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capitolo 1 cultura finanziaria

In tutti paesi occidentali, l’aumento della speranza di vita sta cambiando radicalmente il
modo di concepire il risparmio. In particolare l’allungamento della durata della vita rende
necessario pianificare la costruzione di capitali o rendite disponibili nel momento in cui non
saremo più produttivi, ottenibili tramite strumenti molto semplici come assicurazioni e
previdenza integrativa. Un economia avanzata, necessità di cittadini dotati di una cultura
finanziaria di base, in modo da poter affrontare i cambiamenti.

Nel corso del 2015 è stata stilata una classifica sull’educazione finanziaria (Financial
Literacy Around the World) curata da Standard & Poor’s Ratings Services assieme alla
banca Mondiale, all’istituto Gallup e al Global Financial Literacy Excelence Center della
Geoge Washington University.
Questa classifica denota come l’Italia sia arretrata, non solo ultima rispetto ai paesi facenti
parte del G7, ma bensì al 63° posto alle spalle di Senegal, Benin, Togo, Zambia e
Madagascar.
La ricerca è stata stilata su un campione di oltre 150’000 adulti scelti a caso in più di 140
paesi nel mondo. Le persone selezionate dovevano rispondere a 5 domande a scelta
multipla di natura finanziaria non specifiche.

Questionario Financial Literacy Around the World

1. Suppose you have some money. Is it safer to put your money into one business or investment, or to put
your money into multiple businesses or investments? (b)

a. one business or investment


b. multiple businesses or investments
c. c. don’t know
d. d. refuse to answer

2. Suppose over the next 10 years the prices of the things you buy double. If your income also doubles, will
you be able to buy less than you can buy today, the same as you can buy today, or more than you can buy
today? (b)

a. less
b. the same
c. more
d. don’t know
e. refuse to answer

3. Suppose you need to borrow 100 US dollars. Which is the lower amount to pay back: 105 US dollars or
100 US dollars plus three percent? (b)

a. 105 US dollars
b. 100 US dollars plus three percent
c. don’t know
d. refuse to answer

4. Suppose you put money in the bank for two years and the bank agrees to add 15 percent per year to your
account. Will the bank add more money to your account the second year than it did the first year, or will it
add the same amount of money both years? (a)

a. more
b. the same
c. don’t know
d. refuse to answer
5. Suppose you had 100 US dollars in a savings account and the bank adds 10 percent per year to the
account. How much money would you have in the account after five years if you did not remove any money
from the account? (a)

a. more than 150 dollars


b. exactly 150 dollars
c. less than 150 dollars
d. don’t know
e. refuse to answer

I dati riportati a seguito di questo questionario mostrano come solo il 37% degli italiani sia
capace di rispondere correttamente alle 5 domande proposte, contro il 71% di Danimarca
e Svezia, 67% e il 66% rispettivamente di Gran Bretagna e Germania e il 57% degli Stati
Uniti. Nei paesi sopracitati fin dalla scuola dell’obbligo vengono impartiti corsi di finanza
agli studenti. Il Consumer Financial Protection Bureau ( agenzia del governo Americano a
protezione dei consumatori e nel settore finanziario) ha addirittura stilato le nozioni che un
bambino dovrebbe acquisire alla fine di ciascun ciclo scolastico (elementari, medie e
superiori), mentre in Italia nella maggior parte dei casi uno studente diplomato non
conosce nessun fondamento di base di finanza.

“L’ignoranza finanziaria ha un costo”


La mancanza di alfabetizzazione finanziaria ha un caro prezzo, che spesso si fa fatica a
notare. Uno dei concetti basilari della finanza è l’interesse composto, ossia quello che
invece di essere pagato va ad aggiungersi al capitale, divenendo anch’esso produttivo di
interesse. Secondo il report non conoscere questo concetto porta inevitabilmente a
spendere di più per le transazioni, contrarre debiti maggiori e sostenere maggiori tassi
d’interesse sui prestiti.

Un altro dei concetti più importanti, ma poco affrontato, è proprio l’inflazione, che
nonostante negli ultimi anni sia stata molto modesta, nel lungo periodo è capace di
lasciare un segno indelebile nel portafoglio dei risparmiatori. Non investire i propri soldi ha
un costo, non solo quello derivante dalle commissioni varie, ma anche derivante
dall’aumento dei prezzi, che nel lungo periodo può essere molto significativo riducendo
così la capacità di spesa dei risparmiatori.
capitolo 2: modelli per il rischio e il rendimento

Capital Asset Pricing Model


Il capm è un modello matematico pubblicato da William Sharpe nel 1964, che consente di
individuare una precisa relazione tra rendimento e rischio attesi consentendo
l’individuazione del prezzo, esso si basa su 7 ipotesi di cui le prime tre sono quelle del
modello di Markowitz.
1. Tutti gli investitori sono avversi al rischio ed ambiscono a massimizzare il propria utilità
attesa.
2. Tutti gli investitori in base al criterio “media-varianza” selezionano i propri portafogli in
base al rendimento medio atteso e alla deviazione standard dei rendimenti del
portafoglio stesso.
3. Tutti gli investitori prendono le decisione in base ad un orizzonte uniperiodale.
4. L’orizzonte uniperiodale viene scelto da ciascun investitore
5. Ogni investitore può investire o prendere a prestito senza nessuna limitazione a un
medesimo tasso privo di rischio, il quale è uguale per tutti gli investitori, gli investitori
posso investire combinando attività rischiose con investimento o indebitamento al
tasso risk free.
6. Gli investitori hanno aspettative omogenee circa i rendimenti attesi, le varianze e le
covarianze dei rendimenti attesi di tutte le attività rischiose nelle quali essi possono
investire. Questo comporta che tutti gli investitori hanno le stesse aspettative
sull’andamento di diversi titoli.
7. l’ipotesi fondamentale di partenza è che non esistono né tasse, né costi di transazione
o altre imperfezioni del mercato (ciò assicura la possibilità di arbitraggio in caso di
mispriced).

Tutti gli investitori cercano di massimizzare i benefici della diversificazione tentando di


scegliere i portafogli sulla frontiera efficiente e scartando i portafogli che non si trovano su
essa, ma la frontiera efficiente stimata è identica per tutti gli investitori grazie alle ipotesi 4
e 6.
Una delle ipotesi centrali è l’ipotesi 5, la quale ci dice che l’attività priva di rischio è un titolo
governativo a brevissima scadenza di un emittente default free per il quale non c’è rischio
di interesse data la brevissima scadenza, e non c’è rischio di credito dato lo standing
creditizio dell’emittente. Nell’area euro prenderemo come riferimento il BUBILL (bot
tedesco), mentre nell’area del dollaro prenderemo come riferimento il T-BILL.

Ogni investitore di trova sempre davanti a due tipi di rischio:


• Rischio sistematico: è il rischio implicito di ogni attività finanziaria ed è legato a fattori
macroeconomici e politici che riguardano l’intero sistema economico, si manifestano in
modo più o meno marcato sul prezzo di tutti gli strumenti finanziari. La caratteristica di
questo rischio è che non è eliminabile ma comunque è gestibile tramite derivati di
copertura (hedge derivatives).
• Rischio non sistematico (rischio diversificabile) è legato a fattori specifici dell’impresa o
del mercato e del settore in cui essa opera, ed è completamente eliminabile mediante la
diversificazione.

RISCHIO

rischio non sistematico

rischio sistematico

NUMERI DI TITOLI IN PORTAFOGLIO

Guardandando il grafico si può dedurre che.


• Per un portafoglio ben diversificato lungo la Capital Marker Line il rischio di portafoglio
coincide con il solo rischio sistematico, in quanto la parte non sistematica viene eliminata
con l’aumentare di titoli in portafoglio
• Per un singolo strumento finanziario e per un portafoglio non efficiente il rischio è
esattamente la somma del rischio sistematico e del rischio non sistematico (misurabile
attraverso la deviazione standard)

Il mercato non remunera il rischio specifico, che è facilmente diversificabile e quindi


eliminabile, ma solo il rischio sistematico. Dato che la deviazione standard identifica il
rischio totale la Capital Market Line non è adatta per valutare il rischio che remunera il
mercato.
Il rischio sistematico è definito dal rischio derivante dalla sensibilità del singolo titolo
all’andamento del mercato nel suo complesso.
Nel caso un titolo fosse esposto solamente al rischio sistematico seguirebbe esattamente
l’andamento del mercato, mentre se l’andamento del titolo il cui rischio dipendesse
completamente da fattori specifici non avrebbe alcun legame con l’andamento del mercato
nel suo complesso, più forte sarà il legame fra andamento del titolo e andamento del suo
mercato e maggiore sarà la correlazione fra le due variabili.
Per i portafogli non efficienti e per i singoli titoli dovrà valere una relazione che tenga conto
sia del rischio sistematico sia del coefficiente di correlazione fra i rendimenti del singolo
titolo e rendimento del portafoglio di mercato.

L’equazione riportata è nota come Security Market Line, che è semplicemente la


rappresentazione grafica
del CAPM.
β misura e reattività del rendimento di un titolo, rispetto ai movimenti del mercato.
rf è il rendimento risk free.
ri è il rendimento del titolo.
rm è il rendimento del portafoglio mercato

la Security Market Line ci dice che il rendimento atteso di un qualsiasi titolo o portafoglio
deve essere linearmente proporzionale al suo coefficiente beta.
Abbiamo quattro diversi tipi di titoli:
• Titoli aggressivi β>1 sono caratterizzati da variazioni maggiori rispetto alle variazioni del
mercato, come i titoli hi-tech e i titoli bancari
• titoli il linea con il Market Portfolio β=1 e si muovono in linea con il mercato.
• Titoli difensivi β<1 e le loro variazioni sono minori rispetto a quelle del mercato, come i
titoli farmaceutici e quelli alimentari.
• Titoli super difensivi β<0 e i loro movimenti sono opposti a quelli del mercato.

L’Arbitrage Price Theory (APT)

Ra=λ0+λ1β1+λ2β2+…+λnβn+εi
– Ra è il rendimento effettivo del titolo azionario
– λi sono i rendimenti che remunerano l’esposizione al fattore di rischio
– βi sono i fattori di rischio sistematico
– εi è il fattore di rischio specifico del titolo

L’Arbitrage Price Theory è stato formulata da Stephen Ross nel 1976 con la finalità di
superare i limiti del CAPM.

L’APT consente di definire la relazione che in equilibrio dovrebbe sussistere fra
rendimento atteso e rischio dei titoli azionari sulla base di un meccanismo di riequilibrio del
mercato basato sull’arbitraggio riuscendo così a fare a meno sia dell’ipotesi che tutti gli
investitori valutino i portafogli esclusivamente in termini di rendimento atteso e di varianza,
sia del concetto di portafoglio di mercato tipico del CAPM.
L’APT si caratterizza per la possibilità di vendere i titoli allo scoperto, e che il rendimento
dei titoli azionari sia spiegabile attraverso il modello fattoriale.

• L’utilizzo di un modello multifattoriale che sia efficace nello spiegare la dinamica di un


mercato consente di comprendere meglio i profili di rischio e l’esposizione del proprio
portafoglio. Tra i vari modelli multifattoriali, comunemente si utilizzano quelli che tengono
conto di fattori di tipo macroeconomico e finanziario. Il modello più utilizzato è quello di
Chen, Roll e Ross che si serve di fattori comuni come la variazione della produzione
industriale, la variazione dell’inflazione, il differenziale di rendimento fra titoli
obbligazionari a lungo termine emessi dalle imprese e dallo stato a lungo e breve
termine.
• L’Arbitraggio è un operazione mediante la quale un arbitraggista può ottenere un profitto
senza correre alcun rischio, quindi può essere definito come un investimento nullo che
consente di ottenere un profitto. La composizione di un portafoglio che opera sfruttando
il disallineamento dei prezzi avrà come conseguenza di allineare i prezzi, in maniera
tanto più rapida tanto quanto è più consistente lo sfruttamento di tale arbitraggio. Nel
CAPM il riequilibrio del mercato si basa su un principio di dominanza di un portafoglio
rispetto agli altri e sulla ricomposizione del portafoglio da parte di investitori che cercano
di ottenere la migliore combinazione fra rendimento atteso e deviazione standard,
nell’APT il riequilibrio si fonda su meccanismi di arbitraggio.
- Lo short selling (vendita di titoli allo scoperto) è una strategia speculativa che
presuppone un ribasso di un titolo in futuro. Lo speculatore prenderà a prestito un
titolo che non possiede ( securities lending), venderà il titolo tramite un stop loss
che permetterà di vendere il titolo in caso venga superato il trigger price. Per
coprirsi dall’eventuale rialzo del titolo lo speculatore acquisterà il titolo per poi
restituirlo a chi glie l’ha prestato.

L’APT ha delle differenze importanti rispetto al CAPM:

• L’APT è generalmente in forma multifattoriale e quindi ci sono molteplici fattori comuni in


grado di esprimere il rischio sistematico del titolo, mentre il CAPM ha una formulazione
unifattoriale.
• L’’APT non ha bisogno del market portfolio, infatti quando l’unico fattore comune è
l’andamento del mercato esso è identificato con l’indice di mercato.
• Nel CAPM il principio di riequilibrio è legato al principio di dominanza, nell’APT mediante
arbitraggio.
• La relazione fra rendimento atteso e rischio in equilibrio del CAPM vale per tutti i
portafogli e per tutti i titoli esistenti, per l’APT è ricavata su portafogli diversificati e poi
estesa a quasi tutti i titoli.

capitolo 3: strategie di gestione dei portafogli

Secondo la normativa italiana la gestione dei portafogli azionari ed obbligazionari e


consentita solamente ad intermediari abilitati a cui gli investitori privati fanno rifermento
(banche, sim, SGR e agenti di cambio)

comunemente le strategie di investimento mento si dividono in due categorie:


• Le strategie passive sono caratterizzate dal fine di conseguire un rendimento
predeterminato(rendimento obiettivo). Il rendimento obiettivo può essere conseguito dal
gestore in termini assoluti o in termini relativi (conseguendo lo stesso rendimento del
benchmark di mercato o del rendimento di un indice). Il vantaggio di questo tipo di
strategia è dato dai bassi costi, in quanto non necessitano di analisi e di valutazioni
approfondite.
• le strategie attive sono caratterizzate dall’obbiettivo di conseguire la il rendimento
massimo possibile ponderate per il vincolo di rischio. A differenza delle strategie passive
i costi di gestioni sono elevanti in quanto vi è una continua valutazione ed analisi dei titoli
e del mercato di riferimento.

Come riportato precedentemente le strategie passive possono essere classificate a loro


volta in base all’obiettivo perseguito, che sia relativo o assoluto.
Si parla di Benchmarking quando la finalità è quella di raggiungere lo stesso risultato di un
benchmark di riferimento, come per esempio un portafoglio ideale di titoli di un
determinato settore del mercato mobiliare.
Con tracking error si indica lo scostamento di performance di un'attività finanziaria rispetto
al suo indice di riferimento, o benchmark. La strategia basata sul tracking error è utilizzata
dai gestori di fondi che hanno la necessità di mostrare ai proprio clienti quale parte del
rendimento è dovuto al benchmark di mercato e quale all’abilità del gestore, collocandosi
così al di sopra dei competitors.
Alcuni gestori di fondi hanno l’obbligo di garantire una una rendita certa ai datori di fondi.
Per ottenere questo risultato gli investitori istituzionale utilizzano la strategia
dell’immunizzazione, che può essere utilizzato solo nel caso di portafogli obbligazionari.
La strategia più comune è quella attiva, che come unico obbiettivo ha quello di
massimizzare il rendimento ottenibile all’interno del rischio massimo consentito.

Il ruolo del Benchmark nella valutazione della gestione di un portafoglio è assolutamente


centrale, sia per i gestori che che per gli investitori per valutare la gestione del portafoglio.
Le informazione ottenute tramite il benchmark sono fondamentali per una asset allocation
ottimale, perché in base all’andamento dei diversi mercato avrò la possibilità di scegliere
dove investire e come redistribuire il rischio.
Il confronto a posteriori della performance del gestore con quella del benchmark
rappresenta una delle modalità fondamentali per poter fornire una valutazione compiuta
del suo operato, il confronto può avvenire sotto il profilo del rendimento conseguito e del
rischio assunto.


La scelta tra gestione attiva o gestione passiva viene fatta in base a tre fattori chiave.
Il primo è l’efficienza del mercato, in quanto se il mercato è efficiente battere il benchmark
sarà molto difficile, nel caso fosse inefficiente la probabilità di battere il benchmark
aumenterà sensibilmente. Il secondo fattore è dato dai costi di gestione che nelle
strategie passive, vista l’inesistente attività di stock picking e market timing i costi di
gestione sono limitati, nella gestione attiva invece comporterà costi molto elevati. L’ultima
componente è la propensione al rischio, una gestione passiva comporterà una
performance in linea con il benchmark assicurando all’investitore un rischio minore, al
contrario una gestione attiva può portare ad ottenere risultati di gran lunga migliori o
peggiori rispetto al benchmark ma comportando un rischio maggiore definito active risk.

Il benchmark viene costruito in base alla selezione dei titoli e la ponderazioni di essi al suo
interno, ma oltre a questi due parametri deve anche tener conto dei flussi intermedi
(dividendi) che vengono pagati durante la vita del titolo.

Il FTSE MIB è il principale indice di benchmark dei mercati azionari italiani e comprende i
40 maggiori titoli, con maggiore valore di flottante monetario e con maggiore liquidità
intesa come controvalore medio giornaliero assoluto e relativo, il limite di peso di ciascun
titolo all’interno dell’indice è del 15%.

Nonostante le strategia di benchmarking risultano abbastanza semplici i gestori di fondi si


trovano spesso al di sotto dell’indice di riferimento in quanto vi sono degli elementi che
hanno un costo. I costi di transazione già citati precedentemente gravano sul portafoglio
reale del gestore, ma non vengono considerati al momento della costituzione dell’indice.
Un altro costo sono le commissioni fissate da pagare per ogni transazione e i differenziali
fra quotazioni bid-ask che il gestore subisce. Questo avviene sopratutto nel caso dei
portafogli obbligazionari, in quanto se si volesse davvero seguire fedelmente i pesi dei titoli
nel benchmark sarebbe necessario ribilanciare il portafoglio molto più frequentemente che
nel caso dei portafogli azionari. I principali casi in cui si necessità di un ribilanciamento
sono:
• l’uscita di un titolo dall’indice perché il gestore sarà tenuto a vendere la posizione
detenuta sul titolo e ripartendo tra i titoli residui.
• la di distribuzione di cedole di un titolo presente in portafoglio che porterà a rinvestire
acquistando altri titoli.
• L’emissione di un titolo nuovo incluso nell’indice, in questo caso il gestore sarà nostre a
disinvestire da altri titoli e acquistare quest’ultimo
• Un ulteriore emissione di un titolo già presente nell’indice, costringerà il gestore ad
acquistarne ancora in quanto aumenterà il peso sull’indice.
Le commissioni di gestione e gli oneri fiscali sono altri due elementi che incidono
negativamente sulla performance del fondo, ma che all’interno degli indici non sono
presenti.
Il portafoglio deve detenere una quota investita in liquidità, portando il gestore ad essere
svantaggiato rispetto al benchmark nelle fasi in cui il mercato sale e avvantaggiato nelle
fasi in cui il mercato scende. Questo problema di liquidità può essere risolto tramite due
soluzioni: La prima è selezionare un benchmark composto al 90/95 % da un indice di
mercato azionario e per la quota rimanente da un indice di mercato monetario (così
facendo una quota di investimento in liquidità è prevista anche nel benchmark)
la seconda soluzione si attua quando il benchmark è rappresentato al 100% da un indice
azionario, e si può ricorre ai futures che consentano di assumere una posizione
speculativa rialzista pari alla quota detenuta in liquidità senza sostenere un esborso
immediato di denaro così il fondo può coprirsi dal rischio di avere performance inferiori al
benchmark nelle fasi di rialzo.

Illustrazione di alcune tecniche di gestione passiva.


La full replication consiste nel acquistare esattamente gli stessi titoli presenti nel
benchmark, e viene applicata quando l’indice da replicare contiene relativamente pochi
titoli caratterizzati da grande liquidità.Questa strategia è relativamente stabile come
composizione e le dimensioni del portafoglio replicante sono sufficientemente grandi. Il
numero limitato e le dimensioni elevate fanno si che si possa realizzare una buona
approssimazione dei pesi delle attività in portafoglio ai pesi del benchmark, la stabilità
implica una minore necessità di ribilanciamento e la grande liquidità consente di ridurre i
costi di transazione a carico del gestore. Questo tipo di strategia è più praticabile nel caso
di portafogli azionari, dove il gestore si confronta con indici di soli prezzi e i dividendi
incassati , che non compaiono nel benchmark, possono contribuire a compensare,
rendendole meno visibili, le commissioni di gestione. La full replication si adotta
unicamente quando si intende replicare un indice parziale di blue chips, che consente di
mantenere il numero di titoli in portafoglio entro limiti ragionevoli.
La Synthetic full replication è una strategia prevede di replicare l’andamento dell’indice
attraverso contratti di swap con i quali le parti si scambiano la performance rilevata da un
dato indice sottostante applicata ad un predefinito capitale nozionale.
Il sampling è una strategia di replica di un indice che prevede l’acquisto di un campione
simile al bench mark.

Illustrazione strategie attive in portafogli azionari.


Il market timing è la strategia che prevede di ottenere risultati migliori rispetta a quelli del
benchmark cambiando il grado di esposizione del portafoglio in base a come andrà a
modificarsi il mercato (acquistando prima di un rialzo e vendendo prima di un ribasso).
Questo porterà il gestore a scegliere un beta maggiore di uno nelle fasi di rialzo del
mercato (fase di bullish). Al contrario il gestore sceglierà un beta minore di uno in caso di
ribasso del mercato(fai di bearish) per attenuare le perdite possibili. la strategia del market
timing prevede solo un rischio di tipo sistematico.
Stock picking (security selection) strategia che si basa sulla efficacia attività di
selezione delle azioni da inserire nel portafoglio. Un esempio è la disciplined stock
selection, in cui la selezione attiva dei titoli è soggetta ad un beta di portafoglio pari a 1 e
di mantenere la stessa composizione del benchmark, in quanto gestore punta a dar
maggior peso ai titoli più favorevoli presenti nel benchmark e a ridurre la quota dei titoli
con aspettative meno favorevoli.
Sector o Group rotation è una strategia basata sulla modifica della composizione
settoriale dei titoli in portafoglio o dei gruppi di titoli in portafoglio. Il gestore varia i pesi
relativi dei diversi settori rispetto ai pesi che ciascuno di essi assume nel indice che ha
preso a riferimento. Un aspettativa di performance maggiori di un certo settore o gruppo fa
si che il gestore aumenti il peso di esso nel suo portafoglio e viceversa. i possibili gruppi
sono tre:
• Titoli Value sono titoli appartenenti a settori con limiti alla capacità di crescita, hanno
dividendi alti, mentre gli indici di P/E e di P/BV bassi.
• Titoli Blend o Core sono gruppi di titoli intermedi.
• Titoli Growth sono titoli appartenenti a settori con grandi opportunità di crescita, 

hanno dividendi bassi o nulli mentre gli indici P/E e P/BV sono molto alti.
Per convenzione i gestori utilizzano una tabella (equity style box) che combina i tre settori/
gruppi di azioni con la dimensione della società in cui si investe.

dimensioni
Equity style
box

gruppi Large cap medium cap Small cap


value Strategia meno Strategia meno Strategia
rischiosa in rischiosa in intermedia
termini relativi termini relativi
blend o core Strategia meno Strategia Strategia più
rischiosa in intermedia rischiosa in
termini relativi termini relativi
growth Strategia Strategia più Strategia più
intermedia rischiosa in rischiosa in
termini relativi termini relativi

Gli investitori istituzionali useranno le nove caselle ottenute come una considerazione
centrale per i loro obiettivi di gestione del portafoglio. Questa tabella è molto utile in quanto
consente agli investitori di confrontare i fondi comuni di investimento tra loro in base ai
criteri riportati.

Illustrazione strategie di gestione attiva nei portafogli obbligazionari.


il valore aggiunto di una gestione attiva può derivare da una diversa esposizione al
rischio di tasso d’interesse rispetto al benchmark che viene misurata dalla duration. Il
gestore assumerà una duration superiore a quella del benchmark nel momenti in cui si
attende un ribasso dei tassi d’interesse. Se si realizzasse il portafoglio registrerebbe un
rialzo del valore di mercato dei titoli più consistente rispetto al benchmark al contrario se si
attendesse un rialzo.
La gestione può beneficiare anche da una diversa selezione dei titoli rispetto al
benchmark inserendo all’interno del portaolio sia titoli con rating primari
(Government Bond) si quelli con rating inferiore ma che offrono rendimenti
maggiori.
Un altra strategia comune per i gestori è quella di acquistare titoli con
caratteristiche tecniche diverse rispetto a quelli del benchmark, ad esempio
acquistano titoli equity linked che sono obbligazioni il cui rendimento è legato
all’andamento di un indice di mercato.
È possibile distinguere 9 strategie rappresentabili con il fixed incombe style box che
derivano dalle combinazioni fra le fasce di durato e la qualità del portafoglio crediti. 


fixed income fasce di


style box duration
Qredit Quality short intermediate Long
hight strategia meno strategia meno strategia
rischiosa in rischiosa in intermedia
termini relativi termini relativi
medium strategia meno strategia strategia più
rischiosa in intermedia rischiosa in
termini relativi termini relativi
low strategia strategia più strategia più
intermedia rischiosa in rischiosa in
termini relativi termini relativi
la tabella riportata (fide income style box) fornisce una rappresentazione visiva delle
caratteristiche degli investimenti a reddito fisso. Questo schema è stato creato da
Morningstar e vengono comunemente utilizzate per i fondi comuni di investimento, ma
sono comunque uno strumento prezioso che gli investitori possono utilizzare per
determinare le strutture di rischio/rendimento dei loro investimenti a reddito fisso.

Per verificare se le strategie(attiva, semi-attiva, passiva) utilizzate dai gestori si sono


mantenute entro il limiti di rischio(active risk) e quanto siano state attinenti rispetto alla
performance del benchmark (active return). La il modo più immediato per confrontare
quanto il gestire abbia replicato il benchmark consiste nell’analisi storica dei rendimenti
giornalieri e mensili del portafoglio e del benchmark.
• Tracking error (TE) =∑ (rfondo-rbenchmark)/N

Dove rfondo e rbenchmark sono la differenza fra il rendimento del portafoglio e il rendimento
del benchmark.tracking error medio consente di comprendere se il fondo ha seguito o
meno una performance pari a quella del benchmark

• Tracking Error Volatility (TEV)=

è la deviazione standard del tracking error, quindi la volatilità relativo (rispetto al


benchmark) di un portafoglio.
Una maggiore TEV consente di individuare i portafogli che hanno assunto una
politica di gestione significativamente differente rispetto al benchmark, senza dire
nulla sulla maggiore rischiosità. Infatti portafogli che si discostano dal benchmark
possono aver adotto politiche più caute e quindi in un minor rischio sia più
aggressive e quindi un rischi maggiore.

tel annuallizate gestori

0%-3% Passivi

3%-6% Semi-Attivi

6%-12% Attivi

>12% Traditori
Capitolo 4: prodotti finanziari nel breve-medio periodo

All’interno dei mercati finanziare vieni considerato “breve periodo” un lasso di tempo che
va da uno a due anni, mentre il “medio periodo” ha una durata massima di cinque anni.
Questa classificazione e puramente convenzionale, in quanto spesso la durata
dell’investimento può essere interrotta dall’investitore.

La scelta di mostrare prodotti con durata medio breve è dettata dalla generale preferenza
per la liquidità degli investitori.

azioni
Un azione è un titolo rappresentativo del capitale di una società, e il possessore è definito
azionista.
Le azione azioni ordinarie sono caratterizzate dalla facoltà di dare al portatore un
dividendo periodico e di essere liquidato in caso di fallimento della società.
Il rendimento di una azione è collegato al suo andamento del suo valore e agli eventuali
dividendi ottenuti.
Investire nel mercato azionario nel breve periodo può essere abbastanza difficile a causa
delle oscillazioni del mercato, infatti la tendenza per chi investe nell’azionario è quella di
avere un preferenza temporale abbastanza lunga.
Chi investe nel breve periodo nel mercato azionario solitamente viene definito speculatore.
Questa categoria di investitori detengono i titoli per periodi brevissimi ottenendo un
guadagno dalle oscillazioni del prezzo del titolo, e quindi non sono interessati a futuri
dividendi.

Obbligazioni

Le obbligazioni sono titoli di debito emessi da un emittente (stato o società) che attribuisco
al detentore un diritto di rimborso alla scadenza oltre all’interesse calcolato sulla somma
prestata.
Lo scopo delle obbligazioni e quello di trovare liquidità all’interno del mercato. A differenza
delle azioni vengono ritenute uno strumento finanziario più sicuro ma a con un rendimento
inferiore.
Il rendimento delle obbligazioni è legato al rischio di insolvenza dell’emittente, in quanto
all’aumentare del rischio aumenta il rendimento del titolo.
Il mercato obbligazionario è principalmente composto da titoli di stato (government bond)
che sono soggetti alla valutazione delle agenzie di rating.
Esistono obbligazioni con durate molto diverse dai 3 mesi a 30 anni.
I titoli obbligazionari con durata minore sono i BOT (Buoni Ordinari del Tesoro): Sono i titoli
a breve termine in quando possono durare 3,6 o 12 mesi. Sono privi di cedole e quindi il
loro rendimento è dato dallo scarto di emissione ( differenza tra il rimborso a scadenza e il
prezzo d’acquisto).