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“Questo libro mancava. Ora esiste.

Cristallizza tutto quanto


di esatto vi è nell’estetica. Mi stupisco della vastità delle
vostre conoscenze. L’eterno desiderio di collegare la
morfologia fisica e biologica alle scienze delle forme
create dalla sensibilità e dall’opera umane: ecco il vostro
soggetto, di cui avete così felicemente esplorato
l’estensione, ordinato le parti, enunciato i problemi”. Sono
parole tratte da una lettera di Paul Valéry, il grande scrittore
francese del Novecento, non certo soggetto a facili
entusiasmi. A chi era indirizzata la lettera e, soprattutto, a
quale libro si riferiva? Il destinatario della missiva era il
principe rumeno Matila Ghyka (1881-1965), discendente da
un’antichissima famiglia di boiardi moldavi, ma soprattutto
straordinaria figura di intellettuale cosmopolita, dapprima
avviato alla carriera diplomatica (operò a Roma, Berlino,
Londra, Madrid, Parigi, Vienna, Stoccolma, imparando le
culture e le lingue di tutti i paesi in cui sostava), infine
docente di estetica presso università americane. Già autore
nel 1927 di un’importante saggio dedicato all’estetica delle
proporzioni nella natura e nell’arte, Ghyka pubblicò a
Parigi nel 1931 quello che va considerato il suo capolavoro,
nonché (accanto alle opere “armonicali” del contemporaneo
Hans Kayser) il testo più importante per comprendere
l’ampiezza e persistenza della tradizione neopitagorica in
Occidente: Il numero d’oro. Ora finalmente il volume, fra i
più citati, anche se non sempre letti o apprezzati (in un
convegno milanese del 1951, dove partecipavano sia
Ghyka che Kaiser, il nostro Gillo Dorfles scagliò vani dardi
contro la stessa idea pitagorica di armonia!) esce in libreria
per le Edizioni Arkeios di Roma, nella prestigiosa collana
“Le vie dei simboli”. La traduzione, cura e prefazione
dell’opera sono affidate alle sapienti mani di Sebastiano
Fusco che segnala come i termini “numero d’oro”, “divina
proporzione” o “musica delle sfere” siano tutt’altro che
obsoleti nel contesto culturale attuale, ma posseggano al
contrario una validità permanente (è quanto sostiene del
resto un altro intellettuale rumeno del nostro tempo, il fisico
teorico Basarab Nicolescu, che ha teorizzato tale riscoperta
della tradizione, pitagorica in primis, in un’idea di
“transdisciplinarietà”, capace di riconciliare discipline
scientifiche e discipline umanistiche). E tornando a Paul
Valéry, la cui lettera è riportata nel volume, valgano le sue
parole come auspicio per una adeguata lettura e diffusione
nel nostro Paese: “Io penso, presagisco, che la vostra
mirabile sintesi otterrà ciò che merita. Non soltanto
l’accoglienza, ma anche l’autorevolezza”.