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Meditare

è un’esperienza che chiunque può fare, in qualunque luogo e tempo


della vita. Basta conoscere le tecniche base e la migliore predisposizione della
mente, del cuore e del corpo per intraprendere questo viaggio meraviglioso alla
scoperta di se stessi. Guidati dalla voce di Leonardo Vittorio Arena, in questo
libro possiamo accostarci alla meditazione partendo dai principi teorici per poi
metterla in pratica: dalla scelta della musica alla consapevolezza del proprio
corpo, dagli spunti delle filosofie orientali e occidentali ai concetti di non azione
e non pensiero, dagli esercizi del buddhismo e della mindfulness alla scoperta
del potere dei mantra e dei koan. Questo manuale ci aiuta a liberare il potenziale
già presente in ognuno di noi e a riequilibrare corpo e mente, sia negli adulti che
nei bambini, grazie anche alle sedute di meditazione di gruppo e in solitaria
trascritte qui dall’autore. Per riuscire a comprendere tutti i segreti per
sperimentare subito i benefici della meditazione. E vivere sempre più in pace e
pienezza, giorno dopo giorno.
LEONARDO VITTORIO ARENA (1953), filosofo, storico delle religioni,
musicista e compositore, insegna Religioni e filosofie dell’Asia orientale e Storia
della filosofia moderna e contemporanea presso l’università di Urbino. La sua
riflessione unisce pensieri occidentali e orientali da Nietzsche al buddhismo, con
un interesse filosofico, e poco accademico, per artisti rock quali John Cage, Bob
Dylan, Brian Eno. Tiene corsi di meditazione, conferenze e lezioni dedicate al
tema. Per BUR ha pubblicato anche Lo spirito del Giappone e curato numerose
pubblicazioni.
Dello stesso autore in

Lo spirito del Giappone

A cura dell’autore
I 36 stratagemmi
La strategia cinese per la guerra e la vita quotidiana
Al profumo dei pruni
L’armonia e l’incanto degli haiku giapponesi
L’arte del governo, di Liu An
L’arte della guerra, di Sun Tzu
Il codice dei samurai. Hagakure, di Tsunetomo Yamamoto
I-Ching. Il libro delle trasformazioni
Il libro dei cinque anelli, di Musashi Miyamoto
Yogasutra, di Patanjali
Zhuangzi
LEONARDO VITTORIO ARENA

LA VIA DEL RISVEGLIO


MANUALE DI MEDITAZIONE
Proprietà letteraria riservata
© 2017 Rizzoli Libri S.p.A. / BUR Rizzoli

eISBN 978-88-58-69097-0

Prima edizione BUR settembre 2017

Realizzazione editoriale: Librofficina, Roma

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In copertina:
fotografia © plainpicture/OJO/Martin Barraud
Art Director: Francesca Leoneschi
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Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
LA VIA DEL RISVEGLIO
Alla memoria di mia moglie
Sommario

Prefazione

Teoria. Prima di premere il pulsante

1. Come arrivo alla meditazione


Esperienze giovanili
Meditazione di gruppo
Meditazione, lezioni, conferenze
Musica e meditazione
Conclusioni

2. Meditazione e filosofia
Noi al centro del mondo
L’esperienza dei sensi
Intuizioni fenomenologiche
Un’istantanea sul mondo
Il monologo interiore
La descrizione e il pilota automatico
Il senso della vita
Conclusioni

3. L’equipaggiamento ideale
Il viaggio inizia dal primo passo
La bellezza della non azione
La nostra parte migliore
Aspettativa vs accettazione
Nutrire il non pensiero
Conclusioni

4. La pratica buddhista della mindfulness


Tecniche di meditazione
L’esperienza del Buddha
Una filosofia del corpo
Osservare le sensazioni
Affrontare il conflitto
Ostacoli e resistenze
Conclusioni

5. Lo Zen e i koan
Il buddhismo Zen
Coltivare il mantra
Fondersi con il mantra
Conclusioni

6. Gurdjieff maestro sufi


Ricordare se stessi
Svegliarsi dal sonno
La musica oggettiva
Spunti sufi
Conclusioni

Pratica. Premere il pulsante della coscienza

7. Meditazione di gruppo
Una seduta
Osservazioni
Conclusioni

8. FAQ sulla meditazione


9. Meditazioni tematiche
Essere la montagna
Le impressioni del gruppo
Diventare una pianta
Guardarsi le mani
Suoni e rumori
Affrontare l’incubo
Parla il nemico interno
Dubbi e incertezze
Guardare le emozioni
Meditare camminando

10. Meditazione per problemi


Attenzione al dolore
Disturbi di concentrazione e apprendimento
Osservazioni
Meditazione e depressione
Angoscia e psicosi
Cancro dello spirito

11. Meditazione per bambini


Prima fase: attenzione ai rumori
Seconda fase: attenzione al corpo
Terza fase: attenzione al pensiero

12. Oltre la meditazione


Krishnamurti non maestro
Osho o Rajneesh
Meditazione e fisica quantistica
Lo script della bilocazione
Meditazione e amore
Il bambino e il palloncino
Tornare nel mondo

Epilogo
Glossario

Bibliografia

Discografia

Contatti
Prefazione

La meditazione ci porta alla soglia di una nuova coscienza o dimensione.


La meditazione non ha contenuto: consiste nel silenzio.
Nella meditazione si possono creare due tempi: uno legato al passato, l’altro
nel qui e ora.
Talvolta occorre che la meditazione si sposti negli stati alterati di coscienza.
Con la meditazione cerchiamo di capire dove ci troviamo e cosa stiamo
facendo della nostra vita.
Nella meditazione chi non cerca trova.
In certi momenti la psicoanalisi somiglia alla meditazione e viceversa.
Difficile separare la musica dalla meditazione: l’una porta all’altra.
Si pratica la meditazione anche quando si pensa di non farlo.
Con la meditazione scopriamo il non suono.
Niente ci permette di superare la morte dei nostri cari, né la meditazione né la
musica.
A chi mi chiede qual è lo scopo della meditazione direi la meditazione.
La meditazione si prefigge la trasformazione dell’individuo.
Per studiare le filosofie orientali occorre imparare la meditazione.
La meditazione ci fa capire il nostro posto nel mondo.
La meditazione ci fa suonare meglio.
Lo Yoga è come la meditazione: non occorrono sforzi.
La meditazione di gruppo è più forte di quella individuale.
Una seduta di meditazione non può essere descritta.
La meditazione è una tecnica per esplorare la realtà.
Non ci sono segreti nella meditazione.
Nella nostra vita la musica e la meditazione dovrebbero procedere di pari
passo.
Alterniamo il sonno alla veglia, la meditazione alle altre attività.
La meditazione non richiede speciali abilità, solo ascoltarsi.
Si può meditare anche solo fissando l’attenzione su un punto o un oggetto
qualsiasi.
Nella meditazione possiamo soltanto raggiungere una meta già raggiunta.
La meditazione dovrebbe rientrare nei programmi scolastici.
Gli scienziati e i ricercatori della fisica quantistica dovrebbero darsi alla
meditazione.
Non smettiamo mai di meditare o di lavorare su noi stessi.
Con la meditazione non ci limitiamo a scoprire noi stessi.
La meditazione è sapere che c’è un pulsante della consapevolezza.
Meditare non significa richiamarsi a un potere occulto della mente, ma alla
sua funzione normale.
Si può meditare anche solo osservandosi un paio di minuti al giorno.
Dedichiamo i primi momenti del mattino a meditare osservando noi stessi.
Non dovremmo dipendere dalla meditazione.
La meditazione non è passività.
La meditazione può essere il recupero della sensazione di meraviglia provato
da bambini.
La meditazione ci permette di trovare un nuovo senso della vita.
La meditazione ci permette di accedere al non pensiero.
La meditazione non dipende dalla volontà.
La meditazione è premere il pulsante della consapevolezza.
Nella meditazione siamo come siamo senza trucchi.
Nella meditazione non dovremmo lasciarci dietro il mondo esterno.
Nella meditazione si possono evocare con cautela esperienze sgradevoli.
Dobbiamo scoprire da soli quale meditazione sia più adatta a noi: nessuno
può farlo al posto nostro.
Se c’è vita negli altri pianeti, deve esserci anche la meditazione.
La meditazione ci desta dal sonno.
Teoria

Prima di premere il pulsante


1
Come arrivo alla meditazione

Non dico che non esista la meditazione,


non ne esistono maestri.
Huangbo

La meditazione è il Risveglio.
Dogen

Esperienze giovanili

Penso che la meditazione abbia sempre fatto parte della mia vita. La praticavo
quando non sapevo di farlo: la meditazione per me non aveva un nome.
Forse meditare era starmene assorto a guardare dalla finestra i passanti. Senza
distogliere lo sguardo, in uno stato di coscienza alterato. La mattina restavo a
letto qualche minuto nel dormiveglia e prestavo attenzione al mio corpo.
La meditazione non aveva un nome per me.
Intorno ai quindici-sedici anni cominciai a praticare lo Yoga. Non era la
meditazione, ma c’erano affinità. Addestravo il corpo e la mente. Era
concentrazione, come guardare dalla finestra. Le posizioni dello Yoga sono
complesse, la meditazione è semplice.
Chi dice che meditando si riscopre un’attività familiare coglie nel segno. Non
seguivo una tecnica: era la contemplazione spontanea degli oggetti intorno a me.
Mi ci immergevo, senza staccarmi dalla realtà.
Negli anni ’60 il mondo della cultura scopriva l’Oriente. Ero appassionato di
musica e parecchi stimoli giunsero da lì. Una notizia sensazionale: i Beatles
andavano in India per imparare a meditare con il Maharishi Mahesh Yogi. Si
diffuse la tecnica dei mantra, termine di difficile traduzione: si ripete una parola
che il maestro assegna al discepolo. (Il mantra è personale.)
Sentii che ciò che facevo dall’infanzia era legato alla meditazione. Per entrare
nel mondo che i Beatles scoprivano avevo la porta aperta. C’era da imparare una
tecnica? Non avevo già tutto l’occorrente? Credevo di sì, ma una parte di me era
bramosa di sapere. Cos’era la meditazione? La relazione della meditazione con
la musica la rendeva più affascinante.

Meditazione di gruppo

Faccio un salto di qualche anno, ma per me furono secoli. Iscritto alla facoltà di
Filosofia cominciai a interessarmi al pensiero orientale, indiano e cinese. La
meditazione tornò nella mia vita: le filosofie orientali vi si imperniavano. Le si
poteva capire entrando in un’altra parte di noi stessi. La meditazione lo
permetteva, e forse quest’altra dimensione era l’inconscio. Mi accostavo a teorie
complesse, il Vedanta e il buddhismo Zen, la meditazione ne era il nucleo: una
pratica che mi restava ignota.
Non amo le definizioni, ma sono un orientalista. Ho studiato con la stessa
dedizione le filosofie occidentali e orientali. La meditazione può servire a capire
entrambe. La mia ricerca non è solo teorica. Ho cercato di cogliere il senso della
vita. La meditazione poteva aiutarmi. C’era un nesso tra teoria e pratica. Lo
scoprivo a poco a poco.
Insegno all’università, sono un ricercatore. Ho scritto un certo numero di
libri, perlopiù saggi. Mi accorgo di aver parlato sempre della meditazione, anche
concentrandomi su un argomento diverso. Molte linee del mio training
psicoterapico si incrociano: la psicologia e la filosofia, lo scavo interiore, l’idea
di aiutare gli altri a liberarsi dalle illusioni – dalle nevrosi, nel gergo clinico.
Tenterò in questo libro di mostrare come i miei campi di ricerca siano collegati.
Il filo conduttore è la meditazione. Un immergersi in se stessi, salutare per il
corpo e la mente.
Dopo qualche anno della mia attività di insegnamento universitario ho
pensato di condurre gruppi di meditazione. Ho elaborato le tecniche che avevo
coltivato. L’idea mi è venuta da mia moglie. «Perché non tieni dei corsi?» Non
ci avevo mai pensato. La meditazione attendeva che la usassi. O ne fossi usato.
Fu un suggerimento determinante. Si dice che impariamo qualcosa insegnandola.
Praticavo la meditazione, l’esperienza dei gruppi mi è servita. «Potrebbe essere
utile. Ne hai le capacità.» È strano. Talvolta occorre un consiglio: non pensiamo
a coltivare ciò che sta dietro la porta.

Meditazione, lezioni, conferenze


Non si può scrivere su ciò che non abbiamo provato. Non saremmo sinceri. Ci
perderemmo per strada. Per la meditazione è ancora più vero. Anch’io pratico
insieme al gruppo. Mi sento vicino. Sperimento ciò che provano. La meditazione
è un’esperienza soggettiva, ma nel gruppo si forma un’energia che alimenta la
concentrazione. Sono quasi trent’anni che coltivo la meditazione di gruppo. Ho
sempre da imparare. La meditazione è un territorio inesplorato. Come nello
studio di una lingua si presentano nuovi tratti. L’esperienza decennale può essere
messa in crisi. Si distrae anche il meditante esperto.
La meditazione mi consente di riposarmi dallo studio. Entro in uno stato di
coscienza che mi rende più piacevole l’impegno intellettuale. Si può dire che
studio sempre o medito sempre. Difficile separare le due cose.
La meditazione non si impara, si reimpara. L’ho visto su di me. Sono rimasto
stupito dai feedback dei miei allievi. Ognuno fa un viaggio interiore dalle mille
sfaccettature e me ne parla. È un privilegio. Mi sono sempre interessato alla
mente umana. La meditazione mi è stata utile. Si conoscono gli altri e se stessi.
Il lettore può trovare noioso questo peana. Lo invito a provare la meditazione
di persona. A entrare dentro di sé, a scattare un’istantanea di se stesso nella
meditazione. Buddha invitava i monaci a non credere in alcuna teoria che non
fosse calata nella pratica. La mente si sarebbe persa nei dogmi, nelle astrazioni.
Il meditante è sempre in contatto con la realtà.

Musica e meditazione

Ho cominciato ricordando i Beatles. La musica è da sempre parte integrante


della mia vita. Ascoltando o suonando certi brani mi perdevo nella meditazione,
quando non sapevo cosa fosse. O meglio, acquistavo una sensazione nuova, uno
stato di coscienza più vigile.
Il nesso tra la meditazione e la musica è centrale. Nei gruppi faccio ascoltare
musica o la suono io, alterno la funzione di voce guida ai suoni. La musica non è
solo un sottofondo: diventa indispensabile, e mi lascio guidare da lei. Non che
suoni e frequenze debbano evocare certi stati di coscienza. Tuttavia, sono utili,
anche se non saprei spiegare come. Non mi riferisco alla musica rilassante, tipica
della new age. Ne parlerò in seguito.
L’applicazione della musica alla meditazione risale agli ultimi dieci anni.
Dedico qualche lezione dei miei corsi universitari alla meditazione: la musica
c’è. Può servire a far superare agli studenti lo stadio dell’apprendimento verbale.
La filosofia non è «la critica delle parole alle parole».
Mi piace pensare che i grandi maestri, in ogni parte del mondo, abbiano
formulato le loro dottrine grazie alla meditazione. Anche quelli più razionali o
pedanti. Nello stadio meditativo si percepiscono meglio le cose. In una
conferenza, un intervento musicale-meditativo predispone meglio l’uditorio. È
quello che cerco di fare negli ultimi tempi, per introdurre gli altri a uno stato di
coscienza speciale. Lo possiedono già, ma lo hanno trascurato.

Conclusioni

Sono arrivato alla meditazione attraverso i miei studi, la musica e la filosofia, la


mia vita interiore.
2
Meditazione e filosofia

In un attimo esci dal tempo e dallo spazio,


accantona il mondo e costruiscine uno in te.
Shabistari

Il maestro stava per spiegare la meditazione, ma un uccello cantò.


Ecco! Non è più necessario – disse.
Krishnamurti

Noi al centro del mondo

La meditazione comporta l’investigazione di sé. È una scoperta, un’indagine. Ci


destiamo alla realtà. Esploriamo il mondo e noi stessi. La meditazione ha
presupposti filosofici. Di solito non facciamo caso all’osservazione di noi stessi.
Ci muoviamo in un magma di sensazioni inesplorate. Siamo nel mondo, ma ci
affidiamo al pilota automatico. Disinnescarlo e prendere coscienza di come
funziona è il compito della meditazione.

L’esperienza dei sensi

Consideriamo il momento presente. Sto scrivendo il libro al computer. Pigio i


tasti e osservo il monitor. Per attivare un processo meditativo dovrei prendere
atto di ciò che le mie mani e i miei occhi stanno facendo. Non essendo un
dattilografo ho un personale sistema di battitura. Permetto alle mie mani di
muoversi in libertà. La destra si incarica della maggior parte del lavoro, la
sinistra batte alcune vocali sulla parte sinistra della tastiera. Guardo lo schermo
per vedere se ci sono parole sbagliate. Il computer le evidenzia in rosso e torno
indietro per correggerle. Ogni tanto guardo dalla finestra o nella stanza. Cerco di
non giudicare ciò che faccio, solo di descriverlo. Come se scrivessi la scena di
un romanzo. La mia mente segue un tracciato che mi è chiaro dopo che ha preso
corpo con parole e frasi. Muovo il mouse per far scorrere la pagina. A volte devo
spostarlo: il filo si inceppa tra gli oggetti del tavolo. Con la coda dell’occhio
guardo i libri negli scaffali e le cose nella stanza. Mi stropiccio gli occhi, li
chiudo. Mi alzo per una pausa. Cammino in cerchio nella stanza. Torno a
scrivere. Mi passo la mano tra i capelli, mi aggiusto gli occhiali. Il lavoro è
compiuto perlopiù dalla destra. Nelle pause appoggio la sinistra sul mento.
Carezzo la barba.

Intuizioni fenomenologiche

Nella fenomenologia si presta attenzione alle cose. È ciò che ho imparato dal
filosofo Edmund Husserl (1859-1938). Con l’intuizione fenomenologica siamo
consapevoli del flusso percettivo. In una prima fase siamo dentro all’esperienza
e non la giudichiamo. Il pensiero scorre senza intoppi, come le percezioni.
Mi rendo conto di pensare solo dopo che le mani sono passate sulla tastiera.
Le frasi prendono corpo a mia insaputa. Appena mi compiaccio del fluire del
discorso mi separo dal flusso percettivo. Lo osservo da un’altra angolazione.
Il filosofo Kitaro Nishida (1870-1945) ha ripreso gli spunti di Husserl e
dell’americano William James (1842-1910). Ha distinto l’esperienza pura da ciò
che ne consegue. Nell’esperienza pura non c’è distinzione tra soggetto e oggetto.
C’è un continuum, e il pensiero non lo analizza. Poi entriamo in una dimensione
duale, dove ci siamo noi e il mondo, l’Io e il non Io. Prendiamo coscienza di ciò
che si presenta in modo inconscio o preconscio: il pilota automatico. La
meditazione ci illustra il funzionamento di questa parte di noi stessi. Ce ne svela
il meccanismo. L’intrusione del pensiero è successiva, ma fa parte della
meditazione.
Mentre stavo descrivendo il movimento delle mie mani sulla tastiera, la mia
mente ha esaminato se stessa. Ha riflettuto su ciò che dicevo. Si è accorta che è
la destra a svolgere la maggior parte del lavoro. O ha sostituito una parola con un
sinonimo. Si è chiesta se la scelta degli esempi fosse pertinente, se il discorso
filasse e così via.
Sono osservazioni della parte di me che si stacca dall’esperienza pura. In
realtà, le cose non stanno così. Separiamo i due momenti, l’esperienza e la
riflessione, ma sono uno solo. L’Io si rende conto di un mondo di oggetti che
non è se stesso, bensì un non Io. Sono termini di Fichte (1762-1814), l’iniziatore
dell’idealismo tedesco.
Un’istantanea sul mondo

La meditazione considera ciò che facciamo e pensiamo. Sarebbe meglio che il


fare si imponesse sul pensare, ma se non è così non importa. Tutte le nostre
azioni e pensieri sono l’oggetto della meditazione. Cominciamo a capire cosa si
prefigga la meditazione. Tentiamo di descriverlo. La meditazione è
un’istantanea sul mondo. Ci mostra ciò che siamo in quel momento, pensiamo o
facciamo.
C’è un dialogo interiore, ma in realtà è un monologo. Parliamo di continuo a
noi stessi. Il pensiero giudicante appare e vuole imporsi, a scapito della fluidità
dell’esperienza, del continuo accavallarsi delle azioni. Per ora non curiamoci di
spegnere l’interruttore e far tacere questa parte di noi stessi. Vediamo come si
sviluppa la fotografia, ciò che rappresenta. Ci accorgeremo che la meditazione
svela anche ciò che segue all’esperienza pura.

Il monologo interiore

Nella fenomenologia siamo noi al centro del mondo. Possiamo capire il mondo
solo partendo da noi stessi. È un’attività scientifica, cognitiva. Non siamo mai
slegati dal mondo. Mentre scrivo sento i rumori delle auto, un treno che passa,
guardo gli uccelli che si posano sul davanzale, il cielo che cambia, la pioggia e
così via. Odo lo scricchiolio della sedia mentre mi alzo, il picchiettio delle dita
sulla tastiera del computer. C’è un contesto, un essere-nel-mondo, di cui sono
parte.
La meditazione mi aiuta a contestualizzare. Mi riferisce ciò che avviene e
come il mondo cambi a partire da me stesso. Che io sono il mio mondo si
chiarisce grazie alla meditazione: scattando un’istantanea di me stesso vi includo
il mondo, non solo la mia stanza, capto ciò che i sensi mi forniscono.
Il meditante focalizza l’attenzione sulle esperienze sensoriali. Scopre come si
forma il suo mondo. Non lo viviseziona: vi è dentro. Anche se la descrizione dà
l’impressione che ci sia un Io, il soggetto percipiente, e dall’altra parte il mondo
esterno, nella meditazione si capisce che la distinzione è fittizia. La riflessione
sull’esperienza non va bandita. Dovremo ricordarlo, nella parte pratica.

La descrizione e il pilota automatico


«Verso le cose stesse» è il motto della fenomenologia di Husserl. Meditando non
ce ne allontaniamo, vi siamo più vicini. Il corpo è un canale. Ogni processo
interno viene recepito e descritto. Nessuno sembra più importante di un altro: ci
accorgiamo di passarci una mano sulla testa o del lieve rumore della barra
spaziatrice sulla tastiera. Un’istantanea registra tutto senza prediligere nulla.
Così il meditante: prende coscienza delle cose e di se stesso, costruisce il suo
mondo.
Il pilota automatico si limita a fare i compiti. È talmente preso da se stesso
che non se ne accorge. La meditazione lo aiuterebbe a scomporre le fasi della sua
esperienza, a vederle meglio, senza interrompere l’azione. Tornerò sulle
difficoltà nella meditazione.

Il senso della vita

Nel passaggio dall’esperienza pura al giudizio, il meditante prende atto del


significato. Emerge un senso, un valore dell’esperienza. La mente discrimina:
«Scrivere è più importante di quando mi stropiccio gli occhi o guardo dalla
finestra». Lo scrittore giudica il suo lavoro: «Questa frase sarà comprensibile? Il
discorso fila?». La critica è impietosa, divide il soggetto dall’oggetto. «Ecco! Mi
sto guardando intorno. Il cinguettio degli uccelli mi piace, la sirena
dell’ambulanza no, evoca sensazioni sgradevoli…»
Con il pilota automatico e la riflessione diamo un significato alla nostra
esperienza. Ci convinciamo che la vita ha un senso. Ci scopriamo curiosi, pigri,
spassionati, stanchi, deboli. Coltiviamo tante impressioni su noi stessi. «Verso le
cose stesse» significa che nell’esperienza immediata l’autoriflessione non
avviene. Questi momenti sono di breve durata.
Dire che la meditazione implichi solo questi momenti e non l’intrusione del
pilota automatico è irrealistico. Tutti gli aspetti dell’esperienza vanno vagliati,
non solo quelli immediati. Ci piacerebbe che non fosse così e fossimo immersi
nella percezione. La meditazione può esporci a questi momenti. Non dovremmo
cercarli, altrimenti ci distoglieremmo dall’esperienza pura. «Ah, mi sto
censurando. Mi stacco dal mondo. Sto criticando, esaminando, obiettando…»
Non è ciò che persegue la meditazione.
Ogni stato d’animo va focalizzato. Anche quello del conferimento del senso:
«Ma allora, se ho questa sensazione piacevole, scopro quali cose mi piacciono e
faccio solo quelle. O soprattutto quelle». Oppure: «Sto meditando, ma una voce
interna mi dice che sto perdendo tempo: dovrei andare a pagare la bolletta del
gas…».
Una parte di noi non si accontenta dell’esperienza: vuole che abbia un
significato e se ne distoglie con il pensiero astratto. Dobbiamo starci attenti.
Tentare di respingerla è contrario alla meditazione. E se emergesse che nella
meditazione diventiamo consapevoli delle nostre simpatie e antipatie, sarebbe
riprovevole? O piuttosto la scoperta che stiamo cominciando a capire la nostra
visione del mondo e quale senso diamo alla vita?
Nella meditazione ci accorgiamo della parte di noi che è pronta a biasimarci.
Ostacola la pratica, ma noi la vediamo.

Conclusioni

Nella meditazione descriviamo il mondo come è, non come dovrebbe essere allo
sguardo della coscienza giudicante. In ogni sfumatura. Accettiamo ciò che ci
arriva dall’esperienza dei sensi e della mente. Nessun dato è più rilevante. La
meditazione accoglie il significato della vita e la sua mancanza: ci accorgiamo
dei vuoti del pensiero. L’attività censoria si è interrotta. Sembrano momenti
miracolosi, ma ci sono. La nostra mente fluttua in uno stato intermedio tra
l’esperienza pura e la valutazione. Un fotografo valorizzerebbe ogni dettaglio, e
così noi nella meditazione, senza trascurare nulla. Impareremo a perdonare la
parte che vede ovunque difetti e cadute di tono. Anche il pilota automatico verrà
inglobato, finché non impareremo a mitigarlo. Godremo dei momenti magici
nell’assenza dei pensieri.
3
L’equipaggiamento ideale

Senza uscire di casa conosci il mondo,


senza affacciarti alla finestra sai la via del cielo.
Laozi

Non appoggiarti alla meditazione.


Sengcan

Il viaggio inizia dal primo passo

Iniziare la meditazione è come partire. Occorre l’equipaggiamento. Con le parole


di Laozi, l’autore del Daodejing: «Un lungo viaggio inizia con il primo passo».
Senza l’attrezzatura siamo votati all’insuccesso.
Occorre un abito mentale. Da occidentali, siamo meno disposti a entrare nello
spirito. I presupposti culturali sono diversi, tuttavia anche in Occidente si sono
sviluppate nel corso dei secoli varie forme di meditazione. Quella di cui mi
occupo risente dell’atmosfera orientale, buddhista e taoista: è necessario definire
gli strumenti che servono per avvicinarvisi.
In questo libro parlo di «Occidente» e «Oriente», ma nel villaggio globale le
differenze si attenuano. Gli esempi e le considerazioni che sto per fare
riguardano gli indiani e i cinesi del mondo antico, del periodo contemporaneo
alla nascita della filosofia occidentale in Grecia. Il lettore terrà presente il
periodo storico cui mi riferisco quando parlo di Occidente e Oriente.
Precisare i presupposti della meditazione serve a dipanare equivoci: il lettore
eviterà di lambiccarsi il cervello con questioni superflue. La meditazione è
un’attività semplice che presenta difficoltà. La chitarra è uno strumento facile
che a un approccio superficiale si rivela difficile.

La bellezza della non azione


Da occidentali siamo inclini a pensare che l’attività debba avere uno scopo.
Altrimenti, perché intraprenderla? Perché praticare la meditazione, se non porta
a niente? Deve esserci un segreto nelle tecniche orientali. Le aspettative
rischiano di disorientare. Il meditante è pronto a partire, ma ignora che dovrà
rinunciare alle illusioni.
Anziché l’azione, meglio la non azione. Il meditante è sconcertato. «Si tratta
di far niente? Ma allora, come arrivare all’illuminazione?» Supposto che
l’illuminazione sia il fine della meditazione…
I taoisti si sono spinti avanti su questo terreno (non a caso ho iniziato il
capitolo con una citazione di Laozi). Sapevano che le opere esemplari si
compiono con un’attitudine speciale.
Una storia scritta dal Liezi ci mette sulla pista giusta.
«Sulla riva del mare viveva l’amante dei gabbiani. Ne seguiva con lo sguardo
le evoluzioni, e loro gli si posavano sul palmo delle mani. Attendevano che li
nutrisse. Erano così tanti che non li contava! Un amore corrisposto. Lo
consideravano uno di loro. Un giorno, il padre gli disse:
“Hai un grande ascendente sui gabbiani. Portamene uno. Vorrei giocarci un
po’”.
Il figlio fece una smorfia di disappunto, ma lo accontentò.
L’indomani tornò sulla riva del mare. I gabbiani gli volteggiarono sul capo.
Non gli si avvicinarono. Un sesto senso? Da quel giorno lo schivarono. Non era
più un amico, ma un estraneo.»
Il protagonista era spontaneo, prima della richiesta. Quando gli uccelli
sentono la premeditazione, non lo trattano più come un loro pari. La non azione
era naturale, l’intenzione impedisce il rapporto. All’inizio non c’era scopo…
Un’altra storia taoista precisa la portata della non azione e come realizzarla.
Siamo nella Cina antica. Un altro maestro, Zhuangzi, ne è l’autore.
«Un nobile commissionò a un artigiano un supporto per campane. Doveva
fabbricarlo in quindici giorni. L’artigiano sapeva che poteva essere ucciso per un
lavoro mal fatto.
Sembrò non curarsene e nei giorni successivi continuò a fare le stesse cose.
Le stesse cose? Cominciò una dieta, si astenne dai cibi conditi e praticò la
meditazione. Digiunò. Non pensò alla ricompensa, al risultato, al pericolo.
Grazie al digiuno e alla meditazione la sua mente era vuota. Intanto, si
avvicinava la scadenza.
L’artigiano era solito passeggiare nei boschi. Non vi avrebbe mai rinunciato.
Un giorno, mentre fischiettava una melodia, il suo sguardo si posò su un tronco
d’albero. Lo vide con la coda dell’occhio. Ma sì: era il legno che cercava!
A quel punto era facile. Lavorò senza posa e preparò il supporto. In
anticipo…
Più contemplava l’oggetto, più il nobile era strabiliato.
“È opera di un dio! Ma come hai fatto?”
“Ho solo svuotato la mia mente!”»
Traspare il nesso tra meditazione e non azione. L’artigiano non si angoscia e
lascia campo libero alla parte di sé che pensa al compito di soppiatto. Una specie
di inconscio. Quando l’occasione si presenta, la coglie: vede l’albero adatto. Non
azione non significa aspettare con le mani in mano. Non è passiva.
Il meditante fa lo stesso. Non dovrebbe inseguire esperienze straordinarie,
bensì reagire a ciò che gli si presenta: immagini, idee, parole, reminiscenze,
sensazioni e impressioni corporee, senza bramarle. Uno specchio riflette ciò che
gli passa davanti senza trattenere nulla. Tutto ciò che arriva nella meditazione è
degno di attenzione. La mente non vi si sofferma: è pronta ad accogliere altro. È
una capacità reattiva naturale. Poi si potrà ottenere ciò che non si è cercato: il
rilassamento, la calma, la concentrazione. Forse anche il Risveglio…

La nostra parte migliore

Nel capitolo precedente ho accennato al pilota automatico, la parte che rema


contro. Ripiomba nel sonno dello spirito, si distoglie dal momento. L’istantanea
è sfocata. Un’altra parte, non meccanica, si attiva. Si manifesta se non la
inseguiamo, se le lasciamo spazio con il digiuno alimentare o psichico. Ci aiuta a
raggiungere risultati migliori, e si sviluppa continuando a meditare. Lo fa
all’insaputa della parte critica. I taoisti sapevano che siamo i più acerrimi nemici
di noi stessi. Ci consigliano di mollare la presa. C’è una parte di noi che non
dimentica il compito.
Attraverso la non azione siamo convinti di avere le risorse per realizzare
l’obiettivo. Tuttavia, non dobbiamo agognare di farlo. Meglio dare adito alla
parte inconscia di noi stessi che si incarica di quasi tutto il lavoro intellettuale o
manuale.
I buddhisti dicono che siamo Buddha, perfetti e risvegliati, da sempre. I
taoisti sanno che il Tao ha fornito a tutti l’occorrente per il viaggio. Ma ci
lasciamo sopraffare dalla parte che rema contro: ci lascia credere che non
riusciremo.
Alla fine, il nobile chiede il segreto di quel lavoro eccellente. «Non c’è»
risponde l’artigiano. Riteniamo la meditazione un’attività molto complessa,
mentre dobbiamo solo rimuovere gli ostacoli posti da noi stessi. «Lo credi
difficile? Lo sarà!» Ecco il vero pericolo…
La lotta contro noi stessi si protrae, quando pensiamo di non aver meditato
bene o di non aver avuto risultati – la calma, il Risveglio o chissà che.

Aspettativa vs accettazione

La non azione stronca sul nascere un altro nemico: l’aspettativa. «Medito da


mesi e non è successo niente. Soffro d’insonnia e digerisco male. Sto perdendo
tempo?»
È legittimo avere aspettative sulla soluzione dei propri problemi. Non dico
che la meditazione non possa aiutarci. Ma l’aspettativa del cambiamento rema
contro. Rinvia alla non accettazione, alla cupidigia. I risultati non sono mai
sufficienti. «Be’, va un po’ meglio, dormo di più e digerisco, ma… tutto qui?»
La parte critica continua a biasimare. Vorrebbe distoglierci dalla meditazione,
dal viaggio. Conoscerla serve a metterci in guardia.
Dovremmo per prima cosa infilare in valigia la non azione. Lasciamo a casa
l’aspettativa e portiamoci dietro l’accettazione, l’autostima. Possiamo zittire la
parte che desidera fallire.
Nella battaglia tra aspettativa e accettazione, schieriamoci per la seconda.
Meglio «mollare la presa». Chi ha aspettative non si accontenta del presente.
Lamenta che il passato non gli ha dato ciò che cercava e neanche il futuro lo
farà. Così perde di vista il presente.
Chi ha aspettative distorce la realtà: è prigioniero dell’immaginazione.
Condanna la meditazione e attende risultati migliori, pronto a interromperla
se non arrivano. Aspetta il momento magico grazie al quale la vita cambierà e gli
sforzi non saranno vani… Meglio pensare che nel presente abbiamo già ciò che
vogliamo. Bandire le illusioni e calarci nella realtà. La meditazione ci aiuta.
Accettiamo i nostri limiti. Meditando ci distraiamo, ci addormentiamo.
Sempre pronti ad abbatterci e non a perdonarci, siamo masochisti: parteggiamo
per l’aspettativa contro l’accettazione. Nella meditazione possiamo capovolgere
la situazione.
Gli indù parlano di «non attaccamento al frutto delle azioni». È non azione.
Non rimaniamo inerti, a braccia conserte: ciò che facciamo è nuovo, diretto e
immediato. Ciò che abbiamo raggiunto è passato: non ci ha inebriato, né
depresso.
Gli oggetti gli sfilano davanti: lo specchio non li trattiene. Non azione è non
attaccamento.
Pratichiamo la meditazione senza aspettarci la manna o il regno dei cieli, il
nirvana o l’illuminazione. Facendolo con costanza i risultati arriveranno.
Dobbiamo capire che una parte di noi sa meditare.

Nutrire il non pensiero

La non azione è il presupposto per meditare. L’aspetto complementare è il non


pensiero. La storia dell’artigiano lo indica. Il protagonista sembra non
concentrarsi sul compito. Lascia che si sviluppi un altro pensiero. Si affida al
corso delle cose e non lo violenta. Sopprime l’Io e accede a un’altra conoscenza.
Distrae la parte che vorrebbe controllare la mente.
La non azione non è passiva. Il non pensiero non è assenza di pensiero.
Emerge in tutti noi, se accantoniamo la censura. Freud dice che il pensiero non è
creativo, elabora i dati dell’esperienza. Il non pensiero è creativo, a patto che ci
liberiamo dei fantasmi. O li releghiamo sullo sfondo, senza intralciare il non
pensiero e la non azione.
Come esempio del non pensiero si potrebbe considerare una storia che
riguarda la nascita del buddhismo Chan/Zen. Buddha raduna i discepoli sul
Picco dell’Avvoltoio. Si sente prossimo alla morte e vuole designare un
successore. I suoi seguaci si aspettano un sermone. Buddha coglie un fiore e lo
solleva in aria. I monaci sono stupiti. Sentono che c’è un messaggio da cogliere.
Uno di loro ha un’intuizione. Sorride, fissando il volto del maestro che mostra il
fiore. Buddha lo pone a terra. Ha scelto il successore, e lo elogia.
Il non pensiero ha permesso all’allievo più dotato di capire. Infatti sorride.
Nessuna spiegazione potrebbe illustrare la sua comprensione. Il non pensiero
elude le definizioni. È il ricorso a facoltà straordinarie. O forse il recupero della
spontaneità. Nel Chan/Zen si suppone che siamo Buddha da sempre: basta
riconoscerlo. È il primo passo sulla via del Risveglio.
Buddha invita i monaci a una meditazione di gruppo. Tra tanti, uno risponde.
Capisce che Buddha comunica attraverso il non pensiero. È un contatto mentale,
dicono i commentari.
Si invita il meditante a sviluppare risorse diverse dal pensiero. Le attiviamo
nella meditazione, quando ci avviciniamo all’esperienza e ci distogliamo dal
chiacchiericcio, il monologo interiore. Sentiamo che si insinua l’autocritica. Ci
sembra di non poter meditare, che ogni sforzo è vano: la mente rema contro.
Il non pensiero ci fa accantonare i dubbi. Ci riporta all’esperienza. Sembra
dirci: «Non ti preoccupare. Una parte di te ne trae vantaggio. Quella che ti
scoraggia è inferiore. Limitati a osservarla, non tentare di espellerla».
Il non pensiero vince il pensiero osservandolo, come un testimone. Non lotta,
ma il pensiero non può batterlo. Le risorse dell’artigiano e del successore del
Buddha sono accessibili. La meditazione dipende dal non pensiero, un’attività
mentale e corporea. Una consapevolezza che impregna di sé l’essere.

Conclusioni

Dovremmo sviluppare la consapevolezza per accostarci alla meditazione. La


buona notizia è che l’abbiamo già. Non l’abbiamo persa, è occulta. Il sole è
velato dalle nubi, ma permane in cielo. Recuperarlo è compito della non azione e
del non pensiero.
Il meditante recupera l’unità corpo/mente. Si distoglie dalle astrazioni,
dall’immaginazione ed entra in contatto con la realtà. I buddhisti dicono che
vedrà le cose come sono.
Talvolta il non pensiero balena in un lampo e svanisce. Non è esoterismo. Gli
strumenti del meditante sono accessibili a tutti: non mi stancherò di ripeterlo.
Usarli può essere difficile, frutto di un lungo addestramento. Ma l’irruzione del
non pensiero può diventare frequente. La non azione assorbe ogni stato di
coscienza.
Si pone una questione: si può meditare senza questa consapevolezza?
Possiamo estirpare le illusioni? Tutti possono meditare. Certo, è necessario
essere consapevoli, ma lo si diventa nel corso del cammino: un lungo viaggio
inizia dal primo passo. Nell’esperienza meditativa vengono incorporati la non
azione e il non pensiero, l’assenza di aspettative. Per imparare a nuotare non si
legge prima il manuale: meglio buttarsi in acqua.
Talvolta, basta una seduta per scoprire che la meditazione richiede una nuova
mentalità. Ma non per via intellettuale: il contatto con l’esperienza ci permette di
capire. Potremo ambire alla fusione tra teoria e pratica, conoscenza e
applicazione. Forse non arriveremo al Risveglio, ma è già molto. Questa
consapevolezza si forma a poco a poco, all’insaputa del pilota automatico.
Tornerò sulla questione se la meditazione sia per tutti quando affronterò il tema
di quella per problemi.
4
La pratica buddhista della mindfulness

Ti realizzi all’istante,
non occorre tempo o pratica.
Línjì Yìxuán

Impara scale e accordi, poi dimenticale,


suonando.
Charlie Parker

Tecniche di meditazione

Abbiamo visto nel capitolo precedente come la consapevolezza sia necessaria


alla meditazione. Una consapevolezza da applicare all’esperienza, che non
rimane nell’empireo dei concetti. Le storie del capitolo precedente possono
instradarci, ma non sostituire l’esperienza, nella meditazione di gruppo o
personale.
Passo a descrivere alcune tecniche utili. Attingo all’Oriente e all’Occidente,
mescolando gli ambiti. Sono filtrate dalla mia esperienza. Ciò significa che non
tratterò della vera tecnica vipassana. Né credo ne esista una ortodossa: diverse
scuole hanno diverse versioni. Sarà la mia descrizione di questa e delle altre
tecniche. Possiamo capire solo ciò che abbiamo sperimentato di persona.
Comincio da questa pratica buddhista per via della sua diffusione in
Occidente, e perché molto valida. Che sia più facile di altre è un problema
aperto. Lo lascio al giudizio del meditante.
Superfluo dire che la scelta delle tecniche è soggettiva, e potevo includerne
altre. Vorrei trattare quelle che si prestano meglio all’applicazione. O che ho
studiato. Concentrarsi solo su una mi sembra riduttivo, unilaterale e dogmatico.
Le si può coltivare senza aderire alle loro fedi. Vale per ogni tecnica di
meditazione.
L’esperienza del Buddha

La pratica della presenza mentale è da ricollegare al Buddha storico, Gautama


Siddhartha (ca. 560-480 a.C.). Si incamminò su un sentiero solitario, constatando
l’inadeguatezza degli altri. Tuttavia, ogni passo fu utile. La sua meditazione si
richiamava allo Yoga. Lo coltivò e se ne distaccò. Nel percorso meditativo ci si
affida a se stessi. L’esempio può servire, ma va corroborato dall’esperienza. Le
pratiche tradizionali si rivelano efficaci solo con certi uomini, tempi e luoghi.
Il protagonista di un romanzo di Hermann Hesse, Siddhartha, ha lo stesso
nome del Buddha. Lo incontra, nella prima parte dell’opera. Si chiede se debba
seguirne la dottrina. Riflette e arriva a una conclusione. Crede nel valore del
Buddha e che la sua esperienza lo abbia condotto al Risveglio. Ma quella era
stata la sua via, valida solo per il Buddha. «Io devo trovare la mia» dice
Siddhartha, seguendo la propria strada. È segno di libertà mentale e autonomia di
giudizio. Il lettore può tenerlo presente nei confronti di qualsiasi pratica.
Qual è stato il cammino del Buddha? Mi limiterò alle tappe salienti per la
meditazione. Egli si rese conto della onnipresenza del dolore. Uscendo
dall’isolamento cui i genitori lo avevano destinato, incontrò per le vie della città
un anziano, un malato, un defunto e un rinunciante. Scoprì aspetti ignorati
dell’esistenza. Si allontanò da uno stile di vita sicuro – il padre apparteneva alla
casta guerriera – e cominciò il viaggio.
Pensava che la flagellazione della carne e l’ascesi lo avrebbero portato alla
meta. Comprese che era un percorso impraticabile, inefficace. Tornò nel mondo
grazie a un sorso di latte e una ciotola di riso, offertigli da una ragazza. Le dure
pratiche lo avevano trascinato in fin di vita. Decise che non si sarebbe
allontanato dal bosco prima del Risveglio. Lo ottenne grazie alla tecnica della
presenza mentale.
Di che si tratta? Portare l’attenzione su ciò che si trascura. Per esempio, le
sensazioni del corpo. L’atteggiamento del Buddha è esplorativo e «scientifico».
Considerate gli accenni alla fenomenologia nel secondo capitolo. Nelle fasi
iniziali ci si concentra sul movimento dell’addome. Si respira con questa parte
del corpo notandone l’alzarsi e l’abbassarsi nelle espirazioni e inspirazioni. Ogni
volta che il meditante si distrae, ritorna a concentrarsi sull’addome.
Ai principianti si consiglia di meditare camminando. Il meditante osserva i
movimenti del corpo: dove mette i piedi, il passo lento o veloce. Nota tutto ciò
che gli passa per la mente, senza escludere le distrazioni: l’angoscia, i dubbi, le
esitazioni e così via.
Egli si concentra su tutto ciò che vede mentre cammina. Sa che non deve
escludere nulla e tutto è degno di attenzione. È consapevole di trovarsi in un
certo spazio e tempo. Si focalizza sull’esperienza e sul presente, allontanandosi
dal monologo interiore. O incorporandolo nella meditazione.

Una filosofia del corpo

La pratica buddhista si allontana dall’inclinazione occidentale di privilegiare i


concetti e l’intellettualismo, la mente a scapito del corpo. Come ha notato
Nietzsche, da Platone a Hegel la metafisica occidentale ha considerato il corpo lo
strumento dell’anima. È tempo di restituirgli i suoi diritti, di cambiare
prospettiva. È l’anima lo strumento del corpo.
La pratica della presenza mentale mette in correlazione la conoscenza e
l’osservazione di attività corporee come la respirazione: viene attivato il non
pensiero. La conoscenza del mondo e di se stessi passa attraverso attitudini
semplici. Il meditante scopre che l’osservazione delle attività basilari è difficile,
e si distrae più di quanto immaginasse.
L’attenzione al respiro, che esso provenga dalle narici o dall’addome,
permette al meditante di essere consapevole del ritmo delle inspirazioni ed
espirazioni, delle pause tra loro e della profondità o della lunghezza dei respiri,
regolari o affannosi.
Ogni volta che si distrae, il meditante riporta l’attenzione sulle parti del
corpo. Senza sforzo e con delicatezza. Un’attività simile alla non azione.
Egli non dovrebbe tentare di influenzare il respiro. «Ah, è segno d’angoscia
respirare così…», «Devo controllarne il ritmo, l’intensità». L’occidentale mira a
tenere tutto sotto controllo. Qui il modello è la non azione taoista.
Va notato l’intervallo tra l’inspirazione e l’espirazione, un’attitudine non
giudicante né impositiva. Senza condizionare l’attività più spontanea e
«automatica» dell’essere umano. Anche rendendosi conto della distrazione e
della mancata esecuzione del compito ci si attiene alla pratica.
Le scuole del buddhismo Theravada, nel Sud-est asiatico, coltivano la
presenza mentale. Si rapportano all’insegnamento originario del Buddha.
Distinguono due aspetti: samatha e vipassana.
Il primo termine indica la concentrazione su un singolo oggetto e la calma
che ne deriva. La parola significa in pali, lingua del canone buddhista,
«tranquillità del cuore» e «quiete, assestamento mentale». In genere, il termine si
rende «concentrazione» (o «quieta concentrazione»).
Il secondo riguarda la focalizzazione dell’attenzione da un aspetto all’altro
dell’oggetto mentale, attraverso una visione più profonda. Il termine significa
«visione interiore», «intuizione», «insight» e «introspezione». In genere, si rende
«mindfulness».
L’esempio dello specchio è illuminante. Prendiamone uno e poniamolo
davanti al viso: con la quieta concentrazione (samatha) fissiamo lo specchio
immergendoci in esso; con la mindfulness, meditazione della visione o presenza
mentale profonda (vipassana), osserviamo ciò che vi si riflette: la nostra barba,
le orecchie, gli occhiali e così via.
Facendo l’esercizio scopriamo che una pratica porta all’altra. Tuttavia, si
suppone che si preferisca una delle due in base alla propria disposizione.
Nell’osservazione del respiro, la quieta concentrazione si attiene al conteggio dei
respiri, la mindfulness alla loro particolarità: sottili o sonori, corti o lunghi e così
via. Queste sono le istruzioni del Buddha.
«Così dovresti addestrarti: in ciò che vedi deve esserci solo ciò che vedi, in
ciò che odi solo ciò che odi, in ciò che percepisci con i cinque sensi solo ciò che
percepisci con i cinque sensi, in ciò che pensi solo ciò che pensi.»
«Consapevole inspira il meditante. Quando inspira a lungo sa: “Io inspiro a
lungo”, quando espira a lungo sa: “Io espiro a lungo”, quando inspira corto egli
sa: “Io inspiro corto”…»
L’ultimo brano è tratto dal Mahasatipatthanasuttanta, uno dei discorsi in cui
il Buddha tratta la presenza mentale. Invita il meditante a essere consapevole
quando cammina o è immobile, siede o è steso. Nonché delle parti del corpo:
capelli, unghie, polmoni, stomaco, sangue eccetera.
Si effettua ciò che nel linguaggio di oggi è detto body scan. Portando
l’attenzione su ogni componente si attiva l’energia della consapevolezza.
Praticando la tecnica con assiduità si ottiene una diversa percezione del mondo.
Come nei sogni nitidi, dai colori vividi. Ma con la pratica della mindfulness
siamo immersi nella realtà, non separati.
Il meditante tenta di evitare l’intrusione del pensiero ed «entra nel flusso»
percettivo. C’è un riferimento concreto al corpo, che aiuta la focalizzazione.
È facile concentrarsi sull’addome. Appoggiandovi le mani, come nello Yoga,
sentiamo il sollevarsi e l’abbassarsi. Scopriamo che il movimento dell’addome è
automatico. Comprendiamo la portata della non azione: spontanea e non passiva.

Osservare le sensazioni
In una fase successiva poniamo l’accento sulle sensazioni. Nella meditazione
esse si accavallano, gradevoli o sgradevoli. Ne prendiamo atto senza sforzarci di
modificarle. Non le giudichiamo: le descriviamo. «Questa è una sensazione
gradevole e non voglio trattenerla, questa è sgradevole e non voglio
allontanarla.» Le frasi non riguardano analisi concettuali, ma il non pensiero.
Siamo consapevoli dell’esperienza senza valutarla: non ci attacchiamo, né la
respingiamo. È difficile resistere alla parte di noi che vuole distogliersi dalla
sensazione dolorosa o non indugiare su quella piacevole. Ma se riusciamo ad
accantonare attrazioni e repulsioni beneficeremo della mindfulness.
L’attenzione sull’oggetto indebolisce il condizionamento. Siamo noi a
controllare le sensazioni, non l’inverso. O meglio non siamo noi, bensì una
componente transpersonale, il non pensiero o la non mente – espressioni del
buddhismo Chan/Zen. Dovremmo fare attenzione a quando la sensazione,
piacevole o dolorosa, svanisce: capiremo l’impermanenza delle sensazioni e che
non ha senso desiderarle o rifiutarle.
Prendiamo il caso di uno stimolo, un prurito che ci assale nella meditazione.
Possiamo osservarlo e vedere che in un certo momento si dissolve o cambia in
qualcos’altro. Tentiamo di eludere la parte di noi che vorrebbe si allontanasse al
più presto. Portare l’attenzione su altre zone del corpo è utile: la distrazione
ridimensiona lo stimolo. Potremmo concentrarci sui movimenti dell’addome. La
parte di noi che vorrebbe grattarsi non è repressa; tuttavia, non le si presta
ascolto. Una strategia per gestire gli aspetti recalcitranti.
Possiamo imparare a controllare le sensazioni piacevoli senza che ci
soggioghino divergendo dallo stimolo. Non è una tendenza ascetica. La tecnica
ci permette di deviare dagli opposti – piacere/dolore, stimolo/risposta e così via
–, senza preferire l’uno o l’altro. La mindfulness esamina gli aspetti conflittuali
della mente. Gli psicoanalisti ci invitano a non parteggiare per nessuna parte in
causa: altrimenti non si risolverebbe il problema. Deviare l’attenzione è decisivo.

Affrontare il conflitto

Freud sostiene che il sintomo deriva da un conflitto tra le pulsioni sessuali e


quelle di autoconservazione. Una parte vorrebbe abbandonarsi all’attività
sessuale, l’altra la trova impropria e minacciosa. Non è favorendo l’una o l’altra
che il conflitto svanisce. Come nel buddhismo, si tratta di produrre una nuova
consapevolezza. Si sposta l’attenzione dal problema: nelle sedute analitiche il
soggetto è invitato a dire ciò che gli viene in mente. Freud pensa che l’analizzato
in questo modo parlerà della motivazione che lo ha spinto in terapia, del
conflitto.

Ostacoli e resistenze

In psicoanalisi il soggetto vuole guarire ma, nel contempo, mantenere il sintomo.


La sua condizione di malato lo isola da una vita sociale che sente pericolosa. Il
sintomo soddisfa un’esigenza della sua vita interiore. Se guarisce si troverà a
riaffrontare problemi e situazioni. Il sintomo lo preserva, ma, con il tempo,
diventa una minaccia.
Nella meditazione una parte di noi rifugge dalla pratica. Crede di poter
cambiare personalità e visione del mondo. Ha paura della libertà, come il
nevrotico che non vuol guarire. Nella meditazione c’è un conflitto tra la parte
che vuole praticarla e quella che vorrebbe restare nel sonno dello spirito. In
psicoanalisi le forze che si oppongono al miglioramento si chiamano resistenze.
Nella meditazione gli ostacoli sono attivati dalla parte conservatrice di noi stessi,
che considera il cambiamento un’insidia.
Sono ostacoli mentali: la fuga nel sonno o nell’irrequietezza. Al posto della
calma subentra l’angoscia, che impedisce al soggetto di concentrarsi. Il sonno
viene preferito al lavoro meditativo, ed è un modo per sottrarvisi.
Si può sfuggire al torpore che segnala al meditante di stare per sprofondare
nel sonno. Questi potrebbe alzarsi e camminare, lasciando la posizione del loto
assunta durante la pratica. Dopo qualche passo, può tornare in posizione. Deve
farlo ai primi cenni del sonno per prevenire la resistenza.
La cosa si ripete. Il meditante riprende la posizione e ricomincia il torpore. Si
muove e torna in posizione. Se riuscirà a restare sveglio in meditazione dipende
dalla gravità della resistenza.
Il torpore è un presagio del sonno. Vediamo come la mindfulness lo
scongiura.
Ci viene suggerito di prenderne atto come qualsiasi sensazione piacevole o
sgradevole. Di accorgerci che ci stiamo addormentando, e dirlo mentalmente:
«Assonnato, assonnato, mi sto assopendo…». Talvolta l’espediente è inadeguato
e la formulazione favorisce il sonno. Non la formulazione ma la presa di
coscienza di uno stato mentale.
Il fenomeno del sonno può essere interpretato alla luce della mindfulness e
dell’ipnosi come è stata praticata soprattutto da Milton Erickson. È una
resistenza, ma utile per meditare su se stessi. Lo vedremo più avanti.
Nel Dhammapada, un’opera breve e molto rilevante del Theravada, si insiste
sul fatto che l’attenzione ci permette di aspirare all’immortalità, mentre i distratti
sono estranei al Dharma, cioè defunti (2,21).
Anche sul letto di morte Buddha si richiamò alla presenza mentale. Questo fu
il suo lascito ai monaci: «Riuscirete, attraverso la vigilanza»
(Mahaparinibbanasutta). La parola resa con «vigilanza» (appamada) ha una
vasta gamma di significati: «pienezza del pensiero», «coscienza», «cura»,
«attenzione», «presenza mentale», «coscienziosità» e così via. Il nucleo del
buddhismo è questo. Non dobbiamo astenerci dal praticare con estrema
attenzione e concentrazione.

Conclusioni

Buddha significa «risvegliato», colui che si è destato dal sonno dello spirito, che
è diventato colui che è e doveva essere. L’uomo comune, prigioniero delle
illusioni, non è così. Versa in una condizione di torpore o di ignoranza,
sostengono i buddhisti. La mindfulness si prefigge di distoglierci dal sonno. È
una tecnica difficile, perché il pilota automatico oppone resistenza. L’esercizio
dell’attenzione è indispensabile. Sempre se non effettuato in uno stato di
tensione o rigidità. Altrimenti può rivelarsi controproducente. Ci sforziamo, e
restiamo addormentati. Ci crediamo illuminati. Pur meditando, molti si perdono
nei sogni. Sono bloccati e sentono di adempiere a un compito o un dovere. La
mindfulness è difficile, perché lo stato di sonno è radicato.
Nello stato di coscienza comune non siamo svegli come pensiamo. La
meditazione comporta il ritorno a uno stato originario, un’attenzione non
ostacolata. Ci permette l’accesso a una supercoscienza, che non è una condizione
paranormale.
Come altre filosofie indiane – per esempio lo Yoga – il buddhismo rifiuta la
pratica dei poteri paranormali e della percezione extrasensoriale. Il meditante
non dovrebbe bramarli né perseguirli con attaccamento. Ritroveremo queste
indicazioni sulla condizione umana e la meditazione in altri maestri, come
Gurdjieff. Forse per effetto del buddhismo.
5
Lo Zen e i koan

Ascolta il suono di una mano sola.


Hakuin

Nessuno osava turbare


il suono del silenzio.
Paul Simon

Il buddhismo Zen

Nel capitolo precedente ho esposto la tecnica della mindfulness (vipassana),


relativa al Theravada. Anche l’altra corrente del buddhismo, il grande veicolo, se
n’è impadronito, con differenze di scarso rilievo per la nostra indagine. Pure il
Vajrayana, terzo veicolo buddhista, diffuso in Tibet, insiste sulla distinzione tra
quieta concentrazione e mindfulness. La tecnica, riconducibile al Buddha
storico, è viva e vitale.
Il buddhismo ha conosciuto altre meditazioni nell’area sino-giapponese,
grazie alla scuola del Chan/Zen (in Cina e in Giappone). Nata in Cina – non ne
abbiamo antecedenti in India o altrove –, si sviluppò in Giappone da spunti
cinesi. Furono molto usati i koan, un metodo necessario per affrontare la
decadenza del Dharma. Monaci e laici avevano bisogno di uno stimolo per
rinverdire l’interesse per il buddhismo. Ciò avvenne in epoca Song, nel
Medioevo cinese (intorno all’anno 1000).
Dire cosa sia un koan è difficile. Meglio partire da un esempio, forgiato in
Giappone dal maestro Hakuin, il quale rinnovò lo Zen. Nella versione più
semplice il koan suona così:
«Due mani che battono producono un suono. Ma qual è il suono di una mano
sola?».
Il discepolo è invitato a meditarvi. Non attraverso l’intelletto, quantunque
possano balenare interpretazioni concettuali. Il praticante dovrà scartarle l’una
dopo l’altra, finché non ha un’intuizione. La meditazione aiuta.
Molte le istruzioni relative ai koan nelle correnti del Chan/Zen. Il discepolo
«presenta alla sua mente» il testo da decifrare, il suono piuttosto che il contenuto
delle parole – come diceva Hakuin, finché il corpo e la mente non vibrano
insieme al suono di una mano sola. Vano sarebbe cercare una chiave logica di
lettura. Una mano sola non ha suono. O forse sì, se il meditante pensa al suono di
una mano vibrante nell’aria. Ma non è il suono di una mano sola, una mano che
non trovi altro, neppure l’aria, nel tentativo di creare un suono.
Come è arrivato Hakuin al koan? Stava meditando su un carattere sino-
giapponese, mu, che significa «nulla», non come privazione o negazione. Gli era
stato assegnato un koan su questo. Hakuin racconta la sua esperienza.
La meditazione lo aveva lasciato insoddisfatto, finché una volta, meditando
nel silenzio della notte, aveva udito il suono del mu nei riverberi delle campane
del tempio, nelle stelle e nelle rocce, nelle cascate intorno. Era il suono di una
mano sola.
Hakuin dovette rinnovare la sua esperienza e sperimentò risvegli
momentanei, fino a uno più grande: il suono di una mano sola si radicò nel suo
corpo/mente. Dopodiché formulò il koan, tentando di trasmettere ciò che aveva
provato.
Un koan è la registrazione di un evento che ha permesso al fruitore o agli
allievi di svegliarsi. In questo momento ci si accorge di essere Buddha.
Gli adepti dello Zen pensano che il koan possegga un valore «mimetico»:
meditandovi l’adepto può riprodurre l’esperienza del Risveglio, da altri già
provata. Un koan può essere il dialogo tra un maestro e il discepolo che si è
illuminato, le parole di un Sutra e così via.
Chi crede alla logica formale viene scoraggiato. Pensate a questo koan. Il
maestro ammonisce i monaci: «Se parlate, trenta colpi; se non parlate, trenta
colpi». Dovranno penetrare il senso dell’esortazione. Chi confida nel principio
del terzo escluso non ne viene a capo. Non c’è una terza possibilità per evitare le
sferzate. Nel calcolo proposizionale si direbbe: né A né non-A. Né parlare né
tacere. Il discepolo dovrà trovare questa terza via «inconcepibile»…
In un altro koan lo si esorta a salutare con rispetto il maestro, senza usare
parole né silenzio. Solo la meditazione permette di uscire dal vicolo cieco.
Talvolta sembra che il ricorso al gesto, anziché alle parole, permetta di
districarsi.
Il maestro mostrò un bastone all’assemblea, chiedendo ai monaci di definirlo.
Non avrebbero dovuto dirlo né bastone, né non bastone. Un solo monaco sciolse
la questione spezzando in due il bastone. Il maestro lo lodò, e lo designò come
successore.
Il Chan/Zen vieta l’emulazione. Se qualcuno, in una situazione simile,
dovesse ricorrere al linguaggio gestuale, fallirebbe.
La meditazione sui koan è influenzata dalle tecniche buddhiste originarie. Ci
si concentra sul koan come sul respiro. Certo, è uno sforzo diverso: il respiro è
naturale e spontaneo, la meditazione sul koan può degenerare
nell’intellettualismo. Tuttavia, nessuna delle due tecniche si appella alla logica o
alla ragione, bensì all’attenzione.
Più del Theravada, il Chan/Zen invalida la distinzione tra Buddha e l’uomo
ignorante, l’illuso. Siamo già Buddha da sempre – la convinzione di una filosofia
che rifugge dalle teorie. Meditare sui koan è difficile perché ci siamo allontanati
dal «volto originario antecedente alla nascita», la spontaneità.
Per affrontare i koan la speculazione è inutile. Essi non ci pongono compiti,
né enigmi. Non possiamo barare. Dopo varie esperienze Hakuin capì che il
suono del mu era quello di una mano sola. Lo consegnò ai posteri.
Sulla scia di questa consapevolezza capì che il linguaggio e la logica, basati
sugli opposti, non ci permettono di vedere la realtà. Ne deriva una concezione
non duale. Il suono di una mano sola non ha contrario. Finché tentiamo di
eludere le ingiunzioni del maestro riceveremo sempre trenta colpi!
Anche il Chan/Zen prende le mosse dal sonno dell’uomo e dalla necessità del
Risveglio. Ma equipara il Buddha e l’ignorante: questa equivalenza viene
stabilita da chi sappia cogliere il suono di una mano sola. Le distinzioni valgono
sul piano delle convenzioni, nei rapporti sociali. Ma non sul piano dello spirito.
Ogni essere umano ha in sé il germe del Buddha. Tuttavia, il sole è coperto
dalle nubi. La meditazione sui koan si prefigge di dissiparle.
Alcuni accorgimenti ci fanno capire se siamo sulla strada giusta. Tra questi:
la parola del maestro e il grande dubbio.
Il koan viene assegnato in base alle capacità del discepolo. Ciò presuppone
l’addestramento in un monastero Chan/Zen. Il meditante deve ricevere
l’approvazione del maestro, il supervisore. Questi gli eviterà di illudersi.
In psicoterapia l’analista ci dice se è il caso di proseguire o smettere: non
siamo abbandonati al nostro arbitrio.
Meditando sul koan si arriva a un dubbio. Le risorse sembrano a uno stallo.
La soluzione del koan è prossima, ma interdetta. Non la si può formulare, ma se
ne sente la presenza. Si è a un bivio: non si sa che strada prendere.
Si presentano due possibilità: la meta è tanto lontana o tanto vicina. Restare
qui è intollerabile. Sembra di risolvere un problema matematico! Sentiamo che
solo attraverso la pratica si potrà scorgere l’inconcepibile. Tuttavia, superando
l’ostacolo possiamo svegliarci. O mitigare il dubbio, fino a non sentirlo più.
Un koan può consistere in un motto, un proverbio o parole semplici. Un
maestro cinese, Línjì Yìxuán, lo diceva: «Quando hai fame, mangia; quando hai
sete, bevi; quando hai sonno, dormi».
Aggiungeva: «Tutti ne rideranno, ma il saggio capirà». Queste parole sono
divenute un koan, e possiamo anche scervellarci a cercarne il senso, ma la frase
in sé indica ciò che c’è da cogliere. Un invito ad accettare la vita per quello che
è, come si presenta. Possiamo meditarci sopra, ma senza un fine, senza voler
scoprire una «soluzione».
Un maestro giapponese, Dogen, disse che la pratica della meditazione è il
Risveglio. Non occorre altro.
Il motto di Línjì Yìxuán può essere affrontato con la mindfulness. «Quando
hai fame, mangia»: presta attenzione ai bocconi, a come si muove la lingua, al
passaggio del cibo sui denti. «Quando hai sete, bevi»: assapora la bevanda, se
calda o fredda, quando ingoi. «Quando hai sonno, dormi»: accorgiti del primo
sentore del sonno e arrenditi. Addormentati, e nota l’assopirti. Non lasciare che il
pensiero ti distolga. Sii sempre attento, dentro all’attività.

Coltivare il mantra

Hakuin aveva meditato sul mu e l’aveva ripetuto più volte, prima di intenderlo
come «il suono di una mano sola». Forse l’aveva concepito come un mantra. Il
termine sanscrito indica una parola di potere su cui si concentra la meditazione.
Non portiamo l’attenzione sul respiro, ma su di essa. Torniamo alla parola, se
dovessimo allontanarcene, come nell’osservazione dell’addome o di altre
sensazioni corporee.
Di solito si scelgono parole sanscrite. Il meditante deve ricevere il mantra da
un maestro. Il mantra è personale, non perché ognuno debba averne uno – il
numero sarebbe infinito! Si sceglie il mantra in base alla tipologia di
appartenenza. Molti sconsigliano di prenderlo dai libri.
La meditazione trascendentale è la tecnica del Maharishi Mahesh Yogi, il
maestro dei Beatles. Il suo pilastro è il mantra, che deve essere impartito da un
maestro e non svelato ad altri, pena il venir meno della sua efficacia.
Altri pensano che si possa usare qualsiasi parola o frase sanscrita come
mantra. Om mani padme hum, per esempio. O il suono Om, sacro agli induisti.
Pochi dicono che la meditazione sull’Om può essere nociva. Sono quasi tutti
concordi che la meditazione sul mantra si basi sul suono, sul significante e non
sul significato. Una storia sufi lo illustra.
«Il derviscio era giunto sull’isola. Qualcuno si accorse che non era un uomo
comune e lo avvicinò.
“Vorrei un chiarimento.”
L’uomo aveva le vesti lacere. E un difetto di pronuncia.
Il derviscio lo fissava.
“Che vuole da me quest’importuno?” pensò.
“Mi hanno dato un mantra, vorrei sapere se lo dico bene.”
L’uomo balbettava. Per il difetto, la frase risultava incomprensibile.
Il derviscio alzò la voce.
“Come puoi credere che faccia effetto? Sbagli le parole.”
Ma era un uomo paziente e si sforzò di correggerlo.
“Ah, va un po’ meglio, ma non ce la farà mai!” pensò. “Ho fatto il mio
dovere. L’ho istruito.”
Pronto a partire, il derviscio spinse la barca in acqua.
Sentiva ancora, dalla riva, la voce del suo allievo.
Il difetto di pronuncia era tornato. Il mantra era incomprensibile.
“Non c’è niente da fare. Certa gente non cambia!”
All’improvviso, il derviscio udì un rimestio. Ma non c’erano barche
tutt’intorno.
Un fremito gli salì lungo la schiena. Il suo allievo maldestro camminava
sull’acqua e stava per raggiungerlo.
“Scusami, signore, ho dimenticato una parola. Ti spiace ripeterla?”»
La recitazione del mantra è più importante della comprensione del significato
o della pronuncia. Il mantra promette poteri straordinari. E di sfidare le leggi
della natura!

Fondersi con il mantra

Come la concentrazione sul respiro, quella sul mantra non dovrebbe mettere in
agitazione il meditante. Meditare sul mantra non è una tecnica di controllo, che
comporta uno sforzo. Altrimenti è inutile o controproducente. Si indurrebbero gli
stati opposti a ciò che ci si prefigge – l’apprensione sostituisce il rilassamento.
Scopo del mantra è fondersi con esso. Il meditante diventa la parola o la frase
che ripete per due sedute al giorno di venti minuti l’una, nel programma della
meditazione trascendentale. La pratica deriva da una lunga tradizione e sarebbe
radicata nei Veda, i testi sacri del brahmanesimo. Ne derivano effetti benefici,
come il rilassamento.
Secondo il nostro tipo psicologico, preferiremo il mantra o la mindfulness. In
entrambi i casi il giusto atteggiamento mentale si ottiene con una pratica
costante.
Il mantra campeggia nella mente del meditante, ne assorbe le energie.
Ciò non porta a un indebolimento, bensì a una percezione vivida e a un
miglioramento della capacità di concentrarsi. La storia del balbuziente, il quale
non perdeva i benefici del mantra, può essere un’iperbole, ma è eloquente.
L’attitudine mentale è più importante del contenuto o dell’oggetto della
meditazione. Occorre una presenza mentale indefettibile.
L’esperienza personale mi spinge a dire che meditanti nevrotico-ossessivi
potrebbero dipendere dalla pratica. Il mantra diviene ingombrante. Ma ogni
meditazione sulla contemplazione o la concentrazione comporta il rischio di un
attaccamento. Meglio adeguarsi al giusto mezzo e non essere legati alla tecnica.
È un invito a praticare con cautela e in consapevolezza.

Conclusioni

In questo capitolo ho trattato la tecnica dei koan e dei mantra. Entrambe possono
essere un valido supporto alla meditazione. Le si può applicare alla vita
quotidiana senza problemi. Dovremmo arrivare a un’attenzione fluttuante che
realizzi il motto Zen: «Quando hai fame, mangia, quando hai sete, bevi, quando
hai sonno, dormi». Un obiettivo non facile, se ci si distoglie dalla spontaneità.
La focalizzazione dell’attenzione è sempre utile: sui koan o sui mantra,
oggetti di una lunga tradizione. Il meditante speculativo si orienterà sui koan. Ma
non deve cadere nell’intellettualismo. Quello emotivo sceglierà il mantra, senza
dipendenze o attaccamenti. Ciascuno dei due potrà sventare i rischi con la
pratica.
La presenza di buoni risultati stimola a meditare. Possiamo farlo nella vita
quotidiana, nei limiti del buon senso: non al volante di un’automobile o in
situazioni estreme. Ognuno di noi intuisce quando. Prima di un esame la tecnica
sarà d’aiuto.
6
Gurdjieff maestro sufi

La cosa ultima non si può trasmettere:


proviene da se stessi.
Hori Kintayu

La parola meditazione ne dà un’idea sbagliata,


è come se meditassi «su» qualcosa.
Osho

Ho attinto anche alla meditazione di Georges Gurdjieff (1877-1949). Gurdjieff


ha elaborato spunti tradizionali dal sufismo, dal cristianesimo orientale e dal
buddhismo. Ha creato un «cristianesimo esoterico», nella sua definizione. È una
figura composita, controversa. È stato maestro di danza, di esoterismo, filosofo e
scrittore (tra i libri: Incontri con uomini straordinari e I racconti di Belzebù a
suo nipote), musicista e compositore, uomo d’affari e altro. Troppo versatile? Lo
si accetta o lo si respinge. Mi sono ispirato a Gurdjieff nella meditazione e in
musica.

Ricordare se stessi

Il sistema di Gurdjieff è complesso. Il suo allievo Ouspensky ne dà una


interpretazione affascinante, accessibile e semplificante. Per esporre la
meditazione, niente di meglio che citare per esteso un brano dell’opera di
Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto. È in questione il
«ricordare se stessi», pilastro della dottrina. Chi conosce la tecnica della
presenza mentale capirà le implicazioni e il nucleo della meditazione. Un passo
illuminante. Ouspensky stava imparando la lezione del maestro: nella vita
quotidiana e non in una stanza.

«Percorrevo un giorno la Liteyny nella direzione della Prospettiva Nevsky e,


nonostante tutti i miei sforzi, ero incapace di mantenere l’attenzione sul
“ricordare me stesso”. Il rumore, il movimento, tutto mi distraeva. A ogni istante
perdevo il filo dell’attenzione, lo ritrovavo e lo riperdevo. Alla fine, provai verso
di me una specie di irritazione ridicola e girai in una via a sinistra, fermamente
deciso, questa volta, a ricordarmi di me stesso almeno per qualche tempo, a ogni
modo fino a quando avessi raggiunto la via seguente. Raggiunsi la
Nadejdinskaya senza perdere il filo dell’attenzione, salvo forse per brevi istanti.
Allora, rendendomi conto che mi era più facile, nelle vie tranquille, non perdere
la linea del mio pensiero, e desiderando mettermi alla prova nelle vie più
rumorose, decisi di ritornare alla Nevsky continuando a ricordarmi di me. La
raggiunsi senza aver smesso di ricordarmi di me e incominciavo già a provare lo
strano stato emozionale di pace interiore e di fiducia che viene dopo grandi
sforzi di questo tipo. Proprio all’angolo della Nevsky, vi era il tabaccaio che mi
forniva le sigarette. Continuando a ricordarmi di me, mi dissi che sarei entrato a
ordinarne qualche scatola. Due ore più tardi, mi svegliai nella Tavricheskaya,
cioè molto lontano. Stavo andando in slitta dal mio editore. La sensazione del
Risveglio era straordinariamente viva. Posso quasi dire che ritornavo in me. Di
colpo mi ricordai di tutto: come avevo percorso la Nadejdinskaya, come mi ero
ricordato di me stesso, come avevo pensato alle sigarette e come, a questo
pensiero, ero caduto, come annientato, in un profondo sonno. Tuttavia, mentre
ero così immerso in questo sonno, avevo continuato a compiere delle azioni
coerenti e opportune. Avevo lasciato il tabaccaio, telefonato al mio appartamento
della Liteyny e al mio editore. Avevo scritto due lettere. Poi ero ritornato a casa.
Avevo risalito la Nevsky sul marciapiede di sinistra fino alla Porta Gostiny con
l’intenzione di raggiungere l’Offitzerskaya. Allora, cambiando idea, poiché si
faceva tardi, avevo preso una slitta per andare dal mio editore nella
Kavalergardskaya. Strada facendo, lungo la Tavricheskaya, cominciai a sentire
uno strano malessere, come se avessi dimenticato qualcosa. E all’improvviso mi
ricordai che avevo dimenticato di ricordarmi di me.» (ibidem, pp. 135-36).

Nei momenti dell’autoricordo Ouspensky vede i passanti come addormentati.


Vagano senza meta, in preda alle illusioni. Come Buddha, Gurdjieff pensa che
l’essere umano sia avvolto nel sonno. Non riesce a svegliarsi, se non grazie alla
mindfulness, che in Gurdjieff si chiama Self-Remembering («autoricordo»,
«ricordo di sé»).
Non è un ricordo «mnemonico», come quando richiamiamo alla mente un
impegno o un appuntamento. Il ricordo di sé ci riporta alla nostra origine, per
Gurdjieff divina. C’è l’influsso del sufismo.
Uno dei suoi principali maestri, Jalal al-Din Rumi (1207-1273), nel
capolavoro Mathnawi, narra di un materiale che, strappato al canneto e
trasformato in flauto, ha un tono lamentoso. Ricorda la sua origine, cui vorrebbe
tornare. L’essere umano anela alla matrice. Il ricordo di sé non è altro che
tornare in se stessi, alle proprie risorse, sepolte ma non annullate dal sonno.
Come il Buddha, ma da monoteista, Gurdjieff tende al Risveglio: ricordare se
stessi. Attingere all’essere ci proietta in una dimensione trascendente, una
supercoscienza non diversa dal nirvana buddhista. Non importa che i presupposti
culturali divergano.
L’atteggiamento ideale nella pratica è simile alla mindfulness: combattere il
torpore. Prendere coscienza del qui e ora, l’eterno presente. Se solo smettessimo
di vivere di abitudini, come uomini-macchina che hanno perso l’origine…
Certo, Buddha insegna a smantellare l’Io: siamo un flusso percettivo e non
esiste la persona. È il messaggio del Theravada. Gurdjieff, un cristiano che si
abbevera all’Islam, crede nell’essenza umana: il suo Io è consistente, non
egocentrico o egoista. Gurdjieff mostra il pericolo di identificarsi con l’uomo-
macchina attraverso un esercizio dal sapore buddhista, per ridimensionare
l’attaccamento. Maurice Nicoll, un altro allievo, lo spiega.

«Dico che è una tragedia che la persona non capisca ciò su cui il Lavoro insiste
soprattutto, cioè che non siamo uno, ma molti […] C’è una frase nel Lavoro:
“Questo non sono io”. Potete capire cosa intendo? È interessante notare quanta
vanità e orgoglio subentrino: la persona insiste a dire che è del tutto consapevole,
conosce se stessa e agisce sempre consapevolmente a partire da un Io reale. […]
“È una esperienza davvero straordinaria cominciare a sottostare alla perdita
dell’Io immaginario. È una perdita di vanità”. […] Per certe persone l’idea che
non siano unitarie ma molteplici, spesso contraddittorie, sarà qualcosa di
abominevole» (Psychological Commentaries on the Teaching of Gurdjieff and
Ouspensky, p. 440).

Nicoll parla di un processo di disidentificazione. All’inizio ci crediamo centrati,


per nulla frammentari e dispersivi. Accettiamo l’idea di una personalità coerente,
presente a se stessa. Poi, iniziando a osservarci scopriamo il contrario, una
molteplicità di Io che competono per il dominio della mente.
La meditazione fa prendere le distanze. Se arriva un sentimento sgradevole,
dovremmo prenderne atto come fosse qualcosa che non ci riguarda. «Questo non
sono io.» Lo stesso nei confronti di un sentimento piacevole, di un’ossessione o
di qualsiasi impressione.
Come nel buddhismo, accettiamo la disunità della persona. Nel metodo di
Gurdjieff questa è una fase osservativa, preludio al ricordo di sé. È duro
ammettere che la personalità ideale, compatta e costante, sia dispersiva e
incoerente, instabile e impermanente. L’aggettivo ci riporta al cuore della
mindfulness.
Una volta riconosciuta la frammentarietà dell’Io, dovremmo localizzare le
sensazioni e i pensieri come ciò che non ci appartiene e come se stessimo
osservando un altro dall’esterno.
La consapevolezza si esprime in queste frasi: «C’è un certo Io che in questo
momento sta prendendo il sopravvento dentro di me, e sembra pensare nel modo
X». Gli esercizi ci propongono lo sdoppiamento.
Visualizziamo, per esempio, un orologio e noi che lo guardiamo. Nutriamo
una coscienza auto-osservante, tentando di staccarci dall’identificazione con l’Io
immaginario.
Osservandoci ci accorgiamo di come certe idee tendano a impadronirsi della
mente come se la divorassero. Diventiamo deboli, negativi, e ci perdiamo.
Nicoll era uno psicoanalista junghiano. Narra un sogno di un membro del suo
gruppo.

«Sognò che tutti i suoi zii e le zie, la madre, il padre, le sorelle e i fratelli stavano
in piedi davanti a lui. Era allettato, in procinto di morte. Tutta questa gente
vestiva di nero. Io entravo nella stanza, sembravo molto magro e malato, pallido;
poi me ne andavo in fretta senza guardarlo negli occhi. Be’, in questo potete
leggere un quadro emotivo, come una parabola, dello stato interiore di questa
persona» (ibidem, p. 444).

I personaggi del sogno sono frammenti della personalità del sognatore. Nicoll
legge il sogno secondo Jung. Nell’interpretazione «soggettiva» tutte le figure
oniriche sono il sognatore. Con l’auto-osservazione è frequente che lo
sdoppiamento o la frammentazione della personalità si esprimano attraverso
tante figure. Esse simboleggiano la vitalità che prelevano dal sognatore morente.
La frammentarietà indica la morte dello spirito.
La fase di osservazione va integrata con l’autoricordo, altrimenti è vana.
«L’uomo non deve soltanto osservare e conoscere, ma ricordare se stesso.» Il
discorso si complica. È più facile descrivere l’osservazione, piuttosto che la fase
successiva, il perno del lavoro. L’osservazione ci insegna che non siamo
coscienti, desti, bensì macchine. Lo stato di sonno è divenuto automatico e non
sapremmo separarcene.
Tuttavia, l’osservazione avvia il processo del Risveglio. Si dissolve la
personalità, che noi crediamo il vero Io – invece frutto di un condizionamento
sociale. Lo abbiamo tanto introiettato che ci sembra reale.
«Io faccio questo, io sento questo»: con queste frasi gettiamo le basi per il
ricordo di noi stessi. Cominciamo a capire che siamo nulla, la tecnica della
mindfulness ci riduce a un fascio di percezioni, che rapportiamo a un Io.
Il venir meno della personalità nel sistema di Gurdjieff è il primo segno
dell’autoricordo. Il Theravada non rinvia a un’essenza. Quando la personalità è
in secondo piano, per Gurdjieff emerge l’essenza. Il suo è un intento costruttivo.
La meditazione aiuta a smantellare il falso Io e ci pone sulla pista del vero.
Precisare cosa sia l’autoricordo ce ne distoglie. È come se premendo un
pulsante attivassimo la consapevolezza. Vi ricordate la storia di Ouspensky?
Camminando nella notte aveva capito quando il pulsante fosse premuto o meno.
Non lo era quando sbagliava strada o la percorreva senza rendersene conto, come
una macchina.
Lo scopo dell’autoricordo è abbandonare la condizione dell’uomo-macchina.
Per realizzarlo è necessario non cedere alla tensione, alla rigidità. Cosa sia ce lo
può dire la pratica, non le descrizioni. Nell’autoricordo si attenua il
condizionamento della personalità.
Dobbiamo capire che l’autoricordo non è legato a un’attività intellettuale e
che ci trascina al fondo di noi stessi. Secondo la metafora sufi, il flauto deve
risalire all’origine e capire da dove proviene: lo deve sentire, non glielo si
suggerisce.

Svegliarsi dal sonno

Nel libro Incontri con uomini straordinari, Gurdjieff accenna a come si formò
l’idea dell’autoricordo. Si richiama a un’esperienza giovanile. Lui e un amico si
contendevano i favori di una ragazza. Decisero di sottoporsi a una prova di
coraggio. Lo sconfitto si sarebbe ritirato in buon ordine. Dovevano nascondersi
nei pressi di un poligono di tiro e restarvi per la durata delle esercitazioni.
Risuonarono gli spari e l’amico fu ferito. Non è importante che la sfida fu
interrrotta. Quello che conta è che Gurdjieff si rese conto di sé per la prima volta.
Mentre infuriavano le raffiche e si sentì in pericolo di morte.
È un caso estremo. Ma anche in altri, dove la personalità non si fa sentire, si
può sperimentare la presenza. Il mondo acquista tonalità più vivide, come in un
sogno realistico. La sensazione del rischio comporta un’esperienza meditativa.
Gurdjieff cala la meditazione nella realtà. L’autoricordo si prova quando la
mente non ha tempo di indugiare ai giochi e alle illusioni.
Gurdjieff ha scritto i suoi libri al Café de la Paix, nel centro del traffico
parigino. Ci suggerisce che possiamo concentrarci ovunque e meglio nel
tumulto. Mettiamo a tacere l’autocritica, la distraiamo. Anche questa è
meditazione.
Troppo facile meditare nella cella di un monastero, in un eremo. L’essenza si
manifesta quando la personalità è assopita. La personalità si nutre alla
conoscenza, alle nozioni, l’essenza è il nucleo del nostro essere, un centro di
gravità al riparo dalle interferenze. Stabilizziamolo.
L’autoricordo ci fa essere nella situazione senza vagliarla con il pensiero.
L’analogia con la mindfulness è evidente. Questa facoltà non ha niente a che fare
con l’intellettualismo. Ci fa accedere alle risorse del carattere.

La musica oggettiva

La musica è determinante per Gurdjieff, che è stato maestro di danza e


compositore con l’aiuto del pianista Thomas de Hartmann. Questi ha trascritto
sul pentagramma le melodie che Gurdjieff diceva di aver ascoltato in Asia e in
Europa. Sono esempi di musica oggettiva, che dovrebbe suscitare in tutti gli
ascoltatori le stesse sensazioni, purché siano autocoscienti.
Non è un caso che un grande pianista ci illustri l’autoricordo. Parlo di Keith
Jarrett, allievo entusiasta di Gurdjieff, che ha inciso un album con le
composizioni di Gurdjieff e de Hartmann. Jarrett si concede all’improvvisazione
nel Köln Concert. Prima di suonare una nota la sente vibrare dentro di sé, è
presente a se stesso, si trova lì, al centro della scena.
L’improvvisazione può esprimere l’autoricordo. Il musicista asseconda il
flusso, senza schemi. Lascia spazio all’essenza, non alla personalità. Non si lega
a un genere, a un linguaggio. La sua formazione culturale è un presupposto, ma
l’improvvisatore consapevole la usa senza usarla: ne è usato, a un alto livello
artistico.
Jarrett ci esorta a non irrigidirci nel suonare o nell’ascoltare musica: chi si
ricorda di sé non dovrebbe sentirsi in tensione. Al musicista che vuol trovare
l’accordatura, Buddha dice che le corde dello strumento non devono essere
troppo lente né troppo tirate. Un invito alla via di mezzo, nella meditazione e
nella vita.
Gurdjieff pensa che la musica oggettiva non sia bella né brutta: non va
giudicata con canoni estetici. È musica di scuola, per fini didattici. Non va
sottoposta all’analisi musicologica, né abbandonata al turbinio delle emozioni. È
un’attività meditativa, veicolo dell’autoricordo. Ci trasporta in questo stato, e
basta.

Spunti sufi

La tecnica dell’autoricordo si ricollega, oltre che al buddhismo, al dhikr del


sufismo. Il termine significa «reminiscenza», «ricordo», «menzione», «pensare
a». Nel sufismo caratterizza la ripetizione collettiva di formule o nomi di Dio.
Talvolta viene accompagnato da movimenti ritmici o dalla respirazione
controllata. Può essere praticato a bassa o alta voce (dhikr della lingua),
mentalmente (dhikr del cuore), in qualsiasi tempo e luogo.
L’adepto «si ricorda» della sua natura, della presenza di Dio in lui. Ogni altro
pensiero è cancellato. Abbandonate le rappresentazioni del mondo materiale
resta la consapevolezza spirituale. Il dialogo interiore cessa. Parole e immagini
svaniscono e Dio si trasferisce nell’adepto.
Citando alcuni passi del Corano, i sufi osservano che il «ricordo» calma il
cuore: «Non sono forse felici i cuori che di Dio si ricordano?» (Sura 13,28); «O
voi, proprio voi che credete, ricordatevi spesso di Dio» (Sura 33,41).
La prima parte della professione di fede musulmana è una formula da
ripetere: La ilaha illa Allah («Non c’è Dio, all’infuori di Dio»); anche Allahu
akbar («Dio è il più grande»). Tra i novantanove nomi islamici delle qualità di
Dio: «il Misericordioso», «l’Onnipotente», «il Sovrano», «il Compassionevole»,
«il Sublime», «il Creatore», «il Nobile» e così via.
Gurdjieff considera il divino, ma non lo mette in primo piano: è sotteso. Che
il ricordo e l’attenzione siano correlati è centrale. Molte meditazioni insistono
sulla consapevolezza percettiva, a vari livelli.

Conclusioni
Un’altra caratteristica di Gurdjieff si ispira al sufismo. Era un trickster. Usava
l’ironia per correggere i cerebralismi degli allievi, il distacco dalla realtà.
Provocava shock salutari, a seguito dei quali si manifestava l’autoricordo.
Questo insegnamento si ricollega alla meditazione. I sufi narrano storie
didattiche per aggirare le resistenze intellettuali dei discepoli. Ho coniato
l’espressione «terapia della narrazione».
Una breve storia può concludere il capitolo. Mostra che la dottrina di
Gurdjieff non va incasellata o accettata acriticamente.
Passeggiando con Ouspensky, gli dice che un mago aveva reso consapevole
un gregge di pecore. Ouspensky è pieno di ammirazione, e gli chiede come siano
finite. Gurdjieff risponde: «Se le sono mangiate. Cos’altro?».
Se non è autoironia… Gurdjieff ci invita a non prendere troppo sul serio la
meditazione.
Pratica

Premere il pulsante della coscienza


7
Meditazione di gruppo

Nella meditazione la mente parla alla mente,


il cuore parla al cuore.
Motto sufi

Mostrami il volto che avevi prima di nascere.


Motto Zen

Una seduta

Ora ne sappiamo abbastanza sui preliminari alla meditazione e le pratiche che ci


sono utili. La mia meditazione è una versione della mindfulness o
presenza/pienezza mentale. Mi ispiro ai modelli e li adatto a un contesto
occidentale. Ho insegnato per anni psicologia dinamica (corso progredito),
esperienza che mi ha fornito un quadro di riferimento per la meditazione. Man
mano che procedo nella descrizione della tecnica ne preciserò gli spunti.
In primo luogo, voglio presentare al lettore il resoconto di una seduta-tipo.
Anziché procedere per deduzione, dal generale al particolare, seguirò il percorso
inverso. Il lettore potrà farsi un’idea di ciò che intendo con mindfulness. La
seduta è una meditazione di gruppo. I partecipanti hanno già nozioni di
meditazione, ma non tutti. Per alcuni è la prima volta. Sono seduti in cerchio. Ci
troviamo in una sala non troppo ampia. Qualcuno si è portato un cuscino per
stare comodo. Usiamo le sedie, ma qualcuno è steso sul tappeto. La disposizione
resterà la stessa: ognuno ha il suo posto. Potrebbe essere la prima seduta di un
corso di base.
Nella stanza non c’è troppa luce, ma non è buio. Ci troviamo al primo piano
di un appartamento, in cui non abitano altre persone. Qualcuno dei presenti siede
nella posizione yoga del mezzo loto. Ognuno si dispone come vuole. Molti
scelgono le sedie. La loro età è tra i venti e i settant’anni.
Parlo senza microfono. Ho attaccato il cavo dell’iPad a un amplificatore (non
sempre lo uso). Il volume è adeguato. Sul tablet ho parecchi sintetizzatori e
qualche campionatore. Come al solito suono musica mia in tempo reale. Potrei
definirla elettronica soft o ambient. Mi siedo ogni tanto sullo schienale della
sedia. Sto perlopiù in piedi, e mi muovo attraverso la stanza. La mia voce cambia
d’intensità a seconda della distanza dal gruppo. Quella che segue è la
trascrizione della seduta-tipo. Non dico sempre le stesse cose. Ogni seduta ruota
intorno a un tema. Lascio la parola alla registrazione.

20/3/2017

«Bene, possiamo cominciare. Ci siamo tutti. Potete rilassare i punti o le parti del
corpo che sto per indicare. La sommità del cranio, la fronte, il punto in mezzo
agli occhi, che chiamerò il terzo occhio, la bocca, le arcate dentarie separate, la
mascella rilassata. E poi il collo, la gola, la nuca. I polmoni, l’addome, i genitali,
la colonna vertebrale. E poi i gomiti e le braccia, le gambe e le ginocchia, i
talloni. Bene. Ora tutto il corpo è rilassato, dalla sommità del cranio ai talloni.
Dai talloni alla sommità del cranio. Il rilassamento aumenterà, non dovete
neanche rendervene conto, nel corso dell’esercizio.
Tra poco vi parlerò, ma prima conterò da uno a dieci. Quando arriverò a
dieci, e anche prima, vi troverete in uno stato lievemente diverso di coscienza,
senza dover far niente di speciale (pausa).
Uno, due, tre, quattro (tra un numero e l’altro faccio una pausa; le pause sono
progressivamente più lunghe); cinque, sette, otto (lunga pausa), nove e dieci
(tono enfatico e distante). (Dopo il sette ho iniziato a suonare l’iPad. La musica
prosegue per quasi tutta la seduta.)
Bene, ora proverò a parlare alla vostra mente inconscia, quella che farà il
lavoro. La mente conscia può riposarsi o impegnarsi altrove. Non occorre che
prestiate attenzione a ciò che dico. Molto meglio che la portiate sul terzo occhio,
il centro del nostro lavoro di oggi. Ascolterete con questa parte del corpo.
Vi ricordo che formate un gruppo, che mette insieme la sua energia per il
lavoro (lo ripeterò più volte). Mentre siete seduti con gli occhi chiusi, il
rilassamento aumenterà man mano che il tempo passa (pausa).
Siete arrivati qui, partendo dalle vostre case, chi a piedi, chi in auto, in
bicicletta o altro. Avete aperto la porta e siete entrati nell’appartamento. Vi siete
seduti. E siete in attesa. In attesa del vostro primo incontro di meditazione. Vi
chiedete cosa faremo e se sarete all’altezza. Bene (pausa).
Vi ripeto che non dovete far nulla di speciale, nessuna prestazione, nessun
compito. Anche io, come voi, sto aspettando di vedere cosa faremo. Senza
aspettative. Vediamo cosa mi viene in mente. La musica vi aiuta. Potete
ascoltarla senza sforzo, senza tensioni. La mia voce potete anche non ascoltarla.
Non preoccupatevi se perdete qualche parola. La vostra mente inconscia
registrerà tutto il discorso (pausa).
(Mi muovo nella stanza, cammino lentamente. I miei passi sono quasi
impercettibili.)
Ricordate di non perdere la concentrazione sul terzo occhio. Se vi distraete,
riportatevi l’attenzione delicatamente, senza il minimo sforzo (pausa).
Stiamo ascoltando i suoni (suoni elettronici statici, che non delineano
melodie). Ho pensato che oggi potrebbe essere questo il nostro compito.
Ascoltare i suoni. Potreste concentrarvi sui suoni e da lì passare al terzo occhio.
E tornare ai suoni. Alcune cose sono molto semplici da fare, ma le crediamo
difficili, finché non le facciamo. E noi siamo un gruppo, che mette insieme la sua
energia (pausa).
(Scelgo un suono fisso, una nota lunga al sintetizzatore. Fa da tappeto.
Ricomincio il discorso dopo lunghe pause.)
Vorrei dirvi che un maestro Zen aveva ideato un esercizio, un koan. Non è
importante se capite, la vostra mente inconscia lo farà al posto vostro. Il maestro
aveva meditato a lungo. Era esperto e sapeva entrare con facilità in stati di
coscienza non comuni. Bene, vi dicevo che aveva pensato a lungo a questo koan
e alla fine l’aveva concepito. Queste erano le sue parole (lunga pausa).
“Due mani che battono producono un suono (le batto tre-quattro volte a
intervalli). Ma qual è il suono di una mano sola?” (Lunga pausa.)
Ecco, sarebbe bello ascoltare questo suono, il suono di una mano sola. Forse
la musica ve lo suggerisce.
(Intervengo sulla musica, scelgo un flauto campionato e suono un riff di
poche note lunghe. Lo registro in tempo reale sul sequencer e lo faccio
riascoltare. Un effetto ripetitivo, monotono.)
Ascolta il suono di una mano sola (ripeto la frase più volte,
inframmezzandola con lunghe pause).
Ascolta il (pausa) suono (pausa) di una mano (pausa) sola. Ascolta il suono
(pausa) di (pausa) una mano (pausa) sola (pausa).
(Questa fase dell’esercizio si protrae per venti minuti. Ne sono passati circa
dieci dall’inizio. Ripeto la frase lentamente e con diverse intonazioni, dal volume
normale al sussurro.)
Ora possiamo entrare nella seconda fase dell’esercizio. Mentre siete rilassati
e con gli occhi chiusi, vi chiederei di fare attenzione a quale parte del corpo si
interessa a questo suono. Avete udito un suono e forse pensate che non sia quello
di una mano sola. In ogni caso, cercate di scoprire in quale punto del corpo si è
riverberato o fatto sentire. Che sia o no il suono di una mano sola, quello è il
vostro suono, il vostro suono di una mano sola (pausa).
Affidatevi alla vostra prima impressione. Alla parte del corpo che per prima
ha reagito al suono. L’avete sentito lì, sapete qual è questa parte. So anche che
alcuni di voi erano già entrati nella seconda fase prima che ne parlassi. E hanno
già sentito in un punto del corpo il suono di una mano sola (pausa).
Non preoccupatevi di dare una prestazione, di essere impeccabili. Notate
come state in questo istante, cosa sentite, e soprattutto in quale parte del corpo
riecheggia il suono di una mano sola (pausa).
Ormai lo avete sentito tutti, il suono, concentratevi su questa parte. Dal terzo
occhio a questa parte: è la seconda fase del nostro esercizio di oggi (lunga pausa,
il suono prosegue e intervengo al sintetizzatore, suoni elettronici sul tessuto di
base, sovrapposizioni di note lunghe con variazioni di volume ed effetti).
(Passano altri venti minuti, resto in silenzio. Ogni tanto mi richiamo al suono
di una mano sola e riaccenno all’energia del gruppo.)
(Passo davanti a ogni membro del gruppo e mi fermo lì, restando in silenzio.
Come volessi «intonarmi» a lui o a lei. Cerco di non pensare a niente e di avere
presente soltanto lo spazio in cui ci troviamo entrambi, io e questa persona.
Passo dall’uno all’altro, tentando di dedicare a ciascuno lo stesso tempo e la
stessa attenzione. Mi siedo e lascio che la musica prenda il sopravvento.)
La sensazione di calma profonda, che avete provato anche solo per un attimo,
in realtà so che è stata più lunga, vi accompagnerà fino al nostro prossimo
incontro e oltre. Tra poco potrete tornare qui, svegliarvi, e lo dico soprattutto a
chi pensa di essere sempre rimasto sveglio. A chi non vede l’ora di tornare e a
chi vorrebbe restare in questo stato. Farò un conto alla rovescia per agevolarvi.
Ma intanto restate ancora un po’ in questa situazione, nell’ascolto del suono
della mano sola in una parte del corpo. Ancora qualche momento (pausa di
qualche minuto; anche questa fase è durata circa venti-trenta minuti).
Bene, posso iniziare il conto. Conterò da dieci a uno e all’uno potrete
svegliarvi e aprire gli occhi, tornando qui e ora (pausa).
Dieci, nove, otto, sette (la musica si fa più veloce e intensa). Sei, cinque,
quattro (tra un numero e l’altro faccio una pausa, sempre più breve). Tre, due,
quattro, tre, quattro, tre, due… due e UNO. Potete svegliarvi. Aprite pure gli
occhi. Siete qui, siete tornati. Attenzione alla luce (la riaccendo).»

Osservazioni

Passare in rassegna i punti del corpo serve a creare il rilassamento preliminare.


Sono i cakra, le ruote energetiche nel pensiero indiano. Dalla sommità del cranio
ai talloni: li esamino tutti. Dico alla mente inconscia dei partecipanti che il
rilassamento aumenterà. Le parlo prima di dire loro che lo sto facendo. Terranno
presente l’informazione, mentre sono impegnati in altro: portare l’attenzione
sulle parti del corpo, sedersi comodi e così via.
Il conteggio serve a creare l’attesa. All’ultimo numero, solo per aver contato,
il meditante può trovarsi in uno stato lievemente alterato di coscienza.
Anche saltare un numero (il sei) può convincerlo di non cogliere tutto ciò che
si sta dicendo perché si sta rilassando. Dire al gruppo che non deve fare niente di
speciale lo distrae, mettendolo nello stato di non azione, molto adatto al lavoro
meditativo: uno stato senza aspettative e che non richiede particolari abilità.
Quando i meditanti sono rilassati e si trovano in un altro stato di coscienza, la
musica ne sottolinea i cambiamenti percettivi rispetto alla realtà. Fa da collante
alla seduta.
Dico che parlerò alla loro mente inconscia. Può essere un modo di dire, ma
anche più. Per lungo tempo si è pensato, nella psicoanalisi classica, che i
messaggi del terapeuta non influissero sull’inconscio del paziente. Più o meno
verso la metà del secolo scorso si è visto che non è così.
Si deve cambiare linguaggio e confezionare un messaggio adatto – non come
ci rivolgeremmo a un interlocutore nello stato di veglia. Molti ricercatori sono
giunti a questa conclusione. Per esempio, l’ipnotista Milton Erickson e la scuola
di psicoterapia di Palo Alto, tra cui, Paul Watzlawick e Don Jackson.
Rivolgersi alla mente inconscia implica che si parlerà a un’altra parte del
meditante. Che creda o meno all’esistenza dell’inconscio è irrilevante. Lo stesso
vale per la distinzione tra le menti.
Che la coscienza e l’inconscio entrino in contrasto è un presupposto del
lavoro analitico, in modo che si concentrino su compiti e funzioni differenti. Non
è necessario che il meditante condivida questi assunti. Avranno lo stesso effetto
sulla sua mente.
Dire che non occorre prestare attenzione serve a stornare le resistenze. Il
meditante, come l’analizzato, vuole accingersi alla mindfulness, ma teme che ciò
sconvolga le sue certezze e i punti di riferimento. Spiegargli che la sua
attenzione può volgersi altrove favorisce la non azione.
«Ascolterete con il terzo occhio.» I meditanti sono spiazzati e si chiedono
cosa significhi. Di solito, sono legati a una concezione logico-razionale della
vita. Non occorre che capiscano ciò che gli si chiede.
Una parte di loro, man mano che il rilassamento e la calma aumentano,
seguirà l’indicazione. Si stupirà di poterlo fare, e il terzo occhio parteciperà al
lavoro. Come? Con un prurito, il calore, la sensazione che la parte del corpo è
presente o qualsiasi altra lasciata all’immaginazione del meditante.
Nella meditazione si è soli, ma in gruppo. Molti la praticano per godere della
loro solitudine. Hanno un momento della giornata per appartarsi, anche se in
gruppo. E lo sanno. Altri, più socievoli, sono lieti di ritrovarsi in compagnia.
Entrambe le categorie sono stimolate dal richiamo all’energia del gruppo.
L’atmosfera cambia con la meditazione. Tutti i membri partecipano di uno
stato di calma, in intensità diverse. Meditare in gruppo è meglio, lo sanno anche i
solitari. Temono gli altri, ma la meditazione li aiuta. Restano soli, insieme agli
altri: una condizione ottimale. È quello che cercano, altrimenti non avrebbero
accettato di partecipare a un’attività collettiva.
Ripetere l’esortazione al gruppo serve a rafforzare la convinzione di
appartenervi, anche nei più recalcitranti. Dire che si forma l’energia di gruppo è
una realtà. La si percepisce: l’atmosfera è diversa.
Lo si fa presente ai meditanti: sono seduti con gli occhi chiusi (1) e il
rilassamento aumenterà (2). Niente di ciò che la voce guida dice è inefficace o
privo di scopo. La frase 1, una realtà di fatto, serve a far accettare ai meditanti la
frase 2, l’effetto che ci si propone di ottenere.
Il suggerimento deriva dalla pratica terapeutica di Milton Erickson.
L’ipnosi è un valido supporto alla meditazione. Dire che il rilassamento
aumenterà induce il meditante a non valutare subito se ciò avvenga: non è
deluso, se non lo prova subito. Più tardi, chissà quando, avverrà, intensificando il
piacere del rilassamento.
Mentre la mente di un meditante si volge ad altre parole della voce guida,
quella di un altro tiene conto dell’indicazione, mantenendola in sottofondo. È
sempre presente.
La ricostruzione del percorso del gruppo si determina nello spirito della
mindfulness. I partecipanti ripetono mentalmente i passi che li hanno condotti
alla sala di meditazione. Tutti i loro sensi sono interessati. In particolare, come al
solito, la vista e l’udito. Essi si rivedono partire e arrivare, entrare
nell’appartamento; odono i rumori e i suoni che li hanno accompagnati nel
tragitto.
Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che l’istruttore deve condividere
l’esperienza dei suoi allievi. Anche questo è un tratto della pratica ipnotica. Non
avrebbe senso, se la guida fosse distaccata. È sulla stessa barca degli altri, e
prova le stesse sensazioni che richiede.
Ammetto che neanch’io so cosa faremo in seduta. È vero, mi lascio guidare
dall’intuizione. Si riduce la distanza tra me e loro. Resto l’istruttore, ma
condivido le loro attese sull’esercizio.
«Senza aspettative, vediamo cosa mi viene in mente.» È un disorientamento:
aspettiamo tutti, ma dico che non lo facciamo. Delego il compito alla mia mente
inconscia e a quella del gruppo, la quale aspetta non aspettando e agirà senza
agire, come dicono i taoisti.
Invito il gruppo a non sforzarsi, a ricercare la calma e il rilassamento. Che
seguano o meno l’indicazione non è importante: lo farà la mente inconscia. Che
sia sveglia o meno, si rifugi nel sonno o meno, essa è presente.
Alcuni ricercatori sostengono che nessuno lo contesterebbe. È un dato di
fatto: restiamo presenti a noi stessi durante l’anestesia totale, e perfino nel coma.
Il meditante può arrabbiarsi con se stesso se cede al sonno, ma la mente
inconscia non è in vacanza. Egli non dovrebbe pensare che se dorme perde
l’essenza della seduta. Tornerò su questo.
Come posso evitare che quanto dico interferisca con ciò che i meditanti
stanno provando? Evitare di dare indicazioni che non recepiranno, persi nella
loro esperienza interiore? Potrei riferirmi a ciò che di certo stanno provando o
hanno provato: l’attenzione per il terzo occhio è tutt’altro che costante.
Quest’attenzione corrisponde a ciò che nel buddhismo è la quieta meditazione
(samatha), un ancoraggio alla corporeità, la concentrazione su un cakra.
Gli dirò che se perdono la concentrazione – caso più che frequente – possono
tornare senza sforzo nella non azione, al terzo occhio. Alcuni penseranno che sto
parlando a loro.
Nell’ipnosi queste indicazioni sono rubricate come «lettura del pensiero»:
sembra che io stia frugando nella loro mente, in sintonia con ciò che provano.
Anche il silenzio è eloquente. L’istruttore deve imparare a dosare la giusta
quantità di parole e pause. Di solito, parlo nella prima parte della seduta e taccio,
o parlo meno, nella seconda. Lascio posto alla musica.
Il silenzio è lo spazio del non agire. Non posso dire che non faccia nulla,
perché i meditanti trarranno profitto dal mio tacere. Gli faccio ascoltare meglio
la musica, cosicché diano adito ai pensieri e alle immagini senza interferenze.
L’oggetto della seduta è l’ascolto dei suoni. Prima come quieta
concentrazione, poi come analisi dei medesimi, tranquillizzanti o dissonanti,
acustici o elettronici. Di fatto sono sempre elettronici, ma strumenti acustici
campionati, il koto, il bouzouki o il sitar, permettono ai meditanti di accedere a
suoni esotici, evocando ambienti arcaici o estremo-orientali.
Con alcune frasi mi prefiggo di espandere la loro coscienza verso stati
alterati: suggerisco che ci sono cose semplici da fare, ma le crediamo difficili,
finché non le facciamo. Il meditante accede a un bagaglio di risorse interiori,
chiedendosi di cosa si stia parlando, e la vaga indicazione gli permette ampie
possibilità di scelta. Ancora una volta certi spunti sono prelevati dalle tecniche
ipnotiche di Erickson.
Il suono fisso, a differenza della melodia, sembra possedere una capacità
mimetica: la mente vi si adagia e la monotonia accentua il rilassamento. Lo
stesso effetto si potrebbe ottenere con una melodia ripetuta o un breve riff.
Nel frattempo ho creato l’ambiente per il tema della seduta. Lo trovo alla
prima possibilità che mi si offre: il koan del maestro Zen Hakuin, il suono di una
mano sola. L’attenzione sul suono era già stata stimolata nei partecipanti. Ora
passo a un suono da descrivere nei dettagli. Dallo stadio della quieta
concentrazione alla mindfulness.
In occasioni analoghe espongo come questo suono è stato presentato nelle
scuole Zen. «Può essere il suono di una cascata, di mille torrenti che si riversano
nel mare, la voce di uno spirito, il rombo del tuono o il silenzio di una valle:
sempre il suono di una mano sola.»
In seduta ho parlato abbastanza, ora mi astengo dalle descrizioni. Penso che
ai meditanti vadano somministrate pause e parole con moderazione: è il giusto
mezzo. Un eccesso delle une o delle altre non è salutare. Con molte pause si
produce un intenso stato alterato di coscienza e le istruzioni della voce guida
sono superflue. Con un eccesso verbale i meditanti non hanno possibilità di
accedere a se stessi, di personalizzare l’esercizio.
Parlare di Hakuin, l’ideatore del koan, stimola l’identificazione dei meditanti
con un saggio che si è sottoposto allo stesso esercizio. Lo descrivo come colui
che ha acquisito una capacità di comprensione superiore.
Dico che può essere difficile percepire il suono di una mano sola, ma che
sarebbe bello ascoltarlo e la musica potrebbe suggerirlo. La frase lancia stimoli
indiretti. L’inizio accoglie l’esperienza del meditante, le sue difficoltà. Il seguito
si appella alla parte che può cambiare le cose e che si è posta in condizione di
assenso (all’inizio della frase). Mi sembra che la psicologia dell’ipnosi del XX
secolo si sposi con la mindfulness Zen.
Lascio spazio alla musica, affinché dia adito al suono di una mano sola.
Alcuni membri del gruppo diranno che il riff era intonato al suono di una mano
sola.
Si passa alla samatha, mentre ripeto: «Ascolta il suono di una mano sola»,
che vibra come un mantra.
Un esempio analogo è lo «Yoga occidentale», come è stato definito il training
autogeno di Schultz, con la reiterazione delle formule: «corpo pesante», «braccio
destro caldo» e così via. Suonano come dei mantra e mirano a smorzare
l’autocritica.
La frase del suono di una mano sola va ripetuta con intonazioni diverse e
talvolta senza recitarla, con un timbro impersonale o estraniato. Come suggerisce
la poetica di Bertolt Brecht. O di Carmelo Bene. Senza enfasi, come se la voce
guida non la capisse.

«Ascolta il (pausa) suono di una (pausa) mano sola. Ascolta (pausa) il suono di
(pausa) una mano sola.»

Si cambia ritmo, non solo accentuazione. Si spengono altre facoltà censorie e si


approfondisce lo stato di coscienza alterato. Non pronuncio la frase secondo le
aspettative dei meditanti: ogni volta la cambio. Arrivare al sussurro mi permette
di annunciare la seconda fase della seduta.
Si presentano varie possibilità: alcuni si sono sentiti a disagio, ma capiscono
di aver superato una fase; altri si trovano davanti a una nuova sfida e hanno
percepito di poterla superare.
Il passaggio dalla quieta concentrazione alla mindfulness è riaccentuato: non
si tratta soltanto di udire il suono di una mano sola, ma anche di situarlo in una
parte del corpo – la sua analisi percettiva è automatica. Il meditante deve
escludere le altre e sentire come il suono si riverbera in quell’unica zona. La
parte razionale, che semina dubbi, si assopisce.
Il meditante è invitato a «scegliere» la prima zona in cui gli sembra di aver
udito il suono. Ciò che è stato individuato è ciò che corrisponde all’esercizio,
senza dover cercare altri punti del corpo.
Spesso la mente dei meditanti anticipa le istruzioni. C’è una buona intesa,
quasi telepatica. Molti hanno presentito che avrei spostato l’attenzione dal suono
alla parte del corpo che lo avverte.
Anche questo convalida la fiducia nella voce guida e rafforza il grado di
autostima del soggetto, il quale scopre di «saper meditare». Un altro esempio di
«lettura del pensiero» corrobora la meditazione. «So che alcuni di voi hanno già
sentito in un punto del corpo il suono di una mano sola.»
La «lettura del pensiero» indica che si è raggiunta un’ottima comunicazione
tra l’istruttore e il meditante, la coscienza e l’inconscio. Che io dica che tutti
hanno percepito il suono è irrefutabile – le scarse eccezioni non lo invalidano. Si
può aggiustare il tiro e spostare l’attenzione del gruppo dal suono di una mano
sola alla parte del corpo, il terzo occhio, oggetto della concentrazione iniziale.
Per i pochi recalcitranti, i quali non hanno ancora individuato la parte del
corpo toccata dal suono, è meglio suggerire che non devono essere abilissimi o
impeccabili. Ciò smorza le ultime resistenze. Anche se è difficile che qualcuno
nel gruppo non abbia rapportato al corpo il suono di una mano sola dopo la
reiterazione delle istruzioni, l’ascolto della musica, il passaggio dalla quieta
concentrazione alla mindfulness e così via.
Posso dedicarmi alla ripetizione di stilemi già impiegati, come un musicista
insiste sulle frasi di una composizione. Il mio silenzio, i suoni, le esortazioni al
gruppo e i richiami al suono di una mano sola vengono dosati in sequenze.
Ho spiegato nella descrizione della seduta come mi pongo davanti a ogni
membro del gruppo. C’è uno scambio energetico. Non saprei giustificare il mio
intervento. Si accentua la comunicazione con ciascun partecipante. Alcuni lo
avvertono e si sentono gratificati. Altri hanno l’impressione che qualcuno sia
entrato nella stanza e gli si sia avvicinato. Di solito, è una presenza confortante.
Mi sforzo di dedicare a tutti lo stesso tempo, ma non è così. È come
accordare uno strumento. Su qualcuno mi soffermo di più, su altri meno. Mi
chiedo se non dipenda dalla percezione di un’energia più debole. Anche questo
cambia se mi concentro sulle mie sensazioni verso questa persona. Vedo che in
tutti c’è qualcosa di interessante. Una questione che approfondirò altrove.
La seduta volge al termine. Ripeto una frase conclusiva. Dico che la calma
vissuta li accompagnerà per un tempo indefinito. Che l’hanno provata e non è
durata un attimo solo. Ciò provoca un «effetto scia», delle conseguenze.
Nuova lettura del pensiero: dico che l’hanno provata, la calma, e non è durata
un attimo. Dico a chi pensa di essere stato sveglio che tornerà anche lui con gli
altri nel conto alla rovescia. Mi rivolgo sia a chi vorrebbe indugiare nella
meditazione, sia a chi non vede l’ora di tornare. Indicazioni generiche, che si
attagliano a tutti.
Li lascio nello stato meditativo per rendere il passaggio indolore. Il conteggio
funziona. Mi preparo a riportarli al qui e ora. Uno stato che hanno già raggiunto
nella meditazione. La musica aiuta a tornare: è più vibrante.
Per rafforzare la sensazione del passaggio da uno stato all’altro, effettuo il
conteggio, non in modo lineare, da dieci a uno: ripeto più volte gli ultimi numeri
della serie (quattro, tre, quattro, tre, due). Qualcuno se ne stupisce, pensando sia
più adatto all’inizio, a smorzare le resistenze. Preferisco che si resti un po’ nello
stato meditativo, al termine della seduta.
Di solito segue un feedback, in cui meditanti descrivono la loro esperienza. È
uno stimolo. Talvolta lo rinvio alla seduta successiva. Qualcuno vorrebbe restare
in meditazione. È difficile tornare a un uso abituale delle facoltà mentali, quanto
più è stata intensa la mindfulness. I meditanti che trovano il silenzio congeniale
asseconderanno le loro inclinazioni.
Il resoconto dell’esperienza stimola i ricordi degli altri. Una condivisione
salutare: ci si sente parte dello stesso vissuto.
Rivedo i miei appunti sul feedback dell’incontro sul suono di una mano sola.
Li riordino. Ogni membro del gruppo dice ciò che ha sentito, poi lascia spazio a
chi gli siede accanto. Continua la sequenza dei ricordi, i meditanti intervengono
in senso orario. Mantengono gli stessi posti in ogni seduta. Faccio brevi
commenti o domande ogni volta che è opportuno.
I resoconti dovrebbero essere ascoltati da tutti, senza mostrare disappunto o
ridere. La meditazione è da prendere sul serio: ogni membro del gruppo deve
sentirsi libero di dire ciò che gli passa per la mente, senza che altri possano
giudicarlo.
Il suono di una mano sola cambia nell’esperienza della stessa persona. Un
membro del gruppo lo ha percepito come un soffio, delicato e sfuggente. Ma poi
si è mutato in frastuono e il relax si è alternato alla tensione. Alla fine e per gran
parte della seduta ha prevalso il relax.
Altri lo hanno sentito come un suono inconsistente, ma non irreale: astratto e
sottile. O lo hanno rapportato ai primi suoni dell’infanzia. La regressione
temporale è tutt’altro che rara nelle sedute di meditazione. Le contorna e talvolta
si impone. In alcuni casi il battito cardiaco era simile ai campanelli elettrici di
una volta.
Un meditante ha riferito di aver percepito il suono di una mano sola come il
fruscio delle redini alle prese con un cavallo selvaggio. Ho osservato che era una
metafora della mente che non vuol essere imbrigliata o controllata. Spesso i miei
interventi sono spiegazioni nello spirito della psicologia dinamica o delle
filosofie indiane, cinesi e giapponesi – di rado tibetane.
Alcuni si sono adirati per non aver udito il suono. Tutti ne hanno accettato la
realtà tentando di ascoltarlo. Nella meditazione ci si lascia convincere dalla voce
guida, pronti a seguirne le indicazioni.
Alcuni entrano nel sogno, quasi sapessero di trovarvi il suono. Qualcuno dice
che non sentiva più il corpo – osservo che dipende dalla meditazione.
Nell’effetto «Venere di Milo» non si sentono più gli arti inferiori e superiori, per
il rilassamento. Qualcuno ha trovato difficile ascoltare il suono, dando voce alla
ragione che non vuole ritirarsi.
Alcuni hanno percepito il suono sulla mano destra, che vibrava e si scaldava.
È la collocazione immediata. Altri sulla testa o sul braccio. Molti si discostano
dalla mano. Alcuni hanno l’impressione che cercando il suono possano
recuperare l’infanzia. Non sanno il perché. Ascoltano le pulsazioni, come se
restituissero loro il suono di una mano sola.
Qualcuno vede una mano roteante nell’aria. Forse l’immagine più comune
legata al koan. Alcuni non ricordano la seconda parte dell’esercizio. Lo stato di
coscienza alterato si era intensificato: non potevano restare lucidi. Ciò non
significa che la seduta non faccia effetto – non mi stanco di ripeterlo.
Altri vedono scenari: il caso più frequente. Lo scoppiettio del fuoco o il
silenzio di un paesaggio innevato mostrano le possibilità del suono. Altri
provano un dolore ai gomiti o in altre parti del corpo, che scompare. Forse per
l’attenzione eccessiva sulla mano.
Qualcuno pensa che il suono di una mano sola sia una voce, condizionato dai
miei interventi. Per molti suggella un incontro tra i mondi. Credo che con esso si
acceda a una dimensione non sonora. Nella meditazione sul suono di una mano
sola si fa un’esperienza nuda, disadorna, non concettuale.

Conclusioni

La seduta di meditazione è una serie di istantanee scattate a se stessi. Il koan è


uno stimolo non vincolante. Tutto ciò che i meditanti esperiscono è degno di
attenzione. Anche la possibilità che l’esercizio non gli dica niente o sia eluso.
Nella meditazione si abbandona l’idea di una prestazione. O di un compito. La
mentalità da «primi della classe» è bandita. Tuttavia, se qualcuno vi tendesse,
anche questo potrebbe rientrare nella meditazione.
Si osserva l’attenzione, e la distrazione. Non siamo superuomini che riescono
sempre a controllare la mente; anche se la pratica della meditazione, entro certi
limiti, può permetterlo.
Con il non agire si ottiene ciò che non si è bramato né cercato.
In gruppi numerosi il feedback può durare quanto la meditazione e anche di
più. Tutti i partecipanti hanno possibilità di esprimersi. Si potrebbe dire loro di
comunicare soltanto le esperienze da cui il gruppo può apprendere: è da
condividere ciò che fa progredire.
D’altra parte, se il feedback segue la meditazione non si può chiedere molto a
chi sia in uno stato di coscienza alterato o risenta degli effetti della quieta
concentrazione. Meglio fare il feedback prima della seduta, ricollegandosi alla
precedente.
Gli effetti sono positivi sia facendolo subito, sia posticipandolo. Nell’ultimo
caso, il meditante parlerà di ciò che ricorda meglio, cioè l’essenziale. Nel
feedback tutti dovrebbero sentirsi legittimati a parlare. O a tacere.
Ho tentato di mantenere la trascrizione della seduta quanto più possibile
fedele. Le sfumature della voce e i suoni non sono riproducibili, ma penso che il
lettore si sia fatto un’idea del mio lavoro. E qualcosa di più…
Nel prossimo capitolo tenterò di rispondere alle questioni che si pongono
dopo la ricostruzione e l’analisi di una seduta-tipo.
8
FAQ sulla meditazione

Non meditare per voler diventare un Buddha.


Dogen

Il Tao è sempre inattivo eppure fa tutto.


Laozi

Molte pagine e siti web che offrono servizi hanno una sezione dove si espongono
le domande degli utenti. Sono quelle ricorrenti. L’acronimo FAQ rinvia a
Frequently Asked Questions. È un modo per trovare subito le informazioni.
Quanto segue, nello schema domanda/risposta, dà una panoramica di problemi e
soluzioni. In altre parti del libro vi torno. Il lettore ha così un prontuario di
consultazione. Ho evitato circonvoluzioni o speculazioni vane, focalizzandomi
sul valore pratico delle indicazioni.

Ha descritto una seduta di gruppo. Per una individuale, valgono gli stessi
suggerimenti?
Cambia il panorama. Molte suggestioni sono le stesse, si mediti da soli o in
gruppo. Nel primo caso la voce guida è la stessa di chi medita. Una differenza
centrale. Vi ovviamo registrando le istruzioni e riascoltandole nella meditazione.
Come se ci fosse un’altra voce, che però è la nostra.

Quali sono i vantaggi delle rispettive meditazioni?


In gruppo c’è l’idea di un lavoro comune, una coesione. Si sprigiona
un’energia. Da soli si lavora su se stessi, su uno sdoppiamento. Una parte
istruisce, l’altra recepisce. È uno schematismo, ma dà l’idea. Sarebbe meglio
apprendere la meditazione in gruppo per poi praticarla da soli. Da soli c’è il
rischio di isolarsi, il solipsismo. Alcuni errori in gruppo vengono evitati.
L’esperienza altrui è proficua. Ascoltando il feedback si viene a conoscenza di
vissuti insoliti, è uno stimolo.

Consiglierebbe le sedute di gruppo a un individualista?


Certo. E poi, non siamo individualisti a tempo pieno! La meditazione è
un’attività collettiva, ma il singolo svolge il lavoro: si è soli, ma in gruppo.

Come potrebbe iniziare una seduta?


Seguendo lo schema del capitolo precedente. Sia in gruppo che da soli, è
consigliabile un body scan, passando in rassegna i cakra o le parti del corpo.
Dopodiché si può dare il via al conteggio, entrando in uno stato di coscienza
lievemente alterato. Non è l’obiettivo, ma si ottiene. Il body scan permette di
cambiare stato di coscienza, di rilassarsi.

Come finisce la seduta?


Dovremmo considerare che si è raggiunto uno stato di coscienza differente.
Quindi fare un conteggio alla rovescia. Insomma, non precipitarsi a tornare.
Meditando da soli si può resistere all’impulso di terminare in fretta, posticipare
la fine. Ci concederemo qualche minuto per riprenderci. Meglio camminare o
muoversi. Sgranchirsi il corpo e la mente, dopo l’immobilità.

Ci sono momenti e luoghi in cui è meglio praticare?


La meditazione si può coltivare ovunque. Distogliamoci dal cliché del
meditante solitario, chiuso nella caverna. Non ci sono occasioni privilegiate.
Dovremmo imparare a meditare nella vita quotidiana, impegnati e occupati. Non
in compiti o attività rischiose. Lo suggerisce il buon senso.
Per avere migliori risultati si potrebbe – ma non è necessario – meditare alla
stessa ora. La mente si abitua a un programma, non a una routine. Meditare al
tramonto o all’alba può essere utile. Penso ad alcune meditazioni taoiste che
sfruttano questi momenti della giornata. Come sempre, lascerei la scelta al
meditante.
Neanche riguardo al luogo ci sono preferenze. Non esistono tempi o luoghi
privilegiati, tranne in alcune tecniche. I momenti indicati – alba e tramonto –
simboleggiano l’incontro di due mondi, il buio e la luce.
All’inizio si potrebbe meditare in luoghi tranquilli, nella propria stanza o al
riparo dai rumori. Ma poi è meglio cambiare ambiente. Nella meditazione la
mente dovrebbe essere flessibile, adattarsi a ogni situazione. Possiamo scegliere
i momenti o i luoghi che vogliamo e, vedendo che alcuni sono più idonei,
focalizzarci su di essi. La meditazione trae vantaggio da qualsiasi circostanza.

Cosa può dirmi della musica?


La ritengo essenziale per lo svolgimento della meditazione. Non ci sono
regole generali. Può anche mancare. Considerandola ne vediamo i benefici.
Alcuni partecipanti al gruppo la trovano indispensabile.

Qual è la funzione della musica?


È una domanda difficile. Non dobbiamo insistere su determinate frequenze o
composizioni per avere un effetto specifico. Qualcuno pensa il contrario, ma non
io. Preferisco scegliere la musica corrispondente alla situazione. Devo suonarla
io in tempo reale. All’inizio sceglievo musica di altri. Si ottenevano buoni
risultati. Concentrandoci sulla musica capiamo che non è solo un sottofondo. La
musica ci eleva.

Quale tipo di musica?


La scelta è vasta. Propendo per l’elettronica soft. Una musica ambient, à la
Brian Eno. Non necessariamente musica meditativa per stimolare i cakra. Si
ottengono buoni risultati con musiche non rilassanti, come il Qawwali di Nusrat
Fateh Ali Khan. Bisogna vedere a cosa si tende. Ho usato brani jazz-rock dei
Soft Machine. Il minimalismo di Terry Riley è adatto. Dovremmo scegliere la
musica in base al corso, ai temi della meditazione. Non è rilevante che il
meditante sia appassionato di musica. Ho usato composizioni di Robert Wyatt
che sono state scambiate da alcuni praticanti per brani da musical: si sono chiesti
cosa c’entrassero con la meditazione. La musica non va giudicata, ma osservata,
udita, alla stregua di qualsiasi altra sensazione. Possiamo notare se sia rilassante
o eccitante, noiosa o gradevole. Sarà un’istantanea del nostro stato d’animo.

Quindi la musica non è un sottofondo?


No, altrimenti la sottovalutiamo. Siamo sempre esposti alla musica, come
dice John Cage. Abbiamo una musica interna, una nota o vibrazione personale:
lo insegna la meditazione sul Nadabrahma, che insegna a cercarla. Un esercizio:
tappiamoci le orecchie in un ambiente tranquillo e tentiamo di percepire il suono.
Quanto dovrebbe durare una seduta?
Quella di gruppo può arrivare a un’ora e oltre. Da soli può durare anche pochi
minuti e non oltre una ventina, a meno che non vi siano speciali esigenze.
Quando ci stanchiamo, meglio sospendere.

Come combattere la distrazione? Per esempio, quando ci si concentra sul


respiro e l’attenzione si sposta.
La distrazione è necessaria e istruttiva. Si presenta anche nei praticanti
esperti. Ci fa capire che il controllo della mente è difficile. La metafora indiana è
la mente-scimmia, che balza da un albero all’altro, da un’idea all’altra. Non è
che la meditazione si prefigga la totale padronanza della mente. Meglio essere
indulgenti con se stessi e non pretendere l’impossibile. La distrazione si
combatte notandola e riportando l’attenzione sul focus, per esempio, il respiro.
Si verifica spesso nel corso della seduta. Resistere all’impulso è inutile; perciò,
prendiamone atto.

Occorrono formule per concentrarsi?


Ci sono tecniche, come il training autogeno, impostate sulle formule. Sono
come dei mantra. Le si visualizza o le si pronuncia mentalmente. Ci prefiggiamo
di ottenere mutamenti corporei legati al rilassamento, come la pesantezza e il
calore. O ci concentriamo sul battito cardiaco, il respiro calmo e regolare, la
fronte fresca e così via. Tecniche analoghe possono ispirarsi a frasi dei koan, dei
Sutra, a qualsiasi fonte. Non sono indispensabili, ma utili. Gli stessi effetti si
ottengono con il body scan.

Ci sono metodi più validi?


La meditazione è stata praticata in molte forme. Hanno tutte qualcosa in
comune: l’orientamento dell’attenzione, l’idea di destarsi dal sonno dello spirito.
Nessun metodo è più valido di un altro. Ognuno dovrebbe scegliere quello che
gli si confà. Senza limitarsi a esso. Il mio si basa su diverse tecniche, le elabora e
combina. Molte sono state create nel mondo antico e potrebbero non essere più
efficaci: vanno adattate alle esigenze dell’umanità attuale. Meglio non legarsi a
un metodo, una religione o principi assoluti.

È favorevole a una classificazione dei metodi?


È uno schematismo. Utile solo in teoria. Nel buddhismo si distingue tra
samatha e vipassana, come fosse tra mantra e vipassana. Il termine vipassana va
tradotto con mindfulness. È una distinzione utile, ma svanisce, presa alla lettera.
In generale, esistono tecniche di concentrazione dove ci si fissa su un oggetto o
un’attività corporea, come il respiro, e altre in cui «si lascia scorrere» la mente,
da un pensiero all’altro, da una sensazione all’altra; tutto ciò viene osservato,
senza cercare di trattenere o espellere l’idea o la sensazione. È una
classificazione provvisoria. In realtà, nel buddhismo si passa da una tecnica
all’altra. La concentrazione è anche mindfulness, e questa richiede momenti di
concentrazione. La distinzione non deve diventare un vincolo. Tuttavia, esistono
differenti tipi psicologici: molti preferiscono concentrarsi sul mantra, per
esempio, piuttosto che analizzare il flusso della mente o le sensazioni corporee.

Vorrei tornare sugli ostacoli, per esempio, il sonno. Molti si assopiscono e non
seguono la voce guida. Può avvenire all’inizio o protrarsi per tutta la seduta.
Che fare?
È un problema apparente. Certo, molti fattori contribuiscono al sonno
fisiologico. L’atmosfera della meditazione può sfociare in trance, anche se non è
l’obiettivo della mindfulness. Non dobbiamo demonizzare l’entrata in uno stato
di coscienza alterato o il sonno. Non è detto che ciò interferisca con la
meditazione.
Ci si addormenta forse per sottrarsi al compito. Vediamo la meditazione con
sospetto: una parte di noi capisce che può modificare la nostra vita, metterci in
discussione. Dormendo ci sentiamo tutelati. In realtà, non è così.
La mente rimane vigile, e i meditanti si accorgono che non è un sonno
comune, come quello notturno. È una condizione intermedia tra il sonno e la
veglia. Ricordano frasi della voce guida che credono di non aver percepito nel
torpore.
Forse oggi si è disposti ad ammettere che l’inconscio continua a funzionare
quando la coscienza dorme. Si tratta di lottare contro l’impulso del meditante a
svalutarsi. Chi dorme si convince della sua incapacità, a torto.
Per combattere il sonno meglio alzarsi ai primi cenni, fare pochi passi e
tornare in posizione. Ne guadagnerà l’autostima: «Sono capace di restare
sveglio. Ce l’ho fatta!». Se lo stimolo torna, si può ricorrere a questo espediente.
Non è necessario, ma nulla ce lo impedisce, se ci fa sentire in pace con noi stessi.

In seduta possono verificarsi stimoli fastidiosi e molto banali come il prurito.


Che ne dice?
Come il sonno, li si può gestire. In un testo taoista l’innamorato ha una forte
nostalgia della sua bella, ma non può raggiungerla. Teme di essere sopraffatto
dalla sensazione. Il maestro gli prospetta due possibilità: combattere la nostalgia
(1) o arrendersi (2). Nel secondo caso l’allievo si accetta per ciò che è, nel primo
no. Il maestro lascia capire che è meglio la seconda posizione. È lo spirito della
non azione.
Applichiamo il suggerimento al prurito. Possiamo grattarci, cioè cedere allo
stimolo. Oppure osservarlo, come faremmo con i pensieri e le immagini.
Dopodiché, anche il prurito più fastidioso svanisce.

Vuole trattare qualcosa su cui non l’ho interpellata?


Sì, gli impedimenti alla meditazione. Meditando e facendo meditare gli altri
mi accorgo di quanto siano frequenti le intrusioni della parte di noi che rema
contro. È una voce critica, di condanna, che irride i nostri sforzi e vorrebbe farci
desistere dalla meditazione.
Non lo sottolineerò mai abbastanza: la meditazione è fatta soprattutto di
questo, all’inizio e nelle fasi avanzate della pratica. Esorto i meditanti a non
scoraggiarsi. Dovrebbero perdonare se stessi più e più volte, accettare i loro
limiti o quelli che sembrano tali. Solo così potranno progredire nella
meditazione, qualunque cosa significhi.
Talvolta abbiamo l’impressione che la seduta sia inutile. Sopraffatti dal
sonno, pensiamo di sprecare tempo. I pensieri perturbanti ci deprimono. Ma
dovremmo vederla diversamente. Abbiamo seminato e ne raccoglieremo i frutti.
Impariamo l’umiltà. L’Io è il nemico principale nella meditazione, nel lavoro
su se stessi. Un maestro taoista diceva che una volta sconfitto l’Io possiamo
spingerci ovunque: tutte le realizzazioni sono possibili.
Combattere se stessi è vano. Si è sempre sconfitti. Accettando il fallimento si
progredisce. È fastidioso vedere che, nonostante ci prefiggiamo di lasciar
scorrere il respiro, una parte di noi tende a controllarlo. E non cede. Ci fa credere
che sarà sempre così. Un Io umile non si lascia sopraffare. Accetta le contrarietà,
le sconfitte. Non si prefigge di cambiare, e vi riesce. Coglie il traguardo mentre è
allo stremo. Anche questa è meditazione.

In questo capitolo ho passato in rassegna alcune domande centrali. Ho distinto


tra meditazione solitaria o in gruppo. Vorrei dare alcune indicazioni a chi non
può o non vuole entrare in un gruppo. Non dico che troverà le stesse difficoltà di
chi intraprende un’autoanalisi, ma qualcosa di simile.
La presenza della voce guida, nella meditazione di gruppo, è percepita come
estranea e dà utili insights. È sempre presente, a tracciare il percorso con parole,
silenzi e musica. Il meditante sa che può appoggiarvisi o trarne stimoli. La sua
parte conflittuale è esortata a lavorare, diversamente da quanto accadrebbe nella
meditazione solitaria. La presenza del gruppo stimola alla lotta: mostra che è un
atteggiamento della mente.
Molti sono outsider e l’attività collettiva li spaventa. Sono angosciati,
percepiscono gli altri come una minaccia. Certo, si tratta di situazioni limite.
Anche loro vorrebbero meditare. Potrebbero ricevere lezioni private, senza
mancare di una guida.
All’estremo, c’è chi vuole imparare la meditazione da solo e praticarla da
solo, senza supervisori. È possibile, ma il compito si complica. Dipende dalla
persona, e da quanto sia disposta a superare se stessa. Ci si muove in una palude,
nelle sabbie mobili. Diverso è il caso di chi procede in gruppo su un terreno
stabile. Fantasmi e ostacoli vengono tenuti a bada.
Il paragone tra l’autoanalisi e la meditazione solitaria sembra inadeguato:
nella storia del pensiero molti hanno praticato la seconda, pochi la prima. Freud
e Jung hanno constatato su di sé gli effetti delle loro psicoterapie.
Una parte di noi sente che la meditazione solitaria è possibile, mentre
l’autoanalisi è votata al naufragio. Lo scavo nell’inconscio è diverso. Il
meditante si ritrae meno di chi vuole sostituirsi allo psicoanalista.
In entrambi i casi, c’è una forza che dice basta e non vuole spingersi oltre.
Nella meditazione solitaria la resistenza si presenta in forma di idee ossessive e
ostacoli. Possiamo superarli, ma talvolta è uno scontro impari.
Spero che le questioni tratteggiate in questo capitolo possano servire da
stimolo a chi desideri impegnarsi sui due fronti, l’individuale e il collettivo. Gli
direi che può iniziare un percorso meditativo, ne ha le basi e sa dove spingersi.
Trovo stimolante il titolo di un libro di Kabat-Zinn: Dovunque tu vada, ci sei
già. Può farci capire che nel percorso meditativo non c’è nulla di cui non
saremmo capaci, se solo osiamo ciò che sappiamo fare. Mettiamo l’ego in
secondo piano: l’umiltà è una componente necessaria nel bagaglio del praticante.
Qualunque metodo scelga.
9
Meditazioni tematiche

La risposta soffia nel vento.


Bob Dylan

Se volete conoscere Dio, non siate risolutori di enigmi,


lo vedrete giocare con i vostri bimbi.
Kahlil Gibran

In questo capitolo propongo alcune meditazioni su questioni e scenari da usare in


gruppo o in solitaria. Le ho sperimentate su me stesso e sugli altri, ottenendone
benefici. L’elaborazione è lasciata alla immaginazione dell’istruttore o del
singolo. Sono indicazioni di massima, rivelatesi utili. Prendetele come base per
le vostre considerazioni.
Niente di questi copioni o storyboard è immodificabile. Consiglio
all’istruttore di verificare su di sé la validità dei modelli. Possiamo chiedere agli
altri solo ciò che anche noi possiamo. Non esitate a scartare gli scenari che vi
sembrano impropri o complessi. Non sono elencati in ordine di difficoltà. Ne
troverete alcuni a voi congeniali. Ognuno si costruisca la propria lista. Sono stati
sperimentati in un lungo periodo.
Insisto a dire che vanno adattati. Il limite della meditazione è uno solo:
l’immaginazione. Non abbiate paura di sbagliare: sperimentate, sperimentate,
finché il tema delle meditazioni non vi parli! Sentitelo come qualcosa che aspetta
il vostro intervento: funzionerà meglio, sia frutto di esperienze arcaiche o
recenti. Mi affido alla mindfulness.
Muoviamoci verso le narrazioni. Propongo ai meditanti le mie, perché ne
traggano profitto. L’esperienza personale è l’unico criterio di giudizio. La
trascrizione si ispira a sedute reali, al ricordo di momenti e frasi salienti. Il
meditante solitario può leggerla, registrarla e riascoltarla. L’istruttore la adatterà
al gruppo in libertà…
Essere la montagna

Oggi andremo a fare una passeggiata. Usciremo da questa casa, e andremo per
strada. È notte (l’ora in tempo reale) e non c’è nessuno. Dirò alla vostra mente
inconscia di ascoltarmi. Un’altra parte di voi può impegnarsi altrove. Il terzo
occhio, il punto in mezzo agli occhi alla radice del naso, può essere il centro
della nostra meditazione. Non perdetelo, e tornatevi sempre, se vi allontanate.
Abbiamo fatto pochi passi. Che strano, siamo in campagna. Ci siamo mossi
velocemente. E ci troviamo vicino a… sì, è una montagna! Non è molto alta, mi
pare… D’ora in poi ascoltate ciò che dico, ma, se le immagini che vi suggerisco
non combaciano con le vostre, date la precedenza alle vostre. La vostra mente
inconscia immagina, si sposta in questo paesaggio notturno di montagna (pausa).
(Inizia una musica eterea: mescolo suoni elettronici e acustici.)
Vi arrampicate sulla montagna e vi stupite della vostra abilità. C’è un
chiarore lunare che, nonostante il buio, guida i vostri corpi nella notte (pausa).
È strano. La montagna sembra assumere la stessa postura del vostro corpo
(molti siedono nella posizione del loto). Mi colpisce, e penso che colpisca anche
voi (pausa).
Guardatevi intorno e vedete se ci sono animali tra le piante, cervi e caprioli,
altri. Date un’occhiata (pausa).
Ma non dimenticate di concentrarvi sul terzo occhio. Può diventare caldo, un
calore piacevole. Siete seduti e state entrando in un altro stato di coscienza. Il
terzo occhio manda energia. Sentite come lo fa, delicatamente.
Siete in cima, siete arrivati subito. Come volando. Come in quei sogni in cui
sembra vi spuntino le ali. Potete vedere il panorama dalla cima, so che lo state
contemplando con piacere. Potreste perfino vedere la Terra dall’alto. Che bello!
Prendetevi qualche momento per osservare la Terra (pausa).
(La musica cambia e diventa più stridente, ma tranquilla. A tratti ricorda
Music for Airports di Brian Eno).
In questo momento siete un gruppo di meditazione che sta praticando con
grande calma. Mandate e ricevete l’energia degli altri. Non c’è bisogno che
facciate nulla, sulla cima di questa montagna, che ora sembra più alta. Tanto da
toccare il cielo. Vi sorprendete a pensare che è molto più alta di pochi minuti fa.
Pochi minuti fa? Il tempo è come se si fosse fermato (lunga pausa).
Non sapete più quanto tempo è passato e dove vi trovate (lunga pausa).
Una volta, qualche mese fa, un meditante credeva di aver trascorso un’ora
nella meditazione e ne erano passate tre. O pensava a pochi minuti ed erano
trascorse due ore (pausa).
A un tratto, ecco, avete un’altra percezione. Tutto è cambiato. Ve ne siete
accorti, potete farlo. Sì, è così. Siete voi stessi la montagna, seduti come siete ora
(detto a voce più bassa, in un sussurro).
La vostra mente inconscia se n’è accorta. Siete una montagna che svetta nel
cielo. Toccate le nubi. Gli uccelli vi volteggiano sopra e forse qualche aereo vi
sfiora (riprende la musica eterea à la Eno).
Provate a essere una montagna, lì, immobile, come non toccata dallo scorrere
del tempo. Non si cura delle preoccupazioni umane, della frenesia, del tumulto,
delle idee… Come fosse in un’altra dimensione o uno stato diverso di coscienza.
Gli animali si muovono sopra di voi, nel territorio, alle pendici e in cima. Siete
statici, gli occhi chiusi, una montagna molto alta che sfida le intemperie. Adesso
il tempo è buono, la notte limpida…
Siete molto vicini alla luna, il chiarore vi infonde calma, una calma profonda.
Intanto tornate al terzo occhio, passate dalla montagna al terzo occhio,
un’energia luminosa, calda, vi avvolge, come le nubi avvolgono la montagna che
siete diventati (pausa).
Prendetevi qualche momento per osservare il vostro essere montagna, sentite
la consistenza del terreno, le radici degli alberi che vi penetrano. È una
sensazione piacevole, essere lì da secoli, senza niente che vi turbi. Il mondo
dell’uomo è lontano, siete alte montagne (lunga pausa).
Dal terzo occhio fluisce un’energia confortevole, quella della terra, della
montagna, salda, serena, incurante del tempo e delle cose…
(Lunga pausa, la musica avvolge il gruppo con note statiche, indefinite.)
Bene, ora che avete sentito cosa si prova a essere montagna, e so che lo avete
sentito tutti, in durate e tempi differenti, potete risentirvi uomini e donne, che
tornano a esserlo. Che sentono di nuovo braccia e gambe, hanno una testa e un
corpo, il terzo occhio… Il terzo occhio vi dice che potete tornare. Per rendere il
ritorno più gradevole conterò alla rovescia. Vi riporterà qui e ora, esseri umani
che furono montagne. Chissà quando, chissà quanto a lungo (pausa).
La calma che avete provato, una calma profonda, si sente nell’aria, vi seguirà
nel corso della settimana o chissà quanto. È stato bello essere montagna, uscire
un po’ dalla condizione umana. Prendetevi qualche momento, poi ascoltate il
conto alla rovescia. Vi ricorderete di ogni istante, di ogni sensazione gradita; il
terzo occhio, che è piacevolmente caldo, se ne ricorderà.
(La musica si converte in un riff veloce. Cesserà nella parte finale del conto
alla rovescia. Il gruppo retrocede alla condizione iniziale e all’ultimo numero
tutti sono svegli. A poco a poco la sensazione di essere «qui e ora» si fa più
intensa. L’istruttore permette al gruppo di muoversi, di sgranchirsi le gambe, le
braccia. Non sono stati tutti montagne? Il meditante solitario farà lo stesso,
concedendosi di tornare a poco a poco nel mondo umano. Farà lui stesso il conto
o sentirà la registrazione. Si alza, si muove…)

Le impressioni del gruppo

Alcune annotazioni dal feedback sull’esercizio rinforzano l’idea che i risultati


sono alla portata di tutti. Il rilassamento è generale. Qualcuno sente le gambe
pesanti: la metamorfosi in montagna è avvenuta. Si percepisce il clima della
montagna, l’aria è rarefatta. La voce guida aveva dato vaghi cenni in proposito.
L’immaginazione dei partecipanti si muove da sé. Completa e integra le
istruzioni.
Altri si sentono radicati a terra, sentono le fondamenta della montagna.
Sentono la trasformazione della pressione sanguigna in grumi di terra, in
vibrazioni. Si percepiscono diversi. Qualcuno ha una doppia visuale, è statico e
dinamico, passa da uno stato all’altro: un disorientamento salutare, una trance o
uno stato di coscienza alterato. Senza che tutto ciò sia indotto.
Per chi è montagna, i suoni si affievoliscono. La musica evanescente aiuta
chi, come montagna, era vicino al cielo e alle nuvole. Altri percepiscono la
delicatezza dell’immobilità, la calma di una montagna che sfida il tempo e non si
cura degli umani.
Altri sentono il corpo pietrificarsi, lo spessore della roccia, una montagna a
picco sul mare. Anche qui senza induzioni o suggerimenti.
Qualcuno sente la solitudine della montagna: non c’è nessuno, solo sostanze
inorganiche, né uomini, né animali, ma piante e arbusti. Percepisce che il respiro
cambia, in sintonia con l’essere monte, in base all’immaginazione del meditante.
E poi un lasciarsi andare, vedere il colore della roccia, un rosso acceso, come
si è diventati. Un senso di protezione che la montagna offre, il non attaccamento,
mentre una parte del meditante diviene montagna e un’altra, umana, la osserva –
la scissione, tutt’altro che negativa.
Qualcuno percepisce il senso di impotenza della montagna, violata dai
visitatori, la umanizza: piange se bagnata dalla pioggia e gelata dalla neve,
cambia il respiro a seconda degli eventi. Una sensazione di fusione degli
elementi, dove si è terra, acqua e vento nello stesso istante. Qualcuno immagina
il candore della neve, il biancore della montagna, il sibilo degli uccelli, il fruscio:
echi della musica ambient di Brian Eno.
Tutti si sono accorti di essere diventati montagne. Ogni sensazione è stata
incorporata e osservata, la piacevolezza dell’immobilità e il senso di impotenza.
Una grande calma sullo sfondo. Ognuno ha gestito il suo film, senza angoscia, in
un ambiente protettivo.
Superfluo sottolineare come talvolta le immagini personali non combacino
con quelle suggerite. È l’elaborazione. Sarebbe strano il contrario: recepire le
indicazioni alla lettera. L’istruttore ha sottolineato la possibilità di una
mutazione, che doveva prevalere sui suoi spunti.
Il gruppo ha raggiunto l’obiettivo. In caso contrario avrebbe meditato lo
stesso: rilassandosi e osservando idee e immagini. Che il target sia stato colto
rafforza l’autostima dei partecipanti.
Lo spunto all’esercizio della montagna è dato dalla posizione seduta. L’uscita
dalla condizione umana prospetta la possibilità di una diversa visione del mondo.

Diventare una pianta

Suggerisco il divenire alberi. Cambia la posizione dei meditanti. Trasporto il


gruppo in una campagna virtuale, curando che il transito sia graduale. Non
faccio capire subito il tema della seduta. Come sempre, faccio un body scan
all’inizio. Una volta nel bosco, induco il gruppo a prendere atto dell’ambiente, i
fiori, i sassi e così via, tutto ciò su cui si posa lo sguardo. Stimolo i sensi: l’udito,
la vista e l’olfatto.
Porto l’attenzione di tutti su un albero. Lo descrivo, badando a lasciare i
partecipanti liberi di farsene un’immagine. Ci sarà una svolta, con il
cambiamento della musica: il ritmo aumenterà senza esagerare. I meditanti si
adattano alla condizione dell’albero, che non è statica come quella della
montagna, né dinamica come quella dell’uomo. Scelgo suoni elettronici: koto e
shamisen campionati.
I meditanti possono muoversi. Lo faranno sul posto, come una pianta. Gli
dico che gli alberi che hanno immaginato sono loro stessi. Stanno diventando
alberi. La «dimostrazione» è data dal fatto che si muovono come piante.
Nell’esercizio precedente l’immobilità della montagna coincideva con la
posizione seduta. La nuova posizione riproduce la metamorfosi.
Gli dico che possono muoversi come alberi. Sul posto, gli arti sono quelli
degli alberi. Le braccia sono i rami, e le fanno ondeggiare. Se si stancano,
ridurranno il ritmo e la cadenza dei movimenti. Sarebbe bene che ubbidissero a
impulsi spontanei. Possono iniziare con movimenti più rapidi e rallentarli ai
primi segni di stanchezza. O se sentono che il rilassamento richiede movenze
lente. Sono liberi di elaborare le indicazioni in base alle esigenze corporee.
Dico che non devono soltanto prestare attenzione all’essere alberi, ma anche
a come ciò si ripercuote sull’ambiente. Come per la montagna, baderanno
all’interazione con altre creature, i passanti, le piante, i sassi e il terreno, i
mutamenti climatici, il sole e la pioggia, il giorno e la notte. Li lascio liberi di
scegliere il momento della giornata che preferiscono. Gli suggerisco di stare
attenti ai movimenti del corpo: non sono umani, ma quelli di un vegetale. La
scissione tra stasi e dinamismo è attenuata.
«Mentre vi muovete, sentite come i rami si protendano nell’aria, piccoli
spostamenti che però, a poco a poco, vi portano in altri punti del terreno.»
Alcuni esperimenti hanno rilevato che per effetto della musica indiana le
piante tendono a muoversi. Scelgo pertanto questo tipo di musica:
campionamenti di sitar per la parte solista, campionamenti di tabla e tampura per
la base ritmico-armonica. Le tabla scandiscono il tempo, il tampura crea un
drone o basso continuo. Stasi e dinamismo sono presenti anche qui. All’inizio
con alcune modulazioni nella parte solista, poi su un tappeto che resta identico o
ammette minime varianti. Il ritmo delle tabla non è ossessivo ma frammentario,
simile al moto di una pianta.
Lascio liberi i partecipanti di seguire o meno il ritmo. Nella musica indiana
non si scandiscono i quattro quarti, come nella maggior parte delle ritmiche
occidentali, ma tempi dispari, i quali proiettano l’ascoltatore in un altro stato di
coscienza.
Chi ha in mente i brani dei Soft Machine mi può capire. I tempi dispari danno
l’impressione che la musica acceleri o rallenti, sembrano fuori tempo, e sono
salutari per la seduta di meditazione. Il gruppo si aspetta una scansione regolare
e si trova spiazzato, in favore del disorientamento percettivo. La meditazione
acquista profondità. Le piante sono sensibili alla musica indiana.
Quando la fase del divenire alberi si protrae per una ventina di minuti, indico
di tornare. Non prima di aver detto ai meditanti di avvertire i profumi e gli odori
del terreno come farebbe un albero, e così il vento e la pioggia. Tento con lunghe
pause di «smorzare» il pensiero, disabituando il gruppo a un linguaggio
comprensibile. Essendo divenuti alberi hanno troncato con l’apporto umano.
Mentre si trovano in questa condizione, lascio che sia la musica a parlare al
posto mio, il sitar o il tampura. Li preparo al ritorno, decelerando il ritmo e le
frasi melodiche. Stanno tornando umani e devo tenerne conto.
«Potete tornare, a poco a poco sentite che non siete più alberi. Guardate
l’albero davanti a voi. Ne vedete i rami, il tronco, la chioma, vi sembra familiare.
Una parte di voi è ancorata lì, ricorda qualcosa, vagamente, forse era un albero…
Ma no, cosa vado a pensare! L’albero è qui, davanti a me, un bell’albero, un
albero amico, posso capire la sua condizione…»
Li distolgo dall’albero e riaccendo le luci. Il gruppo si sveglia. In una decina
di minuti si ritroveranno tutti nello stato di veglia, la coscienza comune. Dico
loro di abituare gli occhi. Prima erano un albero e vagavano nella campagna. Li
faccio parlare per riabituarli all’umano; e parlo anch’io, frasi che non dicono
niente: l’importante è destarli!

Guardarsi le mani

Dopo il body scan iniziale, la seduta può incentrarsi sulle parti del corpo, per
esempio le mani. Non vi si insisterà mai abbastanza. Meditazioni sciamaniche le
pongono al centro. Le considerano da diverse angolazioni.
Il meditante può concentrarsi sul palmo delle mani e metterle a coppa, come
ricevesse un dono. Può farlo da seduto o in piedi. Dovrebbe pensare all’energia
che ne scaturisce. Mani che si protendono ad accogliere l’energia del cosmo. Può
visualizzare un fascio di luce bianca su di esse, e le mani possono scaldarsi.
Dovrà cercare di non dare adito a costrutti mentali, all’intellettualismo:
baderà a percepire l’energia. La sentirà in pochi minuti. «Non devi cercarla, sarà
lei che verrà da te.» Che lo si dica a un gruppo o a se stessi, la formula corrobora
l’esercizio. Focalizzandoci sulle mani, oltre al calore possiamo percepire una
piacevole pesantezza. Comprendiamo l’importanza di questa parte del corpo, ma
non sapremmo descriverla.
Carlos Castaneda dice che don Juan, uno stregone yaqui, gli ha impartito
un’educazione sciamanica. Tra i suoi libri quello che preferisco è Viaggio a
Ixtlan, che pone l’attenzione sulle mani. Castaneda vuol far percepire al
meditante quanto questa parte del corpo formi la nostra visione del mondo. Dice
come si potrebbe far scaturire energia dalle mani. Sposta l’attenzione del
praticante dalla veglia al sogno. Qui tenterà di vedere le proprie mani. Riuscirvi
sarà segno di grande progresso spirituale. Castaneda dice che è molto difficile
che ciò avvenga, se non a prezzo di un addestramento costante.
Inserendo l’esercizio nella mindfulness, potremmo portare l’attenzione sulle
mani durante la giornata. Guardarle più spesso del normale – non lo facciamo
mai! Ci concentriamo sul palmo, la parte ricettiva. Nel contempo, potremmo
pensare che non siamo nello stato di veglia e dire a noi stessi: «Questo è un
sogno». Potremmo fare lo stesso prima di addormentarci, osservando le mani per
qualche minuto, a occhi aperti e chiusi.
Anche l’esercizio di mettere le mani a coppa aspettando di ricevere l’energia
ci conforta. Prima di dormire potremmo dire a noi stessi che non solo vedremo le
nostre mani in sogno, ma anche che le ricorderemo. Meglio farlo nella fase
ipnagogica, nel dormiveglia. La formula sarà più efficace.
Dovremmo praticare con regolarità. I risultati non arriveranno subito. La
mattina, non del tutto svegli, ripeteremo l’esercizio per qualche minuto.
Dovremmo fare attenzione al palmo, guardarci le mani, chiudere gli occhi come
se dormissimo, aprirli e chiuderli per due-tre volte. In ogni ripetizione
dell’esercizio, nel dormiveglia o all’alba, dovremmo pensare che una energia
luminosa e colorata ci avvolge. Il bianco è preferibile, giallo e verde si addicono.
La percezione delle mani in sogno e la ripetizione dell’esercizio nella veglia
ci renderanno consapevoli delle mani. Riusciremo a usarle meglio, a sentire ciò
che accade mentre le muoviamo, sia che pigiamo la tastiera di un computer o i
tasti di un pianoforte, sia che facciamo un lavoro manuale o spostiamo un
oggetto sulla scrivania.
Di solito non ci rendiamo conto che le mani rappresentano il nostro contatto
con il mondo. Ricevono e creano, sono passive e attive. La mindfulness ce ne fa
prendere atto. Ce le fa percepire attraverso la super-coscienza.
Potremmo capire quanto le mani siano indispensabili e che il palmo è una
radio ricevente in attesa dei segnali percettivi. Dopo qualche tempo, sentiremo le
mani vibrare.

Suoni e rumori

Dopo aver presentato esercizi di gruppo, mi rivolgo al meditante solitario.


Potrebbe iniziare a portare l’attenzione sul respiro. Dopo qualche tempo si
sentirà pronto per altri esercizi. Potrebbe concentrarsi sulle sensazioni. Non si
insisterà mai abbastanza sull’udito, la musica.
Il meditante si stende sul letto. John Cage dice che il silenzio è un’illusione.
Ci sono sempre rumori, anche in una camera anecoica.
Cage fu portato in una stanza simile e disse ai ricercatori che lo avevano
sottoposto a un test che aveva udito due rumori. Uno era come la melodia di un
flauto, l’altro sembrava il ritmo di uno strumento a percussione, tamburo o
congas. L’addetto al laboratorio gli disse che aveva percepito le sonorità del suo
respiro e battito cardiaco!
Il meditante troverà sempre suoni e rumori per concentrarsi. È il suo compito,
nella seduta sulle sensazioni uditive. Egli si focalizza su qualsiasi fenomeno
acustico gli giunga alle orecchie.
Ora sono le nove e mezza e odo il rombo delle motociclette sulla strada. O il
cinguettio degli uccelli in primavera. Le mie mani picchiettano la tastiera e fanno
rumore. La rotellina del mouse contribuisce al concerto. Dalla casa vicina arriva
l’audio di una televisione ad alto volume. Le voci degli attori del film sono
distinte. Tutto accompagna la meditazione.
Di solito, il rumore è fastidioso. Nella mindfulness c’è un altro spirito.
«Cerca di notare tutto ciò che percepiscono le tue orecchie senza giudicarlo.
Focalizzati sul suono e se la tua mente vaga torna a connetterti con il mondo
attraverso le orecchie. Non devi fare altro. Sii vigile e attento a ogni rumore.
Puoi portare l’attenzione sulle orecchie. Sentirai come partecipano!»
Il meditante scopre quanto materiale sia subito accessibile. Gli sarà facile
adottare la non azione.
Il mondo si muove intorno a noi, fa rumore e vibra. Ascoltiamo canzoni da
una radio lontana. Non dovremmo distinguere: «Questo suono mi piace, quello
no». Oppure: «Questi suoni sono articolati, quelli sono rumori».
La mente dovrebbe sospendere il gioco di attrazione e repulsione, il giudizio
e l’analisi. Tuttavia, se ciò si presentasse, verrà incorporato nella meditazione.
Ne parlerò tra poco, a proposito dell’autocritica.
È difficile resistere agli impulsi. Nella meditazione di gruppo, la voce
interiore dei partecipanti commentava la musica di sottofondo. La trovavano
pertinente o impropria, eccitante o noiosa.
Si allontanavano dallo spirito dell’esercizio? Sì e no. Sì, se percepivano il
commento improprio; no, se vi focalizzavano l’attenzione, alla stregua dei suoni
e dei rumori.
La distinzione è vana. I maestri taoisti dicono che i suoni della scala
pentatonica cinese rovinano l’orecchio. Cage dice che l’attenzione per la tonalità
ci fa perdere la varietà dei rumori. Il meditante porta con sé la sua esperienza ed
è condizionato da una tradizione musicale che privilegia il suono ed esclude il
rumore. Ma il suono è rumore, e viceversa, come scopre chiunque ponga
l’attenzione su entrambi.
Torniamo a chi in solitaria si concentra sulle sensazioni. Non si presentano
solo quelle uditive. Il meditante può autorizzare a tutte le immagini che gli
vengono in mente e lasciarle sfilare davanti a sé. Come uno specchio, non le
trattiene né le allontana: le passa in rassegna. Senza odiarle né amarle. Non è più
difficile della gestione delle impressioni uditive.
Anche qui il materiale è copioso. Purché non si selezioni: la sirena
dell’ambulanza va accolta, insieme a tutte le immagini perturbanti. Le selezioni
sono intrusioni della parte di noi che vuole rovinarci la meditazione e
neutralizzarne gli effetti. Possiamo accogliere il perturbante e scoprire che,
facendolo, perde molto della sua capacità distraente.
Non scegliere ci immerge nell’esperienza. È la funzione del testimone nella
filosofia indiana. Gli sembra di assistere a uno spettacolo e non seleziona, né
preferisce un’immagine a un’altra.

Affrontare l’incubo

Nella meditazione può subentrare una voce interiore che rema contro. Prova a
invalidarne i risultati e il rilassamento. Può apparire in qualsiasi fase della
pratica. Dovrebbe essere meno intrusiva nei meditanti esperti, ma non si sa mai.
La metafora della mente come scimmia, instabile e capricciosa, non è scelta a
caso.
Una parte di noi pensa che la voce interiore sia un ostacolo. Si sforza di
reprimerla. Si è visto come il sonno sia considerato un disturbo e una distrazione
alla meditazione. Non dico che non lo si possa pensare: suggerisce al meditante
che sta perdendo tempo. Tuttavia, la voce critica può svolgere un lavoro utile. Ci
fa sentire che esiste e come vede il mondo: è dogmatica e ostile, distruttiva. E se
la utilizzassimo per i nostri fini?
È difficile, ma potremmo focalizzarci sulle sue intrusioni, ancora non
manifestate appieno. Potremmo scoprire che non è nostra nemica! Ricorro a una
metafora. Sogniamo di essere inseguiti da animali minacciosi che stanno per
divorarci. E ci mordono! Una parte di noi suggerisce di svegliarci, fuggire! Lo
facciamo in un bagno di sudore. L’esperienza ci rovina la giornata. Il batticuore
indica che non ce ne siamo allontanati, ma ce la portiamo dietro. C’è una
soluzione?
Potremmo tentare di non svegliarci e continuare il sogno. Alcune tecniche lo
consentono – ma non sono facili, come l’esercizio della visualizzazione delle
mani. Tuttavia, ammesso che non ci svegliassimo, permetteremmo agli
inseguitori di continuare a tormentarci. Ma ci stupiremmo nello scoprire che le
belve ci diventano amiche. Non solo smettono di inseguirci: ci leccano le mani
con affetto!
Le voci critiche potrebbero avere questa funzione. Ci sono ostili, finché le
vediamo così. Tuttavia, se osiamo guardarle da vicino, mostrano un altro volto e
altre intenzioni.
Nella meditazione, uno spazio protetto, possiamo non arretrare davanti a
queste immagini. Le contempliamo e ne scopriamo la natura. Lo dico a chi si
turba quando emergono e non può controllarle. Accettando di esserne
ossessionati, rivelano altri tratti. Non dobbiamo sforzarci, solo osservarle finché
è tollerabile. All’inizio sarà difficile, ma la focalizzazione ci permetterà nuove
percezioni: il nemico si muterà in amico. Abbiamo tutto da guadagnare…

Parla il nemico interno

Può essere utile stilare alcuni esempi delle voci perturbanti. Capiremo con quale
timbro e volume parlino.

«Sono seduto in meditazione da un po’ e vedo che sto perdendo tempo. Meglio
un corso di tango o qualche ora in palestra. Perché rimango qui?»
«I miei colleghi del gruppo danno feedback eccezionali. Vedono cose strane,
si rilassano, sono sempre presenti. La meditazione non mi fa questo effetto. Non
ho niente da dire, né vedo niente di interessante.»
«Non capisco. Dicono che dovrebbe emergere una parte di me che accede a
chissà quale stato di coscienza. Mi siedo qui, nel gruppo, e non vedo l’ora che la
seduta termini. Credo che getterò la spugna. Non sono fatto per la meditazione.»
«Mi hanno detto di focalizzare l’attenzione. Ma nessuno mi ha spiegato cosa
sia la meditazione, né saprei dirlo a chi me lo chiedesse. Possibile che si tratti
solo di badare al respiro? Come si possono avere buoni risultati con una pratica
banale? Nello Yoga c’erano indicazioni precise…»

Dubbi e incertezze

Le voci si concentrano sull’incapacità del meditante e ne mettono in dubbio


l’autostima. Lo distruggono, ponendo in discussione scelte e convinzioni.
Tendono a presentarsi di continuo; il meditante esce dal gruppo o sospende la
pratica. Una di queste voci è più insidiosa.
«Seguo le indicazioni. Mi metto comodo. Una parte di me dice: “Non
dovresti sedere nella posizione del loto? Altrimenti, come speri di avere
risultati?”. La scaccio, ma ritorna. Osservo il respiro e mi dice che lo sto
controllando, che non lo lascio scorrere.»
L’intrusione del nemico interno costringe alla fuga. Il meditante si dedica ad
altre pratiche o a nessuna. Più il meditante si rende conto di progredire nella
meditazione più la voce si fa insidiosa. Tuttavia, dimentica di accogliere nella
meditazione qualunque sensazione, anche l’autocritica. Dovrebbe perseverare,
come nell’incubo: proporsi di restare nel sogno, finché il nemico non si
trasforma.
Meglio continuare a meditare: l’autocritica si stancherà di intervenire. Non è
che il praticante non riscontri gli effetti della meditazione: crede di non ottenerli.
Ciò rende la sua condizione problematica. Manca la consapevolezza. Ma non è
un ostacolo. Si cambia mentalità con la pratica costante.

Guardare le emozioni

Il meditante può osservare qualsiasi piega della mente e del cuore. Le emozioni,
per esempio. Sono suscitate da idee e immagini: un materiale da vagliare con
cura. Parlo al meditante solitario.
«Ora, disteso sul letto, puoi esaminare tutto ciò che ti si presenta. Hai gli
occhi chiusi, e tra poco i pensieri fluiranno. Lasciali scorrere, sono benefici,
anche se puoi non saperlo di primo acchito (pausa).
Tra poco assumeranno varie colorazioni. Ho pensato che potresti dargli un
nome come fossero oggetti e tu lo specchio (lunga pausa).
Adesso ne hai visti tanti, pensieri accompagnati dalle immagini. Stai
meditando a fondo. Prova a sentire ciò che queste immagini e idee ti
suggeriscono. Per esempio, puoi vedere una figura che ti è cara, molto cara.
Prova a dare un nome al sentimento che provi. Potresti pensare: “È una
sensazione gradevole” o dire una parola, dare un’etichetta: “È un sentimento
d’amore”, o solo: “È amore” (lunga pausa).
È come se assistessi a una sfilata: i pensieri vanno e vengono, e così le
immagini. Potresti trovarle eccitanti, e dirlo: “L’immagine mi fa vibrare”. Trova
tu le parole. Non voglio suggerirti ciò che stai vedendo… Sarai tu a dare un
nome alle tue esperienze, alle tue emozioni. Sappi che ti trovi in un luogo
protetto. È il tuo spazio e puoi gestirlo come vuoi (pausa molto lunga).
Ecco! Hai provato tante emozioni, le hai rubricate, catalogate, senza cercare
di trattenerle. Hai visto come si susseguono nella tua mente. Spariscono, sia
quelle amorevoli sia quelle che ti suscitano rancore. Le credevi stabili, invece se
ne vanno. Il bene e il male, ciò che ti attrae o ti respinge. Sembra che per la tua
mente, la mente di tutti, sia così. Ogni cosa è evanescente, provvisoria: oggi c’è
e domani se n’è andata, a distanza di attimi.
Maestri giapponesi dicono che la vita è un battito di ciglia. Le persone che
hai amato o ti hanno abbandonato oggi le vedi diversamente. Come i pensieri
che vanno e vengono, mutano i sentimenti, ciò che hai provato (pausa).
Ma ora concentrati sulle immagini. Tacerò per un po’. Mentre sei immobile
con gli occhi chiusi e i tuoi pensieri vagano, con profonde emozioni, ti darò
tempo di inserirti nel tuo spazio. Abbandonati a ciò che la mente e il tuo cuore ti
propongono. Sei in un giardino sacro, niente ti può toccare, a meno che tu non lo
vorrai. Prenditi tempo per vedere cosa c’è nel tuo cuore senza fretta, non vederlo
come un compito. È l’attività più spontanea che c’è. La meditazione sei tu e le
tue emozioni…»
Non ci sono controindicazioni. Certo, emozioni intense potrebbero scuoterci,
metterci a disagio. Ma le idee che le accompagnano finiranno per svanire, al pari
di altre. È la caducità dei pensieri, lo stato transitorio della mente che la
meditazione sulle emozioni permette di coltivare. In cinese la stessa parola
designa cuore e mente. La moderna psicologia sa che il confine tra pensieri ed
emozioni, ragione e passione, non è netto. L’esercizio lo dimostra. L’idea segue
l’emozione, e viceversa.
Può esserci un rigurgito intellettualistico. Il meditante si perde nelle
denominazioni o le vede come un dovere. Etichetta un’emozione dopo l’altra, a
scapito del rilassamento. Anche questo sarà rubricato: «Questa è una
distrazione». Uno stato mentale come un altro. Con l’esercizio, il meditante si
accorge del suo animo mutevole. Si scopre molteplice, capace di passare da uno
stato all’altro. Non ne privilegia alcuno, e li accetta tutti. Questo è un buon
risultato.
Ogni stato osservabile perde mordente, visto con attenzione. Ciò accade con
il focus sulle emozioni, sul respiro, le sensazioni percettive e così via.
Il meditante potrà ritrarsi dall’osservazione. E sentirsi carente, zoppicare.
Pazienza! Le Scritture dicono che non sempre si può volare, talvolta si scivola…
Il meditante perdonerà se stesso. Un giorno vedrà le sue cadute come compagni
di strada nel viaggio dello spirito. O non si vedrà più come un superuomo:
abbandonerà le illusioni.

Meditare camminando
Mi rivolgo al praticante solitario, anche se lo stesso esercizio può essere
effettuato in gruppo. Pensiamo che la meditazione sia legata a certe posture: la
migliore sembra quella del loto, in cui l’adepto Zen si mette in posizione seduta
con la schiena dritta (zazen). Non ho niente in contrario. La meditazione di cui
parlo non prescrive una postura determinata. Nel loto ci si allinea a una
posizione ideale. Il loto o il mezzo loto ci fanno sentire qual è il nostro posto nel
cosmo. Il corpo vibra in sintonia con l’universo.
Tuttavia, alcuni non adottano questa postura, per la sua difficoltà. Non è
strano che lo Zen proponga alternative. Per esempio, la passeggiata meditativa
(walking meditation), non meno importante dello zazen. Molti meditanti, nei
primi stadi, la trovano congeniale. La raccomando a tutti: è un tipo di
meditazione dinamica.
Ricordo la storia di un maestro Zen, avvezzo a pratiche sportive. Entrò in un
monastero e si dedicò allo zazen per molte ore. Alla fine, ebbe un versamento di
liquido al ginocchio. Non dico che lo zazen abbia sempre queste conseguenze.
Ma vorrei prendere le distanze dai fan della postura impeccabile.
Controindicazioni si danno in qualsiasi pratica. Vediamo cosa si può fare
camminando durante la meditazione.
Dovremmo trovare un luogo adatto. Meglio non una strada trafficata,
affollata. Il senso comune lo suggerisce. Uno spazio limitato va bene. Per
esempio, un parco. Meglio ridurre al minimo l’eventualità di pericoli o
imprevisti.
All’inizio, il meditante cammina lentamente. Può mantenere il passo per tutto
l’esercizio. Nota la posizione dei piedi. Vede che muove il sinistro, poi il destro.
Ne segue i movimenti. Sente il suolo sotto ai piedi, il contatto con la terra.
Intanto continua a muoversi, concentrandosi sull’esperienza. Come lasciando
fuori i ricordi del passato o le prospettive del futuro. Il tempo in cui trovarsi è il
presente. «Sto camminando»: questa è la sensazione.
Il passo non gli fa perdere l’attenzione sull’ambiente. Il meditante vede dove
si trova – altrimenti si muoverebbe come un automa! Porta l’attenzione sulle
gambe, nel contempo si guarda intorno. Ciò rende l’esercizio più complesso, non
faticoso.
È libero di spostare il focus dai piedi agli occhi. Talvolta si accorge di fare
senza sforzo entrambe le cose nel contempo. Sente il peso del corpo sulle gambe.
Continua a osservare il movimento dei piedi.
Può accelerare il passo, se la mente glielo suggerisce. Sta esplorando il
mondo secondo un ritmo. Può variarlo. Lo sguardo abbraccia il corpo e tutto ciò
che ha intorno. Se ne rende conto.
Al pari delle impressioni visive, anche quelle uditive sono incorporate. Il
meditante continua a muoversi, in diagonale, di lato, in linea retta. Una parte di
lui lo fa senza premeditazione. Non critica le proprie distrazioni. Egli continua a
muoversi.
Sente, se vuole, di sincronizzare il ritmo del respiro con i suoi passi. Senza
condizionare i movimenti, si lascia guidare dal respiro, dall’inspirazione e
dall’espirazione: nota l’intervallo tra le due fasi. Non si ferma, ne prende atto.
Se una parte di lui vuole riposarsi, egli la asseconda, non subito, dopo
qualche momento. Riprende il passo, più lentamente di prima. Ha l’impressione
che il respiro gli scenda ai talloni o sulla pianta dei piedi. Lo osserva, senza
accentuarlo o ridurlo. C’è in lui l’inclinazione a fare entrambe le cose. Se questa
è forte, le lascia campo libero, come nei confronti di idee o sensazioni.
«Ecco! Senti come i tuoi passi si armonizzano con l’ambiente. Le persone
che incontri si muovono come te. Ti permettono di fare l’esercizio. Osservale,
ma continua a focalizzarti sulla tua andatura. Sii consapevole di tutto il corpo, da
dove proviene il respiro. Prova a sentire se quando incontri qualcuno una parte
del corpo si contrae, per esempio l’addome.
Cammina come se sfiorassi il mondo senza toccarlo. Con la grazia di un
ballerino o la leggerezza di una piuma. Puoi accorgerti che camminare così ti dà
una strana ebbrezza. Non fermarti, finché non svanisce.
Puoi immaginare di muoverti al ritmo del mondo, che non hai stabilito tu. Ma
è sempre tuo. Cerca di accorgerti del terreno, una strada asfaltata o di campagna.
I tuoi piedi lo toccano, e ti dà sicurezza. Senti che potresti muoverti per ore.»
Meglio non prefiggersi una durata. «Lascia che la tua mente si riposi se è
stanca o continui a muoversi finché sente di farlo. Non arrivare al limite.»
La passeggiata consapevole dà energia e la assorbe. «Ricordatene. Non è un
compito, una sfida o una prestazione. Percepisci gli odori dell’ambiente, il colore
del cielo, mentre passeggi senza meta. Ricordati: non hai scopo. La meditazione
camminata è lo scopo: non ce n’è un altro. Cammini e basta: tutto qui. Non
occorre che provi sensazioni straordinarie o il Risveglio. Il Risveglio è il
camminare. Sei libero di muoverti o fermarti.
La passeggiata consapevole ti fa percepire il mondo diversamente dalla
meditazione in posizione seduta. Per cominciare, gli occhi sono aperti. Puoi
distrarti. Tuttavia, dopo averla praticata un po’, ti accorgerai che ti concentri
ancora meglio, quando non guardi con l’occhio della mente.
C’è un mondo là fuori e lo stai sperimentando. Seduto, hai l’impressione di
dover mantenere la postura. Qui sei più libero, puoi variare il passo, la direzione.
Potresti persino camminare curvo. Qualcuno dirà che perdi qualcosa, non è così.
Bandisci lo sforzo. Il tuo corpo si muove, come tutte le cose intorno a te.
Cerca di sentirlo in profondità. Di udire il rumore dei tuoi passi, il più flebile.
Osserva le sfumature del respiro in concomitanza con il movimento. Ogni parte
del corpo partecipa, non soltanto le gambe. Anche le braccia si muovono. Ti
accorgerai che la passeggiata ti coinvolge nell’intimo. Senti calma, tranquillità.
Scopri che la sensazione aumenta passeggiando, non sai perché, ma te ne rendi
conto.
Perdi il senso del tempo, non sei tu a muoverti, ma ubbidisci a una spinta. Ne
segui la scia. Ti accorgi, dopo un po’, che le cose si muovono, anche quelle che
sembrano immobili. Emulano i tuoi passi.
Meditando seduto, sei in balia dei tuoi pensieri. Passeggiando è più facile
accostarsi maggiormente all’esperienza. I ricordi del passato vanno in secondo
piano, sei nel presente. Prova a sentire come ogni tuo passo si porti in questo
tempo e gli appartenga. Non temere di farti sommergere dalle impressioni
cosmiche, dal senso dell’appartenenza al tutto. Ti stai muovendo, sfiori il
mondo. È una bella sensazione, ti dà sollievo…»
La camminata consapevole si può fare in qualsiasi momento della giornata. O
in momenti particolari, il tramonto e l’alba. Si sentiranno il dinamismo delle
cose, le loro movenze. O la forza della solitudine, quando altri non incrociano la
strada.
A noi la scelta del luogo, da variare quando vogliamo. Possiamo camminare
consapevoli in un mercato o tra la folla, in un parco, tra gente che fa jogging la
domenica…Faremo grandi scoperte, alternando le location. Ogni distrazione
verrà incorporata. Niente potrà turbarci nella passeggiata meditativa.
La raccomando ai non sedentari, a chi ama muoversi e passeggiare. Non solo
come preparazione alla meditazione da seduti. La camminata consapevole ha una
qualità propria. I due tipi si rivolgono a persone diverse. Sarebbe bene passare
dall’una all’altra e vedere le differenze, non solo per scoprire quale ci sia
congeniale. Non sempre è utile praticare con facilità: molte intuizioni arrivano in
situazioni difficili, davanti a un ostacolo.
La passeggiata meditativa si può fare in gruppo. Meglio che i partecipanti
siano affiatati, e che non si dia all’esercizio una connotazione frivola o
ridanciana. Ognuno scopra lo stato d’animo ottimale per la pratica.
10
Meditazione per problemi

La vita è sogno.
Pedro Calderón de la Barca

La vita mi confidò il suo segreto:


«Sono il continuo necessario superamento di me stessa».
Friedrich Nietzsche

La meditazione si applica a un’infinità di temi. Per esempio, ciò che il praticante


considera problemi. E potrebbero anche esserlo, ma talvolta sono i meditanti a
considerarli tali e, con attaccamento, bramano di risolverli. Con attaccamento,
bramosi di risolverli. La meditazione suggerisce una differente visione del
mondo. Il problema scompare o viene ridimensionato. Alcuni aspetti sono
affrontati con successo.
Certo, dipende dalla gravità del problema. Alcuni tratti del carattere si sono
sedimentati, e non è facile rimuoverli o riprospettarseli: meglio non pensare alla
meditazione come panacea. Qualcosa, però, si può fare. Attraverso
l’osservazione e l’attenzione.
La mindfulness ci viene in aiuto. Accoglie spunti che nella psicologia clinica
sono rubricati come ipnotici. In questo capitolo vedremo come si riduca la
distanza tra l’ipnosi e la meditazione. Senza che ciò comporti un appiattimento.
O un’identificazione. I lavori di Milton Erickson sono pionieristici. La loro
applicazione alla mindfulness è doverosa.
Ci spostiamo sul piano clinico, senza sostituirci agli psicoterapeuti. La
meditazione per problemi non rimpiazza una cura, né psicologica né
farmacologica. Non invade il campo. Può trattare fenomeni estremi, e incidervi.
Non si chieda alla meditazione ciò che non può fare. Ma non ci si astenga dal
sondare con i suoi strumenti problemi spirituali o conoscitivi. Rinvio il lettore al
primo capitolo, alla fenomenologia della meditazione.
Alcuni aspetti rientrano nella psicologia cognitiva. Penso al problema
dell’apprendimento, che vaglierò tra poco, ma anche all’attenuazione del dolore:
una sensazione che possiamo gestire nella meditazione, in base alle nostre
capacità.
In Oriente vengono ammessi ai gruppi di meditazione nevrotici e psicotici.
Era così anche quando i disturbi mentali non avevano nome. Non dico sia giusto,
né sbagliato. Gli orientali permettono quasi a chiunque di frequentare i ritiri,
come se la meditazione fosse estranea alla clinica. Tornerò sulla questione.

Attenzione al dolore

Mi riallaccio al capitolo precedente, e comincerò a vagliare l’efficacia della


meditazione come antidolorifico. Il body scan si concentra sui cakra della
tradizione indiana, ma non si limita a essi. Certo, i cakra sono molto rilevanti – i
genitali, la gola, il terzo occhio e così via.
Ogni punto del corpo può dare fastidi. Il meditante vi concentrerà l’attenzione
senza tentare di eliminare il dolore. Soltanto dirigendovi lo sguardo. Volontà e
aspettative vengono messe a tacere. Si presenta l’idea: «Devo cancellare il
dolore, che mi appesantisce la giornata».
Per esempio, un mal di testa. Di solito è un sintomo psichico, non
riconducibile a una causa organica. Il meditante visualizzerà la testa, la fronte, il
terzo occhio e la sommità del cranio. Concede a ogni punto la sua attenzione
senza affrettarsi agli altri. Entra in sintonia con la parte dolorante.
«So che mi sei amica e non vuoi infastidirmi. Hai motivi di star male. Ti
permetto di condividere il tuo dolore.» Le stesse frasi possono vertere su
qualsiasi cakra o punto dolente.
Il meditante visualizza un raggio di luce che emana dal cakra. Cerca la
complicità della zona corporea, come se si rivolgesse a un amico di vecchia data
sofferente. Vuol comprendere la sua pena.
Se intervenisse il desiderio di soffocare il dolore, si dovrà rubricare la
sensazione: «Questa è non accettazione»; oppure: «È un desiderio di
cancellazione». La parte di noi stessi che non vuol star male ne trarrà
giovamento.
Il meditante può alleviare il sintomo in poche sedute. Dipende dalla
predisposizione: se si è radicato da tempo, a cosa è collegato, se è intollerabile e
così via.
Di solito, se il meditante lo desidera davvero, il sintomo si attenua. Ogni volta
che riappare, il soggetto farà l’esercizio. Non mi riferisco a cefalee ostinate,
anche se potrebbero migliorare anch’esse. Il meditante si limiti a osservare la
parte dolorante, visualizzando di inviarle raggi di luce e accettando la situazione.
Potrebbe essere compassionevole: «So cosa stai provando e mi rincresce.
Potrei essere io la causa del dolore».
Il meditante trovi gli script più adatti al suo carattere. Ogni dubbio può
invalidare l’esercizio.
D’altra parte, la meditazione scatta un’istantanea della condizione psicofisica.
Le formule e gli script sono secondari. Potremmo osservare la parte malata in
silenzio: l’esercizio sarebbe altrettanto efficace. Talvolta le parole distraggono
dal dolore.
Giova tornare a quando il dolore non si era presentato. «Non occorre che tu
soffra. Qualche giorno fa la testa non ti doleva. Puoi tornare in quello stato.
Prenditi il tempo che vuoi, non farlo subito.»
Le indicazioni sono più efficaci se impartite da una guida. Tuttavia,
concentrarsi sull’esercizio è utile al meditante solitario. Si avvia un processo di
trasformazione: questi si rammaricava del soffrire e voleva che cessasse. Ora c’è
la possibilità di un mutamento cognitivo. Talvolta è sufficiente.
L’atteggiamento permissivo di non aspettativa è incoraggiato sia dalla
mindfulness sia dall’ipnosi di Erickson. Occorre considerare le caratteristiche del
soggetto, i suoi limiti: non gli si comanda di fare ciò che non potrebbe, di
estirpare un sintomo caparbio. Lo si lascia libero di continuare a soffrire nello
spirito della non azione taoista.
Erickson si spinge oltre: cambia qualcosa nel copione che il soggetto segue. I
nuovi tratti stimolano il cambiamento. È non azione. Non si fa violenza al
soggetto. Una parte di lui vuole che la cefalea finisca, ma non riesce a imporsi.
Tener conto delle esigenze del soggetto e parlargli in un linguaggio che può
capire è la svolta. La mindfulness la prepara. La rubricazione delle parti
doloranti è istruttiva. «Questo è dolore»: diciamolo a noi stessi, in vista di un
miglioramento che può essere automatico.

Disturbi di concentrazione e apprendimento

Sia per i giovani sia per gli adulti è talvolta difficile studiare o concentrarsi nella
lettura. La meditazione ci soccorre. Le connessioni con l’ipnosi di Erickson sono
stimolanti. Una seduta di meditazione si potrebbe svolgere come segue. Sarebbe
adatta sia a praticanti esperti sia a profani. Il gruppo è in posizione seduta.
«Oggi torneremo indietro nel tempo. Faremo un viaggio. Dopo il conteggio,
potete trovarvi in uno stato alterato di coscienza. Un po’ diverso da quello in cui
siete ora. Bene, cominciamo (conto da uno a sette, tralasciando il cinque).
Siamo pronti, parlerò alla vostra mente inconscia. Lei saprà utilizzare le mie
informazioni. Siete davanti a un calendario. Nella vostra stanza, tranquilli,
seduti, gli occhi chiusi. Il rilassamento e la calma aumenteranno man mano che
procediamo nell’esercizio. Ve ne accorgerete dopo. Vi dirò molte cose, ma alla
mente inconscia. Non preoccupatevi se perdete qualche frase. Lei non lo farà
(lunga pausa).
(La musica è un loop di quattro o cinque note a volume basso.)
Mentre osservate il calendario, gli occhi chiusi, togliete alcuni fogli. Oggi è il
30 marzo 2017, ma i fogli che strappate vi riportano al 15, poi al 10. È strano
come potete tornare indietro nel tempo sfogliando un calendario. Strappate i
fogli e li gettate nel cestino.
Potete viaggiare più indietro. Ah, sì, siete all’anno scorso. L’avete fatto prima
che ve lo dicessi. Il 2016? Forse è il 2013 o prima. La vostra vista è appannata,
ma sono certo che siete tornati indietro negli anni. Quasi senza accorgervene
(lunga pausa).
Ah, chi l’avrebbe detto? Un salto nel tempo, ma sì! Siete piccoli ora,
bambini… Siete in una scuola materna o elementare. Visualizzate voi stessi da
piccoli… Intanto, mentre ascoltate la mia voce e viaggiate nel tempo, vi rilassate
sempre di più. Non ve ne siete accorti, ma tornando bambini siete entrati in uno
stato diverso di coscienza. C’eravate già. Sì, ma molte sensazioni si
percepiscono dopo averle provate. È strano (lunga pausa).
Ora, sempre con gli occhi chiusi, guardatevi intorno. Siete a scuola. Il
maestro o la maestra, scegliete, vi sta insegnando l’alfabeto. Un bel salto, sì, a
ritroso nel tempo. Guardatevi: siete bambini e state imparando a leggere, a
scrivere. Forse in prima elementare. I vostri compagni vi sono intorno. Ecco
come eravate alle elementari… (pausa).
È la prima lezione. Il maestro vi insegna la lettera A. La scrivete su un
quaderno a quadretti, fogli spessi, rilegato a spirale. All’inizio avete difficoltà.
Mettete insieme i tratti, i segni, ma dura poco. Ecco! Sapete già scriverla, la
lettera, e questo vi dà sicurezza. Cercate di provare la stessa sicurezza di allora.
In tutto il corpo. Dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa. Se non è la stessa, non
importa, ma sentitevi liberi di tornare a quel momento.
Avete rivisto i compagni di allora, i maestri, l’aula, la scuola. Avete udito,
forse, suoni e rumori familiari, la campanella, all’entrata e alla fine delle lezioni
(pausa).
(La musica è la stessa, ma il ritmo è rallentato.)
Provate a visualizzare la lettera A, l’avete scritta, sapete leggerla. Bene. Siete
soddisfatti, contenti. Ci siete riusciti. È stato più facile di quanto pensaste. Ora la
lettera A è lì. Potete osservarla con l’occhio della mente. Una grande A in bella
grafia. La osservate e diventate quella lettera. (Le parole in corsivo sono
pronunciate in tono differente.) Non preoccupatevi di come lo farete. La mente
inconscia agisce al posto vostro (pausa).
Come quando non riuscivate a scriverla, e poi, in un momento, avete superato
il blocco, la difficoltà. Vi siete concentrati su di essa, senza saperlo, senza
sforzo. Tutto è venuto da sé, spontaneamente. È bello riuscire a visualizzare
questa lettera nitida, so che lo state facendo, ce l’avete fatta.
(Le ultime parole vengono pronunciate a voce bassa, ma udibile. I
partecipanti sono disposti in cerchio, intorno all’istruttore.)
Ah, vi siete accorti che potete imparare. La vostra mente inconscia sa farlo.
Come quel giorno, tempo fa, quando avete imparato la lettera A. Vi ha aiutato,
la mente inconscia. Ha svolto il compito per voi. Proprio come ha fatto ora,
aprendo il baule dei ricordi. I vostri ricordi. Vi ha riportato a quando, in un
momento magico, siete riusciti a scrivere, a leggere. E tutto spontaneamente,
senza fatica… Forse non ve ne siete accorti, ma in quel momento siete entrati in
un altro stato di coscienza, come ora. Non ve ne siete accorti (pausa).
Ma da bambini era facile, quasi come adesso. A scuola e altrove. Entravate in
un altro stato di coscienza. E tutto era più facile, imparare, leggere, scrivere. Lo
stesso quando avete provato a scriverla, la lettera A. Potete ripercorrere ciò che
avete fatto. Con la penna avete tracciato linee sul foglio bianco. È apparsa la
lettera A, l’avete scritta senza accorgervene. È proprio vero: la vostra mente
inconscia ha imparato, sapeva come farlo, come adesso…
Cercate di assaporare il piacere di aver superato l’ostacolo. Sapete scrivere la
lettera A, sapete leggerla. Ciò vi dà un profondo senso di autostima. Siete con gli
occhi chiusi, in un ambiente protetto, sicuri, tranquilli. Avete fiducia in voi, e
potete mantenerla al termine dell’esercizio, nelle prossime ore, nei prossimi
giorni, finché vorrete…
Intanto, sentite che il rilassamento aumenta. Ve ne accorgete ora, ma il
processo era già iniziato da parecchi minuti. È così. Ve ne siete accorti. Io un po’
prima. E non c’è competizione, tra me e voi. È bello apprendere senza competere
con gli altri. Vedete che tutti imparano, come voi, facendo appello alle risorse
del proprio inconscio. Vi svelo un segreto (la voce si abbassa, come in un
sussurro. Mi sposto da un estremo all’altro del cerchio, facendomi udire da tutti i
membri del gruppo. La musica è ancora più lenta, il loop monotono).
La vostra mente inconscia impara, può imparare, lo fa. Ha tutte le risorse per
farlo. Non lo sapevate, lo scoprite, come con la lettera A, con tutto. Lei impara in
fretta, e lo capite dopo. Quando il compito è già eseguito… dalla parte di voi
stessi che è inconscia, il centro di voi stessi. Potete sentirvi soddisfatti di questa
parte amica, che sbriga il compito, che lavora al posto vostro. Nel migliore dei
modi. Così può trarre il meglio dallo studio. Si mette a leggere, e sa che capirà.
Si concentra sulle lettere, senza sapere di farlo. Impara. Farà sapere alla vostra
mente conscia che non ci sono difficoltà. La metterà in condizione di leggere, di
scrivere, di capire. Ah, lei fa proprio un buon lavoro! Questo è il vostro spazio, e
la mente inconscia sa gestirlo. Non dovete far niente. Solo osservare, mentre
siete seduti comodi con gli occhi chiusi, che lo sta facendo, come lo sta facendo
(pausa).
Guardate il vostro respiro, come si adegua al vostro lavoro sulla lettera A,
come lo accompagna. È calmo, regolare. Osservatelo un attimo. Guardate come
l’inspirazione e l’espirazione si susseguono, il loro intervallo. Siete tranquilli, e
potete tornare alla lettera A, che vi accompagna… Una presenza confortevole
che vi ha riportato al passato e vi ha mostrato come imparavate, come imparate,
senza sforzo, con naturalezza. Ve ne rendete conto. Siete soddisfatti di voi stessi.
Potete dirlo ai vostri genitori, adesso come avete fatto allora (lunga pausa. La
musica è un po’ più veloce, quattro o cinque beat in più al minuto).
Bene, possiamo portare con noi questo ricordo. La lettera A ci accompagna.
La mente inconscia la terrà presente, nei nostri prossimi studi, al prossimo libro
che leggeremo, sarà insieme a noi.
Nel frattempo, tornate a osservare il calendario. È una magia, strano, no?
Siete seduti con gli occhi chiusi, vi rilassate e percepite l’energia del gruppo.
Intanto i fogli si riattaccano. Tornate avanti, andate avanti, siete avanti. Che bel
calendario, pieno di fogli, denso, voluminoso. Sì, è già il 2000. È possibile? Una
parte di voi si chiede come abbia fatto. È andata avanti. Non più bambina, ah no!
Guardate, ora state tornando al… 2007, un calendario pieno zeppo di fogli, 2009.
Velocemente. 2013. Ah, siamo a… oggi! 2017. Il 10 marzo, ah no il 15.
Guardate il calendario. Siamo al 30. Siamo tornati a oggi, al presente. Restate un
attimo così. Osservate il presente. Dove siamo. Ora. Prendetevi qualche
momento per rendervi conto che siamo tutti qui, il 30 marzo 2017. Poi farò il
conto alla rovescia, che sveglierà tutti, me compreso. Siamo andati indietro nel
tempo. Ci vorrà tempo (breve pausa. La musica è più veloce).
Fate così: contate voi, siamo qui, nel presente, una parte di noi deve ancora
capirlo, svegliarsi del tutto. Fate così. Contate voi alla rovescia, da venti a uno.
Con il vostro tempo, al vostro ritmo. Pronunciate i numeri, se volete, oppure
osservateli. Quando arrivate a uno sarete svegli: aprite gli occhi e tornate qui e
ora, delicatamente, con i vostri tempi (fanno il conto alla rovescia).
Accendo la luce, siamo qui, gli occhi aperti, siamo tornati.»

Osservazioni

È incredibile quanto l’esercizio sulla lettera A sia efficace nei problemi di


apprendimento. Il meditante acquista una forte autostima. La corrobora a ogni
ripetizione dell’esercizio, che può svolgere anche da solo. L’effetto scia è
immediato: ogni volta supera il blocco. Vedere la mente inconscia o un centro
della personalità come aiutante è utile.
Dal feedback traspare che il ricordo del bambino di un tempo è stato provato
da tutti i membri del gruppo. Si sono visualizzati come erano. Che la voce guida
si richiamasse ai sensi li ha favoriti.
Il regresso temporale reca sensazioni piacevoli. Non si esclude che possano
emergere ricordi di difficoltà scolastiche, con i maestri, i compagni e così via.
Ma l’esperienza meditativa crea un ambiente protetto, che disinnesca il negativo.
Meditanti che hanno avuto problemi nell’infanzia dovrebbero essere seguiti con
istruzioni adeguate. Potersi esprimere nel gruppo con il feedback aiuta: una
condivisione dagli effetti benefici.
Alcuni sottolineano l’importanza del gruppo, che fa da cuscinetto, in territori
dove non ci si sarebbe avventurati da soli.
Gli effetti si notano a distanza. Intanto, si gettano le basi per lo sviluppo
dell’autostima, che era scarsa nel meditante con problemi di apprendimento. Si
forma un’attitudine non giudicante. La difficoltà è data da noi stessi, dalla parte
che sente di non farcela e che può trarre beneficio dalla meditazione, attraverso
uno stato di coscienza che talvolta coincide con la trance. Siamo sicuri che nulla
potrà turbarci. Ce ne ricorderemo nelle nuove esperienze di apprendimento.
Si potevano ottenere gli stessi effetti con un mantra, una formula che desse
per scontato il superamento del blocco? Sì e no. Ogni meditante può provare
entrambe le possibilità.
Quella presentata nello script è inserita in un contesto. È un vantaggio, perché
può aggirare la resistenza: che il meditante non voglia essere aiutato, bensì
mantenere il problema. La voce guida non lancia comandi, ma, nello spirito di
Milton Erickson, segue un approccio soft: il meditante è libero di elaborare le
istruzioni. Il frequente richiamo alle risorse dell’inconscio le attiva. Il meditante
gli dà un senso.
Il mantra presenta il problema come superato, neutralizzandolo. È una
meditazione sulla scia del training autogeno. Il praticante è libero di scegliere la
forma a lui più congeniale.
Da soli, sulla scia degli effetti di una seduta di gruppo, può essere più adatto
il mantra: «Mi concentro, sono capace di studiare». Una forma è la prosecuzione
dell’altra.
La differenza tra quieta concentrazione e mindfulness non è netta; l’approccio
che correla ipnosi e meditazione favorisce entrambe.
Gli istruttori non insisteranno mai abbastanza sulle «indicazioni aperte»,
affidate all’elaborazione del gruppo. Tra queste: «Tra poco avrete una sorpresa».
«Potrete provare una certa sensazione.» «So cosa state sentendo.» «Siete pronti a
entrare in uno stato lievemente diverso di coscienza.» «Chiedetevi pure cosa
faremo oggi.» «La vostra mente inconscia farà sapere alla mente conscia come
comportarsi.» «Oggi vi dirò molte cose.» «Vi accorgerete dopo di essere entrati
in un altro stato di coscienza.»
Il gruppo è libero di recepire le istruzioni come vuole. Non rischia di
sbagliare. Il meditante acquista in autostima: si accorge di aver svolto il compito,
senza l’obbligo di prescrizioni.

Meditazione e depressione

Può la meditazione aiutare soggetti psicotici, depressi? Ci inoltriamo in un


campo minato con cautela. Le considerazioni sono tratte dalla letteratura e non
supportate dall’esperienza. Ciò nonostante, penso sia utile trattare queste
applicazioni della meditazione. La mindfulness deriva dalla pratica buddhista.
Kabat-Zinn l’ha adattata a un pubblico occidentale: rinvio alle sue opere il
lettore interessato (cfr. Bibliografia).
Esiste uno studio clinico particolarmente significativo,1 che vaglia la
possibilità di utilizzare la mindfulness nelle ricadute di soggetti in remissione.
Vanno trattati in gruppo, non in sedute individuali. Proseguono la cura
farmacologica e le psicoterapie cognitive. L’impiego della mindfulness si attua
su uno sfondo multiterapeutico. Sembra l’utilizzo il modo migliore e forse
l’unico possibile per usare in questi casi la mindfulness.
Chi ha sofferto di depressione coltiva disistima e autosvalutazione: ha una
visione del mondo negativa e disperata. Si può influire con la mindfulness,
almeno come pratica di supporto?
L’obiettivo è rendere il paziente consapevole dei suoi pensieri e dei suoi
sentimenti e sensazioni, evitando che rimanga prigioniero di speculazoni.
Possiamo inserire nella meditazione alcune frasi che possono aiutarlo: «I
pensieri non sono fatti», «Io non sono i miei pensieri». Auspichiamo di generare
nel meditante le consapevolezze corrispettive. Non di modificarne le idee,
quanto il suo atteggiamento verso di esse.
Epitteto sosteneva che non sono le cose a preoccuparci, ma la nostra opinione
su di esse. Nei depressi trattati con la mindfulness il contenuto dei pensieri resta
lo stesso, ma se ne modifica la valutazione. La stessa pratica, in un secondo
tempo, verrà estesa alla vita quotidiana. Passo non facile, da compiere con
cautela.
L’attenzione è in primo piano. Concentrandosi sui contenuti mentali, il
depresso si accorge di quanto sia fuggevole. Egli osserva il flusso, la sequenza:
ogni pensiero svanisce e fa posto a un altro. Un buddhista alluderebbe alla
caducità dell’esistenza, all’impermanenza.
Con la mindfulness il depresso nota la transitorietà dei pensieri e cessa di
identificarvisi. Una pratica salutare. Lo è ancora di più in soggetti abituati a
considerare i loro pensieri realtà concrete, ineluttabili e ineludibili.
I risultati dello studio mostrano che la mindfulness è molto efficace nel
ridurre la possibilità di ricadute in pazienti in remissione, anche da depressioni
gravi, ma meno fruttuosa negli episodi acuti.2
Ciò porta a considerazioni più ampie. Nella mindfulness abbiamo visto come
l’enfasi sull’esperienza, sul presente distolga dal monologo interiore. Niente di
più adatto della mindfulness, allora, per un’esperienza percettiva scevra da
intellettualismi.
Il meditante registra sensazioni, idee e immagini senza valutarle. Anche il
depresso può farlo. Osservando può premere il bottone che attiva la
consapevolezza.
Husserl dice che la coscienza è intenzionale. Ci si accorge di tutto ciò che fa
parte del flusso.
Focalizzare i dati ne indebolisce l’impatto patogeno. Il depresso non fugge, li
affronta, in un contesto di gruppo, con la guida di un istruttore e accanto ad altre
cure (farmaci o psicoterapie cognitive).
Non solo la depressione, anche l’angoscia può diminuire. Ci si orienta
diversamente nel mondo, si cambia il copione. Lo stress da superlavoro, il
burnout, si allevia.
Paradossalmente, quanto più si osserva questo stress e se ne diviene
consapevoli, tanto più si devia dal problema. Il paziente dipende meno dal
«pilota automatico» che lo assimila a una macchina. Si desta dal sonno dello
spirito. Anche lo psicotico ha una vita spirituale – altrimenti non sarebbe tale: la
meditazione gli giova.
La mindfulness non coincide con le tecniche di rilassamento, anche se
permette di raggiungerlo. È in primo piano la registrazione della realtà, l’identità
con l’esperienza pura, lo stream of consciousness incontaminato dal pensiero. È
lo scopo della meditazione.
Le tecniche di rilassamento inducono il quietismo, che può essere colto dalla
mindfulness, ma non ne è il fine.
Talvolta nella osservazione della realtà con la meditazione giungono
contenuti sgradevoli. Il grado di concentrazione su di essi permette di
padroneggiarli e farli sparire.
Non si cambia il contenuto del pensiero, bensì la relazione del meditante con
esso.3

Angoscia e psicosi

Torno sull’angoscia. Alcuni ricercatori affermano che un certo grado di


angoscia, come attenzione e precauzione nei confronti del mondo esterno, sia
benefica. Ma che a un più alto livello di angoscia si debba intervenire con la
mindfulness. Qualora si realizzino una tensione muscolare dolorosa, l’aritmia
cardiaca, seri disturbi intestinali, pressione sanguigna elevata e così via.
L’angoscia è paura della paura, di ciò che potrebbe accadere. Il soggetto
coltiva pensieri catastrofici. È qui che la mindfulness – per esempio,
l’osservazione del respiro o del moto dell’addome – si rivela efficace. Distoglie
l’angosciato dal timore che qualcosa possa accadere, e lo riporta a ciò che sta
accadendo nel flusso percettivo.
Non tutti gli psicotici sono idonei alla mindfulness. Rispondo alla questione
posta nella parte teorica: la meditazione non è per tutti. Alcuni psicotici sono
peggiorati in seguito a un ritiro di mindfulness.
I ricercatori che ne ammettono l’applicazione alla psicosi invitano il medico a
essere compassionevole, qualità che si sviluppa con la meditazione. I depressi
possono trarre dalla mindfulness una prospettiva non giudicante della loro
condizione. I terapeuti stessi possono praticarla.
E se nel gruppo di meditazione ci fossero psicotici? Come gestirli?
L’istruttore di meditazione non è un medico, né uno psicoterapeuta. Potrà
ricorrere a qualche precauzione tutt’altro che irrilevante. Per esempio, non
suggerirà agli psicotici di meditare per conto proprio. Eviterà lunghi silenzi nelle
sedute di gruppo.
Promuoverà esercizi di percezione dei suoni, adatti ad alcuni psicotici. Li
inviterà a percepirne il timbro, l’altezza tonale, la durata e il ritmo.
È una terapia paradossale, adatta agli psicotici con allucinazioni uditive, che
di solito, tendono a tacitare le «voci». Con la mindfulness prendono confidenza
con i suoni e con queste voci, in certa misura.4
Attraverso la mindfulness lo psicotico dovrebbe accettare i propri sintomi e
osservarli senza giudicarli. Lo stesso dovrebbe fare il medico, senza sentirsi
frustrato per la mancata remissione dei sintomi nei pazienti.
La mindfulness non si prefigge il problem solving, la risoluzione dei
problemi, bensì una migliore osservazione di essi. Che ciò ne permetta il
ridimensionamento o la sparizione è auspicabile, e talvolta una realtà.
L’approccio opposto, la non accettazione dei sintomi e il combatterli, produce
l’effetto contrario: il paziente ne è sempre più succube, e la lotta è impari. Ampi
settori di una psiche dilaniata combattono se stessi. Sono le parti in ombra, ostili
alla terapia e alla meditazione. Accettare è meglio di evitare.
La mindfulness si converte in pratica esistenziale, non solo per gli psicotici.
La natura dell’esperienza cambia, il «pilota automatico» si riposa.

Cancro dello spirito

Carl e Stephanie Simonton trattano un’oncologia psicospirituale, dove la


meditazione è determinante. Per comprenderne la portata, niente di meglio che
vagliare i presupposti del metodo. Esso tenta di ridurre la sofferenza fisica dei
malati di cancro e l’impatto della malattia sul loro stato d’animo. Li avvia ad
attività significative, aiutandoli a migliorare la qualità della vita, e ne stimola
anche la prospettiva di accettazione della morte. I pazienti hanno preso atto della
loro patologia e sanno dove potrebbe sfociare.
Devono diventare consapevoli della sua natura e del suo significato. La
meditazione attecchirà sul terreno adatto.
I pazienti rifletteranno sui messaggi e i segnali che il cancro gli invia.
Potranno vederlo come una deviazione dal percorso normale.
Occorre che si impegnino in attività che reputano interessanti. Esse non
vanno sospese, a causa della patologia. Anzi, dovrebbero intraprenderne di
nuove. Indirettamente, si suggerisce ai pazienti che siamo tutti sani per natura.
Dopodiché, si tenterà di renderli consapevoli di un principio preliminare a
ogni approccio meditativo. Non sono gli eventi a turbarci, bensì la nostra
reazione a essi (Epitteto).
Si entrerà nel vivo del lavoro: una serie di visualizzazioni dove il cancro,
raffigurato in simboli, viene debellato. È il risultato che ci si aspetterebbe.
Tornerò su questa fase del trattamento.
Il paziente va informato che dovrà nutrire una forte speranza di guarigione, a
prescindere dalle condizioni reali. Si crea un tessuto positivo in qualsiasi
patologia tumorale. La consapevolezza può essere istillata con formulazioni:
torna la meditazione sui mantra.
Nel contempo, si darà spazio alla parte del malato che può accostarsi alla
morte e vederla come un’eventualità del percorso. «Voglio vivere e sono pronto
a morire.» Una frase realistica che può diventare un mantra.
Non si insisterà mai abbastanza sull’utile secondario della malattia, che Freud
ravvisa nella sofferenza psichica. Il paziente può diventare consapevole non solo
degli svantaggi della malattia, ma anche di tutto ciò che con essa gli allevia
l’esistenza. Delle responsabilità schivate o questioni disattese. Come se la
malattia fosse un problem solving, di cui il paziente non è cosciente.
Il cancro ha una motivazione ulteriore, che trascende l’utile secondario. È
questo che il paziente non accetta, ed è radicato nell’inconscio.
Tutti questi aspetti vengono trattati in un counseling la cui natura meditativa è
evidente: plasmare un’altra consapevolezza nel paziente.
Riguardo alle visualizzazioni nella meditazione, valgano un paio di esempi. Il
terapeuta suggerisce al paziente di immaginare che i globuli bianchi siano
soverchianti rispetto al cancro e possano sconfiggerlo. Oppure, con una
visualizzazione più suggestiva, il paziente immagina che il cancro sia un
hamburger e che un gigantesco orso polare, metafora dei globuli bianchi, lo
divori.
I Simonton scrivono di miglioramenti significativi della patologia con la
meditazione.
Partono dall’idea che il cancro abbia una componente spirituale, ed è questa
che tentano di volgere in altra direzione, di convertire in altri processi fisiologici
nel paziente.
L’accento sui presupposti mostra che non c’è un ingenuo entusiasmo riguardo
alle possibilità di guarigione o stasi tumorale. I terapeuti prendono di mira lo
stress collegato al cancro, e pensano di poterlo mitigare. In alcuni casi
avvengono remissioni improvvise o inaspettate.
Prima di scartare il metodo Simonton si può suggerire ai pazienti di provarlo.
Come minimo, potrà cambiarne le aspettative e il pensiero della morte.
I Simonton affermano che con un buon matrimonio è improbabile che si
sviluppi il cancro. Si prendano le loro affermazioni con un granello di sale.
Nessuno fa miracoli, specialmente in questo campo.
La tecnica delle immagini mentali è consigliabile. Si articola in tre fasi:
«Chiediamo ai pazienti di visualizzare la loro malattia, visualizzare il trattamento
e visualizzare il meccanismo di difesa immunitaria del corpo».5
Tornerò più avanti sulla questione attraverso un’esperienza personale. Potrà
dirci molto sulla portata della meditazione in oncologia.

1 AA.VV., Prevention of Relapse/Recurrence in Major Depression by Mindfulness-Based Cognitive


Therapy, «Journal of Consulting and Clinical Psychology», 2000, vol. 68 (4), pp. 615-23.
2 Ibidem, p. 622.
3 AA.VV., Mindfulness and Psychopathology: Problem Formulation, in F. Didonna (a cura di), Clinical
Handbook of Mindfulness, Springer, New York 2009, p. 87.
4 Pinto A., Mindfulness and Psychosis, in Clinical Handbook, cit., p. 361.
5 Silva J., Miele P., The Silva Mind Control Method, Pocket Books, New York-London 1977, p. 82.
11
Meditazione per bambini

Chi non riceverà il regno di Dio come un bambino


non vi entrerà.
Marco, l’evangelista

Un bambino nasce
e fiorisce il mondo intero.
Motto Zen

Ci sono limiti d’età nella meditazione? I bambini possono meditare? Occorrono


accorgimenti? Ci si può affidare alla spontaneità? Quali esercizi sono adatti?
Occorre istruirli come gli adulti? Chi insegna ai bambini la meditazione ha un
addestramento differente?
A queste e altre domande rispondo in questo capitolo. La meditazione per
bambini non è soltanto possibile, anche auspicabile. Si pensi al recupero della
naturalezza che Laozi definisce infantile, quella del bambino o addirittura del
lattante: metafore, si dirà… ma non si discostano dalla realtà.
Con la meditazione torniamo fanciulli. Insegniamo al bambino a meditare, e
torniamo noi stessi a quell’età. Quando la meraviglia era parte integrante delle
nostre giornate e non ce ne distoglievamo con la ragione. Nella meditazione
torniamo bambini e siamo adulti.
Il bambino è pronto a meditare. Deve solo scoprire come farlo. Si cala
nell’osservazione, nell’esperienza pura. Come diceva Novalis, non tutti i
bambini sono tali. Fargli vivere appieno l’infanzia può essere lo scopo della loro
meditazione. Senza volerne fare guru o superuomini.
I piccoli si distraggono, ma possiamo ricondurli all’attenzione. Scopriremo
che la distrazione è valorizzata nella meditazione.
Non ci sono limiti d’età. Anche se in questo capitolo ne restringo il range ai
bambini da quattro-cinque a tredici anni circa per fini didattici. Non escludo si
possa far meditare bambini più piccoli, ma non ne ho esperienza. Dopo i tredici
anni possiamo applicare ai ragazzi le tecniche degli adulti. È necessario tener
conto dell’età per gli esercizi preliminari. Condotti con successo, ci permettono
di sottoporre i bambini a tecniche avanzate. Dobbiamo considerare alcune
accortezze.
I bambini traggono profitto dalla meditazione. Con lo sviluppo
dell’attenzione la loro memoria migliora. L’aggressività si attenua.
I più giovani hanno alcuni vantaggi o punti di forza: passano da
un’esperienza all’altra senza indugiarvi. La mindfulness richiede di non
trattenere con il pensiero o la volontà gli effetti del vissuto.
I bambini si ancorano al presente, sono meno condizionati dal passato. La
mindfulness gli si addice. Sono più aperti alla freschezza dell’esperienza, a un
mondo sempre nuovo che si schiude ai loro sensi.

Prima fase: attenzione ai rumori

La prima seduta è determinante. Ci avviciniamo ai bambini con cautela, più che


con gli adulti. All’inizio, ci limitiamo a cinque minuti circa. Non rischiamo di
innervosirli o annoiarli. Potrebbero vedere la postura come una costrizione. Il
bambino è sempre in movimento con il corpo e la mente. Non chiediamogli
troppo nella prima seduta.
Meglio parlargli un po’. Presentargli la meditazione come un’esperienza
nuova e interessante. All’inizio potrebbe sedersi comodo. Chiudere gli occhi o,
se non vuole, tenerli aperti o semichiusi. Potrebbero chiudersi spontaneamente
poco dopo le istruzioni d’avvio.
Gli diremo di stare attento a qualsiasi suono o rumore dall’esterno. La
percezione dell’ambiente è il primo passo. Se il bambino dovesse provare
angoscia, sospendiamo la seduta. Nel frattempo, gli diamo altre informazioni
sulla meditazione. Di solito la presenza dei genitori basta ad attenuare
l’angoscia.
Gli diremo di notare i rumori, e che farà solo questo. Non dovremmo essere
autoritari. Lo lasciamo libero di esprimersi, come un adulto. Gli diciamo che è il
suo spazio e può gestirlo come vuole, seduto con gli occhi chiusi.
Il bambino passa da un’esperienza all’altra. Spesso, però, in questo primo
esercizio tende ad ancorarsi ai rumori o suoni piacevoli. Non è un problema in
questa prima fase. Deve adattarsi agli stimoli, per integrarli e apprendere.
Imparerà a padroneggiarli e a non indugiare sulle sensazioni con la pratica. Forse
fin dalla prima seduta.
In certi bambini l’angoscia nasce quando le sensazioni si susseguono come
un tornado. Il bambino non è pronto al flusso: non lo controlla e lo teme. Anche
qui è la pratica a fargli superare l’ostacolo. La voce guida può aiutarlo a tornare
al presente, all’attimo. Può ripeterglielo di tanto in tanto, ma non nella prima
seduta: qui il bambino è lasciato libero di gestire la mente come crede. Meglio
interrompere l’incontro all’insorgere del panico o dell’angoscia.
Potremmo fare un esercizio preliminare all’ascolto. Insegniamo al bambino a
dirigere l’attenzione. Gli mostriamo un oggetto e glielo facciamo guardare. Di
solito, meglio un oggetto piccolo. Poi gli chiediamo di chiudere gli occhi e di
descrivere il colore dell’oggetto, come è fatto, se ha delle parti, e tutto ciò che gli
viene in mente in proposito. Spesso è sufficiente a predisporlo all’esercizio
dell’attenzione uditiva. Molti bambini sono pronti a sperimentarla senza
preamboli. Vivono in un mondo di suoni. Non hanno difficoltà a percepirli.
Il bambino si può chiedere il motivo dell’esercizio. Gli diciamo che vogliamo
vedere quanto sia attento all’ambiente. Perché tacerlo? O gli diamo una
spiegazione che si accordi con la sua visione del mondo. Prima della seduta può
essere utile parlare qualche minuto con i genitori per apprendere del suo
carattere. Una fase consigliabile, non indispensabile.
Suggerirei di ripetere l’esercizio finché il bambino non padroneggia gli
stimoli uditivi. Senza dargli l’impressione che deve svolgere un compito. La
presenza non giudicante dei genitori lo rassicura. Non vi si insisterà mai
abbastanza.

Seconda fase: attenzione al corpo

Il bambino tiene gli occhi aperti. Deve descrivere le azioni dell’istruttore. Questi
gli mostra come. Si mette la mano sulla bocca, e dice: «Ora lui si mette la mano
sulla bocca». Oppure si stende sul divano, fa qualche passo nella stanza, chiude
gli occhi e li riapre, si siede e si alza un paio di volte, guarda dalla finestra,
guarda l’orologio, si siede vicino al computer, osserva il monitor e così via. Ogni
volta il bambino descriverà cosa fa l’istruttore.
Dopodiché sarà quest’ultimo a farlo per i movimenti del bambino. Gli
chiederà di muoversi, sedersi, sdraiarsi o camminare, o altro. In ogni azione che
descrive l’istruttore dirà il nome del bambino. Il bambino lo aveva fatto nei
confronti dell’istruttore.
Di solito, il bambino si diverte. Se ne chiederà la ragione. Ma se è piccolo è
assorbito nell’esercizio. Non lo critica, né lo analizza. Ci prefiggiamo di fargli
notare l’ambiente circostante, non i rumori degli oggetti, l’auto che passa o il
battito dell’orologio, bensì i movimenti di un altro corpo. L’attenzione si sposta
sull’essere umano.
Dopo l’osservazione dell’ambiente esterno il bambino si rende conto dei
movimenti corporei. Se l’osservazione e la descrizione dei movimenti
dell’istruttore non fosse sufficiente, si può passare all’esercizio seguente.
È un classico della mindfulness, adatto anche agli adulti. Diamo al bambino
un mandarino sbucciato. Gli chiediamo di guardarlo per qualche istante. Di
prenderne in mano uno spicchio e di osservarne i colori. Di girarselo tra le dita e
di porlo sul palmo. Dopodiché, lo porterà al naso. Ne sentirà il profumo. Infine,
gli diciamo di metterselo in bocca e di mangiarlo. Meglio se mastica piano. Gli
chiediamo di inghiottire lentamente, di non cedere subito all’impulso.
Ripeterà la stessa esperienza con il secondo spicchio. E con il terzo. Prima di
ogni contatto, gli diciamo di guardare gli spicchi come fosse la prima volta. Non
tutti i bambini vi riescono, né comprendono il significato dell’istruzione.
Il bambino dovrà osservare i suoi processi corporei. Dovrà fare attenzione a
tutto ciò che accade in lui. Per esempio, al respiro. Gli diciamo di osservare
quando inspira e quando espira, l’intervallo tra i due momenti. Come faremmo
con un adulto. In questa fase possiamo prolungare la durata dell’esercizio, per
dieci minuti circa. Non è determinante la durata: il bambino non deve vivere la
seduta come un tedio.
Con l’attenzione sul respiro siamo in una fase avanzata. Perfino molti adulti
trovano difficoltà. «Troppo astratta!» dicono. Quante volte l’abbiamo sentito nel
feedback, da persone mature, incapaci di focalizzarsi sul respiro!
Dovremmo indugiare in questa fase finché il bambino non la padroneggia. Se
occorre tempo, non importa. Ogni tanto l’istruttore dovrebbe riportare
l’attenzione del bambino sul respiro, se si distrae, come con gli adulti. Potremmo
dirgli di contare i respiri per insegnargli a concentrarsi.

Terza fase: attenzione al pensiero

Si passa alla terza fase quando il bambino si sente pronto. E quando


confermeremo che lo è. L’addestramento dei bambini alla meditazione procede
secondo un ordine crescente di difficoltà. Potremmo farlo anche con gli adulti,
senza prendere le cautele di cui necessitano i più piccoli.
Nella terza fase si dice al bambino di chiudere gli occhi. Se si sentisse a
disagio, glieli si farà tenere aperti o semichiusi. È una fase complessa: dovrà
osservare i suoi pensieri. La sfilza di idee che gli passano davanti. La sua mente
è frenetica, molto più di quella di un adulto…
Tentiamo di agevolare il bambino anche in questa fase. Per esempio, ne
stimoliamo la curiosità. Gli diciamo: «Sarai stupito di vedere tanti pensieri che ti
passano per la mente. Guardane uno, poi vedi come passa a un altro, si trasforma
in un altro, e poi un altro ancora. Continua a osservare».
In questa fase si è creata complicità o intimità tra l’istruttore e il bambino. È
determinante per l’osservazione dei pensieri, un’attività astratta cui il bimbo si
abbandona solo sentendosi sicuro. La presenza dell’istruttore lo conforta. Anche
i genitori sono presenti. O la maestra, nella meditazione per bambini in una
scuola.
La presenza dei compagni funge da collante e da supporto. I bambini sentono
di partecipare a un’esperienza comune. Che può essere vissuta come un gioco.
L’istruttore ripete al bambino che sarà incuriosito di vedere come la sua
mente o lui stesso possono passare da un pensiero all’altro. Può vederlo come un
gioco.
Anche qui il bambino può tendere a trattenere un pensiero gradevole o a
respingerne uno sgradevole. Dovrebbe, però, imporsi la curiosità e il senso di
stupore nel trovarsi sempre davanti a nuove idee.
Accetteremo qualsiasi risultato e sottoporremo il bambino al feedback. Tutto
come negli adulti. A differenza di loro, il bambino accoglie il commento
dell’istruttore in merito alle sue difficoltà. Gli facciamo capire che nella
meditazione va bene qualsiasi pensiero o sensazione: anche di non riuscire a
passare da un’idea all’altra o di essere turbato dal flusso continuo di pensieri.
Anche qui consigliamo un esercizio preliminare, oppure da effettuare dopo il
tentativo infruttuoso di passare alla terza fase, l’osservazione dei pensieri. Non
insisteremo mai abbastanza nel ripetere che le stesse difficoltà, anche maggiori,
si presentano negli adulti.
Possiamo suggerire al bambino di guardare come le nuvole si susseguono:
sembrano immobili, ma si spostano. Passano e danno il cambio ad altre. Se è
concentrato, pochi minuti di osservazione bastano a farlo entrare nello spirito
dell’esercizio.
Alcuni ricercatori dicono al bambino di visualizzare le bolle di sapone.
Prima, però, gliele mostrano. Chiuderà gli occhi, e le visualizzerà mentre
scorrono. Può immaginare che ogni bolla contenga un pensiero.
Ho visto che i bambini traggono profitto dall’immaginare le bolle, e questo
esercizio può predisporli al lavoro con i pensieri. Alcuni bambini non riescono a
concepire l’accoppiata di una bolla a un pensiero. Eludono l’indicazione, e non
riescono a inserirla nel panorama cognitivo. Non è detto che ciò avvenga con
tutti, ma è frequente.
Gli scenari cui sottoponiamo gli adulti sono applicabili ai bambini.
Cerchiamo di evitare concetti che non sono capaci di integrare nell’esperienza.
Gli possiamo dire di visualizzare una montagna, un bosco o un lago. Possiamo
dargli indicazioni precise, con linguaggio semplice e parole concrete. Possiamo
cominciare da ciò che possono vivere nella loro stanza, e portarli «all’aria
aperta». I bambini sono curiosi e propendono alla visualizzazione. Saremo
stupiti di come recepiscono le indicazioni, talvolta meglio degli adulti.
Gli istruttori dovrebbero far sentire ai bambini che la meditazione è un gioco.
Altrimenti, falliscono. Possiamo dare al bambino solo ciò che è disposto a
ricevere. L’ambiente ludico si presta: è necessario. Ogni istruttore che abbia
esperienze pedagogiche lo sa. Le situazioni, di volta in volta, ci faranno capire
come applicare i consigli.
Ogni fase può essere presentata come un gioco, piacevole e divertente.
Manteniamoli in contatto con l’esperienza e i bambini daranno il meglio di sé. Si
troveranno a loro agio. La presenza dei compagni, nella meditazione per le
scuole, è un utile supporto.
Non si chieda ai bambini ciò che l’adulto, o l’istruttore, non sa fare. Molte
difficoltà dei bambini nella meditazione dipendono da un atteggiamento
scorretto o improprio dell’istruttore.
Occorre preparare gli istruttori. Non dare per scontato che se hanno
esperienza di altro genere con i bambini siano automaticamente in grado di
insegnare loro la meditazione.
Talvolta, l’istruttore può essere un parente, un genitore o un insegnante. Si
può fare.
Melanie Klein, una delle principali psicoanaliste dell’infanzia, sottopose i
figli alla psicoterapia. Furono suoi pazienti. Milton Erickson fece lo stesso per
mitigare il dolore dei figli negli incidenti domestici. Suppongo non sia stata
l’unica occasione.
Si richiede sempre la capacità di amare. Solo così si entra nel mondo del
bambino. Chi ne difetta, non sa intrattenere relazioni stabili e non ha risolto i
propri problemi affettivi non è adatto a lavorare con i bambini. E con gli adulti?
Dovremmo aver fatto un lavoro su noi stessi.
Ci sono molti saggi e articoli sulla meditazione per bambini, un fenomeno
che sta prendendo piede all’estero da tempo. Le ricercatrici Karen Hooker e Iris
Fodor, concentrandosi sulla mindfulness, hanno fatto un lavoro meritorio (cfr.
Bibliografia). Vi ho attinto, e me ne sono discostato in alcuni aspetti perché
credo che la meditazione sia un’esperienza personale. Occorre che l’istruttore la
elabori secondo le proprie esigenze, e che il praticante si sottoponga a quella che
sente congeniale.
12
Oltre la meditazione

Gli uccelli del cielo non seminano, né mietono,


ma Dio li nutre.
Matteo, l’evangelista

Ogni giorno è un bel giorno.


Yúnmén

Krishnamurti non maestro

Si può andare con la meditazione oltre la meditazione? Quali orizzonti si aprono


con nuove forme di meditazione? La meditazione può bloccare o libera? È lecito
ridimensionarla, sulle orme dei grandi maestri? Essi l’hanno rifiutata? A simili
domande e altre è dedicato questo capitolo. Gli esempi mostrano il percorso.
C’è una narrazione che parte dalla meditazione e la oltrepassa. Tocca temi
nuovi. Richiede al meditante una grande apertura mentale. Si entra in una nuova
visuale. Non si perde l’attenzione, la presenza mentale: c’è sempre la
mindfulness.
Ci si prefigge di svilupparsi al di là del conosciuto – per usare un’espressione
di Jiddu Krishnamurti, grande maestro del XX secolo – cioè di abbandonare i
nostri schemi e pregiudizi.
La sua idea della meditazione ci porta al cuore della questione. Krishnamurti
non la rifiuta, ma la inquadra in una nuova prospettiva. Può aiutarci a superarne i
limiti.
«Ogni sforzo di meditare è la negazione stessa della meditazione.»
Tutto chiaro. Meditiamo sempre, non solo in uno spazio ristretto. Può essere
la nostra stanza o la sala di un monastero. Appena diamo un nome a un’attività
ce ne allontaniamo.
Se abbiamo seguito il percorso delineato nei capitoli precedenti, sentiamo di
poter estendere la meditazione a ogni ambito della nostra vita. Mentre facciamo
shopping in un grande magazzino, parlando con un amico, osservando i nostri
figli o nostra moglie. Sempre. Senza l’assillo di dover meditare, di un copione o
una formula.
Krishnamurti non è contrario alla meditazione. Vuole che non ne diventiamo
schiavi. Essa non è un obbligo, e può diventare uno stile di vita. La applichiamo
in ogni situazione, senza l’esigenza di rubricarla: «Questa è meditazione».
La mente si deve liberare della meditazione, se questa ambisse a dominarla.
Meglio la meditazione spontanea. Lo sforzo è bandito. Forse ci si prepara alla
vera meditazione, che non ha nome.
Ci impelaghiamo in meditazioni contorte. Pensiamo che siano quella vera.
Altrimenti, sentiamo di perdere tempo. Krishnamurti ci dà indicazioni preziose.
La meditazione «non si può imparare assolutamente da nessuno, questa è la sua
bellezza. Non c’è tecnica».
Fermiamoci un attimo. Non c’è tecnica… Ma allora perché seguirne una e
credere che favorisca il Risveglio?
Krishnamurti fa appello alle nostre risorse interiori. Oltrepassare la
meditazione significa che siamo noi a stabilire le regole. Già sappiamo come
praticare la meditazione, dove e quando.
Molti hanno paura della libertà. Vogliono dipendere dalle tecniche. Pensano
che altrimenti ci attenda il deserto dell’anima, la perdizione.
Una volta praticato il sentiero comune, dobbiamo trovare la nostra strada.
Una strada che parla al cuore. Gli altri possono istruirci, ma… abbiamo un
maestro interiore che ci guida.
È un percorso difficile. Alcuni non si sentono pronti. Gli consiglio di seguire
le proprie inclinazioni. Troveranno una tecnica, un maestro, e li seguiranno.
Altri si sentiranno vibrare alle parole di Krishnamurti. Andranno per il loro
cammino.
Come il Siddhartha di Hermann Hesse, che si allontana dal Buddha. Non
perché non si fidi di lui, ma perché il sentiero del Buddha vincola il Buddha.
Siamo dipendenti soltanto da noi stessi.
La meta è identica. Sia che ci avventuriamo nella tecnica più congeniale sia
che ne inventiamo una. Più che inventare, ne elaboriamo una dalle tradizioni.
Krishnamurti ci dice qual è la meta, per tutti noi.
«Solo a partire dal silenzio agisce la mente meditativa.»
Ecco! Possiamo interessarci di ogni tecnica. Praticare e praticare. Poi ne
troviamo una che fa al caso nostro. Ma il silenzio è la meta e l’equipaggiamento.
Senza la scoperta e la percezione del silenzio, non c’è meditazione.
Come dire che la meta di ogni filosofia è il nulla. Io preferirei chiamarlo il
nudo. Ciò che oltrepassa le definizioni, le parole, i pensieri…
Nel silenzio troviamo il nudo, e viceversa. Non siamo più appesantiti dai
pregiudizi o dai concetti. Siamo, e basta.
È difficile?
Una parte di noi si attacca alla meditazione. Spera che la tecnica possa
permetterle esperienze più ampie. Il paranormale? I superpoteri? Tutte le scuole
e le correnti di pensiero cautelano da tali ricerche. I superpoteri, che in India si
chiamano siddhi, sono illusori. Che bisogno c’è di procurarseli, se abbiamo già
noi stessi, il nudo?
«La continua ricerca di esperienze più vaste, più profonde e trascendenti è
una forma di fuga dalla realtà effettiva di “ciò che è”, vale a dire da noi stessi.»
Sempre Krishnamurti. Il nostro narcisismo ne riceve un altro colpo. Cerchiamo
ciò che non abbiamo. È cupidigia.
Chi medita per questo non è diverso da chi persegue la fama, il denaro o il
successo. È prigioniero delle illusioni. La meditazione, anziché liberarlo, lo
asservisce. La sua mente si mantiene nel sonno.
Non ci accettiamo, vogliamo essere diversi: non ci basta ciò che abbiamo.
Pensiamo che ci sia altro da scoprire e che solo così la vita abbia un senso.
La meditazione ci insegna a non vivere di sogni, a calarci nella realtà. Ci
aiuta, non alimenta i miraggi.
Nel Vedanta, la grande corrente del pensiero indiano, c’è una narrazione. Un
uomo cammina nella giungla. A un tratto, vede qualcosa nella notte. Se ne ritrae,
credendolo un serpente. Poi osserva meglio e si tranquillizza. «Ah! Non è che
una corda!»
Molti credono che la vita sia solo un’illusione. Confusione. La meditazione
potrebbe farci vedere la corda come corda.
Presuppone una mente libera, che accetti la realtà come è.
Molti non si accontentano. Meditano per scoprire il segreto della vita, e se ne
allontanano.
L’ostacolo principale è non vedere la realtà come è. Perché? Perché non ci
piace. Trasferiamo questa inclinazione nella meditazione. Vogliamo avere
esperienze, anche se potremmo non capirle. O non ne abbiamo bisogno. La
nostra vita è già completa.
«Perché una mente sveglia, intelligente, libera, dovrebbe aver bisogno di
esperienze, perché dovrebbe avere “esperienze”? La luce è luce; non richiede
altra luce.»
Per Krishnamurti la meditazione non ha niente a che fare con le droghe o
l’autoipnosi. È svelare la realtà come è, senza sovrastrutture.
È un peregrinare senza meta. Con uno scopo non sarebbe più meditazione,
ma illusione. Per Krishnamurti la meditazione è liberazione da qualcosa:
l’intellettualismo, la presa del tempo, attaccamenti, pregiudizi, aspettative.
Immergendoci nel flusso siamo nell’esperienza pura.
Qualcuno troverà difficili queste parole. Non si sente pronto. Crede che lo
aspetti un cammino lungo e faticoso. Altri si sentiranno in sintonia.
Krishnamurti ci sfida.
Se vogliamo oltrepassare la meditazione, niente di meglio che rifarsi alle sue
parole. Egli ci libera dalla meditazione, e la raccomanda. Dovremmo seguirlo?
Farlo significa seguire noi stessi. È un paradosso. Andiamo verso il silenzio…

Osho o Rajneesh

Nel secolo scorso Krishnamurti è stato il maestro dei non-maestri. Ha indicato


una via per pochi. Lo hanno considerato non umano, irraggiungibile. Un
superuomo inimitabile.
All’estremo opposto c’è Osho, un tempo Bhagwan Shree Rajneesh. Non
importa il nome, ma la funzione.
Chi ama gli schemi lo ricorda come «il guru dalle Rolls-Royce». Chi va a
fondo sa che praticò diversi tipi di meditazione. Si ispirò a Gurdjieff, allo Zen e
allo Yoga, al taoismo.
In una delle sue opere più affascinanti parla dei libri che ha letto. Testi
spirituali, che trattano di meditazione. Il suo metodo è diverso da quello di
Krishnamurti.
Osho rideva molto. Ci esorta ad abbandonare la meditazione praticandola. Un
paradosso.
«Meditazione significa deautomatizzarsi: quindi, per far accadere la
meditazione, è bene abbandonare le abitudini.»
Ah! Anche qui uno shock salutare. Una difficoltà. Come potremmo, avvolti
nel sonno dello spirito, meditare senza abitudini? Non mancheremmo di una
bussola per nuotare in alto mare? Ecco, è il panorama che Osho ci tratteggia.
Fuori dalle rotte indicate – Krishnamurti direbbe «liberi dal conosciuto».
Come in Gurdjieff, dobbiamo abbandonare la condizione di uomo-macchina,
che purtroppo rassicura. E ci fa dormire. Sonnambuli nella notte.
Osho non dà solo la diagnosi, ma, come Buddha, anche la terapia. La
meditazione.
«Parlate il meno possibile, un parlare puro e semplice.»
Un discorso che mira alla sua essenza più profonda, il silenzio.
Non è meditazione?
Possiamo praticarla sempre e ovunque. Non si tratta di una tecnica, ma di un
modo di essere. Meditiamo quando ci sembra di non farlo.
Castaneda ci aveva ammonito: sospendete il dialogo interiore, il monologo
con voi stessi. Vi aprirete all’esperienza, alla percezione. Sfiorerete il mondo
senza toccarlo. Sarà non azione, non volere. Sempre meditazione. Osho va nella
stessa direzione.
La vera meditazione può essere soltanto chiudere gli occhi e aspettare l’arrivo
del silenzio. Senza bramarlo. Entrare nella spontaneità, la non attesa. O scoprire
la propria solitudine.
Il silenzio non è la solitudine che paralizza. Anzi, ci mette in contatto con la
realtà.
«Chi assapora il silenzio lo assapora nella solitudine.»
Spogliandoci degli orpelli, del chiacchiericcio mentale, andiamo verso il
nudo.
Un maestro cristiano del Medioevo, Eckhart, disse che solo quando l’anima si
spoglia di ogni immagine o idea vi si rifugia Dio. È la meditazione del distacco e
della tranquillità. Osho la pensa così, ma non dice di Dio o dell’anima.
Propone meditazioni-tipo, per il mattino o la sera. Come Krishnamurti, riduce
l’aspetto tecnico a zero. Il silenzio è la meta. Verso il nulla o verso il nudo.
La scoperta di una realtà completa, cui non aggiungiamo né togliamo
alcunché.
Osho suggerisce di rallentare il respiro per accostarci a questa nudità senza
parole. E la pulizia del corpo, in una dimensione intimista.
«Chi non può fare esercizio fisico trarrà lo stesso giovamento
dall’immaginare di stare svolgendo un esercizio fisico.»
Un discorso che si commenta da sé: la magia della visualizzazione. Osho la
consiglia a chiunque. Anche a chi potrebbe frequentare ogni giorno la palestra…
Osho parla di osservazione del respiro, come un maestro di mindfulness.
Tuttavia, come Krishnamurti, esorta il praticante a non fare della meditazione
una abitudine.
L’essere umano non ha bisogno di prescrizioni, schemi o abitudini. Rifugge
dalla meditazione come condizionamento. Non c’è un’ora precisa per
meditare…
Scrivendone, mi accorgo quanto Krishnamurti e Osho delineino lo stesso
panorama. La concezione della meditazione non è differente, salvo l’enfasi di
Osho sulla visualizzazione. Una posizione molto originale.
«Andate indietro nel passato e cercate di ricordare. Tutto ciò che ricordate
non è stato completato. Completatelo con l’immaginazione.
Ad esempio se ricordate un particolare evento significa che vuole essere
completato. Completatelo immaginandone il finale.»
Osho mira a eliminare le scorie. Pensa che siano l’accumulo del non
assimilato. Il meditante non lo ha integrato o non se ne è sbarazzato.
Per parlare di scorie, a Osho basta che qualcosa venga ricordato. Suggerisce
la visualizzazione come completamento ideale dell’evento. Può riguardare un
discorso che avremmo voluto fare a una persona e non abbiamo potuto, a causa
della sua morte.
Ricordarlo significa che la mente indugia e sente di doverlo «assestare».
Si oltrepassa la meditazione. Osho pensa che, visualizzato l’evento, non
disturbi più. Usiamo la meditazione per fare pulizia. Eliminiamo il superfluo. Un
altro passo verso il silenzio.
Osho tenta di penetrare il silenzio, e ne parla. Sa che il silenzio totale
mostrerebbe il testimone: la parte di noi che nella filosofia indiana assiste agli
eventi senza giudicarli, rigettarli o attaccarvisi. Emerge nella mindfulness, man
mano che ci avviamo all’osservazione senza pensieri.
Non dovremmo temere questo silenzio. È l’anticamera della morte? Nella
meditazione sul silenzio, quando appare il testimone percepiamo il corpo come
morto.
Osho contravviene all’attitudine centrale nel pensiero occidentale, la paura
della morte. Nel silenzio e nell’idea del corpo morto ci si libera dalla paura. Si
anticipa la morte.
La meditazione non è più necessaria: l’ostacolo principale è stato eliminato.
Pensate al samurai. Al Risveglio, non usciva di casa prima di aver
visualizzato la presenza della morte sulla spalla sinistra. Dopodiché, era pronto
ad affrontare la giornata. Consapevole di cosa poteva capitargli.
È difficile seguire Osho su questa pista, o Krishnamurti nell’appello alle
nostre risorse. Riflettiamo.
Concentriamoci ogni giorno sulla morte. Se una parte di noi ridimensiona la
paura della morte, perché meditare? La meditazione non ha già svolto il suo
compito?
Meditazione e fisica quantistica

Sono stato invitato come relatore a un convegno di fisica a parlare della


meccanica quantistica. Ho aggiunto all’esposizione una seduta di meditazione di
gruppo. C’erano più di ottanta persone. Erano le 19.30. La seduta durava una
ventina di minuti. Per motivi logistici non ho avuto tempo per il feedback. Molti
ricercatori suggeriscono di non discutere subito gli effetti della meditazione per
non rovinare l’esperienza.
Un pubblico occasionale. Non so se qualcuno avesse già meditato. È
irrilevante. Nelle mie apparizioni in pubblico faccio spesso seguire la
meditazione all’intervento teorico.
Quella sera avevo trattato alcuni fenomeni della fisica quantistica:
l’impossibilità di definire una particella come corpo o sostanza, l’eventualità che
possa trovarsi in più posti nel contempo.
Sono i temi che mi hanno suggerito la seduta, come risulterà chiaro dal
prosieguo.
Ho suonato in tempo reale l’iPad. Ho ribadito la correlazione tra musica e
meditazione. Quanto segue è la trascrizione del mio intervento. Tranne gli
organizzatori, nessuno sapeva che ci sarebbe stata una parte pratica. Hanno
partecipato tutti. Si sono messi in posizione, come se se lo aspettassero. Ecco la
trascrizione della seduta:

Lo script della bilocazione

«Il tempo, i ritardi, non mi hanno permesso di trattare i temi che avrei voluto.
Ma c’è un punto che non posso tralasciare: gli strumenti della meditazione
possono aiutare a formulare ipotesi scientifiche, in un campo così problematico e
affascinante come la fisica quantistica.
Vorrei condurre una meditazione di gruppo. Prego tutti di partecipare. Per via
di metafora, direi che si potrebbe entrare nel mondo dei quanti. O darne un
accenno. Vediamo che succede. Vi chiedo soltanto di assumere una posizione
comoda e di chiudere gli occhi. Grazie. Prego il tecnico di abbassare le luci.
Bene, vorrei fare insieme a voi un piccolo esercizio, una prova di meditazione
collettiva. Restate pure in posizione (la musica è partita. Una mia performance in
tempo reale del genere ambient).
Non dovete fare assolutamente nulla di speciale. Siete semplicemente qui e
ora (lunga pausa, lascio spazio alla musica. Cambio il tono di voce).
Cercherò di farvi entrare in un altro stato di coscienza, lievemente diverso da
quello in cui mi ascoltavate. Ognuno lo realizzerà nella profondità che
preferisce. Conterò da uno a cinque per intensificare questo stato.
Vi prego di rilassare questi punti o parti del corpo (eseguo un body scan,
dalla sommità del cranio ai talloni).
Anch’io farò le cose che vi chiedo, anch’io faccio parte del gruppo. Ora il
vostro corpo è rilassato e si rilasserà sempre di più senza nessuno sforzo o
tensione da parte vostra. Conto (da uno a cinque, salto il tre). Molto bene. Siete
seduti immobili come un perfetto gruppo di meditazione già avviato.
Ora proverò a parlare alla parte della vostra mente che sa già ciò che sto per
dire, e che chiamerò inconscia, quella che si trova a suo agio in situazioni del
genere. Ricordate che siete qui, seduti con gli occhi chiusi, nel gruppo, e che qui
c’è un’energia, come quella di cui parlavo prima. Siete qui per questo incontro e
per gli altri precedenti e siamo in questa sala. Siamo passati da un piano a un
altro, da un livello di realtà a un altro, sempre senza sforzo o volontà.
Nella sala, a un certo punto, quando volete, vedrete uno specchio. Prendetevi
tempo per scoprirlo. È al centro della sala. Non lo avete notato prima. Ma è lì. Vi
guardate. Ci siete voi, al centro dello specchio. Una voce vi suggerisce di
toccarlo, lo sfiorate. Un’altra, forse la mente inconscia, vi dice: “Perché non
provate a entrare nello specchio?”. “Non è possibile” dirà un’altra parte di voi.
Potreste non ascoltarla. Infatti, vedo che provate a entrare nello specchio e ce la
fate. Ai ritardatari dirò di prendersi tempo e aspettare. Lo faranno poco dopo gli
altri (lunga pausa).
Ora guardatevi intorno con gli occhi chiusi. Vedete se c’è qualche differenza
con il luogo in cui ci troviamo ora, la sala conferenze. Ah sì, che strano, che
strano. State guardando lo specchio e vi siete entrati. Ma… un’altra parte di voi,
non saprei come chiamarla, è rimasta qui, dove siamo adesso, nella sala
conferenze. E osserva quella che sta dentro lo specchio. I misteri della fisica,
direte! Infatti è strano (lunga pausa).
Osservate l’altra parte di voi, sta esplorando il mondo dietro lo specchio.
Certo: è entrata! Nulla di strano. Forse guardarvi dall’esterno vi dà nuove
sensazioni e stati d’animo. Continuate pure. La parte che è dentro lo specchio vi
dirà molte cose. Lei vede tutto diversamente, al rovescio, chissà… Aspettate e
sentite cosa vi suggerisce, vi propone (pausa molto lunga).
Bene, prendetevi il vostro tempo. Forse il tempo scorre diversamente al di là
dello specchio. Potrebbe non essere inverno, come qui, forse estate. Indossate
abiti caldi, pesanti. Cercate di vedere le cose come le guarderebbe la parte che è
rimasta qui. Sorridete all’altra. Incoraggiatela a osservare l’altro mondo. Una
dimensione? Chissà… Siete in un’altra dimensione? (lo dico esitando, come
fosse una esclamazione e un interrogativo).
O è un sogno? Forse nei sogni vi capita di guardare voi stessi. Ogni parte
osserva l’altra. Provateci, non sforzatevi. Non è un compito, né una sfida.
Cercate di vedere ciò che potete a occhi chiusi, con l’occhio della mente (lunga
pausa).
Certo, potreste perfino capire che non siete voi (detto in un sussurro). Una
parte di voi si chiede: “Come posso essere in due posti nel contempo?”. L’altra,
quella dietro allo specchio, risponde: “Che t’importa! È una sensazione molto
bella, goditela!”. Possiamo ubbidirle, al punto che vogliamo. Potrebbe essere il
gioco dello specchio.
Forse qualcuno lo ha già fatto nei sogni, lo ha letto nelle favole. Una bambina
è passata attraverso lo specchio. Ha scoperto un nuovo mondo, cui non credeva.
E poi lo ha visto: ne ha udito i suoni, gli odori, e i colori…quanti! Più di quelli
che avesse mai immaginato! Se le mie descrizioni non coincidono con le vostre
seguite le vostre: una parte di voi è padrona dello specchio (altra pausa: la
musica quasi liturgica, con strumenti elettronici).
Be’, avevo detto che sarebbe stata una seduta breve. L’ho detto o no? Il
tempo sta passando, e forse la nostra parte curiosa, quella oltre lo specchio, vuol
tornare qui. L’altra la richiama. Lei vorrebbe restare in uno stato senza tempo,
senza luogo. Già. Ma è tempo di tornare.
Prima, però, prendetevi qualche momento per contemplare l’altra realtà. Siete
liberi di farlo come volete. Io non interferirò con ciò che vedete, udite,
immaginate e annusate. Intratterrò la parte che è rimasta qui. Le dirò che state
per tornare. Sarà contenta… di riunirsi a voi (pausa)!
Bene, avete fatto un’ottima seduta di gruppo. Per facilitarvi il ritorno vi dirò
di contare da venti a uno. Fatelo voi, alla cadenza che volete. Non c’è fretta.
Giunti a 1 tornate in questa sala che non avete mai abbandonato. La sensazione
di calma sarà vostra amica, per tutto il tempo che vorrete. E adesso contate:
VIA!»

Ho provato a riprodurre la bilocazione spaziale, rinviando alla teoria dei mondi


paralleli che alcuni fisici ammettono. Ho sviscerato la questione
dell’individualità. Vedere se stessi aiuta l’autoricordo: lo pensa Gurdjieff. Due
suoi allievi, Ouspensky e Orage, hanno ideato esercizi in proposito. Ne emerge il
problema del doppio, l’ubiquità. In un luogo si osserva, in un altro si è. Ruoli che
si scambiano.
L’esercizio può essere efficace anche nella bilocazione temporale. Si può
effettuare una regressione, come in un precedente esercizio. Uscendo dalle
coordinate della realtà comune, lo spazio e il tempo, abbiamo il sentore di
un’altra prospettiva o dimensione… O di un altro stato di coscienza.
Per un attimo, nell’esercizio, siamo dei quanti. O forse l’Alice di Carroll!
Chissà come si è sentita la bambina nell’entrare nello specchio! Ha incontrato se
stessa in un’altra dimensione? Questioni che lasciamo agli scienziati che
praticano la meditazione…

Meditazione e amore

Possiamo espandere il lavoro sulle emozioni. Quanto segue è uno script su


questo. Non solo possiamo osservare le emozioni soft, ma qualsiasi sensazione o
sentimento si presenti nella meditazione. Possiamo focalizzarci su una persona
cara e vedere quali segnali ci mandano l’immaginazione e la visualizzazione.
Possiamo farlo con un gruppo esperto, che abbia gestito le fasi introduttive della
mindfulness.
Emergono emozioni potenti. Derivano dalla pratica. D’altra parte, si comincia
sempre dall’inizio e possiamo trovarci alle prese con sentimenti che credevamo
sepolti. Tornano di prepotenza in primo piano.
Sono sedute imperdibili, da cui il meditante può ricavare moltissimo. Sia sul
piano dell’autoanalisi, sia come arricchimento dell’affettività. Egli non si
prefigge di rilassarsi, bensì di ampliare il suo bagaglio emotivo. Si può generare
calma, ma non è l’obiettivo.
La voce guida si inserisce dopo il body scan e il conteggio, che può protrarsi
fino a trenta. Come sempre, si solletica la parte inconscia o il centro del soggetto.
Meglio usare quest’ultimo termine: il meditante è meno intimorito. Iniziamo.

Stasera non usciamo. Restiamo nella stanza. Abbiamo tanto materiale qui dentro.
Da vagliare con cura. Il centro, il vostro centro se ne incarica (pausa).
Possiamo cominciare. E sentirci tante persone, non solo quelle che vi siedono
accanto. Abbiamo invitato qualcun altro a raggiungerci nel silenzio della notte.
Siamo protetti dal silenzio e siamo pronti ad affrontare il tema della serata (la
musica fornisce un tappeto rassicurante di tastiere, note e accordi lunghi. Poche
variazioni timbriche e armoniche).
Qui, in mezzo a noi, potrebbe trovarsi una persona che vi è cara. Aspettate,
senza fretta di vederla. Concentratevi sui genitali. Osservate questa zona del
corpo e aspettate. Come un ping-pong: passate dai genitali all’attesa, e viceversa.
Al momento giusto, senza cercarla, arriverà la persona cara che avete in mente.
Ne diverrete coscienti a poco a poco (lunga pausa).
Ecco! Ci siamo. Il silenzio della notte si infittisce. E noi restiamo in questo
ambiente sicuro. Vi abbiamo invitato una persona amata, forse quella che per
prima ci ha fatto battere il cuore. Ci siamo innamorati. Prima non ve l’ho detto.
Meglio che emerga questo tipo di persona. Possiamo non averle mai svelato i
nostri sentimenti. L’abbiamo intravista per strada, l’abbiamo sognata.
Nel frattempo, riportate con delicatezza l’attenzione sulla zona genitale.
Come un ping-pong, dall’immagine che vi si è presentata ai genitali, e viceversa,
senza sforzo. La volontà è andata in vacanza (lunga pausa).
So che avete già trovato la persona. Era lì ad aspettarvi dalle profondità del
vostro Io. Dal centro della personalità. Chi ve l’ha suggerita? La vostra parte più
intima. Questa si può chiamare con molti nomi. Natura buddhica, Spirito Santo,
coscienza, Yahweh, Atman, Brahman, regno dei cieli, Tao, shen, essenza,
demiurgo, kami, mana. Tanti nomi dicono la stessa cosa. Fatela uscire, questa
parte di voi stessi, e osservate chi vi si è presentato (pausa).
Sì, sono passati gli anni e guardate come è ora. Era la vostra amante, colei o
colui che per la prima volta vi ha fatto sentire desiderati. Siete stati presenti a voi
stessi per la prima volta, forse. Tutto appariva diverso. Eravate euforici solo
perché questa persona esisteva e si era interessata a voi. Qualcuno che vi ama.
Non lo credevate possibile. E invece sì.
Intanto vi ricordo che siete un gruppo, che mette in comune la sua energia.
Siamo in un giardino tranquillo, recintato, tutelati dalla compagnia del gruppo.
Vi trovate qui, in questa stanza dove sono entrate tante persone, oltre quelle che
si vedono, oltre noi (lunga pausa. La musica varia in progressione; si fa sempre
più sottile man mano che il tempo passa.)
Non è bello stare così? Seduti con gli occhi chiusi, il respiro che filtra dai
genitali, potete sentirlo. La presenza di una delle persone che hanno contato di
più nella vostra vita. So che ognuno di voi l’ha trovata. E l’ha guardata. Forse si
è stupito di vederla qui o che proprio lei si sia presentata all’appello (pausa).
Intanto siamo entrati nella seconda fase del nostro esercizio di oggi. Quando?
Adesso (voce flebile, che poi torna normale).
Sarete curiosi di parlarle. Con la persona che è tornata dalle pieghe del
passato, tanto lontano. Avete provato i sentimenti di allora? Credo di sì, più
qualcosa di nuovo. Sono certo che avete provato gli stessi sentimenti. Con
qualche variante. Siete liberi di sperimentare le differenze. Prendetevi qualche
momento per osservarle a fondo (pausa).
Vi dicevo, siamo nella seconda fase. Ora che siete tornati al passato, grazie a
questa persona… L’avete guardata, forse è cambiata, sì, qualcosa è cambiato, ma
è sempre lei, colui o colei che vi attraeva, qualche tempo fa, molto tempo fa.
Avete visto come è vestita. Come allora, forse. Cercate di dirle qualcosa. Non
limitatevi a osservarla. So che molti di voi l’hanno già fatto. L’hanno interrogata.
Si era accorta del vostro amore? E quando (pausa)?
Adesso sta a voi chiederle qualcosa. Non preoccupatevi. Confidatevi con lei.
È tornata dall’oblio, dal mare dei ricordi. Potete chiederle come è andata la sua
vita, o che pensa lei della vostra. Sì, perché l’avete invitata anche per questo. Per
parlarle, per uno scambio. Non siate timidi. Ah no, no che non lo siete.
Avete già sentito la sua voce, che non è cambiata, dopo tanto tempo. Chissà
se potrebbe farvi innamorare ancora. Ricordatevi di non perdere il focus di oggi.
La zona dei genitali. Le emozioni. La vista della persona e… il tono della sua
voce, ciò che dice, come lo dice, se vi sorride o ha la fronte corrucciata, se c’è
complicità tra voi, dopo tutti questi anni (lunga pausa).
Bene, ora so che le avete parlato. Quasi tutti. Chi non l’ha fatto ha potuto
imparare dal suo silenzio. Ma è sempre stata una forte emozione. Non è vero?
Soffermatevi un attimo: come avete sentito le sue parole? Il timbro,
l’inflessione… Che strana impressione! Rivedere questa persona e sentirla
parlare, qui, nel gruppo di meditazione… Un posto del tutto diverso da dove
l’avete conosciuta.
Mi stavo chiedendo se questa persona è ancora viva, non solo nei vostri
ricordi… Già, per voi è come se lo fosse, non è mai scomparsa, non se ne è
andata dal magazzino delle immagini della vostra mente (lunga pausa).
Ecco, ora andiamo verso il finale. È stata una bella esperienza, il ricordo si
imprimerà in voi nei prossimi giorni, e mesi, dipende solo da voi, da quanto lo
volete. Una parte di voi se ne incarica, il centro, ancora.
Prima di tornare qui, con il conto alla rovescia, dovreste congedarvi dalla
persona che avete amato, che è tornata per farvi rivivere certe emozioni. Quando,
forse, le avete preso la mano, o solo immaginato di farlo, quando c’è stato il
primo bacio, una carezza… Be’ ancora qualche momento, poi vedremo come
potreste separarvi da lei (pausa, più breve delle precedenti).
Ora ci siamo, salutatela. È tempo di tornare qui. Fatele un cenno con la mano,
abbracciatela, o stringetela, o passatele un dito sulla bocca. Ringraziatela per
essere stata qui con voi: è venuta senza esitare…

Lascio il conto alla rovescia al gruppo: ciascuno conterà da trenta a uno. Si


svegliano, molto emozionati. Si vede dall’espressione del viso, dallo sguardo. Ci
vorrà tempo prima di poter fare il feedback. Li lascio con i loro ricordi per un
po’.
Il feedback della serata è personale, privato. Lo è sempre, ma in questa
occasione ancora di più.
I membri del gruppo dicono e non dicono. I loro silenzi sono più eloquenti
delle parole. Alcuni hanno visualizzato i familiari, i parenti, i nonni. Prima che
dessi indicazioni sull’amore di coppia. Non importa. L’esercizio è riuscito.
Hanno rivisto persone scomparse o di cui avevano perso le tracce. Il ricordo
dei sentimenti è molto vivo, specialmente in chi non ha assaporato la relazione,
un amore non corrisposto, più vissuto.
Alcuni del gruppo hanno gli occhi lucidi. Altri azzardano descrizioni: non
possono essere precise, i ricordi dei visi e dei corpi in lontananza.
Tutti hanno visto qualcuno, anche chi non voleva. Gli incontri sono andati
bene. Lasciano tanti interrogativi. «Sono capace di amare?» Qualcuno se l’è
chiesto. Ha rivissuto il momento delle infatuazioni, di sentimenti più profondi, e
ha trovato un filo conduttore, un copione.
Forse abbiamo sempre amato soltanto noi stessi attraverso gli altri. Qualcuno
lo pensa ed è emozionato.
Chi si è addormentato pensa di essersi perso qualcosa. Dirò che non è così.
Rumori esterni possono aver distratto il gruppo, ma l’esercizio è riuscito.
L’esecuzione è personale: non c’è un obiettivo da raggiungere. Il tema non
poteva essere eluso. Era nell’aria. Da tempo.
Da tempo pensavo di focalizzare una seduta sull’amore. Un amore dalle mille
sfaccettature, sempre presente e che si è evidenziato nella serata. Suscita
domande, ma è stato vissuto. O rivissuto. La realtà psichica supera quella
materiale.
Dopo la seduta, l’amore resta un mistero – lo capiscono tutti. Eppure
un’emozione si è intrufolata, e ha fatto vibrare i corpi. Forse è tornato il battito
cardiaco alterato che suggellò il primo innamoramento.
Il gruppo è compatto. Molti hanno gradito i rinvii all’ambiente protetto. La
voce guida ha facilitato l’immersione in un’esperienza comune e straordinaria
nel contempo. A chi si è ritratto dall’esercizio dirò che avrà altre occasioni e che,
qualsiasi sentimento abbia provato, ha partecipato. È stato con noi.
È stato un grande incontro di una dozzina di persone con i loro oggetti
d’amore. Una ventata d’aria fresca e di calore. Non commento i feedback:
sarebbe fuori luogo. Non voglio intromettermi, niente considerazioni
superficiali.

Il bambino e il palloncino

La seduta che sto per trascrivere si ispira alla tecnica di Robert Desoille, il sogno
da svegli guidato. È una rilettura nello spirito della mindfulness. Mostra che
alcuni metodi psicoterapici possono essere applicati con successo alla
meditazione. Non si richiede ai partecipanti alcun training preliminare. Della
tecnica riprendo lo spunto centrale. Dirò quale.
Il gruppo è seduto in cerchio e attende indicazioni, dopo i soliti preliminari, il
body scan e il conteggio per accedere a un altro stato di coscienza. Il cakra su cui
ci si concentrerà è l’addome.

«Bene. Siamo qui nella stanza, e andremo a fare una passeggiata. È buio, là
fuori. A quest’ora non incontreremo molte persone, ma… Addentriamoci nella
notte. Al nostro passo, quello che scegliamo, né lento né veloce. Apriamo la
porta di casa. Scendiamo le scale, usciamo dal cancello. Eccoci in strada, a
quest’ora di notte (pausa).
(La musica è percussiva, fatta di battiti sporadici. Si intona con l’addome.
Non è un vero e proprio ritmo.)
Ci sono auto parcheggiate nella via. Dalle case provengono alcune luci. Mi
sembra che non incontreremo nessuno, a meno che (pausa).
Ah, ecco, siamo stupiti. È un bambino, quello che passa accanto alle auto?
Un bambino molto piccolo? Sì. Be’ avrà cinque o sei anni (pausa).
Adesso lo vedete bene, il bimbo. Ha qualcosa in mano. Non ve ne siete
accorti subito. È un palloncino. Regge un palloncino. Di che colore? Decidetelo
voi. Lo osservate: il viso, gli occhi, il corpo. Un bambino nella notte, è inverno
(pausa).
Ora lo avete visto tutti, il bambino. Che bel palloncino colorato! Però, mentre
vi avvicinate, gli sfugge di mano. Che peccato! Non avrà più il suo giocattolo.
Allora, allora… una parte di voi si protende ad afferrarlo. Il palloncino vi sfugge.
Si solleva. Finirà nel cielo (pausa)?
Il cielo è buio, è notte, il tempo sereno… All’improvviso, scoprite di poterlo
fare. Che cosa? Non lo sapevate. Una nuova abilità? Ecco che… vi sollevate
piano da terra, prima un piede, poi l’altro, poi… Come se vi fossero spuntate le
ali… volate! Come in certi sogni che qualche volta avete fatto. Forse da bambini.
Come il bambino cui è sfuggito il palloncino. Che bello! Adesso potrete
riprenderlo e ridarglielo. Una parte di voi lo vuole, s’innalza in volo (lunga
pausa. Alla musica percussiva si aggiungono lunghe note di basso e un tappeto
di tastiere liquido.)
Concentratevi sull’addome. L’attenzione passa da un oggetto all’altro,
dall’addome al volo, e viceversa… In alcuni istanti l’addome cattura tutta la
vostra attenzione (pausa).
Ecco, state volando. E anche il palloncino. Si solleva sempre più e voi… lo
seguite. Andate in alto. Prima vedete gli uccelli, siete in un certo punto del cielo.
Poi svaniscono. Ma guarda un po’! Siete in alto, e neppure gli uccelli vi stanno
dietro. Il cielo è vuoto. Siete in alto, molto più che nei vostri sogni. Il palloncino
è sparito? (pausa).
Mentre vi sollevate, volate, provate a guardarvi intorno. Forse vedete la
Terra, da lassù? O assaporate l’aria delle nubi… Affidatevi a ciò che vedete.
Siete a un’altezza molto elevata, e vi sentite al sicuro. Dovete riprendere il
palloncino, intanto date un’occhiata intorno, in basso, di lato, davanti e dietro di
voi. Sembra che ci siate soltanto voi e il cielo, il vuoto… Osservate il vuoto, ne
sentite l’odore, un profumo nuovo. È una bella esperienza e potete approfondirla
(lunga pausa).
Prendetevi tempo, prendetevi tempo per salire più in alto, in questo cielo
buio. Azzurro scuro. Chissà quanti altri colori vedete. Le persone, gli esseri
umani? Sembra non ci sia nessuno, ma so che state osservando molte immagini.
Una parata di immagini vi sfila davanti. Siete liberi di guardarle una per una.
Vedete come una lasci posto all’altra. E così via. Spariscono, dopo che vi si
mostrano. Guardate bene. Il flusso, nell’aria, nel vuoto, e voi state volando,
chissà come… Scegliete voi il moto, la velocità, le movenze (lunga pausa).
Nel frattempo, tornate ogni tanto all’addome, se lo perdete di vista. Forse è
l’addome che vi dà la spinta…al volo.
Forse c’è ancora qualche uccello, creature volanti, siete liberi di scegliere
quali vedere, spariscono da sole. Immagini rassicuranti. Siete nel gruppo, che vi
protegge. Oggi più che mai, stasera. Nel cielo buio della notte, in cerca…di un
palloncino. E intanto provate molte sensazioni…Non dovreste pensare che…
Dopotutto è quasi una magia che… Pensavate che il cielo fosse così e anche…
Restituirete il palloncino, questo è… Forse è la serata adatta per… (tra una frase
spezzata e l’altra una pausa lieve; il tono è più intimo, il volume più basso. Poi
tornate al timbro abituale.)
Ecco, il tempo sta passando e una parte di voi sente di aver fatto
l’impossibile. Il volo nella notte può averle insegnato che… (pausa) Ora sapete
che il cielo… (pausa) Tra le nubi, rade nubi nell’aria, vedete un colore familiare:
il palloncino, siete riusciti a raggiungerlo: è lì, potete afferrarlo. Le leggi della
natura, della fisica, sembrano sospese a queste altitudini. Ecco! Prendete il
palloncino in questo volo notturno (pausa).
Ritornate sull’addome, vedete come si muove, a vostra insaputa, mentre
eravate impegnati in altro, in alto, il volo…
(La musica torna al loop percussivo. Un battito ogni tanto, una pulsazione,
ma più veloce e frequente dell’inizio.)
Credo che possiate scendere. Forse il bambino è ancora lì, nella notte, tra le
auto, e aspetta il palloncino. Vi ha visto volare e sa cosa stavate facendo. Be’,
potete scendere, gradualmente. Non abbiate fretta, forse è lì ad aspettarvi.
Cominciate la discesa, come se aveste qualcosa che vi protegge. Caduta in volo
libero, nel buio della notte. Siete sicuri di voi. Calate piano e planerete alla
vostra velocità, al vostro ritmo. Toccherete terra tra poco. Prendetevi il tempo
necessario. Vedete, tornano gli uccelli. Scendete (pausa).
Bravi! Avete quasi toccato terra. L’addome ve lo ha permesso. La sua
attenzione… Legato all’energia della terra. Lo sentite, forse più di quando
eravate in volo (pausa).
E allora… Ecco! Tra le auto parcheggiate a quest’ora della notte, c’è il
bimbo, lo stesso. Quanti bambini possono passeggiare nella notte? Lo
riconoscete. Il volto vi è familiare. Avete toccato il suolo, e siete accanto a lui.
Reggete il palloncino. Glielo mettete in mano. Lui vi aspettava. Sapeva che ci
sareste riusciti. Vi dice qualcosa, vi ringrazia oppure… sorride, è contento di
rivedervi, voleva il palloncino (pausa).
Restate un po’ accanto a lui. È stato un bel volo. Vi ha insegnato qualcosa.
Anche ciò che avete visto lo ha fatto. Ognuno di voi l’ha fatto a modo suo. Il
volo istruttivo. Le immagini che vi sono apparse – portatele con voi. Come la
sensazione di calma che, lo so, vi ha avvolto nel volo planare, e vi seguirà nei
prossimi giorni. Ogni volta che vi ricorderete del volo. E ricorderete qualcosa
che ora sembra sepolto nell’oblio, legato alla vostra esperienza (pausa).
Sarà un’altra bella sensazione. Ma ora prendetevi un po’ di tempo, prima che
io conti alla rovescia e vi riporti qui. State accanto al bambino qualche momento,
e poi tornate verso casa, dove eravamo. Il cancello è aperto, salite le scale, senza
fretta, vi guardate intorno, aprite la porta. State per tornare. Il conto alla rovescia
vi guiderà. Da dieci a uno: è stato un lungo percorso. A uno vi svegliate, aprite
gli occhi e vi alzate. Vi sgranchite le gambe e le braccia, vi muovete (faccio il
conto alla rovescia. Si accendono le luci. Il gruppo è tornato).

Come ogni feedback, anche quello che ne seguì può essere istruttivo. Non solo
come può esserlo stato per i membri del gruppo, anche per il lettore. Emergono
spunti interessanti. L’incontro è stato coinvolgente. Ogni istruzione è stata
elaborata con attenzione. Alcuni hanno visto il palloncino bianco, la
maggioranza, altri multicolore in un caleidoscopio.
Alcuni hanno variato l’ambientazione, come spesso accade. Si sono visti in
una scogliera a picco sul mare, che era vicino alla stanza. Un membro del
gruppo, immaginativo, è salito tanto da avvertire il pulviscolo dell’aria, tanto da
nuotarci dentro. Ha sentito il cielo della notte composto di onde. Gli ha infuso
una calma profonda, e un lieve senso di solitudine. Non è stato inquietante. Si è
visto scendere con un paracadute. Un residuo dell’analisi critica, mai sopita nella
meditazione.
Alcuni hanno sentito che il moto respiratorio dell’addome li spingeva in alto,
il volo in sintonia con esso. Altri hanno visto la Terra dall’alto come da un aereo,
i palazzi ben distinti, le montagne e il mare. Alcuni hanno percepito di volare in
un bozzolo. Un senso di protezione.
L’addome si è riscaldato quasi a tutti. C’è stato un piacevole contrasto tra
l’energia terrena dell’addome, ancorata al suolo, e il volo, la necessità di passare
dall’una all’altro: un freno e un incitamento.
Più andavano in alto, più il pensiero si dileguava. Un membro del gruppo non
è riuscito a entrare nell’esercizio. Condizionato dall’intelletto, ha trovato i
presupposti inverosimili: che un bambino si aggirasse da solo nella notte.
È importante ciò che si è visto, non ubbidire alle suggestioni della voce
guida. Altri si sono trovati a loro agio nel cielo terso del mattino – tutti liberi di
elaborare lo scenario.
In un’altra versione dell’esercizio, il palloncino si era bucato per
l’ascensione. I membri del gruppo lo dicevano al bambino che era rimasto a terra
ad aspettarli. La sua reazione dava adito ad altri spunti. Alcuni si identificavano
nella sua delusione o non sapevano scusarsi.
Lì ci concentravamo sulla colonna vertebrale, anziché sull’addome. Variante
tutt’altro che secondaria. L’ancoraggio era dato dall’energia che gli indiani
chiamano kundalini e che, come un serpente, scorre lungo la schiena.
È un’energia vitale nel tantra buddhista e brahmanico, non solo in India.
Anche qui una doppia visuale: il volo trascina il meditante fuori da sé,
l’attenzione sulla colonna vertebrale gli dà un punto d’appoggio. Ogni versione
comporta esperienze diverse e tante immagini.
L’esercizio deriva dalla tecnica di Desoille. Il sogno da svegli guidato – è il
nome della tecnica – suggerisce a un soggetto molto rilassato di salire o
scendere. Tutte le immagini sono significative, e vengono osservate a fondo.
Desoille le analizza con i pazienti. Non si fa nella meditazione. Alcune
immagini si rapportano al bagaglio di esperienze ricorrenti dei partecipanti.
Tutto ciò potrà essere vagliato in psicoterapia. Inutile esaminarle nel feedback:
sarebbe fuorviante e approssimativo.
Il gruppo tende a seguire le istruzioni. Quasi tutti hanno visto il bambino.
Prima accanto alle auto parcheggiate, con il palloncino, e al ritorno, nell’incontro
finale. Sono stati visti uccelli, nubi e strane creature.
Le frasi spezzate sono suggestioni aperte, lasciate all’elaborazione dei
partecipanti. Impediscono una lettura analitica dell’esperienza: il soggetto si
chiede se non si è perso qualcosa e può accedere a uno stato più profondo di
coscienza. Talvolta la mente logica cancella queste frasi, non potendo dargli un
significato.
Nessun membro del gruppo riesce a ricordare tutto – le parole della guida e le
proprie reazioni. Ciò indica una trance più o meno lieve. Non è un fenomeno
negativo. Le parti dimenticate sono le più significative. Il meditante potrà
tornarvi in seguito.
L’effetto della meditazione non si limita alla seduta o a ciò che ne segue nei
giorni successivi: molto più profondo, si protrae per mesi. Permette di portare
alla luce materiale inconscio, da trattare nelle sedi opportune.
Talvolta c’è una lotta tra le componenti della personalità. Non si ricorda ciò
che una parte di noi non vuole ricordare. Non è detto che dobbiamo diventare
consapevoli di ogni strato della psiche. Lo suggerisce Carl Gustav Jung.
L’inconscio può restare tale, ma nella meditazione c’è stato un contatto.
Impariamo ciò che vogliamo imparare e fino al punto che vogliamo. È una
protezione, più che un limite. Nella meditazione si porta l’attenzione sulle
esperienze, non sul rischiarare le parti buie. Di solito, il praticante ne rifugge.
Lo script del palloncino oltrepassa la meditazione: come esperienza di ascesa
si appella alle componenti intime del praticante. Questi non si limita a volare in
uno spazio virtuale. Lo fa con lo spirito, fino agli strati sublimi della psiche.
Alcuni accedono alle esperienze delle vette, spirituali e non soltanto mentali.
Siamo nella meditazione e oltre la meditazione. Si aprono nuovi panorami.
Meglio viverli che capirli: non è necessario analizzarli. Ce lo insegna la
meditazione.

Tornare nel mondo

Ecco! Abbiamo letto il libro sulla meditazione, l’abbiamo praticata. Ci siamo


seduti con gli occhi chiusi. Abbiamo fatto attenzione. Ci siamo concentrati,
lasciando che ogni sensazione, idea o immagine si dileguasse. Si è presentata, e
se ne è andata.
Forse abbiamo avuto un’esperienza di Risveglio. Breve o lunga che sia. È
stata nostra. Abbiamo pensato di utilizzare il tempo.
Credevamo che fosse diverso. L’illuminazione ci ha accompagnato per un
infinitesimo di secondo.
Tante volte ci siamo sentiti inadeguati. Non riuscivamo a meditare. Che
inetti! L’abbiamo pensato, e ce ne siamo convinti.
E poi, alla nuova seduta un’ondata di calma profonda ci ha avvolto!
Chi ha provato l’esperienza-picco ha intravisto il diverso. Forse non saprebbe
descriverla, ma l’ha provata.
Che fare dopo?
Nel buddhismo si parla di una figura compassionevole, il bodhisattva. Ha
sperimentato il nirvana. Poteva ritirarsi dal mondo. Non l’ha fatto, ha pensato di
condividere la sua esperienza.
Egli decide di non entrare nel nirvana finché non vi abbia condotto tutti gli
esseri viventi. Lo pervade un grande amore.
All’estremo opposto c’è il meditante solitario. È egoista, vuol tenersi il
Risveglio per sé. È più semplice. Qualunque esperienza possa aver avuto del
nirvana, anche solo un barlume, non vuole parteciparla.
Dovrebbe tornare nel mondo, ed è fastidioso.
Diffido delle acquisizioni solitarie. Al termine della carriera ci accorgiamo
che avremmo fatto meglio a condividere le nostre conoscenze. Ognuno avanza
grazie agli altri, e li fa avanzare. Come in una cordata.
Qualcuno ha avuto esperienze sublimi, e si rifiuta di uscire dalla caverna.
Teme la folla.
La meditazione dell’attenzione o presenza mentale, la mindfulness,
raccomanda il contrario. Tornare tra l’umanità, di cui siamo parte.
Allontanarci non serve. Perderemmo quanto ottenuto.
Ecco perché esorto i lettori a non isolarsi nella meditazione. Una pratica che
dovrebbe escludere, non favorire l’eremitaggio.
Cadiamo in trappola con facilità. Pensiamo che da soli insolite meditazioni ci
porteranno in una nuova dimensione.
Nella meditazione di gruppo ognuno rientra nel gruppo e resta solo. Si è nel
gruppo, ma non se ne dipende. Basta frequentare un corso di meditazione. Come
si realizza il rapporto tra l’Io e gli altri? C’è collaborazione. Non si calpestano gli
altri, non se ne è calpestati.
Nella meditazione di gruppo c’è un fine comune. Come quando i musicisti di
un’orchestra perseguono un obiettivo. Ognuno dà un apporto. Il successo è di
tutti.
Il meditante torna nel mondo. Insisto: è nel mondo, ma non appartiene al
mondo. È libero da attaccamenti, ma la collaborazione lo spingerà alla meta.
Facile meditare in una grotta. I nostri fantasmi possono perseguitarci, ma
intorno non c’è nessuno. Facile produrre onde alfa lontano dal trambusto
cittadino. È questo che vogliamo?
Non sarebbe meglio metterci alla prova nel trambusto, nella rete dei rapporti
interpersonali? Qualcuno ha detto che non avremmo nevrosi, unici abitanti di
un’isola deserta.
Può darsi. Ma sfidarci ci fa progredire. Non dobbiamo far niente di speciale.
Siamo nel gruppo, meditiamo, siamo calmi e rilassati. Sentiamo di aver
raggiunto qualcosa senza saperlo.
Mi capite. Il bodhisattva torna nel mondo da cui non si era mai staccato.
Capisce che la sua vita è qui. Il nirvana è parte dell’esistenza, della sofferenza e
del dolore, dell’insoddisfazione e del disagio.
Egli sceglie questo mondo. Non la torre d’avorio della perfezione.
La meditazione va sperimentata. Sarà una sfida a noi stessi.
Dobbiamo metterci in questione. L’altro ci condiziona, ma possiamo aiutarlo.
Per esercitare l’attenzione dobbiamo avere oggetti a disposizione. Gli altri lo
sono, noi lo siamo per loro.
Usciamo dal recinto sacro, accettiamo di impolverarci.
La meditazione ci fa sentire Buddha, risvegliati, da sempre. Accettiamolo e
manteniamo l’attenzione per tutte le cose, gli eventi e le creature.
Saremo vigili, non rigidi. Consapevoli e vaghi nel contempo.
Tutto è meditazione. Il confine tra la meditazione e ciò che non lo è svanisce.
Forse era quello che abbiamo sempre desiderato.
Meditiamo, siamo vivi, moriamo e torniamo a meditare.
Epilogo

Talvolta c’è la vita, talvolta la morte.


Perché preferire quella e detestare questa?
Zhuangzi

La scena è quella di un ospedale. Macchinari che monitorano la paziente.


Ambiente tetro. Mattina di giugno. Cielo sereno. Mia moglie Daniela è in
agonia. Il rantolo dell’ultimo giorno.
Sta per andarsene. La sofferenza è forte. Il lamento.
È sempre assistita da molte persone. Per caso, mi trovo da solo con lei nella
stanza.
Il giorno prima, le sofferenze erano al culmine.
Il corpo si dimenava. Si sentiva al limite.
Così era trascorsa l’intera giornata.
Poteva continuare?
Avevamo meditato in tutte le fasi della malattia. Fino al crollo.
Mitigò il dolore del cancro, che tra poco avrebbe preso la vittoria.
Gli effetti della chemio alleviati anche dall’omeopatia.
I momenti peggiori, la sofferenza estrema.
Sentivo che non mancava molto.
Erano attimi eterni. Intuivo la sua pena. Anche se Daniela aveva tenuto duro
fino all’ultimo.
Mi chiedevo se la meditazione fosse efficace.
Non esitai. Le dissi di concentrarsi sul respiro. Le parlai, come tante volte.
Era in stato di incoscienza. Il rantolo ne assorbiva le forze.
Tuttavia, in pochi istanti, il suo grido cessò. Dopo qualche minuto di
meditazione.
Sentivo che non bastava. La morte si avvicinava. L’ultimo residuo di vita era
lo spasmo.
Le dissi di lasciarsi andare, di mollare la presa.
Non dovetti ripeterlo.
Un momento dopo, mi accorsi che il soffio era cessato.
Chiamai l’infermiera. Le comunicai i miei dubbi.
«È morta. Quando se ne è accorto?»
«Pochi secondi fa.»

È strano come il divario tra la vita e la morte sia così sottile. Un attimo, ci sei,
poi non più.
Nella meditazione rivedo quei momenti, come fosse ieri.
O un presente continuo, eterno… Le stesse sensazioni, l’incredulità, i
singhiozzi…
Ho sempre avuto fiducia nella meditazione. Questa esperienza l’ha
accresciuta. All’infinito.
Mia moglie mi ha consigliato di insegnare meditazione.
I suoi ultimi attimi di vita hanno reso necessario questo libro.
Condivisione? È molto di più.
Glossario

Anecoica (camera): ambiente le cui superfici assorbono qualunque suono,


impedendo la generazione dell’eco.

Bodhisattva: creatura che ha ottenuto l’Illuminazione, ma che sceglie di non


godere dei suoi frutti, finché non abbia condotto alla stessa meta tutti gli
esseri viventi.

Body scan: pratica che insegna al praticante a concentrarsi su punti o parti del
corpo prestabiliti, come preliminare alla seduta di meditazione vera e propria.

Bouzouki: strumento musicale della Grecia antica e moderna, a tre o quattro


corde, simile a un mandolino.

Brahmanesimo: la filosofia e la religione della classe sacerdotale, cioè i


brahmani. La corrente dominante del pensiero indiano.

Buddhismo Chan/Zen, vedi Chan e Zen

Cage, John (1912-1992): compositore d’avanguardia, celebre soprattutto per il


suo “brano silenzioso”, cioè 4’ 33”.

Castaneda, Carlos (1925-1998): scrittore e antropologo. Seguì gli insegnamenti


dello stregone yaqui don Juan. Tra i suoi libri: Viaggio a Ixtlan, Il secondo
anello del potere, Il dono dell’aquila.
Chan: scuola buddhista cinese, che si fa risalire per tradizione a Bodhidharma
(VI sec.). Il termine significa “meditazione” e “contemplazione”.

Cakra: centri o ruote di energia psicocorporei, su cui si concentra il meditante


per raggiungere un perfetto sviluppo spirituale. Sono ammessi nel buddhismo
e nel brahmanesimo.

Daodejing: l’opera immortale del taoismo attribuita a Laozi, manuale degli


atteggiamenti idonei alla meditazione. Di centrale importanza nella filosofia
cinese.

Desoille, Robert (1890-1966): psicoterapeuta, inventore della tecnica del “sogno


da svegli guidato”, molto affine alla meditazione e all’ipnosi.

Dharma: la legge o dottrina del Buddha, struttura organica del tessuto del
mondo; il termine designa anche le cose.

Dhikr: tecnica usata nel sufismo come ripetizione rammemorante dei nomi di
Dio.

Dogen, Eihei (1200-1253): maestro buddhista della scuola Zen Soto. Autore del
ponderoso Shobogenzo.

Drone: un suono che, come bordone o basso continuo, accompagna l’esecuzione


del brano.

Meister Eckhart (1260 ca.-1328 ca.): uno dei massimi mistici tedeschi, accostato
a concezioni filosofiche buddhiste e sufi.

Eno, Brian (1948): tastierista/sintetista del gruppo inglese Roxy Music, poi
produttore musicale, cui si deve l’introduzione della musica ambient.

Epitteto (50-138): filosofo greco autore di un manuale per la ricerca e la


realizzazione di se stessi. Sosteneva che non siamo condizionati dalle cose o
dagli eventi, bensì dall’opinione che ce ne facciamo.
Erickson, Milton (1901-1980): psichiatra e psicoterapeuta. Gli si deve una
concezione non direttiva dell’ipnosi, volta a sviluppare i poteri creativi
dell’inconscio.

Fichte, Johann Gottlieb (1762-1714): filosofo, capostipite dell’idealismo


tedesco, sulla scia del criticismo di Kant.

Freud, Sigmund (1856-1939): il padre della psicoanalisi, il quale ha influenzato


fino in fondo il pensiero e la civiltà del nostro tempo.

Gautama Siddhartha (560-480 ca.): nome del Buddha, detto anche “il Buddha
storico”. Raggiunse il Risveglio in base alle proprie forze e alla meditazione,
una volta rinnegati l’ascetismo e i suoi maestri yoga. Fondò il Sangha, la
prima comunità buddhista.

Gurdjieff, Georges (1872, 1877 ca.-1949): filosofo, maestro spirituale, musicista,


direttore di danze. Si ispirò al cristianesimo orientale e al sufismo. Famoso
per la tecnica dell’autoricordo, ispirata al sufismo e forse al buddhismo.

Hakuin, Ekaku (1686-1769): celebre maestro dello Zen giapponese di scuola


Rinzai. Celebre il suo koan: “Ascolta il suono di una mano sola”.

Hartmann, Thomas de (1885-1956): compositore e pianista, assisté Gurdjieff


nella stesura dei brani musicali, prelevati da varie tradizioni etniche.

Husserl, Edmund (1859-1938): filosofo, fenomenologo e maestro di Heidegger.

James, William (1842-1910): psicologo e filosofo, tra i fondatori del


pragmatismo. Oggi lo si ricorda soprattutto per i suoi contributi pionieristici
alla psicologia transpersonale, dedicata allo studio dello spirito e dei
fenomeni religiosi.

Jarrett, Keith (1945): il più grande pianista jazz contemporaneo, celebre per le
sue improvvisazioni al confine con la meditazione. Seguì gli insegnamenti di
Gurdjieff, secondo la corrente della Quarta Via, incidendone i brani musicali.

Jung, Carl Gustav (1875-1961): psichiatra, psicologo analitico e filosofo,


gnostico. Si contrappose a Freud, fondando una propria scuola
psicoterapeutica. Ha narrato le sue esperienze meditative e spirituali nel Libro
rosso.

Kabat-Zinn, Jon (1944): noto per la sua elaborazione della mindfulness,


applicata a un programma di riduzione dello stress. Divulgatore della tecnica
medesima.

Klein, Melanie (1882-1960): psicoanalista, specie dei bambini. Ne esplorò il


mondo simbolico e la realtà psichica, ritenendola determinante, cioè il mondo
degli oggetti parziali.

Koan: una frase o una storia affidata all’adepto perché vi mediti sopra. Si ritiene
che così questi possa sperimentare il Risveglio o rendersi conto che è già
Buddha da sempre.

Koto: una sorta di cetra giapponese, derivata da un modello cinese.

Krishnamurti, Jiddu (1895-1986): filosofo indiano che predica un non-


insegnamento, secondo cui l’adepto dovrà trovare da sé gli strumenti per
realizzare se stesso. E rendersi conto, altresì, dell’inanità dello sforzo. Come
per il Buddha (vedi), riteneva che si è già perfetti da sempre.

Kundalini: energia del serpente, situata nella colonna vertebrale e nei cakra
(vedi). La metafora insiste sull’attorcigliarsi della medesima intorno al corpo
del meditante.

Laozi: filosofo cinese cui si attribuisce il Daodejing (vedi).

Liezi: filosofo taoista cinese, forse mitico. Sembra muoversi sulle orme di Laozi
(vedi) e Zhuangzi (vedi).
Linji (giapponese: Rinzai) (IX sec.): fondatore della scuola cinese eponima del
Chan, poi esportata in Giappone nell’ambito dello Zen. Cercava “l’uomo vero
senza rango”, cioè indefinibile e profondamente umano.

Maharishi Mahesh Yogi (alias Mahesh Prasad Varma) (1918-2008): inventò la


tecnica della meditazione trascendentale, basata sui mantra (vedi). Fu maestro
dei Beatles.

Mantra: parola o frase di potere, la cui ripetizione garantisce al praticante la


realizzazione.

Mindfulness: tecnica meditativa ispirata al buddhismo. Termine usato in


un’accezione allargata nel testo.

Nadabrahma: tecnica di meditazione basata sul potere del suono, una


musicoterapia spirituale ante litteram.

Nicoll, Maurice (1884-1953): medico e psichiatra. Allievo di Jung, si volse agli


insegnamenti della Quarta Via, cioè alle dottrine di Gurdjieff rielaborate da
Ouspensky.

Nishida, Kitaro (1870-1945): principale esponente della corrente filosofica


giapponese detta “Scuola di Kyoto”. Realizzò una sintesi tra insegnamenti di
pensiero orientali e occidentali.

Nusrat Fateh Ali Khan (1948-1997): musicista e cantante pakistano di Qawwali,


genere musicale sufi.

Osho (alias Chandra Mohan, alias Bhagwan Shree Rajneesh) (1931-1990):


maestro indiano e guida spirituale, originale, eclettico ed eccentrico.

Ouspensky, Piotr (1878-1947): già filosofo in proprio, è forse l’allievo principale


di Gurdjieff. Ne rielaborò le dottrine istituendo la Quarta Via, attraverso
quella che ne è ritenuta l’esposizione ideale o più accessibile.
Principio del terzo escluso: stabilito da Aristotele, fondamento della cosiddetta
“logica formale”, accanto al principio di identità e di non contraddizione. La
sua formulazione più divulgativa: in merito a una stessa cosa o evento si può
soltanto asserire che sia A o non-A, escludendo una terza possibilità.

Riley, Terry (1935): musicista statunitense tra i padri del minimalismo, fautore
di lunghissime improvvisazioni ai confini della meditazione ed esperienza
estatica.

Rumi, Jalal al-Din (1207-1273): uno dei principali maestri e mistici sufi. La sua
opera principale fu definita “il Corano in persiano”. I Dervisci roteanti lo
vedono come capostipite.

Samatha: meditazione buddhista sulla calma, complementare alla vipassana


(vedi).

Schultz, Johannes Heinrich (1884-1970): psichiatra e psicoterapeuta, ideò la


tecnica di rilassamento del training autogeno, ispirandosi allo Yoga.

Shamisen: liuto giapponese a tre corde.

Simonton, Carl (1942-2009): oncologo e psicologo, coadiuvato dalla moglie


Stephanie ideò una tecnica di meditazione per i pazienti oncologici.

Sitar: strumento indiano molto complesso, le cui corde vibrano per simpatia. Fu
introdotto in Occidente da Ravi Shankar, che ebbe come allievo George
Harrison. Andò di moda nella musica rock/beat, verso la fine dei ’60 e i primi
anni ’70.

Soft Machine: gruppo musicale, tra i massimi esponenti del rock progressivo o
jazz-rock. Prende il nome dall’opera di William Burroughs.

Sufismo: corrente della mistica islamica, diramatasi in varie scuole. Secondo


alcuni studiosi, è impossibile definirla in generale, salvo il tratto dell’amore
per Allah.
Sutra: termine con cui si indicano i classici della filosofia indiana, buddhisti e
brahmani.

Tabla: tamburo indiano, diffuso anche in Pakistan e Afghanistan.

Tampura: strumento a corde indiano simile a un liuto. Crea un bordone su cui si


inseriscono le improvvisazioni del sitar e l’accompagnamento delle tabla.

Taoismo: corrente filosofica della Cina antica, i cui principali esponenti sono
Laozi (vedi) e Zhuangzi (vedi). Il Tao è il principio-base del cosmo, la Via per
eccellenza, lo stile di vita ideale, il modo migliore per compiere un’azione o
praticare un’arte.

Theravada: scuola buddhista che si fonda sul Canone in lingua pali, diffusa nel
sud e sud-est asiatico. Il termine significa “dottrina degli anziani”. È legata
per tradizione all’insegnamento originario del Buddha.

Vajrayana: “Veicolo del diamante”, una diramazione del Dharma buddhista, di


origine indiana e diffuso in Tibet, a carattere magico o esoterico, influenzato
dalla religione Bon tibetana.

Veda: il corpus testuale più antico dell’India, diviso in quattro raccolte. Ne è


risultato il brahmanesimo, mentre altre scuole, come il buddhismo e il
giainismo, vi si sono opposte e pertanto vengono dette eterodosse (“quelle che
negano i Veda”).

Vedanta: scuola brahmanica che si presenta come la parte conclusiva dei Veda,
ovvero la loro compiutezza e perfezione.

Vipassana: il termine è usato nel testo come sinonimo di mindfulness. Pratica


complementare alla samatha (vedi).

Wyatt, Robert (1945): batterista e cantante dei Soft Machine (vedi), poi solista e
compositore. Considerato uno dei migliori cantanti del mondo.
Yaqui: etnia di nativi americani del Messico, alla quale può essere appartenuto
don Juan, lo stregone che ispirò Castaneda (vedi).

Zen: scuola buddhista giapponese che deriva dal Chan cinese, incentrata su
figure carismatiche quali Hakuin o Dogen.

Zhuangzi: Uno dei più grandi maestri taoisti cinesi. L’opera di Laozi (vedi) è
poetica, la sua, in prosa, ricca di storie didattiche.
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