (era verosimile, infatti, che
in una società matriarcale il complesso edipico o non
esistesse affatto) o avesse una rilevanza assai diversa).
� L'assolutizzazione del complesso di Edipo - affermava
Fromm - condusse Freud a basare lo sviluppo di rutta
l'umanità su questo meccanismo dell'odio contro il padre
e delle reazioni che ne derivano, senza che venisse pre­
stata attenzione al processo materiale dei singoli gruppi
presi in esame » 13 • Osservazione, a ben vedere, dì scarso
peso, questa di Fromm, perché tutta la civiltà occiden­
tale, tanto nell'epoca ellenistico-romana quanto in quella
cristiana, è stata caratterizzata dalla struttura familiare
patriarcale, e quindi, se si accetta il concetto freudiano
di ' complesso edipico ', esso non può non essere rife­
rito all'intera società occidentale vista nel suo millenario
sviluppo storico.
Come che sia, dalle critiche che Fromm rivolgeva
alla psicoanalisi, risultava chiaramente quanto fosse ardua
quella combinazione di psicoanalisi e marxismo ritenuta
indispensabile, da lui e dai teorici della Scuola di Fran­
coforte, per dare concretezza alla teoria, ovvero per spie­
gare come la struttura socio-economica della società si
traducesse in determinate forme di coscienza, cioè nella
tipologia psicologica dei vari gruppi sociali ". Tale di.fli-

13 E. Fromm, art. cit., p. 109.


l 4 « La psicoanalisi può arricchire tutta la concezione del
materialismo storico. [ . .. ] Il materialismo storico richiede una
psicologia, cioè una scienza delle qualità psichiche dell'uomo. Per

32
coltà emergeva non solo dalle critiche che abbiamo visto,
e dal più generale atteggiamento di Fromm verso la
psicoanalisi (che accettava alcuni aspetti della dottrina,
mentre ne respingeva altri: accettava la critica freudiana
della ' morale sessuale civile ', ma respingeva la teoria
Jella civiltà come repressione, largamente inevitabile, degli
istinti; accettava l'esistenza delle pulsioni erotiche, ma
negava l'esistenza delle pulsioni distruttive, ecc.); essa
emergeva anche nella singolare tesi della convergenza fra
b teoria marxiana e quella freudiana di ideologia.
Secondo Fromm, Marx ed Engels, non possedendo
una psicologia utilizzabile, non avevano potuto chiarire
in modo convincente le modalità di trasferimento di ciò
che è materiale nella testa degli uomini. La psicoanalisi,
invece, aveva potuto mostrare che le ideologie sono i
prodotti di determinati desideri, di pulsioni istintuali,
interessi, bisogni che, in gran parte inconsci essi stessi,
si presentano come ' razionalizzazioni ' sotto forma di
ideologia. Con l'aggiunta essenziale, da parte di Fromm,
che le pulsioni istintuali « sorgono sl sulla base di istinti
biologicamente determinati, ma, per quel che concerne
la loro quantità e il loro contenuto, sono plasmate in
ampia misura dalla situazione socio-economica dell'indi­
viduo o della sua classe » 15 • Ritroviamo qui quella com­
mistione di determinazioni socio-economiche e di deter­
minazioni psicologico-istintuali che caratterizza tutto il
tentativo di Fromm di fondare una psicologia sociale
analitica.
Senonché, in Marx e in Freud le ideologie hanno fon­
damenti diversissimi. In Marx la teoria dell'ideologia,
!ungi dall'essere incompleta o lacunoso, costituisce un
complesso ed elaborato tentativo di spiegare la ' falsa
coscienza ' e le illusioni ideologiche con la struttura eco­
nomico-sociale. « Se nell'intera ideologia - ha scritto il
filosofo di Treviri - gli uomini e i loro rapporti appaio-

prima la psicoanalisi ha fornito una psicologia, che è utilizzabile


per il materialismo storico » (ivi, p. 117).
" Ivi, p. 1-18.

33
no capovolti come in una camera oscura, questo feno­
meno deriva dal processo storico della loro vita, proprio
come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva
dal loro immediato processo fisico » 16 • In particolare,
secondo Marx, nell'ideologia religiosa gli uomini sono
dominati da rappresentazioni fantastiche (Dio, il mondo
ultra terreno), perché nella vita di ogni giorno essi sono
effettivamente dominati da potenze reali che li sovrastano
(il capitale, che è lavoro accumulato che domina il lavoro
vivo ) : nell'un caso e nell'altro gli uomini sono sopraffatti
dalle proprie creature, che acquistano un'esistenza indipen­
dente, e la rappresentazione religiosa (l'ideologia) non è
che il riflesso ideale di una situazione reale, sociale.

Il fatto stesso - dice Marx a questo proposito - che la


base mondana si distacca da se stessa e si stabilisce nelle
nuvole come regno indipendente non si può spiegare se non
colla dissociazione interna e colla contraddizione di questa
base mondana con se stessa. Questa deve pertanto essere
compresa prima di tutto nella sua contraddizione e poi, attra­
verso la rimozione della contraddizione, rivoluzionata prati­
camente 17 .

Anche per Freud la religione è l'espressione di qual­


cos'altro, è una ' falsa coscienza ' (egli la definisce addi­
rittura un « delirio collettivo » ). Ma l'analogia con Marx
finisce qui, perché, come è noto, il fondamento della
religione è per Freud solo e soltanto di carattere psico­
logico-affettivo. « Quanto ai bisogni religiosi - egli
dice - la [ loro] derivazione dall'impotenza infantile e
dalla nostalgia del padre da questa suscitata a me sembra
incontrovertibile, tanto più che questo cambiamento non
si limita a perpetuarsi oltre la vita del bambino, ma si
alimenta di continuo dell'angoscia di fronte allo strapo·
tere del fato >> 1 8• Dove lo « strapotere del fato » non è

16 K. Marx - F. Engels, L'ideologia tedesca, a cura di F. Co­


dino, Editori Riuniti, Roma 1958, pp. 22-3.
17 K. Marx, Tesi su Feuerbach, IV tesi.
18 S. Freud, Il disagio della civiltà cit., p. 207.

34
da intendere in senso economico-sociale, bensl piuttosto
nel senso della debolezza e fragilità della condizione
umana ( l'uomo è soggetto alle malattie, alla perdita delle
persone care, all'invecchiamento e alla morte). Il supera­
mento di quel « delirio � e di quella forma inferiore di
pensiero che è la religione, non può dipendere quindi
per Freud da fatti economico-sociali, ma solo e soltanto
dall'irrobustirsi dell'Io e dalla sua capacità di essere
sempre più autonomo (adulto) di fronte alle forze aggres­
19
sive dei propri simili e alle sventure dell'esistenza •
In questo quadro, l 'affermazione di Fromm secondo
cui « la psicoanalisi può indicare come, attraverso la vita
degli istinti, la situazione economica si trasforma in ideo­
logia » lll, sembra non solo azzardata, ma priva di qua­
lunque fondamento. Del resto, è Fromm stesso ad asse­
rire poco dopo che « è possibile alla psicoanalisi ridurre
anche i più sublimi moventi ideali al loro nocciolo ter­
reno e libidico, senza essere costretti a considerare i biso­
1
gni economici come gli unici rilevanti » 2 •
Dopo tutto quello che si è visto, non può stupire
che il tentativo di Fromm di delineare la struttura osico­
l<'gico-lihidica propria del capitalismo - cioè delle -classi
che compongono questa formazione economico-sociale -
attraverso i concetti della psicoanalisi ( in primo luogo
la distinzione fra fase orale, fase anale e fase genitale),
lasci non solo insoddisfatti, ma sia destinato all'insuccesso.
Un insuccesso che emerge soprattutto nella scarsa capa­
cità dello schema proposto di distinguere nettamente fra
le caratteristiche socio-psicologiche delle diverse classi. Se­
nonché, tale distinzione era appunto l'obiettivo di tutto
Io sforzo teorico. È opportuno esaminare brevemente
questa analisi di Fromm - da lui svolta nel saggio La

19 «: Non saprei indicare un bisogno radicato nell'infanzia


forte quanto quello di protezione paterna. [ . . . ] L'origine dell'at­
teggiamento religioso può venir individuata nei suoi chiari con­
torni risalendo al sentimento d'impotenza dell'infanzia » (ibid.).
20 E. Fromm, art. cit., p. 1 18.
" Ibid.

35
caratterologia psicoanalitica ed il suo significato per la
psicologia sociale ( 1 932) - che costituisce la chiave
di volta dd suo tentativo di coniugare psicoanalisi e
m3rxismo.
Fromm descrive lo ' spirito del capitalismo ' rifacen­
dosi ai lavori di Weber, di Sombart, di Tawney, di
Brentano e di Troeltsch. Egli insiste naturalmente in
modo particolare sugli aspetti ' ascetici ' (nel senso di una
ascesi intramondana), sulla vocazione al lavoro e sulla
ricerca del successo in campo economico come segno
della Elezione, che caratterizzano la morale calvinistica, e
che tanta importanza hanno avuto nelle origini del capi­
talismo. La felicità e la gioia di vivere, dice Fromm, non
sono più per la psiche borghese l'obiettivo principale a
cui l'agire umano sia subordinato. Lo spirito borghese
apporta anzi in questo campo un mutamento decisivo:
la felicità cessa di essere lo scopo della vita, e qual­
cos'altro prende il suo posto nella scala dei valori : il
senso del dovere. Senonché, con l'imporsi in primo piano
del senso del dovere, ha luogo un'altra trasformazione
radicale, tipica della mentalità borghese: non si lavora
più semplicemente per il sostentamento, ma per posse­
dere e risparmiare; possesso e risparmio divengono esi4
genze etiche, e un modo di agire che è in se stesso fonte
di piacere. In questo quadro, lo spirito calcolatore, il
calcolo razionale, assume un'importanza decisiva. Questa
' razionalità ' specificamente borghese coincide infatti lar­
gamente con quello che si potrebbe designare, usando
una categoria strettamente psicologica) come 1 amore del­
l'ordine ' ( tutta· la biografia di Franklin, dice Fromm,
ne è un esempio).
È inevitabile che tutto ciò porti a una limitazione
del piacere sessuale. « Godi raramente - raccomanda
Franklin - il piacere della carne, fuorché per motivi di
salute o per accondiscendenza, mai fino a stancarti o ad
indebolirti e con danno della tua e dell'altrui tranquillità
o reputazione ». Il fatto è - sottolinea Fromm - che
tutta l'ispirazione ascetico-rigoristica dello spirito bor-

36
ghese-protestante (culto del lavoro, calcolo razionale,
godimento finalizzato al risparmio e all'accumulazione di
ricchezza, ecc.) non può non portare a una svalutazione
del piacere in senso lato, cosl come, parimenti, non
può non sottrarre alla sessualità adulta una quantità molto
elevata di libido. Ma la svalutazione del piacere e la
limitazione della sessualità genitale, largamente sostituita
dagli elementi sopra detti (risparmio, possesso, calcolo
razionale, accumulazione, ecc.), non possono non deter­
r::tinare un regresso a fasi libidiche precedenti la fase
genitale: essenzialmente alla fase anale, di cui gli elementi
visti sopra sono appunto tipici. « Se questa concordanza
sussiste effettivamente - dice Fromm - è giustificata
la tesi che la struttura libidica tipica per gli individui
della società borghese è caratterizzata da un rafforzamento
della fase libidica anale » 22•
A veder bene, questa analisi di Fromm - che vor­
rebbe essere più profonda e più sottile di quella del mate­
rialismo storico tradizionalmente inteso - è in realtà
uncora più semplicistica e più manichea di qualunque
marxismo ' economistico '. Fromm sostiene infatti che nel
capitalismo la struttura libidica della borghesia e della
piccola borghesia presenterebbe tratti marcati tipici del
carattere anale, mentre il proletariato ne sarebbe indenne,

22 In AA.VV., Psicoanalisi e marxismo dt., p. 146. Per de­


finire il carattere anale, Fromm fa riferimento ai Tre saggi sulla
teoria della sesrualità di Freud, nonché all'articolo di quest'ultimo
Carattere ed erotismo anale ( 1908). Freud ha sottolineato tre tratti
di carattere - amore dell'ordine, parsimonia, caparbietà - in
quegli individui nella cui infanzia il piacere relativo all'evacua­
zione dell'intestino e ai suoi prodotti svolge un ruolo partico­
larmente importante. Altri psicoanalisti (in primo luogo Jones
e Abraham) h9.nno approfondito i tratti caratteriali propri del
tipo anale: gioia nel possesso, soprattutto se è esclusivo; ten­
denza a considerare tutto nella vita come oggetto di proprietà
(compresa la donna, che non è amata ma j posseduta '); senso del
risparmio e avarizia; amore ossessivo per l'ordine; predilezione
della quantità a scapito della qualità, ecc. (Cfr. E. Fromm, art.
cìt., pp. 133-7).

37
in quanto esso occupa nel processo produttivo una posi­
zione che rende superflui quei tratti di carattere! Natu­
ralmente, detto ciò, a Fromm si presenta la « difficile
questione » « perché mai tanti proletari e molti piccoli
borghesi che non hanno nessun capitale da amministrare
e che non hanno più nulla da risparmiare presentino
tratti (più o meno) anali-borghesi o ideologie corrispon­
denti >>. E risponde: << La ragione ci sembra essere que­
sta: la struttura libidica su cui riposano tali tratti di
carattere è influenzata nella vecchia direzione dalla fami­
glia e anche da altre determinanti culturali; essa ha una
certa inerzia e si trasforma più lentamente delle realtà
economiche, cui è stata un tempo adattata » 23• Dove
sembra evidente che, per un verso, gli strumenti propo­
sti da Fromm per delineare la psicologia di intere classi
sociali risultano tanto generici da poter essere applicati
alla borghesia, alla piccola borghesia e a gran parte del
proletariato; e che, per un altro verso, quegli strumenti
perdono tutta la loro efficacia esplicativa proprio perché
non sono più riferiti alla storia psicologica dei singoli
individui (quale che sia la loro condizione sociale). In
altre parole, concetti come ' fase orale ', ' fase anale ' e
' fase genitale ' hanno un senso preciso e pregnante nel­
l'ambito della psicologia clinica (quale la psicoanalisi
vuole essere), e dunque per ricostruire i vari stadi del­
l'esperienza psicologica dei singoli (nei quali quelle fasi
spesso si intrecciano, ovvero lasciano dei ' residui ', che
provocano disturbi nevrotici ), non già di classi sociali
economicamente intese. Una volta estesi alle classi sociali,
quei concetti diventano cosl generici da non contraddi­
stinguere più, in modo sufficientemente differenziato e
preciso, singoli gruppi e classi, e quindi perdono ogni
capacità euristica. Non a caso, del resto, imboccato que­
sto cammino, Fromm si troverà costretto ad abbandonare
l'uno dopo l'altro tutti i concetti-chiave della psico­
analisi.

>l E. Fromm, art. cit., p. .!47.

38
III. IL NAZIFA S C I S MO
COME FIGLIO LEGITTIMO DEL LIBERALISMO

l. L' Istituto per la Ricerca Sociale diretto da Hork­


heimer dovette misurarsi subito con grandi avvenimenti
' epocali ' : la crisi economica iniziata nel 1929, coi suoi
effetti devastanti in tutto il mondo, e l'ascesa dei nazisti
al potere, avvenuta nel 1933. Si trattava di processi ango­
sciosi e formidabili, che richiedevano analisi adeguate.
La crisi economica, in particolare, poneva delicati
problemi ai teorici marxisti, e riapriva un dibattito che,
in realtà, non si era mai interrotto fra loro: il capita­
lismo sarebbe stato in grado di dominare le proprie crisi,
oppure esse si sarebbero intensificate e aggravate fino a
determinarne il collasso o crollo finale?
Come è ben noto, la controversia sul ' crollo ' del capi­
talismo ha una lunga storia nel pensiero marxista, che
non è il caso di richiamare qui 1 • Basti dire che, dopo la
prima guerra mondiale, la socialdemocrazia tedesca aveva
abbandonato sempre più la tesi del ' crollo ' e si era spo­
stata su posizioni ormai vicine a quelle di Bernstein, ov­
vero su posizioni c revisionistiche '. Lo stesso Kautsky,
che a suo tempo aveva polemizzato aspramente con Bern·
stein, aveva poi modificato il proprio atteggiamento: nel
1927, nella sua grande opera La concezione materiali­
stica della storia, egli aveva sostenuto, sostanzialmente,
che l'origine delle crisi era da cercare nella ' sproporzione '
tra i vari settori della produzione (nel fatto, cioè, che
ogni capitalista, avendo una conoscenza assai incompleta
del mercato, produce sempre troppo o troppo poco), e
dunque nel carattere non pianificato e anarchico della
produzione capitalistica. Man mano, quindi, che il sistema
capitalistico sviluppava strumenti di autocontrollo (attra-

t Per un rapido, ma lucido ed esauriente schizzo , dr. P. M.


Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Einaudi, Torino
1 951, cap. Xli cfr. inoltre l'ampia ricerca (con antologia di testi)
di L. Colletti e C. Napoleoni, I{ futuro del capitalismo: crollo
o sviluppo?, Laterza, Bari 1970.

39
verso la concentrazione dei capitali, la cartellizzazione, e,
soprattutto, l'intervento del credito), gli squilibri da ' spro­
porzione ' si attenuavano e si riducevano 2• Anche Hilfer­
ding (il quale, del resto, aveva fatta propria la teoria
delle sproporzioni già nella sua importante opera Das
Finanzkapital, pubblicata nel 1 9 1 0 ) era giunto a conclu­
sioni analoghe a quelle di Kautsky: nel 1927, al congresso
socialdemocratico di Kiel, egli aveva sostenuto che la car­
tellizzazione aveva ormai eliminato la struttura antagoni­
stica del capitalismo, e che tale antagonismo sopravviveva
solo nel campo della distribuzione. Perciò restava sol­
tanto un passo da fare: trasformare « l'economia diretta
e organizzata dai capitalisti in un'economia diretta dalla
Stato democratico » 3 •
Non erano rimasti in molti, dunque, in Germania,
negli anni Venti, a sostenere la teoria del ' crollo ' : face­
vano eccezione, infatti, soltanto Fritz Sternberg, un se­
guace di Rosa Luxemburg, che nel 1926 aveva ripreso
(e radicalizzato), in un saggio intitolato Der Imperialismus,
la teoria del ' crollo ' elaborata dalla rivoluzionaria polac­
ca; e un esponente dell'Istituto per la Ricerca Sociale
di Francoforte, Henryk Grossmann, nella sua celebre e
importante opera La legge dell'accumulazione e del crollo
del sistema capitalistico ( 1929 ).
Grossmann era nato nel 1881 a Cracovia (che allora
faceva parte della Galizia austriaca), e aveva studiato
economia a Vienna, con Bi:ihm-Bawerk. Nel 1 922 era
stato chiamato a ricoprire la cattedra di economia politica
all'università di Varsavia. Nel 1 925 Gri.inberg (che lo
aveva conosciuto· a Vienna prima della guerra) lo invitò
a trasferirsi a Francoforte; Grossmann accettò, e quivi
svolse attività didattica e scientifica sia all'università che
all'Istituto per la Ricerca Sociale.
Nel!� sua opera sulla Legge dell'accumulazione e del

2 Cfr. L. Cclletti · C. Napoleoni, op. cit., p. 441. Cfr. anche


M. L. Salvadori, Kautsky e la rivoluzione socialista (1880-1938),
Feltrinelli, Milano 1976, pp. 322·3.
3 L. Colletti - C. Napoleoni, op. cit., p. 141.

40
crollo del sistema capitali.rtico (anticipata in una serie di
conferenze tenute all'Istituto) Grossmann aveva attaccato
a fondo la teoria delle sproporzioni (elaborata per la pri­
ma volta da Tugan-Baranowskj agli inizi del secolo), e
aveva sostenuto una tesi più vicina (ma non identica)
alle teorie sviluppate da Marx nel Capitale : aveva soste­
nuto, cioè, che con il progressivo aumento della compo­
sizione organica del capitale sarebbe diminuito tanto il sag­
gio del profitto, quanto, a partire da un certo momento,
la massa del plusvalore e del profitto, sicché sarebbe stato
inevitabile che i capitalisti si impoverissero e non riuscis­
sero più in alcun modo a mantenere it saggio di accumu­
lazione: donde, fatalmente, il crollo del sistema capita­
listico 4•
La grande crisi del 1929 sembrava confermare in
modo lampante le tesi appena formulate da Grossmann.
Senonché - ecco una novità importante rispetto al
periodo della direzione scientifica di Griinberg - i prin­
cipali esponenti dell'Istituto per la Ricerca Sociale, rac­
colti intorno a Horkheimer, non aderirono, nell'analisi
della grande crisi, alle idee di Grossmann, e imboccarono
un'altra via. In questo nuovo approccio teorico si impe­
gnò soprattutto uno stretto collaboratore di Horkheimer,
Friedrich Pollock ', in una serie di saggi, di notevole
interesse, apparsi negli anni 1932-33 sulla rivista dell'Isti­
tuto, la << Zeitschrift fiir Sozialforschung >>. In tali lavori,
una cosa balza subito agli occhi: Pollock, a differenza
di Grossmann, non è un sostenitore della teoria del

4 lvi, pp. 442-3 (dove sono esposte anche le critiche mosse


allo schemJ. meccanicistico di Grossmann).
5 Nato a Freiburg in Br. nel 1894, studiò economia, soci�
logia e filosofia a Monaco, Friburgo e Francoforte. Trascorse un
lungo periodo di apprendistato commerciale, prima della guerra,
a Bruxelles, a Londra e a Manchester. Nel 1930 costitul a Londra
una sezione distaccata dell'Istituto per la Ricerca Sociale. All'av­
vento del nazismo, si trasferl prima a Ginevra ( 1933), poi a
New York (dal 1934 al 1950). I suoi saggi principali sono stati
tradotti in italiano: F. Pollock, Teoria e prassi dell'economia di
piano. Antologia degli scritti 1928-1941, a cura di G. Marramao,
De Donato, Bari 1973.

41
' crollo ' che anzi egli respinge esplicitamente. Ciò però
non lo induce affatto a formulare previsioni rosee sul
futuro del sistema capitalistico, di cui dà anch'egli ( sia
pure con motivazioni diverse) una valutazione molto nega­
tiva e pessimistica. Secondo Pollock, tale sistema, se non
è avviato verso il crollo, è però avviato verso una depres­
sione cronica e verso un'irrazionalità complessiva sempre
crescente. È opportuno vedere con quali argomentazioni
egli sostiene questa tesi.
Il punto fondamentale dal quale egli parte nella pro­
pria analisi consiste nel rilievo che, a differenza di quanto
avveniva nel capitalismo concorrenziale, nel capitalismo
monopolistico si realizza uno stretto intreccio fra econo­
mia e politica: in questa nuova fase, l'intervento dello
Stato nella sfera economica costituisce non più l'eccezione
bensl la regola per il funzionamento del sistema. Secondo
Pollock, ciò è dovuto in primo luogo al processo di con­
centrazione e di centralizzazione del capitale, che ha rag­
giunto livelli straordinari (basti pensare, egli dice, che
già nel 1927, nell'industria americana, oltre il 4 4 % del
capitale apparteneva a solo 200 imprese circa, molte delle
quali collegate fra loro attraverso ' cartelli ' e trusts) .
Senonché, l'aumento colossale delle dimensioni delle azien­
de conferisce ai loro dirigenti un crescente potere econo­
mico e politico. Per un verso, infatti, le imprese ' fanno ,.
i prezzi, cioè questi ultimi non si formano più mediante
il ' libero gioco delle forze ', bensl attraverso i vincoli
monopolistici; per un altro verso, questi prezzi possono
essere conservati solo con una politica doganale, richiesta
e ottenuta dalle grandi imprese, che tiene lontana la con­
correnza straniera dai mercati interni.
Ma il profondo intreccio fra economia e politica non
si manifesta soltanto nel meccanismo della formazione dei
prezzi, peraltro decisivo per il funzionamento del sistema.
Si manifesta anche e soprattutto nel sostegno diretto che
sempre più Io Stato dà alle singole imprese.

1l ancora una volta - dice Pollock - la crescita delle


unità economiche a produrre questa trasformazione. Fin quan-

42
do la grandezza della singola impresa era ancora modesta
in rapporto all'intera economia, non ci si poteva attendere
dallo Stato che impedisse il crollo di un'azienda fallimentare.
Le conseguenze per l'economia erano nel singolo caso sop­
portabili e il numero di coloro che per la bancarotta veni·
vano gettati sul lastrico restava entro limiti ridotti. Oggi,
invece, molte imprese industriali e finanziarie sono cresciute
talmente che nessun potere statale, per quando liberalistica­
mente esso ancora si atteggi, può stare a guardare il loro
tramonto restando inerte.

Le grandi aziende, insomma, incamerano i profitti e


scaricano le perdite sui contribuenti. Di qui il sorgere di
un capitalismo, oltre che ' controllato ', anche parassitario,
assistito o ' garantito '. Si tratta, secondo Pollock, di un
mutamento fondamentale, strutturale, del sistema capita­
listico; di un mutamento destinato, oltretutto, a esten­
dersi ulteriormente e ad approfondirsi. « La crescente atti­
vità statale - egli dice - non è, infatti, una peculia­
rità temporanea e accessoria del capitalismo postbellico,
ma è presumibilmente destinata a costituire un aspetto
determinante del sistema ;, , D'altro canto, come era ovvio,
la crisi economica iniziata nel famoso ' giovedl nero '
dell'ottobre del 1929 non poteva che accentuare e acce­
lerare in modo considerevole l'intervento dello Stato nei
processi economici.
Senonché, come si è detto, Pollock non ricavava
affatto, da questa sua analisi, previsioni ottimistiche per
il futuro del capitalismo. Tutt'altro. A suo modo di
vedere, infatti, la modificazione strutturale realizzata dal
c capitalismo garantito ' intaccava gravemente il mecca­
nismo del mercato, cioè quel congegno che - sia pure
attraverso crisi cicliche e conseguenti distruzioni di ric­
chezza - permetteva, bene o male, l'autoregolamenta­
zione del sistema, e quindi il suo funzionamento. Perciò,
!ungi dallo ' stabilizzarsi ', il ' capitalismo garantito ' avreb­
be aggravato in modo sensibile tutti i difetti e gli incon­
venienti del capitalismo concorrenziale. Diceva Pollock a
questo proposito:

43
Il nesso di grandezza crescente del1e unità economiche
- crescente potere economico e politico - impiego di que�
sto potere per il vincolamento dei prezzi all'interno e chiu�
sura alla concorrenza straniera - inevitabilità dell'ausilio
statale quando settori importanti dell'economia sono minac­
ciati -, tale nesso indebolisce o annienta l'autoregolamen�
tazione dell'economia capitalistica, porta a investimenti equi�
voci su vasta scala, acuisce le disproporzioni fra i singoli rami
dell'economia e costringe a una lotta sempre più veemente
sul mercato mondiale in progressivo restringimento.

Come si è detto, ciò non significava, per Pollock, un


' crollo automatico ' del sistema capitalistico; anzi, da un
punto di vista strettamente economico non c'era per lui
alcuna ineluttabile necessità che spingesse a sostituire
questo sistema con un altro. E tuttavia - egli diceva -
« molte cose lasciano pensare che nel capitalismo control­
lato le depressioni saranno più lunghe, le fasi di espan­
sione più brevi e impetuose e le crisi più deleterie che
ai tempi della u libera concorrenza " )) 6 •
Benché, dunque, Pollock fosse un avversario della
teoria del ' crollo ', e benché si sforzasse di cogliere tutti
gli elementi di novità del capitalismo ' organizzato ' o
' controllato ' o ' garantito ' rispetto al capitalismo concor­
renziale o ' anarchico ', egli restava un acerbo critico del
' sistema ', nel quale anzi vedeva aumentati e aggravati
quegli aspetti di irrazionalità complessiva che postulavano
il passaggio (non deterministico e non automatico) a un
organismo socio�economico superiore, consapevolmente
pianificato dagli uomini: cioè a un sistema socialista.
Era evidente, nell'analisi pollockiana, che egli, a diffe­
renza di Grossmann (e di Marx), tralasciava qualunque
richiamo alla cosiddetta legge della caduta tendeQziale
del saggio del profitto, e insisteva piuttosto sulle ' spro­
porzioni ' del sistema capitalistico, le quali si sarebbero

6 Tutte le citazioni sono riprese dal saggio di F. Pollock,


L4 situtJzione attuale del capitalismo e le prospettive di un rior�
dinamento pianificato dell'economia ( 1932), in Id., Teoria e prassi
dell'economia di piano cit., pp. 85�108.

44
aggravate, per ironia della sorte, proprio nel •
• organizzata ' o ' controllata ' 7• In altre parole,
riprendeva le tesi di Tugan-Baranowskj, ma, a diflere
del vecchio Kautsky e dell'ultimo Hilferding, non le i
riva in uno schema evoluzionistico-riformistico, in quant
;o
egli era convinto che il capitalismo maturo, !ungi dal
sopprimerle, avrebbe aggravato le ' sproporzoni ', e dun-
que avrebbe accentuato sempre più il proprio carattere
anarchico e irrazionale.
In un saggio successivo, espressamente dedicato alle
cause e agli effetti della grande crisi iniziata nel 1 929 8,
Pollock ribadiva tutti i punti centrali della propria ana­
lisi, con l'aggiunta, però, di un elemento ricavato dal­
Papera marxiana: aumentando costantemente ed enor­
memente la produttività del lavoro, e quindi la quantità
t!i beni da smerciare sul mercato, il capitalismo era sem­
pre più esposto alle cosiddette ' crisi di realizzo ' (dovute,
cioè, all'impossibilità, che si verificava a un certo punto,
di vendere le merci al loro valore) 9 : cosl ' sproporzione '
e 1 sovraproduzione ' si sommavano, dando vita a una
spirale infernale.
Anche in questa occasione Pollock sottolineava l'au­
mento progressivo della ' rigidità ' del sistema considerato
nel suo complesso. Un fenomeno dovuto a vari motivi:
in primo luogo, al fatto che la mole tecnica e organizza­
tiva delle grandi aziende le rendeva prive di elasticità, e
il passaggio dei capitali da un ramo all'altro della produ­
zione diventava sempre più arduo, con conseguente aggra­
vamento delle ' sproporzioni '; in secondo luogo, perché
il potere dei managers dei trusts e dei cartelli di decidere

7 Cfr. G. Marramao, Introd. a F. Pollock, Teoria e prassi


dell'economia di piano cit., pp. 30 .e 34.
a F. Pollock, Osservazioni sulla crisi economica (pubblicato
nd 1933 sulla <i Zeitschrift fUr Sozialforschung ))), ivi, pp. 135-72.
'9 Sulle ' crisi di realizzo ', si veda la precisa esposizione di
P. M. Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico cit., cap. X
(soprattutto le pp. 227-30, dove si esamina la connessione, isti­
tuita da Marx, fra la tendenza dei capitalisti a espandere illimi­
tatamente la produzione, senza alcun riferimento al consumo, e
la restrizione della domanda di consumo, dovuta ai bassi salari).

45
dell'impiego di grandi quantità di capitale altrui (data
la separazione fra proprietà e controllo, che si era rea­
lizzata già a partire dalla società per azioni), rendeva
sempre più frequenti gli investimenti sbagliati; in terzo
luogo, perché le grandi unità economiche potevano con­
tare in ogni situazione critica sul sostegno finanziario
dello Storo, sicché il ripristino degli equilibri sconvolti,
che è la funzione principale della crisi, veniva impedito,
il basso livello del ciclo congiunturale si prolungava, e le
sue devastazioni si moltiplicavano.
D'altro canto, l'enorme sviluppo della tecnica, che
costituiva una delle più straordinarie trasformazioni strut­
turali del capitalismo maturo, svolgeva anch'esso un ruolo
negativo.

Dalla guerra in poi - diceva Pollock - in seguito alla


scientificizzazione dei metodi di produzione e ai mezzi messi
a disposizione delle • grandi unità ' per una razionalizzazione
sistematica, questo sviluppo è avvenuto ad un ritmo che è
di gran lunga superiore al rozzo meccanismo del mercato.
La produzione di massa, svolta con pochi uomini e con uno
sfruttamento intensivo di capitale, cresce d'importanza, e con
essa il pericolo di una sovraproduzione permanente e di una
disoccupazione strutturale 10•

Per Pollock dunque (come risulta da tutta l'analisi


vista finora), la grande crisi apertasi nel 1929 non aveva
cause esogene (come molti difensori del capitalismo soste­
nevano), bensl endogene al sistema capitalistico maturo.
È vero, egli diceva, che ogni crisi ha caratteristiche pro­
prie, e un certo nu_mero di fattori accidentali; ma è anche
vero che alla radice di ogni crisi capitalistica c'è il con­
flitto fra forze produttive e rapporti di produzione, • che
si esprime nella contraddizione tra le illimitate possibilità
tecnico-economiche e il limitato - tendenzialmente sem­
pre più arduamente realizzabile - scopo della realizza­
zione del capitale » 11• Se questo era vero, allora era diffi-
lo F. Pollock, Osservazioni sulla crisj economica cit., pp.
144-6.
Il lvi, p. 135.

46
cile che il capitalismo potesse superare facilmente la crisi
apertasi nel 1929. E non a caso, Pollock era assai scet­
tico sull'esperimento rooseveltiano. Gli sembrava che,
nonostante alcuni successi parziali, il New Dea! si fon­
dasse su un'errata teoria del potere d'acquisto e che i
suoi interventi curassero in sostanza soltanto i sintomi,
non le cause, del male: sicché, concludeva, tale politica
« contribuiva ad acuire le disproporzioni esistenti e a
crearne di nuove », e tutto ciò faceva sorgere seri dubbi
circa « la possibilità che questo esperimento riuscisse a
far uscire gli Stati Uniti dalla crisi >> 12•
Benché, quindi, Pollock respingesse la tesi meccanici­
stica del crollo automatico del capitalismo ( « Probabil­
mente - egli diceva - solo in un futuro molto lontano
non vi saranno, dal punto di vista economico, più vie
d'uscita per il sistema esistente ») 13, anch'egli, tuttavia,
valutava in termini assai pessimistici il futuro, e si ispirava
a un sostanziale catastrofismo. Sul piano economico, infatti,
il sistema capitalistico era, alla lunga, condannato; nel frat­
tempo, non solo si sarebbe aggravata la sua irrazionalità
çomplessiva, ma, da un punto di vista socio-politico, col
superamento della fase liberistico·liberale, esso sarebbe pas­
sato a una fase autoritaria.
Sotto questo profilo l'esito totalitario della storia tede­
sca era tutt'altro che casuale, e non poteva essere valutato
in nessun modo come una ' parentesi ' 14• Per un verso,
infatti, nel capitalismo maturo un gruppo sempre più
ristretto eli feudatari economici e di loro funzionari si
avviava a essere il vero e proprio usufruttuario dell'orcli­
namento capitalistico 15 ; per un altro verso, il parlamen-

12 lvi, p. 165.
JJ lvi, p. 168.
14 Come invece ritenevano alcuni autorevoli marx1st1 , a par·
tire da Kautsky, il quale pensava che le istituzioni democraciro­
parlamentari fossero le più adatte per il capitalismo avanzato:
cfr. M. L. Salvadori, Kauts!ey e la rivoluzione socialista (1880·
19]8) cit., pasrim.
IS F. Pollock, Osservazioni .sulla cri.si economica cit., pp.
169·70.

47
tarismo era poco adatto a questa nuova fase in quanto
corrispondeva a una concentrazione meno avanzata del
potere economico. Di qui la nascita del nuovo Stato auto­
ritario. Esso produceva, secondo Pollock, un singolare
effetto ' ottico ', poiché, abolito il condizionamento del
parlamentarismo, e potendo disporre dell'intero apparato
del dominio psicologico sulle masse, i governi di questa
nuova fase sembravano essere indipendenti dalle classi
e stare imparzialmente al di sopra della società 16• Senon­
ché, si trattava appunto solo di una illusione ottica.
L'avvento del totalitarismo esprimeva in realtà la quin­
tessenza del capitalismo maturo o ' controllato ', in cui
veniva annientata, prima di tutto, la resistenza della classe
operaia, sia attraverso i metodi del condizionamento di
massa, sia attraverso la disoccupazione (che funzionava
come strumento di divisione dei lavoratori e come deter­
rente a un tempo) 17• Da questo punto di vista, Pollock
non faceva molte distinzioni fra Germania e Stati Uniti
( non a caso, nel saggio che abbiamo esaminato, egli
assimila la storia socio-politica americana a quella tede­
sca, e passa con facilità dall'una all'altra). E in ciò egli
esprimeva certo le convinzioni più profonde dei princi­
pali esponenti della Scuola di Francoforte.

2. Non era dunque per un omaggio puramente for­


male che Herbert Marcuse, nella sua prima analisi orga­
nica del nazional-socialismo, rinviava esplicitamente ai la­
vori di Pollock. In un brillante saggio, La lotta contro
il liberalismo nella concezione totalitaria dello Stato
( 1 934) 18, Marcuse sosteneva infatti che il nuovo Stato

16 lvi, p. 172.
17 lvi, pp. 171-2.
18 Pubblicato, nello stesso anno, sulla « Zeitschrift fiir »
zialforschung » (trad. it. in H. Marcuse, Cultura e società. Saggi
di teoria critica 1933·1965, Einaudi, Torino 1969, pp. 342). Her·
bert Marcuse (nato a Berlino nel 1898 da famiglia ebraica) era
entrato a far parte dell'Istituto per la Ricerca Sociale nel 1933,
che lo assegnò alla sede di Ginevra.

48
autoritario era figlio legittimo del liberalismo, nel senso
che ne costituiva il risultato inevitabile e la logica conclu­
sione. Naturalmente, era una tesi ardua da sostenere, e
l'autore non se ne nascondeva le difficoltà.
Come spiegare infatti, a tacer d'altro, la violenta
polemica degli esponenti ideologici dello Stato autoritario·
totalitario contro il liberalismo? In realtà tale polemica
era basata, secondo Marcuse, in parte su un equivoco,
in patte su una ' ideologizzazione ' del liberalismo, che ne
occultava i caratteri più veri ed essenziali, che erano
quelli economico-sociali. Infatti, i principali ' peccati ' che
la nuova concezione totalitaria rimproverava alla società
liberale erano le ' idee del 1789 ' , l'umanesimo e il paci­
fismo da rammolliti, l'intellettualismo, l'individualismo
egoistico, l'abbandono della nazione e dello Stato alla
lotta degli interessi di determinati gruppi sociali, l'egua·
litarismo astratto, la partitocrazia, l'effetto disgregatore
del tecnicismo e del materialismo. Senonché, secondo Mar­
cuse, quasi nessuno di questi ' peccati ' era caratteristico
del liberalismo storico.

È falso - egli diceva - che le idee del 1789 siano


sempre state sulla bandiera del libera!ismo: si porrebbe per­
sino dire che ne siano state combattute nella maniera più
violenta. Il liberalismo è stato uno dei più forti propugnatori
di una nazione potente; non sempre ha fatto propria la
causa del pacifismo e dell'internazionalismo, e ha tollerato
anche troppo spesso pesanti interventi dello Stato nell'eco­
nomia. [ . . . ] Nel periodo dominato dal liberalismo è persi­
no accaduto che spesso lo Stato intervenisse violentemente
nella vita economica, particolarmente nei riguardi del pro­
letariato, non appena lo richiedessero la libertà e la sicu­
rezza della proprietà privata minacciate. Dittatura e regime
autoritario non sono affatto idee estranee al liberalismo; nel­
l'epoca del liberalismo pacifista ed umanitario si sono com­
battute anche troppe guerre nazionali. Le - oggi tanto
odiate - fondamentali rivendicazioni politiche del liberali­
smo, che derivano dalla sua concezione dell'economia (libertà
di parola e di stampa, pubblicità integrale della vita politica,
sistema rappresentativo e parlamentare, divisione ovvero equi-

49
librio dei poteri), non sono mai state in effetti realizzate
completamente: a seconda delle varie situazioni sociali, que­
ste rivendicazioni sono state limitate o del tutto sospese 19•

La nuova concezione totalitaria occultava tutto que­


sto e dava una rappresentazione distorta del liberalismo;
e ciò perché, secondo Marcuse, essa aveva bisogno di
occultare un fatto ben più importante e fondamentale:
che lo Stato autoritario accettava ed ereditava largamente
la struttura sociale del liberalismo, il cui fondamento era
costituito dall'organizzazione della società basata sull'eco­
nomia privata, cioè sul riconoscimento della proprietà e
dell'iniziativa degli imprenditori. « Proprio questa orga­
nizzazione della società - affermava Marcuse - rimane
alla base anche dello Stato totalitario ed autoritario; essa
è stata sanzionata espressamente in una serie di dichia­
razioni programmatiche. Le forti modificazioni e limita­
zioni di questa organizzazione, compiute ovunque, corri­
spondono alle esigenze monopolistiche dello sviluppo del­
l'economia capitalistica stessa, e non mettono in discus­
sione il principio dell'organizzazione dei rapporti di pro­
duzione )> 2D. E infatti, diceva Marcuse, se si guardava con
attenzione, la polemica contro il borghese svolta dalla nuova
concezione autoritario-totalitaria, era diretta sempre e sol­
tanto contro una figura determinata del borghese (contro il
tipo del piccolo commerciante con la sua meschinità) e
contro una forma determinata del capitalismo (rappresen­
tata dalla libera concorrenza di singoli capitalisti auto­
nomi ) : cioè contro figure e forme che erano già state supe­
rate dallo sviluppo economico. Quello che non era tra­
montato, invece, e che costituiva l'elemento di continuità­
identità fra liberalismo e totalitarismo, era l'ordinamento
socio-giuridico che solo rendeva possibile il borghese: la
proprietà privata dei mezzi di produzione 2'-
Tale continuità di fondo spiegava, secondo Marcuse,
anche gli importanti elementi di continuità ideologica che,

" lvi, pp. 8·9.


20 lvi, pp. 10·1.
21 lvi, pp. 1 1 -2.

50
al di là di tutte le polemiche, sussistevano fra liberalismo
e totalitarismo nazifascista: in primo luogo, l'odio spie­
tato contro il socialismo marxista; e poi la fede nelle
eterne leggi naturali che reggono la vita sociale ( « c'è
qualcosa di eterno nella nostra natura, che si ricostituisce
sempre e a cui ogni sviluppo deve ritornare >>, diceva
Moller van den Bruck; e Hans Wolff esclamava: « en­
triamo in una nuova epoca giusnaturalistica » ) . Né era
da trascurare il fatto che il culto carismatico-autoritario
del capo era già stato prefigurato dal liberalismo con la
celebrazione del geniale capo d'azienda, del boss ' nato ',
ecc. 71. Dunque, a veder bene, molti elementi della conce­
zione totalitaria dello Stato erano già impliciti nella conce­
zione liberale. Né ciò doveva stupire, secondo Marcuse,
perché, se era vero che liberalismo e autoritarismo fascista
corrispondevano a due diverse fasi dello sviluppo capitali­
stico ( l 'uno al capitalismo fondato sulla libera concorrenza
fra piccoli imprenditori autonomi, l'altro al capitalismo
monopolitistico fondato sulle grandi unità economiche, sui
' cartelli ' e sui trusts ) ; era anche vero che

il passaggio dallo Stato liberale allo Stato totalitario ed auto­


ritario si compie sulla base dello stesso ordine sociale. Te­
nendo presente questa base economica unitaria, si può dire
che sia il liberalismo stesso a « generare » lo Stato totali­
tario e autoritario, che ne è il perfezionamento in uno stadio
avanzato dello sviluppo. Lo Stato totalitario ed autoritario
fornisce l'organizzazione e la teoria della società che corri­
spondono allo stadio monopolistico del capitalismo 23•

Come si vede, lo schema interpretativo proposto da


Marcuse per spiegare il passaggio dal liberalismo al fasci­
smo, era sostanzialmente estremistico, di un estremismo
che, purtroppo, non era affatto cosa rara nella Germania
di quegli anni: come, infatti, i comunisti, alla vigilia
della presa del potere da parte di Hitler, avevano soste­
nuto, contro la socialdemocrazia, la teoria del ' soda!-

22 lvi, pp. U, 12·3 e Hl.


Z3 lvi, p. 19.

51
fascismo ', dividendo in modo esiziale le forze della sini­
stra antifascista, cosi Marcuse non esitava a sostenere la
teoria del liberai-fascismo, e cioè che il secondo è gene­
rato necessariamente e di pieno diritto dal primo.
Non si può non rilevare che si tratta di uno schema
sforzato, per certi versi addirittura grottesco, e comun�
que, nel complesso, assai poco convincente. Del resto,
basta leggere con attenzione il saggio di Marcuse per
rendersi conto delle difficoltà che egli trovava sul proprio
cammino (e che egli, peraltro, come abbiamo già rilevato,
non si nascondeva).
In primo luogo, infatti, Marcuse ammetteva che il
liberalismo era pervaso da una fondamentale ispirazione
razionalistica, che si nutriva della fede nel trionfo della
ragione al di là di ogni contrasto di interessi e di opi­
nioni. << Il liberalismo - diceva l'autore a questo propo­
sito - in conformità con le sue concezioni economiche,
fa dipendere (e qui inizia la concezione tipicamente libe­
rale del razionalismo) questa vittoria della ragione dal
confronto libero e aperto delle diverse opinioni e dot­
trine da cui dovrebbe risultare ciò che è razionalmente
vero e giusto >> 24 • Marcuse ammetteva anche che questo
atteggiamento razionalistico era strettamente connesso con
la struttura sociale del liberalismo, e che quindi era un
suo connotato essenziale e ineliminabile:

Come - egli diceva infatti - l'organizzazione econo­


mica della società è fondata sulla libera concorrenza dei sog­
getti privati dell'economia, e quindi proprio sull'unità degli
opposti e sull'unificazione dell'ineguale, cosl anche la ricerca
della verità si fonda sulla possibilità di un dialogo aperto,
sul libero gioco della domanda e della risposta, sul convin­
cere e lasciarsi convincere in forza di argomenti, quindi
proprio sulle obiezioni e sulla critica provenienti dall'avver­
sario. Tutte le tendenze, da cui i postulati politici del libera­
lismo (libertà di parola e di stampa, pubblicità, tolleranza,
sistema parlamentare, ecc . ) traggono la loro vitalità teorica,
sono elementi di un vero razionalismo 25•

" lvi, pp. 16-7.


25 lvi, p. 17.

52
Se questo era vero, allora anche gli aspetti di conti­
nuità ideologica che Marcuse individuava fra liberalismo
e fascismo erano, e non potevano non essere, assai !abili
e problematici. Né egli lo negava. Per esempio, quando
egli parlava del ' naturalismo ' come elemento di conti­
nuità fra liberalismo e fascismo, non poteva fare a meno
di osservare: « È vero però che il naturalismo liberale
si inscrive in un ordine di idee essenzialmente razionali­
stico. Non si può trascurare questa differenza senza ren­
dere artificialmente confusi i limiti delle due teorie e
mh;conoscerne la mutata funzione sociale >> 216• Del resto,
nella parte conclusiva del proprio saggio, Marcuse indivi­
duava tutta una serie di elementi ideologici ' nuovi ',
propri della concezione autoritario-totalitaria, che nulla
avevano a che fare col liberalismo: « elementi in cui si
annuncia - egli diceva - un chiaro contraccolpo dialet­
tico contro il liberalismo » "Il. Tali elementi nuovi erano
l' ' universalismo ', che era più esatto chiamare ' organi­
dsmo ', poiché concepiva la totalità sociale non soltanto
come somma o totalità astratta, ma come unità unifica­
trice delle parti, nella quale soltanto ogni parte si realizza
e si compie (si trattava della retorica fascista relativa al
fatto che ' lo Stato nuovo ' non avrebbe più avuto parti­
colarismi e tendenze centrifughe nel proprio seno); il
' naturalismo ', nel senso dell'esaltazione del sangue, della
razza, della terra; l'esistenzialismo, inteso non in senso
filosofico bensl in senso politico, che era diventato un ele­
mento decisivo della teoria totalitaria dello Stato, in
quanto postulava una completa politicizzazione e ' attiviz­
zazione ' di tutti gli aspetti dell'esistenza, ecc. 28 . Tutti
elementi, questi, che, ovviamente, non erano minimamente
riotracciabili nel liberalismo, e anzi ne costituivano gli
antipodi.
E tuttavia, nonostante tali riconoscimenti, Marcuse
teneva ferma, nel suo saggio, la pretesa continuità ideo-

>6 lvi, p. 14.


TI lvi, p. 19.
28 lvi, pp. 204 1 .

53
logica fra liberalismo e fascismo, e la convinzione che
l'esito totalitario fosse inevitabile per tutti i paesi capi­
talistici avanzati, nei quali l'economia assumeva sempre
più connotati monopolistici. Sotto questo profilo, la Ger­
mania di Hitler e l'America di Roosevelt avevano imboc­
cato lo stesso cammino, e qualsiasi differenza, fra questi
paesi, era destinata a scomparire. Era uno schema, in­
somma, quello proposto da Marcuse e dalla Scuola di
Francoforte, che non aveva strumenti culturali e socio­
politici per intendere i motivi del persistere della liberai­
democrazia in alcuni grandi paesi capitalistici avanzati,
e tendeva a vedere anche questi ultimi attraverso la cate­
goria dell' ' autoritarismo '. Si trattava, come è ovvio,
di un modo a dir poco manicheo di considerare gli svi­
luppi politici del mondo contemporaneo, e che, ispirato
a un marxismo per molti versi elementare, rozzo ed
estremistico, perdeva il senso delle proporzioni e delle
distinzioni. Non a caso, del resto, negli anni successivi
si sarebbe acceso su questi temi un ampio e vivace
dibattito nella Scuola di Francoforte.

IV. GLI STUDI SULL' AUTORITÀ E LA FAMIGLIA

Con l'ascesa dei nazisti al potere, gli esponenti della


Scuola di Francoforte (marxisti, e tutti di origine ebraica)
furono costretti ad abbandonare la Germania. Nel 1934
l'Istituto per la -Ricerca Sociale fu trasferito negli Stati
Uniti, a New York, presso la Columbia University, che
gli mise a disposizione una sede in uno dei suoi edifici.
Nello stesso anno giunsero a New York Horkheimer,
Pollock, Lowenthal, Marcuse, Wittfogel (Fromm si era
trasferito oltre oceano due anni prima). L'emigrazione
negli Stati Uniti non significò, però, interruzione di ogni
legame con l'Europa: l'Istituto conservava una sede a
Ginevra, una a Londra (fino al 1936) e una a Parigi (che
funzionò fino allo scoppio della guerra). A Parigi, inoltre,

54
veniva edita, in lingua tedesca, dalla Libreria Félix Alcan,
la rivista dell'Istituto, la « Zeitschrift filr Sozialfor­
schung » . La decisione di continuare a pubblicare la
« Zeitschrift » in Europa, in lingua tedesca, aveva un
evidente significato: conservare un contatto profondo e
organico con la cultura europea e con l'emigrazione anti­
fascista, che, nella sua grande maggioranza, si era stabi­
lita in Svizzera, Francia, Inghilterra, ecc. E tuttavia, come
è ovvio, la scelta di trasferire la sede centrale dell'Istituto
negli Stati Uniti, cioè nel paese capitalistico più moderno
e avanzato, doveva avere importanti conseguenze sulla
storia intellettuale della Scuola di Francoforte 1 . Ma su
ciò torneremo in seguito. Intanto è necessario esaminare
uno dei lavori più importanti della Scuola in questo
periodo, un lavoro che costituisce senz'altro il frutto più
maturo dell'attività dell'Istituto prima della sua stagione
americana: gli Studi sull'autorità e la famiglia ( 1 936) '·
La parte di gran lunga più importante degli Studi è
costituita da tre ampi saggi: uno di Horkheimer ( di intro­
duzione teorico-metodica alla ricerca), uno di Fromm
(sugli aspetti psicologico-sociali) e uno di Marcuse ( rela­
tivo alla storia delle idee). Anche se metodologicamente
affini, e convergenti nelle conclusioni, questi saggi meri­
tano di essere esaminati partitamente, per la grande va­
rietà di temi e di motivi che essi svolgono.

l . Nel suo contributo, Horkheimer parte da una con­


siderazione che è perfettamente in linea con le posizioni
elaborate fino a quel momento dalla Scuola. :B indubi­
tabile, egli dice, che la forma sociale attualmente preda-

1 Per maggiori dettagli sulla organizzazione e articolazione


deii'Istituto per la Ricerca Sociale negli anni successivi all'av­
vento del nazismo, nonché per molti particolari biografici sui
singoli esponenti dell'Istituto, dr. M. Jay, op. cit., pp. 49-54 e
177-81.
2 Studien iiber Autoritiit und Familie. Forschungsberichte
aus Jem lnstitut /Ur Soz.ial/orschung, Librairie Félix Alcan, Paris
1936 (trad. it. Studi sull'autorità e la famiglia, con introd. di
F. Ferrarotti, Utet, Torino 1974).

55
minante in Europa, la quale si estende anche all'America
e imprime il suo marchio a tutti i territori coloniali,
tende al declino, nonostante l'uniformità dei processi che
si ripetono nel suo ambito. Essa, infatti, è lacerata da due
antagonismi fondamentali: all'interno, dal contrasto fra
le classi sociali; all'esterno, dalla lotta tra i grandi gruppi
di potere nazionali '.
Pagato in questo modo il proprio tributo alla tradi­
zione marxista, Horkheimer svolge però una serie di con·
siderazioni assai interessanti, che vanno al di là della
concezione marxista classica. Intanto, egli non si fa sover­
chie illusioni circa la velocità della curva di decadenza
o di declino della società capitalistica. Il fatto si è che
questa società è ' tenuta insieme • da una serie di com­
plessi meccanismi e ingranaggi, strettamente e inestricabil­
mente intrecciati fra loro: economico-sociali, ma anche (e
non secondariamente) psicologico-culturali. In breve, an·
che in questo scritto Horkheimer sottolinea l'inadegua­
tezza di qualunque interpretazione ' economicistica ' della
società. Certo, egli dice, occorre vedere nel processo eco·
nomico « il fondamento determinante dell'accadere », ma
ciò è possibile soltanto se si considerano « tutte le
rimanenti sfere della vita sociale nella loro connessione
con esso, una connessione che è in continua trasforma­
zione ». Occorre, insomma, inserire tutta la cultura nella
dinamica storica, e prendere in considerazione le abitu­
dini, le usanze, l'arte� la religione, le ideologie socio­
politiche e la filosofia, che nel loro intreccio costituiscono
di volta in volta i fattori dinamici della conservazione o
della disgregazione di una determinata forma sociale. D'al.
tra parte, le varie forme culturali testé citate si connet­
tono strettamente alla costituzione psichica degli indi­
vidui, nel senso che costituiscono i modi e gli strumenti
con i quali e attraverso i quali gli uomini ' vedono ' e
vivono la realtà sociale. Dice Horkheimer a questo propo·
sito : « Per comprendere il problema del perché una
società funziona in un determinato modo, del perché è

3 M. Horkheimer, Autorità e famiglia, in TC, l, p. 277.

56
stabile o in dissoluzione, occorre conoscere quella che è
di volta in volta la costituzione psichica degli uomini nei
diversi gruppi sociali, sapere come il loro carattere si è
formato in connessione con tutte le potenze di forma­
zione culturale de li' epoca » '. Tale connessione fra econo­
mia (rapporti sociali di produzione), psicologia e cultura
è appunto al centro delle riflessioni di Horkheimer nel
suo saggio, ed è interessante vederla nei dettagli.
Per quanto riguarda la descrizione degli aspetti econo­
mico-sociali del capitalismo, Horkheimer si rifà a Marx,
e si può dire che ne dà per presupposte tutte le analisi.

Il fatto sociale - egli afferma a questo proposito -


che, riconosciuto come dato per natura, sanziona nel modo
più immediato i rapporti di dipendenza esistenti, è la diffe­
renza di proprietà. Chi è povero deve lavorare duramente
per poter vivere, e anzi, quanto più si gonfia l'esercito strut­
turale di riserva dell'industria, deve anche considerare questo
suo lavoro come un grande beneficio e privilegio, cosa che
del resto egli fa se appartiene al tipo borghese-autoritario.
La vendita della sua forza-lavoro « per sua libera scelta »­
determina il continuo aumento del potere dei dominanti; la
differenza tra il guadagno e il patrimonio delle due classi
cresce fino a raggiungere dimensioni fantastiche 'S.

Se in passato, nella prima fase del capitalismo, le


qualità personali potevano ancora costituire una possi­
bilità di ascesa, nella fase successiva, con la crescente
irrazionalità del sistema, anche dò vien meno. Qui tutto
è ormai abbandonato al caso, e il riconoscimento di questa
accidentalità si manifesta attraverso l'adorazione del puro
successo, questo Dio del mondo moderno.

Esso non sta in nessun rapporto sensato con uno sforzo


che per intensità, intelligenza e per il suo carattere progredito
sia superiore a quello degli altri; è il fatto puro e semplice
che uno ce l'ha fatta, che dispone di denaro, potere, reluioni
che lo sollevano al di sopra degli altri, che costringe gli altri

• lvi, p. 279.
s lvi, p. 316.

57
al suo servtzto. Il vigere cosciente della giustizia sociale si
è ritirato nelle aule dei tribunali e ivi, a prescindere dalla
lotta politica, sembra occuparsi essenzialmente di ladri e di
assassini. La cieca sentenza dell'economia, di questa istanza
sociale più potente, che condanna la maggioranza dell'urna·
nità a una miseria insensata e lascia deperire innumerevoli
capacità, viene accettata come inevitabile e riconosciuta di
fatto nelle azioni degli uomini 6•

Senonché, detto · ciò, si tratta di capire perché mai


un meccanismo di questo genere abbia la capacità di resi­
stere e di riprodursi, perché mai la maggioranza degli
uomini si rassegni a tanta irrazionalità e la accetti come
inevitabile, perché, insomma, ogni giorno si metta in
moto un congegno sociale che, considerato alla luce di
una razionalità superiore, dovrebbe essere immediata­
mente soppresso e sostituito.
La risposta di Horkheimer è che per intendere tali
processi non basta fare riferimento alla « nuda costri­
zione >>, cioè alla forza coercitiva e alla violenza mate­
riale delle classi dominanti sulle classi dominate (attra­
verso i tribunali, la polizia, l'esercito, ecc.). Se si trat­
tasse solo di questo, la rivoluzione sarebbe all'ordine del
giorno in molti paesi capitalistici. In realtà, il dominio
di classe è infinitamente più complesso, più raffinato e
più vischioso, e dunque più resistente: esso si basa infatti
sull'« interiorizzazione della costrizione », sia attraverso
le istituzioni sociali, sia attraverso le ideologie e le forme
culturali 7 • Fra le istituzioni sociali, la famiglia svolge un
ruolo primario ed essenziale. « In quanto è una delle
più importanti agenzie educative, la famiglia - dice
Horkheimer - provvede alla riproduzione dei caratteri
umani come sono richiesti dalla vita sociale, e dà loro
in gran parte l'indispensabile capacità di assumere lo
specifico comportamento autoritario dal quale dipende
in larga misura il sussistere dell'ordinamento borghese >> '·

• lvi, pp. 316-7.


7 lvi, pp. 281-2.
s lvi, p. 322.

58
Nella famiglia, infatti, il figlio, quale che sia il giudizio
che egli dà eli suo padre, deve subordinarsi a lui e con­
quistare la sua approvazione, se non vuole provocare
gravi dinieghi e conflitti. « Di fronte al figlio in ultima
istanza il padre ha sempre ragione; egli rappresenta il
potere e il successo, e l'unica possibilità che il figlio ha
di preservare interiormente l'armonia tra gli ideali e
l'agire obbediente - che prima della conclusione della
pubertà è scossa assai di frequente - è quella di attri­
buire al padre, ossia a colui che ha la forza e il patri­
monio, tutte le qualità riconosciute come positive » 9•
L'autorità paterna non viene cosl solo obbedito, ma pro­
fondamente interiorizzata, fino al punto di idealizzarla e
di adorarla. Ciò avviene, sottolinea Horkheimer, in tutte
le famiglie della società borghese, appartenenti ai più
diversi strati sociali. Accade cosl che non solo dalle classi
della grande borghesia, ma anche da quelle degli operai
e degli impiegati provengano sempre di nuovo genera­
zioni che non solo non mettono in discussione le strutture
del sistema economico e sociale, ma al contrario le rico­
noscono come naturali ed eterne 10• Finché, dunque, la
cellula fondamentale della vita sociale e la cultura su di
essa fondata non saranno modificate in modo sostanziale,
la società continuerà a produrre tipi caratteriali autori­
tari (strettamente funzionali a quel rapporto autoritario
per eccellenza che è il rapporto lavoratore salariato/
capitalista).

La famiglia - dice Horkheimer - costituisce un mo­


mento importante della connessione necessaria che domina
questo periodo storico. Tutti i movimenti politici, morali,
religiosi coerenti che si sono proposti il raffor2amento e il
rinnovamento di questa unità, hanno avuto piena consapevo­
lezza della fondamentale funzione della famiglia come crea­
trice di una mentalità autoritaria, e si sono fatti un dovere
di rafforzare la famiglia con rutti i suoi presupposti quali
la condanna dei rapporti sessuali extra-coniugali, la propa-

9 lvi, p. 3 3 1 .
IO lvi, pp. 331-2.

59
ganda della procreazione e dell'allevamento dei bambini, la
limitazione della donna a casalinga u.

Del resto, i rapporti di subordinazione all'interno


della famiglia, se garantiscono i rapporti di subordi­
nazione all'interno della società e fanno corpo con essi,
costituiscono anche la base delle ideologie cristiano-bor­
ghesi, che a loro volta contribuiscono a cementare gli
stessi rapporti di subordinazione sociale. Tipico il caso
del protestantesimo; ma Io stesso può dirsi di molte
filosofie o di molte concezioni etico-politiche: « Tutta la
letteratura politica, religiosa e filosofica dell'epoca mo­
derna è permeata dalla glorificazione dell'autorità, del­
l'obbedienza, dello spirito di sacrificio, del duro compi­
mento del proprio dovere » 12•
In breve: la conditio sine qua non per sciogliere il
resistente collante ideologico-istituzionale che garantisce
la sopravvivenza della società borghese è la dissoluzione
clelia famiglia borghese, fondata sull'autorità paterna, e la
creazione di una comunità familiare di tipo nuovo. Affer­
ma Horkheimer a questo proposito: « Dalle sofferenze
causate dalla realtà che sotto il segno dell'autorità bor­
ghese opprime l'esistenza, può sorgere una nuova comu­
nità dei coniugi e dei figli, la quale certo non sarà chiusa
nei confronti di altre famiglie dello stesso genere o degli
individui del proprio gruppo come avviene invece nella
famiglia borghese » 13 • In verità, non è molto chiaro che
cosa Horkheimer intenda per « nuova comunità dei coniugi
e dei figli ». Che egli non intenda la soppressione pura e sem­
plice della famiglia. ( secondo un ideale che potrebbe rifarsi,
del resto, a un'illustre tradizione di pensiero, a partire
da Platone), sembra chiaro dalle sue parole, quando dice
che la fomiglia di tipo nuovo sarà ' aperta ' nei confronti
delle altre famiglie, ma sarà appunto, pur sempre, ' fami­
glia '. Sembra di capire che il mutamento fondamentale
clovrebbe consistere nel fatto che la famiglia di tipo

n lvi, p. 335.
12 lvi, p. 314.
Il lvi, p. 347.

60
nuovo non dovrebbe più basarsi sull'egoismo, sulla pro­
prietà, sull'accumulazione di ricchezza, ecc., né su rapporti
autoritari all'interno della famiglia medesima, bensl sul­
l'eguaglianza, sull'amore e sulla solidarietà fra i singoli
membri della famiglia per un verso, e fra le varie fami­
glie per un altro verso; cosi come dovrebbe basarsi sul­
l'emancipazione della donna, e dunque sulla eguale dignità
dei coniugi, su una relativa libertà sessuale, ecc. Si tratta,
naturalmente, di un ideale nobile e generoso . Lascia però
dubbiosi sul fatto che esso renda possibile il superamento
di quello che Horkheimer definisce il rapporto autori­
tario padre-figlio. Non sarà fuori luogo richiamare, a que­
sto proposito, le indicazioni della psicologia del profondo
e in primo luogo della psicoanalisi, tanto più che Hork­
heimer si rifà ampiamente ad essa ( « i singoli meccanismi
- egli dice - che operano nella formazione del carat­
tere autoritario nella famiglia, sono stati analizzati soprat­
tutto dalla moderna psicologia del profondo ») 14• Ora,
uno degli aspetti fondamentali della psicoanalisi - che
può gettar luce sui problemi di cui ci stiamo occupando -
consiste nella ricostruzione della genesi del Super-lo, cioè
di quell'istanza della personalità il cui ruolo è assimilabile
a quello dì un giudice o di un censore nei confronti
dell'Io. Come è noto, per Freud la formazione del Super­
Io corrisponde al declino del complesso edipico: il bam­
bino, rinunciando al soddisfacimento dei suoi desideri
edipici colpiti da divieto, trasforma il suo investimento
nei genitori in identificazione coi genitori, cioè egli inte�
riorìzza il divieto 1 5• Alla base, dunque, della formazione
dd Super-lo vi è la rinuncia ai desideri edipici (verso la
madre) e agli impulsi ostili (verso il padre), che urtano
nella minaccia di castrazione, anche se poi il Super-lo viene
arricchito, secondo Freud, da ulteriori apporti sociali e
culturali (educazione, religione, ecc.). Ora, se è giusta
questa analisi, è certo possibile (oltre che augurabile) atte-

14 lvi, p. }32.
" Cfr. ]. Laplanche e ].-B. Pontalis, Enciclopedia della psi­
canalisi, Laterza, Bari 1968, pp. 592-3.

61
nuare una eccessiva severità del Super-Io ( •
punto, a particolari influssi di tipo educativo-aut
religioso, ecc . ) ; ma non è possibile sopprimere qu
fondamentale rinuncia o repressione degli istinti che c · .
tuisce la radice prima della formazione del Super-Io : tal
:0
soppressione significherebbe infatti, né più né meno, la
soppressione della civiltà. Una certa dose di ' costrizione ',
con relativa interiorizzazione della costrizione medesima,
è dunque inevitabile, ed è alla base del processo me­
diante il quale si costituisce la vita civile. Del resto, lo
stesso Horkheimer sembra essere consapevole di ciò,
almeno in un punto del suo saggio, là dove afferma:

Per quanto il padre possa comportarsi razionalmente da


un punto di vista soggettivo, la sua posizione sociale rispetto
al bambino comporta che ogni misura pedagogica, per quanto
ragionevole, evochi necessariamente la carota o il bastone.
Nessuna educazione pensabile oggi potrà certo rinunciare del
tutto a questa alternativa; lo sviluppo di ogni uomo da essere
naturale a membro della società è infatti la ripetizione forte­
mente abbreviata, anche se modificata, di un millenario pro­
cesso civilìzzatore inconcepibile senza la costrizione 16 .

Perciò stupisce che nella stessa pagina Horkheimer


possa affermare - contraddicendosi palesemente - che
<< l'istinto di subordinazione >> (che in realtà, secondo la
psicoanalisi, non è affatto un istinto, bensl un'imperiosa
necessità, poiché l'istinto andrebbe in tutt'altra direzio­
ne) « non è una grandezza eterna, bensl un fenomeno
generato essenz\almente nella famiglia borghese ristret­
ta >>. Questa affermazione sembra essere piuttosto il frutto
di una pura e semplice illusione, che mostra assai bene,
per altro, l'ispirazione anarchico-libertaria tipica della
concezione di Horkheimer 17 •

16 M. Horkheimer, op. cii., p . .3.34.


17 Del resto, a un certo punto Horkheimer, dopo aver la­
mentato il fatto che « nella società borghese maschile la mono­
gamia presuppone la svalutazione del piacere che si trae dalla
pura sensualità ,.,., afferma: « Non solo la vita sessuale dei co­
niugi è circondata di mistero al cospetto dei figli, ma anche da

62
2. I temi psicologico-sociali relativi al rapporto auto·
rità-famiglia sono svolti con maggiore ampiezza, come si
è detto, da. Fromm, il cui contributo si muove sostan­
zialmente sulla linea di quello di Horkheimer, anche se
con una maggiore utilizzazione della teoria freudiana, la
quale viene però da lui sostanzialmente modificata e
corretta.
Secondo Fromm, con i concetti di Super-lo e di iden­
tificazione Freud ha dato un contributo decisivo alla com­
prensione del problema dell'autorità e della dinamica
sociale. In particolare, la sua teoria permette di rispon­
dere alla domanda come sia possibile che il potere domi­
nante in una certa società sia cosl efficace come la storia
ci dimostra. Infatti, quando la massa si assoggetta alle
richieste e ai divieti delle autorità, ciò non avviene sol­
tanto per la paura del potere materiale e dei mezzi fisici
di costrizione. Certo, eccezionalmente e temporaneamente
può verificarsi anche questo. Ma, dice Fromm,

una subordinazione che si fondasse soltanto sulla paura dei


mezzi coercitivi reali, richiederebbe un apparato di dimen�
sioni tali da divenire alla lunga troppo costoso; la qualità
della prestazione lavorativa di individui obbedienti per sola
paura esterna sarebbe paralizzata in un modo che è per lo
meno intollerabile per la produzione della società moderna,
e si creerebbero inoltre una !abilità e un'inquietudine di
rapporti sociali altrettanto inconciliabili, alla lunga, con le
esigenze della produzione stessa 13•

(Qui, come si vede, Fromm respinge, al pari di Hork­


heimer, la concezione paleomarxista del potere socio-

tutta la tenerezza che il figlio manifesta per la madre è bandito


nel modo più rigoroso ogni momento di sensualità » (ivi, p. 343).
� difficile immaginare, nonostante i frequenti richiami di Hork­
heimer a Freud, un'affermazione più antifreudiana di questa. In
realtà, la concezione del nostro autore circa il matrimonio, i
rapporti fra i sessi, ecc., non solo non si rifà al freudismo, e
nemmeno a Marx (la cui mentalità vittoriana su questo punto
è ben nota), ma piuttosto a Fourier: cfr. G. Lichtheim, Le ori­
gini del socialismo, Il Mulino, Bologna 1970, p. 64.
111 AA.VV., Studi sulrautorità e la famiglia cit . , p. · 79.

63
politico come risultato della pura e semplice coercizione
materiale esercitata sulle masse. ) Se questo è vero, allora
ne discende, secondo Fromm, che il potere dominante
determina la sottomissione delle masse in quanto tra­
sforma le proprie caratteristiche nella mente dei sin­
goli. Questo meccanismo, apparentemente incomprensi­
bile, viene chiarito appunto dalla teoria relativa alla
formazione del Super-Io. « Attraverso il Super-Io - af­
ferma Fromm - il potere esterno viene trasformato, e
precisamente da esterno in interno. Le autorità, in quanto
rappresentanti del potere esterno, vengono interiorizzate
e l'individuo agisce conformemente ai loro ordini e proi­
bizioni non più solo per paura dei castighi esterni, ma
per paura dell'istanza psichica che ha eretto in se stes­
so » 19• In breve, il meccanismo di interiorizzazione del­
l'autorità descritto da Fromm è lo stesso descritto da
Freud, con una più decisa accentuazione, però, del paral­
lelismo fra l'interiorizzazione dell'autorità paterna e l'inte­
riorizzazione dell'autorità sociale. L'autorità si contrap­
pone al bambino, che cresce nell'ambito della famiglia,
soprattutto nella persona del padre. Attraverso l'identi­
ficazione del bambino con il padre e l'interiorizzazione
dei suoi ordini e dei suoi divieti, il Super-Io viene inve­
stito degli attributi della morale e del dovere.

Una volta stabilita tale istanza - dice Fromm - si com­


pie, insieme al processo di identificazione, un processo inverso.
Il Super-Io viene sempre nuovamente proiettato sui depositari
dell'autorità dominanti nella società; in altre parole, l'indi­
viduo investe le autorità effettive con gli attributi del pro­
prio Super-Io. Attraverso tale atto di proiezione del Super-Io
sulle autorità, queste vengono sottratte ampiamente alla cri­
tica razionale. Si crede nella loro moralità, saggezza, capacità,
in Wla misura largamente indipendente dalla loro manifesta­
zione reale. In tal modo le autorità vengono a loro volta
rese nuovamente idonee ad essere continuamente interioriz­
zate e a divenire rappresentanti del Super-lo :m.

t!l lvi, p. 80.


"' Ibid.

64
In altre parole, quello che Fromm intende mettere
in rilievo è la stretta connessione ( <( dialettica », egli
dice) fra la (interiorizzazione)-identificazione del singolo
con l'autorità paterna, e l'( interiorizzazione)-identificazione
del singolo con l'autorità sociale. Il primo momento
fonda e rende possibile il secondo, ma al tempo stesso
ne è il risultato (infatti, la struttura autoritaria della
famiglia fa tutt'uno con la struttura autoritaria della
società, che la rende possibile e stabile nel tempo).
Sotto questo profilo, dice Fromm, il Super-Io non è in
alcun modo un'istanza che si costituisca solo nell'infanzia
c che da quel momento in poi operi nell'uomo a prescin­
dere da come si presenta la società nella quale egli
vive. « Il Super-Io nella maggior parte dei casi invece
•comparirebbe o cambierebbe completamente il proprio
carattere e i propri contenuti, se le autorità sociali domi­
nanti non continuassero o - più esattamente - non
rinnovassero continuamente il processo di formazione del
Super-Io iniziato nell'infanzia � 21•
L'impostazione di Fromm è dunque, rispetto a quella
di Freud, assai più caratterizzata in senso sociale. E in­
fatti egli non risparmia critiche, anche su questo punto,
al fondatore della psicoanalisi. Per Freud, egli dice, il
Super-Io rappresenta un'identificazione con il padre, al
quale - come Freud stesso afferma - « si sono aggiunti
nel corso del tempo gli educatori, i maestri e, come
frotta sterminata e indefinibile, tutte le altre persone
dell'ambiente sociale (il prossimo, l'opinione pubblica) » 22•
Per Freud, dunque, l'origine vera e propria di tutto il
processo è da cercare nel complesso edipico: il bambino
ha desideri sessuali nei riguardi della madre, si trova
di fronte alla minacciosa superiorità del padre, teme il
castigo dell'evirazione per i propri impulsi proibiti, inte­
riorizza il divieto e si identifica con la figura paterna. Il
Super-Io è quindi, nella teoria freudiana, l'erede del
complesso edipico; solo successivamente, nel corso del

21 lvi, pp. 80-1.


72 S . Freud, Introduzione al narcisiimo (1914).

65
tempo, si aggiungono altre influenze (educatori, maestri,
opinione pubblica, ecc . ). Questa concezione, dice Fromm,
è discutibile a causa dell'insufficiente valutazione della
connessione esistente tra la struttura familiare e la strut­
tura sociale.

Quando Freud dice che nel corso del tempo i rappre­


sentanti della società si affiancano alla figura del padre,
questo è giusto in un certo senso esterno e temporale, ma
tale affermazione deve essere integrata daii'affermazione in­
versa, e cioè che il padre si affianca alle autorità dominanti
nella società. Infatti, l'autorità di cui il padre gode nella
famiglia, non è un'autorità casuale, « integrata » in seguito
dalle autorità sociali; l'autorità del pater familias si fonda
in ultima analisi sulla struttura autoritaria della società nel
suo insieme. Il padre nella famiglia è sl di fronte al figlio
il primo (nel tempo) mediatore dell'autorità sociale, ma di
questa egli è (nel contenuto) non il modello, ma il riflesso 23•

Emerge qui, con chiarezza, la stessa concezione espres­


sa da Horkheimer: se si vuole superare la struttura gerar­
chico-autoritaria della società, occorre superare la strut­
tura gerarchico-autoritaria della famiglia (e viceversa),
essendo la seconda fondamento e riflesso a un tempo
della prima. Senonché, come si è già detto a proposito
di Horkheimer, questa concezione lascia alquanto per­
plessi, per il semplice fatto che, anche nella più ami­
autoritaria delle famiglie (in senso educativo e ideolo­
gico), il Super-lo (senza il quale non c'è repressione degli
istinti, e dunque non c'è civiltà) può formarsi solo e
soltanto attraverso un processo di interiorizzazione del
divieto, e dunque attraverso una costrizione internaliz­
zata. Sotto questo profilo, l'affermazione di Freud che il
Super-lo ha « una parte possente che non dipende dalle
condizioni economiche » 24, è del rutto legittima. Fromm
critica aspramente questa affermazione 25, ma con moti-

23 Studi sull'autor;tò e la famiglia cit., p. 83.


24 S. Freud, Nuova seri;: di lezioni, lezione 3 1 .
25 Studi sull'autorità e l a famiglia cit., p . 87.

66
vazioni assai poco convincenti. Del resto, gli esempi che
egli fa per dimostrare la differente fenomenologia socio­
psicologica della famiglia a seconda del posto che essa
occupa nella stratificazione sociale 26, sono sl interessanti
ma assai poco probanti per il suo assunto fondamentale.
Che nella piccola famiglia contadina, ogni membro di
essa sia considerato dal padre in primo luogo come
una forza-lavoro da sfruttare al massimo, sicché l'eserci­
zio dell'autorità paterna assume spesso caratteri terribil­
mente coercitivi, oppressivi e brutali; che, invece, nella
!amiglia di un medico benestante i figli non siano consi­
derati solo lavoratori potenziali e consumatori inutili
flnché non lavorano, ma vengano amati per se stessi e
addirittura idealizzati, in quanto i genitori trasferiscono
su di essi i desideri e gli ideali che non sono riusciti a
realizzare in proprio; che, infine, in una famiglia piccolo­
borghese - dove il padre sia, per esempio, un impie­
gato postale - la madre e il figlio acquistino la fun­
zione di compensare il capofamiglia per la sua vita assai
povera di soddisfazioni, sicché il figlio deve far raggiun­
gere al padre, per la via indiretta dell'identificazione,
quelle mete che il secondo non ha potuto raggiungere
per via diretta (maggior prestigio nelle relazioni con gli
altri membri del suo gruppo sociale, appagamento dei
desideri di dominio e di comando, ecc . ) : tutto ciò è
indubbiamente assai importante per un'indagine socio­
psicologica, ma non si vede come possa incidere sul­
l'esistenza del complesso edipico e sulla correlativa for­
mazione del Super-Io, anche se può aggiungere a que­
st'ultimo tutta una serie di elementi di carattere sociale,
ideologico, morale, ecc., propri del contesto sociale. Il
che, come abbiamo visto, da Freud non è mai stato
negato, bensl esplicitamente riconosciuto e affermato rr.

26 lvi, pp. 84-6.


n Si tenga presente, fra i tanti che si potrebbero citare,
questo passo di Freud: « L'esperienza insegna però che la se­
verità del Super-Io sviluppata dal bambino non corrisponde af­
fatto alla severità del trattamento che egli stesso ha subito.
Sembrano due cose indipendenti: da un'educazione molto mite

67
3. Nel suo saggio sulla storia delle idee relative
all'autorità e alla famiglia, Marcuse esamina una tradi­
zione di pensiero le cui tappe essenziali egli individua in
Lutero e in Calvino, in Kant, in Hegel, e negli espo­
nenti ideologici della controrivoluzione e della restaura­
zione (Burke, De Bonald, de Maistre, Stahl). Inoltre, dopo
un capitolo su Marx (il quale, naturalmente, rappresenta
per Marcuse un punto di svolta epocale, e il culmine della
critica antiautoritaria nell'età moderna e contemporanea),
egli esamina, attraverso gli scritti di Sarei e di Pareto,
la trasformazione della teoria borghese dell'autorità nella
teoria dello Stato totalitario.
Da un punto di vista storiografico, il saggio di Mar­
cuse si presta a molte obiezioni (basti pensare che vi sono
del tutto trascurati autori come Hobbes, Spinoza, Locke,
Rousseau ). Ma, più che di carattere storico-critico, il con­
tributo di Marcuse vuole essere di carattere storico-teorico,
nel senso che esso si propone di individuare alcuni grandi
filoni, ritenuti i più importanti e i più significativi dal
punto di vista ideale, del rapporto autorità/libertà nel­
l'età moderna, senza alcuna pretesa di completezza (senza
proporsi, cioè, di tracciare un esauriente quadro storico-­
ideologico). Entro questi limiti, il lavoro di Marcuse è
di grande interesse, e indubbiamente una delle cose mi­
gliori uscite dalla sua penna. Qui ne prenderemo in consi­
derazione alcuni punti nodali.
L'idea centrale del saggio, per quanto riguarda il
periodo che va da Lutero a Kant, consiste nella tesi
secondo la quale la dottrina kantiana della libertà è la
manifestazione ésemplare di una tendenza di pensiero

un bambino può derivare una coscienza molto severa. Ma sarebbe


anche sbagliato esagerare questa indipendenza; non è difficile
convincersi che anche la severità dell'educazione esercita un forte
in.tlusso sulla formazione del Super-Io del bambino. Ciò significa
che nella formazione del Super-Io e nel sorgere della coscienza
cooperano fattori costituzionali innati e influssi ambientali del
mondo reale; il che non è affatto strano, anzi è la condizione
etiologica universale di tutti i processi consimili » (Il disagio
de/l• civiltà cit., pp. 264-5).

68
che ha operato a commc1are dalle concezioni di Lutero:
infatti, l'unione di autonomia interna ed eteronomia ester·
na, ovvero la libertà che si è spezzata cosi da diventare
libertà interna e illibertà esterna, è, secondo Marcuse,
la caratteristica fondamentale di quel concetto di libertà
che ha dominato la teoria borghese a partire dalla Ri­
brma 28• In questa concezione l'aspetto decisivo è dato
dal modo in cui tale suddivisione viene effettuata. Essa
•ssume un carattere · dualistico, di bipartizione: si stabi­
lisce l'esistenza di due sfere relativamente chiuse in se
stesse, e la libertà e 1'-illibertà vengono assegnate all'una
e all'altra, in modo che la prima è interamente regno
della libertà, e la seconda interamente regno della illi­
bertà. La sfera della libertà diventa cosl l' ' interiorità '
della persona, la quale fa parte del regno della ragione,
o del regno di Dio (come ' cristiano ', come ' cosa in sé ' ,
come essere intelligibile), mentre tutto i l ' mondo esterno '
- la persona come membro del regno della natura, o
del mondo della concupiscenza decaduto e abbandonato da
Dio (l'uomo in quanto empirico e sensibile, in quanto
' fenomeno ') - diventa sede dell'illibertà 29 •
Ciò trova la prima formulazione classica nello scritto
di Lutero sulla Libertà del cristiano, in cui Marcuse vede
già presenti tutti gli elementi che costituiranno poi la
base ideologica della forma specificamente borghese del­
l'autorità: l'assegnazione della libertà alla sfera ' interna '
della persona, all' ' uomo interiore ', e contemporanea·
mente la sottomissione del}> ' uomo esteriore ' al sistema
delle autorità mondane; la separazione della persona dal­
l'opera ( persona e ufficio), con una doppia morale; la
giustificazione della illibertà e ineguaglianza reale quale
conseguenza della libertà e uguaglianza 4 interna ' 30, ecc.
In questo quadro, le determinazioni più particolari della
libertà interna sono date tutte in antitesi con la libertà

28 H. Marcuse, Uautorità e la famiglia. Introduzione storica


al problema, Einaudi, Torino 1970, pp. 21-2.
29 lvi, p. 22.
30 lvi, p. 27.

69
esterna: c nessuna cosa esterna ', dice infatti L utero, può
' rendere libero e pio ' il cristiano, poiché la sua libertà
e la sua cattività non sono né corporee né esteriori;
nessuna delle cose esterne arriva fino all'anima, e quindi
nulla che sia nel mondo o provenga dal mondo può
liberarla o imprigionarla.
In una concezione come questa l'uomo, nell'autosuf­
ficienza della sua libertà interna, non ha più alcun biso­
gno delle cose e delle opere. « Se egli - dice Lutero -
non ha più bisogno di nessuna opera, è certamente dispen­
sato e sciolto da tutti i comandamenti e da tutte le leggi.
Se ne è sciolto, è certamente libero » . La libertà interna,
commenta Marcuse, è totale affrancamento e indipendenza,
ma è un'indipendenza tale che non può produrre nessuna
azione e nessuna opera quale sua libera attuAzione e
realizzazione. Questa libertà, infatti, esiste prima di qual­
siasi azione e prima di qualsiasi opera, al punto che essa
è sempre già realizzata quando l'uomo incomincia ad
agire. La libertà dell'uomo, quindi, non può essere mai
il risultato di un'azione, e l'azione nulla può aggiungere
o togliere alla libertà umana. Come dice Lutero: « le
opere sono cose morte, non possono onorare né lodare
Dio ». Affermazione grave di conseguenze - commenta
Marcuse - che sta all'inizio di uno sviluppo al termine
del quale c'è la totale ' reilicazione ' ed ' estraniazione '
del mondo capitalistico. L'uomo (interno e autonomo) è
concepito sotto forma di antitesi alle sue opere (' cose
morte '). Autore e azione, persona e opera si separano:
la persona è ciò che per principio non passa mai nel­
l'opera, ciò che· non può mai realizzarsi nell'opera, ciò
che è eternamente antecedente a ogni opera. In questo
modo la persona viene esonerata dalla responsabilità per
la propria prassi in una misura lino allora ignota, ma
nello stesso tempo è anche diventata libera per ogni tipo
di prassi 3 1 •
I rapporti fra l'etica kantiana e l'etica luterana, sono,
secondo Marcuse, evidenti. Basti pensare, egli dice, al

>t Ivi, pp. 28- JO.

70
dualismo kantiano fra uso pubblico e uso privato della
ragione. La piena autonomia dell'uomo è per Kant la
legge suprema; essa presuppone l'« uscita dell'uomo da
uno stato di minorità di cui è egli stesso responsabile » ,
e questo processo è l'<< illuminismo '" per esso non si
richiede altro che la libertà, e precisamente la libertà
<< di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i
campi ». Sotto questo profilo, la libertà che si contrap·
pone all'autorità ha il carattere della pubblicità; solo cosl
essa entra nella dimensione concreta dell'essere sociale.
Senonché, a dispetto di dò, la soluzione che Kant dà del
problema resta dualistica, conformemente alla sua ispiw
razione luterana: « L'uso pubblico della propria ragione
- dice infatti il filosofo di Konigsberg - deve essere
sempre libero, ed esso solo può realizzare fra gli uomini
l'illuminismo; ma l'uso privato della ragione può essere
fortemente limitato anche abbastanza spesso, senza che
ne venga particolarmente ostacolato il progresso dell'illu·
minismo » 32• E Kant spiega: << Io intendo per uso pub­
blico della propria ragione l'uso che uno ne fa come
dotto davanti all'intero pubblico dei lettori. Chiamo in­
vece uso privato quello che egli può fare della propria
ragione in un certo impiego o ufficio a lui affidato » 33•
Privato, commenta Marcuse. è dunque l'ufficio civile, a
cui il soggetto deve subordinare la propria libertà, mentre
la pubblicità illimitata della libertà viene respinta nella
dimensione della pura scienza e del ' mondo dei lettori ' .
D'altra parte, la libertà per Kant è un ' fatto ' tra­
scendentale, qualcosa che l'uomo possiede già da sempre,
e proprio per ciò egli può essere libero.

Come per Lutero - sottolinea Marcuse - la libertà


[per Kant] esiste sempre « prima »- di ogni azione libera,
come sua eterna condizione a priori; non è mai ·n risultato
di una liberazione, né ha bisogno di una liberazione. È vero
che per Kant la libertà ' esiste ' solo nelPazione conforme alla
legge morale, ma questo tipo di azione è per principio possi-

l2 l. Kant, Scritti politici, Utet, Torino 1956, p. 143.


33 Ibid.

71
bile per tutti e dovunque. Con la definitiva connessione della
libertà con la legge morale come sua unica forma di ' realtà \
la libertà diventa conciliabile con qualsiasi forma fattuale di
illibertà: nel suo carattere trascendentale essa non può venire
offesa da alcuna illibertà di fatto "·

In altre parole, la libertà trascendentale kantiana


ammette come proprio naturale pendant l'illibertà so­
ciale 35•
Ciò appare evidente, secondo Marcuse, nella conce­
zione kantiana della ' società civile '. :È vero che que­
st'ultima non è affatto intesa da Kant storicamente, e
significa piuttosto l'idea di un ordine sociale in generale
(come ' ordine giuridico '); ma è parimenti vero che in
essa si introducono, in notevole misura, i caratteri fat�
tuali della società borghese. La ' società civile ' è infatti
per Kant la società << che garantisce il mio e il tuo
mediante leggi pubbliche ». Solo nella società civile pos­
sono esistere un mio e un tuo esterni, poiché solo in
essa esiste una legislazione pubblica << fornita di potere »
che garantisce « a ciascuno il suo »; solo nella società
civile ogni acquisto e possesso « provvisorio » diventa
« perentorio •. Questa tutela legale del mio e del tuo
viene stabilita dalla società civile essenzialmente come
« ordinamento giuridico » ; anzi, il « fine ultimo di ogni
diritto pubblico >> è proprio la garanzia perentoria del
mio e del tuo.
Non può stupire, quindi, che una società siffatta, in
cui ciascun individuo avanza la naturale pretesa al « libero
uso del proprio -arbitrio », e con ciò si contrappone a
tutti gli altri, sia una società di universale insicurezza,
di universale perturbamento e di totale vulnerabilità.
Essa, sottolinea Marcuse, può esistere solo sotto un or­
dine coercitivo e in un sistema di soggezione ugualmente
universale, generale e totale, la cui natura consiste nel
rendere sicuro l'insicuro, stabile l'instabile, nell'impedire
le ' lesioni '. E infatti quasi tutti i concetti fondamentali
34 H. Marcuse, Vautoritll e la famiglia cit., p. 66.
3S lvi, p. 67.

72
della dottrina del diritto di Kant sono definiti attraverso
caratteri negativi, come tutela, limitazione, impedimento,
costrizione, ecc. 36 •
Fissato il principio della generalità dell'� arbitrio uni­
ficato », Kant lo pone a fondamento dell'autorità della
società, traendone tutte le conseguenze che ne discen­
dono: dal riconoscimento incondizionato dell'autorità di
volta in volta esistente fino all'esclusione dal diritto civile
degli individui economicamente � non indipendenti » .
Come Lutero, Kant afferma l'immanenza del diritto nel­
l'ordine civile, e dichiara che la rivolta contro questo
ordine è « sovvertimento di ogni diritto », cammino verso
un « divorante abisso senza ritorno », strumento per la
distruzione dell'esistenza sociale in generale. « Contro il
sovrano e supremo legislatore dello Stato - egli dice -
nessuna ribellione del popolo è quindi legittima; poiché
solo la sottomissione al suo volere universalmente legisla­
tore rende possibile uno stato giuridico » 11• È evidente
che la motivazione addotta da Kant è anzitutto di carat­
tere formale: poiché ogni sistema di dominio sussiste
solo sulla base di una volontà e di un accordo generale
preliminare, la distruzione del sistema di dominio rappre­
senterebbe un' ' autodistruzione ' della volontà generale 38•
Rispetto a questa concezione Hegel segna in certa
misura una svolta, anche se le sue posizioni sono spesso
ambigue e, per cosl dire, di compromesso. In primo luogo,
egli affronta il problema dell'autorità e del potere non
più da un punto di vista formale e formalistico, bensl
cercandone la genesi nel concreto processo storico-sociale.
Ciò è particolarmente evidente, secondo Marcuse, nella
dialettica di ' signoria e servitù ' nella Fenomenologia
dello 1pirito. Qui la servitù del servo ha origine nella
sua impotenza materiale, nella « paura assoluta » di fronte
al signore, nella permanente « disciplina >> del servizio;
a causa di ciò egli diventa � privo di indipendenza >> nei

36 lvi, pp. 56-7.


n I. Kant, Scritti politici cit., pp. 500, 531, 509, 507.
Ja H. Marcuse, L'autorità e la famiglia cit., p. 63.

73
confronti delle cose, e nei confronti del signore che le pos­
siede. Decisivo, dice Marcuse, è qui il riconoscimento che
il dominio e la servitù sono strettamente connessi a un
determinato modo del processo del lavoro; ma decisivo è
anche il fatto che Hegel non si limita a cercare il fonda­
mento dell'autorità e del dominio, bensl concepisce questo
fondamento in modo dialettico, collocandolo all'interno di
una lotta sociale. Sicché lo sviluppo immanente del rap­
porto dominio-servitù conduce alla presa di coscienza da
parte del servo della sua propria forza, e quindi alla sua
emancipazione 39•
Nella maturità Hegel stempera notevolmente queste
sue intuizioni, sviluppa sempre più una concezione quie­
tistica che culmina in una celebrazione quasi mistica dello
Stato, inteso come totalità autonoma e come soggetto
incondizionato di ogni autorità sociale. L'istanza siste­
matica mette a tacere la dialettica storica (quella dialet­
tica che aveva dato splendida prova di sé nella figura
del signore e del servo nella Fenomenologia dello spirito).
Staccata da tutte le sue cause personali e sociali, la
' sovranità ' dello Stato appare come una qualità meta­
fisica peculiare dello Stato in quanto tale: essa ha « la
sua ultima radice » soltanto « nell'unità dello Stato, quale
suo semplice Stesso » "' . Questo concetto della sovranità
statale semplicemente in quanto tale, senza rapporto espli­
cito con i soggetti umani che ne sono i portatori, diven­
terà poi, nell'età successiva, l'arma teorica decisiva del
pensiero borghese 41 •
E tuttavia, sottolinea Marcuse, in Hegel non viene
mai meno, per un verso, la critica del carattere forma­
listico e astratto dell'etica kantiana; per un altro verso,
un atteggiamento critico verso la ' società civile ' (bUr­
gerliche Gesellschaft ). Hegel, beninteso, vede la società
civile sostanzialmente dallo stesso punto di vista di Kant:
come un ordine generale della costrizione che ha lo scopo

39 lvi, p. 84.
"" G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, S 278.
41 H. Marcuse, op. cit., p. 74.

74
di tutelare la proprietà, cioè i liberi proprietari privati.
Ma, a differenza di Kant, sull'immagine hegeliana della
società civile cade la luce della sua negatività. E ciò sia
perché essa viene considerata come la sfera dell'egoismo
e dell'arbitrio, sia per gli ' inconvenienti ' ai quali dà
origine (divisione del lavoro, accumulazione delle ric­
chezze, indigenza e ottusità dei lavoratori, formazione
della plebe ). Resta il fatto quindi - conclude Marcuse -
che, con Hegel, il carattere rivoluzionario della dialettica
si afferma per la prima volta nella dimensione della so­
cietà civile, e l'immagine ancora sostanzialmente statica
che Kant aveva dato di questa società entra in movi­
mento: anche se poi tale movimento si conclude, in
modo ideologico e distorto, con la divinizzazione dello
Stato 42•

V. LA 1 TEORIA CRITICA '


NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI TRENTA

l . Accanto agli studi storici (di storia delle ideologie


e delle istituzioni) ed empirici (nel senso dell'indagine e
della rilevazione sociale), gli esponenti della Scuola di
Francoforte non trascurano la riflessione logico-metodo­
logica, imperniata sull'appassionata difesa del pensiero
dialettico, contro la ' metafisica ' per un verso e lo ' sden­
tismo ' per un altro verso. In questa direzione si impegna
soprattutto Max Horkheimer, con una serie di saggi di
vasto respiro, pubblicati sulla « Zeitschrift fiir Sozialfor­
schung >>, nei quali egli fa i conti con l'ideologia contem­
poranea 1 •
42 lvi, pp. 70-1.
l Cfr. Egoismo e movimento di libertà ( 1936), Il più re­
cente attacco alla metafisica ( 1937), Teoria tradizionale e teoria
critica ( 1 937), Montaigne e la funzione dello scetticismo (1938),
La filosofia della concentrazione assoluta (1938), Psicologia e so­
ciologia nell'opera di Wilhelm Dilthey ( 1 940), La funzione sociale
della filosofia (1940) (tutti in TC, vol. Il).

75
Horkheimer vede nel dualismo metafisica/ scienza la
espressione ideologica tipica della società capitalistica
avanzata. La metafisica parla di essenza, sostanza, anima,
immortalità: tutte categorie di cui la scienza non sa che
farsi. La metafisica pretende di cogliere l'essere, di pen­
sare la totalità, di scoprire un senso del mondo indi­
pendente dall'uomo: invece, nei testi scientifici del XX
secolo si parla poco o nulla della sostanza in quanto tale,
dell'uomo e dell'anima, e non si parla affatto di un senso.
Gli scienziati non credono che alle loro teorie accorrano,
come premessa o anche solo come integrazione, le dot­
trine inerenti a tali oggetti. « Al contrario, essi si sfor­
zano di ricondurre autonomamente, senza alcun aiuto della
metafisica, i loro progetti a princlpi sempre più semplici;
nella loro concezione non c'è posto per categorie meta­
fisiche e morali � 2 •
E tuttavia la cultura borghese non sa rinunciare né
all'una né all'altra dimensione, né a quella scientistica, né
a quella metafisica; essa pretende di conservarle entrambe,
rinnovando una sorta di dualismo cartesiano. Se la scienza
ha dimostrato l'insostenibilità e la nullità di categorie
metafisiche come quelle di spazio assoluto e di tempo
assoluto, di sostanza, forza, causalità, anima, ecc., non
per questo la coscienza borghese ha mutato il proprio
modo di pensare. Un esempio illuminante di questa ' schi­
zofrenia ' può essere ravvisato nel creatore della teoria
dei quanti, Max Planck.

Egli - dice Horkheimer - in base alla sua esperienza


scientifica è convinto che tutto ciò che accade, anche nel
mondo dello « spii-ito », è universalmente condizionato da
processi naturali. D'altra parte egli non può rinunciare al
concetto metafisica di libera volontà, giacché le concezioni
morali e politiche che egli professa lo presuppongono. La sua
soluzione è la seguente: « La volontà altrui è determinata
sul piano causaleJ ogni azione volontaria di un'altra persona
può, almeno in linea di principio, d�sponendo di una cono-

2 M. Horkheim.er, Il più recente attacco alla metafisica,


( 1937), in TC, vol. II, pp. 82-3.

76
scenza sufficientemente esatta dei presupposti, essere intesa
come conseguenza necessaria in base alla legge della causalità
ed e.ssere predeterminata in tutti i particolari ... La propria
volontà, invece, è comprensibile in termini causali solo ri­
spetto alle azioni passate, mentre rispetto alle azioni future
è libera ».

Horkheimer ritiene questa soluzione scarsamente cre­


dibile, anche se essa è condivisa da molti onesti studiosi.
Naturalmente, non mancano tentativi per superare questa
' schizofrenia ': da un lato, la rivendicazione della scienza
come unica forma conoscitiva possibile, al cospetto della
quale i residui del pensiero metafisica devono scomparire;
dall'altro lato, la riduzione della scienza a tecnica intel­
lettuale limitata ad aspetti subordinati dell'esistenza uma­
na, dalla quale la vera comprensione dovrebbe emanci­
parsi. E dunque, da un lato, lo ' scientismo ' nelle sue
varie forme; dall'altro lato, lo spiritualismo romantico,
la filosofia della vita, la fenomenologia e tutti gli indi­
rizzi tipici della concezione antiscientifica del periodo
bellico e postbellico 3 •
Secondo Horkheimer, tanto lo scientismo quanto lo
spiritualismo romantico hanno un preciso fondamento
sociale: il primo deriva dal fatto che la scienza è il
sapere che l'attuale società sviluppa nel rapporto con la
natura, e che tale sapere costituisce una fondamentale
forza produttiva; il secondo deriva dal fatto che nella
società capitalistica ciascun individuo sta al centro del
proprio mondo particolare, in quanto monade indipen­
dente da tutte le altre e al tempo stesso sa di essere
sostanzialmente superfluo nel mondo sociale.

I sogni metafisici - dice Horkheimer - dovrebbero


essere una via d'uscita da quest'esperienza quotidiana che,
per quanto uno possa prescinderne, è presente nel fondo del·
l'anima. L'individuo, isolato e nullo, grazie a essi si imma­
gina tutt'uno con le potenze sovrumane, con la natura onni­
potente. [. . .] La metafisica fornisce un senso alla sua esi-

3 Ivi, pp. 85-6.

77
stenza in quanto intende la sua sorte in questa società come
un puro fenomeno che acquista una sua dignità con le deci�
sioni interiori, con la libertà metafisica della persona 4• •

Senonché, dall'esposizione di Horkheimer risulta molto


chiaramente che per lui il nemico principale è costi­
tuito dallo scientismo nella sua forma neopositivistica e
neoempiristica. L'essenza di questa più recente scuola
positivistica consiste nell'unione dell'empirismo (di deri­
vazione humiana) con la moderna logica matematica.
L'empirismo logico condivide con l'empirismo precedente
la convinzione che tutto il sapere sulla natura degli
oggetti discende in ultima istanza dai dati di fatto del­
l'esperienza sensibile. L'ideale del positivismo dei · nostri
giorni è inoltre costituito dalla conoscenza come scienza
universale formulata in termini matematici e deducibile
da un numero possibilmente ridotto di proposizioni veri­
ficabili; un sistema che permette di calcolare il probabile
accadere di tutti gli eventi. Questo metodo viene esteso
dal positivismo anche alla società, sicché esso bandisce
dalla scienza sociale qualunque ' concezione del mondo ',
qualunque ' giudizio di valore ' . Ciò risulta particolar­
mente chiaro, secondo Horkheimer, dal comportamenti­
smo, cioè da un indirizzo psicologico-epistemologico stret­
tamente affine alle concezioni e ai metodi neopositivistici
e neoempiristici.

La psicologia behaviorista - dice infatti Horkheimer -


si pone l'obiettivo di elaborare un'antropologia in cui ven­
gano impiegate esclusivamente le formazioni concettuali e
le procedure proprie, secondo l'interpretazione empiristica,
delle scienze della natura inorganica. Le dinamiche storiche
(cosi si potrebbe all'incirca argomentare nel senso del beha­
viorismo), sembrano distinguersi da quelle fisiche per il fatto
che nelle prime assumono rilevanza gli atti di volontà umana.
Ma anche la cosiddetta volontà risponde ai principi di rego·
larità che vigano in natura s.

4- lvi, p. 87.
5 lvi, p. 98.

78
A ,_ p�,;,ro · �o•ro ', ' """'riro '
giudizi di valore, Horkheimer contrappone il
� %,• · ·

negativo o dialettico, di ascendenza hegeliana (e no


caso egli afferma che i vari Russell, Carnap, ecc. e
già stati confutati, ante litteram, dalla critica rivolta d

Hegel a Schulze) 6. Solo un pensiero dialettico, infatti,
cioè un pensiero che trascenda la mera percezione e la
mera descrizione dell'esistente, può essere un pensiero
' critico ', nel senso forte della parola, cioè un pensiero
capace di contestare profondamente la società attuale. In
breve, mentre nel neoempirismo il pensiero ha un ruolo
subalterno e « svolge ormai solo delle funzioni di serva

'
per quelli che sono di voit a in volta i fini della società
industriale con la sua dubbia sorte » , nella teoria critica,
invece, il pensiero ha un ruolo critico-rivoluzionario, attra-
verso l'uso di concetti fondamentali quali ' società ', ' clas-
se ', � economia , t valore ', ' conoscenza ', ' eul tura ', ecc.,
che non sono in alcun modo ricavabili dall'esperienza
immediata. Dice Horkheimer a questo proposito:

Già l'affermazione che una qualsiasi sentenza di un magi­


strato è giusta o ingiusta, che un uomo è ritardato o alta­
mente sviluppato, inoltre l 'asserzione che da una forma della
coscienza ne risulta un'altra, che la merce è unità di valore
d'uso e di valore di scambio, che la realtà è razionale o irra­
zionale - la validità di tutti questi giudizi non è dimostra­
bile né effettuando dei rilevamenti statistici presso la gente
comune, né effettuandoli nell'ambito accademico. L'esperienza,
il « dato » , qui non è qualcosa di esistente in genere e indi�
pendentemente dalla teoria, ma è invece un momento mediato
dalla totalità conoscitiva di cui quelle proposizioni sono fun­
zioni, anche se la realtà alla quale essa mira esista in modo
ben sostanziale, cioè a dire indipendentemente dalla coscienza

-
del teorico 7•

.
6 « " Di questa barbarie " - scrive Hegel già nella sua cri­
tica della filosofia di E. Schulze, una critica che coglie fin da
principio cutto l'empirismo logico u di questa barbarie con­
sistente nel porre J'jnnegabile certeua e verità nei fatti della
coscienza . . " »- (ivi, p. 106).
7 lvi, pp. 113 e 119.

79
Incapace di servirsi di queste categorie ' critiche ' e
' dialettiche • - che non sono certo date dalla perce­
zione - il neoempirismo non si accorge di essere, da
un punto di vista sociale, un pensiero sostanzialmente
subalterno, che non mette in discussione lo status qua:
e ciò anche se esso esercita un'attrazione su larghe cer�
chie culturali che si oppongono al fascismo. In realtà,
la filosofia neopositivistica è legata, non meno della meta­
fisica neoromantica, alle condizioni dominanti.

Se la sua connessione con gli Stati totalitari non è mani·


festa - afferma perentoriamente Horkheimer - essa è tutta­
via facile da scoprire. Metafisica neoromantica e positivismo
radicale si fondano entrambi sulla triste costituzione di una
gran parte della borghesia che ha rinunciato completamente
alla fiducia di poter migliorare la situazione contando sulle
proprie capacità, e temendo un mutamento decisivo del siste­
ma sociale si assoggetta passivamente al dominio dei suoi
gruppi capitalistici più forti 8•

Le considerazioni svolte finora da Horkheimer meri­


tano alcuni commenti. Che esse siano ispirate, nella loro
critica antiempiristica e antipositivistica, a Hegel e alla
dialettica hegeliana, non c'è dubbio. Ciò non può stupire,
dato il profondo influsso esercitato dall'hegelismo su tutto
il marxismo (a partire dall'opera dello stesso Marx). Un
punto, però merita di essere approfondito: in che misura,
cioè, la polemica di Horkheimer sia rivolta all'estensione
pura e semplice, superficiale e meccanica ( al modo del
vecchio positivismo) del metodo delle scienze naturali
all'indagine e alla· teoria sociale, ovvero sia rivolta piut·
tosto alla •cienza tout court. Alcune affermazioni fareb­
bero propendere per la prima soluzione ( « Se si è in
grado di provare che una concezione è incompatibile con
determinate nozioni scientifiche, la si deve effettivamente
giudicare falsa e antiquata. [ ... ] Ma questo rapporto posi­
tivo con la scienza non significa che il suo linguaggio sia
esso stesso la forma propria e vera della conoscenza.

' lvi, pp. 89-90.

80
[ . . . ] Sebbene sia sbagliato violare i risultati della scienza,
è ingenuo e settario pensare e parlare solo in conformità
con essi >>) 9• Ma altre affermazioni di Horkheimer hanno
un sapore ben più forte: per esempio, là dove egli dice
che • questa società [borghese] non può neppure sot­
trarsi all'illusione: illusioni metafisiche e matematica supe·
riore costituiscono in ugual misura elementi della sua
mentalità >> 10• Qui (e in altri passi che si potrebbero
citare contro la fisica matematica, ecc.) è evidente che la
repugnanza di Horkheimer si indirizza verso la scienza
in quanto tale (secondo un motivo che avrà ampi svi­
luppi nella Scuola di Francoforte), e che egli riproduce
la concezione - già esposta da Lukacs in Storia e co­
scienza di classe - secondo la quale la struttura meta·
dica delle scienze naturali è un prodotto della rei.fica·
zione capitalistica. Horkheimer, dunque, non postula solo
una distinzione di metodi fra Geisteswissenschaften e
Naturwissenschaften, fra Sozialforschung e Naturforschung,
bensl mette sotto accusa la scienza naturale in quanto
manifestazione del capitalismo.
Detto ciò, i testi di Horkheimer sollecitano a un'altra
considerazione: stupisce che egli, dopo aver criticato l'ap�
plicazione dei metodi della scienza naturale al mondo
sociale, in quanto essi porterebbero a una mera descrizione
dei fatti, neutra e avalutativo, in cui verrebbe abolita
ogni contraddizione e ogni conflittualità (un altro tema,
questo, ricavato da Lukacs), critichi poi il pensiero freu­
diano per aver postulato la presenza, nell'essere umano,
accanto alla pulsione erotica, della pulsione distruttiva,
accanto a Eros, Thànatos. Su questo punto Horkheimer è
assai esplicito. Mentre egli ritiene che l'apparato concet­
tuale sviluppato da Freud soprattutto nel primo periodo
del suo lavoro scientifico ( teoria degli istinti parziali, della
rimozione, concetto di ambivalenza, ecc.) sia di grandis­
sima importanza, al punto che << senza il modo di vedere
psicoanalitico oggi non si riesce a comprendere la trasfor-

• lvi, pp. 130.1.


IO Jvi, p. 85.

81
mazione delle energie psichiche all'atto dell'interiorizza­
zione » ; tuttavia egli ritiene anche che, nella fase succes­
siva del suo lavoro, Freud abbia sostanzialmente compro­
messo le sue precedenti scoperte.

Se in origine - dice infatti Horkheimer - le categorie


freudiane rivelavano un carattere dialettico in quanto rima­
nevano riferite alla costruzione della sorte individuale all'in­
terno della società e rispecchiavano l'interazione tra fattori
esterni e interni, negli anni seguenti nella formazione concet­
tuale di Freud il momento storico è passato sempre più in
secondo piano rispetto a quello puramente biologico. Oggi
si ha la sensazione che anche nei lavori del primo periodo
quel carattere dialettico si sia insinuato nella teoria indipen­
dentemente dalla volontà di quell'autore il cui orientamento
è positivistico. Quanto più egli si avvicina a problemi socio­
logici, storici o filosofici di più ampia portata, tanto più
chiaramente si manifesta H tratto liberalistico del suo pen­
siero e la sua portata complessiva, di concezione del mondo.

In breve, Freud ha attribuito all'individuo una pul­


sione distruttiva, che invece va spiegata, secondo Hork­
heimer, con la struttura sociale e la lotta di classe; ha
attribuito all'uomo, insieme a Eros, Thànatos, un istinto
di crudeltà e di morte, che toglie ogni illusione circa la
possibilità di sopprimere in futuro le guerre. Freud non
si è accorto che rorigine di queste ultime va cercata invece
nella « costrizione alla miseria sopportata pazientemente >>;
infine, postulando le pulsioni distruttive, egli ha conce­
pito il processo di edificazione della civiltà come qualcosa
di assai tortuoso, . problematico, drammatico, e mai del
tutto garantito. In questo modo, commenta Horkheimer,
Freud << non sa in quale misura questa nuova fase della
sua dottrina e del suo movimento non fa che ripetere
la convenzione morale e religiosa >> 1 1 •
Non si può non rilevare che qui il ' dialettico ' Hork­
heimer incorre in un infortunio assai significativo: egli

11 Cfr. M. Horkheimer, Egoismo e movimento di libertà.


Sull'antropologia dell'epoca borghese ( 1 936), in TC, vol. Il, pp.
72-5.

82
rimprovera infatti alla concezione freudiana di non vedere
quella pacificazione finale del genere umano, quella tra­
sformazione totale e quella liberazione definitiva dal ' pec­
cato ', che saranno rese possibili da una società intera­
mente rinnovata e giusta, del tutto razionale. Senonché,
sembra di poter dire che è proprio questa concezione sal­
vifica (di derivazione marxista, e che il marxismo ha
mutuato dalla tradizione giudaico-cristiana) ad avvicinare
il dialettico Horkheimer alla « convenzione morale e reli­
giosa », mentre il realismo pessimistico del ' positivi•ta '
Freud appare assai più attrezzato e convincente per spie­
gare l'eterno dramma della storia dell'uomo.

2. Nella seconda metà degli anni Trenta, un contri­


buto importante alla ' teoria critica ' viene dato anche da
Herbert Marcuse, che, insieme a Horkheimer, si impegna
a fondo con problemi teoretici. Per intendere bene il
contributo di Marcuse alla ' teoria critica ' è necessario
tener presente il suo curriculum culturale.
Di formazione filosofica, egli si era laureato a Frei­
burg, dove aveva studiato con Husserl e con Heidegger,
i quali avevano esercitato una notevole influe112a sui suoi
primi lavori 12 • Avvicinatosi al marxismo rivoluzionario
(già nel 1 9 1 9 aveva abbandonato il Partito socialdemo­
cratico per protesta contro il suo ' tradimento ', mentre
aveva seguito con profonda partecipazione la rivolta ' spar­
tachista '), Marcuse ne aveva fatto sempre più la propria
fonte di ispirazione culturale. Senonché il marxismo di
Marcuse era di tipo molto particolare, caratterizzato da
una fortissima accentuazione spiritualistico-romantica.

u Sulla primissima fase del pensiero di Marcuse, e sulla


commistione da lui operata di fenomenologia esistenziale e di
marxismo, si veda l'eccellente saggio di A. Schmidt, Ontologia
eristenz.iale e materialismo storico in H. Marcuse. in AA.VV.,
Risposte a Marcuse, a cura di J. Habermas, Laterza, Bari 1969,
13 sgg. Cfr. anche l'Introduzione di G. E. Rusconi a H. Mar­
cuse, Marxismo e rivoluzione. Studi 1929-1932, Einaudi, Torino
1975; e L. Casini, Marcuse, Il poligono, Roma 1981, cap. l,
pp. 1-34.

83
Per capire questi aspetti del pensiero di Marcuse, è
opportuno prendere le mosse da un suo lavoro del 19 3 3 ,
Sui fondamenti filosofici del concetto d i lavoro nella scien­
za economica - di pochi mesi anteriore alla sua entrata
nella Scuola di Francoforte - che anticipa parecchi temi
della sua ·riflessione successiva 13•
In questo saggio, Marcuse si propone di discutere
filosoficamente il concetto di lavoro, « cercando di stabi­
lire in maniera sicura il posto e l'importanza del " fatto "
lavoro nell'ambito dell'esistenza umana >> "· L'autore parte
dalla convinzione che il lavoro « è un concetto antolo­
gico », cioè « un concetto dell'essere dell'esistenza umana
inteso come tale >> 15• Egli vuole superare la concezione
troppo ' angusta ' cbe del lavoro ha la scienza economica,
la quale lo intende, appunto, solo come attività econo­
mica in senso stretto, escludendo in tal modo, per esem­
pio, l'attività dell'artista, dello studioso, dell'uomo poli­
tico, ecc.
Il pensatore che, secondo Marcuse, offre un'imposta­
zione altamente soddisfacente del concetto di lavoro, e che
presenta implicitamente tutti gli elementi per superare
l'impostazione ' angusta ' della scienza economica, è Hegel.
Il lavoro, infatti, è visto da Hegel come un evento fonda­
mentale dell'esistenza umana, come un evento che domina
in maniera permanente e continua tutto l'essere del­
l'uomo, e che coinvolge quindi tutto il ' mondo ' del­
l'uomo.

Qui il lavoro appunto - dice Marcuse - non è una


determinata « attività » umana (poiché nessuna attività sin­
gola afferra e domina l'insieme dell'esistenza umana; ogni
attività riguarda soltanto zone parziali di questo insieme e
si svolge soltanto in zone parziali del mondo da esso costi·
tuito), ma è invece ciò su cui si basa e a cui torna sempre
ogni singola attività: un fare. Più precisamente, esso è il

1J La trad. di questo saggio si trova in H. Marcuse, Cultura


� .sodetà cit.
14 lvi, p. 149.
Js lvi, p. 150.

84
fare dell'uomo in quanto modo del suo essere nel mondo,
per mezzo del quale soltanto l'uomo diventa « per sé » ciò
che egli è, giunge a se stesso, acquista la « forma » del suo
esser-ci, del suo « rimanere », e al tempo stesso fa del mondo
il « suo » mondo. Il lavoro non viene qui determinato in
base al suo scopo, al suo contenuto, al suo risultato, ecc.,
ma in base a ciò che nel lavoro avviene dell'esistenza umana
stessa 16•

Fissato in questo modo, sulla falsariga di Hegel (ma


con concetti e terminologia ricavati anche da Heidegger ),
il concetto di lavoro come prassi dell'esistenza umana
nel mondo - che comprende ogni attività umana, di qua­
lunque genere essa sia - Marcuse si propone di appro­
fondire il rapporto fra lavoro e oggettività. Il fare lavo­
rativo, egli dice, è caratterizzato anzitutto da tre momenti:
la durata essenziale, la permanenza essenziale e il suo
carattere essenziale di peso. La durata del lavoro signi­
fica che il compito che il lavoro pone all'esistenza umana
non può essere mai assolto in un singolo processo lavo­
rativo o in vari processi lavorativi singoli; quel compito
può essere assolto solo in un perdurante essere-al-lavoro
ed essere-nel-lavoro, in un orientamento e in una tensione
di tutta l'esistenza verso il lavoro 17 • La permanenza del
lavoro significa che da esso deve ' venir fuori ' qualcosa
che, per il suo senso e per la sua funzione, sia più dura­
turo del singolo atto lavorativo e faccia parte di un acca­
dere ' universale '. Deve trattarsi di qualcosa che è in
sé ' permanente ', che esiste ancora ed esiste per altri
anche dopo la conclusione del singolo atto lavorativo 1 8 •
Quanto, infine, al carattere di peso del lavoro, si tratta
dell'aspetto di gran lunga più importante. Esso non va
confuso, dice Marcuse, con determinate condizioni pre­
senti nell'esecuzione del lavoro, né con la sua organizza­
zione tecnico-sociale, né con la resistenza del mate­
riale, ecc.

16 Ivi, p. 153.
17 lvi, p. 157.
18 Ivi, pp. 157-8.

85
Invece, anche prima di tutti questi aggravi, dovuti al
modo e all'organizzazione del lavoro, già il lavoro in quanto
tale si presenta come « peso », poiché sottomette il fare umano
ad una legge estranea, che a questo viene imposta: alla legge
della « cosa » che bisogna fate (e che rimane una « cosa )) ,
qualcosa che è altro dalla vita, anche se è l'uomo stesso a
darsi il suo lavoro) . Nel lavoro si tratta sempre in· primo
luogo della cosa stessa e non del lavoratore, anche quando
non abbia ancora avuto luogo una separazione totale tra
lavoro e « prodotto del lavoro ». Nel lavoro l'uomo viene
continuamente allontanato dal suo essere-se-stesso e indiriz­
zato a qualcosa d'altro, è continuamente presso qualcosa d'al­
tro e per altri 19•

L'impostazione non potrebbe essere più scopertamente


spiritualistica. Il lavoro in generale, il lavoro in quanto
tale (cioè a prescindere dalle epoche storiche e dai con­
testi sociali nei quali esso si svolge), è sempre e comun­
que estraneazione, una sottomissione dell'uomo a ciò che
è altro dalla vita, un asservimento alla cosa: « anche
quando non abbia ancora avuto luogo una separazione
totale tra lavoro e prodotto del lavoro >>, come Marcuse
dice con una evidente allusione polemica ai Manoscritti
economico-filosofici di Marx, il quale aveva individuato
l'estraneazione non già nell'aggettivazione, cioè nel lavoro
in quanto tale, bensl solo in un particolare tipo di lavoro,
nel lavoro salariato, dove l'uomo è, secondo Marx, vera­
mente separato dai suoi oggetti, schiavo delle cose, che
appartengono al capitale.
La distinzione tra oggettivazione e alienazione, tanto
sottolineata da Marx, va tenuta ben presente in questo
contesto, se si vuole intendere la posizione di Marcuse
nei suoi presupposti e nelle sue implicazioni 211 • Per Marx
l'alienazione non può consistere nel produrre oggetti, nel
trasformare i materiali, nel lavorare la natura: questa
è una condizione generale e permanente dell'operare urna-

19 lvi, p. 159.
lD Cfr. K. Marx, ManoJcritti economico-filosofici del 1844,
in Id., Opere filoJofiche giovanili, a cura di G. Della Volpe,
Editori Riuniti, Roma 1950, p. 301.

86
no. « Che l'uomo - egli dice - sia un ente corporeo,
dotato di forze naturali, vivente, reale, sensibile, ogget­
tivo, significa che egli ha come oggetto della sua esistenza,
della sua manifestazione vitale, degli oggetti reali, sen­
sibili, o che può esprimere la sua vita soltanto in oggetti
reali, sensibili. Essere oggettivi, naturali, sensibili, e avere
altresl un oggetto, una natura, un interesse fuori di sé,
oppure essere noi stessi oggetto, natura, interesse di terzi,
è l'identica cosa » 21 • L'alienazione, quindi, non può essere
cercata, per Marx, nel lavoro in quanto tale, nell'aggetti­
vazione. L'aggettivazione è semplicemente la realizzazione
del lavoro, « è il lavoro che si è fissato in un oggetto,
che si è fatto oggettivo ». È soltanto in un'epoca deter­
minata, nella società borghese moderna, cioè « nella con­
dizione descritta dell'economia politica », che il lavoro
appare, secondo Marx, « come privazione dell'operaio, e
l'aggettivazione appare come perdita e schiavitù dell'og­
getto, e l'appropriazione come alienazione, come espro­
priazione » 22•
Per Marcuse, invece, le cose non stanno cosi. La sua
repugnanza si indirizza proprio verso l'oggettività; la
sua insofferenza è proprio per l'aggettivazione, per la tra­
sformazione sensibile, pratica, del mondo.

A queste esigenze poste dalroggettività - egli dice in­


fatti - il fare umano risponde con quel regolarsi consape­
vole sull'oggetto, quel sottomettersi alle sue leggi immanenti,
che si rivela in ogni singolo atto lavorativo e che dà alla
« mediazione •> tra uomo ed oggettività il carattere di un
rapporto fra cose. [ . . . ] Espressamente o no, volontariamente
o no, nel lavoro si tratta sempre della cosa stessa. Lavorando,
il lavoratore è « presso la cosa », sia che stia dietro una
macchina, o che progetti piani tecnici, o che prenda delle
misure organizzative, o che studi problemi scientifici, o che
istruisca degli uomini, ecc. Nel suo fare si lascia guidare
dalla cosa, si assoggetta e ubbidisce alle sue leggi, anche
quando domina il suo oggetto, ne dispone a piacere, lo guida

21 lvi, p. 302.
zz lvi, p. 226.

87
e lo mette in moto. In ogni caso non è « presso di sé », non
lascia accadere la propria esistenza, al contrario si pone al
servizio dell'« altro da se stesso », è presso l'« altro da sé »,
anche quando questo fare dà compimento alla propria vita
liberamente assunta. Questa alienazione ed estraneazione del­
l'esistenza, questo prendere su di sé la legge della cosa invece
di lasciar-accadere la propria esistenza, è, per principio, ineli­
minabile, anche se può sparire durante e dopo il lavoro fino
all'oblio completo, e non coincide affatto con la resistenza
della « materia », né cessa con la conclusione del singolo atto
lavorativo; l'esistenza è in se stessa rivolta a questa cosalità 23•

Dall'ultima parte di questo passo risulta molto chia­


ramente che, una volta identificata l'alienazione o estra­
neazione con l'aggettivazione, con il rappcrto dell'uomo
con l'oggettività in quanto tale, l'alienazione diventa qual­
cosa di metastorico, una situazione antologica che affligge
inevitabilmente l'esistenza umana e alla quale non si può
sfuggire. Dice infatti Marcuse: « La Lebensnot sottin­
tende una situazione " antologica ": essa ha il suo fon­
damento nella struttura dell'essere umano stesso, che non
può mai lasciarsi-accadere immediatamente nella sua pie­
nezza, ma che deve in maniera duratura e permanente
" autoprodursi , , 4 1 farsi ) J da sé. ( . .. ] In ultima analisi
questo carattere di peso non esprime altro che la nega­
tività radicata nell'essenza stessa dell'esistenza umana » 24•
Il superamento dell'alienazione non può essere cercato
quindi nel lavoro, in nessun tipo di lavoro, ma, semmai,
nel gioco. Anche nel gioco, infatti, l'uomo ha a che fare
con oggetti, solo che l'oggettività ha qui tutt'altro senso
e tutt'altra funzione che nel lavoro. Giocando, dice Mar­
cuse, l'uomo non si conforma agli oggetti, alla regolarità
ad essi immanente, data dalla loro oggettività specifica
(mentre il lavoro nel trattare, utilizzare, dar forma al suo
oggetto deve conformarsi al contenuto oggettivo di esso):
" Al contrario, il gioco sopprime, nei limiti del possibile,
questo contenuto e regolarità " oggettivi " degli oggetti

Z3 H. Marcuse, Cultura e società cit., p. 170.


" lvi, pp. 166 e 171.

88
per mettere al loro posto una regolarità diversa, creata
dall'uomo stesso, a cui chi gioca si lega liberamente per
volontà propria: le " regole del gioco " ». Sicché l' ' ogget­
tività ' degli oggetti e la materialità del mondo oggettivo,.
che nel lavoro impongono agli uomini le loro leggi, ven­
gono quasi abrogate nel gioco, e « l'uomo una volta tanto
fa degli oggetti quel che gli pare, si pone al di sopra di
essi, è, tra gli oggetti, " libero " da essi �>. In questo porsi
al di sopra dell'oggettività l'uomo giunge a se stesso, in
una dimensione della sua libertà che gli è negata nel
lavoro. Perciò, Marcuse non esita ad affermare (e si tratta
di un 'affermazione impressionante) che << un singolo lancio
di palla da parte di un giocatore rappresenta un trionfo
della libertà umana sull'oggettività che è infinitamente mag­
giore della conquista più strepitosa del lavoro tecnico » 25•

3. È con questo bagaglio spiritualistico-romantico, che


Marcuse entra a far parte dell'Istituto per la Ricerca
Sociale. Parecchi temi della sua riflessione risalente agli
inizi degli anni Trenta (in particolare, la sua grande valo­
rizzazione della filosofia hegeliana) ritornano, come è ov­
vio, nel suo contributo alla elaborazione della ' teoria
critica '. Ciò appare in modo particolarmente chiaro nel
suo saggio Filosofia e teoria critica, pubblicato nel 1937
sulla << Zeitschrift fiir Sozialforschung >>. Qui egli si sforza
di conciliare materialismo e idealismo, ovvero economia
e filosofia, fino a farne due componenti entrambe indi­
spensabili, e strettamente intrecciate, della nuova conce­
zione, la quale aspira a ricostruire il ' marxismo critico ' .
Dopo che l a ' teoria critica ' egli dice, h a riconosciuto i
rapporti economici come fondamentali per l'insieme del
mondo esistente, e ha afferrato la connessione sociale della
realtà nel suo complesso, la filosofia come scienza auto­
noma è diventata inutile, e i problemi che si riferiscono
alle possibilità dell'uomo e della ragione possono essere
affrontati muovendo dall'economia. Sotto questo pro­
filo la nuova concezione è genuinamente materialistica.

25 lvi, p. 155.

89
« Nella convinzione dei suoi fondatori - dice Marcuse -
la teoria critica della società è essenzialmente connessa col
materialismo. Questo non significa che essa in tal modo si
contrapponga come sistema filosofico ad altri sistemi filo­
sofici. La teoria della società è un sistema economico, non
filosofico >>. In particolare, il materialismo della nuova con­
cezione appare nella convinzione che la felicità dell'uomo
può essere raggiunta soltanto attraverso un cambiamento
delle condizioni materiali di esistenza. La direzione di que­
sto cambiamento e le misure fondamentali per organizzare
razionalmente la società sono indicate di volta in volta dal­
l'analisi dei rapporti economici e politici "·
E tuttavia sarebbe errato affermare che la filosofia
sia assente nella nuova concezione. E ciò per almeno due
motivi. In primo luogo, perché ogni concetto economico
della teoria materialistica è più di un concetto economico
nel senso dell'economia come disciplina speciale, ed è
tale << in forza dell'esigenza di totalità della teoria, che
vuole spiegare l'intera realtà dell'uomo e del suo mondo
sulla base dell'essere sociale >>. Qui la categoria di ' tota­
lità ' è decisiva sotto ogni profilo: ma la sua origine può
essere solo filosofica e non empirica ( l'empirismo cono­
sce solo elementi discreti, irrelati), anche se si tratta non
di una totalità ' speculativa ', bensl concreta, in quanto
intessuta e costituita da elementi empirici (economico­
sociali) n . In secondo luogo, la nuova concezione materia­
listica non può prescindere dalla dimensione filosofica per­
ché eredita e fa proprio quel concetto di ragione che è
stato elaborato soprattutto da Hegel.
Si profila qui quell'interpretazione del filosofo tede­
sco, che Marcuse verrà sempre più sviluppando nei suoi
scritti successivi (soprattutto in Ragione e rivoluzione), e
che può essere riassunta cosl:

Nella sua struttura il mondo è considerato accessibile alla


ragione, e da questa dipendente e dominabile. Cosi la filosofia
è idealismo in quanto sussume l'essere al pensiero. Ma quella

"' lvi, p. 88.


Tl lvi, p. 87.

90
prima propos1z1 0ne che della filosofia faceva filosofia della
ragione e idealismo, la rendeva anche filosofia critica. Essendo
il mondo in quanto dato legato al pensiero razionale, anzi
dipendendone nel suo essere, ogni cosa che contraddiceva la
ragione, che non era razionale, era considerata come qualcosa
da superare, La ragione era cosl eretta ad istanza critica 28•

Ecco, secondo Marcuse, il significato della celebre


proposizione hegeliana << ciò che è razionale è reale, e dò
che è reale è razionale »: essa significa che quanto vi è
di irrazionale nella realtà non potrà, alla lunga, resistere
alla forza critica e dissolvitrice della ragione, sicché la
realtà non potrà non divenire razionale. Sotto questo
profilo, la filosofia hegeli ana è veramente rivoluzionaria. B
vero che in Hegel il rapporto fra razionale
, e reale è visto
spesso in termini falsi e ' ideologici , attraverso la trasfì­
gurazione di istituti contingenti e assai poco razionali. E
tuttavia, nonostante questi limiti, resta in lui l'istanza
della ragione come metro supremo, al quale tutta la realtà
deve essere commisurata, e quindi trasformata, al fine di
renderla, appunto, razionale. Sotto questo profilo non c'è
dubbio che la filosofia di Hegel si distingue e si distacca
da qualunque altra filosofia: « Innumerevoli dottrine filo­
sofiche non sono altro che mere ideologie, le quali, nelle
loro illusioni su stati di cose socialmente rilevanti, si
lasciano docilmente inquadrare nel generale apparato di
dominio. La filosofia idealistica della ragione non è tra
queste, e non lo è proprio nella misura in cui è vera­
mente idealistica � 29•
Ecco dunque che Marcuse, dopo aver proclamato la
necessità del materialismo, proclama la necessità dell'idea­
lismo ( << Nell'idealismo l'individuo protesta contro il mon­
do, facendo liberi e razionali nel pensiero sé e il mon­
do ») 30• La 4 teoria critica J costituisce appunto uno stretto
intreccio di idealismo e di materialismo: dall'idealismo
essa ricava l'istanza della ragione, il fatto, cioè, che que-

28 lvi, pp. 88-9.


29 lvi1 p. 92.
30 lvi, p. 93.

91
st'ultima deve tradursi nella realtà, e che quindi la realtà
deve diventare razionale; dal materialismo, ricava l'idea
che la realtà da trasformare razionalmente è il complesso
dei rapporti economico-sociali, in modo da « creare un'or­
ganizzazione sociale in cui gli individui regolino in comune
la propria vita secondo i loro bisogni >> "- La ' teoria
critica ' è quindi, per un verso, antipositivistica� cioè non
accetta i dati di fatto, non si riconosce in essi, li nega,
e sotto questo profilo non teme di apparire utopistica;
per un altro verso, essa è realistica, cioè ricerca nella
sfera sociale le tendenze e le forze che possano realizzare
la ragione. Ne discende la seguente caratterizzazione della
� teoria critica ' :

D a sempre essa è stata più d i una semplice reJtistrazione


e sistemazione di dati di fatto, da sempre il suo impulso è
venuto proprio dalla forza con cui essa ha parlato contro i
dati di fatto, con cui ha contrapposto alla cattiva fatticità le
sue migliori possibilità. Come la filosofia, essa si contrap­
pone all'acquiescenza alla realtà, al positivismo soddisfatto.
Ma, a differenza dalla filosofia, essa trae i suoi obiettivi
soltanto dalle tendenze presenti nel processo sociale. Perciò
essa non ha nessuna paura dell'utopia, termine con cui si
definisce il nuovo ordine per screditarlo. La verità, non
potendo essere realizzata all'interno dell'ordine sociale esi�
stente, ha in ogni caso per quest'ultimo il carattere di una
mera utopia. Questa trascendenza non paria contro, ma a
favore della verità. L'elemento utopistico è stato a lungo
l'unico elemento progressivo della filosofia: tali furono le
costruzioni dello Stato migliore, del piacere supremo, della
felicità perfetta, de�la pace perpetua ll,

Si noti, in questo passo, la forte insistenza di Mar­


cuse sull' ' utopia ', appena mitigata dal riferimento al
fatto che quest'ultima, per realizzarsi, deve individuare
delle tendenze obiettivamente esistenti nel processo so­
dale. In realtà, l'istanza 1 utopica ' interessa a Marcuse
più di qualunque esigenza ' realistica ': come risulta assai

lt lvi, p. 94.
32 lvi, p. 95.

92
bene dalle ultime pagine del suo saggio, in cui egli enfa­
tizza l'importanza dell' ' immaginazione ' e della ' fanta­
sia ' per la ' teoria critica ' .

Per potere nel presente - egli dice - tener saldo come


fine ciò che ancora non è presente, occorre la fantasia. Che
la fantasia abbia in comune con la filosofia qualcosa di essen­
�:o:iale, risulta già dalla funzione che le � stata assegnata, sotto
ii nome di « immaginazione », dai filosofi, segnatamente da
Aristotele e da Kant. In forza de1la sua singolare capacità
èi « intuire » un oggetto anche senza che questo sia presente,
di creare qualcosa di nuovo pur sulla base del materiale
dato della conoscenza, l'immaginazione indica un alto grado
di indipendenza dal dato e di libertà in un mondo di illi­
br.-rtà. Trascendendo ciò che è presente, essa può anticipare
il futuro 33.

In questo contesto, l'indipendenza dai dati di fatto


e il trascendimento di ciò che è presente, sono cosl impor­
tanti e decisivi, che la fantasia viene proclamata come lo
strumento fondamentale per rimettere sempre di nuovo
in discussione gli obiettivi raggiunti 34, in una sorta di
rivoluzione permanente. È a questo punto che si mani­
festa tutta la carica utopica della ' teoria critica ': essa
infatti, potremmo dire, non è interessata tanto a ' rifor­
me ' o a interventi di ' ingegneria sociale ', quanto piut­
tosto a una radicale negazione dell'esistente, a una sua
totale trasformazione, ab imis fundamentis. Si capisce
quindi facilmente, in questo quadro, come la teoria critica
abbia assai scarso interesse per le scienze sociali, proprio
perché esse, in quanto c scienze ', sono strettamente legate
ai dati di fatto: anzi - afferma senza mezzi termini
Marcuse - uno dei compiti fondamentali della nuova
teoria è « una critica continua della scientificità », in
quanto << la scientificità non è mai una garanzia per la
verità, e tanto meno in una situazione come quella odier­
na, in cui la verità è in stretta opposizione ai fatti e si

33 lvi, p. 105.
" lvi, p. 106.

93
trova anzi celata dietro i fatti » 35• Immaginazione e fan­
tasia sono strumenti decisivi per ' inventare ' quel mondo
nuovo il cui contrassegno più importante e significativo
non è la regolazione e la pianificazione del processo lavo­
rativo, bensl l'appagamento di << bisogni universali ».
Emerge qui un altro aspetto importante della posi­
zione di Marcuse e, più in generale, della ' teoria critica ' :
,
la sua insistenza sui ' bisogni e sul loro appagamento,
anzi il suo metterli in primo piano come elemento quali­
ficante della teoria. Scrive Marcuse a questo proposito:
« Nella realtà razionale non è più il processo di lavoro
a dover decidere sull'esistenza universale degli uomini,
ma sono i bisogni universali che devono decidere sul
processo di lavoro. Ciò che assume importanza non è che
il processo di lavoro sia regolato e pianificato, ma la que­
stione di quale interesse determini questa pianificazione,
e se in questo interesse saranno conservate la libertà e la
felicità delle masse ». Senza libertà e felicità nei rapporti
sociali fra gli uomini, prosegue Marcuse, anche l'aholi·
zione della proprietà privata e il più grande incremento
della produzione resteranno ancora legati alla vecchia
ingiustizia 36 •
È evidente che in questo passo risuona una· chiara
critica verso l'esperienza sovietica (nei confronti della
quale, alla fine degli anni Trenta, la maggior parte degli
esponenti della Scuola di Francoforte avevano ormai per­
duto ogni illusione) . Ma se questo accenno polemico è
senza dubbio di grande interesse, è altrettanto certo che
quello che gli esponenti della ' teoria critica ' considerano
come il fallimento dell'edificazione socialista nell'Urss,
!ungi dall'indurii a una revisione in senso ' laburista ', li
spinge verso un 'ulteriore radicalizzazione delle loro aspi·
razioni e convinzioni: la ' teoria critica ' diventerà cosl
sempre meno ' scienza sociale ' e sempre più dottrina uto­
pistico, mirante all'appagamento di bisogni nuovi e illi­
mitati� da raggiungere in una società radicalmente rinno-

ls lvi, p. 107.
" lvi, p. 96.

94
vata, realizzata attraverso l'immaginazione e la fantasia.
Per la ' teoria critica ' i contrassegni fondamentali di una
società veramente libera non saranno tanto la socializza­
zione dei mezzi di produzione, la loro pianificazione con­
sapevole, la regolazione di tutta la società secondo un
piano, la razionalizzazione di tutti i processi sociali: dopo­
tutto, in ciò sono contenuti ancora, inevitabilmente, ele­
menti di costrizione e di disciplina imposti dall'alto, da
un'autorità sociale. La società nuova dovrà caratterizzarsi,
invece, per la realizzazione integrale dell'edonismo, per
l'appagamento di tutti i bisogni sensibili e sensuali, per
il godimento della felicità strettamente congiunta al pia­
cere: e ciò sarà possibile solo se la società muterà profon­
damente tutti i propri strumenti, criteri e valori essen­
ziali: se lavoro, scienza, tecnica, ecc. diventeranno ' un'al­
tra cosa '. Quale cosa non è facile dire; in ogni caso la
tivoluzione dovrà essere ' totale ', e ' totale ' dovrà essere
la trasformazione dell'uomo ".

VI. L 'AVVENTO D E L TOTALITARISMO


'
NELL 'ANALI S I DELLA TEORIA CRITICA 1

L'avvento del fascismo in Italia e del nazionalsocia­


lismo in Germania; il venir meno di ogni illusione sul­
l'Unione Sovietica (a partire dalla seconda metà degli anni
Trenta, cioè con le grandi purghe e i grandi processi poli­
tici ); il contatto con la società americana, ovvero con rin­
dustrialismo e il capitalismo più avanzati : questi gli ele·
menti che determinano una fase nuova e importante della
riflessione della Scuola di Francoforte.
Per quanto riguarda l'avvento dei fascismi, gli espo­
nenti dell'Istituto per la Ricerca Sociale assumono, al­
meno in un primo tempo, un atteggiamento assai simile

37 Cfr. a questo proposito il saggio di H. Marcuse, Per la


critica dell'edonismo ( 1938), ivi, pp. 109-45.

95
�Q
a quello dei marxisti ' ortodossi ' (cioè, poi, • tic!

comunisti). Il fascismo (nelle sue due ' varianti ' •


italiana e quella tedesca) viene visto come il mul .
inevitabile della difesa degli interessi capitalistici co ·
i cambiamenti economici, sociali e politici prodotti dagl
&
sconvolgimenti e dalle crisi che hanno caratterizzato la
scena internazionale a partire dalla prima guerra mondiale
e dalla rivoluzione d'ottobre 1• Secondo questa analisi,
tra fascismo e capitalismo esiste un nesso stretto e inscin­
dibile; ovvero - come suonava la nota formula del Comi·
tato esecutivo del Comintern - « il fascismo è la ditta-
tura apertamente terroristica degli elementi più reazio-
nari sciovinisti e imperialisti del capitale finanziario » .
I l saggio d i Horkheimer Gli ebrei e l'Europa ( 1 939)
è del tutto immerso in questa atmosfera. Esso pullula
di affermazioni di questo genere: « Chi non vuole parlare
del capitalismo non deve parlare nemmeno del fascismo » ;
« l'ordine totalitario non è altro che l'ordine precedente
senza i suoi freni >>; « il fascismo è la verità della società
moderna colta dalla teoria fin dall'inizio >>; « oggi com­
battere il fascismo richiamandosi al pensiero liberale signi­
fica appellarsi all'istanza attraverso cui il fascismo ha
vinto >>; « l'ordine che nel 1789 si produsse come via
del progresso portava in sé fin dall'inizio la tendenza al
nazismo » 2 ; e cosl via.
Gli elementi dai quali Horkheimer ricava queste sue
perentorie affermazioni sono abbastanza frammentari e
disorganici. « Malgrado - egli dice - e per via del pro­
gresso tecnico, )a crisi [ capitalistica ] , come già previsto,
è diventata permanente; i successori dei liberi impren­
ditori possono mantenere la loro posizione solo a prezzo
dell'abolizione delle libertà borghesi >> 3• E in un altro
punto l'autore afferma che << nell'epoca del monopolio

l Cfr. K. Hildebrand, Il Terzo Reich, Laterza, Roma-Bari


1983, pp. 1 60-1 .
2 M. Horkheimer, Gli ebrei e l'Europa ( 1939), in Id., Crisi
della ragione e trasformazione dello Stato, a cura di N. Perillo,
Savelli, Roma 1978, pp. 35-6, 52, 55.
3 lvi, p. 35.

96
[ . .. ] all'illimitato investimento di sempre nuovi capitali
non corrisponde più un aumento del profitto » 4 • Altrove
egli accenna alla scissione fra proprietà e co,ntrollo {secon·
do la classica analisi di Berle e Means) che caratterizza la
grande azienda moderna, e sembra vedere in ciò una
chiara tendenza all'autoritarismo ( « La classe dominante
si è trasformata. I suoi componenti non sono i titolari
della proprietà capitalistica. Il grosso degli azionisti da
lungo tempo non è più alla direzione degli affari »; la
nuova direzione, costituita dall'alta burocrazia industriale,
« ha guadagnato un potere assoluto. L'estensione e la
diversità dell'impresa crea una burocrazia il cui vertice,
in caso di necessità, persegue i suoi propri fini anche
contro il capitale degli azionisti ») 5• Come si vede, si
tratta di spunti non solo frammentari, ma anche. tutto
sommato, generici, insufficienti a delineare, anche solo
embrionalmente, una � teoria ' .
Chi s i assume questo compito, d i descrivere i l ' mo­
dello ' dello Stato totalitario, di spiegarne le origini e di
indicarne le prospettive, è Friedrich Pollock, in un signi­
ficativo saggio del 1 9 4 1 , Capitalismo di Stato: possibilità
e limiti, che mette conto di vedere nei dettagli, sia per
il dibattito che esso suscita all'interno dell'Istituto per
la Ricerca Sociale, sia per l'indubbio influsso che esso
esercita su quasi tutti i ' francofortesi '.
Secondo Pollock, nei paesi più sviluppati il capitali­
smo privato ha ceduto o sta cedendo il passo al capita·
lismo di Stato, tanto nella sua forma totalitaria quanto
nella sua forma democratico-borghese. Il libero commer­
cio e la libera iniziativa del XIX secolo sono ormai con·
dannati a morte, e ogni tentativo di ripristinarli è desti­
nato a fallire, per la stessa ragione per cui fallirono i
tentativi di restaurare il feudalesimo nella Francia post­
napoleonica, data l'impossibilità di far girare indietro la
ruota dello sviluppo economico-sociale.
Pollock preferisce la definizione di ' capitalismo di

4 lvi, p. )7.
5 lvi, p. 41.

97
Stato ' ad altre definizioni (' società manageriale ', ' collet­
tivismo burocratico ', ' capitalismo corporativo ', ecc.), per�
ché, egli dice, essa indica meglio di tutte i seguenti quat­
tro elementi: che, cioè, il capitalismo di Stato è il suc­
cessore del capitalismo privato; che lo Stato ha assunto
alcune importanti funzioni, che un tempo erano mono­
polio del capitalista privato; che l'interesse al profitto
continua tuttavia ad avere un ruolo determinante; e che,
infine, non si tratta di socialismo 6• Più in particolare, il
capitalismo di Stato è caratterizzato dal fatto che in esso
il mercato perde le sue funzioni tradizionali di coordina·
mento della produzione e della distribuzione. Al controllo
del mercato subentra un sistema di controllo diretto. La
libertà di commercio, di iniziativa e di lavoro viene subor·
dinata all'intervento statale in misura tale da essere prati·
camente abolita, sicché, insieme all'autonomia del mer­
cato, scompaiono anche le cosiddette leggi economiche 7 .
Delineati in questo modo gli aspetti generali del capi·
talismo di Stato, Pollock entra maggiormente nei dettagli
del suo concreto funzionamento. Egli individua i seguenti
punti. l ) La produzione, i consumi, il risparmio e gli
investimenti vengono programmati secondo le direttive di
un piano generale. Ciò non significa pianificazione rigida
e assoluta mancanza di libertà di scelta da parte del con·
sumatore; significa però che, a differenza di quanto avve·
niva nel sistema di mercato, l'ultima parola sui bisogni
da soddisfare e sul modo di soddisfarli non viene più
lasciata alla anonima e infida scelta del mercato, effettuan·
tesi post festum, bensl a una scelta cosciente dei fini e
dei mezzi generali, anteriore alla messa in moto del pro·
cesso di produzione. 2) I prezzi non sono più i padroni
del processo economico, bensl vengono amministrati e pila·
tati in tutte le fasi. Ciò significa, ancora una volta, che
il mercato viene privato della sua funzione dominante a
vantaggio di un'economia pianificata. 3) L'interesse al pro·

6 F. Pollock, Capitalismo di Stato: possibilità e limiti, in


Id., Teoria e prassi dell'economia di piano cit., p. 200.
7 lvi, p. 201.

98
fitto, sia degli individui che dei gruppi, viene strettamente
subordinato - cosi come ogni altro interesse partico­
lare - al piano generale o a ciò che ne fa le veci. 4) In
tutte le sfere dell'attività sociale, gli esperimenti e l'im­
provvisazione cedono il passo al principio della direzione
scientifica. È evidente, infatti, che la produzione su vasta
scala richiede non solo un'accurata pianificazione gene­
rale, ma anche l'elaborazione sistematica di tutti i pro­
cessi singoli, in quanto ogni spreco e ogni errore nella
preparazione del materiale e del macchinario, oltre che
nella determinazione degli elementi della produzione. si
moltiplicherebbe più volte e potrebbe persino mettere
in pericolo l'intero processo produttivo. 5) L'esecuzione
del piano viene imposta dal potere statale, sicché niente
di essenziale viene lasciato al meccanismo delle leggi del
mercato o di altre • leggi ' economiche (per esempio, i
nuovi investimenti non affluiscono più automaticamente
in quei settori nei quali si realizzano i profitti più alti,
ma vengono dislocati dalle autorità pianificatrici nelle
direzioni ritenute più opportune). L'esistenza di una sfera
economica autonoma dallo Stato viene quindi categorica­
mente esclusa, sicché, in ultima analisi, tutti i problemi
economici vengono trattati come problemi politici. La
sostituzione dei mezzi economici con mezzi politici cam­
bia il carattere dell'intero periodo storico, segnando il
passaggio da un'epoca prevalentemente economica a una
epoca prevalentemente politica. 6) Mentre nel capitalismo
privato concorrenziale tutti i rapporti sociali sono mediati
dal mercato, e gli uomini entrano in rapporto tra loro
in quanto agenti del processo di scambio (come compra­
tori o venditori), sicché il reddito e le dimensioni della
proprietà individuale sono decisivi per la posizione sociale
del singolo, nel capitalismo di Stato, invece, il quadro
muta radicalmente: qui gli uomini si rapportano l'uno
all'altro come comandante e come comandato. Il grado
di autorità o di soggezione dipende in primo luogo dalla
posizione degli individui nel corpo politico e solo in via
secondaria dalla loro proprietà. L'appropriazione del lavoro
avviene per via diretta e non più attraverso la forma

99
' indiretta ' del mercato; perciò, l'interesse al potere pre­
vale sull'interesse immediato al profitto 8 •
Dopo aver tracciato questo quadro del capitalismo di
Stato, Pollock formula alcune ipotesi circa il suo avve­
nire. Per un verso egli non ha dubbi sul fatto che, in
quanto un sistema a capitalismo di Stato può svolgere
meglio del mercato le funzioni necessarie richieste dalla
divisione del lavoro, esso conseguirà in breve tempo un
forte aumento della disponibilità delle risorse. È tutta la
complessa ' razionalizzazione ' del processo economico­
sociale resa possibile dal capitalismo di Stato che porta
in questa direzione. Gli errori, infatti, e gli ' sprechi ',
vengono eliminati, o comunque ridotti al minimo, e an­
ch'essi, in ogni caso, opportunamente ' manovrati '. E ciò
perché lo Stato, per un verso, controlla pienamente la
moneta e il credito, e trasforma le banche in pure agen­
zie governative (ma anche parecchie altre organizzazioni
- come i cartelli, le associazioni commerciali, le camere
di commercio, ecc. - svolgono la stessa funzione, sicché
eventuali ' errori ' possono essere· circoscritti con relativa
facilità, e vengono diluiti nel complesso dell'intera econo­
mia invece di pesare su una singola impresa); per un
altro verso, gli ' errori • stessi sono sempre più rari, poi­
ché le e_sperienze accumulate dalle moderne imprese e
dalle società industriali nel realizzare piani giganteschi
hanno reso tecnicamente possibile il controllo della pro­
duzione globale.

Tra gli strumenti specifici di controllo - dice Pollock -


vanno annoverati i moderni metodi statistici e di valutazione,
la regolare registrazione di tutti i cambiamenti negli impianti
e nei rifornimenti, il sistematico addestramento degli operai
in vista delle future esigenze produttive, la razionalizzazione
di tutti i processi tecnici e amministrativi, e tutti gli altri
espedienti escogitati dalle enormi imprese monopolistiche mo·
derne 9 •

' lvi, pp. 204-10.


' lvi, p. 2 1 1 .

100
E come nella produzione, cosi nella distribuzione:
anche qui il capitalismo di Stato, attraverso l'elabora­
zione di un piano generale e la sua imposizione da parte
del potere politico, ha ampi mezzi tecnici per distribuire
qualsiasi cosa si possa produrre con le risorse disponi­
bili. I bisogni pubblici e privati possono essere largamente
0
predeterminati 1 • In particolare, il controllo governativo
è immensamente facilitato dall'enorme mole di lavori
pubblici sufficienti a mantenere il pieno impiego in ogni
circostanza 1 1 •
Tutto ciò significa forse che il sistema capitalistico
si è ormai definitivamente stabilizzato, che non è più
alll itto da contraddizioni, e che ha di fronte a sé uno
sviluppo illimitato? La risposta di Pollock è, contraria­
mente a quanto si può immaginare sulla base dell'esposi­
zione vista finora, negativa; ma è negativa con argomen­
tazioni diverse da quelle addotte da molti marxisti. Egli
respinge infatti la tesi di coloro secondo i quali il capita­
lismo monopolistico di Stato porterebbe necessariamente,
con l'abolizione della concorrenza, a un arresto del pro­
gresso o addirittura a un regresso tecnologico, con relativa
caduta degli investimenti. In realtà, secondo Pollock, fin­
ché continuerà la corsa agli armamenti, sarà vero proprio
il contrario. Senonché, la corsa agli armamenti non può
cessare nel capitalismo di Stato, poiché, nello sforzo di
mantenere e di estendere il proprio potere, il gruppo
dominante entra in conflitto con interessi stranieri, e il suo
successo dipende dalla forza militare, la quale è una fun­
zione dell'efficienza tecnica: ogni rallentamento del pro­
gresso tecnico potrebbe portare all'inferiorità militare, e
quindi alla sconfitta del gruppo dominante. « Solo dopo
l'assunzione - afferma Pollock - del controllo di tutto
il mondo da parte di un solo Stato totalitario, riuscito
vincitore nella lotta per il predominio, il problema del
progresso tecnologico e dell'espansione del capitale assu-

lO lvi, pp. 214·5.


11 lvi, p. 217.

101
merà davvero un ruolo eli primo piano » 12 • E poco dopo
aggiunge:

Le indicazioni che abbiamo non segnalano nessuna forza


economica inerente al capitalismo di Stato, nessuna « legge
economica » di tipo vecchio o nuovo che possa ostacolare il
suo funzionamento. Il controllo governativo della produzione
e della distribuzione fornisce i mezzi per l'eliminazione delle
cause economiche delle depressioni, dei processi complessiva­
mente distruttivi, della disoccupazione e della mancanza di
investimenti. Potremmo perfino arrivare a dire che sotto il
capitalismo di Stato l'economia come scienza sociale ha per­
duto il proprio oggetto. Problemi economici nel vecchio senso
non ne esistono più, dal momento che il coordinamento di
tutte le attività economiche viene effettuato da un piano
cosciente invece che dalle leggi naturali del mercato. Mentre,
prima, l'economista si scervellava per risolvere l'enigma del
processo di scambio, sotto il capitalismo di Stato egli ha
a che fare solo con problemi amministrativi 13•

Ciò però, come abbiamo detto, non signifièa, per


Pollock, che il capitalismo di Stato non abbia limiti ben
precisi, che ne compromettono la stabilità. Essi derivano,
a suo avviso, soprattutto dalla struttura della società che
il capitalismo di Stato cerca di perpetuare. Egli ritiene, a
questo proposito, che prima o poi emergeranno delle
"
divergenze di interessi all'interno del gruppo o dei gruppi
che controllano Io Stato ( managers industriali e finanziari,
alti esponenti della burocrazia statale e militare, quadri
dirigenti della burocrazia del partito vittorioso). « Esse
possono derivare .o da una differenza di posizioni all'in·
terno dell'amministrazione, o da una differenza nei pro·
grammi per il mantenimento o l'espansione del potere,
oppure dalla lotta per il monopolio del potere stesso >> 14•
Che prima o poi sorgano divergenze di questo tipo, Poi·
lock non ha dubbi, poiché i conflitti di interesse non agi·
scono solo all'interno del gruppo dirigente, ma - in

12 lvi, p. 222.
13 lvi, pp. 222·3.
14 lvi, pp. 224-5.

102
quanto il capitalismo di Stato è espressione di una società
antagonistica per eccellenza - « la dirigenza della pro­
grammazione, benché in possesso di tutti gli strumenti
tecnici per pilotare l'intero processo economico, è essa
stessa un'arena di lotta fra forze sociali sfuggenti larga­
mente al suo controllo » 15•
Questa, per grandi linee, la caratterizzazione pollo­
ckiana del ' capitalismo di Stato ' (radicalmente diversa,
per tanti aspetti, dalle precedenti analisi socio-economiche
di Pollock). È bene rilevare subito i punti di forza e quelli
di debolezza di tale caratterizzazione. In essa colpisce, da
un lato, l'acutezza nel percepire alcuni cambiamenti so·
stanziali subiti dalle società capitalistiche avanzate, cam­
biamenti che rendono obsolete molte categorie mar·
xiane: il fatto, cioè, che dopo la grande crisi il capita­
lismo è entrato in una nuova, lunga fase di stabilizzazione,
che pone fine all' ' anarchia ' attraverso potenti strumenti
di pianificazione e di controllo; che nel nuovo capi­
talismo si realizza un primato del ' politico ', o della
sfera politica, la quale si subordina largamente la sfera
economica, ponendo fine a quel dualismo fra Stato e
società civile che era stato al centro dell'analisi di Marx;
e cosi via. Ma, dall'altro lato, colpisce anche, nell'analisi
di Pollock, l'assenza di qualunque strumentazione e di
qualunque criterio per spiegare la differenza fra le istitu­
zioni sociali e politiche nei diversi paesi a ' capitalismo
di Stato '. In altre parole - viene spontaneo chiedersi -
perché il ' capitalismo di Stato ' (ammesso, e non con­
cesso, che questa definizione possa essere usata indiscri­
minatamente) ha assunto nella Germania nazista una forma
totalitario-terroristica, mentre negli Stati Uniti ha conser­
vato una forma democratico-rappresentativa? Nell'analisi
di Pollock non si ravvisano elementi per rispondere a
questa domanda tanto elementare quanto fondamentale:
e ciò è tanto più grave per una teoria che sottolinea cosl
energicamente il ' primato del politico ' nelle società più
sviluppate.

" lvi, p. 225.

103
È vero che Pollock distingue più volte nel suo saggio
fra la ' forma totalitaria ' e la ' forma democratica ' del
capitalismo di Stato. A un certo punto egli afferma anche
che, mentre nella forma democratica il tenore di vita
aumenterà se il programma di espansione lo permetterà,
ciò, invece, è assai difficile che si verifichi nella forma
totalitaria. Qui, infatti, l'aumento del tenore di vita, con
tutte le sue conseguenze - maggiore tempo libero, mag­
giore specializzazione professionale e culturale, maggiori
opportunità di sviluppare la riflessione critica, ecc. -
metterebbe in pericolo il dominio del potere dominante,
il quale si mantiene non solo col terrore ma anche con
il controllo psicologico delle masse tenute in una condi­
zione di completa soggezione intellettuale. Perciò il gruppo
dirigente di una società a capitalismo di Stato in forma
totalitaria propende senz'altro, in vista della propria sicu·
rezza, a tenere basso il tenore di vita e a imporre un orario
di lavoro lungo e massacrante: di qui l'enfatizzazione
della minaccia dell' ' aggressione ' straniera, la corsa agli
armamenti, l'esaltazione dei sacrifici, delle virtù belli­
che, ecc. 16 •
Senoncbé, a parte il fatto che questo spunto non può
costituire nemmeno rembrione di una teoria delle forme
politiche ( in quanto non affronta il problema della ge­
nesi e della persistenza di determinate istituzioni), si ha
spesso l'impressione che Pollock sia più interessato a
sottolineate gli elementi comuni ai vari ' capitalismi di
Stato ' (siano essi democratici o totalitari ), che non gli
elementi di diversità e di differenziazione. Di qui il fatto
che egli passa con grande facilità, nella sua descrizione
del modello capitalistico di Stato, dalla Germania nazista
agli Stati Uniti, insistendo spesso più sugli aspetti di omo­
geneità e di somiglianza che non su quelli di diversità
e di differenza 17 • Ciò, del resto, fu rilevato anche nel­
l'Ambito della Scuola di Francoforte, per esempio da Franz
Neumann, il quale, nella sua vasta e importante opera

16 lvi,
pp. 226-7.
17 Cfr. ivi soprattutto le pp. 199, 208, 22&-32.

104
sulla Germania nazista (Behemoth. Struttura e pratica del
nazionalsocialismo, 1942), osservò, in polemica con Pol­
lock, che, mentre la definizione di ' capitalismo di Stato '
era una contradictio in adiecto 18, essa non permetteva
poi di distinguere fra Stati democratici e Stati autoritari:
« Secondo questa corrente di pensiero infatti - diceva
Neumann - ogni paese muove nella direzione della Ger­
mania. Il New Dea! è visto come un precursore del
collettivismo burocratico e di una burocrazia manage­
riale )) 19 • L'osservazione di Neumann coglieva pienamente
nel segno, tant'è vero che Pollock, dopo aver esposto
le caratteristiche del capitalismo di Stato nella Germania
nazista, aveva concluso la propria analisi con parole di
grave preoccupazione per il futuro di quegli Stati nei
quali vigevano ancora le istituzioni democratico-rappre�
sentative: « La tendenza - egli aveva detto - verso il
capitalismo di Stato [ inevitabilmente totalitario] diventa
sempre più chiara in tutti gli Stati non totalitari » 211 •
Senonché, se nell'analisi di Pollock è ancora presente
in certa misura la preoccupazione di distinguere fra Stati
industriali avanzati totalitari e non totalitari, ogni cautela
vien meno nel saggio di Horkheimer, Lo Stato autori­
tario, pubblicato nel 1942, che dà un'impronta decisiva
alla linea teorico-politica dell'Istituto per la Ricerca So-

18 Cfr. F. Neumann, Behemoth. Struttura e pratica del na­


zionalsocialismo, Feltrinelli, Milano 1977, p. 2 1 1 . Anche A. R. L.
Gudand, economista affiliato all'Istituto per la ·Ricerca Sociale,
mosse diverse critiche a Pollock, ma da un punto di vista marxi­
sta ortodosso: cfr. F. Apergi, Marxismo e ricerca sociale nella
Scuola di Francoforte, La Nuova Italia, Firenu 1977, pp. 46-7.
Di Gurland si veda Trends tecnologici e struttura economica sotto
il nazionalsocialismo. in AA.VV., Tecnologia e potere nelle societ�
posi-liberali cit.
19 F. Neumann, Behemoth dt., p. 212.
3l F. Pollock, Capitalismo di Stato: possibilità e limiti cit.,
p. 231. Del resto, il saggio di Pollock si apre con questa affer­
milzione: « Se esista o possa esistere qualcosa come il capitalismo
di Stato è ancora una questione aperta. Il modello cui si fa rife­
rimento qui è ricostruito in base ad elementi largamente presenti
in Europa [soprauutto nella Germania nazista] e, in un certo
grado, perfino in America » (p. 199}.

105
ciale. Si tratta di un saggio scritto in forma volutamente
' aforismatica ' e persino paradossale, quasi a sottolineare,
con lo stile bizzarro e a volte esoterico, l'irrazionalità e
l'angoscia, la lunga notte che, nonostante l'enorme svi­
luppo della scienza, dell'industria e della tecnica, è calata
sull'Europa e sul mondo intero. Questa terribile realtà
è costituita appunto dallo Stato autoritario o totalitario,
che, secondo Horkheimer, domina ormai dappertutto: e
cioè, tanto nei regimi fascisti, quanto nell'Urss, quanto
nei regimi democratico-rappresentativi. Ovunque si è affer­
mato il capitalismo di Stato, che è lo Stato autoritario
della nostra epoca 21• È opportuno vedere come Hork­
heimer argomenta questa sua generalizzazione.
Nei regimi cosiddetti democratici - egli dice - av­
vengono una serie di processi paralleli e interdipendenti
che avviluppano la società in una maglia di acciaio, dalla
quale il singolo è completamente schiacciato : nelle grandi
aziende e nei cartelli la scissione fra proprietà e controllo
genera delle burocrazie manageriali onnipotenti, che agi­
scono e si riproducono del tutto indipendentemente dai
singoli azionisti, ridotti a puri rentiers, cioè a parassiti
privi di qualunque potere decisionale; nello Stato, l'ese­
cutivo, oltre a essere legato per mille fili alle burocrazie
industriali, detiene tutte le leve di comando del capita­
lismo di Stato, e perciò diviene un potere mostruoso che
regola e fa funzionare la società come un'azienda, prede­
terminandone esigenze, bisogni, gusti, modi di vita, ecc.;
i grandi sindacati operai, a loro volta, si burocratizzano,
al pari di tutte le grandi associazioni, e finiscono per
essere dominati do cricche potentissime, che non rispon­
dono più ad alcuno, e che si riproducono per autosele­
zione, attraverso strutture gerarchiche e metodi autoritari.
Dice Horkheimer a questo proposito: « Col crescere del­
l'apparato diviene sempre più tecnicamente difficile con­
trollare e sostituire questi dirigenti, di modo che tra la
pratica utilità del loro permanere, e la loro personale

2l M. Horkheimer, Lo Stato autoritario, in Id., Critica della


Tagione e trasformazione dello Stato cit., p. 62.

106
decisione a non andarsene, sembra regnare un'armonia
prestabilita. Il dirigente e la sua cricca diventano nell'orga­
nizzazione operaia cosl indipendenti, quanto nel campo
opposto il management del monopolio industriale di fronte
all'assemblea degli azionisti �. E ancora: « Nelle residue
democrazie i dirigenti delle grandi organizzazioni operaie
hanno già oggi coi loro iscritti un rapporto analogo a
quello dell'esecutivo con la società complessiva nello stata­
lismo integrale: tengono le masse da essi assistite sotto
un rigido controllo politico e persino demografico, e tolle­
rano la spontaneità tutt'al più come risultato della pro­
pria attività » 22•
Liquidati in questo modo gli Stati democratici, .i giu­
dizi più aspri Horkheimer li riserva però all'Urss, da lui
equiparata al fascismo. « Il fascismo - egli dice - e
più ancora il bolscevismo, dovrebbero aver insegnato
che proprio ciò che appare folle al ragionamento obiettivo
di un esperto, è invece la realtà di tutti i giorni e che la
politica, secondo un'espressione d.i Hitler, non è l'arte
del possibile ma dell'impossibile � 23 • Si tratta di un giudi­
zio tanto più rimarchevole ove si tenga presente che esso
viene pronunciato durante la guerra, allorché tutti gli
intellettuali di sinistra simpatizzavano per l'Urss, non solo
perché vedevano in essa una componente essenziale del
fronte antifascista, ma anche perché la consideravano la
prima realizzazione socialista della storia (sia pure con
dei ' difetti ', dovuti alle circostanze eccezionali ). Per
Horkheimer, al contrario, la rivoluzione bolscevica è com­
pletamente fallita: invece di dar vita alla democrazia dei
consigli, si è istituzionalizzata come autorità; in Russia,
la disciplina e l'ordine hanno salvato la Repubblica, ma
hanno spazzato via la rivoluzione; tutti i produttori sono
diventati operai salariati dominati e sfruttati dallo Stato
capitalista, sicché, inevitabilmente, il regolamento della
fabbrica è stato esteso a tutta la società 24• Ma un domi-

:U lvi, pp. 64·5.


23 lvi, pp. 88·9.
24 lvi, pp. 66 e 70.

107
nio cosl completo e capillare dello Stato sulla società può
realizzarsi solo con la coercizione, con la polizia politica
e il terrore di massa. Il potere dominante giustifica tutto
ciò con l'edificazione del socialismo, cioè con l'estinzione,
in futuro, dello Stato, e con la creazione di migliori condi­
zioni di vita. Ma si tratta solo, ovviamente, di una spudo­
rato menzogna. « Non c'è cosa al mondo - osserva Hork­
heimer - che possa legittimare più a lungo la violenza
della sua indispensabilità ai fini della cessazione della vio­
lenza stessa » 25• E ancora, più sarcasticamente: « Poiché
l'illimitata quantità dei beni di consumo e di lusso appare
come miraggio, viene legittimata la cristallizzazione del
dominio che era destinato ad estinguersi nella prima fase.
Con le spalle coperte dai cattivi raccolti e dalla carenza
di alloggi, si annuncia che il governo della polizia segreta
scomparirà solo quando si sarà realizzato il paese della
cuccagna )> 26•
Per Horkheimer, l'Urss costituisce la forma più per­
fetta di Stato autoritario fondato sul capitalismo di Stato,
poiché, mentre nei regimi fascisti il profitto, anch� se
viene estratto e distribuito sotto il controllo statale, ha
pur sempre un ruolo fondamentale, e la sua distribuzione
crea, in certa misura, attriti, difficoltà e contrasti; nello
statalismo integrale, invece, tutti i problemi di questo
tipo scompaiono, e il potere è un mostruoso Moloch che
plasma e domina molecolarmente tutta la società 27• Sotto
questo profilo, quindi, il giudizio di Horkheimer sull'Urss
è persino più negativo di quello sul nazifascismo.
Queste analisi di Horkheimer presentano certamente
aspetti nuovi e originali, che avranno più ampi svilupni
in futuro nel pensiero filosofico-politico e politologico (da
Hannah Arendt a Raymond Aron ) : basti pensare alla
categoria di ' totalitarismo ', applicata a sistemi politici
- come la Germania nazista e la Russia staliniana -
caratterizzati sl da molteplici differenze, ma accomunati

25 Ivi, p. 86.
lb lvi, p. 83.
27 Ivi, p. 70.

108
anche, innegabilmente, da parecchie affinità (partito unico,
culto del capo carismatico, soppressione delle libertà civili
e politiche, fanatizzazione delle masse, annientamento fisico
degli avversari politici, uso del terrore su larga scala, ecc . ) 28•
Avere sostenuto questo punto di vista agli inizi degli anni
Quaranta costituisce certo, da parte di Horkheimer, una
prova notevole di coraggio e di indipendenza intellettuali.
Senonché, l'originalità della sua posizione è immediata­
mente compromessa dal fatto che sotto la categoria di
totalitarismo egli comprende anche i paesi liberai-demo­
cratici, cioè quei paesi i cui sistemi politici sono caratte­
rizzati dalla salvaguardia dei diritti civili e politici, dal
pluralismo, dal parlamento eletto a suffragio universale,
dalle garanzie offerte a tutti i partiti, ecc. Elementi,
questi, che non possono ovviamente essere trascurati o
sottovalutati a causa dei meccanismi, certo potenti (ma
non onnipotenti ), di burocratizzazione, di conformismo e
di standardizzazione, tipici della società di massa "'·

28 Per un rapido ma esauriente schizzo della categoria di


totalitarismo, vista nei suoi principali sviluppi teorici e storia­
grafici, si veda l'articolo Totalitarismo di K. D. Bracher, in Enci­
clopedia del Novecento, Istituto della Enciclopedia Italiana, vol.
VII, Roma 1984.
29 La tesi della convergenza e della sostanziale omogeneità
fra sistema capitalistico-monopolistico e sistema socialista-buro­
cratico è stata più volte sostenuta. come è noto. soprattutto da
Marcuse. Uno dei luoghl classici di questa sua analisi è il se­
guente: « La fondamentale differenza tra la società industriale e
quella sovietica si accompagna. al tempo stesso, a una forte
tendenza nel senso di una reciproca assimilazione. Entrambi i
sistemi presentano tratti caratteristici comuni, propri di una ci­
viltà industriale altamente sviluppata: la centralizzazione e l'irreg­
gimentazione sovrastano l'iniziativa e l'autonomia individuali; ogni
forma di concorrenza e di competizione appare organizzata e •• ra·
zionalizzata "; le burocrazie economiche e quelle politiche eser­
citano il potere congiuntamente; il comportamento della popo­
lazione è coordinato attraverso i mezzi di comunicazione di massa,
l'entertainment industry, l'istruzione. Se questi strumenti si ri­
velano efficaci, i diritti individuali e le istituzioni democratiche
possono, all'occorrenza, venire accordati tramite leggi costituzio­
nali e cosl, al tempo stesso, mantenuti entro limiti che ne im­
pediscano ogni uso contro !"ordine costituito. L'abolizione della

109
VII. CONTRO LA SOCIETÀ TECNOLOGICA

l. Nel 1941 Marcuse pubblicò sugli � Studies in Phi­


losophy and Soda! Sciences » (la rivista dell'Istituto,
pubblicata in lingua inglese, che aveva sostituito la « Zeit­
schrift fiir Sozialforschung » ) un saggio, Alcune implica­
:t.ioni sociali della moderna tecnologia, che contiene una
rapida sintesi di molti temi sviluppati più tardi dall'au­
tore, dopo il suo distacco dall'Istituto per la Ricerca
Sociale (che avverrà nel corso degli anni Quaranta, ma
per motivi puramente contingenti 1 , non per dissensi teo­
rici). Non è esagerato affermare che in questo scritto è
già presente, sia pure in embrione, quasi tutta la tematica
dell'Uomo a una dimensione.
La tecnica in sé, dice Marcuse all 'inizio del suo sag­
gio, può promuovere libertà come autoritarismo, abbon­
danza come scarsità, abolizione come intensificazione del
lavoro. Senonché, nel corso della sua analisi, egli non
solo attenua, ma addirittura sopprime questo carattere
' neutrale ' della tecnica, per vedere nella ' società tecno­
logica ' la società totalitaria per eccellenza.
Il ragionamento procede in questo modo. Nel XVI e
XVII secolo, dice Marcuse, l'individuo esprimeva deter-

proprietà privata dei mezzi di produzione non costituisce di per


sé un elemento essenziale di distinzione tra i due tipi di sistema,
fino a che la produzione è centralizzata e controllata dall'alto.
Se non si ha iniziativa e controllo " dal basso ", da parte dei
" produttori immediati ", la nazionalizzazione si riduce a un espe­
diente tecnico-politico per accrescere la produttività del lavoro,
per accelerare lo sviluppo delle forze produttive e per mante­
nerle sotto controllo (pianificazione accentrata): nient'altro, dun·
que, che un mutato criterio, una dinamizzazione del dominio,
piuttosto che un requisito preliminare per la sua abolizione »
(H. Marcuse, Soviet Marxism ( 1 958), trad. it. Panna 1968, pp.
70-1).
l Dal 1942 al 1950 Marcuse collaborò col governo ameri­
cano, nell'ambito dell'Offi.ce of Strategie Services and Department
of State, conducendo ricerche sulla Germania e sull'Europa
orientale.

110
minati criteri e valori fondamentali ( religiosi, politici ed
economici) che nessuna autorità esterna poteva concul­
care. Tali criteri e tali valori ispiravano forme di vita,
sociale oltre che personale, adatte al pieno sviluppo delle
facoltà e delle capacità dell'uomo: perciò esse rappresen­
tavano la ' verità ' della sua esistenza. L'individuo si
riteneva capace, in quanto essere razionale, di ritrovare
queste forme col proprio pensiero, e di tradurle nella
realtà. Il compito del !'Otere politico era soltanto quello
di garantire al singolo questa libertà e di rimuovere tutte
le restrizioni all'esercizt\o della razionalità umana 2 • Ciò
avveniva nell'ambito di una struttura economico-sociale
costituita da una miriade di piccoli imprenditori indipen­
denti in concorrenza tra loro. Di fronte ad essi lo Stato
si limitava a tutelare le regole del gioco, e l'individuo
manifestava, per cosi dire, la propria individualità attra­
verso la propria capacità di intrapresa, che gli permetteva
di provvedere ai propri bisogni personali e a quelli di
una parte della società.
Nel corso del tempo, però, il processo di produzione
delle merci sgretolò la base economica su cui si era
costruita la razionalità individualistica. La meccanizza­
zione e la razionalizzazione dei processi produttivi costrin­
sero i concorrenti più deboli a subire il predominio dei
grandi colossi industriali. Questa nuova situazione tra­
sformò la razionalità individualistica in razionalità tecno­
logica, la quale non limitò il proprio influsso ai soggetti
operanti nelle imprese giganti, bensl plasmò la società a
tutti i livelli. Ne nacque il tipo di razionalità che predo­
mina ancor oggi, la quale stabilisce criteri di giudizio e
incoraggia atteggiamenti che predispongono l'uomo ad
accettare e persino a interiorizzare i diktat del sistema 3.
Il ' libero ' soggetto economico è divenuto oggetto di
un'organizzazione e di una pianificazione su larga scala,

2 H. Marcuse) Alcune implicazioni sociali della moderna tec­


nologia, in AA.VV., Tecnologia e potere nelle società post-libe­
rali cit., pp. 137-9.
l lvi, pp. 140. 1 .

111
e la conquista individuale si è trasformata in efficienza
standardizzata.

Quest'ultima caratterizzata dal fatto che il rendimento


individuale è motivato, guidato e misurato da criteri esterni,
criteri che appartengono a determinati compiti e funzioni.
Vindividuo efficiente è quello il cui rendimento è un'azione
solo nella misura in cui è la reazione più appropriata alle
oggettive pretese del sistema, e la sua libertà si limita alla
selezione dei mezzi più adeguati per raggiungere una meta
che lui non ha stabilito. Mentre la realizzazione individuale
è indipendente dal riconoscimento e si compie nel lavoro,
l'efficienza è un rendimento ricompensato e si compie solo
nel valore che ha per il sistema 4•

Il nuovo atteggiamento dell'individuo è cosl caratte­


rizzato da una completa acquiescenza ( sia pure ' altamente
razionale '), da una totale perdita di spontaneità e di
creatività, con relativa cancellazione di tutte le poten­
zialità umane. Marcuse fa, a questo proposito, un esem­
pio molto semplice (ma anche, tutto sommato, mo1to
singolare). Un uomo che fa un viaggio in automobile
sceglie la strada su una mappa autostradale. Città, laghi
e montagne si presentano come ostacoli da superare.
L'autostrada dà forma e organizzazione all'ambiente ester­
no: quello che si trova lungo l'autostrada è in un certo
1
senso un prodotto dell'autostrada medesima. Numerosi
cartelli indicano al viaggiatore che cosa deve fare e pen­
sare; attirano la sua attenzione sulle bellezze della natura
o sui monumenti storici. Altri hanno pensato per lui . e,
forse, per il meglio: Hanno costruito aree di parcheggio
particolarmente utili, dove si apre il panorama più am­
pio e sorprendente. Segnali stradali di notevoli dimen­
sioni dicono al viaggiatore quando fermarsi e concedersi
un momento di sosta per riposarsi e rinfrescarsi. E tutto
questo a suo vantaggio, per una maggiore sicurezza e un
maggior comfort. Economia, tecnica, bisogni umani e

• lvi, p. 142.

112
�W!a
natura si fondono e si armonizzano in un mecca
nale e conveniente. Chi ne seguirà le prescrizioni,
verà perfettamente a suo agio, subordinando la pro
spontaneità all'anonima intelligenza che saggiamente
ordinato tutto per lui 5•
Secondo Marcuse, la cosa veramente importante
tutto ciò è che questo atteggiamento, che dissolve ogni
azione umana in una serie di risposte a regole prestabilire,
non solo è perfettamente razionale, ma è anche, per cosi
dire, perfettamente ' ragionevole '. Qualunque forma di
protesta non avrebbe senso, e l'individuo che rivendi·
casse la propria libertà d'azione sarebbe preso per pazzo.
« Non c'è possibilità di fuga individuale dal sistema che
ha meccanizzato e standardizzato il mondo. È un sistema
razionale, che unisce il massimo utile alla massima con·
venienza, risparmiando tempo ed energia, eliminando gli
sprechi, adeguando tutti i mezzi al fine, anticipando con·
seguenze, favorendo condizioni di accertabilità e sicu­
rezza »- 6•
Manovrando la macchina, l'uomo impara che l'obbe­
dienza alle direttive per il funzionamento della macchina
medesima è il solo modo di ottenere i risultati desiderati.
Sotto questo profilo, l'adattamento al sistema non ha
alternative e non c'è spazio per iniziative autonome. I
rapporti tra gli uomini sono sempre più mediati dal pro­
cesso meccanico, il "quale agisce secondo le leggi della
fisica ed è finalizzato alla produzione di massa. La razio­
nalità si trasforma cosl da forza critica in razionalità
tecnologica, cioè in un atteggiamento di adeguamento e
di acquiescenza. « L'autonomia della ragione perde di
significato nella stessa misura in cui pensieri, sentimenti
e azioni dell'uomo vengono plasmati dalle esigenze tecni­
che del sistema che lui stesso ha creato. La ragione si
è trovata una comoda nicchia di quiete nel sistema del
controllo standardizzato della produzione e del consumo.
Qui essa regna attraverso le leggi e i meccanismi che assi-

s lvi, p. 144.
• Ibid.

113
curano l'efficienza, l'utilità e la coerenza del sistema » 7•
L'individuo diventa cosl un accessorio di un apparato o
di un complesso di apparati che gli impone le proprie
regole, la propria legalità, le proprie necessità. In questo
contesto, protesta e liberazione individuali non solo diven­
tano impossibili, bensl appaiono ubble e chimere, e quin­
di non sono solo imprese disperate ma addirittura irra­
zionali.

Il sistema di vita creato dall'industria moderna - dice


ancora Marcuse - è un sistema di elevatissimo utilitarismo,
opportunismo ed efficienza. La ragione [ . . . ] diventa equi�
valente a un'attività che perpetua questo mondo. Il compor­
tamento razionale diventa identico a una sorta di pragma­
tismo che insegna una ragionevole remissività e garantisce
cosi una volontà d'accordo con l'ordinamento sociale che si
è venuto affermando s.

Abbiamo detto che questo saggio di Marcuse anticipa


in modo sorprendente molti dei temi che saranno "poi
al centro di una celebre opera marcusiana, L'uomo a una
dimensione. Studio sull'ideologia della società industriale
avanzata •. E infatti, anche nel saggio di cui ci siamo
occupati - nonostante alcuni spunti critici (del resto,
più formali e rituali che sostanziali) verso la società capi­
talistica, la concentrazione monopolistica, ecc. - l'atten­
zione si incentra sulla macchina, sul suo funzionamento
(che obbedisce alle leggi della fisica e non alla ' libertà '
dell'uomo), sull'organizzazione industriale, sull' ' apparato '
che ne deriva, la cui razionalità formale ingabbia e stritola
l'uomo, e via dicendo. Il grande imputato, insomma, non
sembra essere qui, marxisticamente, il capitale (sia pure
' monopolistico ') ma l'organizzazione della società tecnico­
industriale in quanto tale.

7 lvi, pp. 144 e 148.


• lvi, p. 147.
9 O ne-Dimensiona! Man. Studies in the Ideology of Advanced
Industria! Society, Boston 1965 (trad. it. Einaudi, Torino 1967).

114
Svariati fattori - dice infatti Marcuse - hanno contri­
buito a creare l'impotenza sociale del pensiero critico. Quello
più decisivo è stato la crescita della ' macchina ' industriale
e del suo controllo totale in rutt i i settori della vita. La
razionalità tecnologica inculcata in chi si interessa attiva­
mente a questa ' macchina ' ha trasformato numerose forme
di costrizione e di intervento autorevole dall'esterno in forme
di autodisciplina e di autocontrollo. Sicurezza e ordine sono,
in gran parte, garantiti dal fatto che l'uomo ha imparato ad
adeguare il suo comportamento a quello dei suoi simili fin
nei minimi particolari. Tutti gii uomini agiscono con la stessa
razionalità, cioè secondo i criteri che assicurano il funziona­
mento della « macchina »- e quindi la loro sopravvivenza 10 •

È vero che Marcuse, verso la fine del suo saggio,


accenna alla intercambiabilità delle funzioni che la tecnica
può promuovere e che può facilitare il completo sviluppo
umano in tutti i settori del lavoro e dell'amministrazione.
« Inoltre - egli dice - meccanizzazione e standardizza­
zione potranno prima o poi contribuire a spostare il centro
di gravità dalle necessità della produzione materiale all'area
della libera realizzazione umana » 11 • (Qui Marcuse sembra
alludere alla possibilità che lo sviluppo tecnico-industriale
porti un giorno all'eliminazione pressoché totale del lavoro).
E tuttavia, nel contesto complessivo, questi spunti restano
isolati e inefficaci : né potrebbe essere diversamente in una
concezione generale che vede nelle autostrade degli stru­
menti che ' bloccano ' e soffocano la spontaneità e la crea­
tività dell'uomo contemporaneo (un tema, questo, che ritor­
nerà anche in un'opera di Horkheimer, L'eclisse della
ragione).

2. D'altro canto, che la crttlca marcusiana della so­


cietà industriale non sia, nella Scuola di Francoforte,
qualcosa di isolato, bensl risponda alle convinzioni più
radicate dei suoi membri più autorevoli, è dimostrato da
un libro, scritto in questi anni e destinato a diventare

IO Id. Alcune implicazioni cit., p. 151.


11 lvi, p. 167.

115
assai presto famoso: Dialettica dell'illuminismo di Hork­
heimer e Adorno 12•
In questa celebre opera - che ha come tema centrale
« l'autodistruzione dell'illuminismo •: il fatto, cioè, che
la pretesa del! 'uomo di accrescere sempre più il proprio
dominio sulla natura si rovescia necessariamente nel suo
contrario, nell'asservimento dell'uomo e nella sua degrada­
zione - c'è una cosa che colpisce sin dall'inizio. L'illu­
minismo, infatti, qui non designa più un'epoca storico­
politica e culturale determinata, bensl viene dilatato sino
a comprendere tutto il complesso degli atteggiamenti degli
uomini tesi a dominare e a trasformare la natura: dalla
creazione dei primi utensili agli albori dell'homo sapiens,
fino ai grandi laboratori della fisica contemporanea. Sic·
ché, come affermano senza mezzi termini gli autori, « sto­
ria universale e illuminismo diventano la stessa cosa » 13.
È chiaro che in questo contesto ' illuminismo ' è sino­
nimo di ' cultura materiale ', nel significato storico-antro­
pologico che tale definizione ha assunto ai nostri giorni.
Inoltre, poiché per i nostri autori l'illuminismo è l'espres­
sione ideologica-organizzativa-istituzionale della società
borghese, anche quest'ultima deve subire una dilatazione
analoga: e infatti I'Odissea costituisce « uno dei primis­
simi documenti rappresentativi della civiltà borghese occi-
dentale • 14• .
Vien subito da chiedersi quale vantaggio gli autori
ricavino da una estensione cosl vasta dei concetti di ' illu­
minismo ' e di ' società borghese ', i quali in questo modo
perdono, come è ovvio, qualsiasi specificità. Senonché, il
vantaggio consiste in questo: che la critica di Horkheimer
e Adorno non è e non vuole essere la critica di una
società o di un'epoca determinata, bensl di tutta la civiltà
occidentale: una civiltà impegnata sin dagli inizi in una

12 Iniziato nel 1942 e terminato nel 1944, Dialettica del­


l'illuminismo fu pubblicato per la prima volta ad Amsterdam nel
1947 (le nostre: citazioni si riferiscono all'ed. it. curata da L.
Vinci, Einaudi, Torino 1967).
13 lvi, p. 54.
14 lvi, p. 8.

1 16
opera di dissacrazione della natura che ha generato inevi­
tabilmente un mondo infernale per gli uomini. Dicono
infatti gli autori:

L'illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in conti­


nuo progresso, ha perseguito da sempre rohiettivo di togliere
agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra inte­
ramente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura.
[ ... ] Gli uomini pagano l'accrescimento del loro potere con
l'estraniazione da ciò su cui lo esercitano. L'illuminismo si
rapporta alle cose come il dittatore agli uomini: che cono­
sce in quanto è in grado di manipolarli. [ ... ] Ogni tentativo
di spezzare la costrizione naturale spezzando la natura, cade
tanto più profondamente nella coazione naturale. E questo
il corso de1la civiltà europea ts.

Si noti: la radice dell'illuminismo è da cercare in un


preciso atteggiamento dell'uomo verso la natura, ovvero
nella pretesa di conoscerla per trasformarla e plasmarla
ai propri fini . In ciò, l'uomo vuole rendersi simile a Dio,
e ci riesce pienamente: « Come signori della natura, Dio
creatore e spirito ordinatore si assomigliano. La somi­
glianza dell'uomo con Dio consiste nella sovranità sul­
l'esistente, nello sguardo padronale, nel comando >> 16•
Sguardo padronale, comando, dominio della ragione stru­
mentale sulle cose: tutto ciò determina la sventura del­
l'uomo occidentale, la cui pretesa ' civiltà ' è in realtà un
processo inarrestabile di decadenza e di imbarbarimento,
che va da Odisseo a Hitler.
Se all'origine della sventura dell'Occidente c'è la mani­
polazione della natura, cioè la sua dissacrazione scienti­
fica, allora la critica non può non indirizzarsi, in primo
luogo ed essenzialmente, verso quel pensiero « nella sua
forma reificata » che si esprime « come matematica, mac­
china, organizzazione » 17 • Il grande avversario, insomma,
è la scienza, sia nella sua forma teorico-astratta, sia nelle

" lvi, pp. 1 1 , 17, 21.


16 lvi, p. 17.
17 lvi, p. 4�.

117
sue concrete applicazioni tecniche e industriali. Anzi. a
questo proposito gli autori confessano di essere caduti
essi stessi, in un primo tempo, quando si sono accinti al
loro lavoro, in un grave errore, da cui hanno poi dovuto
emendarsi: essendosi proposti « nientemeno che com­
prendere perché l'umanità, invece di entrare in uno stato
veramente umano, sprofondi in un nuovo genere di bar·
barie », essi avevano ritenuto di dover dare ancora qual·
che credito alla coscienza attuale. « Pur avendo osservato
da molti anni che nell'attività scientifica moderna le gran­
di invenzioni si pagano con una crescente decadenza della
cultura teoretica, credevamo pur sempre di poter seguire
la falsariga dell'organizzazione scientifica, nel senso che U
nostro contributo si sarebbe limitato essenzialmente alla
critica o alla continuazione di dottrine particolari ». Se.
nonché, gli autori hanno dovuto accorgersi ben presto che
non era in discussione questo o quell'indirizzo scientifico,
questa o quella dottrina particolare, perché, « nel presente
sfacelo della civiltà borghese », era entrata in crisi � non
solo l'organizzazione, ma il senso stesso della scienza » 18•
Non si poteva, perciò, distinguere fra scienza e strumen­
talizzazione inconsapevole di essa, fra scienza e sua utiliz­
zazione socio-politica, e�c. 19 • Ecco perché la Dialettica
dell'illuminismo si apre con un'aspra critica di Bacone,
in quanto precursore del pensiero scientifico moderno. Il
brano in questione merita di essere riportato per esteso:

Benché alieno dalla matematica, Bacone ha saputo cogliere


esattamente l'animus della scienza successiva. Il felice con­
nubio, a cui egli pensa, fra l'intelletto umano e la natura
delle cose, è di tipo patriarcale: l'intelletto che vince la
superstizione deve comandare alla natura disincantata. 11
sapere, che è potere, non conosce limiti, né nell'asservimento
delle crea tu re, né nella sua docile acquiescenza ai signori del
mondo. Esso è a disposizione, come di tutti gli scopi del­
l'economia borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia,
cosl di tutti gli operatori senza riguardo alla loro origine. I

" lvi, pp. 3-4.


19 lvi, p. 4.

118
re non dispongono della tecnica più direttamente di quanto
ne dispongano i mercanti: essa è democratica come il sistema
economico in cui si sviluppa. La tecnica è l'essenza di questo
sapere. Esso non tende, sia nell'Occidente sia nell'Oriente, a
concetti e ad immagini, alla felicità della conoscenza, ma
al metodo, allo sfruttamento del lavoro, al capitale privato
o statale. Tutte le scoperte che riserva ancora secondo
Bacone, sono a loro volta solo strumenti: la radio come
stampa sublimata, il caccia come artiglieria più efficiente,
la teleguida come bussola più sicura. Ciò che g1i uomini
vogliono apprendere dalla natura, è come utilizzarla ai fini
del dominio integrale della natura e degli uomini. Non c'è
altro che tenga. Privo di riguardi verso se stesso, l'illumi­
nismo ha bruciato anche l'ultimo resto della propria auto­
coscienza 20•

Il culmine dell'illuminismo è dunque costituito dalla


tecnica e dall'industrialismo, il quale « reifica le anime »,
a differenza dell'animismo che « aveva vivificato le
cose » 21• Ma tecnica e industrialismo presuppongono la
scienza fisica e chimica, il cui linguaggio per eccellenza è
la matematica. E alla matematica i nostri autori non
risparmiano le critiche più brucianti. Essa mostra che
« l'illuminismo è totalitario più di qualunque sistema »,
poiché « per esso il processo è deciso in anticipo ». In­
fatti, « quando, nell'operare matematico, l'ignoto diventa
l'incognita di un'equazione, è già bollato come arcinoto
prima ancora che ne venga determinato il valore >> . Tutta
la natura deve essere conosciuta in termini matematici zz.
Anche qui il cammino è lungo, e caratterizza l'intera civiltà
occidentale: già Platone, negli ultimi scritti, aveva equi­
parato le idee ai numeri, esprimendo con ciò l'anelito di
ogni demitizzazione. La logica formale si è mossa nella
stessa direzione, offrendo agli illuministi lo schema della
calcolabilità dell'universo 23• È un processo che ha il pro­
prio punto terminale nella concezione neopositivistica della

"' lvi, p. 12.


21 lvi, pp. 36·7.
" lvi, p. 33.
23 lvi, p. 15.

119
scienza, la quale « diventa estetismo, sistema di segni
assoluti, priva di ogni intenzione che lo trascenda: di­
venta, insomma, quel " gioco , in cui i matematici hanno
fieramente affermato da tempo risolversi la loro atti­
vità » 24• La pretesa di ridurre tutto a numeri e a calcoli
fa corpo con l'essenza stessa della società illuministico­
botghese, sia perché la sua unica aspirazione è la trasfor­
mazione tecnico-pratica della natura, sia perché il suo
meccanismo complessivo di unificazione è costituito dallo
scambio, e quindi dalla riduzione di tutte le cose al loro
astratto valore, espresso in termini quantitativi, ovvero
numerici.

La società borghese è dominata dall'equivalente. Essa


rende comparabile l'eterogeneo riducendolo a grandezze astrat­
te. Tutto ciò che non si risolve in numeri, e in definitiva
nell'uno, diventa, per l'illuminismo, apparenza; e il positi­
vismo moderno lo confina nella letteratura. Unità rimane la
parola d'ordine, da Parmenide a Russeil. Si continua a esi­
gere la distruzione degli dei e delle qualità 25•

Questi, in forma molto sintetica, i concetti-chiave


della Dialettica dell'illuminismo : un libro, però, che mal
si presta a essere riassunto, consistendo il suo fascino (per
chi lo subisce) non tanto nella sua struttura concettuale
( abbastanza semplice e sommaria, come risulta dalle nostre
precedenti indicazioni), quanto nella forma letteraria (sma­
gliante e virtuosistica, dissacrante e ' affabulatrice ', in tes­
suta di un'infinità di immagini, paradossi, metafore, ecc.),
e poi nei singolari avvicinamenti che gli autori ritengono
di poter fare nell'ambito della loro ' reinterpretazione ' del
pensiero occidentale. Cosi, nel secondo excursus del libro
(il primo è dedicato a Odisseo - simbolo dell'infanzia
dell'umanità - che nei suoi viaggi si forma come indi­
viduo, contrapponendosi alla natura e dominandola), il
lettore trova. non senza sorpresa, messi sullo stesso piano
Kant e Sade ( nonché Nietzsche) in quanto « inflessibili

24 lvi, p. 26.
zs lvi, pp. 15-6.

120
esecutori dell'illuminismo >>. Perché? Perché Kant conce­
pisce il pensiero come produzione di un edificio scientifico
unitario e sistematico, le cui regole e le cui categorie sono
però date - si badi - dal soggetto. In questo quadro,
non ha più senso parlare di ' ragione oggettiva '. La
ragione può essere solo e soltanto soggettiva; come tale,
essa non può porre fini oggettivi, può dare solo l'idea di
un'unità sistematica, può fornire solo gli elementi formali
di una salda compagine concettuale. La ragione, sulla base
di principi o di assiomi ad essa inerenti, è ordinatrice di
un materiale che in sé e per sé è caotico, privo di ordine
e di significato. Ma proprio questa è l'arroganza della
vuota ragione soggettiva. Si tratta di una ragione che
« rappresenta l'istanza del pensiero calcolante, che orga­
nizza il mondo ai fini dell'autoconservazione e non cono·
sce altra funzione che non sia quella della preparazione
dell'oggetto, da mero contenuto sensibile, a materiale di
sfruttamento >>. Sotto questo profilo, Kant è davvero uno
dei grandi campioni dell'illuminismo. Horkheimer e Ador­
no non esitano a darne questo giudizio: << Kant ha anti­
cipato intuitivamente ciò che è stato realizzato consape­
volmente solo da Hollywood: . le immagini sono censurate
in anticipo, all'atto stesso della loro produzione, secondo
i moduli dell'intelletto conforme al quale dovranno essere
contemplate >> 26•
Demolita la ragione oggettiva, edificata la ragione sog·
gettiva fondata su forme apriori ma vuote e sul pensiero
calcolante, è ormai aperta la via per l'ordine totalitario.

Il suo canone - dicono Horkheimer e Adorno - è la


propria cruenta efficienza. La mano della fi.losofia lo aveva
scritto sulla parete, dalla critica kantiana alla genealogia
nietzschiana della morale; uno solo lo ha realizzato fino in
fondo e in tutti i dettagli. L'opera del Marchese di Sade
mostra « l'intelletto senza la guida di un altro », cioè il
soggetto borghese liberato dalla tutela "'.

26 lvi, p. 93.
n lvi, p. 95.

121
3. Ragione soggettiva e ragione oggettiva: la vera,
grande e drammatica antitesi, non solo del pensiero con­
temporaneo, ma di tutta la storia del pensiero occiden­
tale, è fra questi due termini. I quali sono meglio chia­
riti da Horkheimer (di nuovo in collaborazione con Ador­
no) in un'opera che risale al 1944, ma che è stata pub­
blicata nel 1947: Eclisse della ragione 28• Qui la polemica
investe subito la ragione soggettiva, cioè quella ragione
alla quale interessa soprattutto il rapporto fra mezzi e
fìni, ovvero l'idoneità dei procedimenti adottati per rag­
giungere scopi che in genere si danno per scontati e che
si suppone si giustifichino da soli. La ragione soggettiva
non attribuisce molta importanza alla questione se gli
scopi siano razionali in se stessi: quello che conta è che
essi corrispondano agli interessi immediati del singolo o
della comunità. L'idea che un fine possa essere ragione­
vaie in sé, indipendentemente da qualsiasi vantaggio che
esso possa arrecare, è completamente estranea alla ragione
soggettiva.
Questo modo di concepire la ragione è, secondo ltork­
heimer, il sintomo più importante di un profondo muta­
mento avvenuto negli ultimi secoli nell'ambito del pen­
siero occidentale. Per molto tempo, infatti, era prevalsa
una concezione diametralmente opposta della ragione. Se­
condo tale concezione, la ragione esisteva non solo nella
mente dell'individuo ma anche nel mondo oggettivo: nei

28 M. Horkheimer, Eclìpse of Reason, New York 1947. Nella


Prefazione l'autore scrive: « Il testo di parecchi capitoli di questo
volume è basato in parte su conferenze tenute nella primavera
1944 alla Columbia University; in qualche misura l'opera riflette
la struttura originale di quelle conferenze, più che un tentativo
di organizzare il materiale secondo un nesso rigoroso. Le con­
ferenze avevano lo scopo di presentare in compendio alcuni
aspetti di una teoria filosofica elaborata negli ultimi anni da me
-e da Theodor W. Adorno. Sarebbe difficile dire quali idee siano

nate ne11a sua mente e quali nei1a mia: la nostra filosofia è una
sola ». (Citiamo dall'ed. it. dell'Eclisse della ragione, Einaudi,
Torino 1969).

122
rapporti fra gli esseri umani e fra le classi, nelle istitu­
zioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni.

Grandi sistemi filosofici, come quelli di Platone e di


Aristotele, la filosofia scolastica e l'idealismo tedesco, furono
impostati sulla base di una teoria oggettiva della ragione.
Partendo da questa si era cercato di stabilire una gerarchia
di tutti gli esseri, in cui erano compresi l'uomo e i suoi fini.
Il grado di ragionevolezza di una vita umana dipendeva
dalla misura in cui essa si armonizzava con la totalità• e la
struttura oggettiva di questa - non solo l'uomo e i suoi
fini - doveva rappresentare la pietra di paragone per sag­
giare la ragionevolezza dei pensieri e delle azioni indivi­
duali. Questa concezione non negava l'esistenza della ragione
soggettiva, ma la considerava solo un'espressione limitata e
parziale di un'universale razionalità da cui si deducevano
criteri per tutte le cose e per tutti gli esseri. Quel che più
contava, nell'ambito di tale concezione, erano i fini, non i
mezzi. Scopo supremo di questo tipo di pensiero era ricon­
ciliare l'ordine oggettivo del « ragionevole », cosl come lo
concepiva la filosofia, con l'esistenza umana (compresi l'amor
di sé, l'interesse egoistico, il desiderio di sopravvivenza).
Per esempio Platone, nella sua Repubblica, cerca di dimo­
strare che chi vive nella luce della ragione oggettiva vive
anche un'esistenza felice e fortunata. La teoria della ragione
oggettiva non era imperniata sulla coordinazione di compor­
tamento e fine ma su concezioni - per quanto mitologiche
possano sembrarci oggi - riguardanti l'idea del massimo
bene, il problema del destino umano, il modo di realizzare
i fini ultimi 29 •

Questo grande retaggio della civiltà occidentale è an­


dato perduto. Pensatori come Platone, Aristotele, Gior­
dano Bruno e Spinoza - i quali ritenevano che la filo­
sofia dovesse essere lo strumento per spiegare e rivelare
il contenuto della ragione oggettiva, in cui si specchiava
la vera natura delle cose e da cui si potevano derivare le
giuste norme di vita - sono ormai considerati pensatori
' metafisici ' che nulla o ben poco hanno da dire al pen-

29 lvi, p. 12.

123
siero moderno. A questa dissacrazione hanno contribuito
tutte le filosofie empiristiche e illuministiche.

Gli illuministi attaccarono la religione in nome della


ragione; ma in definitiva uccisero non la chiesa bensl la meta­
fisica e il concetto obiettivo della ragione, da cui le loro
stesse idee traevano forza. L'idea che la ragione sia lo stru­
mento con cui possiamo percepire la natura vera della realtà
e stabilire i principi a cui dovrà uniformarsi la nostra vita,
appare oggi anacronistica: speculazione appare oggi sinonimo
di metafisica, e metafisica sinonimo di mitologia e di super­
stizione. Potremmo dire che la storia della ragione e dell'illu­
minismo, dai suoi inizi in Grecia fino ai giorni nostri, ha
portato ad uno stato di cose in cui la semplice parola ragione
è sospettata di stare ad indicare qualche entità mitologica.
La ragione ha liquidato se stessa in quanto strumento di
comprensione etica. morale. religiosa. Il vescovo Berkeley, che
fu insieme figlio legittimo del nominalismo, protestante fana·
tico e illuminista positivista, duecento anni fa attaccò vigo­
rosamente tutti questi concetti generali, e insieme il con·
cetto di concetto generale. L'attacco è riuscito vittorios9 su
tutta la linea. In parziale contraddizione con la sua teoria,
Berkeley conservò alcuni concetti generali, come quelli di
mente, di spirito e di causa; ma ad eliminarli provvide Hume,
padre del positivismo moderno 30,

Sia nel moderno positivismo (in tutte !e sue varianti),


sia nel pragmatismo, la ragione, privata della propria
autonomia, diventa un puro e semplice strumento. Nel­
l'aspetto formale della ragione soggettiva, rivendicato dal
positivismo, è messa in rilievo la sua indipendenza da
qualsiasi contenuto oggettivo; nell'aspetto strumentale,
rivendicato dal pragmatismo, è messo in rilievo il suo
piegarsi a contenuti eteronomi.
Secondo Horkheimer, il nucleo vero e proprio del
pragmatismo è rappresentato dalla convinzione che idee,
concetti, teorie sono solo schemi o progetti d'azione, e
che quindi sono veri solo quando e in quanto hanno suc­
cesso. Se - rileva l'autore con sarcasmo - non fosse

" lvi, pp. 22-3.

124
stato proprio il fondatore della scuola pragmatista, Char­
les S. Peirce, a dirci di avere « imparato la filosofia da
Kant >>, si sarebbe tentati di negare qualunque pedigree
filosofico a una dottrina la quale afferma che non le nostre
speranze sono esaudite e le nostre azioni hanno successo
perché le nostre idee sono vere, ma, all'inverso, che le
nostre idee sono vere perché le nostre speranze vengono
esaudite e le nostre azioni hanno successo. In breve. il
pragmatismo è per Horkheimer il riflesso di una società
che non ha tempo né di ricordare né di meditare.
Queste sedicenti ' filosofie ' (positivistiche, neoempi­
ristiche, pragmatistiche) sono il riflesso di una situazione ben
precisa, in cui la ragione è ormai completamente aggiogata al
processo sociale, sicché l'unico criterio della sua validità è
cercato nel suo valore strumentale, nella sua funzione di
mezzo per dominare gli uomini e la natura. l concetti
sono diventati puri e semplici strumenti di lavoro, estre­
mamente funzionali e razionalizzati; ogni loro riferimento
od altro è stato eliminato come un'ultima traccia di super­
stizione. Si potrebbe dire che il pensiero è stato ridotto
al livello dei processi industriali. Del resto, esso è diven­
tato, in quanto ratio formale, parte integrante del funzio­
namento dell'industria.
Tutto questo è, secondo Horkheimer, l'epilogo di una
vicenda storica, nel corso della quale l'uomo, cercando
di sottomettere la natura, ha creato un sistema di domi­
nio capillare e spietato dell'uomo sull'uomo. La comunità
umana ha cessato di essere comunità ed è divenuta società,
cioè un complesso di individui sempre più presi dagli
interessi materiali, sempre più dominati dall'idea del suc­
ce-,so, sempre più in concorrenza tra loro per una quota
maggiore di benessere, di potere, di dominio. Ma processo
di atomizzazione e processo di massificazione hanno proce­
duto di pari passo. La monade, simbolo secentesco dell'in­
dividuo economico atomistico caratteristico della società
borghese, è diventata un tipo sociale. Il perseguimento
dell'interesse personale ha contrapposto le monadi l'una
all'altra, ma nello stesso tempo le ha rese sempre più
simili fra loro. Dice Horkheimer: « Nel nostro tempo di

125
grandi combina! economici e di cultura di massa, il prin­
cipio dell'uniformità si libera della maschera individuali­
stica, è proclamato apertamente e innalzato al livello di
un ideale fine a se stesso » 31 • Del resto, la grande società
industriale moderna non funziona senza potenti e diffusi
strumenti di razionalizzazione e di pianificazione: è l' ' ap­
parato ' a imporlo. Cosi l'individuo, piccolo e insignifi­
cante ingranaggio di un enorme meccanismo, deve ade­
guarsi e adattarsi ai movimenti degli altri individui, farsi
in tutto e per tutto simile a loro; deve tener conto delle
regole proprie del funzionamento del complesso sociale,
applicarle ed eseguirle in tutti i dettagli. L' ' apparato '
finisce cosi per plasmare tutta la vita di ciascuno, ivi com­
presi i suoi impulsi più segreti, che un tempo apparte­
nevano alla sua sfera privata. L'adattamento e l'unifor­
mità diventano norme fondamentali per ogni tipo di com­
portamento soggettivo 32 • A ciò si deve aggiungere che,
in quanto la società industriale avanzata è fondata, per
un verso, sull'interesse egoistico e sull'individualismo più
sfrenato e, per un altro verso, sull'uniformità e sulla mas­
sificazione dei singoli, mentre l' ' apparato ' industriale e
burocratico, controllato dalle corporazioni e dai gruppi
più forti, diventa sempre più esteso e potente, è inevi­
tabile che tale società covi nel proprio seno la peste del
fascismo. « Questo spiega - dice Horkheimer - la
tendenza del liberalismo a trasformarsi in fascismo » 33•
D'altro canto, secondo Horkheimer, gli intellettuali
' liberali ' non sono affatto in grado, nella loro grande
maggioranza, di opporre una seria resistenza al fascismo,
proprio perché ·sono dominati dalle ideologie neopositi­
vistiche, neoempiristiche, pragmatistiche, cioè da ideolo­
gie - strettamente funzionali alla società industriale -
per le quali i concetti di giustizia, di eguaglianza, di feli­
cità, di tolleranza, tutti i concetti insomma che nei secoli
precedenti il nostro si credevano una cosa sola con la

31 lvi, p. 122.
32 lvi, p. 124.
33 lvi, p. 25.

126
ragione o sanzionati da essa, hanno perso le loro radici
intellettuali. Quei concetti, dice l'autore,

sono ancora scopi e fini, ma non esiste più alcuna encità razio­
nale autorizzata a darne un giudizio positivo e a metterli in
rapporto con una realtà oggettiva. Confermati da venerabili
documenti storici, godono ancora di un certo prestigio; alcuni
di essi informano ancora le leggi di alcuni grandi paesi. Tutta­
via, manca ad essi ogni conferma da parte della ragione,
intesa nel senso moderno del termine. Chi può dire che uno
qualsiasi di questi ideali sia più vicino alla verità del suo
opposto? 34

È certo singolare che Horkheimer, nella sua appas­


sionata difesa degli ideali di giustizia e di tolleranza in
quanto espressioni di una ragione oggettiva e metafisica,
non abbia riflettuto sul fatto che il carattere metastorico
e assoluto dei valori è sempre stato rivendicato dai regimi
autocratici e totalitari, mentre ciò che caratterizza la men­
talità e la società democratiche è il politeismo e il rela­
tivismo dei valori, la loro libera competizione e il loro
continuo confronto. In altre parole, Horkheimer non ha
visto che la ragione oggettiva e assoluta, platonicamente
intesa, può generare solo e soltanto una società ' chiusa ',
non una società 4 aperta '.

4. La concezione elaborata dalla Scuola di Francoforte


sulla condizione della cultura nella società industriale
avanzata comprende un altro aspetto essenziale: il destino
dell'arte in tale società. Per intendere bene questa tema­
tica è necessario rifarsi al contributo dato negli anni
Trenta da Walter Benjamin 35, i cui pensieri hanno eser-

34 Ivi, p. 27.
l5 W. Benjamin nacque a Berlino nel 1892 da famiglia ebrea.
Studiò a Berlino, a Friburgo e a Monaco; nel 1918 si laureò
a Berna con una tesi sul Concetto di critica d'arte nel romanti·
cismo tedesco. Avvicinatosi al Partito comunista, nel 1926-27
soggiornò a Mosca. A1l'avvento del nazismo si trasferl a Parigi,
dove lavorò nella sede dell'Istituto per la Ricerca Sociale. In
seguito all'invasione nazista della Francia, cercò di passare in
Spagna. Respinto alla frontiera spagnola, si suicidò (1940).

127
citato un influsso profondo sugli esponenti dell'Istituto
per la Ricerca Sociale.
In un saggio molto significativo, pubblicato nel 1936
sulla « Zeitschrift fiir Sozialforschung >> - L'opera d'arte
nell'epoca della sua riproducibilità tecnica - Benjamin
sostenne che ciò che viene meno nella nostra epoca è
l'« aura >> dell'opera d'arte, il suo hic et mmc, la sua
essenza più profonda: sostenne, insomma, che nella società
industriale avanzata vien meno ropera d'arte stessa. Sotto
questo profilo la società industriale-capitalistica porterebbe
con sé, né più né meno, la morte dell'arte. Si tratta di
una tesi singolare, che merita di essere vista nei dettagli.
Secondo Benjamin, l' ' unicità ' dell'opera d'arte si iden­
tifica con la sua integrazione nel contesto della tradizione.
È vero, egli dice, che quest'ultima, essendo qualcosa di
vivente è anche straordinariamente varia e mutevole; ma
è anche vero che, in linea di massima, il modo origi·
natio di articolazione dell'opera d'arte dentro il contesto
della tradizione trova la sua espressione nel culto. « Le
opere d'arte più antiche - egli afferma - sonò nate,
come è noto, al servizio di un rituale, dapprima magico,
poi religioso. Ora, riveste un significato decisivo il fatto
che questo modo di esistenza, avvolto da un'aura parti­
colore, non possa mai staccarsi dalla sua funzione rituale.
In altre parole: il valore unico dell'opera d'arte autentica
trova una sua fondazione nel rituale, nell'ambito del
quale ha avuto il suo primo e originario valore d'uso »- 36•
Ora, secondo Benjamin, l'opera d'arte della ·nostra epoca
rompe con tutto ciò, diviene sempre più un'opera pre·
disposta alla ripfoducibilità, e perde in tal modo la pro­
pria unicità/autenticità. Senonché, nel momento in cui
il valore dell'autenticità vien meno, si trasforma . anche
l'intera funzione artistica. Alcuni esempi possono servire
a chiarire questo profondo mutamento.
Nel caso della pittura è innegabile, secondo Benjamin,
che il dipinto ha sempre avanzato l'esigenza peculiare di

36 W. Benjamin, L'opera d'arte nell'epoca della sua riprodu­


cibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966, p. 26.

128
essere osservato da uno o da pochi. E infatti, egli dice,
« l'osservazione simultanea da parte di un vasto pubblico,
quale si delinea nel secolo XIX, è un primo sintomo della
crisi della pittura, crisi che non è stata affatto suscitata
dalla fotografia soltanto, bensl, in modo relativamente
autonomo J attraverso la pretesa dell'opera d'arte di tro­
vare un accesso alle masse » n. Un episodio impressio­
nante di tale crisi è il dadaismo: come le poesie dei
dadaisti sono insalate di parole, contenenti locuzioni
oscene e tutti i possibili cascami del linguaggio, cosl nei
loro dipinti essi montano bottoni o biglietti ferroviari.
« Ciò che essi ottengono con questi mezzi è uno spietato
annientamento dell'aura dei loro prodotti, ai quali, coi
me7.zi della produzione, impongono il marchio della ripro­
duzione » 38•
Ma l'espressione più significativa dell' ' opera d'arte '
nell'epoca della sua riproducibilità tecnica è il film, al
quale Benjamin dedica numerose osservazioni. Egli si
sofferma in primo luogo sulla profonda differenza, di
ruolo e di funzione, che c'è fra l'attore teatrale e l'attore
cinematografico. La prestazione artistica del primo viene
offerta al pubblico da lui stesso, in prima persona; la
prestazione artistica del secondo viene offerta invece attra­
verso un'apparecchiatura. Ne discendono alcune fonda­
mentali conseguenze. La prestazione artistica dell'attore
teatrale costituisce una totalità (di azioni-gesti-sentimenti)
che lo spettatore percepisce direttamente; la prestazione
dell'attore cinematografico, invece, non è una totalità,
bensl viene sminuzzata in una serie di momenti staccati
fra loro (' girati ' in tempi diversi, a seconda degli ' in;
terni ' e degli ' esterni ', dell'organizzazione generale, ecc.),
ricomposti solo successivamente, col montaggio, e poi
offerti al pubblico. Cosl, mentre l'attore di teatro adegua
la propria interpretazione al pubblico durante lo spetta­
colo, ciò è impedito all'attore cinematografico, che risponde
soltanto a indicazioni che gli provengono dall'esterno.

37 lvi, p. 39.
38 lvi, p. 4.3.

129
Benjamin non esita a far proprie, a questo p • ,
osservazioni di Pirandello sull'attore cinematogra
••
Qua [gli attori cinematografici] si sentono come in es
In esilio non soltanto dal palcoscenico, ma quasi anche d
·�
se stessi. Perché la loro azione, l'azione viva del loro corpo
vivo, là, sulla tela dei cinematografi, non c'è più: c'è la loro
immagine soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una
espressione, che guizza e scompare. Avvertono confusamente,
con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di vota­
mento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato
della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore
ch'esso produce movendosi, per diventare soltanto un'imma-
gine muta, che tremola per un momento su lo schermo e
scompare in silenzio, d'un tratto, come un'ombra inconsistente,
giuoco d'illusione su uno squallido pezzo di tela 39•

Questo stato di cose - commenta Benjamin - può


essere definito anche come segue: che col film, l'uomo
viene a trovarsi per la prima volta nella situazione di
agire sl con la sua intera persona vivente, ma rinunciando
all'aura. Infatti, mentre l'aura che sul palcoscenico cir­
conda Macbeth non può essere distinta da quella che,
grazie al pubblico, avvolge l'attore che Io interpreta, la
peculiarità delle riprese negli studi cinematografici sta
invece in ciò, che esse pongono l'apparecchiatura al
posto del pubblico, sicché l'aura che circonda l'interprete
viene meno, e quindi viene meno anche l'aura che cir­
conda il personaggio interpretato "'·
Ancora: mentre nel suo lavoro artistico il pittore
osserva una distanza naturale da ciò che gli è dato, l'ope­
ratore cinematografico penetra invece profondamente nel
tessuto dei dati. Perciò le immagini che essi ottengono
sono enormemente diverse: quella del pittore è totale,
quella dell'operatore è multiformemente frammentata, e
le sue parti si compongono secondo una legge nuova 41 •

" L. PirandeUo, Si gira... , Milano 1916, pp. 93-4.


"' W. Benjamin, L'opera d'arte cit., pp. 32-.3.
41 lvi, p. 38.

130
Allo stesso modo, c'è un'enorme differenza fra la tela su
cui viene proiettato il film e la tela su cui si trova il
dipinto. Quest'ultimo invita l'osservatore alla riflessione e
alla contemplazione, ed egli può abbandonarsi al flusso
dei suoi pensieri. Di fronte all'immagine filmica, invece,
lo spettatore ha un atteggiamento del tutto diverso: non
appena la coglie visivamente, essa si è già modificata. L'im­
magine filmica non può essere fissata 42•
In breve: l'opera d'arte nell'epoca della sua riprodu­
cibilità tecnica (e il film ne costituisce, secondo Benjamin,
l'esempio più complesso e più completo) è un'opera ormai
priva d' ' aura ', che non invita più alla contemplazione e
al raccoglimento, a una intensa vita spirituale, ma solo al
divertimento e all'introiezione di immagini che, proprio
per il procedimento tecnico mediante il quale vengono
create, e per l'altissima diffusione che possono avere,
sono sempre più prodotti ' manipolati ' in vista del domi­
nio psicologico sulle masse. Il ' sistema ' si è impadronito
anche del mondo spirituale ed estetico degli uomini, e lo
manovra e lo plasma mediante l'industria culturale.
Questa analisi di Benjamin ha esercitato, come abbia­
mo detto, un influsso profondo sugli esponenti della
Scuola di Francoforte. Si prenda, per esempio, il saggio
di Horkheimer Arte nuova e cultura di massa ( 1 941 ) .
Qui l'autore scrive che « con l a progressiva dissoluzione
della famiglia, con la trasformazione della vita privata in
tempo libero e del tempo libero in attività insulse, com­
pletamente controllate, nei piaceri dello stadio e del cine­
ma, del best·seller e della radio, scompare anche l'inte­
riorità • ". E poco dopo egli afferma che l'Europa ha
raggiunto uno stadio in cui tutti i mezzi di comunica­
zione altamente sviluppati servono a rafforzare sempre più
le barriere che dividono gli esseri umani. • In questo la
radio e il cinema non sono da meno degli aeroplani e dei

41 lvi, p. 43.
" M. Horkheimer, TC, Il, p. 310.

131
cannoni >> " . Si tratta di espressioni che, proprio per il
loro carattere paradossale, devono essere spiegate.
. L'idea, sempre presente in Horkheimer e in Adorno
(e da essi sviluppata soprattutto nella Dialettica dell'illu­
minismo) è che i mass media (radio, cinema, televisione,
dischi, ecc.) non sono veicoli neutri, che possano essere
' riempiti ' di contenuti diversi. Come è stato giustamente
osservato, per Adorno e per Horkheimer i mass media,
!ungi dall'essere veicoli neutri e imparziali, non soltanto
trasmettono ideologia, ma sono ideologia, e ciò indipen­
dentemente dai particolari contenuti da essi trasmessi 45 • Il
fatto si è che, per gli esponenti della Scuola di Franco­
forte, il fine precipuo dei mass media è quello di usare
un linguaggio accessibile a tutti, uniforme, omogeneo,
privo di novità e di particolarità, perfettamente consono
ali' 1 uomo senza qualità ', cioè ali 'uomo-massa della società
industriale avanzata. Sotto questo profilo i mass media
sono un'espressione emblematica del ' sistema ', dell' ' appa­
rato ', di cui riproducono, con la loro struttura, l'altissima
perfezione e sofisticazione tecnologica, e di cui esaudiscono
le esigenze ideologiche con i loro messaggi di massa uni­
formi, standardizzati, stereotipati, al fine di plasmare uomini
sempre più succubi del sistema stesso, sempre più anonimi,
sempre più uguali, sempre più conformisti. I mass media,
insomma - e qui è evidente l'influsso delle idee di
Benjamin -, uccidono l' ' aura ', ne sono la più completa
negazione, ovvero sono strumenti di un mondo che non
conosce più valori spirituali profondi, che non conosce
più interiorità, meditazione e raccoglimento: in una parola,
sono strumenti di- una società che ha definitivamente sop:
presso la trascendenza.
E tuttavia è giusto avvertire che, pur facendo pro­
pria l'analisi di Benjamin relativa ai mass media, Hork­
heimer (e anche Adorno) assumono verso l'arte una posi­
zione sostanzialmente diversa da quella di Benjamin. Men-

* lvi, p. 312.
45 Cfr. S . Motavia, Adorno e la teoria critica della società,
Sansoni, Firenze 1974, p. 35. Dall'analisi di Moravia . abbiamo
ripreso alcuni spunti.

1J2
tre · per quest'ultimo, infatti, il mondo industriale-capita­
listico produce inevitabilmente la morte dell'arte, per
Horkheimer, invece, alla morte dell'arte e dei valori spi­
rituali determinata dai mass media e dall'industria cultu­
rale, si contrappone la vera opera d'arte, la quale non
solo non scompare dal mondo contemporaneo, ma pre­
serva quell'utopia che è sfuggita alla religione ". Secondo
Horkheimer, oggi l'arte sopravvive in quelle opere che
« esprimono senza compromessi l'abisso che si apre tra
l'individuo monadico e il suo ambiente barbarico - nella
prosa di Joyce, ad es., e in quadri come Guernica di
Picasso » . È vero che tali opere presentano forme espres­
sive grottesche .e dissonanti; ma ciò è dovuto proprio al
fatto che la cosCienza che sta dietro di esse vive come
tagliata fuori dalla società.

In quanto queste opere inospitali - dice Horkheimer · ­


tengono fede all'individuo contro l'infamia dell'esistente, esse
preservano il contenuto autentico della grande arte dei pas·
sato, sono molto più profondamente affini a1le madonne di
Raffaello e alle opere di Mozart di tutto ciò che oggi ripete
pappagallescamente la loro armonia, in un'epoca in cui la
spensieratezza si è trasformata in maschera della follia e i
volti tristi della follia sono diventati l'unico indizio di spe­
ranza f1,

Perciò le autentiche opere d'arte del nostro tempo


rinunciano all'illusione di una reale comunione tra gli
uomini J e sono (>iuttosto monumenti di una vita solitaria
e disperata. « L'opera d'arte è la sola aggettivazione ade­
guata dello stato di abbandono e della disperazione del­
l'individuo » "· Di qui il profondo apprezzamento che
tanto Horkheimer quanto Adorno hanno sempre mostrato
per Kafka, lo scrittore che più di ogni altro ha espresso
la· solitudine e. l'impotenza dell'uomo contemporaneo,

"· M. Horkheimer, tC, II, p. 307.


<J7 lvi, · p. 310. (Uria concezione analoga dell'arte in H. Mar·
cuse, Soviet Marxism cit., pp. :110-6.)
48 lvi, p. 3-11. -·· ·

133
l'incubo della sua esistenza quotidiana dominata da forze
mostruose, enormi, misteriose e inafferrabili, la sua totale
assenza di illusioni e di progettualità.

Quella di Kafka - ha scritto Adorno - è una potente


capacità demolitrice. Egli lacera e abbatte la facciata che cela
l'enormità del dolore... Nella demolizione [ . .. ] egli [ . . . ]
penetra sino alla dimensione materiale, sino al meramente
esistente, il quale nel crollo più completo della coscienza
che cede, che rinuncia sempre più a ogni autoaffermazione,
si esibisce nel fondo oggettivo. La fuga attraverso l'uomo
verso il non-umano - è questa la via dell'epica kafkiana 49•

Non c'è dubbio che questa concezione dell'arte ha dif­


ferenziato profondamente la Scuola di Francoforte dagli
altri indirizzi di ispirazione marxista ( si pensi al giudizio
fortemente limitativo dato da Lukacs su Proust, Kafka
e Joyce), e le ha permesso un contatto complesso e non
banale con l 'intera esperienza dell'avanguardia.

VIII. EPILOGO

l. In quanto indirizzo culturale dichiaratamente marxi­


sta (almeno in una prima fase, cioè negli anni Trenta;
ma anche successivamente gli esponenti dell'Istituto per
la Ricerca Sociale non rinnegheranno mai alcuni temi es­
senziali dell'opera di Marx), la ' teoria critica ' svolge di­
versi motivi interfssanti, che costituiscono un elaborato
tentativo di superare le difficoltà sempre più evidenti del
marxismo classico a tenere il passo con gli sviluppi delle
società industriali avanzate. l ' francofortesi ', infatti, av­
vertono chiaramente: a) che la classe operaia non è più
il soggetto rivoluzionario ipotizzato da Marx, capace di

., l'h. W. Adorno, Appunti su Kafka (1942-53), in Id., Pri­


smi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, Torino 1972, pp.
257-8.

134
superare la società borghese; b) che il dominio sociale non
può essere spiegato nei modi troppo semplicistici della
coercizione e della violenza materiali (la famosa ' ditta­
tura ' delle classi dominanti), e che in realtà esso fa corpo
con tutta una serie di elementi culturali ( in senso lato ),
ideologici non meno che psicologici, che ne costituiscono
spesso l'aspetto più importante (di qui il tentativo di uti­
lizzare la psicoanalisi ai fini dell'indagine socio-politica:
un fatto nuovo nella storia del marxismo) ; c) il carattere
datato e ormai superato dell'analisi marxista incentrata
sul dualismo fra Stato e società civile, nel momento in
cui negli Stati capitalistici avanzati si registra un inter­
vento sempre più massiccio dello Stato nell'economia ( at­
traverso la legislazione in materia economica e sindacale;
attraverso gli strumenti della programmazione e del cre­
dito; attraverso il controllo diretto di determinati settori
dell'industria e dei servizi, ecc . ) : un intervento cosl ampio,
che non si può più parlare della sfera economica come di
una sfera autonoma dallo Stato, né si possono più fare
indagini economiche che prescindano dall'intreccio fra
economia e politica, o addirittura dal primato della sfera
politica.
E tuttavia, nonostante questi spunti di indubbio inte­
resse, non si può dire che ad essi corrispondano soluzioni
soddisfacenti. La stessa revisione del marxismo operata
dalla Scuola di Francoforte, pur muovendo da constata­
zioni giuste e realistiche, non dà alcun apprezzabile con­
tributo al progresso delle scienze sociali. Come, infatti,
la Scuola accentua e radicalizza, in fatto di teoria politica,
la critica matxista della società liberai-democratica, fino
a far proprie le posizioni del marxismo più rozzo ed estre­
mistico (diciamo rozzo ed estremistico perché, dopotutto,
Marx, pur criticando i ' diritti dell'uomo e del cittadino '
e l'emancipazione solo politica realizzata dalla borghesia,
non mancava di distinguere fra bonapartismo e Stato libe­
rale); cosl, in fatto di teoria sociale, la Scuola si ispira
alle componenti più utopiche e irrealistiche del marxi­
smo medesimo, formulando un rifiuto globale, o ' grande
rifiuto ', della società contemporanea. Essa postula infatti

135
il sorgere di una comunità radicalmente nuova, emanci­
pata da qualunque autorità, da qualunque condiziona­
mento materiale e sociale, da qualunque forma non solo
di dominio, ma anche di organizzazione (l'odiato ' appa­
rato ' ) . E poiché la società contemporanea è una società
industriale avanzata, in cui la scienza è una componente
decisiva dell'industria, la Scuola di Francoforte non esita
a pronunciare una condanna tanto intransigente quanto
sommaria della scienza e delle sue applicazioni ai processi
produttivi e, più in generale, dell'organizzazione indu­
striale del mondo moderno.
È inutile insistere su questi aspetti, che abbiamo già
avuto modo di vedere minutamente nel corso del presente
lavoro. Ora conviene piuttosto affrontare un problema
che abbiamo sempre lasciato nell'ombra, e che è invece
di grande importanza per intendere l'ispirazione ideale
della Scuola di Francoforte nella sua genesi e nei suoi
presupposti. Si tratta, in sostanza, di rispondere alla
seguente domanda: la critica della società industriale
svolta dalla Scuola è solo e soltanto una deformazione
spiritualistica del marxismo (come certamente in gran
parte è: basti pensare al concetto di alienazione identifi­
cato col lavoro e col principio di prestazione), o conserva
piuttosto, nonostante tutto, un legame consistente con
l'opera di Marx? A questa domanda noi abbiamo già
risposto implicitamente in modo affermativo quando ab­
biamo detto che la Scuola di Francoforte si ispira alle
componenti più utopiche e irrealistiche del marxismo, in
primo luogo all'idea di una palingenesi radicale della
società, che aboliséa una volta per tutte ogni contraddi­
zione, ogni conflitto, che realizzi una completa concilia­
zione fra uomo e uomo e fra uomo e natura, che sop­
prima qualunque differenziazione all'interno del complesso
sociale, rendendo cosi superflua qualsiasi autorità e impos­
sibile qualsiasi forma di dominio.· Ma se questo è vero,
non è meno vero che la Scuola di Francoforte nega
proprio uno dei concetti-chiave della dottrina marxista:
il progresso dell'umanità reso possibile dal suo crescente
dominio sulla natura realizzato grazie all'impetuoso e

136
inarrestabile sviluppo della scienza e dell'industria. A
questo punto sorge inevitabilmente la domanda: come
può la Scuola conservare un contatto vivo e reale con
l'opera di Marx se ne nega un concetto cosl centrale e
sotto ogni profilo decisivo? Bisogna ammettere che si
tratta di una domanda imbarazzante, alla quale non sem­
bra facile rispondere.
Senonché, se si vuole intendere davvero, in tutti i
suoi aspetti, il rapporto difficile e complesso della Scuola
di Francoforte con la concezione marxista, non si deve
mai perdere di vista, a nostro avviso, un fatto fondamen­
tale: e cioè che nel marxismo confluiscono due ispirazioni
radicalmente diverse: l'una materialistica e illuministico­
industrialistica, l'altra idealistica e organicistico-romantica.
La • teoria critica ' ha optato sin dall'inizio per la seconda
ispirazione, approfondendola e radicalizzandola. Su que­
sto delicato nodo problematico vale la pena di soffermarsi
brevemente.

2. Che nel marxismo siano presenti entrambe le ispi­


razioni che abbiamo detto sembra indubbio, come analisi
recenti hanno ribadito con grande chiarezza 1 • E benché
i due atteggiamenti ideali siano, nella concezione di Marx,
strettamente intrecciati fra loro, è possibile - proprio
perché si tratta di due atteggiamenti diversi - isolarli
l'uno dall'altro e vederli separatamente.
L'esaltazione della missione storica della borghesia e
dell'enorme sviluppo delle forze produttive da essa pro­
mosso, è una costante dell'opera di Marx. Basti pensare
alle celebri parole del Manifesto: « La borghesia ha avuto
nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria.
Essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d'Egit­
to, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche; essa ha
fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e
le Crociate >>. In appena un secolo di dominio, essa « ha

t Si veda l'acuto articolo di L. Colletti, Il Manifesto di un


romantica, in « La Stampa », 10 marzo 1983, p. 3. Da questo
articolo ricaviamo alcuni spunti.

137
creato delle forze produttive il cui numero e la cui impor­
tanza superano quanto mai avessero fatto tutte insieme le
generazioni passate » 2 •
Questo apprezzamento del ruolo storicamente progres­
sivo della borghesia e del capitalismo industriale distingue
sin dall'inizio, in modo rigoroso, la critica marxiana da
tutte le altre critiche di tipo romantico della società
borghese moderna. Decisivo, in questo senso, è il giudizio
che, nel Manifesto, Marx dà su Sismondi, il cui pensiero
è da lui giudicato come l'espressione più caratteristica
delle aspirazioni e delle esigenze della piccola borghesia
di fronte ai sommovimenti e ai terremoti sociali provo­
cati dalla rivoluzione industriale. Sismondi, dice Marx,
ha individuato molto acutamente le contraddizioni esi­
stenti nei moderni rapporti di produzione:

Ha messo a nudo gli eufemismi ipocriti degli economistL


Ha dimostrato in modo incontestabile gli effetti deleteri del­
l'introduzione delle macchine e della divisione del lavoro, la
concentrazione dei capitali e della proprietà fondiari�, la
sovraproduzione, le crisi, la rovina inevitabile dei piccoli
borghesi e dei piccoli contadini, la miseria del proletariato�
l'anarchia della produzione, le stridenti sproporzioni nella
distribuzione della ricchezza, la guerra industriale di stermi­
nio tra le nazioni, il dissolversi degli antichi costumi, degli
antichi rapporti di famiglia, delle antiche nazionalità 3•

Senonché, a tutto ciò Sismondi contrappone solo il


passato; egli vuole ristabilire i vecchi mezzi di produ­
zione e di scambio, e con essi i vecchi rapporti di pro­
prietà e la vecchi.. società; oppure vuole imprigionare i
moderni mezzi di produzione e di scambio nel quadro dei
vecchi rapporti di produzione ch'essi hanno spezzato e che
non potevano non spezzare. Il socialismo di Sismondi
deve dunque essere considerato, secondo Marx, reaziona­
rio e utopistico a un tempo: critica sl la società moderna,

2 K. Marx - F. Engels, Manifesto del Partito comunista, Ri­


nascita, Roma 1954, pp. 30.}.
3 lvi, pp. '9-60.

138
ma in nome di un passato che non può più essere resu­
scitato. Perciò le sue parole d'ordine sono le corporazioni
nella manifattura e l'economia patriarcale nell'agricoltura:
un programma romantico e organicistico, che la rivolu­
zione industriale ha irrimediabilmente travolto.
A questo punto di vista Marx terrà fermo anche in
tutta l'opera della maturità. Come è stato giustamente
rilevato:

Questo atteggiamento originario di Marx doveva sempre


più consolidarsi, in seguito, attraverso il confronto assiduo
con l'economia politica classica e, soprattutto, con l'opera di
Smith e di Ricardo. In tutto il Capitale e le Teorie sul
plusvalore non si incontra mai un solo passo in cui egli rie­
cheggi i temi della � critica romantica » della società indu­
striale moderna. Ciò che lo divide da essa è un'opposizione
di principio. La « critica romantica » è volta al passato;
idoleggia la societ:\ patriarcale; ne esalta l'« organicismo »;
ne trasfigura le miserie nella vaga luce del ricordo. La critica
di Marx, invece, guarda al futuro; pensa alla società del­
l'avvenire, cioè al « comunismo », come alla società più
progredita che sorgerà sulla base delle enormi forze produt­
tive (scienza e tecnica comprese) che sono state suscitate
dallo sviluppo capitalistico 4•

Sotto questo profilo non c'è dubbio che in Marx è


presente una componente c illuministica ', la stessa che
operava nel pensiero di Smith, e che può essere espressa
attraverso ·questa semplicissima proposizione: senza aumen­
to della produttività del lavoro non c'è progresso econo­
mico, e senza progresso economico non c'è incivilimento
dell'umanità.
E tuttavia, detto dò, non c'è dubbio che in Marx
opera anche un'altra ispirazione, radicalmente diversa.
Infatti, quando critica la società borghese moderna, egli
critica in primo luogo e fondamentalmente la scissione, o
il complesso di scissioni, che essa ha determinato: la
scissione, all'interno della merce, fra valore d'uso e valore

"' L. Colletti, art. cit.

139
di scambio, che trapassa nella scissione fra merce e denaro; ·
la scissione fra il lavoratore e i mezzi di produzione, fra
il salariato e il capitale; la scissione fra le determinazioni
economiche e le determinazioni politiche, fra la sfera so­
ciale e la sfera giuridica, fra lo Stato e la società civile,
ecc. Contro tutto ciò Marx invoca l'unità, il ristabilimento
del vincolo sociale che si è spezzato. Di qui l'istanza
organicistica che opera potentemente al fondo del suo pen­
siero. E non è certo un caso che egli, sin dai suoi lavori
giovanili, accetti la critica hegeliana dell' ' atomismo '
prodotto dalla società borghese moderna. Anche nell'ope­
ra più aspramente critica verso Hegel, la Critica della
filosofia hegeliana del diritto pubblico, Marx, dopo aver
respinto il metodo speculativo hegeliano, afferma: << e
tuttavia riconosciamo in Hegel della profondità in questo
suo cominciare ovunque con r opposizione delle determi­
nazioni (proprie dei nostri Stati) e parvi l'accento » '.
Si tratta, appunto, delle opposizioni che lacerano il mondo
moderno, e che devono essere soppresse 6.
Perciò, non a caso, in Marx ritroviamo molto del­
l'organicismo hegeliano. La critica di Hegel alla rivolu­
zione francese, perché essa dissolve il popolo « in un
mucchio » di individui atomistici, privi di legami pro­
fondi e senza « eticità vera » 7, è certamente condivisa
da Marx. Il quale, infatti, la riprende nella Questione
ebraica, là dove critica i diritti dell'uomo e del cittadino:
e cioè, in primo luogo, la scissione fra uomo e cittadino,
la concorrenza, la conflittualità, l'atomismo che caratte-

s K. Marx, Opere filosofiche giovanili dt., p. 77.


6 Ho approfondito questo punto nella mia Intro4uzione rr
Marx, Laterza, Roma-Bari 1981, cap. I, cui mi permetto di rin­
viare.
7 Cfr. G. W. F. Hegel, Lezioni rulla filosofia della storia,
vol. IV, La Nuova Italia, Firenze 1963, p. 202: « La volant�
esiste come volontà singola� cosl lo Stato, come aggregato dei
molti singoli, non è un'unità sostanziale in sé e per sé, non è
la verità del diritto in sé e per sé, a cui la volontà de] singolo
debb:l farsi conforme per essere volontà vera, volontà libera. Si
prendono invece come punti di partenza gli atomi di volontà�
e ogni volontà è rappresentata immediatamente come assoluta »-.

140
rizzano la ' società civile •, la libertà borghese che è solo
la libertà di una monade, isolata e contrapposta a tutte
le altre monadi, ecc. È superfluo ricordare quanto questa
tematica dell' ' unità organica ', che Marx mutua da Hegel,
debba al mito protoromantico della ' bella eticità • attri�
buita alla polis, in cui ogni cittadino era membro di una
comunità compatta, coesa, armonica, senza interessi parti­
colaristici e volontà divergenti: il singolo era solo appa­
rentemente tale, e in realtà era un'articolazione della tota­
lità, dalla quale non si distingueva, e dalla quale soltanto
riceveva senso e significato.
Che questa componente organicistica operi potente­
mente nella critica rivolta da Marx alla società borghesè
moderna in nome della società comunista ( da Marx definita
non Gesellschaft - società - bensl Gemeinwesen - co­
munità) è provato non solo da quello che si è detto finora,
ma anche dall'influsso culturale che la posizione marxista
ha esercitato. Come ha opportunamente sottolineato un
autorevole studioso di Marx e del marxismo,

esattamente vent'anni dopo la pubblicazione del Capitale,


appariva nel 1887 una delle maggiori opere della sociologia
tedesca. Era Gemeinschaft und Gesellschaft di Tonnies: cioè,
appunto, Comunità e società. La trattazione di TOnnies, che
rinviava fin dal sottotitolo alle questioni del socialismo e del
comunismo, era imperniata sulia delineazione di due « mo­
delli » alternativi: la Gemeinschaft in quanto comunità di
« vita reale e organica »-, e la Gesellschaft come formazione
sociale solo « astratta e meccanica )), Nella prefazione alla
prima edizione dell'opera, l'autore indicava in Marx una delle
principali fonti a cui egli si era ispirato. E, nella trattazione
critica della Gesellschaft, adottava largamente le analisi del
Capitale, per quanto concerneva i fenomeni dello « scam-·
bio »-, del « contratto )>, del « mercato delle merci »-, della
« forza-lavoro )) e della struttura stessa delle classi 8•

È vero che nel modello di comunità tracciato da Ti:in­


nies confluiscono forti elementi di tradizionalismo, e che

' L. Colletti , t11"1. cit.

141"
tale comunità è fondamentalmente rurale e patriarcale,
sicché l'accostamento a Marx va fatto con grande cautela;
ma non è meno vero che l'utilizzazione da parte di
Tonnies di parecchi motivi marxiani è tutt'altro che priva
di significato.
In ogni caso, è indubbio che l'esaltazione che Marx
ha fatto della missione storica della borghesia e dell'indu­
strialismo, e la critica, di ispirazione organicistica, che
egli ha nel contempo rivolto ad essi, dimostrano la pre­
senza in lui di due componenti ideali, e, più generalmente,
di due ispirazioni (l'una illuministica, l'altra romantica)
non solo diverse ma incomponibili. Del resto, ciò è con­
fermato anche dalla storia del marxismo, dove quella
duplice ispirazione ha prodotto ' filiazioni ' di segno oppo­
, ,
sto : forme di marxismo ' scientistico e ' positivistico
(caso tipico: Kautsky), e forme di marxismo antiscienti­
stico e antipositivistico o dialettico (caso tipico: Lukacs ).
La Scuola di Francoforte si inscrive interamente nel
secondo filone, e lo radicalizza in forma estrema. La sua
critica è sempre rivolta alla razionalità scientifica, alle sue
applicazioni tecniche, all'industria e all'organizzazione
industriale del mondo moderno. Non c'è dubbio che tale
critica altera, per cosl dire, l'equilibrio del marxismo, in
quanto ne fa propria una sola componente, e la estremizza
fino a farne la chiave di volta di un rifiuto totale della
società industriale (di qui la sua confluenza obiettiva con
' critici della civiltà ' come Jaspers o Huizinga) •. Ma è

9 Sarebbe molto istrutth•o compilare un elenco di motivi e


di tematiche ricavati' dalla Philosophie der Geldes di Simmel
{ 1 900), da Die geirtige Situation der Zeit di Jaspers ( 1931), dalla
Crisi della civiltà di Huizinga ( 1935}, e utilizzati dalla Scuola
di Francoforte per la critica della società industriale e della so­
cietà di massa: si tratta di una coincidenza impressionante. In­
dichi:amo qui, rapidamente, solo alcuni di questi motivi. Il divario
o scarto fra rultura oggettiva e cultura soggettiva, il rapido
progredire della scienza e della tecnica al quale non corrisponde
un pari progresso {anzi, corrisponde un regresso) della cultura
degli individui; gli effetti deleteri della divisione del lavoro,
per cui un singolo oggetto non è più prodotto da un singolo
lavoratore ma da un complesso di lavoratori, cioè da una massa,

142
iùtrettanto certo che essa mostra un saldo · legame con
il marxismo proprio attraverso la sua componente antillu­
ministica e romantica.

3. In questo quadro, anche l'utilizzazione della psico­


analisi da parte della Scuola di Francoforte non poteva
essere diversa da quella che è stata: in realtà, uno stra-

sicché esso è tanto meno spirituale quanto più anime hanno


partecipato alla sua costruzione; l'ordinamento complessivo della
vita che assume un carattere impersonale e antindividuale: tutti
questi sono temi ampiamente elaborati da Simmel. La critica della
meccanizzazione e della razionalizzazione, del dominio della massa
e delr 1 apparato ' ( « Tecnica e massa sono origine l'una del­
l'altra. L'ordinamento tecnico dell'esserci e la massa sono inter­
dipendenti. [ . .. ] La massa come insieme degli uomini che sono
inquadrati in un apparato o ordinamento dell'esserci [ .. . ] è la
potenza attiva del nostro mondo &), sicché il singolo scompare
nella sua originalità: c nel suo significato irrif'etibile, ed è solo
una rotella dell' ' apparato • e delle sue ferre leggi; la critica del
consumo di massa e della pubbiic:itA ad esso connessa; la critica
della decadenza dell'arte, e del venir meno della sua essenza
più profonda, « nella misura in cui l'arte si. fa funzione del­
l'esserci nelle condizioni dell'ordinamento tecnico di massa » : tutti
questi sono temi ampiamente elaborati da Jaspers. La critica del
progresso scientifico e tecnico, che quanto più avanza tanto più
si accompagna a un imbarbarimento della cultura e alla distru­
zione potenziale della natura; la critica del pragmatismo che ha
tolto al concetto di verità ogni valore assoluto; la critica dell'arte
di massa (del cinematografo, soprattutto), la quale rende impos­
sibile il ripiegamento su se stessi, la riflessione, il godimento
interiori ( « Tra il teatro e il cinematografo vi � il passaggio
dall'assistere ad uno spettacolo all'assistere all'ombra di uno spet­
tacolo. Parole e azione non sono più azione viva, ma solo ripro­
duzione. [ . .. ] Nel cinematografo la drammaticità. � quasi tutta
riposta nel fatto visivo. [ ... ] L'arte di u assistere " allo spettacolo
si trasforma in un'abilità a rapidamente percepire e comprendere
delle immagini visive che si trasformano continuamente. [ . . . ]
L'elemento dell'abbandono e della trasfusione nell'opera d'arte,
data la riproduzione meccanica di ciò che si vede e si ode, vien
meno per forza. Manca quel ripiegamento su se stessi e quel
senso del sacro »): tutti questi sono temi ampiamente elaborati
da Huizinga. (Cfr. in trad. it.: K. Jaspers, La situazione spirituale
del tempo, a cura di N. De Domenico, Jouvence, Roma 1982;
1- Huizinga, Lo crisi della civiltà, a cura di B. Aliason, Einaudi,
Torino 1962.)

143
yolgimento completo della psicoanalisi, che la priva di
tutta la sua forza e di tutta la sua originalità.
Come abbiamo visto, infatti, i ' francofortesi ' rifiu­
tano uno dei cardini del pensiero freudiano: la presenza
nell'uomo di pulsioni aggressive; inoltre, essi respingono
l'idea della civiltà come fatale processo di repressione
degli istinti; vedono nell'autorità paterna il fondamento
e il prodotto del dominio sociale, ecc. Ciò è dovuto al
fatto che l'utilizzazione della psicoanalisi da parte della
c teoria critica ' avviene nell'ambito di una concezione
palingenetica (di indubbia ispirazione marxista), tesa alla
liberazione ' totale ' del genere umano da qualunque auto­
rità, da qualunque condizionamento materiale e sociale,
da qualunque forma di dominio. Quanto di più lontano,
dunque, si possa immaginare dall'ispirazione realistico­
pessimistica della psicoanalisi.
A questa impostazione gli esponenti della ' teoria cri­
tica ' rimarranno sempre fedeli, anche dopo l'allontana­
mento di Fromm dall'Istituto per la Ricerca Sociale,
avvenuto per dissensi teorici (egli fu criticato, a quanto
pare, per il suo eccessivo ' revisionismo ' verso la psico­
analisi) 10• Sotto questo profilo, anche il celebre saggio di
Marcuse Eros e civiltà, che pure mostra di tenere in alta
considerazione le idee di Freud, fino ad assumerle come
punto di partenza per un'ampia disamina della civiltà con­
temporanea, non aggiunge e non toglie nulla agli scritti
precedenti della Scuola: esso, infatti, capovolge letteral­
mente le tesi freudiane 1 1 •
E poiché questo lavoro di Marcuse viene citato spesso
a riprova dell'ispirazione psicoanalitica della Scuola di
Francoforte, e del fecondo influsso esercitato su di essa
dalla psicologia del profondo, può essere utile mettere a
confronto lo schema analitico proposto da Freud nel
Disagio della civiltà con lo schema proposto da Marcuse

to Cfr. M. Jay, op. cit., pp. 153-4.


11 H. Marcuse, Eros and Civilization. A Philosophical In­
quiry into Freud, Boston 1955 ( trad. it. Eros e civiltll, Einaudi,
Torino 1964).

144
in Eros e civiltà. Chiediamo scusa al lettore per questa
digressione, in quanto, da un punto di vista strettamente
cronologico, il libro eli Marcuse (pubblicato nel 1 955)
esorbita dai limiti che ci siamo prefissati. Ma poiché
l'autore proclama in esso la propria fedeltà allo spirito
e alle idee della Scuola 12, e poiché in effetti Eros e civiltà
costituisce il punto di incontro più interessante e com­
plesso fra ' teoria critica ' e freudismo, dalla sua analisi
potremo ricavare utili indicazioni ai fini di una compren­
sione più piena del rapporto fra la Scuola di Francoforte
e la psicoanalisi. Il lettore ci scuserà se nel corso di tale
raffronto dovremo fare ampi riferimenti alle tesi freudiane,
ma tutto il discorso, se ne perderà in brevità, ne guada­
gnerà in chiarezza.

4. Nel Disagio della civiltà l'analisi di Freud mette


in forte rilievo il contrasto esistente fra la tendenza
dell'uomo al piacere e alla felicità (al punto che, egli
dice, il principio del piacere domina l'apparato psichico
dell'individuo sin dalla nascita, e ne stabilisce lo scopo
della vita) e l'irrealizzabilità di tale potente desiderio.
Si potrebbe dire, afferma Freud, che nel piano della
Creazione non è incluso l'obiettivo che l'uomo sia ' felice ' .
Del resto, quel che comunemente chiamiamo felicità
scaturisce dal soddisfacimento, per lo più improvviso,
di bisogni fortemente compressi, e per sua natura è possi­
bile solo in qua nto fenomeno episodico. Infatti - sotto­
linea il fondatore della psicoanalisi - le nostre possi­
bilità di essere felici risultano limitate in primo luogo
dalla nostra stessa costituzione, sicché provare infelicità
è assai meno difficile che provare felicità. « La sofferenza
ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato
a perire e a disfarsi, non può eludere quei segnali eli
allarme che sono il dolore e l'angoscia; dal mondo esterno
che contro di noi può infierire con strapotenti spietate

12 Neiia Prefazione a Eros e civilt� l'autore dichiara: « La


mia posizione teorica deve molto al mio amico Max Horkheimer
e ai suoi collaboratori ». Nel corso del libro, poi, Marcuse si
richiama spesso agli scritti del primo Fromm.

145
forze distruttive; e, infine, dalle nostre relazioni con altri
uomini >> 13• Ne discende dunque che, se la vocazione più
profonda dell'uomo è alla felicità, la sua situazione di
gran lunga prevalente è l'infelicità. Del resto, anche
l'amore sessuale, che ci procura il piacere più intenso,
e che, proprio per ciò, ci fornisce il modello della felicità,
è assai problematico, poiché � mai come quando amiamo
prestiamo il fianco alla sofferenza, mai come quando abbia­
mo perduto l'oggetto amato o il suo amore siamo cosi
disperatamente infelici >> " .
È evidente, in queste proposizioni, che nel sostenere
la tesi della sostanziale infelicità della condizione umana,
l'accento di Freud cade sul carattere naturale-finito del­
l'uomo, sulla sua intrinseca debolezza di fragile creatura
esposta agli attacchi della natura esterna e alle pulsioni
aggressive degli altri uomini. E tuttavia, in diverse occa­
sioni, Freud non manca di accennare anche alle istituzioni
sociali e, più in generale, al processo di edificazione della
civiltà, come fonte di grande infelicità per l'uomo. Qui
il suo discorso acquista una dimensione più propriamente
storico-sociale. Egli parla infatti delle « tre fonti da cui
proviene la nostra sofferenza: la forza soverchiante della
natura, la fragilità del nostro corpo, e l'inadeguatezza delle
istituzioni che regolano le reciproche rela1.ioni degli uomi­
ni nella famiglia, nello Stato e nella società >> 15• Quest'ul­
timo accenno è particolarmente importante, e viene ulte­
riormente sviluppato da Freud con la considerazione che
le più straordinarie conquiste scientifiche e tecniche del­
l'uomo - che da debole organismo animale quale com­
parve dapprima sulla terra lo hanno trasformato quasi in
un Dio - sono ben !ungi dal renderlo felice 16• Anzi,
� sembra assodato che non ci sentiamo a nostro agio
nella civiltà odierna » 17 •
È a questo punto che l'indagine freudiana affronta

13 S. Freud, Il disagio della civiltd cit., pp. 211-2.


14 lvi, pp. 217-8.
15 lvi, p. 222. Il corsivo è mio.
16 lvi, pp. 227-8.
17 lvi, p. 225.

146
'""' ,; d<ciOW. Poochò, -�� ..! •=

soverchiante della natura, e della fragilità del
�•�'
corpo, è evidente che si tratta di fonti di so ere
inevitabili - per il semplice motivo che gli uo ·
non domineranno mai completamente la natura e il !or

organismo rimarrà sempre una struttura debole e tran­
sitoria, con limitati poteri di adattamento e di produ-
zione - nel caso, invece, del progresso civile, è difficile
comprendere perché le nostre realizzazioni scientifiche e
tecniche e le istituziorù sociali da noi edificate non deb-
bano costituire piuttosto una protezione e un beneficio
per tutti. In realtà, se si considera che proprio in questo
ambito la prevenzione del dolore si è rivelata maggior­
mente fallace, sorge il sospetto, dice Freud, « che anche
qui possa celarsi la natura invincibile, in qualche suo
aspetto, cioè nella nostra stessa costituzione psichica » 18•
Come è ben noto, questo sospetto diviene presto certezza
nel corso dell'indagine freudiana, la quale giunge alla
conclusione che « il disagio » è strettamente intrecciato
alla civiltà, e che non c'è civiltà senza repressione degli
istinti, e dunque, in qualche misura, senza infelicità e
senza nevrosi.
I punti più importanti messi in rilievo da Freud sono
i seguenti. In primo luogo, egli dice, la vita umana in
comune diviene possibile solo se si afferma una maggio­
ranza più forte di ogni singolo e tale da restare unita
contro ogrù singolo. Il potere della comunità si oppone
allora come ' diritto ' al potere del singolo, che viene
condannato come ' forza bruta '. Non può esserci dubbio
sul fatto che questa sostituzione del potere della comu­
nità a quello del singolo è il passo decisivo verso la
civiltà; ma è altrettanto certo che esso comporta una
fortissima restrizione della libertà di cui il singolo godeva
prima di entrare in una comunità 19 •
Restrizione della libertà primitiva significa natura!-

ti lvi, p. 222.
19 lvi, p. 2}1.

147
mente anche rinuncia pulsionale: una rinuncia che aumen·
ta costantemente, man mano che la civiltà procede in­
nanzi. La civiltà si costituisce infatti attraverso due tappe
fondamentali, fra loro strettamente connesse: la forma­
zione della famiglia e la costrizione al lavoro. La fami·
glia sorge perché l'uomo a un certo momento desidera
tenere permanentemente presso di sé l'oggetto sessuale,
cioè la femmina, e questa a sua volta desidera di non
essere privata della parte da lei separatasi, cioè dd figlio.
Il costituirsi delle famiglie, e il costante ampliarsi del loro
numero, comporta però la necessità di un sempre mag­
giore dominio sul mondo esterno, di uno sfruttamento
sempre più intenso della natura attraverso il lavoro. Eros
e Ananke sono dunque i progenitori della civiltà umana "'.
Senonché, non è difficile capire che la famiglia (col s•Jo
carattere tendenzialmente monogamico), e il lavoro (con
l'assorbimento, che esso richiede, di quantità sempre più
elevate di libido l portano a gravi restrizioni della sessua·
lità e a rinuncie pulsionali sempre più consistenti. Sicché
Freud non esita ad affermare che « la correlazione tra
amore e civiltà cessa, nel corso dell'evoluzione, di essere
univoca. Da un lato l'amore si oppone agli interessi della
civiltà; dall'altro lato la civiltà minaccia l'amore con gravi
restrizioni » 21• D'altro canto, il processo visto finora non
produce soltanto, secondo Freud, una restrizione della
vita sessuale, cioè una sua modificazione quantitativa, ma
anche una sua modifica2ione qualitativa.

La scelta oggettuale deÙ 'individuo sessualmente maturo


- egli dice - vienè ristretta al sesso opposto, e la maggior
parte dei soddisfacimenti extragenitali sono proibiti come
perversioni. La pretesa, evidente in queste proibizioni, di una
vita sessuale di egual genere per tutti ignora le differenze
nella costituzione sessuale innata e acquisita degli esseri umani
� · priva un considerevole numero di persone del godimento
sessuale, diventando cosi fonte di grave ingiustizia.

"' lvi, pp. 235-7.


21 lvi, pp. 238·9.

148
Inoltre, anche dall'amore genitale eterosessuale, dr­
coscritto dalle barriere della legittimità e della monoga­
mia, e sempre più finalizzato alla propagazione della spe­
cie, viene bandita ogni idea di piacere fine a se stesso. Il
risultato di tutto dò è che la vita sessuale dell'uomo civile
è seriamente danneggiata, al punto che, secondo Freud,
« talora dà l'impressione di una funzione in via d'involu­
zione, simile in ciò ai denti e ai capelli, organi apparen­
temente anch•essi in via d'involuzione )> 22•
Da questo schema proposto da Freud per ricostruire
le tappe essenziali (da un punto di vista psicologico-istin­
tuale) del processo di edificazione della civiltà (schema
che abbiamo riassunto solo per sommi capi) risulta con
chiarezza che per il fondatore della psicoanalisi non c'è
civiltà senza ' disagio ', e che l'infelicità (dovuta alla rinun­
cia pulsionale) accompagna necessariamente la civiltà a
ogni passo. Pretendere di abolire completamente l'infeli­
cità è impossibile (anche se è possibile attenuarla con un
atteggiamento più aperto e comprensivo verso le esigenze
della sessualità). Perciò, egli dice, dovremo abituarci
« all'idea che d sono difficoltà inerenti all'essenza stessa
della civiltà e che non cederanno di fronte ad alcun tenta-
tivo di riforma » 23• .
D'altro canto, sarebbe sbagliato invocare .contro tutto
ciò il paradiso perduto dei primi uomini: l'uomo primor­
diale ignorava sl qualsiasi restrizione pulsionale, ma la sua
sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto
esigua; la sua libertà era sl assai grande, ma in gran parte
priva di valore, perché egli non era in grado di difen­
derla. Inoltre, nella famiglia primigenio, solo il capo godeva
della libertà pulsionale, mentre tutti gli altri vivevano
in una condizione di repressione schiavistica.
Se è vero, quindi, che la civiltà si basa sulla rinuncia
pulsionale, sul ' disagio ' e sull'infelicità, è vero anche
che essa non ha alternative: questo infatti, e non altro, è
il cammino, certo doloroso e drammatico, dell'uomo, che

12 lvi, pp. 240·1.


23 lvi, p. 250.

149
tuttavia gli permette di realizzare il proprio progresso cultu­
rale-materiale, cioè di costituirsi in quanto uomo.

5. Come abbiamo detto, l'ispirazione di Marcuse in Eros


e civiltà è foto coelo diversa da quella di Freud. Marcuse
prende sl le mosse dalla ricostruzione freudiana del processo
di incivilimento, ma solo per sostenere una tesi radical­
mente diversa, e per cambiare completamente di segno
il discorso di Freud. Infatti, secondo Marcuse, il fonda­
tore della psicoanalisi ha insistito unilateralmente sul­
l'Ananke e sulla penuria (Lebensnot), cioè sul fatto che
la lotta per l'esistenza si svolge in un mondo troppo
povero e ostile perché i bisogni umani possano essere appa­
gati senza continue limitazioni, rinuncie e differimenti.
Secondo Marcuse, questo argomento, che compare
spesso sull'orizzonte della concezione freudiana, è fallace,
in quanto attribuisce al fatto bruto della penuria quella
che è invece la conseguenza di una specifica organizzazione
sociale. Freud non vede che nel corso della civiltà la
società è sempre stata organizzata in modo tale da non
distribuire mai equamente la penuria, cosl come la con­
quista dei beni necessari alla vita non è mai stata orga­
nizzata con l'obiettivo di soddisfare nel modo migliore i
bisogni degli individui.

Al contrario - dice Marcuse - la distribuzione deila


penuria come anche lo sforzo di superarla con il lavoro, sono
stati imposti agli individui - dapprima con la violenza pura,
più tardi con un'utilizzazione più razionale del potere. Ma
per quanto utile possa essere stata questa razionalità per il
progresso dell'insieme", essa rimase una razionalità del domi­
nio, e la graduale vittoria sulla penuria fu indissolubilmente
legata agli interessi degli individui dominanti, e forgiata nei
modi scelti da questi ultimi 2A.

In altre parole, Freud, secondo Marcuse, ha scambiato


una determinata società con la società, cioè non ha dato
sufficiente importanza agli assetti socio-politici che deter-

24 H. M arcuse, Il disagio della civiltd cit., pp. 30-1.

150
minano l'organizzazione del lavoro e la distribuzione della
ricchezza prodotta, e quindi non ha distinto fra dominio
sociale ed esercizio razionale dell'autorità "·
Non avendo visto ciò, Freud non ha visto nemmeno,
secondo Marcuse, che i vari modi del dominio portano a
forme storiche diverse del principio di realtà, e che, per
esempio, una società nella quale tutti i membri lavorano
normalmente per il proprio sostentamento rende neces­
sari modi di repressione diversi da quelli di una società
nella quale il lavoro rappresenta il settore esclusivo di
un unico gruppo sociale. Analogamente, la repressione
avrà una portata e un 'intensità diverse a seconda che la
produzione sia finalizzata al consumo individuale o al
profitto, se prevalga la libera concorrenza o l'economia
pianificata, se la proprietà sia privata o collettiva ", ecc.
Queste differenze incidono sul contenuto specifico del prin­
cipio di realtà, perché ogni forma di tale principio deve
essere disciplinata attraverso un sistema di istituzioni e
di rapporti, di leggi e di valori che trasmettano e impon­
gano la necessaria ' modificazione degli istinti '_ Ecco per­
ché il principio di realtà è diverso nelle diverse forme
sociali. E se è vero, dice Marcuse, che ogni forma di tale
principio esige sempre in qualche misura un controllo
repressivo degli istinti, è vero anche che le istituzioni sto­
riche specifiche e gli specifici interessi del dominio intro­
ducono controlli addizionali al di là e al di sopra di quelli
indispensabili all'esistenza di una comunità civile. « Que­
sti controlli addizionali - precisa l'autore - che pro­
vengono dalle specifiche istituzioni del dominio, costitui­
scono ciò che noi chiamiamo repressione addizionale » 77•
In breve, Freud ha concepito il lavoro umano come
qualcosa di metastorico, a prescindere dalle condizioni
sociali e politiche in cui esso si svolge; non ha distinto
fra repressione fondamentale o di base (connessa alla modi­
ficazione degli istinti e strettamente necessaria per il per-

25 lvi, p. 31.
" lbid.
n Ibid.

151
petuarsi della razza umana nella civiltà) e ' repressione
addizionale ' (connessa alle restrizioni rese necessarie dal
potere o dominio sociale) . Perciò Freud non ha capito
che sotto il dominio sociale il principio di realtà è diven­
tato ' principio di prestazione ' . .

Marcuse dichiara di aver introdotto questo concetto


- ' principio di prestazione ' - per dare rilievo al fatto
che la società si stratifica secondo le prestazioni econo­
miche dei suoi membri. Nella società contemporanea (in­
dustriale avanzata) il principio di prestazione ha assunto
una forma particolare che incide profondamente sui carat­
teri e sull'organizzazione del lavoro:

Per la grande maggioranza della popolazione, la misura e


il modo della soddisfazione sono determinati dal loro lavoro;
ma questo lavoro è lavoro per un apparato che essi non con­
trollano, che opera come un potere indipendente. A questo
potere gli individui, se vogliono vivere, devono sottomettersi,
ed esso diventa tanto più estraneo quanto più si specializza
la divisione del lavoro. Gli uomini non vivono la loro vita,
ma eseguono funzioni prestabilite; mentre lavorano, non sod­
disfano propri bisogni e proprie facoltà, ma lavorano in uno
stato di alienazione 28•

Tale condizione acuisce drammaticamente il conflitto


tra sessualità e civiltà, poiché, sotto il dominio del prin­
cipio di prestazione, anima e corpo vengono ridotti a
strumenti di lavoro alienato, e l'organismo umano deve
rinunciare a essere quel soggetto-oggetto libidico che esso
originariamente è e desidera essere 29• Per dire tutto in
poche parole: a differenza di quanto ha creduto Freud,
« il conflitto inconciliabile non si svolge tra lavoro (prin­
cipio della realtà) ed Eros (principio del piacere), ma tra
lavoro alienato (principio di prestazione) ed Eros » 30•
Senonché, a veder bene, il lavoro alienato è per Mar­
cuse, né più né meno, il lavoro quale si svolge nella società

"' lvi, pp. 37-8.


" lvi, pp. 38-9.
JO lvi, p . .39n.

152
industriale avanzata. Infatti, quando deve spiegare in che
cosa Consista Palienazione, egli non riesce a indicare
altro che l'organizzazione industriale e burocratico-razio­
nale del mondo moderno: « La meccanicità della linea di
montaggio, la routine dell'ufficio, il rituale degli acquisti
e delle vendite, sono staccati da ogni connessione con le
potenzialità umane. I rapporti di lavoro sono diventati
in ampia misura rapporti tra persone che non sono altro
che oggetti intercambiabili di manipolazione scientifica
e tecnica del rendimento » 31• Se l'alienazione consiste in
ciò, allora si capisce bene come la soppressione dell'alie­
nazione e del principio di prestazione sia possibile solo
e soltanto con l'abolizione del lavoro (per lo meno quale
lo conosciamo nelle società moderne l.
Tale abolizione è però resa possibile, secondo Mar­
cuse, dalla stessa società industriale, la quale, mentre ha
edificato uno spaventoso sistema di dominio fondato sul
principio di prestazione, ha posto le premesse per il suo
superamento (qualora, naturalmente, il potere socio-politico
sia sottratto alle oligarchie e ai gruppi dominanti ). Infatti,
la civiltà industriale avanzata, con l'aumento vertiginoso
della produttività e con la completa automazione dei pro'
cessi produttivi, ha reso possibile una drastica diminuzione
della giornata lavorativa e l'intercambiabilità delle funzioni
nelle poche ore necessarie per il lavoro. In queste condizioni
il quantitativo di energia istintuale richiesto dall'attività
lavorativa può essere cosl esiguo da far crollare un vasto
settore di limitazioni e modificazioni repressive. Di con­
seguenza, il rapporto antagonistico tra principio del pia­
cere e principio della realtà può essere modificato a favore
del primo; l'Eros e gli istinti di vita possono essere
lasciati liberi in una misura che non ha precedenti " .
In questa fase, Eros può celebrare i suoi trionfi, e
la civiltà può identificarsi interamente con il piacere.
Prometeo - l'eroe della fatica, della produttività e del
progresso per mezzo della repressione - non è pitt il

31 lvi, p. 83.
32 lvi, pp. 123-4.

153
simbolo della società; il suo posto viene preso da Orfeo
e Narciso. « Le immagini di Orfeo e di Narciso - dice
Marcuse - riconciliano Eros e Thànatos. Esse rievocano
l'esperienza di un mondo che non va dominato e control­
lato, ma liberato - una libertà che scioglierà i freni alle
forze di Eros, che ora sono legate nelle forme represse
e pietrificate dell'uomo e della natura » . Queste forze non
produrranno più distruzione ma pace, non più terrore ma
bellezza. I poeti ne hanno percepito la vera natura ricor­
rendo a immagini quali la redenzione del piacere, l'arre­
sto del tempo, l'assorbimento della morte, il silenzio, il
sonno, la notte, il paradiso. Baudelaire ha reso perfetta­
mente l'immagine di un mondo siffatto in due splendidi
versi: « Là, tout n'est qu'ordre et beauté, / Luxe, calme,
et volupté » 33 •
L'esperienza orfica e narcisistica del mondo è dunque
esattamente l'opposto del principio di prestazione. In
essa il contrasto tra soggetto e oggetto viene superato;
l'esistenza diventa appagamento che unisce uomo e natura,
in modo tale che la realizzazione dell'uomo è al tempo
stesso realizzazione, senza violenza, della natura. Marcuse
traccia il seguente quadro:

Nel fatto che si parli ad essi, che siano amati e curati, gli
alberi e i ruscelli e gli animali appaiono come quello che
sono - be1li, non solo per coloro che parlano con essi e li
guardano, ma in se stessi, ' oggettivamente ' . � Le monde tend
� la beauté ». Nell'Eros orfico e narcisistico, questa tendenza
si libera: gli oggetti della natura diventano liberi di essere
dò che sono. Ma per poter essere ciò che sono, devono
.dipendere dall'atteggiamento erotico: ricevono soltanto in
questo il loro telos. Il canto di Orfeo placa il mondo animale,
riconcilia il leone con l'agnello e il leone con l'uomo. Il
mondo della natura è un mondo di oppressione, crudeltà
e dolore, com'è il mondo umano; come quest'ultimo, esso
aspetta la sua liberazione. Questa liberazione è l'opera di
Eros. Il canto di Orfeo infrange la pietrificazione, fa muo-

" lvi, pp. !Jl-2.

154
vere le foreste e le rocce - ma le muove per farle partecipi
della gioia "·

È fin troppo evidente che in questa visione marcu­


siana di tipo idillico-estetistico, nulla resta della conce­
zione realistico-pessimistica, e spesso drammatica, di Freud,
circa il rapporto uomo-natura e uomo-uomo. Come è stato
osservato, il valore della prassi umana per l'allargamento
del dominio sul mondo e la dignità della ricerca scienti­
fica vengono deliberatamente rifiutati da Marcuse, il quale
propone, per un verso, un rapporto con la natura non
più attivo ma contemplativo e, per un altro verso, una
vita di agiata sensualità nella quale ogni attività è gioco.
È forse superfluo rilevare il carattere nebuloso, utopico e
improbabile dell'immagine di società proposta da Mar­
cuse. « La nuova civiltà dell'Eros liberato - è stato
giustamente notato - si presenta come una società apol­
linea, ma ciò non basta a specificarla. Col fatto di resti­
tuire all'uomo non già il valore dell'operosità, ma la libertà
dell'otium, essa finisce per venir descritta nei termini di
un'apoteosi del tempo libero » 35• Cioè finisce per essere
solo un sentimento struggente di nostalgia per un (imma­
ginario) paradiso perduto.

" lvi, p. 133.


JS G. Jervis, introd. a H. Marcuse, Eros e civiltà cit.� pp.
XXVI-XXVII.
CRONOLOGIA
1914 Scoppia la prima guerra mondiale.
1915 L'Italia entra in guerra. contro l'Austria.
1916 L'Italia dichiara guerra alla Germania.
Einstein ( 1879-1955) formula la teoria della relativitl
generale.
Franz Kafka (1882-1924): L4 metamorfosi.
Max Scheler (1874-1928): Il formalismo nell'etica e la
teoria materiale dei valori.
John Dewey ( 1859-1952): Democrazia ed educazione.
1917 Gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania.
Scoppio della rivoluzione russa (febbraio-ottobre).
Lenin: Stato e rivoluzione.
Mondrian fonda la rivista « De Stijl • , organo del neo­
plasticismo.
1918 3 marzo: pace di Brest-Litovsk tra Russia e Germania.
24 ottobre, battaglia di Vittorio Veneto: l'esercito au­
striaco viene definitivamente sconfitto. Dissoluzione del·
l'impero austro-ungarico.
11 novembre: capitolazione della Germania (armistizio di
Réthondes).
Polemica e rottura tra Kautsky c Lenin. Kautsky: Demo­
crazia o dittatura e La dittatura del proletariato; Lenin:
La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky.
Thomas Mann (1875-1955): Considerazioni di un apolitico.
Manifesto « Dada )),
Apoliinaire conia il termine « surrealismo )1) .
Le Corbusier: Dopo il cubismo (manifesto del movimento
purista).
1919 gennaio: moto spartachista a Berlino, stroncato in breve
tempo. Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht vengono as­
sassinati dai Freikorps.
Rapida fine dell'esperienza della Repubblica dei consigli
in Ungheria, stroncata dall'intervento militare romeno e
cecoslovacco e da un esercito bianco capeggiato da Horthy.
La Repubblica dei consigli è durata solo 13) giorni.

159
Viene liquidato l'esperimento consiliare attuato in Baviera:
sotto la presidenza di Kurt Eisner (assassinato nel feb­
braio 1919 da un nazionalista): la repressione viene con­
dotta dalle forze della Prussia, del Wiirttemberg e da re­
parti volont:ari bavaresi.
Le elezioni politiche svoltesi in Germania pochi giorni
dopo la liquidazione dello spartachismo danno la maggio­
ranza relativa alla socialdemocrazia, ma questa, per go­
vernal·e, ha bisogno dell'apporto di altri partiti. l social­
democratici Ebert e Scheidemann vengono nominati ri­
spettivamente presidente provvisorio della Repubblica e
cancelliere. Il governo è sostenuto da una coalizione com­
posta dal Partito socialdemocratico, dal Centro e dal Par­
tito democratico.
Viene approvata la nuova Costituzione tedesca (detta Co­
srituzion� di Weimar, dalla località in cui tenne i propri"
lavori l'Assenìblea costituente). In base alla nuova Costi­
tuzione, il presidente della Repubblica viene eletto diret­
tamente dal popolo, nomina e può congedare il can­
celliere, il quale è responsabile di fronte al parlamento­
eletto a suffrllgio uhiversale segreto maschile e femminile
con sistema proporzionale. 11 presidente de1la Repubblica
può anche pone il veto contro leggi emanate dal .Par­
lamento e sottoporle a referendum popolare. Può inoltre
sospendere i diritti civili e far ricorso alla forza armata
qualora « nell'Impero germanico la sicurezza pubblica e l'or­
dine siano considerevolmente turbati e minacciati »- (art.
48). Una funzione consultiva ha il Consiglio federale,
formato dai rappresentanti dei diciotto Liinder in cui è
stato diviso il paese.
Viene costituita la Dap (Partito tedesco dei lavoratori) ..
di orient:amento social-nazionale e antisemita. Il suo leader
è il fabbro Anton Drexler; vi aderisce il caporale Adolf
Hitler.
Viene fondata la Terza Internazionale.
Il 28 aprile :viene creata la Spciet� delle Nazioni.
A "Milano MuSsoJini fonda i « fasci di combattimento » .
Il 2 8 giugno viene firmato il Trattato d i Versailles. La·
Germani-:! perde I'Alsazia-Lorena, data alla Francia; la Sarre,
trasformata in territorio libero per un quindicennio (durante
il quale la Francia ne avrebbe sfruttato le miniere di car-·
bone); Io Sch1eswig settentrionale, restituito alla Danimarca;
i territori orienta1i gi� facenti parte del regno polacco,
attribuiti alla Polonia, alJa quale viene garantito uno sbocco­
al mare grazie a un ' corridoio • che isola la Prussia orientale
dal resto de1la Germania. Danzica viene trasformata in citt�
libera; l'alta Slesia, regione mineraria e industriale di grande
importanza, viene spartita poco dopo (1921) fra Polonia e

!60
Germania. Le colonie tedesche dell'Africa vengono spartite
tra la Francia, l'Inghilterra e l'Unione Sudafricana. La Ger·
mania perde altres} i possedimenti in Oceania. Inoltre, deve
consegnare la propria Bona da guerra, distruggere l'avia­
zione e gran parte dei propri armamenti, abolire la co­
scrizione obbligatoria e ridurre il proprio esercito a 100
mila uomini. Anche la flotta mercantile viene in gran parte
confiscata, cosl come i beni dei cittadini tedeschi residenti
nei paesi alleati. Da ultimo, la Germania deve dichiararsi
colpevole di aver scatenato la guerra, e impegnarsi a pagare
le riparazioni dei danni subiti dai paesi dell'Intesa. A ga­
ranzi:a del pagamento de11e riparazioni, la Renania deve
essere occupata dalle truppe alleate.
Ernest Rutherford (1871-1937) riesce a disintegrare il nu­
cleo atomico.
Walter Gropius ( 1 883-1969) fonda a Weimar il Bauhaus.
]. B. Watson ( 1878-1958): r.. psicologia dal punto di vista
di un behaviorista.
1920 In marzo, in Germania, putsch di Kapp, sventato da un
poderoso sciopero generale, ma anche dalla non collabo­
razione dell'alta burocrazia e dell'esercito.
Le elezioni politiche tedesche svoltesi in giugno indebo­
liscono gravemente i socialdemocratici e, più in generale,
la coalizione di governo (che passa dal 76% al 48% dei
voti)i si rafforza la destra nel suo complesso (che passa dal
15 al 29%). Le forze repubblicane non sono più in grado
di governare autonomamente. Viene costituito un governo
di minoranza, presieduto dal cattolico Fehrenbach, e so­
stenuto dal Centro, dal Partito democratico e dal Partito
popolare.
La Dap (Panito tedesco dei lavoratori), di cui Hitler è
diventato uno dei maggiori esponenti, e che si è notevol­
mente rafforzato grazie all'adesione di numerosi ex-combat­
tenti e appartenenti ai corpi franchi, cambia la propria
denominazione in National-Sozialistische Arbeiter Pattei
(Nsdap). Il suo programma prevede l'abolizione del Trat­
tato di Versailles, l'unione di tutti i tedeschi in una grande
Germania, la statizzazione dei trust, l'istituzione di un forte
potere centrale, ecc. Il punto 4 del programma recita: -« Cit­
tadino dello Stato può essere solo chi appartiene alla co­
munità popolare (Volksgenosse). Volksgenosse può essere
solo chi è di sangue tedesco, senza alcun riguardo alla
confessione religiosa. Nessun
·
ebreo quindi può essere
Volksgenorse » .
Lenin: L'estremismo malattia infantile del comunismo.
1921 Al X congresso del Pcus, Lenin lancia la Nuova Politica
Economica, che prevede l'abolizione dell'ammasso obb1iga­
torio dei prodotti agricoli e la sua sostituzione con un'im-

161
posta alimentate in natura, versata la quale i contadini
avranno piena disponibilità del proprio prodotto, che po.
tranno vendere allo Stato o sul mercato libero (che viene
dunque in qualche misura ripristinato).
Rivolta dei marinai russi della base di Kronsradt, rocca­
forte del bolscevismo, i quali reclamano il ripristino della
democrazia nell'ambito dell'organizzazione comunista. Re­
pressione della rivolta.
Costituzione del Partito comunista d'Italia.
Mussolini fonda il Partito nazionale fascista.
Hitler diventa presidente della Nsdap.
Wolfgang KOhler ( 1<887-1%7) viene nominato direttore del­
l'Istituto di psicologia dell'università di Berlino, che diventa
il centro della psicologia della Gestalt.
Ludwig Wittgenstein ( 1 889-1951): Tractatus logico-philoso­
phicus.
Sigmund Freud ( 1 856-1939), Psicologia delle marre e ana­
lisi dell'Io.
Ch. Chapli"' Il monello.
1922 Stalin viene eletto segretario generale del Pcus.
Marcia dei fascisti su Roma. Mussolini viene incaricato dal
re di costituire il nuovo governo.
In Germania il ministro degli esteri Walter Rathenau viene
assassinato da estremisti di destra.
Pubblicazione postuma di Economia e società di Max Weber.
John Dewey' Natura e condotta dell'uomo.
Hend Bergson (1859-1941): Durata e simultaneità. A pro­
posito della teoria di Einstein.
James Joyce (1882-1941)' U/isse.
192.3 Francia e Belgio occupano militarmente la Ruhr, per ri­
farsi, attraverso lo druttamento diretto delle miniere di
carbone, del mancato pagamento delle riparazioni da parte
della Germania. L'infiazione del marco raggiunge livelli ver­
tiginosi: per acquistare un dollaro occorrono .3.760.000.000
di marchi.
Fallito tentativo di colpo di Stato di Hitler a Monaco.
Ernst Cassirer 0874-1945)' Filosofia delle forme simboliche.
Gyiirgy Lukacs (1885-197 1 ) ' Storia e coscienza di classe.
Karl Korsch (1886·1961 ) ' Marxismo e Filosofia.
Piano Dawes, accettato daJia Germania e dai suoi credi­
tori, per il pagamento delle riparazioni. Evacuazione della
Ruhr da parte delle truppe francesi e belghe.
In Italia i fascisti assassinano Matteotti.
Il Labour Party ascende al potere in Inghilterra.
Radicali e socialisti vincono le elezioni in Francia, ma
socialisti non partecipano al governo (gabinetto Herriot).
Morte di Leni n .
1924 A Francoforte viene fondato l'Istituto per l a Ricerca So-

162
ciale (lnstitut fiir Sozialforschung), inizialmente diretto da
Karl Grunberg.
Thomas Mann: L: mont.tJgna incantata.
André Breton (1896-1966): Manifesto del surrealismo.
1925 In Italia il fascismo instaura la dittatura: scioglie tutti
i partiti e le organizzazioni sindacali, sopprime la libertà
di stampa, di parola e di riunione; crea il Tribunale spe­
ciale per i reati politici; introduce la pena di morte; dà
facoltà alle autorità di inviare al confino qualunque citta­
dino con semplice atto amministrativo.
In Germ:mia, Hindenburg viene eletto presidente del Reich.
John Dewey: Esperienza e natura.
Sigmund Fr�ud: Inibizione, sintomo e angoscia.
A Parigi: Expo. Arts. Dico.: padiglione « Esprit nouveau �
di Le Corbusier.
1926 Costituzione di un governo di Unione D.azionale in Fran­
cia, presieduto da Poincaré e sostenuto dai partiti di centro,
che attua un programma di risanamento finanziario.
1927 Trotzki e Zinoviev vengono espulsi dal Pcus.
Esecuzione di Sacco e Vanzetti negli Statì Uniti.
Martin Heidegger (1889-1976): Essere e tempo.
Sigmund Freud: L'avvenire di un'illusione.
1928 Elezioni in Germania: forte affermazione dei socialdemo­
cratici, che ritornano alla guida del governo, e sconfitta dei
partiti di centro e di destra.
Nei1'Urss, Trotzki viene arrestato e inviata in domicilio
coatto nell'Asia centrale, ad Alma Ata.
Alexander Fleming (1881-1955) scopre la penicillina.
Rudolf Carnap (1891-1970): La costruzione logica del mondo.
Arnold Schi:inberg compone la sua opera dodecafonica più
importante (Variazioni per orchestra opera 31).
Bertolt Brecht (1898-1956): L'opera da tre soldi.
Cb. Chaplin: It circo.
Primo film sonoro: Il cantante di iazz.
1929 Crollo di Wall Street, che dà inizio a una grave depres­
sione economicll. in tutto il mondo (nel 1932 i disoccupati
saranno 30 milioni).
Trotzki viene espulso daiPUrss.
Circolo di Vienna: La concezione scientifica del mondo (ma­
nifesto programmatico del neopositivismo logico).
l congresso internazionale di filosofia della scienza a Prags.
Sigmund Freud: Il disagio della civiltà.
Hans Kelsen ( 1881-1973 ) : Essenza e valore della democrazia.
Karl Mannheim (1893-1940): Ideologia e utopia.
In Germania viene sciolto il parlamento e vengono indette
nuove el'zioni, che danno questi risultati: i socialdemocra­
tici mantengono sostanzialmente le loro posizioni, il Centro
guadagna mezzo milione di voti, i comunisti guadagnano

163
più di un milione di voti, gli altri partiti per \! •
samente; ma i veri vincitori sono i nazisti, che a
800 mila voti a quasi 6 milioni e mezzo.
Stalin decide la distruzione dei kulaki (contadini
come classe.
Primo ciclotrone all'università di California.
I Mostra internazionale di arte astratta a Parigi.
]osé Ortega y Gasset (1883-1955): La ribellione delle masse.
&
1930 Max Horkheimer diventa direttore dell'Istituto per la Ri­
cerca Sociale di Francoforte.
1931 Karl Jaspers (1883-1961): La situazione spirituale del
tempo.
Cb. Chaplin: Luci della città.
Hindenburg viene ridetto presidente della Repubblica te­
desca (con oltre 19 milioni di voti; ma Hitler � buon
secondo con 13 milioni e mezzo di voti).
Il 30 maggio Hindenburg destituisce il gabinetto Briining e
nomina cancelliere von Papen; il 4 giugno scioglie il par­
lamento e indice nuove elezioni, che hanno luogo il 31 lu­
glio. I nazisti ottengono una grande vittoria, con oltre 13
milioni e mezzo di voti. 8 milioni di voti vanno ai social­
democratici, 6 milioni al Centro, 5 milioni ai comunisti;
gli altri partiti vengono polverizzati.
Il cartello deUe sinistre vince le elezioni in Francia.
1932 Max Horkheimer fonda la rivista dell'Istituto per la Ri­
cerca Sociale, la « Zeitschrift fiir Sozialforschung ». Il primo
numero contiene contributi di Grossman, Pollock, LOwen­
thal, Adorno, Fromm.
Negli ultimi mesi del 1932 Herbert Marcuse entra a far
parte dell'Istituto per la Ricerca Sociale.
Karl Jaspers: La filosofia dell'esistenza.
Henri Bergson: Le due fonti della morale e della religione.
Benedetto Croce (1866-1952): Storia d'Europa nel secolo
XIX.
1933 Incendio del Reichstag a Berlino. Hitler viene nominato
cancelliere del Reich. Nelle elezioni del marzo 1933, Hi­
tler ottiene il . 44% dei voti e 288 seggi; con l'appoggio
del Partito tedesco-nazionale di Hugenberg i nazional-socia­
listi hanno la maggioranza nel nuovo parlamento con uno
scarto di soli 16 voti. Hitler fa votare una « Legge per il
superamento della crisi del popolo e dello Stato ». Essa
stabilisce che anche i l governo, e non solo il parlamento,
può emanare leggi, le quali possono « a1lontanarsi dal testo
de1la Costituzione del Reich », cosl come il governo può
stipulare trattati internazionali senza la ratifica parlamen­
tare. La legge - che segna la fine della democrazia - viene
votata da tutti i gruppi, esclusi i socialdemocratici e i co­
munisti.

164
In maggio, a Berlino, rogo di 20 mila volumi « contrari allo
spirito tedesco ».
Con grande rapidità, nel corso del 1933 Hitler smantella
la Repubblica di Weimar. In giugno, viene soppresso il Par­
tito socialdemocratico; in maggio, vengono sciolti i sinda­
cati e costituito H Deutscher Arbeitsfront, posto alle di­
pendenze della Nsdap� in luglio, vengono dichiarati illegali
tutti i partiti politici, esclusa la Nsdap, dichiarata « corpo­
razione di diritto pubblico », e i suoi iscritti sottratti alla
giurisdizione ordinaria.
La Germania si ritira dalla Società delle Nazioni.
F. D. Roosevelt viene eletto presidente degli Stati Uniti
d'America. Egli inizia il New Deal: una serie di efficaci
interventi nell'economia e un complesso di incisive riforme
sociali. Il dollaro viene fortemente svalutato, per ridurre
il debito pubblico e facilitare le esportazioni; la disoccu­
pazione viene combattuta con la creazione di un « esercito
del lavoro » e con grandiose opere pubbliche, fra le quali
la trasformazione agricola e industriale della vallata del
Tennessee; agli agricoltori vengono concessi massicci aiuti
statali; per i lavoratori viene istituito un sistema di assi­
curazioni sociali. Il NQtional IndustriQl Recovery Act per­
mette una po1itica di pianificazione industriale. L'insieme
di questi provvedimenti aumenta enormemente le spese fe­
derali, e quindi il carico fiscale; ma rimette in moto l'eco­
nomia e aumenta la produzione.
Primo microscopio elettronico.
F. Joliot (1900· 1955) e sua moglie I. Curie ( 1897-1956) sco­
prono la radioattività artificiale.
André Malraux (1901-1976): La condizione umana.
Incontro fra Hicler e Mussolini a Venezia.
In giugno, Hitler fa. assassinate il capo delle SA, Rèihm, e
tutto il �uo staff, sorprendendoli nel sonno in un albergo
presso Monaco; molte altre esecuzioni si susseguono in tutta
la Germania. Hitler si è liberato cosl dell'ala ' movimen­
tista ' e ' socialista ' della Nsdap, guadagnandosi la fiducia
dell'esercito e degli ambienti economici ancora diffidenti.
Il 2 agosto muore Hindenburg, e Hitler gli succede, cu­
mulando le cariche di presidente del Reich e di cancelliere.
A Leningrado viene assassinato Kirov; l'assassinio è stato
prob3.bilmente ordito da Stalin. Inizia il grande terrore
staliniano, che culmina negli anni '36-38.
Rudolf Carnap: La .tintQSsi logica del linguQggio.
Karl Popper (n. 1902): Logica dell'indagine.
Henri Bergson: Il pensiero e il movente.
1934 Dopo un periodo trascorso a Ginevra (dove era stata fon­
data una sede dell'Istituto per la Ricerca Sociale), Horkhei-

165
mer, con altri suoi collaboratori, si trasferisce negli Stati
Uniti.
1935 GOring annuncia la creazione dell'aviazione militare tedesca.
Inizio delle persecuzioni antisemite in Germania (leggi di
Norimberga).
L'Italia inizia la campagna etiopica.
La Società de1le Nazioni delibera le sanzioni contro l'Italia.
In Cina, Chang kai-schek diventa presidente della Repub­
blica. Si conclude la • lunga marcia ' e viene fondata la Re­
pubblica popolare dello Shensi.
Johan Huizinga ( 1872-1945): La crisi della civiltà.
1936 Viene stipulato il trattato di alleanza fra Germania e Ita­
lia (asse Roma-Berlino).
L'Italia proclama l'impero, dopo essersi annessa l'Etiopia.
Incomincia la guerra civile in Spagna.
Il Fronte Popolare vince le elezioni in Francia.
Roosevelt viene ridetto presidente degli Stati Uniti.
In Russia, Zinoviev e Kamenev vengono processati e con­
dannati a morte. Il principale capo d'accusa è costituito
dalla loro ' confessione ', estorta con la tortura.
Max Horkheimer cura la pubblicazione degli Studi sull'au­
torità e la famiglia, che contiene, fra gli altri, contributi
dello stesso Horkheimer, di Marcuse e di Fromm.
L. Trotzki: La rivoluzione tradita.
John M. Keynes (1883-1946): Teoria generale dell'impiego,
dell'interesse e della moneta.
Ch. Chaplin, Tempi moderni.
Mostra ' dada ', di surrealismo, cubismo e arte astratta al
Museum of modern art di New York.
1937 Battaglia di Guadalajara in Spagna.
L'Italia si ritira dalla Società delle Nazioni. Mussolini an­
nuncia la politica dell'autarchia. Viaggio di Mussolini in
Germania.
In Russia, Radek e Piatakov vengono processati c condan­
nati a morte.
Taicot Parsons (1902-1979): La struttura dell'azione sociale.
Pablo Picasso ( 1881-1973): Guemica.
19.38 La Germania si annette l'Austria (Anschluss).
Conferenza di Monaco: Hitler ottiene i Sudeti.
Grandi persecuzioni antisemite in Germania: vengono di­
strutti sinagoghe, negozi, abitazioni di ebrei; molti israeliti
vengono assassinati. Agli ebrei viene interdetta qualunque
partecipazione alla vita economica c culturale (è vietato
loro anche l'accesso ai cinematografi, ai teatri, alle confe­
renze, alle mostre, ccc.).
Adorno si trasferisce dall'Inghilterra negli Stati Uniti, a
New York, dove si ricongiunge con Horkheimer e gli altri
membri dell'Istituto per la Ricerca Sociale.

166
In Russia, Bucharin e Rikov vengono processati e condan­
nati a morte.
Negli Stati Uniti si produce il nylon) prima fibra intera­
mente sintetica.
John Dewey: Logica, teoria dell'indagine.
Benedetto Croce: Lo storia come pensiero e come azione.
Jean-Paul Sartre (1905-1980): La nausea.
1939 Morte di papa Pio XI ed elezione di Pio XII.
Occupazione tedesca della Cecoslovacchia. Hitler proclama
il protettorato tedesco sulla Boemia e sulla Moravia.
Azione italiana in Albania.
Patto russo-tedesco di non-aggressione.
Inizia la seconda guerra mondiale con !"invasione tedesca
della Polonia. Danzica viene annessa al Reich .
.3 settembre: viene proclamato Io stato di guerra fra il Reich
e la Gran Bretagna, tra il Reich e la Francia.
Le truppe russe invadono la Polonia. L'esercito polacco,
investito dai tedeschi e dai russi, capitola.
L'Urss inizia la campagna contro la Finlandia.
Finisce la guerra civile in Spagna con la vittoria dei fran­
chisti.
Bertolt Brecht (1898-1956) : Madre Coraggio e i suoi figli.
le uuppe tedesche occupano la Danimarca e iniziano l'oc­
cupazione della Norvegia.
Le truppe tedesche entrano in Belgio, Olanda e Lussemburgo.
Il fronte francese viene infranto dai tedeschi presso Sedan.
L'esercito tedesco tonquista Bruxelles e Anversa.
Le truppe corazzate tedesche giungono ad Abbeville e ta­
gliano in due lo schieramento alleato.
l tedeschi occupano Calais. A Dunkerque gli inglesi inco­
minciano l'imbarco del loro rorpo di spedizione e di alcune
divisioni francesi.
Il Belgio si Arrende nl Reich senza condizioni.
Battaglia dell'Aisne, che segna la disfatta delttesercito fran­
cese.
L'Italia dichiara guerra alla Francia e al Regno Unito.
I tedeschi occupano Parigi. Si forma il ministero Pétain,
che chiede l'armistizio.
Incomincia l'offensiva tedesca contro l'Inghilterra.
Germania, Italia e Giappone concludono un trattato di al­
leanza e di mutua assistenza.
Incomincia la guerra itala-greca.
Roosevelt viene rieletto presidente degli Stati Uniti.
Trotzki viene assassinato a Città del Messico da sicari di
Stalin.
1940 Walter Benjamin si suicida dopo un vano tentativo di
attraversare la frontiera franco-spagnola, per sfuggire ai na­
zisti.

167
Alfred J. Ayer (n. 1910): I fond•menti del/• conoscenz•
empirica.
Ch. Chaplin, Il gr•nde ditt•tore.
Arthur Koestler ( 1 905-1980): Buio a mezz.ogiorno.
Gli inglesi occupano Addis Abeba.
Le armate tedesche invadono la Russia (22 giugno), Ai
primi di settembre i tedeschi assediano Leningrado. Alla
fine di novembre l'offensiva tedesca si arresta sotto Mosca.
7 dicembre: i giapponesi attaccano Pearl Harbour.
8 dicembre: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dichiarano
guerra al Giappone.
11 dicembre: Germania e Italia dichiarano guerra agli Stati
Uniti.
1941 Horkheimer e Adorno si trasferiscono a Los Angeles. Ador­
no inizia un intenso rapporto intellettuale con Thomas
Mann, che aiuta neUa stesura del Doktor Faustus, per la
parte musicale. Marcuse pubblica Ragione e rivoluzione.
Hegel e il sorgere della teoria sociale.
1942 l tedeschi lanciano una grande offensiva in Crimea. Rom­
mel inizia l'offensiva in Cirenaica.
L'esercito inglese si ritira in Egitto. Capitola la guarnigione
inglese di Tobruk.
Ai primi di settembre, i tedeschi iniziano la battaglia per
la conquista di Stalingrado.
Nella regione di El Alamein l'esercito inglese scatena una
vittoriosa offensiva. Le truppe anglo-americane sbarcano in
Algeria e in Marocco.
Le truppe dell'Asse occupano la Tunisia.
Le truppe inglesi conquistano Bengasi.
Il 2 dicembre, a Chicago, Enrico Fermi ( 1901·1954) fa en·
ttare in funzione il primo reattore nucleare.
Joseph Schumpeter (188.3-1950): Capitalismo1 socialismo, de­
mocrazia.
194.3 Churchill e Roosevelt si incontrano a Casablanca e pro­
clamano che la resa dell'Asse dovrà essere incondizionata.
Gli inglesi occupano Tripoli.
A Staiingrado capitola la VI armata tedesca.
Gli Alleati conquistano Biserta e Tunisi; un mese dopo
sbarcano in Sicilia.
Il 25 luglio Mussolini, messo in minoranza al Gran Consi­
glio, viene licenziato dal re e arrestato. Il generale Badoglio
viene nominato capo del governo.
In settembre, l'Italia firma l'armistizio con gli Alleati; i
tedeschi disarmano l'esercito italiano (essi controllano la pe­
nisola fino a Napoli).
Mussolini fonda il Partito fascista repubblicano e assume
la carica di capo della Repubblica sociale italiana.

168
In ottobre, gli .Alleati liberano Napoli; il governo Badoglio
dichiora guerra alla Germania.
Jean-Paul Sartre: L'essere e il nulla.
1944 Gli Alleati sbarcano ad Anzio e a Nettuno.
Vittorio Emanuele III decide di abdicare. Il maresciallo
Bado�lio costituisce un nuovo governo con la partecipazione
dei partiti antifascisti.
Gli Alleati liberano Roma.
Incomincia il lancio, dalle rampe collocate in Germania,
delle V! e V2 sull'Inghilterra.
Le truppe sovietiche avanzano su tutto il fronte: liberano
Minsk e poi Vilno.
Il 25 luglio Hitler esce miracolosatnente illeso da un atten­
tato organizzato da alti ufficiali nel suo quartier generale.
Gli �mericani sfondano le linee tedesche e si dirigono verso
la Bretagna, la Loira e Parigi.
Il 19 agosto Parigi insorge; il 23 agosto gli Alleati libe­
rano Marsiglia e Grenoble.
·Gli Alleati penetrano in territorio tedesco presso Treviri.
I sovietici entrano in Cecoslovacchia e poi liberano Belgrado.
Grande successo americano nella battaglia delle Filippine.
194.5 I sovietici raggiungono l'Oder, a cento chilometri da Ber­
lino.
Conferenza di Yalta (3-11 febbraio) tra Stalin, Churchill
-e Roosevelt, i quali pongono le basi del futuro assetto
internazionale, fondato sulla divisione delle sfere di in­
fluenza fra Je grandi potenze vittoriose.
·Gli americani liberano Colonia e si attestano sul Reno.
Pochi giorni dopo superano il Reno e occupano Bonn.
Occupazione di Coblenza, Worms e Magonza.
Gli americani superano l'Elba e occupano Weimar.
I sovietici conquistano Vienna.
Il 22 aprile incomincia la battagJia di Berlino.
Mussolini viene giustiziato dai partigiani italiani (28 aprile).
Gli americani occupano Monaco.
Il comando delle armate tedesche in ltaHa e in Austria si
arrende senza condizioni.
Il 2 maggio la guarnigione di Berlino si arrende alle truppe
sovietiche. L'ammiraglio Doenitz annuncia che Hitler è
morto, e che egJi gli succede.
Il 6 agosto viene lanciata la prima bomba atomica su Hi­
roshima; il 9 agosto viene lanciata la seconda bomba ato­
mica su Nagasaki. Il lo settembre il Giappone si arrende.
Nella conferenza di San Francisco viene elaborato lo Sta­
tuto delle Nazioni Unite.
Karl Popper: U socìetd o.perta t i suoi nemici.
1946 In Cina incomincia la guerra civile.

169
Churchill pronuncia il discorso di Fulton.
A Norimberga \·engono processati i gerarchi nazisti.
Ernst Cassirer: Il mito dello Stato (pubbl. postumo).
George Orwell ( 1 903-1950): La fattoria degli animali.
1947 L'India acquista l'indipendenza.
Il presidente degli Stati Uniti Truman (succeduto a Roose­
velt, morto nel 194.5) dichiara di essere fermamente deciso
a opporsi ad azioni espansionistiche sovietiche, e garantisce
l'appoggio e l'aiuto degli Stati Uniti ai paesi minacciati
(dottrina Truman),
Gli Stati Uniti varano il Piano Marshall (da attuare nel
quadriennio 1948·51), per aiutare i paesi europei nella loro
opera di ricostruzione.
Si ricostituisce l'organizzazione internazionale dei Partiti co­
munisti sotto la denominazione di Cominform, controli3.ta
e guidata dal Partito comunista dell'Unione Sovietica.
Horkheimer pubblica Eclisse della ragione e, in collabora­
zione con Adorno, DitJlettica dell'illuminismo.
Thomas Mann: Doktor ftJustus.
Albert Camus (1913-1960): La peste.
Ch. Chaplin: Monsieur Verdoux.
1948 Colpo di Stato dei comunisti a Praga, cui segue il suicidio
del ministro degli esteri Masaryk.
Rottura fra Urss e Jugoslavia, Ja quale rifiuta di riprodurre
pedissequamente il modello economico-sociale sovietico. A
partire da questo momento, e negli anni successivi, nei
paesi dell'Est vengono imbastiti grandi processi, che si con­
cludono spesso con condanne a morte, contro eminenti di­
rigenti comunisti accusati di ' titoismo ' {Slansky e Clc:­
mentis in Cecoslovacchia, Rajk in Ungheria, Gomulka i n
Polonia, ecc.).
In Cina le forze comuniste vittoriose proclamano la Re­
pubblica popolare cinese.
1949 A Washington viene firmato il Patto Atlantico, alleanza
milit;&re fra Stati Uniti, Canada e 1.3 nazioni dell'Europa
occidentale.
Viene costituito .iJ Comecon (Consiglio di mutua assistenza
economica) fra l'Urss e i paesi comunisti dell'Europa orien­
tale.
George Orwell, 1984.
1950 Scoppia la guerra di Corea (che terminerà nel 1953). I
rapporti fra Je due grandi potenze si deteriorano grave­
mente e si apre un'epoca di gravi tensioni internazionali.
Negli Stati Uniti iniziano le persecuzioni " maccarthiste ".
Horkheimer e Adorno, dopo diciassette anni di esilio, ri­
tornano in Germania. A Francoforte, essi ricostituiscono
l'Istituto per la Ricerca Sociale.

170
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Vber den Fetischcharakter in der Musik und die Regression
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Fragmente iiber Wagner, in « ZfS », 1939, VIII, 1/2 .
Husserl and the Problem of Idealism, in « Jousnal of Phi­
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Tbeses upon Art and Religion Today, in « Kenyon Review •,

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Dialektik der Aufkliirung, i n collab. con M. Horkheimer,
Amsterdam 1947 (trad. it. Dialettica dell'illuminismo,
Torino 1966).
Pbilosopbie der neuen Musik, Frankfurt 1949 (trad. it. Fi­
losofia della musica moderna, Torino 1959).
Tbe Autboritarian Personality (in collah. con altri), New
York 1950 ( trad. it. La personalità autoritaria, Milano
1973).
Freudian Tbeory and the Pattern of Fascist Propaganda, in

* Le bibliografie dei singoli esponenti della Scuota di Fran­


coforte contengono solo i titoli relativi al periodo della loro at­
tività nell'ambito della Scuola (salvo alcune eccezioni che sono
apparse opportune).

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Psychoanalysis and the Social Sciences, a cura di G.
Roheim, New York 1951.
Minima Moralia: Reflexionen aus dem beschiidigten Leben,
Frankfurt a. M. 1951 (trad. it. Minima moralia, Torino,
1954).
Ref/exionen, in « Aufklarung », 1951, IV, L
Versuch iiber Wagner, Frankfurt a. M. 1952 (trad. it.
Wagner, Mahler, Torino 1966).
Zur Metakritik der Erkenntnis Theorie. Studien iiber Hus­
serl und die phiinomenologischen Antinomien, Stuttgart
1956 (trad. it. Sulla metacritica della gnoseologia. Studi
su Husserl e le antinomie della fenomenologia, Milano
1964).
Soziologische Exkurse, Frankfurt 1956 (in collab. con M.
Horkheimer) (trad. it. Lezioni di sociologia, Torino 1966).
Aspekte der Hegel'schen Philosophie, Berlin-Frankfurt a. M.
1957 (trad. it. Aspetti della filosofia hegeliana, in Tre
studi st1 Hegel, Bologna 1971).
Negative Dialektik, Frankfurt a. M. 1966 (trad. it. Dialettica
negativa, Torino 1970).
Asthetische Theorie, Frankfurt a. M. 1970 (trad. it. Teoria
estetica, Torino 1975).
L'opera di Adorno è vastissima, e comprende, insieme
a molti libri, numerosissimi articoli, brevi saggi, ecc., rac­
colti poi in volumi. Le principali raccolte sono le seguenti:
Prismen. Kulturkritile und Gesellscha/t, Berlin-Frankfurt a. M.
1955 ( trad. it. Prismi. S•ggi sulla critica della cultura, To­
rino 1972); Dissonanxen. Musik in der verwalteten Welt,
Gottingen 1966 (trad. it. Dissonanze, Milano 1959); Noten
zur Literatur, 2 voli. Frankfurt 1958 e 1961 (trad. it. Note
per la letteratura, 2 voll., Torino 1979); Soziologische Schrif­
ten, 2 voli., Frankfurt a. M. 1972 (trad. it. Scritti sociologici,
Torino 1976); Stichworte. Kritische Modelle, Frankfurt a. M.
1969 (trad. it. Parole chiare. Modelli critici, Milano 1974).
L'editore Suhrkamp ha pubblicato le Gesammelte Schriften
di Adorno.

3. Principali scritti su Adorno.

R. Salmi, Introduzione a Th. W. Adorno, Minima moralia,


Torino 1954, pp. XI-LXI.

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AA.VV., Zeugnisse, Th. W. Adorno zum 60. Geburtstag, a
cura di M. Horkheimer, Frankfurt a. M. 1963.
AA.VV., Ober Th. W. Adorno, a cura di K. Oppens, Frank­
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4 . Opere di Walter Benjamin.

Zum gegenwiirtigen gerel/schaftlichen Standort des franzii·


sischen Schriftstellers, in « ZfS • , 1934, III, 1 .
Probleme der Sprachsoziologie, i n « ZfS » , 1935, IV, 3 .
L'oeuvre d'art .l l'époque d e s a reproduction mécanisée, i n
« ZfS • , 1936, V , 1 .

177
Deutsche Menschen: eine Folge von Briefe, Luzern 1 936.
Eduard Fuchs, der Sammler und der Historiker, in « ZfS •,
1937, VI, 2 .
L'opera d i Benjamin consta d i moltissimi articoli, brevi
saggi, lettere, ecc. Una sua raccolta di Schriften, io 2 voli.,
è stata curata da Adorno e Scholem, Frankfurt 1955. Cfr.
inoltre, Zur Kritik der Gewalt und an dere Aufsiit;.e, Frank­
furt 1965; Briefe, 2 voli., a cura di Adorno e Scholem,
Frankfurt 1966. ( In trad. it. cfr. Angelus Novus, Torino
1962; L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tec­
nica, Torino 1966; Avanguardia e rivolux.ione, Torino 1973 ;
Infanzia berlinese, Torino 1973; Lettere 1913-1940, Torino
1978; Il dramma barocco tedesco , Torino 197 1 . )

5 . Principali scritti s u Benjamin.

R. Tiedemann, Studien zur Philosophie Walter Benjamins,


Frankfurt 1965.
E. Bloch, Erinnerungen an Walter Ben;amin, in « Der Mo­
nat )) 1 settembre 1966.
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tuelle, in « Alternative », ottobre-dicembre 1967.
H. Lethen, Zur materialisti.rchen Kunsttheorie Benjamins,
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Dark Times, New York 1968.
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6. Opere di Erich Fromm.

Ober Methode und Aufgabe einer analytischen Sozialpsycho­


logie, in « ZfS », 1932, I , 1 /2 ( rrad. it. in AA.VV., Psi­
coanalisi e marxismo, Roma 1972).
Die psychoanalytische Chorakterologie und ihre Bedeutung
fur die Sozialpsychologie, in « ZfS •, 1932, I, 3 (trad. it.
in op. cii.).
Die sozialpsychologische Bedeutung der Mutterrechtstheorie,
in « ZfS •, 1934, III, 2.

178
Die gesel/scha/tliche Bedingtheit der psychoanalytischen The­
rapie, in « ZfS &, 1935, IV, 3 (trad. it. in op. cit. ).
Studien uber Autoritiit und Familie - Sozialpsychologischer
Teil, Paris 1936 (trad. it. in Studi sull'autorità e la fami­
glia, a cura di M. Horkheimer, Torino 1974).
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9. Principali scritti s u Horkheimer.

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Kultur und Gesellschaft, Frankfurt 1965 (trad. it. Cultura


e società. Saggi di· teoria critica 1 933-1965, Torino 1969:
questo volume raccoglie alcuni dei saggi più importanti
pubblicati da Marcuse sulla « ZfS • negli anni 1933-
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Studien iiber Autoritiit und Familie. Ideengeschichtlicher
Teil, Paris 1936 (trad. it. in Studi sull'autorità e la fa­
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1 928-1955, Bari 1982.

12. Opere di Fried•ich Pollock.

Teoria e pra.ssi dell'economia di piano. Antologia degli scritti


1 928-194 1 , a cura di G. Marramao, Bari 1973 (contiene
la trad. it. dei saggi pubblicati da Pollock sulla « ZfS »
e sugli << SPSS »; il volume contiene anche una biblio­
grafia completa degli scritti di Pollock ).
F. Pollock, A. R. L, Gurland, O. Kirchheimer e H. Marcuse,
Tecnologia e potere nelle società posi-liberali, a cura di
G. Marramao, Napoli 1981 (il volume contiene la trad.
it. del saggio di Pollock Is National Socialism a New
Order? del 194 1 ).

1 3 . Principali scritti s u Pollock.

G. Marramao, Introduzione a Pollock J Teoria e prassi del­


l1economia di piano dt.
G. Marramao, Introduzione a Pollock e altri, Tecnologia e
potere nelle società posi-liberali cit.

1 82
INDICE
Premessa 3

I. L a fondazione dell'Istituto per l a Ricerca Sociale


e la prima formulazione della c teoria critica ' 6

II. Psicoanalisi e marxismo: la psicologia sociale ana-


litica 22

III. Il nazifasdsmo come figlio legittimo del libera-


lismo 39
IV. Gli studi sull'autoriti e la famiglia 54

V. La • teoria critica ' nella seconda metà degli anni


Trenta 75

VI. L'avvento del totalitarismo nell'analisi della ' teo­


ria critica ' 95

VII. Contro la societi tecnologica 110

VIII. Epilogo 134

Cronologia 157

Bibliografia 171

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