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2006 Istituto di Filosofia Arturo Massolo Università di Urbino Isonomia

di Filosofia Arturo Massolo Università di Urbino Isonomia Il modello marxiano di ripr oduzione sociale complessiva

Il modello marxiano di riproduzione sociale complessiva

Processo nella forma di movimento capitalistica

Simona Coviello Università di Macerata simonacoviello@yahoo.it

Abstract

In this paper some of Marx's core ideas are analyzed, in order to show how, by means of them, he conceives the idea of free man in his reconciliation with Nature. The activity allowing man to exploit material means to reach his own aim is human work. Work is analyzed by Marx first in its abstract form and then, taking that as a starting point, in human production relationships which can take different forms: cooperation, manufacture and large factories. By means of this analysis, Marx uncovers the central role of the organic relationship of man and nature: man works matter in order to reach his aims and the produced object is the result of such free activity. Taking the centrality of the social nature of production relationships as a starting point, Marx raises the issue of a work process also involving a social relationship between individuals.

1. Introduzione

La teoria marxiana del modo di produzione capitalistico è stata e continua a essere oggetto di un vario e acceso dibattito che ha portato, com’è noto, a interpretazioni tra esse spesso conflittuali. Per esempio tra le varie letture della teoria marxiana del capitale c’è chi ha sostenuto che lo sviluppo delle formazioni sociali a cui Marx fa riferimento vada interpretato come successione storica lineare. Dal lato del tutto opposto invece si è proposta una lettura

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positivistica-logica per cui i modelli di formazione sociale appaiono come provvisorie costruzioni mentali, la cui validità si misura di volta in volta sulle capacità interpretative di una determinata società e la cui successione sia meramente convenzionale-formale. 1

È noto che già i primissimi interpreti di Marx considerassero l’autore del Capitale come lo scopritore di leggi oggettive della società capitalistica, e si pensa qui per esempio a Kautsky, Hilferding, Bucharin e in Italia a Della Volpe. Altri invece hanno accusato Marx di “idealismo”, egli avrebbe «trasferito le contraddizioni logiche del pensare all’essere» 2 , sicché «forze opposte nella natura o nella storia sono state interpretate come contraddizioni logiche» 3 . Per quel che riguarda più specificatamente la teoria marxiana del capitale, com’è noto la lettura che ha prevalso per buona parte del secolo scorso è quella economicistica, con la quale però

da una parte scompare l’interscambio con la natura come fondamento della teoria dello sviluppo[…] dall’altra scompare il ruolo autonomo della soggettività nelle sue forme di organizzazione storica, di momenti dello spirito oggettivo che insieme permangono e mutano nell’evolversi di una formazione sociale. 4

In questo saggio si assume come valido il punto di vista di chi, tenendo conto della nuova edizione critica delle opere di Marx (MEGA²), non solo ha proposto un superamento della settorializzazione delle interpretazioni marxiane che, proprio perché tali non riuscivano a rendere l’unità della teoria e dell’analisi di Marx, ma ha sostenuto, attraverso un attento studio filologico che la teoria marxiana «costituisce un modello logico, a un alto livello di astrazione, del funzionamento ‘storico-naturale’ del modo di produzione capitalistico» 5 . A partire da questi presupposti, che saranno meglio delineati nel corso dell’analisi, si cercherà qui di motivare, attraverso una ripresa di alcune fondamentali categorie marxiane, che centro dell’analisi e del pensiero di Marx è l’attività umana: l’uomo opera sulla natura per appagare i propri bisogni naturali; l’attività produttiva fa sì che la natura sia per l’uomo che, tramite il lavoro, la modifica trasformando così anche la sua stessa natura (la terra per esempio diventa per l’uomo grazie all’agricoltura):

In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione media, regola e controlla, il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale uno fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità,

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braccia, gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. 6

Per Marx dunque caratteristica dell’uomo è il lavoro inteso non come semplice sforzo degli uomini che lavorano, ma come attività conforme a scopo. A partire dal rapporto uomo/natura si cercherà in questo studio di spiegare cosa significhino per Marx processo e riproduzione sociale complessiva. Si partirà dal metodo marxiano per sottolineare che la sua è la teoria di un modello e che quindi si muove su un certo grado di astrazione. Si cercherà poi di dimostrare il

carattere processuale del modello attraverso concetti chiave: teoria del valore e processo

di scambio, processo lavorativo umano astratto, cooperazione, sussunzione formale e

sussunzione reale, alienazione e concetto di capitale. Si considererà infine il concetto marxiano di libertà, passando dall’idea hegeliana di possibilità reale. Alla fine si ritroverà il concetto di uomo come punto centrale dell’analisi, nella possibilità reale del ritorno dell’uomo a se medesimo e della sua riconciliazione con la natura.

2. Il metodo

Scopo di questo studio è analizzare la teoria marxiana del modo di produzione

capitalistico tenendo conto che essa rappresenta un modello teorico di un processo: la riproduzione sociale complessiva nella forma di movimento capitalistica. La funzione di un modello è quella di riprodurre l’andamento ideale del movimento;

in generale non è possibile costruire un modello completamente esaustivo, anzi, un

modello, proprio perché tale, viene sempre costruito in funzione di ciò che si desidera conoscere. Si ricorre a un modello astratto per semplificare la situazione reale: nella sua costruzione infatti, vengono consapevolmente trascurate alcune caratteristiche della situazione modellizzata. Ciò permette di poter disporre di quadri concettuali che consentono di individuare i punti critici della realtà concreta. Va detto, a scanso d’equivoci, che qui astrarre non vuol dire prescindere dalla realtà storica, ma significa isolarne degli aspetti con lo scopo di analizzarli. Va infatti sempre mantenuto come

presupposto il fatto che, per Marx, il movimento sociale è un processo di storia

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naturale 7 . Quello di Marx è in sostanza il metodo astratto che Hegel ben aveva illustrato nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia: «La considerazione filosofica non ha altro intento che quello di eliminare l’accidentale. Accidentalità è lo stesso che necessità esteriore, cioè necessità che risale a cause le quali non sono esse stesse che circostanze esteriori» 8 . Marx costruisce la sua teoria prendendo come riferimento l’Inghilterra dell’800:

In quest’opera debbo indagare il modo di produzione capitalistico e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. Fino a questo momento, la loro sede classica è l’Inghilterra. Per questa ragione è l’Inghilterra che serve ad illustrare lo svolgimento della mia teoria. Ma nel caso che il lettore tedesco si stringesse farisaicamente nelle spalle a proposito delle condizioni dei lavoratori 9 inglesi dell’industria e dell’agricoltura e si acquietasse ottimisticamente al pensiero che in Germania ci manca ancor molto che le cose vadano così male, gli debbo gridare: De te fabula narratur! In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire. 10

Con ciò però non s’intende dire, come pure è stato sostenuto, che il Capitale sia una mera analisi del capitalismo del XIX secolo. Come ha già ben illustrato Fineschi

La teoria del capitale non è una descrizione del capitalismo dell’ottocento, non è una teoria economica nel senso di un caso predeterminato degli eventi che sfociano nel paradiso terrestre della società comunista. Marx costruisce bensì un modello unitario in cui cerca d’individuare le leggi di movimento della formazione economico-sociale capitalistica come intero, definendo al contempo che cosa significano società, uomo, storia, natura e via dicendo (il significato di queste categorie non è stabilito prima della loro disposizione funzionale, solo in essa le determinazioni di forma sono quelle che sono). 11

Se invece la teoria marxiana del modo di produzione capitalistico viene intesa come l’analisi dello sviluppo storico del capitalismo ottocentesco, è chiaro che il modello marxiano viene considerato inadeguato per l’analisi degli sviluppi successivi del capitalismo stesso. È per esempio quanto è stato sostenuto, tra gli altri, dall’economista Sraffa per il quale la teoria marxiana del valore e del plusvalore va sostituita con una teoria che si accentri sui prezzi delle merci 12 . In opposizione a questa tesi Sweezy ha chiarito che, se si assumono i prezzi come punto di partenza e non i valori si perde di

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vista il fatto che le relazioni economiche sono relazioni tra persone mediate da cose e non viceversa relazioni tra cose mediate da persone. Se si parte dal calcolo del prezzo «le cose appaiono dotate di un indipendente potere proprio», mentre «dal punto di vista del calcolo del valore, è facile rendersi conto che ciò non è altro che una manifestazione del feticismo» 13 . Per Marx il modo di produzione capitalistico non è un meccanismo che si riproduce uguale a se stesso, è bensì un modello con una dinamica interna tale da modificare una o più delle determinazioni centrali del processo stesso. A tale proposito Sweezy sostiene che quello di Marx è anche il metodo delle approssimazioni successive: si parte dal più astratto per poi arrivare gradualmente al più concreto in modo tale da considerare «una cerchia sempre più ampia di fenomeni reali» 14 . Tenendo conto di quanto detto sino a ora, si può affermare che vi è distinzione tra «leggi generali della produzione e leggi specifiche delle forme sociali in cui la produzione storicamente si realizza» 15 .

3. Teoria del valore e processo di scambio

La teoria del valore rappresenta il primo tassello per comprendere cosa intenda Marx per rapporti sociali di produzione. Questi indicano principalmente relazioni tra uomini che si rapportano ad altri uomini, non come a oggetti ma come a liberi soggetti che si pongono dei fini. È proprio nella teoria del valore che entrano in gioco le categorie centrali di tutta la struttura marxiana. La merce è la forma elementare del modo di produzione capitalistico, una delle sue caratteristiche essenziali è di essere valore d’uso per altri, valore d’uso sociale 16 . Un bene preso di per sé non è valore, il valore infatti non è una proprietà fisica del bene. La merce per essere tale deve essere scambiata, altrimenti non è merce ma semplice prodotto; di conseguenza non esiste la singola merce, esistono solo le merci che si scambiano tra loro. Il valore può esprimersi solo nel rapportarsi di merci. Lo scopo del produrre sarà dunque produrre qualcosa che va scambiata. Ma procediamo per ordine. La legge di valore è una struttura articolata in tre categorie fondamentali: sostanza di valore, grandezza di valore e forma di valore. La

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categoria principale resta la merce, essa è caratterizzata dal valore come forma specifica

di un modo di produzione. La legge del valore governa il modello della circolazione

semplice. La sostanza di valore è oggettualizzazione di lavoro umano, ed è ciò che determina la comune unità del mondo delle merci: di tutte le merci infatti si può dire che sono oggettualità di lavoro astrattamente umano. L’astratta oggettualità è un rapporto sociale perché esiste solo in quanto esiste lo scambio di merci. Il concetto di merce esprime, nello scambio, la realizzazione del rapporto sociale attraverso un rapporto tra cose. La socialità si ha dunque solo nello scambio. La sostanza di valore è

l’astratta unità di merci, è l’elemento comune del mondo delle merci. La forma di valore è la modalità in cui il valore si manifesta (in essa si cela un rapporto sociale): «La forma

di valore non deve […] esprimere soltanto valore in generale, ma valore determinato

quantitativamente ossia grandezza di valore» 17 . La grandezza di valore è la determinazione quantitativa della merce. I possessori di merci dovranno avere delle peculiarità precise: essere vivi, devono lavorare e devono avere tra le mani non prodotti, ma merci; proprio queste infatti ne determinano il carattere specifico. Questi individui sono detti da Marx persone. I possessori di merci nel momento in cui effettuano lo scambio si eguagliano. Gli individui sono considerati da Marx personificazioni delle teorie economiche:

troveremo in generale, man a mano che la nostra esposizione procederà, che le maschere economiche caratteristiche delle persone sono soltanto le personificazioni di quei rapporti economici, come depositari dei quali essi si trovano l’una di fronte all’altra. 18

Già a questo livello è possibile affermare che esiste un carattere collettivo della

produzione: per lo scambio c’è sempre bisogno di qualcun altro, ciascuno è allo stesso tempo mezzo e fine. Fin da principio l’individuo è cosciente di questa interconnessione complessiva, anche se essa non è guidata dagli individui che scambiano, anzi, tali individui sono agiti dalle leggi proprie dello scambio. Per ogni singolo possessore di merci la propria merce è esclusa, quindi, di fatto, nessuna merce viene esclusa dallo

scambio:

Soltanto l’azione sociale può fare di una merce determinata l’equivalente generale. Quindi l’azione sociale di tutte le merci esclude una merce determinata nella quale le altre rappresentino universalmente i loro valori. Così la forma naturale di questa merce diventa forma di equivalente socialmente valida. Mediante il processo sociale, l’essere equivalente

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generale diventa funzione sociale specifica della merce esclusa. Così essa diventa - denaro. 19

Il valore d’uso della merce che funge da equivalente generale si raddoppia: mantiene il valore d’uso suo particolare di merce, ma assume anche un valore d’uso puramente sociale e come tale è merce universale. L’analisi di Marx è tesa a dimostrare che, alla base dell’attività di scambio ci sono relazioni sociali; per questo la merce intesa come semplice valore d’uso è solo un oggetto della natura, essa diventa invece espressione di rapporti sociali solo se si considera la sua proprietà di essere prodotto di lavoro umano. Le relazioni sociali che si stabiliscono tra gli uomini attraverso il processo materiale di produzione si nascondono dietro le relazioni tra cose 20 . Dunque, la riproduzione avviene con lo scambio, questo infatti rappresenta il tramite con cui il prodotto privato diventa sociale; è attraverso questo medio che si realizza l’astratta universalità che è nel singolo prodotto.

4. Processo lavorativo umano in astratto

Quando parla del feticismo delle merci Marx si domanda quale sia la vera origine del carattere di valore delle merci. Di certo non sarà il valore d’uso, e

nemmeno il contenuto delle determinazioni di valore. Poiché, in primo luogo, per quanto differenti possano essere i lavori utili o le attività produttive, è verità fisiologica ch’essi sono funzioni dell’organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc… umani. 21

Il carattere specifico del lavoro deriva dalla sua forma sociale: proprio perché assume forme sociali determinate, il lavoro non è interpretato come attività del singolo individuo, ma come attività dell’uomo membro della società. Dire modo di produzione significa, per Marx, produzione e riproduzione di uomini come corpo collettivo sociale. Modo di produzione indica il modo in cui si svolge il processo di produzione delle condizioni materiali dell’esistenza umana. Produrre condizioni materiali d’esistenza significa agire sulla natura per soddisfare i bisogni

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dell’uomo. Il lavoro umano è posizione di scopo e, in quanto attività, esso è anche orientamento e conformità a scopo. La posizione di scopo è il carattere distintivo del lavoro umano: mentre l’orientamento a scopo è anche degli animali, l’uomo si differenzia perché possiede una natura inorganica di cui egli stesso è creatore;

egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, da lui ben conosciuto, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà. E questa subordinazione non è un atto isolato. Oltre allo sforzo degli organi che lavorano, è necessaria, per tutta la durata del lavoro, la volontà conforme allo scopo, che si estrinseca come attenzione. 22

Il processo lavorativo astratto comprende tre momenti semplici: attività conforme a scopo, oggetto di lavoro e mezzi di lavoro. Parlare di processo lavorativo astratto, significa che i suoi tre momenti semplici e le sue forme di movimento sono eterne (eterno è inteso hegelianamente come attributo di una forma di movimento che necessariamente si riproduce) e si realizzano in tutte le forme di vita associata. La terra è l’oggetto generale del lavoro umano: con terra si può intendere tutto ciò che si trova a essere senza contributo dell’uomo. Il lavoratore umano ha in mente uno scopo, per realizzarlo si serve delle sue facoltà fisiche e intellettuali, ma anche di cose, mezzi di lavoro «che gli servono da conduttore della propria attività su quell’oggetto» 23 . Il potere dell’uomo si esercita sull’oggetto che, nel processo lavorativo, viene modificato; la specificità del processo lavorativo umano infatti, è data proprio dalla combinazione di lavoro e oggetto di lavoro: «il lavoro si è oggettivato e l’oggetto è lavorato» 24 . L’idea base di Marx è senza dubbio quella di ricambio organico fra uomo e natura. Nel lavoro, forze e mezzi impiegati dall’uomo vengono consumati almeno in parte, ma si ritrovano impliciti nel risultato del lavoro stesso: per produrre ancora bisogna riprodurli. In questo processo di assimilazione e dissimilazione ci sarà necessariamente un centro attivo rispetto ad altri elementi del movimento che sono passivi. Riproduzione sociale complessiva non vuol dire solo produzione e riproduzione di valori d’uso di merci, ma è riproduzione biologica di se stessi mediante un’attività finalistica incorporata nel lavoro. In ogni istante della storia umana c’è un corpus collectivum 25 che produce e riproduce se stesso. Al termine di ogni processo sociale si trovano prodotte e riprodotte le condizioni materiali d’esistenza degli individui, ma si

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trovano anche riprodotti i rapporti tra questi individui. Ogni processo di produzione riproduce non solo realtà materiali ma anche realtà sociali. I rapporti di produzione dunque, non solo individuano diversi modi di produzione, ma anche le forme di società. Il processo di produzione diventa processo di produzione e riproduzione di sé che è l’attività fondamentale di un organismo vivente. Quest’idea base è comune a tutte le forme di vita associata:

Il processo lavorativo come lo abbiamo esposto nei suoi momenti semplici e astratti, è attività finalistica per la produzione di valori d’uso, appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani, condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura, condizione naturale eterna della vita umana. Perciò non abbiamo avuto bisogno di presentare il lavoratore in rapporto con gli altri lavoratori. Sono stati sufficienti da una parte l’uomo e il suo lavoro, dall’altra la natura e i suoi materiali. 26

5. Cooperazione

Forze produttive e mezzi di produzione mutano a seconda delle società e delle epoche storiche. Il lavoro dunque presuppone necessariamente condizioni sociali determinate e di conseguenza presuppone rapporti specifici tra uomo/uomini, i rapporti sociali di produzione. Fin qui abbiamo considerato «lavori privati autonomi e indipendenti l’uno dall’altro» 27 , ma questo è un modello di produzione delle merci non esistente in realtà. Nel lavoro in astratto non c’è forma di società, ma c’è la possibilità di successione di lavori e compresenza di lavoratori, altrimenti non sarebbe spiegabile la distinzione tra materia prima e oggetto di lavoro. È astrazione quindi, ma astrazione che permette ulteriori determinazioni che sono in potenza; in questo senso il lavoro nei suoi tre momenti astratti è unità negativa, non chiude cioè le porte a una possibilità reale di pluralità, continuità e successione di lavoratori. La cooperazione invece presuppone ci sia una società. Con la cooperazione la pluralità è in atto per definizione. Contiguità e successione sono anch’esse in actu ma sotto una forma logica particolare, sono considerate cioè sotto il profilo dell’incremento quantitativo (esempio dei muratori 28 ) e qualitativo (esempio della pesca delle aringhe 29 ).

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«Nella cooperazione pianificata con altri il lavoratore si spoglia dei suoi limiti individuali e sviluppa la facoltà della sua specie» 30 . Nella cooperazione compare la possibilità di integrare le forze produttive della natura –anche qui nella forma della possibilità reale. Nella cooperazione in sé lo scambio è la fase essenziale (si è detto infatti che nello scambio di ogni singolo prodotto la propria merce è equivalente universale). I cooperanti devono essere capaci di porre fini e realizzarli, devono essere in grado di misurare e soprattutto devono assimilare esperienza umana, solo tenendo presente questo dato è possibile comprendere lo sviluppo dell’attività e la parcellizzazione che si ha nella manifattura 31 . Nella sua figura più astratta Marx definisce la cooperazione come «La forma del lavoro di molte persone che lavorano l’una accanto all’altra e l’una assieme all’altra secondo un piano, in uno stesso processo di produzione, o in processi di produzione differenti ma connessi…» 32 . Già qui è chiara l’idea di un piano comune, di una connessione tra i vari processi produttivi: «la somma meccanica delle forze dei lavoratori singoli è sostanzialmente differente dal potenziale sociale di forza che si sviluppa quando molte braccia cooperano contemporaneamente a una stessa operazione condivisa» 33 . Il lavoro acquista valenza di lavoro sociale, in cui i limiti individuali vengono superati in quanto lo scopo posto diventa scopo collettivo 34 . Cosa cambia nel modo di produzione capitalistico? Qui la forma specifica consiste nel fatto che le condizioni oggettive della produzione si presentano come valore da valorizzare, come capitale, e il lavoro come lavoro salariato: «il valore diventa dunque valore in processo, denaro in processo e, come tale, capitale» 35 . È proprio questa peculiarità del modo di produzione capitalistico, di essere cioè oltre che processo lavorativo sociale anche processo di valorizzazione del capitale, che caratterizza la cooperazione capitalistica:

Come persone indipendenti i lavoratori sono dei singoli i quali entrano in rapporto con lo stesso capitale ma non in rapporto reciproco tra loro. La loro cooperazione comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato di appartenere a se stessi. Entrandovi sono incorporati nel capitale. Come cooperanti, come membro di un organismo operante, sono essi stessi soltanto un modo particolare d’esistenza del capitale. Dunque la forza produttiva sviluppata dal lavoratore come lavoratore sociale è forza produttiva del capitale. La forza produttiva sociale del lavoro si sviluppa gratuitamente appena i lavoratori vengono posti in certe condizioni; e il capitale li pone in

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quelle condizioni. Siccome la forza produttiva sociale del lavoro non costa nulla al capitale, perché d’altra parte non viene sviluppata dal lavoratore prima che il suo stesso lavoro appartenga al capitale, essa si presenta come forza produttiva posseduta dal capitale per natura, come sua forza produttiva immanente 36 .

Questa cooperazione 37 è il punto di partenza della produzione capitalistica. Le vecchie forme di cooperazione tra singoli lavoratori indipendenti vengono sussunte, inglobate dal capitale attraverso il mutamento del processo di lavoro: ora tanti lavoratori lavorano per uno scopo che non è il loro ma è quello del capitalista (inteso come personificazione del capitale). Se, dunque, nel processo di lavoro astratto orientamento e posizione di scopo erano da considerarsi unitariamente, ora, con la cooperazione nel modo di produzione capitalistico, lo scopo è l’autovalorizzazione del capitale ed è posto dal capitale stesso, volontà estranea che assoggetta al proprio fine l’attività lavorativa.

6. Sussunzione formale e sussunzione reale. Manifattura macchine e grande industria

A

questo punto è essenziale aver chiara la distinzione marxiana tra sussunzione formale

di

un processo lavorativo sotto una forma sociale di produzione, e sussunzione reale di

un processo lavorativo a nuovi rapporti capaci di modificarlo in maniera radicale. Ogni processo di produzione ha delle particolari componenti tecniche e materiali

proprie di una determinata forma sociale: «Comunità differenti trovano differenti mezzi

di produzione e differenti mezzi di sussistenza nel loro ambiente naturale» 38 . Tali basi

tecniche però possono essere separate dalla loro forma sociale per essere sussunte in un’altra. Il rapporto che si crea tra la forma sociale nuova e il vecchio modo di produzione, è un rapporto di sussunzione formale (le vecchie componenti materiali sono subordinate al nuovo modello sociale). Poiché si tratta di un processo, esso sarà necessariamente dinamico, per cui necessariamente nuove basi tecniche si adegueranno alla forma sociale. Tale corrispondenza fa sì che il rapporto tra base tecnica e forma

sociale da formale si fa reale 39 . Il movimento delle forme cambia il contenuto stesso. La sussunzione reale dunque, è tale quando il contenuto è conforme alla forma. Nel modo

di produzione capitalistico è la finalità complessiva che sussume la cooperazione.

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Si è già visto come la cooperazione si fonda su forme collettive di lavoro, su forme di cooperazione fra lavoratori nel processo produttivo; si fonda cioè su lavoro sociale. Se la cooperazione in sé non è necessariamente fondata sulla divisione del lavoro, la manifattura invece la presuppone. La manifattura sconvolge la divisione sociale del lavoro, anche se «il mestiere rimane la base. Questa base tecnica ristretta esclude un’analisi realmente scientifica nel processo di produzione, perché ogni processo parziale percorso dal prodotto dev’essere eseguibile come lavoro parziale artigianale» 40 . Nonostante l’ambito ristretto della sua base tecnica, nella manifattura hanno origine le condizioni materiali del modo di produzione capitalistico: la sussunzione all’inizio è solo formale (nella manifattura eterogenea infatti, i lavoratori lavorano in casa nonostante l’attività artigiana sia già stata scomposta), ma quando il processo lavorativo prende forma del capitale (nella manifattura organica tutti i lavoratori sono raccolti in uno stesso edificio e lavorano uno stesso oggetto per fasi successive) la sussunzione diventa reale 41 . Lo sviluppo del macchinario nelle fabbriche sostituisce il lavoro artigianale che ha ancora fondamenta nella manifattura. Si trasforma in maniera radicale il rapporto tra lavoratore e processo produttivo: mentre nella manifattura il lavoratore si serviva dello strumento, nella fabbrica è il lavoratore che serve la macchina; se nella manifattura c’era un organismo vivente, «nella fabbrica esiste un meccanismo morto […] i lavoratori sono incorporati come appendici umane» 42 . Nella manifattura il lavoro diviene molto più efficiente di quanto non lo fosse nella produzione artigianale, per la trasformazione del processo di produzione in semplici operazioni eseguite meccanicamente 43 . Questo tipo di divisione tecnica del lavoro, rende possibile il passaggio alla produzione di massa in cui vengono impiegati anche lavoratori non specializzati (come bambini e donne, sino a ora rimasti fuori dal processo produttivo). La divisione del lavoro oltrepassa la barriera rappresentata dal lavoro specializzato. La manifattura distrugge l’indipendenza del produttore e lo trasforma in un “lavoratore incompleto”, le operazioni che esegue diventano monotone. È proprio questo che esprime la diversa natura degli aspetti della cooperazione semplice e della manifattura. La grande industria ha fondamento nella manifattura, ma a un certo punto (logico!) essa entra in conflitto col sostrato artigianale che l’ha caratterizzata. Ciò significa rivoluzionamento del processo sociale di produzione: il lavoratore da individuo isolato diventa sempre più socializzato, e, nella grande industria, diventa una necessità tecnica

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oggettivamente imposta dal macchinario. Il sistema di macchine porta a un aumento del numero dei lavoratori salariati che stanno sotto il comando immediato del capitale, fino a comprendere la famiglia lavoratrice senza distinzione di sesso né d’età, aumentando di conseguenza lo sfruttamento della forza-lavoro 44 . Per aumentare la produttività del lavoro (base fondamentale per l’aumento del plusvalore relativo) il capitalista investe nel capitale costante (con conseguente diminuzione del lavoro vivo). Ma il capitale costante non produce plusvalore, da qui la spinta al prolungamento della giornata lavorativa per compensare la diminuzione del numero dei lavoratori. Al passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale si accompagna il passaggio da una forma di plusvalore a un’altra: dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo. Il plusvalore assoluto era ottenuto per mezzo del semplice prolungamento della giornata lavorativa (finché modo materiale di produzione e valore della forza-lavoro restavano invariati); ma con la produzione su grande scala dei mezzi

di sussistenza, il valore della forza-lavoro diminuisce e così, pur accorciando la giornata

lavorativa, si consegue la stessa quantità di plusvalore. Alla diminuzione della giornata

lavorativa si accompagna una maggiore intensità nello sfruttamento del lavoro con pari estorsione di plusvalore. Il sistema delle macchine è capace di inglobare nel proprio meccanismo di funzionamento le forze naturali; il capitale usa e ingloba nel sistema la scienza. Si introduce così un nuovo rapporto nel ricambio organico tra uomo e natura. Nel lavoro in

astratto la definizione di rapporto organico era data da: attività, mezzo di lavoro, oggetto

di lavoro; mentre il fine era rappresentato dal prodotto. In questo modello, a porre il fine

era colui che sorreggeva l’attività. Con il sistema di macchine il ricambio organico uomo/natura si modifica, ora, base preponderante del processo non è il soggetto ma il mezzo di lavoro. Il lavoro, l’attività, continua ad avere una conformità a scopo, ma la posizione di scopo complessiva è indipendente dal soggetto inteso come singolo lavoratore. La produzione si svincola dal soggetto e in questo senso diventa un processo obiettivo. Il sistema di macchine rappresenta la sussunzione reale per la produzione del

capitale:

Così l’industria meccanica è sorta naturalmente e spontaneamente su una base materiale inadeguata; ad un certo grado di sviluppo ha dovuto rovesciare questa base che da principio

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s’era trovata bell’e fatta e che poi aveva continuato ad elaborare nell’antica forma, e s’è dovuta creare una nuova base corrispondente al proprio modo di produzione 45 .

Si crea dunque una corrispondenza tra base tecnica e forma sociale, ma poiché tale compatibilità è un momento del processo, essa non potrà che essere provvisoria.

7. Il capitale come rapporto sociale

La prima definizione che Marx dà di capitale è la seguente:

Se facciamo astrazione dal contenuto materiale della circolazione delle merci, dallo scambio dei vari valori d’uso, e consideriamo soltanto le forme economiche generate da questo processo, troviamo che suo ultimo prodotto è il denaro. Questo ultimo prodotto

della circolazione delle merci è la prima forma fenomenica del capitale 46 .

Poiché il denaro è rappresentante universale della ricchezza, esso è, come tale, una contraddizione in se stesso, perché, pur non avendo quantitativamente un limite -dal momento che concettualmente può rappresentare tutta la ricchezza-, è di fatto una quantità determinata. Come rappresentante universale della ricchezza, il denaro dovrà alla fine non solo essere denaro ma denaro aumentato. Il denaro in se stesso non è capitale, diviene capitale solo quando è usato per moltiplicare valore; esso non è capitale se è solo intermediario dello scambio delle merci (M-D-M). La merce, invece, deve essere il tramite per riottenere più denaro: D-M-D’, dove D’ è maggiore di D. In tal caso il denaro è il valore in processo 47 . Il capitale è questo processo, per cui D passando attraverso la circolazione delle merci alla fine risulta aumentato (D’). Si dovrà allora distinguere tra denaro come capitale e denaro come denaro a seconda delle sue funzionalità. Lo scopo del processo D-M-D è quello di avere un incremento quantitativo, mentre nella circolazione semplice lo scopo era l’appropriazione di valori d’uso per la soddisfazione dei bisogni. Ma per avere D’ il valore deve essere aumentato, mentre nella circolazione semplice

in mano allo stesso possessore di merci rimane lo stesso valore, cioè la stessa quantità di lavoro sociale oggettivato, nella forma, prima, della sua merce, poi del denaro nel quale si trasforma, infine della merce nella quale questo denaro si muta. Questo cambiamento della forma di merce non implica nessuna mutazione della grandezza di valore. 48

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Di fatto, la circolazione delle merci non può portare al concetto di capitale; dal semplice processo di circolazione non è possibile avere più denaro della quantità ammessa inizialmente. Il cambiamento dunque deve essere cercato altrove, cioè nelle merci e specificatamente in quella forma particolare di merce che è la forza-lavoro. La forza- lavoro è la capacità di lavorare acquistabile come merce; non è l’attività lavorativa come tale, ma essa è l’essere in grado di lavorare che viene venduto (lavorare in potenza, non in atto). La categoria che entra in gioco a questo punto è quella della vendibilità della capacità di lavorare. In realtà, il processo non è D-M-D’, ma D-M-M’- D’, deve esserci cioè una merce che abbia un incremento di valore e che diventi D’; per fare ciò deve solo essere vendibile e trovare acquirenti. Il presupposto implicito della produzione semplice era che tutti producessero il loro prodotto, ora, la forza-lavoro stessa è una merce: il lavoratore che va sul mercato non ha prodotto, dovrà produrre successivamente, prima vende forza-lavoro. Il lavoratore che vende forza-lavoro è libero in due sensi: vende liberamente la propria capacità di lavorare e lo fa da persona libera (nel senso che non è giuridicamente costretto); è libero però anche perché è privo

di mezzi di produzione e di oggetti di lavoro. Questo è il punto d’inizio concettuale del

modo di produzione capitalistico. Il valore di questa merce/forza-lavoro è il tempo socialmente necessario per riprodurla, come tutte le merci. Ma il valore è in potenza nell’individuo, quindi il valore della merce/forza-lavoro coincide con i mezzi necessari per tenere in vita gli individui singoli, ma anche intesi come categoria sociale. Esisterà dunque un limite minimo del salario che è il salario di sussistenza, ma questo sarà una grandezza di valore che tenderà a cambiare in funzione del progresso

umano. Il capitalista non paga il lavoro ma paga la forza-lavoro, cioè il lavoro in potenza, perché il lavoro in atto (il prodotto) gli appartiene. Il capitalista però può guadagnare solo non pagando un tot di ore al lavoratore, perché, se quest’ultimo lavorasse soltanto per il tempo necessario alla propria produzione, reintegrerebbe solo il denaro che il capitalista aveva anticipato comprando forza-lavoro. Caratteristica tipica del modo di produzione capitalistico è la produzione di plusvalore (scopo diretto della produzione). Tutta quest’analisi costituisce la base di quanto sostenuto nella parte finale del III libro del Capitale, dove il capitale è considerato non come somma dei mezzi materiali

di produzione ma nel suo carattere sociale 49 . Per Marx capitale è la totalità dei rapporti

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di produzione, rapporti che determinano la natura e la sostanza dell’intera formazione

socioeconomica. Il capitale non è una cosa ma un rapporto sociale,

Il capitale è la rappresentazione di un processo di fusione delle potenze semplici entro una forma storica di relazioni sociali. Esso è però nel contempo la rappresentazione dei limiti e delle barriere frapposti a quel processo di fusione, che sono dati dal fatto che nel sistema capitalistico, le potenze sono, per quel che riguarda il lato soggettivo delle forze produttive, costrette a rappresentare una parte che tende a ridurle a semplici ingredienti delle relazioni cosali. 50

A partire dall’indagine sul modo di produzione capitalistico Marx cerca un metodo per

ripensare la società nel suo complesso.

8. Alienazione

Al concetto di capitale è legato il concetto di alienazione, questo contiene l’idea del prodotto delle mani e della mente dell’uomo, prodotto che diviene indipendente e che sfugge al controllo dell’uomo stesso.

Si è visto che lo scambio delle merci è un risultato della divisione sociale del lavoro

da un lato e della separazione dei prodotti dall’altro. I produttori si scambiano tra loro

valori d’uso diversi. Nel processo di scambio si perde l’idea che si scambia il proprio lavoro, che la base per lo scambio è il lavoro umano astratto e socialmente necessario incorporato nei prodotti. Ne deriva l’illusione che lo scambio sia determinato dalle qualità proprie di una cosa: le relazioni tra i produttori appaiono come relazioni tra cose. Nel processo di scambio mediato dal denaro, le azioni degli individui acquistano un’esistenza autonoma e assumono la forma di qualità che distinguono le cose. Nascosto nel feticismo delle merci c’è dunque il consenso umano all’alienazione della forza produttiva e l’incapacità dell’uomo di considerare i prodotti come propri 51 . Nel capitalismo il feticismo dei rapporti sociali acquista nuovo valore, anche perché la forza-lavoro stessa diviene una merce. L’abilità dell’uomo è acquistata e venduta come ogni altra merce 52 . L’alienazione del processo lavorativo si manifesta, tra l’altro, anche nel fatto che i progressi della produttività del lavoro si rivolgono contro il lavoratore e ciò tende a eliminare il suo interesse per miglioramenti tecnici e organizzativi. Lo

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sviluppo della divisione del lavoro nuoce al singolo lavoratore costretto a una serie di operazioni limitate e monotone. Le macchine privano il suo lavoro di contenuto. L’espropriazione del singolo lavoratore è tale perché egli fa parte di un processo lavorativo complessivo: la forza produttiva individuale, unita ad altre singole forze, crea una produttività di massa che va oltre la somma aritmetica delle singole forze. Questa forza di massa è gratis per il capitalista che paga i lavoratori presi singolarmente. Ciò di cui si appropria il capitalista non è il singolo lavoro ma il lavoro comune e quindi la sua socialità; è espropriazione dell’attività umana in quanto attività collettiva. Finché il lavoro consisteva in un’abilità soggettiva, esso rappresentava anche la conoscenza di sé, quando il lavoro assume la forma di semplice erogazione di forza-lavoro si separa dalla conoscenza. Lo svincolamento dalle inclinazioni personali sancisce la frantumazione del lavoro (cosa che assume maggiore rilevanza con il sistema delle macchine); il lavoro viene diviso dalla sua propria conoscenza.

9. Natura, libertà e possibilità dell’azione

A questo punto il dato da tener presente è che, nel momento in cui si crea una nuova base tecnica, si trasformano tanto i rapporti degli uomini tra loro quanto il rapporto dell’uomo con la natura. Si è condotta infatti quest’analisi perché ci sembra che Marx cercasse di comprendere la sostanza dei rapporti reali degli individui con la natura e delle condizioni materiali della produzione. Per Marx l’uomo è essere naturale che si realizza nel lavoro. I bisogni umani sono il motore dell’attività sociale, perciò lo sviluppo economico e tecnico costituisce la base dello sviluppo dell’umanità. Avendo come scopo il soddisfacimento dei bisogni umani la tecnica crea sempre nuovi bisogni:

«Come una società non può smettere di consumare, così non può smettere di produrre. Quindi ogni processo sociale di produzione, considerato in un nesso continuo e nel fluire costante del suo rinnovarsi, è insieme processo di produzione» 53 . Le società dunque tendono a riprodursi per sopravvivere; ci sono quindi delle costanti astratte, nel senso che una società futura deve creare le basi della propria esistenza. È il lavoro stesso che dovrà riprodurre la parte necessaria alla propria riproduzione.

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Ogni configurazione capitalistica del produrre è tale per cui in ogni istante, le sue configurazioni saranno poste e negate; tale movimento è il modo di produzione capitalistico vero e proprio. I presupposti del modo di produzione capitalistico sono:

l’accumulazione di una certa quantità di denaro e la separazione tra mezzi di lavoro e forza-lavoro. È il processo stesso che crea le proprie pre-condizioni, sono presupposti posti dal capitale, quindi sono sia risultato che punto di partenza del processo successivo. L’idea è che il processo non ha bisogno d’uscire da se stesso per funzionare correttamente. Ciò che deve essere ricreato sono i mezzi di lavoro e l’accumulazione di capitale/denaro, questo perché il lavoro è alienato, nel senso che viene venduto, «appropriato dal capitalista e incorporato al capitale, durante il processo il suo lavoro si oggettiva costantemente in prodotti altrui» 54 . Parte di quanto venduto deve essere prodotto in vista della produzione, parte integrante del produrre è ricreare le basi materiali della riproduzione. Il modo di produzione capitalistico cambia radicalmente il rapporto uomo/uomini e uomo/natura perché in esso la produzione è fine a se stessa, cioè pone i suoi oggetti come mezzi del produrre. Inoltre, la finalità della produzione non è più la riproduzione ma l’incremento del denaro investito, produzione di plusvalore. Lavoro vivo e volontà conforme a scopo si scindono, il lavoratore non conosce e non realizza più il proprio scopo, il prodotto è vissuto come altro da sé. L’uomo non è più soggetto della sua attività ma diventa oggetto, esso è reificato; di conseguenza, anche le relazioni sociali si modificano: i rapporti diventano sempre più rapporti tra cose e non tra uomini 55 . Il lavoro in quanto caratteristica propria dell’uomo, il lavoro come posizione di scopo del lavoratore, scopo da lui ben conosciuto, contiene in sé l’idea di libertà. La libertà a cui fa riferimento Marx non è un problema individuale, ma riguarda gli individui riuniti in società, non singoli, ma rapporti tra uomo e uomo. Fin quando il processo di produzione sociale si basa su forme antagonistiche di rapporti di produzione, la libertà viene negata. Nel sistema di fabbrica e nella grande industria c’è un’inversione tra mezzo e oggetto di lavoro, il lavoro vivo non pone lo scopo ma dipende dallo scopo posto dal capitale. I lavoratori non governano più la loro produzione in modo adeguato alla loro dignità di uomini, proprio per la profonda modificazione del rapporto uomo/natura: «‘l’industria è la figura estraniata della natura’ –estraniata perché nel

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processo della storia dell’umanità viene estraniato il lavoro, come rapporto ‘naturale’ dell’uomo alla natura» 56 . In una forma sociale il cui fine della produzione è l’accumulazione e, la sua funzione

è l’investimento di capitale piuttosto che la soddisfazione dei bisogni umani, si crea una contraddizione che assume la forma di un conflitto sociale. Ma lo sviluppo della

produttività del lavoro crea le condizioni materiali per la soluzione di quell’antagonismo attraverso il superamento delle eccessive formazioni economico-sociali: «di fatto il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità

e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione

materiale vera e propria». L’espansione dei bisogni umani e la lotta per soddisfarli determinano lo sviluppo di nuove forze produttive che portano a uno stadio superiore di civiltà. Per dominare la cieca forza economica «l’uomo socializzato, cioè i produttori associati regolano razionalmente il loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo» 57 . L’idea è che la classe degli individui che producono valore e plusvalore si riappropri dei mezzi di produzione, l’idea di una riacquistata libertà (libertà intesa hegelianamente come pensiero, capacità di porre scopi e realizzarli) è una possibilità reale interna al processo della riproduzione sociale complessiva. Ricostruendo le forme di movimento in cui si attua il rapporto uomo-natura Marx nota che nelle forme «in cui domina la proprietà fondiaria il rapporto con la natura è ancora dominante» 58 . Nelle forme invece in cui domina il capitale «prevale l’elemento sociale, prodotto storicamente» finché quando le condizioni della ricchezza reale non dipendono più dalle condizioni naturali e dal tempo e dalla quantità di lavoro «ma dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione» 59 si creano le condizioni per «il libero sviluppo delle individualità» 60 . In altre parole Marx ipotizza che il rapporto uomo/natura e uomo/uomini possa risolversi in una completa affermazione della libera attività individuale. In quanto forma di movimento di un processo, la compatibilità tra una forma sociale

e una base materiale non è mai definitiva, essa è invece una realtà in costruzione mai identica a se stessa seppur con i presupposti del passato. La forma capitalistica di produzione sviluppa le basi materiali (il macchinismo), ma non corrisponde più alla

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forma sociale 61 . La base materiale di un nuovo modo di produzione è creata dal modo di produzione capitalistico stesso; che la forma che assumerà il nuovo modo di produzione sarà quella del comunismo e di una riconciliazione tra uomo e natura è una possibilità reale, ma «è mera illogicità il non vedere che in quanto semplice eventualità, o possibilità astratta, questa possibilità reale ha lo stesso valore di altre, compresa quella dello sconvolgimento della biosfera» 62 . È come possibilità che la reprise, di cui parla Eric Weil, diventi una sussunzione reale, infatti, l’uomo, pur subendo la legge delle cose, è egli stesso artefice della legge: secondo Marx, nel modo di produzione capitalistico, può realizzarsi il principio della ripartizione secondo il lavoro, sia sotto l’aspetto quantitativo (optimum sociale del valore della forza-lavoro) sia sotto il profilo qualitativo; l’alienazione del lavoro dal lavoratore può essere superata. L’azione diventa possibilità reale a patto che il lavoro venga pensato come organizzazione sociale, e la società venga intesa come rapporto tra uomini. L’estraneazione del lavoratore dal processo di produzione e riproduzione è in contraddizione con la caratteristica specifica dell’uomo: la posizione di scopo. Tale estraneazione può essere superata nella forma del modo di produzione dei lavoratori associati in cui, la posizione di fini assume una tendenza collettiva. Se estraneazione vuol dire essere alienati dal proprio modo di vivere naturale, azione allora significa riappropriarsi delle proprie inclinazioni fondamentali. Libertà è dunque la riconciliazione delle inclinazioni umane con la struttura sociale, in quanto lo scopo da perseguire è d’interesse generale. Libertà non è un fine privato, è invece diretta partecipazione dell’individuo all’attività della specie. Il problema posto da Marx, è quello della disumanizzazione della vita sociale, dell’impoverimento del suo contenuto; l’obiettivo è quello di creare le condizioni di uno sviluppo completo dell’uomo. Per fare ciò è necessario estendere sullo sviluppo sociale il controllo consapevole dell’uomo. “Trasformazione del regno della necessità” va inteso come assoggettamento della produzione al controllo sociale e, come creazione di condizioni di lavoro degne della natura umana. Il rapporto organico dell’uomo con la natura costituisce la base del regno della libertà: l’uomo lavora la materia in vista dei suoi fini, l’oggetto prodotto è il frutto di questa sua libera attività e, in quanto tale, esso gli appartiene perché è oggettivazione del suo lavoro. La produzione deve essere pensata in funzione della popolazione e delle relazioni degli uomini tra loro. Alla base dell’idea marxiana dell’uomo c’è la caratteristica della

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socialità e una nuova idea dello scambio come rapporto sociale tra individui. Il capitale non è una forma assoluta di produzione ma una forma di produzione storica, tale cioè che gli elementi della sua genesi divengono le condizioni naturali da cui è frenato lo sviluppo delle forze produttive. Quella di Marx è una teoria di un’appropriazione storica della cultura e della scienza e di un conseguente sviluppo complessivo delle capacità dell’individuo sociale.

Bibliografia.

La bibliografia su Marx è sterminata; ci si limita qui a riportare solo i testi a cui si è fatto riferimento nel corso dell’analisi.

Badaloni, P., 1976, «Marx e la formazione dell’individuo sociale», in Problemi teorici del marxismo, Editori Riuniti, Roma, pp. 80-90.

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Holz, H. H., 1987, «Natura e storia in Marx», in Marx e i suoi critici, trad. it. A. Mazzone, Urbino, Quattroventi, pp. 195-217.

Kelsen, H., 1955, The Communist Theory of law, New York, F. A. Praeger, Inc., (La teoria comunista del diritto, trad. it, G. Treves, Milano, Sugar Co 1981).

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Marx, K.,1947, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie, Berlino, Dietz (Il Capitale. Critica all’economia politica, trad. it. D. Cantimori, Roma, Editori Riuniti,

1994).

Marx, K., 1976 Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (Rohentwurf) 1857- 1858, Teil I, Berlino, Dietz (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857-1858 trad. it. E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze, 1970).

Mazzone, A., 1976, «Feticismo delle merci», in Problemi teorici del marxismo, Roma, Editori Riuniti, pp. 150-260.

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Mazzone, A., 1999, Autogoverno e tirannide. L’idea di Stato: preliminari per un’analisi del potere presente, in «Contraddizione», n° 73 luglio-agosto, 1999, e ripubblicato in «Topos», n° 14, 2000.

Petri, F., 1973, Il contenuto sociale della teoria del valore in Marx, Bari, Laterza.

Sichirollo, L., 1999, «Marx oggi. Filosofia della storia e problemi attuali», in Belfagor, fascicolo I, 31 Gennaio, pp. 1-9.

Sraffa, P., 1960, Produzione di merci a mezzo di merci, Torino, Einaudi.

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Sweezy, P., 1970, «Il metodo di Marx», in La teoria dello sviluppo capitalistico e discussione del pensiero economico marxiano, trad. it. C. Napoleoni, Torino, Universale scientifica Bollati Boringhieri, pp. 13-26.

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Note

1 Cazzaniga, (1981, 13).

2 Kelsen (1955, trad. it. 29).

3 Ivi, 76.

4 Cazzaniga, (15-16).

5 Fineschi, (2001, 15).

6 Marx, (1947, trad. it. 211-212).

7 Si rimanda per l’argomento a Luporini (1974, 153-211).

8 Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (1837, trad. it. 8). E continua: «Dobbiamo cercare nella storia un fine universale, il fine ultimo del mondo, e non uno scopo particolare dello spirito soggettivo o del sentimento; lo dobbiamo intendere attraverso la ragione, che non può porre il proprio interesse in un particolare scopo finito, ma solo in quello assoluto».

9 Il Cantimori traduce normalmente Arbeiter con operaio; qui si preferisce tradurre con lavoratore accettando come valida la posizione di Fineschi: «La distinzione fondamentale del modo di produzione capitalistico […] è fra capitale e lavoro; le classi, si è visto, sono l’essere per sé di queste categorie, l’esistenza oggettuale in portatori fisici del rapporto (senza di esse il rapporto non esisterebbe). Da una parte abbiamo quindi il capitalista come personificazione del capitale, come suo agente cosciente; dall’altra però, dato il livello d’astrazione, abbiamo necessariamente il lavoratore, perché stiamo parlando di una dimensione storica specifica del lavoro come tale: la forma salariata. Forma salariata però non significa affatto solo fabbrica, bensì realizzare il processo lavorativo come momento del capitale». (Fineschi, 2001, 155-156). Il confondere la classe lavoratrice con la classe operaia è stato uno degli errori che ha portato a parlare, intorno agli anni ’80 del secolo ormai trascorso di “crisi del marxismo”. Si è confuso il termine classe che è «ente determinato di rapporti di produzione, e anzi modo di esistenza in questi rapporti delle forze produttive sociali con un certo numero d’individui, p. es. quelli che entrano in fabbrica ad ore fissate». (Mazzone, 2003, 5). Questa assimilazione della classe lavoratrice con la classe operaia fece sì che, finito il cosiddetto operaismo si considerasse ormai inadeguata la teoria marxiana delle classi.

10 Marx, (1947, trad. it. 32).

11 Fineschi, (2001, 15-16).

12 Sraffa, (1960).

13 Sweezy e altri, (1970, trad. it. 153).

14 Ivi, 14.

15 Cazzaniga, (1981, 22). 16 Buona parte della letteratura marxista ha considerato il valore d’uso come “qualità naturale” senza tener conto del suo carattere sociale riducendo così la teoria del valore a valore di scambio. Si vedano a tale proposito Hilferding (1904, 111-175) e Petri (1973).

17 Marx, (1947, 85).

18 Ivi, 118.

19 Ivi, 119.

20 «Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavoro privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo. Poiché produttori entrano in contatto sociale soltanto mediante lo scambio di prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati appaiono soltanto all’interno di tale scambio. Ossia, i lavori privati si effettuano di fatto come articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro, e attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose.» Ivi, 105.

21 Ivi, 103.

22 Ivi, 212.

23 Ivi, 215.

24 Ibidem.

25 «Chiamo corpus collectivum hominum et rerum la nozione (astratta!) di una qualsiasi comunità umana capace di riprodursi bioticamente (riproduzione sessuata) e mediante lavoro cioè dotata di un suo apparato biotopico tipico con l’ambiente naturale». Mazzone (1999, 7).

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25

26 Marx, (1947, 218).

27 Ivi, 74.

28 «Quando dei muratori fanno catena per passare le pietre da costruzione di mano in mano dai piedi fino alla cima d’una impalcatura, ciascuno di essi fa la stessa cosa, ma tutte le singole operazioni costituiscono parti continue di un’operazione complessiva, fasi particolari che nel processo lavorativo debbono essere percorsi da ogni pietra di costruzione e attraverso le quali p. es. le mani del lavoratore complessivo le mandano avanti alla svelta nelle mani di ogni singolo lavoratore che salga e scenda dall’impalcatura. L’oggetto del lavoro percorre lo stesso spazio in un tempo più breve». Ivi, 368.

29 Si veda Il Capitale p. 369 e nota 15 della stessa pagina.

30 Marx, (1947, 371).

31 Si rimanda a Mazzone, (1987, 240-242).

32 Marx, (1947, 367).

33 Ibidem.

34 «Appartengono alle forze produttive materiali, oltre la natura, la tecnica, la scienza, innanzitutto anche l’organizzazione sociale stessa e le forze sociali sin dall’inizio così create, mediante la cooperazione e la divisione industriale del lavoro». Korsch (1967, trad. it. 213)

35 Marx (1947, 188).

36 Ivi, 374-375.

37 È importante sottolineare che per Marx è sicuramente pensabile cooperazione senza capitalismo, è per tale motivo che abbiamo detto questa cooperazione.

38 Marx, (1947,395).

39 «Dunque la produzione del plusvalore relativo presuppone un modo di produzione specificamente capitalistico che a sua volta sorge e viene elaborato spontaneamente, coi suoi metodi, coi suoi mezzi e le sue condizioni, solo sulla base della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale. Al posto della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale subentra quella reale». Ivi, 557.

40 Ivi, 381.

41 Non si tratta qui di successione cronologica ma logica.

42 K. Marx, (1947, 467).

43 L’introduzione della macchina operatrice produce una rivoluzione del processo produttivo poiché essa va a sostituire l’elemento fondamentale del lavoro, la libertà conforme a scopo. Si veda De Palma (1971,

258-302).

44 «Ma la desolazione intellettuale, prodotta artificialmente con la trasformazione di uomini immaturi in semplici macchine per la fabbricazione di plusvalore, da tenersi ben distinta da quell’ignoranza naturale e spontanea che tiene a maggese senza corromperne le capacità di sviluppo, cioè la stessa fecondità naturale, ha finito per costringere perfino il parlamento inglese a fare dell’istruzione elementare condizione obbligatoria per legge del consumo ‘produttivo’ di fanciulli al di sotto dei quattordici anni d’età, per tutte le industrie soggette alla legge sulle fabbriche». Marx (1947, 443).

45 Ivi, 425.

46 Ivi, 179.

47 «Il valore diventa dunque valore in processo, denaro in processo e, come tale, capitale». Ivi, 188.

48 Ivi, 191.

49 «Il capitale è costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società, dai prodotti e dalle condizioni di attività della forza-lavoro, resi autonomi nei confronti della forza-lavoro vivente, che vengono mediante questa contrapposizione personificati nel capitale». Ivi, 1096.

50 Badaloni, (1976, 88).

51 Questo modo di considerare le relazioni tra merci come un dominio delle cose sulle persone apre la prospettiva per la liberazione dell’uomo.

52 «Il feticismo del capitale è la forma fenomenica necessaria, storica della produzione sociale che si raddoppia come parvenza, riflesso necessario delle forme fenomeniche reali profitto etc., è il mondo delle merci e dello scambio di equivalenti conservato come parte del movimento del capitale, e negato e ridotto a ‘mistificazione del contenuto, reiner Schein’; perciò esso è anche il feticismo delle merci come posto e negato, ossia, rapporti di produzione (di classi) che si riproducono come rapporti di scambio». Mazzone, (1976, 152).

53 Marx, (1947, 621).

54 Ivi, 626.

55 «Mediante la sua trasformazione in macchina automatica, il mezzo di lavoro si contrappone al lavoratore durante lo stesso processo lavorativo quale capitale, quale lavoro morto che domina e succhia

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fino all’ultima goccia la forza-lavoro vivente. La scissione fra le potenze mentali del processo di produzione e il lavoro manuale, la trasformazione di quelle in poteri del capitale sul lavoro, si compie… nella grande industria edificata sulla base delle macchine. L’abilità parziale del lavoratore meccanico industriale svuotato, scompare come un infimo accessorio dinanzi alla scienza, alle immani forze naturali e al lavoro sociale di massa, che sono incarnati nel sistema delle macchine che con esso costituiscono il potere del ‘padrone’». Ivi, 467.

56 Holz, (1987, 217).

57 Marx, (1947, 1102-3).

58 Marx (1976, trad. it. 35).

59 Ivi, vol. II, 400.

60 Ivi, 402. 61 «Questo confine tra preistoria e storia, tra lavoro e necessità, ancora impiegato nelle maglie del determinismo naturale e sociale, e lavoro-consapevolezza, come controllo sociale del macchinismo, è segnato nella teoria marxiana dallo sviluppo dell’introiettamento della volontà conforme a uno scopo nel mezzo di lavoro. La nuova forma di produzione, di cui Marx intravede la base tecnica nel sistema di macchine, trova nel passaggio generalizzato dall’intervento al controllo, all’interno del processo lavorativo, le sue fondamenta materiali, e sembra esprimere oggi, nelle nuove realizzazioni di impiego tecnologico della scienza, dalla robotica all’informatizzazione amministrativa, nuovi e diversi bisogni di produzione, in cui la riproduzione scientifica perviene alla realizzazione del proprio concetto, in quanto programmazione sociale consapevole del ricambio fra comunità umana e ambiente naturale». Cazzaniga, (1981, 265).

62 Mazzone, Feticismo delle merci, (1976, 260).

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