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Urogallo.

Galaica

1.
Teresa Moure

La giornata degli alberi


Traduzione dal galego di Alessandra Nicolò
Revisione di Maria Valeria Salinas Soria

Edizioni dell’Urogallo
In copertina: «Skogskyrkogården i Stockholm, klocka», di Holger.Ellgaard (2006).
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Skogskyrk_klocka_1.jpg.

La presente opera ha vinto il Premio Lueiro Rey 2004 per il romanzo breve, orga-
nizzato dal Comune di Grove, con la giuria composta da: D. Xesús Alonso Monte-
ro, D. Manuel Quintáns Suárez, D. Francisco Martínez Bouzas, D.a Belén Fortes,
D.a Pilar Buela.

Copyright © 2004 Teresa Moure.


Copyright © 2004 Sotelo Blanco Edicións s.l.

Edizione originale: Teresa Moure, A xeira das árbores, Sotelo Blanco Edicións,
Santiago de Compostela 2004.
Traduzione dal galego di Alessandra Nicolò.
Revisione di Maria Valeria Salinas Soria. Supervisione alla traduzione di Attilio
Castellucci.

L’edizione italiana è stata realizzata con il contributo della Xunta de Galicia.

isbn/ean: 978-88-903563-1-5

Per l’edizione italiana: copyright © 2009, Edizioni dell’Urogallo. Tutti i diritti ri-
servati. La riproduzione dell’opera è possibile nei limiti fissati nell’accordo del
18 dicembre 2000 fra s.i.a.e., a.i.e., s.n.s. e c.n.a, Confartigianato e c.a.s.a., Con-
fcommercio, ora integrato dall’accordo del novembre 2005, per la riproduzione
a pagamento, a uso personale, dei libri fino a un massimo del 15%, nell’ambito
dell’art. 69, co. 4 legge cit. Edizioni dell’Urogallo, Corso Cavour, 39, i-06121 Pe-
rugia | www.urogallo.eu.
introduzione
T eresa Moure insegna linguistica all’Università di Santia-
go de Compostela. Clara fa la traduttrice e adora un lin-
guista, Humboldt, la cui opera sta traducendo dal tedesco al
galego. Teresa ha tre figli e soffre di dermatite. Clara soffre di
dermatite e ha tre figli. Tuttavia, l’autrice ci tiene a misurare
le distanze. Lei non è Clara; semplicemente, come ogni auto-
re, scrive di ciò che conosce bene. Qualunque donna abbia
deciso di prendere in mano la propria vita decidendo, sen-
za atteggiamenti palesemente o teatralmente rivoluzionari, di
non sottostare alle convenzioni che ancora regolano la nostra
società, ma semplicemente di ignorarle, può trovare qualcosa
in cui specchiarsi nel romanzo della Moure. La stessa autrice
afferma che nel suo testo c’è molto femminismo contempora-
neo, anche perché lei stessa – che lo ha scritto – è femmini-
sta e contemporanea; ma la narrazione non per questo cessa
di essere tale: una finzione narrativa, nient’altro che una fin-
zione. D’altronde, il femminismo contemporaneo non esiste,
esistono diverse correnti, a volte anche opposte tra loro, acco-
munate solo dalla considerazione della donna come categoria
politica, soggetto ancora sottomesso a quelle relazioni domi-
nanti comunemente conosciute come patriarcato1. Clara non

1. Per questa e altre considerazioni rimandiamo all’intervista raccolta da Ales-


sandra Nicolò nella sua tesi di laurea in lingue e letterature straniere «A xeira das
árbores», discussa all’Università di Roma “La Sapienza” nell’a.a. 2006-2007.
8 Introduzione

si scaglia contro la visione borghese e patriarcale di chi ancora


storce il naso di fronte a una donna che davvero sceglie di
stare da sola, con tre figli avuti da tre uomini diversi, ai quali
tuttavia non chiede niente, nemmeno quell’aiuto economico
che pure le farebbe comodo. Lei si limita a vivere la vita a
modo suo, ignorando i commenti e le critiche che le vengono
rivolte, selezionando accuratamente gli uomini da cui lasciarsi
affascinare e da cui poi si stacca non appena la relazione si fa
soffocante. La società così moderna in cui viviamo ancora non
riesce ad accettare scelte tanto radicali, così fuori dalla norma
che nemmeno la famiglia di Clara le approva, scambiandole
per mero egoismo. Il mondo di Clara finisce per ridursi a un
paio di amiche fidate, a un fidanzato che vive sempre altrove
e ai suoi tre figli che, assieme al suo lavoro, le riempiono la
vita, regalandole una gioia sincera e una felicità che la ripa-
gano ampiamente della diffidenza con cui il resto del mondo
la guarda. E la riflessione di Humboldt sul linguaggio si fa
metafora del microcosmo in cui ciascuno di noi si trova a tra-
scorrere la propria vita, dove, come accade per il linguaggio,
la nostra libertà individuale viene costretta dalla cosmovisione
della collettività in cui siamo stati educati e nella quale ci sia-
mo formati. Ma Clara ha ben chiaro che dipende solo da noi
riuscire a modificare tale cosmovisione per far sì che il futuro
possa essere diverso. Come nel saggio di Humboldt, anche lei
tenta di modificare la realtà partendo dal linguaggio. E lo fa
insegnando ai propri figli a parlare usando un linguaggio poco
maschile, ma nemmeno femminile, insegnando loro a sfuggi-
re dagli stereotipi della lingua che vogliono che i maschietti
parlino in un certo modo. Clara vede gli uomini incapaci di
esprimere i propri sentimenti, avari di parole. Per questo si
sforza di rendere i propri figli diversi, capaci di esprimersi an-
che tramite un linguaggio corporale fatto di carezze, fatto di
coccole e di espressioni d’affetto; manifestazioni esteriori che
Introduzione 9

spesso vengono considerate un tabù soprattutto dall’universo


maschile. Vuole che i propri figli siano individui completi e
non si riducano a essere semplicemente “maschi”, così come
a lei sta stretta l’etichetta che la vuole “femmina” e non per-
sona.
La giornata degli alberi è un romanzo circolare, finisce
dov’era cominciato, una struttura circolare che avvolge la pro-
tagonista, la stringe in un labirinto dal quale sembra non avere
scampo. La pena per il suo rompere l’impalcatura consolidata
della società sembra essere una prigione fatta di giornate sem-
pre uguali; voler essere innanzitutto madre ineluttabilmente
la porta a dover pianificare le sue giornate in funzione dei suoi
tre figli, giornate che sono una sola, sempre uguale, sempre
la stessa. Da qui il titolo del romanzo che in galego suona A
xeira das árbores, dove, la xeira è sia la giornata intesa come
il trascorrere delle 24 ore, sia il soldo che per essa riceve un
lavoratore, a figurare quanto Clara debba faticare per guada-
gnarsi la sua “giornata”. E árbore (albero), lemma che ricorre
più volte nel testo, è Clara, sono le donne, che hanno bisogno
di radici, ma allo stesso tempo hanno bisogno di sradicarsi
dalla genealogia dell’albero da cui discendono. Albero che,
giorno dopo giorno appunto, pur essendo ben radicato a ter-
ra, sfida il principio di caduta libera dei corpi crescendo verso
l’alto, alla ricerca disperata della luce. Ciononostante, Clara
riconosce di essere prigioniera2 di una ragnatela che non le
lascia scampo, che la soffoca. Questa sensazione di oppres-
sione era nelle intenzioni della Moure che voleva che il lettore
percepisse la protagonista come schiacciata da quella vita che
è stata in certo qual modo costretta a scegliersi. Tuttavia la
critica ha giudicato il romanzo come pieno di ottimismo, fo-
riero di speranza e carico di luce vitale, giudizio agli antipodi

2. Ivi, passim.
10 Introduzione

rispetto alle intenzioni dell’autrice che invece voleva che si


percepisse nettamente la sensazione di angoscia che attanaglia
la protagonista. In quest’ottica va letta la chiusa del roman-
zo, dove Clara si preoccupa, come qualunque altra donna,
del suo aspetto esteriore, nella speranza ormai scoperta che
questo suo fidanzato sempre errante finalmente si decida a
trascorrere un fine settimana con lei: per questo deve essere
bellissima, lei vuole che lui la veda bellissima. Clara si sforza
di mostrarsi indipendente agli occhi degli altri, chissà anche ai
propri, ma continua ad essere prigioniera.

La lingua de «La giornata degli alberi»

Teresa Moure linguista non può che sottolineare quanto


sia insostenibile, nella finzione narrativa, che tutti i personag-
gi si esprimano allo stesso modo. Non è verosimile, perché
sia credibile la scrittura impone che i diversi attori utilizzino
diversi registri3. Così, i personaggi del romanzo si esprimo-
no ciascuno con uno stile suo proprio. Alcuni di loro, come
la protagonista, usano più livelli linguistici, commisurati al
contesto in cui di volta in volta agiscono. Colpisce il lettore
attento che la voce narrante e la protagonista si esprimano
utilizzando un registro assai simile, colto, raffinato, elabora-
to. Ma mentre quello della narratrice è sempre uguale a se
stesso, Clara si muove con disinvoltura attraverso differenti
modelli espressivi. Quello erudito dei suoi monologhi inte-
riori o delle sue attente e precise riflessioni sul linguaggio e
su Humboldt. Quello più informale dei rapporti affettivi,
siano essi con le amiche o con i figli, ma che nel suo essere
semplice non scade tuttavia mai di tono, nemmeno quando,

3. Ivi, passim.
Introduzione 11

con i bambini, ricorre costantemente alle onomatopee o ai di-


vertissement linguistici. Quello colloquiale, ma corretto, che
usa nei rapporti di lavoro con le colleghe, ma soprattutto con
Pedro, il suo capo. Infine un tono davvero popolare quan-
do interagisce con quei disturbatori del suo microcosmo che
tuttavia possono a volte tornarle utili; a patto però di entrare
in relazione con loro abbassandosi metaforicamente al loro
livello, come accade con i bagnini in piscina, o con il “nano
peloso” che attraversa, è proprio il caso di dirlo, la sua strada.
Anche i meccanismi narrativi entrano in gioco accomunando
le modalità espressive di Clara e del narratore extradiegetico,
passando nell’atto narrativo dalla prima alla seconda persona
nel caso di Clara e dalla seconda alla terza in quello del narra-
tore; elidendo i limiti che separano attanti e narranti, in modo
che si instauri nel lettore un iniziale spaesamento, quasi una
confusione controllata, che possa poi condurlo a sentirsi Cla-
ra e non qualcuno a lei estraneo. Con le parole della Moure,
mentre vediamo Clara muoversi come in un film, riusciamo
ad accedere al suo mondo interiore con quello stesso mecca-
nismo narrativo con il quale si suppone abbiamo accesso al
nostro mondo interiore4.
Gli altri personaggi sono alla base del meccanismo mime-
tico che abbiamo visto caratterizzare Clara, impiegano cia-
scuno un suo livello espressivo. E non passa inosservato che
gli uomini sono in genere caratterizzati da livelli più bassi in
relazione al ruolo che ricoprono all’interno della scala sociale.
Si va dal linguaggio sboccato, sincopato e dialettale del nano
peloso; per salire progressivamente a quello del bagnino; poi
a quello di Pedro che, seppure più maturo, si caratterizza per
scivoloni linguistici e l’uso banale di stereotipi; fino al medi-
co che, seppur persona supponiamo colta, utilizza una lingua

4. Ivi, passim.
12 Introduzione

assai povera e priva di fantasia. Va un po’ meglio con i tre


padri dei suoi figli, che vediamo esprimersi solo nel ricordo
della protagonista: sono avari di parole, soprattutto quando
si tratta di manifestare i propri sentimenti, ma adoperano
tutti un registro espressivo elevato; non per niente si tratta
di professionisti e docenti universitari. Migliore il panorama
femminile. Si va dal chiacchiericcio dello spogliatoio – dove
le donne esprimono con una certa raffinatezza anche le loro
piccole perversioni sessuali – si passa per il registro lingui-
stico assai colloquiale della sorella per giungere a quello più
elevato delle amiche con cui condivide segreti e passioni. Non
è casuale questo dosare i livelli espressivi, ma serve a connota-
re i personaggi: i registri linguistici che ognuno utilizza sono
espressione del mondo che ciascuno si è creato fin dall’infan-
zia e disegnano il carattere, in positivo come in negativo, che
ci contraddistingue. Esprimiamo il mondo in un certo modo
in quanto è quella la nostra visione del mondo; quando im-
maginiamo il nostro mondo, lo facciamo utilizzando le paro-
le anche solo per pensarlo e di conseguenza siamo capaci di
esprimere solo ciò che abbiamo pensato, ovvero ciò che siamo
stati mentalmente capaci di tradurre in parole. Si tratta di una
sorta di circolo vizioso: è la nostra Weltanschauung che crea il
nostro linguaggio, di modo che il nostro linguaggio non può
che esprimere la nostra Weltanschauung.

Attilio Castellucci
la giornata degli alberi
La mattina

ore 7:18

Q uando cominciarono a sentirsi i rombi dei primi motori,


era ormai da un po’ che si era risvegliata. Si era risve-
gliata con le sopracciglia corrugate e tutti i muscoli del viso
tesi; archi sul punto di lanciare le proprie frecce. Come ogni
mattina in questo periodo di nebbia si vide stanca, con gli
occhi gonfi, lo sguardo segnato da linee azzurre. Le faceva
male tutto il corpo. No, non tutto. Le faceva male il fascio di
muscoli sul lato anteriore della gamba destra. Va’ a saperlo
come si chiama. «In realtà alcune parti del corpo non han-
no nome… e dovrebbero averlo fosse anche solo per fare gli
scongiuri giusti quando fanno male», pensò, più contenta di
quanto ci si aspetterebbe con tanto decadimento muscolare.
Le faceva male una parte non specifica, all’incirca all’altezza
delle vertebre lombari e, da lì, dritto come se trasportato da
un cavo elettrico il dolore si espandeva crescendo fino al gi-
nocchio destro. Le faceva male anche il collo. Ebbe di nuovo
una contrattura al lato sinistro, i cui effetti arrivavano ora fino
alla nuca. Mosse lentamente la testa da un lato all’altro e poi,
con dolcezza, formò dei cerchi. Il dolore diventò poco a poco
liquido e caldo, diluendosi in un vago stato di piacere. Si fissò
le mani. La infastidiva l’allergia che strappava la pelle fino a
rendere visibile il modo in cui il sangue scorreva per le sue
dita. Aprì la mano destra. La chiuse. La aprì e la chiuse mol-
te volte ancora. Le dita lunghe, da pianista, l’insieme magro
16 Teresa Moure

delle mani con le vene leggermente ingrossate le provocavano


sempre una sensazione di estraneità, come se le mani che sta-
va contemplando non fossero le sue. Nonostante continuasse
a provarla, la sensazione le risultava strana. Inoltre è difficile
guardarsi e accettare le mani, i capelli, il naso, i gomiti, come
propri. Pensò alla bellezza delle dita senza vanità, perché le
sue dita non erano le sue. E pensò anche che, nonostante la
loro bellezza, le dita si vedevano toccate da questo male… la
dermatite da padrona di casa. Così l’aveva chiamata il medico
mentre sorrideva. Dermatite da padrona di casa… Chiunque
avrebbe capito che quell’imbecille lo trovava divertente, c’era
qualcosa di odioso nel suo sorriso. Dermatite da padrona di
casa… Niente di serio, come la tubercolosi o la polmonite; un
male minore, un tipo di allergia derivata dal contatto con le
sostanze irritanti che si usano per l’igiene della casa: detergen-
ti, saponi, varechina… Il medico sorrideva in modo esplicito
mentre lei rimuginava se in certe reazioni allergiche interve-
nisse, chimica a parte, la certezza di sapersi l’unico essere in
casa a svolgere questi compiti denigranti, assai noiosi e poco
motivanti: pulire il forno con uno sgrassante, le macchie da-
gli abiti con la varechina, disinfettare i bagni con ammonia-
ca profumata al limone. Se il medico non avesse avuto una
donna di servizio e fosse stato obbligato a inginocchiarsi per
vedere il sottomondo della sua abitazione, si sarebbe trovato
nella condizione di capire la colpevolezza del suo sorriso, di
dubitare della normalità della sindrome che diagnosticava «o,
quanto meno, di diagnosticarla senza quella faccia da cretino
del tipo arrivate-tutte-con-lo-stesso-problema».
Tossì. Sentì una leggera pressione sul petto, come un peso
che le impedì di espanderlo a piacimento. E soprattutto le
faceva male la testa. Di sicuro le ossa sotto la faccia non sono
là a sostenerla, come penserebbe il suo medico ingenuo e
sorridente, ma per ricordare che, per quanto bella sia, la sua
La giornata degli alberi 17

bellezza è effimera e porta con sé, come gli yogurt, la data di


scadenza. Le mandibole, il setto nasale, gli alveoli che ripara-
no i denti fanno male. Uno dopo l’altro fanno male. Ovvia-
mente non in un modo acuto o insopportabile. Al contrario il
dolore è tanto lieve che non produce lamenti; butta giù poco
alla volta. Non vale la pena contattare il medico. Le direb-
be un’altra volta di prendere il Mutabon o il Serenase e le
raccomanderebbe di rilassarsi e di dimenticare una volta per
tutte i pensieri che non fanno bene alla sua salute. Le consi-
glierebbe di fare un massaggio di fisioterapia, di riprendere lo
yoga, di distrarsi… La pregherebbe di consacrarsi totalmente
a dimenticare… Se non sapeva la grammatica, pensava lei, il
medico non poteva notare che “dimenticare” non è un verbo
intenzionale. «Puoi dimenticare le chiavi della macchina o di
annaffiare le piante, ma non puoi fare qualcosa per dimenti-
care», direbbe Lola, l’amica del cuore. «Non significherebbe
altro che nascondere la realtà. Perché nessuno può dimenti-
care la propria vita senza che la perdita resti fissata sul volto,
nei nervi, nei muscoli».
ore 7:23

F orse è solo questo che mi sta accadendo, sto disegnan-


do sul viso i dolori della mente. Mi domando soltanto se
dovrò trascinare per sempre il malessere e il dolore, se sono
condannata a percepire ogni mattina nello specchio la deva-
stazione che questi anni di deserto sentimentale hanno im-
presso sul mio volto. Sta squillando il telefonino. Sì! Sento
una carezza nello stomaco, come se le ali di un insetto ne sol-
leticassero le pareti fino a farle tremare. È una stupidaggine,
suona il telefonino e le pulsazioni dei miei polsi stanno per
far scoppiare le vene. Ovviamente c’è qualcosa di frenetico,
di audace in quell’odioso strumento, il telefonino. Ma dove
sta, che non lo trovo? Una forma (e un comportamento) da
vibratore, energico e carezzante amico per calmare la solitu-
dine. Questa maledetta società di consumo mi mostra la sua
bella faccia di dea con questo apparecchio che, attraverso il
suo suono, realizza il miracolo: ancora non sono un fardello
buttato sul letto e che pratica temutamente l’autodistruzio-
ne, abbindolata dai miei oscuri pensieri. Ora sono un corpo
di donna acceso dall’illusione, che scruta nervosamente nelle
argomentazioni per calmare la sua sete. Siamo decisamente
esseri informivori, ci alimentiamo esclusivamente di informa-
zioni. Per questo una dichiarazione di amore, tenue ed eterea
com’è, provoca effetti simili a quelli di quindici tonnellate di
ginseng ingerite puntualmente ogni mattina… Dove sarà an-
dato a finire quell’aggeggio? È chiaro che il potere energiz-
zante è effetto solo dell’amore e per questo una bella scopa-
La giornata degli alberi 19

ta è salutare quanto una settimana alle terme. Eccolo, meno


male! Oh! Non avrò il calore della sua voce, è un messaggio.
Biiip, biiip, parla il telefono. Buff, e neppure è il suo. È di
Lola. «Grazie, brava per i tuoi saggi consigli». Saggi? Vedi,
io non sono brava a dare consigli. Quel che accade a Lola
(come a tutti, logico) è che le piace essere amata e per questo
dà valore alle mie piccole attenzioni. La buona Lola, sempre
appiccicata a Miro, eterna ragazza, che lo menzionava in tutte
le conversazioni in cui interveniva, che aveva bisogno di son-
niferi quando non dormivano insieme… e un bel giorno, zac!,
si lascia invadere dalla frenetica scossa di una passione estiva.
Da allora niente è stato più uguale. La vita tranquilla, tiepi-
da, borghese di Lola si riaccende colta da un imprevisto, da
questioni d’amore, da un affaire: decidere tra la confortante
atonia di questo noviziato matrimoniale che viveva con Miro
o disinteressarsi agli usi, ad amici comuni, a genitori assuefat-
ti, alla famiglia politica, a routine senza nome… Chiudere con
Miro e fare un salto nel vuoto, cominciando un’imprevedibile
e sconveniente relazione a distanza. Povera Lola! Momenta-
neamente incapace di avere un’idea troppo chiara di ciò che è
«essere-Lola». A differenza di altri impegni, le decisioni amo-
rose si prendono in base all’idea che ogni persona ha di ciò
che è «essere-se-stessa». Povera Lola! Intrappolata tra quei
sentimenti che io in assoluto rifiuto… peccato che non fosse
lui. Perché mi agita pensare al suo sorriso, allo scuro sguardo
fisso dei suoi occhi indù? Mio Dio, come mi piace quest’uomo
allo stesso tempo tenero e brusco, amante e distante. Mi alzo
in piedi e mi avvio verso la doccia. Lo specchio mi restituisce
un’immagine positiva di me stessa. La bambina che fui avreb-
be accettato la donna che sono: snella ed elastica, con il corpo
domato dall’esercizio e dal controllo, con i seni delineati come
poppatoi, poppatoi che i miei figli hanno costruito con i tanti
baci. L’acqua calda non è un bene, dicono le riviste femminili:
20 Teresa Moure

rammollisce. Nonostante tutto, oggi io godo della carezza cal-


da dell’acqua calda, dell’odore dolce del sapone. Metto la cuf-
fia sui capelli per evitare che l’acconciatura in qualche modo
si bagni. Il mio figlio più piccolo entra in bagno e piange.
Non riesce a parlare, ma riesco a capirlo. Detesta la cuffia che
non solo mi imbruttisce, ma gli occulta anche ciò che per lui
(come per molti) è il tratto caratteristico della mamma: i ca-
pelli avvolgenti e abbondanti intorno al viso. Lo tranquillizzo
con le parole, facendo in modo che la voce diventi carezzevole
e scopro che le carezze sono false. Nascondono soltanto il mio
risentimento («Non posso stare sola un minuto godendomi la
doccia?»). Qui comincia la mia lotta giornaliera: riuscire ad
avere un po’ di tempo per fare una doccia, per cenare, per
leggere, per lavare i denti… Riuscire ad avere tempo e spazio
per essere. Loro, i piccoli, mi assorbono senza pietà e io mi
abbandono stregata. Mi abbandono? Mi abbandono, sì.
ore 7:30

S uona la sveglia. Prima, quando si è alzata, si è dimenticata


di spegnerla e ora questa piccola molestatrice domestica
urla. Riiiiiiing, riiiiiiing, assordante, stridente… Ha voglia di
tirarla contro una parete e non può. Il bimbo è lì e non gli
fa bene vedere immagini violente, come quella di una madre
svestita e acconciata con una cuffia che salta, isterica, sopra
un povero apparecchio elettrico che un negro negrissimo le
ha venduto per strada per una somma irrisoria. Inoltre la sve-
glia è nella sua stanza e lei, pur avendo finito la doccia, resta
in bagno. Deve asciugare i piedi se non vuole scivolare sulle
piastrelle. Mentre prende l’asciugamano, la sveglia smette di
trillare e a lei, con il proposito di non cadere, viene in mente
una canzoncina tediosa che comincia a canticchiare per il bam-
bino: «Il ghai, ghai / il ghai, ghai / quello che scivola / e non
cade. / Scivolai / e caddi / e mi alzai / e dissi: ghai, ghai!» Il
bambino muove la testolina e batte le mani: beneeeeee! Un’al-
tra volta: «Il ghai, ghai / il ghai, ghai…». E un’altra… e così
altre ancora. I bambini non hanno la cognizione del tempo, di
conseguenza non conoscono la noia. La noia, pensa, deve na-
scere dalla sensazione che il tempo passa e ci sorprende mentre
facciamo sempre la stessa ginnastica. Se non ci fosse il tempo
(come nella mente dei suoi figli), ciò che si ripete si valutereb-
be come territorio conosciuto. «Il ghai, ghai…», continua a
cantare mentre si veste. Il bambino piagnucola un’altra volta,
lamentandosi della sparizione del bianco corpo della madre,
ora immerso in abiti incomprensibili. Lei lo prende in brac-
cio, lo bacia sul visino, sull’orecchio, tra le pieghe tenere della
22 Teresa Moure

pelle, dispensa le carezze come se il bebè fosse un amante in


miniatura, impegnata a fargli sentire il piacere di essere amato.
«Pin-pin-pin-pin», viaggiano le sue dita dal pancino in su; dita
con dermatite da padrona di casa che ora si sono trasformate
nelle gambe di un nano. «Pin-pin-pin-pin», (fa-sol-la-si) e il
bimbo ride e le risa raddoppiano. «Da questa parte, da questa
parte, da questa parte…», e questa volta a ridere tutti e due.
«Vieni, andiamo». Lo prende dal letto per vestirlo. La pazien-
za si solidifica in questa scena di ballo con madre e bambino
che, ballerini ben affiatati, conoscono i movimenti opportuni.
Nel frattempo il ballerino-bambino vuole giocare, non accetta
di cambiare attività. Ha un pupazzetto di peluche (un assurdo
ippopotamo viola) che afferra stretto e bisogna vestirlo sen-
za sfiorare la mascotte per non far aumentare i capricci. La
ballerina-mamma gli toglie il pigiama e il pannolino, gli mette
un pannolino nuovo, i calzini, un pantaloncino e («Allora…
dato che scalci… op, ora in piedi») una maglietta, un pezzo di
sopra, qualcosa come un maglione, poi le scarpe da ginnastica.
Una volta vestito, lei si gira a prendere il pettine e la colo-
nia. Questo breve momento è sufficiente affinché le manine
strappino il velcro (chiuc, chiuc) e la scarpa voli al di sopra
delle spalle e atterri nella doccia che ancora contiene schiuma
e acqua. «Ora ci mancava solo che si bagnassero le scarpe da
ginnastica». E la ballerina-mamma si gira in un attimo, non
sufficiente a trattenere un oggetto che ormai aveva già descrit-
to la sua traiettoria ed era caduto. A quell’attimo manca valore
artistico e anche effettività pratica, perché appena comincia
si rivela subito inutile: la scarpa precipita nella vasca e il bebè
ride di nuovo a crepapelle. «Certo, a voi cosa importa se mi
fate saltare i nervi?», bofonchia spazientita, mettendo fine al
delizioso spettacolo di danza. Il bambino probabilmente inter-
preta il lamento come parte della coreografia e ride ancora una
volta. Lei lo prende subito in braccio ed esce dal bagno.
ore 7:47

D evo entrare contenta nella stanza dei bambini grandi.


“Bambini grandi”, che controsenso. Nonostante ciò la
frase le uscì spontaneamente quando vide il terzo e gli altri
due, di appena sei e tre anni, che almeno avevano acquisito
l’addestramento necessario per capire richieste («per favore,
raccogli questi calzini da sotto il letto»), o per seguire senza
interruzione un racconto di un minuto e mezzo. I bambini
grandi dormono scomposti, con le boccucce aperte per aspi-
rare meglio l’aria che il muco blocca nel naso. I piedi spor-
gono da sotto la coperta, di sicuro infreddoliti. Mi viene in
mente una mattina di qualche anno fa. Il figlio più grande
(a quel tempo semplicemente il «bambino») mi reclamava
continuamente in una notte snervante. Ma la mattina, quando
ormai non mi reggevo dalla stanchezza e le difese del corpo,
tutte basse, promettevano mille malesseri diversi… la mattina
vidi questo piccolo dalle dita rotonde, dolce e caldo, liberato-
si dalla copertina che lo copriva. Mi scoprii madre nella tene-
rezza con cui lo coprii, nel modo in cui sparì la repulsione e
ritornò la pazienza nella mia anima tormentata. Oggi i piedini
misurano quasi un trentasei pieno e i peli incipienti delle gam-
be annunciano l’uomo che non tarderà ad apparire… e questi
piedi continuano a trasmettermi un’emozione frizzante.
«Buon giorno / ai bambini / ciumbàn, parabàn, pam,
pam», entro canticchiando con il piccolino in braccio. «Non
vi muovete… Chi vuole solletichino, solletichino? Alzo la ser-
randa. Ritiro, un po’ brusca, la montagna di panni in cui si
24 Teresa Moure

è trasformato ogni letto, affinché il freddo li obblighi a ria-


nimarsi. Comincio a recitare, come ogni mattina, il racconto
di Cecetto, un bambino molto piccolo, molto piccolo, molto
piiiiccolo, che la mamma mandò a comprare il pane e che
partì tutto contento cantando: «Pacìn, pa-ciàn, pa-ciùn / ba-
date a quel che fate, / pacìn, pa-ciàn, pa-ciùn, / Cecetto non
pestate». Non posso continuare. Il racconto, ricreato per loro
quando erano appena progetti umani, è percepito come un
indice della prima infanzia che vogliono abbandonare in fret-
ta. «No, Cecetto noooo». «Ah! Sei sveglio, eh, diavoletto?»
«Boh». Uno si rigira mezzo arrabbiato e l’altro finge di dor-
mire russando intensamente. Comincio da quello che sembra
più sveglio. Tolgo il pantalone del pigiama e comincio il rito
quotidiano della vestizione per la seconda volta. Nel momen-
to di spogliarlo dai vestiti della notte, la pelle si disegna di
puntini, come pelle d’oca, rappresentazione pura della nudi-
tà, per quanto si tratti di carne d’oca spiumata. I corpi sono
tersi, soavi, appetitosi da mangiare e li mangio, raggiungen-
do con baci i posti più intimi che si affrettano a nascondere.
Perché loro sono ormai abbastanza forti da resistere al turba-
mento senza attaccare. E poi hanno pudore. Uno grida: «No,
nelle parti sensibili no». L’altro raggomitolato piacevolmente
mi dà un calcio sul naso. Mentre mi lamento indolenzita, il
terzo, che finora ha assistito alla scena, mi si butta sopra in-
gelosito: «Cavallo, op, op», e io che sono malamente chinata
cado distrutta contro il letto. «Siete cattivi. Non credo che
giocherò più, no di sicuro». Un momento dopo scendiamo
le scale, uno in braccio, due che lottano per arrivare primi,
per vincermi. Pesto per errore una macchinina giocattolo. Il
signor conducente resta ammaccato. Mentre mi piego a rac-
cogliere i resti dell’incidente sento un respiro da bestia dietro
le orecchie. Due piccole figure approfittano del mio degno
soccorso all’omino di latta per spingermi avanti e sono sul
La giornata degli alberi 25

punto di demolirmi di nuovo. Guardo il signor conducente


della macchinina giocattolo che ha bisogno di un’eutanasia
urgente. Mi domando quanti chili gli saranno caduti sopra.
Alla vista dell’omino di latta mi rendo conto che dovrei di-
magrire. Il piccolo mette in bocca i ferri ritorti dell’indicente
e, per un istante, mi ricordo di Saturno che divora i suoi figli.
«No, lascia, cacca, cacca». «No cacca, mio, mio…», urla di-
sperato. Raccolgo i frammenti dell’incidente automobilistico
e li butto nel secchio della spazzatura, sotto il lavandino. La-
scio il bambino nel suo passeggino. «Dai, mettetevi i grembiu-
li che non voglio vestirvi di nuovo». Il frigorifero diffonde un
freddo metafisico. Uno di questi giorni devo passarci un pan-
no. Se dedicassi un po’ di tempo a ogni oggetto, questa casa
di matti ne ha davvero bisogno, non mi fermerei un momento
neanche per respirare… Sarebbe meglio non avere tanti og-
getti. Vivere in una baita tra le Alpi come il nonno di Heidi
o in una capanna di paglia tra i masai e non avere più nulla.
Tutto il giorno libera di occuparmi di me stessa, invece di oc-
cuparmi delle troppe cose che, a quanto dice la pubblicità, mi
rendono la vita più facile… Condurre una vita più facile, beh,
se ci si pensa è uno scopo ridicolo. Vediamo, chi vuole vivere
una vita facile? Quanto sarebbe meglio una vita appassionan-
te, avventurosa, una vita piena, una vita di quelle che fanno
dire sul punto di morte: «Ho vissuto!» Eppure qualcuna, se le
apparisse il genio della lampada, continuerebbe a chiedergli
qualche elettrodomestico… Maledetta! Somara! Per doverli
caricare, scaricare, pulire, riparare, liquidare… Mentre pen-
so, metto i bicchieri pieni di succo di frutta sul tavolo. «Chi
vuole uno yogurt? Non spingere tuo fratello che è piccolo.
Se mangiate le Macine prima che io metta il Cola-Cao1, dopo

1. Marca commerciale di preparato in polvere a base di cacao, malto e cola,


ndt.
26 Teresa Moure

non chiedetemi più niente, uno non si può nutrire solo di go-
losità». Le mani sono più veloci del pensiero: servono il latte,
mettono la polvere magica, girano il cucchiaino, spartiscono,
dividono, ripartiscono. «Non serve che ti alzi da tavola per
parlare. Non si butta la carta a terra, da non crederci. Ohi, sta
per versarsi il latte! Buff, questa volta sono arrivata in tem-
po. Ormai non vale la pena scaldare il mio caffè: lo butto in
questo latte bollente ed è più che sufficiente. Attenta a non
scottarti! Di chi sono questi piedi che arrivano fino a qui da
sotto il tavolo? E perché hai tolto i calzini?… Dai, sbrigatevi a
finire, che sono le otto e dieci. Niente televisione, ci mancava
solo questo… Dai, veloci… Andiamo a lavare i denti, le mani,
il musetto, le orecchie…» «Le parti sensibili?», domanda con
ironia il mediano. «No, non serve, bastano le parti visibili».
Ridiamo su per le scale. Dopo qualche minuto la casa resta
vuota, silenziosa e sola, il dentifricio splende nel lavabo, sul
pavimento, sulla porta del bagno, sulle lampade, sui tappeti,
sui quadri… perché ora i piccolini stanno discutendo con pas-
sione: «È mia». «L’ho presa prima io». «E a me che importa?»
«Allora va’ da mamma…» «Mammaaaa!!» «Se arrivo!…» «È
che l’ho preso io per primo». «A me che importa? È comun-
que mia, lagnoso». In un istante, di corsa, devo calmare gli
animi, pettinare la chioma indomita, prendere lo zaino, met-
tere un po’ di burro di cacao sulle labbra perché l’aria fredda
del mattino non le rovini, domare con la brillantina gli innu-
merevoli ricci dei bambini, tornare rimettere le scarpe da gin-
nastica al piccolino (è già il terzo tentativo), ricordare dove ho
messo le chiavi della macchina, prendere l’anorak2, lanciarmi
con loro giù per le scale. La porta del garage si apre con un
vecchio meccanismo, vecchio quanto i paesi in cui erano am-
bientati i racconti d’infanzia, e la macchina esce di culo, poco

2. Giubbotto che protegge dal freddo e dalla pioggia, ndt.


La giornata degli alberi 27

elegante ma efficace, verso la scuola, verso l’asilo, verso i lavo-


ri quotidiani. I tergicristalli si affannano come operai di una
catena di montaggio (ziiip-zaaap) e il cielo plumbeo cade su di
noi quattro, piccolini, testardi, insaccati in una scatoletta con
le ruote che sembra essere tanto fragile come la macchinina
giocattolo del signore dell’infausto ricordo. Se un uccello ci
guardasse dall’alto, vedrebbe solo quattro vermiciattoli molto
presi dalle loro faccende. «Chi mi inchioda le scarpette nella
schiena, levale da qui». «Cos’è una sillaba atona?» «Non sono
stato io, è stato il più tonto, che si sa chi è…» «Beh, credete
che si possa guidare così? Un giorno faremo un incidente…»
«L’ippo viola, dov’è l’ippo?…» Sotto il rumore del sonaglio
dei vermiciattoli si sente la voce dello speaker della radio che
qualcuno ha appena acceso: «Con temperature piacevoli per
questo periodo dell’anno, 16 gradi alla Coruña, 17 a Vigo, 14
a Pontevedra e a Santiago…» E gli insetti sono molto resisten-
ti agli attacchi esterni, bravi coloni del pianeta. «Eh? Ehhhh?
Cos’è una sillaba atona, mamma?» «Una sillaba atona è una,
si…» «Ippo, ip-po, ip-po…» «Stavo parlando io, perché devi
sempre dare retta a lui?» «No, do retta a tut…» «Mamma, è
urgente, cos’è una sillaba atona?» «Ip-po, ip-po, dammelo».
«Io non ti ho preso ippo». «…E venti di sud-est gireranno
a nord nel pomeriggio, forza da 4 a 5». «Arrivati. Siamo ar-
rivati… Scendete piano. Ti spiegherò bene cos’è una sillaba
atona all’ora di pranzo… Credo che dovrei diventare rossa
dalla vergogna per la stupidaggine che ho appena detto, come
se le domande potessero essere rimandate… Insomma, fate i
bravi… Passate una buona giornata… Buona lezione… Chiu-
di questo bottone, che prendi freddo… Così, così, vai in giro
tutto trasandato, cencioso. Un bacino, sì… Su, sbrigati… Eh,
anche tu, dammi un bacio… smack, smack».
ore 8:32

D opo un po’, dopo aver attraversato mezza città per la-


sciare il piccolo all’asilo, comincia ad essere padrona
del suo tempo. È in piedi da quasi un’ora e mezza e solo ora
comincia a godersi il suo tempo, come se prima di essere se
stessa dovesse pagare un tributo, una decima per l’umanità
pur di godere dell’amore dei piccoli. Accende la radio e non
sopporta per più di un minuto l’inizio di un dibattito pseu-
doinformativo con il suo tocco di «qualcosa-in-più-della-stes-
sa-cosa». Spegne e mette della musica. Un compact disc dei
Tindersticks comincia a girare e subito la voce vellutata di
Stuart Staple riempie l’automobile. «She / fell in love / with
my singing. / She / knew the bells / started ringing…» Un po’
più sofisticato del «ghai, ghai» e inoltre è anche musica capace
di provocare un formicolio alla bocca dello stomaco. «…But
me, / I just live / for the clapping…» Come tutte le mattine
guidare esige qualcosa in più che abilità e riflessi, richiede an-
che un po’ di affabilità: questa mano che risponde alla mano
dell’autista di autobus al quale ha ceduto il passo, questo at-
tento sorriso al vecchio che attraversa trasandato e torpido…
«When he / fell in love, / I was acting». Sono piccoli accenni,
indicazioni minime del fatto che è rilassata, imprescindibili
per guidare dentro la città. Dall’asilo il ritorno a casa è sempre
lento e difficile. A quest’ora comincia a essere tardi per tutti
e si nota dal modo in cui gli automobilisti hanno fretta ai se-
mafori: sembrano i bevitori dell’ultimo sorso di whisky, sicuri
e frettolosi, non si guardano intorno. Una Hyundai Accent
La giornata degli alberi 29

rossa e curata, brillante per la cera che il suo padrone non le


lesina, esce da un incrocio a tutta velocità. Dai finestrini aperti
esce una musica fastidiosa a tutto volume. Bisogna frenare e
resistere con flemma agli improperi del nano peloso che si
agita nella Mercedes bianca di dietro, ben visibile attraverso
il retrovisore. Non le importa che la insultino sull’argomento
traffico, le sembra che non la tocchi, o almeno è quasi sempre
così. Oggi il nano peloso la insulta con gesti osceni e celebra
tutti i luoghi comuni del maschilismo militante. Per calmarsi,
lei si concentra pensando che non le importa se gli altri au-
tomobilisti la insultano, le sembra che non la tocchi… quasi
mai. Nonostante ciò, il nano peloso continua a officiare come
se fosse il sommo sacerdote di una qualche religione dell’insul-
to, ma è prevedibile. La provoca. Sicuramente il nano peloso
appartiene a quella casta di uomini che sono infastiditi dalle
donne al volante, quegli uomini ai quali piace ammaestrare le
donne, decidere quello che devono o che non devono fare…
Il nano peloso che si agita dietro di lei ha tutto l’aspetto di
uno di quegli uomini che si lasciano trascinare dalle loro pul-
sioni. Pensa a questo e comincia a infiammarsi. All’improvvi-
so sente che oggi deve blaterare, che vuole rispondere alla sua
provocazione. In qualche modo lei ormai non è più lei… (o
meglio, è lei più che mai): le si è aperta la porta piccola, quella
del ripostiglio dell’anima e si è scatenata la selvaggia. Apre
lentamente il finestrino, lascia che il vento di novembre metta
in disordine i suoi capelli, assume la più ingenua delle espres-
sioni e dice a voce alta, ben modulata, sensuale, in modo che
si senta: «Scusa? Cosa mi dicevi di tua madre?» I passanti che
guardano, il vigile, gli altri automobilisti, tutti ridono per la
sua audacia mentre il nano peloso, furibondo, sembra esse-
re sul punto di scoppiare di rabbia, emette insulti schiumosi
che ricordano vagamente la rabbia canina. Resta molto lucida,
brillante nel suo controllo del linguaggio orale e, nel frattem-
30 Teresa Moure

po, mentre continua a girovagare, si sente stupida. «Scusa?


Cosa mi dicevi di tua madre?», rievoca la scena che ha appena
finito di vivere. Il nano peloso l’ha portata esattamente sul suo
stesso percorso di violenza. Si è avventata come una fiera e lei
non è una fiera. O almeno non vuole esserlo, anche se ha gio-
cato al suo gioco e ha usato alcuni dei suoi stessi stupidi metri
di giudizio. Maledetto nano peloso!
Finalmente prende lo svincolo che la porterà a casa sua lun-
go una stradina sterrata, cinta da entrambi i lati da eucalipti
altissimi. Man mano che si allontana dal centro l’arrabbiatura
si mitiga. Percepisce con sollievo che la tensione si scioglie, ri-
lassa le sopracciglia, si concentra sulla musica («And she cries
so well…») e anche, ovviamente, sulla strada. Nota il colore
giallo e rosso degli aceri che crescono vicino la porta delle
case. I ciliegi hanno perso le foglie; i fichi ne hanno ancora
qualcuna e con meno verde delle settimane passate, le piante
che sono ancora vestite risplendono, belle in un modo specia-
le. Ormai non piove più e il giorno ha questa luce bianchissi-
ma che appare d’inverno nelle città che si affacciano sull’At-
lantico, nonostante questa non lo sia: la luce di Porto è quella
che oggi illumina la mattina.
ore 8:32 (bis)

C i sono giorni in cui uno si alza con il piede sbagliato, caz-


zo, e non c’è un cristo da fare. Ha ’ncominciato subito
Beatrís di prima mattina, facendomi scoppiare la testa… Sem-
pre la stessa, con le sue lamentele. «Non vieni a mangiare?»
Un uomo non è una bambina… né un cagnolino che deve
spiegare a una donna che va a fa’. «Perché ora non torni mai a
mangiare?…» E subito è esplosa, la piagnucolona, che se c’è
qualcosa che non sopporto è quando le donne mi piangono
davanti, mi sento uno stronzo… Come se non fossi io quello
che deve fa’ tutto. Mariela mi ha fatto la stessa cosa l’ultimo
giovedì che abbiamo passato insieme, «ormai non mi ami, or-
mai non mi ami più come prima, ormai esci sempre con tua
moglie». ’Ncominciano a piangere e non c’è nessuno che possa
fermarle… E tu lì, che pòi fa’? L’imbecille e niente più… Tutto
il giorno a cercare di discolparti: su non piangere, non piange-
re, non voglio vederti piangere, devono impararlo dai film…
E, per quanto uno sia uomo, ci sono cose che daranno sempre
quel… Perfino John Wayne, che era un tipo con le palle, do-
veva avere sempre un fazzoletto perché prendono il via con
questo piagnisteo e non la smettono più, eh?… E se non vado
a mangiare non è per rimorchia’ un’altra, né per niente di ciò
che pensa lei, sono molto sveglie loro. Ogni volta che una don-
na mi ha fatto una storia («Quella tipa ti piace, basta vedere
come la guardi») c’era qualcosa… Non so, devono avere un
sensore speciale o una cosa del genere. E sto sempre attento
che non lascino capelli nell’automobile… Che visto che sanno
32 Teresa Moure

come beccarti, cominciano a piangere e a piangere… Come


quando uscivo con Nuria, capirai, con tutti i capelli biondi
che mi lasciava sul sedile, tra le cartelline, sulla barba… E se ti
scoprono, giù a piangere, se c’è una cosa che odio sono queste
piagnucolone, buff! Mi fanno diventare matto… Mi ha dato
il caffè freddo, Beatrís sa bene come amareggiare un uomo. E
chissà cosa preparerà da mangiare… Com’è prevedibile, eh?!
Quando la faccio contenta mi fa certi pranzetti da Dio e quan-
do no… da sputarli. A Beatrís perché non le entra in testa che
a mezzogiorno è il momento migliore per gli affari? Vai in un
bar, vai in un altro, prendi un vermouth, è il momento in cui
i clienti ti possono ascoltare. Oppure mentre stai giocando
una partitina, con un caffè, una buona sigaretta… Se trovi un
direttore di lavori o un capomastro… piazzi varie assicuraz-
zioni in una volta sola… e di quelle bbuone! Di quelle che ti
lasciano una bbella percentuale che lei poi non tarderà a spen-
dere, tipico di Beatrís. Ehi, che succede qui? Un animaaaale,
sei un animale, guarda come mi ha fatto sterzare all’ultimo
momento… Animale!!! Si sa che oggi danno la patente a cani
e porci… Bestia! Che il cielo ti fulmini! Metto la radio, tanto
per vedere se danno le partite di ieri… Non è che muoia per
saperlo… Ma va’, è solo per scambiare due chiacchiere con la
gente… Beh, se mettono una partita, almeno non farà male
a nessuno. Eccola… Du’ a cinque? Che è successo al Celta,
du’ a cinque con la Real Sociedad? Sarebbe stato poco am-
mazzallo quell’allenatore del cazzo. Io avrei fatto pulizia di
tutta la squadra, froci di merda, che si beccano cinque goal
in casa… Tanto a me… non fa né caldo né freddo… Eh! Che
fai te, matta? Già non va, la tipa, e ora mi frena pure! Mo’
ti suono pure. Meeeeec, meeeeec. Se mi scassi la macchina,
cazzo, te lo faccio ricordare, somara, somaraaaa, devi guarda-
reee… E come guarda impettita questa…! Mi vede bene nello
specchietto! Occhioooo! Che le macchine costano parecchi
La giornata degli alberi 33

soldini, stupida, imbecille… Avrà il marito che va in giro a


guadagnare per lei e non le frega niente della sua macchina o
di quella degli altri. In più frena, va a prendere un caffè con le
amichette e dai, giù con le chiacchiere… Ora fermo al sema-
foro mezz’ora. Meeeec, meeec, non sai guidare la macchina,
somaraaa. E abbassa pure il finestrino, la tipa. Ahi, guarda
come tremo! Stai per menarmi. Ti metto io nella condizzione
di chiedere, vedi come ti zittisci… Ehi! Non chiamerà pure la
viggilanza…? Ora mi sente… Anche io abbasso il finestrino,
per vedere che vuole. «Allora, che succede?» «Scusa, cosa
mi dicevi di tua madre?» Insulta di nuovo mia madre e ti
stritolo il cuore. Puttana, cazzo! Puttana! Con quei capelli
da pecora e la faccia bucata per infilarsi orecchini perfino
nelle sopracciglia, che aspetto ha questa matta…! Me lo ha
detto Beatrís l’altro giorno, se qui mi lasciassi fare un pirsing
o non so come si dice… Guarda, guarda, se mi torni a casa
con questo aspetto da africana matta, t’ammazzo. Un giorno
arriveranno a mettersi un osso al naso pur di essere guardate.
Zozzona, ficcanaso, cretina! E questo maledetto semaforo…
È scattato, alla fine. Accellero, altrimenti si fa tardi… e la mia
giornata è cominciata di merda.