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Provisional draft

Forthcoming in “Ragion pratica” (Il Mulino Press), 38/giugno 2012, pp. 277-295.

Metamorfosi dispotiche del governo rappresentativo e dell’homo democraticus.


Ripensare la nostra «democrazia dei moderni»
attraverso Ciliberto, Ferrajoli e Urbinati

David Ragazzoni
d.ragazzoni@sns.it

ABSTRACT: La democrazia dispotica di Ciliberto, Poteri selvaggi di Ferrajoli e Liberi e


uguali di Urbinati interrogano il nostro tempo a partire da una legge eterna delle forme di
governo (anche di quelle democratiche): qualsiasi organizzazione del potere politico, se slegata
da norme sul piano istituzionale e da vincoli su quello etico e sociale, tende a degenerare in
forme assolute e dispotiche. Scritti rispettivamente da uno storico della filosofia, da un filosofo
del diritto e da una filosofa della politica, questi tre lavori si illuminano a vicenda quando letti
l’uno contro e assieme agli altri: essi aiutano ad analizzare e comprendere la crisi dell’etica
pubblica e della partecipazione politica nell’era delle democrazie post-totalitarie (Urbinati), della
post-politica di massa (Ciliberto) e delle democrazie decostituenti (Ferrajoli), particolarmente
evidente nell’Italia di questi ultimi vent’anni.

Parole chiave: Ciliberto Michele, Ferrajoli Luigi, Urbinati Nadia, dispotismo


(democratico), individualismo (democratico), democrazia decostituente.

ABSTRACT: La democrazia dispotica by Ciliberto, Poteri selvaggi by Ferrajoli and Liberi


e uguali by Urbinati move from the same assumption: any form of political power (including
democratic regimes) degenerates into ‘despotism’ when institutional constraints, on the one side,
and ethical and social bonds, on the other, are under attack. Authored by a historian of
philosophy, a legal theorist, and a political theorist, these three recent books contribute to shed
light on different aspects of the same pathology affecting contemporary representative
democracies, in general, and Italian politics, in particular: namely, the collapse of both public
ethics and political participation within our post-totalitarian (Urbinati), post-mass political
(Ciliberto) and de-constituent (Ferrajoli) democracy.

Key words: Ciliberto Michele, Ferrajoli Luigi, Urbinati Nadia, democratic despotism,
democratic individualism, de-constituent democracy.

1
Tre recenti lavori, tutti pubblicati da Laterza, hanno tematizzato, da prospettive diverse,

la degenerazione in chiave patologica della nostra democrazia politica: La democrazia dispotica

di Michele Ciliberto, Poteri selvaggi di Luigi Ferrajoli e Liberi e uguali di Nadia Urbinati1. Si

tratta di tre ricerche che interrogano il nostro tempo a partire da una legge eterna delle forme di

governo (anche di quelle democratiche): qualsiasi organizzazione del potere politico, se slegata

da norme sul piano istituzionale e da vincoli su quello etico e sociale, tende a degenerare in

forme assolute e dispotiche. È mia persuasione che questi tre testi, scritti rispettivamente da uno

storico della filosofia, da un filosofo del diritto e da una filosofa della politica, si illuminino a

vicenda quando letti l’uno contro e assieme agli altri. È quanto mi propongo di fare in queste

pagine, evidenziando elementi di continuità e di disaccordo fra le tre prospettive, nella

convinzione che si tratti di un esercizio utile per analizzare e comprendere la crisi dell’etica

pubblica e della partecipazione politica nell’era delle democrazie post-totalitarie (Urbinati), della

post-politica di massa (Ciliberto) e delle democrazie decostituenti (Ferrajoli).

1. Rottura dei legami e annientamento del libero arbitrio: la «democrazia dispotica» di

Ciliberto da Tocqueville a Gramsci

Il lavoro di Ciliberto, concepito, come egli stesso spiega nel Prologo, secondo la struttura

di una commedia (o tragedia) in tre atti, si articola in due macro-sezioni: la prima, dedicata al

dialogo con i classici del pensiero politico europeo che tra Otto e Novecento si confrontarono

con l’avanzata democratica, ciascuno muovendo da diversa predisposizione nei confronti

1
M. Ciliberto, La democrazia dispotica, Roma-Bari, Laterza, 2011; L. Ferrajoli, Poteri selvaggi. La crisi della
democrazia italiana, Roma-Bari, Laterza, 2011; N. Urbinati, Liberi e uguali. Contro l’ideologia individualista,
Roma-Bari, Laterza, 2011.
2
dell’universo «democrazia» e del nuovo protagonismo politico delle masse; la seconda, legata

alla precedente da un Entr’acte e incentrata sull’odierno dispotismo democratico, del quale si

colgono i caratteri strutturali e patologici rispetto al modello classico della democrazia

rappresentativa (parte II) e al quale si propone una contro-risposta sul piano politico e culturale

(parte III). L’interazione, costante nel testo, tra passato e presente della democrazia dispotica

costituisce il pregio maggiore di un progetto tanto ambizioso quanto riuscito proprio per la sua

capacità di far risuonare, attraverso i classici che si interrogano, domande cruciali sul destino

della democrazia e del moderno homo democraticus. La premessa da cui muove il lavoro di

Ciliberto (la stessa che Ferrajoli applica al versante degli assetti istituzionali) è che l’esaltazione

della leadership carismatica e populistica affermatasi in Italia a partire dalla fine della Prima

Repubblica non può essere compresa se non la si inscrive all’interno di una degenerazione

patologica della moderna democrazia di tipo rappresentativo: essa, assieme al dispotismo

democratico che è divenuto senso comune tra i rappresentati2, appartiene alle vicende e alle

metamorfosi della democrazia dei moderni e deve essere analizzata su questo piano se la si vuole

effettivamente comprendere. Si tratta, del resto, di una cifra caratteristica della nuova età

democratica – questa l’argomentazione anche di studiosi contemporanei del pensiero

democratico quali Pierre Rosanvallon e Margaret Canovan 3 – in cui si intrecciano, in modo

spesso non evidente, tendenze populistiche, richiami plebiscitari, fascinazioni carismatiche,

2 Sulla specifica curvatura del linguaggio in senso populistico e sul suo immateriale dispotismo, ormai senso
comune, nel contesto della democrazia italiana odierna, si veda G. Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente,
Torino, Einaudi, 2010.
3
M. Canovan, Trust the People! Populism and the Two Faces of Democracy, in «Political Studies», XLVII,
1999, pp. 2-16; Canovan, Taking Politics to the People: Populism as the Ideology of Democracy, in Yves Mény
and Yves Surel (eds.), Democracies and the Populist Challenge, New York, Palgrave, 2002, pp. 25-44;
Canovan, The People, Cambridge, Polity Press, 2005; Pierre Rosanvallon, Counter-Democracy. Politics in an
Age of Distrust Cambridge, Cambridge University Press, 2008; Rosanvallon, Democratic Legitimacy:
Impartiality, Reflexivity, Proximity, Princeton, Princeton University Press, 2011.
3
tendenze di tipo dispotico4. È anche, sottolinea acutamente Ciliberto guardando al caso italiano,

un fenomeno proprio non solo delle destre, ma anche, in versioni meno (auto)consapevoli,

dell’universo politico delle sinistre, le quali si sono fatte irretire dall’illusione che potessero,

attraverso lo strumento delle primarie, rispondere in modo efficace alla crisi delle fonti della

sovranità popolare in atto. Al contrario, esse non si sono accorte che forme di questo tipo,

pensate per rifondare il circuito rappresentativo governanti/governati su un terreno di ampia e

appassionata partecipazione, rischiano di degenerare in dinamiche populistico-carismatiche

laddove non vi siano regole chiare a disciplinarle: finiscono, per una paradossale eterogenesi dei

fini, per trasformarsi nella «fiaccola offuscata» del mito della democrazia diretta, così bene

analizzato da Marx proprio nelle pagine conclusive della Critica della filosofia hegeliana del

diritto pubblico. Per farsi, come ci ricorda il Kant della Metafisica dei costumi richiamato da

Ferrajoli, «libertà sfrenata» e «poteri selvaggi».

È sicuramente Tocqueville, assieme a Marx, a fornire a Ciliberto gli strumenti teorici

chiave per l’analisi lucida e disincantata del dispotismo democratico di nuova specie che egli

vede squadernarsi in Italia e non solo. Fu infatti Tocqueville a sottolineare il rischio, nell’era

della avanzata democratica, di un isolamento sempre maggiore degli uomini tra loro, di una

«rottura dei legami» che, promuovendo l’eguaglianza tra i cittadini democratici, li rende anche

più apatici, indifferenti, egoisti, incapaci di provare sentimenti di solidarietà ed empatia: in altre

parole, individualisti senza individualità ed egualmente schiavi di un dispotismo mite di natura

4
Per una tanto recente quanto interessante difesa della democrazia plebiscitaria da una prospettiva teorico-politica,
si veda J. E. Green, The Eyes of the People. Spectatorship in the Age of Democracy, New York, Oxford
University Press, 2011.

4
burocratica (temi che il lavoro di Nadia Urbinati contribuisce a illuminare ulteriormente). I

cittadini delle democrazie mature, sembra dirci Ciliberto, di quelle «democrazie senza

democrazia» analizzate in un recente lavoro anche da Massimo L. Salvadori, indifferenti verso la

condizione del prossimo, concentrati sul proprio particulare e animati da una pervicace

disaffezione nei confronti della vita politica (persino dell’urgenza di votare), costituiscono il

riflesso dei cittadini democratici di massa di prima generazione: quegli individui descritti in

modo icastico da Tocqueville, e poi da John Stuart Mill nelle sue due recensioni alla Democrazia

in America, come «granelli di sabbia di una spiaggia marina, ognuno molto piccolo e nessuno

aderente l’uno all’altro»5. Da questo punto di vista, avrebbe ragione ancora adesso Tocqueville

nello scrivere che «la scienza del dispotismo è la scienza della passione per l’eguaglianza», frutto

avvelenato della modernità ed elemento strutturale, intimamente dispotico, della sovranità di tipo

moderno: una tirannia che viene esercitata non sul corpo, ma sulla mente, quando alla ricerca

dell’eguaglianza si sostituisce la spinta all’egualitarismo, e che si alimenta di una concezione

men che paternalistica dei cittadini, prigionieri di uno stato di minorità permanente. Oggi come

ieri, la desertificazione dell’idea di democrazia intesa come idea etica e «stile di vita» (verrebbe

da dire riprendendo pagine memorabili di John Dewey) è il risultato di un’eccedenza dello Stato

burocratico rispetto alla politica e di una mortificazione indotta e ormai acquisita come dato

naturale e senso comune del libero arbitrio.

5
J. S. Mill, L’America e la democrazia, a cura di P. Adamo, Milano, Bompiani, 2005, p. 399. Sulla recensioni
milliane ai due volumi della Democrazia in America, mi permetto di rinviare a D. Ragazzoni, Educare la
democrazia: Mill lettore (o discepolo?) di Tocqueville, in D. Ragazzoni, O. Catanorchi (a cura di), Il destino
della democrazia. Attualità di Tocqueville, prefazione di M. Ciliberto, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,
2010, pp. 231-254.
5
È quest’ultimo, assieme al tema della rottura dei legami, il motivo principale e di più

vasta portata che Ciliberto recupera dalle pagine tocquevilliane6, delle quali vengono messe in

luce in modo magistrale le critiche ossessive che Tocqueville scaglia contro la «nuova razza dei

rivoluzionari», colpevoli di aver travolto i contrafforti della libertà che pure esistevano nelle

repubbliche aristocratiche e di aver ucciso la libertà di azione e di pensiero (che soltanto dal

conflitto può machiavellianamente scaturire) attraverso uno Stato centralizzato che, moderno

Leviatano, pensa in vece dei cittadini che vi si arrendono. Essi, inoltre, figli della Rivoluzione

francese e di Rousseau, con il passaggio dall’Assemblea Costituente alla Convenzione e al

Terrore giacobino hanno stretto in un sol nodo filosofia e violenza. Sono temi che legano

potentemente la prima Democrazia alle pagine sull’Antico Regime e la Rivoluzione scritte nel

’56 e che richiamano alla mente, per incisività e linguaggio immaginifico, la furia con cui Bruno

si scaglia contro i riformati e la «poltronesca setta di pedanti» in numerosi passaggi dello

Spaccio de la bestia trionfante7. Nella Francia post-rivoluzionaria e napoleonica come nell’Italia

che Ciliberto, moderno Tocqueville, analizza tentando di elaborare una fenomenologia

dell’odierna democrazia dispotica, la dissoluzione del conflitto e del libero arbitrio ad opera di

un dispotismo amministrativo ha reso il sovrano senza scettro, lo ha castrato, gli ha tolto voce,

con uno spostamento radicale sul piano delle fonti della sovranità. Sembra di leggere il Constant

del 1819 quando Tocqueville scrive che i cittadini democratici, attraverso le forme della

rappresentanza politica nella cornice del nuovo Stato burocratico, «escono per un momento dalla

6
Sul motivo della decurtazione del libero arbitrio nell’era del dispotismo democratico si vedano soprattutto le
pagine finali del secondo volume della Democrazia in America.
7
Si vedano su questo punto le bellissime pagine di M. Ciliberto, Nascita dello Spaccio: Bruno e Lutero,
introduzione a G. Bruno, Spaccio de la bestia trionfante, Milano, Rizzoli, 1985, pp. 7-59.
6
dipendenza, per designare il loro padrone, e poi vi rientrano»8; sembra anche di leggere il

Rousseau del Contratto (esplicitamente citato dal pensatore normanno) laddove evidenzia come

il popolo inglese creda di essere libero, ma lo sia soltanto per un breve istante, nel momento

dell’elezione dei propri deputati o rappresentanti e come in realtà, «nei brevi momenti della sua

libertà, l’uso che ne fa meriti di fargliela perdere». Si tratta di quella concezione ‘puntinista’,

neo-schumpeteriana e puramente elettoralistica della rappresentanza politica e della sovranità

popolare che Nadia Urbinati, sul piano teorico-politico, ha messo in luce in molti lavori9 e che

costituisce, come vedremo, uno dei fattori costitutivi del ‘cattivo individualismo’ in azione nelle

odierne «democrazie del pubblico»10.

È proprio su questo piano, come mostra opportunamente Ciliberto, che occorre

‘auscultare’ Tocqueville: da una parte, recuperandone l’enfasi sui corpi intermedi come luoghi di

espressione del conflitto e, pertanto, sorgenti di libertà e di democrazia; dall’altra, riacquistando

consapevolezza del fatto che l’autentica democrazia, quella che si nutre della partecipazione

consapevole e non della ricezione passiva, necessita di educazione. Come anche Mill mette in

luce tanto nella sua recensione alla prima Démocratie (1835) quanto nelle pagine immortali di

On Liberty (1859), la democrazia si autoalimenta della partecipazione dei cittadini al governo

locale, incarnato esemplarmente negli Stati Uniti dalla realtà dei Comuni: decentramento politico

e centralizzazione dell’informazione e delle buone pratiche di governo corrono insieme nelle

8
A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di N. Matteucci, Torino, Utet, 2007, p. 813.
9
Nadia Urbinati, Democracy and Populism, in «Constellations», 5, 1, 1998, pp. 110-124; Urbinati, Continuity
and Rupture: The Power of Judgment in Democratic Representation, in «Constellations», 12, 5, 2005, pp. 194-
222; Urbinati, Lo scettro senza il re. Partecipazione e rappresentanza nelle democrazie moderne, Roma,
Donzelli, 2009; Urbinati, Unpolitical Democracy, in «Political Theory», 38, 1, 2010, pp. 65-92.
10
B. Manin, Principi del governo rappresentativo, prefazione di I. Diamanti, Bologna, il Mulino, 2010.

7
vene di una sana democrazia dei moderni. Ma perché questo avvenga, occorre che vi sia una

perpetua educazione della e alla democrazia: un’esigenza che già Rousseau (almeno il Rousseau

che Tocqueville apprezza e recupera) aveva espresso e che Ciliberto scolpisce in modo

esemplare: «senza educazione non può esservi alcuna riforma politica […]: senza l’Emilio non

può esservi il Contratto Sociale»11.

È dunque il prevalere dello Stato burocratico sulla politica, la centralizzazione avviata

dalla nuova genia di rivoluzionari, la rottura dei legami tra i membri della società, la rimozione

del conflitto come fonte di libertà democratica – in una sola espressione, il «dispotismo di nuova

specie», che agisce in forme immateriali – a costituire l’hostis di Tocqueville, così come di

Marx, che nel primo abbozzo della Guerra civile in Francia scrive parole di fuoco contro

l’organizzazione centralizzata del potere statale, il suo «sovrannaturale dominio sulla società

reale», la «parassitaria escrescenza della società civile» che, con il suo dominio onnipervasivo,

ha preso il posto del «cielo sovrannaturale del medioevo con i suoi santi»12. Sono questi lemmi,

assieme alle sintonie di fondo tra le due analisi concettuali, a far suggerire a Ciliberto che in

questo testo Marx utilizzi come fonti testi tocquevilliani, a partire proprio dall’Ancien Régime.

Così come, nel bel capitolo su Democratizzazione e potere “carismatico”, l’autore coglie echi

weberiani nella sezione sui partiti politici all’interno dei crociani Elementi di politica,

ricordandoci, a supporto di questa tesi, che fu proprio Croce a far tradurre da Enrico Ruta e a far

pubblicare da Laterza Parlamento e governo nel nuovo ordinamento della Germania. Ma il

dialogo che lo storico della filosofia instaura con i classici serve anche a cogliere i limiti di

quelle proposte e a evitare cortocircuiti tra il problema del loro e quello del nostro tempo. È

11
Ciliberto, La democrazia dispotica cit., p. 19.
12
Ivi, p. 16.
8
quanto Ciliberto fa lavorando sul Marx del ’43-’44, rivisitando le pagine della Critica e della

Questione per recuperarne la critica alle apparenze ideologiche in nome della concretezza

dell’esistenza e delle diseguaglianze reali che, ancora oggi, «brulicano [come] un verminaio su

tutti i piani della realtà»13; al tempo stesso, ne respinge, giustamente e con convinzione, l’idea di

un’emancipazione tutta ultra-politica e ultra-democratica, prima attraverso l’idea di una

democrazia diretta e di un processo perpetuo di elezioni che renda superflua l’idea borghese di

rappresentanza (come nella Critica), poi rifondando l’eguaglianza degli uomini sul piano del

«genere», della Gattung feuerbachiana (come nella Questione ebraica). Contro Marx e contro il

Mann delle Considerazioni di un impolitico, Ciliberto suggerisce, attraverso Croce e Weber, che

senza politica, e senza conflitto, non esiste libertà né vera democrazia: con le metamorfosi (anche

patologiche) della democrazia dei moderni devono fare i conti i cittadini delle odierne post-

democrazie di massa, in un tempo in cui le identità collettive si sono disgregate e in cui le istanze

dell’individuo hanno acquistato un nuovo, dirompente protagonismo. È questo il compito delle

organizzazioni partitiche che, tocquevillianamente e kelsenianamente, danno anima e sostanza

alla democrazia moderna, convertendone in «carne e sangue» (come evocava Marx) categorie

altrimenti astratte: esse sono chiamate a rifondare il circuito rappresentanti/rappresentati su un

terreno più stabile, egualmente distante tanto dalle fascinazioni populistico-carismatiche (in un

contesto dove, come Weber già riconosceva, «il risvolto cesaristico» è sempre potenziale) quanto

dalla costante delegittimazione del Parlamento. Il capo carismatico che è capace di ristabilire i

legami nell’epoca della democrazia di massa ha sì un potere eccezionale e rivoluzionario ma è

anche costretto a doverlo perpetuamente dimostrare attraverso le qualità personali, ponendosi in

13
Ivi, p. 180.
9
un rapporto antagonistico rispetto alla forza delle tradizioni consolidate, cui mai deve cedere,

pena la perdita della propria carismaticità. Tuttavia, in Parlamento e governo, la legittimità

dell’istituzione parlamentare come luogo di confronto e di selezione dei capi carismatici rimane

centrale: carismaticità personale – Weber sottolinea con vigore – non significa delegittimazione

del Parlamento, proprio nella misura in cui le qualità autenticamente politiche di leadership non

corrispondono a quelle meramente demagogiche. Il politico moderno, al contrario, trova nella

«lotta per il Parlamento e per il partito nel Paese» l’unica palestra adeguata per emergere e

frenare il sempre possibile affermarsi della burocrazia: una «democratizzazione soltanto

passiva», infatti, non sostenuta dalle strutture di un «Parlamento che lavora» e che collabora,

controllandola, con l’amministrazione, condurrebbe soltanto a un potere burocratico

incontrollato. Il Parlamento, inoltre, svolge per Weber una funzione catartica laddove

contribuisce a rimuovere il «dittatore cesaristico» sfiduciato dalle masse e a ripristinare la lotta

per l’affermarsi sul campo di carismaticità nuove14.

Riattivare quindi, sulla scorta di Gramsci e Weber, una connessione reale, tra «sentire»,

«comprendere» e «sapere» per mezzo di una rinnovata comunicazione, dentro e fuori il

«moderno Principe», tra «intellettuali» e «popolo-nazione» e riaccendere il conflitto, la lotta, il

confronto all’interno dei partiti e del Parlamento come strumento tanto di contrasto alla deriva

burocratica quanto di espressione della libertà e di selezione della classe dirigente sono, per

Ciliberto, due strumenti per provare a «rimettere in sesto» il nostro tempo dispotico.

14
M. Weber, Parlamento e governo. Per la critica politica della burocrazia e del sistema dei partiti, a cura di F.
Fusillo, premessa di F. Ferrarotti, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 52-55, 108-109.

10
2. Torsione personalistica della rappresentanza e patrimonialismo populista: la

«decostituzionalizzazione» indotta della democrazia italiana secondo Ferrajoli

Rispetto alla ricerca di Ciliberto, l’analisi di Ferrajoli15 si concentra sul versante degli

assetti costituzionali della democrazia italiana e sui sintomi di quello che, a suo avviso, si

configura come un loro cosciente e progressivo depotenziamento tanto dall’alto quanto dal

basso. Nel fenotipo dell’odierna democrazia politica italiana egli individua numerose torsioni di

tipo patologico (per usare un lemma cilibertiano): l’intolleranza del pluralismo politico e

istituzionale, la delegittimazione delle regole, gli attacchi al principio della separazione dei

poteri, alle istituzioni di garanzia, all’opposizione parlamentare, alla libera stampa e alla libertà

di informazione (attiva e passiva) per i governati. Sintomatica più di ogni altro elemento sarebbe,

a suo avviso, l’insofferenza di un’ampia porzione della classe dei governanti all’insieme di limiti

e vincoli costituzionali imposti alle istituzioni rappresentative: vale a dire, all’essenza del

costituzionalismo stesso.

Concordemente con il proprio metodo di lavoro – quello di un filosofo del diritto –

Ferrajoli individua un nesso biunivoco tra forma rappresentativa e cornice costituzionale della

democrazia dei moderni, nonché un rapporto di consanguineità tra le due reciproche crisi

nell’Italia della Seconda Repubblica. L’indebolimento strategico dell’elemento legal-

costituzionalistico della nostra democrazia a favore della sua voce politica e di un potere

rappresentativo che individua nel popolo sovrano e nel voto degli elettori la propria unica, vera

15
Sul libro di Ferrajoli mi sono soffermato, in forma più circoscritta, nella recensione apparsa su «Jura gentium.
Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale», VII, 1, 2011:
http://www.juragentium.unifi.it/books/it/selvaggi.htm.

11
fonte di legittimazione, nasconde una deformazione profonda dell’idea di rappresentanza. Si

assiste, inoltre, allo sfilacciarsi di elementi fondanti del garantismo giuridico alla base del

moderno Stato di diritto: la garanzia, politica, della lealtà dei pubblici poteri e quella, sociale,

della vigilanza dei cittadini, dell’esercizio di un’opinione pubblica protetta nel proprio diritto

negativo alla non-disinformazione e per questo capace di esercitare costantemente il proprio

giudizio politico tra un’elezione e l’altra. È appunto l’assenza di anticorpi culturali (come

sottolinea anche Ciliberto), di un adeguato raccordo tra il dentro e il fuori delle istituzioni (in

primo luogo, il Parlamento, come argomenta anche Nadia Urbinati), che porta l’autore a

richiamare l’«esperienza eterna» individuata da Montesquieu nel rapporto tra un popolo e il

potere politico che lo governa: ogni potere (anche quello democratico, secondo il Kant della

Metafisica dei costumi), quando lasciato senza limiti e controlli, tende a degenerare in forme ‘ab-

solute’, libere da vincoli: a tramutarsi, per l’appunto, in «poteri selvaggi».

L’intera argomentazione di Ferrajoli ruota attorno all’urgenza di un’espansione

quantitativa, oltre che di un rafforzamento qualitativo, del paradigma normativo della

democrazia costituzionale, del quale, con sguardo prevalentemente storico, mette a fuoco nel

primo capitolo i tratti costitutivi. Memori dell’insufficienza di una concezione puramente

procedurale della sovranità popolare, le democrazie europee uscite dal secondo conflitto

mondiale procedettero ad assoggettare l’intera produzione del diritto, inclusa la legislazione, a

norme costituzionali rigidamente sopraordinate a tutti i poteri normativi. È quello che Ferrajoli

definisce il completamento del «modello paleopositivistico» dello Stato di diritto, caratterizzato,

nella sua forma incompleta, da un potere virtualmente assoluto delle maggioranze parlamentari:

l’idea che la legge potesse limitare la legge era del tutto estranea al codice genetico del

12
costituzionalismo flessibile degli Stati nazionali europei. Attraverso, invece, le Costituzioni

rigide approvate in Italia e in Germania (paesi di debole tradizione liberal-democratica,

soprattutto il nostro), si verifica un’integrazione decisiva della dimensione politico-formale degli

assetti democratici. Ad emergere è un rinnovato paradigma normativo di democrazia

costituzionale declinato sui quattro livelli (politico, civile, liberale e sociale) in cui si articolano i

due volti – garantismo e costituzionalismo – di quel Giano bifronte che è la democrazia dei

moderni. Da questa prospettiva, il termine «sovranità» (popolare) si deve necessariamente

prestare tanto a una lettura negativa – la sovranità appartiene soltanto al popolo e nessuno è

legittimato ad appropriarsene – quanto a una positiva – la sovranità popolare è la somma dei

frammenti di sovranità che sono i diritti fondamentali (i diritti-potere di autonomia e i contro-

poteri di libertà) attribuiti a tutti i cittadini e a ciascuno di essi.

Da questo modello di democrazia costituzionale Ferrajoli muove per rilevare, nel secondo

capitolo del suo lavoro, i sintomi della «decostituzionalizzazione» indotta che si esprime nel

conflitto tra poteri dello Stato. Oltre alla frequente violazione del principio di eguaglianza di tutti

i cittadini di fronte alla legge, egli richiama l’attenzione sulla negazione strategica delle linee di

confine tra alcune sfere proprie della modernità giuridica (Stato/popolo, sfera pubblica/privata,

partiti/istituzioni, poteri mediatici/libertà dell’informazione e della cultura). In particolare,

individua quattro versanti sui quali la crisi dall’alto (dalla parte, cioè, dei governanti) della nostra

democrazia si esplicita: innanzitutto, la personalizzazione populistica della rappresentanza

politica, in cui sembra di poter scorgere la tendenza a «fantasticare» propria di quanti, secondo il

13
passo n. 71 del Federalist (1788), guidano il popolo in democrazia16. L’idea stessa,

anticostituzionale e anti-rappresentativa, del capo celebrato quale incarnazione della volontà

popolare, immaginato come una sorta di macro-persona collettiva, dà luogo a una raggiera di

sfregi, aperti e strategicamente disseminati, nei confronti dei limiti legali e costituzionali al

potere di governo, del dibattito parlamentare e delle procedure di gestione dell’ordinaria

amministrazione, mossa sempre più dalla logica dell’eccezione e della perenne emergenza.

Richiamandosi al Bobbio de Il futuro della democrazia, l’autore scrive che una simile

concezione della democrazia decidente e carismatica

riproduc[e] in termini parademocratici una tentazione antica e pericolosa, che è all’origine di tutte le

demagogie populiste e autoritarie: l’opzione per il governo degli uomini, o peggio di un uomo – il capo della

maggioranza –, in opposizione al governo delle leggi e la conseguente insofferenza della legalità e dei controlli

giudiziari, concepiti come illegittimi intralci all’azione di governo.17

Ferrajoli rievoca anche le bellissime e incisive pagine di Das Wesen und Wert der

Demokratie di Kelsen18, laddove si afferma che la democrazia «implica assenza di capi»;

tuttavia, i capi democratici sono da sempre animati dalla tendenza a presentarsi come diretti

interpreti della volontà autentica del popolo sovrano, nel tentativo di fondare il proprio potere su

una base ulteriore di legittimazione. Ferrajoli evidenzia le implicazioni di lungo termine di

16
«I rappresentanti del popolo riuniti in assemblea democratica sembrano talora fantasticare d’essere il popolo
stesso e tradiscono i sintomi di impazienza e disgusto al benché minimo segno di opposizione»: J. Madison, Il
federalista, Bologna, il Mulino, 1997, n. 71, p. 540.
17
Ferrajoli, op. cit., p. 24.
18
H. Kelsen, Essenza e valore della democrazia (1929), in H. Kelsen, La democrazia, Bologna, il Mulino, 1981,
pp. 119-132. Sulla teoria democratica di Kelsen mi sono soffermato in D. Ragazzoni, Carl Schmitt e Hans
Kelsen: il problema della rappresentanza, in «Rivista di filosofia», a. CIV, n.1, aprile 2013, pp. 51-76, e in Id.,
Parlamentarismo, liberalismo, democracia. Per una rilettura della filosofía política kelseniana, in «Teoria
politica», IV/2014, pp. 323-345.
14
questa patologia: nella concezione del popolo come totalità e nella sua immedesimazione con il

capo che, hobbesianamente, lo rappresenta e gli dà corpo (come già nel 1651 mostrava il

frontespizio del Leviatano, straordinario esempio di iconografia politica), si ravvede la

degenerazione, paventata da Aristotele nella Politica, della democrazia in oclocrazia, dove

sovrana è la massa (non più la legge) e dove i singoli non hanno voce se non, appunto, come

totalità.

Un secondo indice della crisi dall’alto della democrazia italiana è dato, a giudizio di

Ferrajoli, dalla costante subordinazione degli interessi pubblici a quelli privati, una sorta di

nuova Grundnorm in molti ordinamenti democratici. Il rapporto malato tra denaro, informazione

e politica (messo in luce anche da Salvadori, sulla scia di Rawls, con riferimento alle plutocrazie

finanziarie e al loro oligopolio delle campagne elettorali, soprattutto statunitensi19) assume, però,

in Italia i connotati spinti di una forma di regressione pre-moderna allo Stato patrimoniale

combinata alla fascinazione populistica. È, dunque, un «patrimonialismo populista» (o un

«populismo padronale») a depotenziare le istituzioni nella logica di una rifeudalizzazione

dell’agone politico, in cui viene rivisitato e privatizzato quel rapporto protectio/oboedientia su

cui si fondavano gli Stati sovrani dello jus publicum Europaeum classico. Stretta nella morsa, da

un lato, del populismo plebiscitario e, dall’altro, dell’utilizzazione delle funzioni pubbliche a

scopi privati, la democrazia italiana continua a lasciare incompiuta la sesta tra le «promesse non

mantenute»20 che Bobbio ascriveva nel 1984 all’ideale democratico: una rappresentanza politica

19
M. L. Salvadori, Democrazie senza democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2009, xiii-xiv.
20
N. Bobbio, Il futuro della democrazia, in N. Bobbio, Il futuro della democrazia, prefazione di C. Stajano,
Milano, Rizzoli, 2010, pp. 11-38.

15
piena, senza vincolo di mandato alcuno, ed estranea alle tentazioni neo-corporative e alla

rivincita degli interessi particolari.

Alla fisionomia stravolta dello Stato costituzionale moderno appartiene anche la

crescente integrazione (e confusione) tra partiti e Stato, tra organizzazioni politiche e istituzioni

pubbliche elettive: un terzo fattore di crisi dall’alto che produce la perdita del ruolo di

mediazione rappresentativa dei corpi intermedi (contrafforti di libertà, come ricordava

Tocqueville). È, infatti, un errore gravissimo sul piano della cultura costituzionale, ancor prima

che su quello dell’etica pubblica e della cultura democratica, avvallare l’idea di

un’identificazione progressiva tra le due sfere: i partiti, per loro natura (ed etimologia), sono

espressione degli interessi di una parte della cittadinanza, e l’assenza stessa di garanzie della loro

democraticità interna ne rende particolarmente pericolosa la trasformazione in istituzioni

parapubbliche. Viene meno, cioè, quella distinzione tra Stato e società su cui si fondava, come

ricordano Schmitt e Kelsen nei loro scritti di teoria politica e costituzionale, lo Stato borghese di

diritto del XIX secolo e la cui erosione, negli anni Venti del secolo successivo, rese possibili

scenari tutt’altro che democratici. Per Ferrajoli, la patogenesi della rappresentanza politico-

partitica odierna emerge a pieno titolo dai processi stessi della sua formazione (sempre più per

cooptazione), in cui molte volte i conflitti tra interessi sono più che mai evidenti, e dal

mutamento di status dei parlamentari, ridotti, da viva espressione di «Repräsentation»,

rappresentanti del popolo e della Nazione, in meri portatori di «Vertretung» (per utilizzare lemmi

leibholziani)21.

21
Sulla concettualizzazione leibholziana della democrazia moderna mi sono soffermato ampiamente in D.
Ragazzoni, Gerhard Leibholz e i «mutamenti strutturali» della rappresentanza politica. Per una rilettura di Der
Gestaltwandel der modernen Demokratie, in «Materiali per una storia della cultura giuridica» a. XLII, n. 1, giugno
2012, pp. 179-202.
16
Infine, l’intreccio tra i due dispotismi che corrodono l’assetto strutturale della democrazia

costituzionale italiana – populismo e patrimonialismo – conduce allo sfilacciarsi di un’ulteriore

separazione propria della modernità giuridica: quella tra sapere e potere. Esiste in Italia la libertà

negativa di stampa e di informazione, ma mancano garanzie effettive tanto del diritto attivo di

libertà dei giornalisti quanto del diritto passivo alla non-disinformazione per i cittadini. Viene

così a perdersi quella distinzione tra poteri politici e poteri culturali in cui risiede una delle

premesse costitutive del liberalismo: come paventato da Condorcet già nel 1792, un potere

politico che controlla l’informazione persegue ipso facto l’omologazione ideologica e politica di

un popolo22.

3. La decostituzionalizzazione riflessa: il demos assopito e assuefatto e la sfera pubblica

manomessa

Ma è sul versante bottom-up della crisi della democrazia costituzionale italiana dalla

parte (e ad opera) dei rappresentati che le osservazioni di Ferrajoli consentono di coglierne

appieno punti di contatto (e di divergenza) rispetto alle analisi di Ciliberto e di Urbinati. Egli

muove da una premessa di pessimismo insieme antropologico e istituzionale, empiricamente

convalidata dall’esperienza dei totalitarismi della prima metà del secolo scorso: spesso le

democrazie possono essere depotenziate sul loro stesso terreno, curvandone gli strumenti in

direzioni tutt’altro che democratiche e anzi utilizzandone gli interstizi o le zone grigie per

accentuarne gli elementi cripto-autoritari. A fronte di un simile processo «decostituente», l’idea

22
M. Condorcet, Rapport sur l’instruction publique, Paris, Edilig, 1989.
17
del popolo sovrano e custode attento delle proprie istituzioni si rivela fragile illusione. Anche

all’interno di questo contesto il filosofo del diritto individua quattro sintomi evidenti del

«dispotismo di nuova specie».

Innanzitutto, la denigrazione del dissenso e la parallela omologazione dei consenzienti:

per porla in termini legati più alla dimensione del demos che a quella del kratos, alla massima

verticalizzazione dei poteri si affianca una disgregazione profondissima della società. Quella che,

sul piano più strettamente politico, si configura come omologazione organicistica e identitaria,

colonna portante del populismo e della mobilitazione plebiscitaria dei cittadini, sul versante

sociale diviene esclusione strategica e sistematica dei dissenzienti dall’arena dell’unica volontà

popolare ritenuta legittima, sulla base di una rivisitazione post-moderna del dualismo schmittiano

Freund/Feind. Come ha spiegato in modo molto acuto Gaetano Azzariti23, l’omogeneità del

corpo sociale, nell’ideologia populista, è infatti conseguita grazie al ricorso simultaneo a due

principi: l’azione unificante e iper-rappresentativa (nel senso che si proietta al di là della

funzione di rappresentanza politica, su un terreno a volte quasi mistico-teologico) del capo -

moderno sovrano hobbesiano - e la costruzione artificiale di un idolo polemico (nel senso

schmittiano dell’hostis).

La crisi dal basso della nostra democrazia emerge anche dalla desertificazione della

partecipazione politica (in primo luogo attraverso lo strumento costituzionale dei partiti) e

dall’eclissi delle forme, delle sedi e delle occasioni del contributo attivo dei cittadini – il loro

passaggio, cioè, da cittadini-lettori/spettatori a cittadini democratici nel senso più pieno del

termine. Inoltre il rapporto anomalo tra potere e informazione concorre ad acuire in modo

23
G. Azzariti, Critica della democrazia identitaria. Lo Stato costituzionale schmittiano e la crisi del
parlamentarismo, Roma-Bari, Laterza, 2008.
18
abnorme la degenerazione della libertà democratica: se non esiste un diritto alla ‘vera’

informazione, in quanto sarebbe in contrasto con la libertà di informazione, esiste però un diritto

negativo alla non-disinformazione. Una libertà negativa che si configura come corollario della

prima libertà fondamentale affermatasi nella storia del liberalismo, cioè quella di coscienza e di

pensiero, nonché, come rilevato da Ferrajoli, «una pre-condizione elementare dell’esercizio

consapevole del diritto di voto e della formazione di un’opinione pubblica informata e matura,

[…] presupposto diretto della democrazia politica e della sovranità popolare»24.

Ma la rappresentanza politica è indebolita soprattutto dalla progressiva acquiescenza

dell’opinione pubblica e dalla spoliticizzazione dei cittadini democratici. Come spiega Ferrajoli,

l’attacco alla pubblicità del demos è tradizionalmente perpetrato dai regimi autoritari, ma non è

raro riscontrarne i sintomi anche sotto cieli democratici, soprattutto attraverso un uso distorto e

non regolato dei mezzi di informazione. Far scomparire il pubblico dall’orizzonte mentale e

culturale dei cittadini e rinforzare quanto più possibile la priorità e l’interesse della dimensione

individuale o di gruppo (la famiglia, l’appartenenza religiosa/etnica/nazionale): questo l’obiettivo

perseguito da un «dispotismo di nuova specie» che riversa e moltiplica nella società, in virtù di

un isomorfismo tra l’universo dei rappresentanti e quello dei rappresentati, i conflitti di interessi

esibiti ai vertici dello Stato. Il populismo ricerca esattamente il depotenziamento della pubblica

opinione, la passivizzazione politica dei cittadini, il prevalere della mobilitazione plebiscitaria e

dell’assenso sulla rappresentanza e sulla discussione informata: il capo populista, per

legittimarsi, insegue l’unità di intenti costante con il proprio popolo, ma per decidere vuole il

popolo muto (o semi-muto). Fare dell’indifferenza una specie di virtù pubblica: le pagine del

24
Ferrajoli, op. cit., pp. 56-57.
19
secondo volume della Democrazia in America mettono a nudo il motore teorico di ogni

dispotismo, e in particolare di quello democratico, che, mutando il senso naturale delle parole,

«chiama buoni cittadini coloro che si chiudono strettamente in se stessi»25. È proprio su questo

terreno che il lavoro di Nadia Urbinati dischiude prospettive interessanti per distinguere tra il

«buon» individualismo democratico, capace di coniugare libertà ed eguaglianza, eguale rispetto e

responsabilità individuale, e le sue torsioni egoistiche e gregarie.

4. Distinguere tra gli individualismi per riscattare la partecipazione ragionata alla vita

politica: la proposta di Urbinati

Rispetto all’analisi storico-filosofica di Ciliberto e a quella filosofico-giuridica di

Ferrajoli, il lavoro di Nadia Urbinati contribuisce a mettere a fuoco la dimensione filosofico-

politica dell’odierno dispotismo democratico: come ella argomenta fin dalle prime pagine, la

difficoltà di cogliere l’essenza e i caratteri della degenerazione dispotica delle odierne

democrazie deriva dal fatto che l’individualismo della nostra società è quello di individui che

condividono appieno la cultura dei diritti. È per questo cruciale coglierne le torsioni anti- e/o

para-democratiche e saper distinguere tra forme diverse di individualismo: l’individualismo

democratico, che si fonda sull’innesto della cultura civile dei diritti sulla cultura morale

dell’eguale dignità delle persone, differisce profondamente, infatti, dall’individualismo

antisociale-tirannico e da quello apatico-indifferente che dilagano sotto il cielo delle odierne

25
A. de Tocqueville, La democrazia in America, in A. de Tocqueville, Scritti politici, a cura di N. Matteucci,
Torino, Utet 1969, vol. II, p. 593.
20
«democrazie post-totalitarie»26. L’individualismo «possessivo e conformista, litigioso e docile»

che vediamo oggi in azione produce riflessi, come anche Ciliberto e Ferrajoli hanno sottolineato,

tanto sulla cultura istituzionale e politica, con un’insofferenza sempre maggiore verso le leggi

dello Stato e il senso del limite, quanto sul modello di società che si propone – un grande

mercato nel quale tutto può diventare oggetto di scambio. Un modo di declinare il rapporto tra

libertà ed eguaglianza, afferma Urbinati, caratteristico di una comunità politica priva di forze

etiche a un tempo dell’individuo e del cittadino e che, sul piano del senso comune (Ciliberto),

produce una rilettura cinica della democrazia come regime della maggioranza in cui la giustizia

è, con il Trasimaco della Repubblica, definita dal più forte. È un punto, questo, sul quale occorre

riflettere in modo serio: come l’autrice scrive nel primo capitolo individuando i tratti dispotici

del «cattivo» individualismo democratico, ancora oggi, come nella fase settecentesca dei

processi di democratizzazione, è la definizione del corpo sovrano e del chi è ammesso a farne

parte a risultare politicamente incendiaria. Il ritorno di visioni neo-comunitariste, unite a

declinazioni in senso spesso plebiscitario e populistico del demos, rende urgente una revisione

della concezione minimalista e puramente proceduralista della democrazia, tanto vulnerabile da

poter essere facilmente depotenziata sul suo stesso terreno.

Come già Ciliberto, la proposta di Urbinati si prefigge di rivisitare e riattualizzare la

lezione di Tocqueville per riscoprire l’individualismo come una categoria socio-politica anziché

morale: non un vizio da correggere o estirpare attraverso la repressione autoritaria o il

paternalismo di tipo pedagogico, bensì un sentimento ragionato di cittadini che (con)vivono

26
Urbinati, in particolare, recupera il suggerimento di Arthur Lovejoy in The Great Chain of Being (1936)
secondo cui gli «ismi» vanno pensati come composti chimici o «unit-ideas» che fondono in un unico termine
dottrine spesso in contrasto reciproco: arriva così a individuare quattro famiglie di individualismo (religiosa,
politica, filosofia, economica). Su queste quattro tipologie, nonché sulla storia del termine ‘individualismo’ tra
Europa e Stati Uniti da Burke a von Hayek, si veda Urbinati, Liberi e uguali cit., pp. 26-58.
21
secondo principi democratici e che, inevitabilmente, si muovono entro un’economia di mercato

sulla base di calcoli di interesse. Questa risemantizzazione sul piano politico invece che morale

dell’individualismo democratico permette, secondo l’autrice, di perseguire due obiettivi

ambiziosi sul piano della nostra teoria della democrazia: ex post, un esercizio di critica coerente

ed efficace dell’attuale ideologia individualistica (apatica, tirannica, possessiva); ex ante,

prevenire il rischio che tale esercizio si traduca per riflesso nella proposta di soluzioni anti-

individualiste. Sovranità dell’individuo, cultura dell’eguale rispetto, protezione del dissenso,

autonoma e volontaria cooperazione: sono, questi, caratteri che non possono andare perduti, né

da una prospettiva normativa né sul piano della cultura diffusa, se si vuole consentire agli

individui, nell’era delle democrazie post-totalitarie (Urbinati), della post-politica di massa

(Ciliberto) e delle democrazie decostituenti (Ferrajoli), di essere, al tempo stesso, liberi ed

eguali.

È nel primo capitolo che Nadia Urbinati ricostruisce l’evoluzione e il dialogo reciproco

tra i due pilastri costitutivi dell’autentico individualismo democratico, considerato al di fuori

delle sue degenerazioni patologiche: il secolo lungo della cultura politica dei diritti, nato dalle

Rivoluzioni sei-settecentesche combattute contro l’assolutismo monarchico, e il secolo breve

della cultura morale dell’eguale dignità, a seguito dell’affermarsi della democrazia costituzionale

a partire dal secondo dopoguerra. Il «buon» individualismo democratico riesce a far convergere e

a tenere insieme queste due storie attraverso una «politica del rispetto»27 tanto per la dimensione

liberale delle libertà uguali quanto per quella democratica dell’uguale partecipazione alla

costruzione della polis. Osservata alla luce di questo principio, la democrazia appare come

27
A. E. Galeotti, La politica del rispetto. I fondamenti etici della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2010.
22
l’unica forma di organizzazione del potere politico che consente agli individui di esercitare

liberamente il dissenso e la vicinanza immaginativa come virtù politiche dei moderni. Non

soltanto essa è il regime politico meglio attrezzato per trattare i cittadini come liberi ed eguali;

interpretata dalla prospettiva del rispetto, essa ci ricorda anche (bobbianamente) che libertà ed

eguaglianza costituiscono conquiste mai al riparo da possibili degenerazioni e che è necessaria

una permanente azione di educazione alla democrazia capace di rafforzare dall’interno,

attraverso gli strumenti della partecipazione elettorale ed inter-elettorale, l’attivazione delle

opinioni dentro e fuori i corpi rappresentativi.

La specificità della democrazia intesa non soltanto come techne politichè e forma

istituzionale ma anche e soprattutto come ricchissima cultura dell’individualità - come eguale,

libera e solidale partecipazione nel segno del rispetto e della dignità - appare ancora più evidente

quando si ripercorrono le storie delle sue due dimensioni costitutive. Urbinati ricorda in modo

convincente che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso i diritti civili e sociali

acquistarono una valenza metagiuridica come pratica del riconoscimento delle differenze

individuali, facendo appunto del rispetto e della dignità beni da distribuirsi equamente tra i

cittadini (si pensi soltanto al referendum sul divorzio e sull’aborto). Questa rivisitazione del

passato recente della nostra storia democratica contribuisce a mostrare il carattere

intrinsecamente individualista della cultura dei diritti rispetto ai tentativi di un loro

stravolgimento in senso comunitario e gregario: l’idea che i diritti appartengano a maggioranze

culturali e/o politiche, spesso definite sulla base di neo-feudali e alquanto poco inclusivi criteri

territoriali e geografici, costituisce uno dei tratti identitari del moderno dispotismo democratico.

Lo stesso Ciliberto, nel suo tentativo neo-marxiano di operare una lettura demistificante

23
dell’attuale ideologia dispotica, suggerisce di utilizzare con cautela la parola «comunità», troppo

spesso deformata in senso populistico ed escludente, e di sostituirla, nella cultura antidispotica

che auspica, con la parola «solidarietà». Con Ferrajoli, poi, la ricognizione storico-politica

condotta da Urbinati concorda laddove ascrive la torsione in chiave comunitaristico-gregaria

della cultura dei diritti alla sempre maggiore confusione tra potere e diritto, tra esercizio delle

funzioni istituzionali e loro possesso: a quella erosione del senso del limite e del rispetto del

pluralismo delle sfere di vita che Urbinati mette in luce richiamandosi a Walzer28 e che l’autore

di Poteri selvaggi definisce, come ricordato, «patrimonialismo populista».

Con Ciliberto, inoltre, Urbinati concorda su un punto decisivo: l’affermarsi dei diritti

civili ha sì liberato gli individui dai preesistenti lacci sociali di tipo gerarchico-autoritario, ma

non ha prodotto, in loro vece, nuovi vincoli né un nuovo cemento etico capace di smentire la

profezia tocquevilliana di una società di individui dissociati. Serve, al contrario, che la

democrazia riesca a sviluppare una cultura morale fondata sul rispetto e sull’eguale autonomia

tra i cittadini se essa vuole estirpare, dal suolo della rappresentanza politica e della cultura

diffusa, la rinascita di identità gregarie. In definitiva, distinguere tra tipi diversi di individualismo

evitando di ricadere in soluzioni organicistiche e senza, al tempo stesso, proporre nuove forme di

Stato etico: questa, per Nadia Urbinati, la strada da seguire per scongiurare il pericolo di

democrazie individualiste ma prive di individualità.

L’apporto teorico di Urbinati è ulteriormente arricchito dall’idea di democrazia come

«libertà dalla politica» che ella ricostruisce, per decostruirla, a partire dalla distinzione ideologica

28
M. Walzer, Spheres of Justice: A Defense of Pluralism and Equality, New York, Basic Books, 1983.
24
tracciata dal liberalismo tra libertà positiva e libertà negativa nel secondo dopoguerra, in pieno

clima di Guerra Fredda. Democrazia fu, allora, il nome che si volle dare a un insieme di

procedure decisionali e a una specifica tecnica di selezione e ricambio della classe dirigente:

promuovere la democrazia significò principalmente, in quel contesto, preservare l’autonomia

dell’individuo rispetto alla politica (come sintetizzato nella celebre massima di Churchill29). Una

definizione, in altre parole, che adottava quali criteri definitori il rapporto imperfezione/utilità del

mezzo, il rispetto delle regole del gioco e il funzionamento neutrale dello Stato amministrativo.

Ma oggi il termine ‘democrazia’ evoca, per fortuna, molto più di tutto questo. Come sintetizza

Urbinati, occorre integrare Churchill con Machiavelli (l’autore, non a caso, al quale anche le

pagine de La democrazia dispotica guardano spesso), in particolare con quei passaggi dei

Discorsi che sottolineano l’importanza per i popoli del «dire male senza paura e liberamente» di

quanti detengono il potere «ancora mentre che regnano»: è, cioè, l’esercizio ragionato del

dissenso a costituire il tratto peculiare (la virtù post-repubblicana e liberal-democratica, si

potrebbe dire) della democrazia dei moderni. Occorre pertanto recuperare, contro le visioni neo-

schumpeteriane, meramente elettoralistiche, del vivere democratico, l’idea che la buona

democrazia rappresentativa e la cultura dell’autentico individualismo democratico vivono della

partecipazione perpetua (non a singhiozzo né puntinista) dei cittadini, in modo sia diretto sia

indiretto. Si tratta di un punto decisivo per il modo in cui si interpreta la sovranità popolare nel

circuito della democrazia rappresentativa; è anche, del resto, un terreno cruciale per l’idea di

cittadinanza democratica e, più in generale, per l’immagine dell’homo democraticus che

immaginiamo viva e governi nelle odierne democrazie del pubblico.

29
«Nessuno pretende che la democrazia sia perfetta. In verità, è stato detto che la democrazia è la peggior
forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre che sono state tentate finora».
25
Versare periodicamente nell’urna il proprio «sasso di carta» fa del moderno individuo

democratico un portatore eguale, ma non libero, dei molteplici frammenti di sovranità del quale

si alimenta la rappresentanza democratica. È necessario qualcosa di più, come anche Ciliberto

osserva, della periodica elezione dei propri rappresentanti: serve interpretare la democrazia come

«un processo di correzione permanente» che faccia riferimento alla «temporalità mondana»

propria della mutabilità e della fallibilità delle opinioni e del giudizio politico e che sappia

stringere in un sol nodo libertà di scelta, responsabilità individuale e libera, mutua

cooperazione30. È guardando alle pagine tucididee in cui si racconta della strategia dei Plateesi e

degli Ateniesi per sfuggire all’assedio dei Peloponnesiaci e dei Beoti che Urbinati individua la

specificità del metodo democratico di decisione, procedente per tentativi ed errori sulla base

della probabilità e della volontaria cooperazione. Ed è rileggendo in pagine bellissime il mito del

tirannicidio come strategia simbolica, entro la democrazia diretta degli antichi, per scolpire nella

memoria del demos il ricordo sempiterno del nemico interno e della scaturigine antitirannica del

governo democratico che Urbinati arriva a definire la democrazia come forma di governo che

«non ha un altrove»31: la sua legittimità è tutta immanente alla sua stessa processualità (come

hanno teorizzato nel Novecento, da prospettive diverse, Dewey e Habermas). Proteggendo e

onorando il tirannicida e regolando l’ostracismo – in altre parole, preservando la democrazia

«oltre se stessa» –, la legge degli antichi ascriveva alla legittimità democratica un carattere

metaistituzionale: lasciando i nemici sempre al di fuori del gioco politico, «la democrazia

dichiarava la propria autorità oltre l’imperium»32. È questa l’onda lunga della democrazia degli

30
Urbinati, Liberi e uguali cit., pp. 10-12.
31
Urbinati, La democrazia non ha un altrove, in «il Mulino», 2, 2004, pp. 199-214; Urbinati, La memoria è nel
presente: lontananza e identità, in «Iride», XXIII, 60, 2010, pp. 393-408.
32
Urbinati, Liberi e uguali cit., p. 80.
26
antichi che giunge fino a noi e su cui l’autrice sollecita la teoria politica a riflettere: non i pochi

ma i molti, il rapporto dei primi con il kratos piuttosto che l’essenza del demos costituiscono, da

sempre, l’elemento problematico per la stabilità e la potenziale degenerazione dispotica degli

assetti istituzionali democratici. Lo aveva compreso bene, ancora una volta, il Machiavelli dei

Discorsi, sottolineando come la maggioranza degli uomini si accontenta di non essere dominata,

di beneficiare di quella libertà dalla politica che i teorici liberali novecenteschi avrebbero

teorizzato in modo sistematico nel secondo dopoguerra: è la passione della minoranza per il

potere a introdurre, nel gioco democratico, l’urgenza di correttivi istituzionali ed extra-

istituzionali, come intesero bene, dopo Machiavelli, tanto Madison e gli autori del Federalist

quanto Robert Dahl, postulando e difendendo il sistema dei checks and balances, lo strumento

della rappresentanza, il rispetto del pluralismo e della «poliarchia».

Occorrono pertanto, suggerisce Urbinati, strategie di lungo periodo, insieme istituzionali

e culturali, capaci di sortire un duplice effetto: «depressivo» sulla sete di potere da parte dei

pochi e «tonico» sulla predisposizione dei molti a godere della felicità privata senza vincoli

esterni come condizione necessaria e sufficiente di libertà politica. Occorre, anzi e soprattutto,

comprendere che, laddove per gli antichi il rischio di una possibile degenerazione dispotica della

polis derivava dal versante della volontà sovrana, per i moderni è la dimensione dell’opinione e

del giudizio politici a dischiudere potenziali fattori eversivi. A dover richiamare l’attenzione dei

filosofi politici impegnati oggi a rifondare il rapporto libertà/eguaglianza in un orizzonte di tipo

democratico è, di conseguenza, l’interno della società civile stessa, con i suoi meccanismi

dispotici (decostruiti ed esplorati magistralmente da Tocqueville e da Mill), non l’individuo-

tiranno consegnatoci dalla Repubblica platonica e dalla Politica aristotelica e personificato da

27
Trasimaco, primo teorico realista del carattere ideologico di ogni discorso prescrittivo sulla

giustizia33.

5. Ricostruire i legami: la sfida della filosofia politica contro il «tiranno moderno».

Considerazioni conclusive

Nadia Urbinati contribuisce così a illuminare le ragioni di quella rottura dei legami che

Ciliberto, attraverso il confronto con gli autori europei otto-novecenteschi, ha magistralmente

indicato quale patologia delle odierne società democratiche e di cui Ferrajoli ha evidenziato i

riflessi sugli assetti della nostra democrazia costituzionale. Dove abita il tiranno moderno?

Questa la domanda che, quando letto in parallelo a La democrazia dispotica e a Poteri selvaggi,

il percorso di ricerca tracciato da Liberi e uguali suggerisce ai «democratici sempre in allerta»

(come Bobbio definiva gli italiani già nel 1958) di oggi, nel tentativo di mostrare tutte le

implicazioni del passaggio dall’individuo dispotico degli antichi all’individuo apatico ed

invisibile dei moderni. La disposizione al rifiuto della politica che la democrazia moderna può

generare – tratto identitario dell’individualismo dispotico e autosufficiente – e che Ciliberto

proponeva di combattere attraverso la riscoperta del conflitto, sorgente di libertà democratica,

viene da Urbinati contrastata riscattando il valore della partecipazione ragionata alla vita politica.

Anche questa, del resto, implica, quale premessa necessaria, la possibilità del dissenso, della

contestazione, della revisione critica della politica istituzionale attraverso gli strumenti

33
Ivi, pp. 91-96.

28
dell’opinione e del giudizio, momenti indispensabili e complementari all’espressione elettorale

della volontà sovrana per dare corpo alla libertà politica.

Strappare gli individui democratici al dispotismo della sfera privata non è un compito

facile: come aveva previsto Tocqueville, «la democrazia allenta i vincoli sociali, ma rinforza i

vincoli naturali; avvicina i membri di una famiglia ma allontana i cittadini». Inoltre, come

Urbinati mette in luce recuperando le considerazioni di Burke, la democrazia dei moderni – la

democrazia di massa – tende a produrre un’erosione della temporalità politica nella misura in cui

sgretola la memoria condivisa (garanzia dell’unità della nazione, secondo il conservatore inglese)

e impedisce ai popoli democratici di guardare lontano (uno sguardo che, secondo Tocqueville,

agli americani era consentito dallo spirito religioso) in nome del «presentismo» e del

«particulare», ove sovrano diviene l’interesse o individuale o della comunità cui si appartiene.

Per questo, riscoprire la politica come luogo del dissenso e, dunque, della libertà e i corpi

intermedi come contrafforti all’individualismo dispotico, secondo la proposta di Ciliberto,

diventa possibile laddove i cittadini democratici tornano a «sentire», «comprendere» e «sapere»,

come auspicato da Gramsci: laddove, in altre parole, tornano a pensare, a utilizzare lo strumento

dell’opinione e del giudizio per essere, nella politica democratica di ogni giorno, una sorta di

pacifico, ma sempre desto, potere costituente.

29