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4 Geografia e cartografia storica:Emanuele Paratore 21/11/16 08:32 Pagina 755

CARLA DEL ZOTTO*

LE ISOLE DEL NORD E IL CRISTIANESIMO


NELL’ALTO MEDIOEVO

La Carta Marina di Olaus Magnus, stampata a Venezia nel 1539, è


considerata la prima mappa dettagliata della Scandinavia, comprensiva
dei maggiori gruppi di isole, le Færøer, le Orcadi e le Shetland, e anche
di un’isola immaginaria chiamata Tile. Il suo autore, un ecclesiastico sve-
dese che fu formalmente l’ultimo arcivescovo cattolico di Uppsala1, im-
piegò dodici anni per realizzarla durante il suo soggiorno in Italia. Olaus
Magnus giunse a Roma nel 1524 insieme al fratello maggiore, Johannes
Magnus, per un’ambasceria presso il papa Clemente VII su incarico del
re Gustav Vasa, ma a causa della Riforma introdotta in Svezia nel 1527,
Olaus Magnus trascorse il resto della sua vita in esilio, dedicandosi alla
ricerca storica. Nel 1555 portò a termine un’ imponente storia dei popoli
nordici, la Historia de gentibus Septentrionalibus, articolata in ventidue
libri, che rappresenta anche un commento alla Carta Marina fondato
sulla tradizione antica e l’enciclopedismo medievale. Ad esempio, nel
secondo libro della Historia (cap. 5) si trova la descrizione di una rupe
chiamata Monaco del mare (de rupe Monachi marini), situata a sud del-
le isole Færøer, che offre un porto sicuro per i naviganti. La xilografia
mostra una roccia simile alla tonaca di un monaco e sulla destra una na-
ve che ha fatto naufragio e un corvo che sorvola l’isola. Nella Carta, vi-
cino alle isole Fare e Tile sono raffigurati alcuni mostri marini e un gran
numero di mirabilia è presente su tutta la mappa. Una tale abbondanza
di dettagli visivi e icone potrebbe essere interpretata come il risultato di
un horror vacui. In realtà, per Olaus Magnus, i mostri così come le navi
hanno un sensus spiritualis e rappresentano i pericoli cui il cristianesimo
andava incontro nelle regioni settentrionali a causa della Riforma. Nella
Carta Marina, il Nord sembra così separato dalla Chiesa di Roma da un
mare di eresia (Knauer, 1981, 41-47). Nella cartografia medievale i nomi

*
Sapienza Università di Roma – carla.delzotto@uniroma1.it
1
Papa Paolo III, nel 1544, consacrò Olaus arcivescovo di Uppsala, come successore di
suo fratello (Knauer 1981, 24).
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delle isole Færøer (Farei) e Orcadi compaiono per la prima volta nella
mappa di Hereford del 1300 circa, in seguito alle nuove conoscenze
geografiche introdotte da Adamo di Brema. Nei Gesta pontificum Ham-
maburgensis ecclesiae, composti intorno al 1050, il chierico tedesco de-
dica un ampio excursus alle terre nordiche, grazie ai racconti di un in-
formatore privilegiato, il re danese Sven Estridsen (Del Zotto, 2005, 798-
805). Tuttavia l’isola chiamata Farria, che Adamo menziona in tre diver-
se occorrenze, non sembra possa essere identificata con le Færøer, ma
più verosimilmente con l’isola di Helgoland (Young, 1979, 59-61).
La scoperta delle Færøer è tradizionalmente attribuita a monaci irlan-
desi, intorno al 650 (Young, 1979, 2). All’epoca, i monaci irlandesi nelle
loro peregrinazioni per mare a bordo di semplici imbarcazioni di pelle
(curach) erano alla ricerca di luoghi isolati per dedicarsi alla preghiera,
contribuendo al tempo stesso alla diffusione della nuova fede, sia pur
nella forma di un cristianesimo insulare, fondando nelle isole tra Irlanda
e Scozia un monastero dopo l’altro. San Brendano, uno dei primi santi
irlandesi, è principalmente noto per un viaggio leggendario durato sette
anni, descritto nella Navigatio sancti Brendani abbatis dell’ottavo seco-
lo. Le numerose versioni della Navigatio raccontano la sua traversata
dell’Oceano Atlantico insieme a quattordici confratelli alla ricerca della
Terra repromissionis, il Paradiso Terrestre situato in un’isola meravigliosa
dell’estremo Occidente. Nel corso del viaggio, Brendano sarebbe anche
sbarcato su un’isola mobile che si sarebbe poi rivelata un gigantesco
mostro marino chiamato Jasconius2. Un’avventura comune ad altre tradi-
zioni letterarie e attestata già nel Physiologus.
Nel nono secolo, il monaco irlandese Dicuil, autore del Liber de men-
sura orbis terrae, scrive che alcuni anacoreti irlandesi scoprirono un pic-
colo arcipelago, presumibilmente le Færøer, e vissero in quelle isole de-
serte per circa cento anni, malgrado egli non sia in grado di indicare la
data precisa di inizio o fine di quell’insediamento. È possibile che l’arri-
vo di scandinavi, forse già verso la metà del settimo secolo, nelle Shet-
land (Ballin Smith, 2007, 287-297) abbia spinto gli eremiti irlandesi più
lontano, verso isole ancora inesplorate e disabitate: le Færøer, tra il 670
e il 770, e l’Islanda nel 795. Nella sua opera, Dicuil descrive il viaggio da
lui stesso compiuto nelle isole a nord-ovest e a nord dell’Inghilterra,
identificabili con le Ebridi e le Orcadi; menziona poi alcune isole setten-
trionali, chiaramente le Færøer, sconosciute nelle fonti antiche da lui uti-

2
Il nome deriverebbe dal celtico jasc «pesce» (Bartoli, 1994, 31, n. 3).
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lizzate (De mensura, VII, 6). In merito all’Islanda (Thule), Dicuil integra
le notizie di Pitea, Plinio e Isidoro, con i racconti dei confratelli che ave-
vano trascorso un periodo di tempo su quell’isola. La sua affermazione
«Trigesimus nunc annus est», sui monaci irlandesi che si trovavano in Is-
landa intorno all’anno 795, trova conferma nell’Íslendingabók («Il Libro
degli Islandesi») di Ari Thorgilsson, scritto tra il 1122 e il 1133:
L’Islanda fu colonizzata dalla Norvegia all’epoca di Harald Bellachioma [...] 870
anni dopo la nascita di Cristo [...] Allora c’erano dei cristiani, che gli uomini del
Nord chiamano papar, ma poi essi andarono via, perché non volevano stare
con i pagani; e lasciarono libri irlandesi e campane e bastoni ricurvi (pastorali).
Da ciò si poteva capire che erano irlandesi (Íslendingabók, 1)3.

Agli inizi del nono secolo, l’opera di Dicuil rappresenta un notevole


passo avanti nella conoscenza geografica del Nord, in confronto agli
autori classici e medievali. Il franco Eginardo, che aveva ricevuto la sua
formazione a Fulda, uno dei più importanti centri culturali dell’Alto me-
dioevo, nella Vita Caroli (cap. 12) descrive ancora il Mar Baltico come
un grande golfo di ampiezza sconosciuta, contenente molte piccole iso-
le e una più grande, chiamata Scandinavia. Nondimeno, tutto ciò che
sappiamo sulla vita di Dicuil è quello che può essere dedotto dalla sua
opera. Probabilmente egli visse in uno dei numerosi monasteri irlandesi
sorti nell’impero franco. Dalla fine del sesto secolo, quando san Colom-
bano di Bangor e i suoi compagni fondarono Luxeuil in Gallia, San
Gallo sul lago di Costanza e Bobbio in Italia, i monaci irlandesi percor-
sero infaticabilmente l’Europa e raggiunsero un singolare primato nella
creazione di monasteri, nella predicazione e nell’insegnamento. Nondi-
meno, il monachesimo irlandese considerava la vita contemplativa co-
me la forma più alta dell’esperienza religiosa: numerose vitae racconta-
no di monaci e abati che vollero lasciare il monastero per vivere come
anacoreti. Adamnano, abate di Iona nel 679, descrive nella Vita sancti
Columbae (II, 43) il secondo viaggio del monaco Cormac, che alla ri-
cerca di un deserto nell’oceano giunse nelle Orcadi, e un suo terzo pe-

3
La voce è un prestito dal lat. papa, forse tramite l’irlandese, e vale «monaco», «eremita». La
presenza in Islanda è anche attestata da toponimi, quali Papey, Papafjörðr, Papafell (Del Zot-
to, 2010, 14). Quanto allo spontaneo abbandono di libri e altri arredi liturgici da parte dei
monaci irlandesi, appare assai più verosimile che tale abbandono sia stato la conseguenza del-
l’uccisione dei monaci da parte dei vichinghi (Pálsson, 1996, 37). L’affermazione di Ari che l’Is-
landa fu colonizzata dalla Norvegia sembra aver rappresentato una pietra miliare per quella
storiografia nordica tesa a enfatizzare l’elemento norvegese e a passare sotto silenzio la com-
ponente di vichinghi ribelli, prigionieri e schiavi provenienti dalle isole occidentali.
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riglioso viaggio fino ai limiti dell’umano peregrinare nelle regioni set-


tentrionali.
Il monachesimo irlandese, prima che sul continente, si propagò in
Scozia, nelle isole settentrionali e in Inghilterra. Al monaco missionario
di stirpe regale, Columba, venerato come uno dei dodici apostoli d’Irlan-
da, si deve la conversione della Scozia. Nel 563, dopo aver lasciato l’Ir-
landa insieme a dodici compagni, Columba approdò sulla piccola isola
di Iona delle Ebridi Interne, nel regno gaelico del Dalriada4, e vi fondò
un monastero che divenne ben presto un’importante abbazia. Da lì il
cristianesimo giunse in Scozia e nei regni settentrionali dei Pitti5. Adam-
nano riferisce che Columba chiese al re dei Pitti, Brude mac Maelchon,
in presenza del regulus delle Orcadi, di garantire l’incolumità di Cormac
e dei confratelli quando fossero giunti nelle Orcadi6.
Nel 635, Aidan, un altro monaco irlandese proveniente da Iona, fon-
dò un monastero sull’isola di Lindisfarne, al largo della costa nord-orien-
tale dell’Inghilterra, su richiesta di Oswald, re di Northumbria. Di Aidan,
ricordato come l’apostolo della Northumbria, e di re Oswald, santo e
martire, offre una dettagliata descrizione Beda il Venerabile nella sua Hi-
storia ecclesiastica gentis Anglorum. Negli anni antecedenti alla missione
di Aidan, la Northumbria che era già stata convertita al cristianesimo di-
venne di nuovo pagana. All’epoca, il giovane Oswald aveva trovato rifu-
gio, in esilio, nel monastero di Iona, e nel 634, non appena egli ricon-
quistò il trono di Northumbria, chiese che l’abate di Iona inviasse mis-
sionari per convertire il paese. Un primo tentativo di evangelizzazione
da parte del vescovo Corman non ebbe successo anche per la durezza
dei suoi modi e Aidan lo sostituì nel 635. Intanto re Oswald aveva riuni-
ficato sotto il suo potere i due regni northumbrici di Bernicia e Deira,
dopo aver sconfitto il barbaro Cadwallon7, ed era divenuto il più impor-

4
Il Dalriada comprendeva la parte settentrionale dell’Ulster, le Ebridi Interne e la costa
nord-occidentale della Scozia. Gli Annali dell’Ulster registrano nel 580 una spedizione di Ae-
dan mac Gabran, re degli Scoti del Dalriada, nelle Innsi Orc (le Orcadi).
5
Anche Beda (Historia ecclesiastica, III, 4) riferisce la predicazione di Columba tra i Pitti
settentrionali, separati dai Pitti meridionali da impervie catene montuose; questi ultimi sa-
rebbero stati convertiti alla nuova fede dal vescovo britanno Nynia. Nell’Historia Brittonum
(cap. 12) Nennio menziona il regno dei Pitti nelle Orcadi come base per incursioni e inse-
diamenti nella Britannia occidentale.
6
L’episodio è narrato nella Vita sancti Columbae, II, 43. Gli Annali dell’Ulster registrano
la morte di Brude (Bridei) mac Maelchon nell’anno 584.
7
Cadwallon, re di Gwynedd (la regione nordoccidentale del Galles che si affaccia sulla
baia di Liverpool), cercò di riaffermare il dominio britanno sul nord dell’Inghilterra ma fu
ucciso nella battaglia di Denisesburna (Beda, Historia ecclesiastica, III, 1).
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tante sovrano anglosassone, re di Pitti, Britanni, Scoti e Angli. Secondo


Adamnano (Vita sancti Columbae, I, 1), Columba apparve in sogno a
Oswald indicandogli la strategia per vincere Cadwallon e il suo grande
esercito. Beda narra invece che Oswald, prima della battaglia, innalzò
una croce in onore di Dio affinché gli concedesse la vittoria. E dopo
aver trionfato in battaglia, desiderando ricondurre il popolo dall’aposta-
sia alla fede cristiana, re Oswald accompagnò come interprete il vescovo
Aidan nella sua attività di evangelizzazione, poiché il presule non cono-
sceva il dialetto northumbrico, mentre Oswald comprendeva l’irlandese,
appreso a Iona durante l’esilio. Oswald fu ucciso in battaglia, a Maser-
field, dal pagano Penda, re dei Merciani e antico alleato di Cadwallon. Il
suo corpo fu decapitato e privato del braccio destro per volere di Pen-
da, che esibì la testa e la mano del re come trofeo; Oswiu, il fratello di
Oswald, recuperò quei resti e li portò nella chiesa di Lindisfarne e a
Bamburgh. E le reliquie del re, come narra Beda (Historia ecclesiastica,
III, 9-13), produssero numerosi miracoli.
Nel sesto secolo, l’evangelizzazione della Gran Bretagna, considerata
allora la terra settentrionale più remota, fu realizzata non solo dai mona-
ci irlandesi ma anche da missionari inviati da Roma. Secondo Beda, nel
596 – circa centocinquant’ anni dopo l’arrivo in Britannia delle tribù ger-
maniche di Angli, Sassoni e Juti dal continente – papa Gregorio Magno,
come sollecitato da una ispirazione divina, inviò Agostino e altri monaci
a predicare la parola di Dio nella terra degli Angli. La prima missione ro-
mana non fu senza difficoltà. Agostino e i suoi compagni a metà del
viaggio furono paralizzati dal terrore e iniziarono a pensare di tornare
indietro, piuttosto che continuare il cammino verso una nazione barbara
e feroce, di cui non comprendevano nemmeno la lingua. Papa Gregorio
mandò loro una lettera di incoraggiamento e Agostino e gli altri monaci,
che nel frattempo avevano preso interpreti dal popolo franco secondo le
indicazioni del pontefice, furono accolti favorevolmente dal re del Kent,
Ethelbert. Sua moglie, la regina Bertha, apparteneva alla famiglia reale
dei Franchi ed era già cristiana. Re Ethelbert permise ai missionari di Ro-
ma di stabilirsi a Canterbury e di predicare e Agostino divenne il primo
arcivescovo di Canterbury. Il re stesso accettò di convertirsi e fu battez-
zato e – conclude Beda – nel corso di pochi mesi decine di migliaia di
uomini e donne del Kent abbracciarono la vera fede (Historia ecclesia-
stica, I, 23-26). Peraltro, all’arrivo dei primi missionari da Roma nel 597,
le Isole britanniche non erano del tutto pagane. Una Chiesa britanna già
esisteva in Irlanda e in Inghilterra grazie all’evangelizzazione di san Pa-
trizio, anche se quel cristianesimo insulare sembrava troppo indipenden-
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te e in qualche modo eretico alla Chiesa di Roma. Beda riferisce ampia-


mente sui temi controversi, come il calcolo della data della Pasqua, la
tonsura monastica, le differenze liturgiche e gerarchiche, e l’episodio
dell’incontro di Agostino con i vescovi britanni nel luogo poi chiamato
«la quercia di Agostino» illustra in modo esemplare le divergenze e le in-
compatibilità tra le due Chiese (Historia ecclesiastica, II, 2-4). Inoltre, i
missionari inviati da Roma operarono esclusivamente nella Britannia ro-
manizzata, mentre furono i monaci irlandesi a evangelizzare i territori
settentrionali dell’Inghilterra.
Quasi sessant’anni dopo la morte di Beda, l’isola di Lindisfarne, dove
Aidan nel 635 aveva fondato una cattedrale, fu attaccata dai vichinghi,
mentre Iona fu devastata nell’802 e poi nell’806 (Ó Corraín, 2008, 428). Se-
condo gli Annali dell’Ulster nell’anno 794 «i pagani devastarono tutte le
isole della Britannia»8. Un primo scontro con gli uomini del Nord è registra-
to a Portland nel 789, sotto il regno di Beorhtric, re dei Sassoni occidentali9,
ma per convenzione il raid di Lindisfarne segna l’inizio dell’età vichinga:

AD 793. In questo anno accaddero terribili prodigi nella terra di Northumbria,


spaventando a morte il popolo: vi furono immensi bagliori di fulmini e draghi
fiammeggianti furono visti volare per l’aria. A questi segni seguì immediata-
mente una grande carestia e poco dopo l’8 giugno razzie di uomini pagani
devastarono impietosamente la chiesa di Dio a Lindisfarne con saccheggio e
strage10.

Alcuino di York, che si trovava alla corte di Carlo Magno, in una let-
tera inviata all’arcivescovo Higbald e alla comunità monastica di Lindi-
sfarne deplora la distruzione arrecata dalla gente pagana come un casti-
go inviato da Dio per i peccati degli uomini e l’inosservanza di una vita
conforme all’ideale monastico da parte dei monaci. Egli esorta comun-

8
Nelle cronache latine e in volgare i vichinghi sono indicati come «pagani», «pirati»,
Nordmanni o Dani. In quest’ultimo caso, entrambi gli etnonimi indicano genti nordiche in
generale e non fanno riferimento a una precisa entità politica.
9
La Cronaca anglosassone riporta, quasi riecheggiando il passo sull’arrivo delle tribù
germaniche nel 449, che nell’anno 787 [789] apparvero le prime navi danesi che devastaro-
no le terre della stirpe degli Angli. In realtà non fu un vero raid. L’equipaggio vichingo ucci-
se il sovrintendente del re, Beaduheard, che voleva costringerli a presentarsi al re, a Dor-
chester, per dichiarare lo scopo del loro arrivo.
10
Il passo tradotto dipende dal Ms. E (MS Laud 636, Bodleian Library, Oxford) della
Cronaca anglosassone (Jebson, 1994-2006). Nel manoscritto anglosassone l’indicazione vi id
Ianr [8 gennaio], è considerata un errore scribale da emendare in vi id Iun [8 giugno], data
confermata anche dagli Annali di Lindisfarne.
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que i fratelli a non disperare e a confidare in Dio e promette di adope-


rarsi con l’aiuto del re dei Franchi per salvare i giovani fatti prigionieri e
portati via dai vichinghi (Dümmler, 1895, 56-58). La promessa di Alcuino
non si realizzerà, diversamente da quanto si verificò con Gregorio Ma-
gno secondo il racconto di Beda (Historia ecclesiastica, II, 1).
Narra il Venerabile, utilizzando una leggenda verosimilmente nata in
Northumbria, che Gregorio Magno, mentre era ancora un semplice mo-
naco, si ripromise di partire come missionario per evangelizzare l’Inghil-
terra, dopo aver visto alcuni giovani di Deira, esposti in vendita come
schiavi al Foro Romano. Tale proposito era così forte che Gregorio chie-
se al papa Pasquale II il permesso di recarsi quanto prima a convertire
gli Angli al cristianesimo. L’origine northumbrica di tale leggenda, ripor-
tata da Beda, si evince facilmente dal gioco di parole costruito su Angli
e angeli, Aella e alleluia, Deira e de ira:

Si racconta che un giorno dei mercanti da poco arrivati esposero alla vendita
nel foro molte merci, e si raccolse una folla di compratori. Venne anche san
Gregorio, e vide che fra le altre mercanzie erano stati messi in vendita dei gio-
vani schiavi, bianchi di corpo e belli d’aspetto, e con una splendida capigliatu-
ra. La storia racconta che Gregorio, nel vederli, chiese da quale regione o terra
provenissero, e gli fu risposto che venivano dall’isola di Britannia, i cui indige-
ni avevano appunto tale aspetto. Egli chiese allora se gli abitanti dell’isola fos-
sero cristiani [...] e chiese quale fosse il nome di quel popolo. Gli fu risposto
che si chiamavano Angli; e lui: «Il nome è appropriato, perché hanno l’aspetto
di angeli; ed è giusto che partecipino nei cieli all’eredità degli angeli. Come si
chiama esattamente la regione da cui provengono?». Gli fu risposto che gli abi-
tanti di quella regione si chiamavano Deiri. «Giusto!» commentò, «Deiri, cioè
dall’ira, strappati dall’ira e chiamati alla misericordia di Cristo! Come si chiama
il re di quella regione?» Gli fu detto che si chiamava Ælle. E lui, giocando sul
nome: «L’Alleluia» disse, «la lode a Dio creatore, deve essere cantato in quelle
terre!» (Chiesa, 2008, I, 179).

Tuttavia Gregorio Magno non potè lasciare Roma e, diventato papa, affi-
dò ad Agostino la missione per la Britannia.
I vichinghi non furono i primi stranieri né i primi pagani ad attaccare
le Isole britanniche; li avevano preceduti i Romani e le tribù germaniche
nel 449, cui si deve il cambiamento del nome Britannia in England (En-
gla-land), la «Terra degli Angli»11. Tuttavia, a differenza dei precedenti

11
Come è noto il lat. Britannia, corrisponde al Pretaniké attestato da Pitea di Marsiglia
nel 325 a. C., affine al gallese Prydain; il nome è etimologicamente connesso con un termi-
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invasori, gli scandinavi toccarono luoghi mai raggiunti dai Romani, e là


dove si insediarono si assimilarono rapidamente con la popolazione lo-
cale. In questo processo di rapida fusione con le genti celtiche rientra
anche la precoce conversione al cristianesimo dei vichinghi stanziatisi
nelle aree settentrionale e occidentale dell’Inghilterra, abitate da Pitti e
Scoti, che erano cristiani già dalla fine del sesto secolo (Wainwright,
1962, 111-113). L’odierna regione scozzese del Galloway, dove di recen-
te è stato scoperto un tesoro vichingo12, deriva il suo nome da Gall-Gáe-
dil, («Gaeli stranieri»), riferito ai norvegesi che in gran numero si erano
stabiliti in quell’area e avevano dato origine con matrimoni misti a una
gente gaelico-nordica13. Nel 902, l’esodo vichingo da Dublino, sembra
abbia favorito gli insediamenti nell’isola di Man, dove i nuovi arrivati di-
vennero subito cristiani, come attestano i monumenti funebri (Wilson,
2008, 388). Nel nono e decimo secolo la lingua gaelica e quella nordica
coesistevano nel Caithness, nelle Ebridi e nell’isola di Man, mentre nelle
Shetland e nelle Orcadi predominava il norn, una lingua nordica simile
ai dialetti parlati nella Norvegia occidentale, con conseguente scomparsa
dei toponimi preesistenti di origine pitta o celtica (Fellows-Jensen, 2008,
396-397). In Scozia i raid e gli insediamenti vichinghi del nono secolo
favorirono la creazione del regno di Alba, nato dall’unificazione dei ter-
ritori che in precedenza formavano il Dalriada, la Pittavia (Scozia orien-
tale e settentrionale), e lo Strathclyde a sudovest (Barrett, 2008, 411).
Nelle fonti scandinave, sia l’Historia Norwegie, sia la Orkneyinga sa-
ga descrivono una società totalmente nordica nelle isole settentrionali e
occidentali. Secondo l’Historia Norwegie (cap. 6) alcuni vichinghi con-
quistarono le terre dei Pitti durante il regno di Harald Bellachioma; da
quelle terre, in estate, essi compivano incursioni contro Angli, Scoti e Ir-
landesi e alla fine presero il dominio della Northumbria, del Caithness,
e di Dublino. Diversamente, nella Orkneyinga saga (cap. 4), fu Harald
Bellachioma a conquistare le Shetland (Hjaltland), le Orcadi (Orkney-
jar), le Ebridi (Suðreyjar) e l’isola di Man (Mön) nel corso di una spedi-
zione contro alcuni vichinghi che avevano fatto razzie in Norvegia e

ne celtico che vale «dipinto / colorato», e può essere associato all’uso delle genti dell’isola di
dipingersi il corpo col guado (Davies, 2004, 62-63). Il nome della tribù degli Angli sembra
invece ricollegabile alla regione di Angeln nello Jutland.
12
Si veda l’articolo Viking treasure hoard found in Dumfries and Galloway apparso il 12
ottobre 2014 sul quotidiano The Herald, online su Internet: http://www.heraldscotland.
com/news/13184340.Viking_treasure_hoard_found_in_Dumfries_and_Galloway/.
13
Successivamente, intorno al 1200, il termine Ga(i)ll (“straniero”) indica i normanni e
gli inglesi (Dumville, 2008, 360).
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svernavano nelle Shetland e nelle Orcadi14. Quando Harald Bellachioma


tornò in patria diede il dominio delle isole allo jarl norvegese Rögnvald
di Møre, come compensazione per la perdita del figlio Ivar durante la
spedizione. Ma Rögnvald non era interessato e cedette quelle terre al
fratello Sigurd, che con il consenso del re divenne il primo jarl delle
Orcadi. Secondo la Landnámabók (S 13) Ketil Naso-piatto combatté a
ovest nelle Isole britanniche su incarico di Harald Bellachioma, poiché
non appena il re tornò in Norvegia, vichinghi, Scoti e Irlandesi invasero
le Ebridi, razziando e uccidendo ovunque. Ketil riconquistò le Ebridi e
ne divenne signore ma non pagò alcun tributo a re Harald. Il re confi-
scò allora le proprietà che Ketil aveva in Norvegia e mandò il figlio di
lui, Björn, in esilio. La Laxdæla saga (capp. 1-5) presenta Ketil Naso-
piatto come un capo norvegese che restio a sottomettersi a Harald Bel-
lachioma preferì andare nelle Isole britanniche, dove con guerre e sac-
cheggi acquistò una posizione di predominio, consolidata poi dal nipo-
te Thorstein il Rosso. Il padre di Thorstein era Olaf il Bianco, che aveva
fatto una spedizione vichinga nelle Isole britanniche e dopo aver con-
quistato Dublino e la regione circostante si era autoproclamato re. Olaf
fu ucciso mentre combatteva in Irlanda e così la moglie Aud con il figlio
Thorstein emigrò nelle Ebridi. Thorstein divenne un valente guerriero e
unì le sue forze allo jarl delle Orcadi, Sigurd, soprannominato il Poten-
te. Insieme i due conquistarono Caithness, Sutherland, Ross e Moray e
più della metà di Argyll (Scozia). Thorstein governò su quelle terre co-
me un re finché tradito dagli Scoti fu ucciso in battaglia (Landnámabók,
S 95). Il predominio raggiunto da Ketill e poi dal nipote Thorstein finì
con la loro morte. Il collasso del loro regno nelle isole occidentali e in
Scozia – una regione da intendersi più ampiamente dell’attuale, anche
se si ignorano con esattezza i confini dell’antica Pittavia (Crawford,
2013, 94) – favorì la colonizzazione delle Færøer e dell’Islanda (Forte,
2005, 305). Emblematica, al riguardo, è la storia di Aud la Riflessiva, fi-
glia di Ketil Naso-piatto e madre di Thorstein il Rosso, menzionata nella
antica storiografia islandese e citata in numerose saghe. Con lungimiran-
za, Aud – che si trovava ancora nel Caithness15 – , una volta appresa la
notizia della morte del figlio, diede ordine di costruire in segreto nel

14
Tale spedizione non è ricordata negli Annali irlandesi e alcuni ritengono che il raccon-
to possa essere una creazione letteraria, ispirata a resoconti analoghi, come quello di re Ma-
gnus Piediscalzi, che regnò in Norvegia dal 1093 al 1103.
15
I toponimi Caithness e Sutherland attestano chiaramente il predominio di parlanti
scandinavi nell’area scozzese.
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bosco una grande nave mercantile (knörr), poiché riteneva ormai per-
duta qualsiasi possibilità di conservare una posizione di preminenza in
quelle terre. Ultimata la nave, Aud si pose a capo di un equipaggio di
venti uomini e con un grande carico e un largo seguito di persone,
schiavi compresi, salpò alla volta delle Orcadi. Ella fece poi sosta nelle
Færøer e raggiunse infine l’Islanda. Il Libro degli Islandesi di Ari Thor-
gilsson la ricorda fra i primi colonizzatori e afferma che si stabilì a ovest
nel Breiðafjörður (Íslendingabók, 2). In Islanda, Aud diede agli schiavi
lo status di liberti e con grande capacità e avvedutezza distribuì terre e
ricchezze. Di Aud, come già della sua famiglia e di altri colonizzatori, i
testi islandesi menzionano anche la loro fede cristiana e alcuni toponi-
mi, come Krosshólar («Colline della croce»), Patreksfjörður («Fiordo di
Patrizio»), confermano quanto si legge nelle saghe. La Landnámabók (S
97) riporta che Aud era solita dire preghiere a Krosshólar e fece innalza-
re croci nelle sue terre perché era stata battezzata ed era una devota cri-
stiana; per tale ragione quando morì fu sepolta in terra consacrata
(Landnámabók, S 110). Aud è quindi nominata insieme ad altri che
giunsero in Islanda per mare da occidente – ovvero dalle Isole britanni-
che – e introdussero il cristianesimo, poiché erano battezzati e manten-
nero la loro fede fino alla morte (Landnámabók S 399). Tra questi la
Landnámabók (S 23, 24, 26) ricorda l’irlandese Kalman, Jörund il Cri-
stiano che in vecchiaia visse da eremita, Halldor che fece costruire una
chiesa in onore di san Columba. Di Ørlygg, figlio di Hrapp, si dice che
fosse stato educato nelle Ebridi dal vescovo Patrizio e che nel corso del
difficile viaggio verso l’Islanda avesse promesso di intitolargli il luogo in
cui fosse riuscito ad approdare (Landnámabók, S 15)16. Di certo, quan-
do i primi missionari giunsero in Islanda, precipuamente per volere di
re Olav Tryggvason, sull’isola già esistevano delle enclaves cristiane. An-
che nelle Færøer, la cui conversione nel 999 è attribuita alla politica
evangelizzatrice del sovrano norvegese, doveva già esserci una presen-
za cristiana in seguito all’emigrazione di molti scandinavi dalla Scozia e
dalle Ebridi.
Peraltro è nota la facile adattabilità dei vichinghi ai costumi e alla reli-
gione in uso nelle terre in cui si stabilivano. Le saghe islandesi racconta-
no numerosi episodi di uomini che ricevettero il battesimo all’estero, nel
corso delle loro spedizioni corsare – come ad esempio i futuri re di Nor-

16
Alcuni ipotizzano in questo racconto della Landnámabók un’interferenza con i rac-
conti agiografici e la figura di san Patrizio.
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vegia Olaf Tryggvason e Olaf Haraldsson il Santo; oppure di altri che


preferirono ricevere solo la prima signatio, ovvero limitarsi al segno del-
la croce, aderendo alla nuova fede in maniera meno impegnativa e po-
tenzialmente ambigua. In tal modo essi potevano continuare a venerare
Thor e Odino, oppure seguire un sincretismo religioso, invocando Thor
o il Cristo Bianco nelle singole necessità e saggiare la loro vera potenza
(Del Zotto, 2012, 393). In ogni caso, con la prima signatio, i vichinghi
non venivano più considerati pagani e potevano trattare con mercanti
cristiani o militare come mercenari negli eserciti cristiani. Al tempo stes-
so, al loro ritorno nelle terre nordiche, essi diffondevano le prime nozio-
ni del cristianesimo, avendo vissuto tra i cristiani e conoscendo il loro
culto, facilitando così l’accettazione della nuova fede in Scandinavia.
Tuttavia, a differenza delle direttive di tolleranza impartite da papa
Gregorio Magno ad Agostino per l’evangelizzazione degli Angli (Historia
ecclesiastica, I, 27), la conversione delle isole settentrionali sembra sia
avvenuta in modo violento e coercitivo, stando al racconto delle saghe
nordiche. Secondo la Orkneyinga saga (cap.12), Olav Tryggvason, al ri-
torno dalla terra dei Vendi (all’incirca la Sassonia orientale), andò in In-
ghilterra dove fece saccheggi e razzie per quattro anni, prima di farsi
battezzare nelle isole Scilly. Dopo aver sposato la figlia del re irlandese
Kváran e trascorso un po’ di tempo a Dublino partì di nuovo verso la
Norvegia. Nel viaggio di ritorno in patria fece sosta nelle Orcadi e in-
contrato sulla propria nave lo jarl Sigurd Hlödvisson, detto il Grosso, lo
apostrofò dicendogli: «Voglio che tu riceva il battesimo insieme a tutta la
gente che è al tuo servizio, altrimenti morirai subito qui e io metterò a
ferro e fuoco tutte le isole». E così – recita la saga – divennero cristiani
tutti gli abitanti delle Orcadi. Similmente, su ordine del re Olav Tryggva-
son, Sigmund Brestisson si recò nelle Færøer per introdurvi il cristianesi-
mo; di fronte al rifiuto di Thrond di Götu, e della popolazione che lo se-
guiva, Sigmund lo sorprese mentre dormiva e lo costrinse a scegliere tra
accettare la nuova fede o essere decapitato. Thrond, di fronte all’uomo
che brandiva l’ascia, acconsentì, sia pur riluttante, a essere battezzato in-
sieme ai suoi famigliari e tutta la gente delle Færøer divenne cristiana
(Færeyinga saga, 30-31). In Islanda, nell’anno Mille, il cristianesimo fu
introdotto con un atto legislativo dell’Assemblea generale, poiché il pre-
sidente, pagano, ritenne preferibile la conversione a una guerra civile e
all’ intervento del re norvegese con l’inevitabile perdita della libertà (Del
Zotto, 2010, 30-31).
Di fatto, lo jarl delle Orcadi, Sigurd Hlödvisson, ripudiò ben presto la
fede cristiana, come si evince dal racconto dello stendardo del corvo,
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realizzato per lui dalla madre con arti magiche per assicurargli la vittoria
in battaglia (Orkneyinga saga, 11)17. Nondimeno, nel 1117, l’uccisione
per motivi politici dello jarl Magnus Erlendsson diede alle Orcadi il suo
primo santo (Orkneyinga saga, 44-51), in onore del quale fu iniziata nel
1137 la costruzione di una grande cattedrale in pietra a Kirkjuvágr (Kirk-
wall)18. Anche nelle Færøer, a Kirkjubøur sull’isola di Streymoy, venne
costruita, ma forse non ultimata, una cattedrale in pietra dedicata al cul-
to di san Magnus durante l’episcopato di Erlendur (Young, 1979, 65). È
possibile che per la cattedrale sia stata poi realizzata la lussuosa serie di
stalli di legno, finemente intarsiati, conservati ora nel Føroya Fornmin-
nissavn a Tórshavn. Sui pannelli laterali degli stalli sono raffigurati gli
Apostoli e la Vergine Maria e su due pannelli appartenenti a un prie-
dieu compaiono le figure di un vescovo benedicente e di un santo. Si
tratta verosimilmente del vescovo Erlendur, una figura centrale per la
storia della Chiesa faroense, e di san Brendano, che sarebbe approdato
a Kirkjubøur durante il suo viaggio alla ricerca del Paradiso Terrestre. Il
santo irlandese è raffigurato con il pastorale nella mano destra e una tor-
cia accesa nella sinistra, poiché secondo la leggenda Brendano avrebbe
bruciato il libro contenente la descrizione delle meraviglie create da Dio:
tre cieli, due paradisi e nove purgatori (Krogh, 1988, 89-108). Similmen-
te, in Islanda, anche se all’inizio l’accettazione del cristianesimo fu un at-
to meramente formale, nel 1082 il vescovo Gizur consacrò la sede ve-
scovile di Skálaholt, per la quale aveva donato le terre della propria fa-
miglia, e più tardi, nel 1106, il vescovo Jón consacrò il vescovado di Hó-
lar a nord dell’isola. La morte del vescovo Gizur nel 1118 fu considerata
come la fine dell’Età dell’Oro, poiché gli anni del suo episcopato erano
stati un grande periodo di pace (Del Zotto, 2010, 36-37).
In Scandinavia, la conversione alla fede cristiana fu un fattore deter-
minante per il rafforzamento dell’identità etnica, l’unificazione e il con-
solidamento dei singoli regni e portò anche a un espansionismo «cri-
stiano». Tutti i re che efficacemente realizzarono un forte potere mo-

17
Come è noto, il corvo è associato al culto di Odino. Lo jarl morirà nel 1014, nella bat-
taglia del Venerdì Santo combattuta in Irlanda a Clontarf, insieme al re norvegese di Dubli-
no, Sigtrygg Barba-di-seta, contro il re degli Irlandesi, Brjan Boru.
18
Come si evince dalla saga (Orkneyinga saga, 68), la decisione di costruire una catte-
drale in onore di san Magnus fu presa dallo jarl Rögnvald Kolsson, su consiglio del padre
Kol, onde avocare a sé più facilmente il regno delle Orcadi, detronizzando lo jarl Paul Ha-
konsson. Ad ogni buon conto, anche lo jarl Rögnvald Kolsson, assassinato nel 1158 da ri-
belli scozzesi, venne poi canonizzato nel 1192.
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Carla Del Zotto 767

narchico furono al tempo stesso sostenitori del cristianesimo: Harald


Gormsson Dentenero (c.935-986) in Danimarca, Olaf Tryggvason (995-
1000) e Olav Haraldsson (1015-1030) in Norvegia, Olof Skötkonung (c.
980-1022) in Svezia. Nelle isole, prima della perdita dell’indipendenza,
il potere dei vescovi fu quasi alternativo al potere del re.

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