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HISTORICAL ITALIAN GUITAR MAKER

Il Cd che abbiamo il piacere di recensire è un lavoro molto particolare e davvero diverso dal solito.
Se, normalmente, il filo conduttore di un lavoro discografico è da ricercare in un’idea unitaria a
livello di autore o di periodo scelto o, comunque, è da identificare in un elemento cruciale nella
scelta del repertorio, in questo lavoro di Bruno Giuffredi il filo conduttore è la chitarra in sé, come
oggetto d’arte, come strumento musicale, come unico tramite tra l’interprete e l’ascoltatore. Si
tratta di un disco - per usare le parole di Angelo Gilardino che cura le interessanti note del booklet
- “di meritevolissime chitarre”, di chitarre che raccontato e fotografano una rilevante parte della
liuteria italiana.

Non penso di commettere un azzardo nell’intravedere una scelta estetica da parte di Giuffredi che
inizia e termina il lavoro con una chitarra del medesimo liutaio, Pietro Gallinotti, del quale vengono
scelti due strumenti: uno del 1957 ed un altro del 1952. Il primo strumento utilizzato è proprio
quello del 1957 che Giuffredi utilizza per un’opera del compositore spagnolo Antonio Jiménez
Manjòn, Leyenda. Si tratta di un brano romantico e di notevole potenziale lirico reso molto bene
dal chitarrista milanese che riesce a mettere in risalto le doti di cantabilità dello strumento, in tutti i
registri.

Gli altri due brani eseguiti con una chitarra di Gallinotti, stavolta del 1952, la prima chitarra con
piano in cedro, sono il Fandanguillo op. 36 di Joaquin Turina e Laberinto di Eduardo Sainz de la
Maza.

Il Fandanguillo è una delle opere più conosciute di J. Turina e Giuffredi ne dà una visione
personale di grande raffinatezza, riuscendo a dare ad un brano ricco di riflessi popolari una
grande personalità ed una notevole grazia. Altrettanto fa con Laberinto, opera dalla forma
tripartita composto da Saint de la Maza nel 1967, periodo che possiamo definire il periodo più
maturo del compositore di Burgos. Sainz de la Maza vi fa confluire molte delle sue influenze
jazzistiche e impressionistiche.

È una Mozzani del 1936 la chitarra scelta per eseguire la Variazioni di Ottorino Respighi, morto
anch’esso nel 1936. Queste variazioni rappresentano una scoperta relativamente recente di
Angelo Gilardino che, nel 1993, ne ritrova il manoscritto nella biblioteca di Cento firmato da
Respighi che, probabilmente, la compone proprio e su richiesta di Luigi Mozzani. Si tratta di un
piccolo gioiello composto all’inizio del 900 e che ha ritrovato la luce dopo diversi anni di oblio. Lo
splendido timbro della chitarra scelta e la grande versatilità nell’affrontare i diversi caratteri delle
variazioni sono uno strumento affilato nelle mani precise di Giuffredi che dà una interpretazione di
rara eleganza a quest’opera. La stesso strumento viene utilizzato, con pari efficacia nel Prélude
dello stesso Mozzani, opera piacevolissima e languida.

La Tarantella di Giovanni Murtula, compositore siciliano, viene eseguita con una Lecchi, sempre
del 1936. Si tratta di una tarantella, divertente e incalzante, che non impensierisce la presenza di
spirito ed il notevole senso ritmico del chitarrista Milanese.

Sono del liutaio Lorenzo Bellafontana le due chitarre, una del 1947 e l’altra del 1952, utilizzate per
eseguire le opere di Jaume Pahissa e le celebri Mazurche di F. Tarrega. I Tres Temas de recuerdos
del compositore spagnolo Pahissa trovano una voce azzeccatissima nel timbro scuro e
avvolgente di queste chitarre. Il Preludio e il Dialogo sono dipinti magnificamente da Giuffredi che
dà mostra di una sensibilità fuori dal comune ed una invidiabile capacità di far cantare questi
splendidi strumenti. Di pari livello è la Danza lejana, ultimo dei 3 Temas de recuerdos, brano più
esuberante ma che conserva una forte vena introspettiva.

Tra le interpretazioni più interessanti a nostro parere, oltre alla lettura delle variazioni di Respighi e
i 3 tema di Pahissa, annoveriamo proprio le celebri mazurche di Tàrrega, eseguite come detto
con una Bellafonte del 52. Aspettavamo al varco Giuffredi con delle opere eseguite con grande
frequenza e la cui lettura spesso eccede in manierismi e clichés a volte decisamente stucchevoli.
La lettura del nostro chitarrista è, al contrario, davvero deliziosa, equilibrata - come deliziosa ed
equilibrata è la chitarra utilizzata - e connotata da questa consueta eleganza che è una delle
caratteristiche che ci ha soddisfatto nell’ascoltare questo CD.

Lo studio n. 29 (Passacaglia) di Angelo Gilardino è una composizione del tutto diversa dalle altre,
estremamente variegata e che richiede all’interprete grande spirito, riflessi, tecnica impeccabile:
caratteristiche che non mancano a Giuffredi. La chitarra è una Pabé del 1967, chitarra che ci
sembra abbia una sonorità più “contemporanea” delle altre, con una notevole varietà timbrica,
necessaria per affrontare la complessa musica di Gilardino. Stesse caratteristiche ha la bella
Raspagni del 1999, quindi una delle ultime del maestro liutaio morto in quello stesso anno.
Giuffredi la imbraccia per eseguire ancora degli studi, quelli del chitarrista compositore Ganesh
del Vescovo, tratti da “12 studi sulla transizione”, brani caratterizzati da una certa libertà formale
ma pieni di vitalità improvvisativa.

L’ultimo strumento impiegato in questa mostra virtuale è una Mario Novelli del 1983; il brano
scelto è una Fantasia di Livio Torresan, composizione davvero molto interessante, avvincente e
che merita senz’altro interpretazioni appassionate come quella contenuta in questo CD che
termina con una chicca. Come in tutte le mostre di liuteria che si rispettino, viene affidato
all’esecutori l’ingrato compito di eseguire lo stesso brano su tutte le chitarre esposte. Il brano è lo
studio n. 4 tratto dalla raccolta “Dodici studi” per chitarra di Stefano Casarini, brano scelto per far
risaltare le caratteristiche delle diverse chitarre e, forse, per la sua brevità. La piccola
composizione - piccola solo per durata - viene ripetuto con tutte le chitarre utilizzate nel CD, in
ordine di apparizione. Noi abbiamo già scelto la nostra…